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Stadium n. 6-7/1974

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Direttore responsabile: Aldo Noiario

Redattore capo: Duilio Olmetii

Comitato di redazione: Zina Giuri Amili Paolo Andreoli Enzo Balboni 5 Claudio Bucciarelli Giulio Martinucci

Grafica: Alberto Greganti

STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune dell'associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario. STADIUM I; è una tribuna aperta. Tutti sono invitati s a esprimere la propria opinione I e tutte | le opinioni | sono gradite.

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i; STADIUM chiede a tutti i soci ' un'attenzione costantemente critica e una collaborazione ; generosa.

ì (copertina di Alberto Catalani)

■H MB Questo numero speciale di Stadium, dedicato al Congresso nazionale, interrompe la trattazione degli argomenti che andavamo trattando. Avvertiamo i nostri lettori che dal prossimo numero riprenderà la serie normale e li invitiamo quindi a seguirci e collaborare con noi come per il passato. In particolare ricordiamo il dibattito iniziato su « Il tecnico è un educatore? ». E’ un argomento che può aiutarci a capire meglio sia i princìpi cui ci ispiriamo sia i criteri per raggiungere le nostre finalità. Contiamo vivamente su un ampio intervento dei lettori per sviluppare adeguatamente il dibattito. Ringraziamo sin d’ora quanti vorranno scriverci, esprimendo in tutta libertà la propria opinione.


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L'attuale Congresso nazionale della nostra Asso­ ciazione cade a metà del ritmo quadriennale di vita che essa si è dato con il nuovo Statuto. Il Congresso biennale differisce da quello quadriennale — come indica l’art. 16 dello Statuto — perché ha in quest'ul­ timo il suo punto di riferimento, in ordine alla rea­ lizzazione e alla gestione degli impegni che da esso sono scaturiti. Il presente Congresso ha dunque una caratteriz­ zazione del tutto particolare, in quanto trova già precisamente definiti dal precedente Congresso l’og­ getto e i criteri del suo svolgimento. Ciò anche se sul piano giuridico — cioè nella composizione e nelle formalità di svolgimento — il Congresso biennale è stato giustamente equiparato a quello quadriennale, alla luce di un testo statutario che forse non esprime del tutto chiaramente l’intenzione di coloro stessi che l'hanno approvato e che probabilmente merita di essere riconsiderato in sede opportuna. A parte l’aspetto giuridico, è chiaro che l'attuale Congresso ha soprattutto il compito di verificarsi sul­ le scelte e sugli indirizzi del Congresso svolto al­ l'inizio del quadriennio.

Un Congresso Ui wifn Sono trascorsi due anni da quando ci siamo ri­ trovati nel primo Congresso nazionale della rinnovata Associazione, nata dall'unificazione CSI-FARI attra­ verso l'elaborazione di un nuovo Statuto. Quello del 1972 è stato un Congresso importante e impegnativo: doveva non soltanto determinare gli indirizzi culturali, sociali e politici di un’Associazione in sé stessa sostanzialmente rinnovata, ma anche interpretare una situazione nuova creatasi nella Chie­ sa, nella società e nello sport italiani e cercare di farvi fronte in maniera adeguata. Se si può esprimere un giudizio, a due anni di distanza possiamo dire che il Congresso nazionale del 1972 non è mancato al suo compito.


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La verifica sui del programma associativo Ora, a metà cammino, ci incontriamo di nuovo per verificarci sulle scelte allora fatte e sul program­ ma associativo che il Consiglio nazionale ne ha tratto all’inizio della sua gestione. Il nostro, dunque, è sostanzialmente un compito di verifica:

— sul programma elaborato dal Consiglio nazionale per vedere se e quanto corrisponde alle scelte congressuali da cui doveva scaturire e se la sua gestione è stata poi adeguata ai compiti e alle re­ sponsabilità che ne derivavano; — sulla realizzazione di tale programma a tutti i livelli dell’Associazione, per vedere se e fino a che punto il rinnovamento cui ci eravamo impegnati si è attuato, sia sul piano della coscien­ za, sia sul piano operativo. E' chiaro che nel fare questa verifica, oltre alle scelte congressuali di due anni orsono, dobbiamo ave­ re presenti alcuni altri punti di riferimento: — i prin­ cìpi ispiratori e gli indirizzi fondamentali dello Sta­ tuto; — il contesto sportivo, sociale ed anche eccle­ siale in cui opera la nostra Associazione; — la stessa esperienza che abbiamo compiuto in questi due anni, in quanto ci ha fornito quotidianamente indicazioni per giudicare le scelte fatte, gli strumenti adottati e i risultati ottenuti. Può essere considerato un punto di riferimento per la verifica anche il ritmo quadriennale che l’Associazione si è dato con il nuovo Statuto. Di esso, infatti, occorre tener conto per giudicare i passi fin qui fatti e quelli che ancora possiamo compiere nei due anni che abbiamo davanti. E' un doveroso rispetto che dob­ biamo all’Associazione, evitando di pretendere da essa una marcia troppo affrettata o cambiamenti repentini non rigorosamente necessari. La verifica che faremo dovrà, ovviamente, essere accompagnata da una valutazione, da una presa di coscienza e da una volontà conseguente di rimediare agli errori, colmare le carenze, correggere le stortùre. Di qui scaturisce una precisa dimensione che il Con­

siglio nazionale propone di dare a questo Congresso. Come diremo più espressamente nella seconda parte di questa relazione, la dimensione proposta dal Consiglio nazionale per questo Congresso è di ca­ rattere politico. Intendiamo cioè verificare ciò che ab­ biamo fatto tenendo presenti gli scopi che ci pro­ ponevamo di raggiungere e allo stesso tempo con la volontà di fare scelte concrete — possibili, ma chiare e decise per operare nei prossimi anni verso le mète che ci siamo insieme proposti. Già la verifica, che ora ci accingiamo a fare, tiene conto di questo « taglio politico ». Non vogliamo tanto approfondire i nostri temi di fondo sul piano ideo­ logico, quanto piuttosto appurare che cosa abbiamo o non abbiamo realizzato, per quali motivi abbiamo otte­ nuto o non ottenuto certi risultati e quali indirizzi, quali strumenti dovremo adottare per procedere sulla strada scelta. La nostra verifica seguirà i quattro punti del pro­ gramma associativo che il Consiglio nazionale ha ela­ borato, raccogliendo ed ordinando le indicazioni del­ l'ultimo Congresso. Secondo il Consiglio nazionale, l’obiettivo gene­ rale che il Congresso aveva scelto per l'Associazione nel quadriennio 1972-’76 poteva essere così sinte­ tizzato: « Vivere e far vivere un’esperienza sportiva comu­ nitaria di base nella linea di uno sport sociale, con­ cepito cioè come un’esperienza che sia strumento di sviluppo umano e sociale delle persone ». Per raggiungere questo obiettivo generale, il Con­ siglio nazionale, sempre sulla base delle indicazioni congressuali, ha ritenuto di definire quattro obiettivi intermedi e cioè: 1) un'attività sportiva a carattere sociale; 2) un’azione politica per la realizzazione di un servizio sociale per lo sport; 3) una vita associa­ tiva delle strutture di servizio; 4) una formazione glo­ bale e continua per tutti. E’ sulla base di questi obiettivi intermedi che ora analizzeremo l’esperienza compiuta nei due anni tra­ scorsi.

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1 - Un'attività sportiva a carattere sociale Coerente con le finalità statu­ tarie — che definiscono l’attivi­ tà del CSI come una proposta di esperienza sportiva che ha per centro l’uomo e la sua matura­ zione di persona impegnata so­ cialmente — il precedente Con­ gresso del 72 aveva posto l’Associazione di fronte ad una pre­ cisa scelta di ruolo. Non si trat­ tava tanto di perfezionare tecni­ camente o di aumentare ciò che si era sempre realizzato sulla strada di una logica agonisticoselettiva prevalente, quanto piut­ tosto di essere diversi proprio in nome di un processo di libera­ zione dell’uomo che deve tocca­ re anche la sua esperienza spor­ tiva. Per questo il CSI è uscito dal Congresso di due anni fa con la prospettiva di una nuova collo­ cazione nel mondo sportivo or­ ganizzato e nella società italiana, di una Associazione cioè che sce­ glie come proprio un ruolo di servizio sociale sportivo. La scel­ ta implicava, ed implica tuttora, l’abbandono di uno sport tradi­ zionalmente concepito come un fatto di privilegio, luogo di pre­ dominio dei più dotati, fenome­ no esasperatamente tecnico-ago­ nistico, spettacolare e consumi­ stico. Lo sport a carattere socia­ le, che il CSI ha scelto, vuole invece restituire a tutti l'elemen­ tare diritto ad una attività di movimento, di esercizio, di gioco aprendosi alla libera programma­ zione ed alla diretta gestione di tutti. Una rivoluzione non sol­ tanto nelle idee ma nella menta­ lità e nei comportamenti con­ creti. LA RIFORMA PROGRESSIVA DELL’ATTIVITÀ’ UFFICIALE

Da qui è partito il nuovo Con­ siglio nazionale, eletto in Con-

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gresso, per iniziare il processo di trasformazione dell’ attività sportiva ufficiale del CSI da un’attività rigidamente regola­ mentata e diretta dalle Commis­ sioni tecniche nazionali ad un'at­ tività maggiormente gestita dal­ la base e più rispettosa delle spe­ cifiche esigenze socio-ambientali. Il primo passo, infatti, è nel giugno stesso del 72 quando i programmi di atletica leggera (campestre), calcio, pallacane­ stro, pallavolo e tennistavolo per il 1972-73 (e, in seguito, gli al­ tri) si aprono alla possibilità che i Consigli regionali stabiliscano autonomamente i limiti e le nor­ me di validità delle fasi locali nonché i criteri di passaggio dal­ la fase locale a quella regionale. L’innovazione — che venne defi­ nita delle integrazioni regionali e che rappresentava uno stru­ mento ben più efficace degli in­ centivi o « sbarramenti » promo­ zionali esistenti nei programmi del 1971-72 — mirava a compen­ sare il criterio prevalente della pura selettività agonistica con al­ tri elementi associativo-promozionali che potessero permettere un diverso e più educativo giudizio e a creare i presupposti di una libera programmazione di base. Le integrazioni sono state man­ tenute anche nei programmi 197374 ma pochissimi Consigli regio­ nali le hanno valorizzate: c’è da dire che, già dalla prima edizio­ ne, i criteri indicati dalle regio­ ni denotavano una scelta affret­ tata senza la partecipazione di coloro che ne sarebbero stali i protagonisti e la tendenza ad oscillare tra criteri tecnicistici tradizionali e criteri generici di difficile applicazione. Un secondo passo è avvenuto nel 73 con una più accentuata correzione della formula dei cam­ pionati sia attraverso l’abolizio­ ne delle Finali nazionali, sosti-

tuite con Incontri interregiona­ li a carattere di Feste sportive nazionali, sia attraverso il pro­ gressivo aumento del processo di decentramento con la libertà in sede locale di programmare e omologare l’attività, assumendo anche la responsabilità in mate­ ria di controllo e valorizzando la tessera associativa, unico docu­ mento riconosciuto per prendere parte a tutta l’attività sportiva del CSI. Gli effetti di questa duplice de­ cisione non sono appieno valuta­ bili perché la concreta esperien­ za delle innovazioni è da poco in corso e con tempi diversi da disciplina a disciplina. Per ciò che è verificabile e in rapporto alla decisione più ap­ pariscente — rappresentata dal­ l’eliminazione delle Finali nazio­ nali e dalla loro sostituzione con Momenti che raggruppano più regioni e che uniscono al pro­ gramma strettamente sportivo aspetti socializzanti e di cultura per un’esperienza umanamente più ricca da viversi insieme — s’intravvedono ancora dei limiti, dovuti a carenze nei programmi stessi delle manifestazioni, a im­ possibilità di fatto a mantenere la caratteristica della libera scel­ ta della località per motivi anche finanziari (egualmente selettivi e discriminatori dei motivi tecnico­ agonistici), infine — ma è la ca­ renza più grave e determinante — ad una scarsa conoscenza al­ la base deH’Associazione del vero significato per cui si realizzano i Momenti nazionali. Se si opera­ no modificazioni che vogliono es­ sere sostanziali, esse risultano tanto più profonde ed efficaci quanto più vengono costruite e vissute da coloro che ne sono i protagonisti: diversamente, es­ se rischiano di rappresentare un semplice cambio di etichet­ ta che crea soltanto confusione — e di conseguenza sfiducia — nei ragazzi e nelle ragazze che vi par­ tecipano, non preparati a co­ glierne lo spirito perché non abi­ tuati a viverlo nell’attività loca­ le. 1 Momenti nazionali non pos­ sono essere altro che la conti­ nuazione di una logica che si ap­ prende e si espcrimenta nella so-


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Lo sport tradizionale può essere di tutti e per tutti ?

cietà sportiva e nelle attività del proprio Consiglio provinciale. Analoghe osservazioni — sem­ pre in rapporto a ciò che finora è verificabile — si possono avan­ zare per la seconda decisione, me­ no appariscente e meno trauma­ tica della soppressione delle Fi­ nali, ma sostanzialmente più ca­ rica di fermenti di trasformazio­ ne: il decentramento a livello pro­ vinciale e di circoscrizione zona­ le della programmazione, regola­ mentazione e controllo dell’atti­ vità. Questa operazione è, praticamente, una proposta di attività a misura delle multiformi esigen­ ze locali, con l’offerta di una va­ sta gamma di possibilità sugge­ rite dalle Commissioni tecniche

nazionali attraverso i programmi annuali che sono, in realtà, dei programmi-quadro. Si veda, in particolare, l’immissione della categoria seniores nelle principa­ li discipline che ha il preciso si­ gnificato di uno strumento di proposta sportiva programmata per coloro che hanno superato il 18" anno d'età, in linea con una domanda sociale sempre più ac­ centuata. C’è da chiedersi come questo ampio spazio di libera ge­ stione dell’attività sia stato occu­ pato dai Consigli, se con un’as­ sunzione effettiva delle esigenze locali o con la conservazione di schemi tradizionali o la manipo­ lazione dei regolamenti secondo interessi superficiali. È il caso, questo, di alcuni Consigli che nel­

l’attività di pallacanestro hanno ritenuto non importante nei sug­ gerimenti del programma-qua­ dro l’esclusione dei tesserati fe­ derali o l’indicazione delle età di alcune categorie, forse non com­ prendendone la logica in un mo­ mento di doveroso rilancio di questa disciplina. Quest'ultima osservazione aprirebbe la possibilità di un'ana­ lisi più circostanziata delle sin­ gole discipline nei due anni, ma l’incompletezza dei dati in pos­ sesso del Consiglio nazionale ren­ de opportuna soprattutto la ve­ rifica delle linee di tendenza ge­ nerali riscontrabili nei diversi sport praticati nel CSI. Alcune di­ scipline segnano un'espansione sia nella partecipazione degli atleti sia in quella dei Consigli che programmano ed organizza­ no: è il caso della Campestre e del­ lo Sci e, in forma più limitata, della Pallacanestro e del Nuoto. Altre come la Pallavolo, il Calcio, il Tennis tavolo, l’Atletica su pi­ sta indicano la tendenza ad una flessione le cui motivazioni pos­ sono avere origini diverse che an­ drebbero ricercate con maggiore attenzione anche in àmbito loca­ le. È bene, infatti, tener presen­ te che in linea generale le drasti­ che modificazioni di alcuni pro­ grammi (calcio, tennistavolo) possono aver inciso su un'attivi­ tà tradizionalmente sviluppata, così come incidono dall’esterno l'intensificarsi e capillarizzarsi della corrispondente attività fe­ derale (pallavolo), o all’interno l’incapacità di collegamento c d’impegno organizzativo-promozionale dei nostri Consigli (atle­ tica su pista). C’è, inoltre, da aggiungere che in clima di decentramento trop­ pi Consigli si sentono autorizzati a non comunicare più dati e no­ tizie riferiti alla mole veramente ingente dell'attività locale. Il fat­ to incide fortemente sul circuito d’informazione associativa sino a compromettere l’attendibilità dei dati da utilizzarsi per un esa­ me più approfondito di tutta l’at­ tività sportiva CSI. È anche que­ sto uno dei motivi — oltre alla considerazione di fondo che le innovazioni programmatiche han-

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Viva le donne nel mondo degli uomini 1

no ancora bisogno di un tempo ulteriore di sperimentazione — che ci fa giudicare con cautela l’attività svolta dal '72 ad oggi. È invece da non passare sotto silenzio lo sforzo compiuto in questo breve periodo per accre­ scere la gamma delle discipline, arricchendo così l’arco delle pos­ sibilità di scelta nei programmi dei nostri Consigli. Sono interes­ sati a questa fase promozionale tre sport: la pallamano, in veloce sviluppo tanto da impegnare già una ventina di Consigli: il judo, con diversi centri di avviamento; il pattinaggio che inizia quest’an­ no un coordinamento ed una pro­ grammazione specifica. Il discorso delle possibilità di scelta da offrire a coloro che de­ siderano compiere un’esperienza di pratica sportiva ci riporta ad uno dei grandi problemi su cui l’Associazione ha scelto di verifi­ carsi, il problema della presenza e della partecipazione femminile. Esso è parte integrante di tutti gli aspetti della vita del CSI e nell’analisi fin qui condotta sul­ l’attività sportiva lo abbiamo sem­ pre tenuto presente attraverso la lettura dei dati che hanno contri­ buito alle valutazioni finora espresse. Ma è giusto mettere in evidenza che se la partecipazio­ ne delle donne alle principali di­ scipline è — dall’unificazione CSI-FARI del 1971 ad oggi — in crescita, è anche vero che il rap­ porto con la corrispondente pra­ tica maschile rivela tuttora un fortissimo divario che sembra ri­ specchiare il persistere di una mentalità sportiva corrente che emargina di fatto la donna dallo sport e che non ne rispetta l’ori­ ginalità. Come rileva il breve documen­ to di sintesi redatto al Convegno di Ostia sulla presenza e sulla partecipazione femminile nel CSI (2-3 febbraio 1974), il cui testo è allegato alla presente relazione, lo sforzo organizzativo dell’intera Associazione è rivolto in maniera ancora troppo preponderante a \?Sn^nL dell’attività maschile. Nell ambito di parecchi Consigli, o erta di attività è così esigua per e ragazze da provocare un esodo verso attività federali. Sen-

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ca collaborazione, essi non sono importanti per se stessi quanto piuttosto perché rappresentano l'occasione sistematica per avan­ zare nel processo di chiarimento sui ruoli e sulle competenze del­ le diverse componenti dello sport organizzato. La situazione italia­ na è tuttora segnata da una so­ vrapposizione e, quindi, da una confusione di competenze che il discorso su una pratica sportiva a carattere sociale ha contribui­ to a complicare per la superficia­ lità con cui troppe parti interes­ sate lo hanno fatto proprio. L'in­ sistenza con cui gli Enti di pro­ mozione sportiva hanno ripetu­ tamente richiesto una definizione dei ruoli è giustificata da una real­ tà che non riesce a liberarsi dal monopolio di fatto che il CONI e le Federazioni esercitano in for­ za di una legge fascista. È anche per tali motivazioni che il CSI ha proceduto cautamente di fron­ te al problema delle cosiddette « convenzioni » che una parte dell’ Associazione vorrebbe in blocco denunciate e che un’altra parte invoca a salvaguardia del lavoro svolto.

V za riportare nella relazione le molteplici osservazioni della sin­ tesi del Convegno di Ostia, cui rimandiamo, va qui chiaramente affermato che il Congresso non può prescindere da un’attenta ve­ rifica su tendenze in atto che di­ sattendono nella realizzazione concreta le indicazioni statutarie e le scelte congressuali del ’72. A chiusura delle osservazioni sullo sforzo che va conducendo l'Associazione per convertire i propri programmi ufficiali ad una maggiore coerenza con le fi­ nalità associative è giusto accen­ nare brevemente ai rapporti esi­ stenti con le principali Federazio­ ni sportive. Condotti, in genere, su una linea di franca e rccipro-

VERSO UNO SPORT SOCIALE: LA RICERCA DELLE ALTERNATIVE

Insieme ad un impegno premi­ nente rivolto al tentativo di tra­ sformare l’attività ufficiale in at­ to — rispettando un processo di gradualità indispensabile se si vogliono ottenere cambiamenti profondi e non effimeri — non è mancata l'attenzione, soprattut­ to in quest'ultimo anno, a ciò che può considerarsi la zona di ricer­ ca di una alternativa ai modi tra­ dizionali di fare sport: Il Congresso del '72, infatti, ha approvato una mozione espli­ cita sulla tesi 8 che impegna non soltanto a modificare la formula agonistico-selettiva dei campiona­ ti e a ricercare formule alterna­ tive o complementari all’attività di campionato, ma anche a pro­ grammare e diffondere attività diverse dai campionati. Su questa


Permette che faccia sport come mi piace? Ì4- .

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linea è nata la sollecitazione del Consiglio nazionale che, riunito ad Ostuni dall’l al 3 giugno '73, ha voluto indirizzare a tutto il CSI un documento di riflessione sull’attività sportiva per il dibat­ tito associativo dove, accanto al­ la progressiva riforma dell'attivi­ tà competitiva in atto negli stes­ si programmi sportivi del 1973’74, si sottolinea l’importanza delle esperienze di libera speri­ mentazione sportiva che comin­ ciano a manifestarsi nell’Associazione e fuori dell'Associazione e su cui è doveroso documentarsi proprio in rapporto al ruolo di servizio che il CSI ha inteso as­ sumere nel precedente Congresso. Questo aspetto diverso della richiesta di fare sport è ormai

presente nella società italiana che ha visto moltiplicarsi — ed ha accolto con grande favore — ini­ ziative che escono dai canoni tra­ dizionali codificati nei principali sport olimpici. Il fatto è signi­ ficativo perché dimostra la va­ rietà della domanda e la tenden­ za — più intuita che cosciente, forse, comunque reale aneli'essa — a recuperare la libertà e la na­ turalezza del gioco, dell’esercizio non rigidamente codificato da quello stesso sport ufficiale che in tanti anni ha preferito tenere le masse giovanili e adulte dispo­ nibili non come praticanti ma come pubblico passivo e pagante. Il CSI non può che osservare con interesse ed animare il cre­ scere di tendenze siffatte perché

esse aiutano tutti a chiarire pro­ gressivamente il significato di uno sport a carattere autentica­ mente sociale, cioè esperienza di popolo e non di élites, rispettoso della libertà e della originalità delle persone in tutti gli stadi della loro esistenza, capace di di­ ventare dimensione costante e non sporadica, naturale e non strumentalizzata dal consumismo o dal tecnicismo esasperato. Per questo, nel gennaio scorso la Pre­ sidenza nazionale ha avviato una ricerca sulla libera sperimenta­ zione sportiva sottolineandone due aspetti: il primo, di una ri­ cerca di esperienze nuove che nel CSI si realizzano nell'àmbito del­ l’attività sportiva tradizionale; il secondo, di esperienze sportive di

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Per loro lo sport è soprattutto gioco nuova concezione, che siano cioè non solo fuori dei normali pro­ grammi, ma anche non configu­ rabili nell’àmbito dello sport olimpico. Possiamo dirci con franchezza che la ricerca nei ri­ guardi dei tempi collegati a que­ sto congresso è in ritardo, ma dobbiamo anche dirci che essa perderebbe moltissimo se voles­ simo costringerla in tempi brevi, con dei limiti che in realtà non possono esistere in un’associazio­ ne in crescita. Ciò che è impor­ tante è il tentativo di vedere one­ stamente chiaro anche nelle ini­ ziative altrui per capire ciò che esprimono e manifestano e, se valide, per non lasciarle isolale o facile preda di possibili strumen­ talizzazioni.

