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TOBVlAZiONE
QUASI UN SOMMARIO
Il termine «formazione» ci ha ri chiamato in queste ultime settima ne, quasi esclusivamente, il pro blema dell’assetto in campo delle squadre di calcio: la «formazio ne» della nazionale via via annun ciata da Vicini; la «formazione» deH’Argentina che ci ha battuti; la «formazione» del Camerun che ha strabiliato...
3DOPO ITALIA '90 12
TIRO
di Aldo Notano
CON L'ARCO
di Giampiero Spirito
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DA CRISALIDE A FARFALLA
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Il punto sull'associazionismo so ciale. di Andrea De Pascalis
IMPIANTI D'ITALIA
óTEMPO RITROVATO di G. Battista Gandolfo
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LUCI ED OMBRE DELL'EST La piccola Tien An Men di Buca rest e le prospettive nell'Europa orientale. di Valerio Ochetto
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A FUTURA MEMORIA
di A.D.P.
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WTOCW CRONACHE/ ESPERIENZE
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Il film: IL SOLE ANCHE DI NOTTE di Paolo Liberati
15 STADIUM/SOdETA' di Angelo Bertani
I libri
16 FOTOMEMORIA CRONACA DI UNA FESTA di Gennaro Jovine
a cura di Andrea De Pascalis
Medicina: L'ARTROSCOPIA DEL GINOCCHIO
I DOMINI DEL CALCIO di Andrea De Pascalis
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DIARIO EUROPEO
L’estate, nel cuore della quale esce questo numero di STADIUM, è in certo senso la stagione della formazione: a livello nazionale, per il CSI, si è svolta la «Scuola nazionale dei quadri» ed è ripar tita la «Scuola nazionale per tec nici». Ma è soprattutto a livello provinciale e regionale che si mol tiplicano i Corsi e i Campi-scuola per allenatori, per dirigenti di so cietà, per animatori, per arbitri.
Questo grande sforzo organizza tivo e culturale deve trovare nel l’associazione una risposta gene rosa di partecipazione e di atten zione. Non si tratta infatti, come qualcuno teme, di «chiacchie re»... si tratta invece di un con fronto di idee e di metodi senza il quale l’attività sportiva stessa de cade a pura routine, a rischio, no nostante ogni buona volontà, di essere preda di interessi estranei e spesso dannosi.
di Antonio Spataro
di E.G.
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Passati i fumi del «Mondiale» è tempo che torniamo a parlare di FORMAZIONE nei termini più propri: cioè come lo sforzo con tinuo che dobbiamo fare per ade guare le nostre capacità e le no stre tecniche al compito educati vo e sportivo che ci siamo propo sti professando uno sport a misu ra d’uomo e a servizio di tutti.
31 SPORT/SOCIETA'
I Campionati FICEP di Tennistavo di Domenico Volpi lo e Judo.
Un’estate di «formazione» non è dunque solo un dovere verso l’as sociazione ma lo è soprattutto verso il mondo sportivo di cui vorremmo essere il sale per garan tirne il valore umano e sociale.
STADIUM
DOPO ITALIA '90 Paolo Valenti ne! chiudere la tra smissione televisiva su «i cristia ni, lo sport e i mondiali» pose a noi tre interlocutori la domanda: «cosa vi aspettate dai mondiali?». Risposi che mi auguravo che non si spegnessero le luci ma che i ri flettori a giorno fossero tolti da gli stadi, grandi e belli, per indi rizzarli fuori dagli stadi e puntarli sulla vita di tutti i giorni. Fuori dello stadio ci sono i pro blemi della società italiana che sotto il manto dell’opulenza na sconde 500.000 tossicodipenden ti, milioni di giovani disoccupa ti, la malavita organizzata, i ser vizi che non funzionano. Ammainate le bandiere, finiti i cortei strombettanti e frastornanti (con la benzina che si è sprecata che cosa non si poteva fare di uti le?), i problemi di una società ma lata restano, che non vogliamo vedere, perché ci danno fastidio, [nostri vecchi la domenica anda vano all’osteria per dimenticare i loro guai, specialmente la loro po vertà, e si ubriacavano. Noi andiamo allo stadio per di menticare anche noi i nostri guai, le nostre povertà, perché siamo poveri anche noi di dentro, però, che è peggio che non esserlo di fuori, e ci ubriachiamo di pallone. Che cosa resta di Italia 90? I più bei stadi del mondo, le vit torie degli azzurri che ricordere mo nel duemila e oltre, ma resta no anche i problemi che non vo gliamo risolvere. E tra questi anche quelli dello sport. Sì, siamo tra i più bravi nel pal lone, non lo siamo nello sport per tutti. Accanto agli stadi dello
sport-spettacolo non siamo capaci zione eccessiva all’esasperazione di costruire i più piccoli impianti agonistica e tecnicistica, dal ricor sportivi che sono i più facili e me so al doping e ad altre forme di no costosi da costruire e i ragazzi frode, alla violenza. Solo recupe rando efficacemente il suo com restano per strada. pito e le sue potenzialità di edu Perché? Perché lo «sport per tutti» non fa cazione e di socializzazione, lo notizia, non interessa ai mercan sport può svolgere un ruolo di si ti, al commercio, alla sponsoriz gnificativo rilievo e concorrere, zazione, alla televisione, alla per la sua parte, a sostenere le stampa, all’immagine dei politici. speranze che muovono i cuori de E pensare che «lo sport per tut gli uomini, specialmente dei gio ti» è lo sport della maggioranza. vani, in questo scorcio di secolo Preferiamo lo spettacolo sporti che si apre sul terzo Millennio cri vo con tutte le sue compromissio stiano». Alle soglie del terzo Millennio lo ni. Hanno voluto il Papa all'Olimpi sport è ben lontano dall’aver co il 31 maggio per inaugurare il esaurito il suo compito e le sue nuovo stadio ed anche i Mondia potenzialità di educazione, di so li, non so se hanno ascoltato at cializzazione e di civilizzazione. tentamente quanto il Papa ha det Cento anni fa nasceva il movi to: «occorre pertanto individua mento olimpico moderno, che ha re e superare i pericoli che minac molto contribuito al dialogo e ai ciano lo sport moderno: dalla ri buoni rapporti internazionali, alla cerca ossessiva del guadagno alla conoscenza e alla comprensione commercializzazione di quasi ogni tra i giovani, agli scambi e alla so suo aspetto, dalla spettacolarizza- lidarietà fra i popoli. Gli ideali olimpici sono ancora pienamente validi e attuali, ma il movimento olimpico deve com piere un rinnovato sforzo, oggi, per recuperare allo sport quei va lori etici, che in parte sono anda ti smarriti e che di quegli ideali co stituiscono la base e la sostanza, rischiando altrimenti di diventa re simboli vuoti e senza senso per gli uomini d’oggi. Saremo all’altezza di un compito così grande? Noi del CSI ci proviamo perché il pallone d’Italia 90 non sia un pallone sgonfiato. Aldo Notarlo
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Da crisalide a farfalla
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Negli ultimi due anni l’associazioni smo sociale in Italia, per vie più o meno tortuose e dirette, è riuscito a raggiungere uno sbocco nel «mare» dell’autonomo procedere. La ten denza che si manifesta è quella di un associazionismo che «cresce attraver so un moltiplicarsi irrefrenabile di iniziative di cui una parte ha ancora vita di crisalide ed è allo stato larva le, potenziale, ma una consistente quantità ha rotto l’involucro della sudditanza, è già divenuta “farfalla” ed ha iniziato a volare». Con questi concetti, espressi in un linguaggio un po’ fantasioso ma ef ficace, si apre il 3° Rapporto IREF sull’associazionismo sociale in Italia, che fa riferimento alla situazione del biennio 1988-89. Dopo la premessa incoraggiante, c’è però un avverti mento: per la crisalide divenuta far falla il futuro non si presenta facile, poiché non sembra sussistere la vo lontà politica di riconoscere, regola mentare e supportare questa nuova realtà con una legislazione appro priata. Ma questa, a dire il vero, non è precisamente una novità: già il 2° Rapporto (dicembre 1987) aveva in dividuato nella latenza di iniziative legislative l’ostacolo maggiore per il pieno sviluppo delle potenzialità del l’associazionismo. A fronte dell’immobilismo e delle re sistenze manifestate dal mondo po litico, che si traducono nel blocco delle diverse proposte di legge sull’as sociazionismo giacenti in Parlamen to, l’ultimo biennio ha visto alcune importanti e positive novità. Prima di analizzarle, giova ricorda re che l’area esplorata dall’IREF — come avvenuto per i precedenti due Rapporti — è limitata all’«associazionismo sociale», individuato come settore di organizzazioni caratteriz zate dall’esercizio di solidarietà, de mocrazia, gratuità e progettualità, con esclusione di partiti e sindacati.
Il punto sull’associazionismo sociale Occorre anche ricordare, per com prendere meglio il valore dei dati, che rispetto al passato è leggermente mu tata la metodologia adottata per la ricerca, poiché a fianco di un’inda gine Eurisko condotta su un campio ne significativo di cittadini tra i 18 e i 74 anni, si è collocata un’indagine condotta dall’IREF, tramite questio nario, su 260 associazioni italiane (tra cui gli Enti di promozione spor tiva).
UN ALTO LIVELLO DI CREDIBILITÀ Proprio l’indagine Eurisko ha evi denziato un fenomeno nuovo: il disa gio manifestato dagli intervistati nel dichiarare la propria adesione a par titi politici e sindacati, disagio che scompare allorché si tratta di dichia rare l’appartenenza ad associazioni «sociali». In tale atteggiamento — se condo l’IREF — bisogna cogliere il segno di uno scollamento tra opinio ne pubblica e organizzazioni politi che, queste ultime recepite come strutture ormai lontane dai problemi reali della gente. «Viceversa — con tinua il rapporto — l’associazionismo sociale appare in qualche modo ob bligato a partire dai bisogni delle per sone le quali mostrano di conferirgli un alto livello di credibilità: ben il 70% degli italiani ritiene che sarebbe opportuno accordare un sostegno economico alle associazioni sociali». La fiducia nei confronti delle associa-
zioni deriva dal loro saper realizzare momenti di aggregazione basati su bi sogni specifici e reali. Il Rapporto IREF coglie qualcosa di nuovo anche all’interno dell’associa zionismo, dove si manifesta più for te la tendenza ad una partecipazio ne attiva dei soci, mentre diminuisce — e in certi casi scompare — l’atteg giamento di collateralismo rispètto ai partiti. Quello dei tardi anni ’80 è co munque un’associazionismo in fase di forte trasformazione, la cui novi tà scaturisce, appunto, dai bisogni delle persone, bisogni ai quali esso tenta di dare autonomamente delle risposte. Aree di aggregazione e di azione del nuovo associazionismo sono, in suc cessione decrescente: — l’impegno per corrispondere ai bi sogni di «espressività» in ambito sportivo e ricreativo; — un più deciso interesse per pro muovere la formazione, la cultura, l’orientamento; — un richiamo verso i bisogni di re cupero delle emarginazioni, dei di versi, dei più deboli (immigrati, am malati, drogati, alcoolisti, anziani); — un diffuso prodigarsi per la pro tezione civile, i beni culturali, la tu tela dell’ambiente; — un crescente impegno di educazio ne alla pace e alla vita civile.
IL VOLONTARIATO, UN SEGNALE IMPORTANTE Punto di forza dell’associazionismo sociale continua ad essere il volon tariato, la cui crescita (oltre 6 milio ni di persone) va considerata un im portante segnale positivo. Questo ed altri segnali conducono il 3° Rappor to IREF a riconoscere all’associazio nismo sociale un ruolo primario per
me (a cominciare da quelle istituzio nali), «dove l’associazionismo possa giocare in autonomia il ruolo che gli è congeniale di sensore dei bisogni e di promotore di sviluppo, anche at traverso servizi». Come condizione per lo svolgimento di tale ruolo sino in fondo, l’IREF indica la creazione di una fitta rete di collegamento tra le diverse associazioni, che, senza mettere in discussione le rispettive originalità, porti ad uno scambio di esperienze ed informazioni e faccia crescere uno stile di lavoro maggior mente partecipativo.
L'ASSOCIAZIONISMO SPORTIVO lo sviluppo del sistema sociale: «L’associazionismo sociale — pur con tutti i suoi evidenti limiti e de bolezze — appare in prevalenza alla ricerca della massimizzazione del po tenziale umano esistente per il cam biamento nel senso dell’umanizzazione della vita, in un mondo che sta progressivamente scoprendo che sia mo sempre più legati a doppio filo. Nessuno si promuove da solo, ognu no deve farsi carico dei problemi dei più deboli, non solo e non tanto per umana solidarietà, ma perché ciò, al la fine, tende anche a coincidere con gli interessi di ciascuno». In questo contesto «si deve sottoli neare anche il contributo dell’asso ciazionismo al processo di moderniz zazione dei comportamenti: tra chi si associa prevale la cultura del ri schio, dell’intraprendenza persona le, in misura significativamente più alta della restante popolazione italia na. Non ci si associa prevalentemente per difendersi da un pericolo, ma per sviluppare un progetto, possibilmen te in chiave qualitativa e relazionalmentc efficace».
Tanto basta all’IREF per ritenere che nell’associazionismo di oggi si pos sa scorgere una tendenza nuova, una disponibilità dei più «forti» ad asso ciarsi ai più «deboli» per «rischiare» appunto strade nuove finalizzate ad un cambiamento reale della società che tocchi anche i suoi settori più emarginati. In sintesi estrema, la «modernità» dell’associazionismo oggi nasce dal la sua capacità di interpretare i biso gni delle persone, di rappresentarli alle istituzioni e contemporaneamen te di avviare le prime autonome ri sposte. Nel volontariato che lo sor regge, nel suo impegno, va vista un’acquisita disponibilità di quanti hanno già raggiunto il soddisfaci mento dei loro bisogni primari ad agire per promuovere lo sviluppo dei meno fortunati. Questa linea di tendenza fa presagi re all’IREF che possa realizzarsi in un prossimo futuro un diverso mo dello sociale, post-capitalistico, mag giormente rispettoso dei valori uma ni. Perché il nuovo ciclo si apra è ne cessaria una nuova stagione di rifor-
La seconda parte del Rapporto IREF analizza le linee di tendenza dei di versi settori dell’associazionismo so ciale, tra cui quello dell’associazio nismo di promozione sportiva, set tore che manifesta il più alto tasso di crescita tra quelli presi in esame. Al di là dei numeri, delle statistiche e del riepilogo di quanto avvenuto nel campo durante il biennio preso in esame (rapporti con il CONI e le istituzioni, mancata approvazione della legge-quadro ecc.), le conclu sioni specifiche dell’IREF puntano sulla necessità — per gli Enti di pro mozione sportiva — di giungere ad una rielaborazione dell’esperienza sin qui condotta, per prendere atto delle spinte che caratterizzano que sti anni e procedere ad un supera mento dell’attività tradizionale spor tiva. In altri termini, la necessità è quella di spingere sino in fondo la tendenza emergente a fare dello sport un fattore di educazione, di solida rietà e di impegno civile. Andrea De Pascalis
(segue a pag. 6)
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TEMPO RITROVATO
G. Battista Gandolfo Nell’autunno scorso, appare sui quotidiani la notizia, secondo la quale monache di clausura aprono dal 1971 il convento a ragazze ester ne che intendono fare un 'esperien za di preghiera. Il fatto curioso è che varie decine di richieste non vengono accolte, perché i posti so no esauriti e le persone devono met tersi in lista d’attesa per i week-end seguenti.
