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Stadium n. 13/1973

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CONTINUARE O MODIFICARE I CAMPIONATI CSI PER UN’ESPERIENZA DI PROMOZIONE? Da anni vengono disputati i Campionati CSI secondo le fasi zonali, provinciali, inter­ provinciali, nazionali. E ven­ gono poi pubblicate su « Sta­ dium » le classifiche, le note statistiche, i commenti sui risultati. E sugli annuari CSI venivano elencati i nomi de­ gli azzurri che il CSI, in nu­ mero sempre crescente, riu­ sciva a dare alle nazionali delle varie discipline sportive. E tutto questo ci faceva ono­ re, rappresentava per noi un grosso vanto. Ora... facciamo marcia indie­ tro, e ci chiediamo dov'è la differenza tra lo sport così inteso dal CSI e quello inter­ pretato dagli altri. Qui e lì: campionato, agoni­ smo esasperato, esigenza di vittorie, ambizioni mal col­ tivate. Mentre nel CSI vogliamo uno sport per tutti! e il concetto di sport come servizio socia­ le, sport anche per i meno ca­ paci (che sono proprio i più bisognosi fisicamente e psico­ logicamente) cozza forse con­ tro la realtà odierna del Cam-

Direttore responsabile: Aldo Notarlo j Redattore capo: Duilio Dimetti

Comitato di redazione: Zina Giuri Amili Paolo Andreoli Enzo Balboni Claudio Bucciarelli : r Giulio Martinucci | Grafica: Alberto Greganti

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si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune dell'associazione. l singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario.

STADIUM è una tribuna aperta. Tutti sono invitati a esprimere la propria opinione | e tutte | le opinioni l sono gradite.

IN COPERTINA

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| STADIUM chiede a tutti i soci ■■ un'attenzione \ costantemente critica : e una collaborazione generosa.

(copertina di Alberto Catalani)

pionato Nazionale per l'elite, per la crema, per i più dotati e più fortunati? A questo punto vai la pena tirare in ballo l’aspetto eco­ nomico: qualcuno dice che varrebbe la pena usare i mi­ lioni, che una volta venivano spesi per i Campionati Nazio­ nali CSI, per risolvere pro­ blemi e promuovere iniziati­ ve nuove a livello zonale e provinciale. E sopprimere an­ che i Campionati Provinciali e inventare qualcosa di nuo­ vo? A me personalmente, come educatore e come tecnico, se venissero aboliti sia i Provin­ ciali che i Nazionali dispia­ cerebbe moltissimo: sarebbe svilito il giusto significato e il senso dello sport. Inoltre, dopo tanti frazionamenti di quelle somme, troppo poco resterebbe ai comitati perife­ rici per risolvere i soliti pro­ blemi economici e organizza­ ti. Sopprimendo i Campio­ nati non si rischia forse di ca­ dere nell’errore di ridurre lo sport a giuoco, passatempo svuotato di quelle caratteri-

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La spirale che parte dall'esagono, distintivo del C.S.I., è il simbolo dell’anno sociale 1973-'74 che è appena incominciato e che vede la nostra Asso­ ciazione impegnata in un dibattito associativo di verifica che sfocerà nel Congresso nazionale del maggio prossimo. Il punto di partenza del dibat­ tito è l'attività sportiva: ciò che stiamo facendo, le tendenze dinamiche in atto, le risposte che ab­ biamo cominciato a dare, le scelte che ancora do­ vremo fare per adeguarci sempre meglio ai no­ stri impegni associativi. Stadium, che ha presen­ tato questo dibattito associativo nel numero spe­ ciale dell’estate (n. 10/Il del 7 luglio) dedicato ai programmi dell'Associazione, vuol ricordarlo ora a tutti i soci. Allo stesso tema è dedicato anche il paginone interno con un prospetto grafico. Ad esso seguiranno altri paginoni ed altri interventi di vario genere con cqi il nostro giornale accom­ pagnerà e sosterrà il dibattito. Chiediamo a tut­ ti di collaborare al miglior successo di questo im­ pegno comunitario dandoci suggerimenti e invian­ doci il resoconto delle iniziative che saranno rea­ lizzate nelle società sportive e nei consigli locali.

stiche importanti che sono il confronto, il sano agonismo, l'emulazione e lo stimolo a far meglio, esigenza insita nella psiche dell’uomo? Campionati, risultati e clas­ sifiche sono dunque sempre cosa dannosa? Per me il ra­ gazzo ha anche bisogno del ri­ sultato e della classifica per il significato educativo che possono rappresentare nella competizione e nel torneo (ac­ cettazione del risultato, spro­ ne a una maggiore concentra­ zione o a un maggiore impe­ gno, consapevolezza della pro­ pria responsabilità, ecc.). Fatta questa premessa, dun­ que, direi di spostare il pro­ blema. Non più chiediamoci se fare, o non fare, o modificare i Campionati che, sì, potranno subire dei cambiamenti nelle loro strutture, ma poniamoci degli altri interrogativi ben più importanti sul come fare sport, su come promuoverlo, su come sforzarci e trovare le soluzioni per farlo fare a tutti, sulla politica da usare a tutti i livelli. Tra lo sport del CSI e lo sport degli altri, insomma, non tan­ to differenze di - Campionati, ma differenze di rapporti tra persone nel dare il giusto pe­ so e la giusta dimensione a ri­ sultati e classifiche.

Sergio Ceroni dal Comitato CSI di Vicenza tecnico del CSI FIAMM (Vi)

Caro Ceroni, tu ci rimproveri in termi­ ni espliciti e appropriati la grande tematica che ci vede da qualche tempo impegnati in una generale riflessione e in una accesa discussione as­ sociativa. Te ne siamo vera­ mente grati. Stadium, come sai, ha ospitato a lungo e am­ piamente questa discussione c continuerà naturalmente a farlo. Però ora c'è una novi­ tà. Il Consiglio nazionale ha invitato tutti i soci a trasfe­ rire questa discussione alla base, in maniera ufficiale e programmata, in vista del prossimo congresso nazionale 1974. Il Consiglio nazionale ha latto pervenire a tutti i soci (segue a pag. 27)


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Decentramento si ma democraticamente Si fa un gran parlare in questi giorni delle decisioni prese dalla Giunta esecutiva del CONI in merito ai Giochi della Gioventù e ai Centri. Anche se le idee e le notizie sono ancora molto confuse, dai colloqui avuti con il CONI, dalle interviste rilasciate ai giornali e dai pro-memoria che il CONI ci ha presentato per avere il nostro parere, le decisioni di massima sarebbero le seguenti:

-— Giochi: decentramento della gestione della manifestazione e spazio pre­ minente riservato all’iniziativa comunale; — Centri: chiusura dei Centri CONI, passaggio dei Centri di specializza­ zione alle Federazioni sportive e invito a organizzare e moltiplicare i Centri di formazione fisico-sportiva rivolto agli Enti di promozione sportiva, alle associazioni di tempo libero, alle società sportive.

Sono decisioni che rientrano nel quadro di « rinnovamento interno » che il CONI sta attuando dopo il Consiglio nazionale del 3 maggio scorso, in occasione del rinnovo degli incarichi al vertice. Il CSI non può essere contrario, anche perché tali decisioni rientrano nel­ le linee della sua politica sportiva, espresse in tempi non sospetti, e cor­ rispondono alle proposte iniziali ed alle critiche seguite successivamente all’abbrivio preso dai Giochi. I Giochi di fatto avevano perso la loro originalità perché, nella logica della selezione per il risultato, erano diventati delle Olimpiadi in miniatu­ ra e quindi non più una iniziativa per lo « sport per tutti » propugnato dal Consiglio d’Europa. Non solo, ma i Giochi stessi avevano sciupato la grossa occasione di es­ sere un momento d'incontro, tra le forze sportive, per fare un servizio ai ragazzi, senza strumentalizzarli, in uno spirito nuovo di collaborazione e non di concorrenza. Inoltre i Giochi, gestiti dall'alto, avevano nel CONI non solo il finanzia­ tore- ma anche il vero gestore, con gli altri (tra cui gli Enti di propaganda) come semplici « porta-borracce ». II primo attore era lui, sua maestà il CONI, a livello nazionale e provinciale: gli altri erano sbiadite comparse. Il CONI, da quello che ci è stato dato di ascoltare, ha serie intenzioni di rivedere tutto, specialmente sotto la spinta dei giovani che vi operano al­ l’interno. Il CSI alle buone intenzioni dà il massimo credito (anche se il passato ci dovrebbe rendere perplessi), specialmente perché sono le buone inten­ zioni dei giovani, però diventa dubbioso se non c'è chiarezza d'impostazio­ ne sin dall'inizio, poiché si rischia di essere travolti dagli eventi. Per noi la chiarezza sta essenzialmente in questo: che il decentramento ha senso se è democratico, altrimenti è una semplice operazione burocratica. Che cosa significa decentramento democratico (che è l'autentico decentra­ mento)? Significa che dalla collaborazione esecutiva si deve passare alla cogestione.

Lavorare sì, ma gestendo insieme. Sarà una prova di buona volontà che dobbiamo dare tutti insieme, lasciando in disparte i personalismi e le « greche ».

Il CSI e disponibile, cosciente che questo è l'ultimo appello; altrimenti i Giochi, quelli veri, non saranno recuperati.

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ALDO NOTARIO 3


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Le «nutrici» della democrazia Del Cile e del sanguinoso dramma del suo popolo, scoppiato improvvi­ so l’undici settembre ma già racchiuso nei segni premonitori della crisi eco­ nomica, del duro conflitto con gli auto­ trasportatori, del difficile dialogo po­ litico interno, la gente sa e non sa. Noti­ zie confuse e contradditorie, la censura della giunta militare, la soppressione dei principali canali d’informazione, la lunga chiusura delle frontiere hanno ritardato una cronaca essenziale alla compren­ sione dei primi istanti del colpo di stato e della drammatica lotta scatenata at­ torno ai legittimi resti costituzionali di quel popolo. L’assenza di notizie comple­ te — che chiede un atteggiamento d’at­ tesa prima che di frettoloso giudizio — lascia paradossalmente qualche attimo di riflessione su un piano più generale, dove tutti restiamo coinvolti. Il dramma cileno, infatti, può essere oggi il dramma di ogni popolo. Più della metà del continente latino-a­ mericano è nelle mani di dittature mi­ litari: Uruguay, Brasile, Perù, Ecuador. Honduras, Paraguay, Bolivia, Nicaragua hanno militari direttamente al potere. Governi civili in tutta l’America latina ne esistono soltanto quattro: il Venezue­ la, la Colombia, la Guyana e, dal marzo scorso, l’Argentina. I continenti africano ed asiatico presentano entrambi un pa­ norama impressionante di strettissime connessioni tra governi assolutisti e pre­ senza politica dei militari. La stessa area mediterranea conta due soli Paesi con governi democraticamente eletti ed in carica, l'Italia ed Israele. Tutti i Paesi ad esperienza socialista hanno forti ge­ rarchie militari, risultate sempre deci­ sive nei momenti cruciali (Ungheria, Cecoslovacchia): la stessa Francia in Europa e gli Stati Uniti — popoli di ric­ chissima tradizione democratica — han­ no vertici militari che faticano a rinun­ ciare a posizioni di primo piano nella vita nazionale ed internazionale. La verità è che, quasi ovunque, i mi­ litari soffrono di un complesso, il com­ plesso della balia. Dalla difficile, scomo­ da ma corretta posizione istituzionale di difensori in extremis della costituzione democratica liberamente scelta da un popolo, essi tendono ad assumere l’am­ biziosa missione di nutrici della demo­ crazia. Salvatori della patria per professione allattano e salvano con l’amore geloso e selvaggio di un mammifero femmina:

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non esiste, infatti, « golpe » militare degli ultimi cinquantanni che non sia stato condotto all’insegna del: « Rimarremo pochissimo, sei mesi al massimo, il tem­ po sufficiente per favorire il ritorno alla normalità democratica indicendo nuove elezioni ». avve-­ La democrazia, come è noto, èè avve lenata dai partiti mentre le dittature militari sanno restituirla al legittimo possessore, il popolo, sana e irrobustita. Infatti, per prima cosa, l'uccidono. Sospesa la costituzione, soppressi i gior­ nali e le stazioni televisive, imbalsamata la vita politica, i militari confondono l'ordine sostanziale di una società ben governata con la disciplina da caserma e decidono che loro soli — appunto co­ me in caserma — saranno in grado di stabilire quando il « ritorno alla norma­ lità democratica » è veramente tale. E’ con questa disinvolta logica che il gene­ rale Garastazu Medici celebrerà fra poco in Brasile dieci anni di governo militare e che il Paraguay è retto dal generale Stroessner dal 1954, anno in cui assunse il potere, naturalmente « ad interim ». Anche in Cile oggi il generale Pinochet ha promesso la « normalizzazione » entro sei mesi...

