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Stadium n. 11-12/1975

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C. S. I.

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ANNO LXX - N. 11/12 ■ 31 AGOSTO 1975

NUMERO SPECIALE

CSI1975-7G

Il nostro programma associativo

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Sussidi per la riflessione associativa e per il dibattito congressuale * STADIUM SPECIALE N. 11-12 CSI 1975-1976

Direttore responsabile: Aldo Notario

IL NOSTRO PROGRAMMA ASSOCIATIVO

Redattore: Duilio (Dimetti

Il presente numero di Stadium è in pratica una piccola « summa » delle idee, dei programmi e dei metodi associativi.

Con la collaborazione di Zina Giuri Amili Grafica: Alberto Greganti

STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune dell’associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario. STADIUM è una tribuna aperta. Tutti sono invitali a esprimere la propria opinione e tutte le opinioni sono gradite. STADIUM chiede a tutti i soci un’attenzione costantemente critica e una collaborazione generosa.

La Presidenza nazionale ne ha a disposizione un certo numero di copie che invierà gratuitamente a richiesta.

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CSIFLASH SPECIALE N. 6 GUIDA ALL’IMPOSTAZIONE E AL COORDINAMENTO DELLE INIZIATIVE DI FORMAZIONE PER RESPONSABILI DELL’ASSOCIAZIONE

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Oltre agli indirizzi formativi dell'Associazione e alla pratica illustrazione delle iniziative di formazione, contiene in appendice la raccolta completa dei DOCUMENTI ASSOCIATIVI DEL QUADRIENNIO sulle finalità del CSI, sull'attività sportiva, sui Centri di formazione, sulla presenza e parteci­ pazione femminile, sulla politica sportiva (in totale otto documenti).

Copie del numero si possono richiedere alla Presidenza nazionale.

% CSIFLASH SPECIALE N. 8 LINEE PER I PROGRAMMI DELL’ATTIVITÀ’ SPORTIVA 1975-’76 DEL CSI Contiene l’illustrazione dettagliata e completa dei programmi sportivi 1975-’76 con pratici suggerimenti per la loro attuazione. Copie del numero si possono richiedere alla Presidenza nazionale.

SPORT: I PROBLEMI DELL’ASSOCIAZIONE RILETTI ATTRAVERSO LA SUA STAMPA E’ una iniziativa del Consiglio provinciale di Torino. Raccoglie gli articoli di « Stadium » e del « Setaccio » (Periodico del CSI Torinese) su tutti i principali temi sportivi, associativi, politici e formativi della nostra Asso­ ciazione negli ultimi quattro anni. Un sussidio organico e completo per tutti, in particolare per coloro che non hanno avuto modo di raccogliere le annate di Stadium e non ricevono il Setaccio.

Le richieste della pubblicazione vanno indirizzate al Consiglio provinciale di Torino, via Garibaldi n. 26. Il prezzo è di L. 1.000 a copia.


Invito del Consiglio nazionale all'Associazione Il Consiglio nazionale, nel presentare il program­ ma associativo 1975-76, rivolge un caldo invito a tutti i soci a voler considerare la particolare importanza di quest’ano sociale che conclude il primo quadrien­ nio di vita della nostra nuova associazione nata dall’unificazione CSI e FARI e che vedrà la celebra­ zione dei congressi locali e nazionale. Nel formulare il programma associativo il Consiglio nazionale ha tenuto presente sia questa scadenza quadriennale, sia il momento sportivo e sociale del Paese carat­ terizzato da una serie di fermenti, di crisi e di mu­ tamenti che ci obbligano ad una costante attenzione e verifica per garantire l’attualità e l’efficacia della nostra azione nella realtà in cui operiamo. E’ dunque un anno sociale delicato e importante che ci sta davanti, che richiama tutti ad una grande respon­ sabilità e sollecita da parte di tutti il massimo impegno.

Il Congresso nazionale che si svolgerà nella tarda primavera dell'anno prossimo è il secondo della no­ stra associazione, dopo l'unificazione CSI-FARI e l’elaborazione del nuovo statuto. Sarà quindi la prima verifica associativa delle scelte fatte a livello sta­ tutario nel 1971 e delle decisioni prese nel primo congresso nazionale del 1972. Ma sarà anche e so­ prattutto la verifica dell'esperienza compiuta in que­ sti quattro anni in cui, fra comprensibili incertezze e difficoltà, ci siamo impegnati nella realizzazione di quel « modo nuovo di essere e di operare » che abbiamo scelto per meglio conseguire le nostre finalità educative e sociali, rispondendo più adegua­ tamente alle aspettative dei giovani e della società.

Senza voler anticipare il giudizio che spetta al congresso si può fin d'ora affermare che la nostra associazione ha avviato con decisione il suo processo di rinnovamento nei contenuti e nei metodi della sua attività, nonché nel suo modo di rapportarsi con la realtà che la circonda, e di collaborare con le altre forze pubbliche e private, sportive, sociali e politiche. Ma proprio questo balzo in avanti postula ora una pausa di riflessione che consenta a tutti di farsi una coscienza più chiara delle iniziative in atto e degli intenti che con esse ci si propongono, della giustezza e della validità dei metodi seguiti, degli ostacoli che si frappongono e degli aggiorna­ menti che si impongono. Al fine di non separare il momento della rifles­ sione da quello dell’azione, il Consiglio nazionale ha cercato di tener presente tutte queste varie istanze nella formulazione del programma associativo di modo che esso stesso, nella sua globalità e con­ tinuità, costituisca un organico itinerario di prepa­ razione all'assemblea nazionale della prossima pri­ mavera. In tal modo il momento congressuale — a livello locale e nazionale — non correrà il rischio

di una riflessione teorica e astratta, ma costituirà esso stesso un impegno comunitario strettamente collegato con tutti gli altri, di modo che il dibattito e le decisioni congressuali assumano un carattere autenticamente politico, ancorato cioè direttamente e fortemente alle cose che si fanno, alla sostanza della realtà che ci interpella e al senso concreto che vogliamo dare al nostro agire.

CATTIVITÀ’ SPORTIVA, IMPEGNO PRIORITARIO Il programma associativo nazionale segue anche quest’anno la suddivisione schematica nei quattro punti che sono scaturiti dal congresso nazionale di quattro anni orsono e che hanno contraddistinto il nostro impegno in tutto il quadriennio.

Il primo punto, « un’attività sportiva a carattere sociale », ribadisce l'itinerario sportivo-educativo che orienta le nostre iniziative sulla base delle esigenze, delle possibilità e delle aspirazioni dei soggetti dall’ età di cinque anni fino ai giovani-adulti e agli adulti. Tale itinerario costituisce la nostra risposta più im­ pegnata e coraggiosa all'esigenza, e alla volontà, di abbandonare gli schemi dell’attività sportiva tra­ dizionale a favore di uno sport fato a misura d'uomo e finalizzato alla sua più completa maturazione.

Era questo l’impegno prioritario che ci eravamo imposti nel precedente congresso, convinti che il nostro nuovo modo di essere si dovesse estrinse­ care anzitutto in un nuovo modo di operare che fosse allo stesso tempo strumento del nostro rinnovamento e segno della nostra volontà di essere nuovi, cioè attenti ai bisogni e alle aspirazioni degli uomini d'oggi. Su questa strada del rinnovamento della nostra attività primaria, quella sportiva, abbiamo proceduto con impegno e con entusiasmo, soffrendo anche i dubbi e le incertezze di chi intraprende un nuovo cammino spesso in mezzo a incomprensioni o anche ad aperte ostilità, quasi sempre senza poter contare sull'esperienza e sull'appoggio di alcuno. Dopo i primi due anni impiegati nello sforzo di riformare con vari accorgimenti ciò che tradizionalmente fa­ cevamo, dall'anno scorso abbiamo più decisamente invertito rotta: senza partire più da uno sport co­ dificato e trasmessoci dalla tradizione e cercando di adattarlo alle nostre esigenze e finalità, ci siamo volti direttamente ai soggetti che avevamo di fronte sforzandoci di reinventare per essi un’attività spor­ tiva che fosse al tempo stesso espressione della loro personalità e strumento idoneo del loro armo­ nico e libero sviluppo.

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Siamo appena agli inizi di questa che non è pre­ suntuoso definire una rivoluzione culturale-sportiva, e anche se oggi essa sta conquistando il consenso di sempre più larghi strati della popolazione e degli operatori sportivi, non ci illudiamo sulle difficoltà che ancora ci attendono, all'interno e all’esterno dell’associazione. Il programma di quest'anno propone un passo avanti su tale strada indicando con più chiarezza orientamenti, contenuti e metodi dell’itinerario spor­ tivo-educativo. Ciò che riusciremo a fare costituirà esso stesso una prova e una verifica delle nostre possibilità, della nostra volontà e della validità del nostro orientamento.

Per facilitare tale verifica, il Consiglio nazionale ha indetto lo svolgimento di alcuni « convegni ter­ ritoriali » in cui le società sportive che hanno avviato esperienze in tal senso potranno confrontarsi tra loro e con i rispettivi consigli provinciali. Ai con­ vegni faranno seguito uno o più incontri nazionali di approfondimento soprattutto sui problemi sollevati dall’attività sportiva nella prima e seconda fascia di età (5-10 e11-13 anni), senza la pretesa di dire una parola definitiva, ma con lo scopo di offrire alla successiva verifica del congresso nazionale un più ricco e puntuale materiale di riflessione e di decisione.

A SOSTEGNO DELL’ATTIVITÀ’ SPORTIVA

A complemento e sostegno dell’attività sportiva, gli altri tre punti del programma associativo pro­ pongono orientamenti e iniziative di vario genere, ma strettamente collegate e interdipendenti tra loro.

L'« azione politica per la realizzazione di un ser­ vizio sociale per lo sport » sollecita tutte le compo­ nenti associative a puntualizzare e accrescere il loro intervento diretto e corresponsabile per la soluzione dei problemi sportivo-sociali del Paese, collaborando con le altre forze e partecipando alla gestione delle iniziative realizzate nella ricerca di una definizione di « ruoli » più definiti nell'attuale confusa « geo­ grafia » di interventi. Il momento di passaggio, ricco di dibattiti, di fermenti e di confortanti promesse, esige più che mai la nostra attenta presenza e la nostra generosa partecipazione. La situazione dello sport italiano cambierà anche nella misura in cui noi sapremo essere presenti e agiremo con deci­ sione. nella fedeltà ai nostri principi ma anche con

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estrema lealtà e chiarezza verso tutti coloro che mostrino di voler operare per lo stesso rinnovamento che anche noi ricerchiamo.

Per facilitare l’unitarietà di azione tra le forze sportive e la tempestività degli interventi nelle si­ tuazioni in evoluzione, il Consiglio nazionale ritiene che il CSI debba farsi promotore di un incontro più sistematico tra gli enti di promozione sportiva a livello nazionale al fine di offrire ai responsabili pe­ riferici informazioni e orientamenti per intrapren­ dere iniziative comuni, volte anche a continuare e a sviluppare quell'unità di intenti tra tutte le forze sportive, politiche e amministrative stabilitasi nel recente convegno di Lecco su « Regioni e riforma dello sport ». Un’azione politica così orientata rappresenta un supporto fondamentale per l’attuazione di quell’atti­ vità sportiva a carattere educativo e sociale che il primo punto del nostro programma indica come impegno prioritario ed emblematico dell'associazione. La « vita associativa delle strutture di servizio ai vari livelli », il terzo punto del programma associa­ tivo, ripropone un ampliamento della partecipazione di ogni componente dell’associazione alla gestione del­ le attività in tutte le fasi di realizzazione e cioè, in altri termini, un ulteriore passo avanti verso l’obiet­ tivo di una vita associativa che partendo dal ri­ spetto delle fondamentali regole democratiche, le perfezioni e le superi consentendo a ciascun socio di sentirsi e di essere non soltanto il controllore, ma il protagonista delle proprie esperienze. Tale orientamento tende a realizzare in concreto e al di là di ogni schema convenzionale o giuridico quella condizione di « congresso permanente » che lo statuto ha indicato come strumento privilegiato per trasformare il nostro schema di vita da « organizza­ tivo » in « associativo ». volendo con ciò proporre l'ambizioso ma non irrealizzabile progetto di far sen­ tire ciascun socio parte responsabile e attiva dell' intera associazione. L’ultimo punto del programma, « una formazione globale e continua per tutti », propone un rinnovato sforzo per realizzare il piano di formazione dei re­ sponsabili ai vari livelli affinché siano in grado di far fronte ai compiti sempre nuovi e più impegnativi che la vita associativa presenta. Le esigenze in que­ sto campo sono molteplici e alcune molto complesse e difficili da soddisfare. Il Consiglio nazionale non ha ritenuto di modificare per quest'ultimo anno il « piano » che ci ha visti impegnati per tutto il qua­ driennio, chiedendo però all’associazione di dibattere il problema in vista di ulteriori scelte da fare nel congresso nazionale. Un modo concreto per prepa­ rarsi convenientemente al dibattito congressuale è proprio quello di esprimere l'efficacia e la validità


del « piano di formazione » in modo da poterne va­ gliare i limiti e suggerire gli emendamenti con reale cognizione di causa.

Per affiancare e facilitare quest’importante verififica sulla formazione, il Consiglio nazionale organiz­ zerà una riunione di responsabili associativi e di esperti esterni al CSI nella quale sarà fatta un'analisi specifica di tutti gli strumenti formativi finora adot­ tati e la loro rispondenza alle linee dell'attività spor­ tiva.

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LA VERIFICA CONGRESSUALE Tutte queste iniziative e le altre previste dal programma avranno il loro punto di raccordo, il loro momento forte di analisi e di verifica nei congressi di base e poi in quello nazionale. Ciò vuol dire che nel corso delle attività si sosterà per riflettere e dibattere su di esse.

A tal fine il Consiglio nazionale ha ritenuto di dover proporre per il dibattito congressuale i temi di maggior impegno e di maggiore attualità nell'associa­ zione: l’àmbito della nostra azione fino ad oggi limi­ tato allo sport, ma che per alcuni versi sembra appari­ re insufficiente per il futuro, emergendo qua e là l’esi­ genza di un più vasto arco di intervento nel tempo libero; l’armonizzazione tra il nostro tradizionale e prioritario metodo di azione basato sulla vita asso­ ciativa e comunitaria delle società sportive e l’emer­ gere di una crescente esigenza di intervento sportivo con caratteristiche di servizio sociale; la verifica del­ la volontà e degli orientamenti circa i contenuti e i metodi dell'attività sportiva alternativa a quella tra­ dizionale; il problema degli strumenti più adeguati per la preparazione dei responsabili a sostegno di un’attività sportiva di tipo diverso; il problema in­ fine dei rapporti e delle collaborazioni con le altre forze nella nostra società caratterizzata da un ac­ centuato pluralismo ideologico e politico.

&B L’ANNO SANTO, IL TRENTENNIO E LA REVISIONE STATUTARIA

Come si vede non c’è diversità o divario tra gli impegni del programma associativo dell'anno e i temi di dibattito congressuale il quale, per di più, sarà arricchito, facilitato e approfondito da alcuni

motivi di riflessione che, derivati da circostanze con­ comitanti e contigenti, sono stati fatti confluire nello stesso alveo della verifica congressuale e inseriti neH'itinerario ordinario del programma associativo.

Il primo di tali motivi è costituito dalla celebra­ zione delI’Anno santo. Anche il CSI parteciperà a que­ sta iniziativa di penitenza, di grazia e di riconcilia­ zione dell'intera cristiantà con momenti di rifles­ sione e di preghiera comunitaria che però non si esauriranno nel breve spazio di un incontro romano previsto ai primi di novembre ma ci accompagne­ ranno per tutto l’anno sociale affiancandosi al nostro stesso impegno di riflessione associativa a conclu­ sione del quadriennio. Se l’Anno santo è invito a considerare in maniera più approfondita e a vivere più fedelmente il nostro cristianesimo, si comprende bene come esso si inserisca sostanzialmente nella nostra vita associativa che trae le sue motivazioni di fondo appunto dall’ispirazione cristiana. E proprio il tema dell’ispirazione cristiana è in questo momento oggetto di meditazione e di studio all'interno del CSI, essendo stata avvertita l’esigenza di compren­ derne meglio il significato e le conseguenze. Se pure tale tema non figura tra quelli proposti per il dibattito congressuale, esso tuttavia sottostà a tutti gli altri temi ai quali dovrà fornire gli elementi ba­ silari di riferimento, di confronto e di orientamento a garanzia di scelte e di soluzioni coerenti con la nostra natura e con le nostre finalità. Per questo la riflessione sull’ispirazione cristiana e le iniziative per l’Anno santo procederanno di pari passo con l’iti­ nerario congressuale, fino a confluire tutti insieme nell’assemblea nazionale della prossima primavera. Il secondo motivo è offerto dalla ricorrenza tren­ tennale della nascita del Centro Sportivo Italiano e della FARI. Anche in questo caso non ci si è voluti limitare ad una formale celebrazione, ma profittare della circostanza per dare alla verifica un respiro più ampio, una dimensione storica. Per questo, come già dal presente numero di Stadium si può vedere, ai problemi oggetto del dibattito congressuale sono state affiancate delle brevi note che tracciano il cammino percorso dalle due associazioni lungo il loro trentennio di vita. In tal modo, la memoria del passato non sarà un vano ricordo né si risol­ verà in un puro e semplice atto di omaggio verso coloro che hanno operato prima di noi, ma potrà aiu­ tarci a comprendere meglio ciò che oggi stiamo fa­ cendo e a illuminarci sulle possibili scelte per il futuro. Il terzo motivo è dato dalla revisione dello sta­ tuto e del regolamento organico. Se gran parte degli emendamenti che l’apposita commissione congres­ suale ha proposto sono di natura formale, di per-

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fezionamento tecnico delle nostre norme associa­ tive, ve ne sono però alcuni che toccano la sostanza stessa della nostra vita associativa, essendosi reso necessario un aggiornamento in seguito alle mu­ tate condizioni di vita e di azione che in questi anni si sono determinate. A nessuno sfugge come la verifica del dettato statutario e regolamentare tocchi la più ampia verifica associativa in corso e possa grandemente agevolarla, se non se ne farà oggetto di un'arida diatriba tecnico-giuridica.

La presentazione del programma associativo 197576 nelle sue linee fondamentali avrà dato un’idea della sua attualità. Il Consiglio nazionale ritiene che esso rispecchi lo stato dell'associazione in questo mo­ mento e i bisogni essenziali che essa esprime; spera anche di essere riuscito a fondere la molte­ plicità e la complessità degli impegni in un'unica linea ispiratrice, rappresentata dallo sforzo di agire prendendo costantemente coscienza del valore e del significato di ciò che si fa.

Il Consiglio si rende conto di chiedere ai soci un grande sforzo di attenzione e di generosità, ma è convinto che tutti sapranno comprendere l'im­ portanza del momento che viviamo ai fini del nostro progresso associativo e dei riflessi che esso ha sul processo di rinnovamento e di sviluppo non solo dello sport ma dell’intera società italiana, la quale trarrà certamente da una nuova esperienza spor­ tiva un contributo notevole per il miglioramento della qualità delle persone e della vita. Il Consiglio nazionale rinnova quindi l’invito a tutte le componenti associative a impegnarsi gene­ rosamente nell’attuazione di tale programma per far compiere un altro passo avanti all'associazione e per giungere preparati nel migliore dei modi all’appuntamento congressuale dal quale dovranno scaturire le scelte che determineranno il nostro cammino futuro.

Il Consiglio nazionale

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STADIUM SPECIALE

1975-76 Sii nostro prc

amma associativo

PRESENTAZIONE DEL NUMERO Questo numero speciale di Stadium contiene il programma associativo 1975-76 e il materiale per la preparazione e lo svolgimento dei Congressi locali. E’, in sostanza, una presentazione del CSI, delle sue idee e delle sue attività, e come tale può essere utilizzato durante i contatti del primo periodo dell’anno sociale.

PARTE PRIMA

Il programma associativo 1. IL TESTO DEL PROGRAMMA ASSOCIATIVO

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La formulazione ufficiale degli impegni associativi 1975-76 è stata preparata e approvata dal Consi­ glio nazionale in collaborazione con i Consigli re­ gionali.

2. ILLUSTRAZIONE DEL PROGRAMMA

ai UN’ATTIVITÀ’ SPORTIVA A CARATTERE SO­ CIALE

— Il fulcro del programma associativo — Le tre tappe dell’itinerario sportivo-educa­ tivo — I Convegni territoriali di verifica sull’atti­ vità sportiva

Pag. 17 Pag. 18

pag. 26

b) UN’AZIONE POLITICA PER LA REALIZZAZIONE DI UN SERVIZIO SOCIALE PER LO SPORT — L'impegno politico della Società sportiva — L’azione politica delle strutture di servizio

pag. 28 pag. 30

c) UNA VITA ASSOCIATIVA DELLE STRUTTURE DI SERVIZIO Al VARI LIVELLI — Coinvolgere le Società sportive — La programmazione regionale

pag. 32 pag. 34 7


— L’itinerario congressuale — Il trentennio CSI-FARI e l’Anno Santo

pag. 35 pag. 38

d) UNA FORMAZIONE GLOBALE E CONTINUA PER TUTTI

— Le esigenze e gli strumenti della formazione

pag. 40

PARTE SECONDA

H dibattito congressuali© 1. DALLE ASSEMBLEE DI SOCIETÀ’ Al CONGRESSI LOCALI E NAZIONALE

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Una presentazione dell’itinerario congressuale, dei suoi contenuti, dello schema della relazione congressuale approvato dal Consiglio nazionale e alcune indicazioni per l’utilizzazione del materiale che segue per il dibattito congressuale nelle As­ semblee di Società e nei Congressi provinciali. 2. SECONDO CONGRESSO NAZIONALE DEL CEN­ TRO SPORTIVO ITALIANO: ”L’ASSOCIAZION2SMO IN UNA SOCIETÀ’ CHE CAMBIA”

E’ questo il titolo e l’argomento scelto per il Con­ gresso nazionale che si svolgerà nella primavera del 1976. Naturalmente, esso vale anche per le Assemblee di Società sportiva e per i Consigli zo­ nali e provinciali. ai IL CONFRONTO CON LA REALTA’ SOCIALE E SPORTIVA

Alcuni spunti di riflessione per una lettura del nostro tempo. Un punto di riferimento indi­ spensabile per rendere aggiornato ed efficace il nostro impegno associativo. b) I PROBLEMI CHE CI INTERPELLANO

La presentazione di cinque argomenti di fondo del dibattito congressuale proposti all'Asso-

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ciazione dal Consiglio nazionale. Per ognuno dei cinque argomenti, secondo un criterio vo­ luto dal Consiglio nazionale, vengono offerti tre ordini di contributi: un primo che, sotto forma di scheda, presenta i termini del proble­ ma e le varie ipotesi di soluzione: un secondo che sintetizza il cammino percorso dal CSI e dalla FARI nei loro trent’anni di vita (quest’an­ no ricorre il nostro trentesimo anniversario di fondazione); un terzo che, mediante delle do­ mande, si propone di aiutare le società sporti­ ve ad analizzare la propria realtà in riferimen­ to all’argomento in oggetto. 1. Il problema: Il campo di impegno

pag. 58

Una riflessione sulla specificità dell'impe­ gno sportivo del CSI e sulla opportunità eventuale di un suo interesse allargato alle attività più ampie del tempo libero. L’esperienza di ieri: Specificità e limiti del­ l’esperienza trentennale del CSI e della FARI

pag. 60

Per l’analisi della propria realtà: Il campo di impegno della Società sportiva

pag. 62

2. Il problema: L’impegno associazionistico e il servizio sportivo sociale

pag. 62

I problemi e gli interrogativi sollevati dalle iniziative a carattere tipicamente sociale, come i Centri di formazione nei quali ci siamo impegnati negli ultimi tempi, e il no­ stro tradizionale criterio di azione basato sulla vita comunitaria della Società sportiva.

L’esperienza di ieri: Dallo sport nella Scuola ai Centri di formazione

pag. 64

Per l’analisi della propria realtà: La vita di gruppo e il servizio sportivo sociale offerto a .tutti

pag. 67

3. Il problema: Lo sport tradizionale e la pro­ posta alternativa

pag. 68

Verifica della validità dei nuovi indirizzi cir­ ca l’attività sportiva e della volontà dell’Associazione in tal senso.

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L’esperienza di ieri: L’evoluzione della pro­ posta sportiva

pag. 70

Per l’analisi della propria realtà: L'attività sportiva della Società

pag. 73

4. Il problema: La preparazione degli operatori

pag. 74

Le esigenze circa la formazione dei respon­ sabili agli attuali compiti, la verifica degli strumenti a disposizione e ipotesi per il futuro. L’esperienza di ieri: Dai Campi scuola ai Corsi di formazione

pag. 76

Per l’analisi della propria realtà: I respon­ sabili della Società sportiva

pag. 77

5. Il problema: Il CSI e le altre forze sportive, sociali e politiche

pag. 78

Problemi relativi al tipo di presenza, di azio­ ne e di rapporti del CSI, finalizzati alla pro­ mozione dell’uomo nell’attuale società ita­ liana caratterizzata da un accentuato plura­ lismo ideologico, politico e per certi versi anche religioso.

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L’esperienza di ieri: Il CSI e la FARI di fron­ te allo sport e alla società

pag. 80

Per l’analisi della propria realtà: La Società sportiva e gli altri

pag. 82


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PARTE PRIMA

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il programma associativo

Le linee programmatiche unitarie del CSI per orientare e sostenere il nostro comune impegno associativo.


PARTE PRIMA

il programma associativo le hree p-c;' <*el C£l se» orientate

___________/ Il programma associativo del Centro Sportivo Ita­ liano non consiste in un elenco di attività e iniziative decise a livello nazionale e imposte all’attuazione ob­ bligatoria di tutti i soci: è l’indicazione degli obiettivi generali che l’Associazione ha insieme deciso di per­ seguire durante quest'anno sociale in attuazione delle scelte operate nel congresso nazionale di quattro anni orsono. « Obiettivi generali » significa che la definizione delle iniziative particolari per il raggiungimento di tali obiettivi è lasciata all’autonomia delle strutture ai vari livelli: le società sportive, i consigli circoscri­ zionali e provinciali, i consigli regionali e il consiglio nazionale. Ciascuno deciderà, sulla base degli « obiet­ tivi generali », le iniziative che riterrà più idonee e coerenti in relazione al ruolo e ai compiti che ha nelVAssociazione. Ma neppure questi « obiettivi generali » sono stati fissati autonomamente dal vertice, cioè dal Consiglio nazionale. Prima di elaborarli, il Consiglio li ha sot­ toposti all'analisi e alla verifica dell’Associazione nei mesi passati e, dopo aver ascoltato le osservazioni pervenute dalla periferia, li ha redatti e approvati definitivamente. Un programma associativo così concepito, se ha un ruolo fondamentale — come facilmente si com­ prende — rimarrebbe anche monco, estremamente limitato, inutile e inefficiente ai fini pratici se non fosse tradotto in coerenti e adeguate iniziative da parte delle strutture a tutti i livelli. Spetta dunque alle società sportive e ai consigli provinciali e regio­ nali riunirsi tempestivamente, prendere coscienza dei contenuti e dello spirito che animano tale programma associativo nazionale e decidere in quali iniziative tradurlo, cioè che cosa fare per renderlo concreto e operativo. Il Consiglio nazionale, per parte sua, ha già as­ solto a questo compito individuando una serie di iniziative di sostegno che esso stesso e la presidenza nazionale realizzeranno nel corso dell’anno. In questa prima parte del giornale, di seguito al testo del pro­ gramma associativo nazionale, oltre a dedicare qual­ che parola di commento e di spiegazione ai vari obiet­ tivi proposti, illustreremo anche le iniziative che il consiglio e la presidenza nazionali hanno deciso di attuare per la parte loro spettante nell'attuazione degli obiettivi proposti a tutta l'Associazione.

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Un'attività sportiva a carattere sociale 1) ELEMENTI ESSENZIALI NEI PROGRAMMI DEI PRIMI TRE ANNI • 1972-'73

— I programmi sportivi dell’Associazione seguono ancora una logica dei campionati mantenendo per tutte le discipline le Finali nazionali; all'interno dei regolamenti vi è, però, la prima, graduale modifica rappresentata dalle « integrazioni » che i Consigli regionali possono apportare con « scelte promozionali »; — si avvia la riforma della giustizia; — si stimola una maggiore attenzione ai Centri di formazione fisico sportiva verso soluzioni omoge­ nee propedeutico-polisportive; — si propone un impegno deciso verso i Giochi della Gioventù considerandoli come attività conna­ turale alle finalità del CSI. • 1973-’74 — Continuando in un processo di modificazione i programmi sportivi propongono per tutte le disci­ pline e per tutte le categorie (esclusa la categoria allievi-allieve) un’attività locale e regionale con una programmazione e una regolamentazione nazionale « integrata » con scelte di natura associativa da parte dei Consigli regionali. Scompaiono le Finali nazionali sostituite, soltanto per la categoria allievi-allieve, da Manifestazioni interregionali con carattere di Feste sportive (Incontri nazionali); — si procede a decentrare ulteriormente la ge­ stione dell’attività (emanazione regolamenti, omolo­ gazione risultati) demandandola ai Consigli e alle Com­ missioni tecniche locali;


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— l’Associazione è impegnata per una raccolta di esperienze di libera sperimentazione sportiva e — per una documentazione globale sull’esperienza dei Centri di formazione. • 1974-’75

— Dall’esperienza fin qui condotta viene tratta una prima chiarificazione e razionalizzazione dei tipi di attività sportiva già presenti nel CSI secondo un itinerario sportivo educativo che tiene conto delle diverse esigenze in tre grandi fasce d’età (5-10 anni; 11-13; 14 e oltre e per adulti); — si riporta nell’àmbito dell’itinerario educativo l'esperienza dei Centri di formazione fisico-sportiva (1. e 2. fascia d’età) dì cui si prevede un primo mo­ mento di analisi in un incontro nazionale;

— si prosegue nella ricerca di una sempre mag­ giore coerenza all'interno della scelta iniziata del de­ centramento delle attività e dei modi di attuarla de­ cidendo:

a) di non fissare più dei regolamenti nazionali per l’attività sportiva di base (i regolamenti sono scelti localmente pur nel rispetto delle caratteristiche generali delle diverse fasce d'età); b) di offrire alle Regioni la possibilità di scegliere l’organizzazione e la gestione in proprio degli In­ contri riunendosi liberamente con altre regioni, pur con una regolamentazione che permane na­ zionale.

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LINEE PER IL 1975 ’76

a) PRIMA FASCIA, « ATTIVITÀ’ FORMATIVA », PER BAMBINI E BAMBINE DAI 5 Al 10 ANNI — Ribadito che un corretto servizio fisico­ sportivo rivolto ai più piccoli esige interventi pubblici generalizzati e che a questo fine è in­ dispensabile da parte del CSI una costante azione politica di sollecitazione e di collaborazione, si impegnano le società sportive — nell'attuale sta­ dio di inadeguato servizio sociale da parte delle strutture politiche — a offrire in proprio un tale servizio in linea di supplenza e con serietà d’im­ postazione a titolo di esemplarità educativa e sociale;

— il servizio ai più piccoli, offerto attraverso la formula dei centri di formazione o al di fuori di essa, deve avere le caratteristiche di attività educativa psico-motoria a dimensione ludica e socializzante; — l'organizzazione del servizio da parte della società sportiva CSI può avvenire direttamente o in collaborazione con altre società della propria zona, con il Consiglio provinciale o di circoscri­ zione zonale, con la Scuola, con l’Ente locale, con altri Enti di promozione sportiva.

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sia a livello di apprendimento, sia a livello di pratica sportiva con caratteristiche preminenti di gioco e limitata nell'impegno agonistico. Tale espe­ rienza è da compiersi nell'àmbito di una vita asso­ ciativa autenticamente comunitaria attraverso un « progetto » di attività impostato e realizzato in­ sieme agli stessi ragazzi;

— per superare l’attuale impostazione dell’at­ tività sportiva di questa fascia ad accentuato carattere tecnico-agonistico e rigidamente sche­ matizzata per discipline e per sesso dovranno essere proposti ed organizzati incontri polispor­ tivi anche con attività miste, giocate cioè insieme da ragazzi e ragazze. A questo fine è necessario impegnarsi a studiare e sperimentare le possibili integrazioni tra discipline complementari e i me­ todi più idonei per garantire alle attività di questa fascia il suo indispensabile carattere propedeutico e di gioco; — se in questo àmbito di età vengono orga­ nizzati Centri di formazione fisico-sportiva essi debbono caratterizzarsi secondo attività che ri­ spondono ad identici criteri e secondo una con­ duzione partecipata, aperta ad esperienze di vita comunitaria.

c) TERZA FASCIA, « ATTIVITÀ' COMPETITIVA », PER GIOVANI DI 14 ANNI ED OLTRE E PER ADULTI

— Le società sportive sono impegnate a ri­ cercare e a vivere un'esperienza a dimensione educativa e sociale anche nella concreta attività sportiva di questa fascia dove tendono a emer­ gere caratteri di spiccata competitività. Per que­ sto è indispensabile che esse realizzino una ge­ stione democratica e partecipata della vita asso­ ciativa, sostenuta da idonee iniziative di rifles­ sione, di verifica e di formazione per il cambia­ mento della mentalità sportiva; ma, soprattutto, che esse riescano a far vivere ai giovani dirette esperienze di pratica sportiva in funzione del muta­ mento di mentalità attraverso l'acquisizione diretta di modelli concreti; — l’organizzazione dell'attività è fondamental­ mente realizzata nell’àmbito regionale con incon­ tri tra le diverse esperienze a livello provinciale e interprovinciale e con la possibilità di liberi scambi concordati a livello interregionale;

— s’impone, inoltre, la necessità di organiz­ zare delle iniziative sportive a carattere ricreativo come strumento d’impiego del tempo lìbero sia per i giovani di 14-18 anni che non intendono impe­ gnarsi in una attività sportiva di tipo competitivo, sia per gli adulti, superando — per questi ultimi, in particolare, — la forte caratterizzazione tecnico­ commerciale assunta da tempo dalla cosiddetta at­ tività « AR ».

b) SECONDA FASCIA, « ATTIVITÀ’ PRE-COMPETITIVA » PER RAGAZZI E RAGAZZE DAGLI 11 Al 13 ANNI

— Si impegnano le società sportive a vivere con i ragazzi di quest’età un’esperienza polispor­ tiva non saltuaria, ma con carattere di continuità.

(segue)

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Un'azione politica per la realizzazione di un servizio sociale per lo sport 1)

ELEMENTI ESSENZIALI NEI PROGRAMMI DEI PRIMI TRE ANNI

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• 1972-73

— Si afferma che condizione per fare un’azione politica è il collegamento sia con le forze interessate ai problemi sia con gli Enti locali. Di conseguenza si sollecitano i rapporti a tutti i livelli.

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• 1973-74 — Si richiede un impegno specifico a livello na­ zionale per offrire alle province e alle regioni una in­ formazione costante sugli sviluppi della politica spor­ tiva in Italia.

• 1974-75 Ci si impegna perché: — le società prendano coscienza del dovere di fare politica nell'ambiente in cui sono inserite; — i consigli provinciali sostengano l’azione di base e incrementino i rapporti; — le regioni ricerchino un'azione più incisiva per essere presenti nelle iniziative, anche di ordine legisla­ tivo, che l'Ente regione propone; — il Consiglio nazionale sia più concreto ed inci­ sivo nei rapporti con le forze pubbliche e private attra­ verso una seria ricerca di collegamento con tutti co­ loro che lavorano per la definizione di un servizio sociale per lo sport.

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LINEE PER IL 1975 ’76

Si rende necessario che: — le società partecipino attivamente, all’inter­ no degli organismi effettivi di gestione, alla risolu­ zione dei problemi reali del contesto in cui operano, con particolare attenzione ai servizi sociali sportivi e di tempo libero dell’Ente locale e alle iniziative della Scuola collegate al tempo pieno; — le province e le regioni ricerchino una piat­ taforma politica ed operativa comune con gli altri Enti di promozione sportiva e con le Associazioni di tempo libero. Le regioni, inoltre, sostengano un’azione precisa, sulla base di criteri comuni ricercati a livello nazio­ nale, per determinare il superamento dell’attuale legislazione relativa all’organizzazione dello sport; — il Consiglio nazionale coordini l’azione uni­ taria associativa per il raggiungimento in tutto il Paese dell’obiettivo della riforma globale dello sport.

Una vita associativa delle strutture di servizio ai vari livelli 1)

ELEMENTI ESSENZIALI NE! DEI PRIMI TRE ANNI

PROGRAMMI

0 1972-73

— Si impegnano tutte le strutture a trasformarsi in luoghi comunitari di partecipazione, responsabili di scelte decentrate. • 1973-74

— Si sceglie la regione come luogo privilegiato per stimolare un effettivo decentramento sottolinean­ done la funzione di luogo di un incontro e confronto


L’azione politica, la vita associativa delle strutture, le iniziative di formazione sono i tre punti del programma associativo orientati al sostegno dell’attività sportiva che costituisce il campo di impegno in cui si realizzano le nostre finalità. di realtà autonome (le province) ma corresponsabili di linee associative generali.

• 1974-75 — Si impegnano i Consigli provinciali e di circo­ scrizione zonale ad esercitare il loro ruolo di servizio attraverso un coinvolgimento delle società nella ge­ stione dell’attività; — si afferma che il Consiglio regionale ha senso nella misura in cui esiste una partecipazione effettiva dei Consigli provinciali;

— a livello nazionale ci si impegna nella ricerca di un più sistematico collegamento con le regioni per riuscire a concretizzare meglio la partecipazione as­ sociativa; a riflettere sulle modificazioni di ruolo delle Commissioni tecniche e degli arbitri.

