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Stadium n. 5/1989

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SHEFFIELD

QUASI UN SOMMARIO

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OLTRE I NUMERI

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STADIUM/SOCIETA' DIVERSI di Angelo Bertani MA INSIEME

di Aldo Notano

di Giuseppe Goffrini

4 SPORT E

14 25 FOTOMEMORIA TUTTOCSI/ CRONACHE/ ESPERIENZE

ECOLOGIA di Livio Olivi

óVITE

VIOLENTE

Ricerca sui rapporti tra giovani e violenza. di Anna De Laura

8BAMBINI E TV

15 Il tema del mese: ESPERIENZE ASSOCIATIVE L’U S. Arnaboldi di Campospinoso, di Andrea De Pascalis

Il film: di Paolo Liberati

19 FOTOMEMORIA Medicina: IN FORMA COME?

di Vito Cozzoli

di Antonio Spataro

9 TEMPO RITROVATO

SPORTIVI ALLO SPECCHIO Un'indagine statistica del CSI to­ rinese. di Davide Marzaroli

di G Battista Gandolfo

10 RUGBY di Giamo'ero Spinto

E.G.

0 Oató a cura di Andrea De Pascalis

22 SPORTEUROPA 52° Congresso della FICEP di G. Battista Gandolfo

È quasi mi luogo connine dire qualcosa in apertura di questo numero di STADIUM sulla tra­ gedia di Sheffield e sul modo in cui è stata vissuta in Italia. È in­ fatti quasi inevitabile unirsi al co­ ro delle recriminazioni, dei pen­ sieri e... delle chiacchiere che la tragedia dei 95 tifosi morti per una partita di calcio ha suscitato. Ma forse la notizia più grave sta proprio nel fatto che in nessuno di questi commenti, di queste chiacchiere, delle pagine e pagi­ ne di giornale dedicate all’avvenimento, emerge la considerazio­ ne più ovvia e che cioè quello che appare il re dello sport (almeno europeo) non ha più nulla di sportivo. Il calcio è un'industria, il calcio è un commercio, il calcio è uno spettacolo: tutto è nella coscien­ za dei milioni di tifosi (negli sta­ di e di fronte agli schermi televi­ sivi) tranne che una festa, un gio­ co, uno sport appunto. I commenti alla tragedia hanno tentato soprattutto di rassicurarci (in Italia non può accadere!), a prevenire il pericolo che la gente si disamori di questo spettacolo e dunque metta in crisi l'industria e il commercio della pedata. Nes­ suno sembra avere il coraggio di dire che i novantacinque morti di Sheffield e i feriti di ogni settima­ na negli stadi italiani (dove ci sa­ rà sembra posto a sedere per tut­ ti!) sono l'altra faccia della giran­ dola di miliardi che si spendono ogni anno per fare di un gioco un'industria basata sul profitto: e sono anche l’altra faccia dei mi­ liardi che invece non si spendono per consentire a tutti i giovani di fare sport in prima persona, per giocare, per crescere, per stare insieme. Sembra che la nostra società, an­ che quella politica, preferisca avere milioni di tifosi piuttosto che milioni di praticanti lo sport. Allora si capisce perche tragedie come queste debbano essere esor­ cizzate con rituali di lutto appa­ rente ma insieme con feroce de­ terminazione a continuare, co­ munque, lo spettacolo

31 SPORT/SOCIETA' di Domenico Volpi

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OLTRE I NUMERI Si parla di legge-quadro e non si parla più di sviluppo dello sport: si rischia che la legge serva più a sistemare dei poteri che non a rea­ lizzare l’obiettivo per cui ha sen­ so che si faccia, e cioè lo svilup­ po sportivo. Non c’è il fervore degli anni sessanta-settanta quando nacquero i Giochi della Gioventù (quelli ve­ ri), i centri di addestramento (al­ lora si chiamavano così), gli as­ sessori e gli assessorati allo sport, le prime leggi regionali in favore della pratica sportiva. Ci fu allora una vera mobilitazio­ ne, era nata una coscienza nuo­ va, la coscienza del bisogno di uno sport nuovo, aperto e possi­ bile a tutti (lo sport per tutti in­ fatti) che per affermarsi doveva aprirsi una sua strada, avere un suo metodo, una sua cultura che non era quella del campione e del campionato a tutti i costi. Questa nuova cultura sta languen­ do soffocata da quella tradiziona­ le dello sport consumistico e spet­ tacolare che straripa dai canali TV, che ha trovato nella sponso­ rizzazione un grande alleato. Assistiamo alla ricerca più del nu­ mero che delia qualità della pra­ tica sportiva, invasa anch’essa dalle manie spettacolari (le Stramilano insegnano), più dei risul­ tati tecnico-agonistici che non di quelli umani e sociali, più delle grandi manifestazioni che dell’im­ pegno capillare, continuativo e organico. Lo sport oggi si vende, si compra, si consuma in tutte le forme pos­ sibili, inclusa anche la pratica sportiva: le palestre sono diven­ tate cenni commerciali!

Il sistema promozionale nel suo complesso langue perché è finita la spinta delle tensioni ideali: si vi­ ve di mercato! Gli ostacoli non sono più la man­ canza di quattrini e di impianti sportivi che un tempo si invoca­ vano per poter operare; quattri­ ni e impianti ci sono, l’ostacolo oggi è di ordine ideale-morale, culturale-sociale. È tempo allora che lo sport ripen­ si il suo ruolo e i suoi compiti nel­ la società, non accontentandosi di offrirsi come bene di consumo in cambio di privilegi. Nonostante le sue esuberanti in­ vasioni della società, lo sport re­ sta un fatto marginale che non in-

Per promuovere la promozione sportiva cide significativamente nella vita dei cittadini; non trascina ed è tra­ scinato dai valori dominanti del successo e della commercializza ­ zione; non contribuisce alla tra­ sformazione della società e si ada­ gia sulle situazioni che trova per sfruttarle. Un nuovo rilancio della pratica e della formazione sportiva avver­ rà se si uscirà dalle secche dei nu­ meri, dei risultati, delle autocele­ brazioni, per dare invece alla gen­ te motivazioni più vere, autenti­ che, che siano risposta alla do­ manda di senso che la gente si po­ ne e ci pone.

Che senso ha fare sport se questo fare non ci aiuta a ritrovare noi stessi, a superare l’isolamento e la solitudine, a vincere l’utilitari­ smo, l’egoismo, l’indifferenza, il consumismo? Non basta più, come veni 'anni fa, la promozione dello sport: occor­ re la promozione della qualità del­ l’esperienza sportiva. Non basta più dire «sport per tut­ ti»: bisogna dire «sport educati­ vo per tutti» e «sport come impe­ gno civile». Una nuova promozione sportiva quindi, che esca dalla visione ri­ stretta e superata dello sport, co­ ni ’è quella del grande spettacolo e de! grande giocattolo, per una visione nuova, di grande respiro umano e culturale, di strumento per la maturazione delle persone e per alzare il livello della società. L'unitarietà nella pari dignità al­ l’interno del CONI tra Federazio­ ni ed Enti o ha questa strategia o è compromesso per il potere. Il problema degli Enti non è quin­ di sedere nel Consiglio nazionale del CONI ma gestire assieme al CONI una reale svolta sportiva nel Paese, la seconda fase dello sviluppo sportivo: la promozio­ ne umana e sociale attraverso lo sport. Se si avrà il coraggio di alzare tutti la testa e guardare avanti, sarà più facile convenire sulla legge-qua­ dro dello sport che avrà senso se avrà quest’anima di rinnovamen­ to e di impegno.

Aldo Notarlo

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Sport e ecologia

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Le strazianti immagini della fauna marina soffocata dal bitume della petroliera Exxon Valdez davanti al­ le coste dell’Alaska e gli inquietanti interrogativi seguiti all’inabissamen; to del sottomarino nucleare sovieti­ co nell’Atlantico, davanti alla Nor­ vegia, sono tra gli ultimi fatti, ma non i soli, che ci hanno drammati­ camente richiamato ai problemi eco­ logici, ormai quasi tutti di portata planetaria. Di fronte a simili fatti, che a intervalli sempre meno lunghi vengono a riproporci il quadro delle minacce ambientali che incombono sulla terra, un operatore di sport si sente inevitabilmente chiamato in causa e gli si presenta, insistita, una domanda: ma lo sport non potreb­ be, non dovrebbe fare qualcosa per invertire questa marcia verso la ca­ tastrofe? In questo scorcio iniziale dell’anno, prima la conferenza internazionale di Torino di metà gennaio, poi il rap­ porto Worldwatch di metà febbraio ci hanno ampiamente offerto tutti gli elementi di una situazione già gravis­ sima ma destinata a peggiorare pre­ sto in maniera forse irreversibile, se non si interverrà tempestivamente e con la massima decisione. Gli scien­ ziati convenuti a Torino per la con­ ferenza «Atmosfera, clima e uomo» hanno soprattutto posto l’accento sulle tre grandi sciagure che incom­ bono sul nostro pianeta: l’effetto ser­ ra, rassottighamento della fascia d’ozono e le piogge acide. II rappor­ to del Worldwatch Institute, invece, prende in esame anche molti altri fe­ nomeni inquinanti e di danneggia­ mento ambientale, quali la distruzio­ ne delle foreste, il dissesto del suo­ lo, l’inquinamento derivante dai mezzi di trasporto, e ne mette in lu­ ce la stretta connessione e interdipen­ denza. Anche se la scienza lamenta una an­ cora imperfetta conoscenza delle leg-

gi ambientali che regolano la vita del­ la terra, tutti gli scienziati sono con­ cordi che già da oggi saremmo in gra­ do di arrestare il degrado ecologico e, seppure faticosamente e gradual­ mente, invertire la pericolosa rotta imboccata con l’avvento dell’epoca industriale e tecnologica. Non si trat­ ta, precisano, di tornare a vivere co­ me i nostri antenati, ma di smetterla di sfruttare la terra con l’avidità ir­ razionale e incontrollata che ci carat­ terizza, di moderare in tanti settori possibili le nostre richieste di consu­ mo superfluo, di cominciare a usare la tecnologia anche per difenderci dall’uso spesso irrazionale che fino­ ra ne abbiamo fatto.

Dall'emergenza alla convivenza pacifica Ma il problema è proprio qui, nel convincere tutti, la gente comune e i politici, che bisogna agire, che è giunto il momento di intervenire. È vero che i danni di oggi, passato il momento dell’impressione e dell’e­ mozione, possono sembrare tutto sommato limitati e controllabili, ma in realtà essi sono soltanto i primi in-

dizi di un deterioramento esteso e profondo, nei cui confronti fra qual­ che anno saremo completamente im­ potenti. Di fronte a questi discorsi e avveni­ menti, l’atteggiamento di noi uomi­ ni comuni oscilla in genere tra la preoccupazione, la chiusura egoisti­ ca e il dispetto impotente. Ma per fortuna si va anche facendo strada una coscienza più profonda e più matura della situazione. Tale co­ scienza è fondata sulla consapevolez­ za che il problema non soltanto ci ri­ guarda tutti, ma che è anche risolvi­ bile solo con l’apporto di tutti. O ci salveremo insieme o non ci sarà sal­ vezza per nessuno. Se oggi nel mondo ci sono soltanto (!) 400 milioni di macchine anziché 600 milioni, il ...merito non è soltan­ to della crisi del Kippur del 1973, che ha frenato per una decina d’anni il mercato, ma un po’ anche di tutti noi che abbiamo fatto buon viso a catti­ va sorte e ci siamo saputi adattare. Questa presa di coscienza passiva, subita, potrebbe divenire consapevo­ le e attiva. Alcuni segni ci sono già: i sempre più numerosi movimenti culturali, sociali e politici che vanno formandosi attorno e per i problemi ambientali. Ma forse, ancor più si­ gnificativo e carico di speranza è lo spostamento che sta avvenendo nel­ la scala dei valori, ad esempio dal­ l’ammirazione per imprese e istitu­ zioni su vasta scala alla nozione che «piccolo è bello», dal culto della quantica a una graduale rivalutazio­ ne della qualità, dal consumo smo­ dato e incondizionato di ricchezza al riapprezzamento della frugalità vo­ lontaria, da una crescita soltanto economica e tecnologica a una cre­ scita e sviluppo interiori. Oddio, non sono ancora fenomeni molto visto­ si, macroscopici; siamo ancora pe­ santemente immersi nel consumismo industriale, o post-industriale che sia,


ma tuttavia qualcosa si muove, vuoi per maturazione interiore, vuoi per paura o sotto la costrizione di circo­ stanze esterne inevitabili. Viviamo, infatti, sempre di più in re­ gime di emergenza ecologica. Ma bi­ sogna passare dall’emergenza alla convivenza pacifica, alla riconcilia­ zione con l’ambiente. È stato giusta­ mente affermato che la nostra è for­ se l’ultima generazione a cui è con­ cessa l’opportunità di mettere in at­ to questa convivenza pacifica, prima che tutto sia compromesso irrimedia­ bilmente.

Sport vero uguale ecologia È qui che il pensiero ritorna allo sport, perché lo sport, almeno nella sua concezione più autentica, è pra­ ticamente sinonimo di salute, di equilibrio, di rispetto per la vita in tutte le sue forme, dunque per la na­ tura; non solo, ma è sinonimo di au­ tenticità di vita, quella che non è so­ lo passiva e parassitarla, consumisti­ ca e distruttiva, ma dinamica, impe­ gnata, attiva e costruttiva, autono­ ma e autorcgolatrice, insomma, in­ telligente, razionale e positiva. Certo, sappiamo bene che molte espressioni dello sport non sono così, anzi sono tutt’altra cosa, ma questo

non intacca il corretto concetto di sportività. Secondo questo concetto, il doping non va combattuto soltan­ to perché contrario alla salute, ma ancor prima perché è contrario allo sport, cioè per una questione cultu­ rale ed etica, di princìpi c di valori. Se lo sport non è questo, potrà esse­ re, ed è, commercio, consumo, diva­ gazione, quel che volete, ma non quella cosa che è nata e qualche vol­ ta nella storia dell’uomo è anche sta­ ta: la sublimazione dei valori più no­ bili dell’esistenza, impegnati in un esercizio generoso e assolutamente gratuito, perciò detto sport! Negli ultimi trecento anni la nostra cultura è stata dominata dalla con­ cezione del corpo umano come mac­ china: la mente separata dal corpo, la malattia vista come un cattivo fun­ zionamento dei meccanismi biologi­ ci, la salute definita come l’assenza della malattia. Per fortuna, questa concezione viene oggi lentamente eclissata da una concezione olistica (globale, strutturale) ed ecologica sia del mondo sia degli esseri viventi che lo abitano. E la medicina va risco­ prendo Ippocrate, non quello soltan­ to del giuramento, ma quello de «Le arie, le acque, i luoghi», uno dei suoi libri più significativi e finora meno considerati, che rappresenta quello che oggi definiremmo un trattato di

ecologia umana, un’acutissima ana­ lisi delle correlazioni tra uomo e am­ biente, tra stato di salute e condizio­ ni climatiche ed ecologiche, tra mi­ crocosmo umano c macrocosmo. Tutto questo non è sport? E che co­ s’altro è allora lo sport? Dunque è giusto vedere strettamen­ te uniti, strettamente correlati, sport ed ecologia, al di là delle contraddi­ zioni e incomunicabilità che oggi li vedono ancora lontani. La realtà è che lo sport, potrebbe fa­ re moltissimo per civilizzare questa nostra civiltà postindustriale e del terziario avanzato, ma selvaggia nei confronti dell’ambiente. Potrebbe fare moltissimo, ma oggi fa ben poco. Spesso e volentieri opera anche in senso contrario all’ecologia. E non soltanto per colpa degli sport motoristici, i quali rappresentano di per sé un controsenso sportivo, pri­ ma che un danno ambientale, ma an­ che perché in molte sue manifestazio­ ni contribuisce a instillare nella gen­ te una mentalità contraria alla mo­ derazione, alla razionalità, alla non­ violenza, al rispetto, all’equilibrio, che sono fondamentali alla cultura ecologica, oltreché, naturalmente, al­ la cultura sportiva. Sarebbe dunque ora che il mondo sportivo affrontasse espressamente questo problema. Finora, a quanto ne sappiamo, lo hanno affrontato in Italia soltanto le Federazioni degli sport motoristici, che si sentono for­ se un po’ in colpa, un po’ minaccia­ ti. Ma è tutto lo sport che dovrebbe porsi di fronte al problema ecologico e vedere, per la sua parte, come con­ tribuire a risolverlo. Le possibilità sono molte e di grande interesse. Va­ le la pena di riparlarne più diffusa­ mente in una prossima occasione.