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Ma il dramma cileno è di tutti non soltanto nella vita di un popolo — Cile viene da una esperienza di centocinquant’anni di vita democratica — si può cor­ rere l’angoscioso rischio della perdita della libertà. E’ di tutti perchè la re­ sponsabilità della tragedia cilena è mon­ diale. Chi ha incominciato a strozzare la libertà cilena lo ha fatto giocando sul piano economico-finanziario: la di­ sperata risposta della nazionalizzazione delle miniere di rame ha solo ritardato un'agonia aggravata da errori politici interni. I popoli produttori ma poveri non hanno mezzi raffinati per difen­ dersi nella giungla del commercio mon­ diale. E se i militari cileni hanno infetto un colpo mortale alle istituzioni demo­ cratiche del loro popolo lo hanno potuto fare perché esistono responsabilità ap­ parentemente non identificabili ma pre­ cise che nascono dall'egoismo di chi ha e detiene i fili del potere politico-econo­ mico tra le nazioni. La storia impla­ cabile insegna che i militari e le loro dittature non svolgono in genere un ruolo da padroni ma da servi. Che Dio ci salvi dai salvatori della Patria, nostra ed altrui. G. M.


a cura di ! ANDREA DE PASCALIS

UNA NUOVA LINEA DEL CONI SUI CENTRI E SUI GIOCHI DELLA GIOVENTÙ’ Risalgono a questi ultimi gior­ ni le importanti decisioni della Giunta del CONI in materia di Centri di addestramento e di Giochi della Gioventù. In attesa che vengano chiariti ul­ teriormente tempi e metodi delle trasformazioni decise dal Comitato Olimpico, riportiamo per sommi capi le notizie che ad esse si riferiscono, così co­ me si sono succedute nei co­ municati ufficiali. Al termine della riunione della Giunta esecutiva, è stato di­ ramato un comunicato con cui si affermava che, dopo aver esaminato i progetti di aggior­ namento e modifica relativi ai Giochi e ai Centri stilati dalle apposite Commissioni: « ... si è deciso che l'attività dei Cen­ tri CONI-F.S.N. venga a ces­ sare con effetto immediato. Le Federazioni daranno vita ad una nuova attività nel pro­ prio ambito, realizzando dei Centri di alta specializzazione riservati ad un numero ristret­ to di elementi... Dall'altra par­ te verranno creati Centri di formazione fisico-sportiva a cura di varie forze (Enti Lo­ cali, Enti di promozione spor­ tiva, società sportive ecc.) a somiglianza degli attuali Cen­ tri Olìmpia. E’ stata auspicata una grande proliferazione dei Centri di formazione fisico­ sportiva, considerata anche la crescente domanda di sport che si avverte nel Paese. Inol­ tre essi saranno connessi ai nuovi Giochi della Gioventù. 11 CONI si farà promotore di tali Centri con strumenti ade­ guati, pur rispettando il con­ cetto basilare dell’indipenden­ za e del decentramento. "La Giunta ha approvato in inea di massima — conclude il comunicato — anche le propo­ ste elaborate dalla Commis­ sione per quanto riguarda i Giochi della Gioventù, che so­ no basate sui principi del de­ centramento e dell’iniziativa comunale. Si è proposto di mantenerle e di rielaborarle poi in dettaglio anche in rap­ porto al bilancio finanziario che le verrà sottoposto”. Le decisioni della Giunta re­ lative alla definitiva e imme­ diata cessazione di attività dei Centri CONI, venivano ribadi­ te poco dopo in una lettera inviata dalla Segreteria gene­ rale del CONI alle Federazioni sportive nazionali.

’ Come è noto — si spiegava in tale lettera — l’organizza­ zione dei Centri evidenziava due aspetti sostanziali. Il pri­ mo riguardava ravviamento al­ la pratica sportiva e la prepa­ razione sul piano psico-fisico dell’allievo, il secondo concer­ neva un lavoro di specializza­ zione nella disciplina sporti­ va. "La Giunta esecutiva ha riba­ dito che il primo aspetto do­ vrà comportare l'attuazione di un servizio sociale al quale, insieme alle Società sporti­ ve, saranno chiamate a col­ laborare altre forze (enti loca­ li, scuola, enti di promozione sportiva, ecc.). E' stato, infat­ ti, più volte dichiarato che l’attività dei Centri CONI ave­ va soltanto un valore pilota, in quanto il CONI aveva inte­ so creare dei prototipi ripro­ ducibili su vasta scala nel Pae­ se c non di risolvere il proble­ ma dell’avviamento allo sport di milioni di ragazzi italiani. "Il CONI, per il futuro, potrà fungere solo da stimolo per la realizzazione e lo sviluppo nel Paese di migliaia di Centri di formazione fisico-sportiva, i quali dovrebbero confluire nell’azione ampia e capillare dei Giochi della Gioventù, in modo che questi non si risol­ vano in una occasione episodi­ ca di esercizio sportivo. "11 secondo aspetto dei Centri CONI federali, squisitamente specialistico ed agonistico, do­ vrà invece inserirsi direttamente nel tessuto connettivo delle Federazioni sportive, pos­ sibilmente attraverso le socie­ tà sportive. "Le Federazioni sportive na­ zionali sono così invitate a da­ re vita ad una nuova attivi-

tà agonistica c che necessita­ no di un impegno tecnico ele­ vato. "Tali Centri, in considerazio­ ni delle specifiche finalità, do­ vranno essere di numero estremamente ridotto, ubicati nelle zone di maggiore interes­ se di ciascuna disciplina spor­ tiva e, possibilmente, appog­ giati, per quanto concerne l'or­ ganizzazione, a Società spor­ tive ». Le scelte operate venivano quindi sottoposte ufficialmen-

te ai Presidenti provinciali e ai delegati regionali del CONI, convocati appositamente a Ro­ ma, e da essi approvate. A distanza di pochi giorni, in­ fine, lo stesso avv. Onesti, nel corso di un'intervista, preci: sava: che i Centri, come sottolinea­ to nel Libro Verde, erano na­ ti come esperimento che potes­ sero servire da modello per altri Enti, ben rendendosi con­ to il CONI di non poter sod­ disfare da solo le istanze di milioni di ragazzi italiani; che i numerosi Centri organiz­ zativi e diretti da numerosi enti promozionali in maniera esemplare facevano ritenere riusciti tali esperimenti e che "sulla base di questi esperi­ menti e con la modifica del sistema di conduzione in at­ to, si tende pertanto a stimo­ lare l'intervento di altri orga­ nismi, cosi da poter creare mi­ gliaia di nuovi Centri di forma­ zione fisico-sportiva"; che la suddivisione tra Cen­ tri di alta specializzazione e Centri di formazione ha il du­ plice scopo di responsabiliz­ zare maggiormente le Federa­ zioni da un lato e di incorag­ giare e stimolare, dall'altro, gli Enti promozionali, le socie­ tà sportive, le organizzazioni sindacali e tutte le forze so­ ciali e politiche di buona vo­ lontà; che, riguardo ai Centri di for­ mazione, il CONI ne favorirà lo sviluppo « ferma restando la loro autosufficienza finan­ ziaria », mettendo a dispo­ sizione programmi e istruttori già sperimentati, oltre alle pro­ prie attrezzature già usate per i Centri nel passato.

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IL COMMENTO DE « IL POPOLO » ALLA DECISIONE CONI Su « Il popolo » di sabato 15 settembre, in calce all’in­ tervista di Onesti sui Centri CONI, è apparso un corsivo di commento in cui, tra l’al­ tro, si legge: , « ... In realtà la decisione del CONI vuole evitare una serie di speculazioni che si erano venute a creare col nome pu­ rissimo dei Centri CONI. Lo sport per tutti non è solo una bella frase dì Onesti, ma un discorso articolato che la Li­ bertà» va facendo da molti anni. Solo che nello svolgi­ mento dello sport a livello co­ munale. provinciale e regio­ nale. verso il quale gli spor­ tivi si sentono impegnati, bi­ sognerà tener conto della pla­ tea sulla quale vengono ad operare gli Enti di propagan­ da: e quella della Libertas si rivolge a 13 milioni di cit­ tadini ». E una frase che abbiamo do­ vuto rileggere più volte, prima

per afferrarne il senso e poi. forse, perche ci appariva trop­ po chiaro. Dunque, se siamo nel giusto (e chiediamo la ve­ rifica dei lettori), da una par­ te si identifica il C.N. Libertas con il partito DC c dal­ l’altra si ipotizza una riparti­ zione di impegni, di responsa­ bilità e di fondi — credia­ mo — agli Enti di promozione sportiva sulla base della loro... forza elettorale. Evitiamo accuratamente ogni commento di merito. Ci sia­ mo soltanto preoccupati di cautelarci sulla sorte che toc­ cherebbe al CSI — non iden­ tificabile con alcun partito — nel caso deprecato che una si­ mile ipotesi dovesse realizzar­ si. Vuol dire — ci siamo det­ ti — che il nostro spazio sarà calcolato sulla base dei 53 mi­ lioni di cattolici che ufficial­ mente popolano il nostro Pae>*r

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i centri di addestramento: sperano i rtni di nna svetti Basii

Il Coni ha completato la sua len­ ta marcia di disimpegno organiz­ zativo rispetto allo sport reclutativo e promozionale. Quest’anno si pone la parola « fi­ ne », in forma ufficiale, alla storia dei così detti « centri Coni », cioè quelle scuole di sport per i ragaz­ zi che il comitato olimpico aveva varato sull’onda montante provo­ cata, dal '60 in poi, dallo choc dell’Olimpiade di Roma. Quei Giuochi indimenticabili se­ gnarono per buona parte degli ita­ liani con temporanei la scoperta dell’agonismo olimpico in grande stile e in grandi proporzioni, la divulgazione del desiderio di pra­ ticare varie discipline prestigiose, al di là del cerchio di una élite ri­ stretta o al di fuori di quelle tra­ dizionali gare da « poveri » che vogliono arricchire, quali erano, specie allora, gli sport a sfogo pro­ fessionistico tradizionale, dal cal­ cio, al ciclismo al pugilato.


Sembrò, allora, che si potesse at­ tuare una coscienza sportiva na­ zionale. Era .ormai, negli anni ses­ santa, superata la fase della rico­ struzione dopo la catastrofe belli­ ca; si prospettava l’ombra lumino­ sa del boom economico: soprattut­ to, lo staff dirigenziale del CONI, da Onesti al compianto Saini, era in fase di espansione e di slancio, come lecitamente avviene dopo un’impresa « incredibile » come la realizzazione della Olimpiade ro­ mana. I Centri CONI dovevano essere la via per dare sbocco e realtà alla maturità nuova, sportiva .degli ita­ liani. I ragazzi, ancora esaltati dal­ le imprese, svoltesi a portata di mano, dei Berruti e C., dovevano aver subito il mezzo per lanciarsi su « quelle » orme. Come al solito, da parte politica, non si erano precorsi i tempi. Nelle scuole, si faceva quasi solo « ginnastica » e la situazione degli impianti era rudimentale (quel che è peggio, è che oggi non si è diversi da allora!). Le stesse famiglie erano « folgo­ rate » dall’idea di vedere un gior­ no i propri rampolli sul podio del « primo ». Con una matrice quindi ovvia­ mente « campionistica » ma col merito di aver detto qualcosa di nuovo sul piano sportivo-formati­ vo, sorsero i centri di addestra­ mento per le varie discipline. II CONI, la cui ragione sociale sa­ rebbe quella di preparare le squa­ dre agonistiche per i confronti ad

alto livello, riempiva il vuoto crea­ to dalla nullità delle nostre strut­ ture statali in campo educativosportivo. Occorre ricordare, nella « storia » della vita sportiva na­ zionale, questo indubbio merito del Comitato Olimpico e dei suoi uomini. Naturalmente, i « centri » porta­ rono in sè la matrice dell’Ente che li aveva fondati: ricerca, alla fine, del campione, selezione. Non poteva essere altrimenti. Col passare degli anni si sono ve­ rificate varie « evoluzioni ». Lo sport, divenuto sempre più esasperata forma di perfezioni­ smo, nel suo aspetto agonistico puro, ha perso di vista la massa dei praticanti che non può regge­ re il passo né con una esigenza di dedizione pressocchè totale né con la richiesta di capacità che solo pochissimi possiedono. Il CONI, per la sua stessa complessione di­ venuta mastodontica, ha sentito il peso della sua dimensione e 1’ esigenza, anche per stanchezza e scomparsa dei suoi motori del « momento » eroico, da « conqui­ stadores », di un ridimensiona­ mento e riduzione del suo campo d’azione. Infine, si sono mosse, sia pure at­ traverso faticose strade, altre for­ ze più congeniali all’organizzazio­ ne dell’attività sportiva educativa di massa ed hanno « chiesto posi­ zione », domandato spazio auto­ nomo. Così, per saltare la storia del pro­ gressivo passaggio da un tipo di Centri Coni di massa ad uno di élite, per risparmiare la rievoca­ zione della simile storia dei Giuo­ chi della Gioventù, eccoci alla real­ tà di oggi: le Società sportive, le Aziende, gli enti di propaganda (il CSI quindi, ovviamente) sono chiamati a suffragare il CONI in questa fase promozionale, educa­ tiva, formativa di base. Il compito è bello ma, diciamolo subito, richiede particolari atten­ zioni, essendo denso di pericoli ed insidie. Il primo rischio è quello di rical­ care pari pari le orme dei centri CONI, apprestando scuole di sport puramente selettivo. Il secondo pericolo è perfettamen­ te opposto: costituire degli « ora­ tori » sportivi amorfi, all'insegna demagogica del « non agonismo » che gli stessi ragazzi respingono.

Ogni giuoco presuppone un « vin­ citore ». Importante è che non vi sia un... « vinto ». Occorre cioè, creare delle scuole sportive giovanili di più larga ba­ se possibile, in cui si comprenda subito la duplice forma dello sport moderno, quella ricreativa e quel­ la puramente selettiva: entrambe « agonistiche » ma a ben diverso livello e con ben diverse caratteri­ stiche. E che si portino gli allievi soprattutto a imparare e divertir­ si, a praticare lo sport come esi­ genza e come abitudine, indipen­ dentemente dal risultato, ben con­ sci, fino dalla più piccola età, per istinto, che si può « godere » ad essere Novella Caligaris ma si può « godere » anche a superare di un decimo il proprio... record di... tre minuti sui 100 stile libero. Im­ portante non dovrebbe essere nemmeno più « partecipare », co­ me affermava De Coubertin ma sentire il valore insostituibile del­ la pratica sportiva, come la respi­ razione o l’alimentazione! Un altro rischio è quello di « partitizzare » lo sport, creando divi­ sioni e strumentalizzazioni. Se siamo sinceri, qualcosa in materia c’è già stato. Infine, il Coni vorrà ricordare che non si preparano grosse squadre agonistiche se non si ha alle spal­ le una massa di praticanti la più vasta ed eterogenea possibile, a tutti i livelli, dal ragazzo che nuo­ ta per assestarsi la colonna verte­ brale ed aver la soddisfazione di una medaglietta (magari di solo « partecipante ») al vecchio marcialonghista che quel ragazzo aiu­ terà con mezzi vari: e non neghe­ rà certo il suo aiuto « tangibile », tecnico e materiale, a coloro che proseguono la sua opera meritoria in un campo che era divenuto sem­ pre più « specializzato » e quindi « staccabile » dal contesto agoni­ stico « olimpico ». Dovremmo fa­ re bene e in fretta: in questi gior­ ni c’è un grande disorientamento, per esempio, nei « quadri » degli istruttori degli ormai ex centri CONI. Molti di loro cercano di formarsi in « cooperative » docen­ ti. E’ una iniziativa preziosa. Aiu­ tiamoli a prendere la via del « ser­ vizio » sociale, cui la loro menta­ lità di professori è più congeniale, piuttosto che quella « commer­ ciale » della palestra « privata », alla quale potrebbero essere spin­ ti dal disinteresse di « chi può ».

