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Stadium n. 4/1989

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APRILE 1989 • ANNO LXXXIV


PASQUA CONTINUA

QUASI UN SOMMARIO

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UNA STRADA IN SALITA

INSIEME MA CON TUTTI

di Aldo Notano

A Verona la Convenzione dell’Associazionismo di Vito Cozzoh

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VIOLENZA E SPORT Dalla ricerca del Labos su giovani e violenza di L O

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TEMPO RITROVATO

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LA GUERRA DEL SILENZIO di Andrea De Pascalis

15 STADIUM/SOCIETA'

BICI CHE PASSIONE di R ecardo Maccioni

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BAGLIORI DA ORIENTE Nei Paesi dell est si capre la tran­ sizione alla democrazia di Valerio Ochetto

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16 FOTOMEMORIA

24 DEL CSI di Giuseppe Gollnni

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TUTTOCSI/ CRONACHE/ ESPERIENZE

28 Il film:

RAIN MAN

di Flavio Pedrotti

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Il tema del mese: I libri ESPERIENZE a cura di Andrea De Pascalis ASSOCIATIVE -S. Sportiva S. Agata di Palermo» di Andrea De Pascalis / «Comuni­ care nel gruppo» di Claudio Bue carelli

21 FOTOMEMORIA

LAICI PERCHE'?

Un commento dei Presidente del l A C sulla recente Enciclica sul laicato di Vittorio Sarnmarco

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Tra tutte le feste, infatti, quella pasquale, nel suo significato di «passaggio» proprio della tradi­ zione ebraica e di «resurrezione» proprio della fede cristiana, è quella più carica di continuità, una Festa fatta per non finire. L'idea del «rinnovamento», che è l'aspetto culturale dell’evento religioso legalo al ricordo della Resurrezione di Cristo, è un'idea permanente per chi voglia (so­ prattutto se giovane) vivere la propria esperienza fuori dal conlormismo sociale e dalla martel­ lante pressione delle mode e dei luoghi comuni.

di Angelo Bedani

di G Battista Gandolfo

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Questo numero di S1ADIUM sa­ rà finito di stampare la vigilia di Pasqua, e ovviamente giungerà ai lettori a Pasqua trascorsa. Ernia conseguenza della «Pasqua bas­ sa» come si dice quando la Festa della Resurrezione capita, come quest’anno, nel mese di marzo, (ili auguri, dunque, che a nome del CSI formuliamo a tutti i no­ stri lettori e agli atleti delle quasi diecimila Società sportive, arriva­ no in ritardo per precedere la Fe­ sta, ma certamente arrivano in tempo per andare oltre la Festa e trasformarsi nel non occasiona­ le augurio di serenità, di gioia, di rinnovamento.

30 Medicina: TERAPIA CON IL CALORE di Antonio Spataro

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TENNISTAVOLO

SPORT/SOCIETA'

di Franco dovine

di Domenico Volpi

Pasqua continua, dunque, come modello del continuo rinnova­ mento che ci è richiesto ogni gior.10, per crescere nella vita e nella realtà. Pasqua continua anche come di­ mensione di mi vivere sociale e politico che ioti sia semplice ri­ petizione del passalo o egoistica conservazione del presente, ma ricerca del miglioramento della .ita collettiva.

'*asqua continua anche per la no­ stra Associazione c per lo sport vero, quello di lutti c per lutti, '.a ripresa delle attività più impegna­ tive a tutti i livelli associativi, nii anche questo numero di STADIUM fa riferimento, è il mo­ mento ir cui questa volontà e ca­ pacità di rinnovamento, . i con­ fronta con la realtà. È per questa Pasqua continua gì rinnovamento, per i singoli, ( Ci­ le Società sportive, per tutto :i CSI che II nostro augurio arriva certamente in tempo, nonostan­ te le scadenze del calendario c i tortuosi cammini (tei percorsi postali.

STAIKUM


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UNA STRADA IN SALITA «Sport come impegno civile» è il ti­ tolo del Piatto Associativo Quadrien­ nale su cui il Consiglio nazionale im­ pegna tutta /'Associazione per il qua­ driennio 1989-1993. Il Piano è la traduzione del Congres­ so nazionale, che abbiamo celebra­ to nel giugno ’88, in linee politiche ed operative. Esso ci accompagnerà nei prossimi quattro anni, per la du­ rata de! mandato che abbiamo rice­ vuto come responsabili a tutti i livelli della nostra Associazione. Perché il titolo «Sport come impegno civile»? L'impegno civile deriva dal tema con cui ci siamo confrontati per un anno nei congressi provinciali e nel congresso nazionale. Lo ricordate? «Sport, educazione e solidarietà». È da questo tema che il Consiglio na­ zionale ha derivato l’obiettivo poli­ tico dell’impegno civile: l’impegno civile è infatti l’obiettivo politico da raggiungere attraverso lo sport in questi quattro anni. La nostra democrazia è cresciuta è vero, ma è anche cresciuta la dipen­ denza istituzionale, e il ruoto di con­ trollo e di protezione dei partiti po­ litici al punto che la stessa democra­ zia rischia di essere in crisi perché ba­ sata più su un precario ed ingiusto rapporto tra poteri ed interessi che non sui diritti e doveri dei cittadini concepiti come persone. L’assistenzialismo ed il collaterali­ smo sono i figli di questa dipenden­ za, e il pluralismo è concepito più co­ me somma di partiti che come di­ mensione culturale di una nuova convivenza civile. Il deprecato modello dell'Est euro­ peo del partito unico onnipresente, è rivissuto all’Ovest dalla somma di tanti partiti unici onnipresenti. Da parte dei partiti non c ’è solo l’oc­ cupazione dello Stato ma anche l'oc­ cupazione della società civile. L'impegno civile vuol dire allora, in questo momento storico, impegno

per promuovere i diritti e i doveri dell’uomo in quanto cittadino, per rendere i cittadini protagonisti di questa società non più fatta di sud­ diti e di padroni. Lo sport può dare una mano in que­ sta esaltante scommessa per la pro­ mozione sociale, se però è uno sport inteso come impegno civile. Cosa vuol dire? Come dev’essere questo sport? Non certo quello che pur conclaman­ do l’autonomia è invece succube di tutti i valori, in questo caso disvalo­ ri, della società moderna quali il pro­ fitto e la commercializzazione, che portano insesorabilmente alla con­ flittualità ed agli scandali che hanno costellato questo infausto periodo sportivo. Non certo uno sport che si dice au­ tonomo ma che è invece dipenden­ te, proterviamente dipendente dai giochi di potere delle lobbies politi­ che ed economiche. La lotta non è quella di conquistare una poltrona nel Consiglio naziona­ le del CONI come la facile demago­ gia dei moralisti difensori della «pu­ rezza sportiva» paventa, bensì quel­ la per la qualità dell’esperienza spor­ tiva, per rendere lo sport capace di formare uomini e cittadini migliori, di elevare la qualità della vita, di far diventare più giusta e pacifica la con­ vivenza civile. Lo sport ha diritto di cittadinanza in questa nuova società che vogliamo con altri costruire, se non si adagia ad essere un bene di consumo. Non basta riempire gli stadi: essi di­ ventano «terreni di cultura» della cri­ minalità, come ha dimostrato, con sorpresa di tutti, la ricerca Labos fat­ ta per conto del Ministero degli Interni. Lo sport non è più un 'isola felice co­ me era all’inizio del secolo, di cui le fotografie ci mostrano baffuti ca­ nottieri in compagnia di graziose

donnine celebrare i fasti di una vit­ toria. Quello era uno sport per privilegiati che ancora resiste nei «circoli in», ma che a noi non interessa, alla società non interessa. Lo sport per tutti è un 'altra cosa: è lo sport che si sporca le mani con la società, con i bisogni di essa, con i valori legati alla crescita della perso­ na, alla consapevolezza della propria dignità e a quella degli altri. È lo sport che ha deciso di apparte­ nere a quell’associazionismo, la re­ cente Convenzione di Verona inse­ gna, che si sente protagonista, sog­ getto attivo delle profonde trasfor­ mazioni in atto. Un associazionismo che mutua la sua legittimazione da un 'autentica auto­ nomia dei partili, che fa della gratui­ tà la sua anima e la sua ricchezza, che teme la burocratizzazione e l’istitu­ zionalizzazione se vuol essere ponte tra la gente e le istituzioni, che ama la gente e non disdegna di viverci dentro, che disdegna invece le segre­ terie dei centri di potere che ci voglio­ no bussolanti e con il cappello in ma­ no a chiedere favori. Lo sport come impegno civile appar­ tiene a questa categoria di associazio­ nismo e non è l’etichetta di Ente di promozione sportiva che legittima tale appartenenza. Gli Enti, se vogliono essere credibi­ li, devono fare seri esami di coscien­ za in proposito. Noi, da parte nostra, abbiamo co­ minciato la strada del nuovo qua­ driennio così. Sport come impegno civile non è uno slogan demagogico, è un program­ ma, è una strada che come tutte le strade che sceglie il CSI è una strada in salita.

Aldo Notarlo

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Violenza e sport

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Un capitolo della recente ricerca del Labos sui giovani e la violenza1 è dedicato alla violenza negli stadi. In tre città — Torino, Roma e Catania — sono stati ascoltati giornalisti e al­ tri testimoni privilegiati del fenome­ no, gruppi di giovani tifosi e tifosi singoli. Si sono privilegiati, ovvia­ mente, i tifosi... tifosi: si pensi che 1’80% di essi hanno dichiarato di partecipare a tutte le partite dèlia propria squadra e il 44,3% addirit­ tura segue la squadra anche nelle tra­ sferte e ciò in alcuni casi da oltre 15 anni. È emerso chiaro dalla ricerca il rap­ porto ambiguo tra i club dei tifosi e le società di calcio: queste da un la­ to cercano di accentuare i legami con i circoli dei tifosi, dall’altro ci tengo­ no a mettere bene in chiaro le diffe­ renze, soprattutto di responsabilità, tra se stesse e i circoli. Affermano i ricercatori che i legami delle società con i circoli di tifosi sono ambiti non tanto per l’importanza del sostegno alla squadra, quanto per la possibi­ lità di incrementare il supporto eco­ nomico, specie indiretto, ad esempio il fiorente commercio di abbiglia­ mento sportivo in varia misura lega­ to alle società. D’altra parte, queste temono il rischio di coinvolgimento con i fenomeni di violenza. Hanno dichiarato di essere stati coin­ volti in scontri con tifoserie avversa­ rie il 60% degli intervistali, tra essi il 26,2% con frequenza. Le cause degli scontri risiederebbe­ ro, a detta dei tifosi, soprattutto in odi e rivalità consolidati tra tifose­ rie, così consolidati che molti non se le ricordano nemmeno e non li cono­ scono, ma non importa poiché non mancano certo le occasioni per rin­ verdirli. Tant’è che soltanto 1’ 11,8% degli intervistati ritiene che gii scon­ tri possano essere evitati. Più che di violenza negli stadi, sareb­ be più esatto parlare di violenza fuori

Dalla ricerca del Labos, su giovani e violenza

degli stadi, poiché gli eventi violenti accadono soprattutto all’esterno del­ lo stadio e in prevalenza dopo la par­ tita. Più della metà dei giovani intervistati ritiene che negli stadi vi sia troppa

violenza, ma ben il 44% ritiene, al contrario, che non si esageri. Su co­ me intervenire per limitarla, un ter­ zo suggerisce maggiori controlli del­ la polizia, un altro terzo ritiene suf­ ficiente un maggiore autocontrollo, mentre il 28% pensa che non ci sia nulla da fare. Per quanto sembri paradossale, quest’ultima è, in parte almeno, anche l’opinione dei ricercatori. Intanto, la ricerca conferma che la violenza dei tifosi ha poco a che fa­ re con la partita, come era stato più volte rilevato in precedenza. Gli ultras vanno allo stadio più per farla essi stessi la partita che non per ve­ derla. Per cui, scrive Roberto Mosca­ ti che ha curato questo settore della ricerca del Labos — se si dovesse, ad esempio, arrivare alle partite tra­ smesse in TV a stadio vuoto, il pro­ blema dell’aggressività e della violen­ za sarebbe solo spostato. Non solo, ma il campione dei giova­ ni tifosi è emerso praticamente indif­ ferenziato rispetto agli altri campio­ ni di giovani, per cui — commenta Giancarlo Milanesi che sintetizza l’intera ricerca — si direbbe che la violenza degli stadi ha il suo retro­ terra in una popolazione giovanile indifferenziata e che quindi non han-


I TEMPO ! RITROVATO

G. Battista Gandolfo no molto senso le interpretazioni che si rifanno al modello della trasposi­ zione del disagio generale dalla so­ cietà allo stadio. In altre parole, se questo dato fosse confermato da ri­ cerche su campioni più vasti, le ra­ dici della violenza negli stadi sareb­ bero da cercare non in categorie par­ ticolari di giovani, ma in motivi e fat­ tori che sono diffusi in tutta la con­ dizione giovanile. Per cui, l’invito finale dei ricercato­ ri del Labos, come anche degli stu­ diosi del fenomeno che li hanno pre­ ceduti, suggerisce che è meglio cer­ care di controllare e limitare in qual­ che modo queste forme di violenza, che non sperare ingenuamente che si dissolvano. Limitarle cercando, da una parte, di selezionare i soggetti maggiormente interessati alla violen­ za e meno interessati allo spettacolo calcistico, dall’altra valutando atten­ tamente i messaggi che i giovani ti­ fosi lanciano alla società con il loro rapportarsi sia allo spettacolo calci­ stico, sia ad altre forme di spettaco­ lo che li aggregano, soprattutto quelli musicali. Tali messaggi riguarderebbero so­ prattutto una carenza di altre forme di partecipazione reale nella vita so­ ciale. Aveva già scritto al riguardo Desmond Morris, il famoso autore de La tribù del calcio', «dal momen­ to che la società ha dato loro poche opportunità di esprimersi in manie­ ra positiva o creativa, ricorrono al­ l’unica alternativa loro rimasta, a parte la muta sottomissione, e si ma­ nifestano in modo negativo, di­ struttivo».

L.O. (1) Labos, Giovani e violenza, collana «Nuovi bisogni e nuove politiche sociali» promossa dalla Direzione Generale dei Ser­ vizi Civili del Ministero dell’interno, Ed. T.E.R., Roma 19SS.