Livio Olivi

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Vite violente «Mio padre mi ha picchiata poco; però, quando mi picchiava, me le fa­ ceva sentire. Un po’ di botte ci vo­ gliono perché quando il ragazzo è piccolo, anche se uno gli parla, non riesce a percepire, e allora devi far­ gli capire in quel modo che sbaglia». (Lia, 18 anni) «Tra noi non c’è violenza... poi ver­ so gli altri... dipende da cosa devo fare. Se io per fare una certa cosa de­ vo usare violenza, la uso, se c ’è uno scopo». (Angelo, 21 anni) «A scuola dovevi decidere: o studia­ vi e ti facevi ridere appresso, o face­ vi come gli altri». (Fabio, 19 anni).

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Queste non sono altro che alcune del­ le innumerevoli voci di giovani sulle quali si sono basati tredici esperti del Labos, Laboratorio per le politiche sociali, per la ricerca «Giovani e vio­ lenza» presentata il 27 febbraio scor­ so al Viminale, a Roma, alla presen­ za del Ministro per gli Affari Sociali Rosa Russo Jervolino, di rappresen­ tanti del Ministero degli Interni e del­ la Pubblica Istruzione. Una giorna­ ta intensa, piena di spunti, di temi di riflessione per tutti gli educatori; per i politici, «sempre troppo tiepidi» ammette il Ministro Jervolino, ver­ so le tensioni, le esigenze, il futuro dei giovani; per la scuola e per i mass-media. Anzitutto, va chiarito che questa ri­ cerca è stata condotta per due anni da 5 équipes in cinque aree di ricer­ ca diverse, comprendenti 3000 stu­ denti di diversa formazione scolasti­ ca; 200 giovani in quattro aree di Bo­ logna aderenti a 20 gruppi spontanei per un’indagine sui gruppi «violen­ ti»; 170 tifosi di 5 società calcistiche: Juventus, Torino, Roma, Lazio, Ca­ tania; 200 giovani di Torino defini­ bili a «rischio»; 10 storie di vita vio­ lenta di Roma e Marghera. Oltre ai tredici esperti del Labos, l’in­ dagine ha visto la collaborazione di

petui quella consuetudine che vede arrivare sempre tardi le istituzioni a recuperare situazioni in continuo movimento. E vediamo, allora, che cosa è emer­ so. Anzitutto, il quadro sociale, lo sce­ nario, insomma, è profondamente mutato rispetto a trent’anni fa quan­ do P.P. Pasolini scriveva «Ragazzi di vita» o «Una vita violenta», am­ bientandoli nelle case popolari dei 400 adulti con responsabilità educa­ più periferici quartieri romani; il be­ tive istituzionali (presidi, educatori nessere, i soldi, l’istruzione, sono ar­ parrocchiali...) e 30 testimoni privi­ rivati a strati anche molto bassi del­ legiati della realtà giovanile, da Er­ la gerarchia sociale; ma, nonostante nesto Balducci a Franco Ferrarotti e le migliorate condizioni economicoGiovanni Franzoni. sociali, la tossicodipendenza soprat­ Di questa ricerca si parlerà ancora tutto, ma anche una mancanza di in­ per molto, anche perché costituirà la serimento nella vita attiva e, dunque, base, come ha sottolineato il Min. la mancanza di «protagonismo» nei Jervolino, per alcune iniziative come giovani, sono fattori alla base dell’at­ i lavori della Commissione di inda­ tuale fenomeno «violenza» che vede gine giovanile della Camera e per l’i­ sparire quasi completamente i moti­ stituzione di due Commissioni per la vi di contrapposizione alle istituzioni. povertà e per l’impatto sociale dei Naturalmente ci sono dei «terreni di provvedimenti di Governo, assicu­ coltura», come per esempio la crimi­ rando quella circolarità di lavoro im­ nalità di tipo mafioso e camorristiprescindibile per rompere quel mu­ co, che si pone in molti luoghi come ro di disattenzione dei politici verso alternativa e momento catalizzatore ogni provvedimento relativo alla in aree metropolitane carenti dal qualità della vita ed evitare che si per- punto di vista della offerta occupa­ zionale e della comunicazione; le car­ ceri; un livello culturale non troppo Tab. 3 - Importanza attribuita dai gio­ elevato; certi ambienti di tifoseria vani alle singole attenuanti calcistica; atmosfere familiari in cui la violenza è pane quotidiano e che 5,8 1. Difesa famiglia pongono le basi della deresponsabi­ 2. Difesa incolumità fisica 6,0 lizzazione e dell’immoralità futura. 3. Handicap mentale 7,1 4. Difesa propria immagine 10,6 Infatti, se si potesse tentare l’identi­ 10,8 5. Difesa proprio gruppo kit di un giovane violento, questo sa­ 11,2 6. Difesa proprietà rebbe maschio, più che femmina; del 7. Stato di eccitazione 11,8 Sud o, meglio, di Roma (Roma è ri­ 12,9 8. Difesa onore sultata la città più violenta) più che 9. Pressione del gruppo 13,7 un modenese (Modena ha il tasso di N.B. - Il punteggio è dato dalla som­ violenza più basso); con alle spalle ma del «grado di responsabilità» e di una formazione professionale più «riduzione della pena» (in una scala che una preparazione universitaria; dove 1 = massimo e 7 = minimo. figlio di disoccupati più che di pro­ fessionisti. Il profilo di una persona Fonte: Indagine Labos

L "eco della «ricerca» sui rapporti tra giovani e violenza . non si è spenta


Tab. 4 - Cause di ricorso alla violenza se­ condo i giovani 1. Tossicodipendenza 2 Malattia mentale 3 Emarginazione sociale 4 Educazione familiare 5 Alcolismo 6 Ingiustizie sociali 7 Carattere di base 8 Disoccupazione 9 Ideologia 10 Mancanza di istruzione 11 Pressione del gruppo 12 Influenza mass media

4,9 5,0 5,0 5,8 5,9 6,3 6,4 7,1 7,2 7,5 7,6 9,2

N.B. - Il punteggio è assegnato in una scala dove 1 = massima adesione e 7 = minima. Fonte: Indagine Labos

lità violenta appare segnato da una notevole irritabilità ed introversione; da una inclinazione ad attribuire al­ l’esterno la responsabilità dei propri insuccessi; da una scarsa attenzione alle persone minorate; da un’esage­ rata preoccupazione per il proprio onore e dall’indifferenza nei con­ fronti delle istituzioni. Interessante notare come gli stessi giovani giudicano la violenza; quel­ la contro le persone appare al primo

posto mentre quelle contro la pro­ prietà e i tutori dell’ordine, occupa­ no le ultime posizioni. Ma ancora più interessante è scoprire che i giovani per il 75,7% (media tra il 66,8% nei maschi e 1’82% nelle femmine) non giustificano mai la violenza e che il 5% rivendica come giusta punizione la pena di morte e ben il 24% l’erga­ stolo (per lo meno per la violenza agita contro le persone, cioè quella ritenuta più grave); il resto chiede pe­ ne detentive un po’ meno severe. Questi dati, se possono essere inter­ pretati come segno positivo, cioè di un rifiuto netto della violenza, d’al­ tro canto portano a riflettere su co-

Tab. 23 - Gli atti di violenza più comuni (in °/o)

Contro i bambini Contro gli anziani Contro le donne Contro i malati Contro gli emarginati Contro l’handicappato Contro i familiari Contro i carcerati Contro i tutori dell’ordine Fonte: Indagine Labos

Totale

Maschi

Femmine

71,6 50,1 47,8 38,2 34,2 21,3 12,4 12,2

70,9 49,1 49,7 38,8 33,6 21,2

75,4 55,4 38,5 35,4 36,9 21,5 16,9 12,3 12,3

11,1

H.5 12,1 10,9

me essa è considerata punibile con pene aspre, severe, finalizzate alla re­ pressione più che al recupero. Ma se è vero che i giovani sono mol­ to duri con chi pratica la violenza, è altrettanto vero che concedono del­ le attenuanti: momento di défaillan­ ce per ottenere giustizia, per amore, per difendere o difendersi, confer­ mando l’impressione di una mancan­ za di una netta distinzione tra bene e male e l’assenza di criteri di validi­ tà assoluta applicabili in tutte le cir­ costanze. Violenza, che fare? È certamente la prima domanda cui dover rispondere e la strada passa non per le esperienze «forti», gli in­ terventi straordinari... ma attraver­ so l’impegno quotidiano, ordinario della famiglia, della scuola che ri­ chiede l’attenzione costante di tutti gli educatori alle strategie educative, naturalmente avendo cura di non im­ porre modelli troppo distanti dalla realtà di base del giovane o del grup­ po. Un impegno volto anche a recu­ perare e tamponare situazioni già strutturate di violenza giovanile e ad offrire spazi di «protagonismo» che siano innervati nella vita attiva sen­ za essere relegati nell’area angusta del tempo libero. Naturalmente ci sa­ rà anche bisogno di costituire degli osservatori permanenti dei compor­ tamenti giovanili, soprattutto in re­ lazione allo scarto sia temporale che di comprensione tra comportamenti e percezione di tali comportamenti da parte del mondo degli adulti. Non resta che augurarsi che tali ri­ sultati richiamino l’attenzione di quanti si occupano di ragazzi, ricor­ dando che osservarli è già prevenire, ma bisogna anche saper progettare per loro per educarli a progettare per se stessi.

Anna De Laura

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Bambini e TV Sono tanti (più di otto milioni), so­ no usati nel mondo della pubblicità, sono gli emergenti del mondo dello spettacolo: sono i ragazzi che ogni giorno, mediamente, guardano la te­ levisione per circa tre ore e mezza circa. La TV è diventata dunque il punto fondamentale di riferimento cultura­ le quotidiano del 99% dei più giova­ ni a scapito delle altre forme di co­ noscenza. La scuola e la famiglia fanno tanto per loro e con loro, ma la televisione «vive» con loro. I bam­ bini la guardano, la ascoltano, la sentono, ma soprattutto ci vivono dentro.

TV: «Fabbrica di sogni», ma non solo

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E la scatola che tanto li attrae non solo è dispensatrice di sogni, ma è in grado di fare di più: li crea e li sod­ disfa. Le storie televisive per l'infan­ zia, infatti, sono popolate da eroi protagonisti che si possono compra­ re. La grande differenza con il mon­ do fantastico fiabesco pre-televisivo sta proprio qui: nessuno prima, pen­ sava di comprare Cappuccetto Ros­ so. L’identificazione con l’eroe, con il personaggio principale, con lo sfor­ tunato bambino abbandonato, o con l’uomo più potente dell’universo passa quasi sempre attraverso la pos­ sibilità offerta contestualmente dal­ la storia di «acquistare» l’eroe o i suoi simboli. Gli spots presentano poi personaggi a portata di mano, anzi nelle mani di un coetaneo e per questo li rendono vicini e desidera­ bili. Insegnano in modo szzò-lineare a pensare che se si possiede si è. La TV non si limita perciò a proporre immagini ma impone miti e modelli di comportamento. Cosa comporterà in futuro tutto que­ sto? Che tipo di uomo sta crescendo

in noi? Del rapporto televisione­ bambini si è parlato a lungo ed il di­ battito aperto vede schierali due fa­ zioni, quella degli apocalittici e quel­ la degli integrati: nei confronti dei ra­ gazzi, la televisione è uno strumento del diavolo o una fondamentale fi­ nestra sul mondo? Forse, la chiave di lettura più reali­ stica del problema è molto semplice: la TV c’è, occupa tanto spazio e dun­ que piace. Di per sé, inoltre, non do­ vrebbe generare passività: anzi, per una persona che sta crescendo l’es­ sere esposto a tali e tante esperienze visive stimola il confronto e la crea­ tività. Pensiamo poi alla naturale maggiore quantità di nozioni e di in­ formazioni a disposizione di tutti; al­ la maturazione precoce delle capaci­ tà di «lettura» della realtà; alla spinta verso l’apertura sociale e culturale.

Quanti rischi per il «bambino teledipendente» Il pericolo risiede però nel fatto che la TV possa diventare l’unico contat­ to che il bambino ha con la realtà cir­ costante, in una situazione in cui gli altri non si occupano di lui: una sor-

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ta di risorsa «consolatoria», sostitu­ tiva. Troppo spesso poi, il video vie­ ne usato come una baby-sitter fin dai primi mesi di vita del fanciullo: si è dunque modificato il rapporto bam­ bini-genitori con l’ingresso della TV quale elemento attivo di un dialogo in cui il ragazzo assume una caratte­ rizzazione prevalentemente passiva. Conseguenza di questo stato di cose è che i bambini giocano sempre di meno sia con i genitori che con i lo­ ro compagni, ridimensionando così il gioco quale strumento di socializ­ zazione fondamentale. Possiamo dunque affermare che la televisione sta determinando senza dubbio il logoramento dell’autorità degli strumenti educativi più tradi­ zionali quali la famiglia e la scuo­ la, imponendosi su qualsiasi altra fonte di conoscenza e di orientamen­ to etico. Quale cultura, allora, sarà in grado di contrastare o di trasformare l’i­ deologia del consumo, del successo facile, del narcisistico autocompiaci­ mento, che passano attraverso i tan­ ti cartoni animati, i telefilms, o i 15.000 spots pubblicitari che arriva­ no agli occhi dei bambini ogni anno?


