Skip to main content

Stadium n. 9/1991

Page 1

I


SOMMARIO

TUTTI A CONGRESSO Questo numero di STADIUM si chiude in tipografia, quando in tutta Italia sono riprese le attività del C.S.I. e si stanno concludendo i Con­ gressi provinciali e regionali in prepa­ razione dell’ormai imminente Congres­ so nazionale. •X-

*

Si tratta di eventi che hanno in­ dubbiamente una valenza interna all'Associazione, ma che per la storia quasi secolare del C.S.I. e per il suo ra­ dicamento capillare nella realtà italia­ na, hanno un certo valore anche per lo sport in generale, e per la società civile nel suo complesso.

Questo numero, dunque, soprat­ tutto a partire dall’editoriale, e poi specialmente nella sua parte centrale, vuol essere uno strumento di riflessio­ ne e di impegno rispetto a questi even­ ti. Che, naturalmente, in concreto, ri­ guardano le poche centinaia di delega­ ti ai Congressi, ma che in realtà rappre­ sentano un punto nodale della vita as­ sociativa e di tutti i soci, dirigenti e atleti.

*

Come sempre è stato in passato, un Congresso nazionale non può essere soltanto un rendimento di con­ ti, ma deve esprimere lo spirito, l’ani­ ma, la tensione ideale, gioiosa e libe­ ratoria, di tutta l’Associazione, con le sue migliaia di Società sportive, con i suoi 500.000 atleti, che sono essi stessi testimonianza e speranza di uno sport migliore in una società civile rinnovata.

ve

È in questa prospettiva che c’è at­

tesa per il prossimo Congresso na­ zionale del C.S.I. da cui, come sempre in passato, ci si aspetta la prefigurazio­ ne e l’impegno di una rinnovata azio­ ne sociale ed educativa, nel mondo dei giovani, degli adulti, dello sport. STADIUM vuol essere presente in que­ sta impresa con la sua informazione e con il suo sforzo di legare l’esperienza sportiva alla vita reale della gente, ai suoi problemi quotidiani e al compito comune a ogni cittadino di promuove­ re attraverso lo sport, la festa, l’amici­ zia, lo stare insieme, ma anche attra­ verso la critica e la rivendicazione, una migliore qualità della vita.

STADIUM

14

SPORT E POLITICA SOCIALE

FOTOMEMORIA

di Gaetano Torcinaro

15 «Speciale»

CAPO O ANIMATORE? di Anna De Laura

4L'EUROPA

COME SFIDA di G. Battista Gandolfo

congressi LE REGOLE DEL GIOCO

25 TUTTOCSI

Interventi di Giorgio Guidetti e Alberto Valentini.

Cronache/Esperienze

a cura di Andrea De Pascalis

UNA LEGGE FINALMENTE Volontariato sociale,

19

FOTOMEMORIA

di Vito Cozzoli

01 film di Paolo Liberati

8

OLIMPICI 0 AMATORIALI? Sport alla sbarra.

di Giampiero Spirito

IO IL PALLONE ELASTICO

di Paola Springhetti

12 NELLA CALDA

MEETING A FIUGGI Si è concluso «BICICSI».

di Vincenzo Abbruzzino

I libri a cura di Andrea De Pascalis

21

DIECI GIORNI A BRIGA Campo internazionale giovani della FICEP.

Medicina di Antonio Spalare

ESTATE RUSSA di Valerio Ochetto

La Carovana di Exodus.

31 SPORT/SOCIETA'

di Elena Maietich

di Domenico Volpi

A TRE MESI 13 DAL VIA STADIUM/SOCIETÀ di Angelo Bedani STADIUM


EDITORIALE

SPORT E POLITICA SOCIALE Gaetano Torcinaro

L'evoluzione delle politiche sociali nell'ultimo decennio, ha segnato alcuni passaggi signifi­ cativi che oggi si ripropongono come snodi ine­ ludibili di uno sviluppo non utopico, e non di­ scriminatorio della convivenza civile. Il primo di tali snodi è il constatato esaurirsi della spinta puramente economica allo svilup­ po della vita collettiva. Anche il « Welfare Sta­ te», che era la manifestazione più globale di tale spinta, è entrato in crisi non tanto per la riduzione delle risorse, ma soprattutto per il vanificarsi della spinta culturale e politica verso la partecipazione e la solidarietà. Le riforme sociali fin qui attuate, in Italia almeno, sem­ brano produrre più individualismo e corpora­ tivismo che uguaglianza reale fra i cittadini. Un secondo snodo è rappresentato dalla fine dell’ipotesi di una società comunista. Questa inattesa conclusione di un 'esperienza storica quasi secolare e quasi planetaria, ha un alto segno culturale. È infatti evidente, ormai, che il semplice tra­ passo dal socialismo reale al capitalismo tra­ dizionale rappresenta un rischio regressivo ri­ spetto all'instaurarsi di una società che abbia per oggetto l’uomo, i suoi diritti e in molti ca­ si, la sua sopravvivenza; e non si limiti a rego­ lare i rapporti sociali in base alle forze econo­ miche. Ne fa fede, oltre la teoria, la constata­ zione di quella società dei due terzi (due terzi ricchi e un terzo poveri) che l’analisi sociolo­ gica propone come figura dell’organizzazione collettiva nei paesi industrializzati. Ma un terzo elemento nodale dell’analisi odier­ na della società italiana, consiste nella presen­ za diffusa, nel paese, di una vasta area d’im­ pegno politico e sociale legata all’azione e al­ l’idea del «volontariato», inteso soprattutto co­ me volontariato sociale. Tale forma di espressione collettiva è ormai dif­ fusamente documentata, mentre l’analisi so­ ciologica ne delinea i caratteri, la complessi­ tà, la multifunzionalità nel comune alveo di una cultura della società basata sulla persona. STADIUM

sulla solidarietà, sulla condivisione. In questo quadro di società in evoluzione il ruo­ lo dell’associazionismo, e specificamente del­ l’associazionismo sportivo, che più spiccatamente ci riguarda, diventa particolarmente si­ gnificativo. Non solo lo sport non può più essere la famo­ sa «isola felice», dove si vivono «a parte» gli ideali individuali della buona salute fisica e mentale, ma lo stare insieme per fare sport ac­ quista un significato importante per il delinearsi di una società più adeguata ai bisogni colletti­ vi vecchi e nuovi. Se il problema è passare da una «società del be­ nessere» (ormai in regresso), a una «comunità partecipata», allora 1’associarsi per operare in­ sieme diventa la strada principale per cambia­ re non tanto i servizi di questa società, ma i va­ lori che vissuti comunitariamente, danno luo­ go al vero rinnovamento sociale. Nel quale, per esempio, i problemi dell’emarginazione (dal­ l’immigrazione alla droga, dal degrado ambien­ tale alla questione giovanile) cessano di essere problemi marginali rispetto allo sviluppo, ma diventano elementi di una visione politica e cul­ turale che superi in se stessa, cioè nella coscienza di tutti e di ciascuno, le cause stesse dell’emar­ ginazione e del disagio sociale. Lo sport, dunque, il nostro sport, quello che giustifica il valore civile dell’associazionismo sportivo, diventa un luogo, tra i più privilegiati per avviare questa vera e propria rivoluzione culturale che è richiesta perché la nostra con­ vivenza civile non degeneri nella violenza del semplice conflitto tra gli interessi individuali. È un orizzonte troppo alto? È la risposta che ci si attende dal prossimo Con­ gresso nazionale del CSI: il CSI che dopo la sfida dello sport per tutti, dopo quella dello sport educativo si trova ancora una volta a vi­ vere con la propria esperienza la sfida degli anni ’90: quella della qualità della vita, come irri­ nunciabile riconquista, anche attraverso lo sport, di un umanesimo comunitario.

3


Tempo ritrovato

L'EUROPA COME SFIDA G. Ballista Gandolfo

4

Oggi l’Europa sta attraversando un pe­ riodo di molteplici trasformazioni, che coinvolgono il mondo della cultura e del sociale, della politica e dell’econo­ mia. La stessa disfatta delle regole co­ muniste che caratterizza i Paesi dell’Est e le conseguenti evoluzioni democra­ tiche contribuiscono indubbiamente a configurare l’Europa in maniera dif­ ferente e comportano nuovi passaggi di intendere e concepire la stessa espe­ rienza quotidiana. Si è aperta, per usa­ re un’espressione del papa, «la sfida più radicale che la storia abbia cono­ sciuto al cristianesimo e alla Chiesa». Una provocazione, sempre secondo Giovanni Paolo 11, che evidenzia la reale possibilità di trasmettere ancora l’annuncio della salvezza e nega ogni «cultura della crisi», per aprire a un «diritto di cittadinanza» nella storia europea del cristianesimo, il quale, da antichissima data, concorre eu plein air «alla formazione stessa della cultura e della coscienza delle varie nazioni. La situazione, se da un lato imprime un senso e sottolinea l’importanza del­ la prossima Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi che si aprirà su que­ sti temi alla fine del 1991, dall’altro spiega l’attualità e l’urgenza di un inu­ sitato e più originale operare, che ten­ ga conto però degli ultimi mutamenti. Che esamini un’attività evangelizzatri­ ce chiamata a combattere quelle for­ me di soggettivismo e di ateismo pra­ tico che spingono l’essere ad agire co­ me se Dio non esistesse. Non è che l’uomo d’oggi non creda in Dio. Que­ sti viene colto almeno come ipotesi; ma un diffuso agnosticismo, il materiali­ smo marxista, l’idea di un ristretto consumismo «usa e getti» fondato sul­ la semplice natura, influiscono nel con­ cepire il senso della vita e della sua ve­ rità e ne determinano le impalcature morali e religiose. Giungono persino a procurare alibi e idoli che si acconten-

tano di ciò che offre l’esperienza tem­ porale e l’apparente autosufficienza causate da processi e da climi, in defi­ nitiva, limitati e gretti. L’uomo allora non sente il desiderio di schiudersi al regno di Dio che «non è di questo mondo», conferma papa Woityla, e «sembra anche non sperimentare la ve­ rità delle parole: «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà». Nell’Europa contemporanea si nota una particolare mancanza di unità e di comunione fra le confessioni cristiane. Esistono difficoltà provenienti da una mentalità consumistica e daH’esagerata trasformazione della mentalità e dei costumi, che richiedono di essere af­ frontati con spirito e iniziative nuovi. Non bisogna inoltre dimenticare la ne­ cessità di un rilancio e di una decisiva difesa della famiglia, intesa come mo­ dello sacramentale e di educazione, alla quale si affida la garanzia di seguire e di formare i giovani. Di difendere il pa­ trimonio culturale, la disciplina e la co­ scienza, come luoghi di libertà e di re­ sponsabilità. Tutto in un disegno, do­ ve il benessere e l’egoismo sembrano trionfare sui valori più sacri della vita STADIUM

e dell’uomo, come dimostrano le dia­ boliche propagande a favore dell’eu­ tanasia e dell’aborto. Nel quadro generale, dunque, pare ser­ peggiare il tentativo di eliminare l’e­ vento c le valenze cristiani, instauran­ do un momento di travaglio e d’inquie­ tudine che ferisce l’identità antropolo­ gica e culturale della coscienza euro­ pea. Si assiste a una grave perdita di valori sfilacciata in una forma di lai­ cismo che separa dalla fede e dal sen­ so religioso in genere, introducendo nell’Europa una contraddizione e am­ bizioni che assolutizzano drammatica­ mente l’uomo, fino a creare una inac­ cettabile «crisi di crescita». Una nuova evangelizzazione in Euro­ pa, se non vuol perdere la propria di­ gnità con le certezze e il desiderio del trascendente, non può fermarsi sola­ mente all’uomo, privandolo di Dio, del destino a Lui legato e della sua aspira­ zione. In altri termini, l’uomo non può presumere di erigersi a padrone asso­ luto di se stesso e delle cose, e dimen-


ticare la propria relazione con il divi­ no in Cristo. È stato scritto che «una città costruita senza Dio va inevitabilmente, prima o poi, a detrimento e a scapito anche del­ l’uomo». Perciò il papa convoca i ve­ scovi europei, perché consegnino pu­ re loro «l’interpretazione spirituale alla luce di una teologia della storia che ve­ de l’uomo in un dialogo di libertà con Dio e con il suo progetto salvifico». Vale infatti la pena di ricordare che l’e­ vangelizzazione dell’Europa si struttu­ ra su due ragioni. La prima è che l’e­ sperienza di Cristo cattura sempre frut­ ti benefici in ogni campo dell’umano, poiché il rapporto con Cristo è sempre verità assoluta e principio di azione pri­ maria. La seconda consiste nella neces­ sità dell’Europa di riscoprire il senso cristiano della vita per costruire la sua storia alla luce di una visione umana e cristiana, che contempli e prosegua senza scompensi la ricerca della origi­ naria genuinità delle proprie radici. Alla Chiesa non resta che consegnare una specifica presenza, pronta a com­ battere i mali del tempo con un’azio­ ne evangelizzatrice tesa, nel segno di una equilibrata continuità, ad appro­ fondire le origini per nulla inaridite. Di un’evangelizzazione cioè che scopra in Cristo il centro del proprio dibattito e della propria ricerca è l’ancora indiscu­ tibile della memoria e della salvezza. Di una profezia adatta a trasfigurare l’uomo, perché coglie Cristo come mo­ dello, base e sintesi di istanze che insi­ stono sul lessutto culturale e sociale con negli occhi la luce del Vangelo e nel cuore la verità e la grazia del Sal­ vatore. Si tratta pertanto di un’evangelizzazio­ ne sempre presente nella missione del­ la Chiesa che, dopo averle individua­ te, porta a maturazione e rende effi­ caci le inseminazioni volute da Cristo. Nel contempo unisce, sotto l’attenta guida dello Spirilo, la società, facen­ dosi prossimo, ma soprattutto sugge­ rendo alla Chiesa, annota ancora il pa­ pa, «la presenza attiva c la partecipa­ zione intensa alla vita dell’uomo». Tutto nel «delicato e difficile» compi­ to di un prezioso discernimento e di una prolungata testimonianza, che, al di là di ogni riduzione e di qualsiasi compromesso, guerreggi contro qua­ lunque cedimento. Specialmente con­ tro quello che tradisce la verità e la pre­ senza di Cristo, il quale è il solo ad aprire alla radicale e necessaria cresci­ ta dell’identità dell’uomo.

DIALOGO CON LA TV Ha suscitato grande interesse nel mon­ do cattolico e, quasi, scalpore nel mon­ do dell'informazione l'ultima lettera pastorale del Card. Carlo Maria Mar­ tini, Arcivescovo di Milano; è uscita a stampa in questi giorni edita dal Cen­ tro Ambrosiano, ed è stata subito com­ mentata sui quotidiani nazionali e nel­ le televisioni. Si intitola, suggestivamente, IL LEM­ BO DEL MANTELLO, riferendosi al­ l'episodio evangelico della donna ma­ lata che confusa tra la folla cerca il con­ tatto con Cristo, confessando «Se riu­ scirò a toccare anche solo il lembo del suo mantello, sarò guarita». Un capitolo suggestivo di questa lette­ ra si intitola «Dialogo col televisore» assunto a simbolo delle comunicazioni di massa, ma anche il lembo di quel si­ stema superiore, e spesso misterioso, di comunicazione totale rappresentato dalla presenza di Dio in mezzo a noi. Dialogando con il televisore, il Card. Martini, descrive i rapporti ambivalenti di valore e disvalore, di educazione e di disgregazione culturale, di informa­ zione e di disinformazione, che passa­ no attraverso lo stesso mezzo. E ne trae un messaggio di speranza, seppure fon­ data su una realistica constatazione del­ la situazione: non rinnegare il valore dei mass-media, scoprirne il segno salvifi­ co, ma acquistare la capacità critica di «respirarli» come un'atmosfera, e di trarne i segni di una realtà ulteriore. Invito e speranza rivolti innanzitutto al pubblico, perché ritrovi la sua capaci­ tà di lettura libera, rivolti soprattutto agli operatori culturali che sono chia­ mati a promuovere una «nuova alfabe­ tizzazione» rispetto ai mass-media, e ri­ volta, con particolare insistenza, ai co­ municatori perché prendano coscienza della loro responsabilità. Questa lettera, che partendo dalla teo­ logia, passa in esame tutti i problemi pratici della comunicazione sia attiva' che passiva, si legge come un racconto e si conclude con una preghiera. Ecco­ ne una parte:

Ed eccomi, infine, nella mia stanza, con te davanti al mio televisore: è come ritrovarmi con un fedele servitore in compagnia dell'Amico, che mai mi fascera. Ora so che anche nella massa un incontro personale è possibile, e che perfino attraverso un lembo di mantello STADIUM

Carlo Maria Martini IL LEMBO DEL MANTELLO

può raggiungermi la Vita che non passa, la Verità che illumina e riscalda. Aiutami a non dimenticarlo più, fa ' che io sappia lodarti insieme al «villaggio globale» che è il mio mondo, come un giorno seppe lodarti col suo mondo Francesco, il fratello universale, l'uomo della comunicazione con te e con tutte le tue creature:

Laudato sii mio Signore con tutte le creature specialmente fratello televisore che riempie ore delle nostre giornate ed è bello e irradiante con grande splendore e di te Altissimo porta significazione. Laudato sii mio Signore per sorella radio per cui le notizie attraversano i cieli e il mondo diventa a me vicino. Laudato sii mio Signore per fratello giornale che mi informa sulle nubi e sul sereno delle vicende umane e mediante cui tu mitri la conoscenza e la riflessione di tante tue creature. Laudato sii mio Signore per ogni tipo di informazione che è molto utile quando sa essere umile e veritiera e casta. Laudato sii mio Signore per i comunicatori grazie ai quali illumini la mente e doni gioia e forza al nostro cuore, quando essi servono la verità con modestia.