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ne popolare dell’ordine, dall’altro contribuisce alla stabilità. Non a caso, ai tempi di Innocenzo XI e in seguito, i monaci de La Chartreu se testimoniano che «Carthusia numquam reformata, quia numquam deformata»: la Certosa non ebbe mai bisogno di riforme, per ché non ha mai subito decadenze.
Al di là dei ricordi e della storia di altri tempi, oggi assistiamo al mol tiplicarsi di scuole di preghiera, di ritiri spirituali. Si estende addirit tura il numero di vocazioni religio se, a volte accolte, come nel caso di Lola Falana, da personaggi di pubblico dominio. Perché sempre più ampia è la domanda di spiritua lità da parte del mondo giovanile. Di conseguenza, più curate sono le risposte degli operatori pastorali, inneggianti a rapporti di amicizia, eseguite tramite contatti personali. S’intensificano così conferenze e di battiti sulla vita di preghiera, of frendo alla gente l’opportunità di incontrare {'Assoluto.
Il successo e il clamore dell’inizia tiva costringono le religiose al più rigoroso riserbo, sia per non viola re la privacy delle giovani donne, che per salvaguardare la quiete mi stica del convento. La proposta si manifesta pure come sintomo di una più larga e urgente attrattiva del giovane d’oggi verso mete di contemplazione e di preghiera, ora come non mai apprezzate. Forse, per riscoprire tanto interesse, biso gna risalire nel tempo fino al seco lo XV. Allora il crescente spirito re ligioso sposta verso una maggiore apertura della vita attiva l’esperien za esistenziale del monaco, fino a Di fatto i partecipanti si rinnova giungere nell’ottocento a una com no interiormente e cancellano le di patibilità fra apostolato e vita reli strazioni e i rumori che colpiscono giosa. Ma, per la verità, l’intensità l’agire quotidiano, calato in una so dell’esigenza monastica si colloca, cietà troppo consumistica. Si co oltre che nei primi secoli della Chie struisce nel contempo quel «miste sa, nel periodo medievale. A Clu- ro non ancora nella piena realtà», ny, per esempio, si rinnova in pie di cui parla S. Agostino nei Discor no l’atmosfera eremitica di San Be si, che assicura la speranza prove nedetto e i monaci assicurano una niente dallo Spirito. continuità di tradizione ecclesiale e una grande fioritura di uomini al Non per nulla la persona ritiene l’i la guida della Chiesa. Inoltre anche tinerario di preghiera come un cam i cistercensi e gli altri ordini di con mino di fede, aperto a un’integra templazione partecipano attiva zione religiosa tale, da inserirsi co mente alla vita della Chiesa. Nei me esperienza ecclesiale. Come monasteri vige una regola impron istanza che comunica la libertà del tata sul silenzio perpetuo, fatto di l’amore e della salvezza, rendendo preghiera e di lavoro, svolti in pic l’uomo, si scrive su di un mano coli chiostri, all’insegna di una for scritto medievale di Salisburgo, te e densa austerità. La severità da «mendicante con le mani tese e por un lato non permette una diffusio- tatore di innumerevoli doni».
DA CRISALIDE A FARFALLA (segue da pag. 5)
Il 3° Rapporto IREF è stato presen tato a Roma il 12 giugno scorso, nel corso di un miniconvegno che ha fi nito con l’aggiungere ulteriori ele menti di valutazione e di confronto a quelli già raccolti con l’indagine specifica. Gli interventi hanno com mentato, soprattutto, i segni di fran tumazione del rapporto tra sistema politico e cittadini, frantumazione che sembra aprire nuovi spazi all’as sociazionismo, ma che pone anche tutta l’urgenza di definire in un qua dro legislativo il problema del rico noscimento dell’associazionismo, del suo ruolo e del suo modo di rappor tarsi con le istituzioni . Su questi punti si è molto sofferma to nel suo intervento il segretario ge nerale del CENSIS De Rita. A suo giudizio, l’assenza di un quadro le gislativo fa si che il rapporto tra isti tuzioni e associazionismo si esauri sca in una concessione di contributi e privilegi, erogati con criteri assistenzialistici e discrezionali. Ciò ri schia di gettare l’associazionismo in preda al duplice rischio dell’assisten zialismo e del collateralismo. Purtroppo — ha aggiunto De Rita — il nostro sistema politico non ha an cora accettato fino in fondo il plu ralismo sancito dalla Costituzione. La democrazia è una società com plessa, non è solo la democrazia de gli individui e dei partiti. La crisi complessiva, di ruolo, dei partiti, tra sformatisi sempre più in macchine di occupazione del potere e strumenti di scambio, ha fatto loro perdere con senso. Da ciò nascono le difficoltà sempre maggiori che i partiti mani festano nell’affrontare organismi che godono invece di un consenso basa to sulla partecipazione e sulla condi visione di obiettivi e valori. Da tale disagio si originano gli ostacoli che impediscono di legiferare sull’asso ciazionismo. Il problema reale, quin di, non risiede nel costo dell’auspi cata legge-quadro sull’associazioni smo, ma nella definizione di un prin cipio di fondo, c cioè se in un Paese democratico le decisioni spettino ai partiti o piuttosto ai cittadini.
(A.D.P.)
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Luci ed ombre dell’Est A maggio ho vissuto due settimane, a Bucarest, praticamente ogni sera sulla «piata» (si pronuncia come in italiano, piazza) conoscendo a fon do i suoi protagonisti, e quindi se guendo con particolare angoscia da Roma i tragici avvenimenti del 13-15 giugno. La «piata» è quella dell’università, al confine fra città vecchia e nuova, occupata per 53 giorni da studenti e contestatori. La scena: una quinta di della «Lega degli studenti» arringa anonimi palazzi universitari tagliati vano la folla. Talvolta seguivano da due grandi bulevards, su un lato proiezioni video. Sempre si termina la torre in vetro dell’hotel Intercon- va fra i canti, accompagnati da can tinental, il più moderno, dove allog tautori e ripresi in coro dalla gente, giano giornalisti e agenzie estere. Al che intanto era affluita da varie par centro, una croce in legno ricorda i ti della città. primi morti della rivoluzione che ha rovesciato Ceausescu, la notte del 21 La piazza dell’università, considerata dicembre, con i ceri e i fiori della pie il «km. 0» di Bucarest, cioè il punto tà popolare. Su un terrapieno, verso centrale d’incontro dal quale si cal il teatro nazionale, la tendopoli dei colano le distanze, è diventata, dal digiunatoti della fame e dei movi la notte del 13 giugno con l’interven menti che li sostengono. to della polizia, gli scontri sanguino La «piata» era occupata dal 21 apri si, la caccia allo studente, il «.punto le, chiusa al traffico con improvvi zero» della storia della Romania con sate barricate che assomigliavano a temporanea. semplici transenne. Lino striscione: «Zona interdetta al neo-comunismo». Una banderuola: «Benvenuti a Golania» (in inglese) e «Golani sen za frontiere» (in francese). Il presidente Iliescu aveva definito gli occupanti «una banda di golani» (in romeno, vuol dire di vagabondi) e gli studenti, con il gusto allo sberleffo che li distingue, si erano subito im padroniti del termine. Cantando: «Meglio vagabondo che traditore meglio teppista che dittatore». Di giorno, la «piata» viveva una sua vita quasi autonoma — in superficie la composita tendopoli e i curiosi, nel sottosuolo la più ampia stazione del la metropolitana affollata di vendi- § tori ambulanti zingari — animandosi i man mano che si avvicinava la sera. Alle 21 si apriva il «balcone» della | facoltà di filologia dal quale i leaders <
La piccola Tien An Men di Bucarest e le prospettive nell’Europa orientale
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Ma riprendiamo sul filo del ricordo e delle testimonianze. Bogdan Gradin, giornalista, 34 anni, uno dei più determinati — e seri: calcola metico losamente quel che può bere e quel che invece deve rifiutare, perché con tiene calorie — fra i digiunatoti. Ho cercato invano di trovargli le intro vabili (in Romania) arancie. È facile parlargli, perché sa cinque o sei lin gue, italiano compreso. Con la voce scandita, effetto della debolezza e anche di chi vuole enunciare verità assolute, dice: «Sono preparato a morire, questo pensiero è l’unica co sa che mi rende felice, sono invece di sperato se penso di non riuscire a fa re qualcosa». Invano, abbiamo cer cato in molti, compresa la famosa poetessa Doina Cornea, a convincer lo di cercare forme d’azione meno assolute. Marian Monteaunu è l’ospite più ap plaudito del «balcone». È anche il presidente della «Lega degli studen ti». Barba alla nazarena, una croce di legno sul petto. Ama le arringhe tribunizie, ma non è un estremista. Spesso il «balcone» ha rimbeccato la «tribuna» eretta sulla «piata» da due dei movimenti che appoggiano gli scioperanti della fame. Mi ha detto: «Io sono un partigiano convinto del la non-violenza. Per questo non par tecipo ai cortei che vanno davanti al la televisione, per evitare provocazio ni e scontri». Discorso profetico. Alla fine di mag gio, la lega degli studenti aveva de ciso di ritirarsi dalla occupazione del la «pia(a» e attuare «forme più po litiche di lotta». Il Governo sembra va propenso al dialogo. Ero partito da Bucarest rassicurato. Invece, ap pena tornato a Roma, le immagini drammatiche della televisione. L’im-
Valerio Ochetto (segue a pag. 8)
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LUCI ED OMBRE DELL’EST (segue da pag. 7)
magine di Marian riverso su un let tino d’ospedale, le gambe e un brac cio spezzati dai bastoni dei minato ri, che si torce nel dolore. Quale le zione si può trarre dai luttuosi fatti romeni, quale giudizio sulla «transi zione alla democrazia» dei Paesi del l’est? È trascorso l’arco di un anno dalle elezioni polacche (giugno 1989) che segnarono la vittoria di «Solidarnosc», e si è conclusa la «maratona elettorale» che ha portato alle urne le popolazioni di tutti i Paesi dell’est già a regime comunista. La caduta del mito e della ideologia ha lasciato un vuoto nelle coscienze, da qui la ri cerca di valori più genuini e la risco perta dei valori religiosi. Anche per ché quasi ovunque le chiese, e in par ticolare la Chiesa cattolica, sono sta te nei lunghi decenni del totalitari smo l’unico spazio, la sola riserva la sciata alla persona. Questa rinascita di valori spirituali e religiosi è un elemento comune a tutti i Paesi dell’est, però la sua ricaduta sul piano politico — che va tenuto di stinto — è diversa da paese a paese. Vittoria di movimenti atipici di ispi razione cristiana in Polonia (con «Solidarnosc») e in Ungheria (col «Forum Democratico»), vittoria del la D.C. in Germania-Orientale, so prattutto per l’influenza indotta eser citata dal governo a direzione demo cristiana di Bonn. In Cecoslovacchia ha vinto invece il «Forum Civico», che più di tutti presenta la forma-
Una madre al «cimitero degli eroi». In basso: la «piata» liberata dai minatori.
movimento (volutamente contrappo sta alla rigidezza dei partiti) dove coabitano ex-comunisti e liberali, lai ci e cristiani. Gli ex-comunisti (diven tati «socialisti» per segnare la rottu ra col passato, ma ancora legati alla «nomenklatura», cioè alla classe burocratico-amministrativa) vincono soltanto in Bulgaria. In Romania il discorso è più com plesso: studenti e intellettuali accu sano il «Fronte di Salvezza Naziona le» di lon Iliescu di essere un movi mento neo-comunista: senza negare i suoi legami con la «nomenklatura» a me pare si tratti di un movimento composito, che se dovrei definire per analogia, direi piuttosto di tipo
popolista-gollista. D’altra parte lon Iliescu è un politico troppo abile per attardarsi su posizioni nostalgiche. In una conferenza-stampa, alla quale partecipava, ha detto: «La rottura col comuniSmo non è una scelta per sonale, ma un processo storico che in Romania si è prodotto nella for ma più rivoluzionaria... È impossi bile tornare indietro: sarebbe un sui cidio politico». I limiti del «Fronte» sono di voler condurre una «transizione alla de mocrazia» guidata e controllata dal l’alto, quando la parte più attiva del la popolazione, come intellettuali e studenti, vuole arrivare al più presto a forme piene di democrazia. I due anni che stanno a fronte dei Paesi dell’est e dei nuovi governi so no segnati da due scadenze decisive: preparare le nuove costituzioni, fon damento dello stato democratico, iniziare il passaggio da una economia rigidamente pianificata a una econo mia di mercato. Obbiettivi tanto im pegnativi richiedono larghe coalizio ni per ottenere un consenso genera lizzato. Altrimenti c’è il rischio di spaccature verticali e di pericolosi scontri. • In Romania, dove la caduta del re gime è avvenuta in forme violente, facendo eccezione all’esemplare iti nerario di transizione non-violenta degli altri Paesi, il rischio è addirit tura quello di una guerra civile co me orizzonte permanente del quoti diano. A meno che la forza del dia logo non riesca anche qui ad impor si, nonostante i tragici avvenimenti di giugno della «piafa», e a colmare i margini di una polarizzazione poli tica troppo drastica e troppo assolu ta. In più, governi e opinione pubblica dei Paesi dell’est devono garantire le autonomie nazionali ed esorcizzare un altro pericoloso demone, quello dei nazionalismi, che sta riattizzan dosi in molteplici focolai. Sono sicuro che presto ritornerò a Bucarest e incontrerò di nuovo Ma rian Monteaunu, l’«amico Marian», se così posso esprimermi. Sono sicu ro che presto la sua voce tribunizia tornerà a riempire le notti di Bu carest.
(V.O.)
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A futura memoria Tali e tanti sono stati i commenti, sportivi, politici, sociologici, lettera ri, filosofici, alla «cosiddetta» avven tura dei Mondiali di Calcio, che ag giungere altre parole può sembrare inutile se non ridicolo. Forse vale soltanto la pena di pren dere nota di alcune grandi e piccole contraddizioni, che ci hanno tutti coinvolti in questo mese ardente (e in questi ultimi due anni di grancas sa pubblicitaria), con il rischio di to glierci il gusto dell’evento stesso, e persino la capacità di goderlo, non fosse altro che come spettacolo. A conti fatti questo «mondiale» del calcio mediocre, giocato più a suon d’interviste che a suon di gol, è sta to soprattutto un festival di parole e d’immagini parallele allo stesso gio co del calcio: un festival un po’ arti ficiale, e un po’ banale, che non è riuscito a diventare «festa» come avrebbe potuto, nonostante tutto. Ingrediente linguistico principale di questo «festival» è stato innanzitutto
L’ENFASI delle previsioni. Gli stessi giornalisti che un anno fa hanno fat to credere che i «mondiali» avrebbe ro fatto accorrere in Italia otto mi lioni di turisti, si stracciano ora le ve sti perché i turisti non sono venuti. Eppure era facile capire che quegli otto milioni erano una montatura propagandistica: del resto lo sapeva no tutti, ma... guai a dirlo! L’ENFASI era di rigore, perché al trimenti non sarebbero arrivati gli stanziamenti necessari per rifare gli impianti, le strade, e così via... E così dunque il «mondiale», nato sotto il segno dell’ENFASl, sull’esa gerazione retorica, ha dovuto essere vissuto in questa chiave di «euforia artificiale», cui pochi hanno saputo sottrarsi e quei pochi sono stati bol lati di «nemici della patria», di intel lettuali sdegnosi dell’anima popola re... E proprio l’ENFASl propagan distica ha impedito di capire chi era
veramente contro il gioco del calcio e chi invece aveva solo capito che sul la strada dell’ENFASl e dell’esage razione si perdeva non solo il signi ficato dello sport, ma anche quello dello stesso spettacolo che si tende va a costruire...
