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Stadium n. 18/2026

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DAL 1906 LA VOCE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO

POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE- AUT. 66/2011 STAMPE IN REGIME LIBERO

#18

luglio/2026

Il campo sotto il campanile Perché sport e oratorio hanno ancora bisogno l’uno dell’altro

L’INTERVISTA Sandro Donati: lo sport senza scorciatoie

FOCUS La Chiesa e il calcio: una storia tutta italiana

ATLANTE SPORTIVO Enhanced Games: fin dove può spingersi lo sport?


Marsh Risk e CSI, insieme per la tua sicurezza Marsh Risk è al fianco dei tesserati, delle associazioni e delle società sportive per trovare le soluzioni assicurative più adatte alle loro esigenze.

www.marshaffinity.it/csi/ La presente scheda ha finalità di marketing e non impegna il broker o l’assicuratore, per il quale valgono le condizioni contrattuali presenti nel set informativo. Prima della sottoscrizione leggere il set informativo disponibile su https://www.marshaffinity.it/csi/. © 2026 Marsh. All rights reserved.

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Parola di Presidente

Ancora prima dello sport, lo sguardo Lo sport diventa davvero educativo quando ci insegna a vedere, prima dell’atleta, la persona

Vittorio Bosio

Presidente nazionale CSI

S

fogliando le pagine di questo numero di Stadium mi sono trovato a riflettere su un aspetto che attraversa, in modi diversi, molte delle esperienze raccontate. Prima ancora delle attività, dei progetti o dei risultati, ciò che fa davvero la differenza nello sport è lo sguardo con cui scegliamo di incontrare le persone. Può sembrare un dettaglio, ma non lo è. È dallo sguardo che nasce il nostro modo di educare. È da lì che decidiamo se fermarci alla prestazione oppure riconoscere, prima di tutto, la persona. Ogni atleta, ogni bambino, ogni ragazzo, ragazza, ogni famiglia porta con sé una storia, delle attese, talvolta delle fragilità. Lo sport diventa davvero un’esperienza educativa quando qualcuno sa accogliere quella storia e accompagnarla con responsabilità e fiducia.

Lo sguardo si traduce sempre in scelte concrete. È quello con cui un allenatore incoraggia chi è in difficoltà, un dirigente accoglie una famiglia, una società sportiva decide se inseguire soltanto il risultato oppure investire nella crescita delle persone. È lo sguardo che sa riconoscere il talento senza dimenticare la dignità di chi quel talento è chiamato a esprimere. In fondo, ogni autentico progetto educativo nasce proprio da qui. Viviamo un tempo attraversato da cambiamenti profondi. Cambiano le comunità, gli oratori, i bisogni delle famiglie e dei giovani, così come le modalità con cui ci si avvicina allo sport. Di fronte a queste trasformazioni potremmo essere tentati di custodire semplicemente ciò che abbiamo sempre fatto. Credo, invece, che siamo chiamati a custodire qualcosa di molto più importante: quei valori che danno senso al nostro impegno e che ci aiutano a leggere il presente senza perdere la direzione. Anche il Centro Sportivo Italiano è chiamato ogni giorno a questo esercizio di responsabilità. Custodire non significa restare fermi. Significa continuare a mettere la persona al centro, riconoscendone il valore e la dignità, e costruire alleanze educative capaci di far crescere le comunità. È questa, da sempre, la vocazione delle nostre società sportive, dei nostri oratori e di tutte quelle realtà che scelgono di vivere lo sport come un servizio educativo. Nessuno educa da solo:

è la comunità, con la ricchezza dei suoi carismi, delle sue competenze e della generosità di tanti volontari, a rendere possibile un’autentica esperienza di crescita. Le storie raccolte in questo numero ce lo ricordano con forza. Lo sport esprime il suo valore più autentico quando crea relazioni, genera fiducia, favorisce l’inclusione e offre a ciascuno la possibilità di sentirsi parte di una comunità. È lì che una palestra, un campo sportivo o un oratorio diventano luoghi in cui si impara non solo a giocare, ma anche a vivere insieme e a prendersi cura gli uni degli altri. Come CSI vogliamo continuare a percorrere questa strada con convinzione. Non perché sia la più semplice, ma perché siamo certi che sia quella più fedele alla nostra missione. Ogni volta che scegliamo di guardare una persona prima ancora della sua prestazione, ogni volta che costruiamo una comunità capace di accogliere, ascoltare e educare, contribuiamo a dare allo sport il suo significato più profondo e a renderlo una concreta occasione di speranza. È questo lo sguardo che siamo chiamati a coltivare ogni giorno. Uno sguardo capace di riconoscere il bene presente in ogni persona, di far crescere relazioni autentiche e di costruire comunità aperte e accoglienti. Perché è da questo sguardo che nasce il futuro dello sport e la possibilità di rendere il nostro servizio sempre più fedele alla missione educativa del CSI. Buona lettura. #18-2026 | 1


Sommario

Colophon

Parola di Presidente

1

Editore e Redazione

L’angolo dell’Assistente

3

Sport in Comune A Nova Siri lo sport motore di turismo e acceleratore di sviluppo

4

Centro Sportivo Italiano Via della Conciliazione, 1 - 00193 Roma www.centrosportivoitaliano.it comunicazione@csi-net.it

6

Trimestrale

Dossier

Un pallone in oratorio fa la differenza

Attualità

Oltre lo sguardo: lo sport che insegna a camminare insieme

L’intervista Alessandro Donati: così la metodologia dell’allenamento forma la persona

Periodicità Direttore responsabile

16

Alessio Franchina

Direttore editoriale Vittorio Bosio

18

Redazione

22

Felice Alborghetti, Daniela Colella, Massimiliano Dilettuso, Giorgia Magni (caporedattrice), Alessio Molinari Bucarelli, Laura Politi, Laura Sanvito

26

Foto

Il pallone dell’oratorio: le radici cattoliche della diffusione del calcio in Italia

32

Fisco&Sport

Segreteria di redazione

34

Laura Sanvito

Zoom Un calcio oltre il campo, con i grandi Nati nel CSI

In fondo all’oro… l’uomo

Focus

FISI/Pentaphot, Enhanced Games, Comune di Nova Siri, Matteo Piano, Alessandro Donati

Grafica

Atlante sportivo

Enhanced Games: i giochi di Las Vegas tra doping e miliardi

36

#VitaCSI, il territorio al centro

40

Pillole di Storia

46

Pagine di Sport

47

CineSport

48

Roberto Mattiucci, Loretta Pizzinga

Hanno collaborato Francesco Piccone, Massimo Libero Mangieri, Nicola Battista, Cristina Speziale, Giuseppe Ricciardi, Mirko D'Amato, Federico Minniti, Alessio Di Francesco, Giacomo Mattioli, Massimo Tavella, Agnese Gagliano, Gaia Tozzo, Agnese Vescovo, Giuseppe Porqueddu, Miranda Parrini, Sergio Sartori

Stadium è iscritto presso il Tribunale di Roma Sezione Stampa al n. 158/2021 del 5/10/2021 Stampato da Varigrafica Alto Lazio, Zona Ind.le Settevene - 01036 Nepi (VT) Italia - su carta Fedrigoni Arena White Smooth da 140 gr. biodegradabile e riciclabile

PER CONTATTARE LA REDAZIONE Telefono 06 68404550 Email stadium@csi-net.it Web www.stadiumcsi.it 2|


L’angolo dell’Assistente

Custodi o guardiani dello sport? “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.” Gen. 2,15

don Luca Meacci

N

Assistente Ecclesiastico nazionale CSI

on c’è dubbio, la Bibbia parla chiaro! L’uomo è posto nel creato perché ne sia il custode, il coltivatore. Questa verità biblica la possiamo applicare allo sport, al ruolo che l’uomo ha nei confronti di uno dei frutti del suo ingegno e della sua passione, affinché il tempo non passi noiosamente, ma si nutra di gare, competizioni, record da superare, performance da raggiungere, vittorie da celebrare e sconfitte da riconoscere. Siamo responsabili di un grande tesoro e solo noi possiamo deteriorarlo, riducendolo ad affarismo, ricerca di prestigio personale, strumento di potere. Certi fatti accaduti durante l’ultimo mondiale di calcio, ci hanno lasciato sgomenti: rischiamo di infangare ciò che è bello nella sua purezza. Basta riflettere sul significato delle parole per comprendere il compito di chi vive lo sport, in

particolare le donne e gli uomini del CSI. Chi coltiva si prende cura della terra e delle piante, sviluppa con cura passioni, rapporti e idee. Il latino, colere, richiama l’abitare, l’aver cura, il venerare. Allo stesso modo, il custode non si limita a sorvegliare: protegge, accompagna e favorisce una crescita armoniosa, prendendosi cura di luoghi e persone. Chi incarna questi compiti nell’ambito sportivo e le parrocchie, gli oratori, non sono esclusi, anzi sempre di più sono chiamati a vivere e promuovere lo sport come sfida pastorale e occasioni di annuncio del Vangelo, ma anche solo come occasione di crescita fraterna della comunità. Non saprei trovare un termine o coniarne uno nuovo per sintetizzare il compito del coltivatore e custode sportivo, però so quale è il suo compito nella Chiesa: cura e custodisce il contesto comunitario affinché dei sogni possano realizzarsi; rende la Comunità attenta e sensibile alla bellezza dello sport, per coglierne la valenza educativa e l’occasione per crescere come “squadra” comunitaria. Custodisce e coltiva progetti che fanno incontrare persone, le fanno sentire accolte e a casa; aiuta, dai più piccoli ai grandi, a mettere a frutto i propri talenti sportivi e, riconoscendo i propri limiti, nell’esperienza sportiva, offre occasioni per migliorarsi e superarli. Con decisione estirpa le “erbacce”, protegge sogni e progetti; educa la mente a seguire con impegno e costanza una disciplina sportiva, la fa diventare una passione e la difende da ogni pericolo, stabilendo regole che aiutano tutti

a vivere e celebrare lo sport nella sua più bella espressione. Uscendo e ringraziando per questa analogia col mondo agricolo, credo che atleti, tecnici, arbitri e dirigenti, di Federazioni ed Enti, debbano considerare questa opportunità che appartiene a tutti, nessuno può “metterci il cappello”: lo sport è della Comunità umana. Credo che il disegno di Legge sull’Educazione non formale, la scelta del Ministero dello sport di un bando per l’edilizia sportiva e tutti quegli ordinamenti delle Regioni che riconoscono il valore educativo dello sport e in particolare degli oratori, devono trovare la Chiesa attenta e pronta a prendere sempre più in considerazione l’attività sportiva come scelta pastorale. In ambito ecclesiale siamo tutti consapevoli delle fatiche che facciamo nel coinvolgere persone nella vita delle nostre realtà parrocchiali e tutti possiamo constatare come lo sport si offre come opportunità, come risorsa. Certo non lo dobbiamo assolutizzare, lo sport da solo non basta, sono necessari uomini e donne che mettono passione educativa nell’esperienza sportiva, valorizzando il “gioco di squadra”, dove la compagine sportiva non è un’appendice della vita parrocchiale o oratoriana, neppure una realtà delegata a fare cose, ma espressione di un progetto educativo globale che anima e guida il cammino pastorale di una intera comunità. Quindi non guardiani, ma competenti e appassionati coltivatori e custodi dell’attività sportiva. #18-2026 | 3


A Nova Siri lo sport motore di turismo e acceleratore di sviluppo

A Nova Siri lo sport motore di turismo e acceleratore di sviluppo Il sindaco Mele: destagionalizzazione, nuovi impianti, iniziative e collaborazioni per la crescita della comunità

D di Laura Politi

Quando istituzioni e realtà sportive lavorano insieme, lo sport diventa davvero uno strumento di benessere, prevenzione della solitudine e crescita per tutta la comunità 4|

alla valorizzazione delle eccellenze all’importanza di fare rete: il sindaco Antonio Mele, alla guida del Comune lucano di Nova Siri dal giugno 2024, parla di promozione del turismo, sinergie per la crescita del territorio e dello sport come leva di sviluppo e inclusione sociale, tra eventi di carattere nazionale e investimenti in progetti e impianti sportivi.

Sindaco Mele, lei ha evidenziato le potenzialità di Nova Siri per lo sviluppo di un turismo che non sia esclusivamente quello legato alla sua natura di località balneare. Lo sport potrebbe diventare motore di eventi in grado di generare un’attrattiva turistica ed inserirsi in una strategia di promozione del territorio? Assolutamente sì. Lo sport rappresenta uno degli strumenti più efficaci per sostenere la nostra strategia di promozione del territorio e, soprattutto, per favorire la destagionalizzazione dei flussi turistici. È una direzione che come Amministrazione abbiamo già intrapreso, con la consapevolezza che Nova Siri ha tutte le caratteristiche per essere una destinazione attrattiva durante tutto l’anno. Stiamo lavorando per valorizzare le eccellenze del territorio attraverso un’offerta integrata che unisce mare, natura, cultura, enogastronomia e attività sportive. L’obiettivo è costruire un calendario di eventi distribuiti

nell’arco dell’anno, capace di richiamare visitatori, atleti e famiglie e generare ricadute positive per le strutture ricettive, la ristorazione e l’intero tessuto economico locale. In questo contesto, gli eventi sportivi assumono un ruolo strategico. Manifestazioni come quelle organizzate insieme al CSI hanno dimostrato che possono diventare occasioni importanti per far conoscere Nova Siri a


Sport in Comune un pubblico nuovo, che spesso sceglie le destinazioni proprio sulla base delle esperienze che è possibile vivere. La nostra visione è quella di una promozione territoriale moderna, che metta in rete istituzioni, operatori turistici, associazioni e realtà sportive, creando un sistema capace di raccontare Nova Siri come una destinazione autentica, accogliente e dinamica. La destagionalizzazione si realizza attraverso una programmazione continua e una strategia condivisa: è questo il percorso che abbiamo avviato e sul quale intendiamo continuare a investire, perché crediamo che rappresenti una delle chiavi per uno sviluppo turistico stabile e sostenibile del nostro territorio. Nel giugno scorso Nova Siri ha ospitato – ancora una volta – il Campionato Nazionale del CSI “Sport&Go!”, dedicato all’attività polisportiva e pensato per le categorie giovanili Under 8, Under 10 e Under 12. Tra Nova Siri e Policoro si sono svolte tre giornate di gare che hanno visto gareggiare più di 800 giovani atleti, impegnati nel calcio, nella pallavolo, nella pallacanestro e non solo. Qual è il bilancio di questa esperienza? Eventi di questo tipo possono costituire una spinta per la diffusione dello sport a livello locale? Il bilancio è senza dubbio molto positivo. Ospitare ancora una volta il Campionato Nazionale CSI “Sport&Go!” ha rappresentato per Nova Siri un motivo di grande orgoglio e la conferma della nostra capacità di accogliere eventi di rilievo nazionale. Per alcuni giorni il territorio è diventato il punto di riferimento dello sport giovanile italiano, con oltre 800 giovani atleti, le loro famiglie, i tecnici e i volontari che hanno animato Nova Siri e la vicina ed amica Policoro in un clima di sana competizione, amicizia e condivisione. Manifestazioni di questo livello hanno un valore che va ben oltre l’aspetto agonistico. Promuovono i valori educativi

dello sport, incentivano i più giovani ad avvicinarsi all’attività sportiva e rafforzano il senso di comunità. Allo stesso tempo generano un’importante ricaduta economica e turistica per le attività locali, contribuendo a valorizzare il territorio e le sue eccellenze. Nova Siri riveste oggi un ruolo strategico in questo percorso. La posizione geografica, la qualità delle strutture ricettive, l’ammodernamento in atto delle strutture sportive, la collaborazione tra istituzioni, associazioni e operatori del territorio ci consentono di essere una sede sempre più attrattiva per eventi nazionali e interregionali, come ha dimostrato l’edizione 2026 organizzata con la preziosa collaborazione del CSI. La sinergia con i Comuni vicini, come Policoro, dimostra inoltre quanto sia importante fare rete per offrire un’accoglienza efficiente e un’organizzazione all’altezza delle aspettative. Il nostro obiettivo è continuare a investire nello sport come leva di crescita sociale, educativa e di sviluppo territoriale. Quali sono i programmi per incentivare lo sviluppo dello sport sul territorio? Sono attivi progetti per il sostegno alle società sportive locali, l’efficientamento degli impianti esistenti o per l’investimento sulla costruzione di nuove aree sportive, per esempio intercettando fondi o bandi specifici per lo sport? Stiamo investendo con continuità nella promozione dello sport e nel sostegno alle società sportive locali, riconoscendone il fondamentale ruolo educativo, sociale e di aggregazione. Parallelamente, prosegue l’impegno per il miglioramento degli impianti sportivi. Oltre agli interventi già realizzati, partiranno a breve i lavori di ammodernamento ed efficientamento dello Stadio Favale, per un investimento complessivo di 1 milione di euro. Guardiamo inoltre al

futuro con nuovi progetti strategici: abbiamo candidato a finanziamento la realizzazione del Palazzetto dello Sport, un’opera che rappresenterebbe un importante punto di riferimento per le discipline indoor e per l’intera comunità. Infine, siamo in attesa dell’assegnazione del finanziamento regionale “Infra Sport”, che consentirà di riqualificare i campetti di calcio e tennis, ampliando e migliorando ulteriormente l’offerta sportiva del territorio. L’obiettivo è continuare a creare opportunità per i cittadini di tutte le età, sostenendo le associazioni sportive e investendo in strutture moderne, sicure e accessibili. Lo sport è un potente mezzo di aggregazione, in grado di creare luoghi sani di relazione e crescita, soprattutto per i più giovani. Esistono progetti specifici volti a garantire il diritto allo sport anche a bambini e ragazzi delle fasce più vulnerabili, per offrire loro uno strumento di contrasto alla solitudine giovanile? Lo sport è molto più di un’attività fisica: è uno spazio di incontro, inclusione e crescita, capace di creare relazioni positive e momenti di vera socializzazione. Proprio con questo obiettivo abbiamo avviato il progetto gratuito “Sport nel Weekend”, pensato per garantire a bambini e ragazzi l’accesso alla pratica sportiva, con particolare attenzione a chi vive situazioni di maggiore fragilità o rischia l’isolamento. Il valore aggiunto dell’iniziativa è rappresentato dalla straordinaria collaborazione tra le associazioni e le società sportive del territorio, che hanno messo a disposizione competenze e passione, dimostrando come fare rete sia la chiave per costruire una comunità più inclusiva e attenta ai bisogni dei giovani. Quando istituzioni e realtà sportive lavorano insieme, lo sport diventa davvero uno strumento di benessere, prevenzione della solitudine e crescita per tutta la comunità. #18-2026 | 5


Un pallone in oratorio fa la differenza L’alleanza tra sport e oratorio attraversa una stagione di cambiamenti, ma resta una risorsa educativa indispensabile


Dossier

di Giorgia Magni

C

osa rende diverso lo sport praticato in oratorio? La risposta immediata, quella che salta subito in mente, è anche la più fuorviante: i valori. È fuorviante perché lo sport di per sé è intriso di potenziale educativo e nessuno, che sia una Federazione, un oratorio o un Ente di Promozione Sportiva, può arrogarsi il diritto di esserne l’unico depositario. Ma «a noi spetta il dovere, l’onere e l’onore di custodire quei valori affinché lo sport non li smarrisca», come dice suor Silvia Carboni, religiosa della Congregazione delle Missionarie Figlie di San Girolamo Emiliani, calciatrice della Nazionale Italiana Suore, psicologa e pedagogista responsabile della foresteria del Cagliari Calcio. Ecco il vero ruolo dell’oratorio nella società contemporanea rispetto allo sport: essere custode dello sguardo bello, valoriale e educativo dell’attività sportiva, senza aggiungere una vernice morale ma offrendo un contesto virtuoso, una comunità che prosegue anche dopo le partite; un pensiero dove il risultato non coincide con un giudizio sulla persona. Lo sport non basta a sé stesso. È strumento di crescita nella misura in cui insegna a rispettare la regola, ad assumersi responsabilità, a elaborare la sconfitta, a includere e non selezionare, a prendersi cura del corpo e non ridurlo a strumento di prestazione. Ha un potere enorme e, come ricordava nel 1962 il fumetto dell’Uomo Ragno: «da un grande potere derivano grandi responsabilità».

Ma chi se le assume? Se l’oratorio ci crede davvero, è qui che segna la differenza tra il suo mondo sportivo e il resto. Allo stesso modo, il Centro Sportivo Italiano deve sentirsi coinvolto in questo ruolo di “custode” di una visione dell’attività sportiva; visione che si traduce nelle formule dei campionati, nella formazione degli allenatori, nelle regole con cui si decide chi gioca e chi rischia di restare fuori. Ad aprirci lo sguardo su questo diverso modo di intendere il rapporto tra sport e oratorio, sono le parole di alcuni sacerdoti, di una suora e di un protagonista dello sport italiano. Ne emerge una visione fatta di cura, consapevolezza e, quando necessario, anche di una critica onesta. Un racconto che parte dai campetti “sotto i campanili” – per riprendere l’immagine coniata dall’allora vescovo di Bergamo, monsignor Giulio Oggioni, che nel 1985 auspicava «un campo sotto ogni campanile» – e arriva a contagiare lo sport professionistico. L’intuizione del vescovo era lungimirante: incontrare le persone condividendo con loro uno spazio comune prima ancora di un discorso. Per generazioni il cuore delle comunità è stato disegnato da pochi luoghi essenziali: la chiesa, l’oratorio con le aule del catechismo, un piccolo teatro, il baretto e quel campo polveroso segnato da migliaia di partite. «È un legame antico questo: lo spazio in cui pregare e quello in cui

giocare sono cresciuti insieme — commenta don Gabriele Bonzi, assistente spirituale del CSI Bergamo e direttore dell’UPEE (Ufficio per la Pastorale dell’Età Evolutiva) —. Parrocchia e sport condividono, in fondo, un obiettivo educativo: tirare fuori la bellezza e il talento che ogni ragazzo porta dentro di sé». Sono passati 41 anni dal 1985 e quel pensiero di monsignor Oggioni è più che attuale, spesso al centro di un dibattito che rischia di minare quella visione d’incontro con la gente in uno spazio di tutti. Per anni, e ancora oggi, si è discusso di come molti giovani entrassero in oratorio per lo sport ma non per un percorso di fede. Questo ha portato alcuni sacerdoti a pensare che atlete ed atleti dovessero essere, necessariamente, frequentatori della parrocchia per dare un senso compiuto e coerente all’attività sportiva oratoriale.

