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Stadium n. 10/1989

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■■■■■arri

IMPEGNO

QUASI UN SOMMARIO • Questo numero di STA­ DIUM è ricco di spunti per una riflessione pacata ma im­ pegnativa sui problemi emer­ genti dell’attualità sociale e culturale: problemi che inte­ ragiscono anche con l’identi­ tà e con le finalità dell’Associazione.

L'ORIZZONTE PERDUTO? di Aldo Notario

12 LA VIRTÙ7 SOCIALE

14 L'ULTIMO

Aspetti dello scottante problema della droga nell’opinione di Mario Pollo. di Anna De Laura

di Valerio Ochetto

6

SPORT COME VALORE Intervista a Mons. Camillo Ruini, Se­ gretario generale della CEI. a cura di Vito Cozzoli

§PORT, EUR©EPA

di Paola Springhetti

4

TRA LA CURA E LA LEGGE

24 DONNA

25

tow@od/ IMPERO CRONACHE/ La crisi delle «nazionalità» in Unio­ ESPERIENZE ne Sovietica.

15

28

STADIUM/SOQETA7 DO film: di Angelo Bedani IN UNA N©WE DI CHIARO

16/17 FOTOMEMORIA

di Paolo Liberati

29

8

Medicina: ASSOCIAZIONISMO SI PARTE ...IN BICICLETTA INTERVENTO '89 La Festa nazionale di Ciclismo a PSICOLOGICO di Livio Olivi Sessa Aurunca. di Andrea De Pascalis

9

TEMPO RITROVATO di G. Battista Gandolfo

ARBITRO CHI? di Andrea De Pascalis

IO

IL DISABILE COMPETITIVO

Lo sport agonistico degli handicappati neirottica delle attività federali, di Giampiero Spirito

22 INVIATO SPECIALE

A...

L’U.S. Quercia di Rovereto, di Gianm Di Santo

di Antonio Spataro

29. I libri a cura di Andrea De Pascalis

31 SPORT/SOCIETA' di Domenico Volpi

° A cominciare dall’impor­ tante intervista rilasciata al nostro giornale dal Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana sul rap­ porto tra etica e sport. Si trat­ ta di un’apertura sul tema «Chiesa e Sport» che vedrà la Chiesa italiana impegnata nelle prossime settimane.

• Anche l’emergenza «dro­ ga» così presente nell’attua­ lità quotidiana dei cittadini, nella cronaca nazionale ed internazionale e nel dibattito parlamentare di questi gior­ ni, è un tema cui non si può passare accanto senza impe­ gnarsi come ci invita a fare il contributo a STADIUM da parte di un suo fedele e pre­ zioso amico, Mario Pollo. • Lo stesso vale per i temi della solidarietà, dell’associazionismo e per quelli dell’at­ tualità internazionale nella quale si sta delineando una vera e propria rivoluzione di fine secolo.

• Ma anche i temi più pro­ priamente sportivi, dai pro­ blemi dello sport per gli han­ dicappati a quelli degli arbi­ tri, alle «cronache», possono essere oggetto di una rifles­ sione critica che aiuti i nostri lettori a una «ripresa» co­ sciente del proprio quotidia­ no impegno nello sport socia­ le nel quadro di quell’IMPEGNO CIVILE che è una co­ stante del CSI ma che è an­ cor più presente oggi nei pro­ grammi associativi che ci at­ tendono. • Forse qualcuno potrà pen­ sare che STADIUM stia di­ ventando un po’ troppo... impegnativo: di certo biso­ gna evitare il rischio delle pa­ role difficili e delle discussio­ ni accademiche. Ma non è mai sprecato lo sforzo di ri­ flettere per capire la società in cui viviamo ed operiamo.

E.G


5

L'ORIZZONTE ERDUTO? L’orizzonte dei valori di fronte al­ la crisi delle ideologie che assedia i partiti politici italiani, e che ha co­ me vistosa manifestazione la crisi dell'Est europeo è una sfida, una scommessa, un passaggio obbliga­ to per tutti. Anche noi dell'Ovest non ne siamo esenti, perché anche noi siamo pri­ gionieri delle nostre gabbie occulte che ci siamo costruite con le nostre mani, sospinti dalla ricerca sfrenata della ricchezza e del consumo. Siamo consumatori ma al tempo stesso dei consumati. Riteniamo di arricchirci e stiamo scoprendo che ci stiamo impove­ rendo. È una società, la nostra, che ha svi­ luppato molto il corpo e molto l’a­ nima, che è ricca di iniziativa e di idee ma povera di idealità. Più che il «benessere», inteso nel senso cor­ retto del termine, ha perseguito la «ricchezza», che si accompagna quasi sempre all’egoismo e alla vio­ lenza. Perciò sono sopravvissute vecchie ingiustizie e sono nate nuo­ ve povertà o marginalità. Una so­ cietà attentissima al tornaconto in­ dividuale o comunque privato, ma indifferente o quasi al bene pubbli­ co. Per fare solo un esempio, il gra­ ve problema ecologico non è in de­ finitiva il frutto di uno sviluppo perseguito ciecamente, con egoismo e con violenza? Nel mondo sportivo le cose non vanno molto diversamente, anche perché lo sport non si è molto preoccupato di percorrere strade di sviluppo diverse da quelle della so­ cietà, anzi, semmai la preoccupa­ zione e la corsa sono state per cer­ care di non rimanere indietro ri­ spetto ai modelli dominanti basati sul denaro e sul potere, sull’utile e sul consumo.

Anche nella realtà sportiva, dun­ La nostra Associazione affonda le que, vi sono vuoti e povertà di o- sue radici nell’impegno storico dei gni tipo, contraddizioni, discri­ cattolici italiani. È stata promossa, minazioni e marginalità vecchie e sia agli inizi di questo secolo sia alla nuove. ripresa delle attività, dopo la sop­ In più v’è, ad aggravare i proble­ pressione dovuta al regime fascista, mi, l’indifferenza accentuata de! per precise ragioni e con precisi sco­ mondo sportivo per i propri dove­ pi di ordine sociale e civile: per af­ ri e le proprie responsabilità verso fermare la libertà dell’associazioni­ la società. Lo sport è per sua natu­ smo, anche di quello sportivo, per ra un 'attività di natura così squisi­ difendere il diritto di tutti all’eser­ tamente culturale, che poco senso cizio sportivo e promuovere lo avrebbe se non contribuisse a mi­ sport di tutti, per stabilire un nuo­ gliorare la condizione delle perso­ vo rapporto, di vicendevole servi­ ne e la qualità della vita. Ma lo zio, non soltanto utilitaristico, tra sport non si cura molto di questi sport e società. obblighi morali e sociali e continua Per noi l’orizzonte dei valori non imperterrito a fare concorrenza alle è un orizzonte perduto perché cre­ tendenze più deteriori del nostro diamo nei valori per i quali l’uomo tempo. ha scopo a vivere. Il mondo sportivo è distratto: pensa Sono i valori profondi che stanno ai mondiali del '90 e la sua preoc­ dentro di noi, dentro ad ogni uo­ cupazione maggiore è che si svol­ mo, e ad ogni giovane che viene con gano in pace. noi abbiamo il dovere di farglieli Lo sport pensa sempre più a se stes­ scoprire. so sempre di più a occupare la so­ Per una società più giusta e per un cietà più che a servirla: i problemi mondo più bello si comincia di lì, di questa, come la droga e la vio­ da lui piccolo e grande uomo che lenza lo interessano soltanto quan­ noi e con il nostro sport deve im­ do lo toccano da vicino; quando lo parare a scoprire se stesso e gli al­ disturbano. tri, ad avere il gusto degli altri pro­ Vi faccio divertire con i miei spet­ prio perché sono diversi e che la di­ tacoli, lasciatemi in pace, sembra versità è la ricchezza, com’è ric­ dire. chezza la diversità dei fiori, dei Quello dello spettacolo sportivo è monti, dei mari e delle stelle, segno un’invasione: non si riesce più a della potenza e dell’amore creativi trovare un canale televisivo libero, di Dio. non occupato dallo sport, o meglio Agnelli disse di Scirea: «era gran­ dallo spettacolo sportivo. de come atleta ma era più grande Il calcio ci esce dalle orecchie e da­ ancora come uomo». gli occhi. Finiremo per nausearci. Noi del CSI non prepariamo cam­ Ma i problemi della società civile pioni ma tentiamo di costruire uo­ restano e interpellano noi del CSI mini perché l’orizzonte dei valori che non siamo un 'Associazione sol­ non sia perduto. tanto sportiva e quindi «neutra», come in genere ama atteggiarsi lo sport di fronte alla società e ai suoi Aldo Notarlo problemi.

3


■fra la cura e la legge C’è chi invoca la linea dura, le re­ pressioni, le punizioni; c’è chi è con­ vinto, al contrario, dell’assoluta inu­ tilità di tali mezzi e sostiene la lotta per la prevenzione. Se l’America di Bush è intenzionata a spendere undici mila miliardi per fronteggiare la grave situazione inter­ na, l’Italia sembra già attestarsi (an­ che se il dato non è certo) sui seimila miliardi l’anno, ma muovendosi su un progetto di legge che mira alla prevenzione e non solo alla punibili­ tà del tossicodipendente e, soprattut­ to, all’osservazione costante del fe­ nomeno-droga da parte di esperti. In questo senso lavora da tempo il La­ bos, Laboratorio per le politiche so­ ciali, che ha condotto, per conto del­ la Direzione generale dei Servizi ci­ vili del Ministero dell’interno, un’in­ dagine sulla qualità degli interventi per la tossicodipendenza. 11 Ministro per gli Affari Sociali Ro­ sa Russo lervolino l’ha definita co­ me il più ampio e completo censi­ mento, sia per quantità che per qua­ lità di informazioni, realizzato in Ita­ lia nel settore dei servizi per i tossi­ codipendenti.

4

Scorriamo i dati più significativi. An­ zitutto, il campione preso in esame è stato di 977 servizi fra pubblici, pri­ vati, strutture residenziali e semire­ sidenziali; di cui 364 nel Nord-Ovest, 232 nel Nord-Est, 219 al Centro e 162 al Sud e nelle Isole. A parte la cre­ scita esponenziale dai quasi 200 ser­ vizi complessivi del 1979 ai più di 1.000 di oggi, si scopre che c’è un certo bilanciamento quantitativo tra intervento pubblico e privato, e che, anzi, il primo si è incrementato al Nord del 24,6%; meno bene il Sud che vede un incremento del solo 9%. Però, nonostante gli sforzi e la cre­ scita costante, siamo ancora lontani dal coprire omogeneamente tutto il territorio nazionale; il Labos ha in-

Aspetti dello scottante problema della droga nell’opinione di Mario Pollo, direttore del Labos fatti elaborato un indice cosiddetto di territorializzazione, per quantifi­ care il rapporto tra il numero dei ser­ vizi e le USL; così veniamo a sapere che al Nord-Ovest c’è un indice di 1,03 cioè più di un servizio per ogni USL; al Nord-Est è di 0,90 e al Cen­ tro di 0,80, cioè quasi un servizio ogni USL, mentre scendiamo allo 0,35 al Sud e nelle Isole, vale a dire un servizio ogni tre USL. Però, e questo è confortante, questi servizi, nel loro complesso, ricevono il 75% dell’utenza dal territorio su cui insi­ stono; ciò vuol dire che possono ga­ rantire una certa continuità d’inter­ vento alle 30/42.000 persone (stima­ te) in cura, che possono raggiungere le 65/67.000 unità visto che l’utenza è molto differenziata e annovera nel­ le sue fila non solo tossicodipenden­ ti ma anche consumatori occasiona­ li, alcoolisti, persone senza fissa di­ mora e giovani disagiati non consu­ matori di droghe. Sulla positività di alcuni dati e per chiarire le modalità d’intervento dei servizi sul territorio, abbiamo inter­ pellato il Direttore del Labos, Prof. Mario Pollo.

• Prof. Pollo, un tempo i servizi pubblici c privati lavoravano in mo­ do diverso: i primi si limitavano troppo spesso alla somministrazione

di metadone, gli altri privilegiavano, nell’intervento, la ristrutturazione della personalità. Sussiste ancora questa differenziazione? Sono cam­ biate le dinamiche? «C’è stata un’indubbia evoluzione nei servizi pubblici: si è ridotta la funzione di distribuzione farmacolo­ gica a vantaggio delle attività di orientamento, consulenza, psicotera­ pia individuale, colloqui con le fami­ glie. .. ormai si è rafforzato il concet­ to di “famiglia-risorsa”, conferman­ do la centralità dei rapporti familia­ ri nel recupero del tossicodipenden­ te; insomma tra servizio pubblico e privato c’è una tendenza a cammina­ re su binari paralleli».

• Non c’è, allora, concorrenzialità tra pubblico e privato; cioè non bi­ sogna pensare che una comunità di recupero privata nasca laddove il “pubblico” ha fallito o è carente? «Questo è uno stereotipo oggi asso­ lutamente superato. Anzi, si è nota­ to quanto le comunità terapeutiche private aumentino laddove sono pre­ senti i servizi pubblici e come questi ultimi facciano da traino. Dai dati emerge come le comunità di recupe­ ro private interagiscano con i servizi pubblici nel 48% dei casi e come stia emergendo il concetto di una rete te­ rapeutica che si muova sul territorio agendo sulle famiglie, collaborando con cooperative e unità produttive artigiane per un recupero dei tossi­ codipendente dal punto di vista del lavoro e promuovendo, per questo, anche la formazione di cooperative interne ed integrate».

• Prof. Pollo, a parte il fatto che la stessa definizione di «tossicodipen­ denza» è incerta, perché labile la di­ stinzione tra consumazione abituale, occasionale c tra le diverse tipologie di sostanze usate, la ricerca afferma


Tab. 10 - Distribuzione dei volonta­ ri che operano nei servizi

Volontari a tempo parziale

Volontari a tempo pieno

Fonte: Indagine Labos. I9S8.

Servizi pubblici ambulai.

Medico generico

5,7

Tossicologo

8,6 13,1

Psichiatra

0,0

Medico con altra specializzazione Infermiere

Strutture residenziali

0,9

Servizi non residenziali privati

Servizi pubblici ambulai.

Obiettori di coscienza

Strutture residenziali

Servizi non residenziali privati

Servizi pubblici ambulai.

Strutture residenziali

Servizi non residenziali privati

1.9

14.7

3.6

8,2 51,1

2.3 51,9

16,7

0,9

2,8

2,5

7,9

9.6

0,9 21,4

4,8 30,3

0.8

4.3

0,6 28,6

0.3

9,1

0,0

0,0

0.4

2.4

10,0

0,0

0,0

0,1

1.1

0,5

2,8

2,3

1.4

0.9 20,7

1,4 48,6

0,0

0,0

0,7

2,2

0,0

0.0

0,0

0,0

0.2

1,8

0.0

0.0

4,7

2,6

4,3 76,9

0,4 55,4

0,0

0,0

0.4

0,9

0,0

0.0

0,0

0,0

1,3 12,6

0,0

0.0

4,7

0.9

2.2 42,7

2.8 73,3

0,0

0.0

1.4

3.9

1.6

2.2

Psicologo

25,7

1.7

2,4

4,3

4,4

41,1

9.9

3,8 22.6

8,4 48,3

6,7

0,4

0,4

0.3

0.0

0.0

Assistente sociale

22,9

1,6

1,9 11,9

dato non rii.

14,0

3.6

2,1 26,4

dato non rii.

3,3

0.2

0.4

0.7

dato non rii.

0,0

0,0

0,0

0,0

0,4

2,8

7,1

0,5

Assistente sanitario

2,9

1.9

0,5

8,8

0,0

0.0

0.0

0,7 26.3

3,2 55,1

0.0

0,0

Sociologo

0,0

0,0

0,3

2,8

6,3 14,8

3,1

4,5

3,4 63,5

4,6 61.4

0.0

0,0

0,0

0,0

0,0

0.0

Epidemiologo

0,0

0,0

0,4 20,0

0,0

0,0

0,0

0,0

0,2 25,0

0,8 36,0

0.0

0,0

0,0

0,0

0,0

0.0

Animatore

2,9

3,2

9.9 20,4

8,7 ,9.7

0,8

3,2

10,5 44,1

10.5 66,5

0,0

0,0

25,2 14,8

15.9

5,4

Educatore

5,7

1,8

17,7 17,2

16,9 17,8

5,4

6,2

12,5 24,9

6.5 37,6

0,0

0,0

19.1

5.3

9.5

2,9

Amministrativo

11,4

3,4

5,9 17.9

13,5

19,0

0.0

0,0

11,2 59,5

5,2 41,5

30,0

7.6

1,8

1.1

6,3

2J

Altra qualifica

8.6

2.9

9,6 11,9

28,5

17,2

3,1

3,9

18,1 45,7

20,6 70,8

20,0

5.9

14.5

5.1

15.9

2.9

5,7

7.2

47,8 39,7

15.9

7,2

5,4 25,0

21,2 36,1

33,1

23,3 25,0

33,0

7,8

42,9

5.9

1,1

100.0 18,7

100,0 10,9 100,0

0,9 100,0

5,4

100,0

3,3

Nessuna qualifica professionale Totale

100,0

che si raggiunge solo 1 tossicodipen­ dente su 10, cioè dire su 300.000 ne vengono curati circa 37.000; non mi sembra confortante!

