APRILE 1989 • ANNO LXXXIV
PASQUA CONTINUA
QUASI UN SOMMARIO
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UNA STRADA IN SALITA
INSIEME MA CON TUTTI
di Aldo Notano
A Verona la Convenzione dell’Associazionismo di Vito Cozzoh
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VIOLENZA E SPORT Dalla ricerca del Labos su giovani e violenza di L O
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TEMPO RITROVATO
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LA GUERRA DEL SILENZIO di Andrea De Pascalis
15 STADIUM/SOCIETA'
BICI CHE PASSIONE di R ecardo Maccioni
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BAGLIORI DA ORIENTE Nei Paesi dell est si capre la tran sizione alla democrazia di Valerio Ochetto
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16 FOTOMEMORIA
24 DEL CSI di Giuseppe Gollnni
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TUTTOCSI/ CRONACHE/ ESPERIENZE
28 Il film:
RAIN MAN
di Flavio Pedrotti
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Il tema del mese: I libri ESPERIENZE a cura di Andrea De Pascalis ASSOCIATIVE -S. Sportiva S. Agata di Palermo» di Andrea De Pascalis / «Comuni care nel gruppo» di Claudio Bue carelli
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LAICI PERCHE'?
Un commento dei Presidente del l A C sulla recente Enciclica sul laicato di Vittorio Sarnmarco
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Tra tutte le feste, infatti, quella pasquale, nel suo significato di «passaggio» proprio della tradi zione ebraica e di «resurrezione» proprio della fede cristiana, è quella più carica di continuità, una Festa fatta per non finire. L'idea del «rinnovamento», che è l'aspetto culturale dell’evento religioso legalo al ricordo della Resurrezione di Cristo, è un'idea permanente per chi voglia (so prattutto se giovane) vivere la propria esperienza fuori dal conlormismo sociale e dalla martel lante pressione delle mode e dei luoghi comuni.
di Angelo Bedani
di G Battista Gandolfo
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Questo numero di S1ADIUM sa rà finito di stampare la vigilia di Pasqua, e ovviamente giungerà ai lettori a Pasqua trascorsa. Ernia conseguenza della «Pasqua bas sa» come si dice quando la Festa della Resurrezione capita, come quest’anno, nel mese di marzo, (ili auguri, dunque, che a nome del CSI formuliamo a tutti i no stri lettori e agli atleti delle quasi diecimila Società sportive, arriva no in ritardo per precedere la Fe sta, ma certamente arrivano in tempo per andare oltre la Festa e trasformarsi nel non occasiona le augurio di serenità, di gioia, di rinnovamento.
30 Medicina: TERAPIA CON IL CALORE di Antonio Spataro
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TENNISTAVOLO
SPORT/SOCIETA'
di Franco dovine
di Domenico Volpi
Pasqua continua, dunque, come modello del continuo rinnova mento che ci è richiesto ogni gior.10, per crescere nella vita e nella realtà. Pasqua continua anche come di mensione di mi vivere sociale e politico che ioti sia semplice ri petizione del passalo o egoistica conservazione del presente, ma ricerca del miglioramento della .ita collettiva.
'*asqua continua anche per la no stra Associazione c per lo sport vero, quello di lutti c per lutti, '.a ripresa delle attività più impegna tive a tutti i livelli associativi, nii anche questo numero di STADIUM fa riferimento, è il mo mento ir cui questa volontà e ca pacità di rinnovamento, . i con fronta con la realtà. È per questa Pasqua continua gì rinnovamento, per i singoli, ( Ci le Società sportive, per tutto :i CSI che II nostro augurio arriva certamente in tempo, nonostan te le scadenze del calendario c i tortuosi cammini (tei percorsi postali.
STAIKUM
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UNA STRADA IN SALITA «Sport come impegno civile» è il ti tolo del Piatto Associativo Quadrien nale su cui il Consiglio nazionale im pegna tutta /'Associazione per il qua driennio 1989-1993. Il Piano è la traduzione del Congres so nazionale, che abbiamo celebra to nel giugno ’88, in linee politiche ed operative. Esso ci accompagnerà nei prossimi quattro anni, per la du rata de! mandato che abbiamo rice vuto come responsabili a tutti i livelli della nostra Associazione. Perché il titolo «Sport come impegno civile»? L'impegno civile deriva dal tema con cui ci siamo confrontati per un anno nei congressi provinciali e nel congresso nazionale. Lo ricordate? «Sport, educazione e solidarietà». È da questo tema che il Consiglio na zionale ha derivato l’obiettivo poli tico dell’impegno civile: l’impegno civile è infatti l’obiettivo politico da raggiungere attraverso lo sport in questi quattro anni. La nostra democrazia è cresciuta è vero, ma è anche cresciuta la dipen denza istituzionale, e il ruoto di con trollo e di protezione dei partiti po litici al punto che la stessa democra zia rischia di essere in crisi perché ba sata più su un precario ed ingiusto rapporto tra poteri ed interessi che non sui diritti e doveri dei cittadini concepiti come persone. L’assistenzialismo ed il collaterali smo sono i figli di questa dipenden za, e il pluralismo è concepito più co me somma di partiti che come di mensione culturale di una nuova convivenza civile. Il deprecato modello dell'Est euro peo del partito unico onnipresente, è rivissuto all’Ovest dalla somma di tanti partiti unici onnipresenti. Da parte dei partiti non c ’è solo l’oc cupazione dello Stato ma anche l'oc cupazione della società civile. L'impegno civile vuol dire allora, in questo momento storico, impegno
per promuovere i diritti e i doveri dell’uomo in quanto cittadino, per rendere i cittadini protagonisti di questa società non più fatta di sud diti e di padroni. Lo sport può dare una mano in que sta esaltante scommessa per la pro mozione sociale, se però è uno sport inteso come impegno civile. Cosa vuol dire? Come dev’essere questo sport? Non certo quello che pur conclaman do l’autonomia è invece succube di tutti i valori, in questo caso disvalo ri, della società moderna quali il pro fitto e la commercializzazione, che portano insesorabilmente alla con flittualità ed agli scandali che hanno costellato questo infausto periodo sportivo. Non certo uno sport che si dice au tonomo ma che è invece dipenden te, proterviamente dipendente dai giochi di potere delle lobbies politi che ed economiche. La lotta non è quella di conquistare una poltrona nel Consiglio naziona le del CONI come la facile demago gia dei moralisti difensori della «pu rezza sportiva» paventa, bensì quel la per la qualità dell’esperienza spor tiva, per rendere lo sport capace di formare uomini e cittadini migliori, di elevare la qualità della vita, di far diventare più giusta e pacifica la con vivenza civile. Lo sport ha diritto di cittadinanza in questa nuova società che vogliamo con altri costruire, se non si adagia ad essere un bene di consumo. Non basta riempire gli stadi: essi di ventano «terreni di cultura» della cri minalità, come ha dimostrato, con sorpresa di tutti, la ricerca Labos fat ta per conto del Ministero degli Interni. Lo sport non è più un 'isola felice co me era all’inizio del secolo, di cui le fotografie ci mostrano baffuti ca nottieri in compagnia di graziose
donnine celebrare i fasti di una vit toria. Quello era uno sport per privilegiati che ancora resiste nei «circoli in», ma che a noi non interessa, alla società non interessa. Lo sport per tutti è un 'altra cosa: è lo sport che si sporca le mani con la società, con i bisogni di essa, con i valori legati alla crescita della perso na, alla consapevolezza della propria dignità e a quella degli altri. È lo sport che ha deciso di apparte nere a quell’associazionismo, la re cente Convenzione di Verona inse gna, che si sente protagonista, sog getto attivo delle profonde trasfor mazioni in atto. Un associazionismo che mutua la sua legittimazione da un 'autentica auto nomia dei partili, che fa della gratui tà la sua anima e la sua ricchezza, che teme la burocratizzazione e l’istitu zionalizzazione se vuol essere ponte tra la gente e le istituzioni, che ama la gente e non disdegna di viverci dentro, che disdegna invece le segre terie dei centri di potere che ci voglio no bussolanti e con il cappello in ma no a chiedere favori. Lo sport come impegno civile appar tiene a questa categoria di associazio nismo e non è l’etichetta di Ente di promozione sportiva che legittima tale appartenenza. Gli Enti, se vogliono essere credibi li, devono fare seri esami di coscien za in proposito. Noi, da parte nostra, abbiamo co minciato la strada del nuovo qua driennio così. Sport come impegno civile non è uno slogan demagogico, è un program ma, è una strada che come tutte le strade che sceglie il CSI è una strada in salita.
Aldo Notarlo
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Violenza e sport
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Un capitolo della recente ricerca del Labos sui giovani e la violenza1 è dedicato alla violenza negli stadi. In tre città — Torino, Roma e Catania — sono stati ascoltati giornalisti e al tri testimoni privilegiati del fenome no, gruppi di giovani tifosi e tifosi singoli. Si sono privilegiati, ovvia mente, i tifosi... tifosi: si pensi che 1’80% di essi hanno dichiarato di partecipare a tutte le partite dèlia propria squadra e il 44,3% addirit tura segue la squadra anche nelle tra sferte e ciò in alcuni casi da oltre 15 anni. È emerso chiaro dalla ricerca il rap porto ambiguo tra i club dei tifosi e le società di calcio: queste da un la to cercano di accentuare i legami con i circoli dei tifosi, dall’altro ci tengo no a mettere bene in chiaro le diffe renze, soprattutto di responsabilità, tra se stesse e i circoli. Affermano i ricercatori che i legami delle società con i circoli di tifosi sono ambiti non tanto per l’importanza del sostegno alla squadra, quanto per la possibi lità di incrementare il supporto eco nomico, specie indiretto, ad esempio il fiorente commercio di abbiglia mento sportivo in varia misura lega to alle società. D’altra parte, queste temono il rischio di coinvolgimento con i fenomeni di violenza. Hanno dichiarato di essere stati coin volti in scontri con tifoserie avversa rie il 60% degli intervistali, tra essi il 26,2% con frequenza. Le cause degli scontri risiederebbe ro, a detta dei tifosi, soprattutto in odi e rivalità consolidati tra tifose rie, così consolidati che molti non se le ricordano nemmeno e non li cono scono, ma non importa poiché non mancano certo le occasioni per rin verdirli. Tant’è che soltanto 1’ 11,8% degli intervistati ritiene che gii scon tri possano essere evitati. Più che di violenza negli stadi, sareb be più esatto parlare di violenza fuori
Dalla ricerca del Labos, su giovani e violenza
degli stadi, poiché gli eventi violenti accadono soprattutto all’esterno del lo stadio e in prevalenza dopo la par tita. Più della metà dei giovani intervistati ritiene che negli stadi vi sia troppa
violenza, ma ben il 44% ritiene, al contrario, che non si esageri. Su co me intervenire per limitarla, un ter zo suggerisce maggiori controlli del la polizia, un altro terzo ritiene suf ficiente un maggiore autocontrollo, mentre il 28% pensa che non ci sia nulla da fare. Per quanto sembri paradossale, quest’ultima è, in parte almeno, anche l’opinione dei ricercatori. Intanto, la ricerca conferma che la violenza dei tifosi ha poco a che fa re con la partita, come era stato più volte rilevato in precedenza. Gli ultras vanno allo stadio più per farla essi stessi la partita che non per ve derla. Per cui, scrive Roberto Mosca ti che ha curato questo settore della ricerca del Labos — se si dovesse, ad esempio, arrivare alle partite tra smesse in TV a stadio vuoto, il pro blema dell’aggressività e della violen za sarebbe solo spostato. Non solo, ma il campione dei giova ni tifosi è emerso praticamente indif ferenziato rispetto agli altri campio ni di giovani, per cui — commenta Giancarlo Milanesi che sintetizza l’intera ricerca — si direbbe che la violenza degli stadi ha il suo retro terra in una popolazione giovanile indifferenziata e che quindi non han-
I TEMPO ! RITROVATO
G. Battista Gandolfo no molto senso le interpretazioni che si rifanno al modello della trasposi zione del disagio generale dalla so cietà allo stadio. In altre parole, se questo dato fosse confermato da ri cerche su campioni più vasti, le ra dici della violenza negli stadi sareb bero da cercare non in categorie par ticolari di giovani, ma in motivi e fat tori che sono diffusi in tutta la con dizione giovanile. Per cui, l’invito finale dei ricercato ri del Labos, come anche degli stu diosi del fenomeno che li hanno pre ceduti, suggerisce che è meglio cer care di controllare e limitare in qual che modo queste forme di violenza, che non sperare ingenuamente che si dissolvano. Limitarle cercando, da una parte, di selezionare i soggetti maggiormente interessati alla violen za e meno interessati allo spettacolo calcistico, dall’altra valutando atten tamente i messaggi che i giovani ti fosi lanciano alla società con il loro rapportarsi sia allo spettacolo calci stico, sia ad altre forme di spettaco lo che li aggregano, soprattutto quelli musicali. Tali messaggi riguarderebbero so prattutto una carenza di altre forme di partecipazione reale nella vita so ciale. Aveva già scritto al riguardo Desmond Morris, il famoso autore de La tribù del calcio', «dal momen to che la società ha dato loro poche opportunità di esprimersi in manie ra positiva o creativa, ricorrono al l’unica alternativa loro rimasta, a parte la muta sottomissione, e si ma nifestano in modo negativo, di struttivo».
L.O. (1) Labos, Giovani e violenza, collana «Nuovi bisogni e nuove politiche sociali» promossa dalla Direzione Generale dei Ser vizi Civili del Ministero dell’interno, Ed. T.E.R., Roma 19SS.
