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Stadium n. 13/1974

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BH «IUB WBIB-HHBfflni ■ H lo scout nella pallavolo di Dario Serapiglia

Direttore responsabile: Aldo Notarlo Redattore capo: Duilio Dimetti

Comitato di redazione: I Zitta Giuri Amili Paolo Andreoli Enzo Balbetti Claudio Bucciarelli Giulio Martinucci

« Lo scout nella pallavolo » di Dario Serapiglia (L. 800) e a Gio­ chiamo a fare sport » di Francesco Barbagallo (L. 1.000), si richiedono a: Centro Sportivo Italiano - Presidenza nazionale • Via della Conciliazione n. 1 - 00193 Roma.

STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune dell'associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario.

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STADIVM è una tribuna aperta. Tutti sono invitati a esprimere la propria opinione e tutte le opinioni sono gradite.

(copertina di Alberto Catalani)

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Grafica: Alberto Greganti

STADI UM chiede a tutti i soci un’attenzione costantemente critica e una collaborazione generosa.

Un allenatore, nel corso del proprio lavoro, si troverà ad un certo momento a dover affrontare l’applicazione pra­ tica della tecnica insegnata attraverso una tattica di gioco, ossia il dove e il quando far eseguire una determinata azione tenendo conto non soltanto delle caratteristiche fi­ siche e tecniche dei componenti la propria squadra, ma anche e soprattutto delle particolarità individuali e corali da cui trae spunto il gioco avversario. Si capisce pertanto quale e quanta importanza rivesta per un allenatore la conoscenza, la « visione », dell’intero «cam­ po» che si troverà davanti quando andrà in panchina, com­ prendendo sia i propri elementi sia quelli delle squadre avversarie. Nella pallavolo, però, dove tutto è veloce, preciso e sfug­ gevole allo stesso tempo, non può essere attuata una « vi­ sione » affidata alla sola memoria visiva, una « visione » cioè basata unicamente sul « guardare-considerare »; ma sul metodo più duraturo del « guardare-registrare-considerare ». Ecco quindi « lo scout »: esplorare e registrare su dei mo­ duli predisposti i vari momenti di gioco riferiti ad ogni singolo giocatore. Più sarà meticolosa la registrazione e la sua interpretazione, più si potrà preparare per tempo una

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In sintonia con l'attuale momento del Centro Sportivo Ita­ liano, che ricerca tipi e metodi di attività sportiva più adeguati alle finalità educative che intende perseguire, que­ sto libro rappresenta un tentativo per far fare ai ragazzi e ragazze dai cinque ai dieci-undici anni un’esperienza fi­ sico-motoria a carattere ludico, superando i rigidi schema­ tismi tecnico-agonistici dello sport tradizionale e propo­ nendo ad ogni individuo un tipo di attività sportiva com­ misurata alle sue esigenze e possibilità. Un tentativo, per­ ché si tratta di una strada che, almeno in Italia, è quasi ancora tutta da esplorare, ma esso nasce dalla conoscenza che l’autore ha maturato dei ragazzi di una certa età, delle loro tipiche esigenze (fisiologiche, psicologiche, sociali) e tiene conto di una prassi educativa. Egli, infatti, propone un approccio all’esperienza sportiva non legata a schemi che valgono più delle persone, ma ad un modo nuovo di fare sport che si fonda sul rispetto globale della persona nell’ambito di una determinata età. L’autore, dunque, nell’indicare qui una serie di giochi sportivi non propone soltanto un rinnovamento di meto­ dologia deH'insegnamento sportivo, cioè un semplice mo­ do nuovo o diverso di insegnare lo sport, ma colloca questa sua proposta in una concezione diversa dell’attività spor­ tiva intesa non come fine a se stessa, ma come strumento e occasione di maturazione personale e sociale. La strada di questo nuovo atteggiamento nei confronti del­ lo sport, dicevamo, è ancora tutta da esplorare. Si tratta di individuare concretamente in che cosa consista uno sport a misura d’uomo e strumento del suo processo di liberazione su tutti i piani: a livello di gioco-movimento globale, a livello di partecipazione creativa, a livello di rap­ porto educativo. L’autore offre una personale e prima ri­ sposta: parte dagli sport tradizionali e li trasforma in giochi sportivi adatti alle età considerate. Ma, come si di­ ceva, egli è mosso non semplicemente dal desiderio di rin­ novare un metodo di insegnamento, ma dalla preoccupa­ zione più profonda e generale di far compiere ai giova­ nissimi un'esperienza sportiva diversa.

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Giochiamo a tare soort di Francesco Barbagallo


Mi è stato chiesto: il CSI fa ancora sport?

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Ho incontralo giorni fa un Presidente federale che mi ha chiesto se il CSI fa ancora sport. Mi pare di sì — gli ho risposto — dal momento che le società sportive e i tesserati del CSI sono in aumento e se facessimo carne in scatola se ne andrebbero tutti. Alla battuta ho risposto con una battuta, ma sotto c'è una critica sot­ tile, dovuta ad una riserva mentale. La riserva mentale si può riassumere in questa frase (detta sottovoce): « nel Centro Sportivo si discute troppo, stiamo diventando un circolo culturale, e lo sport che facciamo non è serio e quindi non è più sport ». Ci stanno sotto due equivoci, che forse sono due alibi per nascondere la pigrizia e la mancanza di coraggio. Il primo equivoco è che lo sport non produca cultura e quindi non sia cultura. Il sedersi davanti al televisore per vedere una partita o correre allo stadio o discutere al bar sulla Nazionale o invocare i soldi del Comune per la squadra di calcio che è salita in A (o in B o in C) vuol dire partecipare ad un tipo di cultura, essere dentro ad essa. L'attuale sport non è che non produca cultura, anzi.' Per cambiare cultura, se siamo d’accordo che si cambi, bisogna discu­ tere, prendere coscienza dei problemi che stanno sotto allo sport ita­ liano, confrontarsi sulle esperienze che si fanno e che fanno gli altri. La discussione allora non è inutile, anzi è la condizione prima per far cambiare le cose, se vogliamo cambiarle. Tutti sono d'accordo che l'Italia è una nazione di tifosi e non un popolo di sportivi e che per diventare tali bisogna cambiare la coscien­ za del tifoso seduto in una coscienza nuova dello sportivo in piedi, e per cambiare la coscienza bisogna discutere. Inoltre non è vero che oggi nello sport non si discuta, anzi si discute anche troppo, ma si discute secondo la coscienza vecchia: la Nazionale, Bernardini e Vàlcareggi, i nuovi acquisti del calcio, Mennea e Borzov ecc. Non si discute, invece, sul fatto che mancano le attrezzature di base, che si può far sport senza spremere i ragazzini come limoni, che in Italia manca una legislatura sportiva adeguata alle nuove esigenze sociali, che lo sport potrebbe essere educativo se..., che delle medaglie olimpiche o europee non ce ne frega niente ecc... E’ una discussione nuova per una coscienza sportiva nuova che il CSI cerca di introdurre nel tessuto sociale del Paese. Il secondo equivoco è che Io sport non è sport se non rispetta i sacri canoni della cosiddetta legge sportiva. Ora, la legge è fatta per l’uomo e non viceversa e quando l'uomo la ritiene superata la cambia. Non mi pare, fra l'altro, che nelle tavole di Mosè ci sia scritto che lo sport non è sport se non seleziona un campione, che l'arbitro non può dare confidenza ai giocatori, che i regolamenti sono quelli fissati dall’alto e tutti vi si devono adeguare pe­ dissequamente, che non si può fare un’attività sportiva seria se non ci sono i campionati e le finali nazionali con medaglie, scudetti, squilli di tromba, alzabandiera, inni nazionali e vitelli che piangono. Che sia difficile fare uno sport diverso è un altro discorso, ma sempre sport è, ed in quanto a serietà ho i miei dubbi che sia meno serio, anzi forse lo è di più dal momento che vi possono partecipare tutti, prati­ candolo e discutendolo! Le difficoltà ci sono e sono grosse, perché il nuovo sport è tutto da inventare e nessuno ha la formula magica nel taschino. ___ Si Zi va per tentarivi, confrontandosi etmetrendo insieme le esperienze di tutti, chiedando a tutti un po' di coraggio’ e s, specialmente la convinzione che uno sport per tutti, a misura d’uomo, si costruisce ■'J con più fatica di prima e senza voltarsi indietro a sentire il richiamo della foresta... o della palude! ALDO NOTARIO

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I tedeschi dell’est parlano aper­ tamente dei loro esperimenti sul limite della resistenza atletica umana e non si turbano se qual­ cuno resta perplesso su una atti­

vità sportiva trasferita troppo spesso sul piano della ricerca scientifica. E’ inutile — paiono dire — fare delle finzioni. Dall’altro verso le coreografie romane dell’atletica leggera ad al­ to livello ricalcano il tono circen­ se e globe-trotteresco dei grandi incontri « capitalisti » dello sport occidentale. E da ogni lato del mondo si incentiva, sia pure per diverse ragioni e intenzioni — supremazia, consumismo, sperimentarismo, perfino ricerca scien­ tifica — lo sport come esaspera­ zione, come dedizione totale, co­ me superamento di ogni limite possibile.