«Certamente esiste un “sommerso” e non ci sono elementi certi per quan­ tificarlo; un gran numero di perso­ ne di cui non si sa nulla, che non si lasciano curare e che andrebbero sta­ nate e indirizzate ai servizi; in que­ sto senso non ci si può affidare al TAM-TAM tra tossicodipendenti e tra famiglie per veicolare le informa­ zioni, canale che comunque ha la sua importanza».

• Rimane il fatto che 1’80% dei ser­ vizi chiude nei giorni festivi c 4 ser­ vizi su 10 chiudono il sabato. «Dal punto di vista qualitativo signi­ fica semplicemente che questi servi­ zi non sono in grado di tamponare

0,0

4,1

84,9

100,0 38,2 100,0 61,9 100,0

situazioni di emergenza; ma questa è Tunica cosa che differenzia i servi­ zi che chiudono dagli altri; la chiu­ sura non incide sul resto delle loro at­ tività, sulla qualità dell’intervento, sulla sua ampiezza e sul suo valore nel tempo».

• La gente che si rivolge a questi ser­ vizi su quali figure professionali può contare? «Nei servizi pubblici sono coinvolti oltre 10.000 operatori di cui il 52% sono medici e infermieri, il 23,2% è costituito da personale sociale, men­ tre il 16,7% sono psicologi. Nelle strutture residenziali e semiresiden­ ziali la percentuale si ribalta: il per­ sonale medico è solo il 14% mentre il personale sociale sale al 33 %. Nelle comunità terapeutiche prevalgono, cioè, le figure di tipo educativo psi­ copedagogico, orientate al recupero.

Anche il volontariato è una grossa realtà: il 56% del personale delle co­ munità residenziali e semiresidenziali e ben il 72,8% di quelle private non­ residenziali è volontario e, soprattut­ to è volontario professionalizzato: sono volontari il 54% dei medici ge­ nerici ed il 79% degli specialisti». • Sono in molti a lamentarsi delle lunghe liste d’attesa per entrare nel­ le comunità di recupero. Cosa risul­ ta dalla vostra ricerca? «Direi che se lamentela c’è, questa ri­ guarda la mancanza di posti nelle co­ munità più famose e “reclamizzate”; dalla ricerca risulta che il 58% delle comunità residenziali e semiresiden­ ziali non hanno liste d’attesa e, co­ munque, se ci sono, non superano, nell’80% dei casi, i tre mesi». (segue a pag. 7)

5


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Sport come valore Chiesa e sport: un rapporto antico, aperto, ina ancora non del tutto valorizzato e dunque ricco di prospettive incoraggianti per il futuro. Due realtà, la Chiesa e lo sport, che però nell’attuale momento della vita ecclesiale italiana sembrano sempre più avvicinarsi, anche grazie all’opera dell’ufficio istituito presso la CEI da un anno e mezzo, che si occupa delle problematiche connesse con lo sport e con il tempo libero. Per approfondire le possibili «frontiere» del rapporto Chiesa-sport, Stadium ha intervistato Mons. Camillo Ruini, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. — Che tipo di rapporto esiste tra la Chiesa italiana e la realtà sportiva del nostro Paese?

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«Da sempre, negli oratori, nelle par­ rocchie, c’è un incontro spontaneo della proposta educativa della Chie­ sa con la pratica dello sport, che aiu­ ta Io sviluppo della persona, è scuo­ la di solidarietà, di partecipazione, spazio di gioia e di festa. In questi anni abbiamo poi assistito ad una progressiva spettacolarizza­ zione dello sport, che si è caricato di interessi e dunque di tensioni che non gli sono proprie, e che possono por­ tare anche alle inaccettabili forme di violenza cui stiamo purtroppo assi­ stendo. Vi è dunque qui un nuovo la­ voro da compiere. Il patrimonio ac­ cumulato nell’attenzione allo sport di base, alla pratica sportiva di tutti, so­ prattutto di tutti i giovani, può così essere investito per aiutare a com­ prendere questi fenomeni nuovi e ri­ lanciare la proposta del valore edu­ cativo dello sport, che è al centro del­ l’attenzione e dell’interesse della Chiesa».

Chiesa e sport: intervista a Mons. Camillo Ruini — L'attività dell’Ufficio per la pa­ storale del tempo libero, del turi­ smo e dello sport, istituito da cir­ ca due anni presso la CEI, costitui­ sce il segno di un 'attenzione privile­ giata della Chiesa nei confronti del­ lo sport? «Il mondo dello sport è una realtà complessa: dalla pratica effettiva alla semplice partecipazione agli spetta­ coli sportivi la grande maggioranza degli italiani ne è coinvolta. Molte energie sono all’opera nella Chiesa italiana: è parso giusto perciò offri­ re una piccola struttura di servizio al­ le iniziative pastorali in un settore co­ sì delicato come quello del tempo li­ bero, in cui si esprimono i cambia-

menti nei comportamenti e le esigen­ ze nuove tipiche di una società in tra­ sformazione. Su queste trasforma­ zioni infatti, anche quando spingo­ no verso forme accentuate di seco­ larizzazione e di frammentazione, la Chiesa è continuamente chiamata ad articolare una presenza di annuncio e di testimonianza». — Uno dei prossimi obiettivi delPUfficio è rappresentato da un arti­ colato progetto di presenza della CEI in vista dei Mondiali di Calcio del 1990: quali le ragioni della parteci­ pazione della Chiesa ad un avveni­ mento di così grande rilevanza col­ lettiva, ma anche tanto carico di esa­ sperazioni e di interferenze economico-commerciali?

«Proprio dove vi sono pericoli di strumentalizzazione è compito dei cristiani seguire una via coerente. L’occasione dei Mondiali può così essere il modo di affermare l’idea di uno sport che sia motivo di gioioso e festoso incontro, anche nei suoi aspetti spettacolari. Al di là dei contenuti strettamente sportivi poi bisogna ricordare che i campionati mondiali di calcio inno­ veranno migliaia di persone: è com­ pito della Chiesa offrire loro una specifica “ospitalità”, dall’assisten­ za spirituale ad adeguate occasioni di incontro. Anche solo riuscire a co­ municare il significato della presen­ za delle grandi chiese, delle cattedra­ li, dei tesori dell’arte cristiana nel tes­ suto delle nostre città, a visitatori provenienti da paesi di altra tradizio­ ne e di altra cultura, può costituire un messaggio significativo ed origi­ nale. Le iniziative allo studio peral­ tro vedono i campionati mondiali co­ me un’occasione, uno stimolo, per un impegno che deve restare per­ manente».


TRA LA CURA E LA LEGGE (segue da pag. 5)

• Chi si fa carico delle spese?

«Parliamo, ovviamente, di comunità residenziali e semiresidenziali di cui più della metà sono convenzionate con le USL; in due casi su tre paga la USL; in 10 casi su 100 pagano fa­ miglia e USL insieme; in 14 casi su 100 paga la famiglia dell’utente».

— Lo scorso anno il Cappellano de­ gli azzurri alle Olimpiadi di Seul è stato Don Carlo Mazza, Direttore dell'Ufficio della pastorale della CEI; in occasione dei Mondiali del 1990 la CEI tornerà ad impegnarsi direttamente: la pastorale della Chie­ sa italiana è dunque rivolta allo sport di base o allo sport agonistico? «La Chiesa dedica da sempre grandi risorse allo sport di base. E attingen­ do a quel patrimonio che si possono prendere iniziative nei riguardi del mondo dello sport agonistico. È so­ lo dalla profonda esperienza dei va­ lori educativi che lo sport — la pra­ tica sportiva di base — porta con sé che è possibile pensare la presenza ad altri livelli, con un’opera attenta di servizio, di ascolto, ed anche di cri­ tica».

— Partecipando al Convegno nazio­ nale dei Consulenti ecclesiastici del CSI dello scorso giugno, Lei ha effi­ cacemente delineato le ragioni della presenza del Consulente del CSI. Più in generale, come si può sostanziare l’impegno del sacerdote, quale ani­ matore ed educatore all’interno del­ la realtà sportiva? «Nella vita cristiana, nella dinamica spirituale c’è una indubbia dimensio­ ne agonistica, che San Paolo ha rac­ chiuso in una bellissima immagine, quella dell’atleta che corre per con­ quistare il premio. Il sacerdote do­ vrebbe essere colui che sa ricuperare questa dimensione agonistica propria della vita sportiva, della sana prati­ ca sportiva, facendone momento di costruzione interiore, umana e so­ prattutto spirituale. È una delle chia­ vi possibili di un processo educativo che interessa in modo prioritario il mondo dei giovani, ma finisce con l’estendersi a tutte le età della vita, così come del resto la stessa pratica sportiva».

— Quale può essere l'ulteriore con­ tributo delle associazioni sportive di ispirazione cristiana, come il CSI, in vista della formazione di una nuova coscienza civile nella comunità cri­ stiana?

«Rifare con amore il tessuto della so­ cietà. È questa una delle consegne che il Santo Padre ci ha dato a Lo­ reto, chiedendo a tutti un coerente impegno a superare la frattura tra il Vangelo e la vita. Per chi opera sul campo, per chi lavora quotidiana­ mente ad un progetto educativo, co­ me fa il Centro Sportivo Italiano con lunga esperienza e risultati importan­ ti, è un obiettivo direi quasi natura­ le. I frutti, le ricadute sociali di que­ st’opera di formazione ai valori uma­ ni e cristiani fondamentali, attraver­ so una pratica sportiva disinteressa­ ta e gratuita, sono di grande impor­ tanza. Certo occorre anche saper an­ dare contro-tendenza, occorre saper reagire in maniera positiva e propo­ sitiva alla tendenza a tutto mercifi­ care e tutto monetizzare, anche la vo­ glia di gioco di tanti adolescenti. Ma sono convinto che una coerente te­ stimonianza ed un impegno lineare proprio in questa direzione abbiano oggi un alto valore sociale di propo­ sta seria ed anche di monito». — Quali le prossime ''frontiere" del fruttuoso dialogo tra Chiesa e mon­ do dello sport?

«Sono le frontiere della missione del­ la Chiesa in Italia. 11 piano pastora­ le per il prossimo decennio verterà su evangelizzazione e testimonianza del­ la carità: i Vescovi vogliono andare alle radici della proposta cristiana, di questa novità radicale, di questa pro­ posta di verità, che si fa, in tutti gli ambiti, proposta di dialogo e di au­ tentica promozione umana». a cura di Vito Cozzoli

Da questi pochi dati riportati — la ricerca, come si può immaginare, è assai dettagliata e quindi molto dif­ ficile tentare un riassunto — si può comunque dedurre che scorre linfa vitale nelle strutture che si occupa­ no del problema, soprattutto in rap­ porto alle mille difficoltà nelle quali si dibattono gli operatori: mancan­ za di sedi autonome, carenza di spa­ zi, orari a volte illogici, difficoltà economiche e, sovrana, la mancan­ za di un chiaro e proficuo progetto politico globale che non lasci dubbi sulla metodologia strategica. Si fa molto in relazione alle possibi­ lità, ma non è ancora abbastanza. Permangono molte delle difficoltà incontrate nel Rapporto Censis del 1983; irrisolti i problemi derivanti dall’alto numero di tossicodipendenti detenuti in carcere al (31 dicembre 1988 erano il 24% dell’intera popo­ lazione carceraria): solo il 50,4% del­ le strutture pubbliche censite ha rap­ porti con loro (il 67% di esse non ha alcun rapporto con il carcere mino­ rile); pochi, soprattutto, i rapporti di convenzione, nonostante la disponi­ bilità delle autorità preposte a faci­ litare le pene alternative al carcere. Ma forse uno dei nodi più difficili da sciogliere riguarda il coordinamento degli interventi sul territorio. Ciascu­ na delle tre tipologie di servizi con­ siderate rivendica a sé la competen­ za e la responsabilità di tale coordi­ namento. Questo ritarda ogni pro­ getto di creazione di una effettiva re­ te terapeutica sul territorio e lo svi­ luppo di nuove dinamiche di integra­ zione.

Anna De Làura

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Associazionismo ’89

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Fra non molto l’istituto IREF delle ACLI pubblicherà il terzo rapporto sull’associazionismo sociale e dispor­ remo così di dati aggiornati sul pa­ norama associativo italiano. 11 rapporto IREF è indubbiamente un punto di riferimento essenziale per conoscere il panorama associa­ tivo nel nostro Paese, ma la fotogra­ fia dell’IREF è per l’appunto pano­ ramica e complessiva, per cui non può addentrarsi più di tanto nei det­ tagli e nei processi associativi. È in­ vece di grande interesse, soprattutto per chi come noi è parte attiva e im­ pegnata nell’associazionismo, cono­ scere più da vicino il fenomeno, cer­ cando di coglierne i meccanismi, i movimenti e le tendenze più interio­ ri, al di sotto del suo volto pubblico e istituzionale. Ci aiuta in questo una recente ricerca condotta dal CENSIS su 375 gruppi associativi distribuiti sul territorio nazionale. I risultati della ricerca, effettuata nel 1988, so­ no stati resi noti recentemente (*). Un primo interessante dato rilevato dal CENSIS riguarda la «forma» delle associazioni. Dopo ripetute sta­ gioni di «movimentismo» sembra che si stia affermando nell’universo associativo una condizione di mag­ gior equilibrio tra spontaneità e re­ gole, tra sostanza e forma. Non meno interessanti appaiono i ri­ sultati della ricerca riguardo alla sto­ ria dei gruppi. Tra le associazioni analizzate non vi è quasi più traccia della generazione di aggregazioni ve­ nute alla luce negli anni 60. Solo 1’8*70 dei gruppi intervistati ha de­ nunciato una data di nascita compre­ sa nel periodo 1961-’7O, ossia del Concilio sul piano ecclesiale e della contestazione su quello civile. Ciò non vuol dire che tutto quel mo­ vimento sia scomparso: esso è certo presente come memoria nella socie­ tà italiana, ma nel panorama asso­ ciativo oggi troviamo prevalente­

mente o gruppi che, nati in preceden­ za, sono passati attraverso gli anni ’60, uscendone positivamente attra­ verso un travagliato processo di ag­ giornamento (circa il 30%) oppure (il restante 60% circa) gruppi formati­ si a valle di quel periodo (dopo il 1970), dunque dotati di maggiore freschezza, ma anche di minore ma­ turità storica. È anche apparsa non veritiera la con­ vinzione diffusa secondo cui lo sce­ nario associativo sarebbe dominato da gruppi con interessi precisi e mol­ to circoscritti; in realtà solo 1’8,8% ha dichiarato una sola ragion d’es­ sere, con esclusione delle altre.

DEMOCRAZIA E ASSEMBLEARISMO Le procedure elettorali adottate dal­ le associazioni sono essenzialmente due: di tipo democratico (voto segre­ to con più candidati) nel 59,1% dei casi e di tipo assembleare nel 22,2%. Il metodo assembleare prevale solo nel caso dei gruppi ecologisti, men­ tre tra i gruppi religiosi si evidenzia

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una maggiore varietà di forme. Il metodo democratico risulta più dif­ fuso della media nelle esperienze con maggiore tradizione alle spalle. All’incarico di responsabili sono chiamate per lo più persone né trop­ po giovani né troppo anziane: il 66,5 per cento ha un’età tra i 26 e i 50 an­ ni. Particolarmente presenti tra i gruppi religiosi sono i responsabili giovani e tra i gruppi professionali e quelli di volontariato i responsabili più anziani. Questo dato, insieme a quello che indica una grande maggio­ ranza (il 61,7%) di responsabili in condizione professionale attiva, smentisce il luogo comune per cui so­ lo studenti, pensionati e casalinghe sarebbero impegnati in modo non episodico in qualche esperienza asso­ ciativa. Ciò è tanto più interessante in quanto la funzione di responsabi­ le è svolta gratuitamente in oltre 1’80 per cento dei casi. Le classi di età più ricorrenti tra i membri dei gruppi sono quelle com­ prese tra i 26 e i 50 anni. Le classi di reddito più rappresenta­ te sono in genere quelle «alte» e «me­ dio-alte». Singolare è la condizione dei gruppi culturali, sportivi e sinda­ cali, che presentano percentuali mi­ nori di individui provenienti dalla classe media, mentre sono sovrarappresentati nella classe «bassa» e in quella «alta». Al contrario, la classe «media» predomina tra i gruppi re­ ligiosi, di volontariato e di partito.

