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Dal 2006 i giornalisti minacciati
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in Italia sono stati 1334. La conta dei numeri la fa O2 OSSIGENO per l’informazione, l’Osservatorio della Federazione Nazionale Stampa Italiana e Ordine dei Giornalisti coordinato da Alberto Spampinato (fratello di Giovanni, giornalista de L’Ora di Ragusa, ucciso nel 1972 per aver scritto troppo, ndr) che nel 3° Rapporto (2011/12) dice: «Il problema è evidente. In Italia molti giornalisti ricevono strani “consigli” ogni volta che sono alle prese con le notizie più scomode e delicate, in particolare con quelle sgradite a qualcuno che����� con���� ta». Continua: «Spesso in questi casi qualcuno si fa avanti e dice al cronista: “Lascia perdere. Non pubblicare questa notizia. Chi te lo fa fare?”. Accade anche quando si tratta di una notizia sacrosanta, di innegabile interesse pubblico. C’è sempre qualcuno che mette in dubbio che quella sia una notizia meritevole di essere pubblicata». Tra questi professionisti dell’informazione che negli ultimi anni sono
Marilena Natale
Giornaliste minacciate
Le donne si raccontano Testo / Paola Cairo
CERCANO, SCRIVONO, INDAGANO E
DANNO FASTIDIO A QUALCUNO. CHE TENTA DI SCREDITARLE, MINACCIARLE, INTIMIDIRLE. MA LORO NON HANNO PAURA E LA PASSIONE PER QUESTO LAVORO LE SPINGE A CONTINUARE. QUATTRO DI LORO CI RACCONTANO LE PROPRIE STORIE. ALL’INSEGNA DELL’AMORE DELLA VERITÀ, DEL CORAGGIO E DELLA VOLONTÀ DI RESISTERE stati “consigliati“ citiamo non solo Giovanni Tiziano, giornalista di Modena che vive sotto scorta per le sue inchieste, ma anche il collega calabrese Michele Inserra, caposervizio della redazione reggina del Quotidiano della Calabria; Pino Maniaci, direttore a Partinico (PA) di Te-
lejato. Tante anche le giornaliste che dal Nord al Sud dell’Italia sono state oggetto di intimidazioni, minacce, calunnie. La più nota è Rossana Capacchione de Il Mattino di Napoli a Caserta. Nonostante tutto non hanno mai smesso di scrivere. Come Marilena Natale, che >>
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14 / PassaParola
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si occupa di cronaca giudiziaria per la Gazzetta di Caserta e che dice: «Se nasci nell’agro aversano, da piccola puoi imbatterti in cose che nessun bambino dovrebbe vedere. E crescendo in quella realtà ti rendi conto che questa non è descritta come realmente è: tutto ciò mi ha spinto a dare voce al mio territorio, che non ne aveva a sufficienza». La Natale, minacciata da Caterino, cognato del boss Pianaro, a sua volta cugino di Schiavone (conosciuto come Sandokan) racconta: «Ho perso il conto delle minacce che ho ricevuto nel corso degli anni. Non ho paura o meglio è più forte l’amore per la mia terra e la voglia di riscatto che il timore per le intimidazioni ricevute. Tempo fa mi sentivo un po’ isolata; poi i colleghi, i magistrati, le forze di polizia diventano la tua famiglia e, quindi, non ti puoi sentire sola. E poi oggi c’è Ossigeno». Ora la sua casella di posta è diventata un contenitore di denunce e sfoghi: un anello di congiunzione tra i cittadini e le forze di polizia. Supportata dai suoi colleghi di redazione: «Non esisterebbe una Marilena Natale combattiva se non avessi alle spalle dei colleghi pronti ad aiutarmi e incoraggiarmi». Caterino è stato condannato a 3 anni per minacce aggravate da motivazione camorristica. Lei è stata premiata con il Premio nazionale Agenda rossa (dedicato alla memoria del giudice Paolo Borsellino) per il suo coraggio. «Paolo Borsellino mi accompagna fin da quando ero piccola e lui era ancora in vita. E non c’è un solo giorno - dice - in cui non penso a ciò che lui diceva. Ad ogni episodio della mia vita associo un suo pensiero. Non è importante il riconoscimento in sé, ma il valore che l’agenda rossa ha: la verità e la sua ricerca. Ed è proprio questa tensione, questo moto verso la verità che mi spinge a restituire dignità alla mia Terra».