PAOLO VALENTI 7


Ranno. urti ni fi w avere hi ? come sportivo ? SERVIZIO DI ENZO BALBONI

« Lo sport mi piace così tanto che è parte della mia vita. Ma mi piace lo sport per quello che è, il dilettantismo. Quando si fa dello sport per professio­ ne, allora, non si fa più sport, si fa un mestiere... ». Perché lo sport professionistico non è più sport? « Perché diventa un mestiere, si perde l'entusia­ smo, la voglia di giocare. Lo sport professionistico è una trappola... ». Ma tu non sei un professionista... Sei un dilet­ tante, cosa conosci di un móndo che non è il tuo...? Giancarlo Camagni, diciassette anni, liceale, gio­ catore di basket, ha gli occhi dolci di un timido che cerca di farsi coraggio. Parla poco, mette insieme due, tre parole e si esprime di più con l’espressione dei suoi occhi. E' un tipo determinato, però. Lo si legge in certe sue espressioni, lo si capisce da un cer­ to modo di atteggiarsi, dal racconto che fa delle sue esperienze. Giancarlo non ha avuto una vita facile e poi non è che gliela facciano troppo facile nemmeno nello sport, anzi... « Il mio allenatore un giorno mi ha detto che do­ vrei fare l’arbitro di basket o l’allenatore magari... ». E perché? « Perché dice che sono piccolo... ». E’ alto infatti un metro e 76, è un tipo di longi­ lineo, non molto forte d’aspetto, ma con muscoli lunghii e con nervi saldi. E’ un tipo che non fa troppa impressione a guardarlo ma che ha una saldezza fisi­ ca non indifferente. E’ nato a Roma, ma è di origine abruzzese e degli abruzzesi ha certi caratteri, e la forza d’animo. Per uno che deve giocare la pallaca­ nestro un metro e settantasei è poco, è vero. Ma io ho qualcosa da obiettare: in Italia la gente non è mica alta. Gli alti sono pochi e poi ci sono giocatori come Marzorati che non sono mica degli stangoni, ep­ pure sono tra i migliori d’Europa... « Io sono considerato piccolo. Oggi gli allenatori curano i lunghi, quelli che hanno il fisico per riuscire. Così anche se siamo in campo dilettantistico ecco che viene fuori il professionismo... ». In che senso? « Nel senso che c’è la selezione. Si fa selezione, e allora la cosa diventa puro razzismo e proprio nel senso che si dà alla parola. Se uno non è alto non è mica colpa sua e allora perché un allenatore non deve curare anche quelli che non hanno grandissimi mezzi fisici? Noi non facciamo mica dei campionati così im8

portanti che una sconfitta ci manda in rovina. Lo sport se è sport dilettantistico deve essere considera­ to tale e allora dovrebbero avere tutti la possibilità di giocare. Tutti, anche quelli che non hanno i mezzi fisici per essere eccellenti. Invece qui succede che subito si fa la selezione. Cercano quelli alti perché con quelli alti si pensa che si possano fare risultati più importanti, magari trovare qualcuno da lanciare nelle squadre di serie maggiore. Insamma qualcuno che faccia il giocatore per mestiere o giù di lì. Così la se­ lezione avviene anche nelle squadre di secondo ordine o in quelle giovanili come la nostra... E si crea dell' autentico razzismo ». Sono andato a veder giocare Giancarlo Camagni in una partita a Ostia Lido, contro una squadra par­ rocchiale. Era il più basso della squadra, ma era il solo che fosse un giocatore di pallacanestro. Mi spie­ go: è un tecnico, uno che possiede padronanza di mo­ vimenti, che riesce a ragionare rapidamente, a pren­ dere decisioni al volo. Il fisico non lo aiuta e allora le sue risorse sono quelle di una scuola superiore. Di­ ciamo che conosce i fondamentali del gioco come nes­ suno dei suoi compagni più alti e più robusti. Così quando giocavano i lunghi e i grossi succedeva che la sua squadra acquistasse grinta e spinta ma senza ri­ sultato; mentre quando giocava lui la manovra pren­ deva più ordine, più classe. Anche gli avversari non erano superiori: solo fisicamente riuscivano a sovra­ starlo, ma tecnicamente Camagni era il migliore, il meglio impostato, il più tecnico e il più pulito nel gioco. Forse non farà strada perché il metro e settantasei viene considerato un handicap dai nostri alle­ natori, ma non c'era nessuno tra i tanti che giocavano quella partita che avevano l’aria di poter andare lontano. Bene, adesso mi chiedo se i nostri allenatori di basket, di un basket minore come quello di Camagni, sappiano capire che la presenza fisica, l’altezza, la forza non bastano a fare un campione, al massimo servono a fare un robot come molti se ne vedono. E mi chiedo perché se un giocatore ha classe, intelligen­ za, ma non ha fisico viene scartato e abbandonato. « Non è che veniamo abbandonati del tutto, ma in genere gli allenatori preferiscono i lunghi, i gran­ di. E piano piano succede che noi si perde l’entusia­ smo e non impariamo più niente ». Giancarlo Camagni ha anche una storia da rac­ contare. Lo fa pacatamente, cercando le parole giuste,


senza mai irritarsi, anche quando la storia, la sua storia di ragazzo e di ragazzo sportivo incoccia mo­ menti difficili. Giancarlo abita a Montesacro, di qua dell’Aniene in una casa grande, dove ci sono diecine e diecine di famiglie. Ha una sorella — Carla — di diciotto anni che si è appena diplomata in ragioneria. Il padre gli è morto dieci anni fa e vivere è stato difficile. C’è la pensione, c’è la mamma che misura ogni cosa, ci sono le brave zie che aiutano. Insomma Giancarlo e sua sorella non devono perdere niente, non gli studi, non la giovinezza, però questo significa sacrifici continui; Giancarlo e la sorella queste cose le capiscono e aiu­ tano a tirare la carretta. Così nasce e cresce un ragazzo che ha bisogno di molte cose, di amicizia, di calore umano, di affetti e di guida. In un certo senso lo sport e una valvola di sicurezza, una strada per non uscire dai binari, per trovare amicizia e sicurezza. Giancarlo credo che ab­ bia bisogno più di qualsiasi altro ragazzo di fare sport, ecco. E allora vediamo cosa gli succede. « Sono andato all'oratorio a sette, otto anni. Al Bambin Gesù. All’oratorio ho cominciato a giocare a pallone come fanno tutti, credo. Ero fragile e non sapevo impormi agli altri. Insomma a me non è che piacesse molto fare il portiere, ma per giocare finii per farlo. Giocai qualche tempo in difesa, in porta. Non mi piaceva. Intanto non c’era il senso della squa­ dra, insomma io non è che fossi uno che faceva parte di un gruppo, ero il portiere, una specie di isolato, tra i pali. E poi io ero il solo che perdeva sempre... ». Perché eri il solo che perdevi sempre? Non ca­ pisco? « Perché un portiere in ima squadra di calcio è quello che perde sempre. I gol glieli fanno, ecco. Il portiere deve difendere e quando non ci riesce in­ cassa il gol: a me un ruolo così non piace, non piace­ va... ». E allora? « Allora passai a fare l’attaccante. Ero abbastan­ za agile e veloce e giocai all’attacco. In difesa mi sembiava di essere inutile. E poi se si perdeva la col­ pa era mia, nostra, dei difensori. Gli attaccanti, quelli non perdono mai... ». E allora tu passasti attaccante perché non volevi perdere, perché volevi vincere? « Beh, diciamo che forse era proprio per questo...

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Ma non fu diverso. Ecco all'attacco il gioco diventava forse individuale più che in difesa... La sensazione di poter fare il gol era forte. So che il gioco del calcio è un gioco collettivo, che bisogna passarsi la palla ec­ cetera... Ma io ho avuto la sensazione anche stando all’attacco che la squadra, il gruppo, l'équipe non ci fosse lo stesso. Eravamo, noi attaccanti, degli indivi­ duali che cercavano l'appoggio dei compagni solo quando era diventato impossibile fare da soli. O per passare una palla che altrimenti l'avrebbero presa gli avversari o per ricevere una palla e andare avanti. Io mi sbaglierò, ma non credo che il gioco del calcio sia un gioco di squadra che unisce, che fa gruppo. Ci sono undici individui che al massimo cercano il mutuo soccorso... Ecco ». Bene, non ti piaceva il gioco del calcio, e allora? « Così dopo aver fatto un paio di tornei tra par­ rocchie sono passato al basket. Avevo già dodici anni e furono gli amici a farmi giocare. Cera un campo di pallacanestro e ci si divertiva. Mi piacque il gioco e cominciai a giocare con interesse e con una certa passione... ». Cosa trovavi nella pallacanestro? « Diversissima dal gioco del calcio. Uno sport completo forse... Ecco si correva, si scattava, serviva­ no le gambe e le braccia, e il cervello... E poi non è uno sport per individualisti... Certo se uno ha perso­ nalità emerge, ma è un gioco di squadra. Proprio nel­ le regole è un gioco di squadra: la palla la devi pas­ sare per regolamento, ecco. Nel gioco del calcio è op­ portuno che si facciano i passaggi, si giochi tutti in­ sieme, ma specie nelle squadrette piccole se uno è bravo tiene sempre lui la palla e la dà a un compagno solo quando non può proprio farne a meno: mutuo soccorso, non gioco di squadra... La pallacanestro in­ vece è diversa. E’ proprio nel regolamento che c'è il gioco di squadra: la palla la devi passare. Così nasce la necessità di giocare uniti, insieme, di cercare il compagno, di affiancarsi. E poi il campo è piccolo, non ci sono ruoli decisi: non un portiere responsabile dei gol e un centrattacco responsabile di farli. Si è attaccanti e difensori insieme. Si difende tutti insieme e tutti insieme si va all'attacco, allora nasce il gioco di squadra, la volontà di riscossa. Se sono responsa­ bile di un punto fatto dall’avversario, posso a mia volta andare a segnare il punto. Insamma non si è costretti alla passività ». Bene, prosegui...

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« Nel calcio gli undici sono dei rivali tra di loro, costretti a giocare insieme, ma quasi sempre invidiosi l'uno dell'altro. Nella pallacanestro l’amicizia è alla base di tutto. La pallacanestro non crea rivalità, crea solo amicizia. Mi sembra una cosa troppo importante per non scegliere la pallacanestro... ». E tu l’hai scelta... « Già... Mi sono allenato al Tufello con l'Europlast, poi mi vide Odino Grubessi, un allenatore, gio­ cai nella squadra dell’Uruguay, che è la squadra di basket della scuola di via Uruguay e dall'Uruguay fui portato al Basket Roma, dove gioco anche adesso. Il Basket Roma ha tante sezioni e tante squadre, io ho fatto un campionato Primavera che abbiamo vinto, ho giocato anche nella squadra superiore... ». « Beh, non sotto alto... Sono un playmaker, fab­ bricatore di gioco, un regista, ecco. E ho un buon tiro a canestro, con buone percentuali di realiz­ zazione... ». E l’altezza? « Non l'ho mai sentita come un problema. Fino a quando nessuno me lo ha detto è un problema che non ho sentito. Giocare al basket non è tutto nell'al­ tezza, bisogna conoscere i fondamentali, abituarsi bene al tiro, allenarsi... ». E poi in Italia non è che siamo alti... Che pro­ blema c’è per un ragazzo che vuole giocare? « Beh, il problema c'è... Perché appunto viene un momento, quando si arriva un poco avanti, che ti di­ cono che dovresti fare un'altra cosa: l'allenatore o arbitro... Viene il momento in cui c’è il razzismo... In cui lo sport diventa razzismo... Ecco: uno è alto e al­ lora viene curalo di più, gli si insegna di più e na­ turalmente impara di più degli altri... E poi se uno è anche alto sembra davvero che sia più bravo e ma­ gari al momento lo è... Ma non è che lutti i ragazzi alti sappiano giocare la pallacanestro... ». Qual è il tuo problema? e sport. Io ci riesco. Mi sono studialo i fon­ ai lentamente, ho cercato di imparare, mi iato seriamente, lutti i giorni, per giorni e 5 .che da solo, che spesso è ima noia... Ho cerfi . fare tutto il possibile per far bene... Ma non C«<^ perché voglio diventare un professionista, ma solo ___ , uno sport che mi perché voglio fare dello sport, ri..... .......... _.'.j se non ho avvenire... Io non voglio ave­ piace... anche re avvenire, non voglio fare il campione, voglio gio-

care a pallacanestro. Magari nell’ultima squadra che esiste, ma giocare, perché mi piace e basta... Invece mi sembra che qui si debba finire per fare lo sport che vogliono gli altri: o perché non ci sono attrezza­ ture o perché ti dicono che non sei adatto... ». Ma se avessi un avvenire? « Voglio fare dello sport e l'avvenire per uno sportivo così come lo si intende da noi è fare il professionista. Bette, il professionismo non è sport, non è piti sport, e a tue non piace. Poi dicevo che lo sport professionistico è un fatto razzistico, proprio come negri e bianchi o ricchi e poveri... Una questio­ ne razziale. Ecco perché non mi piace il professio­ nismo nello sport... Ecco perché la gente ti fa passare anche la voglia di fare sport. Se io fossi stato alto dieci centimetri di più sarei stato curato da tutti. In quei dieci centimetri ci sarebbe stata però ugualmen­ te la mia intelligenza, il mio carattere, i miei senti­ menti e il mio entusiasmo: la stessa intelligenza e lo stesso carattere che ho adesso, con dieci centimetri in meno. Eppure quei dieci centimetri mi fanno giu­ dicare diverso dagli altri, come se avessi un marchio stampato, o la pelle nera... ». Giancarlo Camagni e il problema dell’altezza. Co­ sa cercava nello sport? Affetti, amicizia, un modo per esprimersi, un ambiente che potesse compensare al­ meno in parte certe dolorose situazioni, i sacrifici, la vita difficile da affrontare. Cercava comprensione, amicizia, affetti, un modo per esprimersi, per sfoga­ le le sue esuberanze giovanili, per essere in qualche modo se stesso. E’ un ragazzo che si è maturato leggendo libri importanti, vedendo film a sfondo sociale, cercando nei giornali le notizie e le note che gli facciano cono­ scere meglio il mondo in cui sta vivendo. E’ uno che va a teatro, va a vedere il cinema d'Essai, suona la chitarra mormorando canzoni come poesie, cullando­ si dolcemente nei sogni. A casa gli dicono che deve lare studi giusti per impiegarsi in una banca, per guadagnare al più presto possibile. Lui invece vuol lare il biologo, studiare i segreti della vita, o il pilota di jet, pei’ sfuggire ad ogni cosa, e volare in alto inse­ guendo sogni come rondini... Vuol fare sport per tro­ vare amici, comprensione, un se stesso da scoprire... Invece ha trovato uno che gli ha detto: « Sei troppo basso pei pensare ad un avvenire ». Dieci centimetri in meno e sei uno con la pelle nera. ENZO BALBONI

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Uno studio del eroi. Alessandro Moderna sulle Qualità e suoli atleooiamenti osicolooici deoli arbitri

PSICANALIZZATO L'UOMO CHE HA SEMPRE RAGIONE 12

Con la ripresa del campio­ nato di calcio riprenderanno immancabilmente le polemi­ che, gli scontri spesso risso­ si sull’attività arbitrale. Tan­ to vale parlarne (pacatamen­ te). Lo spunto viene da uno studio pubblicato alla fine dell’anno scorso sulla rivista « Annali dell’istituto di psico­ logia » il cui titolo (Aspetti psicologici dell’attività sporti­ va esaminati in arbitri di foot­ ball di divisione nazionale) in­ curiosisce e... stimola. Lo studio è stato realizzato dal Prof. Alessandro Maderna in base alle risposte fornite da 44 arbitri, normalmente de­ signati a dirigere in serie A e B, ad un questionario compo­ sto da una parte anagrafica e da 12 domande. Per la parte anagrafica, dal­ l’elaborazione delle risposte fornite dai 44 arbitri, è risul­ tato: 1) che l’età media è di 37,15 anni (età massima 45 anni, minima 31); 2) che i settentrionali sono il 50%; 3) che il livello scolastico è molto elevato (nessun arbi­ tro al di sotto della scuola media inferiore e 5 laureati); 4) che il numero dei coniu­ gati è preponderante; 5) che l’età media di inizio della car­ riera è di 20,77 anni (minimo 17, massimo 27 anni): 6) che l’età media di inizio dell’at­ tività in serie A e B è di 30,75 anni; 7) che il numero di an­ ni impiegato, in media, per > arrivare alla Serie A e B, é di 10,25 anni.


