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Stadium n. 5/1979

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2000 PARTECIPANTI ALLE «2REGIONISPORT» 1979 Tra aprile c maggio, duemila giovani C.S.I. hanno partecipato alle manifestazioni « 2RegioniSport », l’originale formula di incontri sportivi interregionali quest’anno ha interessato dodici regioni. Attività sportive e ricreative, iniziative culturali e comunitarie, incontri sui problemi di politica sportiva hanno impegnato con entusiasmo i giovani ed hanno coinvolto la popolazione e le autorità locali realizzando pienamente l’intento dell’iniziativa concepita come « incontro tra regioni per uno sport popolare ». (a pag. 4)

In questo numero • Continua il nostro viaggio tra i giovani

• Il dibattito sull'attività sportiva • La società sportiva: partecipare come? • Presentiamo il Mini-volley


stadium i problemi dello sport

A PROPOSITO DI VIOLENZA E SPORT

Organo del Centro Sportivo Italiano 00193 Roma via d. Conciliazione, 1 tei. 6567941

Direttore responsabile:

Aldo Notorio

STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune nell'Associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto ima voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario.

STADIUM è una tribuna aperta.

Tutti sono invitati a esprimere la propria opinione e tutte le opinioni sono gradite.

STADIUM

chiede a tutti i soci un'attenzione costantemente critica e una collaborazione generosa.

Impaginazione di Alberto Greganti

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Carissimo Aldo Notarlo, sono stato molto felice nel leggere il suo articolo su «STA­ DIUM» sulla violenza che in generale ci circonda, ed in particolare Lei si è soffermato sull'omicidio di Guido Rossa, toccato anche nei beni di una lontana amicizia. Questo delit­ to è ancora più vile di ogni altro, perché come Lei ben sa­ prà, è stato colpito un uomo che si era comportato da tale, testimoniando contro le Brigate Resse, nonostante le continue minacce avute in Tribunale con­ fermò le accuse, il che ci fa sembrare di essere di fronte ad uno di una dimensione sco­ nosciuta al giorno d'oggi. Vorrei però ora parlare della parte centrale della mia let­ tera: non mi sono affatto pia­ ciute le Sue affermazioni per quanto riguarda la causa della violenza scrivendo che essa re­ gna dove c'è ingiustizia, dicen­ do che non la sappiamo vedere o facciamo come gli struzzi, na­ scondendo la testa, perché co­ me Lei dice, ci costruiamo una giustizia a nostro uso e con­ sumo. Questo per me non è assolutamente vero, né tanto­ meno per quanto riguarda noi sportivi. Ciò che io assolutamente ri­ fiuto come sportivo, ma ancor più come cittadino è ciò che Lei scrive praticamente dicendo che abbiamo sempre scuse pronte (o alibi) dietro ai quali ci nascondiamo. Non è vero, noi non ci nascondiamo, noi desideriamo che cessi questa violenza, sappiamo bene quali sono le cause, penso le co­ noscerà anche Lei, sappiamo benissimo come si possa farla cessare, quindi non diciamo false verità, cerchiamo di fare tutti il nostro dovere. Come? Con leggi adeguate, con ade­ guate sanzioni, punendo i col­ pevoli. Noi cittadini queste co­ se le sappiamo, desideriamo essere cautelati contro questo sparuto, gruppuscolo di per­ sone che non devono in nessun modo inficiare il nostro vivere. Questo noi desideriamo, quin­ di sappiamo bene vedere dove

c'è l'ingiustizia, e non come Lei dice. Ma forse per uno sporco gioco politico queste leggi tardano ad arrivare ed al­ lora ancora quanti come il Suo amico dovremo sacrificare? Si muovano quindi coloro che so­ no nella stanza dei bottoni, perché la società italiana cre­ do abbia sopportato abbastan­ za la permissività che oggi si usa contro coloro ai quali ba­ sta autodefinirsi « Prigioniero politico » in risposta ai feroci crimini da essi compiuti. Per quanto riguarda poi il discorso sportivo mi meravi­ glia molto il suo discorso, sul­ l'esempio da Lei fornito sulla giustizia sportiva scrivendo quasi con disprezzo che è giusta la vittoria dell'uno con­ tro l’altro, chiedendosi poi se sarebbe più giusto mettere lo sport a creare la pace, la fra­ ternità, la solidarietà e non i soliti risultati « giusti » (?). Veramente incredibile se si pensa che tutto ciò l'ha scrit­ to una persona come Lei la qua­ le si occupa di sport da sem­ pre e sa benissimo che certe cose le scrivono solo persone in cerca di un facile demagogismo. Lo sport sicuramente, come lo viviamo noi del C.S.I., è educazione di vita sapendo però che alla base della educa­ zione ci sono determinate re­ gole che debbono essere ri­ spettate, le quali fanno si che il raggiungimento dei risultati sia un giusto premio. Caro Notario, quando è nato lo sport è nato il risultato, è regola antichissima, che non _..x --------- infranta prospetpuò essere tando utopici scritti totalmente al di fuori della realtà al­ tuale. Saluti. Mauro Sorbi Bologna

Caro Mauro. grazie anzitutto della lettera che mi scrivi dopo aver letto il mio fondo su Stadium n. 2 « In ricordo di Guido Rossa ». Oggi siamo tutti scandaliz-

zati dalla violenza ed invochia­ mo leggi severe, un governo che governi con magistratura e polizia efficienti, ed è giu­ sto. Però è una cura dell’effet­ to, non delle cause della vio­ lenza. Non ti sei mai chiesto dove ha le radici la violenza, dove nasce? Nasce dove c'è l’ingiustizia,la quale è già di per sé vio­ lenza, se vuoi sottile, incruen­ ta, ma sempre violenza è: di li può nascere la violenza cru­ enta, perché li ci sono i germi. Un disoccupato, un barac­ cato, un emarginato sono il flutto di una società ingiusta: essi sono oggetto di una so­ cietà che usa loro violenza. Per quanto attiene allo sport esso non può lagnarsi di es­ sere investito dalla violenza (la cosiddetta violenza negli stadi) quando, degenerando, è diventato anch’esso violenza. In questo non penso di essere smentito, basta guardare la televisione. Non si può costrui­ re la società sulla concorrenza più spietata per ottenere un risultato a tutti i costi e poi attendersi un mazzo di fiori. I fiori della pace arrivano se la società la costruiamo sulla solidarietà e sulla collaborazio­ ne: e lo sport com e fatto oggi, non è un bell'esempio di colla­ borazione, ma di spietata con­ correnza e quindi produttore di violenza e non di pace. Un po' meno di ipocrisia non guasterebbe allo sport, se vuo­ le riguadagnare se stesso ed essere strumento autentico di pace, come esso dichiara. Personalmente ho i miei grossi dubbi che oggi lo sport lo sia. Dovrebbe aver la forza di dire troppi no: no agli in­ teressi personali, no ai gua­ dagni clamorosi, no al presti­ gio nazionalista, no al mercato degli uomini (e dei ragazzi), no a tutte le strumentalizza­ zioni. Come vedi, il problema non è di eliminare il risultato dal­ lo sport, ma di eliminare ciò che snatura lo sport, lo stesso risultato e soprattutto la per­ sona umana. Allora? Lasciamolo andare per la sua strada e ricomin­ ciamo noi da capo, dal quar­ tiere. dal paese dove la gente ha capito che si può, anzi si deve, vivere collaborando, per non morire. Noi li faremo uno sport im­ postato sulla collaborazione e sulla solidarietà, e non sulla concorrenza: troveremo uomi­ ni di buona volontà che si uni­ ranno a noi. Li non solo costruiremo uno sport nuovo, ma anche un’alter­ nativa vera alla violenza. Le leggi ci vogliono e chi le ap­ plica pure, ma non bastano. Aldo Notario


stadium PADRONI, PADRINI, BARONI Speriamo ce ne siano di meno nel nuovo Parlamento Mentre scrivo questo pezzo siamo in piena campagna elettorale. Quando 10 leggerete i risultati delle elezioni saranno noti. Meglio così: posso parlare più liberamente senza correre il rischio di essere frainteso o strumentalizzato. La campagna elettorale, dunque. Per fortuna che c’è la televisione e ci sono le TV private, altrimenti i partiti come potrebbero farsi sentire? Chi ci va ancora ai comizi? I bei tempi sono finiti. La gente sarà diventata più comoda ma forse, e questo è più grave, ci crede di meno perché è cresciuta culturalmente rispetto al 1946 (prime elezioni della nuova democrazia): sa che cosa succede dentro il « palazzo » o i vari « palazzi ». Che cosa va a fare: perdere tempo per sentire i baroni che hanno già deciso? La crisi del sistema democratico comincia sempre di lì: dalla crisi dei partiti, quando essi diventano strumenti del potere esercitato brutalmente sulla testa di tutti. Padrini e padroni che parlano spudoratamente di partecipazione e non sanno dove stia di casa. La colpa non è tutta loro, anche se sono i maggiori responsabili e quindi la fetta maggiore di colpa ce l'hanno comunque loro; ma non si può aspettare da loro la rinascita o il rilancio di una vita democratica autentica nel nostro Paese. 11 rilancio parte da noi elettori, innanzitutto: mi auguro che la maturità del Paese ci dia un Parlamento con meno baroni della politica italiana e che i giovani parlamentari (e di questi che ci credono ce ne sono, vivaddio!) aumentino di numero, per avere più spazio, e che trovino in noi, elettori organizzati associativamente, la solidarietà e l’impegno affinché lo spazio ci sia e sia più grande. Non faccio un discorso di collateralismo associativo: faccio un discorso di un associazionismo impegnalo politicamente (non ho detto partiticamente), capace di stabilire un rapporto serio con il mondo politico, rapporto non basato sul sottogoverno e sul clientelismo, ma sulla proposta politica. E’ quanto il CSI ha fatto in questi anni e continuerà a fare: lo sappiano i parlamentari della nuova legislatura e cui facciamo, senza conoscerli, un augurio: quello di imparare che far politica è servire la comunità, non servirsi di essa.

Aldo Notarlo

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DUEREGIOMSPORT

Incontro fra regioni per uno sport popolare

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E' il secondo anno che il C.S.I. realizza le « 2RegioniSport », permettendo in tal modo a tutte le regioni di sperimentare questa formula di incontri che, insieme alle « Feste nazionali » di alcune discipline sportive, compongono il quadro delle manifestazioni a carattere nazionale. Le « 2RegioniSport » sono caratterizzate dal superamento dei limiti agonistici delle tradizionali manifestazioni sportive. Tre infatti sono gli elementi costitutivi del loro programma: quello sportivo — anche di tipo sperimentale e ricreativo —, quello associativo — con varie iniziative comunitarie — e quello politico, per un confronto sui problemi sociali dello sport. Ora, completato il ciclo, il C.S.I. farà un bilancio dell'esperienza, ma una cosa è chiara fin d'ora: che i giovani accolgono con entusiasmo una proposta sportiva di più ampio respiro culturale e sociale, di incontro umano e di amicizia fra persone e comunità diverse. Si potrà fare di più e meglio, ma la risposta dei giovani indica senza incertezze che la strada giusta è questa.

Nella foto: Gubbio, 24 aprile. La 'cerata associativa nella Sala Maggiore del Palazzo dei Consoli: arte, folclore, gastronomia, canti.

GUBBIO 22-24 APRILE

CALABRIA VENETO UMBRIA

Nei giorni 22-23-24 aprile, atleti, di­ rigenti, tecnici, arbitri, giudici di ga­ ra si sono incontrati a Gubbio ed hanno dato vita ad una manifesta­ zione complessa di natura sportiva, associativa, politica. Le vie della piccola cittadina um­ bra, ricca di storia, di arte, di fol­ klore e di impianti sportivi pubblici e privati, sono state popolate da gio­ vani del Centro Sportivo Italiano. E' stata questa una manifestazione che ha permesso ai giovani della 3* Fa? scia (61-62-63-64) di incontrarsi, di scambiarsi esperienze di vita sociale, associativa, scolastica. I 340 ragazzi c ragazze delle Re­ gioni Calabria (Cosenza, Diamante, Lametia, Reggio Calabria); Umbria (Città di Castello, Foligno, Gubbio, Perugia, Terni); Veneto (Belluno, Feltre, Padova, Rovigo, Venezia, Ve­ rona, Vicenza, Treviso, Vittorio Ve­ neto) hanno preso parte a gare di Atletica (Stadio Polisportivo di S. Biagio), di Calcio, di Tennis Tavolo (Stadio della Gioventù Beniamino Ubaldi), Pallavolo maschile (Palestra di S. Pietro), Pallavolo Femminile (Palestra Ginnasio-Liceo). La partecipazione all'intenso pro­ gramma sportivo è stata entusiasta e serena, a dimostrazione che si può fare dell’agonismo impegnato senza violenza e con il massimo diverti­ mento, Il programma prevedeva: Atletica leggera (m. 100, 200, 800, 1500, staffetta 4x100, staffetta svedese, sal­ to in lungo, getto del peso), calcio, tennis tavolo, pallavolo.

Tutti i ragazzi e le ragazze in ga­ ra hanno meritato elogi per l’auten­ tica sportività con cui hanno dato vita a gare vivaci e correttissime. Di grande interesse la parte riguar­ dante la politica. I ragazzi e gli ope­ ratori sportivi si sono incontrati presso la sala Trecentesca del Comu­ ne di Gubbio. Roberto Grandis, se­ gretario nazionale del Centro Spor­ tivo Italiano ha illustrato il tema dell’incontro: Società sportiva e Ter­ ritorio. Nella discussione sono intervenuti ragazzi dell'Umbria e del Veneto, operatori sportivi delle tre regioni. Gradita la presenza dell’Assessore Regionale Pierluigi Neri e del Consi­ gliere Ariodante Picuti. Il saluto dell’Amministrazione Comunale è stato porto dall’assessore Panfili Edes. Per le tre regioni hanno parlato: Vispi Araldo (Umbria), Ruffato Ame­ deo (Veneto), Gramigna Mario. Pa­ gano Mario (Calabria). L’Assessore Regionale Pierluigi Ne­ ri è intervenuto sul tema facendo ri­ ferimento alla nuova legge regionale sullo sport in preparazione e sulle iniziative che la regione Umbria ha preso o intende prendere per lo sport servizio sociale. In sostanza sono stati ribaditi questi concetti: lo sport (e in parti­ colare il Centro Sportivo Italiano) ha la sua forza nella società sportiva; non la società sportiva gioca c fa sport nel territorio, ma il « Territo(segue a pag. 7)

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Immagini della « Dueregtonisport » di Gubbio. In alto, un momento dell'incontro di calcio Umbria-Calabria; a sinistra, immagini delle gare di tennistavolo, pallavolo femminile e atletica leggera; sotto, un momento della « tavola rotonda » sulla società sportiva e territorio; a destra in alto, gli sbandieratori di Gubbio si esibiscono dinanzi ai ragazzi delle tre regioni.


specifico in discipline e mento :. specialità inadatte;

— dei « politici » che difendono lo sport a parole.

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(segue da pag. 5)

rio » gioca e fa sport nella società sportiva e grazie al suo servizio co­ munitario.

La società sportiva quindi si deve preoccupare:

— della speculazione edilizia che sa­ crifica gli spazi per i servizi so­ ciali, compresi quelli del tempo libero; — della fabbrica che avvelena i pol­ moni dei bambini, costretti negli appartamenti; — dei vecchi che si spengono lenta­ mente e immobili nelle panchine dei viali o nei tavoli delle osterie;

— dei « diversi » esclusi dal lavoro, dalla scuola, dallo sport, dalla vita;

— del sindaco che costruisce lo sta­ dio da un miliardo e lascia i ragazzi giocare nella strada; — del consiglio comunale che non approva la costituzione della com­ missione comunale per lo sport o se l’approva non la fa funzionare; — dei consigli che vogliono gestire in proprio le attività del tempo libero, dimenticandosi dell’asso­ ciazionismo; — degli operatori sportivi che indi­ rizzano gli undicenni all’allena-

Ricco il programma che si riferi­ sce aH’csperienza associativa. La sera del 22 aprile c’è stato rin­ contro degli Operatori Sportivi con le autorità Comunali di Gubbio. L'in­ contro, tenutosi presso la sala del Consiglio Comunale è servito per precisare alcuni punti del programma e per le eventuali correzioni. L’asses­ sore Bei Clementi Giuseppe ha rivol­ to a nome del Sindaco il saluto della cittadinanza eugubina. E' seguita poi la manifestazione di cortesia. Nel pomeriggio del 23 aprile i ra­ gazzi e le ragazze hanno partecipato alla gita di Assisi, dove hanno potuto ammirare la Chiesa di S. Chiara, la Chiesa di S. Francesco, la piazza del Comune, la Chiesa di S. Pietro. La S. Messa, allietata dai canti del­ le ragazze del Veneto, è stata cele­ brata da Don Vittorio Peri, Consu­ lente regionale deH’Umbria. La sera del 23 aprile i ragazzi han­ no assistito alla esibizione dei Bale­ strieri e sbandieratori presso la sala maggiore del Palazzo dei Consoli. E' stata una serata veramente eccezio­ nale. I ragazzi hanno applaudito con calore per gli eccezionali numeri de­ gli sbandieratori e per la esecuzione perfetta dei balestrieri e tamburini. La serata poi del 24 aprile è stata allietata da un gruppo di sbandiera­ tori tamburini, dame, della Giostra della Quintana che per la prima vol­ ta sono venuti a Gubbio. Ammirati i costumi e la esecuzione degli sban­ dieratori. Infine i canti, i dialoghi umoristici, le danze dei ragazzi e ra­ gazze atleti. Tutto si è concluso con la premia­ zione: medaglie ricordo bellissime della Regione Umbra e medaglioni in ceramica del CSI di Gubbio per i partecipanti, balestre della Ammini­ strazione comunale alle tre regioni, balestre della Azienda Autonoma, del Maggio Eugubino, della Cassa di Ri­ sparmio di Perugia, della ditta Colacem delle tre Regioni. La magnifica serata si è poi conclusa con l’aper­ tura dei tre Stand gastronomici, for­ niti di tante primizie e di vini squi­ siti. Parole di saluto al termine della manifestazione sono state rivolte dal Coordinatore tecnico nazionale Mau­ ro Ottolenghi il quale ha ringraziato tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione della manifestazio­ ne ed in particolare i responsabili delle commissioni: Benedetti Luigi (economica-logistica), Vispi Araldo (associativa), Ruffato Amedeo (poli­ tica), Tapparo Mariano (sportiva). Mercoledì 25 aprile, prima della par­ tenza i ragazzi sono stati intervistati: hanno espresso unanimi soddisfazio­ ni per la bella esperienza vissuta.

Araldo Vispi

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Dueregionisport

SAN BENEDETTO DEL TRONTO PORTO D'ASCOLI 28 APRILE T MAGGIO

Immagini della « Dueregionisport » di San Benedetto del Tronto. Qui sopra, « la piazza è tutta nostra! >•; a sinistra, negli intervalli si prepara la festa; a lato, pallavolo femminile; in basso, il tennistavolo è sempre « in » e.... gastronomia friulana più gastronomia marchigiana: tirate le somme!

ABRUZZO FRIULIVEN. GIULIA MARCHE

La « 3 RS » di S. Benedetto — Mar­ che, Abruzzo e Friuli — si è conclusa la mattina del primo maggio in una raccolta piazza di Porto d'Ascoli, tut­ ti insieme per i saluti, gli encomi, le premiazioni di rito. Poco più in là, in attesa, erano i pulmann già pronti per la partenza. Si sono notate allora scenette singolari. Mentre i più si ac­ calcavano davanti a un tavolo im­ provvisato dove gli oratori ufficiali distribuivano ringraziamenti e meda­ glie, targhe e diplomi, qualcuno pre­ feriva allontanarsi dalla confusione per poter chiacchierare, cantare o gio­ care ancora un istante in tutta tran­ quillità. O magari per poter piangere un poco senza essere visto. Di lacrime, lacrimucce, tirate in su con il naso e fazzoletti stropicciati sugli occhi se ne son visti anche dopo, quando, tra grandi scambi di indiriz­ zi, abbracci e sventolìi di altri faz­ zoletti, le comitive sono salite sui pul­ mann. Si era commosso qualche ra­ gazzo, si era commossa la gente di S. Benedetto che quei ragazzi aveva ospitato nelle proprie case per trequattro giorni e che non aveva voluto mancare al momento della partenza. E non aveva l’aria di trattarsi di at­ teggiamenti di circostanza, né da una parte né dall'altra. Era commozione vera insieme, probabilmente, ad un po’ di rimpianto per la festa finita. Segno che la festa era riuscita bene davvero. Si è sottolineato tutto questo non per voler fare retorica d’altri tempi

dipingendo la « 3 RS » delle Marche come un’appendice mal scritta del libro Cuore. Il fatto è che la manife­ stazione marchigiana è sembrata ca­ ratterizzata da uno spirito tutto par­ ticolare, improntato alla cordialità più schietta. La « 3 RS » di S. Benedetto ha ten­ tato una strada nuova. I ragazzi non sono stati alloggiati in albergo, ma sono stati ospitati da gente del luogo, famiglie di ragazzi del CSI locale. Poteva sembrare un rischio, ma non lo era, esisteva già un pre­ cedente: qualche ragazzo friulano era stato ospitato a S. Benedetto nei tem­ pi immediatamente successivi al ter­ remoto del Friuli. Per questo si sa­ peva di poter fare affidamento sul senso di ospitalità della cittadina mar­ chigiana. La risposta, all’atto pratico, è andata oltre ogni più rosea previ­ sione. Le richieste di ragazzi da ospi­ tare sono state tante da non poter essere soddisfatte tutte. Qualche famiglia nel non vedersi « assegnare » alcun ragazzo è rimasta così palesemente contrariata da co­ stringere gli organizzatori a fare le proprie scuse. In questo senso la « 3 RS » di S. Benedetto non fa testo, è forse irri­ petibile in quanto troppo legata ad una particolare situazione ambientale. Inutile dunque trarre conclusioni sul­ la sua particolare formula, che altro­ ve potrebbe avere esiti completamen­ te diversi. In quanto alla manifestazione di per sé, è andata via liscia come l’olio.