900 oratori attivi nella diocesi di Milano, di cui 678 con una società sportiva

Dati FOM

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Un pallone in oratorio fa la differenza C’è chi ha uno sguardo radicalmente opposto e legge quella porta laterale di ingresso come un restare fedeli alla propria storia: andare incontro alle persone dove sono e non dove si vorrebbe che fossero. «Se misuriamo l’efficacia della proposta sportiva in base a quante persone poi partecipano alla messa, partiamo da un criterio sbagliato — commenta ancora don Gabriele —. Oggi qualcuno può prendere parte soltanto a un frammento delle nostre proposte. Sta a noi dare qualità a quel frammento, perché si possa intravedere la bellezza dell’insieme. Attraverso lo sport arrivano persone che altrimenti non frequenterebbero l’oratorio: è una ricchezza e un’occasione per accompagnarle lungo un tratto di strada, senza trasformare il campo in un’esca». Sulla stessa linea è don Alessio Albertini, dal 2012 al 2023 assistente ecclesiastico nazionale del CSI ed ex responsabile della Commissione Diocesana per lo Sport di Milano: «Per giocare è obbligatorio il certificato di buona salute, non il certificato di Battesimo. La difficoltà sul versante della Chiesa è quella di confondere la missionarietà con una sorta di sacramentalizzazione delle persone. Non c’è attività più grande dello sport, oltre a quelle estive, che porti così tanti giovani in oratorio; giovani che hanno scelto quel percorso e sono quindi predisposti ad ascoltare. Conta lo sguardo di missionarietà nel fargli fare esperienza del bello della vita con Gesù attraverso l’accoglienza, la disponibilità, l’apertura, l’attenzione tangibile, senza pretendere che ogni appartenenza sia già religiosa». La rete capillare degli oratori e delle società sportive che li abitano mostra quanto una forte alleanza possa orientare lo sport in senso educativo e favorire un cambiamento del paradigma culturale. I dati più recenti sono purtroppo del 2017 e sono connessi a una ricerca 8|

del Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile della CEI. All’epoca furono quantificati in 5.637 gli oratori dichiarati dalle diocesi rispondenti, con una stima massima di 8.245 sull’intero territorio nazionale. Sono dati vecchi e incompleti, e questa fragilità nel raccogliere risposte è già una risposta di per sé. Più recenti sono le stime della diocesi di Milano, la più grande d’Europa per numero di cattolici. Il sito della curia annota 1.700 parrocchie nel 2026, un dato enorme che si illumina se incrociato con i recenti dati della FOM - Fondazione Oratori Milanesi, che parla di 900 oratori attivi nella diocesi di Milano, di cui 678 con una società sportiva. Bergamo offre un quadro altrettanto leggibile. Nel gennaio 2025 la diocesi ha dedicato il suo primo convegno al tema “Oratori & Sport”, riunendo sacerdoti, educatori, volontari, dirigenti e allenatori. La fotografia presentata in quella sede indicava 102 società sportive presenti negli oratori diocesani (erano 271 gli oratori nel 2015 come riportato dall’Eco di Bergamo). Il punto non è quanti campi esistano sotto i campanili, ma quale significato abbiano, quale vita generino e cosa oratori e sport possono originare insieme. «Un oratorio quando apre le porte, apre le braccia — prosegue don Bonzi —. Lì c’è qualcuno che ti vede, riconosce le tue fatiche, incoraggia i tuoi sforzi ed esulta con te. È uno spazio sicuro diverso da un luogo pubblico anonimo, perché qualcuno lo ha aperto avendo a cuore le persone». Don Albertini si muove nella stessa direzione: «Se un oratorio resta aperto solo perché qualcuno presidia il bar, ma i ragazzi non incontrano adulti significativi, che differenza c’è rispetto a una piazza o a uno spazio neutro? Una volta il cancello indicava con chiarezza l’ambiente e le sue regole; oggi non è più così e dobbiamo prenderne atto. La presenza

educativa fa la differenza. Forse ci siamo concentrati molto sull’organizzazione e poco sulle relazioni. Si può trascorrere un’intera giornata in oratorio senza trovare un educatore, un adulto con cui parlare, “neanche un prete per chiacchierar”. La responsabilità educativa appartiene a tutti gli adulti. Il luogo fisico, da solo, non protegge più nessuno». L’oratorio non può tradire la sua vocazione educativa; lo impongono la sua identità e, oggi, anche la gratitudine verso la legge. Il testo legislativo n. 206 del 1° agosto 2003 disciplina la funzione sociale degli oratori: «Lo Stato riconosce e incentiva la funzione educativa e sociale svolta nella comunità locale, mediante le attività di oratorio o attività similari, dalle parrocchie e dagli enti ecclesiastici della Chiesa cattolica […]». La norma non si limita a questo principio, ma ne definisce le finalità indicando anche gli strumenti attraverso cui perseguirle: «Esse sono volte, in particolare, a promuovere la realizzazione di programmi, azioni e interventi, finalizzati alla diffusione dello sport e della solidarietà, alla promozione sociale e di iniziative culturali nel tempo libero e al contrasto dell’emarginazione sociale e della discriminazione razziale, del disagio e della devianza in ambito minorile». Ne emerge un oratorio aperto alla società e alle sue nuove esigenze anche attraverso l’attività sportiva. Un luogo che accoglie le complessità del presente e chiama la comunità a confrontarsi con la realtà: famiglie più lontane dalla Chiesa, pluralità culturale, povertà educative, nuove fragilità e linguaggi giovanili che non passano più dalle forme tradizionali della partecipazione ecclesiale. La domanda non è se lo sport serva all’oratorio, ma se l’oratorio sappia ancora lasciarsi cambiare, nel bene, dalle persone che allo sport si avvicinano.


Dossier

Come ricordava don Alessio, “il cancello” non è più il confine che identifica un luogo. In quel luogo entra ora tutta la comunità con le sue debolezze e molteplicità, mettendo in crisi un sistema tradizionale secolare. «Gli oratori vivono una stagione di cambiamento. I frequentatori ordinari sono in lieve calo per diversi fattori, tra cui i nuovi ritmi di vita delle famiglie e il calo della natalità. Crescono però gli eventi straordinari, come i centri estivi, lo sport e le feste, capaci di richiamare molte persone per periodi più limitati. Cambia anche il volto del volontariato, ma aumenta la qualità dell’offerta — prosegue don Gabriele —. A Bergamo ci avvaliamo di educatori professionali retribuiti che portano competenze e consapevolezza. Crescono le criticità dei ragazzi e delle loro famiglie, ma anche la capacità di costruire reti con altre realtà del territorio. È un cambiamento, ma non necessariamente in peggio. Anche lo sport d’oratorio è diventato più strutturato del resto: non soltanto calcio ma anche altre proposte, un approccio alla multiculturalità, alla disabilità e a nuovi obblighi burocratici più complessi».

È di pochi giorni fa la legge sulla “Educazione Non Formale” che riconosce come educative gran parte delle esperienze organizzate svolte fuori dalla scuola. Tra queste rientrano a pieno titolo l’oratorio e l’attività sportiva. Se nel 2003 veniva riconosciuta una funzione sociale, oggi viene sancito anche uno specifico modello educativo, capace di accompagnare i ragazzi nello sviluppo di competenze. L’attenzione della politica verso il binomio oratorio-sport non si ferma qui. «È stato sottoscritto oggi il Protocollo d’intesa tra il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, e il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Matteo Maria Zuppi, per promuovere la realizzazione e la riqualificazione di spazi dedicati allo sport negli oratori situati nelle aree urbane caratterizzate da maggiori fragilità sociali e educative». Così recita il comunicato stampa del Ministero per lo Sport e i Giovani del 1° luglio 2026. Un incentivo non da poco, prezioso; una consapevolezza precisa sul valore straordinario prodotto anche dalle realtà sportive che vivono negli oratori.

Diventa ancor più una responsabilità far dialogare, con competenza e reciproca fiducia, associazioni sportive e oratori. Don, educatori, allenatori e famiglie sono soggetti diversi per ruolo e sensibilità, ma sono chiamati a ritrovarsi attorno a un campo per costruire un progetto educativo comune e credibile. Una comunità può limitarsi a ospitare una squadra, affittandole un campo e consegnandole le chiavi. Oppure può vivere attraverso quella squadra, lasciando che allenatori, dirigenti, famiglie e atleti diventino parte di un disegno condiviso. La differenza sta nella qualità delle relazioni e nella corresponsabilità. Sarebbe retorico raccontare rapporti sempre idilliaci tra presidenti di società e sacerdoti. L’incomunicabilità, spesso, non nasce dalla colpa di qualcuno ma da un dialogo difficile che va costruito. «Un sacerdote non diventa prete per fare il presidente di una società sportiva, ma non può ignorare una realtà così importante dentro l’oratorio. D’altra parte, una società con cinquant’anni di storia può essersi rinnovata #18-2026 | 9


Un pallone in oratorio fa la differenza fino a non sentirsi più coinvolta nella comunità oratoriale: resta nello spazio fisico, ma non nel progetto — spiega don Alessio —. Se il prete non riconosce il valore educativo dello sport, chiede soltanto alla società di adeguarsi. Se il responsabile sportivo non si sente parte dell’oratorio, non gli interessa essere coinvolto. A quel punto scatta il cortocircuito, e succede più spesso di quanto sembri. Ciascun soggetto deve fare la propria parte e l’alleanza deve chiarire le aspettative». «Per comprendere la bellezza dello sport in oratorio non serve che un prete sia stato uno sportivo, serve che sia educatore — sottolinea ancora don Gabriele —. L’attività sportiva oratoriale ha un valore educativo evidente, ma può essere percepita dal sacerdote come un’ulteriore complessità da gestire: conflitti con le famiglie o con gli allenatori, difficoltà nel trovare volontari e risultati pastorali non subito evidenti». Don Stefano Guidi, assistente spirituale del CSI Milano e direttore della FOM, non nega la complessità: «I problemi ci sono, inutile far finta di niente, ma nascono dalla vita che richiede di essere capita e organizzata. Mi vengono due riflessioni: a volte la società sportiva fatica a mantenere un indirizzo educativo perché accoglie anche tante persone che vivono lo sport fine a sé stesso, magari con poco interesse per il discorso comunitario; dall’altra parte, anche l’oratorio a volte fatica a considerare l’attività sportiva parte integrante del proprio progetto pastorale. A volte si crea un’estraneità non voluta. Per questo motivo la diocesi sta incoraggiando tanto l’oratorio quanto la società sportiva a parlarsi e confrontarsi». Proprio nel capoluogo lombardo, un accordo tra CSI Milano e FOM ha visto nascere lo Sportello Pastorale per le Società Sportive, un servizio dedicato in cui trovare confronto e consigli in caso di difficoltà nel 10 |

gestire il rapporto con il prete o la comunità oratoriale all’interno del progetto sportivo. Lo scopo ultimo è passare da “società sportiva e oratorio” a “società sportiva dell’oratorio”; non una banalità linguistica, bensì la sostanza del sentirsi parte. «Si sta rivelando uno strumento utile ed efficace — commenta Guidi —. I problemi che incontra non sono quasi mai insormontabili; spesso nascono perché a un certo punto le persone smettono di parlarsi e di capirsi. Nelle parrocchie è difficile districare la matassa: le persone abitano nello stesso luogo e si conoscono da una vita; perciò, possono temere che affrontare il conflitto comprometta rapporti antichi. Una voce esterna facilita la comunicazione e aiuta a trovare soluzioni attente alle sensibilità di ciascuno. In questo senso lo sportello è diventato davvero importante». Suor Silvia Carboni rintraccia le difficoltà negli aspetti pratici di gestione burocratica e legale della quotidianità. Anche per ruolo è abituata a interfacciarsi con la gestione di realtà complesse, che sia la comunità alloggio “Casa Emmaus” per ragazzi, o la foresteria del Cagliari Calcio per la quale segue i giovani calciatori. «Le norme di sicurezza e le responsabilità che ricadono sui rappresentanti legali, i preti, richiedono strutture adeguate, controlli e investimenti che molti oratori non riescono a sostenere. Questo rende sacerdoti e comunità più prudenti nell’aprire gli spazi. In alcuni casi i campi vengono affittati o trasformati in impianti commerciali. Occorre aiutare gli oratori a non perdere la funzione originaria dei loro spazi: far giocare le persone e creare relazioni». Questo monito Suor Silvia lo ricorda ogni volta che scende in campo con la Nazionale Italiana Suore. La religiosa, tennista, cestista e ora calciatrice, ha sposato il progetto nazionale con l’obiettivo di sensibilizzare gli istituti religiosi nel mettere

a disposizione i propri campi per attività sportive aperte, accessibili, che costruiscano legami con le comunità e, perché no, anche con lo sport professionistico: «Così che ognuno si assuma la propria responsabilità educativa sul territorio» — dice. Il soggetto più delicato che si inserisce in questo confronto è quello delle famiglie. Lo stesso rapporto della CEI del 2017 metteva in risalto già allora la scarsa disponibilità di alcuni genitori a condividere seriamente la responsabilità educativa. È una tensione estremamente attuale, con il rischio che le famiglie considerino l’oratorio solo un luogo dove “parcheggiare” il proprio figlio in mancanza di presidi percepiti sicuri. A questa visione manca l’intento comune. Il rapporto con le famiglie nella relazione con sport e oratorio è uno dei luoghi in cui la retorica educativa si misura con la realtà. Il genitore chiede che il figlio giochi, migliori, sia protetto e riconosciuto. L’allenatore chiede fiducia. Il dirigente vuole rispetto dei ruoli.

Se misuriamo l’efficacia della proposta sportiva in base a quante persone poi partecipano alla messa, partiamo da un criterio sbagliato Don Gabriele Bonzi


Dossier L’oratorio parla di comunità. Basta una panchina lunga o un risultato negativo perché queste parole mostrino la loro fragilità. «L’alleanza nasce quando tutti si assumono una parte di responsabilità nei confronti dei ragazzi. Le famiglie possono vedere lo sport in oratorio come un servizio da consumare: cercano custodia sicura, qualità tecnica, occasioni per far fiorire una passione e talvolta aspettative eccessive sul talento — spiega don Gabriele—. Cercano però anche relazioni sane per i figli. Queste relazioni ricadono positivamente sugli stessi adulti. Lo sport crea incontri tra genitori e costruisce una comunità che, forse, un tempo nasceva più facilmente attorno alla scuola». Il patto educativo, quindi, non può risolversi in un foglio di iscrizione firmato a settembre, ma richiede luoghi in cui gli adulti possano confrontarsi prima che nascano i conflitti. La colpa non può essere scaricata unilateralmente sulle famiglie, anche le realtà sportive devono evitare di trattarle da clienti

quando pagano e da intruse quando chiedono spiegazioni. Il confine tra competenza tecnica e corresponsabilità educativa va costruito. «Vai a giocare in oratorio se non sei capace». Questa frase, nel tentativo di sminuire, finisce per raccontare la vera missione dello sport in oratorio: accogliere tutti, non selezionare; insegnare a dare il meglio di sé, non convincere che conti solo il migliore. Quindi sì: venite in oratorio, qui giocano tutti… O così dovrebbe essere. Negli ultimi anni assistiamo ad un pericoloso crescendo di professionalizzazione nelle società sportive delle parrocchie. Si parla sempre più di performance e si predilige la prestanza fisica anche quando i corpi sono ancora in crescita. Sono visioni che iniziano ad emergere nelle aspettative delle famiglie così come nel linguaggio degli allenatori. Iniziano a infiltrarsi nello sport di base le tendenze dello sport federale, che ha però come scopo quello di crescere campioni per

Don Gabriele Bonzi

le società professionistiche. Qui l’oratorio deve essere la guida che dà l’allarme: il ragazzo che non eccelle non è il residuo educativo della squadra ma il banco di prova del progetto. La sua presenza non può valere meno nel sistema squadra. Se viene accompagnato a migliorare, gli si chiede impegno senza negargli appartenenza, allora lo sport conserva la propria interezza. Questo non significa fingere che tutti abbiano lo stesso talento o cancellare la competizione. Significa distinguere tra selezionare una prestazione e selezionare una persona. Ecco un equilibrio precario: sapere che cosa sia davvero lo sport e non accettare compromessi che ne snaturino il valore. Don Alessio Albertini, per passione, per gli incarichi ricoperti e anche attraverso l’esperienza del fratello Demetrio, campione del Milan degli anni ‘90, lo sport professionistico lo ha conosciuto da vicino e richiama un aspetto decisivo: «Gioco e sport non sono la

Don Stefano Guidi #18-2026 | 11


Un pallone in oratorio fa la differenza stessa cosa. Nel gioco prevale il divertimento e le regole possono essere stabilite dal gruppo. Nello sport organizzato esistono un campionato, un regolamento, i tempi, le classifiche e un obiettivo agonistico. Lo sport comprende il divertimento, ma porta con sé una componente competitiva che l’educatore deve saper governare senza esasperarla. Riconoscerlo non significa negare un approccio educativo, anzi, ma la differenza non è sempre chiara negli oratori, né ai sacerdoti né ai genitori». La diversità tra questi due volti della stessa medaglia è decisiva per comprendere la sfida che attende le realtà sportive

oratoriali e l’oratorio stesso. Si entra in un sistema fatto di regole, ma che mette in moto emozioni, frustrazioni, agonismo, desiderio di vincere e capacità di elaborare la sconfitta. Tutto questo deve trovare una cornice di valori. È una sfida enorme, che talvolta spaventa e può portare a fallire. Ammetterlo non è una sconfitta, perché la posta in gioco è alta. Un ulteriore distinguo va fatto tra lo sport federale teso al professionismo e quello di base. Lo spiega bene suor Silvia: «Sono due mondi diversi e non devono copiarsi. Il professionismo è il mondo del dovere: dietro i lustrini ci sono rinunce, sacrificio, Matteo Piano

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costanza nell’allenamento e precarietà delle relazioni, perché gli atleti e le loro famiglie possono dover cambiare città e vita più volte. L’oratorio deve restare il mondo del piacere, del divertimento e della passione. È questa dimensione informale che vorrei ricreare anche nel contesto dei giovani calciatori del Cagliari». Dall’esperienza maturata dalla religiosa somasca emerge un tratto che accomuna gli atleti dell’oratorio e i giovani professionisti. Come molti ragazzi di oggi, entrambi mostrano una profonda fragilità davanti alla frustrazione, alla sconfitta e all’esclusione. C’è chi, pur essendo un grande campione, crolla sotto il peso delle aspettative e chi, ancora adolescente, abbandona lo sport amatoriale. Per questo suor Silvia ha affiancato al suo percorso educativo competenze psicologiche - sportive e cliniche - e pedagogiche. «Prima di essere suora, psicologa e sportiva, sono una persona, e la centralità della persona non può essere divisa in compartimenti. La dimensione fisica, quella emotiva e quella mentale si influenzano continuamente. Lo vediamo quando arriva un trauma, fisico o psicologico: non riguarda mai una sola parte di noi. Anche nello sport, quindi, non possiamo prenderci cura e educare soltanto al gesto tecnico — ha spiegato —. La mania di protagonismo porta a pensare: “Se non mi fanno giocare, non valgo”, ma il valore della persona non coincide con la sua performance. Lo sport deve recuperare il senso di appartenenza e di interdipendenza che richiama la metafora del Corpo Mistico di San Paolo: tutti gli atleti formano la squadra, nessuno è inutile o superiore e se una parte soffre o gioisce, tutti la seguono e partecipano. Capendo questo, si capisce come non sia banale retorica dire che anche chi sta in panchina è indispensabile. Occorre distinguere la


Dossier performance dal risultato e, soprattutto, entrambi dal valore della persona. I giovani hanno poca capacità di elaborare la sconfitta, che può lasciare convinzioni negative: “non valgo”, “non sono importante”. Il lavoro educativo consiste nel trasformare “io posso o non posso” in “io valgo e posso”». Educare a perdere, senza perdersi. La vita dello sport professionistico, a guardarla bene, inizia a costruirsi proprio sui campi polverosi dietro le chiese. Nei decenni è accaduto molto spesso e ci sono oratori che espongono orgogliosi le foto di giovanissimi Trapattoni, Maldini, Bergomi, Baresi, per citarne alcuni. Proprio il grandissimo Franco Baresi, scomparso lo scorso 31 luglio, in un’intervista ad Avvenire ricordava dolcemente: «Quelle partitelle infinite all’oratorio di Travagliato, il mio paese, sono state una scuola di vita. Lì in quel campetto vicino alla chiesa ho cominciato a sentirmi libero, e non parlo del ruolo». Ad Asti, nell’oratorio di San Pietro ora sede del CSI locale, il ricordo è tutto per un ragazzino alto e slanciato che faceva l’animatore

