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Stadium n. 4/1990

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ROMERO

QUASI UN SOMMARIO

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ORE 14: LEZIONE DI CALCIO

LA LEGGE E GLI ENTI

di Aldo Notarlo

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TOTOSSD/ CRONACHE/

di Andrea De Pascalis

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ISEF ALLA RIBALTA

di Vito Cozzoli

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27. Televisive:

STADIUM/SOCIETA' A PORTE CHIUSE?

óTENNISTAVOLO di Giampiero Spirito

8UNA POLITICA PER LE CITTA'

di Cesare Martino

di Angelo Bedani

ló FOTOMEMORIA 18

La V Giornata mondiale della gioventù.

TEMPO RITROVATO

IO L'of

di

CLAUDIO BUCC1ARELLI

0 libffi a cura di Andrea De Pascalis

DOMENICA DELLE PALME

di G. Battista Gandolfo

di Vittorio Sammarco

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Medicina: CUORE MATTO Idoneità cardiovascolare allo sport, di Antonio Spataro

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Il tema del mese: IMPIANTI 08 film: SPORTIVI LA VOCE Mancano ancora, oppure? a cura di Andrea De Pascalis DELLA LUNA di Flavio Pedrotti

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NEL CUORE D'EUROPA

Chi ha paura delia Germania unita? di Valerio Ochetto

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PINOCCHIO Al MONDIALI/2

31 SPORT/SOCIETA'

di Anna De Laura

di Domenico Volpi

Mentre questo numero di STADIUM va in stampa, ricorre il de­ cimo anniversario dell’uccisione di Mons. Oscar ROMERO, Arci­ vescovo di San Salvador. Oscar Romero, venne ucciso da­ gli squadroni della morte, mentre celebrava la Messa nella sua chie­ sa, nella capitale della piccola re­ pubblica centro americana. In questi giorni molti giornali e molte trasmissioni televisive ricor­ dano quell’avvenimento, come un fatto di alto segno spirituale e ci­ vile: il segno di un tempo in cui la coscienza cristiana è stata pro­ vocata a una scelta di campo, tra lo stare nella sicurezza di una spi­ ritualità protetta, e l’impegnarsi nella battaglia per recuperare al­ la verità e alla giustizia il messag­ gio umano e sociale del Vangelo. Lo stesso Oscar Romero per arri­ vare al traguardo del martirio, provocato dalla sua difesa dei po­ veri contro il prepotere dei ricchi, ha dovuto «convertirsi»: come ci ricordano anche le rievocazioni, religiose e laiche di questi giorni.

Purtroppo gli stessi squadroni del­ la morte hanno provveduto, po­ co più di tre mesi fa, a celebrare questo anniversario, uccidendo sei gesuiti nell’università dello stes­ so San Salvador. Sembra che i dieci anni trascorsi nulla abbiano cambialo in quella regione del mondo, mentre altrove il risveglio della libertà, se non della giusti­ zia, sembra prevalere. Eppure il sangue di questi marti­ ri alla vigilia del 2000, non è sta­ to sparso invano, se sappiamo ri­ cordarli non per piangere sulla lo­ ro apparente sconfitta, ma per leggere il senso della loro «conver­ sione»; che può essere anche la nostra, solo che guardandoci in­ torno sappiamo leggere negli oc­ chi degli ultimi, dei poveri, delle vittime dell’ingiustizia, il seme di speranza e di attesa, cui nessun consumismo e nessuna politica basata soltanto sulla violenza e sulla potenza del danaro, può da­ re risposta. Questo ricordo, che cade nel pie­ no della Quaresima, può essere un momento comune di riflessione, per noi, per i nostri lettori, per au­ gurarci una «Pasqua» che non sia fatta di parole vane, ma di scelte insieme impegnative e gioiose. E.G.


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LA LEGGE E GLI ENTI Ci siamo trovati in Parlamento, Enti e CONI, in incontri separa­ ti, a confrontarci con il Comita­ to ristretto delia Commissione Pubblica Istruzione e Cultura del­ la Camera, che sta lavorando al­ la legge-quadro dello sport. Naturalmente, lo scoglio princi­ pale da superare, perché i lavori procedano per portare avanti la legge, è costituito dagli Enti di promozione sportiva. E questo lo sanno tutti ed era nelle previsioni. Gli Enti rappresentano una spina nel fianco del sistema sportivo ita­ liano anche se a parole di loro e a loro si fanno i più sperticati elo­ gi. Però, nei fatti, quando si può mettere loro il bastone tra le ruo­ te lo si fa volentieri. Questo lo sperimentano a loro spese specialmente le nostre So­ cietà sportive e i nostri Consigli provinciali che hanno a che fare quotidianamente con i loro dirim­ pettai delle Federazioni e dei CO­ NI provinciali. È una conflittualità più o meno latente che ci divide su tutto: sul­ l’uso degli impianti sportivi, sui contributi degli Enti locali, sulla salvaguardia degli atleti e delle Società che vengono allettati dalle sirene federali, dalla sfacciata po­ litica espansionistica di certe Fe­ derazioni come la Federcalcio, che tenta di lasciare pochi spazi agli Enti: di mangiar loro l’erba sotto i piedi. Dalla culla alla tomba, con e sot­ to la Federazione, pare sia il motto. Un tempo le Federazioni si occu­ pavano dei giovani in età agoni­ stica, dai quattordici ai vent'an­ ni per intenderci, ora si comincia

dai neonati, o quasi, per arrivare ai nonni. Tutto e tutti sotto l’u­ sbèrgo di Matarrese! Parlare quindi di ruolo degli En­ ti diventa difficile perché signifi­ ca parlare anche del ruolo delle Federazioni e queste, con il CO­ NI in testa, fanno orecchie da mercante: la definizione del loro ruolo limiterebbe il loro spazio, come quello degli Enti d’altron­ de: però, chi sta al potere, di li­ mitazioni non ne vuole sentir par­ lare. E il nodo della legge è lì! Non è se gli Enti devono entrare o me­ no nel Consiglio nazionale del CONI; il nodo da sciogliere è il ruolo e quindi il riconoscimento degli Enti che una legge, se si de­ ve fare, deve dire chiaramente. Altrimenti continueranno nei se­ coli le diatribe! Tutto il resto è fumo, è cortina fu­ mogena per nascondere il proble­ ma che non si vuole affrontare. È fumo, ad esempio, dire che non si può inquinare il mondo sporti­ vo con il mondo politico, quasi che il mondo sportivo non fosse già inquinato, ammesso che i po­ litici siano inquinanti e ammesso che gli Enti li rappresentino. Non sono certo stati gli Enti ad eleggere deputati e ministri a pre­ sidenti di Federazioni o di Leghe progressistiche! E così è fumo dire che il CONI è il rappresentante del CIO in Ita­ lia, è la Federazione delle Fede­ razioni Sportive Nazionali, e quindi non può annettere nel suo Consiglio nazionale Enti che con il CIO hanno niente da spartire. Come se Samaranch non sapesse, e lo sa benissimo, che il CONI ita-

liano è un CONI atipico rispetto agli altri perché rappresenta lo Stato con una legge delega; è lo Stato quindi il delegante e il CO­ NI il delegato a farsi carico di tut­ to l’associazionismo sportivo. Infatti gli Enti sono stati a suo tempo riconosciuti dal CONI in virtù di tale delega: il CONI li ha riconosciuti per conto dello Stato. Quasi mezzo secolo di storia ha visto gli Enti crescere ed affermar­ si per merito dell’impegno volon­ tario di migliaia di dirigenti che hanno costruito un tessuto asso­ ciativo che rappresenta il trenta per cento delle Società sportive esistenti in Italia. Tanto successo è dovuto inoltre alle risposte che si è stati capaci di dare ad una domanda, ad un bisogno della gente. Perché continuare a discriminar­ li considerandoli associazioni di serie B? Il doppio regime di «figli e figlia­ stri», i figli le Federazioni i figlia­ stri gli Enti, non ha più motivo di esistere. La pari dignità tra Fede­ razioni ed Enti è un diritto con­ quistato sul campo. Gli Enti un ruolo ce l’hanno, gli è stato rico­ nosciuto da migliaia di Società e da milioni di soci che vi aderi­ scono. Il Parlamento faccia ora la sua parte riconoscendoli nel loro ruo­ lo ed attribuendo loro pari digni­ tà con le Federazioni Sportive Na­ zionali. Come? Ci sono più stra­ de e qualche suggerimento ai par­ lamentari siamo in grado di dar­ glielo... prossimamente su questo schermo. Aldo Notarlo

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ISEF alla ribalta

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La «Pantera» si è data allo sport. Dopo aver sconvolto il mondo dell’Università, il vento della protesta studentesca ha iniziato a soffiare an­ che alI’lSEF. E la «Pantera» sembra voler fare le cose seriamente se si pensa che su 22 Istituti Superiori di Educazione Fisica in Italia ben 11 hanno subito più o meno un’occu­ pazione. Sull’onda delle agitazioni universita­ rie, anche gli studenti dell’ISEF ri­ vendicano i propri diritti e adottano importanti forme di protesta. D’al­ tra parte ci tengono a non confon­ dersi troppo con la «Pantera». «Sia­ mo solidali ed in contatto con loro ma il nostro problema è un altro e viene da lontano», sostengono. «Noi lottiamo per avere l’Università, loro per modificarla». Non tutti gli studenti peraltro han­ no condiviso le forme della protesta. Ne è un esempio l’ISEF di Roma che si è riunito in «assemblea permanen­ te», senza però aver interrotto la di­ dattica, le esercitazioni e gli esami. «La nostra è una forma costruttiva di occupazione», ci ha dichiarato uno studente del terzo anno. «Vo­ gliamo ribaltare la consueta formu­ la «dalla protesta alla proposta», per poter essere propositivi e presentar­ ci subito all’opinione pubblica e alle istituzioni con il risultato delle nostre elaborazioni». Gli studenti sono infatti molto orga­ nizzati; sono collegati attraverso un «coordinamento nazionale» c all’in­ terno di ogni Istituto si sono suddi­ visi in varie commissioni, ognuna delle quali ha l’incarico di approfon­ dire un problema relativo all’ISEF: dalle difficoltà relative alle struttu­ re, ai rapporti con CONI e provve­ ditorati. «L’obiettivo è una maggiore infor­ mazione sui problemi che ci riguar­ dano», affermano gli studenti. «A differenza delle proteste degli anni

scorsi non vogliamo ghettizzarci, rin­ chiudendoci in noi stessi. Intendia­ mo invece formare una sensibilità nuova sul problema anche al nostro esterno, per essere collegati alla real­ tà e sentirci al servizio della società».

LE RICHIESTE DEGLI STUDENTI Ma quali le richieste degli studenti? Domandano a viva voce innanzitut­ to una riforma istituzionale che tra­ sformi la scuola da un corso di di­ ploma (attualmente triennale) in un corso di laurea in Scienze Motorie, e poi un albo nazionale degli inse­ gnanti di educazione fisica. Inoltre, in questo momento, le acque sono molto agitate anche perché con la Legge 426 è stata legiferata l’adozio­ ne dell’insegnante unico nella scuo­ la media dell’obbligo, che sta crean­ do rilevanti e concrete difficoltà di tipo applicativo. La professoressa dovrà insegnare calcio o rugby men­ tre il professore si cimenterà nella ginnastica ritmica.

A tale proposito, lo scontento appa­ re generale: a detta dei docenti, l’in­ segnamento unico determinerà un sovrannumero di 3.500 professori, aumenterà la confusione nelle già an­ guste palestre, e soprattutto i ragaz­ zi non saranno accontentati. «Con l’abolizione del doppio inse­ gnante di educazione fisica vengono a mancare le condizioni oggettive per lavorare», ci spiegano due ragazzi dell’ISEF di Roma. «Ma ciò che ri­ sulta più strano, anzi più grave, è che la nostra formazione, i nostri studi sono basati sulla duplicità di insegna­ mento. Se ci fosse stata una conseguenzialità logica, si sarebbe dovu­ to riformare prima lo studio negli ISEF e dopo la legge per insegnare nella scuola». Ma alla base c’è ormai l’esigenza, av­ vertita ormai da tutti, di rivedere complessivamente il sistema dell’edu­ cazione fisica nella scuola. «Il pro­ blema dell’insegnante unico potreb­ be anche essere superabile, ma do­ vrebbe essere aumentato il numero delle ore dedicate all’attività», ci conferma il Professor Angelo Manoni, incaricato di ginnastica attrezzi­ stica e responsabile del laboratorio di ricerca biomeccanica all’ISEF di Ro­ ma. «Due ore alla settimana sono as­ solutamente insufficienti adesso, im­ maginiamoci con una classe mista ed unico insegnante. Le differenze di ti­ po biologico esistono: si pensi alla velocità o alla forza muscolare. Far disputare, ad esempio, una partita unica di pallacanestro a ragazzi e ra­ gazze sarebbe materialmente impos­ sibile». Sempre relativamente alla scuola, si aggiunge il problema del mancato in­ serimento del docente di educazione fisica, lasciata al maestro interlocu­ tore unico, nei programmi della scuola elementare, «frutto di una vi­ sione negativa dello sport — dicono all’ISEF — che bada alla cura c alla


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A completamento della riforma del­ l’lSEF, gli studenti reclamano l’isti­ tuzione dell’«albo» nazionale degli insegnanti di educazione fisica, rite­ nuto una necessità per regolamenta­ re l’attività privata, spesso in mano a personale non qualificato. «Oggi chiunque può mettersi a insegnare in una palestra», afferma una ragazza del secondo anno delITSEF di Ro­ ma. «Sentiamo quindi l’esigenza di un albo, oltre che per tutelare la fi­ gura del docente, anche e soprattut­ to per garantire il diritto alla salute dell’utenza».

PRO E CONTRO «L'ALBO»

salute del corpo, più che alla vera ed ucazione».

LA RIFORMA DEGLI ISEF Ma il nodo della questione rimane sempre la riforma dell’lSEF, invoca­ ta da tutti per dare dignità alla ma­ teria e valore di laurea agli studi. La motivazione di questa richiesta è semplice: secondo professori e stu­ denti è ora che l’Italia si adegui agli altri Paesi della Comunità Europea, dove da tempo esistono corsi di lau­ rea. «Nel 1992, con l’apertura del mercato libero e con la libera circo­ lazione dei lavoratori, ci troveremo — dicono — in netta inferiorità pro­ fessionale, con un diploma fuorileg­ ge e con la concorrenza degli inse­ gnanti stranieri in possesso di un ti­ tolo che noi non possediamo». Tra l’altro, permane il problema del finanziamento degli Istituti. Gli ISEF di tutt’ltalia, tranne quello di Roma che è statale, sono enti di diritto pub­ blico e hanno personalità giuridica esattamente come l'università. Non

sono però a carico del bilancio dello Stato. Tutto grava sulle tasse pagate dagli studenti (più di mezzo milione l’anno), e questo influenza didattica e piani di studio nelle singole facoltà. Non basta però affermare: «equipa­ riamo il diploma ISEF ad una lau­ rea». Sicuramente una laurea in giu­ risprudenza o in lettere non è com­ parabile dal punto di vista dei con­ tenuti rispetto ad un diploma conse­ guito all’ISEF. Occorre allora rivedere l’intero cor­ so di studi. «La riforma dell’lSEFche faccia decollare gli obsoleti modelli didattici verso un moderno corso di studi con dignità universitaria costi­ tuisce un passo ormai obbligato», ci dichiara il Professor Manoni. «È ne­ cessario dilatare nel tempo la durata dei corsi innovandoli nei contenuti e offrendo una professionalità qualifi­ cata. Potrebbero essere previsti tre di­ versi gradi di formazione: il diploma, caratterizzato da buoni livelli di co­ noscenza biologica e pedagogica; la laurea, in grado di offrire molteplici profili professionali; e il dottorato, per la docenza universitaria».

