Ti portiamo là dove nessuna etichetta è mai arrivata.
Esploriamo i confini delle tecniche, dei colori e dei materiali di stampa, alla ricerca della confezione perfetta per il tesoro più prezioso: il tuo prodotto.
ETICHETTE IN BOBINA · PACKAGING DI LUSSO grafical.it
CONFESSIONI DI UNA GIURATA
L'Editoriale di MICHELA PIBIRI
Illustrazione di Serena Ferrero @santamatita
Gavino Sanna, con affetto e onestà
Il pubblicitario italiano più conosciuto e premiato al mondo, fondatore di Cantina MESA, racconta la sua storia di vita e design e offre il suo sguardo sugli attuali linguaggi del vino.
Quattro eccellenze italiane dell’olio extravergine di oliva raccontano scelte e strategie dietro le loro etichette, in un settore tradizionale in cui ancora molta sperimentazione è possibile.
Claudia Josephs della European Brand & Packaging Design Associations delinea i trend del labeling: sostenibilità, premiumization, digitalizzazione e collaborazione di filiera.
L’EDITORIALE di Michela Pibiri 3 Confessioni di una giurata
COM'È FATTO PRINTLOVERS 109 6
I materiali, le tecniche, i partner
Un racconto d’eccellenza firmato Sappi
Le etichette moltiplicano i margini
Per capire davvero che cos’è oggi un’etichetta bisogna guardarla nella combinazione di materiale, adesivo, tecnologia di stampa, metodo di applicazione, funzione d’uso e requisiti normativi.
Nobilitazione “mainstream”
ABBIAMO PARLATO DI
Persone e aziende citate in questo numero
DI MICHELA PIBIRI
DI ROBERTA RAGONA
DI MICHELA PIBIRI
A CURA DELLA REDAZIONE
Produrre etichette
al tempo delle AI
L’AI oggi, se ben usata, è un potente strumento capace di analizzare migliaia di variabili al secondo, armonizzandole per garantire un risultato costante e accelerando sensibilmente il time-to-market.
Parità di genere, dall’impegno alla strategia
DI GIRLS WHO PRINT ITALIA 41
La Certificazione UNI/PdR 125:2022 nasce per incentivare le imprese ad adottare politiche concrete su opportunità di crescita, anche nel mondo della stampa e del converting.
Il vino cambia voce
Con Esselunga, Tannico, Sagna e Partesa analizziamo la comunicazione del vino in un mondo di distribuzione diversificata e di consumatori e consumatrici sempre più esigenti e consapevoli.
Sulla buccia del futuro
Quando parliamo di etichette compostabili non possiamo non pensare al bollino sulla frutta: un oggetto molto complesso, esito di una trasformazione tecnologica e comunicativa.
PRINT BUYER NUMERO 109/2026
REA MILANO 1190227
DIRETTORE RESPONSABILE
Enrico Barboglio
COORDINATRICE EDITORIALE
Michela Pibiri michela.pibiri@strategogroup.net
HANNO COLLABORATO
Lorenzo Capitani, Paola Carbone, Angelo Ferrara, Pat McGrew, Caterina Pucci, Roberta Ragona, Alexia Rizzi
TRADUZIONI Philip Sanders – The Language Switch
ART DIRECTOR
Stefano Torregrossa › onicedesign.it
PRINTLOVERS SU WEB www.printlovers.net redazione@printlovers.net
STRATEGO GROUP srl Via Cassanese 224, 20054 Segrate (MI) amministrazione@strategogroup.net
PUBBLICITÀ
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Gli articoli firmati impegnano esclusivamente gli Autori. Dati e caratteristiche tecniche sono generalmente forniti dalle Case costruttrici, non sono comunque tassativi e possono essere soggetti a rettifiche in qualunque momento. Tutti i diritti sono riservati. Notizie e articoli possono essere riprodotti solo a seguito di autorizzazione dell’editore e comunque sempre citando la fonte. Testi e fotografie, qualora non espressamente richiesto all’atto dell’invio, non vengono restituiti. Desideriamo informarLa che il D.Lgs. 196/03 (Testo Unico Privacy) prevede la tutela di ogni dato personale e sensibile. Il trattamento dei Suoi dati sarà improntato ai principi di correttezza, liceità e trasparenza e della Sua riservatezza. Ai sensi dell’art. 13 del Testo Unico, Le forniamo quindi le seguenti informazioni: il trattamento che intendiamo effettuare verrà svolto per fini contrattuali, gestionali, statistici, commerciali, di marketing; il trattamento, che comprende le operazioni di raccolta, consultazione, elaborazione, raffronto, interconnessione, comunicazione e/o diffusione si compirà nel modo seguente: archiviazione su supporto cartaceo e archiviazione informatizzata su personal computer. Il titolare dei dati è: Stratego Group srl nella persona del Rappresentante Legale. Il responsabile del trattamento dei dati è: Enrico Barboglio [enrico.barboglio@strategogroup.net, via Cassanese 224, Segrate MI, T. 02.49534500]. Al titolare del trattamento Lei potrà rivolgersi per far valere i Suoi diritti così come previsti dall’art. 7 del D.Lgs. 196/03.
DI LORENZO CAPITANI
DI CATERINA PUCCI
DI PAOLA CARBONE
COM'È FATTO PRINT LOVERS
oltre cinquant’anni è specializzata nella produzione e nella nobilitazione di carta e cartone. Il tempo e la costanza hanno permesso all’azienda di sviluppare tecniche innovative capaci di trasformare i supporti cartacei in soluzioni estetiche e funzionali per il packaging di lusso, la cosmetica e il settore food. Le sue lavorazioni sono scelte da brand internazionali per cofanetti esclusivi, astucci di pregio e materiali promozionali ad alto impatto visivo. Le superfici, le texture e gli effetti speciali sviluppati da Stratosfera diventano anche una fonte di ispirazione per designer, grafici e creativi alla ricerca di materiali distintivi per i propri progetti. La sostenibilità è al centro della strategia aziendale, con un impegno costante nella scelta di materiali e processi eco-compatibili. C www.stratosfera1967.com
SHAPE YOUR IDENTITY
“Shape Your Identity” nasce dalla riflessione essenziale dei designer Andrea Basile (Basile ADV) e Vincenzo Memoli (Vimem): non come rappresentarsi, ma cosa rappresentare.
È lo stesso approccio che guida il lavoro con i brand: prima si definisce l’identità, poi la forma visiva che la esprime.
Questo principio prende forma in superfici cilindriche dinamiche che richiamano l’etichetta come elemento capace di avvolgere, proteggere e raccontare il contenuto. Pensato anche in movimento, il visual interpreta l’identità come qualcosa di vivo e in continua evoluzione.
Il claim sintetizza questo processo: l’identità genera la forma, la forma diventa linguaggio e il labeling si trasforma in un medium narrativo.
La logica è progettare sistemi visivi come spazio di identità e racconto.
La copertina di questo numero offre un’esperienza di realtà aumentata progettata da Aurealab (www.aurealab.net) insieme a Basile ADV e Vimem.
Basta inquadrare il QR code con la fotocamera per aprire la pagina dedicata e attivare l’esperienza. Puntando il telefono sulla copertina, la grafica stampata si anima con contenuti 3D integrati all’immagine reale della rivista.
nel cuore della Valpolicella, dove opera da 40 anni nel settore grafico, coniugando tradizione e innovazione per creare un prodotto di eccellente qualità. Ad oggi conta 90 collaboratori tra cui 35 nel reparto prestampa e amministrativo e gli altri 55 nella sala stampa. L’azienda si è specializzata, grazie alle tecnologie offset, serigrafica e digitale in rotolo, nella stampa di etichette autoadesive per il settore vitivinicolo. I macchinari utilizzati sono tutti d’ultima generazione e permettono di lavorare con le tecniche più esclusive e con materiali selezionati. Il successo di Grafical è derivato in buona parte dai punti di forza su cui fa leva da sempre: ottima qualità dei prodotti e brevi tempi di creazione ed evasione degli ordini. L’azienda è inoltre certificata FSC® e BRCGS. C www.grafical.it
DESIGN
LA CARTA DELLA COPERTINA
Sappi Algro Design
+ Sfera Satin
Un cartoncino in pura cellulosa monopatinato, con un leggero primer sulla volta per consentire brillantezza di stampa su ambo i lati offrendo versatilità nelle successive lavorazioni e nobilitazioni. Algro Design appartiene al portafoglio innovativo di cartoncini in pura cellulosa di alta qualità progettati per migliorare le applicazioni sia grafiche che per il packaging di alta gamma. I cartoncini
Sappi ALGRO offrono un’eccezionale qualità superficiale, una brillante riproduzione cromatica, resistenza e stampabilità, con risultati eccezionali nelle nobilitazioni.
Sfera Satin di Stratosfera è una carta che unisce eleganza e carattere, pensata per dare valore visivo e tattile ai progetti editoriali più curati. La sua superficie satinata offre una piacevole morbidezza al tatto, mentre la finitura in argento dona alla copertina un aspetto contemporaneo. Il risultato è un supporto capace di esaltare la purezza delle forme, dettagli grafici e lavorazioni di stampa, mantenendo nel tempo un aspetto elegante ed essenziale. Proprio per queste qualità, Stratosfera ha scelto di proporre Sfera Satin per la copertina: una carta che non è solo un materiale, ma un elemento di design capace di comunicare cura, stile e identità.
LA STAMPA
Grafical ha stampato la copertina in offset UV in quadricromia, con applicazione del bianco. Ha poi applicato il colore a caldo trasparente e il debossing. Ha infine applicato il colore a caldo nero sulla scritta “Lovers”.
LE NOBILITAZIONI
La copertina esplora la nobilitazione attraverso un intervento essenziale di stampa a caldo. Le scritte in maiuscolo sono realizzate con Lumafin® Clear 799, applicato con cliché hinderer + mühlich, per generare un effetto di riflesso trasparente che emerge in relazione alla luce e alla superficie della carta. L’utilizzo di un effetto trasparente e brillante consente di ottenere una nobilitazione discreta ma dinamica, capace di valorizzare il design senza alterare il colore del supporto.
LA CARTA DEGLI INTERNI
Una carta patinata opaca ad alto spessore che combina una sensazione naturale al tatto con una riproduzione definita delle immagini, donando una sensazione calda, piacevole e naturale. Con un’ampia gamma di carte, finiture e grammature, la gamma Magno è progettata per prestazioni eccezionali in tutti i principali processi di stampa, inclusi offset e digitale, ed eccelle anche ad alte velocità.
MATERIALI PER LA NOBILITAZIONE
Luxoro è il partner esclusivo in Italia del Gruppo KURZ, leader globale nelle tecnologie di nobilitazione per la stampa a caldo, a freddo e digitale. Con uno sguardo rivolto al futuro, ridefinisce il concetto di finitura, trasformando visioni creative in soluzioni sostenibili e all’avanguardia. Va oltre il prodotto fisico, collaborando con brand e designer per valorizzare il packaging e l’identità visiva attraverso innovazione, eccellenza tecnica e responsabilità ambientale. L’impegno per la sostenibilità si traduce in materiali certificati, finiture riciclabili e compostabili e iniziative pionieristiche come il recupero dei carrier in poliestere esausti. Luxoro è un’azienda a energia 100% rinnovabile e sostiene progetti culturali e ambientali, incarnando una visione in cui creatività e responsabilità guidano il futuro della nobilitazione. C www.luxoro.it
CARTA COPERTINA E INTERNI
Sappi è un leader globale nei materiali di uso quotidiano ricavati da risorse rinnovabili a base di fibra di legno. Azienda diversificata, innovativa e affidabile, promuove processi e prodotti sostenibili, contribuendo a un’economia più circolare. Offre materie prime come cellulosa, pasta di legno e biomateriali, oltre a prodotti finiti quali carte da imballaggio, speciali, grafiche, release e prodotti forestali, realizzati con fibre provenienti da foreste e piantagioni gestite in modo sostenibile. Molti siti produttivi utilizzano bioenergia interna, raggiungendo spesso l’autosufficienza energetica. Ogni anno Sappi produce 4,6 milioni di tonnellate di carta, 2,3 milioni di tonnellate di cellulosa e 1,5 milioni di tonnellate di cellulosa di viscosa. Conta oltre 11.979 dipendenti, opera in tre continenti, vende in oltre 150 Paesi e ha sede a Johannesburg. In Europa, le cartiere sono certificate FSC e PEFC, oltre che ISO ed EMAS. C www.sappi.com
Sappi Magno
L’Oro della Stampa è l’unico e il più ricercato riconoscimento all’eccellenza delle aziende della stampa e del converting.
Entra nel club di chi con la stampa e la trasformazione partecipa alla storia dell’industria italiana.
CANDIDA LA TUA AZIENDA A VINCERE UN
ORO DELLA STAMPA
La tua azienda verra valutata da una giuria qualificata secondo questi criteri:
Profilo etico
Investimenti tecnologici e strutturali
Certificazioni
Accordi Merger and Acquisition (M&A)
Internazionalizzazione dell’offerta
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Iniziative ESG
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Risultati di bilancio negli ultimi 3 anni
La cerimonia di premiazione si terrà il giorno
È UNA INIZIATIVA DI 3 DICEMBRE 2026
Trovi il regolamento e tutte le informazioni per partecipare su www.orodellastampa.it
PACKAGING E BOTTIGLIE: UN RACCONTO D’ECCELLENZA FIRMATO SAPPI
LLe etichette nel settore beverage incarnano la promessa di valore di un brand e conquistano al primo sguardo. Non solo devono essere all’altezza del contenuto che rappresentano, ma anche accompagnare il vetro nel suo ciclo di riutilizzo. Su questa esigenza concreta, Sappi ha costruito una vera competenza nella produzione di carte per etichette wet-glue, offrendo ai produttori una combinazione rara di prestazioni, continuità e affidabilità.
Prestazioni che si rivelano nel tempo Le performance si misurano lungo l’intero ciclo di vita della bottiglia. Dall’imbottigliamento e trasporto ad alta velocità fino allo stoccaggio a lungo termine e al servizio refrigerato, le bevande sono esposte a umidità, condensa, pressione e manipolazioni frequenti, in particolare nel caso delle frizzanti. Qualsiasi perdita di adesione o leggibilità è immediatamente visibile e compromette la
percezione del marchio. Sono queste le condizioni per cui sono state sviluppate le carte wet-glue Parade Label di Sappi. Con una lunga esperienza nel settore di Champagne, vini e liquori di alta gamma, della birra, dell’acqua e dei soft drink, Sappi è un partner di riferimento per i marchi di bevande premium, unendo solidità tecnica e continuità di approvvigionamento, a tutela della coerenza estetica della bottiglia e della continuità dei processi produttivi.
Resistenti quando serve, rimovibili quando conta
Nei mercati del vetro a rendere, le etichette devono garantire adesione durante riempimento, stoccaggio e servizio refrigerato, per poi essere rimosse completamente a fine ciclo.
Le carte antispappolo Parade Label di Sappi sono progettate per questo equilibrio: elevata resistenza all’umidità nell’utilizzo e un wash-off rapido ed efficace nei processi industriali di lavaggio delle bottiglie. Una
soluzione che supporta il riutilizzo del vetro senza compromettere la qualità della presentazione.
Materiali che dialogano con il prodotto
La scelta del materiale determina la percezione. La superficie, la texture e la qualità della stampa creano un impatto sugli scaffali e un appeal tattile, mentre la resistenza all’umidità e all’abrasione preserva nel tempo quell’impressione.
Le carte Parade Label WS di Sappi sono un connubio di espressione e performance. Disponibili con superficie high-gloss o texture goffrata effetto lino, si adattano a brand che parlano sottovoce o che scelgono di farsi notare, mantenendo denominazioni, informazioni legali e certificazioni di sostenibilità nitide e integre.
Sostenibilità oltre la bottiglia
La sostenibilità non si ferma al vetro. La cartiera di Gratkorn, strategicamente vicina al mercato italiano,
consente trasporti più brevi, mentre i continui investimenti in decarbonizzazione contribuiscono alla riduzione dell’impronta di carbonio, con evidenze certificate. In un’economia circolare, le etichette devono esprimere identità di marca, garantire prestazioni e favorire la riciclabilità. Parade Label WS offre eccellenza dallo scaffale al servizio, unendo qualità costante e forniture sicure e affidabili, perché l’etichetta sia all’altezza del prodotto che rappresenta.
Per saperne di più, scopri la brochure di Parade Label WS scansionando il codice QR, oppure contatta il nostro team a: vendite.italia@sappi.com
GAVINO «CON SANNA
AFFETTO E ONESTÀ»
di MICHELA PIBIRI
È il pubblicitario italiano più conosciuto e premiato al mondo, che dalla Sardegna è approdato al mondo dell’advertising internazionale. Gavino Sanna ci racconta la sua formazione, le campagne rimaste nel cuore, la nascita di Cantina MESA e le scelte di design che, da subito, l’hanno fatta diventare un unicum nel panorama vitivinicolo. E ci offre il suo sguardo sugli attuali linguaggi del vino.
Mesa vuol dire “tavola” in lingua sarda, proprio come in spagnolo. È il posto della casa in cui si condividono il pane, il vino e le storie. Ed è il nome che Gavino Sanna ha scelto per la cantina che ha creato da zero all’inizio degli anni 2000, acquistando 100 ettari di vigna nel Sulcis, zona dedita alla coltivazione – in gran parte a piede franco – del Carignano, ma anche provincia ferita da un lungo passato minerario e modelli industriali più recenti miseramente naufragati. Sembrava una follia imprenditoriale, si è trasformata in un laboratorio culturale in grado di offrire all’intera Sardegna un modo meno stereotipato di raccontarsi. E al mondo del design, nuovi codici di interpretazione del sistema bottiglia-etichetta e parole fino a quel momento mai usate per “far parlare” il vino. Ma Gavino Sanna è molto più del creatore di Cantina MESA, oggi parte del Gruppo Herita Marzotto Wine Estates. È un creativo visionario con solide radici nel mondo, la cui impronta sulla comunicazione – basti solo ricordare lo slogan “Dove c’è Barilla c’è casa” – rimane indiscussa e indelebile.
Dall’arte alla pubblicità, dalla Sardegna a New York. E viceversa. Ci racconta come è diventato pubblicitario?
Sin dalle elementari non sono mai stato uno scolaro modello, mi piaceva solo disegnare. I miei genitori non sapevano cosa fare del mio futuro. Quando un giorno un mio zio, fratello del famoso pittore sardo Mario Paglietti, gli disse “Gavino sa disegnare molto bene, iscrivetelo all’Istituto d’arte”. Così fecero e la mia vita cambiò. Ho avuto la fortuna di aver frequentato l’Istituto d’arte di Sassari e di aver avuto dei maestri come Stanis Dessy e Filippo Figari che mi hanno regalato tutta la bontà dell’arte: un dono che mi ha accompagnato tutta la vita.
Quali riferimenti artistici e culturali hanno influenzato maggiormente il suo stile?
Tutti e nessuno. Nella mia crescita umana e professionale ho sempre assorbito ciò che di valore e positivo potessero trasmettermi le persone che ho incontrato e con cui ho lavorato. Bisogna essere come spugne e “assorbire” tutto ciò che di valido e costruttivo gli altri possano donare.
Per il suo lavoro nella comunicazione ha vinto molti premi, dai Cannes Lions ai Clio Award. Ma c’è una campagna che le è rimasta più nel cuore?
Con il mio lavoro ho conquistato il titolo di pubblicitario italiano più conosciuto e premiato
al mondo. Ho fatto mille campagne pubblicitarie in tutti i settori e Paesi, ma quella che ricordo con più affetto è la pubblicità per la pasta Barilla. Al di là della sua enorme efficacia in termini commerciali e del fatto che divenne persino un fatto di costume, è la campagna pubblicitaria che meglio rappresenta i miei valori e il mio modo di sentire. Campagna ancora apprezzata a decenni dalla sua uscita e che porta le persone a ricordarmi come il pubblicitario “papà dei buoni sentimenti”. Di questo ancora oggi sono felice e grato.
A un certo punto ha deciso di lasciare la pubblicità e di fondare una cantina nel Sulcis. Ci racconta come è nato tutto?
Francamente, già da tempo il meraviglioso periodo dell’advertising in Italia manifestava segni di ripiegamento e cambiamento. In primis la contrazione dei budget. Poi l’arrivo del computer, che da una parte ha aperto nuove possibilità realizzative, dall’altro a mio avviso ha un po’ inibito la stessa creatività. A volte ci si affidava maggiormente a nuove opportunità consentite da macchine e programmi e meno al genio umano. Più tecnica che pensiero insomma. E comunque, dopo circa 50 anni di storyboard e layout era ora di iniziare una nuova vita. Così un giorno, mentre mi radevo per recarmi al lavoro, ho detto a mia moglie Lella: “Basta, chiamo gli americani e vendo l’agenzia!”. La cantina è nata da questa decisione
di vita, ma soprattutto dalla volontà di regalare qualcosa alla mia terra. Anche questo nuovo passo ha un legame con la mia scelta giovanile di varcare il mare e iniziare quella che sarebbe stata la mia carriera di pubblicitario: gli anni della gavetta non sono mica stati facili, a partire dall’abbandono di una terra-madre solare e bellissima per finire nelle nebbie e nel freddo di Ospitaletto!