TEMPO RITROVATO

G. Battista Gandolfo Innanzitutto, occorre partire dalla convinzione, di cui abbiamo già fat­ to cenno, che la televisione c’è, pia­ ce, ed è positiva in sé: su questa con­ siderazione ineliminabile bisogna co­ struire perché questa «scatola magi­ ca» possa divenire un effettivo stru­ mento di crescita e di libertà. È necessario pertanto realizzare un sistema «integrato» di conoscenze, in cui la TV assuma un ruolo importan­ te e sicuramente non residuale, ma che non occupi gli spazi che compe­ tono alla scuola, alla ricchezza dei rapporti familiari, e a tutte le altre «agenzie» di socializzazione dei ra­ gazzi, che non devono essere surro­ gate dalle troppo prolungate sedute televisive. Ma l’azione maggiore da parte dei genitori, degli educatori e della scuo­ la si dovrebbe però concentrare so­ prattutto nella creazione di un atteg­ giamento critico nel bambino, in gra­ do di giudicare i messaggi televisivi senza perdere la memoria di sé nel flusso infinito di immagini cariche della forza del messaggio televisivo, sempre più pubblicitario. Le nuove dimensioni del rapporto educativo vanno ricercate non malgrado, ma attraverso i mezzi di comunicazione. Questa cultura deve maturare, nuo­ ve idee e proposte devono imporsi, perché la televisione rispecchia un po’ gli umori e i contenuti ideali del­ la società. Ecco perché lavorare per una televisione di crescita dell’uomo significa contribuire a migliorare tut­ ta la cultura corrente c darle una rin­ novata carica sociale. E lo sforzo nel campo dei mass-media deve indiriz­ zarsi verso la maturazione di uno «spettatore-attivo»: il bambino deve stare seduto davanti alla televisione, non viverci dentro. Vito Cozzali

Nella premessa all’antologia: Ma­ elevano la Vergine a fulcro di pre­ ria nella poesia italiana del nove­ ghiera, che non sfugge all’uomo cento, Vittorio Messori, dopo aver della strada. Si promuove pure nel scoperto che anche oggi il nome più culto « verso la beata Vergine», che diffuso fra le donne italiane è quel­ il Concilio Vaticano II indica qua­ lo dedicato alla Madonna, sottoli­ le luogo comune dell’antica tradi­ nea «il sensus fidei dell’autentico zione e consiglia come gesto del! 'at­ popolo di Dio» ancora affascinato tuale momento devozionale. «Per dalla pienezza di grazia di Maria. noi prega, o Santa Vergine», mor­ Ciò è vero, se non altro perché l’e­ mora Giovanni Pascoli, «per noi sperienza della Vergine non pre­ prega, o Madre pia;/per noi prega, scinde mai dall’attuazione del pia­ esse ripetono,/o Maria! Maria! no salvifico di Dio, studiato senza Maria!». distinzione di tempo e di spazio. Emerge così quei carattere cristia­ Vale a dire che Maria deve essere no di intercessione, proprio della considerata come esempio e guida Madonna, che la inserisce nell’alodell’individuo e della comunità, af- f,e mistero e del privilegio di una - i ricorrenti travagli ■ devozione spirituale e intima, lega­ fannati fra e le spremute noie. Tra persecuzioni e ta alla potenza messianica di Cri­ capricci, ma anche fra le consola­ sto. Tutto in un sottofondo di sven­ zioni dello spirito, che non nega af­ ture, ma anche di liberazioni che, fatto i segni e le speranze, che, par­ in differente misura, gravitano nel­ tendo dalla Madonna, si introdu­ la divina partecipazione. Allora nu­ cono in Cristo come strumenti del­ merose persone si uniscono oggi al­ l’attesa e della condivisione della le implorazioni cristiane, come al Madre e del Figlio. «Tu così pura, criterio che restituisce le fonti cri­ non respingi i cuori/che a Te sor­ stalline e trepide della fiducia e del­ gali macchiati: ma col Figlio/sal- l’istanza religiosa in genere. Si sag­ varli vuoi dal mondo dei dolori», gia in Maria la creatura più adegua­ ta per confessare i propri sentimen­ scrive Clemente Rebora. ti, poiché ella condivide, in quan­ Come giustamente abbiamo fatto to Madre, la vita di Cristo e con­ notare nell’introduzione alla stessa sente di crescere nell’identità e nel­ antologia mariana, vale la pena di l’esercizio cristiano, fino a raggiun­ osservare che alla Madonna si af­ gere la purezza di cuore. Fino a nu­ fida il ruolo di consacrazione nel trire un’intensità di affetti nome dell’uomo di tutti i tempi, il squisitamente materni, che consoquale è. chiamato , . , a sperimentare, . . , lidano i misteri della grandezza disenza mdugt f ne preoccupazioni, lo v,na pej custodita nel cuore. Cu­ scandalo e la virtù. Perciò si assi­ stodita e amata nell’innocenza più ste al desiderio di cercare la Madre fresca e in quell’obbedienza asso­ e alla necessità di amarla quale ri­ luta che accomuna la Madre con il sposta alle molteplici attese. Del re­ Figlio. «Sull’incrocio/del legno si sto il magistero della Chiesa e i cri­ incide un sì», sussurra Luisa Vas­ stiani tutti, collocano Maria come sallo, «— perenne abbraccio —/sia vertice e riflesso della propria con­ così». Nella fusione di questi sen­ notazione religiosa, verificandone timenti si colloca il vero significa­ nel contempo la mediazione. Non to della devozione a Maria, che la catturano nelle sembianze di porta a Cristo, incontro e presen­ «un 'estranea, ma nella posizione di za, parola e respiro, contemplazio­ madre, consapevole che come tale ne e partecipazione. Conforto e può — anzi ha il diritto — di far pienezza per chi perentoriamente presentare al Figlio i bisogni degli aspira a vivere con l’animo sereno uomini». Queste parole del Papa e traboccante di luce.

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Rugby Il fenomeno Mediolanum ha scon­ volto gli equilibri del rugby naziona­ le. Con l’avvento di Berlusconi, nel­ le vesti di sponsor-padrone, la glo­ riosa Amatori, la Società più scudettata — 14 titoli all’attivo — è torna­ ta a dominare il campionato di serie Al e a sognare uno scudetto che manca a Milano da 43 anni. La disciplina della pallaovale è pra­ ticamente predominio incontrastato della provincia. La stessa Amatori ha conquistato ben tredici dei suoi quat­ tordici allori nel periodo dell’ante­ guerra. L’ultima vittoria di una gran­ de città risale al 1966, per merito del­ la Partenopc Napoli. Da allora in­ contenibile è stata l’ascesa del Petrar­ ca Padova che in 18 stagioni ha col­ lezionato undici tricolori. Brescia e due volte ciascuno Treviso, L’Aqui­ la e Rovigo hanno colmato le pause del Petrarca. Campione d’Italia in carica è il Colli Euganei di Rovigo. Berlusconi è una speranza per chi si attende l’esplosione di una discipli­ na, fiorente in provincia, patrimonio spesso di «addetti ai lavori» e che non riesce a coinvolgere enormi en­ tusiasmi.

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«II rugby sopravvive a stento nelle grandi città per la difficoltà di repe­ rire i campi di gioco. Le distanze chi­ lometriche impediscono il raggiungi­ mento dei rari impianti disponibili. C’è una crisi organizzativa e di strut­ ture. L’ingresso della Fininvest ha garantito una migliore organizzazio­ ne, con immediata risposta del rug­ by di vertice e con un risveglio di tut­ to il movimento rugbystico milane­ se. È evidente che per tutti gli sport diventa fondamentale il coinvolgiinento delle grandi città. A livello d’immagine, uno scontro al vertice Roma-Milano desterebbe maggiore attenzione dei mass-media, anche se nessuno, per carità, nega l’importan­ za di Padova-Rovigo».

Inchiesta su uno sport da discutere e forse da riscoprire La precisa analisi è del numero uno del rugby italiano, il presidente del­ la FIR, Maurizio Mondelli che non intende affatto sconfessare la pecu­ liarità del suo sport. Una regione come il Veneto rappre­ senta la roccaforte del rugby con dati di riguardo: 58 società, 196 squadre, con circa ottomila tesserati e 4.343 giovani praticanti dai 9 ai 18 anni, quasi il doppio della Lombardia che ne conta 2.484. Lo squilibrio è evidente tra il nord e il centro-sud. Su 29.512 giocatori di tutte le età, 16.538 sono concentrati in sette regioni: Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli VeneziaGiulia, Valle D’Aosta e Emilia-Ro­ magna.

«La disparità sussiste anche come mentalità. Al sud sono meno sensi­ bili all’impiantistica sportiva in sen­ so generale — spiega Mondelli — Gli enti locali preferiscono cattedrali nel deserto o stadi di calcio da cinquan­ tamila posti per città di trentamila abitanti». Alla speciale commissione CONI, in­ caricata di accogliere le richieste di contributi, a favore dell’impiantisti­ ca di base, secondo la recente legge 65, è pervenuta nel 1987, in tutto il centro-sud, solo la domanda di Ra­ gusa, relativa alla costruzione di un campo di rugby. Per identiche strut­ ture si stanno spendendo in Italia 50 miliardi. La carenza degli impianti ( 15 ad uso esclusivo nel territorio nazionale) ha determinato una limitata promozio­ ne sportiva verso i giovani. La Fede­ razione organizza ogni anno a Tre­ viso una manifestazione per i ragaz­ zini under 13, circa 3500, contempo­ raneamente riuniti per il rugby che una volta si chiamava mini e che si preferisce appellare come educativo. «Il nostro rugby è per tutti — assi­ cura il presidente della Fir —. Mi ri­ volge ai genitori: fatelo praticare ai vostri figli, fateli provare. Da noi non si fa panchina. Non abbiamo ne­ cessità di altezza come il basket o di velocità come l’atletica leggera. Bam­ bini e ragazzi di tutte le taglie e di­ mensioni possono trovare il loro ruolo». Sono ventimila, in tutta Italia, i ra­ gazzi dai 9 ai 18 anni, suddivisi nelle categorie under 19, under 17, 15, 13 e sotto gli 11 anni. Nel settore dei più piccoli, 9-11 anni, la regione più ric­ ca è ancora il Veneto con 492 tesse­ rati, cinque volte quelli della Lom­ bardia. Particolare curioso: dell’età in que­ stione, solo un bambino pratica il rugby in Puglia, mentre non sono re­ gistrati tesserati fino agli undici an-


. ni, in Friuli, Basilicata, Liguria, Marche e Valle D’Aosta. Il vivaio è comunque garantito dalla regola che impone la partecipazione ai campio­ nati giovanili da parte delle Società che militano in serie A e B. La nor­ ma è posta anche a tutela di un na­ turale ricambio all’interno dei club. Nel rugby non esiste, almeno ufficial­ mente, una campagna trasferimenti. C’è il vincolo a vita per i tesserati; lo svincolo, in presenza di un rifiuto del­ la Società a cedere il cartellino, si ot­ tiene con due anni di inattività. Si può essere trasferiti da una Società all’al­ tra con la motivazione di un posto di lavoro garantito. A tale richiesta, in teoria, la Società originaria non do­ vrebbe opporsi.

I giocatori di rugby sono dilettanti. Per loro sono consentiti i rimborsi spese. Nella folta rosa dei campioni del Ro­ vigo, Colli Euganei, figuravano l’an­ no scorso 53 giocatori, tra titolari e riserve, di cui 34 studenti, cinque operai, quattro bancari, due impie­ gati, due rappresentanti, due consu­ lenti, un commerciante, un litogra­ fo, un industriale, un tecnico. I due consulenti sono i due stranieri (in Ita­ lia ce ne sono 97), i sudafricani Naas Botha e Gert Petrus SmaL Botha, so­ prannominato «Marabotha», è rite­ nuto il più forte giocatore del mon­ do. Trentuno anni, è definito un grande regista che sa trasformarsi

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anche in un solista del punteggio. In Sudafrica, in una partita, segnò tut­ ti i punti della sua squadra. L’impre­ sa gli è riuscita anche in Italia, nella partita vinta dal Colli Euganei sugli Amatori (22-15), con una meta, tre drop e tre calci piazzati realizzati. Guadagna 200 milioni l’anno. I miti per i più giovani non sono mol­ ti. Si arricchiscono della coppia ac­ quisita da Berlusconi, due australia­ ni, David Campese e Brad Burke. Campese detiene il record delle me­ te segnate, trentadue, in incontri in­ ternazionali. Tra gli italiani i più noti di sempre sono Marco Bollesan, oggi inattivo e Stefano Bettarello (più punti di tut­ ti con la maglia azzurra). La nazionale colleziona prestazioni deludenti. Nella sua storia, ad esem­ pio, ha perso trentotto incontri su trentanove con la Francia, pareg­ giandone uno. Sono piovute spesso dure critiche sul comportamento degli azzurri e sul rugby nazionale. Si legge sull’auto­ revole settimanale Guerin Sportivo: «11 gioco praticato in Italia va soltan­ to considerato uno scherzo e anche di cattivo gusto, in quanto scherni­ sce la storia, i principi, la tradizione del rugby vero». Ma la colpa non è tutta degli italiani se il «rugby vero» è stato gelosamen­ te custodito per anni nei Paesi anglo­ sassoni che lo crearono nel 1858, di­ stinguendolo dal football.

Il torneo più prestigioso a livello mondiale è sempre stato il «Cinque Nazioni», aperto solo alla Francia e disputato da Galles, Scozia, Inghil­ terra e Irlanda. Solo nel 1987 si è svolta in Australia la prima Coppa del Mondo, vinta dalla Nuova Zelan­ da, davanti a Francia, Galles e Au­ stralia. L’Italia, ammessa tra le mi­ gliori sedici nazioni, non ha supera­ to il primo turno. La rivincita è per il 1991, in Inghilterra. C’è un complesso d’inferiorità nei ri­ guardi del calcio e del basket. Non è manifesto, si intuisce. Renato Spe­ ziali, presidente del Rugby Roma di A2 rifiuta l’appunto: «Non abbiamo niente da invidiare a queste due di­ scipline. Non siamo affatto lontani anni luce dal basket, forse c’è solo meno potere economico. Il calcio, poi... Sa che le dico? 11 Rugby è una partita a scacchi, il calcio una parti­ ta a dama. Il vero problema in Italia è la stampa. Non c’è attenzione, non c’è preparazione, per questo non si cresce come si merita». Eppure, proprio grazie alla stampa, il rugby è giunto in Italia. Nel 1910, su iniziativa di un giornale sportivo venne organizzato il primo incontro internazionale di rugby tra il Racing Club di Parigi e il Servette di Gine­ vra. Sull’entusiasmo di quella parti­ ta nacque il primo club italiano, il Rugby Torino. Ed al calcio si deve molto. Nel 1926, Stefano Bellandi, tra i pionieri di questo sport, appro­ fittò di un incontro di calcio a Mila­ no per costringere gli spettatori ad assistere a una dimostrazione di rug­ by. L’espediente fu semplice: chiuse tutti i cancelli e impedì al pubblico di lasciare il campo, obbligando la gente a chiedersi perché mai quei gio­ catori stavano tutti ammucchiati in­ torno a una palla e facevano gol so­ pra la traversa. Giampiero Spirito