L’olimpiade è stata l’esperienza più bella della mia vita, ma quella dell’oratorio è stata la più formativa Matteo Piano

insieme alla sua migliore amica. Quel giovane era Matteo Piano, diventato “da grande” medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio nel 2016 con la nazionale di volley, capitano storico di Powervolley Milano e ambassador della FIPAV. Piano ricorda nitidamente il suo primo approccio con il volley: «Ero un timidissimo bimbo di 7 anni che amava già la pallavolo forse perché guardava Mila e Shiro». Da quei primi approcci sportivi, Matteo ha ricavato una grande passione per lo sport, che alle superiori ha riversato nell’esperienza oratoriale: «Avevo fondato una squadra di pallavolo e giocavamo sul campo di sabbia dell’oratorio — racconta —. Volevo rendere lo sport alla portata di tutti. Allenavo gratuitamente bambini e bambine che desideravano avvicinarsi alla pallavolo e riuscii a coinvolgere molte ragazze. Lo sport era accessibile e l’agonismo non veniva esasperato, ma non era un’attività superficiale. Ho sempre cercato di unire svago e divertimento ad un’esigenza di impegno preciso». È strano associare l’olimpiade alla partitella in oratorio con una rete da volley mezza scucita. Eppure, c’è un punto in cui si incontrano, là dove la passione, il talento e l’impegno poggiano su una dimensione educativa forte e riescono a emergere. Esattamente come nel caso del campione azzurro: «L’olimpiade è stata l’esperienza più bella della mia vita, ma quella dell’oratorio è stata la più formativa — prosegue —. “Vai all’oratorio” viene talvolta detto come se significasse fare le cose senza impegno, ma non è vero. È un ambiente in cui al desiderio di stare insieme si possono aggiungere la voglia di migliorare, lo sforzo e la capacità di continuare anche quando è difficile. Divertirsi è legato anche al riuscire a fare bene le cose; per questo anche in oratorio servono competenze, allenamento e fatica». Anche le parole di Piano raccontano un tassello di questo equilibrio: tenere insieme la dimensione agonistica e tecnica

con quella profondamente educativa. Ma ogni principio ha valore solo se trova una traduzione concreta. È qui che il progetto sportivo diventa un cammino di crescita e il ruolo degli allenatori si rivela decisivo. Molti adulti ricordano il loro allenatore. È la persona che hanno incontrato almeno tre volte alla settimana per anni, che ha intuito da uno sguardo o da un silenzio che qualcosa non andava. La sua autorevolezza non nasce da un titolo ma dalla continuità della presenza e dalla fiducia costruita nel tempo. Per questo non basta formare allenatori preparati solo sul piano sportivo. Proprio perché trascorrono tante ore con ragazze e ragazzi, hanno un’occasione educativa rara. Anche in questo caso sport professionistico e sport di base seguono percorsi paralleli: il primo ha ormai capito che non bastano allenatori preparati sul piano tecnico, ma servono figure solide anche sul piano umano e relazionale. Il secondo è ancora chiamato a riconoscere che la professionalità fa parte della propria missione educativa. Lo dice bene Matteo Piano: «Credo che gli oratori possano assolvere a entrambe le esigenze con qualità: garantire un’etica, rispettare la propria identità, ma anche offrire professionalità e garantire un percorso sportivo di livello che garantisca una crescita non solo umana ma anche specifica in un determinato sport». Don Gabriele ci ha parlato di educatori qualificati negli oratori bergamaschi, quindi una scelta di investimento sulla professionalità. Don Alessio prende atto dei tempi attuali e di un volontariato che cambia, e spiega: «Stiamo andando verso un volontariato che, in molti casi, ha bisogno anche di un contributo. Accade già negli oratori estivi: gli animatori più preparati scelgono realtà che riconoscono un rimborso, e si rischia di perdere proprio i migliori. Nello sport la qualità richiede sia capacità #18-2026 | 13


Un pallone in oratorio fa la differenza di allenare sia competenza educativa. La domanda a monte è: come investe la comunità cristiana perché questa qualità sia all’altezza? È però vero che la gratuità è un dono; dice che ti dedico tempo, energia e capacità perché tu possa essere felice nella vita, non soltanto perché io possiedo una competenza». La chiave di volta è la formazione tecnica, tattica e relazionale. Chi allena deve sentire il bisogno di confrontarsi, poiché le competenze acquisite vanno alimentate. Se lo sport in oratorio deve fare la differenza, allora differente deve essere il modo di preparare mister e coach al loro incarico sportivo, inserendolo in un perimetro di etica precisa. Una società non è a trazione educativa soltanto perché gioca in oratorio; abbiamo visto come oggi anche qui il modello professionistico venga spesso copiato. L’identità va dimostrata nelle scelte. Esplorando il complesso rapporto tra società sportive e oratorio emerge una convinzione: le possibilità di incidere positivamente nella vita dei ragazzi sono molte se entrambe le realtà fanno propria la stessa missione educativa. Negli ultimi anni almeno due esperienze stanno mostrando con chiarezza questa direzione, e un’ulteriore idea inizia a prendere forma. A New York, don Luigi Portarulo, sacerdote originario di Matera da tre anni in servizio alla Cattedrale di San Patrizio, sta provando a realizzare un progetto ambizioso: costruire un oratorio capace di aggregare la comunità italiana della “grande mela”, aprendolo anche a chi italiano non è. Un’idea quasi folle, perché negli Stati Uniti l’oratorio non esiste nemmeno come parola nel dizionario. Se manca la parola per dirlo, è difficile immaginarne la realtà. Lo sport sarà uno degli strumenti con cui dare forma al progetto. Ex calciatore della rappresentativa vaticana e maratoneta dell’Athletica Vaticana, 14 |

don Luigi è diventato negli anni un punto di riferimento per atleti e istituzioni sportive di tutto il mondo. Ma è frequentando i fan club delle squadre italiane sparsi per i piccoli bar della città che ha iniziato a conoscere la comunità italiana. Da lì è nata l’idea di fare il passo successivo: «Credo che lo sport abbia in sé gli stessi valori e principi della fede e per questo è anche uno dei pilastri dei miei progetti — ha raccontato il sacerdote —. Il mio sogno è creare un oratorio, perché è il luogo dove si costruisce comunità, si tessono relazioni, si gioca, si cresce, ci si sente a casa. New York è una città immensa dove si rischia di rimanere indietro e sentirsi soli. Se è vero il motto della FIFA per cui “lo sport unisce il mondo”, perché non usarlo per unire le persone di questa enorme città? Creare un oratorio e utilizzare lo sport, significa aprire uno spazio per tutti coloro che vogliono sentirsi parte di una comunità, condividere valori, sentirsi fratelli e sorelle nell’umanità». Rientrando in Italia, troviamo il progetto di suor Silvia Carboni in Sardegna. Si tratta di un oratorio «professionale» come l’ha chiamato lei; uno spazio ibrido che va ad ampliare quello della sua comunità per ragazzi in affidamento dai servizi sociali, e che verrà inaugurato il prossimo 27 settembre durante la festa della Madonna degli Orfani: «È un luogo misto, che immagino abitato dai ragazzi ospiti della comunità e anche dai giovani del paese — spiega —. Tre anni fa abbiamo comprato e ristrutturato l’immobile, aggiungendo laboratori di falegnameria, musica, sartoria sociale e ala scolastica destinata al doposcuola. Parliamo di una struttura che avrà a disposizione aule con laboratori di ogni tipo e educatori professionisti. In tutto questo, una parte concretamente importante la rivestiranno gli spazi per lo sport, con due campetti da calcetto, la palestra e un campo polivalente per basket, pallavolo e tennis».

A noi spetta il dovere, l’onere e l’onore di custodire quei valori affinché lo sport non li smarrisca Suor Silvia Carboni

A Milano, invece, non c’è una struttura operativa o in dirittura d’arrivo, ma vibra un’idea importante: «L’oratorio ha avuto l’idea geniale di rendere democratica l’attività sportiva —racconta don Stefano Guidi —. Agli inizi del ‘900 lo sport era solo per quelli che potevano permetterselo. L’oratorio invece inventa lo sport per chiunque. Il rapporto tra comunità oratoriale e sport è quindi antico e congeniale. A partire da questo sodalizio così stretto, io credo sia possibile immaginare una modalità nuova e diversa di oratorio. Penso a tante strutture ormai sottoutilizzate dal punto di vista dell’attività formativa specifica oratoriale, ma che hanno buona disponibilità di impianti sportivi, aggiornati e in buono stato. Penso alle parrocchie di una città medio-grande, che possono studiare insieme una destinazione d’uso diversa per alcuni di questi oratori. Può essere un modo intelligente per ripensare e rinnovare la vita di strutture di oratorio ancora importanti, soprattutto in certe realtà sociali». Questa per ora resta, appunto, un’idea, ma lascia intravedere le orme di un cammino già avviato e percorribile.


Dossier Guardare al futuro è la condizione perché gli oratori continuino a essere presidi educativi. Se questo sguardo incontra lo sport, genera meraviglia. Le esperienze di New York, Milano e Sardegna dimostrano che non si tratta di un’utopia, ma di una possibilità concreta. Oratori e sport di base stanno attraversando cambiamenti profondi che non lasciano tempo per la nostalgia: meno sacerdoti, legami comunitari più fragili, volontariato in affanno; dall’altra parte, riforma dello sport, nuove responsabilità, costi crescenti e maggiore competitività. Proprio per questo possono ripartire da un’alleanza, coinvolgendo famiglie, allenatori, educatori e comunità. In questo percorso il CSI può diventare il soggetto capace di attivare relazioni e accompagnare un cammino aiutando i soggetti a non delegarsi ciò che spetta a entrambi. Se gli oratori perdessero lo sport, rinuncerebbero a una parte decisiva delle occasioni per incontrare i ragazzi, a un linguaggio immediato con cui parlare alle nuove generazioni e a uno spazio fondamentale della loro missione educativa. Don Antonio Mazzi, di cui stiamo piangendo la scomparsa proprio in questi giorni, ha speso una vita accanto ai giovani nel tentativo di salvarli da vite ingenerose ed errori dati dallo smarrimento. Per questo non poteva concepire un oratorio senza sport: «Ogni oratorio dovrebbe avere una società sportiva con il fine di dare una possibilità a molti ragazzi, che diversamente trascorrerebbero il tempo libero nella propria solitudine». Se, allo stesso modo, lo sport uscisse dagli oratori, smarrirebbe un luogo capace di sottrarlo alla sola logica della prestazione e del risultato, mantenendolo ancorato a una comunità, a una storia e a un’idea di crescita che continua anche fuori dal campo. Oratorio e sport hanno ancora

la possibilità di contaminarsi a vicenda: «La Chiesa potrebbe imparare quel senso di appartenenza e la capacità di muoversi insieme verso una meta — conclude Don Albertini —. Spesso è più facile vedere sportivi impegnati per raggiungere un obiettivo comune che cristiani capaci di sentirsi comunità. Finita la partita, ci si ferma per una birra e si continua a stare insieme; finita la messa, tutti si disperdono. Lo sport, invece, può prendere dalla Chiesa la capacità di riconoscere che l’altro non è soltanto un avversario, che non dovrebbe esistere una separazione definitiva tra “mio” e “tuo”, “noi” e “voi”. La differenza con l’avversario è necessaria, ma la polarizzazione può trasformarla in scontro. L’altro entra in campo con me, non

semplicemente contro di me». Suor Silvia è dell’idea che l’oratorio possa salvare lo sport da derive lontane dalla sua identità: «Può ricordargli la dimensione valoriale e comunitaria che molte società nate negli oratori hanno progressivamente perso prendendo altre strade. Può difendere uno sport accessibile anche a chi ha meno risorse, e può rimettere al centro il gioco libero: non soltanto corsi e ore prenotate, ma campi aperti in cui bambini e ragazzi imparano a stare insieme e a darsi regole». Forse, la risposta alla domanda su chi abbia più bisogno dell’altro è che, oggi più che mai, hanno bisogno entrambi di ciascuno. Non per nostalgia e non per convenienza.

Suor Silvia Carboni #18-2026 | 15


Oltre lo sguardo: lo sport che insegna a camminare insieme

Oltre lo sguardo: lo sport che insegna a camminare insieme Al Play Sport Camp di Misano Adriatico non conta fare tutti allo stesso modo, ma dare a ciascuno la possibilità di trovare il proprio modo di esserci

C di Laura Sanvito

i sono momenti, nello sport, in cui vincere significa riuscire a fare qualcosa che fino a un attimo prima sembrava impossibile: correre verso un pallone, orientarsi nello spazio, fidarsi della voce di chi sta accanto, scoprire che chiedere aiuto non rende meno autonomi. È da qui che nasce il Play Sport Camp, arrivato alla quinta edizione, vissuta dal 19 al 22 luglio al Villaggio San Pellegrino di Misano Adriatico.

Questa storia ha radici più lunghe dei cinque anni del camp. Il CSI e Inter avevano iniziato a camminare insieme nel 2016 con “Un Gol per Ripartire”, nato dopo il terremoto del Centro Italia per restituire a bambini e ragazzi spazi di gioco e normalità. Dopo l’interruzione della pandemia, il filo è stato ripreso nel 2022: il Play Sport Camp è partito da Chiavari, è passato da Assisi, Arezzo e Messina, fino ad arrivare quest’anno a Misano. Cinque tappe e oltre 1.700 bambini e ragazzi, per tentare di rispondere ad una domanda: che cosa accade quando sport di base e professionistico provano davvero a lavorare insieme?

Una storia Il camp è parte di “CSI Pro – Lo che ci fa grandi”, il progetto iniziata anni sport nato con l’obiettivo di creare educative attraverso fa dall’incontro opportunità la sinergia tra sport di base e professionistico, che nel tra il CSI e Inter sport 2022 ha dato il via al Play Sport A Misano l’idea ha preso forma Camp, frutto della collaborazione grazie alla collaborazione e arrivata oggi tra il Centro Sportivo Italiano e FC con l’ASD Real Eyes Sport, Internazionale Milano. Due realtà associazione nata dall’intuizione a Misano, dove diverse, ma capaci di mettere in dell’atleta paralimpico e comune ciò che sanno fare: da campione mondiale di sci nautico insieme a Real una parte il patrimonio dello sport Daniele Cassioli, che porta il di base, con presenza nei territori, movimento nella quotidianità sportive, possibilità di delle persone cieche e ipovedenti. Eyes Sport ha società intercettare bambini e famiglie Per un ragazzo che vede poco di conoscere da vicino anche o non vede, fare sport significa preso forma equelle situazioni in cui praticare confrontarsi continuamente sport non è scontato, e dall’altra lo spazio: riconoscere un’esperienza un grande club come l’Inter, con con riferimenti, ascoltare indicazioni, tecniche di alto sperimentare movimenti. A volte di fiducia, competenze livello, esperienza, professionalità significa affidarsi alla voce di e la caratteristica di accendere una guida o alla presenza di un autonomia nei ragazzi desiderio, curiosità, compagno. E qui emerge una identificazione. Il valore non sta contraddizione solo apparente: e inclusione nel portare il professionismo affidarsi all’altro può diventare dentro lo sport di base, né nel modo più vero per essere costruita trasformare quest’ultimo in una ilautonomi. Cassioli racconta di versione ridotta dello sport dei essere sempre stato considerato attraverso grandi. Sta nello scambio: creare dai genitori e dallo sport come opportunità che, da soli, né l’uno “Daniele che sa fare”, non come lo sport né l’altro riuscirebbero a costruire. “Daniele che non sa vedere”. 16 |


Attualità Nell’attività sportiva questa frase non resta una definizione ma diventa esperienza. Come quella di Luca, nove anni, arrivato vicino al pallone tenendo la mano del fratello. Poi, davanti a quel pallone, è rimasto lui, con lo stesso compito degli altri bambini: mandarlo in porta. Non ci è riuscito subito. Ha ascoltato i segnali sonori, ha riprovato. Finché il pallone è entrato. Non c’erano medaglie ad aspettarlo. C’era un bambino che aveva scoperto che la gioia di segnare un gol apparteneva anche a lui. Non perché qualcuno avesse reso il gioco più facile, ma perché gli era stato dato ciò di cui aveva bisogno per giocarlo. Inclusione non significa abbassare l’asticella. Significa creare le condizioni perché ciascuno possa misurarsi con quella stessa asticella, con gli strumenti di cui ha bisogno. Per Luca erano segnali sonori; il pallone, la porta, il tentativo, l’errore e il gol erano gli stessi degli altri. In modo diverso, sì. Ma lo stesso gioco. Andare “oltre lo sguardo” significa proprio questo: non fingere che un limite non esista, ma evitare che diventi tutto ciò che vediamo di una persona. Cercare ciò che

un ragazzo sa fare, con tempi e modalità diverse, invece di fermarsi a ciò che non sa fare. Le giornate del camp hanno alternato allenamenti di calcio, guidati dai tecnici dell’Inter e del CSI insieme a educatori e guide, e attività polisportive. Ma accanto alla tecnica c’è tutto quello che succede mentre si gioca: aspettare un compagno, ascoltare, dare un’indicazione comprensibile, accettare un errore, fidarsi. Rispetto, fair play, cooperazione e autonomia smettono di essere principi e diventano comportamenti. Si imparano facendoli. È una delle lezioni più preziose dello sport: le differenze non vanno cancellate perché un gruppo funzioni. Un gruppo funziona quando impara a tenerne conto. Il progetto ha coinvolto anche famiglie e comunità ospitanti, con momenti di formazione per istruttori e operatori. Perché l’inclusione riguarda chi vive una disabilità, ma anche chi allena, accompagna, educa e osserva da bordocampo. Le esperienze con l’Inter raccontano il potenziale dell’incontro tra sport di base

e professionistico. “CSI Pro” punta a crescere aprendosi ad altre realtà professionistiche, non per collezionare nomi, ma per intrecciare competenze e discipline con la rete dello sport di base e raggiungere luoghi e ragazzi che altrimenti non entrerebbero in contatto con quel patrimonio. La collaborazione con l’Inter resta centrale: ha dimostrato sul campo che questo incontro funziona e produce un valore che va oltre la somma delle due realtà. Non serve che uno dei due mondi assomigli all’altro. Serve trovare occasioni in cui possano parlarsi davvero. Dopo cinque edizioni e oltre 1.700 ragazzi coinvolti, il risultato più interessante del Play Sport Camp è quello che prende forma quando un ragazzo o una ragazza scoprono di poter fare un passo che non pensavano di riuscire a fare. A volte lo faranno da soli, altre avranno accanto un compagno. E forse “lo sport che ci fa grandi” comincia proprio da qui: dalla scoperta che crescere non significa imparare a non avere bisogno degli altri, ma diventare abbastanza sicuri da camminare da soli e abbastanza liberi da sapere quando camminare insieme.

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Alessandro Donati: così la metodologia dell’allenamento forma la persona

Alessandro Donati: così la metodologia dell’allenamento forma la persona Il ruolo del tecnico, le ombre dell’antidoping e l’approccio polisportivo con lo storico maestro dello sport italiano

di Laura Politi

L

a carriera di Alessandro “Sandro” Donati attraversa decenni dello sport italiano di alto livello. Tecnico nazionale di atletica, docente del CONI, esperto di metodologia dell’allenamento per numerose discipline, voce autorevole nella lotta al doping, il maestro dello sport racconta la sua visione dell’allenamento, l’importanza di un bagaglio sportivo multidisciplinare, le sfide dell’antidoping e la responsabilità educativa dell’allenatore. Il CSI abbraccia da sempre un approccio polisportivo e multidisciplinare, nella convinzione che lo sport sia uno strumento di formazione per l’atleta, prima che un’attività agonistica, spesso esasperata. Soprattutto nelle fasce d’età più giovani, l’obiettivo è quello di avvicinare i piccoli atleti alla pratica di discipline diverse, favorendo lo sviluppo di capacità e abilità differenti. Quanto è importante la varietà delle esperienze sportive nella crescita della persona e, a seguire, dell’atleta? Un approccio polisportivo e multidisciplinare sarebbe estremamente importante, perché l’efficacia complessiva del processo di formazione ne guadagnerebbe enormemente. Alcune capacità coordinative in particolare, per esempio la fantasia motoria e anche la cosiddetta anticipazione – che sono basate sulle esperienze motorie vissute –, ne risulterebbero fortemente avvantaggiate. Purtroppo siamo rimasti al condizionale in quanto i progetti sono rimasti sulla carta ed è prevalso l’interesse verso la specializzazione già nelle fasce giovanili. Questa è, a parere anche di molti colleghi, una delle spiegazioni per cui il calcio italiano è in crisi: c’è una rigida e precoce definizione dei ruoli. In uno sport di per sé ricco di modulazione dei gesti si limita il campo delle esperienze, quindi non si sfrutta per intero neppure l’insieme delle conoscenze di quello sport, ma soltanto una parte riferita al ruolo. Più in generale possiamo dire che le società sportive dei diversi sport purtroppo sono organizzate in maniera rigida per discipline;