Molti si domandano se nell’attua- fantasia, di esperienza e di cultura, le società dei consumi, dove il mec dalle quali scalpitano le radici di canicismo più sfrenato sembra farla una vera contemplazione. Difatti da padrone, sia possibile parlare di l’essere misterioso, verso cui sale la contemplazione. Risponde per tutti lode, è il termine assoluto del bene Romano Guardini, quando ammet e della vita. Aleggia come ricono te che «talvolta l’uomo sente con scimento di fraternità e di filialità, tanta vivacità la vicinanza di Dio da s'a f riferimento a Dio che al creacominciare involontariamente a to, fino a originare una sfera di co parlare con Lui». Nasce così una se essenziali e a volte anche banali, pratica della preghiera intimamen ma mai congestionate da ornamenti te legata alla teologia, che diviene caduchi. nel contempo strumento di collo Forse ha ragione Henry Brémond, quio pronto a valorizzare il bello, quando afferma che è facile scopri il vero e il buono, come gli attribu re nella persona un 'ispirazione mi ti che esplodono in Dio e nell’uo stica, che si esaurisce in indicazio mo. Diventa connotato d’arte, os ni psicologiche tali da spiegare le reazioni e le relazioni dell’uomo e sia condizione che assume la neces del suo senso religioso. In questo sità di rapportarsi con il divino sen contesto si discute sulla perfezione za esaurirlo. Semmai del divino ri dei mistici, recepita come elemen conosce l’irradiamento e la mani to integrante e contrario a ogni for festazione nell’attività e nell’animo ma di rassegnazione. L’annulla dell’uomo. Coglie i simboli di una mento e la sconfitta sono piuttosto presenza invisibile, come immagi conseguenza di una speranza inte ne che rende simili a Dio, così da sa più che come virtù teologica, co percepire il superamento del visibile me presupposto o attesa di compi a favore dell’invisibile. ti genuinamente umani, perciò Questa espressione, frutto tra l’al frantumati nella realtà. Tanto da tro del pensare di Ungaretti, solle non riuscire sempre a perseguire tica una particolare attenzione alla l’Ente supremo, ma un semplice e vita in quanto mistero. Non che si vago misticismo, affidato all’ecces trascuri l’accurata osservazione del sivo silenzio e alla tristezza, se non reale, ma esso viene vissuto in una addirittura alla disperazione. Lo sorta di devozione spirituale e inti provano il «mi comunico nel silen ma, che progredisce e si sviluppa zio, quotidianamente» del Coraz autonomamente nell’attuazione di zati o il «camminiamo io e te come un piano di salvezza. Infatti l’uo sonnambuli» di Camillo Sbarbaro. mo e soprattutto il credente vive co A quest’ultimo soprattutto sfugge stantemente questa relazione con la pista cristallina della realtà, pro l’Assoluto. Lo dimostra uno dei prio perché non si sente in grado documenti iniziali della letteratura d’affrontare convenientemente l’al italiana, 11 cantico delle creature, dilà, ma, in una visione laica del che, se da un lato serpeggia con gli mondo, si arresta a «soltanto quel accenti di una autentica vena poe lo che è». Evita così la possibilità tica, dall’altro scaturisce con una di qualsiasi salto qualitativo con forte tensione religiosa convenien- giunto inseparabilmente alla pre temente sperimentata dalla grossa ghiera che eleva verso Dio. personalità di S. Francesco d’Assi G. Battista Gandolfo si. Si spiegano così quelle doti di
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Bici, che passione! Piace perché è leggera, maneggevo le, veloce. Persino ecologica. È la bi cicletta, la più amata tra le figlie del velocipede, su cui inglesi e francesi accampano i diritti della paternità. Fattasi adulta e asservitasi ai detta mi della tecnologia, continua ad es sere un mezzo di locomozione diffu sissimo nel nostro Paese, specie nel le cosiddette «province bene», dove costituisce un prezioso supporto del «vivere a misura d’uomo». Vera e propria filosofia dominante degli an ni 80. Poco influenzato dalle imprese dei campioni, il «popolo su due ruote» è il simbolo di un’utenza variegata eppure omogenea nel chiedere spazi liberi, silenziosa eppure compatta nell’affollare, nelle grandi città, le zone protette. Invero scarsissime, specie se confrontate agli oltre mille chilometri di piste ciclabili di Ambur go, alle 270 stazioni ferroviarie tede sche che forniscono bici in affitto, all’Olanda dove la bicicletta gode be nefici da regina, disponendo di par cheggi riservati, di arterie verdi sicu re, di privilegi persino ai semafori e agli incroci. La due ruote a pedale, comunque, al dilà delle negative contingenze, pia ce sempre. Anche a livello agonisti co. Lo documentano le 14 squadre italiane di professionisti (di queste, quattro sono affiliate all’estero) ed i 74.188 tesserati nelle varie catego rie amatoriali della F.C.I. per il 1988. Eppure si continua a parlare, a di spetto dei numeri, di crisi di vocazio ni verso una disciplina povera e fati cosissima.
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«Una certa flessione — dice Beppe Conti, giornalista di Tuttosport, pro babilmente il maggior esperto italia no di cose di ciclismo — si avverte, eccezion fatta per Milano, soltanto nelle grandi città. In provincia l’at tività sulle due ruote continua ad es sere largamente praticata.
I dati numerici, del resto, parlano chiaro: alla recente Montecarlo-Alassio gli iscritti erano circa 300. Occor re poi sfatare il luogo comune che ve de il ciclismo come uno sport che non paga. Un bravo gregario può arriva re ad intascare 100 150 milioni all’an no; mi sembra onestamente un bel guadagnare». I pistard però scarseggiano... «Sì, è vero, ma la crisi della pista ha dimensioni mondiali. Sfuggono alla regola soltanto i paesi dell’Est asia tico, principalmente il Giappone, do ve discipline come il kerrin produco no un vorticoso giro di miliardi le gato al mondo delle scommesse. Una soluzione, a mio modo di vede re, potrebbe essere l’allestimento di corse open, imperniate sul confron to tra la potenza atletica di russi e te deschi dell’Est e la raffinata tecnica degli specialisti giapponesi». I sovietici che passano al professio nismo, l’avvento delle ruote lenticolari; che risonanza ha prodotto tut to questo sulla pratica di base? «Ha avuto un influsso sicuramente positivo. Le imprese di Moser han no destato grande interesse negli am
bienti scientifici e tra i media, deter minando un’attenzione tale nell’opi nione pubblica da far pensare che al nostro ciclismo manchi attualmente solo il grande campione popolare. Quanto ai sovietici “prof”, penso che finalmente si sia usciti dall’equi voco di considerare dilettanti quegli atleti che fanno sport a tempo pie no. Passati dall’altra parte della bar ricata, anche i vari Souko e Konchev faranno fatica a restare nel mito». La dimensione sportiva del pedale non è solo fatica, ma anche alimen tazione corretta, carichi di lavoro ben ripartiti, tecnologia asservita non soltanto agli interessi del diorisultato, quant’anche alla pratica sa lutistica dell’amatore. «I costi di una bici per cicloturista — sostiene l’industriale Bergamin, una vita tra cambi e manubri prima in qualità di atleta oggi di costruttore, nonché stretto collaboratore del co mitato regionale piemontese F.C.I. — oscillano tra il milione e quattrocentomila e i due milioni e mezzo di lire: spese equivalenti a quelle di un professionista. Senza considerare che i “fissati” della tecnologia arrivano
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a spendere per una bicicletta cifre enormi. Fino a tre milioni e mezzo di lire». Cifre eccessive per una disciplina che costa tanta fatica? Spese inadeguate a chi dallo sport chiede un po’ di re lax dallo stress quotidiano? E poi la bicicletta fa davvero bene? La risposta spetta a ciascuno. Co munque non può essere univoca. Di sicuro c’è, forse è inutile sottoli nearlo, che la pratica amatoriale ha trovato, e continua a trovare, nume rosi adepti in chi alla pedivella chie de di veder ricambiati i propri sforzi settimanali in perdita di peso. Con dizione che, a detta degli esperti del settore, trova rapida, e relativamen te agevole, realizzazione. Ma una tranquilla pedalata, magari su un terreno privo di difficoltà par ticolari, è anche utile antitodo con tro l’ansia e va benissimo per la rie ducazione, tanto a livello cardiaco che di altri disturbi viscerali. Senza soffermarci naturalmente sul l’impiego della ormai celebratissima cyclette, si pensi alla ripresa funzio nale di articolazioni e fasci musco lari. Sembra inoltre che la bicicletta giochi un ruolo interessante nella prevenzione di patologie ischemiche come l’infarto, agendo anche sulla riduzione dei fattori di rischio prin cipali, quali il fumo di sigarette. È tuttavia necessario agire sempre con cautela, non esagerare con gli sforzi violenti, evitare i rapporti troppo duri. Accanto alla tipologia classica dell’infortunio da caduta, in fatti, la letteratura specializzata pre senta una casistica più prettamente riconducibile all’abuso da pedale. Basti pensare alle malattie dell’appa rato respiratorio (faringotracheiti c bronchiti in primis) così frequenti tra i ciclisti, alle lombalgie, ai disturbi del soprassella, alle foruncolosi.
Buona consuetudine è in generale sottoporsi preventivamente ad una visita medica di controllo e stabilire, con l’ausilio dello specialista, le re gole di una corretta alimentazione pre e dopo sforzo. Molti ritengono ancora, per esempio, che sia buona norma far precedere la pedalata set timanale da un ricco pasto a base di carne, aumentando in tal modo il la voro richiesto all’attività digestiva e rischiando di far innalzare, in modo pericoloso, l’azotemia. Comunque lo si consideri, però, l’ap proccio scientifico al mondo delle due ruote ha sortito un benefico ef fetto. Quello di mitigare in modo drastico la riduzione d’interesse, e quindi di praticanti, determinata dal ritiro di Moser e dal ridimensiona mento di altri nobili alfieri come Saronni, Baronchelli e Visentini. E in un Paese come il nostro che vive, sportivamente parlando, di idoli, non è certo elemento trascurabile. Anzi, l’avvento della nuova BMX, con i suoi costi relativamente conte nuti (il prezzo di un modello oscilla tra le 120 e le 220 mila lire), ha per messo di identificare il nuovo frui-
tore delle due ruote: il minore per lo più depositario di una consolidata tradizione familiare o, semplicemen te, attratto precocemente dal con fronto agonistico. Sarebbe comunque inopportuno di menticare gli effetti negativi che la stessa specializzazione scientifica ha prodotto. Innanzitutto la fine di quel mito di imperituri eroi che per decen ni ha popolato il mondo dei ricordi dell’appassionato di vecchia data. Poi il rischio di far crescere una po polazione sempre più numerosa di atleti finti, preoccupati più di indos sare l’avveniristico body o la scarpet ta all’ultima moda, che di potenzia re fisico e resistenza. Tanto che il me lanconico ritorno al «mondo dei pu ri» di professionisti ancor giovani, ri schia di diventare sempre meno «sto ria di ordinaria follia» e sempre più caso documentato anche se anomalo. Il rovescio della medaglia è costitui to dalla costante presenza dei vecchi appassionati ai raduni amatoriali, e la conversione di ex grandi al ruolo di istruttori del giovanissimo agonista o del cicloturista ormai datato. Elemento quest’ultimo riscontrabile, peraltro, soprattutto nei piccoli cen tri di regioni dalla tradizione conso lidata (come Friuli e Trentino), non a caso tra le più puntuali fornitrici di atleti di rango. Se la pratica di base non ha subito una pericolosa flessio ne negli anni Ottanta, rischia di ve nirne interessato il mondo della gran de città, del grosso agglomerato ur bano, della facoltosa metropoli. Il che contribuisce peraltro a disegna re una geografia nuova del nostro Paese, attento, almeno in provincia, a praticare più che a fruire in quali tà di spettatore. Riccardo Maccioni
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Bagliori da oriente Il 26 marzo i sovietici voteranno per il «Congresso dei deputati del popo lo» e per ogni circoscrizione ci saran no più candidati in lizza. È probabi le, anzi è pressoché sicuro che sia al «Congresso» che al «Soviet Supre mo» entreranno candidati indipen denti accanto a quelli designati dalle varie organizzazioni del partito co munista. Per la prima volta dal 1918, in Po lonia, in Ungheria, si sta andando decisamente più in là. Stanno na scendo o rinascendo i partiti politi ci, si parla di preparare nuove costi tuzioni dalle quali sparisca la men zione al «partito-guida comunista», e nuove elezioni con più partiti. Nel giro di un anno la ruota della sto ria, che all’Est sembrava irrimedia bilmente bloccata, si è messa a gira re velocemente. Dice Miklos Vasarhelyi, che al tempo della rivoluzione ungherese del 1956 fu stretto colla boratore di Imre Nagy, poi imprigio nato, e ora fa parte di un gruppo di opposizione, la «Federazione dei li beri democratici»: «Stiamo vivendo una rivoluzione pacifica dove l’im possibile sta diventando possibile».
