Skip to main content

Stadium n. 7/1990

Page 1

___

GB

___________

TOBVlAZiONE

QUASI UN SOMMARIO

Il termine «formazione» ci ha ri­ chiamato in queste ultime settima­ ne, quasi esclusivamente, il pro­ blema dell’assetto in campo delle squadre di calcio: la «formazio­ ne» della nazionale via via annun­ ciata da Vicini; la «formazione» deH’Argentina che ci ha battuti; la «formazione» del Camerun che ha strabiliato...

3DOPO ITALIA '90 12

TIRO

di Aldo Notano

CON L'ARCO

di Giampiero Spirito

4

DA CRISALIDE A FARFALLA

14

Il punto sull'associazionismo so­ ciale. di Andrea De Pascalis

IMPIANTI D'ITALIA

óTEMPO RITROVATO di G. Battista Gandolfo

7

LUCI ED OMBRE DELL'EST La piccola Tien An Men di Buca­ rest e le prospettive nell'Europa orientale. di Valerio Ochetto

9

A FUTURA MEMORIA

di A.D.P.

24

WTOCW CRONACHE/ ESPERIENZE

27

Il film: IL SOLE ANCHE DI NOTTE di Paolo Liberati

15 STADIUM/SOdETA' di Angelo Bertani

I libri

16 FOTOMEMORIA CRONACA DI UNA FESTA di Gennaro Jovine

a cura di Andrea De Pascalis

Medicina: L'ARTROSCOPIA DEL GINOCCHIO

I DOMINI DEL CALCIO di Andrea De Pascalis

22

DIARIO EUROPEO

L’estate, nel cuore della quale esce questo numero di STADIUM, è in certo senso la stagione della formazione: a livello nazionale, per il CSI, si è svolta la «Scuola nazionale dei quadri» ed è ripar­ tita la «Scuola nazionale per tec­ nici». Ma è soprattutto a livello provinciale e regionale che si mol­ tiplicano i Corsi e i Campi-scuola per allenatori, per dirigenti di so­ cietà, per animatori, per arbitri.

Questo grande sforzo organizza­ tivo e culturale deve trovare nel­ l’associazione una risposta gene­ rosa di partecipazione e di atten­ zione. Non si tratta infatti, come qualcuno teme, di «chiacchie­ re»... si tratta invece di un con­ fronto di idee e di metodi senza il quale l’attività sportiva stessa de­ cade a pura routine, a rischio, no­ nostante ogni buona volontà, di essere preda di interessi estranei e spesso dannosi.

di Antonio Spataro

di E.G.

10

Passati i fumi del «Mondiale» è tempo che torniamo a parlare di FORMAZIONE nei termini più propri: cioè come lo sforzo con­ tinuo che dobbiamo fare per ade­ guare le nostre capacità e le no­ stre tecniche al compito educati­ vo e sportivo che ci siamo propo­ sti professando uno sport a misu­ ra d’uomo e a servizio di tutti.

31 SPORT/SOCIETA'

I Campionati FICEP di Tennistavo­ di Domenico Volpi lo e Judo.

Un’estate di «formazione» non è dunque solo un dovere verso l’as­ sociazione ma lo è soprattutto verso il mondo sportivo di cui vorremmo essere il sale per garan­ tirne il valore umano e sociale.

STADIUM


DOPO ITALIA '90 Paolo Valenti ne! chiudere la tra­ smissione televisiva su «i cristia­ ni, lo sport e i mondiali» pose a noi tre interlocutori la domanda: «cosa vi aspettate dai mondiali?». Risposi che mi auguravo che non si spegnessero le luci ma che i ri­ flettori a giorno fossero tolti da­ gli stadi, grandi e belli, per indi­ rizzarli fuori dagli stadi e puntarli sulla vita di tutti i giorni. Fuori dello stadio ci sono i pro­ blemi della società italiana che sotto il manto dell’opulenza na­ sconde 500.000 tossicodipenden­ ti, milioni di giovani disoccupa­ ti, la malavita organizzata, i ser­ vizi che non funzionano. Ammainate le bandiere, finiti i cortei strombettanti e frastornanti (con la benzina che si è sprecata che cosa non si poteva fare di uti­ le?), i problemi di una società ma­ lata restano, che non vogliamo vedere, perché ci danno fastidio, [nostri vecchi la domenica anda­ vano all’osteria per dimenticare i loro guai, specialmente la loro po­ vertà, e si ubriacavano. Noi andiamo allo stadio per di­ menticare anche noi i nostri guai, le nostre povertà, perché siamo poveri anche noi di dentro, però, che è peggio che non esserlo di fuori, e ci ubriachiamo di pallone. Che cosa resta di Italia 90? I più bei stadi del mondo, le vit­ torie degli azzurri che ricordere­ mo nel duemila e oltre, ma resta­ no anche i problemi che non vo­ gliamo risolvere. E tra questi anche quelli dello sport. Sì, siamo tra i più bravi nel pal­ lone, non lo siamo nello sport per tutti. Accanto agli stadi dello

sport-spettacolo non siamo capaci zione eccessiva all’esasperazione di costruire i più piccoli impianti agonistica e tecnicistica, dal ricor­ sportivi che sono i più facili e me­ so al doping e ad altre forme di no costosi da costruire e i ragazzi frode, alla violenza. Solo recupe­ rando efficacemente il suo com­ restano per strada. pito e le sue potenzialità di edu­ Perché? Perché lo «sport per tutti» non fa cazione e di socializzazione, lo notizia, non interessa ai mercan­ sport può svolgere un ruolo di si­ ti, al commercio, alla sponsoriz­ gnificativo rilievo e concorrere, zazione, alla televisione, alla per la sua parte, a sostenere le stampa, all’immagine dei politici. speranze che muovono i cuori de­ E pensare che «lo sport per tut­ gli uomini, specialmente dei gio­ ti» è lo sport della maggioranza. vani, in questo scorcio di secolo Preferiamo lo spettacolo sporti­ che si apre sul terzo Millennio cri­ vo con tutte le sue compromissio­ stiano». Alle soglie del terzo Millennio lo ni. Hanno voluto il Papa all'Olimpi­ sport è ben lontano dall’aver co il 31 maggio per inaugurare il esaurito il suo compito e le sue nuovo stadio ed anche i Mondia­ potenzialità di educazione, di so­ li, non so se hanno ascoltato at­ cializzazione e di civilizzazione. tentamente quanto il Papa ha det­ Cento anni fa nasceva il movi­ to: «occorre pertanto individua­ mento olimpico moderno, che ha re e superare i pericoli che minac­ molto contribuito al dialogo e ai ciano lo sport moderno: dalla ri­ buoni rapporti internazionali, alla cerca ossessiva del guadagno alla conoscenza e alla comprensione commercializzazione di quasi ogni tra i giovani, agli scambi e alla so­ suo aspetto, dalla spettacolarizza- lidarietà fra i popoli. Gli ideali olimpici sono ancora pienamente validi e attuali, ma il movimento olimpico deve com­ piere un rinnovato sforzo, oggi, per recuperare allo sport quei va­ lori etici, che in parte sono anda­ ti smarriti e che di quegli ideali co­ stituiscono la base e la sostanza, rischiando altrimenti di diventa­ re simboli vuoti e senza senso per gli uomini d’oggi. Saremo all’altezza di un compito così grande? Noi del CSI ci proviamo perché il pallone d’Italia 90 non sia un pallone sgonfiato. Aldo Notarlo

3


Da crisalide a farfalla

4

Negli ultimi due anni l’associazioni­ smo sociale in Italia, per vie più o meno tortuose e dirette, è riuscito a raggiungere uno sbocco nel «mare» dell’autonomo procedere. La ten­ denza che si manifesta è quella di un associazionismo che «cresce attraver­ so un moltiplicarsi irrefrenabile di iniziative di cui una parte ha ancora vita di crisalide ed è allo stato larva­ le, potenziale, ma una consistente quantità ha rotto l’involucro della sudditanza, è già divenuta “farfalla” ed ha iniziato a volare». Con questi concetti, espressi in un linguaggio un po’ fantasioso ma ef­ ficace, si apre il 3° Rapporto IREF sull’associazionismo sociale in Italia, che fa riferimento alla situazione del biennio 1988-89. Dopo la premessa incoraggiante, c’è però un avverti­ mento: per la crisalide divenuta far­ falla il futuro non si presenta facile, poiché non sembra sussistere la vo­ lontà politica di riconoscere, regola­ mentare e supportare questa nuova realtà con una legislazione appro­ priata. Ma questa, a dire il vero, non è precisamente una novità: già il 2° Rapporto (dicembre 1987) aveva in­ dividuato nella latenza di iniziative legislative l’ostacolo maggiore per il pieno sviluppo delle potenzialità del­ l’associazionismo. A fronte dell’immobilismo e delle re­ sistenze manifestate dal mondo po­ litico, che si traducono nel blocco delle diverse proposte di legge sull’as­ sociazionismo giacenti in Parlamen­ to, l’ultimo biennio ha visto alcune importanti e positive novità. Prima di analizzarle, giova ricorda­ re che l’area esplorata dall’IREF — come avvenuto per i precedenti due Rapporti — è limitata all’«associazionismo sociale», individuato come settore di organizzazioni caratteriz­ zate dall’esercizio di solidarietà, de­ mocrazia, gratuità e progettualità, con esclusione di partiti e sindacati.

Il punto sull’associazionismo sociale Occorre anche ricordare, per com­ prendere meglio il valore dei dati, che rispetto al passato è leggermente mu­ tata la metodologia adottata per la ricerca, poiché a fianco di un’inda­ gine Eurisko condotta su un campio­ ne significativo di cittadini tra i 18 e i 74 anni, si è collocata un’indagine condotta dall’IREF, tramite questio­ nario, su 260 associazioni italiane (tra cui gli Enti di promozione spor­ tiva).

UN ALTO LIVELLO DI CREDIBILITÀ Proprio l’indagine Eurisko ha evi­ denziato un fenomeno nuovo: il disa­ gio manifestato dagli intervistati nel dichiarare la propria adesione a par­ titi politici e sindacati, disagio che scompare allorché si tratta di dichia­ rare l’appartenenza ad associazioni «sociali». In tale atteggiamento — se­ condo l’IREF — bisogna cogliere il segno di uno scollamento tra opinio­ ne pubblica e organizzazioni politi­ che, queste ultime recepite come strutture ormai lontane dai problemi reali della gente. «Viceversa — con­ tinua il rapporto — l’associazionismo sociale appare in qualche modo ob­ bligato a partire dai bisogni delle per­ sone le quali mostrano di conferirgli un alto livello di credibilità: ben il 70% degli italiani ritiene che sarebbe opportuno accordare un sostegno economico alle associazioni sociali». La fiducia nei confronti delle associa-

zioni deriva dal loro saper realizzare momenti di aggregazione basati su bi­ sogni specifici e reali. Il Rapporto IREF coglie qualcosa di nuovo anche all’interno dell’associa­ zionismo, dove si manifesta più for­ te la tendenza ad una partecipazio­ ne attiva dei soci, mentre diminuisce — e in certi casi scompare — l’atteg­ giamento di collateralismo rispètto ai partiti. Quello dei tardi anni ’80 è co­ munque un’associazionismo in fase di forte trasformazione, la cui novi­ tà scaturisce, appunto, dai bisogni delle persone, bisogni ai quali esso tenta di dare autonomamente delle risposte. Aree di aggregazione e di azione del nuovo associazionismo sono, in suc­ cessione decrescente: — l’impegno per corrispondere ai bi­ sogni di «espressività» in ambito sportivo e ricreativo; — un più deciso interesse per pro­ muovere la formazione, la cultura, l’orientamento; — un richiamo verso i bisogni di re­ cupero delle emarginazioni, dei di­ versi, dei più deboli (immigrati, am­ malati, drogati, alcoolisti, anziani); — un diffuso prodigarsi per la pro­ tezione civile, i beni culturali, la tu­ tela dell’ambiente; — un crescente impegno di educazio­ ne alla pace e alla vita civile.

IL VOLONTARIATO, UN SEGNALE IMPORTANTE Punto di forza dell’associazionismo sociale continua ad essere il volon­ tariato, la cui crescita (oltre 6 milio­ ni di persone) va considerata un im­ portante segnale positivo. Questo ed altri segnali conducono il 3° Rappor­ to IREF a riconoscere all’associazio­ nismo sociale un ruolo primario per


me (a cominciare da quelle istituzio­ nali), «dove l’associazionismo possa giocare in autonomia il ruolo che gli è congeniale di sensore dei bisogni e di promotore di sviluppo, anche at­ traverso servizi». Come condizione per lo svolgimento di tale ruolo sino in fondo, l’IREF indica la creazione di una fitta rete di collegamento tra le diverse associazioni, che, senza mettere in discussione le rispettive originalità, porti ad uno scambio di esperienze ed informazioni e faccia crescere uno stile di lavoro maggior­ mente partecipativo.

L'ASSOCIAZIONISMO SPORTIVO lo sviluppo del sistema sociale: «L’associazionismo sociale — pur con tutti i suoi evidenti limiti e de­ bolezze — appare in prevalenza alla ricerca della massimizzazione del po­ tenziale umano esistente per il cam­ biamento nel senso dell’umanizzazione della vita, in un mondo che sta progressivamente scoprendo che sia­ mo sempre più legati a doppio filo. Nessuno si promuove da solo, ognu­ no deve farsi carico dei problemi dei più deboli, non solo e non tanto per umana solidarietà, ma perché ciò, al­ la fine, tende anche a coincidere con gli interessi di ciascuno». In questo contesto «si deve sottoli­ neare anche il contributo dell’asso­ ciazionismo al processo di moderniz­ zazione dei comportamenti: tra chi si associa prevale la cultura del ri­ schio, dell’intraprendenza persona­ le, in misura significativamente più alta della restante popolazione italia­ na. Non ci si associa prevalentemente per difendersi da un pericolo, ma per sviluppare un progetto, possibilmen­ te in chiave qualitativa e relazionalmentc efficace».

Tanto basta all’IREF per ritenere che nell’associazionismo di oggi si pos­ sa scorgere una tendenza nuova, una disponibilità dei più «forti» ad asso­ ciarsi ai più «deboli» per «rischiare» appunto strade nuove finalizzate ad un cambiamento reale della società che tocchi anche i suoi settori più emarginati. In sintesi estrema, la «modernità» dell’associazionismo oggi nasce dal­ la sua capacità di interpretare i biso­ gni delle persone, di rappresentarli alle istituzioni e contemporaneamen­ te di avviare le prime autonome ri­ sposte. Nel volontariato che lo sor­ regge, nel suo impegno, va vista un’acquisita disponibilità di quanti hanno già raggiunto il soddisfaci­ mento dei loro bisogni primari ad agire per promuovere lo sviluppo dei meno fortunati. Questa linea di tendenza fa presagi­ re all’IREF che possa realizzarsi in un prossimo futuro un diverso mo­ dello sociale, post-capitalistico, mag­ giormente rispettoso dei valori uma­ ni. Perché il nuovo ciclo si apra è ne­ cessaria una nuova stagione di rifor-

La seconda parte del Rapporto IREF analizza le linee di tendenza dei di­ versi settori dell’associazionismo so­ ciale, tra cui quello dell’associazio­ nismo di promozione sportiva, set­ tore che manifesta il più alto tasso di crescita tra quelli presi in esame. Al di là dei numeri, delle statistiche e del riepilogo di quanto avvenuto nel campo durante il biennio preso in esame (rapporti con il CONI e le istituzioni, mancata approvazione della legge-quadro ecc.), le conclu­ sioni specifiche dell’IREF puntano sulla necessità — per gli Enti di pro­ mozione sportiva — di giungere ad una rielaborazione dell’esperienza sin qui condotta, per prendere atto delle spinte che caratterizzano que­ sti anni e procedere ad un supera­ mento dell’attività tradizionale spor­ tiva. In altri termini, la necessità è quella di spingere sino in fondo la tendenza emergente a fare dello sport un fattore di educazione, di solida­ rietà e di impegno civile. Andrea De Pascalis

(segue a pag. 6)

5


TEMPO RITROVATO

G. Battista Gandolfo Nell’autunno scorso, appare sui quotidiani la notizia, secondo la quale monache di clausura aprono dal 1971 il convento a ragazze ester­ ne che intendono fare un 'esperien­ za di preghiera. Il fatto curioso è che varie decine di richieste non vengono accolte, perché i posti so­ no esauriti e le persone devono met­ tersi in lista d’attesa per i week-end seguenti.