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I CENTRI DI FORMAZIONE Sulla linea di uno sport a ca­ rattere sociale e sulla spinta di una domanda fattasi sempre più pressante, anche i Centri di for­ mazione sportiva riteniamo che possano rappresentare un’espe­ rienza da valutarsi in questo Con­ gresso nel grande alveo di una ricerca di modi alternativi e di iniziative diverse dalle tradizio­ nali, anche se i Centri non rap­ presentano in assoluto una no­ vità. Nella nostra Associazione, in­ fatti, essi sono apparsi da tempo e il numero dei Centri in attività è andato crescendo di anno in anno sino a stabilizzarsi tra le 250 e le 300 unità. Un successo quantitativo indubbio che ha fa­ vorito, però, il proliferare di ti­ pologie diverse e in funzione più addestrativa di singole discipline che non di avviamento globale alla pratica sportiva. Ciò lo si de­ ve anche ad una libertà di spe­ rimentazione che in questi anni è stata lasciata all’interno delI Associazione su indicazioni di massima, mai divenute linee di una politica del Consiglio nazioII -■,.$* vuole qui dire che i Cen­ tri di formazione nel CSI sono tutto più di una libertà d’inizia-

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tira che di una vera scelta pro­ grammatica dell’Associazione. La stessa tesi 9 del precedente Con­ gresso, dedicata appunto ai Cen­ tri, non ha avuto una larga èco ed un adeguato dibattito ed ha lasciato sostanzialmente le cose come stavano. Ciò non toglie che la Presidenza nazionale, attraver­ so la Direzione Tecnica, non ab­ bia continuato a sostenere i Con­ sigli e le società che hanno lavo­ rato per costituire nuovi Centri o per mantenere funzionali quelli esistenti. Il discorso delle numerose ti­ pologie che un’analisi della real­ tà dei Centri presenta presuppo­ ne il discorso degli indirizzi pe­ dagogici che s'intendono offrire come criteri generali ad un’espe-

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rienza che deve trovare in se stessa la coerenza con il concet­ to di servizio sociale sportivo. Ma sono proprio questi indirizzi che debbono essere verificati se si vuole uscire da un’incertezza programmatica che vede soltan­ to ora la tendenza ad appoggia­ re una trasformazione dei Centri di addestramento monosportivi (o polisportivi con finalità pur sempre addestrative) in Centri di avviamento alla pratica sportiva. Diciamo « soltanto ora » perché non sono di certo i due o tre an­ ni in cui se ne parla che sposta­ no la sostanza del problema: che è, e che resta, un problema di scelte educative e di relativa pro­ grammazione; senza eludere, inol­ tre, gli interrogativi che il diffon-


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dersi di Centri gestiti direttamen­ te da Enti locali pone ad un Ente di promozione sportiva com’è di fatto il nostro. In tema d’interrogativi e di programmazione, è anche tempo di chiedersi quale sia l’effettivo comportamento dei Consigli pro­ vinciali nella cui giurisdizione esistono ed operano dei Centri: la costatazione diffusa è che i ri­ spettivi Consigli non abbiano in­ serito i Centri in un progetto di sistematica promozione della pra­ tica sportiva, coordinato ad una chiara visione di interventi da compiere in funzione di un servizio sportivo sociale. Il rischio di perseverare nell’indifferenza di fronte ad un’esperienza che sempre più, all’interno ed al­ l’esterno del CSI, assume i con­ torni di un fenomeno non facil­ mente reversione o, peggio, il ri­ schio di accettare una mentalità speculativa che vede i Centri fon­ damentalmente come occasione di natura economica, non sono così teorici da non dover preoc­ cupare i responsabili della vita associata dei nostri Consigli pro­ vinciali e di circoscrizione zonale.

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Le idee e i fatti : si può parlare di rinnovamento continuando a fare le cose che abbiamo sempre fatto?

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I GIOCHI DELLA GIOVENTÙ’

In questa analisi che andiamo conducendo, sia pure sintetica­ mente, su tutta l’attività sportiva del CSI non può mancare una ve­ rifica del comportamento dell’Associazione di fronte alle due ultime edizioni dei Giochi della Gioventù. I Giochi sono nati come pos­ sibilità di accedere alla pratica sportiva offerta a ragazzi e ra­ gazze che non ne avevano anco­ ra avuto l’opportunità. La preoc­ cupazione di salvare la manife­ stazione da un eventuale insuc­ cesso ha inquinato fin dalle ori­ gini la chiara finalità promozio­ nale e il significato di un servi­ zio pensato a dimensione socia­ le. Sono affermazioni queste che il CSI ha ufficialmente espresso e ribadito, ma che non esimono l’Associazione dal costatare che i Giochi sono stati non soltanto

per i ragazzi ma anche per il CSI sostanzialmente un’opportunità mancata. L’osservazione non toc­ ca tanto l’impegno di organizza­ zione dei Giochi stessi, al quale molti Consigli hanno dato un no­ tevole apporto, quanto piuttosto la capacità di offrire una dimen­ sione di continuità all’esperienza troppo breve vissuta da molti giovanissimi, specie in piccoli centri dove mancano adeguate strutture associative e dove i Giochi maggiormente hanno sol­ levato entusiasmi e speranze.

* * Il supporto finanziario. A sup­ porto delle iniziative di cui ab­ biamo fin qui presentato la si-

tuazione e per le sole voci che si riferiscono direttamente all’atti­ vità sportiva locale, regionale, nazionale e al funzionamento dei Centri di formazione sono stati spesi nei due anni oltre 239 mi­ lioni anche attraverso contributi in materiale sportivo e per i Gio­ chi della Gioventù. A questa considerevole somma impegnata è necessario aggiunge­ re i contributi indiretti, rappre­ sentati dalle quote sul tessera­ mento e le affiliazioni che vengo­ no lasciate ai singoli Consigli provinciali e di circoscrizione zo­ nale e che, mediamente, superano ogni anno i cento milioni; inol­ tre, andrebbero valutati i finan­ ziamenti a specifici corsi per tec­ nici e ad Incontri che — indi­ rettamente ma rappresentando spesso l’incentivo più efficace al­ l’attività dell’Associazione — pos­ sono a buon diritto considerarsi spese produttive a sostegno della politica del CSI di promozione dell’attività sportiva.

Analogamente la stampa asso­ ciativa (Stadium, Csiflash) ha svi­ luppato una linea d’appoggio al­ le scelte di fondo incentrate sul carattere sociale dell’attività sportiva e sui programmi specifi­ ci. Lo ha fatto, in particolare, nel­ le due annate di Stadium con al­ cuni filoni di interventi che han­ no unito indicazioni metodologi­ che a dibattiti ed al racconto di esperienze concrete al cui centro si ritrovano i principali problemi che un nuovo modo di concepire lo sport ha sollevato. Notevoli i contributi ad una migliore cono­ scenza del mondo giovanile e della società d’oggi e quelli di analisi di alcuni aspetti del mon­ do dello sport e del costume spor­ tivo in genere di cui è offerta una chiave di lettura in senso criti­ co. Accanto ai periodici si sono editi alcuni sussidi tecnici per l’attività di pallavolo e l’utile « Guida pratica per lo svolgimen­ to dell’attività sportiva » conte­ nente anche i regolamenti-tipo per il 1973-’74 elaborata dalle Commissioni tecniche nazionali.

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2 - Un'azione politica pop la realizzazione di un servizio sociale per lo snrl L’impegno politico — come ve­ dremo nella seconda parte di questa relazione — è connatura­ to alle stesse finalità dell’Associazione e esige un’azione e delle realizzazioni concrete. Il Congresso del 1972, appro­ vando la scelta di fondo di una concezione della pratica sportiva a carattere sociale, aveva indivi­ duato i campi d’intervento del CSI in un'azione di base tenden­ te a far prendere coscienza al­ l’opinione pubblica dei problemi urgenti di uno sport sociale, a sollecitare la realizzazione di strutture per un servizio sportivo pubblico, a individuare e a sti­ molare nuovi strumenti legisla­ tivi che riconoscano il diritto di tutti i cittadini a partecipare e gestire il fatto sportivo libera­ mente scelto e vissuto. L’anno sociale 1972-73 doveva rappresentare il momento del ri­ lancio dell’iniziativa politica del CSI, dopo che si erano manife­ stati i primi segni di difficoltà e di stasi dell’Intesa degli Enti di propaganda e quando si profilava all’orizzonte la possibilità dei pri­ mi interventi legislativi delle Re­ gioni a statuto ordinario da po­ co attuate. Dal Congresso era uscito un chiaro impegno dell’Associazione a farsi promotrice di un dialogo e di un accordo tra le forze spor­ tive per promuovere azioni poli­ tiche unitarie e incisive. Volgen­ doci indietro, dobbiamo ammet­ tere che nel 1972 il rilancio e I iniziativa auspicati non ci sono stati, né al vertice né alla base. È stato per tutti, il 1972-73, un anno che potremmo definire di « orientamento »: ci siamo guar­ dati intorno, abbiamo mosso an­ che dei passi in qualche direzio­ ne, come per saggiare il terreno, ma di una sistematica azione po­ litica non possiamo parlare.

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Le cause sono molteplici e for­ se non vale neppure la pena di analizzarle a fondo, dal momen­ to che da allora la situazione nei vari settori del nostro impegno politico è profondamente cam­ biata e quindi un’analisi non ci gioverebbe granché né a com­ prendere né ad affrontare la si­ tuazione nuova che ci si prospet­ ta oggi.

A LIVELLO NAZIONALE

Nella stagione 1973-74, il Con­ siglio nazionale ha rilanciato il tema della politica con maggiore chiarezza e decisione. Oltre ad averlo incluso tra i punti basi­ lari del programma associativo, ha anche indirizzato all’Associazione un primo documento in cui erano esposte le motivazioni di fondo della necessità della nostra presenza e della nostra azione nella realtà sociale e sportiva. Ta­ le primo documento del Consiglio nazionale è allegato alla presente relazione. Da quel momento, cioè dall’ini­ zio del corrente anno sociale, la nostra azione politica si è fatta più sistematica. A livello nazionale sono ripresi i rapporti con gli Enti di promo­ zione sportiva alla ricerca di piat­ taforme d'intesa sui vari proble­ mi per concretare azioni unita­ rie. Non è stato semplice, in quanto tutti noi Enti di promo­ zione sportiva risentiamo delle posizioni ideologiche e pratiche che per un lungo passato ci han­ no visti rigidamente distinti e spesso antagonisti. Tale ripresa di rapporti, co­ munque, ha portato ad una chia­ rificazione delle rispettive posi­ zioni e ciò ha determinato da una parte lo scioglimento dell'In-

tesa degli Enti di propaganda e dall’altra ci ha condotto, insie­ me, all’AICS, all’UISP e all’US ACLI a definire e a portare avan­ ti una identica azione nei con­ fronti del CONI (per i Giochi del­ la Gioventù, i Centri e i Corsi di formazione) e del Ministero della pubblica istruzione (per il problema dei Centri Pulcini e dell’Educazione fisica nelle scuo­ le elementari, oltre ad ipotizzare un nuovo tipo di rapporto tra il Ministero stesso e le forze del li­ bero associazionismo sportivo). Non si può certamente dire che su questi due fronti i problemi siano stati risolti in maniera completa e del tutto soddisfacen­ te, ma il fatto stesso di una so­ stanziale intesa tra gli Enti citati costituisce un elemento positivo e un motivo di speranza che essi saranno seguiti con l’attenzione, la continuità e l’incisività che si conviene. Con gli stessi Enti di promo­ zione, oltre ad un contatto sia pure non ancora diretto e siste­ matico con i Sindacati, si sta ora affrontando il problema della po­ litica sportiva regionale, sia a li­ vello di singole regioni, sia sul piano generale, mediante l’orga­ nizzazione di un convegno nazio­ nale del quale si stanno esami­ nando l'opportunità, le possibili­ tà e le modalità di realizzazione. Sono anche proseguiti i con­ tatti con i partiti. Ciascun Ente di promozione sportiva ha seguito in ciò una propria strada, ma ci sono stati uno scambio e un con­ fronto anche su questa impor­ tante azione. Per quanto riguar­ da il C.S.I., ci siamo mossi sulla stessa linea del passato, cercan­ do di stimolare e di seguire le ini­ ziative promosse dai parlamenta­ ri della Democrazia Cristiana e dalla Direzione di questo par­ tito. Qualcosa si sta muoven­ do, anche se con molta fatica e


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Lo sport agli sportivi ha fatto dell'Italia un Paese di sportivi senza sport

to in sede di Congresso naziona­ le. Ciò vale anche per eventuali ulteriori sviluppi dei rapporti con il Ministero della Pubblica Istru­ zione in ordine al discorso avviato in seguito alla diramazione delle note circolari del Ministro Mal­ fatti. Per intanto si rimanda ai documenti allegati che contengo­ no le proposte fatte al CONI e al Ministero della pubblica istru­ zione dai quattro Enti di promo­ zione sportiva citati).

A LIVELLO LOCALE

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con non poca confusione. E i dif­ ficili rapporti attuali con il Cen­ tro nazionale sportivo Libertas, a livello nazionale, non giovano certamente a chiarire la situazio­ ne e a condurre in porto inizia­ tive concrete c incisive. Le diver­ genze con la Libertas non sono di ordine ideologico o politico, dove le posizioni sostanzialmente concordano, ma di ordine pratico c operativo: abbiamo cioè riscon­ trato un’impossibilità di fatto a definire con la Libertas degli ac­ cordi operativi concreti sui più urgenti problemi cui ci siamo trovali di Iionie. Ribadiamo quin­ di che per parte nostra non v’è, come non v’è stata mai, alcuna opposizione di principio a colla­ borare con la Libertas e che con-

tinueremo come in passato a tentare ogni possibile via perché tale collaborazione si realizzi di fatto. Nel frattempo il CSI con­ tinuerà a ricercare accordi opera­ tivi con le altre forze sportive, così come è chiaramente indica­ to nella « Dichiarazione del Con­ siglio nazionale sulla situazione dello sport italiano » che trovate allegata alla presente relazione. Tale « Dichiarazione », che co­ stituisce il secondo dei documen­ ti del Consiglio nazionale sul­ l'azione politica del CSI, è chiara anche per quanto riguarda i rap­ porti con il CONI. (All'atto di stendere questa relazione, essi so­ no ancora in corso e non definiti su alcuni punti essenziali, per cui si riferirà in modo più dettaglia-

Notevoli passi avanti sul pia­ no dell’azione politica si sono compiuti in questi ultimi mesi anche a livello locale, regionale, provinciale e comunale. Dobbia­ mo costatare che da più parti non solo si comincia ad avverti­ re l’importanza del problema, ma anche la necessità di muoversi concretamente e tempestivamen­ te per promuovere interventi e per favorire soluzioni consone con i princìpi dello sport sociale. Rapporti più o meno costanti con i responsabili regionali e locali, promozione e partecipazione ai Convegni di vario tipo, collaborazione fattiva all’elaborazione di nuove leggi regionali e alla rea­ lizzazione di piani di intervento: questi sono gli aspetti che stan­ no caratterizzando l’azione poli­ tica di alcuni Consigli regionali e provinciali. Ma essi sono anco­ ra pochi e il parere del Consiglio nazionale è che, pur in presenza di gravi e molteplici difficoltà, la nostra Associazione potrebbe ai vari livelli locali attuare un’azio­ ne politica più vasta, più coordi­ nata, più incisiva. L’associazione nella sua globa­ lità non sembra possedere anco­ ra una coscienza politica tale da vederla fortemente impegnata nella realtà sociale italiana. Si nota ancora una scarsa at­ tenzione ai fermenti, alle esigen­ ze, a possibili prospettive di svi­ luppo, spesso una chiusura al dia­ logo, anche una certa incompe­ tenza che non permette di affron­ tare in termini pratici alcune ele­ mentari soluzioni in sede locale 13


nostra associazione da « istituzio­ ne cristiana » a « istituzione di ispirazione cristiana » che ha comportato non soltanto una nuo­ va definizione della nostra natu­ ra associativa, ma anche un di­ verso modo di operare nella real­ tà temporale e una diversa collocazione nella realtà ecclesiale, con un necessario nuovo modo di rapportarsi con le autorità ecclesiastiche. Infine, è continuata intensa e fattiva la nostra presenza nella FICEP, la federazione internazio­ nale delle associazioni sportive cattoliche all'interno della quale, come è noto, il C.S.I. si era fatto promotore di un’azione di rinno­ vamento ideologico e di un più sistematico e proficuo scambio di esperienze. L’anno scorso l’as­ semblea della FICEP si è tenuta a Roma e quest’anno abbiamo partecipato a quella svoltasi re­ centemente a Lione. Anche per merito della nostra azione, la FICEP sta portando avanti un buon lavoro incentrato intorno al tema « Sport e libera­ zione dell’uomo » che sarà rias­ sunto e reso noto mediante un documento unitario, frutto degli studi e delle esperienze dei vari paesi aderenti. Intorno a questo tema e ad altri argomenti di co­ mune interesse operano delle Commissioni permanenti alle quali assicuriamo la nostra pre­ senza e il nostro contributo, men­ tre si vanno realizzando sempre più frequentemente rapporti tra gruppi di nostri atleti e quelli di altri paesi, intesi non più come « campionati internazionali », ma come incontri-scambio amichevo­ li sul piano sportivo, culturale e sociale.

3-La vita associativa delle strutture di servizio È all’interno del discorso sulla partecipazione che le strutture di servizio — Consigli provinciali e di circoscrizione zonale, Consigli regionali. Consiglio nazionale — trovano il loro vero significato. Infatti la vita dell’Associazione non è condizionata tanto dal gra­ do di efficienza o di potere delle strutture quanto dal grado di par­ tecipazione di tutti i soci ai di­ versi livelli ossia dalla loro capa­ cità o possibilità di condurre in­ sieme una ricerca intorno ai pro­ blemi comuni e di assumere in­ sieme un impegno a risolverli. Tutto lo Statuto del CSI è fon­ dato su criteri di partecipazione effettiva alle scelte e alla gestione dell’Associazione. La linea che lega, infatti, le so­ cietà sportive al Consiglio nazio­ nale o, meglio, l’assemblea di so­ cietà al Congresso nazionale è ga­ rantita da un sistema articolato di partecipazione che, seguendo una seria logica democratica fa sì che tutti costruiscano l’Associazione. Il Congresso del 1972 aveva ri­ preso questo discorso e si era im­ pegnato, nella tesi 7, a portarlo avanti sino in fondo esprimendo la coscienza che solo vivendo so­ stanzialmente la partecipazione si realizza la condizione essenziale per la vita stessa del CSI. Le strutture di servizio all’inter­ no di questa logica hanno senso nella misura in cui le persone che le compongono esprimono la ca­ pacità di essere costantemente ga­ ranti del processo di partecipazio­ ne di tutti alle scelte e alla con­ duzione dell’Associazione e, insie­ me, competenti a portare avanti, a livello di realizzazione, le linee assunte corresponsabilmente. Il Consiglio Nazionale crede di poter dire che ha cercato di rispet­ tare la logica della partecipazione: «) sia interpretando fedel­ mente le volontà espresse dal

Congresso nazionale del 1972 nel momento in cui le rendeva ope­ rative; Z?) sia proponendo come me­ todo, nella preparazione del pre­ sente Congresso, il dibattito asso­ ciativo così che le scelte di base, attraverso le assemblee, i con­ gressi e i consigli, potessero co­ stituire e determinare l'impegno comune. L’AZIONE DEL CONSIGLIO NAZIONALE L'impegno del Consiglio nel tradurre le scelte di fondo del Congresso ’72 è possibile valutar­ lo nei punti relativi all'attività sportiva, all'azione politica e al­ la formazione dei responsabili. Per quanto riguarda le struttu­ re di servizio è importante dire come il Consiglio Nazionale ha svolto il suo ruolo di servizio. Sia per rendere operative le scelte del congresso precedente, sia per preparare l’attuale con­ gresso, il Consiglio nazionale ha optato per una linea di lavoro che è passata attraverso la « regio­ ne » intesa come luogo di incon­ tro, di scambio, di coordinamen­ to delle varie autonomie o real­ tà provinciali e di fatto attraver­ so gli Uffici di presidenza regio­ nali in quanto gruppi espressi dai Consigli per garantire e stimo­ lare il loro incontrarsi, verificar­ si, maturare orientamenti comu­ ni, solidarizzare. Un lavoro particolare con le « regioni » non per sostenere la struttura regionale e la sua ef­ ficienza quanto piuttosto per cre­ scere con tutti i Consigli in una corretta logica di partecipazione, in una costante verifica del loro ruolo di servizio alle società spor­ tive. In questa linea si sono avuti

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so ha deciso di destinare obbli­ gatoriamente almeno la metà del­ le somme di due- « voci » fonda­ mentali per impegnare tutti a sostenere le società sportive con attrezzature e a realizzare gli in­ contri residenziali di verifica dei responsabili delle società. Più di una volta ci siamo tro­ vati a riflettere sull'impostazio­ ne data ai bilanci regionali ma ci è parso che vincolare delle somme a precise aree d’interven­ to per ora potesse essere il mo­ do concreto di crescere e di ca­ pire che « associazione » signifi­ ca premere tutti sullo stesso ac­ celeratore. Abbiamo detto che il Consiglio Nazionale ha scelto la strada di lavorare insieme alle regioni. In questi due anni di esperienza i momenti di incontro del Consi­ glio Nazionale (dal giugno del '72 ad oggi i Consigli nazionali sono stati otto) avevano la possibilità di essere preparati anche da una riflessione precedente in sede re­ gionale: l’affermazione è detta in senso sostanziale perché la data e gli argomenti erano fissati co­ sì per tempo che ogni componen­ te il consiglio, soprattutto i pre­ sidenti regionali, erano in grado di valutare in regione i problemi in discussione per ricavare ele­ menti di confronto. Rimane, per­ ché di più difficile attuazione, la questione di un efficace collega­ mento d'informazione e di docu­ mentazione scritta tra Consiglio nazionale e Consigli regionali sen­ za per questo incidere sulle ri­ spettive autonomie. L’AZIONE DELLE STRUTTURE LOCALI

A questo punto si pone il di­ scorso della « regione » che si può fare solo se prima si fa il discorso del grado di partecipa­ zione delle strutture provinciali. Dicendo che la « regione » è un luogo di incontro, di scambio, di verifica, di coordinamento di quanto si porta avanti nelle varie realtà di base si vuole dire che tale incontro ha senso se vi con­ fluiscono esperienze precedentemente partecipate.

L’esperienza di questi due an­ ni presenta dei limiti in quanto non è difficile vedere come al­ cuni confronti e successive scel­ te vengono operate in regione non solo sulla testa dei Consigli di base considerati nella loro col­ legialità ma soprattutto sulla te­ sta delle società sportive. Un esempio, tanto per capire meglio. Le cosiddette « integra­ zioni regionali all’attività sporti­ va » decise dai Consigli senza una precedente valutazione condotta insieme alle proprie società, le quali si sono viste arrivare dei regolamenti senza poter capire il senso di alcune scelte, tipo: se non si partecipa ad un corso di formazione non si partecipa nem­ meno alle fasi successive ai cam­ pionati provinciali Il Questo esempio, come tanti al­ tri, ci permette di capire che il processo di trasformazione da una conduzione prevalentemente verticistica ad una conduzione democratica e partecipata si ri­ vela tuttora lento. Si sono fatti dei passi ma si avverte l'esigen­ za di richiamare tutti ad una in­ versione della tendenza che spin­ ge alcuni Consigli a rispettare più formalmente che sostanzialmen­ te una logica democratica e par­ tecipativa. I dati relativi ai congressi pro­ vinciali sono indicativi di una si­ tuazione in tal senso ancora rela­ tivamente partecipata. Dopo il Congresso del ’72, in­ fatti, i congressi di base svolti nel 1972-’73 hanno interessato 79 Con­ sigli — su 152 funzionanti — con una presenza, in media, del 25% delle società. È stato un anno indubbiamen­ te faticoso dove tutti ci siamo trovati a sperimentare l’impatto fra i contenuti dibattuti e la dura realtà. Si sono evidenziati i li­ miti di una conduzione preceden­ te abbastanza verticistica con la difficoltà, da parte delle persone che compongono i Consigli, di fa­ re un salto di qualità e di menta­ lità e da parte delle società, abi­ tuate più a subire che a costrui­ re, a partecipare a dei momenti istituzionali di decisione comuni­ taria come sono i congressi. Anche là dove c’è stata una sufficiente presenza si è notato

Decentramento nell'unità associativa : la soluzione del problema si chiama corresponsabilità e partecipazione ■

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che raramente si portavano le reali esigenze delle società spor­ tive e che i loro rappresentanti, non avendo dietro un dibattito as­ sembleare, parlavano spesso a ti­ tolo personale. Coscienti di tali difficoltà non ci si può limitare, come in taluni casi, a proporre incontri, a fissa­ re congressi tanto per essere a posto con la lettera dello Statu­ to e dei Regolamenti ma, attra­ verso un paziente col legamento fatto più di rapporti personali che non di circolari, è necessario sem­ pre piti dedicare ogni sforzo alla preparazione dei momenti di de­ cisione comunitaria. Il che non porta immediata­ mente al cambiamento di una si­ tuazione ma matura una coscien-

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La democrazia è confrontarsi e decidere insieme

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za. Già in quest'anno 1973-74 si può notare un impegno qualita­ tivo rinnovato: a parte il nume­ ro dei congressi di base superio­ re all’anno precedente (100, da ottobre 73 ad aprile 74 e su 135 Consigli funzionanti) che potreb­ be essere giustificato dal fatto che quest’anno si realizza il Con­ gresso nazionale, si coglie una partecipazione all’interno di que­ sti momenti più cosciente e più collegata alle assemblee di base delle società sportive. Il tema di una partecipazione e di una corresponsabilità con­ crete nelle province e nelle circo­ scrizioni zonali ha al suo interno due elementi fortemente indicati­ vi di una realtà che deve essere progressivamente modificata. Si

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tratta dell'apporto di due fonda­ mentali componenti della vita associativa sportiva del CSI, le donne ed i responsabili tecnici. A livello di gestione, infatti, la presenza in posizione responsabi­ le della componente femminile continua a permanere esigua: 318 soltanto sono le donne che fanno parte dei Consigli provinciali e di circoscrizione zonale su 2.342 re­ sponsabili (che rispecchia l’anda­ mento di partenza nelle società sportive dove le donne che hanno un ruolo di responsabilità sono 1.851 su 40.119). I dati si riferi­ scono al 1972’73. Discorso ancora Più grave per le donne in ruoli tec­ nici (istruttrici, allcnatrici, arbi­ tri), rivelatore di una non-politica promozionale dei Consigli. A

ciò si debbono aggiungere alcu­ ni segni d’involuzione delle strut­ ture istituzionali (Consigli) dove il numero delle donne dall'unifi­ cazione CSI-FARI ad oggi tende a contrarsi. Identica osservazione, anzi in forma più grave, va fatta nei ri­ guardi delle strutture regionali (Uffici di presidenza, in partico­ lare) dove si è giunti a disatten­ dere le norme statutarie. Complesso si rivela pure il di­ scorso di una partecipazione si­ stematica e corresponsabile di tutti i tecnici nell’àmbito dei Con­ sigli, in particolare dei gruppi arbitri che si sono andati man mano costituendo. Se la parte funzionale del ruolo che essi svol­ gono con riconosciuta capacità


non può essere messa in discus­ sione lo è invece il tipo di ap­ porto associativo globale e la tendenza a creare autonomie e separazioni di fatto che rischia­ no una concezione « corporativa » presa in prestito troppo spesso dal mondo sportivo ufficiale. Va detto, per obiettività, che in un numero ancora alto di Consigli la tendenza è favorita da una as­ senza di coinvolgimento nelle scelte di fondo e nella program­ mazione associativa che si river­ bera anche su altri ruoli tecnici (allenatori), per cui non sempre il processo educativo — che è prioritario nel CSI — si sviluppa in modo univoco.