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Cosa è successo, e perché è succes so? Ancora, dove si sta andando? Quando Mikhail Gorbaciov, 1’11 marzo 1985, divenne primo segreta rio del P.C.U.S. (il partito comuni sta dell’Unione Sovietica), aveva a suo «vantaggio» soltanto l’età, rela tivamente giovane (54 anni) rispetto ai gerontocrati che l’avevano prece duto e che dominavano ai vertici del partito (età media sui 65-70). È sulla base di questo «pregiudizio favorevole» che io fui tra i pochi a pronosticare che, con lui, qualcosa sarebbe cambiato. Al tempo della «Primavera di Praga», nel 1968, ave vo conosciuto infatti molti sovietici trentenni che brindavano all’avven to a Mosca di un «Dubcek sovietico»
Nei Paesi dell’Est si apre la transizione alla democrazia e che mi assicuravano che in molti settori, dalla stampa alla politica al l’economia, i loro coetanei erano persone aperte, che volevano svec chiare un «modello» entro cui si sen tivano asfissiare. Al tempo della ascesa di Gorbaciov, io mi chiedevo appunto: ora che i trentenni sono diventati cinquanten ni, e si sono avvicinati ai centri deci sionali, perché non dovrebbero cer care di mettere in atto i loro propo siti, visto che mi erano apparsi per sone sincere? E così infatti è av venuto. L’U.R.S.S. è un Paese ricchissimo in materie prime, la seconda super-po tenza sul piano militare (in qualche settore la prima) eppure ha un teno re di vita bassissimo che l’ha fatta de finire «una super-potenza sottosvi luppata». «Mikhail il giovane», come era sta to ribattezzato dalla stampa occiden tale, ha esordito affrontando il pro blema dell’inefficienza economica. L’economia sovietica non funziona perché è dominata da una pletorica burocrazia — la cosiddetta «nomenklatura» — che rallenta e bloc ca tutto entro le maglie di una piani ficazione soffocante. Un esempio: se una singola azienda vuole acquistare dei macchinari all’e stero deve ottenere un centinaio di «visti» da parte di ministeri e comi tati vari che richiedono tempi lun ghissimi e anche una serie di «busta relle». Gorbaciov ha detto: «Se in tendiamo svolgere il nostro ruolo di
super-potenza, dobbiamo mettere ordine in casa». Ma per mettere ordine in economia si è presto accorto che i veri nodi so no politici. I tentativi di riforma si sono scontrati contro una coalizio ne dove gli interessi dei burocrati dei ministeri si salda con gli interessi dei burocrati di quel partito comunista di cui «Mikhail Sergheievic» — così lo chiamano amici e stretti collabo ratori — è il massimo dirigente. Da qui il «salto»: senza democrazia, sen za pluralismo politico non si può mettere in movimento neppure l’e conomia.
Il problema è analogo in tutti i Pae si dell’area comunista. Ma mentre al cuni — Germania-Est, Cecoslovac chia, Bulgaria, Romania — si arroc cano nella difesa del vecchio ordine, altri seguono la via aperta da Gorbaciov. In Polonia e Ungheria la crisi econo mica ha fatto da detonatore per la svolta politica. Anzi in questi due Paesi, dove esiste già un tessuto so ciale e civile assai articolato, la «tran sizione alla democrazia» che in U.R.S.S. muove i primi passi, è al l’ordine del giorno. Nel romanzo-testimonianza dello scrittore sovietico Anatolij Rybakov, «I figli dell’Arbat», edito nel 1988 da Rizzoli, si descrivono i sacrifici e gli entusiasmi della costruzione, negli anni ’30, della industria pesante. Ge nerazioni e generazioni si sono im pegnate nella speranza di un «futu ro radioso». Ma né gli stimoli mo rali, né quelli materiali sono appro dati a risultati validi. Un diffuso scet ticismo, una profonda delusione ver so la propaganda ufficiale, sono di ventati la caratteristica dei regimi dell’Est. Questa attuale è probabilmente l’ul tima occasione, da cogliere oppure da perdere irrimediabilmente. La
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gente è chiamata a nuovi sacrifici ma come contropartita non si acconten ta più di parole-slogan. Vuole, que sta volta, garanzie: la costruzione di uno «stato di diritto» che ponga fi ne al monopolio del partito-unico e porti, sia pure a tappe, alla realizza zione di una democrazia compiuta. È questa la «sfida» dell’attuale mo mento. Le resistenze vengono dalla «nomenklatura» del partito e dello Sta to, che ha nelle sue mani immensi po teri e gode di privilegi, e anche dalla parte più passiva di lavoratori, che si accontenta di salari molto bassi in cambio di poco e scadente lavoro, o
di Stalin, tentò la via originale del l’autogestione, introdusse consistenti elementi di mercato nella sua econo mia a partire dal 1965. Per l’autoge stione, i lavoratori hanno acquisito ampi diritti nella conduzione delle aziende, sino alla nomina del consi glio di amministrazione e alla scelta del direttore. La proprietà non è più collettiva ma sociale, gestita dal co mune e dal consiglio dei lavoratori. A lungo, l’autogestione colpì la fan tasia degli intellettuali occidentali che sognavano una «terza via» fra capi talismo e collettivismo. Eppure anche il regime jugoslavo ap pare oggi in crisi. Com’è possibile? Mi dice Lev Kreft, un economista dell’università di Lubiana: «Non è l’autogestione in crisi, ma un certo tipo di autogestione avviluppata dal la burocrazia, dove le scelte, ufficial mente nelle mani dei lavoratori, so no in realtà dirette e controllate dal la burocrazia del partito-unico». Anche in Slovenia, la più sviluppata delle repubbliche federate jugoslave, stanno fiorendo in questi giorni i gruppi, i movimenti, i nuovi partiti. E necessario che la transizione av venga a tappe, e non solo per motivi di realismo politico, per evitare scos soni troppo forti, che potrebbero da chi si barcainena in mezzo ai traf provocare la reazione violenta dei fici più o meno leciti del «lavoro ne conservatori e dei militari. Ma anche ro», fra cui il mercato nero della va per avere il tempo di sperimentare luta occidentale. La spinta viene in forme originali di democrazia, dove vece dagli intellettuali, dai tecnici, il Parlamento sia affiancato da or dai politici innovatori. In mezzo sta ganismi di base e di autogestione. una grande «maggioranza silenzio Non una fotocopia della democrazia sa» ancora incerta e perplessa, che occidentale, ma una nuova e più ar però comincia a risvegliarsi, ad aprir ticolata democrazia che potrà avere si al dibattito politico, a partecipare. influenze positive anche sul rinnova Questo lo scenario sul quale si gioca mento della nostra democrazia. il futuro della riforma economica c Il processo di transizione alla demo politica: i due termini sono ormai crazia richiede ragionevolezza da parte di tutti. Kasimierz Morawsji, strettamente uniti. All’Est esiste un regime a lungo con Valerio Ochetto siderato «diverso»: la Jugoslavia, (segue a pag. 30) che già nel 1948 ruppe con il sistema
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Laici perché?
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Di questa Azione Cattolica, Raffae le Cananzi, che ne è Presidente dal l’aprile del 1986, rappresenta certa mente l’immagine più convincente. Uomo disponibilissimo al dialogo, pacato, affabile nient’affatto aggres sivo ma allo stesso tempo fermo as sertore delle proprie idee. Non con cede nulla alla polemica e non si la scia andare neppure alle più palesi provocazioni. In perfetta sintonia con le linee por tanti del magistero ecclesiale di que sti anni, è sempre proteso a sottoli neare che i principi e i valori devono concretamente tradursi in pratica quotidiana di vita, in gesti, in pras si. La formazione giuridica che gli è proprio lo spinge a costruire il pen siero in maniera organica e sistema tica, che talvolta si segue un po’ a fa tica a dire il vero, ma che poi si per cepisce nella interezza e nella com pletezza che le cose importanti ri chiedono. E sì, parlando con lui si capisce per ché, in questi anni di forte tensione anche all’interno di gruppi e movi menti ecclesiali, l’Azione Cattolica non si sia mai lasciata coinvolgere nella bagarre, nella risposta puntua le colpo su colpo, nella accesa pole mica. Perché se questo è lo stile del leader che la base democraticamen te si è scelto, uno stile fatto di essen zialità e di impegno costante che non cede alla perversa tentazione di sfrut tare il clamore suscitato dai mass me dia, allora ecco perché la più antica e la più grande Associazione eccle siale appare spesso trascurata dalla stampa anche quando le sue attività meriterebbero più attenzione. Non importa, sembra dire Cananzi, la Chiesa di Cristo non si costruisce con i servizi giornalistici. E quando gli si ricorda che quest’an no gli iscritti sono aumentati in ma niera considerevole, non si scompo ne, l’orgoglio non lo tocca.
Un commento del Presidente nazionale dell’Azione Cattolica, sulla recente enciclica del Papa sul laicato «Io intanto metterei in evidenza che è una linea di tendenza già in atto da un po’ di tempo; è in costante au mento in quest’ultimi anni. Dai dati che abbiamo finora sembrerebbe che quest’anno l’aumento sia decisamen te più consistente. Bisognerà vedere se col tempo verrà confermato fino in fondo. In ogni caso credo di po ter dire, anche sulla base dell’espe rienza viva, che l’Associazione è di ventata un grosso punto di richiamo delle realtà ecclesiali. Anche dove ol tre l’Azione Cattolica sono presenti altre associazioni e altri movimenti essa non vive un momento di solitu dine, anzi oramai è ritornata ad es sere nel vivo della realtà di Chiesa. Ritorna ad essere di nuovo un pun to di riferimento preciso». «La comunione ecclesiale è caratterizzata dalla compresenza della diversità e della complementarietà delle vocazioni e condizioni di vita, dei ministeri, dei carismi e delle responsabilità. Grazie a questa diversità e complementarietà ogni fedele laico si trova in relazione con tutto il corpo e ad esso offre il suo proprio contributo». (da «Christifideles Laici», n. 20)
— Proprio di cpieste realtà ecclesiali e della sua componente laicale parla l’ultima esortazione apostolica del Papa, la Christifideles laici; secondo lei quali sono gli aspetti più im portanti? «Mi sembra importante innanzitut to sottolineare quanto si dice nell’in troduzione: la necessità, che il Sino do dei Vescovi ha rilevato e che l’e sortazione ha ripreso con forza, di passare dal momento della teoria al momento della prassi, cioè di una ac coglienza concreta e di una corre sponsabilità concreta dei laici alla vi ta della Chiesa. Un secondo aspetto è la globalità con la quale è guardato il problema del la vocazione e missione dei laici, nel senso che la si inquadra nella più ge nerale vocazione cristiana, e si sot tolinea allo stesso tempo la dignità del laico mettendo in evidenza i due aspetti della vocazione alla santità e della vocazione alla comunione. Ancora vedrei importantissimo quel lo sguardo alle vocazioni nel loro svolgersi esistenziale per cui diverse sono le strade che percorrono i bam bini, i giovani, gli adulti. Infine il momento formativo: il Pa pa, come peraltro hanno fatto i pa dri nel messaggio post-Sinodo, par la di formazione integrale che sta a significare la necessità per i laici di avere questo itinerario formativo che è complesso ma che deve essere arti colato su tutti i piani in cui la laicità in qualche modo si esprime».
— L'unica Associazione espressaniente citata nel documento papale è l’Azione Cattolica. Come mai?
«Sotto questo aspetto ci sono delle connotazioni che meritano di essere sottolineate in quella proposizione dei padri sinodali che la esortazione ha testualmente ripreso e riprodotto. Innanzitutto c’è da prendere in con-
le fare emergere tra l’Azione Catto lica e Comunione e liberazione?
«Riscoprire e far riscoprire la dignità inviolabile di ogni persona umana costituisce un compito essenziale, anzi, in un certo senso, il compito centrale e unificante del servizio che la Chiesa e, in essa, i fedeli laici sono chiamati a rendere alla famiglia degli uomini». (da «Christifideles Laici», n. 37)
siderazione il luogo, dove si parla dell’AC: se ne parla nel capitolo della comunione ecclesiale e in particola re nel paragrafo in cui si fa cenno al l’impegno dei pastori per la comu nione. È qui che si parla dell’AC quasi direi riproducendo quello che è stato l’invito del Santo Padre al convegno degli adulti di gennaio scorso dove veniva richiamato non l’invilo a mettersi in pace con gli al tri movimenti, come è stato erronea mente scritto quanto piuttosto deve promuovere in tutta la Chiesa que sto spirito di comunione».
— Secondo lei quanto c’è di vero nel la polemica che a tutti i costi si vuo-
«Di vero c’è che in definitiva la cosa non dovrebbe suscitare meraviglia perché la comunione non è unifor mità, la comunione è ricchezza di va rietà. Purché la varietà sia varietà di sentirsi ed essere parte di un’unica realtà. Dove può nascere la frizione? Quan do invece di sentirsi parte si assolutizza la propria posizione, si crede di essere il tutto. L’altro grande elemento di verità che si riscontra in questo è una diversa assunzione che c’è nella stessa vita di queste Associazioni e di questi mo vimenti, non tanto del momento strettamente religioso, quanto piut tosto della diversa concezione sul modo d’intendere il rapporto Chiesa mondo. È su questo versante che si eviden ziano anche all’esterno delle posizio ni che possono essere differenziate e che, ripeto, fino a quando restano in uno schema che vuole che nelle cose necessarie ci sia l’unità e che nelle co se dubbie ci possa essere la libertà, non creano difficoltà. Il problema è quanto questo tema della libertà viene ad intaccare cam pi che sono specifici delle cose neces sarie e quindi dell’unità. Ed è su que sto versante che si creano quelle scin tille che danno luogo a quella pole mica che tante volte è strumentale e spesso sterile».
— La vita dell’Associazione che lei presiede ha un ciclo triennale; uno si va a concludere con la prossima as semblea nazionale la settimana del 22-25 aprile. Ci vuole ricordare quali sono state le tappe fondamentali del lavoro fatto nel passato triennio?
________ La VII Assemblea dell’A.C.________ Si svolge a Roma dal 22 al 25 aprile la VII Assemblea nazionale della Azione Cattolica, che costituisce il più importante appuntamento, triennale, della As sociazione. In questa occasione si fa il punto del lavoro svolto, si individuano le linee di impegno per il futuro, si eleggono i membri del Consiglio nazionale. L’Assemblea è anche un momento di dialogo e di confronto con la comunità ecclesiale e con tutta la società: stampa e mass media seguono con attenzio ne questo importante incontro e le idee che vi emergono. Quest'anno l’Assemblea si svolge all’indomani della pubblicazione della esor tazione apostolica postsinodale «Christifideles laici», e a conclusione di un triennio assai intenso e fruttuoso. Oltre che in crescita numerica (con oltre 560 mila soci), l’Azione Cattolica gode oggi di un notevole prestigio e credibi lità; e il suo impegno di educazione ai valori religiosi e morali, (ed anche ad una cultura «per la città dell’uomo») è largamente apprezzato e condiviso.
