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Stadium n. 14/1974

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CERTE COSE BISOGNA DENUNCIARLE ANCHE IL CONI L’HA CAPITO Direttore responsabile: Aldo Notarlo Redattore capo: Duilio (Dimetti Comitato di redazione: Zina Giuri Amili Paolo Andreoli Enzo Balboni Claudio Bucciarelli Giulio Martinucci Grafica: Alberto Greganti

STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune dell'associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario. STADIUM è una tribuna aperta. Tutti sono invitati a esprimere la propria opinione e tutte le opinioni sono gradite.

STADIUM chiede a tutti i soci un’attenzione costantemente critica e una collaborazione generosa.

(copertina di Alberto Catalani)

L’amico Mario Poltronieri di Bollano (Como) ci ha scrit­ to a proposito di alcuni co­ municati sottoscritti dal CSI dopo la strage di Brescia e in merito ai rapporti dello sport italiano con il Sudafri­ ca. Scrive Poltronieri: « Proprio perché sportivo e profondamente convinto che solo lo sport può riuscire al risanamento di tanto nostro travaglio nazionale e ad as­ sopire la violenta campagna dell’odio fra gli italiani, mi preme darvi un (molto mo­ desto) suggerimento. Di la­ sciar perdere, nella divulgazione di certi comunicati, come avete fatto di recente sul nostro giornale « Stadium », a. seguito dei fatti di Brescia ecc. Già a troppa gente serve strumentalizzare questi cri­ mini e tanti poveri morti. Nel nome della « resistenza e del­ l’antifascismo » troppi « drit­ ti » del potere ci sguazzano a dovere. Per noi sportivi, la violenza deve essere combat­ tuta onestamente e con i no­ stri mezzi più ideali. E ben venga fatta ugualmente luce alla sola verità, per una de­ finitiva lezione di dura giu­ stizia per i criminali e i lo­ ro mandanti, rossi o neri che siano ». Non intendiamo entrare nel dettaglio di alcune afferma­ zioni. Rispettiamo le opinio­ ni personali di Poltronieri; del resto i lettori ,?ono da so­ li in grado di confrontarsi con esse. Non possiamo inve­ ce trascurare l’idea centrale da cui egli parte per la sua critica e cioè «che solo lo sport può riuscire al risana­ mento di tanto nostro tra­ vaglio nazionale ». Qui non si tratta di opinioni personali, ma di un ben preciso indiriz­ zo associativo. Il CSI crede fermamente nella virtualità educativa, personale c socia­ le dello sport, ma è altret­ tanto convinto che lo sport da una parte non può essere considerato un'attività neutra e asettica, separata dal mon­ do, e dall’altra parte che lo sport da solo non basta a cambiare la società. Anzi, sia­ mo convinti che non cambie­ rà neppure lo sport se con­

temporaneamente non si cer­ cherà di riformare altri set­ tori della vita sociale e poli­ tica. Se dunque non siamo e non vogliamo essere delle « macchine sportive » cieche, sorde e mute, come possia­ mo non prendere posizione di fronte ai fatti e ai misfat­ ti che accadono in Italia e nel mondo? Perfino il CONI, che fino a qualche anno fa era stato il paladino de « lo sport agli sportivi » ha capito la stretta interdipendenza esistente tra lo sportt e la vita sociale e politica. Ecco qui di seguito — una circolare del 21 settem­ bre nella quale il presidente avv. Onesti ricorda ai respon-

sabili di tutte le Federazioni che il problema del Sudafri­ ca esiste per tutti, anche se alcune Federazioni fanno fin­ ta di non saperlo, come ap­ punto da noi denunciato. In seguito a tale circolare, gli enti di promozione spor­ tiva che a suo tempo hanno emanato il comunicato... in­ criminato (AICS, CSI, UISP e U.S. ACLI) hanno indirizza­ to all’avv. Onesti un telegram­ ma di apprezzamento con l’in­ vito a fare tutto quanto in sua possibilità per essere coeren­ te fino in fondo richiamando la squadra di tennis che, no­ nostante tutto, è andata a ga­ reggiare in Sudafrica.

Roma, 21 settembre 1974

bri dell’ONU debbono unifor­ marsi a questa politica, nell' intento di isolare il Governo sudafricano nella sua posizio­ ne di intransigenza. Da noi, invece purtroppo è avvenuto ed avviene, che al­ cune Federazioni e società sportive, ignorando sia la rac­ comandazione dell’ONU, sia la decisione del CIO, ricerchino ed accettino confronti ed in­ contri con atleti individuali o squadre del Sud Africa. Tali atteggiamenti provoca no critiche, attacchi, deplora­ zioni, interrogazioni in sede parlamentare e turbamenti dell’ordine pubblico, la cui re­ sponsabilità ricade ingiusta­ mente sempre sul Comitato Olimpico. Ora appare almeno incredi­ bile che talune specialità spor­ tive ritrovino soltanto in Sud Africa termini di confronto e di verifica agonistica. Invece non v’è disciplina sportiva in cui gli atleti italiani non pos­ sano trovare avversari e con­ fronti in Europa e negli altri continenti. Le scelte in favo­ re del Sud Africa sono eviden­ temente dettate da ragioni tu­ ristiche. Si è molto vicini alla real­ tà quando si afferma che il Governo sudafricano intervie­ ne in proprio con aiuti e sov-

A TUTTE LE FEDERAZIONI SPORTIVE NAZIONALI LORO SEDI Tutte le Federazioni spor­ tive nazionali conoscono la natura e la storia del proble­ ma dell’apartheid sudafricana. Il fatto che in quel paese, nonostante appelli e richiami, le autorità politiche abbiano conservato intatte le ferree leggi della discriminazione fra cittadini dei diversi gruppi et­ nici, ha prodotto due conse­ guenze assai severe: la pri­ ma, l’esclusione del Comitato Olimpico sudafricano dal CIO e dai Giochi Olimpici, la se­ conda, una raccomandazione della Organizzazione delle Na­ zioni Unite che impegna gli Stati membri a scoraggiare ogni rapporto con gli spor­ tivi sudafricani. Secondo le autorità sporti­ ve olimpiche, la grave puni­ zione che ha colpito il Comi­ tato Olimpico sudafricano do­ vrà alla lunga costringere il Governo a rivedere e a mo­ dificare sostanzialmente le norme che sostengono la apar­ theid nello sport. Identico è lo scopo perseguito dalle Na­ zioni Unite. Pertanto tutti i Comitali Olimpici e tutti gli Stati meni-

Ecco il testo della circolare.

(segue a pag. 27)


Un prete mi ha chiesto : cosa ci sto a fare ancora nel CSI ?

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Mi è capitato recentemente di sentirmi fare questa domanda. Ho ri­ sposto con un'altra domanda: « E prima cosa ci stava a fare? ». Pro­ babilmente per dire la Messa prima delle gare, o per portare il Vescovo alla premiazione annuale davanti a tutte le società ed agli atleti, o per organizzare la « Pasqua dello sportivo ». Quando pivello, e sono tanti anni, fui calato col paracadute dalla Gio­ ventù Cattolica nel CSI a fare l'apostolo, non riuscivo a capire cosa ci stessi a fare là dentro e mi ponevo anch'io la stessa domanda. An­ davo alle finali nazionali, allora erano molto in auge, e attendevo pa­ zientemente il mio turno di lavoro che era alla fine delle gare, di due o più giorni, durante le quali mi davo anche da (arte per aiutare i tec­ nici e gli organizzatori che lavoravano come matti, ma in trepida attesa del mio turno, del momento in eia atleti, giudici, tecnici, organizzatori finalmente si fermavano per lasciare il posto a due celebrazioni, la Messa e la premiazione, durante le quali, citando S. Paolo, tentavo di avvicinare lo sport, posto che ne fosse lontano, a Dio, giustificando così la mia presenza di apostolo là in mezzo. Avevo « battezzato » lo sport ed ero a posto. Ci volle un po' di tempo a capire che non ero a posto per niente con me stesso e che non era quello il modo di testimoniare la mia fede di cristiano nella realtà sportiva, quello invece era il modo di imbrogliare la gente. Capii col tempo che il mio primo dovere era di entrarci dentro allo sport, di non stare fuori a dare una pennellata di cristianesimo, ma di vivere in pieno l’esperienza sportiva, con la gente sportiva, per essere uno di loro e con loro assumere i loro problemi che diventavano così anche i miei. Non. a caso ho parlato di « imbroglio » perché lasciare lo sport a se stesso, condizionato da una società e da ima mentalità, dove l’uomo é alienato e non aiutato a crescere, e mettendoci sopra un’etichetta cristiana significa imbrogliare il cristianesimo e imbrogliare lo sport: fare due imbrogli. Portare gli atleti dei campionati europei di atletica leggera dal Papa per una benedizione e soltobanco dare i soldi a Mennea perché corra significa imbrogliare Paolo VI e Mennea. Portare il Sindaco alla premiazione, farlo sedere accanto al Vescovo, fotografarlo e pubblicizzare l’avvenimento sulla stampa, anziché pren­ derlo per il bavero e denunciare il malcostume dell'amministrazione pubblica che continua a dare soldi alla squadra di calcio locale e lascia abbandonati i ragazzini per le strade, significa fare degli imbrogli. Lasciare passare inosservata l’andata in Sud Africa dei tennisti italiani per la Coppa Davis e non denunciare la correità dello sport italiano con quel regime razzista e non protestare vivacemente, equivale a conti­ nuare l imbroglio: cioè dichiararsi cristiani e non esserlo affatto. Gli esempi potrebbero coniinuare perché ogni realtà legata alla dina­ mica della vita umana crea ogni giorno problemi di scelte, cd è solo scegliendo che testimoniamo la nostra fede e ritroviamo l'ispirazione cristiana della nostra Associazione. Sarò un pragmatista di natura, ma un conto è approfondire i pro­ blemi, un conto inventarli quando non ci sono. Per me il CSI, avendo fatto alcune scelte di fondo, è oggi più fedele alla sua ispirazione cristiana che non prima, ed un prete o un cristiano che vogliano impegnarsi nel CSI ci si ritrovano oggi più di ieri. ALDO NOTARIO

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Don Claudio Bucciarelli, o Claudio come molti di noi lo chiamano, nel lasciare l'incarico di consulente nazionale ha desiderato darci un saluto ed un messaggio, assieme alle motivazioni che l'hanno portato alle dimissioni. Già da un anno aveva manifestato queste intenzioni e il Consiglio nazionale, di cui fa parte, l’aveva pregato di rimanere almeno per un anno, al termine del quale, essendogli aumentati gli impegni, ha chiesto al Consiglio di accettare le sue dimissioni dichiarandosi disponibile a continuare il suo servizio al CSI in un ruolo diverso, meno impegnativo. Tocca a me, come presidente nazionale e come amico, ringraziare don Claudio per quanto ci ha dato in questi anni come prete, come esperto e come uomo. Lo ringrazio in modo particolare per due motivi: anzitutto perché ha contribuito in misura notevole al « rinnovamento » dell’Associazione, portandoci dentro tutta la problematica nata dal Concilio Vaticano II sui rapporti tra Chiesa e istituzioni cristiane e mondo, e dai fermenti del mondo giovanile. Assisi 1967: « Per una nuova pastorale del tempo libero »; Sorrento 1968: « Ipotesi di sviluppo della società sportiva del CSI »; Pesaro 1970: « Il nuovo Statuto e l’unificazione CSI-FARI »; Roma 1972: « La scelta per uno sport sociale »; sono tappe che hanno cambiato il volto alla nostra Associazione. Tra i protagonisti c’è stato don Claudio. Inoltre lo ringrazio per « come » è stato in mezzo a noi, certamente non come rappresentante ufficiale della Chiesa gerarchica, né come garante della fedeltà del CSI alla Chiesa, né come capo di tutti i preti che lavorano nel CSI, ma come sacerdote, per di più esperto, e come amico capace di inserirsi in un gruppo, quello della Presidenza, e di lavorare insieme a noi in un metodo di lavoro integrato dove si confronta e si decide insieme. Il mio panegirico è finito augurandomi che il suo impegno con noi non rimanga un pio desiderio, perché il CSI ha ancora bisogno di lui. Aldo Notario

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Il saluto di don Claudio Carissimi amici, come molti di voi già sanno, ho deciso, dopo attenta riflessio­ ne, di porre termine al mio servi­ zio di Consulente ecclesiastico nazionale del CSI. In questi ultimi tempi sono emersi, infatti, con una certa ur­ genza, i motivi per cui mi è pra­ ticamente impossibile assolvere a questo compito, secondo scienza e coscienza. Essi si ispirano prin­ cipalmente a due ragioni fonda­ mentali: — l’opportunità, dopo dieci anni di permanenza nella nostra As­ sociazione come consulente nazionale, di un logico alter­ narsi con un altro sacerdote, per favorire quella ricchezza creativa e quella freschezza rinnovatrice, proprie dell’atti­ tudine psicologica e spiritua­ le di persone « nuove », meno esposte cioè alla tentazione di fissare sistemi e metodi o 'di cristallizzarsi in mete ed esi­ genze già acquisite, e più ca­ paci invece di promuovere svi­ luppi sia sul piano di una si­ stematica riflessione pastora­ le sull’esperienza, sia sul pia­ no della comunicazione edu­ cativa; — il crescente lavoro che mi ve­ de impegnato in più direzioni presso l’istituto di Catecheti­ ca della Pontificia Università Salesiana, con gli impegni col­ laterali che tale servizio com­ porta nel settore pedagogico e catechetico in Italia. Non essere più il consulente nazionale non significa comun­ que abbandonare un certo tipo di rapporto con l’Associ azione, a cui sono debitore di tante realtà il­ luminanti: penso che in avvenire potranno sorgere altri modi di fattiva collaborazione. Questa mia lettera, quindi, non vuole assolutamente avere il to­ no di un « commiato », né tanto meno quello di un’esortazione a « quelli che restano ». Desidero semplicemente ringraziarvi e sa-

lutarvi. II « grazie » è per il dono dell’amicizia, comprensione e pa­ zienza che mi avete dimostrato in tutti questi anni. Il «saluto», invece, vuole essere una rifles­ sione a voce alta, fatta assieme a voi, attorno a due « parole » che evocano alcune scelte e al­ cuni precisi impegni che la no­ stra Associazione ha fatto in que­ sti anni. E più precisamente:

— Una parola è FEDE L’evento del Concilio Vaticano II ha scosso anche l’Associazione del CSI, che ha avviato in que­ sti anni l’itinerario della sua li­ berazione da una consoldata pri­ gionia della concezione integrista della fede. Si è fatta non poca strada in questa direzione — an­ che se ne rimane ancora molta da fare soprattutto nello sforzo di purificare il concetto di « ispi­ razione cristiana » da tutte quelle pesanti incrostazioni, tipiche del­ le istituzioni temporali cattoli­ che, che, il più delle volte, invece di veicolarci l’immagine di una Chiesa evangelica, cioè profetica, contribuiscono a perpetuare l’im­ magine di una Chiesa sempre più strabica, incapace di scoprire la presenza di Cristo nella storia e di liberarsi da una certa « libido dominandi ». Questa cognizione profetica, che ha il suo « luogi luogo » nella Pa­ rola di Dio e negli eventi della società umana, presuppone co­ stantemente da parte nostra il superamento della mondanità ec­ clesiale che ha il suo principio primo, violentemente denunciato dall’Evangelo, nella subordinazio­ ne delle ragioni di Dio e delle ra­ gioni dell’HO/HO alle ragioni del « potere » nelle sue molteplici espressioni ideologiche, culturali, politiche economiche. E’ in forza di questa fonda­ mentale motivazione, dunque, che non dovremmo mai stancarci di affermare che una « società spor­ tiva » gioca la sua « ispirazione cristiana » — ammesso che tale motivazione di fede sia accolta


Don Claudio Bucciarelli (a destra) in una fase dei lavori dell’ultimo congresso nazionale. Gli è accanto il Vice presidente nazionale Martinucci.

malie persone sul piano della co­ scienza e non dalle ragioni cimi­ teriali di uno statuto giuridico — non tanto « sacralizzando » con segni esteriori o con retoriche ;affermazioni di principio la real­ tà sportiva, ma lavorando sodo ;all'interno di un quartiere o di 'un paese ] con la precisa finalità •di non unificare attorno a se la [popolazione sportiva,, ma di metitersi al servizio di tale popola­ zione (ragazzi - giovani - adulti) [perché essa raggiunga le forme oe la ricchezza di una comunità iiunana anche nel praticare lo ssport.

— L'altra parola è EDUCAZIONE Una delle ragioni chiaramente sscoperte in questi anni c che sstanno alla base della contraddi­ zione tra una certa concezione sasettica ed intimistica dei pro­ getti educativi e la loro reale tra­ sduzione sul piano della dimen­ sione storica è — così vorrei chiamarlo — l'imbroglio educa­ ti ivo. Tra gli atteggiamenti della co­ scienza soggettiva e la Parola di ODio assunta sinceramente come monna oggettiva, c’è inevitabil­ mente la mediazione della cultu­ ra c del fatto pedagogico. Ora, l’educazione non So­ a cultura e l'educazione

no mai realtà neutre: esse por­ insostituibile servizio alla comutano fatalmente con sé intenzio­ nalità prammatiche che trasferi­ scono nelle dottrine più « inno­ centi » la spinta, quasi sempre latente, degli interessi. Ed è in forza di questa secon­ da fondamentale motivazione che, in questi anni, abbiamo capito più in profondità che l’educazio­ ne è principalmente un fatto po­ litico e che un’autentica azione educativa nel nostro settore, co­ me in altri, doveva annullare quel radicato dualismo — per­ petuato da un’egoista mentalità borghese — tra cultura e lavoro, tra cultura e tempo libero, per­ ché si potesse passare da uno sport selettivo ad uno sport so­ ciale, da uno sport di classe ad uno sport di popolo. Ed abbiamo così scoperto che il nuovo « soggetto storico » di questo fatto educativo è in realtà la « massa », il « cittadino » in quanto « popolo », che, coscientizzato, smette di essere « tifoso » o « spettatore », ma diviene il principale attore nei vari servizi sociali. E’ sulla formazione di questo « nuovo tipo » d'uomo che occorre puntare. E all’interno di questa logica educativa la nostra Associazione sta giocando il suo

nità umana, cercando di realizza­ re educativamente un modo al­ ternativo di pensare e di fare lo sport. A me sembra che solo per que­ sta strada, le cosiddette e pur giuste « virtù sportive » decantate da una certa pubblicistica e da alcuni documenti del magistero ecclesiale, usciranno dal loro involucro individualistico e, a volte, paternalisticamente esortatvo, per « farsi carne » ed assu­ mere così, con più verità stori­ ca, la motivazione ultima della fede che trova nella prassi il suo vero luogo di verifica. Occorre, allora, essere vigilanti. Se la vigilanza « di fede » c'imponeva prima di non cadere nell’ errore dell’integrismo a cui sono costantemente esposte le istituzioni a ispirazione cristiana, ora la vigilanza « educativa » ci obbli­ ga di non svuotare il concetto di educazione a causa di assentei­ smi astorici e di anacronistiche neutralità. Senza questa vigilanza è assai facile cadere nello stes­ so errore della classe dominante che vanifica, con metodica quotidianità, i concetti di « fede », di « educazione », di « patria » per­ ché li usa come mezzi si per conservare poteri e jprivilegi, facendo così diseducazione, '---- , alienazione cioè.

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Questo ci tenevo ripetervi in questa lettera di saluto, ringra­ ziando ancora tutti per il « imol—1 to » che mi avete donato e: soprattutto ringraziando gli amici della presidenza nazionale, con i quali si è sempre lavorato in profondo spirito di amicizia, di leale fiducia e di feconda colla­ borazione. A tutti auguro che anche la realtà sportiva, come la vita, sia un luogo in cui riusciamo a tro­ vare quella pienezza umana che, consciamente o inconsciamente, cerchiamo e di cui abbiamo biso­ gno come del pane. CLAUDIO BUCCIARELLI

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Occhio non vede... e viviamo contenti Il record di Enzo Maiorca, di­ venuto per i noti contrattempi argomento del giorno in Italia per tutta una settimana, fornisce una serie di risvolti veramente sconcertanti. Si dimostra, prima di tutto, come nel nostro paese — e in al­ tri che avevano avidamente ri­ chiesto la trasmissione dopo il primo tentativo interrotto dalle vicende del cavo e della collisio­ ne con Bottesini — si abbia sete di cose reali, di vita vissuta, qua­ lunque essa sia, qualunque argo­ mento venga documentato. Inva­ no i soliti sepolcri imbiancati avevano gridato allo scandalo, in­ vano i consueti professionisti del « dir male » avevano buttato ma­ nate di fango o di irrisione sullo spettacolo inedito e imprevedibi­ le offerto agli occhi e agli orec­ chi di milioni e milioni — pare tanti quanti ce ne furono ai vi­ deo dei mondiali di calcio — di spettatori. Lo specchio d’acqua dove Maior­ ca cercava di fare il record po­ teva anche presentare l’aspetto di un circo, con esibizione di tutte le vanità e le « presenze » ambi­ ziose di corpi, enti, società, cu­ riosi, amici degli amici... ma non è questa la pura realtà della no­ stra società di oggi? Non viviamo noi continuamente in piazza, col desiderio di « mirare e essere mi­ rati »? Anche lo sport — forse lo sport più di ogni altra attività, essen­ do dai più considerato come spet­ tacolo e poco altro — è vittima di questo assalto pubblicistico. Basta pensare alla cateratta che si è voluta disperatamente aprire con la licenza data ai calciatori di fare prestazioni pubblicitarie coi vari mezzi di informazione e diffusione. Intorno alla « pelouse » degli stadi vi sono folle spesso selvag­ ge; si rinnovano gli assalti alle cancellate per occupare posti; uo­ mini politici sorridono dalle tri­ bune d’onore per accattivarsi sim-


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®HJ ■ «gJBMBffii patie; perché attorno a Maiorca vi doveva essere il vuoto? Si dice: « perché il suo era un esperimento scientifico ». Qui si innesta un altro dei ri­ svolti sconcertanti forniti dalla vicenda. L'immersione in apnea ai limiti della morte, è sport, esi­ bizione o ricerca scientifica? Nessuna delle tre cose. O tutte e tre insieme, in quei pateracchi che formano le soluzioni di quasi tutti i problemi del nostro tem­ po, i cosiddetti « compromessi mediati » che dànno ragione a tutti e lasciano le cose sulla loro strada di comodo. Noi non consideriamo sport una prova in cui il campione emerge vomitando sangue. Tutto può succedere nelle competizioni, anche la morte che spesso scende sui circuiti motoristica per esem­ pio. Ma in questi casi la violenza al fisico, l’incidente non fa parte della componente del « giuoco ». Nella immersione in apnea, in­ vece, si sottopone la resistenza ad una « torsione » come l’uomo fos­ se una barra di metallo da gira­ re per vedere fino dove regge. La tecnica è relativa, il proselitismo impossibile, il diletto del prota­ gonista nullo, la pratica di massa né realizzabile né consigliabile; lo stesso Maiorca — che sul piano del coraggio c della volontà è de­ gno di rispetto perché paga sem­ pre duramente di persona — di­ chiara di soffrire il soffribile quando si immerge senza ricorre­ re ad alienanti pratiche voga ma in perfetta coscienza. Anche sul valore scientifico ci sono da avanzare tante riserve; a parte la possibilità di riprodurre probabilmente i fenomeni in la­ boratorio su cavie diverse da un forte e sano padre di famiglia, quale avvenire ha la vita nel ma­ re trattenendo il fiato per tre mi­ nuti o poco meno, quando que­ sto tempo record è raggiungibi­ le solo da uno o due esseri uma­ ni e si può invece permanere per delle ore, sia pure con allena-

mento e cautele, a più profonda quota, lavorando veramente, sen­ za emergere in coma, come dimo­ strano le categorie dei corollari, • dei sub professionali? Si può obbiettare che anche il salto in alto non dà frutti. Ma non ridu­ ce nessuno in stato da rianima­ zione urgente, non spezza i vasi capillari delle vie respiratorie. Per Maiorca, cade anche l’idea della esibizione e del lucro. Chi lo ha avvicinato può essere rima­ sto sconcertato dal suo caratte­ re, non certo preso da dubbi sul suo disinteresse e sullo scarso de­ siderio di rendersi uomo pubbli­ co. Consideriamolo pure un asce­ ta, uno stilista moderno del mare. Ma attorno a lui c'è un’aria che non potrebbe essere diversa, da­ ta l’epoca in cui viviamo. C'è l'amico fidato che ci rimette le ferie per assisterlo e c’è chi lo vede come più o meno conscio veicolo di pubblicità; c’è chi non 10 capisce ma intanto ci fa su 11 suo bel servizio da inviato, chi si contenta di stringergli la ma­ no per far vedere, dopo, il fortu­ nato palmo agli amici del bar. Insomma, un’atmosfera che è l’atmosfera del nostro tempo, ba­ sata sulla somma degli equivoci: un pizzico di scienza, una man­ ciata di umanità, un soffio di re­ torica camuffata abilmente, un brivido di fondo che faccia l’ef­ fetto della droga, del « sensazio­ nale » che tutti cerchiamo pur di­ chiarandoci razionali e paciosi. Il lutto, nella cornice ovattata, fal­ samente rassicurante in cui pen­ siamo di trovarci al riparo, dai pericoli e dai rimorsi: l’attrezza­ tura, l’organizzazione, il « venti volte controllato sotto vuoto spinto ». Maiorca è un perfetto oggetto di consumo. Ecco perché la sua vicenda è un simbolo del nostro tempo. In essa si sono inconscia­ mente specchiati milioni di per­ sone.

