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Stadium n. 12/1989

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^CEMBRE 1989 •

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DAL 1906 AL


©OTE GLI AUGURI

QUASI UN SOMMARIO

Certo, questo numero di Stadium, giungerà tra le mani dei suoi lettori proprio in mezzo al­ le «feste» di Natale e di Capo­ danno. Auguri! dunque, ai no­ stri lettori e a tutti quelli che ope­ rano con loro e con noi. Ma se c’è un anno in cui bisogna .sape­ re andare oltre gli «auguri», è proprio questo Natale 1989, Ca­ podanno 1990.

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TUTTE IN PISTA

11 25 Il film: PALLACANESTRO di Giampiero Spirito

LWìW©

di Maria Rosa Zanella di Paolo Liberati

4 DONNE NELLO SPORT

13 STADIUM/5OCIETA' di Angelo Bertani

di Vito Cozzoli

óL'opinione di...

14 FOTOMEMORIA 15 Il tema del mese:

8UN PAESE

DONNA, SPORT, EUROPA

10 TEMPO RITROVATO di G. Battista Gandolfo

STADIUM

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di Andrea De Pascalis di Anna De Laura

INSIEME di Francesco Cardarelli

©ECLILE VOTOMI!! di Antonio Spataro

TINA ANSELMI

La lettera dei Vescovi italiani sulla questione meridionale.

2ó..

Medicina:

19 FOTOMEMORIA 21 IL CONSIGLIO

29 I libri a cura di Andrea De Pascalis

NAZIONALE di LO.

MENSILE PER IL CENTRO SPORTIVO ITALIANO Direttore Responsabile: ALDO NOTARIO - Direzione, Redazione e Amministrazio­ ne: Via della Conciliazione, 1 - Tel. 6867941 - 00193 ROMA - Pubbl.cazione iscritta al n. 4987 del Reg Stampa del Tri­ bunale di Roma del 4-1-1956 • Pubblica­ zione fuori commercio - Stampa. Edigraf Editoriale Grafica - Roma • Via Emilio Morosoni, 17 - Tel. 5890154 - Spedizione in abbonamento postale gr. lli/70%

TUTTOCSI/ CRONACHE/ ESPERIENZE

Sport/società UN POPOLO DI TIFOSI di Domenico Volpi

Oltre gli auguri di Natale... per evitare il sentimentalismo consu­ mista di una festa ormai, spes­ so, dissacrata. Auguriamoci, dunque, reciprocamente di ave­ re il coraggio di continuare a pro­ fessare un impegno autentico ra­ dicato nel messaggio cristiano, coerente con le premesse elemen­ tari di una «Incarnazione» vis­ suta nel quotidiano: impegno di accoglienza c di vicinanza con ogni uomo, con ogni donna, che ci passa accanto, qualunque sia il suo volto o il suo colore. Oltre gli auguri di Capodanno... Quando cominciò il 1989, sem­ brava che esso dovesse essere se­ gnato dalle celebrazioni festose del bicentenario della rivoluzio­ ne francese. Ma la storia non dà molto peso alle celebrazioni. L’89 è stato invece l'anno di una diversa rivoluzione: in poche set­ timane, un secolo di lotte e di ideologie, è stato travolto dal bi­ sogno di libertà politica, al di là di ogni calcolo machiavellico: il crollo del muro di Berlino, è il simbolo di un rivolgimento di popoli, che tutti ormai ci coin­ volge. L’augurio è che nel nuovo anno, riusciamo a dare un senso «uma­ no» a questa mutazione dell’Eu­ ropa e del mondo. Un senso che non può consistere nella decan­ tata vittoria di un mondo sull’al­ tro, ma in una ricerca di nuovi valori per la convivenza umana.

* * * Nel farci gli auguri, cercheremo dunque di non cadere nei facili ottimismi del disimpegno e del­ l’effimero: forse ci aiuterà, ad es­ sere realisti, il pensiero dei mi­ liardi di uomini che soffrono la fame e l'ingiustizia, forse ci aiu­ terà anche il ricordo agghiaccian­ te dei martiri cristiani in Salva­ dor, uccisi perché difendevano i poveri e la loro speranza di pace.

STADIUM


TUTTE SN PISTA Donna, sport, Europa: è il titolo del Seminario Internazionale indetto dal CSI a Roma dal 14 al 16 dicembre. È una tappa fondamentale della Cam­ pagna nazionale SPORT CHIAMA DONNA che nell’ultimo anno ha ri­ proposto all’opinione pubblica in ge­ nerale e al mondo sportivo, in partico­ lare, il tema della presenza femmini­ le nell’attività e nella vita sportiva. I tre termini del titolo hanno ciascu­ no un significato specifico di attua­ lità e di prospettiva nel futuro e per­ ciò meritano l’attenzione e la rifles­ sione non solo di tutta l’Associazione, ma di tutti quanti praticano lo sport e ancor più di quanti ne parla­ no e ne discutono. ♦ * *

II problema della presenza e della specificità femminile nella società «complessa» in cui siamo chiamati a vivere, è giunto infatti a una svolta determinante: dopo il tempo delle ri­ vendicazioni dei diritti e delle conqui­ ste costituzionali (dal diritto di voto alla parità nel lavoro, al diritto di fa­ miglia, all’autodeterminazione nel­ l’ambito della famiglia e della socie­ tà) si è aperto il tempo, più difficile e più problematico, dell’effettiva rea­ lizzazione di tali diritti, nel contesto della vita quotidiana, nel rapporto competitivo e collaborativo, con le resistenze culturali e spesso incon­ scie, di una società che risulta anco­ ra, nonostante le evoluzioni tecnolo­ giche e di costume, fortemente se­ gnata da una radice patriarcale e a dominanza maschile. Non basta che ci sia nel panorama qualche numero in più di «donne in carriera» per far sì che l'effettiva parità sociale degli uomini e delle donne sia acquisita (come peraltro vorrebbe farci crede­ re la superficiale analisi dei mass­ media guidati dalla pubblicità com­ merciale). Occorre che ogni donna sia messa e, ancor più, si inetta in condizione di

giocare la sfida della parità giorno per giorno, situazione per situazio­ ne: senza rinnegare le differenze, ma anche senza cedere ai ricatti di una società mercantile e borghese, pron­ ta a cedere tutto sul piano dell’effi­ mero e del superfluo, pur di conti­ nuare a stringere le chiavi del potere politico ed economico. La questione femminile, più che ogni altra questione sociale, riuscirà a mo­ dificare e migliorare la società solo se modificherà la «cultura» di tutti, uomini e donne insieme, nel recupe­ ro dei valori della persona umana, nella rielaborazione di un umanesi­ mo capace di vincere le sfide del con­ formismo, della massificazione dei comportamenti, del rischio di appiat­ timento tecnologico e dell’utilitari­ smo come unica regola dell’e­ conomia. In questa sfida le donne di fine se­ colo non possono non avere un ruo­ lo preminente, proprio perché esco­ no da un secolo di battaglie, spesso vinte, talora perdute, per la propria emancipazione. * * * In questa sfida culturale rientra il di­ scorso delle donne nello sport, che non è quello di battere i record degli uomini, non è nemmeno quello di opporre agonismo ad agonismo, ma è quello di cambiare, appunto, la prospettiva culturale dell’attività sportiva, proprio nel momento in cui la domanda di sport anche da parte delle donne si fa più massiccia, e mentre invece la risposta tende ad es­ sere soltanto quantitativa (più attivi­ tà, più attrezzature e soprattutto più pubblicità) e non qualitativa. Lo slogan «SPOR TCHIAMA DON­ NA » apposto alla nostra Campagna, proprio questo voleva e vuole signifi­ care: che il compito di affrancare lo sport dallo sfruttamento commerciale ed industriale di cui è oggetto, il com­ pito di trasformare uno sport per po-

chi in un servizio per tutti, il compito di dare allo sport il significato di pace e di armonia con la natura, che lo sganci dal valore «guerresco» dell’a­ gonismo, questo compito che è quel­ lo di uno sport educativo, non può at­ tuarsi non dico contro, ma nemmeno senza le donne e la loro partecipazio­ ne sociale. * * *

Questa prospettiva diventa obbliga­ ta, poi, se prendiamo in considera­ zione il momento storico che stiamo vivendo, alla vigilia di un farsi più concreto dell’Europa comunitaria e nell’attesa che il crollo simbolico del muro di Berlino dia un senso a quel­ la più grande Europa, che quasi ina­ spettatamente ci troviamo di fronte come possibile, auspicabile e, in cer­ to senso inevitabile. Non solo il CSI, ma lo sport italia­ no nel suo complesso, perderebbe la propria battaglia se non portasse il proprio contributo a una visione so­ ciale, umana, dello sport e delle sue strutture, che impedisca anche per questa via, che l’Europa nuova che sta nascendo sia soltanto l’Europa dei mercanti. Mercante, come si sa, è un termine che in italiano trova con disagio il femminile: ed a ragione, perché la società mercantile di cui soffriamo oggi ha origine nei tempi in cui le donne non avevano diritti nemmeno economici ed il suo segno è rimasto immutato nonostante le ri­ voluzioni tentate e fallite, nel corso di questo secolo. Dunque, non solo «Sport chiama donna», ma anche «Europa chiama donna». Una doppia sfida per chi non si accontenta del romantico es­ sere «l’altra metà del cielo», ma vuol essere in concreto, nella vita, nella cultura e nello sport, l’«altra metà della terra».

M. Rosa Zanella

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Donne nello sport L’inferiorità della donna atleta è un mito oppure una realtà? La donna è geneticamente meno capace dell’uo­ mo in campo sportivo oppure è vit­ tima di una determinata cultura e di una precisa mentalità? A queste domande ha voluto rispon­ dere recentemente, con i fatti una ventottenne riminese di nome Ange­ la Bandini, divenuta il 3 ottobre scor­ so primatista mondiale di discesa su­ bacquea in assetto variabile, cioè con zavorra per scendere giù il più velo­ cemente possibile. Un record che, a dir la verità, è durato poco più di un mese, essendo stato battuto da un sub cubano, che è sceso a 112 metri. Tuttavia, la Bandini è stata primati­ sta assoluta, davanti anche a tutti gli uomini, avendo migliorato con 107 metri il record ufficiale precedente del «mitico» Enzo Maiorca (che si era fermato a 101 metri) e quello uf­ ficioso appartenente a Jacques Mayol con 105 metri.

La superiorità maschile non è più un dogma

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Sebbene episodicamente la donna sia riuscita a superare l’uomo in campo sportivo (in un paio di occasioni: un record sulla traversata della Manica nel 1978 e il sorpasso in una speri­ mentale maratona di 130 km svolta­ si a Boston qualche anno fa), Ange­ la Bandini — che lavora in una co­ munità dedita al recupero dei tossico­ dipendenti, addestra delfini e anima spettacoli acquatici e trasmissioni te­ levisive sul mare — è stata presenta­ ta come la prima donna al mondo ca­ pace di compiere un exploit sporti­ vo superiore all’uomo. È crollato dunque un mito? Non è proprio cosi, ma quasi. È venuto so­ prattutto meno il dogma che tra uo­ mini e donne allenate le differenze siano enormi, così come si era sup-

posto in passato. Infatti la donna atleta oggi rende maggiormente per­ ché si allena meglio e di più rispetto a prima. Ma i progressi di ordine agonisticoscientifico, dal punto di vista delle prestazioni, si devono soprattutto al diffondersi crescente del binomio donna-attività sportiva: è infatti un’evidenza ormai scontata quella che parla di un numero sempre più alto di donne che utilizzano lo sport come un momento importante, orga­ nico e funzionale all’armonia della propria vita. In Italia sono almeno 3 milioni le donne che praticano, a vari livelli, at­ tività fisica con regolarità, ed un nu­ mero sempre maggiore di atlete var­ ca la soglia di discipline «tabù» co­ me il calcio, il rugby, il paracaduti­ smo, sconsigliate alle donne soprat­ tutto perché sconvenienti rispetto al­ l’immagine stereotipata della femmi­ nilità. Ma fin dall’antichità lo sport delle donne ha avuto il sapore di afferma­ zione e di conquista. E se pure le Olimpiadi risalgono al 776 a.C., so­

lo in quelle di Stoccolma verrà rico­ nosciuto pienamente alle donne il pieno diritto di partecipare. L’ammissione della donna atleta era stata respinta anche per l’ostilità di De Coubertin, pure convinto asser­ tore dell’importanza della pedagogia sportiva e ripristinatore dei Giochi olimpici nell’era moderna, con que­ sta motivazione: «impratique, inintèressante, inèstetique, incorrecte». Si arriva ad oggi, e parlare di donna e sport è prendere in esame uno dei tanti aspetti della realtà in cui la don­ na viene discriminata. Lo sport in­ fatti nasce come pratica orientata ed organizzata, nei modi e nei linguag­ gi, sul corpo maschile, ed ha, fino ad ora, permesso alle donne di esistere al suo interno non come soggetti ori­ ginali, ma come imitazioni, doman­ dando loro di assumere le sue carat­ teristiche e i suoi valori.

Logori miti Effettivamente, fino a qualche tem­ po fa, vedere una donna su un cam­ po sportivo era quasi una rarità. Molteplici sono i motivi che hanno tenuto lontano le donne dallo sport: problemi sociali, psicologici, socio­ logici; qualcuno ha anche parlato di carenze e deficienze fisiche. Questi logori miti, tramandati nel tempo ed accettati, purtroppo, dalla quasi to­ talità dell’opinione pubblica hanno determinato un allontanamento del­ le donne dalla pratica sportiva. Ma la vera motivazione di questa realtà è la nostra cultura. Si è sem­ pre pensato allo sport come sempli­ ce espressione di forza tisica, come una cosa «da uomini». Così le atti­ vità sportive sono state ritenute non adatte al particolare fisico delle don­ ne, ignorando che caratteristiche che passano come peculiarità femminili sono spesso e soltanto il retaggio sto-


rico-culturale di una mentalità che vuole la donna rispondente soltanto ai canoni estetici di grazia e fragilità. A questa considerazione di ordine culturale se ne aggiungono altre che provengono dalla medicina: per an­ ni la ricerca scientifica ha esaminato i problemi e le situazioni legandoli esclusivamente all’atleta maschio. Si è addirittura stabilito che la donna, diversa morfologicamente e fisiolo­ gicamente dall’uomo, non era adat­ ta alla pratica di una attività fisica o comunque alla pratica di tutte le di­ scipline sportive. Anni di silenzio hanno lasciato cam­ po libero alle più erronee valutazio­ ni sulle capacità delle donne di soste­ nere un’attività fisica continuata. Anche stampa e televisione non so­ no esenti da responsabilità, anzi. Lo sport femminile viene infatti consi­ derato come uno sport di serie B, e quando i mass-media si trovano co­ stretti a commentare traguardi rag­ giunti dalle donne, sembrano più proclivi ad indugiare, compiacendo­ si, sugli attributi fisici delle atlete, piuttosto che a raccontare vere sto­ rie di sport. Senza dubbio le cose sono cambiate negli ultimi anni, ed è anche vero che dal punto di vista scientifico molto si è fatto. Ma vi sono ancora moltis­ sime domande rispetto alla donna atleta che aspettano una risposta. Tuttavia, uno dei meriti maggiori di questi sviluppi recenti è l’aver sfata­ to i pregiudizi riguardo soprattutto alla presunta fragilità femminile.

Cadono i pregiudizi della medicina Per quanto riguarda l’aspetto fisio­ logico, non si può negare che vi sia­ no delle differenze tra i due sessi: l’importante è verificare se tali diver­ sità possono essere pregiudizievoli

mi di allenamento di grandi campio­ ni, applicandoli ai principianti, può essere pericoloso. Ma non è detto che altre imprese come quella di Angela Bandini non siano ripetibili, se la scienza ci assicuri la tranquillità. Si tratta di trovare giusti equilibri, di cercare conforto a livello scientifico qualificato, di non voler forzare la natura, chiedendo quanto può esse­ re dato, senza sconfinare.