2)

LINEE PER IL 1975 ’76 — A livello provinciale si impone un impegno più preciso per costituire una effettiva « partecipa­ zione » di tutte le componenti associative attraver­ so un metodo continuato di programmazione e di gestione insieme, sorretto anche da una ricerca di nuove soluzioni strutturali; — a livello regionale è necessario coinvolgere i Consigli provinciali in un processo di program­ mazione regionale aderente alle esigenze locali e coordinato ai tempi di attuazione e alle linee di sviluppo generale dell’Associazione; — a livello nazionale ci si impegna: a ricercare un itinerario programmatico associa­ tivo che garantisca un effettivo livello di parteci­ pazione all’elaborazione dei contenuti e delle scel­ te del Congresso nazionale del 1976; a sostenere, a livello organizzativo, la regione; a ricercare adeguate soluzioni strutturali di ser­ vizio a tutta l'Associazione.

Una formazione globale e continua per tutti 1)

ELEMENTI ESSENZIALI NEI PROGRAMMI DEI PRIMI TRE ANNI

• 1972-73 — Ci si è impegnati in un’azione formativa sostan­ zialmente rivolta ai responsabili a livello provinciale e regionale con strumenti tradizionali anche sulla base dell’impostazione (e delle incentivazioni) dei corsi per sostenere i Giochi della Gioventù.

• 1973-74 — Si è proceduto al chiarimento dell’azione di for­ mazione globale e continua per tutti individuando: a) il « dibattito associativo » — collegato al Congres­ so nazionale di verifica — come strumento privi­ legiato per una azione generale; b) il « piano specifico » per la formazione dei respon­ sabili con la distinzione fra incontri di verifica e corsi di specializzazione; — si è proposto un Incontro nazionale per respon­ sabili al fine di approfondire i problemi dell’animazio­ ne sociale; — si è proposta anche una iniziativa di confronto nazionale sul problema della presenza e partecipazio­ ne femminile nell’Associazione.

• 1974-75 — Si è approfondito il concetto di formazione come attuazione concreta dei punti del programma associa­ tivo riguardanti l’attività sportiva, l’azione politica, la vita associativa delle strutture con l'indicazione di al­ cuni strumenti specifici: D dibattito associativo come dimensione normale di verifica per tutti; 2) riconferma del piano specifico per i responsabili esprimendo la volontà di adeguarlo alla chiarifica­ zione e richiamando l'attenzione sulla carenza di responsabili femminili; 3) impegno a valutare l’opportunità di offrire momen­ ti di incontro nazionali su problemi di fondo dell’ Associazione.

2)

LINEE PER IL 1975 ’76 — Si riconferma il programma 1974-75 con un particolare impegno a concretizzare l'adeguamento sostanziale del piano di formazione dei responsa­ bili secondo le esigenze della chiarificazione per età; — si ripropone il problema della formazione di animatori che è collegato, per certi aspetti, con quello della formazione di istruttori per i Centri. Emerge cioè l'esigenza di vere e proprie scuole di formazione a livello superiore rispetto ai normali incontri di verifica e corsi di specializzazione già in atto nell’associazione.

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IL PROGRAMMA ASSOCIATIVO

UN'ATTIVITÀ' SPORTIVA A CARATTERE SOCIALE j

Il programma associativo del CSI ha nell’attività sportiva il suo fulcro e il suo perno attorno al quale ruotano in funzione com­ plementare e di supporto gli altri punti del programma. E’ eviden­ te, come più volte si è detto, che il CSI traduce la propria identità associativa principalmente attra­ verso la sua attività sportiva: gli altri impegni le sono di sostegno e sono tanto più validi quanto maggiormente sono vólti a stimo­ lare e incrementare un'attività sportiva coerente con la natura e le finalità associative, e a loro volta da questa traggono spunto, significato ed efficacia. Lo sforzo culturale che da tre anni stiamo facendo è proprio di far coincidere, non certo in modo giustapposto, le finalità delI'Associazione con il modo di fare l’atti­ vità sportiva. La concezione dell’uomo e della realtà, conseguenziali all’ispirazio­ ne cristiana informatrice della nostra azione, deve necessaria­ mente tradursi in una attività sportiva realizzata « a misura d' uomo » la cui più coerente appli­ cazione pratica la ritroviamo nell’ itinerario sportivo educativo che sin dallo scorso anno costituisce la linea di sviluppo dell’attività stessa. E’ importante però considerare tale itinerario in modo globale e secondo la « logica » di un’attività socialmente intesa. Se l’Associazione non riuscirà ad esprimersi in questa « logica », pur con tutte le difficoltà che da essa derivano, gli sforzi per faticosamente « in­ ventare » una valida alternativa al tradizionale modo di concepire e di realizzare lo sport rischiano la

II fulcro del programma associativo vanificazione o, quantomeno, il ri­ stagno in risultati insignificanti. Dobbiamo convincerci che l’at­ tività sportiva non deve servirsi | dell’uomo per « conquistare pre­ stigiosi traguardi » (record, me­ daglie, scudetti) ma deve servire l’uomo, considerato nella sua spe­ cifica identità personale e sociale, per farlo crescere come persona, arricchendolo fisicamente e cultu­ ralmente, aiutandolo nel suo cam­ mino di liberazione. Ecco perché l’impostazione del­ l’attività basata sulle fasce, così come ipotizzata dalle linee di pro­ gramma, rispettosa delle esigenze particolari dei praticanti, non può né deve considerarsi come un’a­ stnisa teorizzazione ma come un primo risultato di un approfon­ dito processo di ricerca per trova­ re delle soluzioni concrete per una pratica sportiva adatta e ca­ librata alle vere caratteristiche dei « protagonisti ». Attraverso questa impostazione, certamente sconvolgente per chi ancora basa l’attività sui sacri te­ sti dello sport cosiddetto ufficia­ le, l’Associazione desidera far per­ correre a tutti un necessario iti­ nerario pedagogico che attraverso il gioco prima, una iniziazione polisportiva poi ed una armonica pratica agonistica infine, concor­ ra a far sì che ognuno cresca e si arricchisca come persona in una società che ha bisogno dell’ apporto di tutti. Naturalmente siamo tutti con­ sapevoli che la realtà associativa, pur essendo abbastanza sensibile al problema e pur essendo in cer­ to qual senso disponibile ad ac­ cogliere l’itinerario sportivo-edu­ cativo, in quanto logica conseguen­

za di linee di tendenza associati­ ve espresse proprio dalla « base » al Congresso del '72, trova note­ vole difficoltà a tradurre in linee operative una concezione diversa di praticare lo sport. Molteplici sono certamente gli ostacoli e le difficoltà che si frappongono alla realizzazione di un'attività qua­ le è delineata dal programma as­ sociativo. Ma non sarebbe certa­ mente corretto rinunciare a priori ad attuare un simile programma con la motivazione di comodo, in quanto non provata, che esso è irrealizzabile e utopistico. Bisogna invece affrontare con molta umil­ tà i problemi man mano che si presentano e risolverli con gra­ dualità, avendo costantemente ben presenti gli obiettivi generali che insieme ci siamo proposti e stia­ mo cercando di raggiungere. La prima trasformazione del modo di vivere l’attività deve ap­ punto avvenire aH'intemo delle Società, anche se parallelamente ad essa le strutture di servizio debbono adeguare il loro modo di essere alle diverse e nuove esi­ genze delle Società ed alla diver­ sa impostazione dell’attività. Le Società, solo che incomin­ cino ad accogliere le linee qui ab­ bozzate, iniziano quella trasforma­ zione interna per poter operare in una dimensione sociale e socia­ lizzante, prima addirittura impen­ sabile (esempio: i fanciulli come parte integrante anzi prioritaria del loro impegno). Ma, appena impostato il problema, si accorgo­ no che per poter operare corret­ tamente hanno bisogno di « uo­ mini » in grado di programmare ed attuare un’attività ludica, di attrezzature idonee, di collega17


menti con analoghe esperienze per un costante confronto e così di seguito. Il primo esame della pro­ pria realtà potrebbe convincere i responsabili della società che il loro verrebbe ad essere un ruo­ lo di supplenza e superiore alle loro effettive possibilità e da que­ sta considerazione potrebbe nasce­ re il disegno di costituire un « ser­ vizio » e cioè un Centro di forma­ zione da gestire insieme ad altri. La soluzione di questi problemi può essere trovata se la Società sarà disponibile ad affrontarli ma anche se i Consigli si struttureran­ no in modo da dare una esaurien­ te risposta pratica alle esigenze emerse: corsi per preparare gli « uomini » idonei; politica sporti­ va per sensibilizzare le comuni­ tà e gli Enti locali ai problemi connessi allo sport sociale; « strut­ ture » tecniche e arbitrali pronte e capaci ad aiutare la trasforma­ zione delle società con stimoli, sug­ gerimenti, regolamentazioni, for­ mule veramente nuove e in sin­ tonia con la « logica dell'itinera­ rio ». Per tali complesse realizzazioni necessita una costante osmosi di notizie, attraverso due gangli ope­ rativi di coordinamento identifi­ cabili nei Consigli regionali e nel­ la Direzione Tecnica Nazionale. Tutti gli scambi infatti non pos­ sono prescindere nella loro im­ postazione, formulazione e rea­ lizzazione pratica dal conforto e dal supporto di questi due organi­ smi che sono in grado di operare e pianificare i collegamenti, dan­ do ad essi una omogeneità asso­ ciativa indispensabile perché gli scambi stessi, pur essendo liberi, siano ordinati e coerenti al fine. D’altra parte troncando l’ultimo cordone ombelicale fra periferia e centro costituito dagli Incontri nazionali, segno traumatico ma augurale della nascita di una crea­ tura autosuflìciente, l’unico rap­ porto. diremo indispensabile se intendiamo continuare ad essere associazione, deve essere un rap­ porto basato non più su criteri burocratici o gerarchici ma sulla necessità di rendere « partecipa­ ta » a tutti e da tutti la nostra attività. Come soci di una stessa associazione abbiamo tutti l’ob. bligo morale di far presente a tutti quello che facciamo e prin­ cipalmente come facciamo l'atti­ vità in una verifica e in un con­ fronto costante del nostro modo di agire, chiedendo agli altri il conforto della loro solidarietà e 1 aiuto della loro esperienza. Sol­ tanto così saremo associazione e solamente così la nostra azione avrà risultati positivi e duraturi.

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1* Lo scorso anno il Consiglio na­ zionale, attraverso un suo docu­ mento, ha per la prima volta pro­ posto a tutta l’Associazione un’ impostazione razionale dell’atti­ vità, suddividendola in fasce d’ età, a seconda delle caratteristiche e delle esigenze proprie delle età stesse, come un vero e proprio « itinerario educativo-sportivo ». La presidenza nazionale già l’ anno scorso suggerì delle linee per l'attuazione dei nuovi pro­ grammi ispirati a tale « itinerario sportivo-educativo ». Si trattava, soprattutto per la prima e secon­ da fascia, di un invito alle socie­ tà e ai consigli a considerare con attenzione i problemi relativi all’ attività sportiva di tali età. Quest’anno, facendo un passo avanti, i suggerimenti forniti dal­ la presidenza nazionale si adden­ trano maggiormente in considera­ zioni pratiche con l'indicazione di modi possibili d’impostazione e di realizzazione fascia per fascia. Tali indicazioni e suggerimenti sono stati diffusi mediante il no­ stro periodico organizzativo « Csiflash », n. 8, agosto 1975, che per­ viene ai consigli regionali e pro­ vinciali. Da quel numero speciale di Csiflash estraiamo le considera­

zioni e le indicazioni poste pre­ liminarmente ai suggerimenti per la realizzazione delle attività delle tre fasce. Mentre queste conside­ razioni preliminari hanno un in­ dubbio interesse per tutti, le suc­ cessive indicazioni organizzative sono indirizzate soprattutto alle strutture di servizio con le quali le società sportive devono necessa­ riamente concordare le cose da fare e i modi di realizzazione.


PRIMA FASCIA

Attività formativa La prima fascia ha come carat­ teristica il gioco, componente es­ senziale alla crescita ed alla for­ mazione del fanciullo: è, quindi, alla luce di queste finalità cfie l’at­ tività dei bambini dovrà realiz­ zarsi. Presupposto indispensabile è quello di sensibilizzare al proble­ ma le Società, sede ideale per la corretta impostazione di tutto l'iti­ nerario, rendendole idonee a ri­ spondere alle molteplici esigenze di questo particolare tipo di at­ tività.

deve tradursi praticamente in al­ levamento di futuri campioni, né tanto meno in miniere d’oro, in mano a super tecnici o a specu­ latori, ma dovrà essere per i fan­ ciulli una gioiosa esperienza for­ mativa di psico-motricità da vi­ vere insieme agli altri. Forse que­ sta impostazione non potrà esse­ re integralmente attuata, sia per carenza di formazione e di infor­ mazione dei nostri Consigli sia principalmente delle nostre Socie­ tà, ma almeno alcune precise ini­ ziative, più appresso suggerite, do­ vrebbero essere attuate dalla to­ talità dei nostri Consigli, come primo passo verso la graduale trasformazione della mentalità corrente verso una concezione nuova e più razionale dell'attivi­ tà fisico-sportiva, soprattutto nel­ le età infantili. Diamo qui di seguito alcuni suggerimenti pratici per la realiz­ zazione dell’attività formativa.

• CARATTERISTICHE: Attività fisico-motoria di base a carattere essenzialmente di gio­ co da vivere come esperienza so­ cializzante.

Per necessità fisio-pedagogiche si suggerisce la suddivisione dell' attività in due cicli: — il primo ciclo, per ragazzi e ragazze da 5 a 7 anni, avente co­ me motivo conduttore il gioco; — il secondo ciclo, per ragazzi e ragazze da 8 a 10 anni, avente co­ me motivo conduttore l'iniziazio­ ne polisportiva, sempre con la prevalente dimensione del gioco.

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Oltre che attraverso le Società, l’attività, come supplenza all'inadeguato servizio delle istituzioni pubbliche, può essere impostata anche attraverso la creazione e il funzionamento di un certo nume­ ro di Centri di formazione, la cui gestione dovrà essere però, per quanto possibile, affidata alle co­ munità che li esprimono. Quanto più questi Centri saranno incar­ nati nelle proprie realtà, tanto più essi in breve tempo si trasfor­ meranno in Società polisportive, comunitariamente gestite e soste­ nute. Ovunque e comunque questa attività venga realizzata, bisogne­ rà tenere presente che essa non

° SEDE: Nell’attuale stadio di carente o inadeguato servizio sociale da par­ te delle strutture pubbliche, in li­ nea di supplenza e a titolo di esemplarità educativa e sociale 1' attività dovrà essere offerta dalle nostre Società, ambiente ideale per una esperienza socializzante e continuativa. Tale tipo di attività potrà essere realizzata anche attraverso Centri di formazione, la cui gestione, il più possibile democratica e par­ tecipata, potrà essere assunta da più Società o dai Consigli diret­ tamente, o realizzati insieme a istituzioni pubbliche (Ente locale, scuola).

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• MODI DI REALIZZARLA: Per il primo ciclo dopo un’espe­ rienza iniziale di pratica motoria, si passerà al graduale apprendi­ mento di quei movimenti raziona­ li quali il correre, saltare, l’arram­ picarsi, il palleggiare, gli eserci­ zi respiratori e di rilassamento volontario funzionali al gioco creativo, da realizzarsi in forma gioiosa ed imitativa. In questo ciclo, ove possibile, sarà opportuno far familiarizzare con l’acqua i ragazzi e quindi, attraverso esercizi di galleggia­ mento, respirazione e di elementa­ re traslocamento, renderli auto­ sufficienti. Nel secondo ciclo dai giochi si deve passare agli esercizi che com­ prendano i primi elementi tecni­ ci, i fondamentali, delle varie di­ scipline sportive. Nel secondo ci­ clo, disponendo di idonee attrez­ zature o stagionalmente utilizzan­ do specchi d’acqua o impianti di fortuna, sarebbe necessario inse­ gnare a nuotare a tutti i ragazzi, facendo loro apprendere almeno i due stili più semplici e cioè lo stile libero e il dorso. In questo ciclo dovranno inse­ rirsi forme di confronto fra cop­ pie e gruppi tendenti a realizzare una personale e collettiva forma di realizzazione di sé scevra da deleterie spinte all’antagonismo o alla supremazia.

A conclusione della stagione è opportuno che i Consigli organiz­ zino una giornata di chiusura dell’ attività in un grande parco, in una località agreste o in qualche am­ biente caratteristico, possibilmen­ te non sportivo, della propria zo­ na o città. Il programma potreb­ be prevedere prove singole e col­ lettive a carattere informale, che consentano ai ragazzi di valutare i progressi fatti, che li stimolino ad impegnarsi ulteriormente, ma nello stesso tempo non li indu­ cano verso forme eccessivamente competitive.

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• GLI STRUMENTI:

Per potere realizzare questo ti­ po di attività necessitano indub­ biamente educatori particolarmen­ te sensibili al rapporto con i fan-

• INIZIATIVE SUGGERITE:

All’inizio della stagione sportiva il Consiglio può stimolare tutte le proprie Società, o almeno quel­ le più sensibili a questo tipo di attività, ad organizzare una « Fe­ sta sportiva dei bambini » per interessare il quartiere o il paese al problema e per entusiasmare le famiglie e i ragazzini, « prota­ gonisti » naturali della Festa. Il programma della giornata potreb­ be prevedere giochi tradizionali per l’infanzia, prove di agilità o di destrezza (brevi corse, ginkane, tiro al bersaglio ecc.), qualche ini­ ziativa di carattere ricreativo e per i « grandi » una tavola roton­ da o un dibattito per affrontare il problema della pratica motoria dei ragazzi e cercarne insieme la soluzione migliore. Dopo il lancio si inizia l’attività vera e propria durante la quale possono programmarsi e realiz­ zarsi incontri fra le varie Società o i Centri che svolgono tale tipo di attività, sia per una costante verifica e confronto dell'azione svolta che per offrire ai ragazzi un lieto momento socializzante.

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ciulli e tecnicamente preparati. Il mondo sportivo italiano, com­ presa la nostra Associazione, man­ ca di tali indispensabili operatori e quindi per cercare d’impostare seriamente c correttamente l’at­ tività di questa fascia, con tutti i problemi ad essa correlati, si suggerisce ai nostri Consigli, co­ me prima iniziativa pratica, di realizzare dei Corsi d’informazio­ ne e di preparazione per istrutto­ ri (non vogliamo dare uno spe­ cifico titolo ad essi per evitare le confusioni che a suo tempo su­ scitò il titolo di animatore) capa­ ci di portare avanti con compe­ tenza e cognizione di causa un programma sufficientemente coe-

rente alle finalità che s’intendono perseguire. Ai Consigli provinciali e circo­ scrizionali si suggerisce anche di costituire un gruppo di lavoro, comprendente oltre agli istituto­ ri ed agli organizzatori, medici, sociologhi, psico-pedagoghi o co­ munque elementi esperti in pro­ blemi dell'infanzia, che possa sti­ molare, seguire, sorreggere e, se necessario, correggere quanto ver. rà realizzato in proposito nella zona. ® I SUSSIDI:

La Presidenza Nazionale offre come sussidi utili per tale tipo


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lustrare nuovamente le caratteri­ stiche principali dei Centri, sia per quanto concerne la loro im­ postazione sia per quanto con­ cerne i programmi specifici. L’impostazione dei programmi deve essere studiata nel rispetto della gioventù che ha bisogno di vivere le esperienze motorie se­ condo il naturale desiderio di par­ tecipazione e non in funzione di puri processi di addestramento confermatisi parziali c quindi di­ seducanti. In particolare i pro­ grammi devono cercare di affron­ tare, e, attraverso successive spe­ rimentazioni, risolvere i proble­ mi della formazione fisica, della iniziazione sportiva con caratte­ ristiche polisportive, della vita di gruppo, che sono gli stessi che si pongono ai responsabili della nostra Associazione a tutti i li-

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di attività il volume « L’educazio­ ne attraverso il movimento » di Enrico Fabbri in corso di stampa presso l’Editrice AVE e il volume « Giochiamo a fare sport » di Fran­ cesco Barbagallo, da tempo edito dalla nostra Associazione.

I CENTRI GIOVANILI DI FORMAZIONE SPORTIVA Avendo indicato nella preceden­ te illustrazione dei programmi dell’attività oltre alle Società, se­ di privilegiate di tutta l’attività, anche i Centri di formazione, ci sembra doveroso, in appendice, il-

velli al momento di intraprende­ re una valida azione per offrire ai giovani un modello di sport veramente rispettoso della loro personalità. I cicli di insegnamento dei Cen­ tri sono stati concepiti, in rispet­ to di quell’ffmerario educativo, filo conduttore di tutta la nostra attività, come un tutt’uno orga­ nico, non scindibile in realizza­ zioni settoriali, le quali potreb­ bero sfociare in processi solo ad­ destrativi, contrari quindi alla realtà evolutiva dei ragazzi. Pertanto, i Centri dovranno pre­ vedere tre distinti cicli di insegna­ mento, attraverso i quali il ra­ gazzo passando dall’infanzia all’

adolescenza verrà iniziato per gradi alla pratica sportiva. Il primo ciclo per i ragazzi dai. 5 ai 7 anni, che ha come motivo conduttore il gioco, e il secondo ciclo che ha come motivo con­ duttore l’iniziazione polisportiva, ricalcano i princìpi, i concetti e i suggerimenti ampiamente illu­ strati nella prima fascia di attivi­ tà nella quale in linea di massima si identificano anche per quanto riguarda le età dei protagonisti. Mentre il terzo ciclo per i ragazzi dagli 11 ai 13 anni che ha come motivo conduttore 1'awiamento alla pratica sportiva con caratte­ ristiche polisportive, non è altro, nelle caratteristiche, nei metodi di insegnamento e nella pratica rea­ lizzazione dell’attività, che la se­ conda fascia dell'itinerario. Quin­ di non è necessario ripetere nuo­ vamente i concetti prima espressi né dilungarci in particolari sug­ gerimenti circa i programmi avendo già avuto modo di illustrar­ li praticamente all’interno delle prime due fasce dell'itinerario. Riteniamo, infine, utile offrire anche alcuni suggerimenti di ca­ rattere organizzativo e funzionale, tenendo presente che i Centri de­ vono essere una esigenza della comunità che li esprime, anche se suggeriti e sollecitati da una no­ stra azione di stimolo e di sensi­ bilizzazione. I Centri in linea di massima dovrebbero essere gestiti collegial­ mente ed essere autosufficienti fi­ nanziariamente. Per i nostri Con­ sigli e per le nostre Società, come ripetutamente e in precedenza af­ fermato, non sono altro che un servizio di supplenza a quanto lo Stato e gli Enti locali dovrebbero fare in materia come servizio prio­ ritario alla comunità. Quindi la comunità, direttamente o attra­ verso gli Enti locali, deve assu­ mersi l’onere finanziario del suo funzionamento. Nello stesso tem­ po, però, pensiamo sia valido stabilire anche delle quote mini­ me di frequenza, alla portata di tutte le borse, senza discrimina­ zioni o preclusioni, ma che tutti, salvo situazioni particolari risol­ te riservatamente dal Consiglio di gestione del Centro, devono paga­ re mensilmente. A nostro parere una partecipazione assolutamente gratuita, per la mentalità, impe­ rante, viene a sminuire il valore dell’iniziativa escludendo fra 1’ altro la pratica compartecipazione di tutti alla sua realizzazione e quindi potrebbe costituire già un certo disimpegno di fondo almeno dai problemi materiali del Centro. Per facilitare questa assunzione di corresponsabilità e una co-

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stante gestione « partecipata e de­ mocratica » riteniamo importante che l'organismo promotore, So­ cietà sportiva o Consiglio del CSI, designi un direttore che oltre ad avere doti organizzative, sia pro­ fondamente convinto dell'impor­ tanza dell’iniziativa e la sappia portare avanti attraverso una fit­ ta rete di contatti umani con i responsabili del Consiglio CSI e degli Enti locali e sportivi interes­ sati, con i genitori, con gli istrut­ tori e particolarmente con i ra­ gazzi. Una efficiente segreteria ed un attivo servizio sanitario com­ pleteranno i quadri organizzativi del Centro. Particolare cura infi­ ne va posta nel reperire gli istrut­ tori che oltre ad avere esperienza tecnica, possibilmente non mono­ sportiva ma con caratteristiche polisportive, dovranno essere dei veri e propri educatori. Per questo è opportuno, più che impegnare istruttori già inseriti in Centri di addestramento preesi­ stenti, predisporre degli appositi Corsi o Scuole di specializzazione. Ultima raccomandazione: il Cen­ tro deve avere il suo naturale sbocco nel contesto delle Società operanti nella località ove sorge. Qualora non esistessero Società, sarà opportuno sensibilizzare la comunità per creare una polispor­ tiva di paese o di quartiere, con la stessa mentalità e gli stessi me­ todi adottati per il Centro, che possa recepire senza bruschi im­ patti con una diversa realtà i gio­ vani che hanno completato il ci­ clo d’insegnamento del Centro. Abbiamo dato alcuni elementi integrativi per la realizzazione e il funzionamento di queste ini­ ziative surrogatorie e complemen­ tari a quelle che invece sono le linee essenziali della nostra azio­ ne e confidiamo nella cosciente adesione a quanto da noi sugge­ rito per dare una corretta impo­ stazione a queste iniziative che possono costituire una azione pro­ pedeutica all’attività sportiva del CSI secondo i concetti e le fina­ lità dell'itinerario sportivo edu­ cativo.

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SECONDA FASCIA I

Attività pre-competitiva Polisportività e forme più ac­ centuate di vita associativa comu­ nitaria sono le note dominanti che riguardano la seconda fascia d’età. Nelle età precedenti (5-10 anni) attraverso prima al gioco, e quin­ di all’insegnamento globale di fon­ damentali di varie discipline spor­ tive abbiamo offerto ai ragazzi quegli elementi utili per potersi avviare ad un armonico apprendi­ mento di un certo numero di di­ scipline sportive senza giungere a scelte precocemente definite. Questi elementi caratterizzanti dell’itinerario educativo impongo­ no come logica conseguenza nell’ età 11-13, un tipo di attività che non può essere la tradizionale at­ tività giovanissimi mono-sportiva, differenziata da quella competiti­ va unicamente da fattori di carat­ tere tecnico, incentrati in norme riduttive per quanto riguarda mi­ sure, distanze, tempi, altezza del­ la rete, circonferenza del pallone, ma pedissequamente ricalcanti la ferrea logica del risultato e della selezione, o almeno della precoce specializzazione. Abbiamo già avuto modo di far presente che una precoce specia­ lizzazione è controproducente al­ la formazione « sportiva » del ra-

gazzo e non è liberante nei suoi contenuti educativi. Il ragazzo ha bisogno di poter spaziare nella pratica delle varie discipline per potere, in seguito, liberamente e con cognizione di causa « elegge­ re » la sua o le sue discipline, af­ fini al suo carattere e congeniali alle sue possibilità. Niente quindi scelte « attitudi­ nali » o per conformazione fisica, e tanto meno scelte imposte da genitori « impallinati » o « frustrati » o condizionati da tradizioni o « mode » locali. Se il CSI ha come assunto uno sport for-

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mativo e quindi « liberante » le virtualità di ogni persona e se per facilitare il raggiungimento di ta­ le finalità, si deve percorrere un preciso itinerario, del quale que­ sta fascia è l’espressione, i pro­ grammi debbono essere in questa logica. La nostra esperienza e le pri­ me reazioni a questo tipo di lo­ gica ci hanno convinti che pro­ prio in questa fascia si gioca la credibilità del nostro « itinera­ rio ». Ecco perché indichiamo qui, coerentemente ad essa, delle linee per i programmi, pur sapendo delle grosse, quasi insormontabili difficoltà che ne ostacoleranno la realizzazione; offrendo però nel contempo, dei suggerimenti per un'attività di « transizione » facil­ mente attuabili, ma nello stesso tempo già in sé finalizzati ad una futura, più radicale trasforma­ zione. I nostri Consigli e le nostre Società non dovranno, perciò, ri­ fiutare drasticamente la logica che qui viene proposta con la affer­ mazione scontata che essi non sono preparati ad un così radi­ cale cambio di tendenza, che man­ cano i tecnici e gli organizzatori con capacità polisportive, che i ragazzi vogliono subito praticare una ben definita disciplina spor­ tiva e così via. Il loro compito è, invece, di sperimentare con pa­ zienza e tenacia semplici formu­ le di manifestazioni polisportive, che altro non saranno, almeno inizialmente, che l’insieme di ma­ nifestazioni monosportive tradi­ zionali, tenute insieme da un fi­ lo di quella « logica » che inten­ diamo portare avanti. Man mano che all’interno dell’Associazione

tutto l’itinerario educativo sarà divenuto il filo conduttore dell’ intera attività sportiva, allora cam­ bierà anche il modo di vivere delle nostre Società e anche l’at­ tività di questa fascia sarà accet­ tata da tutti e coerentemente at­ tuata. Non vogliamo « imporre », pro­ ponendo modi non ancora accet­ tati culturalmente e quindi in­ compresi e rifiutati come utopi­ stici, ma vogliamo operare una trasformazione di mentalità: i tempi sono necessariamente lun­ ghi, ma è per questo che ritenia­ mo utile fare oggi dei piccoli, ra­ gionati passettini verso il traguar­ do finale. La proposta di una pos­ sibile programmazione, che qui pubblichiamo è coerente a questa nostra affermazione, e, quindi, presenta insieme una visione glo­ bale degli obiettivi futuri dell’at­ tività e una visione parziale, estre­ mamente pratica e ragionevolmen­ te attuabile allo stato attuale del­ le cose. Come sempre la realtà che ci circonda deve darci il metro più vero per impostare la nostra attività locale, ma deve altresì stimolarci per trovare gli stru­ menti e la prassi idonei per aiu­ tarla a perfezionarsi. Ed ecco in sintesi la program­ mazione per la seconda fascia d’ • età.

° CARATTERISTICHE:

Attività polisportiva con carat­ tere di continuità e di limitato impegno tecnico agonistico da rea­ lizzarsi nell'àmbito di una vita associativa autenticamente comu­ nitaria attraverso un « progetto » di attività impostato e realizzato insieme agli stessi ragazzi. ° SEDE: Per le caratteristiche prima il­ lustrate, la sede « naturale » è la Società sportiva ma, tenendo conto dell’esistenza di Centri di formazione in questo arco di età e a titolo di esemplarità, potrebbe essere impostata anche presso i Centri di formazione (3° ciclo).

° MODI DI REALIZZARLA:

Per poter avere una minima condizione di continuità fra la prima e la seconda fascia si con­ siglia per il primo anno (età 11 anni), un insegnamento polispor­ tivo differenziato ma contempo­ raneo di un certo numero di disci­ pline sportive, scelte fra quelle realizzabili per tradizione, impian­ ti e complementarietà fisico-edu­ cativa.

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A partire dal secondo anno i ragazzi potranno già fare le pro­ prie scelte e quindi potranno li­ mitare a due o tre discipline la loro attività. In questa fascia non si dovreb­ be quindi fare attività monospor­ tiva. Per questo, in linea di mas­ sima, i Consigli non dovranno più realizzare le tradizionali at­ tività monosportive per i giovanis­ simi ma dovranno organizzare manifestazioni che impegnino i ragazzi in prove di diverse disci­ pline sportive, ripetendo queste iniziative od opportunamente va­ riandole nell'arco di tutta la sta­ gione sportiva. E’ estremamente importante che queste manifestazioni siano di bre­ ve durata e presentino formule diverse che permettano a tutte le Società di gareggiare su un pia­ no di relativa parità, in modo da tener sempre vivo il loro in­ teresse e quello degli atleti evi­ tando per quanto possibile risul­ tati scontati o disparità troppo marcate. Ovviamente tali manifestazioni dovrebbero prevedere per quan­ to possibile attività miste, ragaz­ zi e ragazze insieme, o prove per ragazzi e ragazze comunque impe­ gnanti le Società a partecipare con tutte e due le componenti del­ la nostra Associazione. Questo è l’itinerario « ottima­ le » perigli 11-13 anni, ma, come detto nella premessa, ciascun Con­ siglio valutando la propria real­ tà, dovrà porsi dei « traguardi pos­ sibili ». e graduati nel tempo: si potranno quindi inserire nei con­ sueti « Campionati Giovanissimi, Biberon, Esordienti, ecc. » di cal­ cio, prove obbligatorie, ad esem­ pio, di corsa campestre, o di atle­ tica, o di pallavolo, o di tennistavolo e così via, con punteggi differenziati formanti insieme si­ stemi di classificazione o gradua­ torie. Così pure per le altre di­ scipline sportive, avendo l’accor­ tezza però di accostare discipline tra di loro complementari, atte quindi ad una crescita psico-fisi­ ca armonica dei ragazzi (si ve­ dano, di seguito, le indicazioni di possibili manifestazioni).

• INIZIATIVE SUGGERITE:

All’inizio della stagione sporti­ va i Consigli dovranno formulare insieme alle Società il programma e il calendario di un certo nu­ mero di manifestazioni, correlate fra loro da una logica gradualità tendente a facilitare il passaggio dalla conoscenza dei « fondamen­ tali » alla pratica delle varie di­ scipline sportive. 24

Si potrà quindi aprire la sta­ gione sportiva con una manife­ stazione provinciale o circoscri­ zionale o con tanti confronti fra due o più Società, basati su pro­ ve di abilità e di destrezza inse­ rite su circuiti misti. Durante l’anno si potranno rea­ lizzare manifestazioni o incontri e confronti tra Società aventi le caratteristiche e le finalità prima illustrate. A conclusione della stagione sa­ rebbe interessante organizzare in un complesso sportivo una mani­ festazione polisportiva, basata su alcune gare semplici individuali e su gare fini a se stesse di uno o due sport di squadra, possibil­ mente però non quelli praticati normalmente dagli atleti.

• GLI STRUMENTI: La caratteristica della polisporlività costringe le Società a mo­ dificare radicalmente il proprio assetto tecnico e di conseguenza prefigura un nuovo modello di tecnico. Sarà necessario quindi prevedere anche per questa fascia di attività la preparazione di tec­ nici qualificati attraverso appositi corsi.

TERZA FASCSA

Attòvótà competffiw Uno sport a dimensione sociale ed educativa esige una attività competitiva pensata, realizzata e vissuta in una « logica » sostan­ zialmente diversa da quella dei « campionati » e a preparare que­ sta « logica » tendono con la loro impostazione proprio le prime due fasce d’età. Per questo nell’itine­ rario educativo il momento oltre i 14 anni assume un’importanza tutta particolare e quasi ne testi­ monia il risultato di un lungo lavoro educativo. Siamo infatti convinti che il salto di qualità, o meglio ancora di mentalità che il nostro modo d’intendere lo sport presuppone non può avvenire attraverso una semplice trasformazione di « for­ mule » o di « regolamenti » ma

unicamente attraverso una con­ vinta, anche se graduale, aderen­ za del « modo di fare » al « modo di essere » dcll’Associazione. Una volta fatto questo « salto » è facile comprendere il valore di tutto ['itinerario e conseguente­ mente, per quanto compete la " terza fascia », coglierne alcuni fondamentali criteri che ne caratterizzano sul piano pedagogico 1’ attività. Eccone alcuni che debboro essere tenuti presenti: la par- ; tecipazione che deve essere con­ vinta; la corresponsabilizzazione che deve essere richiesta e non più imposta; i regolamenti che non debbono più essere « gabbie» imposte da un vertice ma « nor­ me su misura » costruite insieme da tutti i protagonisti dell’atti-


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vità; la tessera del CSI che deve assumere il suo vero valore asso­ ciativo, perdendo quello di vin­ colo o, peggio di proprietà; le classifiche che non debbono più essere artifici per stimolare l’im­ pegno, o traguardi da raggiun­ gere a qualunque costo; le premia­ zioni che non debbono più esal­ tare i migliori, ma riconoscere la partecipazione ad una esperienza vissuta con altri per crescere co­ me persone; i liberi scambi che non debbono più essere l'occasio­ ne per dimostrare soltanto il no­ stro grado di preparazione tec­ nica, come le Finali o gli Incon­ tri nazionali, ma un momento d’ incontro con altre realtà socio­ ambientali e tecniche per scam­ biarsi le proprie esperienze e quin­ di crescere culturalmente. Questo modo di concepire e di

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realizzare 1 attività sportiva non trasforma soltanto il modo di organizzare dei nostri Consigli, ma viene ad incidere profonda­ mente sul modo di vivere delle nostre Società, le quali essendo il « fondamento di tutta l'Associazione » debbono operare al lo­ ro interno una trasformazione ra­ dicale per sintonizzarsi al « mo­ do di essere » dell’Associazione cioè al modello di vita ipotizzato dallo Statuto. Il preambolo a nostro parere era indispensabile per dare ai Consigli ed alle Società la « chia­ ve di lettura » idonea per capire lo spirito informatore delle linee di programma deWattività com­ petitiva. ° CARATTERISTICHE:

Attività prevalentemente unidi­ sciplinare con manifestazioni im­ pegnative sotto l’aspetto tecnico­ organizzativo realizzate e gestite in forma democratica e parteci­ pata, sostenuta da idonee inizia-

tive di riflessione, di verifica e di confronto.

• SEDE: E’ una attività da realizzarsi quasi esclusivamente nell’àmbito societario, con la sola eccezione di sezioni, gestite dai Consigli, per gruppi di ragazzi e di ragazze usciti dai Centri di formazione o non ancora inseriti nelle Società o praticanti discipline sportive in fase di lancio.