* * * il supporto finanziario. Anche le strutture di servizio per il loro funzionamento hanno ricevuto un’incentivazione finanziaria che nei due anni risulta pari a 76 mi­ lioni 931.326 lire, con una parti­ colare attenzione ai livelli regio­ nali. La somma ha permesso di assicurare una media, se non ot­ timale certamente buona, di pos­ sibilità d’incontro sia degli orga­ ni istituzionali sia di Presidenze e Commissioni (i Consigli regio­ nali si sono riuniti da tre a cin­ que volte per anno). Per la pri­ ma volta dalla promulgazione del nuovo Statuto gli anni che andia­ mo analizzando hanno visto en­ trare in funzione anche i nuovi organi statutari della Commis­ sione Tecnica d’Appello, del Col­ legio dei Probiviri e del Collegio dei Revisori dei conti, organismi che hanno rivelato un’efficiente capacità d’impegno. La stampa associativa ha siste­ maticamente appoggiato l’evol­ versi del discorso di partecipa­ zione e di corresponsabilità di cui erano investite le strutture, specialmente Csiflash che ha de­ dicato largo spazio alla concezio­ ne di fondo ed al metodo di la­ voro delle regioni nonché ai la­ vori ed agli impegni derivanti dalle decisioni e dagli orienta­ menti del Consiglio nazionale, de­ gli Incontri tra gli Uffici di pre­ sidenza regionali, del Convegno sulla presenza e partecipazione femminile nel CSI.

4 - Una formazione globale e continua ner tutti A conclusione della nostra ve­ rifica sui punti del nostro pro­ gramma associativo, non avremmo voluto indicare il quarto obietti­ vo intermedio. Dal momento in­ fatti che esso, sotto la dicitura di « formazione globale e continua per tutti », indica alcuni strumen­ ti per la realizzazione di tale obiettivo, ha ingenerato un gros­ so equivoco: molti hanno pensato che la nostra azione educativa si identificasse con gli strumenti formativi indicati dal programma. Per uscire da tale equivoco, in­ troduciamo il quarto elemento della nostra verifica con questa domanda: « Le cose che abbiamo realiz­ zato all’interno dei tre punti esa­ minati, le abbiamo fatte secondo una prassi educativa coerente e adottando strumenti formativi adeguati? ». Perché questa domanda? Per­ ché affermiamo da tempo che l'educazione non è un momento separato dall’esperienza globale che compiamo: ci si educa nelle cose che facciamo e attraverso di esse. Allora, per vedere se in questi due anni ci siamo educati, siamo maturati sul piano perso­ nale e sociale, non possiamo li­ mitarci ad analizzare se abbiamo fatto o non fatto dei corsi, ma dobbiamo ancora una volta ri­ flettere su tutta l’esperienza com­ piuta per verificare « come » l’ab­ biamo compiuta. Cioè: come ab­ biamo fatto l’attività sportiva? come abbiamo realizzato l’impe­ gno politico? come abbiamo vis­ suto la vita delle strutture? La domanda che abbiamo for­ mulato indica due elementi di ve­ rifica: 1) se abbiamo adottato una « prassi educativa coerente »; 2) se abbiamo usato « stru­ menti formativi adeguati ».

LA PRATICA E LA PRASSI

I due elementi sono distinti, anche se ambedue sono interdi­ pendenti in quanto tesi ad otte­ nere lo stesso risultato, cioè l’e­ ducazione. Diciamo anzitutto della « prassi educativa ». Una « _prassi educativa » è cosa diversa da una « pratica ». Noi possiamo anche aver carribiato o innovato i nostri pro­ grammi sportivi e certamente ciò avrà portato un cambiamento nell’esperienza educativa dei gio­ vani, ma non basta. Infatti possiamo benissimo es­ serci limitati a cambiare delle formule, continuando a usare gli stessi metodi educativi di prima. In tal caso, non avremmo adotta­ to una « prassi », ma soltanto una « pratica » educativa. In termini elementari, mentre una « pratica educativa » non si pone partico­ lari problemi di impostazione e di metodo e ciascuno si regola secondo le proprie abitudini e convinzioni o addirittura in mo­ do qualunquistico, una « prassi educativa » invece suppone il riferimento a precisi princìpi, a precise finalità che si vogliono ' conseguire. Ora, la nostra Associazione ha definito con precisione sia i princìpi cui intende ispirarsi, sia le finalità che vuol conseguire. Al­ lora noi dovremmo, nelle cose che facciamo, adottare non una « pratica » ma una « prassi » edu­ cativa, cioè un metodo educati­ vo coerente con quei princìpi e capace di farci raggiungere quel­ le finalità. Il Consiglio nazionale è con­ vinto che noi, nell’attuazione de­ gli obiettivi del programma, non abbiamo usato una prassi educa-

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tiva coerente con i princìpi e con le finalità dell'Associazione, ma questo possiamo verificarlo me­ glio nel dibattito congressuale, dopo che nella seconda parte del­ la relazione avremo ricordato quale deve essere questa « prassi educativa coerente ».

GLI STRUMENTI DELLA FORMAZIONE

Per intanto passiamo alla se­ conda parte della domanda: « se abbiamo usato strumenti forma­ tivi adeguati ». L'educazione si realizza sì at­ traverso l'esperienza ispirata ad una prassi educativa, ma c’è an­ che la necessità che chi guida ta­ le esperienza sia competente. La competenza si acquista attraver­ so la scuola, cioè attraverso de­ gli strumenti specifici di forma zione. Ecco gli incontri, i corsi ecc. attraverso i quali i respon­ sabili nei vari ruoli acquistano le nozioni tecniche specifiche per svolgere adeguatamente il pro­ prio ruolo: di dirigente, di tecni­ co, di arbitro ecc. Ora, gli strumenti che noi ab­ biamo usato, sono stati adeguati a far acquisire ai responsabili una sufficiente « competenza » per svolgere i rispettivi ruoli? Il piano di formazione propo­ sto dal Consiglio nazionale era ben definito, ma in parte non è stato compreso e in parte ha in­ contrato delle resistenze nella sua attuazione. Esso partiva dall’obiettivo di « una formazione globale e con­ tinua per tutti », che coinvolges­ se cioè i soci e i responsabili in tutti i momenti e in tutti gli aspet­ ti dell'esperienza associativa. A tale fine prevedeva: — un dibattito associativo di ve­ rifica alla base (nelle singole società sportive); — degli « Incontri estivi di verifica » a livello provinciale; — degli « Incontri di ricerca » a livello regionale; 20

— dei « Corsi di specializzazio­ ne » per tecnici, giudici e ar­ bitri sempre a livello provin­ ciale o, per esigenze di sup­ plenza, a livello regionale. Questi strumenti di formazione sono distinti in due gruppi, cor­ rispondenti a due diverse esi­ genze. Il primo gruppo — che com­ prende il Dibattito associativo di verifica alla base, gli Incontri estivi di verifica a livello provin­ ciale e gli Incontri regionali di ricerca — intendeva rispondere all'esigenza di far prendere co­ scienza a tutta l’Associazione del significato e delle finalità della sua presenza nella realtà sporti­ va e di far acquisire, sia pure in forma elementare, gli clementi di base per un metodo educativo consono. Il secondo gruppo — com­ prendente i Corsi di specializza­ zione per tecnici, giudici e arbi­ tri — rispondeva all’esigenza di far acquisire ai responsabili tec­ nici la competenza specifica nel­ le tecniche sportive proprie del ruolo. Due gruppi, dunque, di stru­ menti formativi relativi a due diverse esigenze. Ma non c’è tra di loro una vera separazione: c’è soltanto una distinzione dovuta a motivi di chiarezza e di prati­ cità. La distinzione esiste nel mo­ mento dell’apprendimento, ma non può esistere nella fase della realizzazione dell’esperienza spor­ tiva e associativa. In una società sportiva, come anche in una strut­ tura di servizio, ci sono soci e re­ sponsabili: formano, o dovrebbe­ ro formare, un’unica comunità, ma i ruoli fra loro sono diversi. È indispensabile che ciascuno co­ nosca le nozioni tecniche specifi­ che per svolgere correttamente il proprio ruolo, ma è altrettanto necessario che tutti conoscano i princìpi ispiratori dell’Associazione, le finalità che si propone e il metodo educativo più idoneo per raggiungerle. Ancora una cosa è importante osservare: che l’obiettivo definito dal Consiglio nazionale e tradot­ to nel « piano » appena esposto, risponde esattamente ai criteri educativi che abbiamo enunciato.

Si parla, infatti, di una formazio­ ne « globale », che abbracci cioè la competenza tecnica e quella educativa; di una formazione « continua », non limitata cioè al­ la sola durata di un corso ma in­ tegrata nella continuità e allo stesso tempo nella molteplicità delle cose che facciamo; infine, di una formazione « per tutti », cioè per i soci e i responsabili insieme.

L'ESPERIENZA DI UN BIENNIO Vediamo ora che cosa è avve­ nuto in questi due anni nell’at­ tuazione degli strumenti di for­ mazione.


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Lo sport educa, ma di che educazione si tratta?

presa di coscienza dei princìpi cui ci ispiriamo e della prassi edu­ cativa da adottare, mediante una verifica ed una riflessione sul­ l’esperienza compiuta. Si osservò, inoltre, che in quei corsi « misti » si finiva per sacri­ ficare anche un'adeguata forma­ zione degli allenatori e istruttori. Infine, si costatò che un piano del genere escludeva in pratica gli atleti da un processo di ve­ rifica, di presa di coscienza e, in definitiva, li si privava di uno strumento essenziale per valo­ rizzare la loro esperienza sporti­ va e associativa in senso educa­ tivo. Da queste considerazioni è scaturito il nuovo piano basato sulla « formazione globale e con­ tinua per tutti ». Il piano è noto e i criteri informatori sono stati anch'essi brevemente illustrati.

Cos’è avvenuto nel 1973? Sono stati svolti in totale 222 corsi, di cui 20 regionali e 202 provinciali o zonali. Di essi, 121 sono stati i corsi pei- tecnici (ar­ bitri, segnapunti e giudici di ga­ ra), 68 i corsi misti (cioè per al­ lenatori e « animatori » insieme; tra essi 3 per atleti e 3 per istrut­ tori dei centri di formazione), 68 sono stati per responsabili di consigli e di società, e 10 quali­ ficati espressamente come « in­ contri di verifica ». Quanto agli « incontri regionali di ricerca » ci consta che siano stati realizzati soltanto da cinque Consigli re­ gionali. La somma stanziata nel bilan­ cio per queste iniziative era di L. 25.000.000. Il consuntivo in­ dica una spesa di L. 25 milio­ ni 253.320. Ce da ricordare che la minore somma stanziata nel bilancio nazionale teneva conto dei 15 milioni per i corsi dei Gio­ chi della Gioventù che il CONI quell’anno non ha più dato alla Presidenza nazionale, riservando­ si di rimborsare direttamente i promotori locali dei corsi. Nono­ stante che dal precedente bilan­ cio del 1972 non siano stati de­ falcati quindici ma soltanto dieci milioni, c’è motivo di dubitare fortemente che i Consigli locali si siano preoccupati e siano stati 22

III

capaci di recuperare attraverso i Comitati provinciali dei Giochi almeno una congrua parte di quella somma. Se raffrontiamo questi dati con quelli del 1972, notiamo anzitut­ to una diminuzione del totale dei Corsi (123 in meno), corrispon­ dente a quanto sembra a una di­ minuzione dei corsi per tecnici (132 in meno). Notiamo anche un più elevato numero dei corsi re­ gionali (20 contro 11 dell’anno precedente), e questo lascia un po’ perplessi dal momento che si era stabilito che le Regioni do­ vessero intervenire solo in via eccezionale, a titolo di supplen­ za, perché l'opera di formazione, anche per quanto riguarda l’uso dei relativi strumenti, deve ne-

cessariamente svolgersi alla base, là dove le persone vivono la loro esperienza associativa. Ma quello che più colpisce è che il nuovo piano non è stato adottato se non in minima parte. Indicativi di questa situazione sono i pochi incontri dichiaratamente definiti di verifica (10) e, soprattutto, il dibattito associati­ vo che non è stato colto nelle so­ cietà sportive nel suo significato di presa di coscienza comunitaria di tutto ciò che è la vita associa­ tiva e quindi, anche, dei modi e del valore di una presenza nella realtà in cui ci si muove. Mettendo pure in conto che la comunicazione del piano è arriva­ ta con un certo ritardo ed anche il fatto che di per sé la realizza-


Competenti nelle tecniche del proprio ruolo zione di un piano non costituisce un elemento determinante ai fini del giudizio sulla qualità di un'at­ tività, rimane al fondo un dubbio più grave e preoccupante: il dub­ bio che i nuovi concetti di edu­ cazione insiti nello Statuto, di­ scussi e approvati nel preceden­ te Congresso, non siano stati an­ cora compresi. Si ritorna così al discorso fatto all’inizio di questo quarto punto. Sussiste ancora l’equivoco che la formazione si identifichi con i « corsi », cioè con gli strumenti che invece dovrebbero essere a supporto di una linea e di un’azio­ ne educative; l’equivoco, inoltre, che l’educazione sia un fatto au­ tomatico, quasi basti per educar­ si ed educare la semplice cono­ scenza di certe idee, di certe fi­ nalità e di certe tecniche senza preoccuparsi che queste diventi­ no coscienti, parte di noi stessi e tradotte nei molteplici aspetti dell'esperienza vissuta; l’equivo­ co, ancora, che per educare ba­ sti « fare » certe cose, cioè basti adottare una « pratica », senza preoccuparsi di che tipo di edu­ cazione produce tale « pratica » né di riflettere su di essa in mo­ do che diventi una « prassi », cioè un'azione educativa ispirata a certi parametri culturali e ideo­ logici che sono i nostri princìpi ispiratori e le nostre finalità; l'equivoco, infine, che l’educazio­ ne sia un fatto individuale, che si realizzi cioè attraverso un rap­ porto individualistico tra educa­ tore ed educando, mentre dicia­ mo e ribadiamo in continuazione che l’educazione si acquista at­ traverso un processo comunita­ rio, realizzando insieme le attivi­ tà e riflettendo su di esse per verificarne il senso, i valori e i risultati, avendo come punti di riferimento le finalità associative.

L'analisi di ciò che abbiamo fatto in ordine al piano di for­ mazione per i responsabili, ci ri­ conduce dunque al discorso di fondo sulla formazione. Cioè, non può bastare prendere atto che il piano di formazione non è stato realizzato, c neppure è sufficien­ te ribadire un impegno pei- il fu­ turo.

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Quello della formazione è un discorso più profondo e di più vaste dimensioni: l’attuazione o meno del piano ci deve servire per stabilire fino a che punto ab­ biamo compreso il concetto di educazione e fino a che punto siamo disponibili a mettere in gioco una certa mentalità supe­ rata per convertirci a una prassi educativa coerente col progetto elaborato per l'uomo e per la realtà sportiva. Ecco allora che l'esame di que­ sto punto non può esaurirsi sul­ la realizzazione o meno del pia­ no, cioè limitarsi a verificare sol­ tanto l’attuazione o meno di cer­ ti strumenti di formazione. Ma deve necessariamente coinvolge­ re nell’esame gli altri tre punti

del programma associativo per chiederci che tipo di educazione abbiamo prodotto facendo le co­ se che abbiamo fatto e, nel caso che la risposta non fosse soddi­ sfacente, domandarci ancora se la soluzione non si debba ricer­ care, oltre che in un nuovo tipo di iniziative, anche nell’adozione di una diversa prassi educativa. Questi due interrogativi fonda­ mentali per la nostra verifica ci introducono direttamente al di­ scorso della seconda parte della relazione, dedicata per l’appunto al progetto politico che il CSI ha elaborato, alla corrispondente prassi educativa che dovrebbe adottare e alla conseguente azio­ ne che dovrebbe svolgere al fine di realizzare quel progetto.

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La votanti «litica momenti TAssodaztano La volontà unica L’orizzonte entro cui vogliamo porci è di carat­ tere politico; vogliamo cioè chiederci se veramente stiamo creando quel movimento d’opinione, se stia­ mo realizzando quel modello di esperienza sportiva e se stiamo costruendo quella prospettiva di sport sociale di cui parla l’art. 1 dello Statuto. Al fine di evitare equivoci, come spesso ne sono avvenuti in passato, chiariamo subito che cosa non intendiamo quando parliamo di volontà politica dell'Associazione. Non intendiamo una scelta partitica. Tale scelta spetta alla libertà delle singole persone e non alla nostra Associazione in quanto tale. Ma non intendiamo neppure un’astratta afferma­ zione di formule o, sul versante opposto, un preci­ pitoso cambiamento strutturale fine a se stesso. Che cosa intendiamo dunque? Una volontà consapevole e concreta di realizzare ciò in cui crediamo, operando nella realtà sportiva e attraverso di essa, ma coscienti che tale realtà non è isolabile dalla realtà globale della società ita­ liana e pertanto decisi ad impegnarci in questa realtà facendo le scelte necessarie sul piano delle idee, dei programmi, degli strumenti e dei metodi, ma an­ che delle forze con cui portare avanti quest’azione.

le motivazioni di questa Maià «Sita Tale volontà politica è per il C.S.I. una scelta di principio e allo stesso tempo una necessità pratica. La scelta di principio si fonda essenzialmente su tre ordini di motivazioni: — una motivazione di ordine antropologico che, partendo dal riconoscimento della dignità della per­ sona, ci impone di collaborare alla realizzazione delle più profonde esigenze e aspirazioni degli uomini ver­ so il loro massimo sviluppo personale e sociale; — una motivazione di ordine teologico, per cui dobbiamo essere fedeli alla Parola di Dio che chiama alla libertà ogni singolo uomo e l’intera umanità; — una motivazione di ordine educativo, infine, che basandosi sul rispetto per l'uomo e sulla fede nella

sua vocazione alla libertà, ci impone di realizzare insieme, comunitariamente, il processo di liberazione. Ma la volontà politica è per il C.S.I. anche una necessità pratica che nasce dalla consapevolezza di essere insieme oggetto e soggetto di azione politica. E’ oggetto di azione politica perché, anche sce­ gliendo di rimanere estraneo o neutrale, deve co­ munque e sempre subire la politica altrui finendo inevitabilmente per diventarne uno strumento. E’ soggetto di azione politica perché, anche non impegnandosi esplicitamente sul piano politico, non può evitare di essere sempre e comunque causa e strumento di condizionamento o di liberazione per altri. Lo voglia o no, come ogni singolo uomo e ogni gruppo sociale, anche la nostra Associazione subisce l’azione politica altrui e allo stesso tempo influenza politicamente gli altri attraverso i contenuti che co­ munque esprime, le strutture con cui opera e le persone che la compongono. Il C.S.I. ha scelto già, nel suo Statuto e nell'ul­ timo Congresso nazionale, di essere sempre più chia­ ramente soggetto di azione politica, sia perché è con­ vinto delle motivazioni di fondo che lo ispirano, sia perché è cosciente che la realtà sportiva e sociale in cui opera non solo non offre all'uomo le condi­ zioni indispensabili per il suo pieno sviluppo, ma preme addirittura in senso contrario alla sua libe­ razione.

Come rendere concreta la volontà politica Non è sufficiente affermare la volontà di un'azio­ ne politica per compiere effettivamente quel cam­ mino verso la liberazione dell'uomo che in linea di principio ci proponiamo. La volontà politica si esprime attraverso un pro­ getto concreto e una prassi educativa coerente. Per il C.S.I., fedele all'uomo e alla Parola di Dio, il progetto politico con cui realizzare il processo di liberazione non può essere altro che l'effettiva par­ tecipazione delle persone alle scelte garantita da una seria logica democratica. Il nostro Statuto è tutto basato su tale progetto. Ciò però non significa che la nostra Associazione è

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libera soltanto perché fondata sulla democrazia. La libertà non si identifica con la democrazia, così come l’obiettivo non si può identificare con il progetto che serve per raggiungerlo. Per questo dobbiamo essere attenti a non fare della nostra scelta democratica una formula tecnico-burocratica, automatica, rigida e fine a se stessa, ma una formula strumentale e dina­ mica, da rivedere continuamente con occhio critico per conservarla viva, per correggerla e renderla sem­ pre più adeguata al conseguimento dell’obiettivo. Al progetto politico, basato sulla democrazia e partecipazione, deve seguire una prassi educativa coe­ rente, tale cioè che coinvolga effettivamente l’uomo, in tutta la pienezza delle sue autonome facoltà per­ sonali, nel momento delle scelte e in quello della realizzazione delle sue esperienze. Una prassi educativa, quindi, basata non sull'im­ posizione, ma sulla partecipazione cosciente e respon­ sabile di ciascuno; non sulla passività, ma sulla crea­ tività personale; non sull'esecuzione, sia pur tecni­ camente perfetta, delle proposte altrui, ma su una costante cooperazione critica che consenta di perso­ nalizzare l’esperienza che si compie.

Il Drooetto e la orassi del C.S1 nella realtà sportiva Il nostro àmbito di impegno è particolare e speci­ fico: la realtà sportiva. Ma noi non vogliamo consi­ derarlo a sé stante, isolato entro i confini della sua settorialità. Per il C.S.I., la realtà sportiva è parte integrante dell’esperienza globale dell'uomo e sotto questo pun­ to di vista noi intendiamo considerarla e viverla per­ ché al di là dello sportivo ci interessa l'uomo e sappiamo che la maturazione dell’uomo, il suo cam­ mino verso la liberazione, si realizza attraverso tutta la complessità e la molteplicità delle esperienze che compie. Ma nello stesso tempo crediamo fermamente nel­ la forza educante e liberante di una esperienza spor­ tiva realizzata nel rispetto dei valori e delle leggi che le sono propri e nel rispetto dell’uomo che ne è il protagonista e il fine. Per questo traduciamo la nostra volontà politica in un preciso progetto di azione e ad esso ispiriamo una prassi educativa coerente anche per quanto ri­ guarda la realtà sportiva che costituisce l’oggetto proprio del nostro impegno associativo. Il nostro progetto per la realtà sportiva è di creare, a livello di coscienza, un movimento d’opinione che, attraverso la partecipazione garantita dalla democra­ zia, cerchi di rispondere alle nuove esigenze degli uomini d'oggi e della nostra società offrendo alterna­ tive di qualità sul piano dell’esperienza sportiva con­ creta. La nostra prassi educativa, di conseguenza, è ispi­ rata al criterio della più aperta partecipazione del soggetto dello sport in tutte le fasi e i momenti della elaborazione e della realizzazione della propria esperienza sportiva.

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Il progetto e la prassi del C.S.I. vanno visti nella logica associativa, basata sull'esperienza comunitaria dei gruppi di base e delle strutture di servizio ai vari livelli, intesi non solo come strumenti necessari di organizzazione della pratica sportiva, ma anche co­ me luoghi di incontro, di amicizia e di collaborazione sul piano umano e sociale. I primi sette articoli del nostro statuto — il pri­ mo sulle finalità e sui metodi generali, gli altri sulla società sportiva — non sono altro che la traduzione esplicita e abbastanza dettagliata del progetto poli­ tico e della prassi educativa che abbiamo appena enunciato. Ad essi si è evidentemente ispirato il precedente Congresso nazionale nel fissare gli indi­ rizzi della politica associativa nel momento attuale, come primi passi verso la realizzazione delle finalità statutarie. Tali indirizzi — come abbiamo già visto — il Con­ siglio nazionale li ha tradotti in termini operativi in­ dicando all’Associazione un obiettivo generale da per­ seguire attraverso il conseguimento di quattro obiet­ tivi intermedi, sui quali si basa l’attuale programma dell’Associazione che in questo Congresso siamo chiamati a verificare. Riprendendo anche la definizione dell’obiettivo ge­ nerale, è facile vedere come essa contenga in un'uni­ ca formulazione sintetica sia il progetto politico sia la prassi educativa che abbiamo appena enunciati: « Vivere e far vivere un'esperienza sportiva comuni­ taria di base, nella linea di uno sport sociale, conce­ pito cioè come un’esperienza che sia strumento di sviluppo umano e sociale delle persone ».