5


Volontariato sociale

UNA LEGGE FINALMENTE Vito Cozzali

Il volontariato ha finalmente una leg­ ge-quadro. Prima della pausa estiva la Camera dei Deputati, dopo un lungo e travagliato iter del provvedimento al Senato, ha consegnato con voto una­ nime al Paese la disciplina normativa di un fenomeno che coinvolge oltre quattro milioni di cittadini, contri­ buendo cosi ad un primo e concreto passo in avanti per la rilegittimazione del rapporto tra società civile ed isti­ tuzioni. Dopo quasi dieci anni di piccole e gran­ di battaglie, di discussioni e di pause, la definizione di una legge-quadro sul volontariato rappresenta il riconosci­ mento dell’importanza delle forze so­ ciali e soprattutto di quelle forze che arricchiscono la società di valori, quali la solidarietà, la gratuità, l’impegno ci­ vile. Oggi, infatti, in un contesto so­ ciale sempre più arido ed egoista, il vo­ lontariato costituisce un fondamenta­ le «serbatoio» di vita, di speranza, di altruismo a cui le istituzioni «tendono la mano», nella consapevolezza del ruolo insostituibile svolto dall’«esercito» di volontari che quotidianamente integrano o addirittura sostituiscono gli interventi statali in una società spes­ so incapace di curare se stessa ed i pro­ pri mali.

norme sui minori in difficoltà e coin­ volti in attività criminose. Tali riferimenti normativi hanno per­ messo al volontariato di operare non più in un angolo, ignorato da tutti, ma alla luce del sole. Oggi, infatti, il vo­ lontariato non si esprime più come una esperienza tollerata o che cerca fatico­ samente uno spazio nei vuoti lasciati liberi dall’inerzia di altri poteri, ma co­ me un momento essenziale di raccor­ do tra l’impegno personale gratuito, il servizio solidaristico e l’istituzionaliz­ zazione del sociale. La normativa introdotta dalla legge 266 del 1991 intende quindi stabilire garanzie per le organizzazioni di volon­ tariato, per le istituzioni che entrano in rapporto con esse e per gli utenti del­ le prestazioni dei volontari. Ma non si tratta di una legge che intende «ingab­ biare» le molteplici forme e potenzia­ lità del volontariato: si tratta piutto­ sto di prevedere strade e forme diver­

se, fra le quali lasciare libera scelta, per consentire alle istituzioni di acquisire gli apporti che il volontariato può of­ frire alla crescita civile e sociale, e per permettere al volontariato di vivere e crescere in un ambiente che sappia co­ glierne le sollecitazioni e le indicazioni. Il volontariato infatti è un movimen­ to di massa che porta avanti, nel suo complesso, e traduce, nella sua condot­ ta, quella cultura della solidarietà e del­ la doverosità sociale, già presente nel­ la Costituzione e tende a muoversi in un rapporto costante con l’ente loca­ le, in uno spirito di integrazione e di collaborazione. Il fenomeno del volon­ tariato non si pone infatti come alter­ nativo o concorrente con le istituzio­ ni, ma come collaboratore e stimola­ tore, autonomo c perspicace, delle fi­ nalità di promozione della persona umana. Tossicodipendenza, malattia, handicap, vecchiaia, adolescenza a ri­ schio sono soltanto alcuni dei campi d’intervento del «nuovo» volontaria­ to, che si caratterizza per perseguire non soltanto fini «riparatori» di situa­ zioni negative, ma anche finalità «li­ beratorie», dalle condizioni che deter­ minano o concorrono a determinare gli stati di emarginazione.

Dando pieno e formale riconoscimen­ to all’attività del volontariato non si tratta dunque di fornire semplicemen­ te un tampone anestetizzante alle mal­ ferme strutture istituzionali del Welfare State, oggi troppo spesso in cronica assenza. Si può invece costruire il trac­ ciato di una nuova politica del diritto, di prospettare un nuovo modello di rapporto del singolo con le istituzioni, un nuovo ruolo dell’esperienza giuri­ dica in una società del benessere che non sia solo vittima delle conflittuali­ tà mercantili né si adagi nella passiva attesa di provvidenze statali. Con la legge 266 lo Stato «scopre» dunque il volontariato, dando forma­ le legittimazione e riconoscimento a

La legge-quadro sul volontariato si po­

6 ne quindi come scopo quello di rego­ lamentare uno dei fenomeni più ricchi e significativi della società italiana di questi anni, adeguando la legislazione statale alle deliberazioni adottate in materia dalla CEE e daH’ONU, e coor­ dinandola con la normativa già ema­ nata da alcune regioni. Peraltro, il le­ gislatore nazionale ha già fatto espli­ cito riferimento al volontariato in di­ verse occasioni: si pensi alla normati­ va sui consultori, a quella relativa al Servizio Sanitario Nazionale, alla leg­ ge sulle tossicodipendenze e alle recenti

STADIUM


con lo Stato e gli enti locali, nonché per poter beneficiare delle agevolazioni fiscali.

• Esenzioni fiscali. Si tratta di uno dei punti «nodali» della legge. Le organiz­ zazioni potranno infatti godere di al­ cuni sgravi fiscali: si pensi all’esenzio­ ne dalle tasse per ogni attività svolta. Inoltre, le associazioni di volontaria­ to potranno ricevere donazioni in de­ naro, c ai benefattori sarà consentila, entro certi limiti, la deducibilità di ta­ li liberalità.

i-"5" L-A-.

areif

-

■

• V;

■

l

. • <* . .

1 1

• Assicurazioni. Si prevede l’obbligo di assicurazione degli aderenti per ma­ lattie ed infortuni. Entro i prossimi sei mesi il Ministero dell’industria indivi­ duerà con un decreto le polizze di tipo semplificalo che consentiranno alle as­ sociazioni di «coprire» i rischi dei pro­ pri iscritti.

• Rapporto con gli Enti locali. La leg­ ge stabilisce la possibilità per il volon­ tariato di partecipare ad alcune deci­ sioni politiche del territorio. Le diver­ se leggi regionali stabiliranno le forme della partecipazione, che permetterà ai volontari di essere consultati nelle de­ cisioni che li riguardano. • Orario di lavoro. È una vera e pro­ pria conquista per i volontari: i lavo­ ratori dipendenti che svolgono attivi­ tà di volontariato presso organizzazio­ ni registrate avranno diritto ad usufrui­ re di orari flessibili e di agevolazioni nei turni.

questa «Italia controcorrente», che of­ fre efficienza e attenzione senza con­ tropartite di denaro o di carriera. An­ zi, con la previsione di tale legge, il Paese sembra quasi dire «grazie» a chi quotidianamente sostituisce lo Stato e incoraggiare l’impegno civile ispirato ai valori della solidarietà e della gra­ tuità. Ecco perché risulterà importan­ te il modo in cui sarà applicata la nuo­ va legge: nella pratica dovrà essere te­ nuto in considerazione l’alto valore morale dei gesti del volontario, la cui testimonianza e lo spirito di servizio non potranno essere sottoposti al ri­ schio di eventuali burocratizzazioni.

* * * Ma cosa cambia concretamente con la legge-quadro approvata dal Parlamen­ to?

• La definizione di volontariato. 11 vo­ lontariato viene riconosciuto come «valore sociale», espressione di parte­ cipazione, solidarietà e pluralismo, la cui autonomia viene salvaguardata. L’attività di volontario è quella presta­ ta in modo personale, spontaneo e gra­ tuito, tramite l’organizzazione cui il volontario fa parte, senza fini di lucro e per spirito di solidarietà.

• Iscrizione all’albo delle organizza­ zioni di volontariato. Oltre a fornire una definizione di organizzazione di volontariato, la legge prevede l’istitu­ zione di un sistema di registrazione del­ le associazioni a livello regionale e pro­ vinciale. Tale iscrizione riveste una particolare rilevanza poiché è condizio­ ne necessaria per accedere ai contributi pubblici e per stipulare convenzioni STADIUM

• Osservatorio nazionale. È lo stru­ mento che consentirà un reale censi­ mento del volontariato, i cui andamen­ ti periodici saranno verificati attraver­ so una Conferenza triennale. L’analisi del contenuto normativo del provvedimento dimostra che l’adozio­ ne di una legge-quadro sul volontaria­ to non comporta un irrigidimento delle strutture organizzative e delle modali­ tà di svolgimento del volontariato, ma al contrario garantisce uno sviluppo se­ reno ed equilibrato del fenomeno. Inoltre dal punto di vista della rilegit­ timazione dello stato democratico, il ri­ conoscimento pieno e formale del ruo­ lo del volontariato può diventare em­ blematico di un nuovo rapporto tra cit­ tadini ed istituzioni, individuando un significativo elemento unificatore del­ la convivenza sociale e concorrendo a radicare una rinata coscienza sociale e civile.

7

i


Sport alla sbarra

OLIMPICI O AMATORIALI? Giampiero Spirito

8

Una mattina come le altre, turbata dal­ la lettura del giornale. Sotto il sole d’agosto, c’era da atten­ dersi la pungente esternazione estiva del presidente Cossiga non certo quel­ la sportiva del massimo dirigente del CIO (Comitato Olimpico Internazio­ nale) Juan Antonio Samaranch. Fin­ ché messaggi e dichiarazioni toccava­ no gli altri, seppure su grandi temi di attualità e politica, poteva anche esse­ re divertente osservare le reazioni. Ma adesso che queU’esternazioni toccava­ no la quiete di un «semplice» presiden­ te di Federazione sportiva, proprio no, non era giusto. «Ma come? Si fatica tanto per consen­ tire la preparazione dei propri atleti e tentare di vincere le Olimpiadi e una mattina, come le altre, scopri che for­ se il tuo sport verrà cancellato dai Gio­ chi Olimpici»?. Eh si, Juan Antonio Samaranch l’esta­ te a qualcuno l'ha guastata con quel­ l’intervista su un quotidiano di casa propria, lo spagnolo «E1 Pais». Un messaggio preciso a un anno dallo svolgimento di Barcellona 1992, con cassa di risonanza quindi garantita. Parole chiare: «Dopo Atlanta 1996 oc­ correrà fare una rivoluzione e scarta­ re tulli gli sport che vivono solo per­ ché sono olimpici — dichiara Sama­ ranch — al contrario ci sono degli sport moderni che entusiasmano i gio­ vani e meritano di fare parte del pro­ gramma olimpico. Le persone nasco­ no e muoiono, alcuni sport invece sem­ brano tenuti in vita artificialmente». Le liste di proscrizione naturalmente non sono state rese note ma l’allarme generale è scattato. Per il CIO c’è la necessità di ridurre l’e­ levato numero di presenze ai Giochi. A dispetto del criterio universale la scelta si sta indirizzando più sulla spet­ tacolarizzazione dello sport, sulla sua fruibilità in televisione, sulla vendibi-

:

■

.

;

■

'

'

‘

I

lilà attraverso gli sponsor e quindi di grossa presa sulla massa giovanile che ingurgita bevande più o meno energe­ tiche e imita la moda dei campioni. Con la scelta di Atlanta, in luogo di Alene, per il 1996, nonostante il cen­ tenario che avrebbe forse rivitalizzalo l’essenza olimpica, il CIO ha dato una sterzala ai suoi principi, privilegiando la realtà che impone ragionamenti in­ trisi di marketing e business.

biente sportivo. Ma Mario Pescante, segretario generale del CONI e dei Co­ mitati olimpici europei (ACNOE), non ha mancato di esprimere la sua preoc­ cupazione, annotando che «lo sport italiano potrebbe essere fortemente pe­ nalizzato in specialità da sempre pro­ lifiche di medaglie». Rappresentate in quelle Federazioni che si vantano di es­ sere olimpiche rispetto a quelle che non lo sono.

♦ ♦ ♦

In ambilo CONI la differenza non consiste solo nella formalità di elargi­ zione dei contributi, per la «partecipa­ zione olimpica» e per «l’alto livello» per chi nel suo ambilo non trova più che i campionati mondiali. Ma c’è an­ che una sorta di livello di considerazio­ ne tra le varie Federazioni e chi non può fregiarsi della nobiltà olimpica si sente di secondo piano per non dire di serie B.

La caccia alla streghe in casa nostra è subito iniziata. C’è chi ha vissuto un giorno da leone nella speranza di en­ trare nella famiglia olimpica c chi ha tremato, consapevole del fatto di ba­ sare sulla manifestazione quadrienna­ le tutta la propria attività. «Niente paura, ogni tanto esce fuori questa storia, poi non se ne fa niente» — ha rassicurato qualcuno ncll’amSTADIUM


Sulla rampa di lancio il triathlon c il bcach volley che a Barcellona sarà di­ mostrativo ma solo per... gli atleti. In­ fatti il campo sarà sistemato all’inter­ no del villaggio e quindi lontano dal pubblico. In particolare il triathlon, sport ecologico che include corsa, nuo­ to e ciclismo e facilmente praticabile all’aria aperta, potrebbe soppiantare il pentathlon moderno che al contrario richiede (oltre a corsa e nuoto) prepa­ razione specifiche nel tiro, equitazio­ ne c scherma e impianti attrezzati.

Una prova deriva proprio dalle colon­ ne di «Staclium». In tempi non sospetti e cioè agli inizi del 1989, parlando a proposito della sua Federazione, con la schiettezza e la competenza che lo contraddistingue Sandro De Sanctis, presidente dell’Unione Bocciofila Ita­ liana (oggi FBI), lanciava il suo stra­ le: «Alle Olimpiadi ci sono attualmente discipline ridicole, mentre quelle ap­ passionanti e pure sono tagliate fuori. In Italia alcune discipline olimpiche non superano qualche migliaio di iscritti, pur godendo di rilevami con­ tributi. Che cosa sono di fronte ai no­ stri 200mila atleti? Il fatto è che al Consiglio nazionale del CONI posso strillare quanto voglio ma non sono considerato. Se arriveremo alle Olim­ piadi come bocce allora diventeremo famosi perché porteremo le medaglie». Più chiaro di così. A Barcellona nel 1992 le bocce continueranno ad essere assenti. Queste le discipline ammesse: atletica, badminton, baseball, basket, boxe, calcio, canoa, canottaggio, cicli­ smo, ginnastica, hochey su prato, equi­ tazione, judo, lotta, nuoto, nuoto sin­ cronizzato, pallamano, pallanuoto, pallavolo, pentathlon, scherma, solle­ vamento pesi, tennis, tennistavolo, ti­ ro a segno-volo, tiro con l’arco, tuffi, vela.

1 disabili partecipano a Olimpiadi ap­ posite. Anche loro saranno a Albertville e Barcellona nel 1992, anche se in tempi diversi. * * *

In ambito italiano il privilegio riguar­ da 25 Federazioni su 39, tenendo in considerazione però che la FIN è quat­ tro volte olimpica comprendendo nuo­ to, pallanuoto, sincronizzato e tuffi; nella F1LPJ sono riunite lotta, pesi e judo; il badminton non è ancora Fe­ derazione ufficiale; F1TAV (tiro a vo­ lo) e UITS (tiro a segno), in campo in­ ternazionale sono un’unica Federazio­ ne. Da includere come olimpiche le Fe­ derazioni invernali della F1SG e della FISI. Rimangono fuori i motori c vit­ time illustri come il rugby, golf (ma pa­ re certo l’ingresso nel 1996), hockey e pattinaggio.