Lo psicologo osserva che la se­ lezione rigida a cui l'arbitro vie­ ne sottoposto porta all’esclusio­ ne inevitabile dei peggiori. Vengono di seguito le doman­ de più interessanti. Alla prima (« Secondo lei, quali qualità sono più utili ad un arbitro? ») la mag­ gior parte degli interpellati ha ri­ sposto in modo tale da consentire allo psicologo di trarre queste con­ clusioni: il 79,54% ritiene necessaria, per svolgere la propria attività, la ra­ pidità di decisione; il 77,27%, la rapidità di percezione; il 77,27%, la stabilità emotiva; il 70,45%, la resistenza fisica. Molti segna­ lano anche la capacità attentiva (60,13%), la acuità visiva (65,90%), la capacità logica (54,54%), il co­ raggio (50%). Secondo lo psicolo­ go, dalle risposte risulta che sono molto sottovalutati il senso di equilibrio (inteso come equilibrio di carattere) e l’insensibilità alla pressione psicologica esercitata dal pubblico. « Possiamo sinteticamente con­ cludere » dice il prof. Maderna « che l’arbitro percepisce la sua attività in termini squisitamente fisici, psicomotori e psicosenso­ riali, sottolineandone, d’altra par­ te, gli aspetti autoritari e di do­ minanza solitamente invisi al gros­ so pubblico ». Alla domanda « Secondo lei, nel­ l’applicazione del regolamento, è utile, indifferente o dannoso es­ sere particolarmente intelligente?» il 70,45% degli interrogati ha ri­ sposto che l'essere particolarmen­ te intelligente è utile, mentre il 6,81% ha dichiarato di ritenere dannosa una « particolare » intel­ ligenza. Questo rilievo contrasta con quanto gli arbitri hanno as­ serito nelle risposte relative alla domanda precedente. « Da una parte — osserva lo psicologo — l’arbitro non deve interpretare,

ma applicare il regolamento, dal­ l'altra è utile essere intelligenti ». Questo contrasto (in soldoni) na­ sconde chiaramente la preoccu­ pazione di affermare la propria elevata capacità intellettiva e la presenza... di ottime doti! Alla terza domanda « Quali so­ no gli aspetti più negativi o spia­ cevoli della carirera arbitrale? » i 44 arbitri, nella grande maggio­ ranza (70,45%) hanno indicato i giudizi poco obiettivi della stam­ pa nei loro confronti. Seguono la scarsa educazione del pubblico (63,62%) e la scarsa educazione dei calciatori (60,12%). Al quesito successivo « Quali sono gli aspetti più piacevoli o positivi della car­ riera arbitrale? » il 95,45% degli arbitri ha dichiarato che l’aspetto più piacevole della loro attività è rappresentato dalla possibilità di compiere attività sportiva. Il 36,36 per cento ha indicato la possibi­ lità di fare viaggi. Nelle risposte figurano anche, con percentuali minori, il conoscere persone note (25%), la notorietà (20,52%), l’ap­ plauso della folla (2,27%). Ne ri­ sulta svalutata la tesi secondo cui l’arbitro inizierebbe la carriera per sete di dominio o per affermare la propria presonalità frustrata, du­ rante la settimana, in famiglia o al lavoro. Circa il giudizio negati­ vo della folla nei confronti dell’ arbitro, i 44 arbitri, nella grande maggioranza (40, pari al 90,09%) hanno indicato l’ignoranza del re­ golamento da parte del pubblico; altri (59,09%) hanno affermato che il pubblico non è in grado di comprendere la situazione agoni­ stica in tutti i suoi dettagli; altri, infine, (50%) si sono riferiti alla passione di parte che impedireb­ be un giudizio sereno. Alle domande « Ha mai giocato al football? » e « Perché ha smes­ so di giocare? » così hanno rispo­ sto gli arbitri: 35 hanno afferma­ to di aver giocato in campionato dilettanti ^79,54%), il restante 20,52% (9 arbitri) ha risposto di non aver mai giocato in campio­ nato. Alla seconda domanda solo 32 dei 44 arbitri hanno risposto. Queste le risposte: 1) il 31,81% ha smesso di giocare per carenza di attitudini; 2) il 18,1890 per infor­ tunio; 3) il 9,09c!ò per ragioni fa­ miliari; 4) il 4,54% per fare l’arbi­ tro; 5) un solo arbitro (pari al 2,27%) ha risposto di avere smes­ so di giocare per l’impossibilità di giungere in Nazionale. Le ultime tre domande riguar­ dano la carriera arbitrale (« Per­ ché ha iniziato la carriera arbitra­ le? », « Chi l’ha orientato verso la carriera arbitrale? », « Agli inizi

della carriera era convinto di giungere ad arbitrare in divisione nazionale? ») e sono di notevole interesse. Alla prima il 41,04% de­ gli interrogati ha risposto: « Per svolgere un’attività sportiva cal­ cistica » e il 22,72% « Per la pas­ sione sportiva ». Solo tre arbitri hanno risposto: « Per ambizione ». Alla seconda domanda il 27,27% ha riposto di essere stato spinto verso l’arbitraggio da un amico; il 27,27% ha parlato di scelta au­ tonoma; il 4,54 si è dichiarato solo mosso da passione. All’ultimo que­ sito il 68,18% degli arbitri ha ri­ sposto negativamente, il 25% po­ sitivamente, il 4,54% si è dichia­ rato incerto. Alcune considerazioni si posso­ no trarre dall’inchiesta che è at­ tuale, nonostante non sia recen­ tissima. La situazione non è infat­ ti migliorata per quanto riguarda il pubblico e le polemiche della stampa. Lo psicologo osserva co­ munque che nessun arbitro è sta­ to indotto al ritiro dall’attività a causa delle polemiche o gli inci­ denti sul campo di gioco. L’arbi­ tro è fallibile, ma non pare pos­ sibile minarne l’autorità. Egli « ha sempre ragione » come arbitro, ma non sempre come uomo. Ed è qui che il fattore umano assume un particolare ridevo, ma non sempre l’arbitro si dimostra all’ altezza della situazione. Circa i rapporti arbitro-pubblico e arbi­ tro-giocatori il prof. Maderna so­ stiene che l'educazione del pub­ blico potrebbe anche inserirsi nel­ la educazione civica impartita nel­ la scuola primaria e in quella se­ condaria, mentre più difficile è la « rieducazione » dei divi del cal­ cio che spesso sono la causa pri­ ma dello scatenersi delle folle. Più a monte (e senza pericolo di sba­ gliare) è da individuare la re­ sponsabilità dei dirigenti dei gran­ di clubs che con i loro assensi ed i premi, con le gratificazioni e con i loro comportamenti deter­ minano gli atteggiamenti negativi e inadeguati dei giocatori nei con­ fronti degli arbitri. La conclusione dello studio è tutta a favore degli arbitri. « A noi sembra — scrive il prof. Ma­ derna — che si possa avere la con­ ferma che nel complesso e non sempre cristallino mondo del cal­ cio emerga la figura dell’arbitro come la più sportivamente auten­ tica e degna perciò del massimo rispetto, sia da parte dei giocatori che dei dirigenti sportivi ». No comment. ROMANO GAVALOTTI

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aeua formazione umana che è il nostro fine ultimo e principale. Per questo abbiamo stabilito di svolgere un

GRANDE DIBATTITO ASSOCIATIVO di verifica e di prospettiva da svolgere nelle società sportive, nei congressi provinciali e nel congresso nazionale.

SOCIETÀ SPORTIVE

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DIME • ■■■


Perché il nuovo statuto e le mozioni congressuali non restino belle affermazioni, di principio, è indispensabile che tutti, a cominciare con gli atleti, partecipino al dibattito e contribuiscano a determinare le future scelte congressuali.

PlScUTlAMOIN

INSIEME

congresso nazionale

EGRESSI WINC'AU

IDEE • BIBBI BHE • ISIS®


I Esiste in ciascuno di noi una contraddizione interiore tra ciò che vorremmo essere nei rapporti con gli altri, e il nostro atteggia­ mento reale nei rapporti interper­ sonali. Questa contraddizione, che provoca in noi una tensione, di­ pende, sostanzialmente, non sol­ tanto dalla nostra volontà ma an­ che dall’immagine dell’altro che ci dà la cultura della società in cui viviamo. Così questa contrad­ dizione è tanto più forte quanto più la società in cui viviamo è in fase di trasformazione. La trasfor­ mazione sociale (strutturale e cul­ turale), infatti, tende contempora­ neamente a cambiare i valori, le norme di comportamento e, dun­ que, l'immagine dell’altro. Questo fenomeno, tipico di ogni età, si accentua nei giovani poiché essi non sono ancora stati comple­ tamente socializzati ai valori, alle norme e ai comportamenti che la struttura e la cultura sociali im­ pongono nei rapporti interperso­ nali e sociali. L’indagine condotta dall’ISVET sulla condizione giovanile in Ita­ lia ha giustamente affrontato il problema (che, per molti versi, è un problema chiave) della perso­ nalità giovanile e del rapporto in­ terpersonale e l’ha fatto superan­ do un rischio serio che si corre spesso quando ci si pone di fronte a questi problemi. Infatti, frequentemente, quan­ do si affrontano problemi del ge­ nere, si ricorre quasi esclusivamente alla psicologia, il che fa correre il rischio di lavorare su una base astratici in quanto si ten­ dono a ignorare, o a non tenere nella giusta considerazione, le di­ mensioni sociali e culturali che pure sono presenti e direttamente condizionanti.


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E IRSI ■■HBBBffi La ricerca particolare condotta su questo tema da Carlo TullioAltan ha preferito la strada della ricerca antropologica prendendo anzitutto in considerazione due elementi della struttura psicologica dell’io giovanile: il modello cultu­ rale, e cioè il modo di percepire l’altro nel rapporto interpersonale e sociale condizionato da fattori socio-culturali, messo direttamen ­ te a confronto con l’atteggiamen­ to, e cioè con la disposizione e l’a­ spirazione con cui il giovane si po­ ne di fronte alla realtà sociale del­ l'altro. Di più, la ricerca guidata da Tullio-Altan era tesa anche a mette­ re in luce l’eventuale presenza di tratti tipici della personalità auto­ ritaria nei giovani italiani dai 14 ai 25 anni. I risultati di questa complessa indagine — per la quale è stata utilizzata una specifica metodolo­ gia di ricerca piuttosto comples­ sa — non possono non far ri­ flettere. Anzitutto risulta l’esistenza di una forte tensione giovanile — personale e sociale — dovuta al divario esistente tra le aspirazioni esistenti nei giovani nell'avere rap­ porti interpersonali gratificanti, e le relazioni di fatto esistenti. Un divario che è molto alto nella fa­ scia d’età compresa tra i 14 e i 20 anni, minore nella fascia d’età compresa tra i 21 e i 25 anni. Questo primo dato mostra co­ me l’influenza della società — che tende ad aumentare nel tempo, grazie alle sue istituzioni e alla sua pressione sociale — tende a far diminuire il divario tra l’aspi­ razione ad avere rapporti gratifi­ canti, diversi da quelli esistenti, per accettare questi ultimi attra­ verso una serie di compromessi che vengono praticamente impo-

sti dalla struttura e dalla cultura sociali. Osserva a questo proposito Tullio-AItan che « appare chiaro che l’azione della società, che si fa sentire sempre maggiormente nel corso della vita con i suoi molte­ plici impegni e le sue compromis­ sioni, rende sempre meno diffici­ le 1'affermarsi di un tipo di pote­ re autoritario, di fronte al quale le potenzialità di reazione vengo­ no gradualmente represse, perché i soggetti sembrano avviarsi ver­ so una condizione di rassegnata accettazione della loro condizione mortificante ». Ci troviamo così di fronte a una situazione generale di fatto: i gio­ vani, via via che s’inseriscono nel­ la vita sociale e assumono impegni e responsabilità, si trovano pra­ ticamente costretti ad accettare, accogliere e vivere valori, norme e comportamenti sociali anche se questi sono in contraddizione con le loro aspirazioni profonde. Ciò comporta, da una parte, una pro­ gressiva diminuzione della tensio­ ne nel senso che le aspirazioni a vivere una vita diversa diminui­ scono e, dall’altra parte, la vitto­ ria dell’autoritarismo sociale che impone praticamente valori, nor­ me e comportamenti conducendo progressivamente all’accettazione passiva della società così com e. La ricerca dell’ISVET, però, ci fornisce molti altri elementi per vedere quali variabili influiscono più o meno fortemente a favore di questa tendenza generale. Dall’ esame di queste variabili si può cogliere come il processo d’inte­ grazione e di mortificazione delle aspirazioni personali e sociali non sia dovuto esclusivamente al pro­ lungarsi nel tempo della pressio­ ne autoritaria della società, ma an­ che ad altri fattori.