Prospettive incoraggianti

per la pratica sportiva delle donne. Ebbene, la scienza medica — ma an­ che i fatti pensando al record della Bandini, o alle performances della ci­ clista Jeannie Congo di qualche set­ timana fa nel record dell’ora, o alle imprese della Griffith sui cento me­ tri piani —, ha affermato che le dif­ ferenze tra uomo e donna non sono poi così rilevanti, soprattutto grazie ai nuovi e ricercatissimi metodi di al­ lenamento. In sostanza, l’aumento delle donne che praticano sport e che si allenano come gli uomini ha fatto sì che il vantaggio del sesso forte si sia ridotto di molto. La donna è dunque potenzialmente forte come l’uomo dal punto di vi­ sta muscolare, ma le sue prestazioni sono frenate da due handicaps insa­ nabili: una certa «pesantezza» (la donna è più grassa dell’uomo) e un tasso ormonale più basso che ne tem­ pera l’aggressività. La scienza ci dice dunque che la don­ na non è superiore all’uomo, ed an­ zi afferma che una donna magrissi­ ma e allenata potrebbe perfino supe­ rare l’uomo. Tuttavia, ripetere sche-

Ma sono ancora troppo poche le donne che, valorizzando uno spazio che per troppo tempo è stato loro vietato, hanno ritagliato un proprio ambito personale e ricercato un im­ pegno diverso, anche nel mondo del­ lo sport. Molti fattori inducono a credere che nei prossimi anni si possa registrare un ulteriore e sostanziale ampliamen­ to delle fila delle donne sportive: la mentalità generale si è aperta note­ volmente in favore della pratica sportiva femminile, molti pregiudizi sono caduti, le famiglie hanno com­ preso l’utilità dell’impegno sportivo delle loro figlie. Insomma, esistono le premesse per l’affermazione futura dello sport femminile, orientato verso la costru­ zione di una base valida in senso for­ mativo e psico-fisico piuttosto che al­ la produzione del campione. Ma occorre passare dalle parole ai fatti, in vista della tanto auspicata parità di diritti tra uomini e donne: e proprio lo sport, e cioè un’attività dove c’è un curioso fondersi di gio­ chi, di discipline che sono «unisex», può anticipare una società in cui uo­ mini e donne siano capaci di assume­ re le stesse responsabilità e di divide­ re in parti uguali diritti e doveri. Vito Cozzali

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L'OPINIONE DI...

TINA

ANSELMI

Con l’onorevole Tina Anseimi, Responsabile della Commissione per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e da sempre impegnata sul fronte della promozione del ruolo femminile, approfondiamo il tema della presenza della donna nella dimensione sociale alla luce del riconoscimento, ormai generale, dell’importanza della funzione femminile per uno sviluppo più giusto ed equilibrato della società italiana.

— La questione femminile, che mette in discussione ruoli, comportamenti e situazioni ritenuti da sempre come tipicamente «maschili», in che mo­ do sta scuotendo i cardini di un edi­ ficio socio-culturale che sembrava consolidato? In sostanza, la nostra società è ancora maschilista?

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«Dal punto di vista generale, i nuovi strumenti legislativi introdotti hanno determinato una modifica culturale dei comportamenti. Tuttavia, la cul­ tura del Paese non si è “aperta” an­ cora sufficientemente a questa con­ cezione paritaria. E le resistenze esistono anche nel mondo femminile. Basti pensare ad una realtà in cui la donna è sicura­ mente sottorappresentata, ovvero la gestione del potere, sia nelle istituzio­ ni pubbliche che nei centri economici-finanziari. Ebbene, laddove la rap­ presentanza è legata al consenso, le donne non usano l’arma del voto per aprire varchi significativi di una de­ cisiva portata politica.

Il confronto culturale tocca dunque tutto il Paese. Ma se ci lamentiamo del fatto che ancora tanto cammino resta da compiere per superare le di­ scriminazioni, questo cammino va fatto innanzitutto dalla donna per superare gli stereotipi che ne frena­ no una presenza più incisiva nella so­ cietà».

— Dal punto di vista culturale sem­ bra infatti di vivere quasi un momen­ to di transizione nell’evoluzione della questione femminile: dopo la fase della liberazione, della rivendicazio­ ne e del radicalismo siamo entrati in un momento di riflusso, come se le donne tendessero di più a difendere ciò che hanno faticosamente conqui­ stato, che non a «giocarselo» al ser­ vizio della società. Le cose stanno davvero in questo modo?

«11 femminismo degli anni ’60 e ’70 oggi non appare, forse non c’è e non si esprime in forme vivaci. Nel mo-

vimento femminile si vive una crisi culturale e si fa largo qualche ripen­ samento. Bisogna però considerare che le nuo­ ve generazioni, le quali hanno trova­ to una legislazione adeguata, nuovi ruoli e prospettive rispettose della di­ gnità della donna, pensano che tut­ to questo sia irreversibile: ed è pro­ prio qui l’errore. Sappiamo infatti che le conquiste non sono irreversibili, se non c’è una presenza della donna che vuole vive­ re la parità continuando ad elimina­ re tutto quanto la ostacola. Non si può affermare: abbiamo ri­ solto tutto. Occorre invece guardare a cosa c’è da risolvere, perché la que­ stione femminile è aperta al nostro impegno. E quando dico “nostro”, non parlo soltanto delle donne, in quanto il cambiamento culturale de­ ve coinvolgere tutti: altrimenti la donna pagherebbe l’ennesimo, caris­ simo prezzo per rivendicare le pro­ prie aspirazioni».

— Donna e famiglia, donna e la­ voro. Come è cambiata la condizio­ ne femminile, da una parte alla luce del ruolo insostituibile ricoperto dal­ la donna nell’ambito familiare, dal­ l'altra in forza di un effettivo rico­ noscimento della capacità e creativi­ tà femminile nella dimensione lavo­ rativa?

«La rivoluzione post-industriale apre spazi per la donna quantitativamen­ te maggiori c qualitativamente mi­ gliori di quelli offerti dalla rivoluzio­ ne industriale, dato che i cambia­ menti tecnologici riducono lo sforzo fisico. In più, lo sviluppo del terzia­ rio vede privilegiato il lavoro della donna rispetto a quello dell’uomo. La nuova organizzazione del lavoro offre dunque nuove possibilità a pai-


pensi al diritto di famiglia o alla pa­ rità nel campo lavorativo. La donna dunque non rifiuta la po­ litica, ma è critica con i partiti che non danno risposte ai problemi del­ la vita. Dunque, una maggiore pre­ senza delle donne in questo campo non deve essere una verifica dell’im­ portanza del ruolo femminile assun­ to nella società. Rivendicare l’impegno delle donne in politica diventa quindi non soltanto un diritto, ma soprattutto un dove’re per evitare l’allontanamento del­ la politica dai problemi della gente e per concorrere alla soluzione di questi».

to però che la donna abbia una pre­ parazione culturale e professionale che la rendono idonea: esistono in­ fatti troppi titoli di studio “deboli” in possesso delle donne, non aderenti al nuovo tipo di mercato di lavoro. Se pensiamo che in America tante donne scelgono il part-time nel lavo­ ro dipendente, per poi avere propri ambiti creativi di lavoro autonomo, dobbiamo pensare che sono tanti i nuovi spazi a disposizione. Non a ca­ so anche in Italia, grazie soprattutto alla migliore preparazione professio­ nale rispetto al passato, sono più le ragazze che i ragazzi a trovare la pri­ ma occupazione. Nel mondo del lavoro però, visto che la donna si carica ancora di tanti ruo­ li familiari, lo sviluppo della carrie­ ra femminile è molto difficile. La donna stessa rinuncia a puntare sul­ le proprie qualità nella dimensione lavorativa proprio per non mettere in crisi la famiglia. Tutto ciò non è giusto: non possono esistere discriminazioni di questo ti­ po, ed occorre pertanto una nuova

distribuzione di compiti tra uomo e donna nell’ambito familiare».

— Lei è stata, nel 1976, la prima donna-ministro della storia italiana. Tuttavia, l'emarginazione della don­ na nella politica è un fatto assai evi­ dente. Come è allora possibile avvi­ cinare maggiormente le donne all'im­ pegno politico, quale momento qua­ lificante, allo stesso tempo, di pro­ mozione del ruolo femminile e di ser­ vizio alla società? «Vivere la politica non è per le don­ ne soltanto l’acquisizione di un dirit­ to. La politica è infatti vista come una risposta diretta alle problemati­ che sollevate dalla vita, con un ap­ proccio immediato che vuole sempre puntare alla soluzione dei problemi. Pur essendo, noi donne, un numero esiguo in Parlamento, è stata prodot­ ta una legislazione veramente parita­ ria, in alcuni casi una legislazione “pilota” rispetto ad altri Paesi: si

— In che modo lo sport può allora contribuire alla promozione di una effettiva parità di opportunità tra uo­ mini e donne?

«Lo sport è un ambito dove esisto­ no ancora tante, troppe discrimina­ zioni nei confronti delle donne. L’at­ tività sportiva è ancora concepita e realizzata in termini esclusivamente maschili. Le donne trovano posto nel mondo dello sport a condizione di accettare la mentalità, i valori, l’or­ ganizzazione degli uomini. Lo sport deve invece essere aperto al­ le donne in ogni sua espressione e tu­ telare la dimensione femminile nella stessa misura dell’uomo. Anche in questo campo, il cambia­ mento deve essere culturale: va com­ piuto un cammino paritario uomodonna, affinché lo sport diventi per le donne un modo per essere se stes­ se e per recuperare un importante spazio di vita personale e di impegno in favore della società».

a cura di Vi. Co.

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iim'______

Un paese insieme

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«.Barocco borbonico?... Qui nel Me­ ridione potrà trovarne finché vorrà... formalismo, feudalesimo, reazione, uomini vecchi attaccati a vecchi si­ stemi... perché i vecchi sistemi sem­ brano più sicuri, e anche perché non sono ancora preparati ai nuovi. Se­ condo il loro punto di vista, la po­ vertà e l’ignoranza sono croci da sop­ portare e non ingiustizie cui porre ri­ medio. Credono che quanti più pre­ ti e frati e monache ci sono, tanto meglio per il mondo. A me personal­ mente farebbe piacere vederne di me­ no... e migliori». Così, in quello straordinario roman­ zo che è L'avvocato del diavolo di Morris West, parla Aurelio, vesco­ vo di Valenta, una figura di prete straordinaria nel panorama del Mez­ zogiorno postbellico. L’immagine del prete e della Chiesa nel Sud, con­ sacrata anche da una lunga tradizio­ ne letteraria, a torto o a ragione, è stata sempre quella di alleati — o quantomeno di vittime più o meno compiacenti — della classe dominan­ te e del sistema di potere feudale. Le eccezioni certo non mancavano, ma nel complesso la famosa frase di Car­ lo Levi «Cristo si è fermato a Eboli» risuonava come un implicito atto d’accusa verso la Chiesa e i suoi mi­ nistri. Cristo si era fermato nella Eboli di turno di ogni angolo del Sud d’Italia, perché una Chiesa non «li­ bera» non riusciva a compiere la sua missione: predicare il Vangelo impe­ gnandosi per la liberazione dell’uo­ mo in questo mondo. Ma quanto è cambiato, nei 30 anni che sono passati dall’uscita del libro, quel quadro del Meridione? Poco forse nell’insieme: sicuramente mol­ tissimo se guardiamo la Chiesa! Per averne una prova convincente basta leggere il recente documento dei ve­ scovi italiani «Sviluppo nella solida­ rietà. Chiesa italiana e Mezzogior­ no», che si propone come un vero se-

La lettera dei Vescovi italiani sulla questione meridionale gno dei nostri tempi, sulla scia della Populorum progressio e della Sollicitudo rei socialis. «Il Paese non cre­ scerà, se non insieme»: in questa af­ fermazione che costituisce il princi­ pio ispiratore, il leit-motiv di tutto il documento, si misura tutta la matu­ rità della Chiesa italiana che si pre­ senta oggi come la forza di rinnova­ mento, di trasformazione e di pro­ gresso nel Sud. Non si tratta più della denuncia di un singolo: è la Chiesa tutta che, con un linguaggio chiaro, nuovo e moderno, denuncia la grave crisi complessiva in cui versa il Mezzogiorno, crisi po­ litica, economica, sociale, culturale

e morale, e che ripropone la «que­ stione meridionale» come la grande questione politica del nostro tempo. «La questione meridionale» diventa oggi per i vescovi il parametro su cui misurare la crescita sociale e civile del nostro Paese. Nel deserto apparente della coscienza morale e civile, offu­ scata dal consumismo sfrenato, da­ gli intrecci perversi tra affari e poli­ tica, dal mercato «esaltato come realtà vincente sull’uomo e sulla so­ lidarietà tra gli uomini e che tende a porsi come egemone anche nei con­ fronti dello Stato», quello dell’Episcopato non è un semplice appello ri­ volto ai credenti, ma una sfida com­ plessiva rivolta a tutta la società ita­ liana, e ai governanti in primo luogo.

BBL SU© É CAMBIATO Il Sud è certamente cambiato, e pro­ fondamente, negli ultimi decenni: molti sono i progressi da registrare nelle condizioni economiche, sociali e civili, ma molti sono anche i pro­ blemi irrisolti e quelli inediti. Come


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ha affermato l’Arcivescovo di Napo­ li presentando il documento: «si è chiusa una lunga fase della questio­ ne meridionale che, a partire dal se­ condo dopoguerra, ha modificato i termini stessi del problema del Mez­ zogiorno senza un superamento de­ finitivo del divario economico con le altre aree del Paese, mentre emergo­ no nuovi tratti del problema del Mez­ zogiorno relativi al funzionamento del sistema politico ed amministra­ tivo, alla questione criminale, che lo configurano come una grande que­ stione morale per tutto il Paese». Il Sud è cambiato perché non è più un mondo contadino. La società me­ ridionale è oggi una società borghe­ se fra industrialismo e postindustria­ lismo, con tutti gli squilibri e le con­ traddizioni delle società avanzate. Quello che va denunciato fermamen­ te è il tipo di sviluppo che si è verifi­ cato: «uno sviluppo incompiuto, di­ storto, dipendente e frammentato... 11 ritardo del Mezzogiorno, nella si­ tuazione attuale, non va tanto ricer­ cato a livello di benessere materiale, cioè di mero reddito, quanto nella capacità di produzione e nell’occu­ pazione... Il problema della disoccu­ pazione giovanile meridionale si con­ figura come la più grande questione nazionale degli anni ’90». Ma quel che è più grave è la conca­ tenazione di meccanismi messa in at­ to da quello sviluppo imposto al Sud. Struttura di regressione, circolo vi­ zioso, vera e propria struttura di pec­ cato, sono questi i termini usati dai vescovi: «L’essere stato il Mezzogior­ no più “oggetto” che “soggetto” del proprio sviluppo, c il peso assunto dai rapporti di potere politico, han­ no favorito l’instaurarsi di rapporti di dipendenza verticale verso le isti­ tuzioni con una crisi di sviluppo del­ la società civile e delle autonomie lo­ cali... Senza un ridimensionamento del rapporto di potere politico e un

nito per condizionare le stesse scelte di politica economica». 11 vero svi­ luppo invece è quello in cui ogni uo­ mo trae beneficio ed è uno sviluppo che deve investire tutto l’uomo: non può cioè essere solo di ordine econo­ mico, ma deve essere anche di ordi­ ne culturale, spirituale, morale e re­ ligioso. Il vero sviluppo, che è quel­ lo nella solidarietà, va misurato dal parametro interiore dell’uomo visto nella sua globalità, cioè il parametro adeguato rafforzamento della socie­ della persona creata a immagine e so­ tà civile, e dello stesso mercato, non miglianza di Dio. saranno raggiunte la maturazione e Se per superare la «questione meri­ l’autonomia del Mezzogiorno, sul dionale» occorre una coerente poli­ piano economico-produttivo come tica meridionalistica ispirata alla so­ su quello sociale e civile». lidarietà sociale che attui l’unificazio­ Radicale è la condanna della mafia, ne economica e sociale del Paese, per della camorra e della ’ndrangheta, il superamento complessivo del diva­ che detengono oggi la sovranità su rio tra Nord e Sud i vescovi indica­ una discreta fetta di territorio meri­ no soprattutto due strade: lo svilup­ dionale: sono un «cancro» contro il po della società civile e il recupero del quale indignarsi e reagire con una ve­ senso dello Stato. È stato questo uno ra mobilitazione delle coscienze. Ma dei punti del documento che ha su­ precisa è anche la denuncia delle re­ scitato più scalpore. Come ha scrit­ sponsabilità della classe politica: «la to Giovanni Russo: «esso pone cla­ criminalità organizzata viene favori­ morosamente davanti agli occhi di ta da atteggiamenti di disimpegno, di tutti gli italiani una situazione tragi­ passività e di immoralità nella vita ca, che invano gli intellettuali, gli stu­ politico-amministrativa. C’è, infat­ diosi, i pochi politici onesti stanno ti, una mafiosità di comportamento, cercando di segnalare al Governo e quando, ad esempio, i diritti diven­ ai partiti: lo Stato italiano negli ulti­ tano favori, quando non contano i mi vent’anni ha abdicato nel Sud ai meriti ma i legami di comparaggio suoi diveri fondamentali... Per stron­ politico». care il “comparaggio” tra politica e mafia nel Sud, lo Stato deve ritorna­ re a essere tale... Lo Stato ha ceduto tutte le sue funzioni più esclusive, più UNA POLITICA essenziali, più gelose ai nuovi feuda­ m SOLIDARIETÀ' tari, a grandi imprese che con centi­ Per il processo avvenuto in questi 40 naia di miliardi di finanziamento e anni è più corretto — secondo i ve­ anticipazioni da parte dello Stato scovi italiani — parlare di moderniz­ concorrono, insieme al danaro spor­ zazione che di sviluppo vero e pro­ co della camorra e della droga, alla prio, perché «c’è stata e continua a corruzione generale. Occorre invece sussistere una dipendenza economi­ che lo Stato riprenda il controllo del ca del Mezzogiorno da logiche di ti­ territorio e si riappropri le sue fun­ po capitalistico e produttivistico di zioni di controllo e di garante». grandi apparati industriali e finanzia­ -> ri, italiani ed europei che hanno fi­