Da venerdì 18 ottobre inizierà in televisione un ciclo di tra­ smissioni dedicato al calcio, per conto della rubrica « Sapere ». Le sette trasmissioni del ciclo an­ dranno in onda sul primo ca­ nale alle ore 18,45 di ogni ve­ nerdì e saranno replicate il gior­ no dopo alle ore 12,30. Il titolo del ciclo è « Contro­ piede » e s’inquadra in quella se­ rie di trasmissioni di educazione e promozione sportiva che « Sa­ pere » manda in onda con ere­ scente successo ormai da vari anni. Nel corso delle sette puntate verranno presi in esame tutti i più importanti aspetti del feno­ meno calcistico italiano attraver­ so un materiale di documenta­ zione quasi tutto appositamente girato che offrirà agii spettatori dati, situazioni e dichiarazioni inedite e sconosciute del mondo calcistico. Partendo da una pun­ tata introduttiva dedicata alla grande fiera del calcio mondiale svoltasi nell’estate scorsa in Germania, il ciclo entrerà poi nel mondo dei campioni super­ pagati e vittime più o meno co­ scienti del loro ruolo divistico, nei meccanismi e nei retroscena delle fabbriche che producono questi campioni, nella sorte in­ certa e spesso drammatica cui vanno incontro le migliaia e mi­ gliaia di calciatori esclusi dalla ristretta cerchia dei divi, nell’or­ ganizzazione e nella mentalità del mondo arbitrale, negli aspet­ ti sconcertanti del tifo e della violenza. Un’ultima puntata di carattere storico ripercorrerà le principali tappe del calcio ita­ liano alla ricerca dell’origine e dei motivi socio-politici e cultu­ rali della situazione odierna. Il ciclo « Contropiede » è cu­ rato da Duilio Olmetti insieme ad Aldo Notario e ad Enzo Bai­ boni: prosegue in tal modo, an­ che attraverso questo canale di­ retto, l’opera di sensibilizzazio­ ne e il contributo che la nostra associazione cerca di offrire per una più valida funzione infor­ mativa e formativa dei mezzi di informazione sportiva e della te­ levisione in particolare.

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PAOLO VALENTI

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L'altra maschera dello sport

Una serie di programmi televi­ sivi ha cercato di scoprire, come dice il titolo, « L’altra faccia del­ lo sport », cominciando dall’automobilismo, passando per l’ip­ pica, per arrivare al pugilato. Una prima obiezione riguarda il titolo. Cosa abbia a che fare l’automobilismo con lo sport, cre­ do nessuno possa dirlo. E’ certa­ mente più sportivo un vecchio di 70 anni che va a piedi all’ufficio Postale a ritirare 34 mila lire di pensione, di quanto sia Fittipaldi quando vince il Gran Premio del Canada. E se fa sport Fittipaldi, fanno sport tutti coloro che han­ no la patente di guida. Se si vuole scoprire l'altra fac­ cia dell’automobilismo, si può cominciare ad esempio dai luo­ ghi, in cui si svolgono i Gran Premi. Sono tutti paesi a forte sviluppo industriale o paesi in cui lo sfruttamento capitalistico e la discriminazione sociale o razziale hanno creato isole di in­ calcolabile ricchezza nel corpo del sottosviluppo (Argentina, Brasile, Sud Africa, Spagna). Lo automobilismo da competizione, quindi, si sviluppa in alcuni pae­ si molto ricchi o in alcuni paesi in cui agli enormi profitti di po­ chi fanno riscontro le drammati­ che condizioni di miseria della maggioranza. Non abbiamo visto finora un Gran Premio automo­ bilistico di Colombia, del Sene­ gai, o di Bulgaria. Bisognerebbe poi guardare die­ tro la facciata delle gare e cer­ care di scoprire quale peso han­ no nell’organizzazione le grandi compagnie petrolifere, i colossi della gomma, fino all'industria dell’abbigliameno e delle siga­ rette, per finire alle grandi hol­ ding finanziarie e alle società che amministrano gli opulenti budgets pubblicitari. Tutte istituzio­ ni che si interessano di sport an­ cor meno del Coni. Il costo so­ ciale dei Gran Premi è enorme, incalcolabile. E' uno spreco di lusso che ricade sulle spalle del­ le classi più deboli; è la logica

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del profitto che si accumula an­ che creando il nulla. Non minore interesse andreb­ be rivolto all’ambiente umano dell’automobilismo da competi­ zione: la ragnatela che difende come una corazza la classe dei piloti-divi di formula uno, l’in­ credibile costo individuale di questo giocattolo per milionariillusi-aspiranti-piloti, il mito del­ la velocità come segno di succes­ so ed affermazione, il raket dei piloti. A tutto ciò bisognerebbe aggiungere lo sfruttamento dello spettacolo. All’ultimo Gran Pre­ mio d’Italia, a Monza, erano pre­ senti 150 mila spettatori paganti, ma di costoro solo 50 mila, sì e no, erano in grado di vedere qual­ cosa della gara. Per guardare l’altra faccia del­ l’automobilismo, occorreva ap­ profondire almeno alcuni di que­ sti punti, per andare un po' più in là del mito di superfice. Il pro­ gramma televisivo si è fermato invece su un piano diverso nella forma, ma non dissimile nella so­ stanza da quello ormai noto del­ l’esaltazione: il mito alla rove­ scia. Come coloro che ritengono di fare analisi storica rinnovata ] del Risorgimene, semplicemente osservando Cavour in mutande, mentre si soffia il naso (in una monotona intervista fiume, un campione parlava a torso nudo). Al pilota avventuroso e senza paura, la trasmissione ha oppo­ sto il mito di un pilota « per vo­ cazione o per professionismo ri­ goroso come quello di un diret­ tore di banca ». Dopo questi stu­ pefacenti riconoscimenti, una vo­ ce annuncia altre analisi: « Forse è per questa doppia componente di uomini che hanno una voca- I zionc e la esercitano con la se­ rietà di un direttore di banca, che siete così seri, chiusi, con pochi sfuggevoli sorrisi di circostanza, o è il senso continuo dei pericoli che vi tiene di continuo in ten­ sione? ». Il pilota è così trasfor­ mato in attore tragico, avvolto nel velo incombente della morte.


« Insomma — conclude la voce — siete dei seri, degli impassibili, solo presi dal gusto delle corse. Invece il grande pubblico, forse attraverso i tanti film che sono stati presentati, si è fatta un'idea molto più avventurosa e diciamo così, frivola, vedendovi circonda­ ti di continue apparizioni di bel­ lezze femminili che vi spiano nei box, vi attendono, cronometrano i tempi giro per giro ». E così all’ « idea » del pilota strappamutande si oppone l’altra « idea » egual­ mente costruita del pilota conti­ nente che antepone le sospensio­ ni al letto: « Quello che il pilota pensa — dice un tale risponden­ do alla voce — è se la sua sospen­ sione è a posto, se il suo motore tira meno di un altro e, per que­ sto, queste preoccupazioni conti­ nue lo rendono sempre abbastan­ za triste ». Dopo tanta tristezza, dopo dis­ sertazioni tecniche, piani di rior­ ganizzazione per rafforzare que­ sto « sport », pianti di costrutto­ ri su carcasse di motori, pena e delusione di Ferrari, piloti a tor­ so nudo, ancora lacrime su quei giovani piloti che non hanno dai tre agli otto milioni per mante­ nersi la macchinetta da corsa, nel tentativo disperalo di coprire una realtà che fa buchi da tutte le parti, la voce così chiude la tra­ smissione: « E’ persino bello c giusto considerarli così questi di­ vi del brivido: soltanto come la­ voratori dello spettacolo ». (I sa­ lariati dell’ENPALS, Ente Nazio­ nale Assistenza e Previdenza La­ voratori Spettacolo avranno avu­ to un sussulto di piacere nel sen­ tirsi paragonali ai miliardari pi­ loti di formula uno-due-trc). Nemmeno il titolo è stato ri­ spettato. Lo spettatore ha visto la faccia ovvia dell’automobilismo, e, dopo la non-analisi, ha ascolta­ to la conclusione logica: che quel­ la taccia deve restare così com'c, perché « è persino bella e giusta ». VALTER PRECI

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Paolo: « Sempre a proposito di utilità sociale, pensa solo a que­ sto: i ragazzi qui, quasi tutti, non vivono con i genitori; gli manca quindi un ambiente educativo fon­ damentale; la scuola, per come funziona, serve a ben poco, noi come società riusciamo in qual­ che modo a coprire qualcosa, a integrare un’educazione che è monca; per quello che possiamo ci sforziamo di seguire i proble­ mi di tutti, di tenere contatti con le famiglie... ».

Giovanni, « Di aiutare, di con­ sigliare, insomma, perché sappia­ mo tutti cosa voglia dire cresce­ re con i nonni o con gli zìi; ci siamo passati per quella stra­ da... ». Non credo che il commento serva per il lettore attento e che adoperi bene il cervello. « Con le altre istituzioni del paese che rapporti avete? »

Tre giovanissimi dell’U.S. Piei: Adriano, Moreno e Paolo, durante una gara.

ultimo anno dell’istituto tecnico per geometri, lavora nei periodo estivo. Abituato come sono a sorbirmi le lamentele di dirigenti di so­ cietà che vivono in zone econo­ micamente ben più floride di La­ mon, ho chiesto subito: « Ma co­ me fate a tirare avanti in questa situazione? ».

Mi ha risposto Paolo, 20 anni, studente-lavoratore al I anno di architettura, vicepresidente della società: « Riusciamo a tenere du­ ro soprattutto perché siamo un gruppo di aulici che sta insieme indipendentemente dal fatto spor­ tivo. Questo ci facilita la solu­ zione di molti problemi: gli osta­ coli non ci scoraggiano mai. Co­ sì riusciamo a fare ima sottoscri­ zione tra la popolazione, qualco­ sa mettiamo noi dirigenti; quest’ anno poi Camminisi razione co­ munale ci ha dato un contributo perché si è resa conto dell'utilità di quanto facciamo ». L’accenno all'utilità sociale del­ la loro attività mi spinge a provo­ carli: « Scusate — chiedo — ma, vista la condizione di sottosvilup­ po in cui si trova il paese, visti i problemi, non credete che fare sport sia un lusso? Non fareste meglio a impegnarvi sul serio politicamente per cambiare que­ sta situazione? ».

Tommaso: « A parte il fatto che tutti noi responsabili della

società e anche gli atleti più ma­ turi non facciamo solo sport, sia­ mo ben impegnati politicamente, conosciamo e lavoriamo per la soluzione dei problemi reali... ». Paolo: « Ma il discorso politi­ co e sociale lo facciamo già nella società sportiva, nel modo in cui viviamo lo sport... ». « In che senso? » insisto. Paolo: « Nel senso che prima Lamon era morto; noi siamo V unico gruppo esistente nel pae­ se; il fatto che riusciamo a far al­ lenare, giocare, gareggiare, vivere insieme 120 ragazzi e ragazze che prima neppure si vedevano, che nel nostro gruppo ognuno sia considerato per quello che è e non per quello che vale come atleta mi sembra importante da un punto di vista sociale. E poi, scusa, riuscire a mettere in piedi una comunità che è tale tutto l’ anno e non solo quando c’è l'at­ tività non ti sembra che sia an­ che fare politica, cambiare qual­ cosa a Lamon? ». Altro che, se mi sembra.

Giovanni, 27 anni, bidello, vice­ presidente anche lui, continua il discorso: « D'estate, per esempio, organizziamo gare non competi­ tive aperte a tutti, feste dove ci troviamo tutti; poi, per esem­ pio, durante l'attività ci riuniamo ima volta la settimana, con don Umberto, e insieme discutiamo di tutto e dei problemi di lutti... ».

Tommaso: « Con la parrocchia sono buoni; anche se noi non siamo un gruppo parrocchiale, don Umberto lavora con noi, da pari a pari, è responsabile dell’ attività della società come noi. Con la scuola media invece i rap­ porti sono pessimi; sì, d'accordo, il preside ci ha concesso l’uso della palestra due volte la set­ timana, ma per il resto niente. Abbiamo cercato contatti con gli insegnanti di educazione fisica, ab­ biamo chiesto la loro collabora­ zione per i Giochi della Gioven­ tù: non rispondono. Se ne fre­ gano: aspettano solo il 27; fanno le loro ore, ma di vedere un po' più in là cosa possono fare per i ragazzi non ci pensano. Il Conume quest’animo ci ha dato il contributo, ma il discorso in so­ stanza è questo: — io ti do i soldi e tu ti arrangi —. E questo non basta. Stiamo tentando di sensibilizzare alcuni consiglieri che hanno i figli che gareggiano con noi... ».

Paolo: « Qua c’è mollo da lavorare, ma io credo che andremo avanti anche in qtteso senso. E lo dico perché i rapporti con le famiglie sono buoni: anche gli emigrati ci capiscono e ci inco­ raggiano. In Svizzera e in Ger­ mania vedono l'importanza che ha lo sport per i giovani e sono contenti che i loro figli a Lamon possano fare attività; senza con­ tare che quando si è all'estero fa sempre piacere sentire che al paese qualcuno fa qualcosa, che i giornali locali parlano di quello

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Un programma per la società sportiva « Mondo ristretto, forse meschino, ma ben disegnato, del tutto coe­ rente. I suoi bisogni sono fissi e limitati, moralmente e intellettual­ mente, come forse limitate sono le sue possibilità. Le tradizioni sono forti e preponderanti. Per necessità fisica e per ideale filoso­ fico, questa società è incatenata alla permanenza ».

facdarn© sport ma non siamo né ciechi né sordi né muti

il CSI, chiacchiere o non chiacchiere, di fatti ne ha... fatti, e molti? Prendiamo il programma associa­ tivo di quest'anno, pubblicato sul numero 11/12 di Stadium del 27 lu­ glio alle pagine 6 e 7. E’ costituito da quattro punti, ma quello fonda­ mentale, intorno al quale ruota tutto il resto, è l’attività sportiva. Gli altri tre punti sono di appoggio al primo. E il primo, l’attività sportiva, non propone certo un impegno seconda­ rio e marginale. E’ prospettato un itinerario sportivo che, preso sul se­ rio, dovrebbe far tremare le vene e i polsi. Allora la questione propabilmente è un’altra. Noi dei CSI non intendia­ mo fare sport a scatola chiusa e con la testa fasciata. Facciamo sport ma proponendoci degli scopi precisi e ricercando tipi di attività c modi di realizzarla che a quelle finalità si avvicinino il più possibile. Dun­ que facciamo sport e non chiacchie­ re, ma non necessariamente lo sport tramandato dai « sacri testi » un se­ colo fa o qualche secolo avanti Cri­ sto. Uno sport, invece, che vorrem­ mo il più possibile aderente alle esigenze e alle aspirazioni dell'uomo d’oggi e di questa nostra società.