Lo spettacolo ne gode; i « campioni-forzati » o subiscono o pro­ fittano o, anche, si esaltano, pre­ si dal grande nastro di montaggio. L’uomo della strada, un po’ me­ no. In fondo, l’offerta reiterata dell'« altissimo livello » esalta il gusto ma finisce anche di stucca­ re la bocca. Si arriverà al limite di taluni sovrani medioevali che, stanchi di ogni emozione e spes­ so sbadigliami di noia, finivano per darsi fuoco durante le danze di corte per provare qualche bri­ vido? Anche la propaganda dello sport che con frase roboante vie­ ne detto « dei titani, dei supermen » finisce per avere dei confi­ ni. Il giovane si sente escluso o per mancata « ciclopicità » fisica — che è di uno su centomila — o per mancanza di eroismo nel de­ dicare ogni fiato allo sport. Noi siamo lontani per temperamento dai milioni di tesserati di altri paesi che forniscono il quieto umus per scegliervi le cavie mi­ gliori da « gonfiare » come vitelli da batteria muscolosa in vista del record di prestigio o da ricer­ ca scientifica. Dobbiamo essere realistici. Dobbiamo trovare uno sport di

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massa che sia impegnato ma quie­ to, soprattutto libero, volontario, fatto di incentivi e di autodeter­ minazione. E su questa base edu­ cativa, incernierare la libera scel­ ta della via del professionismo, della dedizione totale. Tutto, fat­ to con serietà. Sia lo sport ludico, sia quello impegnato; soprattut­ to, evitando le copiature, le scim­ miottature irripetibili. La Calligaris rinuncia ad inse­ guire record per lei ormai impos­ sibili per tenersi la dose di ormo­ ni che natura le ha dato. Ma nes­ suno potrà dire che non abbia sempre fatto scelte chiare e im­ pegnate, sia quando si dava tut­ ta all'acqua sia quando ha deci­ so di farla, in pratica, finita. Nel calcio, non abbiamo pre­ sentato — ora lo possiamo dire — nè una squadra nè un gioco all’italiana ma semplicemente una non squadra e un non giuoco. Vedremo se Bernardini con la sua intelligenza saprà tirare fuori dal sacco quanto di meglio abbiamo senza soggiacere alle copiature di moduli, e mentalità altrui. Nel ciclismo, abbiamo esibito solo dei litigi; nell'atletica si tor­ na all’individualismo per reazio­ ne — vedi caso — ad un passato in cui si voleva « totalizzare » l’intotalizzabile, cioè il nostro spiri­ to piuttosto libero. Noi italiani purtroppo siamo spesso poco seri e amiamo indos­ sare abiti da maschere, fare del chiasso e faticare non troppo; pe­ rò le cose le intuiamo bene. Ecco, molti da noi hanno capito che lo sport deve essere soprattutto un divertimento, anche per chi lo fa dedicandoci tante ore al giorno. Riusciremo a fare testo e costi­ tuire esempio su questa base, senza farsene comodo scudo per battere la fiacca o cedere all’im­ provvisazione? PAOLO VALENTI

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Tutte le volte che devo raccon­ tare un’esperienza fatta mi sento molto imbarazzato perché so che la vita — e ogni esperienza è un aspetto della vita — non è possi­ bile rinchiuderla in schemi o in relazioni senza mortificarla e im­ poverirla. E’ questa al sensazione che provo ora nel cercare di co­ municare almeno alcuni aspetti del l’esperienza che ho condotto come animatore di un gruppo in un corso di verifica promosso dal Comitato provinciale di Bo­ logna e realizzato a S. Valentino Brentonico (Trento) dal 19 al 29 agosto. IL GRUPPO

Il gruppo era composto da ven­ ti giovani e ragazze di cinque so­ cietà diverse, alcune della città, altre della provincia. Nessuno dei componenti il gruppo aveva alle spalle un’esperienza di corsi di verifica e alcuni non avevano mai partecipato a un corso del CSI. Si trattava, quindi, di iniziare u n ’ esperienza sostanzialmente

nuova per tutti, almeno nei ter­ mini con cui si parla ormai da un po’ di tempo) nel CSI a pro­ posito di « verifica ».

società sportiva, per esaminarli criticamente alla luce delle altre esperienze e degli scopi che si prefigge il CSI, arrivando così ad assumersi nuovi impegni per la azione futura.

L’INIZIO DEL CORSO Il pii ino giorno è stato dedica­ lo, in pratica, alla conoscenza recip reciproca, a esprimere le motiva­

zioni con cui ciascuno era venu­ to al corso, a decidere il metodo di lavoro da realizzare insieme e, dunque, a chiarirci i fini del cor­ so stesso. Si è visto, anzitutto, che occor­ reva aver chiaro che non si trat­ tava di un corso di animazione, ma per animatori che, insieme, attraverso il lavoro di gruppo, tentavano di verificare il proprio lavoro per razionalizzarlo al finedi migliorare la propria presenza e la propria azione all’interno delle rispettive società sportive con gli altri giovani e ragazzi.

Il metodo di lavoro di gruppo, quindi, poteva essere uno solo: un lavoro che partisse dai fatti concreti, dalle esperienze di ogni

LO SVILUPPO DEL CORSO

Successivamente a questo ini­ zio, è cominciato il corso vero e proprio con la presentazione del­ ie singole esperienze. Si è potuto subito costatare come la presen­ tazione delle esperienze, così co­ me era stata fatta, era molto la­ cunosa e, mentre ciascuno crede­ va di essere riuscito a dire tutto, in realtà gli altri avevano capito poco.

E’ stato questo, un fatto che ci ha fatto riflettere, perché dimo­ strava chiaramente come non vi fosse la consuetudine, nelle di­ verse società, a lare una riflessio­ ne comunitaria su ciò che le so­ cietà stanno facendo e come que­ sta non consuetudine rendesse difficile dire con semplicità e sin­ teticamente non solo ciò che si

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fa, ma come lo si fa, perché lo si fa e cosa produce nei giovani e nei ragazzi l'attività che si svolge normalmente in una società spor­ tiva.

Si è dunque dovuti passare a un esame attento e critico delle diverse esperienze. Il che è costa­ to un lavoro durato per due inte­ re giornate (ogni giorno si lavo­ rava in gruppo dalle sei alle set­ te ore). Fatta quest’analisi critica del­ le diverse esperienze si è cercato ciò che le esperienze stesse ave­ vano in comune e ciò che, invece, era specifico di ogni esperienza. Fatto questo «censimento» de­ gli elementi comuni e specifici, si è scelto di esaminare alcuni degli aspetti comuni per vedere cosa producevano soprattutto sul piano educativo.

Gli elementi comuni esaminati sono stati quattro: la pratica sportiva, intesa come strumento educativo, l'ispirazione cristiana, l’azione politica, il problema dei bambini al di sotto dei dieci anni. Si è potuto così costatare come la pratica sportiva sia uno stru­ mento educativo, un mezzo im­ portante per sviluppare la perso­ na. Ma è anche emerso altrettan­ to chiaramente — proprio attra­ verso l’analisi critica dei fatti — che le società sportive rappre­ sentate al corso producevano con lo stesso mezzo due tipi molto diversi di educazione. Uno desti­ nato a conformare i giovani e i ragazzi a certi modelli, a certi valori e a certe norme imposte loro dalla società sportiva e dai suoi dirigenti; l’altro, fondato sulla democraticità e sulla parte­ cipazione, indirizzato più decisa­ mente verso un processo dinami­ co di liberazione dell’uomo.

Si è visto anche, però, che la educazione attraverso lo sport è sempre minacciata da un rischio grave: quello di far diventare lo strumento (la pratica sportiva) un fine. E questo accade sempre quando una società sportiva rea­ lizza una pratica sportiva che fi­ nisce per essere condizionata dal risultato, dalla vittoria in un campionato o in un torneo. Su questo piano sono stati esamina­ li diversi aspetti delle esperienze che sono stati giudicati negativi, perché quando si trasforma il mezzo in fine, allora non si è più attenti alla persona, ai suoi biso­ gni, alle sue aspirazioni, ma si strumentalizza la persona per dei 8

risultati che, in sé, e per sé, si­ gnificano ben poco.