Molti si domandano se nell’attua- fantasia, di esperienza e di cultura, le società dei consumi, dove il mec­ dalle quali scalpitano le radici di canicismo più sfrenato sembra farla una vera contemplazione. Difatti da padrone, sia possibile parlare di l’essere misterioso, verso cui sale la contemplazione. Risponde per tutti lode, è il termine assoluto del bene Romano Guardini, quando ammet­ e della vita. Aleggia come ricono­ te che «talvolta l’uomo sente con scimento di fraternità e di filialità, tanta vivacità la vicinanza di Dio da s'a f riferimento a Dio che al creacominciare involontariamente a to, fino a originare una sfera di co­ parlare con Lui». Nasce così una se essenziali e a volte anche banali, pratica della preghiera intimamen­ ma mai congestionate da ornamenti te legata alla teologia, che diviene caduchi. nel contempo strumento di collo­ Forse ha ragione Henry Brémond, quio pronto a valorizzare il bello, quando afferma che è facile scopri­ il vero e il buono, come gli attribu­ re nella persona un 'ispirazione mi­ ti che esplodono in Dio e nell’uo­ stica, che si esaurisce in indicazio­ mo. Diventa connotato d’arte, os­ ni psicologiche tali da spiegare le reazioni e le relazioni dell’uomo e sia condizione che assume la neces­ del suo senso religioso. In questo sità di rapportarsi con il divino sen­ contesto si discute sulla perfezione za esaurirlo. Semmai del divino ri­ dei mistici, recepita come elemen­ conosce l’irradiamento e la mani­ to integrante e contrario a ogni for­ festazione nell’attività e nell’animo ma di rassegnazione. L’annulla­ dell’uomo. Coglie i simboli di una mento e la sconfitta sono piuttosto presenza invisibile, come immagi­ conseguenza di una speranza inte­ ne che rende simili a Dio, così da sa più che come virtù teologica, co­ percepire il superamento del visibile me presupposto o attesa di compi­ a favore dell’invisibile. ti genuinamente umani, perciò Questa espressione, frutto tra l’al­ frantumati nella realtà. Tanto da tro del pensare di Ungaretti, solle­ non riuscire sempre a perseguire tica una particolare attenzione alla l’Ente supremo, ma un semplice e vita in quanto mistero. Non che si vago misticismo, affidato all’ecces­ trascuri l’accurata osservazione del sivo silenzio e alla tristezza, se non reale, ma esso viene vissuto in una addirittura alla disperazione. Lo sorta di devozione spirituale e inti­ provano il «mi comunico nel silen­ ma, che progredisce e si sviluppa zio, quotidianamente» del Coraz­ autonomamente nell’attuazione di zati o il «camminiamo io e te come un piano di salvezza. Infatti l’uo­ sonnambuli» di Camillo Sbarbaro. mo e soprattutto il credente vive co­ A quest’ultimo soprattutto sfugge stantemente questa relazione con la pista cristallina della realtà, pro­ l’Assoluto. Lo dimostra uno dei prio perché non si sente in grado documenti iniziali della letteratura d’affrontare convenientemente l’al­ italiana, 11 cantico delle creature, dilà, ma, in una visione laica del che, se da un lato serpeggia con gli mondo, si arresta a «soltanto quel­ accenti di una autentica vena poe­ lo che è». Evita così la possibilità tica, dall’altro scaturisce con una di qualsiasi salto qualitativo con­ forte tensione religiosa convenien- giunto inseparabilmente alla pre­ temente sperimentata dalla grossa ghiera che eleva verso Dio. personalità di S. Francesco d’Assi­ G. Battista Gandolfo si. Si spiegano così quelle doti di

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Bici, che passione! Piace perché è leggera, maneggevo­ le, veloce. Persino ecologica. È la bi­ cicletta, la più amata tra le figlie del velocipede, su cui inglesi e francesi accampano i diritti della paternità. Fattasi adulta e asservitasi ai detta­ mi della tecnologia, continua ad es­ sere un mezzo di locomozione diffu­ sissimo nel nostro Paese, specie nel­ le cosiddette «province bene», dove costituisce un prezioso supporto del «vivere a misura d’uomo». Vera e propria filosofia dominante degli an­ ni 80. Poco influenzato dalle imprese dei campioni, il «popolo su due ruote» è il simbolo di un’utenza variegata eppure omogenea nel chiedere spazi liberi, silenziosa eppure compatta nell’affollare, nelle grandi città, le zone protette. Invero scarsissime, specie se confrontate agli oltre mille chilometri di piste ciclabili di Ambur­ go, alle 270 stazioni ferroviarie tede­ sche che forniscono bici in affitto, all’Olanda dove la bicicletta gode be­ nefici da regina, disponendo di par­ cheggi riservati, di arterie verdi sicu­ re, di privilegi persino ai semafori e agli incroci. La due ruote a pedale, comunque, al­ dilà delle negative contingenze, pia­ ce sempre. Anche a livello agonisti­ co. Lo documentano le 14 squadre italiane di professionisti (di queste, quattro sono affiliate all’estero) ed i 74.188 tesserati nelle varie catego­ rie amatoriali della F.C.I. per il 1988. Eppure si continua a parlare, a di­ spetto dei numeri, di crisi di vocazio­ ni verso una disciplina povera e fati­ cosissima.

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«Una certa flessione — dice Beppe Conti, giornalista di Tuttosport, pro­ babilmente il maggior esperto italia­ no di cose di ciclismo — si avverte, eccezion fatta per Milano, soltanto nelle grandi città. In provincia l’at­ tività sulle due ruote continua ad es­ sere largamente praticata.

I dati numerici, del resto, parlano chiaro: alla recente Montecarlo-Alassio gli iscritti erano circa 300. Occor­ re poi sfatare il luogo comune che ve­ de il ciclismo come uno sport che non paga. Un bravo gregario può arriva­ re ad intascare 100 150 milioni all’an­ no; mi sembra onestamente un bel guadagnare». I pistard però scarseggiano... «Sì, è vero, ma la crisi della pista ha dimensioni mondiali. Sfuggono alla regola soltanto i paesi dell’Est asia­ tico, principalmente il Giappone, do­ ve discipline come il kerrin produco­ no un vorticoso giro di miliardi le­ gato al mondo delle scommesse. Una soluzione, a mio modo di vede­ re, potrebbe essere l’allestimento di corse open, imperniate sul confron­ to tra la potenza atletica di russi e te­ deschi dell’Est e la raffinata tecnica degli specialisti giapponesi». I sovietici che passano al professio­ nismo, l’avvento delle ruote lenticolari; che risonanza ha prodotto tut­ to questo sulla pratica di base? «Ha avuto un influsso sicuramente positivo. Le imprese di Moser han­ no destato grande interesse negli am­

bienti scientifici e tra i media, deter­ minando un’attenzione tale nell’opi­ nione pubblica da far pensare che al nostro ciclismo manchi attualmente solo il grande campione popolare. Quanto ai sovietici “prof”, penso che finalmente si sia usciti dall’equi­ voco di considerare dilettanti quegli atleti che fanno sport a tempo pie­ no. Passati dall’altra parte della bar­ ricata, anche i vari Souko e Konchev faranno fatica a restare nel mito». La dimensione sportiva del pedale non è solo fatica, ma anche alimen­ tazione corretta, carichi di lavoro ben ripartiti, tecnologia asservita non soltanto agli interessi del diorisultato, quant’anche alla pratica sa­ lutistica dell’amatore. «I costi di una bici per cicloturista — sostiene l’industriale Bergamin, una vita tra cambi e manubri prima in qualità di atleta oggi di costruttore, nonché stretto collaboratore del co­ mitato regionale piemontese F.C.I. — oscillano tra il milione e quattrocentomila e i due milioni e mezzo di lire: spese equivalenti a quelle di un professionista. Senza considerare che i “fissati” della tecnologia arrivano

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a spendere per una bicicletta cifre enormi. Fino a tre milioni e mezzo di lire». Cifre eccessive per una disciplina che costa tanta fatica? Spese inadeguate a chi dallo sport chiede un po’ di re­ lax dallo stress quotidiano? E poi la bicicletta fa davvero bene? La risposta spetta a ciascuno. Co­ munque non può essere univoca. Di sicuro c’è, forse è inutile sottoli­ nearlo, che la pratica amatoriale ha trovato, e continua a trovare, nume­ rosi adepti in chi alla pedivella chie­ de di veder ricambiati i propri sforzi settimanali in perdita di peso. Con­ dizione che, a detta degli esperti del settore, trova rapida, e relativamen­ te agevole, realizzazione. Ma una tranquilla pedalata, magari su un terreno privo di difficoltà par­ ticolari, è anche utile antitodo con­ tro l’ansia e va benissimo per la rie­ ducazione, tanto a livello cardiaco che di altri disturbi viscerali. Senza soffermarci naturalmente sul­ l’impiego della ormai celebratissima cyclette, si pensi alla ripresa funzio­ nale di articolazioni e fasci musco­ lari. Sembra inoltre che la bicicletta giochi un ruolo interessante nella prevenzione di patologie ischemiche come l’infarto, agendo anche sulla riduzione dei fattori di rischio prin­ cipali, quali il fumo di sigarette. È tuttavia necessario agire sempre con cautela, non esagerare con gli sforzi violenti, evitare i rapporti troppo duri. Accanto alla tipologia classica dell’infortunio da caduta, in­ fatti, la letteratura specializzata pre­ senta una casistica più prettamente riconducibile all’abuso da pedale. Basti pensare alle malattie dell’appa­ rato respiratorio (faringotracheiti c bronchiti in primis) così frequenti tra i ciclisti, alle lombalgie, ai disturbi del soprassella, alle foruncolosi.

Buona consuetudine è in generale sottoporsi preventivamente ad una visita medica di controllo e stabilire, con l’ausilio dello specialista, le re­ gole di una corretta alimentazione pre e dopo sforzo. Molti ritengono ancora, per esempio, che sia buona norma far precedere la pedalata set­ timanale da un ricco pasto a base di carne, aumentando in tal modo il la­ voro richiesto all’attività digestiva e rischiando di far innalzare, in modo pericoloso, l’azotemia. Comunque lo si consideri, però, l’ap­ proccio scientifico al mondo delle due ruote ha sortito un benefico ef­ fetto. Quello di mitigare in modo drastico la riduzione d’interesse, e quindi di praticanti, determinata dal ritiro di Moser e dal ridimensiona­ mento di altri nobili alfieri come Saronni, Baronchelli e Visentini. E in un Paese come il nostro che vive, sportivamente parlando, di idoli, non è certo elemento trascurabile. Anzi, l’avvento della nuova BMX, con i suoi costi relativamente conte­ nuti (il prezzo di un modello oscilla tra le 120 e le 220 mila lire), ha per­ messo di identificare il nuovo frui-

tore delle due ruote: il minore per lo più depositario di una consolidata tradizione familiare o, semplicemen­ te, attratto precocemente dal con­ fronto agonistico. Sarebbe comunque inopportuno di­ menticare gli effetti negativi che la stessa specializzazione scientifica ha prodotto. Innanzitutto la fine di quel mito di imperituri eroi che per decen­ ni ha popolato il mondo dei ricordi dell’appassionato di vecchia data. Poi il rischio di far crescere una po­ polazione sempre più numerosa di atleti finti, preoccupati più di indos­ sare l’avveniristico body o la scarpet­ ta all’ultima moda, che di potenzia­ re fisico e resistenza. Tanto che il me­ lanconico ritorno al «mondo dei pu­ ri» di professionisti ancor giovani, ri­ schia di diventare sempre meno «sto­ ria di ordinaria follia» e sempre più caso documentato anche se anomalo. Il rovescio della medaglia è costitui­ to dalla costante presenza dei vecchi appassionati ai raduni amatoriali, e la conversione di ex grandi al ruolo di istruttori del giovanissimo agonista o del cicloturista ormai datato. Elemento quest’ultimo riscontrabile, peraltro, soprattutto nei piccoli cen­ tri di regioni dalla tradizione conso­ lidata (come Friuli e Trentino), non a caso tra le più puntuali fornitrici di atleti di rango. Se la pratica di base non ha subito una pericolosa flessio­ ne negli anni Ottanta, rischia di ve­ nirne interessato il mondo della gran­ de città, del grosso agglomerato ur­ bano, della facoltosa metropoli. Il che contribuisce peraltro a disegna­ re una geografia nuova del nostro Paese, attento, almeno in provincia, a praticare più che a fruire in quali­ tà di spettatore. Riccardo Maccioni

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Bagliori da oriente Il 26 marzo i sovietici voteranno per il «Congresso dei deputati del popo­ lo» e per ogni circoscrizione ci saran­ no più candidati in lizza. È probabi­ le, anzi è pressoché sicuro che sia al «Congresso» che al «Soviet Supre­ mo» entreranno candidati indipen­ denti accanto a quelli designati dalle varie organizzazioni del partito co­ munista. Per la prima volta dal 1918, in Po­ lonia, in Ungheria, si sta andando decisamente più in là. Stanno na­ scendo o rinascendo i partiti politi­ ci, si parla di preparare nuove costi­ tuzioni dalle quali sparisca la men­ zione al «partito-guida comunista», e nuove elezioni con più partiti. Nel giro di un anno la ruota della sto­ ria, che all’Est sembrava irrimedia­ bilmente bloccata, si è messa a gira­ re velocemente. Dice Miklos Vasarhelyi, che al tempo della rivoluzione ungherese del 1956 fu stretto colla­ boratore di Imre Nagy, poi imprigio­ nato, e ora fa parte di un gruppo di opposizione, la «Federazione dei li­ beri democratici»: «Stiamo vivendo una rivoluzione pacifica dove l’im­ possibile sta diventando possibile».

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Cosa è successo, e perché è succes­ so? Ancora, dove si sta andando? Quando Mikhail Gorbaciov, 1’11 marzo 1985, divenne primo segreta­ rio del P.C.U.S. (il partito comuni­ sta dell’Unione Sovietica), aveva a suo «vantaggio» soltanto l’età, rela­ tivamente giovane (54 anni) rispetto ai gerontocrati che l’avevano prece­ duto e che dominavano ai vertici del partito (età media sui 65-70). È sulla base di questo «pregiudizio favorevole» che io fui tra i pochi a pronosticare che, con lui, qualcosa sarebbe cambiato. Al tempo della «Primavera di Praga», nel 1968, ave­ vo conosciuto infatti molti sovietici trentenni che brindavano all’avven­ to a Mosca di un «Dubcek sovietico»

Nei Paesi dell’Est si apre la transizione alla democrazia e che mi assicuravano che in molti settori, dalla stampa alla politica al­ l’economia, i loro coetanei erano persone aperte, che volevano svec­ chiare un «modello» entro cui si sen­ tivano asfissiare. Al tempo della ascesa di Gorbaciov, io mi chiedevo appunto: ora che i trentenni sono diventati cinquanten­ ni, e si sono avvicinati ai centri deci­ sionali, perché non dovrebbero cer­ care di mettere in atto i loro propo­ siti, visto che mi erano apparsi per­ sone sincere? E così infatti è av­ venuto. L’U.R.S.S. è un Paese ricchissimo in materie prime, la seconda super-po­ tenza sul piano militare (in qualche settore la prima) eppure ha un teno­ re di vita bassissimo che l’ha fatta de­ finire «una super-potenza sottosvi­ luppata». «Mikhail il giovane», come era sta­ to ribattezzato dalla stampa occiden­ tale, ha esordito affrontando il pro­ blema dell’inefficienza economica. L’economia sovietica non funziona perché è dominata da una pletorica burocrazia — la cosiddetta «nomenklatura» — che rallenta e bloc­ ca tutto entro le maglie di una piani­ ficazione soffocante. Un esempio: se una singola azienda vuole acquistare dei macchinari all’e­ stero deve ottenere un centinaio di «visti» da parte di ministeri e comi­ tati vari che richiedono tempi lun­ ghissimi e anche una serie di «busta­ relle». Gorbaciov ha detto: «Se in­ tendiamo svolgere il nostro ruolo di

super-potenza, dobbiamo mettere ordine in casa». Ma per mettere ordine in economia si è presto accorto che i veri nodi so­ no politici. I tentativi di riforma si sono scontrati contro una coalizio­ ne dove gli interessi dei burocrati dei ministeri si salda con gli interessi dei burocrati di quel partito comunista di cui «Mikhail Sergheievic» — così lo chiamano amici e stretti collabo­ ratori — è il massimo dirigente. Da qui il «salto»: senza democrazia, sen­ za pluralismo politico non si può mettere in movimento neppure l’e­ conomia.

Il problema è analogo in tutti i Pae­ si dell’area comunista. Ma mentre al­ cuni — Germania-Est, Cecoslovac­ chia, Bulgaria, Romania — si arroc­ cano nella difesa del vecchio ordine, altri seguono la via aperta da Gorbaciov. In Polonia e Ungheria la crisi econo­ mica ha fatto da detonatore per la svolta politica. Anzi in questi due Paesi, dove esiste già un tessuto so­ ciale e civile assai articolato, la «tran­ sizione alla democrazia» che in U.R.S.S. muove i primi passi, è al­ l’ordine del giorno. Nel romanzo-testimonianza dello scrittore sovietico Anatolij Rybakov, «I figli dell’Arbat», edito nel 1988 da Rizzoli, si descrivono i sacrifici e gli entusiasmi della costruzione, negli anni ’30, della industria pesante. Ge­ nerazioni e generazioni si sono im­ pegnate nella speranza di un «futu­ ro radioso». Ma né gli stimoli mo­ rali, né quelli materiali sono appro­ dati a risultati validi. Un diffuso scet­ ticismo, una profonda delusione ver­ so la propaganda ufficiale, sono di­ ventati la caratteristica dei regimi dell’Est. Questa attuale è probabilmente l’ul­ tima occasione, da cogliere oppure da perdere irrimediabilmente. La

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gente è chiamata a nuovi sacrifici ma come contropartita non si acconten­ ta più di parole-slogan. Vuole, que­ sta volta, garanzie: la costruzione di uno «stato di diritto» che ponga fi­ ne al monopolio del partito-unico e porti, sia pure a tappe, alla realizza­ zione di una democrazia compiuta. È questa la «sfida» dell’attuale mo­ mento. Le resistenze vengono dalla «nomenklatura» del partito e dello Sta­ to, che ha nelle sue mani immensi po­ teri e gode di privilegi, e anche dalla parte più passiva di lavoratori, che si accontenta di salari molto bassi in cambio di poco e scadente lavoro, o

di Stalin, tentò la via originale del­ l’autogestione, introdusse consistenti elementi di mercato nella sua econo­ mia a partire dal 1965. Per l’autoge­ stione, i lavoratori hanno acquisito ampi diritti nella conduzione delle aziende, sino alla nomina del consi­ glio di amministrazione e alla scelta del direttore. La proprietà non è più collettiva ma sociale, gestita dal co­ mune e dal consiglio dei lavoratori. A lungo, l’autogestione colpì la fan­ tasia degli intellettuali occidentali che sognavano una «terza via» fra capi­ talismo e collettivismo. Eppure anche il regime jugoslavo ap­ pare oggi in crisi. Com’è possibile? Mi dice Lev Kreft, un economista dell’università di Lubiana: «Non è l’autogestione in crisi, ma un certo tipo di autogestione avviluppata dal­ la burocrazia, dove le scelte, ufficial­ mente nelle mani dei lavoratori, so­ no in realtà dirette e controllate dal­ la burocrazia del partito-unico». Anche in Slovenia, la più sviluppata delle repubbliche federate jugoslave, stanno fiorendo in questi giorni i gruppi, i movimenti, i nuovi partiti. E necessario che la transizione av­ venga a tappe, e non solo per motivi di realismo politico, per evitare scos­ soni troppo forti, che potrebbero da chi si barcainena in mezzo ai traf­ provocare la reazione violenta dei fici più o meno leciti del «lavoro ne­ conservatori e dei militari. Ma anche ro», fra cui il mercato nero della va­ per avere il tempo di sperimentare luta occidentale. La spinta viene in­ forme originali di democrazia, dove vece dagli intellettuali, dai tecnici, il Parlamento sia affiancato da or­ dai politici innovatori. In mezzo sta ganismi di base e di autogestione. una grande «maggioranza silenzio­ Non una fotocopia della democrazia sa» ancora incerta e perplessa, che occidentale, ma una nuova e più ar­ però comincia a risvegliarsi, ad aprir­ ticolata democrazia che potrà avere si al dibattito politico, a partecipare. influenze positive anche sul rinnova­ Questo lo scenario sul quale si gioca mento della nostra democrazia. il futuro della riforma economica c Il processo di transizione alla demo­ politica: i due termini sono ormai crazia richiede ragionevolezza da parte di tutti. Kasimierz Morawsji, strettamente uniti. All’Est esiste un regime a lungo con­ Valerio Ochetto siderato «diverso»: la Jugoslavia, (segue a pag. 30) che già nel 1948 ruppe con il sistema

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Laici perché?