6

ne popolare dell’ordine, dall’altro contribuisce alla stabilità. Non a caso, ai tempi di Innocenzo XI e in seguito, i monaci de La Chartreu­ se testimoniano che «Carthusia numquam reformata, quia numquam deformata»: la Certosa non ebbe mai bisogno di riforme, per­ ché non ha mai subito decadenze.

Al di là dei ricordi e della storia di altri tempi, oggi assistiamo al mol­ tiplicarsi di scuole di preghiera, di ritiri spirituali. Si estende addirit­ tura il numero di vocazioni religio­ se, a volte accolte, come nel caso di Lola Falana, da personaggi di pubblico dominio. Perché sempre più ampia è la domanda di spiritua­ lità da parte del mondo giovanile. Di conseguenza, più curate sono le risposte degli operatori pastorali, inneggianti a rapporti di amicizia, eseguite tramite contatti personali. S’intensificano così conferenze e di­ battiti sulla vita di preghiera, of­ frendo alla gente l’opportunità di incontrare {'Assoluto.

Il successo e il clamore dell’inizia­ tiva costringono le religiose al più rigoroso riserbo, sia per non viola­ re la privacy delle giovani donne, che per salvaguardare la quiete mi­ stica del convento. La proposta si manifesta pure come sintomo di una più larga e urgente attrattiva del giovane d’oggi verso mete di contemplazione e di preghiera, ora come non mai apprezzate. Forse, per riscoprire tanto interesse, biso­ gna risalire nel tempo fino al seco­ lo XV. Allora il crescente spirito re­ ligioso sposta verso una maggiore apertura della vita attiva l’esperien­ za esistenziale del monaco, fino a Di fatto i partecipanti si rinnova­ giungere nell’ottocento a una com­ no interiormente e cancellano le di­ patibilità fra apostolato e vita reli­ strazioni e i rumori che colpiscono giosa. Ma, per la verità, l’intensità l’agire quotidiano, calato in una so­ dell’esigenza monastica si colloca, cietà troppo consumistica. Si co­ oltre che nei primi secoli della Chie­ struisce nel contempo quel «miste­ sa, nel periodo medievale. A Clu- ro non ancora nella piena realtà», ny, per esempio, si rinnova in pie­ di cui parla S. Agostino nei Discor­ no l’atmosfera eremitica di San Be­ si, che assicura la speranza prove­ nedetto e i monaci assicurano una niente dallo Spirito. continuità di tradizione ecclesiale e una grande fioritura di uomini al­ Non per nulla la persona ritiene l’i­ la guida della Chiesa. Inoltre anche tinerario di preghiera come un cam­ i cistercensi e gli altri ordini di con­ mino di fede, aperto a un’integra­ templazione partecipano attiva­ zione religiosa tale, da inserirsi co­ mente alla vita della Chiesa. Nei me esperienza ecclesiale. Come monasteri vige una regola impron­ istanza che comunica la libertà del­ tata sul silenzio perpetuo, fatto di l’amore e della salvezza, rendendo preghiera e di lavoro, svolti in pic­ l’uomo, si scrive su di un mano­ coli chiostri, all’insegna di una for­ scritto medievale di Salisburgo, te e densa austerità. La severità da «mendicante con le mani tese e por­ un lato non permette una diffusio- tatore di innumerevoli doni».

DA CRISALIDE A FARFALLA (segue da pag. 5)

Il 3° Rapporto IREF è stato presen­ tato a Roma il 12 giugno scorso, nel corso di un miniconvegno che ha fi­ nito con l’aggiungere ulteriori ele­ menti di valutazione e di confronto a quelli già raccolti con l’indagine specifica. Gli interventi hanno com­ mentato, soprattutto, i segni di fran­ tumazione del rapporto tra sistema politico e cittadini, frantumazione che sembra aprire nuovi spazi all’as­ sociazionismo, ma che pone anche tutta l’urgenza di definire in un qua­ dro legislativo il problema del rico­ noscimento dell’associazionismo, del suo ruolo e del suo modo di rappor­ tarsi con le istituzioni . Su questi punti si è molto sofferma­ to nel suo intervento il segretario ge­ nerale del CENSIS De Rita. A suo giudizio, l’assenza di un quadro le­ gislativo fa si che il rapporto tra isti­ tuzioni e associazionismo si esauri­ sca in una concessione di contributi e privilegi, erogati con criteri assistenzialistici e discrezionali. Ciò ri­ schia di gettare l’associazionismo in preda al duplice rischio dell’assisten­ zialismo e del collateralismo. Purtroppo — ha aggiunto De Rita — il nostro sistema politico non ha an­ cora accettato fino in fondo il plu­ ralismo sancito dalla Costituzione. La democrazia è una società com­ plessa, non è solo la democrazia de­ gli individui e dei partiti. La crisi complessiva, di ruolo, dei partiti, tra­ sformatisi sempre più in macchine di occupazione del potere e strumenti di scambio, ha fatto loro perdere con­ senso. Da ciò nascono le difficoltà sempre maggiori che i partiti mani­ festano nell’affrontare organismi che godono invece di un consenso basa­ to sulla partecipazione e sulla condi­ visione di obiettivi e valori. Da tale disagio si originano gli ostacoli che impediscono di legiferare sull’asso­ ciazionismo. Il problema reale, quin­ di, non risiede nel costo dell’auspi­ cata legge-quadro sull’associazioni­ smo, ma nella definizione di un prin­ cipio di fondo, c cioè se in un Paese democratico le decisioni spettino ai partiti o piuttosto ai cittadini.

(A.D.P.)

f


ai

■■■

Luci ed ombre dell’Est A maggio ho vissuto due settimane, a Bucarest, praticamente ogni sera sulla «piata» (si pronuncia come in italiano, piazza) conoscendo a fon­ do i suoi protagonisti, e quindi se­ guendo con particolare angoscia da Roma i tragici avvenimenti del 13-15 giugno. La «piata» è quella dell’università, al confine fra città vecchia e nuova, occupata per 53 giorni da studenti e contestatori. La scena: una quinta di della «Lega degli studenti» arringa­ anonimi palazzi universitari tagliati vano la folla. Talvolta seguivano da due grandi bulevards, su un lato proiezioni video. Sempre si termina­ la torre in vetro dell’hotel Intercon- va fra i canti, accompagnati da can­ tinental, il più moderno, dove allog­ tautori e ripresi in coro dalla gente, giano giornalisti e agenzie estere. Al che intanto era affluita da varie par­ centro, una croce in legno ricorda i ti della città. primi morti della rivoluzione che ha rovesciato Ceausescu, la notte del 21 La piazza dell’università, considerata dicembre, con i ceri e i fiori della pie­ il «km. 0» di Bucarest, cioè il punto tà popolare. Su un terrapieno, verso centrale d’incontro dal quale si cal­ il teatro nazionale, la tendopoli dei colano le distanze, è diventata, dal­ digiunatoti della fame e dei movi­ la notte del 13 giugno con l’interven­ menti che li sostengono. to della polizia, gli scontri sanguino­ La «piata» era occupata dal 21 apri­ si, la caccia allo studente, il «.punto le, chiusa al traffico con improvvi­ zero» della storia della Romania con­ sate barricate che assomigliavano a temporanea. semplici transenne. Lino striscione: «Zona interdetta al neo-comunismo». Una banderuola: «Benvenuti a Golania» (in inglese) e «Golani sen­ za frontiere» (in francese). Il presidente Iliescu aveva definito gli occupanti «una banda di golani» (in romeno, vuol dire di vagabondi) e gli studenti, con il gusto allo sberleffo che li distingue, si erano subito im­ padroniti del termine. Cantando: «Meglio vagabondo che traditore meglio teppista che dittatore». Di giorno, la «piata» viveva una sua vita quasi autonoma — in superficie la composita tendopoli e i curiosi, nel sottosuolo la più ampia stazione del­ la metropolitana affollata di vendi- § tori ambulanti zingari — animandosi i man mano che si avvicinava la sera. Alle 21 si apriva il «balcone» della | facoltà di filologia dal quale i leaders <

La piccola Tien An Men di Bucarest e le prospettive nell’Europa orientale

J

I

1 i

Ma riprendiamo sul filo del ricordo e delle testimonianze. Bogdan Gradin, giornalista, 34 anni, uno dei più determinati — e seri: calcola metico­ losamente quel che può bere e quel che invece deve rifiutare, perché con­ tiene calorie — fra i digiunatoti. Ho cercato invano di trovargli le intro­ vabili (in Romania) arancie. È facile parlargli, perché sa cinque o sei lin­ gue, italiano compreso. Con la voce scandita, effetto della debolezza e anche di chi vuole enunciare verità assolute, dice: «Sono preparato a morire, questo pensiero è l’unica co­ sa che mi rende felice, sono invece di­ sperato se penso di non riuscire a fa­ re qualcosa». Invano, abbiamo cer­ cato in molti, compresa la famosa poetessa Doina Cornea, a convincer­ lo di cercare forme d’azione meno assolute. Marian Monteaunu è l’ospite più ap­ plaudito del «balcone». È anche il presidente della «Lega degli studen­ ti». Barba alla nazarena, una croce di legno sul petto. Ama le arringhe tribunizie, ma non è un estremista. Spesso il «balcone» ha rimbeccato la «tribuna» eretta sulla «piata» da due dei movimenti che appoggiano gli scioperanti della fame. Mi ha detto: «Io sono un partigiano convinto del­ la non-violenza. Per questo non par­ tecipo ai cortei che vanno davanti al­ la televisione, per evitare provocazio­ ni e scontri». Discorso profetico. Alla fine di mag­ gio, la lega degli studenti aveva de­ ciso di ritirarsi dalla occupazione del­ la «pia(a» e attuare «forme più po­ litiche di lotta». Il Governo sembra­ va propenso al dialogo. Ero partito da Bucarest rassicurato. Invece, ap­ pena tornato a Roma, le immagini drammatiche della televisione. L’im-

Valerio Ochetto (segue a pag. 8)

7


LUCI ED OMBRE DELL’EST (segue da pag. 7)

magine di Marian riverso su un let­ tino d’ospedale, le gambe e un brac­ cio spezzati dai bastoni dei minato­ ri, che si torce nel dolore. Quale le­ zione si può trarre dai luttuosi fatti romeni, quale giudizio sulla «transi­ zione alla democrazia» dei Paesi del­ l’est? È trascorso l’arco di un anno dalle elezioni polacche (giugno 1989) che segnarono la vittoria di «Solidarnosc», e si è conclusa la «maratona elettorale» che ha portato alle urne le popolazioni di tutti i Paesi dell’est già a regime comunista. La caduta del mito e della ideologia ha lasciato un vuoto nelle coscienze, da qui la ri­ cerca di valori più genuini e la risco­ perta dei valori religiosi. Anche per­ ché quasi ovunque le chiese, e in par­ ticolare la Chiesa cattolica, sono sta­ te nei lunghi decenni del totalitari­ smo l’unico spazio, la sola riserva la­ sciata alla persona. Questa rinascita di valori spirituali e religiosi è un elemento comune a tutti i Paesi dell’est, però la sua ricaduta sul piano politico — che va tenuto di­ stinto — è diversa da paese a paese. Vittoria di movimenti atipici di ispi­ razione cristiana in Polonia (con «Solidarnosc») e in Ungheria (col «Forum Democratico»), vittoria del­ la D.C. in Germania-Orientale, so­ prattutto per l’influenza indotta eser­ citata dal governo a direzione demo­ cristiana di Bonn. In Cecoslovacchia ha vinto invece il «Forum Civico», che più di tutti presenta la forma-

Una madre al «cimitero degli eroi». In basso: la «piata» liberata dai minatori.

movimento (volutamente contrappo­ sta alla rigidezza dei partiti) dove coabitano ex-comunisti e liberali, lai­ ci e cristiani. Gli ex-comunisti (diven­ tati «socialisti» per segnare la rottu­ ra col passato, ma ancora legati alla «nomenklatura», cioè alla classe burocratico-amministrativa) vincono soltanto in Bulgaria. In Romania il discorso è più com­ plesso: studenti e intellettuali accu­ sano il «Fronte di Salvezza Naziona­ le» di lon Iliescu di essere un movi­ mento neo-comunista: senza negare i suoi legami con la «nomenklatura» a me pare si tratti di un movimento composito, che se dovrei definire per analogia, direi piuttosto di tipo

popolista-gollista. D’altra parte lon Iliescu è un politico troppo abile per attardarsi su posizioni nostalgiche. In una conferenza-stampa, alla quale partecipava, ha detto: «La rottura col comuniSmo non è una scelta per­ sonale, ma un processo storico che in Romania si è prodotto nella for­ ma più rivoluzionaria... È impossi­ bile tornare indietro: sarebbe un sui­ cidio politico». I limiti del «Fronte» sono di voler condurre una «transizione alla de­ mocrazia» guidata e controllata dal­ l’alto, quando la parte più attiva del­ la popolazione, come intellettuali e studenti, vuole arrivare al più presto a forme piene di democrazia. I due anni che stanno a fronte dei Paesi dell’est e dei nuovi governi so­ no segnati da due scadenze decisive: preparare le nuove costituzioni, fon­ damento dello stato democratico, iniziare il passaggio da una economia rigidamente pianificata a una econo­ mia di mercato. Obbiettivi tanto im­ pegnativi richiedono larghe coalizio­ ni per ottenere un consenso genera­ lizzato. Altrimenti c’è il rischio di spaccature verticali e di pericolosi scontri. • In Romania, dove la caduta del re­ gime è avvenuta in forme violente, facendo eccezione all’esemplare iti­ nerario di transizione non-violenta degli altri Paesi, il rischio è addirit­ tura quello di una guerra civile co­ me orizzonte permanente del quoti­ diano. A meno che la forza del dia­ logo non riesca anche qui ad impor­ si, nonostante i tragici avvenimenti di giugno della «piafa», e a colmare i margini di una polarizzazione poli­ tica troppo drastica e troppo assolu­ ta. In più, governi e opinione pubblica dei Paesi dell’est devono garantire le autonomie nazionali ed esorcizzare un altro pericoloso demone, quello dei nazionalismi, che sta riattizzan­ dosi in molteplici focolai. Sono sicuro che presto ritornerò a Bucarest e incontrerò di nuovo Ma­ rian Monteaunu, l’«amico Marian», se così posso esprimermi. Sono sicu­ ro che presto la sua voce tribunizia tornerà a riempire le notti di Bu­ carest.

(V.O.)

f

r


A futura memoria Tali e tanti sono stati i commenti, sportivi, politici, sociologici, lettera­ ri, filosofici, alla «cosiddetta» avven­ tura dei Mondiali di Calcio, che ag­ giungere altre parole può sembrare inutile se non ridicolo. Forse vale soltanto la pena di pren­ dere nota di alcune grandi e piccole contraddizioni, che ci hanno tutti coinvolti in questo mese ardente (e in questi ultimi due anni di grancas­ sa pubblicitaria), con il rischio di to­ glierci il gusto dell’evento stesso, e persino la capacità di goderlo, non fosse altro che come spettacolo. A conti fatti questo «mondiale» del calcio mediocre, giocato più a suon d’interviste che a suon di gol, è sta­ to soprattutto un festival di parole e d’immagini parallele allo stesso gio­ co del calcio: un festival un po’ arti­ ficiale, e un po’ banale, che non è riuscito a diventare «festa» come avrebbe potuto, nonostante tutto. Ingrediente linguistico principale di questo «festival» è stato innanzitutto

L’ENFASI delle previsioni. Gli stessi giornalisti che un anno fa hanno fat­ to credere che i «mondiali» avrebbe­ ro fatto accorrere in Italia otto mi­ lioni di turisti, si stracciano ora le ve­ sti perché i turisti non sono venuti. Eppure era facile capire che quegli otto milioni erano una montatura propagandistica: del resto lo sapeva­ no tutti, ma... guai a dirlo! L’ENFASI era di rigore, perché al­ trimenti non sarebbero arrivati gli stanziamenti necessari per rifare gli impianti, le strade, e così via... E così dunque il «mondiale», nato sotto il segno dell’ENFASl, sull’esa­ gerazione retorica, ha dovuto essere vissuto in questa chiave di «euforia artificiale», cui pochi hanno saputo sottrarsi e quei pochi sono stati bol­ lati di «nemici della patria», di intel­ lettuali sdegnosi dell’anima popola­ re... E proprio l’ENFASl propagan­ distica ha impedito di capire chi era

veramente contro il gioco del calcio e chi invece aveva solo capito che sul­ la strada dell’ENFASl e dell’esage­ razione si perdeva non solo il signi­ ficato dello sport, ma anche quello dello stesso spettacolo che si tende­ va a costruire...