LA CONCLUSIONE DEL CORSO

E’ a questo punto, e di fronte a queste costatazioni, che è risul­ tato più chiaro a tutti il valore e la necessità della verifica da fare nella società con tutti coloro che la compongono. La presenza di questo rischio, giudicato grave e sempre presente (in fondo, basta che una squadra cominci ad otte­ nere risultati un po’ importanti), ha fatto dire al gruppo che, per realizzare un processo educativo attraverso lo sport, non è suffi­ ciente organizzare e realizzare la pratica sportiva, ma è importan­ te arrivare periodicamente a ve­ rificare insieme ciò che si fa per vedere criticamente ciò che si produce sul piano educativo.

L’ultimo giorno e mezzo del corso è stato il tempo dedicato alle conclusioni. In concreto si è visto che nei giorni precedenti si era prodotto un materiale inte­ ressante non solo per i parteci­ panti alla verifica, ma anche per tutti coloro che non avevano po­ tuto prendervi parte. Si è allora proceduto a una sistemazione or­ ganica di questo materiale e ne è uscito un ampio documento sin­ tetico (di 17 pagine) in cui, sem­ pre attraverso il lavoro di grup­ po, si è sintetizzato tutto il lavo­ ro mettendo particolarmente in rilievo il metodo adottato (unico elemento veramente esportabile, vale a dire che può essere assun­ to anche da altri) e i risultati cui si era giunti per ogni singolo punto esaminato.

E’, infatti, la riflessione critica che porta a realizzare non solo una pratica sportiva, ma una prassi educativa dinamica e liberante, cioè a legare ciò che si fa con i principi! cui ci si ispira e con gli scopi che si vogliono rag­ giungere.

Naturalmente in questa nota non mi preme dire ogni risvolto di questa esperienza (non è cer­ tamente questa la sede); cerco solo di dire alcuni elementi che l’hanno caratterizzata. E’ però interessante notare co­ me la dinamica del lavoro di gruppo sia stata molto varia nel corso dei dieci giorni. Infatti, a una fase iniziale molto lenta e faticosa — soprattutto a causa della non abitudine a lavorare in gruppo per operare una verifica — si sono succedute fasi molto intense e creative quando si è trattato di razionalizzare il senso delle esperienze e il loro « pro­ dotto ». E si sono avuti anche mo­ menti di « impasse » quando non si riusciva ad uscire da una si­ tuazione intricata o difficile. Il che, almeno in una occasione, ha fatto capire che su certe questio­ ni, quando si avverte nel gruppo la mancanza di una sufficiente in­ formazione su aspetti diversi di una questione importante, il gruppo stesso non può ritenersi sempre e dovunque aulosufficienle, ma ha bisogno di andare a cercare la necessaria informazione là dove la può trovare. In questo senso, per esempio, si è vista la necessità che al momento giusto si possa interpellare un esperto perché chiarisca alcuni termini di una questione specifica e il gruppo possa impossessarsi di questa necessaria informazione.

La stesura e la rilettura collet­ tiva del documento ha avuto il pregio, oltretutto, di servire co­ me riflessione comunitaria sulla verifica operata. Verifica che ha portato le singole società presen­ ti ad assumersi impegni concreti per il lavoro futuro e per avan­ zare richieste e proposte al Co­ mitato provinciale in ordine all’ attività del Comitato stesso.

Al di là di ogni altra possibile considerazione su questo corso, alla fine una cosa è risultata chiara: tutti coloro che hanno partecipato a questa verifica han­ no appreso concretamente come si utilizza un metodo di verifica (cosa che non sarebbero riusciti a capire altrettanto esistenzial­ mente con lezioni teorico-descrit­ tive) e che cosa produce questo metodo: mettersi di fronte alla propria realtà, scavarla ed esa­ minarla in modo critico e auto­ critico, vedere ciò che essa pro­ duce nelle persone. Tutto ciò si­ gnifica, in poche parole, arrivare veramente a possedere la realtà e la propria esperienza. Il che vuol dire non esserne più posse­ duti. Ora, essere padroni della propria esperienza è un elemento fondamentale per poterla trasfor­ mare e migliorare. Al contrario, se l'esperienza ci possiede, noi ne risultiamo in qualche modo degli schiavi che la subiscono e che, pertanto, non riescono a mo­ dificarla. Raggiungere questo risultato significa — ed è un fatto da sot­ tolineare — avere fatto un passo innanzi in un processo di libera­ zione del l’uomo.

PAOLO ANDREOLI


il tecnico 6

l'educazione Il dibattito sul ruolo educativo del tecnico, iniziato ormai da al­ cuni mesi, anziché languire, pren­ de nuovo slancio grazie a ulterio­ ri interventi che sono arrivati alla Redazione. Segno questo che il tenta interessa e provoca reazioni e coni roreazioni. E ciò, senza dubbio, è un fatto positivo per­ ché in questo modo il giornale ar­ riva ad assolvere una delle sue funzioni: quella di stimolare la riflessione personale e collettiva sui temi centrali della vita asso­ ciativa.

In questo numero di Stadium siamo costretti dallo spazio a pubblicare un intervento: quello di Roberto Zanon di Treviso. Egli si ferma anzitutto sul tito­ lo che, bene o male, è stato dato a questo dibattito e che é equivoco solo per chi non ha letto attenta­ mente il primo intervento di Andreoli, il quale — come si ricor­ derà — non affermava affatto che il tecnico non è un educatore, ma che generalmente, è un edu­ catore di un certo tipo e che il « prodotto » di questa educazione

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n.d.r.) corpo è un semplice stru­ mento determinato dall'allena­ tore in funzione dei risultati sta­ biliti. E’ il record, la vittoria, che gli impongono sacrifici, uno sti­ le di vita, in breve, tutta la sua attività ». E ancora, sui rapporti con il tecnico: « I rapporti tra lo sportivo e l'allenatore hanno gli stessi fondamenti sociali del rap­ porto con il padrone e come fon­ damenti psicologici hanno quegli stessi del rapporto con il padre. Da una parte si ritrova lo sfrut­ tamento, dall’altra la infantilizzazione ».

Lo sport, dunque, rispecchia in pieno i caratteri tipici dei rappor­ ti sociali di produzione che l’han­ no prodotto; lo sport è figlio del capitale in tutto il suo essere, in tutta la sua organizzazione, a par­ tire dalle tecniche e dai regola­ menti. Del padre porta tutte le tare: dal feticismo all'espropria­ zione della soggettività umana, all’alienazione dell'uomo da se stesso e dagli altri. Lo sport — possiamo conclu­ dere — con i suoi regolamenti scritti e taciti, le sue tecniche (e i suoi tecnici), la sua ideologia, è un’importante fattore del man­ tenimento e, in certi casi, del raf­ forzamento dei rapporti capitali­ sti di produzione. Concediamoci una breve paren­ tesi distensiva. La totale incom­ prensione (che è, in molti ca­ si, rifiuto, e non incapacità, di comprendere) del nesso tra sport e capitale, tra economia e socie­ tà, produzione e rapporti sociali, produzione « materiale » e produ­ zione di « idee » — che è il nes­ so decisivo da approfondire se si vuole dare un senso rigoroso al concetto di storicità del fe­ nomeno sportivo e approntare una strategia rivoluzionaria nello sport —, permette di spiegare 1’ assurda convinzione, presente in molti operatori sportivi, che per dare vita ad uno sport a misura d’uomo sia sufficiente sostituire le medaglie con i diplomi di par­ tecipazione, fare una cantatina folk dopo la gara, balbettare qualcosa sulla vita comunitaria, fermi restando questa regolamen­ tazione, queste tecniche, questa organizzazione complessiva. La mancata comprensione del nesso di cui si è appena scritto spiega anche le reazioni suscita­ te dall’articolo di Paolo Andreo­ li, Il tecnico sportivo è un edu-