Da sempre l’istituzione dell’albo in­ contra grosse resistenze sia da parte dello sport ufficiale (CONI e Fede­ razioni) sia da parte degli Enti di pro­ mozione sportiva (che lo vorrebbe­ ro circoscritto al settore pubblico) che dal mondo della sanità. «È in gioco la salute della gente che spes­ so si affida a chi non è davvero al­ l’altezza di un compito così delica­ to», ci dice il Professor Manoni. «Né si può affermare che le Società spor­ tive, con Resistenza dell’albo, sareb­ bero costrette ad assumere necessa­ riamente i docenti ISEF. L’insegnan­ te dovrebbe infatti essere considera­ to un libero professionista che rice­ ve un corrispettivo per le prestazio­ ni che offre». 11 problema di una maggiore tutela dell’utenza sportiva esiste seriamen­ te: non bisogna infatti lasciare nulla al caso e all’improvvisazione, privi­ legiando il controllo e la programma­ zione. Ma in questo modo non si de­ terminerebbe la morte dello sport ba­ sato sul volontariato?

l'ilo Cozzali

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Tennistavolo

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Quel giro di footing, alle sei di mat­ tina, non è piaciuto a molti. D’accor­ do che per vincere e imporsi bisogna impegnarsi ma perché faticare tanto? I metodi del nuovo commissario tec­ nico, lo jugoslavo Milan Stencel, in­ caricato di risollevare le sorti del ten­ nistavolo italiano hanno in pratica diviso la Federazione. Da una parte i fautori della sua esperienza, dall’al­ tra i contrari, convinti che le grane (leggi scarsi risultati) è meglio risol­ verli in famiglia, con una soluzione autarchica. Per sapere di che pasta è fatto Sten­ cel e quale sia il suo senso del dove­ re e della disciplina, può essere utile riportare un suo concetto, esternato in un’intervista del dicembre scorso: «L'educazione sportiva comprende il rispetto dell'avversario, del proprio allenatore, dei compagni di squadra. Maradona, ad esempio, è il simbolo della maleducazione sportiva ed è certo che nessun atleta potrà mai per­ mettersi di comportarsi nei miei con­ fronti come è solito fare il calciatore argentino nei riguardi dell’allenato­ re e del presidente del Napoli». E infatti nel centro di Fiuggi, qual­ che ritardatario agli allenamenti, è stato rispedito a casa, senza troppi riguardi. E in un ambiente come quello dello sport italiano, natural­ mente comprensivo, verso tutto e verso tutti, anche per ragioni di sta­ bilità politica, il gesto risoluto di Stencel ha creato attriti. II tecnico jugoslavo proviene da bril­ lanti risultati ottenuti in Belgio e in Olanda, con pongisti mediocri por­ tati, sotto le cure di Stencel, in posi­ zioni di avanguardia. È il caso del belga Jean Michel Saive che in quat­ tro anni ha colmato le sue lacune tec­ niche, fino a vincere nell’89 i cam­ pionati open degli Stati Uniti. Stencel ha ottenuto carta bianca c ha predicato il rigore e l’autodisciplina per un allenamento che dura in pra­

Ma non è più il vecchio ping-pong tica l’intera giornata, nel centro di Fiuggi, dove una cinquantina di gio­ vani, vivono tutto l’anno, per studia­ re e allenarsi a spese della FITeT, la Federazione Italiana di Tennistavo­ lo, che spera di far maturare qualche campioncino. A Senigallia esiste un altro centro tecnico, privato, che si è sempre contrapposto al gruppo di­ rigente della FITeT, fin dai tempi del regno di Vito Penna, presidente fe­ derale dal 1976 al 1988. Attualmente c’è una frattura nella FITeT che sarà ricomposta nell’Assemblea straordinaria, in program­ ma il 21 aprile a Fiuggi. A Cesare Sa­ grestani, presidente dal 27 novembre 1988 si contrappone Stefano Bosi, vi­ ce presidente. La crisi è stata aperta con le dimissioni di due vicepresiden­

ti, Bosi e Battani e di quattro consi­ glieri federali, atto che ha fatto de­ cadere i poteri del Consiglio federa­ le e dello stesso presidente che si è co­ sì sfogato sulla «rivista del tennistavolo»: «La realtà è che sono in con­ flitto sia modelli diversi di concepi­ re lo sport, sia una certa capacità di essere parte. Si tratta di difendere l’autonomia della FITeT, la sua in­ dipendenza, da movimentismi non in sintonia con lo sport, da preordinati assalti, da commissioni oscure nella pratica e chiarissime nella sostanza». Più risoluti i dimissionari: «La real­ tà è che fin dall’inizio si è verificata l’intollerabile situazione di un presi­ dente contrapposto al Consiglio fe­ derale. Tutto ciò ha messo in condi­ zioni d’ingovernabilità la FITeT, ha bloccato il rinnovamento, fatto ger­ mogliare attriti e incomprensioni, congelato il confronto delle idee e de­ terminato l’inaudita contrapposizio­ ne fra potere gestionale e potere po­ litico». 11 diverbio su Stencel e su un pool di aziende sponsor appare strumentale rispetto a un programma di centra-


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1 rietà a Sagrestani, il quale ha avu­ to il merito di spezzare l’egemonia cinese, alla guida della nazionale instaurata e vigente per tutta l’era Penna. All’inizio, dal 1979, quando arriva­ rono i maestri cinesi del ping pong, si registrò un miglioramento della qualità dei pongisti azzurri che cul­ minò nel 1983 con la conquista del­ l’undicesimo posto a squadre, ai mondiali di Tokyo. Quello rimane il miglior risultato ottenuto sinora in campo internazionale dagli azzurri. Successivamente il posto dei maestri cinesi fu preso da connazionali che provenivano da una gloriosa carrie­ ra di atleti ma che non avevano mai avuto esperienze reali come allenato­ ri. Si passò così al sedicesimo posto dei mondiali ’85 a Goteborg e al ven­ titreesimo posto del 1987 a New De­ lhi. In campo europeo si ricorda, co­ me miglior piazzamento, l’undicesi­ mo posto a Mosca nell’edizione 1984. Due anni fa a Parigi, l’Italia si piazzò al quattordicesimo posto. Goteborg, dall’otto al sedici aprile ospita l’edizione continentale 1990. Un’occasione per Stencel per guida­ re azzurri e azzurre a un prestigioso successo. In Olanda, i suoi giocatori si allenavano sei giorni su sette alme­ no, da noi non è sempre possibile. Con il Belgio, ai mondiali 1989 ef­ fettuò quaranta giorni di ritiro pre­ gare, l’Italia fu capace di radunarsi per soli otto giorni. Il materiale a disposizione non è pro­ fessionistico perché il tennistavolo, al contrario del tennis, non offre mol­ te possibilità di guadagno. Qualche decina di milioni per Massimo Co­ stantini, il migliore degli italiani, il resto è poca cosa. A livello femmi­ nile c’è un certo risveglio, determi­ nato dagli ultimi europei che hanno decretato il successo delle giovanili azzurre con due medaglie d’argento, nel doppio juniores con Alessia Ari-

si e Cristina Semenza e nella squadra allieve con Laura Negrisoli e Michela Merenda e una medaglia di bron­ zo ancora con Alessia Arisi nel sin­ golo juniores. Gli Eurogiovani si svolgono a conclusione di una stagio­ ne che vede impegnati nei tornei na­ zionali ragazzi e ragazze dai 12 ai 18 anni. Il tennistavolo si può praticare anche dall’età di sei anni come conferma l’istruttore tecnico Angelo Franchi: «In questo sport non esiste scontro fisico, non ci sono incidenti di gioco e quindi è particolarmente adatto ai bambini. È utile per lo sviluppo dei riflessi e aiuta, come altre discipline, a socializzare. Si tratta di dosare il lavoro di quantità e qualità dei più piccoli, facendo prevalere la compo­ nente ludica e piano, piano, proce­ dendo all’impostazione dei colpi». Chi si avvia sin da piccino al tennistavolo è ovviamente avvantaggiato poiché proprio la componente dei ri­ flessi non consente una pratica di al­ to livello per un arco di età molto ampio. Alla prontezza di reazione si

aggiunge l’abilità nel piazzamento che consente ad esempio di anticipa­ re la direzione di schiacciate, colpi micidiali, che altrimenti non sareb­ be possibile ribattere: è stato calco­ lato che la pallina in questi casi arri­ va a viaggiare alla velocità di 200 km/h. In Italia i tesserati sono 15mila cir­ ca. La maggior parte si trova in Si­ cilia, dove si trova anche il maggior numero di Società sportive. Le at­ trezzature non hanno un costo esa­ gerato. Una buona racchetta viene pagata centomila lire. Si arriva a duecentomila lire per quella al car­ bonio o graffite. Le palline buone costano dalle 500 alle 1500 lire l’ima e una Società sportiva che si rispetti deve possederne almeno tre cesti di centocinquanta l’uno. Un tavolo da gioco si può acquistare per la som­ ma di 500 mila lire. Impianti esclu­ sivi per il tennistavolo non sono mol­ ti. Oltre ai centri di Fiuggi e Senigal­ lia sorgerà un centro specifico a Ter­ ni e uno nel nord Italia, in Lom­ bardia. Le Società iscritte alla FITeT sono circa mille. Quelle di vertice parteci­ pano al campionato di Al, seguito dalI’A2, B e C maschile. Per le don­ ne i campionati nazionali si suddivi­ dono in A, B e C. Si fregiano dello scudetto sulle maglie, per questa sta­ gione, la società ATT Latina, in campo maschile e Surgelati Arena Verona, nel settore femminile. La FITeT è una Federazione del CO­ NI dal 1979. È sorta nel 1969, al po­ sto del Gruppo Italiano Tennis Ta­ volo, inserito nella Federtennis. Il primo presidente del GITcT è stato un uomo del CSI, Filippo Dragotto. 11 tennistavolo ha raggiunto la com­ pleta ribalta internazionale nel 1988, quando è diventato sport olimpico. A Seoul, all’esordio, c’era anche un rappresentante italiano, Massimo Costantini, sesto nel suo girone. Il primo campione olimpico nella sto­ ria di questa disciplina è il sud corea­ no Yoo Nani Kiu. Nelle donne ha prevalso la cinese Li Huifen. Nella specialità del doppio, la prima nazio­ ne ad iscrivere il proprio nome nel­ l’albo d’oro, sia nel maschile che nel femminile, non poteva che essere la Cina, terra di pongisti.

Giampiero Spirito

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Una politica per le città

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A maggio saremo chiamati alle urne per il rinnovo dei Consigli comuna­ li, provinciali e regionali. Un grosso avvenimento civile che si presta a volte a interpretazioni contradditto­ rie. Da un lato si dice che tutto som­ mato e in gran parte sono elezioni che hanno un carattere locale, van­ no ridimensionate alla loro portata. Sono fatti locali che non mettono in moto la grande politica. Le alleanze che si fanno hanno poca importan­ za per la grande politica, nazionale o internazionale. Nel braccio di fer­ ro tra Berlusconi e qualche altro ma­ gnate, sui tavoli da gioco delle trat­ tative tra Bush e Gorbatchev cosa vo­ lete che conti ciò che avviene in qual­ che comune della Brianza o della Val Pescara. Un conto è la politica, quel­ la vera, e un conto solo le beghe di paese. Tuttavia si dice anche che negli orientamenti che si determinano con le scelte degli elettori alla scadenza delle amministrative ci sono dei se­ gnali più generali da interpretare, an­ che nei centri minori. A parte il fatto che le amministrati­ ve coinvolgono mega strutture come le regioni (a vent’anni esatti dalla lo­ ro tardiva attivazione, nonostante fossero previste dalla Costituzione), è vera una cosa e l’altra. Le ammi­ nistrative hanno un valore proprio localistico e un valore di politica ge­ nerale. È una verità scontata, quasi una banalità. Ma è il modo di ono­ rare questa verità a due facce che tal­ volta può lasciare qualche dubbio. Spesso si dimentica che le autonomie locali sono il tessuto basilare di uno Stato democratico, non un loro ac­ cessorio secondario. Per lo meno co­ sì dovrebbe essere. Bisogna in ogni caso preferire di parlare di governo locale, più che di decentramento am­ ministrativo. come di qualcosa che viene dall’alto. È una lunga storia di discussioni sulla riforma degli Enti

locali, un sistema che nella legislazio­ ne attuale nonostante profondi ritoc­ chi, presenta ancora aspetti ottocen­ teschi di mero decentramento più che di governo locale. Queste elezioni sono importanti per­ ché sono alla vigilia di ulteriori cam­ biamenti forse più drastici. Forse più vicini a modelli «europei» che fino­ ra hanno funzionato un po’ meglio da qualche parte. Sarà importante al­ lora innanzitutto votare. Le demo­ crazie si avviano a situazioni perico­ lose, a occulte trasformazioni che la snaturano se non c’è un’incalzante presenza della partecipazione popo­ lare anche con lo strumento più ele­ mentare del voto. Non parliamo di voto e partecipazione attiva che sa­ rebbe meglio. Si è visti che cosa ac­ cade quando vengono a mancare co­ me negli organismi scolastici e uni­ versitari, dopo il primo entusiasmo, l’apatia che condanna strumenti complessi ed avanzati ad arrugginire. Occorre riattivare la partecipazione nei quartieri, nei piccoli centri, nelle medie città anche attorno a program­ mi adeguati che siano leggibili, con­

divisibili da una generalità della po­ polazione, non un repertorio di stra­ vaganze che accontentano mode in­ tellettuali o spettacolari. È bello che ci siano tante liste e tante proposte, ma non è bello che si giochi eccessi­ vamente con le istituzioni. Le istitu­ zioni non sono dei totem sacri, ma nemmeno un giocattolo con cui tra­ stullarsi fin tanto che non ci annoia. Anche con le candidature non si può giocare. Non è positivo usare le can­ didature come una medaglietta in più sulla divisa della popolarità. Quella caccia a nomi «prestigiosi» e «noti» ha senso se è una cosa seria. Dovreb­ be rispondere alla serietà dell’impe­ gno della persona che dovrebbe sce­ gliere questo impegno così tanto per­ ché adesso è di moda fare anche quello da parte di Vip di ogni taglia. Del resto correttivo maldestro ad un eccesso di professionismo politico che si sta instaurando anche negli Enti locali. Vi è poi una personaliz­ zazione eccessiva, riteniamo che la democrazia abbia più bisogno di per­ sone e programmi che di personaggi ed emozioni. Nel quadro di questa personalizzazione risulta discutibile l’uso delle poltrone di sindaco dei grandi centri ma non solo di essere interpretati come un ducato, una ba­ ronia, un marchesato, proconsolati o presidenze di consigli di ammini­ strazione a personaggi appartenenti ad una sorta di ruolo speciale. Que­ sta concezione neoprefettizia (tra la Roma antica c il napoleonico) del re­ sto si sposa con il rinnovato uso del­ le amministrazioni locali come bilancere di equilibri politici complessivi. Una sorta di spartizione coloniale che offende le autonomie locali nel loro significato proprio. Insomma si possono ripetere dei fe­ nomeni distorti che l’assenteismo an­ che quello degli arrabbiati non può che far aggravare. Che si ritorni a vo­ tare in maggior numero e con più


buona volontà è davvero da augurar­ si. Contro i nuovi istinti oligarchici decisionisti contro la vanificazione delle istituzioni. Allora anche con va­ riopinto ventaglio di liste, gruppi, co­ mitati, non c’è dispersione, ma pas­ sione e partecipazione. Le scadenze amministrative vanno a cadere nel maturarsi progressivo di nuove situazioni. La presenza in molti centri dalle proporzioni diver­ se di un numero elevato di persone straniere con problemi sociali e uma­ ni, l’insorgere di un localismo esaspe­ rato che il sapore del razzismo c di un ridicolo ma pericoloso microna­ zionalismo aggressivo. E attorno al problema delle leghe regionali, della massa di immigrazione si distende lo scenario della congestione urbana e della rarefazione culturale e strut­ turale dei piccoli centri, dell’equili­ brio ecologico generale, della abita­ bilità. Gli Enti locali sono gravati di una complessità crescente di compiti al di là delle loro dimensioni territoriali e i problemi, sia pure con le loro spe­ cificità, si riproducono a diverse sca­ le. Una buona riforma che ne defi­ nisca meglio le caratteristiche in ba­ se alle dimensioni è certo importan­ tissima; è anche importante che ci siano dei programmi realistici ed ef­ ficaci che si creino nuove solidarietà civiche e sociali anche al di là degli schieramenti formali. Le crescenti difficoltà nella vita quotidiana nelle città e nei paesi sono fonte di nuove discordie, vedi razzismo, maltratta­ menti negli ospedali e così via. Gli antichi dicevano che la democra­ zia è possibile nelle piccole città do­ ve si può discutere in piazza, indie­ tro non si può tornare ma si può an­ dare avanti più umanamente. Un grande sindaco come La Pira pensa­ va alla città come luogo naturale di comunicazione, di lavoro e di festa. La democrazia locale è la democra­ zia della vita quotidiana, è troppo importante perché se ne trascuri l’e­ sercizio e il controllo, per permette­ re che qualcuno la deformi in gioco di potere e di spettacolo o anche, nei centri minori di piccolo dispotismo mascherato con il paternalismo.