Chi rischia il posto? Samaranch non l’ha detto ma senza offesa per nessu­ no gli indiziati sono parecchi. Il nuo­ to potrebbe essere privato di alcune specialità. A Barcellona si assegneran­ no 1.574 medaglie (570 d’oro, 570 d’argento e 614 di bronzo). Oltre un decimo di titoli, 66, appartengono al nuoto. Sotto esame sono il pugilato, i pesi (visti anche i frequenti casi di do­ ping ...) il tiro nelle sue varie accezio­ ni, il pentathlon moderno e la scher­ ma. Anche il canottaggio, a detta de­ gli stessi esperti del settore, non sem­ bra possedere i requisiti di diffusione e di pratica effettiva nel mondo richie­ sti.

•'V

1 >

*SÌ

STADIUM

Daniele Masala pentathleta, due me­ daglie d’oro a Los Angeles, nel 1984, su «Repubblica» ha difeso così il suo orticello: «Cancellare discipline picco­ le, con pochi atleti, inserirne altre che per di più non sono sport ma surroga­ ti (come il beach volley) e che hanno un potenziale di iscritti maggiore non significa snellire il programma. Che criterio c’è nel proporre il badminton che è sport nazionale solo in Indone­ sia o il freestyle praticato si e no da die­ ci nazioni? Lo sport mondiale sta ce­ dendo allo sponsor la sua autonomia». La rivelazione finale è degna del mi­ glior Perry Mason: «Si parla di tria­ thlon come nuova disciplina olimpica. Ma non è proprio il figlio di Sama­ ranch, uno dei massimi dirigenti inter­ nazionali del triathlon»? L’Olimpiade naviga verso Io sport «vendibile» e restringe ai migliori la partecipazione. E gli altri? «Potrebbe­ ro assumere valore le manifestazioni intermedie, i galà, i meeting, le gare continentali e i campionati italiani, ri­ servando il top ai Giochi — sostiene Michele Maffei, olimpionico di sciabo­ la, nel 1972 a Monaco —. Ma lo sport ad alto livello cresce e sviluppa se c’è una base giovanile e amatoriale avviata e consolidata, altrimenti il vertice ten­ de a scomparire. Un’attività di soli campioni non ha ragione di esistere».

9


Quasi un'arte

IL PALLONE ELASTICO Paola Springhettì

10

In Liguria, in Lombardia, in qualche altra zona d’Italia, ma soprattutto in Piemonte si gioca ancora a pallone ela­ stico: sport antichissimo, profonda­ mente radicato nella storia e nel fol­ klore italiano. Due squadre si affron­ tano in un campo, lo sferisterio, lun­ go 90 metri. 1 giocatori devono colpi­ re una palla di 160-190 grammi, e per questo si fasciano il pugno. Le regole richiamano quelle del tennis e danno vita ad un gioco movimentato in cui l’impegno di squadra lascia molto spa­ zio alle capacità dei singoli. Uno sport, dicevamo molto radicato nella cultura popolare e in particolare in quella del Piemonte c delle Langhe, tanto che se ne sono occupati un po’ tutti i maggiori scrittori piemontesi, compresi De Amicis, Fenoglio, Pave­ se, Arpino. E proprio in questo essere radicato in una realtà precisa sta la particolarità e la grandezza di questo sport ma forse anche il suo limite. La figura tradizionale del giocatore, con i calzoni lunghi e bianchi e il brac­ cio teso a colpire il pallone, è quasi un mito da queste parti, e tra queste figu­ re una delle più note è quella di Mas­ simo Berruti, campione della Santostefanese, la squadra di Santo Stefano Belbo: 6 volte campione d’Italia, con­ siderato un modello da un punto di vi­ sta tecnico perché preciso, elegante, tempista. Le sue sfide con Felice Ber­ tela, l’altro grande campione degli an­ ni appena trascorsi, hanno infiamma­ to i tifosi e sono entrate nella storia del pallone elastico. Ma ora, a 44 anni, Massimo Berruti sta per lasciare defi­ nitivamente il campo.

ra per un anno o due, per divertirmi ancora un po’, senza l’assillo dei risul­ tati, ma ci sono state alcune polemiche con la Federazione che mi hanno spin­ to ad anticipare la decisione».

Problemi di che tipo? «A me piace questo sport non tanto per i risultati, quanto per il suo aspet­ to spettacolare, cioè di rapporto con il pubblico, che è un rapporto tutto par­ ticolare. E poi ci sono divergenze sul modo per calmierare il mercato».

Potrebbe essere un segno del fatto che il pallone elastico non è uno sport in via di estinzione.

«Secondo me quando uno sport ha uno spazio così piccolo è sempre in bi­ lico. Ci sono stati 10 anni in cui ha avu­ to possibilità enormi. Negli anni set­ tanta, quando io e Bertela ci sfidava­ mo, avevamo un pubblico di 4.000 per­ sone, più 2.000 che se ne andavano

Per un campione come lei, dove sta il fascino del pallone elastico? «È difficile dirlo. È uno sport che va­ lorizza molte componenti sia fisiche che mentali dell’atleta. Ma come ho già detto, uno degli aspetti che mi piace di più è — o era — il rapporto con il pub­ blico. Sono tifosi che pretendono che li saluti, mentre giochi. Quando abbiamo vinto il primo cam­ pionato abbiamo cominciato a festeg­ giare la domenica pomeriggio e siamo andati a dormire il martedì notte, pas­ sando per tutte le colline dei dintorni. Quando abbiamo vinto l’ultimo — do­ po un periodo in cui sembrava che fos­ simo ormai spacciati e tutti ci incorag­ giavano promettendoci cene — io so­ no andato a 45 cene in due mesi. Al mattino andavo a correre per smalti­ re, e la sera andavo a cena, e per di più a quel tipo di cene in cui se non mangi c non bevi si offendono...».

Tutto questo però è possibile proprio perché si tratta di uno sport locale.

* * * Come mai ha deciso di concludere pro­ prio ora la sua carriera di giocatore? «Veramente pensavo di giocare anco­

perchè non trovavano posto, e in più c’era gente che rinunciava a venire per­ ché sapeva che non l’avrebbe trovato. Eppure, nessuno si è preoccupato di costruire uno sferisterio più grande. Uno sport locale con 10.000 spettato­ ri può triplicare gli sponsor, avere spazi nelle televisioni private, può crescere. Ci sono stati anni in cui la «Gazzetta del Popolo» dedicava la copertina al pallone elastico, e la gente il lunedì comperava il giornale non per il calcio, ma per il pallone elastico. Rai 2 ci ave­ va addirittura dato 1 ora in diretta, pri­ ma della partita Italia-Polonia».

Massimo Herruti STADIUM

«Infatti. Da giovane facevo 5 sport, compreso calcio e tennis. Però ho scel­ to il pallone clastico, anche perché la­ sciava spazio ad altre cose, soprattut­ to, per me, la pittura».


ro molto ampio. Nel pallone elastico ha ottenuto l’unico risultato di allon­ tanare la gente, senza portare i vantag­ gi che magari porta ad altri sport che hanno forse meno spettatori, ma più spazio in televisione. In pratica, la gen­ te ama il pallone elastico perche ha un certo rapporto con i giocatori. Se si perde questo rapporto, occorre sosti­ tuirlo con qualcos’altro». E ipiù giovani lo conoscono? ne sono interessati? «Noi siamo presenti a blocchi. Nelle zone in cui giochiamo tutti ci conosco­ no e ci seguono, mentre magari a po­ chi chilometri di distanza non sanno neanche che esistiamo. Una volta era più facile giocare, e molti giocatori, an­ che campioni, sono nati sulle piazze. Oggi basta il traffico a negare quelle possibilità. Quindi occorre organizza­ re dei vivai». È uno sport formativo? In che senso?

Allora il pallone elastico non è uno sport esportabile. «Sotto-questo aspetto no. Sotto l’a­ spetto atletico sì. É uno sport molto af­ fascinante. Quando siamo andati a giocare all’estero, dove si gioca un pal­ lone simile al nostro ma che richiede meno potenza, sono rimasti molto af­ fascinati. Non giudicavano possibile il nostro modo di giocare: colpire un pal­ lone che arriva magari da 70 metri di distanza, facendo una quindicina di metri di corsa trasversale per arrivare a colpirlo nel raggio di 1 centimetro».

La dote più importante per un buon giocatore qual è?

«Forse la potenza, ma unita alla pre­ cisione. E poi dipende dai ruoli: per i battitori è importante la resistenza, per il portiere lo scatto».

giocare al massimo 3 partite alla setti­ mana. Giocavamo anche ad agosto, sotto il sole. Una volta abbiamo gio­ cato per 4 ore con 42 gradi». Dicevi che i cambiamenti non sono sempre stati positivi.

«11 risultato è diventato sempre più im­ portante. Ha giocare per il risultato può funzionare in situazioni di respi­

Proviamo a sintetizzare: di che cosa ha bisogno, adesso, il pallone elastico?

w BAROLO

In questi anni il pallone elastico è cam­ biato? Si è adeguato ai tempi?

«Ci sono stati cambiamenti non sem­ pre positivi, lo e Bertela siamo stati i primi professionisti, una decina d’an­ ni fa, con allenatori, con una prepa­ razione atletica scria, con dei principi dietetici. Prima giocavamo sei giorni in settimana, e le nostre partite dura­ no almeno 3 ore. Adesso si possono

«lo l’ho sempre reputato molto forma­ tivo. Dava una dimensione “langarola”, immetteva in una cultura, faceva capire le proprie radici. Adesso questo aspetto è sparito, ed è giusto perché è sparita quella civiltà. Rimane comun­ que uno sport che insegna, còme tutti gli sport, del resto, a soffrire per rag­ giungere una mèta. In più, soprattut­ to per il capitano, c’è la responsabili­ tà nei confronti del pubblico: qui non ci sono società che mediano. Bisogna comunque dire che è un pubblico edu­ cato, capace a volte di applaudire la squadra avversaria se lo merita. L'am­ biente del pallone elastico è sano».

Felice Bertola

STADIUM

«Di una buona struttura federale, che sappia tenere i rapporti con il mondo esterno, soprattutto rapporti costanti con i mass-media. Ha bisogno di dar­ si un’immagine nuova, adeguata ai tempi. Ha bisogno di un po’ di alle­ gria, di svecchiarsi. Possibile che non possiamo indossare un po’ di colori, che dobbiamo per forza indossare i pantaloni bianchi? Non possiamo usare le ginocchiere, an­ che se ci buttiamo continuamente a ter­ ra. Non ci sono reti di proiezione per il pubblico, che ama assieparsi ai bor­ di del campo, col rischio di inciden­ ti...».

11


Dal nostro inviato...

...NELLA CALDA ESTATE RUSSA Valerio Ochetto

12

Sera del 20 agosto, metrò di Mosca. Le solite colonne umane si spostano nelle direzioni entrata-uscita-coincidenza, forse di diverso ci sono gli sguardi c i movimenti più nervosi della gente. Molti si fermano davanti ai volantini appiccicati alle pareti, che invitano a resistere a quello che tutti, con termi­ ne adottato dal vocabolario dei colpi di stato in America Latina, chiamano go/pe . Sono appena arrivato con un pullman speciale da Cernobyl, da una visita al­ la centrale nucleare organizzata dal gruppo «Salviamo pace e natura» per alcuni visitatori stranieri, ecologisti e pacifisti. Nelle viscere del metrò qualcuno mi av­ verte di affrettarmi, che la radio ha tra­ smesso un comunicato della junta che decreta per quella notte il copri-fuoco, a partire dalle 23. Chiedo come si fa a raggiungere la «Casa Bianca», il par­ lamento russo sulla riva della Mosco­ va, dove Eksin ha raccolto il guanto di sfida e resiste chiamando la gente a raccolta. Per un curioso ricorso storico la «Ca­ sa Bianca» sta vicino ad un vecchio quartiere, oggi completamente rimo­ dellato, che nelle rivoluzioni del 1905 e 1917 aveva meritato l’appellativo di rosso e la stazione di metrò porta il no­ me suggestivo di barrikadnaya, delle barricate. All’arrivo vedo due poliziotti appaia­ li: che siano incaricati di chiudere la stazione alla scadenza del copri-fuoco? Per il momento è aperta, e un torrente di persone vi converge da tutta la città. Uscendo, scorgo che molti prendono dal cantiere di rifacimento della stazio­ ne (i lavori sono in corso da almeno due anni) tondini e sbarre di ferro per infilzarli sulla prima barricata che in­ contriamo. Poi, avanzando lentamente fra la folla, arrivo ai carri armati dis­ seminati in mezzo alla gente, come are-

!

nati nel gran mare di leste. Sono po­ chi, una diecina, e portano le insegne della divisione Tamanskaya. Si sono dichiarati pre-Eltsin, si sono schierati nel pomeriggio del giorno prima attor­ no alla «Casa Bianca». Non si sa bene se siano lì a difesa della gente, o se la gente che li circonda in un abbraccio affettuoso, sia lei a fare da scudo al pa­ ventato attacco di ben altre colonne di tank. Anche le barricate mi appaiono fragili: spunzoni di ferro, autobus ac­ catastati, rottami ammucchiati. ♦ * ♦

Tornando da Cernobyl, sull’ultimo ri­ taglio di foresta prima che inizino i quartieri di Mosca, appena separati da una cortina d’alberi abbiamo visto i carri armati di un reggimento blinda­ to — una ottantina con semoventi c ar­ tiglieria — acquattati come in attesa dell’ordine per balzare. Mi vengono i brividi a pensare cosa può succedere se una colonna del genere aprisse il fuo­ co sui dicci sparuti tank della «Casa Bianca», con il loro connettivo umano. È l’unica colonna che abbiamo scorto durante il viaggio c ho l’impressione STADIUM

che la junta possa contare su poche unità d’elite, non certo su tutto il po­ deroso esercito sovietico. Ma già un so­ lo reggimento blindato — e devo pre­ sumere che altri siano ugualmente «ac­ quattati» sulle diverse arterie che con­ ducono in città — è in grado, se entra in azione, di conquistare la «Casa Bianca». L’interrogativo rimane: partirà l’ordi­ ne d’attacco e sarà obbedito? Proprio la debolezza della junta può spingerla a giocare il tutto per lutto questa not­ te, perché per domani Eltsin ha con­ vocato in sessione il Parlamento rus­ so, e se si riunisce sarà uno scacco de­ cisivo, dopo gli altri delle ultime ore, per la junta. È con questi pensieri che tento di en­ trare nella «Casa Bianca». Il servizio d’ordine mi blocca a lungo, sotto una pioggia insistente che ormai cade da due giorni. Di solito in Russia, esiben­ do la tessera da giornalista, si passa ovunque, ma stavolta le regole sembra­ no rigorose e il servizio d’ordine ner­ voso. Parlamento con l’aiuto di un col(segue pag. 30)