Leggevo in un libro questa frase di A. Clausse, uno studioso di pro­ blemi sociali e pedagogici. Non era un libro sportivo, ma, forse per una sorta di deformazione professionale, ho perso il filo e ho pensato che si riferisse al mondo sportivo. In real­ tà, Clausse descriveva il mondo ru­ rale e agricolo di un secolo fa. Mi sono un po’ vergognato di questo cat­ tivo pensiero, ma l’impressione era stata così forte e precisa che sì, insomma, mi è rimasta appiccicata. E più rileggo la frase e più mi sembra tagliata e cucita per un cer­ to mondo sportivo. Dove trovi tan­ te poche idee, ma in compenso co­ sì chiare, sicure e caparbie come nel mondo sportivo? Dove trovi gente che si accontenta di così poco? Do­ ve, tante persone che ti ripetono ad ogni passo « Io sport è sport e si è fatto sempre così? ». Quale altro mondo riesce a passare indenne, irremovibile c imperturbabile attraverso guerre e rivoluzioni di ogni genere? Sarà, ma ho il sospetto che Clausse, oltre il mondo agricolo, co­ nosca bene anche il mondo sportivo. Tutto questo mi è tornato in men­ te leggendo l’articolo di fondo del presidente nazionale sull’ultimo nu­ mero di Stadium, in cui si rispon­ de alla critica se il CSI faccia an­ cora sport o che altro. Questa storia è vecchia e nient’affato originale. E’ da quando sono al CSI che sento ripetere il ritornello « meno chiacchiere e più fatti ». Co­ me si spiega allora che in treni'anni

Proviamo a rileggere il nostro programma sportivo in questa luce.

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IL NOSTRO SPORT IN SINTESI Ridotto all’osso, il programma sportivo del CSI è breve e, crediamo, estremamente lineare:

1. ATTIVITÀ’ FORMATIVA

Per i ragazzi e le ragazze dai 5 ai 10 anni: un’attività fisi­ co-motoria a carattere essenzialmente di gioco in ambiente comunitario.

2. ATTIVITÀ’ PRE-COMPETITIVA

gioco ©Di parole?

Per i ragazzi e le ragazze dai 10 ai 13 anni: una cono­ scenza ed una esperienza più dirette di alcune discipline sportive vissute secondo il modello di vita associativa (de­ mocratica, partecipata, comunitaria) che il CSI ha sviluppato negli ultimi anni.

3. ATTIVITÀ’ COMPETITIVA Per traverso la forte risultato gli scopi

i giovani dai 14 anni in su: un’attività realizzata at­ gare vere e proprie, cercando però di correggerne selettività, l’agonismo esasperato e la ricerca del come scopo ultimo al fine di non compromettere educativi che ci proponiamo.

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In questo àmbito si colloca anche il servizio sportivo che l’Associazione intende offrire agli juniores, ai seniores e agli adulti secondo contenuti e formule di attuazione corri­ spondenti alle età, alle esigenze, alle possibilità e all’ambiente sociale dei praticanti.

Si dice: ci avete offerto con nomi nuovi la stessa frittata. E’ vero ed è falso allo stesso tempo. E’ vero che l’impegno sportivo articolato nelle tre fasce è il tentativo di raccogliere in una sintesi armonica le idee, gli in­ dirizzi e alcune esperienze degli ulti­ mi anni. Se ci si fosse riusciti sa­ rebbe un gran bene. Ma è falso se si pensa che le tre fasce di età e di attività non contengono un indirizzo nuovo rispetto al modo con cui ab biamo fatto e ancor oggi facciamo sport.

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N.B. Gli anni che delimitano le tre fasce di età sono indicativi, non rigidi. Molte considerazioni possono giustificare delle piccole correzioni, come anche delle ulteriori specificazioni di attività all'in­ terno di ciascuna fascia. ■

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Fino a ieri, nonostante le belle idee di fondo con cui si cercava di dare un indirizzo alle varie attività, il pro­ gramma sportivo era dominato dalle « categorie »: ad ogni fascia di età corrispondeva una «categoria». Cam biavano le età, qualche ritocco alle formule e ai regolamenti, ma l’attività era sempre la stessa, per tutti. Il punto di partenza era lo « sport » nella sua accezione tradizionale, qua­ si sacra e immutabile. Si adattava qualche regola alle possibilità fisiche dei partecipanti e buona notte. I discorsi di fondo — culturali, so­ ciali, educativi — scivolavano appe­ na sulla pelle dell’attività sportiva, senza lasciare traccia. Da una parte lo sport, dall’altra... i bei discorsi. Ma a un certo punto si arriva a un bivio perché i discorsi, per belli che siano, sono seri e validi se si traducono nel­ la realtà. Altrimenti sono demagogia servono solo a far confusione.


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più che un programma sportivo

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Il programa attuale rovescia com­ pletamente l’impostazione. Non si par­ te dallo sport appiccicandolo alle va­ rie età mediante le categorie. Si par­ te dai ragazzi, si cerca di individuare la loro fisionomia personale e sociale (non solo fisica!), a seconda delle età che attraversano, e per ciascuna ci si sforza di proporre un’esperienza sportiva appropriata. Allora il discorso delle tre fasce di età e di attività sportiva è molto più che un programma sportivo: è la pro­ posta di un vero e proprio itinerario educativo, o, se si vuole, di un « iti­ nerario sportivo educativo ».

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urna novità quasi assoluta Per la prima fascia di età — 5-10 anni — siamo quasi completamente scoperti. Che cosa proporre ad una età in cui regna sovrano il gioco e questo gioco ha una funzione perso­ nale e sociale preziosissima che va assolutamente rispettata? Noi tutti sappiamo « insegnare » le tecniche dei vari sport anche ai ra­ gazzi più piccoli, ma farli giocare e far loro compiere un’esperienza di gioco sportivo è un’altra cosa. Beli, proprio a zero non siamo: qualcosa si sa, qualcosa c’è, qualcosa è già stato sperimentato. Dobbiamo informarci e sperimentare. Sarà dif­ fìcile, ma non cerchiamo alibi. Un la­ voro del genere, con i ragazzi più pic­ coli, non frutta titoli, record, prestigio e soddisfazioni vistose. A pensarci be­ ne, la maggior difficoltà sta proprio qui. Chi ce lo fa fare di lavorare manco per la gloria!

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due messe a punto La seconda e terza fascia (attività « precompetitiva » per i preadolescenti e « competitiva » per gli adolescenti) non rappresentano novità assolute per il CSI. Corrispondono ai nostri « giovanissimi » e agli « allievi ». Ma siamo sempre allo stesso punto: quel­ le erano (o sono diventate strada fa ccndo) delle categorie, mentre queste sono altre due tappe nella maturazio­ ne globale del ragazzo. Nella seconda fascia il preadolescente approfondisce la sua « cono­ scenza » dello sport e comincia a spe­ rimentarla attraverso gare; ma con un impegno agonistico molto limita­ to e non in un solo sport: occorre rispettare la delicata fase di matura­ zione umana che il ragazzo vive. Lo sappiamo, certo, che a questa età il ragazzo è capace di vincere titoli prestigiosi e di battere record mondiali, ma lo fa lui o qualcun altro che usa di lui come di uno strumento? Nella terza fascia l’adolescente si suppone maturo per affrontare un impegno sportivo specifico e più in tenso. Facciamolo gareggiare larga­ mente e seriamente. Ma rispettiamo anche qui i nostri princìpi ispiratori. sa-­ L’atleta macchina (tecnicismo), il sa crificio dei più deboli (selettività), la vita per un titolo (campionismo) so­ no tutte cose che ci ripugnano. Si tratterà dunque di correggere le con­ traddizioni insite in questa attività sportiva, come del resto in tutte le attività umane.

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in fondo è sempfc® anche se non fedite Diciamo di voler rendere un servizio sportivo-educativo ai ragazzi dai cinque ai... anta anni. Dal momento che non bisogna essere laureati in psico­ logia per capire che ogni età è un mondo a sé e che il ragazzo, ad esempio, non è un uomo maturo « in miniatura » ma un uomo « diverso », è indispen­ sabile che ad ogni età corrisponda un tipo diverso (non una categoria!) di impegno sportivo. Cerchiamo di evitare gli errori della Scuola che consi­ dera ancora le elementari come una piccola università, insegnandovi le stesse cose con gli stessi metodi, solo più in breve, in formato ridotto. E’ semplice, ma di difficile realizzazione. D'accordo: è difficile « inventare » un’esperienza sportiva tagliata su misura per ciascuna età, specialmente in Italia dove in questo campo c’è il deserto. Ma se siamo veramente d’accordo, non rigetteremo il progetto in blocco perché non è « lo sport! » Useremo lo studio, la fantasia, l’esperienza e tanta, tanta, umiltà e pazienza per avviarci su un strada che riteniamo giusta.

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tutto per tutti? Ogni società sportiva dovrà d’ora in poi offrire un servizio sportivo per tutte le tre fasce di età? Certo, sa­ rebbe bello e anche giusto, se voglia­ mo far percorrere ai ragazzi un vero itinerario educativo sportivo. Ma tut­ ti sappiamo quali difficoltà concrete si frappongono alla realizzazione di questo progetto. Allora (in attesa di tempi migliori) accontentiamoci di rispettare almeno gli indirizzi che caratterizzano l’atti­ vità all’interno di ciascuna fascia. Questo sì che è un impegno e un ob­ bligo, prima ancora morale che asso­ ciativo!

e 8 centri di formazione ? A seconda dei tipi, si collocano al­ l’interno della prima fascia o abbrac­ ciano le prime due. La sostanza del discorso non combia. E’ semplicemen­ te un modo diverso, più organizzato e strutturato di svolgere per i ra­ gazzi delle corrispondenti età lo stes­ so tipo di servizio sportivo e lo stesso tipo di esperienza educativa. I Centri però pongono molti proble­ mi particolari, ma di quelli ora non possiamo occuparci.

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C’E' UN LIBRO E’ evidente che il Consiglio nazionale, all’atto di proporre all’Associazione questo itinerario sportivo-educativo, ha preso in considerazione anche le mol­ teplici difficoltà e le tante cose necessarie perché tutti insieme, gradualmente, possiamo incamminarci su questa strada. La prossima riunione del Consiglio (1-3 novembre) sarà dedicata appunto alla messa in opera degli strumenti più idonei per aiutare l’associazione a realizzare il tipo di impegno sportivo proposto. Ma intanto torniamo a segnalarvi un sussidio pensato e realizzato proprio per aiutare coloro (società sportive e Centri di formazione) che operano a livello della prima fascia di età, con i ragazzi più piccoli. E’ il volume « Giochiamo a fare sport », scritto dal prof. Francesco Barbagallo e pubblicato nella nostra collana tecnico-organizzativa. Costa poco ed è ricchissimo di suggerimenti pratici in questo campo di esperienza sportiva che in Italia è tutto da inventare. Per venire in possesso del volume( guardate i giri di frase cui ci co­ stringono le norme amministrative e fiscali!) potete rivolgervi ai vostri ri­ spettivi Consigli provinciali o circoscrizionali ai quali abbiamo inviato pro­ prio in questi giorni una circolare informativa al riguardo.

GIOCHIAMO A FARE SPORT a cura di DUILIO OLMETTI


FILO DI NOTA

L'ALTERNATIVA CASTRATA

Appare ormai chiaro che in diverse regioni e province si affermano e si svi­ luppano società sportive di base del CSI che realizzano un'esperienza associativa sportiva nuova e diversa rispetto a quella tradizionale. Questa diversità si caratterizza per di­ versi elementi tra i quali si possono con­ siderare: una vita di gruppo piuttosto di­ namica; un'attenzione alla realtà sociale e culturale in cui queste società sono im­ merse e di cui faitno parte; una ricerca permanente di risposte liberanti alle esi­ genze che bambini, ragazzi e giovani ven­ gono esprimendo nelle forme e con le ma­ nifestazioni più diverse; una gestione par­ tecipata e sociale della società e dell'atti­ vità sportiva che la società realizza; un’at­ tività che sperimenta forme nuove e diver­ se di pratica sportiva nella quale si cerca di eliminare progressivamente il tecnici­ smo, la competitività, il campionismo; un lavoro di riflessione critica e autocri­ tica collettivo su ciò che si fa, sui motivi per cui lo si fa ecc. E' questa la realtà nuova che comincia a germogliare qui e là e a dare i suoi pri­ mi anche se acerbi frutti. Ed è una realtà nuova che dimostra in concreto e ìlei fat­ ti come sia possibile realizzare nel mon­ do sportivo e nella nostra società un’au­ tentica alternativa sportiva. Così queste società sportive, questi gruppi di giovani, pur nell’ambiguità che è presente in ogni nuovo tentativo di cam­ biamento, sono l’espressione più genuina, reale e vera di quella proposta che negli ultimi anni il CSI viene facendo a tutta l'associazione, e, di più, sono la testimo­ nianza vivente che questa proposta non è chimerica, fumosamente teorica, ma che, al contrario, è un progetto possibile da realizzarsi quando ci si sappia scrolla­ re di dosso pregiudizi e schemi mentali che non prevedono come possibili la crea­ tività, l'inventiva, l’innovazione nel mon­ do dello sport o della vita associala. Certamente si tratta di un fenomeno che dev’essere valutato criticamente e in profondità perché è da queste esperienze che scaturisce un cammino nuovo e di­ verso che finalmente caratterizza e spe­ cifica l'esistenza e la funzione originali dell'Associazione nel contesto sportivo e nel contesto più vasto della vita sociale. Qui, però, vai la pena ili sottolineare subito le reazioni che queste esperienze suscitano tra i giovani e nell’Associazione. Tra i giovani queste esperienze susci­ tano un interesse notevole. Questo perché i giovani vedono in queste esperienze la possibilità concreta e reale di partecipare, di gestire, di programmare, di inventare un'esperienza comunitaria liberante, non conformista. Per questi motivi nasce nei

giovani un impegno mollo dinamico at­ traverso il quale essi realizzano un’auto­ educazione e si formano reciprocamele a una coscienza critica personale e collet­ tiva che li rende capaci di porsi di fronte alle realtà, di penetrarle, di impossessar­ sene per superarle. Queste esperienze, però, trovano ostaco­ li notevoli a consolidarsi, a svilupparsi e a diffondersi a causa non solo delle diffi­ coltà obiettive che esistono per creare un’alternativa, ma anche e forse soprat­ tutto a causa degli impedimenti che i quadri locali dell’Associazione pongono loro. E', infatti, facile costatare come questi gruppi di giovani che innovano vengono pressocché sistematicamente marginalizzati, messi a parte, contestati da dirigenti o da tecnici di altre società o anche da intere Commissioni tecniche provinciali e da interi Consigli provinciali e regionali. Così è facile notare come in riunioni, corsi, assemblee quando si alzano questi giovani per dire le loro opinioni o per presentare le loro esperienze, essi vengo­ no pressocché sistematicamente messi a tacere perché considerati « strani », « im­ maturi », « troppo sinistrasi », « rompisca­ tole », « contestatori da strapazzo » ecc. O, anche quando li si lascia parlare, si resta praticamente sordi a ciò che essi dicono. In questo modo si crea un vero e pro­ prio blocco impenetrabile’ e impermeabìle a qqueste esperienze. E ciò vuoi per la ' nuovo > e del diverso, vuoi per­ paura del ché non :si crede ' ,possibile realmente che dei giovani riescano a creare qualcosa di diverso là dove adulti e tecnici con anni di esperienza sulle spalle non sono riu­ sciti ad altro che a ripetere e a far ripe­ tere meccanicamente e acriticamente del­ le formule, vuoi perché si ritiene che lo sport sia qualcosa di « sacro » e immuta­ bile, vuoi anche perché non si vuol fare la fatica di compiere un esame critico di ciò che di nuovo appare sull’orizzonte o, forse, non se ne è capaci. Si arriva così al paradosso che coloro i quali dovrebbero essere quelli che sti­ molano e creano i presupposti perché si possa realizzare un'alternativa sono pro­ prio quelli che, di fatto, quando queste esperienze alternativ e nascono nel pro­ prio àmbito, anziché valorizzarle, trarne occasione per diffonderle e generalizzarle, fanno di tutto per nasconderle, bloccarle, castrarle. E ciò senza capire che castran­ do il nuovo che nasce si finisce per per­ petuare lo status quo. E uno status quo che, oggi, noti riesce più a giustificare né ideologicamente né praticamente la sua esistenza. PAOLO ANDREOLI

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(es. la correttezza per rispetto degli altri) o scelte esistenziali (accettare o rifiutare certa concezione di sport perche espressione del­ la personalità o suo elemento alienante). Il tecnico che si trova davanti a queste opzioni con i suoi ragaz­ zi dovrà rinunciare alle risposte prefabbricale, alle scelte sconta­ te in partenza, ma esaminare con loro la realtà, e valutarla, e pro­ porre il comportamento di conse­ guenza. Chiaro che in questo modo la azione educativa non sarà una corrente a senso unico Educato­ re-Ragazzo, ma una interrelazio­ ne da cui lo stesso tecnico ne ri­ sulterà diverso. Chiaro anche che ciò richiede nel tecnico una men­ talità sufficientemente elastica. In teoria vedo come tecnico idea­ le per un gruppo di ragazzi il gio­ vane più maturo di loro (si spe­ ra) ma allo stesso tempo ancora in costante tensione dinamica verso un livello più alto di « edu­ cazione » (libertà). Mi fa un po' di paura l’adulto matura, perché quasi sempre statico su un suo livello di cui è orgoglioso, imper­ fettibile e propenso generosa­ mente a comunicare i suoi valori al ragazzo. Non sarà facile per il tecnico questo tipo di presenza. Potrà an­ che sentirsi chiedere dal ragazzo: « Perché non mi fai mai gioca­ re? » e potrà solo rispondere: « Perché c’è uno più bravo di te ». Allora entrerà in crisi un certo modo di pensare, perché dall’inizio del campionato il tec­ nico continua a ripetere che il ri­ sultato non è tutto. Ma questa situazione difficile è anche privilegiata perché il tecni­ co si trova ad affrontare il pro­ blema, con i ragazzi della sua squadra, se sia il caso di far gio­ care alternativamente lutti per­ ché tutti hanno lo stesso diritto di esprimersi in campo, siano più <o meno dolati), rinunciando così .a qualche punto in classifica, o ;se invece sia il caso di seleziona­ re i migliori come al solito, e te­ nere gli altri di riserva (cioè pez:z.i di ricambio) e vincere il girone, •e finire sul giornale.

Educare vuol dire rendere li­ beri, e liberi si diventa affrontan­ do questi e gli altri problemi che via via si presentano. In questo senso Io Sport può costituire un valido momento educativo, e in questo modo il tecnico sarà l’ele­ mento che « provoca » la matu­ razione sua e dei ragazzi affida­ tigli.

In conclusione, se dopo alcuni anni di attività sportiva il ragaz­ zo avrà imparato a non assumere passivamente quanto gli viene proposto o più spesso imposto, avrà ricevuto un’educazione libe­ rante che non rimpiangerà mai. Carlo Bolla Schio (Vicenza)

mea « Il tecnico è un educatore? » domanda stupida oppure doman­ da provocatoria? Questo è il dub­ bio sorto in me alla lettura dell’ articolo di Andreoli; ed in effetti ancora non sono riuscito a com­ prendere se chi ha scritto vole­ va fare un articolo che incen­ diasse la discussione e per que­ sto ha volutamente steso frasi un pò stupide e scontate oppure se chi ha scritto credeva in ciò che diceva ed allora mi sembra un passo indietro, ed anche molto ampio, per la nostra associazio­ ne. Perché, cerchiamo di capirci: chi è che fa l’associazione, chi è la vera base? Sono gli atleti con i loro allenatori, che potranno es­ sere semplici tecnici (ma ciò per lo più non accade nella nostra Associazione), oppure essere alle­ natori ed animatori o dirigenti o presidenti od ancora chissà quale .carica avranno pur di fare andare avanti la società che loro insieme ai ragazzi formano. Sono gli allenatori che passa­ no il maggiore tempo insieme ai ragazzi, che ne conoscono i pregi ed i difetti, e sono quelli che più di ogni altro sono sottoposti ad una visione critica da parte dei giovani che ne colgono tutti gli aspetti positivi e negativi. Non è certo un eventuale presidente, o segretario o direttore tecnico che sta a contatto molto stretto con i ragazzi; anzi questo è faci­ litato, poiché mostrandosi ai ra­ gazzi solo poche volte, può farlo in maniera abbastanza perfetta, se ci sa fare. Sono i giovani c gli allenatori che insieme vivono per tanto tempo che superano momenti di

gioia e di amarezza, situazioni difficili e facili ed è di qui che nasce il fatto che è impossibile che in tutte queste occasioni non ci sia un reciproco scambio fra la personalità deH'allenatore e le singole personalità dei ragazzi. Ed è proprio questo scambio, questo dare e ricevere che è l’educazione, e per i ragazzi e per gli allenatori. Per questo è stupido doman­ darsi se il tecnico è un educa­ tore. Utile ed indispensabile è dere il modo con cui si instaura questo rapporto, o come esso funziona: vedere se il tecnico si sente un piccolo duce ed è solo capace di urlare ordini, oppure vedere se capisce solo il linguag­ gio del cronometro delle tattiche, oppure se ricerca qualcos’altro insieme ai giovani che gli gravi­ tano intorno. Ma in tutti questi casi male o bene educa, perché anche una esperienza negativa è utile alla educazione dei ragazzi, se questi la sanno capire, e visto come es­ si ora agiscono e quale alto gra­ do di sensibilità e di senso criti­ co hanno attinto in questi ulti­ mi anni è facile che ciò accada. Pertanto sarei felice se si fa­ cesse a meno di aprire astratte discussioni su Stadium e se si riflettesse quanto sarebbe stata più utile un’indagine con intervi­ ste, dialoghi, foto presso alcune società sportive della nostra as­ sociazione in più parti d’Italia sugli allenatori ed i loro rapporti con i ragazzi. Stefano Cencetti

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a cura di ANDREA DE PASCALIS

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i momenti nazionali i nulo « Sono contento, mi sono di­ vertito ed ho veramente fatto una nuova esperienza ». Questa, più o meno, la sostan­ za delle risposte dateci dai ragaz­ zi convenuti a Salerno c Rimini, in occasione dei momenti nazio­ nali di nuoto del C.S.I. svoltisi il 13-15 settembre scorso. « Ma non ti hanno dato la me­ daglia », « Non hanno detto che sei arrivato primo »; questa, in­ vece, la sostanza degli interventi delle mamme e di alcuni (comun­ que, ancora troppi) dirigenti e tecnici accompagnatori. Abbiamo con piacere ascoltato i ragazzi e, con molta compren­ sione, udito le considerazione dei... cosiddetti adulti. Ora, consentiteci di replicare. Cari adulti, se smettete per un istante di guardare quell’enorme cronometro (moderno feticcio), al cui responso affidate le vostre ed altrui sorti e guardate con più attenzione alla dinamica di svol­ gimento delle giornate trascorse dai vostri piccoli... saggi, potrete capire od ammettere che sono tornati con una medaglia in me­ no, ma con tanta felicità ed espe­ rienza in più. Non hanno trascor­ so tre giorni di tensione in attesa della gara perché questa non era più una selezione, ma un sempli­ ce momento di verifica tecnica. Hanno avvicinato i loro coetanei, non più come avversari da stu­ diare e sconfiggere, ma come amici cui confidare le proprie idee ed aspettative e, da questi, sen­ tirsi accettati senza riserve ed apprendere le loro esperienze i loro propositi. Hanno partecipa­

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to alle iniziative associative e ri­ creative, npn più come semplici esecutori ma come soggetti atti­ vi e deliberanti. ' Forse sfugge, ancora, che il nuovo modo d’essere del C.S.I. rifiuta di creare le condizioni di selettività comportanti l'esaltazio­ ne del « più bravo » e l’ostraci­ smo del « meno dotato ». Se vogliamo evitare di leggere sui giornali che « abbiamo solo Mennea » o « dopo la Calligaris, il buio », dobbiamo agire in ma­ niera di realizzare i presupposti per uno « sport di tutti », un’area sociale dove ciascuno possa ac­ cedere anche se non in grado di esprimere esaltanti valori tecni­ ci, nella quale il tecnico rivolga , egualmente la sua attenzione ed i suoi consigli ed il dirigente si senta egualmente impegnato a creare o mantenere le possibilità di accedere agli impianti sporti­ vi indistintamente a tutti. Questi, quindi, i princìpi in­ formatori cui ci si è attenuti per organizzare e celebrare le due manifestazioni, la cui cronaca è da altri, illustrata. Qui vogliamo soltanto sottoli­ neare che, per buona pace degli ancora residui contestatori, dai circa 200 atleti in complesso par­ tecipanti alla vecchia formula dei campionati nazionali, siamo pas­ sati ai 277 (169 maschi e 108 fem­ mine) di Salerno ed ai 232 (129 maschi e 103 femmine) di Riniini. E non è che sia mancato l’in­ centivo a gareggiare. Ben 152 ga­ re e 16 staffette hanno visto la plurima partecipazione dei con-


venuti i quali, forse non ancora sazi di divertrsi gareggiando, han­ no partecipato in Salerno alla staffetta associativa che vedeva contrapposti 28 atleti, maschi e femmine delle diverse rappresen­ tative, ad altrettanti iscritti con lo stesso criterio, per contender­ si, nei cambi delle diverse e suc­ cessive frazioni, un ideale alloro: la partecipazione globale ad un fine comune. Uno sport di tutti e pei' tutti. ANGELO RAINERI