Cesare Martino

, TEMPO ! RITROVATO

G. Battista Gandolfo

Preghiera e speranza deiruomo Se la preghiera si presenta spesso con i connotati del servizio, è an­ che vero che essa è innanzitutto espressione di fede. Non appare dunque come un semplice contenu­ to ideologico o morale, che tutt 'al più accoglie e si inserisce in seno al­ la propria esperienza, quanto come partecipazione alla vita divina. An­ zi l’orazione, a detta di molti teo­ logi e di numerosi mistici, riallac­ cia e approfondisce i legami con l’Assoluto, che in definitiva aleggia quale elemento determinante della fede stessa. Ne consegue che l’uo­ mo può gustare Dio nelle diverse attività, ma attraverso queste è so­ prattutto Dio che si lascia cogliere dalla persona. Può sembrare un cir­ colo vizioso, ma non è così. Difat­ ti per mezzo della fede il credente si muove verso esigenze sempre nuove. Verso risorse particolar­ mente adatte a tracciare un cammi­ no che conduce rapidamente a Dio, con il quale si comunica attraverso la preghiera. La necessità dell’incontro con Dio è presente in ogni creatura. Lo stes­ so concetto di creaturalità porta a tale relazione con il divino. Il guaio però consiste nel fatto che l’uomo da solo non riesce a vivere gli at­ teggiamenti propri di un rapporto con la divinità. Nasce pertanto il bi­ sogno di un primo intervento da parte di Dio, che in realtà rende possibile uno scambio con l’uomo, offrendogli la disponibilità di una risposta. Il singolo è naturalmente

libero di rifiutare la preghiera con cui chiede questa partecipazione di­ vina, ma è certo che in essa scopre il segreto di un suo vivere sereno e di un totale disinteresse. Trova l’in­ nocente trasparenza di chi viene a contatto con Dio, guardando anche agli altri. L'uomo si incontra con Cristo che porta inderogabilmente al Padre tramite la realizzazione di rapporti che, al di là di una deludente teoria, animano la vita quotidiana. Porta­ no l’adorazione, il ringraziamento, la meditazione a diventare strumen­ ti di donazione totale. Mezzi che ac­ quistano l’occasione di far scattare verso Dio la parola e il comporta­ mento. Meccanismi che conducono l’uomo a riscoprire in Gesù il mo­ dello inequivocabile di colui che tra­ scina, in base alla propria chiama­ ta, verso la contemplazione o l’azio­ ne. Verso mete, dove l’aspetto civi­ le e la solidarietà svolgono in ogni caso una funzione comprimaria. Difatti, dal profondo della sua ob­ bedienza, la persona partecipa alla vita divina arricchendo l’amore umano di stupendi valori. Spesso ri­ flette addirittura l’atmosfera e la preoccupazione dell’Assoluto, sem­ pre in attesa della salvezza umana. Sempre disposto a relazioni dipana­ te nel silenzio, ma anche in una mu­ sicalità da sogno, perché partecipate con i segni della gratuità e di una gratitudine che hanno la radice nel mistero. Da qui scaturisce il deside­ rio della natura umana di avvicinarsi a Incomincia così l’esperienza della preghiera intesa come sup­ plica e dono. Come mediazione con cui l’uomo cattura un 'incarnazione e una purezza, tese a rispettare la dignità della persona. Pronte a com­ battere ogni emarginazione e ogni repressione, come i disagi che indispongono nell’incontro con Dio.

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L'OPINIONE DI...

CLAUDIO

BUCCIARELLI

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Parlare dei giovani, in questi giorni, certamente rischia di coinvolgere chi lo fa in un meccanismo inconscio di adesione o di rifiuto sentimentale o addirittura irrazionale, in ogni caso sbagliato. Nonostante ciò, con la modestia che ci è d’obbligo, ci pare lo stesso utile fornire ai nostri lettori qualche spunto per cercare di capire, al di là delle immagini necessariamente parziali offerte dai mass-media, quello che sta davvero accadendo nel pianeta giovanile. Effimero, certamente: la gioventù passa presto! Ma carico di significati per il futuro, che non è più, ahimè!, nostro, ma è già loro, anzi loro sono il futuro. L'occasione, è l’uscita di un sondaggio edito dal CENSIS, Centro Studi Investimenti Sociali, intitolato «Gli studenti e la qualità della scuola». Tutti i giornali ne hanno parlato, mettendo in evidenza alcuni aspetti generali. Per esempio che, secondo questo sondaggio, gli studenti sarebbero contenti dei loro professori e abbastanza contenti anche dell’insegnamento che si è dato nei Licei negli ultimi anni. Hanno poi delle altre difficoltà. La cosa pare un po’ in contrasto con la pubblicistica prevalente in questi giorni, a proposito dei Movimenti giovanili nelle Università e nei Licei. Il direttore di ricerca che ha prodotto questo sondaggio, è Claudio Bucciarelli; gli chiediamo qual è il senso di questo sondaggio, che apparirebbe un po’ controcorrente.

Gufi e pantere

CLAUDIO BUCCIARELLI

Per dare una risposta, vorrei inco­ minciare con un aneddoto che mi sembra interessante. C’è un’associa­ zione danese di genitori che ha scel­ to come simbolo un gufo che sta su un trespolo e che guarda con chiaroveggenza il percorso dei fanciulli che crescono. È di questi giorni che i giovani, qui in Italia, hanno scelto una pantera; una pantera che la società organiz­ zata non riesce a catturare, da quel­ lo che sembra. Gufi e pantere mi possono portare, al di là della metafora, a fare un’a­ nalisi della domanda e dell’offerta. Abbiamo, a proposito di istruzione, una domanda che, forse, è un po’ selvaggia, ma senza dubbio creativa, ed è questa la pantera; e delle offer­ te, che sono forse chiaroveggenti, ma certamente anche pigre e statiche, co­ me il gufo.

Da questa immagine, vorrei dire che questa ricerca si è posta in quest’ot­ tica per sondare veramente cosa pen­ sano i giovani. Ma quali giovani? Noi abbiamo scelto un campione stratificato con rappresentatività sta­ tistica di studenti dell’ultimo anno delle secondarie superiori in 19 pro­ vince italiane. Il più significativo risultato che l’in­ dagine rivela è il vistoso divario tra la concezione generale che si ha del­ l’organizzazione e del funzionamen­ to della scuola italiana — concezio­ ne in larga misura negativa — e l’ef­ fettiva valutazione che invece ne dan­ no i diretti fruitori che, pur eviden­ ziando contraddizioni e disfunzioni, sembrerebbe ridimensionare i giudi­ zi consolidati ed i luoghi comuni che caratterizzano l’attenzione e le atte­ se nei confronti del sistema scolasti­ co nel nostro Paese.

* Qual è l’atteggiamento giusto per gli adulti per mettersi di fronte a que­ sto pianeta giovanile, a questa real­ tà così complessa e un po ’ misterio­ sa?

CLAUDIO BUCCIARELLI

A mio parere i giovani non vanno trattati né con giovanilismo, né con paternalismo: essi sono una realtà, una identità che va rispettata per quello che è. La cosa però che mi sembra più importante da sottolinea­ re è che davanti al fenomeno «gio­ vani», oggi non è più possibile par­ lare di «condizione» giovanile, per­ ché la condizione ci porta subito ad una concezione unitaria della realtà dei giovani, mentre l’universo giova­ nile è un fenomeno sociale differen­ ziato, eterogeneo, complesso. Quin­ di dobbiamo parlare di realtà giova­ nile come fenomeno sociale, per cui possiamo dire che nella società com-


plessa, mentre si trovano bene le età di mezzo, quelle produttive cioè, le fasce marginali — gli anziani, i gio­ vani e i fanciulli — si trovano male. Questa complessità è messa molto in evidenza dalla realtà giovanile, per­ ché studiare i giovani è sempre una cosa affascinante e nello stesso tem­ po sfuggente. I giovani, infatti, ri­ flettono in se stessi le ambivalenze, le contraddizioni dei processi sociali di transizione. Da una parte, assu­ mono quello che è il ruolo simboli­ co di anticipatori della speranza in­ clusa nel cambiamento sociale; dal­ l’altra rispecchiano fedelmente la somma di resistenze, di contraddizio­ ni, di ambivalenze che il cambio so­ ciale promesso inevitabilmente pro­ duce. In questi ultimi tempi si sente spesso applicare ai giovani di oggi l’etichetta di «pragmatismo». Certamente è possibile definire le nuove generazio­ ni come generazione del «presente possibile»; essi infatti non sono at­ tratti da grandi e astratte idealità, so-

no più propensi verso progetti di concreto profilo; cioè non significa assenza di ideali, ma bisogno di ve­ rificarli nella vita quotidiana, senza abbandonarsi a grandi e globali pro­ getti di rinnovamento. Insomma ci troviamo di fronte a giovani pragma­ tici, perché sono disincantati, reali­ sti e più informati. Il loro pragmati­ smo, a volte, rivela due facce: da una parte essi sembrano un po’ «cinici» di fronte a determinate situazioni e dall’altra sono protagonisti di gratui­ tà sociale dimostrando una fattiva solidarietà nelle iniziative del volon­ tariato. Dei giovani di oggi, possiamo dire che sono un’estrema, potente risor­ sa, ma solo a certe condizioni.

In questa complessità e frammenta­ zione evidentemente sono coinvolti non solo i giovani, ma anche gli adul­ ti, cioè i padri e i figli, che sono sem­ pre stati un po’ i simboli di questo rapporto tra generazioni.

CLAUDIO BUCCIARELLI

Innanzitutto per rispondere a questa domanda vorrei accennare al fatto che la nuova generazione è connota­ ta come realtà senza «memoria sto­ rica». In effetti è possibile afferma­ re quando si parla di giovani di oggi di segmentazione del loro vissuto in­ dividuale, che si manifesta come frammentazione del loro tempo psi­ chico e quotidiano: è difficile per lo­ ro coniugare insieme passato, pre­ sente e futuro, o ricondurre ad uni­ tà di significato le loro esperienze di vita; essi, indubbiamente, sono più carichi di realismo, di presentismo che divisione prospettica della realtà. Ed è in questo contesto che essi con­ statano che spesso i loro bisogni e le loro aspirazioni non trovano canaliz­ zazioni socialmente accettabili dalle istituzioni. Da varie ricerche di que­ sti ultimi tempi questo dato emerge, anche se va detto che l’istituzione fa­ miglia sembra ritrovare un certo con­ senso dai giovani, forse perché essa è più direttamente controllabile da essi. In effetti emerge dalle indagini che tra i padri e i figli si comunica di più oggi, c’è più dialogo, anche se su alcuni argomenti (politica, religio­ ne ecc.) sembra apparire un certo si­ lenzio contrattato. Se venti anni fa lo slogan, alludendo a questo rap­ porto, era «né padri, né maestri», oggi possiamo cambiarlo così: «non lontano dai padri!». In questa ottica, comunque, non bi­ sogna dimenticare che nella società complessa la realtà giovanile non può più essere interpretata solo dal criterio «biologico», perché essa è molto connotata da significati sim­ bolici: è legata cioè a certi valori, a scelte, a stili di vita, a comportamen­ ti, a simboli, per cui, paradossalmen­ te, sembra aver ragione Picasso quando afferma che per «diventare giovani ci vogliono molti anni».

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Nel cuore d’Europa Dopo Pesilo sorprendente delle pri­ me elezioni libere in Germania Est, con la vittoria dei cristiano-democra­ tici, sembra accelerarsi il processo di unificazione delle due Germanie: un’ipotesi che solo un anno fa era politicamente impensabile.

«In discussione sono il come e i tem­ pi, non il fatto». Così parla della riu­ nificazione tedesca Rainer Eppelmann, uno dei famosi «pastori evan­ gelici» che hanno ospitato il dissen­ so nella Germania Est e sono stati quindi i protagonisti indiretti della «caduta del muro di Berlino», la fa­ mosa, indimenticabile notte dal 9 al IO novembre dello scorso anno. Se il processo è ormai inarrestabile, vediamo quali risultano i progetti e i tempi a confronto.

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Personalizzando, per semplificare i termini, sulla scena si muove un «gi­ gante» un po’ irruento, il leader del­ la C.D.U. (democrazia cristiana della Germania Ovest) Helmut Kohl che vorrebbe bruciare i tempi. Ha fatto accettare di fatto da tutti l’unione economica fra le due Germanie, a co­ minciare da quella monetaria. Qual­ cuno l’ha paragonato a un elefante che rischia di fracassare la cristalle­ ria (e infatti i suoi rimandi ad accet­ tare gli attuali confini, poi rientrati, hanno creato sconcerto all’estero). Accanto a lui un signore più manie­ rato, il ministro degli esteri liberale Hans Dietrich Genschet che gli tira le falde della giacca, ricordando gli impegni internazionali della Germa­ nia e propende per una Helsinki 2 (la conferenza est-ovest sulla coopera­ zione e il disarmo) per dare una cor­ nice più ampia alla riunificazione. Infine un «vecchio saggio», l’ex can­ celliere socialdemocratico Willy Brandt che vuole procedere per tap­ pe, anche se ravvicinate, a una nuo­ va costituzione discussa fra le due Germanie anziché l’assorbimento di

Chi ha paura della Germania unita? quella dell’est da parte di quella del­ l’ovest. Ci sarebbe ancora il pro­ getto degli ex-comunisti (ora autori­ battezzati democratico-socialisti) del­ la Germania Orientale, di una con­ federazione al posto della unione, ma appaiono ormai totalmente fuo­ ri giuoco. È evidente che tempi e modi hanno divergenti conseguenze. Una unione monetaria immediata rischia di por­ tare lo sconquasso nel fragile orga­ nismo della Germania Orientale. Provocando una fiammata di prezzi e una ondata di disoccupazione. Ep­ pure la gente propende per una tera­ pia d’urto, sia pure irrazionalmente. Mi dice un amico del «Neues Fo­ rum», il principale degli ex gruppi del dissenso, ora su posizioni critiche ri-

spetto ai partiti tradizionali: «Nella mia città la Volkswagen ha annun­ ciato di voler rilevare la fabbrica del­ le Brabant, le nostre scoppiettanti macchinette a due cilindri. È chiaro che con la nuova gestione gli stipen­ di raddoppieranno. Ma la Volkswa­ gen ha anche fatto sapere che ha in­ tenzione di licenziare l’eccedenza di manodopera, ben i due terzi dei la­ voratori. Ebbene, tutti hanno accet­ tato, perché ognuno pensa di resta­ re in quel terzo che ne trarrà benefi­ ci, e non di finire fra quelli che per­ deranno l’impiego». Chi ha paura della unificazione del­ la Germania? Apparentemente solo i polacchi, in un sondaggio interna­ zionale pubblicato il 18 febbraio dai maggiori quotidiani europei, si sono dichiarati sfavorevoli. Gli italiani so­ no al primo posto fra i favorevoli, con ben il 78% contro il 13% di con­ trari e il 9% di incerti. Ma qualche diffidenza e timore serpeggia ovun­ que, anche da noi. Sarebbe ingiusto, a mio giudizio, dare troppo corpo ai timori di una egemonia politico-mi­ litare tedesca piantata nel cuore del-

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GERMANIA EST-GERMANIA OVEST A CONFRONTO Fu la Conferenza di Poznari fra le grandi potenze (1945) a smembrare la Germania in «zone di occupazioni» temporanee. Ma nel 1949 la situa­ zione si stabilizza con la nascita a ovest della BundesRepublik (Repub­ blica federale) e ad est della D.D.R. (Repubblica democratica tedesca). Oggi il rapporto è a favore dell’ovest per 2,3 come .estensione di territo­ rio, di 3,7 come popolazione, di 7 come ricchezza prodotta. In teoria, il reddito medio del tedesco-orientale è la metà poco meno di quello del tedesco-occidentale. Ma il confronto precipita se invece del tasso di cambio 1 a 1 fra le due monete si passa al cambio 1 a 7 del mercato nero. Le auto sono in percentuale la metà all’est (e le scoppiettanti Trabant a Wartburg al posto delle Golf) i televisori-colore meno della metà, i telefoni me­ no di un decimo. In compenso, i tedeschi dell’est pagano d’affitto solo un 10% de! loro stipendio e le tariffe dei mezzi pubblici sono ferme al 1945. Anche gli alimentari hanno prezzi più convenienti, perché sovvenzionati dallo Stato. Lavorano tutti, ma per salari mediocri, mentre all'ovest ci so­ no oltre 2 milioni di disoccupati, il 7,3% della forza lavoro. Allora perché fuggono tutti all’ovest, anche ora che finalmente si tengono libere elezio­ ni? Perché non scorgono i frutti del proprio lavoro, non trovano beni di consumo e durevoli di livello accettabile da acquistare. Di fronte a questa irresistibile spinta al «modello occidentale» gli intellettuali dell’est ammo­ niscono: attenzione che non è tutto oro quel che riluce dalle vetrine dei negozi dell’ovest, che dietro questo luminoso schermo si muovono irri­ solti e gravi problemi esistenziali-morali.