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comprese naturalmente le gare. Al riguardo, semmai si può eccepire che i campi di gara fossero troppo lon­ tani l’uno dall’altro (l’atletica era ospitata addirittura ad Ascoli), ma è come voler cercare il pelo nell'uovo a tutti i costi. E poi, forse, ad avver­ tire un po’ di disagio sono stati più gli organizzatori, costretti a correre da un campo all’altro, che i ragazzi stessi. Vale la pena, invece, soffermarsi un attimo sulla festa organizzata nel pomeriggio-sera di lunedì 30 aprile. Indovinato il luogo, indovinata la for­ mula. Il luogo: i cortili cd i capan­ noni di un impianto industriale, ossia spazio a volontà, coperto e scoperto, ma pur sempre raccolto. La formula: molta fantasia c tanta libertà. Ognu­ no è stato lasciato libero di parteci­ pare o no a questo o quel gioco nato dalla fantasia degli animatori e rea­ lizzato usando i materiali trovati sul terreno: gabbie metalliche, pneumati­ ci di camion, sacchi, funi, listelli di legno e, unico elemento « esterno », qualche palloncino colorato. Dopo i giochi, serviti a riscaldare l’ambiente, grande festa degna di Gargantua e Pantagruel. Invitate le fa­ miglie di S. Benedetto. Apprezzatissimi gli stànds gastronomici friulani, panini a migliaia, prodotti tipici ed intere damigiane di vino. Apprezzata anche la grappa portata dai friulani, roba buona, non quella dei caroselli. E poi tutti a scherzare, suonare, can­ tare, ballare. O magari sedersi in un angolo a sorseggiare altra grappa. Anche qui, dunque, l’impressione di una festa riuscita. Per essere proprio certi che non si trattasse di un’im­ pressione sarebbe utile riportare qual­ che commento colto dalla bocca dei ragazzi, ma non è proprio possibile. Sono frasi così idilliache che suone­ rebbero false.

Andrea De Pascalis

A San Benedetto e Porto d’A scoli

TUTTI I RAGAZZI OSPITI DELLE FAMIGLIE « Vivere è rispondere ». Abbiamo scelto questa frase lapidaria per indi­ care il cammino delle Società CSI di S. Benedetto e delle loro Comunità Parrocchiali in preparazione di quel­ la che poi doveva risultare la più riu­ scita Manifestazione della zona: « 2RS ». E’ stato questo un cammino, ini­ ziato nel mese di gennaio, che si è caratterizzato immediatamente come vocazionale puntando su uno degli obiettivi della Manifestazione: « Ac­ cogliere e non Ospitare ». Questione questa centrale per ogni incontro, ma fondamentale per questa Manife­ stazione. Consapevoli che il nostro non è il tempo delle facili sicurezze, alle sta­ bili convinzioni, dell’altruismo, ma il tempo del rischio, del coraggio che sa superare ogni facile conformismo, ogni soluzione scontata, abbiamo fat­ to la scelta di ospitare nelle nostre famiglie i giovani partecipanti alla 2RS. Una scelta coraggiosa in un mo­ mento difficile. Dal mese di gennaio abbiamo ini­ ziato a coniugare all’interno dei no­ stri gruppi il verbo « accogliere ». Accogliersi l’un l’altro convinti che ognuno è portatore di doni tipici del­ la sua terra; celebrare nello sport, nel gioco, nella gioia, nella festa tut­ to ciò, è quanto abbiamo cercato di realizzare. Coinvolgere le nostre fa­ miglie in questa grande manifesta­ zione ha significato dare alla 2RS una grande dimensione « vocazionale ». La

vocazione è capacità di collaborare, di portare il proprio mattone alla co­ mune costruzione è fondamentalmen­ te servizio. La grandezza della nostra gente è stata quella di saper accogliere nel loro cuore l'immenso significato del­ la parola « Servizio ». Le nostre fa­ miglie si sono fatte interpreti di que­ sto servizio e hanno messo a disposi­ zione la loro casa, la loro collabora­ zione ma soprattutto la forza del loro amore. Non è curiosità stare ad aspettare in piazza per circa due ore i ragazzi friulani che dovevano arrivare. Non è curiosità piangere il giorno della partenza. Non è curiosità partecipare con loro ad ogni momento della ma­

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nifestazione. Sorrida chi vuole: tutto questo è amore. Questa 2RS è stato l'appuntamen­ to più significativo del nostro lavoro associativo, non solo per la ricchezza dello scambio delle esperienze c per 10 stile della corresponsabilità, non solo per gli obiettivi del momento po­ litico, sportivo e associativo, ma so­ prattutto per servire i ragazzi c i gio­ vani che sono c rimangono gli inter­ preti ed i protagonisti dell’esperienza sportiva e associativa del CSI. Che cosa altro è «educare»? Continuare a tradurre in parole i vari momenti della 2RS diventa sem­ pre più difficile, come difficile mi riesce esprimere a tutti le emozioni di quei quattro giorni. Una cosa sola rimane viva dentro di me e dentro 11 cuore dei miei tantissimi collabo­ ratori: « la forza di continuare » e di essere « vivi » all'interno dell’asso­ ciazione. Elencare i vari gesti e i diversi mo­ menti della Manifestazione c classi­ ficarli secondo la loro importanza di­ venta un’impresa ardua se non im­ possibile. Penso che sia molto più eloquente lasciar parlare i veri pro­ tagonisti di questa Festa: « Non avrei mai immaginato di tro­ vare tanta amicizia a Porto d’Ascoli. Ho partecipato ad una manifestazio­ ne carica di umanità, desiderosa di manifestare la sua carica associa­ tiva »... « Caro amico, appena sono tornato a casa mi accingo a scrivere un pen­ siero di ringraziamento per tutto quello che avete fatto. A S. Bene­ detto credo sia accaduto qualcosa di incredibile con la 2RS. Tutto quel­ l’entusiasmo e quella festa anche nei momenti sportivi, penso erano inat­ tesi »... « Aprire le porte della mia casa a giovani mai conosciuti mi sembrava un po’ duro. Adesso non vedo l'ora che ne organizzate un'altra! ».

Edio Costantini

Sport tradizionale e giochi improvvisati: i ragazzi- non si sentono affatto « profanatori » dello sport.

UNA LEGGE PER LO SPORT NELLE MARCHE L'Amministrazione Comunale di San Benedetto, il Centro Sportivo Italiano e le Regioni Marche, FriuliVenezia Giulia ed Abruzzo hanno or­ ganizzato il 26 Aprile un convegno sul tema « Ente locale, Società Sportiva e Territorio », nell’ambito della mani­ festazione « 2RegioniSport ». Il Convegno ha visto una larga par­ tecipazione di forze politiche, di asso­ ciazioni sportive e, fatto estremamen­ te rilevante, di dirigenti sportivi peri­ ferici ed atleti. In termini politici si è trattato di trovare per la prima volta un raccor­ do con la base ed il movimento spor­ tivo ha espresso il desiderio di sta­ bilire un punto d'intesa tra le forze politiche, sportive e sociali. Le rela­ zioni introduttive sono state svolte dal Sindaco di San Benedetto Rag. Bernardo Speca e dal Dr. Paolo Se­ rafini, Consigliere Naz.le del CSI. Il Sindaco nel suo intervento ha sottolineato l'urgenza di una sistema­ zione globale dei problemi dello sport da quelli urbanistici a quelli econo­ mici (finanziamenti e mutui a tassi agevolati per gli Enti Pubblici): in particolar modo si è soffermato sul problema tecnico-sociale dovuto alle nuove competenze assegnate all'Ente locale con la legge 382 ed il D.P.R. 616. Poi ha preso la parola il Dr. Paolo Serafini che nel corso di una lunga relazione ha individuato i nodi della nuova politica sportiva tesa alla ge­ neralizzazione della pratica sportiva a tutti i cittadini ed all'affermazione dello sport come fatto sociale. Dopo

aver presentato i soggetti della Poli­ tica Sportiva di base, ha illustrato il progetto di « Società Sportiva tipo » che gli Enti di promozione intendono privilegiare nella riforma dello sport. Poiché le società autenticamente di­ lettantistiche sono la struttura por­ tante dello sport italiano, ha richiesto che la legge quadro nazionale e la le­ gislazione regionale prevedano per questo tipo di società sportive aiuti concreti, finanziamenti diretti ed al­ tre agevolazioni strutturali (Pieno utilizzo degli impianti scolastici e pri­ vati). Il relatore infine ha chiarito il si­ gnificato del decentramento del ter­ ritorio per lo sviluppo di una nuova pratica sportiva di massa attraverso: a) Creazione di servizi infrastruttura­ li in tutto il territorio o di servizi comprensoriali (centri medicina spor­ tiva, formazione degli operatori, im­ pianti polivalenti etc.); b) Realizzazione di iniziative capaci di favorire la pratica sportiva di base (Feste dello sport, Tornei turistici ed amatoriali); c) Attività sportive in senso stretto sviluppando tutte le attività ludiche e competitive. Ha preso poi la parola l'Assessore allo Sport della Regione Marche Dr. Carlo Alberto Del Mastro che nel suo intervento ha individuato i ruoli e le competenze della Regione, degli Enti locali e dell'Associazionismo. Come impegno personale e di tutto il Consiglio della Regione Marche ha ricordato ai partecipanti come prio­ ritario impegno sia l'approvazione del progetto di legge recante « Interventi organici per lo sviluppo dello sport come servizio sociale ». E' seguito infine il dibattito con contributi significativi del Dr. Ottolenghi (CSI), del Dr. Esposito (UlSP). dell'assessore allo Sport di San Be­ nedetto Umberto Poliandri, di Picca­ mi e del Presidente del Distretto Sco­ lastico di Ascoli Piceno. Attraverso la richiesta della nuova legge Regionale per lo sport si è cer­ cato di formare un quadro nuovo per la riforma sportiva, con la consape­ volezza che solo attraverso l’apporto della base, delle Società e degli Enti Promozionali si esce dalle tentazioni di monopolio e di potere, formulando proposte serie, concrete e credibili.

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Dueregionisport

RIMIMI RICCIONE 28 APRILE 1° MAGGIO

BASILICATA PUGLIA EMILIAROMAGNA

Lunedì 30 aprile, la Repubblica di S. Marino, viene visitata dai 613 par­ tecipanti, grazie ad una caccia al tesoro, che toccava i punti più ca­ ratteristici ed importanti della cit­ tà; ed anche a questa iniziativa, mas­ siccia è stata la partecipazione. La sera, si sono aperte le porte del « Tempio sportivo di Rimini » il « Palasport », che forse per la prima volta, è stato scenario di un qualco­ sa che nulla aveva a che fare con lo sport, e cioè un incontro fatto di musiche, di folklore, ma soprat­ tutto un incontro fatto di amicizia. SuH’impiantito, dove di solito si esi­ biscono i « giganti » del « Sarila Ba­ sket » o gli atleti della « Pallamano Rimini », in quella serata, ragazzi di « TRE REGIONI » in un miscuglio di dialetti, si sono incontrati, e si sono uniti in una « fantasmagorica taran­ tella ». Sì, sono convinto che questa 2RS, s’ha da rifare, magari smussata là do­ ve sono emerse spigolature, ma so­ prattutto, è necessario che se ne ren­ dano conto i consigli provinciali, e i dirigenti di società. La base, se per base intendiamo i ragazzi, è pronta a recepire una ma­ nifestazione come la 2RS, mentre la base, se per base, intendiamo diri­ genti di consigli provinciali, o diri­ genti di società, è ancora lontana. Forse quelli da educare, sono pro­ prio gli educatori. Ruggero Ciammarughi

Partecipando alla presentazione di un libro, ebbi l’occasione di sentire l’autore, affermare che non avrebbe parlato del libro, poiché l’autore è sempre il meno adatto a farlo, se proprio, lo avrebbe difeso dalle cri­ tiche poiché questo era umano. Ora il sottoscritto, che ha dato una mo­ desta mano alla 2RS in questione, potrebbe essere la persona meno adatta a parlarne, poiché poco obiet­ tiva, comunque ci provo. 2RS, una manifestazione ideata da pochi, organizzata da ancora meno, ma vissuta e partecipata da tanti. Una manifestazione che ha una sua validità se ben preparata a livello di base, un’esperienza che vai la pe­ na vivere, e a mio avviso continuare. II concentramento di Riccione, che ci ha visti impegnati dal 28 aprile al 1“ maggio, è stato di notevole in­ teresse, poiché ha coinvolto 613 atle­ ti e dirigenti, e di questi 650 coin­ volti attivamente. Val la pena co­ munque, raccontare tutto dall’inizio. La presidenza dell’Emilia-Romagna, si è preoccupata prima di trovare un valido coordinatore, e nell’inten­ to ci è riuscita in pieno, affidando questo gravoso e delicato compito, a Gianfranco Valentini, infaticabile e onnipresente e pronto a districare ogni inghippo. Seconda cosa, la se­ greteria, ed anche qui, tutto ha fun­ zionato grazie a Cristina. Questa 2RS, non è vissuta solo nei quattro giorni di permanenza a Ric­ cione, ma è vissuta prima. I ragazzi infatti sono stati chiamati a lavorare

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nelle sedi delle loro società per pre­ sentare la società stessa, e preparar­ si per il « Momento politico ». Arrivi e sistemazione logistica, eseguita col massimo tempismo e momento tecnico vissuto in pieno. E’ vero, nella regione, culla del « Ba­ sket » e della « Pallavolo », gli im­ pianti non avevano quella struttura faraonica, che i ragazzi forse s’a­ spettavano, ma più dei ragazzi i di­ rigenti, ma erano ben segnati e adat­ ti a vivere un momento gioioso di gioco, con arbitri e regole, ma sen­ za sofisticati schemi. Ci si chiederà: ma questo i ragazzi lo hanno accet­ tato?!?... non tutti, specialmente quel­ li che a livello di consiglio provin­ ciale, non sono stati preparati a vi­ vere un’esperienza del genere. Il mo­ mento tecnico, ancora una volta, è stato rovinato dai protagonisti di « MISTER CALCIO », trasformato per l’occasione in gazzarra e pugila­ to. A quando l’abolizione?!?! E’ venuto a mancare, almeno in parte, il momento ludico, ma non per colpa degli organizzatori, ma perché « Giove Pluvio » dalle 15 alle 18, aveva dei simpatici «Rende/. Vous » con Riccione, e quindi, ne è venuto fuori un interessantissimo momento politico, dove tutti hanno partecipato, tranne alcuni, apparte­ nenti a società della Basilicata, e a società dei grossi consigli dell’Emi­ lia-Romagna, non pronti, che hanno costantemente vissuto ai margini del­ la 2RS.

La «2RS» di Genova Nei giorni 18-20 maggio si è svolta a Genova la quarta delle manifestazioni interregionali in programma quest’anno. Vi hanno partecipato le Regioni Sardegna, Trentino, Liguria. Ne riferiremo al prossimo nu­ mero, raccogliendo anche ulterio­ ri testimonianze su tutte le mani­ festazioni svolte.

A Tirrenia la Festa nazionale di atletica leggera Dal 15 al 17 giugno si svolge a Tirrenia (Pisa) la festa Nazionale di Atletica leggera su pista. Vi parteciperanno le seguenti catego­ rie: Allievi M/F; Juniores M/F; Seniores M/F. Anche questa manifestazione, pur dedicata a una sola discipli­ na, è improntata allo spirito che anima tutti i nostri incontri spor­ tivi. Oltre alle gare, il programma prevede moment; ricreativi e as­ sociativi animati d-' dì stessi gio­ vani atleti.


Regione Lombardia

M EWE H W? aw a yjj La Giunta regionale lombarda, nel­ la ripartizione dei contributi 1978 agli Enti di promozione sportiva, es­ sendo aumentato il numero degli En­ ti, ha decurtato fondi soltanto al C.S.I., cioè alla maggiore organizza­ zione promozionale della regione. Saremo grati all'Assessore Orazio Picciotto Crisafulii se volesse rispon­ dere a questa lettera inviatagli il 29 marzo dal nostro vicepresidente re­ gionale Michele Galbusera: « Egregio Assessore, facciamo riferimento al contributo sulla legge n. 9 erogato in nostro favore dalla giunta Regionale per la realizzazione di Manifestazioni Spor­ tive nell’anno 1978 e protestiamo vi­ vacemente per il trattamento usato­ ci e per i criteri adottati nella suddivisione dei contributi disponibili a favore degli Enti di Promozione Spor­ tiva. Lei è perfettamente a conoscenza di quante e quali tipi promozionali di manifestazioni sportive ha organizza­ to la nostra Associazione per avervi direttamente presenziato e saprà al­ tresì che il CSI è sicuramente l'Ente di Promozione Sportiva con il mag­ gior numero di Società affiliate e

Consigli Provinciali non solo in Lom­ bardia, ma in tutta Italia. Se per solidarietà con gli altri En­ ti di Promozione Sportiva non abbia­ mo mai reclamato sui riparti degli anni precedenti, che sono sempre stati punitivi nei nostri confronti, non possiamo accettare di essere ulterior­ mente declassati senza conoscere ufficialmente la motivazione e Le chiediamo inoltre, quale responsabi­ le dell’Assessorato competente, che la giunta Regionale provveda ad ero­ garci un ulteriore contributo per ri­ stabilire giustizia e toglierci dalla convinzione che l'assegnazione dei contributi 1978 sia stata fatta con cri­ teri clientelar! anziché di merito. Riteniamo poi opportuno che per il 1979 venga investito della cosa anche il Comitato Consultivo per lo Sport previsto dalla legge n. 9 e a questo sia affidato il compito di suggerire i criteri per la ripartizione dei con­ tributi su rigide e controllabili basi numeriche e di reale attività svolta. Restiamo in attesa di una Sua cor­ tese e sollecita risposta, e, certi del­ la Sua comprensione e amicizia, fac­ ciamo il massimo affidamento nel suo alto senso di giustizia ».

Regione ISs

HMBB ME ■ fi ■« ME Pubblichiamo la lettera che il Con­ siglio regionale C.S.I. del Molise ha inviato, il 14 maggio, a tutte le forze sportive e alle autorità della Re­ gione. « Cari amici, dopo che con arduo e logorante im­ pegno comune abbiamo condotto un discorso di ri-: : ione sui criteri da adottare a •• dell’assegnazio­ ne dei cont:ibirM Società ed Enti previsti dalla legge Regionale a favo-

re dello sport sociale, il Consiglio Regionale del C.S.I. rileva quanto segue.

Dopo che le assegnazioni di con­ tributo relative alla stagione 1977/ 78 erano state bloccate dalla Giun­ ta Regionale in seguito a precise mo­ tivazioni contrarie ai criteri adottati, anche per i rilievi fatti nell'ambito della Commissione Consultiva e del­ la IV Commissione Regionale nei con­ fronti dei criteri medesimi, improvvi-

samente, con modifiche non passate attraverso la IV Commissione, all'in­ saputa della Consulta Regionale, ri­ ceviamo la comunicazione che i con­ tributi di cui sopra sono stati asse­ gnati. Non entriamo nel merito della pras­ si amministrativa, ma ci preme an­ zitutto rilevare la assoluta disatten­ zione nei confronti della Consulta Regionale che per legge esprime pa­ reri e fornisce elementi referenti in quanto composta da rappresentanti lo sport praticato. Nella seduta del 28-2-1979 la Con­ sulta aveva all'unanimità individuato dei criteri elaborati dopo attenta ri­ flessione e proposti dagli Enti di Pro­ mozione Sportiva. Tali criteri sono del tutto ignorati e, le assegnazioni ultime mutano, peggiorandole, le precedenti. Se inique erano le prime, queste ultime sono addirittura grottesche. Non chiediamo denaro (siamo di­ sposti a rifiutare il contributo asse­ gnatoci) per la nostra associazione, notoriamente la più consistente tra quelle che si dedicano allo sport so­ ciale. Non vogliamo neppure entrare nel merito della pedante elencazione dei beneficiari dei contributi Regionali per la stagione 1977/78, sarebbe mol­ to interessante cogliere elementi pa­ tenti di distribuzione fatta nella lo­ gica della superficialità, della parzia­ lità, se non dell’arbitrio, soprattutto per quanto riguarda la lettera d) del­ l'articolo 2 (contributi per la pratica dello sport dilettantistico e sociale...). Certo tra gli Enti di Promozione Sportiva è stato penalizzato il C.S.I. Respingiamo la tentazione di dire cose troppo ovvie a proposito. Ci li­ mitiamo a costatare che la nostra non collocazione partitica ci porta a pa­ gare. Denunciamo, e lo faremo in pub­ bliche assemblee, il fatto che di que­ sta legge, già nella sua prima appli­ cazione, alcuni partiti (e quello di maggioranza in maniera sfrontata) facciano strumento di demagogica elargizione alle associazioni ad essi legate. Denunciamo altresi assegnazioni di contributi a organizzazioni, socie­ tà che hanno nei loro fini istituzio­ nali la pratica sportiva campionistica e quindi non aperta a tutti. Rifiutiamo la logica adottata, per coerenza di principio e invitiamo i nostri dirigenti, e gli amici degli al­ tri Enti e quanti hanno a cuore lo sport sociale a corrispondere con comportamenti conseguenti all'atteg­ giamento comune assunto in prece­ denza. Occorre dissentire insieme all'o­ perato di chi politici e non, ha fatto di tutto per stravolgere il senso e la portata di una legge che, nella sua formulazione di principio, per­ metteva ben altro ».