I risultati della ricerca dimo­ strano, infatti, che la pressione esercitata dalla società è tanto più forte quanto maggiori sono gli im­ pegni sociali che i giovani vengo­ no assumendosi nel tempo. Risulta così che i giovani che si sono sposati prima dei 25 anni hanno un divario molto minore tra aspirazioni e realtà di quelli che sono ancora celibi. Pare, addi­ rittura, che la tensione nei coniu­ gati arrivi quasi a essere nulla. In pratica ciò significa che le respon­ sabilità connesse con il matri­ monio vengono a far quasi scom­ parire l’aspirazione a vivere rap­ porti sociali in modo diverso; e, quindi, anche ad operare un cam­ biamento della struttura sociale esistente. Pertanto, la famiglia apparfe come un elemento negativo ri­ spetto al realizzarsi di un impe­ gno di cambiamento nei confron­ ti della società e anche nell’aspirare a questo mutamento. L'isti­ tuto familiare, dunque, appare co­ me fortemente funzionale alla struttura e alla cultura sociali esi­ stenti e come mortificante delle aspirazioni giovanili. Inoltre, considerando i dati re­ lativi a questa variabile, appare chiaramente come l'istituto fami­ liare risulti negativo rispetto a un processo di sviluppo umano e del­ la personalità; e ciò nella misura in cui tende a mortificare e ad as­ sopire le tensioni della persona­ lità; e ciò nella misura in cui ten­ de a mortificare e ad assopire le tensioni della personalità giova­ nile soprattutto nei confronti dei soggetti di sesso femminile, siano essi coniugati o no, quando, ter­ minati gli studi, siano assorbiti dal lavoro casalingo. In questo senso l’istituto familiare risulta perpetuare la condizione di su­

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bordinazione della donna rispetto ■■■■■— 91ISK^BS9HMHBMHM all’uomo e mortificare massiccia- Jk mente l'aspirazione delle ragazze • Il pericolo dell’affermarsi di un tipo di potere autorita­ a vivere una vita diversa. rio di fronte alla rassegnata accettazione cui la società costringe sempre di più i giovani. Un secondo elemento che pro­ voca questa caduta di tensione ideale è costituito dall’esperienza • La famiglia e il lavoro attuali elementi negativi per l’im­ di lavoro. Anche a questo propo­ pegno di cambiamento nei confronti della società e per sito si nota il forte divario esi­ lo sviluppo umano e della personalità. stente tra coloro che lavorano e coloro che, a pari età, continuano • La scolarità (non l’istituzione scolastica) e la condi­ gli studi. Dunque, il lavoro, come la fa­ zione economico-sociale elementi positivi per un atteg­ miglia, pare esercitare una fun­ giamento critico dei giovani nei confronti della società. zione di addormentamento delle aspirazioni giovanili, delle tensio­ • La necessità di un’azione politica di rinnovamento che ni che mostrano l’aspirazione alla tenga conto dell’esperienza dello studio e del lavoro. realizzazione di una società più umana in cui i rapporti interper­ sonali non risultino funzionali ai valori sociali e culturali dominan­ ti (produttività ecc.) e l’altro non sia considerato come un oggetto di sfruttamento. non autoritaria ma aperta e crea­ alla condizione economico-sociale. Che l’esperienza di lavoro, così tiva che si assume il fine di rea­ Infatti, i gruppi di intervistati in come si realizza oggi, assuma que­ lizzare una società più umana, cui risulta presente una forte ten­ sto carattere di oppio è dimostra­ quasi per contrapposizione risul­ sione sono quelli che vedono pre­ to dal fatto che tra i giovani in­ tano le variabili positive. senti i figli degli imprenditori e tervistati nel corso della ricerca La prima di esse appare essere quelli il cui reddito familiare su­ (7.530) il minimo di tensione esi­ la scolarità. Infatti, l’intero grup­ pera le 500.000 lire mensili. « Il ste è relativo a coloro che hanno po degli studenti intervistati mo­ fatto non ci sorprende — osserva abbandonato totalmente gli studi stra avere il grado più alto di ten­ ancora Tullio-Altan — poiché è per il lavoro. E’ però particolar­ sione rispetto a tutti gli altri gio­ cosa nota che le categorie alto­ mente interessante notare che, in­ vani, eccezion fatta per quelli che, borghesi e la scuola siano i luo­ vece, la tensione tra aspirazione e ghi sociali in cui sono più vive le contemporaneamente, lavorano a realtà aumenta tra i lavoratori forme della contestazione giova­ tempo pieno e studiano. studenti ed è massimo tra i sog­ nile ». « E’ comprensibile in tal modo getti che, pur lavorando a tempo — osserva Tullio-Altan — come pieno, sono anche studenti. nell’ambiente della scuola si ven­ Occorre però valutare bene que­ ga a localizzare un centro di agi­ sto dato. Non è per sé che la mag­ tazione politico-sociale animato Un altro elemento che risulta gior disponibilità economica ren­ influenzare negativamente la per­ da uno stato complessivo di ten­ da più aperti e più critici i sog­ sonalità giovanile è quello relati­ sione psicologica più elevata. La getti. Il fatto è che la disponibilità scuola è certamente uno dei cen­ vo alla condizione socio-culturale economica rende possibile una tri sociali più vivi, sia pure come ed economica. scolarità più prolungata (variabi­ luogo in cui il fenomeno si pre­ le che, come s'è visto, è d’impor­ Infatti, risulta che più basso è senta soprattutto nella sua dimen­ tanza rilevante), libera dal biso­ il grado d’istruzione, più basso è il reddito della famiglia d’appar­ sione psicologica di inquietudine gno immediato di entrare in atti­ tenenza, minore è la tensione esi­ e di aggressività non sempre po­ vità produttive (che, come se vi­ stente nei soggetti interessati ri­ liticamente consapevole dei pro­ sto, influenzano negativamente le pri obiettivi ». spetto a quelli della stessa età che possibilità di sviluppo della per­ Val però la pena di precisare hanno un’istruzione superiore o sonalità giovanile), aprono ai sog­ che non è la scuola, in quanto un maggior reddito familiare. getti una molteplicità di fonti d’ istituzione funzionale alla socie­ informazione e di conoscenza e, Questo, probabilmente, è da tà, che risulti essere un elemento mettere in relazione al fatto che infine, fa vivere in un ambiente i giovani con un grado d'istruzio­ positivo. L’indagine dell'ISVET familiare che presenta probabil­ ne più elevalo e quelli che hanno parla, infatti, di scolarità intesa mente un modello meno competi­ maggiori possibilità economiche come luogo d’incontro e come etivo, meno strumentalizzante del­ sperienza di rapporti tra coetanei (le due caratteristiche spesso si l’altro. Di più, per i giovani che identificano), hanno maggiori mez­ che incide direttamente sul pro­ vivono in questa condizione, « I’ zi conoscitivi a disposizione e più cesso di socializzazione dei gio­ ideologia capitalistica si fa pro­ possibilità d’informazione. Due ebabilmente sentire nonostante vani. Qui, dunque, non si dà un lementi che consentono loro di tutto con più forza, ponendo fiera­ giudizio di merito sull’istituzione. mente in contraddizione con se mantenere vive più a lungo le aAnzi, questi dati mettono in luce spirazioni originarie e rapporti in­ la grande potenzialità che potreb­ stessi soggetti di classe sociale eterpersonali gratificanti. levata. Il loro superego è forse be avere questa istituzione in un Se queste risultano essere le va­ processo di socializzazione libe­ modellato fortemente sull’esempio paterno e l’urto con esigenze di riabili negative per un processo rante anziché alienante. un diverso rapporto sociale è di formazione che tenda a svilup­ La seconda variabile che risulta pare nei giovani una personalità quindi più vivo ». essere positiva è quella connessa

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Resta il fatto che, data la com­ posizione culturale e sociale dei giovani italiani — riprodotta nell’ ampio campione esaminato nel corso della ricerca condotta dall’ ISVET — la grande maggioranza di essi risulta essere direttamente influenzata dalle variabili negati­ ve piuttosto che da quelle posi­ tive. La maggioranza dei giovani pertanto si trova a vivere il pro­ cesso di socializzazione in modo traumatico e frustrante, e ciò nel­ la misura in cui deve deporre, an­ nullare o, quanto meno, mortifi­ care le proprie aspirazioni per poter accedere a pieno titolo nel­ la società degli adulti. Una socie­ tà che risulta essere autoritaria nella misura in cui, per accoglie­ re in sé le nuove generazioni, re­ spinge le loro aspirazioni più pro­ fonde e marginalizza coloro che risultano essere « devianti » ri­ spetto ai valori, alle norme e ai comportamenti vigenti nella strut­ tura sociale e nella cultura domi­ nanti.

Il quadro che risulta da questo aspetto della ricerca dell'ISVET non è certamente confortante per chi crede e vuole una società più umana. Da questi dati, però, ap­ pare uno spiraglio: la possibilità di sviluppare la personalità gio­ vanile unendo insieme l’esperien­ za dello studio e quella del la­ voro, senza più doverle conside­ rare come istituzionalmente sepa­ rate e successive e funzionali l’una rispetto all’altra. Ma, certamente, un’azione politica tendente a fon­ dere e a rendere permanente l’as­ sociazione delle due esperienze (che è fondamentalmente il pro­ blema chiave dell’educazione per­ manente), non può logicamente non chiedere la revisione radicale del nesso attualmente esistente e dominante tra formazione e la­ voro. « E’ chiaro infatti — conclude Tullio-Altan — che un’azione po­ litica di rinnovamento che non tenga conto di entrambi questi momenti è destinato ad esaurirsi in vaghi tentativi moralistici, che si propongono di cambiare, il­ luministicamente, la società so­ lo insegnando agli uomini a pen­ sare razionalmente (ma in base a quale razionalità?), o si con­ clude nella creazione di società chiuse e totalitarie, nelle quali ogni iniziativa personale sponta­ nea viene soffocata perché guar­ data come un pericolo per lo sta­ tus quo del sistema socio-politico e delle classi dirigenti ».

PAOLO ANDREOLI

Mangiano tanta, tanta carne di vitello

IL SUCCESSO DEI GRANDI ATLETI E' STATO SVELATO: L'ALIMENTAZIONE Il fisico dei campioni, soggetti a grandi fatiche, ha delle esigenze che solo la « carne bianca » può soddisfare - Come recuperare le energie disperse con un solo pasto.

Vi siete mai chiesti perchè i grandi cam­ pioni dello sport riescono a raggiungere un « rendimento umano » così elevato? Perchè riescono a sgominare ogni volta, ogni giorno, il campo dei concorrenti? Come fanno a recuperare le energie per­ dute in una partita, in una gara? Quale è il segreto, dunque, di questi or­ ganismi che hanno del sovrumano tan­ to sono perfetti, instancabili? Un se­ greto risiede nell'alimentazione, in ciò che ingeriscono prima, durante e dopo ogni loro exploit. Dice: ma allora se è tanto facile tutti gli atleti sarebbero sullo stesso piano di rendimento, sarebbero tutti dei vin­ citori... Piano, senza equivoci. L’alimentazione è il tocco in più, è il mezzo per mante­ nere integro un « super » che dalla nasci­ ta per costituzione, capacità polmonare, muscolatura, intelligenza è già fuori dal comune, una rarità che il tempo e l’agonismo rafforza. La scelta del cibo, insomma, è il mezzo indispensabile per alimentare e pre­ servare una macchina già perfetta, che si distacca notevolmente dalla norma­ lità e che proprio per questa sua intrin­ seca e naturale caratteristica ha bisogno, giorno per giorno, di un trattamento eccezionale, da par suo. Il grande Fausto Coppi, in quasi tutte le sue interviste si soffermava a spie­ gare il ruolo che, a suo parere, aveva l’alimentazione nel rendimento agoni­ stico ed ai giovani, alle loro prime peda­ late raccomandava di saper scegliere bene e con oculatezza il vitto. Le stesse cose, più o meno, afferma oggi Eddy Merchx: sono cambiati i tempi ma non le fatiche, l’organismo umano è uguale, con le stesse esigenze, gli stessi problemi. Coppi mangiava tanta carne. « Prima di ogni corsa — era solito affermare — mi faccio due grandi fette di vitello arrosto, ed altre ne mangio, tra il pane, durante la corsa ». Il pasto serale era quasi eccezionale ed anche questo ricco di carne di vitello, formaggi, molta frut­ ta. E’ il menù di quasi tutti i ciclisti. I calciatori, invece, si tengono più leg­ geri ma anche nei loro pasti la carne di vitello figura almeno una volta al gior­ no, la differenza è solo nel modo df cu­ cinarla... Si potrebbe continuare con i campioni di tante altre specialità e si troverebbe, tra tutti un comune denominatore nel­ l'alimentazione: la carne di vitello ap­ punto. Perchè? La risposta è scientifica ed è stata data e viene giornalmente confermata da me­ dici illustri, tutti concordi nel definire la carne di vitello come il cibo più adat­ to non solo agli atleti ed agli sportivi in genere, ma a tutti, a quanti cioè am­ biscono allo « star bene », vogliono giu­ stamente preservare il proprio orga­ nismo dalla pur inevitabile usura del tempo, del lavoro, delle fatiche.