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UN PAESE INSIEME

Ascoltiamo il parere di un altro «lai­ co», Giovanni Ferrara: «È impres­ sionante: nel momento in cui preva­ le in Italia una tendenza politica vol­ ta a minimizzare il problema meri­ dionale, negatrice beffarda dell’im­ portanza della questione morale e criminale... ecco che i vescovi italia­ ni parlano per impostare il problema della salvezza e della rinascita della società nel Sud, della crisi radicale della politica meridionale (e perciò nazionale), e indicano i doveri della classe dirigente politica ed economi­ ca, invocano la corresponsabilità del Paese intero di fronte al dramma del­ la propria civiltà nazionale». Lezione dei vescovi: è questo il ter­ mine più frequente nel giudizio dei commentatori, «laici» o cattolici, mai così concordi su un documento della Chiesa. La Chiesa in Italia ha dunque scelto la strada della testimonianza corag­ giosa e profetica, di essere cioè vero segno di contraddizione. La solida■ rietà che propone è l’espressione del­ la carità cristiana, «matrice e forza per vivere insieme, perché il Paese non crescerà se non insieme». Alla domanda drammatica di Dio «dov’è tuo fratello?» la Chiesa ha deciso di rispondere impegnando tutta se stes­ sa: i tempi di «Cristo si è fermato ad Eboli» sembrano veramente lontani! Ma se sappiamo dove la Chiesa ha deciso di stare, verrebbe invece da chiedersi: e dov’è lo Stato? Quello Stato che secondo Leoluca Orlando dovrebbe oggi «sentirsi in mora». Ma lo Stato si sente in mora? La clas­ se politica si sente messa in questio­ ne? È difficile rispondere. Le reazio­ ni di totale e corale consenso dei po­ litici al documento della CEI hanno indotto qualcuno a parlare di farisai­ smo o di gattopardismo. Dati i tempi, ci si potrebbe forse eser­ citare nell’accademia con una do­ manda che, tutto sommato, è meno astratta e fuorviarne di altre: lo Sta­ io italiano è all’altezza di questa Chiesa? E il giudizio si misurerà sui risultati e non certo sulle buone (o cattive?) intenzioni dei suoi rappre­ sentanti...

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Francesco Cardarelli

TEMPO RITROVATO

G. Battista Gandolfo

Oggi si discute di evangelizzazione e promozione umana, intesa come pre­ messa alla redenzione cristiana. Si de­ finisce così la salvezza come offerta di Cristo, che agisce su iniziativa del Padre e neU’attualizzazione dello Spi­ rito. Ciò è in definitiva il pensiero e la prospettiva di tutta la Bibbia, sia nella preparazione dell’Antico Testa­ mento che nel compimento del Nuo­ vo. La salvezza dell’uomo, concepi­ ta in modo personale e in senso co­ munitario, viene da Dio e rivela in Lui il contenuto essenziale e speci­ fico. Recentemente Mons. Camillo Ruini, Segretario Generale della CEI, par­ la nel suo libro, Il Vangelo nella no­ stra storia. Chiesa cultura-società in Italia (Città Nuova Editrice, Roma 1989) di «comunione con Dio» e di «salvezza di tutto l’uomo», intenden­ dole come qualcosa di «assolutamen­ te trascendente» e totalmente gratui­ to e imprevedibile. Come risposta ef­ ficace al problema del male e dell’in­ differenza, in quanto il mistero del­ la croce e della risurrezione di Cristo diviene, per dirla sempre con Mons. Ruini, «iniziativa vittoriosa di Dio che risponde in maniera sovrabbon­ dante alle attese umane». Di fronte a tale dottrina, l’uomo non può rimanere inerte. Attonito si, per­ ché abissali e nascosti sono i privile­ gi e le istanze che incontra. Cionono­ stante egli riesce a stabilire un con­ tatto attraverso una preghiera, sug­ gerita come meditazione e come ascolto. Come momento di approc­ cio e di familiarità con Dio, dove si riconosce il suo primato assoluto e la sua indispensabile presenza. Soltan­ to in questo modo si consente all’uo­ mo di fondere insieme evangelizza­ zione e promozione umana. Se non altro perché tutti e due si inserisco­ no nel piano di un 'azione ecclesiale, coniugata con i princìpi di una soli­ darietà e di una giustizia, che, alla fi­ ne, si appoggiano espressamente su Dio. Il tentare un’altra strada è ombra e follia. Difatti la realizzazione e il rin­ novamento della società si ottiene

quando ci si abbandona alla libertà dei figli di Dio, e nel suo nome col­ lochiamo la fiducia e la crisi. Allora si acquista pure la capacità di prati­ care la notizia imparata alla scuola del trascendente. Si concretizza così con i fratelli quell’inseparabile comu­ nione che, al di là del cambiamento religioso ed etico, penetra nella co­ scienza, fino a lottare contro ogni zo­ na di legalismo. Al contrario si spie­ ga perché l’amore cristiano non ap­ pare come un semplice surrogato di giustizia o di altri fenomeni a essa so­ migliante. La preghiera diventa dunque amore­ vole messaggio che non procura e di­ fende soltanto la matrice cristiana, ma invita l’epoca moderna ad atteg­ giamenti profondamente reali, capaci di vincere l’assoluta ed esclusiva au­ tonomia del mondo e l’esagerata cen­ tralità dell’uomo. Le sostituisce, sem­ mai, con il riconoscere la loro digni­ tà, che schiude al senso e all’ultima giustificazione proprio nel rapporto e nella contemplazione di Dio. L'im­ magine del Dio della misericordia e dell’immolazione è principio di liber­ tà, ma reca pure i segni eli una scelta evangelica, che si colloca come fer­ mento urgente e perenne, sia per la chiesa che per la convivenza umana. È come dire, perfare un esempio, che il programma di impegno civile e di solidarietà, lanciato dal CSI, tende prima di tutto a un’ampia, quanto globale promozione della persona. Ciò però non basta. Con lo sviluppo integrale dell’uomo, e di tutte le for­ me socio-culturali a lui inerenti. Bi­ sogna raggiungere nel divino l’ossa­ tura e il soccorso contrari a ogni sgre­ tolamento umano e religioso e ai fre­ miti vacillanti dell'inoperosità e del vizio. Anche del disagio spirituale e dell’inquietudine, che così abbondan­ temente flagellano i giovani d’oggi. Del resto, vale la pena di sottolinea­ re ciò che il Concilio Vaticano // di­ ce ancora in riferimento alla crescita della convinzione e delrumore cri­ stiano, sorgente di servizio e stimolo per l’esercizio della virtù, anche la più difficile.


Pallacanestro Il basket del duemila è ad un passo dal boom. Il salto di qualità defini­ tivo può essere determinato dal coin­ volgimento delle grandi città come ha sempre sostenuto Gianni Pctrucci, per anni segretario generale della Federazione Italiana Pallacanestro e oggi investito dello stesso ruolo nel­ la più prestigiosa Federcalcio. Non si può certo dire che la pallacanestro sia solo uno sport di provincia ma è un fatto che le metropoli e le città più rappresentative siano escluse dal ver­ tice. C’è Milano, è vero, in testa alla classifica degli scudetti vinti, con trentadue tricolori, ma l’alter ego dei milanesi si è più volte identificato in Varese, Pesaro, Cantù, fino a Caser­ ta e Livorno dei tempi recenti. C’è Bologna con dieci scudetti ma non c’è traccia di Torino, Napoli, Firen­ ze, Venezia, Genova, Udine, Napo­ li, Palermo e Cagliari. La stessa Ro­ ma può vantare cinque scudetti con la Ginnastica, negli anni trenta e un alloro nel 1982-83 grazie all’impresa del Bancoroma, poi capace di aggiu­ dicarsi la Coppa dei Campioni. Anche quest’anno la Philips Milano, campione d’Italia, deve guardarsi più che altro dall’Enimont Livorno, dal­ la Scavolini Pesaro e dalla Ranger Varese, nella corsa alla vittoria fina­ le. Roma, con l’acquisto dell’ex Ban­ coroma da parte de «Il Messaggero», si era prepotentemente proposta per una sfida con Milano ma i primi ri­ sultati sono stati negativi con appe­ na tre vittorie nelle prime nove gior­ nate. Il gruppo Ferruzzi-Gardini che è entrato con il Messaggero nella pal­ lacanestro nazionale ha fatto le cose in grande andando a pescare negli Stati Uniti due tra i migliori assi sta­ tunitensi, Brayon Shaw e Danny Fer­ ry, pagati, pare, tre milioni di dolla­ ri, irritando i dirigenti della lega pro­ fessionistica americana, l’NBA, per lo «scippo» inaspettato dalla colonia italiana. Il nostro Paese è stato sem­

Sempre più basket pre visto infatti come scelta dei gio­ catori di secondo piano che non han­ no potuto trovare posto in prima fi­ la nel pianeta a stelle e strisce. Dagli Stati Uniti, la pallacanestro ita­ liana ha preso molto. I termini ame­ ricani e le concezioni abbondano nel­ le tattiche, nei moduli di gioco e nei fondamentali. E soprattutto sono presenti i giocatori targati USA che hanno avuto il merito di innalzare la qualità del gioco del nostro campio­ nato. L’altra faccia dell’invasione degli stranieri, non solo americani, è rappresentata dagli scarsi risultati ottenuti dalla Nazionale italiana agli europei ’89 di Zagabria con gli Az­ zurri di Gamba, quarti con un bilan­ cio di tre sconfitte su cinque partite. Il presidente federale, Enrico Vinci,

ha denunciato la carenza di mentali­ tà giusta nei giocatori italiani che non sono abituati a prendersi le respon­ sabilità nelle loro squadre perché chiusi dagli stranieri. Così come la lunga stagione del campionato di Al e A2, da settembre a giugno lascia poco spazio alla Nazionale, soffoca­ ta dalle esigenze della lega. Le trentadue società, sedici di Al e sedici di A2, hanno scelto la via del­ lo spettacolo, ingaggiando ben sessantaquattro stranieri. La Naziona­ le, tra l’altro neanche capace di qua­ lificarsi per le Olimpiadi di Seoul ’88, viene in un secondo tempo. Il basket da sempre ha individuato nello sponsor il mezzo per presentarsi al pubblico, ai mass media e pubbli­ cizzare la propria immagine, ri­ schiando di rendere difficile l’iden­ tificazione da parte del tifoso che, da una stagione all’altra, vede scompa­ rire il nome della propria squadra, per poi ritrovarsela sotto una marca di fazzoletti, lavatrici o saponette. Ha scritto di recente Giulio Malgara, presidente degli Utenti pubblicitari, su un quotidiano: «Ci sono due modi per effettuare grandi sponso­ rizzazioni nello sport: legare il nome di un’azienda o di un prodotto a un evento particolare oppure con lo stesso nome battezzare una squadra, o comunque un team che partecipa a una competizione, in modo che sia­ no la stessa cosa soggetto e oggetto della sponsorizzazione. Nel primo caso, e si può trattare di un torneo di tennis oppure di una maratona co­ me la Stramilano, la manifestazione sportiva resta comunque anonima e non ha importanza, nell’ottica dello sponsor ovviamente, chi vince o chi perde. Nel secondo caso invece è in pratica lo stesso sponsor a gareggia­ re ed è quindi direttamente coinvol­ to nell’evento sportivo. È quanto ac­ cade nel basket dove si chiama Phi-

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PALLACANESTRO

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lips la squadra di Milano, Benctton quella di Treviso, Knorr di Bologna, 11 Messaggero di Roma e così via. Non c’è gap ma reale identità. E cre­ do che sia questo il modo ideale di concepire una sponsorizzazione». Anche il basket femminile si lega al­ lo sponsor. Anzi si può osservare che spesso tra Società e sponsor si crea un’assimilazione tale, da mettere in discussione l’esistenza stessa del club una volta conclusa l’operazione-abbinamento. Emblematica è la situa­ zione creatasi a Vicenza, nella squa­ dra vincitrice di sette scudetti negli ultimi otto anni e cinque coppe dei campioni. Il presidente-padrone Ma­ rio Zoppelletto nel momento in cui i conti non quadravano ha deciso di cedere i pezzi migliori, tra cui miss Europa Catarina Pollini (passata per 800 milioni a Cesena), pregiudican­ do il futuro della stessa Associazio­ ne Sportiva Vicenza così gloriosa. A Cavezzo (Modena) l’Oece non esiste più perché il presidente Vernizzi che in pochi anni aveva portato questa Società dalle serie minori all’Al, non se l’è sentita di continuare, disgusta­ to, sembra dalla rincorsa esasperata al successo, in questa parte sportiva. A Priolo dove si è registrato il pri­ mo trionfo siciliano nella storia del basket con l’Enichem campione d’I­ talia femminile 1989, tutto è affida­ to a Carlo Lungaro, il presidente che ha costruito la squadra facendo lie­ vitare enormemente costi di cartelli­ ni e ingaggi per convincere le gioca­ taci a scendere in Sicilia. Oggi si arriva ai cento milioni in un anno che guadagna Nunzia Serradimigni, playmaker dell’IPO Plastic Bari. L’ingaggio medio si aggira sui tre milioni mensili. In serie Al militano 16 squadre. Di­ sputano il campionato di serie A2, ventotto squadre divise in due giro­ ni. La denominazione è falsa poiché dall’A2 non si accede ai play-off per lo scudetto ma serve per attirare gli sponsor e il pubblico. In A2 non ci sono le straniere che sono invece pre­ senti in coppia nelle sedici compagi­ ni di Al. La Lega di serie A femminile sta compiendo grossi sforzi per afferma­ re l’attività in campo nazionale. Si è dedicata molto al vertice con qual­ che risultato d’immagine (più spazio

sui giornali, risultati del campiona­ to di Al su televideo Rai). Ma il movimento femminile sta di­ menticando la base. Il grido d’allar­ me è lanciato da Massimo Riga, gio­ vane coach con esperienza di Al ad Avellino e Ferrara: «Stiamo perden­ do le iscritte, il minibasket a livello femminile sta subendo un calo note­ vole. Molte bambine e ragazze si in­ dirizzano alla pallavolo perché ma­ gari hanno visto i cartoni animati del volley in televisione, cosa che non succede per il basket. La situazione della scuola italiana consente poi più facilmente d’installare una rete o un filo e un pallone invece che due ca­ nestri. L’insegnante di educazione fi­ sica è più disposto verso la pallavo­ lo magari perché la pratica diverten­ dosi sulla spiaggia. Si è pensato trop­ po al vertice». Secondo Mabel Bocchi, la più nota giocatrice di basket italiana, oggi giornalista tv, il rapporto tra palla­ volo e pallacanestro femminile è di cinque a uno, mentre una decina d’anni fa era pari. Per le giovani che si vogliono dedicare a questo sport

ci sono le leve del minibasket riser­ vato alle bambine dai 6 agli 11 anni dove è ovviamente d’uso un mini­ pallone e un mini-canestro o via via, le varie categorie propaganda, ragaz­ ze, allieve, cadette juniores per l’età massima di 19 anni. Il minibasket (e la sua successiva evoluzione) è con­ siderato uno sport completo per de­ strezza, abilità, coordinazione dei movimenti, è una disciplina di slan­ cio, consigliata per prevenire e recu­ perare atteggiamenti scoliotici della colonna vertebrale. Le bambine tra l’altro nel minibasket mostrano più predisposizione nell’apprendere i fondamentali rispetto ai maschietti. Una priorità che è rivendicata anche nell’introduzione del basket in Italia, avvenuta ad opera della prof.ssa Ida Pesciolini che nel 1907 a Venezia or­ ganizzò un’ esibizione-dimostrazione di ciò che inventò ventisei anni pri­ ma, nel Massachussets, James Naismith.