RAPPORTI PIU' MATURI CON LA POLITICA Difficili, se non inesistenti, risultano i rapporti tra associazionismo e scuo­ la. Migliori quelli con la Chiesa, i sin­ dacati, il movimento cooperativo. Comunque, la realtà più prossima al mondo associativo risulta essere il Comune. Il che fa supporre che il la­ mentato distacco tra società civile e


TEMPO RITROVATO

G. Battista Gandolfo politica sia più il frutto di disfunzio­ ni istituzionali che non di posizioni di principio ostili alla politica in quanto tale. Anzi l’associazionismo appare anco­ ra oggi molto interessato alla politi­ ca, anche se il 25% dei gruppi si di­ chiara apolitico. Oltre il 65% dei gruppi dichiara di avere uno o più membri iscritti a partiti. Ma il rap­ porto con loro non è più quello di un tempo: pur tra contraddizioni e con­ trotendenze sembra essere diventato più maturo e più «laico». Stando alle testimonianze degli inter­ vistati, mentre l’associazionismo vie­ ne giudicato in crescita su tutto il ter­ ritorio nazionale, sembra che quello religioso abbia subito un leggero de­ cremento, mentre stabili sarebbero rimasti i gruppi ricreativi, di volon­ tariato, di partito ed ecologici. I gruppi politici non di partito mostra­ no, invece, una situazione di evidente crisi. Comunque, tutte le associazio­ ni immancabilmente lamentano una carenza di organico rispetto ai pro­ getti e programmi di lavoro, il che te­ stimonia in tutti una forte aspirazio­ ne alla crescita. Livio Olivi

(*) È bene sapere che a rispondere alle domande contenute nel questionario so­ no state le «unità di base» del fenomeno associativo, collegate o meno con orga­ nismi nazionali o di dimensioni maggio­ ri. Le risposte sono state fornite dal re­ sponsabile del gruppo, o comunque da persone legittimate ad assumersi la re­ sponsabilità di rispondere in rappresen­ tanza dell’intero gruppo. Ciò per preci­ sare che il CENS1S non ha potuto accer­ tare direttamente la veridicità dell'imma­ gine che l’intervistato ha voluto fornire dell’esperienza associativa, ma che tut­ tavia il metodo seguito autorizza la fon­ data certezza che le notizie raccolte espri­ mano «le migliori intenzioni» o le reali direttrici d’impegno dei gruppi contattati.

Emanuela Ghini, ne I ragazzi di Lavai (Ed. Dehoniane, Bologna 1989), narra la storia di una comunità con tante vi­ te sbagliate e di altre che si donano con generosità, allo scopo di salvare gli uo­ mini più bisognosi e disadattati. Racconta l’esperienza di una persona che viene sconvolta dall’incontro con Cristo, «reso improvvisamente ricono­ scibile nel mistero della sua umanità». Un Cristo nel quale si specchiano l’ab­ bandono e la debolezza, l’emarginazio­ ne e la disperazione di numerosi giova­ ni, ma solo come elementi coinvolti in una novità di vita e redenti dall’amore salvifico di Dio. Si capiscono in tal mo­ do la reazione e le avventure, raccon­ tate dalla Ghini, dei protagonisti, Jac­ ques e Franfoise; ma si comprendono pure tante altre situazioni, per certi ver­ si analoghe, alle quali si tenta oggi di dare una risposta. Uno di questi riscontri si può trovare nell’attuale piano associativo quadrien­ nale, che impegna il CSI a intendere lo sport come impegno civile, in un servi­ zio sportivo-educativo ispirato alla so­ lidarietà. Ciò significa che bisogna ri­ tornare alla propria radice di uomini e di cristiani, ma anche di ritrovare gli sti­ moli necessari, per promuovere con rin­ novato impegno la maturità della per­ sona e della realtà sociale in genere. Occorre allora lottare per rimuovere le cause dipo verrà e di ingiustizia, come nel caso dell'«ovile di Lavai», per saldare ogni spaccatura e rinfrancare idiritti e i valori del mondo. Magari partecipando all’azione contemporanea della chiesa, che, per dirla con le stesse parole del Pia­ no associativo, «guarda con crescente preoccupazione ai processi di scristianiz­ zazione in atto nel continente». La risposta può segnare inoltre molte altre indicazioni, come, per esempio, l’operare in compagnia della Chiesa in vista dell 'unificazione europea, così da recuperare i fondamentali cristiani e, sul modello dell’iniziativa della Quar­ ta Giornata Mondiale della Gioventù svoltasi a Santiago de Compostela, ri­ costruire una nuova Europa. Ma qua­ lunque proposta si voglia seguire, tut­ to dipende dalla presenza di Gesù Cri­ sto, uomo-Dio. «L’assoluto è un miste­ ro al quale ci si può accostare per più

di una via», osserva Toybee; ecco per­ ché s’insiste nel non accettare il cristia­ nesimo come «sistema filosofico», né ideologia ed etica. Il cristianesimo «è la persona Gesù Cristo, figlio di Dio», continua la Ghini. Un avvenimento che rispetta e purifica la vita, finalmente ac­ colta come grazia e messaggio di Dio all’uomo, che attraverso l’innocenza e la semplicità del Vangelo, trasmette Cristo via, verità e vita. Si capisce pertanto perché ogni attivi­ tà svela nella preghiera la propria ra­ dice e la sua ragione. Difatti la contem­ plazione non è isolamento o solitudi­ ne, ma espressione di un 'intensa acco­ glienza che, se da un lato separa dal ru­ more del mondo, dall'altro apre all’in­ timità e al silenzio di Dio e all’approc­ cio con i fratelli. Sempre comunque si è collocati di fronte alle disposizioni di un Assoluto, che vuolfar conoscere al­ l'uomo il contesto vivo dell’incarnazio­ ne. In particolare gli permette di ap­ prenderlo attraverso un progetto di sal­ vezza, aderendo al quale il cristiano compie il cammino della propria sto­ ria e dell’audace pellegrinare della pro­ pria vocazione. Tutto ciò che allontana o respinge que­ sto sentiero è falsità e negazione. Le de­ lusioni derivate dalla violenza e dagli inganni del mondo, i pretesti d’evasio­ ne svuotati di ogni bellezza, le aspira­ zioni sofisticate e affogate nel baratro della droga, dell’alcool e di un dispe­ rato, quanto tradito, bisogno d’amo­ re, non colpiscono e non annullano sol­ tanto la persona, ma tutta la società troppo indaffarata a disperdere e a con­ sumare, abituata a vivere alla «perife­ ria dell’essere». L'amore è l’unico grido a turbare il to­ tale smarrimento dell’essere. E con l'a­ more, la gioia di pronunciare ancora il nome del Padre, come garanzia e sfida verso una civiltà che ha urgente biso­ gno di silenzio, più che di efficienza e di buchi. Perché con l’orazione si in­ staura un clima di serenità, che è un se­ gnale, forse anche scomodo, ma mai banale, perché è traccia rischiata sul no­ medi Cristo, signore della vita. «Amia­ mo Cristo risuscitato», si legge in una lettera del protagonista di Lavai, per­ ché «è per noi via e vita».

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Il disabile competitivo

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Per molti è stata la conquista più im­ portante dello sport in questi anni. Franco Carraro, nel 1981 presidente del CONI dichiarò a Giorgio Tosatti direttore del Corriere dello Sport: «L "esperienza che più mi ha toccato in questi tre anni di presidenza sono stati i giochi degli handicappati, svol­ tisi di recente a Roma. Mi hanno profondamente colpito. È stata l’oc­ casione in cui ho sentito con maggior acutezza quanto sia importante lo sport, quale aiuto possa essere, quanto possa significare, per un uo­ mo. Ognuno di noi ogni tanto ha bi­ sogno di verifiche personali su ciò che fa: i giochi degli handicappati mi hanno confermato che ho scelto be­ ne la mia strada». Nello stesso anno il CONI riconob­ be la Federazione Italiana Sport Handicappati come Federazione ade­ rente. Fu sancito ufficialmente il di­ ritto allo sport per le persone disabi­ li. Un passo decisivo per assimilare il portatore di handicap allo sporti­ vo praticante. Oggi l’handicappato è un atleta a tut­ ti gli effetti. La circolare del Ministe­ ro della Sanità, datata 24 ottobre 1988 ne è una conferma. Si legge nel testo ministeriale: «Tutte le attività sportive che vengono svolte sotto il controllo della FISHa sono da con­ siderarsi agonistiche; fanno eccezio­ ne le attività svolte da atleti affetti da handicap mentale tesserati come psi­ chici, la cui attività è sempre da con­ siderarsi non agonistica». Il disabile dunque emerge da un’at­ tività espressamente ludica o riabili­ tativa. Inoltre lo sportivo handicap­ pato può usufruire delle strutture del Servizio sanitario nazionale, gratui­ tamente, al pari degli altri sportivi. Dice Luca Michelini, il medico che ha collaborato con gli esperti del Mi­ nistero della Sanità per l’elaborazio­ ne della circolare: «Z benefici dello sport sull’organismo sono evidenti e

Lo sport agonistico degli handicappati, nell’ottica delle attività federali innegabili; esistono delle condizioni patologiche che, se pur non direttamente imputabili alla lesione invali­ dante, sono connesse con lo stile di vita da essa imposto. Il paraplegico, il non vedente o il cerebroleso, sono persone che conducono per forza di cose una vita assai meno attiva del­ l’individuo sano e sono ben note le conseguenze negative sul corpo uma­ no dalla mancanza di un’attività fi­ sica regolare. Il disabile sportivo ne risente in misura infinitamente mino­ re poiché, ad esempio, attraverso l’allenamento recupera in buona par­ te l’efficienza dell’apparato cardio­ respiratorio. La legge 833 sulla tute­ la sanitaria dell’attività sportiva ri­ chiedeva per qualsiasi attività agoni­ stica un fisico perfettamente integro.

Pur volendo la legge dare impulso ad una forma di utile medicina preven­ tiva nei confronti della popolazione, misconosceva nei fatti la funzione principale dell’attività sportiva di re­ cupero e di miglioramento di indivi­ dui anche in condizioni fisiche non ottimali». Questo è il primo aspetto positivo dell’attività sportiva per il disabile. In secondo luogo compare l’integra­ zione sociale nondimeno importan­ te. Stare in mezzo agli altri, parteci­ pare alla vita attiva, frequentare pa­ lestre e palazzetti, piscine, piste di atletica leggera e campi di calcio so­ no tutte occasioni d’incontro altri­ menti poco disponibili. È l’immagi­ ne del disabile che ne guadagna. Non è più un soggetto emarginato, un pe-

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so per la società bisognoso solo di as­ sistenza ma una persona che può da­ re agli altri, capace di gareggiare, magari vincere ma soprattutto par­ tecipare, nel vero senso della parola. Purtroppo molti ostacoli impedisco­ no una piena partecipazione del di­ sabile. Le onnipresenti barriere ar­ chitettoniche sono il nemico nume­ ro uno; sono costituite da tutti que­ gli ostacoli che limitano o impedisco­ no la possibilità di spostamento o di utilizzo di spazi e attrezzature a in­ dividui affetti da un diverso grado di minorazione. Sono soprattutto scale, porte stret­ te, marciapiedi rialzati che si trova­ no anche negli impianti sportivi. Due anni fa un’indagine condotta su un campione di cento città sparse in tutta Italia rilevò che il 7O°7o degli im­ pianti sportivi esaminati erano inac­ cessibili agli handicappati che voles­ sero praticare lo sport. Di questi solo il 1897o poteva essere modificato con mezzi di fortuna (scivoli, pedane). Il restante 30% risultò diviso tra un 14% di piena accessibilità e un 16% con parziali difficoltà di accesso. Evidentemente si tratta di ostacoli a sportivi in carrozzina, per lo più pa­ raplegici, i primi a praticare nel 1948 a Stoke Mandeville (Londra) lo sport terapia.

Oggi sono diversi i tipi di portatori di handicap che si si dedicano alle va­ rie discipline sportive. Oltre ai para­ plegici ci sono gli amputati, i cere­ brolesi, i non vedenti, gli psichici. Nella terminologia sportiva esiste an­ che un’altra categoria, i cosiddetti «les autrcs», coloro che non rientra­ no cioè nella tipologia ufficiale. L’attività sportiva dei disabili è or­ ganizzata in Italia dalla FISHa, pre­ sieduta da Roberto Marson, atleta di valore in passato, capace di vincere in una sola olimpiade per paraplegi­ ci, nel 1968 a Tel Aviv, ben dieci me­

daglie d’oro. La Federazione si oc­ cupa di tutti i tipi di portatori di han­ dicap, al di fuori dei non vedenti, per i quali esiste la Federazione Ciechi Sportivi, la FICS e dei sordomuti, coordinati dalla FSSI, Federazione Sport Silenziosi d’Italia. 1 disabili sono in grado di praticare qualsiasi disciplina con pochi adat­ tamenti. Pallacanestro, pallavolo, nuoto, sci, calcio, bowling, scherma, tiro con l’arco, tiro a segno, judo, pesi, tennistavolo, atletica leggera, torball, automobilismo, ciclismo, lotta, tennis, canoa, equitazione, gin­ nastica sono gli sport ufficiali.

Le attività sono strutturate in cam­ pionati nazionali a cui si accede do­ po fasi regionali e interregionali. Per la pallacanestro esiste un vero e pro­ prio torneo nazionale che si disputa nell’arco di sei-sette mesi con le squa­ dre suddivise nelle serie Al, A2, pro­ mozione, con tanto di play-off per l’assegnazione dello scudetto. Per i non vedenti lo sport di squadra per eccellenza è il goalball, una spe­ cie di pallamano con la palla a sona­ gli. 11 calcio è molto diffuso tra i si­ lenziosi tanto che la nazionale italia­ na si fregia del titolo di campione del mondo. In sede internazionale si svolgono re­ golarmente le manifestazioni conti­ nentali e mondiali delle varie disci­ pline. Ogni quattro anni si disputa-

no le Paraolimpiadi. La prima edi­ zione si svolse nel 1960 a Roma, l’ul­ tima a Seoul nell’ottobre 1988. Nel­ le competizioni i portatori di handi­ cap sono divisi in categorie o classi, secondo il tipo e la gravità della le­ sione. Attraverso le classificazioni medico-tecniche gli atleti possono av­ viarsi alla pratica sportiva e gareg­ giare. L’attività degli handicappati menta­ li è denominata special Olympics. «L’obiettivo è quello di offrire a que­ ste persone la possibilità di rafforza­ re la propria personalità, sviluppare le proprie capacità fisiche e soddisfa­ re pienamente il proprio potenziale umano. Per accedere alla pratica sportiva è sufficiente un certificato medico di buona salute — spiega il presidente Marson —. Nei regola­ menti FISHa-Special Olympics la componente agonistica vera e pro­ pria non compare. Non esiste infatti per ogni specialità il primo in asso­ luto ma tanti vincitori quante sono le batterie. Sul podio finiscono tutti giustamente e a tutti viene ricono­ sciuta la premiazione alla gara». L’attività di promozione è svolta dal­ le 350 società sportive per disabili sparse su tutto il territorio naziona­ le. Per il primo contatto con l’attivi­ tà sportiva sono presenti i Centri di avviamento allo sport, inizialmente denominati Centri di sport-terapia. Sono 11 mila gli handicappati spor­ tivi in Italia. Lo scoglio insormontabile è quello della scuola. Fino a quando il disa­ bile farà da spettatore durante l’ora di educazione fisica per l’ignoranza degli insegnanti o incapacità delle strutture, il progresso provocato dal­ lo sport non sarà mai completo e per il paraplegico o il non vedente si pre­ senterà la beffa di un handicap in più. Giampiero Spirito

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La virtù sociale LIBERTÀ' E SOLIDARIETÀ'

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Il Concilio Vaticano II ha indicato nella solidarietà uno dei segni dei tempi, di questi tempi. Eppure par­ larne è difficile: solidarietà è una di quelle parole in cui incappiamo spes­ so, anzi, direi continuamente, ma quasi sempre come in un contenito­ re vuoto. Insomma, solidarietà ri­ schia di essere una parola vuota, cer­ to non una parola «vincente» nel vo­ cabolario della contemporaneità. Se l’uguaglianza non va più di moda e la solidarietà non c’è di fatto, chi vin­ ce è libertà. Eppure proprio a questo tema è sta­ to dedicato il 59° Corso di aggiorna­ mento dell’università Cattolica che si è concluso a Cagliari venerdì 15 settembre e che appunto ha appro­ fondito il tema: «La solidarietà, per il superamento di emarginazione, so­ litudine e razzismo». Già, perché questa parola libertà tan­ to cercata amata e difesa, non è una risposta sufficiente per i grandi pro­ blemi che il nostro tempo ci pone: l’aborto, l’handicap, la droga, l’Aids, l’immigrazione di colore, la solitudine degli anziani... Come ha sottolineato il prof. Adriano Bauso­ la, una concezione della vita che si basi solo sulla libertà comporta molti pericoli, enfatizzati dal fatto che noi oggi abbiamo a disposizione molti più mezzi di comunicazione, molte possibilità di socializzazione (grazie al benessere diffuso e al ridursi degli orari di lavoro), ma poi, in realtà, comunichiamo meno e abbiamo me­ no relazioni interpersonali. Relazio­ ni, intendo dire, profonde, che sia­ no veramente l’incontro tra persone e non solo tra funzioni o ruoli socia­ li; che siano scambi di vita. Secondo Bausola, dunque, un modo esasperato di intendere il rispetto del­

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la liberà dell’altro può portare all’in­ differenza, o addirittura all’approva­ zione della devianza, con la conse­ guente rinuncia ad operare. Il pericolo parallelo è che quando si pensa che proprio le differenze tra gli uomini sono belle e le diversità o addirittura i contrasti di idee e scelte di vita sono positive, allora si fini­ sce per «negare l’unità e l’univer­ salità umane, che sono intese erro­ neamente come uniformità». Anche la lotta, tipica dell’età moderna, per il rispetto dei diritti della persona e per la tolleranza, se interpretata in modo errato può portare al «relati­ vismo e all’indifferentismo verso i valori». Può sembrare un paradosso, ma, pa­ rallelamente a tutto questo, c’è un at­ teggiamento di angoscia per la liber­ tà altrui, per la sua imprevedibilità e «pericolosità». Il problema è quello di tornare a co­ niugare la parola libertà con altre pa­ role perché possa dare vita ad altri valori, e la prima fra queste parole è proprio solidarietà. Don Bruno Maggioni, docente di Teologia all’U-

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niversità Cattolica, ha offerto una ri­ lettura dell’Esodo come storia della ricerca di libertà del popolo di Dio, libertà che si attua quando il popolo ritrova la solidarietà nell’accoglien­ za del Dio vero.