catare?, apparso sul n. 4 di STADIUM della corrente annata. Andreoli ha semplicemente scritto che l’educazione imparti­ ta dai tecnici sportivi è di tipo « bancario » e tende necessaria­ mente a innescare « un processo di socializzazione integratrice che porta coloro che sono oggetto dell'educazione a conformarsi con ciò che gli viene imposto come indispensabile per essere ciò che devono essere »; che gli atleti so­ no oggetti passivi nel processo educativo, «vasi da riempire » di regolamenti e di tecniche assunti come naturali, immutabili, neu­ tri, strumenti di un'attività che sfugge al loro controllo e che è indirizzata al massimo rendimen­ to, alla vittoria. Affermazioni ov­ vie, dunque, non richiedenti cer­ tamente fiumi d'inchiostro per essre dimostrate; delle quali si poteva fare con profitto, e sen­ za patemi d'animo di sorta, le basi di partenza per andare a ve­ dere più in là, più a fondo, per cominciare una riflessione seria, rigorosa, scientifica sui condizio­ namenti che un ente di promo­ zione sportiva necessariamente subisce da parte della struttura sportiva mondiale (di fronte al­ la quale si pone in posizione di alternatività), sulle possibilità di incidere concretamente nella real­ tà dello sport, di sfuggire a quei condizionamenti. Invece, purtroppo, le afferma­ zioni di Paolo Andreoli non sono affatto ovvie per l’insieme dell’ associazione e, lungi dal costitui­ re una base di partenza, provo­ cano reazioni che costringono ad attardarsi nella confutazione di posizioni che sembravano essere state definitivamente abbandona­ te. Ben quattro responsabili « tec­ nici » di livello nazionale hanno sentito la necessità di prendere in mano la penna per scrivere che rifiutano l’analisi di Andreoli (a pensarci bene, è un ben stra­ no atteggiamento scientifico quel­ lo del « mi rifiuto di ammettere che le cose stiano così: punto e basta! »). Lasciamo qui perdere quel ri­ fiuto della teorizzazione dei pro­ blemi accompagnato a un conti­ nuo richiamo alle « cose »: esso puzza maledettamente di prag­ matismo mal orecchiato e ormai irrimediabilmente démodé, dal momento che porta sempre alla giustificazione dello status quo. MI

Si dice: la situazione descritta da Andreoli riguarda le Federazio ­ ni del CONI, non noi. Si propon­ gono cocktail consistenti nel riem­ pire i « vasi » di tecniche e di « amore del prosimo », di tatti­ che e di morale, di agonismo e di psicologia, nella convinzione che la miscela sarà gradevole. Qualcuno si sente addirittura co­ stretto a interrompere un lungo silenzio per informare che oggi si parla anche di rispetto dell’­ avversario, di saper accettare una sconfitta e quello che decide 1’ arbitro e che, quindi, l'educazio­ ne non è né « bancaria », né « in­ tegratrice ». E ancora si scrive: l'agonismo è un dato biologico, naturale; il tecnico non fa che aiutare il ragazzo che chiede di poter metter in evidenza le sue capacità, di poter battere gli al­ tri.

Facciamo, anzitutto, una do­ manda: in cosa la nostra attività (regolamenti, criteri organizzati­ vi, tecniche, tattiche, tecnici) si differenzia concretamente da quel­ la considdetta « ufficiale », delle Federazioni? Proseguiamo con un paragone. La situazione del lavoratore sala­ riato resta una situazione di sfruttamento e di alienazione an­ che se il padrone fa un cocktail di catena di montaggio e di al­ legri dischi, di tempi estenuanti e di psicologia gratis, di nocività fisica e di sorrisi paternalisticoaccativanti. Nello sport, per quan­ to scuotiamo il contenitore, il contenitore resta sempre un con­ tenitore che non riuscirà mai a scuotersi da solo, ma richiederà l’intevernto del depositario delle tecniche di scuotimento e di riempimento; in ogni caso, la mi­ scela, anche se gradevole al gu­ sto o all’olfatto, farà sempre e comunque gli stessi effetti: inte­ grazione, alienazione.

Andiamo ancora avanti e dia­ mo una ripassata alla storia. Quando il barone Pierre de Coubertin sproloquiava di fair-play intendeva precisamente: rispetto dell’avversario, accettazione del­ la sconfitta, so’ttomissione alle decisioni arbitrali. Non c’è niente di nuovo alla luce del sole. Si continua a parlare di rispetto del­ l’avversario e dell’arbitro e si continua a squalificare a vita cal­ ciatori che tirano alle gambe del­ l’avversario e spaccano il muso agli arbitri. MI

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assemblea di società ■

una formaKè ito

seccatira una gran confusione

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La piccola inchiesta che Stadium condusse all’inizio di quest’anno in preparazione all’incontro nazionale sulla presenza e partecipazione fem­ minile rivelò un dato inaspettato: il novanta per cento delle società in­ terpellate (un centinaio) dichiarò di svolgere assemblee. L’ottanta per cento affermò anzi di svolgerne piti d’una all’anno; alcune indicarono ad­ dirittura numeri da... capogiro: do­ dici, venti e perfino quarantotto assemblee annuali. Di fronte a questo dato — comun­ que interessante — stanno altre indi­ cazioni che non risultano da inchie­ ste, ma non per questo sono meno attendibili. Abbiamo da una parte la testimo­ nianza di responsabili provinciali i quali, all’atto di una richiesta di af­ filiazione o di riaffiliazione, chiedo­ no a chi presenta la domanda se la decisione è stata presa in sede di as­ semblea e se esiste il relativo ver­ bale. Molto spesso i presentatori ca­ dono dalle nuvole, anche se — da buoni italiani — non si sgomentano e corrono ai ripari. In fondo è sem­ plice. Escono dalla sede del Consi­ glio per un po' di tempo, si munisco­ no di un foglio e di una penna e im­ provvisano un verbale di assemblea. Rientrano, lo presentano e se ne van­ no soddisfatti, anche per la « frega­ tura » che hanno appioppato a que­ gli scocciatori di dirigenti provincia­ li. In fondo — si dicono — l’assem­ blea che cos’è se non una formalità ed anche una seccatura. Quando poi si parla con gli atleti, soprattutto in occasione degli incon­ tri di verifica, accade di scoprire che in molte società le assemblee vengono fatte, sì, ma a loro in fondo

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dicono ben poco, non ci ricavano nien­ te e non ne sono affatto soddisfatti. Interrogando più a fondo si scopre che si tratta nè più nè meno che di « cerimonie di apertura della stagio­ ne sportiva ». Uno che parla, che elen­ ca cifre e risultati, indica traguardi, propone programmi, nel migliore dei casi chiede partecipazione, entusia­ smo nonché l’immancabile discipli­ na e spirito di sacrificio e poi... poi applausi, una bibita e buona sera a tutti. Per ultimo c'è la testimonianza di alcuni die hanno provato a fare le assemblee come indicano lo statuto e il regolamento organico, ma ne han­ no ottenuto solo amarezza e sconfor­ to, insieme alla convinzione di evita­ re in futuro esperienze di tal genere. Dicono che le assemblee « come le volete voi di Roma » sono soltanto delle grosse gazzarre che producono delle indiscrivibili confusioni... me­ glio, molto meglio procedere con i metodi tradizionali. La conclusione qual è? Ecco, forse i dati risultanti dalla modesta inchie­ sta condotta da Stadium vanno ridi­ mensionati. Le assemblee si fanno, è vero, ma forse non in così gran numero, tenendo conto che le socie­ tà che hanno risposto a Stadium erano per certi versi selezionate. In ogni caso, di assemblee realizzate se­ condo lo spirito, gli scopi e i metodi dello statuto forse se ne fanno poche, veramente poche. E questo è un dato tutt’altro che consolante per un’asso­ ciazione che ha scelto come metodo della sua vita la democrazia e la par­ tecipazione. E’ un dato anche preoccupante se si tien conto di quanto è scritto nell’art. 1 dello statuto e cioè che il CSI realizza i suoi fini « attraverso pro­ prie strutture associative, a fonda­ mento delle quali è la società spor­ tiva che costituisce la fonte dell’indi­ rizzo sociale e della verifica demo­ cratica dell'Associazione ». Quale in­ dirizzo, se la società sportiva non si preoccupa essa stessa del proprio in­ dirizzo nè di verificare criticamente l’esperienza che va compiendo? Che diritto abbiamo di lamentarci se poi un congresso nazionale non riesce a rispondere alle aspettative della ba­ se: non ne esprime la vera realtà e non ne interpreta le vere aspettative? Se il meccanismo assembleare si in­ ceppa proprio alla base, è illusorio sperare recuperi miracolistici dal vertice.