• MODI DI REALIZZARLA:

Per poter offrire un'attività con­ geniale a tutte le componenti del­ la nostra Associazione sempre più aperta ad una dimensione sociale si propone che i Consigli offrano alle comunità nelle quali operano un servizio diversificato che po­ trebbe essere il seguente: a) attività monosportive di par­ ticolare impegno tecnico-agonisti­ co che prevedano per le Società e i Consigli momenti di riflessio­ ne e di verifica a vari livelli e pos­ sibilità di liberi scambi fra realtà diverse autonomamente realizzati, con indirizzi programmatici a ca­ rattere nazionale per poter dare omogeneità e uniformità di con­ fronto a tale tipo di esperienza; b) attività a carattere amatoriale da realizzare nel pieno rispetto delle norme tecniche e della se­ rietà organizzativa, per dare la possibilità al maggior numero di persona di età junioristica e senioristica delle stesse Società CSI che hanno seguito l'itinerario edu­ cativo attraverso le due prece­ denti fasce, ma non intendono im­ pegnarsi nell’attività agonistica, di continuare la propria formazio­ ne partecipando ad una attività competitiva, limitata nel tempo e nell’impegno e a basso costo di esercizio. Anche per questo tipo di attività possono essere previsti momenti di riflessione e di veri­ fica e possono ipotizzarsi liberi scambi con Consigli e Società che pratichino lo stesso tipo di atti­ vità e che abbiano sufficientemen­ te coincidenti gli indirizzi pro­ grammatici; c) attività a carattere ricreativo con caratteristiche di servizio e da realizzarsi quindi secondo le esi­ genze e le richieste che la comu­ nità o gruppi o cotegorie di per­ sone esterni all'Associazione di volta in volta prospetteranno ai Consigli. ° INIZIATIVE SUGGERITE:

Per i due primi tipi di attività si suggerisce la realizzazione di

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momenti di riflessione, di verifica e di confronto a vari livelli, loca­ le, regionale ed extra-provinciale, possibilmente esigiti dai « prota­ gonisti dell’attività » e cioè dagli atleti. Quest'anno infatti con la defi­ nitiva abolizione degli Incontri Nazionali, ritenuti non risponden­ ti alle finalità che attraverso ad essi s'intendevano perseguire, è necessario che i Consigli e le So­ cietà s’immpegnino al massimo per realizzare, attraverso contatti bilaterali o multilaterali, dei li­ beri scambi di esperienze con al­ tre realtà socio-ambientali e tec­ niche. Questi liberi scambi dovranno diventare per le nostre Società, opportunamente stimolate e so­ stenute, un naturale coronamento dell'annuale esperienza sportiva e, variando opportunamente le realtà con cui confrontarsi, il mo­ mento forte per una loro effettiva crescita e per un loro arricchi­ mento culturale. Un’attività esclu­ sivamente limitata in campo lo­ cale porterebbe a notevoli squi­ libri organizzativi e tecnici nell’ àmbito dell’Associazione, accen­ tuando quelli già esistenti e im­ pedendo quindi una uniforme « crescita » di tutto il CSI.

• GLI STRUMENTI: Per realizzare l’attività con que­ sta « logica » si debbono neces­ sariamente trasformare alcune « strutture » dell’attività stessa e cioè le Commissioni tecniche an­ cora oggi largamente utilizzate in modo tradizionale. Esse si debbono pian piano tra­ sformare in « Gruppi di lavoro » interdisciplinari, coinvolgenti sta­ bilmente nella loro gestione le So­ cietà e gli altri ruoli tecnici (al­ lenatori, arbitri, giudici ecc.), ten­ denti non soltanto a realizzare in modo partecipato un’attività con finalità sociali, ma anche a stimolare le proprie Società a confron­ tarsi a tutti i livelli per una co­ stante verifica dell’attività stessa. Attraverso canali ordinari (la stampa associativa) e straordinari (incontri di studio e di verifica a carattere regionale o interregiona­ le) si cercherà di offrire tutti quei suggerimenti necessari per una loro corretta e proficua imposta­ zione e funzionalità.

I convegni territoriali di verifica sull'attività sportiva Una inizativa a carattere nazio­ nale finalizzata a comprendere meglio il significato della nostra attività sportiva e a migliorarne la pratica è rappresentata dai « Convegni territoriali di verifi­ ca ». Molte società sportive hanno accolto in questo primo quadrien­ nio l’invito dell’Associazione ver­ so un modo diverso di « concepire e praticare lo sport » ed hanno compiuto in tal senso molteplici e valide esperienze. Ora, con i « Convegni territoriali » si vorreb­ be fare un’analisi sintetica di tali esperienze per conoscerle meglio, per sapere quali difficoltà si sono incontrate, quali risultati si sono ottenuti e quali indicazioni se ne possono trarre per gli orienta­ menti futuri dell’Associazione, in considerazione soprattutto della verifica del congresso nazionale. Oltre a ciò, si è constatata una certa difficoltà di rapporti tra alcune di queste società orientate verso un’innovazione della pro­ pria attività e i rispettivi consigli

Come l’attività sportiva costituisce l’impegno primario del CSI, così l’associazione è impegnata particolarmente a riflettere su di essa, sulla base delle esperienze

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provinciali e di circoscrizione zo­ nale. Una difficoltà che è compren­ sibilissima, al di là di ogni giudizio di responsabilità, se si pensa alle difficoltà e alle incertezze proprie di una fase sperimentale come quella che l’Associazione sta at­ traversando. I Convegni territo­ riali, per l’appunto, si propongo­ no anche lo scopo di mettere in rapporto, attraverso un franco scambio di opinioni, tali società con i rispettivi consigli. Il terzo scopo che i Convegni territoriali si propongono è di met­ tere a contatto diverse società di questo tipo tra loro, per confron­ tare e verificare le specifiche espe­ rienze. Da quanto detto si comprende la precisa caratterizzazione e an­ che la limitatezza dell’iniziativa. I convegni territoriali non possono essere aperti a tutte le società sportive, non solo per ovvi mo­ tivi organizzativo - logistici, ma proprio perché ci si propone di co­ gliere alcune esperienze in qual­ che modo nuove, e soltanto quel­ le. Per tale motivo, il Consiglio nazionale ne ha demandato l’orga­ nizzazione alla Presidenza nazio­ nale, stabilendo che essi fossero ad invito. Comunque proprio la loro suddivisione territoriale — al nord, al centro e al sud — con­ sentirà di farvi partecipare un nu­ mero elevato di persone c quindi di raggiungere molte delle socie­ tà sportive interessate direttamen­ te al discorso.

IL PROGRAMMA DEI TRE CONVEGNI 1 tre Convegni territoriali si svolgeranno nelle giornate di saba­ to 23 e domenica 24 novembre. Le sedi saranno rese note a parte dalla Presidenza nazionale. Dal punto di vista del conte­ nuto e del metodo, è apparso im­ portante incentrare la verifica sull’ attività sportiva nella sua dimen­ sione sociale-educativa, collegata cioè con la realtà locale, con quel­ la più vasta delle strutture asso­ ciative e con i più idonei stru­ menti formativi che consentano ai responsabili di svolgere: il loro ruolo educativo e sociale <con com­ potenza. Ecco, allora, il tema che è stato scelto con tre sottopunti che ser­ vono a far comprendere meglio l'oggetto dei Convegni, a indica­ re e delimitare l’àmbito dei lavo­ ri, favorendone un più ordinato svolgimento:

« LA DIMENSIONE EDUCATIVA E SOCIALE DELL’ATTIVITÀ’ SPORTIVA — in ordine alla realtà in cui la società sportiva opera; — nei confronti del contesto as­ sociativo provinciale, regionale e nazionale;

— in relazione ai più idonei stru­ menti per la formazione dei responsabili ». I tre sottopunti saranno discus­ si uno per volta, dando alle so­ cietà sportive presenti la possi­ bilità di illustrare le loro espe­ rienze, difficoltà ed esigenze. La presenza dei responsabili provin­ ciali, regionali e nazionali consen­ tirà di dare all'analisi che ne de­ riverà un risvolto operativo, fa­ cendo emergere chiarimenti, pro­ spettive, orientamenti, indicazioni programmatiche.

LO SVILUPPO DEI CONVEGNI I tre Convegni territoriali, oltre che un seguito a carattere locale, presso le società sportive e i con­ sigli partecipanti, ne avrà uno an­ che a livello nazionale. Il Consi­ glio nazionale ha ritenuto di sfrut­ tare l’iniziativa ai fini della di­ scussione congressuale. E’ evidente infatti che dai tre convegni emergerà un ampio ma­ teriale informativo sull’attività sportiva dell’Associazione. E’ bene che tali informazioni siano messe a disposizione dell'intera Associa­ zione in occasione della verifica congressuale. Per questo, successivamente ai convegni si svolgeranno uno o più « incontri di approfondimento » intorno ai problemi emersi sull' attività sportiva nella prima e se­ conda fascia (cioè per le età dai cinque ai dieci e dagli undici ai tredici anni). Saranno incontri si­ mili a quello già svoltosi sui Cen­ tri di formazione sportiva: non si avrà la pretesa di dire una pa­ rola definitiva sull'argomento, ma di riflettere sui dati raccolti per offrire alla verifica del congresso nazionale lince di riflessione più precise e approfondite.

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IL PROGRAMMA ASSOCIATIVO

2 UN'AZIONE POE TICA PER LA REAL ZZAZIONE DI UN SERV ZIO SOCIALE PER LO SPORT V Uno degli aspetti più qualifi­ canti del programma associativo è rappresentato dall’impegno po­ litico della società sportiva. Con esso la società vive il secondo aspetto, strettamente collegato e complementare al primo, nel qua­ le si caratterizza l’appartenenza al Centro Sportivo Italiano e at­ traverso il quale si raggiungono le finalità associative. La dimen­ sione educativa, infatti, e la di­ mensione politica costituiscono in­ sieme i due volti caratteristici del nostro impegno associativo. La finalità che l’associazione si propone è di educare attraverso la pratica sportiva, ma un'educa­ zione correttamente intesa non è soltanto un fatto intimistico, indi­ viduale, in definitiva egoistico: è sempre anche un fatto sociale, uno stimolo ad aprirsi alla vita della collettività, a comprenderne i pro­ blemi, a collaborare, a operare per il miglioramento di tutti. Ora, proprio lo sport, nella si­ tuazione italiana, ci offre le più am­ pie occasioni e possibilità per un impegno di carattere sociale e po­ litico. Non si può infatti dire che la pratica sportiva sia nel nostro Paese un bene di tutti, come do­ vrebbe essere. Ebbene, una so­ cietà sportiva non può limitarsi a realizzare pei- sé un'attività spor­ tiva senza curarsi di quanto av­ viene attorno a sé, senza farsi ca­ rico dei problemi sportivi di tut­ ta la collettività. Nella nostra tradizione cattolica è già forte il rischio di dare all’ impegno educativo una connota­ zione individualistica e intimisti­ ca, ma esso è presente molto spes­ so anche in altri ambienti. Quando un gruppo, nel nostro caso spor-

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L’impegno politico della società sportiva tivo, si costituisce e inizia final­ mente a operare dopo aver supe­ rato tante difficoltà proprie della fase di avviamento, tende quasi sempre a chiudersi in se stesso, a pensare soltanto al suo piccolo « particulare » — come direbbe Dante — dimenticando che appe­ na fino a ieri faceva parte della categoria degli esclusi e degli emarginati, che fuori dal recinto societario vi sono ancora decine e centinaia di ragazzi per i quali lo sport continua ad essere un miraggio e che tutta una comunità locale avrebbe altrettanto diritto di godere i benefici di un’attività sportiva. Se il nostro discorso educativo non vuole essere monco, e in so­ stanza non educativo, deve ab­ bracciare la dimensione socio-po­ litica dell'agire umano. Noi non intendiamo educare dei fiori di serra: i nostri ragazzi crescereb­ bero limitati in se stessi e inutili agli altri. Viviamo in un’epoca e in una società italiana che, fra i tanti mali che continuamente cri­ tichiamo, è anche caratterizzata da una spiccata e sempre più forte tensione alla socialità. E' indubbio che fra i segni dei nostri tempi sia da annoverare questa sempre più diffusa volontà e responsa­ bilità per i problemi comuni, di partecipazione alla gestione della cosa pubblica, di rifiuto sempre più forte a concedere deleghe e a rinunciare al diritto di controllo. Anche nell’evolversi della situa­ zione sportiva italiana possiamo cogliere gli stessi segni di un pro­ gressivo e in certi casi addirittura prepotente imporsi della dimen­ sione sociale. Basta guardare in­ dietro alla situazione sportiva ita-


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liana di alcuni anni fa: il fatto sportivo, inteso come pratica era essenzialmente individuale, riguar­ dava alcuni pochi appassionati e privilegiati i quali praticavano il loro sport senza curarsi minima­ mente degli altri e circondati dall’indiflerenza più o meno gene­ rale. Lo sport era un hobby stret­ tamente relegato nella sfera indi­ viduale delle persone. Questo atteggiamento si è so­ stanzialmente modificato negli ul­ timi dieci anni. Prima alcune élites di sportivi e di persone im­ pegnate, poi anche strati sempre più larghi della popolazione han­ no decisamente scoperto l’aspet­ to sociale dell’esperienza sportiva: hanno scoperto che lo sport è un dovere-diritto di tutti. Ma siamo ben lontani in Italia da uno sport a carattere popola­ re, da una pratica sportiva sociale. Le élites, o se volete quei più fortunati che possono accedere ad una pratica sportiva hanno davan­ ti un immenso campo di azione per impegnarsi in una battaglia di carattere sociale e politico per la realizzazione di un servizio sportivo sociale a livello naziona­ le, regionale, comunale, di quar­ tiere, di zona e di paese. E’ proprio questo uno dei cam­ pi privilegiati di impegno che la nostra Associazione propone alle sue società sportive: chiede loro di divenire promotrici, animatrici e protagoniste di una rivoluzione sportiva a carattere locale all'in­ terno della collettività in cui vi­ vono. Ci sono due modi per farlo. Uno è quello dell’esempio, di mo­ strare cioè praticamente, attraver­ so la propria attività, in che co­ sa consista uno sport a carattere umano e sociale. L’altro è quello di prendere l’iniziativa per far sì che nella zona siano gradualmen­ te istituiti i servizi pubblici per lo sport di tutti e che essi siano gestiti democraticamente, con la partecipazione di tutti. Per far ciò la società sportiva, seppure all'inizio forse dovrà muo­ versi da sola o addirittura lottare contro tutti, non appena sia pos­ sibile dovrà ricercare la solida­ rietà e la collaborazione di altre società sportive, o anche di altri gruppi e associazioni non sporti­ vi, ma impegnati anch’essi in atti­ vità di carattere sociale. E qualora gruppi e associazioni che operano socialmente già esistano, la no­ stra società non può restarsene in disparte. Farsi promotori di iniziative di sport sociale, anche a carattere esemplificativo, stimolare la sen­ sibilità collettiva sul problema,

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sollecitare l’intervento dei respon­ sabili pubblici, indire anche — quando occorra — manifestazioni di protesta, cercare sempre e co­ munque l’appoggio della popola­ zione fino a provocare una pres­ sione dell’opinione pubblica, apri­ re la propria società sportiva a forme di sport che consentano la pratica ad un maggior numero possibile di ragazzi, anche e so­ prattutto ai più poveri, ai meno dotati, agli handicappati... sono alcune delle forme possibili con cui la società sportiva può (e de­ ve!) vivere la propria dimensione politica e sociale. Ma le occasio­ ni, gli strumenti e i modi sono molteplici e diversi da luogo a luogo, commisurati sulla realtà in cui si opera: non sarà diffìcile trovare quelli più giusti una volta che tutti insieme nella società, come gruppo consapevole di esse­ re parte e corresponsabile di una comunità più ampia, si sia avvia­ to con serietà e continuità il di­ scorso degli aspetti socio-politici del proprio impegno. Una socie­ tà che all’inizio dell’anno non includa tra i suoi obiettivi alme­ no una inziativa di carattere so­ ciale e politico è senz’altro una società che non ha compreso il proprio ruolo e ha perso una del­ le più preziose occasioni di rea­ lizzarsi in senso educativo, a me­ no che per educazione non inten­ da ancora pensare esclusivamente ai casi suoi, e che gli altri si ar­ rangino!

Alle strutture di servizio ai vari livelli — consigli circoscrizionali e provinciali, consigli regionali e nazionale — il programma asso­ ciativo di quest’anno propone co­ me punto centrale del loro impe­ gno la ricerca di una piattaforma politica e operativa comune con gli altri Enti di promozione spor­ tiva e con le Associazioni di tempo libero. Non è una novità in sen-

sto senso quanto mai ricca di fermenti e di promesse. La poli­ tica sportiva nel nostro Paese è a una svolta, non v’è dubbio. La domanda popolare che così larga­ mente abbiamo suscitato negli an­ ni scorsi è giunta alle orecchie di molti responsabili che si sono fat­ ti verso di essa più attenti e sen­ sibili. Per convinzione o per ne­ cessità, molti di essi si stanno

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so assoluto, e del resto già nel Congresso del ’72 la nostra As­ sociazione si era impegnata a far­ si promotrice di una maggiore in­ tesa e unità d’azione tra gli Enti di promozione sportiva. Su que­ sta strada ci siamo mossi anche negli anni scorsi. Nel riproporre tale linea di impegno politico, tut­ tavia, il Consiglio nazionale in­ vita le varie strutture a un mag­ giore sforzo in tal senso, a opera­ re con maggiore decisione. I motivi che spingono a inten­ sificare questa linea di azione so­ no di due ordini: l'uno teorico — fondato sul cristianesimo cui ci ispiriamo e che ci forza a colla­ borare con tutti gli uomini per la costruzione di una migliore so­ cietà umana —; l’altro pratico, maturato sulla base dell’esperien­ za che ci ha insegnato, senza in­ certezze, che soltanto un’azione unitaria, la più ampia possibile, può garantire il successo dei no­ stri sforzi per dare al Paese un nuovo assetto sportivo sociale. L’attuale situazione è in que­


seriamente impegnando nella ela­ borazione di progetti, nell’appron­ tamento di leggi di riforma, e di­ verse di esse sono già in atto a livello regionale. Nel discorso si è inserita anche la Scuola, a li­ vello politico e legislativo (con alcune importanti innovazioni in­ serite nei progetti di riforma o in via di elaborazione), a livello isti­ tuzionale (con la volontà di al­ cuni responsabili ministeriali di imboccare una strada diversa) e a livello degli insegnanti e degli studenti ISEF (stanno diventando decisamente maggioranza quelli tra loro che oggi guardano ai pro­ blemi di categoria in una visione non più soltanto tecnico-economi­ ca, ma aperta alle più vaste esi­ genze dello sport sociale). E’ cam­ biato negli ultimi tempi anche l’ atteggiamento del CONI che oggi «WWW]

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guarda con minore diffidenza all' azione politica per la riforma del­ lo sport e recentemente ha anche attivamente partecipato al con­ vegno nazionale di Lecco su « Re­ gioni e riforma dello sport » che ha rappresentato il momento cul­ minante dell'intesa e dell'azione unitaria tra tutte le forze e le isti­ tuzioni interessate ai problemi so­ ciali dello sport. Ora, dopo aver tanto operato per smuovere le acque, pesano su di noi il dovere e la respon­ sabilità di condurre a buon ter­ mine i semi gettati. E ciò riu­ sciremo a fare se cercheremo di far valere la posizione di presti­ gio che gli Enti di promozione sportiva si sono conquistati e la relativa forza politica di cui oggi dispongono. Se ieri, ricercare l’unità di azio­ ne poteva essere semplicemente un indirizzo politico, un tentativo tutto sommato opinabile, oggi è diventata una necessità, una car­ ta da giocare obbligatoriamente, sia pure con tutta l’intelligenza possibile, per portare a compi­ mento l'azione avviata. Rinchiu­ dersi nell’isolamento oggi signifi­ cherebbe distruggere ciò che è stato costruito e precludersi qual­ siasi sbocco concreto per il futuro. Per sostenere questa linea di azione delle varie strutture il Con­ siglio nazionale ha deciso per par­ te sua di improntare l'azione po­ litica del vertice nazionale prio­ ritariamente a questo fine: a fa-

vorire l'unità di intesa e di azio­ ne fra il nostro e gli altri enti di promozione sportiva a livello pe­ riferico. I contatti, cioè, del cen­ trò nazionale con gli Enti di pro­ mozione sportiva saranno princi­ palmente orientati a ricercare i contenuti, i modi e gli strumenti per favorire un’analoga unitarie­ tà di azione tra le rispettive strut­ ture periferiche. La presidenza nazionale ha già esposto questo intendimento agli altri enti di promozione sportiva ed esso è stato pienamente con­ diviso. I risultati di questi con­ tatti di vertice saranno pronta­ mente e periodicamente comuni­ cati alle strutture periferiche che ricercheranno, nella loro autono­ mia, i modi più idonei per in­ contrarsi e concordare linee politi­ che unitarie su determinati pro­ getti e iniziative da realizzare in­ sieme. Nello scegliere questi priorita­ ria linea di azione politica il Con­ siglio nazionale ha anche tenuto presente un altro aspetto pratico suggerito dall'esperienza in que­ sti anni. Abbiamo potuto consta­ tare che in qualche caso alla espressa volontà di uno o dell’altro ente di procedere secondo una linea precedentemente concordata non ha fatto seguito un compor­ tamento coerente. Lamentele in tal senso le abbiamo espresse un po' tutti, al centro e in periferia. Si parla, si parla, ma poi o non si conclude o ciascuno continua ad operare per i propri interessi. E’ successo, e con ciò non si vuol dire che noi del CSI non abbiamo avuto in qualche caso la nostra parte di responsabilità. Come ovviare a questo inconve­ niente? Il Consiglio nazionale ri­ tiene che se al Centro i rapporti fra gli enti avranno prioritaria­ mente di vista l'unitarietà di vi­ sione e di azione a livello perife­ rico, non ci sarà molto spazio per teorizzazioni e sottigliezze fuor di luogo, per atteggiamenti impreci­ si che, se anche spesso derivano dalle difficoltà obiettive dei pro­ blemi, non contribuiscono però certamente alla loro risoluzione. Ciascun ente, compreso il nostro, tenendo presente ciò che potranno e dovranno poi fare i suoi re­ sponsabili locali, sarà forzato ad essere chiaro, preciso ed estremamente concreto. Analogamente in periferia, oltre ad avere dal cen­ tro indicazioni tempestive e con­ crete, i responsabili periferici po­ tranno misurare sulla concretez­ za delle cose realizzate la loro reale volontà e capacità di ope­ rare per una politica sportiva uni­ taria.

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IL PROGRAMMA ASSOCIATIVO

3 UNA VITA ASSOCIATIVA DELLE STRUTTURE DI SERVII 0 Al VARI LIVELL <_________________________ C’erano una volta i « vertici in­ termedi »... Erano quei « vertici » che si interponevano tra il vertice nazionale e la base. Per quanto in forme più modeste, limitate e me­ no vistose, essi ripetevano pedis­ sequamente gli stereotipi burocra­ tici e di potere dei vertici nazio­ nali. C'erano una volta... ma ci sono ancora! obietterà qualcuno. E’ ve­ ro, almeno in parte. E’ difficile debellare i vertici, nazionali o in­ termedi che siano, ma è pur vero che dei passi avanti se ne sono fatti. Ripercorriamo le tappe at­ traverso le quali all’interno della nostra associazione abbiamo cer­ cato di... appianare i vertici per realizzare una situazione di sem­ pre maggiore partecipazione. Ci limiteremo a parlare dei « vertici intermedi », lasciando da parte, per il momento, quello nazionale. Il primo passo è stato compiuto cercando di far prendere co­ scienza alla società sportiva del proprio valore e del proprio po­ tere. Volendo con il nuovo statu­ to instaurare un regime di au­ tentica democrazia, essa sarebbe stata soltanto formale se la so­ cietà sportiva, depositaria di un effettivo potere decisionale e di controllo, non avesse voluto o sa­ puto farlo valere. Ma nel momen­ to stesso in cui lo statuto ricono­ sceva alla società sportiva il suo ruolo fondamentale e prioritario, abbiamo anche sviluppato il di­ scorso associativo, per superare i limiti che ogni più perfetta for­ mula democratica reca con sé a favore di un clima di consapevole e impegnata partecipazione. In pa­ ri tempo si è agito sui vertici in-

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termedi, cioè sui consigli provin­ ciali e di circoscrizione zonale, in­ vitandoli a trasformarsi realmen­ te da strutture burocratiche e di potere in strutture di servizio, cioè in centri di coordinamento, sti­ molo e sostegno delle società spor­ tive. Dobbiamo dire che anche in questa direzione notevoli passi sono stati compiuti. Quest’anno il programma asso­ ciativo propone un ulteriore avan­ zamento: il coinvolgimento sem­ pre più diretto delle società spor­ tive anche nella realizzazione dei programmi, elaborati con esse attraverso le assemblee e i con­ gressi. Non si tratta di un’invenzione a tavolino escogitata dal Consiglio nazionale. Vari consigli hanno già sperimentato con successo tale indirizzo. Essi hanno compreso che per coinvolgere veramente le società sportive nei problemi di tutta l’Associazione non c’è mi­ glior sistema che farle partecipa­ re direttamente alla realizzazione di ciò che insieme si decide. In tal modo le società non sono più le esecutrici passive di servizi for­ niti da altri, ma esse stesse si sentono e .sono partecipi e protagoniste di ciò che fanno. Sembra inoltre essere questa la strada migliore per riformare nel profondo, nella sostanza quelle at­ tività sportive che da tradizionali intendiamo far diventare moder­ ne, attuali, adatte e utili agli uo­ mini d’oggi. E’ evidente, infatti, che qualsiasi novità, anche se de­ cisa in un congresso insieme ai rappresentanti delle società spor­ tive, all'atto dell'attuazione viene spesso intesa da quelle stesse so-

cietà come una imposizione, o al­ meno come un qualcosa di estra­ neo che si fa fatica a capire e a realizzare nel giusto spirito. Se invece, oltre che decidere tutti insieme quanto si intende fa­ re, si stabilisce anche di realizzar­ lo insieme e a tal fine fin dall’ini­ zio si decidono i compiti, si asse­ gnano i ruoli e le mansioni, allora l’attività, per quanto nuova e inu­ sitata possa essere, viene un po' per volta assimilata grazie all’e­ sperienza diretta. Questa nuova forma di collabo-

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Un passo avanti nella partecipazione associativa: non soltanto le società sportive che decidono e controllano, ma che partecipano anche alla realizzazione dei programmi deliberati.


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razione operativa tra i consigli e le società è tanto più da racco­ mandare in quanto le nuove atti­ vità sportive in cui il Centro spor­ tivo italiano è impegnato sono ca­ ratterizzate da uno sganciamento più o meno accentuato dagli sche­ mi e dalle formule tradizionali. Si tratta di nuove manifestazioni, si cambiano le regole, si adattano le tecniche: è difficile in questi casi rifarsi ai canoni tradizionali di realizzazione. I ruoli dirigen­ ziali, tecnici e giudicanti esistono ancora, ma non sono più così rigidi, quasi « sacrali » come era­ no una volta, si intercambiano con facilità a seconda delle esigenze. Non ha più senso, allora, che l'a­ tleta si limiti a fare l'atleta atten­ dendo che i dirigenti decidano e preparino ogni cosa; così, che l’ar­ bitro si limiti ad arbitrare e il dirigente resti immerso tra le sue carte o pensi esclusivamente all’ organizzazione. Tutti, pur restan­ do fedeli al proprio ruolo, pos­ sono però collaborare all’assolvi­ mento di altri ruoli. A pensarci bene non è che l'ul­ tima applicazione, a livello estre­ mamente pratico, di un principio a cui ci ispiriamo ormai da molto tempo: quello per cui se è vero che esistono i ruoli, se è vero che i compiti sono diversi, è anche vero che tutti condividono la stes­ sa corresponsabilità educativa. E se si è corresponsabili tutti insie­ me sul piano umano e sociale, perché non condividere tutti in­ sieme anche la diretta responsa­ bilità della realizzazione di ciò che si fa? Se questo discorso vale per tut­ ti, il programma associativo lo rivolge principalmente alle strut­ ture di servizio, cioè ai consigli di zona e di provincia. Essi, dopo le decisioni prese all’inizio dell' anno o nei congressi, rimangono soli nella fase di realizzazione. Il loro contatto con le società si rea­ lizza soltanto attraverso le circo­ lari e i comunicati ufficiali. E’ evi­ dente che, a parte gli inconvenien­ ti di ordine pratico, un tal modo di procedere ricade nello schema burocratico, annullando in gran parte i benefici della democrazia e della partecipazione. Ora, per­ ché i responsabili — dirigenti e tecnici delle società sportive — non possono dare una mano nel­ l’organizzazione e durante lo svol­ gimento delle varie iniziative? Co­ me si diceva sopra, chi ha ricer­ cato questa collaborazione ha otte­ nuto risultati considerevoli, in qualche caso addirittura inspera­ ti, e non soltanto sul piano del buon funzionamento organizzati­ vo.

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La programmazione regionale Un altro ganglio essenziale del­ la nostra struttura di servizio è il consiglio regionale. Questo no­ stro istituto organizzativo pre­ senta molte analogie con quello politico-amministrativo italiano. La stessa incertezza sulla sua iden­ tità giuridica, sulla definizione dei suoi poteri, e dei suoi limiti, del suo ruolo e delle sue competenze, la stessa posizione fluttuante e compressa tra la base e il vertice. Eppure nessuno nega che l’istituto regionale italiano svolge una fun­ zione essenziale di mediazione tra le esigenze e gli indirizzi nazionali e quelli locali.

Lo stesso avviene nel Centro Sportivo Italiano. Da una parte i consigli e gli uffici di presidenza regionali che stentano a definire se stessi e l’àmbito della propria azione, dall’altra parte la base che o non sente l'importanza della struttura regionale o cerca di sot­ trarsi al suo intervento, dall’altra ancora il centro nazionale che preme sulle regioni per stimolare, se non imporre, gli indirizzi de­ cisi a livello nazionale. Eppure l’esperienza ci dice che là dove le regioni operano con una presenza e un’azione costanti la vita associativa di quell'àmbito terri­ toriale procede più speditamente e raggiunge meglio i suoi obiet­ tivi.

Probabilmente s’impone a tutte le componenti associative uno sforzo per superare le diatribe giuridiche, le sottili distinzioni di potere che indicano una mentali­ tà burocratica, frutto di un’inter­ pretazione eccessivamente forma­ le della democrazia, per accedere ad una visione operativa e parte­ cipata della nostra vita associata all’interno della quale la regione si colloca come una struttura in­ sostituibile e di immenso aiuto per sostenere e cementare le ne­ cessarie autonomie locali in un più vasto disegno che salvaguardi il volto e gli scopi di tutta l'asso­ ciazione. Ecco perché il programma as­ sociativo insiste per le regioni su un concetto più pratico che giu­

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ridico proponendo un metodo di azione anziché una precisa atti­ vità: chiede ai consigli regionali, e cioè ai responsabili provinciali che li compongono, di determina­ re a livello regionale un program­ ma di impegni e di obiettivi che allo stesso tempo raccolga le istanze di base e le componga con gli indirizzi nazionali. Ciò é realisticamente difficile, in ogni caso, e non certo per col­ pa di una imperfetta definizione giuridica dell’istituto regionale. E’ illusorio pensare che la solu­ zione al problema potrebbe venire quasi’ automaticamente, meccani­ camente, da una modifica giuridico-strutturale.

La soluzione può venire soltan­ to da quel cambio di mentalità e di atteggiamento attraverso il quale i consigli provinciali da una parte e i responsabili regionali dall’altra si sentono sostanzial­ mente coinvolti, quali protagoni­ sti di una medesima realtà e re­

sponsabilità, nell’indispensabile la­ voro di programmazione regiona­ le. E’ quanto appunto indica il programma associativo.

Si usava dire in passato che 1’ azione delle regioni si sviluppa in due direzioni: raccogliere le istan. ze dal basso e trasmetterle verso l’alto, far propri gli orientamenti nazionali e trasmetterli verso il basso. Questa funzione indubbia­ mente esiste, ma non riteniamo sia quella più importante, per lo meno significa interpretare il ruo­ lo regionale in termini molto ri­ duttivi, anonimi, formali. La regione non può essere con­ siderata un passivo « canale di trasmissione »: essa è un fonda­ mentale centro operativo che agi. sce in proprio componendo le istanze locali in una effettiva vi­ sione regionale degli obiettivi da raggiungere, facendo opera di me­ diazione affinché tali obiettivi si armonizzino con quelli nazionali che a loro volta sono stati deter­ minati sulla base delle istanze lo­ cali analizzate e sintetizzate a li­ vello regionale.

A nessuno sfugge la delicatezza e la difficoltà del ruolo che spet­ ta alla regione. E ciò indica chia­ ramente la strada per il suo mi­ glior funzionamento che non può dipendere soltanto dai responsa­ bili che reggono gli uffici di pre­ sidenza regionali ma da questi e


dalla volontà sincera di collaborazione dei responsabili provin­ ciali. Se queste due volontà e ca­ pacità non s’incontrano, l’istituto regionale sarà paralizzato o quan­ to meno distorto. La strada per raggiungere questo amalgama ne­ cessaria di intenti e di azione non è scritta né sullo statuto né sul regolamento organico: la si deve e la si può trovare soltanto dall’incontro costante, dialogando, di­ scutendo insieme i problemi e ri­ cercando insieme le soluzioni avendo di vista non esclusivamente i singoli interessi locali ma quelli dell’intera regione e di tutta l’Associazione.

LA CONFERENZA ORGANIZZATIVA

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glio nazionale nella persona dei presidenti regionali, non ha alcun compito decisionale, politico o or­ ganizzativo. Sarà una incontro di responsabili che discuteranno i problemi del loro ruolo e le dif­ ficoltà operative che vi sono con­ nesse per ricercare insieme alla presidenza nazionale gli accorgi­ menti più funzionali per una mi­ gliore incisività di azione. Del resto non sono nuove delle iniziative volte a far incontrare i responsabili regionali. Negli ulti­ mi anni si sono sempre svolti, sotto varie forme, gli incontri na­ zionali per i responsabili degli uffici di presidenza regionali. Se quelli erano soprattutto convegni di studio o di riflessione sull’ap-

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plicazione degli indirizzi program­ matici associativi, quello di que­ st’anno, limitato ai soli presidenti, ha un carattere preminentemente organizzativo, prenderà cioè in esame soprattutto le condizioni per garantire agli uffici di presidenza e ai consigli regionali di svolge­ re meglio il loro compito in que­ st’anno di vigilia congressuale.

La conferenza organizzativa dei presidenti regionali si svolgerà a Roma nei giorni il e 12 ottobre prossimo, proprio all’inizio cioè dell’anno sociale in modo che que­ ste strutture associative possano poi sostenere al meglio delle loro possibilità l’attuazione del pro­ gramma insieme ai consigli pro­ vinciali e di circoscrizione zonale.

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In considerazione di questa in­ trinseca delicatezza e difficoltà del ruolo regionale, il consiglio nazio­ nale ha deciso di far incontrare i presidenti regionali in una « con­ ferenza organizzativa » in cui in­ sieme ai responsabili nazionali saranno esaminati i vari problemi operativi del momento al fine di migliorare il funzionamento degli uffici di presidenza regionali e quindi dei consigli.

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Occorre chiarire subito che la conferenza organizzativa, per quanto riunisca metà del consi-

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Si è già detto che uno dei cardini del programma associativo di quest’anno è il congresso nazio­ nale che sarà preceduto dai con­ gressi locali. I congressi costituìscono l’elemento unificante e di raccordo di tutti gli altri impegni del CSI durante quest’anno. Non ci soffermeremo sull’importanza e sui contenuti congressuali anche perché proprio ad essi è dedicata l’intera seconda parte di questo giornale. Illustreremo qui di se­ guito, invece, le tappe dell’itinera­ rio congressuale e alcune iniziati­ ve che vi sono connesse.

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LA COMUNICAZIONE DEL CONGRESSO NAZIONALE 11 tre luglio scorso è stata inviata a tutti gli aventi diritto la comunicazione ufficiale che il Con­ gresso nazionale del CSI sarà ce­ lebrato nella tarda primavera del 1976 (la data esatta sarà comu­ nicata successivamente) e che per­ tanto i consigli provinciali e di circoscrizione zonale dovranno provvedere alla convocazione dei congressi locali. Con tale comunicazione ufficia­ le da parte del Consiglio nazionale si è messo in moto l’itinerario

congressuale che prevede le se­ guenti tappe: — nei mesi di settembre, otto­ bre è novembre 1975 svolgimento delle assemblee di società; — nei mesi di dicembre 1975 al febbraio 1976 celebrazione dei con­ gressi provinciali e di circoscri­ zione zonale. Inoltre, secondo una prassi as­ sociativa ormai consolidata, i me­ si immediatamente precedenti il Congresso nazionale, e cioè marzo e aprile 1976 saranno dedicati a confrontare e coordinare nei con­ sigli regionali le risultanze dei congressi di base. Tali risultanze saranno successivamente conside­ rate dal Consiglio nazionale prima della stesura definitiva della rela­ zione congressuale.

I CONTENUTI CONGRESSUALI

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Il congresso nazionale reca all’ ordine del giorno una parte ordi­ naria — relazione organizzativa, morale e finanziaria, elezione del nuovo Consiglio nazionale — e una straordinaria per l’esame del­ le proposte di modifica allo Sta­ tuto e al Regolamento organico. Per la parte ordinaria il congresso, a parte gli adempimenti 35


statutari, sarà essenzialmente di verifica e in tal senso si oriente­ ranno anche i congressi locali. Su questo aspetto non ci soffermiamo in quanto ad esso è dedicata la seconda parte di questo giornale. Per mettere tutti in grado di compiere nei congressi di base e poi in quello nazionale una veri­ fica più ampia e precisa possibile della realtà associativa e di quel­ la sportiva onde poter fare scelte consapevoli il Consiglio nazionale ha deciso di procedere ad una triplice raccolta di dati nella qua­ le sarà coinvolta tutta l’Associazione. Una prima raccolta di dati e informazioni ha lo scopo di for­ nire il quadro socio-politico ita­ liano in cui opera oggi il CSI, con particolare riferimento all'àmbito sportivo (dati sulla pratica spor­ tiva della popolazione, sulla situa­ zione degli impianti, sulla spesa pubblica, sulla legislazione nazio­ nale e regionale, sul CONI e le Federazioni, sul libero associazio­ nismo, sui sindacati, sui partiti politici, sulla scuola...). Una seconda raccolta di dati ri­ guarderà la composizione del CSI nel quadriennio 1972-’76 (soci atleti e responsabili, società consi­ gli, partecipanti ai centri di for­ mazione, responsabili dei centri, specificazioni sulle attività spor­ tive nelle varie fasce di età, mo­ bilità delle società sportive ecc.). Una terza raccolta riguarderà la vita e l’attività del CSI nell’ arco degli ultimi quattro anni. E’ soprattutto in quest’ultima rac­ colta di informazioni che saranno coinvolte le strutture associative ai vari livelli. Già nel materiale di preparazione ai congressi locali pubblicato in questo stesso gior­ nale (seconda parte) è inclusa una serie di questionari destinati alle società sportive per analizzare la loro realtà. Nello stesso tempo, sugli stessi problemi i consigli lo­ cali riceveranno un questionario da compilare in collaborazione con gli uffici di presidenza regio­ nale in occasione dei congressi e da inviare poi alla presidenza na­ zionale per l’elaborazione compa­ rata dei risultati. E’ evidente che quest'ultimo ti­ po di raccolta di dati ha anche un valore di aiuto diretto alla ba­ se perché possa prepararsi me­ glio, con più consapevolezza, ai congressi locali e poi a quello na­ zionale. Nella linea della raccolta di dati conoscitivi si collocano anche i ri­ sultati dell'inchiesta che il CSI ha promosso tra gli alunni di alcune scuole di Roma. L’inchiesta è sta36

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ta realizzata da un’équipe di spe­ cialisti. Ora si stanno elaborando i risultati. Entro breve daremo su di essa più ampi ragguagli.