Cantina MESA nasce dal sogno di dar vita a un progetto che fosse motivo di orgoglio per la mia Isola e che potesse insieme creare occupazione in un luogo bellissimo ma immiserito e abbandonato. Ora di MESA potrei raccontare premi e riconoscimenti, successo di pubblico e di critica; ma con maggior piacere parlo delle tante persone assunte in un’azienda bella e sana, che offre loro lavoro e tutele in un territorio spesso citato tra i più poveri d’Italia. L’idea che dei miei conterranei, là dove vivono e hanno affetti, abbiano trovato un’occupazione stabile e solida senza dover emigrare, è veramente per me motivo di maggior soddisfazione che i grandi traguardi enologici e commerciali raggiunti.
MESA è stata anche un “pretesto” per fare del buon design? Come nascono le bottiglie e le etichette, che ancora oggi fanno scuola?
Assolutamente sì. Dico sempre che Cantina MESA è l’ultima mia pubblicità per la Sardegna. Creatività significa in primis saper raccontare qualcosa in modo artistico, evocativo ed emozionante. Da molto tempo – come professionista e come sardo – trovavo stantia e ripetitiva la comunicazione della mia Isola. Non potevo accettare che una terra così potente dal punto di vista visivo ed emozionale venisse raccontata solo con i soliti
stereotipi: mare, sole, pecorelle, nuraghe eccetera. Ma oltre a questi elementi, certamente identitari del luogo, era come venivano espressi a non entusiasmarmi. Ho cercato di narrare la millenaria anima della mia terra in modo rispettoso ma nuovo, inusuale.
La cantina nella sua forma ricorda il nuraghe, arroccato in cima e punto di riferimento per chi lo vive e la comunità intorno. I colori “sociali” di MESA sono il bianco e il nero: una semplice bicromia che richiama il colore naturale del vello delle pecore. Le bottiglie sono nere, rigorosamente nere! Quelle con cui esordimmo erano delle tronco-coniche bordolesi del peso di 900 grammi. Un look total black completato dalla capsula su cui, in origine, non c’era neppure il nostro nome. Con la loro forma sinuosa ed elegante evocano le donne sarde scuro vestite di nero orbace. Austere e dignitose, con il loro portato di antichi valori e quella sapienza e forza che solo le donne possono avere. MESA stessa è un omaggio alle donne sarde, che da sempre sono state la vera anima dell’Isola: hanno custodito, tramandato, arricchito nei secoli le antiche tradizioni del popolo e della terra sarda, e che in una società povera e arcaica hanno fatto della “grandezza della semplicità” il loro segno distintivo. Guardate la cucina di Sardegna: capolavori ottenuti dal poco. Questo è genio, questo è lo spirito sardo.
Le etichette che ho disegnato, estremamente minimali, uniscono una rappresentazione stilizzata degli antichi arazzi di Sardegna (realizzati a telaio dalle donne con la tecnica a pibionis, cioè “ad acino”) e un piccolo tocco di colore, che da una parte serve a identificare ogni singola referenza, dall’altra affonda ancora una volta le radici nei costumi femminili dell’Isola. Al rigore severo del nero, le donne associavano per vezzo un lampo di colore: poteva essere un piccolo foulard verde usato come cache-colle o una cuffietta rossa per contenere i capelli. Credo che dare origine a qualcosa di raffinato e artistico fosse per la donna sarda anche un bisogno dell’anima: se si pensa alle condizioni di vita del passato, era attraverso quest’esplosione creativa che la donna dava sfogo alla sua personalità. La grandezza estetica e di tecnica del prodotto – sia esso un ricco corpetto, un arazzo o un piatto di su filindeu (un tipo di pasta formata da fili sottilissimi sovrapposti in strati incrociati, ndr) – è il riflesso della grandezza della donna. Geniale, tenace, abile, creatrice. Non a caso alle donne di Sardegna abbiamo dedicato la comunicazione di Cantina MESA, mentre nel visual la bottiglia e il brand hanno un peso nettamente inferiore. La headline è costituita da tre aggettivi che raccontano il carattere del vino e la bellezza della Sardegna e delle sue donne. Nessun richiamo esplicito al terroir, alla denominazione, alle caratteristiche tecniche del vino.
Bottiglie massicce, nere anche per i vini bianchi, etichette molto piccole ed essenziali. Quali sono state le sfide tecniche della realizzazione del packaging di MESA?
Da un punto di vista progettuale, il perfetto equilibrio nelle proporzioni tra il corpo scuro della bottiglia e l’etichetta frontale. Questa non deve scomparire rispetto al contenitore, ma non deve esser neppure un millimetro oltre il dovuto. Da un punto di vista dell’applicabilità, l’importante è stato posizionarla un’altezza che fosse sì esteticamente corretta ma che non complicasse l’applicazione in sede di etichettatura a causa della forma della bottiglia che prevedeva una spalla ampia e robusta e un deciso restringimento del diametro sul fondo. Per onor di verità devo dire, però, che da molti anni abbiamo abbandonato questa tipologia di bottiglia. Bellissima ma non molto ecologica dato il peso! In ossequio alla nostra filosofia di sostenibilità concreta, in vigna come nella gestione della cantina, ho dovuto scegliere un altro contenitore per peso e colore.
L’anno scorso lei è stato insignito del premio alla carriera al Vinitaly Design Award. Cosa c’è oggi, secondo lei, di interessante nel mondo della comunicazione del vino, e cosa invece si potrebbe fare meglio?
Onestamente mi è difficile rispondere. Oggi gran parte della comunicazione mi sembra non passi più dai canali tradizionali, o per lo meno da quelli che io – nato prima della metà del XX secolo – ho conosciuto. Non amo i social, né la comunicazione che veicolano, per cui non mi permetto un giudizio ma un’opinione. A mio avviso sembra sia antitetica al prodotto vino. Sia per i
www.cantinamesa.com
media in sé, sia per i nuovi tempi di “lettura” delle comunicazioni. Il vino non può essere raccontato appieno nei pochi secondi tra “guardo-metto un like-passo ad altro”. Raccontare secoli di cultura e storia, millenni di civiltà e territorio nei limiti spazio-temporali di un messaggio? Difficile. Diciamo che servirà un nuovo tipo di comunicazione che lascio ai giovani professionisti creare. La comunicazione del vino in sé poi mi pare da sempre molto “omologata” per motivi oggettivi. Foto di mani coperte di terra, suggestive immagini di alba o tramonto in vigna, close up di floridi grappoli, interni di barricaia con legni di diversa capacità… Il vino è sempre stato giustamente comunicato partendo dai suoi elementi “costitutivi”, attraverso una comunicazione che seguiva il diffondersi della conoscenza e coscienza di questa eccellenza italiana. Una divulgazione che da didattica si è fatta via via più emotiva.
Per ciò che riguarda la comunicazione di MESA abbiamo deciso da sempre di portare avanti i nostri valori consci di essere i last comer in un mondo di famiglie magari con secoli di vigna alle spalle. Inoltre non siamo certo ubicati in una zona –il Basso Sulcis – nota e già affermata per il vino. Le bottiglie MESA nelle uscite pubblicitarie sono state sempre comunicate nella loro integrità, still life su fondo limbo con headline accattivanti. Poche nozioni sul vino; non certo quelle di servizio che io non amo e francamente oggi trovo anche un po’ obsolete grazie alla globalizzazione e il fondersi delle culture. Una comunicazione se vogliamo inusuale a partire dalle retroetichette, dove ho preteso che non fosse scritto – fatto salvo quanto richiesto dalla legge – alcunché di tecnico sul vino ma solo poesia. Ma attenzione: non un mero esercizio letterario per essere stravaganti e originali. Seppur in modo singolare il vino è realmente “spiegato”, comunicato. Perché parlare
noiosamente e in modo didattico di “perfetta maturazione delle uve” quando posso trasmettere la medesima informazione ed emozione scrivendo “grappoli accesi come stelle ubriache di sole”? Almeno questa è stata la mia scelta. A volte è come si dicono le cose a fare la differenza, te lo insegnano appena inizi la professione di copy!
La campagna con cui ci presentammo al pubblico resta per me un esempio di ottima comunicazione. Siamo a inizio anni 2000, in un mercato già saturo di cantine e prodotti, produciamo in un territorio misconosciuto anche dal punto di vista enologico, e io come produttore nasco oggi e… che ti racconto? Nulla, mi presento. Su un fondo neutro campeggia la gamma delle nostre bottiglie e una semplice headline amichevole (“Sorridi, sei tra amici”) che ci per-
mette di approcciarci al potenziale wine lover in modo soft. Insomma un pacato “Buongiorno, permette che mi presenti?”. Questa pagina non dice nulla di Cantina MESA, dei vini, del terroir o della vinificazione? Amen! Lascio ad altri momenti la comunicazione di queste informazioni; personalmente ho ritenuto e ritengo molto più eye-catching e adeguato questo soggetto come campagna di debutto.
Una cosa di lei che nessuno le chiede mai e che invece varrebbe la pena raccontare? Ormai tutto è stato detto di me e alla mia età non saprei cosa altro svelare. Diciamo che la domanda potrebbe essere quella a cui risponderei: “tutto quello che ho regalato alla gente è stato fatto con affetto e onestà”. Un dono che parte dal cuore: come Cantina MESA.
ORGOGLIOSA, FORTE, SINCERA, SARDEGNA.
DESIGN IS WOW!
There is no color you can't imagine. Foils offering endless possibilities, constantly updated to reflect the latest trends. Innovative techniques fueling and elevating any graphic design work.
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ORO VERDE
PAROLA AI BRAND
di ROBERTA RAGONA
L’OLIO EXTRAVERGINE D’OLIVA È PARTE DELLA TRADIZIONE MEDITERRANEA QUANTO
IL VINO, MA SE IN ENOLOGIA LA VALORIZZAZIONE DELLE ECCELLENZE È ENTRATA A
FAR PARTE DELLA CULTURA GENERALE, QUI C’È ANCORA MOLTO SPAZIO DA SFRUTTARE
PER COMUNICARE IL VALORE DEL PRODOTTO. E QUINDI MOLTA POSSIBILITÀ – E LIBERTÀ DA CODICI RIGIDI – DI SPERIMENTARE. NE ABBIAMO PARLATO CON QUATTRO
OLEIFICI ITALIANI:
FRANTOIO ABBATIELLO, FRANTOIO
GENTILI, FRANTOIO
MURAGLIA E TENUTE QUATTRÒ.
Dietro il desiderio di una veste di pregio per un prodotto di qualità spesso c’è un ricambio generazionale, che porta nuovi modi di guardare al proprio lavoro: come per Frantoio Gentili, alla quinta generazione di frantoiani. Racconta Romolo Gentili: «Nel 2020, per i nostri 200 anni di attività, da frantoio oleario per la lavorazione abbiamo deciso di puntare sul nostro olio, che ha caratteristiche di valore organolettico che ne fa non solo un’eccellenza gastronomica, ma anche nutraceutica. Ci serviva un “vestito” adeguato che lo comunicasse: il design dell’etichetta realizzato da Toni Traglia, con le foglie d’ulivo con le loro sfumature tra il verde e l’argento è un modo di dire quello che facciamo e come lo facciamo. Nel packaging applichiamo l’idea di sostenibilità che impieghiamo nel lavoro: per la bottiglia abbiamo scelto un labeling in cui sia facile rimuovere l’etichetta senza che il film adesivo plastico rimanga sul vetro della bottiglia, per facilitare la separazione dei materiali. Sembrano dettagli, ma i dettagli si sommano in un prodotto sano e sostenibile in tutti gli aspetti. Per il trasporto delle bottiglie usiamo chips in materiale compostabile per garantire la sicurezza, ma anche il basso impatto».
Anche Frantoio Muraglia, eccellenza di Andria dell’olio pugliese, può contare sull’esperienza di cinque generazioni. Spiega Savino Muraglia, Managing director: «L’olio extravergine è un prodotto vivo e fragilissimo. Il packaging di alta gamma deve rispondere a un paradosso: estetica-
mente iconico ma protettivo sotto tutti gli aspetti tecnici. Il peggior nemico dell’olio è l’ossidazione foto-indotta. Un packaging premium deve garantire uno schermo totale (vetro scuro o coprente o materiali opachi come la ceramica). Un olio d’alta gamma non deve solo essere bello da vedere, ma funzionale nell’uso, con tappi anti-rabbocco e salvagoccia. E il tatto conta quanto la vista: la matericità di una bottiglia anticipa la struttura dell’olio che contiene. La scelta del contenitore non è logistica, ma strategica. I packaging sono diversi per rispondere a bisogni di consumo diversi: regalo, consumo quotidiano a tavola e in cucina».
L’olio come esperienza sinestetica è anche l’idea di Tenute Quattrò, ci dice Francesca Ierace, una dei soci fondatori: «Terre di Cleta nasce in Calabria nel 2021, sulla costa ionica. Abbiamo puntato fin dall’inizio a un prodotto di qualità: noi, il logo e la bottiglia siamo nati insieme. Cercavamo una bottiglia d’impatto, ne abbiamo trovato una con cui è stato amore a prima vista, diversa su tutti i lati. Lorenzo Richiardi di Numeroquattro
A SINISTRA Frantoio Muraglia.
ALTO Tenute Quattrò
ha realizzato l’etichetta, usando carte Tintoretto Gesso con trattamento antigoccia, giocando con texture e sovrapposizioni materiche. I colori rappresentano la nostra terra: il blu delle coste che rievoca anche il viaggio di Cleta (l’amazzone da cui l’olio prende il nome), il verde delle colline di ulivi, il giallo è una goccia che evoca l’olio e la sua fluidità, poi c’è l’oro del sole, un accento che richiama la preziosità del contenuto. La bottiglia in vetro ad alto spessore permette di vedere il livello interno ed è un materiale inerte che non altera il gusto dell’olio extravergine di oliva. I formati da 250 e 500 ml suggeriscono un consumo in tempi brevi, per evitare l’alterazione delle caratteristiche organolettiche. Sull’etichetta è presente un QR-code che fornisce al consumatore varie informazioni: quando sono state raccolte quelle olive e quanto olio ne è stato ricavato. Ogni anno le foglie dei nostri ulivi e un campione d’olio vengono inviati in Grecia ai laboratori Biocos per l’analisi genetica, che traccia il profilo delle nostre piante e garantisce che l’olio proviene al 100% dal nostro terreno. Questo tutela il consumatore garantendo una filiera tracciabile e trasparente che conferma la certificazione ICEA di agricoltura biologica delle olive. Non usiamo fertilizzanti chimici né pesticidi e le operazioni di potatura e di raccolta vengono effettuate perlopiù manualmente, per evitare l’inquinamento del suolo e quello acustico. La trinciatura ci aiuta a mantenere il terreno umido, abbassando la temperatura e consentendo di usare solo acqua piovana. Partendo dall’etichetta possiamo raccontare la nostra filosofia produttiva».
L’etichetta può rendere riconoscibile una tra dizione così consolidata da essere un elemento del paesaggio, come quello protagonista delle etichette di Frantoio Abbatiello. Ricorda Fran cesca Telese, fondatrice del frantoio insieme al marito: «Frantoio Abbatiello nasce nel 2015, i primi anni sono stati di orientamento, nel 2018 è diventata la nostra attività principale. Quando si è trattato di dare un’identità all’olio abbiamo guardato al nostro territorio, tra Caserta e Bene vento. La leggenda delle streghe di Benevento è radicata nella cultura locale, si dice che le stre ghe si riunissero sotto un noce circondato da ulivi secolari, le cui olive venivano utilizzate per unguenti e pozioni. Abbiamo scelto come logo e come tema portante dell’etichetta il ponte della Valle di Durazzano progettato da Luigi Vanvitel li nel Settecento, parte dell’Acquedotto Carolino che porta l’acqua alla Reggia di Caserta. Questi due elementi si incrociano sulla bottiglia, con l’e tichetta disegnata da Durante e Associati con le streghe che si ritrovano sotto le arcate del ponte, suggerite dalla forma fustellata».
A SINISTRA Frantoio Abbatiello. A DESTRA Frantoio
Muraglia e Tenute Quattrò. IN BASSO Frantoio Gentili
Telese fa notare come questo fermento nel mondo dell’olio passa anche dai formati del packaging: «Sino a qualche anno fa trovavi solo la classica bottiglia rettangolare verde di vetro marasca, e le etichette seguivano quello standard. Ultimamente c’è molta ricerca creativa, ma questo significa anche che per il momento è più complicato trovare tutti i materiali che lavorano bene assieme, bottiglia, etichette, scatole del giusto formato, packaging secondario. Una differenza importantissima tra il labeling del vino e quello dell’olio è nei tempi e modi in cui viene consumato il prodotto: una bottiglia di vino viene aperta per essere consumata in tempi brevi, spesso nella durata di un pasto, per cui anche la resistenza delle carte alle macchie è meno rilevante: difficilmente una volta aperta verrà tenuta a lungo. Una bottiglia d’olio, invece viene usata più a lungo da quando viene aperta, quindi il trattamento antigoccia e la resistenza all’unto è fondamentale, specie se destinata alla ristorazione: deve sembrare come nuova dal primo all’ultimo utilizzo, per comunicare al consumatore che anche il prodotto all’interno mantiene intatte le sue caratteristiche dalla prima all’ultima goccia».
Savino Muraglia fa notare come l’etichettatura dell’olio extravergine deve rispondere a esigenze con proprie specificità: «Il mondo dell’olio sta vivendo una “rinascita” del labeling, prendendo in prestito il linguaggio del lusso. Come nel vino, usiamo carte materiche, lamine e rilievi per co-
municare il posizionamento premium. Il family feeling di una linea è fondamentale. A differenza degli spirits, l’olio deve riportare per legge una quantità di informazioni tecniche (campagna di raccolta, valori nutrizionali, provenienza) che occupano molto spazio. La sfida è rendere queste informazioni tecniche eleganti, trasformando un obbligo normativo in una garanzia di trasparenza. Nella GDO l’obiettivo è la rotazione veloce sullo scaffale, le etichette devono rassicurare il consumatore sul prezzo e sulla “tradizione”, spesso abusando di immagini di ulivi e campi. Invece nella produzione e distribuzione di eccellenza il design non cerca di compiacere tutti ma di attrarre chi cerca un’esperienza. L’etichetta di un olio d’eccellenza non dice solo “sono buono”, per questo noi di Frantoio Muraglia diciamo: il buono nel bello».
Sempre dal mondo del vino arriva un’altra innovazione che viene incontro alle specificità dell’olio extravergine, nota Romolo Gentili: «Devi poter fornire una gamma di formati che risponda alle necessità del consumatore ma anche alle esigenze di conservazione ottimale dell’olio, che
sono: protezione dalla luce, protezione dal calore, e protezione dall’ossidazione, ossia il contatto con l’aria. Noi abbiamo puntato sul formato da 100, 500 e soprattutto 750 ml perché il nostro core business è nel consumo familiare, e la bottiglia da 750 ha un equilibrio ottimale tra quantità e conservazione, nell’arco di dieci-quindici giorni. Per chi preferisce acquistare grandi quantità la latta è uno dei formati preferiti, che però deve poi essere travasata nelle bottiglie esponendo l’olio all’ossigeno. Ultimamente anche per l’olio si sta iniziando a usare la bag-in-box: rispetto alla latta permette di mantenere il sottovuoto, esporre meno l’olio all’ossidazione, è leggera e maneggevole e facile da separare a fine vita. Sono scelte che vanno spiegate, altrimenti le persone scelgono quello con cui hanno familiarità. Quel senso di familiarità può essere ritrovato nel design, come abbiamo fatto con la bottiglia del Verdone, un monocultivar apprezzato, la cui bottiglia richiama un’anfora a due anse che era il formato in cui l’olio veniva trasportato dagli etruschi e dai romani in questa zona dell’alto Lazio, rimasto a lungo nella tradizione contadina».
Ma a chi si rivolgono questi prodotti di eccellenza agroalimentare? Pubblici diversi con in comune il desiderio di fare scelte informate. Nel caso di Tenute Quattrò si tratta della ristorazione e dei canali di vendita specializzati: «Sono ristoranti che quando portano sulla tavola la nostra bottiglia raccontano il lavoro che c’è dietro, o le piccole botteghe o le oleoteche, tutti luoghi a chi si rivolge un consumatore consapevole».
Nel caso di Frantoio Abbatiello è un pubblico di consumatori informati: «Il pubblico principale sono famiglie, tante famiglie giovani, anche in questo si vede il ricambio generazionale: non
vengono solo a comprare, chiedono di spiegargli le caratteristiche, assaggiano, portano i bambini, c’è un’attenzione nuova per un prodotto che è una parte importante della nostra alimentazione. C’è un desiderio di essere più preparati. Noi stiamo organizzando un corso per assaggiatori di primo livello e le adesioni ci dimostrano che, come nel caso del vino, la platea è sempre più variegata: non solo professionisti, ma anche persone comuni che vogliono saperne di più. Come nel vino in cui il lavoro dell’enologo è quello di calibrare in un vino le caratteristiche delle uve e dei terroir, nell’olio un blend ben costruito ha un suo carattere».