L’APPROSSIMAZIONE, figlia del l’ENFASl retorica, con cui in questi mesi, e soprattutto nelle ultime set timane, si è parlato dei «mondiali», delle partite, dei giocatori, del pub blico, di tutto. Un’approssimazione che ha raggiunto vertici sublimi, nelle cronache e soprattutto nei commen ti, tecnici e di colore, che si sono ri petuti, scontrati, sovrapposti per un mese sulle reti televisive, radiofoni che, sulle pagine e pagine dei giorna li, riviste, settimanali. Un’approssi mazione che ha deprezzato non solo i valori sportivi, che pure ci sono sta ti, ma persino i valori pubblicitari: il «tutto mondiale», dalle scarpe ai pannolini, dai vini alle merendine, ha vanificato in una nube confusa di messaggi e di banalità la possibile ef ficacia dell’evento non solo nella
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promozione sportiva, ma persino nella semplice, onesta e plausibile utilizzazione spettacolare dell’avve nimento. L’abbassamento pauroso del livello culturale raggiunto dal giornalismo sportivo in quei giorni, è il frutto di questa APPROSSIMAZIONE co niugata con l’ENFASl. Quanti bra vi giornalisti coinvolti in questa epi ca stagione d’informazione a tutti i costi, su un evento tutto sommato modesto come i «campionati di cal cio», dovranno vergognarsi di se stessi rileggendosi o riascoltandosi, a causa delle banalità cui sono stati co stretti nella foga d’inventare infor mazioni sempre più piccanti, com menti sempre più esaltanti, quanto più le partite si svolgevano nella noia, nel risparmio di energie, nei gioco degli arbitri più che dei calcia tori... E per fortuna che c’è stato il «CAMERUN» a smuovere le acque e poi SCHILLACI a rinverdire un po’ di sociologismo giornalistico... LO SPRECO. Un «mondiale» di cui l’ENFASl propagandistica e l’APPROSSIMAZ1ONE informativa, non potevano non generare un gran de SPRECO: e non parliamo qui del lo SPRECO di risorse economiche, legate alle «opere» per i mondiali e di cui varrà la pena di riparlare in altre sedi; ma dello SPRECO di energie umane per costruire un evento stori co dove invece c’era spazio soltanto per un evento sportivo, o al massimo per uno spettacolo televisivo. Questo «mondiale» ci lascia l’im pressione di un investimento econo mico e morale molto più alto del ri sultato. E non perché l’Italia non è andata in finale, o perché i turisti im maginati e immaginari non sono ve nuti, ma perché il contorno, il busiE.G.
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I domini del calcio
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Accade a volte che i grandi artisti, giunti all’apice della loro stagione creativa, indugino a ripercorrere i sentieri della memoria, frugando nei suoi angoli più sperduti per scovarvi il senso del loro divenire. Questo viaggio a ritroso, quando l’artista ha stoffa, quando si chiama, ad esem pio, Marcel Proust o Marguerite Yourcenar, può regalarci sensazioni profonde. Anche il football in fondo è un’ar te, che si esprime nelle geniali piroet te del fuoriclasse capace di asservire il pallone in mirabili traiettorie. For se per questo labile motivo il foot ball, giunto al culmine del successo in Italia ’90, ha desiderato e realiz zato un proprio personale Amar cord, una grande mostra su «I domi ni del calcio: memoria, cultura, co municazione». Vediamola, allora, la mostra. Dove comincia il viaggio? Forse comincia lì dove un grande pannello propone un contributo scritto per l’occasione da Desmond Morris, l’antropologo che ha firmato l’ormai celebre La tri bù del calcio. In La palla magica Morris ricorda al visitatore le valen ze del calcio come rito, interpreta la fascinazione ludica che la palla ha sempre esercitato sull’uomo, il deli rio cui talvolta lo spinge. Ma come in un labirinto dalle molte porte, che possono essere contempo raneamente entrate o uscite, secon do il percorso che si sceglie, ai do mìni del calcio si può anche accede re attraverso una scarna cronaca che riporta: «Henry, figlio di William di Ellington, mentre giocava a palla con David Keu e molti altri, corse verso David e ricevette una ferita acciden tale dal coltello di David, per la quale mori il venerdì successivo...». Il tra gico incidente, avvenuto casualmente per la troppa foga con cui i due gio catori «correvano entrambi verso la palla», avvenne nell’Anno Domini
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1280, a Ulgham, in Inghilterra. Già in quei tempi le partite avvenivano di domenica, e il lunedi poteva capi tare — come accadde il 25 marzo 1303 a Oxford — di trovare sul bor do della strada un giocatore assassi nato dai suoi avversari. Quando è nato il calcio? L’enigma non trova soluzioni. Con la palla, ispirandosi a regole incerte e diffe renti, giocavano gli antichi Greci, i legionari di Roma, i Cinesi di 2.000 anni fa. Ed è davvero strana la sto ria di questo oggetto rotondo che «gioca» con l’uomo, capace di ispi rare le idee più diverse. Negli «sferi steri» delle città azteche una palla di caucciù era la protagonista delle ac cese partite di tlachtli, gioco che per essere preso troppo sul serio finì col trasformarsi in un rito religioso cruento, che prevedeva il sacrificio della vita dei giocatori. Nell’antico Giappone, invece, la «gente bene» giocava il Kemari, che probabilmen te aveva anche una funzione di me ditazione religiosa, così come avve niva per il tiro con l’arco. Possiamo scegliere ancora un’altra
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J.
porta per entrare nei domini del cal cio: la collezione dell’antiquario in glese Harry Langton, composta da molte centinaia di oggetti, documen ti, opere d’arte che testimoniano l’e voluzione del football. Una selezio ne della raccolta di Langton è espo sta nella mostra romana. Ed ecco nelle vetrine palloni grandi come co comeri, divise di club sullo stile di «vestivamo alla marinara», scarponcini da gioco che ricordano piutto sto gli «stivaletti cinesi» usati un tem po come strumenti di tortura, parastinchi di cuoio imbottito, un'elegan te fiasca in pelle adoperata sul finire dell’800 per ristorare i giocatori. E ancora, decine di stampe, quadri, di segni di tutte le epoche e di tutti i Paesi. Scopriamo, ripercorrendo i sentieri della memoria, che in Italia il calcio si giocava nella Toscana rinascimen tale, ma anche nella Ferrara degli Estensi e nella Venezia dei Dogi, do ve era un passatempo «al quale non giocavano se non li Gentil Huomeni». Una stampa veneta della metà del XVIII secolo ci tramanda in ver-
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si i nomi dei Maradona di allora: «Marinon, Fabris, Bombardili, Sar tori / famosi e prodi al gioco del pal lóne / danno di loro nel Marzial ago ne / grato diletto a tanti spettatori». In un codice veneto dello stesso pe riodo è lui, il protagonista, il pallo ne, che descrive se stesso con un in dovinello in versi. «Di picciol mon do io tengo la figura / ed ho la fac cia di animai che è morto / all’uom servo per spasso e per diporto / col vento in me la vita si assicura...» ini zia a recitare la palla alludendo alla sua forma sferica e alla sua elemen tare natura di attrezzo di pelle rigon fio d’aria. Poesia, letteratura, cinema: queste arti hanno dato il loro contributo al football, con esiti diversi che la mo stra tenta di analizzare. Ci sono le poesie di Umberto Saba, di Luciano Erba e di Alfonso Gatto; c’è uno scritto di Pasolini sul calcio come «linguaggio di poeti e prosatori». Su gli schermi dei monitor piazzati nel le sale, intanto, scorre un videotape che illustra l’incontro del cinema con il calcio, un collage di immagini trat te da film come Gli eroi della dome nica (1952) di Mario Camerini e Fu ga per la vittoria di John Huston. Sul tema è molto illuminante un saggio di Ettore Zocaro pubblicato sul ca talogo de «I domìni del calcio». Zo caro parla di un incontro mancato, perché difficilmente il cinema d’au tore si è occupato del calcio, e quan do lo ha fatto i suoi esiti migliori so no rimasti ignoti al grande pubblico: così è successo per Due tempi all’in ferno dell’ungherese Zoltan Fabri o per Pallone di stracci dell’argentino Torre Rios. Eppure il football offre ancora ine diti spazi alla riflessione e quindi al l’ispirazione. Valga un esempio per tutti: il saggio Gli stadi dell’inquie tudine, pubblicato sul catalogo del la mostra, nel quale si analizza la funzione dello stadio come spazio di rappresentazione simbolica dei con flitti; non solo dei conflitti sportivi, ma anche di quelli politici. La casi stica è significativa: nello stadio di Norimberga, appositamente costrui to, nel 1934 il Partito Nazista con voca il suo congresso; nello stadio di Santiago del Cile, nel 1973, il ditta tore Pinochct fa rinchiudere i prigio nieri politici; nello stadio di Los An geles, nel 1984, si celebra la sagra del reaganismo trionfante.
ness, la chiacchiera, le bandiere al vento, hanno preso il sopravvento sul fatto in sé, delle partite che si gio cavano e che Forse si sarebbero gio cate meglio e sarebbero state viste meglio, anche senza il castello fan tastico di finalizzazioni improprie, di sponsorizzazioni incredibili, di inter pretazioni deliranti. Come quella de gli ultimi giorni, in cui, non sapen do più cosa raccontare e per rifarsi del bruciore della sconfitta italiana, si è aperta autorevolmente la questio ne del tifo calcistico come nuova for ma di patriottismo. Dove lo SPRECO è duplice: perché si spreca il semplice interesse della gente per uno spettacolo sportivo (del resto imposto con i potenti mezzi della tecnologia audiovisiva) per ac creditare un improbabile patriotti smo: e perché si spreca il termine di patriottismo per coprire le ragioni di uno spettacolo molto ricco, ma non granché spiritoso e divertente, come appunto è stato questo «mondiale ’90» per il quale, peraltro, tutti ab biamo almeno una volta palpitato.
E alla fine, così, la mostra rivela che i domìni del calcio sono ampi e che la memoria non basta a percorrerli tutti. Occorre di più, occorre il desi derio di capire nei suoi tanti risvolti un fenomeno in rapida evoluzione, destinato a divenire, come scrive Desmond Morris, «il simbolo più im portante di competizione amichevo le tra i Paesi del mondo, anche più di quanto non sia ora, sebbene ciò sembri quasi impossibile...». Ma, nella gente, questo desiderio di capire non sembra si sia ancora realizzato. A Roma, durante la Coppa del Mon do, ogni settimana si contavano a decine di migliaia i tifosi disposti a farsi sottrarre dai bagarini una banconota da 100.000 per ottenere un ingresso ai «popolari» del nuovo Olimpico. Alla Mostra «I domini del calcio», prezzo d’ingresso 6.000 li re, sono andati solo in poche centi naia.
Andrea De Pascalis
A FUTURA MEMORIA. ENFASI, APPROSSIMAZIONE e SPRECO, ecco tre ingredienti inquinanti di que sta kermesse italiana del calcio, cui ci dicono, ancora con l’approssima zione più plateale, hanno assistito trenta miliardi di spettatori televisi vi (non esiste infatti alcun metro per numerare gli ascolti effettivi a livel lo mondiale, se non il criterio del nu mero di televisori esistenti e dunque gli spettatori... potenziali). Naturalmente il «mondiale», nono stante i suoi limiti tecnici, è stato per ciascuno qualcosa di più: emozione, divertimento, chiasso, risate, ango sce, discussioni: un diversivo per molti alla vita quotidiana. Tuttavia forse da questa favola un po’ vera e un po’ fasulla una morale si può tirare: un futuro «mondiale» potrebbe essere fatto con meno en fasi e più DISCREZIONE, con me no approssimazione e più RISPET TO DELLE PROPORZIONI, con meno spreco di energie disperse e più IMPEGNO a costruire non un fac simile di una guerra, e nemmeno una specie di «apocalisse» planetaria, ma semplicemente una «grande festa» popolare. E.G.
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Tiro con l’arco Da sport d’élite a disciplina per tut ti, da pratica per adulti ad agonismo per i più giovani. Le trasformazioni del tiro con l’arco vengono così giu dicate dal presidente federale, Gino Mattielli: «È una disciplina per tut ti, ormai, è vero. Ma d’élite non Io siamo mai stati. Almeno se intendia mo una classe sociale privilegiata. L’élite è semmai mentale perché l’ar co richiede una preparazione psico fisica che non tutti riescono a otte nere. Non potrà mai essere uno sport di massa ma i giovani sono sempre di più. A nove anni già si avvicina no al tiro con l’arco, a settanta an cora non smettono. In questo siamo unici». L’età media si è comunque notevol mente abbassata. Se qualche anno fa il top si raggiungeva intorno ai 35-45 anni, oggi un campione di buon li vello si aggira sui 20-25 anni. Corea, Svezia e Stati Uniti hanno rappresen tato quest’inversione di tendenza pri ma di tutti. La spiegazione di Giancarlo Casora ti, già arciere e oggi storico del tiro con l’arco è esauriente: «L’arco ri-
Uno sport, davvero per tutti? chiede l’assimilazione di un grosso bagaglio tecnico e quindi può essere appreso in modo perfetto solo in età molto giovane. La strada da percor rere è quella dei giovanissimi. Un ra gazzo dotato di talento naturale che abbia avuto la possibilità di impara re a tirare secondo tutti i crismi a dodici-tredici anni, quando raggiun ge a diciotto anni la maturità fisica e mentale diventa un Maradona del l’arco. 1 primi a capire l’importanza dell’e tà nell’arco sono stati gli statuniten si che hanno introdotto questa disci plina nei college. Negli anni settanta noi andavamo ai mondiali con i cin quantenni che avevano visto un ar co per la prima volta a 35 anni e lo ro vincevano con i più giovani».