SOLIDARIETA': VIRTÙ' PRIVATA E VIRTÙ' PUBBLICA Anche il cardinale Michele Giorda­ no, arcivescovo di Napoli, ha richia­ mato al fondamento cristiano della solidarietà. Il valore della solidarie­ tà è radicato nel disegno di Dio sul­ l’uomo, e quindi non si può dimen­ ticare «la fondamentale unità ed in­ terdipendenza che lega fra loro gli uomini ed i popoli». La solidarietà è un valore, e quindi un problema etico, che interessa sia i singoli che la comunità tutta, perché deve diven­ tare un «ethos condiviso». Va quin­ di riscoperta come valore, ma anche problema politico. Il Cardinal Giordano ha definito la solidarietà una virtù, in quanto «at-


teggiamento liberamente assunto e costante di decidersi per il bene. An­ che Bausola, a questo proposito ha parlato di virtù, proponendo anzi un rinnovato elogio per quelle «piccole virtù» che si esprimono nell’impegno di tutti i giorni: il rifiuto dell’egoismo e la generosità, la fratellanza, la fe­ deltà in famiglia e l’onestà in politi­ ca. Di qui nasce quella solidarietà quotidiana, privata, che certo non può far dimenticare quella più am­ pia, pubblica, ma che è in ogni caso fondamentale. Ma proprio perché impegno etico, la solidarietà va in un certo senso im­ parata: bisogna educarsi ad essere solidali. Ancora una volta, così, ci si trova a ribadire la centralità della fa­ miglia. Come ha spiegato la prof. Eugenia Scabini, ordinario di psico­ logia sociale, la famiglia è la strut­ tura di relazioni entro le quali si co­ struisce l’identità dell’individuo, e quindi la sua capacità di instaurare relazioni. Qui avviene la prima espe­ rienza di solidarietà, anzi, qui è pos­ sibile attuare una prassi quotidiana di solidarietà (che va dalla cura dei malati al reciproco aiuto economico alla ricerca comune di risposte ai problemi pratici della vita) che poi si allarga progressivamente dal cerchio famigliare a quello degli amici e via via sempre di più. In famiglia, comunque, avviene la prima formazione morale delle co­ scienze, ma questa considerazione pone un altro problema: se cioè le fa­ miglie di oggi siano in grado di as­ solvere questo compito, o meglio, se ne siano coscienti, o se non occorra invece coinvolgerle in un ripensa­ mento, in una riscoperta della pro­ pria responsabilità c capacità educa­ tiva, tanto più difficile in quanto si tratta di un’educazione che non può avvenire attraverso discorsi, parole, ma attraverso la testimonianza quo­ tidiana.

FAMIGLIA, VOLONTARIATO, STRUTTURE PUBBLICHE Ed ecco che dal piano del privato si passa cosi a quello politico, perché è vero che il compito della famiglia andrebbe sostenuto da una politica adeguata nei suoi confronti, ed è co­ munque vero che essa non può esse­ re abbandonata a se stessa di fronte a grandi problemi che riguardano tutta la società. Così come non può essere abbandonato a se stesso il vo­ lontariato, che pure in molti casi è stato ed è la risposta migliore alla sofferenza e alla emarginazione. Mettere un’anima di carità nelle strutture pubbliche, questo sarebbe già un obiettivo importantissimo per i singoli disposti ad impegnarsi, ma le strutture pubbliche debbono fun­ zionare e debbono esserci delle poli­ tiche chiare cui fare riferimento. Ciò significa, ad esempio, vivere la soli­ darietà nei confronti dei malati di Aids, malattia non solo senza spe­ ranza e in aumento, ma con un ca­ rattere fortemente simbolico — co­ me ha ricordato il prof. Luigi Otto­ na, ordinario di malattie infettive — e che proprio questo carattere sim­ bolico rende ancora più difficile as­ sistere. Ma se la famiglia abbando­ na i malati, non sono certo gli ospe­ dali a poter offrire una vita dignito­ sa. Le esperienze più interessanti, fi­ nora, sono quelle legate al volonta­ riato: le case-famiglie della Caritas ambrosiana e della Caritas romana, ad esempio. Eppure non possiamo dimenticare quanta opposizione c’è stata alla loro nascita da parte della gente, che non voleva malati di Aids nei propri quartieri. E che cosa significa vivere la solida­ rietà quando il problema è l’aborto? Una risposta chiara la propone l’av­ vocato Francesco Migliori, presiden­

te nazionale del Movimento per la vi­ ta, quando offre alcuni dati secon­ do cui solo il 2-3% delle donne che si rivolgono ad un consultorio pub­ blico decide poi di accettare la ma­ ternità, mentre questa cifra sale al 70% per le donne che si rivolgono al consultorio privato. Il motivo? La «fatica di amare» dei volontari e la capacità delle persone che ruotano attorno ai Centri di trasmettere fidu­ cia e speranza. E cosa significa vivere la solidarietà con chi si droga? E pensiamo sia al­ le vecchie droghe che alle nuove, a quelle sostanze psicotrope diffuse tra le classi abbienti e rampanti. E cosa significa vivere la solidarietà con gli immigrati di colore, cui per ora sembriamo capaci di rifilare so­ lo illusioni destinate ad infrangersi in pochissimo tempo, o forse neanche quelle? E forse varrebbe la pena di chiedersi anche che cosa significa vivere la so­ lidarietà con chi non è sfortunato, con chi magari riteniamo stare me­ glio di noi.

Al corso organizzato dall’Università Cattolica hanno cercato di rispon­ dere a queste e tante altre analoghe domande molli operatori impegnati nei campi del volontariato e della cultura. Raccontando le loro espe­ rienze hanno di fatto disegnato uno scenario di solidarietà possibili, an­ che se difficili. Il problema è quello di trasformare queste esperienze in una rete sempre più fitta oltre che più ampia, e per farlo non c’è che uno strumento, che il cristiano dovrebbe essere particolarmente motivato ad usare: il dialogo, la capacità di ascol­ tare, capire e parlare.

Paola Springhetti

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L’ultimo impero

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Due sono i massimi problemi con cui si confronta la perestrojka di Gorbaciov: l’economia e le nazionalità. Se il primo rischia di sfaldare il tessuto sociale, il secondo accende focolai sempre più numerosi e dirompenti. L’URSS, lo Stato con il territorio più ampio del mondo, presenta al suo in­ terno oltre cento popoli fra grandi e piccoli che parlano settanta lingue di­ verse e contano oltre dodici religio­ ni. È anche ('«ultimo impero» del­ l’era contemporanea. Creato attra­ verso i secoli dalla monarchia zari­ sta sulla base delle conquiste milita­ ri e dell’espansione del popolo più numeroso, quello russo. In teoria, la rivoluzione bolscevica del 1917 pretese di risolvere una vol­ ta per tutte il problema delle nazio­ nalità. Dividendo il territorio fra quindici repubbliche federate. Alle quali riconobbe il «diritto alla seces­ sione», ritagliando addirittura i lo­ ro contorni in modo da poter confi­ nare, avere uno sbocco verso uno stato estero. Tre delle repubbliche federate, quella russa, quella bielo-russa e quella ucraina, hanno propri rappresentanti all’ONU. Ma come la Costituzione sovietica del 1936, sulla carta «la più democratica del mondo», non impe­ dì gli stermini di massa e il gulag sta­ liniano, così anche la realtà della fe­ derazione sovietica fu assai diversa da quella «unione di libere repubbli­ che» di cui canta l’inno sovietico. In pratica al centralismo zarista si so­ stituì il centralismo del partito, ai go­ vernatori i segretari comunisti. Nel­ le repubbliche il segretario del parti­ to era sovente un russo e la politica non si decideva nelle capitali locali ma a Mosca. Sino ai minimi dettagli. La situazione è cominciata a cambia­ re sotto Gorbaciov ma il movimen­ to, le spinte dal basso hanno assun­ to una velocità assai maggiore delle decisioni dall’alto. Tanto più che

La crisi delle «nazionalità» in Unione Sovietica queste tardavano ad arrivare. Il pro­ getto sulle relazioni fra nazionalità e stato centrale si è trascinato per ol­ tre un anno prima di approdare al «parlamento del partito», cioè al Co­ mitato centrale, mentre gli avveni­ menti incalzavano o precipitavano. Dobbiamo aggiungere che la com­ plessità è molta e i problemi si so­ vrappongono. Perché le singole re­ pubbliche riproducono, al loro inter­ no, quel «mosaico di popoli» che la Federazione è in grande. Vediamo i punti più caldi. 11 Caucaso è definito «babele di po­ poli all’incrocio di più imperi». Tre repubbliche: Azerbagian, Armenia, Georgia. Prendiamo l’esempio degli armeni. A Erevan, la loro capitale,

un monumento ricorda l’«olocausto», il primo genocidio del nostro secolo, quando i turchi sterminaro­ no quasi due milioni di armeni in una «deportazione di massa» che si tra­ sformò in «marcia della morte». Ep­ pure gli armeni sono un popolo an­ tichissimo di origine indoeuropea, eredi di un grande impero che si estendeva dal Mar Caspio al Medi­ terraneo (tanto che la leggenda vuo­ le che uno dei re magi fosse armeno) il primo in assoluto a convertirsi al cristianesimo, anticipando l’editto di Costantino. Se oltre tre milioni di armeni abita­ no entro i confini della loro repub­ blica, un altro milione vive sparso nel Caucaso. È stato il desiderio del Nagorno-Karabach, un’isola geografi­ ca di armeni situata entro i confini dell’Azerbagiam di «riunirsi alla ma­ drepatria», a scatenare la violenta reazione degli azeri — gli abitanti dell’Azerbagian, un popolo di lingua turca e religione mussulmano sciita. Passiamo all’altro estremo dell’im-

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STADIUM/SOCIETA' J Il Governo Andreotti è ancora nella primissima infanzia e già si sento­ no i primi scossoni; già s’intravve­ dono le prime crepe. È ben vero che il Presidente ha fama di uomo qua­ si invincibile, ma alcuni fanno già notare che forse alla fama non cor­ risponde la sostanza: in fondo dei dieci «incarichi» che ricevette per formare il governo prima di questo, ben cinque andarono falliti. Dei cinque riusciti, due durarono me­ no di un mese. Sopravvissero abba­ stanza a lungo solo il governo di centrodestra (con liberali e social­ democratici, nel '72-73) e quelli di solidarietà nazionale (76-78). E in entrambi i casi la fine di quei go­ verni segnò anche la conclusione di una fase politica e un sensibile cam­ biamento di rotta negli schieramen­ ti. La sua personale abilità, insom­ ma, sembra essere una specie di «ultima carta», dopo la quale è ine­ vitabile voltare pagina. Quel che è certo è che negli ultimis­ simi mesi si è sviluppato un crescen­ te disagio sulla scena politica. Alle tensioni tra i partiti si aggiunge il senso di delusione e sospetto dei cit­ tadini verso i partiti. Certamente anche il partito della Democrazia Cristiana vive un mo­ mento non particolarmente felice. Dopo la vicenda congressuale (do­ ve non tanto il risultato, ma lo sti­ le dello scontro, il basso livello cul­ turale e politico, la protervia dei vincitori hanno fatto problema) c’è stato un severo avvertimento elet­ torale. Ma poi c’è stata una vicen­ da come quella di Rimini, che ha rilanciato gli atteggiamenti più set­ tari, polemiche al limite del linciag­ gio morale, dichiarazioni di dubbio stile («abbiamo vinto, ma non sia­ mo ancora sazi... »), il tutto accom­ pagnato da una grande povertà di

di Angelo Bertoni

UNA POLITICA PER LA GENTE vere proposte politiche. Adesso c’è la questione di Roma, dove il rap­ porto tra cittadini e forze politiche è già cattivo, e la DC si è giocata negli ultimi anni gran parte della credibilità. Più che una congiura degli avversari si può pensare ad una tattica abile da parte di alcuni alleati, come il PSI, naturalmente desiderosi di corrodere la credibi­ lità del partito che aveva a fatica ri­ conquistato la maggioranza relati­ va. Ma soprattutto questa crisi è stata provocata dal non trasparen­ te comportamento della stessa di­ rigenza della DC romana, la quale ha certamente sottovalutato la gra­ vità del suo comportamento che l’ha isolata dal mondo cattolico de­ mocratico. È una grave e pericolo­ sa illusione credere che quel parti­ to detenga come un sicuro posses­ so la rappresentanza dei voti catto­ lici, senza sforzarsi ogni giorno di meritarli con la limpidezza del com­ portamento, il coraggio delle rifor­ me, il rigore della amministrazio­ ne, un progetto lungimirante. Questa constatazione vale soprat­ tutto a livello nazionale. Attual­ mente il maggior partito italiano è guidato da un gruppo dirigente che ripropone quasi in fotocopia gli as­ setti della fine degli anni ’60 e dei primi anni '70. Furono gli anni del­ la prevalenza del centro doroteo, con gli stessi protagonisti di oggi (che saranno vincenti, ma certo non sono segno di rinnovamento). Fu­ rono quelli gli anni in cui la «bale­ na bianca» si arenò, perdendo la

sua identità cattolico-democratica, il rapporto col mondo cattolico, la credibilità e il prestigio nel rappor­ to con gli altri partiti, e di conse­ guenza rischiò di essere sorpassata. Solo gli immemori non ricordano che furono la segreteria Zaccagnini e la strategia di Moro a rendere possibile una ripresa di credibilità e di alleanze. Né si potrà dimenti­ care che passata quella circostanza, e dopo la morte di Moro, tornò a prevalere la DC moderata-conser­ va t rice, con le sue clientele, e con essa tornò la crisi e l’isolamento. Per romperlo si chiamarono a rac­ colta gli «esterni» nel 1981 e si pro­ mise un profondo rinnovamento che con la segreteria De Mita si avviò. Il bilancio dei sette anni (’82-89) ha certamente luci e ombre, ma qual­ cosa è migliorato. Non abbastan­ za tuttavia se nel recente congres­ so i «padroni delle tessere» sono ri­ masti tali, almeno in parte, ed han­ no avuto la possibilità di prevale­ re. Saranno i riscontri elettorali e la capacità culturale, politica e mo­ rale di guidare coalizioni di gover­ no ed amministrazioni locali a dire nel prossimo futuro se tale strada è percorribile e vincente. Certo a sentire questa «nuova mag­ gioranza» essa si mostra molto si­ cura di sé e dice che c’è una sola DC, quella di Andreotti, Gava e Foriani. Certamente è legittima una varietà di opinioni. Meno legittimo, e so­ prattutto autolesionista sarebbe che una temporanea maggioranza (del resto molto composita) indebolisca la credibilità di tutto un partito e disperda una tradizione storica di grande importanza per il nostro Paese, la tradizione cattolico demo­ cratica.

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FOTOMEMORIA

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FOTOMEMORIA

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Si parte ...in bicicletta

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«Tutti parlano di crisi del ciclismo, di uno sport destinalo a morire len­ tamente. Ma sono discorsi vecchi, si facevano già vent’anni fa, e nel frat­ tempo il ciclismo non è finito». Fran­ cesco Moser ha aperto cosi, contro corrente, il suo intervento al Conve­ gno «La bicicletta ed i problemi del nostro tempo», parte integrante della Festa nazionale di ciclismo-cicloamatori di Sessa Aurunca. Il campione trentino, nel frattempo divenuto fab­ bricante di biciclette e quindi cono­ scitore dell’attuale mercato della bi­ ci, ha offerto ai presenti alcuni spunti di riflessione che vanno riportati e te­ nuti in considerazione. «C'era più crisi quando io ho comin­ ciato. — ha detto Moser — Oggi al­ le manifestazioni ciclistiche parteci­ pano più allievi e juniores, e per le strade si vede più gente in sella a bi­ ciclette sportive. Un tempo sulle stra­ de si incontravano solo corridori tes­ serati a Gruppi Sportivi, i pochi che si dedicavano all’agonismo. Oggi si incontrano cicloamatori e appassio­ nati di mountain-bike. La crisi non è della bicicletta, è del ciclismo pro­ fessionistico. I motivi sono chiari: la bicicletta da corsa costa, così come costano le trasferte. Le Società spor­ tive che organizzano il ciclismo so­ no sempre meno, e le grandi “am­ mazzano” le piccole, che invece do­ vrebbero essere diffuse dappertutto. La Federazione dovrebbe interveni­ re con una regolamentazione». Forte della sua esperienza di indu­ striale, che gli consente di tastare continuamente il polso alla doman­ da di bicicletta, Moser ha tracciato il quadro di una situazione che non è di crisi assoluta ma di cambiamen­ to, sulla scia di una società che ha profondamente mutato abitudini e bisogni negli ultimi due decenni: «La bicicletta oggi ha un ruolo diverso nella vita della gente. La prima bici­ cletta arriva subito, quando si è bam­

La Festa nazionale di Ciclismo a Sessa Aurunca bini. Nell’età dell’adolescenza — nel momento giusto per dedicarsi sul se­ rio al ciclismo — la si abbandona per il motorino, poi per l’automobile. La si riscopre dopo i 30 anni, come mez­ zo per mantenere la salute o riscopri­ re l’ambiente. Le vendite lo confer­ mano: si vendono moltissime moun­ tain-bike e poche biciclette da corsa. Questo nuovo mezzo ha ridato linfa allo sport ciclistico, perché consente di andare dove non c’è traffico, su­ perando l’altro grande ostacolo con cui si scontra il ciclismo tradiziona­ le: la pericolosità delle strade domi­ nate dalle automobili. Quale genito­ re oggi, pensando alla sicurezza, sce­ glierebbe per il proprio figlio il cicli­ smo su strada anziché uno sport da

palestra? Bisognerebbe avere il co­ raggio di rinnovare il ciclismo, di an­ dare contro le tradizioni. Il vecchio ciclismo su strada non funziona neanche come sport spettacolo, co­ me motivo di richiamo: non ha più senso aspettare lungo una strada per sei o sette ore che passino i ciclisti». Non è dunque un ciclismo che muo­ re, come temono in molti, ma un ci­ clismo che cambia, anche se stenta a cambiare con la velocità che i tem­ pi richiederebbero.

winro 0^3 sra La Festa di Sessa Aurunca, coinci­ dendo con il lancio effettivo de «La Bicicletta», proponeva un particolare momento promozionale: un «centro di interesse» BMX/giochi in biciclet­ ta aperto alla partecipazione di tutti i presenti alla Festa, agli atleti locali e a quelli provenienti dai Consigli CSI della Campania e del Lazio. Al­ lo Stadio di Sessa, dove è stato alle­ stito il «centro», 230 giovani e gio­ vanissimi si sono accalcati all’ingres­ so con grande entusiasmo, sottopo­ nendosi ad una lunga coda pur di po­ tersi cimentare a gruppetti, in sella ad una BMX, tra birilli e pedane. Anche qui nasceva, fortissima, la sensazione della necessità e dell’ur­ genza di trovare la formula di un ci­ clismo alternativo: la bici, rifacendo­ si il trucco e guadagnando in sicurez­ za, avrebbe ancora parecchio da dire.