EE il futuro di questo settore non può prescindere dalla sostenibilità, nel packaging e oltre, come conclude Romolo Gentili: «Se c’è un settore in cui il mondo dell’olio può guidare l’innovazione è quello della sostenibilità. Noi abbiamo un impianto fotovoltaico che integra i sottoprodotti della produzione che fanno andare il riscaldamento per i macchinari del frantoio, abbiamo impiantato un bambuseto per la sequestrazione dell’anidride carbonica e molte altre scelte che non passano solo dal packaging. Moltissime aziende stanno affrontando questo tema solo nell’ottica di arrivare preparati quando sarà un obbligo di legge, invece non siamo dell’idea che sia importante integrare queste scelte nel nostro lavoro sul lungo termine, per poter fare un prodotto di alta qualità».
A DESTRA Frantoio Gentili
IN BASSO Frantoio Abbatiello
Pat’s Suitcase —
Etichette: il moltiplicatore di marginalità per gli stampatori di oggi
Pat McGrew, fondatrice e managing director di McGrewGroup, Inc. e di MC2 Services, è una famosa industry evangelist del mondo del printing: con oltre 30 anni di esperienza nel settore, supporta i clienti nel raggiungere il successo attraverso progetti di comunicazione. Noi la conosciamo anche per la valigia con cui gira il mondo, sempre piena di campioni delle ultime innovazioni nel mondo della stampa: in questa rubrica la apre per i lettori di PRINTlovers. → pcm@mcgrewgroup.com
Se stai cercando una crescita solida e sostenibile nei prossimi cinque anni, la produzione digitale di etichette dovrebbe essere in cima alla lista. Non come attività accessoria. Non come semplice extra. Ma come espansione strategica, capace di cambiare in modo significativo sia i margini sia la relazione con i clienti. Il mercato delle etichette non è più quello delle lunghe tirature in flessografia “di volume”, dove la redditività si assottiglia. Oggi è uno dei segmenti più dinamici e tecnologici dell’intero ecosistema della stampa. Dalle applicazioni regolamentate in ambito farmaceutico alle bevande artigianali, dai requisiti di resistenza in ambito industriale al confezionamento di fascia alta per il commercio al dettaglio: l’etichetta si colloca esattamente all’incrocio tra conformità, identità di marca e velocità nella catena di fornitura. E quell’incrocio continua ad allargarsi.
Etichette funzionali: dove la conformità incontra la marginalità
Ci sono segmenti che raramente finiscono nelle immagini “da copertina” perché sono guidati dalla funzione. Pensiamo a etichette per farmaceutico, dispositivi medici, chimico e industriale. Qui non conta quanto siano decorative: conta la prestazione. Le etichette farmaceutiche richiedono serializzazione, dati variabili, nitidezza del microtesto, precisione dei codici a barre, caratteristiche antimanomissione e tracciabilità documentale. La pressione normativa continua ad aumentare a livello globale, e gli obblighi di rintracciabilità non stanno scomparendo. Ogni nuovo farmaco specialistico, ogni lotto per sperimentazioni cliniche, ogni variante di dosaggio e ciascun dispositivo medico spinge verso complessità e microtirature. Ed è proprio questa complessità a favorire il digitale. Nel settore industriale e chimico si aggiunge un ulteriore livello: le etichette devono resistere a solventi, abrasione, esposizione ai raggi UV e temperature estreme. Gli adesivi devono ancorarsi a superfici “difficili”. La conformità agli standard di pericolosità (come il sistema GHS) è imprescindibile. In questo segmento, gli stampatori non vendono “inchiostro su supporto”: vendono riduzione del rischio.
Per i fornitori di servizi di stampa con radici nella stampa transazionale, nella posta pubblicitaria o in ambienti ad alta sicurezza, si tratta di un’adiacenza naturale: la disciplina sul dato è già presente. L’opportunità è aggiungere competenza sui materiali e capacità produttive orientate alla durabilità. Non sono commesse a basso margine. Sono lavori ad alta responsabilità. E la responsabilità si paga.
Food & Beverage: il motore della proliferazione dei codici prodotto
Spostiamoci sul segmento che molti associano istintivamente alle etichette: alimentare e bevande. Qui, negli ultimi dieci anni, il cambiamento è stato netto. Birrifici artigianali, cantine regionali, nuovi brand di specialty food e benessere hanno ridisegnato il mercato. I cicli prodotto sono più brevi. I lanci di gusti/ referenze sono stagionali. Le varianti territoriali sono la norma. Le edizioni limitate sono strumenti di comunicazione.
I costi di lastre e i tempi di avviamento in flessografia, un tempo, limitavano l’ingresso. L’inkjet ha cambiato l’equazione: oggi le brevi tirature profittevoli non sono solo possibili, sono attese.
La spinta verso la fascia alta aggiunge un ulteriore livello di opportunità. Nel vino e nei distillati cresce l’uso di finiture tattili, verniciature a rilievo, effetti opachi e lamine metallizzate applicate con tecnologie digitali per emergere a scaffale. I produttori di specialità alimentari cercano texture e profondità visiva. L’etichetta non è più soltanto un identificatore: è una dichiarazione di marca.
Le soluzioni digitali di nobilitazione hanno guadagnato una spinta significativa negli ultimi 12 mesi. Quella che era percepita come tecnologia “di nicchia” è diventata parte della strategia diffusa nel settore etichette. Per gli stampatori di media dimensione, poter aggiungere nobilitazioni senza costosi impianti e attrezzaggi è un differenziale potente. È qui che le etichette smettono di essere “di volume” e diventano valore.
Commercio al dettaglio, private label e l’effetto moltiplicatore dell’e-commerce
Commercio al dettaglio ed e-commerce continuano ad amplificare la domanda di produzioni di etichette agili. Crescono le private label. Aumenta il numero di codici prodotto. Le varianti di conformità tra aree geografiche sono frequenti. I requisiti di sostenibilità si stringono.
La produzione digitale permette ai proprietari di marca di gestire le versioni riducendo scorte e sprechi. Consente ai rivenditori di testare soluzioni di confezionamento sul mercato prima di aumentare i volumi. Permette ai marchi che vendono direttamente al consumatore di personalizzare e iterare.
Anche l’etichettatura logistica merita attenzione: codici a barre di magazzino, etichette di conformità e applicazioni per la spedizione non portano sempre i margini delle nobilitazioni di fascia alta, ma offrono stabilità di volumi e domanda ricorrente.
Qui la sostenibilità è una forza determinante: carta di supporto siliconata riciclabile, adesivi removibili in lavaggio, formati senza supporto, materiali compostabili sono richiesti sempre più spesso, da marchi di ogni dimensione e in tutte le aree geografiche. Chi capisce come questi materiali si comportano in produzione acquisisce un vantaggio strategico. Non è un semplice “cambio supporto”: richiede prove, controllo di processo ed educazione del cliente.
Non tutti entrano nel mondo delle etichette dallo stesso punto. Il percorso giusto dipende dalla base clienti, disponibilità di capitale e maturità operativa.
Per i piccoli stampatori commerciali, sistemi compatti a bobina basati su toner o su getto d’inchiostro UV rappresentano un accesso pratico. Hanno ingombri gestibili, richiedono formazione limitata e investimenti più accessibili. Sono ideali per realtà locali del food, etichette per eventi, prodotti promozionali e lavori a bassa tiratura.
La cautela è questa: l’attrezzatura di ingresso è uno strumento di validazione del mercato, non una soluzione industriale di lungo periodo. Se la strategia funziona, serve un piano di crescita della capacità produttiva.
Gli stampatori di media taglia trovano spesso molto interessanti le piattaforme ibride. Le ibride combinano unità digitali a getto d’inchiostro con gruppi flessografici per vernici, inchiostri speciali o maggiore efficienza sulle tirature più lunghe. Questo modello colma il divario economico tra brevi tirature digitali e produzione tradizionale. L’adozione dell’ibrido è accelerata perché consente di mantenere i punti di forza della flessografia aggiungendo flessibilità digitale. Inoltre supporta la gamma cromatica estesa e il bianco ad alta opacità, sempre più cruciali nei segmenti di fascia alta.
I trasformatori industriali spingono oltre. Le piattaforme UV a getto d’inchiostro ad alta velocità hanno migliorato in modo marcato affidabilità nell’ultimo anno. Le testine con ricircolo hanno ridotto le criticità di manutenzione del bianco. Bande più larghe e risoluzioni native più elevate ampliano la versatilità applicativa. L’ispezione in linea e il monitoraggio qualità automatizzato stanno diventando standard, più che opzioni.
A questi livelli, la conversazione non è “sostituire la flessografia” in toto, ma costruire capacità digitale competitiva (anche economicamente) su una gamma più ampia di lunghezze di tiratura.
Cosa è cambiato negli ultimi 12 mesi
L’ultimo anno è stato vivace: nuove tecnologie, supporti e inchiostri sul mercato. Emergono tre sviluppi
J Migliorata l’affidabilità del bianco. Storicamente, la gestione del bianco ha frenato alcuni stampatori, soprattutto per applicazioni trasparente su trasparente o su supporti metallizzati. I progressi nel ricircolo e nella chimica degli inchiostri hanno ridotto l’ostruzione degli ugelli e aumentato il tempo di funzionamento, spingendo l’adozione in bevande di fascia alta e cosmetica.
J Maturazione della nobilitazione digitale. Sistemi di vernice a rilievo e applicazione di lamine metallizzate in modalità digitale sono più modulari, accessibili e integrati nei flussi di lavoro per etichette. La discussione sul ritorno dell’investimento è passata dall’“esperimento” al “pratico”.
J Automazione dei flussi di lavoro diventata essenziale. Il settore etichette vive di molti codici prodotto e cambi versione frequenti. Sistemi gestionali (MIS) collegati a infrastrutture remote, librerie colore automatizzate e analisi dei dati in tempo reale riducono gli errori e accelerano la presa in carico delle commesse. Chi ha già abbracciato l’automazione nello stampato commerciale o transazionale trova nelle etichette un’estensione naturale.
La disciplina strategica necessaria
Le etichette non perdonano. Precisione di registro, accuratezza della fustellatura e costanza del colore sono requisiti di base. I segmenti regolamentati pretendono controlli qualità documentati. I segmenti di fascia alta richiedono eccellenza estetica.
Entrare nel mercato delle etichette non significa solo acquistare una macchina: è un cambio di modello di business. La parte commerciale deve comprendere supporti e conformità nel contesto dei clienti. La produzione deve padroneggiare finiture e trasformazione del materiale. Gli acquisti devono costruire relazioni solide con i fornitori di materiali.
Chi ha successo non prova a servire “tutti i segmenti” contemporaneamente: sceglie un focus. C’è chi costruisce nicchie difendibili nel farmaceutico o nell’industriale, sfruttando competenza sul dato e disciplina di conformità. Altri puntano su bevande artigianali e alimentare di fascia alta, investendo in nobilitazioni e finiture tattili. Altri ancora si allineano alla crescita del commercio al dettaglio e delle marche del distributore, giocando su agilità e sostenibilità.
La vera opportunità
Le etichette — in particolare quelle prodotte in digitale — sono uno dei pochi segmenti in cui innovazione tecnologica, pressione normativa ed evoluzione della marca stanno spingendo la domanda contemporaneamente.
I volumi dello stampato commerciale possono oscillare. I budget di comunicazione possono contrarsi. Ma i prodotti devono essere identificati. I farmaci richiedono confezioni conformi. I marchi alimentari competono per la visibilità a scaffale. I rivenditori espandono le marche del distributore. L’e-commerce continua a spedire.
Le etichette stanno al centro di tutto questo. Per gli stampatori disposti ad approcciare il mercato con strategia, allineare tecnologia e applicazioni, e investire in disciplina operativa, il settore etichette offre più di ricavi incrementali: offre resilienza di margine e rilevanza nel lungo periodo. L’opportunità non è teorica. È operativa. E per molte aziende di stampa potrebbe essere la decisione di diversificazione più importante di questo decennio.
Sostenibilità, premiumisation, digitalizzazione e collaborazione lungo tutta la filiera.
Sono queste le parole magiche, su scala europea, dell’etichetta contemporanea. Oltre al supporto informativo, infatti, c’è di più: racconto di marca, esperienza sensoriale, strumento tecnologico e leva strategica. Abbiamo fatto il punto con Claudia Josephs, General Manager di EPDA – European Brand & Packaging Design Association.
Nel mondo delle etichette, il design è spesso il punto in cui si incontrano – e si rendono visibili – molte delle trasformazioni che attraversano l’intero packaging: nuovi materiali, tecnologie di stampa, richieste normative, strategie di marca e aspettative dei consumatori. Per questo, nel cercare di capire quali direzioni stia prendendo il settore, abbiamo raccolto il punto di vista di EPDA –European Brand & Packaging Design Association, una rete internazionale di agenzie di brand e packaging design che, nata negli anni Novanta del Novecento con l’obiettivo di creare opportunità per i designer di condividere informazioni e idee , lavora quotidianamente con brand owner e filiere produttive in mercati diversi. Sebbene i designer rappresentino un elemento importante all’interno di una catena del valore complessa, EPDA ha costruito solide relazioni anche con altri stakeholder dell’industria del packaging, in particolare nel settore dei materiali. Insieme ai partner sviluppa progetti di interesse comune e collabora a proposte innovative rivolte ai brand owner.
Dal loro osservatorio emerge un quadro ricco di sfumature, dove sostenibilità, digitalizzazione e ri-
di MICHELA PIBIRI
cerca espressiva stanno ridefinendo linguaggi e funzioni dell’etichetta. Per questa conversazione, Claudia Josephs è stata affiancata da alcuni membri EPDA e partner industriali: Kheireddine Sidhoum, Global CoCEO & global CCO di Dragon Rouge; Beatriz Suárez-López, Founder & strategy director di MABA; Hernán Braberman, Co-founder & creative director di Tridimage; Stefano Pistoni, Senior manager business growth, Wine & spirits di UPM; Christophe Dujardin, Global business development manager cold foils/ sustainability di KURZ.
I trend emergenti
Negli ultimi anni la digitalizzazione ha influenzato profondamente il design e la produzione del packaging. La stampa digitale è oggi ampiamente adottata e offre grandi opportunità in termini di mass customization e personalizzazione. Allo stesso tempo, la nuova generazione di QR code sta fondendo branding online e offline, creando nuovi touchpoint per l’interazione con il consumatore e ampliando gli strumenti a disposizione dei designer. La digitalizzazione ha anche accelerato gli sforzi in materia di sostenibilità lungo l’intera catena del valore.
DIVERSA è il risultato di un esperimento creativo che mette al centro la collaborazione tra studi di design latinoamericani. Il progetto riunisce cinque realtà provenienti da Argentina, Cile, Perù e Colombia per realizzare un’unica etichetta capace di raccontare la ricchezza culturale della regione. L’idea prende ispirazione dai tessuti tradizionali dell’America Latina, dove la forza nasce dall’intreccio di fili diversi che formano un insieme coerente. Seguendo questa logica, ogni studio ha progettato un quadrante dell’etichetta lavorando in totale autonomia e senza conoscere il contributo degli altri fino alla rivelazione finale. Il risultato è una composizione visiva stratificata, in cui linguaggi e sensibilità differenti trovano un equilibrio comune. Un progetto che dimostra come la collaborazione tra studi – spesso concorrenti sul mercato – possa trasformarsi in un’occasione per valorizzare il design latinoamericano e rafforzarne la presenza sulla scena internazionale.
La scelta dei materiali sta diventando un elemento chiave dello storytelling di marca, dice Sidhoum: «La scelta del supporto – compostabile, goffrato, non patinato – è diventata parte integrante dello storytelling del brand. Tipografia forte, chiarezza e una sobrietà consapevole stanno sostituendo il sovraccarico visivo.» Nei segmenti premium, come quello del vino, si sta evolvendo anche il linguaggio del design. Secondo Suárez-López, il mercato si sta orientando verso espressioni più autentiche e radicate: «I consumatori che, dieci anni fa, si avvicinavano alla categoria attratti da estetiche fortemente narrative, oggi la osservano con maggiore maturità. Cercano espressioni qualitative, organiche e storicamente fondate, ma non nostalgiche o superate. Sta emergendo una sorta di “mini-massimalismo”: una reinterpretazione dei codici tradizionali in chiave contemporanea, senza perdere il legame con le origini.» Per quanto riguarda le differenze regionali, Suárez-López ritiene che l’Europa meridionale continui a porre una forte enfasi su emozione e storytelling, mentre il Nord Europa tende a orientarsi verso un minimalismo più radicale e una sostenibilità integrata nella struttura stessa del
packaging. «Il contesto culturale continua a influenzare le scelte estetiche e strategiche.»
«Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita costante delle etichette autoadesive, trainata soprattutto dai requisiti di sostenibilità e dalla continua innovazione del packaging: maggiore utilizzo di carte con contenuto riciclato, riduzione degli spessori dei face stock e, in alcuni casi, passaggio dalla carta alla plastica laddove ciò migliori riciclabilità o funzionalità», afferma Pistoni. «Allo stesso tempo, le crescenti aspettative in termini di personalizzazione e premiumisation stanno elevando la qualità visiva e tattile delle etichette. Sebbene la velocità di adozione vari da regione a regione in base a normative e maturità del mercato, la direzione generale è coerente a livello globale». Nel frattempo, Dujardin osserva un cambiamento anche nelle strutture delle etichette: «La forma classica dell’etichetta è superata. Le sagome sono diventate più sofisticate e rompono con i tradizionali formati rotondi, quadrati o rettangolari. A volte presentano livelli, elementi da sollevare o staccare. Sono come piccole opere d’arte che vogliono attrarre il consumatore e interagire con lui».
SCELTI DA NOI
I settori che innovano di più I segmenti luxury e premium continuano a guidare l’innovazione: dagli spirit ultra-premium al caffè specialty, fino alla cosmetica di alta gamma. «Queste categorie consentono ai brand di andare oltre il packaging funzionale e di trattare l’etichetta come un’esperienza sensoriale: qualcosa che può essere toccato, scoperto e persino sbloccato digitalmente», spiega Braberman. «Il motore principale è il valore percepito. In questi segmenti i consumatori sono disposti a pagare di più quando l’oggetto fisico racconta una storia coinvolgente. Le tecniche di nobilitazione premium – serigrafia diretta sul vetro, applicazioni a caldo, micro-embossing, supporti in fibra di cotone – prosperano proprio perché un pubblico sofisticato cerca sempre più esperienze, non semplici prodotti. L’etichetta diventa il primo touchpoint di quell’esperienza».
I settori luxury e premium sono particolarmente innovativi grazie alla loro capacità di investimento e a una forte cultura creativa. Introducono idee disruptive che spesso si diffondono successivamente nei mercati di massa, dalle nobilitazioni avanzate alle soluzioni di brand protection e interattività. Ma l’innovazione può diventare anche uno strumento di posizionamento strategico:
«In queste categorie, l’etichetta non è semplicemente informativa: è un dispositivo di costruzione del valore. Legittima il prezzo, comunica differenziazione e costruisce credibilità per il brand. Dove la competizione è intensa e i margini lo consentono, la sperimentazione diventa parte della strategia, non un accessorio», afferma Suárez-López.
I fattori che cambiano il mercato
La premiumisation è certamente una delle forze trainanti. E influenza sempre di più anche i prodotti private label, dove i retailer ricercano qualità visive e tattili più sofisticate. Un fattore chiave del cambiamento, però, è la crescita dell’e-commerce, che ha trasformato in modo significativo il ruolo del packaging e del branding.
«La funzione persuasiva che un tempo operava principalmente sullo scaffale fisico si evolve oggi in un dialogo più continuo e stratificato negli ambienti digitali. Un’etichetta deve funzionare sia a 30 centimetri sia a 30 pixel», dice Suárez-López. I designer devono quindi pensare contemporaneamente in una logica online e offline. «Stiamo osservando un passaggio dal consumo di beni al consumo di esperienze. Il packaging deve dare qualcosa in più rispetto allo scaffale. I brand che lo comprendono stanno investendo nel design
A pochi chilometri dal Parco Nazionale di Timanfaya, l’identità di Casa Althay prende forma direttamente dal paesaggio di Lanzarote. Qui il territorio vulcanico ha dato origine a un sistema agricolo unico, fatto di cavità scavate nella cenere e protette da muretti di pietra per difendere le viti dal vento. È proprio questa relazione tra uomo e ambiente a guidare il progetto. La sostenibilità non viene trattata come un elemento estetico, ma come una condizione strutturale del design. Le bottiglie sono realizzate in vetro riciclato e presentano una texture ispirata agli incavi della coltivazione tradizionale: una superficie pensata per evocare la memoria del paesaggio e stabilire un legame tattile con il luogo d’origine. Anche l’etichetta segue un approccio essenziale, riducendo materiali ed elementi grafici. L’identità visiva nasce così da un equilibrio tra il bianco delle architetture locali, il nero del suolo vulcanico e il blu intenso del cielo dell’isola.
come asset strategico, non come semplice elemento cosmetico», aggiunge Braberman.
«I brand forti trattano i vincoli come motori creativi», afferma Sidhoum. E i vincoli oggi sono molti. «L’efficienza dei costi è fondamentale, in combinazione con gli obiettivi normativi di sostenibilità, come il PPWR», spiega Dujardin. Gli sviluppi regolatori, in particolare il PPWR e le linee guida Design for Recycling, stanno spingendo i brand a ripensare le strutture del packaging.