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Per una nuova cultura Nella sala un po’ fredda della Came­ ra di Commercio di Bari, si è svolto il 49° Congresso della Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Come è noto, la storia di questa As­ sociazione di studenti-universitari dell’Azione Cattolica, è strettamen­ te legata, nel ricordo e nel pensiero di molti, alla storia della stessa de­ mocrazia in Italia. Nel suo albo d’o­ ro figurano quasi tutti i nomi cele­ bri del cattolicesimo democratico ita­ liano di questo secolo, da Paolo VI a Moro, solo per fare due nomi illu­ stri più recenti. A Bari erano presenti in pari tempo, questa storia sofferta e significativa, e lo sconcerto giovanile di questo no­ stro tempo in cui la «modernità» (te­ ma portante del Congresso) scolora nei sentieri vaghi, confusi e incerti di quello che è alla moda chiamare il «post-moderno» (e che è poi in fon­ do un ritorno massiccio all’indivi­ dualismo, al conformismo sociale, al macchiavellismo politico travestito da politica del successo e dello spet­ tacolo). Questa doppia tensione, l’eredità del passato e l’incertezza del futuro, pas­ sava quasi visibilmente nella sala del

ci Bari, si è concluso il 49° Congresso della FUCI Congresso: tra i discorsi profondi e spesso innovativi dei relatori e la sommessa attenzione pensosa e solo qualche volta vibrante, dei giovani studenti delegati dei vari gruppi del­ la FUCI sparsi per l’Italia. I relatori erano una rappresentanza di alto livello della riflessione socia­ le e politica dei nostri giorni (da En­ rico Berti a P. Mongillo, da Salva­ tore Veca a Paola Gaietti, da Leo­ luca Orlando a Pietro Scoppola). Il tema, visto da più lati, era in sostan­ za uno solo: come coniugare fede e ragione, nella complessità e nella in­ terdipendenza dei processi sociali e culturali del nostro tempo. Il discor­ so era alto e profondo, a tratti pro­ vocatorio: una provocazione porta­

uone Un-versiuna

49 CONGRES n’e-oo^c

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ta soprattutto alla coscienza dei gio­ vani e bisognosa di una risposta da ricercare a confronto, non tanto con i vecchi schemi, ma soprattutto con i nuovi spazi di espressione e con il bisogno di una nuova comunicazio­ ne, di una nuova lingua. I giovani presenti sembravano assi­ stere a questo alto dibattito con l’at­ tenzione di chi fa sul serio il proprio mestiere di giovane e di studente, ma anche con lo smarrimento di chi ca­ pisce che non bastano i maestri per cambiare il mondo di domani: ci vuole anche, e soprattutto, l’impe­ gno creativo delle intelligenze nuove, condizionate certo dalla società con­ sumistica, spettacolare e individua­ lista di cui essi stessi sono figli, ma proprio per questo più aperte a tro­ vare e a percorrere da subito, strade diverse. La FUCI, come è noto, ha una tra­ dizione di ricerca culturale che, qual­ che volta, ha persino rischiato di far­ la sentire un po’ separata, in senso aristocratico, dai movimenti giova­ nili di massa: ma proprio questa tra­ dizione, coniugata con la «novità» giovanile presente a Bari, sembra co­ stituire la base, no per una ripetizio­ ne nostalgica del passato, ma per l’a­ pertura di nuovi spazi di ricerca e di sperimentazione sociale, che aprano la strada a tutta una nuova genera­ zione per affrancarsi dal conformi­ smo sociale e anche politico, in cui sembra impantanata la società italia­ na di questi anni. A partire dall’università (di cui in ve­ rità a Bari non si è parlato molto) che è certamente una realtà diversa di quella in cui la FUCI vide i suoi al­ bori leggendari, ma che proprio per questo ha bisogno di giovani impe­ gnati nella conquista e nella solleci­ tazione di una nuova cultura. E. G.


STADIUM/SOCIETA di Angelo Bertoni Come un tam tam si diffonde da città a città. Ormai sono 150 che hanno la loro scuola di politica. Ce n’è bisogno davvero, anche perché la situazione politica non promette nulla di buono. Gli esi­ ti del congresso DC sembrano fat­ ti apposta per dar ragione agli strateghi della alternanza.- da una parte la DC e i suoi alleati con­ servatori, dall’altra il PS1 e i suoi alleati progressisti. Ma è davve­ ro così? Il Paese vive davvero que­ sta contrapposizione? E poi: anche il congresso del PCI non ha saputo uscire dalla ipote­ si della alternativa-alternanza, la quale poi non significa altro che una stabilizzazione della situazio­ ne attuale. Le forze politiche e so­ ciali del nostro Paese probabil­ mente attendono una più acuta capacità di guardare al futuro: se davvero si vuole guidare la mo­ dernizzazione e porre il timone nelle mani delle forze che capisco­ no le ragioni dell’altruismo e della solidarietà, certamente occorre creare un 'alleanza forte ed ampia, dalla quale si dissociano eventual­ mente e poi coloro che invece pre­ feriscono — per ignoranza o in­ teresse — le strade dell’interesse corporativo, delle rendite paras­ sitarle, della alleanza con le for­ me organizzate o spontanee del­ la malavita e degli affari. Dunque il nostro Paese ha biso­ gno di cittadini, di giovani, che studino e si preparino all’impegno sociale e politico. Questa è la no­ stra grande carenza di oggi; que­ sta è la speranza per il domani.

Questo impegno per la città del­ l’uomo non deve tuttavia diven­ tare una tentazione per il cristia-

UNA CULTURA PER LA POLITICA no. Troppo spesso vediamo po­ chi frutti della nostra testimonian­ za e del nostro annuncio. Ci do­ mandiamo: questa nostra fede è davvero comunicabile? serve a qualcosa? È la grande tentazione della visibilità e dell’efficacia: una tentazione che ha toccato anche Gesù e sempre ha colpito i suoi se­ guaci. Ecco dunque il pericolo: vedere nell’impegno sociale non già l’e­ spressione coerente e fiduciosa (magari anche nelle sconfitte, ine­ vitabili) della propria fede, ma quasi l’espressione privilegiata, la «prova del nove» della verità cui crediamo. Ognuno può facilmen­ te pensare a quanti equivoci ter­ ribili possa portare questo modo di vedere, una idea, un valore avrebbero senso per la sua effica­ cia, anziché per la sua verità. Tutti i mezzi sarebbero buoni pur di raggiungere il risultato... Invece no. Per quanto la politica sia importante, i cristiani gioca­ no la loro fede, anzi la loro vita e la credibilità stessa della loro azione politica, sul piano evange­ lico. Solo l’amore è credibile, ha scritto un grande teologo contem­ poraneo, Von Balthasar. Il tema della recente Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica è «per la vi­ ta del mondo» in una riafferma­

zione della scelta religiosa che è prioritaria rispetto ad ogni impe­ gno di efficacia mondana. Certa­ mente l’impegno dei cristiani può uscire perdente da una o più bat­ taglie «politiche». Quello che con­ ta è che la speranza non sia ripo­ sta sul piano temporale, pur im­ portante per ogni uomo e per ogni credente, ma provochi una ricer­ ca sul piano religioso profondo. È questa, del resto, la testimo­ nianza che è richiesta al laicato cattolico, ai christifideles laici; non l’efficientismo del proseliti­ smo e tantomeno de! potere, ma la quotidiana espressione di una fede che anima il mondo e non ce­ de neppure di fronte alla difficol­ tà, alle incomprensioni e alla ap­ parente sterilità.

In fondo proprio di questo il mondo è in attesa. Non di cristia­ ni ipersicuri e presuntuosi, ma di compagni di strada discreti e se­ reni, fermissimi nella loro speran­ za. Il mondo cambia ogni giorno, all’Est e aH’Ovest; ogni giorno ri­ schia disastri naturali, sommosse politiche; ogni giorno vive la mor­ te e la violenza. Non cerca uomi­ ni di parte, ma uomini che co­ struiscano l’unità nella pazienza, nella mitezza e nella preghiera. In fondo perfino il grande impero di Mosca, che finora aveva confida­ to in ben altre armi, sembra oggi capire che la libertà e la lealtà dei credenti sono più forti di qualsiasi divisione corazzata. Tantopiù in Italia i cristiani sono chiamati a dare una prova della forza della loro fede, non in ter­ mini di potenza esteriore ma di convinzione profonda, radicata nella coscienza.

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FOTOMEMORIA

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IL TEMA DEL MESE

Esperienze associative

Società sportive metropolitane e Società sportive di grandi cittadine di provincia: le esperienze di vita associativa che abbiamo presentato sulle pagine centrali di Stadium negli ultimi mesi rientravano tutte in queste due categorie fondamentali. Ne sono scaturiti «ritratti» certamente diversi, che illustravano ogni volta problemi e soluzioni peculiari, ma è fuor di dubbio che la realtà del CSI e delle sue molte migliaia di Società è fatta anche di gruppi che operano in contesti più limitati e modesti, sullo sfondo di piccoli centri di campagna. Ed è proprio una di queste Società «periferiche» che siamo andati a cercare, per capire meglio quale vita l’Associazione esprima lontana dai grandi e medi centri urbani.

UNA SOCIETÀ' SENZA CONFINI L’U.S. Amaboldi di Campospinoso siamo sulla riva destra del Po, in provincia di Pavia, in quella striscia di territorio stretta tra il corso del grande fiume e l’autostrada TorinoPiacenza-Brescia. Qui c’è Campospi­ noso, poche case sparse in frazioni, un Comune che conta appena qual­ che centinaio di abitanti. Si percor­ re poco meno di mezzo chilometro dal cuore di Campospinoso e si en­ tra già nel Comune di Albaredo, due­ cento anime circa o poco più. La zo-

na è tutta così: Comuni piccolissimi, che distano poco o nulla in linea d’a­ ria, quasi incastrati l’uno nell’altro, ma che conservano ciascuno, forte­ mente, la propria identità, con quel tocco di campanilismo orgoglioso che costituisce la caratteristica della provincia italiana. L’Unione Sportiva Arnaboldi viene fondata nel 1978 da un gruppo di giovani di Campospinoso e di Albaredo. Luogo di aggregazione è la Parrocchia di Campospinoso, o me­ glio il piccolo campo sportivo par­ rocchiale, precedentemente dato in gestione al Comune e poco utiliz­ zato. Le finalità sono chiaramente fissate nello Statuto: «L’U.S. Arnaboldi si dedica specificamente ai ragazzi c ra­

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IL TEMA DEL MESE Esperienze associative

UNA SOCIETÀ' SENZA CONFINI (segue da pag. 15)

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gazze di età compresa tra gli otto e i quattordici anni, residenti nei Co­ muni di Albaredo e Campospinoso. Pur privilegiando i settori giovanili, la Società rileva l’importanza di estendere la partecipazione sportivo­ ricreativa ad una più vasta area di età e a confini territoriali meno ristret­ ti. Nei limiti delle proprie capacità organizzative la Società si impegna quindi ad offrire un servizio sporti­ vo a tutti coloro che lo richiedono». L’articolo 2 dello Statuto impegna la Società ad organizzare uno sport che ricalchi le finalità educative del CSI. La chiave del «modello Arnaboldi» è li, in quel passo dello Statuto che parla di una più vasta area di età e di confini territoriali meno ristretti. Anche se si inizia con forze minime, partendo da zero, si ha una precisa consapevolezza di vivere su un terri­ torio dove i confini comunali sono più un fatto teorico che pratico. E c’è anche la consapevolezza che l’intero comprensorio offre ben poco in quanto a servizi sportivi: è un buco da colmare, un enorme servizio da «inventare» a favore di tutta la col­ lettività. Perché il nome «Arnaboldi»? Anche questo è un segnale. Quando il 17 ot­ tobre 1978 si costituì legalmente la Società, si scelse quel nome in ricor­ do dell’antica famiglia Arnaboldi che fino a pochi decenni prima era stata proprietaria del territorio circostan­ te. Si intendeva così evitare sul na­ scere, o perlomeno limitare, il pro­ blema di un campanilismo latente e legare anche nel nome la nuova strut­ tura all’intero comprensorio. Le cronache ricordano che la prima stagione sportiva non fu esaltante per quel che riguarda i risultati tecnici, ma che ebbe un enorme successo dal

punto di vista associativo, tanto che tutti i ragazzi del posto dai 12 ai 18 anni furono impegnati in attività di tennistavolo, calcio, corsa campe­ stre, atletica e giunsero a fine stagio­ ne estremamente soddisfatti.

Al servizio di tutti Quanti ragazzi possono esserci in un paio di Comuni che messi insieme non raggiungono gli 800 abitanti?

In tempi come questi, di forte crisi demografica, non molti. Dopo aver raccolto intorno a sé tutta la popo­ lazione giovanile di Campospinoso e di Albaredo, all’LLS. Arnaboldi si sono accorti che si poteva fare di più, che il potenziale della Società era ben lungi dall’essere tutto impegnato. In ossequio a quell’articolo dello Sta­ tuto che abbiamo già citato, sono state aperte le braccia anche ai gio­ vani dei Comuni viciniori. Non c’è stato nemmeno bisogno di cercarli quei giovani: sono arrivati da soli, spinti dalla mancanza di altre Socie­ tà operanti nella zona, invogliati dal­ le esperienze narrate dai coetanei, rassicurati dalla fama di serietà che l’Arnaboldi si è subito creata. Oggi l’Arnaboldi raccoglie circa 130 atleti, che provengono da sette Co­ muni: Albaredo, Campospinoso, Broni, Casanova Lonati, Mezzani­ no, Barbanello, S. Cipriano. Ad ec­ cezione di Broni, ricca di 12.000 abi­ tanti, gli altri sono tutti piccolissimi centri. Nessuno dista da Campospi­ noso più di qualche chilometro. Anche il nucleo dirigenziale (circa 24 persone) proviene da tutto il territo-


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Esperienze associative

rio, così come il gruppo dei circa 250 soci onorari, gente che non è coin­ volta direttamente nelle attività del­ la Società, ma che ogni anno contri­ buisce economicamente al suo so­ stentamento. Tranne qualche manifestazione estemporanea e le gare di campestre, ogni attività sportiva gravita intorno alla sede di Campospinoso, appog­ giata alla Parrocchia ed al suo canipetto di calcio a sette. Quell’impianto originario con il tem­ po si è trasformato: si è arricchito di spogliatoi attrezzati e di altri servi­ zi; al suo fianco è spuntato un cam­ po polivalente, usato per il tennis e la pallavolo; ad un tiro di schioppo c’è un enorme spazio verde, con al­ tre potenzialità legate alla Fondazio­ ne Arnaboldi, istituzione che, come vedremo, potrebbe giocare un ruolo importante nel futuro della Società.

Tra campanilismo e cooperazione Come si gestisce una Società che ope­ ra su un territorio la cui popolazio­ ne è diluita in più Comuni, ciascuno con le sue frazioni?

Il problema più grosso sembrerebbe essere quello logistico-organizzativo, ma non è così. Spiega Paolo Fasani, presidente dell’Arnaboldi: «Su un territorio così dispersivo la program­ mazione e lo svolgimento delle atti­ vità presentano in effetti alcuni in­ convenienti. Noi li superiamo dando il massimo spazio all’informazione relativa alle nostre attività. Strumen­ to di informazione privilegiato è il ci­ clostilato che distribuiamo a soci

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atleti e soci onorari, perchè a loro volta lo diffondano. Sul ciclostilato c’è tutto ciò che riguarda le attività in programma, gli impianti, gli sco­ pi della Società. Se nei primi anni eravamo noi a cercare i ragazzi, ora sono loro a cercare noi. E quando so­ no i ragazzi a richiedere di fare sport, tutto diventa più facile, perché si tro­ va sempre il modo di risolvere i pro­ blemi. Programmare e coordinare l’attività richiede appena qualche te­ lefonata, la distribuzione di un bol­ lettino, un contatto personale. Al trasporto dei ragazzi pensano un po’ i genitori e un po’ i dirigenti. La vera difficoltà nasce a un ben di­ verso livello, nel momento in cui oc­ corre il supporto delle Amministra­ zioni comunali. Se i Comuni di Albaredo e di Campospinoso sono strettamente sintonizzati (hanno lo stesso segretario comunale) e consi­ derano la Società una creatura di ca­ sa, alla quale è giusto e doveroso da­ re assistenza, altrettanto non accade con le Amministrazioni di Broni, Ca­ sanova, Mezzanino, Barbianello e S. Cipriano. Anche se lavora con i ragazzi di tut­ ti, per queste Amministrazioni l’Ar-

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IL TEMA DEL MESE Esperienze associative

UNA SOCIETÀ7 SENZA CONFINI (segue da pag. /7)

naboldi resta una Società di Campo­ spinoso, che fa attività a Campospi­ noso, quindi in un territorio che esu­ la dalle proprie competenze. Forse è anche una questione di cam­ panilismo, forse è realmente diffici­ le inserire in bilancio aiuti per una struttura che lavora al di fuori del­ l’area direttamente amministrata. «Se chiediamo aiuti economici — la­ menta Fasani — storcono il naso. Possiamo chiedere solo spazi fisici, la disponibilità c’è soltanto se chie­ diamo di utilizzare una loro struttu­ ra con i loro ragazzi. Non hanno ca­ pito che i confini comunali non han­ no più senso».