Al di là dei fattori agonistici di ver tice, è bene sottolineare che la pecu liarità del tiro con l’arco è quella di fare poche distinzioni in base al ses so e all’età dei partecipanti. L’imma gine più frequente di questa discipli na è l’insieme dei concorrenti sulla linea di tiro. Si va dai quarantenni con pancetta, ai giovanissimi, a ra gazzine e signore distinte, gli uni ac canto agli altri. Ci sono anche i di sabili e questo arricchisce il valore di questo sport. Il tiro con l’arco è l’u nica disciplina nella quale disabili e non gareggiano insieme per una stes sa classifica. E i risultati spesse vol te hanno dato ragione agli arcieri in carrozzina. Si ricorda sempre la vit toria di Neiroli Fairhall, paraplegi ca neozelandese a un’edizione dei Giochi del Commonwealth. In Italia abbiamo l’esempio di Luciano Ma lovini, secondo ai campionati italia ni 1989 e convocato per la nazionale della Fitarco. Non potrà mai essere uno sport di massa, afferma il presidente Mattielli ma in effetti i praticanti sono in au mento. Da novemila a quindicimila in quattro anni, 450 Società sporti ve sparse ovunque sul territorio na zionale. Molto si deve a una politica promozionale, come nelle migliori famiglie sportive, ma anche a una ra gione... turistica. Il tiro con l’arco è d’uso nei villaggi vacanze, nelle ter re esotiche e nelle isole sperdute dell’Oceano Indiano dove non si riesce più a distinguere tra sogno e realtà. In quelle terre incontaminate, non manca mai un campo di tiro con l’ar co, di dimensioni ridotte, con tanto di istruttore e sedute quotidiane. 11 tutto per una gara finale che assume i toni di simpatica sfida tra i clienti del villaggio, per aggiudicarsi il tito lo di campione dell’isola. 1 villaggi vacanze funzionano meglio dei cen tri di avviamento e molti proseguo no a praticare l’arco anche per rima-
trezzatura. Negli stessi Giochi della Gioventù qualcuno ha sottolineato un privilegio per chi ha la possibilità di utilizzare archi migliori perché più costosi. Un premio quindi per i più ricchi oltre che per i più bravi. Que sto può scoraggiare i bambini e ra gazzi con meno possibilità economi che, costretti, non essendo competi tivi, ad abbandonare l’attività speci fica, con il rischio di perdere talenti e praticanti.
nere in qualche modo legati al ricor do dei giorni vissuti ai Tropici o alle Maldive. Chi pratica il tiro con l’arco deve es sere ben consapevole di trovarsi con un attrezzo che può diventare peri coloso se usato in modo errato. Le avvertenze segnalate in tutte le gui de, oltre alla norma principale di non prendere per bersaglio qualcosa di diverso dai paglioni, obbligano a di sporre un’area completamente sgom bra di almeno 50 m dietro il bersa glio. Nell’impossibilità di reperire spazi così ampi si può ovviare innal zando una rete protettiva come fermafrecce. Un’altra avvertenza ricor da di non scoccare mai una freccia per il solo piacere di vedere fin dove arriva. Nella maggior parte dei casi è impossibile vederlo, dato che la freccia può arrivare anche a 300 me tri di distanza. In questi casi si parla di «freccia cieca» perché non si sa dove può concludersi la traiettoria. Di incidenti però non si ha traccia, nonostante sia una disciplina che prevede specialità più statiche insie me a quelle di movimento. Il tiro con l’arco si divide infatti in tiro alla tar ga all’aperto, tiro indoor, hunter e field e biathlon o come è stato pro priamente denominalo ultimamente ski-arc. Il tiro alla targa è l’unica competizio ne olimpica. La gara FITA è quella classica: si svolge su quattro distan ze, 90, 70, 50 e 30 metri ad ognuna delle quali si tirano 36 frecce. Dal 1985 è in vigore il Gran Fita Round, una gara ad eliminazione ritenuta più spettacolare per esigenze televisive c per l’attenzione del pubblico. L'indoorr si svolge nei palazzetti e nelle palestre con bersagli posti a 18 c 25 metri. L’hunter c field viene organiz zato nelle aree di campagna e lo skiarc prevede un percorso con gli sci,
con bersagli sistemati lungo il trac ciato.
Gli archi, prima formati da una se zione di legno di tasso a curvatura con una semplice impugnatura cen trale (long bows), sono oggi compo sti a doppia curvatura in materiali di legno d’acero, fibra di vetro e leghe al magnesio. L’ultimo ritrovato è il compound, ossia la meccanica appli cata all’arco, con delle carrucole ec centriche per aumentare in pratica la velocità delle frecce. Il compound comunque non è ancora ammesso in sede olimpica, pur trovando sempre più estimatori tra gli arcieri. Le frecce sono di alluminio con im pennatura in materiale plastico. Gli archi sono acquisibili a vari co sti: si va dalle 150-200 mila lire agli oltre due milioni di lire per le alte prestazioni. Come si può intuire la scelta dell’arco è determinante per ottenere buoni risultati. Anche nei giovani (suddivisi in giovanissimi, ra gazzi, allievi e juniores dai 9 ai 18 an ni) c’è una selezione in base all’at-
Per quanto riguarda i campioni no strani, due possono essere citati co me gli arcieri più rappresentativi: Giancarlo Ferrari, ancora in attività e Sante Spigarelli. Tra i due, negli anni settanta, ci fu un vera rivalità. Spigarelli nel 1976 fu il secondo ar ciere al mondo a superare il muro dei 1300 punti nella gara FITA. Giancar lo Ferrari ha ottenuto due medaglie di bronzo olimpiche, nel ’76 a Mon treal e nel 1980 a Mosca. Ha parte cipato a cinque olimpiadi e vuole puntare alla sesta, in occasione di Barcellona nel 1992. Tre le donne, campionesse storiche, si segnala Franca Biasioli, detentrice dei titoli italiani FITA e indoor dal 1975 al 1980. Il cruccio del tiro con l’arco è quello di non aver mai raggiunto l’oro ai mondiali, agli europei e tantomeno alle olimpiadi nel tiro alla targa. Nel tiro di campagna siamo invece cam pionissimi per aver trionfato nel 1988, ai mondiali di San Genesio con gli ori di Giuseppina Meini, Michele Oneto, Andreas Lorenz, Andrea Pa renti, Mariangela Buffa. Per una disciplina che conta sul cin quanta per cento degli impianti di cui avrebbe bisogno, probabilmente an che Barcellona, nel 1992 sarà out per quanto riguarda la medaglia d’oro. Però due record la FITARCO po trebbe ottenere in quell’occasione. La presenza di Giancarlo Ferrari, primo italiano a gareggiare in sei olimpiadi e di Luciano Malovini, pri mo atleta in carrozzina italiano ai Giochi Olimpici tradizionali. Un doppio primato di gran lunga supe riore alla conquista di una medaglia, seppure d’oro.
Giampiero Spirito
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Impianti d’Italia Il 28 giugno scorso, a Roma, sono stati presentati i primi risultati del censimento CON1-ISTAT degli im pianti sportivi effettuati nel 1989. Per quanto i dati siano ancora da considerare provvisori, essi consen tono già di delineare un quadro di massima dell’attuale impiantistica italiana.
Lo sviluppo dell'ultimo decennio
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Gli impianti elementari censiti nel 1989 sono stati 118.712, più del dop pio rispetto ai 45.494 del censimen to 1979. L’ordine di grandezza del l’incremento avvenuto nell’ultimo decennio è fornito anche dal rappor to degli impianti rispetto a gruppi di 100.000 abitanti: se nel 1979 c’era no 80,5 impianti ogni 100.000 abi tanti, oggi ce ne sono 209,9. Confrontando questi dati con quelli di altri Paesi europei, si deduce che la nostra situazione ormai non è tra le peggiori: in Austria ci sono 116 im pianti ogni 100.00 abitanti, in Fran cia 170, in Germania federale 248, in Finlandia 457. La nota dolente nasce dagli squilibri tuttora esistenti tra Nord, Centro e Mezzogiorno d’Italia. Nel Nord si colloca il 61% degli impianti (72.200), nel Centro circa il 19% (22.351 ), nel Sud e nelle Isole il 20% (24.161). Questi squilibri rimangono gravi an che al momento di fare il solito con fronto tra il numero di impianti e gruppi di 100.000 abitanti. Scopria mo infatti che la zona più fortunata è l’Italia nord-orientale con 291 im pianti per 100.000 abitanti. Nell’Ita lia nord-occidentale ve ne sono 274, nell’Italia centrale 207, mentre nel l’Italia meridionale e insulare ne ri sultano appena, rispettivamente, 125 e 110.
E adesso che abbiamo rifatto i grandi stadi?
Penalizzate le grandi città Un capitolo della ricerca CONIISTAT esamina la situazione nelle grandi città. Le sue cifre ci confer mano che la qualità della vita nei centri metropolitani è più bassa ri spetto a quella di cui si può fruire nei medi e piccoli centri. Per quanto ri guarda gli impianti sportivi, infatti, nei Comuni con una popolazione su periore alle 500.000 unità si hanno 132 impianti per ogni 100.000 abitan ti (siamo agli stessi bassi livelli del l’Italia meridionale e insulare), men tre — come sappiamo — la media nazionale è di 210 impianti.
Quali impianti Se andiamo ad analizzare di che ti po siano questi impianti di cui co minciamo ad essere ricchi, troviamo che le più diffuse sono le palestre (16.251 impianti), seguite dai campi di calcio (14.047), dai campi da ten nis (8.040), dalle piscine (2.540) e dalle piste di atletica leggera (1.134). Sono cifre che, secondo noi, dovreb bero ridimensionare eventuali eufo rie: tra palestre usate esclusivamen te dalle scuole e campi di calcio usa ti esclusivamente dalle squadre citta dine, ciò che rimane a disposizione dell’utenza subisce un buon taglio. Gli squilibri Nord-Sud si riflettono anche nella tipologia degli impianti. Se il divario è relativo nel settore degli impianti più semplici (palestre e campi
da bocce, ad esempio) esso si fa pesan te nel settore degli impianti più «sofi sticati»: ad esempio, una piscina del l’Italia nord-orientale serve potenzial mente 15.600persone, mentre un ana logo impianto dell’Italia meridionale serve circa 90.000 persone. Oltre la metà degli impianti è compo sta da un unico spazio (una singola palestra, una singola piscina ecc.), con carenza, quindi, di impianti poli funzionali. Questa «polverizzazione» delle strutture innalza i costi di ge stione. Altri dati fanno sorgere dubbi sulla ef fettiva funzionalità degli impianti o sulla loro modernità. Meno della me tà è omologata per l’attività federale, solo un terzo è al coperto, solo i due terzi godono dei servizi di supporto (spogliatoi, servizi igienici ecc.).
Proprietà e gestione Dei 118.712 impianti elementari cen siti, il 56,6% è di proprietà pubblica e il 38,7% di proprietà privata. La metà degli impianti appartiene ai Comuni. Il rapporto pubblico-privato muta secondo la tipologia degli impianti. Quelli più costosi — ad esempio le piscine e le piste invernali — sono prevalentemente di proprietà priva ta, mentre le palestre sono prevalen temente di proprietà pubblica. Solo il 36,7% delle strutture è gesti to direttamente da soggetti pubblici, mentre circa il 60% è gestito da sog getti privati. La percentuale della ge stione privata sale ulteriormente nel settore degli impianti più sofisticati, come appunto piscine e piste da sci. Tutti questi, come abbiamo già accen nato, sono dati preliminari. I risulta ti definitivi e completi del censimento dovrebbero essere disponibili nei prossimi mesi, consentendo un’anali si più approfondita della situazione. A.D.P.
STADIUM/SOCIETA di Angelo Bertoni
Il prossimo Sinodo dei vescovi, a ottobre, affronterà un problema delicato e concreto: la formazione dei sacerdoti, oggi. Potrebbe sem brare che riguardi soltanto preti e vescovi, tantopiù che al Sinodo non è prevista nessuna significativa pre senza laicale (ed era stata assai li mitata persino quando si parlò dei laici...), eppure la formazione dei preti interessa molto i laici. È im mensamente diverso, infatti, avera che fare con sacerdoti saggi ed esperti, equilibrati, ricchi di fede vera e profonda; oppure il trovarsi dinnanzi persone complessate, in certe, preoccupate più delle appa renze che della realtà, più dell’atti vismo che della educazione delle coscienze. Diceva recentemente un autorevole vescovo italiano: «biso gna che ci ricordiamo sempre, noi vescovi e preti, che educare i laici alla fede non significa costruire del le persone obbedienti e quasi dipen denti dalla Gerarchia, ma vuol di re invece aiutare queste persone ad incontrare liberamente Gesù Cristo e ad essere a Lui, a Lui solo, fe deli». Dunque come laici avremmo certa mente molte richieste da fare, molte esperienze da portare, critiche e proposte, speriamo che ce ne sia l’occasione. Ma certamente i laici non hanno solo la legittima attesa di trovarsi dinnanzi dei sacerdoti che siano dei bravi educatori. An cora prima i laici possono e debbo no contribuire concretamente alla educazione dei sacerdoti. Non è certamente una novità. Basti pen sare alle mamme, e ai papà, che so no stati i primi e principali educa tori dei loro figli prima che entras sero in seminario; e che poi li han no accompagnati con l’esempio e non raramente col consiglio. Cer to tra le molte cose che si potreb bero suggerire c’è quella di valoriz
PRETI OGGI zare di più la presenza dei laici an che nei seminari e in genere nei luo ghi di formazione dei preti; ma an che qui non si tratta di novità, es sendo già in atto sperimentazioni in tal senso. Anche i religiosi, anche i monaci, affermano che la presenza, anche se temporanea, di laici nelle loro comunità o accanto ad esse, porta un notevole contributo alla matu razione non solo umana, ma anche religiosa soprattutto dei più giova ni. Del resto se è vero che lo Spiri to santo ha distribuito con larghez za e varietà i suoi carismi fra tutti i fedeli, è evidente che ciascuno, in dipendentemente dal fatto di esse re laico o prete, può trarre vantag gio dall’esempio, dall’insegnamen to, dal dialogo e dalla collaborazio ne degli altri. Dunque l’educazio ne dei preti, la loro «formazione» dipende molto dai laici e non solo nell’età caratteristica della forma zione, nella famiglia o in semina rio, ma anche dopo. Quando il gio vane prete ha i suoi primi incarichi pastorali è importantissimo che si trovi accanto, in parrocchia o nel le associazioni cattoliche, dei laici (e laiche) maturi, sereni, capaci di esprimere una sincera fraternità, pur rispettando il ruolo e il mini stero che nella comunità cristiana è proprio del presbitero. Si tratta di mostrare, con discrezio ne e serietà, quali e quanti sono i problemi delle «realtà temporali» ai quali non basta applicare regolette astratte e formali, e di fronte ai quali invece occorre un grande
sforzo di comprensione, condivisio ne, discernimento «dall’interno». Bisogna dimostrare con i fatti e con l’amicizia quanto i laici apprezza no l’umiltà dei preti, la loro pover tà, la loro discrezione, la loro ge nerosità disinteressata, la spiritua lità profonda e non esibita, la loro serietà quando si tratta di studiare e annunciare la Parola di Dio. Bi sogna che i nostri sacerdoti, di ogni età e soprattutto i più giovani, sia no educati a distinguere, tra le at tese che vengono loro presentate, quelle giuste, rispondendo alle qua li la Chiesa e il suo annuncio diven tano più credibili, da quelle che portano fuori strada, verso una mondanizzazione e una moderniz zazione superficiale. Quante volte, pur con buona intenzione, certi no stri fratelli preti si tuffano nell’at tivismo, si producono in brillantez ze superficiali, si illudono di una certa spregiudicatezza, oppure esi biscono una sicurezza e un piglio autoritario che sono fuor di misu ra e si prestano piuttosto al com patimento. Ecco, trovare il tono giusto di una fraternità rispettosa, cordiale e «educativa» aiuterà molto preti e laici a crescere insieme e a formar si reciprocamente secondo la misu ra dell’«uomo nuovo» di san Pao lo. Del resto non è solo nella chie sa che, oggi, è possibile e necessa ria la educazione reciproca. Nella società complessa i ruoli dell’«edu catore» dell’«educato» sono abba stanza mobili e reciprochi. Duran te la vita ci si trova a ricoprire a più riprese, in vari ambiti, la pane di chi insegna e di chi impara. È un segno dei tempi anche questo per ché, in fondo, annuncia il tempo nuovo, quello in cui non ci saran no più educatori né educati, ma tut ti vivremo, «in contemporanea» la pienezza della verità.