Un altro fattore importante è la crescente rilevanza del purpose di marca. Secondo Braberman, i consumatori – soprattutto le generazioni più giovani – scelgono sempre più brand che riflettono i loro valori. «Non stanno acquistando soltanto un prodotto: stanno scegliendo un insieme di valori. Il design è sempre più un veicolo di impatto sociale, e vediamo i brand utilizzare le etichette per comunicare il proprio impegno sulla sostenibilità.» Un approccio positivo e necessario per restare competitivi è puntare sulla collaborazione lungo tutta la filiera.
SCELTI DA NOI
Materiali e sostenibilità
Le considerazioni sulla sostenibilità stanno influenzando in misura crescente il ruolo del designer. «Fino all’80% dell’impatto ambientale di un packaging viene determinato in fase di progettazione», dice Pistoni. «Di conseguenza, i designer devono adottare un approccio olistico, bilanciando impatto visivo, performance funzionale, riciclabilità e conformità normativa. Innovazione nei materiali, semplificazione delle strutture e stretta collaborazione lungo la filiera stanno diventando elementi essenziali». «L’obiettivo è raggiungere i target di sostenibilità senza perdere l’appeal a scaffale», afferma Dujardin. La riduzione dello spessore delle etichette e il miglioramento della riciclabilità stanno diventando priorità per i grandi brand che rispondono a regolamentazioni come il PPWR. Per Sidhoum, la soluzione parte dalla scelta dei materiali: supporti riciclabili o compostabili, strutture monomateriale e complessità ridotta. «Oggi i designer devono avere competenze sui materiali, non soltanto sensibilità visiva». In definitiva, la sostenibilità non deve essere percepita come una perdita sul piano sensoriale. «La vera sfida è creare impatto attraverso il concept, la tipografia e l’onestà del materiale, non attraverso l’eccesso», aggiunge Suárez-López.
Fondato in Provenza nel 1920, Jean Martin è un marchio specializzato in ricette in vaso realizzate con ingredienti locali e naturali. La sua identità si fonda su una tradizione culinaria autentica: preparazioni ispirate al fatto in casa, verdure cotte lentamente e lavorate nel proprio laboratorio secondo un savoir-faire tramandato nel tempo. Nonostante questo patrimonio, il brand ha finora sofferto di una notorietà limitata al di fuori dei contesti più locali. Il progetto di riposizionamento nasce quindi con l’obiettivo di chiarirne l’identità e rafforzarne la presenza sul mercato, valorizzando gli elementi distintivi della marca. Al centro del racconto viene posta la materia prima: l’ortaggio diventa il simbolo di qualità, naturalità e gusto autentico, trasformandosi nell’emblema di uno stile di vita profondamente legato alla cultura e ai sapori della Provenza.
Le tecnologie che aprono nuove strade
Le tecnologie emergenti stanno creando nuove possibilità sia per il design sia per la produzione. Sidhoum indica, tra le direttrici più interessanti, le tecniche di nobilitazione più leggere, capaci di mantenere un effetto premium con un impatto ambientale inferiore, oltre a una migliore compatibilità dei sistemi monomateriale. Anche le smart label basate su QR code e NFC stanno costruendo un ponte tra mondo fisico e digitale. Tuttavia, la tecnologia deve sempre essere al servizio di una narrazione chiara. «Non si tratterà di aggiungere tecnologia fine a sé stessa, ma di usarla con uno scopo coerente. In un mondo sempre più saturo e digitalizzato, i brand che costruiscono narrazioni autentiche e significative – supportate strategicamente dalla tecnologia – sapranno creare relazioni durature con i consumatori», dice Suárez-López.
Anche la stampa digitale sta ampliando le opportunità per i brand più piccoli, grazie alla possibilità di gestire tirature brevi e maggiore flessibilità. Secondo Suárez-López, democratizza l’accesso a soluzioni avanzate e consente ai brand di testare i concept e affinare il proprio storytelling. Combinata con l’intelligenza artificiale, la stampa digitale
rende possibile una personalizzazione di massa su larga scala. «Stiamo lavorando con QR code e tag NFC che trasformano l’etichetta in un portale: esperienze in realtà aumentata, storie di tracciabilità, contenuti di community», racconta Braberman. Cita il progetto Akamasoa x Las Quinas come esempio, dove il packaging connesso permette ai consumatori di scansionare un vasetto di marmellata e scoprire la storia della comunità che lo ha prodotto. Pistoni si aspetta che i sistemi di etichettatura sostenibile – in particolare quelli a supporto del riutilizzo dei contenitori in vetro e del riciclo efficiente del PET – diventino sempre più diffusi man mano che regolamentazioni come il PPWR spingeranno verso una maggiore armonizzazione.
Il confronto mette in evidenza un punto centrale: la collaborazione è decisiva. Quanto prima le competenze progettuali vengono integrate sia nello sviluppo del brand sia nella produzione del packaging, tanto più solido sarà il risultato finale. Ed è proprio questo approccio collaborativo ciò che EPDA promuove: mettere in relazione i diversi attori della filiera per generare valore reciproco e crescita.
SCELTI DA NOI
GRAFICA ISERNINA: da oltre mezzo secolo all’avanguardia della stampa
Nata a Isernia nel 1970 come tipografia artigiana, Grafica Isernina ha attraversato più di mezzo secolo di trasformazioni del settore delle arti grafiche mantenendo una direzione chiara: creare valore attraverso qualità, competenza e innovazione continua. Un percorso che, nel tempo, ha portato l’azienda a specializzarsi nella produzione di etichette adesive in bobina e in foglio, oltre alle etichette wet glue, costruendo un know-how solido nel mondo del labeling.
Nascita di Labeldoo.com ed evoluzione tecnologica
L’evoluzione del mercato, sempre più orientato verso personalizzazione spinta, tirature frammentate e tempi di consegna ridotti, ha rappresentato uno stimolo decisivo
per ripensare modelli produttivi e canali di vendita. In questo contesto si inserisce, nel 2017, la nascita di Labeldoo.com, piattaforma web-toprint proprietaria che ha segnato un punto di svolta strategico. L’online è diventato un acceleratore di crescita, capace di intercettare una domanda nazionale ed europea sempre più attenta a flessibilità, qualità e semplicità di accesso al prodotto.
Parallelamente, l’azienda ha avviato un profondo rinnovamento tecnologico. L’introduzione di sistemi di stampa digitale di ultima generazione e l’ottimizzazione dei flussi di prestampa hanno consentito di aumentare la produttività, ridurre gli avviamenti e migliorare la coerenza cromatica, rispondendo alle esigenze di settori come food & beverage, cosmetico, chimico e industriale.
La capacità di coniugare qualità, just-in-time e personalizzazione è diventata un tratto distintivo
Grafica Isernina
Sede Produttiva: V.le Europa, 8/10 Sant’Agapito (IS)
www.graficaisernina.it www.labeldoo.com
Ambiti in cui crescono le richieste di materiali premium, nobilitazioni complesse e soluzioni ad alto valore aggiunto.
La capacità di coniugare qualità, just-in-time e personalizzazione è diventata un tratto distintivo. Numerazioni variabili, QR code dinamici, supporti speciali e finiture evolute non sono più eccezioni, ma parte integrante di un’offerta pensata per rendere accessibili anche alle piccole e medie tirature lavorazioni un tempo riservate a produzioni di grandi volumi.
Sostenibilità e affidabilità dei processi
Accanto all’innovazione produttiva, si è consolidata l’attenzione ai temi della sostenibilità e dell’affidabilità dei processi. Nel 2025 l’azien-
1970
Grafica Isernina nasce a Isernia grazie al Cav. Oliviero Mazzocco
1993
Lo stabilimento di Sant’Agapito (IS) viene ampliato. Le attrezzature informatiche sono aggiornate alle necessità dell’epoca; le risorse umane crescono di numero e professionalità.
2003
Importanti investimenti in soluzioni tecnologiche avanzate accrescono notevolmente la capacità produttiva nel settore delle etichette a foglio.
2005
Luigi Mazzocco, figlio di Oliviero, viene affiancato al vertice dell’azienda, in rapida successione, dai figli Alessandro, Emiliano ed Emanuele
2015
La divisione label viene ampliata con consistenti investimenti in assets ad alta innovazione tecnologica per la produzione e finitura digitale di etichette autoadesive in bobina
2017
Nasce “Labeldoo.com”, la rivoluzionaria piattaforma web dell’azienda in grado di rispondere alle nuove esigenze della clientela. Rapidità e flessibilità proiettano il marchio Labeldoo.com subito tra i punti di riferimento nazionale del web-to-print.
2025-26
La divisione label viene ulteriormente ampliata elevando il numero di tecnologie di stampa presenti in azienda. Grafica Isernina si aggiudica l’Oro della Stampa nella categoria “Label Printer” e viene annoverata tra le prime 500 aziende italiane “Campioni della Crescita” secondo la Repubblica – Affari & Finanza
da ha ottenuto il badge Ecovadis Silver e ha completato l’installazione di un impianto fotovoltaico da 1 megawatt, in grado di generare più energia di quanta ne venga consumata, riducendo in modo significativo l’impatto ambientale del ciclo produttivo e rafforzando una visione industriale orientata all’efficienza e alla responsabilità.
Riconoscimenti e investimenti Il percorso di crescita è stato accompagnato anche da importanti riconoscimenti di settore. A fine 2024 Grafica Isernina ha ricevuto il premio Oro della Stampa nella categoria Label Printer ed è stata inserita tra i Campioni della Crescita 2026 de La Repubblica Affari & Finanza, a conferma della solidità del modello di sviluppo adottato.
Questa traiettoria trova una naturale continuità nei più recenti investimenti realizzati a fine 2025, con l’ingresso di una HP Indigo 6K e di una linea di finitura ABG Digicon 3. Due tecnologie che rafforzano ulteriormente la capacità di rispondere a un mercato dinamico, incrementando automazione, qualità di stampa e possibilità di nobilitazione.
Da piccola tipografia locale a realtà industriale strutturata e orientata al digitale, con un forte spirito innovativo e votata al web grazie al marchio Labeldoo.com, Grafica Isernina continua così a interpretare il cambiamento come leva di crescita, trasformando l’innovazione in uno strumento concreto al servizio del packaging e della comunicazione di marca.
L'ETICHETTA COME SISTEMA
Nel sistema-packaging l’etichetta è un dettaglio solo in apparenza: su prodotti come vino e olio è praticamente insostituibile, altrove diventa la scorciatoia più efficace per personalizzare anche piccoli lotti – soprattutto quando il pack, per natura o formato, non si presta a varianti frequenti. In ogni caso lavora su due fronti: identifica, ma soprattutto rende riconoscibile il brand con un rapporto costo/beneficio difficile da battere. In senso tecnico, “etichetta” sta per elemento di decorazione/ identificazione/informazione applicato a un prodotto o al suo imballo, con funzioni che vanno dalla brand experience alla conformità normativa e alla tracciabilità. Nell’Unione Europea, il PPWR chiarisce che etichette appese o affisse direttamente a un prodotto (incluse le “sticky labels” su frutta e verdura) sono considerate “packaging”, mentre adesivi/vernici/ inchiostri applicati direttamente sul prodotto non lo sono. Questa distinzione è importante perché sposta il tema etichetta dentro i requisiti di sostenibilità, riciclabilità e labeling ambientale del packaging (e non solo del “prodotto”).
Una storia lunga millenni
Come racconta Francesco Bordoni, Professore Associato presso Università Campus HETG di Ginevra nella rubrica “Forse non tutti sanno che…” su Converting Magazine, la storia delle etichette affonda le radici nell’antichità. Già nel 2900 a.C. gli Egizi contrassegnavano le giare d’olio, bene prezioso, con etichette in avorio di vari formati che riportavano contenuto, nome del faraone regnante, eventi dell’anno, località e produttore. Intorno al 1550 a.C. iniziarono a etichettare anche le anfore da vino, protette con canne e argilla per il trasporto; celebre il caso delle 26 anfore rinvenute nella tomba di Tutankhamon, alcune delle quali riportavano indicazioni dettagliate su annata, qualità, provenienza e proprietà del vigneto. Anche i Romani usarono etichette per il vino, anche per distinguere quello che per legge poteva dirsi “invecchiato”, cioè con oltre due anni. In età moderna, un primo passaggio decisivo arriva nel 1669, quando Dom Pierre Pérignon chiude le bottiglie con tappo in su-
LA PACCHIANA EMANCIPATA E CONSAPEVOLE
Amaro Lucano rinnova posizionamento e immagine per conquistare le nuove generazioni. Lo storico brand lucano, noto per il legame con la tradizione e per la figura femminile della “Pacchiana” presente in etichetta dal 1894, presenta un progetto di rebranding che fonde heritage e contemporaneità. Il progetto segna una svolta strategica, a partire dal brand repositioning e da un nuovo brand manifesto. Arteficegroup, gruppo creativo multidisciplinare e indipendente associato UNA, ha curato la nuova brand identity, ridefinendo identità di marca e packaging system. Centrale è la reinterpretazione contemporanea della Pacchiana, oggi più moderna, emancipata e consapevole: un’icona dell’heritage di marca che mantiene il legame con origini, italianità e autenticità. Arteficegroup ha tradotto questa visione in un nuovo packaging system e nel restyling del logo, creando un linguaggio visivo più distintivo, coerente e rilevante per i giovani consumatori. Il design generativo valorizza l’unicità di Lucano come primo amaro con una figura femminile protagonista, rispondendo ai bisogni emersi dalle ricerche Nielsen IQ e BVA Doxa. Sottolinea Tiziano Saitta, Head of Creativity e Pack Specialist di Arteficegroup: «Abbiamo lavorato per ridare forza e identità a un’icona radicata nella cultura italiana, offrendo alla Pacchiana uno sguardo rivolto alle nuove generazioni e offrire un’immagine e un linguaggio distintivo e contemporaneo, senza perdere continuità e riconoscibilità». www.arteficegroup.com
ghero e le contrassegna con etichette stampate in nero. L’etichetta come la intendiamo oggi nasce però nel 1840 grazie al produttore svizzero Henri-Marc de Venoge, primo a introdurre immagini a colori e nomi di fantasia per i vini. La svolta industriale arriva negli Stati Uniti: nel 1937 Stan Avery realizza a Los Angeles l’etichetta adesiva con colla sensibile all’acqua; nel 1939, sempre Avery, mette a punto la prima etichetta autoadesiva, basata su un adesivo che reagisce alla pressione, aprendo la strada al labeling contemporaneo.
La filiera italiana, in sintesi
Oggi la filiera italiana dell’autoadesivo in bobina ha una struttura netta: pochi fornitori di materie prime (spesso multinazionali) e un tessuto molto ampio di etichettifici, spesso di dimensioni ridotte e altamente specializzati per comparto. La maggior parte della produzione resta sul mercato nazionale; l’export, quando c’è, si concentra soprattutto su clienti dell’area UE. E proprio la specializzazione spiega perché il campo applicativo continui ad allargarsi: non tanto per “un’etichetta che va bene per tutto”, quanto per competenze verticali che aprono nicchie ancora poco esplorate.
SCELTI DA NOI
Sul mercato, la qualità è ormai data per scontata: ciò che pesa davvero sono servizio, rapidità e flessibilità. Crescono richieste di piccoli lotti e tempi di consegna compressi, con processi produttivi chiamati a essere agili senza perdere consistenza cromatica e finiture. La traiettoria tecnologica è chiara: dalla flexo ad acqua dei primi anni 2000 (limitata sulle alte lineature) si è passati a un salto qualitativo grazie a polimeri incisi CTP e inchiostri UV; poi l’offset semirotativo ha portato qualità offset anche su tirature medie. Ma il cambio di paradigma è stato il digitale: oggi rende accessibile l’etichettatura “premium” anche a volumi ridotti e budget sostenibili. Sui materiali, l’innovazione è più mirata che dirompente: carte barrierate per uso “ice bucket”, adesivi specifici per applicazioni di nicchia. E la sostenibilità si gioca su più leve: meno scarti, meno energia (LED nelle alte tirature), e soprattutto progettazione coerente con il riciclo, privilegiando etichette compatibili con il materiale del packaging principale.
Carta o film, autoadesiva o con colla, decorativa o tecnica…?
Parlando di etichette, è sempre forte la tentazione di ridurre tutto a una distinzione semplice: carta o film, autoadesiva o con colla, decorativa o tecnica. In realtà il mondo del labeling è molto più articolato, e per capire davvero che cos’è oggi un’etichetta bisogna guardarla come un sistema: una combinazione di materiale, adesivo, tecnologia di stampa, metodo di applicazione, funzione d’uso e requisiti normativi. È da questo intreccio che dipendono prestazioni, costo, estetica, sostenibilità e leggibilità industriale. È anche per questo che la classificazione
per settore resta utile, ma non basta da sola. Nel Wine, food & beverage contano condensa, frigo, acqua, vetro, PET, HDPE, ma contano anche conformità, riciclabilità e facilità di separazione dei materiali. Nel farmaceutico entrano in gioco serializzazione, anti-manomissione, sistemi di verifica, standardizzazione e durata. Nel chimico servono pittogrammi leggibili e resistenza a sostanze aggressive. In logistica dominano termico, cartone ondulato, 2D e in alcuni casi RFID. Nell’elettrico ed elettronico tornano i temi della permanenza di marcatura e della resistenza a oli, calore e abrasione. Insomma, il materiale cam-
IN QUESTA PAGINA Bioma Living Kombucha, Summa Branding; La petite victoire, Stranger & Stranger; Kefir yogurt packaging design, LBD Brand Creative
IN QUESTE PAGINE: Rosaluz, Seriesnemo; Infiniment Coty Paris Fragrance; Coherencia, Vamos Estudio; Aspronautas, Estudio Pablo Guerrero; SKYY Martinis, Thirst
tempo, il Digital Product Passport e più in generale il connected packaging spingono l’etichetta verso una nuova funzione: non più solo superficie di stampa, ma porta d’accesso a dati dinamici, compliance e servizi.
Dove la carta è regina
La carta resta il materiale “istintivo” dell’etichetta, ma non è mai solo carta. Per funzionare su linee veloci deve avere macchinabilità: rigidità e stabilità per evitare grinze e fuori registro, spesso ottenute con grammature anche fino a 90 g o con fibre più resistenti che permettono spessori inferiori a parità di prestazione. Sul fronte applicativo conta la wet strength (tenuta all’acqua): per bottiglie destinate al riciclo l’etichetta deve staccarsi intera nel lavaggio; per uso “ice bucket” serve invece una protezione che regga immersioni prolungate. Entrano qui resine in emulsione o trattamenti di resinatura che creano un film protettivo. Per la qualità di stampa, la chiave è la patinatura (strati di carbonato di calcio/caolino/ amido) applicata tipicamente su un solo lato, più passaggi per chiudere i pori e ottenere colori brillanti; la cabia, ma cambia soprattutto il senso dell’etichetta. Anche l’architettura costruttiva conta più di quanto sembri. Il classico labelstock PSA (ossia l’autoadesivo) con liner oggi convive con soluzioni linerless, interessanti perché eliminano il supporto siliconato e quindi riducono rifiuti e volumi logistici. In altri casi l’etichetta si fa multipla: peel & read, booklet, costruzioni a più strati pensate per settori come farmaceutico e chimico, dove lo spazio informativo richiesto supera di molto la superficie disponibile. E poi ci sono vernici e altri tipi di finishing che non sono solo finiture estetiche ma veri elementi funzionali: proteggono da abrasione, agenti chimici, UV, e determinano la sensazione tattile del prodotto. Un altro aspetto importante è che negli ultimi anni, più ancora delle tecnologie, sono i trend regolatori e ambientali a influenzare il settore. Il packaging sostenibile non è più un tema collaterale: determina materiali, adesivi, sleeve, liner, separabilità, inchiostri, riciclabilità. Le linee guida “design for recycling” dedicate alle etichette stanno diventando una metrica concreta di progetto. Allo stesso
landratura completa l’effetto con una superficie setosa e lucida. La stessa logica porta alla glassine, base della maggior parte dei liner autoadesivi. E quando l’etichetta deve “sembrare altro”, entra la goffratura: texture che imitano tessuto o pelle, molto richieste nel premium.
PET e polimeri “su misura” Se la carta parla di tradizione, i film plastici parlano di prestazione. La plastica è un universo di polimeri modulabili: cambiando catene e additivi si ottengono materiali “su misura”. Nelle etichette cresce il ruolo del PET, termoplastico stabile, adatto al contatto con alimenti e sostanze oleose/acide perché non cede molecole, e soprattutto riciclabile: con depolimerizzazione può tornare a monomero e diventare nuovamente materia prima. Non a caso, dal 2020 l’uso di rPET è ammesso per bottiglie e contenitori. Le etichette in film offrono resistenza ad acqua e agenti esterni, tenuta grafica nel tempo e spesso trasparenza (effetto “no label look”). In versione autoadesiva arrivano in bobina e chiedono collanti adeguati alle superfici: su flaconi in
CHIAMIAMOLE COL NOME GIUSTO
PRESSURE-SENSITIVE LABEL
(PSL / PSA / autoadesiva)
Etichetta pre-adesivizzata che aderisce per pressione; struttura tipica facestock + adesivo + liner (o linerless). Prestazioni legate a adesivo e superficie del contenitore.
WET-GLUE / GLUE-APPLIED
(colla a umido)
Etichetta con colla applicata in linea durante l’etichettatura; tecnologia tradizionale per vetro e grandi volumi.
ROLL-FED WRAP-AROUND
(fasciante)
Film in bobina tagliato e incollato attorno al contenitore (PET, vetro, lattine); scelto per velocità e basso costo unitario.