0 reOTAGONBM I protagonisti sono stati ovviamente tutti i partecipanti: 342 Esordienti, Allievi e Cicloamatori, provenienti da 20 Consigli. Qualcuno andava fortissimo, come il ragazzo che ha vinto per distacco la gara Allievi di


L'ULTIMO IMPERO (segue da pag. 14)

domenica mattina. Tutti molto pre­ parati e «smaliziati» si sono rivelati i giovani, che anche nelle prove tipo pista hanno mostrato tattiche di squadra certamente non improvvi­ sate. Il ciclismo si porta da sempre incol­ lata l’etichetta di sport che vive sul­ la caparbietà e il senso di sacrificio. Se questo è vero, due protagonisti so­ no da ricordare accanto ai vincitori. Il primo è un anziano cicloamatore (non diciamo quanto anziano) che, staccato di brutto nella prova di ve­ nerdì, continuava tuttavia a spinge­ re sui pedali. Del piccolo dramma interiore di un secondo protagonista sono stato uni­ co testimone. Aveva il numero 12 sulla maglia, categoria Esordienti, e la gara era l’ultima in programma, quella di domenica. I corridori si so­ no presentati tutti in gruppo ai 500 metri, li dove con una curva il per­ corso obbligava ad una micidiale sa­ lita conclusiva per varcare le mura del centro storico di Sessa e raggiun­ gere il traguardo. Proprio all’altez­ za del cartello dei 300 metri, dal gruppo si è defilato il numero 12, che il fisico minuto e la fatica facevano sembrare ancora più bambino. Non ce la faceva proprio più. Ha ferma­ to la bici, è sceso, si è seduto all’om­ bra, sullo scalino di un portone, e si è messo a piangere: arrendersi a soli 300 metri dal traguardo, mentre si è in gruppo, dev’essere tremendo. Do­ po un po’ ha smesso di piangere ed in silenzio è risalito in sella. Alzan­ dosi sui pedali, piano piano, si è av­ viato all’arrivo, ennesimo esempio di un ciclismo che forse è costretto a cambiare i suoi modi per sopravvi­ vere, ma che solo nella corsa su stra­ da riesce ancora a raccontare le sue storie migliori.

Andrea De Pascalis

menso territorio dell’URSS, ai Pae­ si che si affacciano sul Mar Baltico, la cattolica Lituania, la Lettonia «paese dell’ambra», l’Estonia dalle coste frastagliate ricche di isole. So­ no i tre popoli che conservano più vi­ va la memoria dell’indipendenza, persa in seguito al patto RibbentropMolotov (ma sarebbe meglio dire Hitler-Stalin) del 1939. Sono quelli che già hanno ottenuto molto: il ri­ pristino delle proprie lingue come lin­ gue ufficiali, delle bandiere naziona­ li, di ampi spazi di autonomia nelle decisioni economiche e nei rapporti con l’estero. Ma vogliono di più. Il soviet dell’Estonia, che sarebbe il parlamento locale, già l’anno scor­ so aveva approvalo il suo diritto di veto sulle leggi federali, poi revoca­ to da Mosca. Anche fra i civilissimi baltici riemer­ ge il problema delle «loro minoranze». Così gli operai russi che lavorano in Estonia sono scesi in sciopero contro una legge elettorale locale che voleva togliere il diritto di voto o di essere eletti ai più recenti immigrati. E i lituani, mentre rivendicano una autonomia che sfiora l’indipenden­ za da Mosca, rifiutano di riconosce­ re ai polacchi che sono maggioranza in un distretto uno statuto speciale. Ecco dunque uno dei nodi della que­ stione nazionale: le diverse repubbli­ che chiedono, legittimamente, mag­ giore autonomia ma al loro stesso in­ terno si pone il problema dei diritti

civili per le proprie minoranze. Si ri­ schia la balcanizzazione, la lotta di ognuno contro tutti. Azeri contro ar­ meni, georgiani contro abkhasi e osseti, kazakhi contro meskheti. L’in­ dipendenza non risolverebbe questi contrasti, probabilmente li aggrave­ rebbe. Ritorniamo al problema centrale del­ la richiesta di una effettiva autono­ mia da parte delle repubbliche fede­ rate. A Mosca ha fatto da detonato­ re nella dialettica fra conservatori, centro riformista di Gorbaciov e ri­ formatori radicali. I conservatori vorrebbero un intervento autoritario, finché l’esercito rimane un altro pi­ lastro del centralismo, con gli alti uf­ ficiali in maggioranza russi. I riformatori più radicali si spingo­ no sino ad accettare la secessione. Ha esclamato il direttore di «Moskovskie Novosti» Egor Yakovlev, alla «Festa dell’amicizia» di Montecati­ ni nel settembre scorso: «Fra il trau­ ma di un intervento militare e una se­ cessione, penso più accettabile la se­ conda». II centro di Gorbaciov si oppone fer­ mamente all’idea di secessione ma deve agire con più decisione se vuol evitare nuove esplosioni etniche e ri­ fondare la federazione. Ma l’interrogativo si fa incalzante: sopravviverà l’Unione Sovietica al­ l’impatto congiunto di crisi economi­ ca e di crisi delle nazionalità? È difficile fare i profeti, anche se per l’equilibrio mondiale Gorbaciov è il migliore degli interlocutori possibi­ li. E un abilissimo statista. Molti evo­ cano le nubi di tempesta che si ad­ densano sul suo capo. Io vorrei ri­ portare un giudizio contro-corrente di un osservatore non professionista, del «giallista» inglese John Le Car­ ré che per la prima volta è stato in URSS a presentare il suo nuovo li­ bro — come sempre, di intrigo spio­ nistico — intitolato «La casa Rus­ sia». Le Carré ha detto: «Io sono ra­ gionevolmente ottimista».

Valerio Ochetto

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Arbitro, chi? Il nuovo anno associativo reca con sé, tra le situazioni da affrontare, an­ che il problema degli arbitri. Non è un problema nuovo, poiché l’Associazione si va interrogando da tem­ po sulla necessità e la possibilità di formare una figura arbitrale più ri­ spondente alle proprie scelte di fon­ do: un arbitro, cioè, che non sia tut­ to casistica e regolamento, ma che si ponga quale operatore sportivo al pari degli altri operatori associativi, consapevole che il proprio compito fondamentale è quello di educare at­ traverso lo sport. Sulle enunciazioni di principio che conducono all’opzione dell’arbitroeducatore è inutile tornare, tanto esse sono state dibattute e diffuse. Oggi il problema arbitri (ed il problema della giustizia sportiva che gli è stret­ tamente collegato) riguarda piuttosto l’individuazione delle strade che pos­ sono portare alla realizzazione con­ creta di tali scelte associative. E il porsi come meta quella di creare una nuova, inedita figura di arbitro ri­ schia di sembrare una via ancor me­ no praticabile in questi anni in cui si profila una crisi di «vocazioni arbi­ trali» che coinvolge anche il mondo delle Federazioni. Rimanendo nell’ambito del CSI, la mancanza (per il momento) di stati­ stiche aggiornate impedisce di coglie­ re se e fino a che punto sia effettiva­ mente lecito parlare di crisi numeri­ ca, oltre che di crisi di modelli. Re­ sta la sensazione, che nasce da diversi segnali, di una difficoltà di recluta­ mento, cui si unisce la difficoltà di calare profondamente i nuovi venu­ ti nelle motivazioni associative. L’anno associativo '89/90 si apre tuttavia mentre sono in corso due im­ portanti iniziative:

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1) Il lavoro di un Gruppo Giustizia Sportiva che dovrebbe predisporre un decalogo/manifesto della giusti­ zia sportiva del CSI. È un lavoro im-

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probo, che ha a monte i dati e le os­ servazioni scaturite dal Seminario sulla giustizia sportiva svoltosi a Ro­ ma il 28 febbraio/1 marzo 1987. Pro­ prio la complessità delle problema­ tiche evidenziate in quell’occasione rende difficile giungere ad una solu­ zione di sintesi. Il nodo, com’è intui­ bile, risiede nel riuscire a conciliare in modo netto l’inflessibilità dei re­ golamenti (che in quanto tali sono fissi e vanno rispettati con la flessi­ bilità che richiederebbe una giustizia finalizzata ad educare più che a re­ primere, e che in quanto tale dovreb­ be considerare le tante valenze uma­ ne, psicologiche e sociali che ciascun caso reca con sé. 2) Il lavoro di un Gruppo di studio teso all’individuazione di criteri di re­ visione della formazione arbitrale. È chiaro infatti che una figura di arbi­ tro non tradizionale non può che sca­ turire da una formazione altrettan­ to non tradizionale. Anche qui le dif­ ficoltà obiettive sono enormi, poiché mancano riferimenti, manca un pa­ trimonio di esperienze vissute cui at-

tingere. Nel tessuto associativo solo poche realtà hanno sperimentato strade nuove, più aderenti al proget­ to della figura di arbitro-educatore. Ed anche queste esperienze sono na­ te con tutti i limiti di ciò che è spon­ taneo, sporadico, improvvisato. Oc­ corre invece arrivare ad una forma­ zione omogenea, programmata, ba­ sata su una precisa didattica. Una migliore conoscenza del proble­ ma arbitri dovrebbe scaturire da un’indagine conoscitiva che si sta preparando in questi giorni. Stru­ mento dell’indagine è un questiona­ rio che tende ad accertare per ogni Comitato: il numero e la tipologia degli arbitri; l’organizzazione dei Gruppi Arbitri ed i loro rapporti con le strutture provinciali; ambiente di provenienza e metodi di reclutamen­ to degli arbitri; identikit delle inizia­ tive di formazione e di aggiornamen­ to; risultati dell’azione formativa. Proprio nell’ottica di inquadrare me­ glio quale mondo si schiude ad un giovane che diviene arbitro del CSI,


e quali difficoltà gli si prospettano, abbiamo rivolto alcune domande ad uno dei più giovani e promettenti ar­ bitri di calcio del CSI, il bresciano ENZO ROSOLI, 20 anni appena, eppure già da 5 in carriera.

• Cosa ti ha convinto a diventare ar­ bitro del CSI? Quale iter hai seguito? «Quando ho deciso di fare l’arbitro di calcio facevo già parte dell’Associazione come socio-atleta, ma tesse­ rato per lo sci. A 15 anni volevo fa­ re anche il calcio, poi la mia squa­ dra non si iscrisse, ed evidentemente la voglia di calcio doveva essermi ri­ masta, perché non appena ho letto all’Oratorio un avviso con cui si cer­ cavano arbitri, mi sono iscritto su­ bito. Prima di leggere l’annuncio non ci avevo mai pensato, come non avevo mai pensato ad impegnarmi come socio non atleta. A 15 anni ho partecipato al corso di formazione, per quattro mesi. Mi hanno insegna­ to il regolamento e la casistica, mi hanno ribadito le scelte associative. Terminato il corso ho dovuto aspet­ tare. Ho compiuto i 16 anni un ve­ nerdì, la domenica successiva ho ar­ bitrato la mia prima partita». ® In che modo riesci a conciliare sul campo l’opzione educativa del CSI con il regolamento del calcio, che è nato per tutt 'altre finalità?

«Quando si va sul campo il regola­ mento del calcio è uno soltanto, e lo si applica comunque. Forse cambia il modo di applicarlo, secondo chi si ha di fronte. Con i dilettanti (dai 19 anni in su) lo applico alla lettera; con i ragazzi e con il calcio femminile pri­ ma di ammonire o di espellere cerco di far capire, di spiegare, di essere educatore. Anche perché i più gran­ di il fallo lo commettono con una cattiveria ed una furbizia che nei pic­ coli non c’è».

• Che differenza c’è tra essere arbi­ tro federale ed essere arbitro del CSI?

• Molti arbitri incominciano nel CSI e poi passano in Federazione. Ci hai mai pensato?

«Nella Federazione l’arbitro è un ele­ mento staccato dalla vita delle socie­ tà sportive: riceve la designazione, va al campo, arbitra e poi va via senza pensarci più. Nel CSI si partecipa in qualche modo alla vita delle società. Nel nostro Gruppo Arbitri ci si ritro­ va periodicamente, anche se non re­ golarmente, con i dirigenti di socie­ tà: ci si incontra, si chiacchiera, si va a cena, qualche volta organizziamo una partitella tra noi».

«Anche a me era venuta la tentazio­ ne quest’anno, forse per mettermi al­ la prova e vedere dove potevo arri­ vare. Ma l’attività federale è troppo impegnativa, ed è selettiva: se non si emerge subito, da giovani, si perde anche la speranza di maggiori sod­ disfazioni. Qui nel CSI sono già ar­ rivato a dirigere gare nazionali. E poi nel CSI mi trovo bene: avrei perso di vista tanti amici. Ho preferito resta­ re».

• Quale investimento di tempo ti ri­ chiede, direttamente o indirettamen­ te, l’arbitraggio? Hai difficoltà a conciliare arbitraggio e vita lavora­ tiva e familiare?

«Arbitro il sabato e la domenica. Il mercoledì passo al Centro Zona, do­ ve discutiamo di quello che ci è suc­ cesso la domenica. Poi c’è il tempo dedicato all’allenamento. Da aprile a settembre si aggiungono i tornei estivi. In media arbitro tre partite la settimana; con i tornei notturni si ar­ riva a sei. La mia disponibilità è di sei sere la settimana. Questo ritmo intenso dipende dal fatto che le par­ tite da dirigere sono molte, mentre gli arbitri sono pochi, un centinaio appena disponibili in media. E poi nei tornei notturni si esce in terna, così si stenta anche di più a soddisfa­ re la domanda. Di fronte a questo cumulo di impegni riesco a cavarme­ la bene perché lavoro in proprio, c quindi posso adattare i miei orari alle necessità dell'arbitraggio. Per alcu­ ni miei colleghi è meno facile: la fa­ miglia, il lavoro non consentono di far tardi, di arbitrare 3 o 4 partite. Tutti, comunque, hanno una buona disponibilità di tempo. È essenziale».

• Hai mai discusso con i tuoi colle­ ghi delle carenze dell’organico arbi­ trale e sui possibili rimedi? «Ne parliamo ogni tanto. Ad un cer­ to punto si era pensato di obbligare le società sportive ad iscrivere ciascu­ na un proprio dirigente ai corsi ar­ bitri. Ma in concreto non se ne è fat­ to niente: arbitrare non può essere un obbligo, è una scelta. Oltre tutto, benché si operi nel CSI, non sempre ci si trova ad arbitrare in un ambien­ te sereno. Si corre qualche rischio: i campi non sono recintati, non tutti i dirigenti di società mostrano all’at­ to pratico di aver assimilato gli ideali del CSI. L’atmosfera può infuocar­ si di fronte ad un presunto errore ar­ bitrale. Dico presunto perché troppi dirigenti credono di conoscere il re­ golamento ed invece non lo conosco­ no. Oltre che attraverso una miglio­ re diffusione delle finalità associati­ ve, la possibilità di realizzare l’arbi­ tro educatore passa anche di qui: at­ traverso ima maggiore preparazione dei dirigenti, una migliore conoscen­ za generale dei regolamenti».