L’APPROSSIMAZIONE, figlia del­ l’ENFASl retorica, con cui in questi mesi, e soprattutto nelle ultime set­ timane, si è parlato dei «mondiali», delle partite, dei giocatori, del pub­ blico, di tutto. Un’approssimazione che ha raggiunto vertici sublimi, nelle cronache e soprattutto nei commen­ ti, tecnici e di colore, che si sono ri­ petuti, scontrati, sovrapposti per un mese sulle reti televisive, radiofoni­ che, sulle pagine e pagine dei giorna­ li, riviste, settimanali. Un’approssi­ mazione che ha deprezzato non solo i valori sportivi, che pure ci sono sta­ ti, ma persino i valori pubblicitari: il «tutto mondiale», dalle scarpe ai pannolini, dai vini alle merendine, ha vanificato in una nube confusa di messaggi e di banalità la possibile ef­ ficacia dell’evento non solo nella

1

promozione sportiva, ma persino nella semplice, onesta e plausibile utilizzazione spettacolare dell’avve­ nimento. L’abbassamento pauroso del livello culturale raggiunto dal giornalismo sportivo in quei giorni, è il frutto di questa APPROSSIMAZIONE co­ niugata con l’ENFASl. Quanti bra­ vi giornalisti coinvolti in questa epi­ ca stagione d’informazione a tutti i costi, su un evento tutto sommato modesto come i «campionati di cal­ cio», dovranno vergognarsi di se stessi rileggendosi o riascoltandosi, a causa delle banalità cui sono stati co­ stretti nella foga d’inventare infor­ mazioni sempre più piccanti, com­ menti sempre più esaltanti, quanto più le partite si svolgevano nella noia, nel risparmio di energie, nei gioco degli arbitri più che dei calcia­ tori... E per fortuna che c’è stato il «CAMERUN» a smuovere le acque e poi SCHILLACI a rinverdire un po’ di sociologismo giornalistico... LO SPRECO. Un «mondiale» di cui l’ENFASl propagandistica e l’APPROSSIMAZ1ONE informativa, non potevano non generare un gran­ de SPRECO: e non parliamo qui del­ lo SPRECO di risorse economiche, legate alle «opere» per i mondiali e di cui varrà la pena di riparlare in altre sedi; ma dello SPRECO di energie umane per costruire un evento stori­ co dove invece c’era spazio soltanto per un evento sportivo, o al massimo per uno spettacolo televisivo. Questo «mondiale» ci lascia l’im­ pressione di un investimento econo­ mico e morale molto più alto del ri­ sultato. E non perché l’Italia non è andata in finale, o perché i turisti im­ maginati e immaginari non sono ve­ nuti, ma perché il contorno, il busiE.G.

(segue a pag. 11)

9


I domini del calcio

10

Accade a volte che i grandi artisti, giunti all’apice della loro stagione creativa, indugino a ripercorrere i sentieri della memoria, frugando nei suoi angoli più sperduti per scovarvi il senso del loro divenire. Questo viaggio a ritroso, quando l’artista ha stoffa, quando si chiama, ad esem­ pio, Marcel Proust o Marguerite Yourcenar, può regalarci sensazioni profonde. Anche il football in fondo è un’ar­ te, che si esprime nelle geniali piroet­ te del fuoriclasse capace di asservire il pallone in mirabili traiettorie. For­ se per questo labile motivo il foot­ ball, giunto al culmine del successo in Italia ’90, ha desiderato e realiz­ zato un proprio personale Amar­ cord, una grande mostra su «I domi­ ni del calcio: memoria, cultura, co­ municazione». Vediamola, allora, la mostra. Dove comincia il viaggio? Forse comincia lì dove un grande pannello propone un contributo scritto per l’occasione da Desmond Morris, l’antropologo che ha firmato l’ormai celebre La tri­ bù del calcio. In La palla magica Morris ricorda al visitatore le valen­ ze del calcio come rito, interpreta la fascinazione ludica che la palla ha sempre esercitato sull’uomo, il deli­ rio cui talvolta lo spinge. Ma come in un labirinto dalle molte porte, che possono essere contempo­ raneamente entrate o uscite, secon­ do il percorso che si sceglie, ai do­ mìni del calcio si può anche accede­ re attraverso una scarna cronaca che riporta: «Henry, figlio di William di Ellington, mentre giocava a palla con David Keu e molti altri, corse verso David e ricevette una ferita acciden­ tale dal coltello di David, per la quale mori il venerdì successivo...». Il tra­ gico incidente, avvenuto casualmente per la troppa foga con cui i due gio­ catori «correvano entrambi verso la palla», avvenne nell’Anno Domini

ITI i- - - Jll

R. z. da* •

1280, a Ulgham, in Inghilterra. Già in quei tempi le partite avvenivano di domenica, e il lunedi poteva capi­ tare — come accadde il 25 marzo 1303 a Oxford — di trovare sul bor­ do della strada un giocatore assassi­ nato dai suoi avversari. Quando è nato il calcio? L’enigma non trova soluzioni. Con la palla, ispirandosi a regole incerte e diffe­ renti, giocavano gli antichi Greci, i legionari di Roma, i Cinesi di 2.000 anni fa. Ed è davvero strana la sto­ ria di questo oggetto rotondo che «gioca» con l’uomo, capace di ispi­ rare le idee più diverse. Negli «sferi­ steri» delle città azteche una palla di caucciù era la protagonista delle ac­ cese partite di tlachtli, gioco che per essere preso troppo sul serio finì col trasformarsi in un rito religioso cruento, che prevedeva il sacrificio della vita dei giocatori. Nell’antico Giappone, invece, la «gente bene» giocava il Kemari, che probabilmen­ te aveva anche una funzione di me­ ditazione religiosa, così come avve­ niva per il tiro con l’arco. Possiamo scegliere ancora un’altra

•

J.

porta per entrare nei domini del cal­ cio: la collezione dell’antiquario in­ glese Harry Langton, composta da molte centinaia di oggetti, documen­ ti, opere d’arte che testimoniano l’e­ voluzione del football. Una selezio­ ne della raccolta di Langton è espo­ sta nella mostra romana. Ed ecco nelle vetrine palloni grandi come co­ comeri, divise di club sullo stile di «vestivamo alla marinara», scarponcini da gioco che ricordano piutto­ sto gli «stivaletti cinesi» usati un tem­ po come strumenti di tortura, parastinchi di cuoio imbottito, un'elegan­ te fiasca in pelle adoperata sul finire dell’800 per ristorare i giocatori. E ancora, decine di stampe, quadri, di­ segni di tutte le epoche e di tutti i Paesi. Scopriamo, ripercorrendo i sentieri della memoria, che in Italia il calcio si giocava nella Toscana rinascimen­ tale, ma anche nella Ferrara degli Estensi e nella Venezia dei Dogi, do­ ve era un passatempo «al quale non giocavano se non li Gentil Huomeni». Una stampa veneta della metà del XVIII secolo ci tramanda in ver-


A FUTURA MEMORIA (segue da pag. 9)

si i nomi dei Maradona di allora: «Marinon, Fabris, Bombardili, Sar­ tori / famosi e prodi al gioco del pal­ lóne / danno di loro nel Marzial ago­ ne / grato diletto a tanti spettatori». In un codice veneto dello stesso pe­ riodo è lui, il protagonista, il pallo­ ne, che descrive se stesso con un in­ dovinello in versi. «Di picciol mon­ do io tengo la figura / ed ho la fac­ cia di animai che è morto / all’uom servo per spasso e per diporto / col vento in me la vita si assicura...» ini­ zia a recitare la palla alludendo alla sua forma sferica e alla sua elemen­ tare natura di attrezzo di pelle rigon­ fio d’aria. Poesia, letteratura, cinema: queste arti hanno dato il loro contributo al football, con esiti diversi che la mo­ stra tenta di analizzare. Ci sono le poesie di Umberto Saba, di Luciano Erba e di Alfonso Gatto; c’è uno scritto di Pasolini sul calcio come «linguaggio di poeti e prosatori». Su­ gli schermi dei monitor piazzati nel­ le sale, intanto, scorre un videotape che illustra l’incontro del cinema con il calcio, un collage di immagini trat­ te da film come Gli eroi della dome­ nica (1952) di Mario Camerini e Fu­ ga per la vittoria di John Huston. Sul tema è molto illuminante un saggio di Ettore Zocaro pubblicato sul ca­ talogo de «I domìni del calcio». Zo­ caro parla di un incontro mancato, perché difficilmente il cinema d’au­ tore si è occupato del calcio, e quan­ do lo ha fatto i suoi esiti migliori so­ no rimasti ignoti al grande pubblico: così è successo per Due tempi all’in­ ferno dell’ungherese Zoltan Fabri o per Pallone di stracci dell’argentino Torre Rios. Eppure il football offre ancora ine­ diti spazi alla riflessione e quindi al­ l’ispirazione. Valga un esempio per tutti: il saggio Gli stadi dell’inquie­ tudine, pubblicato sul catalogo del­ la mostra, nel quale si analizza la funzione dello stadio come spazio di rappresentazione simbolica dei con­ flitti; non solo dei conflitti sportivi, ma anche di quelli politici. La casi­ stica è significativa: nello stadio di Norimberga, appositamente costrui­ to, nel 1934 il Partito Nazista con­ voca il suo congresso; nello stadio di Santiago del Cile, nel 1973, il ditta­ tore Pinochct fa rinchiudere i prigio­ nieri politici; nello stadio di Los An­ geles, nel 1984, si celebra la sagra del reaganismo trionfante.

ness, la chiacchiera, le bandiere al vento, hanno preso il sopravvento sul fatto in sé, delle partite che si gio­ cavano e che Forse si sarebbero gio­ cate meglio e sarebbero state viste meglio, anche senza il castello fan­ tastico di finalizzazioni improprie, di sponsorizzazioni incredibili, di inter­ pretazioni deliranti. Come quella de­ gli ultimi giorni, in cui, non sapen­ do più cosa raccontare e per rifarsi del bruciore della sconfitta italiana, si è aperta autorevolmente la questio­ ne del tifo calcistico come nuova for­ ma di patriottismo. Dove lo SPRECO è duplice: perché si spreca il semplice interesse della gente per uno spettacolo sportivo (del resto imposto con i potenti mezzi della tecnologia audiovisiva) per ac­ creditare un improbabile patriotti­ smo: e perché si spreca il termine di patriottismo per coprire le ragioni di uno spettacolo molto ricco, ma non granché spiritoso e divertente, come appunto è stato questo «mondiale ’90» per il quale, peraltro, tutti ab­ biamo almeno una volta palpitato.

E alla fine, così, la mostra rivela che i domìni del calcio sono ampi e che la memoria non basta a percorrerli tutti. Occorre di più, occorre il desi­ derio di capire nei suoi tanti risvolti un fenomeno in rapida evoluzione, destinato a divenire, come scrive Desmond Morris, «il simbolo più im­ portante di competizione amichevo­ le tra i Paesi del mondo, anche più di quanto non sia ora, sebbene ciò sembri quasi impossibile...». Ma, nella gente, questo desiderio di capire non sembra si sia ancora realizzato. A Roma, durante la Coppa del Mon­ do, ogni settimana si contavano a decine di migliaia i tifosi disposti a farsi sottrarre dai bagarini una banconota da 100.000 per ottenere un ingresso ai «popolari» del nuovo Olimpico. Alla Mostra «I domini del calcio», prezzo d’ingresso 6.000 li­ re, sono andati solo in poche centi­ naia.

Andrea De Pascalis

A FUTURA MEMORIA. ENFASI, APPROSSIMAZIONE e SPRECO, ecco tre ingredienti inquinanti di que­ sta kermesse italiana del calcio, cui ci dicono, ancora con l’approssima­ zione più plateale, hanno assistito trenta miliardi di spettatori televisi­ vi (non esiste infatti alcun metro per numerare gli ascolti effettivi a livel­ lo mondiale, se non il criterio del nu­ mero di televisori esistenti e dunque gli spettatori... potenziali). Naturalmente il «mondiale», nono­ stante i suoi limiti tecnici, è stato per ciascuno qualcosa di più: emozione, divertimento, chiasso, risate, ango­ sce, discussioni: un diversivo per molti alla vita quotidiana. Tuttavia forse da questa favola un po’ vera e un po’ fasulla una morale si può tirare: un futuro «mondiale» potrebbe essere fatto con meno en­ fasi e più DISCREZIONE, con me­ no approssimazione e più RISPET­ TO DELLE PROPORZIONI, con meno spreco di energie disperse e più IMPEGNO a costruire non un fac­ simile di una guerra, e nemmeno una specie di «apocalisse» planetaria, ma semplicemente una «grande festa» popolare. E.G.

11


■MHi

Tiro con l’arco Da sport d’élite a disciplina per tut­ ti, da pratica per adulti ad agonismo per i più giovani. Le trasformazioni del tiro con l’arco vengono così giu­ dicate dal presidente federale, Gino Mattielli: «È una disciplina per tut­ ti, ormai, è vero. Ma d’élite non Io siamo mai stati. Almeno se intendia­ mo una classe sociale privilegiata. L’élite è semmai mentale perché l’ar­ co richiede una preparazione psico­ fisica che non tutti riescono a otte­ nere. Non potrà mai essere uno sport di massa ma i giovani sono sempre di più. A nove anni già si avvicina­ no al tiro con l’arco, a settanta an­ cora non smettono. In questo siamo unici». L’età media si è comunque notevol­ mente abbassata. Se qualche anno fa il top si raggiungeva intorno ai 35-45 anni, oggi un campione di buon li­ vello si aggira sui 20-25 anni. Corea, Svezia e Stati Uniti hanno rappresen­ tato quest’inversione di tendenza pri­ ma di tutti. La spiegazione di Giancarlo Casora­ ti, già arciere e oggi storico del tiro con l’arco è esauriente: «L’arco ri-

Uno sport, davvero per tutti? chiede l’assimilazione di un grosso bagaglio tecnico e quindi può essere appreso in modo perfetto solo in età molto giovane. La strada da percor­ rere è quella dei giovanissimi. Un ra­ gazzo dotato di talento naturale che abbia avuto la possibilità di impara­ re a tirare secondo tutti i crismi a dodici-tredici anni, quando raggiun­ ge a diciotto anni la maturità fisica e mentale diventa un Maradona del­ l’arco. 1 primi a capire l’importanza dell’e­ tà nell’arco sono stati gli statuniten­ si che hanno introdotto questa disci­ plina nei college. Negli anni settanta noi andavamo ai mondiali con i cin­ quantenni che avevano visto un ar­ co per la prima volta a 35 anni e lo­ ro vincevano con i più giovani».