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Di questa Azione Cattolica, Raffae­ le Cananzi, che ne è Presidente dal­ l’aprile del 1986, rappresenta certa­ mente l’immagine più convincente. Uomo disponibilissimo al dialogo, pacato, affabile nient’affatto aggres­ sivo ma allo stesso tempo fermo as­ sertore delle proprie idee. Non con­ cede nulla alla polemica e non si la­ scia andare neppure alle più palesi provocazioni. In perfetta sintonia con le linee por­ tanti del magistero ecclesiale di que­ sti anni, è sempre proteso a sottoli­ neare che i principi e i valori devono concretamente tradursi in pratica quotidiana di vita, in gesti, in pras­ si. La formazione giuridica che gli è proprio lo spinge a costruire il pen­ siero in maniera organica e sistema­ tica, che talvolta si segue un po’ a fa­ tica a dire il vero, ma che poi si per­ cepisce nella interezza e nella com­ pletezza che le cose importanti ri­ chiedono. E sì, parlando con lui si capisce per­ ché, in questi anni di forte tensione anche all’interno di gruppi e movi­ menti ecclesiali, l’Azione Cattolica non si sia mai lasciata coinvolgere nella bagarre, nella risposta puntua­ le colpo su colpo, nella accesa pole­ mica. Perché se questo è lo stile del leader che la base democraticamen­ te si è scelto, uno stile fatto di essen­ zialità e di impegno costante che non cede alla perversa tentazione di sfrut­ tare il clamore suscitato dai mass me­ dia, allora ecco perché la più antica e la più grande Associazione eccle­ siale appare spesso trascurata dalla stampa anche quando le sue attività meriterebbero più attenzione. Non importa, sembra dire Cananzi, la Chiesa di Cristo non si costruisce con i servizi giornalistici. E quando gli si ricorda che quest’an­ no gli iscritti sono aumentati in ma­ niera considerevole, non si scompo­ ne, l’orgoglio non lo tocca.

Un commento del Presidente nazionale dell’Azione Cattolica, sulla recente enciclica del Papa sul laicato «Io intanto metterei in evidenza che è una linea di tendenza già in atto da un po’ di tempo; è in costante au­ mento in quest’ultimi anni. Dai dati che abbiamo finora sembrerebbe che quest’anno l’aumento sia decisamen­ te più consistente. Bisognerà vedere se col tempo verrà confermato fino in fondo. In ogni caso credo di po­ ter dire, anche sulla base dell’espe­ rienza viva, che l’Associazione è di­ ventata un grosso punto di richiamo delle realtà ecclesiali. Anche dove ol­ tre l’Azione Cattolica sono presenti altre associazioni e altri movimenti essa non vive un momento di solitu­ dine, anzi oramai è ritornata ad es­ sere nel vivo della realtà di Chiesa. Ritorna ad essere di nuovo un pun­ to di riferimento preciso». «La comunione ecclesiale è caratterizzata dalla compresenza della diversità e della complementarietà delle vocazioni e condizioni di vita, dei ministeri, dei carismi e delle responsabilità. Grazie a questa diversità e complementarietà ogni fedele laico si trova in relazione con tutto il corpo e ad esso offre il suo proprio contributo». (da «Christifideles Laici», n. 20)

— Proprio di cpieste realtà ecclesiali e della sua componente laicale parla l’ultima esortazione apostolica del Papa, la Christifideles laici; secondo lei quali sono gli aspetti più im­ portanti? «Mi sembra importante innanzitut­ to sottolineare quanto si dice nell’in­ troduzione: la necessità, che il Sino­ do dei Vescovi ha rilevato e che l’e­ sortazione ha ripreso con forza, di passare dal momento della teoria al momento della prassi, cioè di una ac­ coglienza concreta e di una corre­ sponsabilità concreta dei laici alla vi­ ta della Chiesa. Un secondo aspetto è la globalità con la quale è guardato il problema del­ la vocazione e missione dei laici, nel senso che la si inquadra nella più ge­ nerale vocazione cristiana, e si sot­ tolinea allo stesso tempo la dignità del laico mettendo in evidenza i due aspetti della vocazione alla santità e della vocazione alla comunione. Ancora vedrei importantissimo quel­ lo sguardo alle vocazioni nel loro svolgersi esistenziale per cui diverse sono le strade che percorrono i bam­ bini, i giovani, gli adulti. Infine il momento formativo: il Pa­ pa, come peraltro hanno fatto i pa­ dri nel messaggio post-Sinodo, par­ la di formazione integrale che sta a significare la necessità per i laici di avere questo itinerario formativo che è complesso ma che deve essere arti­ colato su tutti i piani in cui la laicità in qualche modo si esprime».

— L'unica Associazione espressaniente citata nel documento papale è l’Azione Cattolica. Come mai?

«Sotto questo aspetto ci sono delle connotazioni che meritano di essere sottolineate in quella proposizione dei padri sinodali che la esortazione ha testualmente ripreso e riprodotto. Innanzitutto c’è da prendere in con-


le fare emergere tra l’Azione Catto­ lica e Comunione e liberazione?

«Riscoprire e far riscoprire la dignità inviolabile di ogni persona umana costituisce un compito essenziale, anzi, in un certo senso, il compito centrale e unificante del servizio che la Chiesa e, in essa, i fedeli laici sono chiamati a rendere alla famiglia degli uomini». (da «Christifideles Laici», n. 37)

siderazione il luogo, dove si parla dell’AC: se ne parla nel capitolo della comunione ecclesiale e in particola­ re nel paragrafo in cui si fa cenno al­ l’impegno dei pastori per la comu­ nione. È qui che si parla dell’AC quasi direi riproducendo quello che è stato l’invito del Santo Padre al convegno degli adulti di gennaio scorso dove veniva richiamato non l’invilo a mettersi in pace con gli al­ tri movimenti, come è stato erronea­ mente scritto quanto piuttosto deve promuovere in tutta la Chiesa que­ sto spirito di comunione».

— Secondo lei quanto c’è di vero nel­ la polemica che a tutti i costi si vuo-

«Di vero c’è che in definitiva la cosa non dovrebbe suscitare meraviglia perché la comunione non è unifor­ mità, la comunione è ricchezza di va­ rietà. Purché la varietà sia varietà di sentirsi ed essere parte di un’unica realtà. Dove può nascere la frizione? Quan­ do invece di sentirsi parte si assolutizza la propria posizione, si crede di essere il tutto. L’altro grande elemento di verità che si riscontra in questo è una diversa assunzione che c’è nella stessa vita di queste Associazioni e di questi mo­ vimenti, non tanto del momento strettamente religioso, quanto piut­ tosto della diversa concezione sul modo d’intendere il rapporto Chiesa­ mondo. È su questo versante che si eviden­ ziano anche all’esterno delle posizio­ ni che possono essere differenziate e che, ripeto, fino a quando restano in uno schema che vuole che nelle cose necessarie ci sia l’unità e che nelle co­ se dubbie ci possa essere la libertà, non creano difficoltà. Il problema è quanto questo tema della libertà viene ad intaccare cam­ pi che sono specifici delle cose neces­ sarie e quindi dell’unità. Ed è su que­ sto versante che si creano quelle scin­ tille che danno luogo a quella pole­ mica che tante volte è strumentale e spesso sterile».

— La vita dell’Associazione che lei presiede ha un ciclo triennale; uno si va a concludere con la prossima as­ semblea nazionale la settimana del 22-25 aprile. Ci vuole ricordare quali sono state le tappe fondamentali del lavoro fatto nel passato triennio?

________ La VII Assemblea dell’A.C.________ Si svolge a Roma dal 22 al 25 aprile la VII Assemblea nazionale della Azione Cattolica, che costituisce il più importante appuntamento, triennale, della As­ sociazione. In questa occasione si fa il punto del lavoro svolto, si individuano le linee di impegno per il futuro, si eleggono i membri del Consiglio nazionale. L’Assemblea è anche un momento di dialogo e di confronto con la comunità ecclesiale e con tutta la società: stampa e mass media seguono con attenzio­ ne questo importante incontro e le idee che vi emergono. Quest'anno l’Assemblea si svolge all’indomani della pubblicazione della esor­ tazione apostolica postsinodale «Christifideles laici», e a conclusione di un triennio assai intenso e fruttuoso. Oltre che in crescita numerica (con oltre 560 mila soci), l’Azione Cattolica gode oggi di un notevole prestigio e credibi­ lità; e il suo impegno di educazione ai valori religiosi e morali, (ed anche ad una cultura «per la città dell’uomo») è largamente apprezzato e condiviso.

«Io direi innanzitutto l’impegno che tutta l’Associazione ha posto su due grandi binari. Il primo, che in fon­ do veniva anche da una sollecitazio­ ne di Giovanni Paolo II alla sesta As­ semblea di AC, è quella dell’unità in­ terna per essere maggiormente segno di comunione. E credo che su que­ sto piano abbiamo camminato parec­ chio sia nell’acquisizione della co­ scienza dell’unitarietà interna asso­ ciativa, sia in secondo luogo con la fatica che si è compiuta assieme per portare a compimento il Progetto formativo apostolico unitario. Su questa strada si è mosso poi il la­ voro di completa ristrutturazione della stampa, sia quella interna del­ le varie articolazioni sia quella indi­ rizzata all’esterno; la preparazione di tutta una serie di nuovi strumenti formativi; la riaffermata importan­ za di una costante e proficua colla­ borazione tra Settore Giovani, Mo­ vimento studenti e FUCI; tra Setto­ re Adulti e Settore Giovani, e tra ACR e Settore Giovani. L’altro binario importante è l’avere ribadito e confermato con estrema li­ nearità la scelta fondamentale del­ l’Associazione, «la scelta religiosa», pur tenendo conto del naturale svi­ luppo, sia dal punto di vista della realtà ecclesiale sia dal punto di vi­ sta della realtà culturale e civile, in cui questa scelta deve essere costan­ temente coniugata». — L’ultima Assemblea fu, diciamo così, particolarmente movimentata. Lei da questa cosa si aspetta? «Io mi augurerei che questa sia un’assemblea di pari profondità in merito alla riflessione e alla ricchez­ za di apporti di quanto già è stata la sesta Assemblea. Però che abbia del­ le connotazioni, sia esterne che inter­ ne, di maggiore e più profonda sere­ nità. Questo perché credo che serva per evitare traumi di qualunque tipo nella vita associativa e anche specu­ lazioni tante volte strumentali dall’e­ sterno dell’Associazione. Così potrà apparire in maniera com­ pleta questa grande realtà, sia pure in cammino, ma sempre protesa a guardare profondamente la storia della vita ecclesiale e civile con una grande serenità di fondo che fa sì che questa visione sia profonda e pro­ spettica ad un tempo». Vittorio Sammarco

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Insieme ma con tutti

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L’associazionismo è deciso a riven­ dicare il proprio ruolo di soggetto forte, autonomo ed innovativo in grado di contribuire al rinnovamen­ to della vita sociale e del sistema po­ litico. In una società, in cui si vanno mutando le forme di aggregazione tra i cittadini e lo stesso rapporto tra società e istituzioni, le associazioni chiedono una legittimazione politica, anche normativa, per continuare a rappresentare in maniera reale e ca­ pillare i fermenti sociali, nei loro aspetti più diversi e complessi. Con questo obiettivo si è riunita a Verona, il 24 e 25 febbraio scorsi, la prima Convenzione dell’Associazionismo che raccoglie circa cento asso­ ciazioni e che vede quali promotori Adi, Aics, Arci, Csi, Endas, Movi­ mento Popolare e Movi. La richie­ sta unitaria emersa è stata quella del riconoscimento giuridico: esso do­ vrebbe permettere infatti al multifor­ me mondo delle associazioni di com­ piere il «salto di qualità» necessario per un inserimento più attivo nella dialettica democratica. Oggi sono 7 milioni e mezzo le per­ sone iscritte in Italia ad associazioni sociali, e cioè il 18,9% della popola­ zione tra i 18 e i 74 anni. Una parte cospicua di queste persone — circa 5 milioni — è impegnata nel volon­ tariato civico e sociale: dall’assisten­ za al servizio educativo, dall’impe­ gno ecologico alla politica. E proprio la politica, nella sua fun­ zione di sostegno e di sviluppo della vita democratica del Paese, non può dunque ignorare questo notevole po­ tenziale di energie e di richieste. Ma esistono ancora molte resistenze, nel­ l’ambito dei partiti, dei sindacati e persino del mondo dell’informazione, nell’accettare e condividere le ri­ vendicazioni delle associazioni, che invece hanno tutte le potenzialità per ampliare concretamente l’arca della partecipazione alla vita civile.

compagni di strada per collaborare al fine comune della crescita della società. A Verona Ecco perché nella nuova fase politi­ ca del nostro Paese, l’associazioni­ la Convenzione smo, in tutte le sue varie espressio­ dell "associazionismo ni, è chiamato ad un impegno di lun­ go periodo per essere soggetto atti­ vo delle profonde trasformazioni in atto. E gli spazi a disposizione sono Non più collateralismo né subalter­ sempre maggiori: pensiamo solo ai nità nei confronti dell’associazioni­ campi dell’emarginazione e dell’edu­ smo. La sua storia coincide con la cazione, dove l’associazionismo rie­ crescita ed il formarsi di una società sce ad organizzare la solidarietà so­ moderna. Ed anzi, per molti aspetti ciale con efficienza senza perdere le ed in diversi momenti l’associazioni­ sue motivazioni ideali. smo non solo ha espresso ed organiz­ L’associazionismo è cresciuto e si è zato bisogni e valori che nascevano affermato proprio stando dalla par­ all’interno della società, ma si è spes­ te della gente, fuori dagli schemati­ so presentato come fattore di resi­ smi dei partiti e dei sindacati, per rea­ stenza ai processi di omologazione lizzare nella società civile unità e ag­ della vita culturale, politica e sociale. gregazione nel rispetto del plurali­ E il suo sviluppo è dovuto ad un smo: ecco perché si propone di ricu­ cammino che, se ha radici antiche, cire lo strappo che spesso si è creato negli ultimi vent’anni ha portato a tra «Paese legale» e «Paese reale». maturazione una consapevolezza di 1 tempi infatti stanno cambiando: lo «partecipazione» che chiede sì ade­ Stato spesso zoppica, facendo fati­ sione, impegno e creatività, ma an­ ca a rispondere alla crescente doman­ che e soprattutto capacità di dialo­ da di solidarietà sociale. Emerge una go e di confronto, voglia di trovare diversa dimensione della politica, sempre meno ideologizzata e statua­ VERONA le e sempre più legata ai bisogni e ai 24-25 FEBBRAIO 1989 movimenti della società stessa. Ma è possibile essere soggetti politi­ ci se non si è autonomi? Certamente no. Di qui, dunque, superando il mo­ mento di compiacimento e di retori­ co entusiasmo, la necessità di un ri­ conoscimento effettivo e non stru­ mentale, che conceda al libero asso­ ciazionismo senza fine di lucro il di­ ritto di vivere e di contare da auten­ tico protagonista, non da comparsa fugace, nel contesto sociale. È, pe­ raltro, un modo per promuovere e sostenere le formazioni sociali, che trova fondamento nella Costituzio­ ne della nostra Repubblica. PROMOSSO OA ACLI - AICS ARCI-CSI- ' Ma vediamo quali sono le richieste ENDAS - MOVI Movimento Popolare concrete delle associazioni contenu-