Idee nuove

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Un più aperto spirito di collaborazio­ ne da parte delle Amministrazioni comunali interessate consentirebbe all’Arnaboldi di fare più e meglio. Si sconta invece il peccato di vivere an­ cora nell’Italia dei Comuni, dove ognuno vive arroccalo nella propria cittadella di tradizioni e di idee. In Società fanno buon viso a cattivo gioco, e continuano a programmare per un numero sempre crescente di atleti facendo affidamento sui pochi soliti amici: i soci onorari, i Comuni di Albaredo e Campospinoso, la Par­ rocchia (il parroco don Mario Donati è consulente e vicepresidente della Società). E poi c’è la Fondazione Arnaboldi, che gestisce una casa di ri­ poso per anziani, complesso che sor­ ge a poco più di 20 metri dalla sede societaria e che comprende un im­ menso parco con un laghetto. La Fondazione è amministrala da un Consiglio, ma è gestita in quanto ca­ sa di riposo da un gruppo di suore, le quali pian piano hanno compreso l’utilità sociale delle attività organi/.-

zate dai loro «vicini» sportivi e tal­ volta prestano il parco (dove si è fat­ ta anche una gara provinciale di cor­ sa campestre) o i saloni (attività in­ vernali, riunioni, feste). È grazie al­ la spinta «ideologica» della Società sportiva che ora la casa di riposo si è data un campo di bocce dove gli anziani ospiti fanno movimento e si divertono. Nel bilancio di fine anno dell’Arnaboldi c’è un capitolo che reca l’inte-

stazione «Idee nuove». Sono i pro­ getti futuribili, i sogni nel cassetto. Tra di essi si legge: laghetto della Fondazione; attività per anziani. Le due cose sono strettamente collega­ te. L’intenzione è quella di chiedere in affitto, a un prezzo simbolico, il laghetto della Fondazione per im­ piantarvi un’attività di pesca sporti­ va dedicata in massima parte agli an­ ziani: siamo pur sempre sulle rive del Po, dove la pesca è tradizione diffu­ sa tra le vecchie generazioni, o me­ glio lo era prima che l’inquinamen­ to rendesse la vita difficile ai pesci. Ripescando questa semplice e antica forma di attività sportiva, l’U.S. Arnaboldi renderebbe finalmente ope­ rante il principio statutario relativo a «l’importanza di estendere la par­ tecipazione sportivo-ricreativa ad una più vasta area di età...». Annullati i confini territoriali, a que­ sta ingegnosa Società non resta che infrangere quelli anagrafici per po­ ter realmente dire di essere al ser­ vizio di «tutti coloro che lo richie­ dano».

Andrea De Pascalis


FOTOMEMORIA

I DUE VOLTI DELLO SPORT. La violenza generata dallo sport ridotto a bene di consumo per tifosi e fonte di reddito per gli sponsor; la speranza che permane nello sport praticato come diritto, come gioco e come festa.

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Sportivi allo specchio

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TORINO — Cenerentissime, pove­ relle, magari un po’ disimpegnate. È questo, in sintesi il ritratto che offro­ Un'indagine statistica no di sé un’ottantina di Società spor­ tive del CSI torinese, sottoposte ad del CSI torinese una «feroce» radiogradia che ne ha toccato altre centocinquanta in tut­ ta la provincia subalpina. La sfida è stata lanciata due anni fa, grafico (una serie di «carta d’identi­ quando negli uffici di via Garibaldi tà»), di presentare la propria struttu­ maturò la decisione di compiere un razione interna (ed in virtù di quali sondaggio in grande stile fra i 220 matrici e di quali obiettivi essa era na­ Gruppi sportivi che fanno capo al ta), di evidenziare il tipo di rapporto CSI di Torino. L’obiettivo era quello che la lega al Centro Sportivo Italia­ di analizzare lo stato di salute delle no, di definire il concetto di «sport». Società, di scoprirne i «segni», i biso­ Al sondaggio — tecnicamente una via gni, i pregi e, possibilmente, i limiti. di mezzo fra l’inchiesta sociologica e E possibilmente con la maggior fred­ l’indagine di mercato — hanno rispo­ dezza possibile. Come dire, un ap­ sto 73 Gruppi sportivi, di cui tutti i proccio statistico verso quella platea venti affiliati al CSI torinese e 53 di atleti e dirigenti che con gli anni aderenti. cambiano volto (nel senso che, fortu­ Una cifra davvero elevata, anche a natamente, i «quadri» talvolta ringio­ detta degli esperti, vista la novità del­ vaniscono), ma che sembrerebbero l’iniziativa e la complessità della ubbidire sempre alle medesime litur­ compilazione. gie associative (gli allenamenti, le par­ Certo, non era possibile individuare tite, le montagne di tessere da compi­ un «campione» scientificamente pre­ lare, i reclami da sollevare, gli asses­ ciso, definito, selezionato, perché ci sori da svegliare, i genitori da calma­ si rivolgeva ad aggregazioni di per­ re, le palestre da pulire, le riunioni da sone c non a singoli individui. «subire», le trasferte da organizzare, i progetti da rimandare, ecc.). Per «capire» le Società non erano più Tempo medio dedicato dai soci alla pra­ sufficienti la sensibilità del Consiglio tica sportiva e le riflessioni, quasi settimanali della petcc-niu.T' Presidenza. Occorreva uno strumen­ r~ 70 to, agile e nel contempo preciso, che cogliesse con buona scientificità l’es­ sere, il divenire c l’umore dei nuclei portanti del CSI (le Società sportive, appunto). Con l’aiuto di un account dello stu­ dio pubblicitario Armando Testa di Torino, e grazie alla consulenza di 20 una ricercatrice universitaria, specia­ lizzata in statistica presso l’ateneo di I 10 Pavia, è nato così un questionario di quattro sezioni, composto da centi­ naia di domande. Si chiedeva alle So­ cietà di fornire il proprio stato ana-

D’altro canto le intenzioni del grup­ po di estensori non erano quelle di saggiare una «Crema» di Società. In ogni caso, stante la quantità di que­ stionari che hanno fatto ritorno de­ bitamente compilati, le rilevazioni hanno un assoluto valore di credi­ bilità. Ebbene, il primo dato significativo sta in quel 71,2% di Società che ope­ ra come «gruppo spontaneo», a fron­ te di un misero 4,1 % che si definisce «circolo giovanile» e di quel 26% che ha messo le radici in Parrocchia o in un Oratorio. La disponibilità di una sede in cui ri­ trovarsi risulta un lusso concesso a pochi. Infatti, oltre ai dieci Gruppi sportivi che dichiarano di non pos­ sedere un locale sociale, ve ne sono ben 25 che usano come punto d’in­ contro un «domicilio privato», men­ tre 27 Società affermano di potersi appoggiare saltuariamente ad una «stanza» in uso gratuito. Nel 64,4 per cento dei casi, i tessera­ ti dedicano allo sport, in media, un numero di ore compreso fra le due e le quattro alla settimana. Quasi il 18 per cento dei gruppi afferma, ad­ dirittura, di contare su atleti che si allenano per oltre quattro ore setti­ manali. La maggior parte dei sodalizi (45 su 73) svolge attività esclusivamente in CSI. Chi sceglie la «doppia militan­ za» — 19 Società gravitano, contem­ poraneamente, in CSI ed in Federa­ zione — non è mai motivato da ra­ gioni di «carattere ideologico e cul­ turale». L’autofinanziamento dei soci è, nell’80 per cento dei casi, la princi­ pale (c spesso unica) fonte d’introi­ to. Soltanto una ventina di Società gode di una qualche minima sponso­ rizzazione. Gli investimenti consisto­ no soprattutto nel «pagamento del­ le quote d’iscrizione a campionati e manifestazioni», nell’«acquisto di


FACCIAMO ATTIVITÀ' NEL CSI PERCHE'

1

Propone una formula di attività che ci soddisfa

58,9%

2

Non giocano solo i migliori

42,4%

3

L'uomo conta più del record

37,0%

4

materiale sportivo», nell’affitto di impianti. Di conseguenza, alla domanda che chiede di indicare le quattro maggiori difficoltà incontrate più sovente nella conduzione dell’attività, il 75% del­ le Società mette al primo posto la «li­ mitatezza delle risorse economiche». Altri scogli sono la «carenza di per­ sone», le «politiche dell’Amministrazione pubblica» e l’«insensibilità del­ la Scuola». La strutturazione interna è limitata all’essenziale: si bada al sodo, alla gestione ottimale del «quotidiano». In 58 Società il presidente viene no­ minato per elezione. Quasi mai, pe­ rò, all’interno della «assemblea dei soci», che viene periodicamente con­ vocata (senza cadenze precise, sol­ tanto «quando serve») da 51 grup­ pi, ma che non viene mai indetta, nemmeno una volta l’anno, da ben 22 Società. Il presidente viene spesso coadiuva­ to da uno staff (o «direttivo») di per­ sone che sovrintendono alla vita del sodalizio. In massima parte si tratta degli allenatori, ma il 43,8% delle Società si avvale di «factotum», ov­ vero di coloro che, pur privi di inca­ richi, ovviano ai piccoli problemi di gestione. I volontari costituiscono ancora lo zoccolo duro della struttu­ ra: nel 78,3% dei gruppi i dirigenti non godono di alcun contributo per la propria «prestazione», nemmeno di un «compenso forfettario». In quasi il 90 per cento delle Società si indicono momenti d’incontro fra i so­ ci, che, in linea di massima, tendono a coinvolgere tutti i tesserati. In tali iniziative il tempo è occupato soprat' tutto da gite, feste e cene; scarsissima­ mente in «riflessioni e dibattiti». In generale prevale la tendenza a pro­ grammare, con l’obiettivo primario di «migliorare la comunicazione e l’amicizia fra i soci», di «darsi mag­ giore efficienza», di irrobustire la propria «presenza sociale».

Non è legato ad alcun partito po­

litico

27,4%

5

Costa poco

26,0%

6

Fonda la sua azione sull'ispira­ zione cristiana

24,6%

7

Non propone solo sport - Ha ca­ pito il vero valore dello sport

19,2%

8

Non siamo costretti a giocare con squadre più forti - Non limita l'a­ zione e la progettualità della So­ cietà

17,8%

9

Ha ideato l'itinerario Sportivo Educativo

13,7%

10

La democrazia si tocca con mano

12,3%

La «formazione dei soci» è messa al primo posto nella scala degli impe­ gni soltanto da quattro Società, men­ tre «l’azione politica» è del tutto tra­ scurata (due soli gruppi l’assumono come prima preoccupazione). Si sceglie il CSI «perché propone una formula di attività che soddisfa» (58,9% delle risposte), poi «perché non giocano solo i migliori» (42,4%) e «perché l’uomo conta più del re­ cord» (37%). Oltre un quarto delle DEL CSI APPROVIAMO 1

La cordialità del personale di se­ greteria

98,5%

2

L'attenzione alle fasce di emargi­ nazione

92,6%

3

La serietà del rapporto ammini­ strativo

92,4%

4

L'organizzazione sportiva

89,7%

5

Il margine di autonomia conces­ so alle Società

87,9%

6

La struttura centrale di servizio

84,4%

7

Le Feste dello sport

82,4%

8

La scelta di essere autonomo dal­ le Federazioni

80,9%

9

La partecipazione dei volontari nell'Associazione

79,4%

10

La formazione degli operatori

76,9%

dell'attività

Società, apprezza principalmente la mancanza di legami con i partiti. L’88 per cento degli interpellati gra­ disce molto «il margine di autonomia concesso alle Società sportive» e la messa a punto delle «Feste dello Sport». Quasi il 90 per cento delle Società, però, colloca «l’abolizione delle finali» al primissimo posto nella scala di scelte «non condivise», pur elicendosi favorevole ai «premi ugua­ li per tutti». Al CSI si chiede soprattutto di «im­ pegnarsi per migliorare l’impiantisti­ ca sportiva», di «recepire meglio i suggerimenti delle società», di «ap­ plicare un meccanismo di promozio­ ne e retrocessione alle manifestazio­ ni sportive». Il 25 per cento delle So­ cietà vorrebbe poi che venisse rico­ nosciuta validità, in sedi più allargate del mondo sportivo, per gli attestati e i brevetti di formazione rilasciati dal CSI. Ad un legislatore, 1’82,2 per cento dei sodalizi chiederebbe un deciso «au­ mento dei contributi statali all’atti­ vità non agonistica» e di togliere al­ lo Stato (54,8%) gran parte delle quote derivanti dal Totocalcio. Non solo, la metà dei gruppi vorreb­ be l’eliminazione di ogni sorta di contributo pubblico ai grandi clubs, mentre il 48% delle società invoca una moralizzazione nella circolazio­ ne di denaro nello sport («fissare un tetto massimo per l’acquisto e l’in­ gaggio di atleti professionisti»). Lo sport è prima di tutto riconosciu­ to come «attività fisica», cioè come un tonico dell’organismo e della mente. Lo si pratica per «divertirsi», «mantenersi in forma», «stare insie­ me»; giammai per «diventar più bel­ li» o per «emulare i campioni». Per il 51 per cento di Società sarà an­ cora il calcio lo sport del futuro. Ma il 90 per cento dei Gruppi respinge il concetto di sport come «professio­ ne». «tifo», «guadagno».