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Cronaca di una festa Sembra quasi paradossale pensare che, nel giugno di un ormai famige rato anno 1990, Cesenatico — pic cola città romagnola di provincia — sia stata capitale dello sport. Eppu. re ci piace pensarlo. È stridente il contrasto con le «città mondiali», che si sono volute a gran voce sedi di uno sport invece troppo lontano dall’uomo, ma non ce ne preoccupiamo. La Festa era altrove. Sulla costiera romagnola, appunto. All’aperto, al sole. Non in un mega impianto miliardario, ma ovunque fosse possibile: su campi in terra bat tuta, tartan, erba; ma anche in spiag gia, per strada, in piscina. I giorni di Cesenatico, quelli della «Sportfesta CSI ’90» estiva, ci han no consentito di smaltire l’ubriaca tura da mondiale (già in stadio avan zato, nonostante fossimo appena agli inizi!). Lontanissimi, grazie a Dio, da pressing asfissianti, barbe al pa lo, problemi di girarsi, tiri «legger mente troppo alti», ci siamo lasciati trasportare dalla pacata euforia di quei giorni, dalla voglia di fare e di conoscere che aveva ognuno. Ci sia mo immersi nella vita. La vita: lo sport visto a Cesenatico era sport vi vo, perché «fatto» da ciascuno, non subito. E, quando esso è tale, diven ta festa. Entusiasmante festa, che non distingue più chi agisce e chi as siste, ma, al contrario, coinvolge tut ti in un crescendo di emozioni che, alla fine, in tutti lascia un vuoto che solo un’altra simile esperienza potrà colmare.
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Questo sport, nel 1990, lo si è visto in due grandi occasioni, a Cesenati co, appunto, e a Cavalese, in prima vera. Idealmente, c’è stato un pas saggio di testimone dalle dolomiti al la riviera romagnola: ciò per sottoli neare, se ce ne fosse bisogno, che si è trattato di esperienze collegate e complementari. Entrambi i momen-
ti devono esprimere la scelta dell’Associazione di essere tale, e quindi di promuovere quel concetto di sport che ben conosciamo, sempre: con la neve o con il sole torrido; e ovunque: in montagna o al mare, antitesi geo grafiche per antonomasia. In ciò le due maxifeste sono riuscite egregiamente. Si è avuta, in Romagna, la confer ma della validità e della maturità di una formula — quella'della maxife sta, appunto — che dopo Borea, nel 1986, e la stessa Cavalese, dimostra come giustamente farebbe il CSI ad insistere per questa via.
FESTA E MAXIFESTA, QUALI DIFFERENZE? Il numero, sostanzialmente (e intui tivamente). I contenuti sono anche qui quelli tradizionali: sperimentatis simi e di successo. Ciò che varia, ri spetto alla Festa tout court, e di cui si è avuto particolare sentore nei giorni di Cesenatico, è la necessità di un’organizzazione che non lasci mai
nulla all’improvvisazione. Gestire tremila e più persone richiede uno sforzo enorme, impossibile da attua re se non fosse fatta adeguata atten zione anche ai minimi particolari. Ciò che, di fatto, è avvenuto. Il suc cesso della «Sportfesta» estiva è di peso sostanzialmente dalla predispo sizione, quasi, di un preciso schema conduttivo della manifestazione, ben ponderato e fondato, va detto, sulla fiducia, pienamente ripagata, in quell’esercito di collaboratori CSI che è sempre risultato determinante per la riuscita di happenings sul ge nere di questo. Fin qui, in generale. Eppure, se ci si fosse limitati sempli cemente ad organizzare un grosso «contenitore di tornei», qualcosa che solo tenesse accanto l’uno all’altro gli sports, che non li amalgamasse e ne facesse «festa», non si sarebbe creato nulla di nuovo rispetto a quanto già non accada anche altro ve. Invece, si è voluto andare oltre il semplice sport. O, meglio, oltre lo sport come comunemente lo si inten de. Insomma: si è voluto rendere lo
LEGIONE
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sport qualcosa di più profondo. «Im pegnato», diremmo. Ecco, allora, che la scelta di Cesena tico acquista un significato ben pre ciso. Un luogo che rappresenta da sempre, pur nella sua bellezza, un modello vacanziero al quale si è or mai abituati: quello dell’estate tutta mare-sole-bagni-discoteche, ospita i portavoce — perché tali possono de finirsi i soci CSI - di un messaggio ludico (lo svago, quindi; il diverti mento) ed impegnato, che non lascia spazio alla vacanza fine a se stessa, non viva, vuota. L’estate, si è dimostrato a Cesenati co, deve comunque rappresentare un impegno perché non si getti al vento il proprio tempo. E significativa è stata la folla di bagnanti ai lati del Porto canale e sulla spiaggia, che sa lutava le tre imbarcazioni recanti i messaggi di «pace», «amicizia», «so lidarietà», quando queste si recaro no in mare aperto per portare il sa luto del CSI alla Madonna dei pesca tori.
SPORT, VACANZA ALTERNATIVA ED ATTIVA Il contrasto di cui si è detto, così in tenso, non è stato casuale. E quel «qualcosa in più», l’impegno, la scel ta, in particolare, della solidarietà è stato caratterizzante l’intera Festa. Si è sempre sottolineato questo aspet to dello sport, un aspetto fortemen te voluto dal CSI, tanto che quello che era il tema di una gara (quella de dicata ai murales, al disegno e al col lage), «Un incontro alla vita», è as surto a simbolo dell’intera manife stazione. Ancora una volta, in que ste righe, parliamo di «vita» e di sport «vivo». E, ancora una volta, facciamo riferimento a Cavalese, do(segue a pag. 20)
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Cronaca di una festa
ve pure la vita fu la scelta del CSI. Qui, a Cesenatico, dalle parole di Al do Notario, durante la cerimonia di apertura, era già stato sottolineato con forza tale impegno: «Il nostro pensiero va a chi non è presente; a chi non ha voluto esserci. A chi ha scelto la morte, non la vita». Chiaro il riferimento ad uno sport, quello del Centro Sportivo Italiano, che pri vilegia quel valore — la vita, appun to — che racchiude esso stesso tutti gli altri valori.
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A dimostrazione di ciò, l’incontro con le comunità di ex tossicodipen denti «Exodus», di Milano, e «San Patrignano». Lo sport, si è detto in quei giorni, sconfigge la droga. È ve ro. La partita disputata dalle due co munità, l’una contro l’altra, e finita peraltro in parità, e l’abbraccio rice vuto dal pubblico composto quasi esclusivamente di partecipanti alla festa CSI, sta a significare appunto che è anche — e, forse, soprattutto — un’attività sportiva a poter disse tare mente c corpo senza permettere all’uomo di imporsi l’esigenza d’al tro. Il pubblico l’ha capito, e pensiamo che ognuno abbia fatto tesoro di questo insegnamento, tratto da una semplice partita di calcio. I calciatori, quel pomeriggio, l’han no capito, e, al di là di qualsiasi di scorso faccia chi nel tunnel non c’è stato, riconoscere nell’affetto del pubblico la miglior medicina alla propria «malattia», come ha fatto poi qualche membro di quella comu nità intervenuto all’incontro, appa re maggiormente significativo. Ci si consenta l’affermazione che «Sportfesta», più di ogni altra cosa, poteva raggiungere l’obiettivo di da re risalto alla solidarietà nel modo che si è visto. Su queste premesse si è fondata l’in tera grande festa di sport, che, lo sot-
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tolineiamo ancora una volta — con ferma il carattere vincente di tale for mula. Il CSI deve distinguersi. Per farlo, ha inventato la Festa. Che re sta per i soci il concetto di sport in cui identificarsi. A ciò si aggiunge la felice scelta dei luoghi per l’incontro. Cesenatico. Città di mare. Città viva, come il CSI. Città dall’ospitalità incredibile. L’accoglienza riservata ai parteci panti, così intensa e sincera, tipica mente romagnola, ha contribuito non poco a far sentire tutti a casa propria. E sentirsi a proprio agio, non stranieri, cioè, sebbene in un paese che non è il proprio, favorisce il radicarsi di quei sentimenti che poi portano davvero alla Festa. Come potrebbe, una manifestazione siffat ta, riuscire qualora la gente di casa non accettasse la pacifica invasione di chi è pur sempre un estraneo? Eppure, è anche vero che il CSI sa farsi amare ovunque.
POI, L'AMICIZIA TRA TUTTI Sinceramente, guardando il frater nizzare di atleti lontani, una volta a casa, centinaia di chilometri, appa re difficile pensare ad un’Italia che si vuole divisa in Nord e Sud, in re gioni, in città chiuse in se stesse. La serena atmosfera in cui si sareb be svolta la manifestazione si era già avvertita durante la cerimonia d’a pertura. E i colori i suoni, i volti dei partecipanti, rappresentavano la mi gliore coreografia che si potesse or ganizzare. E, infatti, nonostante la spontaneità, tutto è riuscito alla per fezione: la sfilata degli atleti, il lan cio dei palloni, la colorata «marghe rita umana» al centro del campo sportivo di Cesenatico. Abbiamo tutti amato quei momen ti. E, quel giorno, eravamo tutti fe lici. Sapevamo che, nonostante il la voro da svolgere fosse ancora enor me, tutto sarebbe andato per il me glio. Così è stato. Le gare, numero se e dai numerosi partecipanti, si so-
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no svolte egregiamente. Merito an che del lavoro d’équipe svolto con generosità (il termine è quanto mai appropriato) da ognuno. Merito del la collaborazione di Cesenatico, e dei partecipanti.
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UN'ESPERIENZA DI GIOCO L'esperimento tentato dal CSI, stavolta, ha riguardato una tecnica di «ani mazione di piazza» relativa all’espressione grafica, e coinvolgente tutti i partecipanti. La sera del 21, lungo il Porto canale, si sono tenuti tre diversi concorsi, tutti rientranti nell’ambito della sperimentazione: il primo ha coinvolto i partecipanti a livello regionale: 20, quindi, più uno, che è stato il cen tro «Exodus» di Milano. Si è trattato, in questo caso di realizzare dei murales sul tema «Incontro alla vita». Contemporaneamente, un rotolo di carta lungo quattrocento metri ha costituito il piano di lavoro per i partecipanti, stavolta a livello provin ciale, al secondo concorso, di vero e proprio disegno. Infine, si è svolta una gara coinvolgente le Società sportive autrici dei collages realizzati con materiali di recupero. Le ultime due competizioni, naturalmente, sempre sul tema di cui sopra. Nel frattempo, nelle due piazzette attraversate dal Porto canale, e in di retta sul megaschermo di piazza Ciceruacchio, si davano da fare i due vignettisti-umoristi Renato Piccioni e Lorenzo Medici. Anche loro elaboravano «Un incontro alla vita». Naturalmente in tono meno drammatico.
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Non sono mancate le iniziative, di remmo «extrasportive» (ma non sa ranno sport anch’esse, in definiti va?), di successo. Il concorso foto grafico «11 mare» (davvero bravi, i concorrenti!); quell’esperimento di «animazione di piazza» a carattere grafico dal quale sono usciti disegni bellissimi, esempio peraltro del recepimento, da parte dei concorrenti, del messaggio vitale di cui si è a lun go parlato sopra. Lo scambio dei doni: un’invenzione anche questa, che rappresenta il più alto dei momenti associativi di una Festa; di questa, in particolare. E le semplici passeggiate per le vie di Ce senatico, lungo il Porto canale, do ve si avvertiva un’aria certo diversa dal solito, anche per i turisti. Ad ogni incrocio le multicolori magliette del CSI ricordavano, se ce ne fosse sta to bisogno, la presenza di amici, di gente in fin dei conti amata anche se mai conosciuta. L’emozione di ritro vare amici magari incontrati in un’al tra Festa, anni addietro. Lo scambio di indirizzi: «ci scriveremo». E i malinconici arrivederci. Perché la conclusione di una Festa, e di una Festa CSI, dà malincuore. Si è stati cosi bene insieme, che è un peccato tornare a casa. Ma lasciamo fare allo sport: prima o poi ci rivedremo di nuovo, «per fa re festa insieme».
Gennaro Jovine
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Diario europeo Ai Campionati Europei della FICEP (Federazione Internazionale Cattolica di Educazione Fisica e Sportiva), di tennistavolo e di judo, erano presenti due rappresentative del CSI. 1 partecipanti ci hanno inviato due brevi cronache che ci pare giusto far conoscere ai lettori di Stadium.
TENNISTAVOLO li raduno dei partecipanti è stata la bellissima città dei fiori, Sanremo, in una giornata particolarmente bella e calda. Il viaggio più lungo è stato quello della Sardegna. Nonostante alcune defezioni «dell’ultima ora» sull’elen co dei partecipanti e la stanchezza per il viaggio, nell’aria si sentiva una tremenda eccitazione per l’imminen te partenza per la Francia. Dopo ce na passeggiando per la città siamo arrivati presso la sede del CSI locale dove abbiamo ritirato il materiale,
tuta e maglietta, messo a disposizio ne dal CSI Nazionale e una sacca of ferta dal CSI di Sanremo. Siamo partiti per Lavai alle ore 24.00 e solo 18 ore dopo siamo arrivati al la meta. L’inizio non era stato trop po promettente in quanto forse la stanchezza delle ore di viaggio accu mulate, forse il cibo del self Services che non era stato dei migliori, ci ave vano fatto presagire un soggiorno non troppo piacevole. Il giorno successivo (giovedì 24 u.s.) la giornata è iniziata con la S. Mes sa nella bella Basilica d’Avesniers, tradotta, nell’omelia, da un prete e poi tutti nella sala polivalente per l’a pertura ufficiale dei campionati. Ab biamo atteso trepidanti il nostro tur no e sfilando nella sala con commo zione che quasi ci bloccava il respiro abbiamo salutato la nostra bandiera che veniva issata sotto l’inno di Mameli con brividi di eccitazione con sci che in quel momento l’Italia era rappresentata da tutti noi, da quel gruppetto di giovani e che ognuno di noi avrebbe dato il meglio di se stes so per non far sfigurare la nostra Pa
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tria. Dopo i discorsi di apertura e di benvenuto le gare sono iniziate: pri ma quelle di équipes con i primi in contri seniores contro i Paesi Bassi, perso per 5 a 0; poi dei Juniores con il Belgio perso per 5 a 2 ed infine la categoria dei cadetti sempre contro il Belgio persa per 5 a 3. Anche se i risultati non sono stati dei più brillanti ognuno ha messo il pro prio cuore per dare il massimo. Nel la mattinata del venerdì si sono svolte le finali e nel pomeriggio sono inizia te le prove individuali protrattesi fi no alle 22.30: al termine di corsa a cena in un ristorante italiano. Nella mattinata del sabato sono prosegui ti gli incontri di semifinali e alle 12.15 il capo delegazione con una rappre sentanza sono stati, assieme alle al tre delegazioni, ricevuti nel Comune di Lavai per un incontro con il sin daco e le varie autorità. Nel pome riggio ci sono state le finali dopo di che ha avuto luogo la premiazione. La parte del leone l’ha fatta indub biamente la Francia, mentre a noi non è restata che la coppa dell’ami cizia oltre alla consolazione del 3° posto nel doppio maschile dei Junio res e dei Cadetti e nel femminile cat. Juniores dove siamo approdati fino ai quarti di finale. Il tempo di una doccia e poi subito alla cena di gala presso il «Vecchio Castello» per i sa luti finali, in uno scenario davvero stupendo, organizzato in modo ec cellente dai padroni di casa con tan to di illusionista e di orchestra che ha rallegrato tutti i partecipanti oltre ad una cena da ricordare. Anche se questa manifestazione non è stata come le feste del CSI e che quindi la competizione, l’agonismo erano al primo posto, dove lo sport è per forza selettivo e dove solo i pri mi hanno un premio... è stata co munque al di là del risultato un’espe rienza indimenticabile, quel gruppet to di persone che all’inizio si cono-
Qui sotto: la rappresentativa al Campionato di Judo. Nella pagina accanto, quella di Tennistavolo.
scevano appena, erano diventate af fiatate, ognuno di noi ha trovato nuovi amici ed ha lasciato un pezzet to di cuore in quel Paese stupendo.