Giampiero Spirilo


STADIUM/SOCIETA' di Angelo Bertoni Assistiamo in questi giorni ad avve­ nimenti di cui i nostri nipoti leggeran­ no sui libri di storia; all’Est sta cam­ biando l’intero sistema sociale, eco­ nomico e politico. Noi, oggi, possia­ mo soltanto sperare che i nostri ni­ poti leggano: in quei giorni cominciò una stagione nuova, di collaborazio­ ne e di pace in tutto il mondo. Non possiamo infatti sottovalutare i rischi che si delineano, anche se le ragioni di speranza sono certo più grandi. Tra i rischi c’è anzitutto quello rap­ presentato da un sussulto reaziona­ rio, o militare, dall’interno stesso dei Paesi orientali. In verità finora sem­ bra che l’apertura e il rinnovamento abbiano pochi avversari, e questo è un aspetto nuovo e quasi imprevisto da tutti coloro che pensavano all’im­ pero di Mosca come al regno del ma­ le, necessariamente abitato da molti «cattivi». Invece assistiamo ad una «rivoluzione pacifica», inattesa. Tra gli altri pericoli, che ci riguarda­ no più da vicino, vi è certamente quello di ritenere che tutti i proble­ mi siano ormai risolti con la caduta del nemico storico, il marxismo. Sa­ rebbe veramente illusorio credere che tutto quello che avviene significhi semplicemente una vittoria del capi­ talismo. Anzi: l’apertura delle fron­ tiere, l’abbattimento dei muri, signi­ fica la creazione di uno spazio comu­ ne in cui tutti diventiamo correspon­ sabili e in cui tutti veniamo chiamati a cambiare in meglio. Ai popoli che guardano all’occiden­ te vorremmo proporre solo il model­ lo consumistico, contribuendo così a corrompere molte qualità ed aspetta­ tive che il secondo e il terzo mondo ancora nutrono? Ma ci sono anche straordinarie ragioni di gioia e di spe­ ranza. Chi mai avrebbe pensato che una trasformazione così rapida e ra­ dicale sarebbe stata possibile senza traumi sanguinosi, senza scontri e vendette? Certamente in questi gior­ ni i Paesi dell’Est dimostrano di avere cittadini e governanti estremamente

ALDILÀ DEL MURO DI BERLINO equilibrati, saggi e lungimiranti. Dal di dentro del sistema marxista è ma­ turata una consapevolezza dei propri limiti che nessuno poteva prevedere. In verità bisogna riconoscere che La Pira da parecchi anni andava di­ cendo: ormai nel mondo tutti si stan­ no accorgendo che siamo davanti ad un bivio: o l’incendio nucleare o mille anni di pace e di collaborazione tra ipopoli. E i governanti, e soprattut­ to i popoli, diceva, non potranno non scegliere per la pace. Adesso il problema è «che fare?». Che cosa si debba fare noi, popoli dell’occidente sviluppato, per aiuta­ re l’Est; che cosa si debba e si possa imparare da loro; che cosa insieme si possa fare per il terzo mondo. In verità la trasformazione in corso nei Paesi dell’Est non può lasciare tranquilli e soddisfatti i Paesi dell’Ovest. Li interpella invece ad un cam­ biamento aneli'esso di dimensioni epocali. Noi abbiamo un problema acuto di giustizia interna, soprattutto verso le

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componenti più povere ed emargina­ te; e il problema di rendere più vera la nostra democrazia; abbiamo anche un problema di giustizia internazio­ nale, poiché il nostro benessere in lar­ ga misura dipende dallo sfruttamen­ to del terzo mondo. La storia di que­ sti giorni ci insegna che prima o poi i nodi vengono al pettine. Noi forse non dobbiamo cambiare il «siste­ ma», ma certo dobbiamo cambiare il rapporto con i Paesi più deboli. Per molti aspetti vien voglia di esse­ re più ottimisti sulla capacità di cam­ biare che hanno dimostrato «al di là del muro» di quella che potremmo avere noi. Proprio in questi giorni si assiste, in Italia, ad un gioco politi­ co di basso livello, mentre crescono le clientele; le centrali del potere oc­ culto, dalla mafia alla P2 continua­ no a tessere le loro trame, a fare i lo­ ro affari e a vendicarsi dei loro av­ versari, siano essi uomini politici, giudici, giornalisti. I grandi mass me­ dia cadono sempre più in mano a gruppi privati o a partiti «trasversa­ li» di segno certamente conservatore e consumista. Verrebbe voglia di gettare la spugna, talvolta. Ma la caduta del muro di Berlino ci fa pensare che, d’ora in­ nanzi, problemi, difficoltà e speran­ za dell'est e dell’ovest diventeranno via via comuni, e comuni saranno an­ che le energie per affrontarli. E poi, sia pure in posizioni costrette ai mar­ gini, poco reclamizzate nel gran mer­ cato della politica-spettacolo, ci so­ no esempi di personaggi come Beni­ gno Zaccagnini, che tutti hanno ri­ cordato nei giorni della morte con grande rispetto e gratitudine. Forse in questo gran terremoto, che spiazza coloro che avevano idolatrato l'ideologia marxista e, altrettanto, quelli che vivevano in funzione del­ l'anticomunismo, è il momento di una grande ripresa dell’impegno, del­ la generosità, del progetto del movi­ mento cattolico democratico.

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FOTOMEMORIA

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IL TEMA DEL MESE

«Donna, Sport, Europa» «Donna, Sport, Europa: il Centro Sportivo Italiano dalla esperienza alla proposta»: all’insegna di questa impegnativa tematica, e con il patrocinio dell’UNESCO, il CSI propone a Roma, il 15 e 16 dicembre, un Convegno internazionale finalizzato a costruire un momento di ampio dibattito sui problemi posti dalla presenza e dalla partecipazione femminile nello sport. L’attuazione dell’iniziativa, che si colloca nell’ambito dell’impegno associativo per la Campagna nazionale di promozione sportiva «Sport chiama Donna», lanciata due anni fa, avverrà con questo numero di Stadium in corso di spedizione: un primo bilancio del Convegno troverà dunque spazio sul prossimo numero del giornale. Qui di seguito, invece, riproponiamo all’attenzione generale alcune delle «piste» esperienziali e culturali che hanno condotto il CSI ad avvertire l’esigenza di misurarsi con altre realtà associative, nazionali ed internazionali, sul tema dello sport femminile.

LA REGOLA E LE SUE ECCEZIONI

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Quando nel 1936, alle Olimpiadi di Berlino, l’ostacolista bolognese Trebisonda «Ondina» Valla conquistò la medaglia d’oro nella gara degli 80 m ostacoli, in molti alzarono canti di lode alla donna italiana finalmente redenta allo sport, che così andava ad aggiungere al suo ruolo tradizio­ nale di moglie e di madre quello di formidabile atleta. Oltre quarant’anni dopo, alle Olimpiadi di Mosca del 1980, gli stessi inni compiaciuti, ap-

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pena diversi nel tono, accompagna­ rono l’impresa di Sara Simeoni, sal­ tata più in alto di tutti per regalare all’atletica italiana un’altra storica medaglia d’oro. L’elogio della raggiunta emancipa­ zione sportiva della donna italiana è una costante che ci ha preso per ma­ no a Berlino e non ci ha ancora ab­ bandonato: ha scandito puntualmen­ te tutte le imprese memorabili del no­ stro sport femminile, da quella di Giusi Leone a quelle di Novella Calligaris, di Antonella Ragno. Di fron­ te al periodico, ed ormai monotono, ripetersi di questo leit-motiv, resta al­ la fine la sensazione di un traguardo — la presenza femminile nello sport — sempre dato per compiuto, sem­ pre celebrato, ma mai realmente con­ quistato. Tra la corsa vittoriosa di «Ondina» e il salto stellare della Simeoni, tra la stoccata decisiva della Ragno e quella di Dorina Vaccaroni si collo­ cano in realtà grossi buchi neri, fatti di rara partecipazione e di pochi ri­ sultati. Ma l’equivoco in questo cam­ po nasce ancora più lontano, nella pretesa di misurare la qualità della pratica sportiva di base con il metro dei successi raggiunti nelle grandi competizioni internazionali. Se ci al­ lontaniamo dalla logica ingannatri­ ce delle medaglie, scopriamo che il campione al femminile è un’eccezio­ ne, mentre la regola è quella di un Paese, l’Italia, dove soltanto il 14,4% della popolazione femminile pratica un’attività sportiva e dove la donna è praticamente una sconosciu­ ta ai vertici delle strutture organiz­ zative e tecniche dello sport.

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IL TEMA DEL MESE

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UN PROBLEMA EUROPEO

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Il problema non è solo italiano. Se guardiamo oltre i confini nazionali, il quadro della presenza femminile nello sport cambia sul piano quanti­ tativo, ma non su quello qualitativo. In altri Paesi europei, con tradizioni più consolidate in fatto di pratica sportiva, si registra forse una mag­ giore percentuale di donne che cor­ rono, che saltano, che giocano a pal­ lacanestro o tirano di scherma. Ma sul piano della qualità dell’impegno, la loro partecipazione assume uno scarso peso: anche all’estero, come da noi, la donna è accettata nel ruo­ lo di atleta, ma non trova sbocchi nel ruolo di dirigente o di tecnico; ed an­ cora oggi lo sport femminile appare pensato, organizzato e gestito da uo­ mini. 11 quadro generalizzato è quello di un mondo sportivo che continua a relegare la componente femminile in un ruolo subalterno. Le grandi af­ fermazioni femminili degli ultimi vent’anni, di cui sono specchio le innovazioni nel diritto del lavoro e nel diritto familiare, sembrano non aver sfiorato un importante settore della vita sociale qual è quello dello sport. 11 Convegno organizzato dal CSI ser­ ve anche a questo scopo: a raccoglie­ re dati aggiornati sull’evolversi del­ lo sport femminile negli altri conte­ sti europei, ad isolare i fattori che frenano la qualtà dell’impegno fem­ minile nello sport. C’è anche da com­ prendere fino a che punto siano an­ cora valide le conclusioni espresse dal Seminario europeo di Oberwesel (Germania Federale, 1977), che nell’evidenziare un’onnipresente diffi­ coltà di inserimento della donna nel­ lo sport, ne individuarono le cause nel permanere di:

a) il ruolo subalterno della donna nella società, che si riflette anche nel­ lo sport; b) la non idoneità dello sport tradi­ zionale alle peculiarità femminili; c) la mancanza di informazione pres­ so la donna del ruolo individuale e sociale dello sport; d) la non concessione alle donne di spazi negli organismi deputati a con­ durre le ricerche sui problemi dello sport; e) l’immagine tradizionale del ruolo femminile proiettata dai mezzi di co­ municazione di massa.

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IL PERCORSO DEL CSI LA SCELTA (gSMTOEmiLE Al Convegno di Roma il CSI, arriva con oltre trent’anni di ricerca e di esperienza in tema di sport femmi­ nile, un percorso che ha conosciuto comunque tappe sorprendentemen­ te in anticipo sui tempi. Il CSI fu pronto a raccogliere, a me­ tà degli anni ’60, le istanze di parte­ cipazione e di socializzazione prove­ nienti dal mondo giovanile. Associa­ zione esclusivamente maschile, che aveva il suo corrispettivo femminile nella FARI, il CSI comprese che non era più concepibile un’esperienza sportiva vissuta da soli uomini o da sole donne. Ncll’avviarc la fusione tra CSI e FARI si comprese soprat­ tutto che, di fronte alle richieste gio­ vanili di rinnovamento della società, si imponeva sul piano sportivo la creazione di un’Associazione nuova,

diversa, pensata e decisa con rappor­ to comune di uomini e di donne, ta­ le da rappresentare un modello di collaborazione completamente sco­ nosciuto a quel mondo sportivo che accettava la donna solo se disposta a rimanere in posizione subordinata nei confronti dell’uomo. Affermare oggi questi princìpi può sembrare scontato. A fine anni ’60 era una scelta rivoluzionaria, poiché si poneva come elemento di rottura di una realtà consolidata — quella sportiva — tradizionalmente per­ meata da una mentalità maschilista. Era anche una scelta rischiosa, poi­ ché implicava mettere in crisi gli schemi di riferimento associativi e lanciare il CSI in un’esperienza total­ mente diversa senza che vi fossero nuovi e sicuri modelli di riferimento. Lo Statuto che CSI e FARI, unifi­ candosi, si diedero nel 1971 di certo


IL TEMA DEL MESE

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non aveva precedenti nel mondo del­ lo sport italiano, li dove lo Statuto esprimeva la volontà di riconoscere pari dignità e pari responsabilità alla componente maschile ed a quella fem­ minile, a tutti i livelli della vita asso­ ciativa. Un altro principio, ancor più nuovo e fondamentale, affermava la necessità di rispettare le originalità e le diverse esigenze di maturazione delle due componenti già a partire dalla vita associativa di base. La Società sporti­ va che veniva a configurarsi nello Sta­ tuto era il luogo in cui uomini e don­ ne «mettendosi in reciproca integra­ zione educativa secondo la propria originalità, assumano insieme la re­ sponsabilità dell’esercizio sportivo e partecipino ad un unico impegno sociale».

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donne insieme, nel rispetto delle ori­ ginalità e delle diverse esigenze, reca infatti con sé, come conseguenza, la necessità di proporre una formula sportiva nuova, diversa da quella tra­ dizionale, che appare pensata a misu­ ra delle esigenze e delle potenzialità del corpo maschile. Aprire alla donna più vasti terreni sportivi per costringerla poi a ricalca­ re le orme dell’uomo è ancora oggi la scelta più facile, la strada che si im­ bocca più frequentemente. I n realtà è una non-scelta, perché chiama la don­ na — dopo decenni di attesa — ad imi­ tare l’uomo piuttosto che ad esprime­ re compiutamente se stessa. Il problema del pieno inserimento del­ la donna nello sport è, a giudizio del CSI, un problema globale, che esige risposte globali: modificare qualche

regola, attuare dei «correttivi» all’at­ tività maschile non basta. La soluzione individuata dal CSI ri­ siede in un modo alternativo di conce­ pire la pratica sportiva, che accanto­ na lo schema dello sport finalizzato unicamente al risultato. L’alternativa è quella di uno sport per tutti e di tut­ ti, pensato e realizzato a misura della persona umana, come servizio ai sin­ goli, ed alla collettività, come stru­ mento di maturazione umana e di im­ pegno sociale. È la proposta di uno sport diverso per­ ché umano e non più maschile, che si coagula nello schema àe\V Itinerario sportivo-educativo, con le sue artico­ lazioni che tengono conto dell’età, del sesso, delle condizioni socio-culturali delle persone.