Davide Marzaroli

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Sporteti ropa

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Dal 29 marzo al 2 aprile, si è svolto a Houffalìze, in Belgio, il 52° Con­ gresso della FICEP, la Fédération Internationale Catholique d’Education Physique et Sportive. L’Asso­ ciazione, alla quale partecipa, come Ente sportivo d’ispirazione cristiana, anche il CSI, si prefigge lo scopo di educare l’uomo attraverso lo sport alla fedeltà e alla realizzazione del messaggio evangelico. Che il fatto di una formazione civile e religiosa acquisti per la FICEP un certo rilievo, lo prova il tema stesso del Congresso: «La violenza, la de­ linquenza e lo sport». Un dettato che, a prima vista, può sembrare non avere nulla in comune con la religione; ma in realtà le defor­ mazioni che derivano dai fenomeni della violenza e della droga sono de­ bolezze che inquinano la dignità c la serietà della persona umana. Conse­ guentemente restano degenerazioni osteggiate da qualsiasi credo religioso e da ogni forma di rapporto umano. Nel Congresso lo ha confermato Jean Pierre Delfosse, quando, nel raccon­ tare la propria esperienza con i carce­ rati di Nivelles, ha fatto notare come «la violenza sia conseguenza logica di un dialogo impossibile». Può però es­ sere vinta dall’aspetto educativo e so­ cializzante dello sport, poiché anche negli ambienti più emarginati, cattu­ ra una sua «strategia educativa». Un modo di operare capace di contrasta­ re «le eventuali esplorazioni di violen­ za». Del resto il problema di ogni for­ ma di violazione scricchiola come una catena che, se non si sta attenti, può procurare delle vere tragedie. L’inserire comunque agli inizi del Congresso l’introduzione di Mons. Mathen su «La famiglia e lo sport», significa imporre un taglio educati­ vo tale da non trascurare una delle società più interessate e utili alla for­ mazione dell’uomo della strada e quindi dello sportivo. Se non altro

presenza materna piuttosto incostan­ te, anche se le difficoltà maggiori ser­ peggiano da carenze affettive, lega­ 52° Congresso te al crollo della società familiare e al conseguente depauperamento dei della FICEP valori di base. Un depennamento che a Houffalìze Mons. Mathen, parafrasando un di­ scorso dell’attuale papa, condanna fino in fondo. Ammette però che bi­ sogna valorizzare lo sport nell’ambi­ to della famiglia e riscattarlo da ogni perché «lo sport è gioia di vivere», pista di tecnicismo e di professionaconfessa il presule belga, «e giochi e lismo con il recupero della gratuità, feste si apprezzano anche al giorno così da «stringere i vincoli dell’ami­ cizia e del rispetto reciproco». Si fa­ d’oggi». Riprodurre il discorso del Vescovo di vorisce così l’apertura al dialogo, co­ Namur e Lussemburgo sulla comu­ me sfera dell’essere, più che dell’a­ nità familiare, segna forse una sorta vere, fino a contrastare «le dure leg­ di concetti ormai noti sia in Italia che gi della produzione e di tutte le altre all’estero. Lo stesso Giovanni Pao­ concezioni utilitaristiche ed edonisti­ lo li più volte ha richiamato alla di­ che dell’esistenza». fesa e alla riscoperta del focolare do­ Il senso religioso dell’incontro di mestico. Ma tant’è: in una società se­ Houffalìze nasce anche dall’esame, colarizzata, anche i princìpi più evi­ che le tre Commissioni della FICEP denti e sani vengono intaccati e di­ hanno preparato, impegnandosi so­ prattutto, al di là del lavoro propria­ strutti. Lo dimostra la struttura scolastica mente sportivo, a suggerire alcune medesima, che già nell’ordine della considerazioni valide per l’organiz­ scuola materna, non nasconde gli ef­ zazione del Convegno mondiale fetti della crisi e del decadimento fa­ «Chiesa e sport». In tal modo si so­ miliare. Il declino parla a volte di no definiti i disinvolti rapporti di promozione che l’uomo deve ottene­ re nella Chiesa per mezzo dello sport e dell’attività fisica. Qui l’ufficio del­ lo sport non cattura la semplice in­ tenzione di coltivare la dignità e l’ar­ monia del corpo umano. Non svilup­ pa, per intenderci, solo la salute. Di­ fatti non ci si arresta al «tratto du­ ramente il mio corpo e lo riduco in ,«*«. : 1 <• > servitù» di San Paolo. Si risale piut­ tosto alla disciplina vigorosa, che già Pio XII definisce come «efficace an­ tidoto», che mantiene sveglio «il sen­ so dell’ordine ed educa all’esame e alla padronanza di sé». Certamente oggi l’esperienza sporti­ va viene colta in modo diverso, pur sempre però come una scuola che provoca la forza e l’elevazione mo-


Diversi, ma insieme rale, impiegando mezzi come la leal­ tà, il coraggio, la sopportazione. Tutte virtù naturali che, se da un la­ to spingono alla solidarietà, dall’al­ tro forniscono una solida base al so­ prannaturale e preparano ad affron­ tare le molteplici responsabilità con serenità e sollecitudine. Non a caso Damien Vandermeersch ha iniziato la sua relazione, richiamandosi alla psicologia e alla pedagogia, come a due discipline che devono necessaria­ mente riconoscere «i valori essenziali ed educativi» dello sport. Si capisce cosi perché lo sport non si consegni tanto come fine, quanto co­ me mezzo, di cui la Chiesa si serve per annunciare il messaggio evange­ lico. Esso si dipana come uno stru­ mento al servizio della vita e dell’a­ zione dell’uomo, ma pure come ser­ vizio di Dio. Se non altro perché a tale scopo inclina gli animi, tesi più che a un premio fragile ed effimero, a risultati immortali. Difatti corag­ gio ed energia servono ben poco, se adoperati soltanto per la coppa. Il destino dell’uomo semmai è quello della purezza morale e della freschez­ za della grazia. S’integrano così tra Chiesa e sport un dialogo e un confronto attraverso i quali i due poli si pongono in vicen­ devole ascolto e in reciproca atten­ zione. Insieme promuovono e favo­ riscono, per dirla ancora con le pa­ role che Pio XI1 dettava nell’ottobre del 1955 ai dirigenti del CSI, «l’amo­ re c la fraternità, la volontà di pace e la collaborazione», certi che «è sempre pronta a sollevare c rinvigo­ rire le declinanti forze la forza stes­ sa di Dio, che vuole tutti gli uomini salvi e vincitori».

G. Battista Gandolfo

Aspetti della vita del Consiglio provinciale I Consigli provinciali del Centro Sportivo Italiano, pur avendo ovvia­ mente la medesima dignità, non so­ no tutti uguali. Non lo sono per il nu­ mero di società e di tesserati che ag­ gregano. Non lo sono per la vastità e la tipologia del territorio all’inter­ no del quale sono impegnati a pro­ muovere l’Associazione. Non lo so­ no per le discipline sportive che rea­ lizzano concretamente. Non lo sono, infine, per la struttura che li sostie­ ne e che assume connotazioni diver­ se, in base, anche e soprattutto, alle persone che la costituiscono, alla lo­ ro disponibilità, alla loro preparazio­ ne, alla loro consapevolezza del ruo­ lo che ricoprono. L’autonomia e le grandi responsabi­ lità conferite dallo Statuto, pensato al momento dell’unificazione CSIFAR1, alle strutture territoriali han­ no costituito un fattore primario ed estremamente positivo per lo svilup­ po associativo degli ultimi decenni. Ciascun Consiglio, liberato dal gio­ co di gabbie regolamentari troppo ri­ gide, calate dall’alto e da accettare passivamente senza poter offrire al­ cun contributo per la loro elabora­ zione, ha potuto dare sfogo alla pro­ pria realtà locale. II decentramento di reali responsabi­ lità ha costituito e costituisce un pun­ to fermo ed irreversibile del modo di essere del Centro Sportivo Italiano. In taluni casi, però, ha prodotto un eccessivo distacco tra centro e peri­ feria ed ancor oggi, nonostante l’im­ pegno profuso nell’ultimo decennio

durante il quale si è cercato di ripri­ stinare un corretto circuito associa­ tivo, sono riscontrabili difficoltà nel rapporto operativo fra i diversi livelli associativi. Sono tante le qualità che vengono ri­ chieste a chi opera nelle strutture di servizio dell’Associazione: non è suf­ ficiente possedere una certa compe­ tenza nei vari ruoli specifici ed assol­ vere alle relative incombenze tecni­ che o dirigenziali, è necessario anche essere convinti e motivati assertori dei principi che fondano ed anima­ no il CSI. Le difficoltà dei rapporti operativi sopra accennati sono spesso imputa­ bili alla carenza di comunicazione fra i diversi livelli, quasi sempre giusti­ ficata dalla mancanza di persone che possano coprire i diversi ruoli. Certo non si può né pretendere, né richiedere che chi si è assunto un in­ carico qualsiasi nell’Associazione of­ frendo il proprio apporto volontario e gratuito anteponga il CSI alle esi­ genze della propria famiglia e della propria attività lavorativa. Ed è soprattutto per questa scelta dell’Associazione che non si può non rimanere meravigliati davanti alla positiva realtà che essa costituisce con i suoi tesserati, le sue società, le sue molteplici attività sportive e for­ mative, le multiformi iniziative locali e nazionali. Il miglioramento che si ricerca c si auspica non è di tipo burocratico, ma associativo. L’interscambio delle co­ municazioni, ma, soprattutto, delle esperienze è indispensabile sia per of­ frire un servizio sempre più tempe­ stivo e puntuale, sia per creare e rin­ saldare quei vincoli che sono alla ba­ se della solidarietà associativa, sen­ za i quali non si potrebbe nemmeno parlare di Associazione nel senso compiuto del termine.

Giuseppe Goffrini

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Il tennistavolo in Parrocchia

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È vero che anche negli Oratori lo sport più praticato è il calcio. Però se ce n’è uno che deve la sua diffu­ sione alla Parrocchia, questo è il ten­ nistavolo. Quando manca lo spazio all’esterno, o d’inverno, quando comunque il tempo rende impossibile praticare at­ tività oltre le mura dei locali parroc­ chiali, si crea la situazione ideale per avvicinarsi a racchette e palline. Dap­ prima, a seconda delle disponibilità, si utilizza magari uno di quei tavo­ loni da riunione, sistemandovi al centro una rete di fortuna e utilizzan­ do, come racchette, pezzi di legno o libri di catechismo dalla copertina rigida. 11 parroco comincerà a notare che quel tavolo catalizza l’attenzione e il divertimento dei suoi giovani filiani. Ma le palline non rimbalzano come dovrebbero, i colpi si afflosciano sul­ le «racchette», la rete casca dopo i primi colpi. Eppure, tutto questo non serve a di­ minuire l’entusiasmo e l’impegno nelle partite da parte di questi pon­ gisti ancora «in fasce». Si organizzano i primi tornei. I mi­ nistranti vengono chiamati a dispu­ tare il loro turno al tavolo: conclusa la messa, scattano ancora in sottana verso il posto di combattimento. È tempo di comprare un tavolo regolarmentare da ping pong; racchet­ te vere; palline. La rete è finalmente tesa al punto giusto. Qualcuno co­ mincia a diventare più esperto nei movimenti: impara a colpire di drit­ to e di rovescio. Impara a schiaccia­ re la palla nel campo dell’avversario: è una conquista enorme. L’entusiasmo è alle stelle. La Parroc­ chia non è mai stata così gremita. Amici degli amici, solitamente lon­ tani dagli ambienti ecclesiali, vengo­ no coinvolti nella mischia: il parrocco «Benedetto quel tavolo!» appro­ fitta dell’abbondanza di pargoli an-

che per attività estranee al tennistavolo: la catechesi, innanzitutto. Da questo momento, il «ping pong» è sulla strada per trasformarsi in «tennistavolo». 1 meno bravi (ma quanto conta essere tra i migliori, al­ la fine, se ci si diverte tanto?), o i più grandi, scelgono di intraprendere la via del tecnico. Studiano innanzitut­ to bene il regolamento. Vengono a conoscere nozioni finanche di anato­ mia (quel tanto sufficiente a capire la meccanica del movimento, l’ossi­ genazione, e così via). Poi schemi, metodi d’allenamento, e tutto quan­ to può servire per capire il tennistavolo. Appaiono le prime divise. Son rigo­ rosamente esclusi il bianco e qualsiasi segno distintivo, di una certa gran­ dezza, sul petto, secondo i libri letti. 1 tavoli diventano due; anche tre. È ora il momento di cimentarsi con l’esterno: quanti saranno nel paese, nella città, gli appassionati di tennistavolo? E saranno più bravi o meno

bravi di noi? Il parroco si informa. E quando Io fa, non può che finire sulla soglia della sede locale del CSI, dove, guarda caso, sono in fase di svolgimento alcuni tornei, e altri an­ cora sono in programma. Si parte da una ventina di tessere, ma, nel corso dell’anno, aumente­ ranno di gran lunga. È nata una So­ cietà sportiva. E non pratica solo tennistavolo. Molti suoi componen­ ti si sono addirittura affezionati al Consiglio provinciale CSI, e ne so­ no divenuti fecondissimi collabo­ ratori. Quelli che originariamente gareggia­ vano intorno al tavolone da riunio­ ne sono cresciuti, e forse invidiano i più piccoli amici della Parrocchia, che usufruiscono di nuovissimi tavoli e tanto materiale in più. Ma volete mettere la poesia di un tempo?

Gennaro lavine


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ' MESSINA — Quest’anno, nella diocesi di Messina, la celebrazione della «Giornata mondiale della gioventù» è stata preceduta da alcuni momenti pre­ paratori, che sono serviti a coinvolgere molti giovani. Le attività sportive e ricreative proposte sono state le più disparate e sono state vissute in un clima di vera festa, amicizia e solidarietà. Ma, chiaramente, la giornata «clou» è stata quella conclusiva. Il programma, fittissimo, prevedeva tre momenti chiave. Durante la matti­ nata, infatti, la maggiore attenzione è andata ad una mostra, nei padiglioni della Fiera Campionaria. Vi erano esposti ben 108 elaborati riguardanti la poesia, la narrativa, il disegno, la fotografia, le diapositive..., sul comune tema «Intorno a me la vita». Dopo il pranzo, un secondo appuntamento importante: l’arrivo, in piazza Duomo, della «staffetta della pace», che aveva preso il via, in mattinata, contemporaneamente da due località diverse: da Gaggi, per percorrere la zona jonica, e da Furnari, per percorrere la zona tirrenica. Da segnalare a questo proposito la partecipazione di un gruppo di disabili di Milazzo, alcuni dei quali hanno coperto in carrozzina il tratto loro assegnato. All’arrivo, in piazza Duomo a Messina, sono giunti tutti insieme, a circa sei ore dalla partenza, portando come testimone rami di ulivo, simbolo di pace. In chiusura della giornata vi è stato l’appuntamento in Cattedrale dove don Franco Montenegro, presidente della Caritas diocesana, ha rivolto ai giova­ ni un messaggio d’impegno e solidarietà nei confronti dei fratelli più biso­ gnosi; la Liturgia della parola, presieduta dall’arcivescovo mons. Cannavo, ha concluso l’intensa giornata ricca di spunti significativi, così come si legge da una delle tante poesie scritte dagli studenti: «Non far finta di non sapere nulla, c’è molta gente che ha bisogno di te. Corri, sbrigati, non aspettare, ogni secondo è prezioso per poter salvare il tuo prossimo».

Sl PARTE CON LA CAMPESTRE BOLOGNA — Anzola Emilia con il suo drappello di appassionati, ha donato una serena mattinata di sport ai ragaz­ zi delle campestri. Nonostante le difficoltà che ha incontra­ to il reclutamento e la pratica atletica in questo centro, il nucleo fondamentale di appassionati rimane saldo e fedele nel tempo sfornando all’occorrenza ma­ nifestazioni atletiche piacevoli e ben cu­ rate. La «piazza» sportiva di Anzola è colma di offerte, ogni disciplina ha for­ mato gruppo e organizzandosi si è di-

latata, coprendo all’inverosimile i pos­ sibili canali di avviamento allo sport. Chi, per varie ragioni, comincia o ha inter­ rotto come l’atletica (che agli inizi degli anni '70 era fiorente ad Anzola) non tro­ va molti spazi. La gara Campestre è stata l’occasione per il rientro ufficiale, dopo la sosta na­ talizia. Erano presenti i gruppi che «con­ tano»: F. Francia, CSI Sasso Marconi, CSI A. Pallavicini... E come non ricor­ dare la presenza di lontano, dell’AVIS Imola e della Sacmi. Ci si prepara or­ mai alle volate finali con i ragazzi del CSI Sasso ad occupare saldamente la prima piazza per Società, in attesa del secondo appuntamento.