I tre aspetti del nostro impegno polito Il nostro impegno politico, all'atto di esprimersi concretamente attraverso il progetto e la prassi che abbiamo scelto, deve tener conto di tre aspetti essen­ ziali, che sono distinti, ma non separati: l’aspetto cul­ turale, l’aspetto educativo e l’aspetto più propriamen­ te politico. L’aspetto culturale riguarda la presa di coscienza in ordine alle finalità, ai valori, agli strumenti e ai metodi dell'esperienza sportiva. E' un aspetto che deve impegnarci sul piano dello studio, dell’analisi, del confronto per l’elaborazione di un progetto per l'uomo, per la realtà sportiva e per la sua tradu­ zione in un'esperienza coerente. Si tratta di met­ tere in crisi, con tutti i mezzi a nostra disposizione, la concezione imperante dello sport per gettare le premesse di una concezione sportiva che non sia imposta da altri, ma nasca dalle vere esigenze e corrisponda alle autentiche e più profonde aspirazioni degli uomini d'oggi. L’aspetto educativo ci deve vedere impegnati nel­ la ricerca e nell’attuazione di una prassi coerente con il progetto elaborato, nello sforzo di adottare un me­ todo che sia il più idoneo per la realizzazione di quel


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C'è sempre qualcuno che fa poBsteca per conto tuo

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progetto e quindi delle nostre finalità. Questo aspetto riguarda anzitutto l’Associazione in quanto tale e si riferisce alla reale volontà di mettere in atto un'espe­ rienza sportiva alternativa, fondata sul rispetto del­ l’uomo e attuata con la sua responsabile partecipa­ zione, come modello concreto delle idee di cui ci facciamo portatori e come segno e stimolo da offrire al mondo sportivo e a tutta la società italiana. Ma riguarda anche le singole persone che devono sen­ tire la responsabilità, all’interno e all’esterno dell'Associazione, di comportarsi in modo coerente con i principi e con le scelte culturali fatte. L’aspetto politico riguarda la gestione, la realiz­ zazione concreta di ciò che ci proponiamo. Non ba­ sta, infatti, elaborare indirizzi culturali né adottare una prassi educativa che sia in linea con essi: oc­ corre che le scelte concrete, programmatiche e stru­ mentali siano anch'esse coerenti e idonee a farci con­ seguire le finalità che ci proponiamo. C'è a questo riguardo un aspetto politico da tenere presente al­ l'interno dell’Associazione, nella scelta dei program­

mi e degli strumenti operativi, ed altro che riguarda l'azione che intendiamo operare nel conte­ sto sportivo e sociale italiano. Un'azione anzitutto per far nascere e sviluppare una nuova coscienza sportiva fino a trasformarla in una vera e propria pressione di massa sui responsabili dello sport e della cosa pubblica. Un'azione, poi, di collegamento, di dialogo, di confronto e di collaborazione con tutte le forze sportive, politiche, sociali e culturali del Pae­ se, ma anche un'azione di lotta per liberare il fatto sportivo sia dalle carenze strutturali che ne impe­ discono la pratica da parte di tutti i cittadini, sia dai condizionamenti di ogni natura che ostacolano una esperienza sportiva libera e liberante. Un dialogo, quin­ di, un’apertura e una disponibilità a collaborare con quanti riconoscono nell'uomo il protagonista e il fine dell’attività sportiva e si adoperano coerentemente per creare un servizio sportivo sociale rispettoso di tali principi e finalità, ma anche una lotta contro tutte le oppressioni e discriminazioni personali e sociali in atto oggi nel mondo sportivo italiano.

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I criteri della e le aree l'intervento sportiva; se abbiamo cercato di evitare la logica della selezione e del risultato a vantaggio di un'effettiva partecipazione di tutti i ragazzi; se la presenza fem­ minile nell'attività sportiva è stata lasciata al suo na­ turale sviluppo, oppure è stata fatta oggetto di un impegno preciso derivato dalla convinzione del dirit­ to delle ragazze allo sport e dalla necessità di una coeducazione che veda presenti e partecipi dell’espe­ rienza sportivo-associativa i ragazzi e le ragazze; se il nostro impegno politico, personale e associativo, lo abbiamo attuato in maniera coerente, cioè se la no­ stra presenza e azione politica hanno avuto per fine gli interessi effettivi dei giovani e delle comunità so­ ciali ai vari livelli e sono state improntate al rispetto del pluralismo delle forze; se abbiamo cercato di eliminare dalla vita delle strutture le vecchie sco­ rie del verticismo, dell’autoritarismo, della burocrazia e del fiscalismo; se stiamo realizzando un’autentica partecipazione femminile a tutti i livelli e in tutti i ruoli di responsabilità; se il dibattito, la verifica e il confronto attraverso cui ci si forma tutti insieme e costantemente insieme ci si rinnova, li stiamo realiz­ zando nelle nostre società e nelle nostre strutture di servizio.

® A livello politico: se le scelte e la gestione delle attività sportive sono state adeguate alle intenzioni e alle finalità che con esse intendevamo conseguire; se abbiamo cercato con attenzione e con intelligenza un contatto, un dialogo e una collaborazione con le altre forze sportive e non sportive; se abbiamo usato tutti i mezzi a nostra disposizione per opporci alle situa­ zioni e ai tentativi di uno sport contro l'uomo; se e fino a che punto abbiamo rispettato nella gestio­ ne delle strutture i princìpi e le norme statutarie ba­ sati sulla democrazia e sulla collegialità delle deci­ sioni; se abbiamo messo in essere gli strumenti di formazione che abbiamo scelto e se gli strumenti uti­ lizzati e quelli ipotizzati sono adeguati a far acquisire a tutti i soci e ai responsabili una prassi educativa coerente e l'indispensabile competenza tecnica.

le aree d'hwo Per aiutare il Congresso a orientare i suoi lavori in senso operativo — a esprimere cioè concretamen­ te quella volontà politica deU'Associazione che abbia-

mo scelto come caratterizzante la presente assem­ blea —, il Consiglio nazionale suggerisce alcune aree d’intervento su cui indirizzare le scelte congressuali a conclusione dei nostri lavori. Chiarito che le aree d’intervento vengono qui indicate a solo titolo di suggerimento — in quanto il Congresso ha naturalmente il potere di fare autono­ mamente le sue scelte —, vogliamo anzitutto spie­ gare perché il Consiglio nazionale ha ritenuto di do­ ver privilegiare soltanto alcune aree d’intervento fra i tanti possibili e forse anche necessari impegni che sarebbero potuti scaturire da questo Congresso. I mo­ tivi sono due: primo, non si ritiene opportuno impe­ gnarsi su un fronte troppo vasto di interventi opera­ tivi per non disperdere la volontà, le risorse e l'effi­ cacia della nostra azione; secondo, le aree d'interven­ to suggerite si intendono prioritarie in ordine di im­ portanza e determinanti ai fini di mettere in moto un processo globale di evoluzione della nostra vita as­ sociativa nella direzione indicata dallo statuto e già determinata nel precedente congresso. Nelle singole aree di intervento che verranno in­ dicate, non saranno fatte proposte di scelte e indi­ rizzi concreti, ma si indicheranno soltanto alcuni aspetti della problematica che esse contengono. Il Consiglio nazionale, infatti, ritiene che le scelte con­ crete maturino da tutta l'assemblea dopo che questa avrà approfondito comunitariamente la verifica.

1. PER L’ATTIVITÀ’ SPORTIVA A CARATTERE SOCIALE

Il Consiglio nazionale ritiene che l'impegno asso­ ciativo si debba esprimere su tre punti fondamentali: il superamento delle formule tradizionali dell'attività sportiva, lo stimolo e l'assistenza per la libera speri­ mentazione di attività al di fuori degli schemi tradi­ zionali e i centri di formazione fisico-sportiva. Il superamento delle formule tradizionali lo abbia­ mo già avviato con la correzione della formula dei campionati e le innovazioni amministrative e buro­ cratiche di cui abbiamo già parlato. Il primo fatto da considerare a tale riguardo è che il superamento che auspichiamo e stiamo tentando non è e non può essere imposto dal vertice, sopportato

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L'importante è partecipare! Sarebbe bello se fosse vero

ganizzazione è indispensabile sia sotto il profilo di un corretto servizio socio-sportivo da offrire ai giovanis­ simi, sia sotto il profilo educativo, perché il primo passo verso la formazione di una coscienza sportiva e la prima esperienza sportiva si compiono proprio nell’età e neH'àmbito dei Centri,

2. PER L’AZIONE POLITICA E’ evidente che il CSI, anche assieme ad alcuni altri Enti di promozione sportiva, rappresenta un mo­ vimento e una forza di minoranza nell'azione politica. Ci saranno sempre resistenze che non riusciremo a vincere, ostacoli che' non potremo superare e fatti compiuti con cui ci troveremo a dover fare i conti. Ma l'essere minoranza è una nostra scelta consa­ pevole: non può dunque farci desistere da un’azione e da una lotta portata avanti con tutti i mezzi a nostra disposizione.

Gli obiettivi che ci dobbiamo proporre sembrano essenzialmente tre: a) la presenza politica delle nostre società sportive nell'ambiente sociale in cui operano. Il problema è allora di individuare i modi, gli strumenti e i sussidi per far prendere coscienza alle società della neces­ sità di questo impegno e per aiutarle a realizzarlo; b) la ricerca di dialogo e di rapporti operativi con le forze del libero associazionismo e degli Enti lo­ cali. E questo è un problema che riguarda soprattutto i Consigli provinciali e di Circoscrizione zonale. Da che cosa dipende la loro scarsa iniziativa e incisività dell’azione fin qui svolta? E cosa potrebbe fare l'Associazione per stimolarli e aiutarli ad una presenza e a un'azione più sistematiche ed efficaci? c) a livello regionale il dibattito e l'intervento nei confronti dei responsabili politico-amministrativi per facilitare corrette soluzioni legislative. Su tutta questa materia il Consiglio nazionale ha già espresso chiaramente e dettagliatamente il pro-

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Far politica vuol dire anche lottare prio giudizio e il proprio orientamento nella recente dichiarazione politica, allegata alla relazione. Ad essa rimandiamo per una discussione più approfondita e per definire il nostro impegno futuro.

3. PER LA VITA ASSOCIATIVA DELLE STRUTTURE DI SERVIZIO A parere del Consiglio nazionale, i punti nevral­ gici su cui intervenire in questo settore sono princi­ palmente due: a) la necessità di rendere i Consigli provinciali gruppi di servizio capaci di garantire un autentico processo di partecipazione di base; b) il ri­ chiamo ai Consigli regionali al loro vero ruolo di mo­ menti d'incontro, di scambio, di coordinamento e l’azio­ ne più idonea per aiutarli a svolgere tale ruolo. I due momenti sono strettamente collegati, in quan­ to il nostro statuto prevede fra tutte le strutture di servizio uno stretto collegamento e una sostanziale interdipendenza. Mentre i Consigli provinciali rappre­ sentano la struttura di servizio a livello locale, con un'ampia autonomia di potere e di iniziativa, essi però sono fra loro collegati e corresponsabili per un'azione omogenea e coordinata che deve essere collegialmen­ te definita a livello regionale. La Regione, allora, si colloca come fulcro interme­ dio tra la base e il vertice. Da una parte raccoglie le istanze, le tendenze e le iniziative locali per va­ gliarle a livello nazionale, e dall'altra partecipa alla determinazione degli indirizzi associativi generali, fa­ cendosene poi interprete e strumento di servizio per la loro attuazione a livello locale. Questo ruolo della Regione emerge ben chiaro dallo Statuto, ma è un ruolo difficile da attuare perché si scontra costantemente con due rischi opposti e ugualmente pericolosi: da un lato il rischio di trasformarsi in una struttura vera e propria, diventando un filtro anziché un canale di trasmissione e trasformandosi in un centro di po­ tere che finirebbe inevitabilmente per cozzare contro l'autonomia provinciale e per trasformare l'Associazione in una federazione; dall’altro lato il rischio di diven­ tare un organismo evanescente, un fantasma incapace di fare da centro di raccolta, di coordinamento e di promozione delle istanze locali e degli indirizzi asso­ ciativi generali. Un ruolo difficile, dunque, che andiamo gradual­ mente scoprendo e verificando. Per procedere corret­ tamente su questa strada, occorre anzitutto intendersi e accordarsi sull'essenza di questo ruolo, anomalo se si vuole ma non per questo meno funzionale e neces­ sario; eppoi occorre individuare e mettere in atto que­ gli strumenti e quelle occasioni che possano aiutare i responsabili regionali a svolgere il loro giusto com­ pito, ma con la collaborazione sincera e responsabile sia delle strutture nazionali, sia di quelle provinciali. Questi ultimi, i Consigli provinciali e di Circoscri­ zione zonale, si trovano oggi di fronte alle difficoltà derivanti dai nuovi indirizzi associativi che rende su­ perato il loro ruolo tradizionale di centri di potere e di controllo e li forza a trasformarsi in centri di infor­ mazione, di collegamento, di promozione, di gestori

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dei servizi che le società richiedono attraverso un metodo di partecipazione più attiva e diretta nell'àm­ bito provinciale. Come aiutare i Consigli a imboccare questa nuova strada? Che cosa possono e devono fare in loro favore le Regioni e le strutture nazionali? Che cosa occorre ancora decentrare e che cosa, in­ vece, sarebbe opportuno non diciamo centralizzare, ma affidare alle strutture superiori in modo da non appe­ santire la vita organizzativa dei Consigli provinciali e compromettere così la loro dinamicità, agilità e tem­ pestività di azione in chiave di autentico servizio alle società sportive? Di quali servizi regionali e nazionali hanno essi bisogno — sul piano tecnico-sportivo, am­ ministrativo, formativo e informativo — per essere resi capaci di affrontare con competenza e con effi­ cacia i nuovi compiti che l'Associazione gli affida? Un problema particolare, ma molto sentito da tutti i Consigli provinciali, è quello degli Arbitri. Anche i nostri arbitri risentono — e non intendiamo fargliene una colpa — dell'equivoca posizione che essi hanno assunto nello sport ufficiale: costituiscono una « clas-


se », un mondo a sé. Ora, se ciò può anche andar bene per lo sport ufficiale, dove all'arbitro si richiede un compito strettamente tecnico-giuridico (ma dubitiamo, sulla base dei fatti, che tale posizione sia, oggi, chiara e soddisfacente), certamente non è sufficiente per la nostra Associazione che vede tutti i responsabili coin­ volti a livello politico e corresponsabili di un medesimo compito educativo. Sembra evidente che nel momento in cui il CSI intende superare la concezione di uno sport tradizionalmente inteso, deve anche superare il ruolo tradizionale dei responsabili in tutti gli ambiti, e quindi anche in quello arbitrale: l'arbitro è parte in­ tegrante dell'Associazione, corresponsabile insieme agli altri tecnici e dirigenti, investito di una funzione essenzialmente educativa, sia pure nella specificità del suo ruolo. Ma oggi la nostra realtà arbitrale risente ancora della vecchia concezione, più ancora che quella degli altri tecnici. Il problema, allora, è duplice: primo, come aiutare gli arbitri esistenti a riscoprire il loro ruolo associativo: secondo, quali indirizzi e strumenti adot­ tare per formare le nuove leve arbitrali sulla base degli orientamenti dell'Associazione, espressi anche a livello di Regolamento organico.

4. PER LA FORMAZIONE GLOBALE E CONTINUA PER TUTTI Le aree di intervento proposte dal Consiglio nazio­ nale sono due:

illustrate, e se è ritenuto valido si tratta in sostanza di ribadire la ferma volontà e il conseguente impegno di realizzarlo fedelmente.

Qui termina la relazione del Consiglio nazionale. Ora la parola è all'Assemblea a cui spetta di dare un giudizio sull’operato del Consiglio nazionale, ma al di là di questo (che rappresenta un fatto comunque secondario anche nel caso che dovesse essere nega­ tivo), l’Assemblea deve sentirsi parte in causa di tutta la gestione associativa, che non dipende dal solo Con­ siglio nazionale. Riteniamo che la particolare caratte­ rizzazione di questo Congresso biennale, ci consenta, anzi, ci obblighi tutti a superare l'atteggiamento di un pur giusto e necessario controllo di una gestione per assumerci invece il ruolo di corresponsabili di una situazione associativa che attende da noi una verifica e dei chiari indirizzi per il suo futuro cammino. Con questo invito e con questo augurio, il Consi­ glio nazionale affida la presente relazione all’Assemblea, ringraziando i presenti e tutta l’Associazione per la fiducia fin qui accordatagli, fiducioso per parte sua che da questo Congresso deriveranno scelte, indirizzi e strumenti per far procedere l’Associazione verso le finalità statutarie che rappresentano la nostra ragion d’essere e il motivo profondo del nostro impegno fra i giovani. IL CONSIGLIO NAZIONALE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO

a) coinvolgere tutti i soci nel processo educa­ tivo comunitario e nella verifica della vita associativa vissuta insieme da uomini e donne. Il « dibattito associativo di base » lanciato in vista di questo congresso, ha costituito un primo esperi­ mento e un primo passo sulla via di un tipo di auten­ tica vita associativa che non veda più da una parte i responsabili in posizione di potere e di decisione, per di più spesso divisi tra loro a seconda dei ruoli, e dall’altra gli atleti in posizione subordinata, di ese­ cuzione dei programmi e delle direttive altrui. Quale che sia stato il risultato di questo primo esperimento occorre che il dibattito diventi, sia pure con gradualità, permanente e generalizzato. E' l'unico modo per far crescere la nostra Associazione a livello di base sul piano della presa di coscienza, della con­ sapevolezza di ciò che siamo e vogliamo essere, della corresponsabilità e partecipazione comunitaria all'espe­ rienza che tutti insieme compiamo. Il compito e la responsabilità del successo di que­ sto dibattito di verifica alla base spettano in primo luogo ai Consigli provinciali e di circoscrizione zo­ nale. E' un problema, anche a questo riguardo, di con­ vinzione e di volontà da parte dei responsabili locali, ma si possono individuare strumenti, forme e modi con cui l’Associazione si muova in loro aiuto: e il Con­ gresso dovrebbe dare indicazioni a questo riguardo.

b) L’attuazione del piano di formazione dei re­ sponsabili. Su questo punto, crediamo non sia neces­ sario insistere molto. Le linee del piano sono state già

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ALLEGATI 1 - CIO’ CHE ESSERE

SIAMO,

CIO’

CHE

VOGLIAMO

2 - RIFLESSIONE SULL’ATTIVITÀ’ SPORTIVA 3 - DICHIARAZIONE DEL CONSIGLIO NAZIONA­ LE SULLA SITUAZIONE DELLO SPORT ITA­ LIANO 4 ■ LE PROPOSTE DEL C.S.I. SUI GIOCHI DELLA GIOVENTÙ’ E SUI CENTRI DI FORMAZIONE

5 ■ DOCUMENTO UNITARIO DEL CSI, AICS, UISP E U.S. ACLI SUI CENTRI E SUI GIOCHI 6 ■ PROPOSTA UNITARIA PER LA GESTIONE DEI GIOCHI E DEI CENTRI A LIVELLO NAZIONALE

7 ■ PROMEMORIA SUI PROBLEMI DELL’EDUCA­ ZIONE FISICA E SPORTIVA SCOLASTICA 8 - LA PRESENZA E LA PARTECIPAZIONE FEM­ MINILE NEL C.S.I.

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E il primo dei tre documenti che il Consiglio nazionale ha proposto all’Associazione nel biennio. È stato emanato nell'inverno 1973 per il lancio del Dibattito associativo di verifica. IL CSI OGGI: NECESSITA’ DI UNA VERIFICA IN VISTA DEL CON­ GRESSO NAZIONALE 1974 Se diamo uno sguardo, anche su­ perficiale, alla panoramica complessi­ va in cui si sta muovendo la nostra Associazione nella varia e vasta gam­ ma delle sue attività, non si può sfug­ gire alla netta impressione di trovar­ si in una situazione critica, stimolan­ te ed esaltante. Critica perché alcuni si muovono nell'incertezza e in un va­ go senso di smarrimento di fronte ai nuovi obiettivi che lo statuto indica; stimolante perché altri intravedono in questi obiettivi la ricerca di nuove soluzioni più rispettose della dimen­ sione educativa; esaltante, infine, per­ ché altri riescono a scoprire nei nuo­ vi contenuti ed obiettivi proposti una chiara alternativa nel pensare e rea­ lizzare lo sport a misura d’uomo. Questo momento che la nostra As­ sociazione sta attraversando è di par­ ticolare importanza perché prelude ad

una crescita più consapevole e matura in ordine ai fini che ci proponiamo. E’ evidente, infatti, che la ' i nostra Associazione solo se avrà il coraggio di trasformarsi per una presa di coscienza da parte di tutti i suoi appartenenti, rimarrà fedele ai suoi fini ispiratori. Solo se si rinnoverà, vivrà. Tale « operazione-crescita » è già in atto da alcuni anni, ma va con­ tinuata e sviluppata tutti insieme, per­ ché il futuro del mondo è « nelle ma­ ni degli uomini capaci di trasmettere alle nuove generazioni ragioni di spe­ ranza » (Concilio Vaticano II, « La Chiesa nel mondo contemporaneo », 32). E’ in forza di questa responsabilità educativa che dobbiamo insieme sfrut­ tare l’occasione nuova che abbiamo dinanzi e alla quale dobbiamo prepa­ rarci collegialmente. Si tratta del Congresso nazionale del ’74 che, per la prima volta nella storia della no­ stra Associazione, si presenta a noi senza compiti elettivi-giuridici, ma

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con lo scopo precipuo di verificarci, di fare il punto della situazione, di studiare le motivazioni profonde del nostro fare educazione attraverso lo sport, per trovare insieme le propo­ ste operative. E' un’occasione questa che non contempla più un gruppo di ideatori che al vertice programma e una massa di ascoltatori che alla ba­ se esegue. Dobbiamo muoverci tutti insieme perché tutti, giovani e adulti, abbiamo bisogno di crescere e di for­ marci e mai come in questo caso dobbiamo sentirci tutti soci del C.S.I. a parità di condizione e al di là del ruolo che ciascuno ricopre. E' in questo senso che il Consiglio nazionale rivolge a tutta l’Associazione un pressante invito a rilanciare a tutti i livelli un dibattito sui temi fondamentali del nostro impegno as­ sociativo. Tale dibattito non va inte­ so come un fatto eccezionale, una di­ scussione estemporanea, una specie di « campagna » propagandistica che rischierebbe di turbare momentanea­ mente il ritmo della nostra vita as­ sociativa senza produrre risultati pro­ fondi e duraturi. Il Consiglio nazio­ nale, invece, invita a compiere uno sforzo per mettere effettivamente in funzione i normali strumenti di di­ scussione, di confronto e di decisione comunitaria indicati dallo statuto: l’Assemblea di società sportiva, il Con­ gresso provinciale, il Congresso nazio­ nale. Il rilancio sistematico e razio­ nale di questi momenti nodali della nostra vita associativa, in vista di una tappa particolarmente importante qua­ le il Congresso nazionale del prossi­ mo anno, può aiutarci a stabilire quel costume di vita democratica, parte­ cipata e comunitaria che tutti insie­ me abbiamo scelto come modo d’es­ sere ordinario dell’Associazione, come strumento di continua verifica e co­ me condizione essenziale di crescita e di maturazione. Gli argomenti della discussione as­ sociativa non possono essere stabiliti a priori o dall’alto: saranno quelli che ciascuna società sportiva sentirà più vivi, più urgenti e più attuali per verificare il proprio modo d’essere e conseguire le finalità che si propo­ ne. Soltanto così nei congressi pro­ vinciali e nel congresso nazionale si si potrà avere, ai rispettivi livelli, il quadro reale dei problemi che l'Associazione sente come suoi e potranno scaturire indicazioni e scelte corri­ spondenti agli effettivi bisogni, alle aspirazioni e alle finalità che insieme vogliamo conseguire. D’altra parte, come si è detto, il dibattito è già in atto presso molte società e molti con­ sigli provinciali, soprattutto intorno al tema di una attività sportiva più aderente al nostro impegno di valo­ rizzazione dello sport come fatto so­ ciale e culturale. Allora non si tratta di « inventare » dei temi di discussio­ ne, ma di portare questi temi già in discussione nelle sedi proprie del di­ battito associativo (assemblee di so­ cietà e congressi) e di ordinare secon-

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do uno schema razionale e unitario tutti gli strumenti di riflessione, di confronto, di ricerca e di decisione, comprendendo in essi anche le atti­ vità di formazione (incontri estivi dei responsabili di società, corsi di spe­ cializzazione tecnica) e i momenti di verifica a livello regionale (Consigli regionali). 11 Consiglio nazionale ricorda, tut­ tavia, le scelte di fondo che già sono state fatte sia in sede di statuto sia nel Congresso nazionale del 1972. Esse co­ stituiscono un punto comune di rife­ rimento per la verifica biennale (con­ gresso nazionale 1974) che ci accin­ giamo a compiere. Per consentire a tutta l’Associazione di avere presente il quadro comune di riferimento e favorire così un lavoro di verifica ar­ monico in tutta l’Associazione, il Con­ siglio nazionale ha individuato e de­ finito sinteticamente l’obiettivo gene­ rale c alcuni obiettivi intermedi che l’Associazione si è dati neH'ultimo congresso nazionale. L’obiettivo gene­ rale è: « Vivere e far vivere un’espe­ rienza sportiva comunitaria di base, nella linea di uno sport sociale, con­ cepito cioè come esperienza che sia strumento di sviluppo umano e so­ ciale delle persone ». Gli obiettivi in­ termedi, considerati come prioritari, per il raggiungimento dell’obiettivo generale sono: a)la pratica di un’atti­ vità sportiva a carattere sociale; b) l’azione politica per la realizzazione di un servizio sociale per lo sport; c) la realizzazione di una formazione glo­ bale e continua per tutti; d) la vita associativa delle strutture a tutti i livelli.