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Una questione spinosa te nella «Carta dell’Associazionismo»: anzitutto la definizione di un quadro legislativo per l’associazioni­ smo, che ponga le premesse perché le associazioni possano finalmente crescere come soggetti dotati di una propria autonomia; all’interno di ta­ le disegno, uno spazio congruo do­ vrebbe essere riservato alla possibi­ lità di autofinanziamento delle asso­ ciazioni; poi, l’avvio di una politica di convenzioni tra soggetti sociali — presenti nei campi della sanità, del­ l’assistenza, dell’educazione, dello sport — ed istituzioni, per una diver­ sa gestione dei servizi, non ignara della solidarietà sociale; ed infine la previsione di spazi specifici in sede di riforma delle autonomie locali per una adeguata rappresentanza del mondo dell’associazionismo. A ben guardare, dietro alla spessa coltre di unanimismo che ha avvol­ to la prima Convenzione dell’Associazionismo, non sono pochi, in real­ tà, i problemi ancora aperti e i con­ flitti in embrione. Stenta ancora a decollare una precisa iniziativa poli­ tica di riconoscimento sostanziale, non solo a parole, dell’associazio­ nismo. Diffidenza da parte dei partiti? An­ che, ma non solo. Si tratta infatti di riqualificare la cittadinanza politica e sociale nella sua globalità. Il mo­ dello complessivo dei rapporti tra so­ cietà ed istituzioni va riformato, an­ che attraverso una legittimazione po­ litica dell’associazionismo. E tutto questo non contro i partiti e i sinda­ cati, ma insieme a loro. E non viven­ do di rendita con i finanziamenti del­ lo Stato, ma come forma di presen­ za organizzata dei cittadini, l’asso­ ciazionismo può e deve continuare a rimanere espressione della società ci­ vile, al servizio dei bisogni reali del­ la gente. Vito Co zzo li

Incontro con l’ISEF a Cassino Martedì, 14 febbraio, presso l’Aula Pacis dell’università di Cassino, si è te­ nuto un incontro fra gli studenti dell’ISEF e il Sottosegretario al Ministe­ ro della Pubblica Istruzione con dele­ ga per l’educazione fisica on. Beniami­ no Brocca. All’incontro ha partecipalo, insieme ad altre autorità, anche il Presidente na­ zionale del CSI Aldo Notario, proprio per sottolineare la stretta connessione che intercorre tra l’attività di promo­ zione sportiva e l’educazione fisica in generale. E noto infatti che da tempo si lamen­ ta uno scarso interessamento della scuola verso l’educazione fisica e che ora invece, grazie anche a una pacifi­ ca contestazione degli studenti 1SEF, il Governo si sta interessando al pro­ blema. Dall’incontro sono emerse tutte le pro­ blematiche, specie occupazionali, che preoccupano gli studenti ISEF. Si è sottolineato innanzitutto la man­ canza di una con figurazione precisa del diploma ISEF in quanto tale diploma non ha oggi valore di laurea. Si è ri­ marcata la scarsa possibilità di trovare lavoro sia nelle scuole che nel Parasta­ to e che pertanto rimarrebbe solo il la­ voro privalo che di certo non può sod­ disfare le esigenze di tulli i futuri di­ plomati. Si è fatto presente che in Ita­ lia ci sono tantissimi Istituti ISEF ma tutti privati (tranne quello di Roma) e che vivono in maniera stentata, con sovvenzioni raccolte qua e là e con do­ centi impiegati in modo «irregolare». Dalle parole del Sottosegretario tutta­ via è emersa una chiara volontà e l’im­ pegno del Governo (da lui rappresen­ tato nella situazione) di interessarsi a tali problemi.

Stà infatti per essere presentato un di­ segno di Legge Governativo per la ri­ forma dell’ISEF per la rivalutazione degli insegnanti di educazione fisica. La proposta di legge prevede anche l’e­ stensione dell’insegnamento dell’edu­ cazione fisica da 2 a 3 ore e di conse­ guenza, oltre a migliorare la posizio­ ne del docente, apre nuove possibilità di lavoro. Inoltre, secondo il Sottosegretario, il problema del sovrannumero degli in­ segnanti (oltre 4.500) sarebbe un falso problema, in quanto c’è possibilità d’impiego per loro. Anzi, egli lo ritie­ ne un patrimonio che non va disperso e che dovrebbe essere utilizzato al meglio. Un ulteriore problema che la riforma dovrebbe risolvere è quello dell’inse­ gnamento dell’educazione fisica nelle scuole elementari previsto dai nuovi programmi scolastici che richiede la competenza degli insegnanti di educa­ zione fisica. Ultimo punto (ma non per importan­ za) esaminato dalla riforma è la preci­ sa configurabilità del diploma ISEF: non più considerato «inferiore» rispet­ to ad un qualsiasi altro diploma di lau­ rea ma equipollente ad esso. Come già accennato, all’incontro ha partecipato anche il Presidente nazio­ nale del CSI il quale ha sottolineato la comunanza di intenti e di vedute fra il CSI e ISEF che sfocia soprattutto nel­ l’amore per i giovani, nella loro edu­ cazione e nella possibilità per tutti (e non per pochi) di praticare lo sport. Si è ribadita la interconnessione dell’e­ ducazione fisica con la promozione sportiva più di quanto non lo sia con lo sport agonistico di alto livello. La scuola non può essere la fabbrica dei campioni. Praticare lo sport dev’esse­ re un’esperienza umana e sociale di al­ to valore. Dell’incontro non si può che essere soddisfatti per il civile e pacifico con­ fronto tra studenti e Governo.

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La guerra del silenzio

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Uno dei Padri del deserto, l’abate Pastor, ci ha lasciato questa massi­ ma: «Quali che siano le tue pene, la vittoria su di esse sta nel silenzio». Di fronte al silenzio stampa procla­ mato in tempi recenti da tanti cam­ pioni dello sport di casa nostra, sa­ rebbe straordinario scoprire alla fi­ ne che Tomba e Maradona hanno deciso di serrare la bocca dopo aver letto i Padri del deserto (magari du­ rante il ritiro, invece di giocare a car­ te) ed aver compreso in questo mo­ do che il silenzio edifica la virtù. Non essendo una moda, ma una con­ quista imperitura del campione lan­ ciato sulla via della virtù, un siffat­ to silenzio ci schiuderebbe infatti un futuro privo di blà-blà e di processi del lunedì, nonché degli inevitabili controprocessi e contro-controprocessi quotidiani. Stiamo calmi, è meglio non farci il­ lusioni. Prima o poi le cateratte si riapriranno e verremo tutti di nuo­ vo aggiornati sul «Tomba-pensiero», magari con supplemento di arretra­ ti. Se proprio dobbiamo sognare, possiamo sperare che la guerra giornalisti-campioni, una volta ter­ minata, lasci dietro di sé una traccia di progresso, come a volte accade an­ che per le guerre più stupide. Come in tutte le guerre, anche in questa entrambe le parti pretendono di avere ragione. I campioni si sono arroccati nel silenzio perché, a loro dire, i giornalisti avrebbero il vizietto di deformare le loro dichiarazio­ ni, di curiosare nella loro vita priva­ ta e di amare troppo il sensazionalscandaloso. Sono in tanti a protesta­ re e qualcosa di vero deve pur esser­ ci, se persino il serissimo e gorbacioviano Commissario Tecnico della na­ zionale sovietica di calcio si è presen­ tato alla stampa italiana con tanto di registratore in tasca, lamentando che suoi precedenti giudizi pallonari fos­ sero stati riportati nello stile «fischi

per fiaschi» allo scopo di montare un «caso Zavarov» (e vendere qualche copia di più). Anche i giornalisti, logicamente, so­ stengono di avere ragione: si lavora in fretta, è facile fraintendere; e poi i campioni, si sa, parlano senza riflet­ tere, quindi si pentono e chiedono smentite tanto indignate quanto in­ giustificate. La polemica va avanti così da qual­ che mese. 1 campioni tacciono ed ogni tanto emettono comunicati An­ sa per far sapere al pubblico che so­ no spiacenti, ma sono proprio stati costretti a privare i tifosi delle loro interviste. Anche la stampa fa appel­ lo al pubblico, spiegando alla gente che il silenzio degli sportivi lede il di­ ritto del lettore all’informazione, e che i giornali sono proprio costretti a pubblicare pezzi tecnici invece del­ le amate interviste. Peccato, pecca­ to davvero. Ed è realmente un peccato soprattut­ to per noi lettori e telespettatori, per­ ché l’occasione sarebbe ghiotta per riflettere a fondo su quali sono i compiti dell’informazione, e quindi anche dell’informazione sportiva. O davvero dobbiamo credere che non

ci sia altro da dire e da scrivere sullo sport al di fuori del parere di Alto­ belli sulla crisi della Juve o di Thoeni sulla crisi di Tomba? Davvero debbiano credere che il nostro dirit­ to all’informazione si esaurisca nel­ la formula del blà-blà «due punti e virgolette»? Davvero il compito pri­ mario della stampa sportiva è quel­ lo di glorificare il grande avvenimen­ to, o magari di far diventare grande avvenimento anche ciò che non lo è? Davvero noi pubblico siamo così ot­ tusi da non volere altro? E già, perché poi questa è la giustifi­ cazione che si dà di ciò che si legge sulla stampa sportiva: «Il pubblico vuole questo, le vendite lo dimostra­ no». No, per favore, andiamoci pia­ no nel fare certe affermazioni. I tem­ pi sono cambiati, a scuola ormai ci vanno tutti; anche i tifosi sono cam­ biati. Tifosi, nonché lettori e tele­ spettatori normali, sono ad esempio quei ragazzi che qualche domenica fa hanno esposto in uno stadio uno stri­ scione con su la scritta «Grazie per il silenzio». E sono normalissimi ti­ fosi quelli che hanno indirizzato e continuano a indirizzare lettere ai quotidiani sportivi scrivendo più o meno così: «Meno male, speriamo ora di leggere qualcosa di più intel­ ligente». Forse non era proprio questa la ri­ sposta che le due fazioni protagoniste della «guerra del silenzio» si aspettavano nel momento in cui han­ no chiesto, provocato l’intervento della gente. Speriamo che qualcuno ne prenda atto, che qualcuno se ne ricordi quando sarà passata la bufe­ ra. Speriamo che anche in questo ca­ so si possa davvero dar ragione ai Padri del deserto, constatando che il silenzio, alla fine, ha fatto progredi­ re la «virtù».

Andrea De Pascalis


STADIUM/SOCIETA' di Angelo Bertoni Ci sono persone che si vantano di non leggere i giornali, di non seguire le notizie né per radio né per televi­ sione. Pensano solo ai loro interessi e alle piccole cose chiuse nell’orizzon­ te quotidiano e domestico. Forse si difenderanno da qualche ar­ rabbiatura e guadagneranno un po ’ di tempo. Però... Però rischiano veramente di non sa­ pere più in che mondo vivono. In effetti il mondo sta davvero cam­ biando ogni giorno e seguire tutte le notizie, capire le trasformazioni, sforzarsi d’interpretarne i segni è im­ presa faticosa, ma anche affascinan­ te. Ecco perché bisogna ascoltare, leggere, documentarsi, e poi discutere per capire insieme. A livello mondiale stanno succeden­ do cose molto nuove. Cambia il rap­ porto tra i Paesi dell 'Est e quelli dell'Ovest. Il disarmo ormai non è più soltanto una parola. Ci sono missili che sono stati smantellati e distrutti, basi mi­ litari abbandonate. Ci sono eserciti che tornano a casa. Sono state avan­ zate proposte di riduzione drastica delle spese militari e di riduzione per­ sino degli arma nienti tradizionali. Sempre in campo internazionale vi sono tuttora delle vere mine vagan­ ti, quali il debito che i Paesi del Ter­ zo mondo hanno verso le grandi ban­ che. Ma ci sono anche segnali inte­ ressanti, come la conferenza mondia­ le sull 'ecologia che propone progetti coordinati e planetari per la difesa e il recupero dell’ambiente, a comin­ ciare dalla benefica «fascia di ozo­ no». Nel nostro Paese, a! di là dei vari congressi di partito che si stanno svolgendo, stanno maturando dei processi fortemente innovativi. 1 par­ titi e le regole della stessa vita demo­ cratica hanno certamente bisogno di essere adeguati alle nuove esigenze della governabilità del sistema. Il problema è di ottenere che questa ca-

TRA INFORMAZIONE E SPETTACOLO pacità di governare la società (l’eco­ nomia, l’amministrazione, la giusti­ zia, la sicurezza, lo sviluppo delle scienze, l’istruzione e la cultura) ven­ ga posta democraticamente nelle ma­ ni dei cittadini e non finisca invece in mano ai centri di potere costituiti. Per questo merita interesse il dibat­ tito sulle riforme istituzionali e sul­ l’alternanza; e merita una certa preoccupazione la pigrizia che i prin­ cipali partiti dimostrano nell’affrontare i problemi. Ancor maggiore preoccupazione me­ rita il crescere del potere mafioso e malavitoso, che ormai in molti luo­ ghi e circostanze è più forte delle isti­ tuzioni statali. Eppure la conclusio­ ne di due recenti processi, a Firenze per la strage del treno 904 e a Caltanissetta per l’assassinio del giudice Ciuccio Montalto, devono essere colli come segni di grande coraggio e spe­ ranza. Quando ci sono inquirenti e giudici che fanno il loro dovere, al­ lora è possibile resistere alla prepo­ tenza e all’intrigo. Quello che abbia­ mo visto in questi giorni è, speriamo, solo l’inizio; ma è un inizio signifi­ cativo. La mafia c’è; ha dei nomi e per quanto aurevoli e protetti essi so­ no condannati; le alleanze con l'ever­ sione di stampo fascista sono state accertate. Si saprà andare avanti? Lo speriamo. E speriamo che una certa sezione della Corte di Cassazione non trovi pretesto per annullare tutto. Molto dipenderà anche dai mass me­ dia. Certo spettacoli come «La Pio­ vra» anche se non esenti da qualche difetto sono tuttavia ottimi contributi

alla creazione di una coscienza civile attenta. Non è un caso che sia la RAI e non le televisioni commerciali a fare ciò. Anche l’esperienza di vedere in TV 10 svolgimento di piccoli e grandi processi è, ci sembra, positivo anche se può lasciare sconcertato qualcuno. Conoscere la realtà, presentarla in modo adatto e completo, è sempre una cosa buona. Assai meno buona è l’idea di simulare un processo, me­ scolando prove con illazioni, testimo­ ni con visionari, usando addirittura davanti a milioni di persone quella sedicente «macchina della verità» che è giustamente rifiutata nell’ambien­ te già più riservato e più capace di di­ scernere che è il tribunale. La trasformazione di ogni cosa in spettacolo (politica, morale, econo­ mia, giustizia) è uno dei fatti più de­ licati e gravi che stanno avvenendo intorno a noi. Non parliamo poi dell’ainforinazione» al modo di Giu­ liano Ferrara. Ecco un punto, questo dell’informa­ zione, della comunicazione e dello spettacolo attraverso i mass media che non può più restare senza una seria regolamentazione. Ne va della nostra democrazia e della libertà di tutti. 11 mondo politico, specialmente quel­ lo che essendo di matrice cristiana dovrebbe avere attenzione per il ri­ spetto della verità e per gli strumenti e modi educativi, avrà una responsa­ bilità gravissima se non avrà la intel­ ligenza e la forza di fare al più pre­ sto una adeguata normativa. Si tratta di assicurare la libertà di ini­ ziativa, ma anche la correttezza del­ la comunicazione che è un bene più importante dell’aria pulita; altrimen­ ti, paradossalmente, avranno ragio­ ne quelli che non vogliono vedere né giornali né TV; ma che poi, dopo aver rifiutato il telegiornale, magari non sanno rinunciare al varietà del sabato sera o alla partita de! pallone.

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IL TEMA DEL MESE

Esperienze associative

LE STRADE DEL SUD È un vecchio luogo comune quello che vorrebbe il Sud d’Italia a peren­ ne rimorchio del Nord lungo la stra­ da della storia; un Sud, cioè, incapa­ ce di trovare da sé i percorsi ed i mez­ zi per progettare il progresso. È un luogo comune che ancora oggi sten­ ta a scomparire, nonostante la di­ stanza tra le due Italie si vada sem­ pre più assottigliando. Anche in campo sportivo — è inutile nascon­ derlo — questo stereotipo persiste: il mito dell’efficienza e dell’organizza­ zione abita al Nord, quello dell’im­ provvisazione e della precarietà di­ mora al Sud. Ecco perché l’esperien­ za della Società Polisportiva S. Aga­ ta di Palermo, che raccontiamo su questo numero di Stadium, assume il valore di un dato significativo: il modo in cui la S. Agata si accinge ad affrontare il futuro ci aiuta a capire come le cose siano cambiate anche in seno al CSI.