Il suo motto: non perdere mai di vista la verità, la dignità e il lettore. Conclude: «Il giornalista ha il compito di vigilare e di denunciare, ad ogni costo. Anche contro i poteri forti. Non c’è potere che può fermare la voce della stampa integra. Quella che agisce per amore della verità ed il bene comune». Marilù Mastrogiovanni è���������� la direttrice de Il Tacco d’Italia di Casarano (Lecce). Minacciata più volte per i suoi articoli e le sue inchieste sul malaffare e sulle attività mafiose in Salento, Marilù, 43 anni (una laurea in Lettere moderne alla Cattolica del S. Cuore di Milano e un master in Comunicazione d’impresa presso l’Università del Salento) dice di essere tornata in Puglia per la voglia di costruirsi una vita a misura d’uomo (donna) e di far qualcosa di buono per la sua terra. È stata oggetto di minacce, atti di vandalismo, intimidazioni per un’inchiesta sul più grande editore televisivo della provincia di Lecce (con sedi anche a Brindisi e Taranto, proprietario di 2 televisioni, cinque radio, un’agenzia di stampa). Paolo Pagliaro, uomo politico del Mir (Moderati in rivoluzione) l’ha denunciata. Processata, è stata assolta con formula piena. «Nell’inchiesta - racconta - parlavo proprio di colleghi sotto ricatto, sfruttati, non pagati, costretti a lavorare in un seminterrato in parte abusivo, di occupazione abusiva delle frequenze Rai, di percezione illecita di finanziamenti pubblici per l’editoria». Donna, madre e professionista, concilia vita privata e professionale con ironia. «Con un grande compagno al fianco che mi ama e dunque sa che non posso che essere libera e ... spolverare poco». Sullo stato dell’editoria in Italia dice che c’è l’informazione e la non informazione; che il giornalismo è solo quello fatto be-
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Marilù Mastrogiovanni
ne, il resto è un’altra cosa: pubbliche relazioni, comunicazione, lecchinaggio, manipolazione. Leale, fedele, ostinata, dice di sé di non poter fare altro che la giornalista. «La farei anche gratis. È la mia natura». Immagina che il suo Tacco diventi un giornale capace di fare rete con altri giornali italiani d’inchiesta e indipendenti in Italia. Immagina una grande rete di giornali indipendenti che facciano informazione a livello mondiale. «Serve solidarietà concreta: leggere il giornale, farlo girare, aprire dibattiti. Ci sono imprenditori illuminati che investono su di noi con la pubblicità, senza chiedere nulla in cambio, semplicemente credono che il Sud abbia bisogno d’informazione d’inchiesta indipendente. L’isolamento ci uccide». Luisa Betti: una donna tenace, empatica, determinata. Blogger per Il Manifesto, afferma: «Il giornale non ha chiuso, anzi ha risolto la liquidazione e ha deciso di andare avanti. Il futuro non lo posso prevedere, ma posso dire che questo >>
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giornale non mi ha mai corretto una virgola e mi ha lasciato completa-
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Luisa Betti
Ester Castano
mente libera nell’argomentazione dei temi che tratto». E dice ancora: «Un merito che gli va riconosciuto e che non è facile trovare nel panorama dell’informazione italiana». Ci racconta cosa le è successo. «L’anno scorso ho scoperto che in Senato c’erano 4 disegni di legge sulla modifica dell’affido condiviso in cui veniva introdotta la Pas, la sindrome di alienazione parentale, che sarebbe diventata così norma di legge. “Grazie” alla Pas oggi in Italia i bambini possono essere allontanati dal genitore con cui ha convissuto fino a quel momento, dal proprio ambiente, la scuola, gli amici, eventualità che provoca un altro trauma al minore». Il fatto di aver cominciato a indagare su una malattia che non esiste le provoca un’ondata di calunnie, minacce, pressioni, manipolazioni