Mà S€ELT& SPORTIVA La proposta sportiva del CSI scaturi­ sce da quella scelta culturale di fondo. Organizzare lo sport come spazio di li­ bertà e di liberazione per uomini e

LA PROPOSTA IL CONFRONTO Qual è oggi il valore della presenza e della partecipazione femminile nel CSI? Calare nella pratica quotidiana i princìpi enunciati nello Statuto ed applicati ne\V Itinerario ha richiesto un lavoro che non può ancora dirsi compiuto del tutto. La crescita della componente femminile, sul piano quantitativo e della qualità dell’im­ pegno, pur essendosi rivelato soddi­ sfacente nel confronto con altre real­ tà associative, non è avvenuto dap­ pertutto con il ritmo che sarebbe sta­ to lecito attendersi per l’impegno profuso. Su questo tema il CSI non ha man­ cato di riflettere nel corso degli an­ ni, tentando di individuare i proble-

mi e di studiarne le soluzioni. Ulti­ mo anello di una catena di iniziative è stato il lancio della Campagna «Sport chiama Donna», che per due anni ha impegnato l’Associazione, oltre che in una più attiva promozio­ ne dello sport femminile, nella ricer­ ca delle motivazioni che ispirano o che impediscono una più estesa pre­ senza e responsabilizzazione femmi­ nile nella pratica sportiva e nei mec­ canismi della vita associativa. La Campagna, con le sue risultanze, ha consolidato la consapevolezza che oggi le motivazioni che impediscono il completo decollo dell’esperienza sportiva femminile risiedono nel per­ sistere di sfavorevoli condizioni socio-culturali più che nella carenza

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IL TEMA DEL MESE

0 5? di proposte adeguate, di strutture, di servizi, di incentivi. La dimensione socio-culturale del problema sottrae la possibilità di una sua completa so­ luzione al raggio di azione di un singo­ lo organismo come il CSI. Di qui l’opportunità — chesi concre­ tizza appunto con il Seminario di Ro­ ma — di coinvolgere nella riflessione altre Associazioni ed Istituzioni italia­ ne ed europee. Al Seminario il CSI sottoporrà l’esperienza sin qui con­ dotta, certamente per diffonderla, ma anche per confrontarla con quelle compiute da altre forze in altri conte­ sti, con la speranza di aprire una linea di collaborazione internazionale che possa contribuire ad emancipare real­ mente la donna anche nello sport. Andrea De Pascalis

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LA CAMPAGNA NAZIONI Iniziata nel 1987, la Campagna na­ zionale «Sport chiama donna / Don­ na chiama sport» si conclude con il Seminario internazionale di metà di­ cembre, di cui si parla in altra parte del giornale. È più che legittimo, do­ po oltre due anni, domandarsi come sia andata questa Campagna e quali frutti abbia portato. Per valutarla correttamente, bisogna tenere conto che si è trattato di una Campagna un po’ particolare, incen­ trata non tanto, o non soprattutto, sulle attività, sportive o simili, quan­ to piuttosto sui soggetti protagonisti e responsabili della presenza delle donne nello sport e nell’Associazione. Si è puntato, infatti, sulla sensi­ bilizzazione verso il problema, sul­ l’invito a prendere coscienza di una realtà e a fare i conti con un’esigen­ za, sullo stimolo ad impegnarsi per­

sonalmente e sul piano associativo. Da questo punto di vista, la Campa­ gna è senz’altro riuscita. Ha stimolato ad analizzare una real­ tà, interna ed esterna all’Associazione, che veniva data troppo facilmen­ te per inesistente o per scontata. Ha stimolato in numerosi casi un’approfondita riflessione e un dibattito proficuo, anche con componenti sportive e sociali esterne alla nostra Associazione. Ha suscitato propositi, impegni, ini­ ziative di vario tipo sia in periferia, come abbiamo puntualmente infor­ mato sul nostro giornale, sia anche a livello nazionale (tra le iniziative nazionali ricordiamo, oltre il Semi­ nario nazionale del dicembre 1987, varie forme di incentivazione della partecipazione femminile alle Feste dello sport e ad altre iniziative, non­ ché l’inserimento nei programmi di momenti particolari coniugati al femminile). Ma i risultati forse più importanti della Campagna vanno ricercati su un altro piano, cioè nell’aver aggior­ nato e accresciuto il grado di cono­ scenza complessiva dell’Associazione sul problema genericamente noto come «donna e sport». Ci ha infatti aiutato a mettere a fuoco: • che l’indubbia sensibilità teorica, di principio, del CSI in tema di par­ tecipazione femminile alla pratica e all’organizzazione sportiva non si traduce né automaticamente né pro­ porzionalmente in una concreta mag­ giore presenza delle donne nell’Associazione c nelle sue attività; come (segue a pag. 20)


FOTOMEMORIA

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IL TEMA DEL MESE

INFORMATUTTO CONCORSO SPORT CHIAMA DONNA

Il 31 dicembre si chiude il termine per la presentazione dei lavori del Concor­ so indetto in occasione della Campagna del CSI su «Donna e Sport». Come è noto il Concorso aveva tre sezioni, una individuale, una fra Società e una fra Consigli provinciali. Lo scopo del Concorso era. come è no­ to, di documentare, al servizio dell’Associazione e del mondo sportivo, i fatti più significativi della Campagna. Sono già pervenuti numerosi elaborati che, dopo la scadenza orinai definitiva, verranno sottoposti all'esame dell’ap­ posito Comitato nominato dalla Presi­ denza nazionale. I premi previsti, sono viaggi per la ga­ ra individuale, contributi in denaro per le Società sportive, un computer ed al­ tre attrezzature per i Consigli provin­ ciali. STADIUM darà notizia dei «vincitori» non appena la Commissione si sarà pro­ nunciata.

QUESTO IRREQUIETO, IMPREVEDIBILE FORTISSIMO, o. PREADOLESCENTE!

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Questo il titolo di un riuscito convegno tenutosi il 18/19 novembre a Fabriano e organizzato dall’A.C.R. delle Marche. Chi è, cosa cerca, in quale società è «co­ stretto a vivere» il preadolescente (tra i 10 e i 13 anni)? E come deve interve­ nire un educatore? Domande spinose sia per il pubblico sia per gli esperti in cam­ po educativo, anche se del calibro del Prof. Delpiano e del Prof. De Rita. Si è cercato di analizzare anche i’interesse dei ragazzi verso la stampa a loro di­ retta e le proposte di nuove trasmissio­ ni per ragazzi da parte della Televisio­ ne. Lodevole lo sforzo della Tavola Ro­ tonda tra le Associazioni (Agesci, A.C.R...) e le «agenzie» educative (fa­ miglia, scuola...) che si occupano di questa età, per passare dalla teoria alla realtà di situazioni concrete. Per il CSI era presente Anna De Laura.

(segue da pag. 18)

D SP

a dire che la sensibilità deve essere ac­ compagnata da un effettivo e coeren­ te impegno; • che le norme di garanzia o salvaguardia della presenza femminile presenti nel nostro Regolamento or­ ganico, possono anche essere giudi­ cate sorpassate, ma non sono per niente affatto superate, in quanto continuano a svolgere un ruolo po­ sitivo e prezioso sia sulle situazioni associative concrete e sia anche sul piano della cultura associativa; ° che il problema della presenza e partecipazione femminile, nel CSI come in generale nel mondo sporti­ vo, non può in alcun modo essere la­ sciato a se stesso, fidando su un’e­ voluzione più o meno automatica, magari, come si dice, al passo con i tempi, poiché tale automatismo non si verifica se non in misura minima, comunque insufficiente e quasi sem­ pre poco significativa; • che lo sviluppo recente (e relati­ vo), dello «sport per tutti» in Italia non ha comportato un pari sviluppo della pratica sportiva femminile e, soprattutto, non ha contribuito signi­ ficativamente a ridurre il divario esi­ stente tra uomini e donne ai vari li­ velli e nei vari ruoli dell’organizzazoine sportiva; • infine, che gli ostacoli alla parità delle donne nello sport non sono sol­ tanto di origine sportiva, ma sono anche connessi alla mentalità e ai problemi socio-culturali più genera­ li, per cui non si può mai scindere, quanto meno a livello teorico, l’im­ pegno sviluppato nello sport da quel­ lo portato avanti nella società civile.

Ma, al di là di tutto ciò, la Campa­ gna nazionale «Sport chiama donna» lascia nell’Associazione un insegna­ mento di ordine ancora più generale e più profondo: cioè che il problema delia parità, presenza e partecipazio-

NNA

ne femminile non è un problema «particolare», pur importante quan­ to si vuole, ma un problema di ordi­ ne associativo generale. Infatti, non si tratta di promuovere una particolare categoria di sportivi, ma di affrontare una questione di di­ ritti fondamentali delle persone, sen­ za di che non è possibile un vero e serio discorso associativo. Quindici, venti anni fa poteva anco­ ra essere giustificato che la questio­ ne delle donne nello sport fosse af­ frontata come una fra le tante que­ stioni particolari, dal momento che si ereditava dal passato una situa­ zione di cui non si era responsabili e non si aveva ancora neppure piena coscienza. Ma oggi sappiamo bene, o dovrem­ mo sapere, ormai, che gli unici osta­ coli, e difficoltà, o remore alla pari presenza e partecipazione femmini­ le nello sport possono essere originati soltanto da residui di mentalità maschiliste e non certo da motivi ogget­ tivi e reali. Non è più possibile, dunque, affron­ tare questo problema semplicemen­ te con qualche iniziativa particolare, quasi per adempiere a un obbligo o scaricarsi la coscienza. È tutta una mentalità, il modo stes­ so di intendere lo sport e l’esperien­ za associativa che vanno cambiati, e quindi il modo di fare politica e i suoi contenuti. Ci sarà certamente necessità anche in futuro di intraprendere iniziative particolari, di stimolare, ricordare, sostenere, anche provocare in qual­ che caso. Ma non dovrebbe più es­ serci bisogno, quanto meno nel CSI, di convincere che la nostra Associa­ zione non è veramente tale se in essa gli uomini e le donne non trovano spazio in piena parità di diritti, do­ veri e opportunità. L.O.


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Il Consiglio nazionale Sembra che il grande tema di rifles­ sione del prossimo futuro debba es­ sere: quale sport e quale esperienza sportivo-associativa per i giovani de­ gli anni ’90. Cambia la società, cam­ biano i giovani, cambiano i modi di fare sport, di fare gruppo, di trascor­ rere il tempo libero. Una tematica vasta, complessa e di enorme impor­ tanza per un’Associazione spor­ tivo-educativa. La centralità di questo temaproblema è emersa chiara nel Con­ siglio nazionale dell’11-12 novembre, che ha dedicato una parte dei suoi la­ vori alla verifica delle attività dell’an­ no che volge al termine. Non si tratta di temi del tutto nuovi, in quanto appaiono già nelle mozio­ ni congressuali, nel piano quadrien- ' naie e, ultimamente, erano stati evo­ cati anche nella riunione delle Presi­ denze regionali. Ma ora il Consiglio nazionale li ha, come dire, evidenzia­ ti politicamente, includendoli con evidenza nell’agenda dei prossimi la­ vori associativi.

PRINCIPALI APPUNTAMENTI ASSOCIATIVI 1990 • FEBBRAIO - 10/11: Consiglio nazionale.

• MARZO - 8/11: Sci FICEP (Austria) / 16: Riunione Consu­ lenti regionali / 28/1 aprile: Sportfesta CSI ’90/Meeting in­ vernale di Sci nordico, Sci alpino. Corsa campestre, Tennistavolo, Calcetto (Val di Fiemme, Trento). • APRILE - 25: Giornata nazio­ nale di Giocasport, una Festa na­ zionale decentrata a livello pro­ vinciale. • MAGGIO - 24/27: Tennistavo­ lo FICEP (Francia).

Un altro tema «forte» della verifica dell’anno passato è stato quello del­ la formazione dei dirigenti e tecnici: necessità di più iniziative formative, da parte di un maggior numero di Consigli e in maniera ancora più qualificata. Si stanzieranno maggiori fondi e la Presidenza nazionale si at­ trezzerà ancor meglio, come ha co­ minciato a fare, per sostenere meglio l’azione formativa dei Consigli regio­ nali e locali. Intanto, nel 1990, insie­ me alla Scuola Quadri, partirà la se­ conda edizione della Scuola naziona­ le Tecnici per preparare tecnici for­ matori di attività di terza e quarta fa­ scia delle discipline di Atletica legge­ ra, Calcio, Pallacanestro, Pallavolo, Tennistavolo e Ciclismo.

glio nazionale ha dedicato mezza giornata a riilettere su un tema di at­ tualità generale e associativa: l’impe­ gno civile oggi. La riflessione è stata introdotta da un intervento del prof. Cesare Martino, docente universita­ rio di sociologia e, da qualche tem­ po, nostro collaboratore nel settore della formazione. Nella riunione è stato anche appro­ vato il calendario definitivo delle ini­ ziative nazionali 1990 (di cui diamo a parte un estratto) e il preventivo di spesa per il 1990. Il Consiglio nazionale tornerà a riu­ nirsi il 10 febbraio.

In apertura di riunione, come d’abi­ tudine alla fine dell’anno, il Consi-

L.O.

• GIUGNO - 19/23: Sportfesta CSI ’90/Meeting estivo di Atleti­ ca leggera, Calcio, Pallavolo, Pal­ lacanestro, Nuoto, Judo, Tennis, Ginnastica, Ciclismo, Cicloama­ tori (località da definire) / 29/1 luglio: Judo FICEP (Francia).

• LUGLIO - 2/7: Scuola nazio­ nale Quadri / 6/7: Pallacanestro FICEP (Francia) / 27/5 agosto: Campo Giovani FICEP (Austria).

• OTTOBRE-5/7: Incontro na­ zionale delle Presidenze regionali. • NOVEMBRE - 10/11: Consi­ glio nazionale. • DICEMBRE - 14/16: Assem­ blea nazionale di metà quadrien­ nio.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE ______ Sport ed educazione______ nelle Chiese venete degli anni '90

- ADDENTE ALIMENTAZIONE SALUTE

CR VENETO — Giovedì 4 maggio si è svolto à Teoio (PD), presso l "hotel Rocca Pendice, il convegno «Sport ed éducazione nelle Chiese venete degli anni ’90», organizzato dal Consiglio regionale Veneto del CSI in collaborazione con la Consulta Triveneta dell’Apostolato dei Laici. L 'obiettivo proposto, di verificare la validità del Progetto educativo sportivo del CSI nella pastorale delle Chiese venete, ha trovato puntuale sviluppo nella relazione difondo e nei vari contributi ed interventi susseguitisi nel corso della giornata. I contenuti si sono articolati attorno ai due momentifondamentali: la relazio­ ne su «L'esperienza ludico-sportiva nell 'educazione della persona» tenuta dal dott. Mario Pollo direttore del LA BOS, e la tavola rotonda sul tema «Le atti­ vità di tempo libero nella programmazione pastorale», coordinata dal Presi­ dente nazionale dott. A Ido Notorio, alla quale sono intervenuti don Carlo Maz­ za, direttore dell 'Ufficio CEIper la pastorale del turismo tempo libero e sport; il prof. Livio Crepaldi, presidente della Consulta Triveneta per l’Apostolato dei Laici; don Giuseppe Pettenuzzo, parroco e consulente del CSI di Treviso. Ha partecipato all’incontro anche Mons. Martino Gomiero, vescovo delega­ to per i Laici della Conferenza Episcopale Triveneta. Erano presenti 65 persone, per la maggior parte sacerdoti responsabili a li vel­ lo diocesano e regionale di associazioni ecclesiali e della pastorale giovanile e del tempo libero. Tra i Laici, oltre a responsabili provinciali del CSI, respon­ sabili di altre associazioni ecclesiali impegnate nel tempo libero.

FELTRE — Erano circa trecento i par­ tecipanti al convegno su «Sport, am­ biente, alimentazione e salute» orga­ nizzato dal Consiglio feltrino, in col­ laborazione con la Comunità monta­ na e l’Unione Locale Sanitaria 4. Hanno presienziato anche, oltre all'Assessore regionale allo Sport Bor­ tolo Mainardi, i funzionari regionali al­ lo sport e alla sanità, gli assessori pro­ vinciali, oltre ad alcuni sindaci. Ha aperto i lavori il moderatore, prof. Moschini, il quale, dopo aver saluta­ to i presenti, ha tenuto un breve di­ scorso affermando fra l’altro che i te­ mi successivamente trattati sarebbe­ ro stati di grande attualità, collegati e collegabili tra di loro e relazionati da persone che avrebbero parlato dei loro studi e delle loro esperienze. Ha continuato il presidente del comi­ tato organizzatore, dr. Padovan, di­ cendo che il convegno deve esser vi­ sto come una prefazione su alcuni problemi che daranno possibilmente luogo ad altri seminari o simposi, smentendo così l’opinione comune che le Unità Socio Sanitarie Locali non si interessano e non collaborano con la collettività. Il prof. Luigi Barbara, presidente del Convegno, ha effettuato la presenta­ zione del programma. Eccola in sintesi. Gli argomenti introdotti hanno susci­ tato grande interesse perché attuali, soprattutto nei nostri tempi in cui la salute è minacciata da tante piccole insidie. Per questo si cercano di mi­ gliorare i rapporti dell’uomo con l’am­ biente che lo circonda e con alcune attività di aiuto. Lo sport, l’ambiente, l’alimentazione sono dei punti da tenere sotto con­ trollo in modo che possano essere al­ leati della salute e non nemici. Bisogna meditare sull’uso dello sport per il mantenimento della forma fisi­ ca, e questo viene tenuto conto dalla medicina sportiva, la quale controlla e rileva tutte le ripercussioni che si avvertono nel nostro corpo. Il prof. Barbara ha anche aggiunto che oltre alla medicina, deve essere messo a disposizione l’impegno del­ le forze politiche locali, regionali e na­ zionali in modo che gli argomenti di­ scussi non debbano essere ristretti ai partecipanti al convegno ma possa­ no concretizzarsi in provvedimenti che giovino alla società. Dopo ciò sono seguiti gli interventi dei relatori ed alla fine hanno espresso le loro riflessioni le atlete Agnese Possamai e Maria Canins, oltre ad alcu­ ne delle autorità presenti.