Al di là dei fattori agonistici di ver­ tice, è bene sottolineare che la pecu­ liarità del tiro con l’arco è quella di fare poche distinzioni in base al ses­ so e all’età dei partecipanti. L’imma­ gine più frequente di questa discipli­ na è l’insieme dei concorrenti sulla linea di tiro. Si va dai quarantenni con pancetta, ai giovanissimi, a ra­ gazzine e signore distinte, gli uni ac­ canto agli altri. Ci sono anche i di­ sabili e questo arricchisce il valore di questo sport. Il tiro con l’arco è l’u­ nica disciplina nella quale disabili e non gareggiano insieme per una stes­ sa classifica. E i risultati spesse vol­ te hanno dato ragione agli arcieri in carrozzina. Si ricorda sempre la vit­ toria di Neiroli Fairhall, paraplegi­ ca neozelandese a un’edizione dei Giochi del Commonwealth. In Italia abbiamo l’esempio di Luciano Ma­ lovini, secondo ai campionati italia­ ni 1989 e convocato per la nazionale della Fitarco. Non potrà mai essere uno sport di massa, afferma il presidente Mattielli ma in effetti i praticanti sono in au­ mento. Da novemila a quindicimila in quattro anni, 450 Società sporti­ ve sparse ovunque sul territorio na­ zionale. Molto si deve a una politica promozionale, come nelle migliori famiglie sportive, ma anche a una ra­ gione... turistica. Il tiro con l’arco è d’uso nei villaggi vacanze, nelle ter­ re esotiche e nelle isole sperdute dell’Oceano Indiano dove non si riesce più a distinguere tra sogno e realtà. In quelle terre incontaminate, non manca mai un campo di tiro con l’ar­ co, di dimensioni ridotte, con tanto di istruttore e sedute quotidiane. 11 tutto per una gara finale che assume i toni di simpatica sfida tra i clienti del villaggio, per aggiudicarsi il tito­ lo di campione dell’isola. 1 villaggi vacanze funzionano meglio dei cen­ tri di avviamento e molti proseguo­ no a praticare l’arco anche per rima-


trezzatura. Negli stessi Giochi della Gioventù qualcuno ha sottolineato un privilegio per chi ha la possibilità di utilizzare archi migliori perché più costosi. Un premio quindi per i più ricchi oltre che per i più bravi. Que­ sto può scoraggiare i bambini e ra­ gazzi con meno possibilità economi­ che, costretti, non essendo competi­ tivi, ad abbandonare l’attività speci­ fica, con il rischio di perdere talenti e praticanti.

nere in qualche modo legati al ricor­ do dei giorni vissuti ai Tropici o alle Maldive. Chi pratica il tiro con l’arco deve es­ sere ben consapevole di trovarsi con un attrezzo che può diventare peri­ coloso se usato in modo errato. Le avvertenze segnalate in tutte le gui­ de, oltre alla norma principale di non prendere per bersaglio qualcosa di diverso dai paglioni, obbligano a di­ sporre un’area completamente sgom­ bra di almeno 50 m dietro il bersa­ glio. Nell’impossibilità di reperire spazi così ampi si può ovviare innal­ zando una rete protettiva come fermafrecce. Un’altra avvertenza ricor­ da di non scoccare mai una freccia per il solo piacere di vedere fin dove arriva. Nella maggior parte dei casi è impossibile vederlo, dato che la freccia può arrivare anche a 300 me­ tri di distanza. In questi casi si parla di «freccia cieca» perché non si sa dove può concludersi la traiettoria. Di incidenti però non si ha traccia, nonostante sia una disciplina che prevede specialità più statiche insie­ me a quelle di movimento. Il tiro con l’arco si divide infatti in tiro alla tar­ ga all’aperto, tiro indoor, hunter e field e biathlon o come è stato pro­ priamente denominalo ultimamente ski-arc. Il tiro alla targa è l’unica competizio­ ne olimpica. La gara FITA è quella classica: si svolge su quattro distan­ ze, 90, 70, 50 e 30 metri ad ognuna delle quali si tirano 36 frecce. Dal 1985 è in vigore il Gran Fita Round, una gara ad eliminazione ritenuta più spettacolare per esigenze televisive c per l’attenzione del pubblico. L'indoorr si svolge nei palazzetti e nelle palestre con bersagli posti a 18 c 25 metri. L’hunter c field viene organiz­ zato nelle aree di campagna e lo skiarc prevede un percorso con gli sci,

con bersagli sistemati lungo il trac­ ciato.

Gli archi, prima formati da una se­ zione di legno di tasso a curvatura con una semplice impugnatura cen­ trale (long bows), sono oggi compo­ sti a doppia curvatura in materiali di legno d’acero, fibra di vetro e leghe al magnesio. L’ultimo ritrovato è il compound, ossia la meccanica appli­ cata all’arco, con delle carrucole ec­ centriche per aumentare in pratica la velocità delle frecce. Il compound comunque non è ancora ammesso in sede olimpica, pur trovando sempre più estimatori tra gli arcieri. Le frecce sono di alluminio con im­ pennatura in materiale plastico. Gli archi sono acquisibili a vari co­ sti: si va dalle 150-200 mila lire agli oltre due milioni di lire per le alte prestazioni. Come si può intuire la scelta dell’arco è determinante per ottenere buoni risultati. Anche nei giovani (suddivisi in giovanissimi, ra­ gazzi, allievi e juniores dai 9 ai 18 an­ ni) c’è una selezione in base all’at-

Per quanto riguarda i campioni no­ strani, due possono essere citati co­ me gli arcieri più rappresentativi: Giancarlo Ferrari, ancora in attività e Sante Spigarelli. Tra i due, negli anni settanta, ci fu un vera rivalità. Spigarelli nel 1976 fu il secondo ar­ ciere al mondo a superare il muro dei 1300 punti nella gara FITA. Giancar­ lo Ferrari ha ottenuto due medaglie di bronzo olimpiche, nel ’76 a Mon­ treal e nel 1980 a Mosca. Ha parte­ cipato a cinque olimpiadi e vuole puntare alla sesta, in occasione di Barcellona nel 1992. Tre le donne, campionesse storiche, si segnala Franca Biasioli, detentrice dei titoli italiani FITA e indoor dal 1975 al 1980. Il cruccio del tiro con l’arco è quello di non aver mai raggiunto l’oro ai mondiali, agli europei e tantomeno alle olimpiadi nel tiro alla targa. Nel tiro di campagna siamo invece cam­ pionissimi per aver trionfato nel 1988, ai mondiali di San Genesio con gli ori di Giuseppina Meini, Michele Oneto, Andreas Lorenz, Andrea Pa­ renti, Mariangela Buffa. Per una disciplina che conta sul cin­ quanta per cento degli impianti di cui avrebbe bisogno, probabilmente an­ che Barcellona, nel 1992 sarà out per quanto riguarda la medaglia d’oro. Però due record la FITARCO po­ trebbe ottenere in quell’occasione. La presenza di Giancarlo Ferrari, primo italiano a gareggiare in sei olimpiadi e di Luciano Malovini, pri­ mo atleta in carrozzina italiano ai Giochi Olimpici tradizionali. Un doppio primato di gran lunga supe­ riore alla conquista di una medaglia, seppure d’oro.

Giampiero Spirito

13


HH

Impianti d’Italia Il 28 giugno scorso, a Roma, sono stati presentati i primi risultati del censimento CON1-ISTAT degli im­ pianti sportivi effettuati nel 1989. Per quanto i dati siano ancora da considerare provvisori, essi consen­ tono già di delineare un quadro di massima dell’attuale impiantistica italiana.

Lo sviluppo dell'ultimo decennio

14

Gli impianti elementari censiti nel 1989 sono stati 118.712, più del dop­ pio rispetto ai 45.494 del censimen­ to 1979. L’ordine di grandezza del­ l’incremento avvenuto nell’ultimo decennio è fornito anche dal rappor­ to degli impianti rispetto a gruppi di 100.000 abitanti: se nel 1979 c’era­ no 80,5 impianti ogni 100.000 abi­ tanti, oggi ce ne sono 209,9. Confrontando questi dati con quelli di altri Paesi europei, si deduce che la nostra situazione ormai non è tra le peggiori: in Austria ci sono 116 im­ pianti ogni 100.00 abitanti, in Fran­ cia 170, in Germania federale 248, in Finlandia 457. La nota dolente nasce dagli squilibri tuttora esistenti tra Nord, Centro e Mezzogiorno d’Italia. Nel Nord si colloca il 61% degli impianti (72.200), nel Centro circa il 19% (22.351 ), nel Sud e nelle Isole il 20% (24.161). Questi squilibri rimangono gravi an­ che al momento di fare il solito con­ fronto tra il numero di impianti e gruppi di 100.000 abitanti. Scopria­ mo infatti che la zona più fortunata è l’Italia nord-orientale con 291 im­ pianti per 100.000 abitanti. Nell’Ita­ lia nord-occidentale ve ne sono 274, nell’Italia centrale 207, mentre nel­ l’Italia meridionale e insulare ne ri­ sultano appena, rispettivamente, 125 e 110.

E adesso che abbiamo rifatto i grandi stadi?

Penalizzate le grandi città Un capitolo della ricerca CONIISTAT esamina la situazione nelle grandi città. Le sue cifre ci confer­ mano che la qualità della vita nei centri metropolitani è più bassa ri­ spetto a quella di cui si può fruire nei medi e piccoli centri. Per quanto ri­ guarda gli impianti sportivi, infatti, nei Comuni con una popolazione su­ periore alle 500.000 unità si hanno 132 impianti per ogni 100.000 abitan­ ti (siamo agli stessi bassi livelli del­ l’Italia meridionale e insulare), men­ tre — come sappiamo — la media nazionale è di 210 impianti.

Quali impianti Se andiamo ad analizzare di che ti­ po siano questi impianti di cui co­ minciamo ad essere ricchi, troviamo che le più diffuse sono le palestre (16.251 impianti), seguite dai campi di calcio (14.047), dai campi da ten­ nis (8.040), dalle piscine (2.540) e dalle piste di atletica leggera (1.134). Sono cifre che, secondo noi, dovreb­ bero ridimensionare eventuali eufo­ rie: tra palestre usate esclusivamen­ te dalle scuole e campi di calcio usa­ ti esclusivamente dalle squadre citta­ dine, ciò che rimane a disposizione dell’utenza subisce un buon taglio. Gli squilibri Nord-Sud si riflettono anche nella tipologia degli impianti. Se il divario è relativo nel settore degli impianti più semplici (palestre e campi

da bocce, ad esempio) esso si fa pesan­ te nel settore degli impianti più «sofi­ sticati»: ad esempio, una piscina del­ l’Italia nord-orientale serve potenzial­ mente 15.600persone, mentre un ana­ logo impianto dell’Italia meridionale serve circa 90.000 persone. Oltre la metà degli impianti è compo­ sta da un unico spazio (una singola palestra, una singola piscina ecc.), con carenza, quindi, di impianti poli­ funzionali. Questa «polverizzazione» delle strutture innalza i costi di ge­ stione. Altri dati fanno sorgere dubbi sulla ef­ fettiva funzionalità degli impianti o sulla loro modernità. Meno della me­ tà è omologata per l’attività federale, solo un terzo è al coperto, solo i due terzi godono dei servizi di supporto (spogliatoi, servizi igienici ecc.).

Proprietà e gestione Dei 118.712 impianti elementari cen­ siti, il 56,6% è di proprietà pubblica e il 38,7% di proprietà privata. La metà degli impianti appartiene ai Comuni. Il rapporto pubblico-privato muta secondo la tipologia degli impianti. Quelli più costosi — ad esempio le piscine e le piste invernali — sono prevalentemente di proprietà priva­ ta, mentre le palestre sono prevalen­ temente di proprietà pubblica. Solo il 36,7% delle strutture è gesti­ to direttamente da soggetti pubblici, mentre circa il 60% è gestito da sog­ getti privati. La percentuale della ge­ stione privata sale ulteriormente nel settore degli impianti più sofisticati, come appunto piscine e piste da sci. Tutti questi, come abbiamo già accen­ nato, sono dati preliminari. I risulta­ ti definitivi e completi del censimento dovrebbero essere disponibili nei prossimi mesi, consentendo un’anali­ si più approfondita della situazione. A.D.P.


STADIUM/SOCIETA di Angelo Bertoni

Il prossimo Sinodo dei vescovi, a ottobre, affronterà un problema delicato e concreto: la formazione dei sacerdoti, oggi. Potrebbe sem­ brare che riguardi soltanto preti e vescovi, tantopiù che al Sinodo non è prevista nessuna significativa pre­ senza laicale (ed era stata assai li­ mitata persino quando si parlò dei laici...), eppure la formazione dei preti interessa molto i laici. È im­ mensamente diverso, infatti, avera che fare con sacerdoti saggi ed esperti, equilibrati, ricchi di fede vera e profonda; oppure il trovarsi dinnanzi persone complessate, in­ certe, preoccupate più delle appa­ renze che della realtà, più dell’atti­ vismo che della educazione delle coscienze. Diceva recentemente un autorevole vescovo italiano: «biso­ gna che ci ricordiamo sempre, noi vescovi e preti, che educare i laici alla fede non significa costruire del­ le persone obbedienti e quasi dipen­ denti dalla Gerarchia, ma vuol di­ re invece aiutare queste persone ad incontrare liberamente Gesù Cristo e ad essere a Lui, a Lui solo, fe­ deli». Dunque come laici avremmo certa­ mente molte richieste da fare, molte esperienze da portare, critiche e proposte, speriamo che ce ne sia l’occasione. Ma certamente i laici non hanno solo la legittima attesa di trovarsi dinnanzi dei sacerdoti che siano dei bravi educatori. An­ cora prima i laici possono e debbo­ no contribuire concretamente alla educazione dei sacerdoti. Non è certamente una novità. Basti pen­ sare alle mamme, e ai papà, che so­ no stati i primi e principali educa­ tori dei loro figli prima che entras­ sero in seminario; e che poi li han­ no accompagnati con l’esempio e non raramente col consiglio. Cer­ to tra le molte cose che si potreb­ bero suggerire c’è quella di valoriz­

PRETI OGGI zare di più la presenza dei laici an­ che nei seminari e in genere nei luo­ ghi di formazione dei preti; ma an­ che qui non si tratta di novità, es­ sendo già in atto sperimentazioni in tal senso. Anche i religiosi, anche i monaci, affermano che la presenza, anche se temporanea, di laici nelle loro comunità o accanto ad esse, porta un notevole contributo alla matu­ razione non solo umana, ma anche religiosa soprattutto dei più giova­ ni. Del resto se è vero che lo Spiri­ to santo ha distribuito con larghez­ za e varietà i suoi carismi fra tutti i fedeli, è evidente che ciascuno, in­ dipendentemente dal fatto di esse­ re laico o prete, può trarre vantag­ gio dall’esempio, dall’insegnamen­ to, dal dialogo e dalla collaborazio­ ne degli altri. Dunque l’educazio­ ne dei preti, la loro «formazione» dipende molto dai laici e non solo nell’età caratteristica della forma­ zione, nella famiglia o in semina­ rio, ma anche dopo. Quando il gio­ vane prete ha i suoi primi incarichi pastorali è importantissimo che si trovi accanto, in parrocchia o nel­ le associazioni cattoliche, dei laici (e laiche) maturi, sereni, capaci di esprimere una sincera fraternità, pur rispettando il ruolo e il mini­ stero che nella comunità cristiana è proprio del presbitero. Si tratta di mostrare, con discrezio­ ne e serietà, quali e quanti sono i problemi delle «realtà temporali» ai quali non basta applicare regolette astratte e formali, e di fronte ai quali invece occorre un grande

sforzo di comprensione, condivisio­ ne, discernimento «dall’interno». Bisogna dimostrare con i fatti e con l’amicizia quanto i laici apprezza­ no l’umiltà dei preti, la loro pover­ tà, la loro discrezione, la loro ge­ nerosità disinteressata, la spiritua­ lità profonda e non esibita, la loro serietà quando si tratta di studiare e annunciare la Parola di Dio. Bi­ sogna che i nostri sacerdoti, di ogni età e soprattutto i più giovani, sia­ no educati a distinguere, tra le at­ tese che vengono loro presentate, quelle giuste, rispondendo alle qua­ li la Chiesa e il suo annuncio diven­ tano più credibili, da quelle che portano fuori strada, verso una mondanizzazione e una moderniz­ zazione superficiale. Quante volte, pur con buona intenzione, certi no­ stri fratelli preti si tuffano nell’at­ tivismo, si producono in brillantez­ ze superficiali, si illudono di una certa spregiudicatezza, oppure esi­ biscono una sicurezza e un piglio autoritario che sono fuor di misu­ ra e si prestano piuttosto al com­ patimento. Ecco, trovare il tono giusto di una fraternità rispettosa, cordiale e «educativa» aiuterà molto preti e laici a crescere insieme e a formar­ si reciprocamente secondo la misu­ ra dell’«uomo nuovo» di san Pao­ lo. Del resto non è solo nella chie­ sa che, oggi, è possibile e necessa­ ria la educazione reciproca. Nella società complessa i ruoli dell’«edu­ catore» dell’«educato» sono abba­ stanza mobili e reciprochi. Duran­ te la vita ci si trova a ricoprire a più riprese, in vari ambiti, la pane di chi insegna e di chi impara. È un segno dei tempi anche questo per­ ché, in fondo, annuncia il tempo nuovo, quello in cui non ci saran­ no più educatori né educati, ma tut­ ti vivremo, «in contemporanea» la pienezza della verità.