Società sportiva S. Agata di Palermo

Un animatore e dieci chierichetti

Spiegare una Società sportiva vuol dire anche raccontarne la nascita, poiché lo spirito iniziale molto spes­ so si conserva come tradizione ed ac­ compagna ogni sviluppo. Basta poco davvero per far nascere una Società sportiva del CSI. Nel ca­ so della S. Agata sono bastati un ani­ matore e dieci chierichetti. Ma andia­ mo con ordine. Siamo a metà degli anni ’70, in un quartiere di Palermo che ha il suo cuore più antico a due

passi dalla Stazione Centrale, ma che si estende con nuove costruzioni tut­ to intorno. Nel cuore «geografico» c’è un cuore vero, pulsante, dinami­ co: la Parrocchia S. Agata. L’esigen­ za di proporre un’attività sportiva è avvertita dai responsabili della Par­ rocchia, lo stesso desiderio è espres­ so da una decina di chierichetti. Si comincia così, quasi per scherzo: i dieci ragazzini e Giuseppe Tumminello, il loro animatore. Di sport non sanno granché, né sanno dove anda­ re a giocare. Il quartiere è grande, con 80.000 anime, e come troppo spesso succede non ha spazi verdi, anzi non ha spazi di alcun colore. Nella stessa strada della Parrocchia c’è il Seminario Arcivescovile, ed è lì che si bussa perché c’è un terreno all’aperto che potrebbe far comodo. La Curia acconsente, e lo spazio vuo­ to viene animato con un’attrezzatu­ ra prodotta da quell’antica e sempre pregiata marca che reca l’etichetta «la fantasia aguzza l’ingegno». Gli sport, sono il calcio e la pallavolo. Arrivano altri ragazzini e Tumminello ad un certo punto si accorge che

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IL TEMA DEL MESE Esperienze associative

LE STRADE DEL SUD (senue da pag. 17) il gioco è diventato una faccenda se­ ria, impegnativa. Cerca la collabora­ zione di qualche giovane dell’Azione Cattolica. Anche i genitori danno una mano. Lo spontaneismo lascia il posto all’organizzazione, ed è con un dato di fatto nelle mani che nel 1977 ci si presenta davanti ad un notaio per stipulare formalmente l’atto di nascita della Polisportiva S. Agata. I dieci chierichetti sono diventati in­ tere squadre, altri ragazzi premono alle porte: occorrono altri spazi. È ancora la Curia ad offrire l’indispen­ sabile. Un salone di circa 100 m2 di­ viene palestra. Le attrezzature e la pavimentazione in gomma sono mes­ se in opera con l’aiuto degli Enti lo­ cali. Oggi la Polisportiva palermita­ na conta oltre 300 tesserati di tutte e quattro le fasce d’età; la sua sfera d’azione oltrepassa il territorio par­ rocchiale e si estende ad altre zone fi­ no a coprire l’intero quartiere. La Polisportiva e gli Enti locali

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Lo scorso 6 febbraio alla S. Agata si è fatta una grande festa, cui ha parte­ cipato anche il Presidente nazionale del CSI Aldo Notario. Si inaugurava una palestra vera, giunta ad affian­ carsi al locale di fortuna messo a di­ sposizione dalla Curia. Il terreno è lo stesso dove i dieci chierichetti e Tum­ minello iniziarono la loro avventura. La Curia lo ha ceduto gratuitamente alla S. Agata e la Regione Sicilia ha finanziato in gran parte i lavori. Con Regione e Comune il dialogo è sempre aperto: «A Palermo — spie­ ga Tumminello — il CSI è un nome, un’immagine conosciuta c apprezza­ ta dai pubblici amministratori, ed ha

quindi una sua credibilità da spende­ re. La S. Agata è sempre ascoltata con attenzione». Ancora più solido è il collegamento con il Consiglio di Quartiere. Con la Parrocchia il rapporto continua ad essere strettissimo, e non solo perché la maggior parte dei dirigenti provie­ ne dall’ambito parrocchiale. Nello Statuto societario è sancito infatti l’obbligo che i rappresentami dei vari gruppi parrocchiali (ACR, Scout, fa­ miglie ecc.) facciano parte del diret­ tivo della Polisportiva. C’è infine la scuola: il contatto vie­ ne tenuto con tutte le scuole del quar­ tiere, con tutti i presidi e i direttori didattici; nella scuola e con la scuo­ la si fanno sistematicamente attività promozionali. E li dove si manifesta­ no carenze (impianti sportivi scola­ stici assenti e doppi turni dei ragaz­ zi), la S. Agata si inserisce con pro­ poste qualificanti. Nasce una cooperativa

L’attenzione alle Leggi regionali ed i buoni rapporti con gli Enti locali, hanno consentito alla S. Agata di

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darsi una palestra. Dagli stessi pre­ supposti nasce un’altra, futuribile iniziativa. Nel dicembre del 1987 è stata formata una Cooperativa con dodici soci: sei rappresentanti della Polisportiva e sei ragazzi (di prove­ nienza parrocchiale) specializzati nel­ lo sport e nel turismo. La nuova struttura ha cooptato nel proprio Statuto i punti qualificanti dello Sta­ tuto del CSI e di quello della S. Aga­ ta, ponendosi come compito istitu­ zionale la promozione delle attività sportive. La nuova veste legale con­ sente un pieno sfruttamento di alcu­ ne leggi nazionali e regionali che, ap­ punto, favoriscono la formula coo­ perativistica. Le leggi regionali sulla occupazione giovanile, ad esempio, permettono di ottenere buoni finan­ ziamenti a fondo perduto per acqui­ sire ed attrezzare spazi ed altri stru­ menti di lavoro. Non è un’operazione speculativa. «I membri della Cooperativa — spiega Tumminello — rimangono volonta­ ri dal punto di vista dell’utente, che continua a non pagare il servizio sportivo. Possono percepire però un minimo compenso mensile, che non viene a gravare sull’utente ma sul?


IL TEMA DEL MESE Esperienze associative

l’Ente locale. Si parla di compensi minimi, perché i finanziamenti sono destinati soprattutto alle attrezzatu­ re, viste le finalità promozionali della Cooperativa». Dove porterà la nuova strada? È dif­ ficile prevederlo. Per ora la Coope­ rativa ha preparato un piano di la­ voro a lunga scadenza, già approva­ to dalla Commissione specifica del­ la regione Sicilia, ma che deve com­ pletare il suo iter. È un programma complesso, che vede la S. Agata proiettata verso traguardi ambizio­ sissimi sfruttando l’ausilio dei mez­ zi più moderni. L’espansione dell’at­ tività promozionale passa anche at­ traverso la formazione di nuovi tec­ nici, arbitri ed animatori. Non si pensi comunque che la S. Agata abbia delegato il suo futuro al­ la Cooperativa. Anche la Polispor­ tiva ha i suoi programmi specifici. Ora che si può disporre del nuovo impianto inaugurato in febbraio, l’o­ biettivo è quello di aumentare anco­ ra il numero dei soci atleti in rappor­ to agli spazi. Immutata sarà la scel­ ta di fondo: organizzare attività ri­ volte al quartiere, alla scuola, a tut­ te le organizzazioni sociali che ope­ rano nella zona; incrementare sem­ pre i rapporti con le famiglie; porre al primo posto i momenti di forma­ zione. L’unica cosa che preoccupa quelli della S. Agata è una certa cri­ si «vocazionale» nei giovani che do­ vrebbero trasformarsi in animatori. Ma, si spera, questo è un problema che la Cooperativa riuscirà a ri­ solvere.

Andrea De Pascalis

COMUNICARE NEL GRUPPO È molto facile illudersi di saper co­ municare un idea, una nozione, un parere nel partecipare alla vita di un gruppo, per il semplice fatto che cia­ scuno di noi ha la «presunzione» di aver ben assimilato per proprio con­ to quella determinata idea o nozio­ ne o parere che si intende comunica­ re agli altri. È questa l’illusione tipica di chi si sente possessore della verità: se una cosa è logica — si pensa — lo deve essere anche per chi ascolta. Invece il problema del comunicare una sco­ perta, un’intuizione, un’informazio­ ne è sempre e comunque collegato anche ad una serie di fattori interfe­ renti e ad una serie di condizioni age­ volanti.

Tra i fattori che interferiscono nel­ l’atto del comunicare sono da tener presenti: l’affettività e l’emotività di ciascuno, il gioco di simpatie-antipa­ tie circolanti nel gruppo, gli atteggia­ menti abituali, le abitudini mentali, gli interessi familiari, la vicinanza o lontananza al gruppo di valori in cui l’io di ognuno si identifica, l’esplo­ sione di associazioni mentali non ap­ pena una parola o un’immagine pas­ sa dalla bocca del trasmittente all’o­ recchio del ricevente e ancor più il moltiplicarsi dei significati dati alla stessa parola o immagine del trasmit­ tente e dai riceventi. Tra le condizioni da rispettare per as­ sicurare un buon livello di comuni­ cazione tra i partecipanti alla vita di un gruppo, ne sono da ricordare so­ prattutto quattro:

1. Non voler convincere È inefficace voler convincere l’inter­ locutore, perché il presupposto di partenza è viziato dalla presunzione di chi pretende che la sua realtà da comunicare sia comunque e total­ mente «vera», tout court. Ciascuno è attaccato alle proprie idee perché le ritiene buone. Confutare l’altro nelle sue idee significa attac­ care lui stesso e talvolta ciò che ha di più caro. Sentendosi minacciato, «invaso» nella propria libertà, avrà la tendenza ad arroccarsi sulla sua posizione, a difendersi, a contrattac­ care piuttosto che ad ascoltare e ma­ turare. È particolarmente importante pen­ sare a ciò, per esempio nel corso di una discussione nel gruppo. Quando si è attaccati, è difficile non con­ trattaccare... Per convincere l’altro che abbiamo ragione mentre lui ha torto. Allora — si dirà — perché parlare, perché dialogare se non si deve con­ vincere? Si deve parlare e dialogare per proporre all’interlocutore degli elementi di riflessione che gli permet­ teranno, se lui vorrà, di maturare da se stesso. Non è umano, quindi non è educativo, pretendere di «trasferi­ re» una nostra convinzione in un al­ tro, senza tener conto dei processi della sua maturazione. Dna verità o una convinzione personale non si brandiscono come una spada: non sono dei corpi contundenti da spac­ care sulla testa degli altri. Le convin­ zioni vanno proposte nella libertà, non imposte.

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IL TEMA DEL MESE Esperienze associative

COMUNICARE NEL GRUPPO (segue da pag. 19)

2. Ascoltare e comprendere con empatia

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Come si definisce l’empatia! Ecco la definizione che ne dà C. Rogers: «lo stato di empatia o il fatto di essere empatico, consiste nel percepire il quadro di riferimento interno di un’altra persona con esattezza e con le componenti emotive ed i significati in esso presenti, come se si fosse l’al­ tra persona». Il quadro di riferimento di qualcu­ no è il suo universo interiore: il suo carattere, la sua psicologia, il suo passato personale e collettivo, ciò che occupa attualmente il suo campo di conoscenza, di scienza, di coscienza. In un dialogo ciascuno comprende e si esprime secondo e in funzione del suo quadro di riferimento. Più que­ sti «quadri di riferimento» sono di­ versi e più il dialogo è faticoso. Nelle fasi difficili di un dialogo cia­ scuno dovrà, da una parte, cercare di esprimere più a fondo il suo pen­ siero dicendo esplicitamente a che esperienze si riferisce per fare le sue affermazioni e dall’altra sforzarsi di entrare nell’universo interno dell’in­ terlocutore per scoprire il suo reale pensiero al di là delle formulazioni che ne dà. La comprensione empatica deve sa­ per ascoltare molto, ma per realizza­ re ciò occorre innanzitutto far tace­ re i propri pregiudizi sull’interlocu­ tore, sia i pregiudizi negativi come quelli positivi: pregiudizi di razza, di nazionalità, di classe sociale, di cul­ tura, di età, pregiudizi personali quando si crede di conoscere già la persona sia direttamente, sia trami­ te intermediari.

3. Desiderare una verità sempre maggiore Vi è in ciascuno di noi un desiderio di verità e di luce. È particolarmen­ te importante viverlo intensamente nella situazione di dialogo e non rin­ chiudersi in un tranquillo possesso della verità, anche su quegli argo­ menti o problemi che si crede di co­ noscere. Vivere questo desiderio è molto esi­ gente e impegnativo, perché si può essere condotti a mutare le proprie opinioni o le proprie convinzioni; ed a noi non piace molto mutare, so­ prattutto di fronte agli altri. Ma co­ me vivere questa ricerca di verità? Occorre tenere più alla verità che al­ le proprie idee; saper riconoscere nell’idce dell’altro le porzioni di verità che possono arricchirci; saper rico­ noscere i propri errori e ritornare sul­ le proprie posizioni sia per abbando­ narle, sia per sfumarle. Il riconoscimento del proprio erro­ re, poi, o l’adozione delle idee del­ l’interlocutore, può provocare in quest’ultimo una reazione di vittoria ( = glielo avevo detto!); effetto que­ sto particolarmente nocivo al clima di dialogo. Riconoscere i propri er­ rori significa sottomettersi alla veri­ tà e non arrendersi agli altri. Per te­ stimoniare la verità occorre amarla più della propria tranquillità.

4. Coraggio di essere se stessi In un dialogo occorre comunicare, esprimersi. Ora, esprimersi, richiede talvolta coraggio per essere quello che si è, per essere, in una parola, au­ tentici. Infatti, spesso ci accade di sentirci inferiori all’altro, all’interlo­ cutore. È questa una delle ragioni

che rendono il dialogo così difficile e talvolta impossibile quando una di­ stanza sociale e culturale troppo grande separa gli interlocutori. Si può temere di far soffrire l’altro o di perdere la sua stima sostenendo delle opinioni diverse dalle sue. Si può non aver voglia di buttarsi in una discussione sia perché vi sono dei «personaggi» che se l’accaparrano, sia perché si può pensare che ciò sa­ rà inutile, etc... Una motivazione im­ portante per il dialogo è il desiderio di condividere con un altro le porzio­ ni di verità che si sono trovate e che si crede di aver trovato per permet­ tergli un eventuale progresso verso la verità. Come vivere, in definitiva, questo at­ teggiamento? L’affermazione delle proprie idee deve venir fatta senza volontà di convincere o di mortifica­ re e con la disponibilità interiore di venire contraddetti o contestati. Inol­ tre, non bisogna capitolare su ciò che ci sembra vero solo per far piacere ad un altro, anche se ciò dovesse pro­ vocare o mantenere aperte determi­ nate differenze. Il rispetto e la stima reciproci possono coesistere con la divergenza delle idee. Per realizzare ciò occorre saper esercitare la virtù della «tolleranza». Per concludere, allora, occorre dire che la comunicazione autentica nel gruppo è uno scambio in profondi­ tà, animato da un comune desiderio di progredire insieme verso la veri­ tà, nel quale ogni interlocutore deve avere il coraggio delle proprie opinio­ ni personali e nello stesso tempo il ri­ spetto dell’altro, delle sue idee e del­ la sua libertà nell’impegno esaltante c difficile della ricerca della verità.

Claudio Bucciarelli


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Tennistavolo

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11 Tennistavolo o Ping Pong è uno sport giovanissimo anche se la sua pratica ha radici molto antiche. L’essenzialità del gesto tecnico col­ loca questa disciplina nel panorama degli sport altamente promozionali e popolari; infatti sono circa 250 mi­ lioni le persone che nel mondo dedi­ cano una parte del loro tempo libe­ ro al tavolo da gioco. Molte sono le caratteristiche favore­ voli allo sviluppo di questa discipli­ na: innanzitutto delle caratteristiche tecniche che rendono il Ping Pong accessibile a persone di qualsiasi età e sesso e, per le sue prerogative di semplicità e linearità, adatto anche ad alcune categorie di portatori di handicap fisici. Con la facilità di gioco, concorre alla sua popolarità la facile reperibilità dell’attrezzatura (tavolo, rete e palli­ ne), particolarmente diffusa nei Cir­ coli, nelle Parrocchie, raramente, in palestre, e l’equipaggiamento strettamente necessario limitato alla rac­ chetta. Certo che per migliorare tecnicamen­ te in questo sport, come negli altri, occorre tanto allenamento anche se buoni risultati si ottengono con un minimo di pratica costante e con l’e­ sperienza di gara. Il Tennistavolo non è solo un piace­ vole passatempo, ma praticato con assiduità migliora diverse capacità fi­ siche tra cui la velocità, la resisten­ za, la forza, la coordinazione e l’a­ gilità, insieme a particolari capacità psichiche tra cui la concentrazione, la riflessione, la velocità di reazione e cosi via contribuendo dunque a for­ mare la personalità di chi lo pratica ed in particolare dei giovani verso i quali ha grande valenza educativa. Data la sua semplicità il Tennistavolo ha anche il pregio di essere uno sport particolarmente «sicuro» in quanto annovera pochissimi casi di infortu­ ni, ed è inoltre molto accessibile dal punto di vista economico.