dei suoi stessi scritti da parte di una lobby pro-Pas, che ha probabilmente seri interessi su questo terreno. «All’inizio non mi sono resa conto racconta la Betti - e, quindi, ho aperto la discussione sul mio blog Antiviolenza sulla pagina web del Manifesto. Poi ho visto che le stesse persone che sceglievano di intervenire lì, altrove mi calunniavano e manipolavano i miei articoli; quindi ho chiuso il confronto per scorrettezza evidente». Da allora queste stesse persone sono uscite allo scoperto lasciando commenti anche intimidatori sul blog e attuando minacce dirette. Di solito le alternative in questo tipo di situazioni sono due. «Ho scelto la strada della denuncia e la solidarietà che ho ricevuto è stata incredibile. E così ho capito che ero sulla strada giusta». Ha avuto paura. Ma non si è mai arresa. «I diritti umani - puntualizza non sono l’appendice di un’informazione globale bensì il cuore. Occuparsi di donne e minori significa fare informazione sulla fascia più debole della popolazione. Estendere l’informazione su quello che succede alle donne di tutto il mondo significa dare
Bisogna essere disposti a sopportare molto, anche in termini di difficoltà economica, per amore della libertà (Anna Politkovskaja) valore a quello che queste donne fanno, stimolando l’attenzione a ciò che molte donne sono costrette a vivere». Ester Castano, giovane cronista, racconta di aver iniziato a scrivere a diciassette anni per il settimanale Altomilanese, in una redazione umida e polverosa della provincia di Milano. «Messo piede in redazione, non l’ho più tolto: non ricordo un giorno, da quell’estate 2008 ad oggi, senza scrivere, prendere appunti, sentire il telefono che squilla con dall’altra parte il cittadino che si lamenta dei politici e vuole denunciare sprechi e malcostume o i politici che si lamentano dei cittadini che gli impediscono di svolgere serenamente il loro lavoro». Scrive di cronaca locale, dalla sagra della salamella alla manifestazione ambientalista in piazza. La voglia di raccontare il mondo da vicino, andando nei luoghi e studiando le situazioni, le permette di non mollare. Aspettando pazientemente di essere pronta a mettere in pratica la sua buona conoscenza dell’hinterland milanese comincia ad approfondire lo scenario delle infiltrazioni criminali di stampo mafioso sul territorio in cui abita. La svolta arriva dopo aver seguito il laboratorio di giornalismo antimafioso di Nando dalla Chiesa alla Statale di Milano. Con gli alunni di corso fonda il >>
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OSSIGENO Cos’è OSSIGENO per l’informazione? L’Osservatorio della Federazione Nazionale Stampa Italiana e Ordine dei Giornalisti, con la partecipazione di Articolo 21, Liberainformazione, UNCI, nasce per documentare e analizzare il crescendo di intimidazioni e minacce nei confronti dei giornalisti italiani, in particolare dei cronisti impegnati in prima linea nelle regioni del Mezzogiorno a raccogliere le notizie più scomode e le verità più nascoste in materia di criminalità organizzata. Come lavora OSSIGENO? L’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione tiene conto degli episodi segnalati all’Osservatorio dai diretti interessati o segnalati al sindacato, all’Ordine dei Giornalisti, ad associazioni, enti, giornalisti e altre persone che collaborano con l’attività di monitoraggio; verifica i singoli casi e scarta quelli la cui attendibilità non può essere dimostrata, rende pubblici gli episodi verificati quando ha il consenso delle vittime o quando i fatti sono già conosciuti pubblicamente. Ossigeno non si occupa solo degli iscritti all’Albo dei Giornalisti, ma di tutti coloro che subiscono minacce e ritorsioni mentre svolgono concretamente mansioni di tipo giornalistico, attività collegate strettamente al lavoro di cronaca, all’acquisizione e alla diffusione di informazioni di valenza giornalistica, dunque anche i blogger, i fotoreporter, i cameramen, i programmisti e registi televisivi impegnati nei servizi di cronaca. (Fonte Rapporto 2011/12) zione.it