PROTEINE

Una persona adulta, in condizioni fisi­ che normali, deve assorbire giornalmente almeno un grammo di proteine per ogni chilo del proprio peso. Ebbene, la prin­ cipale apportatrice di proteine è la car­ ne e, più specificamente quella di vi­ tello ne contiene più di tutte con un quoziente di 30,5 rispetto al maiale ar­ rosto (24,6), al piccione arrosto (26,8), alla carne bovina arrosto (26,8). Il vitello inoltre contiene percentualmente pochis­ simi grassi, inoltre assomma il mag­ gior numero di aminoacidi ed è noto che la ricchezza di questi ultimi è il pregio preminente per ogni cibo pro­ teico. La carne di vitello, ancora, è ric­ ca di ferro, facilmente digeribile ed as­ similabile, contiene quasi tutte le vi­ tamine. IN GARA E FUORI

Se una persona normale, per il proprio lavoro, il proprio studio, la propria at­ tività in genere « brucia » energie ed ha quindi bisogno di reintegrarle con un processo immediato, attraverso un’ali­ mentazione completa, il problema si po­ ne in termini assai più drammatici per un atleta. Pensate ai ciclisti impegnati nel giro d’Italia o nel Tour. Compiono in media, per una ventina di giorni, 230-260 chilo­ metri al giorno, a medie altissime. Come fanno a recuperare in una sola notte, ogni mattina presentarsi al via in forma, pronti per un’altra massacrante scalata? Ecco, il segreto è quello svelato da Cop­ pi, ribadito ogni giorno: pasti sani e leg­ geri, con la caratteristica costante della carne bianca. CONSUMI IN AUMENTO

La carne di vitello trova negli atleti la sua migliore e più veritiera propaganda, per quanto non ne abbia bisogno considerendo gli indici di aumento annuali nella produzione prò capite. Fino a qualche anno fa ogni italiano ne mangiava, in media, tre chili in un an­ no, ora il consumo è più che raddoppia­ to e ciò sta a significare che le qualità ed i contenuti del vitello ormai sono sta­ ti... scoperti da tutti, anche da chi non fatica tanto nella attività agonistica e si preoccupa soltanto di stare bene, man­ tenere la propria salute attraverso ap­ punto una sana alimentazione. Ne abbiamo bisogno tutti, del vitello, anche a rischio — come sta accadendo — di mettere in crisi la produzione nazio­ nale e di creare serie difficoltà al volume delle importazioni. Ne abbiamo bisogno per star bene c ne abbiamo ancor biso­ gno durante le malattie, le convalescen­ ze, i superlavori; ne hanno bisogno i bambini ed i ragazzi in fase di svilup­ po, e i vecchi per allontanare lo spettro della fine attraverso facili « ricambi », le donne in stato di gravidanza.

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BIBBI MB®

CrttfflÉ* Hi

moderna tesa M sala rai h® di Victor Jagodin, Capo allenatore degli astisti URSS Libera traduzione di Carlo Covi con note personali, dal testo tedesco di

Peter Tschiene elaborato da Toni Nell,, pubblicato dalla rivista LEICH~ TATHLETIK.

Le aste di fibra vetrosa permettono, rispetto a quelle metalliche, una impu­ gnatura più alta e pertanto il miglio­ ramento delle prestazioni attuali, è da attribuirsi all’innalzamento delle impu­ gnature. La tabella 1 rende possibile un confronto fra l’altezza del salto, quella dell’impugnatura più alta e l’altezza ottenuta oltre l’impugnatura nei mi-

distensione per l’ascesa verso l'alto del centro di gravità del corpo. Le principali fasi del salto con l’asta sono: 1. La rincorsa; 2. La puntata dell'asta e lo stacco; 3. Il piegamento dell’asta; 4. La distensione dell'asta e l’azione sull’asta dritta; 5. La fase senza appoggio (supelamento).

TABELLA 1

Atleta

Prestazione

Altezza impugnatura

Superamento della impugnatura

m 4,80 4,78 4,73 4,70 4,65 4,64

m. 3,95 3,93 3,86 3,85 3,85 3,78

0,85 0,85 0,87 0,85 0,80 0,86

5,49 5,46 5,44 5,36 5,30 5,41

m 4,55 4,50 4,45 4,57 4,40 4,47

0,94 0,96 0,99 0,79 0,90 0,94

Con asta metallica I

I

Bragg Gutowskj Richards Preussger Kraowskis Bulatow Con asta elastica

Papanikolau Nordwig Penne! Isakow Blistzetow Seagren

in

Nota 1 (N.d.T.) • La possibilità dell’aumento dell'impugnatura e della spinta del saltatore sopra l’impugnatura, non si ritiene ancora esaurita. C’è da aspettarsi una ulteriore impennata delle prestazioni del salto con l’asta. Lo si capisce os­ servando nella tabella 1: - Bragg 4,80 - 3,95 + 0,85 - Papanikolau 5,49 • 4,55 + 0,94

differenze

69

-

60

+9

Il vantaggio dell’asta elastica su quella rigida dipende soprattutto dall’altezza dcll’impugnatura.

gliori atleti dell’asta metallica e di fibra di vetro. Il principale criterio tecnico del salto con l’asta è rappresentato dalla capa­ cità di sfruttamento della velocità della rincorsa per piegare un’asta più dura e per un efficace sfruttamento della sua

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• LA RINCORSA Gli scopi della rincorsa sono: a) ottenere al termine della rincorsa la più alta velocità possibile, ma con­ trollata;

fa) la preparazione dell’imbucata e posizione di stacco. In questi ultimi tempi, la lunghezza della rincorsa non ha mostrato cambia­ menti sostanziali. Essa è principalmen­ te condizionata alla capacità di incre­ mento del saltatore cosi come al fatto che egli possa correrla senza stancarsi. Una rincorsa troppa corta costringe l’atleta a raggiungere la sua massima velocità in poco tempo e con grande sforzo, cosicché egli non ha la possibi­ lità di concentrarsi esattamente su l’im­ bucata e lo stacco. In una rincorsa trop­ po lunga sorge spesso la difficoltà di fa­ re aumentare la velocità su questa distan­ za e di mantenerla, cosa che é legata a una forte tensione dei muscoli. Componenti della velocità della rin­ corsa sono: la lunghezza e il numero dei passi. L'aumento della lunghezza dei passi all'inizio ha la sua importanza, ma più si va avanti, più acquista valore l’aumento del ritmo per sviluppare la velocità necessaria. Nello stesso tempo la lunghezza dei passi viene mantenuta o magari aumentata. La distanza delle impugnature dipende dalla forza del saltatore. Il portamento del corpo nel reggere l’asta é stabilito da alcuni fattori: peso dell'asta, altezza dell’impugnatura, modo di portare le braccia neH'imbucata, azione del vento. I saltatori tengono l’asta in modi di­ versi, eppure la rincorsa comincia sem­ pre con movimenti standardizzati. Rit­ mici movimenti dei gomiti e delle mani nella libera impugnatura dell’asta con le dita, sono generalmente usuali. Per tutti i saltatori, con ravvicinarsi della scatola, dove si punta l’asta, é diventata regola generale il lento e scor­ revole affondare dell’asta. Il tronco del­ l'atleta deve essere tenuto dritto almeno 4 o 5 passi prima di puntare l’asta. II puntamento dell’asta comincia con il penultimo passo di rincorsa prima dello stacco (dis. 1). Quando la gamba di slancio viene a trovarsi sulla pista, l’asta deve essere orizzontale. Poi, la spalla omonima (destra) viene tirata indietro (dis. 2), l’articolazione del go mito posteriore piegata e la mano porta­ ta avanti al corpo, avanti e su (dis. 3). La mano anteriore viene spinta egual­ mente avanti e in su cosicché l’asta si trova adesso sopra il capo del saltatore (dis. 4). A questo punto, se la distanza fra le due mani è troppo ampia, la mano anla


3

2

1

A

7

8

9

a

è 14

teriore si avvicina alla posteriore (su­ periore) così che si stabilisce una di­ stanza favorevole (dis. 5). Con le odierne impugnature, i movimenti sono ve­ loci e decisi. I saltatori si sforzano per una com­ pleta e prematura distensione del brac­ cio destro, proprio come se volessero spingere la parte superiore dell’asta verso avanti alto, verso l’asticella. Nel­ lo stesso tempo la parte anteriore del­ l’asta viene posta nella cassetta, quasi nel centro o nel terzo posteriore. Il con­ temporaneo atterraggio della gamba di salto ->nel punto di stacco, il saldo ap­ poggio della punta dell’asta nella parete frontale della scatola e il sollevarsi del­ la parte superiore dell'asta sopra il il capo è un buon criterio per la tecni­ ca di imbucata (dis. 4-5). L’ultimo passo prima dello stacco é di solito più corto del precedente, quasi 15-20 cm.

0 LA PUNTATA E LO STACCO Lo scopo principale di questa parte del salto è: a) il tradurre la direzione del movimento del centro di gravità del corpo che é orizzontale in una direzione da 17’ a 20" in su, perciò su una tangente al seguente movimento di spinta dell’asta. b) l’inizio dell’influsso sull’asta attraver­ so il fissaggio del collegamento fra il saltatore e l’asta. Ciò ha solo il compito di ricevere l’e­ nergia cinetica della rincorsa e trasfe­ rirla il più completamente possibile sul sistema asta-atleta. Per una soluzione di successo devono essere osservate de­ terminate condizioni tecniche che stan­ no nella più grande possibile efficacia degli attivi movimenti della corsa:

p

A

15

1. La diminuzione dell’impiego di forze frenanti per lo stacco, perciò la gamba di salto viene posta sul terreno con la suola piatta vicino alla vertica­ le. L'angolo della gamba con la superfice della corsia comporta 115°-118°. Il tronco é mosso velocemente, il pie­ gamento della gamba di salto é stretto: 35° fino a 30°. Adesso un attivo movi­ mento di slancio della gamba libera é necessario. La gamba di slancio é perciò piegata e la direzione dello slancio é più verso avanti che verso l’alto. 2. Un efficace effetto su l’asta. Que­ sta viene premuta contro la parete fron­ tale della cassetta d’imbucata nel mo­ mento in cui il corpo del saltatore viene più vicino alla verticale sul punto di stacco (dis. fra 4 e 5). A questo punto é necessario racco­ mandare una tenuta distesa del braccio destro, e la completa disposizione del braccio sinistro un po' piegato, mentre l’asta. Il principale effetto su l’asta si ma­ nifesta durante lo stacco attivo. Il sal­ tatore piega (tira) l’asta con il destro disteso e preme contro di essa con il braccio sinistro un pò piegato, mentre egli nel contempo, si sforza verso avanti col petto e col bacino (dis. 5). E’ appena possibile al presente par­ lare delle diverse tecniche varianti dello stacco. Il perfezionamento di questa parte del salto conduce veramente a una standardizzazione delle diverse varianti. Oggi, tutti i saltatori qualificati, alla fine dello stacco, premono verticalmen­ te contro l’asta con il braccio sinistro piegato, ma in tensione (90° al gomito). Contemporaneamente a ciò il braccio destro disteso esercita su l’asta una trazione verso sotto. Con ciò l'asta comincia a piegarsi

16

17

(dis. 5-6). Il posto di stacco si trova quasi da 15 a 25 cm davanti alla ver­ ticale che si ottiena dalla impugnatura più alta al terreno. Questo stacco é possibile con le aste elastiche.

• IL PIEGAMENTO DELL’ASTA Scopo del piegamento é « immagazzi­ nare » nell'asta l’energia potenziale e il lasciare basso il centro di gravità del corpo nel sistema asta-saltatore per un veloce movimento verso avanti agli altri stadi del salto. Nella effettuazione di questo movi­ mento, vengono richiamate forze che piegano l’asta, cosicché il saltatore può assumere una posizione che lo aiuti nell’ascesa. In sospensione non deve affrettarsi a fare movimenti di spin­ ta con le gambe. Dapprima deve por­ tare verso avanti bacino e petto. Per­ ciò egli deve allentare le spalle! e il braccio sinistro, ma lasciare ira indietro la gamba sinistra. Più avanti, l’atleta non può cominciare con l’attivo movimento di spinta con le gambe prima che egli non abbia por­ tato il suo petto sulla linea che forma una corda dall’altezza dell’impugnatura fino al punto di sostegno dell’asta nel­ la scatola (dis. 8). La spinta é cominciata con un movi­ mento di tutto il corpo, dapprima come un cosiddetto lungo pendolo. La solle­ citazione di slancio con le gambe é ac­ compagnata da un piccolo frenaggio alle spalle e da uno spostamento del­ l’asse rotatorio del movimento di slan­ cio dall’impugnatura della mano destra alle spalle. Ciò viene raggiunto a mezzo di di un accorciamento del raggio di slan­ cio.

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Il piegamento dell’asta di fibra vetro­ sa avviene sotto l’efficacia di forze che sono dirette lungo l’asse della corda dell’asta. Tali forze sono quella cen­ trifuga del corpo oscillante e la forza d’inerzia, che sorgono per la sollecita­ zione dello slancio del centro di gravità del corpo e, in senso contrario, agisco­ no nella direzione di acceleramento. Nello slancio le gambe sono spinte avanti al tronco. Esse sono piegate nelle articolazioni dell’anca e del ginocchio. Perciò diminuisce il momento di iner­ zia della rotazione, la velocità angolare (velocità di rotazione) aumenta. Il centro di gravità del corpo ottiene una sollecitazione, le forze di inerzia aumentano e di conseguenza, aumenta il piegamelo dell’asta. L’aumento della velocità angolare del centro di gravità del corpo, dura circa fino al momento nel quale la schiena del saltatore giace orizzontale. L’angolo della corda (nota 2) è ora da 56° a 58° (dis. 11).

Nota 2 - Per corda qui si intende la retta che unisce la punta dell’asta al­ l’impugnatura più alta.

I

Una ulteriore sollecitazione diventa negativa, la pressione su l’asta cessa co­ sì che essa comincia ad accelerare la sua distensione.

una posizione fissata dietro l’asta. At­ traverso la sua distensione l’asta tira con sè il corpo. Per la continuazione e appoggio del suo slancio verticale, il saltatore comincia a distendersi scorre­ volmente in alto. La distensione del corpo comincia nelle ginocchia e viene continuata nel­ l’articolazione dell’anca. Con ciò il sal­ tatore si distende verso l’alto e di schie­ na (dis. 13) e resta vicino all’asta. Il capo non viene flesso verso la nuca; al contrario, il mento deve flettersi verso il petto (dis. 13). La distensione continua in su verso l’alto e la rotazione si effettua intorno all’asse lungo del corpo. Questo va qua­ si contemporaneamente davanti a sè, ma ciò deve incominciare il più tardi possibile: la rotazione comincia un pò dopo, quando il bacino del saltatore é distesa (dis. 13). In questa rotazione è ancora impor­ tante che le cosce (particolarmente la destra) devono esser portate il più pos­ sibile serrate all’asta e, in certo qual modo, fare una rotazione intorno alla cima dell’asta. Quando la spalla destra supera l’al­ tezza della mano destra, il braccio si­ nistro si respinge dall’asta (dis. 16). La respinta deve avvenire velocemente però non deve essere improvvisa, ma esser fatta con un movimento lungo. Le gambe, nella trazione e spinta devo­ no essere tenute distese e unite. Solo alla conclusione della respinta della mano destra (superiore) i piedi sono portati al di là dell’asticella cosic­ ché il corpo assume una figura piegata (nota 3). Il capo é piegato in giù e lo sguardo diretto in basso. Nota 3 - Mi sembra che il dimostratore anticipi questa azione. Nel salto in alto, allo stacco, fin che c’é un contatto col terreno, non ci deve essere alcun ac­ cenno al passaggio, se si vuole andar in alto. Le azioni di passaggio devono cominciare dopo Io stacco. Nell’asta, secondo Jagodin, dovrebbe essere la stes­ sa cosa, finché ci sono appoggi ci pos­ sono esser spinte e il corpo, se vuole andar in alto, deve esser verticale su di esse.