Andrea De Pascalis

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Inviato speciale a L'U.S. QUERCIA DI ROVERETO Il Trentino è bello da guardare e da vivere, meta ormai di vacanze tran­ quille e riposanti, ma, pensandoci bene, anche questo ambiente natura­ le così bello è stato costruito dal nul­ la; le guerre di questo secolo hanno lasciato il segno in questi luoghi ric­ chi di storia-patria, ma i trentini han­ no lavorato sodo per una vera rico­ struzione. Me lo conferma Edo Benedetti, un energico e simpatico signore che a Rovereto ha praticamente inventato l’U.S. Quercia. Attualmente Presi­ dente provinciale CSI di Trento; già ex consigliere FIDAL, ex sindaco di Trento, ex ..., mi racconta «la data ufficiale della nascita dell’Unione Sportiva Quercia di Rovereto è il 18 giugno 1945: il battesimo avviene nel municipio, a significare proprio l’im­ portanza di questa società nella vita della comunità roveretana. A quei tempi non si disponeva di nulla, giu­ sto un piccolo campetto in Via San Giovanni Bosco, oppure andavamo ad allenarci nel cortile del Palazzo dell’istruzione... direi proprio che oggi siamo cresciuti. Di una cosa an­ diamo fieri: abbiamo lavorato sodo e gettato le basi dello sport in questa regione in un periodo storico diffi­ cilissimo, dove mezzi logistici e tec­ nici mancavano, e dove le risorse umane erano ben più impiegate nel procurarsi il pane quotidiano».

LA SUA STORIA

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Il nome Quercia è stato preso dal simbolo della città di Rovereto, che è la traduzione italiana del termine latino «quercus», di rovere; nell’au­ la consiliare del Comune c’è un mot­ to che dice: «La Quercia tende i suoi

rami con grande vigore». E infatti bi­ sogna proprio dire che questo nome ha teso i suoi rami con grande vigo­ re in tutto il Trentino, e in special modo nella zona della Vallagarina, a ridosso del Monte Bondone e del Monte Baldo, uno degli altipiani più belli d’Europa, che sovrasta anche il lago di Garda sul versante veronese. Prima società del CSI della provin­ cia di Trento, la Quercia «con i suoi rami» ha trascinato le altre società nella pratica dello sport, secondo le finalità educative che sono proprie del CSI. Fino al 1951 si assiste a un boom di inscritti, e la società, nata come polisportiva, si adatta a circa dieci discipline sportive; a metà de­ gli anni ’50 subisce un rapido ridi­ mensionamento e resta con due sole discipline, l’atletica leggera e la pal­ lacanestro, razionalizzando così gli sforzi umani e tecnici e programman­ do quindi le future vittorie. Il piccolo campo di pallacanestro di via San Giovanni Bosco diventa il punto di riferimento per tutti i gio­ vani di Rovereto; caratteristica del­ la società è infatti quella di fare pro­ mozione sportiva, cercando poi un secondo momento di qualificarsi dal punto di vista tecnico-agonistico. Nell’atletica leggera la Quercia di­ venta subito leader della regione pur non avendo un proprio impianto a disposizione. Lo stadio viene costrui­ to nel 1964 e viene inaugurato con i Campionati Italiani CSI su pista; na­ sce subito il Palio Città della Quer­ cia, meeting nazionale su pista, un appuntamento, quest’anno alla 25a edizione, di grossa risonanza anche internazionale vista la consueta pre­ senza di grossi campioni stranieri, trasmesso in diretta TV e al 4° po­ sto come valori tecnici in Italia.

C’è da dire che la Quercia, pur sen­ za impianti, ha sempre saputo espri­ mere atleti di livello nazionale, e fi­ no adesso sono 13 coloro che hanno indossato la maglia azzurra. A par­ tire dal 1965, e cioè dopo la costru­ zione dello stadio, la Quercia è la so­ cietà leader complessivamente dell’a­ tletica del Trentino, con collocazio­ ne nazionale. È tra le prime venti d’I­ talia ed è arrivata per ben tre volte in serie A; se si considera che Rove­ reto è un paese di circa tremila abi­ tanti; si è no la decima parte di un quartiere di Roma, si capisce l’im­ portanza che questa società ha avu­ to nel diffondere lo sport.

Come attività promozionale è la pri­ ma società in provincia di Trento a creare i Centri Olimpia di avviamen­ to allo sport, che vengono frequen­ tati da circa 400 ragazzi (un po’ trop­ pi!), intervenendo e sollecitando si­ tuazioni locali difficili e aiutando piccole società della Vallagarina an­ cora in «embrione». Tra le altre manifestazioni, c’è il Gi­ ro Podistico, arrivato quest’anno al­ la 42a edizione, poi i Campionati As­ soluti di Corsa Campestre Femmini­ le, vinti dalla Dorio nel 1976; inol­ tre la Quercia ha organizzato per due volte i Campionati italiani di maratonina e tre incontri internazionali, nel 1965 Italia-Germania under 21,

li &

UERCIA

ROVERETO


Aldo Tomasini

le nazionali militari; oppure se l’atle­ ta è effettivamente un campione, noi non siamo in grado di sostenere com­ pensi, anche perché visto la tenden­ za che c’è oggi nell’atletica... ! ! ! Ca­ somai cerchiamo di aiutare qualche ragazzo con la borsa di studio o con il pagamento delle tasse univer­ sitarie».

nel 1976 Italia-California juniores e nel 1982 l’incontro Assoluto Femmi­ nile Italia-Canada.

* * * Antica origine, grandi risultati, otti­ ma organizzazione, grande impegno umano, questo è la Quercia. Nella redazione del quotidiano l’A­ dige, ne parlo con Carlo Giordani, vice-direttore del giornale, consiglie­ re provinciale CSI di Trento, consi­ gliere nazionale FIDAL, direttore tecnico della Quercia, e soprattutto un passato da atleta: campione na­ zionale juniores, under 21 e titolo universitario nei 110 e 400 ostacoli.

° Una tradizione di ottimi atleti, a quanto pare?

«Dobbiamo proprio dire di sì. Potrei citare Gino Jacob, i fratelli Cavalie­ ri, il giavellottista Renzo Cramerotti, numero uno in Italia e un titolo europeo juniores, Cristina Tomasi­ ni, due titoli italiani assoluti, due ti­ toli italiani juniores, una ventina di convocazioni in maglia azzurra, io, e poi altri ancora...».

• Vista questa notorietà, il Comune non ha un po’ di invidia per voi? «No, non credo. In generale i rap­ porti con il Comune sono buoni; il Comune si è occupato dell’impian­ tistica, e noi siamo critici sulla gestio­ ne che invece è carente. Noi ci alle­ niamo nello stadio comunale, ma chi ci pensa alla gestione dello stadio? Non basta costruire gli impianti, bi­ sogna pensare anche alla loro manu­ tenzione. Per quanto riguarda le sov­ venzioni finanziarie la Provincia ci dà un piccolo contributo, al resto ci pensa lo sponsor e le nostre capacità di creare attorno a noi le necessarie solidarietà».

LA QUERCIA: UN'ISTITUZIONE • Siete agganciati a qualche parroc­ chia o oratorio?

«Spesso questo è un tipo di organiz­ zazione adatta ai piccoli centri e alle piccole società, all’inizio infatti l’o­ ratorio era il punto di riferimento. Dopo, con l’ampliamento e l’apertu­ ra della società a tutta la città di Ro­ vereto e la Vallagarina, abbiamo avuto collegamenti con tutte le real­ tà di base e i movimenti che condivi­ devano i nostri intendimenti e i no­ stri valori cristiani. Ultimamente pe­ rò si sta cercando di rilanciare l’ora­ torio, ci stiamo muovendo in tal senso». ° A parte i risultati sportivi, parlate anche di formazione allo sport?

«Certamente. Facciamo un campeg­ gio estivo con gli atleti per avere un contatto diretto e per approfondire il discorso associativo; nel corso del­ l’inverno abbiamo tre o quattro oc­ casioni in cui vengono discusse, con relazioni e proiezioni, con persona­ lità invitale appositamente, le tema­ tiche di fondo dell’educazione allo sport, naturalmente insieme ai gio­ vani atleti ed ai loro genitori». » E se un atleta diventa afamoso»? «Ci sono due casi. O l’atleta fa il mi­ litare, e allora il discorso coinvolge

Qui, nella Vallagarina, la Quercia conta. E conta parecchio. Sano di­ lettantismo sportivo, niente di più. Ma fatto bene, con pignoleria, con orgoglio, con il gusto di fare. Mi trovo a Rovereto in pieno Ago­ sto, e visto che sono quasi tutti in fe­ rie (solo «quelli» della Quercia lavo­ rano...) ho poche possibilità di tasta­ re il polso alla gente. Vorrei chiede­ re a Carlo Giordani cosa pensano della Quercia i Roveretani, ma non faccio in tempo a finire la domanda, che il Giordani ammonisce «non di­ co che la Quercia è quasi un’istitu­ zione; ma...», ma ci manca poco, concludo io. E già, è proprio così. Dentro la stan­ za dove stiamo parlando, entra un giornalista, e il Giordani mi dice «Vedi, quello è uno dei consiglieri della Quercia». Niente male, e prendo appunti. Men­ tre scendo le scale del palazzo dove ha sede il giornale, su una porta leg­ go il nome di tale Renzo Azzolini, che dalle schede che ho sottobraccio, mi risulta essere consigliere della Quercia. OK, dunque, cara Quercia di Rove­ reto. Abbiamo capito tutto: a Rove­ reto sei veramente un’istituzione. Auguri per i prossimi 40 anni, spe­ rando in altri brillanti risultati.

Gianni Di Santo

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DONNA, SPORi; EUROPA

Nel 1987 il CSI ha lanciato una Campagna nazionale «Donna e Sport», con cui si proponeva di sensibilizzare l’Associazione sulla presenza, partecipazione e responsabilità femminile non solo nella pratica sportiva, ma anche nell’impegno delle strutture di servizio. In seguito ad una prima fase di riflessione a livello nazionale, concretizzata in un primo Seminario di studio svolto nel 1987, abbiamo potuto riunire e valutare le esperienze di base, prima di riprendere la Campagna avvalendoci delle indicazioni delle nuove esigenze emerse. Una fase successiva, ipotizzata in seguito ad uno studio più approfondito, il CSI ritiene che possa essere ora collocata in un contesto più ampio, quello europeo, tramite un SEMINARIO INTERNAZIONALE CHE AVRÀ LUOGO A ROMA DAL 15 AL 17 DICEMBRE PROSSIMO. All’incontro parteciperanno, sotto il patrocinio dell’UNESCO, le Associazioni e le Federazioni nazionali e internazionali che si occupano di sport e di educazione, oltre agli operatori ed esperti della problematica femminile dal punto di vista sociale, culturale e sportivo. Questo secondo Seminario offrirà l’occasione per definire alcune linee direttrici tendenti ad estendere la problematica della donna anche ai Paesi in via di sviluppo e del Terzo Mondo, tramite opportune iniziative da realizzare nel corso del 1990.

Il Seminario internazionale coinciderà con la conclusione del «CONCORSO NAZIONALE SPORT CHIAMA DONNA» che ha visto giungere numerose opere ed elaborati di cui si procederà alla selezione a partire da gennaio 1990.

Intanto si moltiplicano in periferia le iniziative della CAMPAGNA di cui abbiamo dato notizia nella rubrica «TuttoCSI/Cronache/Esperienze» e di cui forniremo un panorama complessivo nel numero di dicembre di STADLUM che uscirà in concomitanza con il Seminario. È dunque il momento, per tutta l’Associazione, di rinnovare il proprio impegno per una presenza paritaria delle donne non solo nel CSI, ma soprattutto nella Società civile e nella pratica e nella politica sportiva.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIEHZE Sport per portatori di handicap

PRIMO TROFEO CITTA' DI ALBANELLA

IMOLA — Grazie ad una convenzione stipulata tra l’Assessorato alla For­ mazione Professionale del Comune di Imola e il Centro Sportivo Italiano, gli allievi del Centro Pubblico di Formazione Professionale partecipanti al corso per portatori di handicap psichici possono usufruire di un’attività in­ tegrativa di psicomotricità. La coordinatrice del corso Pirazzini Morena, ora sostituita da altro docente, interpellando nel settembre scorso il CSI, ha aperto una nuova frontiera all’impegno sociale di questo Ente di promozione allo sport. È stata una sfida per le esigue forze volontarie a disposizione ma le sfide vanno affrontate con coraggio per verificare la validità degli slogan. Il CSI parla e propone lo sport per tutti dall’inizio degli anni ’70 e, poiché per tutti vuol dire per ogni persona, la sfida è stata colta. Con l’ausilio pre­ zioso di Anna Dal Pozzo, diplomata all’Isef di Bologna, dotata di una cari­ ca umana e professionale eccezionale, il CSI ha firmato la convenzione e continua a porre una particolare attenzione a questa attività. Il lavoro svol­ to con i ragazzi che frequentano il corso presso la Casa Rossa al Sante Zennaro non è un ‘attività di pura ginnastica, bensì di psicomotricità: educazio­ ne psicomotoria significa educazione, non solo nel senso di comportamen­ to, ma anche di sviluppo cognitivo attraverso il movimento. Il movimento è essenziale per alcune importanti conquiste che stanno alla base dell’orga­ nizzazione mentale dell’allievo: in particolare ci si riferisce alle scoperte del­ la corporeità degli oggetti, delle relazioni spaziali, temporali e di causa ef­ fetto e alla nascita della capacità di organizzare il proprio movimento in re­ lazione allo spazio circostante. Oltre a queste scoperte relative al mondo ester­ no, ve ne è una importantissima che riguarda la propria persona: attraverso il movimento si raggiunge una conoscenza completa di sé, sia come perce­ zione del proprio corpo, nel suo insieme e nelle sue parti, sia come centro che riceve sensazioni ed informazioni e le organizza in un preciso program­ ma motorio personale. Il movimento per questi ragazzi, che in genere non praticano attività sportiva al di fuori della scuola, è importante infine anche per il mantenimento di una buona condizione fisica, di una efficienza che permetta di svolgere le normali attività giornaliere senza incorrere in affati­ camento precoce o in alterazioni della postura.

SALERNO — Per la maggiore divul­ gazione delle Arti Marziali e dato il suo notevole e crescente sviluppo, il Con­ siglio Provinciale di Salerno ed il coor­ dinamento Arti Marziali hanno organiz­ zato la manifestazione di Karaté de­ nominata «I Trofeo Città di Albanella», che si è svolto in Albanella, piccolo ma importante Comune della Provincia di Salerno. Alla Manifestazione hanno partecipa­ to molti atleti di tutta la provincia. Ot­ timi i risultati agonistici ed ottimi quelli associativi. Atleti, sportivi e famiglie si sono tutti riuniti per una grande e sim­ patica festa. Ospite d'onore l'entusia­ smo e l’amore per lo sport.

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1OO METRI DI SPERANZA TRENTO — Il 1989 è stato indicato dalla Comunità Europea come «l’an­ no dell'Europa contro il cancro». In tale circostanza e nell’intesa di ri­ lanciare l'iniziativa già promossa in passato, il Panathlon Club di Trento, detentore dell'idea, con la collabora­ zione della Sezione Ana di Trento, dell'Unione VV.FF. volontari, del Club Amici di Via Oriola, e del Consiglio Provinciale del Centro Sportivo Italia­ no, ha organizzato la manifestazione dei «100 metri di speranza». Il ricavato dall’adesione a tale inizia­ tiva, come nelle passate edizioni è sta­ to interamente devoluto alla Lega per la lotta contro i tumori, Sezione di Trento. Nel contesto di tale manifestazione, per valorizzarne l'idea e sensibilizza­ re i giovani sportivi ad una testimo­ nianza di solidarietà, viste le finalità, che persegue l’iniziativa, il Centro Sportivo Italiano, ha organizzato inol­ tre i «100 metri di speranza crono­ metrati». Anche il ricavato di questa gara è stato interamente devoluto alla lotta contro i tumori.

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FOGGIA — Tutta la cittadinanza ed i turisti hanno partecipato ed incitato gli atleti impegnati in gare di surf, pallavolo ed arti marziali, organizzate dalla società Azio­ ne giovane di Zapponeta in collaborazione con il Comitato foggiano. All’incontro hanno preso parte ragazzi appartenenti a tutti gli Enti di promozione ed alle Fede­ razioni sportive nazionali.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE siamo convinti che le cose si stavano mettendo per il meglio quando, intorno a mezzanotte, ci siamo riuniti per tirare un primo bilancio. La giornata del sabato è stata intensis­ sima. Di mattina la solita peregrinazio­ ne per i campi e le solite tre partite. Nel pomeriggio vincitori e sconfitti, insieme, sono andati in gita a Ravello. La serata è volata via fra discussioni e soprattutto con l'incontro della serata associativa. Poche parole e tante belle musiche presentate dal gruppo Keria di Cava de' Tirreni. La domenica mattina le finali non han­ no riservato particolari problemi. Chi ha vinto era moderatamente contento, chi ha perduto partecipava alla gioia degli altri rammaricandosi di non aver conse­ guito il risultato voluto, ma ritenendosi soddisfatti per l’impegno profuso. Poi il momento della premiazione finale e del commiato. Il tutto si è svolto presso il Centro Sociale per anziani di Villa Ren­ de. Mai scelta fu più indovinata! Per po­ che ore abbiamo portato ai vecchietti la nostra presenza, il nostro entusiasmo, il nostro chiasso».