SPORT AL FEMMINILE: UNA SFIDA EDUCATIVA MILANO — Diluvio a Stramilano, ma anche le nostre finali di pallavolo, han­ no inciso negativamente sulla par­ tecipazione: solo una cinquantina i partecipanti al seminario di sabato 8 aprile. Positivo, invece, il fatto che il tono dei contributi sia stato di buon li­ vello, che PGS ed U.S. Adi abbiano raccolto la provocazione e che l’Assessorato Comunale allo Sport abbia espresso particolare interesse per l’i­ niziativa. Il seminario, patrocinato dal Comune di Milano, sul tema «Donna e Sport: esperienza negata o binomio impos­ sibile? Impegno tradito od occasione mancata?», si è svolto presso l’istitu­ to Gonzaga; l’appuntamento costitui­ va il punto d'arrivo di un percorso ini­ ziato a settembre con il coinvolgimen­ to delle Società sportive con il nostro settimanale «Comunità sportiva» ed un questionario — due opportunità per far circolare esperienze e comunicare dif­ ficoltà —, ed attraverso un «momen­ to» di gioco e sport che ha visto la par­ tecipazione, al Centro Saini 1’11 mar­ zo, di 150 ragazze in occasione della festa della donna. Tra i convenuti menzioniamo Daniele Caleca (Presidente Provinciale CSI Milano) che ha svolto l'utile funzio­ ne di coordinatore, Marisa Muzio (do­ cente della Cattedra di Psicologia Isef Statale di Milano), che ha commen­ tato le immagini di un audiovisivo — un collage di interviste a donne spor­ tive «famose» proiettato in apertura di seminario — che metteva in eviden­ za gli aspetti di marginalità e difficol­ tà di vissuti sportivi pur sempre pro­ digiosi. Lucia Taormino, Consigliere Provin­ ciale milanese, ha presentato i dati di un’indagine sulla condizione femmini­ le nelle Società milanesi. Di grande in­ teresse l'intervento di suor Modestina Pallavicini (Responsabile FOM) sul te­ ma «Sport al femminile: una sfida edu­ cativa». Il Presidente provinciale delle PGS Be­ nedetti ha invece presentato il proget­ to educativo della sua associazione, rilevando i punti comuni con il progetto formativo CSI. Seguiva il dibattito. Santina Coppetti (CSI Bergamo, Con­ sigliere Nazionale), ha concluso il se­ minario cogliendo i contributi di mag­ giore interesse. È emersa dall’incontro l'esigenza di costituire una consulta permanente per l’attività femminile che proponga al Consiglio provinciale nuove attività ed iniziative promozionali rivolte alle ragazze ed agli Oratori. Questo penso sarà il nostro impegno futuro.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE MEETING DELLA PALLAVOLO PERUGIA — Città della Pieve, ridente cittadina, al confine tra l’Umbria e la To­ scana, ha accolto quest'anno il settimo meeting della Pallavolo femminile, orga­ nizzato dal Consiglio di Perugia. Quattro erano le squadre provenienti dalla provincia di Perugia: Città della Pieve, Magione, Perugia e Marsciano; e quattro provenienti dal resto dell'Ita­ lia: Milano, Trieste, Bologna e Roma.

La manifestazione ha costituito anche un’occasione per una splendida vacan­ za per i partecipanti che potevano con­ siderarsi tutti in trasferta, ad eccezione della squadra locale che si è assunta il

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IL VESCOVO BERTOZZI INCONTRA IL CSI

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FAENZA — Annuale incontro del Con­ siglio direttivo con S.E. il Vescovo: un appuntamento quasi d’obbligo con una componente molto vitale della co­ munità diocesana, teso a definire con chiarezza gli obiettivi -pastorali» del­ l’azione sportivo-educativa, nonché ad individuare ostacoli e problemi che ne limitano l’impegno. Un momento importante che si pone a metà dell'anno sportivo e che testi­ monia l’attenzione e l’interesse della Chiesa locale nei riguardi di un'Associazione che svolge la sua azione a stretto contatto con le parrocchie, ma che estende la sua attività anche a quanti intendono esercitare la pratica sportiva, pur se non collegati direttamente ad ambienti e a strutture inter­ ne e vicine alla Chiesa. Fra ì tanti problemi emersi, un posto di primo piano è stato individuato nei rapporti con gli altri soggetti educati­ vi e con le associazioni cattoliche che operano in Diocesi.

compito di far sentire in concreto il pia­ cere della ospitalità umbra. Le autorità locali hanno apprezzato la presenza del CSI ed hanno collaborato ad appianare i problemi della accoglien­ za. Nei campi all’aperto, immersi nel verde, le squadre si sono confrontate lealmente, evidenziando valori tecnici di buona levatura. Il momento agonistico, come di consueto in queste manifesta­ zioni, si è armonizzato con il momento turistico (visita al lago Trasimeno, minicrocera all’isola Polvese, visita alle bel­ lezze artistiche della cittadina), con la serata ricreativa, con il momento della preghiera. Al termine della manifestazio­ ne l’amalgama di atleti e dirigenti era co­ si compatta che è stato sofferto per tut­ ti il momento degli addii.

INTERSCAMBIO ©0 PALLAWL© ANDRIA — In una splendida giorna­ ta di festa, il Consiglio di Andria ha svolto una positiva manifestazione sportiva ed associativa, con la parte­ cipazione di oltre duecento persone tra atleti, dirigenti ed accompagnatori. È stata una festa fatta non solo di ga­ re, ma anche di pranzo al sacco all’a­ perto e momenti di raccoglimento in Chiesa. Insomma, il Consiglio di An­ dria ha centrato in pieno l’obiettivo, che era quello di far incontrare, cono­ scere e familiarizzare ragazzi appar­ tenenti alla stessa Associazione, ma di diverse località. Il lato positivo della giornata è stato an­ che l’incremento della presenza fem­ minile (oltre novanta ragazze) ed il grande movimento di giovani. -È stato questo, a detta del sindaco Terzulli, l’aspetto più entusiasmante della giornata», il quale ha anche vo­ luto lasciare ai partecipanti un picco­ lo ricordo della città.

_____________ DOMENICA DELLE PA&JVAE_____________ AVEZZANO — Ogni anno il CSI locale fa rivivere un giorno di festa e di adorazio­ ne a tutti i bambini della Parrocchia, regalando loro un piccolo ricordo della gior­ nata passata insieme nella preparazione della Pasqua, e facendoli divertire attra­ verso il gioco. Ecco un'immagine del folto gruppo che nella Domenica delle Pal­ me ha partecipato all’incontro.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE LE PUBBLICAZIONI DEI COMITATI...

PRIMA FESTA POLISPORTIVA FOGGIA — Un centinaio circa i partecipanti alla corsa su strada interparrocchiale, molti dei quali bambini. Specialmente per questi ultimi è stato vivacissimo l’in­ citamento degli spettatori a quella che è stata più una passeggiata che una gara vera e propria. Buona la partecipazione anche al quadrangolare di calcio, a cui hanno preso parte una sessantina di ragazzi.

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TRENTO — Tuttocsi (palio delle So­ cietà sportive 1989). CREMONA — «Sport? per l’uomo, si» di don Emilio Mondini. Può essere ri­ chiesto al Consiglio provinciale, via Stenico n. 1, 22100 Cremona. CfHTRO SPORTIVO ITALIANO • TU

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1O THJTTOCSa PALIO DELLE SOCIETÀ 1989

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PASSBOME E MORTE m CRISTO TERMOLI — Il consiglio del CSI di Ter­ moli in collaborazione con la Polisporti­ va S. Maria degli Angeli ha pensato di riproporre alla città di Termoli la rappre­ sentazione della «Passione e morte dì Cristo». Iniziativa questa voluta dal Consiglio e

soprattutto dalla Polisportiva S. Maria degli Angeli la quale si è presa l’onere di organizzazre e di ospitare l’intera ma­ nifestazione con un notevole sforzo sia organizzativo che economico. All’esperienza hanno collaborato circa 100 persone tutte socie del CSI termo­ lese coordinate dal parroco che come sempre è riuscito a coinvolgere un in­ tero quartiere per l’organizzazione.

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...E DELLE SOCIETÀ' SPORTIVE ATLETICA CAVIT, VIRTUS MARZOLA (TN) — Annuario 1988.

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IL FILM

SOTTO ACCUSA DI JONATHAN KAPLAN

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Jodie Poster, 26 anni, vince con que­ sto film l’Oscar per la migliore attri­ ce protagonista, confermando le bril­ lanti capacità precocemente espresse nell’ormai lontano 1975 nella celebre interpretazione di una prostituta tre­ dicenne in «Taxi Driver», pellicola che le fruttò una «nomination» e che comunque ne segnò sensibilmente la carriera. L’attrice americana torna così alla ri­ balta del grande palconsccnico hol­ lywoodiano, offrendo una prestazio­ ne decisamente positiva nei panni di Sarah Tobias, giovane vittima di una violenza sessuale. Sarah è una ragazza instabile, che fa volentieri ricorso all’alcool e alle dro­ ghe leggere, che vive un mondo non condiviso dal suo inutile amore e an­ cora meno dalla sua lontana madre. È un’anima senza vincoli, che ama provocare, attirare l’attenzione, esse­ re oggetto di interesse, cercando di compensare in questo modo le incol­ mabili deficienze della sua vita pri­ vata. Ma una sera nel bar «The Mill», squallida meta di ogni sorta di disa­ dattati, il suo gioco, perché di que­ sto solo si tratta, ha un risvolto tra­ gico: Sarah si imbatte in persone che vogliono coscientemente trasforma­ re la sua provocazione in una legitti­ mazione ad usarle violenza in modo brutale, sostenute e rafforzate dal­ l’incitamento di una «platea» immo­ bile e per ciò stesso ancora più col­ pevole. Sarah ne esce disperata, ma trova in breve tempo la forza di riconoscere e denunciare i suoi aggressori e otte­ nere l’arresto. La Giustizia recita ora la sua parte; il procuratore Kathryn Murphy (Kelly Me Gillis) si sente in diritto di vanificare il dolore e la rab­ bia di Sarah Tobias, patteggiando squallidamente con gli avvocati del­ la difesa che i colpevoli confessino il reato di lesioni colpose, concedendo loro di eludere la ben più pesante ac­ cusa di stupro, e dimenticando che la violenza su Sarah non può essere can­ cellata da banali quanto inopportu­ ni accordi. Ma la coscienza di Kathryn si scuote presto sotto la fitta pioggia di pesanti aggettivi con i quali Sarah giudica il comportamento professionale del procuratore, peraltro donna come

lei, ma priva, nella circostanza, del­ la più elementare sensibilità. Kathryn trascina allora in tribunale quella «platea», la accusa di istiga­ zione a delinquere, la rende respon­ sabile di un crimine al pari degli ese­ cutori materiali, lotta energicamen­ te per dimostrare che l’indifferenza o, ciò che è peggio, l’incitamento non possono e non devono essere nulla di meno di un reato, nulla di meno di un contributo alla violenza. E l’indignazione di uno spirito ma­ schile, quale quello di Kenneth Joy­ ce, giovane amico degli imputati e in­ volontario testimone oculare dell’ac­ caduto, colpevole anch’egli di avere soltanto assistito, ma unico poi ad aver denunciato e confermato le ac­ cuse, sarà l’elemento che permetterà di liberare la figura di Sarah da ogni

sorta di sospetto e di infimo dubbio. Qui «Sotto accusa» dimostra di es­ sere un intelligente atto di denuncia soprattutto verso coloro che quella sera assistettero eccitati e soddisfatti all’orrore, riproponendo drammati­ camente episodi a cui la vita reale ci ha purtroppo abituati. 11 film attira l’attenzione su un argo­ mento ampiamente sfruttato del mondo del cinema, ma lo fa in ter­ mini nuovi ed interessanti miranti a evidenziare un aspetto spesso sotto­ valutato, o giudicato facilmente tra­ scurabile. Il processo agli «spettatori» del cri­ mine è soprattutto l’idea di abbrac­ ciare integralmente il concetto di vio­ lenza, di fare in modo che si possa dimenticare ogni forma di resistenza davanti alle vittime della violenza ses­ suale. Troppo spesso la difesa cerca di insinuare il dubbio che Sarah non è stata oggetto di alcun abuso, ma che abbia provocato e voluto, ucci­ dendo un’anima già profondamente ferita. «Sotto accusa» è una lucida presa di coscienza che la violenza sessuale non viaggia mai sola, ma è purtroppo scortata da istinti belluini e da fru­ strazioni profonde; è un processo a chi favorisce la violenza, a chi la in­ cita, a chi in qualche modo ne age­ vola l’esecuzione. Jonathan Kaplan, regista del film, si vale a questo fine della eccellente in­ terpretazione di Jodie Poster, abile nel comunicare efficacemente gli stati d’animo che Sarah Tobias vive e che più frequentemente subisce, resi con la necessaria drammaticità imposta da una vicenda ispirata ad un fatto realmente accaduto circa 5 anni fa in una cittadina del Massachussets, New Bedford. Kaplan ha sicuramente colpito nel se­ gno, ha impresso al film una direzio­ ne essenziale c precisa, priva delle fa­ cili considerazioni alle quali l’argo­ mento trattato troppo spesso si pre­ sta, e ha tutto il merito di aver offerto in termini molto significativi un te­ ma di scottante attualità. Complimenti, quindi, al regista e al giovanissimo Oscar di Jodie Poster, del quale l’attrice può ritenersi sod­ disfatta anche in considerazione del­ le generalità del vincitore maschile, un «certo» Dustin Floffmann, super­ bo protagonista di «Rain Main».

Paolo Liberati


IN FORMA, COME? Molti pensano che sollevare qualche peso di tanto in tanto oppure gioca­ re qualche volta a calcetto o a tennis o correre per qualche chilometro quando capita equivale ad essere in forma. Queste attività non sono in grado di incidere in maniera significativa sul­ la forma fisica. Possono contribuire a raggiungere questo scopo, ma de­ vono essere integrate da un regime di allenamento più impegnativo. È essenziale che la frequenza, l’inten­ sità e la durata dell’allenamento rag­ giungano un certo livello prima che si possa notare la differenza dovuta all’effetto deH’allenamento. Un programma ideale di allenamen­ to per portare l’intero corpo ad una perfetta condizione fisica dovrebbe prevedere una combinazione di a) esercizi aerobici per sviluppare la re­ sistenza cardiorespiratoria; b) un cir­ cuito allenamento pesi per sviluppa­ re un’equilibrata forza e resistenza muscolare; c) dello «stretching» per raggiungere la piena estensione mo­ toria e per prevenire eventuali danni. Una regola d’oro è che l’effetto alle­ namento diventa evidente quando vengono bruciate 1000 calorie a set­ timana con l’esercizio fisico.