ISTADIUAVSOCIETÀ-

Angelo Berta ni

C'É QUALITÀ E QUALITÀ

La parola d’ordine sembra ormai es­ sere quella della qualità. «Qualità to­ tale», sull’esempio dei giapponesi. Qualità dei prodotti, delle immagini. Difficile vedere una pubblicità che di­ ca: questo prodotto è semplice ed eco­ nomico, è sufficiente alle necessità e vi evita di sprecare soldi. Ogni pubblici­ tà punta a convincervi che il prodotto è il migliore. La propensione a spen­ dere sembra aumentare in proporzio­ ne al livello della qualità, e del prez­ zo. Capita per le automobili, che so­ no sempre più grandi e prestigiose: e di un modello si preferisce spesso la versione più accessoriata, con più cro­ mature, velluti e possibilmente inserti di radica. Per scrivere sembrano diven­ tate necessarie penne stilografiche o bi­ ro dai prezzi astronomici: se ne vedo­ no in vetrina tranquillamente da mez­ zo milione, più di un macchina da scri­ vere elettronica! Vanno di moda i ne­ gozi di gastronomia con piatti pronti, raffinati e costosi; ma anche il normale prosciutto cotto, «di qualità», costa ormai più del crudo e comunque viag­ gia verso le quarantamila lire al chilo, altro che la tradizionale fettina. E non parliamo della pelletteria, delle mac­ chine fotografiche, dei televisori e de­ gli Hi Fi dell’ultima generazione dei «pacchetti-vacanza» offerti dalle gran­ di agenzie... La «qualità» è il nuovo mito, spesso mascherato di saggezza: «chipiù spen­ de meno spende» eccetera. E poi c ’è una suggestione elitaria: voi che vi potete permettere le cose di qualità.,. siete di­ versi dagli altri, siete un gradino più su. E quando gli altri cercheranno di rag­ giungervi, voi sarete capaci difare un al­ tro passo, verso una qualità più sma-

gliante ed esclusiva... soprattutto più costosa. Siamo sinceri: la qualità è diventata un richiamo pubblicitario, una parola vuota, che spesso significa cose (bella apparenza, «classe», quantità di acces­ sori, durata e affidabilità, esclusività, ben diverse dal concetto profondo di «qualità». La «qualità» che la pubblicità ci pro­ pone con tale insistenza da farla diven­ tare una categoria del nostro pensare, è un pessimo surrogato, quando non l’esatto contrario della qualità auten­ tica. È il trionfo, spesso, della presun­ zione e del cattivo gusto. La qualità vera è nei modi, non negli oggetti; è immateriale, non commer­ ciabile; spinge le persone ad essere se stesse più che ad esprimersi compran­ do. La qualità della vita è insidiata e soffocata piuttosto che aiutala dalla corsa verso la qualità dei vari beni di consumo e degli stessi beni semi­ durevoli. Basti pensare alla insicurez­ za e alla continua preoccupazione di guadagnare sempre di più per restare al passo della crescita dei bisogni in­ dotti e dei consumi estensivi... La qua­ lità dello sport non trova certo un grande aiuto, ma semmai un ostacolo nella presunta «qualità» degli accesso­ ri, delle sponsorizzazioni, delle mode costose e distraenti. E la pur ammire­ vole qualità tecnologica dei telefonini aiuta forse la qualità dei rapporti tra le persone? Non si direbbe davvero. E poi, mentre si parla tanto di qualità per le cose accessorie, quelle del con­ sumismo, si finisce con Tesserne abba­ gliati e per dimenticarla nelle cose ne­ cessarie alla vita. «Qualità» nel cam­ po dell’inutile, ma pessima qualità nel

L STADIUM

campo dei servizi sociali essenziali, nel­ la sanità e nella giustizia, nei trasporti e nella scuola... Anche a livello mondiale: la «qualità» (o meglio la quantità dei nostri consumi di energie, materie prime) va a danno della qualità del mondo, e del futuro. Ecco: lasciando la pubblicità a fare il suo mestiere bisogna tuttavia scoprire e sconfiggere tutte le mistificazioni e soprattutto la falsa cultura che essa produce: la cultura delle apparenze, del danaro, del possesso, della confusio­ ne stessa tra qualità e quantità. Bisogna riscoprire il valore della parola «qualità» nei rapporti umani rispetto­ si e profondi, nella cultura disinteres­ sata, nella comunicazione amichevole e sincera, nella ricerca di lutto ciò che è vero e bello nella tutela della natura, nella contemplazione, nell’attesa, nel perdono e nella pace. Possono sembrare, naturalmente, pa­ role astratte e inutilmente predicatorie. Ma se la nostra convivenza civile si è tanto degradata è anche perché ci sia­ mo lasciati portar via alcuni valori «di qualità» come il buon gusto, la poesia, la trasparenza, la sobrietà. Converrà ritrovarli, a partire dall’intimo di cia­ scuno, dalla vita privata, dagli spazi delle nostre scelte personali. Tener lon­ tana, per quanto possibile, la falsa qualità del consumismo e dare spazio alla cortesia, allo stile leale e fraterno, alla autenticità del rapporto con gli al­ tri, al senso del dovere, alla competen­ za, al rigore dei principi morali. Se vogliamo che, in mezzo a tanta me­ diocrità e volgarità si inauguri una sta­ gione della qualità, non resta che cer­ care la qualità negli uomini, e non nelle cose.

13


FOTOMEMORIA

£

s

[Ci

Il 21 settembre, decine di migliaia di ragazzi e di giovani dell’Azione Cattolica hanno fatto festa con il Papa.

14

STADIUM


«Speciale» congressi

LE REGOLE DEL GIOCO Si conclude con questo numero di Stadium il percorso di riflessione e di confronto sui temi del prossimo Congresso nazionale del C.S.I. L'ultimo tema, quello delle «regole del gioco», è fondamentale per recuperare il senso più profondo del nostro associazionismo sportivo.

STARE INSIEME NEL C.S.I. In libertà, senza pretese di intellighentia, alcune riflessioni con un «vecchio» dell’Associazione, sullo stare insieme nel C.S.I. Facili le parole: sulla grande famiglia, sulla fratellanza del gruppo, sul vive­ re comunitariamente l’esperienza spor­ tiva, sul donare e ricevere contestuali: pacche sulle spalle e «volemose bene» che dagli altoparlanti di tanti congres­ si, incontri, riunioni hanno spesso sol­ lecitato la nostra commozione, prefi­ gurando l’essere compiutamente dive­ nuti Associazione, comunità, vita insieme. Meno facile l’esperienza: le difficoltà d’ogni giorno, l’individualismo, la pre­ sunzione, ci hanno sovente relegato in un angolo della stanza associativa, hanno trasformato il nostro vivere da insieme a contro, con l’amarezza di non riconoscersi più nel risultato delle nostre intenzioni. L’essere Associazione reale postula ne­ cessariamente la dedizione, la convin­ zione personale, ma non esaustivamentc, perché una effettiva realizzazione pretende il supporto di adeguate strut­ ture e conformi metodologie che ga­ rantiscano «associazionismo generaliz­ zato»: nella pratica sportiva, nella vi­ ta del gruppo sportivo, nella conduzio­ ne delle strutture provinciali, regiona­ li c nazionali. Il fare un «centro» parziale ci releghe­ rebbe, prima o poi, nell’angolo della stanza: Il CSI è gara e struttura, atle­

Giorgio Guidetti

ta, tecnico e dirigente; il CSI è Società sportiva, Consigli provinciali e regio­ nali, struttura nazionale, sicché la va­ lenza comunitaria non può che avere cammino trasversale ad ogni livello. Proprio il bene comune dell’Associa­ zione deve convincerci che è solo un alibi il negare la necessità di un con­ trollo il quale garantisca il rispetto del­ le scelte comuni; la libertà, cantava il Gaber d’altri tempi, non è star sopra un albero, libertà è partecipazione. STADIUM

Partecipazione, anzitutto di base: la proposta sportiva, nonostante le ten­ denze contrarie della attuale realtà con­ sumistica, non deve rappresentare, nei confronti degli atleti, un immenso ipermarket ove scegliere una pratica spor­ tiva pre-confezionata; il dirigente del­ la nostra Società non si identifica con un dispensatore di servizio agonistico ma deve incarnarsi in organizzatore e animatore del gruppo, nel quale l’atle­ ta svolge parte attiva e creativa. Partecipazione, ancora, delle struttu­ re provinciali; la mappa del comples­ so nazionale pare spesso un arcipela­ go di isole ove, ciascuno, vive la pro­ pria esperienza, limitando le «fuoriu­ scite» alle occasioni di manifestazioni a livello interregionale e, nazionale, quando apparirebbe estremamente produttiva la proliferazione di espe­ rienze comuni, di incontri ed’ inter­ scambi, non soltanto agonistici, a tut­ ti i livelli. Partecipazione «strutturale»: la Socie­ tà sportiva è l’insieme degli atleti, il provinciale è il complesso delle Socie­ tà, il regionale è l’insieme dei Consigli provinciali, il nazionale è l’unione dei regionali; solo a condizione di non considerare gerarchicamente la com­ plessiva struttura, solo a patto di «sen­ tirsi dentro» può funzionare il princi­ pio associativo, altrimenti la più pic­ cola divergenza, soggettiva od ogget­ tiva poco importa, ci farà ritrovare nel­ l’angolo della stanza. Partecipazione economico-finanziaria: un trasparente principio associativo esige che le risorse economiche di cia­ scuno siano di tutti; il sottacere risor­ se, ancorché finalizzate alla «coltiva­ zione» del proprio specifico orticello, non aiuta la crescita dell’Associazione, fomentando soltanto sospetti ed invi­ die; crescere insieme è utilizzare razio­ nalmente i cespiti di tutti, assegnando più a chi meno ha, aiutando chi è più debole finanziariamente ma, forse, più

15


«Speciale» congressi

|2

forte di risorse umane, di inventiva, di idee. Partecipazione dunque, essere un in­ sieme, non una somma di singole real­ tà; e questa tendenza, nostra da sem­ pre, assume un sapore particolare in questi tempi nei quali i «muri» d’Eu­ ropa sono caduti o stanno cadendo, sollecitando un respiro associativo che travalica la nostra Associazione e la nostra stessa nazionalità; avanti uno scenario partecipativo che assume sem­ pre più vaste dimensioni paiono con­ tornati di tristezza le nostre piccole be­ ghe, le ripicche, gli antagonismi per­ sonali, le scelte di potere. La partecipazione, la condivisione di esperienze, di ideali, di risorse umane ed economiche esige, peraltro, la rego­ la della osservanza e del controllo; sal­ vo contrabbandare l’anarchia per li­ bertà. La vita associativa che consen­ te, sempre e democraticamente, a tut­ ti gli associati di concorrere alla for­ mazione della volontà comune esige anche che le scelte della maggioranza siano le scelte di tutti e, come tali, da tutti, rispettate; e proprio rispetto della democrazia esige poi l’attivazione di controlli che siano garanti di tale ri­ spetto.

16

to, la comune decisione di essere coe­ renti, fino in fondo ed in tutti i campi di intervento, con il principio di ispi­ razione cristiana proprio di questa As­ sociazione alla quale tanti, anche sba­ gliando, hanno dato tanto; tanti, an­ che sapendo di non essere infallibili, sono pronti a dare tanto. Credo che le regole del gioco associa­ tivo, nella imminenza del «bagno con­ gressuale» e sempre, esigano che sia­ no sotterrale le ascie di guerra; sempre che i «pellirosse» del CSI amino la lo­ ro comunità sportiva.

Giorgio Guidetti

A

/ .. t "■

VT ,

NON QUALSIASI ASSOCIAZIONISMO Intervista al prof. ALBERTO VALENTINI Presidente dell'IREF (Istituto Ricerche Educative e Formative)

Un Congresso nazionale si avvicina a grandi passi: una occasione per sceglie­ re nuovi strumenti, per impostare una vita associativa la quale eviti gli errori del passato, per pensare e decidere an­ che scommesse sul futuro. Potrà aiutare la revisione dello Statu­ to, con norme che prevedono una mi­ gliore verifica dei processi associativi di partecipazione e di controllo; potrà ancora aiutare un programma di pra­ tica sportiva che privilegi maggiormen­ te la circolazione delle esperienze e gli interscambi; potrà infine aiutare la pre­ visione eli trasparenza e condivisione delle risorse. Ma, sopì attinto, aiuterà, in una Asso­ ciazione che fa premio sul volontaria-

— Nelle conclusioni dell’ultimo Rap­ porto JREF si sostiene che nel nostro Paese «l'associazionismo sta divenen­ do diverso», mostrando i segni di una concreta crescita sul piano qualitativo, oltre che su quello quantitativo. Quali sono gli elementi che distinguono un associazionismo «di qualità»?

«Gli aspetti che riteniamo fondanti per un’associazionismo di qualità sono quattro. Il primo di essi è costituito da una forte tensione nei confronti del tema della STADIUM


za del torneo, invece, dobbiamo saper ripensare quell’attività tennistica in funzione dei bisogni deH’ambiente in cui si opera, nella società in cui si vi­ ve, dicendoci: “Se il tennis è una cosa buona e giusta per il contesto sociale, studiamo come sia possibile alimenta­ re un po’ le situazioni di questo gene­ re”. La grande importanza che l’asso­ ciazionismo potrebbe rivestire nel sot­ tolineare una maggior qualità della vita dipende dalla capacità di attuare un si­ mile processo».

— Nel Rapporto IREF si indivìdua nel volontariato il punto di forza dell 'as­ sociazionismo sociale...

solidarietà. L’elemento “solidarietà” è estremamente importane in quanto, molto spesso, la qualità dell’associa­ zionismo si mostra in relazione alla ca­ pacità di rendere fruibile all’esterno del gruppo degli associati la qualità del servizio erogato. Molte associazioni si limitano a dare un servizio ai propri so­ ci; nel momento in cui si passa da un servizio rivolto soltanto verso l’inter­ no ad un servizio rivolto anche verso l’esterno si realizza una crescita di as­ sunzione di responsabilità nei confron­ ti del contesto sociale. Si deve ricono­ scere che in generale le microassocia­ zioni sportive sono naturalmente vo­ cale ad aprire le proprie attività all’e­ sterno. Esse hanno bisogno, forse, di introdurre un'evidenziazione maggio­ re di questi elementi di contenuto, del loro messaggio educativo, rendendoli più assimilabili dai soci, cioè da colo­ ro che sono poi i protagonisti attivi delle attività sportive. Risiede qui, pro­ babilmente il punto di svolta tra vec-

chio e nuovo associazionismo sportivo. 11 secondo elemento fondante di un as­ sociazionismo di qualità è quello di sa­ per rendere il gruppo che fa associa­ zionismo — e quindi anche il gruppo sportivo — un gruppo che non si limi­ ta a svolgere determinati compiti, ma che si sforza di riprogettarli continuamente. È necessario, cioè, che ci sia uno sforzo costante di coinvolgimen­ to e di riprogettazione che parta da ciò che si è già realizzato. In altri termini, l’attività associativa non deve essere vi­ sta come un atto che si esaurisce in ma­ niera quasi segmentata, ma come un unico processo in costante divenire, che, partendo da un progetto, anche elementare, tenda a trasformare tale progetto in un discorso più ampio, in­ serendolo nella prospettiva della com­ plessità sociale. Per fare un esempio, non ci si può limitare ad organizzare un torneo di tennis, ritenendo poi con­ clusa l’esperienza una volta che il tor­ neo sia finito. Partendo dall’esperìenSTADIUM

«Il terzo elemento che denota — e in modo particolarmente significativo — la qualità nell’associazionismo è ap­ punto quello del volontariato, visto co­ me forma di partecipazione gratuita che non esclude tuttavia il rimborso delle spese vive. Nel volontariato, in­ fatti, dobbiamo vedere l’elemento ca­ pace di conferire alle attività dell’associazionismo sociale un più alto tas­ so di qualità, anche e soprattutto per­ ché esso consente una migliore relazio­ nalità tra le persone. È il volontariato a rendere l’associazionismo, anche quello sportivo, un momento che pos­ siede “qualcosa in più” rispetto a qual­ siasi offerta del mercato, anche alla migliore». — Può approfondire in cosa consiste questo «qualcosa in più»? «Grazie al volontariato, l’associazio­ nismo riesce generalmente ad immet­ tere nelle proprie attività particolari contenuti di carattere valoriale, soprat­ tutto nel campo delle relazioni umane, che è impossibile trovare fuori dell’as­ sociazionismo. L’“utente” si accorge che l’offerta dell’associazionismo ha — in questo senso — qualcosa in più rispetto all’offerta di mercato. Il qual-

17


za possa parlare nostro malgrado an­ che tramite gli eventi più negativi e le persone che giudichiamo peggio, sia­ mo conseguentemente obbligati a un attento ascolto di tutti. Siamo tenuti, quindi, ad ascoltare anche le minoran­ ze e a cogliere anche i segnali che ci possono apparire marginali. Qui sta forse il fondamento valoriale di una democrazia vissuta nell’associa­ zionismo con una tensione veramente costruttiva».

«Speciale» congressi

cosa in più sul piano della relazionali­ tà che l’associazionismo offre tramite il volontariato risponde ad una delle esigenze maggiormente avvertite in una società complessa come la nostra: l’e­ sigenza di creare momenti di vita in comune. Anche se l’offerta del mercato tende oggi a prendere atto di questo bisogno, essa non può soddisfarlo. Il “qualco­ sa in più” che la gente ricerca non può essere dato da seri professionisti, per­ ché nel loro lavoro mancherà sempre quel tasso di sensibilità, di disponibi­ lità umana all’imprevisto e al non pro­ grammabile che il solo volontariato può garantire. L’associazi.onismo ha, quindi, una marcia in più, a condizio­ ne che attribuisca il giusto valore al proprio volontariato e riesca a prepa­ rarlo professionalmente, poiché pur avendo la sensibilità e la qualità di cui si è detto, abbia anche alcuni degli ele­ menti di metodo propri di una prepa­ razione professionale».