l’Europa. Gli elmi chiodati sono scomparsi dall’immaginario delle nuove generazioni tedesche, sostituiti da miti ben più positivi, ecologici, manageriali (anche se fra loro alter­ nativi). Esiste invece il problema di una ege­ monia economica-politica della Ger­ mania unita. Appena più grande del­ l’Italia, ha 78 milioni di abitanti e oc­ cupa una posizione centrale, anche geograficamente, in Europa. Senza contare il suo peso economico. Sul «Satyricon» di «Repubblica» una vi­ gnetta raffigura due piloti tedesci che «bombardano» Roma con i prodot­ ti della loro industria: frigoriferi Bosch, enormi Mercedes-Benz... La nostra contraerea risponde col lan­ cio del «inade in Italy»; scarpe, capi

di abbigliamento «italian style...» Dopo tre minuti Hans vira l’aereo, rivolgendosi a Dietrich: «È stato an­ che più rapido che nel 1943. Adesso passiamo a Parigi». Già ora la Germania Occidentale, en­ tro la Comunità Europea, supera co­ me dimensioni economiche la Fran­ cia, che è la seconda della classe, del 15%. Italia e Inghilterra del 40% Questi scarti, in una Germania uni­ ficata, saliranno al 40% con la Fran­ cia e all’80% con Italia e Inghilter­ ra. La Germania unificata diventerà il primo paese esportatore del mon­ do (già lo è la sola Germania Occi­ dentale) il secondo paese come den­ sità di auto (dopo gli USA) il secon­ do paese come prodotto nazionale lordo (dopo il Giappone) il primo

paese come detentore di medaglie olimpiche. Di fronte a queste potenzialità è inu­ tile fasciarsi la testa, occorre invece interrogarsi come metterle a frutto per tutti. La risposta è ancora una volta: unità europea. Non più limi­ tata all’Europa Occidentale dei do­ dici, ma allargata al più presto ai Paesi danubiani e dell’Europa Cen­ trale, dalla Romania alla Polonia, dall’Ungheria alla Cecoslovacchia. In questo più ampio contesto non c’è da preoccuparsi, ma da rallegrarsi del potenziale germanico. Agli amici tedesci dobbiamo dunque dire che l’unificazione — i tempi, i modi — non riguarda solo loro ma è un problema di tutti, e soprattutto di noi europei. Alla formula due più quattro (le due Germanie più le quat­ tro potenze vincitrici della seconda guerra mondiale) bene ha fatto il no­ stro presidente Andreotti a contra­ porre (anche se lui, diplomatico di vecchia scuola, non ama termini co­ sì crudi) la tesi dei «tre cerchi con­ centrici». La NATO, la Comunità Europea, Helsinki 2. Entro i quali re­ golare e comporre il processo di uni­ ficazione. Si sa che la «piazza», a Berlino-Est come a Lipsia e a Dre­ sda preme per accelerare i passaggi, non comprende i tempi della diplo­ mazia. Però i sondaggi riservano qualche sorpresa. Secondo quello promosso dal settimanale di Mona­ co «Blick» (febbraio 1990) il 58% dei tedeschi occidentali e il 92% di quelli orientali vorrebbero una Germania neutrale e smilitarizzata. Quando si sa che tutti i maggiori partiti, cristiano-democratici, liberali e so­ cialdemocratici, si sono invece pro­ nunciati per una permanenza nella NATO di almeno la parte occiden­ tale del nuovo Stato.

Valerio Ochetto

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TELEFAX

Ore 14: lezione di calcio Si leggono notizie curiose. Appren­ diamo che rappresentanti sindacali chiedono orari flessibili in giugno, per consentire ai lavoratori di segui­ re meglio le partite mondiali in TV. E apprendiamo che nell’università di Firenze — occupata dalla pantera, ostile al ventilato ingresso di esponen­ ti del business nella sala dei bottoni degli Atenei — un inconsapevole spi­ rito burlone propone una conferenza sul tema «Mondiali ’90 in Italia: sport, turismo e business». La do­ vrebbe tenere Luca di Montezemolo, che di business certo se ne intende. Gli impertinenti goliardi si presenta­ no all’appuntamento con Monteze­ molo protestando: «Tanti miliardi per il pallone, neanche una lira per l’istruzione», e costringendo il Diret­ tore del COL a battere in ritirata.

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In questo strascico di falso inverno la santificazione del pallone procede con esiti migliori in altri luoghi. Ad esempio sugli schermi televisivi, do­ ve il Dipartimento Scuola Educazio­ ne della Rai (ripeto: Scuola e Edu­ cazione), in collaborazione con po­ tenti sponsor della Nazionale («arieccoli» si dice in romanesco) propone 10-puntate-lO su «Le regole del gio­ co, il calcio». Le trasmissioni vanno in onda dalle 13.30 alle 14, essendo rivolte alle giovanissime generazioni. La Pantera del 2000 avrà ancora la forza di contestare il calcio? A Bergamo un sacerdote, terminata la Messa della domenica pomeriggio, commenta la giornata calcistica ai parrocchiani. Sembra lo faccia — con successo — per richiamare un maggior numero di fedeli in chiesa. La notizia è annunciata in toni trion­ fali, di esaltazione per la potenza am­ maliatrice del pallone. Sarà proprio il caso di essere contenti? Contento è senz’altro l’allenatore di Sandro Floris, rivelazione dell’atle­ tica italiana. Floris, prima di diven­ tare sprinter, giocava a calcio come

tanti altri ragazzini passati e futuri. Ciò basta perché il suo allenatore di­ chiari: «Il calcio è in definitiva la sal­ vezza dello sport italiano. Per fortu­ na che esiste: almeno i nostri ragaz­ zi cominciano a muoversi nell’età giusta». Il concetto è già opinabile, ma i titoli dei quotidiani lo riassumo­ no al lettore distratto con un peren­ torio e santificante: «Il calcio è la sal­ vezza dello sport». Ma poiché non tutte le ciambelle rie­ scono col buco, e non tutti i proces­ si di santificazione riescono perfet­ ti, accade anche che a San Siro ap­ paia uno striscione con su scritto: «Hitler, con gli ebrei anche i napo­ letani». Tre quarti della folla presen­ te nello stadio applaude. Qualche giorno dopo, a Firenze, un gruppet­ to di ultrà viola è indiziato di aver or­ ganizzato un raid per sprangare gli immigrati del terzo mondo. Facciamo appena in tempo a chieder­ ci: «Quali valori reca in sé questo calcio-spettacolo dilagante?» ed ec­ co che, per fortuna, arriva subito un bel «Processo del lunedì» a tranquil­ lizzarci, chiarendoci che a far guai

sono «pochi imbecilli che nulla han­ no a che fare con i veri tifosi ecc. ecc.». Su la Repubblica, G.M. non è d’ac­ cordo e scrive: «Per anni gli stadi so­ no stati scuola di odio e di intolleran­ za, e per anni si è discusso goffasmente su «elementi che niente han­ no a che vedere con la maggioranza dei tifosi». Come se gli ultrà arrivas­ sero la mattina in charter da un al­ tro pianeta, come fossero Jekyll e Hyde nel giorno sacrale del dio pal­ lone. Lo stadio era la punta dell’ice­ berg, che adesso è lì, visibile, gros­ so, gonfio, spaventoso, allargato in piazze e strade, e ancora ci si baloc­ ca a chiedere: ma l’Italia è un paese razzista? Forse no, però c’è un sac­ co di razzisti in circolazione, e au­ mentano. La radice è la stessa del ti­ fo contro, la caccia al diverso, con le parole e con le scritte, con i coltel­ li e con le spranghe. E attenzione, non è gente che non sa quello che fa, lo sa benissimo e vuole farlo. Que­ sta, se vogliamo ammetterlo, è Ita­ lia ’90. E non si può nemmeno dare la colpa al COL». Su II Corriere dello Sport Antonio Maglie chiama in causa la cultura sportiva «...Ecco perché va moltipli­ cato l’impegno per la crescita di una vera cultura del rispetto e della tol­ leranza... È un impegno al quale nemmeno il mondo del calcio, per la sua parte, può sottrarsi. Il silenzio e l’assenza avrebbero in questo caso solo il sapore dell’omertà. Non si tratta semplicemente di impedire l’in­ gresso negli stadi degli striscioni ma di rivitalizzare, con opere e non con parole, valori che il professionismo esasperato ha quasi completamente oscurato». A giugno, quando la grancassa del Mondiale suonerà più forte, ce ne ri­ corderemo ancora?

Andrea De Pascalis


STA DIU M/SOCI ETÀ' di Angelo Bertoni

Fa una certa impressione leggere sui giornali, lo stesso giorno, che la Lituania vuole abbandonare la unione delle repubbliche sovieti­ che e invece che le «due Germa­ nie» vogliono riunificarsi. Oppu­ re che stiamo camminando verso l’Europa unita, senza frontiere, ma che qualcuno vorrebbe che per entrare in Lombardia provenendo dal Sud Italia fosse necessario il passaporto. La verità è che nella crisi di «idee generali» e di visioni sintetiche del­ la realtà, finiamo tutti per essere vittime delle emozioni, degli avve­ nimenti via via che si producono. Spontaneamente solidarizziamo con le minoranze etniche della Ju­ goslavia o dello Sri Lanka, ma poi abbiamo difficoltà ad accettare le rivendicazioni delle popolazioni altoatesine di lingua tedesca. La parola «nazionalismo» è divenu­ ta assai ambivalente. In generale sembra prevalere una improvvisa volontà di cambiare, che la dice lunga sul disagio e sul­ la scontentezza che covava sotto la cenere, magari da decenni. Ma do­ ve ci porteranno tutti questi cam­ biamenti? Quali rivendicazioni, quali reazioni porteranno con sé? Tutto bene, naturalmente, fin che cambiamento significa, come in Cile o in Brasile, il ritorno della democrazia. Ma davvero altret­ tanto bene per una certa fretta che sembra prevalere a proposito della riunificazione tedesca? Siamo cer­ ti che essa non finirà col sostitui­ re all’idea della unificazione euro­ pea fra Stati con pari dignità l’al­ tra idea, quella di una grande Ger­ mania (che oltretutto non è un Paese così unitario e definito co­ me molti sembrano credere) di fronte alla quale si può solo sce­ gliere se essere vassalli oppure an­ tagonisti?

TUTTO CAMBIA, OPPURE NO? E le varie rivendicazioni etniche e nazionalistiche all’Est, non ri­ schiano di destabilizzare equilibri difficili, rompere vincoli di solida­ rietà e interrompere un cammino già difficile verso la modernità? Se nella zona dei Balcani nascessero una manciata di nuovistaterelli ti­ po Albania, quale vantaggio ci sa­ rebbe per quelle popolazioni e per la convivenza internazionale? In realtà sono tutte facce di uno stesso problema, che è aperto da alcuni decenni, non è ancora sta­ lo risolto definitivamente (neppu­ re negli USA, come ricordano le tensioni razziali mai sopite) e at­ tualmente riemerge in varieforme un po’ in tutto il mondo. Il problema è di costruire una so­ cietà effettivamente multirazziale, multiculturale. Attualmente, di fatto, il timone è lasciato nelle ma­ ni dell’economia. «Tengono» in­ fatti le società ricche, e non a ca­ so la Germania dell'Est è ben lie­ ta di confluire in quella dell’Ovest, si può dire «senza condizioni». Così tutti i Paesi vorrebbero entra­ re nel mercato comune europeo. Vanno in crisi, viceversa, quelle aggregazioni che hanno poco, o sempre meno, da offrire in termini economici. L'interesse e non la so­ lidarietà, insomma, sembra pre­ siedere ai meccanismi di integra­ zione. Senza negare questifattori occor­ rerebbe tuttavia che le società po­ litiche specialmente quelle più svi-

lappate, e specialmente i cattolici in esse, si impegnassero a riflette­ re e a costruire un modello di so­ cietà accogliente; sufficientemente articolata e pluralistica da consen­ tire la convivenza di genti diverse, sufficientemente unitaria e solida­ le da consentire un coordinamen­ to e una convergenza sugli obbiet­ tivi comuni. Lo stesso tema degli immigrati, e specialmente di quelli terzomon­ diali oggi nel nostro Paese, altro non è che una variante di questo orizzonte. Non si può pensare in­ fatti ad un isolamento, ad una chiusura di frontiere tanto impos­ sibile quanto ingiusta. Non si può neppure affidare al caso, e in ul­ tima analisi, alla convenienza eco­ nomica, la guida di una questio­ ne così complessa, che tocca la pel­ le di tanta gente. Occorre invece creare una cultura e una politica della integrazione. Per i cattolici è una bella sfida an­ che perché non si tratta solo difare assistenza e di tamponare col vo­ lontariato e gli interventi umani­ tari le falle di una politica che non c’è o che viene lasciata nelle mani e alla iniziativa di altri. Si tratta, viceversa, di farsi carico della questione nella sua comples­ sità, di dibatterla e chiarirla in ma­ niera adeguata, coscientizzando tutti i cittadini perché è una scel­ ta le cui conseguenze toccheranno ciascuno. E poi, gradualmente, senza improvvisazioni e senza ri­ pensamenti, cominciare il cammi­ no al termine del quale, fra venti o treni 'anni, la nostra società po­ trebbe essere molto diversa, ma anche molto migliore, di quella di oggi avendo accolto e valorizzato, non «subito» i cittadini di altro co­ lore, fede, cultura... O è un so­ gno?

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Domenica delle Palme Nell’annunciare la V Giornata mon­ diale dei giovani, il Presidente del Pontificium Consilium prò Laicis, Card. Eduardo Pironio, scrive:

«Come ogni anno, anche questa vol­ ta il Papa ha voluto personalmente presentare il tema della prossima Giornata mondiale della gioventù, pubblicando un apposito messaggio. Questa sollecitudine è segno vivente dell’importanza che il Pontefice at­ tribuisce alla missione dei giovani nella vita della Chiesa. Il tema scelto dal Papa per la GMG 1990 riguarda la Chiesa: “1 giovani alla riscoperta del mistero della Chie­ sa”. Le parole di Cristo: “Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,5) vengo­ no invece suggerite come parole­ guida. Speranza del Santo Padre è che questa Giornata costituisca per i giovani un forte richiamo ad una più profonda conoscenza della Chie­ sa e ad un impegno attivo nella sua vita. La celebrazione della V GMG si svol­ gerà quest’anno solamente nelle Chiese diocesane nella data consue­ ta, cioè Domenica delle Palme. In­ vitiamo tutte le Associazioni, i mo­ vimenti e le comunità ecclesiali gio­ vanili a rispondere all’appello del Pa­ pa e a dare alla celebrazione della Giornata la debita importanza, sot­ tolineando soprattutto la necessità di un adeguato cammino di preparazio­ ne spirituale».

sa, la Chiesa è il mistero di Cristo vi­ vente ed operante in mezzo a noi, co­ me si esprime San Paolo: ‘ 'Cristo in La V Giornata mondiale voi, speranza della gloria ” (Col 1,2 7); e in altro luogo * ‘ Voi siete corpo di della gioventù Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1 Cor 12,27). In occasione di questa V Giornata Mondiale della Gioventù, desidero È stato, quello, un evento ecclesiale quindi invitare tutti voi ad una nuo­ di grande portata, una eccezionale va scoperta della Chiesa e della vo­ testimonianza di fede da parte di mi­ stra missione in essa, in quanto gio­ gliaia di giovani provenienti da tutti vani»... i continenti, un momento forte di «La V Giornata Mondiale della Gio­ evangelizzazione. A Santiago la ventù 1990 sarà celebrata nella Do­ Chiesa ha mostrato al mondo anco­ menica delle Palme, in ciascuna del­ ra una volta il suo volto giovane, pie­ le vostre diocesi. no di gioia, di speranza e di entusia­ È proprio la Chiesa diocesana che smo nella fede. L'evento di Santia­ dovete scoprire. La Chiesa non è una go è stato un grande dono per essa, realtà astratta e disincarnata; al con­ anzi, oserei dire, per tutta la socie­ trario, è una realtà molto concreta: tà; e di questo non cesserò mai di rin­ per l'appunto, una Chiesa diocesa­ graziare il Signore. na riunita attorno al Vescovo, suc­ Il tema della Giornata precedente, co­ cessore degli Apostoli. Ed è anche la me ricorderete, era incentrato su Cri­ Chiesa parrocchiale che dovete sco­ sto. Quest'anno, invece, vorrei pro­ prire, la sua vita, i suoi bisogni e le porvi di riflettere sul tema della Chie­ numerose comunità che esistono ed sa. Non si tratta di una correlazione operano in essa. In questa Chiesa casuale. Tra Cristo e la sua Chiesa porterete la gioia e lo slancio prova­ esiste un vincolo organico assai stret­ ti negli incontri mondiali come quello to e profondo. Cristo vive nella Chie- di Santiago e nelle riunioni dei mo­ vimenti e associazioni, di cui fate parte. Di questa Chiesa concreta voi giovani dovete essere tralci vivi e fe­ a s condi, cioè coscienti e responsabil­ mente partecipi della sua missio­ ne»...