• LA FASE SENZA APPOGGIO

traverso le successive posizioni delle va­ rie parti del corpo. Le braccia si girano con i gomiti verso fuori e non devono essere lanciate rapidamente in alto. Il capo é flesso verso la nuca e, all'ul­ timo momento, si gira verso sinistra.

• OSSERVAZIONI CONCLUSIVE La prestazione nel salto con l’asta di­ pende da quando alto può impugnare l’atleta e quanto più alto delle impu­ gnature può spingere il bacino. Queste caratteristiche possono servire come criterio del salto. Naturalmente l’im­ pugnatura é più alta anche se l’atleta lo é, ma non conta semplicemente l’al­ tezza del corpo, ma dell’atleta con le braccia distese in alto. Per il confronto fra le tecniche dei singoli atleti é stata sviluppata una for­ mula dove l'indice Tecnico (T) dipende dall’impugnatura sull’asta (P) divisa per l’altezza del saltatore a braccia distese in alto (H) più l’altezza che il corpo su­ pera oltre l'impugnatura più alta (S): P T = + S H P In questa formula stabilisce H il livello tecnico della prima parte del salto, mentre S stabilisce il livello tecnico della seconda parte del salto: distensione del corpo e spinta in su. Un indice di 2 é una condizione ideale per la prima parte del salto perché l’im­ pugnatura é il doppio più grande del­ l’altezza del saltatore con braccia diste­ se in alto. Per la seconda parte del sal­ to il valore indice S = I m = 100 cm é pure una condizione ideale. Ammesso che il saltatore a braccia in alto raggiunga m 2,30 (P), che la mano più alta impugni a m 4,60 (H) e che egli superi l’impugnatura superiore di m I (S) il suo indice tecnico é 4,60 + 1 = 3 T = 2,30 Questa equazione dà alcuni vantaggi alla capacità di spingersi in alto e ciò é anche giusto. In questo modo ecco nella tabella 2 il confronto fra saltato­ ri russi e stranieri.

Posizione fondamentale per il supera­ mento del’asticella é la rotazione del corpo intorno all’asticella stessa, at-

Traduzione e adattamento di CARLO COVI

• LA DISTENSIONE DELL’ASTA Scopo del saltatore é ora l’energico sfruttamento della distensione dell’a­ sta per lo slancio del centro di gravità del corpo verso l’alto. Per questo é ne­ cessario:

A) Avvicinare al massimo il centro di gravità del corpo alla corda dell’a­ sta B) caricare il corpo in modo che abbia la possibilità di poter essere por­ tato in alto verticalmente. Per la soluzione di questi problemi, il saltatore si rotola attorno all’asta che sta prontamente distendendosi e perciò egli avvicina le gambe e le coscie serrate il più possibile all’asta e si sforza in que­ sto di portare i piedi in su persino an­ che sopra l’asta (dis. 12). Il braccio destro rimane disteso, il sinistro si piega ancor di più così che il centro di gravità del corpo rimane in

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TABELLA 2 (H) Altezza

(P) Presta­ Impu a ­ zione gnatura braccia

Atleta

P : H=

tese WOLKOW GUSSEW ISSAKOW BLISNETZOW ISAKSSON PAPANOKOLAU PENNEL NORDWIG SEAGREN

Urss Urss Urss Urss Svc G. Usa DDR Usa

5,16 5,20 5,36 5,30 5,43 5,49 5,44 5,46 5,41

4,40 4,52 4,57 4,40 4,60 4,55 4,45 4,50 4,47

225 230 236 240 228 236 231 237 236

1,96 1,96 1,93 1,87 2,01 1,93 1,96 1,94 1,90

(S) Indice Su­ per. Tecnico Imp.

76 68 79 90 83 94 99 96 94

2,72 2,64 2,72 2,77 2,84 2,87 2,95 2,90 2,84

N.d.T.: Le misure delle tabelle, per ovvil motivi, non possono essere aggiornate agli ultimi risultati.


Si rinnova ogni anno la «Corea d'oro» di ciclismo Il prossimo 14 ottobre a Borgo Valsugana, nel Trentino, tor­ nerà di scena per la sua ottava edizione la « Coppa d’oro » di ciclismo allievi, organizzata come sempre dal CSI di Trento dal Veloce Club Borgo Valsugana. La formula di svolgimento del­ la "Coppa”, per la sua origi­ nalità e per il suo particolare valore morale (ai corridori vincenti va il simbolico pre­ mio di una lira, mentre ai lo­ ro Direttori Sportivi vanno i premi veri e propri, di ben maggiore consistenza, come ad esempio una Fiat 500), ha or­ mai acquisito alla manifesta­ zione una notorietà e un suc­ cesso sempre crescenti. Non per nulla, nell'edizione del '72 la « Coppa d’oro » ha fatto registrare il record assoluto di partecipazione per gare ci­ clistiche su strada: 357 iscrit­ ti. Sulla scia di una tradizione vincitore Edizione 1972: più recente, la corsa sarà pre­ Massimo Zanni delI’U.S. Trezzano e il suo Direttore spor­ ceduta dal ”2“ Convegno per i tivo Giovanni Senna. Direttori Sportivi di ciclismo". Tema generale dell’incontro di Borgo Valsugana sarà: "Cos'è oggi il ciclismo, cosa sarà?”. tà di Trento parlerà delle pos­ dei giovani al ciclismo sotto In questo quadro sono previ­ sibili nuove dimensioni del fe­ l’aspetto tecnico e umano". sti interventi di esperti di va­ nomeno ciclistico e sportivo, Per meglio pubblicizzare sia ri settori, i quali hanno dichia­ trattando del "Ciclismo e lo una manifestazione che l’altra, rato la loro entusiastica par­ sport come tatto sociale". e quindi per ampliarne i livel­ Il compito di approfondire li di partecipazione, gli orga­ tecipazione ai lavori. Il convegno si aprirà con una "Gli aspetti fisico-medici del nizzatori della "Coppa” e del analisi di un giornalista spe­ ciclismo giovanile” è stato in­ Convegno hanno inviato una cializzato (lo scorso anno toc­ vece al fidato a un medico di lettera ai presidenti delle so­ cò a Gianni Mura, allora in­ lama, il dott. Lubich, di Bolo­ cietà ciclistiche e ai diretttori viato speciale de "La Gazzetta gna. sportivi di tutta Italia, infor­ dello Sport") su "Il ciclismo Infine, Fiorenzo Magni, in vir­ mandoli sui dettagli tecnico­ oggi: analisi della situazione". tù della sua indiscussa prepa­ logistici. Ricordiamo, comun­ Seguirà un intervento del noto razione e della sua diretta que, che le iscrizioni per la psicologo, prof. Caselli, di Bo­ esperienza nel settore, tratterà gara, aperta a tutti i corridori logna su "L’Uomo e la Bici­ un argomento decisamente de­ allievi, si chiuderanno ITI ot­ cletta". mentre il prof. Prodi, licato e non ancora composto tobre.

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Corso nazionale CSI per istruttori arbitri calcio Presso il Centro tecnico federale della FIGG a Coverciano, si terrà dal 4 al 7 ottobre un Corso nazionale istruttori Arbitri di calcio del CSI. L’iniziativa si col­ loca volutamente in un momento particolare, mentre

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cioè l’intera associazione del CSI è coinvolta in una sostan­ ziale presa di coscienza delle proprie scelte congressuali a vantaggio di uno sport a mi­ sura d’uomo, praticato e ge­ stito corresponsabilmente da tutti. Da questa complessa ma sti­ molante dinamica del momen­ to non possono rimanere — e non rimangono certamente — estranei coloro che svolgono il ruolo di arbitri in una disci­ plina che rappresenta il pun­ to d’incontro del maggior nu­ mero di giovani atleti prati­ canti del)'Associazione. Già da tempo il CSI individua­ to nell’arbitro una componen­ te significativa nell’azione edu­ cativa comunitaria e questa li­ nea è ulteriormente ribadita nel programma dei lavori del corso, dove le principali rela­ zioni ripropongono costantemente questa dimensione edu­ cativa e dove anche gli aggior­ namenti di tecnica arbitrale, le prove dimostrative, le di­ scussioni di casistica e di me­ dicina applicata sono friziona­ li alla ricerca di un migliore servizio da rendere ai giova­ ni, alle loro personalità in cre­ scita. Il corso si prefigge anche lo scopo di mettere a disposi­ zione dei Consigli regionali CSI la sensibilità e la prepara­ zione dei partecipanti per estendere ulteriormente l’atti­ vità di formazione delle nuove leve arbitrali: occorrono, in­ latti, sempre più istruttori per

i numerosi corsi locali e pro­ vinciali in continuo aumento. Ma la vera esigenza dell'Associazione non è tanto nel nu­ mero degli istruttori quanto, in particolare, nel livello della loro cultura sportiva, nella di­ mensione educativa del loro impegno, nella capacità di gio­ care un ruolo di effettiva col­ laborazione all'interno della vi­ ta associata del CSI.

LUGO DI RAVENNA — 1 ragazzi del Centro Olimpia di Lugo che, nel quadro deli’insegnamento polisportivo, hanno seguito un corso di nuoto realizzato con notevoli sacrifici, ed hanno addirittura formato una sezione che partecipa anche all'attività dei Giochi della Gioventù dei giovanis­ simi del C.S.I.

Una impegnativa riunione della Presidenza nazionale Nei primissimi giorni di ottobre (1 o 2 del mese) la presidenza nazionale terrà a Roma un’importante riu­ nione. Con essa si tratta di dare avvio all'impegnati­ vo programma associativo dell’anno sociale 1973-74 approvato dal Consiglio na­ zionale nella riunione dei primi di giugno. In alcune parti, come nell’attività sportiva, il programma è già staio avviato e la presi­ denza nazionale si è già riu­ nita durante l’estate a tale scopo e per un primo esame globale degli impegni affi­ datile dal consiglio naziona­ le. Nella riunione dei primi di ottobre, la presidenza si sof­ fermerà in sostanza sui se­ guenti argomenti: — Esame della situazione

sportiva dopo le recenti pro­ poste formulate dal CONI in materia di centri di forma­ zione e di giochi della gioventù. — Prima verifica del dibatti­ to associativo in vista del congresso nazionale del pros­ simo anno. Il dibattito è sta­ to lanciato durante l’estate con il numero speciale di Stadium dedicalo all’intero programma associativo. — Preparazione dell’incon­ tro nazionale delle presiden­ ze regionali previsto pei i

FERRARA — Nel breve volgere di qualche mese, per impulso della commissione tecni­ ca provinciale pattinaggio, sono sorti nella provincia i seguenti Centri di pattinaggio: CSI Ferrara, con le specialità di corsa ed artistico; CSI Viconovo, con pattinaggio corsa; G. S. Cornacervina, con pattinaggio corsa; G. S. Fulgor Codigoro, con pattinaggio arti­ stico. Nella foto: un gruppo di partecipanti ai II Trofeo CSI di pattinaggio, organizzato a Migliarino a chiusura della stagione, cui ha preso parte la quasi totalità dei 150 iscrit. ti ai nuovi Centri.

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giorni 1-3 novembre. L'incontro, mentre prosegue la discussione e la verifica dei problemi della funzionalità regionale, consentirà anche un’ulteriore verifica del di­ battito associativo alla vigi­ lia dei congressi provinciali che si svolgeranno nei mesi di dicembre, gennaio e feb­ braio. —Preparazione dell’incontro nazionale sulla presenza e la partecipazione femminile che si svolgerà nella prossima primavera. — Elaborazione di un pro­ getto per la realizzazione du­ rante il 1974 di un corso na­ zionale per animatori (la di­ zione è provvisoria poiché se l’iniziativa si realizzerà — il Consiglio nazionale si è ri­ servato di riprenderla in esame —, si tratterà di una vera e propria scuola bienna­ le o triennale per animatori culturali sportivi). — Elaborazione di un proget­ to e preparazione del relati­ vo strumento per la raccolta, in vista del Congresso na­ zionale, delle esperienze di libera sperimentazione spor­ tiva, cioè delle iniziative spor­ tive che escono dagli schemi dello sport tradizionale per orientarsi, nelle finalità, nei contenuti e nei metodi, verso lo sport socialmente inteso. — Elaborazione di un progetlo e preparazione del relativo strumento per la raccolta sistematica e globale dei da­ ti di contenuto, di metodi di­ dattici e organizzativi sui no­ stri centri di formazione sportiva; anche questa in vi­ sta del congresso nazionale. La presidenza nazionale si occuperà anche della conclu­ sione della stagione sportiva 72-73 e dell’avvio di quella nuova, secondo le molteplici e sostanziali modifiche ap­ portate dal consiglio nazio­ nale e dai consigli regionali.