18

ne alla vita democratica, alla convin­ zione che la democrazia è importante anche nell’associazionismo perché ge­ nera valori, metodi e contenuti per un miglioramento della società, è uno de­ gli aspetti che anche nell’associazioni­ smo sportivo possono essere significa­ tivamente sottolineati. I quattro punti elencati sono quelli su cui si gioca la qualità dell’associazioni­ smo in una società complessa come la nostra. Sono gli elementi fondamentali perché l’associazionismo possa gioca­ re un ruolo dinamico, propulsivo, di crescita complessiva e di apporto criti­ co nei confronti del dato istituzionale».

— Come impedire che alla democra­ zia formale fissata negli statuti dell 'as­ sociazionismo corrisponda una scarsa democrazia reale, così come avviene in tanti altri settori della vita sociale?

«Come praticare la democrazia interna è appunto uno dei patrimoni genetici che vanno fatti crescere. Il DNA della democrazia va reinventato quotidiana­ — Rimane poi un quarto elemento mente, è una riscoperta da fare conti­ qualificante... nuamente. Credo che in ciascuna perso­ «Il quarto elemento è quello della par­ na ci siano elementi che possano far pre­ tecipazione democratica alla vita asso­ valere la regola democratica o la regola ciativa. Nel nostro Paese, in termini autocratica. Il rispetto della democrazia generali, la partecipazione democrati­ interna passa in gran parte attraverso la ca è ancora ai primi passi, poiché sia­ capacità di riflessione, di dialogo, di ri­ mo una giovane democrazia, molto spetto della opinione degli altri. imperfetta. L’associazionismo può da­ Sotto il profilo dei valori cristiani, cre­ re un grande contributo di cultura e di do si debba trasmettere anche ai non sensibilità alla vita della democrazia, credenti che il messaggio che dal cri­ come successo per il recente referen­ stianesimo cerchiamo imperfettamen­ dum per la preferenza unica, voluto so­ te di praticare nel nostro associazioni­ prattutto dall’associazionismo. smo è quello di avere rispetto dell’o­ Il contributo dell’associazionismo al­ pinione di tutti e di ascoltare l’opinio­ la vita democratica si attua anche nel ne di lutti, in quanto anche il più umi­ consentire che all’interno dell’associa- le tra di noi può essere portatore suo nismo le regole di democrazia siano malgrado di un grande messaggio. realmente attuate, nell’impegno dei di­ La Chiesa stessa non è solo docente, rigenti e di tutta l’organizzazione ad ma in alcuni casi è discente. Se accet­ adottare e rispettare i principi fissati tiamo questa impostazione — che non negli statuti e nei regolamenti applica­ è accettata ancora da tutti consapevol­ tivi degli statuti stessi. Questa abitudi- I mente — e riteniamo che la ProvvidenSTADIUM

— Anche alla luce dei recenti avveni­ menti dell'Europa dell'Est, quali se­ gnali utili giungono all'associazioni­ smo di oltre frontiera?

«II Rapporto è nato prima della caduta del muro di Berlino, con l’intento di esplorare ciò che l’associazionismo rap­ presentava in quel momento nei Paesi delI ’Est. Dal quadro che è stato possibi­ le raccogliere, con grandi difficoltà, è emerso un aspetto fondamentale: l’as­ sociazionismo sociale ha rappresentato per quei Paesi il serbatoio di valori e di classe dirigente che — prima sotterra­ neamente e poi in maniera aperta — ha giocato e sta giocando un ruolo signifi­ cativo nell’aiutare quei Paesi alla dura esperienza del cambio di sistema. Questo dato è stato poi confermato dai fatti. Cosa ciò possa rappresentare og­ gi per noi è difficile dire, ma un ele­ mento può essere evidenziato. Come nel nostro Paese, nel periodo del ven­ tennio fascista, l’aver mantenuto reti di collegamento sotterranee ha consen­ tito di arrivare al periodo della Resi­ stenza e poi a quello della Costituzio­ ne in termini certamente migliori, con una classe dirigente pronta ad assume­ re alcune responsabilità, così è avve­ nuto nei Paesi dell’Est. Evidentemen­ te, quindi, vi è una continuità di rap­ porto tra i destini di un popolo e la sua capacità di autoorganizzazione. In tal senso il grande tema della rifor­ ma della politica e delle istituzioni pas­ sa attraverso un’attenzione rivolta a fa­ vorire la crescita dell’associazionismo in una società post-industriale. Il mes­ saggio che possiamo ricavare per la no­ stra situazione attuale è quello di dire ai nostri legislatori che lasciar cresce­ re la dimensione associativa in questa società è oggi particolarmente impor­ tante, perché alimenta un sistema di valori e di forze adatto a gestire il cam­ biamento continuo che è il dato fon­ dante di una società post-moderna».

a cura di Andrea De Pascalis


FOTOMEMORIA

19

STADIUM


Si è concluso «BICICSI»

MEETING A FIUGGI Vincenzo Abbruzzino

20

Fiuggi ha accolto i centociquanta atleti che hanno dato vita al «Meeting nazio­ nale del Cicloamatore», in calendario nei giorni 27-29 Settembre, con i pan­ ni dimessi della stagione prcturistica prossima al termine. Di questi tempi il centro termale si chiude in sé stesso; la gente del luogo abbandona la parte bassa, quella del­ le Fonti e degli alberghi, per riconqui­ stare la tranquillità del nucleo antico, non più paese ma non ancora città. Il turismo di inizio autunno è fatto di gente per cui la cura termale rappre­ senta l’unica possibilità di vacanza, la sola opportunità di uscire dal quotidia­ no, la parvenza di un vivere mondano. Si può ben immaginare, quindi, che pennellala di rosa (tale era il colore uf­ ficiale della manifestazione), abbiano portalo i cicloamatori del CSI, seguiti con attenzione lungo le strade della Ciociaria. I tre giorni di gara hanno messo a du­ ra prova la preparazione degli atleti con percorsi ritenuti, nel ventaglio del soggettivo giudizio per lo meno impe­ gnativi quando non difficile. Dalla cro­ noscalata della giornata di apertura, ai tornanti dell’ultimo giorno i nostri ci­ cloamatori hanno dovuto dimostrare una versatilità tecnica che ne esaltasse lo spessore d’atleta. E così è stato, tant’è che dei 148 partenti della cronosca­ lata di Torre Cajetani solo 24 sono sta­ ti costretti al ritiro. Ben strana gente però i cicloamatori, capaci dello slancio più generoso come della discussione più oziosa. Testarda­ mente avvinti ad una polemica su po­ sizioni ininfluenti per la classifica a punti, per poi transitare tenendosi per mano sotto lo striscione dell’arrivo. Di fronte a tante personali imprese pas­ sa in secondo piano l’elemento tecnico che ha registrato il trionfo di un singo­ lo atleta, Marco Fortunato, se non per sottolineare come all’interno della squadra del Poi. Borgo Pianeta di

Avczzano fossero accomunati il ciclista capace di vincere tutte le gare in pro­ gramma come l’atleta più anziano (71 anni) mai abbandonato in corsa e sem­ pre atteso con entusiasmo all’arrivo. Una solidarietà che ha sconfitto, o me­ glio non tenuto in alcun conto il re­ sponso cronometrico, lo scorrere mec­ canico insensibile alla vita che a Fiug­ gi ha invece trovato entusiasti adepti conquistati dalla semplicità con cui i ragazzi di Exodus hanno raccontalo la loro esperienza di viaggio, in tandem, nelle terre del nostro meridione. Un tour fatto di malinconici addii ad ogni avvio di tappa, per scoprire poi che la meta offriva nuove sorprese, personag­ gi generosi, gesti che si credevano im­ possibili nella frenesia del duemila. Storie di vita come quella di Gaetano c Sergio, due giovani di San Michele STADIUM

di Serino (Av) che hanno trovato con l’arrivo della «Carovana 12» di Exo­ dus il coraggio di passare in comuni­ tà. Tanta semplicità ha finito con il conquistare anche Francesco Moser che nel corso di una tavola rotonda sul tema «Ciclismo: ieri, oggi e domani» ha proposto un meeting in cui ciascu­ na coppia in tandem sia composta da un ex tossicodipendente e da un cam­ pione del ciclismo in grado attraverso il proprio nome di veicolare il messag­ gio di speranza di questi giovani. Dalla tavola rotonda sono venuti altri spunti di un certo interesse. È stato ten­ tato, da parte della Presidenza nazio­ nale per voce di Marcello Tognoni, un primo bilancio della Campagna «La Bicicletta» che a Fiuggi ha vissuto il proprio epilogo, a due anni dal suo av­ vio di Sessa Aurunca.


FICEP

DIECI GIORNI A BRIGA

Un tirare delle somme positivo la cui valutazione deve comunque prescinde­ re dalle impressioni per avere il confor­ to delle cifre. Il ciclismo coniugato al passato è sta­ to con commozione trattato da Luigi Riondino, commissario prefettizio del Comune di Fiuggi, che nel ricordare i valori delle due ruote ha voluto testi­ moniare il suo presente di maturo cicloamatore c la sua emozione infanti­ le nel ricevere in dono dal padre una bicicletta usata. Ciò ha fornito lo spun­ to a Giorgio Martino, giornalista del TG2 ospite della serata, di sottolinea­ re come i cicli nei successi del ciclismo trovino un elemento di continuità nel cicloamatore, volano inesauribile di una attività che fa anche «economia». Lo «zoccolo duro» del ciclismo li ha definiti Martino. Moser, nella sua consueta dimostrazio­ ne di umana disponibilità che ne man­ tiene integri gli insegnamenti di una cultura che nasce dal lavoro dei cam­ pi, ha individualo nelle amministrazio­ ni pubbliche gli attori primi del domani su due ruote. La necessità di piste ci­ clabili è divenuta ormai inderogabile per salvaguardare la sicurezza di chi sempre più spesso sceglie la bicicletta come strumento di svago. Sul piano sportivo il recordman dell’ora ha in­ vitato le Società ad insistere nell’atti­ vità per i giovani, vissuta all'interno di piccole organizzazioni che frazionino il tanto, il troppo, attuale monopolio di pochissimi sodalizi in Italia. Fra i molivi per una riflessione nell’im­ mediato si inserisce fors’anche il rap­ porto di collaborazione che il Consiglio regionale del Lazio, presieduto da Al­ do di Pocc, ha nell’occasione instaura­ to con la Italtccnica di Ferentino, spon­ sor della manifestazione. Un abbina­ mento vissuto con discrezione che può fornire una indicazione sulla possibile collaborazione tra la nostra Associazio­ ne ed il mondo della pubblicità.

Entusiasmante, bello, simpatico, in­ dimenticabile: sono alcuni degli ag­ gettivi usati dai ragazzi per descrive­ re i dieci giorni del Campo interna­ zionale giovani svoltosi a Briga, in Svizzera, dal 17 al 27 luglio. E in realtà è stata per tutti un 'espe­ rienza bellissima: circa 200 ragazzi di Belgio, Olanda, Francia, Germania, Svizzera, Austria ed Italia si sono ri­ trovati a giocare insieme in gruppi in­ ternazionali dove, pur con mille dif­ ficoltà per via della lingua, si sono fatte amicizie in uno spirito di vera condivisione e fratellanza. Il programma ricco e articolato ha te­ nuto impegnati i ragazzi alternando giochi, gare e divertimento. Tutti si sono cimentati nelle varie discipline sportive: pallavolo, pallacanestro, calcio, tennis, tennis tavolo, squash, nuoto, atletica, lotta concludendo poi con un torneo sempre per gruppi in­ ternazionali. Due giornate sono state dedicate al­ la montagna con gite molto interes­ santi anche se faticose tra le bellissi­ me cime che sovrastano il Sempione e Zermatt. Le serate sono state divertenti e alle­ gre con momenti di impegno, canti e balli, e momenti rilassanti in disco-

teca. La Santa Messa sui prati e la meditazione in palestra con le testi­ monianze dei ragazzi sono state i due momenti forti del campo. Un torneo per nazioni ha risvegliato lo spirito di gruppo, ma con molta correttezza e sportività, portando gli italiani al primo posto in pallavolo, calcetto e calcio spugna. Ma lo stare insieme al di là della na­ zione o della lingua è stato sicura­ mente vissuto in modo positivo visto il grande scambio di magliette, di pic­ coli doni e indirizzi- Alla partenza molte lacrime e una generale suppli­ ca di potersi ancora ritrovare tutti insieme. Buona, puntuale e precisa l’organiz­ zazione svizzera che faceva capo al­ l’infaticabile Katrin. I gruppi italiani erano formati da ra­ gazze di Trento accompagnate da Rosalba e Fabiana e da ragazzi di Napoli accompagnati da Enzo, Car­ lo e Gino. Luca è stato il validissimo interprete, Santina ha diretto la de­ legazione; Luigi e Luciano, pur es­ sendo di Bergamo, si sono inseriti be­ nissimo nel gruppo di Napoli. Un saluto affettuoso e un grazie di cuore a tutti gli amici.

s. c.

21

STAD1UM


La Carovana di Exodus

A TRE MESI DAL VIA Elena Maietich

11 23 giugno scorso da Cesenatico so­ no partili 14 ragazzi in tandem per un «viaggio per la vita nel sud d’Italia». Quel giorno il CSI si è ufficialmente impegnato di stare accanto a questi giovani che stanno tentando di abban­ donare per sempre la dipendenza dal­ la droga per rinascere ad una nuova vi­ ta. A metà del cammino in program­ ma sono andata a trovare i «ciclisti» per scambiare quattro chiacchiere con loro, per poter portare a tutti una te­ stimonianza di che cosa significa vo­ ler cambiare la propria vita, lottare ogni giorno con abitudini diventate parte di sé. Non credo ci sia un modo migliore di rendere l'esperienza vissu­ ta del riportare direttamente le parole dei ragazzi ...

22

• DANIELE 27 anni «Le strutture e l’accoglienza da parte del CSI sono sta­ te buone. Sento sia importante dire, cosa che ho detto anche le altre volte, che per me è stato essenziale il contat­ to con la gente che abbiamo conosciu­ to. È importante perché scopri quan­ ta solidarietà e disponibilità hanno queste persone nei nostri confronti pur non conoscendoci; questo è emozio­ nante, non ti lascia indifferente, ti fa riflettere su parecchie cose, cose su cui non mi ero mai soffermato. Speriamo si continuare». • ENZO 29 anni «Tirare delle conclu­ sioni dopo 2 mesi e mezzo tre che sia­ mo in carovana ... È sempre difficile partire da un posto in cui ci siamo fer­ mati, perché ci affezioniamo alle per­ sone; da ogni tappa ricaviamo qualco­ sa, perché abbiamo condiviso tutto. Una cosa nuova per me è che ho ini­ ziato ad apprezzare i posti, la natura: siamo stati a visitare le grotte di Ca­ stellana, lo zoo safari, i trulli di Alberobcllo, e questi erano per noi momen­ ti di gruppo, in cui abbiamo condivi-

so la gioia. Sono stato molto contento del fatto che a San Michele di Scrino si sono aggiunti due ragazzi, Gaetano che è qui con noi e un altro che è alla sede di Cassino. Abbiamo trovato per­ sone, come don Natalino o don Emi­ lio, che veramente si sono messe a no­ stra disposizione e ancora oggi ci so­ no assai legate. Infatti a San Michele di Serino si è aperto un centro di ascol­ to. E queste sono cose che ci gratifica­ no e ci fanno andare avanti, perché sappiamo che incontreremo anche in seguito gente così sensibile». • MARCO 19 anni «In questa caro­ vana ho scoperto cosa vuol dire ama­ re, cioè l’amore che gli altri ci hanno dato; ho capito cosa vuol dire lasciare delle persone con le lacrime agli occhi, salutare coloro che non ci conosceva­ no eppure ci sono stati vicino, che ci portavano da mangiare senza voler nulla in cambio. Come ha detto una volta Klaus (operatore sul campo), lo­ ro da noi vogliono solo una cosa, che arriviamo alla fine, che raggiungiamo la nostra meta, questo è ciò che può dar loro gioia. Sono felice di essere in carovana e spero di arrivare alla fine con tutti gli altri». • CLAUDIO 23 anni «Ho riscoperto l’amore, l’amore della gente nei nostri confronti. Prima mi sentivo tagliato fuori, non consideralo, evitato da tut­ ti. Siamo stati accolti benissimo, ser­ viti c riveriti, ma ciò che ci ha aiutato di più è l’aver riscontrato che esistono ancora delle persone che credono in noi e che ci vogliono bene». • FABRIZIO 21 anni «È poco che so­ no in carovana, ma mi sono trovato subito bene, perché nelle 3 o 4 tappe che ho fatto siamo stati accolti in una maniera stupenda, sia da parte del CSI sia da parte degli abitanti. 1 ragazzi ci sono stati vicini, parlavano con noi, ci chiedevano come fare per prevenire la STADIUM

droga, per i loro amici magari. Inol­ tre ho scoperto lo sport: non mi ero mai immaginato di montare su di una bicicletta, invece mi sono trovalo be­ nissimo, anche perché ho dovuto tro­ vare l’affiatamento con gli altri. Del CSI ho conosciuto solo una persona Vito Sgobba e ho visto come era im­ portante per noi ragazzi».