«Io direi innanzitutto l’impegno che tutta l’Associazione ha posto su due grandi binari. Il primo, che in fon do veniva anche da una sollecitazio ne di Giovanni Paolo II alla sesta As semblea di AC, è quella dell’unità in terna per essere maggiormente segno di comunione. E credo che su que sto piano abbiamo camminato parec chio sia nell’acquisizione della co scienza dell’unitarietà interna asso ciativa, sia in secondo luogo con la fatica che si è compiuta assieme per portare a compimento il Progetto formativo apostolico unitario. Su questa strada si è mosso poi il la voro di completa ristrutturazione della stampa, sia quella interna del le varie articolazioni sia quella indi rizzata all’esterno; la preparazione di tutta una serie di nuovi strumenti formativi; la riaffermata importan za di una costante e proficua colla borazione tra Settore Giovani, Mo vimento studenti e FUCI; tra Setto re Adulti e Settore Giovani, e tra ACR e Settore Giovani. L’altro binario importante è l’avere ribadito e confermato con estrema li nearità la scelta fondamentale del l’Associazione, «la scelta religiosa», pur tenendo conto del naturale svi luppo, sia dal punto di vista della realtà ecclesiale sia dal punto di vi sta della realtà culturale e civile, in cui questa scelta deve essere costan temente coniugata». — L’ultima Assemblea fu, diciamo così, particolarmente movimentata. Lei da questa cosa si aspetta? «Io mi augurerei che questa sia un’assemblea di pari profondità in merito alla riflessione e alla ricchez za di apporti di quanto già è stata la sesta Assemblea. Però che abbia del le connotazioni, sia esterne che inter ne, di maggiore e più profonda sere nità. Questo perché credo che serva per evitare traumi di qualunque tipo nella vita associativa e anche specu lazioni tante volte strumentali dall’e sterno dell’Associazione. Così potrà apparire in maniera com pleta questa grande realtà, sia pure in cammino, ma sempre protesa a guardare profondamente la storia della vita ecclesiale e civile con una grande serenità di fondo che fa sì che questa visione sia profonda e pro spettica ad un tempo». Vittorio Sammarco
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Insieme ma con tutti
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L’associazionismo è deciso a riven dicare il proprio ruolo di soggetto forte, autonomo ed innovativo in grado di contribuire al rinnovamen to della vita sociale e del sistema po litico. In una società, in cui si vanno mutando le forme di aggregazione tra i cittadini e lo stesso rapporto tra società e istituzioni, le associazioni chiedono una legittimazione politica, anche normativa, per continuare a rappresentare in maniera reale e ca pillare i fermenti sociali, nei loro aspetti più diversi e complessi. Con questo obiettivo si è riunita a Verona, il 24 e 25 febbraio scorsi, la prima Convenzione dell’Associazionismo che raccoglie circa cento asso ciazioni e che vede quali promotori Adi, Aics, Arci, Csi, Endas, Movi mento Popolare e Movi. La richie sta unitaria emersa è stata quella del riconoscimento giuridico: esso do vrebbe permettere infatti al multifor me mondo delle associazioni di com piere il «salto di qualità» necessario per un inserimento più attivo nella dialettica democratica. Oggi sono 7 milioni e mezzo le per sone iscritte in Italia ad associazioni sociali, e cioè il 18,9% della popola zione tra i 18 e i 74 anni. Una parte cospicua di queste persone — circa 5 milioni — è impegnata nel volon tariato civico e sociale: dall’assisten za al servizio educativo, dall’impe gno ecologico alla politica. E proprio la politica, nella sua fun zione di sostegno e di sviluppo della vita democratica del Paese, non può dunque ignorare questo notevole po tenziale di energie e di richieste. Ma esistono ancora molte resistenze, nel l’ambito dei partiti, dei sindacati e persino del mondo dell’informazione, nell’accettare e condividere le ri vendicazioni delle associazioni, che invece hanno tutte le potenzialità per ampliare concretamente l’arca della partecipazione alla vita civile.
compagni di strada per collaborare al fine comune della crescita della società. A Verona Ecco perché nella nuova fase politi ca del nostro Paese, l’associazioni la Convenzione smo, in tutte le sue varie espressio dell "associazionismo ni, è chiamato ad un impegno di lun go periodo per essere soggetto atti vo delle profonde trasformazioni in atto. E gli spazi a disposizione sono Non più collateralismo né subalter sempre maggiori: pensiamo solo ai nità nei confronti dell’associazioni campi dell’emarginazione e dell’edu smo. La sua storia coincide con la cazione, dove l’associazionismo rie crescita ed il formarsi di una società sce ad organizzare la solidarietà so moderna. Ed anzi, per molti aspetti ciale con efficienza senza perdere le ed in diversi momenti l’associazioni sue motivazioni ideali. smo non solo ha espresso ed organiz L’associazionismo è cresciuto e si è zato bisogni e valori che nascevano affermato proprio stando dalla par all’interno della società, ma si è spes te della gente, fuori dagli schemati so presentato come fattore di resi smi dei partiti e dei sindacati, per rea stenza ai processi di omologazione lizzare nella società civile unità e ag della vita culturale, politica e sociale. gregazione nel rispetto del plurali E il suo sviluppo è dovuto ad un smo: ecco perché si propone di ricu cammino che, se ha radici antiche, cire lo strappo che spesso si è creato negli ultimi vent’anni ha portato a tra «Paese legale» e «Paese reale». maturazione una consapevolezza di 1 tempi infatti stanno cambiando: lo «partecipazione» che chiede sì ade Stato spesso zoppica, facendo fati sione, impegno e creatività, ma an ca a rispondere alla crescente doman che e soprattutto capacità di dialo da di solidarietà sociale. Emerge una go e di confronto, voglia di trovare diversa dimensione della politica, sempre meno ideologizzata e statua VERONA le e sempre più legata ai bisogni e ai 24-25 FEBBRAIO 1989 movimenti della società stessa. Ma è possibile essere soggetti politi ci se non si è autonomi? Certamente no. Di qui, dunque, superando il mo mento di compiacimento e di retori co entusiasmo, la necessità di un ri conoscimento effettivo e non stru mentale, che conceda al libero asso ciazionismo senza fine di lucro il di ritto di vivere e di contare da auten tico protagonista, non da comparsa fugace, nel contesto sociale. È, pe raltro, un modo per promuovere e sostenere le formazioni sociali, che trova fondamento nella Costituzio ne della nostra Repubblica. PROMOSSO OA ACLI - AICS ARCI-CSI- ' Ma vediamo quali sono le richieste ENDAS - MOVI Movimento Popolare concrete delle associazioni contenu-
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Una questione spinosa te nella «Carta dell’Associazionismo»: anzitutto la definizione di un quadro legislativo per l’associazioni smo, che ponga le premesse perché le associazioni possano finalmente crescere come soggetti dotati di una propria autonomia; all’interno di ta le disegno, uno spazio congruo do vrebbe essere riservato alla possibi lità di autofinanziamento delle asso ciazioni; poi, l’avvio di una politica di convenzioni tra soggetti sociali — presenti nei campi della sanità, del l’assistenza, dell’educazione, dello sport — ed istituzioni, per una diver sa gestione dei servizi, non ignara della solidarietà sociale; ed infine la previsione di spazi specifici in sede di riforma delle autonomie locali per una adeguata rappresentanza del mondo dell’associazionismo. A ben guardare, dietro alla spessa coltre di unanimismo che ha avvol to la prima Convenzione dell’Associazionismo, non sono pochi, in real tà, i problemi ancora aperti e i con flitti in embrione. Stenta ancora a decollare una precisa iniziativa poli tica di riconoscimento sostanziale, non solo a parole, dell’associazio nismo. Diffidenza da parte dei partiti? An che, ma non solo. Si tratta infatti di riqualificare la cittadinanza politica e sociale nella sua globalità. Il mo dello complessivo dei rapporti tra so cietà ed istituzioni va riformato, an che attraverso una legittimazione po litica dell’associazionismo. E tutto questo non contro i partiti e i sinda cati, ma insieme a loro. E non viven do di rendita con i finanziamenti del lo Stato, ma come forma di presen za organizzata dei cittadini, l’asso ciazionismo può e deve continuare a rimanere espressione della società ci vile, al servizio dei bisogni reali del la gente. Vito Co zzo li
Incontro con l’ISEF a Cassino Martedì, 14 febbraio, presso l’Aula Pacis dell’università di Cassino, si è te nuto un incontro fra gli studenti dell’ISEF e il Sottosegretario al Ministe ro della Pubblica Istruzione con dele ga per l’educazione fisica on. Beniami no Brocca. All’incontro ha partecipalo, insieme ad altre autorità, anche il Presidente na zionale del CSI Aldo Notario, proprio per sottolineare la stretta connessione che intercorre tra l’attività di promo zione sportiva e l’educazione fisica in generale. E noto infatti che da tempo si lamen ta uno scarso interessamento della scuola verso l’educazione fisica e che ora invece, grazie anche a una pacifi ca contestazione degli studenti 1SEF, il Governo si sta interessando al pro blema. Dall’incontro sono emerse tutte le pro blematiche, specie occupazionali, che preoccupano gli studenti ISEF. Si è sottolineato innanzitutto la man canza di una con figurazione precisa del diploma ISEF in quanto tale diploma non ha oggi valore di laurea. Si è ri marcata la scarsa possibilità di trovare lavoro sia nelle scuole che nel Parasta to e che pertanto rimarrebbe solo il la voro privalo che di certo non può sod disfare le esigenze di tulli i futuri di plomati. Si è fatto presente che in Ita lia ci sono tantissimi Istituti ISEF ma tutti privati (tranne quello di Roma) e che vivono in maniera stentata, con sovvenzioni raccolte qua e là e con do centi impiegati in modo «irregolare». Dalle parole del Sottosegretario tutta via è emersa una chiara volontà e l’im pegno del Governo (da lui rappresen tato nella situazione) di interessarsi a tali problemi.
Stà infatti per essere presentato un di segno di Legge Governativo per la ri forma dell’ISEF per la rivalutazione degli insegnanti di educazione fisica. La proposta di legge prevede anche l’e stensione dell’insegnamento dell’edu cazione fisica da 2 a 3 ore e di conse guenza, oltre a migliorare la posizio ne del docente, apre nuove possibilità di lavoro. Inoltre, secondo il Sottosegretario, il problema del sovrannumero degli in segnanti (oltre 4.500) sarebbe un falso problema, in quanto c’è possibilità d’impiego per loro. Anzi, egli lo ritie ne un patrimonio che non va disperso e che dovrebbe essere utilizzato al meglio. Un ulteriore problema che la riforma dovrebbe risolvere è quello dell’inse gnamento dell’educazione fisica nelle scuole elementari previsto dai nuovi programmi scolastici che richiede la competenza degli insegnanti di educa zione fisica. Ultimo punto (ma non per importan za) esaminato dalla riforma è la preci sa configurabilità del diploma ISEF: non più considerato «inferiore» rispet to ad un qualsiasi altro diploma di lau rea ma equipollente ad esso. Come già accennato, all’incontro ha partecipato anche il Presidente nazio nale del CSI il quale ha sottolineato la comunanza di intenti e di vedute fra il CSI e ISEF che sfocia soprattutto nel l’amore per i giovani, nella loro edu cazione e nella possibilità per tutti (e non per pochi) di praticare lo sport. Si è ribadita la interconnessione dell’e ducazione fisica con la promozione sportiva più di quanto non lo sia con lo sport agonistico di alto livello. La scuola non può essere la fabbrica dei campioni. Praticare lo sport dev’esse re un’esperienza umana e sociale di al to valore. Dell’incontro non si può che essere soddisfatti per il civile e pacifico con fronto tra studenti e Governo.