Ora siamo all'inizio della stagione sociale: è (dovrebbe essere) tempo di assemblee. Forse la cosa merita mi poco d'attenzione, non vi pare? Per questo le dedichiamo le pagine che seguono.


a cura di ANDREA DE PASCALIS

IL GOVERNO EMANA I DECRETI FISCALI E VERNICIA A NOOVO LA LEGGE CONI Mentre a luglio gli italiani si apprestavano ad andare qualche giorno in vacanza con un po’ di preoccupazione per l’austerity, il Consiglio dei Ministri, tra le numerose al­ tre decisioni prese, ha deciso di sottoporre alla firma del Presidente Leone il testo di un decreto che approva le norme di attuazione di una legge di trentadue anni fa, un testo che con maggiore pro­ prietà storica avrebbe dovu­ to firmare Vittorio Emanue­ le III. La legge in questione è la n. 426 del 16 febbraio 1942 isti­ tutiva del CONI e sarebbe anche troppo facile coprire di ridicolo i Ministri proponen­ ti e i loro colleghi che in una seduta « calda » come quella del 6 luglio, dove si sono va­ rati i provvedimenti anticon­ giunturali per fronteggiare la preoccupante situazione eco­ nomica in cui si dibatte il Paese, hanno trovato il tempo di rivitalizzare una legge fa­ scista. Ma non ce ne basta l'animo perchè siamo di fron­ te ad un episodio triste che testimonia ancora una voliti l’insensibilità dei politici ai problemi sociali di grande portata com’è, appunto, quel­ lo di una riforma globale del­ la pratica sportiva di tutta la popolazione italiana. La questione delle norme di attuazione ha una sua storia. La legge citata, infatti, preve­ de alì'art. 13 l’emanazione di norme « per il funzionamento del CONI c di altre disposi­ zioni, anche di carattere inte­ grativo, per l’attuazione della legge. Qualche ritocco formale lo si ebbe (il testo originario era marcatamente fascista), qualche aggiornamento anche, specie quando venne istituito il ministero del Turismo c del­ lo Spettacolo (1959): ma a li­ vello di norme d’attuazione non se ne fece mai nulla per­ chè tutto rimase, col passare degli anni, allo stadio di pro­ getto. Lo stesso Ministero del Turismo e dello Spettacolo

aveva predisposto nel 1962 1963 uno schema di provvedi­ mento che subì, però, una bat­ tuta d’arresto: c’era ormai nell’aria, ma anche in sede po­ litica, la convinzione che l’uni­ ca e difettosissima legge sul­ lo sport era definitivamente superata e che bisognasse pensare ad una riforma glo­ bale con una nuova legisla­ zione. Parere questo che nel 1971 riaffiorerà nell’intervento della Presidenza del Consiglio dei Ministri quando ci si trova nuovamente di fronte al ten­ tativo di varare le norme di attuazione. La Presidenza del Consiglio di allora, motivando la propria perplessità circa la emanazione di norme a così grande distanza dall’entrata in vigore della legge (1942 1971), suggeriva di considera­ re prioritaria un’ampia rifor­ ma legislativa secondo la mu­ tata realtà del fenomeno spor­ tivo nel Paese. Venuti a conoscenza dell’ iniziativa di luglio, di Enti di promozione sportiva si sono mossi subito con una lettera al Presidente della Repubbli­ ca nel tentativo di far riflette­ re il potere politico sull’asso­ luta inopportunità della deci­ sione. Decisione che, tra l’al­ tro, conteneva all’interno delle norme stesse gravi carenze legislative a proposito dell’as­ sociazionismo sportivo, in par­ ticolare degli Enti di promo­ zione sportiva che, ad esem­ pio. non possono riconoscersi nei tre articoli, dal 31 al 33, che attribuiscono al CONI il potere di riconoscimento di società, associazioni e Enti sportivi. I tre articoli, infatti sono di una genericità sor­ prendente e di una sintetici­ tà che lascia al CONI uno spa­ zio tale di arbitrio da configu­ rare non di certo rapporti di collaborazione — come sareb­ be giusto tra Enti che posseg­ gono una propria autonomia associativa — quanto piutto sto una specie di subordina­ zione gerarchica, anacronisti­ ca in norme che vedono la lu­ ce nel 1974.

A chi giova, dunque l’uscita di questo decreto privo di ogni minima parvenza di vera de­ mocraticità, proprio perchè interpretativo di una legge fa­ scista? Al CONI, in generale, no perché se finora si è anda­ ti avanti senza particolari pro­ blemi non si vede come non si possa proseguire ancora un po’ in attesa di una riforma esauriente di tutto lo sport; agli Enti di promozione nem­ meno; alla diffusione della pratica sportiva degli italiani di cui il CONI dovrebbe rico­ noscersi al servizio, meno che mai. E allora? sono i misteri del­ la politica italiana dove i pro­ blemi di maggiore respiro si ingarbugliano fino a divenire talmente complicati, ma tal­ mente complicati da non far­ ne più nulla — naturalmente, a livello di soluzioni serie —. In quanto poi alle soluzioni di compromesso... ci vuole un po' di pazienza: qualche anno, di­ ciamo trentadue ad esempio, e poi tutto va in porto. Ai primi di settembre, infatti, il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto, che sol­ tanto noi. ingenui, definiamo inutile. G. M.


di non concepire la riforma sportiva e di non lottare per essa come per la vittoria di un settore specifico (col rischio del corporativismo), ma come occorra, al contrario, concepire questa riforma — che divie­ ne sempre più urgente — come strettamente con­ nessa e interdipendente alle riforme sociali riven­ dicate attualmente dal movimento operaio (sanità, urbanistica, casa, scuola ecc. e, in particolare quella dell’amministrazione degli Enti locali). Solo in que­ sto modo si potrà aver voce in capitolo e, di più, si comincerà a concepire sul piano politico, econo­ mico, culturale il fatto che lo sport non è neutro, non è un problema a sé stante, ma che è anch’esso una componente della realtà sociale, culturale e po­ litica globale.

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;<eramento valutati secondo la variabile geografica mostrano come specialmente il Sud si trovi svansaggiato rispetto ad altre aree geografiche e ciò a causa, fondamentalmente, della condizione di ingiu; ta dipendenza sofferta da queste regioni; una di­ pendenza che provoca ritardi di carattere economico,, sociale, politico, culturale e, quindi, anche sportivo. Su questo punto i partecipanti al Convegno mi sembra abbiano rilevato come la situazione non si iisolva con un’aiuto assistenziale del Nord o delle regioni favorite nei confronti di quelle del Sud, ma, piuttosto, adottando nel Sud una strategia partico­ lare che tenda a mettere in moto le energie, le forze, e capacità originali di queste regioni dette « depres­ se » perchè esse stesse siano messe in grado di rea­ lizzare una propria originale evoluzione positiva in igni settore della vita, compreso quello dello sport. Convinti, in ciò, che le opere « assistenziali » non iiescono mai a mutare realmente le situazioni sto■iico-culturali di masse di persone;

— in secondo luogo è stata evidenzata la carenza bella presenza e della partecipazione femminile alla éita e all’attività globale dell’UISP praticamente in )jgni area geografica. La riflessione su questo pro­ blema ha mostrato come la causa fondamentale del eenomeno è da rintracciare nella condizione fem­ minile italiana. Una condizione che vede la donna uncora impedita nel suo processo di liberazione e Ili emancipazione dai pregiudizi sociali e culturali :lhe la bloccano in ruoli subalterni in ogni settore bella vita sociale e, dunque, anche nello sport che, jceneralmenle, offre meno possibilità di presenza e li partecipazione femminile per la sua struttura e ai sua cultura. In questo campo, però, si vedono dei segni di cambiamento soprattutto se si valutano i dati relativi tii Centri. In essi, infatti, la percentuale femminile insulta essere praticamente pari a quella maschile.

4. Mi sembra sia apparso chiaro, nel corso di uitto il Convegno, la necessità storicai e strategica

5. E’ poi venuto direttamente e indirettamente in luce un problema che mi sembra presente in ogni aspetto del mondo sportivo: la difficoltà di realiz­ zare non semplicemente una pratica sportiva, ma una vera e propria prassi. Ossia, di passare a un’azione che presuppone una riflessione sull’azione per ope­ rare una pratica sempre rinnovata e sempre più ri­ spondente alle esigenze manifestate dalle masse. Il momento della riflessione, nell’àmbito sportivo, presenta difficoltà che non si riscontrano in altri àmbiti (per es. sindacato, partito politico, associa­ zionismo non sportivo . . .). Questa è da considerare, a mio avviso, una prova in più di quanto l'aliena­ zione sia introiettata nella coscienza degli sportivi fino a renderli pressoché muti, quasi incapaci di riflessione critica. Le esperienze presentate nelle Commissioni di lavoro, però, costituiscono a mio avviso un segno molto significante che questo muro del silenzio si sta via via sgretolando e come, sia pure con fatica, il cambiamento sia presente e operante tanto da lasciare aperte molte speranze nuove. E ciò nono­ stante si riscontrino ancora molte difficoltà a rac­ cogliere, sistematizzare e generalizzare le nuove espe­ rienze — veramente alternative — vuoi per il pro­ blema di mentalità già accennato, vuoi per problemi strutturali, vuoi anche per problemi connessi alla comunicazione tra base e vertice, tra base e base.