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ARCIPELAGO ADOLESCENZA - 3

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Desiderando continuare il discorso iniziato su «i giovani e il riflusso » (cfr. Stadium, n. 3, aprile e n. 4, maggio 1979), abbiamo intervistato Claudio Bucciarelli. Il suo ruolo di docente nella Facoltà di Scienze dell’Educazione del P.A.S. e di ricercatore del CENSIS, e quello di una lunga militanza in Associazioni e Movimenti giovanili lo rendono particolarmente attento alla problematica attuale della condizione giovanile.

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CONDIZ8ONE GOVANEJ : FRANTUMATA


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— In questo momento storico è possibile dare, grosso modo, secondo te, una certa classificazione tipologica riguardante la problematica esisten­ ziale dei giovani?... La tua domanda non è certamente fuori posto, ma non è neppure facile. Tenterò di risponderti a caldo, come si suol dire, senza alcuna pretesa di colpire nel segno, anche perché il fe­ nomeno giovanile c così « comples­ so » e... complicalo che sarebbe for­ se presunzione darne una « lettura » non ambivalente, cioè sottolineare una valenza piuttosto di un’altra. Una cosa che ini pare evidente oggi è che si può constatare, dopo i feno­

meni nuovi (anni 1975-’77) riguardanti la proletarizzazione della base studen­ tesca e la presa di coscienza della non-praticabilità dell’utopia rivoluzio­ naria con la conseguente fine dell’ epoca post-sessantottesca, una vera e propria frantumazione della « condi­ zione giovanile » che mi azzardo, gros­ so modo, a classificare tipologicamen­ te in questo modo: 1. Vi sono larghi strati di popola­ zione giovanile che colloco nella co­ siddetta area dei garantiti.. Si tratta di giovani del proletariato « protet­ to » e dei ceti medi e della nuova borghesia, sostanzialmente depoliti­ cizzati, spesso acriticamente integra­ ti nel sistema sociale, disposti ad una partecipazione subordinata, disponibi­ li a ricercare una « nuova qualità del­ la vita » il cui modello però deve ave­ re garantiti i diritti di un sostanziale « egoismo regolato ». Questi strati gio­ vanili mi sembrano una edizione, ri­ veduta e corretta, del vecchio indivi­ dualismo borghese integrato, se vuoi, dai tipici valori della fase post-borghesc di sviluppo (un tipo di approc­ cio "modernizzato” alla cultura, ecc.), e tutto ciò collocato nel « sociale » nel « privato », nel cosiddetto « pre­ politico ». 2. Vi sono altri strati significativi di popolazione giovanile che colloco invece nell’area della devianza o dell' emarginazione. Si tratta di quei gio­ vani sulla cui pelle si è fatta più cruda e appariscente la delusione pro­ vocata dal modello attuale di società e di convivenza e daH’afflosciamcnto dell’utopia rivoluzionaria. In questi soggetti, accanto ad un’acuta sensibi­ lità, è forse evidente una certa fra­ gilità psichica ed una chiara carenza di tensioni ideali e di possibilità eco­ nomiche. Appartengono sia al prole­ tariato non garantito e sia ai ceti medi. E' l’area della fuga, dell’evasio­ ne, della legittimazione tout court del­ l’irrazionale, dell’emarginazione socia­ le fatta cultura e accettata come ri­ fiuto motivato di questo tipo di so­ cietà. 3. Vi sono ancora altri strati signi­ ficativi di popolazione giovanile che colloco nella cosiddetta «rea dell’au­ tonomia. In essa vi confluiscono in gran parte coloro che hanno fatto pro­ pria la dissoluzione e la disgregazione

dei dopo ’68 e ne vivono le contrad­ dizioni con una certa coerenza. C’è in questi giovani un netto rifiuto ad appartenere e a partecipare alla vita delle organizzazioni storiche, politi­ che e sindacali. E' un’area contrasse­ gnata da un certo anarchismo ideo­ logico accompagnato da un radicali­ smo progressista e vitalista in cui prevale l'autoaffermazione nel « pri­ vato » secondo l'assunzione della nuo­ va teoria dei bisogni. Rispunta anche la tentazione utopico-rivoluzionaria non disgiunta dalla violenza. 4. Vi sono, infine, altri strati signi­ ficativi di popolazione giovanile che, con il sociologo G. Milanesi, potrem­ mo definire l’area della nuova razio­ nalità.. Si tratta di giovani apparte­ nenti ai ceti medi produttivi e al proletariato garantito. Vi è in costo­ ro il tentativo di ricostruire un nuo­ vo progetto d’uomo e di società, sen­ za oltrepassare o evadere dalla diffi­ cile e complessa realtà di questa fa­ se storica. Gli elementi caratteristici di questa area sono contrassegnati da una certa ambivalenza: da una parte vi si nota la demitizzazione del concetto totalizzante di politica; è ri­ scontrabile una certa de-idcologizzazione della visione del mondo con una più matura analisi del reale; vi si no­ ta, inoltre, l’emergere di una nuova domanda di democrazia, di un diver­ so senso ed uso della istituzione e di una più critica coscienza dei pro­ cessi produttivi e riproduttivi della cultura; da un’altra parte emerge nei giovani appartenenti a quest’area un recupero della dimensione del « pri­ vato » in cui sembra prevalere più « l’individuale » che il « personale », c una ripresa di nuove aggregazioni socializzanti esigile come bisogno.

— Da questa situazione fenomeno­ logica riguardante ratinale condizio­ ne giovanile, quali sono, secondo te, gli aspetti emergenti che hanno il ca­ rattere della novità e su cui dovreb­ bero fare particolare attenzione co­ loro che hanno a che fare — studio­ si. educatori, animatori/operatori — con la questione giovanile?

Gli aspetti della novità emergente, di cui mi parli, sono vari, a mio pa­ rere, ma data anche la voluta sche-

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maticità di questa intervista, ne vor­ rei elencare soprattutto due su cui occorrerebbe fare attenzione: 1. La ]prima ’ cosa che vorrei sottolincare èx che, in -----negativoj e jn positivo, sembra emergere dai giovani di oggi una nuova domanda di significato. Che tipo di « domanda »? E che tipo di « significato? » La risposta a questi interrogativi, ancora una volta, non è facile. Senza entrare nella seman­ tica tipologica delle due parole sud­ dette, mi pare di poter dire che, in negativo, tale « domanda di si­ gnificato » nasce da una presa di co­ scienza, più critica e matura, circa le alienazioni prodotte nel nostro Pae­ se dalla società capitalista e neo-

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capitalista, circa le delusioni avute dai miti sessantotteschi e circa le ma­ croscopiche lentezze storiche in tema di cambiamento e trasformazione so­ stanziale del modello di vita e di so­ cietà. In positivo, da una felice co­ niugazione tra realismo storico e utopia rivoluzionaria da cui è emerso un impegno costruttivo di ricerca in direzione di una diversa « qualità di vita ». 2. La seconda cosa che vorrei sot­ tolineare riguarda uno dei contenuti piti significativi di questa nuova fe­ nomenologia giovanile: alludo ai te­ mi del « personale » c dei « bisogni ». Il recupero della dimensione del « per­ sonale », come ho già detto, ha delle

radici piuttosto ambigue e ambiva­ lenti; infatti, se da una parte nasce da giuste esigenze legate alla tema­ tica libertà-liberazione dell’uomo, dal­ l’altra nasconde radici individualistelibertarie tipiche di una certa pro­ blematica neo-borghese o post-borghcse. Di qui la diversa interpretazione che i vari strati giovanili, descritti sopra, danno al tema della liberazio­ ne dell'uomo. La conseguenza di ciò si ripercuote polemicamente sulla diversificata in­ terpretazione che si dà all'emergenza dei nuovi bisogni: c’è chi sottolinea il bisogno soggettivo come fatto non riducibile a pura ideologia o a biso­ gno indotto; c’è chi afferma che i bisogni soggettivi sono indotti dalla


Le centinaia e migliaia di giovani che affollano regolarmente gli stadi a quale area della condizione giovanile appartengono? A vederli sembrano lutti uguali ma è vero? La loro violenza, comunque espressa, è naturale esuberanza giovanile o una esplosione — reazione — domanda? A che cosa e perché?

siderio e non dalla alienazione, men­ tre per altri non ogni soddisfazione di bisogno = desiderio è vera libera­ zione e perciò vera rivoluzione. — Ciò premesso che cosa consiglie­ resti ai nostri animatori — giovani e adulti — che lavorano nei gruppi gio­ vanili e non solo sportivi?...

società capitalista; c’è chi dice che gli unici bisogni soggettivi che contano sono quelli che emergono alla co­ scienza dall’immediatezza storica. Da queste affermazioni mi sembrano co­ munque possibili alcune considerazio­ ni: il limite e la coincidenza tra bi­ sogno soggettivo e bisogno oggettivo non è certo facile a determinarsi; i reali contenuti dei nuovi bisogni sog­ gettivi oscillano tra l’opzione « stori­ cità » e l’opzione « naturalità » e si manifestano in maniera assai diver­ sa sia a livello personale come a li­ vello di socializzazione di gruppo; in­ fine appare evidente una costante am­ biguità tra « bisogno » e « desiderio »: per alcuni coincidono per cui l’infeli­ cità nasce dalla repressione del de­

Premetto che non ho nessuna pre­ sunzione di dare consigli, perché non voglio cadere nel vecchio e camuffa­ to vizio di coloro che per il semplice fatto che credono di « capire » una cosa pensano anche di averla « vissu­ ta ». Partendo dal mio vissuto, quin­ di, esprimo un’opinione e i lettori ne facciano quello che vogliono oppure rispondano con altre opinioni, da cui può nascere un fruttuoso e costrut­ tivo dibattito nella ricerca della « ve­ rità storica » che sta a cuore a tutti. Ecco, allora, alcuni punti che io cer­ co di non dimenticare mai nella mia riflessione-azione: 1. In realtà non serve a niente fa­ re delle dichiarazioni sui giovani e per i giovani, se questi non sono messi nella condizione di dichiarare quello che pensano. Prima bisogna riconoscerli soggetti della storia e della loro parola (= rivelazione di sé - rivelazione del loro pensiero comunicazione con l'altro), e non trattarli come oggetto di attenzioni, fossero pure attenzioni educative. 2. Eviterei sia una « lettura » esclu­ sivamente strutturale della condizio­ ne giovanile che privilegia unilate­ ralmente i processi economici, poli­ tici, istituzionali, storici; sia una « lettura » esclusivamente sovrastrutturale della condizione giovanile che privilegia unilateralmente i temi del­ la soggettività (bisogni, attese, do­ mande, ecc.). Una corretta lettura deve relazionare dialetticamente le due dimensioni, perché, a mio pare­ re, ha ragione Asor Rosa quando af­ ferma che la questione giovanile è sempre una combinazione" di sogget­ tività ed oggettività. 3. Non parlerei mai di educazione per i giovani, ma di « educazione » con i giovani, appunto perché i gio­ vani essendo soggetti e protagonisti della propria e altrui storia, non si

pongono più in rapporto alla tota­ lità sociale come fossero scolari o reclute pronti a prendere il loro po­ sto, ma essi rappresentano sempre più un soggetto diverso che rimette criticamente in questione questa to­ talità, nei suoi presupposti ideologi­ ci e nei suoi meccanismi economici e sociopolitici.

4. Parlerei, quindi, di educazione giovanile e non giovanilistica, evi­ tando l’isolamento della problemati­ ca giovanile sia dal contesto socio­ culturale in cui è necessariamente inserita, sia dal mondo degli adulti e della fanciullezza a cui deve far co­ munque riferimento, se non altro per superare responsabilmente il divario generazionale.

5. Farei attenzione alla domanda operativa giovanile, risultante sia dalle tipiche esigenze e attese pro­ prie dei giovani, sia dalle concrete richieste della condizione giovanile di oggi, di cui si è parlato dianzi. 6. Per formulare un'ipotesi di pro­ grammazione circa l’educazione gio­ vanile occorre, quindi, assumere dal di dentro la condizione giovanile. In­ fatti la strutturazione di una « rispo­ sta educativa » non può essere fatta se non all’interno delle « domande » che la condizione giovanile pone, e di qui porsi in una prospettiva edu­ cativa di maturazione personale e sociale dei giovani con la convinzio­ ne che — per dirla con P. Frcire — nessuno educa nessuno e neppure se stesso: gli uomini si educano in co­ munione, attraverso la mediazione del mondo. 7. Siccome nessuna verità è isola­ bile dal contesto e dalle modalità storiche della sua enunciazione, è evidente allora che nessun contesto storico (a livello economico, politi­ co, culturale, ideologico) rimane neu­ tro nell’atto di elaborare un messag­ gio educativo, fosse pure un messag­ gio a pretese « ultime », trascenden­ te, come quello religioso e cristia­ no..., ma di quest'ultimo argomen­ to — che abbiamo volutamente esclu­ so da questa intervista — se ne può parlare in una prossima occasione. Che ne dici?... a cura di

Piergiorgio Sabani 17


Nel presentare un altro aspetto della condizione giovanile a Torino, raccolta da Augusto de Agostini, invitiamo anche gli altri incaricati stampa a inviarci testimonianze sui giovani delle loro località. Il nostro invito è rivolto particolarmente alle zone del Centro-Meridione e delle Isole, la cui realtà giovanile è di solilo più trascurata e ignorata anche nell’Associazione.

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TANTI «CONTRO» NESSUN «PER»


Un assessore del comune di Tori­ no, recatosi in un Centro d’incon­ tro (1) per discutere coi frequenta­ tori del medesimo il piano delle at­ tività da svolgere nel Centro, si è ritrovato dinnanzi ad una assemblea di giovani appartenenti al cosiddet­ to « movimento ». (Il « movimento » è nato coi fatti del marzo '77 e co­ pre un’area politica dai confini non ben definiti e dalla composizione quanto mai eterogenea: grossomodo va da Democrazia Proletaria ad Au­ tonomia Operaia con taluni adden­ tellati col Partito Armato. Questi gio­ vani si dichiarano « di sinistra a si­ nistra del P.C.I. » e sono riconosci­ bili da un modo di vestire volutamente trasandato e da un linguaggio « orrendo » costellato di innumerevo­ li interiezioni tipo « cioè », « no », « niente », ecc.: l’ormai famoso « sini­ strese »). Or dunque, il nostro Assessore s’è trovato in un’assemblea di giovani del genere i quali ogni qualvolta par­ lava uno dei loro alzavano un car­ tello con su scritto: « bbùono »; ogni volta che parlara l’Assessore ne al­ zavano un altro con su scritto: « no bbùono ». Mi pare superfluo aggiun­ gere che quella riunione non ebbe alcun esito. L'episodio, di per sé emblematico di un certo modo di pensare e di fa­ re politica (ve li immaginate i sinda­ cati al tavolo delle trattative con Gianni Agnelli che alle proposte del­ l'avvocato alzano cartelli con su scrit­ to « bbùono » e « no bbùono »?) po­ trebbe anche essere tale da seppel­ lire ogni ragionevole proposito di comprensione, bollando questi giova­ ni di cretineria congenita c il discor­ so finirebbe lì. Se non fosse che que­ sto episodio, oltre ad essere emble­ matico, è anche estremamente spiri­ toso; e da Voltaire in poi sappiamo che la persona di spirito è anche in­ telligente.

SIAMO TUTTI COMPAGNI

ìi gruppo dei frequentatori abitua­ li del Centro d’incontro è composto da una trentina circa di persone, tut­ ti giovani al di sotto dei vent’anni.

Il gruppo è molto unito: sono tutti « compagni ». Per questo motivo for­ se gli altri ragazzi del quartiere, con una collocazione politica diversa, di­ sertano il Centro d’incontro e questo è uno dei tanti punti d'attrito tra il gruppo e l’assessore.

Tutto il loro tempo libero lo tra­ scorrono al Centro d’incontro. Ac­ cusano il Comune di voler far loro piovere sulla testa le cose già belle e pronte, ma sono consapevoli della loro impotenza a perseguire qualsia­ si progetto di un certo respiro.

« Non è che noi non li vogliamo — mi spiega Full — qui possono venire tutti, anche quelli della FGCI, anche i fasci al limite... cioè io mi posso confrontare con un fascio a patto che lui non venga qui per strumen­ talizzarci. Noi non mandiamo via nessuno, se uno vuol venire, viene, se ha una proposta da fare, la fa, noi siamo disposti a discuterla. Certo che se non han voglia di venire, sarà mi­ ca colpa nostra, che C...1 dobbiamo andarli a prendere a casa? ».

« Ci si ritrova tutti qui verso le cinque, stiamo insieme, parliamo, qualcuno ci viene perché magari c'è una signorina che gli piace e quan­ do non sappiamo proprio che cosa fare, ci facciamo una bella partita al pallone ».

Di fatto il gruppo si è insediato nel Centro e ha tutta l’aria di trovarvisi come a casa propria. I « fa­ sci » possono venire, ma se non vell­ gono è meglio. Secondo le loro stesse parole « ci sono molti che studiano, molti che lavorano e ce ne sono anche molti in mutua ». Oltre alle tre categorie degli studenti, dei lavoratori e degli assenteisti, vi è quella di coloro che hanno piantato a metà gli studi e vi­ vono facendo lavoretti saltuari o non facendo niente del tutto. — Perché hai smesso di studiare?

« Ho smesso perché non mi dava proprio più niente, cioè perché ho scoperto che il giorno che avrei avu­ to il diploma o la laurea avrei -fatto quello per tutta la vita... Adesso in­ segno ginnastica in una scuola ele­ mentare... ». — Con quale Ente?

« Con l’Arci. E questo è un fatto che al limite mi sta bene, perché mi interessa, ma di andare lì e di stu­ diare chi era Giulio Cesare a me non me ne fregava proprio niente per­ ché saper che Giulio Cesare quel giorno tale ha fatto quella cosa tale è una cosa che nella mia vita non mi servirà mai... e poi a scuola io non ci so stare, il fatto di star lì se­ duto per quattro ore dietro un ban­ co... cioè niente, sei sempre in una gabbia, lo ho smesso per questo ».

— Perché proprio al pallone? « Perché lì dietro c'è uno spazio abbastanza grande dove si può gio­ care... e poi è la cosa più facile da fare, per fare pallacanestro o palla­ volo ci vorrebbero le strutture, biso­ gnerebbe già andare fuori... ».

— Ma non vi sembra un gioco un po’ maschilista? « No, non come lo giochiamo noi — protestano — noi lo giochiamo an­ che in 15 o 16 per parte, dipende da chi ha voglia di giocare, maschi e femmine, non è agonistico è solo co­ sì per divertirsi... ».

UN PERSONALE POCO POLITICO Tutti presi dal loro « personale », dei grandi temi politici dimostrano di interessarsi poco e di conoscerli ancora meno. Il problema della di­ soccupazione ancora non li tocca c non vale quindi la pena di preoccu­ parsene prima del tempo.

« Sì, ma qui uno, anche se non tro­ va subito lavoro dopo aver preso il diploma, sa che la sua famiglia dato che l'ha mantenuto fino adesso può continuare a mantenerlo anche dopo». Voglio fare il provocatore: — Ma allora siete borghesi? La discussione, ovviamente, si ac­ cende. « Cosa vuol dire borghese o proletario? ». Hanno un'immagine mi­ tica e confusa dei due termini: « bor­ ghese » è chi « sta bene », « proleta-

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Le foto di questa e di pagina 18 si riferiscono a una recente manifestazione di giovani torinesi contro le centrali nucleari. (Foto Furio Rossi - Torino).

SCUTER E E-

cosa io faccia faccio politica, quindi faccio le cose che mi piacciono per­ ché tanto « tutto è politica ». Lungo la china di questo sofisma sono sci­ volate in questi ultimi dieci anni in­ tere generazioni di giovani. Un mio vecchio amico, che ha fat­ to il '68 sul serio, mi diceva: « Vedi, noi facevamo politica 24 ore su 24 di­ menticandoci di tutto il resto, forse eravamo anche un po’ masochisti; sacrificavamo tutto: rapporti, amici­ zie, contatti umani, esigenze persona­ li, per la politica. Questi di adesso. viu chi lo Od, sa, lUldt forse dUUU sono piu più LUIUL, furbi, con la scusa che anche il personale è politico si preoccupano tanto del personale e poco del politico ».