SHRINK SLEEVE
(termoretraibile, 360°)
Film che si restringe con il calore aderendo al contenitore; copertura totale e alta resa grafica, con attenzione al riciclo.
STRETCH SLEEVE
(estensibile)
Sleeve applicata per elasticità senza calore; semplifica il processo su alcune linee.
IN-MOULD LABELLING (IML)
Etichetta inserita nello stampo e integrata nel contenitore durante lo stampaggio; elevata resistenza e qualità.
DIRECT-TO-PACK / DIRECT PRINTING
Stampa diretta sul contenitore (serigrafia, inkjet, offset); non è etichetta applicata.
NAMEPLATE / ETICHETTA DUREVOLE
Marcatura permanente su materiali resistenti (metallo, PET, policarbonato); usata in ambito industriale con requisiti di durata.
PE/PP – materiali a bassa energia superficiale – servono spesso adesivi più aggressivi (acrilici o hot-melt) e talvolta trattamenti per migliorare bagnabilità. Il tema chiave, oggi, è la compatibilità con il riciclo: scegliere film coerenti con il materiale del contenitore aiuta a non “sporcare” i flussi.
Materiali polimaterici e superfici “ibride”
Quando l’etichetta deve uscire dal perimetro del consueto, entrano in gioco i materiali accoppiati: carta con lamina, carta con elementi naturali, fino a soluzioni che includono lamine di legno. Qui la materia diventa linguaggio: non solo supporto stampabile, ma segnale sensoriale e narrativo. L’effetto è spesso premium, perché introduce variazioni tattili, micro-rilievi, riflessi e densità visive che lavorano sul percepito. La progettazione, però, è più delicata: gli accoppiati vanno governati in stabilità dimensionale, in resa in stampa e in comportamento con adesivi e finiture. Inoltre impongono un ragionamento più severo sul fine vita: più materiali significa più attenzione alla
separabilità o alla compatibilità con i flussi di riciclo. In un panorama dove “materiale” equivale sempre più a “scelta di sistema”, le soluzioni ibride sono il territorio in cui estetica e responsabilità devono negoziare, non alternarsi.
Sleeve, la “pelle del packaging”
Le sleeve (shrink e stretch) non sono più una semplice variante dell’etichetta: in molti settori stanno diventando il packaging stesso. Dal beauty al farmaceutico, dai detergenti al food & beverage, vestono il contenitore, lo proteggono e lo raccontano con una grafica continua a 360°, con buona resistenza e produttività adatta al largo consumo. Le loro origini sono singolari: nel 1965 un film plastico usato per bloccare i rubinetti dei barili di sakè, ristretto dal calore della fermentazione, anticipa un mercato che dagli anni ’80 si sviluppa su larga scala e oggi continua a crescere in ambiti molto diversi.
Dal punto di vista tecnico, le soluzioni principali sono due. Le stretch sleeve o wrap around coprono solo parte del contenitore: sono più
economiche, si applicano a freddo senza colle, funzionano bene su forme abbastanza cilindriche e possono essere usate anche per il groupage. Le shrink sleeve invece sono guaine termoretraibili che avvolgono l’intero pack anche su geometrie complesse grazie ad alti livelli di restringimento: offrono grande libertà grafica, proteggono da abrasioni e luce e, se arrivano fino all’apertura, possono svolgere anche la funzione di sigillo di garanzia. La progettazione richiede competenze specifiche: occorre prevedere le deformazioni del film, spesso destinando alle aree più soggette a shrink le informazioni di servizio, con software che simulano il risultato finale in 3D. La stampa può avvenire in
flexo, rotocalco, offset o digitale, con ampio spazio per nobilitazioni, vernici ed effetti speciali. È però il digitale a spingere la personalizzazione e il dato variabile, facendo della sleeve una piattaforma di comunicazione di massa ma sempre più individuale. Il nodo resta la plastica. I materiali sono riciclabili, ma l’efficienza del recupero dipende dalla separazione e dall’organizzazione della filiera. Per questo si lavora su film che facilitano il riciclo, come quelli a bassa densità separabili dal PET, e su alternative come il PLA biobased. L’obiettivo è chiaro: ottenere una decorazione che non ostacoli il riciclo, riduca spessori ed energia e valorizzi un vantaggio strutturale delle shrink, cioè l’assenza di adesivi.
ETICHETTE NOBILITATE: CON FINLOGIC IL BRAND SI VESTE DI VALORE
Esperienza sensoriale, percezione del valore, forza del brand. Obiettivi che qualsiasi azienda deve perseguire attraverso l’etichetta dei propri prodotti. Oltre a svolgere la funzione informativa, infatti, l’etichetta di un prodotto deve essere l’ambasciatrice dell’identità del brand. Le etichette nobilitate, in particolare, rappresentano lo strumento ideale per veicolare questo messaggio. Attraverso tecniche avanzate come laminature, verniciature UV, stampe a caldo, rilievi in embossing e debossing, effetti glitter, oro colato, finiture opache o lucide, il Gruppo Finlogic trasforma ogni etichetta in un oggetto capace di coinvolgere non solo la vista, ma anche il tatto, generando un’esperienza multisensoriale che comunica qualità, esclusività e cura artigianale. Il valore di queste soluzioni va ben oltre l’estetica: un packaging nobilitato eleva la percezione dell’intero prodotto, posizionandolo in una fascia premium agli occhi del consumatore ancora prima dell’acquisto. In settori d’eccellenza come il wine, la cosmetica e il food & beverage, l’etichetta nobilitata agisce come un moltiplicatore di valore percepito, trasformando un oggetto di consumo in un’icona di stile e innovazione. www.finlogic.it
Etichette intelligenti, interattive, tracciabili
Le smart label spostano l’etichetta da superficie “statica” a interfaccia: un ponte tra oggetto fisico e contenuti digitali che si attiva con un gesto semplice, come la scansione di un QR o l’interazione via NFC/RFID. In pratica, l’etichetta non si limita più a dire “che cosa è” un prodotto: può raccontare cosa c’è dietro, aggiornarsi nel tempo e aprire un canale diretto tra marca, filiera e consumatore. Il primo vantaggio è l’interattività, che diventa leva sia di marketing sia di servizio: informazioni nutrizionali estese, istruzioni d’uso, video, contenuti di brand storytelling. La fruizione è immediata, personalizzabile e soprattutto misurabile, perché ogni interazione può restituire dati utili per capire come, quando e dove il prodotto viene “letto”.
Il secondo asse è la tracciabilità: in supply chain complesse l’etichetta connessa abilita il monitoraggio dei movimenti, migliora l’inventario, facilita la gestione delle scorte e riduce i rischi legati alla contraffazio-
SCELTI DA NOI
ne. A questo si aggiunge un punto chiave: la possibilità di aggiornare le informazioni in tempo reale senza ristampare, un plus decisivo nei settori regolati, dove precisione e tempestività contano quanto la grafica. Sul fronte applicativo, nel food la smart label può estendere ingredienti, allergeni e origine; nel farmaceutico supporta autenticità e gestione di prodotti sensibili (anche lungo la catena del freddo) e può migliorare l’aderenza alla terapia con istruzioni sempre accessibili.
IN QUESTA PAGINA: Connect 4, Javier Garduño Estudio de Diseño. PAGINA ACCANTO: Gush, Pentagram; Bloc Bottled Cocktails, The Bar Brand People
Colla, il lato invisibile che decide tutto Nel mondo etichette, la colla è spesso l’elemento decisivo: un layer polimerico che unisce due superfici e determina tenuta, removibilità, resistenza e riciclabilità. Non esiste uno standard: il mercato conta centinaia di migliaia di formulazioni, modulabili per applicazione. In generale, le famiglie chiave sono tre. Gli adesivi a pressione (PSA) lavorano “a freddo”: aderiscono senza solventi né calore, grazie a polimeri acrilici o gomme con resine che regolano viscosità e tack. Funzionano meglio su superfici ad alta energia (vetro/ metallo); su PE/PP spesso servono trattamenti (corona/plasma) per mi-
gliorare bagnabilità. Le colle a base acqua si applicano umide e asciugano per evaporazione o forzatura: nel beverage su vetro sono diffuse formulazioni proteiche perché creano legami resistenti; la colla vinilica offre ancoraggi stabili ma può essere lenta, limite sulle linee veloci. Gli hot-melt lavorano a caldo: fondono, bagnano il substrato e solidificano creando legami molto stabili, resistenti a oli, solventi e sbalzi termici. Crescono perché sono rapidi, spesso senza solventi, e oggi evolvono verso formulazioni più sostenibili (senza isocianati, con biopolimeri). In un dossier, gli adesivi vanno letti come la “meccanica” dell’etichetta: invisibile, ma determinante.
SOGNI, SIMBOLI E SFIDE TECNICHE DI ORO DEL SOL
In Messico si dice che ogni luogo abbia i suoi spiriti. Alcuni abitano le piante, altri si muovono di notte, altri ancora osservano in silenzio dalle rocce e dal deserto.
Serpenti, pipistrelli, alebrije, cactus, sole, maschere: figure che attraversano miti antichi, rituali popolari e l’immagina rio visivo del Messico. Non sono semplici animali o oggetti, ma presenze. Segni che, nel tempo, si sono radicati nella cultura. Oro del Sol nasce proprio da questo repertorio.
Al centro dell’etichetta compare ogni volta uno di questi simboli: grazie alla stampa a dato variabile, il segno cambia da bottiglia a bottiglia mentre la struttura rimane la stessa. Ogni esemplare diventa parte di una piccola collezione, come se ogni bottiglia portasse con sé uno spirito diverso della stessa terra. Non esiste un’unica immagine che definisce Oro del Sol. Esiste una famiglia di simboli, una piccola mitologia fatta di segni.
BasileADV è uno studio multidisciplinare di comunicazione visiva specializzato in branding e packaging. Progetta identità e sistemi visivi capaci di distinguersi nel mercato, con l’obiettivo di diffondere bellezza e cultura partendo dal prodotto. Vimem (Vincenzo Memoli) è un graphic designer indipendente con base a Salerno, attivo nel branding e packaging design. Il suo approccio unisce rigore progettuale, ricerca tipografica e soluzioni visive ad alto impatto. BasileADV e Vimem collaborano integrando competenze e visioni per sviluppare progetti che uniscono metodo strategico e sensibilità contemporanea. basileadv.com
LA TRAPARENZA SINUOSA DELLA BOTTIGLIA TARAVAL DI REIS PACKAGING
Reis Packaging Europe produce bottiglie in vetro premium, con sedi in Germania e Italia, per i settori spirits, liquori, vini, olio, gourmet e home fragrances. Punto di forza dell’azienda è studio.lab, il dipartimento interno di design che trasforma ogni progetto in un’esperienza di co-creazione esclusiva, affiancando i clienti dall’ideazione alla realizzazione di bottiglie bespoke. Queste peculiarità hanno convinto Andrea Basile, fondatore dello studio creativo BasileAAV specializzato nel design di etichette per packaging di lusso, a scegliere nuovamente una bottiglia Reis per il suo nuovo progetto. Una collaborazione già premiata in passato in importanti competizioni internazionali che si rinnova oggi con la TARAVAL, bottiglia protagonista di un progetto destinato a concorsi di alto profilo, tra cui una presentazione al Vinitaly Design Award. La Taraval è una bottiglia da 700 ml in vetro extra flint, la qualità più trasparente e pura sul mercato, con un peso di 600 grammi che garantisce solidità e preziosità immediate. La chiusura GPI si adatta sia a distillati premium sia a liquori di carattere. La silhouette è inconfondibile: forme morbide e sinuose, base e spalla che evocano una cupola, sorrette da un corpo snello e aristocratico. Non si limita a contenere il prodotto, ma ne amplifica il valore, offrendo una superficie nobile su cui il talento creativo di BasileADV si è espresso al massimo. Il risultato unisce eccellenza vetraria e visione grafica, destinato a farsi notare sui palcoscenici più importanti del settore. www.reispackaging.com
Nel progetto Oro del Sol, la nobilitazione sviluppata con le soluzioni Luxoro contribuisce a costruire l’identità visiva dell’etichetta attraverso una combinazione di effetti metallizzati e rilievi. Sul retro viene applicato KPW 220 SL, un cold foil double face che consente di ottenere un’illustrazione dorata visibile anche dal fronte: pur essendo posizionato sul lato posteriore del supporto, lo strato metallico rimane percepibile in trasparenza, creando profondità e luminosità nella composizione. Gli elementi grafici principali sono valorizzati con LUXOR® 428, oro stampato a caldo che definisce sigillo e dettagli simbolici, mentre il LUXOR® TX-N 362 nero colato introduce contrasti intensi e una forte componente materica. La precisione delle scritte dorate su bollo e sigillo è affidata ai cliché hinderer + mühlich Italia, che garantiscono massima definizione e qualità nei passaggi a caldo. L’integrazione di queste tecnologie dimostra come stampa e nobilitazione possano operare in perfetta sinergia, contribuendo alla realizzazione di un’etichetta multisensoriale ad alto valore espressivo. www.luxoro.it
CARTES E LA SFIDA DELL’ETICHETTA TOTALE CON LA GT360
Oro del Sol non è solo un’etichetta: è una prova di forza. Nasce, in collaborazione con BasileADV & Vimem, per portare all’estremo la tecnologia Cartes e dimostrare fin dove possa spingersi un’ingegneria pionieristica quando stampa, nobilitazione e converting smettono di essere fasi separate e diventano un unico processo produttivo. È questa la logica della GT360, la serie di macchine con cui Cartes – azienda italiana di Moglia, nel Mantovano, che dal 1970 progetta e produce sistemi all’avanguardia per etichette autoadesive – consolida un percorso costruito su robustezza meccanica, estrema precisione di registro, alta produttività, risparmio energetico e una specializzazione nelle applicazioni ad alto valore aggiunto. La GT360, piattaforma modulare in fascia 360 mm presentata da Cartes a LabelExpo 2025 come la più completa al mondo per automatizzare l’intera produzione di etichette premium, ha mostrato in fiera tutta la sua potenza: le sue 8 unità, equipaggiate con oltre 20 accessori, hanno infatti trasformato un materiale bianco in un’etichetta finita di alto valore aggiunto, stampata fronte/retro e pronta per l’applicazione sulla bottiglia. Il suo punto di forza è la combinazione, in un’unica linea, di serigrafia ad alto spessore, Braille, oro a rilievo, stampa a caldo, embossing, verniciature speciali, laminazione, applicazione etichetta su etichetta per effetti materici, forature, incisioni laser e nobilitazione digitale JET D-SCREEN, capace di realizzare, senza impianti, effetti multilivello fino a 800 micron di spessore, oro 3D e stampa di dati variabili. Completano la piattaforma la fustellatura piana, semi-rotativa o laser, con una libertà
HOW IT'S MADE PRODURRE ETICHETTE AL TEMPO DELLE AI
L’AI oggi, se ben usata, è un potente strumento capace di analizzare migliaia di variabili al secondo, armonizzandole per garantire un risultato costante e accelerando sensibilmente il time-to-market.
di LORENZO CAPITANI
Gemini, Claude, Copilot, DeepSeek e soprattutto
ChatGPT. Alzi la mano chi non usa almeno una volta al giorno un bot o un tool basato sull’intelligenza artificiale. Che ne siamo più o meno consapevoli, l’AI è ormai a pieno titolo nella nostra vita, già a partire dallo smartphone. Secondo i dati Istat (dicembre 2025), l’uso dell’AI nelle imprese italiane con almeno 10 addetti è raddoppiato in un solo anno, passando dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025. Secondo un rapporto Microsoft per LinkedIn, il 75% di chi fa un lavoro alla scrivania utilizza regolarmente l’AI generativa e il 78% di questi utenti porta i propri strumenti AI personali in ufficio, spesso anticipando le policy aziendali. Insomma, l’AI non è più un esperimento, ma un’esigenza competitiva ed è qui per restare. In tutti i settori produttivi.
L’introduzione dell’AI, non solo generativa, anche in ambito industriale come il settore delle etichette non risponde a una velleità estetica, ma a una necessità strutturale determinata dalla crescente complessità dei flussi di lavoro e dalla drastica riduzione dei margini operativi. In questo senso l’AI consente di passare da un approccio reattivo di intervento ex post, a uno di proattività e predittività strategica. L’AI oggi, se ben usata, è un potente strumento capace di analizzare migliaia di variabili al secondo, armonizzandole per garantire un risultato costante e accelerando sensibilmente il time-to-market.
Smart label
Stando ai dati, l’industria italiana del labelling sta guardando favorevolmente all’introduzione dell’intelligenza artificiale nei propri processi produttivi, segnando il passaggio da un modello tradizionale di base analogico a un ecosistema avanzato basato sulla gestione dei dati digitali. Secondo il white paper di Smithers 5 Ways Generative AI Will Transform Packaging by 2030, l’impatto dell’AI è paragonabile a uno di quegli eventi detti “disruption generazionale”, come l’avvento di Internet nel 1995, che rompono con il passato in modo radicale, perché non si limita a migliorare un processo esistente (innovazione incrementale), ma riscrive interamente le regole del gioco (innovazione radicale). In altre parole, l’AI non è un nuovo strumento nella cassetta degli attrezzi, ma un ente che può impugnare gli attrezzi al posto nostro, obbligando un’intera filiera industriale a una metamorfosi strutturale per non diventare obsoleta.
E non parliamo soltanto dell’inserimento di componenti fisiche intelligenti, come i tag RFID, nelle etichette, ma dell’ottimizzazione dell’intero ciclo produttivo tramite algoritmi di Machine Learning, che permettono ai sistemi di apprendere schemi dai dati di produzione per migliorare le performance senza una programmazione rigida, ma adattandosi dinamicamente.
Questo cambio di paradigma vede l’AI trasformarsi in un componente chiave della linea di produzione. Ecco perché possiamo davvero parlare di etichetta intelligente che va oltre il concetto di contenitore di informazioni leggibili, diventando un vero e proprio elemento chiave di un sistema integrato che combina funzionalità digitali e ottimizzazione produttiva.
Schemata del sistema di ispezione sistemi di ispezione come AVT sviluppato in collaborazione con Esko
AI-Powered End-to-End Workflow
Secondo Spherical Insights, società americana di analisi, il mercato delle Smart Labels è destinato a raggiungere circa 35 miliardi di dollari entro il 2030. È un impatto che coinvolge l’intera filiera dall’ideazione alla produzione, dal controllo qualità alla tracciabilità del prodotto, allo smaltimento, fino al marketing. Il Generative Design facilita la gestione di un numero crescente di prodotti adattando labelling e packaging istantaneamente a specifiche aree geografiche, eventi o singoli consumatori, riducendo i tempi di progettazione grafica e i rischi di plagio e rispondendo alla tendenza del mercato verso tirature sempre più brevi e personalizzate. Il Machine Learning aiuta la macchina da stampa a “imparare” a gestire le variabili in ottica di efficienza adattiva. Con sistemi di Smart Calibration basati sull’AI si limitano gli interventi manuali, la densità dell’inchiostro e la pressione dei cilindri, rendendo l’etichetta il risultato di un’elaborazione dati in tempo reale. Il controllo qualità non è più una semplice scansione che cerca imperfezioni o macchie di colore, ma grazie ai sistemi di visione artifi-
Etichette RFID (foto Avery Dennison)
Il mercato delle Smart Labels
è destinato a raggiungere circa 35 miliardi di dollari entro il 2030
ciale basati su Deep Learning l’elettronica di bordo è in grado di correggere istantaneamente derive cromatiche o errori di registro, oltre che “capire” cosa sta guardando, distinguendo un errore critico, come un codice DataMatrix illeggibile nel settore Pharma, da una variazione estetica accettabile, come una venatura naturale su una carta pregiata per vino. Questa capacità di giudizio riduce drasticamente fermi e scarti e garantisce la conformità totale alle normative di sicurezza. Andando oltre gli aspetti produttivi, l’etichetta intelligente è a tutti gli effetti un ponte tra il prodotto fisico e il mondo digitale. Non è solo carta e colla, ma un veicolo di dati che sfruttando RFID, NFC o codici QR dinamici dialoga con l’intera supply chain (garantendo tracciabilità, catena di conservazione, anticontraffazione, smaltimento) e con il consumatore finale, trasformando l’imballaggio in uno strumento di marketing attivo. Anche su scala planetaria.
L’occhio che non si stanca mai: verso la qualità assoluta Una delle prime e più facili applicazioni dell’AI nella trasformazione digitale nel labelling è l’utilizzo nei sistemi
di ispezione, che passano da una base puramente ottica ed elettronica a una di tipo cognitivo. Finora il controllo qualità si è basato sul campionamento statistico o su sistemi di visione a soglia fissa come telecamere che confrontano l’etichetta stampata con un “master” digitale e segnalano ogni minima divergenza. Tuttavia, questo approccio genera spesso falsi positivi, fermando la produzione per variazioni irrilevanti, scambiati per errori. L’introduzione della Computer Vision basata su algoritmi di Deep Learning permette oggi di superare questi limiti: il 100% della produzione viene analizzato in tempo reale con una vera e propria capacità di discernimento della macchina. La differenza fondamentale risiede nella gestione delle varianti accettabili. Pensiamo a supporti naturali come carte martellate, vergate o prodotte con fibre di riciclo che presentano intrinsecamente delle micro-variazioni di texture. Mentre un sistema tradizionale potrebbe interpretare una venatura della carta come un difetto di stampa, un sistema di AI istruito tramite reti neurali impara a riconoscere la texture del supporto in quel contesto produttivo specifico. Aziende leader nel settore
dei sistemi di ispezione come AVT in collaborazione con Esko e ISRA VISION hanno sviluppato soluzioni che distinguono, per esempio, tra una bolla d’aria in una lamina d’oro (difetto critico) e la naturale porosità di una carta. Questo processo di “apprendimento del contesto” permette di ridurre drasticamente i fermi macchina ingiustificati, elevando lo standard qualitativo senza penalizzare la produttività.