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Nota sui corsi estivi di formazione L’estate CSI si caratterizza ogni anno di più per il cre­ scente impegno dedicato alla formazione dei responsabili. E' un susseguirsi di iniziative a ritmo frenetico in tutta Ita­ lia. L’estate volge al.termine e ancora decine di corsi sono in corso di svolgimento. E' troppo presto per fare un bilancio: lo faremo tra qualche numero, a conclusione di questa tornata di corsi estivi alla quale succederà quella invernale con corsi prevalentemente a carattere periodico, dedicata soprattutto alla formazione di tecnici (allenatori, arbitri e giudici di gara). Basandoci sulle esperienze dei componenti la Presidenza nazionale e di altri responsabili che hanno partecipato, pos­ siamo fin d’ora fare qualche considerazione. Il primo dato è costituito dal numero dei corsi estivi che sono stati realizzati. Un numero superiore all’anno scorso che aveva già fatto segnare un significativo boom in questo ba­ silare ambito del nostro impegno. L'aumento del numero già indica come questa attività sia sempre più compresa nella sua importanza e quali sfor­ zi compiano per adeguarla il più possibile alle enormi esi­ genze espresse dalla nostra Associazione in sviluppo e da tutto lo sport italiano. Ma, indipendentemente dal numero, si può cogliere ovunque uno sforzo e un’attenzione crescenti per il miglior svolgimento delle iniziative di formazione. Dire quanto agli sforzi siano corrisposti i risultati è an­ cora prematuro. Si può notare tuttavia fin d'ora alcuni se­ gni di incertezza, qua e là tipici di un anno di transizione. Si trattava, nella sostanza, di una maggiore chiarezza

di impostazione di ciascuna iniziativa a seconda che volesse essere diretta alla preparazione dei responsabili (tutti) delle società sportive al loro comune compito di animazione e di educazione o invece alla preparazione dei tecnici. I corsi estivi dovevano appunto essere dedicati prioritariamente ad alcuni giorni di verifica insieme ai responsabili (dirigenti e tecnici) delle società sportive, lasciando al periodo inver­ nale lo svolgimento, a carattere periodico, dei corsi di spe­ cializzazione per i tecnici. Senonché, quando le nuove proposte sono state fatte, molti Consigli avevano già da tempo programmato le inizia­ tive estive di formazione e ne avevano già iniziato la prepa­ razione. Molti non sono stati in grado di modificarle, altri hanno cercato di innestare i nuovi indirizzi sulle vecchie im­ postazioni. E' evidente che la linearità dei corsi estivi ne è venuta qua e là a soffrire: qualche incertezza, qualche equi­ voco, qualche difficoltà... Era inevitabile e comprensibile. Ma nel complesso le iniziative formative estive hanno comunque fatto registrare un notevole passo avanti, se non altro perché hanno offerto l’occasione di verificare insieme ai giovani partecipanti la bontà e la funzionalità delle formule in atto, di rimediare alle carenze e di programmare per il prossimo anno delle attività più precise ed efficaci. Ecco, l'impegno che ci deve animare tutti nei prossimi mesi è proprio questo: preparare per tempo un program­ ma nuovo e più adeguato di attività formative, sia per l’in­ verno sia per la prossima estate.

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Un Diano per te sport di Quartiere

culturale per la crescita della persona); b) .momento qualifican­ te dell’impegno dell’Ente lo­ nel campo dello sport PERUGIA — Lo svolgimento del congresso provincia­ tura sostitutive dell'esperien- cale come servizio sociale è la le è stato occasione per il CSI perugino per l’attua­ za e dell’iniziativa locale; promozione dei centri di for­ « si fa portavoce presso zione di un’importante iniziativa di politica sportiva l'Amministrazione comunale mazione fisico-sportiva per i ragazzi in età scolare, in un a livello locale, tesa a presentare ad Enti locali, asso­ delle seguenti proposte: ciazioni sportive e di tempo a) è necessario che 1’ corretto rapporto con la libero e a tutti gli sportivi la Amministrazione locale im­ Scuola, con l’associazionismo giusta linea d'azione da adot­ no loro modo di poter crea­ pronti la sua impostazione di base ed in particolare con tare per conseguire lo svilup­ re attorno a tali impianti un programmatica e le equivalen­ gli Enti di Propoganda spor­ po dello sport per tutti a Pe­ importante luogo di educa­ ti disposizioni di bilancio in tiva realmente operanti nell’ rugia. In un documento, ap­ zione e di crescita umana ol­ conformità al ruolo e alla ambito del Comune di Peru­ provato al termine dei lavo­ tre che di formazione, struttu­ funzione che a livello di En­ gia; analoghe iniziative devo­ ri, è detto infatti che il Con­ re quindi vitalmente inserite te locale deve assumere lo no essere prese per i giovani gresso provinciale: e non isolate nel proprio am­ sport (un vero e proprio ser­ e gli adulti; « riscontrata la grave man­ biente; vizio sociale per lo sviluppo c) per la programmaziocanza di impianti sportivi di « riaffermata la propria dell'attività promozionale di -ne e* lo sviluppo di quest’atbase nella città che permet­ ostilità per soluzioni di inter­ base e come tutela della sa­ tività e di altre collegate si tano una sana crescita dei vento che finiscano per es­ lute del cittadino; sport che ravvisa indispensabile la ’ i cogiovani e che per di più dia- sere accentratrici o addirit- così inteso è anche momento stituzione di un comi comitato cittadino per lo sport... « richiede come effettivo segno di un reale impegno da parte del Comune: 1) blocco dei 91 milio­ ni stanziati (ma ancora sen­ za copertura) per l’acquisto di un'area per l’erigendo stadio di Perugia e ricerca della co­ pertura della somma, più di un’altra da stanziare, a favo­ re di impianti sportivi poliva­ lenti di base; 2) individuazione di un’ area per ogni consiglio di quartiere su cui poter fare sorgere un impianto sportivo polivalente... 3) analisi e ricerca del­ le prospettive e dei modi di CARPI —- Una delegazione di giovani del CSI di Carpi ha partecipato al « C... Campo Inter- agire per la costituzione di nazionale di Sport », organizzato a Uden (Olanda) dalla Delegazione Cattolica Olandese un Centro Medico Sportivo dello Sport. Nella foto: i ragazzi di Carpi posano vicino al pullman che li condurrà in Comunale... ». Olanda.

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Una marcia <IN> GIULIANOVA LIDO — Agosto 1973. Grand Hotel...: meravigliosa Hall, piena di specchi e di fantasmago­ rici lampadari di cristallo; un attento e vigile portie­ re si fa sulla porta appena ti scorge arrivare, ti invita con un sorriso di circostanza ad entrare; primi incerti passi su soffici guide che ti istradano verso saloni lumi­ nosi e pieni di arazzi Entri, ti guardi intorno e rimani colpito dalle eccentri­ che tolette delle signore pre­ senti; ti giri ancora e vedi distinti signori costretti in ben stirati vestiti scuri. Ti guardi intorno di nuovo, chiudi gli occhi e li riapri di continuo per capire se dormi o sei sveglio, e visto che sei desto, ti fai sulla porta per uscire. Sei lì che stai per richiudere la porta alle tue spalle, quan­ do una cristallina voce diffu­ sa da un altoparlante ti col­ pisce: « Signore c signori, buo­ nasera. Ben venuti alla serata di premiazione della II Mar­ cia Longa Giuliese... ». Sì, cari amici, è proprio co­ sì: incredibile ma vero. Fatti che possono succedere solo d'estate sulle nostre belle spiagge. Fatti che confermano ciò che pensavo già da tempo: è mai possibile che non ci sia gente che si butti sulle marce competitive per farne un fat­ to mondano, per portarlo co­ me novità entro una certa cerchia di persone « IN », co­ me si usa dire? No, non ci siamo proprio; questa è mistificazione delle marce competitive e della pra­ tica sportiva che non può es­ sere un fattore d’élité né tan­ tomeno di mondanità; ma se­ rio impegno per una sana cre­ scita fisica e morale della persona umana. So perfettamente che fra di noi queste cose sono sapu­ te e risapute, ma quello che con questi miei brevi appun­ ti di viaggio voglio dire è che la nostra opera non deve re­ stare chiusa nel nostro am­

bito, nella organizzazione del­ le nostre gare e manifestazio­ ni, ma ci dobbiamo impegna­ re a diffondere le nostre idee fuori dalla nostra associazio­ ne. Se siamo presenti in certe manifestazioni di cui non sia­ mo i promotori, bisogna far­ ci sentire se vediamo che si vuol fare passare sotto il no­ me di sport qualcosa che con

lo sport non ha nulla a che fare. Personalmente nel caso descritto ho cercato di chia­ rire le idee agli organizzatori di quella manifestazione e da queste pagine invito gli amici del Consiglio di Tera­ mo ad interessarsi per il prossimo anno dell’organizza­ zione di una manifestazione che potrebbe avere un suc­ cesso eccezionale e che po­ trebbe essere molto utile per diffondere certe idee. Non ci possiamo rinchiude­ re in noi a rimuginare su ciò che pensiamo, dobbiamo al­ largare sempre più la sfera dei nostri interessi, sempre coerenti con ciò che abbiamo scritto nel nostro Statuto e che continuamente scriviamo sulla nostra stampa. Stefano Concetti

Una coraggiosa disanima sulla snort sarta BOSA — A cura dell Amministrazione Provinciale di Nuoro è stato pubblicato recentemente un polemico e coraggioso documento di denuncia dell’attuale si­ tuazione dello sport sardo, con particolare riferimen­ to alla provincia di Nuoro. Dopo aver constatato che la situazione di assoluta ca­ renza d'impianti in provincia è drammatica e si differen­ zia in modo abissale confron­ tata con altre province del continente, il documento so­ stiene che la pratica sporti­ va è oggi estremamente tra­ scurata soprattutto a causa dei vecchi metodi seguiti nel­ le scuole dagli insegnanti di educazione fisica che in ge­ nere obbediscono a criteri ed indirizzi tradizionali, ed esigono dai giovani un’attività del tutto passiva e remissiva, non libera e sostanzialmente educante. Anche l’indifferenza riserva­ ta al problema sportivo dal­ la classe politica regionale e

nazionale è una delle compo­ nenti dell’attuale drammati­ ca situazione: la legge Comu­ nale e provinciale classifica lo sport come un fenomeno umano e sociale di seconda­ ria importanza e coglie di es­ so solamente i fini agonisti­ ci e ricreativi, non quelli edu­ cativi e formativi. Perciò le spese effettuate dalle Amministrazioni Provin­ ciali e Comunali a favore del­ lo sport sono considerate fa­ coltative: i comuni poveri non hanno diritto a programmare nel settore dello sport e, in questo modo il problema ri­ stagna e si acuisce e « la gio­ ventù è costretta a trovare nel-

VELLETRI — 1 ragazzi dei due corsi A e B del Centro Addestramento Volley di Velietri, insieme agii istruttori Pietro Cipollai-! (a sinistra), Mauro Petella (a destra) e al di rettore del Centro Dario Serapiglia (al centro).

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ia bettola, nella strada o nel­ la solitudine della campagna, altre forme di cimento, oppu­ re e peggio, a gustare della prodezza di arcaiche e mai sopite balenlic ». Non fa dunque meraviglia, per la nostra Provincia, non solo la mediocrità dei risul­ tati sul piano tecnico, ma la difficoltà di massa, capace d’incidere positivamente, ol­ tre che sulla formazione fi­ sica anche su quella morale della gioventù. Lo Stato « attraverso l’isti­ tuzione dei Giochi della Gio­ ventù pare abbia voluto dare l’avvio alla soluzione del pro­ blema sportivo nell’intero Paese; pensiamo però con un' incidenza marginale e super­ ficiale sul settore, poiché l’ini­ ziativa, a scrutarla a fondo, appare più un fatto trionfa­ listico e demagogico (sic!) che un impegno serio, program­ mato e controllato secondo un criterio scientifico ». Si sa che in nessuna attivi­ tà si può improvvisare: ciò vale anche per lo sport. Anche per esso sono indispensabili professionisti appassionati e preparati, capaci di dare al­ lo sport serietà e competen­ za. Sono soprattutto necessa­ ri gli impianti, oggi scarsissi­ mi ed indecorosi. Secondo i dati forniti dall’ Amministrazione provinciale, su 102 comuni dislocati nell’ ambito del territorio provin­ ciale, sono disponibili appena 38 campi sportivi regolamen­ tari per il calcio forniti di re­ cinzione, spogliatoi e servizi. Ciò significa che in media so­ lo il 38% delle comunità di­ spongono di una delle più elementari strutture tecniche. All’aperto esiste un solo campo con attrezzature gin­ niche soddisfacenti, provvisto di piste, fosse per i salti e degli altri strumenti indi­ spensabili all’uopo. Altrettan­ to per le palestre: escluse al­ cune in fase di costruzione, o di recente edificazione che rientrano tra le infrastruttu­ re scolastiche e non supera­ no comunque la mezza doz­ zina, in tutta la Provincia, è disponibile un’unica palestra a Nuoro. E’ inutile osservare che la pallacanestro, il nuoto, il ten­ nis, la pallavolo, il ciclismo, la pallanuoto non hanno in pratica impianti che permet­ tano la loro pratica con un minimo di serietà. Il documento conclude sol­ lecitando da parte delle Au­ torità, sportivi e pubblico del­ le compatte prese di posizioni perché finalmente si realizzi quella volontà politica che, solo se opererà sulla base di una seria programmazione ed alla luce di metodi educativi validi, potrà superare final­ mente tutte le contraddizioni e le carenze lamentate.


(segue da pag. 2)

due documenti a sostegno del dibattito associativo (vedi Stadium n. 10/11): il primo con­ tiene i motivi generali e di fondo della nostra associazio­ ne e i problemi che la situa­ zione della società e dello sport attuali ci offrono alla riflessione per farvi fronte adeguatamente; il secondo è incentrato su quello che do­ vrebbe essere appunto l’og­ getto principe e il punto di partenza di questo dibattito, l’attività sportiva che faccia­ mo o che dovremmo fare. Ap­ punto l’argomento che tu ci proponi. Mentre diciamo a te e a tut­ ti gli amici lettori che sare­ mo sempre lieti di continuare a ospitare riflessioni, pareri e opinioni sul tema, ricordiamo anche che è impegno di ogni società sportiva e di ogni Con­ siglio avviare nella propria se­ de questa riflessione comuni­ taria di modo che nei congres­ si provinciali del prossimo in­ verno si possano trarre delle prime risultanze e infine si possano fare delle scelte pre­ cise al congresso nazionale. Ma la discussione va fatta an­ zitutto a livello di società sportiva, dai diretti interessa­ ti cioè e insieme a tutti, soci atleti, responsabili, genitori ecc. E' questo, crediamo, 1’ unico modo serio per venire a capo (o almeno per comincia re a venire a capo) di un pro­ blema fondamentale — l’indi­ rizzo della nostra attività spor­ tiva —: in caso contrario ri­ schiamo di fare della teoria senza mai passare alla prassi, rischiamo cioè di cadere nella demagogia.

Duilio Dimetti

E’ uscita l’agenda CSI '74, già in via di spedizione a tutti i Consigli provinciali. E', quest’anno, una vera agenda, con calendario e spazio giornaliero per gli appunti di lutto l’anno. Inoltre, ciascuna copia è accompagnata da un volantino-manifesto che illustra le finalità del CSI e le sue attività. Le società sportive potranno richiederla ai rispettivi Consigli provinciali o circoscrizionali all’atto della loro affiliazione.


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Stadium n. 13/1973 by Stadium - Issuu