GIOCASPORT A SPINETTA MARENGO

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ALESSANDRIA — Si è svolta presso il campo sportivo L. Dehon la giornata «Giocasport». È stato un momento ric­ co di vita per i ragazzi, giovani e non, dall'inizio sino al termine: si è avuta l’oc­ casione per conoscersi, scambiarsi del­ le opinioni. Al mattino, dopo la succosa colazione offerta gentilmente dal Consiglio di Quartiere di Spinetta Marengo, si è ce­ lebrata fa Messa al campo accompa­ gnata da canti e dal suono di chitarre, le cui corde erano pizzicate con dolcez­ za ed armonia da Luisa e Alessandra. Quindi, tutti in campo per l’inizio dei giochi. Oltre 100 ragazzi hanno giocato con­ temporaneamente sul campo che per l'occasione era stato suddiviso in 5 aree, una per gioco: il travaso, la pallavolo cie­ ca, caccia al fagiolo, caccia alla coda, la portantina.

Ma ciò che maggiormente ha reso ric­ ca la giornata è stata la presenza dei giovani handicappati del Centro Volon­ tari della Sofferenza di Moncrivello (Ver­ celli) guidati dal fratello religioso Grazia­ no e da alcuni suoi collaboratori. Un gra­ zie di cuore a lui e al suo staff, e ancor di più ai 41 giovani che hanno giocato insieme ai nostri ragazzi in alcuni gio­ chi creando una atmosfera ricca di uma­ nità, di gioia, di amore. Al termine dei giochi, il responsabile provinciale del CSI, sig. Piccioni, e il pre­ sidente del Consiglio di Quartiere, sig. Lombardi, hanno consegnato due cop­ pe ai giovani Moncrivellesi e un cappello «Borsalino», offerto dal CSI in ricordo di questa giornata graziata dal bel tempo, a tutti i ragazzi convenuti per il «Gio­ casport». Prima del commiato il campo sportivo è stato liberato da striscioni, bandiere, altoparlanti, cartelli, per dare inizio ad una partita di calcio tra gli organizzatori del «Giocasport» contro i giovani han­ dicappati.


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE SCAMPAGNATA '89 MESSINA — Una splendida giornata di sole ed una larga partecipazione han­ no caratterizzato la XVII edizione della «Scampagnata», la marcia ecologica non competitiva, organizzata dal Con­ siglio provinciale. Fin dalle prime ore della giornata, una variopinta folla di più di 2000 persone formata soprattutto da giovani, ma an­ che da adulti e bambini, si è ritrovata in Piazza Università, da dove, dopo l'im­ barco sui pullman, si è trasferita a Giar­ dini Naxos. Dopo la visita agli scavi archeologici del­ la antica Naxos ed una veloce puntata alle Gole dell’Alcantara, ha preso il via la passeggiata ecologica vera e propria, inizialmente lungo la strada provincia­ le per Francavilla, e, quindi, dal bivio fi­ no a Motta Camastra. Qui i partecipan­ ti sono stati accolti festosamente dal gruppo folkloristico di Gaggi che, con i suoi caratteristici costumi, ha dato una nota di colore all’ambiente; subito do­ po, nella Chiesa Madre, gli intervenuti hanno potuto partecipare alla celebra­ zione eucaristica presieduta da don Gio­ vanni Tomaso. Ed ancora fuori, sulla piazza-belveder, i tipici assaggi, i gio­ chi popolari ed altre iniziative di anima­ zione hanno coinvolto grandi e piccoli

in una astmosfera di gioiosa festa. Grande interesse ha suscitato la caccia al tesoro che, ha «sguinzagliato» i nu­ merosi partecipanti alla ricerca di oggetti e di notizie per tutto il paese, favoren­ do, oltre alla conoscenza dei luoghi, an­ che uno scambio di amicizia tra «i loca­ li» e coloro che, anche se solo per un giorno, si sono «appropriati» di Motta Camastra. L’ultima parte della giornata ha visto i partecipanti confluire presso il Palazzetto di Giardini in cui hanno vissuto altri momenti di aggregazione attraverso l'a­ nimazione e di cui il folk siciliano ha fatto da protagonista. Con la consegna di targhe ricordo da parte della presidente Annamaria Crisafulli ai rappresentanti delle associazio­ ni, enti ed amministrazioni pubbliche presenti e l’arrivederci al prossimo an­ no, si è conclusa la XVII edizione della «Scampagnata». Riconoscimenti particolari, oltre che ai gruppi folkloristici di Gaggi e di Giardi­ ni Naxos guidati rispettivamente da Franco Vecchio e da Nino Buda, sono stati rilasciati alla Cooperativa Alcan­ tara di Motta Camastra, al Ctg di Mes­ sina ed ai dirigenti della Polisportiva Giardini Naxos per la loro fattiva colla­ borazione.

TERMOLI — Il Consiglio provinciale di Termoli ha organizzato anche que­ st’anno la cerimonia di premiazione per l'anno appena concluso e la pre­ sentazione dell’anno sportivo 89-90. La manifestazione si è svolta presso la sala consigliare del Comune di Ter­ moli messa a disposizione dal Sinda­ co che non potendo partecipare per­ sonalmente all'incontro per impegni precedenti ha delegato l'assessore all'Urbanistica e ai Giovani, Antonio Metere Sorella. Erano inoltre presenti la presidenza CSI di Termoli, il presiden­ te regionale Carlo Gentile, il presiden­ te della sezione Avis di Termoli Angelo Benaduce, il dott. Spagnolo responsa­ bile sanitario dell'Avis, lo scrittore ar­ chitetto Metere, tutti i presidenti delle Società affiliate e aderenti al CSI di Termoli, oltre a numerosi atleti e diri­ genti del Centro Sportivo Italiano. La serata è stata divisa in tre momen­ ti: la premiazione anno sportivo 88-89; la presentazione anno sportivo e for­ mativo 89-90 e la presentazione del­ l’accordo tra AVIS e CSI. Illustrando la programmazione del prossimo anno, il presidente ha comu­ nicato il calendario associativo.

sintonizzandosi sulla stessa frequenza, per dare risposte sagge, attente, equi­ librate. Non limitarsi ad organizzare solo attività sportiva, offrire qualcosa in più, con un impegno non casuale, ma pre­ ciso e ponderato. Il Progetto associati­ vo ha in sé grosse scelte: gli ultimi, quelli meno capaci e che vivono situazioni fa­ miliari difficili, con carenze affettive, vit­ time delle scelte della Società; scelta educativa, attraverso la promozione umana, che si concretizza nella Socie­ tà sportiva, ove i giovani si incontrano

e sviluppano obiettivi comuni, gettando le basi per la loro crescita: scelta cultu­ rale, la novità degli anni ’90: oltre la me­ ra pratica sportiva, vita associativa, in comune, presenza costante sul territo­ rio; integrare ciò che già esiste tenen­ do presenti i bisogni locali in modo da espletare un vero servizio sociale; pre­ venzione, cercando di essere un centro di interesse per i giovani con proposte ad alto contenuto educativo, affettivo e di rinvenimento di nuovi valori, per al­ lontanarli dai pericoli odierni».

ACCORDO CSI-AVIS

E DIRIGENTI MACERATA — Appuntamento partico­ larmente sentito, quest'anno quello del­ lo Stage, che ha visto la partecipazione di un numero ristretto di arbitri e dirigen­ ti, anche se alcuni hanno dovuto limitare la loro presenza a periodi più brevi. All’insegna dell'entusiasmo e del sere­ no impegno del CSI, i partecipanti han­ no dato vita ad una settimana intensa, vissuta tra momenti dedicati al turismo ed alle escursioni ed altri imperniati sul­ l’approfondimento delle motivazioni che animano l’associazionismo CSI. Non è mancata l’occasione di collabo­ rare con i giovani del luogo: infatti, ade­ rendo alle loro richieste, alcuni arbitri hanno diretto gare di un torneo di cal­ cio «strapaesano». Dopo gli argomenti trattati dai relatori in­ terni, particolarmente interessante è sta­ to l'incontro con i rappresentanti della Presidenza regionale. In sintesi la trattazione dei Relatori: «Finalità storica del CSI, continuata col Progetto associativo, è la realizzazione di sempre nuovi spazi di incontro tra i giovani. Scelta di volontariato, ognuno nel suo ruolo, con impegno quotidiana­ mente rinnovato. Il Consiglio dà impul­ so e coordina, pur nella difficoltà dei rap­ porti con un mondo giovanile insensibile ai nuovi stimoli, indifferente, che cerca tutto e niente; in questa situazione oc­ corre fare ogni sforzo per confrontarsi,

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE GIOCHIAMO CON FRANCESCO

CALO© OM CARROZZINA

FOGGIA — La collaborazione tra il gruppo culturale Araldini Immacolata e il Co­ mitato provinciale di Foggia si è concretizzata in una giornata di gare ed amicizia denominata «Giochiamo con Francesco». La manifestazione ha avuto luogo sulla piazza antistante la Chiesa dell’immaco­ lata e vi hanno preso anche parte Società sportive affiliate alle PGS. Oltre al torneo di pallavolo femminile, si sono svolte anche prove riguardanti Giocasport, come la corsa con percorso ad ostacoli mista, la corsa attorno alla Chie­ sa, la corsa dei sacchi.

BOLOGNA — La SP.Q.R. (sportivi a quattro ruote) ha partecipato alla sua prima trasferta internazionale di 4 gior­ ni a Neckarmund, Germania Federale. Le 2 squadre bolognesi (Palmirani e Llojd) sono state ospitate presso il Centro polifunzionale per disabili mo­ tori Reha Zentrum di Neckarmund. Il Centro è frequentato all’incirca da 2000 persone delle quali 800 sono di­ sabili che studiano e praticano attivi­ tà sportive coadiuvate da operatori, fi­ sioterapisti, insegnanti, e maestri di sport. Questo viaggio è stato possibile gra­ zie alla Regione Emilia Romagna che, in occasione degli scambi culturali fra Italia e Germania ha permesso il con­ fronto fra questi due Paesi nella nuo­ va disciplina sportiva del calcio in car­ rozzina. Obiettivo della trasferta era quello di fare conoscere questo nuo­ vo sport agli amici tedeschi e soprat­ tutto di invogliarli a praticare agonisti­ camente il calcio in carrozzina. Al di là del risultato sportivo eccellen­ te, la cosa che ha fatto rimanere tutti contenti è stato il clima particolarmen­ te cordiale e amichevole che si è in­ staurato in quei giorni e si spera di buon auspicio per una futura collaborazione.

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PODISMO A SCALA

Il CSI Salerno è stato presente dando il suo contributo con interventi del Pre­ sidente provinciale Bassani nelle varie conferenze e in particolare modo nella organizzazione del momento sportivo. Alla manifestazione, hanno partecipato una ventina di Società sportive prove­ nienti dalla Regione per circa duecen­ to atleti, maschi e femmine.

SALERNO — Come ogni anno, si è svolta nel Comune di Scala-Costiera Amalfitana, la manifestazione di podi­ smo che ha raggiunto la sua XIV edizio­ ne. La manifestazione, unica nella zona, ha una importanza notevole, in quanto ve­ de riunite migliaia di persone che si dan-

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«LA BICICLETTA»

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ANDRIA — Con una manifestazione riservata ai giovanissimi, il Consiglio di Andria ha aperto la Campagna na­ zionale «La Bicicletta».

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La manifestazione è stata organizza­ ta in collaborazione con il gruppo spor­ tivo «pedale adriese» ed ha visto la partecipazione di atleti tesserati al CSI ed alla Federazione ciclismo.

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Al via del «Primo sprint settembre in bicicletta» (cosi è stata infatti denomi­ nata l'iniziativa), erano presenti più di cento atleti, provenienti dalla provin­ cia di Bari e di Foggia.


IL FILM

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di PETER WEIR

«L’attimo fuggente» di Peter Weir è la dimostrazione indiscutibile di co­ me, sul grande schermo, si possa dar vita magistralmente ad un profondo senso poetico e ad una narrazione a dir poco coinvolgente dal punto di vi­ sta emotivo. Se si volesse riassumere in breve spa­ zio l’identità delle sensazioni suscitate da questo lavoro, si potrebbe pensa­ re di essere di fronte all’espressione di un sentimento vibrante, che sem­ bra colpire con vigore il senso stesso della vita, mettendo apertamente in discussione l’esatta portata di alcu­ ni, quantomeno opinabili, valori.

I protagonisti sono dei giovani liceali di un rigidissimo college americano, strumenti coscienti delle ambizioni e della soffocante pianificazione dei ri­ spettivi genitori, e uno «stravagante» professore apostolo del «carpe diem» e ispiratore di nuove emozioni. L’inconsueto approccio del professo­ re, John Keating, e l’applicazione dei suoi personali metodi didattici, sono inizialmente oggetto di perplessità, per l’evidente contrasto tra le sue ori­ ginali concezioni e le rigide tradizio­ ni di severità e disciplina dell’auste­ ro istituto. Ma il dolce entusiasmo con il quale John riesce a trasmettere ai suoi ra­ gazzi il fascino e la bellezza di «suc­ chiare il midollo della vita», trasci­ na i giovani nell’inebriante esperien­ za dell’osservazione di se stessi, in misura fino ad allora sconosciuta. Tra Keating e gli allievi si stabilisce così un sottile rapporto di confiden­ za, comunione di interessi e di idee, corrispondenza di spirito, uniti nel­ la ricerca di una verità che faccia ca­ lare la maschera ad una vita per molti versi subita. Il giuramento di fedeltà di alcuni al­ lievi alla «setta dei poeti estinti» e la passione con la quale si rianima quanto lo stesso John aveva creato negli anni della sua adolescenza, è la prova tangibile della decisione con cui i ragazzi corrispondono la nuo­ va ispirazione poetica, trovando in essa il coraggio di affrontare quanto loro è imposto, per creare spazio al­ la passione e al «carpe diem».

Ma l’affascinante novità ha un prez­ zo: le dure imposizioni dei genitori

non tollerano distrazioni dallo studio o dalla carriera, a vantaggio della «improbabile» ricerca di un equili­ brio interiore attraverso la pura co­ noscenza di se stessi, inutile diletto per chi vede nel successo dei figli la vittoria compcnsatrice di sacrifici e di scarsa fortuna personale. È così che finisce l’incanto per Neil Perry; l’amore per il teatro, non può essere condiviso dalla sua famiglia, che decide per lui la strada più «pro­ ficua» dell’accademia militare, sepa­ rato per sempre dal suo amico Tod Anderson, con il quale si era stabili­ to un silenzioso quanto intenso rap­ porto di amicizia, e dal suo maestro di vita, John Keating. La disperazione sconvolge il ragazzo e lo spinge al suicidio, estremo rifiu­ to di una vita bugiarda, passaggio obbligato di fronte all’indifferenza e alla diffidenza dei suoi genitori ver­ so interessi diversi dalle nozioni sco­ lastiche, ma Keating, Neil, Tod e gli altri che hanno provato ad ascoltare il suono del «grande spettacolo» ri­ marranno comunque legati, l’uno per aver saputo insegnare e gli altri per

aver meravigliosamente appreso la gioia e la grandezza dell’attimo. «L’attimo fuggente» è il risultato di una grande forza narrativa che, più che far riflettere sugli aspetti dram­ matici, coinvolge interamente nei momenti più intensi, offrendo l’op­ portunità di considerare la vita non solo come spettatori.

