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Stadium n. 4/1993

Page 1

APRILE h 1993

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GR.111/70%

Continua il viaggio

nelle regioni del nostro Paese.

In questo numero il Piemonte. INCHIESTA A PAGINA 4

erra altamente industrializ­ zata, il Piemonte paga più di altre zone le conseguenze

della crisi economica ed occu­ pazionale. Ma anche altri se­

gni di cambiamento investono la re­

gione: la trasformazione demografi­

ca, la crescita di nuove forze politi­ che, l’espandersi del disagio...

INCHIESTA

Eltalia iooooo nel cambiamento

I

PRESIDENZA NAZIONALE

L ARCHÌVIO STORICO


ITRO SPORTIVO ITALIAN' Direttore Donato Renato Mosella Direttore Responsabile Daniele Caleca Direzione, Redazione e Amministrazio­ ne Via della Conciliazione 1,00193 Roma Telefono 6867941 Pubblicazione iscritta al n. 4987 del Reg. Stampa del Tri­ bunale di Roma del 4/1/1956 - Pubblicazione fuori commercio Progetto grafico PierGiorgio Maoloni Composizione,

impaginazione e fotolito Figura srl Disegni Massimo Manzi Stampa Romana Editrice srl, Via

Periodico associato aH’USPI (Unione Stampa

Colle Ara della Signora 8, San Cesareo (RM) • Spedizione in abbonamento postale gruppo 111/70%

24 marzo Elzer Weizman viene eletto presi­ dente dello Stato di Israele, segnando una svolta importante nella politica estera caratterizza­ ta dalla disponibilità al dialogo con Yasser Arafat e alle trattative con i palestinesi.

27 marzo Giulio Andreotti informa la stam­ pa di avere ricebuto un avviso di garanzia dalla procura di Paler­ mo per presunti favori a boss mafiosi. La vicenda segna l’inizio di una battaglia, giocata a colpi di dossier e memorie difensive tra la magistratura palermitana e il senatore a vita per mantenere l’immunità parlamentare. 29 marzo Con una lettera al segretario Martinazzoli, il leader referenda­ rio Segni, abbandona la Demo­ crazia Cristiana dopo diciassette anni di militanza.

5 aprile Renato Curcio, capo storico del­ le Brigate Rosse, in carcere da diciassette anni, per scontare una pena di trenta anni, ottiene la semilibertà. 12 aprile Prende il via l’operazione della Nato dal nome “deny flight" diret­ ta a proteggere i cieli della Bo­ snia dalle incursioni degli aerei serbi. 19 aprile Con una sorpendente affluenza gli italiani accolgono tutte le pro­ poste referendarie dimostrando con decisione di volere chiudere con il passato.

tUIIUIilALt Autonomia e cambiamento

DONATO RENATO MOSELLA

L’Italia nel cambiamento 2/Piemonte

FRANCESCO ANTONIOLI

-41

MARIO GIORDANO

GIAN PAOLO ORMEZZANO

RICCARDO MACCIONI

ARGOMENTI «Sportopoli» e provincia

PIER GIORGIO SABANI

C’era una volta il cantautore

GIGI RANCIDO

12

11 raduno del decennio

ANDREA DE PASCAUS

14

40

VERGO 11 CONGRESSO OilOIRlt LUIGI GIACCONE

20

Dall’economia di mercato alla politica della solidarietà

ROSARIO IACCARINO

22

Uitto a posto, poco in ordine

ELENA MAIETICH

24

LEO LEONE

2<i

Il coraggio del nuovo

USCIRE OAllA CRISI

STAGI FCfflOffllWCMÖ L’educatore scende in strada

22 aprile Dopo un dibattito in aula si chiu­ de l’esperienza del primo gover­ no amato, il più tormentato della Repubblica, più volte falcidiato dalle dimissioni dei propri mini­ stri per motivi di natura giudizia­ ria e sopravvissuto in due occa­ sioni al voto di sfiducia.

Periodica Italiana)

HUHHILHt Sport e salute Problemi giuridici e fiscali Sport e meraviglia Riflessioni

MARCELLO GHIZZO ALBERTO SUCCI

FLAVIO PEDROTTI G. BATTISTA GANDOLFO

20 29 30 3E


EDITORIALE

Autonomia e cambiamento UALI nuove prospettive si aprono per lo sport dopo la plebiscitaria volontà di cambiamento espressa dagli italiani con i referendum? Non è una domanda egoistica o settoriale. È proprio perché ci rendiamo ben conto dell enorme portata e responsabilità storica dell’esito referendario che ci preoccupiamo di capire, per 1 area di nostro impegno, che cosa possiamo attenderci e, soprattutto, in che direzione dobbiamo muoverci. Lo scenario sportivo attuale non è affatto lusinghiero, c’è molta confusione e ci sono motivi di seria preoccupazione. Non pensiamo soltanto alle preoccupazioni finanziarie, che pure ci sono, soprattutto per gli Enti di promozione sportiva, ma d riferiamo alla situazione politica dello sport. Siamo in una fase di stallo e anche di recesso dello sviluppo sportivo. Qualche limitato aumento di praticanti nella fasda degli adulti è pagato a caro prezzo con il fermo e anche la diminuzione della partedpazione sportiva dei giovanissimi, dei ragazzi e dei giovani. L'azione promozionale langue sul fronte sia privato nella popolazione. Il mondo sportivo non può che pubblico (Regioni ed Enti locali) per mancanza chiamarsi fuori dalla sfida storica che interpella tutti, di idee, di volontà, di iniziativa, oltre che di soldi. non può sottrarsi al compito di contribuire per la Il Ministero del Tursimo poco prima di morire ha sua parte alla costruzione di un nuovo ordine di escogitato un pasticdo ministerial-sportivo nel cose, disperato tentativo di succedere a se stesso e lo ha che l’esito referendario ha sancito senza più fatto in assoluta solitudine, senza minimamente possibilità di dubbi e ripensamenti. coinvolgere Noi crediamo che alla costruzione di questo nuovo le forze pubbliche e private interessate. debba attendere lo stesso mondo sportivo, Il coni, a sua volta, almanacca intorno a progetti di nella pienezza della propria responsabilità e “sport per tutti” che investono in pieno la vita e il autonomia. futuro dell’assodazionismo sportivo, ma anche lui Non abbiamo fiducia - lo diciamo francamente lasda completamente fuori i diretti interessati nelle soluzioni taumaturgiche che calano (e pensare che il Comitato paritetico CONI-Enti è un improvvisamente dall’alto delle istituzioni, organismo uffidale del coni). all’insaputa di tutti: sanno tanto di sortite Ma il coni fa anche di più. Poiché la Corte dei Conti strumentali che si servono, ancora una volta, indaga sulle sue spese, compresi i contributi agli dell’associazionismo sportivo, anziché servirlo. Enti, ipso facto ne sospende l'erogazione, Ma allora le Associazioni, le Federazioni, il coni emettendo per suo conto una sentenza di illegittimità di fatto. non possono più stare alla finestra e limitarsi a Poi si scopre che ciò che manca è un regolamento subire gli eventi, sperando di cavarsela col minor sui criteri, le modalità di erogazione e i controlli danno possibile. che gli Enti, in sostanza, avevano già proposto da E tempo di prendere l'iniziativa, di lasciar tempo, mettendo a disposizione ogni dato cadere le diffidenze, di abbandonare gli e informazione sulle proprie attività e dichiarandosi arroccamenti. Lo diciamo soprattutto al coni, che ci disponibili a ogni controllo sulle spese. sembra ancora prigioniero della sindrome del Ora il problema dei contributi dovrebbe risolversi castello assediato. Non è questione di prendere le si spera - in un tempo ragionevolmente breve, parti del coni, ma di difendere l’idea dell’autonomia ma intanto gli Enti stanno subendo un danno dello sport. economico altissimo e comunque i problemi di Non auspichiamo ammucchiate indifferenziate, fondo restano. Sono i problemi del rilancio di una quanto impotenti: pensiamo invece a convergenze politica sportiva che affronti finalmente i problemi e intese fondate sulla concretezza di realtà sportive dei ruoli e delle competenze, dei diritti e dei doveri, effettivamente esistenti, di progetti sinceramente della dignità e delle responsabilità di tutti i soggetti, condivisi e portati avanti con rigorosa coerenza. pubblici e privati, operanti nell’area sportiva. Pensiamo, insomma, a un rilancio immediato e Noi non ci sottraiamo a nessuna verifica, a nessun deciso dell’azione politica anche in campo sportivo obbligo, a nessun dovere, ad opera degli stessi sportivi. I referendum hanno ma non possiamo accettare che il molo storico aperto e indicato una strada, che è diventata dell’associazionismo sportivo venga messo in obbligata e pressante per le forze sportive. discussione ad ogni pié sospinto e debba pagare E un appuntamento con la storia, quella dello sport anche per difficoltà, colpe od omissioni altrui. e quella del Paese, che il mondo j fe L’Italia sta vivendo un momento cruciale della sua sportivo italiano non può permettersi storia dal secondo dopoguerra ad oggi, un periodo di mancare, come troppe volte tormentato e insieme esaltante per la volontà e la è accaduto in passato. speranza di cambiamento così forti e diffuse Donato Renato Mosella


L'ITALIA NEL CAMBIAMENTO

Piemonte

l Piemonte ha imboccato

il viale del tramonto? La

«deindustrializzazione»

trascinerà la regione ai

margini della nuova Eu­ ropa? Nel corso del 1992 l'occupazione è scesa di

ventiquattromila unità, per una flessione consi­ stente soprattutto nel settore manifatturiero. So­ no in difficoltà il terziario e l'edilizio, causa non ul­

tima gli appalti per Tangentopoli. A corto di ossige­

no anche le aziende artigiane, che lamentano la perdita di oltre settemila lavoratori. Inoltre si con­ tano quattordicimila addetti «in mobilità»: 75 su

100 hanno più di quarantanni, e sono difficilmen­ te «ricollocabili». Per l’anno in corso si stimano a

rischio quarantamila posti di lavoro. Ma le difficol­ ta del Piemonte non sono soltanto economiche. FRANCESCO ANTONIOLI/MARIO GIORDANO

ira aria di crisi grave. La gente subalpina, circa quattro mi­ lioni e mezzo di abitanti in regione, neanche un milione a Torino città, è preoccupata. Così come gli esperti. Il so­ ciologo Angelo Detragiache commenta: «La svalutazione della lira ha consentito una sempre maggior ripresa delle piccole e medie imprese, mentre la grande industria re­ sterà ancora molto tempo in difficoltà. Dunque hanno migliori prospettive quelle zone, come il cuneese o il no­ varese, dove esiste un’industria più diffusa. Al contrario la provincia di Torino, tutta legata alla Fiat, faticherà a ri­ prendersi». Siro Lombardini, economista, ex ministro delle Parteci­ pazioni Statali: «Stiamo pagando il prezzo di una politica industriale assistenzialistica e clientelare che ha continua­ to a sostenere le grandi aziende in difficoltà, senza mai creare le condizioni di sviluppo della piccola e media im­ presa. In Piemonte, per esempio, non è mai stato affron­ tato il problema dei trasporti. Se gli enti locali lo avessero fatto in tempo, probabilmente oggi non ci troveremmo in questa situazione. Mi spiace, ma paghiamo soltanto i no­ stri errori. Anche le grandi industrie, Fiat in testa, hanno sbagliato, cercando di tagliare i costi del lavoro e dimen­ ticando invece gli investimenti in nuovi processi e nuovi prodotti». «La regione deve trasformarsi in una centrale tecnolo­

gica», concordano gli esperti. «Con funzioni di ricerca uti­ li a ramificarsi in tutte le parti del mondo. È obbligatorio: bisogna cambiare». «Certo - interviene Marcello Paóni, direttore della Fondazione Agnelli - nelle aree di vecchia industrializzazione si impongono grandi mutamenti che riducono la quantità di lavoro umano aumentandone la qualità. Questa sequenza non può venir giudicata che positivamente, perché ha come esito un aumento del la­ voro più sofisticato, e quindi della ricchezza prodotta. È dunque un obiettivo da perseguire, che pone tuttavia un delicato ed importante problema di transizione affin­ ché i costi di tale trasformazione siano il più possibile ri­ dotti. Sicuramente Torino dovrà aumentare la percentua­ le del terziario e ridurre il peso dell’industria. Ma inten­ diamoci: non significa entrare in una prospettiva post-industriale. Le trasformazioni restano nell'ambito di una prospettiva neo-industriale, che significa un modo nuovo di fare industria». La trasformazione demografica

Sui temi occupazionali e sulle prospettive della regione si è levata in questi mesi anche la voce dei vescovi. In un approfondito documento, «Il lavoro è per l’uomo», han­ no indicato princìpi e valori di fondo. «All’azione solidale per superare l'attuale crisi non possiamo essere assenti»,


I

UNA TRADIZIONE D'IMPEGNO

Alfiaiuo dei più deboli ORINO, centro storico. Una targa scolorita su un portone: «Qui, nella casa della Volta Ros­ sa, il canonico Giuseppe Benedetto Cottolen-

go iniziò l'opera della Piccola Casa della Di­

vina Provvidenza». Era il 1828. Dall'intuizio­ ne di un curato di campagna, iniziava un'e­ sperienza di solidarietà che tuttora, nella cit­

tadella della sofferenza, il Cottolengo appun­ to, coinvolge ogni anno migliaia di volontari, anche non credenti, che si mettono a disposi

zione del prossimo. Si dice del piemontese che è falso ed è corte­

se. Vero in parte. Anche perché è in questa terra ai piedi delle Alpi che si è sviluppato il fi­ lone dei cosiddetti «santi sociali»; don Bosco, il Cafasso, non ultimo Pier Giorgio Frassati. Una tradizione di impegno mai sopita, in campagna come in città. Barboni, anziani,

terzomondiali, ragazzi difficili: sono stati in­ ventati mille modi per essere al loro fianco.

»»■

Un'anima innegabile per una regione che vanta tuttavia profonde radici laiche ed ope­ raie: tra i padri Gobetti e Gramsci, appunto, che hanno animato filoni culturali importanti.

Vivendo in quel capoluogo, salottiero e mo­ narchico, diventato capitale dell'automobile.

Con gente operosa e geniale, che ha saputo trasformare botteghe artigiane in grandi im­

prese agricole o in holding internazionali nel settore industriale. Ora il quadro è complesso:

c'è la recessione, Tangentopoli, la protesta

MUTAMENTO DEMOGRAFICO 1IN PIEMONTE

scomposta, qualche rigurgito razzista per gli extra-comunitari. Ma c'è anche desiderio di riscatto. Di «rico­

-1

| ETÀ 1 0-14

1 15-64 | 65 E PIÙ i TOTALE

1971 20.3 66 13.7 100

1981 18.1 66.3 15.6 100

1971 899 2926 608 4433

1981

1988 14.5 69.4 16.1 100

1998 11.4 67.9 20.7 100

2008 10.6 64.4 25 100

1998 483 2873 873 4229

2008 420 2559 992 3971

VALORI ASSOLUTI ETÀ

0-14 15-64 65 E PIÙ

TOTALE

809 2970 700 4479

1988 636 3036 705 4377

ETÀ

1971

100 100

TOTALE

100 100

1981 90 102 115 101

1988 71 104 116 99

1998 54 98 144 95

mi. Alcuni segnali nuovi vengono significati­ vamente dalle associazioni e dai movimenti di

ispirazione cristiana. Azione Cattolica, Adi, Agesci, Csi e poi Fuci, Gioc, Gruppo

Abele, Meic e Cisv, hanno fatto un'autocritica significativa. In un documento presentato alla stampa pochi giorni fa ri­

conoscono di aver sovente colmato vuoti profondi e aperto «prospettive di speranza» «Ma non con altrettanta conti­

NUMERI INDICE SU VALORI ASSOLUTI 0-14 15-64 65 E PIÙ

struzione» istituzionale, nonostante i proble­

2008 47 87 163 90

[FONTE: FONDAZIONE AGNELLI -TORINO]

nuità - scrivono - abbiamo saputo o voluto porci per vigila­

re sui comportamenti degli amministratori, stimolare l'atten­ zione sui problemi più seri, valutare le soluzioni che veniva­

no proposte». Se la riflessione vale per Torino, ancor più è saggia, salvo

qualche rara eccezione, per tutta la regione. Era ora che si uscisse dal coro becero della protesta e si ri­

dice il vescovo di Alessandria Ferdinando Charrier. «An­ che se non siamo chiamati ad indicare soluzioni politiche ed economiche». Esiste, in realtà, un altro grande processo di trasforma­ zione che riguarda la struttura della popolazione. Secon­ do un’elaborazione curata dalla Fondazione Agnelli, gli ultra 65enni, che nel 1971 in Piemonte erano il 13,7% della popolazione, saranno il 20,7% nel 1998 ed il 25% nel 2008. Un mutamento demografico significativo che proporrà nuovi scenari. Il problema degli anziani, infatti, andrà ad aggiungersi alle piccole e grandi fasce del disa­ gio sociale, che comprendono i nuovi poveri, i barboni, gli extra-comunitari, una presenza ormai consistente,

conoscesse, in qualche misura, una corresponsabilità grave

nel non aver a sufficienza educato alla responsabilità civile. «Troppo volontariato», ha ammonito più volte il sociologo

Franco Garelli dell'Ateneo subalpino. Credente, cattolico, non ha inteso sminuire il valore di un'esperienza, ma evi­

denziarne i limiti strutturali. «Se c'è bisogno di volontariato significa che chi opera nelle istituzioni non espleta a suffi­

cienza il dovere verso la comunità», prosegue Garelli, «L'i­

dea di poter separare l'impegno sociale e l'impegno politi­

co non è valida in linea di principio né è produttiva nel con­ creto», rispondono associazioni e movimenti nel loro docu­

mento.

[F. A.]

Un’immagine di Torino con la Mole Antonelliana. La crisi al Comune, da mesi senza governanti, ha reso più acuto il problema del disagio sociale.


«PIEMONTE OGGI» L'ITALIA NEL CAMBIAMENTO

con decine di migliaia di persone interes­ sate. Su tutto un’ombra grigia, come ha denunciato con forza il direttore della Caritas torinese, don Sergio Baravalle: «È l’assenza delle istituzioni, la crisi al Comu­ ne di Torino da mesi senza governanti, che ha reso più difficile ogni sforzo». La crisi della politica

In effetti il malcontento cresce. Almeno una ventina di Comuni sono senza Consigli comunali, dilaniati dalle beghe partitiche, dalle liti bottegaie sulle possibili o impos­ sibili coalizioni. La Lega Nord, anche se non ha grossi nomi, avanza. Ad Acqui Ter­ me la Giunta è già un monocolore del Car­ roccio. I partiti tradizionali, chi più chi meno, hanno gli uomini coinvolti nelle vicende di Tangentopoli. II mondo cattolico, che avrebbe voluto nella De operazioni chirur­ giche e di rinnovamento con personaggi alla Rosy Bindi, come in Veneto, non è granché soddisfatto. Tante che in molti strizzano l’occhio alla Rete. E chi ha scelto di impegnarsi lo ha fatto con molti condi­ zionali. Come Mario Chiavano, docente di procedura penale all’università di Torino. «Mi ha spinto la speranza che non tutto sia bruciato - spiega - Che certi segnali nel partito che ha dato corpo all’esperienza dei cattolici democratici possano vera­ mente germogliare in nuovo scenario. Ho contribuito come esterno alla stesura di norme per l’autoverifica ed il rinnovamen­ to interno del partito. Sia ben chiaro: non si tratta di una cambiale in bianco. E ben­ sì un impegno vigile e molto realistico. Vo­ glio bene a Torino. E mi rendo conto che si è persa quasi completamente l'idea del­ la politica come progettualità, come con­ fronto di obiettivi, ideali e strumenti. An­ diamo incontro a mesi difficili, ma è ne­ cessario che tutti sentano l'urgenza di contribuire responsabilmente alla rinasci­ ta delle istituzioni». Un recente sondaggio dell'lspes ha messo in evidenza la sofferenza ed il di­ sagio dei cittadini subalpini. «Oltre il 53% - spiegano i ricercatori - dichiara di non sa­ pere quale «formula» politica auspicare o semplicemente preferire per il governo della sua città. Un dato che pone l'esigen­ za non solo di ricomporre un governo che amministri Torino, ma soprattutto l’urgen­ za di restituire significato, credibilità e di­ gnità allo stesso ruolo della politica subal­ pina, una restituzione di autorità alle isti­ tuzioni locali, di efficienza alla pubblica amministrazione e, in ultimo, fiducia ai cittadini».

da reinventare iccome Torino ha dato all'Italia lo sport moderno e

in questo sport ha dato il Grande Torino e la Vecchia

S

Signora, dominatrici a lungo del calcio, e siccome Torino è città laboratorio, definizione stupenda che

sazia gli affamati, consola gli afflitti, rinforza i de­

boli, anche se nessuno sa be-

<»»1 molo 0™™»

ne cosa voglia dire, ecco che

programmazione italiana futura. E dun­ que la Torino dello sport assurge (beh...) al ruolo un po’ masochistico di cartina al tornasole, di provetta, di cavia. In questo uso di Torino-laboratorio ci sono anche momenti di alta comicità: come quando si ipotizzò per il Duemila una nuova razza di torinesi, forti e belli, vocazionati al grande sport, nati dal cocktail nord-sud, perché si sa che le razze miste sono le migliori. Al Duemila ci siamo quasi, i torinesi sono sempre gli stessi, simili peraltro alla mag­ gioranza degli italiani ed alla maggioranza degli esseri umani. Ma torniamo al ruolo di cavia. Se ades-

periodicamente si fa il check up, o lo scanner, o qualche al­

tra cosa moderna e diabolica allo sport torinese, pensando

così di avere lumi anche per la valutazione generale ita­ liana e addirittura per la prò-

■


A sinistra, Giampiero Boniperti e Gianni Agnelli.

La promozione sportiva nelle leggi regionali U UNO degli ultimi exploit di Giulio Onesti, Pre­

sidente del CONI, il rilevare con preoccupazio­ ne, nel gennaio 1979, «come in alcune leggi regionali si preveda l'erogazione di somme -

spesso cospicue - soltanto, o preferenzialmen­

te, agli Enti di Promozione sportiva, negligen­ do la notevole attività svolta dalle società del­ le Federazioni sportive nazionali che rappre­ sentano la stragrande maggioranza del movi­

mento sportivo». Nella stessa occasione ci si auspicava «che al più presto questa discrimi­

nazione venga cancellata sia in sede legislati­ va regionale sia in sede di iniziative locali». Il

CONI riuscì a ritardare, ma non a bloccare, l'approvazione, da parte della Regione Pie­ monte, dalla legge 9 del 1 marzo 1979. Una legge, ancora in vigore, che riconosce gli En­

ti di promozione quali organizzazioni demo­ cratiche a base associativa, che svolgono atti­

vità di promozione e di diffusione dell'attività sportiva. Le «cospicue somme erogate» hanno nel frattempo raggiunto i 198 milioni di lire, a fronte di un patrimonio associativo che vede gli Enti di promozione piemontesi contare su circa 4.500 società sportive e oltre 430 mila

tesserati. Il confronto con i mille miliardi del bi­ lancio CONI è presto fatto. Nodo cruciale non era infatti, allora come oggi, il finanziamento,

ma il «riconoscimento politico», che si sareb­

be poi tradotto in un confronto costante e pro­ duttivo con gli enti pubblici. Un rapporto che, passando at­

so a Torino si pratica poco sport, e pochis­ simo fra i giovani, se Torino si fa, come sta accadendo, promotrice di un segnale d’al­ larme oltre che di un grido di dolore, questo ha riflessi sull’Italia, come lo ebbero ad inizio del secolo le gare di canottaggio sul Po, i concorsi di pattinaggio al Valentino, le grandi maratone, le corse ciclistiche che arrivavano da Milano? Pensiamo proprio di no, e pensiamo che il no possa essere esteso al Piemonte, regione che nono­ stante gli spasmi lombardos! del suo est dipende fortemente da Torino, e su Torino si connota. Insomma, pensiamo che sia arrivato il momento in cui i cavoli di Torino sono tut­ ti della città e basta, al massimo della sua provincia, della sua regione, senza che debbano necessariamente essere dilatati a sperimentazioni per conto dell’Italia. E la crisi della Juventus e le acrobazie del Tori­ no sono cose della Juventus e del Torino, non laboriose, sofferte esperienze per conto terzi e anche quarti e anche diciotte­ simi, dalla cima al fondo della serie A. Questo per la semplice ragione che tantis­ simo sport italiano si è sviluppato fuori To­ rino e anche contro Torino, e quello che a Torino accade conta per linee interne assai più che per linee esterne. La città insom­ ma ha perduto la sua funzione didattica o anche soltanto didascalica nel mondo del­ lo sport. Ha i suoi problemi, alcuni sono di tutti, altri sono fortemente tipicizzati.

L’atletica leggera, uno dei «grandi» sport torinesi.

traverso la legge 10/79 «Norme per la programmazione sportiva in Piemonte» e le varie commissioni consultive, ha

portato all'approvazione di una serie di provvedimenti nel settore dell'impiantistica e in favore della pratica sportiva.

Una regola per sopravvivere

Grattarsi le proprie rogne è segno di isola­ mento ma anche di assunzione di respon­ sabilità e quindi di dignità. Torino non ha più niente da insegnare allo sport italiano, non deve svolgere nessuna missione per conto della storia. Torino ha molto da ri­ dare a se stessa. Torino ha comunque una connotazione unica in Italia, almeno nelle sue dimensioni, nella sua intensità, ed è quella di città palestra, sia palestra naturale (il Po, la collina, i parchi) che arti­ ficiale (gli impianti, si pensi al Palazzo a Vela dove potrebbe fare sport al coperto, e sport anche speciale, come l’alpinismo, una vasta comunità). Lo sport praticato, addirittura la pratica dello sport offerta, in una sorta di pacchetto salutistico, ai visita­ tori, specie a quelli, la maggioranza, che arrivano sotto la mole per ragioni di lavo­ ro, è una chiave di vivibilità della Torino prossima ventura. Secondo noi questa è anche una regola per sopravvivere. Inutile che Torino si dia ad ogni costo vocazione sportiva ai grandi spettacoli, alle squadre superforti di basket, di volley, persino di pallanuoto, oltre che di calcio, alla rinasci­ ta piena del Motovelodromo, alla coltiva­

zione sul piano dello show-business del nuovo che a Torino non avanza, come ad esempio il football americano. Torino può e deve sistemarsi, nello sport moderno, come città di pratica di base e di contenu­ ta, severa, onesta pratica di vertice. One­ sta, abbiamo detto: lo sport di vertice è quasi tutto disonesto - almeno come rap­ porto con la stessa etica dello sport quando si parla di élite: non frequentarlo può anche essere un buon affare, almeno presso chi fa ancora attenzione a certe co­ se. Dunque nessuna disamina di quel che non va nello sport torinese confrontato ad esempio con lo sport milanese, con lo sport romano. Un Berlusconi a Torino non c’è e non ci può essere, e quando la Fiat, attraverso la Sisport, ha «berlusconizzato», con una politica di grosse spese e grossi ingaggi, subito c’è stato stridore con la città e con le altre città. Non c’è neanche un Ferruzzi che prende e lascia il basket, dopo averlo gonfiato trop­ po. Torino deve accettarsi per quello che è, e farsi sempre più sportiva perché suda, non perché va a ve­ dere quelli che sudano.


«PIEMONTE OGGI» L'ITALIA NEL CAMBIAMENTO

H ruolo dellassociai Qui accanto, la Frassati [la squadra a destra] nel 1958 in una partita di campionato provinciale.

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"T ella società che si sta disgregando, lo sport è rimasta una delle poche

forze di aggregazione diffusa», afferma Luigi Giaccone, presidente del

J_

\

Coordinamento piemontese fra gli enti di promozione sportiva. «Le associazioni dunque non possono più sottrarsi alle loro responsabilità,

1

non devono considerarsi parte di un'isola felice, ma al contrario devo­

no cercare di qualificarsi per portare alla collettività quell'aiuto di cui oggi essa ha bisogno».Ed è proprio dedicata alla promozione e all'informazione l'ultima Campagna promossa dal Coordinamento degli enti

sportivi. Un progetto di educazione e diffusione della pratica motoria e sportiva che sta parten­ do proprio in queste settimane. «C’è mol­ ta gente che fa sport. Quasi tutti potreb­ bero farlo meglio», continua Giaccone. «Il nostro obiettivo è quello di creare gli stru­ menti perché le notizie escano più velo­ cemente allestemo. Vorremmo cercare di rendere visibili le diverse opportunità di pratica sportiva, farne conoscere le varie possibilità di accesso ed individuare le agenzie che le propongono e le organizza­ no». La Campagna prevede l’istituzione di una segreteria operativa e di un numero verde allo scopo di raccogliere le informa­ zioni e per soddisfare le richieste di chi

vuole fare sport in Piemonte. Inoltre saranno realizzate pubblicazioni e depliants illustrativi che verranno distri­ buiti attraverso i Comuni, le Aziende di Promozione Turistica, gli enti e le associa­ zioni. Tutte le notizie che affluiranno nella sede centrale della Campagna saranno memorizzate in una banca-dati con alto li­ vello di flessibilità che, come il numero verde, risponderà a domande precise dell’utenza, darà la possibilità di integrare le varie informazioni, offrirà altre soluzio­ ni, arricchirà il bagaglio di conoscenze, sti­ molando nuove domande.

Fare sport è un modo per vivere me­ glio, per liberarsi dallo stress del lavoro e della vita sedentaria. «Ma noi vorremmo fare un passo in più. Crediamo di poter dare un contributo non solo di tipo educativo ed associativo, ma anche orientato verso una nuova im­ prenditorialità. Puntiamo molto, ad esempio, sull’indi­ scusso legame che esiste tra sport e turi­ smo. Ci sono zone del Piemonte che me­ ritano di essere riscoperte e valorizzate per la loro bellezza ancora incontaminata. E lo sport può essere molto utile in que­ sto senso. Basta pensare al rilancio delle valli del Cuneese seguito al successo otte­ nuto nello sci di fondo da Stefania Bei­ mondo, di Pontebernardo, frazione di Pietraporzio». Nel segno della collaborazione

Il coordinamento tra gli Enti di promozio­ ne sportiva, formato da acsi, aics, csen, Csi, libertas, pgs, uisp e us acli, è attivo dal 1976. Il Piemonte è una delle poche re­ gioni italiane dove nel corso degli anni, la


G. SGRASSATI

Trapassato e futuro J

NA STORIA dal sapore antico. Gustosa e semplice come i

biscotti fatti in casa. Protagonisti: la son­

nacchiosa Cuneo degli anni '30 ed un oratorio di periferia. Dove un pugno di ra­ gazzi, una decina in tutto, si incontrava per pregare, discutere, stare insieme. Il

Gruppo sportivo Frassati, la "Frass", nac­ que così. Come una delle tante iniziative i-

spirate da mons. Peano, energico parroco del Sacro Cuore. Era, forse, il 1929. Gli archivi ufficiali sono di scarso aiuto. «Per capire cos'è stata la Frass - dice Car­

lo Garneri, «memoria» del gruppo - biso­ gna riandare a quegli anni. Allora la Par­ rocchia era l'unico punto d'incontro a di­

sposizione di noi ragazzi. Il nostro centro

collaborazione fra le associazioni ha con­ tinuato a produrre idee nuove e progetti. «A cominciare - dice Giaccone - dalla leg­ ge regionale sullo sport del 1979. Una normativa, allora all’avanguardia, alla cui predisposizione gli enti di promozione diedero un contributo fondamentale, tro­ vando nella Regione Piemonte un attento interlocutore. Il nostro segreto è stato quello di non rinchiuderci a difendere re­ sistente, a coltivare Torticello di casa’, ma di cercare di programmare insieme il fu­ turo non solo a benefìcio degli associati, bensì a favore dell’intera collettività». «Negli anni passati», continua, «molti si sono lasciati attirare dalle sirene dello sport-spettacolo e dai lustrini miliardari del calcio di alto livello. C'era chi si crede­ va il Milan, invece di pensare ai ragazzi che correvano sui campi di periferia. Noi sappiamo promuovere l'aggregazione: se ce ne dimentichiamo ed incominciamo a cercare il risultato a tutti i costi, non ab­ biamo più ragione di esistere». Oltre alla Campagna di informazione, il Coordinamento ha appena lanciato un’i­ niziativa contro la violenza nello sport, che si concretizzerà attraverso interventi di sensibilizzazione all’interno delle scuo­ le medie della Regione al fine di presenta­ re Io sport come strumento che stimoli valori quali la solidarietà, l'amicizia e la tolleranza. Un vero e proprio corso di educazione civica, oltre che fìsica, che sarà supporta­ to da sussidi didattici e da alcune video­

cassette in film di animazione apposita­ mente prodotte. In programma vi è anche l’organizza­ zione di un seminario di studi sul tema «Sport, violenza e disagio giovanile» da realizzarsi in collaborazione con il Diparti­ mento di Scienze Sociali dell’università di Torino.

culturale per intenderci. E tale è rimasto

anche dopo la guerra. Un'intera genera­

zione di cuneesi, i sessantenni di oggi, ha conosciuto quei cortili". Già, la guerra. Un momento tragico du­

rato venti mesi. Si va in montagna, e lo spirito della Frass si fa onore anche lassù.

Non mancano gli atti d'eroismo, le scelte

coraggiose, le rinunce.

Una risorsa importante

Anche in città si combatte, e chi non può

Un’associazionismo sportivo, quindi, più maturo? «Si, le associazioni sportive costituisco­ no oggi una risorsa importante per la so­ cietà. Ne sono convinto almeno per tre motivi», afferma Eugenio Imperatori, pre­ sidente regionale del csi piemontese. «Innanzitutto l’associazionismo è una sorgente di solidarietà, dal momento che si regge da anni non sulle strutture buro­ cratiche, ma sul lavoro generoso di centi­ naia di persone. In secondo luogo è una scuola di partecipazione: tutte le scelte che sono state operate in questi anni so­ no il frutto di una collaborazione e non della decisione di alcuni singoli. In terzo luogo le associazioni sono sempre state molto trasparenti. La correttezza del loro comportamento è una testimonianza di straordinaria im­ portanza, considerato il livello di degrado che la politica ha raggiunto. Solidarietà, partecipazione e trasparenza: sono gli in­ gredienti che l’associazionismo sportivo mette a disposizione per costruire il Pie­ monte del Duemila».

far altro, si impegna a conservare il patri­

monio più caro: l'Oratorio. Poi, la prima­

vera del 1945, la libertà. Ed i festeggia­ menti. Si organizzano le prime «Olimpiadi» ed il territorio viene suddiviso in quattro rioni.

Un'iniziativa destinata a durare fino al 1970. A ben vedere però qualcosa sta cambiando. A poco a poco il Sacro Cuo­

re perde la sua posizione periferica, l'e­ spansione edilizia lo colloca in una zona

più centrale. Occorre ripensare il rappor­ to con la città.

Gli anni 60 segnano il grande cambia­ mento: si aprono le porte alle ragazze, si cerca un modo nuovo di fare cultura. So­

prattutto, si avverte il ruolo educativo, svolto dallo sport.

Il resto è storia recente. Oggi la «Frass», società CSI dal sapore antico, può contare su duecento atleti ed un'or­

ganizzazione di prim'ordine. Senza che l'entusiasmo

f

degli esordi ne sia intacca­ to.

[Riccardo Macaoni]

9


a buon «specchio dei tempi», anche lo sport ita­

D

liano si è accodato al mesto corteo degli scan­

dali da tangente. L’«isola» casta e pura è finita anch'essa sommersa dal mare di fango che domina e sconquassa la nostra realtà nazionale. Del resto c’era da aspettarselo vi­ sto che lo sport ormai è industria e non più luogo di asceti­

smi decoubertiniani. E allora fatevi sotto, giudici: c’è lavoro

per tutti! Ma molto spesso, per coprire antichi mali, si ri­ schia di compromettere anche consolidati beni...

STORIE DI ORDINARIA TANGENTE

«Sportopoli» e provincia a davvero lo sport italiano rappresenta quell’«isola felice»

che, nel procelloso mare della nostra attuale situazione, dà fiato alle speranze e contraddice palesemente tutti co­ loro che, invece, hanno sempre più la sensazione di vi­ vere in un generalizzato mondo di ladri? Da quale parte sta la ragione: da quella degli alti papa­ veri del coni, che giustamente fanno il loro mestiere di «pompieri», o da quella dei magistrati che, scava di qua e scava di là, sono recentemente giunti a decretare che c’è del marcio anche in Danimarca? Certo, sarebbe ingiusto criminalizzare tout-court l’inte­ ro mondo dello sport, all’insegna di un clima forcaiolo e giacobino che si direbbe abbia attecchito come non mai presso la nostra opinione pubblica. Ma sarebbe ancor più ingiusto e persino ottuso conti­ nuare nella ormai logora giaculatoria del «tutto va bene, Madama la Marchesa», come se non avessimo alle spal­ le un Mondiale di calcio, una candidatura (poi abortita) per le Olimpiadi del 2000, varie altre iniziative più o me­ no di richiamo e non sapessimo ormai come funziona, in Italia, la macchina degli appalti e dei grandi lavori in­ frastrutturali. E poi, di grazia, per quale imperscrutabile motivo l’in­ dustria dello sport, proprio perché industria e non luogo verginale di ascetismi decoubertiniani, dovrebbe restare

miracolosamente immune dalla longa manus dei galop­ pini del malaffare, dei famelici assertori dell’appalto a tangente? Di Pietro docet: dove c’è giro di soldi, B attigna il Mali­ gno, come neU’immaginario collettivo del Medioevo. E di soldi, ultimamente, ne sono scorsi parecchi sotto i ponti dello sport-business nazionale e non sempre in maniera limpida o, quantomeno, «coerente». Un esempio? Gli stadi dei Mondiali 1990. Nette dodici città che hanno ospitato le partite iridate, infatti, si è verificato un incredibile, vertiginoso aumento della spesa effettiva sostenuta per gli interventi sugli im­ pianti sportivi, in media superiore di quasi 1’84 per cento rispetto alle previsioni. Complessivamente sono stati spesi 1.248 miliardi 393 milioni di lire, rispetto ad una previsione che era di poco superiore ai 679 miliardi. Una «botta» da paura, che risulta meglio riassunta se si pongono in colonna le varie cifre, facendo parlare il «sol­ do», più che gli aggettivi e i commenti. Largo ai numeri, quindi, e si leggano attentamente quelli contenuti nel prospetto qui vicino. In alcuni casi (Verona, Genova, Bari) gli importi indica­ ti comprendono anche gli interventi di viabilità collegati agli stadi, come dire che non di solo pallone si è trattato.


PREVISIONE

COSTO

SPESA

EFFETTIVO

(in miliardi

(in miliardi

di lirei

di lire)

TORINO

59,50

187,00

+ 214,3

MILANO

90,00

159,95

+ 77,7

VERONA

25,50

46,11

+ 80,8

UDINE

19,50

26,53

+ 36,1

GENOVA

61,75

80,74

+ 30,7

BOLOGNA

39,50

75,60

+ 91,3

FIRENZE

66,50

82,19

+ 23,6

STADIO DI:

Qualcun altro ci ha messo insomma il becco e le mani. Forse, a ben guardare, il suo nome già figura nei sempre più lunghi elenchi della serie «uomo ‘avvisato’, mezzo in­ castrato». Non è infatti un mistero che, sull’onda montante di Tangentopoli, oltre il 40% degli appalti per il «Mundial 1990» sia finito nel mirino della magistratura, sacrosantemente curiosa di scoprire come hanno fatto a lievitare di così tanto i costi preventivati per lo svolgimento della planetaria sagra pallonata. Sul banco degli imputati sono finora finiti il coni, per l’e­ scalation dei costi di ristrutturazione dello Stadio Olimpi­ co di Roma; la Conferenza dei Servizi; I’anas; il Comune di Milano. L’autentico «buco nero» delle indagini sul rincaro-Mundial e tuttavia costituito dai lavori non previsti dalla legge 205/89 (quella che, tra l’altro, ha istituito la Conferenza dei Servizi), ma ugualmente realizzati dagli Enti locali e dall'ANAS. Un esempio? Presto detto: la «bretella» tra l’Autostrada Serenissima (la Mestre-Padova) e l’Aeroporto di Venezia. Spesa prevista: 125 miliardi; spesa effettiva finale: 157 miliardi, grazie a un bel po' di tangenti che hanno attira­ to l'attenzione del giudice veneziano Casson. Del resto, per temere che la «mangiatoia» fosse da considerarsi praticamente inevitabile, sarebbe bastata

SCOSTAMENTO

(in %)

un’occhiata alle procedure adottate per l’affidamento degli appalti: 86,4% trattativa privata; 7,9% licitazione privata; 3,1% concessione e solo 2,6% asta pubblica. Un Mundial all’insegna dell’«arraffa-arraffa», insom­ ma. Altro che per i tifosi! Le «notti magiche» erano per i palazzinari, i portaborse e i parassiti del regime partito­ cratico, impegnati ad incassare i proventi di mesi e me­ si di faticosa corruzione. Ma non sono soltanto queste le spine nel fianco dell’attuale organizzazione sportiva nazionale. Baruffe clientelali all’interno delle Federazioni; scan­ dali e scandaletti sulla realizzazione di impianti sportivi periferici; sprechi miliardari su capitoli di spesa margi­ nali ed incredibili ritrosie neo-puritane montate stru­ mentalmente su settori vitali della pratica sportiva di ba­ se, non sono che sgradevoli ingredienti di un «pane quotidiano» in cui d tocca, nostro malgrado, affondare i denti. No, lo sport non è davvero un’isola felice e la traspa­ renza, al suo interno, non è di casa. Non sarebbe però corretto se, dopo l'ubriacatura rampante degli anni ‘80, i tanti Robinson Crusoe che popolano quest'isola che non c’è lasciassero in balia delle onde innumerevoli naufraghi innocenti e sempre più stremati.

Sopra, un’immagine dello stadio san Paolo di Napoli.


MUSICA E SOCIETÀ

C era una volta il cantautore n questi tempi così confusi e difficili, avremmo bisogno di gente capa

ce di dirci cose intelligenti e chiarificatrici anche in musica. Come un tempo facevano i vari Gaber, De André, De Gre­

gori, Guccini. Ma la nostra canzone d'autore è in crisi, come tutto il Paese. Ed invece di esprimere idee, si ap­

piattisce nelle banalità e nelle denunce di maniera. Con l’unico risultato di aumentare la confusione.

ove sono finiti i cantautori? E’ da un po’ che li

cerco, ma non riesco a trovarli. Anzi: trovo della gente che si spacda per tale senza ave­ re lo spessore umano e intellettuale per po­ terlo essere. Ricordate? Una volta cerano i vari Gaber, De André, De Gregori, Guccini... gente che esprimeva delle idee attraverso le canzoni; che conosceva la lingua italiana e la usava in maniera appro­ priata. Che sapeva dire qualcosa di sensato ogni volta che apriva bocca. E ora? Ora sono rimasti i vari Gaber, De An­ dré, De Gregori, Gucdni... No, il tempo non si è fermato. Più semplicemente - e più drammaticamente - nessuno ha preso il loro posto. Non c’è stato quel ricambio gene­ razionale predetto da molti. «Era gente troppo politidzzata», hanno continuato a ripeterà gli illuminati della musi­ ca negli anni Ottanta e Novanta. E mentre loro lo ripete­ vano nascevano artisti con poche idee, ma confuse. Gen­ te che non solo aveva una scarsa conoscenza del passa­ to e delle fragili basi culturali, ma che non sapeva neanche bene quale pesce pigliare, in quale direzione muoversi.

D

Alcuni cantautori più famosi e non ancora superati: qui accanto De Gregori, in alto Guccini e Gaber.

La nuova musica

E così eccoci oggi a vibrare di passione perché Francesco Baccini ha fatto nel suo ultimo album i «Nomi e cogno­ mi» di buoni e cattivi (Andreotti, Celentano, Venditti, Cur­ do...) e, più recentemente, ha girato un videoclip al car­ cere di Rebibbia con Renato Curdo, l’ex capo storico del­ le Brigate Rosse. Oppure a scaldarci per l’impegno (?) di giovani come Bracco Di Grad e Biagio Antonacci. Oppu­ re per il «coraggio rivoluzionario» delle cosiddette posse, band che urlano il loro no al potere in lingua e dialetti, a ritmo di rap o ragamuffin. No, non sono un nostalgico. E non odio la nuova musica. Ma penso che ci siano diffe­ renze abissali tra «La locomotiva» e «Un’idea» (rispettiva­ mente di Gucdni e Gaber) e «Fighi da faida» di Frankie Hi-Nrg MC e «La casa è un diritto» dei Comitato (la prima contro la mafia, la seconda sulla mancanza di alloggi). Certo, mi si dirà che questuitene rappresentano la crea­

tività giovanile e che i brani di Baccini e co. servono per far arrivare delle briciole di impegno, delle vitamine per il cervello, a chi solitamente lo tiene in avitaminosi cultura­ le; «Completamente staccato», direbbero i giovani impe­ gnati d’oggi. Eppure... eppure, proprio perché vivo nella musica - e non da ieri - soffro quando vedo che all’oriz­ zonte non c’è nessuno che possa prendere il posto dei «grandi vecchi» della canzone d’autore. Se così non fos­ se non si spiegherebbe come mai il vecchio Guccini con­ tinua a fare il tutto esaurito ai suoi concerti e Giorgio Ga­ ber continua a registrare ampi successi con il suo spetta-


^44-

Baccini e i Litfìba, le posse e Jo Squillo. Tutti sullo stesso piano, tutti allo stesso livello. Tutti uniti nel dire che «i po­ litici sono ladri» e che «la società deve cambiare». Tutti bravi nel dire banalità all’intervistatore di turno, che chie­ de loro un parere illuminato sul tema del giorno: droga, aids, mafia, moda, film... Basta accendere la televisione o aprire un giornale per trovare un loro parere. E mentre li sento o li leggo mi viene in mente lo scrittore Ennio Flaiano che diceva: «Oggi il cretino è pieno di idee». Ejk ra un paradosso. Proprio come quello di considera­ ci; re questi artisti degli illuminati. Ah, già... dimentiX cavo che oggi funzionano solo gli slogan. I «tutto subito>> degli anni Settanta (ripescati dai Litfìba in «Maudit») e gli «slega la lega» degli anni Novanta; luoghi comuni sulla gob­ ba di Andreotti o sulle prediche di Celentano; e l'urlare che ci si sente soli e disperati e che si vor­ rebbe essere liberati da tutto questo.

li ritorno dei «vecchi»

colo «Storie del signor G». Tutti nostalgici? non direi, visto che ai loro spettacoli ci sono migliaia di ragazzi. E allora? E allora eccoci daccapo. La nostra canzone d’autore è og­ gi in una tale crisi da accettare tutti. E noi in un tale biso­ gno di gente che dica delle cose sensate anche in musi­ ca, da attaccarci come polipi anche ad artisti che non han­ no il fisique du role per fare i maitre a penser. Tra disimpegno e banalità

Il risultato è la confusione. Di ruoli, di idee, di spessori, li­ na confusione che fa passare per intelligenti e impegnati

Guardatevi attorno: oggi il numero uno degli impegnati è Jovanotti. Sì, proprio quello che cantava: «E’ qui la fe­ sta?». Lorenzo mi è simpatico e spero che riesca davve­ ro a crescere come vorrebbe. Ma per ora è lontano mille miglia dai «vecchi». I quali, per fortuna, sono ancora in at­ tività. Anche se ogni tanto anche loro fanno qualche pas­ so falso. Per esempio Gaber che, dopo avere scritto con Jannacd «La strana famiglia», feroce invettiva contro la te­ levisione, è andato a presentarla al «Maurizio Costanzo Show». E che qualche giorno fa è finito ospite del nuovo album di Anna Oxa, la quale, furba com’è, l’ha infarcito di sue interpretazioni di brani di cantautori. Di gente come Dalla, De André, Daniele, Gaber e De Gregori, ma anche come Zucchero, Baglioni e Concaio. Come dire: qualità e commerci alità. L'idea non è nuova. Ma vi assicuro che sentire Gaber duettare con lei in «si può» mi ha fatto venire il magone. Perché come diceva Longanesi: «Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano le idee». E le facce che si vedono in giro oggi non fanno sperare nien­ te di buono. Anche nella cosiddetta musica d'autore.

13


«I

1 e strade della capitale sono state invase per qualche gior-

JL

. J1 no da giovani atleti sopraggiunti da ogni regione d'Italia.

Li ha chiamati a raccolta il Centro Sportivo Ita­ liano, nel suo Decennale. Sono giunti con ogni mezzo di trasporto: con treni speciali, con pul­

lman di ogni portata, in motocicletta, in motoscooter, in bicicletta. Tutti giovani e giovanissi­

mi, molti imberbi, con negli occhi vividi un non celato stupore e una gioia esplosiva di trovarsi

in Roma a festeggiare la loro Associazione». Co­ sì cominciava una delle tante cronache dedica­ te alla grande manifestazione indetta dal Centro

sportivo italiano 1’8 e 9 ottobre del 1955 per fe­ steggiare il suo primo decennio di vita. Non era

retorica: il raduno del Decennio costituì un

grande avvenimento, capace di polarizzare l’at­ tenzione della stampa italiana sulla vitalità e sulle idee di un’Associazione che era ormai u-

scita dall’infanzia ed aveva un suo particolare progetto da proporre al mondo dello sport.

CINQUANTENNIO ALLE RADICI DELL'ASSOCIAZIONE

Il raduno de] decennio


Momenti della sfilata degli atleti per le vie di Roma in occasione del decennio del Centro Sportivo Italiano.

ella vita del csi ci sono stati Congressi più

importanti di altri, perché hanno segnato punti di svolta che lo scorrere del tempo ha poi rivelato come fondamentali. Il mat­ tino dell’8 dicembre 1953, nella sala del teatro Eliseo di Roma si aprì uno di quei Congressi determinanti. Sul palcoscenico, dove era posto il tavolo della presidenza, campeggiava una scritta: «Die­ ci anni al servizio dei giovani e dello sport». Il csi si av­ viava a compiere il decimo anno di vita e sentiva il biso­ gno di riflettere sul modo di conferire un senso ancora più grande al proprio essere contemporaneamente - per dirla con le parole di allora - «Centro polisportivo, Centro di interesse pedagogico, Centro di propaganda sportiva». Ricordò in seguito il prof. Luigi Gedda, presidente del pri­ mo csi: «Ci facemmo quel giorno alcune domande: sport contemplativo o sport attivo? Sport di molti o sport di po­ chi? Mercato dello sport o selezione dello sport?». Certo, l’obiettivo che ispirava tali riflessioni era anche quello di una pratica sportiva capace di individuare i più bravi per consegnarli poi allo sport federale. Ma si andava raffor­ zando l'idea di uno sport da promuovere e da organizza­ re come servizio alle masse, e in particolare ai giovani, con finalità educative prevalenti su quelle agonistiche. Il Con­ gresso del 1953 sottolineò la «funzione umana, formati­

M

va e pedagogica» che lo sport, un certo tipo di sport, avrebbe potuto assumere; specificò che quel tipo di sport era «uno sport sano, vivificante, illuminato dalla luce del Cristianesimo»; ribadì che compito delTAssociazione era promuovere quello sport nel popolo «nel popolo autenti­ co, anche se fatto di giovani, anche se fatto di poveri». Clima da guerra fredda

Erano idee che disturbavano molti. Il clima sodo-politico dei primi anni ‘50 era caratterizzato dalle tensioni della “guerra fredda”, con i due blocchi, Est ed Ovest, che si guardavano in cagnesco. Quella tensione si rovesciava nel nostro Paese anche nella strenua contrapposizione tra cultura cattolica e cultura marxista, una contrapposizione che investiva ogni settore, compreso lo sport. Era, in altri termini, l’Italia che ispirò a Giovanni Guareschi i personaggi di don Camillo e Peppone, le cui diatribe in­ carnavano le due anime del Paese. La cresdta del csi por­ tabandiera di un modo cattolico di essere nello sport, era guardata con sospetto ed anche con ostilità. Non tanto dal coni che aveva trovato con l’Assodazione un modus vivendi, formalizzato nel 1950 con una convenzione nella quale il Comitato Olimpico Italiano riconosceva nel CSi «un Ente che ha il predso obiettivo di svolgere attività pro­ pagandistica sportiva presso le masse giovanili, operando


Un ragazzo vivate DIECI ANNI ¡1 CSI era un ra­

gazzo estremamente vi­ vace e ricco di spirito di iniziativa. Nel 1955, in­

fatti, il suo campo di interesse comprende­ va, oltre a quelle tradizionali, anche alcu­ ne discipline sportive in seguito dimentica­

te. In quell'anno, ad esempio, aveva visto nascere il suo primo «gruppo della vela»,

ossia quel «Circolo Velico Partenope»

che, con l'imbarcazione «Danaldo», avrebbe preso parte ai Campionati d'Euro­

pa e Nord d'Africa. Vale la pena di ricor­ dare che alla prima riunione velica del CSl, organizzata a Napoli, parteciparono anche timonieri italiani reduci da successi

olimpici. Risale allo stesso periodo l'istitu­ zione di una Sezione Aeronautica, che si

prefiggeva lo scopo di «sviluppare nei giovani cattolici l'amore e l'interesse per l'Aviazione». Una particolare attenzione

veniva rivolta all'attività aeromodellistica ma la Sezione si offriva anche come pun­

to di riferimento per i giovani che avesse­

ro voluto dedicarsi al «volo a vela» o al «pilotaggio».

[A.C.]

nell’ambito dei regolamenti stabiliti dalle Federazioni Sportive Nazionali riconosciute dal coni e nell’intento di collaborare con le Federazioni stesse alla diffusione della educazione fisico-sportiva presso i giovani». L'ostilità ave­ va origine in altre aree, più politiche che sportive: il diffon­ dersi di un associazionismo sportivo cattolico tra i giovani insospettiva a sinistra, ma non piaceva nemmeno a de­ stra, e tanto meno piaceva agli eredi del liberalismo risor­ gimentale, preda del timore che l'attività del csi presso i giovani fosse il cavallo di Troia mediante il quale si mirava a far diventare l’Italia uno Stato confessionale. Quanti at­ tribuiscono ancora oggi al csi un’impronta e una funzio­ ne politica dovrebbero ricordare che anche in quei tor­ mentati anni ‘50 l’Associazione non aveva remore nel di­ chiarare che la sua proposta sportiva non era «strumen­ to di bassa propaganda politica, ma, invece, di alta scuo­ la morale, positiva». Da tutta Italia

Con tali premesse, la ricorrenza del Decennale di fonda­ zione fu vista come l’occasione propizia per ribadire al Paese intero la propria vocazione. A quell’appuntamento d si presentava forti di un’organizzazione diffusa ormai in tutta la penisola: 17 Comitati regionali, 92 Comitati pro­ vinciali, 60 Comitati zonali, 3.000 sodetà sportive, circa 80.000 tesserati. La gente del CSI cominciò ad affluire a Roma il 6 e 7 ottobre. Arrivarono con treni, pullman, mo-

-

SITUAZIONE TESSERAMENTO AL 15 LUGLIO ‘55 REGIONI

COMITATI

COMITATI

PROVINC.

ZONALI .. ' : /

SOCIETÀ

'

Abruzzo

5

3

55

Caiabri.

3

1

61

5

5

171

Emilia

8

5

307

Lazio

5

4

183

*

3

143

Lombardia

9

3

496

Lucania

2

1

13

Marche

4 7

7 ■MBS 4

87

Campania

Liguria

Piemonte

GLI ATLETI NELLE SINGOLE DISCIPLINE (*)

260

Puglia

5

6

164

Sardegna

3

1

82

Sicilia

9

5

Toscana

9

Trentino

2

Umbria

2

Veneto Friuli-V.G.

Totale

Atletica leggera

26.146

Bocce

2.393

Calcio

49.213

Ciclismo

2.046

Nuoto

3.022

201

Pallacanestro

10.635

2

276

-

75

20.231 Pallavolo Sci-Sport invernali 2.479

7

39

Tennis

7

2

255

3

1

76

92

60

2.944

1.105

(*) da non confondere col

numero totale dei tesserati, che nel ’55 era di circa 80.000.


DAL DISCORSO DI PIO XII

le meritate lodi ORA giusto che,

trascorsi

dieci anni dalla fondazione del vostro Centro, vi rivolgiamo le meritate lodi per aver voi fat­ to tesoro dei Nostri insegnamenti e consegui­ to ottimi risultati organizzativi e tecnici, in virtù dei quali il Centro Sportivo Italiano si è gua­ dagnato la fiducia della gioventù e l'ammira­

zione degli altri organismi nazionali, ai quali con discrezione e buona intesa vi siete affian­

cati. Ma sopra gli altri risultati desideriamo d'indicare particolarmente quello che forma lo scopo essenziale del vostro Centro, vale a

dire, il vostro influsso cristiano nel mondo sportivo, il cui ulteriore incremento vi propo­ niamo come impegno per l'avvenire. A che cosa infatti mira la Chiesa nel dare impulso al­

le associazioni di categoria, come la vostra?

Non si propone certo di avere il monopolio di

determinate attività, né di segregare in esse i fedeli, togliendoli dal mondo aperto a tutti. Non questo, bensì di offrire loro il tipo di una

determinata azione e d'insegnare in che mo­

do deve essere praticata secondo i principi! religiosi e morali. Essa quindi compie ed inte-

gra ciò che manca a un'idea, ad un'attività o

to e perfino in bicicletta. Arrivarono in decine di migliaia, vestiti con le tute e le divise socia­ li, giovani e meno giovani, portando bandie­ re e striscioni. Alcuni di loro diedero vita a tre grandi manifestazioni sportive: i «Campionati nazionali di atletica leggera», il «Criterium gio­ vanile ciclomotoristico delle Nazioni», il «Gran Premio del Decennio» di ciclismo. La mattina del 9 ottobre questa enorme massa di gente si diede appuntamento tra l’Esedra e piazza Venezia, poi sfilò per il centro di Roma fino a piazza S. Pietro, dove li attendeva un'udienza concessa da Papa Pio XII, salutato come «il Papa degli sportivi». In quella folla di atleti erano rappresentati tutti gli sport del csi e tutte le regioni. Nella massa si intravedevano anche i volti di popolarissimi campioni che nell’Associazione erano cre­ sciuti, a sottolineare che lo sport del est non era uno sport da poco, come qualcuno sosteneva per amor di polemi­ ca. In piazza S. Pietro la coreografìa fu spettacolare. Tutti gli atleti erano in tuta o in divisa da gioco, e portavano con sé gli strumenti del loro sport. Gli sportivi della vela di­ sposero due imbarcazioni pavesate ai Iati della piazza.

ad un'opera, che per

eccessi o per difetti o per assenza di fondamenti

ideali non siano pari, se non addirittura contra­ rie, alla dignità cristia­

na. E' anche evidente

che un'associazione for­ malmente cattolica dà le migliori garanzie ai suoi membri di praticare i

principi!

professati,

e

quindi - pur senza pre­

giudizio dell'apostolato

La marea degli atleti in Piazza S. Pietro. Pio XII benedice la bandiera del Centro Sportivo Italiano.

verso persone e gruppi lontani - è maggiormente raccomandata ai fedeli più fer­

venti. Il Centro Sportivo è una di queste associazioni, che proponendosi all'interno la pratica cristiana dello sport, vuo­

le esserne modello all'esterno, in un terreno ove è facile tra­ scurare i sommi valori dello spirito, esaltare più del giusto

quelli del corpo e dimenticare i doveri essenziali verso Dio,

e la famiglia. Lievito di cristianesimo voi dun­ que sarete negli stadi, sulle strade, sui monti, al mare, ovunque si innalza con onore il vo­

L’intervento del Papa

Il Decennio non fu solo bandiere, musiche e cortei. A dar­ gli un senso profondo fu proprio il discorso pronunciato

stro vessillo.

[Dal discorso di Pio XII

in occasione del decennale]

17


Una pennellata d'azzurro eli'OTTOBRE

del 1955 compariva, sulle pagi­ ne di «Radio csi», un articolo in cui si faceva un bilancio dei pri­

mi 10 anni di vita dell'Associazione. In es­ so veniva evidenziato che la «chiara elo­

quenza delle cifre» dimostrava l'evoluzio­ ne nel tempo dell'organizzazione, che a-

veva saputo trasformarsi in una «toccante realtà». Una realtà capace di produrre atleti desti­

nati a vestire la maglia azzurra. Con malcelato orgoglio, si sottolineava che numerosi Campioni erano cresciuti nelle file

del csi, dal quale aveva­

no ricevuto una valida impronta tecnica «ma, soprattutto, morale e umana» che li aveva resi «magnifici».

L'elenco di nomi che se­

guiva (offerto ai lettori per «destare i ri­ cordi delle giornate migliori per lo sport

nazionale») testimonia che il csi di quegli

anni era in grado di proporre uno sport qualitativamente valido e credeva fosse

possibile far convivere serenamente i bra­ vissimi e i meno bravi.

[A. C.]

in quell'occasione da Pio XII. Nel 1945, quando il csi era rinato dalle ceneri della fasci, era stato proprio Pio XII ad indicare la strada che- la nuova associazione avrebbe do­ vuto percorrere nello sport. Ora, a distanza di dieci anni, ci si raccoglieva intorno al papa con l’orgoglio di chi era riuscito ad andare oltre ogni previsione. Pio XII lodò il CSI per la strada già percorsa e diede pre­ ziose indicazioni per il futuro. Della lunga allocuzione pon­ tificia si possono ricordare alcuni capisaldi, che raccoman­ davano a dirigenti ed atleti di: evitare che schiere di giova­ ni fossero privati del bene dello sport a causa della loro po­ vertà; avviare ciascuno al tipo di sport più consono, distin­ guendo tra attività ginnica (mirata allo sviluppo e alla con­ servazione delle forze fisiche), atletismo (mirato al supe­ ramento del normale, ma senza sfociare nella competi­ zione esasperata) ed agonismo; rispettare la tecnica, sen­ za però fame strumento fine a se stesso; rispettare il pro­ prio corpo, evitando di sottoporlo a fatiche rischiose o di mortificarlo con l’uso di stimolanti; finalizzare l’educazione sportiva allo sviluppo di qualità psichiche ed etiche; ani­ mare Io sport con lo spirito cristiano, per affrancarlo dalle

deviazioni poco rispettose dell'uomo. Pronunciato il discorso, Pio XII scese nella piazza, tra la gente, per assistere ad alcune esibizioni ginnico-sportive che conclusero la celebrazione del Decennio. Una vasta eco

L’avvenimento fu troppo grande perché si potesse ignorarlo. I cinegiornali ne diffusero il resoconto in tutte le sale cinematografiche. La stampa impegnò alcune grandi firme nel commento. Le critiche di parte non mancarono, e talvolta toccarono punte di involontaria comicità. L’U­ nità polemizzò sui presunti costi del raduno, Il Paese trovò ingiusto che si fossero sventolate le bandiere trico­ lori facendo «fremere nella tomba le ossa di Mazzini e Ga­ ribaldi», il Lavoro parlò di messa in scena grandiosa che nascondeva la pochezza dello sport del csi, il Borghese fece finta di stupirsi perché non era stata inviata «alla cit­ tadinanza romana nessuna cartolina precetto per assiste­ re alla sfilata» In realtà il decennio raggiunse Io scopo che si era prefisso: dimostrare che in Italia si stava afferman­ do una nuova realtà sportiva, un nuovo modo di conce­ pire Io sport.

Pallacanestro per Pio XII in Piazza San Pietro. A sinistra l’azzurro CSI Mario D’Agata, campione mondiale di pugilato.


Lo scorso anno, meno del 60% dei contribuenti ha

le comunità di recupero per ex-tossicodipendenti e i

scelto a chi affidare l’otto per mille del gettito Irpef, la

centri di assistenza ai malati di AIDS; ha costruito

quota che la legge destina per scopi sociali, umanitari,

chiese, oratorii, centri sportivi per togliere i nostri

religiosi e caritativi. Un numero grande, ma ancora in­

ragazzi dalle strade; ha promosso progetti di sviluppo

sufficiente quando si parla di solidarietà. La Chiesa cat­

nel terzo Mondo. Quest’anno, qualunque sia il tuo

tolica ha impiegato i fondi ricevuti per aiutare ad an-

modello della dichiarazione dei redditi (740, 730,

nunciare il Vangelo e contribuire al sostentamento

101 dipendenti e 201 pensionati) non sprecare

del clero, ha assistito concretamente i più poveri,

l’opportunità di aiutare chi soffre.

FIRMA PER FAR DESTINARE L'OTTO PER MILLE DELLTRPEF ALLA

CHIESA CATTOLICA. NON TI COSTA NULLA. E' UN TUO DIRITTO. SCELTA DEL DICHIARANTE PER LA DESTINAZIONE DELL’OTTO PER MILLE DELL’IRPEF (in caso di scelta FIRMARE in UNO degli spazi sottostanti)

Unione Chiese cristiane avveniste del 7° giorno

Assemblee di Dio in Italia

CEI - Conferenza Episcopale Italiana

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VERSO IL CONGRESSO NAZIONALE

Il cora del nuovo i

ni

artendo

dalla considerazione che le

regole non cambiano gli uomini, l’u­

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nica strada percorribile rimane quel­ la che gli uomini cambino la loro

mentalità di approccio alle regole.

Un approccio che deve essere basato, innanzitutto, sul­ l’onestà intellettuale, ma anche su un'attenta analisi sto­

rica, sulla chiarezza dei rapporti, sulla creatività e su u-

f ffff

na certa dose di coraggio.

I Proprio la creatività e il coraggio del nuovo debbo-

no costituire un necessa-

//jf./ £] rio elemento di riflessione per tutti i nostri organi as-

/Ct

sociativi. LUIGI GIACCONE

icordo, seppure con una certa

nostalgia dovuta all’inesorabi­ le trascorrere degli anni, una bella esperienza condotta con un gruppo di bambini di Buttigliera Alta, un paese all’im­ bocco della Valle di Susa. Un giorno deci­ demmo di regolamentare e trasformare in una vera e propria disciplina sportiva, un gioco che tutti pensavamo di conoscere, ma che praticavamo in forme e modi spesso molto divertenti tra loro. Fu così che iniziammo il nostro viaggio alla ricerca delle regole della «palla avvele­ nata», delle caratteristiche peculiari del gioco, delle tecniche di allenamento, delle forme per rendere meno dura la selezio­ ne, delle concrete possibilità di «giocare tutti», indipendentemente dalle qualità fi­

R

siche di ognuno. Un metodo che «da grande» vorrei utilizzare nell’approccio ad un momento fondamentale della vita as­ sociativa, quale è la revisione delle norme statutarie. Ma si sà, non c'è niente di peggio di un adulto che vuole fare il bambino, perché, anche se spesso non se ne rende conto, ha perso la spontaneità, la serenità di giu­ dizio, la genuinità, il gusto del gratuito. So­ no gli adulti che hanno inventato i falli die­ tro le spalle dell'arbitro, la selezione natu­ rale, l’esclusione dei più deboli, il «gioco è questo e non si può cambiare». Ed è così che spesso gli adulti affronta­ no le cose della vita: vediamo se mi con­ viene... ma io cosa ci guadagno... sarà mi­ ca che mi vogliono fregare... Mi sembra di sentire, nenche poi troppo

lontano, l’eco del recente dibattito sui re­ ferendum e - perché no - anche quello che investe il csi in vista del Congresso di dicembre. Partendo però dalla considerazione che le regole non cambiano gli uomini, l’unica strada percorribile rimane quella che gli uomini cambino la loro mentalità di ap­ proccio alle regole; un approccio che deve essere basato, innanzitutto, sull'onestà in­ tellettuale, ma anche su un'attenta analisi storica, sulla chiarezza dei rapporti, sulla creatività e su una certa dose di coraggio. Mi pare che proprio l’aspetto della crea­ tività ed il coraggio del nuovo, non quello che avanza, come direbbe Michele Serra, ma quello che è avanzato, che è già in noi, nella nostra associazione, debbano costi­ tuire un necessario elemento di riflessio-


operare unicamente all’inter­ no del mondo sportivo giova­ nile? A me appare francamente un po’ angusta e, se voglia­ mo, anche superata dall’emergere di una nuova co­ scienza associativa che la tro­ va inadatta a sviluppare tutte le potenzialità educative ma­ turate in questi anni. Competenze e funzionalità degli organi associativi

ne. E risiede qui - forse - la debolezza del testo presentato dalla Commissione con­ gressuale incaricata di elaborare le propo­ ste di modifica alle nostre carte statutarie. Non si tratta di mettere in discussione i grandi princìpi, ma di cogliere i mutamen­ ti e valorizzare i segni dei tempi. Ben ven­ ga quindi un migliore sistema di controlli, perché se è vero che il csi deve essere am­ ministrato con la logica del «buon padre di famiglia» è pur vero che non sempre i pa­ dri sono all'altezza e che spesso ritengono di essere gli unici depositari della verità e delle vie per conseguire il bene comune. Ma per «volare in alto» servono soprat­ tutto ali robuste e il coraggio dei grandi spazi; non è forse giunto il momento di valutare con serenità se è ancora adegua­ ta una collocazione, che ci costringe ad

A proposito di ali. La robu­ stezza non si può valutare so­ lamente sulla carta e, se è giu­ sto definire con maggiore pre­ cisione le competenze e le re­ sponsabilità dei vari organi associativi, è altrettanto im­ portante definirne le modalità di funzionamento senza in­ dulgere troppo su una pre­ sunta esigenza di snellezza. La democrazia, la partecipa­ zione, il ricambio dei quadri dirigenti, maturano e si esalta­ no solamente con una pratica costante che proponga - o meglio riproponga - sedi e luoghi di confronto così come un rapporto diretto tra le peri­ ferie. Tutto dò mi pare contra­ stare con una proposta che vuole ridurre il numero mini­ mo di riunioni dei Consigli lo­ cali ed impoverire le compe­ tenze del Consiglio nazionale. Certo l’esercizio della de­ mocrazia richiede uno sforzo supplementare, ma è proprio questa una delle scommesse che hanno caratterizza­ to la nostra storia e se c’è un peccato che dobbiamo scontare non è sicuramente l'eccesso di democrazia. La funzione di governo, se non vi è un’elezione diretta o una scelta del pro­ gramma e della coalizione, non può su­ perare certi limiti, pena lo scadere in un decisionismo che fortunatamente mostra oggi tutti i suoi limiti. Se vogliamo rafforzarla servono stru­ menti nuovi come ad esempio liste che permettono di scegliere tra programmi di­ versi (la squadra si deve poter scegliere fin dall'inizio), altrimenti non riformeremo un bel niente, anzi faremo un passo indietro che porterà una minore democrazia ed una minore partecipazione.

Se riteniamo invece di mantenere l’at­ tuale struttura basata sulla centralità dei Consigli (locale, regionale e nazionale), evitiamo qualsiasi tentazione che porti ad istituire «presidenze forti» del tutto estra­ nee alla nostra storia associativa. La famosa piramide rovesciata del csi, con il vertice costituito dalle società spor­ tive «fonte dell’indirizzo sociale e della ve­ rifica democratica», ha molte buone ra­ gioni per essere mantenuta. Anzi, andreb­ bero ulteriormente valorizzate tutte le esperienze e tutti i contributi, anche elimi­ nando la distinzione tra società affiliate ed aderenti che appare un po' anacronistica soprattutto laddove prevede l’emanazio­ ne di improbabili criteri «certi ed obiettivi» validi su tutto il territorio nazionale. Non si tratta di stabilire dei criteri, ma piuttosto di accettare che ogni società abbia il diritto di parola, che nessun’altra società si arroghi il diritto di parlare per lei ed anche... di vo­ tare per lei. Il CSI e le autonomie locali

Ed ancora: come si colloca il csi in una si­ tuazione nazionale che tende ad esaltare le autonomie locali? La celebrazione dei Congressi regionali e la valorizzazione del­ le strutture che ne nasceranno, può rap­ presentare uno strumento utile, in questo senso, a patto che non si vada ad istituire un ulteriore organismo privo di funzioni e deleghe che distoglie preziose energie dall’attività locale. Il rischio è infatti quello di costruire un «sistema zoppo», con limiti peggiori del precedente, dove, per assurdo sia più fa­ cile modificare il Regolamento Organico (è sufficiente la metà più uno dei delegati) che approvare una mozione congressuale (serve la maggioranza dei voti attribuiti in base ai tesserati). Potremmo andare in­ contro ad una serie di congressi che, in­ vece di sottoscrivere impegni precisi e for­ malizzati attraverso delle mozioni, si con­ cludono con il fatidico: «Dopo lungo ed approfondito dibattito, si è provveduto ad eleggere...» Mi rendo conto di quanto la materia Sta­ tuto, anche attraverso queste mie rifles­ sioni, possa apparire sempre più ostica, ma è a queste regole che dovremo uniformarci nel modo di operare e sarebbe un peccato se nascessero già vecchie. La fretta si sa è cattiva consigliera e Io sapevano bene i bambini di Buttigliera Al­ ta, avendo passato molto tempo in di­ scussioni per decidere che ci si doveva considerare colpiti dalla palla anche se questa era rimbalzata a terra. Fatto questo nessuno di loro si sognò mai di dire: «Questa regola non mi piace e quindi per me non vale». Se la saggezza è dei sem­ plici, l’occasione è propizia per dimostrarlo: discutiamo approfonditamente ogni aspetto, ma poi... guai a chi fà il furbo!

21


USCIRE DALLA CRISI

Dall’economia di m alla politica della solidarietà egli ultimi sei mesi il tasso di disoccupazione nel nostro Paese è

cresciuto in modo rilevante, e le previsioni per il restante 1993 so­ no tutt’altro che rosee. In crisi è soprattutto il nostro sistema indu­

striale, rivelatosi fragile e non competitivo. È, questa, la conseguenza di una politica industriale sbagliata, mirata all’assistenzialismo e poco inte­

ressata a fornire alle imprese servizi e infrastrutture. Ma anche le imprese hanno le loro re­ sponsabilità, avendo badato finora ad investire risorse nel

torevoli, è destinata a non migliorare nel breve periodo.

mercato finanziario invece di puntare sulla ricerca e sull'in­ La crisi industriale

novazione. Per frenare la recessione e rilanciare lo sviluppo non basta dunque attendere passivamente la ripresa inter­

nazionale, ma occorre cambiare il volto della politica econo­

mica e delle strategie industriali, per ridisegnare una socie­ tà meno dipendente dal mercato e più attenta al migliora­ mento della qualità della vita.

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gli ultimi dati sull’occupazione nel nostro Paese, forniti dal periodico aggiornamento dell’Istat, c'è poco da stare allegri. Nello spazio di tre mesi, dall’otto­ bre '92 al gennaio ‘93, l’istituto nazionale di statistica calcola una perdita di ben 123mila posti di lavoro, concentrata so­ prattutto al Sud e al Centro dell’Italia. In­ fatti, mentre nelle regioni meridionali so­ no 108mila i posti di lavoro cancellati e in quelle centrali 43mila, al Nord vi è invece un saldo positivo dell’occupazione pari a 23mila unità. Stando a questi dati, il tasso complessi­ vo italiano di disoccupazione, cioè il rap­ porto tra disoccupati e forza lavoro dispo­ nibile, è oggi del 9,5% .

Tra gli uomini, i disoccupati rappresen­ tano il 7,1% mentre tra le donne il 13,6%. Rimane, come già accennato, un forte di­ vario tra zone diverse del Paese: la per­ centuale dei senza lavoro al Sud raggiun­ ge il 16,3, con punte elevatissime in Cam­ pania e in Calabria, al Centro il 7,6 e al Nord il 5,7. Scomponendo il risultato globale della disoccupazione in base ai nuovi parame­ tri di censimento dei senza lavoro dettati dalla Cee, l istai rileva che su 2.180.000 disoccupati, 803mila sono coloro che hanno perduto il lavoro, 949mila sono quelli in cerca di prima occupazione e 446mila quelli alla ricerca di un altro lavo­ ro. Una situazione evidentemente pesan­ te, che arriva dopo anni di crescita dei po­ sti di lavoro e che, secondo previsioni au­

guardare

4

L’aspetto più preoccupante di questa fase recessiva è senza dubbio la difficoltà in cui si dibatte l’industria nel nostro Paese, che dalla fine del ‘91 perde vistosamente col­ pi, incidendo negativamente su altri setto­ ri produttivi e commerciali e più in gene­ rale sullo sviluppo del Paese. E gli effetti sull'occupazione non hanno tardato a farsi sentire, se pensiamo che nell’industria solo nel 92, il taglio netto di posti, secondo stime Istat, è stato del 5,5% con una punta del 7,7% nel mese di dicembre, e che l'aumento di ore di cassa integrazione rispetto all'anno precedente è stato del 7,8%. Le ragioni della crisi industriale sono molteplici e complesse, prima fra le altre il basso livello di crescita dell'economia mondiale che, nel corso degli anni ‘80, ha frenato l’occupazione dappertutto, a fron­ te di processi inediti quali l’allargamento del mercato globale ai Paesi emergenti, in particolare del Sud Est asiatico, e il decen­ tramento delle produzioni nei Paesi dell'Est e in quelli in via di sviluppo, il crollo ver­ ticale del mercato degli armamenti, grazie alla fine della cosiddetta "guerra fredda", e la nuova significativa introduzione di pro­ cessi tecnologici che tende a ridurre la quantità del lavoro. Tuttavia il nostro Paese sconta oggi an-


reato

che i limiti di un sistema industriale che al­ la lunga si è rivelato fragile e non compe­ titivo, sia per l’assenza continuata di una organica politica dell’industria, sia per ra­ gioni relative alla incertezza di strategia delle stesse imprese. Le colpe della politica

La politica industriale italiana ha avuto in questi anni prevalentemente due direzio­ ni: il trasferimento di risorse pubbliche al­ le imprese e le Partecipazioni Statali. En­ trambe, nel tempo, non si sono mostrate sufficienti a sostenere l’impatto della nuo­ va competizione internazionale. I trasferimenti finanziari dello Stato alle imprese - che negli ultimi ventanni si so­ no quadruplicati - più che stimolare l'in­ novazione tecnologica dei processi e dei prodotti hanno finito per essere un ele­ mento utilizzato dalle stesse imprese solo per abbattere i costi, mentre le Partecipa­ zioni Statali - oggi peraltro al centro di grandi ristrutturazioni e ipotesi di privatiz­ zazione - nate per svolgere un ruolo di sti­ molo all’economia, soprattutto nel Mez­ zogiorno, sono state via via appesantite dalla gestione partitocratica che ne ha pe­ santemente compromesso Io sviluppo e le finalità. Il sostegno dello Stato alle imprese ha avuto dunque un carattere prevalentemen­ te assistenzialistico, e ha mancato di prov­ vedere ai necessari interventi in materie di infrastrutture, di servizi all’imprese, di for­

mazione professionale, di ricerca e di ri­ duzione dei costi dell’energia e dei tra­ sporti - in Italia mediamente più elevati che negli altri Paesi concorrenti -: tutti fat­ tori oggi decisivi nella competizione inter­ nazionale. Senza queste politiche di con­ testo, infatti, non soltanto le nostre impre­ se partono svantaggiate rispetto alla con­ correnza ma, come hanno già fatto diver­ si imprenditori, trovano più conveniente andare ad investire in Paesi vicini dove i costi sono minori e i servizi alle imprese maggiori. Le responsabilità delle imprese

Non soltanto lo Stato ha però della re­ sponsabilità. Le imprese infatti si sono mostrate incapaci di sfruttare il processo di ammodernamento tecnologico avve­ nuto negli anni ‘80, che ha peraltro espul­ so dalla grande industria 500mila perso­ ne. Tale processo ha consentito cospicui recuperi di produttività e redditività alle imprese. Ebbene - come sottolineava recente­ mente un’indagine di Nomisma, un istitu­ to di studi economici - si può dire che gli anni ‘80 sono stati per l’impresa un’occa­ sione perduta, gli anni dell’accumulazione dispersa. Più che orientarsi verso gli investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nella qua­ lità del prodotto e prepararsi alla parteci­ pazione ad alleanze intemazionali - affer­ ma l’indagine di Nomisma -, le imprese

hanno puntato a mantenere le quote di mercato già acqui­ site o ad investire nel mercato finanziario oppure a destinare le risorse nell'acquisto dei tito­ li di Stato, dunque a “disper­ dere faccumulazione”. Una svolta dunque si impo­ ne, se vogliamo che venga frenata la recessione e rilan­ ciato lo sviluppo, soprattutto nelle aree più depresse del Paese. Il cambio di marcia deve in­ nanzitutto venire dalla politica e in particolare dalla politica economica: senza sciogliere strutturalmente il nodo del debito pubblico non si potrà dar luogo alla quantità neces­ saria di investimenti. Inoltre, insieme alla urgente moder­ nizzazione della Pubblica Am­ ministrazione, sia per la sua incidenza sui costi dello Stato sia per ciò che riguarda l’effi­ cienza dei servizi, è indispen­ sabile decentrare alle regioni la responsabilità delle politi­ che industriali, perché gli in­ vestimenti e le scelte industriali possano rispondere alla vocazione del territorio e alle compatibilità ambien­ tali. Sul versante dell’impresa si fa centra­ le il tema della Qualità Totale. La qualità è senza dubbio un fattore decisivo per la competitività dell’impresa. Si può tuttavia ottenere solo ripensando il rapporto tra qualità del prodotto e qua­ lità del produrre, dunque migliorando non solo le tecnologie ma anche la qualità del lavoro umano. Per ciò che riguarda l’occupazione, allo­ ra, abbiamo davanti una sfida assai impe­ gnativa. I processi di ristrutturazione in at­ to sono un passaggio necessario per di­ mensionare la nostra industria nel merca­ to internazionale attuale, tagliando i rami improduttivi e quelli assistiti: ciò compor­ ta e comporterà ancora tagli di posti di la­ voro. Solidarietà e sviluppo

Nel processo che sta gradualmente por­ tando i lavoratori e il sindacato ad acquisi­ re maggior peso nelle scelte delle imprese e della politica, e perciò ad orientare lo sviluppo, bisognerà fare grande uso della solidarietà, redistribuendo oggi il lavoro che c’è e costruendo contestualmente una società che sia meno di­ pendente dalle dinamiche del mercato e risponda di più alle esigenze, non solo di lavoro, ma di qualità del­ la vita della persona.


RAPPORTO SULLA PROMOZIONE SPORTIVA

lutto aposto, poc stato

pubblicato proprio in

questi giorni il 4° Rapporto IREF

sull’associazionismo

sociale. Un capitolo, come al

solito, è dedicato all’associa­ zionismo di promozione sportiva, per il quale i da­ ti consuntivi sembrano fornire indicazioni inco­ raggianti, di una crescita numerica tuttora in cor­

so. Ma al di là delle cifre, peraltro opinabili, l'im­ pressione che si ricava leggendo tra le righe é che l’azione degli Enti di promozione sia giunta ad un

punto di stallo e che non si riesca ad andare oltre una generica dichiarazione di impegno al cambia­ mento. Anche se non è il caso di generalizzare, vediamo perché. mmmmhmmhbhmmwìmhi l 3° Rapporto iref sull'asso­

ciazionismo sociale, pre­ sentato a giugno del 1990, riferiva di un associazioni­ smo di promozione sporti­ va dal futuro a rischio, per­ ché alle prese con una se­ rie di difficili problemi. Si segnalavano, soprattutto, i sintomi di una certa «crisi d’identità» negli Enti di pro­ mozione, con un «appa­ rente indebolimento di motivazioni culturali e so­ ciali complessive», con il pericolo di smarrire in tutto o in parte molta capacità di proposta e di innovazione. Quel Rapporto concludeva però con un motivo di otti­ mismo, sottolineando co­ me dal mondo dell'asso­ ciazionismo giungessero segnali di un rafforzamen­ to dell’impegno, di scelte mirate piu alla ricerca della qualità che all’amministra­ zione della quantità. Sono trascorsi tre anni,

anni difficili, pesanti, che hanno visto gli Enti di pro­ mozione più di una volta nella bufera, a conferma dell’analisi compiuta dall’iref nel 1990. Arriva ora il 4° Rapporto sull’associa­ zionismo sociale ed è forte la speranza di leggervi note confortanti, rivelatrici di un cambio di tendenza. Ed, in effetti, il tono generale del Rapporto è abbastanza tranquillizzante. Se però si analizza il documento con occhio smaliziato, è facile accorgersi che non tutto fi­ la liscio. Cifre opinabili

Afferma il 4° Rapporto iref: «Di fatto, i 13 enti ricono­ sciuti dal coni, dichiarano per il biennio 1990-91 una crescita del loro trend di sviluppo: complessiva­ mente associano quasi 4 milioni di persone... Ri­ spetto alla precedente

“mappatura”, il biennio os­ servato presenta alcune varianti in cifre che di per sé non sono indice di cam­ biamenti significativi...». In altre parole, gli Enti di promozione dichiarano per il 1990-91 una certa cresci­ ta di tesserati, anche se alI’iREF tale crescita non ap­ pare significativa. In realtà i ricercatori dellÌREF sono fin troppo ge­ nerosi. I dati sul numero dei tesserati, che sono dati autodichiarati dagli Enti, vanno analizzati. Nel precedente Rapporto erano stati dichiarate in molti casi cifre approssi­ mate per decine di migliaia (ossia: 600.000 o 400.000 o 250.000 tesserati, ecc.). Nel nuovo Rapporto ven­ gono fuori cifre non ap­ prossimate. Ciò comporta variazioni in più o in meno: ad esempio il csi passa dai 600.00 tesserati del 3°

Rapporto ai 522.017 del 4° Rapporto; I’acsi invece dai 120.000 ai 127.255. Anche quando ci sono, le crescite sono contenute nell’ordine medio del 10 o 15 per cento, tranne il caso della Libertas, che dichiara 640.000 tesserati (ne uno di più, né uno di meno) ri­ spetto ai 400.000 di tre an­ ni fa. C’è poi il caso del Cns Fiamma che dichiara esat­ tamente 164.315 tesserati, tanti quanti ne dichiarava (né uno di più, né uno di meno) nel ‘90. L’impres­ sione - diciamolo franca­ mente - è che si tratti di ci­ fre in qualche caso fanta­ siose, a scapito di chi ha voluto fare chiarezza ri­ spetto al passato dichia­ rando il giusto. L’unico vero commento che si può fare a tali dati, e che Iìref tralascia, riguarda la necessità ormai impro­ rogabile di trovare metodi


di controllo per sapere qual’è la consistenza effet­ tiva degli Enti e delle loro attività. Dalla quantità alla qualità

Per l'appunto, non è solo un problema di cifre. I ri­ cercatori iref hanno com­ piuto il lodevole tentativo di capire in che direzione si sta muovendo la promo­ zione sportiva. Hanno per­ ciò esaminato documenti programmatici dei vari En­ ti, alla ricerca di linee di tendenza verso il nuovo. La lettura di tali docu­ menti ha consentito di af­ fermare che l’associazioni­ smo di promozione sporti­ va si va largamente impe­ gnando in progetti «di fron­ tiera» rivolti a fasce sociali marginali, in attività di ri­ cerca, in iniziative culturali, politiche e sportive rilevan­ ti. Di qui la sensazione di un associazionismo sporti­

vo in marcia verso la tanto sospirata qualità. Il problema è che - come recita il proverbio - di buo­ ne intenzioni sono lastrica­ te le vie dell’inferno. Da al­ meno cinque anni i docu­ menti degli Enti parlano di ricerca del salto di qualità. Ma si è veramente andati oltre la dichiarazione di in­ tenti? Si è veramente lavo­ rato nel concreto per il sal­ to di qualità? Il precedente rapporto Iref si fermava proprio a questo punto, analizzando i segni del possibile pas­ saggio dal regno della quantità a quello della qua­ lità, traendone motivo di ottimismo. A nostro avvi­ so, il fatto che dopo tre an­ ni il nuovo Rapporto parli ancora di Enti «che si inter­ rogano su come tradurre in concreto il loro essere e offrire “servizio” senza configurarsi soltanto in ter­

mini di semplice agenzia tecnica» non depone a fa­ vore di una crescita effetti­ va, avvenuta sul piano dei programmi quotidiani. Una realtà differenziata

I metodi impiegati per stila­ re le indagini sociali rendo­ no inevitabili, per necessità di sintesi, le generalizzazio­ ni. Ciò che si ricerca e un trend, la tendenza di fondo di un fenomeno a modifi­ carsi. In questo senso il Rapporto iref sull’associa­ zionismo di promozione sportiva reca, come in pas­ sato, utili indicazioni e spunti di riflessione. Ma nell’attuale contesto stori­ co appare davvero arduo, ed anche ingeneroso, met­ tere tutto l’associazioni­ smo di promozione sporti­ va nello stesso calderone. Un esempio per tutti. Nel Rapporto si parla di Enti che si propongono il pas­

saggio-chiave di una tra­ sformazione da enti in as­ sociazioni. E questa “voglia di associazione" è vista co­ me un segno di apertura al sociale. È certamente giusto, ma è altrettanto certamente in­ generoso nei confronti di chi associazione lo è da sempre, e da sempre si propone come obiettivo l’apertura al sociale. Al di là di questi rilievi, il 4° Rapporto iref fotografa un associazionismo soda­ le di promozione sportiva sostanzialmente alle prese con gli stessi problemi e le stesse incertezze di tre an­ ni prima, con gli stessi va­ ghi propositi di cambiar rotta. Il che non è certo un segno di salute. Anche se poi, nella realtà differenzia­ ta delle cose, c’è chi già si avvia alla guarigione e chi ancora aspetta di misurarsi la febbre.

25


STAGE FORMATIVO A CHIANCIANO

L’educatore seen o stage di Chianciano ha inaugurato la collaborazione tra il csi e la res

L

(Agenzia di formazione della Comunità di Capodarco). Egregiamente condotta da Vincenzo Castelli, responsabile della res, l’esperienza si è

sviluppata a ritmi sostenuti, lungo una linea ideale volta ad esplorare

I’ «universo strada», per svelarne le ambiguità, i rischi e le peculiarità,

per poi impostare interventi secondo le coordinate dell’educativa ter­ ritoriale. La «strada» luogo di rischio, dicevamo, di violenza, di emar-

ginazione, ma anche luogo di incontro, di appartenenza, di ricerca del muta­

mento. L’educatore di strada come fi­ gura di difficile interpretazione: né

stregone, né istrione, non dispensatore di facili sicurezze, né di vuoti morali­

smi; uomo del coinvolgimento mai to­

tale, che si gioca «al di là del muro» del­

la cosiddetta normalità e che si pone

interlocutore con la «diversa normali­ tà», snodo di un intreccio di rapporti

complessi con quanti, sul territorio, sono coinvolti nel problema del disagio giovanile: istituzio­ ni, famiglia, gruppi informali, volontariato sociale. Per le strade di Spatina

Quasi simulando la realtà, i convenuti si sono addentrati nelle piazze e nei vicoli del centro storico e nelle strade di una città di tipo medio grande: Spatina. Essa è stata se­ tacciata, come giocando, smontando e rimontando i va­ ri comparti in una operazione degna della più sana mo­ dellazione urbanistica. Così, in un lavoro di cuci e scuci, Spatina è divenuta la città del buon governo, dove i bisogni della gente hanno trovato risposta in una equilibrata distribuzione di risorse e di servizi tra le nove zone. Si è compresa l’importanza della interazione tra pubblico e privato, tra istituzioni e volontariato nella tessitura di un progetto urbanistico e di intervento sociale a misura d’uomo. E allora, in questa città, abbiamo collocato l’educatore di strada, ne abbiamo ricostruito l’identità, gli abbiamo assegnato i compiti. Identità complessa, come diceva­ mo, così come complesso risulta il compito di farsi «ope­ ratore di rete»: uomo che mette a rischio le proprie sicu-

LEO LEONE

rezze per aiutare i giovani a riacquistare la loro; educato­ re che rinuncia al ruolo di risolutore carismatico del disa­ gio, nella compromissione con tanti altri soggetti da coin­ volgere nel processo di prevenzione o di recupero; per­ sona che si lascia compromettere nelle storie umane che incontra, riservando a sé e a chi incontra gli spazi, diffìcil­ mente definibili, dell’autonomia, di un minimo spazio di riserva personale per la fuoriuscita dall'esperienza di di­ sagio. Le sollecitazioni di Vincenzo Castelli sono state analiz­ zate e approfondite in gruppi di lavoro che si sono attar­ dati ad approfondire intuizioni e ad elaborare proposte fi­ no a notte inoltrata. Un frenetico laboratorio

Chianciano un ricco e frenetico laboratorio per la varietà dei momenti, la dovizia dei messaggi, la diversità delle esperienze presenti, ma soprattutto per l’intensa parteci­ pazione dei tirocinanti, per la concretezza delle analisi e delle proposte.


le in strada

La ricognizione del disagio è passata anche attraverso il racconto dei percorsi vissuti nelle testimonianze di Ales­ sandra, Alberto e Betto che hanno fornito con semplicità e chiarezza alcune chiavi di lettura del fenomeno, delle cause e delle possibili strade per uscirne. Ai 27 convenuti a Chianciano sono stati assegnati una bella serie di compiti da svolgere nell'arco di tempo che ci separa dalla verifica in itinere che faremo a luglio. Essi dovranno realizzare, all'interno delle realtà territoriali di appartenenza, alcune indagini mirate su figure significati­ ve e gruppi informali, così come dovranno censire servi­ zi e risorse anche al fine di stabilire gli standards di vivi­ bilità sul territorio medesimo. A coronamento di tale lavoro proveranno ad abbozza­ re un progetto di educativa territoriale impostata in ma­ niera da valorizzare Io sport e il tempo libero secondo l’ottica del CSI. Su tale progetto verterà la verifica che il gruppo effettuerà a luglio. La filosofia del progetto

Una parola ancora per chiarire la filosofìa del progetto «educatori di strada csi».

Si tratta di un modo nuovo di porsi nei confronti della realtà giovanile da parte dell'Associazione, di raccogliere quei segnali che ci interpellano e che non appartengono al già registrato, al già sperimentato. Un tentativo di esplorare il nuovo assumendo il coraggio e l’inventiva. Con la sua presenza, il presidente nazionale Donato Mosella ha ricordato ai convenuti che l’Associazione ha tenacemente voluto questo passaggio, anche perché convinta che in molta parte della periferia si sente l'esi­ genza di spostare più avanti il fronte dell’impegno. La po­ litica di presenza nel mondo più problematico dell’uni­ verso giovanile deve fondarsi su solide basi valoriali ed educative; non basta fermarsi all'intervento di emergenza (è già tardi), limitarsi a erogare servizi e informazioni (è troppo poco). Di più: Chianciano deve fornire un effetto moltiplicato­ re, in quanto il csi può produrre tanti altri educatori di strada, che al di là del loro impegno personale, riescano con la loro testimonianza a far crescere la coscienza dell’associazione per un impegno rinnovato, nelle moti­ vazioni e nelle forme, nei confronti di quanti vivono oggi ai margini della società.

Due momenti dello stage formativo di Chianciano.


I segni della fatica MARCELLO GHIZZO

quali crampi muscolari, o sportivo, specie difficoltà respiratorie, se dilettante, è palpitazioni cardiache, spesso impegnato torpori generalizzati o su due fronti: quello oppure specifici del lavoro o dello studiolocali, e quali dispnea, dolori quello dello sport, stenocardia, riduzione praticato, magari, per dello stato di coscienza. hobby e svago, ma con La fatica, intesa come impegno costante ed al sintomo «generico», ha la più alto livello permesso funzione di prevenire un dalle proprie capacità. danno fisico Tutto questo può all’organismo. In altre comportare affaticamento, parole la fatica ha lo con la conseguente scopo di ridurre i rischi riduzione delle capacità connessi con il protrarsi non solo atletiche, ma dello sforzo, che in quel anche tecniche, con un momento e in quelle generale scadimento di condizioni il soggetto non performance che si è in condizione di manifesta con un sopportare. A tal complesso di informazioni proposito, è bene «sensitive-sensoriali» che ricordare che elevare o, segnalano pericolo. peggio ancora, annullare Quest’ultimo può essere il la percezione della fatica è risultato di diversi fattori: non solo dannoso, ma allenamento eccessivo o anche pericoloso! inadeguato, errori di Stabilire con precisione ordine igienico-alimentari, una soglia oltre la quale il problemi psicologici, sintomo della fatica può patologie infettive, considerarsi «pericoloso», perturbazioni di ritmi è peraltro diffìcile, poiché biologici e delle abitudini essa è condizionata da del soggetto e, in ultimo una variante legata alla non perché meno soggettività e oscilla importante - repentini quindi da un cambiamenti climaticosoggetto ambientali. all’altro, [vedi I segni della fatica tabella 1] possono essere a fatica, come generici, schematizzato nella tabella 1, può essere classificata e definita a seconda della funzione alterata dalle cause che l’hanno determinata insieme alla durata dello stato di affaticamento. Nella tabella 2 vengono evidenziati i segnali premonitori e quelli che invece si evidenziano durante lo stato di affaticamento. Come prevenirlo? Alla base deve esserci: un allenamento attento alle peculiarità individuali non solo fisiche, ma anche

£

Tab. 1 - CLASSIFICAZIONI DELLA FATICA SECONDO LA FUNZIONE ALTERATA * fatica muscolare * fatica nervosa

SECONDO LE CAUSE * fatica fisiologica * fatica patologica

* fatica ecologica

SECONDO LA DURATA * fatica acuta * fatica cronica

Tabella 2 - SEGNALI DELLA FATICA

*

difficoltà a ripetere una prestazione

*

ipertono muscolare

*

frequenza cardiaca a riposo aumentata

*

pressione arteriosa aumentata durante lo sforzo

SEGNALI DURANTE LO STATO *

perdita di peso

*

sudorazioni improvvise e esagerate

*

cambiamenti psicologici

*

occhi opachi o lucidi

*

repulsione all’allenamento

*

alterazioni della condizione motoria

*

frequenza cardiaca aumentata

*

pressione arteriosa aumentata

a riposo a riposo o funzione respiratoria alterata (diminuzione capacità vitale)

*

alterazioni elettrocardiografiche

psico-affettive, oltre ad essere ben articolato con il calendario delle competizioni. Infine, sarà necessario evidenziare e curare rapidamente eventuali affezioni patologiche. Ricordo ancora che, in prima battuta, il guardiano-vigile della forma dell’atleta è l’allenatore, che deve sempre dar prova di autorità, dando però spazio a rapporti di piena fiducia che lo porteranno ad assumere un duplice ruolo: oltre a quello tecnico-fìsico, anche quello di confidente attento e di... inquirente discreto.


L’Europa e le Associazioni ALBERTO SUCCI

'Europa unita è decollata tra numerose contraddizioni. In particolare l’Europa unita è nata senza le associazioni. Questi enti, che nei dodici Paesi che costituiscono la cee sono estremamente vivi ed operanti (vedi Francia, Italia, ecc.), non vengono presi in considerazione; anzi nel Trattato di Roma (atto fondamentale nella creazione della Comunità) le associazioni vengono menzionate soltanto per sancirne l’esclusione. Infatti l’articolo 58 del Trattato fa riferimento alle «società di diritto civile o di diritto commerciale, ivi comprese le società cooperative, ad eccezione delle società che non si prefiggono scopi di lucro (leggi associazioni)». Gli enti «no profit» e la connaturata assenza di finalità lucrative delle associazioni restano al di fuori dello spirito «mercantile» della Comunità Europea, che rimane così priva di una forza di coesione sicuramente più efficace di quella legata a logiche economiche e di mercato. Uno dei padri dell’Europa unita, Monnet, ebbe a dire, al termine della sua esperienza europeista, che se l’Europa «fosse da rifare, ricomincerei dalla cultura». Appare peraltro evidente che il fenomeno dell’associazionismo assume notevole peso anche se viene osservato nell’ottica meramente economica. Basti pensare che le associazioni creano occasioni di lavoro, prestano servizi, utilizzano mezzi di comunicazione di massa, utilizano ed organizzano strutture ricettive, turistiche e sportive, producono

t

economia indotta. A ciò si aggiunga l’opera svolta dalle associazioni nei servizi cosiddetti sociali, per i quali lo Stato spesso non interviene, consentendo allo Stato medesimo di operare economie di spese, in quanto i servizi prestati vengono svolti prevalentemente da volontari. L’attività delle associazioni può assumere, come è stato già evidenziato, rilevanza economica, ma ha finalità diverse da quelle perseguite dagli imprenditori - siano essi individuali o collettivi (società) - i quali per definizione agiscono in un’ottica utilitaristica tesa al conseguimento del profitto.

ulla base di queste considerazioni e tenuto conto che in Europa un cittadino su due aderisce ad un’associazione o fa parte di un ente «no profit», alcune forze in ambito europeo hanno tentato di sensibilizzare al fenomeno associativo gli Organismi competenti. Nel 1987 fu elaborata una ricerca nota come Rapporto Fontaine, dal nome della relatrice Nicole Fontaine -, per conto della Commissione Giuridica e dei Diritti, sulle associazioni senza fini di lucro nella Comunità Europea. Tale rapporto fu adottato dal Parlamento Europeo con 104 voti favorevoli contro 7 contrari. Dal Rapporto emersero alcune esigenze che sono state poi sottoposte all’attenzione degli Organi competenti e che riguardano in primo luogo la necessità di creare in ambito comunitario un

«diritto delle associazioni», cioè un «corpus» di norme, valide in tutti i Paesi aderenti, che riconoscano e regolino il fenomeno dell’associazionismo. Dal riconoscimento delle associazioni nasce l’ulteriore necessità che esse siano adeguatamente rappresentate all’interno delle strutture europee mediante la presenza di loro rappresentanti nel Comitato Economico e Sociale. Infine, il Rapporto ha evidenziato l’opportunità che i singoli Paesi adeguassero le loro legislazioni a princìpi generali comuni.

el 1989 fu consegnato alla Commissione della cee un progetto di «Statuto Europeo delle Associazioni» che fu inserito in un programma di lavori - per gli anni 1989 1993 - relativi al diritto delle associazioni da ricomprendersi nel più ampio contesto dei Diritti dei Cittadini Europei. Nel progetto vi sono diversi spunti interessanti. Ad esempio, nel progetto viene prevista la possibilità che le associazioni possano esercitare attività commerciali finalizzate al raggiungimento degli scopi (non lucrativi) per cui l’ente medesimo è stato costituito. È inoltre prevista la creazione di un registro nel quale vengano iscritte tutte le associazioni europee. La avvenuta registrazione dovrebbe essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità e da quel momento l’associazione acquisterebbe la

personalità giuridica. È questo un aspetto molto importante, che consentirebbe all’associazione europea di essere un’entità «distincte de celle de ses membres». La conseguenza dell’attuazione di tale previsione consentirebbe finalmente una scissione di responsabilità tra l’associazione e i suoi rappresentanti, con effetti evidentemente positivi sulle associazioni non riconosciute di diritto interno, nel cui ambito devono essere ricomprese la maggior parte delle associazioni sportive. La proposta di progetto contiene anche previsioni di particolare interesse in materia di agevolazioni fiscali, ma l’obiettivo più importante rimane quello della emanazione di una Direttiva che regoli in tutti i Paesi della cee il fenomeno dell’associazionismo. Il discorso sull’Europa può apparire estraneo alla realtà delle associazioni sportive che devono scontrarsi con le quotidiane difficoltà operative, ma la soluzione di alcune problematiche interne potrebbe scaturire proprio da una visione europeistica del fenomeno associativo. Né il mondo sportivo può rimanere estraneo a questi temi che in un modo o nell’altro incidono direttamente al suo interno. Occorre perciò che anche le associazioni sportive comincino a respirare aria europea e prendano coscienza che entità similari operano negli altri Paesi della Comunità con problemi ed esigenze analoghe.


Nella giungla dei Viet iamo costantemente presi, se ben ci pensiamo, quotidianamente, da piccole e grandi attività. Alcune sono di carattere ordinario, per cosi dire, altre invece spuntano come straordinarie, inverosimili, pazzesche. Tra queste, quelle sportive ci entusiasmano oltre i confini dell’accadimento e della regolarità. E dovremmo aggiungere, per fortuna. Si, perché almeno questo ci aiuta a vivere meglio la giornata, a sopportare con un certo entusiasmo (non già rassegnazione) i triboli che, ahinoi, questo secolo ci ha abituato a conoscere. Lo stupore e la meraviglia è forse ciò che ancora accomuna due mondi: quello fantastico dei bimbi e quello concreto degli adulti. Lo sport e le sue ramificazioni permettono all’uomo di sognare. Anche quando è, suo malgrado, indotto a «litigare» per difendere l’asso, cioè l’eroe dei nostri tempi. Questa premessa per dire che è «importante» meravigliarsi. E da quando lo sport se ne è uscito dai canoni tradizionali, come abbiamo visto anche da questa rubrica, è sempre più facile imbattere in gesta, imprese e rocambolesche avventure strettamente legate allo sport. Oggi, «sportivo» non è solo l’abbigliamento, l’atteggiamento, il fatto fìsico competitivo. Va oltre. Ed è quindi facile meravigliarsi. Vedere e/o provare cose meravigliose (mirabilia, direbbero i latini), cose che destano l’ammirazione insieme

allo stupore che destano le cose nuove, grandiose, insolite. Anche questo è sport. «Il vero spirito sportivo partecipa sempre dello spirito religioso», affermava André Maurois, e per religione in questo caso, si vuole intendere proprio il significato etimologico di cercare o guardare con attenzione. Aver riguardo, cura. Allora allontaniamoci per un momento, per questa volta, da quello «sport» a cui siamo abituati. Per immergerci in un vero e proprio labirinto sportivo, onirico, avventuroso e dunque reale. Andiamo in Vietnam, si, nella giungla vietnamita dove Jacek Palkiewicz ha trovato i resti di guerra nascosti da una natura che sta inghiottendo ogni ricordo dei dieci anni di battaglie. Una giungla abitata da tigri, bufali, serpenti velenosi che le autorità locali vietano a stranieri curiosi. Palkiewicz è riuscito ad attraversarla, scoprendo

un mondo che vive nella preistoria. I varchi nella boscaglia di bambù sulla pista inghiottita dalla vegetazione sono aperti dagli elefanti. Intorno, cervi, bufali, daini, scimmie, tigri e velenosissimi serpenti. E insetti, insidiosi, impavidi portatori di malaria e altre malattie infettive tropicali. I silenzio della foresta esorta alla riflessione interrotta solo da un fragore lontano, quello di una cascata. È un momento di pausa, di gioco. Un bagno e una doccia offerta dagli elefanti che bevono 100 litri per volta divorando anche 200 chili di piante al giorno. Mangiano per vivere e vivono per mangiare. C'è qualcosa di epicureo in tutto questo. Gli accompagnatori del «nostro esploratore» preparano cibo a base di riso avvolto nelle foglie e arrostito sulla brace, condito con qualche verdura selvatica. Non simile al risotto agli asparagi o al radicchio rosso ma nel cuore della giungla sembra cucinato da Marchesi. Il té e le banane completano il pranzo. C’è anche il tempo per stappare una bottiglia di champagne, di buon augurio alla spedizione. Un italiano tira fuori bustine di caffè. E i sorrisi dilagano. Due occhi lunghi come fiumi osservano. II campo, il falò, le chiacchiere. Il sole è tramontato. Gli elefanti hanno le zampe legate, non andranno troppo lontano. Palkiewicz e amici

sono nel pieno dell’avventura. n trekking B B insolito, B^B irripetibile. Camminano per giorni incontrando i resti della guerra sanguinosa in cui sono morti due milioni di vietnamiti e 58 mila soldati americani. Nelle vicinanze del villaggio pia, incontrano un insediamento di povere capanne di bambù su palafitte, dove vive la minoranza etnica Jarai. Isolati dal resto del mondo, mantengono intatta la propria integrità culturale. Per la prima volta vedono gli uomini bianchi. L’accoglienza è cortese e spontaneamente sorridente. Il menù, che offre topi di campagna, cortesemente viene rifiutato. Ma è apprezzato invece il «run ghe», un distillato di riso e la scodella di manioca bollita. Sotto casa razzolano polli, suini e cani. La mente va all’aia italica. Un indigeno mostra l’uso di una balestra: il risultato è sorprendente, questo attrezzo arcaico non è inferiore a velocità, precisione e affidabilità ad una sofisticata arma che si vende nei nostri negozi sportivi. Farebbe la felicità di un arciere alle Olimpiadi. II cammino poi riprende. Il trekking continua. A volte il sentiero è stretto e bisogna proteggere il viso dai rami spinosi e in «sella» all’elefante, anche se scomodi, il viaggio sembra rilassante. «L’avventura si scontra sempre con disagi, pericoli, paure, ma la sete di andare avanti, oltre i confini, non si placa mai».


Liberi scambi e scelta di condivisione G. BATTISTA GANDOLFO

regioni estere, specialmente da trascorso un anno da quelli in piena crisi economica come quando il csi, in i Paesi dell'Est, significa realizzare la collaborazione con la diocesi sfida recentemente lanciata da di Orvieto-Todi e alcune Mons. Dionigi Tettamanzi, quando parrocchie, ha ospitato, a Bolsena, afferma che «chi possiede beni una trentina di ragazzi ucraini, materiali e ricchezze deve entrare in provenienti da Kiev, di età una logica di comunione e di compresa fra i 10 e i 15 anni. Agli condivisione»; poiché, spiega ospiti è stata offerta l’occasione di ancora il Segretario generale della trascorrere una vacanza terapeutica cei e noto moralista, «i beni in Italia ed insieme la possibilità di materiali non sono un male in sé, conoscere alcuni centri turistici ma devono essere posti al servizio italiani, tra i quali la città di Roma, di tutti, in particolare di chi ha più che sempre colpisce con i suoi bisogno». Inoltre potrebbe essere monumenti: S. Pietro, il Colosseo e i Fori Imperiali. Agli italiani invece è rimasto il ricordo, oltre al saggio animato da canzoni popolari russe ed ucraine, di quel calore iniziale fatto di sguardi, gesti e carezze che costituirono l'iniziale strumento di conversazione in sostituzione della parola. In particolare è rimasto il valore educativo dell’incontro che ha contribuito a far riflettere l’associazione e le parrocchie e soprattutto l’esperienza un’attività che in qualche misura è servita per superare quella cortina contribuisce alla missione di di egoismo e presunzione annidate evangelizzazione europea dei spesso nell’animo umano. giovani, secondo l’invito di Giovanni Quest'occasione ci ha aiutato ad Paolo II, quando al Consiglio abbattere il muro dei pregiudizi nei D'Europa del 1988, persuase a confronti delle fatiche e delle offrire ai giovani una formazione sofferenze di popoli, troppo che «acquista tutta la sua frequentemente considerati lontani dimensione umana nel momento in e irraggiungibili, mentre la carità cui l’acquisizione del sapere e non ha confini così come in più occasioni ribadisce il nuovo l’apprendimento delle tecniche sono testamento. situati nel quadro della verità L’ospitare ragazzi provenienti da integrale dell'uomo». L'esperienza degli abitanti di Bolsena, preceduti, nell’analoga iniziativa, dai cittadini di Allerona Scalo, sottolinea la necessità di approfondire un tipo di lavoro simile a quello svolto dalla nostra Associazione, secondo un progetto di animazione culturale e ricreativa ben impostato. Intanto è opportuno formare degli animatori che appofondiscano questo fenomeno

f

dei «liberi scambi», per dare il via ad iniziative, tese a facilitare queste operazioni culturali, sociali e sportive, così da realizzare occasioni di incontro e di amicizia specialmente con le popolazioni più emarginate e sofferenti. Naturalmente ogni iniziativa deve essere formulata nel rispetto delle autorità civili e religiose del luogo e delle nostre, così che le esperienze acquistino un significato solidaristico e si trasformino in occasioni «abituali», evitando però ogni forma di improvvisazione.

er queste ragioni, l’Ufficio Intemazionale del csi affronta il problema e, sempre nel rispetto delle finalità associative, intende risolverlo con la disponibilità e la partecipazione di tutte le società sportive interessate al problema. Si studieranno in seguito i metodi e i luoghi a cui indirizzare questa attività, considerando che, se la nostra Associazione non potrà rinunciare a una forte animazione ricreativa, sportiva e ludicomotoria che caratterizza il nostro inserimento nel mondo dello sport, tuttavia essa dovrà incentrare molte risorse nell’operazione culturale e d'ispirazione cristiana, che comporta con altrettanto vigore la traccia del nostro agire e della nostra appartenenza alla comunità ecclesiale. Del resto una simile iniziativa risponde all’osservazione della Chiesa italiana, che nel documento, «Evangelizzazione e Testimonianza della carità» (n. 26) dichiara «prima di definire l'“agire” della Chiesa, se ne definisca l'“essere profondo”».


GLI SPORT DA FARE INSIEME Tra i diritti di un bambino c'è anche quello di crescere e di giocare in un ambiente sicuro ed affettuoso, il più possibile sotto la guida e la partecipazione di operatori responsabili, motivati, competenti e di genitori che ne apprezzino l'opera, collaborando e partecipando attivamente per costruire insieme «uomini nuovi». FANTATHLON è la risposta del Centro Sportivo Italiano a questo diritto. E un'occasione offerta a tutti i bambini dai 3 ai 10 anni, un modo diverso e creativo di fare attività motoria. FANTATHLON è una proposta globale, sapientemente dosata, che educa il bambino, attraverso il gioco e il movimento. FANTATHLON, infatti, è anche musica, disegno, teatro, letteratura. E il piacere di fare amicizia, di stare insieme, di fare festa. E un metodo per scoprire il proprio corpo, per aiutarlo a crescere ed a mantenersi in salute. FANTATHLON è un'iniziativa attuata dal Centro Sportivo Italiano in collaborazione con «Telefono Azzurro». È aperta, oltre che a singoli bambini, a scuole, oratori, parrocchie, centri sociali e gruppi familiari che potranno saperne di più rivolgendosi ai Consigli e alle Società del Centro Sportivo Italiano, in tutta Italia.

CENTRO SPORTIVO ITALIANO


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