15


FOTOMEMORIA

16


FOTOMEMORIA

17


Cronaca di una festa Sembra quasi paradossale pensare che, nel giugno di un ormai famige­ rato anno 1990, Cesenatico — pic­ cola città romagnola di provincia — sia stata capitale dello sport. Eppu. re ci piace pensarlo. È stridente il contrasto con le «città mondiali», che si sono volute a gran voce sedi di uno sport invece troppo lontano dall’uomo, ma non ce ne preoccupiamo. La Festa era altrove. Sulla costiera romagnola, appunto. All’aperto, al sole. Non in un mega­ impianto miliardario, ma ovunque fosse possibile: su campi in terra bat­ tuta, tartan, erba; ma anche in spiag­ gia, per strada, in piscina. I giorni di Cesenatico, quelli della «Sportfesta CSI ’90» estiva, ci han­ no consentito di smaltire l’ubriaca­ tura da mondiale (già in stadio avan­ zato, nonostante fossimo appena agli inizi!). Lontanissimi, grazie a Dio, da pressing asfissianti, barbe al pa­ lo, problemi di girarsi, tiri «legger­ mente troppo alti», ci siamo lasciati trasportare dalla pacata euforia di quei giorni, dalla voglia di fare e di conoscere che aveva ognuno. Ci sia­ mo immersi nella vita. La vita: lo sport visto a Cesenatico era sport vi­ vo, perché «fatto» da ciascuno, non subito. E, quando esso è tale, diven­ ta festa. Entusiasmante festa, che non distingue più chi agisce e chi as­ siste, ma, al contrario, coinvolge tut­ ti in un crescendo di emozioni che, alla fine, in tutti lascia un vuoto che solo un’altra simile esperienza potrà colmare.

18

Questo sport, nel 1990, lo si è visto in due grandi occasioni, a Cesenati­ co, appunto, e a Cavalese, in prima­ vera. Idealmente, c’è stato un pas­ saggio di testimone dalle dolomiti al­ la riviera romagnola: ciò per sottoli­ neare, se ce ne fosse bisogno, che si è trattato di esperienze collegate e complementari. Entrambi i momen-

ti devono esprimere la scelta dell’Associazione di essere tale, e quindi di promuovere quel concetto di sport che ben conosciamo, sempre: con la neve o con il sole torrido; e ovunque: in montagna o al mare, antitesi geo­ grafiche per antonomasia. In ciò le due maxifeste sono riuscite egregiamente. Si è avuta, in Romagna, la confer­ ma della validità e della maturità di una formula — quella'della maxife­ sta, appunto — che dopo Borea, nel 1986, e la stessa Cavalese, dimostra come giustamente farebbe il CSI ad insistere per questa via.

FESTA E MAXIFESTA, QUALI DIFFERENZE? Il numero, sostanzialmente (e intui­ tivamente). I contenuti sono anche qui quelli tradizionali: sperimentatis­ simi e di successo. Ciò che varia, ri­ spetto alla Festa tout court, e di cui si è avuto particolare sentore nei giorni di Cesenatico, è la necessità di un’organizzazione che non lasci mai

nulla all’improvvisazione. Gestire tremila e più persone richiede uno sforzo enorme, impossibile da attua­ re se non fosse fatta adeguata atten­ zione anche ai minimi particolari. Ciò che, di fatto, è avvenuto. Il suc­ cesso della «Sportfesta» estiva è di­ peso sostanzialmente dalla predispo­ sizione, quasi, di un preciso schema conduttivo della manifestazione, ben ponderato e fondato, va detto, sulla fiducia, pienamente ripagata, in quell’esercito di collaboratori CSI che è sempre risultato determinante per la riuscita di happenings sul ge­ nere di questo. Fin qui, in generale. Eppure, se ci si fosse limitati sempli­ cemente ad organizzare un grosso «contenitore di tornei», qualcosa che solo tenesse accanto l’uno all’altro gli sports, che non li amalgamasse e ne facesse «festa», non si sarebbe creato nulla di nuovo rispetto a quanto già non accada anche altro­ ve. Invece, si è voluto andare oltre il semplice sport. O, meglio, oltre lo sport come comunemente lo si inten­ de. Insomma: si è voluto rendere lo


LEGIONE

£

sport qualcosa di più profondo. «Im­ pegnato», diremmo. Ecco, allora, che la scelta di Cesena­ tico acquista un significato ben pre­ ciso. Un luogo che rappresenta da sempre, pur nella sua bellezza, un modello vacanziero al quale si è or­ mai abituati: quello dell’estate tutta mare-sole-bagni-discoteche, ospita i portavoce — perché tali possono de­ finirsi i soci CSI - di un messaggio ludico (lo svago, quindi; il diverti­ mento) ed impegnato, che non lascia spazio alla vacanza fine a se stessa, non viva, vuota. L’estate, si è dimostrato a Cesenati­ co, deve comunque rappresentare un impegno perché non si getti al vento il proprio tempo. E significativa è stata la folla di bagnanti ai lati del Porto canale e sulla spiaggia, che sa­ lutava le tre imbarcazioni recanti i messaggi di «pace», «amicizia», «so­ lidarietà», quando queste si recaro­ no in mare aperto per portare il sa­ luto del CSI alla Madonna dei pesca­ tori.

SPORT, VACANZA ALTERNATIVA ED ATTIVA Il contrasto di cui si è detto, così in­ tenso, non è stato casuale. E quel «qualcosa in più», l’impegno, la scel­ ta, in particolare, della solidarietà è stato caratterizzante l’intera Festa. Si è sempre sottolineato questo aspet­ to dello sport, un aspetto fortemen­ te voluto dal CSI, tanto che quello che era il tema di una gara (quella de­ dicata ai murales, al disegno e al col­ lage), «Un incontro alla vita», è as­ surto a simbolo dell’intera manife­ stazione. Ancora una volta, in que­ ste righe, parliamo di «vita» e di sport «vivo». E, ancora una volta, facciamo riferimento a Cavalese, do(segue a pag. 20)

i

19


Cronaca di una festa

ve pure la vita fu la scelta del CSI. Qui, a Cesenatico, dalle parole di Al­ do Notario, durante la cerimonia di apertura, era già stato sottolineato con forza tale impegno: «Il nostro pensiero va a chi non è presente; a chi non ha voluto esserci. A chi ha scelto la morte, non la vita». Chiaro il riferimento ad uno sport, quello del Centro Sportivo Italiano, che pri­ vilegia quel valore — la vita, appun­ to — che racchiude esso stesso tutti gli altri valori.

20

A dimostrazione di ciò, l’incontro con le comunità di ex tossicodipen­ denti «Exodus», di Milano, e «San Patrignano». Lo sport, si è detto in quei giorni, sconfigge la droga. È ve­ ro. La partita disputata dalle due co­ munità, l’una contro l’altra, e finita peraltro in parità, e l’abbraccio rice­ vuto dal pubblico composto quasi esclusivamente di partecipanti alla festa CSI, sta a significare appunto che è anche — e, forse, soprattutto — un’attività sportiva a poter disse­ tare mente c corpo senza permettere all’uomo di imporsi l’esigenza d’al­ tro. Il pubblico l’ha capito, e pensiamo che ognuno abbia fatto tesoro di questo insegnamento, tratto da una semplice partita di calcio. I calciatori, quel pomeriggio, l’han­ no capito, e, al di là di qualsiasi di­ scorso faccia chi nel tunnel non c’è stato, riconoscere nell’affetto del pubblico la miglior medicina alla propria «malattia», come ha fatto poi qualche membro di quella comu­ nità intervenuto all’incontro, appa­ re maggiormente significativo. Ci si consenta l’affermazione che «Sportfesta», più di ogni altra cosa, poteva raggiungere l’obiettivo di da­ re risalto alla solidarietà nel modo che si è visto. Su queste premesse si è fondata l’in­ tera grande festa di sport, che, lo sot-

t LI -

tolineiamo ancora una volta — con­ ferma il carattere vincente di tale for­ mula. Il CSI deve distinguersi. Per farlo, ha inventato la Festa. Che re­ sta per i soci il concetto di sport in cui identificarsi. A ciò si aggiunge la felice scelta dei luoghi per l’incontro. Cesenatico. Città di mare. Città viva, come il CSI. Città dall’ospitalità incredibile. L’accoglienza riservata ai parteci­ panti, così intensa e sincera, tipica­ mente romagnola, ha contribuito non poco a far sentire tutti a casa propria. E sentirsi a proprio agio, non stranieri, cioè, sebbene in un paese che non è il proprio, favorisce il radicarsi di quei sentimenti che poi portano davvero alla Festa. Come potrebbe, una manifestazione siffat­ ta, riuscire qualora la gente di casa non accettasse la pacifica invasione di chi è pur sempre un estraneo? Eppure, è anche vero che il CSI sa farsi amare ovunque.

POI, L'AMICIZIA TRA TUTTI Sinceramente, guardando il frater­ nizzare di atleti lontani, una volta a casa, centinaia di chilometri, appa­ re difficile pensare ad un’Italia che si vuole divisa in Nord e Sud, in re­ gioni, in città chiuse in se stesse. La serena atmosfera in cui si sareb­ be svolta la manifestazione si era già avvertita durante la cerimonia d’a­ pertura. E i colori i suoni, i volti dei partecipanti, rappresentavano la mi­ gliore coreografia che si potesse or­ ganizzare. E, infatti, nonostante la spontaneità, tutto è riuscito alla per­ fezione: la sfilata degli atleti, il lan­ cio dei palloni, la colorata «marghe­ rita umana» al centro del campo sportivo di Cesenatico. Abbiamo tutti amato quei momen­ ti. E, quel giorno, eravamo tutti fe­ lici. Sapevamo che, nonostante il la­ voro da svolgere fosse ancora enor­ me, tutto sarebbe andato per il me­ glio. Così è stato. Le gare, numero­ se e dai numerosi partecipanti, si so-


9

V,

no svolte egregiamente. Merito an­ che del lavoro d’équipe svolto con generosità (il termine è quanto mai appropriato) da ognuno. Merito del­ la collaborazione di Cesenatico, e dei partecipanti.

I UMBQIÀ .. '

UN'ESPERIENZA DI GIOCO L'esperimento tentato dal CSI, stavolta, ha riguardato una tecnica di «ani­ mazione di piazza» relativa all’espressione grafica, e coinvolgente tutti i partecipanti. La sera del 21, lungo il Porto canale, si sono tenuti tre diversi concorsi, tutti rientranti nell’ambito della sperimentazione: il primo ha coinvolto i partecipanti a livello regionale: 20, quindi, più uno, che è stato il cen­ tro «Exodus» di Milano. Si è trattato, in questo caso di realizzare dei murales sul tema «Incontro alla vita». Contemporaneamente, un rotolo di carta lungo quattrocento metri ha costituito il piano di lavoro per i partecipanti, stavolta a livello provin­ ciale, al secondo concorso, di vero e proprio disegno. Infine, si è svolta una gara coinvolgente le Società sportive autrici dei collages realizzati con materiali di recupero. Le ultime due competizioni, naturalmente, sempre sul tema di cui sopra. Nel frattempo, nelle due piazzette attraversate dal Porto canale, e in di­ retta sul megaschermo di piazza Ciceruacchio, si davano da fare i due vignettisti-umoristi Renato Piccioni e Lorenzo Medici. Anche loro elaboravano «Un incontro alla vita». Naturalmente in tono meno drammatico.

BHI.?

Non sono mancate le iniziative, di­ remmo «extrasportive» (ma non sa­ ranno sport anch’esse, in definiti­ va?), di successo. Il concorso foto­ grafico «11 mare» (davvero bravi, i concorrenti!); quell’esperimento di «animazione di piazza» a carattere grafico dal quale sono usciti disegni bellissimi, esempio peraltro del recepimento, da parte dei concorrenti, del messaggio vitale di cui si è a lun­ go parlato sopra. Lo scambio dei doni: un’invenzione anche questa, che rappresenta il più alto dei momenti associativi di una Festa; di questa, in particolare. E le semplici passeggiate per le vie di Ce­ senatico, lungo il Porto canale, do­ ve si avvertiva un’aria certo diversa dal solito, anche per i turisti. Ad ogni incrocio le multicolori magliette del CSI ricordavano, se ce ne fosse sta­ to bisogno, la presenza di amici, di gente in fin dei conti amata anche se mai conosciuta. L’emozione di ritro­ vare amici magari incontrati in un’al­ tra Festa, anni addietro. Lo scambio di indirizzi: «ci scriveremo». E i malinconici arrivederci. Perché la conclusione di una Festa, e di una Festa CSI, dà malincuore. Si è stati cosi bene insieme, che è un peccato tornare a casa. Ma lasciamo fare allo sport: prima o poi ci rivedremo di nuovo, «per fa­ re festa insieme».

Gennaro Jovine

21


Diario europeo Ai Campionati Europei della FICEP (Federazione Internazionale Cattolica di Educazione Fisica e Sportiva), di tennistavolo e di judo, erano presenti due rappresentative del CSI. 1 partecipanti ci hanno inviato due brevi cronache che ci pare giusto far conoscere ai lettori di Stadium.

TENNISTAVOLO li raduno dei partecipanti è stata la bellissima città dei fiori, Sanremo, in una giornata particolarmente bella e calda. Il viaggio più lungo è stato quello della Sardegna. Nonostante alcune defezioni «dell’ultima ora» sull’elen­ co dei partecipanti e la stanchezza per il viaggio, nell’aria si sentiva una tremenda eccitazione per l’imminen­ te partenza per la Francia. Dopo ce­ na passeggiando per la città siamo arrivati presso la sede del CSI locale dove abbiamo ritirato il materiale,

tuta e maglietta, messo a disposizio­ ne dal CSI Nazionale e una sacca of­ ferta dal CSI di Sanremo. Siamo partiti per Lavai alle ore 24.00 e solo 18 ore dopo siamo arrivati al­ la meta. L’inizio non era stato trop­ po promettente in quanto forse la stanchezza delle ore di viaggio accu­ mulate, forse il cibo del self Services che non era stato dei migliori, ci ave­ vano fatto presagire un soggiorno non troppo piacevole. Il giorno successivo (giovedì 24 u.s.) la giornata è iniziata con la S. Mes­ sa nella bella Basilica d’Avesniers, tradotta, nell’omelia, da un prete e poi tutti nella sala polivalente per l’a­ pertura ufficiale dei campionati. Ab­ biamo atteso trepidanti il nostro tur­ no e sfilando nella sala con commo­ zione che quasi ci bloccava il respiro abbiamo salutato la nostra bandiera che veniva issata sotto l’inno di Mameli con brividi di eccitazione con­ sci che in quel momento l’Italia era rappresentata da tutti noi, da quel gruppetto di giovani e che ognuno di noi avrebbe dato il meglio di se stes­ so per non far sfigurare la nostra Pa­

ii!' E!t

tria. Dopo i discorsi di apertura e di benvenuto le gare sono iniziate: pri­ ma quelle di équipes con i primi in­ contri seniores contro i Paesi Bassi, perso per 5 a 0; poi dei Juniores con il Belgio perso per 5 a 2 ed infine la categoria dei cadetti sempre contro il Belgio persa per 5 a 3. Anche se i risultati non sono stati dei più brillanti ognuno ha messo il pro­ prio cuore per dare il massimo. Nel­ la mattinata del venerdì si sono svolte le finali e nel pomeriggio sono inizia­ te le prove individuali protrattesi fi­ no alle 22.30: al termine di corsa a cena in un ristorante italiano. Nella mattinata del sabato sono prosegui­ ti gli incontri di semifinali e alle 12.15 il capo delegazione con una rappre­ sentanza sono stati, assieme alle al­ tre delegazioni, ricevuti nel Comune di Lavai per un incontro con il sin­ daco e le varie autorità. Nel pome­ riggio ci sono state le finali dopo di che ha avuto luogo la premiazione. La parte del leone l’ha fatta indub­ biamente la Francia, mentre a noi non è restata che la coppa dell’ami­ cizia oltre alla consolazione del 3° posto nel doppio maschile dei Junio­ res e dei Cadetti e nel femminile cat. Juniores dove siamo approdati fino ai quarti di finale. Il tempo di una doccia e poi subito alla cena di gala presso il «Vecchio Castello» per i sa­ luti finali, in uno scenario davvero stupendo, organizzato in modo ec­ cellente dai padroni di casa con tan­ to di illusionista e di orchestra che ha rallegrato tutti i partecipanti oltre ad una cena da ricordare. Anche se questa manifestazione non è stata come le feste del CSI e che quindi la competizione, l’agonismo erano al primo posto, dove lo sport è per forza selettivo e dove solo i pri­ mi hanno un premio... è stata co­ munque al di là del risultato un’espe­ rienza indimenticabile, quel gruppet­ to di persone che all’inizio si cono-


Qui sotto: la rappresentativa al Campionato di Judo. Nella pagina accanto, quella di Tennistavolo.

scevano appena, erano diventate af­ fiatate, ognuno di noi ha trovato nuovi amici ed ha lasciato un pezzet­ to di cuore in quel Paese stupendo.