• ENZO 19 anni «La frase che mi ha colpito di più è stata detta da don Maz­ zi: «al Sud si incontra il cuore ed al Nord i danei», ed è vero. 1 rappresen­ tanti del CSI ci sono stati vicini, ed ab­ biamo potuto scambiare delle esperien­ ze con altre comunità terapeutiche. Credo che anche noi qualcosa l’abbia­ mo lasciata. Io ho visto che la gente crede in noi, dandoci così la forza per andare avanti e per non interrompere il nostro cammino». • DALMAZIO 26 anni «A volte si pensa di conoscere delle persone spe­ ciali e si crede che non se ne incontre­ ranno più uguali, ma poi andando avanti ti accorgi che non è cosi, conti­ nuo infatti ad incontrare persone che mi rimangono sempre dentro».

• PIGNONE, responsabile della caro­ vana 12 «Voglio fare una riflessione su qualcosa che credo ci faccia sempre be­ ne ricordare. Dopo Cesenatico abbia­ mo fatto la prima tappa a Termoli; li c’era don Luigi ad attenderci, e pro­ prio lui ci ha lasciato una cosa molto bella. Don Luigi aveva un pessimo concetto dei tossicodipendenti, ebbe­ ne dopo 2 giorni mi ha detto: «sono splendidi, quando vorrete tornare io vi aspetto e spero che Termoli possa di­ ventare una tappa fissa delle vostre ca­ rovane». Questo va ricordato nei mo­ menti in cui ci viene voglia di mollare: se c’è tanta gente che crede in noi al punto di rivedere i propri preconcetti, forse tanto vale farlo noi per primi!».


Un'idea per la formazione

CAPO O ANIMATORE? Anna De Laura

Correva voce che fosse il testosterone, un ormone maschile, a dare agli uomi­ ni la carica per emergere e fare il capo. Come spiegare, allora, la medesima spinta nella donna? Evidentemente non era quella la stra­ da maestra per capire perché qualcu­ no si trova a supervisionare certe situa­ zioni in posizione di preminenza sugli altri. Avrebbero tutti la capacità di fare il capo o sono circostanze più o meno fortuite a darne la possibilità? Capi si nasce o si diventa?

* * * Capo è per definizione qualcuno po­ sto al sommo di una gerarchia. Come ci arrivi, se un’altra gerarchia lo nomi­ ni oppure se venga scelto spontanea­ mente da un gruppo non è importan­ te. Importante è distinguere, poi, i ve­ ri capi da quelli che ne portano solo il nome; infatti, per rivestire il ruolo del capo bisogna nutrire una grande fidu­ cia in se stessi e saper comunicare ciò che si è e che si sa attivando tutti i ca­ nali sensoriali perché ciascuno possa capire i messaggi e riconoscersi nel capo. Un capo è come un buon giocatore di scacchi: deve saper prevedere le mos­ se degli «avversari» per tessere la sua rete relazionale e avere il controllo del­ le situazioni da lui gestite. Però in un’Associazione come la no­ stra, che non è paragonabile ad una so­ cietà per azioni o un’azienda perché gli obiettivi da raggiungere non sono pro­ duttivi ma squisitamente educativi, le doti c le funzioni richieste ad un capo possono anche essere diverse. Innanzi tutto, c non a caso, noi non utilizziamo il termine capo ma prefe­ riamo quello di animatore, evidenzian­ do il nesso col soffio vitale e definen­ do così l’animatore non come colui che comanda ma come colui che è l’anima

TRE domande alla Prof.ssa IOLE BALDARO VERDE, docente di Teoria della personalità all'università di Genova. — Esiste un «linguaggio del capo-, un modo di parlare, muoversi, esprimersi che lo connotano come colui che co­ manda? «Si, direi che c'è un esempio calzante a questo riguardo: i grandi psicoterapeuti avevano tutti un tipo di personalità che si metteva subito in empatia con i pazienti e in effetti questi guarivano. È la stessa dote che dovrebbero avere i capi. Un ca­ po autoritario, per esempio, come un pa­ dre autoritario, può anche essere obbedito ma né i figli impareranno ad avere un rap­ porto corretto con la vita né il gruppo fun­ zionerà a dovere». — Visto che parliamo di padri... Geni­ tori ansiosi influenzano il bambino per­ ché in futuro non diventi capo, dunque che non rischi, che non si esponga, che non si assuma responsabilità? «Si, certamente. Messaggi di incertezza da parte di chi dovrebbe trasmettere cer­ tezze non sono mai positivi. È chiaro che ad un bimbo va raccomandato di «stare attento», ma non va mai calcata la mano

dei gruppo. E poi un capo animatore viene scelto; è spesso il leader natura­ le quello cui vengono riconosciute ca­ pacità gestionali, risorse umane... che spesso non è autoritario ma cui viene attribuita forte autorità, ad assumer­ ne il ruolo. * ♦

*

Quali sono i compiti di un capo/animatore come dovrebbe essere ogni re­ sponsabile associativo? Uno che aiuta il gruppo a darsi uno scopo, a perse­ guirlo e a motivare i suoi membri. Anche se l'Associazione si basa sul vo­ lontariato, su un lavoro tanto gratui­ to quanto impegnativo e tale da favoSTADIUM

come a dire: «Se non ci fossi io tu non ce la faresti». È pericoloso perché si frena la fiducia di base in se stessi. E poi un capo può essere democratico solo quando ha fiducia negli altri e sa che vale la pena di­ scutere e scambiarsi le idee; soprattutto nell’adolescenza questo spingere ad as­ sumersi le proprie responsabilità è di gran­ de impulso per la formazione dell'uomo e della donna adulti».

— Ma questa insistenza sugli stages di formazione per managers, cioè per ca­ pi; il sottolineare che a scuola si può im­ parare a fare il capo... come la giudica?

Queste sono le tecniche americane usa­ te per insegnare ai venditori a vendere ac­ qua fresca a chi non ha sete con l’accor­ tezza di far sentire l’altro in posizione su­ bordinata, down, di accettazione. Se si vuole ottenere un capo autoritario, o me­ glio, se si vogliono potenziare in una per­ sonalità già autoritaria le capacità di ge­ stione, questi metodi possono funzionare. Ma il capo è altro e non si può inventare la fiducia se non c’è rapporto umano».

rire non tanto chi ha più capacità o più «testa» ma chi ha più tempo libero a disposizione, non bisognerebbe mai ac­ contentarsi di capi mediocri; di chi non ha coscienza del proprio ruolo; di chi non conosce le principali leggi della di­ namica dei gruppi; di chi non sa fron­ teggiare l’aggressività o sconfiggere la passività dei membri del gruppo. Non bisognerebbe accontentarsi se è' vero che puntiamo a migliorare la qua­ lità e il senso d’appartenenza dell’Associazione.

È anche vero che, proprio perché non funzioniamo come una società per azioni, esiste una leadership (guida) ri­ sultante da un’interazione di più indi-

23


CAPO O ANIMATORE? (segue da pag. 23)

— Situazione: una persona monopolizza la discussione e si mette a fare la sua confe­ renza personale in uno o più interventi che non finiscono più, intrattiene tutto il gruppo sul -suo» problema personale, e alla fine infastidisce tutti.

vidui che spesso emergono a seconda delle situazioni, dei periodi di vita per­ sonale o delle vicissitudini del gruppo e che variano di volta in volta. Ci sarà resperto di turno su questa o quella questione. L’impallinato dell'anima­ zione. L’agitatore di masse. Il legali­ sta. Ma il capo resta tale perché ha una funzione specifica, quella di aiutare il gruppo ad arrivare ai suoi obiettivi, che è diversa da quella dei leaders natura­ li di turno e gli conferisce una posizio­ ne del lutto distinta.

* *

24

IL MONOPOLIZZATORE

Ci sono state e ci sono ancora scuole di pensiero diverse riguardo alla posi­ zione di un animatore: se debba gio­ care all’interno o dall'esterno del grup­ po. Come al solito la verità è nel mez­ zo. Diciamo che un buon animatore non può vivere soggettivamente le di­ namiche di un gruppo e non dovrebbe mai essere coinvolto emotivamente dal gruppo perchè questo gli precludereb­ be la possibilità di intervento in caso di situazioni difficili. L’idea che sottende a tale impostazio­ ne non è da intendersi come spinta al­ la distanza ideologica, alla «non par­ tecipazione», ma un invito ad essere super pciries, ad osservare per capire senza farsi prigionieri dei linguaggio, della cultura e del vissuto del gruppo. Relazione sì, identificazione no. Puntare alla formazione di vincoli di fiducia e solidarietà ma lasciare un sa­ no distacco. Alla luce del rapporto educativo che in Associazione esiste a tutti i livelli e pen­ sando un po’ a come viviamo le nostre realtà quest’idea non dovrebbe essere troppo rivoluzionaria; ma neanche cosi scontata. Anzi, varrebbe la pena di va­ lutare con la dovuta attenzione proprio l’impostazione più prevedibile delle co­ se per scoprire se ha valore davvero o se è frutto di mera abitudine.

Cause possibili

Soluzioni possibili

a) Problemi personali: ci sono persone che sono sempre alla ricerca di un uditorio per prodursi in uno spettacolo o per manife­ stare le loro frustrazioni; qualunque siano gli argomenti dell'incontro, li si ritrova sem­ pre con il loro stesso discorso

a) Neutralizzare al più presto queste per­ sone, in modo tanto pronto quanto fermo; lasciarle intervenire una volta, se neces­ sario interrompendole quando l’interven­ to è troppo lungo e senza rapporto con l’ar­ gomento trattato; alla loro seconda richie­ sta di intervento, o pregarle di essere molto brevi, o dire che anche gli altri hanno di­ ritto al loro turno di parola e che di conse­ guenza non è possibile, per essere giusti, concedere ancora loro la parola.

b) Fissazione su un dettaglio: nella discus­ sione su un argomento molto vasto, alcu­ ni si attaccano a punti di dettaglio e voglio­ no trattenervi tutti

b) Lasciar loro esprimere una volta il loro punto di vista; al loro secondo tentativo di ritornare sullo stesso argomento, l’anima­ tore spieghi loro che questo punto, certa­ mente interessante, non è che un elemen­ to di discussione tra molti altri possibili e che, di conseguenza, non ci si può soffer­ mare più a lungo.

c) Insufficienze del conferenziere o dell’e­ sperto: qualcuno prende a lungo la paro­ la per apportare ampliamenti a ciò che è stato detto dal conferenziere o dall’e­ sperto.

c) Se si tratta veramente di un ampliamen­ to che arricchische l’informazione ricevu­ ta dal gruppo, lasciare il tempo necessa­ rio a questa persona; poi l’animatore do­ vrà integrare questo nuovo apporto di in­ formazione a ciò che è già stato detto. In genere, queste persone tuttavia sento­ no quando è giunto per loro il momento di fermarsi (non sempre tuttavia .. poiché al­ cuni desidererebbero essere al posto del conferenziere).

da «COME ANIMARE UN GRUPPO- di Beauchamp ■ Graveline - Ouiviger. Ed. Elle di ci

ronn

'L STADIUM


TUTTOCSI CRONACHE/ESPERIENZE EMOZIONI E RICORDI DA MALLES LECCO — Il tempo, le fatiche impie­ gati e le notti che i responsabili del cor­ so di Malles hanno trascorso insonni per dare all’iniziativa una veste di pro­ fessionalità organizzativa, sono stati abbondantemente ricompensati dalla riuscita dell’esperimento. Quello del corso animatori è stata un’esperienza pilota «una specie di sfida voluta», ha detto Rinaldo Longhì ex responsabile della formazione che ha impiegato due anni per dar vita a questo corso. «Non si sapeva se i risultati sarebbero stati po­ sitivi, ma si contava comunque sull’ap­ poggio dell’intero Consiglio, disposto a varare un nuovo progetto di forma­ zione dei propri animatori e dirigenti, rivolto più al miglioramento qualitati­ vo che quantitativo». Gli aderenti non sono stali molti, solamente dieci, tra questi presidenti, allenatori ed educa­ tori di alcune delle Società del Consi­ glio di Lecco. Un piccolo gruppo che ha trovato entusiasmo in una breve ma continua progressione lungo l’arco del­ la settimana. I corsisti di età, sesso e indole eteroge­ nei, sono riusciti ad amalgamarsi in modo naturale portando ognuno il pro­ prio apporlo nei termini di valori, idee, iniziative e risultati. Il clima confiden­ ziale creatosi sin dall’inizio ha permes­ so agli istruttori di realizzare interessan­ ti lavori di gruppo divisi in momenti di teoria ed altri di pratica. Oggetto principale del corso il «Proget­ to Associativo» portato avanti ormai da anni dal CSI. Nella fattispecie, il prof. Vincenzo Sfera di Trieste, ha incentra­ lo le sue ore di lezione nel sottolineare l’importanza delle varie tecniche di in­ terazione tra i membri di gruppo.

Uno studio sociologico alla base ha così permesso di considerare quelli che pos­ sono essere i momenti di una situazio­ ne ipotetica: l'organizzazione di un mo­ mento forte per ragazzi che contenesse al tempo stesso la componente sporti­ va e la componente del gioco. I corsisti hanno così dovuto immedesi­ marsi in coloro che si fanno carico del­ l’organizzazione di una Festa del tipo «Giocasport» vissuta nei suoi momen­ ti di accoglienza, gioco, educazione e conclusione. Le argomentazioni trasci­ navano nella curiosità ed in un vivace scambio di opinioni e considerazioni corsisti e dirigenti. Forse è stato pro­ prio questo l'aspetto più rilevante di «Malles ’9I»: responsabili del corso e partecipanti sono diventati un tutt’uno e in simbiosi hanno esposto te proprie personalissime esperienze ed hanno sa­ puto apprenderne dagli altri. Le tecniche di animazione apprese, dal­ l’uso dell’espressività dei colori, dei suoni dei linguaggi concretamente mes­ si in pratica nell’utilizzo dei materiali da bricolage a dispozione, nell’appren­ dimento di capacità di comunicazione di messaggi che vanno al di là della pa­ rola, come mezzi tradizionali quali il ballo, il disegno, la musica, sono risul­ tate sicuramente qualcosa di polariz­ zante per l’attenzione dei corsisti. A questi si sono poi aggiunte lezioni di ka­ raté, di calcio, di basket e altri giochi di squadra. L'obiettivo era quello di proporre agli operatori del CSI un nuo­ vo modo di animare le attività: anima­ re col gioco le attività sportive facen­ do leva su forti fondamenta di anima­ tori preparati e mai più improvvisali.

OTTAVO MEETING ESTIVO

FESTA PROVINCIALE DEI CENTRI BENEVENTO — Nella splendida Villa Co­ munale del Comune di Montesarchio (BN) messoci a disposizione dall'Amministrazione Comunale, si è tenuta l’annuale Festa Provinciale dei Centri di Formazione CSI del­ la Provincia di Benevento. Dopo la celebrazione della S. Messa, si è avuto il saluto del Sindaco che nel suo pur breve saluto anche a nome dell’Amministrazione Comunale di Montesarchio, ha ringra­ ziato tutti in particolar modo il CSI per la scel­ ta di Montesarchio per questa bella, allegra e gioiosa Manifestazione. Alla Festa dei Centri hanno partecipato an­ che i genitori degli allievi divertendosi nell’ammirare i propri figlioli, bravi anzi bravis­ simi, per tutto ciò che hanno dimostrato di aver appreso durante l'anno. È seguita una ricca premiazione, Coppe per i Centri offerte dal Comune di Montesarchio. e la medaglia-ricordo per tutti.