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L’Intervista sono rare le polisportive e tendono praticamente a svanire. Eppure i club polisportivi erano gli unici in grado di organizzare un passaggio interno da uno sport all’altro, o studiare un sistema di rotazione nel corso dell’anno. Per uscire da questa situazione stagnante ci si potrebbe ispirare alla soluzione adottata da molti decenni dai francesi. È la sola possibile via di uscita: fino ad una certa età lo sport di competizione avviene solo attraverso i club scolastici, i quali ruotano le discipline da apprendere e praticare, ogni mese o ogni trimestre a seconda dei casi. Nella sua carriera come tecnico nazionale, oltre ad essere stato per 10 anni – dal 1977 al 1987 – allenatore responsabile della Nazionale italiana di atletica leggera, ha ricoperto il ruolo di consulente per la metodologia dell’allenamento per numerose Nazionali di diversi sport, dal 1976 al 2006: ciclismo su pista, sci alpino e nordico, canottaggio, pallavolo, nuoto, pallacanestro, scherma, pattinaggio. Qual è stato il denominatore comune del suo metodo e quale invece la difficoltà più grande riscontrata nell’adattarsi alle diverse discipline, sia individuali che di squadra? Quanto della sua esperienza polisportiva emerge nel suo nuovo libro “Allenare diversamente, per uno sport sano e performante”? Nel libro, scritto insieme a Francesco Marcello, oltre alla nostra esperienza sulla pratica giovanile polisportiva ed alle ricerche sulle capacità coordinative, emerge come, dopo un secolo di sport dell’era moderna, si sia accumulata tanta di quella cultura sulla gestualità umana da poter considerare gli sport un formidabile misuratore delle capacità di movimento delle persone ed un fondamentale riferimento per uno stile di vita sano. Nella mia carriera, mi sono trovato a svolgere il ruolo di distributore di esperienze classificabili nella metodologia dell’allenamento ma, nel contempo, ho avuto io stesso la fortuna di vivere nuove esperienze con i diversi sport. Ho cercato di farne tesoro per ampliare la mia visione dell’allenamento. Si potrebbe sintetizzare che la Metodologia dell’Allenamento è una materia che consente a tutti gli sport di partire da una consistente base di conoscenze. Ci sono sport che possiedono già una storia e propri fondamenti, e l’atletica è uno di questi, mentre altri sport nati di recente hanno cercato di imitare la preparazione di discipline simili e al tempo stesso hanno cercato di darsi una propria identità. Nel nostro libro abbiamo scelto una strada che cambia notevolmente i termini della metodologia dell’allenamento. Non sono più sport di riferimento l’atletica e la ginnastica grazie all cura estrema dei loro gesti, bensì gli sport di situazione, ossia gli sport di squadra o gli sport individuali di combattimento e di opposizione nei quali si devono adattare i gesti ai comportamenti dei compagni o degli avversari. Proprio per questo si chiamano sport di situazione, in quanto necessitano

non di comportamenti standard ma di gesti ed azioni che siano più vantaggiosi possibile nella situazione che si vive in quello specifico momento. Per questa ragione, qualsiasi gesto ricorrente in uno di questi sport – nel calcio per esempio la corsa, i cambi di direzione, i dribbling o l’intercettazione degli avversari, o il tiro, o il colpo di testa – non viene mai realizzato allo stesso modo ma, al contrario, con modalità estremamente variabili, per esempio nell’ampiezza o nella frequenza, perché questo è opportuno o vantaggioso fare in quella specifica situazione. È dunque chiaro che uno sport di situazione alimenti una vasta gamma di esperienze che arricchiscono la memoria motoria in maniera notevole. Ci sono stati per esempio molti casi di calciatori che, non riuscendo a trovare il successo nel football, sono emersi nell’atletica, dove hanno raggiunto notevoli risultati, ed era evidente nei loro comportamenti – più adattabili alle diverse situazioni –la vastità del patrimonio motorio posseduto. Guardando indietro al suo bagaglio multidisciplinare, quali sono state le lezioni più preziose che le hanno consentito di impostare un lavoro nuovo tornando a “casa” nell’atletica come vicedirettore tecnico della FIDAL per la metodologia e lo sviluppo tecnico nazionale? Sono stato fortunato a frequentare un ambiente qualificato e che precorreva i tempi come era la Scuola dello Sport, dalla quale sono usciti i Maestri dello Sport che hanno contribuito tra gli anni Settanta e gli anni Novanta a rinnovare profondamente la Metodologia dell’Allenamento in Italia. In quella Scuola insegnavano docenti di altissimo livello. Vorrei citare due figure in particolare, che si distinsero per la loro originalità e genialità. Il professor Vittori che era l’insegnante delle corse di velocità e del preatletismo, ossia di quell’insieme di esercizi a carico naturale che toccano tutti i movimenti fondamentali e i gruppi muscolari, e sono quindi in grado di assicurare – se ben praticati – una formazione muscolare di base molto importante. Il professor Vittori è stato di certo una di quelle persone che hanno lasciato il segno, con le sue capacità didattiche e pratiche fuori dal comune e le sue analisi biomeccaniche che per la loro chiarezza e profondità non potevano non rimanere impresse. L’altra figura per me fondamentale è stata il fisiologo romano professor Sergio Cerquiglini, che era il direttore dell’Istituto di Fisiologia Umana dell’Università di Roma “La Sapienza”. Aveva una straordinaria capacità di calarsi nelle problematiche e dare interpretazioni illuminanti: ricordo ancora quando, interrogandoci con i colleghi su alcuni concetti non chiari relativi al metabolismo energetico, il professor Cerquiglini ci segnalò due autori americani, Mathews e Fox, fornendo una risposta alle nostre domande rimaste a lungo in sospeso. #18-2026 | 19


Alessandro Donati: così la metodologia dell’allenamento forma la persona Lei ha svolto per oltre 20 anni un ruolo chiave nella lotta al doping, dagli incarichi nei Ministeri a quello di membro della Commissione Scientifica Antidoping del CONI, di consulente della WADA – l’Agenzia mondiale antidoping – e di collaboratore dell’Istituto Superiore di Sanità. In base alla sua esperienza, e con i nuovi strumenti di oggi, come crede che potrebbe migliorare il sistema dei controlli sul doping? Questa lunga esperienza nel campo dell’antidoping mi ha fatto approfondire un fenomeno di per sé vitale ma regolato in modo sconcertante: è sempre stata sotto gli occhi di tutti l’inadeguatezza del Sistema: esplodevano scandali in seguito ai quali, però, non cambiava mai niente. Iniziai a chiedermi come mai, di fronte a fatti eclatanti, si restasse indifferenti. Sembrava che nessuno se ne accorgesse e che mi rendessi conto solamente io della grande corruzione del sistema e della sua storia fatta di sistematici ritardi, che hanno poi causato l’incessante diffusione del doping e la corruzione del mondo dello sport. Mi sono fatto l’idea che l’antidoping risponde anche ad altre esigenze, oltre quella di contrastare il doping. La prima è di gestire il fenomeno e tenerlo sotto controllo. È stato creato un Sistema formalmente efficiente ma che evitasse strettoie eccessive che moltiplicassero i casi di positività. Un Sistema formalmente corretto e tale da non sollevare polemiche e limitare ricorsi e contestazioni. Ho accennato al dato di fatto che il sistema antidoping è sempre entrato in ritardo nel perseguimento di alcune sostanze, arrivando a perseguirle solo dopo molti anni dalla loro diffusione e dal loro inizio di utilizzo. È chiaro che questo ritardo non è stato privo di conseguenze, perché ha determinato un’abitudine ad usare determinate sostanze, uno sconvolgimento nella scala dei valori degli allenatori oltre che degli atleti. Attualmente la pratica del doping è sommersa e nessun allenatore o atleta ne ammette l’uso, ma fino a qualche tempo fa pratiche come l’emotrasfusione venivano considerate lecite e se ne parlava quasi apertamente. Per più di dieci anni il sistema sportivo ha fatto finta di non accorgersi che si trattava di una pratica di doping molto potente; poi, spiazzato da un decreto del Ministro Italiano della Sanità, si affrettò a proibirla. Nel 1999 il sistema sportivo, attaccato più volte per un Sistema antidoping che appariva tutt’altro che autonomo ed efficace, ha ideato un’agenzia che potesse essere a metà strada tra il sistema sportivo stesso e il sistema politico – una mossa molto abile: creando l’Agenzia mondiale antidoping (WADA), si è guadagnata una sorta di autoreferenzialità. La WADA ha fatto danni sul piano concettuale. Ha imposto il proprio Sistema che è specifico per gli atleti agonisti, dimenticando la moltitudine di atleti 20 |

amatoriali e delle fasce giovanili. La WADA e l’intero Sistema sportivo antidoping sono intervenuti con mano pesante nei Paesi che erano dotati di una legge penale e avevano quindi un sistema di controllo e antidoping operante ed avanzato, ed in alcuni casi gestito da organismi pubblici ma competenti come il Ministero della Salute. In Italia operavano quattro laboratori antidoping. La WADA è poi intervenuta in maniera pesante imponendo la chiusura di detti laboratori lasciandone solo uno… chiaramente alle dipendenze della stessa WADA. L’apparente disponibilità alla collaborazione ma l’ostilità di fatto del Sistema sportivo antidoping nei confronti del Sistema penale mettono in evidenza l’insofferenza ad avere un sistema alternativo. In realtà il sistema sportivo ha un potere forte e confuso con il potere politico ed è ormai impossibile distinguere l’uno dall’altro. Il sistema è di vantata efficaca ed apparente funzionamento, ma poi si scopre che la percentuale dei casi di positività è un irrilevante 0,7-1% che perdura sempre uguale da decenni. Al punto da far nascere spontanea la domanda: se il doping è così limitato, a cosa serve questa organizzazione mastodontica con 25 laboratori internazionali in tutto il mondo, centinaia di Paesi impegnati, decine di migliaia di controlli? A che cosa serve se poi la realtà ben diversa dell’uso diffuso emerge solo dai grandi scandali (doping di Stato nell’est Europa, scandali di grandi proporzioni in diversi Paesi). Che cosa l’ha spinta, dal punto di vista umano e professionale, ad affiancare Alex Schwazer nel 2015 in una battaglia di trasparenza e riscatto? Ho ritenuto come allenatore che fosse giusto concedere ad un atleta che aveva sbagliato la possibilità di riscattarsi ed ho anche pensato che potesse essere una bella occasione per capire quanto si possa fare con il solo allenamento rispetto alle prestazioni fatte con il doping, ma ben presto il Sistema sportivo si è coalizzato contro di noi e la nostra vita è divenuta un inferno fino a che l’indagine giudiziaria di Bolzano, molto lunga ed accurata, ha dimostrato che la malvagità del sistema aveva varcato ogni limite giungendo a manipolare l’urina dell’atleta per farlo apparire positivo. Temo però che la vicenda non abbia ancora raggiunto la parola “fine” e che potrebbe nascondere altre terribili sorprese. I recenti Enhanced Games propongono uno sport in cui il doping è dichiarato e regolamentato. Secondo i promotori è un modo per eliminare l’ipocrisia. Lei la considera una provocazione destinata a esaurirsi o il segnale di un cambiamento culturale più profondo? Non so se i promotori degli Enhanced Games siano stati mossi da questa motivazione di eliminare l’ipocrisia. Io la vedrei diversamente. Questi Enhanced Games, contro i quali si sono scagliati


L’Intervista alcuni dirigenti dello sport e molte personalità politiche, che cosa hanno prodotto? Se non sbaglio, nelle gare di atletica e del nuoto, salvo che in un caso, non solo non sono stati realizzati record del mondo ma neanche avvicinati. Quindi mi domando: dove sta il vantaggio dell’utilizzo dei farmaci dopanti? O forse non c’era necessità di istituire gli Enhanced Games perché l’intero Sistema sportivo attuale è tale ed è operante da tempo? Lei ha sempre sostenuto che allenare un atleta significhi educare una persona. Qual è, oggi, la responsabilità educativa di un allenatore? Credo che il compito principale di un allenatore sia quello di sviluppare nell’atleta, a livello individuale e personale, un’autostima che gli consenta di esprimersi per quello che vale. Quindi non arroganza o presunzione, ma neanche sottovalutazione. L'allenatore deve essere uno stimolatore in positivo delle capacità dell’atleta di migliorarsi. Di contro, un allenatore autoritario, critico, che butta sempre le responsabilità sulle spalle dell’atleta può produrre danni irreparabili. Il compito educativo dovrebbe inoltre toccare il tema della cooperazione con gli altri e anche del riconoscimento delle loro capacità, oltre che del loro impegno. L’impegno proprio e l’impegno degli altri devono essere rispettati, anche perché chi pratica sport si espone, in maniera leale, nella competizione: può vincere, può perdere e lo fa in maniera, appunto, sportiva, cioè accettando il risultato e preparandosi magari a fare meglio la volta successiva. Ecco, il ruolo dell’allenatore deve essere quello di creare un bagaglio che poi il soggetto ricorderà per sempre e considererà come la cosa più importante: un patrimonio di capacità individuali, sociali, di gruppo e di cooperazione. La figura dell’allenatore è centrale nello sviluppo di un atleta, non solo dal punto di vista sportivo. Secondo la sua esperienza, quali strade formative possono essere intraprese da un giovane che desidera ricoprire il ruolo di tecnico? Oltre – chiaramente – allo studio inerente alla disciplina sportiva d’interesse, che consigli darebbe a una persona che andrà a rivestire un incarico formativo così importante? Be’, per rispondere a questa domanda ci ricolleghiamo a quella iniziale sul ruolo della metodologia dell’allenamento, che è una sorta di raccoglitore delle esperienze fatte nei diversi sport. All’interno di questo raccoglitore è fondamentale individuare i punti chiave per costruire delle classificazioni che offrano una visione razionale e strutturata dei diversi argomenti. La metodologia dell’allenamento è un sistema logico che consente di cogliere che cos’è l'allenamento stesso: un sistema basato su un

percorso progressivo, nel quale i carichi diventano via via più impegnativi, sempre nel rispetto dei limiti entro cui è possibile lavorare senza esagerare. Quindi gli esercizi più facili sono seguiti da esercizi un po’ più complessi, abbinati tra di loro e collegati. Questo percorso, dal facile al sempre più difficile, è definito anche percorso tassonomico e rappresenta un’altra bussola che deve guidare l’allenatore. L’allenatore, quindi, non regola solo l’aumento dei carichi, ma il livello delle difficoltà e, pian piano, porta l’atleta e anche sé stesso a proporre cose più complicate. Perché è chiaro che l’allenatore, a sua volta, deve fare uno sforzo per concepire dei passi ulteriori, trovare delle soluzioni, riuscire a spiegare nuove esercitazioni ai propri atleti e così via; deve uscire anche lui, come si dice di solito, da un ambito che gestisce con facilità e passare a un ambito più impegnativo, nel quale si cimenta con qualcosa di nuovo. Ecco, quindi, che lo studio di una disciplina sportiva, da solo, non basta, perché diventa soltanto una descrizione della tecnica, ma poi non si sa bene neanche come regolarla. Invece si deve basare su una forte struttura di metodologia dell’allenamento. Allora è chiaro che quella disciplina assumerà un carattere diverso, perché la metodologia dell’allenamento è una materia che è cresciuta negli anni e che ha, appunto, introiettato i concetti e le esperienze maturate nei diversi sport. È quindi una sorta di contenitore, distributore, classificatore e sintetizzatore che ci consente poi di affrontare l'allenamento di quella disciplina sportiva in una maniera molto più solida, molto più organizzata e di maggiore qualità.

Il ruolo dell’allenatore deve essere quello di creare un bagaglio che l’atleta ricorderà per sempre: un patrimonio di capacità individuali, sociali, di gruppo e di cooperazione #18-2026 | 21


Un calcio oltre il campo, con i grandi

Un calcio oltre il campo, con i grandi Philadelphia Junior Cup | Keep Racism Out, dagli oratori agli stadi: per uno sport che fa crescere

U di Laura Politi

n viaggio che dura mesi, ma che dura da anni. Sport di base e professionistico si sono uniti nel 2013 per dare vita ad un torneo che è molto più di una competizione. Un viaggio appunto, che passa negli oratori e arriva nei campi della Serie A. La Philadelphia Junior Cup | Keep Racism Out è un progetto con due anime, che trovano il proprio spazio di azione da una parte sul rettangolo di gioco e dall’altra nelle parole e in ciò che le parole sono in grado di creare. Quest’anno parliamo di oltre 5.850 ragazze e ragazzi e 462 squadre di oratorio, che hanno disputato più di 2.000 partite sui campi di calcio a 7. I protagonisti sono proprio loro, atleti tra i 12 e i 14 anni che provengono dalle città in cui si gioca la Serie A Enilive. In quelle stesse città, oltre a tifare per una delle 20 squadre del massimo campionato di calcio italiano, gli appassionati del pallone possono contare su un calcio vivo e attivo a livello giovanile nei campetti di quartiere, negli oratori e nelle parrocchie.

La collaborazione con tutti i Club di Serie A, e a seguire con I PROMOTORI i rispettivi C’è una triade che rende possibile messa in atto della Philadelphia giocatori, è laJunior Cup. L’incontro con lo sport professionistico è reso possibile fondamentale da Lega Calcio Serie A, da 13 anni fianco del Centro Sportivo per parlare alItaliano con il comune obiettivo di diffondere i valori dello sport. ai più giovani In questa corsa scudetto è nel team da due stagioni amplificando entrata la formazione di Philadelphia, marchio del Gruppo Mondelēz la portata del International e title sponsor della competizione. La comunanza di messaggio valori e la condivisione di letture 22 |

del gesto sportivo sono il collante di questo tridente, che ambisce a portare collaborazione, amicizia, fair play e rispetto negli stadi e al di fuori degli impianti. Partendo dalla convinzione che il gesto sportivo di un professionista è in grado di comunicare ai giovani atleti un messaggio che travalica la mera tecnica di gioco, il progetto sociale sposa – dal 2022 – la campagna di sensibilizzazione contro il razzismo e ogni forma di discriminazione “Keep Racism Out”, promossa da Lega Calcio Serie A in collaborazione con l’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La Philadelphia Junior Cup | Keep Racism Out chiede a calciatori e calciatrici professionisti un gesto sportivo fuori dal campo, per comunicare ai ragazzi un messaggio in grado di attecchire sul terreno della loro formazione più facilmente che in lezioni frontali o tra le reti di un campo che conoscono alla perfezione, e dove forse proprio per questo smettono a volte di prestare attenzione. È per questa ragione che la collaborazione con tutti i Club di Serie A, e a seguire con i rispettivi giocatori, è fondamentale per parlare ai più giovani amplificando la portata del messaggio. GLI INCONTRI In questa cornice si inseriscono gli incontri con calciatori e calciatrici della Serie A Enilive, in occasione dei quali prende pienamente forma una delle due anime della Philadelphia Junior Cup. Rimane


Zoom

fuori dai giochi la competizione e dall’erba conosciuta del campetto dove si sta crescendo, sotto lo sguardo del proprio allenatore, ci si sposta negli stadi dei campioni, quelli che tanti giovani atleti hanno fino a quel momento visto solo dietro uno schermo. Sono tanti i partecipanti al progetto che conoscono gli impianti in queste occasioni e si aprono alla scoperta dello sport dei professionisti. Sono gli stadi, ma anche i centri di allenamento e le sedi dei Club di Serie A, ad ospitare gli incontri dei calciatori con i giovani della Philadelphia Junior Cup | Keep Racism Out. Si tratta di momenti di confronto e relazione che abbattono le barriere esistenti tra chi lo sport professionistico lo pratica e chi lo osserva a distanza, con ammirazione e spesso con il desiderio di “farcela”. Ci sono solo pochi metri a separare le squadre del torneo da chi gioca nel massimo campionato di calcio italiano. A partecipare al confronto, insieme a educatori

e psicologi, ci sono anche le delegazioni giovanili dei Club ospitanti, contribuendo a limare le distanze. Se il contesto non fosse abbastanza per comprendere l’entusiasmo dei ragazzi, pensiamo all’emozione di ascoltare dal calciatore ospite il percorso che lo ha portato fino a lì, soprattutto quando questo percorso è partito proprio da un oratorio. È successo più volte, negli anni, di ascoltare di esordi nei campi parrocchiali: solo quest’anno, per la tredicesima edizione, più calciatori hanno parlato dei loro trascorsi in oratorio, dal portiere del Bologna Massimo Pessina al difensore Alessandro Marcandalli del Genoa, mentre in casa Parma sono stati Camelia Ceasar e Filippo Rinaldi a ricordare di essere cresciuti proprio in oratorio. Il fulcro degli incontri con i campioni non è quello di spingere a dire: “Se ce l’ha fatta lui, posso farcela anch’io”. Ci sono ragazze e ragazzi che potranno fare il

“grande salto”, ma l’obiettivo non è tanto incoraggiare loro quanto parlare a tutti, ricordare che persone che sembrano così lontane non sono poi così diverse. Non si tratta quindi tanto di alimentare un sogno, ma di invitare a seguire una passione come quella sportiva, che contribuisce alla formazione dell’individuo ben oltre le tecniche che si applicano sul campo. Parlando di spogliatoi come crocevia di culture, calciatori e calciatrici hanno ricordato ai ragazzi non solo il valore aggiunto derivante dal confronto tra bagagli diversi, che arricchisce e stimola chi ha la fortuna di viverlo in prima persona, ma anche di come sui campi e nelle palestre nascano legami duraturi che segnano il percorso di vita di tanti atleti. Quella dell’allenatore è di certo una figura fondamentale, che svolge un ruolo educativo di rilievo nella vita del giovane #18-2026 | 23


Un calcio oltre il campo, con i grandi atleta, e tanti professionisti lo hanno ricordato. Così come legami speciali sono quelli che nascono mentre insieme si impara a tirare in porta, nascono sui campi e poi li lasciano per accompagnare tanti giovani atleti anche a scuola, in università, sul lavoro. Lo hanno confermato tanti calciatori durante gli incontri, di rapporti cresciuti anche lontano dagli spogliatoi, e lo hanno vissuto negli anni i partecipanti della Philadelphia Junior Cup, sperimentando come – grazie al calcio – siano entrate nella propria vita persone destinate a prendervi un posto. In tanti oratori, parrocchie, società sportive nascono amicizie alimentate da una comune passione sportiva, destinate a crescere quando si condivide anche un bagaglio valoriale. Un sondaggio dello scorso anno, condotto da Philadelphia su un cluster di partecipanti alla competizione, ha rilevato come il progetto abbia favorito la socializzazione tra i giovani calciatori: più del 70% dei rispondenti ha dichiarato di aver stretto nuove amicizie, mentre oltre il 35% ha partecipato alla Philadelphia Junior Cup per divertirsi con gli amici, a dimostrazione di come il calcio sia un valido strumento per la nascita e lo sviluppo di legami.

per il Cagliari, Idrissa Touré dal Pisa, Luca Lezzerini e Siria Mailia con i colori della Fiorentina, tutti portavoce dei valori dello sport nella partita del progetto per abbattere stereotipi e pregiudizi. E ancora Paleari in porta per il Toro, a centrocampo dal Lecce Oumar Ngom e Sadik Fofana, insieme a Collocolo per la Cremonese e a Musah per il team Atalanta. Completano la squadra Assane Diao e Sofia Colombo per il Como, gli esterni Kamara e Zanoli dell’Udinese, Roberto Gagliardini e Anna Benini per l’Hellas Verona, con in porta dal Milan Pietro Terracciano. Gli incontri di questa edizione hanno preso il via in un luogo dal profondo significato storico, per sottolineare l’importanza di non farsi trascinare dall’indifferenza e non ripetere gli errori del passato: al Memoriale della Shoah di Milano, al Binario 21 della Stazione Centrale, i giovani del progetto hanno incontrato Lisa Alborghetti, Giuseppe Bergomi e Francesco Toldo, Legend dell’Inter, insieme ai ragazzi e alle ragazze del settore giovanile nerazzurro, per approfondire insieme il lascito della storia, con la volontà di costruire una società più inclusiva.

E, lo abbiamo detto, lo sport è anche un efficiente veicolo per la trasmissione dei valori dell’inclusione e del rispetto. Il sostegno alla campagna “Keep Racism Out” comunica ai giovani calciatori la necessità di giocare in squadra per diffondere un messaggio inclusivo, l’importanza di scendere in campo per fare la propria parte. Viola Calligaris e Pierre Kalulu della Juve, Di Lorenzo del Napoli, Maldini per la Lazio e El Aynaoui per la Roma, con Andrea Pinamonti e Sara Mella per il Sassuolo, sono diventati quest’anno i volti di una partita che si protrae nel tempo e hanno prestato le loro parole alla campagna antidiscriminazioni. Con loro il centrocampista Deiola

Manca quindi l’altra anima del progetto, che è quella che si mette in pratica sul campo di gioco. Quasi 6.000 ragazze e ragazzi si sono confrontati quest’anno nelle fasi territoriali, regionali e interregionali della competizione, con l’obiettivo di conquistare un posto nella finale ad otto squadre in programma a Roma e la speranza di poter essere tra le due finaliste in campo per la sfida conclusiva: quella per il titolo, da giocare sul prato dello Stadio Olimpico capitolino. Il percorso della tredicesima edizione della Philadelphia Junior Cup | Keep Racism Out è ripartito da Napoli, con la presentazione ospitata dall’Oratorio Don Guanella, i vincitori dell’anno

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GLI STADI E IL TORNEO

precedente. L’inaugurazione della stagione, accompagnata dal taglio del nastro sul campo rinnovato – grazie al contributo ricevuto da Philadelphia per la riqualifica dell’impianto da gioco –, è stata arricchita da ospiti d’eccezione, quali Alessandro Del Piero, nuovo ambassador di Philadelphia, Gianluca Grava (SSC Napoli) e Cristian Daniel Ledesma (SS Lazio). Le loro sono state le prime voci a dialogare con i ragazzi sul progetto, e il campo del Don Guanella il primo terreno di gioco – per un’amichevole – che ha dato il via alla nuova stagione. Da gennaio a maggio tutte le fasi del torneo, con alcune partite che i ragazzi ricorderanno in modo particolare. Alcuni match si giocano infatti sul verde degli stadi della Serie A, nel pre-gara dei match del massimo campionato. Decine di ragazzi sono quindi stati accolti durante l’anno per vivere un’emozione unica, sotto i riflettori dei grandi campioni. È successo al Tardini di Parma e alla Cetilar Arena a Pisa, e poi ancora allo Stadio Olimpico Grande Torino, allo Zini di Cremona e al Bentegodi a Verona, con i giovani calciatori che hanno portato a casa un’esperienza da ricordare, in grado di accorciare ancora una volta le distanze tra sport di base e sport di vertice. Gli stadi della Serie A Enilive sono dunque la cornice di numerosi appuntamenti del progetto. Oltre agli impianti che hanno ospitato alcuni degli incontri formativi, tutti gli stadi hanno accolto i partecipanti della Philadelphia Junior Cup, in occasione dei pregara oppure in visita per dei walk about a loro dedicati. L’ultimo stadio ad aver acceso i riflettori sui giovani calciatori è stato appunto l’Olimpico capitolino, dove le due squadre che hanno conquistato la Final Eight – la fase finale giocata al Centro di Preparazione Olimpica “Giulio Onesti”, annunciata alla presenza degli ambassador Vincent Candela (Lega Calcio Serie A) e Stefano Fiore (SS Lazio) – sono


Zoom Toldo, legend dell’Inter, Stefano Fiore e Fabio Firmani, ambassador della Lazio, che hanno reso ancor più straordinaria l’avventura sportiva di questi giovani atleti.

In tanti oratori, parrocchie, ALLA FINE DEL VIAGGIO: E ORA? percorso della Philadelphia società sportive IlJunior Cup | Keep Racism Out non ha raggiunto il punto d’arrivo sul nascono amicizie campo dell’Olimpico di Roma. A distanza di poche settimane, nella alimentate da una cornice del Festival della Serie A, ha fatto tappa a Parma, comune passione ilperprogetto approfondire il valore dello come strumento educativo sportiva, sport all’interno del panel “Il Calcio unisce: responsabilità sociale destinate a che e Lega Serie A”. Nella tre-giorni dedicata al massimo campionato crescere quando di calcio italiano, a raccontare in prima persona l’emozione del si condivide torneo sono stati proprio i ragazzi della Parrocchia San Giuseppe anche un bagaglio Lavoratore, ospiti sul palco. Per comprendere appieno l’impatto progetto in chi lo vive fuori valoriale del dal campo durante la stagione scese in campo prima della Finale di Coppa Italia Frecciarossa tra Lazio e Inter. A dare il calcio d’inizio alla sfida per il titolo, trasmessa per la prima volta in diretta su Radio TV Serie A, è sceso ancora una volta in campo Alessandro Del Piero. A fine partita è stato un secondo Alex a chiedere a gran voce di spostare i riflettori su di sé, e lo ha fatto segnando la tripletta che ha portato la Parrocchia San Giuseppe Lavoratore ad aggiudicarsi la coppa della tredicesima edizione. Se l’emozione di mettere a segno tre gol nella porta avversaria rimarrà scolpita nei ricordi di Alex Stoichina, sono stati tutti i ragazzi in campo a vivere un’esperienza memorabile, di quelle che vengono raccontate a lungo. Per congratularsi con la formazione vincitrice di Bologna e con i veneti della Parrocchia San Paolo erano presenti sul terreno di gioco dell’Olimpico alcuni grandi campioni quali Esteban Cambiasso, Julio Cruz e Francesco

sportiva, è invece venuta in aiuto la ricerca condotta da Banca Ifis su educatori, allenatori e genitori delle squadre finaliste della Philadelphia Junior Cup. La manifestazione parmense è stata l’occasione per analizzare i risultati dell’indagine, confermando il

ruolo del torneo come esperienza formativa oltre che sportiva: oltre il 70% delle famiglie ritiene che il progetto abbia avuto un ruolo importante per la trasmissione di valori fondamentali quali rispetto e inclusione, mentre secondo il 90% la partecipazione dei propri figli agli incontri “Keep Racism Out” ha contribuito in modo concreto a sensibilizzare i ragazzi sul tema della discriminazione, e la quasi totalità dei genitori ha dichiarato che la Philadelphia Junior Cup ha favorito la costruzione di legami e relazioni anche oltre il campo di gioco. Si tratta di premesse – e così è giusto chiamarle anche dopo tanti anni di progetto – sulle quali continuare a costruire in vista della nuova stagione. Il fischio finale dell’ultimo match all’Olimpico non ha segnato la conclusione di un percorso, ma solo la tappa di un viaggio destinato a continuare, con la stessa volontà di offrire a migliaia di ragazze e ragazzi un’esperienza in grado di lasciare un segno dentro e fuori dal campo. La Philadelphia Junior Cup si prepara quindi a scendere di nuovo in campo nella prossima stagione, parlando un calcio capace di unire, educare e abbattere barriere.

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In fondo all’oro… l’uomo

Dalla corsa in montagna, bambino nella sua Carnia, al successo olimpico di Torino 2026, il campione di sci nordico Giorgio Di Centa racconta le medaglie, la fatica, la famiglia


Nati nel CSI

di Felice Alborghetti

A

vent’anni esatti dalla sua storica medaglia olimpica, conquistata a Torino 2006 sulle montagne italiane di Pragelato, in un finale mozzafiato, con sette fondisti a sprintare e lui immenso a vincerla, Giorgio Di Centa, super campione del nostro sci nordico, ancora oggi a Paluzza, nel suo Friuli, ha i brividi, anche d’estate, nel ricordare quella medaglia.

Cosa ricordi di quella impresa leggendaria? Lo dico subito: io tendenzialmente non guardo mai tanto indietro. Vado avanti, guardando la realtà che vivo, e tendo spesso a dimenticare le cose, ma certo quelle emozioni sono indimenticabili. Eravamo sul binario, in fila, nella discesa che portava al rettilineo sotto le tribune. Avevo davanti il francese. Lo passai a sinistra e poi andai a tutta, senza voltarmi. Temevo, certo, che qualcuno mi superasse, ma negli ultimi 50 metri non fu così. Una vittoria da vero fuoriclasse. Da numero 10 come il tuo pettorale quel giorno. Non trovi? È stata una giornata unica. Diciamo che sono state delle Olimpiadi speciali per me: stavo molto bene, sono arrivato all’ultima gara molto sereno e ho affrontato quei 50 chilometri in maniera veramente azzurra. Sapevo di essere a posto e preparato, sapevo di avere una grande opportunità, ma avevo anche la forza della consapevolezza di tutti i sacrifici e del lavoro fatto in anni e anni, che mi avevano condotto fino a quella giornata. Penso anche al destino e a quel Signore lassù, che volle proprio che tutto funzionasse al meglio quel 26 febbraio. Ho centrato appieno l’obiettivo facendo quel tipo di sprint, ben sapendo di dover risparmiare qualcosa prima. In quella volata stavo talmente bene che avrei potuto andare avanti ancora un chilometro a quel ritmo. Sai, io sono molto credente e quindi ti posso assicurare che qualcosa di divino, non so come dirtelo, c’è stato. Quel giorno veramente non potevo sbagliare.

Non credo di ricordare una 50 km a tecnica libera con uno sprint per le medaglie con così tanti atleti. Eravate in sei o sette a giocarvi il podio in pochissimi metri dopo una maratona estenuante. Giusto? Sì, là si correva molto in alto, quindi si provava a scappare via e poteva sembrare facile, ma si andava subito in debito di ossigeno. Ti dico solo che 15 giorni prima, nella gara d’apertura, la 30 km, avevo provato a fare uno scatto sull’ultima salita. Stavo molto bene e volevo staccare gli avversari. Riuscii a guadagnare pochissimo, però in discesa mi ripresero e, quando arrivai sul rettilineo finale, non ne avevo più. Questo per dire che bisogna saper mettere in campo le proprie forze nel modo giusto. Avevo capito bene come andava affrontato quel tipo di pista e, 15 giorni dopo, non ho più sbagliato. Questo successo ti ha portato nel mito dello sci di fondo italiano. Primo ed oggi ancora unico italiano dopo Franco Nones, nel 1968, ad aver vinto un’Olimpiade individuale nello sci nordico. Entrambi siete stati portabandiera azzurri, entrambi siete nati nel Centro Sportivo Italiano. Franco è un monumento vivente dello sci di fondo ed è un mito inarrivabile. Non sapevo che anche lui conoscesse il CSI. Io ho iniziato, come tanti bambini, a correre nell’Aldo Moro di Paluzza. D’estate, in particolare, si cercava di abbinare la corsa in montagna, nel mio caso come completamento della mia attività principale, che era comunque lo sci di fondo. Queste gare, che ho fatto fin da bambino, mi hanno dato lo stimolo giusto per restare sempre in competizione e in allenamento anche d’estate, così da presentarmi al meglio alle gare invernali. Anche da bambino sempre sport di sacrificio e resistenza insomma? Ho iniziato da bambino con sport semplici come lo sci di fondo e la corsa in montagna o comunque qualche campestre, ma soprattutto corsa in montagna sempre attraverso la società sportiva del CSI ed alla squadra del paese nella Carnia, l’Aldo Moro Paluzza, dove ci portava papà Gaetano. Anche mio fratello maggiore Andrea, che ne è tuttora il presidente, e mia sorella Manuela, hanno fatto la stessa trafila. Era lo sport a portata di mano. Ricordo le gare a staffetta sui sentieri del Monte Coglians, come le prime medaglie al Trofeo Gortani. Quest’anno la società ha compiuto 80 anni: è una delle prime, una di quelle da sempre legate al CSI. È una vita che promuove lo sport a livello giovanile ed è una realtà importante perché riesce a tenere impegnati i giovani, nella corsa, nel gioco. Non tutti hanno la possibilità di farlo. #18-2026 | 27


In fondo all’oro… l’uomo Di fatica insomma ne hai fatta, sia con le scarpe da corsa sia con gli sci. Sicuramente. Da piccolo mi allenavo tre o quattro volte alla settimana e la corsa faceva parte integrante del mio sistema di allenamento. Poi, crescendo, sono arrivato anche a dieci ore alla settimana tra corse, camminate, allunghi e quant’altro. Si dice spesso che il fondo sia molto faticoso. Posso dire, adesso, che per me era invece molto faticosa la corsa, soprattutto quella in salita. Era terribile, mortale, ma è stata importante perché ti insegna ad avere una grande resilienza, una grande resistenza e, a livello mentale, a non mollare mai. Parlaci invece della tua fede. Il fondo, lo sport tra le montagne e la natura ti portano a pensare all’infinito. Alla mia maniera ho sempre fatto le mie preghiere, vado ancora a messa quando posso la domenica, e ti assicuro che, quando incontro per dei sentieri o una madonnina o un crocefisso, la sento come una benedizione e sono felice. Hai mantenuto nella tua “cassaforte” qualche medaglietta del CSI? Qualcuna ne ho certamente, ma ricordo che spesso veniva data a tutti, come fosse un premio di partecipazione. È importante per un bambino avere una testimonianza, un omaggio, dopo aver fatto una fatica che, al di là del risultato, era uguale per tutti. L’importante era riuscire a darla a tutti. Ti piace allora il modello scandinavo, insomma, dove non si stilano classifiche nello sport fino ai 12 anni. Potrebbe essere importato anche a queste latitudini? Qualcosa, secondo me, si può prendere da questo modello. I genitori, specialmente, devono imparare a non snervare i propri figli. Cioè, se non hanno avuto delle soddisfazioni nello sport, non possono rivalersi su di loro e, tra virgolette, stressarli o incitarli. Penso naturalmente per primo al calcio. Alla fine, quando in un ragazzo c’è talento, viene fuori, quindi non serve portarlo all’esasperazione. L’importante è fargli fare sport e fare in modo che questo gli dia delle linee guida nella vita stessa, perché nello sport ci sono le regole, il modo di vivere, il rispetto degli altri. E la fatica ti insegna questo, ti insegna ad apprezzare di più quello che hai. È questo che deve venire fuori. Poi, se c’è un ragazzo che ha talento, questo emergerà di sicuro. Ma il ragazzo deve fare la sua strada… ecco. A proposito di genitori, di essere papà, di talento. Tua figlia Martina una campionessa, tuo fratello Andrea un grandissimo atleta; tua sorella Manuela una straordinaria stella azzurra, tu una 28 |

leggenda, tuo papà Stella d’oro al Merito Sportivo, una vita nello sport. Insomma quanto talento in questo DNA dei Di Centa? Certo, serve il DNA e quello è, diciamo, la base di partenza, ma non basta solo quello. Serve la testa e il voler fare fatica. Da bambino non avrei mai voluto fare uno sport di fatica, perché non mi piaceva. Invece, un po’ alla volta, la fatica mi è entrata dentro e, forse anche perché soffrivo e ho sempre sofferto d’asma, fare comunque dello sport mi aiutava. Nella sofferenza, insomma, ho imparato anche a superare l’asma negli anni. Per quanto riguarda la famiglia Di Centa, diciamo che tutti e due i miei fratelli mi hanno dato un esempio positivo dello sport, ma sicuramente papà è stato quello che, dietro le quinte, ha sempre creduto in noi e mi ha spinto tanto, anche quando ero bambino e ragazzo, negli anni più difficili. Penso magari a quando avevo dai 10 ai 15 anni, che sono anni molto difficili, in cui i ragazzi spesso abbandonano la strada intrapresa o perdono la bussola. Papà Gaetano ha trovato lo sport attraverso la corsa in montagna e da lì ha insegnato a tutti questa cosa, prendendo in mano la società sportiva Aldo Moro e accogliendo tanti ragazzi nella vita. A loro e a noi figli ha dato le basi per tirar su bene le famiglie. Soprattutto Manuela, negli anni successivi, mi ha aiutato anche quando avevo dai 17 ai 19 anni. Devi pensare che a quell’epoca lì era pieno di fondisti italiani forti, non è come adesso che è quasi una rarità trovarne uno forte. Non è stato facile. Esame dopo esame, mese dopo mese, anno dopo anno, sono arrivato a fare tante Olimpiadi, fin quando ho centrato Torino 2006. Ricevere la medaglia da mia sorella, con mia figlia Martina ad applaudire e con mio padre che, ricordo, mi disse: «Era ora, finalmente, che vincessi una medaglia!».

Quando in un ragazzo c’è talento, viene fuori, quindi non serve portarlo all’esasperazione. L’importante è fargli fare sport


Nati nel CSI Da campione quale sei, quanta responsabilità senti nel rappresentare un modello per i giovani, sia quando indossi la divisa azzurra sia, perché no, anche quella dei Carabinieri? Sì, ho sempre sentito questa responsabilità perché sono uno che comunque vive nelle regole, che si comporta bene, quindi, tra virgolette, è stato anche abbastanza semplice fare questo. Però provo grande soddisfazione se c’è qualche ragazzo o, insomma, ancora al giorno d’oggi anche qualche uomo che dice di aver preso esempio da me, da quello che ho fatto come uomo. Perché tanti mi hanno fatto i complimenti non solo per i meriti sportivi, ma proprio come uomo. Sai, non ho mai amato Facebook né Instagram. Oggi, certo, un atleta deve anche essere sui social. Ma io ho sempre fatto una scelta diversa e sono rimasto nella mia semplicità, nel mio modo di essere, senza tanta notorietà ma con la stessa serenità. Ecco, io vivo nella mia tranquillità. Al Corpo dei Carabinieri devo moltissimo, perché non ero ancora maggiorenne quando sono entrato nell’Arma. E dopo questa grande soddisfazione non mi sono seduto, ma anzi è stato il trampolino di lancio che mi ha dato la serenità – lo dico sinceramente, anche economica – per rimanere concentrato sul mio modo di vivere. E da lì poi ho costruito tutto: quattro medaglie pesanti come responsabilità, ossia i miei figli Laura, Martina, Gaia e William. Tanta dedizione a loro e, se ho potuto fare bene il mio lavoro, è grazie a mia moglie Rita, che mi ha sempre dato la serenità di poter andare all’estero,

di poter fare le gare, sapendo che a casa c’era qualcuno che badava bene ai figli. Anni fa, il 22 maggio, sono stato contento di andare con lei a Cascia e Roccaporena, proprio il 22 maggio. Si chiama Rita proprio perché è nata nel giorno della Santa delle Cause impossibili. Oggi Giorgio è uno skiman, fa parte dello staff della nazionale italiana di Biathlon, quale tecnico dei materiali. Parlando ai ragazzi, agli atleti del CSI, molti dei quali giovanissimi, sui binari del fondo, come in tanti altri sport di fatica sappiamo che ci sono sempre i rischi di intraprendere possibili scorciatoie. Ci lasci con un messaggio di pulizia e candore come la tua amata neve? Il Papa di recente ci ha redarguito spronandoci a percorrere la strada dritta. È importante perché altrimenti, secondo me, non si può gioire. Se non si è puliti dentro, non si può gioire di quello che si fa. Occorre essere veramente consapevoli di conquistare le cose in maniera naturale o comunque di arrivare fino a dove si può con i propri mezzi, senza cercare scorciatoie. Mi piace il Papa, perché ha tanta passione per lo sport. Se avessi l’occasione per scambiare due parole con lui mi piacerebbe davvero tanto. Ho incontrato papa Francesco dopo una lunga pedalata nel 2018 a seguito di un pellegrinaggio in bicicletta dalla Carnia al Vaticano; un viaggio in 6 tappe a cento anni dalla fine della Grande Guerra per ricordare le portatrici carniche. Ora mi piacerebbe incontrare Leone XIV.

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Titolo

Chi è Giorgio Di Centa Giorgio Di Centa, 54enne ex fondista azzurro, ha cominciato lo sport in Friuli, nella Carnia, nell’US Aldo Moro di Paluzza, nella società di suo papà. Ha iniziato a praticare corsa in montagna e lo sci di fondo in giovane età, a causa dell’asma, assieme al fratello Andrea e alla sorella Manuela. Nel 1988, a sedici anni, è entrato a far parte della Nazionale juniores e l’anno seguente è entrato nel Gruppo Sportivo dei Carabinieri. In carriera ha preso parte a cinque edizioni dei Giochi olimpici invernali, Nagano 1998, Salt Lake City 2002, Torino 2006 (oro nella 50 km a tecnica libera, oro nella staffetta), Vancouver 2010, e Soči 2014 e a dieci dei Campionati mondiali, vincendo quattro medaglie. Campione olimpico a Torino 2006 nella 50 km individuale e nella staffetta con Fulvio Valbusa, Pietro Piller Cottrer e Cristian Zorzi. Portabandiera italiano durante la Cerimonia di apertura dei XXI Giochi olimpici invernali di Vancouver 2010. 30 |


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Il pallone dell’oratorio: le radici cattoliche della diffusione del calcio in Italia

Il pallone dell’oratorio: le radici cattoliche della diffusione del calcio in Italia

di Fabien Archambault

Professore associato di storia contemporanea, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne

B

isogna sempre diffidare delle illusioni retrospettive. Quando il Centro Sportivo Italiano fu ufficialmente fondato a Roma nel giugno del 1944, due giorni dopo la liberazione della città, nulla lasciava presagire che la nuova Associazione avrebbe puntato sul calcio. Al contrario, sarebbe stato più logico che si orientasse verso lo sport principale allora praticato e apprezzato dalla maggioranza degli italiani, il ciclismo. Il movimento cattolico aveva già preparato il terreno e disponeva persino, fin dalla fine degli anni ’30, con Gino Bartali, di un «campione della fede» proposto come modello educativo ben oltre il solo ambito sportivo. Il calcio, dal canto suo, era allora diffuso solo nelle città e seguito principalmente dalle classi medie urbane in un Paese ancora prevalentemente rurale che, di conseguenza, lo ignorava in gran parte. È proprio per questo che la scelta è ricaduta sul calcio: tra tutti gli sport disponibili, rappresentava una sorta di tabula rasa e appariva quindi come il più

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suscettibile di essere modellato, inquadrato e investito di valori propriamente cattolici. Questa scelta del calcio fu sostenuta e difesa dalla frangia più intransigente del mondo cattolico – in particolare dal Presidente del nuovo CSI, Luigi Gedda –, che non esitava affatto ad appropriarsi dei nuovi strumenti della cultura di massa per diffondere il Vangelo, seguendo un meccanismo collaudato: erano talmente sicuri della propria fede da non temere di confrontarsi con la modernità per tentare di plasmarla secondo le proprie visioni. Oltre allo sport, erano interessati anche il fumetto, il teatro, il cinema, ma anche la canzone o l’ascolto collettivo della radio. La concezione cattolica del calcio era tuttavia articolata. Per alcuni, era solo un mezzo per favorire eventuali slanci spirituali, mentre per altri era anche l’occasione per promuovere la societas christiana. Queste divergenze di valutazione portarono a un’escalation: per i salesiani, in particolare, il calcio diventava portatore di una validità propria, in grado di dare luogo a una pratica intrinsecamente cristiana. Tali diversi punti di vista rientravano tuttavia tutti nel quadro di una politica mirata e volontaristica rivolta ai giovani. Si possono individuare due fasi principali dello sviluppo del calcio all’interno del CSI. La prima, quella del grande balzo in avanti, avvenne all’inizio degli

anni ’50: in tre anni, dal 1950 al 1952, il numero delle società passò da 700 a oltre 2.000, mentre il numero dei campi da gioco aumentò vertiginosamente – si passò da poche centinaia in Italia nell’immediato dopoguerra a circa 5.000 a metà degli anni ’50, di cui più di un terzo apparteneva alla Chiesa. In quel periodo, il contesto di radicale contrapposizione tra cattolici e comunisti influenzava lo stile di gioco. I concetti di competizione e di risultato prevalevano su ogni altra considerazione, poiché si trattava di difendere l’onore della parrocchia o della sezione. Da entrambe le parti venivano di conseguenza valorizzate la disciplina e lo spirito collettivo, votati al trionfo dei propri colori. La seconda fase, avviata a Milano alla fine degli anni ’50 dall’arcivescovo Giovanni Battista Montini, vide la crescita del calcio di loisir, di solo divertimento – il calcetto e il calciotto – e rafforzò il predominio del calcio cattolico: alla fine degli anni ’60, oltre 5.000 società erano affiliate al CSI e la quota di campi di proprietà ecclesiastica, su un totale di circa 10.000, ammontava ormai alla metà. Dopo due decenni di sforzi pazienti e tenaci, grazie a una politica volontaristica e attraverso un CSI fortemente gerarchizzato e centralizzato, i cattolici italiani erano così riusciti a riservarsi di fatto il quasi-monopolio della pratica amatoriale e di quella giovanile. Questi sforzi della Chiesa,


Focus

istituzione per definizione interclassista, hanno così contribuito in modo decisivo allo sviluppo del calcio su scala nazionale. Le sue ramificazioni parrocchiali si estendono infatti in tutto il Paese e le hanno conferito la capacità di raggiungere effettivamente tutti i gruppi sociali. È essenzialmente grazie alla sua azione che il calcio si è diffuso in tutta la società. All’inizio degli anni ’60, il calcio è così diventato lo sport nazionale in Italia, nel senso di sport più praticato, perché la Chiesa ne ha fatto uno dei vettori della propria presenza e del proprio intervento nella vita pubblica. Più in generale, la specificità dell’approccio cattolico allo sport nell’Italia

del secondo dopoguerra derivava senza dubbio da una triplice prospettiva: innanzitutto ecclesiale, nell’ambito dell’Azione Cattolica e della vita parrocchiale; poi politica, in collegamento con la Democrazia Cristiana al potere; infine morale e religiosa, in un contesto pastorale più ampio. Quest’ultima prospettiva tendette a rimanere dominante, favorendo il consolidamento di un «ambiente cattolico». Che cos’è stata, in definitiva, la «capillarità» sul piano calcistico? Fu al tempo stesso un’impronta religiosa (la messa prima della partita), un’impronta morale (l’esaltazione delle virtù della collettività), un’impronta sociale (l’interclassismo) e una discreta

ma efficace impronta politica nell’orbita del movimento cattolico in senso lato e del partito democristiano per i più militanti. A questo proposito, il calcio ha contribuito in modo decisivo alla costruzione di un’identità collettiva cattolica in Italia. Ecco perché i cattolici hanno prevalso sui comunisti nel dopoguerra su questo campo (se non in altri); ed ecco perché il progressivo disimpegno dell’Azione Cattolica dal mondo del calcio a partire dagli anni ’70 ha, tutto sommato, influito poco sul calcio d’oratorio. Quest’ultimo poteva contare su un sistema generale di interpretazione e organizzazione più duraturo e strutturato, sia dal punto di vista materiale che culturale. #18-2026 | 33


Minori nello sport: le responsabilità dei dirigenti

Minori nello sport: le responsabilità dei dirigenti Dirigenti e tecnici sono chiamati a creare ambienti sicuri, educativi e accoglienti per proteggere i giovani atleti

I di Stefano Verduchi

Proteggere i giovani significa unire competenza, ascolto ed empatia, perché lo sport resti un luogo di gioia, salute, crescita e responsabilità condivisa 34 |

l Centro Sportivo Italiano, coerentemente con la propria missione educativa, considera lo sport anzitutto uno strumento di formazione della persona. L’attività sportiva diventa così occasione di crescita umana, inclusione e sviluppo integrale, andando ben oltre il semplice risultato agonistico. In questa prospettiva, valorizzare la tutela dei minori significa promuovere ambienti sicuri, accoglienti e capaci di accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita, contrastando ogni forma di abuso, violenza, discriminazione, trascuratezza o pressione psicologica. L’attenzione crescente verso la tutela dei minori nello sport ha accelerato questo cambiamento, favorendo l’adozione di modelli organizzativi e di gestione dell’attività sportiva, codici di condotta e figure di riferimento dedicate. Il rischio maggiore, tuttavia, è fermarsi all’apparenza: compilare documenti e nominare un responsabile non basta, perché la vera sfida sarà trasformare queste indicazioni in comportamenti quotidiani. Il Responsabile Safeguarding deve svolgere un ruolo attivo e preventivo, che vada oltre la semplice ricezione delle segnalazioni, attraverso un monitoraggio costante, formazione continua e verifiche periodiche della realtà associativa. Il Presidente, o il delegato espressamente incaricato, è il responsabile

ultimo dell’attuazione complessiva della policy di tutela dei minori dell’associazione. Il Centro Sportivo Italiano, impegnato nella promozione della tutela dei minori, considera la formazione dei dirigenti sportivi un elemento decisivo per costruire l’identità e la cultura educativa di una società sportiva. La formazione, infatti, non deve essere intesa come un adempimento occasionale, ma come un percorso continuo di consapevolezza e responsabilità. In quest’ottica, la specifica proposta formativa del Centro Sportivo Italiano si qualifica come lo strumento ideale per fornire risposte concrete e percorsi strutturati a supporto dei sodalizi sportivi. Solo attraverso competenze aggiornate e una sensibilità educativa condivisa è possibile riconoscere tempestivamente situazioni di rischio e intervenire con equilibrio, prudenza e rispetto della dignità di ogni minore. Il piano formativo dell’Ente si articola in moduli operativi mirati, studiati per supportare le associazioni nell’adeguamento normativo e nell’attivazione dei presidi di tutela. Attraverso corsi dedicati alle figure chiave del Safeguarding, i dirigenti affrontano l’analisi e la redazione dei modelli organizzativi e di gestione dell’attività sportiva, approfondendo gli standard etici dei codici di condotta e i protocolli per una corretta


Fisco&Sport gestione delle segnalazioni. L’obiettivo fondamentale è duplice: da un lato, fornire gli strumenti tecnici per una vigilanza costante e una mappatura dei rischi di contesti e attività; dall’altro, trasmettere le competenze relazionali necessarie per saper accogliere le fragilità ed intercettare in tempo i segnali di disagio dei giovani atleti. I dirigenti non devono limitarsi alla nomina del responsabile, ma sono chiamati a garantire il funzionamento concreto dell’intero sistema di Safeguarding diffondendo attraverso la formazione una cultura condivisa della tutela. Un dirigente formato sa accogliere, ascoltare e costruire alleanze con famiglie, scuole e territorio, contribuendo a rendere l’ambiente sano, sicuro e stimolante. Per rendere efficace questo impegno, l’Ente deve dotarsi di un sistema organico e coerente di strumenti, documenti e procedure, a partire da una policy di tutela dei minori che definisca in modo chiaro l’impegno dell’Associazione e i

principi fondamentali in materia di protezione dell’infanzia e dell’adolescenza. Accanto alla policy, è necessario adottare un codice di condotta che raccolga regole comportamentali chiare, specifiche e vincolanti per tutti i soggetti coinvolti nella vita associativa, compresi dirigenti, responsabili, allenatori, educatori sportivi, collaboratori, volontari, genitori, accompagnatori e atleti minori. A completare il sistema devono essere previsti protocolli operativi dedicati alla segnalazione, alla gestione e alla risposta ad eventuali casi di abuso, sospetto di abuso o situazioni di rischio, con l’indicazione precisa di ruoli, tempi, modalità di intervento e flussi informativi, sempre nel rispetto della normativa sulla privacy e sulla protezione dei dati. Il dialogo è un altro elemento essenziale e renderlo un’abitudine educativa parlando regolarmente con allenatori, genitori ed atleti, ascoltare le loro osservazioni, confrontarsi apertamente e far sentire a

tutti che la tutela e il benessere dei ragazzi sono davvero al centro del progetto sportivo, può rappresentare la chiave per rendere un buon dirigente non più solo un gestore ma un educatore di comunità. Questo significa adottare una nuova forma di leadership, non più solo organizzativa o amministrativa, ma profondamente educativa intenta ad assumersi la responsabilità di creare un ambiente sicuro e positivo per i minori. In tale prospettiva, ogni confronto diventa occasione per intercettare bisogni, difficoltà e segnali di disagio che spesso emergono solo in un clima di fiducia. La prevenzione nasce anche dalla capacità di costruire relazioni autentiche, nelle quali ciascuno si senta ascoltato, rispettato e parte attiva di una comunità sportiva responsabile. Il Safeguarding non è solo un obbligo da rispettare per i dirigenti delle società ma un investimento nel futuro dello sport, ciò in quanto proteggere i giovani atleti significa tutelare il significato più autentico dell’esperienza sportiva: non è sufficiente la sola competenza tecnica dei soggetti coinvolti ma serve anche avere una sensibilità educativa, una condotta irreprensibile e vigilare costantemente affinché queste regole vengano davvero rispettate nella vita di tutti i giorni, senza dare nulla per scontato affinché si possa promuovere un clima di rispetto reciproco. La nomina del Responsabile Safeguarding non può restare un semplice atto formale o un documento custodito in segreteria ma deve diventare parte della cultura condivisa della società sportiva: uno stile educativo, un’attenzione concreta verso le persone e un impegno quotidiano vissuto senza imbarazzo, reticenze o superficialità. Parlare apertamente di tutela, prevenzione e responsabilità è il primo passo per rendere visibili i rischi e affrontarli in modo tempestivo. #18-2026 | 35


Enhanced Games: i giochi di Las Vegas tra doping e miliardi

Enhanced Games: i giochi di Las Vegas tra doping e miliardi Quarantadue atleti, farmaci legali e una startup quotata a Wall Street: a maggio è andato in scena l’evento che ha sfidato il sistema sportivo globale

di Alessio Molinari Bucarelli

Gli Enhanced Games non sono una competizione sportiva nel senso tradizionale del termine. Sono una domanda fatta in pubblico, con soldi veri e atleti reali: cosa succede se si rimuove il divieto di doping? 36 |

I

l 24 maggio 2026, in un’arena temporanea da 2.500 posti costruita nel piazzale del Resorts World Las Vegas, quarantadue atleti hanno nuotato, corso e sollevato pesi davanti a una platea di invitati – i biglietti erano gratuiti – e a circa cinquantamila spettatori su YouTube. Solo una performance ha battuto un record del mondo. I titoli del giorno dopo si sono divisi tra chi ha parlato di rivoluzione e chi di farsa. Entrambe le parti, ognuna a proprio modo, hanno ragione, ma c’è qualcosa in più da analizzare. Gli Enhanced Games non sono una competizione sportiva, attribuendo a quest’ultimo termine l’accezione che comunemente ha. Più propriamente sono il tentativo pubblico di dare una risposta alla domanda: cosa succede se si rimuove il divieto di doping? Il fondatore è Aron D’Souza, imprenditore australiano che vive a Londra, che ha costruito il progetto attorno al principio dell’autonomia corporea dell’atleta, sostenendo al contempo che il Comitato Olimpico Internazionale mantenga un rapporto di sfruttamento nei confronti degli atleti¹. D’Souza ha definito la WADA “antiscientifica” e ha immaginato gli Enhanced Games come il luogo in cui la scienza prende il posto dell’ipocrisia. La sua visione, almeno nella formulazione pubblica, è quella di un sistema sportivo assolutamente trasparente, in cui ciò che accade negli spogliatoi e nelle cliniche private viene portato alla luce. D’Souza ha lasciato la guida operativa dell’organizzazione

alla fine del 2025, sostituito da Maximilian Martin, ex banchiere d’investimento e cofondatore di una società di mining di bitcoin. Le ragioni dell’avvicendamento non sono state rese pubbliche. Gli Enhanced Games traggono ispirazione dalle argomentazioni di Julian Savulescu, professore di bioetica all’Università di Oxford, il quale sostiene che legalizzare il doping porterebbe a uno sport più equo e a una migliore salute per gli atleti². L’argomento di fondo è semplice: le sostanze dopanti sono già largamente usate nello sport d’élite, ma in segreto e senza supervisione medica. Portarle alla luce, regolamentarle e sdoganarne l’uso ridurrebbe i rischi anziché aumentarli. Tra gli investitori della prima ora figurano il cofondatore di PayPal Peter Thiel e il fondo 1789 Capital di Donald Trump Jr.³, ai quali si aggiungono Christian Angermayer, miliardario tedesco e cofondatore dell’iniziativa, e l’ex dirigente di Coinbase Balaji Srinivasan. La società, Enhanced Group, ha debuttato alla Borsa di New York nel maggio 2026 con una valutazione di 1,2 miliardi di dollari⁴. Dai numeri si coglie chiaramente l’importante peso economico della competizione. La valutazione da 1,2 miliardi di dollari racconta un modello di business che ha poco a che fare con lo sport⁵. La società vende testosterone, peptidi, GLP-1 e protocolli di performance medicine attraverso una piattaforma chiamata Live Enhanced, e usa gli atleti come argomento commerciale: se questi protocolli funzionano su un campione olimpico, il messaggio


Atlante sportivo implicito è che possano funzionare per chiunque voglia stare meglio⁶. I diritti di trasmissione sono stati assegnati gratuitamente, idem i biglietti. L’obiettivo reale era raggiungere 60.000 abbonati alla piattaforma entro fine anno⁷. Prendendo in prestito il modello di Red Bull, Enhanced trasforma la competizione in pubblicità e gli atleti in testimonial del proprio catalogo prodotti. Il contesto regolatorio ha giocato un ruolo importante. Robert F. Kennedy Jr., segretario alla Salute e ai Servizi Umani degli Stati Uniti d’America, si è dichiarato “grande fan” dei peptidi e ha promesso di allentare le restrizioni della FDA su alcune sostanze precedentemente vietate⁸. Nel mese di aprile 2026, l’FDA ha spostato alcuni peptidi dalla lista dei prodotti proibiti, permettendo alle farmacie di dispensarli. Enhanced ha risposto entro pochi giorni, aggiungendo nuovi prodotti alla propria piattaforma⁹. Se la FDA deciderà di allentare ulteriormente le regole, il mercato consumer dei peptidi potrebbe passare da nicchia telehealth alle corsie delle farmacie entro un anno¹⁰. I risultati sportivi del 24 maggio meritano di essere letti con attenzione, perché raccontano una storia meno sensazionale di quella che i promotori avrebbero voluto. Lo streaming YouTube ha avuto problemi tecnici nelle prime fasi, con il feed in diretta che si è interrotto durante la prima gara di sollevamento pesi, mentre la platea mostrava molti posti vuoti per buona parte della serata¹¹. La giornata si è aperta con le gare di forza, è proseguita in piscina e si è chiusa con l’atletica: un format compatto e televisivo, poche gare, tutte brevi, e ad alto impatto visivo. Nel sollevamento pesi si è assistito a uno degli spettacoli più interessanti. Hafthor Björnsson, il gigante islandese noto al grande pubblico per il ruolo di Gregor “La Montagna” Clegane ne “Il Trono di Spade” e detentore del record mondiale di deadlift – in italiano “stacco da terra” – di 510 chilogrammi, ha

affrontato il canadese Mitchell Hooper, campione in carica del World’s Strongest Man, in quello che molti hanno definito il duello di forza più spettacolare dell’anno. Björnsson è partito con 425 chilogrammi, seguito da 475, entrambi sollevati con apparente facilità. Poi ha caricato il bilanciere a 515 chilogrammi – territorio mai esplorato in gara – ma non è riuscito a completare il sollevamento, fermandosi all’altezza delle ginocchia. Hooper, in un gesto di audacia che ha elettrizzato la platea, ha chiamato direttamente i 515 chilogrammi al suo terzo tentativo, fallendo anche lui ma trasformando quel momento nel più discusso della serata¹². Il record mondiale di 510 chilogrammi è, quindi, rimasto intatto. In piscina, la disciplina attorno alla quale gli organizzatori avevano costruito le aspettative più alte, il bilancio finale è stato soddisfacente solo in parte. Gli atleti che hanno scelto di gareggiare dopati hanno ricevuto un protocollo farmacologico personalizzato dallo staff medico, con la possibilità di scegliere tra cinque categorie approvate: esteri del testosterone – ovvero molecole modificate per rallentare l’assorbimento dell’ormone nel corpo –, agenti anabolizzanti, peptidi e fattori di crescita, modulatori metabolici e stimolanti. La sostanza più diffusa? Il testosterone o i suoi esteri, usati dal 91% degli atleti dopati. L’ormone della crescita è stato scelto dal 79%¹³. I 50 metri stile libero rappresentavano il momento più atteso. Il greco Kristian Gkolomeev ha concluso in 20.81 secondi, battendo il record del mondo ufficiale di 20.88 stabilito da Cameron McEvoy e guadagnando il bonus da un milione di dollari¹. È l’unica prestazione record della giornata, arrivata nell’ultimo evento in programma. Il co-fondatore Max Martin aveva promesso che “parecchi” record del mondo sarebbero stati battuti, ma la serata si è rivelata costellata di quasi-imprese fino al colpo

finale di Gkolomeev¹⁴. Vale la pena leggere quella prestazione nel dettaglio: Gkolomeev non gareggiava soltanto con sostanze dopanti, indossava anche una tuta tecnologica vietata nelle competizioni ufficiali di World Aquatics perché offre un vantaggio idrodinamico significativo¹. Il suo record non sarà quindi scritto nei libri di storia dello sport. Ben Proud, ex campione mondiale britannico e medaglia d’argento olimpica, ha gareggiato dichiaratamente dopato nei 50 metri farfalla, chiudendo in 22.32, a cinque centesimi dal record del mondo. Ha dichiarato: «Sappiamo tutti perché siamo qui. Volevamo i record del mondo. E quando sei così vicino, è frustrante»¹⁴. La sua partecipazione ha segnato la fine della sua carriera canonica: World Aquatics ha infatti adottato un regolamento che esclude dagli eventi ufficiali chiunque abbia preso parte agli Enhanced Games¹⁵. Il capitolo più imbarazzante per gli organizzatori riguarda l’atletica. Fred Kerley ha vinto i 100 metri in 9.97 secondi, ben al di sotto del suo personale di 9.76: un tempo che lo avrebbe piazzato ottavo alle Olimpiadi di Parigi 2024¹⁶. Kerley ha corso senza doping per proteggere la propria eleggibilità per le Olimpiadi di Los Angeles 2028¹⁵. ¹Wikipedia - Enhanced Games 2 British Journal of Sports Medicine 3 ChronicleAI - The Enhanced Games: A New Era of Athleticism or a Perilous Experiment? 4 Wikipedia - 2026 Enhanced Games 5 Sporting Goods Intelligence - Enhanced Group NYSE 6 MM+M - The Enhanced Games delivered a live experiment 7 Sherwood News - The Enhanced Games isn’t just about sports 8 Gizmodo - Peter Thiel’s Steroid Olympics Startup 9 Sporting Goods Intelligence - Enhanced Group NYSE (vedi fonte 5) 10 Mindcron - Enhanced Games: The $1.2B Peptide Bet Explained 11 SwimSwam- Enhanced Games Live Recap 12 Generation Iron - Enhanced Games 2026 Deadlift Results 13 NBC News - A new sporting event’s controversial pitch 14 Taipei Times - One world record broken in first Enhanced Games 15 JudgeMate - Enhanced Games 2026 Explained

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Enhanced Games: i giochi di Las Vegas tra doping e miliardi Lo stesso vale per Tristan Evelyn, vincitrice dei 100 metri femminili in 11.25 secondi, un tempo che non le avrebbe permesso di superare le batterie ai Mondiali 2025¹⁶. Tre delle gare più importanti della giornata sono state vinte da atleti senza sostanze dopanti nel sangue. Le ragioni a favore degli Enhanced Games meritano di essere prese sul serio, anche da chi non le condivide. Il primo argomento riguarda l’ipocrisia sistemica. D’Souza ha citato un sondaggio secondo cui il 44% degli atleti d’élite avrebbe ammesso di fare uso di sostanze dopanti, quando solo l’1% viene effettivamente scoperto¹⁷. Se queste cifre fossero anche solo approssimativamente accurate, sarebbe evidente quanto il sistema attuale non elimini il doping, ma si limiti a nasconderlo, privatizzarlo e renderlo più pericoloso, perché resta relegato a un vuoto legale e, spesso, anche medico. Ivan Rojas, allenatore di sollevamento pesi degli Enhanced Games, ha dichiarato: «Chiamo questi i Giochi della Trasparenza, perché sono onesto: sono stato nel mondo del sollevamento pesi per 45 anni e il potenziamento è sempre stato parte del gioco. Ora lo facciamo apertamente, in un ambiente controllato»¹⁸. Il secondo tema è economico. Come ha dichiarato Ben Proud, «ci sarebbero voluti tredici anni di vittorie ai Mondiali per guadagnare quello che posso guadagnare in una sola gara qui»²⁰. Gli Enhanced Games pagano 250.000 dollari a ogni vincitore di gara, con un bonus di un milione per chi batte un record ufficiale¹⁵. Per un nuotatore di vertice che fatica a superare i 75.000 dollari annui di premi – soglia che nel 2025 solo nove atleti al mondo hanno raggiunto secondo World Aquatics – è una proposta difficile da declinare²⁰. C’è poi l’aspetto della supervisione medica. Il dottor Guido Pieles, cardiologo tedesco che ha presieduto la commissione medica indipendente dei Giochi, ha confermato che le sostanze permesse sono esclusivamente 38 |

farmaci approvati dalla FDA¹⁸. La posizione degli organizzatori è che portare il doping alla luce crei le condizioni per studiarlo, monitorarne l’uso e limitarne i danni. Le istituzioni sportive internazionali si sono espresse con una compattezza insolita. La WADA ha condannato l’evento come pericoloso e irresponsabile. World Aquatics e World Athletics hanno dichiarato che non riconosceranno nessun risultato né record. Il CIO ha criticato l’evento per aver minato il concetto di gioco leale¹⁵. Le critiche scientifiche sono più articolate. Il cardiologo sportivo Aaron Baggish ha dichiarato che sostenere che i farmaci dopanti possano essere resi sicuri attraverso la supervisione medica è “fuorviante al cento percento”: è come dire di poter rendere sicuro il fumo supervisionando qualcuno mentre fuma²¹. Una ricerca pubblicata su ScienceDirect ha argomentato che la base di evidenze sugli effetti sulla salute dell’uso di sostanze dopanti rimane insufficiente per prevedere e gestire in modo affidabile i potenziali rischi²². Dove c’è competizione, alte poste in gioco e grandi somme di denaro, i confini diventano sfumati e i limiti vengono spinti in là, esponendo gli atleti a vulnerabilità che la supervisione medica dichiarata potrebbe non riuscire a contenere²³. C’è poi una contraddizione al cuore del discorso sugli Enhanced Games che raramente è stata affrontata con la dovuta chiarezza: il progetto si presenta come un atto di democratizzazione dello sport, come la fine dell’ipocrisia. Ma chi può effettivamente accedere a protocolli farmacologici di alto livello, sviluppati da team di cardiologi, endocrinologi e specialisti dello sport? Lo studioso John William Devine ha argomentato che in un mondo sportivo in cui la disparità di opportunità è già dilagante, la rimozione del divieto di doping non farebbe altro che approfondire un fallimento morale già esistente²⁴. Il doping

legalizzato non livella il campo di gioco: lo inclina ulteriormente a favore di chi ha più risorse. Un atleta con accesso a specialisti di primo livello e al supporto di una federazione ricca avrà un vantaggio farmacologico su un atleta ugualmente talentuoso ma con accesso a cure di base. C’è il rischio concreto che la competizione degeneri in una corsa agli armamenti farmacologici, in cui a vincere sia chi ha accesso alle sostanze più costose. La questione forse ancora più delicata riguarda il messaggio culturale trasmesso alle generazioni più giovani. Un esperto consultato dalla Science Media Centre ha dichiarato che, normalizzando apertamente l’uso di farmaci, gli Enhanced Games promuovono una narrativa dannosa secondo cui il successo è possibile solo attraverso l’aiuto di queste sostanze, piuttosto che attraverso la dedizione, la disciplina e un genuino amore per lo sport: una narrativa particolarmente dannosa per i giovani atleti in cerca di successo²⁵. Il ricercatore Matt Fedoruk ha sollevato anche la questione della salute mentale: «Sappiamo già che la pressione ad avere un corpo che corrisponda a certi standard è enorme per i giovani atleti, e può essere molto dannosa. Con gli Enhanced Games che promuovono l’uso di steroidi, temo che i giovani che guardano queste competizioni interiorizzino messaggi molto poco sani»²⁶. Gli atleti di Las Vegas non sono soltanto più veloci o più forti: hanno fisici trasformati da mesi di protocolli ormonali e anabolizzanti, con masse muscolari che non sono replicabili per un adolescente che si allena in maniera pulita. Il rischio è che quel corpo diventi un modello implicito per ragazzi e ragazze che già vivono in un ecosistema mediatico ossessionato dall’ottimizzazione fisica. Cody Miller, campione olimpico nel 2016, ha dichiarato che vede le sostanze dopanti come uno strumento per atleti maturi, ma che i teenager «non ne hanno


Atlante sportivo

bisogno», perché «quando sei adolescente, recuperi già come un supereroe»¹⁸. È una posizione che implica una distinzione ragionevole, ma quella distinzione, nell’ecosistema dei social network in cui si muovono i giovani atleti, non è detto che venga percepita con altrettanta chiarezza. Al centro di tutto il dibattito c’è una domanda filosofica che lo sport non ha mai risolto: cosa stiamo misurando, quando guardiamo un atleta competere? Se la risposta è la performance assoluta del corpo umano al massimo delle sue possibilità farmacologiche e tecnologiche, allora gli Enhanced Games hanno una loro logica interna coerente. Se la risposta è il risultato di anni di allenamento, dedizione e talento in condizioni il più possibile paritarie, allora il divieto di doping ha senso, per quanto imperfetto nella sua applicazione. Il problema è che lo sport olimpico non ha mai risposto chiaramente a questa domanda. Ha permesso tute aerodinamiche, scarpe con lamina di carbonio, allenamento in quota, ha tollerato

sistemi nazionali di supporto farmacologico di cui si sa poco ma si sospetta molto. In questo contesto, gli Enhanced Games, più che inventarsi una contraddizione, l’hanno esibita. Il che è, al tempo stesso, il loro contributo più opportuno al dibattito e la loro mossa commercialmente più astuta. Se il format degli Enhanced Games funzionasse, il doping potrebbe diventare una categoria di sport autonoma e un canale attraverso cui vendere farmaci ai consumatori. Se fallisse, gli investitori incasserebbero la pubblicità e passerebbero ad altro. In entrambi i casi, gli atleti – con i loro corpi, i loro rischi, le loro carriere – sono il mezzo, non il fine. Lo sport ha sempre dovuto fare i conti con il denaro, con la politica, con i confini sfumati tra lecito e illecito. Gli Enhanced Games non hanno inventato nulla di nuovo: hanno portato in superficie, con una brutalità inedita, alcune delle contraddizioni che lo sport d’élite coltiva da decenni. La risposta non è tifare per il doping legalizzato né

chiudere gli occhi davanti alle falle del sistema attuale. È guardare in faccia quella contraddizione e chiedersi cosa vogliamo che lo sport sia, e per chi. Perché se il confine che stiamo cercando di tracciare è quello tra uno sport che serve le persone e uno sport che usa le persone, Las Vegas, il 24 maggio 2026, ha offerto una risposta abbastanza chiara. Era uno showroom, non uno stadio. 16 LBC - Full results from Enhanced Games 2026 17 Sports.legal - Sport on Steroids 18 NBC News - At the Enhanced Games, drugs don’t get athletes banned 19 WADA’s athlete doping prevalence survey 20 Times Leader - Regulate the Enhanced Games as a medical experiment 21 Yahoo Sports - Welcome to the Enhanced Games, where doping is encouraged 22 ScienceDirect - Harm reduction in the Enhanced Games 23 PMC - Foreword: the enhanced games - human enhancement, risk, and harm reduction 24 The Conversation - The Enhanced Games: letting athletes use drugs could lead to worse problems than cheating, John William Devine 25 Science Media Centre NZ - Will the Enhanced Games change doping in sport? 26 USADA - What Athletes Need to Know About the Enhanced GameS

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Il territorio al centro AOSTA

Nella Piazza 2026 Street Basket, tennis e calcio a 5 La Piazza 2026, a Saint-Vincent, ha trasformato il paese in un grande villaggio sportivo tra basket, calcio a 5, tennis e incontri con protagonisti dello sport internazionale. Nel rinnovato campo da basket dell’Oratorio Santi Maurizio e Vincenzo, si è disputato il torneo di Street Basket, tappa nazionale del circuito 3 x 3. A conquistare il successo sono stati gli Hammers. Con l’immagine poi dell’Ares in festa all’Oratorio Santi Maurizio e Vincenzo di SaintVincent, si è chiusa l’edizione 2026 de La Piazza, manifestazione organizzata dall’ASD valdostana in un weekend di giugno intenso, con sport, pubblico e attività distribuite tra i diversi spazi del paese. Nel settimo Memorial Castelnuovo di calcio a 5, l’FC Ares ha vinto la categoria Pro battendo in finale i 7 Sins per Cd Impianti per 1-0. Nella categoria Amatori il titolo è andato al Cb costruzioni, che ha battuto La Capanna per 3-2. Nel corso dei tre giorni sono state giocate in totale 120 partite di calcio a 5. Domenica mattina spazio anche al quarto trofeo giovanile Riviera delle Alpi, con sei squadre dell’annata 2018. «Osservare il territorio animarsi in questi giorni è un vero piacere e auspichiamo che si continui così il prossimo anno. Il merito è dell’organizzazione e di chi lavora intensamente per questa manifestazione» commenta il Sindaco del Comune di Saint-Vincent, Francesco Favre.

CAMPANIA

Nel miglio [BLU]ARANCIO il CSI nuota open water a Castellabate

BARI

CSI e Università degli Studi di Bari Aldo Moro: al via la collaborazione scientifica Si è tenuto, mercoledì 8 luglio presso il Dipartimento di Giurisprudenza UNIBA, un incontro programmatico a seguito della sottoscrizione dell’accordo di collaborazione scientifica tra il CSI Bari e l’Ateneo barese. Presenti, per l’Università, la prof.ssa Carmela Ventrella (docente referente UNIBA dell’accordo) e il dott. Vito Gassi; per il CSI, la presidente del Comitato territoriale di Bari Serafina Grandolfo, Nicola Battista (referente scientifico per il CSI Bari) e Alessandro Liguigli, dirigente del CSI Bari. L’accordo intende promuovere una collaborazione sui temi del diritto, dello sport e dell’inclusione sociale, con l’obiettivo di sviluppare e diffondere contenuti scientifici e formativi. Un percorso condiviso che rafforza il legame tra mondo accademico e associazionismo sportivo, promuovendo ricerca, formazione e inclusione al servizio della comunità. 40 |

Domenica 28 Giugno Santa Maria di Castellabate (Bandiera Blu 2026) ha ospitato ancora una volta il “Miglio [BLU]ARANCIO” – manifestazione nazionale di nuoto “Open Water” giunta alla sua VI edizione. Nata nel 2021 ad opera della Polisportiva “Aquaria 2019”, in un periodo storico ancora caratterizzato dagli strascichi della pandemia, questo evento natatorio in acque libere organizzato in sinergia fra la stessa Polisportiva (Aquaria 2019), il Comitato CSI Campania, il CSI Salerno oltre al Centro Zona CSI “Cilento”, è stato realizzato ancora una volta grazie al prezioso supporto in loco della locale Associazione “Circolo Nautico Punta Tresino”, che da sempre si adopera per la promozione turistica ricreativa e soprattutto sportiva del territorio. Ben 10 i sodalizi sportivi che hanno dato vita a questo evento. In mare hanno gareggiato 103 atleti che, in funzione del programma gare (Sprint 400m; Esordienti “B” e “A”, Miglio Nautico, e Staffetta 4 x 100m), hanno potuto sfidarsi in uno specchio d’acqua limpido e cristallino sotto il controllo del Gruppo Giudici di Nuoto del CSI Campania. Vittorie per Arleen Grammatico (Polisportiva S.I.U.L.P) e Siria Cimmino (A.S.D. Virtus) nel Miglio Nautico femminile e Andrea De Martino (Polisportiva S.I.U.L.P) e Marco Bergamasco (Campania Sport) per il Miglio Nautico maschile.


#VitaCSI LIGURIA

A Sestri Ponente in gioco, con Play to Stay

Ponente in Gioco, Play to Stay, è un bellissimo progetto finanziato da Regione Liguria, attivato sei mesi fa a Genova, che unisce tre mondi: formazione, scuola e sport. Sono stati coinvolti ragazze e ragazzi dell’Istituto “Bergese” di Sestri Ponente e della Fondazione CIF- Formazione professionale, che dopo l’orario curriculare hanno frequentato cinque laboratori: nuoto, pallavolo, un percorso multi disciplinare, aikido e breakdance. È stato trasmesso il messaggio che lo sport non è solo competizione ma è anche vissuto come regola di vita,

uno strumento per resistere in certi momenti di crisi, che può offrire stimoli per contrastare abbandono e dispersione scolastica. L’evento conclusivo si è svolto il 10 giugno sul campo “Piccardo” di Sestri con un mini torneo di calcio e di volley, entrambi vinti dalle squadre dell’Istituto “Bergese”. Testimonial della giornata Vittorio Podestà, ex campione para olimpico di ciclismo con un ricco palmares di successi internazionali, amico di Alex Zanardi. Oltre alle partite di calcio e di volley c’è stata una breve esibizione, applauditissima dal numeroso pubblico presente in tribuna, di breakdance ed aikido. Sport And Go, storica società affiliata al CSI di Genova, ha organizzato laboratori di nuoto e di volley, mentre il CSI Liguria ha coordinato un corso per operatori sportivi in modo che tanti ragazzi possano spendersi questa competenza sul mercato del lavoro. Il Comitato di Genova ha messo anche a disposizione gli arbitri per il torneo di calcio dell’evento conclusivo.

FERMO

Rghiro, un giro cicloturistico sui sibillini C’è un segreto dietro il successo di Rghiro. È la condivisione. Quella voglia di vivere una giornata senza cronometro, senza classifiche e senza strategie. Un evento in cui l’unico obiettivo è solo uno: divertirsi in sella alla propria bici, insieme a familiari, amici e compagni di squadra. A Rghiro non esistono avversari, ma persone accomunate dalla stessa passione, insieme per km di strade e sentieri, con sorrisi, racconti e la meraviglia di un territorio che si svela curva dopo curva. L’edizione 2026 con partenza dal fermano ha confermato la straordinaria crescita della manifestazione, organizzata sotto l’egida del CSI. Oltre 350 ciclisti hanno preso il via con la tradizionale partenza alla francese, facendo registrare un significativo incremento di partecipanti. Un risultato favorito anche dall’introduzione di tre percorsi Gravel, affiancati ai tre itinerari Strada, che hanno ampliato l’offerta e conquistato molti appassionati. Nel cuore dei Monti Sibillini, attraversando paesaggi di rara bellezza dove la natura conserva

ancora il suo fascino più autentico. Cascate, boschi, piccoli borghi e panorami montani hanno accompagnato in un viaggio oltre la semplice pedalata. Ovunque, il calore e l’ospitalità che contraddistinguono queste terre. Ma il vero spettacolo di Rghiro è rappresentato dai ristori, autentiche tappe di un percorso enogastronomico che celebra le eccellenze del territorio: dalle tagliatelle ai funghi di Oscerno al prosciutto crudo tagliato al coltello di Sassotetto, dalla freschissima frutta di Montefalcone Appennino alle irresistibili olive fritte, bagnate da un calice di prosecco. E al termine la festa con il ricco pasta party, la cena e la birra a volontà, trasformando la fine dell’evento in un grande momento di convivialità.

LOMBARDIA

Corsa in montagna: la Rampegada assegna in Valsassina i titoli regionali Vincono ancora i Diavoli Rossi. Il Campionato CSI Lombardia di corsa in montagna anche quest'anno, ed è la quinta volta sulle sei edizioni regionali disputate, ha confermato il primato del GS CSI Morbegno. Gli ultimi tempi cronometrati il 2 agosto in Valsassina a Pagnona nel lecchese in occasione della Rampegada, che ha festeggiato la sua 50a edizione, confermandosi una delle manifestazioni sportive più sentite e riuscite della montagna valsassinese. Con 137 punti finali i diavoli rossi del CSI Sondrio si sono impongosti su Polisportiva Pagnona/ CSI Lecco (133 punti) e AIDO Artogne/ CSI Valle Camonica (132 punti). Nella top five entrano anche i valtellinesi del GP Talamona ed i lecchesi della Polisportiva Bernate, su un lotto complessivo di 25 società lombarde. Nonostante il temporale, erano circa 200 gli iscritti sui tornanti dell'Alpe Campo a correre i 10 km e mezzo del percorso e la giornata si è chiusa con un bilancio più che positivo, tra partecipazione, entusiasmo e una gara giudicata da tutti impeccabile. Un circuito decisamente apprezzato dagli appassionati di mountain running in rappresentanza dei 25 sodalizi lombardi, che ha concluso così il trittico iniziato in maggio con il trail a Sale Marasino in Valcamonica e proseguito con la prova classic up&down in Valtellina a Morbegno a giugno. Premiazioni in un clima di festa e comunità. Cinquant’anni dopo la prima volta, la corsa a Pagnona continua a essere un simbolo di passione, continuità e straordinaria capacità. #18-2026 | 41


Il territorio al centro MODENA

Giugno e Luglio in Appennino, si va al Montagna Una grande estate di calcio nell’Appennino modenese. Non poteva essere altrimenti il Torneo della Montagna, storica manifestazione calcistica del CSI Modena che nei mesi di giugno e luglio accende l’Appennino. Quest’anno siamo alla 53a edizione, la quarta dalla ripresa arrivata nel 2022 dopo un lungo stop. In campo dodici formazioni nella categoria Dilettanti – mai così tante dal ritorno della manifestazione – in totale trentatre considerando le tre categorie giovanili, ovvero Allievi 2010, Ragazzi 2012 e Under 12 2014. Presentata in maggio presso la Sala Consiliare di Pavullo del Frignano, lo stesso centro appenninico dove domenica 2 agosto si è disputata la finale del torneo presso lo Stadio Comunale G Minelli. Al mattino le categorie giovanili, al tramonto la finale più attesa, quella dei Dilettanti fra Palagano e Pavullo. Ma al di là di chi sarà ad alzare il trofeo, conta raccontare di un torneo in grande crescita, che per la prima ha visto giocare anche la prima squadra femminile e negli Under 12 i giovani del Villa Minozzo, del CSI Reggio Emilia.

MARCHE

Il Beach Volley elegge i suoi Campioni Regionali

Anche quest’anno sulla spiaggia di Fano (PU) i primi giorni di luglio è andato in scena il Campionato Regionale di Beach Volley CSI Marche, legato al Memorial Anna Zattoni (pallavolista fanese venuta a mancare nel 2004 a causa di una leucemia) organizzato in maniera impeccabile dal gruppo Beach

PUGLIA

Remuri Brindisi sulle acque del Mar Adriatico

Per solo quattro secondi i Vogatori Remuri Brindisi hanno conquistato l'ottavo Trofeo dell'Adriatico e del Mar Ionio grazie ai punteggi ottenuti nella Regata dei Gonfaloni, nell'ultima tappa disputata domenica 2 agosto nel porticciolo di Giovinazzo (BA). Una sfida intensa ed equilibrata – un testa a testa serratissimo con i dieci remi di casa, quelli dell'Associazione Vogatori "Massimo Cervone" - che ha consegnato ai brindisini capitanati dallo storico timoniere Francesco Romanelli un successo tanto sofferto quanto meritato. Un trionfo nel Meeting CSI dei Vogatori Remuri iniziato in apertura con una vittoria davanti al pubblico di casa, portando in bacheca l'ottavo 42 |

Volley CSI Fano. Le coppie scese sulla sabbia sono state 43, delle quali 32 maschili e 11 femminili, provenienti da gran parte della Regione Marche. Sole, caldo e una grande cornice di pubblico hanno fatto da palcoscenico per un torneo di grande qualità, estremamente apprezzato da atleti e turisti presenti in misura massiccia quest’anno sul litorale fanese. Nel torneo maschile i pesaresi Elia Pais e Roberto Conci bissano il successo del 2025, imponendosi per 2-0 su Jacopo Rizzi e Matteo Girolometti. Podio a pari merito per le coppie Alessandrini-Morichelli e PietropoliRaffa. A Gloria Giacomelli e Noemi Giusti, invece, va la medaglia d’oro in campo femminile grazie al 2-0 su Laura Marcucci e Martina Vitali. Podio per Pappalardo-Turchetti e Rossi-Paci.

titolo, dopo che la penultima regata quella del 26 luglio sempre nello specchio d'acqua di Cala Porto si era tinta di biancoverde andando a premiare nella voga a dieci remi i Vogatori “Cervone” di Giovinazzo. Immancabile anche in Puglia la ormai famosissima Viking Row la vogata norvegese, spalla a spalla, con tutti i vogatori e le vogatrici insieme al ritmo del tamburo dopo la dura battaglia in mare. Al tramonto della giornata le premiazioni, alla presenza dei vertici del CSI Bari e del CSI Puglia. Festa grande sul palco delle premiazioni anche per i vogatori e le vogatrici del Palio di Taranto. E’ infatti loro il successo nel canottaggio a dieci remi nelle categorie femminile e mista.


#VitaCSI REGGIO CALABRIA

Metropoli di Pace: nella locride lo sport e il gioco dei bambini cancellano le barriere Un pallone può varcare i confini della guerra e cambiare la narrazione di un territorio. Lo ha dimostrato A Goal for Peace, l’iniziativa che ha portato a Reggio Calabria e nella Locride i giovani dello Shatila Community Sport Center di Beirut. Un gemellaggio tra realtà segnate da ferite complesse, dove la purezza del gioco si è fatta messaggio politico e universale: la pace è un diritto dei bambini. Tra le piazze di Reggio, i campi di Arghillà e il Centro Don Milani di Marina di Gioiosa Ionica, lo sport ha abbattuto ogni barriera. Non un semplice torneo, ma un percorso integrato di laboratori, messaggi di pace custoditi dai più piccoli e sfide di strada con la rete sociale del territorio, dalla polisportiva SELES alle comunità locali. Eventi arricchiti da figure della Chiesa e del terzo settore, come don Sergio Massironi del Dicastero Vaticano per lo Sviluppo Umano Integrale. Il passaggio simbolico della maglia della SELES, personalizzata con i nomi delle vittime di mafia, consegnata agli allenatori libanesi, ha sintetizzato l’unione tra riscatto sociale e memoria. Nato dalla sinergia tra CSI Reggio Calabria, Azione Cattolica Diocesana e Diocesi di Reggio-Bova, con il patrocinio dell’UNICRI e delle istituzioni locali, il progetto ha confermato il valore strategico dello sport di cittadinanza. Un modello di pedagogia di strada in cui i ragazzi non sono stati meri spettatori, ma i veri architetti di un’alternativa concreta alla violenza.

ROMA

Alla Germania il Torneo delle Nazioni giocato nelle ambasciate Il successo finale è andato alla Germania, rappresentata dall’Istituto Vincenzo Pacifici, ma a vincere sono stati tutti: i ragazzi dei 12 istituti selezionati scesi in campo, tutte le ambasciate partecipanti, lo sport, l’amicizia tra popoli e culture diverse. Si è concluso in un clima di entusiasmo, tra bandiere e sorrisi, il “Torneo delle Nazioni”, il progetto didattico-sportivo promosso dalle ambasciate di Canada, Messico e Usa in Italia insieme al CSI di Roma, nato per accompagnare i giovani verso la Coppa del Mondo 2026 attraverso i valori dello sport e del dialogo internazionale. Dal 23 al 30 maggio il torneo ha trasformato i campi di gioco in un’autentica festa internazionale dello sport giovanile, coinvolgendo 144 studenti e studentesse delle scuole secondarie di primo grado in un’esperienza capace di promuovere partecipazione, fair play e scoperta reciproca. Le 12 squadre partecipanti, abbinate alle nazionali rappresentate dalle ambasciate aderenti, si sono affrontate in 30 gare di calcio a 5 indossando i colori dei paesi rappresentati, regalando ai ragazzi la possibilità di sentirsi protagonisti di un piccolo Mondiale vissuto all’insegna dello sport e della scoperta culturale. Un’esperienza resa ancora più significativa dalle visite alle ambasciate e dagli incontri istituzionali che hanno permesso agli studenti di conoscere tradizioni, storia e identità dei paesi impegnati nel progetto, sperimentando concretamente i valori del rispetto, della collaborazione e della cittadinanza globale.

SICILIA

A Catania il CSI alla Giornata mondiale del Rifugiato Sì è svolta domenica 21 giugno presso la Villa Comunale di Vizzini, in provincia di Catania, la “Giornata Mondiale del Rifugiato” organizzata dal CSI Sicilia in collaborazione con l’associazione New Life ODV, affiliata al CSI Catania, con il CSI Etneo e le cooperative Iride e Opera Prossima, impegnate da anni nell’accoglienza di minori stranieri non accompagnati. L’evento, che ha visto un torneo di calcio a 5 con in campo 10 rappresentative diverse, ha coinvolto anche in danze e ginnastica dolce le giovani donne e mamme presenti e i piccolissimi in attività ludiche e ricreative. Oltre 200 i partecipanti nel pomeriggio pieno di festa, musica, sport e dj set con percussioni che hanno fatto ballare tutta la piazza con balli tipici delle diverse nazioni presenti. Dal Camerun, al Gambia, dalla Nigeria al Marocco, dall’Egitto alla Costa D’Avorio in un melting pot di lingue, dialetti, colori e tradizioni ricche di storia e di calore. Ad aggiudicarsi il torneo la squadra di Grammichele, seguita dalla squadra di Scordia e di San Cono. #18-2026 | 43


Il territorio al centro TOSCANA

Coppa della Pace: gran finale a Medjugorje SASSARI

Templum Athletae Corre la Sardegna a Tempio Pausania Domenica 5 luglio una bella gara di corsa su strada ha attraversato il cuore di Tempio Pausania (SS). Buona partecipazione, organizzazione curata e riscontri positivi per la 1a edizione del Trofeo Cittadino Templum Athletae. La gara regionale di corsa su strada disputata a Tempio Pausania, nel calendario regionale FIDAL e patrocinata dal CSI Sassari, si è sviluppata lungo un percorso di 9,6 km tra il centro storico e le aree circostanti, richiamando atleti da tutta l’Isola. Presente alla gara anche la neo sindaca di Tempio Pausania, Gianna Masu. Ad aprire l’albo d’oro della manifestazione è stato Simone Tola della Podistica Amatori Olbia, autore di una gara in solitaria, mentre nella prova femminile successo per Caterina Ledda dell’Academy Olbia Atletica, protagonista di una prova di assoluto valore. La giornata è proseguita con le gare dedicate ai giovani. Tra i risultati di categoria quello di Vittorio Olmetto, primo classificato nella SM65. Un successo che assume un significato particolare perché Olmetto è anche uno degli arbitri di calcio del Centro Sportivo Italiano – Comitato di Sassari. La giornata è proseguita con le gare dedicate ai giovani, che hanno visto una numerosa partecipazione e hanno contribuito a trasformare l’evento in una vera festa dello sport, coinvolgendo atleti, famiglie e appassionati. Soddisfatta Angela Mulas, allenatrice della ASD Templum Athletae, che ha definito questa prima edizione «il risultato di mesi di lavoro, sacrifici e grande impegno da parte di tutta la società e dei volontari senza i quali non avremmo potuto realizzare questo evento». 44 |

Lo sport come linguaggio universale di pace, inclusione e comunità: il centro tecnico federale di Coverciano e lo “Spazio Reale” di Campi Bisenzio hanno ospitato a giugno le finali regionali di calcio a 5 e di pallavolo della “Coppa della Pace”, l’iniziativa ideata e promossa dall’Associazione Le Scintille di Maria – ODV insieme al CSI Toscana. A sostenere il progetto è anche il Cardinale Augusto Paolo Lojudice. Due giorni di sport e fraternità per coniugare attività sportiva, spiritualità e crescita educativa, nel segno di Maria Santissima Regina della Pace. Nel calcio ha vinto la squadra di San Piero a Sieve (diocesi di Firenze), mentre nel volley il successo è andato alle “Barbagianni” della Diocesi di Volterra. «Tutti i ragazzi hanno vinto, portando sul campo i valori dello sport, dell’amicizia e un messaggio di pace particolarmente importante nei tempi che stiamo vivendo – ha sottolineato l’Arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli, aggiungendo: - Sono certo che sarà una bellissima esperienza per i ragazzi toscani disputare le finali nazionali e internazionali a Medjugorje». Piena soddisfazione quella espressa al termine della fase regionale dall’assistente regionale CSI, don Leonardo Biancalani, e dal presidente del CSI toscano, Carlo Faraci. L'evento finale si è tenuto a Medjugorje dal 30 luglio al 2 agosto.

ROVIGO

Ricca di sport la Missione Estate rodigina del CSI

Quasi 600 presenze tra bambini, animatori, aiuto animatori, tecnici sportivi e volontari dello staff che hanno dato vita ai Giochi della Gioventù 2026, organizzati dalla Polisportiva CSI Rovigo nell'ambito di Missione Estate 2026. I gruppi provenienti dai plessi di Polesella, Canaro, Bosaro, Gavello, Pontecchio Polesine e Arquà Polesine si sono ritrovati al Campo Sportivo di Polesella per vivere una giornata all'insegna dello sport, del rispetto e della condivisione. Ad aprire questo momento speciale sono state le note dell'Inno di Mameli che, alla presenza del Sindaco di Polesella, Emanuele Ferrarese, hanno dato il via a una giornata capace di rappresentare al meglio i valori dello sport e della comunità. Circa cento animatori e una cinquantina di tecnici sportivi hanno accompagnato i ragazzi nelle numerose attività proposte, permettendo loro di sperimentare discipline come orienteering, atletica, pickleball, boxe, calcio, rugby, tiro con l'arco, pallavolo e baseball. Accanto allo sport, non sono mancati momenti dedicati alla creatività e alla scoperta, con il laboratorio "Scavastorie", la simulazione archeologica con ricerca di reperti tramite metal detector e il laboratorio musicale "Dai ritmo a quello che hai dentro", ideato e condotto dal rapper Prhome. I Giochi della Gioventù rappresentano uno dei momenti più significativi di Missione Estate, il progetto di animazione estiva iniziato l'8 giugno e in programma fino al 4 settembre. Un percorso pensato per offrire ai ragazzi un'esperienza educativa completa, attraverso la scoperta di numerose discipline sportive, laboratori di grafica, musica e danza, ma anche del territorio e delle sue peculiarità.


#VitaCSI

UMBRIA

Il beach volley regionale sorride a Foligno, Perugia e Gubbio

TRENTO

A Trento venti giovani sprinter corrono verso Innsbruck Sabato 4 luglio nel suggestivo borgo di Avio è andata in onda la tradizionale “Corsa sotto il Castello”, gara valida come qualificazione ai Campionati nazionali di Corsa su strada CSI. La manifestazione accoglie ogni anno centinaia di atleti di tutte le età. Durante il pomeriggio si sono tenute le prove di qualificazione dell’Euregio Sprint Champion, rivolte ai giovani velocisti fino ai 13 anni. La prova sui 30 metri cronometrati, aperta ad Under 8, U10, U12 ed U14 di ambosessi, ha fornito nuovi tempi al CSI Trento nelle prove di domenica 19 luglio a Marter, in occasione della MarteRun, e in quella di sabato 25 luglio a Masen di Giovo, in occasione della gara Joy Cup. I migliori tempi sono fra gli under 14 di 4’21, fra gli under 12 di 4’37. Sempre sotto i 5 secondi il miglior tempo under 10 (5’17) mentre nella categoria under 8 il più veloce ha tagliato il traguardo dopo 5’17. Anche quest’anno i 5 bambini e le 5 bambine più veloci di ogni categoria si qualificano per la “Euregio Sprint Champion Finale”, prevista in Austria, ad Innsbruck, il 26 settembre, laddove concorreranno con i pari età del Tirolo e dell’Alto Adige.

Tre giorni di sport dove i risultati sul campo contano ma fino a un certo punto. A fine maggio Civitanova Marche si è riempita dei colori del CSI Umbria per le finali regionali 2026. L’evento ha assegnato i titoli regionali di calcio a 5, calcio a 7 e della pallavolo open misto, oltre a segnare il debutto assoluto del beach volley. I numeri per l’Umbria sono stati importanti. A Civitanova è arrivata una delegazione di ben 300 persone tra atleti, tecnici, arbitri e volontari dei vari Comitati. L’idea della formula di tre giorni serve proprio a questo: fare associazione. Tutta la comitiva ha vissuto insieme all’interno dello stesso villaggio, dividendo la quotidianità, i pranzi e i momenti di relax. Sabato sera la festa: prima di lasciare spazio al dj set per i ragazzi, il Presidente regionale Alessandro Rossi, insieme alle Presidentesse provinciali di Perugia e Terni, Emanuela Papadia e Raffaela Sabatini, ha consegnato a tutte le squadre una targa ricordo per ringraziarle dell’impegno e della correttezza dimostrati in tutta la stagione. I primi storici verdetti sulla sabbia hanno visto premiati tre coppie dei Comitati di Foligno (maschile), Perugia (femminile) e Gubbio (misto).

VERBANIA

Sul Lago Maggiore si corre la Sgamelàa Domenica 30 agosto lo storico ed imperdibile appuntamento per il mondo del podismo è con la 53a edizione della Sgamelàa d’Vigezz, tradizionale marcia non competitiva sulla distanza di 25 chilometri, organizzata dall’Atletica Vigezzo con il consueto supporto tecnico del Comitato provinciale del CSI di Verbania. La celebre gara, appuntamento irrinunciabile per sportivi e amanti della corsa in montagna, si snoda lungo un percorso affascinante che tocca tutti i sette comuni della Valle Vigezzo e molte delle splendide frazioni che si trovano sul tracciato. Si parte da Santa Maria Maggiore (VB) ed oltre al tracciato classico, prevalentemente su sentieri e mulattiere che offrono ai partecipanti meravigliosi scorci sulla Valle dei Pittori, ci sarà l’oppotunità di gareggiare su un percorso intermedio di 10 km e sul mini giro di 3 km. #18-2026 | 45


Pillole di Storia

CSI e oratori: il cammino insieme dai primi passi dell’Associazione Senza soluzione di continuità la condivisione dei valori fondamentali tra le due realtà

S

di Leonio Callioni

arebbe senza risposta la domanda su quando Centro Sportivo Italiano (CSI) e oratori abbiano iniziato a camminare insieme, perché da sempre il CSI ha condiviso la vita degli oratori. Già dal 1945, subito dopo la Liberazione, il CSI si rese protagonista di una vasta proposta sportiva negli oratori, partendo dalle grandi città e dalle congregazioni educative storiche. Gli oratori salesiani, soprattutto a Torino, Milano e Roma, furono tra i primi a aderire al CSI, offrendo campionati di calcio e atletica con finalità educative e di aggregazione, per allontanare i giovani dalle strade. Nel Dopoguerra, mentre lo sport ciclistico era molto popolare, la Chiesa capì il potenziale del calcio e di altre discipline quali strumenti capillari di presenza sociale, non solo come gioco, ma anche come mezzo pastorale e politico. L’oratorio, cuore del movimento cattolico, si trasformò da luogo di preghiera a centro nevralgico per i giovani, grazie soprattutto ai Salesiani, fondati da Don Bosco nel 1859. Era un luogo aperto a tutti, con un codice morale e religioso, che accoglieva soprattutto giovani emarginati. La struttura combinava attività religiose e ricreative: la domenica tipo prevedeva la partecipazione alla Santa Messa, catechismo, film e partite di calcio e altre

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attività sportive. Questo modello ebbe successo specialmente nelle periferie, dove l’oratorio spesso era l’unico luogo di socializzazione. Nel 1954, mentre l’Italia iniziava a lasciarsi alle spalle le profonde ferite umane e sociali della guerra, nel Paese erano attivi 5.387 oratori, di cui ben 4.074 nel Nord. Ognuno rappresentava un autentico microcosmo di vita religiosa, sociale e sportiva, contribuendo in modo determinante alla ricostruzione del tessuto umano e comunitario del dopoguerra. Un sacerdote come Don Marchi, osservando il catechismo e le difficoltà delle alternative giovanili, integrò il calcio nel programma parrocchiale per unire doveri religiosi e divertimento. Questa strategia si rivelò efficace nelle periferie povere, come mostrato nel film “Roma città aperta” di Rossellini, dove il prete-allenatore diventò una figura popolare, rappresentata anche da Don Camillo, il parroco che sfidava la squadra comunista. Il calcio, la pallavolo, la corsa e altri sport alla portata di tutti aiutavano la Chiesa a mantenere un legame con i giovani, trasmettendo valori religiosi e morali in modo coinvolgente. Nel 1954 le associazioni cattoliche, per fare un esempio, gestivano oltre duemila campi da

calcio, diffusi soprattutto nel Nord (1.326), seguiti dal Centro (422), Sud (192) e Isole (77). La strategia partiva dalle grandi città e si estendeva a città più piccole, con forte successo in Lombardia, Veneto ed EmiliaRomagna, nonostante il clima politico ostile. Questa rete di oratori e campi sportivi durò fino alla fine degli anni ’70, quando mutamenti sociali e culturali ridussero il ruolo dell’oratorio, come illustrato in “La Messa è finita” di Nanni Moretti (1979), con l’immagine simbolica del calcio che si stacca dalla Chiesa. La Chiesa elaborò una vera e propria “teologia dello sport”, non solo per giustificarne l’uso, ma per riflettere sul significato spirituale del gioco. Per gli ottant’anni di storia insieme, il CSI ha festeggiato l’anniversario il 4 ottobre 2025, a Roma, con un grande evento all’Auditorium Conciliazione. L’incontro ha accolto istituzioni, associazioni e sportivi, con il Ministro Abodi che ha annunciato uno stanziamento di 50 milioni di euro dalla CEI per gli oratori. Il Presidente Bosio ha sottolineato l’impegno del CSI nel promuovere uno sport che sia gioia di incontro, aggregazione, dialogo, sfida leale e rispetto. E la storia continua, con alti e bassi, ma con la conferma dei valori irrinunciabili del CSI, insieme con parrocchie e oratori.


Pagine di Sport

Pagine di sport tra gli scaffali

STORIA DEL MONDO IN 12 PARTITE DI CALCIO

LO SPORT E L’ARTE DI ALLENARE I SOGNI

ORATORIO ITALIA. VIAGGIO NEL PAESE DEL BENE

di Stefano Bizzotto Ed. Il Saggiatore

di Il Saggio dello Sport

di Alessia Ardesi Ed. Rubbettino

Dalla voce alla penna. Stefano Bizzotto, tra i più noti giornalisti e telecronisti calcistici, scende dalla tribuna stampa ed entra in campo nelle vesti di scrittore, per raccontarci l’influenza che il suo sport ha da sempre avuto, e continua ad avere, sulle sorti del mondo intero. Come i titolari di una formazione schierata sul terreno di gioco, le partite presentate in ordine cronologico da Bizzotto sono 11, con un bonus finale. Ognuna di esse è anticipata da un titolo e da una fotografia, che iniziano a raccontare già prima del testo. Il libro si impegna a mostrare la vera natura del calcio, che in quanto sport non è solo attività fisica, ma soprattutto uno straordinario strumento e veicolo di messaggi. I Mondiali di quest’anno ne sono l’ennesima testimonianza: dalla coalizione politica tra FIFA e USA, alla favola di Curaçao, che grazie alle sue prestazioni si è affacciata alla vetrina del calcio internazionale, guadagnando la giusta attenzione su iniziative come “Future Goals”.

Trattare i benefici dello sport è un compito arduo. Il rischio di cadere nell’ovvietà è dietro l’angolo, così come la possibilità di non trasmettere al pubblico il messaggio in tutta la sua forza. Ben vengano, dunque, le novità. Simone Rosi, in arte Il Saggio dello Sport, ci mette a disposizione due manuali tascabili di grande utilità. Il primo in ordine cronologico è “Lo sport e l’arte di allenare i sogni”, diviso in brevi capitoli che ripercorrono le tappe di una prestazione sportiva, garantendoci un viaggio andata e ritorno con partenza dagli spogliatoi. Il secondo, “Trasformare i limiti in traguardi”, infittisce i propri paragrafi, senza però perdere la freschezza che aveva contraddistinto il suo prequel. Rosi condivide la sua esperienza – anche social – come divulgatore sportivo, e la sua formazione filosofica, per renderci ogni giorno consapevoli della potenza dello sport. E lo fa garantendoci una lettura breve e leggera, ma allo stesso tempo profonda e a portata di mano.

“Oratorio Italia” ci porta in viaggio nel cuore pulsante della “fabbrica del bene”. Alessia Ardesi svela il segreto della più antica istituzione educativa del Paese: una rete di 8.000 oratori che da oltre 600 anni, sulle orme di San Filippo Neri e Don Bosco, sottrae i giovani alla strada per restituirli alla comunità. Il libro racconta con energia il legame fortissimo tra oratorio e sport. È tra i polverosi campetti parrocchiali che leggende come Gianni Rivera, Mazzola e Vialli hanno dato i primi calci al pallone, scoprendo un talento che senza l’oratorio sarebbe rimasto inespresso. Ed è qui che lo sport si fa “pedagogia della gioia”, una palestra di vita dove si impara che insieme si vince e che nessuno deve restare in panchina. Tra i dati di Pagnoncelli e le testimonianze di grandi nomi — da De Gasperi a Dolce & Gabbana — Ardesi offre una bussola per le sfide del futuro, dal meticciato culturale ai nativi digitali. Un’opera necessaria per chi crede ancora nel potere dell’accoglienza. #18-2026 | 47


CineSport

Mi chiamano Radio Un film che va oltre il football americano per raccontare il valore dell’inclusione, dell’empatia e dei legami personali

S

di Andrea Barbetti

outh Carolina, 1976: gli Stati Uniti da Nixon a Carter. Lungo i binari della ferrovia qualcuno spinge un carrello della spesa. Nell’immensità di alberi infiniti al cielo una canzone piega i silenzi: è la radio, unica compagna quotidiana di James, per tutti “Radio”. Si apre così un film lontano nel tempo, ma ancora vivo, attuale, universale. Football americano, disabilità, l’intreccio complesso di vite semplici in una comunità distante da luci metropolitane: il regista Michael Tollin e lo sceneggiatore Mike Rich firmano una storia ispirata a fatti veri che stimola e commuove. Merito anche dei due attori al centro del villaggio: Ed Harris abbandona il magnetismo di sguardi cerulei in “The Truman show” per le rughe pensierose tipiche di un coach che abbina umanità a capacità tecniche; Cuba Gooding Jr nasconde l’Oscar come miglior attore non protagonista per “Jerry Meguire” e si cala nel difficile ruolo di un disabile afroamericano il cui solo ma splendido conforto è la madre infermiera. Il primo è un allenatore carismatico dentro e fuori il campo; il secondo un ragazzo che colleziona radio e girovaga dove capita, spesso vicino al campo da football. Il primo incontro è doloroso: un atto di bullismo di alcuni giovani giocatori del college sul ragazzo. Il coach Harold James non solo spezza il fiato con mille ripetute ai bulli della sua squadra, ma si chiede: come posso fare di più? È questa la bontà del film. Non chiudersi solo nell’ottica del soggetto disabile, ma scavare dentro l’Altro: l’allenatore e sua figlia; i giocatori adolescenti e i loro genitori; la comunità di Anderson e i suoi confortevoli riti. A poco a poco il film scivola via dalla scontata storia commovente per entrare in una dimensione più impegnativa per gli spettatori: cosa facciamo per il nostro prossimo? Il coach Jones sceglie di agire e tira dritto con faticoso equilibrio per trovare la meta. Dietro di lui una folta folla di visi che più o meno consapevolmente lo proteggono ai lati e al centro ed altri che provano a placcarlo. In mezzo al turbine il nostro “Radio”:

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si muove con così istintiva sincerità che obbliga tutti a ritrovare l’innocenza spesso perduta. A scuola. Presso la tavola calda. In campo. Un insegnamento reciproco, dove però è Radio il più generoso. E quando nel finale vediamo i veri protagonisti della storia, a ventisei anni di distanza dai fatti raccontati, non mettiamo via la lacrimuccia che spunta, ma la mostriamo a chi ci sta accanto con l’umile orgoglio di chi vuole ancora credere nella forza dell’istruzione, dello sport, dell’umanità. Grazie di tutto questo, Radio!

Regia di Michael Tollin con Cuba Gooding Jr., Ed Harris, A. Woodard, S. Epatha Merkerson Genere Drammatico – sportivo USA, 2003, durata 109 minuti


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