MJNUaEl# 1

ELEZIONI, TERRORISMO, BRIGATE ROSSE

— Delle elezioni, che ne dite?

« Le elezioni sono di nuovo ima gran fregatura, è un'altra maniera di spendere un mucchio di soldi che tanto non cambiano proprio niente. Perché al popolo le elezioni non in­ teressano, è un’altra imposizione, un " modo di far passare delle cose sulla testa della gente ».

— Ma non vi sembra un fatto de­ mocratico quello di andare a votare?

rio colui che come unica ricchezza ha la prole ». « Ma adesso chi è che come unico bene ha la prole? Dieci o venti anni fa forse era diverso, ma adesso chi più c chi meno stanno tutti abbastanza bene ».

« Per me è importante quello che uno ha nella testa. Uno può anche guadagnare appena il necessario per vivere ed essere un borghese nella testa da far schifo, uno magari può star bene e può avere la coscienza proletaria e fare delle cose... di­ pende ». — Che cos’è per voi la politica?

La domanda li coglie di sorpresa, un velo di imbarazzo cala sul grup-

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po; il primo tentativo di risposta è scontato: «.Tutto è politica». Si rendono conto che bisognerebbe spiegare, ma è diffìcile trovare argo­ mentazioni dietro gli slogan con­ sunti. « Anche il fatto che tu venga qui a farci delle domande e noi che ri­ spondiamo, che ci chiedi cosa pen­ siamo della politica o della scuola o dei nostri rapporti, anche questo è politica. Politica è la nostra vita, il nostro modo di agire, noi stessi sia­ mo politica ». L'operazione è compiuta, i dati del problema sono stati invertiti, ma i conti non tornano. Tutto è politica, quindi qualsiasi

« No, non è democratico, perché al­ la gente non gliene frega niente, al­ la gente che ha dei problemi... ma­ gari all'operaio della Fiat che è in cassa integrazione non gliene frega di andare a votare perché intanto fanno tutto sulle nostre teste ». « Cioè, non hai scelta, non è demo­ cratico solo perché hai otto partiti da votare invece di uno, perché tan­ to sono tutti la stessa cosa. Cioè, qualsiasi cosa voti, voti per qualco­ sa che è già stato definito da altri e che tu non hai la possibilità di cam­ biare ».

— Cosa ne pensate del terrorismo? Il tasto è delicato e la paura di « sputtanarsi » è fortissima. Si guar­ dano, ridacchiano tra di loro c da dietro qualcuno se ne esce con un: « bbùono, bbùono ».


« Ma io ti dico una cosa: a me le Brigate Rosse mi stanno sul culo, perché poi queste cose le paghiamo noi, le pagano tutti:., però come me­ todo di lotta, se fosse fatto meglio non sarebbe neanche male... ». Sono eccitatissimi, Qualcuno da dietro gli urla: « Ma cambia almeno voce, no ».

«...cioè niente, per me è una lotta inutile perché non è una lotta popo­ lare. E' una lotta personale tra que­ sti dieci che fanno gli attentati e lo Stato. Le masse non sono con loro. Anzi le masse poi devono portarne le conseguenze perché la re,•.pressione non colpisce quei dieci, ma l'operaio che si trova la fabbrica presidiata dai militari ». « Poi comunque il terrorismo ser­ ve per coprire un mucchio di cose. Quando ti ammazzano un operaio in fabbrica perché gli hanno fatto fare dei lavori nocivi, nessuno può par­ larne, non si può far casino altrimen­ ti dicono subito che sei un terrorista e tutto il resto ».

— Secondo voi, quindi, il terrori­ smo fa il gioco della reazione?

« Sì, indubbiamente. Le B.R. ser­ vono moltissimo allo Stato, proprio perché sono solo dieci gatti: lo Sta­ to li usa come vuole. Difatti cosa suc­ cede? Succede che ti dicono: doma­ ni aumenta il pane perché c'è il ter­ rorismo, oppure: la benzina non c'è più perché c’è il terrorismo. Poi, se noti, le B.R. vengono fuori tutte le volte che ci sono le elezioni... Se fos­ se una lotta di popolo sarebbe un'al­ tra cosa, ma questi fanno il danno del popolo ».

UNA SPERANZA MANCATA

— Un'ultima cosa. Se doveste esprimere una speranza per il doma­ ni, indicare un obiettivo secondo voi irrinunciabile da perseguire, che cosa direste? Qual è la cosa che voi mag­ giormente volete, per voi e per il vo­ stro futuro? Un silenzio di tomba cala sul grup­ po. A questa domanda non è venuta nessuna risposta. I ragazzi coi quali ho colloquiato per un'ora e mezza di tante cose, nel momento di abbando­ nare i « contro » e di esprimere un « per » sono rimasti muti. Forse nep­ pure loro si sono mai chiesti vera­ mente che cosa vogliono dai loro vent'anni o forse se lo sono chiesti, ma ne hanno avuto paura.

Augusto De Agostini (I) I Centri d'incontro sono strutture di nuova istituzione aperte dall’Ammi­ nistrazione comunale nei vari quartieri della città con lo scopo di favorire ed incentivare l'aggregazione dei cittadini. Le attività, coordinate dal Consiglio di Circoscrizione, dovrebbero essere spon­ taneamente promosse dai cittadini o dai gruppi del quartiere.

Che cosa re

non,, abbiamo fatto per lui

Marco, vent'anni. Da tre latitante con un mandato di cattura sulle spal­ le per associazione sovversiva. Ad aprile è stato condannato in contu­ macia dal Tribunale di Torino a cin­ que anni di reclusione. La storia non è molto diversa da quella di tanti al­ tri giovani passati in questi ultimi anni dalla militanza nell'ultrasinistra alla clandestinità. Solo che Marco era amico mio. Abitava nella casa di fronte alla mia, a Bussoleno; di qualche anno più giovane di me, siamo praticamente cresciuti insieme. Da piccoli si gio­ cava a nascondino nel giardino di casa sua. Ho ancora nelle narici il profumo delle ortensie dietro cui an­ davamo a rintanarci nelle intermi­ nabili serate estive. Sua nonna alla fine usciva arrabbiata e ci mandava tutti a casa. Marco, nella sua esube­ ranza, correva ancora fin sul can­ cello a dirci: « a domani! », prima di prendersi le busse di rito dalla non­ na esasperata da quel piccolo de­ monio.

Cresciuti un poco che fummo, ci trasferimmo nel cortile di casa mia a giocare a pallone. Giocavamo in otto in uno spazio di tre metri per cinque con una palla sgonfia. I calci erano più nelle caviglie che sul pallone e ogni partita costava almeno un vaso di gerani che mia madre cercava fa­ ticosamente di far crescere. Erano tempi belli e spensierati (Vir­ gilio e Senofonte non erano poi quel gran problema che allora sembrava!).

Dopo ci perdemmo un po’ di vista: io sono rimasto nel CSI, a litigare col Sindaco per l'utilizzo della pale­ stra e lui in Lotta Continua. Ebbe sempre amici più vecchi di lui ed egli stesso ha sempre fatto cose che richiedevano più anni di quanti in realtà ne avesse: a 13 anni usciva già con le ragazzine, a 15 portava gli striscioni ai cortei di Lotta Continua, a 16 se n'è andato di casa e a 17 pare che andasse ad attentare ai depositi dell’A.T.M. di Torino.

Quel che abbia fatto dopo non lo so, né so che cosa faccia adesso.

Credo, tuttavia che non sia facile vivere normalmente con una condan­ na a cinque anni sulle spalle. E cre­ do anche che uno Stato che si dice democratico e che lo voglia essere veramente queste cose non le do­ vrebbe permettere. Non dovrebbe cioè permettere che ad un ragazzo di 17 anni siano precluse, e forse per sempre, tutte le porte della società civile. Anche perché a 17 anni neppu­ re volendo si può essere dei perico­ losi terroristi.

Purtroppo di storie come quella di Marco ne conosciamo ormai troppe. Ogni tanto capita di leggere sui gior­ nali di un giovane rimasto ucciso du­ rante uno scontro con la polizia, op­ pure saltato in aria con la bomba che cercava di costruire. (Mi sbaglie­ rò, ma credo proprio che in via Fani e in piazza Nicosia di ragazzini di 17 anni non ce ne fosse neanche uno!). Ogni volta che un giovane di vent’ anni muore ammazzato penso a Mar­ co e al suo entusiasmo di un tempo. E penso alle responsabilità pesanti che tutti insieme abbiamo. Alle re­ sponsabilità degli organi dello Stato che tra la via del recupero e quella della criminalizzazione hanno scelto la seconda, certamente più facile ma più disperata e priva di sbocchi; ma anche alle responsabilità « nostre », perché — parliamoci chiaro — Mar­ co prima di finire nella clandestinità è stato negli Scouts, ed è andato nel CSI. Che cosa « non » siamo stati ca­ paci di fare per lui?

Perché pur vivendo per alcuni anni nelle nostre associazioni ha poi sen­ tito il bisogno di andarsene e di imboccare altre strade? Si può pensare e dire quel che si vuole, ma non si può negare che alla base di queste scelte scellerate non ci sia un ideale e il coraggio perso­ nale di viverlo fino alle sue più estre­ me conseguenze.

E’ perché conosco Marco che dei giovani e dei loro atteggiamenti non voglio, non posso ridere. A.D.A.

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Dibattito sull'attività sportiva

ECCO LA SOLUZIONE: APRIRSI AL QUARTIERE Nel numero precedente abbiamo invitato a discutere i contenuti e i metodi della nostra attività sportiva, soprattutto di 3a fascia. Interviene sul problema Gianfranco Briani, Segretario della FIPAV, che collabora con il CSI per l'attività appunto di terza fascia. Egli indica una strada fondamentale: l’apertura della Società sportiva al quartiere e il servizio alle istanze sportive da esso espresse.

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Forse il messaggio per la trasfor­ mazione dell’assetto tradizionale del­ la Società sportiva sarà raccolto dal­ la terza fascia. Sono i ragazzi di quell'età, i sedicenni e i diciassetten­ ni che possono, se lo vorranno, stra­ volgere le strutture societarie per aprirsi al quartiere, per finalizzare diversamente le loro energie.

Sono anni che il nostro mondo sportivo ha avuto un fondamentale ripensamento, che non ha più consi­ derato sufficiente risolvere l’annua­ le equazione che sintetizzava in pra­ tica la vita societaria: una pur mo­ desta base finanziaria, un luogo per allenarsi, un periodo di preparazio­ ne, le magliette di regalo, un cam­ pionato da fare, un risultato da con­ seguire, una cena se c’entrava e un arrivederci all’anno dopo. Sono an­ ni che ha cercato una strada nuova inseguendo idee che caratterizzasse­ ro con aggettivi diversi — sociale, alternativo, promozionale — la paro­ la sport. Anni in cui i dibattiti, i con­ vegni, i seminari, i lavori di gruppo, hanno superato in quantità e inten­ sità l'attività tradizionale, così che le idee di Tizio e di Caio sono di­ ventate le idee di tutti, si sono spar­ se nell’aria — segno dei tempi —, sono state captate, afferrate, elabo­ rate, filtrate, rigenerate, raccolte, di­ scusse per diventare patrimonio co­ mune.

Da questo lavoro di tutti, da que­ ste premesse nasce il messaggio che sollecita la trasformazione della so­ cietà sportiva. Forse fino ad ora, rin­ correndo le idee, abbiamo solo « non fatto » alcune cose che si facevano prima’ ma non ci siamo buttati sul filone nuovo, alla scoperta del ce­ mento che ci unisce tutti, noi del quartiere, noi che viviamo sul terri­ torio, in mezzo alla gente, alla no­ stra gente, a quella che incontriamo per parlarci insieme e fare, noi, il nostro sport. Uno sport su misura, scelto per i nostri gusti, adatto al nostro ambiente, realizzato nei no­ stri spazi, promozionale «er creare spazi nuovi, vivo per inglobare c fondere insieme tutti noi che ci ve­ diamo a scuola, al bar, per la stra­ da, dal giornalaio, ricco di un ago­ nismo che ci faccia gareggiare in­ tensamente ma fra noi, fra gente che si conosce. Non ci siamo buttati a formare le nostre società sportive sul terri­ torio vissuto da noi, reso familiare, perché la società facendone parte in­ tegrante ne ricevesse sostegno, ap­ poggio, donando in cambio spazio per tutti. Ci siamo forse distratti per inseguire vittorie, abbiamo cercato l’atleta bravo ingaggiandolo da fuo­ ri, abbiamo scelto, selezionato, scar­ tato, esaltato, umiliato, abbiamo or­ ganizzato i divi e i portapalloni, per vincere. Abbiamo incolpato gli altri,

gli arbitri, gli dei, la sfortuna, il ca­ so, i dirigenti, ci siamo dipinti vit­ time, ci siamo sentiti abili, furbi, ca­ paci, ma non avevamo ancora ca­ pito.

Ora, forse, abbiamo preso coscien­ za che dobbiamo trasformarci, suc­ chiare nuove energie, assorbire e far nostra la spinta innovatrice che ci preservi dall’indulgere compiaciuti sulle nostre passate esperienze — co­ sì riposanti —, che ci salvi dai ri­ pensamenti dettati dalla nostra pi­ grizia mentale, ci impedisca di cade­ re nella trappola deH’ormai di mo­ da « riflusso ». Abbiamo davanti uno spazio im­ menso. Dio, come era facile vincere un campionato! Com’è difficile af­ frontare la gente, farsi capire. Come era facile pianificare la tecnica, or­ ganizzare gli allenamenti. Com’è dif­ ficile scoprire il quartiere, ragazzi della nostra strada, della strada ac­ canto, andare con loro, con loro dar­ si un programma, un metodo che finalizzi uno spazio per tutti a mi­ sura d'uomo. Con loro potremmo censire i nostri campi, gli spazi, le palestre, scoprire di chi sono, chi le adopra; con loro cercare allean­ ze. Perché dobbiamo anche cercare alleanze. Intorno a noi, nel territo­ rio dove cresciamo ci sono altri che fanno sport, chi in modo primario, chi inserendo nelle proprie attività iniziative sportive. Dobbiamo coin­ volgerci insieme, sfruttare le nostre energie senza disperderle in banali concorrenze, muovere insieme a noi i mondi « ufficiali », le istituzioni, fi­ duciosi che dietro la facciata ci sia­ no — come quasi sempre è — per­ sone come noi, con le loro ansie, con i loro problemi, con il loro fonda­ mentale spesso inconscio desiderio di trovare una quotidiana motiva­ zione di vita e pertanto disponibili ad ascoltare e a dare una mano.

Era facile anche andare in tra­ sferta. Un punto di ritrovo, qualche consueta battuta di spirito, la gara, il rientro. E’ più difficile trovarci giù, al campo, una partita dietro l'altra, pochi a guardare, molti a giocare. Perché la terza fascia? Perché i sedicenni e i diciassettenni? Ma per­ ché questi sono sì grandi e capaci di gestire la società sportiva, ma an­ cora freschi perché il disagio del mondo che non gli piace possa risol­ versi in attivo ottimismo e non in facile, comodo pessimismo. Perché con loro la società sportiva può ab­ bandonare il proprio clichè e radi­ carsi nel territorio. Con loro — se siamo a tempo — il territorio potrà ’ . . ’ vocazione: a viscoprire 2_ la propria a muoversi, a respi­ vere, <a _giocare, ' rare con la sua società sportiva.

Gianfranco Briani


Dal 18 al 22 aprile si è svolto a Vienna il Congresso annuale della FICEP su

SPORT CHIESA POLITICA Sull’argomento sono intervenuti S.E. il Cardinale Helmut Kratzl con la relazione «Chiesa e sport» e il segretario delI’Osterreich - Wolspartei che ha parlato del problema « Poli­ tica e sport ». Quello che però mi piace sottoli­ neare di questa assemblea, cui han­ no partecipato delegazioni di nove Paesi e per la prima volta alcuni rap­ presentanti della Jugoslavia come osservatori, è il fatto che questa Fe­ derazione internazionale, seppur con molta fatica, si sta muovendo in mo­ do molto positivo. Prova ne è la re­ lazione, di taglio chiaramente politi­ co, del Segretario internazionale Ro­ bert Pringarbe. A parte le considerazioni di ordine

organizzativo e programmatico e le relazioni sui lavori delle Commissio­ ni della Federazione (Commissione pastorale. Commissione giovani, Com­ missione per l'attività sportiva), Pringarbe ha proposto all'Assemblea alcune riflessioni-documento su tre problemi che ormai da tempo tengo­ no molto impegnate ed attente le no­ stre Associazioni: la violenza, l'apar­ theid e la pubblicità. La violenza è una parola da ban­ dire dal vocabolario sportivo: la vio­ lenza è la negazione dello sport, è l'antisport. Per questo motivo la lot­ ta contro la violenza nello sport de­ ve essere la principale preoccupazio­ ne per far sì che non debbano più vedersi spettacoli di violenza nei

IN ITALIA IL «CAMPO GIOVANI F.I.C.E.P.» Il « Campo giovani 1979 » promosso dalla Federazione Internazionale Cattolica di Educazione Fisica sarà organizzato dal Centro Sportivo Italiano e si svolgerà a Spin di Romano d'Ezzelino (Vicenza) dal 20 al 29 luglio.

Il tema generale del Campo sarà « I giovani e l’Europa ». Il programma prevede attività sportive, ricreative e culturali basate soprattutto sulla libera iniziativa dei giovani, ispirate alla migliore conoscenza dei rispettivi paesi con particolare riguardo alle esperienze innovative di attività ludicomotorie e sportive. Parteciperanno al Campo circa 250 giovani (ragazzi e ragazze) e dirigenti sportivi provenienti dalla Francia, dall'Austria, Svizzera, Belgio, Olanda, Ger­ mania. Il contingente italiano è formato da 14 ragazzi, 14 ragazze e 4 diri­ genti, più gli organizzatori del Campo.

&

CAMPIONATI GIOVANILI FICEP Dal 30 maggio al 4 giugno si svolgono a Duisburg (Germania Federale) i campionati -jiovftnili FICEP di nuoto. Il C.S.I. partecipa con rappresentative di Genova e di Roma. A Westelbe :rs (Eindhoven - Olanda) si svolgono dal 30 maggio al 3 giu­ gno i campionati giovanili FICEP di calcio. Per il C.S.I. vi partecipa la Poli­ sportiva Stella Azzurra di Viterbo.

campi da gioco. Con queste finalità, è sorta di recente l'Associazione In­ ternazionale per la Lotta contro la Violenza Accompagnata allo Sport. L’apartheid, che in lingua afrikaans significa segregazione dei ne­ gri nel Sudafrica, è innanzitutto un atteggiamento in contraddizione con la Carta delle Nazioni Unite; è inol­ tre un comportamento in opposizio­ ne con la dottrina della Chiesa. E’ quindi un fenomeno indegno di cui dobbiamo vergognarci. E’ necessario che la FICEP si uni­ sca a questa crociata e che dia il suo contributo affinché lo sport resti il luogo dove si incontrano tutti gli uo­ mini di qualunque razza, religione o colore della pelle siano, e qualunque sia il sistema politico in cui vivono. Sarebbe utile, in proposito, appog­ giare la risoluzione adottata dalla Conferenza dei Ministri europei te­ nutasi recentemente ad Atene. Altro problema è la pubblicità, un problema di fondo legato all’etica stessa dello sport. La nostra concezione dell'uomo ci impone di interessarci dello sportivo prima di interessarci dello sport che egli pratica. Se dunque, attraverso lo sport, la pubblicità dovesse aggredi­ re lo sportivo in maniera tale da causare danno alla sua libertà e an­ che al suo sviluppo, è certo che do­ vremmo rifiutarla. Uno sport che vuol essere liberato­ re dell’uomo non può contempraneamente essere fonte di un continuo attentato alla libertà con lo scopo costante di convincere della superio­ rità di un prodotto o di un altro. U'Assemblea ha inoltre preso visio­ ne del nuovo regolamento organico previsto dall’art. 24 dello statuto del­ la FICEP proposto dal Bureau. La Assemblea si è riservata di votarlo in occasione della sua riunione a Ro­ ma l’anno prossimo, dopo che tutti i Paesi aderenti alla FICEP l’avran­ no verificato al loro interno.

Maria Rosa Zanella

n.d.r. la delegazione italiana presente a Vienna era composta da Aldo No­ tano, M. Rosa Zanella. Gianni Gherardi, Vincenzo Natalizia, Mario Zec­ che, Roberto Seppi.