In attesa della Festa nazionale Sono state appunto queste caratteri­ stiche che hanno permesso, anni’in­ dietro, al Centro Sportivo Italiano di partorire questa felice intuizione. Il Tennistavolo è stato infatti intro­ dotto in Italia dal nostro Ente ed an­ cora oggi riveste un ruolo importan­ tissimo nel panorama dell’attività sportiva nazionale dell’Associazione.

Molti sono i Consigli provinciali e circoscrizionali che lo annoveranno nei programmi di attività e nei calen­ dari annuali costituendo quel patri­ monio tecnico che si estrinseca nei di­ versi stili di gioco presenti negli atle­ ti delle varie Società sportive operan­ ti sul territorio. È proprio il caso di dire: «paese che vai, stile che trovi», questo perché i modi di giocare sono infiniti e con­ dizionati non solo dalle caratteristi-

che fisiche dei locatori ma anche dalle particolari soluzioni tecniche adottate. Si evidenziano così i difensori mu­ niti di racchette con rivestimento backside, gli attaccanti con racchet­ te veloci e con rivestimenti spessi ed elastici, e giocatori allround che uti­ lizzano le due tattiche alternativamente. L’evoluzione moderna del Tennistavolo sta comunque portando questo sport a stabilizzarsi su particolari li­ velli tecnici. Infatti la figura che maggiormente predomina la scena mondiale è quella dell’attaccante che in pochi secondi riesce a concludere uno scambio facendo raggiungere al­ la pallina la velocità media di 70 km/h con punte anche di 100 km/h. Questo modo di colpire la palla ra­ pidissimo si effettua con un colpo particolare detto «topspin» che per­ mette di colpire la pallina dal basso verso l’alto dotandola non solo di ve­ locità ma anche di un forte movi­ mento rotazionale. Le alte velocità raggiunte impongo­ no, ad alto livello, allenamenti sem­ pre più sofisticati e faticosi che ten­ dono a far anticipare il movimento in tempi di reazione brevissimi. Da qui l’importanza del «servizio» come arma sempre più fondamenta­ le nella conduzione del gioco. Questi modi di giocare con la preva­ lenza di un colpo su un altro e con variazioni a volte infinitesime e a vol­ te sostanziali del gesto tecnico, han­ no portato alla creazione di due grandi scuole pongistiche: V Asiatica capeggiata dalla Cina, e l’Europea capeggiata dalla Svezia. Se è vero che il Tennistavolo si sta evolvendo tecnicamente facendo pas­ si da gigante, è anche vero che il CSI si sta adoperando per migliorare il tasso tecnico di questa disciplina al proprio interno.


Giocasport ’89 Infatti a livello nazionale si sta for­ mando un gruppo di formatori per tecnici che avranno il compito fon­ damentale di portare nuova linfa al­ la periferia al fine di dotare quest’ultima di buoni tecnici societari. È da auspicarsi in futuro che i Con­ sigli sentano sempre più questo pro­ blema per consentire una sempre più ampia partecipazione alla Scuola na­ zionale per Tecnici. Un altro appuntamento di rilievo a livello nazionale è la Festa naziona­ le di Tennistavolo che si svolgerà a Viterbo dal 22 al 25 aprile e che ve­ drà la partecipazione di circa 400 atleti di ogni regione che disputeran­ no gare per ogni categoria d’età. L’appuntamento particolarmente sentito nelle varie realtà locali, sarà strutturato in maniera tale da con­ sentire un regolare e tecnicamente perfetto calendario di gara che vedrà, tranne in casi eccezionali, impegnati tutti gli atleti per un minimo di sei partite utilizzando una particolare formula di svolgimento detta «Sor­ rentina» che, adattata alla nostra realtà, consentirà di redigere la clas­ sifica finale evitando l’esasperazione delle finali e senza creare sperequa­ zioni di sorta. Per consentire lo svolgersi regolare delle gare avremo a disposizione il palazzetto dello sport della città di Viterbo ed una palestra che ospite­ ranno 20 tavoli da gioco ciascuno con un’area regolare. La Festa non prevederà solo momen­ ti tecnici, ma anche particolari mo­ menti associativi. Non ultimo l’ab­ binamento alla Campagna naziona­ le sulla bicicletta per far conoscere anche ai pongisti il fascino di questa disciplina attraverso momenti diver­ tenti e spensierati con le due ruote.

Franco Jovine

Arrivano le Feste regionali Lanciato ufficialmente nel dicembre ’86, «Giocasport» trova sempre più spazio nell’Associazione. Rispetto al 1987 sono raddoppiati i gruppi pro­ motori (oggi sono 73, rappresentan­ do il 46,79% dei Consigli provincia­ li CSI) ed è cresciuto in misura assai consistente il numero dei tesserati. Molte poi le sperimentazioni fatte ai diversi livelli ad opera degli educa­ tori delle diverse agenzie educative coinvolte. Realizzata anche la prima Festa nazionale di «Giocasport», nel maggio scorso, che ha visto la par­ tecipazione di migliaia di ragazzi. Ma molte cose restano ancora da fare per garantire la diffusione del progetto. Il 1989 dovrà allora essere l’anno de­ dicato alle manifestazioni e alle Fe­ ste organizzate ai diversi livelli e in vari ambienti, in modo da creare un

circuito di attività «Giocasport» sem­ pre di più a carattere continuativo. L’appuntamento «clou» di quest’an­ no sarà quindi costituito da una ini­ ziativa a carattere decentrato e com­ posito. Nel periodo che va dal 15 aprile al 15 maggio ciascuna regione potrà organizzare una festa di uno o più giorni, che dovrà puntare a coin­ volgere almeno 1.000 ragazzi e ragaz­ ze — categoria di età A e B — pro­ venienti sia da realtà CSI che da gruppi esterni quali ACR, oratori, parrocchie, ecc. Prerequisito indi­ spensabile è l’aver realizzato a livel­ lo locale attività di «Giocasport» e quindi di essere in regola con le nor­ me sul tesseramento CSI o «Gio­ casport».

Per dare maggiore incisività alla Fe­ sta sarà bene stabilire rapporti con gli uffici diocesani per la pastorale dei ragazzi, i quali già conoscono il nostro programma di attività e sa­ ranno ben lieti di collaborare a que­ sto ambizioso progetto. L’immedia­ ta costituzione di un gruppo di lavo­ ro o di un comitato organizzatore comprendente le diverse componen­ ti associative interessate potrà favo­ rire la riuscita della Festa. L’occasione è propizia per creare nuove aperture soprattutto verso la Comunità ecclesiale e le associazio­ ni di comune ispirazione per proget­ tare e realizzare insieme questa nuo­ va occasione educativa.

Il Programma della Festa dovrà comprendere oltre i momenti di gio­ co e di sport, anche altre attività ri­ creative e culturali, atte a favorire la libera espressione e la partecipazio­ ne di tutti i ragazzi.

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Al crocevia del CSI

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La centralità che lo Statuto del CSI riconosce alla Società Sportiva, luo­ go ove l’Associazione dichiara di vo­ ler assolvere primariamente il pro­ prio ruolo educativo, sembra porre in secondo piano l’opera delle strut­ ture di servizio. Anche il Consiglio provinciale pare relegato a brillare di luce riflessa, ad assolvere compiti che, ad una prima analisi, risultano essere freddi, burocratici, asettici. Tale lettura penalizza particolarmen­ te il Consiglio provinciale, nel quale molti vedono l’effettiva asse portante della proposta CSI. 11 suo è un ruolo di servizio in quan­ to in esso dovrebbero ritrovarsi le energie migliori delle Società sporti­ ve. Ed è lì che i rappresentanti delle Società sportive concordano e pro­ grammano le attività da svolgere in­ sieme. Da un punto di vista teorico tutto ap­ pare abbastanza lineare: ci si convo­ ca, ci si trova, si fissano le attività sportive e formative alle quali ciascu­ no intende dare la propria adesione anche organizzativa, si prendono in esame le difficoltà che dall’esterno si fanno sentire e si concordano comu­ ni iniziative atte a risolvere, si affi­ dano le responsabilità gestionali a co­ loro che dimostrano di essere più ca­ paci e disponibili, si... La realtà non è così semplice. La pratica deve fare i conti con i piccoli e grandi egoismi che ciascuno cerca di portare avan­ ti. Ed ecco che ci si trova di fronte ad una serie di problemi. Non è suf­ ficiente chiamare a raccolta le Socie­ tà ed i Gruppi Sportivi delia propria zona per stabilire un programma, perché tutti hanno un loro piano so­ cietario che, normalmente ed a giu­ sta ragione, viene prima dei pro­ grammi comuni; si riscontra che le Società sportive reali, anche quelle più impegnate, per una serie di mo­ tivazioni validissime, non si rivolgo­ no a tutte le fasce di età, ad entram-

Il molo del Consiglio provinciale bi i sessi, ai praticanti di tutte le di­ scipline, non privilegiano le realtà bi­ sognose, emarginate, ma tendono ad utilizzare un servizio. Ed ecco che la promozione dell’Associazione, della sua cultura, delle sue idealità, passa per alcune perso­ ne che si assumono l’onere gestionale del Consiglio provinciale. L’Associazione ha più volte precisa­ to il ruolo del Consiglio provinciale indicandolo sia nello Statuto sia nei documenti associativi prodotti nel corso di questi anni. La caratteristi­ ca principale che si può cogliere nei Consigli provinciali reali è la loro flessibilità e diversa articolazione, motivata dalle esigenze del territorio di pertinenza. La principale preoccupazione di un Consiglio provinciale CSI non può che essere di tipo educativo. Quanta e quale educazione si può e, quindi, si deve «produrre» nella propria real­ tà locale attraverso una pratica spor­ tiva vissuta secondo una visione cri­ stiana dell’uomo c della realtà. Un Consiglio provinciale del CSI de­ ve, prima di tutto, essere credibile per la proposta sportivo-educativa che attua sia nei confronti del mon­ do sportivo che lo circonda sia nei confronti della Chiesa in cui è inse­ rito e Tesserlo su entrambi i fronti presuppone un impegno ed una pre­ parazione qualificati. Chi opera in un Consiglio provincia­ le non può prescindere da ciò. Non è sufficiente organizzare bene una manifestazione sportiva, se nel rea­

lizzarla si perdono di vista le finalità educative che stanno alla base della esperienza del CSI, se vengono tenuti in considerazione solo criteri rigida­ mente tecnici o presunti tali. Il Consiglio provinciale deve quindi impegnarsi a preparare, a formare i responsabili delle proprie società e delle proprie attività. Deve, inoltre, cercare di «coprire» tutti i ruoli che sono previsti per l’attività sportiva, per la formazione degli operatori, per la informazione associativa, per i rapporti esterni, per le necessità del­ la struttura interna. Alcuni Consigli, quelli cosiddetti grandi, che affilia­ no cento società ed oltre, talvolta rie­ scono ad impegnare persone per cia­ scun ruolo. Ma anche i Consigli, spesso indicati come minori, che hanno una base con meno di venti/trenta società, riescono ad essere testimoni dell’Associazione in egual misura e talvolta con più incisività trovando nelle poche persone dispo­ nibili chi assolve alle varie incomben­ ze e necessità con la medesima com­ petenza e preparazione. Lo Statuto delinea i compiti del Con­ siglio provinciale e gli incarichi da ri­ coprire, ma sono le persone che si impegnano in tali strutture, basate sul più schietto volontariato, che ne danno sostanza e forma concreta. E sono queste ultime che costituisco­ no l’Associazione con il loro modo di operare indipendentemente dal ruolo che ricoprono, di arbitro o di dirigente, di presidente o di addetto al tesseramento, di responsabile tec­ nico formativo ma tutte insieme pro­ tese a promuovere l’Associazione, avendo come obiettivo la crescita dell’uomo c della società in cui viviamo. Giuseppe Goffrivi


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE Un incontro affettuoso CATANIA — I dirigenti del CSI hanno aspettato qualche mese prima d’incontrare il nuovo Arcivescovo Luigi Bommarito, ma ne è valsa vera­ mente la pena. Non è stata una presentazione ufficiale, ma un forte momento ecclesia­ le. L‘Arcivescovo ha incontrato i dirigenti di un gruppo impegnato inci­ sivamente nella promozione umana e sociale dei giovani della diocesi di Catania, e principalmente di quelli meno fortunati e con poche possibili­ tà di essere presi in considerazione. L'incontro è stato caldo ed affettuo­ so, ma ha ribadito per i dirigenti del CSI le forti responsabilità che essi si sono assunte accettando di operare all’interno dell’Associazione. «Siete una forza viva nella Chiesa catanese» ha ribadito mons. Bomma­ rito. Può sembrare una gratificazione, ma in realtà per i dirigenti del CSI significa lavorare con più responsabilità, maggiore impegno, più senso della Chiesa. L‘arcivescovo ha ricordato che per lavorare nel CSI ci vuole sì una forte passione per lo sport, ma principalmente un grande amore per i ragazzi che proviene dal Vangelo e dall’appartenenza alla comunità ecclesiale. Un incontro quindi che è entrato subito nei vivo, che non ha eluso ipro­ blemi, che ha ribadito la centralità dell’esperienza sportiva nell’educa­ zione dei ragazzi. «Catania chiama Catania» ha detto /'Arcivescovo in questi giorni, ed il CSI ha confermato nell’incontro la piena adesione a questo program­ ma, suffragata del resto dal lavoro silenzioso ma incisivo che da anni già sta facendo per le zone meno fortunate della città.

UNA DOMENICA _______ DIVERSA_______ FIRENZE — È stato veramente un po­ meriggio particolare quello che ha tra­ scorso chi ha potuto assistere al diver­ tente spettacolo allestito dalla compa­ gnia «Dieci piccoli indiani» presso l'i­ stituto di rieducazione minorile «Meucci». La commedia, «Cara donna», ha ri­ scosso un pieno successo di pubbli­ co, prevalentemente composto dagli ospiti dell’istituto e dai loro educato­ ri, tra cui l'amico Carlo Giannitrapani, promotore della presenza del CSI al­ l’interno del «Meucci» e fautore di in­ contri e momenti socializzanti con i giovani ospiti dell'istituto.

INCONTRO PER RESPONSABILI DELLA FORMAZIONE CR EMILIA-ROMAGNA — Si è svolto a Tossignano, in provincia di Bologna, il primo incontro regionale dei respon­ sabili provinciali per la formazione. Si, è trattato di un importante momento di verifica dell'attività svolta e di rilan­ cio deH’impegno formativo su tutto il territorio regionale. La partecipazione è stata buona, circa 35 partecipanti, ma soprattutto si è dimostrata attenta ai contenuti ed alle forme di animazio­ ne che hanno caratterizzato l'incontro. A questo punto il nuovo Coordinamen­ to regionale per la formazione è riusci­ to ad acquisire una «banca-dati» pre­ ziosa per approntare una adeguata programmazione di interventi forma­ tivi. Il nuovo Coordinamento per la for­ mazione della Regione Emilia-Roma­ gna è composto da: Don Pietro Mar­ chetti di Imola che ne è il responsabi­ le, Mauro Buzzoni di Ferrara, Marco Guizzardi di Ravenna e Paolo Vacondio di Modena.