LA RIFORMA DELLO STATUTO E DEL REGOLAMENTO ORGANICO

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Il congresso nazionale, e quin­ di anche i congressi locali, ha all'ordine del giorno una parte straordinaria per l'esame delle proposte di modifica allo statu­ to e al regolamento organico. E' questa la decisione presa nel con­ gresso di verifica del 1974 nel corso del quale è stata anche elet­ ta una commissione con il com­ pito di elaborare una prima ste­ sura di proposte di modifica. La commissione congressuale statuto e regolamento composta da un rappresentante per ciascu­ na regione e da alcuni membri del Consiglio nazionale ha svolto il suo lavoro preliminare e il fa-

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Prospetto del dibattito associativo di verifica

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scicelo contenente le proposte di modifica è stato inviato a tutti i consigli locali. L'itinerario di discussione delle proposte di modifica segue evi­ dentemente quello stesso previsto per i congressi locali, nel corso dei quali i congressisti dovranno procedere a un primo esame delle proposte stesse. Ma per dare tempo alla commismissione nazionale di raccogliere, ordinare e rinviare ai delegati al congresso nazionale le proposte eventualmente nuove e gli emen­ damenti che potranno scaturire dai congressi locali è indispensa­ è bile che essi pervengano alla se­ greteria della commissione entro la fine del mese di marzo del 1976. Le proposte e gli emendamenti che non perverrano entro tale da­ ta non saranno presi in conside­ razione e quindi non potranno di­ ventare oggetto di dibattito con­ gressuale. La Commissione con­ gressuale, avvalendosi dei poteri conferitigli dall'assemblea nazio­ nale, ha stabilito tale prassi per­ ché l'ampissima materia da di­ scutere non rischi di fagocitare l’intero tempo a disposizione del congresso nazionale a scapito del­ lo svolgimento della parte ordi­ naria. Per semplificare al massimo il lavoro di sintesi e di conseguenza snellire il dibattito del congresso nazionale è stato raccomandato, come già positivamente avvenuto in passato, di indire delle riunioni

regionali dei delegati di base per coordinare e possibilmente unifi­ care le varie proposte. Tali in­ contri, per rispettare l’itinerario previsto, si svolgeranno entro la metà di marzo. Ad essi prenderà parte il rappresentante della re­ gione aH’intemo della Commissio­ ne congressuale.

IL SIGNIFICATO DELLA NOSTRA ISPIRAZIONE CRISTIANA ■

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Dal congresso nazionale del '74 è emersa anche la richiesta di im­ pegnare l’Associazione in una ri­ flessione sul significato e sulle conseguenze pratiche della nostra ispirazione cristiana sull’impegno e sul modo di essere dell’Associazione. Una riflessione di questo gene­ re si propone anche lo scopo di permettere poi al Congresso na­ zionale di fare le sue scelte in maniera più chiara e coerente con la natura specifica della nostra associazione. La riflessione sul tema è avvia­ ta all’inizio dell’anno sociale for­ nendo all’Associazione una serie di testimonianze, di spunti e di riferimenti. Successivamente il Consiglio nazionale attuerà delle iniziative per far sì che questa riflessione di base sia approfondi­ ta e se ne possano trarre delle in­ dicazioni di carattere generale da offrire come contributo a tutta l’Associazione e al congresso na­ zionale. Il tema è molto importante e anche molto delicato e complesso. Non riguarda soltanto il CSI ma tutti i cristiani che singolarmente o in forme associate intendono im­ pegnarsi nella realtà temporale. Per parte nostra non pretendere­ mo di sviscerare tutti i molteplici aspetti della questione, ma cer­ cheremo di raccogliere almeno al­ cuni elementi orientativi generali circa il tipo di impegno che una associazione come la nostra, che si ispira cristianamente, può esprimere per contribuire alla pròmozione dell’uomo mediante un’ attività — sportiva — che si col­ loca nell’àmbito del temporale e in una società caratterizzata da un pluralismo ideologico e poli­ tico. E' evidente che, al di là delle iniziative associative per riflettere sull’argomento, è impegno di ogni cristiano approfondire quest’ordi­ ne di problemi sia individualmen­ te sia soprattutto nell’àmbito del­ la propria realtà ecclesiale. 37


Il trentennio CSIFARI e l’Anno Sant Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della nascita del CSI e della FARI. Dal momento che la ricorrenza cade nell’anno di celebrazione dell’Anno Santo e nel periodo di preparazione al nostro congresso nazionale, il Consiglio nazionale ha deciso di collegare i tre fatti in modo da inserire nel tessuto della vita associativa la celebrazione dell’Anno Santo e il ricordo del trentesimo di fon­ dazione e nello stesso tempo di ar­ ricchire la nostra preparazione congressuale con una riflessione storica e con la partecipazione comunitaria alle iniziative religio­ se dell’Anno Santo. ; Per far questo il trentennio e l’Anno Santo saranno celebrati uf­ ficialmente, a livello nazionale, nello stesso momento, all'inizio dell’anno sociale, nelle giornate dell’otto e nove novembre pros­ simo. Il trentennio ha lo scopo di far cogliere a tutta l'Associazione il significato del cammino percorso dal 1945 ad oggi, in spirito di di­ sponibilità alla revisione perma­ nente. Sarà un modo concreto per in­ terrogarsi sulle diverse identità che l'Associazione si è data nei diversi periodi storici e per veri­ ficare in quale misura elementi co­ muni e costanti ne hanno carat­ terizzato le finalità e la vita. Sa­ rà questo stesso tipo di riflessione che metterà in evidenza il per­ manere e il perdurare di una ispi­ razione cristiana che ha costitui­ to la matrice ultima dell’associa­ zione ed è andata qualificandosi come servizio specifico di promo­ zione umana. Risulta chiaro come questo mo­ mento di celebrazione possa co­ stituire per tutta l'Associazione un momento forte di verifica del­ la identità del CSI, per cogliere con più immediatezza le motiva­ zioni profonde dei suoi impegni attuali che, fondamentalmente, so­ no orientati ad una esperienza dell’attività sportiva da viversi in chiave di liberazione. La riflessione sul cammino per­ ; corso dal CSI e dalla FARI nei

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— una celebrazione del tren­ tennio per i responsabili del mon­ do sportivo, ecclesiale, sociale e politico in cui presentare questo nostro contributo.

loro trent’anni di vita entreranno a far parte del dibattito congres­ suale. Come si può vedere nella seconda parte di questo giornale, tutti i temi congressuali proposti all'attenzione delle società spor­ tive e dei consigli recano una sia pur breve nota storica che illu­ stra l'atteggiamento dell’Associazione nei vari periodi della sua vita circa quel dato problema.

Oltre a ciò, il Consiglio nazio­ nale ha deciso che questa nostra esperienza trentennale sia parte­ cipata anche agli altri, al mondo sportivo e all’opinione pubblica, attraverso le due seguenti inizia­ tive: — un simposio sul contributo del CSI alla promozione umana che diventa un contributo anche per la ricerca e il confronto che caratterizzerà la vita della Chie­ sa italiana, in vista del suo convegno nazionale su « evangelizzazione e promozione umana » che si terrà nell'ottobre 1976;

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Le due iniziative saranno attua­ te nei giorni 8 e 9 novembre, quan­ do la diocesi di Milano sarà pre­ sente a Roma per l’Anno Santo anche con la partecipazione degli sportivi. Ad essi potranno aggiun­ gersi anche soci, atleti e respon­ sabili, di altri consigli. La presi­ denza nazionale provvederà a coor­ dinare e ad agevolare quanti vor­ ranno venire a Roma per l’occa­ sione. Nello spazio delle due giornate, oltre alle iniziative per il trenten­ nio, i partecipanti vivranno in­ sieme anche un momento reli­ gioso, celebrando nell’àmbito dell'Anno Santo, un impegno di li­ berazione e di riconciliazione per­ manente. Collocato in questo periodo di tempo e impostato in questa ma­ niera, la nostra celebrazione dell’ Anno Santo e il ricordo del tren­ tennio non costituiranno delle circostanze celebrative soltanto uf­ ficiali e fini a se stesse, ma il si­ gnificato e i valori che esse re­ cano con sé ci accompagneranno per l’intero anno, diventando par­ te integrante del nostro program­ ma associativo e dell’itinerario congressuale.

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I soci del gruppo sportivo "Aquadela" di Bologna in pellegrinaggio podistico a Roma per l’Anno Santo.


8-9 NOVEMBRE A ROMA PER IL TRENTENNIO E L’ANNO SANTO Nei giorni 8 e 9 novembre prossimo, in concomitanza con il pellegrinaggio a Roma della Diocesi di Milano, con la partecipazione di una folta schiera di sportivi, la Presidenza nazionale organizzerà un incontro al quale parteciperanno anche i soci di altre parti d’Italia, per celebrare l'Anno Santo e ricordare il trentesimo di fondazione del CSI e della FARI. Il programma di massima prevede:

Nella foto: Atleti e dirigenti del Centro Sportivo Italiano affollano Piazza S. Pietro durante le celebrazioni del decennio nel 1955.

Sabato 8 novembre: — Incontro di amicizia tra i partecipanti — Symposium di presentazione della finalità e della proposta CSI ai soci e alle autorità — Incontro di preghiera Domenica 9 novembre: — Incontro con il Papa Paolo VI

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IL PROGRAMMA ASSOCIATIVO

4 UNA FORMAZIONE GLOBALE E CONTINUA PER TUTTI

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L’ultimo punto del programma associativo esprime il nostro im­ pegno con la frase « una formazio­ ne globale e continua per tutti ». L’espressione contiene in sé due signicati: l'uno di carattere più ampiamente umano, l’altro tecni­ co. Sotto l'aspetto umano si vuol ricordare a tutti che il fine per cui il CSI realizza tutte le sue at­ tività è la maturazione personale e comunitaria di tutti i soci. Non avrebbe valore il nostro impegno se non fosse sostenuto dalla co­ stante tensione educativa che rap­ presenta il fine qualificante dell’ Associazione. Attraverso l’attività sportiva, attraverso l’azione poli­ tica e la vita delle strutture mi­ riamo a sviluppare più compiutamente noi stessi come uomini, co­ me cittadini, come cristiani. Tut­ to ciò che facciamo tende a que­ sto obiettivo ultimo: gli altri sono obiettivi intermedi. Ma l’espressione ha anche un si­ gnificato tecnico: vuol indicare l’impegno di ciascuno e delle va­ rie strutture a far sì che tutti i soci e i responsabili possano as­ solvere alle proprie attività e com­ piti con una adeguata preparazio­ ne e competenza e quindi mobili­ ta l'Associazione a realizzare ini­ ziative per consentire l'acquisizione di tale competenza.

Per tutti i soci, atleti e respon­ sabili, il luogo della formazione è la società sportiva, l’esperienza condotta in gruppo, e l'unico mo­ do a disposizione di tutti per rea­ lizzare insieme un processo for­ mativo è il dialogo, il confronto, la riflessione comunitaria sull'e­ sperienza vissuta.

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Questo dialogo dovrebbe essere un elemento costante della vita di gruppo, ma una società seria­ mente preoccupata che i suoi soci acquistino coscienza di ciò che fanno e possano assimilare i va­ lori positivi per la propria ma­ turazione, dovrà necessariamente prevedere dei momenti anche isti­ tuzionali di incontro e di con­ fronto. Lo statuto indica a que­ sto fine le assemblee di società, ma ci possono essere anche altre occasioni, si possono organizzare anche incontri informali, dibatti­ ti, riunioni di riflessione e di ap­ profondimento di qualche pro­ blema, ecc. S

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Dire che la formazione, intesa come processo educativo, è una questione di tutti e per tutti nel CSI e che questo processo educa­ tivo si realizza principalmente at­ traverso tutte le attività concre­ te che l’Associazione realizza, è dire una verità sacrosanta, ma è anche un’affermazione generale che può accontentare tutti senza

dire nulla di specifico a ciascu­ no. Così, per andare un po' a fondo, è necessario rilevare che, all’interno dell’Associazione, nella società sportiva e nelle altre strut­ ture, esistono ruoli diversi per as­ solvere compiti differenti, tutti te­ si, in un modo o nell’altro, a ga­ rantire continuità ed efficacia al processo educativo che si vuole realizzare. Il denominatore comune ad ogni ruolo educativo nell'Associazione è di natura educativo-politica in senso pieno e, quindi, l'esi­ genza prima, la prima comune competenza richiesta, è di aver chiaro il quadro politico-educati­ vo che fa riferimento a tutta la vita dell’Associazione. Senza que­ sta competenza viene a mancare un presupposto base per assumere qualsiasi ruolo nell’Associazione, sia esso organizzativo o tecnico.

E’ comunque indispensabile che nella società sportiva non ci si li­ miti a « fare », sia pure cose egre­ gie: occorre trovare i luoghi e i momenti anche per studiare, pren­ dere coscienza, approfondire, di­ battere, ricercare, insieme. Solo co­ sì le cose che si fanno potranno acquistare un senso, essere viste in un’ottica più generale e orien­ tate verso gli obiettivi di fondo che interessano.

LA FORMAZIONE DEI RESPONSABILI j

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Ma c’è una seconda competenza. L’originalità dell’alternativa pro­ posta dal CSI si concretizza nel suo piano di attività sportiva ar­ ticolato per fasce di età. Ora è evidente che ognuna di queste fa­ sce suppone, nei responsabili che realizzano tali diverse attività, competenze specifiche diverse.

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INCONTRI REGIONALI DI RICERCA

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I responsabili, dirigenti e tecnici, dei Consigli provinciali e circoscrizionali studiano e approfondiscono le funzioni del loro ruolo.

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INCONTRI ESTIVI DI VERIFICA

CORSI DI SPECIALIZZAZIONE

I responsabili e anche alcuni atleti delle società sportive si Incontrano a livello provinciale per verificare le attività. Il significato e i problemi della vita associativa

i tecnici. I giudici, gli arbitri acquisiscono la competenza tecnico-didattica necessaria per realizzare un’attività sportiva che sia formativa dei giovani sotto ogni punto di vista

Si tratta di competenze di or­ dine fisiologico, psicologico, peda­ gogico che non possono essere eluse, sempre che si voglia tener conto della legge dell’oggettività. Competenze che hanno precisi ri­ ferimenti di ordine teorico e di una teoria che deve essere calata in una realtà precisa attraverso attività specifiche di tipo ludico, preagonistico e anche agonistico a seconda delle diverse fasce che, però, soprattutto queste ultime, non potranno avere le caratteri­ stiche di quelle federali, ad esem­ pio. Dunque attività nuove, di­ verse, alternative che necessaria­ mente reclamano competenze e ruoli nuovi, diversi, alternativi a quelli federali.

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nella società sportiva atleti e responsabili discutono, analizzano, scelgono, programmano le loro attività sportive e sociali in base ai fini associativi che vogliono conseguire __ e ai principi che li ispirano

nella società sportiva atleti e responsabili realizzano insieme le attività sportive e sociali attraverso le quali si sviluppa la formazione umana e sociale dei soci e del gruppo inoltre la vita della società sportiva è influenzata e a sua volta influenza la vita che ciascuno vive al di fuori della stessa società sportiva

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Prospetto delle attività di formazione

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Bisogna poi notare come l’al­ ternativa proposta dal CSI impli­ chi tra gli altri un ruolo tuttora inesistente nell'Associazione, an­ che se essa ne ha avvertito da tempo la necessità: quello dell’ani­ matore. All’interno della società sportiva — per limitarci a questo aspetto — l’animatore è colui che opera perché i diversi ruoli non tendano a divenire statici (un ri­ schio sempre ricorrente nella vita di ogni gruppo sociale), ma siano permanentemente dinamici, capa­ ci cioè di rispondere alle esigenze sempre diverse che emergono dal­ le situazioni concrete e di rispon­ dere in modo non stereotipato e aprioristico, ma in modo coe­ rente con le aspirazioni delle per­ sone concrete che vivono l’espe­ rienza della società sportiva. Se poi guardiamo al di sopra delle società sportive, alle strut­ ture di servizio zonali, provinciali e regionali, troviamo anche qui uno staff dirigenziale che a quella educativo-politica di base deve ab­ binare una competenza tecnico­ organizzativa a seconda del ruolo che ricopre.

GLI STRUMENTI DELLA FORMAZIONE DEI RESPONSABILI Il quadro delle competenze, co­ me è stato appena presentato so­ pra, è ampio, complesso ed estre­ mamente impegnativo. La doman-

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da che sorge spontanea è questa: il CSI ha gli strumenti idonei per rispondere a tutte queste varie esigenze di competenza? La rispo­ sta è chiaramente no!

Non crediamo che la risposta possa sorprendere o scandalizzare nessuno. Anche perché il proble­ ma non riguarda soltanto il CSI: è comune a tutte le organizzazioni del nostro tipo che sono private e si reggono prevalentemente sul volontariato. La formazione di operatori sportivi, soprattutto se si tratta di operatori a carattere educativo-sociale, oltreché tecnico, non può essere curata adeguatamente da una organizzazione pri­ vata e, anzi, non deve esserlo in quanto si tratta di un compito pubblico che spetta allo stato, sia pure con la partecipazione del li­ bero associazionismo. Ma questo è uno dei problemi che sono oggetto del dibattito con­ gressuale. In questo momento ci interessa prendere coscienza del fatto che gli strumenti e le inizia­ tive poste in atto dall’Associazione per la formazione dei suoi respon­ sabili, nonostante ogni migliore sforzo, non sono sufficienti a co­ prire le esigenze. Tuttavia la nostra associazione un piano di formazione ce l'ha ed è importante realizzarlo con ogni impegno per far fronte ai bi­ sogni più impellenti nel miglior modo possibile.

Ecco in sintesi gli strumenti formativi previsti dal programma associativo: 1) Il dibattito associativo che si svolge a livello di base, nelle società sportive, e che rappre­ senta lo strumento costante a disposizione di tutti i soci per realizzare un primo, elementa­ re ma decisivo passo verso un processo formativo permanen­ te. Questa prima iniziativa, co­ me si sarà compreso, pur fa­ cendo parte del piano di for­ mazione dei responsabili, non è diretta soltanto ad essi, ma a tutti i soci. Un primo sviluppo dell’inizia­ tiva e un passo avanti verso le iniziative più direttamente volte alla formazione dei re­ sponsabili possono essere co­ stituiti da incontri sistematici a zone tra dirigenti di società, con la partecipazione, ovvia­ mente, dei rispettivi consigli.

2) Gli incontri estivi di verifica tra gruppi di responsabili del­ le società sportive, che si svol­

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gono a livello provinciale e zo­ nale. Tali incontri abbracciano tutta l’esperienza che si com­ pie: l’attività sportiva, la vita di gruppo in tutti i suoi aspet­ ti, l’impegno socio-politico del­ la società sportiva con tutti i problemi che vi sono connessi, la programmazione provincia­ le ecc. 3) Gli incontri regionali di ricerca che nella denominazione dico­ no già il livello in cui si’attuano e che riuniscono i respon­ sabili dei Consigli provinciali e di circoscrizione zonale dell’ intera regione; sono momenti di studio e di approfondimento organizzati dagli Uffici di pre­ sidenza regionali e sono finaliz­ zati prevalentemente ad una migliore competenza dei re­ sponsabili di tutti i ruoli dei consigli circoscrizionali e pro­ vinciali.

4) I corsi di specializzazione per istruttori dei Centri di forma­ zione, preparatori e allenatori delle diverse discipline, arbitri e giudici di gara, allenatori: si realizzano normalmente nel­ l’àmbito provinciale e zonale e soltanto per esigenze di sup­ plenza a livello regionale. Questo in sintesi il piano di for­ mazione previsto dal programma associativo 1975-’76. E’ l’ultimo dei punti del programma stesso, ma uno dei principali: certamen-

te il più importante dei tre che sono a sostegno del primo, cioè dell’attività sportiva. E' quello che permette di raccogliere tutti gli elementi di studio e operativi del nostro impegno associativo vol­ gendoli al fine primario di essere e di operare nell’associazione con la dovuta competenza e quindi con efficacia: in poche parole è quello che tende a garantire il raggiungi, mento dei nastri fini associativi.

LA CONSULTA SULLA FORMAZIONE Proprio in considerazione della particolare importanza di questo punto del programma associativo, il Consiglio nazionale ha previsto una iniziativa che ci permetta di fare il punto su questo problema: è la Consulta nazionale stdla for­ mazione, cioè una riunione di re­ sponsabili associativi che con 1’ aiuto di alcuni esperti esterni ana­ lizzeranno le esigenze che l’asso­ ciazione manifesta in questo àm­ bito, gli strumenti finora usati per rispondervi e formuleranno indi­ cazioni e ipotesi per gli inter­ venti più adeguati da attuare in futuro. Naturalmente anche que­ sta Consulta sulla formazione si inquadra nelle iniziative che con­ corrono a preparare meglio il con­ gresso nazionale, fornendo ai de­ legati un più ampio materiale di dibattito e di decisione.


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PARTE SECONDA

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il dibattito congressuale Analisi, idee e spunti per avviare la verifica associativa sui temi congressuali proposti dal Consiglio nazionale.

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I PARTE SECONDA

il dibattito congressuale

Anelivi idee e (punti per la («nlica a*(c<i*li«* (ui lem contee*tueb P'OfCili dal Consiglio nej-ane'e

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Dalle assemblee di società ai congressi locali e nazionale

Il perno del programma associativo 1975-1976 è certamente costituito dai congressi provinciali e da quello nazionale. E’ attorno ad essi che ruota l’attività dell’ultimo scorcio del nostro quadriennio associativo per consentire a tutti, mediante una riflessione collet­ tiva e una presa di posizione democratica, di tirarne le fila, di verificarne la validità, di correggerne gli errori e di individuarne le linee in vista del prossimo qua­ driennio.

SUSSIDIO CONGRESSUALE Questa seconda parte di Stadium è dedicata espres­ samente alla preparazione e allo svolgimento dei con­ gressi provinciali e di quello nazionale. E’ un sussidio a sostegno d’uno dei punti più qualificanti del pro­ gramma associativo. Il contenuto di questa seconda parte assolve due funzioni: una formale e ufficiale, l'altra pratica. Dal punto di vista ufficiale rappresenta uno « sche­ ma ragionato di dibattito congressuale » che il Con­ siglio nazionale ha deciso di far pervenire all’Associazione almeno otto mesi prima del Congresso nazio­ nale per dar modo a tutti di prepararvisi conveniente­ mente. Questa prassi diventerà probabilmente una nor­ ma regolamentare in futuro, in quanto è compresa tra le proposte di modifica al Regolamento Organico ela­ borate dall'apposita commissione. Dopo tutto, non si è fatto altro che codificare in maniera più funzionale ed esplicita ciò che in via informale già si faceva in passato, quando la Presidenza nazionale faceva perve­ nire ai Consigli alcuni elementi di analisi e di rifles­ sione per lo svolgimento dei congressi locali. Questa volta lo schema del dibattito e il suo contenuto sono stati preparati e approvati direttamente dal Consiglio nazionale e costituiscono pertanto la base della discus­ sione che poi si svolgerà anche al Congresso nazio­ nale. Partendo così per tempo si è voluto coinvolgere nella preparazione congressuale anche le società spor­ tive. Esse, attraverso Stadium, potranno fin d’ora cono­ scere gli argomenti che poi saranno discussi nei con­ gressi provinciali e potranno fin d’ora prepararvisi di­ scutendoli in sede di assemblee di società.

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LE LINEE DEL DIBATTITO CONGRESSUALE Il Consiglio nazionale ha scelto di dare al prossimo congresso nazionale, e quindi ai congressi locali preli­ minari, il carattere di globale e fondamentale verifica associativa. Sulla necessità di una verifica associativa non sem­ bra necessario spendere molte parole. Quattro anni orsono ce stata l'unificazione CSI-FARI e ci siamo dati un nuovo statuto; in questi quattro anni abbiamo avviato il « nuovo corso » dell'Associazione con molto entusiasmo, ma anche in mezzo a molte incertezze e difficoltà non soltanto interne, ma anche esterne, per­ ché nel frattempo la società italiana e la cultura del nostro tempo hanno subito anch’esse importanti tra­ sformazioni. L’anno scorso, poi, quando ci siamo riuniti in congresso per compiere una parziale verifica a me­ tà del quadriennio, ci siamo accorti tutti insieme che l'Associazione ha più che mai bisogno di fare il punto su ciò che sta facendo, di tirare le fila delle esperienze avviate e delle prospettive che le si aprono sul futuro. Se si è dunque d’accordo sulla necessità della ve­ rifica, la domanda è su quali temi verificarsi: sui cam­ pionati? sui Centri di formazione? sugli strumenti per la preparazione dei soci e dei responsabili? sul ruolo dei tecnici e su quello degli arbitri? sul modo di es­ sere delle varie strutture di servizio? Si ha la sensazione — ma non è solo una sensa­ zione — che una verifica su tali temi non sarebbe sufficiente, addirittura non potrebbe approdare a nes­ suna soluzione chiara e soddisfacente. Le domande, i dubbi e le incertezze sembrano incentrarsi su alcuni temi di fondo. E anche quando l’Associazione dibatte e si interroga su questioni concrete — tecniche, or­ ganizzative, operative — ha ormai chiara la coscienza che è impossibile ottenere risposte esaurienti e valide se prima non si risponde ad alcuni interrogativi princi­ pali. Il Consiglio nazionale ha pertanto ritenuto inoppor­ tuno ripresentarsi al congresso nazionale con uno sche­ ma di dibattito simile a quello di quattro anni orsono, cioè con delle tesi di carattere dettagliatamente « ope­ rativo ». Allora il metodo scelto era giustificato, in quanto alcune scelte di fondo erano state appena fatte e accettate, almeno formalmente, con l’approvazione del nuovo Statuto. Ma oggi molte di quelle scelte, se


Un anno dedicato alla verifica del nostro impegno associativo a tutti i livelli e su tutti i temi più importanti della nostra vita in relazione con la realtà sportiva e sociale del Paese

proprio non sono state rimesse in discussione, appa­ iono tuttavia meno chiare, si sono, come dire, « an­ nebbiate » a causa delle difficoltà incontrate nella rea­ lizzazione e dei fatti nuovi determinatisi all’interno e all'esterno dell’Associazione. Il rimettere in discussione alcune « scelte » o al­ cuni « orientamenti » non dovrebbe meravigliare poi­ ché — a parte ['imprevedibilità di elementi nuovi — era già implicito nello statuto che molte cose avreb­ bero avuto bisogno di una verifica: anzi che la verifica sarebbe diventata una prassi costante nella vita del CSI.

SOSTANZA E LIMITI DELLA VERIFICA E' necessario tuttavia intendersi sulla portata della verifica che il Consiglio nazionale propone. Dibattere su temi di fondo non significa rimettere in discussione i princìpi cui si fonda l’Associazione. Tali princìpi, del resto, non sono stati mai chiamati in causa in questi quattro anni. Prova ne sia il dibattito sull’ispirazione cristiana: non se ne discute perché si dubiti della sua validità, ma al contrario per capire meglio che cosa significhi e come possa essere praticamente tradotta. Insieme all'ispirazione cristiana — che è il nostro principio ispiratore fondante — non sono state nep­ pure messe in discussione la finalità (educativa), il progetto (la liberazione deH'uomo) e la prassi (demo­ cratica e partecipata) che l’Associazione ha scelto come elementi determinanti e qualificanti della sua natura. Si discute, invece, sui modi, sui criteri, sugli orien­ tamenti concreti per essere coerenti con tale natura. Non ci si domanda che cosa è il CSI, ma che cosa esso deve fare o non fare, e come dovrebbe farlo per realizzare ciò che vuol essere. Facciamo qualche esempio. Fino a quattro anni fa sembra (abbastanza) chiaro che il CSI per raggiungere le sue finalità educative potesse limitarsi all’esperien­ za sportiva: oggi ci si chiede se non sia il caso di ope­ rare nell’àmbito più ampio delle attività del tempo libero. Fino a quattro anni fa il concetto di « servizio sportivo sociale » si traduceva per noi nell'esperienza limitata di alcuni « centri di addestramento » e dell' « attività ricreativa oggi, l'evoluzione del concetto

del servizio sportivo sociale e lo sviluppo subito dalle attività dei Centri ci crea delle difficoltà e ci induce a chiederci fino a che punto e in quali modi possiamo seriamente curare la vita associativa delle società sportive e contemporaneamente offrire un servizio sportivo sociale attraverso i Centri di formazione. An­ cora: fino a quattro anni fa, in fatto di scelte politiche, ci accontentavamo, più o meno genericamente, di aprir­ ci a tutti e di collaborare con tutti: oggi le esperienze compiute e quelle in corso ci hanno fatto sorgere dub­ bi, perplessità e l’esigenza di specificare meglio gli scopi, le condizioni, i modi e i limiti delle collabora­ zioni. Come si vede, i princìpi associativi fondanti » non sono messi in discussione, la natura del CSI non è in gioco: ciò che è in discussione e potrebbe even­ tualmente cambiare è il suo àmbito di impegno, il suo modo di collocarsi nel contesto sportivo, sociale e politico, gli obiettivi intermedi che si prefigge di con­ seguire, il modo di agire, gli impegni operativi e gli strumenti per attuarli. Ma — ripetiamo — questi chiarimenti, questa ve­ rifica è ben difficile ottenerla interrogandoci sui sin­ goli problemi concreti, affrontandoli come essi si pre­ sentano, per così dire, nella loro caratterizzazione fi­ nale: occorre risalire agli interrogativi principali, ai nodi da cui si diramano i vari fili dei programmi spor­ tivi, del ruolo delle varie componenti associative, dei singoli indirizzi di politica sportiva, dei contenuti e degli strumenti dei mezzi di formazione... Per questo il Consiglio nazionale propone un dibat­ tito congressuale incentrato e quasi limitato attorno ad alcuni grossi problemi o interrogativi della nostra vita associativa. Ciò non significa trascurare i tanti prcblemi particolari che pure ci preoccupano e ci as­ sillano, ma essi non potranno ottenere risposte e so­ luzioni se non dai primi a cui fanno capo e inoltre un congresso, locale o nazionale che sia, non potrebbe affrontarli tutti e forse non sarebbe neppure suo com­ pito. Spetterà successivamente ai vari Consigli ap­ plicare sui singoli punti operativi le scelte fondamen­ tali fatte nei congressi, ciascuno al suo livello di com­ petenza. Dalle considerazioni fatte è scaturito lo schema di dibattito congressuale che presentiamo. E’ uno schema che ora viene proposto per il dibattito nei congressi locali e poi per quello nazionale, di modo che l’intera 45


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Schema di dibattito congressuale

DEL CENTRO SPORmTaUANO - CSI/FARI UNIFICAI! « L'associazionismo in una società che cambia» Prima parte: L'IDENTITÀ’ E L’ESPERIENZA DEL CSI a) Le scelte statutarie e congressuali

Richiamo dei princìpi fondamentali del nostro statuto e delle linee problematiche scaturite dal congresso di quattro anni orsono, mettendo an­ che in luce la « problematicità » di alcune scelte, una certa loro « provvisorietà » e l’ampio margine lasciato alla « sperimentazione » e all’ « aggiornamento » mediante una costante verifica associativa.

b) L’esperienza del quadriennio

Relazione delle attività associative quattro anni.

in questi

Seconda parte: IL CONFRONTO CON LA SOCIETÀ’

— L’evoluzione della realtà sportiva, sociale e cul­ turale

Sintetica analisi della società e del mondo spor­ tivo italiani nel momento attuale.

associativa delle società sportive e quello che mira a svolgere un servizio sportivo a carattere sociale, come i Centri di formazio­ ne e le attività sportivo-ricreative per i gio­ vani adulti e per gli adulti.

3) Lo sport tradizionale e la proposta alternativa. Riflessioni e scelte orientative per l’attività sportiva del prossimo quadriennio. 4) La preparazione degli operatori. Tra gli strumenti per realizzare la proposta sportiva, una particolare attenzione agli stru­ menti per la formazione di persone compe­ tenti nei vari ruoli. 5) Il CSI e le altre forze sportive, sociali e po­ litiche. L’azione del CSI per la promozione dell’uomo nell’attuale società pluralista: il problema del dialogo, dei rapporti, delle collaborazioni.

Terza parte: L’AGGIORNAMENTO ASSOCIATIVO

— I problemi che ci interpellano Rassegna degli interrogativi che l’esperienza del primo quadriennio ha lasciato aperti o che ha proposto ex-novo e che attendono dal congresso una risposta in vista del cammino dell'Associazione nel secondo quadriennio. I problemi proposti al dibattito associativo con­ gressuali sono i seguenti:

1 ) Il campo di impegno. Se il CSI debba continuare a interessarsi soltanto di sport o debba anche aprirsi alle attività più ampie del tempo libero. 2) L’impegno associazionistico e il servizio sportivo sociale. Come comporre e coordinare i due principali tipi di intervento del CSI in questo momen­ to: quello che si esplica attraverso la vita

N.B. - Chi ha seguito i lavori del congresso nazionale del 1974 e un certo dibattito sviluppatosi negli ultimi tempi all'interno dell’Associazione avrà notato che tra i problemi scelti per il dibattito congressuale non figura quello dell'ispirazione cristiana della nostra associazione. Non è stata una dimenticanza del Con­ siglio nazionale, è stata una precisa scelta. Raccogliendo le re­ centi istanze congressuali, il Consiglio nazionale ha promosso e sta promuovendo iniziative per raccogliere su tale problema in­ formazioni e spunti di riflessione: i risultati saranno resi noti per tempo all'Associazione di modo che possano essere utilizzati nella maniera più giusta e conveniente, cioè come uno dei punti fondamentali di riferimento nella discussione dei problemi che ci interpellano e degli interrogativi cui dobbiamo rispondere. Del resto, è evidente che gli argomenti in discussione dovranno comunque e sempre avere due poli di riferimento: l'ispirazione cristiana alla quale il CSI si richiama e la realtà sociale in cui agisce. Il Consiglio nazionale ha ritenuto che fare dell'ispirazione cristiana un oggetto specifico di dibattito, oltre che essere mate­ ria più d'un convegno di studio che non di un congresso, avrebbe anche comportato il rischio di una discussione astratta, avulsa dalla realtà in cui la stessa ispirazione cristiana deve tradursi e incarnarsi, con il conseguente pericolo di non giungere ad alcun chiarimento e a nessuna conclusione pratica.

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Associazione sia unitariamente impegnata attorno ad una stessa traccia, dalle società sportive ai delegati al congresso nazionale.

IL PRIMO CONTRIBUTO CONGRESSUALE

PER IL DIBATTITO

Nelle pagine che seguono il Consiglio nazionale propone un primo contributo per il dibattito congres­ suale, a servizio delle società sportive e dei congressi locali. Sono brevemente presentati gli argomenti dello schema di dibattito congressuale, ad eccezione della prima parte riguardante l’identità e l’esperienza dell' Associazione nel primo quadriennio che ciascuna so­ cietà e ciascun consiglio dovrà evidentemente analiz­ zare per proprio conto. Dopo un intervento introduttivo su alcuni dati di riferimento Sull’Associazione in generale e sul conte­ sto socio-sportivo in cui attualmente opera, vengono trattati uno per uno i cinque » problemi che ci inter­ pellano ».

Ciascun problema viene trattato da tre diverse an­ golature:

a) La presentazione del problema. L’intervento è fatto sotto forma di scheda. La prima parte espone i motivi che fanno sorgere il problema; la seconda formula gli interrogativi, lasciando aperte le varie so­ luzioni e accennando ai prò e ai contro delle stesse, in modo da facilitare una presa di coscienza più ap­ profondita possibile, senza che il dibattito si inaridi­ sca in una contrapposizione superficiale o polemica di risposte affermative e negative; la terza parte ri­ corda, dove è possibile, i problemi particolari che si collegano a quello principale e le cui soluzioni dipen­ dono in gran parte, ovviamente, dalle risposte che sa­ ranno state date all'interrogativo di fondo. Tali pro­ blemi sono stati qua e là accennati per completezza di esposizione e di discussione, non perché si vogliano proporre alla discussione dei congressi locali e di quello nazionale: sarebbe infatti impossibile per un’ assemblea esaminarli tutti, e poi essi costituiscono l'oggetto proprio dell’impegno dei Consigli ai vari li­ velli che dovranno orientarsi sulla base delle decisio­ ni congressuali di fondo. b) La dimensione storica del problema. Perché questa... divagazione sui trentanni di vita del CSI e della FARI? Come si sarà visto nella prima parte del giornale, quest’anno l'Associazione celebra il suo trentennio di fondazione. Volendo farne occasione di riflessione e non soltanto di celebrazione, il Consiglio nazionale ha voluto legare strettamente la ricorrenza all’itinerario congressuale, arricchendo l’esame dei pro­ blemi di oggi con il ricordo degli analoghi problemi di ieri e con le soluzioni che via via sono state adot­ tate. Come si noterà, non si è preteso di fare una storia del CSI-FARI, ma di offrire soltanto la notizia di alcuni « nodi » essenziali del cammino percorso per comprendere meglio il punto cui siamo giunti e la portata anche storica degli interrogativi ai quali oggi siamo chiamati a rispondere.

congresso locale. La realtà provinciale, infatti, non è altro che la sintesi di quella delle sue società sportive. Per facilitare comunque tale visione sintetica, ai con­ sigli provinciali sarà fornito un questionario a parte sul quale sarà anche fatta una rilevazione della realtà associativa globale da includere nella relazione al Congresso nazionale.