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Il messaggio del Papa dice tra l’altro:

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«Carissimi giovani! Eccomi a voi per annunciarvi la prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Mentre vi scrivo queste parole, ho ancora vivo nella memo­ ria il ricordo di quella precedente, culminata nell'indimenticabile incon­ tro a Santiago de Compostela, in Spagna, dove mi sono recato in pel­ legrinaggio, insieme con molti di voi.

g<.» i.

STADIUM invita tutti i suoi lettori, tutti gli atleti del CSI, tutte le Socie­ tà sportive, a partecipare attivamente a questo importante appuntamento mondiale, aderendo, d’intesa con i propri Consigli provinciali, ai pro­ grammi delle singole diocesi, e facen­ dosi, all’occorrenza promotori di specifiche inziative di incontro c di confronto, nel mondo dei giovani impegnati nello sport. E mentre sia­ mo in tema: BUONA PASQUA!


IL TEMA DEL MESE

Impianti sportivi Che la situazione sia diversa lo si avverte anche a naso, ascoltando il mugugno sportivo quotidiano. Non fa più nota fissa sulla mancanza di impianti sportivi, come avveniva soltanto otto-dieci anni fa. Non ac­ cade più neppure quando ci si ri­ ferisce al mondo della scuola, do­ ve l’impiantistica sportiva non do­ vrebbe rappresentare comunque un’eccezione paradisiaca rispetto alla non certo rosea situazione im­ piantistica più generale. Allora, o di impianti sportivi in questi ultimi anni ne sono stati co­ struiti tanti, più o meno in tutte le parti della penisola, oppure sono migliorate molto le opportunità di accesso e di uso del patrimonio esi­ stente, anche grazie all’accresciuto benessere sociale, ovvero, come è verosimile, sono avvenute ambedue le cose. In ogni caso, la situazione merita d’essere indagata attentamente per capire non solo «quanto» sia cam­ biata, ma anche «come». Poiché è facile comprendere che a condizio­ nare lo sviluppo sportivo non è solo la carenza di impianti sportivi, co­ me accadeva sicuramente nei de­ cenni passati, ma lo sono anche i criteri che ne regolano l’accesso e le modalità di gestione. Un 'indagine così è chiaramente più sofisticata e difficile di quelle che hanno per oggetto il puro e sempli­ ce numero di impianti esistenti. Ce ne siamo resi conto nel realizzare la piccola inchiesta che segue e che va considerata soltanto come una prima sensibilizzazione al proble­ ma. Non mancherà una prossima occasione per approfondirla conte merita. Stadium

UNA SITUAZIONE CHE CAMBIA Intervista all’Arch. ENRICO CARBONE Responsabile del Centro Studi Impianti Sportivi del CONI

— Il CONI ha appena effettuato un nuovo censimento degli impianti sportivi in Italia. Anche se i dati so­ no ancora in corso di elaborazione, è possibile fare un primo bilancio dell’attuale situazione impianti? Rispetto al censimento effettuato dieci anni fa (’79-’8O), siamo pas­ sati da circa 50.000 impianti a circa 100.000. Se il numero complessivo degli impianti è pressoché raddop­ piato, sono però rimasti invariati gli squilibri interni al sistema: il 50% è dislocato nel nord Italia, il 25% al centro e l’altro 25% al sud.

— All’interno di questi numeri, in che rapporto si pongono impianti pubblici e impianti privati?

Sappiamo che dieci anni fa l’impian­ tistica privata costituiva il 50% del totale. Con riferimento alla distribu­ zione sul territorio, al nord si regi­ strava una prevalenza del privato, al sud una prevalenza del pubblico. È presumibile che i nuovi dati indichi­ no per il nord Italia un’ancor più ac­ centuata tendenza al privato.

— Che tipo di impianto viene co­ struito con maggiore frequenza? L’impianto pubblico in genere è co­ stituito dal campo di calcio, dalla pa­ lestra, dalla piscina o dalla pista di atletica. Il privato che investe si orienta verso impianti più remunera­ tivi: campi di golf, piste di pattinag­ gio, palestre per il body-building, campi di tennis, sciovie.

— A fronte delle cifre emerse dai censimenti CONI, quale sarebbe in assoluto il fabbisogno nazionale di impianti sportivi?

In uno studio abbiamo ipotizzato il numero di impianti necessari per ga­ rantire un aumento del 10% com­ plessivo della pratica sportiva in Ita­ lia e per portare al livello della me­ dia nazionale l’impiantistica in quelle aree che attualmente anno un minor numero di impianti. Ne scaturiva un piano di circa 10.000 miliardi in die­ ci anni, cioè un investimento di 1.000 miliardi l’anno. Rispetto a queste in­ dicazioni, il problema non sta tanto nell’entità globale del finanziamen­ to necessario, poiché negli ultimi an­ ni in Italia abbiamo speso anche più di 1.000 miliardi. Per poter attuare il piano, il problema sta, piuttosto, nella certezza di una continuità nei finanziamenti annuali.

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■ IL TEMA DEL MESE ■

— Quanti degli impianti censiti so­ no effettivamente agibili?

Nella cifra globale dei 100.000 im­ pianti esistenti sono compresi certa­ mente anche impianti non funzio­ nanti o che hanno bisogno di miglio­ rie o di adeguamenti alle norme di si­ curezza. Quanti siano gli impianti realmente agibili Io sapremo dopo aver finito di analizzare i dati.

— Tralasciando l’aspetto dei finan­ ziamenti, che a quanto pare non co­ stituisce un grande problema, qual è l’ostacolo che impedisce tuttora di sanare gli squilibri che esistono talo­ ra anche tra zone adiacenti? L’assetto istituzionale italiano preve­ de che la pianificazione del territo­ rio sia competenza delle Regioni, del­ le Province e dei Comuni. 11 CONI esprime pareri di natura tecnica. En­ tra nel merito dell’opportunità solo in casi eclatanti; ad esempio, se un Comune di 10.000 abitanti chiede lo stadio da 100.000 posti. In mancan­ za di una pianificazione a carattere nazionale o regionale gli squilibri non solo continueranno ad esserci, ma corrono il rischio di aumentare ancora, perché i Comuni che hanno già un maggior numero di impianti sono spesso anche quelli in cui Ente locale e privati si sanno organizzare meglio, anche consorziandosi, per creare altri impianti. E viceversa.

— In definitiva, fino a che punto esi­ ste ancora un problema impianti nel nostro Paese? E fino a che punto è giusto sostenere che lo sport non può decollare del lutto per mancanza di impianti?

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Qualche problema può certamente esistere in alcune zone. Ma non si può sostenere che esso dipenda da una mancanza di finanziamenti. Il solo intervento pubblico per l’im-

piantistica sportiva si aggira oggi sui 2.000 miliardi annui di spesa; ed al­ trettanto, o poco meno, dovrebbe ammontare l’intervento privato. Se una certa carenza di impianti sussi­ ste è piuttosto per l’assenza di una vera programmazione. Manca un

coordinamento a livello nazionale, così come manca il coordinamento della Regione nei confronti delle Province, e delle Province nei con­ fronti dei Comuni. Per cui, alla fi­ ne, un Comune chiede ed ottiene un certo tipo di impianto senza curarsi se quell’impianto esiste già nel Co­ mune limitrofo; anzi, a volte si chie­ de proprio ciò che esiste nel Comu­ ne accanto, creando doppioni. E ma­ gari succede che in quel comprenso­ rio manca rimpianto necessario per organizzare un altro sport. a cura di Andrea De Pascalis

PROBLEMI DI GESTIONE Intervista con LUIGI TURDÒ Presidente del CSI di Termoli

Quasi tutti i quartieri hanno la pro­ pria struttura sportiva, o già realiz­ zata o in via di realizzazione.

— Gli impianti sportivi sono ancora un problema?

— L'accesso è alla portata di tutti?

Mi sembra che il problema dell’im­ piantistica sia sempre attuale, perché nella nostra realtà la pratica sporti­ va è in costante aumento. Si può pe­ rò constatare che, pur essendo un problema, si sta lavorando insieme all’Amministrazione comunale per una soluzione ottimale. — Quelli esistenti sono impianti per tutti, vale a dire per lo sport spetta­ colo, per lo sport agonistico e per quello promozionale?

Vi è una divisione oraria in ordine di importanza (secondo l’Amministrazione comunale): sport-spettacolo, sport agonistico, sport promozio­ nale). — Gli impianti sono ben diffusi sul territorio?

Per l’accesso alle strutture comunali basta fare ùna domanda all’assesso­ rato allo sport, che quasi sempre vie­ ne incontro alla richiesta, pur ta­ gliando un po’ sulle ore. I costi sono soltanto quelli per il cu­ stode e vengono divisi tra le varie so­ cietà che usano l’impianto.

— La gestione come è regolata? Gli impianti più importanti vengono gestiti totalmente dalle società che a livello federale partecipano ai cam­ pionati superiori. In genere tali so­ cietà che gestiscono gli impianti la­ sciano poco spazio, se non pochissi­ mo alle altre società o enti. Per gli altri impianti la situazione è quella prospettata sopra: esistono proble­ mi, insieme però a una volontà co­ mune di risolverli. a cura di Antenizia Tardò


IL TEMA DEL MESE

NAPOLI: NON SOLO STADIO Intervista a CARMINE SIMEONE Assessore allo sport di Napoli «A Napoli non esiste una partecipa­ zione di massa — ha esordito il poli­ tico — tutto è organizzato a fondo prevalentemente privatistico, il qua­ le tende solamente a costituire un agonismo esasperato per tentar di trovare dei campioni da poter poi in­ serire sul mercato dello sport. Que­ sto è dovuto anche {diciamo anche soprattutto n.d.r.) alla carenza di strutture ufficiali del Comune. Chi mi ha preceduto ha ritenuto di sottoporre all’approvazione della Giunta dei prezzari, per l’utilizzo del­ le strutture esistenti, a dir poco spa­ ventosi, un costo enorme individua­ le e collettivo che ha fatto sempre di più allontanare la massa ed i giova­ ni dalla pratica sportiva. La nuova tendenza di questo asses­ sorato sarà appunto quella di offri­ re strutture a prezzi competitivi con quelle privale per far si che il ragaz­ zo possa approdare alla disciplina sportiva che più gli confà».

re più strutture impegnando le stes­ se ad un’organizzazione attiva con l’ente locale, cosa che purtroppo non è avvenuta perché a Napoli si è sem­ pre avuto l’hobby dell’essere «spor­ tivo-spettatore» anziché «sportivo­ praticante». Gli impianti sportivi esi­ stenti a Napoli si contano sulle pun­ te delle dita ed i più rappresentativi (se così possono essere definiti) so­ no fatiscenti, leggi Collana, o a limite della agibilità, leggi Palazzetto dello Sport Mario Argento, campo della squadra di basket Paini Napoli».

— Con il ’90 i napoletani si aspetta­ vano la nascita di qualche impianto sportivo, di contro abbiamo subito solamente la ristrutturazione del S. Paolo. Come mai?

«Una scelta sbagliata del Governo. Perché questi fondi che stiamo uti­ lizzando per la ristrutturazione del­ lo stadio sono fondi obiettivi, cioè

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— Assessore, perché a Napoli gli im­ pianti sono ancora un problema?

«È stato un errore di valutazione. Si sono preferenziate corsie sbagliate, quelle del privato, credendo che que­ sto si potesse attrezzare autonoma­ mente. Sappiamo tutti, invece, che molte Società sportive non hanno strutture e che quindi utilizzano gli spazi comunali per le proprie attivi­ tà. Doveva essere — suggerisce Si­ meone — una politica di concorren­ za, bisognava cioè che ci fosse una partecipazione tra pubblico e priva­ to in modo tale che si potessero crca-

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già prestabiliti. Non si è pensato, o voluto pensare, che lo sport non si ferma solo al calcio e che tante sono le strutture che con poca spesa pote­ vano rinascere come nuove dando ai giovani della nostra città uno sfogo sportivo importante per la loro cre­ scita fisica e psichica».

— Assessore Simeone, quali allora, le prospettive?

«Ho colto l’occasione dei mondiali per creare una base di rinascita, di ri­ lancio, di progetto politico e cultu­ rale dello sport a Napoli. I Giochi della Gioventù sono stati intitolati in­ sieme al ’90 con il CONI, il Provve­ ditorato agli Studi e il C.O.L. cre­ dendo che queste forze debbano es­ sere i veri punti di riferimento dello sport verso la massa e verso la gran­ de utenza per sollevare il torpore del­ lo sport nella nostra amata metropo­ li. Dobbiamo acquisire dal patrimo­ nio comunale 26 strutture polivalenti che sono la consegna che il Commis­ sario di Governo fa alla Pubblica Amministrazione come titoloproprietario. L’assessorato purtrop­ po non è ancora nelle condizioni di prendere al patrimonio comunale queste strutture mancando i mezzi necessari ed indispensabili, cioè le suppellettili che riusciremo a realiz­ zare quando si approverà il bilancio di previsione di quest’anno». Volevamo chiedere all’assessore Si­ meone quando verrà approvato il bi­ lancio di previsione, ma abbiamo pensato che l’attesa della risposta avrebbe fatto perdere a noi e a Voi lettori l’inaugurazione dei... fanta­ stici ed indispensabili Mondiali di Calcio.

ì Mario Ricciardi

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Pinocchio ai mondiali /2 to'

CAGLIARI: SPORT E NONVIOLENZA

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BARI: SPORT ED EMARGINAZIONE

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Secondo blitz nel mondo di Giocasport ’90. Se nella prima puntata abbiamo chiarito (...speriamo!) le motivazioni da cui l’evento di quest’anno ha preso le mosse, ora vorremmo concretizzarne contenuti e forme per darvi il quadro globale degli accadimenti del 25 aprile. Non ci stancheremo mai di ribadire il carattere di correlazione col territorio che in questa edizione di Giocasport ’90 vive, cercando di giocarsi proprio in quelle realtà di maggiore disagio giovanile come segno di accoglienza che ci auguriamo si trasformi poi in collaborazione duratura ne! tempo con le strutture preposte. Giocasport ’90, arricchito della caratterizzazione dei Mondiali offre, come sappiamo, la possibilità di guardare all'atteso evento sportivo con spirito critico (il che non significa meramente polemico) e comunque attento a coglierne le angolature inedite. Spendiamo volentieri, dunque, qualche parola sui temi scelti per ciascuna delle 12 città, proposti non secondo criteri di pura casualità ma con l’occhio alle realtà più evidenti di carattere sociale che ciascuna di esse vive e sente come urgenti.

Il tentativo è quello di rimuovere gli ostacoli che concretamente impedi­ scono la crescita del fenomeno spor­ tivo e la sua diffusione in ambiti non esclusivi ed escludenti (sostegno alle Società sportive per l’uso di pubbli­ ci impianti, per es.). Lo sport non è poi solo un momento di riabilitazio­ ne fisico-sportiva dell’handicappato ma un mezzo di inserimento nella so­ cietà, di integrazione continua; dun­ que quando si parla di emarginazio­ ne non bisogna pensare solo al pro­ blema (seppure sentito) delle barrie­ re architettoniche ma a contestualiz­ zare l’esperienza sportiva nel quadro di una più vasta e rinnovabile cultu­ ra per la promozione umana. A Ba­ ri ci si impegnerà per favorire la par­ tecipazione di tutti a Giocasport ’901!

BOLOGNA: SPORT E DISCRIMINAZIONE RAZZIALE Una zona «calda» per diversi moti­ vi. Troppo ricca? Troppo snob? Op­ pure generosa? Comunque prescelta da molti immigrati extracomunitari. Proprio in questi giorni che vedono momenti di tensione razziale in Ita­ lia, assume significato precipuo sot­ tolineare come, anche sul piano dei diritti, lo sport possa diventare oc­ casione di scambio che tenda non a rilevare le differenze ma a coltivare le affinità tra popoli diversi. Non a caso si è puntato allo svolger­ si di giochi aperti a ragazze c ragazzi di tutte le razze c le provenienze in una grande piazza cittadina.

A pochi giorni dal discusso riutiliz­ zo dello stadio di Hysel in Belgio e calcolando che la città ospiterà tra le altre la Nazionale inglese, parlare an­ cora una volta di sport e violenza ri­ sulta attualissimo. L’impegno a non far scadere i Mondiali a spettacolo generatore di violenza e soprattutto a considerare il tifo come un surro­ gato della guerra dove la guerra non c’è, viene ribadito a Cagliari dal coinvolgimento e dal tentativo di ani­ mazione di organizzazioni Ultras al­ lo stadio in modo pacifico e civile.