Un esempio concreto di questa applicazione è rappresentato dalla tecnologia oneInspection di Bobst. Come riportato nei casi studio internazionali dell’azienda, l’integrazione dell’AI permette di monitorare non solo la grafica, ma anche la precisione delle nobilitazioni (come foil o vernice UV) a velocità che superano i 100 metri al minuto, assicurando che anche il più piccolo difetto possa essere individuato, fino a 0,15 cm2 con poco contrasto. La testimonianza di grandi converter che operano nel mercato globale, come Marchesini Group, All4Labels o MESH Automation, conferma che l’ispezione intelligente è il Gold Standard richiesto dai grandi brand di settori come Life Science e Beauty per mitigare i rischi catastrofici legati ai richiami di prodotto: in questi
A sinistra: Campagna di fantasia IKEA per Patagonia realizzata da Eric Groza con Midjourney nel 2023.
Qui sotto: Etichetta intelligente con codici QR e DataMatrix.
settori, un errore in un’etichetta non è solo un danno estetico, ma può comportare il richiamo dell’intero lotto, con costi che possono andare anche oltre il milione di euro.
Ma lo sdifettamento ha anche un’altra implicazione: la sostenibilità che con l’AI può voler dire davvero arrivare a zero sprechi. Sempre il citato white paper di Smithers sottolinea come l’analisi predittiva consenta di intervenire sugli errori di cromia o sul fuori registro prima che il difetto diventi visibile all’occhio umano. Questo si traduce in una riduzione degli scarti e in un risparmio netto di supporti, inchiostri e energia. Secondo i dati di FINAT, l’associazione internazionale di riferimento per l’industria europea delle etichette autoadesive e dei prodotti correlati, l’industria delle etichette genera annualmente tonnellate di scarti di avviamento: l’AI, agendo come un sistema di allerta precoce, permette di ottimizzare l’uso delle risorse, un obiettivo fondamentale per i brand che devono rendicontare la propria impronta ecologica lungo tutta la supply chain.
Infine, la testimonianza di operatori del settore come Avery Dennison, leader nel campo delle etichette autoade-
L’introduzione dell’AI nel labelling sta riconfigurando i confini della progettazione grafica
sive e tecnologie RFID, evidenzia come la visione artificiale sia fondamentale anche per il controllo delle etichette intelligenti stesse (RFID/NFC). L’AI non controlla solo che il tag sia presente, ma analizza l’integrità strutturale dell’antenna integrata nel supporto, assicurando che l’intelligenza dell’etichetta non venga compromessa durante le fasi di stampa e fustellatura ad alta pressione.
La creatività aumentata dell’algoritmo
L’introduzione dell’AI nel labelling sta riconfigurando i confini della progettazione grafica, trasformando il processo creativo da un’attività puramente manuale a una collaborazione simbiotica tra intuizione umana e potenza computazionale. Sembra passato un secolo dagli esperimenti di un’immaginaria campagna IKEA per Patagonia fatti dal designer Eric Groza di Midjourney nel 2023. Il concetto di Creatività Aumentata non implica la sostituzione del designer, ma la sua evoluzione in un supervisore di sistemi complessi. Nel report di McKinsey & Company Generative AI: The packaging and paper industry’s next frontier, i 200 dirigenti
del settore packaging presi a campione sostengono che “l’AI generativa ha il potenziale per aumentare l’impatto economico delle tecnologie esistenti del 15-40%, sbloccando nuovi livelli di produttività nella fase di ideazione e design”, consentendo di concentrarsi sulla creatività e accelerando drasticamente il time-to-market. Tom Hallam, Project Director della divisione Packaging Consultancy di Smithers, evidenzia come l’AI faciliterà il “design grafico e pratico più rapido (dimensioni, forme e materiali), portando i prodotti sul mercato più velocemente, specialmente per promozioni o personalizzazioni”. Hallam pensa soprattutto “ai brand del fashion e del lusso [che possono] creare edizioni limitate, se non uniche, dove ogni etichetta è diversa dall’altra, mantenendo però una coerenza cromatica e di marca garantita dall’algoritmo”.
L’impiego dell’AI si estende anche alle fasi più tecniche di prestampa e ottimizzazione degli esecutivi di lavoro, automatizzando i compiti ripetitivi come trapping, correzione colore, adattamento formati per lasciare più spazio alla progettazione pura. Esko per esempio ha già soluzioni come l’Interactive Trapping che, grazie ad
Esempi di difetti di stampa individuabili con i sistemi di ispezione ISRA Vision.
algoritmi, analizza le intersezioni tra i colori e applica i sormonti (trapping) in modo automatico, o il Preflight dinamico per scansionare i file PDF in entrata e correggere automaticamente errori di risoluzione, font mancanti o sovrastampe errate prima che arrivino in macchina. Schumacher Packaging, azienda tedesca specializzata nella produzione di imballaggi su misura in cartone ondulato e teso, ha dichiarato incrementi di efficienza del 25% grazie a questo ecosistema in cui sono sempre più ridotti i colli di bottiglia manuali. Mentre Matches di Hybrid Software con l’AI scansiona i database aziendali per trovare lavori simili già prodotti, confrontando testi, codici a barre e immagini, così da “evitare di reinventare la ruota e garantire coerenza tra lotti prodotti a distanza di anni o copiare concorrenti”: insomma, la creatività umana supportata dalla tecnologia per ridurre anche il rischio di “citazione” involontaria quando non di plagio, un tema critico per i designer.
Non a caso, il rapporto di Grand View Research, AI in Packaging Market Size & Share Report 2033, identifica il segmento del Generative Design “come il principale driver di crescita del mercato,
con una quota del 37,2% [già] nel 2024”. Questa crescita è alimentata dalla capacità dell’AI di simulare con precisione fisica e iperealistica le nobilitazioni, come vernici serigrafiche, lamine e rilievi, direttamente in ambiente digitale. E così si ottiene, come osserva McKinsey, una “ottimizzazione del design per la producibilità,” riducendo la necessità di prove di stampa fisiche e campionature, con un conseguente risparmio di risorse e una maggiore sostenibilità del processo creativo. La prospettiva evolutiva da qui al 2030 delinea un mercato in cui l’intelligenza artificiale smetterà di essere un “modulo aggiuntivo” per diventare il sistema operativo centrale dell’intera filiera del labelling basata su un’integrazione verticale, dove il design generativo si fonderà con l’automazione della produzione.
La macchina che sente L’integrazione dell’AI nel cuore pulsante della sala stampa trasforma le linee di produzione da sistemi meccanici passivi in entità “consapevoli” e adattive. Nel settore del labelling, dove la marginalità è strettamente legata alla capacità di minimizzare i tempi morti e ottimizzare l’uso dei support, l’AI
operativa rappresenta il salto di qualità definitivo verso quella che viene definita “iper-automazione”. Al centro la Manutenzione Predittiva basata sull’Edge AI che, grazie a sensori IoT installati su componenti critici delle macchine, come i cuscinetti dei rulli, i motori dei gruppi stampa e i sistemi di asciugatura UV, direttamente a bordo macchina analizza in tempo reale vibrazioni e temperature. Invece di seguire un calendario di manutenzione fisso, la macchina “sente” l’usura prima che si verifichi un guasto durante la produzione, monitorando anche l’usura dei clichè, l’umidità, il calo di tensione dei materiali. Secondo il report Post-Drupa Technology Forecast for Print to 2034, questa transizione verso il monitoraggio intelligente è fondamentale per far risparmiare alle aziende migliaia di euro l’ora in termini di produttività. Ma l’AI ottimizza anche la gestione dinamica dei flussi di lavoro. Produzioni eterogenee e ordini frammentati non sono più un limite: l’algoritmo può agire come un supervisore logistico, in grado di organizzare programmazione e sequenza dei lavori in base alla compatibilità cromatica e alle caratteristiche dei supporti, minimizzando i tempi
di avviamento. Come osserva McKinsey nel documento Generative AI: The packaging and paper industry’s next frontier, l’AI può generare “un’ottimizzazione della supply chain basata sulla domanda”, migliorando la precisione delle previsioni e riducendo le scorte di magazzino. Per un produttore di etichette, per esempio, per il settore Wine & Spirits, questo significa poter gestire con la stessa efficienza sia la grande commessa che la micro-tiratura per una cantina boutique. L’AI trasforma la sala stampa in un ambiente ad alta precisione dove ogni risorsa – energia, inchiostro, carta – è utilizzata al massimo del suo potenziale.
E il fattore umano?
Verso l’Artigiano 5.0
Senza cedere ai timori che un cambio di paradigma come questo può comprensibilmente generare, il futuro del labelling non è delineato da una progressiva sostituzione dell’uomo, ma da una sua profonda evoluzione professionale: se l’automazione del passato mirava a standardizzare l’output eliminando la variabile umana, alla prova dei fatti l’AI oggi mira a potenziarla, trasformando chi la usa in un “orchestratore
Prototipo di visual per il packaging di un profumo realizzato tramite l'intelligenza artificiale generativa Ideogram AI.
Conoscenze come sensibilità tattile per la carta o l’occhio clinico per il colore dovranno integrarsi con competenze digitali avanzate
di sistemi complessi”. Secondo il report del World Economic Forum Four Futures for Jobs in the New Economy: AI and Talent in 2030, il 40% delle competenze core richieste per la maggior parte dei ruoli lavorativi dovrà essere aggiornato, con una forte enfasi sul pensiero analitico e sull’interazione uomo-macchina.
Nel contesto degli etichettifici italiani, questo significa che conoscenze come sensibilità tattile per la carta o l’occhio clinico per il colore dovranno integrarsi con competenze digitali avanzate. Non è più sufficiente conoscere la meccanica del gruppo stampa; l’artigiano 5.0 deve saper istruire l’algoritmo. Vediamola così: l’AI non è un nostro sostituto nel saper fare, ma un potente amplificatore delle capacità professionali. Come ha scritto già nel 2021Michal Lodej, direttore editoriale di FlexoTech, “la vera forza dell’AI risiede nella sua capacità di supportare l’espansione continua della capacità umana, preservando il tocco critico, creativo e interpretativo che solo gli esseri umani possono fornire”. L’AI potrà stampare la perfezione matematica, ma tocca a noi continuare a stampare l’anima del prodotto.
INSUPERLABEL 2026: LE ETICHETTE COME FORMA DI ESPRESSIONE CULTURALE E PROGETTUALE
Nel packaging contemporaneo, l’etichetta non è più soltanto un supporto informativo: è racconto, identità, esperienza visiva e tattile. È il punto in cui il progetto grafico incontra la materia, dove la stampa traduce valori, cultura e posizionamento in un linguaggio capace di parlare al mercato e alle persone. È proprio in questo spazio, sospeso tra creatività e tecnica, che si colloca Insuperlabel: un contest nato in Auroflex per mettere in dialogo il mondo del graphic design con quello della stampa di etichette autoadesive di lusso, diventato nel tempo un osservatorio sul packaging come forma di espressione culturale e progettuale.
Per il 2026, Insuperlabel sceglie un protagonista d’eccezione: il Consorzio del Vermouth di Torino. La nuova sfida chiede ai designer di progettare l’etichetta autoadesiva per il vermouth della bottiglia istituzionale del Consorzio, prodotto simbolo della tradizione piemontese, espressione di una cultura che intreccia storia, botaniche, ritualità e identità territoriale. Il brief è chiaro: non si tratta soltanto di “vestire” una bottiglia, ma di tradurre in linguaggio contemporaneo un patrimonio secolare, restituendone autorevolezza, fascino e complessità.
È qui che il contest rivela tutta la sua forza culturale. Il Vermouth di Torino IGP viene presentato come un racconto stratificato: il Settecen-
to torinese, i caffè storici, il sapere artigianale dei maestri vermuttieri, il paesaggio piemontese, l’equilibrio aromatico delle botaniche, il valore del tempo e della qualità certificata. I designer sono chiamati a rendere visibile ciò che normalmente appartiene alla sfera sensoriale ed evocativa: profumi, attese, rituali, memoria.
Non meno rilevante è la dimensione progettuale. Insuperlabel 2026 chiede infatti di coniugare libertà creativa e rigore tecnico: identità visiva, gerarchie informative, valorizzazione della denominazione IGP, sostenibilità dei materiali e intelligenza nell’uso delle tecnologie di stampa. A rendere ancora più inte-
ressante questa edizione è anche il contributo dei partner Fedrigoni, Luxoro, Gruppo Saida, Zeller + Gmeline e HP Indigo, che rafforzano il dialogo tra progetto, materiali, nobilitazioni, contenitore e qualità di stampa.
In un panorama in cui il packaging è sempre più chiamato a comunicare valori oltre che contenuti, Insuperlabel continua a distinguersi per la sua capacità di trasformare un brief in un’esperienza culturale. La quinta edizione lo dimostra con particolare evidenza: il Vermouth di Torino IGP diventa materia narrativa, superficie da interpretare, occasione per riflettere sul ruolo dell’etichetta come dispositivo identitario.
Dalla GDO all’e-commerce, dall’horeca alla vendita sul territorio: la comunicazione del vino sta cambiando. La distribuzione si è frammentata, i canali si sono moltiplicati, le persone che consumano si sono fatte più esigenti, informate e curiose. Ne parliamo con Esselunga, Tannico, Sagna e Partesa.
di CATERINA PUCCI
L’etichetta di un vino è, da sempre, uno spazio narrativo ridotto ma complesso, dove cromie, caratteri tipografici, iconografie e materiali di stampa si contendono pochi centimetri quadrati per conquistare lo sguardo del consumatore e costruire un’identità riconoscibile, definendo il posizionamento del marchio. Per decenni questo codice è rimasto sostanzialmente invariato: uno stemma nobiliare, un’indicazione geografica, un carattere serif, carta avorio con filigrana. L’estetica tradizionale era vista come garanzia di autenticità, la sobrietà come sinonimo di qualità. Ma le cose stanno cambiando. Con la frammentazione dei canali di distribuzione, i contesti di comunicazione si sono moltiplicati. Ogni canale impone linguaggi e strategie di engagement, che si tratti dello scaffale illuminato al neon di un supermercato, la carta vini di un ristorante o un reel di Instagram. Per mappare questa trasformazione, abbiamo incontrato quattro professionisti della filiera distributiva italiana: Daniele Colombo, Category manager area beverage di Esselunga; Giulia Corcos, Sales director di Tannico, leader dell’e-commerce
enologico; Alessandro Rossi, National category manager wine di Partesa, distributore nel canale Horeca, e Erika Mantovan, consulente di Sagna, realtà distributiva radicata nel territorio. Fanno tutti parte della giuria di esperti del Vinitaly Design Award 2026, proprio in virtù della loro capacità di offrire quattro punti di osservazione diversi sul modo in cui il vino comunica la propria identità.
VINCERE L’ATTENZIONE DEL CONSUMATORE
Il punto di partenza è il consumatore e la sua attenzione, sempre più contesa. Nella grande distribuzione, la decisione d’acquisto avviene in pochi minuti. «Le variabili decisive sono cinque: colore del vino, prezzo, regione di provenienza, denominazione e contesto di consumo» spiega Daniele Colombo di Esselunga. Tutto il resto (storia dell’azienda, terroir, filosofia produttiva) viene dopo, se c’è tempo. Attraverso l’etichetta, quindi, il vino deve riuscire a dire qualcosa che ne giustifichi la scelta tra centinaia di alternative. Nell’e-commerce, i tempi di attenzione si
opzioni in parallelo. Zoomma sulle etichette, legge diverse recensioni, controlla certificazioni, premi, ab binamenti» spiega Giulia Corcos di Tannico. «Tendenzialmente, il nostro acquirente-tipo dispone di un budget più alto rispetto a quello della GDO e predilige la comodità dell’acquisto online, che evita di caricare cartoni pesanti, offrendo la possibilità della consegna a casa».
LINGUAGGIO VISIVO
INNOVATIVO E COERENTE, ALLA PROVA DELLO SHIFT
GENERAZIONALE
L’immediatezza visiva dell’imballaggio è l’elemento che funziona trasversalmente. «La percezione del valore passa assolutamente dai materiali e dalla qualità del packaging» spiega Colombo. «Se in passato dominavano toni scuri, quasi aristocratici, ora le cromie delle etichette si sono fatte più tenui. Un tempo, le bottiglie in vetro chiaro erano una rarità, perché si pensava che la trasparenza fosse un deterrente. Oggi invece il consumatore viene attirato da
schezza anche quando il vino dentro la bottiglia è strutturato, invecchiato. Il confezionamento anticipa e costruisce l’esperienza prima ancora che questa cominci. «Nel canale digitale, è importante che le etichette funzionino perfettamente anche al 400% di ingrandimento, con QR code funzionanti e leggibilità impeccabile» aggiunge Corcos. «L’imballaggio arriva primo: i nostri scatoloni customizzati anti-rottura con tecnologia nido d’ape non proteggono solo la bottiglia, ma costruiscono fiducia ancor prima dell’unboxing». Il tema del digitale è presente anche nella GDO. «Esselunga fu pioniera di questa strategia di-
Stiamo lavorando a un sistema ibrido sofisticato: dall’etichetta si accede a storytelling interattivo, profili completi del produttore, pairing suggeriti dall’intelligenza artificiale, tracciabilità completa della filiera.
gital già alla fine degli anni Novanta, quando vennero inserite, accanto alle bottiglie, piccole schede contenenti informazioni su vitigno, gradazione, temperatura di servizio, anticipando ciò che oggi i QR code e le app enologiche cercano di fare in modo più sofisticato». Eppure il giudizio sul digitale rimane prudente: «Lo strumento più efficace — osserva Colombo — è ancora il passaparola». Oggi Esselunga evolve radicalmente il concetto, integrando fisico e digitale. «Stiamo lavorando a un sistema ibrido sofisticato: dall’etichetta si accede a storytelling interattivo, profili completi del produttore, pairing suggeriti dall’intelligenza artificiale, tracciabilità completa della filiera. Il digitale non sostituisce il passaparola, che resta imbattibile per la sua autenticità umana. Amplifica però il senso di convivialità legato alla degustazione del vino, portandolo più lontano: immagina un cliente che scansiona l’etichetta e trova non solo dati tecnici, ma anche il racconto del vignaiolo, il momento della vendemmia, suggerimenti di abbinamenti al cibo personalizzati. La tecnologia diventa ponte, non sostituto, della relazione».
Il cambiamento è evidente, ma non lineare. Ogni canale lo interpreta secondo le proprie logiche. È una precisione quasi chirurgica. «Sempre più spesso l’identità si costruisce online prima ancora dell’esperienza fisica. Alcuni brand internazionali hanno dimostrato che un restyling deciso, sostenuto da una forte presenza social, può conquistare notorietà prima ancora della presenza stabile in carta vini» sostiene Alessandro Rossi di Partesa. «L’etichetta deve dialogare con la storia aziendale» aggiunge Erika Mantovan di Sagna. «Innovare sì, ma senza rompere il patto di fiducia con chi già conosce quel vino. L’obiettivo è operare dei cambiamenti senza perdere la coerenza con la storia e l’universo valoriale del prodotto». Su questo punto anche Esselunga condivide un principio: la comunicazione si muoverà verso un linguaggio più veloce e meno formale, ma senza perdere riconoscibilità. «Serve un linguaggio comune che unisca tutti gli attori», osserva Colombo, soprattutto per parlare alle nuove generazioni.
L’etichetta non si progetta in astratto. Deve dialogare con la storia aziendale, con il territorio, con le aspettative del consumatore.
CREARE UN RACCONTO COERENTE, CHE INVOGLI ALL’ACQUISTO E FORTIFICHI L’ESPERIENZA DELL’UTENTE
Se nella GDO l’etichetta deve catturare lo sguardo in pochi secondi e nell’e-commerce deve reggere l’analisi ravvicinata dello schermo, nella distribuzione territoriale e nell’Horeca entrano in gioco altre variabili. Per Sagna, l’etichetta non è mai un esercizio grafico fine a sé stesso. «L’etichetta non si progetta in astratto. Deve dialogare con la storia aziendale, con il territorio, con le aspettative del consumatore» osserva Mantovan. Le cantine più giovani possono permettersi linguaggi più pop, scritte a mano, scelte cromatiche inattese. Ma produzioni storiche tendono a procedere con cautela. «Chi ha sette generazioni alle spalle non può sconvolgere. Si sposta un logo, si attenua una cromia. La coerenza è la variabile più difficile da mantenere». Se è vero che la grafica resta un elemento cruciale per creare engagement, soprattutto per i vini
entry level e per intercettare nuovi pubblici, nel canale Horeca la gerarchia di priorità si ribalta. «Al ristorante conta la mediazione del sommelier, che deve avere competenza e formazione specifica, necessarie a trasferire cultura ed esperienza al cliente» osserva Rossi. La bottiglia, quindi, non deve solo attrarre: deve essere raccontabile. Anche nel retail, tuttavia, l’esperienza non è solo visiva. Mantovan richiama l’importanza della dimensione tattile: filigrane, spessori variabili, contrasti tra lucido e opaco creano una percezione immediata di valore. «Sul territorio il tatto orienta quanto lo sguardo». È una comunicazione silenziosa ma potente. Colombo mette in guardia da un rischio comune a tutti i canali: l’eccesso di informazioni. «Etichette con troppi elementi (logo, payoff, annata, vitigno, note di degustazione) diventano dispersive invece di orientare. L’etichetta deve guidare lo sguardo del consumatore, non confonderlo». In un mercato affollato, la sintesi è una forma di rispetto.