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Gli operatori necessari la formazione possibile i

Dire dell'importanza delle attività di formazione degli operatori è, in un’associazione come la nostra, sfon­ dare una porta aperta (con il rischio di andare a finire distesi sul pavi­ mento e suscitare le risate dei letto­ ri, come succede in certi film comici). Il rischio che si sta correndo oggi nel Csi è forse quello di sopravvalu­ tare — almeno a parole —, e non tanto di prendere sottogamba, l’im­ portanza del « settore » formazione; di caricarlo di pesi e responsabilità che non gli sono propri e che rischia­ no di paralizzarlo, di condannarlo al­ lo scacco. In alcune zone dell’associazione si registra una fase di « stanca », un calo di attività? La soluzione che con maggiore facilità viene proposta pre­ vede robusti corsi di formazione per tonificare il tessuto associativo. Il cambio culturale e tecnico avviene con lentezza? L'« alternativa » non marcia secondo i tempi previsti? La causa viene con disinvoltura indivi­ duata in un’insufficiente e inadegua­ ta azione formativa. La formazione come capro espia­ torio, come alibi per insufficienze e ritardi che hanno cause diverse, mol­ to più profonde e facili da scorgere: questo mi pare uno dei fraintendi­ menti che occorre togliere di mezzo per collocare la formazione al posto giusto nel quadro complessivo delle attività dell’associazione. Un primo punto da chiarire è al­ lora questo: la formazione è uno dei « settori » in cui si articola la vita del Csi. Il « settore » formazione in­ cide sulle dinamiche interne agli al­ tri settori, ma risente, a sua volta, della situazione complessiva dcll'associazione. Se la vita delle società sportive e delle strutture di servizio si mantiene su buoni livelli di viva­ cità e di coesione associativa, con tutta probabilità il « settore » forma­ zione sarà sollecitato da una consi­ stente domanda di soci che vogliono operare con maggiore responsabilità e maggiori competenze in una real­ tà in crescita (e dalla risposta del « settore » formazione dipenderà in gran parte, nel caso specifico, il man­ tenimento e lo sviluppo dei livelli di crescita). Al contrario, se — tanto per fare un esempio — la specimen-

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rX'é

tazione e la ricerca di nuove forme di attività sportiva per i preadolcscenti ristagnano, difficilmente la for­ mazione potrà dotare l'associazione di operatori per la «nuova» attività di seconda fascia. Ancora: se l’inizia­ tiva politica è balbettante o non c'è addirittura, il « settore » formazione avrà poche possibilità di mettere i nuovi operatori in contatto con i cir­ cuiti culturali, sociali e politici ester­ ni all’associazione, la cui conoscenza e il cui apporto è indispensabile per una crecita « aperta » del notro mo­ vimento e per una sua presenza in­ cisiva nel territorio. Naturalmente è vero anche il ragionamento inverso: se la formazione « tira », tutta l'as­ sociazione ne trae beneficio.

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OBIETTIVI E LIMITI DELLA FORMAZIONE ASSOCIATIVA Non basta collocare la formazione al posto giusto dentro il nostro si­ stema associativo per avere un'azio­ ne formativa efficace: occorre anche chiarirne la finalità e individuarne gli obiettivi. Finalità e obiettivi che non possono non dipendere dalle fi­ nalità e dagli obiettivi generali del­ l'associazione. Finalità e obiettivi che debbono essere individuati evitando, da un lato, l'errore della politica cie­ camente pragmatica del « giorno per giorno » (oggi servono arbitri per i tornei ricreativi: investiamo tutto in corsi arbitri; domani poi si vedrà se


ISEF DELLA «CATTOLICA» DI MILANO

CORSO PER OPERATORI SPORTIVI

si potranno formare anche gli opera­ tori « associativi », ma il guaio è che gli arbitri per i tornei ricreativi con­ tinueranno a non bastare e che la formazione degli « altri » continuerà ad essere rinviata perché praticamente non indispensabile); dall’altro lato, la tentazione di grandeur di chi sogna un settore formazione del Csi che si sostituisce agli Isef, agli isti­ tuti universitari, e che forma non so­ lo gli operatori associativi, ma anche gli animatori da mettere a disposi­ zione degli enti locali, gli insegnanti per la scuola, etc. (come si spiegano altrimenti certi corsi costosissimi dove partecipano tutti, maestri, in­ segnanti, ricercatori, terapisti, riedu­ catori, fuorché operatori dell’asso asso-­ ciazione?). Il Csi non è né un negozio dove si vendono tessere o arbitraggi; né una fondazione privata e multimiliardaria che provvede a colmare le lacune delle istituzioni scolastiche pubbliche. Il Csi è una libera asso­ ciazione, che vive sull’impegno volon­ tario dei suoi operatori, che promuo­ ve esperienza sportivo-educative ca­ paci di contribuire alla crescita del­ le persone e delle comunità, al rin­ novamento dello sport e dell'associa­ zionismo giovanile nel nostro paese.

Finalità della formazione è prepa­ rare operatori (di norma volontari) per lo sviluppo dell'associazione e per una sua presenza sempre più si­ gnificativa nella realtà culturale e so­ ciale italiana. Da questa finalità di­ scendono gli obiettivi che l’associa­ zione indica al settore formazione, in relazione alle proprie condizioni generali e alle esigenze che via via si presentano. I piani per la formazione altro non sono che la definizione di questi obiettivi e la programmazione delle strategie atte a raggiungerli L’obicttivo centrale del nuovo pia­ no per la formazione approvato dal consiglio nazionale concerne la for­ mazione degli operatori di base., in grado di operare subilo nelle società sportive con una sufficiente compe­ tenza tecnico-educativa e con il mas­ simo della consapevolezza circa il lo­ ro ruolo di animatori socio-culturali. Operatori per nuove società sporti­ ve, per fare nuove le ocietà sportive già esistenti; operatoli per tonificare

c rinforzare il tessuto associativo di base del nuovo Csi: questo il succo del piano per la formazione.

QUALE TIPO DI OPERATORI I metodi della formazione dipendo­ no dalle finalità da perseguire, dagli obiettivi da raggiungere, dai mezzi a disposizione.

Un'associazione come il Csi ha bi­ sogno anzitutto di operatori consa­ pevoli del loro ruolo e dell’importan­ za culturale e sociale di questo ruo­ lo; ha bisogno cioè di operatori che sappiano ciò che sono: educatori e non tecnici neutri, animatori di per­ sone e di gruppi e non operatori che offrono servizi, portatori di un ori­ ginale progetto di liberazione e non solo efficienti « dirigenti » sportivi.

In secondo luogo, al Csi occorrono operatori competenti: l’educazione si sostanzia e si esplica mediante le tecniche; l'animazione reclama la co­ noscenza delle realtà c dei soggetti da animare. Saper fare e sapere so­ no i due aspetti indissociabili della competenza.

Consapevolezza del ruolo e compe­ tenza nel ruolo si alimentano a vi­ cenda in un processo di formazione permanente. Saper essere, saper fare e sapere rappresentano i tre ambiti di apprendimento la cui compresen­ za deve essere assicurato in ogni pro­ cesso formativo. Ma è dal riconosci­ mento della priorità del saper essere (l’ambito in cui risiedono i criteri di selezione e di giudizio del saper fare e del sapere) che, in questa fase di sviluppo del nostro movimento, di­ pende il successo della formazione degli operatori di base del nuovo Csi.

Roberto Zanon

Il corso si svolgerà a Passo della Mendola (Trento) dal 22 al 29 luglio prossimo. E’ promosso dall’ISEF di Milano che ha sede presso l’università Cat­ tolica. Il corso, a numero chiuso per 60 partecipanti, è rivolto a tutti gli ope­ ratori sportivi che si dedicano o de­ siderano avvicinarsi a un impegno educativo-sportivo tra i giovani.

• Programma Le lezioni seminariali e pratiche, tenute dagli insegnanti dell'ISEF di Miano. verteranno sui seguenti temi:

1.Tempo libero. Sport come cultu­ ra del tempo libero; 2. Struttura e organizzazione delle attività promozionali degli enti cat­ tolici: 3. L’importanza formativa del movi­ mento; 4. Sviluppo della motricità nel pe­ riodo evolutivo; 5. Diverse forme di attività motorie; 6.Attività motoria per età in am­ biente naturale; 7. Avviamento polisportivo; 8. Valutazione della funzionalità car­ dio-respiratoria e metabolica duran­ te l’attività muscolare; 9. Controlli preventivi e valutazioni attitudinali; 10. Considerazioni psicologiche sui giovani atleti; 11. Aspetti metodologici dell'allena­ mento giovanile nelle diverse specia­ lità; 12. I problemi dell'alimentazione.

o Modalità di adesione I singoli partecipanti contribuiranno ai costi del corso in ragione di L. 110.000. La prima rata di L. 30.000 va versa­ ta unitariamente all’invio della sche­ da di adesione; la seconda rata va invece versata prima dell’inizio del corso. I versamenti possono essere effettuati mediante c.c.p. n. 14/5880 intestato a: Università Cattolica del Sacro Cuore - Centro di Cultura - Pas­ so Mendola - 38010 Ruffrè (Trento).

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INIZIATIVE NAZIONALI DI FORMAZIONE

Informiamo brevemente sulle ini­ ziative nazionali per la formazione degli operatori in programma nei prossimi mesi. CORSO NAZIONALE PER OPERATORI REGIONALI

II corso, che si svolgerà a Pallanza (Novara) dal 26 giugno al 1° luglio, mira alla formazione di operatori re­ gionali che dovranno far parte delle équipes regionali per la formazione e che quindi si aggiungeranno agli operatori che hanno partecipato al primo corso del 1977. Dato lo scopo del corso, i parteci­ panti dovranno essere in possesso, oltre che di esperienza associativa, anche di una competenza specifica nei diversi ruoli: dirigente, operatore di una delle quattro fasce dell’atti­ vità sportiva, allenatore nelle diver­ se discipline, arbitro, consulente ecc. Il loro futuro compito sarà di ani­ mare e realizzare l’attività di forma­ zione a livello provinciale e regio­ nale. Il corso si baserà sull’approfondi­ mento teorico e l'applicazione alle nostre attività dei tre seguenti temi fondamentali: a) Ludicità, gioco, sport b) Rapporto operatore-gruppo c) Rapporto associazionismo-ter­ ritorio. I tre temi saranno illustrati da esperti.

INCONTRO NAZIONALE CONSULENTI Si svolgerà a Roma (Castelli roma­ ni) dal 28 al 30 agosto (in un primo momento era stato annunciato dal 29 al 31 agosto); interessa soprattut­ to i consulenti ecclesiastici provin­ ciali e regionali. Il tema dell’incontro è « Comunità cristiana, sport e territorio » con svi­ luppo sui seguenti aspetti principali: 1) La realtà c il significato di terri­ torio e associazionismo c il loro rap­ porto; 2) la presenza della comunità cri­ stiana nel territorio, la sua attenzio-

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ne allo sport e il suo servizio attra­ verso lo sport alla promozione dell’ uomo; 3) il rapporto tra C.S.I. e la comu­ nità cristiana; la loro presenza e in­ cidenza sul territorio. Anche per questa iniziativa è pre­ vista la partecipazione di esperti nel­ le varie tematiche.

INCONTRO PER OPERATORI STAMPA REGIONALI Si svolgerà a Roma nei giorni 6-7 ottobre; ha carattere soprattutto operativo e organizzativo e pertanto interessa quelle regioni che già han­ no incaricati stampa regionali o quanto meno hanno individuato ele­ menti idonei e in linea di massima disponibili a svolgere tale ruolo. Gli scopi che si intendono raggiun­ gere sono: — precisare la funzione degli inca­ ricati stampa regionali e le loro pos­ sibilità operative nei confronti dei Consigli provinciali e verso l’esterno dell’Associazione; — precisare e consolidare il loro rapporto con il Servizio stampa na­ zionale; — fare un’analisi degli strumenti informativi del CSI ai vari livelli, an­ che in vista della verifica congres­ suale e degli impegni associativi del prossimo quadriennio; — confrontarsi sulle tematiche del dibattito congressuale per individua­ re i possibili modi e strumenti di so­ stegno. Si invitano fin d'ora le regioni e gli interessati a segnalare la loro dispo­ nibilità a partecipare. CORSO NAZIONALE PER OPERATORI PROVINCIALI

Si svolgerà dal 1“ al 4 novembre a Sorrento. Mira a qualificare un certo numero di operatori provin­ ciali che già si impegnano nei Con­ sigli o che avrebbero le doti e l'intenzioni di farlo. I contenuti e le modalità più det­ tagliati saranno resi noti in seguito.


Da ottobre il dibattito congressuale Con il prossimo mese di settem­ bre, inizio ufficiale della stagione sportiva 1979-80, comincia anche il periodo di preparazione al Congres­ so nazionale del 1980. Esso consiste nello svolgimento delle Assemblee di Società sportiva e dei Congressi pro­ vinciali o di Circoscrizione zonale. L’appuntamento congressuale qua­ driennale segna il ritmo della vita dell’ associazione sulla base degli obiettivi nuovi o aggiornati che rap­ presentano altrettante tappe di avvi­ cinamento alla realizzazione delle fi­ nalità statutarie. Attraverso un vasto lavoro di ve­ rifica e di riflessione associativa, co­ minciato con l'Assemblea nazionale svoltasi a Rimini nell’ottobre scorso e poi proseguito con incontri nazio­ nali di varia ampiezza, è stata com­ piuta una analisi preliminare della situazione del C.S.I. nel momento at­ tuale. In tal modo si è giunti alla indivi­ duazione delle « tematiche congres­ suali », cioè degli argomenti centrali e^principali attorno ai quali ruoterà la discussione associativa a tutti i li­ velli, dalla base societaria al Con­ gresso nazionale. I temi prescelti sono i seguenti tre: 1) Associazionismo e vita comu­ nitaria. 2) Attività sportiva educativa e sociale. 3) Società sportiva e territorio.

Si è ritenuto che i problemi del­ l’associazionismo e della sua vita, dell’attività sportiva, della colloca­ zione associativa e dell’azione sul ter­ ritorio fossero i più importanti in questo momento sia per il C.S.I. al suo interno, sia per lo sport italiano in generale. Certo i problemi, i dub­ bi, le carenze, i bisogni, specificamen­ te nostri e di tutto lo sport, sono molti e ciascuno assegna ad essi un proprio ordine di priorità. Ma biso­ gnava fare una scelta c soprattutto dare ordine e organicità ad un dibat­ tito che si articolerà in molteplici modi, a vari livelli e per la durata di alcuni mesi (dall’autunno di que­ st’anno alla primavera del prossimo).

Durante i prossimi mesi estivi sa­ rà diffuso il materiale di lavoro per il dibattito congressuale che il Con­ siglio nazionale ha predisposto. Ser­ virà a stimolare e sostenere la ve­ rifica associativa ai vari livelli. Con­ sta di alcuni elementi di lettura e di giudizio sulla situazione del mo­ mento, sotto il profilo socio-cultura­ le, politico, religioso-ecclesiale, spor­ tivo, e di una prima formulazione di tesi sui tre argomenti indicati. La lo­ ro formulazione definitiva, per la re­ lazione congressuale, sarà fatta sulla base di quanto emergerà dai Con­ gressi di base. Ciò che è importante, e che per ovvi motivi manca nel materiale pre-

disposto, è l’analisi delle singole real­ tà in cui le Società sportive e i Con­ sigli provinciali operano. Il dibatti­ to congressuale locale dovrà fondar­ si, per essere concreto e incisivo, su tale lettura realistica delle situazioni ambientali perché il servizio associa­ tivo del CSI nasce e si sviluppa sulla concretezza del territorio. Fin d’ora, dunque le Società spor­ tive e i Consigli provinciali e circo­ scrizionali che intendono utilizzare il momento congressuale come occasio­ ne di crescita, mediante la verifica e l’aggiornamento della loro espe­ rienza, dovrebbero preoccuparsi di acquisire i dati sulla loro realtà in­ terna e suH'ambiente circostante.

A Tortora: Corso ds educazàon® psSooniotorra per insegnanti elementari TORTONA — Il Consiglio circoscri­ zionale CSI di Tortona ha organiz­ zato, dal 7 al 10 maggio u.s., un Cor­ so di educazione psicomotoria rivol­ to agli insegnanti elementari del lo­ cale terzo circolo didattico. Il corso, tenuto da Roberto Grandis e da Ottorino Bianchi di Savo­ na, si è proposto di offrire agli in­ segnanti una visione nuova del rap­ porto educativo adulto-bambino, rap­ porto che non può trascurale la cor­ poreità e che, come tale, è psicomo­ torio, cioè rivolto alla unità funzio­ nale della persona. 1 circa cinquanta insegnanti pre­ senti hanno preso parte attivamente ai vari incontri, proposti attraver­ so tre differenti metodologie:

a) una serie di comunicazioni da parte degli istruttori, vertenti, in mo­ do particolare sulla problematica del rapporto tra il bambino e il mondo circostante: strutturazione dello sche­ ma corporeo, pragmatica della comu­ nicazione, creatività, ccc.; b) dimostrazioni con gruppi di bambini e gli istruttori, nelle quali sono state evidenziate le varie situa­ zioni inerenti l’oggctto del corso: c) vissuti da parte degli inse­ gnanti medesimi, su temi proposti. Inoltre, cogliendo l’occasione di ta­ le corso, il CSI tortoncse ha organiz­ zato una tavola rotonda sul tema « Sport, uomo, società: la proposta del CSI ».

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A Torino nascono con le Società i programmi di attività 1979-1980 TORINO — Se si vuole operare be­ ne necessita effettuare una seria ve­ rifica della propria azione e program­ mare quella successiva, tenendo con­ to delle osservazioni raccolte. Questo è stato il concetto che ha animato il consiglio quando ha di­ scusso come procedere alla program­ mazione dell’attività associativa del 1979-80. Forse qualcuno si stupirà che già si parli della prossima stagione spor­ tiva: ma il tempo corre via veloce e, se non si fa attenzione, non si rie­ scono a rispettare i tempi necessari ad un’azione seria. Queste le decisioni del Consiglio provinciale, che in parte sono state già attuate. 1" fase: Le commissioni per l'atti­ vità sportiva, in accordo con la Pre­ sidenza Provinciale, effettuano delle assemblee di disciplina con le socie­ tà sportive. In tali assemblee esami­ nano l’attività svolta nella stagione 1978-79, registrano le osservazioni e i consigli che i protagonisti (voi soci delle società) fanno, iniziano a for­ mulare delle proposte per il futuro.

2‘ fase: La Presidenza Provinciale, in accordo con il coordinamento per l’attività sportiva, effettua tre asassemblee di zona a cui sono invita­ te tutte le società sportive e, in par­ ticolare, quelle affiliate: in queste oc­ casioni si analizzeranno le esigenze del territorio preso in considerazione, per poter programmare per il 1979-80 interventi di promozione dell’attività sportiva che rispondano ai bisogni della popolazione.

3“ fase: La Presidenza Provinciale e il coordinamento per l’attività sportiva raccoglieranno tutto quanto è emerso nei diversi incontri e pre­ disporranno un documento con le os­ servazioni e le proposte emerse. Que­ sto materiale sarà esaminato dal Con­ siglio Provinciale in una riunione aperta alla partecipazione di tutti i soci che lo desiderassero: da questo incontro emergerà la programmazio­ ne della attività del CSI torinese per l’anno 1979-80, che verrà successiva­ mente pubblicata, e diffusa all’inter­ no e all’esterno dell’associazione.

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ACQUI TERME — In occasione del trentennale della costituzione del consiglio circoscrizionale di Acqui Terme, è stata organizzata la V Pa­ squa dell’atleta, manifestazione in­ terregionale di campestre e atletica leggera su pista. Hanno partecipato alla manifesta­ zione più di quattrocento atleti di se­ conda e terza fascia di dieci consi­ gli CSI e in rappresentanza di qua­ ranta società sportive. Nella serata precedente alle gare, si è ricordata la trentennale azione del CSI acquo­ se, alla presenza del sindaco e del­ l’assessore allo sport della città, di Giorgio Guidetti per la presidenza nazionale CSI, di Morabito per il CSI Torino.

MILANO — In questo periodo in cui lo sport sta diventando un fatto sociale, anche il Centro Sportivo De­ siano, affiliato al CSI, ha pensato di far sentire la sua voce. E’ nato così un fascicolo nel quale si delineano le linee ispiratrici e i futuri obiettivi della Società di Desio. L'opuscolo è indirizzato — è detto nella premessa — a tutte quelle per­ sone che credono ancora lo sport un mezzo di maturazione umana. Lo si è pensato, cioè, come veicolo per ini­ ziare un serio e critico dibattito sui modi di fare e propagandare l’atti­ vità sportiva oggi. Non si è avuta la pretesa di inventare qualcosa di nuo­ vo, ma di confrontarsi con la realtà che continuamente ci interpella per adattarci all’evoluzione dei tempi. Il fascicolo si compone di tre parti. 1. Il Centro Sportivo Desiano og­ gi. Un'associazione di promozione sportiva cristianamente ispirata per l’animazione umana e sociale: a) la realtà che ci interpella; b) l’associa­ zione; c) l’ispirazione cristiana; d) Società e sport. 2. I nostri programmi. Dalle in­ tuizioni alle applicazioni, dalle moti­ vazioni ideologiche alle competenze tecniche: a) l’attività sportiva; b) l'a­ zione politica; c) la vita associativa. 3. Un po' di retrospettiva. Un confronto con il passato per una ve­ rifica costruttiva del nostro stare in­ sieme.