MEETING DI CALCETTO CAVA DE' TIRRENI — Da Pasquale Scarlino, presidente provinciale, abbia­ mo ricevuto questa testimonianza sul meeting di calcetto: «Tranquillamente seduto, dopo quattro giorni di scorriban­ de per la città per rendere più gradevo­ le il soggiorno degli ospiti venuti da tut­ ta Italia, sto’ osservando con disparati sentimenti i vari gagliardetti e una pre­ ziosa anfora regalataci dal comitato di Messina. Dietro questi doni scorgo i vi­ si degli amici che ci hanno voluto ono­ rare della loro presenza partecipando al meeting nazionale di calcetto. Rivedo i loro visi sorridenti e, presa carta e pen­ na, vado a tracciare un consuntivo di questi giorni. Giovedì c’è stato l'arrivo e la sistemazione dei vari gruppi. La mattinata del venerdì è passata fra i vari campi dove si effettuavano le par­ tite. È stata una festa di colori e di gioia. I campetti erano stati addobbati per l'oc­ casione in modo variopinto e gradevo­ le. Il pomeriggio ha visto altre partite e la buona organizzazione di trasporto. Ci

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ONSIEmE [PER LO SPORT PIACENZA — «Mens sana in corpore sano»: è questa l’affermazione dalla quale ha preso forma e vita l'iniziati­ va che l’associazione Arcobaleno ed il Centro Sportivo Italiano di Piacen­ za hanno progettato ed organizzato in occasione della Festa che ha avuto luogo presso la Parrocchia cittadina di N.S. di Lourdes. L’iniziativa di cui stiamo parlando è stata un torneo di pallacanestro, al quale è stato dato il nome di «Trofeo Arcobaleno». Quattro squadre della città di Piacen­ za, siamo ovviamente a livello amato­ riale, si sono incontrate sul campo sportivo che la suddetta associazione ha fatto costruire per i ragazzi, che quotidianamente frequentano il Cen­ tro Educativo Piedi Allegri, centro pro­ gettato e coordinato dalla stessa As­ sociazione Arcobaleno. Le squadre, che sono Piedi Allegri, Bar Poker, CEIP e Dea Consoft, han­ no disputato le finali; ad esse ha con­ segnato premi il presidente provinciale del CSI Alberto Tosca, che ha avuto espressioni di viva cordialità per l’Associazione Arcobaleno. Il clima di festa della Parrocchia ha re­ so l’iniziativa ancora più gradita ai ra­ gazzi, non molto abituati per la verità a vedere dal vivo incontri di pallaca­ nestro.

SCAMBIO CULTURALE

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MATERA — Ormai da qualche anno il Consiglio provinciale CSI organizza una manifestazione di corsa campestre aperta a tutti i gruppi sportivi della provincia e ai Consigli CSI limitrofi. Anche quest’anno, alla presenza del presidente regio­ nale D’Urso e del responsabile tecnico Mazzeo, la manifestazione ha avuto luogo sui meravigliosi prati di Picciano, con una partecipazione di circa centoquaranta atleti appartenenti a società sportive CSI e FIDAL, con criteri di partecipazione aperti a tutte le fasce d'età.

BENEVENTO — Durante la scorsa estate un gruppo di giovani ha visita­ to l’isola di Creta, stabilendo una rete di rapporti e di scambi culturali con i giovapi dell’isola. L’iniziativa è stata promossa dall'Assessorato ai Servizi sociali della città, che ha voluto offrire ai rappresentan­ ti del FORUM (un’associazione che riunisce varie espressioni giovanili be­ neventane tra cui il CSI) l’opportunità di confrontare la propria realtà socio­ culturale con quella di un altro Paese europeo. L’esperienza per i ragazzi è stata en­ tusiasmante, in quanto non solo li ha messi a contatto con una località che ancora oggi riesce a far rivivere il fa­ scino di un passato glorioso, ma so­ prattutto ha consentito di allargare gli orizzonti culturali, umani e sociali, vi­ vendo per quindici giorni a contatto con i giovani di Sitia, una località ma­ rina sulla costa nord-orientale del­ l’isola. Ai giovani isolani i ragazzi del CSI han­ no portato la loro esperienza e la te­ stimonianza di come vivono lo sport, improntato ad un’attività che mira al­ la riscoperta del corpo e dell'ambien­ te, all’utilizzo del tempo libero in ma­ niera sana ed attiva.


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE INAUGURATO IL CIRCOLO RICREATIVO

DW?EIBM&Z0©IA3AILE MACERATA — Dopo la positiva espe­ rienza dello scorso anno, quando fu ospitato a Macerata un gruppo di gio­ vani ciclisti statunitensi, ancora un im­ pegno particolarmente sentito e vissu­ to con apprensione dal Consiglio Pro­ vinciale maceratese, primo fra tutti il vi­ ce presidente e responsabile del setto­ re Ciclismo, Alberto Ciarlantini, che per l’occasione vestiva anche i panni di ac­ compagnatore ufficiale. La lunga fase di preparazione, i proble­ mi di ordine burocratico, la responsabi­ lità nei confronti delle famiglie dei gio­ vani atleti e le difficoltà linguistiche non sono mai state sottovalutate; solo al ri­ torno in sede sono svanite tutte le preoc­ cupazioni. All'aereoporto di San Francisco, il grup­ po era atteso per essere accompagna­ to a Salinas, prima tappa del viaggio, ed affidato alle famiglie ospitanti. Come da programma, tutte le mattine allenamen­ to su strada; nel pomeriggio ed in sera­ ta, visite alle città ed alle attrattive loca­ li, visite culturali (San Francisco, Santa Cruz ed il Parco Nazionale le mete prin­ cipali).

COR5O DI FORMAZIG^E MARTINA FRANCA — Si è svolto a Martina, il sesto corso di formazione per animatori associativi. Sin dall’interven­ to di apertura sono state messe in luce le aspettative del corso; quelle, cioè, di fornire uno strumento di promozione umana e sportiva sul territorio. In so­ stanza, si dice, per operare bene come dirigenti sportivi bisogna offrire un ser­ vizio ai giovani; un servizio fatto di sa­ crificio continuo, che dura un intero an­ no associativo e che tiene conto esclu­ sivamente delle esigenze degli atleti. Per fare questo è necessario conosce­ re il territorio (inteso non solo come am­ biente, ma come rapporto tra ambiente e uomo che vi insiste), mentre a Marti­ na non tutti i dirigenti sono preparati a svolgere tale compito. In sintesi prima di iniziare un'attività sportiva bisogna conoscere la realtà in cui si opera e que­ sto non sempre avviene.

Coronava il momento sportivo una gara a cronometro. Il momento associati­ vo vedeva una piacevole serata insie­ me agli atleti locali ed alle famiglie; in­ teressante e di notevole effetto anche la visita al Municipio di Salinas, presente il Sindaco del luogo e quello di Monterey, con il rituale scambio di oggetti ricordo. In chiusura, una serata insieme alla Co­ munità Italiana, con cena, scambio di doni ed una marea di domande da en­ trambe le parti. Quindi un viaggio in treno di quasi ven­ tiquattro ore, attraverso zone desertiche e territori delle riserve indiane non lon­ tane dai grandi canyons, fino ai 2000 m. di Albuquerque, nel Nuovo Messico, per la seconda parte del viaggio. Per il momento sportivo, oltre ai percorsi di allenamento sono state organizzate una gara a cronometro, una scalata a 3800 metri ed una corsa su circuito, con ottimi piazzamenti di alcuni nostri atleti. Nei pomeriggi dedicati al momento turistico-culturale, particolarmente interes­ santi sono state l’escursione in monta­ gna fino a Puebla Navajo e le visite alla capitale (Santa Fe) ed a Los Alamos, no­ ta per aver visto la nascita della bomba atomica.

Dal convegno di studi è emerso che l’at­ tività associativa del CSI si sviluppa at­ traverso quattro componenti importan­ ti della nostra società: famiglia, scuola, comunità cristiana ed enti pubblici. So­ lo la famiglia rispetta, in parte, il compi­ to di crescita che le compete, perché scuola e comunità cristiane sono anco­ rate a modelli un po' sorpassati e gli enti pubblici svolgono un opera poco chia­ ra: dovrebbero sostenere l'azione di cre­ scita, perché rientra nei loro program­ mi, ma quasi mai lo fanno effetti­ vamente. L’intervento conclusivo del corso è sta­ to curato da monsignor Salvatore De Giorgi, arcivescovo di Taranto. Nel suo discorso, monsignor De Giorgi ha par­ lato di solidarietà e amore inteso sotto il profilo della dedizione agli altri. È sta­ ta ribadita l'importanza del sacrificio da fare per svolgere un servizio che tenga conto della società in cui si vive e delle aspettative della gente.

TERMOLI — Con l'apertura di un Cir­ colo ricreativo, il Comitato provincia­ le ha iniziato la fase di rilancio del CSI Termolese, finalizzata ad una più at­ tenta presenza nel sociale e sul ter­ ritorio. Il nuovo Circolo si trova nel borgo vec­ chio di Termoli, in una posizione gra­ devole, vista soprattutto la vicinanza con il mare. È frequentato soprattutto da gente anziana, che finalmente ha trovato un posto dove passare un po’ del proprio tempo libero in compagnia. Ma anche i giovani non disdegnano "una visitina al circolo", per un gela­ to e per tenersi informati sulle iniziati­ ve del Consiglio.

ELEZIONE DEL GRUPPO ARBITRI DI CALCIO BOLOGNA — Erano oltre 80 gli arbi­ tri di calcio per l’elezione per il rinno­ vo biennale del «Direttivo del Gruppo-: mai vista una assemblea cosi compat­ ta e motivata. Dopo l'appello dei presenti, fatta dal Segretario uscente Stefano Gubbelini, la nomina del presidente dell'Assemblea e degli scrutatori; interviene l'uscente Presidente del Gruppo Arbi­ tri Carlo Zanetti che relaziona sul bien­ nio trascorso del suo mandato. La relazione esposta, se pur stringa­ ta ma densa di contenuti, viene inten­ samente applaudita. In apertura della discussione, intervie­ ne Rino Dalla che, dopo aver dato at­ to alla relazione con succinte ed ap­ propriate parole, traccia il curriculum dei suoi 20 anni di appartenenza al Gruppo Arbitri del CSI, dal 1969 al 1989, mettendo in risalto i momenti più soddisfacenti del suo operare quale arbitro e dimostra la sua riconoscen­ za al CSI, consegnando una significa­ tiva targa al Presidente del Consiglio Provinciale a ricordo dei suoi 20 anni di collaborazione nel CSI Provinciale. I vari interventi che si sono succeduti sono stati tutti elogiati al modo con cui il Presidente uscente ha portato avanti il Gruppo. Al brevissimo ringraziamen­ to dell’opera svolta, da parte del Pre­ sidente Provinciale, si aggiungono i ringraziamenti all'intero Gruppo del Vi­ ce Presidente Provinciale Stefano Gamberini e rammenta che l’Arbitro del CSI, non è un oggetto qualunque che viene mandato in mezzo ad un campo di gioco per fischiare, ma il CSI dà ad esso un particolare valore sia come Dirigente e soprattutto come educatore, poiché in quel momento rappresenta il CSI a tutti gli effetti com­ presa l’intera Associazione.

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IN UNA NOTTE DI CHIARO DI LUNA DI LINA WERTMULLER Affrontare un argomento delicato e imbarazzante come l’AIDS è un ten­ tativo certamente arduo, che deve te­ ner conto della difficoltà dovuta al­ la rapida sollecitazione emotiva dei destinatari del messaggio. Di conseguenza, una rappresentazio­ ne sul grande schermo non può non evidenziare la presenza di una serie di difficoltà oggettive, qualora si cer­ chi di evitare la retorica improdutti­ va e l’allarmismo inopportuno nei confronti di un’opinione pubblica sufficientemente disorientata. Questo modo di avvicinare problemi aperti e grande pubblico utilizzando il buon cinema, è un tratto distinti­ vo delle capacità di Lina Wertmuller, regista dai consensi tutt’altro che unanimi, ma della quale non è pos­ sibile discutere il talento. «In una notte di chiaro di luna», il suo ultimo film, è una storia sempli­ ce che prende le mosse dalla spirale di fobia che indusse alcuni anni fa due giovani a togliersi la vita, certi di aver contratto il terribile male. Il brutale episodio fornisce l’impul­ so necessario per mettere in moto la complessa macchina giornalistica;

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John, abile reporter e responsabile di una inchiesta sull’AIDS, veste per l’occasione i panni del «portatore sa­ no» del virus, al fine di rendere ma­ nifesta la discutibile convinzione che la migliore cura del male sia l’emar­ ginazione. John divide il suo tempo tra l’impe­ gno professionale e il suo tenero amore, per la giovane Joelle, già sua ex-compagna, e per la bambina nata dalla loro relazione, suggello di una unione destinata a durare. Ma l’ironia del destino lo tradisce nell’attimo più dolce, dissolvendo bruscamente l’immagine serena del­ la sua esistenza, dando corpo ad una condizione finora soltanto ipotizza­ ta, della quale egli stesso... nel suo lavoro, aveva cercato di comunicare il dolore. Un passaggio netto, cinematografi­ camente intenso: il contrasto tra le due vite è opprimente, drammatico, vissuto con la soggezione che spesso accompagna l’impotenza di poter agire per se stessi. L’incubo della viltà, del dover subi­ re o cercare la pietà degli amici e di chi Io ama, e forse della stessa emar­ ginazione già provata con il distacco di chi è «salvo», spingono John ad abbandonare il lavoro, il suo amore,

i luoghi, preparandosi a vivere in so­ litudine le conseguenze di una sorte beffarda, scossa unicamente dalla rabbia istintiva che lo induce a non domandare la resa. Il suo amico Max, Joelle, la figlia de­ vono restare immagini lontane, inu­ tili per nutrire un corpo minacciato, indispensabili per alimentare uno spi­ rito ferito e allontanare l’oscuro uni­ verso della prostrazione. Come prodotto del cinema italiano, il film va senz’altro segnalato per la semplicità, forse a volte eccessiva, e per il lucido stile con il quale la regi­ sta si impegna in un argomento com­ plesso forte della sua incisiva capa­ cità comunicativa. La drammaticità della storia contri­ buisce a rendere inquieto quel sottile rapporto che si instaura tra lo spet­ tatore e lo schermo, per la scomoda presenza di circostanze e riscontri reali, ma tutto ciò vive a stretto con­ tatto con i protagonisti, con i loro sentimenti, confermando che «In una notte di chiaro di luna» non è un film sull’AIDS, ma una storia possibile. Il voler deliberatamente evitare il ruolo di film denuncia, contribuisce senza dubbio a rendere fluida una pellicola difficile già nell’idea, per il doppio obiettivo di schivare la con­ fusione con altri milioni di storie e di non cedere alla tentazione di voler es­ sere unica. La Wertmuller infonde saggiamente la sua arte, imprimendo i giusti rit­ mi ad una vicenda che nasce dimes­ sa, ma che cresce soprattutto dal punto di vista emotivo, rivelando, l’ottima qualità della direzione, arric­ chita dall’esperienza di quasi trenta anni di cinema, durante i quali Lina Wertmuller ha diretto una serie di film molto apprezzati dal pubblico, anche se non sempre ben accolti dal­ la critica (valgono per tutti «Mimi metallurgico ferito nell’onore» del 1972, «Pasqualino Settebellezze» del 1975 e «Scherzo del destino in aggua­ to dietro l’angolo come un brigante da strada» del 1983). La presenza di un cast di attori e di collaboratori di primo ordine, tra i quali è doveroso menzionare la bel­ lissima Natassja Kinski, l’affascinan­ te Faye Dunaway, il prezioso Peter O’Toole e gli altri due protagonisti dall’eco forse più debole, come Rutger Hauer e Massimo Wertmuller, concretizzano gli sforzi della regista, valorizzando il contenuto espressivo.

Paolo Liberati


INTERVENTO PSICOLOGICO Oggi la sfera d’intervento per miglio­ rare la performance dell’atleta è pre­ valentemente a carattere medico. In alcuni spots è in atto una vera e pro­ pria aggressione scientifica al corpo dell’atleta e in estensione alla costru­ zione meccanica, artificiale, della sua prestazione. Di tale situazione non può derivarne altro che una snatura­ lizzazione di quelle componenti che qualificano il rapporto uomo-atleta, tra atleta e prestazione e, tra atleta così costruito e il proprio corpo. An­ zi, si aggiungono all’uomo, nuove in­ sicurezze, nuovi scompensi sotto il profilo psicologico. Ma ora come agire nel presente? Per­ ché non intervenire valorizzando al meglio 1’esistente, considerando per esempio, nella prestazione atletica, quegli aspetti che la inibiscono, la frenano e sono riconducibili alla per­ sonalità dell’uomo atleta. Ma ci sono altre domande alle quali l’atleta stesso è incapace di risponde­ re, ma che caratterizzano emblema­ ticamente la precarietà psicologica della sua situazione. La sua motiva­ zione originaria verso lo sport è in ac­ cordo con le sue motivazioni attua­ li? L’evoluzione della sua personali­ tà, ora adulta, ricca di altri interes­ si, volti anche alla ricerca di una ne­ cessaria sicurezza per il futuro, si concilia ancora con una dura disci­ plina agonistica? Eppoi gli intralci, le delusioni, l’af­ fermazione che tarda a venire, le fru­ strazioni delle gare, che riflesso han­ no sulla sua psiche? A volte non è più facile abbandonare che continuare al­ lenamenti stressanti, alienanti, e per alcuni senza raggiungere quel risul­ tato che rinforza questa scelta di vi­ ta e che raccorda le aspettative, i sa­ crifici del presente con l’affermazio­ ne del futuro? E come interpretare tutti quegli atteg­ giamenti a chiara tinteggiatura nevro­ tica come quei strani rituali in gara, i sfoghi verbali incontenibili di mol­ ti atleti, se non il tentativo di padro­ neggiare una situazione innaturale imposta. Non sono anche il sintomo della difficoltà di creare un rappor­ to sano tra i propri mezzi psicofisici e l’espressione di questi in loto, in rapporto al tempo, al traguardo, al­ l’asticella da superare?