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Certamente non ho la pretesa di aver riferito tutto e di aver dato la possibilità di percepire tutta la ricchezza di un dibattito di notevole livello. Per concludere queste mie impressoni dirò soltanto che mi è sembrato e mi sembra che esistano tra UISP e CSI molti problemi comuni. Questo perchè vivia­ mo nello stesso tessuto umano del mondo sportivo, perchè abbiamo coscienza di vivere lo stesso mo­ mento storico, perchè ormai utilizziamo strumenti d’analisi abbastanza simili e perchè entrambi gli Enti hanno almeno parecchie mète intermedie in comune. Il problema per entrambi, allora, mi sembra si debba ispirare a quanto dicevano i ragazzi di Barbiana: viviamo gli stessi problemi e nelle stesse situazioni: uscirne da soli è l’egoismo; uscirne in­ sieme è la politica. P. A.

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ridonia e Messina, circa 2.000 gio­ vani dovrebbero gareggiare con spirito associativo per poter ar­ ricchire le loro esperienze e per poter confrontare il modo di es­ sere del CSI nei loro Consigli con quello degli altri Consigli parte­ cipanti. Essendo l’atletica la base di tutte le discipline sportive pen­ so che questa verifica e questo confronto siano di capitale im­ portanza e possano effettivamen­ te essere il vero momento della verità della vita di quelle strut­ ture di servizio che troppo spesso non riescono a tradurre in modo concreto i motivi di fondo della nostra Associazione. A conclusione di questa nostra rapidissima carrellata, vogliamo fare un auspicio e cioè che questi momenti vengano vissuti in modo completo e partecipato da parte di tutti, perché è indispensabile che tutti, ripetiamo tutti, sia chi organizza materialmente e cioè i Consigli a cui è stato affidato que­ sto incarico, sia chi partecipa agi­ scano in stretta collaborazione ed in perfetta sintonia. In una Asso­ ciazione, infatti, tutti sono prota­ gonisti e corresponsabili di quan­ to l'Associazione stessa realizza.

Comincia una nuova stanile Morta una stagione sportiva, vi­ va una nuova stagione sportiva. La formula regale si adatta benis­ simo alla prosecuzione del nostro discorso, in una associazione di­ namica e proiettata verso il futu­ ro come la nostra non c’è tempo di compiacersi di quanto realiz­ zato, ma si deve subito passare a valutare le prospettive e l’impe­ gno che l’incombente attività ri­ chiede a ciascuno di noi. Quest’anno, poi, tutti i prota­ gonisti del fatto sportivo sono maggiormente coinvolti nella rea­ lizzazione dell'attività; non esisto­ no più regolamenti nazionali, re­ golamenti tipo, cioè non esistono più « gabbie » dentro le quali muo­ versi per fare attività. Alcune semplicissime norme uguali per tutti e poi tanti, tanti suggeri­ menti per realizzare un’attività su misura di ciascuna società, di ciascun consiglio, norme cioè che tengano presente le realtà nelle quali sono calate. E quindi impe­ gno delle società, impegno e do­ vere delle società, partecipare a

tutte le riunioni nelle quali sa­ ranno creati i presupposti per po­ ter razionalmente programmare e coerentemente attuare tutta l’at­ tività della stagione, tenendo pre­ sente come ultima e più interes­ sante novità, se così vogliamo chiamarla, il chiarimento dell’at­ tività stessa fatta dal Consiglio nazionale (v. Stadium n. 12 e « Guida pratica per lo svolgimen­ to dell’attività sportiva »). Non è, contrariamente a quanto detto prima, una cosa nuova, partori­ ta dalle fertili menti dei reggi­ tori della nostra Associazione, ma è soltanto un tentativo, di­ remo di più, un modesto ten­ tativo, di chiarificazione per met­ tere un pò d’ordine, per fu­ gare tutti i dubbi, le perplessi­ tà, le incomprensioni crudemente evidenziate dal congresso di ve­ rifica del maggio scorso. Questo congresso avrebbe dovuto dirci e praticamente ci ha detto lo stalo reale della nostra Associazione, stato che si è dimostrato alquan­ to precario per la sfiducia e la confusione che sono emersi dal vivace, polemico ma poco chia­ rificatore dibattito; prendendo spunto da questa situazione il Consiglio nazionale, e facendo anche una autocritica del suo operato, ha voluto proporre una pausa riflessiva e chiarificatrice.

Un rinnovamento necessario L’attività del prossimo anno non potrà non tenere conto di questa chiarificazione e dovrà

agire costantemente sintonia ad essa. Principalmente le società dovranno modificare sostanzial­ mente le proprie strutture o me­ glio le finalità per le quali opera­ no nel contesto sportivo italiano, perché se non cambieranno la lo­ gica all’interno della propria vita e della propria attività, la loro presenza all’interno della nostra Associazione sarà ambigua, in quanto vivranno una vita incoe­ rente e illogica, facendo sempre le stesse cose per raggiungere del­ le finalità, invece, nuove. La trasformazione delle socie­ tà porterà anche ad una profon­ da trasformazione dell’attività specialmente in campo locale, perché è lì il momento privilegia­ to e nello stesso tempo « topico » in cui, come abbiamo detto più avanti, si realizza l'associazione, e di conseguenza se non viene mo­ dificata la logica dell’attività lo­ cale, tutta l’associazione vive in uno stato confusionale e ricco di contraddizioni e di incocrenze. La attività locale non può e non de­ ve essere considerata una « fase » di passaggio dall’àmbito locale e provinciale alla fase regionale e quindi ad una finale nazionale, ma deve essere un momento a se stante dove tutte le società devo­ no avere la possibilità di espri­ mersi compiutamente, coerente­ mente, onde realizzare i princìpi dello statuto e le finalità proprie dell’associazione. I successivi mo­ menti non devono essere altro che occasione di incontro per ve­ rificare se il modo di essere del CSI e dell’attività è corretto o meno e gii eventuali incontri na­ zionali dovranno essere conside­ rati dei momenti di confronto fra

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diverse realtà socio culturali, am­ bientali e tecniche, per un aiuto reciproco di crescita uniforme as­ sociativa.

Alcuni consigli oratici Queste frasi possono sembrare o assolutamente teoriche o utipistiche, ma se ci riflettiamo sopra vedremo che sono invece spunti estremamente pratici in quanto esse possono condensarsi sempli­ cemente in pochi accorgimenti di facile realizzazione. Vediamo di sottolinearne alcuni: ai Le società dovranno riesa­ minare le loro strutture sociali e cercare, perlomeno tentare, di uniformarle all'impostazione con­ seguente alla chiarificazione del Consiglio nazionale, e cioè cerca­ re di far praticare sport a lutti dai cinque ai...anta anni, secondo le caratteristiche congeniali delle varie età. b) I consigli non dovranno più programmare senza la stretta col­ laborazione e corresponsabilità delle società, dei tecnici, degli ar­ bitri; i programmi dovranno es­ sere il frutto di un’approfondita disamina delle realtà locali e delle esigenze dei giovanissimi, dei gio­ vani che in essa vivono. c) La realizzazione dell’attivi­ tà deve essere partecipata da tut­

L’articolo qui accanto « Invito all’organizzazione dei Centri di pallamano », ce l’ha scritto il prof. Renato Tosi, insegnante all’ISEF di Urbino, già responsabile dei Centri delia Federazione e allenatore di squadre di serie A. Diciamo questo per mostrare come la sua competenza ed esperienza nel settore sia indubbia. Ma il prof. Tosi, operando nell’ambito federale, parte da presupposti e si propone scopi ovviamente diversi da quelli di un ente di promozione. Ciò si potrà notare in vari passi, qua e là, ma ciò nulla toglie, riteniamo, alla validità dei consigli pratici che fornisce sull’argomento.

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ti e dovrà essere coerente alle fi­ nalità che l’associazione intende raggiungere. Dovrà cioè avere una propria logica originale in quan­ to l’attività deve essere una espe­ rienza di vita non una fabbrica di campioni o di record. Anche se riteniamo ~ necessario confutare nella maniera più assoluta l’assur­ da convinzione che il CSI voglia fare uno sport fuori dalle regole tecniche e senza agonismo. Il CSI vuole fare uno sport con tutti i crismi e le regole tecniche senza però fare di queste norme e di queste regole dei tabù intoccabili,

ma soltanto degli strumenti che rispettosi dello spirito dello sport rispettino nello stesso tempo la persona umana e l’aiutino a libe­ rarsi. Questi, secondo noi, dovrebbero essere i punti di partenza per la futura attività. Vogliamo sperare che gli Incontri nazionali che si stanno realizzando servano pro­ prio da stimolo, da incentivo e nello stesso tempo da fonti di esperienza per quanto si dovrà realizzare in futuro.