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A Siena erano in seicento «insieme per conoscersi meglio»

A Parma una «Pasqua dello sportivo» che forse andrebbe rivista

Gli arbitri fiorentini del CSI incontrano i colleghi di Cremona

SIENA — In una bella giornata di primavera si è svolta il 6 Maggio, presso la Pieve a Molli - Tegoia, la giornata « Insieme per conoscersi meglio », organizzata dal Centro Sportivo Italiano di Siena. Alla manifestazione sono interve­ nute oltre 600 persone, molte delle quali si sono ritrovate al mattino di buon’ora per partecipare al « Passo passo nella Montagnola », che possia­ mo considerare come la più vecchia ed una delle poche scarpinate real­ mente non competitive della provin­ cia di Siena (lo stesso riconoscimen­ to di partecipazione per i primi e per gli ultimi). Molte le società ed i gruppi parte­ cipanti, da quelli sportivi a quelli ecologici, da quelli familiari alle co­ mitive di amici; tra i primi iscritti (oltre 20) i più numerosi sono stati: gli Amici della Vipera, Equipe Notre Dame, C.A.I., Padule, Torre del Man­ gia, C.S.I.-San Domenico, Città del Palio, Caltoiano, Camporegio, Kronos 1991, Trapo. Una scarpinata che speriamo abbia lasciato tutti soddisfatti e per la cui organizzaione ringraziamo la Cassa Rurale ed Artigiana di Sovicille, il Siena 27 Club CB, l’Arciconfraternita della Misericordia di Siena, il Grup­ po di Molli. Al mattino c’è stata anche l’inau­ gurazione dello studio storico-foto­ grafico su « L’insediamento umano nella Montagnola Senese » (organizza­ to dal C.S.I. con la collaborazione dell’Associazione Ricerche Archeolo­ giche di Siena). Nel pomeriggio, dopo il pranzo che molti hanno consumato sul posto, in mezzo ai canti ed ai fumi del vino, con la fiacca nelle gambe, ci siamo ritrovati quasi tutti per passare in­ sieme la serata, per i meno stanchi un torneo di tiro alla fune che, no­ nostante alcuni momenti di confusio­ ne dovuti, come ha detto una signo­ ra presente, « all’amor del vino », si è concluso felicemente ed in alle­ gria. La Messa nella Pieve di Molli e la consegna delle medaglie ai parteci­ panti alla mostra fotografica hanno concluso ufficialmente la manifesta­ zione. vùhio Cerretani

PARMA — Si è ripetuta anche que­ st’anno la « Pasqua dello sportivo » e, al di là del fatto in sé e dell’eti­ chetta, reputo necessario fare alcune considerazioni circa l'impostazione di questa manifestazione per verificar­ ne la validità in rapporto ai fini ed agli obiettivi del Centro Sportivo Ita­ liano. Volutamente, quindi, soprassiedo alla disquisizione sulla validità della « Pasqua dello sportivo » in quanto tale... rischierei di fare un discorso del tutto accademico, astratto, avul­ so da una realtà che comunque vuo­ le questa manifestaziose. Il quadro organizzativo della edi­ zione di quest'anno ha visto il calcio — guarda caso — farla da padrone con dodici rappresentative delle va­ rie categorie (2 per la « Minicoppa », 2 per i « Paperino’s », 4 per i « Pul­ cini », 2 per gli « Esordienti », 2 per gli « Allievi »,) che comprendono ra­ gazzi dai 10 ai 16 anni (2J e 3“ fascia). Per i ragazzi dei « Centri di Forma­ zione » dai 6 ai 10 anni (1* fascia) una campestre e, piatto forte della gior­ nata, alcuni giochi: corsa nei sacchi, tiro alla fune e percorso attrezzato. Per i frequentatori del posto, la Cit­ tadella, la possibilità di trovarsi a curiosare in una manifestazione sen­ za dubbio diversa. Per tutti una S. Messa celebrata al campo ha aperto la mattinata. Quanto sopra in sintesi. In prati­ ca sono state ben cinque ore di inin­ terrotta attività... e non è poco! Non è poco, ma non basta. Se si vuole, infatti, fare questa « Pasqua dello sportivo » è assolutamente necessario adeguarla, anche organizzativamente, alle scelte di fon­ do operate dall’Associazione nell’ulti­ mo decennio, scelte in grado di qua­ lificare l’attività perché vanno nella direzione della «liberazione» dell’uo­ mo, di tutto l’uomo e di tutti gli uo­ mini, che è il grande significato della Pasqua cristiana. Deve essere ampliata la gamma del­ le attività — di gioco, di sport vero e proprio, collaterali — anche come fatto promozionale tendente a diluire l’attuale c perdurante « calciocrazia » del territorio parmense ed in modo particolare del C.S.I. locale.

FIRENZE — Il 16 aprile scorso il Gruppo Arbitri provinciale del C.S.I. di Firenze ha ospitato nella città del giglio i colleghi del C.S.I. di Cremo­ na, per trascorrere insieme una gior­ nata all’insegna dell’amicizia, viven­ do un momento associativo estremamente interessante. L’incontro è iniziato nella matti­ nata del giorno 6, con l'arrivo a Fi­ renze degli amici cremonesi, che era­ no in tutto 50, i quali sono stati ri­ cevuti, al casello autostradale di Fi­ renze Nord, da una rappresentanza di colleghi fiorentini. Dopo il primo cordiale scambio di saluti, la comiti­ va si è diretta al campo sportivo co­ munale di Rifredi, dove era stato predisposto un incontro di calcio fra due rappresentative dei rispettivi Gruppi. Al termine della partita, ci siamo ritrovati tutti in un ristorante nei dintorni di Firenze; molti arbitri era­ no accompagnati dai rispettivi fami­ liari, per cui, nella sala del banchet­ to, vi erano circa 80 persone, che hanno subito fraternizzato, facendo onore, in un clima di vera allegria, alle numerose portate succedutesi sulla tavola. Al momento del rituale brindisi fi­ nale e delle altrettanto rituali foto ricordo, ha preso brevemente la pa­ rola il dottor Otello Sorbi, Presiden­ te della Commissione Disciplinare del C.S.I. fiorentino, che, a nome del Con­ siglio provinciale e del Gruppo Arbi­ tri, di cui è socio, ha rivolto un cor­ diale saluto ai presenti. Successivamente hanno preso la parola il Presidente della Commissio­ ne Calcio, in rappresentanza del Con­ siglio Provinciale di Cremona, che, dopo aver rivolto un vivo plauso agli organizzatori della riuscita manife­ stazione, ha consegnato al dr. Sorbi una targa offerta dal Consiglio di Cremona a quello di Firenze, a ricor­ do della giornata. Alle parole del Presidente della Commissione Calcio, si è associato anche il Presidente del Gruppo Arbi­ tri di Cremona, Giovanni Geroni, che ha fatto dono ai colleghi fiorentini di un’artistica targa e di alcuni dcpliants turistici della città di Cremo­ na, rivolgendo loro l’invito a ricam­ biare, quanto prima, la visita.

Franco Incerti

Donato Campanella

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LA SOCIETÀ SPORTIVA - 2

PARTECIPAZIONE un termine logorato Un giorno chiesi ai ragazzi di un campo scuola cosa significasse per loro « partecipare ». Eravamo nell’eu­ foria sessantottesca, e non avevo dubbi che conoscessero il significato. Potenza della semantica! I conte­ nuti che ne scaturirono furono assai diversi: c’era chi assimilava « parte­ cipare » a « prendere parte ; chi, in­ vece, forse ricordando le partecipa­ zioni di nozze, asseriva che parteci-» pare significa « rendere qualcuno consapevole di qualcosa ». E’ chiaro che entrambe le definizioni snatura­ no il valore del termine. Ma un ter­ mine non si svuota solamente igno­ randone il significato: lo si vanifica anche utilizzandolo molto, ma a li­ vello puramente verbale. Il termine « partecipazione » ha subito spesso questo destino. Non so se avete mai letto lo sta­ tuto della nostra associazione: se no, vi consiglio di prendere subito in considerazione alcuni articoli: non so­ no noiose elucubrazioni giuridiche. Guardate, ad esempio, l’articolo 3 sulla società sportiva. E’ un capola­ voro di indicazioni pedagogiche, un vero trattato. Notate i vari passaggi (il testo è nello specchietto riporta­ to a lato): «associazione», «vivere insieme », « esperienza comunitaria », « impegno sociale », « reciproca inte­ grazione », « unico impegno ». Non c’è che dire: è un trattato sulla par­ tecipazione! Ma c'è veramente partecipazione nella nostra associazione, a tutti i li­ velli? C’è democraticità, che è altra cosa. Tra democraticità e partecipazione corre la medesima differenza che vi è tra la carta che compone questa pagina di giornale e il testo scritto. Democraticità è condizione per co­ struire la partecipazione. La demo­ craticità è una caratteristica sancita dallo statuto: ci sono elezioni, c'è una maggioranza, una minoranza ecc. Partecipazione è stile educativo. Non necessariamente ciò che è demo­ cratico è anche partecipato, tutt'altro. Scambiare questi termini è dunque un altro modo per snaturare la par­ tecipazione. Siamo sì un’associazione democratica (a tutti i livelli: dalla

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società sportiva ai vertici nazionali) perche uno statuto sancisce chiara­ mente questa pecularietà; ma siamo, parimenti, un’associazione partecipa­ ta? C'è partecipazione nelle società sportive? E nelle strutture di ser­ vizio? La partecipazione è un processo di presa di coscienza personale di uno stile; nessuno statuto può imporla: sarebbe un paradosso, né più né me­ no del famoso imperativo « Sii spon­ taneo!! ». Mi sono più volte chiesto il moti­ vo per cui in molte organizzazioni che hanno attuato, nella loro storia, processi di trasformazione come la nostra, le persone che nello scorso

intervento ho definito « intramonta­ bili » abbiano resistito a tutte le mu­ tazioni. Sì, è vero, anche le persone si trasformano, crescono, recepisco­ no nuovi valori. Ma non sempre, non illudiamoci. In questo processo del « rimanere a galla » gioca spesso una posizione schizoide, per cui da una parte si accetta tutto, a parole, dall'altra si vanifica tutto, con i fatti. E nei fa­ mosi momenti di riflusso, questi no­ stri amici sono i primi a invocare a gran voce il ritorno, le revisioni, i cambi di obiettivi. Hanno accettato, questi signori, il clima democratico; ma della partecipazione neppure l’ombra.


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po’ di Bibbia non fa male!) rimpian­ geranno le cipolle che venivano loro erogate nel periodo della schiavitù; ma Mosè, certamente il primo gran­ de animatore, stimolò ad abbandona­ re questi rimpianti: la libertà è una conquista, ma è anche un bisogno fondamentale della persona. Anche partecipare è bisogno fondamentale: il fatto che esso sia assopito dai con­ dizionamenti circostanti non signifi­ ca che non esista.

Dallo Statuto del CSI

Art. 3 La Società sportiva è una libera associazione motivata dalla decisione dei soci di vivere insieme l’esperienza sportiva secondo la visione dell'uomo e dello sport alla quale il C.S.I. si ispira. In essa il C.S.I. assolve primariamente il proprio compito educativo: nell' esperienza comunitaria i soci, giovani e adulti, secondo le possibilità e le doti della propria personalità, ricercano e trovano proposte, modelli, sollecitazioni capaci di contribuire al conseguimento della loro maturità umana e traggono ispirazione per un concreto impegno sociale. L'attività della Società sportiva tiene adeguatamente presenti le diverse esigenze maschili e femminili, là dove coesistono, non perdendo di vista la necessità che uomini e donne, mettendosi in reciproca integrazione educativa secondo a propria originalità, assumano insieme la responsabilità dell'esercizio sportivo e partecipino ad un unico impegno sociale.

PARTECIPARE E’ REALIZZARE INSIEME

Art. 5

La vita della Società sportiva è regolata daH'Assemblea dei soci. A questa compete, in particolare, la responsabilità delle decisioni relative: alla ri­ chiesta di affiliazione al C.S.I. e del suo rinnovo annuale, all'immissione dei nuovi soci; all'elezione dei responsabili della vita associativa; alla program­ mazione delle attività e a i relativi preventivi di spesa; alla valutazione dei risultati di ciascuna attività e dei consuntivi di spesa. L'Assemblea ha inoltre il compito di determinare valutazioni ed orienta­ menti per il Congresso provinciale.

J PARTECIPARE E' FIDUCIA NELLA CAPACITA’ DELLA PERSONA DI ESSERE ORIGINALE

Vecchia filosofia, direte. Sì, ma se la motivazione che mi muove non scaturisce dalla convinzione per cui ogni persona deve esprimere le po­ tenzialità che possiede, chi me lo fa fare a impegnarmi in un rapporto partecipativo? Se l’adulto pensa che educare i ra­ gazzi significhi inculcare in loro al­ cuni sentimenti o alcuni comporta­ menti, il processo partecipativo na­ sce morto. E’ un assurdo in fieri. La partecipazione è la profonda convin­ zione che il progetto comune abbi­ sogna dell’apporto di tutti, che è più importante che esso sia un progetto comunitario (cioè partecipato) che non un bel progetto: ciò non esclude che, al tempo stesso, possa essere comunitario e bello, ma il privilegio è certamente per la prima caratte­ ristica. E’ la vittoria della socialità sulla produzione, della persona sul com­ pito. PARTECIPARE E’ PROGETTARE INSIEME

La progettazione è momento fon­ damentale di partecipazione. La so­ cietà sportiva, ad esempio, ha nume-

rosi momenti di progettazione: l'ini­ zio dell'anno in cui si ritrova per stendere il programma annuale; la riunione in cui discute se aderire o meno ad una iniziativa; rincontro per definire le modalità di una gita, di una trasferta... C'è un progetto da costruire: e la costruzione di tale progetto può es­ sere frutto di una persona, di pochi, di tutti. Certo, se il progetto è par­ to di una sola persona, o di pochis­ sime lo sforzo è minore: non c’è da discutere, magari da votare... E’ una via breve, un corto circuito che in­ cenerisce i processi partecipativi. Ma che fare? Riunire sempre tut­ ti? E poi i ragazzi vogliono la pap­ pa fatta, delegano, desiderano trova­ re le cose predisposte: certo, è la vittoria della produzione. Non si trat­ ta di istituire un’assemblea perma­ nente (un mito sessantottesco, rima­ sto mito): si tratta di mettere in azione alcune tecniche, semplici sem­ plici (l’animatore non è solo persona di buona volontà: possiede delle tec­ niche, cioè delle conoscenze sui rap­ porti tra le persone) per stimolare tutti a costruire il progetto, nella convinzione che l’azione educativa non è nel progetto (repetita invanì!) ma nella partecipazione di tutti alla costruzione del progetto. Ma i ragaz­ zi vogliono la pappa fatta! Certo: il male di un sistema sta soprattutto nell’aver fatto interiorizzare alle per­ sone i valori di tale sistema. Anche gli israeliti uscendo dall’Egitto (un

Al progetto segue la realizzazione concreta. Anche qui le vie da intra­ prendere possono essere differenti: ma se il progetto è comune è più facile che comune sia la realizzazio­ ne. No, per carità, ciò non significa che tutti fanno tutto; è un assurdo pensare che alla programmazione co­ munitaria di una società sportiva se­ gua una realizzazione comunitaria: tutti allenano, tutti organizzano, tut­ ti giocano... Ci sono, evidentemente, dei ruoli (o, meglio, dei differenti modi di essere nella comunità). Pe­ rò tutti, ciascuno nel proprio incari­ co, lavorano a costruire il progetto che tutti hanno elaborato. Due parole anche sugli incarichi: chi li distribuisce? Qualcuno pensa che assegnare piccoli incarichi ai ra­ gazzi (curare la tenuta delle maglie, gonfiare i palloni, ecc.) possa essere stimolante, possa « farli sentire re­ sponsabili ». Spesso, invece, un mo­ do abile per affermare che c’è uno che dirige e altri che eseguono. Lo stimolo a partecipare lo si lancia so­ lo facendo concretamente partecipa­ re le persone e la partecipazione è progettazione insieme, realizzazione insime, verifica insieme (lo vedremo). Ogni altra via vanifica la partecipa­ zione. Gli incarichi, dicevamo: ma è chia­ ro che anche la distribuzione degli incarichi fa parte del processo par­ tecipativo! E’ talmente chiaro che molti lo ignorano, perché è un pun­ to da « far tremare vene e polsi ». Si tratta, capite, di mettere in di­ scussione il proprio ruolo, forse an­ che di perderlo o di modificarlo. All’art. 5 dello statuto del CSI « La vita della società sportiva è regolata dal­ l’assemblea dei soci. A questa com­ pete la responsabilità delle decisio­ ni relative: (...) all’elezione dei re­ sponsabili della vita associativa (...) » sono in molti a far orecchio da mer­ cante: ma via, i ragazzi non sono maturi per queste cose; figuratevi se vogliono assumersi il ruolo di Presi­ dente...; poi, è bene che il Presidente sia un adulto. Partecipazione sì, discussione di ruoli no. Ho l'impressione che an­ che in molti vertici più o meno inter­ medi questo accada. Altrimenti do­ vrei negare la fantasia di certe as­ semblee nell’eleggere sempre le stes­ se persone da decenni. Conosco l'o­ biezione. Pochi si assumono incari-

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chi! E' vero: c’è sempre chi se li as­ sume per tutti! Un carissimo amico un mattino di festa mi invitò a seguirlo: tracciò il campo, preparò le maglie, portò i ra­ gazzi dalle rispettive abitazioni al luogo di gara, arbitrò, accompagnò i ragazzi alla Messa e lesse l’Epistola. « E’ dura, — mi disse stanco alla fine, — devo fare tutto da solo! ». PARTECIPARE E’ VERIFICARE INSIEME Di solito il processo di partecipa­ zione, là dove è attuato, si ferma ai primi due momenti: progettazione e realizzazione. Ma è un processo mon­ co, quindi non partecipativo. Cosa occorre ancora? Il gruppo deve guar­ darsi allo specchio: deve, cioè, fare il punto tra il progetto che si era prefissato e la realizzazione concreta di tale progetto. Deve verificare. Far verificare è, da molti, considerato tempo perso. Perché stare a riflette­ re su se stessi, a danno dell’azione? E' il pragmatismo che, di tanto in tanto, salta fuori. Riflettere su se stessi significa di­ venire consapevoli di un vissuto che senza riflessione è solamente tale. I nostri atti non debbono essere da noi solamente vissuti: debbono es­ sere acquisiti alla coscienza; i due momenti sono successivi e si pro­ ducono grazie alla riflessione. La so­ cietà sportiva che ha programmato e che ha realizzato, deve ora assume­ re consapevolezza del processo; deve verificare la distanza tra progettazio­ ne e realizzazione, le difficoltà emer­ se, gli errori, i passi avanti compiuti. Far verifica significa, in concreto, sedersi attorno ad un tavolo e discu­ tere: discutere del modo di essere della società sportiva, discutere i ruo­ li; poi, magari, discutere il futuro, cioè riprogrammare. Attraverso un processo comunita­ rio di programmazione, realizzazione e verifica si avvia la partecipazione. Non è processo semplice. Stimolare alla partecipazione richiede un’abitu­ dine, un allenamento, una « forma mentis », un grosso amore per gli altri. Sono questi i motivi per cui la partecipazione non è un fatto mecca­ nico. Anche i tre momenti partecipa­ tivi possono essere abilmente elusi, non illudiamoci. Ci sono mille e mil­ le modi. Il problema di fondo resta quello della concezione educativa, della scelta di fronte alle domande: chi educa? Come educa? Per quale società? « Educazione » è termine mi­ stificatorio se ad esso non si allega la propria personale risposta a quei tre quesiti. Ma nella società sportiva tutto ciò è applicabile? Esistono i presuppo­ sti? Non è una forzatura, un po' co­ me volere rendere comoda una scar­ pa di ferro? A queste domande dob­ biamo offrire una risposta, per non cadere nella trattazione teorica. Per­ ché se il processo partecipativo è applicabile, allora è giustificato un impegno anche prolungato. Roberto Grandis

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Quattro società sportive di Piacenza discutono su se stesse Dal periodico « CSI Piacenza » del marzo scorso stralciamo il seguente dibattito std ruolo e l'identità della società sportiva. Alla tavola rotonda hanno parteci­ pato le società: CSI Sportivetto 1945, Pallavolo Belvedere, Gamma Basket, San Pietro. Ha svolto le funzioni di moderatore il presidente del Consi­ glio provinciale CSI, doti. Franco Paratici. La discussione è partita da una precedente analisi della società spor­ tiva fatta dal giornale che si può sin­ tetizzare così:

E’ formata da soli maschi c spor­ tivi praticanti appartenenti al ceto medio-inferiore che sacrificano tem­ po e denaro per la propria società. Tutte le decisioni sono prese da lo­ ro ed i giocatori hanno il compito di... non pensare. Queste persone « non fanno politica », sono loro stes­ si che procurano con vari mezzi i fondi necessari per la vita sociale. Ritengono che sia dovere degli En­ ti locali reperire gli impianti da uti­ lizzare gratuitamente o con modica spesa. Solo la società calcistica aspira a procurarsi il « proprio campo », quel­ le che fanno sport di palestra prefe­ riscono utilizzare gli impianti esisten­ ti. Obiettivo principale della società è vincere facendo l'attività « federa­ le » e accettando, ma come « attività minore » l’attività CSI. Il reclutamento dei giocatori viene fatto attraverso leve con le quali av­ viano i piccoli (senza badare all'età, anzi più sono giovani c meglio è) al­ lo sport. Su questa « impostazione » della società tipica lutti i partecipanti (Pier Luigi Rapetti per la Pali. Bel­ vedere, Cesare Sala per il San Pie­ tro, Luigi Rossi per lo Sportivelto ed il signor Galli per il Gamma Basket) si sono ritrovati d’accordo: così si presenta l'attuale situazione delle so­ cietà sportive locali. Rispondendo poi alle singole do­ mande sono stati messi in luce gli aspetti positivi e negativi di questa « immagine ».