PALLAMANO. TEORIA E PRATICA Z. Malie e V. Tomljanovic, Ed. So­ cietà Stampa Sportiva, Roma 1989, pp. 326, L. 24.000 La pallamano in Italia ha una tradi­ zione abbastanza antica, ma certo non è uno sport diffusissimo. In Ju­ goslavia, invece, è uno dei giochi sportivi più popolari, tanto da esse­ re stato inserito fra le attività moto­ rie della scuola elementare. Anche a livello agonistico la pallamano jugo­ slava ha raggiunto lusinghieri succes­ si alle Olimpiadi e ai Campionati del Mondo. Malie e Tomljanovic, entrambi do­ centi della Facoltà di Educazione Fi­ sica di Zagabria, hanno concentrato in questo volume l’esperienza accu­ mulata dalla pallamano jugoslava,

NUMERO MEDIO DI CALORIE BRUCIATE

Bicicletta circa 10 km/h Sci di fondo (all’ora) Jogging circa 9 km/h Salto con la corda (all’ora) Voga (moderata) Corsa sul posto (all’ora) Nuoto circa 25 yd/min/per un’ora Tennis (singolo) all’ora Camminare circa 5 km/h

240 700 740 750 600 650

275 400 320

Nella tabella sono indicate il nume­ ro medio di calorie che vengono bru­ ciate durante esercizi aerobici più co­ muni in un soggetto che pesa circa 68 chili. La fonte di tali valori è l’American Heart Association. Le calorie consumate in una data attività varia­ no in proporzione al peso corporeo. Per esempio, per una persona che pe­ sa 45 chili occorre ridurre le calorie di un terzo del valore, mentre per una persona che ne pesa 90, bisogna mol­ tiplicarle per un terzo. Gli effetti più notevoli prodotti dal­ l’allenamento si verificano nelle cel­ lule muscolari scheletriche, dove ven-

Z. MAUC - V. TOMUANOVe

CLAMANO • /RIA E PRATICA

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scrivendo realmente tutto ciò che bi­ sogna sapere di questo gioco. Anche il taglio del lavoro è particolare, vo-

gono sollecitati e migliorati svariati processi metabolici. Viene stimolato soprattutto un aumento del metabo­ lismo e del numero di enzimi in gra­ do di bruciare i grassi; aumentano anche il numero di capillari nei mu­ scoli con migliori scambi ossigcno/scorie e diminuzione della pres­ sione arteriosa. Serve meno pressione per pompare il sangue attraverso 100 capillari di quanto ne occorra se i capillari sono 50. Infine aumenta la forza e la den­ sità della struttura ossea prevenendo così l’osteoporosi. Meno misurabili ma sicuramente pre­ senti sono gli effetti sulla forma men­ tale. Chi pratica regolarmente un’at­ tività fisica ha una maggiore sicurez­ za e fiducia di sé rispetto ai sedenta­ ri. L’attività fisica mette in circola­ zione le endorfine, contribuendo così a ridurre i livelli di ansia. Quando si è veramente in forma si ragiona me­ glio, si ottengono migliori risultati sul lavoro c rimane sempre tanta energia da dedicare alla famiglia e agli amici. Studi in materia hanno dimostrato che le persone in forma sono più at­ tive, più attente e anche più creative. (segue).

Antonio Spataro

lendo esso rappresentare un testo uti­ le sia per chi si trovi nella pallamano a livello di «scuola elementare», sia per chi si trovi alle «medie» o al «li­ ceo». D’altro canto, la presente ver­ sione italiana è stata subito adottata dalla Federazione Italiana Gioco Handball come manuale ufficiale. La completezza del volume emerge chiaramente dai numerosi argomen­ ti in sommario: storia della pallama­ no; elementi tecnico-tattici fonda­ mentali; metodi di allenamento; il portiere nella pallamano; tattica di gioco; la preparazione fisica; meto­ di e mezzi per l’allenamento della for­ za; metodi e mezzi per l’incremento della flessibilità e della velocità; me­ todi e mezzi di allenamento per la re­ sistenza e per la coordinazione; rias­ sunto della teoria e metodologia di al­ lenamento della pallamano (pcrcor(segue)

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espansione idea s.r.l. editrice

(se^ue da pag. 29) so dello sviluppo del giocatore e la­ voro specifico con i giovani, valuta­ zione del giocatore, pianificazione del lavoro ecc.). Resta da aggiungere che la trattazio­ ne dei singoli argomenti si avvale di circa 400 illustrazioni (fotografie e di­ segni) in gran parte finalizzati a fa­ cilitare la comprensione degli eserci­ zi di allenamento c degli schemi tat­ tici in partila.

I MANUALI SUI GIOCHI SPORTIVI E TRADIZIONALI

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LINEE GENERALI DI FISIOLOGIA DEL MOVIMENTO Pasquale Maurizio Ricciardi, Ed. Società Stampa Sportiva, Roma 1989, pp. 126, L. 24.000

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Espansione idea, una casa editrice che si occupa di iniziative multime­ diali, presenta la sua prima produzione, all’interno della quale figura­ no due collane interamente dedicate all’avviamento e alla pratica dello sport: una di filmati intitolata Videoclidattica dello sport, l’altra di ma­ nuali dedicati a L’ABC dei Giochi. L’editrice Espansione idea si propone espressamente di promuovere lo sport nella sua dimensione formativa, fornendo strumenti rigorosi sul piano teorico e metodologico, ma di taglio moderno sotto il profilo cul­ turale e pedagogico, utili a coloro che operano nello sport a livello sia professionale sia amatoriale.

«L’organismo umano è predisposto dalla natura per l’attività e non per la sedentarietà. 11 movimento è la sua proprietà fondamentale e da qui na­ sce l’interesse per lo studio dei suoi meccanismi funzionali. La fisiologia del movimento nasce dagli studi di fi­ siologia, biochimica, biomeccanica e cibernetica»: così si apre l’introdu­ zione di questo volume, da un lato centrando come la conoscenza della fisiologia del movimento sia oppor­ tuna per tutti coloro i quali «lavori­ no» nel campo delle attività motorie e sportive; dall’altro, precisando che uno studio scientifico dell’argomen­

L’interesse dell’editrice a promuo­ vere l’aspetto educativo dello sport è particolarmente evidente nella col­ lana di manuali suWABC dei gio­ chi, che si rivolge agli insegnanti di attività motorie della scuola ele­ mentare, ma anche a quelli di edu­ cazione fisica delle scuole medie e agli allenatori dei settori giovanili delle organizzazioni sportive. Ma la facilità di lettura e di applicazione, la ricchezza dell’apparato iconogra­ fico e le dettagliate spiegazioni ne consentono anche l’utilizzo diretto da parte dei ragazzi e dei loro ge­ nitori. Nei manuali della collana vengono presentati i giochi del calcio, della pallacanestro, della pallavolo, del­ la pallamano e inoltre 2000 giochi tradizionali infantili che fornisco­ no, grazie alla loro particolare or­ ganizzazione c trattazione, elementi utilissimi per ravviamento a diver­ se discipline sportive. È evidente l’assunto culturale e pe­ dagogico fatto proprio da Espan­ sione idea per questa collana: il gio­ co considerato come elemento fon­ damentale e centrale di qualsiasi

to — qual è quello proposto dall’au­ tore — necessariamente «coinvolge» nozioni che non sono proprio alla portata di tutti. D’altro canto proprio l’autore sul frontespizio del volume dichiara esplicitamente che il suo lavoro si ri­ volge «agli studenti in medicina, ISEF, medici sportivi, preparatori atletici e a tutti coloro che si occupa­ no del movimento come momento di­ dattico e pratico». È un libro, cioè, destinato a specialisti, che presuppo­ ne l’apprendimento precedente di una certa terminologia o quantome-

esperienza veramente formativa dello sport, per cui sport come mo­ mento ludico, di aggregazione e confronto con gli altri, di matura­ zione personale e comunitaria.

libri — 2000 giochi tradizionali infanti­ li (L. 24.000) — L’ABC dei giochi: il calcio (pag. 128, L. 15.000) — L’ABC dei giochi: la pallacane­ stro (pag. 128, L. 15.000) — L’ABC dei giochi: la pallamano, (pag. 128, L. 15.000) — L’ABC dei giochi: la pallavolo, (pag. 128, L. 15.000)

Possono essere richiesti a: • ESPANSIONE IDEA Via Emi­ lio Morosini 17 - 00153 Roma • SOCIETÀ STAMPA SPORTI­ VA Via Guido Guinizelli 56 00152 Roma

Sono inoltre in vendita presso: • OGN1SPORT SRL Via Traspon­ tina 19 - 00193 Roma • LIBRERIA DELLO SPORT Via Carducci 9 - 20123 Milano no richiede un notevole impegno nel­ la lettura. Pur tuttavia, il volume è assai agile nelle dimensioni ed è sud­ diviso in paragrafi brevi e ben illu­ strati, cosicché presenta una sua uti­ lità anche per chi non abbia necessi­ tà di approfondire globalmente la fi­ siologia del movimento. Ad esempio, paragrafi come quelli relativi al con­ trollo dei movimenti nei vari sports, all’allenamento o al riscaldamento (ma ce ne sono tanti altri) sono cer­ tamente di interesse assai generale e si presentano di facilissima compren­ sione.


SPORT/SOCIETA' _____ L'attore Roger Moore, che ha inter­ pretato con umorismo il ruolo dell’a­ gente segreto 007 in molti film, si è ritirato volontariamente dal palcosce­ nico ove provava da tre settimane una commedia, in un ruolo adatto al­ la sua età. Ha detto con semplicità: «Dopo molte prove e analisi psico­ logiche, ho deciso di ritirarmi dal cast di Aspects of Love, perché non sono all’altezza. Chiamate qualcuno bra­ vo. Mio padre poliziotto mi ha inse­ gnato a non rubare. Perché dovrei rubare il ruolo a qualcuno che lo me­ rita più di me?». L’ex-007 è miliardario, ma lo sono anche alcuni atleti di vari sport. Chi di loro avrà il coraggio di dire: «Non sono all’altezza»?

Pari time Maradona è convinto che basti esse­ re un mago del pallone e un presti­ giatore del calcio per essere anche un atleta che vince. Perciò ha voluto un contratto che gli dà, oltre a molti sol­ dini, la libertà di non seguire le re­ gole della squadra: si allena come e quando vuole, esce la sera con gli amici e sostiene: «Quello che faccio fuori del campo non deve interessa­ re a nessuno». Ma a settembre ha avuto un infortunio alla caviglia, a novembre e a gennaio il mal di schie­ na, a febbraio e a marzo altri guai muscolari. Solo sfortuna? Un gioca­ tore a stipendio colmo dovrebbe es­ sere atleta a tempo pieno.

Il trapianto della Ferrari La Ferrari ha vinto, dopo un lungo digiuno, la prima gara di coppa del mondo a Rio de Janeiro. Merito del nuovo direttore Fiorio (quello della Lancia, che vince tutti i rallies), del nuovo pilota Mansell, dei meccanici che per 44 volte hanno modificato nelle prove il comando elettronico del

di Domenico Volpi

ESSERE ALL’ALTEZZA cambio, e soprattutto di Barnard, in­ gegnere inglese dal cognome simile a quello del chirurgo che operò il pri­ mo trapianto di cuore: in fin dei con­ ti, per arrivare primi, basta trapian­ tare il motore giusto nel telaio giusto! Ferrari, il terribile vecchio di Maranello morto lo scorso anno, aveva detto: «Tornerà il giorno in cui spin­ gerete con gli occhi e con il cuore una Ferrari vincente».

Allenatori a metri quadri Le notizie sui cambi di allenatore nel­ la squadra della Roma, andata «nel pallone», si misurano nei giornali a metri quadrati. Quest’anno in prin­ cipio era Liedholm, poi si parlò di Rocca, DeSisd, Benetti ed altri, e si approdò a Spinosi e Lupi, nome au­ gurale che non ispirò in nulla gli spellacchiati randagi che andavano in campo, poi ancora si avanzarono al­ tre ipotesi e infine, novità!, è torna­ to Liedholm, svedese ancora capace di accendersi. Per l’anno prossimo, ogni giorno viene data per imminen­ te, con indiscrezioni e interviste, la firma di un contratto con Bagnoli, Maifredi, Bianchi, il portoghese Jor­ ge, persino Trapattoni, vari stranie­ ri... Seia A. S. Roma non vince altre medaglie, proponiamo gliene venga assegnata una dai giornalisti italiani.

Sei + sei Sei squadre semifinaliste nelle coppe europee di basket e nessuna vincen­ te, tre finali perse nella stessa sera-

la. Dicono tutti che il nostro campio­ nato è bello, ma è tutto basato sugli americani: i nostri atleti s’impegna­ no a passare la palla ai due più bra­ vi, ma non sfruttano le proprie pos­ sibilità. E se i due americani sono sot­ to forma o sono marcatissimi... Sei film di ambiente sportivo sono in preparazione ed usciranno in autun­ no su Canale 5. Per quel che ne sap­ piamo, uniscono sport e vita, proble­ mi personali e sociali ed attività spor­ tiva. Speriamo che lo sport non sia qui, come in altri casi, né un sempli­ ce sfondo né un’occasione di re­ torica.

Stoccate • Le sponsorizzazioni creano strani accostamenti. Così, se leggete di uno scontro Philips-Phonola, non dove­ te pensare a una lotta fra due mar­ che di televisori sul mercato, ma a una semplice partita di pallacanestro. • Molte squadre protestano per gli arbitraggi e, moviola sotto gli occhi, reclamano i «penalty» non concessi. Siamo tutti d’accordo, anche i meteo­ rologi, che sono mancati quest ‘anno i... rigori dell'inverno. • La società di calcio Trento, che gioca in C-l, ha promosso per i suoi giocatori un corso d’inglese, che può essere frequentalo nelle ore libere dall’allenamento invece delle intermi­ nabili partite a carte o a flipper. Me­ no della metà degli atleti vi parteci­ pa: gli altri sono interessali dalla li­ bertà di muoversi sul campo e non da quella di muoversi nel mondo. • Non c'è solo il Vìa Ili nazionale, c’è anche un Viali (con una sola «l») nel­ l’atletica: Tonino Viali, medaglia di bronzo ai mondiali indoor, ternano; agli stessi campionati, altro bronzo per la marciairice Ileana Salvador nei 3.000 m; l’atletica italiana, in crisi di­ rigenziale, trova altre vie... o viali.

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Piano associativo quadriennale 1989-1993

SPORT

CENTRO SPORTIVO ITALIANO

COME IMPEGNO CIVILE Un servizio sportivo-educativo ispirato alla solidarietà

SOLIDARIETÀ’ LO SPORT E’ partecipazione responsabilità / socialità Sport come impegno civile vuol dire utilizzare l'esperienza sportiva per costruire una società Fondata sulla dignità, i diritti e i doveri di tutti i cittadini

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y^-. f----------------------------\ i IL «PRODOTTO FINALE» DEL CSI E’ Vi----------------------------------

IL CSI E’ volontariato educativo e sociale cristianamente ispirato

il suo servizio educativo verso le Società sportive, il mondo dello sport, la società italiana

Occorre riscoprire e vivificare l'anima autentica del CSI nei suoi operatori a tutti i livelli

È attraverso questo prodotto che si realizza principalmente la solidarietà e l'impegno civile

Direzione. Redazione e Amministrazione: Via della Conciliazione, 1 - Tel. 6867941 - 00193 ROMA - Spedizione in abbonamento postale gr. IH/70%


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