INCONTRO ADDETTI STAMPA CR LOMBARDIA — Uno dei momen­ ti di verifica della vita regionale lom­ barda è stato quello dedicato agli ad­ detti stampa locali. L'argomento di maggiore rilievo trat­ tato nelle due ore di riunione ha riguar­ dato la qualità dei prodotti che i vari Consigli editano periodicamente; a questo proposito occorre dire che ogni Consiglio lombardo ha fatto un serio sforzo per offrire una pubblicazione valida sia dal punto di vista dei conte­ nuti e sia da quello grafico. Una parti­ colare attenzione è stata anche dedi­ cata alla presenza sulle emittenti radio-televisive locali, con l'impegno di approfondire maggiormente la que­ stione nel corso di un futuro incontro.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE FESTA POLISPORTIVA ACIREALE — Il Consiglio di Acireale ha dato il benvenuto al 1989 con una festa polisportiva svoltasi a Riposto. Oltre ogni previsione il successo riscosso dal­ le attività proposte, la Corsa Campestre, il Giocasport, il Basket, il Tennistavolo. Circa 300 partecipanti hanno apprezza­ to lo sforzo organizzativo degli opera­ tori CSI, dando vita ad una giornata sportiva densa di impegno agonistico ma soprattutto di costruttivo confronto fra società e atleti. Anche questa volta genitori un po’ stu­ piti dall’atmosfera di amicizia che regna­ va hanno assistito i figli dal boschetto

dove si svolgeva la Campestre, alla pa­ lestra del Tennistavolo, dal campo di Basket alla piazza invasa da bambini impegnati nel giocasport. Da registrare l’incremento del numero dei partecipanti in campo femminile. Queste note positive fanno sì che l'ap­ puntamento di Riposto rappresenti una importante tappa nel lento processo di miglioramento in atto nel CSI di Acirea­ le. Una festa in definitiva riuscita, anche grazie alla collaborazione notevole pre­ stata dall'assessore allo sport del comu­ ne di Riposto Santo Grasso Alla fine della giornata è stata il miglior ricono­ scimento, per chi si è impegnato ad or­ ganizzare una domenica di sport, l'e­ spressione di soddisfazione disegnata sui volti dei partecipanti.

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MACERATA — Non sempre le riunioni ed i momenti di studio e di riflessione as­ sociativa si svolgono all'interno delle mura del Consiglio e soltanto tra coloro che vi svolgono attività di qualsiasi tipo. A Macerata, infatti, una serata è stata dedica­ ta ad una «Festa associativa» con i componenti del Comitato e relative famiglie. Un modo diverso senz'altro di stare assieme.

FESTA PROVINCIALE «GIOCASPORT» RAGUSA — Presso la Parrocchia Sa­ cra Famiglia in Ragusa il CSI ha dato inizio ufficiale alle attività di Giocasport per l'anno 1989, con una grossa festa provinciale che ha coinvolto oltre 150 ra­ gazzi. L'impegno preliminare di sensibilizza­ zione da parte degli animatori respon­ sabili. con in testa il Presidente Pino Savà. il coordinatore tecnico Salvo Russo ed il coordinatore di fascia Pippo Cam-

po. ha consentito lo svolgersi di tutta la giornata, suscitando l'interesse e la par­ tecipazione attiva dei ragazzi. Il programma è iniziato con alcuni gio­ chi di movimento e di conoscenza, se­ guiti poi da giochi sportivi che il grosso carnet di Giocasport offre, dal calcetto alla pallavolo, pallabase ecc... Nel primo pomeriggio dopo alcuni minu­ ti trascorsi in approfondimenti associati­ vi si è passati alla celebrazione liturgi­ ca. officiata dal consulente Padre Gio­ vanni Rollo: indi si è passati ai saluti, con l'impegno a ritrovarsi al più presto.

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M VERSO META COMUNE SORA — Si è svolta a Sora una mani­ festazione sportivo-promozionale con 10 slogan «Corriamo insieme verso una meta comune», organizzata dall’Unione Italiana Ciechi di Prosinone in col­ laborazione con il Centro Sportivo Ita­ liano di Sora e il patrocinio del Comu­ ne dì Sora. Alla maratonina che si è snodata per 11 centro cittadino, hanno partecipato circa 300 persone: ciechi, atleti di di­ verse società sportive, studenti e sem­ plici cittadini che hanno aderito a tito­ lo personale. L'imponente partecipazione ha richia­ mato l’attenzione della cittadinanza già sensibile al problema dell’integra­ zione sociale dei non vedenti e a con­ clusione si è tenuta a Piazza S. Restituta una conferenza stampa a cui han­ no partecipato le maggiore autorità cit­ tadine. L’iniziativa è nata dall’esigenza di riaf­ fermare il valore socializzante dell’at­ tività fisica ed il diritto degli handicappati di poterne fruire. Tali finalità sono state sottolineate dal Presidente dell'Unione Italiana Ciechi locale, Sergio Durini, e da Aldo Di Poce presidente del CSI di Sora che da anni si dedica con grande impegno alle attività spor­ tive dei non vedenti.

T©RME© «mPITER» MOLFETTA — Sono tante le iniziative di cui il Centro Sportivo Italiano si fa promotore; molte sono le manifestazio­ ni sportive che, grazie all’abnegazio­ ne di alcuni animatori, ogni anno vedo­ no la luce. Di certo il Centro Sportivo Italiano non riposa sugli allori del pas­ sato, ma cerca sempre di proporre qualcosa di nuovo, di promozionare di­ scipline sportive molte volte dimentica­ te nel cassette? dei ricordi o delle buo­ ne intenzioni. E il caso delle bocce, una disciplina sportiva molto praticata a li­ vello nazionale sia agonisticamente che dilettantisticamente, che purtrop­ po nel territorio di Molletta non ha mai trovato un giusto riscontro e una giu­ sta collocazione, soprattutto se si tie­ ne in debita considerazione il fatto che sia uno sport adatto a qualsiasi età. In questo quadro si inserisce la prima edizione del Torneo di bocce «lupiter», organizzato dal Consiglio provinciale; con questa iniziativa i promotori inten­ dono iniziare quel processo di «riabili­ tazione» di questa particolare discipli­ na sportiva. Il torneo avrà la durata di più domeni­ che, ognuna riservata ad una catego­ ria; le gare si disputeranno presso uno dei tre campi di bocce presenti all'in­ terno del Parco di Ponente a Molfetta: ed è proprio grazie alle continue insi­ stenze del CSI che l'amministrazione comunale alcuni mesi fa ha recintato questo piccolo campetto, permettendo che ci fossero le condizioni di sicurez­ za e di regolarità adatte a disputare un torneo.


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE L'ARBITRO OPERATORE SPORTIVO-EDUCATIVO UDINE — Tra le iniziative formative del Consiglio di Udine non poteva mancare un incontro associativo de­ dicato agli arbitri, ai giudici di gara ed ai cronometristi delle varie discipline sportive. L’incontro ha avuto luogo ad Ovaro ed ha visto come relatore prin­ cipale il presidente CSI della Lombar­ dia, Davide Jacchetti. Nella prima mattinata Jacchetti ha pre­ sentato il tema dell’incontro (Anche l’arbitro può essere un operatore sportivo-educativo), sottoponendo all’attezione degli operatori presenti due aspetti. Il primo, sport educativo per tutti: l’educazione è un processo che segue la vita, è un cammino; educare significa amare i più «maleducati». An­ che attraverso lo sport si potrà pro­ muovere una corretta educazione so­ prattutto con i più poveri, gli emargi­ nati ed i meno dotati. Servono quindi degli educatori, ed an­ che l’arbitro deve essere portatore e promotore di educazione. Nel secondo aspetto l’arbitro viene vi­ sto costantemente come educatore, perché in ogni momento educa in quanto influenza l’operato dell’atleta. A conclusione della relazione si è aperto un interessante e vivace dibat­ tito, che si è protratto per tutto il po­ meriggio.

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DONNA E SPORT ANDRIA — Nell’organizzare il Conve­ gno «Donna e Sport» i dirigenti del CSI di Andria hanno voluto focalizzare l'at­ tenzione dei presenti sull’impegno civi­ le dei suoi collaboratori e sul valorepre­ ventivo dello sport e dell'associazioni­ smo.

L'impegno dei nuovi dirigenti, seguen­ do le linee programmatiche individuate durante i lavori di Sorrento circa l’impe­ gno civile, è stato ripagato dalla parteci­ pazione di circa centocinquanta ragazze. Di questo sono stati testimoni convinti il presidente regionale Cosimo Meca ed altri presenti, tra cui numerosi genitori.

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SONDRIO — Un momento della manifestazione «XXXI Trofeo Vanoni», gara in­ ternazionale di corsa in montagna a staffetta di sei chilometri e mezzo. Alla pre­ miazione, che ha avuto luogo presso l’antica Chiesa di S. Antonio, è intervenuto anche il vicepresidente regionale Renato Pizzi.

UNA TESTIMONIANZA Di IMPEGNO

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VICENZA — Riceviamo da Roberto Fio­ raso, dirigente del GS Leonicena di Lonigo (VI) una testimonianza del lavoro e dell'impegno di Gianni Fertile, anch'esso dirigente del Gruppo Sportivo, costretto da molti anni ormai all’immobilità e. non per questo, arreso dalla malattia.

RAVENNA — Non c'è due senza tre. Per il terzo anno consecutivo il CSI Nuoto Ravenna ha conquistato il 14° Trofeo Città di Cento, organizzato dal­ la società Centese Nuoto. Alla manifestazione hanno partecipa­ to circa 250 atleti, in rappresentanza di sette società sportive cittadine All’esordio stagionale gli atlet1 hanno mostrato uno splendido stato di forma. Di particolare rilievo sono state le pre­ stazione di alcuni giovani atleti che, per la loro preparazione e tenacia co­ stituiscono delle autentiche promesse per il settore nuoto del Consiglio ra­ vennate.

«Gianni Penile ha cominciato come diri­ gente del Gruppo Sportivo «Leonicena» negli anni ’60 quando questa società sportiva era espressione delle attività parrocchiali. Gianni ha sempre concepito lo sport co­ me una componente fondamentale del­ la formazione dei giovani, secondo an­ che quello che è il concetto ispiratore del CSI, e se le coppe e i trofei gli hanno fat­ to e gli fanno piacere quando vengono vinti, non rappresentano certo lo scopo dell’attività che è soprattutto quello di av­ viare il maggior numero di ragazzi alla sa­ na pratica sportiva, intesa come confron­ to con se stessi prima che con gli altri. Per questo Gianni è stato promotore, a

metà degli anni '70, del Centro Olimpia del G.S. Leonicena, dell'affiliazione alla Fidai e, pochi anni dopo, del Centro Av­ viamento allo Sport di atletica. E proprio in quegli anni la malattia lo ha colpito e, lentamente ma inesorabilmente, lo ha co­ stretto all'immobilità. Immobilità tuttavia che non ha fermato la sua voglia e la sua capacità di fare. E tiene ancora salda­ mente in mano — per fortuna — le redi­ ni del G.S. Leonicena che vede sempre in lui la guida e il riferimento sicuro in ogni difficolta. Il telefono è diventato la sua vo­ ce, gli amici sono le sue gambe. Anche dalla sedia a rotelle coordina le varie at­ tività, intrattiene rapporti con enti e auto­ rità, si sobbarca il gravoso lavoro di se­ greteria fatto di adempimenti burocrati­ ci, indispensabili, anche se nascosti, al­ la attività sportiva. Infine il campeggio. Ogni anno il G.S. Leonicena organizza infatti un campeg­ gio in montagna per i suoi soci ed amici, ma se Gianni non trovasse il terreno, non facesse arrivare le autorizzazioni del sin­ daco, dell’USL, sempre senza muover­ si dalla sua sedia, molto spesso si sareb­ be dovuti rimanere a casal».

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RAIN MAN DI BARRY LAVINSON

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Quando una generazione lascia il po­ sto all’altra, o più semplicemente quando il tempo trascorso è tale da far impallidire il ricordo del prodot­ to (il nuovo pubblico scopre le cose come nuove, il vecchio pubblico rin­ nova nostalgicamente le proprie emo­ zioni) ecco che il cinema offre al mer­ cato i suoi cavalli di battaglia. A vedere Rain Man non si sa da che parte cominciare, quando se ne vuol parlare, tanto grande è l’emozione che suscita. Già a Berlino, all’ultimo XXXIX Fe­ stival, film e attore protagonista, l’impareggiabile superbo Duslin Hoffman, sono stali accolti da gran­ di ovazioni. E Dustin Hoffman emo­ ziona e piace ad almeno due genera­ zioni cinematografiche. Il film di Lavinson (rifiutato da re­ gisti come Spielberg, Pollack, Brest) è la storia di un giovane escluso dal­ l’eredità paterna (l’attore Tom Crui­ se) e risoluto a impossessarsene a danno del fratello autistico. Charlie, il giovane «filibustiere», appare su­ bito come un ragazzo privo di scru­ poli, non abituato ad interessarsi de­ gli altri ma che improvvisamente si trova «on thè road» per dirla in ame­ ricano, sulla strada, in un’automobi­ le in compagnia dello ‘sfortunato’ fratello, Raymond, alias Dustin Hoffman. Ed è durante il viaggio at­ traverso gli States con il malato di au­ tismo che Charlie scopre un’anima diversa, tenerezza e amore per il fra­ tello Raymond (dal nome il titolo del film Rain Man, come fosse una stor­ piatura) chiuso nel suo mondo senza possibilità comunicative, un mondo di gesti e parole ripetute, di messag­ gi ricevuti alla lettera, ma con quali­ tà e abilità cresciute e rafforzate a di­ smisura, come la capacità di impara­ re a memoria una guida del telefono alla prima lettura o di calcolare qual­ siasi operazione matematica con la velocità di un computer. «Parlare delle malattie è un intratte­ nimento da Mille e una notte», dice­ va William Osler. Chissà se questo film servirà, oltre l’intrattenimento, a far sì che si parli, si faccia sapere che esistono i malati di autismo, che sono gravi e che per loro non c’è niente. La bellezza di questo film va oltre il fatto estetico e empatico, riesce a

convincere le platee che «l’uomo del­ la pioggia», il Rain Man, è un per­ sonaggio reale anche se passa attra­ verso la finzione cinematografica. E nonostante questo non c’è la sensa­ zione di assistere — per più di due ore — ad un film-inchiesta, uno studio clinico: è e rimane una storia con oc­ casioni di respiro ora allegre, ora tri­ sti e che presenta una realtà solo in parte immutabile e tragicamente o spaventosamente irrisolvibile. Perché se è vero che clinicamente poco o nul­ la può la medicina in questi casi, sem­ bra altrettanto vero che questi mala­ ti stanno meglio in famiglia e la mi­ glior cura è farli partecipare alla vita. Questo «road movie», questo cinema di strada, lascia purtroppo in un an­ golo il resto del cast: la brava italia­ na Valeria Golino, ad esempio, (nel film, la fidanzata di Charlie) ha avu­ to e dimostrato una professionalità eccezionale, una caratterizzazione amabile e piacevole. Solo che con Hoffman e Cruise (complimenti, non è certo una meteora) il resto se non silenzio è comunque sottovoce. Ora, al di là della bravura artistica, al regista e soprattutto a Hoffman va, anche in Italia, la gratitudine del­ le famiglie di persone affette da au­ tismo e delle associazioni che di loro si occupano. Gratitudine perché si to­ glie il velo su una malattia che in Ita­

lia colpisce 25 mila persone, circa 5 ogni diecimila e che poca attenzione ha sempre avuto. Le fiabe classiche hanno figure arche­ tipiche — eroi, vittime, martiri, guer­ rieri. 1 pazienti neurologici sono tut­ te queste figure e nella storia che il film racconta il malato è anche qual­ cosa di più. Possiamo vederlo come viaggiatore diretto verso terre inimmaginabili, terre di cui altrimenti non avremmo idea, che non potremmo raffigurar­ ci. Ecco perché quella vita, quel viag­ gio ha qualcosa di fiabesco. Lurija, un grande neurologo, amava parlare di «scienza romantica». Un punto di intersezione tra fatto e fia­ ba, intersezione che caratterizza la vi­ ta di Raymond-Hoffman. Rain Man è dunque un film sull’au­ tismo per mostrare al pubblico la du­ rezza della realtà per cui un handi­ cappato, anziché restare in famiglia, viene rinchiuso in istituzioni più adat­ te al secolo passato che al nostro. Un bambino autistico di undici anni ha visto il film, c al termine ha ab­ bracciato i suoi genitori e ha detto lo­ ro «vi voglio bene». Per un malato di autismo è un miglioramento pic­ colo e grandissimo...

Flavio Pedrotti


Manuale tecnico tattico e medico scientifico dello sport bocce E. Appiani, E. Robbiano, S. Ma­ rocco - Ed. Società Stampa Spor­ tiva, Roma 1988, pp. 328, L.

28.000 L’UBI ha voluto la preparazione di questo manuale dedicato all’appro­ fondimento e quindi agli istruttori di tutti i gradi. I tre specialisti cui TUBI ha affidato il compito son partiti praticamente da zero, non essendoci in Italia una spe­ cifica letteratura sull’argomento. Do­ po tre anni di lavoro arriva questo volume, che viene ad essere praticamente il testo ufficiale deH’Unione. Come si è già detto, è un lavoro de­ stinato soprattutto agli istruttori, ma risulta utile anche per dirigenti, gio­ catori ed arbitri. Il sommario si svi­ luppa attraverso i seguenti argomen­ ti: tipi di competizioni boccistiche; elementi di anatomia e di fisiologia applicati allo sport bocce; analisi del movimento nello sport bocce; l’ali­ mentazione e la patologia delle boc­ ce; il giudizio di idoneità alla pratica delle bocce; studio teorico del tiro; studio biotipologico del tiratore; stu­ dio delle dimensioni del campo di gioco per le categorie giovanili; l’or­ ganizzazione degli stages; il punto (tecnica-tattica); il tiro (tecnica­ tattica); il perfezionamento tecnico al punto e al tiro; l’allenamento. Foto­ grafie, tabelle, disegni e grafici faci­ litano la comprensione del testo.