JUDO Ai Campionati Europei FICEP di Judo (Rohrbach 29 giugno-1 luglio), la rappresentativa italiana si è fatta valere. Il risultato parla di tre ori, un argento e cinque bronzi nelle gare in dividuali, argento per le ragazze e bronzo per i maschi nelle gare a squadre. Ma andiamo con ordine. La comitiva Italiana, guidata da Gianfranco Di Lorenzo, con l’assi stenza del segretario Enrico Di Feli ce, del direttore tecnico Stefano Stefanel e dell’allenatore Aldo Zinno, si è ritrovata a Udine il 29 e lentamen te ha preso la via di Rohrbach, una piccola cittadina a 40 km da Linz at torniata da colline ricoperte da bo schi di conifere. Siamo arrivati alle 9.00 con due ore di ritardo e per ul
tro. Nella stessa categoria 4° posto per Barbara Biasizzo (Udine). Nei 72 kg. Podio tutto italiano con la Merlo (Varese) che ha dominato la categoria vincendo la finale con tro l’altra italiana Culino (Udine) che ha fornito un’ottima prova in semi finale, dove ha vinto nonostante si fosse infortunata. Nei +72 kg. successo infine per Ma nuela Tondolo (Udine) che pur in contrando qualche difficoltà ha vin to con molto autorevolezza la cate goria. In questa categoria 5° posto per Amalia Comelli (Udine). Per quel che riguarda le altre catego rie buona prova della giovane Zaccomer (Udine), terza nei 56 kg., men tre prove negative per la Raniello (Salerno) nei 52 kg. e per la Barberi (Udine) nei 61 kg. Per i maschi le cose sono andate ab timi. Comunque non c’è stato alcun bastanza bene pur essendo mancato problema: gli ospiti austriaci sono l’acuto vincente. Comunque buoni stati molto gentili ed hanno permes terzi posti per Tiziano Tieppo, Al so agli atleti di effettuare il control berto Stefanel, Johnny Volpe, Denis lo del peso ed ai dirigenti, tecnici ed Braidotti, tutti del Comitato provin arbitri di alloggiarsi al meglio. ciale di Udine. Il 30 finalmente sono iniziate le ga Nei 60 kg. Tieppo ha trovato davanti re. Sveglia alle 7.00 del D.T. Stefa- a se due francesi troppo più forti e nel per tutta la squadra, mentre gli si è dovuto accontentare del terzo po arbitri Michele Marano, Lucia Ar- sto, conquistato purtroppo a scapi runzio, Luigi Alberto Trevisan si re to del pur bravo Faro (Varese) che cavano alla riunione preliminare dei era partito bene, ma che poi è stato direttori di gara. fermato dal francese Philippot poi Al Palasport di Rohrbach erano ap vincitore della gara. prontati i due talami di gara: uno per Nei 65 kg. buona prova per Stefanel il settore maschile e l’altro per quel Alberto (Udine), e per Pintossi Ri lo femminile. naldo (Brescia). Pintossi purtroppo ha subito una grave ingiustizia arbi Come accennato all’inizio le cose so trale quando stava immobilizzando no andate piuttosto bene e soprattut l’avversario e poi purtroppo non è to nel settore femminile. Abbiamo riuscito a rifarsi nel ripescaggio. Per conquistato qui infatti le tre meda Stefanel scontro decisivo col vincito glie d’oro con la Puleo, la Merlo e re di categoria in semifinale, con ri la Tondolo. sultato giustamente a favore dell’au Nei 66 kg. ottima prova di Sabrina striaco Praher Klaus per decisione Puleo (Comitato di Udine) che no arbitrale, e poi buona finale per il nostante combattesse fuori categoria terzo. ha vinto alla grande trovando qual che difficoltà solo nel primo incon
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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE UN APPUNTAMENTO MANCATO NOVARA — Era tutto pronto per accogliere i ragazzi rumeni di fasi e di Bucarest, invitati dal CSI di Novara a trascorrere una settimana a Verbania, sul Lago Maggiore, nel periodo in cui si svolge la <(24 X 1 ora», la più grossa manifestazione sportiva organizzata dal Comitato provinciale di No vara. Da mesi si stava lavorando al progetto, da quando la Romania era balzata alla ribalta della cronaca per i fatti accaduti lo scorso dicembre, con la ca duta del regime di Ceausescu. Le immagini della rivolta popolare e la dura repressione subita è stata la molla che ha fatto scattare il desiderio di fare qualcosa che andasse oltre i soliti aiuti economici e che, soprattutto con i giovani, principali protagonisti della rivolta, si instaurasse un rapporto di amicizia e solidarietà. Un gemellaggio sportivo è sembrato allora il mezzo più giusto per parlare un linguaggio universale da tutti compreso. Passare dalle intenzioni ai fatti non è stato facile. Poco si sapeva della realtà rumena, fino ad allora chiusa dentro i confini della dittatura. Nel mese di marzo il Consulente provincia le, don Renato Sacco, si era recato in Romania con due Tir della Caritas Nazionale che portavano beni di prima necessità, per verificare se esistesse ro o no gruppi giovanili o associazioni. Dal resoconto fattoci al ritorno emer geva una realtà frammentata, incerta e diffidente, in cui la proposta di soli darietà del CSI, anomala rispetto alle altre, faticava a concretizzarsi pur aven do il sostegno e la condivisione del Vescovo di lasi, mons. Petru Gherghel e del Vescovo di Bucarest, mons. Johan Roba. I contatti avuti in seguito avevano richiesto lunghe trattative, contatti tele fonici non sempre facili da ottenere, e telex di poche parole che lasciavano sempre un margine di dubbio sulla realizzazione del progetto. Da parte del CSI di Novara c’era bisogno dell’impegno di tutti, con attività sportive da organizzare, gite turistiche, incontri, ospitalità e... fondi da reperire per fi nanziare il costo non indifferente del progetto stesso. L'ultima settimana si era fatta febbrile ma tutto era pronto e sembrava av viato a buon fine. L'appuntamento con le famiglie che avrebbero ospitato i ragazzi durante il loro soggiorno in Italia era fissato presso la sede del CSI di Verbania: insieme si sarebbero definite le ultime cose da farsi. Ma un te lex arrivato poche ore prima della riunione informava che: «...la partecipa zione dei giovani di lasi e di Bucarest non è più possibile. Sono intervenuti alcuni problemi in ciò che riguarda la partecipazione all’estero...». La spiegazione è arrivata qualche ora più tardi, quando dalle immagini dei telegiornali abbiamo capito che in Romania la situazione era di nuovo pre cipitata. Più tardi, nella notte, una telefonata, faticosamente ottenuta dopo ore di attesa, con don Vili, Parroco a Bucarest e «accompagnatore» dei 25 giovani, confermava il clima di incertezza, di paura... con risposte date in modo laconico, con la sensazione netta che i controlli vari, anche sul telefo no, non fossero completamente cosa passata.
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CR LOMBARDIA — Proseguendo nel la sua storia pongistica il CSI Crema ha organizzato un libero scambio di tennistavolo a squadre e per renderlo ancor più significativo lo ha fatto disputare in un luogo diverso, atipico. Infatti sei squadre si sono date appuntamento nel salotto di Crema, Piazza Duomo, un luogo non adatto a questo sport ma uti lissimo per la promozione sua e del Centro Sportivo Italiano. La partecipazione è stata all’altezza del la manifestazione e i pongisti in gara hanno calamitato attorno ai tavoli una folta folla di curiosi e tecnici.
GORIZIA — I Soci della Società spor tiva Juventus Club Gaetano Scirea, aderente al CSI Consiglio provincia le di Bologna, hanno voluto ricordare il grande campione, il grande uomo e soprattutto il loro caro amico Gaeta no Scirea, donando una carrozzella per il gioco del calcio per atleti porta tori di handicap alla Società sportiva S.P.Q.R. (Sportivi a quattro ruote) di Bologna. Unitamente alla presenza commossa di Massimo Bonini e Ivano Bonetti, ab biamo potuto constatare come ragaz zi, sia pure con percorsi esistenziali difficili e che attraverso il calcio riesco no ad allontanare solitudine ed emar ginazione, hanno saputo cogliere il messaggio di correttezza sportiva e di onestà intellettuale che la pur breve vita di Gaetano ha inviato ai veri spor tivi.
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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE NUOVA SEDE CR ABRUZZO — In occasione dell’i naugurazione della nuova sede regio nale, si sono incontrati i dirigenti del le società cittadine, delle società abruzzesi, oltre a numerose autorità. È stata gradita la presenza dell’Arcivescovo, S.E. Mario Peressin, del Sin daco Enzo Lombardi, del Presidente nazionale del CSI e del Segretario, dell’Assistente nazionale e dell’addet to stampa regionale. Dopo le relazioni di rito ed il rinfresco, si è svolta una riunione informale che ha concluso in allegria la serata inau gurale. Da tale nuova struttura, in una reciproca integrazione di tutte le so cietà, è nato un nuovo slancio per far coinvolgere ancora maggiormente la città nei problemi sportivi tuttora da ri solvere.
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DUE GIORNI MARE €0 SCRIVE Ormai il Concorso «Sport chiama don na» è definitivamente chiuso e i vin citori sono già stati proclamati, altri menti questa poesia avrebbe potuto benissimo entrare in lizza per un premio. Ce l’ha inviata Giovannella Parisi Presicce, insegnante di lettere di scuola media. Riportiamo quanto ci scrive la prof.ssa Parisi. «Vi invio il testo (assolutamente auten tico perché scritto sotto i miei occhi) di una poesia scritta da una mia alun na per la pagina letteraria del giorna le di classe. La ragazza si chiama Gra zia Cenci e frequenta la I media, sez. E nella S.M.S. Olga Rovere di Frigna no Flaminio, vicino Roma, e più pre cisamente nella sezione staccata di Sant'Oreste, paese dove vive. Vi in vio questo piccolo capolavoro perché penso che vi possa servire per qual che vostra attività, pregandovi solo di farmi pervenire eventuale materiale pubblicato per passarlo alla mia bra va alunna, che scoppierebbe di gioia. La poesia è stata distribuita a tutti i ra gazzi della scuola, impegnati in un ac ceso torneo di pallavolo, con le paro le che troverete in fondo al testo. Grazie».
LO SPORT È PACE (Slogan dell’Unicef per i mondiali ’90) Vorrei un mondo diverso / ed un cam po immenso / dove la squadra avver saria / colora di gioia l’aria. / Un cam po rosato, / un tavolo addobbato, / un canto di pace, / un giorno felice. (Grazia Cenci) Ricordati di questa poesia quando fai sport! / ragazzi della I E
RAVENNA — Cominciata quasi per scherzo 12 anni fa la 2 Giorni Mare di pallavolo femminile a Marina di Raven na è diventata un classivo di fine stagio ne per molte Società CSI dell'Italia Cen tro Settentrionale. Sfruttando adeguatamente il binomio mare-pallavolo (che negli ultimi anni sta ottenendo notevole successo con il Beach-Volley) la 2 Giorni Mare permet te ad oltre duecento atlete (senza con tare gli innumerevoli accompagnatori) di giocare sui campi allestiti al Bagno del Dopolavoro P.T. Ravenna, sempre di sponibile a fornire al CSI l’indispensa bile supporto logistico. La formula di svolgimento della mani-
FESTA REGIONALE DI SECONDA FASCIA CR SICILIA — Circa 140 ragazzi in rap presentanza dei Consigli provinciali e circoscrizionali di Siracusa, Noto e Ra gusa, hanno dato vita alla Festa regio nale di lla Fascia. Il CSI di Ragusa or ganizzatore ha usufruito per l’occasio ne della struttura alberghiera del Villag gio turistico di Kastalia. Il programma, vasto e completo dal pun to di vista sportivo ed associativo, si è svolto senza alcun incidente e con l'at tenta e viva partecipazione dei ragazzi, grazie all'impeccabile organizzazione posta in essere dai componenti il CSI Ibleo, ma anche per l'impegno degli ani matori responsabili dei Consigli di No to (Carmelo Marescalco) e di Siracusa (Antonio Leone). La manifestazione ha avuto inizio nel pomeriggio del 12 con giochi vari, dal «tiro alla fune» alla «palla scout», che si sono svolti nei 4 campi da tennis della struttura alberghiera. I giovani atleti sud-
festazione è piuttosto semplice: le squa dre, suddivise per 3a e 4a fascia si in contrano suddivise in gironi eliminatori al sabato, mentre alla domenica si di sputano le finali. Inutile aggiungere che le squadre dispu tano un analogo numero di gare. Larghi sono gli spazi destinati al riposo ed al divertimento, dando a tante Socie tà di diversi Consigli CSI la possibilità di conoscersi e magari darsi appunta mento per altri incontri nel corso della stagione. L'edizione 1990 della «2 Giorni Mare» or ganizzata dalla Virtus Ravenna e dall'in faticabile animatore della manifestazio ne Davide Foschi ha visto la partecipazio ne di 20 squadre appartenenti ai Consi gli di: Prato, Udine, Parma, Como, Bolo gna, Varese, Carpi, Cremona e Modena.
divisi in squadre da 10 elementi (non te nendo conto della loro provenienza) hanno socializzato e sviluppato la loro conoscenza. Nel corso della serata, che ha avuto una parte associativa completata da varie scenette (animate dai fratelli Ganci e da Giovanni Guastella e Davide Migliorisi), sono stati premiati con targhe i Consi gli rappresentati e con coppe le Socie tà presenti. La domenica mattina, dopo l’abbondan te colazione e la S. Messa celebrata da Don Giovanni Rollo, consulente eccle siastico del Consiglio provinciale di Ra gusa, il gruppo si è trasferito alla pine ta di Randello dove, nel magnifico sce nario, si è svolta la corsa campestre che ha visto la partecipazione di tutti i ragaz zi ed anche di buona parte degli accom pagnatori. Al termine della campestre, premiazio ne per tutti, il pranzo al sacco ha segna to la chiusura della manifestazione e. dopo gli arrivederci, ritorno nei rispetti vi centri.