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La guerra del silenzio
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Uno dei Padri del deserto, l’abate Pastor, ci ha lasciato questa massi ma: «Quali che siano le tue pene, la vittoria su di esse sta nel silenzio». Di fronte al silenzio stampa procla mato in tempi recenti da tanti cam pioni dello sport di casa nostra, sa rebbe straordinario scoprire alla fi ne che Tomba e Maradona hanno deciso di serrare la bocca dopo aver letto i Padri del deserto (magari du rante il ritiro, invece di giocare a car te) ed aver compreso in questo mo do che il silenzio edifica la virtù. Non essendo una moda, ma una con quista imperitura del campione lan ciato sulla via della virtù, un siffat to silenzio ci schiuderebbe infatti un futuro privo di blà-blà e di processi del lunedì, nonché degli inevitabili controprocessi e contro-controprocessi quotidiani. Stiamo calmi, è meglio non farci il lusioni. Prima o poi le cateratte si riapriranno e verremo tutti di nuo vo aggiornati sul «Tomba-pensiero», magari con supplemento di arretra ti. Se proprio dobbiamo sognare, possiamo sperare che la guerra giornalisti-campioni, una volta ter minata, lasci dietro di sé una traccia di progresso, come a volte accade an che per le guerre più stupide. Come in tutte le guerre, anche in questa entrambe le parti pretendono di avere ragione. I campioni si sono arroccati nel silenzio perché, a loro dire, i giornalisti avrebbero il vizietto di deformare le loro dichiarazio ni, di curiosare nella loro vita priva ta e di amare troppo il sensazionalscandaloso. Sono in tanti a protesta re e qualcosa di vero deve pur esser ci, se persino il serissimo e gorbacioviano Commissario Tecnico della na zionale sovietica di calcio si è presen tato alla stampa italiana con tanto di registratore in tasca, lamentando che suoi precedenti giudizi pallonari fos sero stati riportati nello stile «fischi
per fiaschi» allo scopo di montare un «caso Zavarov» (e vendere qualche copia di più). Anche i giornalisti, logicamente, so stengono di avere ragione: si lavora in fretta, è facile fraintendere; e poi i campioni, si sa, parlano senza riflet tere, quindi si pentono e chiedono smentite tanto indignate quanto in giustificate. La polemica va avanti così da qual che mese. 1 campioni tacciono ed ogni tanto emettono comunicati An sa per far sapere al pubblico che so no spiacenti, ma sono proprio stati costretti a privare i tifosi delle loro interviste. Anche la stampa fa appel lo al pubblico, spiegando alla gente che il silenzio degli sportivi lede il di ritto del lettore all’informazione, e che i giornali sono proprio costretti a pubblicare pezzi tecnici invece del le amate interviste. Peccato, pecca to davvero. Ed è realmente un peccato soprattut to per noi lettori e telespettatori, per ché l’occasione sarebbe ghiotta per riflettere a fondo su quali sono i compiti dell’informazione, e quindi anche dell’informazione sportiva. O davvero dobbiamo credere che non
ci sia altro da dire e da scrivere sullo sport al di fuori del parere di Alto belli sulla crisi della Juve o di Thoeni sulla crisi di Tomba? Davvero debbiano credere che il nostro dirit to all’informazione si esaurisca nel la formula del blà-blà «due punti e virgolette»? Davvero il compito pri mario della stampa sportiva è quel lo di glorificare il grande avvenimen to, o magari di far diventare grande avvenimento anche ciò che non lo è? Davvero noi pubblico siamo così ot tusi da non volere altro? E già, perché poi questa è la giustifi cazione che si dà di ciò che si legge sulla stampa sportiva: «Il pubblico vuole questo, le vendite lo dimostra no». No, per favore, andiamoci pia no nel fare certe affermazioni. I tem pi sono cambiati, a scuola ormai ci vanno tutti; anche i tifosi sono cam biati. Tifosi, nonché lettori e tele spettatori normali, sono ad esempio quei ragazzi che qualche domenica fa hanno esposto in uno stadio uno stri scione con su la scritta «Grazie per il silenzio». E sono normalissimi ti fosi quelli che hanno indirizzato e continuano a indirizzare lettere ai quotidiani sportivi scrivendo più o meno così: «Meno male, speriamo ora di leggere qualcosa di più intel ligente». Forse non era proprio questa la ri sposta che le due fazioni protagoniste della «guerra del silenzio» si aspettavano nel momento in cui han no chiesto, provocato l’intervento della gente. Speriamo che qualcuno ne prenda atto, che qualcuno se ne ricordi quando sarà passata la bufe ra. Speriamo che anche in questo ca so si possa davvero dar ragione ai Padri del deserto, constatando che il silenzio, alla fine, ha fatto progredi re la «virtù».
Andrea De Pascalis
STADIUM/SOCIETA' di Angelo Bertoni Ci sono persone che si vantano di non leggere i giornali, di non seguire le notizie né per radio né per televi sione. Pensano solo ai loro interessi e alle piccole cose chiuse nell’orizzon te quotidiano e domestico. Forse si difenderanno da qualche ar rabbiatura e guadagneranno un po ’ di tempo. Però... Però rischiano veramente di non sa pere più in che mondo vivono. In effetti il mondo sta davvero cam biando ogni giorno e seguire tutte le notizie, capire le trasformazioni, sforzarsi d’interpretarne i segni è im presa faticosa, ma anche affascinan te. Ecco perché bisogna ascoltare, leggere, documentarsi, e poi discutere per capire insieme. A livello mondiale stanno succeden do cose molto nuove. Cambia il rap porto tra i Paesi dell 'Est e quelli dell'Ovest. Il disarmo ormai non è più soltanto una parola. Ci sono missili che sono stati smantellati e distrutti, basi mi litari abbandonate. Ci sono eserciti che tornano a casa. Sono state avan zate proposte di riduzione drastica delle spese militari e di riduzione per sino degli arma nienti tradizionali. Sempre in campo internazionale vi sono tuttora delle vere mine vagan ti, quali il debito che i Paesi del Ter zo mondo hanno verso le grandi ban che. Ma ci sono anche segnali inte ressanti, come la conferenza mondia le sull 'ecologia che propone progetti coordinati e planetari per la difesa e il recupero dell’ambiente, a comin ciare dalla benefica «fascia di ozo no». Nel nostro Paese, a! di là dei vari congressi di partito che si stanno svolgendo, stanno maturando dei processi fortemente innovativi. 1 par titi e le regole della stessa vita demo cratica hanno certamente bisogno di essere adeguati alle nuove esigenze della governabilità del sistema. Il problema è di ottenere che questa ca-
TRA INFORMAZIONE E SPETTACOLO pacità di governare la società (l’eco nomia, l’amministrazione, la giusti zia, la sicurezza, lo sviluppo delle scienze, l’istruzione e la cultura) ven ga posta democraticamente nelle ma ni dei cittadini e non finisca invece in mano ai centri di potere costituiti. Per questo merita interesse il dibat tito sulle riforme istituzionali e sul l’alternanza; e merita una certa preoccupazione la pigrizia che i prin cipali partiti dimostrano nell’affrontare i problemi. Ancor maggiore preoccupazione me rita il crescere del potere mafioso e malavitoso, che ormai in molti luo ghi e circostanze è più forte delle isti tuzioni statali. Eppure la conclusio ne di due recenti processi, a Firenze per la strage del treno 904 e a Caltanissetta per l’assassinio del giudice Ciuccio Montalto, devono essere colli come segni di grande coraggio e spe ranza. Quando ci sono inquirenti e giudici che fanno il loro dovere, al lora è possibile resistere alla prepo tenza e all’intrigo. Quello che abbia mo visto in questi giorni è, speriamo, solo l’inizio; ma è un inizio signifi cativo. La mafia c’è; ha dei nomi e per quanto aurevoli e protetti essi so no condannati; le alleanze con l'ever sione di stampo fascista sono state accertate. Si saprà andare avanti? Lo speriamo. E speriamo che una certa sezione della Corte di Cassazione non trovi pretesto per annullare tutto. Molto dipenderà anche dai mass me dia. Certo spettacoli come «La Pio vra» anche se non esenti da qualche difetto sono tuttavia ottimi contributi
alla creazione di una coscienza civile attenta. Non è un caso che sia la RAI e non le televisioni commerciali a fare ciò. Anche l’esperienza di vedere in TV 10 svolgimento di piccoli e grandi processi è, ci sembra, positivo anche se può lasciare sconcertato qualcuno. Conoscere la realtà, presentarla in modo adatto e completo, è sempre una cosa buona. Assai meno buona è l’idea di simulare un processo, me scolando prove con illazioni, testimo ni con visionari, usando addirittura davanti a milioni di persone quella sedicente «macchina della verità» che è giustamente rifiutata nell’ambien te già più riservato e più capace di di scernere che è il tribunale. La trasformazione di ogni cosa in spettacolo (politica, morale, econo mia, giustizia) è uno dei fatti più de licati e gravi che stanno avvenendo intorno a noi. Non parliamo poi dell’ainforinazione» al modo di Giu liano Ferrara. Ecco un punto, questo dell’informa zione, della comunicazione e dello spettacolo attraverso i mass media che non può più restare senza una seria regolamentazione. Ne va della nostra democrazia e della libertà di tutti. 11 mondo politico, specialmente quel lo che essendo di matrice cristiana dovrebbe avere attenzione per il ri spetto della verità e per gli strumenti e modi educativi, avrà una responsa bilità gravissima se non avrà la intel ligenza e la forza di fare al più pre sto una adeguata normativa. Si tratta di assicurare la libertà di ini ziativa, ma anche la correttezza del la comunicazione che è un bene più importante dell’aria pulita; altrimen ti, paradossalmente, avranno ragio ne quelli che non vogliono vedere né giornali né TV; ma che poi, dopo aver rifiutato il telegiornale, magari non sanno rinunciare al varietà del sabato sera o alla partita de! pallone.
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FOTOMEMORIA
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IL TEMA DEL MESE
Esperienze associative
LE STRADE DEL SUD È un vecchio luogo comune quello che vorrebbe il Sud d’Italia a peren ne rimorchio del Nord lungo la stra da della storia; un Sud, cioè, incapa ce di trovare da sé i percorsi ed i mez zi per progettare il progresso. È un luogo comune che ancora oggi sten ta a scomparire, nonostante la di stanza tra le due Italie si vada sem pre più assottigliando. Anche in campo sportivo — è inutile nascon derlo — questo stereotipo persiste: il mito dell’efficienza e dell’organizza zione abita al Nord, quello dell’im provvisazione e della precarietà di mora al Sud. Ecco perché l’esperien za della Società Polisportiva S. Aga ta di Palermo, che raccontiamo su questo numero di Stadium, assume il valore di un dato significativo: il modo in cui la S. Agata si accinge ad affrontare il futuro ci aiuta a capire come le cose siano cambiate anche in seno al CSI.
Società sportiva S. Agata di Palermo
Un animatore e dieci chierichetti
Spiegare una Società sportiva vuol dire anche raccontarne la nascita, poiché lo spirito iniziale molto spes so si conserva come tradizione ed ac compagna ogni sviluppo. Basta poco davvero per far nascere una Società sportiva del CSI. Nel ca so della S. Agata sono bastati un ani matore e dieci chierichetti. Ma andia mo con ordine. Siamo a metà degli anni ’70, in un quartiere di Palermo che ha il suo cuore più antico a due
passi dalla Stazione Centrale, ma che si estende con nuove costruzioni tut to intorno. Nel cuore «geografico» c’è un cuore vero, pulsante, dinami co: la Parrocchia S. Agata. L’esigen za di proporre un’attività sportiva è avvertita dai responsabili della Par rocchia, lo stesso desiderio è espres so da una decina di chierichetti. Si comincia così, quasi per scherzo: i dieci ragazzini e Giuseppe Tumminello, il loro animatore. Di sport non sanno granché, né sanno dove anda re a giocare. Il quartiere è grande, con 80.000 anime, e come troppo spesso succede non ha spazi verdi, anzi non ha spazi di alcun colore. Nella stessa strada della Parrocchia c’è il Seminario Arcivescovile, ed è lì che si bussa perché c’è un terreno all’aperto che potrebbe far comodo. La Curia acconsente, e lo spazio vuo to viene animato con un’attrezzatu ra prodotta da quell’antica e sempre pregiata marca che reca l’etichetta «la fantasia aguzza l’ingegno». Gli sport, sono il calcio e la pallavolo. Arrivano altri ragazzini e Tumminello ad un certo punto si accorge che
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IL TEMA DEL MESE Esperienze associative
LE STRADE DEL SUD (senue da pag. 17) il gioco è diventato una faccenda se ria, impegnativa. Cerca la collabora zione di qualche giovane dell’Azione Cattolica. Anche i genitori danno una mano. Lo spontaneismo lascia il posto all’organizzazione, ed è con un dato di fatto nelle mani che nel 1977 ci si presenta davanti ad un notaio per stipulare formalmente l’atto di nascita della Polisportiva S. Agata. I dieci chierichetti sono diventati in tere squadre, altri ragazzi premono alle porte: occorrono altri spazi. È ancora la Curia ad offrire l’indispen sabile. Un salone di circa 100 m2 di viene palestra. Le attrezzature e la pavimentazione in gomma sono mes se in opera con l’aiuto degli Enti lo cali. Oggi la Polisportiva palermita na conta oltre 300 tesserati di tutte e quattro le fasce d’età; la sua sfera d’azione oltrepassa il territorio par rocchiale e si estende ad altre zone fi no a coprire l’intero quartiere. La Polisportiva e gli Enti locali
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Lo scorso 6 febbraio alla S. Agata si è fatta una grande festa, cui ha parte cipato anche il Presidente nazionale del CSI Aldo Notario. Si inaugurava una palestra vera, giunta ad affian carsi al locale di fortuna messo a di sposizione dalla Curia. Il terreno è lo stesso dove i dieci chierichetti e Tum minello iniziarono la loro avventura. La Curia lo ha ceduto gratuitamente alla S. Agata e la Regione Sicilia ha finanziato in gran parte i lavori. Con Regione e Comune il dialogo è sempre aperto: «A Palermo — spie ga Tumminello — il CSI è un nome, un’immagine conosciuta c apprezza ta dai pubblici amministratori, ed ha
quindi una sua credibilità da spende re. La S. Agata è sempre ascoltata con attenzione». Ancora più solido è il collegamento con il Consiglio di Quartiere. Con la Parrocchia il rapporto continua ad essere strettissimo, e non solo perché la maggior parte dei dirigenti provie ne dall’ambito parrocchiale. Nello Statuto societario è sancito infatti l’obbligo che i rappresentami dei vari gruppi parrocchiali (ACR, Scout, fa miglie ecc.) facciano parte del diret tivo della Polisportiva. C’è infine la scuola: il contatto vie ne tenuto con tutte le scuole del quar tiere, con tutti i presidi e i direttori didattici; nella scuola e con la scuo la si fanno sistematicamente attività promozionali. E li dove si manifesta no carenze (impianti sportivi scola stici assenti e doppi turni dei ragaz zi), la S. Agata si inserisce con pro poste qualificanti. Nasce una cooperativa
L’attenzione alle Leggi regionali ed i buoni rapporti con gli Enti locali, hanno consentito alla S. Agata di
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darsi una palestra. Dagli stessi pre supposti nasce un’altra, futuribile iniziativa. Nel dicembre del 1987 è stata formata una Cooperativa con dodici soci: sei rappresentanti della Polisportiva e sei ragazzi (di prove nienza parrocchiale) specializzati nel lo sport e nel turismo. La nuova struttura ha cooptato nel proprio Statuto i punti qualificanti dello Sta tuto del CSI e di quello della S. Aga ta, ponendosi come compito istitu zionale la promozione delle attività sportive. La nuova veste legale con sente un pieno sfruttamento di alcu ne leggi nazionali e regionali che, ap punto, favoriscono la formula coo perativistica. Le leggi regionali sulla occupazione giovanile, ad esempio, permettono di ottenere buoni finan ziamenti a fondo perduto per acqui sire ed attrezzare spazi ed altri stru menti di lavoro. Non è un’operazione speculativa. «I membri della Cooperativa — spiega Tumminello — rimangono volonta ri dal punto di vista dell’utente, che continua a non pagare il servizio sportivo. Possono percepire però un minimo compenso mensile, che non viene a gravare sull’utente ma sul?