UN CONFRONTO CRISTIANO CON LA REALTA’ SOCIALE

La stessa breve formulazione di questi obiettivi indica chiaramente l’orizzonte aperto e vastissimo della nostra discussione associatva. Non si tratta, infatti, di ripiegarci su noi stessi e isolarci nella discussione dei nostri problemi interni, ma di con­ frontarci apertamente con la storia, con la società in cui viviamo, per co­ glierne il senso, i bisogni, le aspira­ zioni ed essere in grado di adeguarvi costantemente il nostro « servizio » as­ sociativo. Solo attraverso un attento e continuo riferimento con la realtà c con la vita che ci circondano, il C.S.I. potrà divenire quel « movimento sportivo giovanile che vive l’esperien­ za dello sport come un momento di educazione, di maturazione umana e di impegno, in una visione ispirata alla concezione cristiana dell’uomo e della realtà » art. 1 dello statuto. La richiesta che nelle nostre socie­ tà sportive si rifletta insieme sui va­ sti problemi che ci coinvolgono e che la riflessione non sia disgiunta dalla responsabilità operativa, ci viene so­ prattutto dai giovani. Ma questa ri­ chiesta ha alla radice qualcosa di pro­

fondo che dobbiamo saper cogliere tutti: il desiderio di comprendere il mondo nuovo che nasce e la capacità di viverci responsabilmente. La nostra società è caratterizzata da profonde trasformazioni che hanno aspetti allo stesso tempo positivi e ne­ gativi. Così, per esempio, la progres­ siva urbanizzazione, mentre spinge ad un processo di socializzazione e a un pluralismo sociale e ideologico, nello stesso tempo realizza la marginalizzazione di grandi masse inurbate; il benessere economico, prodotto dallo sviluppo industriale, mentre consente un miglior tenore di vita, nello stesso tempo porta alla schiavitù dei costu­ mi e rende ancor più palese il fatto che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri; la diffusione dell’informazione, men­ tre fa prendere coscienza dell’unità del genere umano, nello stesso tempo uniforma e aliena le coscienze; le sco­ perte scientifiche, mentre consentono all’uomo di padroneggiare la natura, nello stesso tempo aprono interroga­ tivi sempre nuovi e non risolti; la scolarizzazione generalizzata, mentre fa prendere coscienza di sé a un sem­ pre maggior numero di uomini, nello stesso tempo li rende consapevoli di non essere gli effettivi protagonisti della vita sociale e civile poiché il po­ tere continua ad essere gestito da pochi... Siamo di fronte ad una trasforma­ zione socio-culturale di vastissime pro­ porzioni, la cui valutazione è com­ plessa e difficile anche perché, nel­ l'attuale società, il cambiamento non è più soltanto una semplice evoluzio­ ne, ma addirittura una situazione nor­ male dell’umanità che favorisce il sorgere di un formidabile complesso di problemi nuovi, insieme a nuove analisi e sintesi e a nuove aspirazio­ ni. Tra queste ultime, possiamo coglie­ re come caratteristiche: una chiara volontà d’autonomia, un vivo deside­ rio di partecipazione, una seria esi­ genza d’autenticità da parte dell’uo­ mo moderno; un processo di relativizzazione delle idee e dei valori; la tendenza alla contestazione; la ricer­ ca di una maggiore e più facile comu­ nicazione tra i popoli diversi e le stesse generazioni; un difficile ma sentito cammino verso l’unità fra gli uomini, la pace, la giustizia, la soli­ darietà umana e universale ecc. La semplice elencazione di questi tratti tipici dell'epoca attuale, permette di intravedere un altro fatto di estrema importanza: il fenomeno sportivo si muove all'interno di questo contesto, essendo un fenomeno sociale di larga portata. Non è possibile, infatti, parlare di sport considerandolo come un fatto a sé, indipendente dalla società in cui viene praticato, svincolato cioè da tutto quel contesto socio-culturale in cui è radicato. Sempre lo sport, an­ tico e moderno, si è sviluppato se­ condo forme corrispondenti ai tipi di società che lo ha espresso, così come,


a sua volta, ciascuna società è stata anch'essa influenzata dal fenomeno sportivo che aveva prodotto. Non è difficile, allora, accorgersi che certe caratteristiche dell’epoca attua­ le si travasano anche nel fatto spor­ tivo a livello di coscienza personale e di scelte sociopolitiche. Mai come og­ gi, infatti, pur dinanzi all’aspetto alie­ nante dello sport visto nelle sue de­ generazioni spettacolari-consumistiche di massa, sorge una « chiara doman­ da » da parte di molti per uno sport di base, di tutti, con tutti, per tutti; di uno sport in cui la competizione e l’agonismo non degenerino nella ri­ cerca selettiva del campione o della vittoria ad ogni costo, ma si traduca­ no in un servizio sociale rivolto a tut­ ti; di uno sport in cui il fattore lu­ dico e la dimensione della libertà umana siano rispettate e non vilipese da una tecnica esasperata, dalla ri­ cerca di record infraumani e da equi­ voci prestigi nazionalistici; di uno sport, insomma, attraverso il quale sia possibile lo sviluppo di « tutto l’uomo e di tutti gli uomini » (Enci­ clica Populorum Progressio, 14). Come uomini, allora, che accettano il dono della fede cristiana e si pre­ figgono finalità ben precise a questo riguardo (cfr. art. 1“ statuto), non pos­ siamo non essere attenti a questi « fat­ ti » e a queste « voci » che segnano la nostra epoca umana e la nostra espe­ rienza educativa in una Associazione che si interessa di sport a dimensione umana. « Il corso degli eventi sfida l'uomo a rispondere, anzi ve lo co­ stringe », dice ancora il Concilio. (La Chiesa nel mondo contemporaneo, n. 4). Ed è quindi in forza della nostra\ fede che noi dobbiamo saper ve­ dere in questi « segni positivi » in at­ to nella nostra società e nelle nostre società sportive, un modo con cui il Signore manifesta la sua volontà e i suoi progetti. Non è cristiano difen­ derci dalla sfida della storia e utiliz­ zare ancora una volta le risposte già fatte e prefabbricate. La Chiesa ha riconosciuto il suo do­ vere di scrutare i segni dei tempi e ha preso atto dell’essenziale storicità dell’uomo e di se stessa, delle sue isti­ tuzioni e della sua testimonianza, pur nella fedeltà alla sua essenza immu­ tabile: « E’ dovere della Chiesa scru­ tare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interro­ gativi degli uomini sul senso della vi­ ta presente c futura e sul loro reci­ proco rapporto » (La Chiesa nel mon­ do contemporanco, n. 4). Il mondo, allora, e anche quello sportivo, non è più un semplice campo di applica­ zione di schemi educativi fissi e pre­ stabiliti per sempre, ma diventa in­ terlocutore valido nell’elaborazione dello stesso progetto educativo. Ciò significa che, come cristiani — e an­ che come cristiani impegnati nel cam­ po dello sport — dobbiamo saper trar­ re dalla storia, dall’esperienza urna-

na, dai bisogni e dalle aspirazioni più o meno consapevolmente espressi dal­ la società elementi sia di compren­ sione sia di azione per la nostra mis­ sione educativa. Ecco, allora radicata all’interno del­ la nostra stessa esistenza ed esperien­ za, quella nostra ispirazione cristiana, cui spesso ci rifacciamo -verbalmente ma per la cui giustificazione ricorria­ mo spesso a segni esteriori, che rap­ presenta più un « battezzare » la real­ tà che non un vero comportamento di fede. j< Ciascuno esamini la propria coscienza che ha una voce nuova per la nostra epoca » (Populorum Progressio, 47) e se per ogni uomo la nor­ ma morale è la fedeltà alla propria coscienza, per il cristiano è la fedel­ tà alla parola di Dio, così come la sua coscienza, nella Chiesa e con la Chie-, sa, riesce ad ascoltarla. E non ci può essere segno alcuno che il Signore ab­ bia detto la sua ultima parola: biso­ gna vivere nel proprio stato tenendo la coscienza aperta alla possibile nuo­ va parola di Dio che si manifesta at­ traverso la storia degli uomini.

UNA PROPOSTA PER TUTTI NEL RISPETTO DELLE REALTA’ DI BASE E questa « nuova parola » a noi sembra di scorgerla anche in tutte le tensioni e le condizioni più umane che una certa « domanda sportiva del­ la base », pur tra aspetti sportivi an­ cora carichi di ambiguità, ci rivolge

in questi ultimi anni e che il nostro ultimo Congresso del '72 ha creduto di saper cogliere ed enucleare in al­ cuni obiettivi concreti, che non sono esclusivi di altri itinerari, ma che si presentano con la caratteristica del­ l’urgenza, perché anche la nostra As­ sociazione dinanzi ad una situazione radicalmente nuova ed essenzialmen­ te dinamica sappia corrispondere con uno suo progetto educativo dalle di­ mensioni nuove e dinamiche, e per­ ché si attui anche attraverso lo sport, un’effettiva liberazione dell'uomo da tutti i condizionamenti infraumani e per tutti i valori positivi della nostra epoca. Ecco il punto di partenza della pro­ posta nuova che il Consiglio naziona­ le rivolge a tutta l’Associazione. Essa non ha altra pretesa che fare insieme un cammino, che progettare insieme un itinerario capace di risolvere le ambiguità disumanizzanti che mortiti cano ancora lo sport che proponiamo e realizziamo. Non vi sono ricette pre­ fabbricate, ma solo il desiderio di costruire insieme una possibile alter­ nativa di concepire e realizzare un modo nuovo di fare sport, di costruir­ ci cioè una nuova coscienza sportiva utilizzando sul serio quegli strumenti normali che ci siamo dati nello sta­ tuto, di essere, infine, segno autentico di una vera animazione culturale ed educativa in quella realtà sportiva nella quale siamo chiamati a giocarci come uomini di fede. Il Consiglio nazionale del CSI Roma, 17-18 febbraio 1973

È il secondo documento del Consiglio nazionale, diffuso nell'estate scorsa come punto di partenza per il Dibattito associativo di verifica in preparazione al Congresso nazionale. PREMESSA Il Consiglio nazionale ha già rivol­ to a tutta l’Associazione un invito a riflettere e a discutere sull’attuale momento associativo in vista del Con­ gresso nazionale del 1974, che è un momento importante di verifica a tre anni dall’elaborazione del nuovo sta­ tuto e a due anni dal Congresso na­ zionale 1972 che ne ha indicato i pri­ mi passi di attuazione. Il Consiglio nazionale ritiene che tale riflessione e discussione, pur te­ nendo presenti i princìpi fondamen­ tali esposti nel suo precedente invi­ to, debba essere incentrata sulla vita reale dell’Associazione, e cioè parten­ do proprio dall’attività che in concre­

to essa svolge, perché è attraverso di essa che si realizza quella formazio­ ne globale e continua di tutti indica­ ta dallo Statuto come uno dei fini principali dell’Associazione stessa e individuata dal Congresso nazionale come uno degli obiettivi prioritari del momento. Per la vita dell’Associazione è cen­ trale e determinante la programma­ zione dell’attività sportiva. Perciò il Consiglio nazionale si è soffermato a lungo sui programmi sportivi 1973'74 i quali acquistano un’importanza ancora maggiore in quest’anno con­ gressuale, dedicato com’è a un pro­ cesso di ripensamento dell’Associazione attorno al suo modo di essere e di operare.

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Nella formulazione di tali program­ mi, il Consiglio nazionale ha tenuto presente da una parte le finalità del­ l’Associazione e dall'altra le tenden­ ze dinamiche in atto che esprimono lo sforzo comune, sia pure diversifi­ cato nei contenuti e nelle forme, di realizzare i fini principali per i quali ci siamo associati. Il Consiglio nazio­ nale. inoltre, ha utilizzato il lavoro svolto dalle Commissioni Tecniche nazionali, riassunto poi dalla Direzio­ ne Tecnica Nazionale, sia come rac­ colta di dati sia come indicazioni pro­ grammatiche.

— una diversa visione della pratica sportiva non più intesa soltanto come attività esclusivamente ma­ schile, ma anche femminile. Que­ sta visione dello sport, in cui i giovani e ragazze insieme realizza­ no un’esperienza di vita tesa allo sviluppo della loro personalità rea­ lizzato attraverso un processo educativo che tiene conto sia della specificità dei due sessi, sia della loro complementarietà è uno dei frutti dell’unificazione. L’attività sportiva pertanto tende così a ge­ neralizzarsi in tutti i sensi, sia per l’età sia per il sesso degli as­ sociati.

TENDENZE DINAMICHE IN OR­ DINE ALL’ATTIVITÀ’ SPORTIVA Le tendenze dinamiche che il Con­ siglio nazionale ha ritenuto di poter individuare, in ordine all'attività spor tiva dell’Associazione, sono le se­ guenti: — la riforma progressiva dell'attività competitiva che porti a smitizzare la competitività esasperata nelle gare a vantaggio di un confronto amichevole e di reciproca colla­ borazione, a superare la selettività che emargina i meno dotati e i più bisognosi, a mitigare l’ecces­ sivo tecnicismo che rischia di uc­ cidere la componente « gioco » dello sport conducendo all’aliena­ zione anziché alla maturazione umana e sociale degli atleti;

— la progressiva flessibilità della re­ golamentazione che, non più ema­ nata direttamente daH’alto, con­ senta di volta in volta un adatta­ mento alle esigenze locali delle persone e dei gruppi; — un’attività ricreativa, non più inte­ sa esclusivamente come tornei di bar, aziendali o estivi, ma come effettiva possibilità sportiva rico­ nosciuta anche agli adulti, che una certa tendenza Tradizionale esclu­ derebbe dall’attività al limite del 18“ anno di età; — il manifestarsi di una domanda sportiva nuova che non è possibile classificare aH’interno degli sport olimpici, sui quali l’Associazione ha modellato la sua attività fino ad oggi; — un ripensamento sulla funzione dei Centri giovanili di formazione sportiva, non visti più esclusivamente come funzionali all’addcstramento per uno sport tecnico-ago­ nistico secondo la tradizione olim­ pica, ma aperti ad una libera espressione globale dei ragazzi e alla prevalenza del gioco sulla com­ petizione in modo da favorire in essi, insieme ad un armonico svi­ luppo, anche la possibilità di de­ dicarsi a una o più discipline di libera scelta o ad attività sportive al di fuori degli schemi olimpici;

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LE RISPOSTE DEL CONSIGLIO NA­ ZIONALE Il Consiglio nazionale, avendo preso coscienza di queste tendenze presen­ ti nell'Associazione e avendole valu­ tate positivamente, crede che sia op­ portuno incoraggiare e sostenere tut­ te le possibili esperienze affinché tali tendenze si sviluppino e si generaliz­ zino. Di tutto questo ha tenuto conto nella formulazione dei programmi sportivi 1973-74, preoccupandosi che essi siano in linea con le tendenze di­ namiche presenti in modo da confer­ marle, favorirle e svilupparle in tutta l’Associazione, ma tenendo anche con­ to della gradualità indispensabile per far sì che un cambiamento sia pro­ fondo e non superficiale e demago­ gico. Pertanto, i programmi sportivi 197374 che il Consiglio nazionale propo­ ne all’Associazione sono caratterizzati dai seguenti elementi qualificanti: — la eliminazione delle finali nazio­ nali, che avranno nelle fasi inter­ regionali di alcune discipline e ca­ tegorie, un’occasione di interscam­ bio al di sopra del momento loca­ le e la possibilità di realizzarsi co­ me « feste dello sport » fra gio­ vani di varie regioni insieme alla popolazione delle località che li ospiteranno. Si è ritenuto, infatti, sulla base delle indicazioni con­ gressuali, che le finali nazionali comportino una forte selettività, alla ricerca di un tecnicismo raf­ finato e del campionismo; esse, inoltre, orientano in tal modo l’at­ tività dell’Associazione da impe­ gnarla rigidamente sul piano orga­ nizzativo e delle disponibilità finan­ ziarie fino al punto da bloccare le strutture e renderle non più dut­ tili a percepire le molteplici esi­ genze che stanno nascendo e a rinnovarsi di conseguenza per sod­ disfarle; — l’aver demandato alle strutture lo­ cali, provinciali e regionali, sia la regolamentazione delle attività che svolgono al loro livello, sia il giu­ dizio sulle attività stesse in modo

che le norme sportive e le even­ tuali infrazioni possano essere de­ terminate sulle situazioni locali per rispondere alle esigenze spe­ cifiche delle persone che praticano sport nella zona. Con ciò si è vo­ luto favorire il processo in atto verso lo sport socialmente inteso secondo cui l’attività deve realiz­ zarsi a misura delle persone che la praticano ed essere da loro au­ togestite;

— la responsabilizzazione del livello locale su tutti i piani, dal tessera­ mento alle procedure di riconosci­ mento degli atleti, alle questioni tecnico - burocratiche, realizzando così un’ulteriore possibilità di par­ tecipazione diretta alla gestione e al controllo delle attività che è segno di una corresponsabile ge­ stione dell’Associazione e allo stes­ so tempo strumento attraverso cui essa si realizza. In tal modo l’Associazione conserva anche la pos­ sibilità di evolversi, non rischiando di diventare una istituzione piani­ ficatrice, ma avendo la capacità costante di rispondere alle sempre nuove esigenze dei soci.

Oltre a ciò, il Consiglio nazionale ha impegnato la Presidenza nazionaie: — a effettuare un’indagine conosciti­ va sui Centri giovanili di formazio­ ne sportiva (come effettivamente si articolano nelle varie zone, qua­ li finalità hanno, a quali metodolo­ gie si ispirano, quali programmi seguono, come sono organizzati, co­ me vengono preparati e scelti gli istruttori ecc.) affinché il prossimo Congresso Nazionale sia in grado di dare orientamenti per un loro migliore inserimento nella linea di una pratica sportiva a carattere educativo e non funzionale all’al­ levamento di « campioncini »; — a raccogliere e sollecitare esperien­ ze di libera sperimentazione spor­ tiva che cominciano a manifestar­ si, e in questa linea a considerare anche la tendenza presente verso un'attività sportiva non esclusivamente rivolta ai giovani e alle ra­ gazze al di sotto dei diciotto anni. Anche questo nello sforzo costan­ te di trovare nuovi e più adeguati modi per realizzare un processo di liberazione integrale dell’uomo an­ che attraverso l’espressione spor­ tiva; — a condurre un primo bilancio su quella realtà nuova dell’Associazione che è la compresenza di uo­ mini e donne nell'attività sportiva e nella vita associativa. I program­ mi sportivi 1973-74 tengono già conto di questa presenza e cer­ cano di incentivarla in considera­ zione anche delle difficoltà parti­ colari della donna italiana in ordi­ ne allo sport. Ma questo fatto è tanto ricco di valori e di possibi-


lità nuove offerte all’Associazione per realizzare uno sport per tutti e di tutti che si è ritenuto oppor­ tuno affidare alla Presidenza na­ zionale il compito di promuovere un incontro nazionale in cui si ri­ fletta nel modo più profondo sul1>__. ----- :-------- ----------’-‘"l jn questi u]tj. l’esperienza condotta mi anni e si possano offrire al Con­ gresso nazionale dei punti certi di riferimento per un indirizzo futuro.

UN IMPEGNO PER TUTTI I SOCI In questo modo il Consiglio nazio­ nale ritiene di aver cominciato a ri­ spondere, sia pure in modo parziale e provvisorio, all’impegno che il Con­ gresso gli ha chiesto con la mozione che è bene ricordare tutti insieme: « Il Congresso nazionale, sulla base della discussione sviluppatasi sulla tesi n. 8:

a) impegna i Consigli provinciali a studiare, discutere e organizzare insieme alle Società sportive formule di attività sportiva alternative o com­ plementari alla formula dei campio­ nati; b) impegna e autorizza i Consi­ gli provinciali, regionali e nazionale a prendere decisioni sul piano dello studio, della formazione, dei sussidi e decisioni programmatiche sostenu­ te da adeguate risorse, anche finan­ ziarie, per programmare e diffonde­ re attività diverse dai campionati; c) impegna gli stessi Consigli a studiare e realizzare una diversa ar­ ticolazione dei campionati, la cui for­ mula non sia più soltanto condizio­ nata da criteri selettivi e dalla esal­ tazione dell’agonismo ». Il Consiglio nazionale ricorda però che la mozione impegna tutta l’Asso-

ciazione, a cominciare dalle società sportive. Le impegna verso la tenden­ za ultima chiaramente indicata dallo Statuto e cioè a realizzare « un mo­ vimento sportivo giovanile che vive l’esperienza dello sport come momen­ to di educazione, di maturazione uma­ na e di impegno, in una visione ispi­ rata alla concezione cristiana dell'uo­ mo e della realtà ». Il Congresso nazionale, poi, ha in­ dicato nello sport socialmente inteso l’impegno che deve tradurre lo sta­ tuto nel momento attuale: uno sport reso accessibile a tutti all’interno e all’esterno dell’Associazionc; uno sport alla misura dei bisogni, dei desideri e delle possibilità psicofisiche di cia­ scun praticante; uno sport democra­ ticamente gestito e associativamente partecipato da tutti. E’ un impegno difficile, complesso, che richiede un generoso sforzo da parte di ciascun socio, di tutte le com­ ponenti associative e a livello di cia­ scuna struttura: uno sforzo di anali­ si, di approfondimento, di invenzione e di sperimentazione. Da qui il dibattito a cui il Consiglio nazionale ha invitato tutta l'Associazione in questo momento privilegia­ to; da qui, ancora, la presente pro­ posta a incentrare il dibattito su ciò che l’Associazione fa, su ciò che essa è realmente. Il Consiglio nazionale rinnova per­ tanto l’invito a dibattere secondo i termini già noti tenendo però presen­ te questo aspetto della sua vita — l’attività sportiva — che è di fonda­ mentale importanza per una concre­ ta verifica. Esso consentirà a tutti di giungere al Congresso nazionale del 1974 con una più chiara coscien­ za dei problemi associativi e quindi con la possibilità di far compiere al­ l’Associazione un ulteriore passo avan­ ti verso il fine che ci siamo comuni­ tariamente proposti. Il Consiglio nazionale del CSI Ostimi, 1-3 giugno 1973

li édh» Hto irt tein È il terzo documento del Consiglio nazionale, reso pubblico nel­ l'aprile 1974 e dedicato espressamente all’impegno politico del C.S.I. nel contesto sportivo italiano del momento. 11 Consiglio nazionale del Centro Sportivo Italiano, esaminata la situa­ zione dello sport italiano nei suoi più recenti avvenimenti, alla luce delle sue scelte statutarie e congressuali, rende nota la posizione che l’Associazione

ritiene di dover assumere in questo momento e la conseguente linea poli­ tica che intende adottare. L’analisi e le relative indicazioni politiche le pro­ pone in particolare all’Associazione in vista del Congresso nazionale che si

svolgerà a Roma nei giorni 23-26 del prossimo maggio, come contributo al­ la verifica e alle scelte che il Con­ gresso stesso sarà chiamato a fare.

1. ANALISI DELLA SITUAZIONE Negli ultimi anni si è avuto in Italia un costante sviluppo della domanda sportiva, non solo in senso quantita­ tivo ma anche qualitativo: si chiede cioè anche una pratica sportiva di tipo nuovo rispetto a quello tradi­ zionale, intesa come strumento di sa­ lute, occasione di divertente esercizio fisico, luogo di libera espressione per­ sonale e di incontro associativo per compiere un’esperienza di maturazione umana e sociale. A questa domanda fino ad oggi non è stata data alcuna risposta sul piano nazionale. Tentativi di risposta si sono avuti sul piano locale, da parte di alcuni Comuni e Regioni. Altre rispo­ ste che sono venute da parte di Enti pubblici o privati sono risultate for­ temente ambigue, settoriali e inadeguate. Lo Stato, pur assegnando allo sport decine di miliardi all’anno attraverso il Totocalcio, continua ad avere ver­ so i problemi sportivi dei giovani e dei cittadini un atteggiamento di to­ tale disinteresse politico, legislativo e di programmazione. In tal "modo, da un lato avalla la delega totale confe­ rita al CONI dalla legge istitutiva del 1942, che lo stesso CONI sembra giudicare superata, e dall’altro si ren­ de di fatto complice delle iniziative di una sempre più folta schiera di privati che profittano della situazione per offrire ai cittadini soluzioni spor­ tive a carattere decisamente specu­ lativo.