NELLA PAGINA PRECEDENTE
IL FUTURO DEL VINO, TRA ESPERIENZA, TERRITORIO, RESPONSABILITÀ
La sostenibilità è un tema trasversale, ma assume significati diversi a seconda del canale. In questo senso, il digitale offre un vantaggio narrativo «Possiamo raccontare in modo dettagliato certificazioni bio, pratiche biodinamiche, metodi di raccolta manuale» precisa Corcos. La chiarezza e trasparenza rispetto ai dettagli della produzione e della filiera diventa parte del racconto che si integra nell’esperienza d’acquisto. Nell’esperienza di consumo horeca, emerge invece una difficoltà. «Molti tendono ad associare la sostenibilità esclusivamente alla produzione di vini naturali, ma non è così» osserva Rossi. Le pratiche virtuose sono più ampie e devono diventare parte della comunicazione veicolata dal personale di sala. La sfida è formativa oltre che comunicativa. Sagna amplia ulteriormente la prospettiva. Per Mantovan «la sostenibilità è un equilibrio complessivo che integra la dimensione umana, economica e ambientale». Non solo agricoltura, ma sistema.
Sul fondo agisce il cambiamento climatico, che influenza la produzione con gelate anomale e vendemmie anticipate che stanno modificando il lavoro in vigna. Corcos lo definisce «una sfida enorme per i vignaioli che sta già portando a ridisegnare la geografia del vino».
Nonostante le differenze di approccio, emerge l’esigenza di puntare sull’aspetto esperienziale del consumo, purché coerente con il proprio contesto. Nell’e-commerce questo si traduce nella creazione di percorsi personalizzati ed eventi fisici che servano a trasformare la community online in una comunità, attraverso un viaggio informato e consapevole che parte online e finisce nel quotidiano.
Nell’Horeca, la posta in gioco è più ampia. «Senza investimenti strutturali nell’hospitality, i territori e, di conseguenza, i prodotti rischiano di perdere centralità», osserva Rossi. In un mercato sempre più polarizzato tra fascia bassa e super premium, la sopravvivenza della fascia intermedia - cuore della produzione italiana - passa anche dalla capacità di offrire un’esperienza che vada oltre la bottiglia.
late, ma di una visione condivisa e di investimenti lungimiranti. «Dietro il vino c’è spesso una storia di generazioni e famiglia, una continuità legata a un territorio — spiega Mantovan — ed è questo nucleo narrativo che deve restare intatto, anche quando i linguaggi cambiano».
Senza investimenti strutturali nell’hospitality, i territori e, di conseguenza, i prodotti rischiano di perdere centralità.
Sul fondo restano le grandi variabili globali: il cambiamento climatico che ridisegna la geografia produttiva, le tensioni geopolitiche e i dazi che influenzano mercati lontani ma con effetti a catena anche sulle denominazioni italiane. Il vino, più di altri prodotti, è esposto a queste dinamiche perché profondamente legato al territorio e al tempo. Per i professionisti del futuro la sfida non consisterà nella creazione di una nuova identità, ma nella necessità di imparare a raccontare la propria in modi differenti: in tre secondi davanti a uno scaffale, in cinque minuti su una piattaforma online, attraverso le parole di un sommelier o nell’esperienza diretta di una visita in cantina.
La parità di genere non è uno slogan: è un metodo.
La Certificazione per la Parità di Genere UNI/ PdR 125:2022 nasce per incentivare le imprese ad adottare politiche concrete su opportunità di crescita, parità salariale, accesso ai ruoli apicali e tutela della genitorialità. È uno strumento per tutti i settori, e quello della stampa e del converting non fa eccezione. Per conoscerlo da vicino, ne abbiamo parlato con Martina Romano della società di consulenza Quaterr e con Elisabetta Brambilla, presidente di Eurolabel, azienda specializzata nella produzione di etichette che ha ottenuto la certificazione nel 2024.
È una community di donne, uomini e persone di tutte le identità che promuove iniziative e attività orientate a superare i pregiudizi di etnia, genere, orientamento sessuale, disabilità con riflessioni sui temi della diversità, inclusione, accessibilità e giustizia sociale. Opera nello specifico nell’industria del printing, del converting e della comunicazione visiva. L’associazione è parte del network internazionale Girls Who Print nato negli Stati Uniti e diffuso in diversi paesi nel mondo. www.girlswhoprint.it
Nel printing la parità di genere non è solo un tema “valoriale”: è un nodo strutturale che riguarda chi decide e come si lavora. Da un lato, nel settore pesa la scarsa presenza di diversità nei ruoli apicali, dove si definiscono strategie, investimenti e percorsi di crescita; dall’altro, nelle aree operative, incide su organizzazione dei turni, condizioni di lavoro, accesso alla formazione e continuità professionale. È su questo doppio piano – governance e produzione – che la parità diventa una leva industriale: influenza attrazione e retention dei talenti, qualità dei processi, reputazione e competitività. Ne abbiamo parlato l’11 febbraio nel corso del webinar dedicato alla Certificazione per la Parità di Genere UNI/PdR 125:2022 moderato da Alexia Rizzi, segretaria generale dell’associazione, e introdotto dalla presidente Martina Corradi che ha fatto il punto sulle attività in corso. L’incontro ha alternato due piani complementari: la “full immersion” tecnica di Martina Romano (Quaterr) e la testimonianza di Elisabetta Brambilla, presidente di Eurolabel, che ha raccontato cosa succede quando la certificazione entra nella vita reale di un’azienda di stampa.
Il contesto: la parità non è una “moda” Martina Romano è entrata subito nel punto: la parità di genere non è una moda e non è un obbligo normativo, ma in Italia resta un tema strutturale. Ha portato tre numeri che aiutano a definire lo scenario: il gender pay gap arriva fino al 20% (retribuzioni inferiori a parità di ruolo e responsabilità); il congedo parentale: sono 14,4 milioni di giornate utilizzate dalle donne nel 2023 contro i 2,1 milioni dagli uomini, con effetto diretto sulle carriere; infine, l’Italia è all’85° posto su 148 Paesi nel Global Gender Gap Index 2025 del World Economic Forum. Sono dati che, nel manifatturiero, si traducono in un rischio concreto: pipeline di talenti più fragile e minore capacità di trattenere competenze proprio mentre il settore chiede profili nuovi e trasversali.
Da PNRR alla prassi UNI/PdR 125:2022: come nasce la certificazione Romano ha ricostruito l’origine dello schema: la prassi UNI/PdR 125 nasce nell’alveo della Missione 5 del PNRR (coesione e inclusione) per accompagnare e incentivare le imprese – soprattutto PMI – ad adottare politiche concrete su opportunità di crescita, parità salariale, accesso ai ruoli apicali e tutela della genitorialità. Il punto centrale è metodologico: non bastano dichiarazioni d’intenti, serve uno strumento che
di GIRLS WHO PRINT ITALIA
MARTINA ROMANO Quaterr
MARTINA CORRADI GWP Italia
ELISABETTA BRAMBILLA Eurolabel
Divario globale di genere (Global Gender Gap)
Mentre il mondo affronta un periodo di incertezza economica, il futuro della crescita è legato al raggiungimento della parità di genere, che attualmente si trova ancora a 123 anni di distanza.
68,8% colmato
trasformi gli obiettivi in azioni misurabili e confrontabili nel tempo. A conferma, Romano ha citato un dato di mercato: a fine 2025 risultavano oltre 8.700 imprese certificate. Il principio guida è semplice e potente: misurare per poter migliorare. La certificazione è quindi una fotografia iniziale (dove siamo?) e un percorso (dove vogliamo arrivare?), non un bollino. L’impianto è pensato per essere accessibile anche alle micro e piccole imprese: il questionario e i KPI richiesti sono modulati per cluster in base al numero di dipendenti, con semplificazioni per le realtà più piccole.
Come funziona la valutazione
La UNI/PdR 125:2022 lavora su KPI qualitativi e quantitativi raccolti da fonti interne ed esterne. Ogni KPI contribuisce a un punteggio, con pesi diversi per area. Per ottenere la certificazione serve un minimo del 60%: non bisogna essere perfetti, bisogna dimostrare un livello di maturità minimo e un piano di miglioramento. La certificazione dura tre anni, con sorveglianze annuali: ogni anno si verificano soprattutto i KPI quantitativi e l’avanzamento delle azioni previste.
Dal punto di vista operativo, Romano ha descritto un percorso a
step: analisi preliminare e raccolta documentale, valutazione rispetto alla prassi (la checklist che attribuisce punteggi ai singoli requisiti), indivi duazione dei gap e definizione del piano di miglioramento, implemen tazione delle azioni (policy, forma zione, comitato guida, budget), fino all’audit di terza parte e al rilascio del certificato. L’idea, ha ribadito, è procedere per priorità e in modo sostenibile: “non tutto e subito”, ma miglioramento anno dopo anno.
Le sei aree: dove la parità diventa processo Romano ha dettagliato le sei aree su cui si concentra la prassi:
J Cultura e strategia: coerenza tra inclusione/parità e visione, valori, obiettivi; comunicazione interna e sensibilizzazione.
J Governance: equilibrio di genere in organi di indirizzo/controllo e posizioni apicali; processi per prevenire e gestire non inclusività.
J Processi HR: selezione, inserimento, formazione, valutazione e sviluppo; procedure che rendano i percorsi equi e tracciabili.
J Opportunità di crescita e inclusione: accesso a carriera, sviluppo e avanzamenti, individuando possibili “colli di bottiglia”.
J Equità remunerativa: retribuzio-
*Indice da 0 a 100 che indica quanto un indicatore sia vicino alla parità di genere.
Professioniste e figure tecniche
Donne in posizioni ministeriali
Dirigenti, manager e legislatrici
Le infografiche di queste pagine sono tratte dalla sezione “shareable” del Global Gender Gap Report 2025 -
Non bastano dichiarazioni d’intenti, serve uno strumento che trasformi gli obiettivi in azioni misurabili e confrontabili nel tempo.
ne e total reward (benefit, premi, welfare) distribuiti in modo uniforme.
J Genitorialità e conciliazione: politiche per permanenza, rientro e continuità (maternità e paternità). Per molte imprese, ha sottolineato Romano, il lavoro non è “inventare da zero” ma formalizzare ciò che già si fa: definire policy, ruoli, evidenze. Ed è lì che la certificazione diventa un acceleratore di metodo.
I benefici: ordine interno, mercato più vicino
La certificazione, se vissuta come percorso, genera valore. Internamente mette ordine (politiche, ruoli, processi), riduce ambiguità e migliora il clima: più coinvolgimento, più motivazione, meno turnover. All’esterno sostiene reputazione e attrattività: clienti e candidati guardano sempre di più a valori e pratiche reali.
A supporto, Romano ha citato alcuni studi: Gallup (State of the Global Workplace 2024) parla di +17% pro-
Donne nei parlamenti
Fonte: World Economic Forum (2025), Global Gender Gap Report 2025.
Fonte: World Economic Forum (2025), Global Gender Gap Report 2025.
Con il ritmo attuale, in quanto tempo le diverse regioni raggiungeranno la parità di genere?
duttività in aziende con pratiche di inclusione strutturate; Harvard Business Review segnala +19% di entrate legate all’innovazione per aziende più diversificate. E il Diversity Brand Index 2025 aggiunge un dato “di mercato”: i brand percepiti inclusivi registrano oltre +20% nella crescita dei ricavi e un passaparola più alto (fino a +69%), mentre i brand non inclusivi registrano passaparola negativo (–67%); il 32% non raccomanda nemmeno brand “neutrali”.
Incentivi e bandi: il tema economico Romano ha ricordato che la certificazione può attivare vantaggi economici: sgravi contributivi fino all’1% (con tetto massimo 50.000 euro) e premialità in bandi e gare. Sul fronte finanza agevolata, ha portato l’esempio del bando Regione Lombardia “Verso la certificazione della parità di genere” (2025–2027), con voucher a fondo perduto per consulenza e certifica-
Un’economia più intelligente valorizza le competenze delle donne
Le donne ottengono un’istruzione superiore più frequentemente degli uomini, ma tra le persone con istruzione terziaria le donne occupano solo il 29,5% delle posizioni di leadership senior.
zione, copertura fino all’80% delle spese ammissibili e massimali legati al numero di dipendenti. In Q&A è emerso anche che le finestre regionali sono cicliche: al momento del webinar risultava attiva la Lombardia, mentre il Lazio era appena chiuso e in precedenza c’erano state misure anche in Emilia-Romagna.
Il caso Eurolabel: quando la “normalità” diventa metodo La testimonianza di Elisabetta Brambilla ha mostrato cosa succede “a terra”. Eurolabel è un’azienda di famiglia con oltre 60 anni di storia (1964) e un’impronta femminile forte. La scintilla arriva nel 2023, grazie alla comunicazione sul bando lombardo: la reazione iniziale è quasi spiazzante, perché in azienda la parità era percepita come scontata. Poi la svolta: la certificazione è utile per dare all’esterno una fotografia credibile e, internamente, per costruire una struttura che valga nel tempo.
Stiamo formando talenti, ma non li stiamo utilizzando pienamente. Valorizzare le competenze delle donne significa sbloccare il pieno ritorno sugli investimenti fatti per decenni nell’istruzione, favorendo innovazione e progresso economico.
Il percorso è stato rapido e molto concreto: avvio a settembre 2023, primo audit a dicembre e certificazione ottenuta a febbraio 2024. Brambilla ha sottolineato che qui il lavoro è stato soprattutto “tirar fuori i dati”, riordinarli e presentarli nel modo giusto: molte pratiche erano già nel DNA aziendale.
Cosa cambia dopo: comunicazione, comitato, azioni piccole ma decisive Dopo la certificazione, racconta Brambilla, cambia prima di tutto la condivisione interna: formazione e comunicazione a tutti i livelli, perché chi lavora in reparto spesso non vede la “struttura” di policy e processi. E cambia il monitoraggio: KPI letti ogni anno per non “andare fuori rotta”. Poi arriva il comitato, che si riunisce ogni due/tre mesi e diventa un radar sui bisogni: l’esempio portato è l’assunzione di un giovane del Bangladesh con difficoltà linguistiche, affrontata attivando un corso di italiano in azienda. Anche questo, dice Brambilla, è il senso del percorso: non solo uomini e donne, ma equità a tutti i livelli.
La frase che resta: un “compagno di viaggio” per le PMI della stampa
In chiusura, Brambilla ha definito la certificazione un “compagno di viaggio”: aiuta le PMI a tenere d’occhio aspetti piccoli ma decisivi per serenità e sicurezza di chi lavora, e dà garanzie chiare a chi già c’è e a chi arriverà. In sintesi, il webinar ha consegnato al settore un messaggio chiaro: meno slogan, più metodo. La UNI/PdR 125:2022 non è un’etichetta: è un sistema di misurazione che trasforma la parità in processi, KPI e miglioramento continuo.
La registrazione del Webinar è disponibile nell’area riservata alle persone associate sul sito di Girls Who Print Italia. Scopri qui le possibilità per te (associazione individuale) o per la tua azienda.
Fonte: World Economic Forum (2025), Global Gender Gap Report 2025.
Fonte: LinkedIn Economic Graph Research Institute.
SULLA BUCCIA DEL FUTURO TUTTO
SULLE
ETICHETTE COMPOSTABILI
di PAOLA CARBONE
Lo vediamo, per abitudine, come se fosse un elemento naturale del prodotto. In realtà il bollino sulla frutta è un oggetto molto complesso.
È l’esito di una trasformazione progressiva che coinvolge strategie di marketing o sistemi di tracciabilità, ma anche innovazioni nei materiali e tecnologie di stampa.
Il celebre bollino blu nasce come gesto di riconoscibilità e di unicità. Quando la banana Chiquita comincia a viaggiare verso il mondo con il suo adesivo applicato direttamente sulla buccia, accade qualcosa di nuovo: la superficie stessa del prodotto diventa supporto di marca. La banana non è più soltanto banana, è “quella” banana.
Con il tempo, il bollino oltre a essere segno di riconoscibilità del brand, diventa strumento informativo e normativo. Le etichette possono riportare codici PLU, indicazioni di origine, certificazioni biologiche, marchi IGP e DOP. Un piccolo tassello che parla di origine, qualità e conformità di legge. Un micro spazio denso di informazioni. Con l’affermarsi di pratiche di economia circolare il bollino applicato sulla frutta entra anche nel perimetro della progettazione sostenibile.
Un nuovo scenario normativo
Con il PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation) l’etichetta rientra a pieno titolo in una strategia europea di sostenibilità per gli imballaggi. Il nuovo regolamento disciplina la gestione del packaging:
si deve progettare ogni componente dell’imballaggio in modo che sia coerente con il sistema di recupero previsto per quella tipologia di materiale. Anche il piccolo bollino applicato alla frutta.
Entro il 2030 saranno ammessi solo imballaggi progettati per essere riciclabili secondo criteri armonizzati. Accanto a questo principio generale, il PPWR disciplina in modo puntuale la compostabilità di specifiche applicazioni: tra queste le etichette adesive sull’ortofrutta e quelle associate a imballaggi destinati alla raccolta dell’umido, come sacchetti compostabili e carte a contatto con alimenti. Accogliendo una tendenza di mercato, la nuova norma agisce sulla coerenza tra progettazione, ciclo di vita e infrastruttura di trattamento del rifiuto.
Differenza tra biodegradabile e compostabile
L’etichetta applicata direttamente sulla buccia è destinata, nella maggior parte dei casi, a seguire la frutta nel rifiuto organico. Lo stesso discorso vale per le etichette sui sacchetti compostabili. Se tutti i suoi elementi non sono progettati per essere com-
patibili con il compostaggio, quel piccolo elemento si trasforma in un contaminante della frazione umida. Che si traduce in minore qualità del compost e minore efficienza degli impianti di trattamento dei rifiuti differenziati. È necessario distinguere tra biodegradabile e compostabile. La norma europea EN 13432 stabilisce criteri precisi e verificabili: il materiale deve degradarsi per almeno il 90% entro sei mesi in condizioni di compostaggio industriale controllato; deve disintegrarsi durante il ciclo di trattamento, senza lasciare residui visibili superiori ai limiti stabiliti; non deve rilasciare sostanze tossiche né metalli pesanti oltre le soglie consentite; il compost ottenuto non deve presentare effetti negativi sulla crescita delle piante. La conformità non riguarda quindi un singolo componente, ma l’intero sistema etichetta: supporto, adesivo, inchiostri, eventuali rivestimenti. Si comprende allora che il bollino, oggetto minimo per dimensioni, diventa tecnicamen-
te complesso per quanto riguarda materiali, progettazione e lavorazione industriale.
Dove andranno i nostri materiali?
La domanda potrebbe sembrare retorica, ma per chi progetta imballaggi è ormai centrale: dove finiranno quei materiali? In quale ciclo entreranno? L’industria delle etichette deve interrogarsi sul destino di quei pochi centimetri quadrati di materia una volta gettati insieme al frutto. Dal punto di vista dei materiali e della tecnologia, un’etichetta compostabile è un equilibrio delicato tra prestazione e transitorietà. Deve aderire con affidabilità a una superficie biologica irregolare, resistere a umidità, condensa, manipolazione e refrigerazione, mantenere leggibilità e integrità durante la distribuzione. E allo stesso tempo deve scomparire, trasformandosi in biomassa, anidride carbonica e acqua nel processo di compostaggio industriale senza lasciare residui visibili o contaminanti.
RACCOLTA ORGANICA: PERCHÉ FARLA
Quando scarti alimentari e residui biodegradabili vengono raccolti correttamente, entrano in una filiera industriale capace di restituire valore alla materia. Negli impianti di compostaggio aerobico, in presenza di ossigeno, batteri e funghi attivano processi di ossidazione controllata che trasformano la sostanza organica in compost stabile e igienizzato, ricco di humus, utilizzato in agricoltura e nel verde urbano come ammendante naturale.
Nella digestione anaerobica, invece, l’assenza di ossigeno guida la degradazione verso la produzione di biogas, miscela ricca di metano valorizzabile come energia rinnovabile o biometano. Il residuo può essere ulteriormente compostato. È una filiera strutturata, con ricavi dalla vendita di compost ed energia. Quando l’organico finisce nell’indifferenziato o in discarica, gli stessi processi avvengono in modo incontrollato: si liberano metano, un potente gas serra, e percolato, liquido inquinante che richiede trattamenti onerosi. In sostanza si perde materia prima e si aumentano emissioni e costi collettivi. Separare correttamente l’umido oltre a essere un gesto civico, è una scelta industriale che genera valore e riduce impatti. L’industria del riciclo della frazione umida è una delle più strutturate dell’intero ciclo dei rifiuti, e in Italia rappresenta più del 40% della raccolta differenziata.