TRA CASTELLI E MONASTERI L’AQUILA — Successo per la cicloscampagnata «Tra castelli e monasteri» organizza­ ta dal CSI aquilano. Alla manifestazione non competitiva hanno partecipato circa centocinquanta con­ correnti. L’iniziativa rientra nel piano proposto dal Consiglio provinciale di «vivere all’aria aper­ ta, a contatto con la natura». L’escursione ha preso il via la mattina pre­ sto, dalla piazza di Onna, per conoscere da vicino e riscoprire i castelli e i monasteri che torreggiano sui rilievi delle montagne aquilane. Alla fine della scampagnata, premi per tutti gli iscritti. Da sottolineare che la maggior parte erano dodicenni, mentre riscritto più anziano aveva sessantun anni.

25

PERUGIA — È stata una esperienza bellissi­ ma, entusiasmante e ricca di tutti quegli ingre­ dienti che aiutano a crescere non solo come atleta ma specialmente come persona. L'entusiasmo dei dirigenti accompagnatori, la felicità che si leggeva negli occhi degli atleti al momento dei saluti, i molti consen­ si scritti da chi aveva vissuto l'esperienza meeting, sono stati la inequivocabile confer­ ma che la Manifestazione è riuscita. Una conferma dell'importanza di queste iniziati­ ve. Nella foto, il Presidente del CSI Perugia al momento della premiazione.

STADIUM


TUTTOCSI CRONACHE/ESPERIENZE UN'ESTATE A STELLE E STRISCE BOLOGNA — La polisportiva CSI Casalec­ chio ha chiuso in bellezza l’anno sociale 1990-91, con un'esperienza completamen­ te nuova rispetto a quelle fino a quel momen­ to vissute. La proposta è stata quella di ospitare una squadra di calcio statunitense, proposta che giocatori e dirigenti della polisportiva han­ no accolto con entusiasmo e vissuto con in­ tensità e partecipazione. La testimonianza che riportiamo è di uno dei ragazzi della po­ lisportiva ospitante, Andrea Baldassarri. «Erano le sette di mattina quando, in quat­ tro giocatori con il nostro presidente siamo partiti alla volta di Milano per accogliere la squadra di calcio americana, che doveva­ mo ospitare. Il primo approccio per me é stato molto dif­ ficile, poiché essendo l'unico a parlare in­ glese, sono stato sempre io a fare da interpetre.

Dopo un lungo viaggio di ritorno da Milano, tutti i ragazzi sono stati portati alle famiglie ospitanti: qui. comincia la mia estate a stel­ le e strisce. É stata una esperienza magnifica e sopra­ tutto interessante; conoscere dei ragazzi di altri paesi che hanno la tua stessa passio­ ne, il calcio, imparare la loro lingua, che per mia sfortuna era differente dall’inglese, co­ noscere le loro abitudini. Mi sono sentito carico di responsabilità, per­ ché quasi sempre era necessaria la mia pre­ senza, sono stato guida attraverso le vie di Bologna e Casalecchio, un loro amico tutte le sere in cui uscivamo insieme, turista co­ me loro al mare, a Firenze, a Venezia. Alla fine di questa esperienza parlavo bene l'americano e non mi sembrava neanche di essere in Italia; il giorno che ci siamo lasciati aH'aereoporto è stato per me molto triste: mi ero affezionato a loro e soprattutto a David, il ragazzo americano che io ospitavo, che considero come un fratello e con cui ci stia­ mo scambiando lettere e cartoline.

PROGETTO MARE NOTO — Il CSI Noto per il terzo anno con­ secutivo ha partecipato con un proprio pro­ getto alla realizzazione del programma di at­ tività integrative estive per ragazzi dai 6 ai 18 anni indetto dal Comune di Noto. Il progetto elaborato dal Centro Sportivo Ita­ liano per l’attività estiva «Estate insieme 91», ha avuto la durata di 4 settimane, ha riscos­ so ottimi risultati, considerando che si è avu­ to il più alto numero di iscritti, circa 300, con una partecipazione media durante l’attività di 250 ragazzi, sia da un punto di vista or­ ganizzativo che qualitativo per quanto ri­ guarda l’attività proposta e svolta dai ragaz­ zi, ed è stata accolta con notevole entusia­ smo dalle famiglie dei ragazzi che vi hanno partecipato. Durante l’attività estiva, svolta dal lunedi al venerdì, l’equipe di Operatori del C.S.I. di Noto ha cercato di mettere in pratica tutto ciò che il PROGETTO MARE CSI propone­ va, cercando di favorire un miglioramento degli aspetti educativi e sociali che lo stes­ so si proponeva. I ragazzi che hanno aderito al «PROGETTO» sono stati suddivisi in fasce di età e a sua volta divisi in gruppi, in quanto il program­ ma prevedeva la presenza di un Operatore ogni 10 ragazzi. Notevole successo ha riscosso nell’ambito del PROGETTO MARE CSI, l’attività di esplorazione e di conoscenza di alcune Oasi Naturalistiche della nostra zona, (Il proget­ to prevedeva una escursione settimanale) dove i ragazzi hanno avuto la possibilità di trascorrere una intera giornata in luoghi in­ contaminati all’insegna della gioia di stare assieme L’attività ESTATE INSIEME si è conclusa con la organizzazione di un grande «GIOCASPORT» al mare, comprendente giochi in acqua ed in spiaggia. L’attività di «GIOCASPORT» si è protratta per circa tre ore tra il divertimento generale dei ragazzi e dei genitori i quali erano pre­ senti numerosi per vedere i propri figli in questa grande festa finale. Verso rimbrunire è stato acceso un falò ed i ragazzi si sono seduti attorno ad esso ed hanno cantato, e nel contempo si è proce­ duto a distribuire un portachiave ricordo ad ogni ragazzo. Man mano che andava ad af­ fievolirsi il falò i ragazzi sono stati muniti ognuno di una fiaccola e nell’aspettare che si spegnessero hanno continuato a cantare e a fare baldoria.

26

Finita la fase dei festeggiamenti ci si è pre­ parati per il rientro e per la sfilata finale lun­ go il Viale Lido, dietro l’augurante striscio­ ne del CSI che portava lo slogan «SPORT È FESTA», i ragazzi hanno continuato così nei loro canti e nei loro cori di allegria agi­ tando Pon Pon di carta variamente colora­ ta e i cartelli con scritte di saluti e ringrazia­ menti preparati da loro stessi.

STADIUM


TUTTOCSI CRONACHE/ESPERIENZE SCAMBIO INTERNAZIONALE MACERATA — Un’altra testimonianza di un'accoglienza, questa volta di ragazze pallavoliste, provenienti dagli USA ed ospitate per un mese dal Consiglio di Macerata. Que­ sta iniziativa rientra nel programma di scam­ bi internazionali con l’SFU. Le considerazioni che riportiamo sono di Pa­ trizio Menghini, coordinatore dell’attività sportiva provinciale. L’avventura è cominciata alla stazione fer­ roviaria di Civitanova, dove abbiamo prele­ vato una comitiva stralunata per il lungo viaggio, per consegnarla alle famiglie, pri­ ma difficoltà la lingua: all’accompagnatrice che si era presentata («My name is Sheila») uno dei nostri ha risposto «i’m.... Peppe!» Dopo i primi giorni di ambientamento, vis­ suti dalle famiglie con particolare apprensio­ ne e superati agevolmente grazie allo spic­ cato spirito di adattamento delle ragazze, si è passati al lungo periodo in cui, si sono sus­ seguiti con cadenza serrata i vari momenti del programma. Le strutture, l’attività sportiva, gli spostamen­ ti, le necessità contingenti, tutti i problemi che l’organizzazione ha puntualmente se­ guito e ha cercato di risolverli con la colla­ borazione fattiva delle Autorità Comunali maceratesi, dei gruppi sportivi, delle fami­ glie e di qualche altro collaboratore occa­ sionale. Il momento sportivo comprendeva, oltre agli allenamenti, alcune partite e mini tornei con la partecipazione di squadre locali ed un quadrangolare a San Benedetto del Tronto. Non poteva mancare un itinerario turisticoculturale, con gite a Roma, Firenze, Vene­ zia, Loreto e la leopardiana Recanati che ha lasciato le giovani a dir poco stupefatte, co­ sì come non poteva mancare escursioni in

CAMPO GIOVANI PADOVA — Si è svolta a Prato allo Stelvio la terza edizione del Campo Giovani Atleti, ideato e proposto dal Consiglio provinciale di Padova. Il Campo, rivolto a giovani atleti dai 15 ai 17 anni, si inserisce nel magico ambiente del­ le Valli Altoatesine che offrono, oltre ad uno splendido panorama, ottimi servizi alber­ ghieri-, invidiabili impianti sportivi ed una buo­ na dose di pace e tranquillità. Lo scopo principale del Corso è quello di far conoscere agli atleti il vero volto e gli ideali del Centro Sportivo Italiano, non per il tra­ mite di lezioni o relazioni più o meno estra­ nee al loro modo di approcciarsi all’Associazione, ma attraverso esperienze vive e con­ crete della pratica sportiva e della discus­ sione lungo il binario che collega i due temi Sport e Vita. È proprio il binomio Sport-Vita il leit-motiv di questi sette giorni che si snodano passan-

mantagna, alle Grotte di Frasassi ed ai centri più caratteristici della Marca Maceratese e Permana. Il tutto condito con qualche puntatina in spiaggia (in gruppo o con le singole fami­ glie), qualche «pizzata» e le immancabili se­ dute serali dedicate alla degustazione di montagne di gelato di ogni tipo. Una serata all’Arena Sferisterio per assistere alla rappresentazione del Don Giovanni di Mozart, altre passate in discoteca conclude­ va la parte dedicata alla cultura e al diverti­ mento. Le famiglie, dal canto loro, hanno or­ ganizzato sapientemente il tempo a loro di­

do per delle precise tappe tra loro succes­ sive e collegate da un unico filo logico. L'itinerario parte il primo giorno dai concet­ ti collegati di Ambiente e Vita per passare al secondo e successivi giorni, a quelli di Corpo-Vita interiore: Polisportività-Talenti: Orienteering-Orientamento nella Vita; Monosportività-Scelta di vita; AllenamentoPerfezione; Gara sportiva-Festa. Ad ogni tema sportivo, vissuto fisicamente ed intensamente in palestra e sui campi, si è affiancata la riflessione sul tema che nel­ la vita può essere accostata per affinità al primo, secondo una riuscitissima formula studiata ed applicata dall’affiatato e prepa­ rato (sia tecnicamente che associativamente) gruppo degli animatori, sotto la prezio­ sa guida del Consulente Ecclesiastico del Consiglio provinciale di Padova. Natural­ mente ogni passaggio è stato supportato da materiale didattico e schede che hanno via via riempito la cartellina «vuota» consegna­ ta il primo giorno ad ogni partecipante.

STADIUM

sposizione, per offrire alle loro «figlie adot­ tive» un’esperienza piena e significativa del nostro modo di vivere. Negli ultimi giorni è affiorata una punta di mestizia: ospiti e famiglie ospitanti vedeva­ no avvicinarsi il momento del commiato, la fine dei una parentesi felice, quasi certamen­ te irrepetibile. La serata conclusiva ha misurato la consi­ stenza del rapporto dlreciproco affetto con­ solidatosi in questo mese: lacrime più o me­ no nascoste, abbracci a non finire e la gioia di poter rubare una ’manciata di minuti per il ritardo del treno.

27


LA PISTA

IL FILM

I LIBRI

«UNA STORIA SEMPLICE» di Emidio Greco Kenneth H ( bogef

Presentato alla XLVI1I edizio­ ne del festival di Venezia, e tratto da un racconto di Leo­ nardo Sciascia, «Una storia semplice» ne costituisce una convincente rappresentazione cinematografica, che ottiene un significativo consenso di critica e vale l’attribuzione del Leone d’Oro alla carriera per Gian Maria Volonté. Teatro della vicenda è la Sici­ lia dei nostri giorni, in cui ap­ pieno si manifestano le con­ traddizioni e le realtà del quo­ tidiano, e in cui si incrociano interessi ambigui e false perso­ nalità. La storia prende le mosse da un caso sospetto di suicidioomicidio di un diplomatico, il conte Roccella, tornato nella sua villa dopo numerosi anni di assenza dalla Sicilia. Responsabili delle indagini, personaggi rappresentativi del­ le piccole realtà locali: un co­ lonnello dei carabinieri, un commissario (Massimo Dapporto) e un brigadiere di poli­ zia (Richy Tognazzi), e più tar­ di il procuratore della Repub­ blica. Sulla scena anche un an-

ziano professore siciliano (Gian Maria Volonté), un ami­ co della vittima, un malcapita­ to rappresentante di prodotti farmaceutici (spesso indicato come «l’uomo della Volvo»), e il parroco del paese. Al centro dell’affare vecchi di­ pinti e raffinazione di stupefa­ centi che la vittima, ignara del­ l’ut ilizzo a tale scopo della pro­ pria villa, aveva involontaria­ mente disturbato. La vicenda assume immediatamente con­ torni poco chiari: si innestano nel caso fosche atmosfere di complicità e false versioni del­ la realtà, contrapposte a visio­ ni della verità dedotte dal de­ corso logico degli eventi. Si è immediatamente catturati dalla sensazione che non sia molto importante riconoscere che esiste una verità diversa dai fatti, ma di capire che quella stessa verità può essere mani­ polata, controllata e ripartita tra persone diverse, in mutua complicità, e occultata anche se contraddetta dalle evidenze. La scarsa rilevanza che in fon­ do assume la causa del delitto è un preciso invito del regista

a soffermarsi sull’aspetto so­ ciale della vicenda, a non con­ siderare eclatante il reato, ma la gestione «familiare» dello stesso. Per questo, il brigadiere e l’uo­ mo della Volvo, esempio di cit­ tadino collaborativo, che fini­ scono per intuire il vero, si tro­ veranno l’uno di fronte all’i­ nerzia e alia forzosa pacatez­ za dei suoi superiori, l’altro ad accantonare la propria coscien­ za di cittadino a causa di una grottesca esperienza. «Una storia semplice» diven­ ta, così, la storia di uno stal­ lo, la rappresentazione di una realtà frazionata tra chi sa e ge­ stisce e chi, d’altra parte, può solo intuire. E non c’è sollie­ vo da questa oppressione, re­ sa con elegante e costante iro­ nia dai dialoghi, e comunicata non con parole esplicite, ma attraverso piccoli gesti e signi­ ficative occhiate, eloquenti ammiccamenti e sottili messag­ giSi ha l’impressione, infatti, di aver compreso l’intera vicenda prima ancora di rendersi con­ to che non si è posti di fronte ad una spiegazione, ma soltan­ to a dei segnali, di cui i prota­ gonisti si fanno interpreti con bravura. La storia è davvero semplice, e ad Emidio Greco va il meri­ to di aver brillantemente ripro­ dotto il fascino e il mistero di una realtà siciliana che poco poteva nascondere agli occhi di un suo illustre rappresentante. Paolo Liberati

STADIUM

CORRERE

SENZA PAURA

COMI FATTA RI I RLM ili C1II- 1.0 SFORZO ni i t \ ( t >I<S \ rt < »• ( <

I \Kf

*-

■-5

V'

CORRERE SENZA PAURA Kenneth H. Cooper, Ed. Sperling & Kupfer, Milano 1989, pp. 178, L. 26.000. Nei mesi scorsi il malore che ha colpito il presidente statuniten­ se George Bush mentre prati­ cava jogging ha riaperto le po­ lemiche sull’effettiva utilità e sui rischi che comporta il «cor­ rere in libertà», attività diven­ tata da oltre un decennio mol­ lo diffusa tra la gente di ogni età. A dire il vero, certi inter­ rogativi si trascinano almeno dal 1984, quando l’inventore del jogging, Jim Fixx, mori im­ provvisamente, a 52 anni di età, durante un allenamento. Fu proprio l’episodio della morte di Fixx ad ispirare la ste­ sura di questo libro. L’autore, Kenneth Cooper, cardiologo esperto in medicina sportiva, si pose il problema di valutare quanto ci fosse di vero nelle critiche di coloro che addebi­ tavano al jogging la morte di Fixx c un’intrinseca pericolo­ sità generale. Non a caso i pri­ mi due capitoli di Correre sen­ za paura sono dedicati proprio alle cause della morte di Fixx,


LA PISTA

MEDICINA

individuate in ostruzioni coro­ nariche i cui segni erano stati ignorati o sottovalutati dal «padre del jogging». Le con­ clusioni di Cooper indicano che correre non fa male, anzi aiuta a tenersi in buona salu­ te, a patto di osservare le do­ vute precauzioni e di evitare al­ cuni rischi, D’altra parte, ci di­ ce il cardiologo americano, non bisogna vedere nel jogging un toccasana che impedisce l’insorgenza di gravi malanni, per cui è necessario controllarsi periodicamente e non diventa­ re dei forzati della corsa. Fissati questi principi, Cooper ci consiglia come ridurre i pe­ ricoli legati al correre, quali esercizi adottare nelle fasi di ri­ scaldamento e di defaticamen­ to, quali test eseguire periodi­ camente e come eserguirli, quale attività aerobica sceglie­ re oltre la corsa. 11 libro di Cooper, infatti, anche se mira­ to essenzialmente all’attività del correre, contiene suggeri­ menti e osservazioni validi per tutta l’attività fisica e aerobi­ ca che può essere praticata dal­ la «gente comune», dall’anda­ re in bicicletta allo sciare, dal nuotare al semplice cammina­ re. 11 libro, certo «non può sosti­ tuire il giudizio né la supervi­ sione del medico di fiducia, senza l’assenso del quale non si deve iniziare alcuna terapia o programma di esercizi», ma la sua lettera è certamente uti­ le per rimuovere pregiudizi ed orientarci meglio nell’impostare senza pericoli una sana atti­ vità fisica quotidiana.

