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Stadium n. 4/1997

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APRILE 1997

SPE IN ABB. POST, COMMA 27 ART. 2 LEGGE 549/95

L’Europa che non c’è EDITORIALE

uesto editoriale di Stadium nasce sulla via ritorno da Magonza, dove sono andato a rappresentare il CSI al 60° Congresso della FICEP, dal 2 al 6 aprile. Per quei soci che non lo sapessero o non lo ricor­ dassero, la FICEP è la Federa­ zione Intemazionale Cattolica che da circa un secolo, sia pure con nomi diversi nelle varie epoche, riunisce le associazioni sportive che operano in Euretpa'~e~''nel

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APRILE 1997

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jyjMARIO

Direttore

L’Europa che non ce

Donato Renato Mosella

Direttore Responsabile Edio Costantini

SFORI DI FRONTIERA

Jesi: in campo con i nomadi

Direzione, Redazione

e Amministrazione

Via della Conciliazione 1, 00193 Roma

DONATO RENATO MOSELLA

GIAMPIERO SPIRITO

EMERGENZADROGA

Un progetto globale di prevenzione Intervista a don Vinicio Albanesi

G.S.

Pubblicazione iscritta al n. 4987

del Reg. Stampa del Tribunale di Roma del 4/1/1956 Progetto grafico

IVALORIJLDIALOGO

La ricchezza del dialogo Un malato da guarire!

CSI EDITORE

Fotolito

Uomini in fuga La moda delle grandi maratone

Punto & Linea Disegni

Lorenzo Quintili

Via Colle Ara della Signora 8,

Oltre la firma poco (o niente)

Comma 27 art. 2 Legge 549/95

ARIANNA CUCINOTTA

Hi

GIAN PAOLO ORMEZZANO

ANDREA DE PASCALIS

20

VANIA DE LUCA

22

STADIUM

24

STADIUM

27

■IMITO

Lo sport nei cartoni animati giapponesi

San Cesareo (RM)

Spedizione in abbonamento postale -

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L'INTESA CDNI-SCUOIA

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Romana Editrice srl,

LEO LEONE

IL BOOM DELLE MARCE

Pier Giorgio Maoloni Composizione, impaginazione

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Le linee programmatiche 1998

Roma

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Belluno: progetto carceri CENTRO SPORTIVO ITALIANO EDITORE Via della Conciliazione, 1

Perché?

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00193 Roma

Tel. 06/6867941-2-3-4-5 Fax. 06/68802940

A che gioco giochiamo

EDIO COSTANTINI

Buone notizie

SARAH

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Le parole del Tatto”: Ecclesialità

VITTORIO PERI

31

Lire 1.000

Periodico associato aIKUSPI (Unione Stampa

Periodica Italiana)


L’Europa che non c e mondo per la promozione di uno sport fortemente ancorato ai valori cristiani e rispettoso della persona

umana. Il tema dell 'Assemblea è stato ancora una volta, la terza in tre anni, quello dell’unificazione europea. Una scelta, questa, che aveva il sapore di un appello a non desistere, a cercare tutte le soluzioni possibili per realizzare compiutamente un sogno di tante generazioni e di tanti popoli, che nell’unificazione

vedono la porta che schiude un futuro migliore. inutile nasconderselo. Non tutto procede per il meglio nel processo di unificazione europea. Il

H

dibattito su Maastricht, sulla moneta unica ed i suoi parametri, sta mettendo in luce crepe

vistose nella volontà effettiva degli apparati politici e finanziari di alcuni Paesi membri di

realizzare una unificazione effettiva, globale e paritaria. Affiorano resistenze di altri settori,

convinti che non sia il caso di andare oltre quanto già fatto, continuano a remare contro coloro che

sognano leghe e staterelli che difendano particolarismi locali, etnici o economici. Trovo importante che in un momento simile alcune Associazioni che rappresentano ampi settori dell’opinione pubblica di quegli stessi Paesi mostrino invece una compatta volontà che si realizzi la “casa comune europea . Evidentemente, una cosa è la volontà dei banchieri e dei primi ministri ed un altra è

la volontà della gente. Per quanto il potere economico influenzi fortemente gli atti dei governi, l’onda

lunga della storia insegna che alla fine la volontà della gente può vincere, se è compatta. Il muro di Berlino, in fondo, si è sgretolato così.

er ora la “casa comune”, quella che la gente sogna, è una “Europa che non c’è”. Aver

P

privilegiato i processi di integrazione finanziaria e commerciale, trascurando quelli culturali e sodali, comporta che il sentimento dell’appartenenza europea non si sia ancora consolidato.

Come d spiegano ricerche recentissime, il sentimento europeista decresce tra gli individui con il decrescere del livello di istruzione e del livello di benessere. Tra i giovani la prospettiva europea è vista

con favore, ma le attese giovanili sono più per l’unificazione economica che per quella sodoculturale. Per dirla con le parole dei ricercatori, “L’Europa non è ancora per i giovani una ‘patria’, un contesto di

riferimento identitario”. All’Assemblea FICEP di Magonza d siamo detti che finora lo sport non ha fatto molto perché l’Europa nasca fondata sui valori e non sulle banconote. Ci si è limitati a moltiplicare e intemazionalizzare le

attività di sempre, quelle basate sul tecnidsmo e l’agonismo spinti, sullo spettacolo, sul commerdo e sui miliardi. Lo stesso Parlamento europeo per ora ha legiferato solo su questo tipo di sport, forse neanche sa che ce n'è un altro da tutelare e incoraggiare.

a FICEP, pur con i suoi limiti e i suoi ritardi, resta un’opportunità straordinaria per dare visibilità

L

europea all’altro sport, per cercare di cambiare le cose, perché lo sport non si lasd contagiare

dai mali dell’Europa nascente e anzi sia di sprone per il superamento di storture e resistenze

nella costruzione europea. In particolare, essendo composta da Assodazioni che lavorano con i giovani a favore dei giovani potrebbe operare in modo da contrastare e rimuovere i sentimenti di

prudenza e di disincanto giovanili sulla costruzione della “Europa che non c’è”. I modi in cui dò può essere realizzato abbiamo comindato a discuterli a Magonza. Non sarà facile, ma abbiamo l’obbligo di provare.

Donato Renato Mosella

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SPORT DI FRONTIERA JESI : "GIOCH INSIEME"CONTRO I PREGIUDIZI

IN CAMPO CONI N 0 MAD I GIAMPIERO SPIRITO

JESI

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I SCRIVE “zingari”, si legge “pregiudizio" e “pau­ ra”. Nella mappa del disagio ci sono anche loro,

gli ultimi discendenti di un popolo nomade arrivalo in Europa tanti se­ coli fa, che neanche gli storici sanno bene da dove. Per la cultura occi­

dentale “nomade” è peggio di “immigrato”: il nomade - dicono - non

cerca lavoro, non mette radici, non abbandona la sua lingua, il suo modo di vestire, le sue tradizioni. In una parola, non si integra, appa­ re e scompare, dunque è un pericolo. In Italia gli zingari sono molti, e

vivono spesso in campi d'accoglienza impossibili, assediati dalla diffi­ denza e dall'ostilità dei residenti, e a loro volta diffidenti. Succede

anche a Jesi, dove però qualcosa si sta muovendo, grazie anche al CSI

che sta usando lo sport per abbattere le frontiere. Vediamo come.

USSÒ decisa. Più volte. Avrebbe sfonda­ to quella porta pur di difendere il diritto della figlia a mangiare. La madre non poteva più allattare la piccola Viola. Il latte artificiale e i biscotti costano e la dura vita da nomade non le consentiva di rispondere in modo adeguato alla primaria necessità umana. Così qualcuno doveva pur pensarci. Ma non d fu biso­ gno d’insistere troppo. La porta della Caritas jesina, dopo qualche solledto, si aprì. Oggi la piccola Viola, figlia di zingari Sinti ha


UNA CULTURA Veduta del campo sosta attrezzato predisposto dal Comune di Jesi.

quattro anni. Quella porta non si è più chiusa. “Sì, è cominciato tutto quella mattina. I rapporti erano e forse rimangono tuttora difficili perché i pregiudizi sono tanti. Decisi che era ora di cambiare rotta. Di provare

dare loro l’opportunità di un’istru­ zione e di un lavoro mi sembra il minimo da fare per una società civile. Allo stesso tempo la non conoscenza crea difficoltà e paura. Anch’io avevo dei pregiu­ dizi” - ammette la volontaria della Caritas - “ Ma essere zingari è una tara che non deve rappresentare una condanna. La loro origine andrebbe invece valorizzata e riscoperta". È un dibattito molto acceso: l'integrazione totale non deve annientare la cultura noma­ de, così diversa dal modello occi­ dentale. Ma la diffidenza cre­ sce da una parte e dall'altra.

CHE RISCHIA

DI ESTINGUERSI NOMADI stanziati a Jesi sono zingari appartenenti al ramo dei Sinti che si differenzia da quello più noto dei Rom. La loro tradizione è legata al circo e alle giostre. Sono circa sessanta di cui 27 bambini dai 2 ai 16 anni. Vivono nel campo sosta predisposto dal Comune in via Carlo Marx e inaugurato il 15 aprile 1995. Parlano tutti l'italiano ma pochi sanno leggere e scrivere. Gli anziani e qualche adulto parlano il Sinto che ha ori­ gine dal sanscrito, poi mescolatosi alle lingue del nord Europa, in particolare il tedesco. Molti svolgono lavori stagionali nei campi o presso aziende, alcuni raccolgono e rivendono ferro. Un ragazzo è cameriere, una ragazza è aiuto-parrucchiera, altri sono arrotini. Non amano le gerarchie, perciò non esiste un capo. Nella fami­ glia, l'uomo è capofamiglia ma il ruolo della donna è fondamen­ tale per l'educazione dei figli e per il loro mantenimento. La parentela è il legame attorno al quale ruotano attività sociali e lavorative. Per la necessità di adattarsi alle condizioni di sopravvi­ venza imposte dalla nostra società, questo gruppo, come molti altri, sta perdendo la cultura tradizionale (dalla lingua allo stile di vita, alle forme d'arte e d'intrattenimento). Amano comunque moltissimo ballare e cantare. Le feste consistono sempre in balli e canti a cui partecipano tutti, dai bambini ai vecchi. Ogni volta che succede qualcosa di bello si fa una festa. Quanto al nomadismo, i Sinti del campo di Jesi tendono a non spostarsi molto spesso: si ritrovano solo con i parenti che sono stanziati nelle città più vicine come Chiaravalle e Senigallia. Gli uomini sono i più mobili oggi, mentre le donne seguono i figli, ormai completamente vincolati dai ritmi della vita scolastica: li accompagnano a scuola e si interessano del loro andamento sco­ lastico. Sono ancora le donne che si occupano delle cure sanita­ rie, della sopravvivenza quotidiana dei figli e della loro educazio­ ne finché sono bambini, dopodiché i maschi seguono il modello di vita paterno. (note a cura del CSI e della Caritas di Jesi)

stati. L’attuale campo sarà infatti diviso in due dal nuovo collega­ mento ferroviario dalla stazione all’interno della fabbrica della Fiat New Holland. I ragazzi vanno a scuola e frequentano il dopo­ scuola.

E poi lo sport...

a rompere le assurde paure e dif­ fidenze reciproche” - racconta Rina Martini, responsabile del centro accoglienza della Caritas locale. Così il Comune riuscì a provvedere alla somministrazio­ ne di latte in polvere e biscotti fino ad un anno d’età.

L’intervento della Caritas L’azione della Caritas è proseguita nel coinvolgimento d'istituzioni e servizi sociali. “Non vogliamo che queste persone per vivere usino espedienti di ogni genere, che gli uomini vadano a rubare o le donne si prostituiscano. E allora

1 Sinti sono stanziali. Sono a Jesi da una decina d’anni. Vivevano lungo la strada, a ridos­ so della fabbrica della Fiat Trattori. Poi il Comune ha attrez­ zato un campo sosta nella zona industriale con regole precise. La soluzione è però provvisoria. Il campo rettangolare, uno spazio asfaltato occupato tutt'intorno da una ventina di roulotte è lungo circa 100 metri e largo venti. Si convive con il rischio e il pericolo. Da un lato la ferrovia. Sopra d sono i cavi dell’alta tensione. Sotto il metanodotto. Tra pochi mesi però i nomadi saranno spo-

Ma sono riusciti a legare soprat­ tutto grazie allo sport e al proget­ to Giochinsieme del CSI. Sei gior­ nate da fine maggio a luglio scor­ so, con il coinvolgimento di ora­ tori e parrocchie. Giochi di movi­ mento, con la palla, senza palla, staffette. Prima non era stata mai organizzata una cosa del genere. Sempre almeno una sessantina di partecipanti con tutti i ragazzi del campo nomadi coinvolti. E ogni volta il gruppo ospitante a proporsi con un gioco a dimo­ strare la propria particolarità, la propria diversità da conoscere e salvaguardare. Qualche dubbio e qualche timore, da una parte e dall’altra e poi tutti immersi nella stessa gioia di trovarsi dalla stes­ sa parte della rete di pallavolo o nella stessa formazione di calcet­

to. Lo sport ha avuto il merito di pensarci e di rompere gli indugi. Di far compiere il salto di qualità. Il progetto nomadi è una delle attività del CSI locale, che conta tutte per sé ben otto società spor­ tive e una fetta considerevole degli oltre tremila tesserati del Comitato di Ancona. Un'adesione vera ai princìpi associativi che si è concretizzata in occasione della manifestazione, meritevole di aver offerto molti risultati. Da capire e valorizzare. C’è stato anche chi, come il sindaco di Jesi, ha visto finalmente i ragazzi Sinti come soggetti sportivi e li ha invi­ tati a partecipare a gruppi di pal­ lavolo e calcio nella sua polispor­ tiva. Encomiabile. Ma si è limitato ad offrire un pallone, non riu­ scendo a ricostruire lo stesso spi­ rito di quei giorni di festa tra mag­ gio e luglio. E così alcuni di loro hanno smesso di giocare al cal­ do. Prima che sia troppo tardi un nuovo progetto di qualità dovrà riac­ cendere la loro passione.


SPORT DI FRONTIERA

OVE vai a giocare? Al campo nomadi? Ma non lo sai che è pericoloso?” Disa­ gio, paura, pregiu­ dizio. Qualche ge­ nitore ha reagito così alla voglia del figlio di partecipare alla rivolu­ zionaria proposta del CSI di por­ tare lo sport tra i nomadi. "Non sono stati molti. Ma effettivamen­ te ci sono state famiglie che non hanno consentito ai loro figli di andare al campo. Però è servito per discutere, per affrontare il problema". Parla a bassa voce e ti guarda timido dietro agli occhiali, Gabriele Cappella, 27 anni, autore del progetto “Giochinsieme" che ha scosso le coscienze dei quarantamila abi­ tanti di Jesi. Sei giornate di gioco e di sport, tutti insieme appunto, ragazzi che abitano nella case di

mattoni e i coetanei che dormono nelle roulotte. Per cultura e per necessità. “Si è pensato sempre ad affron­ tare il problema in termini di emergenza. La scuola, il dopo­ scuola, il campo. Mai qualcosa che unisse veramente, che met­ tesse insieme le diverse situazio­ ni. E il settore sportivo è sempre stato carente. Ecco quindi l’idea di un’iniziativa immediata per un progetto a più lungo termine". Un modo veloce per integrare. Con qualche cautela. Il primo passo è stato un momento formativo. Due incontri cittadini, svoltisi nello scorso maggio, con studio­ si della materia per educare dalle diversità, e due opinioni netta­ mente contrastanti. Da una parte, Daniele Novara, del centro psicopedagico per la pace, convinto sostenitore dell’integrazione tota­

le dei nomadi, dall'altra Carla Osella, presidente nazionale associazione Zingari Oggi, favore­ vole alla rivalutazione delle radici. In mezzo la voglia di fare di Gabriele e del CSI di Jesi. "Nel momento in cui li aiuti, in qual­ che modo li integri nel tuo mon­ do. E i ragazzi vogliono quest’in­ tegrazione. "Quando abbiamo organizzato le sei giornate, abbiamo avuto qualche difficoltà proprio in occa­ sione dell'appuntamento finale. Le ragazze che avevano preso parte ai primi cinque appunta­ menti erano restie a partecipare proprio nel punto organizzato nel loro campo nomade per non far conoscere agli amici la loro situa­ zione, per non essere ghettizzate. Ma proprio questo è stato lo spi­ rito di Giochinsieme: girare per vari punti della città per fare festa

con lo sport e non etichettare l’i­ niziativa”. Chi vi ha aiutato nel progetto?