Pur rispettando i canoni classici del cinema americano, che da sempre propone college e accademie come sfondo per vicende spesso simili, que­ sto film, in un crescendo impercetti­ bile ma intenso, anima Peterno con­ flitto tra il dovere e la passione, tra ciò che è meglio e ciò che, invece, è soltanto più opportuno; ma Peter Weir non ha dubbi sulla risposta e lo dimostra in maniera validissima con due ore di ottimo cinema, avvalora­ te da una eccellente interpretazione di Robin Williams nel ruolo di John Keating, e da uno sfondo musicale gradevole, elemento non trascurabi­ le in un film di grande respiro poeti­ co. Paolo Liberati

25


IMPORTANZA DELLE VI1WME

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Vitamina deriva da «vita» e forse per questo motivo le vitamine hanno avuto e mantengono ancora oggi in­ tatta gran parte della loro magica re­ putazione, soprattutto nella cultura dei non medici. Si tratta infatti di princìpi insostitui­ bili per il normale mantenimento del­ la salute dotati di attività protettiva, la cui carenza o mancanza provoca lesioni caratteristiche. In discussione è ancora una volta il concetto di alimentazione corretta ed adeguata. La civiltà moderna spinge infatti, molto spesso, a seguire diete squilibrate o determinate abitudini alimentari (uso monotono di cibi conservati o precotti) che possono de­ terminare turbe metaboliche biochi­ micamente e funzionalmente rileva­ bili. Basti pensare, afferma il Prof. Carlo Tranquilli, docente di Farma­ cologia applicata alle attività sporti­ ve all’università Cattolica del S. Cuore e Coordinatore del Settore Medico della Lega Nazionale Dilet­ tanti della F1GC, che l’esposizione al calore, l’ossidazione, l’eliminazione dell’acqua di cottura determinano una perdita in vitamine che per le idrosolubili (B„ B;, B„, PP, B,,, C, ac. pantotenico, biotina, acido folico) può raggiungere il 50-100%. 11 latte sterilizzato perde il 30% di vi­ tamina B, e B6 e il 50% di B12: la frutta e verdura conservate hanno una perdita di vitamina C del 100% mentre se cotte la perdita è del 75%. Una dieta povera di questi micronu­ trienti condiziona sicuramente una spiccata diminuzione della forza fi­ sica. Le vitamine intervengono a vari livel­ li come coenzimi nel corso delle tra­ sformazioni che l’organismo attua al fine di produrre l’energia necessaria per tutte le sue numerose richieste. Nello sportivo l’aumentato metabo­ lismo energetico necessita di un ap­ provvigionamento vitaminico mag­ giore e comunque superiore ai nor­ mali apporti di vitamine necessari per i soggetti non attivi o sedentari. È noto per esempio, che la sommini­ strazione di tocoferolo (vitamina liposolubile E) previene la lipoperossidazione da intensa attività fisica o che il binomio B4 più 2-ossiglularato eleva la massima capacità di lavoro aerobico in soggetti allenati. L’importanza dei singoli principi ai fini energetici non è però quantifica­

Vitamina

Principali fonti alimentari

B,

Maiale, frattaglie, molluschi, cereali integrali, pane e pasta, lievito di birra, funghi. Uova, latte e derivati, carne, vegetali verdi, cereali, legumi, pasta, pane e funghi. Fegato, carne, latte, cereali integrali, spinaci, piselli, patate, verdure, mele, pere, banane. Fegato, carni magre, tonno, latte, cereali, legumi. Frattaglie, carne, pesci e molluschi, uova, latte e derivati. Non è presente nei cibi vegetali. Fegato, carne, uova, cereali integrali, pomodori, vegetali ver­ di, miele, arance, banane, lievito. E sintetizzata dalla flora batterica intestinale. Tuorlo d’uovo, fegato e frattaglie, cereali integrali, vegetali verdi, piselli, arance, mele. È sintetizzata dalla flora batteri­ ca intestinale. Fegato e frattaglie, uova, verdure verdi, patate, lievito di birra. Frutta c ortaggi (agrumi, fragole, meloni, kiwi, patate, po­ modori, peperoni e vegetali verdi). Fegato, latte e derivati, uova, vegetali gialli e verdi (carote, broccoli, spinaci, finocchi ecc.). Fegato, latte e derivati, tuorlo d’uovo, tonno, salmone. Nei vegetali è presente come provitamina D. L’adulto sano la sin­ tetizza esponendo la pelle al sole (per azione dei raggi ultra­ violetti). Olii vegetali, pane e cereali integrali, arachidi e semi secchi, vegetali e foglie verdi (lattuga), fegato, tuorlo d’uovo, latte e derivati. Legumi e vegetali verdi, cavoli e spinaci, pomodori, latte. È sintetizzata dalla flora batterica intestinale.

b2

b6

l’P

B„ b5

II (Biotina)

z\cido Eolico C A D

E K

bile, ma sembra essenziale la recipro­ ca interazione. Pertanto qualora si renda opportuno prescrivere una in­ tegrazione vitaminica, è preferibile l’uso di preparati polivitaminici. Tale provvedimento è inteso a evitare che la somministrazione isolata di una vi­ tamina possa influire sfavorevolmen­ te sull’assorbimento delle altre vita­ mine. Si è visto per esempio che Fer­ ro più Bl2 sono più efficaci del solo ferro per migliorare l’emocromo: evi­ dentemente la riboflavina favorisce il metabolismo marziale e le relative riserve di ferro (valutabili con la si­ dereo! ia). Chiedo al Prof. Tranquilli se l’atti­ vità sportiva prolungata ed intensa è una condizione nella quale l’uso di supplementi vitaminici, minerali ed altre sostanze è indicato. Una risposta a tale quesito è a tutt’oggi difficile in quanto controver­ sa è l’effettiva utilità dei supplemen­ ti nutritivi dello sportivo.

Certo se prendiamo un giovane in età evolutiva che spesso mangia pasti ve­ loci all’americana, tipo fast-food, con introiti giornalieri di principi at­ tivi bassi il rischio di carenze vitami­ niche è molto probabile. È importante in questi casi migliorare l’apporto alimentare, stimolando so­ prattutto il consumo dei cibi a più al­ to contenuto vitaminico (vedi tabella). Nei ragazzi con evidenza (clinica o biochimica) di effettiva carenza vita­ minica è consigliabile l’uso di supple­ menti nutritivi polivitaminici. Molta attenzione deve essere posta ai pericoli derivanti dall’abuso di que­ ste sostanze e dalla illusoria aspetta­ tiva che possano, da sole, migliora­ re la performance sportiva.

Antonio Spataro


I LIBRI

SttW® @@®0 Scout = uomo dei boschi. Questa cu­ riosa definizione, che si ritrova nei te­ sti sacri dello scoutismo, coniata dal suo fondatore: Lord Baden Powell, non è ancora passata di moda e non solo per le comprovate velleità ecologico-ambientaliste del movi­ mento che già si occupava di ambien­ te in tempi non sospetti; se proviamo a sostituire alla parola «boschi» quel­ le più attuali di «politica», «lavoro», «ambiente» ...ci ritroveremmo ad as­ segnare a quella stessa curiosa defi­ nizione un senso più profondo; in­ contrare il «bosco» significa presta­ re attenzione ai segnali, alle regole della vita, imparare a non aver pau­ ra dell’ignoto, a sapersi orientare, a non cedere alle sconfitte, ad essere di­ sposti e pronti ad incontrare chiun­ que il Signore voglia mettere sul no­ stro cammino. A. Ardigò, C. Cipolla e S. Martelli sono dei sociologi professionisti esterni allo scoutismo, che hanno vo­ luto studiare la realtà interna dell’AGESCI - Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (che in Ita­ lia conta quasi 160.000 iscritti) e che non si sono lasciati sfuggire l’occa­ sione di indagare sulle scelte e i va­ lori sui quali è costruita la vita di ben 10.000 Rovers e Scolte (vale a dire gli scouts più «grandi», tra i 16 e i 20 an­ ni), convenuti tre anni fa ai Piani di Pezza, in Abruzzo, per un incontro nazionale dal titolo «Le scelte per un mondo che cambia». Né è uscito un libro: «Scouts oggi» edito da Boria, che riporta, corredate di riflessioni e commenti, le risposte ad un oneroso questionario proposto sotto un sole cocente in quell’estate del 1986 e compilato con scrupolosità a 1500 m. di quota; una ricerca importante sot­ to il profilo sociologico perché i ra­ gazzi ed i loro capi hanno costituito un campione ragguardevole per quanto riguarda le scale di valori, le aspettative, il modo di guardare la vi­ ta, insomma, di una bella fetta di gio­ vani italiani. Sono stati spogliati 9732 questionari utili di cui circa 1400 compilali dai capi, ossia da giovani con più di 21 anni, che l’AGESCl considera adul­ ti perché testimoniano concretamente e responsabilmente le loro scelte di vi­ ta nel servizio, nella fede, nell’impe­ gno politico e che hanno scelto, an­ che, di fare gli educatori. — «Ma gli scouts sono un mondo selezionato!»

— osserva qualcuno; ma i dati, se­ condo gli autori della ricerca, sono comunque rappresentativi di un uni­ verso in evoluzione. Tanti i dati interessanti e molti gli in­ terrogativi aperti sui quali sono chia­ mati a riflettere i capi e tutti gli edu­ catori. Che cosa pensano, per esempio, i gio­ vani esploratori della fede? L’85% di loro risulta praticante regolare, solo il 3% rifiuta la religione e il 5% cre­ de genericamente in Dio. «Bella for­ za» — dirà qualcuno — «è una as­ sociazione cattolica!» E invece il rap­ porto non è poi così automatico: pri­ ma di tutto — e questa è cosa nota a chi si occupa di ragazzi — perché non è detto che a degli adolescenti si debba richiedere una scelta di fede matura e consapevole; poi, perché molti di loro sono figli di genitori di livello culturale medio/alto ma «tie­ pidi» o addirittura atei (non si richie­ de certo il certificato di battesimo a chi si iscrive ma si propone un con­ creto cammino nella fede, ndr.), dun­ que non sempre la formazione fami-

liare aiuta a scegliere. La fede cristia­ na è sentita per il 36,2% come soste­ gno nei momenti difficili; il 28% la considera come il significato fonda­ mentale della propria esistenza e so­ lo il 6,8% la considera un retaggio della tradizione. Una lettura più attenta, però, ci fa capire come i valori scout della co­ munità, del servizio, dell’attenzione alla natura e dell’impegno politico, che sono valori genericamente uma­ ni, pur sposandosi con quelli religio­ si, siano posti però ad un livello di accettazione e condivisione più eleva­ to. Eppure il legame dello scoutismo con il mondo cattolico risulta piuttosto preciso: se andiamo a guardare le ri­ sposte relative all’espressione della preferenza per un partito politico i ragazzi, se chiamati alle urne, avreb­ bero votato in misura del 32,8% per la DC; del 7,5% per il PCI; dell’8,6 per cento per il PSI; del 6,8% per ra­ dicali e verdi e poi, a ruota, per gli (segue a pag. 28)

SECONDO TE, IL SUCCESSO PERSONALE...

ai è riservato ai «figli di papà» b) è un criterio per ri­ conoscere i meriti in­ dividuali, che vale sotto ogni regime c) è un elemento cen­ trale della nuova ideologia capitalista d) è una molla per spingere gli individui a darsi da fare e) è un pretesto per to­ gliere le garanzie della solidarietà na­ zionale ai meno ga­ rantiti f) si può ottenere con molto impegno, se­ rietà e un pizzico di fortuna g) si può ottenere solo a prezzo di compro­ messi più o meno ac­ cettabili

Molto d’accordo

Abbastanza Poco d’accordo d’accordo

Per nulla d'accordo

1 (2,8%)

2 (11,1%)

3 (32%)

4 (54,1%)

1 (26,1%)

2 (40,6%)

3 (21.8%)

4 (11,5%)

1 (19,1%)

2 (35,2%)

3 (33,2%)

4 (11,5%)

1 (25,1%)

2 (53,1%)

3 (18,6%)

4 (3,2%)

1 (6.3%)

2 (21,3%)

3 (50,9%)

4 (21,5%)

1 (53,7%)

2 (37,8%)

3 (6.9%)

4 (1,6%)

1 (7,4%)

2 (28,6%)

3 (44%)

4 (20%)

27


I LIBRI esplicita dei comportamenti devianti, c’è anche una forte volontà di in­ tervenire concretamente per recupe­ rarli; dunque, come parlare di distac­ co dai problemi sociali?

(segue da pag. 28)

altri partiti. Dunque, il cliché di un radicato impegno politico che negli anni ’70 aveva caratterizzato PAGESCI come associazione di «sinistra», viene oggi definitivamente demolito. Rimane invece inquietante il dato re­ lativo alla disaffezione per la politi­ ca: 21,7%; quello di una esigua mi­ noranza, solo 1’1,5% impegnata at­ tivamente in un partito e quello del 19% circa di ragazzi che, se chiama­ ti a votare, non avrebbero saputo esprimere una preferenza. Ma è pur vero che gli scouts si impegnano co­ me volontari in ogni realtà di emar­ ginazione sociale: anzi, il 77% pen­ sa che per un/a ragazzo/a sia molto positivo impegnarsi pubblicamente e socialmente; e, se c’è una condanna ESPRIMI LA TUA OPINIONE SULLE SEGUENTI AZIONI: (per ogni riga scegli una delle cinque risposte indicate PENSO CHE SIA:

Raggiare sui trasporti pubblici senza pagare b) fumare occasional­ mente marijuana

a)

c) divorziare d) ubriacarsi

Molto positivo

Abbastanza Indifferente rlbbastanza dipende negativo positivo dai casi

1 (4%)

2 (3,9%)

3 (20,4%) 4 (36,3%) 5 (35,4%)

1 (1,1%) 1 (0,8%) 1 (1,3%)

2 (l,4°/o) 2 (2°7o) 2 (3,3%)

3(8,3%) 4(16,1%) 5(73,1%) 3 (37,3%) 4 (22.9%) 5 (37%)

2 (1,1%)

3 (17,3%) 4 (30,9%) 5 (49,5%)

c) assentarsi dal lavoro quando non si è real­ mente ammalati 1 (1,2%) f) prendere qualcosa in un negozio senza paga­ 1 (0,5%) re g) avere rapporti sessuali 1 (11,3%) senza essere sposati h) fare a botte per far va1 (2,4%) lere le proprie ragioni

i)

combattere per il proprio Paese in guerra

dichiarare al fisco me­ no di quanto si guada­ gna ni) avere esperienze omo­ sessuali n) vivere insieme (convi­ vere) senza essere spo­ sati o) prendere droghe pej santi (eroina, ecc.) p) abortire q) suicidarsi

Molto negativo

3(25,1%) 4(32,6%) 5(37,7%)

2 (0,4%)

3 (4,4%)

2 (15%)

3 (46,4%) 4 (16,7%) 5 (10,5%)

2 (2,7%)

3 (16,3%) 4 (23,8%) 5 (54,8%)

1(12,3%) 2(42,2%) 3(27,2%)

4(17,7%) 5(76,9%)

4 (32%)

5 (17,5%)

I)

r)

s)

28

facilitare la morte di un malato incurabile (eutanasia) avere una relazione con una persona già sposata

1 (3,3%)

2 (3,1%)

3 (12,2%) 4 (33,4%)

5 (48%)

1 (1,8%)

2 (0,8%)

3(21,1%) 4(11,3%)

5 (65%)

1 (7,7%)

2(14,8%) 3(48,2%) 4(17,5%) 5(11,8%)

1 (2,1%) 1 (1,4%) 1 (1,9%)

2 (0,3%) 2 (0,9%) 2(0,4%)

3 (1,3%) 4 (3,9%) 5 (92,4%) 3 (24,7%) 4 (13,8%) 5 (59,2%) 3(6,7%) 3 (6,7%) 4(9,4%) 5(81,6%)

1 (3,3%)

2(0,3%)

3(30,8%) 4(18,6%) 5(41,1%)

1 (2,5%)

2 (2,7%)

3 (29,3%) 4 (27,6%) 5 (37,9%)

Variegato il campo delle scelte mo­ rali. Si condanna tutto ciò che ha a che vedere con il mondo della droga: 96%; l’evasione fiscale e l’assentei­ smo sul lavoro: 81%; il furto: 95%; l’uso della violenza per imporre le proprie idee: 78%; il suicidio: 81%. A questa netta presa di posizione fa da contrappunto Patteggiamento ver­ so la morale sessuale che vede il 26% di rifiuto per i rapporti prematrimo­ niali ed il 29% per la convivenza. Insomma, in questo campo c’è una sorta di tendenza alla discrezionali­ tà, alla considerazione per l’eteroge­ neità delle situazioni, alle variabili che possono far scendere a compro­ messi, senza poter parlare, però, con troppa facilità, di una demoralizza­ zione. Semplicemente, pur credendo alla vita ed alla persona come «valo­ ri supremi» che non possono essere barattati, (l’aborto, ad esempio, è condannato per il 73 °7o, quando in al­ tre ricerche condotte sui giovani la percentuale scende di 30 o 40 punti - ndr.) pur avendo un discreto senso del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male in costumi, usi e comporta­ menti sociali, vediamo che non sem­ pre i ragazzi accettano i presupposti normativi ma pensano ai «codici mo­ rali» come ad un cammino pieno di zone d’ombra. Gli scouts sono più egualitari, più religiosi, più aperti sessualmente, più pronti al servizio, meno inscrivi­ bili entro schemi consumistici; ma in cosa si differenziano veramente dai giovani che conosciamo, quelli che abbiamo nelle nostre società, quelli che frequentiamo giornalmente, i cui entusiasmi e abbattimenti ci fanno sorridere? Ma noi li osserviamo que­ sti nostri ragazzi, li guardiamo men­ tre si «muovono» con gli altri, capia­ mo quando sono in difficoltà? For­ se i nostri ragazzi camminano secon­ do gli stessi orientamenti dei giova­ ni scouts o forse no; sta a noi os­ servare, chiedere, stimolare, fornire occasioni di crescita reale e costrut­ tiva.