www.ossigenoinforma
Per approfondire: La donna che morse il cane...Storie di croniste minacciate; di Gerardo Adinolfi, E-book, 2012
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sito www.stampoantimafioso.it «Questo è il punto di partenza - racconta Ester - e assieme a questi ragazzi ho iniziato a frequentare i tribunali e a scrivere di cronaca giudiziaria. Leggere le sentenze, studiare le ordinanze di custodia cautelare, assistere alle udienze nelle aule bunker: a poco a poco questo è diventato parte fondamentale del mio mondo, aiutata da colleghi più grandi e sempre pronta ad ascoltare suggerimenti». Fondamentale per la sua crescita è il maxi processo infinito che si svolge a Milano: 300 arresti fra Lombardia
e Calabria nel luglio 2010, molti dei quali avvenuti proprio nel territorio in cui abita e lavora. Le lunghe giornate passate nell’aula bunker del carcere San Vittore sono state la sua scuola. «Nell’ottobre 2011 è arrivato Sedriano, territorio vergine e inesplorato sotto il punto di vista giornalistico. Ho studiato gli atti amministrativi, il piano urbanistico, ricostruito i legami fra i politici del paese e personaggi dai dubbi profili, i soldi pubblici versati indiscriminatamente nelle tasche di privati. E ho scritto». Ogni settimana pubblica su Altomilanese, diretto da Ersilio Mattioni, inchieste e approfondimenti sulla (mala)politica. Cominciano per lei le accuse di diffamazione e le querele. Un anno dopo a Sedriano arriva la magistratura. Nel paesino di poco più di 10 mila abitanti vengono arrestati per
corruzione il sindaco Celeste e uomini chiave del clan Di Grillo-Mancuso, collettori di voti per le cosche. Le lunghe giornate in aula bunker sono servite ad Ester Castano a conoscere da vicino il mondo della ‘ndrangheta. «Il mondo che avevo fiutato potesse avere qualcosa in comune anche con Sedriano». Determinata, malinconica, ironicamente critica, afferma: «Non è semplice scrivere sotto pressione, sapendo che ogni tua parola viene controllata e ogni tuo intervento pubblico registrato da chi continua a muovere contro di te querele pretestuose. Non mi spavento facilmente perché so dove voglio arrivare e cosa posso fare e in realtà un po’ di ingenuità in questo lavoro così difficile è indispensabile». Ma la società civile reagisce. «Dopo l’arresto del sindaco Celeste, che mi ha querelata più volte, in centinaia sono scesi in piazza per manifestare il proprio sdegno contro un sistema politico corrotto e colluso e per sostenermi». Poi, su consiglio di Nando dalla Chiesa, si rivolge ad Ossigeno e racconta ad Alberto Spampinato delle pressioni che stava subendo. «Avere alle spalle l’Ossevatorio per i giornalisti minacciati e un legale mi fa sentire decisamente più sicura. Grazie ad Ossigeno la mia storia è stata raccontata e oggi, seppur meno invisibile, mi sento più tutelata, anche con l’appoggio e la solidarietà dell’Ordine dei Giornalisti, del FNSI, Gruppo Cronisti Lombardi e altre categorie istituzionali legate alla mia professione». Per Ester resistere è fondamentale. È una scelta di vita, di coscienza. «Scrivo con profondo senso di responsabilità e questo è ciò che mi impone la mia coscienza. È una bella imposizione, ma se non l’ascolto mi sento soffocare. Se scrivere è cercare la verità - conclude - e aiutare le persone, allora sì, sto compiendo il dovere che mi impone la mia coscienza». Nel futuro si vede mentre racconta. «Il resto - afferma - è ancora tutto da PP costruire». aprile 2013
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