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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE
■ SPORT impegno civile
PRIMA MARCIA DI S. FELICIANO FOLIGNO — Si è svolta presso il parco dei Canapè la Prima Marcia di S. Feli ciano organizzata dal Comitato provin ciale di Foligno. Favoriti anche dalla bel la giornata molti ragazzini si sono river sati al parco per una corsa riservata ad atleti di ambo i sessi dagli 8 ai 14 anni. Al termine della gara il Comitato ha of ferto a tutti i partecipanti un ricordo. Ri conoscimenti sono andati alle scuole
Piermarini e S. Caterina per il numero di ragazzi partecipanti e alla scolaresca della terza classe del S. Cuore, più nu merosa. Un grazie particolare ai genitori che hanno incoraggiato e applaudito i pro pri figli, oltre alle scuole che hanno col laborato. Una manifestazione riuscita, una giornata particolare in onore di S. Feliciano in un parco che con interven ti adeguati potrebbe essere ancora più rivalutato essendo l’unico spazio verde della città.
MOLFETTA — Il Centro Sportivo Ita liano con i Congressi provinciali si av via alla verifica di un biennio di attivi tà sportivo-associativa, discutendo sul tema: «Sport come impegno civile: un servizio sportivo-educativo ispirato alla solidarietà». Il Consiglio provinciale di Molfetta, pri ma del Congresso di verifica, ha av viato una prima discussione incontran do i dirigenti delle Società sportive af filiate. Inoltre, alla vigilia del Congres so di verifica, hanno organizzato un Convegno appunto sul tema «Sport come impegno civile» a cui ha preso parte in veste di relatrice la vice presidente nazionale Maria Rosa Za nella, che ha consegnato alla nume rosa platea presente degli spunti di ri flessione sull’importanza dello sport come impegno civile e del ruolo che il Centro Sportivo Italiano ha nel pa norama sportivo italiano. Alla manifestazione sono intervenuti oltre al Sindaco di Molfetta prof. En zo de Cosmo, l’assessore allo Sport del Comune molfettese rag. Lello La Ghezza e il presidente regionale di Pu glia del CSI Cosimo Meca.
UN'EDUCAZIONE ______ ALLA PACE
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RAGUSA — È stato presentato, pres so il teatro comunale di Vittoria, il li bro di don Mario Cascone «Il tempo li bero al servizio di un'educazione alla pace». L’iniziativa, curata sotto l’aspet to organizzativo dal Consiglio provin ciale del Centro Sportivo Italiano, ha richiamato non poche persone che hanno voluto significare, con la loro presenza, una fiducia verso il tempo libero e lo sport in generale che può diventare uno dei veicoli più efficaci per raggiungere la pace. Il volume di don Mario Cascone è sta to presentato da Giuseppe Sava, pre sidente provinciale del CSI, il quale non ha mancato di mettere in evidenza co me tutta l’opera sia attraversata da quei principi che, per il CSI, sono motto di vi ta da trasmettere a tutti gli affiliati. Un contributo particolare hanno inoltre portato Franco Antoci, ex presidente dell’Azione Cattolica diocesana, ed Emanuele Giudice, anch’egli come rappresentante di un mondo strettamente collegato con la Chiesa e la im portante funzione che svolge nella ri cerca della pace, e don Giovanni Rollo, consulente ecclesiale del CSI provin ciale. Don Mario Cascone, che al termine ha voluto ringraziare tutti gli intervenuti, ha narrato nella prefazione le motivazioni che lo hanno aiutato a scrivere il volume.
GIOCASPORT CAGLIARI —- Con la disputa a Cagliari, presso gli impianti sportivi della Parroc chia S. Lucia, della Festa dell’Arrivederci anche l’attività di Giocasport è andata in vacanza. Ciao 90 ha costretto Pinocchio, simbolo di Giocasport, ad una chiusura ^anticipata. La giornata organizzata dall'Equipe Giocasport in collaborazione col CSI di Cagliari, è stata così l’occasione per salutare tutti i ragazzi che hanno pre so parte nel corso della stagione a que sta nuova attività e per fare un bilancio sull’andamento della stagione. Un bilan cio sicuramente positivo, tanto che gli or-
ganizzatori hanno già dato l’appunta mento a tutti per il 90/91, quando l'attivi tà di Giocasport sarà aumentata, visto il grosso successo riscosso non solo tra i ragazzi, ma anche tra i genitori, i tecnici e gli animatori delle varie società a cui è stato proposto. I ragazzi che ogni volta vi si sono avvicinati un po’ incuriositi, vinto il timore iniziale, hanno dimostrato poi una volta conosciutolo, un grande entu siasmo trascinando nella loro allegria i genitori, che non di rado hanno finito per prendere parte ai giochi. Una dimostra zione di come i ragazzi non abbiano biso gno solo delle discipline tradizionali per fare sport e divertirsi.
IL FILM
«IL SOLE ANCHE DI NOTTE» di PAOLO e VITTORIO TAVIANI Tra le realizzazioni cinematografiche più interessanti presentate nello scor so festival di Cannes, particolare ri lievo assume l’ultima opera dei fra telli Taviani e la loro apprezzata ca pacità di interpretare la profonda in teriorità dell’animo umano attraver so resistenza di piccoli drammi per sonali. «Il sole anche di notte» è un film li beramente tratto dal romanzo «Pa dre Sergio» che Tolstoj scrisse tra il 1890 e il 1898 e che fu pubblicato sol tanto nel 1911; ma il ricorso allo scrittore russo non costituisce una novità, dato che ad una sua novella fu ispirala, nel 1971 e ancora in oc casione di Cannes, la realizzazione di «San Michele aveva un gallo». Piuttosto originale, invece, appare il corpo del film, rivolto ad evidenzia re i profondi conflitti e le debolezze umane, al di fuori del classico model lo di produzione cinematografica dei fratelli Taviani, volutamente impe gnata dal punto di vista sociale ed ideologico; basti per tutti ricordare «Allonsanfan» del 1974, «Padre pa drone» del 1977 e «La notte di San Lorenzo» del 1982, pellicole che han no ben rappresentato alcuni spacca ti della nostra società. Tuttavia, neanche la presenza di un diverso ambiente storico costituisce elemento nuovo, sebbene nella rea-
lizzazione di «Allonsanfan», l’utiliz zazione di aleniti avvenimenti del di ciannovesimo secolo ebbe il chiaro intento di rapportare a situazioni contemporanee la ragione e i senti menti di eventi di diversa portata sto
rica. Lo scorcio di Settecento italiano e meridionale illustrato ne «Il sole an che di notte» è, invece, un Settecen to astratto, vago, a volte ignorabile, imposto come scenario coerente all’evolversi del dramma, ma che rara mente si propone come autonoma componente della vicenda. È un Settecento che principalmente si respira, del quale si percepiscono chiaramente atteggiamenti ed emo zioni e che costituisce soprattutto un riferimento per la comprensione dei drammi personali che animano i pro tagonisti. È sullo sfondo di questa Italia che si innesta il tormento di un barone del la corte di Napoli, Sergio Giuramondo (Julian Sands), promosso al gra do di aiutante militare del re Carlo, che, alla vigilia del matrimonio con un’affascinante duchessa (Nastassja Kinski), combinato per reciproco in teresse, ma sfociato in una sincera passione amorosa, scopre resistenza di una precedente relazione tra la gio vane nobile e il Re.
Affranto dalla consapevolezza di do ver amare una donna appartenuta al suo diretto comandante ed emotiva mente ossessionato dall’idea di dover primeggiare, Sergio decide drastica mente di rinunciare al mondo e di ri volgersi alla vita monastica. Dal quel momento, il travaglio inte riore e il desiderio di troncare defi nitivamente ogni sorta di contatto con la vita civile, lo condurranno ad abbracciare la via dell’eremitaggio, ad affrontare le tentazioni con il ri gore di un santo, ma anche a scopri re di non poter sfuggire al protago nismo che aveva caratterizzato da sempre la sua vita; un animo ancora debole e la mancanza di una medita ta convinzione di fede, inoltre, lo co stringeranno a cedere di fronte ad una giovane ragazza, dopo aver re sistito affannosamente alle proposte di una aristocratica avventuriera (Pa tricia Millardet).
Vissuto attraverso la sofferenza del protagonista «Il sole anche di notte» si veste dèlia lucidità intellettuale dei registi e si muove seguendo l’evolu zione di un preciso sentimento di in certezza nei confronti della vita. Non un film socialmente riconduci bile ad un contesto attuale, ma piut tosto una ottima riflessione sulla na tura di un comportamento che lascia trasparire la fragilità interiore del l’uomo, la caducità di ogni scelta «definitiva» e la necessità di donare amore per non sentirsi perduti.
Una buona fotografia e un piacevo le commento musicale, completano il quadro proposto da due registi che da anni si affidano a questo stile ri goroso ed energico per affrontare il complesso mondo del cinema; sono trascorsi trenta anni dalla loro prima produzione («L’Italia non è un pae se povero» del 1960), ma fa piacere constatare ancora la pressoché tota le integrità di uno stile intelligente e acuto.
Paolo Liberati
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I LIBRI SPORT E AGGRESSIVITÀ'
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Norbert Elias ed Eric Dunning, Il Mulino, pp. 368, L. 35.000
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Si ha notizia che nel lontano 1540 il sindaco di Chester in Inghilterra, fu costretto a vietare quello «stupido e dannoso» passatempo che consiste va nel rincorrere una palla di cuoio «chiamata foutbale». La squadra dei calzolai e quella dei negozianti di tes suti avevano raggiunto una tale viru lenza e animosità che i danni provo cati dalla loro, diciamo cosi, attività sportiva, erano ormai insostenibili. Nel 1608 in un’ordinanza di proibi zione promulgata a Manchester, si viene a conoscenza delle gravi con seguenze della «scelleratezza» di «una compagnia di persone dissolu te e turbolente dedite alla pratica il legale di giocare con la palla (Joutbale) per la strada. Facilmente le date potrebbero stimo lare l’osservazione che si tratta di tempi lontani, ormai improponibili oggi. I vetri delle finestre rotti, gli in cidenti ai passanti che, volenti o no, •venivano coinvolti in risse gigante sche che accompagnavano regolar mente questi particolari incontri, i fe riti, i morti, sono lontani dalla nostra mentalità. Lo sport, cosi come oggi lo intendia mo, seleziona ed emargina non solo gli atti di violenza che intorno alla manifestazione accadono, ma soprat tutto quelle forme di aggressione e di esasperazione che inaspriscono i to ni della contesa sportiva fino a farla diventare vera e propria forma di battaglia. 11 processo di civilizzazione di una so cietà, dice il sociologo Norbert Elias, favorisce l’innalzamento della soglia di tolleranza verso quel gesto scon siderato che, superando le regole che pur consentono l’espressione della forza e magari dell’accanimento, sconfinano nella violenza inaccetta bile. Se ieri, il gesto maschio, duro, ai limiti della correttezza e spesso vio lento era ammesso, incoraggiato e talvolta apprezzato come sintomo di virilità e coraggio, oggi, pur non escludendo la forza, tutte le regole mirano ad escludere nel modo più netto possibile qualsiasi pericolo per l’integrità fisica dell’atleta. Col pas sare del tempo e con lo svilupparsi di una coscienza non-violenta a livello di massa anche lo sport ne ha tratto beneficio, adeguandosi spontanea mente agli stessi criteri che sono via via maturati in tutta la collettività.
È la tesi portante dell’insieme dei sag gi che Norbet Elias ed Eric Dunning hanno raccolto in questo libro. In una riflessione che è innanzitutto sociologica, quindi che assume per argomentare le proprie tesi i concet ti di questa scienza e non quelli, ad esempio della psicologia che pur po trebbero essere tenuti in considera zione, Elias e Dunning partono dal principio che la competizione spor tiva è metafora della competizione guerresca. Nella prima come nella se conda si attua quel meccanismo di ec citazione che deriva dall’incertezza per il risultato finale e che provoca una tensione. Ma qui sorgono evi denti le differenze. Nello sport non solo è esclusa dalle regole la soppres sione dell’avversario, che nella bat taglia invece è auspicata e ricercata,
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ma, nell’interesse stesso del gioco, deve essere lasciato nella massima in certezza il risultato finale. La vitto ria e la sconfitta devono arrivare al la fine di un periodo lungo nel quale si ha il tempo di fremere, incoraggia re, porre in atto strategie, difender si, attaccare, temere, entusiasmarsi, insomma provare tutta una serie di sensazioni che nell’insieme rendono estremamente gradevole l’aver parte cipato ad una manifestazione spor tiva, anche da semplici spettatori. La battaglia c’è stata, la nostra cari ca agonistica ha trovato il modo di essere soddisfatta, le regole sono sta te rispettate e la tensione, che nel competere o nel parteggiare per chi stava competendo ci ha entusiasma ti, si è espressa al meglio per poi esau rirsi al termine dell’incontro. Tutto qui. Ma per comprendere questo pro cesso Elias sottolinea che bisogna ne cessariamente eliminare ogni conce zione moralistica della tensione. «Gli individui possono vivere con una ten sione inferiore o superiore al norma le, ma solo da morti ne sono comple tamente privi. In società come la no stra che richiedono una disciplina e una prudenza emotiva totali, lo sfo go dei forti e piacevoli sentimenti apertamente espressi è rigidamente li mitato... Le attività di loiser (tempo libero) determinano per un breve pe riodo di tempo, l’emergere di sensa zioni forti e piacevoli spesso assenti nella routine quotidiana dell’esisten za. La loro funzione non è semplicemen te, come spesso si crede, una libera zione delle tensioni, ma la reintegra zione di quel grado di tensione che è
un ingrediente essenziale della salu te mentale. 11 carattere essenziale del loro effetto catartico è la reintegra zione del tonus mentale normale at traverso un temporaneo e transitorio insorgere di un eccitamento gradevo le» (p. 111). La tensione dunque come elemento vitale per un buon rapporto tra l’in dividuo e il mondo che lo circonda, un rapporto che non sia né apatico o indifferente, né esasperatamente conflittuale. E qui tocca riflettere sui molti episodi di violenza ormai non più soltanto fuori degli stadi, e limi tatamente al calcio, ma anche pur troppo dentro i palazzetti di basket o durante altre manifestazioni spor tive. Ci si domanda perché se nella nostra società la mentalità corrente tende a rifiutare, almeno a livello di principio, ogni forma di violenza, perché nello sport la carica di aggres sività riversata da atleti e spettatori pare crescere? Perché, è la.risposta dei due studiosi autori del libro suc citato, lo sport sta perdendo l’aspet to di metafora della guerra, fino ad assumere, almeno per alcuni gruppi, l’aspetto di un’attività quasi religio sa. «Giocare e/o seguire uno sport — si legge a pagina 283 del libro — è di ventato uno dei principali strumenti di identificazione collettiva nella so cietà moderna e una delle principali fonti di significato nella vita di mol ta gente». L’affermazione di Dunning può sembrare eccessiva. Ma ri-
flettendo bene: se l’attività sportiva viene vista come competizione per il primato, regolata si da norme ma nella quale comunque primeggia chi è più forte e intelligente, se giocare non è più l’astratta rappresentazio ne incruenta di una battaglia, ma la vera battaglia nella quale si giocano i destini dei partecipanti, allora tut ta la concezione dello sport si trasfor ma. L’aggressività violenta non è più soltanto un’anomalia da asportare dal tessuto sano del mondo sportivo, ma parte integrante senza la quale si soccombe umiliati. Se facendo sport in maniera agonistica e no, la mia identità avrebbe modo di esprimersi e magari di modellarsi, con una con cezione «militaresca» di esso salta quella importantissima funzione che lo sport ha di essere contrappeso del la routine della vita lavorativa. Lo sport diventa vita portandosi con sé conflitti e insoddisfazioni che, non più simbolizzati, acuiscono esaspe randola la carica di aggressività che ognuno si porta dentro. In quest’ottica si spiegano il doping, i trucchi, le polemiche (a volte vio lente) e le ingiurie nei confronti de gli arbitri. Su queste riflessioni non solo la ricer ca sociologica potrebbe svilupparsi così come invita Dunning, ma anche l’attenzione degli addetti ai lavori po trebbe essere più seria e approfon dita.