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l’Ente locale. Si parla di compensi minimi, perché i finanziamenti sono destinati soprattutto alle attrezzatu re, viste le finalità promozionali della Cooperativa». Dove porterà la nuova strada? È dif ficile prevederlo. Per ora la Coope rativa ha preparato un piano di la voro a lunga scadenza, già approva to dalla Commissione specifica del la regione Sicilia, ma che deve com pletare il suo iter. È un programma complesso, che vede la S. Agata proiettata verso traguardi ambizio sissimi sfruttando l’ausilio dei mez zi più moderni. L’espansione dell’at tività promozionale passa anche at traverso la formazione di nuovi tec nici, arbitri ed animatori. Non si pensi comunque che la S. Agata abbia delegato il suo futuro al la Cooperativa. Anche la Polispor tiva ha i suoi programmi specifici. Ora che si può disporre del nuovo impianto inaugurato in febbraio, l’o biettivo è quello di aumentare anco ra il numero dei soci atleti in rappor to agli spazi. Immutata sarà la scel ta di fondo: organizzare attività ri volte al quartiere, alla scuola, a tut te le organizzazioni sociali che ope rano nella zona; incrementare sem pre i rapporti con le famiglie; porre al primo posto i momenti di forma zione. L’unica cosa che preoccupa quelli della S. Agata è una certa cri si «vocazionale» nei giovani che do vrebbero trasformarsi in animatori. Ma, si spera, questo è un problema che la Cooperativa riuscirà a ri solvere.
Andrea De Pascalis
COMUNICARE NEL GRUPPO È molto facile illudersi di saper co municare un idea, una nozione, un parere nel partecipare alla vita di un gruppo, per il semplice fatto che cia scuno di noi ha la «presunzione» di aver ben assimilato per proprio con to quella determinata idea o nozio ne o parere che si intende comunica re agli altri. È questa l’illusione tipica di chi si sente possessore della verità: se una cosa è logica — si pensa — lo deve essere anche per chi ascolta. Invece il problema del comunicare una sco perta, un’intuizione, un’informazio ne è sempre e comunque collegato anche ad una serie di fattori interfe renti e ad una serie di condizioni age volanti.
Tra i fattori che interferiscono nel l’atto del comunicare sono da tener presenti: l’affettività e l’emotività di ciascuno, il gioco di simpatie-antipa tie circolanti nel gruppo, gli atteggia menti abituali, le abitudini mentali, gli interessi familiari, la vicinanza o lontananza al gruppo di valori in cui l’io di ognuno si identifica, l’esplo sione di associazioni mentali non ap pena una parola o un’immagine pas sa dalla bocca del trasmittente all’o recchio del ricevente e ancor più il moltiplicarsi dei significati dati alla stessa parola o immagine del trasmit tente e dai riceventi. Tra le condizioni da rispettare per as sicurare un buon livello di comuni cazione tra i partecipanti alla vita di un gruppo, ne sono da ricordare so prattutto quattro:
1. Non voler convincere È inefficace voler convincere l’inter locutore, perché il presupposto di partenza è viziato dalla presunzione di chi pretende che la sua realtà da comunicare sia comunque e total mente «vera», tout court. Ciascuno è attaccato alle proprie idee perché le ritiene buone. Confutare l’altro nelle sue idee significa attac care lui stesso e talvolta ciò che ha di più caro. Sentendosi minacciato, «invaso» nella propria libertà, avrà la tendenza ad arroccarsi sulla sua posizione, a difendersi, a contrattac care piuttosto che ad ascoltare e ma turare. È particolarmente importante pen sare a ciò, per esempio nel corso di una discussione nel gruppo. Quando si è attaccati, è difficile non con trattaccare... Per convincere l’altro che abbiamo ragione mentre lui ha torto. Allora — si dirà — perché parlare, perché dialogare se non si deve con vincere? Si deve parlare e dialogare per proporre all’interlocutore degli elementi di riflessione che gli permet teranno, se lui vorrà, di maturare da se stesso. Non è umano, quindi non è educativo, pretendere di «trasferi re» una nostra convinzione in un al tro, senza tener conto dei processi della sua maturazione. Dna verità o una convinzione personale non si brandiscono come una spada: non sono dei corpi contundenti da spac care sulla testa degli altri. Le convin zioni vanno proposte nella libertà, non imposte.
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COMUNICARE NEL GRUPPO (segue da pag. 19)
2. Ascoltare e comprendere con empatia
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Come si definisce l’empatia! Ecco la definizione che ne dà C. Rogers: «lo stato di empatia o il fatto di essere empatico, consiste nel percepire il quadro di riferimento interno di un’altra persona con esattezza e con le componenti emotive ed i significati in esso presenti, come se si fosse l’al tra persona». Il quadro di riferimento di qualcu no è il suo universo interiore: il suo carattere, la sua psicologia, il suo passato personale e collettivo, ciò che occupa attualmente il suo campo di conoscenza, di scienza, di coscienza. In un dialogo ciascuno comprende e si esprime secondo e in funzione del suo quadro di riferimento. Più que sti «quadri di riferimento» sono di versi e più il dialogo è faticoso. Nelle fasi difficili di un dialogo cia scuno dovrà, da una parte, cercare di esprimere più a fondo il suo pen siero dicendo esplicitamente a che esperienze si riferisce per fare le sue affermazioni e dall’altra sforzarsi di entrare nell’universo interno dell’in terlocutore per scoprire il suo reale pensiero al di là delle formulazioni che ne dà. La comprensione empatica deve sa per ascoltare molto, ma per realizza re ciò occorre innanzitutto far tace re i propri pregiudizi sull’interlocu tore, sia i pregiudizi negativi come quelli positivi: pregiudizi di razza, di nazionalità, di classe sociale, di cul tura, di età, pregiudizi personali quando si crede di conoscere già la persona sia direttamente, sia trami te intermediari.
3. Desiderare una verità sempre maggiore Vi è in ciascuno di noi un desiderio di verità e di luce. È particolarmen te importante viverlo intensamente nella situazione di dialogo e non rin chiudersi in un tranquillo possesso della verità, anche su quegli argo menti o problemi che si crede di co noscere. Vivere questo desiderio è molto esi gente e impegnativo, perché si può essere condotti a mutare le proprie opinioni o le proprie convinzioni; ed a noi non piace molto mutare, so prattutto di fronte agli altri. Ma co me vivere questa ricerca di verità? Occorre tenere più alla verità che al le proprie idee; saper riconoscere nell’idce dell’altro le porzioni di verità che possono arricchirci; saper rico noscere i propri errori e ritornare sul le proprie posizioni sia per abbando narle, sia per sfumarle. Il riconoscimento del proprio erro re, poi, o l’adozione delle idee del l’interlocutore, può provocare in quest’ultimo una reazione di vittoria ( = glielo avevo detto!); effetto que sto particolarmente nocivo al clima di dialogo. Riconoscere i propri er rori significa sottomettersi alla veri tà e non arrendersi agli altri. Per te stimoniare la verità occorre amarla più della propria tranquillità.
4. Coraggio di essere se stessi In un dialogo occorre comunicare, esprimersi. Ora, esprimersi, richiede talvolta coraggio per essere quello che si è, per essere, in una parola, au tentici. Infatti, spesso ci accade di sentirci inferiori all’altro, all’interlo cutore. È questa una delle ragioni
che rendono il dialogo così difficile e talvolta impossibile quando una di stanza sociale e culturale troppo grande separa gli interlocutori. Si può temere di far soffrire l’altro o di perdere la sua stima sostenendo delle opinioni diverse dalle sue. Si può non aver voglia di buttarsi in una discussione sia perché vi sono dei «personaggi» che se l’accaparrano, sia perché si può pensare che ciò sa rà inutile, etc... Una motivazione im portante per il dialogo è il desiderio di condividere con un altro le porzio ni di verità che si sono trovate e che si crede di aver trovato per permet tergli un eventuale progresso verso la verità. Come vivere, in definitiva, questo at teggiamento? L’affermazione delle proprie idee deve venir fatta senza volontà di convincere o di mortifica re e con la disponibilità interiore di venire contraddetti o contestati. Inol tre, non bisogna capitolare su ciò che ci sembra vero solo per far piacere ad un altro, anche se ciò dovesse pro vocare o mantenere aperte determi nate differenze. Il rispetto e la stima reciproci possono coesistere con la divergenza delle idee. Per realizzare ciò occorre saper esercitare la virtù della «tolleranza». Per concludere, allora, occorre dire che la comunicazione autentica nel gruppo è uno scambio in profondi tà, animato da un comune desiderio di progredire insieme verso la veri tà, nel quale ogni interlocutore deve avere il coraggio delle proprie opinio ni personali e nello stesso tempo il ri spetto dell’altro, delle sue idee e del la sua libertà nell’impegno esaltante c difficile della ricerca della verità.
Claudio Bucciarelli
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Tennistavolo
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11 Tennistavolo o Ping Pong è uno sport giovanissimo anche se la sua pratica ha radici molto antiche. L’essenzialità del gesto tecnico col loca questa disciplina nel panorama degli sport altamente promozionali e popolari; infatti sono circa 250 mi lioni le persone che nel mondo dedi cano una parte del loro tempo libe ro al tavolo da gioco. Molte sono le caratteristiche favore voli allo sviluppo di questa discipli na: innanzitutto delle caratteristiche tecniche che rendono il Ping Pong accessibile a persone di qualsiasi età e sesso e, per le sue prerogative di semplicità e linearità, adatto anche ad alcune categorie di portatori di handicap fisici. Con la facilità di gioco, concorre alla sua popolarità la facile reperibilità dell’attrezzatura (tavolo, rete e palli ne), particolarmente diffusa nei Cir coli, nelle Parrocchie, raramente, in palestre, e l’equipaggiamento strettamente necessario limitato alla rac chetta. Certo che per migliorare tecnicamen te in questo sport, come negli altri, occorre tanto allenamento anche se buoni risultati si ottengono con un minimo di pratica costante e con l’e sperienza di gara. Il Tennistavolo non è solo un piace vole passatempo, ma praticato con assiduità migliora diverse capacità fi siche tra cui la velocità, la resisten za, la forza, la coordinazione e l’a gilità, insieme a particolari capacità psichiche tra cui la concentrazione, la riflessione, la velocità di reazione e cosi via contribuendo dunque a for mare la personalità di chi lo pratica ed in particolare dei giovani verso i quali ha grande valenza educativa. Data la sua semplicità il Tennistavolo ha anche il pregio di essere uno sport particolarmente «sicuro» in quanto annovera pochissimi casi di infortu ni, ed è inoltre molto accessibile dal punto di vista economico.
In attesa della Festa nazionale Sono state appunto queste caratteri stiche che hanno permesso, anni’in dietro, al Centro Sportivo Italiano di partorire questa felice intuizione. Il Tennistavolo è stato infatti intro dotto in Italia dal nostro Ente ed an cora oggi riveste un ruolo importan tissimo nel panorama dell’attività sportiva nazionale dell’Associazione.
Molti sono i Consigli provinciali e circoscrizionali che lo annoveranno nei programmi di attività e nei calen dari annuali costituendo quel patri monio tecnico che si estrinseca nei di versi stili di gioco presenti negli atle ti delle varie Società sportive operan ti sul territorio. È proprio il caso di dire: «paese che vai, stile che trovi», questo perché i modi di giocare sono infiniti e con dizionati non solo dalle caratteristi-
che fisiche dei locatori ma anche dalle particolari soluzioni tecniche adottate. Si evidenziano così i difensori mu niti di racchette con rivestimento backside, gli attaccanti con racchet te veloci e con rivestimenti spessi ed elastici, e giocatori allround che uti lizzano le due tattiche alternativamente. L’evoluzione moderna del Tennistavolo sta comunque portando questo sport a stabilizzarsi su particolari li velli tecnici. Infatti la figura che maggiormente predomina la scena mondiale è quella dell’attaccante che in pochi secondi riesce a concludere uno scambio facendo raggiungere al la pallina la velocità media di 70 km/h con punte anche di 100 km/h. Questo modo di colpire la palla ra pidissimo si effettua con un colpo particolare detto «topspin» che per mette di colpire la pallina dal basso verso l’alto dotandola non solo di ve locità ma anche di un forte movi mento rotazionale. Le alte velocità raggiunte impongo no, ad alto livello, allenamenti sem pre più sofisticati e faticosi che ten dono a far anticipare il movimento in tempi di reazione brevissimi. Da qui l’importanza del «servizio» come arma sempre più fondamenta le nella conduzione del gioco. Questi modi di giocare con la preva lenza di un colpo su un altro e con variazioni a volte infinitesime e a vol te sostanziali del gesto tecnico, han no portato alla creazione di due grandi scuole pongistiche: V Asiatica capeggiata dalla Cina, e l’Europea capeggiata dalla Svezia. Se è vero che il Tennistavolo si sta evolvendo tecnicamente facendo pas si da gigante, è anche vero che il CSI si sta adoperando per migliorare il tasso tecnico di questa disciplina al proprio interno.