Momento nazionale di Rimini

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Momento nazionale di Salerno Il Momento Nazionale di Nuoto che si è svolto a Salerno, organizzato dal Centro sportivo della nostra Città, ha visto la partecipazione di circa 270 giovani provenienti da Roma, Livorno, Bologna, Messina, Sorrento. Diamante, Reggio Calabria, Catanzaro, Taranto e Salerno. Non c’è stato alcun bisogno di « di­ sgeli » fra i giovanissimi partecipanti, in quanto i ragazzi, con ---- lo spirito :“:‘~ che li contraddistingue, si sono senliti subito vicini l’uno all’altro ed amici, come da sempre. All’inizio, si è svolta una breve riu­ nione, durante la quale i rappresen­ tanti nazionali e locali del CSI, hanno puntualizzato gli scopi di questo in­ contro e preso accordi per i due gior­ ni di gare, per una visita al Duomo di Salerno ed una gita a Paestum, da effettuarsi nel pomeriggio di sabato, rientranti nelle caratteristiche cultu­ rali che accompagnano questi incon­ tri. La domenica mattina è stata ce­ lebrata la messa nello spazio anti­ stante i campi di tennis. Nei giorni di sabato e domenica mattina si sono svolte le gare di nuo­ to che sono state tutte avvincenti ed entusiasmanti, richiamando sulle tri­ bune migliaia di appassionati. La par­ te del leone è stata fatta dalle rap­ presentative di Salerno, Roma e Li­ vorno, che si sono imposte in quasi tutte le specialità. Al termine della manifestazione è stata offerta una medaglia ricordo a tutti i partecipanti, indipendentemente dal posto che hanno ottenuto durante le gare, mentre una coppa è andata a ciascuna società. Al termine delle gare si poteva no­ tare una evidente soddisfazione in tut­ ti quanti i partecipanti, dai dirigenti agli atleti, per lo svolgimento di que­ sto Momento Nazionale di Nuoto 1974. Dirigenti ed atleti hanno avuto parole di vivo elogio per gli organiz­ zatori, e in particolare per il presiden­ te del CSI Salerno, Ivo Bassani, che

si è prodigato perché nulla mancasse ai partecipanti. Il risultato di tale manifestazione non può non essere positivo, in quan­ to gli scopi che essa si prefiggeva, sono stati pienamente raggiunti. E’ chiaro che tali scopi vanno al di là di quello che può essere il fatto pura­ mente agonistico, per divenire un’ occasione di contatto con persone e tra le persone e la comunità che le ospita. In tal senso Salerno ha accol­ to nel modo migliore e più sincero tutti questi ragazzi che hanno por­ tato in questo loro breve soggiorno tanta vivacità ed allegria; nel contem­ po i ragazzi si sono fusi tra di loro in un tutt’uno e lo spirito agonistico, che pure ha accompagnato queste ga­ re, non ha certo incrinato il sorgere di tante amicizie. Sono stati due gior­ ni pieni per questi ragazzi che hanno avuto, in tal modo, un'occasione, for­ se unica, per parlare tra di loro, scam­ biarsi delle impressioni, conoscersi me­ glio, porre a confronto le differenze degli ambienti in cui abitualmente vi­ vono. L’augurio che si può formulare, al termine di questa bella manifestazio­ ne, è che tali incontri si ripetano per l’avvenire, continuando in tal modo ad essere un mezzo per accrescere 1’ amicizia e la conoscenza fra i giovani. Carmine Cianatiempo

Quest’anno la sorte ha arriso a Bel­ laria, quale sede del momento nazio­ nale centro-nord di nuoto. Questa manifestazione più che esal­ tazione di agonismo ci ha offerto una Festa, la Festa che ha visto riuniti tutti i ragazzi della nostra Organiz­ zazione. Non è mancato nessuno di loro all’ appuntamento, ogni Comitato ha por­ tato a. Bellaria tutti i suoi iscritti, perché ognuno potesse avere la possi­ bilità di esprimersi, in occasione di questo momento nazionale, senza preoccupazioni di classifiche e di pri­ mati; infatti hanno gareggiato per un semplice ciondolino e per trascorrere due sane, belle giornate insieme ad atleti di altre regioni. Nelle due giornate trascorse a Bel­ laria, il programma delle manifesta­ zioni è stato molto vario e alle gare di nuoto si sono alternati: la Caccia al Tesoro, alla quale hanno parteci­ pato in massa tutti i ragazzi con il comprensibile solito entusiasmo; una serata, poi, tutta dedicata al folclore e alle improvvisazioni (veramente en­ tusiasmanti) e un film, a carattere tecnico, che ha visto tutti interessati ed attenti. Ancora una volta i ragazzi ci hanno dato la dimostrazione del loro desi­ derio di una vita comunitaria nello sport e nei giochi. E la manifestazione continua. I pro­ tagonisti sono sempre loro, i giovani, che questa- volta si fanno promotori di una sfida tra i genitori dei vari Co­ mitati organizzando una gara di staf­ fetta. L’ idea, veramente originale, vie­ ne accolta con entusiasmo e con spi­ rito sportivo. Al momento del commiato ci siamo lasciati tutti con molta malinconia, ma con il cuore leggero perché la lo­ ro festa era riuscita. A commento della manifestazione potremmo dire che il livello agoni­ stico delle gare, svoltesi nel magnifico complesso del Seven Sporting Club di Savignano sul Rubicone, è stato di elevato contenuto tecnico, consi­ derando l’insufficienza di attrezzature sportive denunciate da tutti i Comi­ tati partecipanti. Prima di concludere rivolgiamo un grato pensiero a tutti coloro che ci hanno aiutato per portare a termine questa stupenda festa: il Consiglio di Rimini, i giudici di gara, i tecnici, i genitori e soprattutto ancora loro « i ragazzi », protagonisti di questo entu­ siasmante momento nazionale.

Renato Dionisi

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Ave! ini e Novara ospitino o i ineontri di bocce Anche lo sport delle bocce si è incamminato sulla strada del rin­ novamento ed ha superato, nel primo anno di esperimento, ogni previsione. Gli Incontri di Avellino e di Novara possono classificarsi del­ le vere e proprie feste nazionali delle bocce, per la larga parteci­ pazione di Consigli e di atleti, per la presenza di un foltissimo pub­ blico competente ed appassiona­ to e per l’intervento alle cerimo­ nie conclusive delle più alte au­ torità religiose, civili e sportive, le quali, aderendo alla manifesta­ zione, avevano fatto anche dono di coppe e di targhe ricordo. I predetti Incontri hanno così rappresentato una grande rasse­ gna delle nostre migliori forze boccistiche — hanno preso parte 20 Consigli con circa 180 atleti —, dimostrando il loro eccellente grado di efficienza, di maturità sportiva e un talento boccistico di primissimo ordine. Il pubblico è stato prodigo di ammirazione e di applausi per il gioco svolto, ricco di episodi interessanti e di incertezze dovute all’equilibrio fra i contendenti, che hanno da­ to luogo ad una competizione di alto livello tecnico e spettacolare. Nell’Incontro di Avellino, il pre­ sidente di quel Consiglio provin­ ciale, sig. Cioffi, coadiuvato dai suoi attivi collaboratori Cipollet­ ta, Carpentieri e Fiore, si è prodigato al massimo perché l’or­ ganizzazione risultasse la più per­ fetta possibile. Le proibitive condizioni atmo­ sferiche della vigilia, sembravano dovessero sconvolgere i piani di un programma meticolosamente elaborato; ma la giornata della domenica è stata allietata da uno sfolgorante sole settembrino, che ha consentito così un regolare svolgimento delle gare sui 14 cam­ pi di gioco, gentilmente messi a nostra disposizione dalle Società locali, sotto la impeccabile dire­ zione tecnica del cav. Angelo Bosi. Alla cerimonia conclusiva, pre­ senti il Vescovo Mons. Venezia

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Un momento dell’incontro di Novara.

ed autorità del comune e dello sport, il Presidente della C.T.N. Comm. D'Ovidio ha ringraziato, a nome della presidenza naziona­ le, quanti avevano cortesemente aderito alla riuscitissima maniferole di elogio e di compiacimenstazione e ha rivolto agli atleti pa­ lo per le brillanti prestazioni for­ nite. A Novara, il locale CSI ha or­ ganizzato una delle « Feste na­ zionali delle bocce » per dare maggiore incremento e pubblici­ tà a questo sport in continua ascesa. Una Festa che ha voluto essere soprattutto un motivo d’ incontro tra i cosiddetti « anzia­ ni » e i giovani esponenti dell' Associazione. La manifestazione si è aperta sabato 28 settembre, con un pic­ colo ritocco sul programma sti­ lato, poiché le avverse condizioni atmosferiche costringevano gli or­ ganizzatori a trasferire il primo turno delle gare individuali nel bocciodromo coperto di Galliate. In serata si è aperto poi il mo­ mento associativo, organizzalo non soltanto per divertire ma an-

che per offrire ai partecipanti spunti di riflessione sui problemi sociali, con particolare riferimen­ to all’aspetto sportivo. Così un gruppo di amici, le « bretelle bian­ che », ha presentato un applauditissimo spettacolo cabarattestico, ricco di pungenti osservazioni sul­ la nostra società. « Satira pole­ mica ma intelligentemente rap­ presentata; avrebbe dovuto par­ teciparvi un maggior numero di persone » è stato il commento che abbiamo sentito da un esponente di Pinerolo. E’ seguita poi una presentazio­ ne di tre discorsi, riguardanti le condizioni dell’uomo nell’ambien­ te sportivo e nella società in ge­ nerale, discorsi che si sono ri­ chiamati alla tematica fondamen­ tale espressa dallo Statuto dell’ associazione. Su questi temi è se­ guito un breve dibattito, cui è intervenuto lo stesso sindaco di Novara, Ezio Leonardi, che an­ che a nome degli assessori allo sport e alla pubblica istruzione, si è detto pienamente d’accordo con le idee del CSI ed ha avuto parole di incoraggiamento per tutti coloro che hanno già capito


i contenuti del CSI e stanno lot­ tando perché questi arrivino ad un numero sempre maggiore di persone, ed in modo particolare quelle poste alla guida delle no­ stre comunità. A conclusione della serata si sono effettuate le consegne dei premi di rappresentanza alle de­ legazioni dei consigli provinciali, precedute da un breve interven­ to del direttore tecnico naziona­ le, Filippo Dragotto, e l’esibizio­ ne del coro del CAI e del giova­ nissimo fisarmonicista Contardo De Agostini. La giornata di domenica, ralle­ grata da un bellissimo sole, si è aperta con la celebrazione della S. Messa ed è proseguita con le gare di tutte le categorie sui cam­ pi scoperti del bocciodromo co­ munale, finalmente utilizzati.

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Leve ed esordienti di ciclismo a Faenza Con la manifestazione di Faen­ za crediamo di poter affermare di aver assistito ad una delle più belle manifestazioni nazionali di Ciclismo riservata ai giovanissi­ mi, confermando quanto valida sia l’attenzione che il CSI riserva a queste categorie e quanto ne­ cessaria e preziosa sia l’opera dei suoi dirigenti di società e dei suoi tecnici. Prima però di tracciare a gran­ di linee lo svolgimento delle due gare riservate una alle Leve e 1’ altra alla categoria degli Esor­ dienti, vogliamo ringraziare tutti gli amici sportivi di Faenza, che capeggiati dall’appassionato Na­ tale Dal Monte hanno saputo al­ lestire le due gare con una orga­ nizzazione quasi perfetta. Dopo l’avvio alla gara dato dal presidente della Commissione Giovanile Nazionale della F.C.I., Cav. Ghetti, il gruppo composto da 88 unità inizia a grande an­ datura, passando tra due fitte ali di pubblico divertito ed ammira­ to al passaggio del serpente mul­ ticolore dei nostri ragazzi, guida­ to di volta in volta dagli atleti

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Ciclismo a Faenza: passaggio delle « Leve ».

in miniatura dei Consigli di Ber­ gamo, Roma e Verona, che sono i più attivi nella fase di avvicina­ mento alla scalata, se così possia­ mo chiamare, il dislivello che por­ ta i concorrenti a quota 192 in località La Carla. Lungo la salita e sotto la spin­ ta dei più attivi, il gruppo si al­ lunga in fila indiana e al culmine transita primo Pizzaballa di Osio Sotto, seguito a brevissma distan­ za dagli altri. Durante la discesa, fatta a for­ te andatura, si verificano alcuni ricongiungimenti. Tornati in pia­ nura registriamo al comando un gruppetto di circa una ventina di unità che a Marzeno, verso l’ar­ rivo, viene raggiunto da circa al­ trettanti concorrenti, i quali si di­ sputano la vittoria allo sprint. Riesce a prevalere Ravelli di Osio Sotto, nonostante la sella della sua bici sia cmpletamente fra­ cassata, seguito da vicino dai va­ ri Bergonia della Rovatese, Belloli e Procino di Bergamo, Ricci di Roma e via via tutti gli altri componenti del gruppo, chiuso dal concorrente De Carolis di Caprarola. Come da programma, dopo 1’ arrivo delle Leve viene dato il via agli Esordienti che, a diffe­ renza dei giovanissimi, si avvia­ no ad andatura turistica. Però anche compiendo al piccolo trot­ to i primi chilometri, alla fine faranno risultare la rispettabile media di Km. 37,516 orari, me­ dia che tenendo presente le diffi­ coltà incluse nel percorso, è da considerare più che buona. E’ soltanto alla prima scalata de La Carla che i concorrenti si danno battaglia, e subito il grup­ po si allunga in una interminabi­ le fila indiana composta da ben 70 elementi; tutti si impegnano al massimo delle proprie possibi­ lità, ma al culmine i dominatori rsulteranno Pratesi della Zannoni, Taraboreli della Prima Porta e Olmati della Caprarola, vinci­ tore, quest'ultimo, della Leva del­ lo scorso anno, seguiti a brevi intervalli da tutti gli altri. Tornando verso Faenza il grup-

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po si ricompone quasi interamen­ te. Però, appena avviene il ricon­ giungimento, scatta, sorprenden­ do tutti, il bravo Acciari del Con­ siglio di Roma, guadagnando cir­ ca 100 metri, vantaggio che su­ bito dopo raggiungerà i 20” circa. A questo punto il gruppo reagi­ sce violentemente e si porta nuo­ vamente alle calcagna del fuggi­ tivo. Quando però il gioco sembra fatto, un nuovo rallentamento generale degli inseguitori, inve­ ce, dà l’opportunità di scalare imperiosamente al bergamasco Gambirasio, atleta dotato fisicamente e impostato perfettamente sulla bici, il quale in men che non

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si dica raggiunge il fuggitivo Ac­ ciari, con il quale subito trova 1’ accordo. Alternandosi ogni 200 metri al comando, i due riescono a guadagnare un considerevole van­ taggio che gli permetterà di com­ piere l’intero secondo giro del circuito in perfetta solitudine e di arrivare così all’ultimo chilo­ metro per iniziare la fase con­ clusiva, che pur con tutta la sua buona volontà, il bravissimo Ac­ ciari non riesce a risolvere in suo favore, in quanto il bergama­ sco Gambirasio dotato di uno spunto considerevole di velocità, rimonta l’avversario con estre­ ma facilità. Il gruppo che aveva continua­ to a battagliare alle spalle dei due corridori di testa è precedu­ to da Righetti di Verona e 01mati di Roma, cui fanno seguito altri cinquanta concorrenti in tem­ po massimo.