Certo l’atleta adulto ha un suo asset­ to caratteriale. Ma nel suo momento di disagio, di crisi, esprime la perdi­ ta di un equilibrio, e in particolare una richiesta di aiuto, un bisogno. E un sostegno psicologico in tale mo­ menti di recettività può ridargli la ca­ rica, la fiducia in se stesso, la possi­ bilità di acquisire un equilibrio mi­ gliore. Il fine, in prospettiva, è riuscire a ca­ pire dalla emotività pre-gara solo quella elettrizzazione, quella carica che sviluppa energia, tralasciando in­ vece quelle forze interne che inibisco­ no, che irrigidiscono i muscoli e che hanno il loro focus nella insicurezza, nella paura, in quelle zone d’ombra, di confusione, nel carattere del­ l’atleta. Le tecniche d’intervento di tipo cor­ poreo quali il training autogeno, il ri­ lassamento di Jacobson e l’analisi bioenergetica, sono particolarmente indicati in questo settore. La tecnica bioenergetica entra in rap­ porto diretto con tutto l’essere dell’a­ tleta. Con la sua espressività fisica e con la sua espressività psichica. Fa­ vorisce in lui un contatto profondo, attraverso i due aspetti espressivi, con le frammentazioni, e gesti nevrotici, vuoti di energia che possono carat­ terizzare la sua condizione di disagio, per aiutarlo a sentire a percepire di nuovo, nel movimento finalizzato, la sua globalità psico-corporea. Inoltre lo sport è movimento così co­ me la bioenergetica stimola il movi­ mento di energia che scorre con rit­ micità pendolare da una estremità al-

ATTIVITÀ MOTORIE E PROCESSO EDUCATIVO P. Sotgiu e F. Pellegrini, Ed. Socie­ tà Stampa Sportiva, Roma 1989,

pp. 270, L. 24.000

FISIOLOGIA DEL MOVIMENTO N.A. Bernstein, Ed. Società Stam­ pa Sportiva, Roma 1989, pp. 33ó,

L. 30.000

l’altra del corpo. Energia non più fre­ nata, gongolata da blocchi, o rigidi­ tà muscolari, ma che conferisce al corpo uno stato di fluidità, di grazia, di armonia di movimenti. Da qui, ne deriva anche un movimen­ to respiratorio nuovo. Non più con­ tratto, superficiale depresso. Ma ric­ co, ampio, apportatore di energia fresca, vitale. Ma l’analisi bioenergetica si propo­ ne anche come terapia rieducativa, correttiva sul piano fisico. Lo svilup­ po di un carattere in una persona, di­ segna una figura corporea conse­ guente. Il comportamento posturale che ne risulta può essere scorretto e in un atleta, limitante per le sue pre­ stazioni, senza che se ne renda conto. Scendendo sul concreto: se un velo­ cista non ha un completo contatto del suo piede con il terreno, minore sarà la forza che si trasmette dai piedi al terreno e minore sarà la spinta che se ne riceve. Più frammentata, meno fluida, pulita e filante sarà la corsa. Saranno prevalenti gli attriti corpo­ rei. Minore sarà l’equilibrio comples­ sivo del gesto. Insomma è tutto l’in­ sieme della sua azione che sarà limi­ tata da questo «handicap inconscio». Questo condizionamento è limitante in tutti gli sports in cui la velocità e l’appoggio in terra siano aspetti fon­ damentali. In ultima analisi, attraverso questo ti­ po di sostegno psicologico, è l’unità psicofisiologica dell’individuo che ri­ ceve una rieducazione, una serie di stimoli correttivi, sensibilizzanti che rimettono in discussione equilibri ac­ quisiti, per accettarne altri, più ri­ spondenti ad una espansione sana, meno paurosa, del proprio essere. Antonio Spataro

Accomuniamo nella segnalazione questi due libri in quanto appartenen­ ti entrambi alla particolare collana realizzata dalla Società Stampa Spor­ tiva in collaborazione con l’Ufficio Centri Giovanili di Addestramento del Servizio Promozione Sportiva del CONI, e destinata in linea di princi­ pio agli istruttori dei Centri CONI di avviamento allo sport. Come abbia­ mo già sottolineato in occasione del(segue a pag. 30/

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VIDEODIDATTICA DEL MOVIMENTO (segue da pag. 29)

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FISIOLOGIA DEL MOVIMENTO <$>

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l’uscita dei precedenti volumi della collana, si tratta di testi che comun­ que, pur nelle diversità degli argo­ menti e delle impostazioni, rivestono un interesse specialistico più che di­ vulgativo. Ferina restando tale carat­ teristica di fondo, questi ultimi due libri si presentano con motivi di in­ teresse completamente differenti. Attività motorie e processo educati­ vo è un lavoro di grande attualità, firmato da una coppia di autori da sempre impegnata per una maggiore e più corretta presenza dello sport nella Scuola, ed in particolare impe­ gnata per l’affermazione dell’educa­ zione motoria nella scuola elementa­ re, in quanto attività che — corret­ tamente programmata e realizzata — può aiutare il bambino ad evolvere ed arricchire la propria personalità. 11 libro prende le mosse dall’analisi dei diversi modelli didattici di riferi­ mento, delle modalità dell’apprendi­ mento, delle finalità dell’educazione motoria, delle leggi biologiche del­ l’accrescimento e di altre questioni di base, per arrivare poi a dibattere le problematiche legate alla metodolo­ gia e alla didattica delle attività mo­ torie. Nella sua ultima parte, il testo assume un carattere più pratico, con suggerimenti ed esemplificazioni di attività motorie (queste pagine frui­ scono di 89 illustrazioni). In chiusu­ ra due capitoli: il primo dedicato ad esplicitare il ruolo dell’educazione motoria nei nuovi programmi della scuola elementare, il secondo a riba­ dire il valore del gioco/sport quale at­ tività dal forte significato educativo

e quale strumento per un corretto av­ viamento allo sport. Fisiologia del movimento è invece un «classico» che viene da lontano. Ne è l’autore lo scienziato sovietico Nikolai Bernstein (1896-1966), che fu tra i primi ad occuparsi della biomec­ canica del movimento, tentando poi di collocare in una visione sistemati­ ca i dati raccolti. Ritenuti scarsamen­ te ortodossi in epoca stalinista, i la­ vori di Bernstein — frutto di una pre­ parazione ugualmente estesa in cam­ po medico, biologico e matematico — furono scarsamente utilizzali sino agli anni ’60, quando invece furono pian piano riscoperti ed applicati. Di qui il valore che riveste l’apparizio­ ne in italiano del presente volume. Nella prima parte l’autore espone le proprie concezioni circa la biodina­ mica della locomozione, l’interrela­ zione tra coordinazione e localizza­ zione, la genesi dei movimenti; nella seconda parte si esaminano proble­ mi e prospettive nello studio della fi­ siologia dell’attività. Come premes­ so, si tratta di un testo destinato agli «addetti ai lavori» e quindi di non fa­ cile lettura.

GIIWPE VE» DEPUTATO DI BORGO S. DONNINO A. Aimi e A. Copelli, Ed. «La Na­ zionale», Parma 1 988

Nel 1861 Giuseppe Verdi fu eletto de­ putato di Borgo San Donnino (l’at­ tuale Fidenza) al primo Parlamento nazionale. Questo libro ricostruisce l’azione di Verdi come uomo politi­ co negli anni appunto in cui ricoprì la carica di deputato, e nel periodo immediatamente precedente, epoca percorsa dai fermenti che condusse­ ro all’unità d’Italia. Perché segnalare questo libro su Stadium? La spiegazione la lasciamo al CSI di Fidenza, che il libro ha patro­ cinato: «Fin dalla sua fondazione il Comitato di Fidenza ha capito quale importanza potesse avere la compo­ nente culturale nel mondo dello sport. Lo sport è anche cultura; quin­ di, avendo nel proprio territorio giu­ risdizionale tutti i luoghi verdiani, ha sempre avuto cura di promuovere manifestazioni sportivo-culturali in particolari ricorrenze verdiane». La più importante di queste iniziative è forse l’anno verdiano, promosso ogni 5 anni (1976, 1981, 1986).

Serie SCI - Editrice Espansione Idea

In questa collana di audiovisivi sei so­ no i titoli dedicati allo sci. Le linee di impostazione ricalcano quelle adottate per la «Serie atletica» e per gli altri sport presentati nella colla­ na: analisi dei fondamentali, meto­ dologia della tecnica corretta, esercizi di sviluppo e di perfezionamento tec­ nico, dimostrazione e discussione de­ gli errori più comuni e loro correzio­ ne mediante esercizi appositi. E.I. 19 - SCI: TECNICA DI BASE. L’esecuzione corretta della curva pa­ rallela in traccia aperta; esercizi. Gli errori più frequenti e loro correzio­ ne. Forme variate della curva paral­ lela in traccia aperta. E.I. 20 - SCI: TECNICA DI COM­ PETIZIONE. Visione periferica, senso di decisione, anticipazione, rea­ zione; esercizi. Lo slalom a tre palet­ ti. Cambio del peso corporeo, della presa delle lamine e dell’angolazione. Senso tattico. Il supergigante. Salti. Dimostrazione della tecnica di gara di allievi e campioni. E.I. 21 - SCI ACROBATICO. Eser­ cizi per sviluppare e migliorare l’equi­ librio, il cambio di peso, le curve. La discesa con un solo sci. Esercizi con derapage laterale. Esercizi per miglio­ rare la presa delle lamine e il salto. Curve e rotazioni. Figurazioni sem­ plici e composte. E.I. 22 - SCI: SALTI. Metodologia. Il salto teso. Tenuta del corpo, di­ stensione, equilibrio e coordinazione motoria; esercizi specifici. Prepara­ zione di un percorso tipo. E.I. 23 - SCI: ESCURSIONI CON PELLI DI FOCA. Preliminari dell’e­ scursione: la carta topografica; ana­ lisi del percorso; l’attrezzatura; gli sci e gli attacchi; tipi di pelli e loro ap­ plicazione; il rivelatore di vittime da valanga. L’escursione: passo; ritmo; scivolata. La discesa. E.I. 24 - SCI DI FONDO. Il passo alternato: tecnica di base. I giochi con gli sci per sviluppare la coordi­ nazione braccia-gambe. Giochi con passo imposto per perfezionare il passo alternato. Esercizi di sviluppo della bilateralità. I passi pattinati. Di­ scesa e cambi di direzione. Prezzo di ciascuna videocassetta: L. 70.000. Sconto del 20% ai soci CSI. Al momento della richiesta i soci dovran­ no comunque far riferimento a questa iniziativa e indicare il numero di tesse­ ra. Le richieste vanno indirizzate a: ESPANSIONE IDEA SRL Via Emi­ lio Morosini, 17 -00153 ROMA.


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SPORT/SOCIETA' di Domenico Volpi

Maradona è tornato a giocare nei ranghi del Napoli. Ma d’ora in poi «.verrà costantemente assistito da un dirigente, che avrà il compito di con­ sigliarlo». Nel calcio, oltre quelle di direttore sportivo, allenatore, prepa­ ratore atletico, allena-portieri eccete­ ra, si apre una nuova carriera: quel­ la di balia (asciutta). O di Assistente al Soglio? Intanto, pare che i giornalisti si quo­ tino per regalare al Maradona una targa, naturalmente «d’oro», con la seguente dicitura: «Nei duri mesi esti­ vi, con scarsi rinforzi di notizie, sot­ to il fuoco dei lettori inferociti richie­ denti i loro fogli quotidiani, resistet­ te eroicamente sulle prime pagine, lanciando una stampella a chiunque non sapesse che cosa scrivere. Non parlando, non venendo, non giocan­ do rifornì di notizie inesistenti le sue due Patrie al di qua e al di là dell’o­ ceano. In attesa delle prossime pun­ tate, riconoscenti poniamo».

Imbecillità Oltre alla violenza, si rafforza il razzi­ smo sui campi di calcio. A Verona, do­ ve già erano apparse scritte antisemi­ ta contro un giocatore israeliano, la squadra del Napoli è stata accolta da striscioni del tipo « Vesuvio, erutta per noi», «Terroni, lavatevi», «Benvenuti in Italia», e da cori «Quanto puzza­ te. .. ». Non si trattava di pochi provo­ catori, come hanno sostenuto il sinda­ co e il presidente del Verona, perché gli striscioni in uno stadio si possono bloccare o ritirare, e afare un coro che si senta nitidamente in TV ci vogliono parecchie persone. Certo, sono una minoranza, ma né il sindaco né il pre­ sidente Chiantpan (l’unico che in pas­ sato si sia impegnato sul serio contro i violenti) devono sotto valutarla. Non si tratta più di tenere lontani dagli sta­ di i «cattivi», ma gli imbecilli. E Dio ci guardi dagli imbecilli di ogni luogo, che dai cattivi un poco riusciamo da guardarci da noi. Intanto, solo il Ve-

scovo ha con chiarezza chiesto perdo­ no a chi è stato offeso, a nome della comunità.

cose importanti: 1) fra tutte le attivi­ tà industriali, l’edilizia è comunque quella a rischio più alto; 2) i subappalti danno lavoro a operai occasionali, più manovali che specializzati come ri­ chiederebbero le tecniche moderne; 3) ci deve essere qualche moti vo (mafia, bustarelle, tangenti, ritardi politici e burocratici...) per cui un popolo che ha costruito nel mondo le opere pub­ bliche più maestose non riesce a co­ struire in tempo alcuni stadi!

Sportivi ven

Ben... ito

Alcuni esempi di sportivi veri, sia pu­ re a livello di professionismo condito disoldoni o di dilettantismo invece... pure. Ecco «Jimbo» Connors che a 37 anni ha ancora il fiato e la grinta di giocarsi 5 set a Flushing Meadows contro il giovane Agassi, e dice di voler saltare sui campi di gara ancora per tre anni. Ecco ifratelli d'acciaio Car­ mine e Giuseppe A bbagnale, che han­ no vinto «finora» cinque campionati del mondo e due olimpiadi, portando alle stelle il canottaggio italiano, ma sono ancora capaci di commuoversi e piangere per la settima medaglia d ’oro. Ecco A ntibo che, primo italiano di tutti i tempi, trionfa in Coppa del Mondo sui 10000 metri con una scia­ talgia alla gamba sinistra, ma dice: «Ho vinto, ma ho fatto la più brutta gara dell’anno». Un caso diverso: Evaristo Becca tos­ si, già idolo di San Siro, interista con scudetto, genio incompreso del cal­ cio, ha firmato per due anni con il Pordenone, che gioca nell’interregio­ nale. Decadenza? No, solo una gran voglia di giocare.

Addio, Ben Johnson! Ha fatto pro­ prio di tutto pur di vincere. Da gia­ maicano, abituato al calore dei tro­ pici, sei diventato un improbabile ne­ gro canadese fra il gelo del nord. Ti sei circondato di cattivi consiglieri, hai potenziato la muscolatura con la chimica più proibita. Scoperto, hai perduto l’oro olimpico. Il tuo nuo­ vo Paese ti ha messo al bando della società. Ma quando si è parlato del tuo primato mondiale (1987, Roma, 9”83), tu hai confessato la verità che ha fatto cancellare il record, e inve­ ce il Canada voleva che fosse man­ tenuto. Resterai nelle cronache, non nell’albo dei primati, ma almeno te ne sei andato con dignità.

TARGHE ALL’EMERITO

Lo stadio degli stadi Incidenti nei cantieri edili che allesti­ scono gli stadi peri Mondiali, 5 morti a Palermo e due crolli successivi. Sui giornali e in TV, alcune giuste accuse (scarsi controlli e troppi subappalti) e tanta retorica. Nessuno dice alcune

Noterelle • Per la prima volta, la Coppa Ita­ lia è «cominciata» con 24 ...finali, partite a eliminatoria diretta senza appello. Per la prima volta il campio­ nato si è giocalo di mercoledì e di notte, alla luce dei riflettori. Occasio­ ni per ...riflettere. • Giorgio Lamberti, nuotatore «d’o­ ro», si è rifiutato di vendere ai gior­ nali le foto della sua vita privata per decine di milioni. Vorremmo sapere a quanto sono state vendute le foto del matrimonio tra Borg e la Berte, celebrato da un ministro protestante perché la Chiesa cattolica non ha concesso il divorzio.

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ANNO LXXXIV • N. 8 • AGOSTO 1989

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I PROBLEMI DELLO SPORT

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MENSILE PER IL CENTRO SPORTIVO ITALIANO ANNO LXXXIV / N. 10 / OTTOBRE 1989

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