Un'obiezione facilmente intuibile è che appare impossibile per una società sportiva e anche per un congresso provinciale fare oggetto di riflessione e di discussione tutti e cinque i problemi proposti. Il Con­ siglio nazionale ne è cosciente, ma non poteva co­ munque non presentare all’Associazione il quadro glo­ bale della situazione e degli interrogativi. Non è detto che ogni società sportiva e ogni con­ gresso debba obbligatoriamente prendere in esame tutti e cinque i problemi. La riflessione e la discus­ sione può essere incentrata anche su uno o due o tre di essi: su quelli che si ritengono più rispondenti alla situazione locale e in ordine ad essa più urgenti. D’al­ tronde è facile immaginare che i cinque problemi pro­ posti sono fra loro strettamente collegati e non si potrà fare a meno, discutendo su di uno, di sfiorare almeno anche gli altri, garantendo così un giro d'oriz­ zonte globale della problematica CSI del momento. C’è poi da fare un’altra osservazione. Se l'itinera­ rio congressuale obbliga a certe inevitabili scadenze associative, la preparazione al congresso nazionale può anche andare al di là di esse e protrarsi per tutto l’anno che ci sta davanti. In tal modo, un programma coordinato tra società sportive e rispettivi consigli locali potrà garantire nel corso dell'anno sociale una serie di appuntamenti per la riflessione su tutti e cin­ que i temi proposti. Ciò sarà comunque un grosso fatto positivo per la presa di coscienza associativa, ma potrà jinche essere messo a frutto per il congresso nazionale informando il proprio delegato al Congresso nazionale e tutti gli altri che vi parteciperanno, i quali avranno così un maggior materiale di riferimento per la discussione in seno all’assemblea nazionale. Quanto al metodo di discussione sulla base del materiale fornito, suggeriamo alle società sportive di partire dal terzo intervento su ogni punto, cioè dalle domande sulla realtà locale e di qui risalire all’enun­ ciazione del problema e ad un primo orientamento sulla soluzione che si riterrà più conveniente. Il secon­ do intervento, di tipo storico, ha evidentemente sol­ tanto lo scopo di una dimensione in più da tenere presente nella discussione. Per le società che hanno alle spalle una certa tradizione, non sarà male riper­ correrne le tappe in relazione all’argomento in discus­ sione e cercare di cogliere le fasi di una evoluzione e le motivazioni associative, sociali e culturali che le hanno determinate.

c) Il confronto con la realtà. Una serie di domande relative al problema in oggetto che hanno lo scopo di rapportare il tema trattato sul piano generale asso­ ciativo alle dimensioni della struttura che lo esamina, nel nostro caso della società sportiva. E' evidente che le stesse domande valgono sostanzialmente per l’esa­ me della realtà anche a livello provinciale in vista del

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IL DIBATTITO CO NGRESSUALE

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2° Congresso nazionale del Centro Sportivo Italiano

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associazionisi in una soc :é che cambia

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/* Il materiale che segue ha lo scopo di fa­ vorire una prima riflessione sui temi che il Consiglio nazionale ha scelto per il dibattito Congressuale. Al riguardo, però, bisogna tenere presente che, mentre lo schema della relazione con-, gressuale e i relativi temi del dibattito sona stati approvati dai Consiglio nazionale, i testi di commento sono invece stati redatti da al­ cune persone del Centro nazionale che si sono confrontate fra loro e con amici che hanno fatto nel CSI un’esperienza. Non si tratta quindi di testi ufficiali e nemmeno, ovviamente, di una bozza della futura relazione congres­ suale. E’ soltanto un contributo che Stadium offre per avviare uti dibattito. Che alcuni « tagli » di discorso, che alcune analisi, opinioni e indicazioni possano non essére condivisi da tutti è inevitabile e, in fondo,

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normale. Non per niente, l’ultima parola a no­ me dell’Associazione spetta al Congresso na­ zionale: tutti gli altri interventi, del centro e della periferia, non potranno che rispecchiare l'opinione e il punto di vista di alcune persone o gruppi. Il gruppo che ha preparato questo materia­ le si è sforzato di dare della realtà sociale e di quella associativa un quadro il più ampio e oggettivo possibile, basandosi sulle linee ideo­ logiche e operative che l’Associazione ha as­ sunto già nello Statuto, nel Congresso nazio­ nale del 1972 e che il Consiglio nazionale ha portato avanti in punti di vista diversi e anche divergenti. E' proprio per questo che il Con­ siglio nazionale ha invitato l’Asscciazione a un'ampia e appri verifica tramite la dogo, il confronto: tramite cioè il dibattito congressuale che da oggi inizia in tutto il CSI.


IL DIBATTITO CONGRESSUALE

confrc con realtà sociale a sportiva ài

Lo schema di dibattito congressuale ap­ provato dal Consigilio nazionale (vedi pagine precedenti) prevede una verifica dei nostri problemi associativi alla luce della realtà sociale ed ecclesiale in cui il CSI opera. L’intervento che segue intende offrire alcuni spunti per favorire una lettura del contesto sociale e, al suo interno, di quello associazionistico in generale e di quello sportivo. Manca il contributo sulla Chiesa catto­ lica nel momento attuale. Essendo que­ sto tema parte integrante della rifles. sione sull’ispirazione cristiana che ci ani­ ma e che l’associazione è impegnata a fare in quest’anno congressuale, abbia­ mo per il momento preferito non en­ trare nel merito. La riflessione associa­ tiva sull’ispirazione cristiana, infatti, percorrerà un proprio itinerario (vedi prima parte di questo numero di Stadiuin), sul quale si inserirà anche il no­ stro giornale con specifici interventi. Quanto all’articolo che segue, vogliamo fare presenti alcune osservazioni, anche se possono sembrare ovvie. Anzitutto ricordiamo che non si tratta di un testo ufficiale del Consiglio o della Presidenza nazionale, così come non sono ufficiali tutti gli altri contributi offerti per il dibattito congressuale. In secondo luogo, facciamo presente che il discorso che segue è di natura socio­ logica e non specificamente politica o peggio partitica. Il taglio, il punto di vista da cui muove l’analisi sull'attuale società e le relative conseguenze posso­ no essere non condivise — il che è nor­ male c non deve scandalizzare alcuno —, ma non vorremmo che esse susci­ tassero reazioni di carattere politico o peggio partitico, perché sarebbero inde­ bite e andrebbero al di là di ciò che oggettivamente è stato scritto. L’analisi — molto sintetica e anche ov-

viamente incompleta che qui si fa — ha di mira la società italiana e quindi prende necessariamente le mosse dalla realtà sociale più vasta, quella occiden­ tale, in cui quella italiana si inscrive. Tale precisazione dell’area di osserva­ zione è determinata esattamente in par­ tenza, allorché si definisce la società in cui viviamo con i termini sociologici di « Società capitalistica industriale avanzata ». Quanto detto mette in guardia da un

possibile errore di valutazione in base al quale si potrebbe indebitamente in­ durre che certi giudizi negativi, o me­ glio certe analisi, sulla nostra società implicano automaticamente un giudizio positivo su altri tipi di società, mettia­ mo dell’Est europeo o del Terzo mon­ do. Una valutazione del genere sarebbe assolutamente arbitraria in quanto la presente, brevissima analisi, si limita a considerare il solo contesto sociale nel quale l’associazione vive ed opera.

1 - La società UNA SOCIETÀ’ IN CRISI La società capitalistica industria­ le avanzata, con le sue forme, i suoi meccanismi, la sua struttura mul­ tinazionale, la sua economia pla­ netaria è la realtà che viviamo, che condiziona e conduce per mano il nostro cammino quotidiano. Si tratta, però, di una realtà che oggi è scossa dalle fondamenta per le sue conti-addizioni interne dai conflitti che ha saputo generare ma non superare, dalla sua incapaci­ tà di uscire dalle strette che s’è costruita con le sue mani. La crisi economica è venuta; un segno fra altri della malattia che covava in sé questa civiltà e che, questa crisi, conduce ad un momen­ to cruciale. Che questa civiltà attraversi solo un periodo di crisi o stia volgendo

verso la sua fine, è questione opi­ nabile e, tutto sommato, non indi­ spensabile al nostro discorso. Il dato certo è che la crisi è grave, la più grave di questa civiltà nella sua storia. Però, come sarebbe ingenuo con­ siderare questa civiltà come già morta, sarebbe altrettanto ingenuo giudicare la crisi in atto come una catastrofe, un’apocalisse. Più oggettivamente conviene pen­ sare si tratti di un tornante, più stretto dei precedenti, a cui è giun­ ta la storia. Un tornante più stretto, come sempre accade via via che ci si avvicina alla vetta dell’evoluzio­ ne umana. Ma si tratta di un tor­ nante posto ad un bivio. Lo svol­ gersi della storia, infatti, non è lineare se non a lunga distanza. Infatti, è possibile tornare indietro a valle, involvere la situazione. 0 si può salire, evolvendosi, e riusci-

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ianorama nuore ad ammirare il pa vo che si affaccia allaa vista. Qui, al bivio, occorre scegliere. Gli uomini possono scegliere — o essere costretti a scegliere — un'involuzione autoritaria, sospin­ ti da oligarchie che sembrano dare sicurezza in un ordine imposto dal­ l’alto, come già accaduto, in que­ sto stesso secolo. Oppure si può scegliere la via dell’evoluzione, del cammino verso l’alto, verso il diverso, certamente più difficile e rischioso, meno tran­ quillizzante. E’ la via di quelli che Tullio-Altana chiama dei « valori difficili ». L’unica cosa che, nell’uno o nell' altro caso, gli uomini non possono fare è partire da zero, come se si potesse cominciare da capo una storia, senza tener conto di ciò che è esistito c di ciò che esiste. La per­ sona, infatti, è una sintesi del pas­ sato e del presente, protesa verso il futuro. E se l’avventura umana è un’avventura di evoluzione, non è possibile, per i suoi protagonisti, ignorare passato e presente che sono componenti essenziali e costi­ tutivi della loro stessa sostanza umana personale. Infatti, se ci troviamo a questo tornante della storia è perché qui ci ha condotti l’evoluzione prece­ dente di cui la civiltà industriale è pur sempre stata una svolta. Co­ sì, il realismo necessario per supe­ rare il nuovo tornante in senso evo­ lutivo deve rendere capaci di co­ gliere gli elementi dinamici conte­ nuti nel presente per assumerli e farne linee direttrici di un futuro che, proprio per l’esistenza di que­ ste tendenze dinamiche, è, sia pu­ re ambiguamente, già iniziato. E' da una lettura critica di queste tendenze dinamiche che noi pos­ siamo cominciare a cogliere il tipo d’uomo nuovo e il tipo di nuova società possibili per il futuro dell’ evoluzione umana.

TENDENZE DINAMICHE EVOLUTIVE La prima, macroscopica tenden­ za che è possibile cogliere è quella della dimensione planetaria della vita. Certo, questo è sempre stato un dato della vita umana. Ma oggi esso è divenuto una componente es­ senziale del quotidiano, così che ogni avvenimento, ovunque si verifichi, ha ripercussioni immediate sul piano personale, interpersonale e sociale e, conseguentemente, su scala planetaria. Si tratta di una caratteristica della coscienza dell’ uomo d'oggi provocata non solo dai mass media, ma determinata

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proprio dalla società industriale avanzata, dalla sua economia, dalla forma assunta dal lavoro umano e da ciò che esso produce, dalla necessità di accedere — ovunque si trovino — alle risorse naturali c umane. Questa mondializzazione del la­ voro, realizzata secondo un unico schema, ha condotto e conduce via via a negare la possibilità di soprav­ vivere dei settorialismi, dei nazio­ nalismi, dei corporativismi. E ciò che anche se, contemporaneamente e per le contraddizioni insite nel sistemà, questa mondializzazione dei problemi crea settorialismi, na­ zionalismi, corporativismi. Questa mondializzazione del la­ voro, dell'economia, della politica, della tecnica ha prodotto una nuo­ va tendenza dinamica: la creazione di solidarietà planetarie fra gigan­ tesche masse umane. E si tratta di una solidarietà non fondata tan­ to sulla soggettività dovuta al ca­ rattere, alla psicologia delle singo­ le persone, o ad una soggettività ideologica; ma, piuttosto, sull’oggettività dei problemi e delle situa­ zioni vissute dalla massa e dalle masse. Così, via via, ciò che lega gli uomini gli uni agli altri, non è più tanto la parentela o la consaguineità; ma, piuttosto, quelle strut­ ture che si rendono necessarie per risolvere oggettivamente i proble­ mi, per lottare al fine di acquisire nuovi diritti, più giustizia, più li­ bertà. Ed è proprio per queste solida-

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rietà planetarie che sono state pro­ dotte dalla creazione di una condi­ zione umana di massa che è nata nell’uomo contemporaneo — me­ glio, nelle masse che abitano il pia­ neta — una nuova consapevolezza di se stesse. E questa consapevolez­ za ha alla base un fatto: la presa di coscienza di non essere sempli­ cemente « forza lavoro », merce de­ stinata allo scambio, oggetti quanti­ ficabili come vorrebbe imporre un’ economia e un mercato dei consu­ mi. Così, il 'grande numero’ s’impone ormai all'attenzione...; non lo si può più tenere all’oscuro o ridurre al silenzio: non è più un insieme uf­ ficialmente privo di coscienza e di autonomia. ... La società di massa rappresenta una fase dell’emancipa­ zione dei poveri e dei deboli; è una pietra miliare sul diffìcile cam­ mino che conduce dalle società fon■date sul dominio a quelle fondate sulla partecipazione. « L’emozione che suscita lo spet­ tacolo delle grandi masse di per­ sone riunite insieme non è estraneo a questo presentimento, il quale è a sua volta legato all’intuizione di un progresso sociale » (Perroux). La presa di coscienza di essere uomini, e di volerlo essere a pieno titolo, conduce queste masse a ri­ vendicare il diritto di essere protageniste della propria storia. Un’esi­ genza che reclama la necessità di partecipare direttamente all’avven­ tura della propria evoluzione stori­ ca, sociale, culturale.


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Così, la massa e le masse, desti­ nate da un sistema globale multi­ nazionale a essere alienate e og­ getto di una storia costruita per loro, a causa della solidarietà crea­ ta da una situazione oggettivamente ingiusta, sprigionano — pur nella vischiosità che le contraddistingue — una tendenza dinamica innovati­ va. Sprigionano, cioè, un movimen­ to della liberazione dell’uomo che produce una vera e propria svol­ ta antropologica, segnata da una ristrutturazione della stessa perso­ nalità. Una ristrutturazione che re­ clama una coseguente e coerente ristrutturazione di un intero siste­ ma sociale, di un'intera civiltà. E, oltretutto, si tratta di una svolta, di un cambiamento che, anziché lasciarsi ingabbiare dalle strutture e dai meccanismi sociali esistenti, si alimenta delle contraddizioni presenti nelle stesse strutture e ne­ gli stessi meccanismi sociali. E' relativamente facile leggere i segni di questo mutamento, di que­ sta svolta antropologica, anche nel­ la realtà della nostra società italia­ na. Come interpretare altrimenti la passione attiva che impegna cen­ tinaia di migliaia di persone per realizzare una gestione sociale della scuola fatta intravedere dai Decre­ ti delegati? Come interpretare altri­ menti il proliferare un po’ dovun­ que di consigli e di comitati di quartiere nelle periferie delle città e il crearsi negli ambienti di studio e di lavoro di collettivi, di comitati di base di ogni forma e genere? Come interpretare diversamente i risultati delle elezioni regionali del 15 giugno; risultati che denunciano le forme di potere e di strapotere fin qui utilizzate e che reclamano un cambiamento profondo nella strutturazione della società e della vita nel nostro Paese? Come non vedere in ogni rivendicazione di de­ centramento, in ogni movimento dì liberazione segni di questa muta­ zione antropologica, segni di queste tendenze dinamiche innovative? E si tratta di una svolta e di tendenze che non sono semplicemente contro qualcosa, ma per qualcosa di nuovo. Ma qualcosa di nuovo che non è più possibile raggiungere attraverso gli schemi tradizionali, ossia dai piccoli grup­ pi alla massa, poiché « le masse esercitano una potente azione at­ traverso il loro peso e la loro di­ mensione, i loro effetti di rottura nei riguardi delle organizzazioni tradizionali, attraverso l’obbligo che esse impongono di passare per va­ sti insiemi umani per raggiungere efficacemente i piccoli gruppi (al contrario dell’itinerario abituale);

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esse generano innumerevoil inno­ vazioni ed esigono uno sforzo di creazione collettiva » (Perroux).

VERSO UNA NUOVA SOCIETÀ’ E UNA NUOVA CULTURA Le innovazioni generate dal peso assunto dalla massa e dalle masse umane che lottano per la propria liberazione, possono, sia pure im­ perfettamente e provvisoriamente, essere così sintetizzate: a) crescita della responsabilità collettiva come presa di coscienza delle possibilità di una effettiva di­ stribuzione del potere dal basso e lo sviluppo di una maggiore volon­ tà di partecipazione responsabile e attiva; b) incentivazione dello sviluppo civile del Paese in modo da diffon­ dere sempre più le idee e le ma­ trici culturali, perché possano tra­ dursi in effettivi interventi opera­ tivi per la relativa trasformazione della struttura sociale, per riuscire a « sincronizzare la volontà politica di intervento con la diretta azione operativa » in uno sforzo collet­ tivo e convergente delle varie forze sociali e culturali; c) rinnovamento dei canali di co­ municazione e dei processi deci­ sionali in modo da garantire più spazio alla dialettica, alla capacità di collaborazione e di impegno e alla ricerca di spazi, forme e stru­ menti nuovi per incidere sulla strut­ tura sociale per l’acquisizione di una maggiore possibilità di adire alla gestione del potere e rendere effettiva la partecipazione dal bas­ so; d) rinnovamento degli strumenti di promozione umana in modo da aiutare le persone a sviluppare le proprie potenzialità e la propria creatività e a trovare le risorse e i modi per uscire dalla condizione di marginalità in cui le masse vivono. Tutto questo ci dice chiaramente come una società fondata su oli­ garchie di ogni genere e tipo e su « centri » e « periferie » geografi­ che, economiche, politiche, cultu­ rali, sia una società che contraddice la coscienza di intere masse che si vogliono liberare da queste che, giustamente, esse considerano una schiavitù. Insomma, le tendenze dinamiche in atto, la nuova situazione che si profila all’orizzonte dicono che sta nascendo un uomo nuovo capace di una nuova cultura che vuol co­ struire una nuova e diversa società fondata sulla partecipazione, sull’ autogestione, sulla giustizia, sulla libera espressione di tutte le facol-

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tà e qualità della persona, sulla solidarietà. Questa è la realtà inedita che si affaccia sulla storia, sull'avventura dell’evoluzione umana. Questa è la realtà nuova che interpella le asso­ ciazioni di diversa natura e genere. Questa è la realtà che contraddice ogni necrofora ambizione di svol­ te involutive di un processo che è in atto. « La 'Città dei partecipanti’ è il nome di un movimento dello spi­ rito; al di là di ogni struttura, essa s’innalza nello spazio illimitato del­ la passione attiva. La libertà si pro­ clama, si decreta. Ma il duro sforzo, il compito estenuante, il solo che conti, si chiama 'liberazione' » (Per­ roux). Ciò, evidentemente, non signifi­ ca la vanificazione dei piccoli grup­ pi, ma un mutamento nella loro funzione sociale. La presa di co­ scienza delle masse, infatti, impo­ ne che si tenga conto della loro realtà e del peso che esse sono venute assumendo nella vita socia­ le e culturale. Le organizzazioni tradizionali, invece, supponendo 1’ immaturità delle masse procedeva­ no, e procedono, praticamente a prescindere da esse tanto è vero che tutta la loro struttura è gene­ ralmente piramidale: parte da un vertice per giungere ad una base che è da indottrinare o da trasci­ nare in questa o in quella impre­ sa, come se la base non fosse in grado di esprimere un’opinione, un indirizzo e una strategia.

2 " L sissoos) àrasmo L’associazionismo è da conside­ rare, generalmente, una componen­ te dinamica della società. Esso, in­ fatti, esprime nello stesso tempo la pluralità di interessi e di bisogni dei cittadini e la volontà di trovare istituzioni che saldino in qualche modo la distanza esistente tra essi e lo Stato. Certo non vi è un unico tipo di associazione. Anzi, sotto il termine associazionismo esistono una mol­ teplicità di forme associative che perseguono fini i più diversi. Tanto per schematizzare si può, per esempio, seguire A.M. Rose che fa una distinzione, ritenuta ormai classica, tra associazioni di espres­ sione e associazioni di influenza so­ ciale. Le prime tendono prevalente­ mente ad esprimere e/o a soddisfa­ re gli interessi dei loro membri (un hobby, uno sport ecc.); le seconde,

invece, si propongono prevalente­ mente di operare un cambiamento nell’ambiente circostante attraverso la propria influenza e il proprio pe­ so (un sindacato, un'associazione culturale ecc.). La distinzione, nella realtà, non è mai così netta poiché Luna e l’al­ tra forma di associazione risulta avere un suo significato nella dina­ mica della vita sociale, anche se la prevalenza dell’una o dell'altra for­ ma associativa dànno all'associazio ne stessa un peso e una rilevanza diverse nella vita sociale. Occorre poi considerare — per avere almeno una visione elemen­ tare del complesso fenomeno dell’ associazionismo — l’aspetto della partecipazione che caratterizza le varie forme associazionistiche. In­ fatti, sia nell’una sia nell’altra for­ ma associativa può realizzarsi una


partecipazione spontanea o una par­ tecipazione suscitata e anche impo­ sta o una partecipazione di fatto.

Cosi, seguendo questa elementare tripartizione, si ha una diversa ini­ ziativa della creazione dell’associa­ zione, un diverso modo di recluta­ mento degli associati, una diversa funzione sociale dell’associazione stessa. Pertanto: — nella partecipazione di fatto si ha un gruppo preesistente creato dalla tradizione che recluta di fat­ to, per la sua stessa esistenza e so­ pravivenza, nuovi aderenti. La fun­ zione dell’associazione è, in questo caso, il controllo sociale dell’asso­ ciazione stessa sui soci ai quali propone e impone attraverso gli sta­ tuti e i regolamenti la ripetizione dei comportamenti giudicati desi­ derabili sia dall’associazione sia dall’ambiente in cui essa opera. Questo tipo di partecipazione è so­ stanzialmente finalizzata a perpe­ tuare la tradizione e ad evitare l’in­ novazione e il cambiamento produ­ cendo negli associati una mentalità conformistica capace di accettare lo statu quo; — nella partecipazione suscitata si ha, invece, un gruppo nuovo ma creato e condotto ideologicamente dall’esterno del gruppo stesso. Il metodo di reclutamento sarà basato sia sulla volontà degli associati, sia anche sulla spinta prodotta dall’as­ sociazione per suscitare la parteci­ pazione (proselitismo). Questo tipo di partecipazione conduce all'acqui­ sizione di comportamenti nuovi giu­ dicati desiderabili e auspicabili dal­ l’esterno dell’associazione, da colo­ ro cioè che ne forniscono gli indi­ rizzi ideologici. Si ha così una cer­ ta innovazione, un certo progetto di mutamento sociale che, però, è quelle desiderato da alcuni o da forze estranee all’associazione per i suoi membri;

— nella partecipazione volonta­ ria l’associazione è il frutto della creazione da parte degli associati che sono reclutati volontaristica­ mente. In questo caso la funzione sociale dell’associazione è la riven­ dicazione di diritti misconosciuti o anche avversati e la creazione di comportamenti inediti che vengono realizzati per iniziativa degli asso­ ciati. Da questi primi, semplici elemen­ ti del fenomeno associazionistico, si può dire che le tendenze dinami­ che oggi presenti nella nostra socie­ tà e che reclamano e già realizzano un cambiamento sociale teso alla creazione di una nuova società e di una nuova cultura, non sono frut-

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lo del caso o di un non meglio pre­ cisato movimento autonomo della storia, ma sono invece il frutto del­ l’impegno soprattutto di associa­ zioni di influenza sociale con pre­ valente partecipazione volontaria. E’, infatti, prevalentemente questo tipo di associazionismo che punta al cambiamento in modo creativo per rispondere in modo nuovo e originale a bisogni antichi e nuovi che vengono soddisfatti parzialmen­ te o, addirittura, vengono ignorati. E’ questa coscienza di bisogni in­ soddisfatti o soddisfatti solo par­ zialmente che suscita la volontà di associarsi e di partecipare volonta­ risticamente. Non ogni associazionismo, con­ duce all’innovazione e al cambia­ mento. Anzi, possono esistere, ed esistono di fatto, forme associa­ zionistiche che risultano essere ne­ miche dell’innovazione e altre che innovano ma seguendo motivi che sono estranei agli associati i qua­ li si lasciano condurre dall’esterno da interessi diversi da quelli che essi realmente vivono facendo gene­ ralmente il gioco di forze conser­ vatrici o semplicemente riformistiche. E’ chiaro, invece, che le associa­ zioni tese prevalentemente all’in­ fluenza sociale e sostenute da una partecipazione volontaria tendono a creare quella nuova cultura ca­ pace di suscitare uomini nuovi e una nuova società poiché esse ten­ tano di ristrutturare dal basso tut-

ta una struttura verticistica e pira­ midale che tende ad alienare la massa e le masse. Questa ristrut­ turazione dal basso rende possibile alla massa e alle masse di parte­ cipare creativamente alla costru­ zione e alla gestione di una socie­ tà diversa producendo un ordine sociale nuovo.

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3 - L'associazionismo sportivo E’ in questo quadro di una so­ cietà che cambia e di un associa­ zionismo che opera per ridurre gli spazi tra Stato e cittadini e che per parte sua si propone come agente dinamico del cambiamento, che si colloca l’associazionismo sportivo e, dunque, il CSI. L’associazionismo sportivo nella sua versione ufficiale (CONI e Fe­ derazioni), però, per la sua natura, i fini che intende perseguire e il tipo di partecipazione di fatto e suscitata non appare, proprio per la sua tipologia, un tipo di asso­ ciazione che sia impegnata nella trasformazione sociale; cioè nel cambiamento dell’ambiente e del­ la struttura sociale in cui opera. Dunque, quando si analizza a fondo questa forma e questo tipo

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di associazionismo, ben presto si rileva che esso, per la sua apparen­ te neutralità e per le finalità che intende perseguire (esprimere e/o soddisfare l’interesse alla pratica sportiva in uno schema associativo di fatto, preesistente e non mutabi­ le da parte dei suoi associali), ri­ sulta essere tendenzialmente con­ servatore e contrario al cambia­ mento di se stesso e della società di cui è parte integrante. Questo, però, è vero ed è stalo vero fino ad alcuni anni fa. Infatti, da alcuni anni all’interno di questo mondo che si presentava compatto nei suoi valori e nei suoi fini, pur presentando alcune variabili ma da considerarsi dipedcnli dal sistema globale sportivo, si è prodotto un dualismo dialettico che ne ha rotto

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per sempre il monolitismo. Questo dualismo si è verificato via via che l’associazionismo spor­ tivo che si coagula attorno agli En­ ti di promozione, analizzando la propria esperienza e recependo . i nuovi bisogni sociali espressi dalla massa e dalle masse, sono stati in­ dotti a considerare in modo nuovo e diverso lo sport; ossia, non solo come fatto agonistico-competitivo o igienistico-salutistico, ma come un’esperienza umana globale che interessi sì il corpo, ma anche e contemporaneamente la psiche co­ sì da essere valutabile come feno­ meno ed espressione culturale. Ciò ha fatto intravedere la necessità di inquadrare lo sport nell’àmbito educativo e di un’educazione per­ manente della totalità della perso­ na e, dunque, ad avere una strut­ turazione tale da dover essere con­

siderata come servizio sociale. Questa prospettiva ha fatto mu tare profondamente il tipo di as­ sociazionismo e si è passati da associazioni prevalentemente tese all’espressione in associazioni pre­ valentemente tese all’influenza so­ ciale e, conseguentemente, al cam­ biamento della società. Si tratta, ad evidenza, di una svolta di notevole portata in quan­ to questo mutamento associativo si pone oggi come alternativo rispet­ to a quello ufficiale sia nel modo di intendere lo sport, sia in quello di praticarlo, sia nel considerare il suo fine non più ridotto a stru­ mentalizzare l'uomo al record e al risultato, ma a porre lo sviluppo umano e sociale dell'uomo come mèta permanentemente coerente con lo stadio evolutivo raggiunto dalle persone.

4 ■ La nostra Assodatone E’ in questa linea che si colloca l’evoluzione del CSI negli ultimi anni. Una linea che ha implicato una completa ristrutturazione an­ che statutaria dell’Associazione. I passi compiuti in questa linea evolutiva che ha fatto passare il CSI da associazione prevalentemen­ te di espressione ad associazione che vuol essere di influenza socia­ le non sono stati pochi. Ne sono segni significativi, oltre al già ricor­ dato cambiamento di statuto, i do­ cumenti associativi del Consiglio Nazionale nell’ultimo triennio, lo sfoizo compiuto per ristrutturare la vita associativa partendo dal bas­ so e cioè dalla società sportiva con­ siderato come luogo fondamentale in cui il CSI si manifesta e con-

sente ad ogni socio di essere real­ mente partecipe alla programmazio ­ ne e alla gestione della vita asso­ ciativa, le piattaforme operative create con altri Enti di promozione sportiva per rendere possibile la creazione di uno sport servizio so­ ciale, il decentramento totale relati­ vo alla formulazione dei regolamen­ ti sportivi, il ripensamento globale circa la giustizia sportiva ecc. Tutto ciò dice come il CSI, oggi, tenda sempre più ad affermarsi co­ me associazione profondamente in­ serita nel cambiamento sociale in una posizione dinamica; ossia non solo come oggetto di mutamento, ma anche come soggetto del muta­ mento stesso. Conseguentemente, il CSI ha ope-

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rato attivamente per rompere lo schematismo strutturale e ideolo­ gico del mondo dello sport italiano e a creare quel dualismo interno a questo mondo che oggi è possibi­ le constatare. Non solo: l’Àssociazionc si è impegnata non solo per contestare un modo uniforme di fare sport, ma anche per costruire un modo nuovo e diverso di fare sport tentando di realizzare una supplenza nei confronti dello Sta­ to e degli Enti locali che dovreb­ bero essere i veri responsabili di una pratica sportiva servizio so­ ciale. Tutti sanno, però, che un cam­ biamento per essere vero non ba­ sta che sia proclamato. Ed è im­ portante, allora, compiere un’ana­ lisi, una verifica profonda e reali­ sta, per vedere quanto di questo mutamento è stato realizzato oltre agli enunciati statutari e dei do­ cumenti ufficiali dell'Associazione. Questa verifica — che pure è stata tentata ■— è obiettivamente diffìcile. Infatti, ancora non sono stati utilizzati a questo scopo gli strumenti scientifici necessari per valutare in modo preciso il muta­ mento intervenuto, per esempio, nel tipo di partecipazione dei soci e nelle modalità concrete con cui la partecipazione si realizza alla base. E questo, come si è visto, è un aspetto fondamentale per co­ gliere nei fatti e dai fatti la realtà vivente costituita da una associa­ zione. Quello che è certo e che si co­ glie ad evidenza, sono le difficoltà sorte per realizzare la trasforma­ zione dell’Associazione. La prima fondamentale difficol­ tà è costituita dal fatto che si è ri­ prodotto nell’Associazione il duali­ smo creatosi nel mondo sportivo tra rispetto di una concezione tra­ dizionale dello sport e alternativa proposta. Vi è, dunque, una difficoltà di cambiamento della mentalità delle persone troppo a lungo e troppo pesantemente influenzate dal pre­ cedente monolitismo ideologico e strutturale dello sport che ha pro­ dotto e produce una coscienza col­ lettiva alienata che considera la pratica sportiva come una e indi­ scutibile, la strutturazione di que­ sta pratica come possibile unica­ mente se accentrata e diretta dall’ alto, il fine di questa pratica pos­ sibile da raggiungere esclusivamen­ te attraverso certi esercizi e con 1 utilizzo di certe tecniche e, soprat­ tutto, attraverso la strumentaliz­ zazione delle persone come avviene nell’attività lavorativo-produttiva. nell

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per Vanalisi della propria realtà N.B. - Le domande che seguono si riferiscono alla realtà sportiva. E’ evidente che nel lare tale analisi è necessario tenere presente gli elementi essenziali di riferi­ mento sulla realtà sociale ed ecclesiale circa la quale nelle pagine precedenti abbiamo fornito spunti di riflessione. D’altronde, è bene tenere presente che è proprio attraverso una lettura della realtà sportiva e attraverso il nostro impegno in essa che noi intendiamo pervenire a una comprensione e a un’impegno sociale ed ecclesiale più ampio.

L'IDENW OEM SOM' SPORTIVA rDa quanto tempo è sorta la vostra società sportiva e per quali |o ragioni? Per l’iniziativa di alcuni adulti o anche di ragazzi, dei " genitori? Per un generico desiderio di sport, di divertimento, o anche per scopi educativi, per vivere insieme un’esperienza di gruppo? C’è stato qualche cambiamento rispetto ai motivi e agli scopi originari? Se no, perché? Se sì, in che cosa consiste e per quali ragioni è avvenuto?

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Perché gli iscritti hanno preferito questa società sportiva? Per motivi pratici (era l'unica, la più vicina; conoscevano i dirigenti...) o per motivi ideologici, politici, religiosi? Per il tipo di attività da essa praticato? Per il suo modo di impostare e gestire la vita di gruppo? Perché la società sportiva si è affiliata al G.S.I.? E’ stata una decisione dei dirigenti o di tutti gli iscritti? E' dovuta a motivi " pratici, casuali, di opportunità, o a motivi di altra natura? Di che genere?

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4.

Come è emerso il gruppo dirigente? Per elezione, o è formato da quegli stessi adulti che hanno promosso la società spor­ tiva? E’ mai cambiato? Se no, perché? Perché la società spor­ tiva non ne ha avvertito l’esigenza? Perché non ce ne sono altri in grado di sostituirlo? fr Che tipo di rapporti c’è tra il gruppo dirigente e gli iscritti? || Un rapporto occasionale, per motivi organizzativi, burocratici, ***" tecnici, o un più ampio e più profondo rapporto umano? Per quanto concerne i programmi e le attività della società sportiva, si discutono in assemblea? Quante volte l’anno? O si fanno sol­ tanto riunioni di carattere tecnico-esecutivo per ascoltare le deci­ sioni prese e accordarsi sui compiti spettanti a ciascuno?

Emergono difficoltà di ordine operativo che rendono tutt'altro che semplice realizzare esperienze alternative concrete che consentano all'osservazione scientifica di es­ sere analizzate e teorizzate tanto da renderne diffusibile la tipologia, i metodi, le tecniche. Emergono difficoltà di ordine organizzativo che rendono proble­ matico il collegamento e il con­ fronto delle esperienze che esisto­ no perché esse non rimangano iso­ le di sperimentazione liberatrice, ma realizzino quell’unità delle espe­ rienze liberatrici indispensabile al­ la creazione concreta eli un’alterna­ tiva globale e non solo locale.

Emergono difficoltà nel reperi­ mento di uomini competenti e ca­ paci di condurre una sperimenta­ zione e di verificarla. Emergono difficoltà a causa del­ la mancanza di impianti adatti a condurre esperienze alternative. Emergono difficoltà prodotte dal dover essere, in questa situazione concreta, nello stesso tempo Ente di promozione sportiva con una sua ispirazione e con una sua iden­ tità rinnovata, e operatori di una supplenza circa il servizio sociale che si deve muovere in una logica e secondo orientamenti non ideo­ logici ma tecnici.


Così l'Associazione deve contem­ poraneamente giocare su due tavo­ li: a quello del servizio sociale da creare a prescindere dall’ideologia ma seguendo la logica del diritto del cittadino ad avere servizi tec­ nicamente validi; e a quello di ope­ rare un’educazione che si rifà a una precomprensione della realtà e non si contenta — come deve fare il servizio sociale — di liberare la libertà della persona, ma di offrirle proposte per aderire e seguire una concezione specifica di liberazione dell'uomo. Ora, giocare su due tavoli contemporaneamente non è sempre facile e non sempre è uti­ le per dare chiarezza d’impostazio-

ne alla vita associativa e alle sue attività e ai suoi programmi. Un fatto questo che rende senza dub­ bio più difficoltoso il cammino del­ l’evoluzione dell’Associazione. Emergono difficoltà ancora dal rapporto ambiguo dell’Associazione con il CONI e con le Federazio­ ni. Questi, infatti, per ciò che so­ no e ciò che vogliono essere, non riescono a cogliere l’alternativa pro­ posta se non a parole (e anche quelle ambigue) non riuscendo in concreto a concepire di essere mes­ se in casa proprio per ciò che so­ no e per ciò che vogliono essere e giocano il loro peso giuridico, politico ed economico volendosi fa-

La vita della vostra società sportiva consiste nella realizzazione delle attività sportive o vi sono anche altre attività? " Di che tipo? Si affrontano mai problemi educativi, sociali e vi sono momenti, occasioni, iniziative che favoriscano l'amicizia e io scambio delle idee e delle esperienze anche non strettamente legate allo sport?

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qualcosa che si ritiene caratterizzare la società come società sportiva C.S.l. »? Che cosa? Sono iniziative concre­ te, attività specifiche, finalità che ci si propongono, modi di gestire la vita di gruppo, di svolgere le attività sportive?