FIRENZE: SPORT E TUTELA DELL'AMBIENTE Migliorare la qualità della vita e del­ l’ambiente è il primo passo per un equilibrato rapporto tra uomo e ter­ ritorio. Non ci riferiamo solo alla na­ tura (aria, acqua, sole, neve... ele­ menti che comunque l’attività spor­ tiva predilige), ma di interazione dia­ lettica tra i propri bisogni, quelli de­ gli altri uomini, quelli della natura e quelli di un ambiente urbano trop­ po spesso assaltato e violentato da milioni di turisti sciatti e ineducati. Tra gli obiettivi di Giocasport c’è quello di orientarsi verso una città più vivibile nella quale si riesca a con­ tenere il caos, fonte, e la cronaca ce lo conferma, di insofferenze e vio­ lenza.


abbiamo pensato che Napoli potes­ se occuparsi del rapporto tra sport e festa. Per dare il senso alla festa dei Mondiali una festa piena dove non c’è tempo di esaltarsi fuori misura se si vince o fare un dramma se si perde. Giocasport ’90 di Napoli vuole sot­ tolineare il valore del gioco, della fantasia, della partecipazione gene­ rosa tra cortei multicolore e spazi ri­ creativi.

GENOVA: SPORT PER TUTTI Troppo spesso lo sport viene presen­ tato come un’attività per tutti. Trop­ po spesso l’affermazione è tradita dai fatti. La gente non gioca, parla del gioco. La gente non gioca, assiste al gioco. È un «fare sport» passivo, non propositivo né divertente. Per questo Genova propone un fantasti­ co viaggio aperto a tutti, nel quale tutti sono accettati, con giochi e ri­ flessioni per scoprire i volti diversi dei Paesi che si appresta ad ospitare: Svezia, Scozia, Costarica, e Brasile.

MILANO: SPORT E L'EUROPA DEI NUOVI CONFINI Milano cuore della Padana. Milano centro di attività e di cultura. Mila­ no porta dell’Est ora che l’Europa ha aperto le braccia a popoli prima esclusi. Ci si guarda ormai in altro modo e l’occasione dei Mondiali può essere colta al volo per ratificare que­ sto nuovo rapporto tra popoli più forti e compatti, ora, sul fronte del­ la tutela delle libertà e dei diritti uma­ ni e per vivere scientemente l’espe­ rienza sportiva come motivo di raf­ forzamento di un dialogo prima con­ dotto solo a distanza. Milano prepara una caccia al tesoro con successiva composizione di un quadro raffigurante l’Europa unita.

NAPOLI: SPORT E FESTA Non è solo perché a Capodanno il numero dei feriti per i botti è sem­ pre alto, non è solo perché il tifo ha un ruolo a volte esageratamente im­ portante ma anche per riaffermare la naturale inclinazione dell’animo par­ tenopeo per la Festa gioiosamente quanto pacificamente vissuta, che

PALERMO: SPORT E DIRITTI UMANI Essere educati a vivere lo sport in una dimensione corretta significa es­ sere spinti a considerare, compren­ dere, contribuire alla rivalutazione di tutte le culture prodotte dall’uomo. Lo sport deve correlarsi con l’evolu­ zione del mondo ponendosi come pietra miliare nella lotta contro l’in­ tolleranza, i pregiudizi, l’apartheid. La garanzia della tutela della digni­ tà di ciascuno e dei suoi diritti non passa solo attraverso lo Stato e le isti­ tuzioni (che tuttavia sono spesso tie­ pide) ma ancora di più per l’impegno civile di ognuno verso il suo simile. In questo senso va la proposta delle «Quartieriadi», giochi ad eliminazio­ ne per i quartieri, che Palermo pro­ pone il 25 aprile come testimonian­ za di solidarietà.

ROMA: SPORT E MONDIALITÀ' Non poteva essere che Roma «caput mundi» in cui si tessono le trame po­ litiche e centro decisionale ad essere scelta come sede ideale per questo te­ ma. Essere segno di diversità signi­ fica compiere scelte di campo diver­ se da quelle correnti; altrimenti il mi­ to del sentirsi «cittadini del mondo» sarà per sempre un sogno da insegui­ re. E invece concreto sarà il testimo­ ne che si scambieranno in amicizia decine di atleti e atlete di varia na­ zionalità presenti a Roma per una gi-

gantesca staffetta, simbolo di una af­ finità di intenti comune a tutti i po­ poli.

TORINO: SPORT E DISAGIO GIOVANILE È noto che lo sport può essere mez­ zo di prevenzione: prendere coscien­ za di sé e dei propri limiti significa impegnarsi a migliorarli e perfezio­ narli. È anche mezzo di integrazio­ ne e recupero perché offre la possi­ bilità di misurarsi con valori e rego­ le chiare e definite e per riacquistare il gusto dell’incontro con gli altri, la ricerca di arricchenti relazioni uma­ ne. Non a caso Torino pone le atti­ vità di Giocasport ’90 all’interno del carcere minorile Ferrante Aporti.

UDINE: SPORT E PACE È mondiale il tema della pace, è mondiale il tema dello sport. Bel tra­ guardo sarebbe appassionarsi al te­ ma della pace come ai campionati sportivi! ! Ma sia la pace che lo sport esigono una «rifondazione cultura­ le» perché entrambi non possono es­ sere attivati se non nel segno della in­ corruttibilità, della lealtà, della tol­ leranza. Udine propone il gioco della pace di Benson con coreografiche animazio­ ni, giochi e riflessioni.

VERONA: SPORT E VIVERE SANI L’attività motoria ci offre tanti sti­ moli e tante possibilità per star bene con noi stessi e con gli altri nel cor­ po e nell’anima. Lo sport distrae, scarica le tensioni, contribuisce a mantenerci mentalmente equilibrati oltre che fisicamente in forma. Esperti in piazza, dunque, per «far muovere» quanto più pubblico è pos­ sibile. Chi si muove e ricerca qual­ cosa, qualcosa troverà! Anna De Laura

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE SPORT SENZA VIOLENZA

ASSOCIAZIONE E TERRITORIO

CR LIGURIA — In collaborazione con la Comunità Montana Inganna e il Comune di Andora Marina, si è svolto nella sala consiliare della cittadina ligure un convegno sul tema: «Sport senza violenza»; all’incontro hanno par­ tecipato varie personalità del mondo ecclesiale e sportivo. Significativo è stato l’intervento del Vescovo di Albenga-Imperia. Mons. Ales­ sandro Piazza, il quale ha parlato del magnifico raffronto fra la non violen­ za e la chiamata che Dio fa agli uomini, come viene raccontato dalla Bibbia. «L’invito del Padre a sviluppare tutto il creato e la stessa persona umana, ha detto il presule, si contrappone ed esclude ogni violenza, anche quella sportiva». Il convegno ha ascoltato anche gli interventi del Prefetto della provincia di Savona, di Jean Silvestre, Segretario dell’Associazione Internazionale Fran­ cese per lo Sport senza violenza ed il fair play, di Gilles Deliance del Centre Catholique International pour l’UNESCO, e del senatore Giancarlo Ruffi­ no, Sottosegretario di Stato agli Interni e delegato dal Ministro degli Interni per lo sport senza violenza. Precedentemente A Ido Notorio e Maria Rosa Zanella si erano dichiarati con­ tro ogni forma di violenza sportiva, che spesso non si scatena soltanto sugli spalti, ma nella vita quotidiana di ogni uomo. Una violenza organizzata che emargina e diseduca. In particolare Notorio ha invitato a prendere le distan­ ze da un tipo di sport professionista, che privilegia solo un «piccolo resto di dotati» e abbandona tutti gli altri. Per il Presidente del CSI la violenza non si vince con il ricorso alle forze dell’ordine, ma bisogna che a monte esista un’attività formativa che spinga la persona a prendere lo sport come gioco. Come un divertimento che arricchisca l’uomo, poiché vede nello sport un semplice strumento attento al rispetto della persona e alla costruzione di un retto vivere sociale, fondato sull’impegno etico e sulla solidarietà. Ancora una volta dunque il CSI ha colto l’occasione per lanciare un mes­ saggio che non si fermi allo sport in se stesso, ma contribuisce a diffonderlo come valore che tende a realizzare mète culturali, sociali e religiose adatte a fondare la serenità e la pace fra gli uomini di buona volontà.

CR UMBRIA — Si è riunito, presso la sede del Consiglio provinciale di Pe­ rugia, il Consiglio regionale del CSI umbro, per affrontare una serie di pro­ blemi organizzativi connessi con la presenza e l’attività dell’Associazione sul territorio. È stata, per il CSI perugino, una gra­ dita occasione per ospitare amici che s’impegnano sul territorio umbro in fa­ vore della promozione dello sport per tutti. La riunione si è svolta in un clima cor­ diale e fattivo. Con l’occasione è sta­ to anche rivisto il piano delle Feste re­ gionali, al quale sono stati apportati ri­ tocchi sia riguardo ai luoghi di svolgi­ mento e sia riguardo alle date.

SPORT E IMPEGNO CIVILE

LA FAVOLA DI PINOCCHIO

BELLUNO — Dopo un incontro con l’Assessorato allo Sport, il CSI bellu­ nese ha concluso la fase di prepara­ zione al congresso di verifica con un incontro con le Società sportive dell'Agordino, incentrato sul tema del con­ gresso di verifica «Sport e impegno ci­ vile: un servizio sportivo-educativo ispirato alla solidarietà». Per l’occasio­ ne sono state presentate anche le at­ tività previste che il Consiglio ha pre­ visto per la zona, e cioè due tornei di calcio, un corso di formazione per ani­ matori e dirigenti sportivi, un corso per arbitri di calcio.

CASERTA — Carnevale è festa di bam­ bini, ma voluta ed attesa dai grandi. È tradizione, è scherzo, è allegria. Il G.S. CSI Olimpia di Piedimonte Matese (Con­ siglio di Caserta), ha voluto festeggiar­ lo con un carro allegorico. Tema: la favola di Pinocchio. Interpre­ ti: loro, i bambini della prima fascia, con gli istruttori a far da cornice. Una iniziativa seguita ed apprezzata, e riuscitissima. Un primo modesto tenta­ tivo, affermano i dirigenti, di riprendere

VERONA CSI

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VERONA — Il settimanale del Consi­ glio provinciale, con l’inizio dell’anno ha subito una piccola rivoluzione. Ab­ bandonata la vecchia veste tipografi­ ca (il glorioso ciclostile), «Verona CSI» è diventato infatti quindicinale, è stam­ pato in offset e, cosa non meno impor­ tante delle altre, realizzato con carta riciclata.

AGGIORNAMENTO G»Eia AB^BIITOO_____ POSSANO — È di questo periodo la ripresa dell'attività che interessa il cal­ cio di seconda e quarta fascia e la pal­ lavolo (maschile e femminile, di prima e seconda fascia). Il cartellone del CSI locale include la partecipazione ad un libero scambio provinciale di pallavo­ lo a cura della Polisportiva Fossanese, l’appuntamento con l’aggiorna­ mento per gli arbitri nella sede torine­ se ed il seminario per direttori di gara.

una tradizione ormai persa nel tempo nel capoluogo matesino. Tra le due uscite (domenica 25 e mar­ tedì 27 marzo u.s.), un lunedì di gare in maschera in palestra: medaglie per tutti e corona di «re» per il vincitore. E l’an­ no prossimo la replica: un’altra fiaba, magari su più carri, e un torneo di pal­ lavolo in maschera per i più grandi. Tutti hanno collaborato, come è nello spirito CSI, atleti, genitori, tecnici e di­ rigenti. Ognuno secondo le proprie di­ sponibilità e capacità, certi di non rice­ vere alcun premio ma soddisfatti per aver reso felici tanti bambini.


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE NASCE IL CSI A CASSINO CASSINO — «Educare attraverso lo sport: un compito impossibile? È per da­ re risposta a questo interrogativo che si è tenuto il primo seminario del Consi­ glio circoscrizionale di Cassino, che pro­ prio in occasione delle due giornate di lavoro si è costituito ed ha iniziato ad operare. Con la sua nascita anche la frangia meridionale del basso Lazio po­ trà usufruire di una presenza continua ed attenta alle sue problematiche da parte del CSI. Alla tavola rotonda il giornalista Enrico Gastaldi ha intrattenuto i convenuti su «La condizione giovanile oggi» mentre il prof. Sotgiu, docente Isef di Cassino, ha incentrato il suo intervento sulle po­ tenzialità educative dello sport a patto di concepirlo e praticarlo in modo nuo­ vo. Hanno fatto seguito la relazione di Anna De Laura del Servizio Nazionale della Formazione ed una testimonian­ za di alcuni operatori del progetto Exodus dell’opera Don Calabria. Ha con­ cluso i lavori il coordinatore nazionale

per l’attività sportiva Donato Mosella. In un momento successivo è stata inau­ gurata, in forma privata, la sede del Consiglio. Con la collaborazione delle varie com­ missioni, é stato varato il programma delle attività ’90 divulgato con il primo numero del Notiziario del CSI Cassino. In tale occasione il Consiglio tutto è sta­ to ricevuto dal Vescovo della Diocesi ed Abate di Montecassino, che si è mostra­ to vivamente compiaciuto della presen­ za anche nella sua Diocesi del CSI, esortando ad inserire fra le varie azioni di promozione umana e sportiva, anche quella diretta, in particolare, a creare operatori per il delicato settore dei di­ sabili e degli anziani, assicurando la mi­ gliore attenzione ed i suoi preziosi con­ sigli per le iniziative della Circoscrizione. In sintonia con la disponibilità dimostra­ ta Sua Eccellenza don Bernardo D’Onorio ha concesso al responsabile deF l’informazione l’occasione di presenta­ re il programma del CSI di Cassino in una riunione di tutti i parroci della Dio­ cesi di Montecassino.

CORSO ©0 NUOTO ACQUI TERME — Cominciati in gen­ naio il quinto torneo zonale di palla­ volo femminile ed il sesto trofeo zonale di corsa campestre (con cinque pro­ ve in altrettanti diversi paesi), sono ora pronti per partire il secondo torneo zo­ nale di calcio amatori a sei (che dure­ rà sino a maggio) e, presso l'impian­ to sportivo del Mombarone, il torneo zonale di calcetto. Mentre prosegue il corso per arbitri di pallavolo organiz­ zato con la FIPAV (un arbitro della se­ rie A1, Bruno Pilone, è il docente del­ la parte tecnica del seminario), si rac­ colgono iscrizioni per gli stage rivolti agli aspiranti arbitri di calcio e per la preparazione per i Centri di Formazio­ ne Sportiva. Già dallo scorso ottobre una società del Comitato, l’Astema Nuoto, ha in gestione la piscina coperta ed organiz­ za corsi di nuoto; in programma, per la primavera, la realizzazione di alcu­ ni momenti con gare per tutti.

NAPOLI — Anche il Centro zona di Sorrento ha iniziato la sua attività «edi­ toriale». Si chiama «CSI Express» in­ fatti il nuovo nato della regione cam­ pana e testimonia in modo semplice ma efficace, che talvolta i mezzi eco­ nomici non sono poi tutto, ma occor­ re per prima cosa tanta buona volon­ tà ed un pizzico di fantasia, dote quest'ultima assolutamente non estranea agli amici sorrentini.

Segnaliamo due iniziative promosse in occasione del Congresso biennale di verifica:

LECCO ha infatti promosso un concor­ so di fotografia, grafica e letterario, chiaramente di carattere sportivo. La partecipazione è stata buona; i vinci­ tori sono stati premiati nel corso dei lavori congressuali. Anche VICENZA ha lanciato dai fogli del suo bollettino un concorso intito­ lato «Vinci il Presidente», per tastare il polso dei soci sui loro gusti in pro­ posito. Gli amici di Vicenza hanno tracciato due profili: presidente di ti­ po A (biondo, occhi azzurri, alto, ma­ nager, lettore di SPORT CAPITAL...); presidente di tipo B (piccolo, con inci­ piente calvizia, abbondante di fianchi e pancia...) Al fortunato vincitore (estratto a sorte) è andata in premio la videocassetta del film «Il presiden­ te del Borgorosso F.C.».