Il supporto: carta certificata o biopolimeri compostabili
Per bollini applicati direttamente sulla frutta, la scelta del supporto deve integrarsi correttamente nel processo di compostaggio industriale. Le soluzioni oggi più diffuse sono due. La prima è la carta non patinata o con coating compostabile, realizzata con fibre cellulosiche, vergini o riciclate, progettata per disintegrarsi rapidamente nel compost.
La seconda opzione è rappresentata dai film in biopolimeri compostabili, in particolare il PLA (acido polilattico). Il PLA viene sintetizzato a partire da risorse rinnovabili, come amido di mais o canna da zucchero. Nel compostaggio industriale, a temperatura di oltre 50 °C, elevata umidità e attività microbica, subisce idrolisi e successiva biodegradazione fino a trasformarsi in CO₂, acqua e biomassa. È importante ribadire che bio-based e compostabile non coincidono. L’origine vegetale di un materiale non ne
garantisce automaticamente la conformità ai criteri di compostabilità. Vale anche per la carta: pur essendo costituita da fibre naturali, durante la trasformazione può incorporare additivi, coating o trattamenti che ne compromettono la degradazione nel processo industriale.
Gli inchiostri dei bollini
Se il supporto è compostabile ma l’inchiostro non lo è, l’etichetta nel suo complesso non può essere considerata conforme. Gli inchiostri per etichette destinate alla frazione organica devono soddisfare due requisiti principali: non ostacolare il processo di biodegradazione e non rilasciare sostanze tossiche. Le formulazioni più idonee sono inchiostri a base acqua o comunque privi di metalli pesanti, solventi aromatici e sostanze classificate come pericolose per l’ambiente. La norma EN 13432 stabilisce limiti precisi per elementi come piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente, oltre a richiedere test di
WIKIRICICLO GLOSSARIO MATERIALI
CARTA
A base di fibre cellulosiche ottenute da legno o da riciclo o altre fibre naturali. È naturalmente biodegradabile e, se priva di coating plastici o trattamenti non compatibili, può essere compostabile.
PLA (ACIDO POLILATTICO)
Polimero derivato da zuccheri fermentati (mais, canna da zucchero). È compostabile in impianti industriali a temperatura e umidità controllate. Non lo è in ambiente domestico né biodegradabile in tempi rapidi in natura.
PHA (POLIIDROSSIALCANOATI)
Biopolimeri prodotti da microrganismi attraverso processi fermentativi. Possono biodegradarsi anche in ambienti naturali, inclusi suolo e ambiente marino in tempi che variano in base alla sua composizione.
BIODEGRADABILE
Si definisce biodegradabile un materiale che può essere decomposto da microrganismi in sostanze semplici come acqua, CO2 e biomassa. Il termine non indica né i tempi né le condizioni in cui si degrada.
LCA (LIFE CYCLE ASSESSMENT)
eco-tossicità sul compost risultante. Nel caso di contatto con bucce edibili l’inchiostro potrebbe anche rispettare la normativa sui materiali a contatto con alimenti (MOCA), ed evitare migrazioni indesiderate.
Ancora una volta la compostabilità non dipende solo dalla biodegradazione chimica del prodotto, ma dall’assenza di effetti negativi sul compost finale, che deve mantenere qualità agronomica e sicurezza ambientale.
Gli adesivi
Il punto più delicato nella progettazione di un’etichetta compostabile è l’adesivo. Deve garantire una presa affidabile su superfici biologiche irregolari, spesso cerose, umide o soggette a condensa, come la buccia di mele, agrumi o kiwi. Deve resistere a manipolazioni, refrigerazione e sbalzi termici lungo tutta la distribuzione. E, al termine della sua funzione, deve scomparire: disintegrarsi nel processo di compostaggio senza
Metodologia di analisi che valuta gli impatti ambientali di un prodotto lungo l’intero ciclo di vita: materie prime, produzione, uso e fine vita. È uno strumento chiave per confrontare materiali su basi misurabili.
GAS SERRA
Gas che trattengono il calore nell’atmosfera e per questo sono detti climalteranti. Tra i principali: CO2, metano (CH4) e protossido di azoto (N2O).
METALLI PESANTI
Sono elementi come piombo, mercurio, cromo, cadmio, e arsenico. Usati spesso nei processi industriali e nei materiali. Se si accumulano risultano pesantemente tossici per l’ambiente e la salute dell’uomo.
IDROLISI
Reazione chimica in cui una molecola viene scissa per effetto dell’acqua. Nei polimeri compostabili, come il PLA, l’idrolisi è il primo stadio della degradazione: frammenta le catene polimeriche rendendole assimilabili dai microrganismi.
EN 13432
Norma europea che definisce i requisiti di compostabilità degli imballaggi. Stabilisce criteri precisi di biodegradazione, disintegrazione, assenza di effetti tossici e limiti per metalli pesanti nei materiali destinati al compostaggio industriale.
lasciare residui plastici o microframmenti persistenti.
Gli adesivi impiegati in queste applicazioni appartengono alla famiglia dei pressure sensitive adhesives (PSA), sistemi che aderiscono con una semplice pressione e non richiedono attivazione termica o solventi. Tradizionalmente molti PSA sono di natura acrilica. Nella pratica operativa di alcuni impianti, si possono tollerare quantità limitate di adesivi acrilici non compostabili, purché non compromettano la qualità del compost finale. Non si tratta però di una soglia normativa armonizzata a livello europeo né di una conformità alla EN 13432, bensì di una gestione tecnica interna legata alla capacità di selezione e trattamento dell’impianto. Per questo cresce la richiesta di soluzioni adesive pienamente compostabili, capaci di coniugare performance tecnica e compatibilità con il ciclo biologico.
Per sempre ma non in eterno
L’etichetta sulla frutta viene applicata alla fine delle linee di trattamento, dopo che il prodotto è stato lavato e misurato. Qui lavorano macchine ad alta velocità dotate di teste multiple e sistemi ottici che “leggono” la superficie del frutto, ne riconoscono la posizione e depositano il bollino con una pressione calibrata o un leggero soffio d’aria. Centinaia di etichette in tempi ridotti su superfici irregolari, talvolta umide, delicate, senza intaccare la buccia. Un’adesione sufficiente a resistere alla movimentazione, ma non così invasiva da compromettere il prodotto.
Oggi la ricerca si concentra soprattutto sull’adesivo. La sfida consiste nel mantenere livelli comparabili ai PSA convenzionali. Si cercano le stesse prestazioni per quanto riguarda tack (la presa iniziale dell’adesivo), coesione e resistenza. Ma si tiene presente la necessità di una succes-
Oggi la ricerca si concentra soprattutto sull’adesivo. La sfida consiste nel mantenere livelli comparabili ai PSA convenzionali.
siva degradazione controllata negli stabilimenti di compostaggio.
Le proposte vanno dai biopolimeri con legami che si rompono in presenza di umidità e microrganismi, o polimeri microbici come i PHA che possiedono una biodegradabilità intrinseca. Oppure formulazioni a base di polisaccaridi naturali, come il chitosano o la carragenina, che opportunamente bilanciate, assicurano adesione e resistenza all’umidità senza lasciare tracce persistenti.
Un’etichetta compostabile deve restare al suo posto quanto serve e non un giorno di più. Perché a volte nei materiali, come in altre scelte, il “per sempre” può non essere un bene per noi e il nostro pianeta.
GRAZIE A
Claudio Magnani Responsabile acquisti di Apofruit
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Esperto di Corporate Branding e linguaggi di Marca. Dopo aver maturato un’esperienza di oltre 15 anni nelle più interessanti realtà del settore a Londra, Angelo Ferrara ha assunto la direzione strategica e creativa dell’area Corporate Branding di Robilànt Associati, di cui è diventato Partner nel 2012. Un raro talento nel cristallizzare design e strategia lo ha portato ha sviluppare e dirigere progetti di branding per clienti di altissimo profilo. È a capo delle attività di Corporate Social Responsability di Robilànt Associati ed è responsabile dei progetti pro-bono e di comunicazione interna che l’azienda realizza.
Per molto tempo il labelling è stato il luogo deputato alla dichiarazione di valore. Carte più spesse, ori più brillanti, vernici più lucide: l’etichetta come prova visibile di una promessa premium. Un certificato estetico che doveva convincere, rassicurare, sedurre. Viviamo in un’epoca in cui la sovra-narrazione ha consumato la fiducia. L’eccesso di segni ha svuotato il significato. Il packaging, e l’etichetta in particolare, non è più chiamato a “nobilitare” ciò che non lo è. Deve, piuttosto, non tradire ciò che già è nobile.
La fine dell’oro come simbolo, l’inizio dell’oro come senso.
Se un tempo “dorato” era sinonimo di valore superiore, oggi l’oro ha perso il suo potere retorico. Non perché non sia prezioso, ma perché il linguaggio è inflazionato. Il nuovo lusso non brilla: respira. Non ostenta: lascia immaginare.
L’arte come nuovo linguaggio del labelling. Il labelling può diventare arte. Non più decorazione, ma strumento di narrazione e identità. Ogni carta, inchiostro e dettaglio materico diventa gesto narrativo. Il labelling smette di essere superficie e diventa canvas narrativo, confine tra interno ed esterno, tra contenuto e mondo. Coinvolgere artisti arricchisce il progetto: visioni nuove, segni inaspettati, personalità uniche, trasformando ogni etichetta in opera condivisa tra prodotto e talento.
L’imperfezione come nuova grammatica del vero. In un mondo che cerca autenticità, la perfezione industriale appare sospetta. Qui può nascere una nuova estetica del premium: ogni etichetta leggermente diversa racconta una verità più profonda di mille certificazioni. Qualcuno ha scelto di non cancellare la realtà.
ph. Carola Guaineri / Anita Cerrato
Dal “finito” al “sincero”.
Paradossalmente, un prodotto che appare “non finito” può risultare più nobile di uno eccessivamente lucidato. Lascia intravedere il processo, la materia, il tempo. Per il food e il beverage, il consumatore cerca una relazione intima, non una promessa astratta. La qualità si sposta: dalla superficie al contenuto, dalla promessa alla presenza.
Kintsugi: imparare un nuovo labelling.
L’arte giapponese del Kintsugi ripara con l’oro senza cancellare le fratture. Traslata nel labelling, diventa un modello da seguire: un esempio concreto di come progettare etichette che raccontano la verità del prodotto. Non ornamento superfluo. Non difetto. Ma racconto fra le pieghe, fra i dettagli, fra le insenature.
Un workshop di Kintsugi mi ha permesso di comprendere questa pratica come un metodo progettuale, oltre che come tecnica artigianale. L’esperienza ha rafforzato il mio approccio al branding e al labelling: partire da ciò che è essenziale e costruire identità attraverso livelli successivi. Applico questa filosofia ai miei progetti valorizzando processo, stratificazione e continuità, lasciando che materiali, decisioni e trasformazioni contribuiscano alla narrazione visiva.
Il Kintsugi è diventato un riferimento per sviluppare sistemi di marca che crescono nel tempo, dove ogni intervento aggiunge significato e rafforza l’identità.
Ecco alcune lezioni pratiche che il Kintsugi ci potrebbe insegnare nel labelling:
J Mostra, non nascondere: Le imperfezioni raccontano lavoro e tempo; non cancellarle.
J Rispetta la materia: Carta, inchiostro, stampa: lascia parlare la loro natura.
J Valorizza le differenze: Piccole variazioni tra etichette simili creano unicità, non errori.
J Trasforma la fragilità in forza: Ogni frattura diventa parte della bellezza.
J Crea resilienza visiva: Non lusso ostentato, ma un prima, un durante e un dopo: un linguaggio duraturo, coerente e sincero.
Seguire questo approccio significa imparare un nuovo tipo di labelling: uno che non cerca di convincere, né di impressionare, ma accompagna il prodotto con verità, coerenza e rispetto. Un’etichetta che segue la filosofia Kintsugi è semplice, sincera, unica. Il valore non ha bisogno di gridare: respira.
Verso un’etichetta che non grida, ma resta.
Forse la nuova età dell’oro non è quella che luccica, ma quella che dura. Un’epoca in cui il labelling non è più maschera, ma dichiarazione silenziosa di onestà. Un’etichetta che non cerca di convincere, ma di essere coerente. Che non urla il valore, ma lo incarna.
E in questa nobilitazione misurata, il packaging torna a fare ciò che ha sempre fatto nei suoi momenti migliori: rendere visibile l’anima delle cose.
ND E A SS OCIATE
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Nobilitazione “mainstream”: la nuova grammatica delle etichette
Oggi il label embellishment passa attraverso processi stabili e ripetibili, mix di tecnologie che mettono automazione e integrazione al centro e approccio contemporaneo alla tecnologia digitale.
di ALEXIA RIZZI
Tra gli elementi che compongono il pack di un prodotto, l’etichetta è quello per cui il valore non solo estetico ma, soprattutto il percepito, è conferito da quell’insieme di lavorazioni e finiture che, per comodità, si riassumono con il termine nobilitazione.
Vernici selettive che aggiungono tattilità, metallizzazioni che inseguono la luce, rilievi, soft-touch, micro-dettagli che rendono uno stampato riconoscibile e di grande appeal.
Il riferimento per l’aggiornamento tecnologico in ambito di etichette è Labelexpo, fiera internazionale che si svolge ogni anno alternandosi tra l’Europa e gli USA. La scorsa edizione ha mostrato l’evoluzione di un trend già in essere che vede la nobilitazione delle etichette non più come una fase opzionale ma come parte integrante del processo produttivo.
Una tendenza dettata da un mercato che vede le SKU aumentare, le tirature diventare sempre più brevi e le versioni moltiplicarsi. Ma non solo la personalizzazione entra sempre più nelle strategie di marca e il time-to-market si comprime. È emblematico che in questo scenario la fiera di riferimento per il mondo del labeling abbia esteso il proprio perimetro di competenza anche alla nobilitazione dell’outer packaging, segnalando che gli effetti premium sono un linguaggio trasversale che tocca etichette, sleeve, astucci e, in alcuni casi, il packaging flessibile ad alto valore. E che sempre più spesso anche le linee di produzione in chiave di una sempre maggiore versatilità sono trasversali a diverse applicazioni: pensiamo ad esempio alle soluzioni in grado di stampare sia etichette sia packaging flessibile, per fare l’esempio più comune.
Tre leve che rendono la nobilitazione scalabile
Volendo indentificare tre parole chiave per fotografare lo stato dell’arte dell’evoluzione della produzione di etichette a valore aggiunto, i punti chiave sono: digitalizzazione, modularità e automazione. La digitalizzazione indica non solo includere gli effetti di embellishment in fase di progetto, ma tradurli immediatamente in file esecutivo in ottica di dato va-
IN APERTURA: Carinae Kanobos, Dizen, Pentawards Silver 2025
SOPRA: Sakar Camaiola Bio Ninfo Sarrapochiello, FSEA Gold Leaf Awards 2024 e Amaro Seneghe, Basile ADV/ Vimem, Pentawards Silver 2025
La nobilitazione realizzata con tecniche convenzionali resta un riferimento quando è richiesta produttività, coprenze importanti e matericità dell’effetto sulle grandi tirature.
riabile, in grado di cambiare da una versione all’altra riducendo i tempi morti in prestampa. Modularità significa costruire linee che crescono per step, con unità inseribili in linea o nearline, così da adeguare la capacità produttiva al mix lavori e all’evoluzione della domanda. L’automazione, infine, è la condizione che rende tutto sostenibile: meno dipendenza da manodopera esperta – sempre più difficile da reperire – maggiore ripetibilità, avviamenti guidati, scarti sotto controllo.
Produzione ibrida come standard La nobilitazione realizzata con tecniche convenzionali resta un riferimento quando è richiesta produttività, coprenze importanti e matericità dell’effetto sulle grandi tirature: serigrafie a elevato spessore e verniciature, oppure quando il progetto prevede standard qualitativi elevati, come l’applicazione di foil a caldo con specifiche lavorazioni artistiche. Per contro l’economia dei micro-lotti spinge verso la finitura digitale, che elimina la necessità di telai e cliché, accorcia gli avviamenti e rende profittevoli lavorazioni premium anche sulle brevi tirature. Il risultato è una convergenza tra moduli digitali che convivono con unità tradizionali e con funzioni di converting integrate, dove la composizione ibrida delle linee di produzione non è più un’ec-
cezione tecnologica ma diventa una configurazione sempre più consueta nelle sale stampa dei produttori di etichette.
Un effetto di questo scenario è la componentizzazione dell’embellishment: non solo linee complete, ma anche moduli e barre di stampa pensati per essere integrati su impianti esistenti. In pratica, l’effetto premium entra come un componente di processo, flessibile e semplice da aggiungere alla linea di produzione. Questa tendenza apre nuovi scenari per i converter che vogliono testare nuove nicchie o presidiare la fascia alta senza dover riprogettare l’intero flusso produttivo.
Embellishment “on demand”
Una delle tendenze più mature è la finitura digitale in bobina, dove spot UV, vernici selettive e vernici a spessore possono essere applicate a registro con continuità produttiva. Qui l’obiettivo non è soltanto ottenere l’effetto “wow”, ma farlo diventare ripetibile: parametri di processo, ricette salvate, setup rapidi, stabilità del registro. Nella stessa logica si inserisce la metallizzazione digitale, in cui uno strato depositato in modo selettivo può funzionare anche da adesivo per trasferire il foil solo dove serve, con dettagli sottili e libertà creativa su piccole e medie tirature. La nobilitazione diventa più accessibile perché è meno legata ai costi di av-
viamento e più vicina a un modello industriale. Un dettaglio da considerare è che dipende dalla preparazione del supporto, dal priming quando serve e dalla compatibilità tra inchiostri, vernici, adesivi e liner. Per questo la nobilitazione porta con sé anche un lavoro di standardizzazione dei materiali, soprattutto su film, carte naturali e supporti speciali.
Gli effetti tattili non sono più una nicchia: texture, rilievi multistrato, contrasti lucido/opaco e soft-touch costruiscono una percezione di qualità immediata e, soprattutto, memorabile. Nel corso dell’ultima LabelExpo si è vista una ricerca sempre più raffinata sui micro-dettagli: pattern sottili, effetti localizzati, combinazioni di materiali che rendono sempre più l’etichetta in un oggetto piacevole da toccare, non solo da guardare.
Nobilitazione digitale
Si riconferma anche la pratica, ormai parte delle consuetudini dei produttori di etichette, di stampare con tecnologia mista anche nel caso in quello che in gergo è denominato il “ripassaggio”. Una tecnica che prevede la stampa di quadricromia in offset e un secondo passaggio della bobina, impiegando sistemi di stam-
pa digitale che integrano vernici o colori speciali con gold e silver. Questa modalità è impiegata oggi in larga scala in quanto le macchine digitali di ultima generazione, oltre a produrre effetti speciali importanti, offrono una sempre maggiore produttività e precisione di registro, indispensabili per garantire un risultato di qualità elevata a fronte di tempi di produzione e marginalità competitivi.
La crescita della nobilitazione digitale procede di pari passo con il converting “tool-less”. Taglio digitale e fustellatura laser riducono i vincoli tipici dei lavori brevi, accelerano i cambi e rendono praticabili forme complesse o varianti frequenti. Eliminare, o almeno ridurre, la dipendenza dalla fustella è un vantaggio competitivo quando il mix lavori cambia ogni giorno.
Ma la vera svolta è il controllo integrato. Ispezione 100%, monitoraggio del registro, gestione più automatizzata della matrice di scarto e logiche di closed-loop riducono le derive di processo e rendono la nobilitazione più industriale. Un effetto premium è profittevole solo se è costante: la qualità deve essere ripetibile, non episodica. In più, la stessa infrastruttura di controllo aiuta a la-
Gli effetti tattili non sono più una nicchia: texture, rilievi multistrato, contrasti lucido/ opaco e soft-touch costruiscono una percezione di qualità immediata.
vorare con meno avviamenti, meno ribobinature, meno spreco di film e di vernice, con un’attenzione crescente a topcoat protettivi e, dove compatibile, formulazioni a base acqua.
I vantaggi per i mercati applicativi La nobilitazione che diventa mainstream crea valore in mercati molto diversi. Nel wine&spirits e nel beauty è brand experience: l’etichetta deve sedurre a scaffale e raccontare il posizionamento. Nello specialty food e nelle edizioni limitate è storytelling: varianti, campagne stagionali, personalizzazioni e co-marketing. Nell’industriale è performance: resistenza, durata, leggibilità, protezione. E cresce l’area trasversale di sicurezza e accessibilità, dove micro-pattern, effetti tattili e finiture funzionali possono aiutare sia l’inclusività sia strategie anti-contraffazione. Oggi, non si tratta più di decidere se applicare la nobilitazione, ma come progettarla, scegliere la tecnologia giusta per il mix lavori, costruire una piattaforma aggiornabile e mettere l’automazione al centro. All’embellishment è richiesto di essere replicabile e un’etichetta che funziona davvero è quella in cui la tecnologia non si nota ma se ne percepisce il risultato.
SOPRA: Ito Gin, Analogue, Pentawards Silver 2025 e G.Low, Advision, Pentawards Bronze 2025