La Scuola, in materia di educazione fisico-sportiva, dopo un trentennale pe­ riodo di inadempienze o di iniziative settoriali, a volte contrastanti con i suoi stessi scopi istituzionali (es.: l'im­ postazione tecnico-agonistica e seletti­ va dei Gruppi sportivi scolastici), sem­ bra ora dimostrare la volontà di in­ tervenire con maggiore risolutezza nel settore. Ma le recenti circolari mini­ steriali, a parte il dubbio legittimo sulla loro reale possibilità di modifi­ care una situazione ormai così grave­ mente deteriorata, suscitano anch'esse gravi motivi di perplessità. In par­ ticolare la circolare che delega alla so­ la ANEF (Associazione nazionale di Educazione fisica) il compito di or­ ganizzare in proprio i Centri Pulcini nella scuola elementare. Il C.S.I. non può accettare che i problemi della Scuola siano affrontati escludendo la partecipazione delle forze sociali e del libero associazionismo sportivo che so­ no interlocutori naturali dell’istituzio­ ne scolastica in quanto componenti e rappresentanti della realtà sociale ita­ liana. Tali indirizzi, settoriali e chiù-, si, che si riscontrano anche nelle cir­ colari sull’educazione fisica nella Scuo-

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la elementare e in quella che permet­ te l’uso delle palestre per le manife­ stazioni aperte al pubblico, contra­ stano tra l’altro con i princìpi più vol­ te espressi dallo stesso Ministero circa una Scuola aperta e socializzata e con i criteri con cui ci si propone di istituire i Distretti scolastici. Le Regioni trovano una grande dif­ ficoltà a operare nel settore dello sport per la carenza di una legge quadro che riconosca ad esse questa esplicita competenza, perché fanno fatica a in­ dividuare il ruolo nuovo che sono chiamate a svolgere e perché la legge istitutiva del CONI le indirizza spesso a muoversi in una direzione opposta a quella di uno sport socialmente in­ teso che la citata legge non prende in considerazione e che esula dagli scopi specifici del CONI.

Gli Enti Locali, Comuni e Province, risentono della carenza di un quadro legislativo organico e i lodevoli sforzi che alcuni compiono sono il più delle volte resi infruttuosi dalla dramma­ tica situazione della finanza locale che attende inutilmente da tempo un in­ tervento risolutore da parte dello Stato. Il CONI, pur essendo stato indotto dall’evoluzione della società italiana e dall’iniziativa degli Enti di promozio­ ne sportiva, in particolare dall’Intesa costituita nel 1970, a precisare nel Li­ bro Verde del 1971 l’ambito tecnico­ agonistico del suo intervento speci­ fico, non sembra poi essersi regolato di conseguenza né sul piano giuridico — rinunciando alla sua posizione di privilegio e coinvolgendo tutte le for­ ze socio-sportive su un piano di effet­ tiva corresponsabilizzazione; né sul pia­ no economico — mettendo a disposi­ zione una congrua parte dei fondi che lo Stato gli assegna per le necessità globali dello sport italiano; — né sul piano operativo — non rinunciando in pratica a intervenire in proprio e co­ me unico interlocutore presso le Re­ gioni, gli Enti Locali e continuando di fatto a gestire in proprio iniziative come quelle dei Giochi e dei Centri che, per sua stessa ammissione, esu­ lano dalle proprie specifiche compe­ tenze. Le Federazioni sportive nazionali ri­ sentono per molti versi dell’ambigua posizione del CONI e compromettono quella indispensabile e urgente defini­ zione di ruoli e di aree di intervento per porre fine a una situazione di confusione, di concorrenza e passare a una fase di collaborazione e di intesa nel rispetto delle singole autonomie e competenze.

Gli Enti di promozione sportiva, no­ nostante la presa di coscienza del ruolo nuovo che devono giocare nella società e nello sport italiani, stentano ancora a ritrovare una reale piatta­ forma di intesa operativa in quanto risentono delle posizioni ideologiche e pratiche che per un lungo passato li hanno visti rigidamente distinti e spes­ so antagonisti tra loro.

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I Sindacati, aprendosi ai problemi sociali, vi hanno incluso anche quello del tempo libero, orientandosi a tro­ varvi soluzioni collegate con tutte le altre riforme. Se però la presa di co­ scienza appare chiara, le prospettive di soluzione sono ancora confuse. II discorso dei Sindacati è strettamente collegato con quello delle Asso­ ciazioni di tempo libero che, per qual­ che aspetto, appaiono addirittura dele­ gate dai Sindacati stessi ad approfon­ dire il problema. Ma anche qui ha influito negativamente la già accenna­ ta difficoltà a stabilire un rapporto di effettiva intesa operativa con le for­ ze democratiche del libero associazio­ nismo sportivo.

I partiti si sono a lungo disinteres­ sati del problema sportivo, anche se alla vigilia dei più recenti turni elet­ torali sono state fatte delle dichiara­ zioni programmatiche generali. Recen­ temente, invece, sembra che il proble­ ma sia affrontato in termini più con­ creti da vari gruppi politici.

2. LA POSIZIONE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO

11 C.S.I., pur riconoscendo come po­ sitive certe tendenze e certe iniziative, giudica negativamente la situazione nel suo complesso perché avverte la man­ canza di una volontà politica generale e di fondo, perché i pochi interventi oltreché settoriali risultano spesso con­ trastanti con il concetto e le finalità di uno sport a carattere socio-cultu­ rale, perché la situazione di stasi, di confusione favorisce l’istaurarsi, anche nel settore sportivo, di un sistema pri­ vatistico a carattere speculativo, net­ tamente opposto alle speranze e alle prospettive di un servizio sportivo so­ ciale a beneficio di tutti i cittadini. Tutto ciò crea una situazione di ingiustizia nei confronti di coloro che non possono esercitare il loro diritto allo sport e una situazione di condi­ zionamento e di oppressione culturale e sociale a causa dell’imposizione, rea­ lizzata in vari modi, di concezioni, strutture e metodi di pratica sportiva che non rispettano la libertà e la re­ sponsabile partecipazione degli indivi­ dui e dei gruppi. Il C.S.I. è impegnato in questa par­ ticolare realtà della società italiana per stimolare c favorire un processo di liberazione dell’uomo nello sport e at­ traverso lo sport. In quanto associazione cristianamen­ te ispirata, ha nel cristianesimo la sua motivazione di fondo e il suo costante punto di riferimento. In conseguenza di ciò, il C.S.I. ha certamente una propria concezione e un proprio pro­ getto per l’uomo, ma non per questo intende attuare una prassi impositiva. Al contrario, opera per l'umanizzazione della realtà sportiva partendo dal rispetto per i valori e le leggi che le sono propri nel rispetto dell’uomo che ne è il protagonista c il fine. Crede

infatti che, così intesa, la pratica spor­ tiva possa essere una forza educante e liberante e perciò già nella linea del­ la liberazione cristiana. La prassi educativa del C.S.I. inten­ de coinvolgere i soggetti dello sport in tutta la pienezza delle loro autono­ me facoltà personali per favorire una presa di coscienza, una verifica dei valori sportivi che oggi sono proposti e imposti, una ricerca responsabile di possibili modelli alternativi. La nostra associazione, allora, si po­ ne criticamente all’interno della real­ tà sportiva attuale per creare una cul­ tura alternativa. E gli strumenti di cui si serve sono il dialogo, il con­ fronto e la verifica, per l’avvio di un processo dialettico che porti al supe­ ramento di una situazione giudicata nel suo complesso negativa. Questa, secondo il C.S.I., è la stra­ da per formare degli uomini liberi, mentre ritiene che altri metodi, oggi in atto anche nel mondo sportivo, for­ mino degli uomini non liberi in quan­ to non sono messi in condizione di interpretare la realtà che vivono o che subiscono e quindi resi incapaci di affrontarla in modo creativo. Il C.S.I. non si limita però a sti­ molare questa presa di coscienza, ma intende anche organizzare le persone e i gruppi che liberamente aderiscono per creare e sperimentare insieme mo­ delli alternativi di cultura e di prassi sportive. Ciò non soltanto ai fini di un mutamento puramente quantitativo, ma anche e soprattutto qualitativo, conferendo ai soggetti dello sport, in­ dividui e gruppi, una maggiore possi­ bilità di autodeterminarsi, di parteci­ pare a un effettivo potere di gestire la propria esperienza sportiva. Non solo più sport o sport per tutti, dun­ que, ma anche uno sport nuovo, di tutti, in cui la persona non sia più misurata dal risultato sportivo che produce, ma sia essa stessa misura della propria attività sportiva come di ogni altra attività umana. E’ in conseguenza di tutto questo che il C.S.I. si pone in dialettica con le altre forze istituzionali, sia sportive, sia politiche, sociali e culturali allo scopo di ampliare l’analisi, approfon­ dire la verifica, cogliere più attenta­ mente le tensioni e le tendenze dina­ miche che emergono dalla popolazio­ ne, soprattutto giovanile, e cercare di dar vita insieme ad una nuova realtà sportiva. Il C.S.I. rispetta il pluralismo delle motivazioni e ispirazioni a cui i vari enti e forze si rifanno, e lo ritiene prezioso per un'evoluzione dell’attuale situazione sportiva in termini socio­ culturali. Pertanto, mentre per parte sua il C.S.I. lotta contro tutte le oppressioni e discriminazioni perso­ nali e sociali in atto oggi nel mondo sportivo italiano, dichiara altresì la sua volontà e disponibilità ad operare con quegli enti e forze che ricono­ scono nell’uomo il protagonista e il fine dell’attività sportiva e si adope­ rano coerentemente per creare un ser­ vizio sportivo sociale rispettoso di tali princìpi c finalità. Lungi quindi dal


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determinarsi come un organismo chiu­ so — che riproporrebbe in altri ter­ mini l’ambiguo principio de « lo sport agli sportivi » —, il C.S.I. intende col­ locarsi nel contesto pluralistico della società italiana come una delle forze che la rappresentano e insieme a tali forze si pone di fronte allo Stato. Non in contrapposizione, ma in atteg­ giamento dialettico, ritenendo che uno Stato democratico debba non solo ga­ rantire la libera presenza dei gruppi sociali, ma anche sollecitarne un'azio­ ne dinamica facendosi interlocutore e mediatore delle istanze che essi rap­ presentano per una più precisa ed ef­ ficace risposta di servizio alla comu­ nità nazionale. La nostra associazione, allora, oltre che un ruolo ideologico, intende svol­ gere anche un ruolo sociale e politico nella dimensione pluralistica dell’at­ tuale società italiana. Mentre opera per il rinnovamento delle coscienze, lotta anche per il superamento delle vec­ chie strutture e la creazione di nuo­ ve. Ritiene infatti che le due azioni siano interdipendenti e come tali da svolgere contestualmente al fine di evi­ tare da una parte il rischio di un astrattismo velleitario e dall'altra il pericolo di un pragmatismo che, ri­ solvendosi in un cambiamento di for­ mule e di etichette, rimarrebbe im­ produttivo sul piano umano. La proposta della nostra associazio­ ne è dunque rivoluzionaria, in quanto mira ad un mutamento globale della realtà sportiva nel contesto più ampio di un rinnovamento di tutta la società. Una proposta rivoluzionaria che si in­ carna nella realtà storica e quindi non la rinnega e non rifiuta l'impatto con essa: l'affronta criticamente, accetta e ricerca il confronto pluralistico ed è disponibile a costruire con le forze esistenti un modello nuovo di sport come strumento e segno di un nuovo modello di società.

3. LINEE DI AZIONE POLITICA

In conseguenza di tali premesse, l'azione politica del CSI, nel momentoattuale, si ispira ai seguenti criteri:

— promuovere nella popolazione, so­ prattutto giovanile, una presa di coscienza sull’attuale situazione del­ lo spor titaliano c stimolare la nascita di una cultura alternativa che veda nello sport un’esperienza di maturazione e liberazione per­ sonale e sociale; — organizzare un libero movimento che sia luogo e segno di un’attività sportiva a carattere socio-culturale, attraverso una prassi associativa de­ mocratica, partecipata e correspon­ sabile a tutti i livelli e in tutte le fasi della sua realizzazione; — lottare perché nella società italiana si attuino scelte e programmi che consentano a tutti i giovani e ai cittadini di praticare lo sport e di

gestire responsabilmente la propria esperienza sportiva; — ricercare un collegamento e una collaborazione con tutte quelle for­ ze che si rivelano disponibili a operare nel senso della liberazione dell’ uomo attraverso l’esperienza sportiva, nel contesto più ampio di un'azione socio-politica tendente a costruire una società più libera, più giusta, più umana.

Per quantcf concerne il C.S.I., esso è impegnato in una sistematica e co­ stante revisione delle attività sportive svolte e nella ricerca di nuovi tipi e formule di sport nell’intento di con­ seguire un sempre migliore adegua­ mento al concetto e alla prassi di uno sport socialmente inteso. Ciò nella convinzione che la presenza della no­ stra Associazione nella società italiana è giustificata ed ha senso nella mi­ sura in cui sarà segno di un modo nuovo di intendere lo sport e con­ tribuirà per la sua parte a istaurare in Italia una nuova prassi sportiva. Questo costante atteggiamento critico e di ricerca non significa che il C.S.I. cambia le sue finalità, ma che si sfor­ za invece di trovare una sempre mag­ giore coerenza con esse. La prassi che il C.S.I. sceglie per realizzare questo suo progetto è quella già indicata della democrazia, della partecipazione e del rispetto delle esigenze degli associati. Quest’azione politica deve necessa­ riamente trovare una sua continuità all’esterno dell’Associazione. Il C.S.I. è parte di una realtà sociale e spor­ tiva più ampia della quale è, al pari delle altre associazioni, protagonista e corresponsabile. Di qui l’impegno per­ ché tutta la realtà in cui operano i gruppi di base e le strutture ai vari livelli sia animata dalle stesse tensio­ ni di liberazione umana che ispirano l’Associazione. L’impegno socio-politico è una componente naturale ed essen­ ziale del nostro impegno associativo perché la nostra ispirazione cristiana ci induce a condividere la condizione di tutti gli uomini e a partecipare con essi al processo globale di liberazione. Il C.S.I. è d’altronde consapevole che far politica significa operare del­ le scelte in ordine alle finalità, al pro­ getto e alla prassi che si vogliono adot­ tare. La scelta del C.S.I. è di operare con quanti si propongono il fine della liberazione dell’uomo da tutti i con­ dizionamenti materiali, ideologici, so­ ciali, politici e adottano per questo scopo un progetto e una prassi coe­ rente. Ciò comporta anche la neces­ sità di lottare contro le oppressioni di ogni tipo a danno della persona umana e contro tutti coloro, individui o gruppi sociali, che se ne fanno pro­ motori. Nei confronti degli Enti di promo­ zione sportiva e delle Associazioni di tempo libero, il C.S.I. non ritiene op­ portuno addivenire ad accordi o in­ tese di carattere istituzionale in quan­ to non ne scorge, in questo parti-

colare momento, le condizioni indi­ spensabili. Ciò vale anche per l’Intesa costi­ tuita nel 1970 tra il CSI, l’AICS, il CNS Libertas e il CUSI. Tale intesa ha avuto un ruolo importante nel rilan­ cio, nella diffusione di una migliore coscienza sportiva e del conseguente impegno politico, inducendo inoltre il CONI ad adottare la nuova linea espres­ sa nel già citato Libro Verde. L’Intesa, però, per motivi particolari e per la generale situazione dello sport italia­ no, non è riuscita a promuovere una azione politica decisa e radicale qua­ le si proponeva. Essa, dunque, ap­ pare oggi uno strumento inadeguato per far fronte alle difficoltà e agii impegni del momento. Il Consiglio na­ zionale del CSI ritiene quindi superata l’Intesa dei quattro Enti di promo­ zione sportiva e ritira l'adesione a suo tempo data. Convinto della necessità di strumen­ ti nuovi e più adeguati, il CSI in­ tende aprire un dialogo permanente con tutte le forze sportive e con quel­ le politiche, sociali e culturali per ri­ cercare insieme linee e strumenti di­ versi di azione per la soluzione dei problemi sportivi del Paese. Per il CSI, questo dialogo, pur es­ sendo sostanzialmente unico e globa­ le, si realizza sostanzialmente in due momenti distinti tra loro: il momento della elaborazione politica e il mo­ mento operativo. Il momento della elaborazione poli­ tica deve coinvolgere, insieme alle for­ ze sportive, anche quelle politiche, so­ ciali e culturali: in esso, attraverso un confronto che tenga conto delle varie componenti, dei problemi e delle pro­ spettive di soluzione della realtà ita­ liana, dovrebbero formularsi gli obiet­ tivi e le linee generali di azione. Il momento operativo compete in­ vece alle forze direttamente impegnate nello specifico ruolo sportivo. Il principio della distinzione dei due momenti, che il CSI ritiene necessa­ rio, va però visto alla luce dei vari livelli in cui le forze e gli enti con­ cretamente operano. Si può ravvisare a livello locale, provinciale, regionale o nazionale l’opportunità che anche nel momento operativo siano coinvolti enti e forze non specificamente spor­ tivi, ma ciò sempre nella chiarezza e nel rispetto dei singoli ruoli. Sulla base di tali criteri, il CSI in­ tende ricercare con le forze sportive la possibilità di accordi operativi in ordine ai vari problemi dello sport italiano, sulla base di una coerenza con i princìpi e le finalità a cui il CSI ispira la sua azione. Con questo il CSI non esclude in linea di prin­ cipio la possibilità di addivenire in futuro a intese anche istituzionali, ma ritiene che nel momento attuale la via più conveniente sia quella di una ve­ rifica e di una intesa su singoli pro­ blemi e progetti operativi. Tale dialogo di verifica e di ricerca di accordi operativi il C.S.I. intende compierlo sia a livello nazionale sia a livello locale, dove i gruppi e le

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strutture associative giudicheranno re­ sponsabilmente l’opportunità, le pos­ sibilità e i modi di collaborazione.

Nei confronti del CONI, il C.S.I. ri­ badisce la necessità che siano rese operanti le affermazioni di principio del Libro Verde sulla distinzione delle competenze e quindi sul riconoscimen­ to del ruolo degli Enti di promozione sportiva per quanto attiene alle ini­ ziative di carattere promozionale. In questo periodo di transizione in cui il CONI afferma di rilanciare i Giochi della Gioventù e i Centri di formazione fisico-sportiva per supplire al vuoto di altre iniziative pubbliche e in risposta all’invito del Consiglio d’Europa, il C.S.I. riafferma la sua disponibilità di collaborazione a con­ dizione che la gestione politica, orga­ nizzativa e amministrativa di tali ini­ ziative sia effettivamente assunta in maniera paritetica dalle forze sporti­ ve che operano nel settore, opportuna­ mente collegate con le altre forze politiche, sociali c culturali. Anche in questo caso, il Consiglio nazionale lascia alla responsabilità del­ le strutture locali deH’Associazione di regolarsi secondo le opportunità e le particolari situazioni, salvaguardando però le condizioni di fondo che per il C.S.I. appaiono irrinunciabili. Nei confronti della Scuola, il C.S.I. intende istaurare, insieme alle altre forze sportive e sociali interessate, un dialogo chiarificatore e un rapporto di collaborazione sulla base del prin­ cipio di una Scuola aperta e inte­ grata con l’ambiente in cui opera e con i gruppi sociali che lo rappre­ sentano. In questo particolare mo­ mento e in relazione alla circolare che delega all’ANEF l’organizzazione dei Centri Pulcini nella scuola elementa­ re, il C.S.I. chiede fermamente che tale inopportuna e pericolosa posizio­ ne di privilegio venga rimossa a van­ taggio di un coinvolgi mento delle va­ rie forze sportive competenti in ma-

teria e che facciano perno attorno ai Comuni ai quali spetta il compito di coordinare tutte le iniziative e i servizi dello sport sociale.

Nei confronti dello Stato, il C.S.I. continuerà a battersi perché assuma finalmente il problema e la respon­ sabilità dello sport nel suo complesso, ne dirima i nodi sul piano legislativo definendone le finalità di ordine ge­ nerale, i ruoli, le competenze e ga­ rantendo il riconoscimento e il soste­ gno di quegli enti, pubblici e privati, che operano nel settore, in piena li­ bertà ma nel rispetto delle finalità nazionali democraticamente definite. Ciò comporta la necessità di ema­ nare una legge quadro dello sport che superi l’inadeguatezza cronologica e politica della legge del 1942 che affida al CONI la responsabilità, la gestione e il controllo di tutte le at­ tività sportive del Paese. La legge quadro dovrebbe conferire alle Regioni, nell’àmbito delle sue competenze sull’assetto del territorio, la competenza e la capacità effettiva di intervenire sui servizi pubblici an­ che in materia sportiva. In tal modo le Regioni potranno finalmente svol­ gere il loro insostituibile ruolo di programmazione, coordinanmento e so­ stegno nei confronti dello sport di tutti, con la partecipazione responsa­ bile degli Enti locali e delle forze sportive del libero associazionismo. Agli Enti Locali, infine, va rico­ nosciuto e garantito il ruolo di unità di base dello sport sociale, da gestire insieme ai rappresentanti dei gruppi che operano nella comunità al fine di assicurare ai giovani e a tutti i citta­ dini quella effettiva partecipazione al­ l'esperienza sportiva, senza della qua­ le diventa vano ogni discorso e pro­ spettiva di crescita individuale e so­ ciale attraverso lo sport. IL CONSIGLIO NAZIONALE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO

® “ h biì fefl MI a Ha ■m® ® a tatì ® fin®» È il promemoria che la Presidenza nazionale ha inviato al CONI nell autunno 1973 in seguito ad un incontro precedente sui nuovi Gio­ chi della Gioventù, sui Centri di formazione e sui Corsi per istruttori che il CONI stava preparando.

La Presidenza nazionale del Centro sportivo Italiano, in seguito all'inconrnKTTOn ‘1 Segretario generale del . e con i responsabili del Servi­ zio Tecnico Sportivo del giorno 27 novembre, fa presente il suo punto I vista in ordine alle proposte avan-

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zate in quella sede circa i Centri di formazione fisico-sportiva e i Giochi della Gioventù. Quanto segue ha ca­ rattere di pro-memoria per contribui­ re al chiarimento c alla prosecuzione del dialogo avviato di modo che il CONI da una parte e il Consiglio na-

zionale del C.S.I. dall’altra possano assumere una posizione di comune in­ teresse.