25° mee© DI PROMESSE SONDRIO — Si è da poco concluso un anno molto importante per il Consiglio CSI di Sondrio, un anno che chiude i pri­ mi venticinque anni di vita e che dovreb­ be servire (come auspicano i responsa­ bili locali) come trampolino di lancio per l’attività sportiva del futuro. Trentasei Società sportive, quattromila atleti di cui più di cinquecento donne, sono solo alcuni dei tangibili risultati ot­ tenuti, a fronte di una mole di attività sempre maggiore. Risultati desiderati e raggiunti pur se all'interno di una scel-

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ta politica difficile, come quella di privi­ legiare i giovani e quelle realtà sportive e sociali più svantaggiate per ubicazio­ ne sul territorio montano e per carenze di strutture per lo sport e il tempo libero. Nel momento della celebrazione della ricorrenza il CSI di Sondrio ha avuto vi­ cino l'intera Comunità Montana Valtel­ lina di Morbegno, l’Assessorato al Tu­ rismo locale e tanti amici conosciuti in questo lustro. La «cornice» di tanta esperienza e fati­ ca gli amici di Sondrio l’hanno realizzata tramite un libretto, quasi un album ricor­ do, frutto di non poche fatiche di ricer­ ca storica statistica e fotografica.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE CONGRESSO DI VERIFICA PADOVA — Con il saluto del presi­ dente CSI della città e di quello regio­ nale, si sono aperti i lavori del Con­ gresso provinciale di verifica, all'inse­ gna della comune tematica su cui que­ st'anno l’Associazione è stata chiama­ ta a riflettere in vista dell’appuntamen­ to nazionale del dicembre prossimo: Sport come impegno civile; un servi­ zio sportivo educativo ispirato alla so­ lidarietà. Una prima riflessione sul tema l’ha of­ ferta Cesare Martino, a cui hanno fat­ to seguito le testimonianze di due ani­ matori impegnati con gli ermarginati ed i paraplegici. Dopo il pranzo comu­ ne, è stata letta la relazione del Con­ siglio provinciale, che ha affrontato cinque tematiche: la formazione, l'at­ tività sportiva, le comunicazioni, la po­ litica sportiva, i rapporti con le asso­ ciazioni, i movimenti e le istituzioni.

SCAMBI INTERNAZIONALI CITTÀ DI CASTELLO — È sempre più aria di «disgelo», ed anche lo sport non fa eccezione. A cogliere tempestivamente i segni di questi nuovi tempi questa volta sono stati gli amici di Città di Castello, i quali hanno lavorato sodo per circa sei me­ si, ma alla fine ci sono riusciti: hanno avuto ospiti nella loro cittadina una squadra di pallavolo femminile che ha partecipato alla manifestazione «Fran­ cesca Fabbri». Ma non si è fatto solo dello sport, con le giovani amiche dell'Europa dell’Est: infatti, grazie anche a cinque guide fornite dal Comune di S. Giustino, le ragazze hanno visitato gli scavi ar­ cheologici che riguardano la villa di Plinio il Giovane a Pitigliano, hanno imparato un gioco a loro sconosciuto, la tombola, ed hanno avuto anche l’opportunità di assaggiare la pizza. A fine torneo, le ragazze sono riparti­ te. portando però con loro la promes­ sa delle amiche di Città di Castello di una restituzione della visita, entro l'anno.

CSI LUCCA

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LUCCA — Ancora un altro giornali­ no, questa volta del Consiglio di Luc­ ca, ha visto la luce recentemente. Si chiama -CSI Lucca» ed, almeno per questo primo numero, è uscito con ben venti pagine tra testo, fotografie e disegni. Auguri vivissimi al neonato e, soprat­ tutto, a chi dovrà impegnarsi per te­ nerlo in vita.

TELEFONO AZZURRO MODENA — La società Camurri Cal­ cio di Concordia (Modena) ha da po­ co compiuto vent’anni e, tra le inizia­ tive promosse per i festeggiamenti, ne ha voluta inserire una squisitamente umanitaria. Prendendo lo spunto dal «telefono az­ zurro» recentemente istituito a Bolo­ gna per la difesa dei diritti del bambi­ no, la Camurri ha promosso una se­ rata di sensibilizzazione, alla presen­ za delle autorità locali e di un nume­ rosissimo pubblico, allietato anche dalla musica eseguita al piano da un responsabile della società.

TENNISTAVOLO PER TUTTI MURGIANA — Al torneo di tennistavolo organizzato dagli amici di Altamura, hanno partecipato quest’anno ra­ gazzi e ragazze di seconda, terza e quarta fascia. I partecipanti hanno gareggiato per un’intera giornata, si sono impegnati nelle gare, pur sapendo che alla fine ci sarebbe stato un premio per tutti, a prescindere dal risultato. Hanno ti­ rato fuori la grinta e alla fine della gior­ nata si sono salutati ed abbracciati co­ me vecchi amici. Tutto OK dal punto di vista organizza­ tivo; soddisfatti i dirigenti e le Società sportive; ancora più soddisfatti i re­ sponsabili del Consiglio per la ripro­ va che anche una gara sportiva, se in­ tesa e condotta correttamente, può e deve essere un momento d'incontro e di amicizia.

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BENEVENTO — Un momento dell’as­ segnazione del fischietto d’argento da parte della presidenza provinciale CSI all’arbitro Franco Di Gennaro, con la seguente motivazione: «A Franco Di Gennaro, arbitro mai domo, maestro del fischietto, con l’augurio di sempre nuove glorie, il CSI di Benevento per la sua benemerita attività».

FESTA REGIONALE CR BASILICATA — Si è svolta a Melfi la Festa regionale di terza fascia, con la disputa di gare di calcetto, campe­ stre e tennistavolo. Tutti i partecipanti hanno preso par­ te ai tre momenti agonistici della fe­ sta: nella corsa campestre gli atleti hanno corso i 2.500 metri o i 4.000 me­ tri, a seconda delle età; nel tennistavolo sono stati divisi in due categorie, a seconda che fossero atleti pratican­ ti o principianti; alle partite di cal­ cetto l’adesione è stata di quattro So­ cietà.


TELEVISIONE

A PORTE CHIUSE? Supponiamo per un momento che l’anno prossimo l’intero campiona­ to di calcio edizione 1990-91 venga svolto a porte chiuse. Sì, i campi re­ golarmente occupati dalle squadre, allenatori, riserve, arbitri e guarda­ linee. Ma gli spalti no, dalla serie A alla terza categoria a nessun spetta­ tore sia concesso di assistere alle par­ tite. Di colpo, senza ombra di dub­ bio, sparirebbero striscioni deficien­ ti, non si ascolterebbero cori che con lo sport non hanno nulla da sparti­ re, e certamente la ormai leggenda­ ria «violenza negli stadi» non avreb­ be più modo di esprimersi per il sem­ plice fatto che negli stadi non ci sa­ rebbe più nessuno in grado di com­ piere violenza. Bene. E supponiamo ancora che agli inevitabili scompen­ si amministrativi le Società rimedias­ sero con i diritti per trasmissioni te­ levisive, con pubblicità connessa, quella ai bordi dei campi, e quella, che naturalmente sarebbe ben più re­ munerata, degli sponsor. Supponiamo cioè un campionato gio­ cato con un pubblico di spettatori in poltrona e in pantofole, con una bi­ bita in mano e che tra un’azione ed un’altra si alzano per gli strilli del pu­ po, per andare al bagno o per rispon­ dere al telefono. Restiamo però nel campo delle sup­ posizioni che, quando toccano gli apici del paradosso, rischiano di ca­ dere nel ridicolo e di passare inascol­ tate. Eppure qualche tempo fa alcu­ ne partite a porte chiuse e teletra­ smesse in diretta furono giocate. Ri­ cordo, ad esempio in JuventusAuxerre, in Coppa dei Campioni (do­ po i drammatici fatti di Bruxelles) e un Reai Madrid-Napoli. In campio­ nato italiano mai almeno negli ulti­ mi anni, ma la memoria può tradi­ re. I commenti a quelle partite per l’insolita cornice che le accompagna­ va erano se possibile, dai toni più drammatici dei fattacci che le aveva­ no precedute e che avevano costret­ to la Uefa a prendere la drastica de­ cisione. I giocatori sembravano «fan­ tasmi», il fatto agonistico «comple­ tamente snaturato», un’ambientazionc «squallida», «inverosimile», in so­ stanza da non consentire mai più. Se un campo per le intemperanze del suo pubblico deve essere squalificato, al­ lora facciano giocare la squadra di casa in campo neutro; il tifo, caldo

appassionato, talvolta — come dire — un po’ frizzante, non può manca­ re, commentavano i giornalisti e gli addetti ai lavori paladini di un cal­ cio nerboruto, maschio e perciò so­ stenuto da cori, striscioni (quelli buo­ ni, però, mi raccomando). Di partite giocate a porte chiuse con l’esclusione del pubblico perciò nean­ che a parlarne. Fatto sta che cori, striscioni e vandalismi logorano l’am­ biente, soprattutto in attesa del Mon­ diale. Eppure perché non si prova a riflet­ tere un po’? Una partita giocata in uno stadio vuoto e trasmessa in TV non ha soltanto il valore di un gesto punitivo. Qualora il fatto si ripetes­ se con una certa frequenza, questa se­ rie di eventi sportivi esclusivamente spettacolarizzati avrebbero il potere di un ottimo corso di civiltà e sporti­ vità. Il calcio sarebbe scarnificato, purificato dai fronzoli (a volte peri­ colosissimi) delle disfide cittadine, ri­ portato alla sua natura di evento sportivo e quindi di spettacolo. La pubblicità che, come nei migliori film capita nel bel mezzo di un’azione, desacralizza l’evento. Lo scontro fisi­ co è mediato dallo schermo che ren­ de inconcepibile un protagonismo de­ vastante troppo spesso presente nei nostri stadi. In un saggio del 1986, (Un matrimo­ nio d’interesse. Sport e televisione, Dati per la verifica dei programmi trasmessi, ed. RAI) Giovanni lozzia e Luciano Minerva affermano: «La telecronaca non è semplice riprodu­ zione dello spettacolo, ma è essa stes­ sa uno spettacolo autonomo, capace di moltiplicare (o di ridurre) le poten­ zialità drammatiche dello sport e di

modificarne profondamente la frui­ zione, attraverso la riduzione dello spazio visivo, il montaggio e il com­ mento verbale» (pp. 63-64). È giustissimo. In particolar modo il calcio, già cosi altamente drammaticizzato dai numerosi quotidiani spor­ tivi, dalle trasmissioni Tv e dal busi­ ness che intorno ad esso si muove, non potrebbe non risentire positiva­ mente di una buona dose di immagi­ ni in cui il solo protagonista è e ri­ mane il gesto atletico, senza nessun contorno di virulento esibizionismo di tifosi teppisti. Le obiezioni sono tante ma tutte fa­ cilmente superabili. Le Società per­ derebbero incassi? E perché no, vi­ sto che non riescono a curare con ri­ gore il proprio «parco» tifosi cosi co­ me fanno con scrupolo con quello giocatori. Ma poi non dimentichia­ moci della pubblicità e dei diritti Tv. Così si creerebbe un popolo di spor­ tivi pantofolai? Nient’affatto: pen­ siamo agli Stati Uniti, forse esagera­ tamente invasi dallo sport in Tv, ma nei quali la violenza negli stadi o nei palazzetti è pressoché inesistente e la percentuale di gente che pratica atti­ vamente una qualche disciplina è tra le più alte del mondo. Così si spin­ gerebbe a commettere azioni degne di provocare la squalifica per poi goder­ si la settimana successiva lo spetta­ colo comodamente in Tv? Ma nessu­ no deve dare per certo la trasmissio­ ne e poi a lungo andare il discorso non reggerebbe più. Insomma forse un po’ di coraggio non guasterebbe; risposte decise e ca­ paci di utilizzare in pieno i grandi ef­ fetti che la Tv favorisce provochereb­ bero finalmente una svolta al mon­ do del calcio alle porte del duemila.

Vittorio Sammarco

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I LIBRI

INSEGNARE IL CALCIO: DALLE SITUAZIONI DI GIOCO ALLE ATTIVITÀ' SPECIFICHE Stefano D'Ottavio, Ed. Società Stampa Sportiva, Roma 1989, pp. 136, L. 24.000

la; il tiro in porta; il gioco di testa. Essi però vengono inquadrati in un metodo di insegnamento «globale», perseguendo cioè più l’adattamento tecnico in funzione della situazione di gioco che non il perseguimento esasperato di particolarità tecniche.

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GINNASTICA SPORTIVA: ATTIVITÀ' PROMOZIONALE ED AMATORIALE A cura della Federazione Ginna­ stica d'Italia, Ed. Società Stampa Sportiva, Roma 1989, pp. 423, L. 24.000

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Quando si parla di calcio nella Scuo­ la, al di là di ogni altra questione, si pone la domanda: quale calcio da in­ segnare? Nella Prefazione al presen­ te testo, dirigenti della FIGC ci dico­ no che il calcio giovanile sta vivendo la trasformazione verso la «realizza­ zione di un calcio «diverso», libera­ to cioè da qualsiasi condizionamen­ to legato esclusivamente alla presta­ zione. Un calcio capace di offrire «nel gioco» la soddisfazione emoti­ va che promana dalla «sentita» ca­ pacità di realizzare una gestualità specifica cresciuta naturalmente». Sembra di capire che si ipotizzi quin­ di un calcio scolastico concepito in forma ludica, come dovrebbe essere giusto per i giovanissimi. Ma forse le cose non stanno proprio così, perché i numerosi esercizi consigliati in que­ sto libro fanno pensare piuttosto ad un addestramento vero e proprio, che avrebbe la sede più naturale nei nu­ clei giovanili delle autentiche società calcistiche e non certo nei campi sco­ lastici. Fatta questa doverosa premessa, re­ sta il valore del testo, che sarà certa­ mente di grande utilità a chiunque debba insegnare il calcio. I fonda­ menti tecnici di base che vengono svi­ luppati dall’autore sono: il dominio, la guida e il controllo della palla; la trasmissione e la ricezione della pal­

li settore «Propaganda» della Fede­ razione Ginnastica d’Italia compren­ de l’attività promozionale e l’attività amatoriale. L’attività promozionale è aperta a tutti coloro, in età compre­ sa tra i 6 ed i 18 anni, che intendano praticare attività ginniche all’interno della Federazione o di strutture non federali (Enti di promozione, Scuole ecc.). L’attività amatoriale è riserva­ ta invece a tutti coloro che hanno su­ perato i 18 anni di età e che desidera­ no praticare un’attività motoria di ap­ proccio alla ginnastica e/o di mante­ nimento. La prima attività ha lo sco­ po di avviare i giovani alla pratica sportiva in forma tecnicamente cor­ retta secondo indirizzi scientifici; la seconda, invece, ha lo scopo di man­ tenere in attività gli adulti in genere che desiderino praticare l’attività fisico-motoria in forma competitiva o in forma disimpegnata. Questa lunga premessa, che abbiamo tratto liberamente dall’introduzione

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GINNASTICA SPORTIVA ATTIVITÀ PROMOZIONALE ED AMATORIALE

del presente volume, serve a com­ prendere come l’attività promoziona­ le e amatoriale proposta dalla F.G.I. si presenti in effetti come una forma di attività motoria potenzialmente fruibile anche da chi non intende fa­ re la ginnastica come unica attività sportiva. Ed ecco quindi il motivo per cui il libro presenta sicuri motivi di interesse per molti operatori sportivi. Il testo costituisce in pratica il nuo­ vo programma regolamento del set­ tore propaganda della F.G.I., che si sviluppa in quattro parti: 1) regola­ mento tecnico del Settore; 2) gli aspetti culturali dell’attività motoria di base; 3) i programmi tecnici con­ sigliati per le varie categorie dell’at­ tività promozionale ed amatoriale; 4) la ginnastica del «tempo libero», da svolgersi aH’aperto o in palestra. Se il programma costituisce un «obbli­ go» preciso per le Società federali, es­ so sicuramente si pone come una va­ lida traccia anche per chi lavora fuori dell’ambito federale.

* IL MINIBASKET Il minibasket per crescere: è questa l’i­ dea che Maurizio Mondoni sostiene e sviluppa nel manuale dedicato a que­ sto sport nella collana «ABC dei gio­ chi» edita da Espansione Idea. 11 mi­ nibasket, così inteso, si presta perfet­ tamente allo scopo di realizzare un’educazione globale della persona attra­ verso il gioco-sport. Tramite questo, infatti, il bambino matura esperien­ ze determinanti, impara a conoscersi e a conoscere gli altri, scopre lo spa­ zio circostante, apprende forme sem­ pre nuove di mutua collaborazione, di solidarietà, di rispetto reciproco. L’istruttore, così come suggerito da Mondoni, rispetterà i ritmi di appren­ dimento individuali, sarà per i bam­ bini una guida e un amico, eviterà di creare falsi campioni in età precoce; sarà istruttore-educatore. A questo scopo il libro suggerisce, in alcuni ca­ pitoli introduttivi, le principali pro­ blematiche legate all’apprendimento e alla didattica in questa fascia di età. Altri capitoli sono dedicati all’orga­ nizzazione delle lezioni di minibasket, alla metodologia e alla progressione didattica, a piani di lezione dettagliati distinti per età, livello ed obiettivi. Maurizio Mondoni, // minibasket, pp. 158, L. 24.000 (sconto del 20% ai soci del CSI: indicare nella richie­ sta il numero di tessera). Il libro può essere richiesto a: ESPANSIONE IDEA - Via Emilio Morosini, 17 - 00153 ROMA


MEDICINA

CUORE MATTO Recentemente negli Stati Uniti un giovane giocatore di Basket della squadra della Loyola University, che soffriva di una aritmia cardiaca è morto durante la partita. Lui lo sapeva, lo sapevano i medici che lo avevano visitato, lo sapevano i dirigenti della squadra. Nonostante fosse stato consigliato ad evitare ogni esercizio fisico da un car­ diologo egli ha voluto continuare a giocare e i dirigenti della squadra non hanno avuto nulla da obiettare, anzi hanno comprato un defibrillatore ap­ posta per lui, caso mai il giocatore si sentisse improvvisamente male nel corso di una partita. Un terribile gioco d’azzardo sulla pel­ le di un giovane campione.