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I ragazzi e i giovani dell'ambiente in cui la vostra società sportiva opera desiderano praticare lo sport? A quanti di essi (ragazzi e ragazze) la società sportiva riesce a dare una ri­ sposta? Ha fatto, comunque, mai niente per sensibilizzarli, per avvicinarli, per aiutarli a soddisfare le loro esigenze? Gli adulti, le famiglie sono sensibili ai problemi sportivi, esprimono una domanda sportiva? Se sì, di che tipo? La società ’ sportiva come ha cercato di rispondere? Se no, perché? La società sportiva si è mai preoccupata di questo problema?

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3.

L'eventuale domanda dei ragazzi e giovani e degli adulti è di carattere solo sportivo, è circoscritta, sporadica, generica, o esprime anche un desiderio più ampio di associarsi, di par­ tecipare ad iniziative comunitarie, di impegnarsi in iniziative so­ ciali? Ci sono associazioni di altro tipo che cercano di soddisfare questa esigenza? La società sportiva ha avuto mai contatti con esse? Ci sono stati scambi, discussione di problemi comuni, ri­ cerca di iniziative da realizzare insieme? Esiste nella zona qualche altra società sportiva, affiliata o meno al C.S.l.? In che cosa è simile alla vostra o in che cosa " se ne differenzia? Ci sono stati contatti, ricerca di attività co­ muni, di iniziative unitarie nei confronti delle autorità e della po­ polazione sui problemi sportivo-sociali?

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re interpreti privilegiati nei con­ fronti dello Stato e delle sue isti­ tuzioni bloccando così concreta­ mente le possibilità di una ristrut­ turazione del mondo sportivo coe­ rente non già ad una mitica dello sport, ma ai bisogni fisici e psico­ logici di intere masse di giovani e di adulti che domandano di rea­ lizzare una pratica sportiva attiva che sia rispettosa dei bisogni di ciascuno e non segua una logica uniformatrice e perciò alienante. Tutte queste difficoltà che emer­ gono nella vita quotidiana dell’Associazione mettono in evidenza co­ me non basti proclamare un’alter­ nativa e volerla realizzare perché questa sia già un fatto reale e, di più, consolidato. Realizzare un’al­ ternativa significa, per dirla con m ii-_ : in una prassi Tullio-Altana, vivere concreta i « valori difficili » della creatività e della partecipazione. Valori resi « difficili » dall’aliena­ zione sociale che tende a tenere la massa e le masse nel conformi­ smo e in una partecipazione fon­ data su deleghe in bianco. Oggi, però, come si vedeva all’ini­ zio, la massa e le masse, attraverso le loro lotte, si stanno progressi­ vamente disalienando e, così, sco­ prono bisogni nuovi e rivolgono domande inedite allo Stato e ai gestori della cosa pubblica produ­ cendo un cambiamento sociale estremamente dinamico che cambia le geografie sociale, politiche e cul­ turali e reclama una nuova società. Ora, una delle domande inedite che la massa e le masse rivolgono è quella di uno sport per tutti e di tutti, autenticamente della massa e non per la massa, popolare cioè perché guardato da milioni di per­ sone.

Qui, in qualche modo, il cerchio si chiude e si torna all’inizio del discorso. E questo semplicemente perché esiste tra società, forme as­ sociazionistiche, associazionismo sportivo un rapporto circolare di­ namico, una stretta interdipenden­ za. Il prossimo Congresso del CSI si colloca, dunque, in questa dinamica di cambiamento essendo chia­ mato a prendere posizione e a di­ chiarare se l’Associazione vuol con­ tinuare ad essere un elemento di­ namico di cambiamento sociale e culturale, oppure se vuole atte­ starsi in posizioni di freno conser­ vatore o riformistico di una realtà sociale in evoluzione. La parola adesso è all’Associazione. 57


IL DIBATTITO CONGRESSUALE

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I cinque temi del dibattito congressuale presentati con interventi preparati da un gruppo di persone del Centro nazionale, senza carattere di ufficialità.

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1. ENUNCIAZIONE DEL PROBLEMA L’attuale statuto sottolinea l'im­ pegno culturale della Società spor­ tiva che consiste in un modo nuo­ vo di intendere l’esperienza spor­ tiva: - vissuta liberamente e creati­ vamente dalle persone, gestita de­ mocraticamente dalle stesse; - aper­ ta alla problematica del contesto sociale. Una esperienza sportiva in sinte­ si che è fatto culturale e che pro­ duce cultura. L’indirizzo scelto nello statuto e le due esperienze portate avanti in questa nuova linea hanno messo in evidenza due elementi: - il ro­ vesciamento di impostazione rispet­ to al passato dove la persona non è più incapsulata dentro allo sport, ma libera di vivere lo sport secon­ do le sue possibilità, le sue esigen­ ze e là dove vive; . l’impatto co­ stante con la vita e i problemi reali delle persone. Ciò ha portato le Società a con­ frontarsi ineluttabilmente ed, in un 58

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certo senso, ad assumere tutti i problemi delle persone e dei grup­ pi sociali del proprio contesto e di quello più generale (scuola, sanità, territorio, finanza locale, riforme sociali collegate ad una migliore qualità di vita...). E’ evidente però che il campo specifico di impegno del C.S.I., quello dello sport, ha costretto 1’ Associazione a confrontarsi, in ma­ niera diretta e particolare, con i problemi del tempo libero, che so­ no strettamente collegati con il fe­ nomeno sportivo (attività sportive, attività cosiddette culturali e attivi­ tà ricreative). Il problema del tempo libero, d’ altronde, è quello che in questi ul­ timi anni, è emerso con forza, si è imposto all’attenzione di tutti. Nella nostra società, da anni, le persone stanno esprimendo delle profonde aspirazioni, c stanno lot­ tando per l'affermazione di alcu­ ni valori (partecipazione, giustizia, cooperazione, umanizzazione del la­ voro...). Però le condizioni oggettive su

cui si basa il nostro sistema sociale (anonimato, alienazione, massifica­ zione, manipolazione dei mass-me­ dia, logica della delega, paralizzazione del lavoro) hanno portato le persone a guardare al tempo libe­ ro come a un tempo privilegiato, più possibile da conquistare e all’ interno del quale avere la possi­ bilità di riappropriarsi di se stesse, di dare un senso alla propria vita, di costruire la propria esistenza, di dialogare e cooperare con gli altri e insieme di contare qualcosa nella vita sociale.

Osservazioni - Si deve dire rea­ listicamente che non tutte le so­ cietà sportive, e anche le stesse strutture di servizio del C.S.I., av­ vertono chiaramente i termini di tale problema. Sono soprattutto quelle che ancora non hanno rove­ sciato l'impostazione dell'esperien­ za sportiva rispetto al passato. Però è chiaro che l’associazione in quanto tale non può non assu­ mere tale problema perché interro­ gata dai tempi e dall’esperienza


interna che sta crescendo in linea con lo Statuto; non perché in que­ sto momento si ponga per il C.S.I. un problema di sopravvivenza isti­ tuzionale, ma per offrire una ri­ sposta aggiornata, viva, vitale alle esigenze emergenti in coerenza con le sue finalità.

2. INTERROGATIVI Tutto questo insieme di proble­ mi interroga la nostra associazione in rapporto al tipo di proposta che ha finora offerto. La prima domanda è: - Possiamo ancora limitarci ad offrire una pro­ posta sportiva o dobbiamo offrire anche una serie di proposte e di servizi globali di tempo libero? E' evidente che una ipotesi affer­ mativa darebbe al C.S.I. la possi-

bilità di allargare e di rendere più completo il discorso e l’esperienza educativa e associativa che già con­ duce. L'ipotesi, però, potrebbe anche ridurre qualitativamente l’inciden­ za di ciò che stiamo realizzando e, nello stesso tempo, metterci nella situazione di dover offrire molte­ plici proposte associative di tempo libero in modo superficiale e ge­ nerico. Il problema, dunque, non è tan­ to della molteplicità delle proposte quanto piuttosto della loro qualità e quindi è un problema di compe­ tenza e di operatori specializzati, di adeguati servizi, di sostegni fi­ nanziari e di capacità alla base di sostenere e realizzare qualitativa­ mente tali molteplici esperienze. A questo riguardo è necessario chiederci se l'associazione, in que­

sto momento, è capace ed è in gra­ do di assumersi questo impegno. Il dato, comunque, è che il C.S.I. è già all’interno del fenomeno del tempo libero e quindi il problema del collegamento con il fenomeno e con le strutture e le esperienze che in esso si muovono, esiste o dovrebbe già esistere. D’altra parte abbiamo constatato che mano a mano che nel Paese le istituzioni sociali (quartieri, comuni, scuola...) incominciano ad offrire una prima risposta alla domanda di servizio sociale di tempo libero si tende a dare questa risposta in termine globale (e non quindi di solo sport) e coinvolgere, già dall’elaborazione e poi nella gestione, un’associazio­ ne come la nostra. SI potrebbe ipotizzare, allora, un altro tipo di prospettiva; quello cioè di non assumere direttamente come Associazione il carico di tutte le attività del tempo libero, ma di collegarci con chi queste attività extra-sportive già promuove ed or­ ganizza.

I tipi di collegamento potrebbero essere diversi: — di tipo tecnico, per usufruire di servizi tramite convenzioni con organismi specializzati (la risposta tecnica, però non esime da un im­ pegno qualitativo);

— di tipo che potremmo chia­ mare associativo senza prevedere fusioni con altri organismi (ciò si­ gnifica un collegamento e una col­ laborazione sulla qualità delle pro­ poste, delle iniziative, sul tipo di servizi, sulla qualificazione degli operatori e sul metodo della loro azione e richiede almeno la costi­ tuzione di organismi di coordina­ mento ai vari livelli). Sempre nell’àmbito della pro­ spettiva indicata, si potrebbe pen­ sare di lasciare che i processi di collegamento sorgano gradualmen­ te dalle esperienze di base con le strutture nazionali pronte a soste­ nere, indirizzare e coordinare le esigenze che maturano.

Osservazioni - A questo riguardo è opportuno analizzare come altre associazioni, simili alla nostra, ab­ biano assunto il problema e quali risposte abbiano dato. Alcuni esempi: — Le A.C.L.I. hanno una centra­ le di tempo libero (E.N.A.R.S.) con settori specifici con larga autono­ mia.

— Simile alle A.C.L.I. è l’E.N. D.A.S. (Ente nazionale democratico di azione sociale).

(segue a pag. 62) 59


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Specificità e limiti dell'esperienza trentennale del CSI e delta FARD i

Il Centro sportivo italiano è « ri­ nato » nel 1944 su iniziativa della Gio­ ventù Italiana di Azione Cattolica. Nato, infatti, nel 1906 era stato sciol­ to nel 1927 dal regime fascista e ['Azione Cattolica (che aveva subito tale scioglimento, insieme a quello del movimento scoutista), subito do­ po la liberazione di Roma ridiede vita alle cosiddette « Opere » cioè a quelle organizzazioni che erano come delle propaggini dell’Azione Cattolica in relazione a particolari settori di intervento e a particolari categorie di ragazzi, giovani e adulti. Tra le « Opere » — Centro Turistico Giova­ nile (CTG), Gioventù Studentesca (GS), Gioventù Operaia (GIOC), Gio­ ventù Rurale (GR), — era anche il CSI. Lo scopo delle « Opere » era chia­ ro: rendere un servizio alla gioventù che non era di Azione Cattolica at­ traverso a dei movimenti specializ­ zati, in sostituzione del vuoto lasciato dal fascismo e dalle sue organizza­ zioni giovanili. Ognuna delle « Opere », per la loro stessa natura, avevano dunque un campo specifico e ben delimitato di intervento. Così avvenne anche per il CSI al quale fu demandato il settore sportivo, intendendosi quello più am­ pio del tempo libero, con particolare riferimento al turismo, affidato al CTG. La FARI invece (Federazione Attività Ricreative italiana), anch’essa rinata nel dopoguerra dopo l’espe­ rienza di una analoga organizzazione denominata « Forza e Grazia », ab­ bracciò fin dall’inizio un campo più vasto di impegni nell’àmbito del tem­ po libero. La FARI era stata promos­ sa nel 1945 per offrire una proposta globale alle ragazze che, oltre allo sport, comprendeva anche il turismo,

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.il teatro, la musica, il folklore, an­ che se il settore di maggiore impegno è stato poi sempre lo sport. La dif­ ferenza dell’àmbito di impegno della FARI si spiega più con ragioni so­ ciali oggettive — la diversità della condizione femminile rispetto a quel­ la maschile, — che non in base a una precisa scelta operata dalla Gio­ ventù Femminile di Azione Cattolica. Il limite del campo di impegno — lo sport — il CSI allora non lo av­ vertì, sia perché la divisione per 19 NOVEMBRE 1944

Notiziario del

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CENTO) SPORTIVO ITALIANO Sport e_^ Apostolato

STATUTO DEL C. S. I.

ACCORDI col C.O.N.I.

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settori era ritenuta normale e posi­ tiva, sia perché il campo sportivo offrì alla nascente organizzazione le più ampie possibilità organizzative c di sviluppo. La base strutturale del resto era rimasta in piedi anche sotto il fascismo, in quanto nelle parrocchie si era c: 2“ continuato a organizzare at­ tività sportiva.

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Gli anni che seguirono la fine della guerra furono caratterizzati da un grande impegno di ricostru­ zione: il Paese aveva ritrovato la coscienza di se stesso in un clima di mobilitazione generale e la ri­ costruzione non riguardava soltanto le strutture e le infrastrutture civili, ma anche quelle associative e in par­ ticolare quelle cattoliche. Furono gli anni del grande sviluppo dell’Azione Cattolica Italiana e quindi delle sue Opere, nelle quali si impegnarono i giovani stessi di Azione Cattolica.

Il CSI dunque limitò il suo im­ pegno al campo sportivo. Anche se a livello di vita di gruppo si svilup-

1. La prima pagina di Stadium del 1908, a'.L allora organo della FASCI, predecessore del CSI. 2. I ginnasti della FASCI nel cortile di San Damaso, in Vaticano, per il Concorso ginnico nazionale del 1908. 3. Lo stemma FASCI. 4. Gruppo di ginnaste milanesi del 1923 affiliate a "Forza e Grazia”, l’organizzazione sportiva femminile cattolica da cui poi è nata la FARI. 5. Forse il primo numero di Stadium del dopoguerra. Reca la data del 19-11-1944. 6. Gruppo folcloristico della FARI al trentennio della Gioventù Femminile di Azione Cattolica nel 1948.

parano altri interessi, essi non fu­ rono né coordinati né sviluppati dal­ le strutture intermedie e di vertice. Né si possono chiamare attività di tempo libero in senso stretto quelle iniziative di vita associativa a carat­ tere estrasportivo che l’organizzazio­ ne suggeriva e favoriva per coprire le pause tra un’attività sportiva e l'altra: si trattava di iniziative « for­ mative » (riunioni su temi educativi e sportivi) o ricreative per cemen­ tare l’amicizia del gruppo.

Per la FARI l’esperienza è stata diversa: nata, come si è detto, per una proposta più ampia di tempo libero, l’Associazione femminile ha dovuto misurarsi con i problemi posti dalla condizione della donna nella società italiana. Infatti, per il settore spor­ tivo le difficoltà maggiori furono il superamento di una mentalità an­ corata al principio « donna-casa » e moralistica che non vedeva la donna sui campi sportivi e in abbigliamento di atleta. Un altro problema difficile è stato quello della formazione delle dirigenti: lo sport feminile era come è tuttora nelle Federazioni, diretto da uomini e questo anche per una certa abdicazione delle donne nell’ assunzione di responsabilità. La FARI invece voleva ad ogni costo dirigenti donne. C'era un po’ di spirito autar­ chico in questo, ma sembrava il pri­ mo passo per rompere il cerchio del­ l’emarginazione e dell’inferiorità fem­ minile in campo sportivo. Negli ultimi anni la FARI abban­ donò praticamente i vari settori del tempo libero per dedicarsi esclusi­ vamente allo sport. Varie circostanze concorsero a questo orientamento. Anzitutto l’esigenza crescente di spe­ cializzare i servizi offerti, e le limi­ tate risorse e possibilità della FARI non consentivano di sostenere un im­ pegno accentuato su vari fronti. In secondo luogo l’esigenza via via cre­ scente, espressa dalle ragazze e dalle famiglie, di svolgere attività miste (ragazzi e ragazze insieme) in molti settori del tempo libero: si pensi al teatro, al folklore, al turismo. La stesa esigenza oggi si manifesta an­ che nello sport, ma allora era ancora poco avvertita. Infine, permaneva in campo cattolico la coesistenza di varie organizzazioni specializzate alle quali la FARI cedette gradualmente, per così dire, parte del suo impegno originario, per potersi dedicare sem­ pre più espressamente allo sport.

CSI e FARI, dunque, pur partiti diversamente, hanno visto le loro stra­ de congiungersi a un dato momento della loro storia. Oggi che formano un’unica associazione si trovano di fronte allo stesso problema, doman­ dandosi se oltre lo sport debbano aprirsi anche alle attività del tem­ po libero.

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(segue da pag. 59)

— L’A.I.C.S., invece, ultimamen­ te si è trasformata da associazione sportiva in associazione di tempo libero.

— L’U.I.S.P., ad un certo punto, si è collegata con l’A.R.C.I. forman­ do una centrale di tempo libero, conservando la propria identità sportiva, ma nello stesso tempo col­ legandosi strettamente all’A.R.C.I. con vari organismi e strumenti di coordinamento.

3. PROBLEMI PARTICOLARI In questo àmbito è evidente che non abbiamo dei problemi operativi chiari. Essi emergeranno in rap­ porto al tipo di scelta che si farà. Ad esempio: una trasformazione esigerebbe una immediata ristrut­ turazione dei servizi di base e na­ zionali. Analogo discorso si dovreb­ be fare per le eventuali scelte di collegamento.

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IL CAMPO DI IMPEGNO DELLA SOCIETÀ' SPORTIVA L’ambiente in cui la vostra società sportiva opera manifesta, oltre quelle sportive, anche esigenze più ampie di attività che " riguardano il tempo libero? Vi sono gruppi e associazioni che operano nell’àmbito del tempo libero? Che tipo di iniziative svol­ gono? A

La vostra società ha mai avvertito l’insufficienza di limitare il proprio intervento alle attività sportive? Si è mai interessata " alle attività più ampie del tempo libero, per i propri iscritti o per la popolazione della zona? Se no, perché? Se sì, come valuta tale tipo di esperienza?

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Se si ritiene, comunque, che il problema del tempo libero esista nell’ambiente, accanto e a integrazione di quello spor" tivo, come pensa di dover intervenire la vostra società spor­ tiva? In proprio o in collegamento con altri gruppi ed enti che già operano in tale àmbito? Per quali motivi si dà la preferenza all’una o all’altra soluzione? Quali sarebbero i prò e i contro?

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L'impegno associazionistico e il servizio sportivo sociale 1. ENUNCIAZIONE DEL PROBLEMA Basta leggere il primo articolo dello statuto per rendersi conto che il CSI intende raggiungere i propri scopi educativi attraverso un’attività sportiva associazionisti­ ca, condotta cioè insieme, sperimen­ tata e vissuta comunitariamente. La discussione associativa è una costante nella storia del CSI e del­ la FARI prima dell’unificazione: lo statuto attuale la accentua soprat­ tutto là dove afferma il ruolo asso­ ciativo della società sportiva (arti­ colo 1) e dove dedica alle caratte­ ristiche dell’associazionismo di ba­ se gli articoli iniziali (artt. 3-7) sul modo di vivere l’esperienza comu­ nitaria. E’ su questa vita della società sportiva, del resto, che, in fase di elaborazione dello statuto si pun­ tava soprattutto per rinnovare le due associazioni, che si stavano uni­ ficando, sulla spinta della contestazione giovanile del '68 e in prò-

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secuzione dei fermenti nati dal Concilio. Però, accanto a questa chiara di­ mensione associazionistica, è sem­ pre esistito un impegno di servizio alla realtà più ampia. Ciò è possi­ bile verificarlo da un’analisi dell’ esperienza passata dove vi era for­ temente presente l’attenzione alla dimensione sociale del fatto spor­ tivo, dimensione di servizio d'al­ tronde chiaramente sottolineata an­ che nell’attuale statuto. Infatti nell’art. 1 si dice: « Il CSI... opera affinché lo sport sia riconosciuto come diritto sociale e vengano istituiti i servizi pubblici relativi... », c nell’art. 4 viene ripre­ so tale concetto a livello di socie­ tà sportiva. D’altronde, negli anni in cui si stava elaborando la proposta sta­ tutaria, l’associazione era impegna­ ta in misura considerevole nell'at­ tività dei Centri di formazione ed invitava le società sportive ad of­ frire un servizio ai « giovanissimi ». Inoltre, proprio in quel periodo,

gli enti di promozione sportiva, ini­ ziavano e lanciavano in Italia un discorso di sport sociale. Per sport sociale si intendeva, e si intende ancora oggi, la generalizzazione del­ la pratica sportiva (aperta a tutti, per tutte le età, le categorie socia­ li, che non seleziona fra i più do­ tati e meno dotati...) e la creazione di adeguati servizi gestiti direttamente dalle persone a cui è diret­ to il servizio. Per sostenere questo discorso e per creare situazioni di fatto che stimolassero gli enti locali ad assu­ mersi la responsabilità dello sport sociale, la nostra associazione si è impegnata in modo particolare nel­ l'organizzazione dei centri di for­ mazione. Solo in un secondo mo­ mento si è compreso che la dimen­ sione del « servizio » comprendeva anche i giovani adulti e gli adulti c ci si è cominciati a muovere in questa direzione, anche se nell’e­ sperienza del CSI non era assente, con caratteristiche però diverse, un servizio per i più grandi, cioè l'A.R. (attività ricreativa).


Ma lo sforzo principale è stato fatto verso i centri di formazione. Sulla spinta iniziale del CONI, che è stato il promotore di tale ser­ vizio, il CSI ha ripreso l’iniziativa e l'ha lanciata tale e quale al suo interno. Successivamente, alla lu­ ce del nuovo discorso sullo sport sociale e in coerenza alle rinnovate scelte educative, l’esperienza dei centri è stata sottoposta ad una re­ visione critica che ci ha permesso di individuare, fino a questo pun­ to, solo le prospettive generiche di una sua trasformazione a livel­ lo di linee pedagogiche e di ade­ guati strumenti e servizi di soste­ gno. Oggi, ci pare di poter dire che ci troviamo di fronte a questa situazione: da una parte una dif­ ficoltà oggettiva di elaborare una precisa linea pedagogica, di forma­ re e di disporre di operatori spor­ tivi competenti dall'altra una do­ manda sportiva di base, popolare e crescente, da noi stessi sollecita­ ta, che, in carenza di una risposta pubblica, ci sta interrogando for­ temente. Ciò anche là dove l’ente locale si è mosso coinvolgendo tut-

te le forze interessate a gestire si­ mili iniziative. A questo punto il problema sta esplodendo e si av­ verte chiaramente che è molto dif­ ficile, così come oggi siamo strut­ turati, rispondere con adeguatezza alla dimensione associazionistica che ci caratterizza e a quella del servizio sociale che ci interpella, e nello stesso tempo far fronte alla ricerca di contenuti nuovi, di strutture, di operatori e di costi.

2. INTERROGATIVI Gli interrogativi che a questo riguardo si stanno ponendo, pos­ sono essere sintetizzati in un’unica domanda: — Dobbiamo continua­ re a dare una nostra autonoma ri­ sposta alla crescente richiesta po­ polare di sport sociale aumentan­ do il nostro impegno nei Centri di formazione e nelle attività per gli adulti, col rischio di esaurire il lavoro del CSI in questo servizio a danno dell’impegno verso le società sportive, ossia dell’impegno associativo?

La copertina dell’opuscolo per le attività "Ju-sport” per i gruppi sportivi delle Associazioni Juniores di Azione Cattolica.

UFFICIO CENTRALE JUNIORES CENTRO SPORTIVO ITALIANO

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E’ evidente che optare per il campo del « servizio » trascurando l’esperienza sportivo-comunitaria delle società sportive significhereb­ be trasformare radicalmente la na­ tura del CSI che si fonda sulla scelta di essere un « movimento sportivo », cioè un insieme di per­ sone che liberamente si associano per fare un’esperienza umana nello sport, secondo una linea che esse stesse determinano e che individua­ no come più rispondente alle loro esigenze di crescita e più signifi­ cativa per stimolare condizioni di vita sociale più umane. Infatti, l’esperienza ci dice che sia i Centri di formazione sia l’at­ tività degli adulti non riescono a realizzare una continuità e una pie­ nezza di vita comunitaria, associa­ tiva. I Centri, a parte l’occasione di incontro che propongono ai ragazzi più piccoli e il loro costituirsi co­ me luogo di partecipazione sociale al fatto sportivo, delle famiglie, per la loro caratterizzazione di « scuo­ la » e per l’età a cui si rivolgono difficilmente possono essere espres­ sione di esperienza associativa. Anche l’attività per gli adulti può difficilmente costituire un fat­ to associazionistico, in quanto lo sport non può rappresentare il mo­ tivo di un impegno esclusivo e con­ tinuativo, ma semmai un momen­ to di particolare esperienza all’in­ terno di un discorso più ampio di tempo libero. A questo punto risulta chiaro che le due « anime » del CSI, quel­ la associazionistica e quella del ser­ vizio sociale, coesistono e probabil­ mente continueranno a coesistere. Una situazione del genere deve però farci valutare tutte le diffi­ coltà collegate a tale compresenza, nell’ipotesi in cui si ritenesse che non è necessario operare una scelta drastica fra l’associazionismo e il servizio sociale, in quanto si po­ trebbe continuare ad operare sui due fronti. L’esperienza recente, soprattutto quella relativa ai Cen­ tri di formazione, impone alcune riflessioni al riguardo. La prima è che appare difficile riuscire a portare avanti contempo ­ raneamente le due esperienze: il rischio è di non curare seriamente né l'una né l’altra in quanto am­ bedue richiedono competenza, or­ ganizzazione, strutture solide e ser­ vizi adeguati che la nostra associa­ zione non è forse in grado di ga­ rantire. La seconda osservazione si ri­ collega al ruolo del CSI nel con­

segue a pag. 66)

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Dallo sport nella scuola ai centri di formazione Qui vogliamo ricordare quelle atti­ vità di « servizio sportivo sociale » che il CSI e la FARI hanno svolto dal dopoguerra ad oggi accanto e a completamento delle primarie e normali attività associative realizzate nelle società sportive. Anche con que­ ste. infatti, si intendeva e s’intende ancor oggi offrire un servizio ai giovani, ma quando distinguiamo tra « attività associative » e « attività di servizio » facciamo riferimento al con­ cetto di «servizio sportivo sociale» definito negli ultimi tempi e che ci ha portato a impegnarci in partico­ lari iniziative a carattere promozionale-sociale. come quelle dei « cen­ tri di formazione » e le altre rivolte agli adulti. All’inizio della loro esperienza, nell’immediato dopoguerra, CSI e FARI, avendo già chiara la coscienza del « servizio sociale » offerto ai giovani italiani mediante la loro stessa isti­ tuzione e la loro « apertura » a tutti, non solo ai cattolici, chiamarono at­ tività di servizio quella organizzata espressamente per i ragazzi e le ra­ gazze dell’Azione Cattolica maschile e femminile. Il CSI in particolare diede a queste attività di servizio uno sviluppo particolare sotto il no­ me di « Jusport » e « Udasport » ri­ spettivamente per gli Juniores e gli Aspiranti di A.C. Esse si tradussero anche in una forma organizzativa strutturata: i « gruppi sportivi » del­ le Associazioni di A.C., distinti dalle « Unioni sportive » che sorgevano e operavano nei più vari ambienti, co­ me oggi le società sportive. Questa iniziativa portò un notevo­ le incremento di affiliazioni al CSI che in quel periodo (1952-53) vide le sue società raddoppiate, da 2.000 a 4.000 unità. L'Udasport, formula che faceva perno sugli Uffici Diocesani Aspiranti, rappresentava anche l’in­ tervento rivolto al settore dei più giovani, dei ragazzi, diremmo l’atti­ vità promozionale per eccellenza, quel­ la che poi negli anni Sessanta si è trasformata nel più vasto impegno prima dell’attività « Arcobaleno sport » e poi « attività giovanissimi ». Attività di servizio nel senso più specifico dato oggi il termine fu quella studentesca, nata anch’essa all'inizio degli anni Cinquanta attra­ verso un accordo CSI-Ministero del­ la Pubblica Istruzione per lo svol­ gimento dei Campionati studenteschi organizzati su base provinciale diret­ tamente dal CSI. Il Ministero allora aveva « comandato », cioè distaccato

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1949 presso il CSI, un ispettore di edu­ cazione fisica che collaborava diret­ tamente con il nostro vertice nazio­ nale. L'iniziativa subì una riduzione nel 1954 per un accordo diretto del Ministero con il CONI (corsi e ri­ corsi storici!) in base al quale il CONI si assume l’impegno (circa un miliardo l’anno) sia di costruire in ogni provincia un’attrezzatura sporti­ va di atletica leggera (i famosi "cam­ pi scuola”), sia di elargire contributi diretti agli insegnanti di educazione fisica impegnati nei gruppi sportivi studenteschi che facevano capo all' Ispettorato di Educazione Fisica. Da allora il CSI e la FARI limitarono il loro « servizio » alla sola organizza­ zione delle manifestazioni a carattere nazionale: i Criterium studenteschi della neve e di atletica leggera (in totale quindici manifestazioni) che le nostre presidenze nazionali hanno or­ ganizzato fino al 1973 in collaborazio­ ne con i Comitati provinciali. Un terzo impegno di servizio è

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2 stato ed è tuttora quello dei Centri di formazione. I primi furono costi­ tuiti dal CONI nel 1964, per iniziati­ va del suo segretario generale di al­ lora, il dott. Mario Saini. Avevano uno scopo essenzialmente tecnico: avviare per tempo all’attività ago­ nistica una selezionata schiera di pro­ mettenti giovanissimi. I primi Centri furono di nuoto e poi, via via, venne­ ro altre discipline sportive. Il CSI e la FARI aprirono in proprio dei Cen­ tri un po’ di tempo dopo, quando il CONI distinse il proprio intervento diretto tramite i « Centri di Addestra­ mento CONI » e quello indiretto me­ diante i « Centri Olimpia » degli Enti di promozione sportiva. Ma la distin­ zione era quasi esclusivamente orga­ nizzativa: i programmi e gli intenti erano sostanzialmente gli stessi. A po­ co a poco, però, accanto ai « Centri Olimpia » si svilupparono nel CSI c nella FARI altri tipi di Centri a ca­ rattere più schiettamente promozio­ nale e non legati rigidamente ai prò-

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1. Campionato Nazionale Studentesco di Corsa campestre organizzato dal CSI a Brindisi nel 1947. 2. L’opuscolo dei Campionati Studenteschi del 1949, organizzati per la prima volta dal CSI c dalla FARI insieme. 3. Criterium studenteschi femminili del 1962 promossi dal Ministero P.I. e organizzati dalla FARI.

grammi dei Centri CONI. Fu a que­ sto punto che i vertici nazionali CSI e FARI, che fino ad allora ave­ vano dedicato una relativa attenzione ai Centri, cominciarono a coordinare le attività cercando di adeguarle sem­ pre meglio alle attività promozionali dei nostri Enti. Un ulteriore elemen­ to di chiarificazione fu rappresenta­ to dalla decisione del CONI di libe­ ralizzare totalmente le attività dei Centri, affidandone l’organizzazione alle Federazioni, agli Enti di promo­ zione, alla Scuola, agli Enti Locali, libero ciascuno di regolarli secondo le rispettive finalità. Nel frattempo

gli Enti di promozione sportiva ave­ vano già acquistato e sviluppato il discorso dello sport servizio sociale e i Centri da loro organizzati furono e sono ancora oggi considerati come le iniziative di punta nel quadro della pratica sportiva socialmente intesa. Un quarto tipo di impegno di ser­ vizio è stato quello dei Giochi della Gioventù, iniziativa che ha fatto e fa discutere molto per le contraddizioni che ci sono state e ci sono tuttora. I Giochi sono stati pensati dal CONI in un momento in cui da una parte il CONI stesso era preoccupato dalla scarsità qualitativa e quantitativa de­ gli atleti nazionali (Olimpiadi di Cit­ tà del Messico, 1968) ed anche dalla necessità di impegnare socialmente i maggiori proventi derivatigli dalla legge fifty-fifty; d’altra parte in Ita­ lia si andava prendendo coscienza del­ le esigenze di uno sport per tutti, in seguito anche alla raccomandazio­ ne in tal senso del Consiglio d'Europa. I Giochi, promossi dal CONI e or­ ganizzati insieme agli Enti di pro­ mozione sportiva e alla Scuola, co­ stituivano anche un tentativo di crea­ re, con una nuova attività sportiva, un nuovo tipo di gestione, in cui tutte le forze interessate avrebbero dovuto uscire dagli schemi tradizionali per collaborare e costruire insieme una nuova esperienza di sport accessibile a tutti i ragazzi e modellato sulle esi­ genze e sulle realtà locali. Il tentati­ vo è rimasto in gran parte tale sia perche le forze sportive non hanno trovato il coraggio di aprirsi a nuo­ ve forme di impegno e di collabora­ zione, sia perché, a parte la buona volontà di alcuni Comuni, gli enti pubblici e lo Stato in particolare non hanno còlto l’occasione offerta dai Giochi per iniziare un nuovo processo di attività sportiva di mas­ sa, sorretto da una adeguata rete di servizi sportivi pubblici. L’ano scorso, in seguito a un ac­ cordo diretto CONI-Ministero (ricor­ dare quello del 1954!), gli Enti di pro­ mozione sportiva sono stati esclusi dalla gestione dei Giochi, travisando­ ne ancora di più l’idea e gli intenti originari. Attualmente il dialogo è di nuovo aperto e si spera in un rilan­ ciò concordato dell’iniziativa che, al di là delle attività sportive, dei risul­ tati immediati e del numero di ragaz­ zi che riesce a raggiungere, conserva un alto valore simbolico, di stimolo e di orientamento per lo sviluppo di un’attività sportiva di massa.

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(segue da pag. 63)

testo sociale. Il servizio sportivo sociale compete chiaramente allo Stato e seppure ciò non significa che lo Stato debba gestirlo in pro­ prio, è difficile ammettere che un’ associazione privata come il CSI possa subentrargli totalmente. Po­ trebbe, e dovrebbe anche, parteci­ pare alla gestione, ma avrebbe bi­ sogno del sostegno pubblico in re­ lazione a certi servizi che lo Stato dovrebbe comunque garantire. • Per i Centri poi, il discorso si intreccia con quello della scuola, poiché è -difficile pensare che alme­ no fino ai dieci anni non debba essere la scuola a curare l’educa­ zione motoria di base degli alunni. Di conseguenza il CSI deve do­ mandarsi se non debba ridurre il proprio campo d'impegno diretto e specifico a quelle età in cui il ra­ gazzo, acquistando una prima con­ sapevolezza e autonomia, è capace ed ha il diritto di iniziare una libe­ ra esperienza associativa (verso gli undici-dodici anni, cioè nell’età del­ la preadolescenza). Le stesse riflessioni valgono in linea generale anche per gli adulti, ma in forma più blanda, meno preoccupante e meno pressante di quanto non si stia già sperimentan ­ do per i Centri di formazione. Se le riflessioni in teoria sono pertinenti, la realtà ci mostra tut­ tavia una situazione di assoluta ca­ renza di questi servizi sportivi so­ ciali da parte della scuola e degli enti locali. E ciò pone il problema della supplenza. Accogliendo l’ipotesi della sup­ plenza avremmo comunque contri­ buito a chiarire almeno in parte il problema. Sapremmo, nell’affrontare tale tipo di « servizio », di svolgere un intervento limitato nel­ la qualità, nella quantità e nella durata. Pur garantendo una fon­ damentale serietà, potremmo limi­ tarci a intervenire dove, come e quando vediamo che ciò è realmen­ te possibile. In tale prospettiva, dovremmo allora definire che tipo di supplen­ za svolgere ed entro quali limiti. Quanto al tipo, è importante che l’esperienza sia attuata in collega­ mento con quelle istituzioni cui spetta in via primaria lo svolgi­ mento del servizio sociale, e sia caratterizzata da una gestione de­ mocratica. Anche qualora l'espe­ rienza realizzata in collaborazione non fosse possibile, non si può ri­ nunciare a lottare perché il ser­ vizio sia attuato da chi di dovere. I limiti di una esperienza di sup­ plenza possono essere di vario or-

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dine. Sul piano associativo occorrerebbe fare attenzione a che l'at­ tività di servizio non giunga a dan­ neggiare quella ordinaria delle so­ cietà sportive. In ordine ai conte­ nuti, mentre è comunque indispen­ sabile la serietà dell’esperienza e quindi anche la necessità di una competenza scientifica e pratica, occorrerà però avere chiara la co­ scienza che non siamo in grado di far fronte a tutto da soli e che non possiamo prescindere dall’interven­ to pubblico. La stessa cosa vale per la preparazione degli operatori. Sul piano finanziario, infine, i li­ miti di una supplenza dovrebbero farci evitare due rischi: quello di esaurire in essa le nostre risorse economiche o l’altro di aumentare oltre un certo limite i prezzi così da annullare il concetto stesso del servizio sociale che si vuole of­ frire. In sintesi, le cose su cui l’asso­ ciazione in questo momento do­ vrebbe riflettere sono le seguenti: — se le attività di « servizio so­ ciale » come i Centri rischiano di limitare o di compromettere il no­ stro impegno « associativo » (ciò non soltanto là dove i Centri si stanno organizzando, ma anche in prospettiva e in senso più gene­ rale);

— se l’ipotesi di una supplenza è corretta e realizzabile; — in tale ipotesi, come realiz­ zare la supplenza.

Osservazioni - Probabilmente nes­ sun altro ente di promozione spor­ tiva si è trovato di fronte a que­ sto problema negli stessi termini

dei Centro Sportivo Italiano in quanto, pur avendo tutti affrontato il problema dei Centri, non aveva­ no alle spalle la preoccupazione di un discorso associativo come il no­ stro. In alcuni enti si è avvertito un problema inverso. Ad esempio 1' UISP, partito decisamente in anti­ cipo su tutti con i Centri, oggi av­ verte i limiti di tale esperienza difficilmente collegabile con l’espe­ rienza associativa e quindi alquan­ to precaria dal punto di vista edu­ cativo, umano e sociale.