LE PROPOSTE AVANZATE DAL CONI Nell’incontro ricordato, il Servizio Tecnico sportivo del CONI ha illustra­ to le linee generali in base alle quali intende operare in ordine ai Giochi, ai Centri e ai Corsi istruttori e ani­ matori. Circa i Giochi è stata affermata la volontà di potenziare l’attività locale, lasciando liberi i Comuni di intrapren­ dere le attività e le iniziative più con­ facenti alle loro esigenze. Come sti­ molo e sostegno di tale attività lo­ cale, le province dovrebbero appron­ tare un programma autonomamente elaborato, mentre a livello nazionale saranno organizzate delle rassegne di carattere sportivo-ricreativo-culturale a fianco delle quali, alcune manifesta­ zioni sportive di massa, dovrebbero servire a coinvolgere l’intera cittadi­ nanza delle sedi delle rassegne dei Giochi e, allo stesso tempo, promuo­ vere in chiave esemplare delle attivi­ tà di sport per tutti. Quanto ai Centri, a parte quelli di specializzazione sportiva affidati alle Federazioni, il CONI si limiterebbe nei confronti degli altri — a indirizzo formativo fisico-sportivo — a offrire soltanto uno stimolo di carattere fi­ nanziario, un aiuto per la preparazio­ ne degli istruttori e la pubblicazione di sussidi tecnico-organizzativi, senza intervenire nella autonoma gestione degli stessi da parte degli enti che se ne prenderanno carico. I Corsi per la formazione degli ani­ matori, infine, dovrebbero essere ri­ lanciati a livello provinciale e regio­ nale sulla base dell’esperienza già av­ viata negli ultimi anni. Tutte e tre le iniziative sono state prospettate come un fatto unitario: esse, infatti, si integrano a vicenda e soltanto se portate avanti di pari pas­ so possono incidere sostanzialmente sull’avvio di un processo di sport per tutti. II Segretario generale del CONI, nel suo intervento, ha confermato queste linee esposte dal Servizio Tecnico Sportivo aggiungendo che il CONI de­ sidera con esse rilanciare il tentativo di uno « sport per tutti » perché sul momento non si intravvedono altre prospettive concrete, anche se l'Ente è consapevole che questo non è il suo compito. Il CONI è altresì consape­ vole che da solo (Federazioni compre­ se) non è in grado di avviare tale processo di sport per lutti e quindi cerca « compagni di viaggio ». Per questo sta interpellando le varie for­ ze sportive, le associazioni di tempo libero e le organizzazioni sindacali. Sempre a tale scopo, il CONI ritie­ ne indispensabile e urgente un incon­ tro con gli Enti regionali tramite un convegno nazionale (preparato da con-


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vegni regionali) che potrebbe essere indetto a Roma nella prossima pri­ mavera. Anche e soprattutto per que­ sto dialogo con le Regioni, il CONI ritiene indispensabile la presenza e l'apporto degli enti di promozione sportiva. Sul tema della « cogestione » delle iniziative, infine, il Segretario genera­ le del CONI ha affermato che l’Ente non solo non ha preclusioni, ma in­ tende mirare più avanti ancora, ver­ so l’avvio effettivo di un processo di rinnovamento dello sport italiano che coinvolgerà necessariamente tutte le componenti sportive in un ripensa­ mento di ruoli e collaborazioni, senza che il CONI da parte sua si scanda­ lizzi se ciò porrà sul tappeto la que­ stione della sua legge istitutiva.

di principio anche ammessa, non è stata attuata in pratica, con il conse­ guente intralcio e spesso la vanifica­ zione di ogni pur generoso intento di operare nei settori di comune inte­ resse. Chiariti questi aspetti fondamenta­ li — la finalità delle iniziative, la lo­ ro gestione politica, previa una defi­ nizione anche praticamente garantita dei ruoli —, il C.S.I. potrà assumere un atteggiamento a sua volta chiaro e definitivo. Ciò non solo per evidenti motivi di coerenza con i princìpi che informano la nostra Associazione, ma anche per evitare quell'esperienza in­ soddisfacente sul piano psicologico e pratico che crediamo nessuno in que­ sto momento voglia assumersi la re­ sponsabilità di ripetere.

dei Centri e dei Giochi, formati da rappresentanti dei Comuni, degli en­ ti di promozione sportiva e delle for­ ze sociali presenti e operanti nelle comunità locali, secondo criteri e mo­ dalità concrete da definire. Tali co­ mitati disporranno di fondi messi a disposizione dai comitati provinciali c di quelli che i Comuni destineran­ no a tal fine, nel quadro più ampio degli interventi a favore dello sport sociale. L’organizzazione dei Centri e dei Giochi sarà affidata agli Enti di pro­ mozione sportiva che potranno agire secondo le loro specifiche ispirazioni socio-culturali, pur nel rispetto dei criteri programmatici stabiliti dai co­ mitati comunali i quali, a loro volta, non potranno essere in contrasto con le finalità generali indicate dagli or­ ganismi provinciali e nazionale.

IL PUNTO DI VISTA DEL C.S.I.

I POSSIBILI ATTEGGIAMENTI CON­ SEGUENTI

b) a livello provinciale — Saranno co­ stituiti analoghi strumenti di gestio­ ne dei Centri, dei Giochi e dei Corsi istruttori e animatori formati da rap­ presentanti delle Amministrazioni pro­ vinciali, del CONI, degli enti di pro­ mozione sportiva, delle associazioni di tempo libero, delle confederazioni sindacali e della Scuola. Compiti dei comitati provinciali so­ no: stimolare e coordinare le attività dei Comitati comunali; distribuire tra essi i fondi messi a disposizione dal comitato nazionale e quelli integrati dalle Amministrazioni provinciali; promuovere eventuali manifestazioni e rassegne provinciali in ordine ai Centri e ai Giochi affidandone la rea­ lizzazione agli Enti di promozione sportiva con il concorso di tutte quel­ le altre forze sportive — anche fede­ rali — e sociali che possano e voglia­ no partecipare; prendere contatti con altri comitati provinciali per promuo­ vere analoghe manifestazioni interpro­ vinciali, regionali o interregionali; isti­ tuire a livello dell’Ente regione un mo­ mento di coordinamento in riferimento ai compiti, alle scelte e ai programmi che la Regione attua a favore dello sport per tutti, nel cui quadro si in­ seriscono le iniziative dei «Centri.» e dei « Giochi ». Le manifestazioni e rassegne comun­ que promosse dai Comitati provincia­ li non potranno in alcun caso avere carattere selettivo rispetto al momen­ to di base e le attività sportivo-ago­ nistiche saranno affiancate da inizia­ tive a carattere culturale e ricrea­ tivo. A fianco di ogni comitato provincia­ le sarà istituito un organo di con­ trollo amministrativo per l'assolvi­ mento delle relative responsabilità di legge spettanti al CONI e all’Amininistrazione provinciale circa la corretta destinazione dei fondi da essi rispet­ tivamente erogati.

Queste proposte, la Presidenza del C.S.I. le giudica positivamente nella loro sostanza in quanto appaiono nel­ la linea di uno sport a carattere so­ ciale. Tuttavia ci sembra che, prima di affrontare il problema di possibili collaborazioni e delle loro modalità, sia necessario definire a monte l'a­ spetto politico della questione. La ragione di questa esigenza prio­ ritaria è anche di carattere storico e funzionale. Il C.S.I. ha sempre colla­ borato con il CONI e con le Federa­ zioni, sia pure in vari modi e con al­ terne vicende. E’ accaduto, però, che negli ultimi tempi la collaborazione, soprattutto a proposito dei Giochi, non sia stata attuala secondo le pre­ messe a suo tempo concordale, con danno per i risultati pratici dell’ini­ ziativa e con comprensibili effetti sulla fiducia c sulla disponibilità dei responsabili della nostra Associazione a livello soprattutto delle strutture di base. Ora, nel momento in cui il CONI intende rilanciare queste ini­ ziative, che toccano direttamente le finalità del Centro Sportivo Italiano, il nostro Consiglio nazionale deve po­ tersi assicurare che gli equivoci, i con­ trattempi e le incomprensioni del passato sono stati chiariti e che ci so­ no le premesse per un nuovo tipo di collaborazione vantaggioso per tutti. Il primo fondamentale nodo da sciogliere, dunque, ci sembra quello di carattere politico, appurare cioè: se il CONI intende rilanciare queste iniziative per avviare in Italia un pro­ cesso di sport per tutti e se, nella logica propria di questa finalità, in­ tende gestirle su un piano di parità con le forze del libero associazioni­ smo, che tali finalità perseguono per loro stessa natura, fatte salve ovvia­ mente le responsabilità finanziarie e amministrative che al CONI compe­ tono per legge. E’ evidente che que­ sti due chiarimenti ne suppongono un terzo: la definizione dei ruoli e delle competenze tra le varie forze sporti­ ve pubbliche e private che pur es­ sendo da tutti auspicata e in linea

Gli atteggiamenti del C.S.I. possono essere di varia natura a seconda del­ le posizioni che il CONI riterrà di do­ ver assumere. Data per scontata la nostra sincera e immutata disponibilità di collaborazione in quelle iniziative che sono veramente in linea con uno sport a carattere sociale, il C.S.I. potrebbe of­ frire al CONI i seguenti tipi di col­ laborazione:

a) una collaborazione globale — a li­ vello politico e tecnico —, qualora il CONI intenda qualificare le tre ini­ ziative in questione nella linea dello sport sociale e voglia gestirle di con­ seguenza insieme con tutte le forze interessate; b) una collaborazione tecnico-organiz­ zativa — (sul piano esecutivo) —, qua­ lora il CÒNI, pur dando a tali ini­ ziative una chiara qualificazione e fi­ nalità sociale, intenda gestirle diret­ tamente per proprio conto offrendo, a chi ne avverta l’interesse, l’oppor­ tunità di inserirvisi, ritenendole in li­ nea con le proprie finalità, usufruen­ do così di un’occasione in più per lo sviluppo di attività di comune in­ teresse; c) una collaborazione di esperti — a titolo personale — ai vari livelli.

LE PROPOSTE DEL C.S.I.

Per poter addivenire ad ima colla­ borazione globale che lo stesso CONI ci è sembrato auspicare e che sareb­ be senza dubbio la più efficace, ci permettiamo, secondo la richiesta fat­ taci, di avanzare le seguenti proposte di massima, che sono ovviamente su­ scettibili di chiarificazioni e di miglio­ re definizione: a) a livello comunale — Delle com­ missioni o comitati per la gestione

c) a livello autonomo dei Centri, istruttori e

nazionale — Un comitato provvederà alla gestione dei Giochi e dei Corsi animatori. Sarà formato

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da rappresentanti del CONI, degli En­ ti di promozione sportiva, delle asso­ ciazioni di tempo libero, delle confe­ derazioni sindacali, dell’ANCI e della Scuola. Il comitato nazionale: definirà nelle linee di fondo le finalità delle inizia­ tive affidate alla sua gestione; coordi­ nerà l’attività dei comitati provincia­ li, fornendo loro anche indicazioni e sussidi di carattere tecnico-organizza­ tivo; provvederà a ripartire tra i va­ ri comitati provinciali il fondo che il CONI metterà a disposizione iscriven­ dolo con apposita voce nel suo bi­ lancio. E’ evidente che ove il CONI non in­ tenda addivenire ad una simile ge­ stione politica comunitaria delle ini­ ziative, si porrebbe per il C.S.I. il pro­ blema di accedere ad una ipotesi di collaborazione tecnico-organizzativa se­ condo quanto precedentemente pro­ spettato. Tale ipotesi richiederebbe l’istitu­ zione di un organismo esecutivo pres­ so il Servizio Tecnico Sportivo nel quale il C.S.I., e in genere gli Enti di promozione sportiva, possa determi­ nare su un piano di effettiva parità di partecipazione e di responsabilità le modalità di attuazione delle inizia­ tive le cui linee di gestione sarebbe­ ro state in tal caso decise autonoma­ mente dal CONI.

ALCUNE PROPOSTE CONTINGENTE

DI

ORDINE

Appare chiaro da quanto fin qui esposto (e ci sembra di aver trovato concordi su questo punto tutti i par­ tecipanti al recente incontro) che il momento della chiarificazione politi­ ca si pone come prioritario nei con­ fronti di ogni altro discorso di col­ laborazione pratica che potrà deter­ minarsi e sostanziarsi soltanto in re­ lazione alla soluzione che sarà data al problema principale. A tale riguardo, il C.S.I. si permette di suggerire che il CONI inviti ancora una volta i vari Enti interessati ed esponga chiaramente ad essi le pro­ prie intenzioni in ordine alle questio­ ni da noi prospettate che riteniamo essere comuni a tutti o almeno alla grande maggioranza di essi. Ciascun Ente, compreso il nostro, avrà così finalmente la possibilità di assumere una precisa posizione che appare ogni giorno più pressante. Concludiamo ribadendo che questo promemoria ha l’unico scopo di con­ tribuire ad una chiarificazione la più completa e celere possibile, e confer­ mando la fiducia del C.S.I. in un’in­ tesa che non mancherebbe di riper­ cuotersi beneficamente sullo sviluppo dello sport italiano in senso sociale.

® tt M a tatì ® a (MB Questo documento è stato inviato al CONI nel febbraio scorso, come proposta unitaria dei quattro Enti, concordata al termine degli in­ contri che il CONI aveva effettualo nei mesi precedenti con cia­ scuno degli Enti di promozione. In riferimento alle proposte avan­ zate dal Servizio Tecnico Sportivo del CONI agli Enti di promozione sportiva in merito allo sviluppo dei Centri di Formazione e dei Giochi della Gio­ ventù, le presidenze del CSI, AICS, UISP e U.S. ACLI, dopo aver appro­ fondito anche i vari aspetti o mo­ menti della proposta, ritengono utile ribadire unitariamente gli orientamen­ ti di fondo che dovrebbero sostenere la politica per l’attuazione dei Centri e dei Giochi al fine di rendere anche produttivo il dialogo tra il CONI e gli Enti di Promozione Sportiva. Questa nuova presa di posizione non intacca la sostanza delle precedenti ^°he f.nv'^te singolarmente al CONI dalle Presidenze degli Enti ma integra ed inquadra la tematica in oggetto in

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una visione più ampia ed unitaria che coinvolge lo schieramento democra­ tico della promozione sportiva impe­ gnato nell’attuazione dello sport inte­ so come servizio sociale. Gli Enti di propaganda pur ricono­ scendo nelle proposte del CONI alcu­ ni elementi di novità capaci anche, se ben condotti e sviluppati, di posi­ tivi sbocchi rilevano pregiudizialmen­ te la necessità di chiarire la reale volontà politica, di rilanciare, anche attraverso queste iniziative, un auten­ tico processo di maturazione cultura­ le sportiva e se, nella logica di que­ ste finalità, il CONI intenda realizzare una gestione su un piano di sostanzia­ le collaborazione partecipata con le forze del libero associazionismo, fat­ te salve le responsabilità finanziarie

ed amministrative che al Comitato Olimpico competono attualmente per legge. Nello stesso tempo gli Enti richie­ dono una definizione dei ruoli e delle competenze tra le varie forze sportive pubbliche e private rifiutando di es­ sere usati in modo strumentale per stato di necessità o contingenti con­ vergenze politiche. Per tanto come premessa irrinuncia­ bile, gli Enti, ribadiscono ancora una volta alcune indicazioni di fondo che debbono permeare tutto il complesso delle direttive (quadri, strutture e mezzi) predisposte per la realizzazione dei centri e dei Giochi.

I Centri di formazione fisico-spor­ tiva vanno considerati il momentocardine di un più vasto programma che attui in termini concreti lo sport servizio sociale, aperto a tutti e quin­ di rivolto ai lavoratori ed ai giovani. Sul piano dei contenuti debbono as­ solvere soprattutto alla funzione di guidare il soggetto attraverso l'atti­ vità pre-sportiva e sportiva verso la formazione di comportamenti ispira­ ti alla valorizzazione della persona e del mondo sociale con cui è in con­ tinuo rapporto. I Giochi della Gioventù, contraria­ mente alla configurazione finora as­ sunta, debbono diventare uno stru­ mento ed una occasione per avviare, a livello di massa, il nuovo corso del­ lo sport sociale, avvicinando nuove schiere di giovani allo sport attivo, diffondendo la pratica sportiva nelle zone periferiche e tradizionalmente depresse, stimolando la crescita di gruppi associativi e la dilatazione quantitativa e qualitativa degli im­ pianti. I Giochi della Gioventù debbono al­ tresì inserirsi nell’attività dei centri, costituendo un ulteriore motivo di ri­ chiamo alla pratica sportiva dei gio­ vani. In questa ottica va dato concre­ to sviluppo ai nuovi orientamenti esposti negli incontri con il Servizio Tecnico Sportivo del CONI. L'articolazione delle proposte degli enti di promozione sportiva tende a privilegiare il livello di base e per­ tanto vede nell’Ente locale (comune, provincia, regione) il punto di forza e di riferimento nell’àmbito del quale si faccia luce una partecipazione de­ mocratica e si offra adeguato spazio ad una gestione condotta dagli enti di promozione sportiva che opereran­ no in collaborazione con le associazio­ ni di tempo libero ed i sindacati. Anche per quanto riguarda i Giochi della Gioventù, data la loro natura che li presenta come una favorevole oc­ casione per una mobilitazione di mas­ sa non episodica, verso lo sport, l'en­ te locale deve rappresentare il punto privilegiato di riferimento e di incon­ tro, di tutte le forze interessate. Come proiezione a livello nazionale di strutture che tendono a dare con­ sistenza ad una politica sportiva aper-


ta a tutti si richiede un analogo coor­ dinamento che coinvolga le stesse for­ ze impegnate a livello di base. Tale politica sportiva, pertanto, che risponde ad una precisa domanda po­ polare e realizza un servizio sociale per i giovani ed i lavoratori richiede un adeguato sostegno finanziario. A tale fine gli enti ribadiscono la neces­ sità che il CONI iscriva sul suo bi­ lancio un’adeguata cifra percentuale delle sue entrate che sia rapportata alle reali esigenze di attività secondo precisi accordi che dovrebbero inter­ correre tra il CONI e gli Enti stessi. Tale stanziamento dovrà essere gesti­ to autonomamente privilegiando le strutture di base attraverso appositi strumenti organizzativi. Il CONI par­ teciperà a tutti i livelli a tale gestione con propri rappresentanti per poter rilevare la correttezza della gestione anche attraverso la costituzione di un organo di controllo amministrativo. Infine, gli Enti di promozione spor­ tiva nel ribadire la propria disponi­ bilità per un incontro tra il CONI e gli Enti stessi da attuarsi unitaria­ mente, ritengono che il momento del chiarimento si presenti come priori­ tario e pertanto rivolgono al CONI l’invito a voler manifestare i propri intendimenti. In base alle risposte che il CONI covic* Hi vorrà dare alla serie di iproblemi espo­ sti, gli enti di promozione sportiva provvederanno a definire ed a rendere manifesto il loro atteggiamento nei confronti del CONI e delle strutture sportive pubbliche, nella prospettiva di una possibile collaborazione per lo sviluppo dei centri di formazione fi­ sico-sportiva e dei Giochi della Gio­ ventù.

= Brasi Hte» w i èd ® tì tatì Dtai man* Questa proposta dell’AICS, CSI, UISP e U.S. ACLI è stata inviata al CONI nel mese di marzo '74 in seguito agli scambi e agli incontri che erano avvenuti precedentemente sullo stesso tema. In relazione allo scambio di opinio­ ni ed alle intese in linea di massima ipotizzate nel recente incontro tra i rappresentanti dell’AICS, CSI, UISP, U.S. ACLI ed i rappresentanti del CONI, i quattro enti di promozione sportiva formulano, su richiesta del CONI, una proposta per la gestione dei Giochi della Gioventù, dei Centri Olimpia e degli strumenti ad essi col­ legati (corsi istruttori ed animatori, sussidi specifici). A tal riguardo gli Enti di promozio­ ne sportiva ritengono opportuno riaf­ fermare che la loro disponibilità alla collaborazione è intesa come effettiva e diretta partecipazione ad una gestio­ ne comunitaria e che a questa parte­ cipazione — anche se in forme e in momenti diversi e specifici — sono interessate le altre forze rappresenta­ tive della società italiana, politiche so­ ciali culturali secondo le indicazioni contenute nella seguente proposta che prevede:

1) Costituzione a livello nazionale di un Comitato di gestione per le ini­ ziative a carattere di sport sociale (Giochi, Centri e iniziative colle­ gate). Il Comitato ha il compito di prov­ vedere autonomamente alla gestione globale, cioè, alla elaborazione ed alla realizzazione delle iniziative a caratte­ re di sport sociale (Giochi, Centri e iniziative collegate) che il CONI in­ tende promuovere e per le quali il CONI mette a disposizione un fondo finanziario iscritto con apposita « vo­ ce » nel bilancio annuale. Il Comitato è composto: — dai rappresentanti del CONI (Se­ greteria Generale, Servizio Tecnico Sportivo, Organizzazione Perife­ rica); — dai rappresentanti degli Enti di promozione sportiva AICS, CSI, U.S. ACLI. UISP. (La partecipazio­ ne al Comitato è aperta anche al C.N. Libertas qualora intenda ade­ rirvi). (Da considerare l’ipotesi della pre­ senza della Scuola e l’eventuale par­ tecipazione di membri della Presiden­ za nella rappresentanza CONI).

Il momento di gestione operativa svolto dal Comitato esige di essere preceduto da momenti di confronto e di elaborazione di linee generali per un corretto ed unitario sviluppo nel Paese di uno sport a carattere sociale da condursi con le altre forze presen­ ti e determinanti nella società italia­ na: forze politiche, sindacali, associa­ zioni di tempo libero, Scuola, Enti locali. In una fase successiva alcune delle suddette forze potrebbero far parte del Comitato nella chiarezza e nel ri­ spetto degli specifici ruoli. Il Comitato di gestione, di cui al punto 1) della presente proposta, po­ trà svolgere in maniera corretta e compiutamente il proprio ruolo sol­ tanto se si pone come esecutore di un progetto di specifiche iniziative sportive caratterizzate in senso socia­ le che non possono essere tali se non nascono nel contesto di una più am­ pia partecipazione elaborativa dove tutte le forze interessate hanno offer­ to il proprio contributo. Pertanto, la proposta dei quattro Enti di promozione sportiva si rias­ sume nelle seguenti indicazioni: Punto 1.

— costituzione del Comitato nazionale con i compiti e la composizione di cui sopra; — studio di una struttura periferica analoga da costituirsi in collega­ mento con il Comitato nazionale. Punto 2. — previsione dei momenti e delle mo­ dalità di confronto e di elabora­ zione dove si determinano le li­ nee generali alle quali s’ispira poi il progetto concreto delle iniziati­ ve gestite autonomamente dal Co­ mitato;

— studio dei possibili collegamenti tra i momenti distinti dell’elaborazione e della gestione.

2) Partecipazione delle altre forze in­ teressate ad un corretto sviluppo di sport a carattere sociale

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1 - tassi®® a MfcÉ HDWmmi Questo promemoria, diretto al Ministro della P.I. on. Malfatti, è stato elaborato congiuntamente dai quattro Enti firmatari ed è stato pre­ sentato direttamente dai rispettivi presidenti al Sottosegretario Bemporad ìlei febbraio scorso.

Gli Enti di promozione sportiva AICS (Associazione Italiana Cultura Sport), CSI (Centro Sportivo Italiano), US ACLI (Unione Sportiva ACLI), UISP (Unione Italiana Sport popola­ re), espressione del libero associazio­ nismo sportivo, presa visione unitaria­ mente delle recenti circolari ministe­ riali in materia di educazione fisica e sportiva, dànno atto al Ministero del­ la Pubblica Istruzione di aver dimo­ strato attenzione verso dei problemi che hanno un grande rilievo nel qua­ dro generale educativo e che da tem­ po attendono un intervento sistematico e risolutorio nell'àmbito più generale dell’intera riforma della Scuola e nel necessario raccordo di essa con tutte le altre riforme, tra le quali vi è l'isti­ tuzione di un servizio sociale per l’edu­ cazione fisica e lo sport che faccia parte integrante di tutti gli altri ser­ vizi sociali dei quali il Paese ha bi­ sogno. In questa ricerca di soluzioni a pro­ blemi connessi tra loro, devono esse­ re coinvolte necessariamente tutte le istituzioni — Stato, Regioni, Enti lo­ cali — e le forze sociali ed associa­ tive democratiche, (confederazioni sin­ dacali, associazioni di tempo libero, enti di promozione sportiva, comitati di zona, associazioni di genitori ccc...), sia per un’esigenza di democrazia par­ tecipata, sia a garanzia che anche i problemi settoriali e le necessarie so­ luzioni parziali e graduali vengano af­ frontati tenendo conto del quadro ge­ nerale della società e delle prospettive del suo sviluppo e del suo rinnova­ mento. Questo del resto non contra­ sta né con quanto elaborato dal Co­ mitato Tecnico della programmazio­ ne del Ministero della Pubblica Istru­ zione, che presenta la soluzione del problema della Scuola come un sal­ to di qualità dell'organizzazione sco­ lastica orientata verso una sua « so­ cializzazione », nè con lo spirito con il quale sono stati istituiti dalla legge 477 i nuovi organi di gestione della Scuola stessa. Con queste premesse devono essere affrontate le gravi carenze di impian­ ti, di programmi, di orari, di metodi di qualificazione degli insegnanti che presenta l’educazione fisica e sportiva nella scuola italiana e dalle quali de­ riva lo scarso prestigio che la mate­ ria gode nel contesto scolastico. Tut­ to questo, malgrado resistenza di un Ispettorato specifico per l'Educazione