In Italia un Decreto Ministeriale del 18 Febbraio 1982 sulla tutela sanita­ ria delle attività sportive obbliga cia­ scun atleta agonista ad essere sotto­ posto annualmente a visita medica, ECG a riposo e dopo sforzo, spiro­ grafia ed esame completo delle uri­ ne. Ma ciò non risolve però le diffi­ coltà di valutazione dell’idoneità al­ la pratica sportiva agonistica in pre­ senza di documentate anomalie car­ diovascolari come per esempio le aritmie. A tal proposito le principali associa­ zioni medico-sportive e cardiologiche italiane hanno costituito il Comita­ to organizzativo cardiologico per l’i­ doneità allo sport (COCIS), onde identificare e definire i protocolli car­ diologici per il giudizio di idoneità al­ lo sport agonistico. Il COCIS ha elaborato una classifi­ cazione delle attività sportive in re­ lazione all’impegno cardiovascolare distinguendo in elevato, moderato e minimo (Tab. 1).

Sono state trattate, le singole pato­ logie; per ciascuna è stata considerata la più attuale definizione, sono stati chiaramente indicati gli esami stru­ mentali indispensabili e specificale le attività sportive autorizzate caso per caso. Nei bambini e negli adulti amatoria­ li non è imposto alcun controllo stru­ mentale ma semplicemente un certi­ ficato di «sana e robusta costituzio­ ne» sulla base di una visita medica eventualmente (ma non necessaria­ mente) corredato da un elettrocardio­ gramma a riposo.

Idoneità cardiovascolare allo sport Il COCIS ha sottolineato però come si debba applicare almeno negli spor­ tivi amatoriali un protocollo diagno­ stico più completo includendo alme­ no una prova da sforzo.

La presa della pubblicità raggiunge tali livelli che alcuni soggetti arriva­ no ad ignorare i sintomi prematuri ti­ pici di una malattia delle arterie co­ ronarie (dolore ai petto sotto sforzo, palpitazioni, affanno) e continuano a correre, convinti di avere la garan­ zia di una immunità dalle malattie cardiovascolari, fino a morire im­ provvisamente sul campo.

Altri atleti, forse spinti dal loro ca­ rattere e forse dagli interessi che lo circondano, ignorano sia i sintomi che addirittura il consiglio del loro medico, diventando responsabili in prima persona del loro decesso. Utilissima in questi casi è l’opera de­ gli organi di controllo e propaganda sportiva, particolarmente quella a li­ vello amatoriale, nell’informare ri­ guardo al rischio della pratica spor­ tiva in presenza di malattie potenzial­ mente causa di morte improvvisa.

La presenza del medico sportivo ed il suo contatto più diretto e frequen­ te con gli sportivi potrebbe sicura­ mente contribuire a ridurre l’inciden­ za di tali eventi acuti, purché segue una condotta rispondente agli obbli­ ghi di perizia, prudenza e diligenza insiti nell’arte medica.

Antonio Spotaro

Tab. 1 - Classificazione delle attività sportive in relazione all’impegno car­ diovascolare 1) Sport ad impegno cardiovascolare ELE­ VA TO o MEDIO

A) con lavoro muscolare prevalentemen­ te dinamico

— Sci nordico (sci di fondo, biathlon, combinata nordica) — Ciclismo su pista (inseguimento e mezzofondo) e su strada, Ciclocross — Corsa (velocità prolungata, mezzo­ fondo, fondo, gran fondo, cross) — Canottaggio, Canoa (tutte le spe­ cialità) — Nuoto, Pallanuoto — Pattinaggio su pista c su ghiaccio (fondo) — Pentathlon moderno — Triathlon (nuoto, ciclismo, corsa di fondo) — Decathlon — Squash — Calcio, Rugby, Basket. Pallamano — Hockey (prato, ghiaccio e rotelle) — Tennis — Beach-volley — Pesca subacquea

B) con lavoro muscolare prevalentemen­ te statico o di forza esplosiva — Football americano — Lotta, Boxe, Full-contact, Ani mar­ ziali. Scherma — Ciclismo su pista (velocità) — Corsa di velocità ed ostacoli

— Sollevamento pesi. Atletica leggera (lanci) — Ginnastica artistica — Sci alpino (discesa, gigante, slalom). Slittino, Bob, Alpinismo — Sci nautico, Wind-surf 2) Sport ad impegno cardiovascolare MO­ DERA TO

A) con lavoro muscolare prevalentemen­ te dinamico — Tennistavolo, Badminton, Tam­ burello — Pallavolo — Pattinaggio artistico

B) con lavoro muscolare prevalentemen­ te statico o di forza esplosiva — Baseball, Softball — Vela — Equitazione, Ippica, Polo — Tiro con l’arco C) ad elevato impegno neurosensoriale — Pilotaggio (auto, moto, aereo, del­ taplano, paracadutismo, motoscafi) 3) Sport ad impegno cardiovascolare MI­ NIMO

— Golf, Cricket, Bocce. Bowling — Sport di tiro (tiro a segno, a volo) — Pesca sportiva

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IL FILM

LA VOCE DELLA LUNA Appena il mondo finì di suonare, le grandi immagini svanirono, animali e cose dileguarono, uomini e figure si dissolsero. Rimase solo, per un prodigio sconosciuto, il saltimbanco della leggenda, rivestito con i suoi abiti di sempre, consunti ed impol­ verati, tante volte bagnati dalla piog­ gia ed asciugati dal sole e dal vento da non avere più colore. E rimasero il largo cappello ormai informe, il vecchio saggio stralunato con la bar­ ba bianca, un cuore nuovo di bam­ bino. Questo che avete appena letto non è né il film di Fellini, né il romanzo di Ermanno Cavazzoni (pubblicato da Bollati Boringhieri) Il poema dei lu­ natici, a cui il regista si è ispirato per questa sua recente «fatica» cinema­ tografica. È piuttosto una uscita al­ la chetichella di chi scrive questa re­ censione, così, tanto per giocare con le parole e con la fantasia. Perché, che fa Fellini? Gioca. Altroché! Gio­ ca con il mondo, anzi con questo mondo, e con la luna. Cosicché, alla fine, non si sa più se siamo noi a guardare il cielo o se è il cielo che guarda noi. Un antico aforisma re­ citava questo: quando il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito. Eb­ bene, non ne sono più tanto sicuro. Può anche essere che un imbecille de­ cida di guardare la luna tanto per fa­ re dispetto. Pensando però al dito. Insomma, non si sa a chi credere e delle due, una: o questo film di Fel­ lini è un capolavoro e i due bravi at­ tori mostri di bravura oppure è tutta una «sòia» (per i «non romani, la sò­ ia, è una bubbola, una buggera o, se preferite, una fregatura). È anche ve­ ro, come dice Shakespeare nel suo Riccardo, che «tutti i luoghi visitati

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di FEDERICO FELLINI

dall’occhio del cielo sono porti e ap­ prodi felici per l’uomo saggio. Quello che non convince, di questo film, è la macchinazione fantasiosa della vita di questi due «poveri mat­ ti» (Benigni-Salvini e VillaggioGonnella) ambedue proiettati, e ge­ nerosamente, verso l’inquietudine, alla ricerca di una perduta Atlantide, o di un amore perduto che altro non sembra essere se non un raggio di lu­ na. È decisamente nostalgia, leni­ mento di una vergognosa ma dolo­ rosa nostalgia. Di cosa? Del Mondo. Quello rapito o forse annientato o, magari, mai stato. O, come dicono loro, il mondo non esiste, tutto è fi­ nito, è una perfetta recitazione o un immenso complotto. Vivere, da sempre, è un incontro. Con le cose, le persone, i sogni, i fatti belli o brutti della vita stessa, un in­ contro inesauribile, senza imposizio­ ni se non quelle naturali. A seguire le vicende del Benigni e del Villaggio, abilmente suggestionati e spinti dal

Fellini, pare quasi di vedere tutti gli occhi ricoprire all’improvviso, dietro ad una apparente miopia, la capaci­ tà di sognare e riuscire a fondere in una fiaba ulteriore la fragilità della vita quotidiana con la forza della spe­ ranza. Rappresenta un tentativo, non si sa quanto riuscito, di fare una fan­ tasia eroica di questo tipo, cioè con cadenze e modi suoi propri. Tutte le azioni si svolgono in un cli­ ma da luna park, come peraltro è ca­ ro a Fellini. Un girotondo su rollercoaster in un rebus — se lo si conce­ de — fantasmagorico e pieno di bu­ gie. Così, anche quando le voci inte­ riori e i ricordi si vestono di vita, qualcosa non convince, forse l’am­ biente che è troppo popolato da fan­ tasmi e rissose immagini reali, intri­ cate tra loro confusamente. In mezzo al caos, gli attori si sciol­ gono in mille e mille meraviglie co­ me replicanti, disintegrando l’appa­ renza, il reale. Ed è qui che pare fin troppo facile l’accusa (o è biasimo?) che il film proietta sulla pubblicità in senso generale. Come se questa «sca­ tola» amata-odiata, altro non sia che un tentativo di rappresentazione del reale. Tout-court. Pare quantomeno fin troppo comune se non «supera­ to» questo instancabile monologo pseudo-creativo-fantasioso di getta­ re bucce di banana agli spot speran­ do che scivolino e si facciano male. Può tutt’al più far sorridere, di na­ scosto, mentre si osserva la scena nel­ la speranza però che si possano rial­ zare incolumi. E poi, davvero si vuole ancora credere a questa invincibile schizofrenia della gente, e cioè vitti­ ma da una parte del reale immagi­ nario pubblicitario e carnefice dal­ l’altra di un reale tangibile e fenome­ nico? Sarà forse come ce lo dice Fellini, questo mondo, popolato da bestie e da ruderi masnadieri pieni di bava, invaso da fumi velenosi e rumori in­ sopportabili e cos’altro, ma, se mi è permesso, ci sono molle altre cose da raccontare e da ricordare e molte al­ tre da capire. Ricordate Mark Twain e la sua Vita sul Mississipil Scrive: «sentir parlare di guerra da uomini che sono stati in guerra è sempre in­ teressante; mentre sentir parlare della luna da un poeta che nella luna non è mai stato è normalmente noioso».

Flavio Pedrotti


SPORT/SOCIETA' di Domenico Volpi Manfredonia: arresto cardiaco perfred­ do o stress o per un colpo ricevuto. Vial­ li: un piede destro logorato perché tenu­ to sempre in una posizione anatomica­ mente errata. Schiavi: cpiattro anni fa, acquistato dalla Lazio, rivelò un 'imper­ fezione cardiaca; ora, tornato in forma, ha ripreso a giocare nella Samb. Chia­ rella: commozione cerebrale per un in­ cidente stradale nel 1988, nel 1990 due società litigano per tesserarlo. Decine di giocatori per ogni serie calcistica sono vittime di infortuni ogni settimana, con conseguenze pesanti. Prima osservazione: in diversi casi la medicina sportiva non è stata capace né di prevenire, né di capire esattamente che cosa fosse successo e se l'atleta fos­ se in grado di riprendere o no. Buona è di solito la parte essenziale dell’inter­ vento medico e chirurgico, ma il prima e il dopo sono due punti deboli. Con i tanti soldi che corrono, ne siano de­ dicati di più alla prevenzione. Secondo: un certo modo di fare sport, che certo lo rende più spettacolare, più vincente, più... televisivo (ad es., nel calcio, il pressing, l’aggressività, il ri­ sultato ad ogni costo, gli scatti e i falli per conquistare la palla), viene pagato con le ossa e la salute degli atleti. Ne vale la pena?

RAZZISMO: TRAMONTA O NO? Lento ma progressivo tramonto delle leggi razziste nel Sudafrica, tanto che sarà forse possibile avere, ai Campio­ nati Mondiali di atletica nel 1991, una squadra sudafricana, con atleti bianchi e di colore fianco a fianco. Il Sudafri­ ca è attualmente escluso dalle compe­ tizioni internazionali a causa della po­ litica dell’apartheid fin qui seguita, e non tutti sono d’accordo su una riam­ missione così veloce, ma gli ultimi av­ venimenti c’insegnano che il mondo può cambiare in fretta. Non cambiano invece i razzisti di casa nostra. Una normale partita fra una squadra del Sud e una squadra del Nord (è accaduto anche per InterNapoli nello scenario di San Siro «mondiale») diventa occasione di stri-

ROTTI ALLA META scioni e insulti indegni. I 55 «tifosi» identificati dalla Polizia non potranno frequentare nessun impianto sportivo fino al 31 dicembre: ma chi li guarirà dalla stupidità?

PENSIERINI • // ciclista Claudio Chiappucci, della squadra Correrà, dopo aver vinto una tappa della Settimana Ciclistica in Si­ cilia, ha dedicato la sua vittoria a Pa­ trizia Tacchella, la bambina rapita (che fa parte appunto della famiglia Corre­ rà). Ci vorrebbe qualche bella vittoria anche in Calabria. E ci vorrebbe che la legge facesse il Giro d’Italia senza sal­ tare nessuna area e nessuna regione. • Sua Emittenza Berlusconi, che parla molto anche perché deve dare materiale ai suoi canali televisivi e ai suoi gior­ nali, ha detto che, per dare un gioco al­ la Nazionale, bisognerebbe trasferire in azzurro tutto il blocco milanista, inte­ grato da Zenga, Baggio e Vialli. Poi­ ché gli stranieri non giocano in maglia azzurra, possiamo immaginare Vialli al posto di Van Basten e Baggio al posto di Gullit, ma Zenga a centrocampo, nel ruolo di Rijkaard, non ce lo vediamo proprio!

IL POLO A PIEDI Impresa sportiva e umana oltre ogni ag­ gettivo ed ogni limite, la traversala a piedi del Continente Antartico compiu­ ta da Reinhold Messner e Arved Fuchs. Hanno camminalo per 100 giorni e 3.000 km in condizioni «estreme», trai­ nando ciascuno una slitta da 100 kg, da novembre a metà febbraio, là dove la temperatura è di 20-30° sotto zero e le raffiche di vento a 150 km l’ora schiac-

ciano la tenda contro il ghiaccio. L 'im­ presa ha avuto il supporto di varie in­ dustrie per collaudare e per poi recla­ mizzare tessuti speciali, attrezzature, ta­ volette di alimentazione concentrata (Enervi!). Ma mi ha fatto piacere che, pur con le limitazioni del peso da tra­ scinare, i due abbiano mangiato anche speck altoatesino e... «pemmican», la carne essiccata di cui si parla in tanti racconti del West. Fuchs da parte sua ha un rècord personale: è l’unico uo­ mo che abbia raggiunto, nello stesso anno, il Polo Nord e il Polo Sud.

LE FORTI BRACCIA DELLA PUBBLICITÀ' Ogni tanto e ogni poco, qualcuno avan­ za l’idea che il calcio (come sport, non come minerale) abbia bisogno di rinno­ varsi con nuove regole di gioco. E così Boniperti ed altri propongono di re­ stringere la zona di applicazione del fuorigioco o di dotare gli arbitri di mo­ viola immediata, o di calcolare — co­ me nella pallacanestro — il tempo di gioco reale, per evitare le sceneggiate perditempo di cui i calciatori sono in­ terpreti eccellenti. Tutto si può fare, e infatti le regole di tutti gli sport sono cambiate nel tem­ po. Così il tennis ha inventato il tiebreak, e il calcio ha permesso due so­ stituzioni nel corso della partita... Tut­ to, purché quello sport non sia sna­ turato. Ma l’idea avanzata da Havelange, pre­ sidente della FIFA, non nasce da neces­ sità sportive: deriva direttamente da esi­ genze televisive. Egli asserisce che. per collocare meglio le partite sul mercato televisivo (in particolare americano), bi­ sognerebbe giocare un incontro su 4 tempi di 25 ’ ciascuno... così che tra un tempo e l'altro sì potessero collocare gli spot pubblicitari! La pubblicità, che con una mano si è impadronita della TV e con l’altra ha infilato nello sport gli sponsor con eti­ chette invadenti, sta per serrare le brac­ cia e stringere. Le sue offerte oggi fan­ no vivere sia la TV sia lo sport. Che vo­ glia, con il suo abbraccio, rubare la «r» allo sport?

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