JUDO Ai Campionati Europei FICEP di Judo (Rohrbach 29 giugno-1 luglio), la rappresentativa italiana si è fatta valere. Il risultato parla di tre ori, un argento e cinque bronzi nelle gare in­ dividuali, argento per le ragazze e bronzo per i maschi nelle gare a squadre. Ma andiamo con ordine. La comitiva Italiana, guidata da Gianfranco Di Lorenzo, con l’assi­ stenza del segretario Enrico Di Feli­ ce, del direttore tecnico Stefano Stefanel e dell’allenatore Aldo Zinno, si è ritrovata a Udine il 29 e lentamen­ te ha preso la via di Rohrbach, una piccola cittadina a 40 km da Linz at­ torniata da colline ricoperte da bo­ schi di conifere. Siamo arrivati alle 9.00 con due ore di ritardo e per ul­

tro. Nella stessa categoria 4° posto per Barbara Biasizzo (Udine). Nei 72 kg. Podio tutto italiano con la Merlo (Varese) che ha dominato la categoria vincendo la finale con­ tro l’altra italiana Culino (Udine) che ha fornito un’ottima prova in semi­ finale, dove ha vinto nonostante si fosse infortunata. Nei +72 kg. successo infine per Ma­ nuela Tondolo (Udine) che pur in­ contrando qualche difficoltà ha vin­ to con molto autorevolezza la cate­ goria. In questa categoria 5° posto per Amalia Comelli (Udine). Per quel che riguarda le altre catego­ rie buona prova della giovane Zaccomer (Udine), terza nei 56 kg., men­ tre prove negative per la Raniello (Salerno) nei 52 kg. e per la Barberi (Udine) nei 61 kg. Per i maschi le cose sono andate ab­ timi. Comunque non c’è stato alcun bastanza bene pur essendo mancato problema: gli ospiti austriaci sono l’acuto vincente. Comunque buoni stati molto gentili ed hanno permes­ terzi posti per Tiziano Tieppo, Al­ so agli atleti di effettuare il control­ berto Stefanel, Johnny Volpe, Denis lo del peso ed ai dirigenti, tecnici ed Braidotti, tutti del Comitato provin­ arbitri di alloggiarsi al meglio. ciale di Udine. Il 30 finalmente sono iniziate le ga­ Nei 60 kg. Tieppo ha trovato davanti re. Sveglia alle 7.00 del D.T. Stefa- a se due francesi troppo più forti e nel per tutta la squadra, mentre gli si è dovuto accontentare del terzo po­ arbitri Michele Marano, Lucia Ar- sto, conquistato purtroppo a scapi­ runzio, Luigi Alberto Trevisan si re­ to del pur bravo Faro (Varese) che cavano alla riunione preliminare dei era partito bene, ma che poi è stato direttori di gara. fermato dal francese Philippot poi Al Palasport di Rohrbach erano ap­ vincitore della gara. prontati i due talami di gara: uno per Nei 65 kg. buona prova per Stefanel il settore maschile e l’altro per quel­ Alberto (Udine), e per Pintossi Ri­ lo femminile. naldo (Brescia). Pintossi purtroppo ha subito una grave ingiustizia arbi­ Come accennato all’inizio le cose so­ trale quando stava immobilizzando no andate piuttosto bene e soprattut­ l’avversario e poi purtroppo non è to nel settore femminile. Abbiamo riuscito a rifarsi nel ripescaggio. Per conquistato qui infatti le tre meda­ Stefanel scontro decisivo col vincito­ glie d’oro con la Puleo, la Merlo e re di categoria in semifinale, con ri­ la Tondolo. sultato giustamente a favore dell’au­ Nei 66 kg. ottima prova di Sabrina striaco Praher Klaus per decisione Puleo (Comitato di Udine) che no­ arbitrale, e poi buona finale per il nostante combattesse fuori categoria terzo. ha vinto alla grande trovando qual­ che difficoltà solo nel primo incon­

23


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE UN APPUNTAMENTO MANCATO NOVARA — Era tutto pronto per accogliere i ragazzi rumeni di fasi e di Bucarest, invitati dal CSI di Novara a trascorrere una settimana a Verbania, sul Lago Maggiore, nel periodo in cui si svolge la <(24 X 1 ora», la più grossa manifestazione sportiva organizzata dal Comitato provinciale di No­ vara. Da mesi si stava lavorando al progetto, da quando la Romania era balzata alla ribalta della cronaca per i fatti accaduti lo scorso dicembre, con la ca­ duta del regime di Ceausescu. Le immagini della rivolta popolare e la dura repressione subita è stata la molla che ha fatto scattare il desiderio di fare qualcosa che andasse oltre i soliti aiuti economici e che, soprattutto con i giovani, principali protagonisti della rivolta, si instaurasse un rapporto di amicizia e solidarietà. Un gemellaggio sportivo è sembrato allora il mezzo più giusto per parlare un linguaggio universale da tutti compreso. Passare dalle intenzioni ai fatti non è stato facile. Poco si sapeva della realtà rumena, fino ad allora chiusa dentro i confini della dittatura. Nel mese di marzo il Consulente provincia­ le, don Renato Sacco, si era recato in Romania con due Tir della Caritas Nazionale che portavano beni di prima necessità, per verificare se esistesse­ ro o no gruppi giovanili o associazioni. Dal resoconto fattoci al ritorno emer­ geva una realtà frammentata, incerta e diffidente, in cui la proposta di soli­ darietà del CSI, anomala rispetto alle altre, faticava a concretizzarsi pur aven­ do il sostegno e la condivisione del Vescovo di lasi, mons. Petru Gherghel e del Vescovo di Bucarest, mons. Johan Roba. I contatti avuti in seguito avevano richiesto lunghe trattative, contatti tele­ fonici non sempre facili da ottenere, e telex di poche parole che lasciavano sempre un margine di dubbio sulla realizzazione del progetto. Da parte del CSI di Novara c’era bisogno dell’impegno di tutti, con attività sportive da organizzare, gite turistiche, incontri, ospitalità e... fondi da reperire per fi­ nanziare il costo non indifferente del progetto stesso. L'ultima settimana si era fatta febbrile ma tutto era pronto e sembrava av­ viato a buon fine. L'appuntamento con le famiglie che avrebbero ospitato i ragazzi durante il loro soggiorno in Italia era fissato presso la sede del CSI di Verbania: insieme si sarebbero definite le ultime cose da farsi. Ma un te­ lex arrivato poche ore prima della riunione informava che: «...la partecipa­ zione dei giovani di lasi e di Bucarest non è più possibile. Sono intervenuti alcuni problemi in ciò che riguarda la partecipazione all’estero...». La spiegazione è arrivata qualche ora più tardi, quando dalle immagini dei telegiornali abbiamo capito che in Romania la situazione era di nuovo pre­ cipitata. Più tardi, nella notte, una telefonata, faticosamente ottenuta dopo ore di attesa, con don Vili, Parroco a Bucarest e «accompagnatore» dei 25 giovani, confermava il clima di incertezza, di paura... con risposte date in modo laconico, con la sensazione netta che i controlli vari, anche sul telefo­ no, non fossero completamente cosa passata.

UBERO SCAMBIO

24

CR LOMBARDIA — Proseguendo nel­ la sua storia pongistica il CSI Crema ha organizzato un libero scambio di tennistavolo a squadre e per renderlo ancor più significativo lo ha fatto disputare in un luogo diverso, atipico. Infatti sei squadre si sono date appuntamento nel salotto di Crema, Piazza Duomo, un luogo non adatto a questo sport ma uti­ lissimo per la promozione sua e del Centro Sportivo Italiano. La partecipazione è stata all’altezza del­ la manifestazione e i pongisti in gara hanno calamitato attorno ai tavoli una folta folla di curiosi e tecnici.

GORIZIA — I Soci della Società spor­ tiva Juventus Club Gaetano Scirea, aderente al CSI Consiglio provincia­ le di Bologna, hanno voluto ricordare il grande campione, il grande uomo e soprattutto il loro caro amico Gaeta­ no Scirea, donando una carrozzella per il gioco del calcio per atleti porta­ tori di handicap alla Società sportiva S.P.Q.R. (Sportivi a quattro ruote) di Bologna. Unitamente alla presenza commossa di Massimo Bonini e Ivano Bonetti, ab­ biamo potuto constatare come ragaz­ zi, sia pure con percorsi esistenziali difficili e che attraverso il calcio riesco­ no ad allontanare solitudine ed emar­ ginazione, hanno saputo cogliere il messaggio di correttezza sportiva e di onestà intellettuale che la pur breve vita di Gaetano ha inviato ai veri spor­ tivi.

UJÙ

».

^•:,T »

r»

C/j LO Sf:;»' .

ANCHE W.r’I*1

LI

7\

À


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE NUOVA SEDE CR ABRUZZO — In occasione dell’i­ naugurazione della nuova sede regio­ nale, si sono incontrati i dirigenti del­ le società cittadine, delle società abruzzesi, oltre a numerose autorità. È stata gradita la presenza dell’Arcivescovo, S.E. Mario Peressin, del Sin­ daco Enzo Lombardi, del Presidente nazionale del CSI e del Segretario, dell’Assistente nazionale e dell’addet­ to stampa regionale. Dopo le relazioni di rito ed il rinfresco, si è svolta una riunione informale che ha concluso in allegria la serata inau­ gurale. Da tale nuova struttura, in una reciproca integrazione di tutte le so­ cietà, è nato un nuovo slancio per far coinvolgere ancora maggiormente la città nei problemi sportivi tuttora da ri­ solvere.

,.■■

?

1

r:

«tu*

DUE GIORNI MARE €0 SCRIVE Ormai il Concorso «Sport chiama don­ na» è definitivamente chiuso e i vin­ citori sono già stati proclamati, altri­ menti questa poesia avrebbe potuto benissimo entrare in lizza per un premio. Ce l’ha inviata Giovannella Parisi Presicce, insegnante di lettere di scuola media. Riportiamo quanto ci scrive la prof.ssa Parisi. «Vi invio il testo (assolutamente auten­ tico perché scritto sotto i miei occhi) di una poesia scritta da una mia alun­ na per la pagina letteraria del giorna­ le di classe. La ragazza si chiama Gra­ zia Cenci e frequenta la I media, sez. E nella S.M.S. Olga Rovere di Frigna­ no Flaminio, vicino Roma, e più pre­ cisamente nella sezione staccata di Sant'Oreste, paese dove vive. Vi in­ vio questo piccolo capolavoro perché penso che vi possa servire per qual­ che vostra attività, pregandovi solo di farmi pervenire eventuale materiale pubblicato per passarlo alla mia bra­ va alunna, che scoppierebbe di gioia. La poesia è stata distribuita a tutti i ra­ gazzi della scuola, impegnati in un ac­ ceso torneo di pallavolo, con le paro­ le che troverete in fondo al testo. Grazie».

LO SPORT È PACE (Slogan dell’Unicef per i mondiali ’90) Vorrei un mondo diverso / ed un cam­ po immenso / dove la squadra avver­ saria / colora di gioia l’aria. / Un cam­ po rosato, / un tavolo addobbato, / un canto di pace, / un giorno felice. (Grazia Cenci) Ricordati di questa poesia quando fai sport! / ragazzi della I E

RAVENNA — Cominciata quasi per scherzo 12 anni fa la 2 Giorni Mare di pallavolo femminile a Marina di Raven­ na è diventata un classivo di fine stagio­ ne per molte Società CSI dell'Italia Cen­ tro Settentrionale. Sfruttando adeguatamente il binomio mare-pallavolo (che negli ultimi anni sta ottenendo notevole successo con il Beach-Volley) la 2 Giorni Mare permet­ te ad oltre duecento atlete (senza con­ tare gli innumerevoli accompagnatori) di giocare sui campi allestiti al Bagno del Dopolavoro P.T. Ravenna, sempre di­ sponibile a fornire al CSI l’indispensa­ bile supporto logistico. La formula di svolgimento della mani-

FESTA REGIONALE DI SECONDA FASCIA CR SICILIA — Circa 140 ragazzi in rap­ presentanza dei Consigli provinciali e circoscrizionali di Siracusa, Noto e Ra­ gusa, hanno dato vita alla Festa regio­ nale di lla Fascia. Il CSI di Ragusa or­ ganizzatore ha usufruito per l’occasio­ ne della struttura alberghiera del Villag­ gio turistico di Kastalia. Il programma, vasto e completo dal pun­ to di vista sportivo ed associativo, si è svolto senza alcun incidente e con l'at­ tenta e viva partecipazione dei ragazzi, grazie all'impeccabile organizzazione posta in essere dai componenti il CSI Ibleo, ma anche per l'impegno degli ani­ matori responsabili dei Consigli di No­ to (Carmelo Marescalco) e di Siracusa (Antonio Leone). La manifestazione ha avuto inizio nel pomeriggio del 12 con giochi vari, dal «tiro alla fune» alla «palla scout», che si sono svolti nei 4 campi da tennis della struttura alberghiera. I giovani atleti sud-

festazione è piuttosto semplice: le squa­ dre, suddivise per 3a e 4a fascia si in­ contrano suddivise in gironi eliminatori al sabato, mentre alla domenica si di­ sputano le finali. Inutile aggiungere che le squadre dispu­ tano un analogo numero di gare. Larghi sono gli spazi destinati al riposo ed al divertimento, dando a tante Socie­ tà di diversi Consigli CSI la possibilità di conoscersi e magari darsi appunta­ mento per altri incontri nel corso della stagione. L'edizione 1990 della «2 Giorni Mare» or­ ganizzata dalla Virtus Ravenna e dall'in­ faticabile animatore della manifestazio­ ne Davide Foschi ha visto la partecipazio­ ne di 20 squadre appartenenti ai Consi­ gli di: Prato, Udine, Parma, Como, Bolo­ gna, Varese, Carpi, Cremona e Modena.

divisi in squadre da 10 elementi (non te­ nendo conto della loro provenienza) hanno socializzato e sviluppato la loro conoscenza. Nel corso della serata, che ha avuto una parte associativa completata da varie scenette (animate dai fratelli Ganci e da Giovanni Guastella e Davide Migliorisi), sono stati premiati con targhe i Consi­ gli rappresentati e con coppe le Socie­ tà presenti. La domenica mattina, dopo l’abbondan­ te colazione e la S. Messa celebrata da Don Giovanni Rollo, consulente eccle­ siastico del Consiglio provinciale di Ra­ gusa, il gruppo si è trasferito alla pine­ ta di Randello dove, nel magnifico sce­ nario, si è svolta la corsa campestre che ha visto la partecipazione di tutti i ragaz­ zi ed anche di buona parte degli accom­ pagnatori. Al termine della campestre, premiazio­ ne per tutti, il pranzo al sacco ha segna­ to la chiusura della manifestazione e. dopo gli arrivederci, ritorno nei rispetti­ vi centri.