1) Nella vostra società le decisioni prese dal Consiglio Direttivo sono unitamente ai giocatori? in ogni ca­ so: vale la pena che tutti (dirigenti e giocatori) partecipino alle decisio­ ni della società? Tutti si sono trovati concordi sul fatto che anche i giocatori parteci­ pino alle decisioni del CD, anzi quasi tutti avevano già fatto esperimenti in tal senso. Però soprattutto Rapetti e Rossi hanno avuto risultati negativi in quanto, in generale, c’è « assentei­ smo » (ossia i giocatori preferiscono limitarsi a giocare). Tutti concordi, comunque, nel de­ finire positivamente una partecipazio­ ne degli atleti, ricercando nella gio­ vane età la ritrosia a questo tipo di parecipazione. Per usare una frase di Sala, « i gio­ catori devono partecipare al proces­ so di formazione delle decisioni », ma la decisione finale spetta al CD e può essere anche contraria alla decisio­ ne della base. Il moderatore ha chiuso l’argo­ mento senza tuttavia spingersi a ri­ chiedere la risposta al quesito « per­ ché un giocatore giovane non può fa­ re il presidente? ».

2) Nella vostra società fate « politica? » hi ogni caso: la società deve o no « fare politica »? Sulla seconda domanda Paratici ha chiarito cosa intendesse per « far po­ litica »: ossia non aderire o meno ad un partito, ma bensì fare delle scel­ te e non estraniarsi dalla vita che circonda la società sportiva. A chiarimento avvenuto tutti i par­ tecipanti si sono trovati d’accordo nella necessità da parte delle società di fare politica nell'aci czione su espressa. Purtroppo su questo punto molto tempo se n’è andato sul chiarimento del concetto del « fare politica » e la risposta non è stata poi molto appro­ fondita. Per sommi capi si può dire che: una società sportiva può essere be­ nissimo parrocchiale (prima scelta)


prendere contributi da una Ammini­ strazione social-comunista (seconda scelta) usare il pullmino gentilmen­ te prestato da una ditta locale (terza scelta) e così via. Tutto questo purché non perda la propria identità che è la scelta più importante della vita della società.

3) La vostra società « vive di cari­ tà »? In ogni caso: i fondi per soppe------------------- COltte do~ rire all'attività sportiva vrebbero essere reperiti?

Su questo quesito sono sorti i pri­ mi contrasti tra i partecipanti: Pa~ ratici ha cercato di condensare i ri­ sultati della discussione riconducen­ doli ad un denominatore comune. Tutte le società si autogestiscono facendo contribuire tutti i soci in modo diverso (quando non possono anche gratuitamente) con contributi finanziari (dalle mille lire del bambi­ no in su) e con lavoro manuale. Su questo punto tutti concordi an­ che se Sala ha ribadito più volte che il versamento di denaro è già di per sé discriminante e quindi socialmen­ te non giusto. Però mentre Sala punta al poten­ ziamento della autogestione, gli altri accettano altre forme di finanzia­ mento quali la « sponsorizzazione » (ammettendo però che a Piacenza è sconosciuta o a livello di « carità » per l'esiguità delle somme che rie­ scono a reperire). Rapetti fa giustamente rilevare che è questione di dimensioni (or­ mai anche a livelli di semplici cam­ pionati e neppure nazionali parliamo di cifre da tre a cinque milioni co­ me ridere): quindi non è possibile in­ sistere sull’autogestione o, come l’ha definita Paratici sulla « fantasia » (che va dal bonario « taglieggiamento » de­ gli amici, alla manifestazione in not­ turna per accantonare una certa ci­ fra con la quale finanziare l’attività, o comunque in mille altre forme di­ verse frutto, appunto, della fantasia). In compenso tutti rifuggono da quello che è purtroppo oggi alla ba­ se spesso della sopravvivenza delle società calcistiche: il mercato degli

schiavi » ossia la compravendita dei calciatori. Paratici, dal canto suo, fa rilevare come l’attività sportiva delle società dovrebbe essere finanziata dallo Sta­ to ed in modo diretto anziché attin­ gere soldi dal Totocalcio. La maggioranza però accetta il concetto di finanziamento indiretto (impianti sportivi gratuiti ecc.) ma ritiene pericolosa l'ingerenza diretta dello Stato nelle società, che invece vogliono conservare la loro autono­ mia « privata ».

4) Voi usate gli impianti sportivi. Sono vostri o usate quelli di terzi o dell' Amministrazione Comunale e Provinciale? Come dovrebbe essere il rapporto società/impianti sportivi?

La risposta è abbastanza semplice e la discussione parte da una espe espe-­ rienza a Borgonovo testimoniata da Galli: nella borgata la cittadinanza ha contribuito con il proprio lavoro alla costruzione degli spogliatoi. Alla fine tutti d’accordo: gli im­ pianti devono essere costruiti dagli Enti locali, gestiti dai privati (ad esempio dalle società in collabora­ zione con i Quartieri) e non comple­ tamente gratuiti, soprattutto per abi­ tuare gli utenti al rispetto degli im­ pianti, infine si ritiene utile incenti­ vare i privati nella partecipazione al­ la costruzione degli impianti stessi. E’ vista comunque favorevolmente anche la gestione degli impianti at­ traverso organismi messi in opera dalla pubblica amministrazione pur­ ché ci sia la partecipazione demo­ cratica di tutti (ad esempio tramite la Consulta dello Sport).

5) La vostra società è « polisportiva » o « monosportiva »? Sulla « polisportività » c’è stata una uniformità di giudizio ma in pratica solo il San Pietro ne sta attuando il principio mentre gli altri, pur es­ sendo nati polisportivi vorrebbero tornare ad esserlo ma attualmente sono società monosportive.

Si è poi dovuto chiarire il concet­ to di polisportività: della società o degli individui? Per Sala c Paratici non ci sono dubbi: è l’individuo che deve essere polisportivo c nel San Pietro si lavo­ ra in tal senso. D’altronde la scelta non poteva essere diversa: l’uomo non nasce monosportivo ma lo diven­ ta in seguito alle sollecitazioni diver­ se che lo raggiungono con ogni « mezzo ». Gli altri partecipanti alla tavola ro­ tonda sono invece di parere oppo­ sto: è la società che deve essere poli­ sportiva non l'individuo. La « tavola rotonda » si è poi esau­ rita con l’illustrazione da parte del dott. Paratici del concetto di « fa­ scia » di attività del CSI: ginnastica solo formativa dai 5 agli 8-9 anni; po­ lisportività (nel senso di far appren­ dere l'esistenza dei vari sports in ma­ niera diretta) dagli 8-9 anni ai 10-11, ossia sempre ginnastica formativa con introduzione però della visione panoramica anche se il più completo possibile dei vari sports. A 10-11 anni il bambino sceglie lo sport, individuale o di squadra, che preferisce e lo pratica però in ma­ niera non esclusiva ma cimentandosi anche in sport complementari a quel­ lo scelto. In questa fascia il CSI auspica di inserirsi con la polisportività non tanto in modo occasionale come sta facendo oggi, ma si potrebbe arriva­ re ad una attività polisportiva an­ nuale alla quale un gruppo di ragaz­ zi e ragazze (anche mescolati se è il caso) praticando diversi sport (tutti praticano tutti gli sport) contribui­ scono al piazzamento con punteggio (classifica senza drammi però!) della propria società.

* * * Gli argomenti sono stati affronta­ ti nella maniera più completa possi­ bile considerato il tempo a disposi­ zione (ahimè insufficiente comunque) e■ verranno nuovamente dibattuti in una prossima tavola rotonda a cui verranno invitate altre cinque so­ cietà.

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!

LA FIPAV LANCIA IL

MINI VOLLEY

Ai primi di aprile la Federazione Italiana Pallavolo ha presentato ufficialmente l'attività di Mini-volley che avrà dimensione internazionale. Nell’occasione è stato presentato anche un film didattico, « La pallaverde », prodotto in 16 millimetri dalla FIPAV, ed è stato lanciato il « 1° Trofeo Topolino-Minivolley » organizzato tramite i Comitati provinciali FIPAV con la collaborazione del settimanale « Topolino » della editrice Mondadori. Il trofeo si svolge da aprile a settembre, prevedendo delle fasi provinciali da disputarsi entro il 30 giugno e la fase nazionale che si svolgerà a Verona nei giorni 2-3-4 settembre prossimo. Possono iscriversi al trofeo le associazioni sportive affiliate a qualsiasi ente o liberamente costituitesi; la partecipazione è riservata ai ragazzi e alle ragazze nati nell'anno 1967 e seguenti (il Mini-volley è una ttività prevista per ragazzi dai 9 ai 12 anni). Alle Società e ai Consigli interessati a partecipare consigliamo di rivolgersi direttamente ai Comitati provinciali o regionali della FIPAV. In questa sede ci interessa soprattutto illustrare alcune caratteristiche di questo gioco-sportivo concepito e diffuso con criteri tecnici e organizzativi che ci sembrano validi e raccomandabili a tutte le nostre strutture periferiche. Insieme al seguente intervento del nostro Coordinatore Nazionale dell'attività sportiva sul 2° Symposium Internazionale di Mini-volley, pubblichiamo anche le dieci fondamentali regole del gioco. Riservandoci per la prossima stagione sportiva di fornire a tutti più ampi dettagli per realizzare questa attività, la Presidenza nazionale è comunque a disposizione di quanti vorranno intraprenderla per fornire ogni possibile assistenza in collaborazione con la FIPAV.


che da solo non può rispondere ap­ pieno alle sue esigenze. Impegnano pertanto il Italiano Mini-volley a:

Comitato

— considerare e proporre il gioco del Mini-volley in un contesto più ampio di attività motorie di base; — strutturare le diverse fasi del Trofeo « Topolino » non sulla fal­ sariga della formula dei campio­ nati, ma sulla base di incontri fi­ ne a se stessi;

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— proporre la realizzazione in col­ laborazione con tutte le compocompo­ nenti educative e sportive di gior­ nate sportive di festa;

+

Il Symposium Internazionale del Mini volley, che si è tenuto ad Aci­ reale (CT) dal 17 al 22 aprile u.s., ha rappresentato un momento impor­ tante per lo sport italiano ed in par­ ticolare per la Federazione Italiana Pallavolo, che ha deciso di non trin­ cerarsi dietro una concezione ridut­ tiva e monolitica dello sport, ma di aprirsi alle diverse e molteplici esi­ genze di una pratica sportiva di base. Due sono a mio avviso gli elemen­ ti caratteristici della proposta lan­ ciata in occasione di tale Congresso: — il riconoscimento esplicito della inidoneità della Pallavolo, in quan­ to insieme di regole e di tecniche complesse storicamente codificate, a soddisfare le esigenze di cresci­ ta e i bisogni fondamentali del­ l’infanzia; — la proposta del Mini-volley, un gio­ co semplice c vicino alle possibi­ lità del bambino, realizzabile in diversi ambienti e situazioni e con poche strutture. Occorre fare attenzione però a non farsi trarre in inganno dal nome del gioco, cioè dal Mini-Volley! Infatti se è ispirato alle regole delia Pallavolo, tuttavia non vuole essere la miniPallavolo per i bambini, ma un gio­ co sportivo originale e autonomo. Questa specificazione è di estrema importanza, in quanto sta ad indica­ re la volontà della FIPAV di non av­ viare i giovanissimi ad una specia-

lizzazione precoce, secondo metodi e contenuti non rispettosi dell’età e dei bisogni reali dei bambini stessi. Questa preoccupazione è stata ma­ nifestata in vari interventi ed in al­ cune delle mozioni finali, molto si­ gnificative. Mi sembra importante riportare l’orientamento e le preoccupazioni manifestate dall'Italia, la Francia, la Danimarca, la Svezia e in parte dal Portogallo nella riunione del gruppo di studio sulle regole di gioco. Queste nazioni, a differenza di al­ tre di diversa tendenza, sottolineano il carattere socio-pedagogico del Mi­ ni-volley ed esprimono il timore che se ne abusi, concependolo soltanto come preparazione alla normale pal­ lavolo e quindi all’attività agonistica. Sono dell’avviso che non ci sia bi­ sogno di regole uniformi e che oc­ corra adattarle alle diverse e tipiche esigenze dei vari paesi e località. Per esse il Mini-volley non è uno sport, ma un mezzo autonomo di educazione, che non deve condurre necessariamente ad un’attività spor­ tiva parascolastica, ma lasciare ai bambini tutte le possibilità di sce­ gliere il loro sport favorito (da « Rapport da de la Réunion d’étude pour l’élaboration de Regles de jeu uniformes »). Altra mozione, di indubbio valore sul piano politico e dei contenuti, parte dal presupposto che per una educazione globale del bambino oc­ corra tenere in considerazione il suo processo evolutivo e il fondamenta­ le bisogno di una corretta matura­ zione psico-fisica. Tale maturazione può essere rag­ giunta attraverso lo sviluppo delle qualità di base (come ad es. la coor­ dinazione dinamica generale, la per­ cezione spazio-temporale e l’educa­ zione sensoriale) e la graduale evo­ luzione delle forme di gioco (d’e­ spressione libera e d’immaginazio­ ne, giochi funzionali e di movimento e giochi di regola). 1 delegali firmatari ritengono che un tale processo educativo può es­ sere realizzato soltanto attraverso una graduale attività globale e spe­ cifica nel pieno rispetto dell’età e del­ le possibilità di comprensione del bambino e non attraverso un gioco.

— farsi portavoce presso i compe­ tenti organismi delle carenze del­ la scuoia elementare in materia di attività motoria e della neces­ sità di un effettivo inserimento di insegnanti di educazione fisica particolarmente qualificati (dalla mozione n. 1). Anche il gruppo di studio n. 2 (« Proposte tecniche per l’organizza­ zione del Mini-volley nella struttura di base ») si preoccupa che la formu­ la di svolgimento delle gare abbia dei contenuti nuovi, vista l’età degli interessati (9-12 anni), rispetto alle competizioni tradizionali. Viene elencata una serie di sugge­ rimenti quali ad esempio: squa— massima cura nel formare f" drc omogenee per fasce d’età; — possibilità di formare squadre mi­ ste (maschi e femmine); — necessità di un continuo scambio di ruoli;

obbligatorietà delle sostituzioni a rotazione. Vi è infine la mozione n. 5 che sottolinea la diversità esistente tra la disciplina della Pallavolo e il Mi­ ni-volley, proponendo di inserire nel­ lo Statuto della Federazione Inter­ nazionale Pallavolo (FIVB) una nor­ ma che preveda la costituzione di un’autonoma Commissione Interna­ zionale Mini-volley. A conclusione di questa panorami­ ca non si può che rimanere soddi­ sfatti per quanto è emerso nel corso dei lavori c per l’apertura dimostra­ ta dalla FIPAV. A mio parere c’è un rischio da evi­ tare, quello cioè che il Mini-volley si cristallizzi e divenga quindi una nuova disciplina sportiva per i bam­ bini. Occorrerà pertanto l'impegno da parte di tutti perche il Mini-volley rimanga un gioco semplice da inse­ rire nell'attività e nei giochi previsti per i ragazzi di questa età.

Mauro Ottolenghi

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Dalla «miniguida» al minivolley della FIPAV

minivolley

IL SENSO DEL GIOCO LE SUE REGOLE IL MODO DI ORGANIZZARLO COS'E' IL MINIVOLLEY?

Il minivolley è una forma di atti­ vità motoria che. ispirandosi ai prin­ cipi della pallavolo e riferendosi al suo schema tecnico, si propone di of­ frire un gioco dimensionato e conge­ niale alle caratteristiche fisiche e psi­ chiche dei piccoli praticanti.

A CHI E’ RIVOLTO? L'età dei minivolleysti è compresa (di massima) fra i 9 e i 12 anni, ab­ braccia il secondo ciclo delle scuole elementari ed ì primi due anni di media inferiore. In questo periodo di tempo si com­ pie una evoluzione che porta i sog­ getti dalla fanciullezza alle soglie del­ l'adolescenza; tale processo è ac­ compagnato da profondi mutamenti di ordine psico-fisico ai quali il mini­ volley si adegua tendendo a sfruttare, via. via, le capacità dei fanciulli ed a stimolare quelle ancora allo stato po­ tenziale. Parallelamente, anche le strutture, i mezzi (campo di gioco, rete e regole) ed i metodi saranno tali da assecondare e favorire il pro­ cedimento formativo.

PERCHE’ MINIVOLLEY E NON PAL­ LAVOLO? Fisicamente, a nove anni, il fan­ ciullo è un individuo acerbo, la sua muscoaltura è ancora poco sviluppaat ed i movimenti che implicano un impegno in potenza (come ad es. la schiacciata ed il muro) ai quali par­ tecipano tutti i muscoli e le artico­ lazioni del corpo, sono, se non com­ pletamente. ancora abbastanza lon­ tani dalle sue possibilità. La sua maturazione nervosa è in­ completa: la carenza di coordinazio­ ne riduce la capacità di compiere con sufficiente precisione gesti che comportino un intervento simmetrico degli arti superiori (palleggio e ba­ gher) e la loro armonizzazione con l'azione combinata degli arti-interioribusto, rende difficile la trasformazio­ ne della velocità orizzontale (rincor­ sa) in elevazione attraverso il com­ plesso meccanismo della rullata e stacco-pari ed appanna la sensibilità rivolta alla direzione ed al dosaggio della palla. Il fanciullo ■ sente • il gomito o il

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ginocchio ma prova difficoltà a flet­ tere o estendere l'articolazione della caviglia, a controllare l’articolazione dell'anca e a decontrarre quella sca­ polo-omerale, tutte condizioni essen­ ziali per l’esecuzione tecnica di gesti pai lavol istici. Per quanto attiene l'aspetto intel­ lettivo, a questa età. il fanciullo ha acquisito sufficienti informazioni per comprendere le finalità del gioco e degli elementi che lo compongono ma difetta nella capacità di sintesi e, pertanto, considera i fondamentali se non proprio come fini a se stessi, quantomeno quali singole e dissocia­ te tecniche. Tali limiti si riscontrano anche nel suo comportamento tatti­ co che si esplica per obiettivi suc­ cessivi, E’ evidente quindi che, in conside­ razione delle possibilità e del modo di agire relativo all'età dei soggetti, educare per mezzo del minivolley non significa trasmettere la tecnica pro­ pria del « gioco madre » nè tanto­ meno far loro apprendere, con ripeti­ zioni imitative, ad utilizzare i gesti dell'adulto che pratica la pallavolo. Si deve invece considerare, secondo il concetto del Piaget che « ...educare vuol dire utilizzare le tendenze pro­ prie dell'infanzia come attività spon­ tanea inerente allo sviluppo ». Il prin­ cipio pedagogico, in definitiva, è quel­ lo di rendere il ragazzo Costruttore della propria attività facendo ricorso ai metodi attivi e considerando che tutto ciò che egli apprende è stato inventato di nuovo da lui ed è il frut­ to delle sue scoperte. Attraverso la pratica del minivolley e di tutta una serie di giochi comple­ mentari. informata al rispetto della naturalezza del gesto nei limiti dell' età, si promuove e si realizza un gra­ duale arricchimento dello schema mo­ torio ed il perfezionamento di mecca­ nismi che. conferendo ai fanciulli una maggiore sicurezza e consapevolezza dei propri mezzi, ne favoriscono la capacità di coordinare e sommare le spinte degli arti inferiori a quelle de­ gli arti superiori, a migliorare la dire­ zione ed il dosaggio del palleggio, del bagher e del servizio, a valutare con sempre maggiore precisione il rap­ porto spazio tempo per intervenire sulla palla e combinare in maniera logica e progressiva le componenti del gioco.


LE REGOLE DEL GIOCO Due squadre si disputano un pal­ lone al di sopra di una rete. Ogni squadra tenta di inviare e far cadere il pallone sul terreno avversario. La squadra avversaria tenta di impedirlo.

La palla non deve essere toccata due volte consecutive da parte del medesimo giocatore, salvo che dopo il muro. La palla non deve essere afferrata, spinta, portata o tenuta, ma deve rimbalzare vivamente. La palla non deve cadere al suolo nel proprio campo, né toccare alcun ostacolo al di sopra od al lato del terreno di gioco, dopo che un gio­ catore della squadra l’abbia toccata.

2. LE SQUADRE

7. GIOCO A RETE

Ogni squadra è costituita da 3 gio­ catori in campo ed una riserva. Du­ rante ciascun set sono ammesse 3 sostituzioni, di qualsiasi giocatore in campo con qualsiasi giocatore che sia a disposizione fuori campo. Se una squadra resta con meno di tre giocatori perde quel set, conservan­ do i punti conquistati ed i set vinti.

I giocatori non devono mai toccare la rete né superarla sul piano verti­ cale tranne che in azione di muro. Possono toccare la linea centrale, ma non devono superarla completamen­ te. La squadra che ha effettuato il muro ha diritto ancora a 3 tocchi.

3. IL CAMPO - LA RETE - IL PALLONE

Dopo la battuta la palla è conside­ rata in gioco fino al fischio dell'ar­ bitro (palla morta). Ogni squadra può richiedere, du­ rante ogni set, 3 interruzioni di cir­ ca 30” ciascuna, per dare disposizio­ ni di gioco e consigli. Il cambio di giocatori deve essere effettuato senza alcun indugio. Il cambio di giocatori od il tempo di riposo di 30” devono essere con­ cessi solo su richiesta del capitano e dell'allenatore, a palla morta e prima del fischio di ripresa del gioco. Se una gara deve essere interrotta per un caso fortuito e l'interruzione non è definitiva essa sarà ripresa al punteggio in cui era stata interrotta.