FILIPPO DRAGOTTO

Invilo all'npaanizL dei Centri di [ • Parlare dell’importanza o della necessità dei Centri Giovanili di avviamento allo sport ci pare tanto superfluo quanto offensivo per il lettore. Non vi può essere infatti futuro per lo sport se mancano questi setacci, attraver­ so cui far passare la massa dei giovani per poi creare più spe­ cialistici vivai. Tutti gli sports, e soprattutto tutti i responsabili dei vari sports, hanno recepito l'idea dei centri giovanili e tutti

si sforzano di attuarli sotto va­ rie sigle e con concetti tecnici a volte diversi, ma il movente, vor­ remmo dire, di base, è sempre il solito: cercare di avviare al più presto i fanciulli verso il proprio sport. Non poteva essere che que­ sta anche la molla di spinta per chi ama la pallamano. Quindi niente di nuovo? No, forse qualche cosa c’è di nuovo e che vale la pena di illustrare, soprattutto perché non è più a


livello di pura teoria, ma ormai sperimentato con inconfutabili risultati positivi. Conviene essere franchi fin dal principio e non nascondersi il fat­ to che le esigenze tecniche, ma più ancora il bisogno di fare pro­ seliti a tutti i costi nel nostro non troppo sportivo paese, hanno spinto tutti a far scendere verti­ ginosamente il limite di età delle matricole dello sport. Nulla di strano se ci troviamo di fronte a « leve » effettuate fra bambini e bambine di 5-6 anni. Bisogna battere la concorrenza! Questo è un dato di fatto, forse un po' crudo, ma certamente incontro­ vertibile; e bisogna tenerne con­ to. Anche la pallamano quindi de­ ve scendere a reperire i propri futuri campioni nelle età più bas­ se, ma non può certo pensare, se non altro per serietà, ad av­ viare immediatamente all'agoni­ smo questi giovanissimi adepti. Ecco quindi che ci pare interes­ sante illustrare l’esperimento che in varie città d’Italia si è fatto e che ormai dura da cinque anni. Reclutati i fanciulli nelle classi delle scuole elementari (dalla 1. alla 5.) si sono divisi in gruppi così congegnati: bambini e bam­ bine di 1. e 2. (I ciclo) in gruppi misti, bambini e bambine di 3., 4. e 5. (II ciclo) in gruppi separati per sesso in quanto il lavoro da attuare sarà di diversa natura. Mentre i fanciulli del primo ciclo

Sopra: Un istruttore al lavoro con una sezione del Centro Giovanile federale di Sondrio (1J fase di lavoro). Sotto: I componenti le tre squadre finaliste del torneo 1974 del Centro Giovanile di Bologna (11 squadre partecipanti).

svolgeranno almeno un biennio di preparazione a base di ginna­ stica formativa e giochi prope­ deutici alla pallamano eseguiti sia con la palla che senza, i fan­ ciulli del secondo ciclo svolge­ ranno almeno un anno di tale at­ tività propedeutica. Al termine di queste fasi, che vorremmo chia­ mare preparatorie, i fanciulli vengono selezionati: coloro che avranno già raggiunto un certo

livello di preparazione fisica, di robustezza e daranno sufficiente affidamento nei confronti di un possibile insegnamento della tec­ nica elementare, passeranno ai corsi di avviamento agonistico; gli altri rimarranno nei corsi pro­ pedeutici. A coloro che saranno passati nei corsi di avviamento agonisti­ co verrà data la possibilità di svolgere un programma che ac­ canto alla preparazione fisica e ad una soddisfacente attività lu­ dica, affianchi l'iniziazione alla tecnica dei fondamentali di base (maneggio della palla, passaggi, tiri, palleggio e rudimenti di gio­ co). Onde evitare che i fanciulli scimmiottino magari con risulta­ ti negativi, i compagni più gran­ di, nei centri giovanili dove tale metodologia è stata sperimenta­ ta, si è cercato di propinare gli elementi tecnici che interessano attraverso esercizi e giochi dissi­ mili dalla vera e propria palla­ mano, tanto al tecnico, in questo periodo, interessa che il fanciul­ lo impari i fondamentali e si ap­ plichi a questi, non che si lasci trasportare magari dall’andamen­ to della partita. Al termine di questo corso vi sarà una ulteriore selezione e co­ loro che avranno dimostrato una adeguata crescita, sia fisica che tecnica, verranno ammessi ai corsi agonistici. Come si vede, sono necessari

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un minimo di tre anni per giun­ gere alla fase agonistica e ciò ci pare particolarmente valido sia per quanto riguarda la propagan­ da sia per quanto riguarda il fat­ tore tecnico. Infatti non si avvia­ no all’agonismo i fanciulli senza una adeguata preparazione sia fi­ sica che morale, perché non è dif­ ficile arguire che un fanciullo, im­ preparato fisicamente, messo a contatto con una attività ludica complessa come è un gioco di squadra non può che riuscire ma­ le e stentatamente con il rischio, concreto, di disilludersi. Da un punto di vista tecnico, poi, è inconfutabile che la miglio­ re crescita la si ottiene con un lavoro graduale che rispetti cer­ ti concetti scientifici da cui non si può prescindere quali le va­ rie tappe dell’età evolutiva ecc. Lo spazio non ci consente di dilungarci sui programmi dei va­ ri corsi e meglio delle varie fasi, come non ci permette di dilun­ garci sui motivi tecnici e, ci si consenta il termine, scientifici che hanno spinto chi scrive e i suoi collaboratori a seguire que­ sta strada, strada che fu già in partenza abbozzata e poi via via rettificata sulla scorta della espe­ rienza acquisita. Lo spazio ci con­ sente invece di sunteggiare i ri­ sultati concreti che tale lavoro ha fruttato. Le città dove hanno agito i centri giovanili sono all’ apice dei valori in campo juniores (Bologna, Teramo, Rovereto, Rimini). Bologna in particolare, che fu la prima città ad avere un centro giovanile organizzato secondo i criteri precedentemen­ te illustrati nei cinque campiona­ ti juniores fino ad ora disputati, ha conseguito due titoli naziona­ li e tre secondi posti e solo quest’ anno i primi « prodotti » del Cen­ tro Giovanile, quelli che hanno cominciato più tardi, sono ap­ prodati fra i seniores. Per ora i risultati conseguiti ci sembra­ no la miglior dimostrazione che la metodologia usata, se non ha centrato in pieno l’obbiettivo, vi è giunta nella immediata pros­ simità. Giudichi il lettore se ciò è suf­ ficientemente convincente. Giudi­ chi il lettore se conviene con­ tinuare con un metodo già spe­ rimentato e se piuttosto non con­ viene cambiare o modificare qual­ che cosa. Tutte le proposte, ri­ teniamo, sono suscettibili di mi­ glioramento. RENATO TOSI

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In una festa rionale anche la marcia ci sta bene PERUGIA - Ferragosto: città deserte, grande afa, spiagge, piagge, prati e boschi ricolmi di villeggianti, magari solo giornalieri, ma Lutti o quasi non se la sentono di restare nelle città a passare in casa una festività che il nostro « modello di svi­ luppo » ci ha imposto di tra­ scorrere fuori di città. Ma non sempre è così. Esi­ ste ad esempio a Perugia un quartiere cittadino, Montcluce, in cui resiste la vecchissima usanza di ritrovarsi il giorno di Ferragosto sulla piazza principale per festeggiare la ricorrenza di S. Maria Assun­ ta. Bancarelle processione, lot­ teria sono i segni caratteri­ stici di questa festa, in verità molto semplice ma molto sentita e genuina. Su questo tessuto si è in­ serita la locale polisportiva: l’A.P. Monteluce, una delle maggiori società del Con­ siglio Provinciale di Perugia del CSI per numero di atleti e serietà di attività. Si è in­ serita in questa festa e si è data da fare per organizzare un momento sportivo quanto mai semplice, ma destinato ad incontrare i favori di lar­ ga parte della popolazione: « La Scarpinata » una mani­ festazione di marcia non com­ petitiva che si è svolta a conclusione della giornata di festa, nella tarda serata lun­ go le strade del quartiere. Oltre le più rosee aspettati­ ve il numero dei partecipanti: circa 200 di tutte le età: dal bambino di tre anni fino all’ attempato signore sessanten­ ne, tutti impegnatissimi a portare a termine un movi­ mentato percorso contraddi­ stinto da due salite che han­ no sgranato il folto numero dei partecipanti. All’arrivo si è redatta una piccola classifica, riguardante solo le primissi­ me posizioni.