Giocasport ’89 Infatti a livello nazionale si sta for mando un gruppo di formatori per tecnici che avranno il compito fon damentale di portare nuova linfa al la periferia al fine di dotare quest’ultima di buoni tecnici societari. È da auspicarsi in futuro che i Con sigli sentano sempre più questo pro blema per consentire una sempre più ampia partecipazione alla Scuola na zionale per Tecnici. Un altro appuntamento di rilievo a livello nazionale è la Festa naziona le di Tennistavolo che si svolgerà a Viterbo dal 22 al 25 aprile e che ve drà la partecipazione di circa 400 atleti di ogni regione che disputeran no gare per ogni categoria d’età. L’appuntamento particolarmente sentito nelle varie realtà locali, sarà strutturato in maniera tale da con sentire un regolare e tecnicamente perfetto calendario di gara che vedrà, tranne in casi eccezionali, impegnati tutti gli atleti per un minimo di sei partite utilizzando una particolare formula di svolgimento detta «Sor rentina» che, adattata alla nostra realtà, consentirà di redigere la clas sifica finale evitando l’esasperazione delle finali e senza creare sperequa zioni di sorta. Per consentire lo svolgersi regolare delle gare avremo a disposizione il palazzetto dello sport della città di Viterbo ed una palestra che ospite ranno 20 tavoli da gioco ciascuno con un’area regolare. La Festa non prevederà solo momen ti tecnici, ma anche particolari mo menti associativi. Non ultimo l’ab binamento alla Campagna naziona le sulla bicicletta per far conoscere anche ai pongisti il fascino di questa disciplina attraverso momenti diver tenti e spensierati con le due ruote.
Franco Jovine
Arrivano le Feste regionali Lanciato ufficialmente nel dicembre ’86, «Giocasport» trova sempre più spazio nell’Associazione. Rispetto al 1987 sono raddoppiati i gruppi pro motori (oggi sono 73, rappresentan do il 46,79% dei Consigli provincia li CSI) ed è cresciuto in misura assai consistente il numero dei tesserati. Molte poi le sperimentazioni fatte ai diversi livelli ad opera degli educa tori delle diverse agenzie educative coinvolte. Realizzata anche la prima Festa nazionale di «Giocasport», nel maggio scorso, che ha visto la par tecipazione di migliaia di ragazzi. Ma molte cose restano ancora da fare per garantire la diffusione del progetto. Il 1989 dovrà allora essere l’anno de dicato alle manifestazioni e alle Fe ste organizzate ai diversi livelli e in vari ambienti, in modo da creare un
circuito di attività «Giocasport» sem pre di più a carattere continuativo. L’appuntamento «clou» di quest’an no sarà quindi costituito da una ini ziativa a carattere decentrato e com posito. Nel periodo che va dal 15 aprile al 15 maggio ciascuna regione potrà organizzare una festa di uno o più giorni, che dovrà puntare a coin volgere almeno 1.000 ragazzi e ragaz ze — categoria di età A e B — pro venienti sia da realtà CSI che da gruppi esterni quali ACR, oratori, parrocchie, ecc. Prerequisito indi spensabile è l’aver realizzato a livel lo locale attività di «Giocasport» e quindi di essere in regola con le nor me sul tesseramento CSI o «Gio casport».
Per dare maggiore incisività alla Fe sta sarà bene stabilire rapporti con gli uffici diocesani per la pastorale dei ragazzi, i quali già conoscono il nostro programma di attività e sa ranno ben lieti di collaborare a que sto ambizioso progetto. L’immedia ta costituzione di un gruppo di lavo ro o di un comitato organizzatore comprendente le diverse componen ti associative interessate potrà favo rire la riuscita della Festa. L’occasione è propizia per creare nuove aperture soprattutto verso la Comunità ecclesiale e le associazio ni di comune ispirazione per proget tare e realizzare insieme questa nuo va occasione educativa.
Il Programma della Festa dovrà comprendere oltre i momenti di gio co e di sport, anche altre attività ri creative e culturali, atte a favorire la libera espressione e la partecipazio ne di tutti i ragazzi.
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Al crocevia del CSI
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La centralità che lo Statuto del CSI riconosce alla Società Sportiva, luo go ove l’Associazione dichiara di vo ler assolvere primariamente il pro prio ruolo educativo, sembra porre in secondo piano l’opera delle strut ture di servizio. Anche il Consiglio provinciale pare relegato a brillare di luce riflessa, ad assolvere compiti che, ad una prima analisi, risultano essere freddi, burocratici, asettici. Tale lettura penalizza particolarmen te il Consiglio provinciale, nel quale molti vedono l’effettiva asse portante della proposta CSI. 11 suo è un ruolo di servizio in quan to in esso dovrebbero ritrovarsi le energie migliori delle Società sporti ve. Ed è lì che i rappresentanti delle Società sportive concordano e pro grammano le attività da svolgere in sieme. Da un punto di vista teorico tutto ap pare abbastanza lineare: ci si convo ca, ci si trova, si fissano le attività sportive e formative alle quali ciascu no intende dare la propria adesione anche organizzativa, si prendono in esame le difficoltà che dall’esterno si fanno sentire e si concordano comu ni iniziative atte a risolvere, si affi dano le responsabilità gestionali a co loro che dimostrano di essere più ca paci e disponibili, si... La realtà non è così semplice. La pratica deve fare i conti con i piccoli e grandi egoismi che ciascuno cerca di portare avan ti. Ed ecco che ci si trova di fronte ad una serie di problemi. Non è suf ficiente chiamare a raccolta le Socie tà ed i Gruppi Sportivi delia propria zona per stabilire un programma, perché tutti hanno un loro piano so cietario che, normalmente ed a giu sta ragione, viene prima dei pro grammi comuni; si riscontra che le Società sportive reali, anche quelle più impegnate, per una serie di mo tivazioni validissime, non si rivolgo no a tutte le fasce di età, ad entram-
Il molo del Consiglio provinciale bi i sessi, ai praticanti di tutte le di scipline, non privilegiano le realtà bi sognose, emarginate, ma tendono ad utilizzare un servizio. Ed ecco che la promozione dell’Associazione, della sua cultura, delle sue idealità, passa per alcune perso ne che si assumono l’onere gestionale del Consiglio provinciale. L’Associazione ha più volte precisa to il ruolo del Consiglio provinciale indicandolo sia nello Statuto sia nei documenti associativi prodotti nel corso di questi anni. La caratteristi ca principale che si può cogliere nei Consigli provinciali reali è la loro flessibilità e diversa articolazione, motivata dalle esigenze del territorio di pertinenza. La principale preoccupazione di un Consiglio provinciale CSI non può che essere di tipo educativo. Quanta e quale educazione si può e, quindi, si deve «produrre» nella propria real tà locale attraverso una pratica spor tiva vissuta secondo una visione cri stiana dell’uomo c della realtà. Un Consiglio provinciale del CSI de ve, prima di tutto, essere credibile per la proposta sportivo-educativa che attua sia nei confronti del mon do sportivo che lo circonda sia nei confronti della Chiesa in cui è inse rito e Tesserlo su entrambi i fronti presuppone un impegno ed una pre parazione qualificati. Chi opera in un Consiglio provincia le non può prescindere da ciò. Non è sufficiente organizzare bene una manifestazione sportiva, se nel rea
lizzarla si perdono di vista le finalità educative che stanno alla base della esperienza del CSI, se vengono tenuti in considerazione solo criteri rigida mente tecnici o presunti tali. Il Consiglio provinciale deve quindi impegnarsi a preparare, a formare i responsabili delle proprie società e delle proprie attività. Deve, inoltre, cercare di «coprire» tutti i ruoli che sono previsti per l’attività sportiva, per la formazione degli operatori, per la informazione associativa, per i rapporti esterni, per le necessità del la struttura interna. Alcuni Consigli, quelli cosiddetti grandi, che affilia no cento società ed oltre, talvolta rie scono ad impegnare persone per cia scun ruolo. Ma anche i Consigli, spesso indicati come minori, che hanno una base con meno di venti/trenta società, riescono ad essere testimoni dell’Associazione in egual misura e talvolta con più incisività trovando nelle poche persone dispo nibili chi assolve alle varie incomben ze e necessità con la medesima com petenza e preparazione. Lo Statuto delinea i compiti del Con siglio provinciale e gli incarichi da ri coprire, ma sono le persone che si impegnano in tali strutture, basate sul più schietto volontariato, che ne danno sostanza e forma concreta. E sono queste ultime che costituisco no l’Associazione con il loro modo di operare indipendentemente dal ruolo che ricoprono, di arbitro o di dirigente, di presidente o di addetto al tesseramento, di responsabile tec nico formativo ma tutte insieme pro tese a promuovere l’Associazione, avendo come obiettivo la crescita dell’uomo c della società in cui viviamo. Giuseppe Goffrivi
TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE Un incontro affettuoso CATANIA — I dirigenti del CSI hanno aspettato qualche mese prima d’incontrare il nuovo Arcivescovo Luigi Bommarito, ma ne è valsa vera mente la pena. Non è stata una presentazione ufficiale, ma un forte momento ecclesia le. L‘Arcivescovo ha incontrato i dirigenti di un gruppo impegnato inci sivamente nella promozione umana e sociale dei giovani della diocesi di Catania, e principalmente di quelli meno fortunati e con poche possibili tà di essere presi in considerazione. L'incontro è stato caldo ed affettuo so, ma ha ribadito per i dirigenti del CSI le forti responsabilità che essi si sono assunte accettando di operare all’interno dell’Associazione. «Siete una forza viva nella Chiesa catanese» ha ribadito mons. Bomma rito. Può sembrare una gratificazione, ma in realtà per i dirigenti del CSI significa lavorare con più responsabilità, maggiore impegno, più senso della Chiesa. L‘arcivescovo ha ricordato che per lavorare nel CSI ci vuole sì una forte passione per lo sport, ma principalmente un grande amore per i ragazzi che proviene dal Vangelo e dall’appartenenza alla comunità ecclesiale. Un incontro quindi che è entrato subito nei vivo, che non ha eluso ipro blemi, che ha ribadito la centralità dell’esperienza sportiva nell’educa zione dei ragazzi. «Catania chiama Catania» ha detto /'Arcivescovo in questi giorni, ed il CSI ha confermato nell’incontro la piena adesione a questo program ma, suffragata del resto dal lavoro silenzioso ma incisivo che da anni già sta facendo per le zone meno fortunate della città.
UNA DOMENICA _______ DIVERSA_______ FIRENZE — È stato veramente un po meriggio particolare quello che ha tra scorso chi ha potuto assistere al diver tente spettacolo allestito dalla compa gnia «Dieci piccoli indiani» presso l'i stituto di rieducazione minorile «Meucci». La commedia, «Cara donna», ha ri scosso un pieno successo di pubbli co, prevalentemente composto dagli ospiti dell’istituto e dai loro educato ri, tra cui l'amico Carlo Giannitrapani, promotore della presenza del CSI al l’interno del «Meucci» e fautore di in contri e momenti socializzanti con i giovani ospiti dell'istituto.
INCONTRO PER RESPONSABILI DELLA FORMAZIONE CR EMILIA-ROMAGNA — Si è svolto a Tossignano, in provincia di Bologna, il primo incontro regionale dei respon sabili provinciali per la formazione. Si, è trattato di un importante momento di verifica dell'attività svolta e di rilan cio deH’impegno formativo su tutto il territorio regionale. La partecipazione è stata buona, circa 35 partecipanti, ma soprattutto si è dimostrata attenta ai contenuti ed alle forme di animazio ne che hanno caratterizzato l'incontro. A questo punto il nuovo Coordinamen to regionale per la formazione è riusci to ad acquisire una «banca-dati» pre ziosa per approntare una adeguata programmazione di interventi forma tivi. Il nuovo Coordinamento per la for mazione della Regione Emilia-Roma gna è composto da: Don Pietro Mar chetti di Imola che ne è il responsabi le, Mauro Buzzoni di Ferrara, Marco Guizzardi di Ravenna e Paolo Vacondio di Modena.
INCONTRO ADDETTI STAMPA CR LOMBARDIA — Uno dei momen ti di verifica della vita regionale lom barda è stato quello dedicato agli ad detti stampa locali. L'argomento di maggiore rilievo trat tato nelle due ore di riunione ha riguar dato la qualità dei prodotti che i vari Consigli editano periodicamente; a questo proposito occorre dire che ogni Consiglio lombardo ha fatto un serio sforzo per offrire una pubblicazione valida sia dal punto di vista dei conte nuti e sia da quello grafico. Una parti colare attenzione è stata anche dedi cata alla presenza sulle emittenti radio-televisive locali, con l'impegno di approfondire maggiormente la que stione nel corso di un futuro incontro.