SCUOLA DI NUOTO. ESPERIENZE DAL BORDO VASCA
Il tema generale è quello del primo approccio del bambino con la vasca e successivamente con gli stili di nuo to fondamentali. All’interno di que sta grande tematica, il testo si suddi vide in sei parti. Nelle prime due vie ne preso in esame l’approccio del bambino con la piscina. Nella terza e quarta parte viene sviluppata la tec nica del nuotatore, in riferimento ai diversi stili. Nella quinta parte i due autori, basandosi sulla loro lunga esperienza in materia, espongono una didattica del nuoto, esposta in sem plicità, senza tante complicazioni teo riche. Nella sesta parte, conclusiva, si forniscono consigli su come af frontare situazioni di emergenza. Il testo, proprio perché destinato an che agli stessi bambini, si presenta di facilissima lettura. Centinaia di sim patici disegni e molti «riquadri» rie pilogativi aiutano a comprendere c fissare meglio gli enunciati degli au
Mario Andolfi e Marco Parigiani, Ed. Zanichelli, Bologna 1989, pp. 304, L. 32.000.
Com’è nella tradizione dei manuali Zanichelli, anche questo libro è esau riente, molto illustrato, facile da leg gere e ben stampato. Nel dettaglio, si tratta di un testo tecnico-didattico che gli autori dedi cano esplicitamente agli istruttori «novizi», agli allievi, grandi o piccoli che siano, e ai genitori degli allievi. A questi ultimi la lettura è consiglia ta perché non ostacolino in qualche modo il lavoro dell’insegnante e se guano invece l’apprendimento nata torio dei propri figli con cognizione di causa e con serenità.
Vittorio Satnmarco
tori. Per chiarire meglio l’imposta zione del volume, c’è un’ultima, fon damentale precisazione da fare: lì do ve si parla di apprendimento del nuo to, la via seguita è quella ludica; i «giochi acquatici» descritti da Andolfi e Parigiani sono alcune decine, tut ti assai divertenti.
SCUOLA DI GOLF Eddie Birchenough, Ed. Zanichel li, Bologna, pp. 206, L. 38.000
Il golf, come lo sci nautico o il polo, passa per essere uno sport da ricchi, territorio proibito ai comuni morta li che combattono ogni mese dure battaglie per far quadrare i conti fa miliari. Non sembra, questa, un’eti chetta che possa essere cancellata in un prossimo futuro. Basti considera re i costi delle attrezzature e dell’ac cesso agli impianti per capire come il golf sia destinato a rimanere tabù per le masse. Ma, al tempo stesso, sappiamo che oggi ogni sport ha due facce: quella della disciplina praticata attivamen te e quella dello spettacolo fruito pas sivamente. In altri termini, uno sport lo si può amare come praticante o ap prezzare come spettatore. Se ci po niamo in tale ottica, occorre ricorda re che il golf — quello professioni stico, di alto livello — si è impadro nito di ampi spazi nei palinsesti del le televisioni commerciali, e che quin di si propone come sport-spettacolo a gruppi sempre più ampi. Ma come è possibile apprezzare uno spettaco lo sportivo di cui si ignora pratica mente tutto? (segue a pag. 30)
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MEDICINA Queste poche righe dedicate al volu me inviatoci dalla Zanichelli non vo gliono essere un invito a «convertir si» al golf, quanto l’indicazione di uno strumento realmente completo e minuzioso per chi fosse curioso di pe netrare i «segreti» del misterioso ri to sportivo che il teleschermo ha ini ziato a riversarci in casa.
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In viaggio per un amico
IN VIAGGIO PER UN AMICO Francesco Valitutti, Ed. Società Stampa Sportiva, Roma 1990, pp. 166, L. 28.000
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In tempo di Campionato del mondo — con tanto di calcio gonfiato a di smisura, «strillato», disumanizzato e disumanizzante che ci viene proposto e quasi imposto — forse è giusto ri cordare che anche il calcio-industria è fatto di uomini, che talvolta riesco no a conservare, dandone il segno tangibile, la propria umanità senza lasciarsela alienare dai troppi riflet tori e dai troppi miliardi. Esenjpi del genere, il calcio di casa nostra non ne propone molti. Tra i pochi degli ultimi anni va annovera to quello di Gaetano Scirea, morto il 3 settembre 1989 in Polonia in un raccapricciante incidente stradale. E questo libro nasce proprio dal desi derio di Valitutti di comprendere, per se stesso e per gli altri, i motivi per cui, quel 3 settembre di un anno fa, centinaia di migliaia di appassionati di calcio hanno avvertito l’annuncio della morte di Scirea coinvolgente nel dolore quasi si fosse trattato di un amico. Un amico carissimo e perdu to, che si cerca poi di ritrovare nel-
L'ARTROSCCP DEL GINOCCHIO L’artroscopia, impiegata per la pri ma volta nel 1957, si è guadagnata in quesi ultimi anni interesse e dif fusione, soprattutto per l’importan za che essa riveste nella diagnosi e nel trattamento delle lesioni trauma tiche del ginocchio in corso di atti vità sportiva. L’esame artroscopico viene esegui to di norma in anestesia generale o locale, introducendo un tubicino ot tico prevalentemente nella porzione anteriore del ginocchio, onde scruta re dall’interno le strutture anatomi che di questa complessa articolazio ne. A questa tecnica si devono rico noscere indubbi vantaggi: a) riduzio ne del trauma chirurgico con minor danno alle strutture periarticolari; b) riduzione delle complicanze post operatorie; c) minor costo sociale; d) precoce recupero funzionale. A fronte di questi vantaggi però bi sogna tener presenti alcuni svantag gi. Il primo è senza dubbio la diffi coltà di esecuzione della tecnica. In terventi artroscopici in mani poco competenti sono in realtà tutt’altro che privi di complicanze. 11 secondo è la tendenza a sopravva lutare le indicazioni applicative, im pegnando la tecnica endoscopica in luogo di un semplice esame clinico. In altri termini chi non è in grado di effettuare una normale visita mira ta si cimenterebbe con l’artroscopia. Possibili interventi di chirurgia artroscopica sono la rimozione di cor pi liberi intraarticolari, le lesioni meniscali, rescissione di pliche sinoviali, il trattamento di lesioni osteocondrali, le suture meniscali, ecc.
Il 90% delle lesioni capsulo-legamentose recenti del ginocchio con lacerazione del legamento crociato anteriore, può essere diagnosticato sulla base dell’anamnesi e dell’esa me clinico mirato. Dopo l’iniziale ed eccessivo ottimi smo sulle capacità applicative dell’artroscopia si va diffondendo la convinzione che tale tecnica non è sempre indispensabile. Per esempio ci sono forti dubbi sul l’utilità di un intervento endoscopicó su lesioni meniscali degenerative. In fatti un menisco anche alterato eser cita sicuramente una funzione pro tettiva ammortizzante sulla superfi cie articolare. Nessuna meraviglia perciò se, dopo resezione artroscopica nel 60% circa dei casi, gli esiti so no insoddisfacenti. Perfino la meniscectomia parziale in caso di lacera zione traumatica, una delle indica zioni fondamentali dell’artroscopia, ad una revisione critica non dimo stra risultati costantemente buoni. I vantaggi dell’artroscopia sono tut tavia indiscutibili anche se spesso c’è l’errata supposizione che con l’ispe zione diretta si possa evidenziare co munque qualcosa. Nella peggiore delle ipotesi l’esami natore rileva una condropatia retropatellare, un reperto talmente ripe titivo, da essere oramai comune mente denominato «sindrome artroscopica», poiché a fronte di un quadro del tutto negativo, è pur ne cessario nascondere il comprensibile imbarazzo dietro un’enfatizzazione terminologica. Antonio Spataro
l’incrociarsi delle testimonianze di quanti gli sono stati maggiormente accanto. Certo, questo è un libro «alla memo ria», quindi giocato sull’onda dell’e motività, emotività che traspare dalle parole di Zoff, Boniperti, Platini, Trapattoni e di tutti gli altri «testimo ni» interrogati da Valitutti. Ma è, a suo modo, anche un documento, poi ché dimostra come il football profes sionistico giocato ai massimi livelli non necessariamente rechi in se i ger-
mi del divismo, dello smarrimento della propria originaria dimensione umana. E in questo senso mi sembra che, oltre ad essere un giusto ricor do del campione, In viaggio per un amico si proponga come una lettura propedeutica per quanti, essendo nel l’età più verde, aspirano ad imboc care o già imboccano le vie del pro fessionismo calcistico. È quasi un vademecum, da mettere nella borsa insieme agli indispensa bili indumenti di gioco.
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«è* L'anno scorso scrissi, con una delle solite battutacce, che il ciclismo ita liano era tutto in un ...Bugno. La profezia è esatta solo in parte. Il fan tastico Gianni ha vinto il Giro d’Ita lia come un diretto (se si parla di pu gni, che se si parla di treni è come un InterCityl): alla vecchia maniera, di forza, con distacchi di parecchi mi nuti, come non si vedeva da tempo. Ha fatto ritornare la gente ad applau dire per le strade, come una volta quando il Giro era anche una festa di piazza, con fiera ambulante e spet tacoli televisivi. Ha vinto sempre in maglia rosa, come solo Girardengo, Binda e Merx seppero fare. Ma il Bugno non è solo: ci sono altre dita (negli occhi del ciclismo stranie ro), come il cabotiero Giovannetti e il principe del Nord Argentin, come Fondriest, Giapponi e altri. Ci sono mani che afferrano saldamente i ma nubri e gambe che pedalano, perché il ciclismo —pur ampiamente sponso rizzato — sifonda ancora sulla fatica umana, umile e dura. Per questo, mentre già si ribolliva per il Mondiale, il Giro ha saputo riconquistare lefolle. 31 TIFONE Mentre scrivo queste note, il Mondia le sta per iniziare e si trova proprio nell’occhio... del tifone. Il «tifone» come grosso fenomeno di tifo, che porta persino a comperarsi l’erba del lo stadio, più cara delle più preziose orchidee. E il tifone come mareggia ta di folla. Di fronte ai rischi che vengono an nunciati e ai miliardi già spesi, è lo gico che ci si chieda: «ma chi ce l’ha fatto fare?». Io avrei una domanda più precisa. Nei giorni precedenti legare, ho visto Roma come dovrebbe essere: gli spazzini al lavoro, le stazioni sorvegliate nelle ore serali e notturne, i Vigili Ur bani per le strade a regolare il traffi co, la metropolitana ripulita, le scritte sui muri cancellate, qualche galleria e qualche parcheggio in più. Ed ecco la domanda: «Ma non potrebbe e do vrebbe essere sempre così?».
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di Domenico Volpi
IL BUGNO NELL’OCCHIO
Storie di ordinario dolore e di straor dinario coraggio. Il tennista Muster, ventiduenne austriaco, due anni fa è investito da un automobilista ubria co ed ha forti danni al ginocchio, e ora ha vinto gl’Internazionali d’Ita lia. Alvise Zago del Torino nel feb braio ’89 si scontra in azione di gio co: rottura dei legamenti crociati e della capsula articolare del ginocchio destro, intervento chirurgico imme diato, nuovi ricoveri, controlli, e do po un anno di stampelle e di trepida zione torna ad allenarsi: il 24 mag gio gioca nella sua squadra promos sa in A. Walter Chiarella del Catanzaro ha un incidente stradale nell’88, entra in co ma, ne esce con una lesione al cervel lo; gli viene proibita l’attività agoni stica, riceve per un anno il minimo di stipendio, poi più niente; passa alla Ternana e il Catanzaro lo blocca con un "azione legale; nell’aprile scorso gli è concesso di tornare a giocare, il 6 maggio segna un gol in una partila di campionato. Kristian Ghedina, ven tenne di Cortina: gli si stacca un me nisco in gara, fa un ’artroscopia e tre dici giorni dopo vince una discesa di Coppa del Mondo in Svezia. Miracoli, della medicina e della chirurgia, ma anche della volontà e della speranza. FARE E DISFARE Per ospitare i Mondiali, lo Stadio Olimpico di Roma aveva bisogno di una copertura: occorreva innalzare piloni di sostegno e un tetto scorre vole, modificando così il verde pae saggio tra Monte Mario e il Tevere.
Il costruttore Rozzi, più noto come presidente dell’Ascoli, assicurò che con la stessa somma avrebbe potuto costruire uno stadio nuovo, e il pre sidente della Roma, Viola, indicò di avere denari, progetti e luoghi per un impianto tutto nuovo e moderno. Fu rono trattati come affaristi e ignorati. In seguito occorsero altri miliardi perché molte strutture del vecchio Olimpico dovettero essere del tutto demolite e rifatte. Ora il nuovo Olim pico è là; caro, bello, poco adatto al calcio perché la pista di atletica allar ga l’anello, ingombrante ma ...non impermeabile, dato che ai primi col laudi la famosa copertura ha qualche angolo debole. Intanto, Verdi e am bientalisti hanno proposto di demo lire il tetto dopo i Mondiali, buttan do al vento i miliardi in questione. A questo punto i Romani, che aveva no seguito il tutto con calma... olim pica, si sono indignati: — Eh no! — hanno ribattuto — Noi da settanta anni ci teniamo il Vittoriale (monu mento a Vittorio Emanuele II) infi lato nelle pendici del Campidoglio, e voi volete distruggere uno stadio ap pena finito! Cominciate in ordine di data, perbacco! E, a proposito, ci sa rebbero anche un Palazzo di Giusti zia e.... (la lista continua). PUNTURE DI SPILLO • I giornali annunciano che Andrea Niccolai, 22 anni e 1,98 metri di al tezza, è passato alla squadra «Il Mes saggero» di Roma per 13 miliardi. La pallacanestro insegue il calcio negli ingaggi folli e a Nicolai sarà dato l’appellativo di «Baggio del basket». • Il nome sembra straniero ma i mu scoli sono toscani: Yuri Chechi ha vinto la medaglia d'oro negli anelli agli europei di ginnastica. L'ultima grande impresa del genere risaliva a Giovanni Carminucci, 19 anni fa, nelle parallele. Chechi è forte in tut te le specialità, ma per le nozze con il successo due anelli d’oro sono pro prio adatti!
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