Per tutti gli altri non si è fatta alcuna classifica né so­ no stati letti i piazzamenti, ma si è premiato in base alla lista dei premi fino ad esaurimento degli stessi piti in base al numero di iscrizio­ ne che all’ordine di arrivo. Questo perché si è voluto sot­ tolineare che ogni partecipan­ te in quanto aveva preso par­ te alla gara è l’aveva termi­ nala aveva già vinto qualcosa per la sua salute e per la sua persona. Noi che abbiamo vissuto questa manifestazione credia­ mo nella sua utilità e nella propaganda che si ottiene in un quartiere, in una città, specie se non rimane un fatto isolato, ma fa parte di una serie di manifestazioni che si sviluppano in tutto l’arco di un anno. E questa Scar­ pinata è stata appunto la sesta marcia non competitiva che il CSI di Perugia e le sue società hanno organizza­ to da febbraio ad oggi; mar­ ce che sempre hanno visto l’incremento dell’interesse e della partecipazione popolare e che qualcosa hanno inciso nella mentalità sportiva del­ la nostra città. Stefano Cencetti

ASCOLI PICENO Con eccezionale successo di pubblico ed interesse tecnico si è svolta ad Ascoli la 2' edizione del trofeo UTET di pallavolo. Hanno vinto i ragazzi dell’ Alma Juve di Ascoli che hanno sconfitto in finale, al ter­ mine di un tiratissimo incontro, gli avversari della VIP. Nella foto: una formidabile schiacciata vincente del gio­ vane atleta dell’Alma Juve, Rossi.

Brt Mila Scurii REGGIO CALABRIA - Il dialogo che il CSI ha avver­ tito la necessità di approfondire con il mondo stu­ dentesco rientra nell'impegno costante di svolgere la propria azione tenendo ben presenti le varie realtà

e* morto IMW WHEIffl Il 1° settembre moriva a Racconigi (Cuneo) il prof. Bar­ tolo Paschetta la cui persona era nota e stimata in tutto il mondo sportivo italiano. Conosciuto da molti come 1’ amico dei campioni, l’uomo che organizzò tanti incontri di atleti con il papa Pio XII, il Comm. Paschetta è sta­ to Consigliere nazionale e presidente del CSI provinciale di Roma prima di passare all’ENALDACE dove tra 1’ altro fu promotore dcll’ENAL-Giro. Negli ultimi aiuti aveva diretto l’organizzazione dei pellegrinaggi « Pere­ grinai io romana ». Nel ricordare con riconoscenza la figura e l’opera di Paschetta, il CSI esprime ai familiari il suo commosso e affettuoso cordoglio.

sociali, cercando con esse e in esse la soluzione a proble­ mi comuni. Indetto dall'asses­ sore provinciale allo sport e organizzato e voluto dal CSI provinciale, nello stadio co­ munale di Reggio 288 ragazzi e 91 ragazze hanno dato vita al « Torneo Gruppi scolastici provinciali ». Tale torneo si è proposto di sensibilizzare lo sport nel mondo studentesco al di fuori di visioni prettamente ]—"------- * legate al conseguimento di ’i una vittoria, dovendo lo sport es­ sere vissuto come momento d’incontro per esperienze co­ muni atte alla formazione di una libera persona. Con q ite­ sta manifestazione non si è voluto assolutamente creare

lo studente atleticamente bra­ vo (ed infatti i risultati tec­ nici sono stati talvolta poco brillanti), ma si è cercato di far comprendere quanto sia utile e insostituibile una sa­ na attività sportiva scolastica spesso preclusa da incurie e insensibilità. Gli studenti hanno recepi­ to i valori di base proposti, rivelandosi tale manifestazio­ ne molto importante per uno scambio di realtà diverse, per la diversa dislocazione degli Istituti in provincia, come quelli di Gioia T. e Siderno, Palmi, Bova, Taurianova e naturalmente Reggio. Gli sport in programma ri­ guardavano la pallavolo, la pallacanestro e l’atletica. La premiazione, ricordando l'im­ postazione ideologica del tor­ neo, non ha tenuto conto di una classifica, riconoscendo i ragazzi più in evidenza me­ ritevoli quanto tutti gli altri partecipanti. Manlio Mascalchi

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Una «tre giorni» con obiettivo amicizia LECCO - Una nuova, felice esperienza è stata provata quest’anno dai Consigli CSI di Lecco, Carpi e Nova­ ra: un « triangolare dell’amicizia », alla memoria di Bruno Alvisi e Bruno Lodetli, organizzato in succes­ sione in tre diverse sedi: No­ vara ha ospitato le gare della cat. « giovanissmi/e », a Catj>i sono stati di scena gli « juniorcs », mentre a Lecco han­ no gareggiato « allievi » ed « allieve ». Le tre giornate di gare so­ no state imperniate su cin­ que sport (atletica leggera, calcio, pallacanestro, pallavo­ lo, e tennis da tavolo) ed or­ ganizzate così da consentire a ragazzi e ragazze di pren­ dere parte non solamente al­ le proprie prove, ma a tutta la giornata, assistendo anche alle competizioni degli altri sport e partecipando a tutti i momenti comunitari. Per quanto riguarda la scel­ ta dei concorrenti e delle squadre per ciascun Consiglio, l'orientamento è stato quello di sceglierli fra quanti an­ cora non avevano preso par­ te a incontri regionali e na­ zionali, in modo da permet­ tere anche a loro di vivere un prezioso momento di scam­ bio di esperienze con atleti ed atlete rappresentanti di di verse realtà sportive locali. Nelle tre giornate hanno avuto la possibilità di gareggia­ re e ritrovarsi insieme circa 900 fra ragazzi e ragazze, che hanno risposto sempre con entusiasmo, dimostrando la necessità di dare sempre mag­ giore spazio a questo genere di manifestazioni, il cui senso globale, al di là dei singoli momenti agonistici, delle di­ verse classifiche redatte, del­ le parziali delusioni o affer­ mazioni, deve essere ricerca­ to proprio nel titolo di que­ sto triangolare, ossia nell’ami­ cizia, così come nella recipro­ ca conoscenza, nello scambio di esperienze, nel credere in un valore dello sport che, concretizzato nella fase più propriamente agonistica, la superi però in una visione più ampia, di verifica e nello stesso tempo di liberazione per l’uomo. Per verificare se questo obiettivo sia stato o meno conseguito, o, per lo meno avvicinato, come è più legit­ timo attendersi, e se le ca­ lorose manifestazioni dei gio­ vani siano state realmente I' espressione di una loro since­ ra adesione, abbiamo raccolto pareri ed impressioni, tutti positivi. Ne riportiamo uno, che ci sembra significativo, quello dell’allenatore di una

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squadra « giovanssimi » di pal­ lavolo, che per la prima volta ha preso parte ad una manife­ stazione di questo tipo: « So­ prattutto mi ha soddisfatto il modo di far vivere ai ra­ gazzi momenti in cui lo sport

sia veramente inteso non solo come attività fisica, ma an­ che, ed in notevole misura, attività dello spirito. Sono del parere che riunio­ ni di questo tipo possano, e, soprattutto, debbano essere frequenti, in modo tale da consegnare poi, allo sport « adulto » atleti che abbiano ben chiaro a se stessi che 1' agonismo è solo un comple­ mento dello sport, e che lo sport non può mai soccom­ bere al l'agonismo senza per­ dere di significato ». A conclusione delle tre gior­ nate di gara sono anche sta­ te stilate delle classifiche, davvero secondarie rispetto allo spirito con cui è stata

vissuta la manifestazione, ma che appunto per questo co­ stituiscono la testimonianza di come si possa rispettare pienamente hi persona di un atleta, pur classificato all’ulti­ mo posto. Fra i tre Consigli la palma del migliore è stata equamen­ te divisa fra Carpi e Lecco, giunti alla pari, con 11 punti nella classifica generale fina­ le, davanti a Novara, con 8 punti. I singoli sport sono stati appannaggio di Carpi per quanto riguarda pallaca­ nestro e pallavolo, Lecco per atletica leggera e calcio, e Novara, nel tennis da tavolo.

R.S.

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LECCE - Agli inizi del novembre 1973 iniziava i suoi corsi il Centro di formazione del CSI Lecce, con una partecipazione che si faceva via via più massiccia sino a rag­ giungere le 101 presenze tra bambini e bambine. Uno degli aspetti più piacevoli dei cor­ si è stato senz'altro Tinteressamento dimostrato da genitori e parenti, così che non è stato difficile cointeressarli in alcune iniziative di vita associativa che si è creduto bene di affiancare ai veri e propri corsi di formazione sportiva. Nella foto: alcuni allievi che hanno dato vita ad un saggio di ginnastica ritmica nella manifestazione di chiu­ sura dei corsi.

Le squadre di pallacanestro S.C. Israele di Trapani (in piedi) e Castellana Grotte (ac­ cosciati), riprese in occasione del « momento» di pallacanestro di Brindisi.


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