25


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE

■ SPORT impegno civile

PRIMA MARCIA DI S. FELICIANO FOLIGNO — Si è svolta presso il parco dei Canapè la Prima Marcia di S. Feli­ ciano organizzata dal Comitato provin­ ciale di Foligno. Favoriti anche dalla bel­ la giornata molti ragazzini si sono river­ sati al parco per una corsa riservata ad atleti di ambo i sessi dagli 8 ai 14 anni. Al termine della gara il Comitato ha of­ ferto a tutti i partecipanti un ricordo. Ri­ conoscimenti sono andati alle scuole

Piermarini e S. Caterina per il numero di ragazzi partecipanti e alla scolaresca della terza classe del S. Cuore, più nu­ merosa. Un grazie particolare ai genitori che hanno incoraggiato e applaudito i pro­ pri figli, oltre alle scuole che hanno col­ laborato. Una manifestazione riuscita, una giornata particolare in onore di S. Feliciano in un parco che con interven­ ti adeguati potrebbe essere ancora più rivalutato essendo l’unico spazio verde della città.

MOLFETTA — Il Centro Sportivo Ita­ liano con i Congressi provinciali si av­ via alla verifica di un biennio di attivi­ tà sportivo-associativa, discutendo sul tema: «Sport come impegno civile: un servizio sportivo-educativo ispirato alla solidarietà». Il Consiglio provinciale di Molfetta, pri­ ma del Congresso di verifica, ha av­ viato una prima discussione incontran­ do i dirigenti delle Società sportive af­ filiate. Inoltre, alla vigilia del Congres­ so di verifica, hanno organizzato un Convegno appunto sul tema «Sport come impegno civile» a cui ha preso parte in veste di relatrice la vice­ presidente nazionale Maria Rosa Za­ nella, che ha consegnato alla nume­ rosa platea presente degli spunti di ri­ flessione sull’importanza dello sport come impegno civile e del ruolo che il Centro Sportivo Italiano ha nel pa­ norama sportivo italiano. Alla manifestazione sono intervenuti oltre al Sindaco di Molfetta prof. En­ zo de Cosmo, l’assessore allo Sport del Comune molfettese rag. Lello La Ghezza e il presidente regionale di Pu­ glia del CSI Cosimo Meca.

UN'EDUCAZIONE ______ ALLA PACE

26

RAGUSA — È stato presentato, pres­ so il teatro comunale di Vittoria, il li­ bro di don Mario Cascone «Il tempo li­ bero al servizio di un'educazione alla pace». L’iniziativa, curata sotto l’aspet­ to organizzativo dal Consiglio provin­ ciale del Centro Sportivo Italiano, ha richiamato non poche persone che hanno voluto significare, con la loro presenza, una fiducia verso il tempo libero e lo sport in generale che può diventare uno dei veicoli più efficaci per raggiungere la pace. Il volume di don Mario Cascone è sta­ to presentato da Giuseppe Sava, pre­ sidente provinciale del CSI, il quale non ha mancato di mettere in evidenza co­ me tutta l’opera sia attraversata da quei principi che, per il CSI, sono motto di vi­ ta da trasmettere a tutti gli affiliati. Un contributo particolare hanno inoltre portato Franco Antoci, ex presidente dell’Azione Cattolica diocesana, ed Emanuele Giudice, anch’egli come rappresentante di un mondo strettamente collegato con la Chiesa e la im­ portante funzione che svolge nella ri­ cerca della pace, e don Giovanni Rollo, consulente ecclesiale del CSI provin­ ciale. Don Mario Cascone, che al termine ha voluto ringraziare tutti gli intervenuti, ha narrato nella prefazione le motivazioni che lo hanno aiutato a scrivere il volume.

GIOCASPORT CAGLIARI —- Con la disputa a Cagliari, presso gli impianti sportivi della Parroc­ chia S. Lucia, della Festa dell’Arrivederci anche l’attività di Giocasport è andata in vacanza. Ciao 90 ha costretto Pinocchio, simbolo di Giocasport, ad una chiusura ^anticipata. La giornata organizzata dall'Equipe Giocasport in collaborazione col CSI di Cagliari, è stata così l’occasione per salutare tutti i ragazzi che hanno pre­ so parte nel corso della stagione a que­ sta nuova attività e per fare un bilancio sull’andamento della stagione. Un bilan­ cio sicuramente positivo, tanto che gli or-

ganizzatori hanno già dato l’appunta­ mento a tutti per il 90/91, quando l'attivi­ tà di Giocasport sarà aumentata, visto il grosso successo riscosso non solo tra i ragazzi, ma anche tra i genitori, i tecnici e gli animatori delle varie società a cui è stato proposto. I ragazzi che ogni volta vi si sono avvicinati un po’ incuriositi, vinto il timore iniziale, hanno dimostrato poi una volta conosciutolo, un grande entu­ siasmo trascinando nella loro allegria i genitori, che non di rado hanno finito per prendere parte ai giochi. Una dimostra­ zione di come i ragazzi non abbiano biso­ gno solo delle discipline tradizionali per fare sport e divertirsi.


IL FILM

«IL SOLE ANCHE DI NOTTE» di PAOLO e VITTORIO TAVIANI Tra le realizzazioni cinematografiche più interessanti presentate nello scor­ so festival di Cannes, particolare ri­ lievo assume l’ultima opera dei fra­ telli Taviani e la loro apprezzata ca­ pacità di interpretare la profonda in­ teriorità dell’animo umano attraver­ so resistenza di piccoli drammi per­ sonali. «Il sole anche di notte» è un film li­ beramente tratto dal romanzo «Pa­ dre Sergio» che Tolstoj scrisse tra il 1890 e il 1898 e che fu pubblicato sol­ tanto nel 1911; ma il ricorso allo scrittore russo non costituisce una novità, dato che ad una sua novella fu ispirala, nel 1971 e ancora in oc­ casione di Cannes, la realizzazione di «San Michele aveva un gallo». Piuttosto originale, invece, appare il corpo del film, rivolto ad evidenzia­ re i profondi conflitti e le debolezze umane, al di fuori del classico model­ lo di produzione cinematografica dei fratelli Taviani, volutamente impe­ gnata dal punto di vista sociale ed ideologico; basti per tutti ricordare «Allonsanfan» del 1974, «Padre pa­ drone» del 1977 e «La notte di San Lorenzo» del 1982, pellicole che han­ no ben rappresentato alcuni spacca­ ti della nostra società. Tuttavia, neanche la presenza di un diverso ambiente storico costituisce elemento nuovo, sebbene nella rea-

lizzazione di «Allonsanfan», l’utiliz­ zazione di aleniti avvenimenti del di­ ciannovesimo secolo ebbe il chiaro intento di rapportare a situazioni contemporanee la ragione e i senti­ menti di eventi di diversa portata sto­

rica. Lo scorcio di Settecento italiano e meridionale illustrato ne «Il sole an­ che di notte» è, invece, un Settecen­ to astratto, vago, a volte ignorabile, imposto come scenario coerente all’evolversi del dramma, ma che rara­ mente si propone come autonoma componente della vicenda. È un Settecento che principalmente si respira, del quale si percepiscono chiaramente atteggiamenti ed emo­ zioni e che costituisce soprattutto un riferimento per la comprensione dei drammi personali che animano i pro­ tagonisti. È sullo sfondo di questa Italia che si innesta il tormento di un barone del­ la corte di Napoli, Sergio Giuramondo (Julian Sands), promosso al gra­ do di aiutante militare del re Carlo, che, alla vigilia del matrimonio con un’affascinante duchessa (Nastassja Kinski), combinato per reciproco in­ teresse, ma sfociato in una sincera passione amorosa, scopre resistenza di una precedente relazione tra la gio­ vane nobile e il Re.

Affranto dalla consapevolezza di do­ ver amare una donna appartenuta al suo diretto comandante ed emotiva­ mente ossessionato dall’idea di dover primeggiare, Sergio decide drastica­ mente di rinunciare al mondo e di ri­ volgersi alla vita monastica. Dal quel momento, il travaglio inte­ riore e il desiderio di troncare defi­ nitivamente ogni sorta di contatto con la vita civile, lo condurranno ad abbracciare la via dell’eremitaggio, ad affrontare le tentazioni con il ri­ gore di un santo, ma anche a scopri­ re di non poter sfuggire al protago­ nismo che aveva caratterizzato da sempre la sua vita; un animo ancora debole e la mancanza di una medita­ ta convinzione di fede, inoltre, lo co­ stringeranno a cedere di fronte ad una giovane ragazza, dopo aver re­ sistito affannosamente alle proposte di una aristocratica avventuriera (Pa­ tricia Millardet).

Vissuto attraverso la sofferenza del protagonista «Il sole anche di notte» si veste dèlia lucidità intellettuale dei registi e si muove seguendo l’evolu­ zione di un preciso sentimento di in­ certezza nei confronti della vita. Non un film socialmente riconduci­ bile ad un contesto attuale, ma piut­ tosto una ottima riflessione sulla na­ tura di un comportamento che lascia trasparire la fragilità interiore del­ l’uomo, la caducità di ogni scelta «definitiva» e la necessità di donare amore per non sentirsi perduti.

Una buona fotografia e un piacevo­ le commento musicale, completano il quadro proposto da due registi che da anni si affidano a questo stile ri­ goroso ed energico per affrontare il complesso mondo del cinema; sono trascorsi trenta anni dalla loro prima produzione («L’Italia non è un pae­ se povero» del 1960), ma fa piacere constatare ancora la pressoché tota­ le integrità di uno stile intelligente e acuto.

Paolo Liberati

27


I LIBRI SPORT E AGGRESSIVITÀ'

w SI 1 U

Norbert Elias ed Eric Dunning, Il Mulino, pp. 368, L. 35.000

28

Si ha notizia che nel lontano 1540 il sindaco di Chester in Inghilterra, fu costretto a vietare quello «stupido e dannoso» passatempo che consiste­ va nel rincorrere una palla di cuoio «chiamata foutbale». La squadra dei calzolai e quella dei negozianti di tes­ suti avevano raggiunto una tale viru­ lenza e animosità che i danni provo­ cati dalla loro, diciamo cosi, attività sportiva, erano ormai insostenibili. Nel 1608 in un’ordinanza di proibi­ zione promulgata a Manchester, si viene a conoscenza delle gravi con­ seguenze della «scelleratezza» di «una compagnia di persone dissolu­ te e turbolente dedite alla pratica il­ legale di giocare con la palla (Joutbale) per la strada. Facilmente le date potrebbero stimo­ lare l’osservazione che si tratta di tempi lontani, ormai improponibili oggi. I vetri delle finestre rotti, gli in­ cidenti ai passanti che, volenti o no, •venivano coinvolti in risse gigante­ sche che accompagnavano regolar­ mente questi particolari incontri, i fe­ riti, i morti, sono lontani dalla nostra mentalità. Lo sport, cosi come oggi lo intendia­ mo, seleziona ed emargina non solo gli atti di violenza che intorno alla manifestazione accadono, ma soprat­ tutto quelle forme di aggressione e di esasperazione che inaspriscono i to­ ni della contesa sportiva fino a farla diventare vera e propria forma di battaglia. 11 processo di civilizzazione di una so­ cietà, dice il sociologo Norbert Elias, favorisce l’innalzamento della soglia di tolleranza verso quel gesto scon­ siderato che, superando le regole che pur consentono l’espressione della forza e magari dell’accanimento, sconfinano nella violenza inaccetta­ bile. Se ieri, il gesto maschio, duro, ai limiti della correttezza e spesso vio­ lento era ammesso, incoraggiato e talvolta apprezzato come sintomo di virilità e coraggio, oggi, pur non escludendo la forza, tutte le regole mirano ad escludere nel modo più netto possibile qualsiasi pericolo per l’integrità fisica dell’atleta. Col pas­ sare del tempo e con lo svilupparsi di una coscienza non-violenta a livello di massa anche lo sport ne ha tratto beneficio, adeguandosi spontanea­ mente agli stessi criteri che sono via via maturati in tutta la collettività.

È la tesi portante dell’insieme dei sag­ gi che Norbet Elias ed Eric Dunning hanno raccolto in questo libro. In una riflessione che è innanzitutto sociologica, quindi che assume per argomentare le proprie tesi i concet­ ti di questa scienza e non quelli, ad esempio della psicologia che pur po­ trebbero essere tenuti in considera­ zione, Elias e Dunning partono dal principio che la competizione spor­ tiva è metafora della competizione guerresca. Nella prima come nella se­ conda si attua quel meccanismo di ec­ citazione che deriva dall’incertezza per il risultato finale e che provoca una tensione. Ma qui sorgono evi­ denti le differenze. Nello sport non solo è esclusa dalle regole la soppres­ sione dell’avversario, che nella bat­ taglia invece è auspicata e ricercata,

sii

ma, nell’interesse stesso del gioco, deve essere lasciato nella massima in­ certezza il risultato finale. La vitto­ ria e la sconfitta devono arrivare al­ la fine di un periodo lungo nel quale si ha il tempo di fremere, incoraggia­ re, porre in atto strategie, difender­ si, attaccare, temere, entusiasmarsi, insomma provare tutta una serie di sensazioni che nell’insieme rendono estremamente gradevole l’aver parte­ cipato ad una manifestazione spor­ tiva, anche da semplici spettatori. La battaglia c’è stata, la nostra cari­ ca agonistica ha trovato il modo di essere soddisfatta, le regole sono sta­ te rispettate e la tensione, che nel competere o nel parteggiare per chi stava competendo ci ha entusiasma­ ti, si è espressa al meglio per poi esau­ rirsi al termine dell’incontro. Tutto qui. Ma per comprendere questo pro­ cesso Elias sottolinea che bisogna ne­ cessariamente eliminare ogni conce­ zione moralistica della tensione. «Gli individui possono vivere con una ten­ sione inferiore o superiore al norma­ le, ma solo da morti ne sono comple­ tamente privi. In società come la no­ stra che richiedono una disciplina e una prudenza emotiva totali, lo sfo­ go dei forti e piacevoli sentimenti apertamente espressi è rigidamente li­ mitato... Le attività di loiser (tempo libero) determinano per un breve pe­ riodo di tempo, l’emergere di sensa­ zioni forti e piacevoli spesso assenti nella routine quotidiana dell’esisten­ za. La loro funzione non è semplicemen­ te, come spesso si crede, una libera­ zione delle tensioni, ma la reintegra­ zione di quel grado di tensione che è


un ingrediente essenziale della salu­ te mentale. 11 carattere essenziale del loro effetto catartico è la reintegra­ zione del tonus mentale normale at­ traverso un temporaneo e transitorio insorgere di un eccitamento gradevo­ le» (p. 111). La tensione dunque come elemento vitale per un buon rapporto tra l’in­ dividuo e il mondo che lo circonda, un rapporto che non sia né apatico o indifferente, né esasperatamente conflittuale. E qui tocca riflettere sui molti episodi di violenza ormai non più soltanto fuori degli stadi, e limi­ tatamente al calcio, ma anche pur­ troppo dentro i palazzetti di basket o durante altre manifestazioni spor­ tive. Ci si domanda perché se nella nostra società la mentalità corrente tende a rifiutare, almeno a livello di principio, ogni forma di violenza, perché nello sport la carica di aggres­ sività riversata da atleti e spettatori pare crescere? Perché, è la.risposta dei due studiosi autori del libro suc­ citato, lo sport sta perdendo l’aspet­ to di metafora della guerra, fino ad assumere, almeno per alcuni gruppi, l’aspetto di un’attività quasi religio­ sa. «Giocare e/o seguire uno sport — si legge a pagina 283 del libro — è di­ ventato uno dei principali strumenti di identificazione collettiva nella so­ cietà moderna e una delle principali fonti di significato nella vita di mol­ ta gente». L’affermazione di Dunning può sembrare eccessiva. Ma ri-

flettendo bene: se l’attività sportiva viene vista come competizione per il primato, regolata si da norme ma nella quale comunque primeggia chi è più forte e intelligente, se giocare non è più l’astratta rappresentazio­ ne incruenta di una battaglia, ma la vera battaglia nella quale si giocano i destini dei partecipanti, allora tut­ ta la concezione dello sport si trasfor­ ma. L’aggressività violenta non è più soltanto un’anomalia da asportare dal tessuto sano del mondo sportivo, ma parte integrante senza la quale si soccombe umiliati. Se facendo sport in maniera agonistica e no, la mia identità avrebbe modo di esprimersi e magari di modellarsi, con una con­ cezione «militaresca» di esso salta quella importantissima funzione che lo sport ha di essere contrappeso del­ la routine della vita lavorativa. Lo sport diventa vita portandosi con sé conflitti e insoddisfazioni che, non più simbolizzati, acuiscono esaspe­ randola la carica di aggressività che ognuno si porta dentro. In quest’ottica si spiegano il doping, i trucchi, le polemiche (a volte vio­ lente) e le ingiurie nei confronti de­ gli arbitri. Su queste riflessioni non solo la ricer­ ca sociologica potrebbe svilupparsi così come invita Dunning, ma anche l’attenzione degli addetti ai lavori po­ trebbe essere più seria e approfon­ dita.