1. SCOPO DEL GIOCO

Il campo deve essere largo mt. 4,5 e lungo mt. 9. E' diviso in due cam­ pi mediante una rete. Si consiglia che le linee delimitanti il campo e quella centrale sotto la rete siano larghe cm. 5. Altezza della rete: mt. 2,10 per ra­ gazzi e ragazze. Il pallone in cuoio, gomma o pla­ stica, deve pesare gr. 220, deve ave­ re la circonferenza di circa cm. 65, e deve essere gonfiato in modo da non essere eccessivamente duro (non deve opporre eccessiva resistenza ai pollici, comprimendolo mentre lo si tiene in mano). Per il primo e terzo set il sorteg­ gio decide l’attribuzione del campo, o della battuta. Nel secondo set le squadre cambiano di campo quando una di esse raggiunge l'ottavo punto. 4. POSIZIONE DEI GIOCATORI

I giocatori si piazzano nel loro campo nel modo più libero. Uno di essi, a rotazione, effettua la battuta. 5. LA BATTUTA

La palla è messa in gioco dal gio­ catore di turno che si pone dietro la linea di fondo. Il giocatore colpi­ sce la palla con una mano in modo che essa sorvoli la rete e cada nel campo avversario. Il giocatore non può entrare nel campo né toccare la la linea di fondo prima di avere ef­ fettuato la battuta. La battuta, per essere valida, non deve toccare la rete, né un compagno, né un altro ostacolo al di sopra od al lato del campo, né cadere al suolo al di fuo­ ri del terreno di gioco. 6. TOCCO DELLA PALLA Il contatto del giocatore con la palla può avvenire con ogni parte del corpo al di sopra della cintura. Il contatto deve essere breve e simul­ taneo. Dopo un massimo di 3 tocchi la palla deve nuovamente superare la rete.

8. INTERRUZIONI DI GIOCO

9. IL PUNTEGGIO La squadra che ha diritto alla bat­ tuta segna un punto quando l'avver­ sario commette un fallo. Una squa­ dra conserva il diritto di effettuare la battuta per tutto il tempo in cui non commette falli. Quando commet­ terà il fallo, l'avversario acquista il diritto a battere, ma non guadagna il punto (cambio di battuta o cam­ bio palla). I giocatori di una squa­ dra cambiano posto quando la squa­ dra acquista il diritto di battere, ruo­ tando di un posto in senso orario. Una squadra vince un set quando giunge al 15° punto ed ha almeno 2 punti di scarto (15-13; 16-14; etc...). Una squadra vince la partita quan­ do avrà vinto 2 sets (risultati possibi­ li: 2-0; 2-1). Disposizioni particolari possono prevedere anche partite del­ la durata di un solo sets (risultato possibile: 1-0) o di due sets (2-0; 1-1).

disciplinari anche lievi, l’arbitro può escludere un giocatore dalla gara per un set o per l'intero incontro, con­ sentendone la sostituzione, purché nei limiti della regola 2.

NOTE ORGANIZZATIVE • Il Campo Varie sono le misure consigliate per i campi di minivolley. Tutte parto­ no però dall'identico concetto di dare ai ragazzi che giocano uno spazio proporzionale alle loro dimensioni fi­ siche e alle loro capacità di movi­ mento. Spazi troppo grandi non po­ trebbero essere sufficientemente co­ perti ed il gioco perderebbe quella continuità che ne è parte essenziale. Un’altra considerazione di caratte­ re pratico ha sollecitato la scelta del­ le dimensioni: quella di poter tra­ sformare facilmente un campo di pal­ lavolo regolare in più campi di mini­ volley. in modo che la - palestra » possa essere rapidamente adattata alle diverse esigenze. Si consiglia per il gioco 3 contro 3 il campo di 4,5x4,5 (da un campo regolare se ne ricavano 3 semplicemente stendendo una rete lungo l'as­ se maggiore del campo). Si potrà anche giocare in un campo 4,5x6 (si divide trasversalmente la zona di di­ fesa di un campo normale) oppure 6x4,5 (la stessa zona divisa per lungo). Per i più giovincelli, o per il mini­ volley giocato in 4. si consiglia il campo di 6x6. In tutti questi casi lo « spazio ■ a disposizione di ciascun ragazzo oscilla dai 7 ai 9 mq., con­ tro i 13 mq. che ha disposizione un atleta in campo regolamentare.

• La rete Può essere costruita in vari modi utilizzando una vecchia rete da paiavolo. una rete usata di una porta da calcio etc. La rete può essere so­ stituita anche da uno spago o da un filo. Con i piccoli la rete deve es­ sere abbastanza alta, in modo tale che il passaggio del pallone sia « len­ to »: questo permette ai bambini di avere più tempo per vedere il movi­ mento del pallone e di spostarsi in tempo per colpirlo. Si impedisce cosi una troppo frequente interruzione del gioco che diventa fonte di noia.

10. ARBITRAGGIO

o II pallone

Il gioco è diretto da un arbitro. Egli fa osservare le regole del gioco. Egli dirige fischiando l'inizio del gioco (battuta) o le interruzioni con­ seguenti al mancato rispetto delle regole. Le decisioni dell'arbitro sono defi­ nitive e inappellabili. L'arbitro inviterà i giocatori ad ave­ re un comportamento sportivo. In casi gravi o per recidiva di infrazioni

Esistono in commercio diversi tipi di palloni di cuoio per il minivolley, fabbricati da ditte italiane e straniere. Per i più piccoli possono anche es­ sere usati palloni di plastica che pe­ sino da un minimo di 180 gr. ad un massimo di 230 gr. La circonferenza sarà tra un min. di 60 cm. ad un max di 65 cm. Si deve assolutamente evitare che il pallone sia troppo duro.

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Smettono

perché non si divertono Prendendo spunto da una inchiesta condotta a Roma, la doli.ssa Elisabetta Baldo, specializzata in psicologia dello sport, propone alcune riflessioni sulla natura e le possibilità educative dell'attività sportiva.

Lo sport è un’attività umana de­ terminata dal concorso di tre fatto­ ri, ricchi di valore psicologico: gio­ co, movimento, agonismo. Tra questi l'elemento caratteristico ed indispen­ sabile dello sport è quella particolare aggressività competitiva che si defi­ nisce agonismo. Dall’indagine svolta dal Centro Studi Psicologia dello Sport su un campione di 3000 stu­ denti romani di terza media risulta che il 10096 dei giovani cerca nello sport queste componenti, che tra l’altro sono insite nella loro stessa personalità, e vogliono quindi soddi­ sfarle. Ma ne rimangono profonda­ mente delusi perché le loro motiva­ zioni non vengono appagate e se ne allontanano (1006 maschi e 1085 fem­ mine hanno smesso gli sport che praticavano in passato) o addirittura preferiscono altre attività (339 ma­ schi e 648 femmine non praticano al­ cuna attività sportiva). Perché accade tutto questo? Perché fino ad oggi nel nostro pae­ se vengono proposti al giovane due tipi di sport: uno prettamente ricrea­ tivo, non organizzato, che soddisfa le loro motivazioni al gioco c al mo­ vimento a scapito dell’agonismo; ed uno organizzato e competitivo che soddisfa principalmente il bisogno di moto e di agonismo a scapito del gioco. Il bisogno di moto viene poi soddisfatto in minima parte dallo sport competitivo. Qui, infatti, il mo­ vimento è fine a se stesso, si riduce a puro addestramento motorio, è una ripetizione noiosa, e quindi im­ produttiva, di gesti che prescindono dalla partecipazione vigile, attiva ed effettiva del soggetto che lo compie. Ecco perché i giovani che si avvi­ cinano allo sport, sia esso ricreativo che competitivo, non sono mai com­ pletamente soddisfatti.

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i

il

Lo sport ricreativo rinfaccia allo sport competitivo il fatto di essersi ridotto a puro agonismo così che il gioco, l'interesse, la libertà e la crea­ tività non esistono più. Lo sport competitivo è, infatti, la­ voro, ansia di risultato, angoscia di vittoria, frustrazione di sconfìtta... tutto meno che gioco. Lo sport ri­ creativo, invece, vuol rimettere al suo giusto posto l'elemento ludico ma « perde per strada » l’agonismo com­ petitivo. Lo sport ricreativo e quello com­ petitivo vedono davanti a sé, c ne parlano contro o a favore, un agoni­ smo come lotta all'ultimo sangue, su­ peramento totale dell'avversario, pre­ dominio necessario e assoluto di uno

solo su tutti. E’ un agonismo diret­ to contro gli altri giocatori dove l’in­ teresse di un soggetto è contrario a quello di un altro. Questo tipo di competizione è ne­ gativa e diseducativa perché porta alla frustrazione di alcuni: i « per­ denti » eviteranno i fallimenti e non cercheranno di raggiungere il succes­ so; nel futuro non avranno mai il co­ raggio di prendere decisioni sempre per la paura del fallimento. Ma non esiste solo ed unicamente questo ti­ po di competizione! Ne esiste un’altra in cui molti con­ corrono insieme verso una mèta che non è e non può essere la stessa per tutti; nella emulazione l’accento è posto sull'impegno che ciascuno po-


ne nella competizione e non sul ri­ sultato; nel confronto ci si misura senza annullarsi a vicenda poiché vi­ ge la collaborazione e la coopera­ zione. Quest’altro tipo di competizione è indiretta ed educativa perché ogni giocatore compete nei confronti di se stesso, sprona a nuovi traguardi e soprattutto alla cooperazione dei giocatori. Gli interessi dei ragazzi so­ no interdipendenti, tutti cooperano per il successo di ognuno dei mem­ bri e la vittoria del singolo soddisfa i compagni. Se lo sport promuovesse questo ti­ po di competizione con tutta proba­ bilità i giovani non si allontanereb­ bero dalle attività sportive perché finalmente troverebbero soddisfatte le loro motivazioni al gioco, al mo­ vimento e all’agonismo. Il confronto, la competizione, le gare: tutto ciò fa parte dello sport ma va dosato a seconda dei soggetti che lo praticano, affinché ciascuno possa partecipare alla pari con gli altri, raggiungere la mèta e la sod­ disfazione che gli è possibile, adat­ tando lo sport a se stesso e non vi­ ceversa. Cosa fare allora? Promuovere una competizione in­ diretta attraverso un modello di ap­ prendimento adeguato che si allon­ tana nettamente dal primo, più tra­ dizionale. Il punto di partenza è l’esperien­ za, che dipendendo dalla sua strut­ tura e dalle sue circostanze può im­ plicare azione, affettività, soluzione dei problemi, riunione dei dati. La tappa seguente è la riflessione. E' durante questa fase vitale che la esperienza viene analizzata, valutata, interiorizzata e da essa scaturiscono gli insights e i concetti. Dopo lo stadio della concettualiz­ zazione, i concetti derivati da una specifica esperienza sono generaliz­ zati in un contesto più ampio. Il ve­ ro atto della generalizzazione fa sor­ gere problemi e questioni che si pos­ sono risolvere con un’ulteriore anali­ si dell'esperienza, completando il ci­ clo. Questo modello di apprendimen­ to deH’attività sportiva, a differenza di quello tradizionale esclusivamen­ te centrato sull'insegnante, è basato sull’esperienza ed è centrato sul ra­ gazzo. L’esperienza del ragazzo, concettualizzaioni, generalizzazioni, pongo­ no domande c dànno origine a nuo­ ve esperienze e il giovane atleta è implicato nel suo processo di ap­ prendimento. Lasciato libero di muoversi l’atle­ ta prova, tenta, si corregge, progre­ disce a « colpi di errore », guidato nelle sue conclusioni, dall’efficacia e dai risultati concreti o dagli insuc­ cessi delle sue azioni tecniche. Dire « far giocare » non significa tuttavia « lasciar giocare », in quanto l'allenatore resta il consigliere che orienta nella giusta direzione, rileva gli errori più vistosi, osserva con im­ mediatezza le manchevolezze, fa no­ tare il gesto sbagliato. L’efficacia di tale metodo risiede

nel fatto che tutto il tempo dispo­ nibile è dedicato alla ripetizione dei movimenti nell’ambiente vivo del gioco in svolgimento, cioè nelle con­ dizioni reali della gara. Con tale pro­ cedimento didattico, il gesto non è mai separato dal suo scopo pratico c si realizza nel suo ambiente più vero, quello della competizione e del contrasto con l'avversario. Bisogna dedicare più tempo alla riflessione, discussione, educazione. L’allenatorc-educatore non deve es­ sere una figura autoritaria, ma d’ap­ poggio per i ragazzi così da renderli liberi da lui allenatore, capace di prendere da soli le loro decisioni, re­ sponsabili di se stessi; se ciò viene invece fatto dall’allenatore questi ra­

gazzi, da adutli, saranno incapaci di volere di essere decisi. Lo sport non deve avere come uni­ co c sommo scopo la vittoria, il crea­ re campioni; ben organizzato potreb­ be effettivamente integrare un indi­ viduo isolato in un gruppo, provve­ dendo così all’accettazione e forse all'amicizia, l’ansietà e l'insicurezza scomparirebbero perché sommerse nella identità collettiva. E il giovane atleta con la « stof­ fa » del campione faccia pure lo sport secondo il modello tradiziona­ le, ma lo faccia per libera e consa­ pevole scelta, non perché solo così si può fare altrimenti non si è spor­ tivi.

Elisabetta Baldo

REATA DAI PRODUTTORI AGRICOLI NEL 1892 PER SERVIRE E AGRICOLTURA

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Il ■UHI 11111111 DII CONSORTI AGRARI ■ è forza propulsiva del progresso agricolo □ diffonde le nuove tecniche colturali

■ fornisce i mezzi moderni di produzione ■ favorisce l'accesso al credito

LE difende il lavoro dei produttori agricoli ine diante la conservazione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti del suolo □ assicura l'assistenza tecnica

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Chi ci capisce un blà di Enzo Balboni

ottomila lo sa che la carne è buona e rende. E allora dice: « Se Rossi, che peserà si e no 75 chili, costa 65 milioni al chilo, osso compreso, e non ha fatto un buon brodo, non ha reso, i casi sono due: o è una bidonata o qualcuno ci ha marciato ». Chi ci ha marciato? Forse inconsapevolmente proprio Paolo Rossi che — tanto — in seiie B non ci retrocede: in serie B ci vanno i suoi grega­ ri, quelli che si dannavano nel « collettivo », con uno stipen­ dio da gregari, per tener su la barca e valorizzare il cam­ pione. E lui — il campione — « Pablito Mundial », intanto fa­ ceva caroselli, partecipava a serate d'onore, a banchetti, a premiazioni; pubblicizzava scar­ diai » Già: proprio messa al­ pe. televisori, cioccolata, ma­ l'asta. La notizia era pres­ gliette; concedeva interviste. E sappoco questa: « ImperrocImpet poi servizi per I rotocalchi, par­ _i_x i_ *■— ché !a nostra società xè re tecipazioni a programmi tele­ trccessa in serie B (e qui scu­ visivi pubblici e privati e per­ sate devo riaprire una paren­ fino la foto col pettino di fuo­ tesi per precisare che per "no­ ri e il sorriso del miglior den­ stra società" non si intende la tifricio per certi giornali fem­ società nostra di noi, cioè ita­ minili. liana, che — quella — in serie Insomma, mentre <■ Pablito » B è retrocessa da tempo, ma diventava un manifesto pubbli­ il Vicenza, giacché il comu­ citario big. i suoi compagni nicato è suo), dunque la so­ faticavano, sudavano le sette cietà è retrocessa e ha deciso camice e finivano in serie B di mettere all’asta Paolo Rossi, perché — lui — il centrattacco centrattacco, senza privilegi: •< cinque miliardi », di gol non ai miglior offerente ». Come un ne segnava più abbastanza. mobile antico, come una par­ Da che parte sto? Da quella tita fallimentare di elettrodo­ dei gregari: Secondini, Miani, mestici. Faloppa, Guidolin, gente che Che uno va e dice: « tre mi­ domani avrà il problema di pa­ liardi! ». E quelli: << tre miliardi gare la cambiale, come me. sono pochi, ci rimettiamo — Che i tifosi continueranno a minimo — la carta da imbal­ chiamare Felice, Giorgio, Re­ laggio! ». E uno: « Tre miliar­ nato, Francesco e non <■ Pa­ di e due gatti! ». E il bandi­ blito Mundial » e che per an­ tore: « Guardi che vendiamo dare in vacanza, magari, si fa­ un giocatore di calcio non un ranno prestare i soldi dalla suo­ cane di razza pechinese... ». E quello: « Allora tre miliar­ cera. Ma non sono nemmeno contro Paolo Rossi, poverino: di e due mezzeali! ». non è mica colpa sua. Oggi E via cosi. Poi — si sa — uno vale per quel che guada­ arriverà l’avvocato che offre gna o — nel suo caso — per miliardi e « autofiatricambi » e quel che costa. Dice: « è un Paolo Rossi diventerà il cen­ uomo da tremilioni l'anno ». trattacco della Juve. Non delPuah! « E' uno che costa cin­ l’Avellino. L’Avellino non è que miliardi ». Accidenti: in­ nemmeno ammesso aH’asta: è chiniamoci e gridiamo evviva! povero, e i poveri non sono Ma se quello dei tre milioni è ammessi alle aste. Cosi Paolo simpatico, onesto, e pensa? Rossi finirà — metti — alla Puah lo stesso: voglio il po­ Juventus e lui — magari — avrebbe giocato volentieri pro­ ster di Paolo Rossi! Adesso mi domando: se Pao­ prio neH'Avellino. perché — lo Rossi passasse in quel cer­ magari — ha amici o gli piace to paese del trentino dove una certa cucina, un certo hanno tassato i ciclisti come clima. manifesti ambulanti (2.880 lire, A questo punto mia zia di­ ricordate?) cosa farebbe il vi­ ce: « ma se Paolo Rossi è un gile che non si occupa di sport centrattacco che vale cinque e applica il regolamento? Tire­ miliardi sull'unghia, come mai rebbe fuori il libretto e tasse­ il Vicenza è retrocesso in se­ rebbe, accidenti se tasserebbe. rie B perché ha segnato qual­ E allora: me lo sai dire chi che gol in meno di quella fab­ ci capisce un blà? brica di zero a zero che è il Bologna? ». Marcuse. Dice: Marcuse ci capisce, accidenti, e altro che Ahi! Ahi! La zia mette il dito un blà! Lui ha già fatto la nella piaga. La zia ha l’occhio fino: nulla sfugge alla zia. Per­ classificazione: « uomini a una dimensione ». Cioè uomini nien­ ché lei fa i conti della spesa e al supermercato quando com­ te, azzerati, senza spessori. Accidenti: proprio come so­ pra carne da quattromila lire lo sa benissimo che non è fi­ gliole senza anima. Che è il letto e se compera filetto a massimo. Credo.

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SOGLIOLE SENZ'ANIMA Leggo un giornale strano e vedo una strana notizia. Poi c’è il campionato di calcio che fi­ nisce con le retrocessioni e penso a Paolino Rossi « Pablito Mundial ». Cosi le notizie si agganciano tra di loro e mi vengono in mente cose, pen­ sieri: alla rinfusa. Forse ven­ gono in mente anche a voi. La notizia. Passa una corsa ciclistica per un paese del trentino: quattro case, quattro strade. Quanto ci vuole ai ci­ clisti per transitare? Due o tre minuti, quattro forse. Sa­ pete che i ciclisti hanno ma­ glie ricche di scritte non ci­ clistiche: dentifrici, elettrodo­ mestici. aperitivi, mocassini, autoradio, televisori, bibite. Per due, tre minuti, forse quat­ tro. un centinaio di giovanot­ ti in bicicletta e con magliet­ te COn Scritte — l-Ulì-:*—:pubblicitarie hanno invaso le strade del paese (quattro case, quattro strade) e si son fatti vedere dalla popolazione. Allora un vigile urbano che forse non conosce il ciclismo, uno razio­ nale, che applica il regola­ mento. che vive in una dimen­ sione di logica stretta, tira fuori il suo libretto e si mette a scrivere, poi invia tutto al Comune, la pratica viaggia e scatta l'avviso dell'esattoria co­ munale: « imposta pubblicitaria non pagata ». Il calcolo esatto: tot ciclisti per tot minuti, ugua­ le tot. Il tot. finale sono 2.880 lire, nemmeno arrotondate a tremila, perché — si sà — i trentini sono gente onesta e non vogliono un soldo di più di quanto è giusto. Stupore, spiegazione. 1 cicli­ sti erano dei manifesti ambu­ lanti: per dirla all'inglese erano uomini-sandwich, che non sono uomini-tramezzini, cioè uomini da mangiare, ma uomini che fanno pubblicità: cartelloni pub­ blicitari umani. Bene. Apri la televisione e tra la notizia della condanna a morte dello scià di Persia (Iran), l'attentato terroristico a Regina Coeli. e Craxi che par­ la a Genova, c'è anche quel­ la della « messa all'asta » di Paolo Rossi, « Pablito Mun-

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