3. PROBLEMI PARTICOLARI Nell’ipotesi che comunque il CSI continui a interessarsi ancora dei Centri, sia pure in linea di supplen­ za, i problemi particolari che si pongono sono i seguenti:

— a livello di finalità e di con­ tenuti: - come caratterizzare questo « servizio » eminentemente sociale (quindi aperto a tutti e spesso svol­ to anche in collaborazione con al­ tri) in maniera tale che il CSI con­ servi la propria identità e conservi l'impronta dei motivi di fondo che lo ispirano in tutta la sua attività; - direttamente collegata con questa è la scelta degli indirizzi educativi di fondo sui quali basare la scelta delle attività e dei metodi di svol­ gimento; - infine quali strumenti sono necessari per l’approfondi­ mento anche scientifico dei conte­ nuti.

— a livello di strutture: - a chi spetta organizzare i Centri, se alle Società sportive o ai Consigli pro­


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LA VITA DI GROPPO E IL SERVIZIO SPORTIVO SOCIALE OFFERTO A TURI Tradizionalmente il C.S.I. attua il proprio impegno educativo chiamando i ragazzi a vivere un'esperienza associativa nella "■ società sportiva. Negli ultimi anni, la crescente domanda sportiva popolare ha spinto ad attuare servizi sportivi di carattere sociale, cioè ad offrire ai ragazzi (mediante i Centri di formazione) e agli adulti (mediante varie forme di attività ricreativa) strumenti e occasioni per avvicinarsi allo sport anche senza vivere una vera e propria vita di gruppo. La vostra società sportiva ha mai offerto questo tipo di servizio sportivo? Ci ha mai pensato? Se no, perché? Perché non esiste una specifica domanda in tal senso? Perché la società non crede nell'utilità di tale servizio e preferisce l’esperienza sportiva as­ sociativa?

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vinciali, e comunque come risol­ vere il problema di un necessario coordinamento; - come realizzare un buon coordinamento delle varie esperienze sul piano nazionale e quale tipo di sostegno offrire da parte del centro nazionale; - come collegare le nostre esperienze con le strutture sociali cui spetta in via primaria di organizzare tale tipo di servizio (scuola, comuni); - che tipo di collegamento realizzare con gli altri enti di promozione sporti­ va, per i contenuti e per la ge­ stione. — a livello di operatori: - per questo tipo di esperienza è ancora valido il volontarismo o bisogna far ricorso alla professionalità?; - possiamo da soli far fronte alla preparazione degli operatori? In che modo? — a livello di sussidi: - come provvedere alla indispensabile pub­ blicazione e diffusione di sussidi particolari per questo tipo di espe­ rienza, tenendo presenti i contenuti e i metodi di essa?

Anche se il problema del servi­ zio agli adulti si presenta attual­ mente in forme meno preoccupan­ ti, occorre riflettere anche su ciò che già realizziamo in questo cam­ po e sugli orientamenti per il futu­ ro. L’attuale « Attività Ricreativa » (A.R.) appare sporadica e viziata da vari aspetti equivoci. Come mi­ gliorare e qualificare il nostro im­ pegno in questo settore, ipotizzan­ do un tipo di servizio più organico, continuato e aderente alle effettive esigenze sociali delle categorie in­ teressate?

Q Se la società sportiva si è posta il problema degli « altri » / che non fanno sport e che vorrebbero farlo, che tipo di risposta “““ ha dato? Ha istituito un centro di formazione per i più giovani e ha organizzato iniziative sportivo-ricreative per gli adulti, o ha preferito ampliare le attività della società, chiamando giovanissimi e adulti a partecipare alla vita di gruppo?

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Se esiste il Centro di formazione, come è caratterizzato? E’ concepito come un’attività di « leva » per l’immissione di nuo" vi elementi nelle attività sportive più impegnative della socie­ tà, o invece come un vero e proprio servizio sociale tendente a dare una formazione sportiva a tutti coloro che lo frequentano?

L’organizzazione del Centro di formazione ha sollevato pro­ blemi organizzativi, di gestione, politici, o problemi tecnico" scientifici (connessi con l’esigenza di disporre di operatori qualificati) che la vostra società sportiva non è stata in grado di risolvere? E’ stata avvertita l’esigenza di un aiuto associativo a livello di consiglio provinciale? E se il Centro è stato organizzato dal Consiglio provinciale, si sono avute difficoltà nel collegare i ragazzi del Centro con la vostra società sportiva. fl li

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Al di là delle esperienze realizzate o meno, la vostra società sportiva ritiene che un Centro di formazione rappresenti un " esigenza che va soddisfatta? Se sì, a chi spetta realizzarlo? Alla società sportiva, al Consiglio provinciale o ad altri (scuola, comune...) ? Se si ritiene che questo intervento (che si usa specificamente denominare « servizio sportivo sociale ») non spetti al C.S.I., ’ come ritiene la società sportiva che esso venga attuato? Con un’azione politica rivolta verso la Scuola o l’Ente locale? Ritiene comunque di dover partecipare in qualche modo alla gestione di tale servizio? E nel frattempo, ritiene di dover intervenire « in linea di supplenza »?

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Li Nell’ambiente ci sono anche ragazzi di maggiore età che, S k Pur desiderando praticare una certa attività sportiva, non in" tendono farlo in modo continuativo aderendo ad una esperien­ za associativa? La società sportiva se ne preoccupa? In che modo? n Q

La società sportiva ha mai avvertito il problema di un’attività sportiva per gli adulti? Esiste una domanda? Che tipo di ri" sposta ha offerto o potrebbe offrire?

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Lo sport tradizionale e la p oposta alternativa 1. ENUNCIAZIONE DEL PROBLEMA II concetto tradizionale di sport negli ultimi dieci anni ha subito una profonda crisi. Vediamo per­ ché e come è avvenuto. L’unica attività fino a igri defi­ nita sportiva, quella olimpica, era nata per un verso da una conce­ zione idealizzata dell'uomo (De Coubertin che si rifà agli ideali e ai modelli classici) e per l’altro fu l’espressione della cultura e del sistema di vita della classe domi­ nante alla fine dell’ottocento, cioè la borghesia. Non si trattava quin­ di di uno sport nato e sviluppatosi dalle esigenze e aspirazioni degli uomini di quel tempo, comunque non certo dalle classi popolari, ma di uno sport in parte prefabbricato a tavolino e in parte elaborato e praticamente imposto a tutti dalla classe dominante. Insieme al tipo di sport furono imposti anche i va­ lori di cui era portatore, cioè lo sport divenne subito uno « stru­ mento » del sistema. La strumenta­ lizzazione più vistosa la fece il fa­ scismo che esaltò al massimo certi valori già insiti nello sport (la su­ premazia fisico-estetica individua­ listica, l’agonismo e la vittoria, il prestigio, il divismo...) e vi aggiun­ se quelli propri del regime (la su­ periorità di razza, il nazionalismo, la finalizzazione alla guerra). La società italiana del dopoguer­ ra, per quanto riguarda lo sport, accettò praticamente l’eredità fa­ scista senza sottoporla a nessun vaglio critico sostanziale, anzi con­ tribuì per proprio conto a portare all'esasperazione le caratteristiche tecnico-agonistiche, divistiche, spet­ tacolari e commerciali che già lo sport aveva acquisito in notevole grado e che si accordavano perfet­ tamente con i valori preminente in una società tutta protesa all’opera di « ricostruzione » e avviata verso il boom economico. A metà degli anni Sessanta, la stessa società è entrata a sua volta in crisi, cominciando a interrogarsi sul significato, sugli scopi e sulle conseguenze di un sistema di vita fondato sull'industria, sulla tecno­ logia e sul consumismo.

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In un primo momento la crisi ha toccato soltanto marginalmente 10 sport (non solo in Italia, ma in tutto il mondo). Solo sparute mi­ noranze hanno cercato di estende­ re la contestazione globale al fatto sportivo. In Italia tali minoranze sono state rappresentate e guidate dagli Enti di promozione sportiva, o al­ meno da quelli fra essi più attenti e sensibili alle esigenze e alle aspi­ razioni dell’uomo, ai problemi con­ nessi con la sua più completa ma­ turazione, con la sua liberazione personale e comunitaria. Il C.S.I. e la FARI, pur collegan­ dosi all’azione unitaria degli Enti di promozione sportiva, hanno per­ corso in questo senso un proprio originale cammino. Quale critica ha mosso il CSIFARI allo sport tradizionale? Contestavamo, e contestiamo, al­ cuni valori e contenuti e l'assen­ za di altri ritenuti importanti so­ prattutto per l’uomo e la società d’oggi. I principali valori contestati so­ no: - {'agonismo come scopo ultimo dell’attività sportiva, con la sua conseguente esasperazione ed edu­ cazione alla concorrenza, alla vio­ lenza, alla sopraffazione elevate a sistema di vita; - il tecnicismo, 1’ uomo macchina, l’uomo robot, che vale per ciò che sa fare e produce non per quello che è, per le sue capacità di « adattamento » non per le sue capacità di prendere co­ scienza e di determinare responsa­ bilmente il proprio comportamen­ to; - la selettività, la discriminazio­ ne tra più dotati e meno dotati e 11 privilegio di sapore « razzistico » nei confronti dei primi; - {'interes­ se, lo sport asservito al consegui­ mento di un preciso interesse ago­ nistico e non invece finalizzato allo sviluppo integrale della persona; - lo spettacolo cioè lo sport che sempre sulla scia dell’interesse, da esperienza personale e collettiva si trasforma in fenomeno da baracco­ ne; - il consumismo, lo sport da « usare » non da « vivere », da ve­ dere o anche da praticare perché « è di moda » e poi da buttare; e così di seguito. I nuovi valori ricercati e messi in evidenza: - la democrazia, con-

tro l'autoritarismo e il verticismo; - la partecipazione, contro l'auto­ matismo, la passività e il consumi­ smo; - la creatività, contro la su­ pina accettazione di tecniche, for­ mule e regole fissate da altri e una volta per sempre; - la pratica ge­ neralizzata contro la selettività, il privilegio, il divismo; - e cosi di seguito. Da queste premesse abbiamo pre­ so le mosse per ricercare il cosid­ detto « sport alternativo » tale cioè che, in coerenza con i princìpi cui ci ispiriamo e con gli scopi educa­ tivi che vogliamo perseguire, fa­ vorisce il maturare di uomini e di comunità più liberi, più consape­ voli, più giusti, più rispettosi gli uni verso gli altri, più solidali ecc.

Il nostro tentativo, nei sui aspet­ ti essenziali, si può riassumere co­ sì: — abbiamo cercato di dare il massimo spazio di responsabilità e di azione alla società sportiva perché avesse la possibilità di svi­ luppare per proprio conto una cri­ tica al modo tradizionale di inten­ dere e praticare lo sport e di in­ ventare un proprio modo di fare esperienza sportiva;

— sulla scorta delle indicazioni congressuali, abbiamo modificato i programmi sportivi per eliminare , certi rigidi schematismi che impli­ cavano l’esaltazione dei valori con­ testati e contemporaneamente per favorire la libera sperimentazione di modi e formule nuove di attivi­ tà sportive, atte a far emergere il lato umano dell'esperienza sotto la rigidità tecnica, burocratica e l'as­ sillo agonistico. Aperti questi spazi e queste pro­ spettive, abbiamo insistito sul re­ cupero della dimensione ludica (cioè deH’elcmento « gioco »), quasi j scomparsa nello sport tradiziona­ le e ritenuta invece essenziale per una libera e creativa formazione della personalità. Inoltre abbiamo cercato di valorizzare concretamen­ te tutte quelle occasioni di gestio­ ne democratica che lo Statuto in- i dica affinché ciascuna struttura, dalla società sportiva al congresso nazionale, fosse in grado di elabo­ rare quella proposta sportiva rite-


nuta più confacente alle proprie esigenze, possibilità e aspirazioni. Questa è stata la prima fase, che grosso modo ci ha impegnato dal 1971 al 1,973. Più recentemente sia­ mo giunti alla elaborazione di una proposta organica di attività spor­ tiva che tenesse presenti le esigen­ ze psico-fisiche e sociali dei sog­ getti nelle varie età, sempre in re­ lazione ai nuovi valori individuati. Tale proposta è quella articolata nell'« itinerario sportivo-educativo » delle tre « fasce » che costituisce il programma sportivo dell'Associazione (vedi prima parte del pre­ sente numero di Stadium). Nella ricerca di uno « sport al­ ternativo » o di « un modo alter­ nativo di fare sport » siamo arrivati a questo punto: alla elaborazione per sommi capi di una linea orga-

nica di impegno sportivo-educati­ vo. Ma proprio qui nasce il proble­ ma affidato alla riflessione dei con­ gressi locali e poi di quello nazio­ nale. Ci troviamo infatti in una fase di ricerca appena avviata che ci prospetta molti interrogativi per rispondere ai quali possiamo con­ tare su una esperienza molto scar­ sa e spesso contraddittoria. Abbia­ mo inoltre una realtà associativa fortemente condizionata dallo sport tradizionalmente inteso, spesso di­ visa su posizioni contrastanti e co­ munque incerta sulle prospettive future. Dal momento che appare assur­ do, oltreché molto pericoloso, pro­ cedere su due strade divergenti, è urgente che l’Associazione verifi­ chi il proprio orientamento e fac-

Nel 1961-62 il CSI compì un importante scelta di carattere promozionale, intensi­ ficando il proprio impegno verso i preadolescenti. L’attività loro riservata si denominò dapprima « Arcobaleno sport » e poi « Attività giovanissimi ».

ARC

ENO A tutti i ra­ gazzi piace correre, salta­ re, giocare: pe­ rò, è molto più bello e più ap­ passionante correre, saltare e giocare « bene », cioé in modo che il nostro corpo possa ricever­ ne tutti i be­ nefici e la no­ stra coscienza si alieni alla disciplina, al rispetto delle regole, alla lealtà, alla ge­ nerosità ai sa­ crificio. Tulio questo signifi­ ca fare «.ben»'» dello sport

eia delle scelte precise, esprima cioè una volontà politica chiara sulla strada da seguire in ordine all’attività sportiva associativa. Osservazioni - Il disagio che na­ sce dalla messa in crisi dello sport tradizionale è avvertito anche dalla Scuola, dagli Enti locali, dal li­ bero associazionismo sportivo e di tempo libero, dalle forze sindacali e politiche. Quella che era una cri­ tica minoritaria si sta generalizzan­ do ed oggi è lo stesso contesto socio-sportivo che ci interpella, at­ tende da noi un contributo e un modello, aumentando la nostra re­ sponsabilità in proposito.

2. INTERROGATIVI II primo e fondamentale interro­ gativo è a livello di espressione di chiara volontà politica, e cioè se l'Associazione intende veramente procedere sulla strada di una ri­ cerca effettiva di un modo alter­ nativo di fare sport, esprimendosi sulla validità o meno degli orien­ tamenti di carattere generale con­ tenuti nell’itinerario sportivo-edu­ cativo che costituisce il programma attuale dell’attività sportiva CSIFARI. E’ evidente che una risposta ne­ gativa significherebbe ritornare nel­ l'alveo tradizionale, cioè a fare più o meno ciò che abbiamo appena smesso di fare, senza peraltro poter dire di esserci riusciti appieno. Per contro, una risposta affer­ mativa porrebbe immediatamente il problema di come andare avan­ ti nella ricerca e nella sperimenta­ zione dei modi alternativi di fare sport. Di qui deriverebbero due obbli­ ghi precisi: quello di organizzare un’attività di ricerca e di studio che consenta di raccogliere e di mettere a frutto le elaborazioni e le esperienze finora compiute all’ interno e all'esterno dell’Associazione (anche all'estero) e quello di impegnarsi concretamente e corag­ giosamente nella sperimentazione di attività sganciate da quelle tra­ dizionali. Tutto ciò avendo ben chiare le incertezze cui si va incontro e ac­ cettando la fatica di un impegno su un terreno quasi inesplorato, nonché i limiti insiti nelle possibi­ lità di un’Associazione privata co­ me la nostra. Nella risposta all’interrogativo di fondo, occorrerà tenere presente anche un altro elemento e cioè la stretta interdipendenza del discor­ so di sport alternativo con quello 69


di sport sociale (sport per tutti e di tutti): fino ad oggi la nostra associazione — ma non solo la no­ stra — ha sostenuto che lo sport tradizionale per natura sua è inade­ guato a diventare uno sport per tut­ ti (perché non è adatto a tutte le età e a tutte le categorie sociali, perché è selettivo ecc.). Da ciò deriverebbe anche la ne­ cessità di un collegamento ampio e sistematico con tutte le forze che stanno percorrendo la stessa no­ stra strada e più in generale con tutte quelle forze (pubbliche e pri­ vate) che si interessano allo sport, per un indispensabile confronto sui programmi, sulle aree di interven­ to, sui ruoli ecc. Il discorso dei « ruoli » va co­ munque tenuto presente poiché dall'àmbito di intervento che la no­ stra associazione sceglierà (sport tradizionale, sport alternativo, asso­ ciazionismo sportivo, servizio spor­ tivo sociale...) deriverà l'àmbito particolare di ricerca e di speri­ mentazione su cui il CSI-FARI do­ vrà impegnarsi e anche con chi do­ vrà assolvere a tale impegno.

3. PROBLEMI PARTICOLARI Nella prospettiva di una scelta di sport alternativo si pongono ulte­ riori problemi di carattere partico­ lare. Essi sono evidentemente col­ legati con il « nuovo servizio » o i nuovi servizi che le strutture asso­ ciative ai vari livelli dovranno of­ frire per sostenere la ricerca e la sperimentazione di modi alternati­ vi di fare sport. Ciò comporta an­ che l’individuazione eventuale di nuovi ruoli per i responsabili all’ interno delle stesse strutture. Accenniamo qui di seguito ad alcuni di questi problemi particola­ ri, rimandando alla prossima sche­ da la trattazione di uno di essi che merita un’attenzione a parte. 1) Un rinnovato rapporto tra so­ cietà sportive e consigli provinciali o di Circoscrizione zonale.

Avevamo già superato, almeno nelle intenzioni, la configurazione delle strutture provinciali come cen­ tri di potere, burocratici, organizza­ tivi e assistenziali. Da molto tempo andiamo parlando di strutture di servizio. Questo termine e il con­ cetto che esprime sono certamente validi e attuali, ma ultimamente ab­ biamo avvertito che occorre inte­ grarlo con un nuovo concetto e con un nuovo metodo: con il coinvolgimcnto più diretto delle società spor­ tive non solo nella fase di elabora(segue a pag. 73)

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L'evoluzione della proposta sportiva Nel 1945 il CSI, riprendendo le sue attività dopo lo scioglimento della FASCI nel 1927, si colloca nel filone sportivo tradizionale, accoglie cioè lo sport olimpico nelle sue forme già notevolmente esasperate in senso tec­ nico, agonistico, divistico, spettaco­ lare e commerciale che aveva assunto durante i vent'anni di regime fasci­ sta. Non si critica lo sport in sé, semmai il modo di praticarlo. L’attività sportiva — nelle sue ca­ ratterizzazioni tradizionali e ufficia­ li — è ritenuta di per sé buona, uti­ le alla salute, palestra per l’eserci­ zio di una vastissima serie di virtù: l’ordine, la disciplina, la lealtà, l’ub­ bidienza, il rispetto per le regole, per gli avversari, la conoscenza e il do­ minio di sé... Un’attività come un’al­ tra, insomma, per esercitarsi in un comportamento moralmente corretto. Non è tanto nello sport e attraver­ so lo sport che il ragazzo si educa, ma portando nello sport una volon­ tà di educarsi e una serie di prin­ cipi morali da esercitare in un’atti­ vità varia e complessa che può met­ terli ampiamente alla prova, irrobu­ stirli, farli diventare « abitudine di comportamento », cioè virtù morali. E’ logico, quindi, che non ci si preoccupi tanto di « ciò » che si fa, ma di « come » si fa. Ed è anche lo­ gico che, nei discorsi educativi — che nel CSI sono stati sempre in linea — abbiamo il sopravvento i principi morali cristiani, mentre lo sport tenda in certo senso a pas­ sare in seconda linea come uno dei possibili « campi di azione » in cui esercitarli: nel caso si trattava di sport, ma non sarebbe stato gran­ ché differente se si fosse trattato di collezionare francobolli. Lo sport era considerato uno stru­ mento, così come diciamo oggi. Ma mentre oggi riconosciamo chiaramen­ te a questo strumento dei valori propri da rispettare c da far emer­ gere nella libera creatività del sog­ getto che lo pratica, allora si ten­ deva a imporgli dei valori (quelli morali cristiani) già precostituiti. Insomma, seppure in perfetta buo­ nafede, non si era molto lontani da quella « strumentalizzazione » per mo­ tivi religiosi che oggi tanto aspra­ mente condanniamo. E si badi bene, strumentalizzare lo sport non signi­ ficava soltanto (come non significa ancor oggi) perdere semplicemente delle occasioni di arricchimento uma­ no che lo sport può offrire, ma signi­ fica anche strumentalizzare i soggetti

La F.A.R.I. è un n

Chi ben conosce In F.A.R.l. nella sua origù nel suo scopo, nel disegno dei suoi promotor dirigenti, non può aver alcun dubbio al riguar Si tratta di conquistare il rampo dello sp femminile per difenderlo dai molti pericoli rali che lo insidiano, per conservare pure e conde le giovani che sentono una speciale att tiva per questa forma di attività e. impedire si dedichino a sport nocivi alla natura femmir considerata nella sua costituzione fisica e fi logica. 1

che lo praticano ingabbiando la loro libertà espressiva in base a compor­ tamenti predeterminati, calati dall’ alto, imposti. Del resto in quegli anni lo sport era per il CSI un dichiarato stru­ mento di apostolato, un mezzo cioè per avvicinare i ragazzi (”i più lon­ tani” si diceva) e avviarli alla cono­ scenza e alla pratica del cristianesi­ mo. Un'esca, dunque, per accalappia­ re i ragazzi? Diciamo che rischia­ va di esserlo nella pratica anche se non ne aveva alcuna intenzione o anche se, dati i tempi, si era consa­ pevoli di ciò, ritenendolo un atteggamento legittimo, naturale, forse an­ che l’unico possibile. I cattolici face­ vano così, ma anche gli altri, ad esempio i comunisti, con le loro as­ sociazioni di « pionieri », non che è che operassero diversamente. Si è ten­ tati di esprimere un giudizio molto duro, e sarebbe legittimo, ma se si pensa che la strumentalizzazione più varia è così ampiamente presente an­ che oggi, nonostante la presa di co­ scienza che se ne è fatta, allora si rimane alquanto perplessi. Che il CSI non avesse nulla da ridire sulla validità umana e sociale dello sport ufficiale è dimostrato an­ che dal suo non fare molta distin­ zione tra la propria attività sportiva e lo sport d’élite, quello spettacolare c professionistico. Erano considerati un po’ la stessa cosa e il CSI era pre­ sente nelle manifestazioni di presti­ gio; per qualche anno pubblicò un giornale venduto nelle edicole (”Olimpia") che trattava entusiasticamen­ te di tutti gli avvenimenti sportivi, menava vanto dei « campioni » usciti dalle proprie file... Era preoccupato sostanzialmente di due cose: che tan-


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Alcune testimonianze delle idee e del costume associativi del periodo immediatamente post-bellico: una nota della FARI su « sport e apostolato », atlete che giocano in tuta e Stadium 1947 che sottolinea — polemicamente — l’adesione di Fausto Coppi al CSI.

zo d’apostolato? Ogni anima d'apostolo comprende come sia ne-

esario avvicinare anche queste giovani, che pare

inno un'anima da salvare e che si trovano nell’oc-

liione di essere causa di rovina a tanti altri, rpiani

nelle gare si presentassero in abbigliamenti

nroeanti o in esercizi sconvenienti.

I’’uò avere sapore di sconfitta la constatazione

”• un campo aperto all'apostolato sia stato tra-

iirato per invanì prensione e sia lasciato in balia

cimiero elle non hanno preoccupazioni morali.

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ti atleti, campioni o non, fossero dalla sua parte (cioè dalla parte dei "cattolici”) e che si comportassero come tali, cioè come cattolici virtuo­ si... (per essere onesti bisogna dire che spesso tale comportamento era misurato su una generica dichiara­ zione di « adesione », sulla parteci­ pazione ad una Messa o su un segno di croce prima della gara). E’ tuttavia vero che il CSI si preoc­ cupò sempre molto degli aspetti e delle finallità educative dello sport: il discorso educativo rischiava ed era spesso appiccicato a quello sportivo, ma in quegli anni non si intravvidero altre strade.

3 In questo modo si andò avanti fino all’inizio degli anni Sessanta. Ma del primo quindicennio di vita va segnalato un altro aspetto: quello sportivo-sociale. Occorre subito dire che la preoccupazione di una maggio­ re diffusione della pratica il CSI 1’ ebbe presente fin dalle origini. Lo dimostrano le sue iniziative di pro­ paganda (o, sia pure, di leva) orga­ nizzate in proprio o con la Gioventù Italiana di Azione Cattolica, e la « Carta dello Sport » (del 1947!) in cui faceva presente il problema alla società e allo Stato, sia pure in forme ancora vaghe, embrionali. La prima metà degli anni '60 la possiamo considerare una fase di pas­ saggio. Sul piano sociale il discorso dei CSI si ampia e si precisa. Basii ricc.darc il Convegno su « sport e Comu­ ne » del 1958 e il Congresso naziona­ le del 1962 intitolato « Una politica sportiva per l’educazione della gio­ ventù ». Si parlava già allora di di­ ritto allo sport per il cittadino e di dovere dello Stato di garantirlo. Anzi, il solo usare l'espressione « politica sportiva » costituì un grosso atto di coraggio. Il CONI, allora, arroccato sullo « sport agli sportivi » non ne voleva sentir parlare. Salvo ad assu­ mere un atteggiamento più mallea­ bile quando si accorse che proprio da quella coraggiosa « uscita » del CSI prese le mosse quell’azione che portò all’approvazione della legge fifty-fifty (nel 1965, il bilancio del CONÌ rag­ giungeva sì è no i 7-9 miliardi; negli anni seguenti raddoppiò in propor­ zione geometrica fino a giungere agli attuali 50 miliardi). Il discorso dello sport sociale in­ fluenzò anche l’attività sportiva pro-

grammata dal CSI. Si sentì il bisogno di aprire verso i « giovanissimi », verso i ragazzi dagli 11 ai 13 anni, cercando di adattare a loro i pro­ grammi dei più grandi , quasi sem­ pre « riduzioni » di carattere quanti­ tativo, ma anche con molte intuizioni educativo-qualitative che poi si sonc sviluppate fino ad oggi. Lo sport, in sé e per sé, non era ancora criticato. Ma si notarono due segni premonitori importanti. Il pri­ mo consistè in una critica sempre più serrata alle manifestazioni sportive d’alto livello: il divismo, l’arrivismo facile, la corruzione, lo sperpero del denaro pubblico e via dicendo. Il se­ condo era un primo tentativo di quel­ la critica « interna » che si è svilup­ pata successivamente. Partendo dal cristianesimo e dall’uomo, ci si accor­ se che l'imporre a tutti una « stessa tecnica » sportiva equivaleva a far violenza alla personalità dei singoli, frustrando quelle possibilità crea­ tive che Dio ha dato a ciascun uomo perché le sviluppi in proprio: lo sport poteva essere uno strumento privi­ legiato per consentire a ciascuno di sviluppare le « proprie potenzialità tecniche » a patto che dirigenti e istruttori non costringessero tutti en­ tro la stessa « gabbia » o « corazza » sportiva. Era un evidente primo pas­ so verso il rifiuto di certe forme di sport calate e imposte dall’alto. Un passo singolare e timido, ma serve a far comprendere come tutta la storia, anche quella modesta del CSI, procede gradualmente a piccoli passi e come i « mutamenti » non avven­ gono mai dalla sera alla mattina, neanche con le rivoluzioni: si pos­ sono rovesciare d’un colpo istituzioni,

(segue a pag. 72 - in riquadro)

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BOMMNMK& (segue da riquadro pag. 71) ma quanto a cambiare gli uomini, è un’altra cosa! A metà degli anni Sessanta è esplo­ sa la « grande crisi » che ha investito i giovani e i lavoratori, la società e la Chiesa. Sono cose abbastanza note per soffermarci su di esse. Nel CSI accadeva un fatto in più: la Gioventù Italiana di Azione Catto­ lica cominciò ad interessarsi del CSI in modi meno formali e burocratici e il CSI potette beneficiare dei nuovi modi di approccio con il mondo e con le sue realtà, delle nuove analisi della realtà giovanile che la GIAC aveva adottato da qualche tempo. In paro­ le povere, mentre da un lato, stimo­ lati e autorizzati dal Concilio, si « ri­ lesse » la Bibbia, cioè i dati della ri­ velazione, dall’altro lato si cominciò a guardare con più attenzione c ri­ spetto al mondo, alla storia, agli uo­ mini, alle loro esigenze e aspirazioni. Fu così che il CSI si accorse che se voleva rispondere alle aspettative de­ gli uomini e della società d’oggi, e se allo stesso tempo voleva che attra­ verso lo sport quegli stessi uomini giungessero a migliorare se stessi, a diventare « più umani » ce a fare un grande passo verso il cristiane­ simo (l'umanizzazione è già stila stra­ da della cristanizzazione, perché c sulla via della liberazione dell'uomo) se il CSI voleva tutto questo doveva portare un mezzo più adatto che non fosse lo sport tradizionale, per na­ tura sua avulso dai bisogni e dalle aspirazioni dell’uomo moderno e per di più imbevuto e incrostato di « va­ lori » di altre epoche .e di altre men­ talità. Si scoprirono insomma due cose: che per educare l’uomo biso­ gnava aiutarlo ad educarsi da sé, ma nello stesso tempo bisognava offrirgli delle occasioni adatte per educarsi, e queste non potevano essere costi­ tuite dallo sport tradizionale. Ci vo­ leva uno « sport alternativo » che fos­ se « per tutti e di tutti »... ma questo è un discorso di oggi. Ripercorriamo ora brevemente lo stesso cammino soffermandoci sulla FARI, ma soltanto per accennare a quegli aspetti in cui essa si è diver­ sificata dal CSI. Al suo sorgere la FARI — anch’cssa nell’immediato dopoguerra — scel­ se l’ambito globale del tempo libero, ma l’attività sportiva era comunque prevalente. Anche la FARI, ovviamente, accolse lo sport tradizionale senza eccessive preoccupazioni critiche, ma trovan­ dosi ad agire nell’ambito sportivo femminile molto trascurato o addi­ rittura quasi ignorato, si indirizzò alle discipline sportive più semplici e più povere, quelle anche in cui l’or­ ganizzazione e la pratica costassero meno soldi, che erano (come oggi!) prevalentemente destinati all’attività sportiva dei maschi. La FARI privi­ legiò anche gli sport di squadra, ri-

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spetto a quelli individuali (ad esem­ pio, pallavolo e pallacanestro). Nella FARI era anche meno pre­ sente l'assillo « apostolico »: non si trattava infatti, come per i maschi, di togliere i soggetti « dalla strada » per avviarli sul retto cammino: le ragazze già vivevano abbastanza chiu­ se nell’ambito familiare. Lo sport (e il tempo libero) era un'occasione per farle stare insieme fuori dalla cer­ chia familiare, un’occasione di svago, di esercizio fisico e di apertura so­ ciale. La F/\RI, inoltre, preferì rivolgersi più a coloro che non erano iscritte alla Gioventù Femminile di Azione Cattolica, in quanto all’interno di essa erano più forti i condizionamenti morali, sociali e religiosi propri del­ la donna nella società.

5% 1

1. Gli atleti del CSI sfilano in via Conciliazione nel 1955, durante la celebrazione decennale; 2. Gino Bartali da Papa Pio XII chiarite il <decennio; ’ , *3. ” ” Un atleta presenta al Papa la bandiera lirdnto 1’i i ri i n n z-1 n z» r»»-» 1 rx del CSI durante l’udienza del decennio.

2

Si comprende anche come, in tale situazione, non esistessero nella FARI forti spinte o preoccupazioni tecni­ co-agonistiche o campionistiche: lo sport almeno in quei primi anni, era più un’occasione di divertimento e per incontrarsi, vivere una vita di grup­ po. che non uno strumento di affer­ mazione sportiva, individuale o di squadra. Negli anni cinquanta la FARI non si discostò molto dalla linea iniziale, Cercò di intensificare lo sforzo pro­ mozionale per aumentare il numero delle donne praticanti sport. Nella sostanza questa spinta era di carat­ tere « alternativo », anche se non

coinvolgeva direttamente il tipo di sport praticato. D'altronde si com­ prende come in campo femminile questo aspetto discriminante dello sport tradizionale fosse avvertito co­ me principale e più urgente rispetto agli altri. Nella prima metà degli anni Ses­ santa, la FARI seguì strade analo­ ghe al CSI, cercando di allargare il raggio della propria azione con iniziative rivolte alle «giovanissime» c proprio in quegli anni raggiunse il massimo della sua espansione che se in termini assoluti non fu ecce­ zionale, in relazione allo sport fem­ minile italiano fu notevolissima e


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(segue da pag. 70)

zione e di decisione, ma anche nella fase di realizzazione dei programmi. Questa nuova prospettiva è stata appena intravista e solo da alcuni timidamente e inizialmente avviata.

n

2) Ricerca di una nuova identità e funzione dei « tecnici » (compresi arbitri e giudici di gara) delle strut­ ture di servizio provinciali, regio­ nali, nazionali.

I tecnici erano i depositari delle dottrine tecniche sportive e i cu­ stodi delle regole. Questo ruolo e questa funzione non vengono conte­ stati (anzi sorge il problema di una rinnovata e più adeguata competen­ za, come si vedrà nel punto seguen­ te), ma sono ritenuti insufficienti. Ai tecnici si richiede un « coinvol­ gimento » più globale e più attivo in tutte le espressioni e in tutte le fasi di realizzazione dell’attività sportiva, a diretto contatto e in piena solidarietà con coloro che ricercano e sperimentano forme nuove di sport. In sostanza, ai tecnici delle strut­ ture di servizio si richiede di sta­ bilire con i tecnici di base e con le società sportive un rapporto più organico e sistematico in senso operativo, proprio nel momento in cui i tradizionali canali organizza­ tivi, burocratici e fiscali di colle-

gamento vengono meno o perdono molta della loro importanza. Quali sono le strade, quali le funzioni e i modi perché l’indispen­ sabile apporto dei tecnici si inse­ risca vitalmente nel tessuto asso­ ciativo? 3) Verifica del ruolo del vertice nazionale (Consiglio e Presidenza nazionali). Fino ad oggi rispondevano alle esigenze e ai bisogni della pratica sportiva tradizionalmente intesa e ripetevano grosso modo gli schemi di servizio propri anche oggi delle Federazioni sportive nazionali. Se cambiano la sostanza e il me­ todo dell’impegno sportivo, cam­ biano anche le esigenze e quindi devono cambiare anche i servizi di coordinamento, di indirizzo, di guida, di sostegno da parte del ver­ tice nazionale. N.B. - Questi problemi particolari sono appena enunciati in quanto si ritiene che essi non siano tanto di competenza di un Congresso (locale o nazionale che sia), ma soprattutto dei Consigli ai vari livelli che hanno il compito di trarre tutte le conseguenze, sul piano program­ matico e operativo, delle scelte politiche di fondo fatte dal congresso. Tali pro­ blemi, comunque, vanno tenuti presen­ ti dalle assemblee congressuali perché sia più completo e chiaro il quadro della discussione.

CATTIVITÀ' SPORTIVA DELLA SOCIETÀ'

1.

La vostra società sportiva pratica una sola disciplina sportiva o più d’una? Segue un criterio polisportivo anche nella prepara­ zione tecnica degli atleti o si limita a un insegnamento specialistico, monosportivo?

molto significativa.

La successiva « fase di passaggio » la FARI visse mutuando dalla Gioven­ tù Femminile di Azione Cattolica un più attento ripensamento del signifi­ cato della sua presenza all’interno del mondo ecclesiale. Per certi versi, è una fase analoga a quella del CSI, ma in quest’ultimo è presente, a diffe­ renza della FARI, una più diretta at­ tenzione alla realtà sociale e in par­ ticolare a quella giovanile e sportiva che consente al CSI di avviare già un discorso educativo autonomo. Dal 1968 FARI e CSI avviarono con­ tatti reciproci che sarebbero sfociati nell’unificazione.

Ly] Partecipa ai campionati e ai tornei indetti dal consiglio proiXn v*nc’ale’ oppure organizza altre attività per proprio conto? ° Per quali motivi? Con quali intendimenti?

fi Ha mai sperimentato attività sportive « libere », al di fuori jjE delle tecniche, delle formule e dei regolamenti tradizionali per ■ venire incontro a particolari esigenze ambientali, fisiche e psichiche dei propri ragazzi? Come giudica l’esperienza eventual­ mente compiuta? j| Ha cercato o sta cercando di realizzare l’itinerario sportivo ||E educativo proposto dall’Associazione, tenendo conto delle età " dei soggetti e delle loro esigenze, possibilità e aspirazioni nelle varie fasi della loro evoluzione psico-fisica? Quali difficoltà si sono incontrate? Che cosa servirebbe per compiere un’espe­ rienza come quella suggerita dal C.S.I.?

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1

1. ENUNCIAZIONE DEL PROBLEMA La scelta di assumere un indiriz­ zo sportivo alternativo esige l’in­ dividuazione di un modo di strut­ turarsi e l’organizzazione di servizi adeguati evidentemente nuovi. Tale strutturazione e tali servi­ zi, devono rifarsi ai criteri infor­ matori dell’attività sportiva alter­ nativa come essa è stata ipotizza­ ta, cioè:

— permettere e favorire la demo­ craticità, la partecipazione, la libe­ ra sperimentazione, il confronto e lo scambio di esperienze, il coor­ dinamento di esse ai vari livelli... — e sostenere il nuovo indirizzo con strumenti e sussidi che orienti­ no e stimolino e aiutino concreta­ mente tutti a realizzare l’alterna­ tiva.