Anna De Laura


ESERCITAZIONI VARIE PER L'ALLENAMENTO CALCISTICO Nicola Comucci, Nardini Editore, Firenze 1989, pp. 224, L. 20.000

Per quanto di piccolo formato e di basso costo, questo volume della Nardini nasce con referenze di gran­ de livello. Esso fa parte, infatti, di una collana che reca il marchio del Settore Tecnico della F.I.G.C. Autore di Esercitazioni varie è Nico­ la Comucci, un nome forse scono­ sciuto ai più giovani, ma che era po­ polarissimo non molti anni fa. Tec­ nico e preparatore atletico tra i più referenziati, Comucci lavora ormai • — così sembra si possa dedurre da questo libro — per la Federazione. Sulle finalità del volume che presen­ tiamo è chiarissima la premessa fir­ mata dall’autore: «(Esso) ha come obiettivo fondamentale quello di of­ frire agli istruttori di calcio — soprat­ tutto a coloro che si occupano del­ l’addestramento dei giovani — alcu­ ne indicazioni pratiche di facile con­ sultazione sul modo di guidare e di correggere gli esercizi più semplici, quelli che ormai l’esperienza plurien­ nale ha classificato come i più idonei per un’istruzione razionale e comple­ ta degli elementi basilari per l’avvia­ mento al gioco del calcio». Così impostato, il libro è certamen­ te di grande interesse per gli istruttori del CSI. Una prima lettura conferma l’impressione. Si tratta di un manualetto completo, estremamente sempli­ ce, ben illustrato, che non si perde in ---------- HOC settore tecmco------

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GUIDE DELL'ALLENATORE

ESERCITAZIONI VARIE PER L'ALLENAMENTO CALCISTICO NICOLA COMUCCI

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voli di fantasia ma va direttamente al concreto. Gli esercizi descritti da Comucci ri­ guardano: la tecnica di base; il per­ fezionamento della tecnica cd appo­ siti mezzi ausiliari; alcune esercitazio­ ni specifiche per l’incremento della condizione fisica; addestramento tec­ nico-tattico (avviamento ai ruoli).

guagli su come seguire uno dei tanti corsi ufficiali sul massaggio cinese. Forse non sarebbe male se nel cam­ po del massaggio e in altri specifici contesti, il mondo dello sport italia­ no imparasse ad apprezzare e ad usa­ re anche conoscenze che sono molto più antiche delle nostre.

IL MINIVOLLEY TEORIA E PRATICA DEL MASSAGGIO CINESE Fu Bao Tian e Lucio Sotte, Supple­ mento al numero 1 della «Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese», Corso Garibaldi 1 8, Forlì, pp. 150, L. 50.000

La Medicina Tradizionale cinese è una realtà che in Italia ha fatto or­ mai il suo ingresso nelle Università, ottenendo un pieno riconoscimento. Costituita da diverse tecniche, anche assai diverse tra di loro, l’antica me­ dicina cinese ha forse il pregio, rispet­ to a certe cognizioni occidentali, di considerare l’individuo nella sua to­ talità, piuttosto che un insieme di or­ gani su cui lavorare separatamente. Essa non può sostituire la medicina occidentale, soprattutto nel caso di grandi patologie, ma certamente con­ serva un’attenzione alla prevenzione che è pressoché sconosciuta al nostro sistema medico. Fatta questa premessa di ordine ge­ nerale, resta da dire che il volume di Tian e Sotte presenta un interesse specifico in campo sportivo. Esso in­ fatti descrive, con l’ausilio di disegni, decine e decine di esercizi di massag­ gio, mirati ad ogni zona del corpo. Molti di tali esercizi hanno come fi­ ne la cura di traumi e patologie, al­ tri servono per sciogliere la musco­ latura. Insomma, il campo di appli­ cazione è piuttosto vasto. L’unica perplessità che troviamo giu­ sto esprimere è sulla possibilità che conoscenze così complesse come quelle sottese alla medicina tradizio­ nale cinese si possano apprendere e mettere in pratica con la semplice let­ tura di un sia pur ottimo volume. Del resto il libro trova — per ammissio­ ne dello stesso autore — il suo pub­ blico privilegiato tra medici e para­ medici, ossia tra il personale specia­ lizzato. Ma è anche vero che il letto­ re desideroso di approfondire potreb­ be sempre rivolgersi alla Rivista che ha pubblicato il libro per avere rag-

Videodidattica del Movimento Editrice Espansione Idea

Il minivolley richiede e sviluppa for­ za, velocità, resistenza e agilità; af­ fina la visione del gioco, l’orienta­ mento nello spazio e la capacità tattica. Come sport di squadra, esso pro­ muove la mutua solidarietà e la con­ divisione di doveri e di gioie. È un modo felice di avvicinarsi ai coetanei e crescere insieme: il minivolley di­ venta così lo strumento attraverso cui realizzare questo progetto di cresci­ ta. Ecco dunque il messaggio più ve­ ro di uno sport come il minivolley, se correttamente inteso: divertimen­ to, certo, attività fisica, ma anche e soprattutto crescita nel corpo e nella mente. La videocassetta che Espansione Idea dedica al minivolley — videocasset­ ta realizzata dalla Scuola Federale dello Sport di Macolin —, non per­ de di vista questa prospettiva, pur presentando un taglio essenzialmen­ te tecnico-metodologico. Molto ampia è la selezione di eserci­ zi proposti: per abituare i ragazzi al terreno; per far loro apprendere le posizioni-base e gli spostamenti; per affinare il passaggio e la ricezione a due mani dall’alto, il controllo del pallone, il servizio, la schiacciata e la ricezione in difesa. Esercizi, infine, per sviluppare la visione di gioco e per organizzare lo schema-partita tre contro tre. Una scheda tecnica rias­ suntiva chiude la videocassetta. A questa videocassetta può essere utilmente affiancato un manuale di giochi di avviamento alla pallavolo che Espansione Idea presenta nella collana «L’ABC dei giochi». La videocassetta e il manuale posso­ no essere richiesti ai seguenti in­ dirizzi: • ESPANSIONE IDEA - Via Morosini, 17 - 00153 ROMA; • SOCIETÀ’ STAMPA SPORTIVA - Via Guinizelli, 56 - 00152 ROMA.

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SPORT/SOCIETA'

UN POPOLO DI TIFOSI

Abbiamo il termometro del tifo de­ gli italiani. Il CENSIS ha resi noti i risultati d’una ricerca su «I consuma­ tori di calcio - Miti, abitudini e atte­ se del “popolo calcistico”». Gl’intervistati sono stati classificati in cinque gruppi sulla base della lo­ ro partecipazione alle vicende del cal­ cio, espressa in azioni concrete.

Quelli del I gruppo sono i supertifo­ si (12%): presenti allo stadio nelle partite casalinghe, seguono spesso la squadra in trasferta, acquistano i giornali sportivi il lunedi e durante la settimana, seguono spesso «Il proces­ so del lunedì»... Per il 93% sono ma­ schi, prevale l’età 18-24 anni, scarseg­ giano gli anziani. Sono studenti, ma anche impiegati del terziario e lavo­ ratori autonomi, con un reddito ele­ vato del nucleo di appartenenza (nel­ la metà dei casi, il reddito familiare annuo supera i 36 milioni). Con quel che costano le trasferte, c’era da aspettarselo, ma va all’aria il cliché, tanto caro ai giornalisti, del tifoso ra­ gazzo di periferia emarginato che sfoga nello sport le sue frustrazioni. Bisognerebbe cominciare a pensareche i fenomeni di tifo esasperato non abbiano radici socio-economiche, bensì culturali, e predisporre le «cu­ re» in conseguenza. Il li gruppo è quello degli appassio­ nati (15,2%): per due quinti hanno un reddito familiare superiore a 36 milioni annui e sono quelli con titoli di studio mediamente minori sia per la forte presenza di giovanissimi (il 20% ha meno di 18 anni) sia per quella di operai e altre categorie pro­ fessionali medio-basse. Questi seguo­ no la squadra del cuore solo in casa, raramente in trasferta, non perdono la Domenica Sportiva alla TV e il giornale sportivo al lunedì, ma non lo comperano negli altri giorni.

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Il III gruppo (28,6%), chiamalo pit­ torescamente In mezzo al guado, è formato da tifosi pigri che solo qual­

che volta vanno allo stadio e per il re­ sto realizzano la loro passione attra­ verso i mezzi d’informazione: seguo­ no lo sport alla radio e in TV, leggo­ no giornali sportivi. La loro età me­ dia s’innalza: c’è un forte numero di 25-34enni e più del 14% di anziani. Considerano il calcio uno «sport per intenditori»,... dunque intendersene significa guardare e non partecipare.

Il IV gruppo (22,8%), detto degli av­ ventizi comprende finalmente un gruppo consistente di donne, più di un quarto; vi prevale un livello cul­ turale medio-alto. L’interesse per il calcio evita il coinvolgimento diret­ to nello stadio, si limita alle pagine sportive dei giornali d’informazione e alla visione di alcuni programmi te­ levisivi. Al V scaglione appartengono, natu­ ralmente, i non-tifosi (21,5% con maggioranza di donne): mediamen­ te colti, considerano il calcio uno sport «elementare» e, al più, seguo­ no le partite della Nazionale.

È singolare il rilievo che tali gruppi tendono ad avere comportamenti e

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modelli culturali omogenei fra loro anche in altri aspetti che con il cal­ cio non hanno a che fare. Sembra che il modo di essere tifosi (o no) carat­ terizzi tutta la personalità. Perciò, nota il CENSIS, si potrebbe fare un’analisi psico-antropologica su «dimmi chi tifi e ti dirò chi sei», e d’altra parte si potrebbe svolgere un’azione promozionale mirata su «dimmi che carattere e che gusti hai e ti dirò se il calcio fa per te». Il prototipo del tifoso appare come un tipo estroverso, spontaneo, socie­ vole, portato all’autoaffermazione. Si pone di fronte agli altri in atteg­ giamento competitivo ma rifiuta l’ag­ gressività, però per passione sporti­ va è d’accordo che l’importante è vincere e che il fine giustifica i mezzi. Il non-tifoso è un soggetto introver­ so, inibito, riservato, poco incline al confronto competitivo, più vicino a de Coubertin che a Machiavelli, più conciliante, eppure... Alla domanda se l’aggressività distruttiva possa giu­ stificarsi, il maggior numero di rispo­ ste affermative vengono dai «tran­ quilli» del IV gruppo, seguiti da non pochi non-tifosi. I tifosi inoltre, proprio per la loro maggiore vitalità, sono più attivi nel tempo libero: praticano di più lo sport, coltivano hobbies, frequenta­ no amici... I più alti fruitori di TV si trovano nel IV gruppo. I non-tifosi si prendono la rivincita nella vita fa­ miliare e nel campo culturale (legge­ re, andare al cinema, a teatro...) ma a sorpresa risultano discreti lettori anche quelli del II gruppo. Alle sole persone interessate al calcio (escluso quindi il gruppo V) sono sta­ te rivolte domande sulle loro reazio­ ni emotive. In occasione della parti­ ta, coloro che restano imperturbabi­ li sono il 25,4% del I gruppo e cre­ scono fino al 48,4% del IV. Senti­ mento comune è l’ansia: dal 32,5% del I gruppo aumenta al 35,4 nel II e scende a 18,9 nel IV. Altre manife­ stazioni: diventare aggressivi è più forte nel 1 gruppo che negli altri, di-


ventare silenziosi è più frequente nél II gruppo, diventare timorosi nel 111. Di fronte alla vittoria, il 44,5 si sen­ te felice, altri sentimenti piacevoli raccolgono altre percentuali, solo il 10,4% non si scompone; gl’impertur­ babili salgono al 21% di fronte alla sconfitta. C’è da riflettere su quali risposte scel­ gono i tifosi (potendone indicare più d’una) per definire l’attaccamento al­ la propria squadra. È vero che il 58,3% sportivamente accetta la fra­ se «Non è un sentimento serio, fa so­ lo parte del gioco», ma per il 57,8% (il 68,9 nel I gruppo) «è come l’attac­ camento alla propria città-paese-patria», per il 31,1% «è come la fedel­ tà a un partito», e per oltre un quar­ to dei supertifosi «è come l’affetto che si sente per se stessi». Altri di­ chiarano che il tifo è un sentimento superiore all’amicizia. Eppure, questo «tifa la squadra tua come te stesso» è proprio nato in pre­ valenza nella famiglia o con gli ami­ ci: il ruolo dei mass-media come sti­ molo all’approccio con il calcio ap­ pare secondario. Ma la Nazionale rie­ sce ad attirare davanti agli schermi anche i non-tifosi e a riscaldare an­ che i più tiepidi. È chiaro che, per i tifosi dei primi due gruppi, «le emozioni vissute allo sta­ dio non sono confrontabili con quelle della visione televisiva», ma negli al­ tri gruppi cresce il desiderio di vedersi una partita in tranquilla comodità. La TV dunque da un lato rende po­ polare il calcio (anche al pubblico femminile), dall’altro trattiene a ca­ sa un certo numero di spettatori. Punto debole della ricerca è l’assun­ to che identifica la passione per il cal­ cio con l’andare allo stadio, per in­ dicare anche le contromosse per au­ mentare l’affluenza. Trascura altri aspetti vistosi c partecipativi del tifo, come il raggrupparsi in casa di ami­ ci per seguire una partita in TV, il fa­ re caroselli in piazza, l’acquisto di

duzione dei costi del biglietto, il ren­ dere più accoglienti gli stadi, l’offri­ re solo posti numerati, il facilitare l’affluenza (parcheggi, ecc.), ed an­ che (per il 20%) la creazione di nuo­ vi punti di vendita dei biglietti, a in­ dicare anche una crisi del sistema di­ stributivo. Una ventata di novità può venire da innovazioni del regolamento, tra le quali sono preferite l’introduzione del tempo effettivo per evitare le lun­ gaggini e le sceneggiate, la maggiore severità verso i giocatori, il premia­ re le vittorie con 3 punti, il penaliz­ zare lo 0-0, l’introduzione dei playoff.

simboli sportivi (bandiere, adesivi, fi­ gurine, distintivi, dischi, posters, ecc.). Dopo aver rilevato che l’ideale pre­ sente nelle competizioni calcistiche sarebbe, per più di metà degli inter­ vistati, la lealtà, seguita dalla disci­ plina, l’inchiesta passa per l’appun­ to ad esaminare gli ostacoli ad una maggiore presenza negli stadi e il co­ me incentivarla. Tra i motivi della crisi di pubblico, sono indicati anzi­ tutto il rischio di incidenti e poi l’e­ levato costo dei biglietti, lamentati soprattutto dai tifosi del I gruppo per... esperienza diretta. Quasi una persona su cinque, però, dice di non avere più fiducia nell’am­ biente calcistico, e questo ci pare si­ gnificativo! A proposito del cal­ cio-scommesse e scandali relativi, un terzo pensava «che nello sport le co­ se fossero diverse», un altro terzo «lo sospettava», e un terzo afferma che «in tutti i settori della vita moderna esistono forme di illegalità» (quasi a giustificare lo sport preferito?). Per aumentare l’afflusso di pubbli­ co, le richieste più diffuse sono: la ri­

Se ne conclude che, se si continua a non fare niente, il decremento degli spettatori può continuare, erodendo un 8% di «fluttuanti». Se si attuano alcune proposte, si può recuperare un 20% di mercato tra la popolazione maschile ed una quota di popolazio­ ne femminile che può facilmente ar­ rivare a raddoppiare l’attuale 10%, ma non si coinvolgeranno mai quel­ le tre donne su quattro che, per le ti­ pologie dette all’inizio, sono costitu­ zionalmente lontane dal fenomeno. Altre ipotesi, nella ricerca, non esi­ stono, e questo è il suo limite voluto. Appare rassicurante e addirittura simpatico, dalla ricerca, l’identikit del tifoso medio. II tifo non è una pe­ ste, d’accordo, ma bisognerebbe im­ pegnarsi a ricercare anche la genesi della violenza: minoranze, certo, ma chi, dove, perché? Una volta si an­ dava allo stadio con i figli, per intro­ durli al tifo e alle parolacce; oggi non ci si può andare più: perché? La cri­ si del pubblico non dipende dalla di­ minuzione della passione per una squadra, ma dall’impossibilità di ma­ nifestarla civilmente senza rischio. Vogliamo chiedere anche quanta gen­ te andrebbe allo stadio se non si do­ vesse trovare li ore prima e quindi se fosse sicura di trovare libero il posto numerato, se l’ambiente fosse tran­ quillo, i settori più limitati e meglio sorvegliati, se ci fossero le telecame­ re a circuito chiuso, se si potesse ar­ rivare in macchina nelle vicinanze e sbrigarsela in breve tempo sia all’en­ trata sia all’uscita? Non sono richie­ ste impossibili da accontentare e, co­ munque, chi ha detto che andare al­ lo stadio è il solo modo di far parte del «popolo calcistico»?

Domenico Volpi

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