“Ci siamo appoggiati subito alla Caritas jesina che ha sempre avuto i contatti con la comunità dei Sinti. Unire le forze per fare qualcosa di utile. Il Comune in un primo tempo ha dato la sua disponibilità, poi si è perso nelle burocrazie. Doveva mettere a disposizione i mezzi di trasporto ma sono nati problemi anche per quello. Alla fine hanno mandato un vigile per fermare il traffico e chiudere la strada adiacente al campo nomadi”. Non avete svolto la manifesta­ zione all'interno del rampo?

"È impossibile. In alto d sono i cavi dell’alta tensione, verso la ferrovia non c’è una rete di recin-


PICCOLI SINTI

SOGNANO...

Gruppo di nomadi nel campo sosta di Jesi.

OGNANO. Un posto mi­ gliore, non diverso. Lucia, 1 1 anni scrive i suoi sogni in una lettera: Mi piace la pallavolo. È il mio sport preferito. Da grande però vorrei fare la parrucchiera. Ri­ guardo il posto dove abito non è che mi piace molto, mi piaceva più l'altro, perché era più all'aperto, dentro il paese, circondato da fab­ briche di cui i padroni conoscevamo. Voglio che in questi posti ci mettano dei giochi come la rete di pallavolo, un flipper se è possibile. Vorrei che queste mie parole si avverassero". Anche a Selene, 10 anni, non piace il campo sosta vicino alla ferrovia. E la sua spon­ taneità è più dura: "Sembra di stare in un car­ cere. Tutto recintato. Non vedo l'ora di andare via, in un nuovo campo. Quei cavi dell'alta tensione ci danno fastidio. Ci fa sempre male la testa". C'è anche il fosso e il piccolo Cristian, 10 anni, c'è finito dentro. "Però mi sono divertito" - ammette arrossendo un po'. Selena e Cristian frequentano scuola e doposcuola e entrambi hanno partecipato a Giochinsieme. Cristian ricorda perfettamente tutti i luoghi dei sei punti-gioco e li elenca uno ad uno. Dopo quell'esperienza, il sindaco ha inserito i ragazzi del campo nei gruppi sporti­ vi. Ma Cristian, tifoso dell'Inter e di Ince in par­ ticolare non vuole andarci più: "Non ho più voglia di giocare al calcio. L'ho deciso insieme ai miei genitori. Anche Daniele non ci va più". Non si sentono a loro agio: il dribbling e il tiro per forza non fa per loro. Vogliono soprat­ tutto giocare, anche se il sogno di Cristian è di viaggiare e andare lontano: "Vorrei salire sul ponte di Brooklyn. Stare lì su e vedere il mare dall'alto". (note a cura del CSI e della Caritas di Jesi)

pagna tutti i giorni il proprio figlio a scuola perché non si fida del­ l'autista del Comune, per il fatto che ci sono tanti ragazzi sul pul­ mino. Ma il loro atteggiamento ora è diverso anche in altre situa­ zioni”.

f cosa é (ambiato nei ragazzi e

nei genitori di Jesi?

“Almeno se n’è parlato, si sono posti il problema. Non credo di aver risolto niente. Ogni famiglia pensa di affrontare il problema a modo suo e offre la migliore so­ luzione”.

Quali?

"Avevamo previsto di lasciare alcune attrezzature sportive in loro dotazione. Invece non hanno voluto, per paura che i loro figli le rompessero e quindi si gettasse discredito sulla loro comunità".

zione ed è rischioso piantare pali perché sotto il campo c’è il meta­ nodotto. E così abbiamo trasferi­ to tutto per strada, giocando lì a pallavolo e calcetto”. / genitori nomadi sono molto diffidenti. Come hanno accettato di far partecipare i loro ragazzi?

“Lo sport ha conquistato la loro fiducia. Hanno mandato i propri figli a tutte le iniziative. Certo i genitori si informavano degli orari, volevano sapere tutto, però devo dire che hanno aderito con entusiasmo. È stato importante. Pensi che, ancora oggi, una madre accom­

Cosa pensa di aver ottenuto con l'iniziativa?

“Si è aperta la strada allo sport, che è servita molto per socializza­ re. Alcune operatrici del dopo­ scuola d hanno confessato che dopo quest’iniziativa è migliorato anche il loro rapporto”.

Quest'anno si farà Giochinsieme?

“La questione del campo nomadi che verrà spostato ha immobiliz­ zato il Comune. Voglio che siano chiare le intenzioni di tutti. Il pro­ getto continuerà e prevede come punto fondamentale l’installazio­ ne di strutture sportive perma­ nenti all’interno del nuovo campo, e non disperdere quanto di buono è stato fatto finora”.


LA CONFERENZA NAZIONALE DI NAPOLI SULLE TOSSICODIPENDENZE

EMERGENZA DROGA: L’ASSOCIAZIONISMO CHIEDE UN PROGETTO GLOBALE DI PREVENZIONE


di sport che, è uno dei punti vin­ centi nella prevenzione" - avverte il fondatore e presidente di Exo­ dus, nonché presidente dell'Associazione nazionale di promo­ zione sportiva nelle comunità. È la stessa "filosofia" che ha ispirato il “Cartello 1997 delle priorità di azione sodale", docu­ mento siglato da CSI, Fondazione Exodus, Compagnia delle Opere, CISL e Adi, dove si parla espres­ samente di sport, di volontà di porre i giovani al centro di eventi sportivi, proprio nell'intento di restituire loro il senso di fìduda e di protagonismo.

Le colpe dei media

VREBBERO potuto decidere qualsiasi cosa

A

che riguardasse il nostro Paese in cinque mi­

nuti. Erano tutti lì, sul palco dell'aula magna della Mostra d'Oltremare, a Napoli, il 13,14 e 15 marzo scorso, uno accanto all'altro a

parlare di droga, il flagello del nostro secolo. Uno schieramento im­ ponente, il primo a sinistra Giovanni Maria Flick, Ministro di Grazia

e Giustizia, quindi Livia Turco, ministro (ma lei pretende di farsi chia­ mare ministra) della solidarietà sociale, Walter Veltroni, vice presidente del Consiglio dei ministri, Giorgio Napolitano, ministro del­ l'interno, Rosy Bindi, ministro della Sanità. Nello stesso anfitea­ tro due giorni prima il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scattato, aveva aperto i lavori della “Seconda conferenza nazio­ nale sui problemi connessi con la diffusione delle sostanze stupefa­ centi e psicotrope e sull'alcoldipendenza". Un confronto serrato, dai toni aspri, dalla dialettica viva­ ce, dalle mille realtà e altrettante verità intorno alla solita doman­ da: “Droga, che fare?”. Si è discusso di molte cose: legalizza­ zione delle droghe, depenalizza­ zione dei reati, la dura vita in car­

cere, la devastazione dell'Aids. Aspetti diversi di una questione complessa, di fronte alla quale il potere annaspa. Sarebbe impor­ tante, allora, ascoltare le proposte di tante associazioni, per costrui­ re tutti insieme una autentica politica giovanile globale, perché la droga la si combatte con la pre­ venzione, ancor più che con la repressione. Prevenzione che, purtroppo, a Napoli è stata un argomento appena sfiorato.

Pensare alla normalità A Napoli anche don Mazzi, fon­ datore e presidente del Gruppo

Exodus, concordava sul fatto che non si parlasse abbastanza di re­ cupero e di politiche giovanili. “Corriamo il rischio di andare a casa con un progetto per i dispe­ rati e privi di un programma per, diciamo così, i normali. Abbiamo chiesto addirittura un dipartimen­ to presso la presidenza del Con­ siglio sui problemi dei giovani. Speriamo adesso che il Governo d dica andate avanti, perché va bene la poesia, va bene la vo­ lontà ma ci vogliono anche i soldi. Attenzione perché le nuove droghe vanno a toccare proprio il mondo della normalità. Quindi occorre pensare alla normalità, in senso di scuola, di tempo libero,

In verità, nella conferenza di Na­ poli le politiche di prevenzione dalle tossicodipendenze sono state oggetto di un gruppo di lavoro spedfico che ha messo in rilievo la necessità dell'intervento nella scuola e di un corretto com­ portamento dei mass-media. “È inutile fare progetti di pre­ venzione se manca un'informa­ zione corretta, se i mezzi di comunicazione trattano tutto co­ me fosse cronaca-spettacolo. Non si fanno passi in avanti se si continua in questo modo" - ha accusato al riguardo Mario Santi, coordinatore del gruppo di lavoro - “Credo che sia un guaio, un grosso guaio. E allora facciamo crescere i giovani, dobbiamo investire di più nella scuola, uno dei punti di aggregazione. La scuola non è estranea a questo momento storico. Non basta conoscere una materia per saper­ la insegnare. Sono due questioni completamente differenti, la capacità di relazionarsi all’adole­ scente è fondamentale. Un conto è essere un ottimo chimico, un altro è trattare con gli adolescen­ ti. Come adulti siamo in genere poco attenti ai segnali degli ado­ lescenti. Siamo una società che corre molto ed è poco attenta”. A questo punto, per Santi la rilevanza dello sport è soprattutto strutturale, come strumento di aggregazione. “Preferisco parlare di punti di aggregazione, servono per tutti, quindi anche per i tossi­ codipendenti. Penso a città più vivibili, è un modo concreto per lottare contro la droga. Ce deso­ lazione, uno dei principali cardini al disagio è proprio l'aspetto urbanistico ed è vero. Ci sono dei ghetti dove franca­ mente la provoca­ zione non è ‘per­ ché si usa la

Cu


droga' no?’”.

ma

piuttosto

'perché

Serve un’aggregazione di qualità Città non più a misura d’uomo. È una causa possibile, ma certo non è l'unica, considerato che purtroppo la provincia non è certo estranea al fenomeno. E allora si toma a guardare ad altre soluzioni, ad un'aggregazione di qualità, come ha spiegato Don Mario Picchi: “Non dimentichia­ moci il valore degli oratori nella vita di cinquantanni fa per tutti quelli che adesso sono persone mature. Oggi tutto questo non c'è più. Le nostre periferie sono asettiche, guardate Roma" - è l'e­ sempio del fondatore e presiden­ te del Centro Italiano di Solida­ rietà della Capitale - "C’è solo la strada oppure le discoteche. Oc­ corre aprire le palestre e i campi e renderli veramente accessibili. È facile citare un numero x di palestre, ma poi per andarci devi avere un'attrezzatura tale per cui molta gente rimane esclusa. Ri­ mangono ancora palestre d'élite anche se le fanno in borgata". Don Picchi, di fronte al ministro Turco e alla platea, nella giornata conclusiva della conferenza ha parlato espressamente di sport e di proposta giovanile. "C’è estre­ mo bisogno di luoghi dove lo sport diventi parte della vita quo­ tidiana dei giovani. Ma anche al­ l’interno delle scuole, si deve pensare allo sport come valore educativo. Nelle scuole america­ ne o del nord Europa lo sport è parte integrante della vita quoti­ diana degli studenti, li accomuna nella vita sociale, consente anche attraverso il gioco una rivelazione di un’interiorità che spesso rima­ ne soffocata. È molto importante“ - ha concluso Don Picchi - "il valore del gioco, il metodo edu­ cativo e la preparazione degli educatori". Archiviata Napoli, ora già si av­ verte la necessità di una terza conferenza per dare più spazio al volontariato ed al confronto di esperienze e modelli.

INTERVISTA A DON VINICIO ALBANESI

“Non lasciate soli i giovani” APPELLO arriva direttamente dalla conferen­

za nazionale sulle tossicodipendenze di Napoli.

A lanciarlo è don Vinicio Albanesi, presidente del CNCA, Comitato Na­

zionale Comunità di Accoglienza. "In Italia mancano vere politiche

giovanili, eccetto la scuola e così i rischi del disagio aumentano. Il ruolo dello sport può essere determinante. Ma in tutti i settori occor­ re un salto di qualità" - spiega Don Vinicio.


"T

U CONSUMO TRA VECCHIE ENUOVEDROGHE

L CONSUMO di eroina interessa ancora un numero di persone stimato tra le 200.000 e 300.000. Di queste, secondo alcuni studi, solo una quota oscillante tra il 30 e il 50 per cento è in contatto con i servizi pubblici e privati e non più del 10 per cento sono ospiti in una comunità terapeutica. Il periodo medio dell'uso di eroina prima dell'accesso ai servizi è di almeno 4-5 anni. Circa il 30 per cento di quanti hanno intrapreso percor­ si riabilitativi sono arrivati ad una risoluzione completa della dipendenza. L'età dei soggetti copre un arco molto vasto: da un lato persone sempre più giovani (meno di 14 anni) vengono coinvolte nello spaccio e/o nel consumo. Nel mezzo ritroviamo, tra gli altri, un numero notevole di persone che incomincia tardi l'uso di eroina tra i 30 e i 40 anni - spesso dopo consumi variegati di altre sostan­ ze. Infine i quaranta-cinquantenni (spesso con figli e famiglia) per i quali la sostanza è elemento di quasi routine quotidiana. La tipologia del consumo è sempre meno legata alla piazza come luogo ghettizzante, e sempre più a tentativi di attuare una compa­ tibilità protratta per anni: quella di una vita normale caratterizza­ ta da un lavoro, legami stabili e amicizie non "del giro". Cresce, soprattutto tra i giovani, l'uso di droghe leggere. Secondo le poche ricerche disponibili si tratta di 85.000 persone. I tratti salienti del consumatore medio sono una personalità priva di par­ ticolari caratterizzazioni negative, sentimentalmente libero e in una fascia d'età tra i 18 e i 25 anni. Titolo di studio tra la scuola media inferiore e superiore, spesso inserito, anche se parzialmente, nel mondo del lavoro.

In quale direzione?

"La conferenza di Napoli ha fatto capire anche che bisogna occu­ parsi maggiormente di ragazzi normali, di non aspettare che arrivino il disagio e la tossicodi­ pendenza. Lo sport può svolgere una funzione aggregativa ma anche educativa. Spazi di sport non competitivo, ma propedeu­ tico alla competizione, aggrega­ no offrendo risposte utili alla cre­ scita all'adolescente. Se questi cresce bene può avere più stru­ menti per non sbandare e per­ correre la strada sbagliata. “Se i momenti aggregativi sono maggiori, diventano minori i rischi che i ragazzini o le ragaz­ zine corrono. Quindi ci vogliono più elementi, non solo sportivi ma culturali e aggregativi in genere". f lo sport tome strumento da

usare in fase di recupero?

"Lo sport ridiventa un momento di liberazione in un processo complessivo nel quale il ragazzo riconquista le proprie radici. Come effetto, la tossicodipen­ denza interrompe la crescita, perché quando diventi tossicodi­ pendente, l'unico strumento possibile è la droga. Quando vai a recuperare queste vite giovani ti accorgi che c'è anche lo stru­

mento sportivo e quindi ci si può riagganciare allo sport per rico­ struire una giovane vita. “In Italia, purtroppo, c’è un modello sportivo che segue uno strano meccanismo, con uno sport ricreativo fino ad una certa età, che poi, nella fase giovanile, diventa competitivo e più tardi ancora amatoriale. Oggi da noi lo sport giovanile è fatto troppo di competizione, e il ragazzo in diffi­ coltà non regge la competizione". Chi sono i più esposti al rischio della droga, alle soglie del due­ mila?

"Le droghe stanno cambiando. Si stanno rinnovando il modo, le sostanze, l'uso e l'abuso; e quin­ di si è in una continua, incessan­ te sfida. Ci sono comunque mol­ te ancore di salvataggio. Chi vive in famiglia, studia o ha un buon gruppo di amici non corre parti­ colare rischi. I più esposti sono coloro che soffrono troppo e vengono espulsi dalla scuola o dal lavoro. E anche chi tende a quella specie di godimento, co­ me noi lo chiamiamo, cioè quan­ do uno si dedica ossessivamen­ te a una moda come quella di andare in discoteca, tutte le sere, con tutto ciò che consegue. Pos­ siamo dire però che la stragran­ de maggioranza dei nostri ragaz-

(/ dati sono tratti dalla ricerca del Cnca "Droga in frontiera, leg­ gere il passato per ripensare il futuro" Comunità edizioni, pp.

108, Lire 10.000}

zi vive serenamente. L'appello è quello di non lasciarli mai soli. Il ragazzo è vero che vuole trasgre­ dire, è vero che non vuole che i genitori siano attaccati a lui, ma non dimentichiamo che sono dei ragazzi. Commette un grave er­ rore, un autentico peccato mor­ tale, chi considerasse un ragazzo a 15 o 16 anni già maturo e capace di fare da sé solo perché vuole uscire la sera, mettersi l'o­ recchino o vuole tagliarsi i capel­ li in un certo modo. Mai lasciarlo solo, perché come lo lasci solo rischia veramente". Qual è il consiglio allora per ge­ nitori ed educatori?

"Ai genitori suggerisco di essere presenti senza ossessionare i propri figli, sopportando anche la trasgressione. L'adolescente tra­ sgredisce per natura. Allora uno non deve essere ossessivo, per­ ché poi ce il rischio che schizzi via sottraendosi ai genitori. Quin­ di molta tolleranza. Agli educato­ ri bisogna dire che le figure adul­ te, maschili e femminili, sono positive. Non bisogna però fare solo i trasmettitori di notizie, bisogna essere educatori, cioè

farsi carico del minore, essere onesti con lui, dargli contenuti e valori, anche se si lasciano liberi nella scelta. Qualsiasi tipo di va­ lore, da quello civile, a quello sportivo, a quello religioso, ogni forma che sia capace di dare ipo­ tesi e progetti positivi". Il problema dell'approccio è pe­ rò anche collettivo, non solo le­ gato a figure individuali...

"In Italia mancano le politiche giovanili. Sui giovani, eccetto la scuola, non s'investe, quindi il carico rimane sulle famiglie, con il rischio del mercato che offre consumo, svago ma è solo mer­ cato. Movimenti e associazioni che guardano ai giovani, come il CSI ed altri che sanno offrire qualcosa di concreto devono continuare ad insistere con la loro proposta. E non mollare, perché oggi il drogato è sì un trentenne ormai tossicodipen­ dente, ma anche un adolescente sbandato che per tanti motivi divenx ta un giovane a rischio". I.

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IL DIALOGO

PER UN RAPPORTO FATTO DI RECIPROCITÀ

LA RICCHEZZA DEL DIALOGO LEO LEONE

ER UN destino beffardo sembrerebbe che ogni qual volta si insiste sulla necessità di rilan­

ciare il dialogo tra gli uomini si finisce col perderlo del tutto. In paro­ le più semplici: "dialogare sul dialogo"... risulta un esercizio vuoto il cui esito è quello di allontanare ancor più lo scopo che si voleva rag­

giungere. Paradossalmente è quello che si verifica in questi tempi in

cui il tema del rapporto tra gli individui, i popoli, le etnie, le religio­ ni; tra le generazioni, i partiti politici, (visto che le ideologie sembra­ no essere tramontate...) è così inflazionato da essere divenuto quasi

inutile tornare a parlarne; salvo poi toccare con mano che l'obiettivo rimane ancora remoto e che le manifestazioni di intolleranza, di razzismo e di integralismo reli­ gioso le abbiamo un po’ tutti in casa.

Si dialoga tra persone La parola è impegnativa e spes­ so la si svende in un utilizzo po­ co appropriato e dai toni bassi. Un grande pensatore, che sul dialogo ha scritto molte pagine e di slancio elevato, dice che l’era

moderna ha svuotato di senso il dialogo quando lo ha ridotto ad un “intendersi sulle cose" (M. Buber, Il principio dialogico e altri saggi, Editrice S. Paolo). Il dialogo coinvolge le persone, le fa incrociare con le loro ric­ chezze e fragilità e, soprattutto, nelle loro diversità. In tal senso dialogare autenticamente è co­ me presagire un mondo comple­ tamente nuovo, oltre i calcoli quotidiani che facciamo, a no­

stro uso, delle cose e degli altri. Dice Martin Buber: il dialogo non si impone a nessuno. Esso può essere solo in quanto scelta.

Il dialogo sostanzia la scelta educativa Fuori dall’orizzonte dialogico non si pone dimensione educati­ va. Aggiungiamo anche; senza rapporto dialogico non c'è asso­ ciazione intesa come comunità tra persone, si può parlare di ag­

gregazione, di gruppo, di squa­ dra... ma non di associazione comunitaria. Nel dialogo il partner lo si sce­ glie in quanto tale, così come. Lo si sceglie non perché piace, perché è utile, perché fa al caso nostro... Lo si sceglie e basta. II rapporto è fatto di recipro­ cità, di scambio vitale di valori, di atteggiamenti, di idee, di espe­ rienze che, soprattutto in quanto nuove per l’uno o l'altro degli


interlocutori, costituiscono ric­ chezza. Il pregiudizio che attraversa il rapporto più ricorrente e contro­ verso, quello tra padri e figli, tra giovani ed adulti, lo si può con­ densare nella formula liquidatoria: "... tanto, tra questi nostri mondi (non tra noi come perso­ ne) non c'è incontro possibile... e sono mondi troppo diversi (non persone troppo diverse). Di con­ seguenza, nella situazione mi­ gliore, si giunge ad adottare una formula “salvavita" del tipo: “tol­

leriamoci e sopravviviamo senza arrecarci troppi fastidi...!”. Si tratta di una fìnta accettazione che prima o poi, presenterà il conto ad ambedue le parti: padri e figli, adulti e giovani. Operare la scelta dialogica significa aprirsi alle ricchezze, spesso inesplorate, che ciascuno possiede. Significa, per restare sul terreno educativo, impegno volto a far emergere, da parte dell'educatore, le risorse che i

bambini, gli adolescenti, i giova­ ni posseggono, perché le faccia­ no crescere, e le mettano a di­ sposizione del progetto comune di vita che si va a disegnare in famiglia, a scuola, nell’Associazione.

Per una progettualità CSI autenticamente condivisa All’interno del Centro Sportivo Italiano si va sviluppando un am­ pio dibattito intorno al tema della nuova progettualità associativa. Si sta cercando, con qualche fati­ ca, di definire i confini di un oriz­ zonte che per taluni sem­ bra alquanto sfuo-

cato e di tracciare i termini di una strategia che si va gradualmente delineando. Ci stiamo convincendo tutti che i tempi sono maturi perché l'Associazione risponda alle ri­ chieste che salgono dal territorio, attraverso l’elaborazione di pro­ grammi e di progetti sportivi "calzati” sul territorio medesimo. Occorre allertarsi di fronte alle tentazioni e al rischio che ricorre quando d limitiamo alla soluzio­

ne: ogni Comitato territoriale si attrezzi adottando, al proprio in­ terno, un esperto di progettazione. Volendo così risolvere la que­ stione incorreremmo certamente in un passo falso. Troppo ridutti­ va la formula... troppo stile aziendalistico. Ci richiama l’allar­ me sollevato da M. Buber: il dia­ logo non è riducibile all'intender­ si sulle cose, magari poi asse­ gnando a qualcuno la funzione notarile dell'intesa medesima. Vi è tutto un cammino a mon­ te da compiere in cui il recupero della capacità di dialogo e di con­ fronto, all’interno dell’Associazione, costi­

me dalla comune matrice cultu­ rale che ci deriva dall'adesione al patto associativo e allo statuto dell'Associazione. Questo universo così variegato di persone e di esperienze può divenire una inesauribile risorsa o una incombente situazione di rischio. Nel primo caso la diver­ sità si farebbe ricchezza per tutti, nel secondo caso provochereb­ be la dispersione e la frammen­ tazione. Ed è questo il momento storico in cui l una o l'altra eve­ nienza può verificarsi. La scelta della disponibilità, dell'apertura, del dialogo rappre­ senta una scelta di arricchimento

tuisce il passaggio nodale. Oc­ corre incontrarsi tra persone pri­ ma di progettare. Anche perché l'obiettivo ultimo del progetto, ancora una volta, è la persona. Il CSI è un'Associazione com­ posita per l'età e per il sesso dei suoi appartenenti, per la diversa estrazione sodale e culturale, per la varietà delle esperienze uma­ ne e sportive di ciascuno, per la diversa provenienza territoriale. Tali diversità sono tenute insie­

per le per­ sone e per l’Associazione. Lo è ancor più davanti alla constata­ zione che il mondo dei giovani, ma non solo quello, oggi è alla ricerca di comunica­ zione, di ascolto e di reciprocità. Il dialogo intergenerazionale ed interpersonale è allora una precondizione per una proget­ tualità calata sul territorio. Esso, in quanto frutto maturo di una esperienza comunitaria, deve precedere le anali­ si, il confronto su­ gli obiettivi da rag­ giungere, sulle co­ se da fare, sui


IL DIALOGO

programmi e le attività da svol­ gere, sulle strategie organizzative da impostare. Il dialogo apre le menti all'a­ scolto, all’accoglienza, preclude le strade agli arrivismi e ai carrie­ rismi, ben presenti anche nell’as­ sociazionismo sportivo e fa intra­ vedere prospettive impensabili, rafforza la solidarietà tra le per­ sone e tra i gruppi e ravviva le motivazioni che ci accomunano nel perseguimento degli obiettivi che ci siamo prefìssi. Il dialogo fa sì che l’atteggia­ mento di ascolto si estenda a re­ altà associative di diversa appar­ tenenza territoriale, alimentando la propensione al reciproco scambio di esperienze, alla inte­ grazione di vedute circoscritte, all’avvio di strategie di reciproco sostegno, all’ampliamento degli orizzonti. Non renderemmo un buon servizio alla causa della persona se non facessimo delle nostre esperienze sportivo-educative un laboratorio di vita in cui cia­ scuno, per la parte che lo riguar­ da, si predispone in via prelimi­ nare a testimoniare agli altri: col­ laboratori, atleti, educatori spor­ tivi, dirigenti, questo stile di disponibilità all'ascolto e all'acco­ glienza come presupposto ineli­ minabile di una progettualità che parte dalla persona e alla perso­ na finalizza metodi, programmi e attività. Dovremo tornare spesso su questo tema ogni volta che sare­ mo alle prese con i discorsi che ci portano a studiare le dinami­ che di negoziazione tra collabo­ ratori, tra ruoli e tra strutture; ogni volta che le urgenze del quotidiano ci costringeranno a fare i conti con esigenze di coor­ dinamento e di lavoro in équipe. Ci accorgeremo allora che senza questa opzione preliminare, sen­ za la scelta dialogica la nostra fa­ tica sarà destinata solo ad alma­ naccare su tecniche di organizza­ zione che prima o poi ci riporte­ ranno al dilemma di fondo: il CSI vuole essere un'organizzazione o un’Associazione?

PER RI-UMANIZZARE LA VITA QUOTIDIANA

Un malato da guarire! ■■■■■MI padre GIUSEPPE DE STEFANO ■■■■■■

UANTO sto per narra­ re è avvenuto real­ mente nel mese di novembre '96 in una Università della no­ stra Italia. della prima lezione di un corso annuale, il docente dice agli studenti: «Se qualcuno avesse bisogno di parlare con me per eventuali chiarimenti didattici, non tenga conto dell’orario previsto dalla segreteria per la disponibilità dei colloqui. Non mi troverete! Ma potrete trovarmi al seguente recapito: /www.int.com........... ». Ecco! Ormai Internet e mezzi simili hanno preso il sopravven­ to alla mediazione fondamentale degli uomini: il dialogo!

La persona umana è corollata da ricchezze di relazioni, fatte di linguaggi verbali e non verbali, cioè di confronto, di scambio, di conoscenza reciproca e di ge­ stualità comprendenti uno sgu­ ardo, un abbraccio, qualsiasi cenno del corpo che possa far intendere due persone. Cosa sta succedendo intorno a noi? Sembra che questa caratte­ ristica fondamentale e vitale del­ l’uomo, il dialogo, venga consi­ derato un "mezzo superato", poiché non siamo più capaci e disposti a dialogare! Basta vedere la nostra vita fa­ miliare: a tavola parla la TV; do­ po cena (momento in cui, lavoro permettendo, si potrebbe stare insieme) parla il film o lo show di

turno, o ci si ritira a "navigare” su Internet; nel pomeriggio parlano le telenovelas; ecc. Ed i rapporti familiari? "Na­ vigano" in alto mare ed a volte, se non troppo spesso, soffrono il mal di mare per l'eccessiva “na­ vigazione" tra questi strumenti che non servono più all’uomo ma hanno asservito l’uomo, cioè l’hanno reso schiavo! Stiamo anestetizzando la vita, evadendo con la fantasia (In­ ternet, TV, Musica) e provocando dei vuoti affettivi da rendere disadattati e fragili noi stessi e le nuove generazioni. Dove non c’è relazione umana fatta di dona­ zione reciproca, si instaura un processo di disumanizzazione che con il passar del tempo


segna nel profondo la persona, rendendola insicura, paurosa, pessimista, fragile tanto da far nascere il desiderio di una ricer­ ca di senso fatta però di evasio­ ne dalla realtà, con atti o scelte sicuramente degeneranti in de­ vianza di qualsiasi genere (spi­ nelli, alcool, droga, sesso, ecc...).

Mancanza di tempo? Il Dialogo con il suo compagno di viaggio che è l'Ascolto, sono le due pietre miliari su cui e con cui costruire personalità mature. Dobbiamo assolutamente re­ cuperare questo grande malato che è il Dialogo. Lo abbiamo sot­ toposto ad eutanasia, giustifican­ do la sua infermità con la man­ canza di tempo, con il correre per vivere. Bugie! Se andassimo a valuta­ re tutto il tempo che ci facciamo rubare dalla TV, radio, computer, ecc. e lo investissimo per dialo­ gare in famiglia, negli ambienti educativi (sport, scuola, parroc­ chia, ...) ne guadagneremmo in stile e qualità di vita. Ne guada­ gneremmo in serenità umanaaffettiva, incontrando l’altro e condividendo gioie e dolori, donando affetto e ricevendolo, educando e facendoci educare. L'assenza di dialogo ci sta disu­ manizzando, rendendoci super­ ficiali e fuggitivi nei confronti del­ l’altro, incapaci di fermarci a guardare negli occhi chi ci parla, perché... già siamo al dopo... Il Dialogo è una delle scom­ messe per ri-umanizzare i nostri rapporti, per ri-vitalizzare le no­ stre giornate, per ri-costruire le nostre famiglie che rischiano di procedere per monotonia dello scontato, dove si sta perdendo la gioia di dire e sentirsi dire "ti penso”, “ti voglio bene", “mi manchi”, “parliamo un po’”,

“come stai”. Perché non c’è tempo!?!

Le sfide educative II Dialogo educativo è la sfida per continuare a generare i propri figli e formare delle generazioni solide affettivamente e cultural­ mente! Ci si lamenta molto, e forse troppo impropriamente dei giovani che fuggono! Ma chi è disposto ad ascoltarli e quindi a dialogare con loro? Chi è dispo­ sto a fermarsi con loro ed impe­ dirgli quella corsa? Forse le “fughe" di vario genere dei gio­ vani, fanno comodo agli adulti? Chi li ascolta i figli? Chi non ascolta non si apre al dialogo. Forse è troppo faticoso!!! Ma la fatica più grande da cui gli «adul­

Se ci mettessimo più in dialo­ go con i nostri anziani, ci aiute­ rebbero a costruire un vero ed autentico benessere, non distac­ cato dal passato. Ci aiuterebbero a comprendere le fatiche e le sofferenze dell’uomo che sono servite per costruire il mondo d’oggi! Sarebbe un vero pro­ gresso, cioè riconoscente verso una storia da cui nasce e orienta­ to con realismo e maturità verso una storia da costruire. Mentre, se abbiamo l’onestà di guardarci attorno, parcheggian­ do gli anziani e non ascoltandoli più e quindi non dialogando con loro, stiamo vivendo nell'arro­ ganza e nella presunzione di cambiare il mondo senza di loro che l'hanno lasciato nelle nostre

Pertanto il dialogo non è il bene privato di qualche privilegiato,

ma è l’impegno di tutti

per il bene comune.

ti fuggono» è quella di accettare di perdere, di scoprirsi bisognosi di crescere ancora e di assumer­ si responsabilità che coinvolgo­ no tutto se stessi. È più facile imporre, è più semplice condannarli come ge­ nerazione ormai irrecuperabile e lasciarli a fuggire, soli! Ma questo non è dialogo, que­ sta non è educazione! E gli anziani? Nella cultura delTusa e getta", non servono più! E noi ci stiamo condannan­ do a rivivere una storia che ha fatto soffrire i nostri padri. Primo Levi scrive: «chi non conosce la storia è condannato a riviverla». È verissimo!

L’assenza di dialogo ci sta disumanizzando, rendendoci superficiali e fuggitivi nei confronti

dell’altro, incapaci di fermarci

a guardare negli occhi chi ci parla.

mani (o dalle cui mani lo abbia­ mo strappato!) e invece di pro­ gredire, regrediamo. Perché? Perché non c’è una storia che ci sostiene, avendo scelto di non dialogare. Pensiamo ancora alla cultura di vendetta che si sta insinuando nella nostra vita. Sospetti, maldi­ cenze, giudizi, etichette, avvisi di garanzia, lotte di potere, dovute all'incapacità ed all'indispensabi­ lità di dialogare. Quel dialogo inteso come corretta compren­ sione di ciò che dice l’altro e non invece “far dire all'altro ciò che voglio io!”

Un impegno di vita Il dialogo non ammette interpre­ tazioni arbitrarie e personali, ma apre al confronto leale, schietto, che può lasciare anche su due posizioni diverse, ma che non degenera nelfambiguità e tanto meno nel fraintendimento e addirittura nella manipolazione dell’altro. Guardate il cosiddetto “ politi -

chese” dei nostri “palazzi": c'è dialogo? No! Non vogliono capirsi, accogliersi, non costrui­ ranno mai: dove si vuole stabili­ re un potere sull'altro e non un servizio, il dialogo è la ceneren­ tola che attende il principe azzur­ ro: un sogno! una favola! E chi ci rimette? Pertanto il dialogo non è il bene privato di qualche privile­ giato, ma è l’impegno di tutti per il bene comune. Dovrebbe trovarci tutti prota­ gonisti, in ogni ambiente. Famiglia, scuola, lavoro, sport, in ogni luogo dove le persone si incontrano per crescere, per for­ marsi, per vivere. Noi cristiani dovremmo rivol­ gere maggiormente l’attenzione ed il cuore a Gesù Cristo, model­ lo UNICO e provocante il Dia­ logo. Gesù ha donato sempre la massima attenzione ad ogni per­ sona, soprattutto a quella più bisognosa di essere ascoltata e più desiderosa di instaurare un dialogo che cambiasse la propria vita; Gesù non ha mai evitato lo sguardo degli altri, anzi, prima di iniziare un confronto fìssa lo sguardo sul suo interlocutore, fa del tutto affinché l'altro percepi­ sca il suo amore e poi parla, anche con esigenza. Gesù non si è mai stancato di ascoltare e tanto meno si è fatto mai condizionare da ciò che "la gente” diceva di qualcuno. Le eti­ chette, i giudizi erano per Lui i sintomi che le persone a cui erano state affibbiati, avevano bisogno, ed andava proprio da loro, dialogando e provocando un sussulto interiore tale da far rinascere nel cuore la gioia della vita, la libertà di essere se stessi, il desiderio e la volontà di cam­ biare vita! E sono stati i miracoli più grandi: quelli del cuore! Quanti miracoli potremmo realizzare nella nostra vita e nella vita del nostro prossimo se risco­ prissimo il Dialogo come via maestra che Dio ha posto nelle nostre mani per la formazione della persona?

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IL BOOM DELLE MARGE

UOMINI IN FUGA intervista a cura di ARIANNA CUCINOTTA

E TANTE marce non competitive organizzate

a livello locale da piccole Società e le colos­ sali maratone di Roma o di New York, con decine di

migliaia di partecipanti di tutte le età, sembrano essere

le due facce di una stessa medaglia: la voglia della gente di infilarsi le scarpette, incollarsi un numero sulla

maglietta e andare verso un traguardo. Quali dimensio­

ni ha il fenomeno? Quali bisogni lo ispirano? Quali sono i modelli organizzativi più in voga, e perché? Lo abbiamo

chiesto a Giuliano Orlando, che cura per Correre una rubrica dedicata alle marce non competitive, e a Gian Paolo Ormezzano, che ha vissuto da partecipante la

maratona di New York. IULIANO ORLANDO, per cinque anni caporedattore sport ad Avvenire, è probabilmente il giornalista italiano che più di tutti ha il polso del fenomeno delle marce non competitive nel nostro Paese, curando per la rivi­ sta specializzata Correre una rubrica dedicata appunto alle marce non competitive. Nel Centro Sportivo Italiano t'è una grande rithiesta di morte non tompetitive. Il Comitato

provindale di Bergamo, ad esempio, ne organizza oltre cento l'anno, in media due a set­ timana, ton una partedpazione di (irta 70.000/80.000 presenze. In Italia quali sono le dimensio­ ni del fenomeno?

Dopo il flusso discendente degli anni Ottanta il fenomeno delle marce non competitive è tornato in auge. Le statistiche assicurano g che il movimento raccoglie un ? numero crescente di adesioni, ° tanto che è stato calcolato che o


Immagine di una delle più prestigiose maratone, quella di New York. I partecipanti ripresi sul ponte di Verrazzano.

nel 1996 circa due milioni e mezzo di persone hanno preso parte almeno una volta ad una marcia non competitiva. Da quali bisogni muove la domanda di marce non competi­ tive?

Il motivo principale è la necessità della gente di ritrovarsi, di risco­ prire il piacere di camminare all'aria aperta, in particolare per chi fa vita sedentaria e vive e lavora in ambienti chiusi. Oltre a questo aspetto di “fuga" dalla quotidianità, non bisogna trascu­ rare l'aspetto culturale delle non competitive: perché camminan­ do si scopre ad esempio l'aspet­ to storico, toponomastico di una città o la bellezza di un bosco. L'opportunità di camminare sen­ za avere la fretta ti assicura e ti arricchisce. Infine, c’è anche un aspetto so­ cializzante, perché finalmente molte marce prevedono percorsi davvero per tutti, anche per i portatori di handicap. Grazie poi alle associazioni e ai gruppi sportivi, per gli appassio­ nati l'appuntamento per la non competitiva diventa un'abitudine piacevole, un ritrovarsi tra gente che ormai si conosce. Quali sono le categorie di sporti­ vi che si iscrivono alle marce?

Il bacino di utenza è vario, però la stragrande maggioranza del movimento (il 70%) è rappre­ sentato da podisti da quaranta ai settantanni. I quarantenni sono un po' Io “zoccolo duro” delle non competitive, dal momento che la loro fedeltà a questo sport ne garantisce la continuità. I giovani, invece, rappresentano appena il 20% dei partecipanti, ma è un dato che si può spiega­ re facilmente: a 20 e a 30 anni non si ha voglia di camminare ma di correre, e poi si ricerca in modo più spiccato l'elemento agonistico. Certo, partecipano anche i giova­ ni - e sono un buon 20%. Preoccupante è però la mancan­ za dei ragazzi, cioè di 10-15 anni. Secondo gli organizzatori la colpa è della scuola, che si è

sempre mostrata poco interessa­ ta alle loro proposte. Bisogna poi fare distinzioni geo­ grafiche. Nel Sud il movimento ha numeri appena oltre la soglia della sopravvivenza. Per cambia­ re le cose, bisognerebbe sensibi­ lizzare gli enti pubblici, inclini piuttosto a sostenere manifesta­ zioni culturali di dubbia utilità. Come sono organizzate oggi le non competitive?

Qualcuno ha paventato il perico­ lo che gareggi chi non è in con­ dizione di farlo, chi vuole fare la performance senza conoscere i propri limiti. Ma questo tipo di partecipante è poco attratto dalla non competitiva, è più incline a rischiare dove si compete davve­ ro. La vera forza delle non competi­ tive non sono i richiami pubblicitari, lo specchietto costituito dalla partecipazione di atleti di nome, sono i gruppi e l'interscambio che esiste tra essi. Molti gruppi sportivi che organizzano la non competitiva fanno parte di un cir­ cuito, di un’organizzazione. Fan­ no parte del gruppo Nord Milano trenta associazioni: ognuna di queste organizza la sua gara, e ad ogni gara sono presenti i mar­ ciatori delle altre associazioni. Questo assicura un numero no­ tevole di partecipanti, assicura la continuità ed è un modo molto concreto di organizzarsi per ave­ re successo. C’è però un rischio, ed è quello che alcune associazioni non podistiche, ma che si sono prese il compito, legalmente o meno, di coordinare tutto, facciano dei concorsi assicurando diplomi a chi macina più chilometri. È già avvenuto, ed è un campanello d’allarme, perché non sempre il soggetto ha la preparazione o la capacità di realizzare ciò che vor­ rebbe, ma viene stimolato da questa opportunità e c’è quindi il rischio di esagerare e pagare duramente. Questo pericolo è stato recepito da alcuni presidenti di società che hanno richiesto

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TRA MERCHANDISING E SALUTISMO* '

per i percorsi oltre i 20 chilome­ tri il certificato di idoneità. Quali altre preiauzioni adotta­ re?

Le non competitive hanno in linea di massima sempre diversi percorsi: il più breve è tra i 5 e i 7 chilometri; poi uno medio che arriva ai 15 e uno lungo che oscilla tra i 18 e i 25, oltre ad alcune manifestazioni che immettono anche la maratona vera e propria. È chiaro che se un individuo non è preparato, non ci pensa nemmeno a fare la maratona, ma una passeggiata di 5 chilometri può farla. Si tratta solo di avere la misura precisa delle proprie capacità, perché essendo la gara non competitiva non si può imporre a nessuno un limite. Però il limite del buon­ senso ci deve essere comunque. Quali modelli organizzativi sono più adatti allo sport per tutti?

In linea di massima la non com­ petitiva ricalca un modello orga­ nizzativo quasi unico, che è di per sé adatto allo sport per tutti. La base di ogni modello organiz­ zativo è questo: ricordarsi che la non competitiva deve rappre­ sentare un momento in cui la gente ha la possibilità di godere all’aria aperta uno spettacolo che può essere la propria città ma ancora più il verde, la montagna, la collina. Quindi pensare ad uno scenario adeguato. E dal mo­ mento che non deve essere una corsa a perdifiato, ma anzi ci si può fermare, va curato l’aspetto dei punti di rifornimento, in cui le persone bevono, mangiano e poi riprendono a camminare. Terzo elemento di successo è la popolarità delle quote di iscrizio­ ne: la quota media è di cinque­ mila lire. Quarto elemento carat­ terizzante è quello di prevedere premi simbolici. La tendenza, per fortuna, è a non premiare più chi arriva prima, perché non ha senso, non ci dev’essere una classifica, quindi non ci deve es­ sere né un primo, né un ultimo.

GIAN PAOLO ORMEZZANO

La moda delle grandi maratone


A MODA delle grandi maratone ha cent'anni, ma piace pensare che sia una furbissima e intanto nobilissima cosa scoperta poco tempo fa, una intelligente moderna rispo­ sta alle città asfissiate ed asfis­ sianti, al traffico intasato. Piace anche parlare di grandissimo affare, di astuta trovata turistica, di ecologia umana trovata o inventata, e sfruttata: le grandi maratone rendono milioni, mili­ ardi a chi le sa imporre, a farle diventare grosse. Sì, perché una maratona è cosa grande in sé, grande di ideologia, di coraggio. Poi per farla diventare grossa ci vuole l'organizzazione, ci voglio­ no i richiami speciali.

In Italia la maratona di Roma contiene sicuramente i prodromi (stavamo per scrivere: i germi) dell’affare, con le decine di mi­ gliaia di iscritti. Idem quella di Venezia, che sta a quota settemi­ la. Fatica quella di Torino, meno spettacolare anche se più tecni­ ca. L'intuizione dell’affare ci è venuta tardi. Eppure l’Italia, e specie Torino, ospitava marato­ ne all’inizio del secolo, e indicava ad altre nazioni le vie del grosso sport popolare. Chi scrive queste righe fu inter­ pellato ufficiosamente dal Co­ mune di Torino per l’identifica­ zione di grandi strumenti sportivi di spettacolo, di consenso, di aggregazione e siccome non è peccato anche il guadagno. Parlò

subito della maratona e fu poco ascoltato. Nessuna soddisfazio­ ne ad avere poi avuto ragione. Adesso ci sono almeno mille ita­ liani che ogni anno spendono mediamente un paio di milioni a testa per andare a correre alla maratona di New York, e già ci sono le pattuglie dell'esercito nostrano che presto affollerà la maratona di Los Angeles, quella di Honolulu, a costi doppi e tripli della maratona di New York o (altro must: è la superclassica) di Boston.

I motivi di un successo Tanti elementi concorrono all'af­ fermazione della maratona. In primo luogo l’esotismo, spesso sposato all'esterofilia. Sempre chi scrive queste righe è andato a correre la maratona di New York, mica quella della sua Torino. Poi c’è un vago messag­ gio di salute: come se correre una maratona significasse met­ tere da parte una specie di credi­ to sanitario, nel senso che anche se in vita non si è fatto molto sport, con i 42 chilometri e 125 metri della maratona ci si aggiu­ dica il diritto ad una specie di salute da fachiri. Sbagliatissimo, si capisce, anche pericolosissi­ mo, però le cose stanno così. A ben pensarci, i motivi logici per queste adunate itineranti di massa sono pochissimi: perché raramente chi ha preso parte alla festa diventa poi un adepto della maratona o comunque del rego­ lare podismo. Di contro, si sente come chi ha pagato una tassa, una tantum, ed è pronto, come alibi morale poi, per nuove scel­ leratezze motoristiche, antiecolo­ giche eccetera. Parlare di moda, per le grandi maratone, per le grosse maratone, è un dovere, anche se farebbe più comodo fare fìnta che si tratti di pesanti e positive incisioni nel costume.

Un affare da capogiro Una prova di ciò è reperibile nel pesantissimo merchandising di ogni maratona che si rispetti. Una paccottiglia infinita e carissi­ ma attende i partecipanti, in appositi hangar di scuoiamento delle loro finanze. L"‘io cero" viene proposto in maniera insie­ me suadente e massiccia. C’è come un obbligo di certificazione dell'impresa, per chi è rimasto a casa e ci crede soltanto se vede, se tocca i reperti. La maratona rischia così di diventare soprat­ tutto un'occasione di travesti­ mento, come d'altronde tanto

nostro sport di massa. Ormai il maratoneta è inteso come clien­ te, e viene disputato quando ci sono le sue riunioni. Così per esempio alla maratona di New York, la più popolare anche se, per ragioni di traffico urbano, non la più affollata, ci sono gli stand delle altre principali mara­ tone del mondo: 1 ci si disputa, ci si aggiudica i clienti per la propria corsa, li si catturano i futuri salas­ sati dal merchandising. Naturalmente esiste anche tutta una parte umanistica, eco­ logica, poetica nella pratica della maratona. Ma proprio perché esiste si nota che è ormai umilia­ ta, che è posposta ad altre entità. Ci sono pedoni illustri, convinti, praticanti che stanno per optare per maratone segrete, individua­ li, isolate, intimistiche. Ma anche loro sono sollecitati dallo showbusiness: una maratona come quella di New York, la più nota ma non la più tecnicamente vali­ da, tanto è vero che nel suo albo d’oro ci sono pochi nomi di vin­ citori di Giochi olimpici o cam­ pionati del mondo, rende al vin­ citore circa un miliardo, com­ prensivo anche di ingaggi per al­ tre maratone, nonché di ricchi compensi per accompagnare con giusti consigli il corricchiare di miliardari negli stages, nelle clinics in Florida.

Meglio troppo che niente Cosa fare, anzi, cosa non fare? Beh, niente, accettare tutto nel bene come nel male. In tempi non sospetti, senza all’orizzonte imperativi di moda costosa, sofi­ sticazioni di comportamenti all’insegna del consumismo, la fisiologia sportiva decretò che tra fare sport male e non farlo era sempre e comunque preferibile, per il bipede chiamato uomo, farlo. E dunque anche le tremen­ de assurde maratone devono essere le benvenute, in un pano­ rama complessivo di un'umanità strozzata dal progresso che ormai si cuce addosso come un insopprimibile cilicio. Diciamo che nelle quattro, cinque, sei ore di una accessibile maratona un pedone non sale in auto: questo è già un successo, un reddito.

Nella foto: partecipanti alla 20“Strabergamo" organizzata dall'U.S. Olimpia di Bergamo.

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L'INTESA CONI-SCUOLA

OLTRE LA FIRMA POCO 0 NIENTE) ANDREA DE PASCALIS

NNUNCIATO per il 24 gennaio scorso e poi rinviato a data da destinarsi, il protocollo d'intesa tra CONI e Ministero della Pub­ blica Istruzione per il rilancio dello sport scolastico è stato infine fir­ mato il 12 marzo. Entusiastici i titoli dei giornali, trionfalistici i commenti dei protagonisti. “Nella scuola - ha assicurato il ministro Berlinguer - ci sarà molto più sport”. E il presidente del CONI Pescante: "Questa è una pagina storica, un risultato più qualifican­ te dei successi di Atlanta...”. Sarà davvero il toccasana dello sport scolastico e giova­ nile l’accordo CONI-Scuola? Non per voler essere i soliti guastafeste, ma i dubbi sono molti. Le prime perplessità nascono leggendo cos’altro hanno detto i firmatari dell’in­ tesa. Per il ministro Berlinguer lo sport scolastico coinvolgerà tutti gli alunni, “i bravi e i me­ no bravi”, e questo andrebbe

bene, ma poi eccolo annun­ ciare che i Giochi della Gio­ ventù e i campionati studente­ schi saranno affiancati da altre manifestazioni simili, perché questo “E un modo per svi­ luppare lo sport e fare di que­ sti giovani i futuri campioni del domani, allontanandoli il più possibile dalla droga”. Qual è, allora, la scelta di fondo dello sport scolastico modello Berlinguer: attività per tutti o selezione del campioncino? Quanto allo sport che tiene lontano dalla droga, qualcuno spiegherà mai al ministro che non tutto lo sport, non qualsiasi modo di proporre e di fare lo sport, e tantomeno quello che va alla ricerca del ragazzino talentuoso, è fattore di aggregazione e di educazione, dunque di pre­ venzione? O siamo ancora fermi al mito dello sport che comunque è bello, santo e


buono, quali che siano le sue proposte ed i suoi modelli organizzativi?

Aspettando la commissione mista In realtà, per sapere quale fac­ cia avrà il futuro sport scolasti­ co dovremo aspettare ancora. Il protocollo d'intesa, infatti, stabilisce poco o niente, ri­ mandando linee generali e dettagli applicativi ad un futu­ ro progetto nazionale di atti­ vità motorie, fisiche e sportive che dovrà essere elaborato, chissà quando, da un’apposi­ ta commissione mista ScuolaCONI. Ed eccolo un altro mo­ tivo di perplessità: nel mo­ mento in cui si dichiara di voler mettere mano ad un progetto nazionale per la po­ polazione scolastica, ossia per la stragrande maggioranza della fascia giovanile italiana, si tagliano fuori l'associazioni­ smo di promozione sportiva e lo stesso Comitato sport per tutti. Nel protocollo d’intesa (comma 1) il Comitato sport per tutti, voluto dal CONI e non dagli extraterrestri di xfiles, viene indicato come interlocutore possibile soltan­ to nell’ambito di accordi con gli Enti locali. A livello locale, per fortuna, potranno essere ammesse a collaborare an­ che Società ed Associazioni sportive.

Il problema impianti Dove, con chi e con quali risorse si farà questo sport scolastico? Si farà nelle pale­ stre, in orario ex­ trascolastico, con il perso­ nale docen­ te “incorag­ giato a rima­ nere a scuola oltre l’orario”, con le risorse finanziarie disponibili secondo il bilancio del Ministero (e qui, in tempi di tagli di bilanci, sono dolori), ma anche con il

supporto tecnico, scientifico e finanziario messo a disposi­ zione dal CONI. Una domanda è legittima, anche se nessuno finora l’ha posta. Se tutto andrà come auspicato dal protocollo, du­ rante pomeriggio e sera le pa­ lestre scolastiche accoglieran­ no scolaresche impegnate a fare sport. Dove emigrerà nel frattempo tutta l’attività del­ l’associazionismo di promo­ zione sportiva che oggi gravita intorno a quelle stesse pale­ stre, disputandosi “l’osso" del­ la disponibilità di un paio d’ore settimanali in più o in meno (vedi inchiesta sullo scorso numero di Stadium)? Che di un osso si tratti, mi­ sero e spolpato, lo si evince dalle tabelle che lo stesso Ministero della Pubblica Istru­ zione ha appena divulgato. Su 13.803 scuole materne, le pa­ lestre sono 548 e gli impianti sportivi 72. Su 18.950 plessi di scuola elementare, le pale­ stre sono 5.962 e gli impianti 860. Su 8.471 scuole secon­ darie di I grado, le palestre so­ no 5.840 e gli impianti 2.205. Su 5.103 scuole secondarie di II grado, le palestre sono 3.572 e gli impianti 1.631. Le cifre, ovviamente, non tengono conto della effettiva agibilità di palestre e impianti. Quanti sono gli impianti “vir­ tuali”, che sembrano esserci ma non ci sono, perché buoni per essere adibiti a deposito di vecchi banchi ma privi di impianti igienici, attrezzature e quanto altro necessario per fare sport sul serio?

Quale modello sportivo? Sull'intero progetto grava un’altra incognita. Tutte le ricerche sulla pratica sportiva, anche quelle del Censis e dell’Istat, dimostrano che ai giovani piace sempre più cambiare sport, piace uno sport libero, con poche rego­ le, non ossessivo, con ampi spazi di creatività. Lo stesso Presidente del CONI, Mario Pescante, riconosceva nel

“Rapporto CONI 1995" che uno dei freni dello sport scola­ stico sta nella ristrettezza delle sue proposte, nel suo essere "quasi esclusivamente mono­ disciplinare”, povero “dal pun­ to di vista contenutistico". Basterà una commissione nazionale CONI-Scuola per rendere i programmi sportivi scolastici più differenziati ed aderenti alla mutevole do­ manda sportiva giovanile? Se la commissione si limiterà a dettare un unico modello da portare avanti negli anni, non ci sarà rinnovamento. Per proporre uno sport gradito ai giovani di oggi ci vuole dutti­ lità, ci vuole fantasia, voglia di spendersi in un continuo riag­ giustamento dei programmi. Proprio per questo il CSI si è dato come regola la ‘Nuova Progettualità', che poi, tradot­ ta in parole povere, significa guardarsi intorno, capire cosa vogliono i giovani e di cosa hanno veramente bisogno, quindi rimboccarsi le maniche per realizzarlo, variando il progetto sportivo-educativo quando variano le condizioni ed i bisogni del territorio. In teoria la nuova Scuola dell'autonomia avrebbe i mar­ gini per radicare sul territorio il suo modo di fare sport, anche rapportandosi con l’associa­ zionismo. Ma occorrerebbe una vera rivoluzione coperni­ cana, perché - a dirla fino in fondo - il rapporto Scuolaassociazionismo sportivo non ha mai funzionato davvero perché mai lo si è voluto impostare come rapporto alla pari, come collaborazione tra soggetti di uguale dignità. L'associazionismo, che ha anch’esso le sue colpe, è stato guardato spesso con sospet­ to, salvo la pretesa di fame un vassallo per la realizzazione di qualche iniziativa. Basteranno ora una decisio­ ne di vertice e qualche circola­ re per cambiare le cose? Più probabilmente quello tra CONI e Scuola passerà alla storia sportiva come un accor­ do di facciata, un accordo “vir­ tuale”, l’ultimo di una lunga serie che non ha mai conse­ guito altro risultato che con­ sentire un'effi­ mera passerella a chi quegli ac­ cordi li andava firmando.


RICERCA CENSIS SU BAMBINI E TV

LO SPORT NEI CARTONI ANIMATI GIAPPONESI LI ADULTI non pos­ sono fame a meno, ma anche per i più piccoli è un bisogno irrinunciabile. Parliamo della TV, entrata in punta di piedi nelle case degli italiani e diventatane nel giro di qualche decennio signora e padrona. Un'analisi dei programmi televisivi può essere un indice per valutare un'intera

C

sodetà, con i suoi gusti, i suoi miti, i suoi desideri... Insomma, "dimmi cosa vedi e ti dirò chi sei". Tra i fedelissimi del video d sono i bambini, per i quali il palinsesto televisivo prevede appositi pro­ grammi, ben collocati nelle ore di maggiore ascolto, con aggiunta di pubblidtà studiata ad hoc. Alla rappresentazione sodale del bambino nei mass media il

Censis ha dedicato un osservatorio biennale, finanziato da Pitti Immagine, che ha prodotto tre fascicoli su II bambino mediato. Forniscono dati e considerazioni sulla rappresentazione dei minori come emerge da stampa, tv, cinema e pubblicità. Non si parla di bambini reali, bensì della loro immagine, della loro proiezione. Con Elisa Manna, responsabile del settore cultura e comunicazio­ ne del Censis, e curatrice del rap­ porto, parliamo del genere televi­ sivo più specificamente rivolto ai bambini, i cartoni animati, e del­ l'idea di sport che da questi emer­ ge, visto che tra le tematiche più trattate compare proprio lo sport. I cartoni animati diffusi in Italia negli ultimi due anni, spiega la nostra interlocutrice, "sono una ulteriore sofisticazione dei cartoni giapponesi degli anni '80". Ricordate i tempi di Ufo Robot e compagni? All'era dei giganti meccanici è seguita quella dei classici per ragazzi europei rivisi­ tati a misura di cartoni, mentre gli eroi di oggi sono frutto della fusione della cultura europea con quella giapponese. "Non a caso - d dice Elisa Manna - tra i valori che emergo­ no dai cartoni sportivi troviamo elementi tipici della mentalità giapponese: protagonista non è il singolo ma il team, il gruppo,


LO SPORT E LA VITTORIA IN "NULA E SHIRO"

N OGNI episodio lo sport occupa un ruolo assoluto. Il modo in cui Mila pratica e vive la pallavolo fa com­ prendere che non si tratta del semplice svolgimento di una attività sportiva, come momento aggregante e ricreativo, ma di qualcosa di molto forte, che attiene alla sua sfera più intima. Gli allena­ menti rigidi sotto la guida severa dell'allenatore e la resi­ stenza allo stress psico-fisico che ne consegue, scandiscono il ritmo quotidiano degli episodi. Entrambi gli impegni sono strumenti che Mila utilizza per giungere alla vitto­ ria, intesa qui nel duplice significato di "vittoria su se stessi" e "vittoria sull'avversario". Educare il corpo signi­ fica educare la mente. Sottoporre il fisico ad una ferrea disciplina porta a rimuovere le resistenze fisiche e i blocchi psichi­ ci che impedirebbero il totale sacrificio per il gioco. E fondamen­ tale eliminare qualsiasi intralcio per essere pronti a superare tutte le barriere immaginabili. Depressione, paura di non farcela e insi­ curezza che nel cartone animato sono sempre legate alle difficoltà insite alla pratica sportiva, portano l'atleta a restare solo con se stesso. Concentrarsi a superare il momento della crisi psicologica significa riportare una vittoria sulle proprie fragilità, ritrovando così ogni volta le motivazioni necessarie a proseguire. Con la par­ tita finale, quella severità che Mila e le sue compagne di gioco hanno preteso da se stesse per tutte le fasi di preparazione, si tra­ muta nell'assoluta necessità di vivere, sia per mantenere alto il nome della squadra, che per rendere onore al Giappone. È per questo che il gioco si fa aspro e violento. Gli sguardi vio­ lenti che le avversarie si lanciano, la sofferenza fisica fino allo stremo e il terrore che ciascuna atleta ha di perdere, creano una atmosfera esasperante, densa di tensioni, al punto da far pen­ sare più al combattimento di una battaglia che ad una compe­ tizione sportiva. Il cartone animato fa dunque emergere dei minori intransigenti con se stessi e con gli altri. Il senso di soli­ darietà e di amicizia che si sviluppa tra loro, sembra finalizzato solo a raggiungere l'unione necessaria a formare una squadra vincente. Essere i campioni è lo scopo principale della loro vita».

possibilmente un piccolo grupi non solo sportivo, che identifr qualifica e protegge" Ma all'idea del gruppo non attompagnano valori posit tome il tonfronto, la retipr dtà, il rispetto?

La priorità del gruppo, di per sé non è sbagliata, anche perché in un'epoca di transizione come la nostra, dove gli indi­ catori di solitudine e di smarri­ mento sono piuttosto elevati, piccolo gruppo può aiutare a in viduare dei riferimenti comuni problema è che il valore più fo che emerge da questi gruppi è sacrificarsi a ogni costo, senza perché. Questo è tipico della c tura giapponese, non di qu€ europea. Ci fottio qualthe esempio.

La serie delle Sailor, ad esemp le guerriere con il vestitino mi naresco. Sono bambine appari temente normali, che poi si t sformano e che combattono n in nome di principi reali, ma nome di qualcosa di molto deb^ le, che loro chiamano "il cristallo di luna". Insomma, manca il prinapio della lotta del bene e del male, c'è la lotta e basta, fine a se stessa. Anthe nella rappresentazione dello sport avviene questo?

Lo sport è una emanazione del concetto del farcela a tutti i costi, c'è una competizione fortissima, esasperata, in certi tratti perfino nevrotica, dove dò che conta non è partedpare, ma vincere a tutti i costi. Cè una differenziazione dei tar­ toni animati destinati a un pub­ blio masthile o femminile?

Uno dei tratti emergenti è che i cartoni animati di maggior suc­ cesso hanno per protagoniste le ragazze. Questo avviene per una logica industriale, di individuazio­ ne di un target predso, perché le bambine, nella fasda 6-11 anni, mediamente sono tenute più in casa, guardano di più la televisio­ ne, sono più sensibili a individua-

re nei programmi televisivi elementi che le aiutino in un percor­ so di crescita, mentre i maschietti ne hanno meno bisogno, si sentono più "sul fronte".

(da "Mila e Shiro: due cuori nella pallavolo " di Patrizia Consolo, in "Considerazioni di sintesi su 'Il bambino mediato'", Censis 1997)

tana sportivo più seguito, e dove vediamo tonfermata l'a­ nalisi da lei proposta?

Questa predominanza del fem­ minile viene tonfermata anche nei tartoni animati a tema spar­ tivo?

Mila e Shiro, che già nei nomi si richiamano a una cultura non nostra.

Direi di si, qui in particolare emer­ ge un rapporto tra la figura fem­ minile e l'allenatore che è la tra­ sposizione di un prindpio pater­ no deteriore: "devo farcela per dimostrare all'allenatore che sono in grado di farcela".

I genitori possono aiutare i bambini a una visione tritita?

Anthe in questo senso non ti sono valori per tui satrif¡tarsi?

Dallo sport emerge una fatica immane, uno sforzo fisico spinto fino agli estremi, ma gratuito, senza motivazioni. Torniamo al discorso generale: è la cultura giapponese... Qual è il tortone animato a

Certo, ma non sempre è facile. Nei cartoni animati giapponesi, ad esempio, d sono dei codia visivi, legati all'alfabeto nipponi­ co, che i bambini hanno impara­ to, ma i genitori no. Nelle Sailor, una gocda sul volto ha un deter­ minato significato, che i piccoli ormai comprendono, ma che per gli adulti risulta criptico. E spesso fanno anche fatica a capire quan­ do un programma è fardto di messaggi subdoli e pericolosi.

In questo momento gli europei sono minoritari, e la grande con­ correnza dei giapponesi è la Walt Disney. Che al di là dei discorsi sull'imperialismo americano, sta facendo un grosso sforzo per awidnarsi a valori più vidni alla cultura europea. Ad esempio nel Re Leone, c'è uno sforzo nell'affrontare la crisi di senso e religiosa del nostro tempo, che porti a individuare percorsi di senso che "ognuno deve trovare nel cerchio della vita". È una ricerca molto moder­ na. Come il dire che dagli amia si può anche essere traditi ma che bisogna andare avanti. C'è un significato, un messaggio...

Ma non ti sono solo i tartoni animati giapponesi...

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IL CSI VERSO IL 2000

ELLA riunione dell'8/9 marzo il Consiglio na­

zionale ha approvato le "Linee programmati­

che 1998" che, applicando le indicazioni emerse dal Congresso di Assisi, incamminano l'Associazione in modo concreto sulla strada della Nuova Progettualità. Il documento, dopo una premessa di carattere

generale, sintetizza i principi su cui impostare l'azione associativa - a

livello nazionale, regionale e territoriale - per quanto concerne attività sportiva, formazione, comunicazione, politiche sociali e politica sporti­ va. Ne pubblichiamo il testo integrale.

LE LINEE PROGRAMMATICHE 1998 I FA un gran parlare della crisi del mondo dello sport, che si evi­ denzia anche in gene­ ralizzato calo dei prati­ canti, soprattutto a livello giovanile. Nel tentativo di trovare soluzioni, sono state pro­ mosse indagini, avanzate propo­ ste, avviate riforme legislative, come quella che riguarda lo sport dilettantistico. Non vogliamo negare che tale azione di riforma, se sarà portata fino in fondo in Parlamento, pos­

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sa aprire interessanti prospettive, anche se arriva con un ritardo di trentanni, ma nel contempo rite­ niamo essere un errore, peraltro diffuso nelle attese e nei convinci­ menti dei più, considerare i pro­ blemi dello sport risolvibili solo attraverso il mezzo legislativo. Non d si accorge, o non si vuo­ le, che la crisi è data da cause più globali che travalicano la semplice natura strutturale assumendo una squisita valenza umana. Appare chiaro che le norme gi­ uridiche non sono suffidenti a

riformare l'organizzazione del mondo sportivo quando invece è necessario e urgente risalire ai va­ lori che sottendono l'attività spor­ tiva. Il punto nodale è la progressiva disumanizzazione del fenomeno sportivo, di fronte alla quale il CSI non può rimanere a guardare ma deve fare la sua parte mostrando in prima persona come sia possi­ bile coniugare l'effìdenza organiz­ zativa con i valori umani. Di qui l'importanza di interro­ garsi non soltanto sulle ragioni

fondanti l'impegno educativo at­ traverso lo sport, ma anche sulle modalità con cui realizzare tale impegno. Occorre tener presenti tre esi­ genze. La prima riguarda il dove­ re di non disperdere quanto la nostra tradizione assodativa ha elaborato in oltre dnquant'anni e quindi di valorizzarne gli elementi di significativa attualità. La se­ conda suggerisce di dare forza al­ la "progettualità" come impegno a non disperdere le forze, ad indivi­ duare obiettivi predsi e concreti, a trovare gli strumenti idonei per il raggiungimento di tali obiettivi. La terza esigenza è di natura etica e chiama in causa l'urgenza di diffondere una cultura della responsabilità individuale e collet­ tiva dei quadri assodativi e tecnid, della fedeltà alla propria voca-


scia della pubblicazione del nuovo sussidio "Giocasport", nel quale la proposta assume una caratteristica più ampia: non più modello di manifestazione sporti­ va per ragazzi, ma un vero e pro­ prio metodo per preparare i ra­ gazzi allo sport nelle società spor­ tive, nella scuola, nelle parroc­ chie, in altri ambiti.

LA FORMAZIONE

L'attività sportiva provinciale L'attività sportiva promossa a livello territoriale deve essere frut­ to di una programmazione ragio­ nata, capace di interpretare i biso­ gni del territorio di riferimento; deve essere articolata nel tempo, continuativa, non estemporanea ma sorretta e supportata da una adeguata e specifica azione for­ mativa che la qualifichi sempre più agli occhi della gente in modo tale da essere facilmente ricono­ sciuta da chi opera sul territorio per i suoi aspetti educativi, orga­ nizzativi e tecnici.

tati sia a livello provinciale che interprovinciale. A tale proposito il Coordina­ mento Tecnico Regionale dell'Attività Sportiva gioca un ruolo fon­ damentale. Esso deve articolarsi per commissioni tecniche specifi­ che, composte da operatori com­ petenti, motivati che non si limiti­ no ad assolvere un ruolo burocra­ tico e di controllo, ma che si impegnino a leggere i bisogni specifici delle singole attività terri­ toriali e fornire di conseguenza tutti i supporti tecnici e progettua­ li affinché in ogni zona si sviluppi­ no tutte le attività confacenti alle caratteristiche socio-ambientali del territorio. Il livello regionale, quindi, è un perno fondamentale del nuovo sistema sportivo del CSI.

L'attività sportiva regionale Es­ sa deve costituire il completa­ mento dell'attività svolta a livello territoriale, deve essere direttamente collegata ad essa e, per le discipline maggiormente praticate a livello periferico, deve rappre­ sentare uno sbocco qualitativo dal punto di vista associativo e tecnico. Per le discipline meno diffuse invece, vanno promosse tutte le iniziative necessarie per coinvol­ gere il maggior numero di Comi­

L'attività sportiva a livello nazio­ nale - La Presidenza nazionale ha predisposto il progetto "Stadium: lo sport incontra la piazza", un modo nuovo per coniugare lo sport, in forma polisportiva, con i contenuti, gli ideali, i problemi e le prospettive che attorno al fatto sportivo ruotano. È un progetto che si propone di far vivere agli atleti di tutte le età un'esperienza di partecipazione e di aggregazione di grande inten­ sità.

zione, della necessaria testimo­ nianza dei valori attraverso lo spi­ rito del servizio.

L’ATTIVITÀ SPORTIVA

Partendo dal livello locale, gra­ dualmente approda ad un'espe­ rienza più grande e unitaria come quella che si vive durante un appuntamento nazionale ricco di motivi di interesse, di incontro e di partecipazione. L'iniziativa, avviata nel 1997, costituirà per tutto il quadriennio l'impegno nazionale prioritario ed è destinata a diventare sia un modello delle attività CSI sia la vetrina annuale dell'Associazione, dei suoi progetti, dei suoi opera­ tori, dei suoi ideali. Con la sua formula itinerante, articolata, flessibile, viene ad es­ sere una sorta di laboratorio aper­ to sul futuro, un esempio concre­ to e tangibile per tutti gli operato­ ri di come sia possibile ri­ modulare l'attività, andando in­ contro alle esigenze dei giovani nei luoghi che essi prediligono, "scendendo" nelle strade e nelle piazze con proposte sportive e culturali coinvolgenti e alternative. Con il 1997 è da ritenersi con­ clusa l'esperienza delle Campa­ gne nazionali di promozione sportiva. Non si abbandonerà, però, lo spirito delle Campagne: allorquando se ne ravviserà la necessità, si predisporranno in tal senso iniziative secondo formule mirate. Si comincerà nel 1998 con il rilancio di Giocasport, sulla

Essendo il CSI un'associazione che ha finalità esclusivamente educative, la formazione, al suo interno, si propone di formare "educatori", secondo i bisogni che nascono sul territorio dalle perso­ ne stesse e dai percorsi associati­ vi. La formazione si rivolge ai due ambiti dell’associazione: ambito politico-organizzativo; ambito sportivo. È quindi una formazione che ha come soggetti: - i quadri dirigenti (ambito poli­ tico-organizzativo), nella specifi­ cità dei singoli ruoli sia di Società sportiva sia di Comitato; - gli educatori sportivi (ambito sportivo), nella specificità delle diverse attività (animatori, allena­ tori, arbitri e giudici, responsabili tecnici, dirigenti accompagnatori). I bisogni formativi emergenti in un singolo ambito o settore devo­ no poi essere assunti dalle strut­ ture politiche dell'Associazione, quali la Presidenza e il Consiglio, siano essi territoriali, regionali o nazionali. Questa assunzione politica è fondamentale perché ogni inter­ vento di formazione tende a crea­ re, sviluppare, rafforzare, stimola­ re interventi o attività che sono alla base della politica associativa e devono quindi essere sostenuti politicamente. Ambiti e livelli - Per tale motivo dal 1998 si seguirà un nuovo modello, razionalizzato, di forma­ zione associativa, indirizzata su due ambiti (Dirigenti ed Educatori spor­ tivi) di tre livelli cia­ scuno:


IL CSI VERSO IL 2000 - a primo livello tende a far acquisire le conoscenze e le com­ petenze minime indispensabili per poter cominciare ad operare nel settore di pertinenza; - il secondo livello tende a qua­ lificare gli operatori attraverso interventi volti ad approfondire le conoscenze e le competenze acquisite alla luce di una espe­ rienza vissuta e realizzata; - il terzo livello tende ad elevare la qualità e a migliorare le specifi­ cità e la globalità delle competen­ ze, per dare agli operatori la pos­ sibilità di rendere molto qualifica­ to il servizio da rendere negli ambiti di attività. La novità della riforma del sistema formativo nel senso indi­ cato sta nel fatto che i tre livelli di formazione possono essere rea­ lizzati direttamente dai Comitati provinciali con la collaborazione delle presidenze regionali.

Altri punti significativi - Altri punti signifìctivi dell’azione for­ mativa per il 1998 saranno: - a livello nazionale, la realizza­ zione di un'indagine mirata ad individuare eventuali bisogni for­ mativi (nuove figure di operatori) del CSI in rapporto alla Nuova Progettualità; - a livello nazionale e regionale, lo sviluppo di un'azione di verifica sulla ricaduta periferica degli interventi attuati a livello naziona­ le; l'incentivazione dell'azione di sostegno alle realtà associative in difficoltà e di supporto alla strate­ gia di raccordo e di scambio tra realtà territoriali diverse, nella logica della solidarietà associativa e del decentramento. - a tutti i livelli, lo sviluppo di una capillare informazione sul nuovo sistema formativo CSI, per sollecitarne l'applicazione per quei percorsi che risultino meglio assimilati (Educatori sportivi, Fantathlon, Giocasport). Contem­ poraneamente viene adeguata la formazione degli arbitri in termini di qualificazione e innalzamento dello standard formativo; inoltre viene sollecitata, sostenuta e coordinata la sperimentazione di iniziative rivolte ad operatori-edu­ catori sportivi impegnati nell'am­

bito delle politiche sociali (handi­ cap, anziani, educatori di stra­ da...) e di altri percorsi formativi aperti ad ambiti da recuperare (animatori parrocchiali, ludotecari...).

LA COMUNICAZIONE Le nuove tecnologie stanno modificando le stesse modalità della comunicazione. Vanno intensificati, a tutti i livelli, gli sfor­ zi per avviare o consolidare il ricorso ai nuovi strumenti, a cominciare da Internet. Anche l'uso di strumenti di comunicazione più tradizionali (giornali e bollettini a stampa) va adeguato ricorrendo ove possibi­ le (come già fatto dal centro nazionale) a tecnologie che migliorino il livello e l'efficacia dei flussi di comunicazione. Oltre al "come comunicare", resta di importanza strategica il "cosa comunicare". Il CSI produce una enorme quantità di iniziative di rilevante valore sportivo e sociale, spesso fortemente inno­ vative, ma raramente riesce a "bucare" i mezzi di comunicazio­ ne. Una prima soluzione a questo problema verrà dalla collabora­ zione avviata con il quotidiano Avvenire, che apre ai Comitati CSI una vetrina privilegiata sul mondo cattolico. Tale collabora­ zione, tra l'altro, garantirà un costante raccordo con le parroc­ chie, essenziale per rilanciare il rapporto tra esse e il CSI.

A livello nazionale e territoriale Si proseguirà nell'impegno teso ad ampliare la gamma dei pro­ dotti editoriali (libri, guide ed altri sussidi) graditi alla base associati­ va. Ulteriore obiettivo per il CSI Editore sarà quello di promuove­ re le proprie pubblicazioni oltre l'utenza associativa ricercando ritorni positivi sia sul piano eco­ nomico che di immagine. Una riflessione particolare me­ rita la stampa locale, che dopo anni di sostegno ha raggiunto una sua dimensione apprezzabile sul piano quantitativo e spesso anche qualitativo. Si può dunque

ritenere conclusa la fase di incen­ tivazione "a pioggia", per passare - come in parte già fatto - ad inco­ raggiare e supportare quelle realtà territoriali che meglio riescono a fare comunicazione rappresen­ tando presso un vasto pubblico loro stesse e l'intero CSI.

LE POLITICHE SOCIALI La presenza del CSI in numerosi cartelli di associazioni deve esse­ re qualificata e specificata. Che lo sport possa giocare un ruolo importante nell'ambito delle poli­ tiche sociali è fuori di dubbio. L'Ufficio Politiche Sociali elabo­ rerà proposte che diano visibilità all'impegno associativo, indivi­ duando le risorse (locali, regiona­ li, statali, UE) che possono essere utilizzate dall'Associazione. In effetti, i Consigli regionali e i Comitati provinciali non approfit­ tano, o approfittano in minima parte, dei fondi disponibili per progetti integrati che possono essere realizzati soltanto attraver­ so la cooperazione fra più enti. Di qui l'importanza di un osservatorio permanente che intercetti tali risorse e le indichi ai Comitati, supportandoli nell'elaborazione dei progetti.

POLITICA SPORTIVA La linea politica del CSI, seguen­ do il mandato congressuale, si svilupperà su due direzioni. L'una punta al dovuto ricono­ scimento, anche legislativo, del ruolo degli Enti di promozione sportiva. Naturalmente il ricono­ scimento di un ruolo non può coprire vuoti di consistenza e di attività, situazioni ambigue di comodo o di facciata. Anche in forza di indicazioni generali conte­ nute in norme legislative, il CONI sarà sollecitato a fare sempre maggiore chiarezza sulle realtà associative dei singoli Enti e a comportarsi coerentemente nel­ l'assegnazione dei contributi. La seconda direzione della poli­ tica sportiva del CSI è quella dello "sport per tutti". Alla sua massima e concreta diffusione nella nostra società continueranno a indiriz­

zarsi le energie, i rapporti e il peso crescente che l'Assodazione va assumendo a livello istituzionale e sociale. Questa linea d'azione comporta anche un atteggiamento chiaro e determinato verso il Comitato Nazionale dello Sport per Tutti che dovrà superare le remore che fin qui lo hanno tenuto in uno stato di incertezza, di ambiguità e di inattività.

ATTIVITÀ INTERNAZIONALE Pur continuando la promozione di attività sportive e formative al­ l’interno della FICEE il CSI si è fat­ to promotore tra le altre Federa­ zioni straniere di un'opera di rin­ novamento dell’intero circuito di attività, poiché, allo stato dei fatti, esso rischia di rappresentare un aggravio economico senza alcun ritorno sotto il profilo educativo. Una tale azione diventa neces­ saria per ridare nuovo slancio ad un senso di appartenenza - talvol­ ta sbiadito tra le nazioni che ne fanno parte - che, superando i confini della propria associazione o Federazione, riesca a ricreare nuovo entusiasmo al confronto sportivo e culturale. Accanto al tradizionale impe­ gno all'intemo della FICEE il CSI continua a percorrere nuove vie di promozione sportiva a livello intemazionale. L’iniziativa Sport for Africa verrà realizzata ancora nel 1998 a sup­ porto di un’attività di formazione tecnico - sportiva rivolta ad ope­ ratori del Cameroun. Sarà data continuità all'inter­ vento avviato in Albania con un progetto finalizzato ad un collega­ mento con scuole e parrocchie per la promozione di attività spor­ tiva tra i ragazzi e i giovani. Anche in considerazione delle attuali dif­ ficoltà che il Faese sta attraver­ sando tale collaborazione merita di essere sostenuta. Rispondendo ad una sollecita­ zione della Caritas, nel 1998 il CSI avvierà anche un progetto in Cro­ azia per supportare tutta una serie di iniziative sportive ed oratoriali di diverse parrocchie croate.


Viaggio nel CSI “PROGETTO CARCERE" A BELLUNO

LIBERA USCITA CON CALCETTO E PIZZA

L'edificio delle Carceri circondariali di Baldenich in Belluno.

amid-awersari hanno saputo tra­ smetterà molto. Insieme abbia­ mo avuto l'opportunità di divertird, ma anche di mettere in pratica dei valori, quali la lealtà ed il ri­ spetto redproco. Mi auguro di po­ ter ripetere l'esperienza e che il CSI prosegua in questa bella av­ ventura del “Progetto carceri". Ri­ tengo sia un’occasione molto im­ portante per migliorare noi stessi e la sodetà nella quale viviamo». E infatti il Comitato di Belluno

STADIUM

N un'ordinaria domenica del­ lo scorso inverno, per otto detenuti del carcere di Bel­ luno i cancelli si sono aperti in via straordinaria. Il motivo? Una “libera usdta” da trascorrere in compagnia del CSI: visita alla dttà, partita a caldo con il Club Autisti della Dolomiti bus, cena in pizzeria e quattro chiacchiere. «Questa giornata fuori dal car­ cere - spiega Fiorentina Pilon, dirigente del CSI bellunese - è uno degli obiettivi che d eravamo prefìssi con il nostro 'Progetto carceri’. Un progetto che d vede impegnati ormai da qualche anno e che vuole awidnare il mondo del volontariato sportivo ad una realtà diffìcile, quella carceraria, che dovrebbe essere finalizzata anche al recupero delle persone e che, invece, troppo spesso è vista e vissuta solo come punizione e segregazione». «Finora - prosegue Roberto De Barba, presidente del CSI bellu­ nese - eravamo riusdti ad orga­ nizzare dei momenti di sport solamente all’intemo della casa drcondariale, con sempre tanti problemi a causa della cronica mancanza di personale di sorve­ glianza. Questa volta, però, le cose sono andate in modo diver­ so. Avevamo comindato a prepa­ rare questo incontro a novembre con l’educatrice della casa drcon­ dariale, dottoressa Battipaglia. Dopo le necessarie autorizzazioni del Tribunale di Venezia e qual­ che timbro in questura, a feb­ braio siamo finalmente riusdti a coronare il nostro progetto». Una giornata in libertà, dunque, per otto detenuti. Tra di loro, un

marocchino, alcuni veneti, un milanese. Per tutti, qualche atti­ mo di smarrimento appena var­ cati i cancelli e durante i primi passi per la dttà: molti, rinchiusi da mesi o da anni, non solo non avevano mai visto Belluno, ma, addirittura, non sapevano come fosse fatta la facdata del carcere che li ospita. Il momento iniziale di imbaraz­ zo è stato comunque subito superato, grazie alla spensierata visita alla città, accompagnati solamente dalla sorveglianza spedale... dei dirigenti CSI. Dopo due ore a spasso per le vie di Belluno, nel tardo pomerig­ gio si sono smessi i panni dei turisti, per indossare quelli degli sportivi: appuntamento al pala­ sport “De Mas" per la partita di calcetto contro il Club Autisti della Dolomiti bus. Partenza travolgen­ te del gruppo di detenuti, i quali andavano in gol a più riprese. Graduale recupero del Club Au­ tisti che, però, nulla poteva con­ tro la superiorità avversaria e

doveva soccombere per 10 a 6. Come da tradizione, chi per­ de... paga la cena. Ed invece so­ no stati proprio i detenuti a voler pagare con i soldi guadagnati la­ vorando all’intemo del carcere (ad ognuno di loro erano state date 100 mila lire da spendere nella serata). In più, hanno lascia­ to una mancia consistente agli al­ libiti camerieri, perché, hanno spiegato, tornare in carcere con i soldi porta sfortuna. Fiorentina Pilon è molto soddi­ sfatta: «Quello che i nostri amici detenuti hanno saputo darci - sot­ tolinea la responsabile del "pro­ getto carceri” - è stato molto di più di quello che noi abbiamo saputo offrire loro. Noi, in fondo, abbiamo solamente messo a disposizione qualche ora del no­ stro tempo libero, mentre loro hanno saputo farci apprezzare il valore della libertà e trasmetterci una grande voglia di vivere». Sulla stessa linea si muove an­ che il responsabile del Club A-utisti, Claudio Da Ronch: «I nostri

del CSI non intende certo fermar­ si sulla strada del “Progetto carce­ ri" che proseguirà con incontri di calcio e tennistavolo, entro il car­ cere, compatibilmente con la di­ sponibilità di personale di sorve­ glianza. Per domenica 25 maggio è pre­ visto un regolare incontro di cal­ do tra una rappresentativa di detenuti ed una squadra amato­ riale del CSI, presso il Campo sportivo di Salce. Tale incontro è inserito nel programma della giornata di finali del Campionato provindale di caldo femminile CSI. Al termine della manifesta­ zione, vindtori e vinti, insieme al­ le ragazze del caldo femminile, ai dirigenti, ai fidanzati, ai mariti ed altri familiari, conduderanno la serata con una festa in un risto­ rante dttadino. Nel frattempo si guarda oltre, programmando nu­ ove “usate” estive.


...CONVIENE IMPEGNARE un anno della propria vita in Albania?

Carissimo tra "una pallottola e l'altra provo a scriverti qualche riga. Qui a Fier quasi tutti sono armati, ognuno si guarda dall'altro e quindi la paura fa tacere le armi, che però la sera riempio­ no il cielo con la loro macabra musica. Durazzo invece ha avuto parecchi problemi e le suore vivono tra paura e spe­ ranza.Tante altre città del sud hanno grossi problemi, diverse comunità religiose hanno avuto assalti, furti, minacce armate. Le abitazioni e depositi della Caritas sono stati disrutti... Ma nessuno è intenzionato a lasciare l'Albania, la presenza della Chiesa è in questo momento più che mai indispensabile. Ti scrivo queste poche righe non per angosciarti, ma perché credo che adesso il vostro contributo sia fondamentale per aiutare questo popolo a rinascere, a crescere nella speranza, a progettare un futuro di pace e giustizia. Nessuno può prevedere quando migliorerà la situazione e quando si arriverà ad una soluzione, ma occorre che noi siamo pronti affinchè si possa aiutare subito questo popolo.

Pur essendo vietate le riunioni, noi stiamo lavorando affinchè appena sarà possibile si possa partire subito con le attività sportive. La prima attività che stiamo preparando è la festa degli aquiloni, utilizziamo un'attività molto diffusa tra i ragaz­ zi, per invitare questo popolo ad alzare gli occhi al cielo. Quando apriranno le scuole (se apriranno) faremo per il terzo anno consecutivo una serie di tornei con tutte le scuole di Fier (atletica leggera, calcio, pallavolo, pallacanestro, giochi popolari, aerobica...). Stiamo anche organizzando uno spet­ tacolo teatrale. Non sappiamo quando, ma siamo fortemente rntenzionati a realizzare appena possibile il seminario pro­ grammato su Fantathlon e Giocasport. Crediamo che sia un incoraggiamento molto forte agli insegnanti. Quindi non aver paura ad inviare il programma del seminario con il materiale occorrente... Anzi tieni presente che è stata fatta una richiesta per un seminario con gli insegnanti di educazione fisica delle scuole superiori. Ti sei reso conto che il problema più importante per l'Albania è la formazione delle persone. Non è tanto un problema di strutture (assenti o quasi), ma è soprattutto un problema edu­ cativo. Questi anni di lavoro in Albania e la crisi attuale ci hanno reso ancora più consapevoli che occorre puntare sul­ l'evangelizzazione, sull'educazione, sui giovani. Una urgenza quindi che sentiamo è quella di avere degli educatori-evange­ lizzatori che condividano la nostra vita in Albania, a servizio

dei giovani albanesi. Fino ad adesso noi abbiamo realizzato esperienze estive di animazione e formazione con giovani ita­ liani, il nostro sogno è avere un giovane che resti per un perio­ do più lungo (1 anno o più) che possa dare un'impostazione al settore sportivo. Il CSI come ci può aiutare in questo setto­ re? Pensi che ci possano essere dei giovani del CSI disposti a fare un periodo di volontariato in Albania? Certamente noi possiamo garantire solo vitto, alloggio e... tanto lavoro. So che è una richiesta molto esigente ma provare non nuoce, anzi...

Sto trovando molto adatto per l'Albania il progetto del CSI "per una nuova progettualità" e chiedo il permesso di tradur­ lo con i dovuti adattamenti; lanciare la cultura del volontaria­ to, sviluppare la solidarietà sociale, recuperare il dono del dialogo, educare alla pace attraverso la cultura della traspa­ renza e della legalità, attrezzare operatori, strutture e servizi, pensare il circuito delle attività sportive.

Restando nell'ambito della formazione, trovo un prezioso con­ tributo nel primo materiale che ci avete lasciato (riviste, rego­ lamento, libri...). Sono interessato a ricevere le vostre riviste, che ci potranno essere molto utili anche per affrontare argo­ menti di formazione. Lo stesso vale per i libri, noi potremmo aprire una biblioteca sportiva, collegato con la nostra scuola ed in parte tradurre anche in albanese. Leggendo il pieghevole "... per fare CSI", ho trovato molta consonanza con il progetto globale che noi stiamo realizzan­ do a Fier, in modo particolare mi interessano i progetti "edu­ catori di strada", il "CSI on thè road", proprio per la situazio­ ne di disagio, di strada che abbiamo noi a Fier. Questi pro­ getti si possono inserire nel nostro progetto globale di preven­ zione ed educazione. Anche il "progetto comunicazione" mi interessa perchè al più presto speriamo di aprire una radio locale, una radio di evangelizzazione e promozione umana.

Questi sono solo alcuni spunti che forse potranno aiutarci a servire sempre meglio questo popolo. Ti ringrazio per tutto ciò che state facendo per l'Albania e in attesa di incontrarci al più presto in Albania ti invio i più cor­ diali saluti chiedendoti un reciproco ricordo nella preghiera.

P. Carmelo Prestipino Tel.fax.00355.642.3552 Indirizzate i vostri Perché a: Stadium, via della Conciliazione, 1 - 00193 Roma OPPURE INVIATE UN FAX AL NUMERO 06/68802940


IL RACCONTO* di EDIO COSTANTINI

iochiamo? Sì, ma dove? C'è solo quella stradina vicino alla Chiesa perché don Carlo ha chiuso il campo sportivo". È una vecchia usanza della Par­ rocchia chiudere il campo sportivo ogni volta che viene disertata quella lagnosa riu­ nione di catechesi del giovedì pomeriggio... Non c'è alternativa. Per restituire il campo ai ragazzi bisogna che un buon numero di loro partedpino a quell'incontro... In questo caso cosa può fare una Sodetà spor­ tiva? Potrebbe costringere i ra­ gazzi ad andare alla cate­ chesi oppure...

CENTO MODI PER FARE SPORT

zata anche per fini religiosi ma ho sempre lotta­ to perché venissero lasciati aperti tutti gli spazi e le strutture parrocchiali ai ragazzi e ai giovani del quartiere. E in tutto questo quel don Carlo, in fondo, mi ha dato sempre una mano. Alle con­ dizioni, però, che sopra vi ho raccontato. Tra noi due un continuo braccio di ferro che non ha mai portato a nulla. Come fargli capire che con i ricatti e l'imposizione non si ottiene niente? Eppure mi piacerebbe che d fosse tra noi un maggiore dialogo, una redproca chiarezza e un minimo di progettazione comune. Ma lui come gli altri "capistazione" non si concedono facilmente ad uno stile di condivisione, non rinunda con semplidtà ad essere la "prima donna" per pedalare in grup­ po, e si fa poco per favorire, nella fraternità, uno stile di cresdta, di ricerca e confronto comune. La presenza fresca di tanti ragazzi e giovani non può essere sottovalutata: occorre prestarle ascolto, farsene carico per farla diventare un dono per tutta la comunità. C'è sempre la tentazione di appropriarsi di un dono ricevuto e sentirsi un po' padrone e d arbi­ tro del proprio ruolo; e si fa fatica a percorrere la strada della comunione e dell'accoglienza red­ proca. Non è forse questo il compito a cui siamo stati chiamati io e don Carlo? Accettarsi come pro­ poste diverse ma non antagoniste. Per tentare almeno di dare un volto a quella "pastorale dello sport" di cui spesso si fa un gran parlare.

A CHE GIOCO GIOCHIAMO?

Che divertimento! Grazie a don Carlo abbiamo riscoperto la "strada" come spazio per giocare e per fare sport. È una strada vicino alla Parrocchia e chiusa al traffico da ormai due anni. Certo... è un po’ stretta e manca l'erbetta ma in cambio c'è tanta gente curiosa che si ferma a guardare. Si fa di tutto, dal minivolley al calcetto e c'è perfino uno spazio per i più piccoli. Provate ad immaginare un centinaio di bam­ bini alle prese con una strada lunga oltre due­ cento metri che fanno ogni tipo di gioco, che gri­ dano, che si divertono, che fanno festa... È una immagine bellissima che si è ripetuta per qual­ che sabato... Ma l'ultima volta sono arrivati in gran fretta i vigili urbani e hanno chiesto di tutto, permessi, autorizzazioni, delibere... Se non veniva don Carlo in nostro aiuto era­ vamo già fritti. Ora abbiamo le autorizzazioni, la strada e il campo sportivo parrocchiale. Che si sia dedso ad abbandonare la linea dura e a dard una mano?

LA "GUERRA FREDDA" TRA ADULTI E GIOVANI Poiché la mia Parrocchia, modello "agenzia di servizi", è organizzata come se fosse un santua­ rio e lo scopo prindpale è la sacramentalizzazione, la vita della Comunità corre sui due soli bina­ ri della catechesi e dei momenti di preghiera. Rigorosamente controllati dagli adulti, severi capistazione prescelti da don Carlo. I ragazzi e i giovani devono solo "esserd"... E tutte le loro attività vengono tollerate... mai appoggiate, so­ stenute, guidate. Quasi che i momenti di gioco nulla abbiano da dire alla vita di un ragazzo o di un giovane. Potete comprendere bene quanto sia dura la vita per una Sodetà sportiva in un simile conte­ sto. Il mio rapporto con la Parrocchia non è sem­ pre stato facile: spesso sono stata strumentaliz-

UNA SCELTA PASTORALE Fino a quanto, preti e laid, non capiranno che promuovere lo sport in Parrocchia è una "scelta pastorale" e non un passatempo di alcuni patiti di sport... l'attività sportiva continuerà ad essere quella cosa poco seria tra le cose serie della Parrocchia. Mora, coraggio. Se siete tra quelle Sodetà sportive parrocchiali che ogni giorno si sentono minacdate e temo­ no la chiusura del loro campo sportivo... nor rinundate al vostro compito. Cercate innanzitut­ to il confronto e offrite le vostre proposte. Cercate poi nella vostra dttà qualche spazio chiuso al traffico e disponibile ad essere attrez­ zato per giocare; poi richiedete al Sindaco le autorizzazioni necessarie per occupare il suole pubblico e il gioco è fatto. Non vi rimane che riempire quello spazio d ragazzi e colorarlo di sport. Sicuramente anche i vostri “don Carlo” diven teranno i vostri alleati. (*) La Sodetà sportiva G.S. Vìrtus continua raccontarsi


DONE 1 NOTIZIE Cento strade per giocare la festa di giochi per strada sono scomparsi i bambini che con la quale Legambiente giocano per strada. Traffico, ru­ ha salutato l'ingresso della more, smog, mancanza di spa­ primavera. Sono stati cen­ zi... costringono i ragazzi a rima­ tinaia i Circoli e le Classi nere per chiusi dentro casa. l'Ambiente che il 22 e 23 marzo Ma la festa di Legambiente scorso hanno colorato di giochi le vuole, almeno per un week-end, strade delle loro città. liberare la loro creatività allonta­ Soprattutto nelle grandi città nando le auto. Moscacieca, ruba-

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bandiera, acchiappatila... E poi le lenzuola al vento dell'operazio­ ne MalAria. Chissà che non ci sia una maniera per tornare a voler bene ai nostri bambini restituendo loro le strade delle nostre città. Giocare per strada sarebbe anco­ ra bellissimo.

Passate parola l'invito che Giovanni Paolo ai giovani nel suo discorso di II ha rivolto ai giovani di "passare la parola", di farsi cioè Roma il 20 marzo, in occa­ missionari tra i giovani. sione dell'incontro di pre­ "Non basta andare in parroc­ parazione alla Giornata Mondiale chia, o nei gruppi. È giunto il della Gioventù che si svolgerà a momento in cui occorre andare Parigi il prossimo mese di agosto. da chi non viene, da chi cerca il Un lungo e cordiale incontro di senso della vita e non lo trova 15.000 giovani. Un mix di festa e perché nessuno glielo annuncia. di preghiera. Voi dovete essere la persona che Il Papa si unisce a loro nella sa annunciare questa buona no­ festa, consegna copie del Vangelo vella. È giunto il momento per di Marco, nell'ambito della "Mis­ tutta la Chiesa di aprire le porte e sione cittadina di Roma" e chiede di andare incontro agli uomini e

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alle donne, ai ragazzi e alle ragaz­ ze che vivono in questa città co­ me se Cristo non esistesse. Molti vostri amici non hanno guide, riferimenti a cui rivolgersi per imparare a conoscere Gesù, e per superare quei momenti di dif­ ficoltà, di disillusione e di sconfor­ to che capita di attraversare. Diventate amici di chi non ha amici, diventate famiglia di chi non ha famiglia, comunità per chi non ha comunità".

Chi saranno i liberatori dello sport? potenziale di protesta contro lo la domanda che il Cardinal Giordano, Arcivescovo di sfruttamento economico dell'uo­ Napoli, rivolge alla folta mo e contro l'umiliazione razzista degli individui... Per raggiungere assemblea del CSI napole­ tano, durante la celebrazione del questi ­ suoi nobili ed esaltanti sco­ la Pasqua dello sportivo. Una bel­ pi promozionali del singolo e della lissima omelia che ha "scandaliz­ comunità, lo sport deve in primo luogo essere "liberato”. Da che zato" il mondo sportivo federale cosa? ma che ha ridato forza e dignità allo "sport". Esiste la tendenza a fare delle "...Lo sport oltre ad essere fatto­ competizioni sportive, e soprat­ re di crescita personale, può con­ tutto del calcio, una specie di reli­ tribuire alla formazione di una gione. Ebbene lo sport, per esse­ nuova e più autentica comunità re e divenire autenticamente "li­ berante", va liberato da questa umana, può essere davvero una dichiarazione di speranza nel fu­ tentazione che mira a fame un idolo vano e dannoso. turo, in quanto contiene un ricco

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Lo sport non va idolatrato. Lo sport aiuta le persone a liberarsi dal grigiore e dalla monotonia della ferialità, da quello che gli antichi chiamavano il taedium vitae (la "stanchezza di vivere”), offrendo spazi distensivi che aiu­ tano a “riprendere quota" e ad af­ frontare con rinnovata lena gli im­ pegni di ogni giorno. Lo sport libera dall'individuali­ smo, dal ripiegamento utilitaristi­ co ed edonistico su se stessi ed apre alla visione sodo-comunita­ ria della nostra esistenza: vivere con e per gli altri è il senso della nostra vita...”.


Le parole del “Patto” EGGLESIALITÀ Vittorio peri l’ecclesialità costituisce un impegno che va cclesiale, ecclesiastico, laicale. Bisogna onorato ogni giorno. Comporta il "sentire cum convenire che districarsi nella giungla dei Ecclesia", come si diceva una volta. significati di tanti termini di sapore Per essere più chiari, un Comitato locale, ad teologico che, spesso, ricorrono anche negli scritti della nostra Associazione, è tutt’altroesempio, dà senso alla propria ecclesialità quando è presente con qualche rappresentante che agevole. A meno di essere "addetti ai lavori”, negli organismi pastorali diocesani - consulta naturalmente. E poiché la maggior parte dei delle aggregazioni laicali, consiglio pastorale ecc. - e mantiene un costante dialogo con l'ufficio della pastorale giovanile e, se c’è (ma se non dimensione ecclesiale del CSI si attualizza c'è... si attiva perché ci sia) con l’ufficio nel riferimento costante all'esperienza viva diocesano per la pastorale del tempo libero, turismo e sport. della Chiesa italiana " Ecclesiale, tuttavia, non vuol dire ecclesiastico. Di (Patto Associativo n. 3) ecclesiastico, nel CSI, c'è solo il consulente, quel sacerdote cioè (ma ora si comincia a parlare anche di diaconi) a cui il vescovo, o la nostri associati, dirigenti compresi, non lo sono, conferenza episcopale nazionale o regionale, sarà opportuno dipanare qualche filo che aiuti a affida l’incarico di collaborare con i responsabili uscire dal labirinto terminologico. laici dell’Associazione perché questa possa Il Patto associativo - che possiamo definire la meglio conseguire le finalità istituzionali. Il magna charta di riferimento culturale ed educati­ consulente è dentro questa Associazione, che è vo di tutti gli operatori, e che mese dopo mese laicale (ma non laicista!), non con la andiamo commentando su questa pagina di responsabilità della direzione, ma con il mandato Stadium -, al n. 3 scrive che il CSI ha una di collaborare, per la sua parte, alla formazione "dimensione ecclesiale". Ciò, significa, in parole dei soci, in particolare dei formatori. semplici, che l’Associazione si sente parte Egli è qualificato come “ecclesiastico” sia in forza integrante della Chiesa e che vuol partecipare, a dell’ordine sacro, sia perché opera suo modo, al grande compito che Cristo ha nell’Associazione a nome dell’autorità che lo ha assegnato alla Chiesa, che è quello di nominato: ecclesiastica, appunto. II consulente evangelizzare ogni persona e ogni ambiente. "Le concorre, insieme ai dirigenti dell’Associazione, associazioni sportive di ispirazione cristiana alla realizzazione delle finalità educative del CSI scrivono i vescovi italiani nella nota pastorale attraverso l’esercizio del suo servizio ministeriale. Sport e vita cristiana del maggio 1995 -, sono Per il resto, il CSI non è fatto di ecclesiastici, non chiamate a svolgere un azione qualificata e preziosa di prima evangelizzazione'. E, con opera a nome della Chiesa e non è un organi­ un’indicazione di assoluto valore metodologico, smo che appartiene alla sua struttura gerarchica, come invece una diocesi o una parrocchia. aggiungono: "senza strumentalizzazione alcuna, ma daU'intemo dei significati e dei valori che la In una delle precedenti riflessioni che andiamo pratica sportiva, posta nella luce della fede, sa facendo su queste stesse pagine scrivevo - e evidenziare e favorire" (n. 48). credo opportuno ribadirlo ancora -, che per tutte Nel Congresso nazionale dello scorso giugno ad queste ragioni il CSI chiede a tutti i responsabili Assisi il nostro Presidente affermò a questo un forte radicamento nella fede cristiana e un proposito che "il CSI si riconosce appieno nella sereno costante collegamento con le diocesi e le nota della CEI poiché in essa rispecchia la parrocchie: non per clericarizzare alcunché, ma propria esperienza quasi centenaria, per poter meglio contribuire - con gli strumenti e caratterizzata da una costante ricerca e da una i metodi propri dell’attività sportiva -, alla coerente concreta sperimentazione del rapporto promozione umana dei giovani e alla loro tra sport e fede, tra sport e vita cristiana". evangelizzazione. Che equivale a dire: ad aiutarli a realizzare una crescita con un orizzonte a 360 Questa "dimensione ecclesiale" si avvera tuttavia gradi. non con astratte affermazioni di principio, ma Un albero riesce a dispiegare i suoi rami tanto attraverso un costante e cordiale rapporto di più in alto e in largo quanto più le sue radici reciproca collaborazione con le comunità sono profonde e vitali. La stessa cosa avviene ecclesiali - diocesi e parrocchie -, nel cui ambito per la nostra Associazione. Sarà capace di territoriale il CSI si trova ad operare. ampliare l’orizzonte delle proprie attività e di Più che una specie di etichetta acquisita una affinare l’azione educativa solo se manterrà viva volta per sempre, e magari esibita in qualche la sorgente dell’ispirazione cristiana e vitale il occasione per ottenere qualche vantaggio, raccordo con la comunità ecclesiale.

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APPUNTI SULLA PROGETTA­ ZIONE EDUCATIVA

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Alla Guida per una nuova progettualità si accompagna questo volume che svi­ luppa in profondità il tema della pro­ gettazione educativa. Si tratta di un testo di approfondimento e, dunque, destinato ai formatori più che agli ope­ ratori di base. Il tema è trattato sotto il profilo gene­ rale, senza particolari riferimenti al­ l’attività sportiva. In un secondo momento arriverà un’ul­ teriore pubblicazione sulle applicazioni della progettualità educativa in mate­ ria sportiva.

L'ATLETICA LEGGERA R. Marino, F. Sebastiani, CSI Editore, Roma 1997, pagg. 128, L. 20.000 Con questo volume dedicato all’atleti­ ca, il Curricolo di base per educatori sportivi si avvia a completare la prima fase del suo programma editoriale. Il testo, opera di due tecnici di valore, tratta la complessa materia della pre­ parazione degli atleti suddividendola in cinque parti: corse di velocità, corse di velocità con ostacoli, corse di resisten­ za e marcia, salti e lanci. Una sesta ed ultima parte è dedicata all’itinerario pedagogico e didattico, cioè allo spe­ ciale “taglio” con cui deve lavorare l'al­ lenatore per porsi nell’ottica di un autentico “educatore sportivo”. Il libro va ad aggiungersi agli altri tre già pubblicati nell’ambito del “Curri­ colo di base per educatori sportivi”. La serie dei volumi interdisciplinari com­ prende per ora Sport & Educazione e

Elementi di base di medicina sportiva, cui presto si aggiungerà Metodologia dell'allenamento. La serie dei volumi specifici comprende, oltre a questo sull’atletica, un volume sul calcio, già pubblicato, e altri sulla pallavolo e sul­ la pallacanestro, attualmente in pre­ parazione.

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