GINO QUATTROCCHI

Faenza: Pizzaballa di Osio Sotto (Ber­ gamo), 1° classificato cat. leve.

Ragazze come caramelle giovanotti come cioccolatini MANTOVA - Il consiglio direttivo della « US Curtatone » di Montanara ha redatto alcune considera­ zioni sulla questione degli abbinamenti pubblicitari nello sport, facendole poi affiggere per oltre un mese

all’albo della Società. Di que­ ste considerazioni riportiamo motivi di spazio, pubblicarle Faenza: Gambirasio (Bergamo), lu clas­ qui, su Stadium, i passi sa­ integralmente. sificato cat. esordienti. lienti, non potendo, per ovvi « Ragazze come caramelle, giovanotti Come cioccolatini. Ci si riferisce ai giovani di alcune formazioni sportive che portano sul petto le scrit­ ■mobimh BBMBBBBBBBBBBHBBBBBBBHBi^ te propagandistiche di varie ditte commerciali, così da ap­ Un allenatore, nel corso del proprio lavoro, si troverà act parire incartati come prodot­ un certo momento a dover affrontare l’applicazione pra­ ti dolciari. Ma chi crede ve­ tica della tecnica insegnata attraverso una tattica di gioco, ramente alla funzione socia­ ossia il dove e il quando far eseguire una determinata le dello sport, farebbe bene a azione tenendo conto non soltanto delle caratteristiche fi­ scegliere un altro settore in siche e tecniche dei componenti la propria squadra, ma cui impegnare le proprie ener­ anche e soprattutto delle particolarità individuali c corali gie, piuttosto che scendere a da cui trae spunto il gioco avversario. compromessi con abbinamen­ Si capisce pertanto quale e quanta importanza rivesta per ti commerciali. Infatti non si un allenatore la conoscenza, la « visione », dell ’ intero «cam ­ di cambia in meglio la società po» che si troverà davanti quando andrà in panchina, com­ rinunciando a sviluppare la Dario Serapiglia prendendo sia i propri elementi sia quelli delle squadre personalità dei giovani, cre­ avversarie. scendoli come conigli d’alle­ Nella pallavolo, però, dove tutto è veloce, preciso e sfug­ vamento, creando una nuova gevole allo stesso tempo, non può essere attuata una « vi­ specie di invertebrati catalo­ sione » affidata alla sola memoria visiva, una « visione » gabile tra molluschi c celen­ « Lo scout nella cioè basata unicamente sul « guardare-considerare »; ma terati. pallavolo », 2° volume sul metodo più duraturo del « guardare-registrare-conside« E’ successo anche a Curiadella collana rare ». tono. La locale società spor­ tecnico-organizzativa Ecco quindi « lo scout »: esplorare e registrare su dei inotiva è presente da alcuni an­ CSI. Per le duli predisposti i vari momenti di gioco riferiti ad ogni ni nel settore della pallavo­ richieste rivolgersi singolo giocatore. Più sarà meticolosa la registrazione e la lo. Molti giovani hanno ini­ al locale Consiglio sua interpretazione, più si potrà preparare per tempo --ziato qui a palleggiare. Era del CSI. tattica efficace. lecito sperare di averli al no­ stro fianco, cresciuti fisicaBBM

Lo scout nella pallavolo

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mente e socialmente, per po­ ter attuare una nuova politi­ ca sportiva a favore di tutti. Purtroppo, arriva un padron­ cino in cerca di pubblicità e con qualche lustrino ed un piatto di lenticchie ne carica buona parte sul suo carrozzo­ ne. Si resta ancora in pochi, troppo pochi per farsi ascol­ tare da un’amministrazione comunale in vena di « stra­ nezze » in materia di politi­ ca sportiva. « Vediamo in particolare il nostro ciclismo. Persone di varia età e categoria, perfet­ tamente conscie di non po­ ter cullare sogni olimpici, non esitano a spendere cifre no­ tevoli per potersi mettere in sella; probabilmente non si rendono conto di quanto sa­ rebbero più simpatici qualo­ ra, nella cifra preventivata per l’attività sportiva, avessero aggiunto qualche soldino (ben poco in proporzione al resto) per l’acquisto di una maglia. A Curtatone se ne sono resi perfettamente conto e, for­ mato il gruppo ciclistico in seno alla società sportiva, fan­ no volentieri a meno di in­ dossare le maglie della pro­ paganda commerciale. Nella pallavolo, meno sog­ getta a sacrifici economici in­ dividuali rispetto al ciclismo (un paio di scarpette costa meno di una bici da corsa) riesce pur tuttavia più dif­ fìcile attuare programmi di autogestione. Forse perché siamo in presenza di per­ sone molto giovani ed i lu­ strini (tuta e borsa sporti­ va) e le lenticchie (la cena offerta dal padrone) esercita­ no un fascino irresistibile. Ma nessuna recriminazione dovrebbe essere rivolta alle Ditte commerciali che ope­ rano nel settore; i loro re­ sponsabili, attivamente impe­ gnati nel necessario e meri­ torio processo della produzio­ ne di beni, non hanno il tem­ po di porsi problemi di que­ sto genere e, sollecitati ad intervenire da qualche alle­ vatore di polli, non hanno dif­ ficoltà a farsi della pubblici­ tà a buon mercato, convinti anche di crearsi dei meriti sociali quali benefattori del­ lo sport; non possono capireil processo involontario che determinano con la loro in­ gombrante presenza. D’altra parte, al vertice del­ le nostre istituzioni democra­ tiche, sia a livello di consiglie­ ri di enti locali, sia a livel­ lo di parlamentari, troviamo uomini che non sempre bril­ lano di luce propria nello stu­ dio dei fenomeni sociali e che spesso arrivano a defi­ nirsi sportivi solo se sono at­ tratti dal fascino dello spet­ tacolo agonistico. Per costo­ ro, la presenza di operatori commerciali nel settore del-

■■■Mi In sintonia con l'attuale momento del Centro Sportivo Italiano, che ricerca tipi e metodi di attività sportiva più I adeguati alle finalità educative che intende perseguire, que­ sto libro rappresenta un tentativo per far fare ai ragazzi ■ e ragazze dai cinque ai dieci-undici anni un’esperienza fi­ sico-motoria a carattere ludico, superando i rigidi schema­ tismi tecnico-agonistici dello sport tradizionale e propo­ nendo ad ogni individuo un tipo di attività sportiva com­ misurata alle sue esigenze e possibilità. Un tentativo, per­ ché si tratta di una strada che, almeno in Italia, è quasi ancora tutta da esplorare, ma esso nasce dalla conoscenza che l’autore ha maturato dei ragazzi di una certa età, delle loro tipiche esigenze (fisiologiche, psicologiche, sociali) e tiene conto di una prassi educativa. Egli, infatti, propone un approccio all’esperienza sportiva non legata a schemi che valgono più delle persone, ma ad un modo nuovo di fare sport che si fonda sul rispetto globale della persona nell’ambito di una determinata età. L’autore, dunque, nell’indicare qui una serie di giochi sportivi non propone soltanto un rinnovamento di meto­ dologia dell’insegnamento sportivo, cioè un semplice mo­ do nuovo o diverso di insegnare lo sport, ma colloca questa sua proposta in una concezione diversa dell'attività spor­ tiva intesa non come fine a se stessa, ma come strumento e occasione di maturazione personale e sociale. La strada di questo nuovo atteggiamento nei confronti del­ lo sport, dicevamo, è ancora tutta da esplorare. Si tratta di individuare concretamente in che cosa consista uno sport a misura d’uomo e strumento del suo processo di liberazione su tutti i piani: a livello di gioco-movimento globale, a livello di partecipazione creativa, a livello di rap­ porto educativo. L’autore offre una personale e prima ri­ sposta: parte dagli sport tradizionali e li trasforma in giochi sportivi adatti alle età considerate. Ma, come si di­ ceva, egli è mosso non semplicemente dal desiderio di rin­ novare un metodo di insegnamento, ma dalla preoccupa­ » zionc zione più profonda e generale di far compiere ai giovai riissimi un'esperienza sportiva diversa.

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lo sport è un comodo alibi per sottrarsi ai doveri con­ nessi alla carica che ricopro­ no; è sufficiente che siano accasati i pochi, fisicamente privilegiati, in grado di forni­ re un buon livello di rendi­ mento, pei- essere autorizza­ ti a dimenticarsi della mas­ sa dei giovani che più degli altri avrebbero bisogno del­ l’esercizio atletico; con tanti

Giochiamo a fare soort di Francesco Barbagallo

« Giochiamo a fare sport », 3° volume della collana tecnico-organizzativa del CSI. Per le richieste rivolgersi al locale Consiglio CSI.

saluti alla funzione sociale dello sport. Del resto, le attività spor­ tive nascono e si sviluppano senza l’intervento di fattori estranei alle stesse. In ge­ nere, quando interviene l’ab­ binamento commerciale, si cerca solo di sfruttare la po­ polarità di un’attività sporti­ va ormai diffusa... ».

Altre volte comunque si tornò sull’argomento e a Gian­ ni si erano uniti Angiolino Tonini, Arsenio Visentini e Tonino Matteucci. Per farla breve tanto fecero e tanto dissero che si prese seriamen­ te in considerazione la cosa. Trovata la palestra e otte­ nuta l'approvazione degli al­ tri dirigenti del Comitato Zo­ * nale iniziarono i lavori. Non sono mancate le diflicoltà, dalla ricerca di un istruttore capace, al reperi­ mento dei fondi necessari, comunque grazie alla tenacia e all'impegno di tutti i ragazzi in quattro settimane circa la palestra era pronta, comple­ ta di imbottiture alle pareti, due tappeti di mt. 5- x 8, im­ pianto di illuminazione, doc­ ce e spogliatoi. ARGENTA - Non è stata una decisione semplice nè Abbiamo lavorato tutti e una cosa facile, ma finalmente ci siamo riusciti. An­ spesso, perfino i sabati sera che Argenta ha la sua palestra di Judo. Attualmente e le domeniche pomeriggio: vi sono circa 70 iscritti di tutte le età con 50 judoisti ma siamo riusciti nel nostro intento. Dall’idea di uno di regolarmente frequentanti ed è un traguardo notevole se ponesi fece vedere ai suoi noi appassionato di questa si considera che la maggior amici alcune mosse di judo, disciplina è nato un cen­ parte di essi non praticava li­ chiedendo poi perché il Cen­ tro di judo perfettamente no ad ora uno sport attivo. tro Sportivo Italiano non si organizzato e funzionante, nel Tutto ebbe inizio alcuni me­ impegnava nel l’organizzazione quale tutti, grandi e piccoli, si fa, quando Gianni Tren­ di tale sport. Si rispose che hanno la possibilità di im­ tini, uno dei giovani che fre­ x i erano delle difficoltà di parare un bellissimo sport e quentano la sede del nostro ordine economico, organizza­ di mantenersi in forma at­ Comitato e che è appassio­ tivo e soprattutto mancava il traverso l'esercizio fisico. nato delle arti marziali giap- posto per la palestra. Dino Giglioli

Come nasce un centro Judo

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Un autunno carico di oromesse UDINE - Nell’avviare, già ai primi mesi dell’anno, dopo parere favorevole del consiglio regionale CSI, lesperimento dell’introduzione dell’attività del judo, si era tutti convinti che lanciare questa nuova disci­ plina sarebbe stato un affare lungo e faticoso. Si doveva impiantare tutto ex-novo, qua­ dri dirigenziali, organizzativi e tecnici; tutto si poteva pre­ supporre tranne un’afferma­ zione così rapida e lusinghie­ ra come quella poi registra­ tasi. I primi di aprile, a pochi giorni dalla approvazione dell’ esperimento da parte del con­ siglio regionale, già si poteva organizzare una prima prova provinciale con la partecipa­ zione delle prime due socie­ tà affiliatesi. Verso la fine dello stesso mese si organiz­ zava una seconda prova per la provincia di Udine, racco­ gliendo l’adesione di una ter­ za società. La richiesta prima c l’affi­ liazione poi di associazioni a Trieste e in provincia di Por­ denone facevano considerare, nel mese successivo, l’opportu­ nità di far svolgere una pro­ va regionale. Anzi, i momenti regionali finivano con l’essere due, uno ospitato a Trieste e l’altro a Palmanova. In una continua escalation, era logico pensare, a questo punto, ad un momento inter­ regionale. E qui, ad affianca­ re i veri momenti di questo boom del judo, i maestri Ce­ sare e Pio Violino, sono en­ trati in ballo altri amici di questo sport, coadiuvando i due tecnici Violino nell’impo­ stazione di un « Trofeo inter­ regionale Città di Palmano­ va », che veniva a cadere in pieno periodo estivo, allorché i giovani sono in vacanza, ma non tutti si allontanano dal­ la propria città. Proprio per questi ultimi non si ci è vo­ luti fermare e si è prov­ veduto ad organizzare un cor­ so estivo di judo, superando così quei preconcetti che por­ tano ad escludere la possibi­ lità di fare svolgere certi sport d'estate solo perché l’aria è calda e invita al riposo più che alla fatica nel chiuso di una palestra. Si è pensato anche ai qua­ dri e già dall'inizio deH’anno si vanno svolgendo corsi per istruttori, cinture nere, arbi­ tri ed ufficiali di gara, corsi tenuti da uno staff di inse­ gnanti qualificati per le ma­ terie di basi e complementari quali: tecnica, didattica, pe­ dagogia, psicologia, anatomia, traumatologia ecc. Proprio in questi mesi sa-

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ranno pronti i primi tecnici, che andranno ad inserirsi nel­ l’ingranaggio organizzativo del CSI, formando nuove asso­ ciazioni, divulgando il judoCSI, sovraintentcndo a que­ gli incarichi che deriveranno dala futura stagione sportiva.