SCUOLA DI NUOTO. ESPERIENZE DAL BORDO VASCA

Il tema generale è quello del primo approccio del bambino con la vasca e successivamente con gli stili di nuo­ to fondamentali. All’interno di que­ sta grande tematica, il testo si suddi­ vide in sei parti. Nelle prime due vie­ ne preso in esame l’approccio del bambino con la piscina. Nella terza e quarta parte viene sviluppata la tec­ nica del nuotatore, in riferimento ai diversi stili. Nella quinta parte i due autori, basandosi sulla loro lunga esperienza in materia, espongono una didattica del nuoto, esposta in sem­ plicità, senza tante complicazioni teo­ riche. Nella sesta parte, conclusiva, si forniscono consigli su come af­ frontare situazioni di emergenza. Il testo, proprio perché destinato an­ che agli stessi bambini, si presenta di facilissima lettura. Centinaia di sim­ patici disegni e molti «riquadri» rie­ pilogativi aiutano a comprendere c fissare meglio gli enunciati degli au­

Mario Andolfi e Marco Parigiani, Ed. Zanichelli, Bologna 1989, pp. 304, L. 32.000.

Com’è nella tradizione dei manuali Zanichelli, anche questo libro è esau­ riente, molto illustrato, facile da leg­ gere e ben stampato. Nel dettaglio, si tratta di un testo tecnico-didattico che gli autori dedi­ cano esplicitamente agli istruttori «novizi», agli allievi, grandi o piccoli che siano, e ai genitori degli allievi. A questi ultimi la lettura è consiglia­ ta perché non ostacolino in qualche modo il lavoro dell’insegnante e se­ guano invece l’apprendimento nata­ torio dei propri figli con cognizione di causa e con serenità.

Vittorio Satnmarco

tori. Per chiarire meglio l’imposta­ zione del volume, c’è un’ultima, fon­ damentale precisazione da fare: lì do­ ve si parla di apprendimento del nuo­ to, la via seguita è quella ludica; i «giochi acquatici» descritti da Andolfi e Parigiani sono alcune decine, tut­ ti assai divertenti.

SCUOLA DI GOLF Eddie Birchenough, Ed. Zanichel­ li, Bologna, pp. 206, L. 38.000

Il golf, come lo sci nautico o il polo, passa per essere uno sport da ricchi, territorio proibito ai comuni morta­ li che combattono ogni mese dure battaglie per far quadrare i conti fa­ miliari. Non sembra, questa, un’eti­ chetta che possa essere cancellata in un prossimo futuro. Basti considera­ re i costi delle attrezzature e dell’ac­ cesso agli impianti per capire come il golf sia destinato a rimanere tabù per le masse. Ma, al tempo stesso, sappiamo che oggi ogni sport ha due facce: quella della disciplina praticata attivamen­ te e quella dello spettacolo fruito pas­ sivamente. In altri termini, uno sport lo si può amare come praticante o ap­ prezzare come spettatore. Se ci po­ niamo in tale ottica, occorre ricorda­ re che il golf — quello professioni­ stico, di alto livello — si è impadro­ nito di ampi spazi nei palinsesti del­ le televisioni commerciali, e che quin­ di si propone come sport-spettacolo a gruppi sempre più ampi. Ma come è possibile apprezzare uno spettaco­ lo sportivo di cui si ignora pratica­ mente tutto? (segue a pag. 30)

29


MEDICINA Queste poche righe dedicate al volu­ me inviatoci dalla Zanichelli non vo­ gliono essere un invito a «convertir­ si» al golf, quanto l’indicazione di uno strumento realmente completo e minuzioso per chi fosse curioso di pe­ netrare i «segreti» del misterioso ri­ to sportivo che il teleschermo ha ini­ ziato a riversarci in casa.

HUNCMCO YAUTVTTl

In viaggio per un amico

IN VIAGGIO PER UN AMICO Francesco Valitutti, Ed. Società Stampa Sportiva, Roma 1990, pp. 166, L. 28.000

30

In tempo di Campionato del mondo — con tanto di calcio gonfiato a di­ smisura, «strillato», disumanizzato e disumanizzante che ci viene proposto e quasi imposto — forse è giusto ri­ cordare che anche il calcio-industria è fatto di uomini, che talvolta riesco­ no a conservare, dandone il segno tangibile, la propria umanità senza lasciarsela alienare dai troppi riflet­ tori e dai troppi miliardi. Esenjpi del genere, il calcio di casa nostra non ne propone molti. Tra i pochi degli ultimi anni va annovera­ to quello di Gaetano Scirea, morto il 3 settembre 1989 in Polonia in un raccapricciante incidente stradale. E questo libro nasce proprio dal desi­ derio di Valitutti di comprendere, per se stesso e per gli altri, i motivi per cui, quel 3 settembre di un anno fa, centinaia di migliaia di appassionati di calcio hanno avvertito l’annuncio della morte di Scirea coinvolgente nel dolore quasi si fosse trattato di un amico. Un amico carissimo e perdu­ to, che si cerca poi di ritrovare nel-

L'ARTROSCCP DEL GINOCCHIO L’artroscopia, impiegata per la pri­ ma volta nel 1957, si è guadagnata in quesi ultimi anni interesse e dif­ fusione, soprattutto per l’importan­ za che essa riveste nella diagnosi e nel trattamento delle lesioni trauma­ tiche del ginocchio in corso di atti­ vità sportiva. L’esame artroscopico viene esegui­ to di norma in anestesia generale o locale, introducendo un tubicino ot­ tico prevalentemente nella porzione anteriore del ginocchio, onde scruta­ re dall’interno le strutture anatomi­ che di questa complessa articolazio­ ne. A questa tecnica si devono rico­ noscere indubbi vantaggi: a) riduzio­ ne del trauma chirurgico con minor danno alle strutture periarticolari; b) riduzione delle complicanze post­ operatorie; c) minor costo sociale; d) precoce recupero funzionale. A fronte di questi vantaggi però bi­ sogna tener presenti alcuni svantag­ gi. Il primo è senza dubbio la diffi­ coltà di esecuzione della tecnica. In­ terventi artroscopici in mani poco competenti sono in realtà tutt’altro che privi di complicanze. 11 secondo è la tendenza a sopravva­ lutare le indicazioni applicative, im­ pegnando la tecnica endoscopica in luogo di un semplice esame clinico. In altri termini chi non è in grado di effettuare una normale visita mira­ ta si cimenterebbe con l’artroscopia. Possibili interventi di chirurgia artroscopica sono la rimozione di cor­ pi liberi intraarticolari, le lesioni meniscali, rescissione di pliche sinoviali, il trattamento di lesioni osteocondrali, le suture meniscali, ecc.

Il 90% delle lesioni capsulo-legamentose recenti del ginocchio con lacerazione del legamento crociato anteriore, può essere diagnosticato sulla base dell’anamnesi e dell’esa­ me clinico mirato. Dopo l’iniziale ed eccessivo ottimi­ smo sulle capacità applicative dell’artroscopia si va diffondendo la convinzione che tale tecnica non è sempre indispensabile. Per esempio ci sono forti dubbi sul­ l’utilità di un intervento endoscopicó su lesioni meniscali degenerative. In­ fatti un menisco anche alterato eser­ cita sicuramente una funzione pro­ tettiva ammortizzante sulla superfi­ cie articolare. Nessuna meraviglia perciò se, dopo resezione artroscopica nel 60% circa dei casi, gli esiti so­ no insoddisfacenti. Perfino la meniscectomia parziale in caso di lacera­ zione traumatica, una delle indica­ zioni fondamentali dell’artroscopia, ad una revisione critica non dimo­ stra risultati costantemente buoni. I vantaggi dell’artroscopia sono tut­ tavia indiscutibili anche se spesso c’è l’errata supposizione che con l’ispe­ zione diretta si possa evidenziare co­ munque qualcosa. Nella peggiore delle ipotesi l’esami­ natore rileva una condropatia retropatellare, un reperto talmente ripe­ titivo, da essere oramai comune­ mente denominato «sindrome artroscopica», poiché a fronte di un quadro del tutto negativo, è pur ne­ cessario nascondere il comprensibile imbarazzo dietro un’enfatizzazione terminologica. Antonio Spataro

l’incrociarsi delle testimonianze di quanti gli sono stati maggiormente accanto. Certo, questo è un libro «alla memo­ ria», quindi giocato sull’onda dell’e­ motività, emotività che traspare dalle parole di Zoff, Boniperti, Platini, Trapattoni e di tutti gli altri «testimo­ ni» interrogati da Valitutti. Ma è, a suo modo, anche un documento, poi­ ché dimostra come il football profes­ sionistico giocato ai massimi livelli non necessariamente rechi in se i ger-

mi del divismo, dello smarrimento della propria originaria dimensione umana. E in questo senso mi sembra che, oltre ad essere un giusto ricor­ do del campione, In viaggio per un amico si proponga come una lettura propedeutica per quanti, essendo nel­ l’età più verde, aspirano ad imboc­ care o già imboccano le vie del pro­ fessionismo calcistico. È quasi un vademecum, da mettere nella borsa insieme agli indispensa­ bili indumenti di gioco.


I

■i

___

t] SPORT/SOCIETA

/

f

«è* L'anno scorso scrissi, con una delle solite battutacce, che il ciclismo ita­ liano era tutto in un ...Bugno. La profezia è esatta solo in parte. Il fan­ tastico Gianni ha vinto il Giro d’Ita­ lia come un diretto (se si parla di pu­ gni, che se si parla di treni è come un InterCityl): alla vecchia maniera, di forza, con distacchi di parecchi mi­ nuti, come non si vedeva da tempo. Ha fatto ritornare la gente ad applau­ dire per le strade, come una volta quando il Giro era anche una festa di piazza, con fiera ambulante e spet­ tacoli televisivi. Ha vinto sempre in maglia rosa, come solo Girardengo, Binda e Merx seppero fare. Ma il Bugno non è solo: ci sono altre dita (negli occhi del ciclismo stranie­ ro), come il cabotiero Giovannetti e il principe del Nord Argentin, come Fondriest, Giapponi e altri. Ci sono mani che afferrano saldamente i ma­ nubri e gambe che pedalano, perché il ciclismo —pur ampiamente sponso­ rizzato — sifonda ancora sulla fatica umana, umile e dura. Per questo, mentre già si ribolliva per il Mondiale, il Giro ha saputo riconquistare lefolle. 31 TIFONE Mentre scrivo queste note, il Mondia­ le sta per iniziare e si trova proprio nell’occhio... del tifone. Il «tifone» come grosso fenomeno di tifo, che porta persino a comperarsi l’erba del­ lo stadio, più cara delle più preziose orchidee. E il tifone come mareggia­ ta di folla. Di fronte ai rischi che vengono an­ nunciati e ai miliardi già spesi, è lo­ gico che ci si chieda: «ma chi ce l’ha fatto fare?». Io avrei una domanda più precisa. Nei giorni precedenti legare, ho visto Roma come dovrebbe essere: gli spazzini al lavoro, le stazioni sorvegliate nelle ore serali e notturne, i Vigili Ur­ bani per le strade a regolare il traffi­ co, la metropolitana ripulita, le scritte sui muri cancellate, qualche galleria e qualche parcheggio in più. Ed ecco la domanda: «Ma non potrebbe e do­ vrebbe essere sempre così?».

- ----------------------------------

di Domenico Volpi

IL BUGNO NELL’OCCHIO

Storie di ordinario dolore e di straor­ dinario coraggio. Il tennista Muster, ventiduenne austriaco, due anni fa è investito da un automobilista ubria­ co ed ha forti danni al ginocchio, e ora ha vinto gl’Internazionali d’Ita­ lia. Alvise Zago del Torino nel feb­ braio ’89 si scontra in azione di gio­ co: rottura dei legamenti crociati e della capsula articolare del ginocchio destro, intervento chirurgico imme­ diato, nuovi ricoveri, controlli, e do­ po un anno di stampelle e di trepida­ zione torna ad allenarsi: il 24 mag­ gio gioca nella sua squadra promos­ sa in A. Walter Chiarella del Catanzaro ha un incidente stradale nell’88, entra in co­ ma, ne esce con una lesione al cervel­ lo; gli viene proibita l’attività agoni­ stica, riceve per un anno il minimo di stipendio, poi più niente; passa alla Ternana e il Catanzaro lo blocca con un "azione legale; nell’aprile scorso gli è concesso di tornare a giocare, il 6 maggio segna un gol in una partila di campionato. Kristian Ghedina, ven­ tenne di Cortina: gli si stacca un me­ nisco in gara, fa un ’artroscopia e tre­ dici giorni dopo vince una discesa di Coppa del Mondo in Svezia. Miracoli, della medicina e della chirurgia, ma anche della volontà e della speranza. FARE E DISFARE Per ospitare i Mondiali, lo Stadio Olimpico di Roma aveva bisogno di una copertura: occorreva innalzare piloni di sostegno e un tetto scorre­ vole, modificando così il verde pae­ saggio tra Monte Mario e il Tevere.

Il costruttore Rozzi, più noto come presidente dell’Ascoli, assicurò che con la stessa somma avrebbe potuto costruire uno stadio nuovo, e il pre­ sidente della Roma, Viola, indicò di avere denari, progetti e luoghi per un impianto tutto nuovo e moderno. Fu­ rono trattati come affaristi e ignorati. In seguito occorsero altri miliardi perché molte strutture del vecchio Olimpico dovettero essere del tutto demolite e rifatte. Ora il nuovo Olim­ pico è là; caro, bello, poco adatto al calcio perché la pista di atletica allar­ ga l’anello, ingombrante ma ...non impermeabile, dato che ai primi col­ laudi la famosa copertura ha qualche angolo debole. Intanto, Verdi e am­ bientalisti hanno proposto di demo­ lire il tetto dopo i Mondiali, buttan­ do al vento i miliardi in questione. A questo punto i Romani, che aveva­ no seguito il tutto con calma... olim­ pica, si sono indignati: — Eh no! — hanno ribattuto — Noi da settanta anni ci teniamo il Vittoriale (monu­ mento a Vittorio Emanuele II) infi­ lato nelle pendici del Campidoglio, e voi volete distruggere uno stadio ap­ pena finito! Cominciate in ordine di data, perbacco! E, a proposito, ci sa­ rebbero anche un Palazzo di Giusti­ zia e.... (la lista continua). PUNTURE DI SPILLO • I giornali annunciano che Andrea Niccolai, 22 anni e 1,98 metri di al­ tezza, è passato alla squadra «Il Mes­ saggero» di Roma per 13 miliardi. La pallacanestro insegue il calcio negli ingaggi folli e a Nicolai sarà dato l’appellativo di «Baggio del basket». • Il nome sembra straniero ma i mu­ scoli sono toscani: Yuri Chechi ha vinto la medaglia d'oro negli anelli agli europei di ginnastica. L'ultima grande impresa del genere risaliva a Giovanni Carminucci, 19 anni fa, nelle parallele. Chechi è forte in tut­ te le specialità, ma per le nozze con il successo due anelli d’oro sono pro­ prio adatti!

31


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Stadium n. 7/1990 by Stadium - Issuu