Educazione fisica nella scuola: aspetti teorici M. Riva e S. Tiberio - Ed. Società Stampa Sportiva, Roma 1989, pp. 176. L. 15.000

L’attuale ordinamento scolastico pre­ vede per l’educazione fisica un esa­ me finale di carattere teorico (collo­ quio multidisciplinare), mentre nel­ la pratica quotidiana non è previsto alcun obbligo per l’insegnante di svolgere lezioni teoriche. Questi ed altri problemi connessi all’insegna­ mento dell’educazione fisica nelle scuole secondarie di primo e secon­ do grado possono, secondo gli auto­ ri, trovare una parziale soluzione nel­ la disponibilità di un libro compren­

TRA PREGHIERA E POESIA L’antologia mariana curata da Gandolfo, Lanieri e Vassallo è il prodotto di un 'attenta ricerca fra gli autori del novecento, condotta non secondo i criteri tradizionali, ma con originalità: estendendo cioè l’indagine ad autori ingiusta­ mente trascurati dalla critica lette­ raria e scarsamente considerati dal punto di vista prettamente reli­ gioso. Il volume nasce con l’intento di in­ dividuare, nella produzione poeti­ ca del nostro secolo, gli accenti li­ rici di una pietà e di una devozione mariana sorprese anche in autori insospettabilmente vicini ad una problematica di tipo religioso, e di una religiosità tipicamente cri­ stiana. I curatori si sono esposti così ad un lavoro impegnativo ed altamente qualificato, in quanto non hanno isolato i temi più largamente «reli­ giosi» (di cui è intrisa la letteratura novecentesca), ma hanno affron­ tato l'analisi del tema mariologico che — sebbene molto presente — persua natura risulta essere meno facilmente documentabile e più specifico della religione cristiana. L'originalità dell 'opera ed il suo valore più significativo stanno quindi nella portata altamente cul­ turale della raccolta e d’altro can­ to nella organizzazione facilmente fruibile da un pubblico non neces­ sariamente specialistico: essa risul­ ta altresì stimolo per nuove e più approfondite ricerche a livello scientifico e contemporaneamente patrimonio di arricchimento spiri­ tuale. Dato il consistente numero di autori presi in considerazione nell’antologia, non si può esami­ nare criticamente l’intera opera se

non nelle sue linee generali. Vale comunque la pena di operare alcu­ ne considerazioni sull’opera dei due curatori presenti anche in qua­ lità di autori nella rassegna. In uno stile tipicamente ermetico, Gandolfo traccia l’immagine di una Vergine che risolleva l’uomo abbrutito dal suo male, dal suo peccato; Maria è la figura costan­ temente vicina al dolore ed alla cri­ si dell’uomo di tutti i tempi: viene evocata insomma la «Mater cle­ mentissima», l’aspetto più sugge­ stivo della Madonna sentita come madre del poeta e dell 'intera uma­ nità. Una simile sensibilità è presente nelle due liriche della Vassallo, che tracciano con potente sintesi il rap­ porto tra la Vergine e Cristo, deli­ neato senza alcun indugio, con espressioni incisive che si imprimo­ no nella mente del lettore: tutta la vicenda di Maria viene tracciata in poche righe che però esprimono tutta la profondità umana dell’e­ vento dell’incarnazione; la tra­ scendenza non nega l’immanenza del Dio fatto uomo, il Mistero del Verbo Incarnato non nega la gran­ dezza del «sì» di Maria. Sarebbe ancora interessante scorrere le liri­ che di altri autori, ma questa ana­ lisi richiederebbe molto spazio: in conclusione non si può che ribadi­ re il valore culturale ma soprattut­ to religioso di quest’opera, invi­ tando i curatori ad approfondire con nuove ricerche questa temati­ ca, documentando un interesse, una «nostalgia» per la figura di Maria che travalica l’ambito pura­ mente pietistico e devozionale.

sibile e concettualmente corretto, che gli allievi possano leggere da soli nel corso degli studi, secondo le indica­ zioni dell’insegnante di educazione fisica. 11 volume è stato costruito per rispon­ dere a tale scopo. Esso presenta un ventaglio di argomenti piuttosto am­ pio, nel quale l’insegnante potrà sce­ gliere di volta in volta — valutando anche la capacità degli allievi — quel­ li più idonei a fare da supporto per lezioni sia teoriche che pratiche. Tra i moltissimi argomenti presenti nell’indice, ne ricordiamo alcuni:

compiti, funzioni e responsabilità dell’insegnante di educazione fisica; le diverse forme dell’attività motoria e il loro significato; storia delle Olim­ piadi; l’organizzazione sportiva in Italia; regole e caratteristiche dei principali sport di squadra; le funzio­ ni ed i compiti dell’arbitro-giudice; la normativa relativa alla tutela sanita­ ria dell’attività motoria; la prepara­ zione motoria e i test di valutazione; nozioni sul corpo umano; le qualità motorie; alterazioni morfologiche del corpo umano; nozioni di soccorso d’urgenza.

Valeria Moirano

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BAGLIORI DA ORIENTE (segue da pag. 9)

TERAPIA CON IL CALORE

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A molti piace farc la sauna, il bagno turco o l’idromassaggio. Tant’è che ormai rappresentano un requisito in­ dispensabile di centri sportivi, di isti­ tuti di bellezza, di alberghi. I nostri antenati benché non cono­ scessero con precisione gli effetti fi­ siologici del calore sul corpo ne ap­ prezzavano le proprietà distensive. In Finlandia circa 4 milioni di perso­ ne ogni settimana utilizzano la sau­ na per rilassarsi e per alleviare i do­ lori muscolari ed alcuni di loro an­ cora utilizzano la piccola capanna di tronchi d’albero nei pressi di un la­ go, nel cui interno l’acqua viene ver­ sata su una pietra che copre un fuo­ co a legna. Dopo un breve intervallo trascorso nella capanna la persona che fa la sauna si immerge in un la­ go gelato; da ultimo rivitalizza la cir­ colazione percuotendosi con rametti di betulla. II caldo, aumenta la temperatura del­ la superficie corporea con conseguen­ te dilatazione dei vasi cutanei super­ ficiali e sudorazione. 11 calore viene dissipato con maggiore efficacia in una sauna, dove l’am­ biente viene riscaldato fino a 80°C-90°C e mantenuto al 5-25% di umidità relativa, piuttosto che in un bagno a vapore o in idromassaggio, perché il sudore evapora più facil­ mente nell’aria calda e secca che in condizioni di elevata umidità. Sappiamo inoltre, che il calore indu­ ce un aumento dei battiti cardiaci al minuto (100-160) e della gittata car­ diaca; generalmente la pressione diastolica cade mentre quella sistolica aumenta o diminuisce in relazione al­ la capacità della gittata di compen­ sare la riduzione delle resistenze pe­ riferiche. Queste modificazioni sono le stesse che si hanno nel corso di un eserci­ zio fisico e pertanto i sedentari della sauna possono ottenere dei vantaggi dell’esercizio senza muoversi. Il freddo inverte gli effetti del caldo aumentando talvolta in maniera con­ siderevole la pressione sistolica. Que­ sto brusco passaggio dal bagno cal­ do nell’acqua gelida se può essere rin­ vigorente per soggetti sani e normali è rischioso per i cardiopatici e gli an­ ziani, anche se uno studio recente concludeva che la sauna non provo­ ca aritmie pericolose in soggetti car­

diopatici, nella misura in cui l’espo­ sizione è ragionevole e il raffredda­ mento moderato. La Società della sauna della Finlan­ dia raccomanda, infatti, una esposi­ zione di circa 10 minuti da ripetere per un massimo di tre volte. Inoltre si dovrebbe consigliare a coloro che iniziano, agli anziani e ai cardiopa­ tici di adottare un approccio graduale. Non sono consigliabili i bagni caldi invece ai soggetti con malattie febbri­ li, ai soggetti disidratati, a quelli che hanno un recente consumo di alcool o che hanno fatto un esercizio inten­ so. 1 bambini e i ragazzini prepuberi sono anch’essi ad alto rischio per un colpo di calore. In conclusione i bagni caldi non svi­ luppano la forma fisica o prevengo­ no malattie ma presentano sicura­ mente dei vantaggi. Sono utili nella riabilitazione dei traumi muscolo­ scheletrici e nei doloro muscolari ma soprattutto come antitodo allo stress attraverso una sensazione di disten­ sione e di benessere, indotta dall’au­ mento delle endorfine in risposta al­ la ipertermia.

Antonio Spataro

AMBROGINO D'ORO A ©©N MAZZI Don Antonio Mazzi ha ricevuto dai Sindaco di Milano, Pillitteri, il pre­ stigioso riconoscimento dell’Ambrogino d’oro 1988 per la sua ope­ ra di recupero dei tossicodipenden­ ti. La cerimonia si è svolta a Mila­ no il 7 dicembre scorso. Medaglia d’oro, insieme a Don Mazzi, sono state assegnate tra gli altri a Silvio Berlusconi, agli scrittori Umberto Eco e Fernanda Pivano, a Leopol­ do Pirelli, al regista Luca Ronconi, a Nicola Trussardi. Don Antonio, che attualmente di­ rige ('Opera don Calabria di Mila­ no, è l’ideatore e il promotore del Progetto Exodus per i tossicodipen­ denti. È stato in passato Consulen­ te del CSI ed è sempre vicinissimo alla nostra Associazione, convinto assertore delle potenzialità forma­ tive dell’esperienza sportiva ben condotta.

leader di uno dei nuovi gruppi d’ispi­ razione cristiana, l’Unione CristianoSociale, ha detto: «Penso che anche tutte le voci non comuniste debbano rassicurare il P.C. e garantirgli un futuro». 11 processo si muove però sul filo del rasoio, perché la sperimentazione ri­ chiederebbe tempi lunghi, mentre la gente vuole risultati presto. Adolf Bibic, presidente del Centro marxista della Slovenia, ha trovato un proverbio popolare per riassume­ re il ritmo giusto: «Corri piano. Ma corri».

La storia, che non sempre è raziona­ le, ma avanza spesso per spinte e contro-spinte, permetterà di rispetta­ re i tempi della riforma? Qui sta il nodo principale del dilemma: evita­ re da un Iato rotture traumatiche, dall’altro un nuovo ristagno che ali­ menterebbe la sfiducia nel nuovo corso. 1 regimi comunisti, per la loro ideo­ logia, avevano creduto di aver espul­ so dalla storia il movimento, crean­ do la società perfetta, valida per sem­ pre. Ora sono costretti a riammette­ re la dialettica, il confronto, senza i quali ogni società si blocca e la stes­ sa morale si corrompe. La democrazia di tipo occidentale, anche se non va considerata un as­ soluto, ma una conquista da miglio­ rare e approfondire, ha creato dei meccanismi capaci di dare uno sboc­ co pacifico alle tensioni ideali, civili e sociali.

Come una volta si espresse Churchill con un paradosso: «La democrazia è forse il peggior sistema, con le sue lentezze, i suoi compromessi. Ma non se ne è inventato sinora uno mi­ gliore». L’alba della democrazia all’Est può coincidere con il rinnovamento an­ che della nostra democrazia.

Valerio Ochetto


SPORT/SOCIETA' di Domenico Volpi

È già cominciata, a marzo, la cam­ pagna acquisti. Infatti, si vendono molto. I calciatori? No, non parlo dei giocatori, ancora legati (almeno uf­ ficialmente) alle loro squadre attua­ li. Parlo dei giornali, impegnati ad annunciare passaggi sensazionali. Passaggi in campo e gol? No, no: passaggi da una società all’altra, vo­ ci di acquisti con cui dirigenze fallite cercano di illudere la piazza. Una vo­ ce poco fa, ... ma due o tre voci crea­ no «quasi» una nuova squadra. E i giornali realizzano la campagna acquisti delle copie, specie di quelle infrasettimanali, colpite dalla iattu­ ra dei numerosi «silenzi stampa» che varie società si sono imposti. Se i gio­ catori e dirigenti non parlano, di che mai si potrà scrivere? Forse è la vol­ ta buona perché qualcuno si accorga che lo sport non è tutto nella schedi­ na e che il giornalismo non è tutto nelle interviste e nel blà-blà.

Costi a soufflé Caccia frenetica ai biglietti dei Mon­ diali di Calcio, per avere la sicurez­ za del posto. Veramente in alcuni luoghi, come a Roma, non siamo del tutto certi di avere pronto uno stadio, l’idea sarebbe di stampare altri bi­ glietti, grossi come un giornale, per potersi almeno sedere... sulla carta. Se poi consideriamo quanto sono «lievitati» i costi di riadattamento dello stadio Olimpico, fino ad arri­ vare a una quasi-ricostruzione, allo­ ra potremmo coprire con altra carta tutta la superficie del campo di gio­ co: si tratterebbe di bigliettoni da centomila.

SPORT DI CARTA sabili stiano lì in attesa che spunti un campione o che venga paracadutato dal cielo, come un deus ex machina del teatro antico, e ne raccolgano re­ golarmente i meriti senza cercare di dirigerlo o di far crescere una scuola attorno a lui. Così, la cosiddetta «valanga azzurra» si è ridotta a una palla di neve. In un occhio. Questo in campo maschile. In campo femminile, poi, abbiamo mandato ai mondiali una squadra, della quale nessuna atleta si era mai piazzata tra le prime quindici arrivate di nessuna gara della stagione. Essen­ do in crisi il turismo invernale in Ita­ lia, siamo andati a farlo all’estero.

Palla di neve

Aborto come doping? L’aborto come contraccettivo. L’a­ borto come deresponsabilizzazione. I bambini come virus: è in arrivo un «vaccino» antigravidanza. Ora l’Agenzia Trance Presse ha comunicato che alcune atlete avrebbero usato la gravidanza come potenziamento delle possibilità femminili nei primi mesi, e l’aborto come post-primato. La nuova pratica è stata presentata du­ rante un convegno di medicina dello sport a Zurigo, da una dottoressa che poi ha precisato che si trattava solo di ipotesi. La sola notizia, il solo fatto di aver­ ci pensato fa rabbrividire. Basta la parola!

Avrà sbagliato, l’esuberante Tomba, a celebrare troppo i suoi passati trionfi e ad allenarsi poco. Ma i diri­ genti che ci stavano a fare? Si ha l‘impressione che nella Federazione dello Sci (ma anche in altre), i respon­

Coraggio e sintassi Il giorno prima. Titolo in prima pa­ gine della Gazzetta « Tennis farsa». I fatti: Panatta decide di far giocare

in Coppa Davis, contro la Svezia, i due novellini Camporese e Narduc­ ci. Rino Torninosi commenta: «...La scelta di Panatta contraddice tutti i princìpi del tennis. Se giochi contro avversari forti, in ogni caso fuori del­ la portata delle tue riserve, devi far giocare chi, almeno potenzialmente, ti garantisce qualche possibilità. Ec­ co perché la scelta solo apparente­ mente coraggiosa di Panatta deve es­ sere interpretata come una fuga dal­ le sue responsabilità...». Il giorno dopo. I fatti: Camporese vince e Narducci cede solo al quinto set. Il commento: «Se Narducci ha mancato di poco il successo, Campo­ rese lo ha colto con un 'autorità di cui non lo si riteneva capace». Titolo: «Il miracolo si chiama Camporese». Perché disturbare i miracoli, quando qualcuno aveva già ritenuto «capa­ ce» il giovane italiano? Perché quel «non lo si riteneva», impersonale, in­ vece del «non lo avevo ritenuto», più sincero? Anche la sintassi ha la sua importanza. Bruciati verdi Prima Rizzalo, Di Canio, poi Simone, Borgonovo e altri. Subito battez­ zati «ragazzi-gol», subito rivalutati con aumenti di miliardi subito con­ tesi dalle grandi squadre. Non si dà loro il tempo di crescere, di maturare. Buttati allo sbaraglio sen­ za avere neppure completato la pro­ pria struttura fisico-atletica, saranno impegnati a dimostrare immediata­ mente che «valgono». E pensare che fino a ieri si divertivano a giocare!

Frecciate • La bella Florence Griffith si ritira dalle piste, si dà al cinema e alla TV, poi dichiara: «Scriverò storie per bambini». È una promessa o una mi­ naccia? • Rientro di Oliva nella Boxe: speria­ mo che non finisca nell’aperitivo.

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