Tutto ciò prelude ad una esplosiva attività in autun­ no, con l’inizio della stagione '74-75, dato che, a giudicare dalle richieste già pervenute, il numero di associazioni per il judo si dovrebbe raddop­ piare. Il concretizzarsi in così po­ co tempo di un’attività su così vasta scala, grazie solo al fervore di alcuni appassio­ nati, è forse il segno che i tempi sono maturi per il lan­ cio di questa disciplina an­ che in altre regioni, purché si operi con risolutezza. In questo senso l’esperimento at­ tuato nel Friuli costituisce senz’altro uno stimolo in più.

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Pattinaggio: sino sport dalle veccli tradizioni FERRARA - Allo scopo di favorire lo sviluppo dell’at­ tività di pattinaggio in seno al CSI, attività che quest' anno, per la prima volta, la Direzione Tecnica Nazio­ nale ha incluso nei suoi programmi per l’anno spor­ tivo 1974-75, quale disciplina in netto rilancio sia nella spe­ cialità della corsa che dell’ar­ tistico, vorremmo fare insie­ me il punto di quanto qui a Ferrara si è intrapreso per questa nuova proposta spor­ tiva. La nostra città vanta nobi­ li tradizioni nel pattinaggio corsa c molti primati mon­ diali ed europei (basta ricor­ dare alcuni nomi, quali Ven­ to, la Faggioli, Vcnanzi e la Vianello), da alcuni anni pe­ rò questo sport sembra aver subito un arresto, un momen­ to di stasi; così noi, con uno sforzo graduale e comunita­ rio. ci siamo impegnati per riproporlo ai nostri ragazzi in una dimensione piti nuova ed abbiamo avuto la confer­ ma che la passione per il rotellismo era solo sopita e non tramontata. Il nostro invito è stato ac­ colto con entusiasmo da set­ tanta ragazzi, trenta per la corsa e quaranta per l’arti­ stico. Gli istruttori hanno fallo davvero miracoli, perché al­ cuni bambini hanno dovuto iniziare proprio dai primi pas­ si e gli altri dovevano acqui­ sire velocità e resistenza. Anche in provincia il no­ stro entusiasmo è stato rece­ pito e qualche società ha ri­ sposto, come il G.S. Corna­ cervina, l’U.P. Cassana e la Fulgor di Codigoro. Proprio in quest’ultima località circa una cinquantina di bambine hanno aderito al corso di pat­ tinaggio artistico che si svol-

geva nella palestra messa a disposizione dalle Suore dell’Ordine Salesiano; ma la do­ lente nota era quella di tro­ vare un’istruttrice, perché la buona volontà e gli appunti dei quali Suor Giovanna si era fornita, erano insufficienti.

Un'allieva del nostro corso, Donatella, la più anziana (16 anni), ha assolto questo com­ pito ed ogni settimana ha se­ guito con passione le bam­ bine di Codigoro, portando loro il frutto della sua gio­ vane ma pur valida esperien­ za di una impostazione di scuola. Un’indagine sull’attività del pattinaggio in Italia, promos­ sa dalla Direzione Tecnica Na­ zionale, ha posto in luce che già varie società in seno al Centro Sportivo praticano ta­ le disciplina: si rende neces­ sario ora coordinare l’attività, organizzando incontri che riu­ niscano e facciano conoscere pattinatori di tutta la peni­ sola. Un primo passo in questa direzione è già stato fatto con la « 1’ edizione del trofeo Carlo Dragotto », svoltosi a Cesena, che ha visto impegna­ ti in gare di corsa su strada, su pista c in esibizioni di ar­ tistico 170 ragazzi dell’Emilia, della Toscana e del Ve­ neto. Sarebbe nostro desiderio per il 1974 poter moltiplicare questi incontri, che ci servo­ no per scambiarci opinioni, suggerimenti, consigli e so­ prattutto per riunire i nostri ragazzi che credono nei va­ lori dello sport e in quella fratellanza che deve esistere quando si fa dello sport giu sto nel modo giusto. Marisa Isernia

Un anno di Centro olimpia PAESE (Treviso) - Con la chiusura delle scuole e l’inizio delle vacanze il Centro Olimpia ha concluso 1’ attività di questo primo anno. Più di 200 gli iscritti che hanno regolarmente frequentato i corsi, suddivisi in tre cicli previsti rispetti­ vamente per i bambini di età 5-7 anni, 8-10, 11-13. L’organizzazione prevedeva complessivamente 5 Corsi per i bambini in età di scuola ele­ mentare affidati ciascuno ad un insegnante di educazione fisica e 4 Corsi per i ragazzi di scuola media affidati ad istruttori di atletica-pallavolopallacanestro e ginnastica ar­ tistica, oltre al pattinaggio. Contemporaneamente una cin­ quantina di bambini hanno frequentato pure corsi di Nuoto suddivisi in gruppi di 10-12 clementi. La gestione del Centro era affidata ad un gruppo di ge­ nitori coadiuvati dagli istrut­ tori. Il finanziamento dell'at­ tività è avvenuto mediante la formula dell’ autotassazione fissa per ogni mese a ciascun

genitore. Tutte le decisioni importanti venivano prese in occasione delle assemblee dei genitori che si sono svolte con frequenza mensile nei locali della Scuola Media. Oltre al­ le assemblee sono stati orga­ nizzati incontri c dibattiti con un medico scolastico, con in­ segnanti maestri e professori e con esperti. In occasione della chiusura dei corsi, alla presenza di nu­ merosi genitori ed amici dei ragazzi, si sono svolti in un clima di gioia alcune gare di pattinaggio, incontri di palla"----------- o, diinovolo e pallacanestro, giochi da strazioni ginniche e g : parte dei ragazzi dei vari gruppi accompagnati dai loro istruttori. Alla line si è esi­ bito un gruppo di ragazze di ginnastica artistica.


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menzioni per realizzare incont:ri sportivi con atleti stramieri e rompere così l’isolarmento. Tutte quelle facilita­ zioni finiscono con l'allettare sinché talune nostre Federa­ zioni e società che, come è □ovvio, ricercano le condizioni più vantaggiose di viaggio. Non tutti si rendono invece conto che così agendo contra­ stano quella politica di pres­ sione che alla lunga dovrà □ restringere il Governo sudafri­ cano a recedere dall’apartheid, s;e non vuole trovarsi isola­ to. E nemmeno si rendono con­ no del pericolo che gli altri Sotati Africani, tutti contrari aill’apartheid, decidano da un □momento all’altro di rompere tiutti i rapporti con Io sport italiano in particolare e con r’Italia in generale. Ciò im­ plicherebbe gravissime conse­ guenze di carattere politico finanziario ed economico. Il CONI, anche in consider-azione del fatto che in tutta Isa storia del nostro paese non c:’è mai stata una politica raz­ zista, prese l’iniziativa di de­ rinunciare al mondo sportivo ("'assurdo comportamento del­ iro sport sudafricano. Le Federazioni sportive, che costituiscono l’ordinamento s portivo nazionale, dovrebbe­ ro perciò sentire il dovere di andeguarsi ad una politica itaiiiana che ha trovato sia in siede di CIO sia presso le Na­ zioni Unite, una unanime ac­ coglienza e una ferma ade­ sione. Il CONI è pertanto sicuro che le Federazioni sportive na­ zionali sapranno strettamelit<e attenersi ad una regola di comportamento che — giova ripeterlo — finirà per demoliiire quel sistema discriminatrorio ed inumano di cui il Governo sudafricano è respon­ siabile. Con molti ringraziamenti e vive cordialità.

avv. Giulio Onesti Presidente del C.O.N.I.

QUESTA NOTTE QUAICUNO DORMIRÀ PIU' TRANQUILLO. orse ha giocato a


UHMA

di ENZO BALBONf

SUD AFRICA - Panatta e compagni giocheranno in Africa la semifinale di Cop­ pa Davis. Dopo aver di­ chiarato (per bocca del pre­ sidente Neri) che l’Italia non avrebbe giocato in Sud Africa e dopo aver fatto fuo­ co e fiamme per ottenere un campo neutro (il che già è un fatto dubbio) la Federazione ha lasciato che la nostra squadra partisse ed ha permesso al suo al­ lenatore Martin Mulligan di dichiarare che « gli italiani sono felicissimi di trovarsi in Sud Africa perché a noi

11 Sor FUFFO, tale e quale, la la nuova nazionale. Prima cosa, per dispetto i vecchioni mette a Ietto.

La difesa? Si, si tocca, gioca Roggi, gioca Rocca ed agli assi beneamati preferisce Caso o Prati.

interessa lo sport c non la politica... »» Il che ci ha fat­ to aguzzare le orecchie per­ ché questa frase è molto vecchia, antica, risale al pri­ mo qualunquismo antemar­ cia. L’abbiamo sentita in tanti discorsi fatti negli am­ biti delle Federazioni e del CONI, quando qualcuno cer­ cava di vederci chiaro in certe faccende, l’abbiamo sentita ripetere ogni volta che — tanto per fare un esempio — si è parlato del mercato dei calciatori, del­ lo schiavismo dei cartellini a vita, della disciplina im-

No, non è, non è una fola l’esclusione di Mazzola e per far la serie nera caccia Riva con Rivera.

Poi il Sor FUFFO pensa un poco Zac! Ti inventa un nuovo gioco ed in campo si presenta come un dì: negli anni trenta.

posta in modo disumano tei;; parla prende la mul­ ta!) in tante società. Noi stessi — dico noi di STA­ DI U.M — siamo spesso at­ taccati in questo senso: se si cerca di aprire un di­ scorso che induca lo sport nel contesto più ampio di una certa situazione socia­ le ed economica, ecco che arriva sempre qualcuno a dire che la politica deve stare lontano. Perché? Per coprire cosa? Tornando al­ le racchette azzurre (bella frase di effetto retorico che certo piace ai dirigenti FIT) io dico che non si doveva andare in Sud Africa, dico che bisognava decisamente rinunciare ad incontrare i Sudafricani, anche in cam­ po neutro, dire no e basta. Solo così avremmo aiutato i dirigenti internazionali a prendere la decisione che hanno già preso tante fe­ derazioni sportive, isolarli definitivamente come è ac­ caduto per le Olimpiadi.

PAOLO VALENTI - Ha par­ lato per due ore di niente. Per la telecronaca dell’im­ mersione di Maiorca che un cavo arrotolato faceva continuamente rimandare. Paolo Valenti è stato abilis­ simo ed è riuscito a farci vedere cosa può essere una televisione libera e aperta, dando l’emozione dell’autenlica incertezza e non della suspense costruita a tavoli­ no. Ci ha fatto vedere an­ che lo scontro (il traffico si sa!) di Maiorca e Bottesini, ci ha fatto sentire an­ che le parolacce (di Maior­ ca), insomma ci ha fatto vedere una cosa vera, coi suoi veri problemi e con la sua vera atmosfera. Poi ho letto i resoconti (non quelli dettati a caldo, ma quelli scritti dopo riflessioni e di­ rettive) ed ho scoperto che tutti o quasi attaccavano la tivù e le riprese in. nome di un qualunquismo sporttivo che si sposa con quello dei tennisti: « lasciate che i record si battano nel più assoluto silenzio, nel gran­ de tempio dello sport ». Mi viene da piangere. C’E’, C’E’ ANCHE QUESTA VOLTA - Nel Gran premio di Spagna di motociclismo c’è stato il solito morto. Però non si è fatta pubblicità perché non era un campio­ ne, ma un poveraccio, pen­ sate: solo un vigile del fuo­ co. Anche i vigili del fuoco muoiono nelle gare di moto­ ciclette e loro proprio non hanno fatto la scelta di cor­ rere pericoloso, loro in pi­ sta ce li hanno mandati per proteggere la vita degli al­ tri. Pensate?!

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