Per quanto riguarda la struttu­ razione, gli aspetti che ci sembra­ no più importanti sono stati sot­ tolineati nella scheda precedente. Per quanto riguarda gli strumen­ ti sembra che il problema che me­ rita una particolare attenzione sia quello della competenza delle per­ sone, in che cosa essa consista, e come debba essere acquisita. E’ il noto problema della pre­ parazione dei responsabili. E’ un problema travagliato, Sia­ mo andati avanti con tentativi mol­ to vari e diversificati: corsi per istruttori delle varie discipline i cui vari programmi prevedevano anche la trattazione di contenuti di ca­ rattere generale, per arbitri e giu­ dici con gli stessi criteri; corsi per animatori sportivi che sostan­ zialmente ripetevano lo stesso sche­ ma ma ad un livello più elemen­ tare; incontri di verifica che ten­ devano a scindere il discorso edu­ cativo da quello tecnico. Nonostante tutti questi tentati­ vi, e il notevole impegno che è co­ stato all’Associazione, si ha la sen­ sazione che gli strumenti sono ina­ deguati agli scopi che si volevano raggiungere e che esistono altre esigenze a cui non si è data una risposta.

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Tale insufficienza era in parte scontata perché fino al primo acco­ starsi ai temi nuovi postici dall’altcrnativa sportiva che avevamo in­ dividuato, si era coscienti di non essere in grado di poterli affrontare adeguatamente. L’alternativa sportiva prospetta argomenti e problemi che in pas­ sato il « mondo sportivo » non si era mai posto: infatti uno sport a misura d'uomo, che vuole rispon­ dere alle esigenze della persona che in concreto fa sport, deve tener conto di tutti i problemi collegati alla persona sotto il pro­ filo psico-fisico e a quelli socio culturali relativi al contesto in cui vive. Ciò comporta un alto livello di trattazione e di ricerca di ipotesi di soluzione fondata sulla speri­ mentazione e sull'interdisciplinarietà, cioè sull’apporto coordinato di più scienze. E’ da tutto questo che nasce la domanda di che cosa e come l’as­ sociazione deve scegliere per ga-

rantire la competenza dei propri operatori. E’ evidente che senza tale com­ petenza diventa impossibile rag­ giungere gli scopi associativi e ad­ dirittura si accentua il rischio di portare avanti un'azione controin­ dicata, e quindi poco rispettosa delle persone.

2. INTERROGATIVI L’interrogativo di fondo si può porre così: quali sono le esigen­ ze dell'associazione in ordine alla preparazione dei responsabili nei vari ruoli, che cosa l'associazione può fare e che cosa forse non le compete fare? Dalla risposta congressuale a questo articolato interrogativo do­ vrebbe scaturire un indirizzo di preparazione dei responsabili più preciso e adeguato che non in pas­ sato sul quale impegnare tutta 1’ associazione in modo unitario.


svolta Due convegni nazionali CSI per dirigenti che hanno determinato nella vita associativa: sopra, quello di Assisi del 1967, sotto quello di Sorrento del 1969. Erano ambedue incentrati sulla vita della società sportiva. Nel 1969, contemporaneamente al CSI, anche la FARI tenne a Roma un convegno decisivo per la politica associativa.

Le esigenze sembrano essere di due ordini:

1) di carattere educativo-associativo, cioè che riguardano una con­ sapevolezza di fondo, e la corri­ spondente competenza sulla linea pedagogica, sul progetto e sulla prassi educativa dell’Associazione. Questa esigenza riguarda tutti i ruoli a tutti i livelli; 2) di specializzazione, che riguar­ da l'acquisizione delle tecniche ne­ cessarie per operare nei vari ruoli, ossia:

a) tecniche di insegnamento spor­ tivo, diversificate a seconda delle fasce di età dei partecipanti; b) tecniche di animazione della vita di gruppo anche in questo caso con varie sfaccettature a seconda delle età delle persone; c) tecniche di gestione politico-or­ ganizzativa dei servizi ai vari livelli (ci si riferisce ai tradizionali « di-

rigenti » delle strutture in relazio­ ne alla competenza loro richiesta di sviluppare le linee politiche dell’ associazione all'interno e all'ester­ no; c di garantire il funzionamen­ to dei vari servizi). A questo punto occorre chieder­ si se l’Associazione è in grado di rispondere in proprio a tutte que­ ste esigenze o se certune di esse, ad esempio quelle individuate al punto 2-a (per quanto si riferisce soprattutto alla 1* fascia) e al pun­ to 2-b non facciano parte di un discorso più ampio di Servizio So­ ciale di competenza dello Stato. Questo anche in relazione al pro­ blema dei ruoli e delle competen­ ze all’interno di un servizio sociale sportivo sottolineati nel punto 2. Una ipotesi di questo tipo già chiarirebbe in parte la problemati­ ca della formazione dei responsa­ bili. Infatti l’associazione non dovreb­ be più preoccuparsi di rispondere in proprio a tali esigenze ma im­ pegnarsi sul piano politico per una azione tesa a far assumere allo Stato le proprie responsabilità. Potrebbe anche qui proporsi il problema della supplenza. Ma in tal caso si opererebbe una certa chiarificazione del problema dal momento che è implicito che fare supplenza significa accettarne i li­ miti (quantitativi e qualitativi). Chiariti questi primi interroga­ tivi resta il problema di indivi­ duare i modi per dare una risposta, questa volta la più seria ed adegua­ ta possibile, alle esigenze esposte nei punti 1, 2-a (per quanto riguar­ da la seconda e terza fascia dell’ attività sportiva) e 2-c.

L'attuale piano di formazione ten­ ta di rispondere a queste esigenze con: — gli incontri di verifica per quanto riguarda la linea pedagogica-associativa; — i corsi di specializzazione per quanto riguarda le tecniche dell'attività sportiva. Per le tecniche di gestione poli­ tico-associativa attualmente non esiste nulla se non una occasione molto generica di riflettere insie­ me, costituita dagli incontri regio­ nali di ricerca.

Su questi strumenti già esisten­ ti occorre riflettere per appurare: (segue a pag. 77)

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Dai Campi scuola ai Corsi di formazione Il Centro Sportivo Italiano ha av­ vertito molto presto l’esigenza di at­ tuare iniziative per la formazione dei propri responsabili. Del resto i « Cor­ si di formazione » erano già nella tra­ dizione di Azione Cattolica e quindi non costituivano una novità assoluta per il CSI. I ruoli dirigenti cui il CSI dedicò attenzione furono essenzialmente due: quelli delle strutture di servizio zo­ nali e provinciali, c i tecnici (allena­ tori, giudici, arbitri). Nel corso de­ gli anni, però, è stata data una netta prevalenza alle iniziative per la for­ mazione dei tecnici. In un primo periodo — dalla metà degli anni Cinquanta fin verso la fi­ ne degli anni Sessanta — si prov­ vide alla formazione dei tecnici con iniziative di carattere nazionale, cioè con i « campi scuola ». Vi si prepa­ ravano dei veri e propri allenatori di alcune discipline, ma il programma tecnico era integrato da « lezioni » sul CSI, stile sue finalità, sull’educa­ zione attraverso lo sport ecc. Accanto ai «Campi scuola» vi eta­ no iniziative per lo studio di pro­ blemi particolari — consulte e con­ vegni, dedicate o a tutti i dirigenti o a certi ruoli specifici, come ad esempio i consulenti ecclesiastici. A metà degli anni Sessanta si cominciò a riflettere sulla validità dei « campi scuola »: non tanto sulla for­ mula, ma sui loro contenuti. E si co­ minciò a introdurre nelle parti ex­ trasportive dei programmi, temi più aderenti alla realtà giovanile e so­ ciale del tempo. Cioè, invece di par­ tire da alcuni princìpi astratti e dai valori insiti nello sport, si tentò un primo rovesciamento di prospettiva, cercando di analizzare lo sport nel contesto degli altri problemi della vita individuale, di gruppo e sociale. Per alcuni anni si approfondì l'ana­ lisi sulla validità di tali strumenti di formazione, ritoccando e affinando via via i contenuti e i metodi di conduzione. Alla fine degli anni Ses­ santa si decise di decentrare i « Cam­ pi », che nel frattempo si chiamarono Corsi. I programmi e i metodi ri­ masero all’incirca immutati. E’ dal Congresso del 1972 che sca­ turì l’attuale piano di formazione mediante il quale si è cercato di differenziare le finalità, i metodi e gli strumenti per la formazione dei responsabili. Ma questo è storia re-

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8 1%

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cente ed è un problema ancora aper­ to del quale si parla a parte. Anche la FARI si preoccupò costan­ temente della formazione delle pro­ prie dirigenti. La FARI incontrò par­ ticolari difficoltà in quanto la donna esitava ad impegnarsi nell’ambito di­ rigenziale, non ritenendo lo sport come un possibile campo d'impegno. La mentalità corrente — inoltre — non favoriva (come anche oggi!) l’in­ serimento nei settore (tale mentalità non era solo quella del mondo spor­ tivo, ma quella stessa della società in generale per cui la donna era « l’angelo del focolare », doveva ba­ dare al fidanzamento, al matrimonio e via dicendo). Le esigenze, comunque, a cui la FARI cercò di rispondere erano quel­ le stesse del CSI: una competenza dirigenziale organizzativa a livello del le strutture di servizio, e una com­ petenza tecnica a livello delle società sportive. Anche gli strumenti usati erano simili: i corsi nazionali. In più la FARI, in stretto collega­ mento con la Gioventù Femminile di Azione Cattolica, curò la formazione di un nucleo di persone che fossero a servizio della struttura nazionale per visitare e sostenere le varie ini­ ziative di base. Una specie di staff dirigenziale nazionale. Come si vede, l'esperienza tren­ tennale CSI-FARI circa la formazione dei dirigenti, per quanto interessante e per quanto ricca di risultati per le due associazioni, non aiuta molto a orientarsi oggi, dal momento che le esigenze si sono moltiplicate e specializzate e per molti versi sono anche completamente nuove. Il pro­ blema delle scelte future, quindi, va affrontato quasi esclusivamente in ba­ se all’analisi delle esigenze quali esse realisticamente ci si presentano nel momento attuale.

Ìli


(segue da pag. 75)

— se in sé sono adeguati a ri­ spondere alle esigenze; se non lo sono occorre individuarne dei nuo­ vi e comunque è da tener presen­ te che una esigenza, quella politico­ associativa, è stata in gran parte trascurata;

Aspetti di « campi scuola » di vari anni del CSI e della FARI.

— se i contenuti da trasmettere sono sufficientemente completi e chiari e se chi mette in atto tali strumenti è sufficientemente pre­ parato a farlo. Si tratterebbe in questo caso o di approfondire i contenuti e trasmetterli attraverso adeguati sussidi o di preparare per­ sone competenti cioè coloro che concretamente devono guidare lo svolgimento dei corsi;

9 BOB» DELLA SOCIETÀ* SPORTIVA I dirigenti, o anche i ragazzi, hanno mai partecipato a un corso di formazione, a un « campo scuola », o iniziative simili? n Se sì, è stata un’esperienza positiva? Eventualmente, che cosa è mancato e cosa servirebbe per renderla più rispondente alle esigenze? Se no, perché? Sono ritenute superflue o ci sono difficoltà di altro genere?

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I ruoli dirigenti esistenti nella vostra società sportiva sono sufficienti a coprire le esigenze della vita associativa del gruppo? Si avverte la necessità di altri ruoli? Di che genere?

1

Che cosa dovrebbe fare l’Associazione ai suoi vari livelli per garantire la preparazione dei ruoli esistenti ed eventual­ mente per formarne altri?

— se tali strumenti vengono usati in numero sufficiente da co­ prire le effettive esigenze dell’as­ sociazione sul piano nazionale. Una eventuale carenza in tal senso com­ porterebbe anche un discorso di sostegno organizzativo ed econo­ mico.

3. PROBLEMI PARTICOLARI

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11 problema trattato è già par­ ticolare in se stesso. Una volta che siano stati individuati gli orien­ tamenti di massima e decise le li­ nee generali da seguire spetterà poi al Consiglio nazionale definire in dettaglio gli interventi operativi.

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1. ENUNCIAZIONE DEL PROBLEMA Nel momento in cui il Centro Sportivo Italiano ha osservato con maggiore attenzione i segni di una evoluzione e di una crescita degli uomini nella storia della società italiana di questi ultimi dieci anni, esso ha superato più chiaramente i limiti di un ambito d’intervento associativo che, fino ad allora, si identificava sostanzialmente con il « mondo » cattolico organizzato, per aprirsi ad una realtà sociale più vasta, cioè a tutti quei ragazzi e a quei giovani che l’organizzaziozione sportiva ordinaria non rie­ sce a servire nelle loro elementari esigenze. Per questo il CSI ha scel­ to la strada di uno sport alternati­ vo all’attività tradizionale, ricer­ cando le possibilità e i modi di una pratica sportiva a carattere sociale, più rispondente alla cre­ scente domanda delle masse giova­ nili. Nel fare ciò l’Associazione non si è trovata più sola ma ha dovuto confrontarsi con altre forze di di­ versa ispirazione ideologico-politica che avevano, ed hanno, in co­ mune con il CSI gli stessi obietti­ vi di carattere sportivo sociale. Il primo impatto con una realtà pluralistica (siamo negli anni 1966'70) ha provocato nell’associazione stati di disorientamento: il CSI fi­ no ad allora, infatti, pur non carat­ terizzandosi mai come una forza « politica » specifica, aveva di fatto gravitato nell’area che poteva defi­ nirsi « cattolica » e in collegamen­ to con organismi e schieramenti politici che si rifacevano ideologi­ camente e culturalmente alle stes­ se matrici di natura religiosa. L’ omogeneità culturale e il forte sen­ so dell’unità organizzativa, tipici dei cattolici italiani del periodo pre­ conciliare, non avevano così po­ sto mai il CSI di fronte a proble­ mi di dialogo, di confronto, di col­ laborazione operativa con forze d’ ispirazione ideologica diversa. Mutata la realtà sociale, e non soltanto nellambito sportivo, l’ac­ cettazione di fatto di un plurali­ smo che esige un confronto aperto e sistematico con tutte le forze esi­ stenti nell’attuale assetto sociale del Paese ha costretto l’Associazio-

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ne ad interrogarsi e a scegliere. Lo stesso « sganciamento » d'el CSI e della FARI di allora dalle istituzio­ ni che le avevano generate (Gio­ ventù Italiana e Gioventù Femmi­ nile di .Azione Cattolica) si è rive­ lato determinante nel processo di chiarificazione del nostro impeeno associativo particolarmente volto alla realtà temporale e ha contri­ buito a facilitare i primi approcci con le forze di diversa ispirazione ideologica. L’accettazione del pluralismo del­ le forze sociali e del dialogo con tutti fu all'inizio la linea che sem­ brava più logica e più coerente alla stessa ispirazione cristiana cui il CSI si è sempre rifatto. Mano a mano che si procedeva, però, si faceva sempre più chiara la co­ scienza in noi che uno sport a ser­ vizio dell’uomo significa mettersi in concreto — e non soltanto per enunciazioni teoriche — dalla par­ te di chi è emarginato, di chi è me­ no dotato, di chi non ha mezzi e possibilità, di chi è trascurato dal­ le strutture ufficiali; e che su que­ sto obiettivo e sulle strategie per raggiungerlo non tutte le forze sportive (e nemmeno altre più spe­ cificamente politico-sociali) con le quali inizialmente arevamo costi­ tuito un’intesa operativa, si trova­ vano effettivamente d’accordo. Nei confronti di una parte di esse (organismi di estrema destra) è sorta una immediata incompati­ bilità che deriva dalla concezione stessa che tali forze esprimono del­ l’uomo e della società, inaccettabi­ le non soltanto sul piano delle af­ fermazioni teoriche ma anche sul piano storico sociale. Con forze di matrice storica cattolica (C.N. Libertas, partito della Democrazia Cristiana), con le quali non esiste­ vano incompatibilità di principio, si sono incontrate, invece, difficol­ tà di natura operativa per una certa insensibilità, da esse rivelata, di fronte alle esigenze ed alle urgen­ ze di una pratica sportiva social­ mente intesa. Nello stesso ambito si è sviluppato, invece, un buon col­ legamento con le ACLI e la loro Unione Sportiva, forse per il trava­ glio parallelo e analogo di natura culturale ed esistenziale che ha con­ traddistinto il cammino delle as-


Due momenti cruciali della politica sportiva in Italia. Sotto: il Ministro Colombo al Congresso del CSI del 1965 in cui annunciò la legge "fifty-fifty" sul Totocalcio. E’ presente anche l’avv. Onesti, presidente del CONI. In basso: il recente Convegno di Lecco su "Regioni e riforma dello sport”.

sociazioni d’ispirazione cristiana in quest'ultimo decennio. Con le forze di derivazione socia­ lista e comunista, nonostante l'evi­ dente divergenza sul piano dei prin­ cìpi, si è riscontrata invece una forte identità d’obiettivi sul tema specifico dello sport sociale che ci ha permesso di condividere pur tra difficoltà e rischi di strumen­ talizzazione, una comune strategia operativa. Il procedere, dunque, sulla stra­ da di un effettivo rapporto di plu­ ralismo tra le associazioni e le for­ ze che vogliono raggiungere il ri­ sultato di una pratica sportiva ge­ neralizzata e direttamente gestita nel Paese è stato in questi anni per il CSI un’indubbia fatica: fatica a promuovere, a sostenere, a ren­ dere operanti i collegamenti, a ri­ cercare piattaforme comuni in coe­ renza con i princìpi da cui eravamo partiti e ai quali ci siamo costantemente riferiti in tutti questi anni. Del resto, le relazioni congressuali e i documenti politici del Consiglio nazionale, in particolar modo gli ul­ timi, lo testimoniano.

I criteri, infatti, ai quali abbia­ mo sempre ispirato al vertice la condotta deH’Àssociazione si pos­ sono riassumere: — nella ricerca costante di una vera fedeltà all’uomo storico se­ condo un’ispirazione cristiana che non si rifà ad un concetto astrat­ to della costruzione del Regno ma alla convinzione che il Regno si edifica giorno per giorno in mezzo e con gli uomini attraverso un pro­ cesso di liberazione al servizio, so­ prattutto, di coloro che sono i « po­ veri » anche nell’esperienza umana dello sport; — nel convincimento che l’edi­ ficazione del Regno non avviene ad opera esclusiva di coloro che si professano cristiani ma è opera di tutti gli uomini di buona volontà. Per questo è inaccettabile la visio­ ne riduttiva di una cristianità che fa tutto da sola o che si autoerige ad unica forza legittimata ad im­ porre a nome di tutti le proprie scelte politico-storiche;

— nell’esperienza concreta di un tratto di strada comune con tutte le forze disposte a ricercare con noi i punti che unificano e le oc­ casioni reali per procedere verso un autentico servizio all’uomo, sen­ za che ognuna di queste forze deb­ ba abdicare alla propria identità ed originalità, noi per primi; — nell’accettazione del valore ef­ fettivo che le azioni condotte in comune possono avere e dei limi-

ti della loro durata senza preten­ dere di considerare la strategia comune come un fatto dogmatico e definitivo e senza pretendere di etichettare il tipo d’intesa che sca­ turisce da necessità operative fun­ zionali;

— nell’impegno >' ostante a recu­ perare agli obiettivi ed alla strate­ gia comuni il maggior numero di forze dell'associazionismo sportivo, specialmente le meno attente, le meno sensibili storicamente, le più condizionate; — nel coraggio di rischiare an­ che di essere incompresi e di do­ ver rimanere nel proseguimento dell’azione in pochi o, al limite, isolati. Se questi sono stati e continua­ no ad essere i criteri che hanno ispirato la linea politica del CSI in questi anni (e lo statuto stesso li contiene come princìpi fondan­ ti il modo d’essere dell’Associazione) c'è da chiedersi in che cosa ef­ fettivamente consista il problema ripetutamente posto — si ricordi il Congresso del ’74 — di un CSI che deve ritrovare la propria iden­ tità. Il disorientamento e gli interro­ gativi, probabilmente, derivano dal fatto che, sotto una superficiale adesione di massima alla linea as­ sociativa attuale permangono ai diversi livelli dell’Àssociazione del­ le perplessità non chiarite, delle riserve non espresse, dei rifiuti che nascono non soltanto in un àmbito teorico (e, quindi, legate ad una mentalità prevalente) ma anche per motivazioni banalmente concrete (incomprensioni nei rapporti lo­ cali, ad esempio); soprattutto, de­ rivano dal non saper cogliere l’ine­ luttabilità di una crisi che ha colto non alcune frangie ma l'intera cri­ stianità italiana dopo il rinnova­ mento conciliare che ha aperto oriz­ zonti e speranze ma che ha pro­ vocato anche fenomeni di rigetto e tentazioni sempre ricorrenti di chiusura in quei cattolici che vivo­ no con il costante timore di per­ dere la fede per il condizionamento di fatti esteriori. Il problema di muoversi in un pluralismo di forze sociali c di ideo­ logie relative è per un’associazio­ ne d’ispirazione cristiana come il CSI non tanto un problema di dra­ stiche scelte congressuali, di dram­ matiche contrapposizioni ideologi­ che o di inversioni di rotta dila­ ceranti nella condotta « politica »; quanto, riteniamo, più modestamen­ te una questione di vera, effettiva (segue a pag. 82)

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Il CSI e la FARI di fronte allo sport e alla società

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In questa sede non ci sofferme­ remo sui rapporti del CSI e della FARI con il mondo cattolico e in particolare con le istituzioni eccle­ siastiche, ma sul modo di rappor­ tarsi delle nostre due organizzazioni con le altre forze sportive, sociali e politiche del Paese. In tal modo di rapportarsi hanno evidentemente influito le relazioni che il CSI e la FARI nei vari periodi ebbero con le istituzioni del mondo cattolico, ma per il discorso che ci interessa ba­ sterà riferirci ad un unico aspetto che è stato ed è fondamentale: il cristianesimo da cui le due organiz­ zazioni motivano la loro presenza e la loro azione nella realtà sportiva e sociale. Il modo di situarsi in tale realtà e quindi il tipo di relazioni stabilite sono derivati di volta in volta dalla concezione che si aveva del ruolo dei laici nella realtà tem­ porale e questa, a sua volta, è dipesa in gran parte dal più o meno stretto legame che il CSI e la FARI hanno avuto con l’Azione Cattolica e con la Gerarchia ecclesiastica. Fino al 1970 il CSI e la FARI sono state « Opere » rispettivamente della Gioventù maschile e femminile di Azione Cattolica e, come tali, diret­ tamente dipendenti da essa e dalla Gerarchia ecclesiastica. Le due orga­ nizzazioni sportive non hanno svilup­ pato un discorso autonomo sul modo di dialogare e collaborare con le altre forze; addirittura, il problema di stabilire contatti con forze di di­ versa aspirazione ideologica è stato solo marginalmente avvertito e in pratica non ha avuto risvolti granché significativi. Ad esempio, i rapporti con gli Enti di promozione sportiva non sono certo nati negli ultimi anni, sono di vecchia data. Ma fino alla seconda metà degli anni Sessanta si è tratta­ to quasi esclusivamente di rapporti tecnici, cioè di quei contatti inevi­ tabili tra enti simili per natura che agivano sulla stessa realtà sportiva e soprattutto dovevano fare i conti (anche nel senso letterale del ter­ mine!) con il CONI. In sostanza, ci si limitava a incontrarsi per concor­ dare un atteggiamento comune nei riguardi del CONI, e anche questo molto spesso con scarsi risultati. In verità le contrapposizioni ideolo­ giche prevalevano su ogni altra pos­ sibilità di diverso rapporto, ingene­ rando una situazione di diffidenza e di concorrenza al di là di ogni pos­ sibile collaborazione.

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QUINDICINALE DEL CENTRO i SPORTIVO ITALIANO Supplemento ol n. ’5»ló

1 Novembre 1946

Studio per un progetto della

CARTA DELLO SPORT ITALIANO Con le premesse ed i pro­ getti

di

provvedimenti legi­

slativi per le attività sportive, tisico educative e ricreative.

CENTRO SPORTIVO ITALIANO Via della Conciliazione, 3 • ROMA

Un modo nuovo di guardare la real­ tà sociale e di essere presenti in essa è venuto soltanto in concomitanza con il nuovo atteggiamento della Chiesa nei confronti del mondo de­ terminatosi nel Concilio Vaticano: è da allora che il CSI e la FARI cercano, seppure a fatica c spesso con incertezza, di stabilire punti co­ muni di impegno con quanti si ptefiggono un analogo intento nella realtà sportiva e sociale del Paese, al di là delle differenti ideologie che ca-

rattcrizzano inconfondibilmente cia­ scuno. Ciò è avvenuto nei confronti degli Enti di promozione sportiva, delle forze politiche ed anche delle istitu­ zioni pubbliche: stato, regioni, pro­ vince, comuni. Guanto alle forze politiche, in pas­ salo i rapporti del CSI e della FAR! non sono andati al di là dell’àmbito democristiano, in analogia e in con­ seguenza della più generale visione delle cose di cui s’è detto sopra. Ma

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1. La copertina della "Carta dello Sport" proposta dal CSI nel 1946: una sorprendente anticipazione delle linee di politica sportiva a carattere sociale. 2. Il volantino del Congresso nazionale del 1962 in cui si osò, per la prima volta, accostare ufficialmente il termine "politica” a quello di "sport”. 3. Il manifesto del Convegno "Sport e Comune" organizzato dal CSI nel 1960.

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non s’è trattato, nemmeno in questo caso, di un rapporto organico e ap­ profondito. Era più che altro un rap­ porto occasionale e strumentale, le­ gato a fatti contigcnti, ad amicizie, a necessità e opportunità particolari. In tal senso, le nostre due organiz­ zazioni, hanno in genere evitato quel tipo particolare di rapporto che va sotto il nome di collateralismo. Il CSI e la FARI, insomma, si muove­ vano nello stesso ambito della Demo­ crazia Cristiana e condividevano quin­ di molti interessi comuni, ma non c’era fra loro un legame esplicito di reciproco sostegno o di conni­ venza politica. Analoghi sono stati i rapporti con le istituzioni statali, rette allora nel­ la quasi totalità dalle forze poli­ tiche democristiane. Difficilmente si è sviluppato con esse un rapporto che andasse al di là di obiettivi par­ ticolari e immediati utilitari. A que­ sto riguardo, però, bisogna fare una precisazione. Se nei singoli comuni c con i vari ministeri i rapporti sono stati di questo tipo, sul piano gene­ rale e a livello nazionale il CSI ha avviato per tempo un discorso di

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politica sportiva. Risale al 1947, come si è avuto modo di accennare, una « carta dello sport » nella quale il CSI denunciava alcune carenze della situazione sportiva italiana e faceva presente la necessità di un intervento pubblico in materia .Nel 1958, due anni prima delle Olimpiadi di Roma, sempre il CSI indisse a Roma un con­ vegno nazionale su « Sport e Comu­ ne » e nel 1962 intitolò il suo con­ gresso nazionale a « una politica spor­ tiva per l'educazione della gioventù ». Nel 1965 poi c’è stata l’azione che ha portato all’approvazione della legge fifty-fifty sulla nuova spartizione dei proventi del Totocalcio. C’era dunque una storia di iato, di separazione, tra un tipo di discor­ so politico portato avanti sul piano generale e a livello nazionale e le concrete azioni politiche attuate a li­ vello locale o anche a livello nazio­ nale con i singoli enti pubblici. Ma bisogna anche tenere conto di una diversa mentalità degli uomini po­ litici e delle autorità di allora, molto meno aperti e sensibili a recepire un discorso sportivo in chiave sociale, come oggi ormai si è abituati a farlo.

Quanto al CONI e alle Federazioni si può dire che i rapporti con essi del CSI e della FARI hanno cono­ sciuto tre distinte fasi. La prima è stata caratterizzata da un rapporto di tipo esclusivamente finanziario e tec­ nico. Il CONI forniva al CSI e alla FARI la parte sostanziale dei mezzi di sostentamento, questi contraccam­ biavano con la loro opera di propa­ ganda tra le categorie più giovani di sportivi. Si trattava soltanto di sta­ bilire alcuni comportamenti di or­ dine pratico, per non pestarsi i piedi e per darsi una mano sul piano tec­ nico e organizzativo. Ciò non era del resto molto difficile, in quanto allora né il CONI né le Federazioni organizzavano l'attività giovanile e a regolare i reciproci rapporti erano sufficienti delle semplici « convenzio­ ni » in cui si definivano le condizioni per un reciproco riconoscimento del­ le rispettive attività, per l’applicazione delle sanzioni, per lo scambio di tec­ nici e per l’assistenza organizzativa in determinate circostanze. I rapporti sono diventati più diffi­ cili dopo il 1960, quando le Federazio­ ni (e lo stesso CONI con i Centri di addestramento) si sono gradualmen­ te e sempre più intensamente aperti verso l’attività giovanile. Fu allora che si avvertì la necessità di una de­ finizione più ampia e organica delle sfere di azione e si cominciò a par­ lare di ruoli e di competenze in una visione più generale dei problemi sportivi del Paese. La terza fase è quella attuale, an­ cora in via di definizione, anche sul piano concettuale si sono fatti indub­ bi passi avanti. Il discorso dei ruoli e delle competenze ha superato l'aspetto tecnico organizzativo, la ne­ cessità cioè pura e semplice di non interferire in maniera concorrenziale sullo stesso àmbito di azione: è stato coinvolto nel discorso ben più ampio dello sport sociale. Non si tratta più di dividersi un territorio, ma di inte­ grare e coordinare diversi tipi di azione, di programmare interventi su vari piani, di articolare i servizi af­ finché tutti i giovani e i cittadini possano accedere alla pratica spor­ tiva secondo le esigenze, le possibi­ lità e le aspirazioni: si tratta in una parola di determinare i fini, i metodi e gli strumenti dei rispettivi inter­ venti guardando alla globalità dei problemi sportivi strettamente con­ nessi con i problemi sociali del Paese.

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(segue da pag. 79) presa di coscienza di ciò che signi­ fichi essere gruppo di cristiani in un preciso momento storico, quello at­ tuale. Ma è bene ricordare che una tale questione non può e non deve riguardare soltanto il CSI: essa è, infatti, una questione di tutti i cri­ stiani d'oggi, ovunque si trovino, ed è stata — e sarà — la questio­ ne dei cristiani di tutti i tempi. 2. INTERROGATIVI

L’azione per la promozione dell’ uomo in una società pluralista po­ ne indubbiamente incessanti inter­ rogativi ma qui non si tratta tan­ to di discutere intorno a precise scelte sul piano strategico-operativo quanto piuttosto di verificare prima insieme le linee orientative generali di un comportamento po­ litico dell’Associazione, dalle quali possono coerentemente discendere gli interventi operativi. I criteri prima esposti, infatti, richiedono una valutazione dell’intera Associa­ zione sia nei congressi locali sia in congresso nazionale, in modo da poter offrire a tutto il CSI una li­ nea sufficientemente unitaria su cui ci ritroviamo e sulla quale ba­ sare le scelte politiche particolari. Sono le società, i Consigli provin­ ciali, i Consigli regionali — oltre­ ché il Consiglio nazionale — a ri­ trovarsi concretamente, in diversi momenti della loro azione promo­ zionale, di fronte alla necessità di scegliere una linea di condotta con­ creta: e lo debbono fare secondo alcuni criteri generali condivisi dal­ la maggioranza dell’Associazione ma secondo anche una certa auto­ nomia decisionale, dettata da una valutazione locale delle situazioni contingenti dove può e deve gio­ care anche un giusto senso della diversità di opinioni interna all’Associazione, che va rispettata come espressione di un pluralismo effet­ tivamente vissuto. Pluralismo che non significa certo un andare a bri­ glia sciolta o sulla strada delle contrapposizioni di potere camuf­ fate da « diversità di opinioni » ma un arricchimento reciproco di pen­ siero e di esperienze in un quadro di riferimento dove tutta l'Associazione sente di potersi riconoscere. 3. PROBLEMI PARTICOLARI

Essi consistono nelle strategie concrete da individuare per sta­ bilire collegamenti efficaci di ca­ rattere operativo con le forze in­

LA SOCIETÀ' SPORTIVA E GLI ALTRI

1. 2.

La vostra società sportiva si è mai preoccupata di stabilire rapporti con le forze sportive, sociali e politiche locali per i problemi che riguardano lo sport di tutti?

Che tipo di collegamento esiste con le società di altri enti di promozione sportiva o in genere con altre forze sportive? Vi sono iniziative comuni, o la società se ne sta per proprio conto? Cos'è che spinge la società a collegarsi o a rimanere isolata?

3.

La vostra società è collegata con il consiglio o comitato di quartiere, se esiste? Sollecita la discussione dei problemi dello sport e partecipa attivamente alla loro soluzione? Stimola comunque una sensibilità e un impegno da parte della popo■azione? x

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I contatti, i collegamenti e le eventuali collaborazioni sono attuati con tutti o sulla base di precise scelte ideologiche, " politiche o di altro tipo? Quali? Se ne discute tutti insieme in società, o decidono i soli dirigenti?

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Ci si è mai rivolti al Comune? Solo per chiedere un aiuto finanziario o anche per chiedere un più vasto impegno per lo " sport sociale? La società l’ha fatto da sola o insieme ad altre società sportive? r

La vostra società ha mai verificato insieme — dirigenti, atleti e genitori — le esigenze di un collegamento con le altre com’ ponenti sportive, sociali e politiche? Ha mai preso in esame i motivi che potrebbero indurre a un collegamento, a un’azione unitaria, c invece a preferire interventi isolati? Quali sono le ra­ gioni, le difficoltà, i risultati dell’una o dell’altra scelta in relazione alla realtà sociale in cui la società opera e ai principi che ispirano l'azione del C.S.I.?

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teressate alla risoluzione dei pro­ blemi umani globali della promo­ zione di una pratica sportiva nei Paese, cioè con le forze rappre­ sentate dagli Enti di promozione sportiva, dai sindacati, dai partiti, dal CONI, dalla Scuola, dagli Enti locali, dalle Regioni e, per molti versi, anche dalle stesse istituzio­ ni cattoliche ed ecclesiastiche. Riteniamo, però, che la puntua­ le individuazione delle particolari strategie operative del momento non possa essere argomento pre­ minente di discussione assemblea­ re nei congressi locali e nel con­ gresso nazionale, per due motiva­ zioni sostanziali:

1) perché il CSI in questo mo­ mento è teso in una riflessione d’in-

sieme per consolidare il quadro di riferimento unitario dei criteri con i quali agire (è il problema, cioè, di una linea politica generale, non delle singole strategie); 2) perché i concreti problemi po­ litici vanno affrontati in termini politici quando, come e dove si presentano; alle strategie locali, in­ fatti, debbono pensarci i rispettivi Consigli locali così come deve fare il Consiglio nazionale per le stra­ tegie nazionali, naturalmente all’ interno di quel quadro di riferi­ mento unitario di cui si è fatto cenno prima e che il Congresso na­ zionale dovrà esprimere sulla base del confronto e degli orientamenti che emergeranno nei congressi lo­ cali.

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Questa fotografia è costata 7 miliardi. Quando si parla di finanziamenti alle FS, è facile dire: perché tanti soldi, e dove vanno a finire? Ecco dove e perché. In questa fotografia si vede 1 Km di ferrovia: a 1,8 miliardi a Km fa 1,8 miliardi. Poi ci sono due lo­ comotori (1 miliardo l'uno) e 20 carrozze (160 mi­ lioni l'una): in totale altri 5,2 miliardi. Il materiale ferroviario è molto costoso. Le FS, per offrire un servizio più veloce, comodo e puntua­ le, hanno bisogno di molto materiale, devono rea­ lizzare nuove infrastrutture, quadruplicamenti di li­ nee, tutta una serie di opere di grande impegno. Quindi, hanno bisogno di molto denaro. Ora è in via di attuazione un Programma di in­ terventi straordinari con un finanziamento di 2.000 miliardi. Sono molti soldi, d'accordo: ma anche i compiti che le FS devono affrontare sono molti e costosi. Quando questo Program­ ma sarà ultimato, ne avvertiremo gli effetti. E allora, non sarà facile dire: perché tanti soldi, e dove vanno a finire? F J e Sicurezza k voj


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LE NOSTRE PUBBLICAZIONI I SUSSIDI TECNICO-PROMOZIONALI • PALLAVOLO di Franco Anderlini

Un trattato completo e moderno del volley. • LA PALLAVOLO GIOCANDO di Francesco Barbagallo

Un sussidio e un modo nuovi per avviare i giovanissimi non solo alla pallavolo, ma a tutto lo sport. • LO SCOUT NELLA PALLAVOLO di Dario Serapiglia

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• GIOCHIAMO A FARE SPORT di Francesco Barbagallo

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SUSSIDI DI STUDIO E DI ANIMAZIONE (Editrice AVE) • LA DONNA E LO SPORT NELLA SOCIETÀ’ INDUSTRIALE di Paolo An­ dreoli - L. 3.000 (sconto soci CSI 50%)

La condizione femminile in generale e nello sport nell’attuale società e prospettive di evoluzione.

• LO SPORT COME IDEOLOGIA: ALIENAZIONE o LIBERAZIONE? di Claudio Bucciarelli - L. 1.500 (sconto soci CSI 50%) Una analisi sintetica e critica dell’attuale fenomeno sportivo con l'ipo­ tesi di rinnovamento propugnata dal CSI e dagli altri Enti di promo­ zione sportiva.

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DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE • L’EDUCAZIONE ATTRAVERSO IL MOVIMENTO a cura del prof. Enrico Fabbri Una esposizione ragionata e didattica dell'esperienza condotta nei Cen­ tri di formazione giovanile del Comune di Prato. Un prezioso e nuovo sussidio per le attività della prima "fascia” del nostro itinerario spor­ tivo-educativo (fanciulli fino ai 10 anni). • L’ANIMAZIONE CULTURALE SPORTIVA di Paolo Andreoli

La ristampa — riveduta e aggiornata — del noto volume che ormai è di­ ventato il testo base della nostra riflessione associativa.

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