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fisica e sportiva che, chiudendosi di fatto in problemi settoriali, ha provo­ cato l'isolamento della materia da tutto il contesto della Scuola. Esso si è dimostrato una struttura superata, non in grado di dare soluzioni ai pro­ blemi posti dalle necessità dell’educa­ zione fisica e sportiva nel processo ge­ nerale di rinnovamento della Scuola così come del resto richiede lo stato di sottosviluppo della pratica sporti­ va nel Paese, che tra l’altro si riflette sulle nuove generazioni colpite in lar­ ga misura da sindromi riconducibili alla mancanza di movimento e di ima appropriata educazione fisica. La responsabilità dello stato di sottosviluppo igienico, fisico e sportivo del nostro Paese non può essere ad­ dossata soltanto alla Scuola. Un suo diverso, deciso e tempestivo tipo di intervento potrebbe offrire, tuttavia, un grande contributo al suo supera­ mento; costituirebbe un fatto trai­ nante nell’istituzione di un servizio sociale per lo sport e sarebbe impor­ tante per raffermarsi nel Paese di una corretta concezione del ruolo che l'e­ ducazione fisica e lo sport hanno in una società democratica. La Scuola invece, con le sue caren­ ze, ha di fatto avallato l’indirizzo di­ storto dello sport italiano, ed ha con­ tribuito solo in modo limitato al mi­ glioramento fisico-igienico e all’educa­ zione motoria e sportiva dei ragazzi italiani, come è in fondo riconosciuto nella stessa parte iniziale della circo­ lare ministeriale sull’educazione fisica nella Scuola elementare. Le recenti iniziative ministeriali, pur avendo il merito di riproporre il pro­ blema. non sembrano tuttavia muover­ si su una linea che si distacchi da quella del passato, c non sembrano tenere conto né delle prospettive del­ la riforma della Scuola, né della pro­ posta da parte delle forze sportive e sociali di un modo nuovo di intende­ re ed organizzare lo sport per tutti i giovani e i cittadini. La circolare del 19-12-73 affida in­ fatti ad un ente, che rappresenta gli interessi corporativi di una parte de­ gli insegnanti di educazione fisica, il monopolio delie attività fisico-sporti­ ve nella Scuola elementare. Una simile iniziativa, realizzata con il totale appoggio della Scuola, con l'impiego di impianti pubblici, fuori da ogni controllo realmente democra­ tico, si pone come un'ulteriore bar-

riera tra la Scuola e le forze sociali e sottrae agli Enti locali la possibilità della promozione di iniziative per il servizio sociale sportivo. Ciò nella si­ tuazione del nostro Paese, caratteriz­ zata da una carenza assoluta di im­ pianti sportivi, rischia di porsi in con­ trasto con le esigenze della popola­ zione, oltre a non tenere assolutamen­ te conto delle esperienze dei Centri di formazione promossi dagli Enti locali e realizzati dagli Enti di pro­ mozione sportiva con uso e gestione sociale degli impianti sportivi sco­ lastici. Analogamente, la circolare del 3 gen­ naio 1974 sull’educazione fisica nella Scuola elementare, non può essere con­ siderata risolutoria sul piano generale e suscita delle riserve. Va notato che laddove, nella pre­ messa, si parla dell’opportunità che le « regioni, i comuni, gli enti quali­ ficati nel settore dell’educazione fisi­ ca attuino convergenze stabili ed ope­ rose... », è legittimo chiedersi a quali Enti si faccia riferimento, visto che nella circolare del 19-12-73 si dà qua­ lificazione alla sola ANEF, contrappo­ sta a non meglio identificate « orga­ nizzazioni aventi scopi e caratteri pri­ vati ». In un altro punto — al paragrafo 3, « Impegno organizzativo » —, in cui si parla di opportune collaborazioni di Enti, si fa cenno poi al solo CONI. Ciò sembrerebbe far supporre un’ipo­ teca deH’ANEF, come del CONI, sul­ lo sviluppo delle attività fisico-spor­ tive nella Scuola elementare, che po­ trebbe esercitarsi anche sui corsi isti­ tuiti dai Provveditorati agli Studi, per abilitare i maestri allo svolgimento di dette attività. Se tali indirizzi fossero conserva­ ti, l’educazione fisica scolastica, an­ cora una volta e al di là della volontà politica del Ministro, finirebbe col restare relegata nel ghetto della spe­ cificità della materia e rimarrebbe un settore estraneo al corpo più generale della Scuola, non trovando una collo­ cazione e una integrazione con i fini e il processo educativo generale di una Scuola rinnovata nei contenuti, aperta alla collaborazione con le va­ rie forze sociali e con le espressioni del libero associazionismo. E’ questo uno spirito restrittivo che si può cogliere anche nell’affermazio­ ne contenuta nella circolare del 7 gen­ naio 1974 che apre le palestre anche alle manifestazioni sportive con la presenza del pubblico. Va rilevato che essa viene incontro soprattutto alle esigenze delle società sportive che si prefiggono scopi tecnico-agonistici e spettacolari e non è di grande signi­ ficato per lo sviluppo delle attività sportive a carattere sociale. Un’inter­ pretazione burocratica e quindi re­ strittiva, specie nell'ultima parte della nota, escluderebbe dall’uso degli im­ pianti migliaia di società di base che sorgono, operano e svolgono attività neiràmbito degli Enti di promozione sportiva, come anche centinaia di Ceti-


la Scuola elementare che riguarda­ no la collaborazione con i vari Enti;

tri di formazione da questi promossi in collaborazione con gli Enti locali, nell’àmbito di una politica dello sport servizio sociale. Ne deriva, come giudizio comples­ sivo, l’impressione che il Ministero della Pubblica Istruzione abbia preso delle misure affrettate e provvisorie, che appaiono viziate da un segno di­ scriminatorio nei confronti delle for­ ze del libero associazionismo sportivo.

una chiarificazione dei passi della circolare del 7-1-74 sull’apertura de­ gli impianti sportivi alle manifesta­ zioni con la presenza del pubblico che elimini interpretazioni restrit­ tive e discriminatorie; un orientamento chiaro che coor­ dini le attività motorie e sportive della Scuola con l’analogo impegno che stanno sviluppando gli Enti lo­ cali, nei quali gli Enti di promo­ zione sportiva vedono la sede idea­ le e primaria attorno alla quale avviene il processo di un'effettiva generalizzazione dell’educazione fi­ sica e della pratica sportiva tra lutti i giovani ed i cittadini, e

Gli Enti di promozione sportiva, firmatari del presente documento, non possono non denunciare fermamente questa tendenza e questa gra­ ve situazione di fatto, e chiedono al Ministro un colloquio aperto che ri­ guardi: — lo stretto collegamento che vi è tra i problemi dell’educazione fisica e scolastica, i temi generali della riforma della Scuola e la crescente domanda di un’alternativa fisico­ sportiva avanzata dalla popolazio­ ne nel Paese, nel quadro della sem­ pre più pressante richiesta di una adeguata rete di servizi sociali; — il ruolo proprio e fondamentale della Scuola per l’attuazione di un nuovo processo di sviluppo dello sport e dell'educazione fisica nel nostro Paese, e quindi i modi più adeguati per conferire all’educazio­ ne fisica e sportiva nelle scuole di ogni ordine e grado una fisionomia che sia adeguata tanto agli indi­ rizzi generali della riforma della scuola, quanto alle prospettive di uno sport a carattere sociale e dei relativi servizi pubblici per rea­ lizzarlo praticamente; — la ricerca di una collaborazione corretta ed efficace che la Scuola può stabilire con le forze sportive e sociali operanti nel Paese, nel­ l’àmbito delle rispettive funzioni e autonomie, ma anche con una ne­ cessaria intesa basata sulla chia­ rezza, sulla fiducia e sulla reale di­ sponibilità a conseguire un obiet­ tivo comune. Pertanto, gli Enti firmatari dono:

richia­

— la revoca della circolare sui Centri Pulcini al fine di eliminare il monopolio di fatto dell’ANÉF; — il riconoscimento del ruolo delle forze sociali (sindacati, comitati di quartiere, utenti della Scuola — sia alunni sia genitori —) che, insieme all’Ente locale, devono essere gli elaboratori, nella nuova struttura scolastica, di ogni scelta culturale, sportiva, ricreativa da realizzarsi, fuori d'ogni velleità autarchica, chiedendo o accettando la collaborazione e l’iniziativa del libero as­ sociazionismo;

— una chiarificazione dei passi della circolare sull’educazione fisica nel-

®

mb ®

Da

l’organizzazione dei relativi servizi sociali.

Gli Enti di promozione sportiva fir­ matari del presente documento chie­ dono che il Ministro avvìi questo dia­ logo di chiarificazione e dichiarano la loro totale disponibilità ad una colla­ borazione che si ritiene possa offrire un positivo contributo alla soluzione dei problemi verso i quali il Ministro ha dimostrato sensibilità e che sono parte integrante di più vasti problemi sociali dei quali il Paese attende la soluzione. F.to

Enrico Guabello, presidente AICS Aldo Notario, presidente CSI Ugo, Ristori, presidente UISP Aldo De Matteo, presidente US ACLI

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tara* tì MI

È il documento conclusivo dell’incontro nazionale svoltosi a Ostia Lido (Roma) nei giorni 2 e 3 febbraio 1974. Il Consiglio Nazionale del Centro Sportivo Italiano, ad oltre due anni dall’avvenuta unificazione tra la FA­ RI (Federazione Attività Ricreative Italiane) ed il CSI e nell’àmbito della verifica che l’Associazione sta com­ piendo delle proprie scelte congres­ suali, ha organizzato un Incontro sul­ la presenza e sulla partecipazione femminile nel CSI. L’iniziativa, che si è svolta ad Ostia il 2-3 febbraio 1974, rappresentava uno dei momenti del programma naziona­ le ed ha avuto lo scopo di compiere una prima analisi dei dati ed una prima ricerca di motivazioni intorno alle condizioni di fatto che le donne si trovano a vivere oggi nel CSI. Non un convegno di studio ma l’occasio­ ne, a livello nazionale, di una verifica interna già in atto attraverso i dibat­ titi di base, finalizzata ad offrire alla più ampia verifica del Congresso Na­ zionale del 23-26 maggio prossimi un materiale sperimentale e di riflessio­ ne coordinato. Il senso di questa verifica è evi­ dente nello stretto collegamento che esiste tra la natura della nuova As­ sociazione — così come appare da­ gli atti costitutivi, dal documento di unificazione, cioè, e dallo Statuto — e la condizione di una presenza e di una partecipazione femminile respon­ sabile in essa. La scelta fondamentale, infatti, che ha caratterizzato l’unificazione era di

proporsi — CSI-FARI insieme — come nuova associazione dove le componen­ ti maschili e femminili sono insieme presenti, partecipi e responsabili del­ la vita associativa a tutti i livelli. Lo Statuto stesso, in particolare gli arti­ coli 1 e 3, lo ribadisce chiaramente. La scelta risponde a finalità educa­ tive — integrazione uomo-donna in un processo educativo che rispetta le ori­ ginalità e i specifici contributi — ed alla necessità di porsi di fronte al contesto sportivo italiano in maniera esemplare, luogo e segno di valori co­ munitari vissuti da uomini e donne. Ne discende per l’Associazione l’ele­ mentare condizione che sia resa con­ creta ed effettiva la presenza e la par­ tecipazione della componente femmi­ nile alla pari di quella maschile e nel rispetto degli insostituibili appor­ ti specifici. Le precise affermazioni del Docu­ mento di unificazione e dello Statuto sono state riprese dalla tesi 6 presen­ tata al Congresso Nazionale del 1972. La tesi, infatti, ribadiva l’impegno a costruire un’Associazione mista e in­ dicava tre settori d'intervento urgen­ te: la società sportiva dove si realizza una vera unificazione; le responsabili per una presenza e una corresponsa­ bilità effettiva senza emarginazioni o tendenze a deleghe; l’attività sportiva per uno sforzo promozionale che eli­ mini i divari esistenti di fatto tra praticanti uomini e donne.

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L’incontro di Ostia ha preso in esa­ me i dati riferiti alla presenza ed alla partecipazione femminile nel CSI che derivano da una raccolta congiunta dei Consigli provinciali e di circoscrizone zonale e della Presidenza Nazio­ nale, iniziata nell'ottobre 1973, nonché da una inchiesta che « Stadium » ave­ va provocato come sollecitazione al problema. Il lavoro è consistito in una prima valutazione della realtà associativa condotta insieme attraverso la lettu­ ra di dati limitati ma sufficientemen­ te indicativi. Le indicazioni che emergono sotto­ lineano: a) in quanto a presenza femminile:

— una presenza globale poco con­ sistente, con il persistere di una ac­ centuata sproporzione tra donne e uo­ mini nel complesso di tutta l’Associazione (22.759 su 199.637); — un ritmo d'aumento (che esiste dall’unificazione ad oggi) inferiore al­ le previsioni (5,659ò); — netto predominio numerico del­ le società sportive unicamente maschi­ li (4.859 su 6.256); poche società sola­ mente femminili (258); — significativo numero di società miste, trasformate o nate tali (1.139) che, però, al loro interno mantengo­ no un rapporto uomini-donne sfavore­ vole alle donne;

— incremento di presenze nell’atti­ vità sportiva praticata nelle discipline tradizionali, dovuto più all’apertura delle preesistenti strutture di servizio maschili che non ad un effettivo im­ pegno promozionale programmato; — scarsissima attenzione ad una proposta di sport rispettosa dell’ori­ ginalità femminile;

— calo di presenze delle atlete con il crescere dell’età;

b) in

quanto

a

partecipazione:

— il numero delle responsabili, an­ cor più sproporzionato negativamen­ te, a tutti i livelli associativi. Nelle società sportive (1.851 su 40.119), nelle strutture provinciali (318 su 2.342) e regionali — uffici di presidenza regio­ nali — (19 su 120);

— le responsabili utilizzate in ruoli subalterni (in genere, segretarie) o settoriali (delega al « settore femmi­ nile »); — ridottissimo numero di donne in ruoli tecnici (istruttrici, allenatrici, ar­ bitri) e quasi unicamente in società soltanto femminili; — processo d'involuzione nelle prin­ cipali strutture di servizio (Consigli, presidenze, uffici di presidenza regio­ nali) dove il numero delle donne elet-

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te o nominate tende a contrarsi dal­ l’unificazione ad oggi anche per tesi apparentemente corrette di rispetto della base c di libertà dalle garanzie statutarie; c) in quanto a nuove prospettive d’im­ pegno: — l'esperienza non strettamente as­ sociativa dei Centri di formazione che sembra aprire soluzioni su criteri di pariteticità tra le due componenti. La presenza delle partecipanti risulta, in­ fatti, uguale a quella dei partecipanti (50%) e a livello di responsabili si nota una maggiore e più qualificata partecipazione femminile anche nei ruoli tecnici (tutti i dati riferiti ai Centri di Formazione sono, però, for­ temente incompleti). Gli otto gruppi di lavoro, costituiti durante rincontro di Ostia, hanno ri­ preso le indicazioni che emergevano dai dati sinteticamente esposti e so­ prattutto gli interrogativi che i dati pongono alI'Associazione tutta. La ri­ cerca di gruppo si è prefissa, perciò, l’obiettivo dell’individuazione di una prima serie di motivazioni da offrire alla riflessione di tutti per il Congres­ so nazionale e, insieme, delle prospet­ tive per un avvio alla soluzione dei problemi. I gruppi hanno ritenuto d’indivi­ duare alcuni àmbiti di motivazione di ordine personale e socio-culturale, di ordine associativo, di ordine struttu­ rale.

Motivazioni nell’àmbito personale socio-culturale

e

Gli impedimenti ad un inserimento naturale e sufficientemente stabile della donna nell’attività sportiva na­ scono, nella realtà italiana in cui vi­ viamo, da fattori storici, sociali, geografico-ambientali. Vige cioè, tuttora nella nostra società una mentalità ac­ centuata che non concepisce una pre­ senza attiva e responsabile delle don­ ne in qualsiasi campo, meno che mai nello sport. Gioca qui una forte ac­ centuazione del concetto di ruolo fem­ minile che per i più è soltanto di ma­ dre c di sposa. L'osservazione sembra verificabile anche attraverso una ten­ denza tuttora costante: se le donne fanno pratica sportiva ciò avviene in età scolare, e sino al limite dell'ado­ lescenza. Oltre, la tendenza indica una forte e progressiva diminuzione di presenza sino a valori minimi, e, spes­ so, in coincidenza con gli impegni di ordine familiare. Lo sport, poi, rispecchia ancora una decisa impronta maschile sia nella concezione stessa delle singole disci­ pline, sia nella gestione, sia nella per­ sistente considerazione che la donna possa accedere soltanto ad alcuni sports che meglio esprimerebbero i cosiddetti valori della femminilità. Considerazioni di tal genere, spesso

sostenute da affermazioni non dimo­ strate, fanno sì che la scelta delle possibilità concrete offerte alla don­ na si riduca notevolmente. A ciò si aggiunge il « modo maschile » di fare sport, la caratterizzazione, cioè, che dalle origini i diversi sports sono ve­ nuti assumendo e che rispecchia, in genere, l'àmbito delle prestazioni psi­ co-fisiche e la « struttura » mentale di tipo maschile che le ha codificate. Sul piano personale esistono « bloc­ chi » interiori inveterati anche se non esplicitamente manifesti: circola, in­ fatti, tra le ragazze la convinzione che una pratica sportiva intensamente vissuta faccia correre il rischio della perdita di quelle caratteristiche — grazia, bellezza, armonia — che ven­ gono considerate corollario della fem­ minilità. Per una parte delle donne il problema non esiste ma una mag­ gioranza di esse sembra volersi sot­ trarre — consciamente o inconscia­ mente — al presunto rischio. Rimangono, ad aggravare la situa­ zione, le note carenze socio-struttura­ li (programmi e realizzazioni scolasti­ che deficitarie; scarsa esistenza di im­ pianti; carenza di servizi specifici e di una legislazione relativa) che, nel­ la realtà di fatto condizionata da una maggiore presenza maschile, finisco­ no per rappresentare ulteriori barrie­ re di difficoltà al diffondersi di una normale pratica sportiva femminile.

Motivazioni generale

nell’àmbito

associativo

Se oggi il dato della presenza nu­ merica delle donne nel CSI non è di­ sprezzabile ma poteva essere sicura­ mente superiore, ad oltre due anni di distanza dall’unificazione CSI-FARI, e se il dato di partecipazione ai di­ versi livelli di responsabilità (Consi­ gli provinciali c regionali. Uffici di presidenza regionali, Commissioni tec­ niche nazionali, Consiglio nazionale) è, per alcuni livelli soprattutto, preoc­ cupante lo si deve ad alcuni precisi fattori che i gruppi hanno individua­ to nel recente passato del CSI e nella sua realtà attuale. Il nodo critico del recente passato si chiama « unificazione ». FARI e CSI si erano avviate all’unificazione con l’esplicito obiettivo di dar vita ad una Associazione nuova (e non alla sem­ plice somma di due entità storiche e organizzative), nuova nella concezione, nuova nei presupposti della stessa partecipazione associativa. La condi­ zione, infatti, era che uomini e donne fossero compresenti, corresponsabili con identica dignità a tutti i livelli della gestione associativa, pur nel ri­ spetto di un processo educativo che deve tener conto delle originalità del­ le due componenti. La costatazione dei gruppi è che ciò non è avvenuto in maniera sostanzia­ le e generalizzata: si è proceduto, in­ vece, per assorbimento e ai danni del-


la componente femminile. Il risulta­ to, a tre anni dal sorgere ufficiale di una Associazione che doveva esse­ re « nuova », è il perpetuarsi di un CSI che si fonda ancora fortemente su valori e modelli maschili che non possono favorire la presenza e la par­ tecipazione delle donne. I dati, per im­ perfetti che siano, lo dimostrano; per­ sino le norme di applicazione del do­ cumento di unificazione CSI-FARI trasferite nel Regolamento Organico, non sono rispettate in diversi casi. Certamente questo atteggiamento che persiste nel CSI ha radici più pro­ fonde e più estese che non di natura strettamente associativa: i blocchi, gli influssi di una mentalità secolare, i problemi sono, infatti, gli stessi che si ritrovano nella società italiana e in quel microcosmo che è il mondo sportivo ufficiale. Ovunque, purtrop­ po, irrisolti. All’interno del CSI le difficoltà mag­ giori si trovano a livello della atti­ vità sportiva. Lo sforzo organizzativo è rivolto in maniera ancora troppo preponderante a favore dell’attività maschile e l’affidamento delle respon­ sabilità ne è diretta conseguenza. Al­ le ragazze, sia come dirigenti sia co­ me tecnici, è lasciato un minimo spazio. La preponderanza maschile dell'at­ tività sportiva dell’Associazione è con­ dizionata da un dato che rappresenta un ulteriore ostacolo alla presenza femminile. Molte società sono tali so­ lo di nome: in realtà si assiste anco­ ra ad un largo fenomeno di squadre e non di polisportive o di società a dimensione comunitaria. La grande maggioranza delle squadre pratica la disciplina del calcio e non sente l’esi­ genza di « aprirsi » ad altre esperienze sportive e quindi anche alla presenza delle donne. Esiste, inoltre, all’interno del con­ cetto di conduzione della vita delle società sportive, anche laddove vi è attività femminile, una tendenza ac­ centuata nei responsabili uomini ad occuparsi fondamentalmente dei pro­ blemi organizzativi e tecnici e meno dei problemi educativi: un fatto che, a suo tempo, ha diradato la presenza femminile di provenienza FARI e che oggi impedisce a molte donne di tro­ vare neH’Associazione un ambiente corrispondente alla loro sensibilità e a più profonde motivazioni d’im­ pegno. Diversi gruppi hanno anche sotto­ lineato una serie di problemi collega­ ti a situazioni ambientali particolari che si configurano, soprattutto, là do­ ve la Chiesa italiana ha fatto di alcu­ ne istituzioni temporali (ad es., gli oratori) una vera e propria struttura portante della pastorale diocesana. In queste zone l’atteggiamento, in par­ ticolare de) clero, si rivela ostile al­ l’associazionismo misto e critico nei confronti di un processo di coeduca­ zione. Ciò contribuisce a perpetuare un CSI ante-unificazione, pur ammet­ tendo e appoggiando un’attività spor-

tiva femminile in oratori rigidamente distinti. Questa sintesi associativa generale, più ricca d’ombre che di luci, va com­ pletata con l’osservazione che nelle società dove il discorso associativo è stato fatto in termini corretti e inte­ gralmente (e lo si continua a dibatte­ re) e dove la presenza femminile è un dato normale in espansione, esi­ stono certamente dei problemi (e ne continueranno ad esistere), ma l’espe­ rienza va facendosi sempre più posi­ tiva. Ciò testimonia che la scelta dell'Associazione mista e su presupposti nuovi è possibile e valida; ciò fa an­ che ritenere che s’incominci ad usci­ re da un primo e affrettato periodo di transizione per avviarsi verso quel tipo di associazione ipotizzata e meno preoccupata di una « trasformazione » perché gradualmente realizzata su ba­ si nuove.

Motivazioni nell’àmbito delle strutture e dei servizi, all’interno del discorso associativo generale

Le strutture attuali dell’Associazione risentono dell’idea maschile di as­ sociazione che ancora persiste: una concezione non tanto teorica quanto pratica. Per questo le strutture con­ tinueranno a rappresentare un forte ostacolo alla presenza e, soprattutto, alla partecipazione delle donne. A li­ vello di base le società sportive, con una persistente sproporzione numeri­ ca a svantaggio delle donne e con un ridotto fenomeno di partecipazione; ma il livello più carente si rivela quello intermedio, rappresentato dai Consigli provinciali e di circoscrizio­ ne zonale. E’ qui che non esiste anco­ ra la mentalità di una offerta di pra­ tica sportiva seguita con eguale at­ tenzione sia per i ragazzi sia per le ragazze; è qui che all’attività femmi­ nile non si offre una gamma suffi­ ciente di possibilità, tant'è vero che si notano passaggi frequenti di squa­ dre femminili all’attività federale; è qui che la partecipazione alla gestio­ ne associativa da parte delle donne è scarsa, marginale, spesso in ruoli subalterni ed esecutivi o con la ten­ denza degli uomini a continuare a concepire l’attività femminile come un settore delegabile, appunto, alle donne. Scarsi i quadri tecnici femmi­ nili, scarso l'impegno ad esercitare un rinnovamento attraverso i corsi di formazione, concepiti, strutturati, organizzati ancora con mentalità e preponderante presenza maschile. Molte di queste carenze i gruppi le hanno riscontrate anche a livello re­ gionale, dove non esiste nemmeno l’e­ lementare rispetto delle garanzie sta­ tutarie. La realtà così analizzata è tale da perpetuare una impostazione dell’Associazione a carattere prevalentemen­ te maschile proprio sul piano pratico. La gestione delle strutture ne è un

esempio illuminante. Ed è proprio la prassi a rivelarsi, contemporaneamen­ te, effetto di una mentalità comune ancora dominante e causa. Nel complesso del lavoro di analisi delle motivazioni i gruppi hanno ri­ tenuto di avanzare anche alcuni sug­ gerimenti e di formulare alcune ipo­ tesi perché il problema della presen­ za e della partecipazione della donna non si limiti ad essere un « tema » teorico ma rappresenti un impegno associativo concreto c continuato. Ol­ tre ad una azione di sensibilizzazione e di pubblicizzazione, ad una presa di coscienza, cioè, continuamente ripro­ posta e generalizzata, le proposte ve­ dono soprattutto nei Centri di forma­ zione e nei Corsi dei modi concreti di intervento. In particolare i Centri di formazione che rappresentano una prospettiva nuova che richiede un cambio di mentalità e che sembrano stabilire un rapporto più corretto tra le due componenti nell’età pedagogi­ camente più valida. Un apporto ulteriore all'individua­ zione delle prospettive di intervento è venuto dal dibattito generale. Se l’Associazione prende atto con volon­ tà di coerenza di una realtà che non è settoriale ma presente in una com­ plessità di àmbiti socio-culturali, per­ sonali, associativi non può che rico­ noscere che il problema della donna non è soltanto della donna ma della donna e dell’uomo insieme. Entrambi, infatti, si nutrono degli stessi pregiudizi, accettano come « na­ turali » le conseguenze pratiche di luoghi comuni, e da questi limiti deb­ bono entrambi liberarsi. Il discorso, cioè, della presenza e della partecipa­ zione della donna è sostanzialmente un discorso di liberazione globale della donna e dell’uomo che richiede come Associazione una politica globa­ le d’interventi sia all'interno sia al­ l'esterno del CSI. In questa prospettiva lo Statuto, nelle sue finalità, nei ritmi e negli strumenti di vita associata che indi­ ca, rappresenta già il progetto di una politica generale per l’Associazione se saprà viverlo sostanzialmente, non li­ mitandosi ad applicarlo in maniera formale.

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