Andrea De Pascalis

L'ATLETA DISABILE Lo Sport ha sicuramente con­ tribuito al superamento dell’e­ marginazione, che impedisce ai disabili una piena partecipazio­ ne alla vita collettiva. È un pre­ zioso strumento di reinseri­ mento, di riabilitazione, di ri­ presa di un processo di cresci­ ta individuale e sociale. Eppu­ re «Sport» e «Handicap» sono termini concettualmente im­ possibilitati a coesistere. Lo sport evoca un fisico per­ fetto ed esuberante mentre il concetto di Handicap è vice­ versa sinonimo di minorato e deficitario. Bisogna quindi ot­ timizzare al massimo la convi­ venza tra portatori di Handi­ cap e mondo sportivo senza privilegiare uno dei due o igno­ rare l’altro. Fisiologicamente la limitazio­ ne funzionale determina una sindrome ipocinetica gravissi­ ma che si manifesta come obe­ sità e riduzione della massa magra ancor più marcata di quanto non comporti per sé l’interruzione delle vie moto­ rie. L’aumento di peso ha ulterio­ ri conseguenze nel limitare le possibilità motorie del sogget­ to instaurando un circolo vi­ zioso che induce una ipotrofia ossea, alterato metabolismo del calcio, calcolosi renali e piaghe da decubito. Anche il sistema circolatorio è compromesso non fosse altro che per la ridotta richiesta di flusso ematico che la scarsa massa muscolare può esigere e per la forzata inattività fisica. Questo non è il destino dei sog­ getti che svolgono attività sportiva. Come dimostrato da uno stu-

mente lo Sport può essere ef­ fettuato a vari livelli, il primo è quello che prende in conside­ razione soltanto il proprio be­ nessere, cioè un’attività non agonistica e non competitiva anche se impegnativa dal pun­ to di vista fisico e mentale. Per esempio una passeggiata in campagna, subito dopo viene un’attività di mantenimento, come la corsa, la ginnastica in palestra, il nuoto in piscina. Il terzo livello infine è lo Sport competitivo con l’obicttivo di partecipare alle gare. ' Non tutti gli Sport sono adatti e adottabili ai vari Handicaps. senza scendere in particolare posso dire per esempio che al­ dio recentissimo presentato dal cuni sport praticati dai para­ prof. ZEPPILL1 a ROMA al­ plegici non sono invece adatti l’ultimo Congresso di CAR­ ad essere effettuali dagli HanDIOLOGIA dello Sport su un diccappati mentali poiché oc­ gruppo di disabili fisici costret­ corre uno spirito competitivo ti all’uso della sedia. Questi ed una costanza di impegno Atleti praticavano un’attività che non può essere richiesta al agonistica (basket, atletica leg­ portatore di Handicap menta­ gera) con una media di allena­ le. mento settimanali di circa 5-10 Infine sentiamo cosa dice LU­ ore. I dati ottenuti dimostrano: CA PANCALLI, campione una frequenza cardiaca a ripo­ Olimpionico e primatista mon­ so inferiore, un volume ed una diale di Nuoto «secondo me massa del ventricolo sinistro non ci sono handicappati, non sono disabili e non ci sono maggiori, un rimodellamento ci campioni, ci sono soltanto, a Zy del circolo periferico con au­ mento dei vasi arteriosi e veno­ qualsiasi livello, degli atleti che si della metà superiore del arrivano alle Olimpiadi e altri atleti che non arrivano alle corpo. Olimpiadi, che fanno attività In pratica l’attività sportiva porta ad una forma fisica su­ a livello regionale ma pur sem­ periore alla media, ad una pre degli atleti e ci tengo a sot­ tolineare «Atleti veri». maggiore utilizzazione dei mezzi di compensazione degli Handicap (Tutori, carrozzine, ecc) per poter più facilmente superare le mille barriere archi­ Antonio Spaiaro tettoniche che quotidianamen­ te essi incontrano. Natural­

STADIUM


...NELLA CALDA ESTATE RUSSA (segue da pag. 12)

30

lega sovietico, faccio presente che con questa pioggia, e con l'ombrello che mi si è rotto, più dei paventati tank della junta mi può rovinare, se non trovo ri­ paro, l’umidità. Alla fine passo, entro se non proprio alla «Casa Bianca» almeno in un edi­ ficio annesso, che servirà da inferme­ ria in caso di scontri. Una dottoressa mi dice che passava di lì a caso, portando il cane a passeggio, e ha deciso di restare. Ovviamente non è vero, in questi giorni non si va per caso a passeggio davanti alla «Casa Bianca», questi sono eroi quotidiani che sentono il pudore della propria scelta. Decidiamo di scambiarci gli in­ dirizzi, c di scriverci «sesopravvivere­ mo alla notte». * * * Non è passata da molto la mezzanotte che udiamo una raffica di mitra. La gente, fuori, risponde con grida più di scherno che di paura. Poco dopo gran­ de agitazione nei locali adibiti a infer­ meria: la dottoressa mi saluta, e si al­ lontana perché tutti sono «mobilitati». In fretta, aggiunge che una barricata vicino alla Kalinina, la grande arteria che porta anche alla «Casa Bianca», è sotto attacco, che si teme sia il pri­ mo segno dell’attacco generale. Passano i minuti, le decine di minuti, le mezz’ore e nulla accade. Poi sapre­ mo che la barricata formata da auto­ bus ha rotto all’impatto di una picco­ la colonna di carri armati. Alcuni tank sono rimasti bloccati in un tunnel quasi sotto la Kalinina, i dimostranti si so­ no avventati su di loro, come si vede anche in uno spezzone televisivo che credo abbia fatto il giro del mondo. Un tank accecalo perché i dimostranti hanno coperto le feritoie con le loro giacche ha cominciato a sbandare, in­ vestendo e maciullando due persone. Un’altra è stata uccisa da un colpo di rivoltella sparato dall’ufficiale dello stesso tank, mentre scappava verso un carro vicino. I dimostranti hanno lancialo bottiglie molotov, la barriera degli autobus si è trasformata in una cortina di fuoco, alla fine i tank intrappolali si sono ar­ resi c all’alba sono stati dirottati a di­ fesa della «Casa Bianca». Sarà questo Punico episodio cruento della notte decisiva, la notte delle bar­ ricate. Verso le quattro del mattino vedo usci-

re Eduard Shavardnadze circondato da alcuni giornalisti e mi precipito per sen­ tire cosa dice. Sono parole di grande ottimismo: l’esercito non attaccherà, in maggioranza ha scelto la legalità. Poi si dirà anche che un generale del K.G.B. che da tempo collabora con Eltsin per creare i servizi di sicurezza della repubblica russa ha parlato nel­ la notte con il capo dei golpisti e suo ex collega, Vladimir Kriutchkov, otte­ nendo assicurazione che l’attacco non ci sarà. Mi avvio verso il ponte Kzlinin e get­ tando lo sguardo sulla Neva vedo che anche il fiume è bloccato da una bar­ ricata acquatica fatta con chiatte. In mezzo al ponte si sta spostando una barricala umana di donne: mi avver­ tono di nonn muovermi, che sono in allarme perché si sta avvicinando una colonna motorizzata di truppe specia­ li del Ministero degli Interni, i terribi­ li «Omon». Mi fermo, attendo, ma an­ che stavolta, per fortuna, nulla acca­ de. Poi sapremo che alle tre del matti­ no, secondo i piani, avrebbe dovuto scattare davvero Tal tacco generale e STADIUM

che per tutta la notte reparti speciali so­ no andati su e giù per le arterie che contornano la «Casa Bianca». Ma l’ordine mortale alla fine non è arriva­ to, perché la junta ha capito che non avrebbe vinto, che sarebbe stato un inutile bagno di sangue. * * * Quindi un golpe mal organizzato e peg­ gio eseguito? Sì, certo, ma non si deve neppure sottovalutare: i golpisti pun­ tavano, una volta estromesso Gorbaciov, sulla grande passività della socie­ tà sovietica, ricordando il precedente della caduta di Krusciov, quando nes­ suno aveva protestato. Il loro calcolo non era del tutto irrea­ le: a Cernobyl e nella grande provin­ cia ucraina mi ero accorto che la gen­ te era contro il golpe ma non si muo­ veva, chiedendo a un tecnico della cen­ trale nucleare perché non si chiamava­ no i lavoratori a una assemblea, mi aveva ribattuto con un gesto sconso­ lato che tanto non serviva a nulla, che il potere era invincibile. Invece le grandi città — Mosca, Lenin­ grado — e le repubbliche periferiche, soprattutto quelle baltiche, hanno rea­ gito, mandando all’aria i fragili lega­ mi di complicità della junta. Per merito di Gorbaciov, cioè della glasnost, una parte della società sovie­ tica è ormai profondamente cambiala e ha scelto di resistere. Ciò è bastato a innestare un processo a catena nelle forze armate e nella stessa polizia, che alla fine si sono dissociati dai golpisti. * * * E ora che succederà? Se le repubbliche dcll’ex-Unione Sovietica vogliono con­ servare un minimo di connettivo e non franare nella frammentizzazione, nel­ l’anarchia, nella lotta di ognuno con­ tro tutti — sul tragico esempio jugo­ slavo — Gorbaciov rimane ancora l’u­ nico punto di riferimento. Al Gorba­ ciov capo di partito, dittatore illumi­ nato, che è finito per sempre, può suc­ cedere oggi il Gorbaciov mediatore, figura-simbolo, ago della bilancia. All’alba del 21 mattina, alle cinque e mezza il metrò — l’unica cosa che in questo momento funzioni regolarmen­ te a Mosca — ha ripreso a correre. Nel tunnel della «notte delle barricate» fio­ ri freschi, frammenti di cibo e di siga­ rette — secondo la tradizione ortodos­ sa — ricordano i tre morti per la liber­ tà. Su un autobus sfondato e bruciato una targhetta scritta a mano: «Qui la notte fra il 20 e 21 agosto è stato fer­ mato il fascismo». V O.


SPORT/SOCIETA'

Domenico Volpi

CMLA BENZINA...

La benzina a 100.000 lire al litro! Non è Tultima trovala de! ministro Formica con­ tro le cicale italiane. È solo il costo attua­ le dei raffinatissimi carburanti comune­ mente usati in Formula Uno, per dare ai motori quel «qualcosa in più». Aggiunge­ te i lubrificanti ancora più «preziosi», le gomme speciali che durano solo per un gi­ ro di prova per conquistare il posto più vantaggioso nella griglia di partenza... e naturalmente i materiali speciali dei telai, i motori utilizzati per un 'unica gara... o una parte di essa, più l’insieme poderoso dei tecnici, delle officine, egli ingaggi dei piloti. Vale davvero la pena dispendere ci­ fre così alte per... che cosa? Finché i boli­ di somigliavano un po ’ alle auto normali e non « vestivano» i piloti infilati in essi, si poteva dire che tutto si riversava in bene­ fici sulla produzione. Ma ora? Tutto si ri­ versa nello spettacolo: è una giustificazio­ ne sufficiente?

PALLONI INTERNAZIONALI Nelle coppe europee di calcio, quest 'an­ no c’è un numero enorme di squadre te­ desche, in quanto nella formazione del­ le graduatorie la Germania appariva an­ cora divisa in Ovest ed Est. Dal prossi­ mo anno, la rappresentativa sarà unica. Ma se continueranno a frammentarsi i mosaici jugoslavo e sovietico, avremo una quantità di altri. campionati nazio­ nali e coppe, con calendari internazionali complicatissimi. In compenso, non ci sa­ rà bisogno di... inventarsi le isole FarOer. E comunque è sempre meglio il pallone del cannone. A proposito di internazionalità, il Tori­ no si è procuralo i piedi buoni (dicono) di tre ragazzi neri del Ghana, apparsi al­ la ribalta del calcio per aver vinto il cam­ pionato mondiale «under 17», quello stesso in cui i nostri Azzurrini, molto pie­ ni di sé hanno dimostrato il vuoto (tec­ nico e morale). Dai «vù cumprà» e dai «vù lavò» a 1.000 lire siamo ai «vù.cal­ ciò» da un milione di dollari in tre. /!//che questo è progresso. A liguri, ragazzi della grande Africa: noi siamo un popo[---------

Concetto Lo Hello, mi amico del C.S.I.

lo che apre le porte a tutti, ma siamo sem­ pre pronti a gridare «sporco negro» a chi segna un gol nella nostra!

A TUTTI I COSTI Annunciare genericamente in TV, duran­ te una trasmissione, che qualcuno è mor­ to senza dire subito di chi si tratta va con­ tro ogni regola professionale ed umana. Durante il «Processo del Lunedì», la no­ tizia della morte di Concetto Lo Bello (ex-arbitro ed onorevole, ma il TG-2 non ha detto di quale partito) è stata tenuta «in sospeso»: annunciato che «un 'even­ to tragico si stava verificando», suscitan­ do la comprensibile ansia di tinti, il de­ cesso è stato comunicato in trasmissione un 'ora e mezzo dopo ilfatto, quando era pronta un’intervista con il responsabile del settore arbitrale. Era forse un mezzo per far crescere l'ascolto? Se fosse così, dopo il Processo del Lunedì e TAppello del Martedì, ci sarebbe da proporre una generale... cassazione.

FRECCIATE • Per anni le reti televisive di Berlusco­ ni hanno fatto il pianto milanese chieden­ do //diritto alla diretta. Giusto. Ma poi,

STADIUM

alla prima occasione, hanno annunciato al pubblico la partita GSKA Mosca - Ro­ ma in diretta ...e poi l’hanno trasmessa in differita. La ragione? Probabilmente per inserire meglio la pubblicità. Ovve­ ro un diritto per dimostrare... il rovescio. • Secondo le analisi, sei pesisti italiani, tre uomini e tre donne, sono risultati «dopati» per aver preso sostanze proibi­ te, uno steroide. È inquietante il fatto che i sei appartengano a club diversi ed ab­ biano fatto allenamenti diversi. La Fe­ derazione ha sospeso tutto il settore tec­ nico e l’attività internazionale ma, poi­ ché non è la prima volta, è da un pezzo che avrebbe dovuto togliersi... certi pesi dallo stomaco. • Non chiediamo ai tecnici delle nostre varie federazioni di trasformare dei mo­ desti atleti in superman, e neppure di in­ segnare loro a vincere: la classe, come il coraggio, chi non ce l’ha non se la può dare. Ci basta che insegnino a lottare con giusta grinta e a saper perdere. Il Cane che gioca a tennis con le piantine dello studio per la rabbia di non aver visto la più adatta pallina, il calciatore che fa il pugnatore sull 'avversario e il tecnico che se la prende con ! 'arbitro sono i peggiori esempi possibili per una visione serena dello sport. E anche per la sua serietà.

31


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook