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Stadium n. 11/1989

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NOVEMBRE 1989 • ANNO LXXXIV

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RITORNO AL SUD

QUASI UN SOMMARIO

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12 EBANO

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E AVORIO

VE^g© LA VERIFICA

di Aldo Notano

di G P

di L O.

4CULTURA

25 13 TOWOO/ STADIUM/SOCIETA'

QUALCOSA DI PIU'

E SPORT

CRONACHE/ ESPERIENZE!

Dalla storia all'attualità di Livio Olivi

di Angelo Bertani

óPALLAVOLO

28. 14 FOTOMEMORIA

MINERALI E^EB^W^Eira

Uno sguardo ad uno sport che cresce. di Giampiero Spinto

8PARI DIGNITÀ' Il punto sull'obiezione di coscienza, di Vito Cozzoh

di Antonio Spataro

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Il tema del mese: MORIREMO DI MONDIALI? 00 {rDOLarOg di Andrea De Pascalis L'ULTIMA CROCIATA di Flavio Pedrotti

9TEMPO RITROVATO 19 di G Battista Gandolfo

FOTOMEMORIA

0 libri a cura di Andrea De Pascahs

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UNA CAUSA DELL'UMANITÀ' La campagna contro la pena di morte. di Vittorio Sammarco

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ATLETICA PER L'EUROPA I campionati FICEP a Trento. di Davide Marzaroli

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SPORT/SOCIETA' di Domenico Volpi

Era tempo che neH’opinione pubblica espressa dai mass­ media non si parlava più del­ la questione meridionale in termini politici. Mafia, ’ndrangheta, camor­ ra, «palazzo dei veleni», se­ questri... si, se ne parla spes­ so. Ma da ormai 10 anni nes­ suno ha avuto il coraggio di affrontare «questione meri­ dionale» nei suoi termini ve­ ri: sociali, culturali ed eco­ nomici.

Lo hanno fatto, in questi giorni, con impegno e pro­ fondità, i vescovi italiani, pubblicando un documento eccezionale che ha suscitato grande clamore nella stampa nazionale (soprattutto in quella che per lo più non dà molto peso, se non pettego­ lo, ai pronunciamenti dei ve­ scovi). Un clamore che si ac­ compagna a una singolare unanimità di consensi da par­ te di tutti: partiti, sindacati, associazioni e movimenti di ogni ispirazione ideologica. «Il Paese non crescerà se non insieme»: è il tema portante del documento che ripercor­ re «in concreto» la teoria del­ lo sviluppo possibile appli­ candola alle realtà effettive del Mezzogiorno: disoccupa­ zione, divario economico, sfruttamento capitalistico del territorio, criminalità come frutto ’ della degenerazione politica e culturale. Nel deserto della coscienza civile che oggi è appannata dal consumismo, dall’affari­ smo politico, dal prevalere dell’economia senza etica, la proposta dei vescovi italiani è molto di più di un appello, è una sfida progettuale a tut­ ta la società italiana, ai cit­ tadini e ai governanti. STADIUM ritornerà certa­ mente su questo importante documento pubblicato pro­ prio mentre si stampa questo numero, anche perché il te­ ma che esso propone per il sud: «SVILUPPO NELLA SOLIDARIETÀ», è il per­ corso ideale che nel campo sportivo, educativo e sociale il CSI si è assunto per la sua azione negli anni 90 ed oltre. E.G


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QUALCOSA DI PIU Nel loro recente incontro annuale di ottobre le Presidenze regionali, circa cento persone motivate e im­ pegnate nella nostra diffusa realtà territoriale, hanno gettato un gri­ do d’allarme: «il CSI aumenta ma invecchia». Anche l’anno sociale 88/89 testé terminato ha infatti visto aumen­ tare Società e soci ma ha visto an­ che aumentare l’età media degli iscritti.

ti CSI corre due rischi: quello di perdere la sua identità di associa­ zione giovanile e quello di diventare un 'organizzazione di servizi. Ci si è lamentati della concorrenza delle Federazioni sportive, specie quelle del calcio, che hanno scoper­ to il pianeta ragazzi e addirittura il pianeta bambini e la tentazione per il CSI è quella di rifugiarsi nei tornei degli anziani (e nello sport si è anziani dai 20 anni un su) più remunerativi e meno impegnativi sul piano educativo. È una tentazione perché non è la risposta che il CSI deve dare al pro­ blema, è una risposta troppo faci­ le che lasciamo ad altri. Oggi tutti organizzano sport perché organizzare sport paga e rende eco­ nomicamente, però siamo lontani dall’aver realizzato lo sport per tutti che non è una maratona stracittadina o una palestra per mantenere la linea che il più delle volte sono iniziative commerciali. Siamo lontani perché i giovani ne sono lontani e quelli vicini si stan­ no allontanando, dalle palestre, dalle piscine e dallo stesso sport spettacolo (l'età media degli spet­ tatori del calcio è medio-alta): i gio­ vani il pomeriggio della domenica vanno in discoteca e i fans che se­

guano le squadre di calcio combi­ nando guai, sono una minoranza. Coni e Federazioni premono sulla Scuola e si lagnano perché essa fa poco per lo sport: ai Giochi della Gioventù partecipano chi fa già sport nelle Federazioni o negli En­ ti di Promozione sportiva.

ii neo Presidente della FIDAL chie­ de collaborazione agli Enti, che so­ no ben lieti di affidargliela, perché «fare atletica» è diventato diffici­ le»: le piste di atletica ormai nume­ rose sono deserte. Non mancano gli impianti sportivi, mancano gli atleti che li frequentano.

ve con le punizioni ma con l’edu­ cazione. «Educare senza punire» non è un semplice slogan di una campagna pubblicitaria, come non è lo «sport per tutti» ma una proposta alter­ nativa che vuol dire dare valori, senso della vita, accoglienza, co­ scienza dei propri diritti ma anche delle proprie responsabilità. Non è con la paura di una punizio­ ne che si tengono lontani dalla dro­ ga i giovani come non è con la for­ mula del campionato a poco prez­ zo o gratuito che si avvicinano al­ lo sport i giovani. I giovani sono cresciuti e chiedono di più della tuta, o del pallone di cui si accontentavano ieri.

Chiedono di essere accolti e di es­ sere disponibili per loro, chiedono che si insegni loro a vivere, a pen­ sare in modo libero e critico, ad amare il mondo e ad impegnarsi per renderlo più umano, a realizzarsi nell’esperienza che compiono. La complessità dei problemi di una Sono domande di senso che richie­ società complessa non si risolvono dono risposte di alto profilo che il con le formule ma alzando il tiro per mondo degli adulti, Scuola com­ presa, non sa più dare e da cui il obiettivi alti. E l’obiettivo alto resta: educare i gio­ mondo dello sport, organizzativista ed efficientista, è lontano con vani attraverso lo sport. Educare oggi vuol dire dare risposte distanze galattiche. alle domande di senso che i giovani pongono con i loro silenzi e le loro Il CSI cerca di darle queste rispo­ ste riconoscendo i propri limiti: è disaffezioni. un atteggiamento che è già una ri­ sposta. La battaglia politica di questi giorni sulla legge della droga rientra in que­ Sempre di più CSI quindi, specialsto quadro: il mondo cattolico, a cui mente oggi. noi apparteniamo, è impegnato a far capire, ai politici che droga e anti­ droga non sono una bandiera da al­ zare ma un problema giovanile che Aldo Notarlo ci coinvolge tutti e che non si risal­

La risposta del CSI alla nuova domanda di sport

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Cultura e sport Lo sport è indubbiamente uno dei migliori specchi della società, dove essa può vedere riflessi i suoi valori fondamentali. E allora la storia del­ lo sport, se è attenta alla dimensio­ ne culturale, apre un affascinante ca­ pitolo della storia della mentalità c ci consente di capire come l’umani­ tà, dai primordi ai nostri giorni, ab­ bia via via modificalo il modo di considerare il corpo, il coraggio, la competizione, la bellezza, di quali valori la società abbia caricato l’eser­ cizio sportivo e quali altri, invece, siano stati coltivati dallo sport e poi travasati nella società. Nella Grecia classica l’atleta era un eroe e la vittoria nello sport era con­ siderata un segno della benevolenza divina. Anche nel Medioevo al vin­ citore di un torneo, al nobile dedito alla caccia, al cavaliere dotato di par­ ticolare destrezza fisica venivano tri­ butati onori solenni. Lo sport, nella sua accezione più larga ma anche più pregnante del termine, era insieme ri­ to, culto, pratica religiosa. È solo nell’Inghilterra della rivolu­ zione industriale che si delinea il con­ cetto moderno di sport come attivi­ tà separata e puramente fisica e lu­ dica. Non per niente nasce allora la

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Dalla storia all’attualità pratica delle scommesse, la definizio­ ne dei record, l’elaborazione di stru­ menti cronometrici sempre più pre­ cisi. E comincia da allora anche l’o­ mogeneizzazione dello sport a livel­ lo universale, che impoverisce sul piano ufficiale la tradizione c la crea­ tività sportiva, anche se oggi assistia­ mo alla riscoperta e alla rinascita di sport popolari e locali. Nel nostro secolo, infine, il cerchio sembra richiudersi: con la massifica­ zione dello sport e l’amplificazione spettacolare dei mezzi di comunica­ zione l’eroe sportivo parrebbe riac­ quistare gli antichi attributi magicoreligiosi (colorati di denaro, certa­ mente, ma io era anche nell’antica Grecia e poi il denaro semmai accre­ sce, non diminuisce, l’aura magicoreligiosa attorno agli oggetti, alle persone e agli avvenimenti elevati a mito).

Questa linea culturale dello sport at­ traverso i secoli la si può ricavare, non senza un certo sforzo, al termi­ ne della lettura del libro di Richard D. Mandell, «Storia culturale dello sport» (Editori Laterza, 1989). Ab­ biamo parlato di sforzo perché que­ sto libro è o decisamente troppo lun­ go, o decisamente troppo corto. Trecentoventi pagine sono infatti trop­ pe per tracciare il rapporto tra sport e cultura — un rapporto leggibile, in­ cisivo, significante —, ma sono an­ che troppo poche se, a sostegno del­ le proprie tesi, si vogliono portare anche i fatti e i documenti dimostra­ tivi. Mandell è professore di storia all’Università della South Carolina, un ateneo del Sud degli Stati Uniti che gode di prestigio per la sua serietà. E il libro di Mandell è indubbiamente un bel libro, ma oscilla continuamen­ te tra il saggio ideologico e il reso­ conto storico, finendo per lasciare a desiderare su entrambi i fronti. Ad esempio, dedicare a ciascuna del­ le olimpiadi moderne una decina di righe oscillanti tra cronaca, storia c cultura, non soltanto risulta poco comprensibile, ma è anche rischioso. Come nel caso delle olimpiadi di Ro-


RICHARD D. MANDELL_________

STORIA CULTURALE DELLO SPORT EDITORI LATERZA

ma del 1960, allorché Mandell si li­ mita a osservare che l’«impressione generalmente positiva» che esse han­ no lasciato è da attribuire «in parte» (dell’altra «parte» non si dice) alla «stupefacente bellezza e alle evoca­ zioni classiche di quella grande cit­ tà». Poi, dopo che sono stati ricor­ dati i grandi monumenti presso i quali si svolsero alcune gare, si fa questa sorprendente osservazione fi­ nale: «Il compito ideologico dei Gio­ chi del 1960, di dimostrare all’univer­ so dei lettori, degli ascoltatori o dei telespettatori sportivi che gli italiani si erano liberati dal fascismo, non impedì che per le gare di atletica e di nuoto venisse utilizzato il Foro itali­ co di mussoliniana memoria»!

E che dire dello... — come chiamar­ lo? sconcertante candore? — con cui Mandell scrive che a Monaco nel 1972 «i giochi olimpici raggiunsero un apice in senso organizzativo, di partecipazione popolare, artistico e tragico». Il tragico ovviamente si ri­ ferisce al sanguinoso attentato dei terroristi palestinesi contro la rappre­ sentativa israeliana e alla altrettanto sanguinosa reazione della polizia te­ desca. Insomma, festa, rito e sangue!

o «Era come — osserva Mandell — se alcuni pazzi avessero dissacrato l’o­ stia, orinato nell’acqua santa, profa­ nato il sacro». Questo ci porta ad alcune altre con­ siderazioni generali sull’opera di Mandell. Una è che egli sembra es­ sere più attratto dalle notizie, dai fat­ ti che non dai loro, pur annotati, si­ gnificati culturali. Una seconda ri­ guarda la sua propensione a veder meglio il passato che non il presen­ te. La parte del libro dedicata all’an­ tica Grecia e anche a Roma è delizio­ sa: una vera miniera di notizie rare e gustosissime. Di grande respiro e interesse è anche il capitolo dedica­ to a «L’Inghilterra terra dello sport», che fa trapelare la passione di Man­ dell per l’Inghilterra sportiva e la sua ottica palesemente anglosassone. Ma, avvicinandosi ai nostri giorni la vista storico-culturale di Mandell sembra oscurarsi e diventare super­ ficiale c frettolosa. Ad esempio, il fe­ nomeno calcio è quasi del tutto igno-

In basso, «Pugili e spettatori». Acquatinta di Robert J. Criukshank (1789-1856). Pagina a fronte, in basso, «Corsa, salto, lancio del disco». Tarquinia, Tomba delle Olimpiadi.

rato, se non per una citazione di Pe­ lò e un paio di Beckembauer. La terza considerazione riguarda quello che potremmo definire «l’ot­ timismo sportivo» di Mandell, la sua indistruttibile fiducia nello sport. Non che egli ignori i difetti e i pec­ cati dello sport, e li registra anche lungo il volume. Ma ritiene apodit­ ticamente che i benefici siano di gran lunga superiori e che, comunque, non ci sia motivo di preoccuparsi più di tanto perché lo sport contiene in se stesso i propri anticorpi.

Al riguardo, l’ultimo capitolo dell’o­ pera ha un titolo eloquente: «Sport gioioso, sport meraviglioso»; e non si tratta soltanto di un auspicio, ma di una convinzione, come ben si può vedere dalle parole con cui si chiude il libro: «Considerato in senso am­ pio, solo una piccola parte dello sport moderno è violento. I miti, le regole, la letteratura etica, l’organiz­ zazione, l’ideologia esortativa sono tutti mezzi per incanalare e control­ lare l’aggressività, l’oziosità e l’insi­ curezza senza danno per il piacere personale e la solidarietà della comu­ nità. Che il potenziale creativo insi­ to nello sport moderno sia rimasto nelle mani di superficiali approfittatori, di ignoranti alla ricerca di sen­ sazioni forti e di opportunisti politi­ ci non può continuare all’infinito...: possiamo essere certi che lo sport proseguirà la sua costruttiva evolu­ zione, il suo acquisire una sempre maggiore forza mitica». E così sia! viene voglia, sinceramente, di ag­ giungere.

Livio Olivi

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Pallavolo

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Tutto sta a vedere quanto durerà la volley-mania che ha colpito i mass­ media. Intere pagine di quotidiani dedicati al fenomeno pallavolo e al­ le sue motivazioni, con particolare attenzione alla diffusione tra i gio­ vani, nelle scuole e alla carenza d’im­ pianti. Miracoli di una vittoria euro­ pea che è valsa più di mille campa­ gne promozionali. L’Italia ha vinto il titolo continentale maschile batten­ do la Svezia in una finale seguita da quasi due milioni d’italiani, davanti alla tv. In molti hanno scoperto per la prima volta ciò che mezzo milio­ ne di praticanti e quattromila Socie­ tà sportive già conoscono: la bellez­ za e la semplicità di una disciplina adatta a tutti. La pallavolo sconta una popolarità non eccessiva anche per la mancan­ za di personaggi da copertina. An­ drea Lucchetta, Paolo Tofoli, Luca Cantagalli, Andrea Cardini, Loren­ zo Bernardi, Andrea Zorzi, Andrea Anastasi, Roberto Masciarelli, Fer­ dinando De Giorgi, Gilberto Passani, Stefano Margutti e Marco Brac­ ci, sono i componenti della naziona­ le italiana medaglia d’oro a Stoccol­ ma. Nomi sconosciuti a chi non è della parrocchia e che rimarranno tali se è vero che per questo titolo è salito alla ribalta il loro allenatore, l’argen­ tino Julio Velasco, 37 anni. Fascino straniero, grintoso e scaramantico, arrivò in Italia nel 1983, lasciandosi alle spalle, nel suo Paese, una situa­ zione rischiosa con un’ondata di per­ secuzioni che avrebbero potuto coin­ volgerlo. In Italia Velasco si è imposto con quattro titoli italiani e una Coppa delle Coppe con la Panini di Mode­ na. Oggi è tecnico della nazionale. Dai giocatori è abituato a pretende­ re sempre il massimo, senza atte­ nuanti. La sua opinione è utile per capire quali sono i problemi tccnico-

Uno sguardo ad uno sport che cresce organizzativi della pallavolo italiana: «Sono stato sempre contrario a por­ tare il campionato di Al da dodici a quattordici squadre, con sedici di A2. È un allargamento voluto dalle Società per avere più spazio. Ma co­ sì non abbiamo un campionato equi­ librato, è troppo lungo. Rischiamo di accentrare l’interesse solo per i playoff, la gente risparmierà i soldi nella prima fase, la regular season, evitando di andare a vedere partite dal risultato scontato. C’è troppo di­ vario tra le formazioni di vertice e le altre. Ci sono tre, quattro società con i giocatori buoni. La necessità di ac­ quistare uomini per una rosa più am­ pia ha fatto alzare i prezzi dei car­

tellini e degli ingaggi. Chi ha meno potere economico tira avanti con fa­ tica. Non ci sono affatto poi abba­ stanza giocatori stranieri di valore per le trenta squadre di serie A. La stagione è compressa dagli impegni, la mia nazionale non può effettuare la preparazione a novembre in Giap­ pone perché non abbiamo il tempo». Gli interessi dei club sono quindi pre­ valenti, tanto è vero che il calenda­ rio della serie A è stato rivisto dopo la vittoria in Svezia e la partecipazio­ ne alla World Cup. Velasco ha lan­ ciato l’idea di rendere obbligatorio il settore giovanile con formazioni un­ der 14, 16 e 18 per le compagini di serie A, per un ricambio continuo delle forze. L’etichetta di sport provinciale per ora impedisce l’afflusso di grandi masse di appassionati soprattutto nelle grandi città. Su quattordici So­ cietà di Al maschile solo Bologna e Milano sono presenti come capoluoghi di regione. Addirittura cinque squadre appartengono a città che non sono neanche capoluoghi di pro­ vincia. In Al e A2 non c’è traccia di

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Roma, Napoli, Palermo, Cagliari, Genova, Firenze, Torino, Venezia, Bari e Reggio Calabria. Su quaran­ taquattro scudetti finora assegnati dal 1946, diciannove sono andati al­ la città di Modena che ha espresso quattro formazioni campioni d’Ita­ lia: la mitica Panini, oggi Philips, Avia Pervia, Minelli e Villa d’Oro. In Emilia-Romagna sono finiti anche cinque scudetti di Ravenna, cinque di Parma e tre di Bologna. Agli altri è rimasto ben poco. Il Cus Torino, targato Kappa, è l’ultima espressio­ ne metropolitana con la vittoria nel 1983-84. Milano non è mai apparsa nel libro d’oro, mentre le due men­ zioni romane appartengono all’Ariccia, cittadina dei limitrofi Castelli. A livello femminile la situazione non cambia di molto. Pluriscudettata è l’Olimpia Ravenna vincitrice di no­ ve titoli italiani, conquistati, prima con il marchio Diana Docks e poi con quello della Teodora negli ulti­ mi nove campionati, dal 1980 ad og­ gi, un predominio assoluto. Per quanto riguarda i grandi centri urba­ ni compare Bari con l’affermazione del 1978-79. Per Manlio Fidenzio, presidente del­ la Federazione Italiana Pallavolo, l’assenza di città come Roma, è una spina nel fianco: «È incredibile, nel­ la Capitale c’è una situazione assur­ da — denuncia il massimo dirigen­ te, eletto nel dicembre 1988 — Non ci sono impianti. Il Palazzotto dello Sport è inaccessibile perché già sovrautilizzato da società di basket c pallamano. In Germania, cittadine di trecentomila abitanti hanno fior di palazzetti. Palermo è ugualmente ca­ rente. Ci sono in tutta la Sicilia mi­ riadi di squadre che si devono adat­ tare nei palloni pressostatici e nelle palestre universitarie, senza un im­ pianto specifico per la pallavolo. In Svezia giocavamo in una struttura immensa, comprensiva di sale risto-

rami e convegni. Ma perché qui non avviene la stessa cosa? Io credo che sia una cultura dello sport che man­ ca del tutto nel nostro Paese. Speria­ mo di averla risvegliata con questa vittoria». Un fiore all’occhiello per la pallavo­ lo è l’affermazione nella Scuola, cruccio di tutte le altre discipline. Un’inchiesta del CONI, già nel 1985 rilevava che nel primo ciclo della Scuola elementare la pallavolo è l’at­ tività che attira di più i bambini. Tra le femmine è di gran lunga superio­ re, quasi il cinquanta per cento, la predilezione per la pallavolo rispet­ to alle altre discipline. Nel secondo ciclo della Scuola elementare e nella Scuola media c’è una conferma di questi dati. Allora si indicavano in 370 mila i pallavolisti effettivi nella Scuola fino ai dodici anni, cifra qua­ si raddoppiata negli ultimi quattro anni. Le attività giovanili prevedono mil­ le adattamenti per tutte le età. Fino ai dieci anni c’è il mini-volley, in col­ laborazione con la Scuola elementa­ re, con manifestazioni provinciali e una nazionale a 96 squadre, riser­ vata a una rappresentante per pro­ vincia. Il minivolley si gioca su un campo più piccolo, largo m 4,5 e lungo m

9 con la rete alta m 2,10. Nato nella Repubblica Democratica Tedesca ne­ gli anni sessanta, il minivolley è in­ dicato come gioco propedeutico alla pratica della pallavolo e all’attività sportiva in genere, evitando un av­ vio precoce all’agonismo. Tre i gio­ catori ammessi per squadra. Dagli undici ai dodici anni si passa al superminivolley, con un campo di dimensioni di m 6 x 12, con la rete al­ ta m 2,15 con quattro giocatori, in­ vece dei sei previsti dalle regole del­ la pallavolo. Non è più un momento ludico quindi ma un’attività pro­ grammata dove fondamentali e po­ sizioni in campo si affinano. Più avanti c’è l’under 14, da quest’anno diventato un vero e proprio campio­ nato nazionale. La facilità di sistemare una rete in un cortile o in uno spazio non eccessi­ vamente ampio ha consentito un enorme sviluppo di questa disciplina. Il superminivolley si esplica in tornei provinciali e in quattro tornei nazio­ nali a 18 squadre. Il torneo Scuola volley per la prima e seconda classe della Scuola media inferiore e il tor­ neo Junior beach volley, riservato al­ le cinquantadue province sul mare, completano il quadro delle attività giovanili promozionali, senza dimen­ ticare ovviamente i Giochi della Gio­ ventù e i Centri di avviamento allo sport. Ora la pallavolo deve con capacità sfruttare l’attenzione maggiore anche degli sponsor (il campionato è deno­ minato trofeo wuber) per tentare il grande salto e imporsi alle grandi platee. Programmazione e strutture più manageriali si affiancheranno al­ la forza di sedicimila dirigenti volon­ tari che hanno fatto della pallavolo 10 sport di tutti, al riparo da perso­ naggi-divi.

Giampiero Spirito

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Pari dignità 11 servizio civile ha pari dignità e pa­ dice ordinario sostituisce quello mi­ ri valore rispetto al servizio militare. litare, ed è sancito il rispetto dell’a­ rea vocazionale e d’impiego indica­ Così ha deliberato la Corte Costitu­ ta dall’obiettore. zionale il 19 luglio scorso in una de­ C’è però chi sostiene che gli otto mesi cisione che, a ragione, può essere di differenza rappresentino un effi­ considerata storica in vista di un ef­ cace deterrente contro i cosiddetti fettivo riconoscimento normativo «obiettori di comodo» e che il servi­ dell’obiezione di coscienza, da con­ zio civile sia anche un modo per «far­ siderarsi ormai un vero e proprio di­ la franca». ritto soggettivo e non più una genti­ le concessione da parte dello Stato. una serie di proposte di riordino del­ A fronte di un prevedibile aumento Il supremo organo garante della Co- lI ’obiezione di coscienza presentate da del numero degli obiettori si impone allora una riorganizzazione del ser­ gruppi politici. stituzione ha infatti affermato chia- diversi < vizio: si faccia una selezione seria de­ ramente che «appare privo di ragio­ Ecco le novità in cantiere: innanzi­ gli Enti, si concordino idonei pro­ nevolezza che un servizio corrispon- j tutto viene riconosciuto il diritto al­ grammi di lavoro, si effettuino con­ dente in tutto e per tutto al normale j l’obiezione, e nello stesso tempo si trolli altrettanto seri. servizio di leva, salva soltanto la sot­ esclude l’esame sulle motivazioni del­ La vera svolta, dunque, può e deve trazione all’uso delle armi, abbia una j la coscienza. Attualmente il servizio essere culturale, perché la prospetti­ durata comunque superiore all’alè di venti mesi, mentre nella riforma va che si apre sempre più chiara è tro». La decisione della Corte can­ si riducono a quindici, di cui i primi quella di offrire a tutti i giovani l’op­ cella così l’ingiustizia degli otto me­ tre dedicati alla formazione. Inoltre portunità di un servizio alla comu­ si in più per chi è obiettore, ma se­ il trattamento viene equiparato al nità, realizzato con modalità diver­ gna anche una decisa svolta culturaservizio militare, per esempio nella se. Come ha affermato, all’indoma­ le nel senso di una nuova concezio­ diaria. 11 servizio civile sarà poi del ni della storica decisione della Cor­ ne del servizio di leva. Ma come si configura realmente tutto smilitarizzato, e le competenze te, Don Giuseppe Pasini, direttore l’«Italia che obietta»? Oggi sono ‘dovrebbero essere attribuite ad uno della Caritas Italiana, una delle as­ Dipartimento presso la Pre­ sociazioni maggiormente impegnate 9711 i giovani italiani attualmente in speciale 5 sidenza del Consiglio. Infine, il giu­ sul fronte dell’obiezione di coscienservizio che hanno detto «signornò». Un numero ancora troppo basso se "A paragonato alla capacità d’impiego f di Enti pubblici e privati convenzio­ nati con il Ministero della Difesa. A Tra i servizi svolti dai giovani obiet- b tori prevalgono le attività di assisten- J za di vario genere (ad anziani, han- / dicappati, tossicodipendenti) che al- ? la fine del 1988 vedevano impegnati il 54 per cento degli obiettori. Seguono le iniziative socio-culturali (turi- .___ smo, animazione, cura e conserva­ zione delle biblioteche, ricerca) in cui lavorano il 31 per cento degli obiet­ tori e le attività di protezione civile (3 per cento). Questa è la realtà odierna, in attesa di subire profonde trasformazioni quando il Parlamento approverà il cosiddetto «disegno di legge Caccia» (dal nome del suo relatore), frutto di

Il punto sull’obiezione di coscienza

OBIEZIONE DI COSCIENZA i

(IME DIRITTO SOGGETTO

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rà, «la sentenza viene a dire indiret­ tamente che la cosa più importante, nell’attuale contesto povero di valo­ ri e di ideali, e caratterizzato da un forte distacco tra società e Stato, è di creare le condizioni che consenta­ no di recuperare il senso di apparte­ nenza sociale, la volontà di servizio alla comunità. La responsabilità di fronte alle persone, specialmente ai più deboli, di fronte all’ambiente». La cultura dunque corre veloce e la società ha il dovere di adeguarsi: da una parte riconsiderando il modello di difesa nazionale in relazione alle mutate condizioni della situazione in­ ternazionale, dall’altra dando una ri­ sposta positiva alle attese dei giova­ ni e della società. La difesa della Patria non coincide necessariamente con il servizio mili­ tare. La Corte Costituzionale già nel 1985 aveva stabilito che chi sceglie l’obiezione di coscienza adempie, in modo diverso dal militare, ma ugual­ mente valido, al dovere di difesa del­ la Patria sancito dall’art. 52 della Costituzione. 1 giovani hanno quindi il diritto di in­ dirizzare la propria scelta verso ser­ vizi utili: è sicuramente utile tutela­ re la sicurezza nazionale, ma sono al­ trettanto utili servizi per la assisten­ za sanitaria, per la promozione di iniziative sociali, per la tutela del­ l’ambiente. Servire la Patria intesa come comu­ nità potrebbe essere allora il senso di un servizio per tutti i cittadini, uo­ mini e donne, abili e non abili alle ar­ mi, chiamati ad offrire la propria di­ sponibilità verso lo Stato e la socie­ tà, potendo scegliere tra il servizio militare o quello civile. È una prospettiva che crea preoccu­ pazioni a molti, ma sarebbe anche una utile occasione, più vicina e sen­ tita di quanto si possa pensare, per ridare un senso alle ragioni della so­ lidarietà c del servizio alla comuni­ tà, allontanando il grosso rischio del­ l’impoverimento sul piano dei valo­ ri civili. Infatti, anche la migliore leg­ ge per gli obiettori, senza un cor­ rispondente sviluppo della cultura della non-violenza e della solidarie­ tà sociale sarà destinata ad avere vi­ ta dura.

Vito Cozzoli

TEMPO RITROVATO

G. Battista Gandolfo

Novembre passa per definizione come il mese dei morti. È vero, forse oggi cer­ te tradizioni, se non vengono del tutto dimenticate, sono almeno trascurate, anche se spesso dipendono da uno spi­ rito religioso. La secolarizzazione, uni­ ta a uno spiccato spirito laicista, inde­ boliscono tutte le memorie e i docu­ menti che contengono in nuce, se non proprio una tradizione, almeno alcune note religiose. Il senso consumistico della civiltà contemporanea, le sue in­ sidie, i suoi lamenti e il concetto utili­ taristico, spesso svanito fra stordimenti e soprusi, vietano le iniziative e le atti­ vità, che ricorrevano normalmente al­ cuni anni or sono. Ciononostante alcune espressioni si protraggono, se non altro come baga­ glio culturale di un tempo e di uno spa­ zio che hanno saputo costruire e difen­ dere una storia precisa. Fremono i ri­ cordi, anche della fanciullezza, fra cui quel rosario che ogni sera, al suono del­ la campana della chiesa, si recitava a suffragio delle anime del Purgatorio. Con la curiosità propria del bambino, si formulavano domande sul posto in cui si trovavano i defunti e sulla loro vita. Alla fine, però, si guizzava felici di aver contribuito a salvare parecchie anime, finalmente libere ed esaltate nel possesso del Paradiso. Non si capiva come ciò potesse accadere. Difatti so­ lo più tardi, da! profondo dello studio teologico, si è sentito parlare di «comu­ nione dei santi», della distinzione fra «chiesa santificante, purgante, militan­ te» e del concetto di thesaurus ecclesiae, decantato da Alessandro di Hales con le definizioni delle «redenzioni» e del­ le «indulgenze». Tutti concetti e termi­ nologie oggi perlopiù sconosciute. Rimangono tuttavia brani letterari che custodiscono con la stessa presenza e con un pizzico di malinconia la nostal­ gia e la preghiera del suffragio. Giovan­ ni Pascoli, per esempio, parlando del mese di novembre, così mormora: «Si­ lenzio, intorno: solo, alle ventate,/ odi lontano, da giardini ed orti, / di foglie un cader fragile. È l’estate/ fredda, dei morti». E, fra visioni cosparse di cri­ santemi c camposanti, di croci e ghir­ lande, di cipressi e scirocchi, egli cele­

bra ancora il giorno dei morti, come il momento della comprensione e del per­ dono per tutti, anche per l’assassinio di suo padre: «Perdona all’uomo, che non so; perdona», invoca il poeta, quindi aggiunge: «se ha figlioli, in nome lor perdona». Sono certamente istanze degne di ri­ spetto e di stima, oggi imitate raramen­ te. Per quanto ne so, solamente il fi­ glio di Bachelet, alcuni anni or sono, ha saputo fare altrettanto. È comunque assodato che il culto dei morti e la con­ comitante orazione a Dio si struggono come atti particolarmente cristiani. Si tratta di opere altamente caritative e pregne di quella solidarietà, che non si arrestano nei limiti del terreno. Per aprirsi al mistero e rischiararsi con le virtù teologali e consegnarsi quale stru­ mento di attesa e difiducia alla miseri­ cordia di Dio, echeggiante di vita e di grazia. «Se tu esisti», scrive Carlo Be­ tocchi, «anche noi esistiamo». Non so­ lo, ma non si può non ritrovare in Cri­ sto, indipendentemente da qualsiasi condizione di vita, «della bellezza il bandolo/ originale seme». Anche per­ ché il senso della morte fa risalire alla sfera dell’incontro con Cristo, chiama­ to a condividere fino in fondo il suo amore di uomo-Dio. Si riveste dì con­ templazione e di lode, a cui si aderisce dalla profondità della propria coscien­ za. Non per nulla Antonio Bonchino prega nel suo Diario di precarietà: «Amami/ ancora un’altra volta: è mia,/ tu l’hai detto, la tua morte». Questa sorte, se da un lato sussulta co­ me legame fra Cristo e la creatura, dal­ l’altro essa strappa un 'eccezionale im­ portanza, poiché getta le basi per un 'opzione assoluta e totale. Appoggia l’origine e le ragioni di quel suffragio, che viene scoperto dal credente a cau­ sa dell’abissale precarietà del suo esse­ re creatura. Per contro invece l’uomo si prostra alla grandezza dell’interven­ to soprannaturale di Cristo, che non muore e risorge per se stesso. Egli cat­ tura l’uomo di fronte all’immortalità e alle sue conseguenze e lo soccorre nel «caos della strada», osserva Luisa Vas­ sallo, esaurendo la sua «mano silente/ tra capelli arruffati».

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Una causa dell’umanità

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«Se dimostrerò non essere la morte né utile, né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità'». Quando Cesa­ re Beccaria, famoso giurista milane­ se, pronunciò questa frase mancava­ no pochi anni alla fine del diciotte­ simo secolo. Ora, che siamo alle por­ te del ventunesimo, la strada fatta non appare decisamente entusia­ smante e quella ancora da fare im­ pegnativa e difficile. Ma per molti è il caso di continuare. La «causa dell’umanità», almeno per quanto riguarda la completa elimina­ zione della pena di morte (sia di di­ ritto che di fatto), è stata vinta in 36 dei 180 Paesi facenti parte delle Na­ zioni Unite. Ancora troppo pochi. 11 primo, il Venezuela, che decise di eli­ minare l’esecuzione capitale nel lon­ tano 1863, seguito poi da San Mari­ no, che di fatto la eliminò nel 1868. L’ultimo arrivato nella famiglia de­ gli abolizionisti è la Cambogia: la re­ cente triste storia di questo Paese dà alla cosa un carattere di eccezionali­ tà. In compagnia dell’Italia, fra i Paesi che l’hanno abolita per i soli reati comuni ma l’hanno mantenuta per alcuni reati eccezionali (come quelli commessi in tempo di guerra e previsti dal Codice militare), ci so­ no il Brasile, il Regno Unito, la Spa­ gna, la Svizzera ed altri; in totale 18 Paesi. Poi ci sono quegli Stati che hanno di fatto da diversi anni esclu­ so dal loro sistema penale la condan­ na a morte: sono 27. In realtà nonostante questi Paesi possano essere considerati abolizio­ nisti de facto (l’ordinamento legisla­ tivo la prevede ancora), in alcuni di essi continuano ad essere emesse sen­ tenze capitali, che non sempre ven­ gono commutate in pene diverse. C’è da temere perciò che la condanna a morte non sia stata completamente cancellata. Infine i Paesi che mantengono in vi­ gore la pena capitale e la applicano

La Campagna contro la pena di morte

de, mantengono l’applicabilità della pena di morte. La Nigeria nel 1985 ha il primato delle esecuzioni: 301. Ma è il Sudafrica il Paese che man­ tiene una costanza davvero non in­ vidiabile: in media 100 condanne a morte eseguite all’anno, con una punta di 172 detenuti uccisi nel 1987.

per reati comuni. Sono 99, di tutti i In Asia: la Cina (si parla di 30.000 continenti e con diverse forme di go­ esecuzioni negli ultimi cinque anni), verno. Per quanto riguarda la mag­ l’Iraq e l’Iran sono i Paesi che appli­ gior parte di questi Paesi Amnesty • cano la pena di morte con maggior International, l’organizzazione inter­ sistematicità. Questi ultimi soprattut­ nazionale che dal 1962 è impegnata to, oltre ad accompagnare l’esecuzio­ sul «fronte» della difesa dei diritti ne con manifestazioni pubbliche che umani, è a conoscenza di esecuzioni devono servire da deterrente per la portate a termine negli ultimi 10 an­ popolazione, non escludono la pos­ ni. In questa categoria potrebbero sibilità di infierire anche nei confron­ rientrare altri Paesi ma le informa­ ti di minorenni. Negli USA sono 36 zioni relative all’uso della pena di gli Stati che hanno introdotto la pe­ morte sono spesso assai scarse: le na capitale, e al 20 dicembre 1988 vi esecuzioni vengono effettuate in gran erano 2.182 persone in attesa dell’e­ segreto perché, nonostante tutto, la secuzione nei cosiddetti bracci della propria immagine all’estero deve es­ morte. sere mantenuta il più possibile inte­ In Europa la pena di morte è stata quasi totalmente abolita; la applica­ gra. Ma vediamo i casi più eclatanti. In no ancora la Polonia, l’Ungheria, la Africa tutti i Paesi, tranne Capo Ver- Jugoslavia, la Romania, la Cecoslo-

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• Stanley Abbot, cittadino di Trinidad, fu condannato a morte per omici­ dio nel 1973. Le sue richieste di appello furono costantemente respinte. Fu giustiziato il 27 aprile del 1979, dopo aver trascorso sette anni di detenzione di cui gli ultimi sei nella cella della morte. Qualche giorno prima di morire, Stanley Abbot inviò la seguente lettera ad un Avvocato socio di Amnesty: «Caro Avvocato, Ringrazio Lei e tutti i soci di Amnesty International per il commovente in­ tervento in mio favore... Mi creda sono profondamente commosso. Lei non può immaginare la mia ansia in questo momento. Sono calmo ma nel mio intimo soffro terribilmente. Il mio ricorso è stato respinto tante di quelle volte, troppe volte, da far pensare che io mi ci sia ormai abituato... Sono molto preoccupato per mia madre. L’ho vista ieri. Si sforzava di apparire calma, ma io la vedo consumarsi lentamente sotto i miei occhi. È doloroso assistere alla distruzione di un essere amato. Soffro doppiamente. Prego Dio ogni giorno affinché tutto si risolva nel migliore dei modi. Vede, A vvocato, mia madre non si lamenta mai con nessuno, così la gente è portata a credere che tutto va bene. Ma può davvero una madre essere a tal punto insensibile nei riguardi del proprio figlio? La mia, lo so, mi ama profondamente... so­ no solo ora e so che in questo posto si trova conforto soltanto in se stessi. Ma quando mi sento realmente depresso penso che c’è qualcuno che si preoc­ cupa per me. E prego...».

* * * • Lettera spedita ad Amnesty dal dominicano Pena Valdez dopo la sua libe­ razione. Pena Valdez, al momento del suo arresto, era segretario generale della Confederazione Naturale dei lavoratori della Repubblica Dominicana. «...Ero nudo in una cella sotterranea. Quando arrivarono le prime duecen­ to lettere le guardie mi restituirono i vestiti. Poi arrivarono altre duecento lettere ed il direttore del carcere venne a farmi visita. Quando giunse un 'al­ tra pila di lettere il Direttore si mise in contatto con i suoi superiori. Le lette­ re continuavano ad arrivare ne giunsero tremila. Il Presidente ne venne in­ formato. Le lettere arrivavano ancora, ed il Presidente telefonò al carcere dicendo di lasciarmi andare. Dopo la mia liberazione, il Presidente mi ha chiamato nel suo ufficio per una chiacchierata «Da uomo a uomo». Mi chiese: «Come mai un sindacalista ha tanti amici in tutto il mondo?» E mi mostrò un 'enorme scatola piena di tutte le lettere che aveva ricevuto. Quando ci sa­ lutammo me le diede. Le conservo ancora...» (Tratto da «Le violazioni dei diritti umani», a cura di Amnesty International).

vacchia e soprattutto l’URSS e la Bulgaria. Ma si va facendo sempre più vasto il movimento internazionale che in­ tende sensibilizzare l’opinione pub­ blica c i governi per spingerli a rispet­ tare l’articolo 3 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo:

«Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della pro­ pria persona». Ci sono numerose ragioni per ritene­ re la condanna capitale uno strumen­ to giudiziario arcaico ed inefficace, oltre che disumano. Non c’è innan­ zitutto nessuna prova convincente

per credere che la pena di morte ser­ va da spauracchio atto a dissuadere dal commettere reati; nessun indice statistico rileva un decremento dei reati a seguito dell’introduzione del­ la pena. Non sono pochi i casi negli Stati Uni­ ti di persone condannate a morte e successivamente liberate perché de­ finitivamente assolte. L’errore giudi­ ziario rischia di diventare evidente­ mente e tragicamente irreversibile. Inoltre, quando l’esito di un proces­ so è condizionato dalla difesa legale che l’imputato riesce a procurarsi, le questioni di razza, classe sociale e possibilità economiche hanno un pe­ so notevole sull’amministrazione del­ la giustizia. Un esempio: nel 1985 il 48% dei condannati a morte negli Stati Uniti erano neri, ma la percen­ tuale delle persone di colore sull’in­ tera popolazione è appena del 12% ! Amnesty International aggiunge: «Contro l’imposizione della pena di morte si può ancora dire che essa ne­ ga i moderni concetti di criminolo­ gia, basati sulla teoria che la riabili­ tazione del criminale è possibile». Contro la pena di morte è in corso una Campagna di sensibilizzazione che ha visto coinvolti enti e organi­ smi laici e religiosi accanto ad Amne­ sty International. Il punto di parten­ za è far capire che la vita di un citta­ dino che vive a migliaia di chilome­ tri di distanza può dipendere da tut­ ti noi. Sollecitare invio di lettere ai governi che fanno uso della pena, ri­ chiedere sottoscrizioni di appelli, or­ ganizzare manifestazioni, può sem­ brare l’estremo, disperato e un po’ utopistico tentativo di chi ha forti ideali e deboli armi. Ma sono le ar­ mi della civiltà e della democrazia, di chi ha fiducia nell’uomo anche quando sbaglia.

Vittorio Sammarco

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Ebano e avorio

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«Ebano ed avorio vivono insieme in perfetta armonia...». Cosi diceva una canzone di Paul Me Cartney di alcuni anni fa, ispirandosi palese­ mente al problema razziale fra neri e bianchi. Negli ultimi anni nel nostro Paese è aumentato il numero degli stranieri provenienti da Paesi in via di svilup­ po. Recentemente la Caritas ha pub­ blicato un «dossier» sulla situazione degli stranieri in Italia. Durante l’e­ state l’uccisione di Jerry, un lavora­ tore nero clandestino, a Villa Liter­ no in Campania ha scosso profonda­ mente l’opinione pubblica. L’ISPES ha pubblicato una stima secondo la quale vi sono nel nostro Paese 1.100.000 lavoratori extra-comunita­ ri di cui solo la metà sono regolari. Il fenomeno dell’immigrazione è ma­ turato molto lentamente. In altri Paesi europei, in passato «co­ loniali», come la Gran Bretagna o la Francia, la presenza di stranieri è sempre stata nell’ultimo secolo una consuetudine. Lo sfruttamento colo­ niale ha provocato un movimento verso la supposta «madre patria», come luogo ideale. L’Italia sebbene abbia avuto delle «colonie», e una parte del fenome­ no migratorio (etiopi, somali, libici) si spiega in questi termini, non ha ap­ parentemente particolari motivi per sembrare un Paese conveniente do­ ve cambiare la propria condizione di vita. Tutto questo sulla carta: in realtà il nostro è un Paese prediletto dai la­ voratori stranieri. La ricerca 1SPES sostiene che in Italia esistono cinque diversi gruppi etnici (nordafricani, senegalesi, capoverdiani, etiopi, cen­ troafricani). A queste comunità, che hanno una precisa distribuzione ter­ ritoriale, si aggiunge un gran nume­ ro di filippini ed asiatici che lavora­ no soprattutto nelle grandi città co­ me Roma e Milano.

Viene dunque da chiedersi perché molti stranieri preferiscono l’Italia ri­ spetto ad altri Paesi europei. Innanzitutto bisogna considerare la' nel Mar nostra posizione j „geografica „ Mediterraneo che da sempre ha fa­ vorito gli scambi culturali ed econo­ mici. Inoltre le nostre autorità doga­ nali non sono certo le più severe del mondo ed esistono molti modi per entrare nel nostro Paese senza pro­ blemi. Il motivo più grave è che il fenome­ no della clandestinità conviene sia ai datori di lavoro che a molti immigra­ ti. Il datore di lavoro che assume un clandestino non deve pagare i con­ tributi e tutte le prestazioni sono esenti dalle tasse; d’altronde il lavo­ ratore clandestino ha un titolo di me­ rito rispetto al lavoratore regolar­ mente iscritto all’ufficio di collo­ camento. La migrazione dai Paesi in via di svi­ luppo pone due ordini di problemi: l) Problemi economici: ricerca di la­ voro, di una casa dove vivere, della assistenza sanitaria. 2) Problemi cul­

turali: ricerca di rapporti umani e di diritti civili e sociali. In questo senso il nostro Paese, che fino al dopoguer­ ra era un Paese povero da cui molta genti: emigrava per una vita migliore, è diventato un Paese chiuso. Un sondaggio della «Repubblica» di settembre dice che per il 72% degli italiani gli stranieri sono troppi; il 45% non vuole gli stranieri senza un lavoro sicuro, il 26% non vuole gli zingari e 1’8% non vuole i neri in Italia. Se si guarda dalla parte di chi viene nel nostro Paese il 26% dei lavora­ tori extra comunitari sostiene che gli italiani sono razzisti, il-23,5% in­ differenti, il 22% diffidenti (dati Espresso). la questa situazione cosi stagnante dove e come è possibile trovare se­ gni di speranza? Le strutture politiche stanno cercan­ do un nuovo modo di affrontare ij G.P. (segue a pag. 18)


STADIUM/SOCIETA' di Angelo Bertoni

Il coro è unanime. La politica ha bisogno di essere «rifondata» per­ ché te cose vanno male; gli scanda­ li aumentano, l’inefficienza ha rag­ giunto livelli record. Lunghe ombre si stendono sulla magistratura, sui più delicati servizi dello Stato, sui gangli vitali dell’economia e dell’in­ formazione. Certo il Paese lavora e si diverte, ne! suo complesso, ma nessuno può negare un diffuso ma­ lessere, un sospetto reciproco, un certo pessimismo diffuso... Tra le ricette più ricorrenti c’è il di­ segno di riforme istituzionali, alcu­ ni agitano progetti «presidenzialistici» più o meno autoritari, altri si augurano un governo di «tecnici» (oh, se Agnelli guidasse l’Italia co­ me guida la Fiat, pensano molti). Certamente potranno servire anche «regole» nuove, nuovi codici per i processi, nuovi contratti per la sa­ nità, nuove leggi elettorali, nuovi statuti per i partiti. Ma, in fondo, la vera novità, la vera energia cui attingere per vincere il pessimismo e superare le difficoltà resta l’uo­ mo. Bisogna ricominciare dall’uo­ mo, investire più fiducia nelle pos­ sibilità, nelle chanches della perso­ na umana. Non sono frasi generiche. Anche nella società complessa, interdipen­ dente e superstrutturata il punto de­ cisivo resta l’uomo. Un uomo so­ lo, col coraggio, la competenza e un 'alta moralità può contribuire in maniera decisiva a raddrizzare si­ tuazioni difficili, compromesse. Vale nel campo dell’economia. Certamente ci sono altri fattori, a cominciare dalla congiuntura inter­ nazionale. Ma sarebbe stato possi­ bile raddrizzare la situazione quasi disperata del più grande gruppo economico-industriale italiano, TI­ RI, se non vi fosse stata una per­ sona come Romano Prodi? Col suo rigore, la sua limpidezza, la sua ca-

RICOMINCIARE DALL’UOMO pacità di guardare lontano e di farsi capire e rispettare da tutti? Vate ne! campo della giustizia. Quanti processi finiscono nel nul­ la perché il giudice o un testimone preferiscono il quieto vivere? Vale nella vita della Chiesa. Non avremmo conosciuto la primavera del Concilio se non ci fosse stato un uomo, con le sue personali carat­ teristiche, che si chiamava Angelo Roncalli. E forse non vedremmo quello che oggi vediamo nell’Est del mondo se non fosse salito sul so­ glio di Pietro un uomo che si chia­ ma Karol Wojtyla. E se un altro uomo non si chiamasse Michail Gorbaciov. E non è stato importante, o addi­ rittura decisivo, che l’Italia avesse nel ’46 un uomo come De Gasperi e oggi la Polonia uno come Mazowiecki? La verità è che nei grandi e piccoli avvenimenti delta vita molto dipen­ de dai grandi meccanismi, dalle si­ tuazioni oggettive, ma moltissimo dipende dalle persone. Le leggi che regolano l’amministra­ zione dei comuni e delle città, ad esempio, sono certamente assai im­ perfette. Tuttavia sono le stesse in tutto il Paese, eppure ci sono dif­ ferenze abissali nel modo in cui so­ no amministrate diverse città e cit­ tadine (per carità è meglio non fa­ re esempi). Spesso la vera differen­ za consiste in null’altro che in una persona o in un gruppo di persone. Da tutto ciò nasce una riflessione assai semplice, ma importante: che

il futuro delia nostra società dipen­ de in grandissima parte dalla capa­ cità che noi oggi abbiamo, o non abbiamo, di formare delle persone di alto livello, ricche di tutte quelle virtù morali e civili, di quella com­ petenza e generosità che potrà do­ mani essere posta a servizio del Paese. Si sa che gli attivisti e i frettolosi sorridono quando, di fronte alle ur­ genze e alta gravità della situazio­ ne, sentono parlare di educazione delle coscienze, di «formazione», di «scuole». In verità le scuole di po­ litica, ad esempio, possono essere effettivamente una strada straordi­ nariamente efficace per preparare le persone che trasformeranno la società. L'importante è che siano «scuole» di alto livello umano e culturale, che insegnino veramen­ te la libertà e la responsabilità, che aiutino a discernere i valori veri nel magma contemporaneo. È uscito in questi giorni, presso l ’editrice A VE, un libro importante, che merita di costituire il testo-base per le scuole di politica che voglio­ no volare in alto. S’intitola, un po’ provocatoriamente, «La politica educata»; sottotitolo: Per la forma­ zione della coscienza civile in Ita­ lia. Tra gli autori (è un 'opera col­ lettiva, costituita tutta con contri­ buti originali): Fabris, De Rosa, Malgari, Campanini, Scoppola, Monticane, De Rita, Prodi, Sara­ ceno. Scrive nell’introduzione Franco Casavola: «Dobbiamo iniparare a di­ re no alla politica maleducata e diseducante della propaganda de­ magogica, della lotta faziosa per il potere, delle egemonie intolleran­ ti». È così che nasce, nelle scelte e nel­ la responsabilità delle persone, una società nuova e migliore.

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FOTOMEMORIA

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IL TEMA DEL MESE

Moriremo di Mondiali? Sabato 9 dicembre si apre ufficial­ mente la grande kermesse di Italia ’90. Si apre al Palazzo dello Sport di Roma, con molte fanfare e sot­ to motti riflettori, in occasione del sorteggio dei gironi mondiali. La Tv si impadronirà dell’evento e lo strasformerà in uno spettacolo tra­ smesso in mondovisione: 25 minuti per il sorteggio, 35 minuti per un autentico show, protagonisti Tim­ mancabile Pippo Bando, Sofia Loren, Luciano Pavarotti ed altre stel­ le dello spettacolo. Un coro di mille-bambini-mille canterà in pri­ ma assoluta l’inno dei mondiali, per la gioia e il conforto dei tifosi italiani, svedesi, brasiliani, eschi­ mesi, nigeriani e di ogni altro Pae­ se. Chissà, forse anche in Libano smetteranno per un po ’ di spararsi addosso, e si raccoglieranno buo­ ni buoni davanti ai teleschermi. Che vi piaccia o no, questo è solo l’inizio. Il meglio deve ancora ar­ rivare. Secondo programmi già sti­ lati e secondo previsioni unanimi, nei prossimi mesi sarà tutto un bru­ licare di iniziative marchiate con «Ciao», il simbolo di Italia ’90. Ma già adesso c’è poco da scherzare. A dirci «ciao» tutti i giorni sono i ninnoli in vendita nelle tabacche­ rie, i sacchetti di carta dei grandi magazzini, le copertine dei quader­ ni e di diari scolastici dei nostri fi­ gli e nipoti, gli inserti in quadricro­ mia di quotidiani e rotocalchi. Nel­ le dodici città prescelte come sedi dei Mondiali, a dirci «ciao» sono anche i lavori stradali che costrin­ gono il traffico in imbuti esasperan­ ti; e per chi fosse distratto o fosse tentato di dimenticare, il COL. (Co­ mitato Organizzatore di Italia ’90) ha installato nelle dodici città gran­ di tabelloni luminosi che fanno il

conto alla rovescia e segnalano quanti sono i giorni mancanti alla prima partita. E mentre corriamo così, a rotta di «COL», verso l’Evento, accadono altri e più gravi fatti. Accade per esempio che i costi dei costruendi stadi e delle necessarie infrastrut­ ture si moltiplichino a dismisura ri­ spetto ai preventivi (ahi, come l’a­ vevamo previsto su Stadium un paio di anni fa!). E accade che al seguito dei Mondiali, nella confu­ sione e nella fretta, fioriscano biz­ zarre iniziative che sanno poco di

sport e molto di business disinvol­ to. Ed accade anche, purtroppo, che qualcuno ci lasci la pelle nei cantieri mondiali, e che solo qual­ cun altro si chieda se è davvero giu­ sto che accada. Fra tragedie e commedie, inni e ma­ ledizioni, già da alcuni mesi sulla stampa è polemica, anzi è rissa ver­ bale tra gli instancabili laudatori del Grande Evento Prossimo Venturo e gli altrettanto instancabili criti­ ci criticatutto. Poi, nella pazza fol­ la, si ascoltano (o si leggono) an­ che poche voci improntate alla ra­ gione e alla riflessione. Proponia­ mo di riascoltarne qualcuna come vaccino, come antidoto alla mas­ siccia overdose di mondialcalcio che ci attende nei prossimi sette me­ si. Prima che la Festa cominci, che il Barnum apra le sue tende, fac­ ciamolo così, senza impegno, «un po ’ per celia, e un po ’ per non mo­ rire».

UNA FESTA NATA MALE

Le vignette sui mondiali sono tratte da «Il Mondiale», supplemento al Corriere della Sera.

La tribù del calcio ha sacrificato la nona vittima ai mondiali del ’90. Le città italiane stanno diventando un Pantheon di eroi, anonimi e involon­ tari, caduti per un feticcio senza vol­ to: il mega-evento sportivo. La causa dei lutti non è la fretta in sé. Non è neanche la corsa al dena­ ro, al business, ai guadagni. La cau­ sa è invece il parossismo collettivo, fatto di chiacchiere calcistiche e di esasperate competizioni fra città ita­ liane, impastato di sospetti di ogni genere e di esaltazioni barocche («il mio stadio è più bello del tuo»). Si tratta di quel parossismo delle «fe­ ste» che cominciano male e finisco­ no peggio perché il sentimento domi-

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IL TEMA DEL MESE Moriremo di Mondiali?

nante è la «paura» di far male, di non apparire accoglienti, eleganti e trionfali. E chi è insicuro diventa ner­ voso, eccitato, confusionario. Coni­ inette perciò gli errori che voleva evitare. Il Mundial ha tutte le caratteristiche di una «festa» nata male. Va para­ gonata perciò ad una «ubriacatura», ad un’allegria forzata c non ad una gioia spontanea e attesa con ingenui­ tà di cuore. Gli organizzatori si so­ no ubriacati per esorcizzare la pau­ ra in cucina, prima che «la festa» cominci. Questi lutti non sono necessari se sa­ premo recuperare la matrice auten­ tica della «festa». Il destino, che ri­ chiede sacrifici da immolare in no­ me di un mega-evento trasformato in un rito crudele di lacrime e di san­ gue, non è inesorabile se sapremo or­ ganizzarci meglio (...). La sospensione dei lavori avrebbe so­ prattutto un valore simbolico. Sareb­ be un momento di raccoglimento in­ teriore per smaltire la sbornia e dare un senso morale alla gioia del mega-

evento sportivo. Incominciato a pla­ care l’isterismo, potremmo celebra­ re l’immagine nazionale con equili­ brio e rispetto per la nostra dignità. È possibile che la «festa» non dege­ neri (...). Le vere «feste», anche quelle che nascono male, non gene­ rano lutti, ma campi di solidarietà collettiva. Spetta all’élite politico­ amministrativa saper incamminare l’entusiasmo e far riflettere sul diodivertimento, che non ci ha chiesto alcun sacrificio umano.

lizia e urbanistica dei Mondiali, il di­ spendio spesso inutile, la mancanza di una visione di grande insieme, l’assenza di una strategia che utilizzi quest’occasione per modificare in positivo l’assetto delle nostre princi­ pali città. Ma l’aspetto più miseran­ do sta nell’ultimo argomento da lei indicato, quello degli appetiti e del­ la vera e propria rissa che attorno al­ la torta dei Mondiali si è scatenata nelle amministrazioni locali, nel gi­ ro degli appaltatori e insomma in tut­ to quel mondo che vive sui denari stanziati dallo Stato e troppo spesso dilapidati al vento solo a profitto di poche consorterie. Questa però —

Nicolò Costa

(da La Notte del 23 settembre 1989)

GLI APPETITI DEL BUROCRATE AL BANCHETTO DEL MUNDIAL

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Caro signor Draghi, le dirò che in buona sostanza la penso come lei per quanto riguarda la sproporzione tra la legittima passione popolare e il gi­ gantismo delle iniziative che gli na­ scono intorno. Tuttavia non andrei a scomodare la scienza, l’arte e la cultura e tanto meno mi sento di piangere sul fallimento della civiltà che lei desume dalle sue argomenta­ zioni. L'homo luclens è un modo d’essere della nostra specie ed ha sempre trovato in tutte le epoche i suoi modi di espressione. In una ci­

viltà di massa si esprime con spetta­ coli di massa; ma senza bisogno di scomodare gli anfiteatri della Roma antica e della Grecia ricorderò che per tutto il Medioevo l’Europa ebbe come principale attività i tornei ca­ vallereschi, che erano diventali una vera e propria industria e che produ­ cevano morti e feriti in gran copia. Ci morì addirittura un re, se non ri­ cordo male Enrico II di Valois. Ciò premesso, lei ha cento volte ra­ gione nel segnalare il pressappochi­ smo che domina la preparazione edi-

ITALIA 90 : fORUATA UNA COMMISSIONE MiNISTERIAMSN NINNARE /Z fWtlgMA-


IL TEMA DEL MESE Moriremo di Mondiali?

siamo giusti — non è responsabilità del calcio. È piuttosto un pessimo modo d’essere della nostra classe di­ rigente, della nostra impresentabile organizzazione pubblica. La sfera di cuoio non c’entra.

Eugenio Scalfari (dalla rubrica «Scalfari risponde» de II Venerdì di Repubblica del 15-9-1989)

QUESTE VITE CHE NON VALGONO UN PALLONE Ancora una vittima, nella costruzio­ ne degli stadi per i mondiali di cal­ cio, si aggiunge alle altre. Questa vol­ ta a Torino, e siamo all’undicesimo o tredicesimo operaio morto, a se­ conda dei calcoli riferiti ai lavori di­ retti e indiretti di costruzione. Ciò che mi indigna particolarmente, an­ che se — come molti sanno — sono da sempre un appassionato di calcio,

è che dopo qualche giorno dalla pub­ blicazione della notizia di questi in­ fortuni, ritorna sulle pagine dei gior­ nali il silenzio totale. E ciò mentre continua il tambureg­ giamento propagandistico sul gran­ de spettacolo che ci attende e — ma­ gari — sul timore che proprio a cau­ sa di questi eventi funesti (evidente­ mente trascurabili o secondari) si profili il pericolo che in questa o quella città, lo stadio non sia pronto

per l’apertura dei giochi. È chiaro che la tanto ventilata modernità, cosi intesa, mette in primo piano la spe­ culazione di pochi dietro la promes­ sa di un autentico divertimento la­ sciando nello sfondo, perché se ne oscuri la memoria, quella cosa — la vita umana — che dovrebbe essere sacra e al di sopra di tutto (...). La verità è che anche per la ristret­ tezza dei tempi dell’esecuzione — di cui i lavoratori non sono responsa­ bili e il fato neppure — si saltano le misure di sicurezza, si trascurano le precauzioni che la stessa legge pre­ scrive, ci si affida alla fortuna e non si rispettano le regole che — anche se manchevoli — ci sono (...). Lo scopo nostro non è certamente quello di creare difficoltà alla tenu­ ta dei Campionati mondiali di calcio nel nostro Paese. Ma riteniamo che nessuno possa anteporre alcunché, compreso un evento come questo di innegabile interesse sportivo, econo­ mico, e sociale, alla salvaguardia del­ la vita umana... Luciano Lama

(da Paese Sera del 21 settembre 1989)

I MONDIALI: NE USCIREMO VIVI? 11 lettore si astenga dall’accusarci di disfattismo appena letto il tìtolo di questa nota. Non crediamo, sincera­ mente, di dover essere processati per il delitto di leso-calcio. Agli ultimi Mondiali la nostra per­ manenza davanti ai teleschermi fu perfettamente in linea con la media nazionale; in occasione dei penulti­ mi — che, nel 1982, si conclusero con la vittoria dell’Italia — rischiammo di confondere, in un’orgia di presen-

zialismo televisivo, la notte con il giorno, come capita a certi neonati. Siamo in grado di recitare con tolle­ rabile approssimazione le formazio­ ni «azzurre» scese in campo negli ul­ timi vent’anni c dichiariamo a fron­ te alta che gli articoli di Gianni Bre­ ra ci dilettano più di quelli di Carlo Bo.

Tutto ciò non vale, tuttavia, ad at­ tenuare la nostra inquietudine per ciò

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EBANO E AVORIO

IL TEMA DEL MESE Moriremo di Mondiali?

che potrà accadere in Italia da qui al giugno del ’90. 11 clima di «mobili­ tazione generale» che avvolge la pre­ parazione dell’Evento ha già prodot­ to le sue vittime. Gli ultimatum — del tipo di quello pronunziato dal «patron» dei Mondiali, Luca di Montezemolo, alla vigilia della tra­ gedia di Palermo: o lo stadio della Favorita sarà pronto per febbraio, o saremo costretti a cancellare la città dalle sedi dei Campionati — sono di quelli che non ammettono repliche dettate dal buonsenso. Quali che siano i risultali che gli Az­ zurri conseguiranno sul campo (noi gli auguriamo fulgide vittorie), intan­ a5

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to una sconfitta l’abbiamo già subi­ ta. Essa deriva da quella cultura del­ l’approssimazione che tra noi viene considerato un surplus d’ingegno e che invece rientra fra i nostri geni ne­ gativi. Già quattro secoli e mezzo fa un italiano dalle mente lucida, Fran­ cesco Guicciardini, cercò di esorciz­ zare questo nostro demone. «Sappia­ te — scriveva nei Ricordi politici e ci­ vili — che chi governa a caso si ri­ trova alla fine a caso. La diritta (la cosa giusta) è pensare, esaminare, considerare bene ogni cosa edam mi­ nima; c vivendo ancora così, si con­ ducono con fatica bene le cose: pen­ sate come vanno a chi si lascia por­ tare dal corso dell’acqua». A nove mesi dall’esordio, il fiume dei Mondiali sembra già aver rotto gli argini della ragione. O forse la mor­ te di undici italiani rientra nei pre­ ventivi e perciò non merita che un ra­ pido miserere? Che la festa continui. N.A. (da Mercurio di La Repubblica del 9 set­ tembre 1989)

(segue da pag. 12)

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problema degli stranieri. La legge 943 del 1986, che regolarizzava la po­ sizione degli stranieri in Italia, è fal­ lita ed adesso alcuni politici ed alcu­ ni gruppi di pensiero chiedono il «numero chiuso». Questo discorso è inconcepibile per un Paese come il nostro abituato per secoli alla povertà e alla emigrazio­ ne. Probabilmente basterà solo «pro­ grammare» le entrate offrendo a chi viene un minimo di assistenza socia­ le garantita (assegno di sussistenza, case-dormitorio, mense). La Caritas in molte città è riuscita a fare questo con pochi soldi e senza burocrazia. Lo Stato può aiutare e potenziare queste iniziative con ade­ guate leggi. In Campania sta per na­ scere il primo sindacato di lavorato­ ri stranieri e la speranza è che que­ sto fatto sia uno stimolo a superare il lavoro clandestino. In alcune zone la mafia, la camorra, il potere eco­ nomico toglie anche ai nostri lavo­ ratori ed ai nostri disoccupati la di­ gnità di esseri umani. Ma la fatica più grande è cambiare la nostra cultura. Lo straniero quando viene ha lascia­ to la sua cultura originale, ma non ha alcuna assicurazione di essere ac­ cettato dalla nuova cultura dove chiede ospitalità. La nostra società è diventata multietnica e questo si sta verificando in tutto il mondo. Cambiare nel profondo non è un problema legislativo è un qualcosa che ci coinvolge tutti ad ogni livello, politico, sociale, economico, sanita­ rio, culturale e religioso. Ebano ed avorio non solo convivo­ no insieme ma sarebbe il caso che co­ mincino a farlo un po’ meglio.

G.P.


FOTOMEMORIA

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CAMPIONATI FICEP A TRENTO

Atletica per l’Europa

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Due giorni di gare bellissime, inten­ se, entusiasmanti. Protagonisti asso­ luti circa quattrocento giovani di mezza Europa, che insieme ad un centinaio di atleti italiani sono stati gli splendidi attori dei Campionati internazionali di Atletica leggera, or­ ganizzati dalla FICEP dal 28 al 30 settembre. Già, la FICEP, un orga­ nismo sportivo che raggruppa nel Vecchio Continente oltre sei milioni di tesserati e circa 500 mila società. È sorta quasi ottani'anni fa e si di­ stingue per la sua aderenza ai prin­ cìpi cristiani (FICEP sta per Fédération Internationale Catholique d’Education Physique et Sportive). Al meeting di Trento l’han fatta da padroni gli olandesi, un formidabile squadrone «pigliatutto» che ha con­ quistato tredici ori, dodici medaglie d’argento e otto bronzi. Al secondo posto nel medagliere una sorpren­ dente Austria (otto ori, sei argenti e tredici terzi posti), seguita dalla so­ lita Germania Ovest, con un bottino complessivo di 16 medaglie, la metà delle quali di colore dorato. Molto più in basso la Svizzera, che ha raci­ molato appena otto risultati da po­ dio. Assai deludente la Francia, giunta in Trentino con qualche am­ bizione di troppo e poi ridimensio­ nata al ruolo di fanalino di coda del­ la classifica (manco una medaglia d’oro, quattro argenti e tre bronzi). Ma la vera, autentica sorpresa dei campionati è stata l’Italia, una pat­ tuglia di circa cento elementi del CSI che ha figurato benissimo in ogni specialità. Venti atleti italiani sono saliti sul podio, portando la rappre­ sentativa di casa al terzo posto asso­ luto nel medagliere finale. Nelle pre­ cedenti riunioni di atletica della FICEP — indette a cadenza quadrien­ nale — l’Italia non era mai riuscita a conquistare un solo alloro: a Tren­ to ne ha raccolti ben cinque nelle di­ scipline più dure e spettacolari, raci-

«Stalli

I molando poi altre sette medaglie d’argento ed otto di bronzo. 11 primo inno nazionale a venir suo­ nato è proprio quello di Mameli. Le note accompagnano il successo di Anna Busetti, una trentina di diciott’anni che vive a Rallo, un paesino vicino a Cles, nell’alta Val di Non. Anna ha appena superato le altre concorrenti nella gara del lancio del disco, scagliando l’attrezzo a 44 me­ tri c 12 centimetri, tre metri al di sot­ to del suo personale di 47,48. Sul po­ dio è raggiante questa ragazza figlia di un idraulico e di una casalinga, che è iscritta al quarto anno di ragio­ neria c che pratica sport dall’età di nove anni. «Non sono molto conten­ ta della misura — dice la Busetti do­ po la premiazione — ma sono co­ munque felice per questa vittoria, so­ prattutto perché l’ho ottenuta in un ambiente, come dire, più rilassato c più divertente rispetto ad altri meetings nazionali ed europei: ecco, è co­ me ritrovarsi fra amici che aspirano comunque al primo posto, ma che

non troverebbero nessuno stimolo se non fossero circondati da questa at­ mosfera di amicizia e di divertimen­ to». Anna, nonostante la giovane età, è ormai una veterana delle competizio­ ni di alto livello ma in occasione dei campionati FICEP ha assaporato un modo diverso di vivere lo sport. A Trento, infatti, pur nell’assoluto ri­ gore organizzativo e senza venir me­ no ai dettami della competizione tec­ nica «pura», si è tentato di dimostra­ re come l’atletica possa essere uno strumento di conoscenza fra giova­ ni europei. Una specie di omaggio al­ lo sport come linguaggio universale fra uomini e donne di culture e sto­ rie diverse: uno sport che unisce an­ cor prima di esaltare e di dividere. E a Trento, in questa città che odora di alpini e di ricca cucina, l’atletica ha vissuto davvero momenti di glo­ ria, lontani anni luce da gigionerie ed impeachments federali. Il merito, ovviamente, va soprattut­ to agli atleti, preparatissimi sotto il profilo tecnico, ma altrettanto dispo­ nibili a scambiarsi sorrisi, ammicca­ menti in un esperanto improvvisato, scherzi e strette di mano. Le gare sono scivolate via senza sba­ vature, compresse nel catino dello stadio comunale Briamasco, la cui pista a sei corsie in flortene si ada­ gia sulle rive dell’Adige. La parten­ za del meeting è al fulmicotone, con la prestazione della Busetti. Poi, ra­ pidissime, una dietro l’altra, le bat­ terie di qualificazione delle corse ve­ loci. C’è anche il letrathlon, che il CSI ha fortissimamente voluto inse­ rire negli incontri di atletica della FICEP. È una specialità rivolta alla ca­ tegoria Cadetti, che comprende quat­ tro prove: cento metri piani, lancio del peso, salto in lungo e 1.500 me­ tri (800 per le donne). Purtroppo, soltanto due nazioni, Germania ed Italia, hanno iscritto i propri ragaz-


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zi a questa disciplina; gli altri Paesi hanno preferito gareggiare sulle di­ stanze più classiche (alla fine, nel tetrathlon, i tedeschi hanno avuto la meglio sugli azzurri). Qua e là, sparsi sulle gradinate o nel parterre, si scorgono atleti stupendi, fanciulle graziosissime dai lineamenti nordici si mischiano agli aitanti atleti di colore dell’olanda e della Francia. Esempio di tanto splendore è l’olan­ dese Mieke Van De Kolk, vincitrice del salto in lungo con la misura di 6,03. Bionda, ventunenne, la De Kolk si presenta in pedana con un body aderentissimo, sgambato assai più del necessario e profondamente scollato: Risultato: due giudici di ga­ ra provano così tanta attrazione da consumare rullimi fotografici ad una velocità impressionante. È una nota di colore, certo. Perché l’organizzazione messa a punto dal CSI di Trento non denuncia la mini­ ma defaillance. Abilmente orchestra­ ta da Ferruccio De Gasperi, un tren­ tino di 42 anni che di professione fa l’insegnante di matematica, fisica ed informatica presso un istituto profes­

sionale (e che, come volontario, coordina le manifestazioni sportive del CSI Trentino), la massa dei cro­ nometristi, di giudici di gara e di «factotum» lavora incessantemente e con un notevole spirito di gruppo.

L’apparato funziona a tal punto che due alti dirigenti della FICEP, reca­ tisi a bordo campo per assistere alle premiazioni, vengono letteralmente sollevati di peso e «collocati» al di là del cancelletto che immette in pros­ simità della pista. Fra le gare da segnalare nella prima giornata va registrata quella che ha visto come protagonista Giulio Vianello, medaglia d’oro nel salto in al­ to con 2,20. Protrattasi per circa tre ore, la gara si è conclusa in prima se­ rata, quando Vianello, rimasto or­ mai solo, ha tentato senza successo il superamento dell’asticella, posta a 2,24. Atleti e dirigenti si sono fermati per tributare un lungo applauso al giovane italiano di Rovereto. 1 campionati hanno anche regalato qualche sorpresa di genere «anagra­ fico», quantunque il meeting preve­ desse una categoria assoluta. Va re­ gistrato, ad esempio, che il lancio del peso ha visto primeggiare il gigante­ sco tedesco occidentale Thomas Kupper, classe 1952, olimpionico ai Giochi di Mosca e Los Angeles, che in un paio di occasioni ha dovuto sottoporsi alle richieste di autografo dei concorrenti più giovani. Meno prestigiosa, ma certamente assai più encomiabile, la partecipazione di un altro tedesco, Jurgen Kapplinghaus, alla gara del lancio del giavellotto: la carta d’identità di Jurgen denuncia infatti il 1933 come anno di nascita. Nel frattempo gli italiani continua­ no ad inanellare prestazioni di indub­ bio rilievo. Due ragazzi su lutti, Ubaldo Ranzi e Michele Orando, l’u­ no milanese e l’altro veronese. Il pri­ mo si rende protagonista di una ga­ ra entusiasmante nel salto in lungo, culminata nella vittoria con 7,52, ap­ pena sei centimetri in meno del suo record personale. È stata una serie davvero bella, con Ranzi a conten-

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CAMPIONATI FICEP A TRENTO

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(segue da pag.21 )

Atleti, ma non divi

dere strenuamente il posto ad altri quattro atleti, tutti attestati su lun­ ghezze superiori ai sette metri e qua­ ranta. Michele Orando è stato invece as­ solutamente eccezionale nella prova dei 400 metri piani, vinta nel tempo di 48,62 e dominata con una pro­ gressione spaventosa ed esplosiva. Michele è stato inoltre fantastico nel­ la staffetta 4x400 che, pur veden­ do l’Italia all’ultimo posto, ha pre­ sentato un atleta (Grande, per l’ap­ punto) capace di recuperare uno svantaggio di quasi settanta metri. È un ragazzo che corre con una natu­ ralezza incredibile, apparentemente con uno sforzo nullo per una gara massacrante come i 400 metri. Sicu­ ramente sentiremo parlar molto, in futuro, di questo giovane ed è certa­ mente un bene per Io sport che si sia formalo ad una scuola educativa co­ me il CSI. Una serata associativa ed un’escur­ sione a Rovereto, sul colle Miravalle, per omaggiare il Sacrario dei Ca­ duti di tutte le guerre — e per non dimenticare che sport e gioventù non fan rima con violenza — hanno com­ pletato la due giorni sportiva di Trento. Peccato che ai campionati FICEP fosse presente un solo cronista, dav­ vero poco per un’iniziativa giudica­ ta positiva dalla quasi totalità degli atleti c così vicina a quell’immagine di sport agognata dagli uomini di mezzo mondo. Si potrebbe dire che al meeting è mancato il supporto del marketing, la pubblicità al di fuori dei confini locali: bisogna imparare a «vendere» un prodotto tanto vali­ do. Diversamente i popoli continue­ ranno a pensare che lo sport è solo business.

Non occorre un sociologo per poterli definire «giovani del quotidiano». Sono gli atleti italiani che hanno vis­ suto da protagonisti i campionati in­ ternazionali di atletica della Ficep. Ragazzi normalissimi, che si nutro­ no di sport al punto da farne l’atti­ vità principale della propria esisten­ za, ma senza rischiare l’overdose.

Davide Marzaroli

L’unica eccezione è rappresentata da Mauro Crescenzi, classe 1967, vinci­ tore degli 800 metri piani. Mauro vi­ ve a Fresinone e gareggia per una so­ cietà di Roma, il Cisas Frascati. Per partecipare ai campionati di Trento si è sobbarcato un viaggio di dodici ore, una «vera odissea», parzialmen­ te dimenticata grazie alla vittoria ed all'ambiente incontrato fra i compa­ gni di gara. Dice di essere abituato a queste trasferte massacranti, ma adesso di sport è proprio nauseato. «Corro da quando ero bambino — commenta dopo la competizione — ma ora non ne posso più. Mio padre è un giudice della Fidai ed è stato lui a buttarmi nell’atletica. Sì, direi che mi ha proprio buttato, perché io non

volevo saperne. Sono stato forzalo. Ho iniziato partecipando a piccole gare, giusto per il divertimento di mio padre; poi, lentamente, mi so­ no trovato spinto a meetings più im­ portanti. Pensa, non ho nessun hob­ by. Ho dedicato tutto all’atletica, i dieci anni miglior della mia adole­ scenza». Mauro Crescenzi si allena cinque ore al giorno per sette volte alla settima­ na: in pratica una vita spesa per lo sport. «È vero — risponde — perché pensavo che l’atletica potesse aiutar­ mi ad avere successo nella vita. Ho dimenticato tutto il resto, ho sacri­ ficato me stesso per un sogno. Spe­ ravo di entrare in un gruppo sporti­ vo militare, ma non ci sono riuscito. E adesso che faccio nella vita? Pos­ so terminare l’Isef, ma dopo? Sì, de­ cisamente sono molto, molto fru­ strato». Molto diverso il rapporto con lo sport del già citato Ubaldo Ranzi. Atleta della Secur Cornarcdo, Ubal­ do è un rampollo di buona famiglia: la madre, inglese, fa la mediatrice di


moda tra l’Italia e l’America; il pa­ dre è un industriale italiano che pos­ siede uno stabilimento dolciario in Lombardia, con un discreto volume d’affari all’estero. «Sinceramente, punto ad un buon ri­ sultato nell’atletica in campo inter­ nazionale e debbo confessare che il mio obiettivo potrebbe essere il rag­ giungimento di un posto in squadra per le Olimpiadi di Barcellona del ’92, però non ho intenzione di dedi­ carmi allo sport sino ai trent’anni. Voglio soprattutto divertirmi, tenta­ re di ottenere una prestazione impor­ tante con tranquillità, un risultato si­ gnificativo per me stesso più che per la misura di rilievo. Insemina, non ho affatto intenzione di stressarmi, anche se per lo sport rinuncerei spes­ so e volentieri agli studi».

Più sicuro delle sue capacità è Giu­ lio Viancllo, a detta degli esperti una delle più devastanti promesse dell’a­ tletica italiana. Vianello è un lungagnone di vent’anni, che ha stravinto la gara di salto in alto con 2,20 (il suo

personale è di 2,24). È alto un me­ tro e 92 centimetri e pesa 76 chili. Mi­ lita nelle file della Grande Quercia, una società di Rovereto, la città in cui è nato. Nel fisico ricorda molto Patrik Sjoberg, il grande saltatore svedese di cui Vianello è un accanito estimatore (in passato ha tentato di imitarlo al punto da farsi crescere una lunga chioma bionda, eliminata a malincuore su «suggerimento» del padre). «Bella gara qui a Trento, anche se ero molto scarico dopo un’intensa stagione di salti. Adesso mi aspetta un buon lavoro invernale, dal mo­ mento che entrerò nel Gruppo Spor­ tivo Carabinieri e che avrò il suppor­ to dei tecnici della nazionale. Così potrò dedicarmi allo sport a tempo pieno c verificare le mie ambizioni agonistiche». Insomma: lo sport prima della vita? «Mah, non direi proprio. Piuttosto credo che lo sport faccia parte inte­ grante della vita c se poi arrivano buoni risultati, perché non rischiare

di trasformare questo hobby in una fonte di reddito? D’altronde, quella dello sportivo è una professione co­ me tante altre. L’importante è avvi­ cinarsi allo sport da amatore, non specializzarsi quando si è bambini, non «prendersi troppo sul serio» quando si cresce. È una passione che si coltiva col tempo, magari si mi­ gliora. Il mio salto di qualità è stato velocissimo: da un momento all’al­ tro, senza neanche avere il tempo di rendermene conto, mi son ritrovato a gareggiare ad alto livello. E conti­ nuo a divertirmi, molto. Diciamo che, visti i risultati, ho colto la palla al balzo». Un sicuro talento, nel giudizio di molti, è pure un ragazzone di Vero­ na: Michele Grando. Si è aggiudica­ to alla grande la gara dei 400 metri, con il tempo di 48,62. Ha un’enor­ me potenza muscolare, costruita al­ lenandosi dai tre ai cinque giorni la settimana, con un paio di sedute di pesistica in palestra. È un giovane si­ curo dei suoi mezzi, con un grandio­ so sorriso stampato perenne mente sul volto e tanta voglia di non rinun­ ciare ai piaceri della vita. «Beh, sì, lo sport è importante, ma non riuscirei a praticarlo con sereni­ tà se fossi costretto ad abbandonare gli amici, la famiglia, le compagnie femminili. L’atletica è gioco e spet­ tacolo, ma anche salendo di posizio­ ni deve continuare a rimanere un gio­ co. Gli avversari, ad esempio, sono tali solo in pista, mai nella vita. Fra atleti ci si incontra, ci si conosce, si scherza: alla fine siamo poi tutti ra­ gazzi della stessa età, con sogni e problemi molto simili».

D.M.

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Verso la verifica

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I congressi provinciali e circoscrizio­ nali di verifica, che si svolgeranno nei prossimi mesi, interessano le Società sportive sotto due punti di vista. An­ zitutto, è ovvio, perché a verificare l’andamento dei Consigli provinciali e circoscrizionali sono chiamale pro­ prio le Società sportive. Ma anche perché il tema deH’impegno civile, at­ torno a cui farà perno la verifica, chiama in causa non solo i Consigli provinciali come tali, ma anche le So­ cietà sportive. II tema completo suona così: «Sport come impegno civile: un servizio sportivo-educativo ispirato alla soli­ darietà», che è poi anche il nostro obiettivo quadriennale 1989-1993. Perché abbiamo scelto questo tema un po’ inusualc per una organizzazio­ ne sportiva? Perché siamo convinti — ma non siamo i soli a esserlo — che la società italiana d’oggi soffra anzi­ tutto e soprattutto di disimpegno ci­ vile. Abbiamo certamente dei gravi problemi anche economici, ci sono certamente fondamentali bisogni so­ ciali scoperti, ma volendo potremmo abbastanza agevolmente risolvere i primi e soddisfare i secondi. Non lo facciamo non perché ci manchino i mezzi, ma perché gestiamo male quel­ li che abbiamo e li gestiamo male per­ ché non ci sentiamo e non ci compor­ tiamo come «cittadini» di una socie­ tà, ma come «individui» che dalia so­ cietà cercano di prendere il più pos­ sibile senza dare in proporzione. Noi del CSI, che abbiamo sempre cre­ duto nella funzione formativa e so­ ciale dello sport, pensiamo che anche in questa fase storica della società ita­ liana lo sport possa e debba dare il suo contributo perché le cose cambi­ no e vadano meglio. Ed ecco i con­ gressi di verifica centrati sull’impegno civile. Ed ecco le Società sportive chiamate in causa come luoghi privi­ legiati in cui l’impegno civile può es­ sere appreso c sperimentato.

________ AROMA________ I QUADRI REGIONALI DEL CSI Erano un centinaio i partecipanti all’annuale incontro nazionale delle Presidenze regionali. In pratica c’erano gli Uffici di Presidenza regionali quasi al completo: Presidenti e molti Vice e Segretari, Consulenti ecclesiastici, Coordinatori dell’at­ tività sportiva e Coordinatori della formazione. L’incontro, come è nelle sue finalità, ha riguardato soprattutto i programmi del­ l'anno associativo cominciato da poco, che sono stati affrontati nel loro insieme e distinti per competenze negli appositi gruppi di lavoro. Ma il confronto tra la Presidenza nazionale e i dirigenti regionali, che sono i suoi più vicini e diretti interlocutori-collaboratori, sono andati anche al di là degli im­ pegni dell’anno corrente. Ad esempio, sono stati rilevati problemi di ordine sta­ tutario, fornendo indicazioni alla Commissione per la riforma dello Statuto appe­ na insediata, come pure sono stati rilevati interessanti elementi per avviare un’a­ nalisi approfondita dell'attività sportiva nel CSI e delle sue prospettive, dal mo­ mento che ci troviamo in una fase di transizione — comune peraltro a molte realtà sportive —, che merita un’attenta e organica riflessione.

Già lo sport e l’esperienza di gruppo offrono mille occasioni per imparare l’attenzione e il rispetto verso gli al­ tri, ad anteporre il bene di tutti sui tornaconti individuali, ad affrontare e risolvere i problemi in modo traspa­ rente, pulito e democratico. Ma vogliamo e possiamo fare qual­ cosa di più. Possiamo e dobbiamo esprimere in maniera più diretta il no­ stro impegno civile interessandoci an­ che a ciò che avviene al di fuori della nostra Società sportiva, alla vita del­ la società che ci circonda. Sappiamo benissimo che molti problemi sociali sono al di sopra delle nostre possibi­ lità e competenze, ma già sarebbe im­ portantissimo informarsi su quei pro­ blemi, poiché tante volte il disimpe­ gno individualistico comincia proprio dall’indifferenza e dalla disinforma­ zione. 1 problemi sociali a cui abbiamo ac­ cennato sono costituiti in genere da «diritti» di singoli o di categorie di cittadini che non vengono ricono­ sciuti e soddisfatti; da «bisogni» ma­ teriali e morali che non vengono ser­ viti; da «valori» relativi alla vita in­

dividuale e collettiva, alla natura e al­ l’ambiente, che non vengono promos­ si e difesi. Cercare di conoscere questi problemi, sia in generale, sia soprattutto riferi­ ti alla propria comunità di apparte­ nenza, ripetiamo, è già un modo im­ portante con cui la Società sportiva può esprimere il suo impegno civile. Quando ne ha la possibilità e laddo­ ve le si offre l’opportunità può spin­ gersi anche oltre: realizzando inizia­ tive specifiche o partecipando a ini­ ziative altrui che esprimano un mes­ saggio, una protesta, una proposta di segno civile, oppure contribuendo concretamente a fornire un servizio di volontariato sociale, che magari più facilmente potrà essere di carattere sportivo. Come si può arguire, questi prossimi congressi di verifica non sono affat­ to delle noiose scadenze burocratiche, ma degli appuntamenti potenzialmen­ te vivissimi e di grande interesse. L.O.


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE TROFEO «COPPA S. TOMMASO»

La Stella Azzurra compie cinquant'anni Una «Stella» brilla da cinquant 'anni nella pallacanestro a Roma: si tratta della Stella Azzurra di Piazza di Spagna, una delle più gloriose Società italiane di pallacanestro, na­ ta nel 1938 come polisportiva scolastica e consacrata al basket per opera di Fratei Ma­ rio Grottanelli. Definita unanimamente il «tempio della pal­ lacanestro romana», la Stella non si è limita­ ta a disputare oltre venti campionati in serie A oa formare campioni, ma ha soprattutto lavorato costantemente per offrire ai giova­ ni, promettenti o meno che fossero, un am­ bientesereno, sportivamente qualificato, ma soprattutto convinto della validità umana e formativa dello sport. La Società, che ha sede a Piazza di Spagna tra le mura del Collegio S. Giuseppe-lstituto De Merode retto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, ha festeggiato le sue «noz­ ze d’oro» con lo sport in una seguitissima serata il 6 ottobre scorso, in cui gio­ vani e tanti meno giovani sono ritornati indietro nel tempo per rinverdire gli an­ tichifasti, ma anche per riconfermare la validità di una scelta di servizio ai ra­ gazzi, in vista di una loro maturazione umana e sociale attraverso lo sport. Anche per mezzo di una pubblicazione storica realizzata per l’occasione, è pos­ sibile ricostruire il cammino di testimonianza di una Società sportiva che ha le­ gato da sempre, anche in tempi lontani, il suo nome al CSI: si pensi che Fratei Biagio delle Scuole Cristianefondò nel 1906 la FA SCI (da cui poi nacque il CSI) e diede origine al nostro Stadium. Oggi la Stella Azzurra, presieduta da Fratei Virginio Mortocela, rinunciando ai fasti della Seria A, si dedica esclusivamente all 'attività giovanile, offrendo a tutti i ragazzi la possibilità di praticare sport (basket, pallavolo, atletica, danza, judo) secondo la propria inclinazione, all’insegna dell’amicizia, della solida­ rietà e della crescita morale e sociale. L'augurio è che, con lo spirito e con l’entusiasmo che la contraddistingue da sempre, la Stella continui a «brillare» nel firmamento della pallacanestro ita­ liana, come Società leader sotto l’aspetto tecnico, organizzativo, ma soprattutto umano ed educativo nel settore dell’attività giovanile. (Vito Cozzoli) Nel 1955, Papa Pio XII riceve il capitano della Stella Azzurra, ?\nlonio Costanzo, a Piaz­ za San Pietro in occasione del decennio del CSI.

LE AVVENTURE ©D RK1©<2«© BARI — L’Associazione di Volontaria- | to Socio-Sportiva-Culturale «I Lupi di ? San Francesco» di Triggiano, in colla- . borazione con il Consiglio provinciale di Bari, ha promosso una Manifestazione I sportivo-culturale di Giocasport impron- f tata sulla favola di Collodi «Le Avventu­ re di Pinocchio», in occasione della Fe­ sta Patronale. I partecipanti sono stati invitati a presen- I tare un elaborato (collage, fotografia, fu- g metto, poesia, disegno, moulage) sulla r favola di Pinocchio; è stata anche alle- ' stita una mostra e i lavori sono rimasti esposti al pubblico per tre giorni. In tutti la manifestazione ha destato mol­ to entusiasmo, dai bambini, i protago­ :1 nisti, ai genitori e i nonni spettatori.

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CALTAGIRONE — Nel quadro delle attività programmate per l'anno spor­ tivo 1988/89 rientrano l’ottava Coppa S. Tommaso di atletica leggera ma­ schile e la quarta Coppa CSI di atleti­ ca leggera femminile. Puntuale all’appuntamento annuale con l'ambiente studentesco, l'Associazione ha invitato alla partecipazione gli Istituti di secondo grado e le Società sportive. La manifestazione ha avuto luogo presso lo stadio comunale Agesilao Greco; vi hanno preso parte circa cen­ to studenti tra ragazzi e ragazze, rap­ presentanti del mondo studentesco e non, che si sono cimentati nelle diver­ se specialità: corsa su pista, getto del peso, lancio del disco, salto in lungo, salto in alto. Le gare si sono concluse con la pre­ miazione finale delle diverse speciali­ tà con medaglie d’oro, argento e bron­ zo. Vincitrice della manifestazione è stata la Società sportiva Virtus di Niscemi che si è aggiudicata il trofeo «Coppa San Tommaso».

BUON COMPLEANNO NAPOLI — «CentroSport», il periodi­ co d’informazione del Consiglio pro­ vinciale di Napoli compie un anno. Sulla copertina dell’ultimo numero pri­ meggia una candelina colorata ed il «fondo» di un componente la redazio­ ne, Claudio Merelli, ricorda a tutti la sfida, l’impegno ed i timori che han­ no accompagnato la nascita della te­ stata. All’augurio dell'Arcivescovado di Na­ poli ci piace aggiungere anche quelli della redazione di STADIUM.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE

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CIRCUITO PROPAGANDA UDINE — Il Primo Circuito Propagan­ da del CSI si è chiuso in modo sorpren­ dente nell’ambito della Festa Provincia­ le ad Ovaro in una cornice perfetta che ha messo in evidenza una nuova espe­ rienza associativa per il Consiglio pro­ vinciale di Udine. In realtà il Circuito Propaganda ha aper­ to la strada per un’attività judoistica nel CSI di valore notevolissimo e di carat­ tere educativo essenziale. Nell’arco di

CORSO OPERATORI TECNICI DI PALLAVOLO

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MOLFETTA — Già da tempo il Consi­ glio provinciale di Molfetta del Centro Sportivo Italiano, seguendo le linee na­ zionali, è sempre più conscio che per poter avere un’Associazione migliore e al passo coi tempi, è essenziale ed in­ sostituibile l'opera di formazione degli operatori e degli animatori delle Socie­ tà sportive affiliate, quanto quella dei di­ rigenti che compongono i quadri dell’or­ ganico del Consiglio molfettese. In que­ st'ottica e con alle spalle una esperien­ za ormai collaudata da tempo, il Consi­ glio provinciale di Molfetta del CSI ha organizzato un Corso per operatori tec­ nici dì pallavolo

sei gare i Soci delle 7 Società affiliate al CSI nella Provincia di Udine non so­ lo hanno potuto misurarsi agonisticamente o tecnicamente, ma hanno vis­ suto un’esperienza di gruppo e amici­ zia nuova. Le sei gare del Circuito Propaganda sono state organizzate da 6 delle 7 Società af­ filiate. Le prove sono state vinte da mol­ tissimi atleti che sono stati seguiti in ga­ ra dai tecnici e dai Maestri. Il Tenri Udine si è aggiudicato 5 gare su 6 e una è stata appannaggio del CSI Kuroki Tarcento.

Al Corso hanno preso parte gli opera­ tori tecnici di pallavolo delle società sportive affiliate al CSI per la stagione sportiva 88/89, e si è tenuto in un pae­ sino ai piedi dei Monti Sibillini nelle Mar­ che, Montefortino. Un istruttore federale ha curato la for­ mazione tecnica dei partecipanti me­ diante una serie di lezioni attraverso le quali è stato fornito l’abc della pallavo­ lo. Durante i giorni del Corso sono stati trattati e discussi alcuni argomenti ine­ renti la condizione giovanile e il ruolo della Società sportiva e dell’operatore sportivo-associativo. Durante la perma­ nenza nel paesino marchigiano sono stati visitati alcuni luoghi caratteristici fortinensi quali la Gola dell’lnfernaccio e la Pinacoteca «Duranti».

ACIREALE — Una simpatica iniziati­ va realizzata a Mascali ha permesso al CSI di Acireale di richiamare l’atten­ zione dei suoi soci su un tema che l’Associazione ha deciso quest’anno di privilegiare: la presenza e parteci­ pazione della donna alla vita associa­ tiva. La Festa è stata impostata in mo­ do tale da permettere nell’arco della giornata momenti di gare di pallavolo e pallacanestro, oltre ad un «appun­ tamento» di riflessione ed approfondi­ mento sul tema. Di seguito riportiamo alcuni stralci del­ la relazione svolta da Angelo Leonar­ di, segretario del Consiglio provinciale. «L'incontro di oggi vuole testimoniare la mobilitazione dell’Associazione non alla promozione della pratica sportiva tra le donne, che'già esiste, ma, so­ prattutto, la promozione di «quadri femminili» per lo sport di base, per le strutture dell'organizzazione e della tecnica sportiva. Tant’è che su 231 so­ cie tesserate per l’anno in corso, so­ lamente 4 fanno parte di commissio­ ni e delle 3 «Consigliere» iniziali n’è ri­ masta solo 1. Per tali ragioni questo appuntamento dovrebbe costituire, altresì, un mo­ mento di riflessione per tutti sul ruolo prezioso della donna nel corso degli anni. Infatti, la sua particolare condi­ zione di «ieri», cioè di relegazione nel privato acquisendo centralità nella fa­ miglia, l’ha portata a fare esperienza quotidiana di grandi valori quali la so­ lidarietà, l’accoglienza, la gratuità, il senso della festa, la pazienza e la tol­ leranza. Alla luce di ciò è giusto e naturale ca­ pire il perché dell’assenza femminile nel nostro Consiglio. Forse è colpa di questo che non ha dato il giusto peso al ruolo della donna? Che non l’ha sa­ puto valorizzare? Che non ha compiu­ to uno sforzo serio e continuativo in favore della presenza, parità e parte­ cipazione della donna alla vita asso­ ciativa? O forse, la nostra «donna» non ha ca­ pito o meglio ha rinunciato al ruolo specifico che si realizza con compor­ tamenti, con la quotidiana battaglia per una eguaglianza basata sul con­ fronto, sulla partecipazione. Che insie­ me all’uomo si promuove l’itinerario educativo non solo per se stessi ma anche per la società e la famiglia nel­ la quale sono inseriti. Infatti, le loro di­ versità, perché complementari, sono necessarie alla formazione dell'Associazione».


SEZ3WLIMB TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE i

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LA CORSA E' FINITA

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FRIULI-VENEZIA GIULIA — Un momento del Corso regionale per operatori di Con­ siglio promosso dal Friuli-Venezia Giulia, a Zovello in provincia di Udine. Vi han­ no partecipato una trentina di soci per una «due giorni» di dibattito assembleare sulla base di due relazioni: «solidarietà e impegno civile», svolta da Antonino Lavenia; «Legame tra impegno educativo nell’attività sportiva e impegno civile nella solidarietà», svolta da Norberto Tonini.

istruttori per i p©mrAùwo di ALESSANDRIA — Concluso il primo Corso di formazione per «animatori sportivi per portatori di handicap», che ha visto «brevettare» ben 17 giovani, so­ no iniziati gli incontri per lavorare su un'ipotesi di potenziamento delle attività a favore dei soggetti handicappati. Con la collaborazione di tre istruttori diplo­ mati ISEF è stato avviato un discor­

so di pratica sportiva il sabato in pale­ stra e il mercoledì in piscina, mentre si sta lavorando per partire, già dal pros­ simo settembre, con una regolare atti­ vità a cadenza settimanale. A far prevedere il possibile successo di una simile iniziativa è bastata l’adesio­ ne e il consenso raccolto ai primi di giu­ gno durante il saggio sportivo finale de­ gli atleti portatori di handicap nella so­ cietà CSI «Santa Maria Maggiore» di Va­ lenza, che si sono esibiti in prove di nuo­ to e giochi in acqua.

LBI3ERO SCAMBI© POLISPORTIVO CAGLIARI — Il mancato arrivo, all’ulti­ mo momento, di qualche Comitato in­ vitato, pur creando comprensibili proble­ mi agli organizzatori, non ha tuttavia im­ pedito la perfetta riuscita del libero scambio polisportivo di calcio, tennis e atletica organizzato dal CSI locale. Alla manifestazione hanno partecipato, oltre a 8 formazioni di casa, cinque squadre dei Consigli di Benevento e Prosinone, presenti con circa 50 perso­ ne tra atleti, dirigenti e familiari. Paradossalmente forse proprio il nume­ ro non elevato, ha finito per contribuire al buon esito della manifestazione stes­ sa: ha favorito infatti lo stare tutti insie­ me, ha permesso ai partecipanti di sta­ re insieme anche al di fuori dei momenti delle gare, ha consentito in una parola di fare vita «associativa». A tal fine è ri­ sulta sicuramente utile la splendida gi­ ta turistica di Nora. Non meno importante da sottolineare è come tutte le gare (si sono giocati un tor-

neo di calcio, uno di tennis e una corsa campestre) siano state disputate in un clima di serenità e col solo scopo di fa­ re festa, lontane da tutte quelle esaspe­ razioni agonistiche dì cui oggi lo sport è, purtroppo, sempre più in balia.

RAVENNA — Anche l’ultima prova della seconda Coppa in memoria del nostro Carlo Capitani è terminata, e con questa gara anche l’attività di atle­ tica del CSI provinciale 1988/89. La giornata è iniziata con la S. Messa all’aperto, all’entrata del campo-scuo­ la, tra gli occhi increduli dei passanti; si è quindi partiti per le varie gare con dirigenti e genitori al lavoro, guidati dal responsabile Franco Morigi, dal pre­ sidente Benzoni e dal vice-presidente Guizzardi. Muniti di cronometri e di pi­ stola per lo starter, i dirigenti e i geni­ tori hanno fatto si che il tutto si svol­ gesse nel migliore dei modi e con una grossa carica agonistica da parte de­ gli atleti. La giornata si è conclusa con la consegna di una medaglia ricordo per tutti.

L'ANIMA GIOVANE DI «CUNEO VECCHIA» CUNEO — Cerano una volta a Cu­ neo, nel cuore del nucleo abitativo più antico, tre Società sportive (Fiorente, Beppino Nasetto, Ambrosiani) legate ad altrettante parrocchie. Poi, tredici anni fa, la fusione. Dal passato al pre­ sente, in un crescendo di attività. Cu­ neo Vecchia è una delle società del Comitato CSI locale più vivace per nu­ mero di tesserati, disponibilità ed ini­ ziative. È anche grazie alla sua spin­ ta che si è imposto, in quel di Cuneo, il cambiamento dal CSI «dei campio­ nati» a quello attuale. La polisportiva opera in tutte le fasce d’età e gestisce uno dei quattro Centri di formazione per i piccolissimi della città: non ha un motto, non ha una mascotte ma diri­ genti giovani ed entusiasti. Il simbolo della Società? «È il quartiere stesso, il nostro territorio di azione», spiega il presidente, Paolo Musso. Come in molte città italiane, anche il centro sto­ rico di Cuneo unisce ad un’immagine di copertina rappresentata dai negozi alla moda, dalle banche e dagli uffici, una realtà umana piena di problemi: «È una zona diseredata, droga e pro­ stituzione fanno capolino al calar del sole e questo ha portato ad un lento cammino di svuotamento. Gran parte della popolazione residente è anzia­ na e la realtà giovanile è quasi nulla se confrontata con altre zone di Cu­ neo». In questo panorama Cuneo Vec­ chia si muove e lavora per essere vei­ colo sportivo di animazione e promo­ zione sociale, cercando di offrire ai suoi atleti opportunità diverse. Dì qui le molteplici iniziative programmate, il campo di calcio gestito da dieci anni e la partecipazione, anche a livello na­ zionale, agli scambi di pallavolo, cal­ cio, alle giornate Giocasport e poli­ sportive, alle Feste della neve.

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■AILIMIJ'M

MINERALI NELL'ATLETA Le fonti attraverso le quali l’uomo si rifornisce di sali minerali sono l’ac­ qua e i cibi di provenienza animale e vegetale. Data l’ubiquità di questi nutrienti i soggetti che mangiano correttamen­ te, come gli sportivi, non dovrebbe­ ro teoricamente incorrere in insuffi­ cienti apporti alimentari. Tuttavia i processi tecnologici di rac­ colta, conservazione, trasformazione e preparazione dei cibi possono pro­ durre sensibilmente il contenuto teo­ rico in oligoelementi dei vari cibi. Questi nutrienti inorganici contribui­ scono alla costituzione delle cellule dei tessuti dell’organismo: in tal sen­ so svolgono funzione «plastica», ri­ sultando quindi assolutamente indi­ spensabili al benessere dell’individuo. Possiamo suddividere questi nutrienti in tre gruppi: a) clementi necessari ogni giorno in grande quantità come il calcio (Ca), il magnesio (Mg), il fo­ sforo (P), il potassio (K), il sodio (Na) c il cloro (Cl); b) elementi ne­ cessari ogni giorno in medie quanti­ tà come lo zolfo (S); c) elementi ne­ cessari ogni giorno in piccole quan­ tità come il ferro (Fe), lo iodio (1), il manganese (Mn), lo zinco (Zn), il cromo (Cr), il nichel (Ni), il selenio (Se), il fluoro (F), il rame (Cu), lo sta­ gno (Sn), il vanadio (V), l’arsenico (As) e il molibdeno (Mo).

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Alcuni recenti studi sull’alimentazio­ ne hanno constatato come certi «ap­ porti» naturalmente inclusi nell’ali­ mentazione, con le modifiche avve­ nute oggi, siano a loro volta diminui­ ti: si tratta per esempio del diminui­ to apporto di iodio o di altri elemen­ ti essenziali, necessari al giusto equi­ librio dell’organismo umano, che un tipo di alimentazione composta in gran parte di surgelati, congelati, pre­ cotti, ecc., hanno fatto venir meno. Calcio, fosforo e magnesio interven­ gono quali indispensabili bioregola­ tori nella costituzione dello scheletro, mentre ferro, rame e zinco rappre­ sentano i più importanti costituenti delle strutture biologiche coinvolte nel legame, nel trasporto e nell’uti­ lizzazione periferica dell’ossigeno e dell’anidride carbonica (emoglobina, mioglobina). Inoltre questi minerali rivestono grande importanza in quanto costituenti delle strutture dei citocromi della catena respiratoria mitocondriale e quindi sono diretta­

MINERALE

PRINCIPALI FONTI ALIMENTARI

CALCIO

Latte e derivati, vegetali a foglie verde scuro, legumi secchi, sardine, vongole, telline o cozze Latte e derivati, carne, pollame, pesce, cereali, legumi secchi Latte, vegetali a foglie verdi, cereali integrali, carne, le­ gumi, noci Sale comune, la maggior parte degli alimenti con ec­ cezione della frutta Sale comune, latte, carne, uova, frutti di mare Carne, latte, molti frutti, cereali, legumi, verdura, po­ modori, patate, ecc. Tutti gli alimenti proteici Fegato, carni, uova, legumi, cereali, frutti di mare, ver­ dure a foglie verde scuro Fegato, carni, frutti di mare, cereali, ciliege, legumi Latte, fegato, frutti di mare Grassi, oli vegetali, carni, molluschi, cereali integrali Cereali, legumi, frutta, tè Frattaglie, latte Pesce, pollame, carni, latte, cereali Frutti di mare, tè, caffè, riso, spinaci, cipolla, lattuga Pesce e frutti di mare, latte e derivati, vegetali

FOSFORO MAGNESIO

SODIO CLORO POTASSIO

ZOLFO FERRO

RAME ZINCO CROMO MANGANESE COBALTO SELENIO FLUORO IODIO

Da «Integrazione vitaminica e minerale nello sportivo», di G. Caldarone, M. Giampietro, G. Berlutti. mente coinvolti nella produzione di energia nel lavoro muscolare. La pratica sportiva promuove ed ac­ celera il metabolismo proteico sia in senso catabolico, per usura delle pro­ teine muscolari, sia in senso anabolico per la conseguente aumentata sin­ tesi proteica: ipertrofia muscolare. Per ogni grammo di proteine sinte­ tizzate vengono trattenuti g 0,3 di mi­ nerale. Risulta evidente pertanto lo stretto rapporto esistente tra i nutrienti mine-

rali coinvolti nella sintesi delle protei­ ne muscolari (magnesio, zinco, zolfo) e il conseguente incremento del tonotrofismo muscolare da esercizio. Anche l’eccitabilità nervosa, fattore capace di influenzare in maniera de­ terminante la prestazione sportiva, è in larga misura legata ad un corretto equilibrio delle membrane cellulari (sodio, potassio, calcio). Questo specifico ruolo è importante nella esecuzione di qualsiasi gesto sportivo, ma lo è di più quanto la prestazione sportiva dipende dalle doti di coordinazione neuro-musco­ lare dell’atleta, come richiesto in par­ ticolare negli sport di destrezza (scherma, ginnastica, equitazione, vela, tiro con l’arco, ecc.). È chiaro, quindi, che un deficit di uno o più oligoelementi minerali può compromettere non solo la prestazio­ ne sportiva ma anche l’utilizzazione degli altri, sia pure assunti in quan­ tità corretta. In termini più concreti auspicherei un ritorno ed una maggiore rivalutazio­ ne dell’ortolano, del panettiere c del salumaio, a tutto scapito del fastfood.

Antonio Spalare


IL FILM

L'ULTIMA CROCIATA INDIANA JONES

di Steven Spielberg

Sì, la gioventù è un sogno e in dota­ zione — al di là dell’età — abbiamo un dialogo con la memoria essenzia­ le, con le rapide visioni e le frequen­ ze automatiche, gli atti essenziali di chi si avvicina per la prima volta a un sintetizzatore esistenziale: si, è diffi­ cile aiutare l’arte a diventare illusio­ ne forse per il semplice motivo che lo è già. Bene, l’avventuroso film di Spielberg — un gioco davvero montano — ci ripropone l’archeologo Harrison Ford in una piacevole e epica confer­ ma del viaggio come meraviglia: sto­ rie che salvano ogni dove, digressio­ ni che ritroviamo sia nei sogni che nella infanzia o, in un’epoca che l’im­ maginario strega, nel castigo di aver vissuto fin troppo il reale. Nulla ser­ ve se non per una cronaca pettegola ricordare i trentasei milioni di dolla­ ri spesi per veder realizzato il terzo episodio dell’ormai mitico Indiana Jones. E poco importa sapere che questo — a dar credito alle parole del regista — è davvero l’ultima sferza­ ta di frusta dell’eroe. Senza vergo­ gna, in noi rimane il passo disincan­ tato di Ippia, che prima della batta­ glia di Maratona starnutendo perdet­ te un dente... Comunque sia, il film è un gran film, come direbbe il filosofo tautologico, altro non sia che per la coppia pro­ posta; oltre al già stianolo Harrison Ford-Indiana Jones, questa volta lo schermo ci dà, al suo fianco, un pa­ pà, e che... papà: il Sean Connery, ahilui per troppo tempo dato alla cronaca cinematografica quasi sol­ tanto e esclusivamente per aver inter­ pretato James Bond. Non c’era cer­ to bisogno di Spielberg per parlare della bravura di Connery ma tant’è che con questo film dubbi non ce nc sono. E veniamo al film, dunque. Dopo un’arca, un tempio e i loro grovigli talvolta carichi di imprese temerarie, altre volte semplicemente «epifaniche», ecco il nostro eroe correre in aiuto del padre Henry Jones, rapito dai nazisti cocciutamente decisi a far­ si rivelare il nascondiglio in cui è con­ servato il Santo Graal: la coppa in cui C risto bevette durante l’ultima cena, il magico calice che ha riempito leg­ gende medioevali. Ricordate? Nella

Riserca del Santo Graal i cavalieri della Tavola Rotonda (Lancillotto è forse il più noto) partono alla con­ quista della verità, ma solo il puris­ simo Galaad e i casti Bohr e Perceval sono degni di sedere alla tavola d’argento e di portarla, col prezioso vaso, nella città di Sarras. E, unico fra tutti i cavalieri, Gallad può guar­ dare nel Santo Graal e conoscere il principio e la causa delle cose. Rin­ graziando il Signore che l’ha esaudi­ to, chiede di trapassare dalla vita ter­ rena a quella celeste, e non appena è spirato, una mano che spande un chiarore meraviglioso rapisce in cie­ lo, per sempre, il Santo Graal. Questo è quanto ci dice la leggenda medievale, fatto sta che nel film di Spielberg, siamo nel 1938 in un’Eu­ ropa che vacilla sotto quel prodigio della pazzia che è Hitler: be’, se non fosse un pretesto sarebbe certamen­ te uno stratagemma datato e anche noioso, ma invece ciò che vediamo è un bell’arazzo, una sorta di nuova mitologia e di questi tempi, c’è da di­ re, non gusta se portata fuori da una violenza gratuita, dalle esagerazioni di tutti i Rambi cinematografici: qui assistiamo piuttosto ad una felice fia­

ba contemporanea in cui l’intelligen­ za, l’onestà, il rigore spirituale, la pu­ rezza d’animo, l’estro e la fantasia si associano per combattere e vincere. Non è poco. Se poi aggiungiamo l’i­ dea del Graal, gli spunti archeologi­ ci, l’adolescenza di Jones che svela al pubblico il motivo del suo carattere cosi sistemato nel senso d’onore e della difesa di tutti i tesori del mon­ do e poi ancora rincontro a Berlino con Hitler, Venezia, il Medio Orien­ te, conflagrazioni, furibondi pestag­ gi, inseguimenti, roghi, mongolfiere e pantegane, ecco che il bell’arazzo è completo. Quasi inutile ricordare la stupenda regia, gli effetti speciali, la bravura degli stunt-man e la sceneggiatura che svela punto per punto, facendoci spesso sorridere, note a noi scono­ sciute della vita di Indiana, nome questo, del suo cane, adottato per non farsi chiamare Junior, dal padre Senior. Insomma, è un film in cui uno si accorge di aver sempre voglia di fantasia, avventura, viaggi e, for­ se, voglia di sdrammatizzare, anche, se i sempre presenti nazisti confabu­ lano una teologia alquanto terapeu­ tica. Nel film, infatti, il Graal è ma­ gico più che Santo: rinsana dalle fe­ rite mortali e, a chi beve dal calice, dona la vita eterna. Ma sarà davvero l’ultimo episodio di Indiana, questo? Flavio Pedrotti

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I LIBRI

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fatto difficile, grazie anche a disegni ed esempi. Ogni capitolo contiene esercizi graduati svolti e da svolgere, di cui sono date le soluzioni. In una piega della terza di copertina l’autore ci fornisce, a mo' di esem­ pio, cartine topografiche della zona in cui svolge la propria attività (la Marsica) e, su pellicola, un «coordinatometro goniometro scalimetro».

MOUNTAIN BIKE Max Glaskin e Jeremy Torr, Ed. MEB, Padova 1989, pp. 174, L.

28.000

ORIENTEERING Enrico Moderno, Ed. Hoepli, Mi­ lano 1988, pp. 220, L. 24.000

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Questo libro è uscito da oltre un an­ no, ma la sua scarsa pubblicizzazio­ ne consiglia di metterlo in vetrina ugualmente, tanto più che l’orienteering fa capolino sistematicamente in alcune attività del CSI. Ricordiamo infatti che questo tipo di attività era tra quelle previste nell’ambito della Campagna «Correre», cosi come rientra — sia pure con un taglio par­ ticolare — tra le cose che si possono organizzare per la Campagna «La Bi­ cicletta»; anche sulle due ruote si può fare corsa ad orientamento. La Hoepli, casa editrice oggi non mollo diffusa, un tempo era famo­ sissima per i suoi manuali, che ave­ vano la peculiarità di essere esaurienti ed economici al tempo stesso. Fede­ le alla tradizione dei «Manuali Hoe­ pli» è il volume di Enrico Maddale­ na (istruttore federale di Orientamen­ to), che ci aiuta a comprendere cosa sia, come si organizzzi e come si pra­ tichi la corsa ad orientamento, so­ prattutto in riferimento all’escursio­ nismo, all’alpinismo e al trekking. Va da sé, per quanto riguarda il CSI, che escursionismo e trekking possono tranquillamente essere fatti anche su biciclette adatte alla bisogna. Dire orienteering significa imparare a districarsi tra cartine, bussole, al­ timetri, clisimetri ed altri strumenti che non ci sono familiari. L’autore ci spiega ogni cosa in dettaglio. Cer­ to, per imparare la sua lezione occor­ re un po’ di pazienza, ma non è af-

Con il lancio ufficiale della Campa­ gna nazionale di Promozione sporti­ va «La Bicicletta», tenteremo di pro­ porre con maggior frequenza in que­ sta rubrica i libri che trattano le di­ verse forme di ciclismo e cicloturismo. Iniziamo con il presente volume del­ la MEB, splendidamente confeziona­ to ed illustrato nonostante un prez­ zo di copertina davvero a buon mer­ cato. L’argomento, la mountain bi­ ke, non è nuovo per i lettori di Stadium, per cui non è necessario tor­ nare sulla storia di questo genere di bicicletta, sul suo particolare utiliz­ zo e sulla diffusione che sta trovan­ do anche sulla spinta delle motivazio­ ni ecologiche. Accenneremo soltan­ to, ancora una volta, che la moun­ tain bike si sposa a meraviglia con lo spirito de «La Bicicletta», tanto che la Guida Organizzativa della Campa­ gna vi fa esplicito riferimento.

Lo scopo che anima il volume è quel­ lo di fornire rapidamente, ma nel modo più semplice possibile, ogni in­ formazione necessaria per intrapren­ dere il mountain biking. Il testo si colloca infatti nella collana dei «Ma­ nuali pratici illustrati» della MEB, dedicata a particolari sport sulla cre­ sta dell’onda. Gli autori sono tra i più affidabili: Glaskin è segretario e fon­ datore del Mountain Bike Club ingle­ se, oltre ad essere il costruttore di una delle prime mountain bike; Torr è un archeologo appassionato di questo sport. Insieme gli autori hanno effet­ tuato una spedizione in Himalaya su mountain bike, di cui tra l’altro fan­ no cenno nel volume. Nato per il mercato anglosassone ed americano, il libro presenta tutte le caratteristiche dell’editoria divulga­ tiva di lingua inglese: vale a dire di Paesi in cui gli autori, quando scri­ vono un manuale, hanno come obiet­ tivo il classico «essere comprensibili anche per la portiera del palazzo». Le tappe che Glaskin e Torr percorro­ no in poco più di 150 pagine raccon­ tano l’evoluzione della mountain bi­ ke da vecchio «catenaccio» adattato per il fuoristrada a perfezionatissimo strumento di alta tecnologia. Quindi si spiega come acquistare una moun­ tain bike che sia adatta alle proprie necessità, come esercitarsi le prime volte, come e dove correre in segui­ to, come curare la manutenzione del mezzo, come attrezzarsi con gli ac­ cessori indispensabili. Gli autori mol­ to saggiamente fanno una distinzio­ ne tra mountain biking ludico e mountain biking agonistico, per cui troviamo nel libro consigli sia per chi voglia sgranchirsi le gambe ogni tan­ to nei dintorni del centro abitato, sia per chi voglia recarsi in Nepal su una bicicletta. La bibliografia comprende libri e ri­ viste, purtroppo è in lingua inglese. Il curatore dell’edizione italiana ha però posto in appendice un elenco, suddiviso in regioni, di organizzazio­ ni ciclistiche che in Italia si occupa­ no di mountain bike ed alle quali, se necessario, ci si potrà rivolgere per ottenere consigli su possibili percor­ si e per altre informazioni.


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SPORT/SOCIETA' di Domenico Volpi

Dodici ragazzi d'oro Dodici ragazzoni hanno regalato emozioni e gioia all’Italia conquistan­ do la medaglia d’oro nella pallavolo ai campionati europei. Sono tutti di casa nostra, niente stranieri. Solo l’allenatore, Velasco, è un argentino (ma la nonna è italiana), esule al tem­ po della dittatura militare, che ha da­ to a tutti la sua grinta e la sua calma nell’affrontare le difficoltà. Anche le ragazze, due settimane prima, si era­ no fatte onore con la medaglia di bronzo. Dietro, ci sono più di 500.000 tesserati. Quel giorno, due milioni e mezzo di spettatori hanno seguito la partita in diretta TV: qua­ si un quarto di quelli che erano da­ vanti allo schermo. «Novantesimo minuto» ha avuto solo il 41% di spet­ tatori contro il 51% della domenica precedente, e molti saltellavano col telecomando dagli stadi alla rete. L’impero russo è crollato anche in questo sport.

Il monito di Scirea Sono andato in Polonia per il 2° Congresso Europeo della Stampa Pe­ riodica organizzato dall’USPI e dal­ la Interpress. Sulla strada da Czestochowa a Varsavia, un brivido: la gui­ da segnala il punto dove è morto Sci­ rea. Bruciato, perché nel portabaga­ gli dell’auto c’erano toniche di ben­ zina: una precauzione indispensabi­ le in un Paese dove i carburanti scar­ seggiano e i distributori sono radi. Penso a quell’assessore milanese che ha proposto la chiusura dei distribu­ tori per eliminare il traffico. Ma che si inventano, o meglio chi li inventa, certi uomini politici?

For...Saggio Dopo la lunga telenovela su Maradona, durata un 'estate e riaperta per il matrimonio, c’è stata l’epopea di

NON DI SOLO CALCIO Paggio. In pochissime settimane, il calciatore della Fiorentina è stato esaltato come il gioiello della Nazio­ nale, il genio dei campi verdi, il sal­ vatore della patria e della città, il gio­ vane prodigio diventato stella di pri­ ma grandezza. Mentre la sua squa­ dra rotolava verso il fondo della clas­ sifica, ogni sua pedata è stata magni­ ficata coniando titoli come «Paggio Laser» o paragoni con il grande Meazza o minacce al tecnico della na­ zionale. I suoi progressi sono stati at­ tribuiti alle meditazioni buddhiste al­ le quali si dedica per concentrarsi. In­ samma, è nato un nuovo genere gior­ nalistico: le... Paggianate!

Color verde piombo I miti ecologisti sono verdi, ma spes­ so appassiscono presto. È il caso del­ la «benzina senza piombo», oppor­ tunamente calata di prezzo. I moto­ ri del 50 per cento delle auto in cir­ colazione si scasserebbero nell "usar­ la, e per l’altra metà il solo uso non basta a dare la coscienza e I "aria pu­ lita: occorrono anche una marmitta catalitica efficace e costosa, una mes­ sa a punto sempre accurata e una cer­ ta temperatura di esercizio, quindi va bene nei viaggi lunghi ma non serve nei brevi percorsi in città ove sparge nerofumo e benzene. Anche il mito del riciclo va ridimensionato e realiz­ zato con intelligenza. Ad es., la car­ ta recuperata va raccolta (quanto car­ burante per il trasporto?), portata al­ le cartiere e depurata dall’inchiostro, per depurare poi le acque che hanno raccolto l’inchiostro stesso. Insam­ ma, parole e proclami non servono:

occorrono studi tecnici e perfeziona­ menti di impianti. Progetti, non di­ scorsi.

Flashes •Sono in vendita le figurine dedica­ te ai calciatori, con il relativo albo da riempire con molti scambi e una buo­ na spesa (la Euroflash di La Spezia produce 200 milioni di bustine da 5 figurine Cuna). Le figuracce invece non si vendono ma si pagano, prima o poi. • Pandiera nera per Mansell sul cir­ cuito dell’Estoril, ma lui continua a correre e sbatte fuori Senna. Verde di rabbia, Senna vede rosso e sbian­ ca per il pericolo corso inutilmente. Un vero giallo! • La concorrenza tra le reti Rai e quelle di Perlusconi per le partite di calcio è tutta a favore delle prime, che detengono quasi tutti i diritti. Ma ogni tanto, qualche abile colpo di mano della Fininvest dà uno scosso­ ne all’assetto stabilito: nei mercole­ dì delle Coppe, i diritti di qualche partita all’estero sono stati acquistati da Perlusconi, con curiosi intrecci di reciproci... calci nell’etere. • Le nostre giovani leve calcistiche, valutate a molli miliardi, hanno sten­ tato a vincere contro la «nazionale» di San Marino, con due gol su puni­ zioni nell’ultimo quarto d’ora. Il pri­ mo gol è stato segnato da una riser­ va dell’lnter che però da quelle parti ha un nome magico: Rossini (Pesa­ ro infatti è a due passi!). • Nessuno (o quasi) la conosceva e lei, un bel giorno, ha stupito l'Italia con un tuffo profondo 107 metri. Senza tecniche o strumenti speciali, solo con l’aria nei polmoni, Angela Rondini è scesa più giù del fenome­ no Enzo Maiorca. Pare che abbia im­ parato tanta naturalezza nel contat­ to con l’acqua allenando i delfìni del­ la grande vasca di Rimini.

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