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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE FESTA POLISPORTIVA ACIREALE — Il Consiglio di Acireale ha dato il benvenuto al 1989 con una festa polisportiva svoltasi a Riposto. Oltre ogni previsione il successo riscosso dal le attività proposte, la Corsa Campestre, il Giocasport, il Basket, il Tennistavolo. Circa 300 partecipanti hanno apprezza to lo sforzo organizzativo degli opera tori CSI, dando vita ad una giornata sportiva densa di impegno agonistico ma soprattutto di costruttivo confronto fra società e atleti. Anche questa volta genitori un po’ stu piti dall’atmosfera di amicizia che regna va hanno assistito i figli dal boschetto
dove si svolgeva la Campestre, alla pa lestra del Tennistavolo, dal campo di Basket alla piazza invasa da bambini impegnati nel giocasport. Da registrare l’incremento del numero dei partecipanti in campo femminile. Queste note positive fanno sì che l'ap puntamento di Riposto rappresenti una importante tappa nel lento processo di miglioramento in atto nel CSI di Acirea le. Una festa in definitiva riuscita, anche grazie alla collaborazione notevole pre stata dall'assessore allo sport del comu ne di Riposto Santo Grasso Alla fine della giornata è stata il miglior ricono scimento, per chi si è impegnato ad or ganizzare una domenica di sport, l'e spressione di soddisfazione disegnata sui volti dei partecipanti.
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MACERATA — Non sempre le riunioni ed i momenti di studio e di riflessione as sociativa si svolgono all'interno delle mura del Consiglio e soltanto tra coloro che vi svolgono attività di qualsiasi tipo. A Macerata, infatti, una serata è stata dedica ta ad una «Festa associativa» con i componenti del Comitato e relative famiglie. Un modo diverso senz'altro di stare assieme.
FESTA PROVINCIALE «GIOCASPORT» RAGUSA — Presso la Parrocchia Sa cra Famiglia in Ragusa il CSI ha dato inizio ufficiale alle attività di Giocasport per l'anno 1989, con una grossa festa provinciale che ha coinvolto oltre 150 ra gazzi. L'impegno preliminare di sensibilizza zione da parte degli animatori respon sabili. con in testa il Presidente Pino Savà. il coordinatore tecnico Salvo Russo ed il coordinatore di fascia Pippo Cam-
po. ha consentito lo svolgersi di tutta la giornata, suscitando l'interesse e la par tecipazione attiva dei ragazzi. Il programma è iniziato con alcuni gio chi di movimento e di conoscenza, se guiti poi da giochi sportivi che il grosso carnet di Giocasport offre, dal calcetto alla pallavolo, pallabase ecc... Nel primo pomeriggio dopo alcuni minu ti trascorsi in approfondimenti associati vi si è passati alla celebrazione liturgi ca. officiata dal consulente Padre Gio vanni Rollo: indi si è passati ai saluti, con l'impegno a ritrovarsi al più presto.
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M VERSO META COMUNE SORA — Si è svolta a Sora una mani festazione sportivo-promozionale con 10 slogan «Corriamo insieme verso una meta comune», organizzata dall’Unione Italiana Ciechi di Prosinone in col laborazione con il Centro Sportivo Ita liano di Sora e il patrocinio del Comu ne dì Sora. Alla maratonina che si è snodata per 11 centro cittadino, hanno partecipato circa 300 persone: ciechi, atleti di di verse società sportive, studenti e sem plici cittadini che hanno aderito a tito lo personale. L'imponente partecipazione ha richia mato l’attenzione della cittadinanza già sensibile al problema dell’integra zione sociale dei non vedenti e a con clusione si è tenuta a Piazza S. Restituta una conferenza stampa a cui han no partecipato le maggiore autorità cit tadine. L’iniziativa è nata dall’esigenza di riaf fermare il valore socializzante dell’at tività fisica ed il diritto degli handicappati di poterne fruire. Tali finalità sono state sottolineate dal Presidente dell'Unione Italiana Ciechi locale, Sergio Durini, e da Aldo Di Poce presidente del CSI di Sora che da anni si dedica con grande impegno alle attività spor tive dei non vedenti.
T©RME© «mPITER» MOLFETTA — Sono tante le iniziative di cui il Centro Sportivo Italiano si fa promotore; molte sono le manifestazio ni sportive che, grazie all’abnegazio ne di alcuni animatori, ogni anno vedo no la luce. Di certo il Centro Sportivo Italiano non riposa sugli allori del pas sato, ma cerca sempre di proporre qualcosa di nuovo, di promozionare di scipline sportive molte volte dimentica te nel cassette? dei ricordi o delle buo ne intenzioni. E il caso delle bocce, una disciplina sportiva molto praticata a li vello nazionale sia agonisticamente che dilettantisticamente, che purtrop po nel territorio di Molletta non ha mai trovato un giusto riscontro e una giu sta collocazione, soprattutto se si tie ne in debita considerazione il fatto che sia uno sport adatto a qualsiasi età. In questo quadro si inserisce la prima edizione del Torneo di bocce «lupiter», organizzato dal Consiglio provinciale; con questa iniziativa i promotori inten dono iniziare quel processo di «riabili tazione» di questa particolare discipli na sportiva. Il torneo avrà la durata di più domeni che, ognuna riservata ad una catego ria; le gare si disputeranno presso uno dei tre campi di bocce presenti all'in terno del Parco di Ponente a Molfetta: ed è proprio grazie alle continue insi stenze del CSI che l'amministrazione comunale alcuni mesi fa ha recintato questo piccolo campetto, permettendo che ci fossero le condizioni di sicurez za e di regolarità adatte a disputare un torneo.
TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE L'ARBITRO OPERATORE SPORTIVO-EDUCATIVO UDINE — Tra le iniziative formative del Consiglio di Udine non poteva mancare un incontro associativo de dicato agli arbitri, ai giudici di gara ed ai cronometristi delle varie discipline sportive. L’incontro ha avuto luogo ad Ovaro ed ha visto come relatore prin cipale il presidente CSI della Lombar dia, Davide Jacchetti. Nella prima mattinata Jacchetti ha pre sentato il tema dell’incontro (Anche l’arbitro può essere un operatore sportivo-educativo), sottoponendo all’attezione degli operatori presenti due aspetti. Il primo, sport educativo per tutti: l’educazione è un processo che segue la vita, è un cammino; educare significa amare i più «maleducati». An che attraverso lo sport si potrà pro muovere una corretta educazione so prattutto con i più poveri, gli emargi nati ed i meno dotati. Servono quindi degli educatori, ed an che l’arbitro deve essere portatore e promotore di educazione. Nel secondo aspetto l’arbitro viene vi sto costantemente come educatore, perché in ogni momento educa in quanto influenza l’operato dell’atleta. A conclusione della relazione si è aperto un interessante e vivace dibat tito, che si è protratto per tutto il po meriggio.
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DONNA E SPORT ANDRIA — Nell’organizzare il Conve gno «Donna e Sport» i dirigenti del CSI di Andria hanno voluto focalizzare l'at tenzione dei presenti sull’impegno civi le dei suoi collaboratori e sul valorepre ventivo dello sport e dell'associazioni smo.
L'impegno dei nuovi dirigenti, seguen do le linee programmatiche individuate durante i lavori di Sorrento circa l’impe gno civile, è stato ripagato dalla parteci pazione di circa centocinquanta ragazze. Di questo sono stati testimoni convinti il presidente regionale Cosimo Meca ed altri presenti, tra cui numerosi genitori.
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SONDRIO — Un momento della manifestazione «XXXI Trofeo Vanoni», gara in ternazionale di corsa in montagna a staffetta di sei chilometri e mezzo. Alla pre miazione, che ha avuto luogo presso l’antica Chiesa di S. Antonio, è intervenuto anche il vicepresidente regionale Renato Pizzi.
UNA TESTIMONIANZA Di IMPEGNO
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VICENZA — Riceviamo da Roberto Fio raso, dirigente del GS Leonicena di Lonigo (VI) una testimonianza del lavoro e dell'impegno di Gianni Fertile, anch'esso dirigente del Gruppo Sportivo, costretto da molti anni ormai all’immobilità e. non per questo, arreso dalla malattia.
RAVENNA — Non c'è due senza tre. Per il terzo anno consecutivo il CSI Nuoto Ravenna ha conquistato il 14° Trofeo Città di Cento, organizzato dal la società Centese Nuoto. Alla manifestazione hanno partecipa to circa 250 atleti, in rappresentanza di sette società sportive cittadine All’esordio stagionale gli atlet1 hanno mostrato uno splendido stato di forma. Di particolare rilievo sono state le pre stazione di alcuni giovani atleti che, per la loro preparazione e tenacia co stituiscono delle autentiche promesse per il settore nuoto del Consiglio ra vennate.
«Gianni Penile ha cominciato come diri gente del Gruppo Sportivo «Leonicena» negli anni ’60 quando questa società sportiva era espressione delle attività parrocchiali. Gianni ha sempre concepito lo sport co me una componente fondamentale del la formazione dei giovani, secondo an che quello che è il concetto ispiratore del CSI, e se le coppe e i trofei gli hanno fat to e gli fanno piacere quando vengono vinti, non rappresentano certo lo scopo dell’attività che è soprattutto quello di av viare il maggior numero di ragazzi alla sa na pratica sportiva, intesa come confron to con se stessi prima che con gli altri. Per questo Gianni è stato promotore, a
metà degli anni '70, del Centro Olimpia del G.S. Leonicena, dell'affiliazione alla Fidai e, pochi anni dopo, del Centro Av viamento allo Sport di atletica. E proprio in quegli anni la malattia lo ha colpito e, lentamente ma inesorabilmente, lo ha co stretto all'immobilità. Immobilità tuttavia che non ha fermato la sua voglia e la sua capacità di fare. E tiene ancora salda mente in mano — per fortuna — le redi ni del G.S. Leonicena che vede sempre in lui la guida e il riferimento sicuro in ogni difficolta. Il telefono è diventato la sua vo ce, gli amici sono le sue gambe. Anche dalla sedia a rotelle coordina le varie at tività, intrattiene rapporti con enti e auto rità, si sobbarca il gravoso lavoro di se greteria fatto di adempimenti burocrati ci, indispensabili, anche se nascosti, al la attività sportiva. Infine il campeggio. Ogni anno il G.S. Leonicena organizza infatti un campeg gio in montagna per i suoi soci ed amici, ma se Gianni non trovasse il terreno, non facesse arrivare le autorizzazioni del sin daco, dell’USL, sempre senza muover si dalla sua sedia, molto spesso si sareb be dovuti rimanere a casal».
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RAIN MAN DI BARRY LAVINSON
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Quando una generazione lascia il po sto all’altra, o più semplicemente quando il tempo trascorso è tale da far impallidire il ricordo del prodot to (il nuovo pubblico scopre le cose come nuove, il vecchio pubblico rin nova nostalgicamente le proprie emo zioni) ecco che il cinema offre al mer cato i suoi cavalli di battaglia. A vedere Rain Man non si sa da che parte cominciare, quando se ne vuol parlare, tanto grande è l’emozione che suscita. Già a Berlino, all’ultimo XXXIX Fe stival, film e attore protagonista, l’impareggiabile superbo Duslin Hoffman, sono stali accolti da gran di ovazioni. E Dustin Hoffman emo ziona e piace ad almeno due genera zioni cinematografiche. Il film di Lavinson (rifiutato da re gisti come Spielberg, Pollack, Brest) è la storia di un giovane escluso dal l’eredità paterna (l’attore Tom Crui se) e risoluto a impossessarsene a danno del fratello autistico. Charlie, il giovane «filibustiere», appare su bito come un ragazzo privo di scru poli, non abituato ad interessarsi de gli altri ma che improvvisamente si trova «on thè road» per dirla in ame ricano, sulla strada, in un’automobi le in compagnia dello ‘sfortunato’ fratello, Raymond, alias Dustin Hoffman. Ed è durante il viaggio at traverso gli States con il malato di au tismo che Charlie scopre un’anima diversa, tenerezza e amore per il fra tello Raymond (dal nome il titolo del film Rain Man, come fosse una stor piatura) chiuso nel suo mondo senza possibilità comunicative, un mondo di gesti e parole ripetute, di messag gi ricevuti alla lettera, ma con quali tà e abilità cresciute e rafforzate a di smisura, come la capacità di impara re a memoria una guida del telefono alla prima lettura o di calcolare qual siasi operazione matematica con la velocità di un computer. «Parlare delle malattie è un intratte nimento da Mille e una notte», dice va William Osler. Chissà se questo film servirà, oltre l’intrattenimento, a far sì che si parli, si faccia sapere che esistono i malati di autismo, che sono gravi e che per loro non c’è niente. La bellezza di questo film va oltre il fatto estetico e empatico, riesce a
convincere le platee che «l’uomo del la pioggia», il Rain Man, è un per sonaggio reale anche se passa attra verso la finzione cinematografica. E nonostante questo non c’è la sensa zione di assistere — per più di due ore — ad un film-inchiesta, uno studio clinico: è e rimane una storia con oc casioni di respiro ora allegre, ora tri sti e che presenta una realtà solo in parte immutabile e tragicamente o spaventosamente irrisolvibile. Perché se è vero che clinicamente poco o nul la può la medicina in questi casi, sem bra altrettanto vero che questi mala ti stanno meglio in famiglia e la mi glior cura è farli partecipare alla vita. Questo «road movie», questo cinema di strada, lascia purtroppo in un an golo il resto del cast: la brava italia na Valeria Golino, ad esempio, (nel film, la fidanzata di Charlie) ha avu to e dimostrato una professionalità eccezionale, una caratterizzazione amabile e piacevole. Solo che con Hoffman e Cruise (complimenti, non è certo una meteora) il resto se non silenzio è comunque sottovoce. Ora, al di là della bravura artistica, al regista e soprattutto a Hoffman va, anche in Italia, la gratitudine del le famiglie di persone affette da au tismo e delle associazioni che di loro si occupano. Gratitudine perché si to glie il velo su una malattia che in Ita
lia colpisce 25 mila persone, circa 5 ogni diecimila e che poca attenzione ha sempre avuto. Le fiabe classiche hanno figure arche tipiche — eroi, vittime, martiri, guer rieri. 1 pazienti neurologici sono tut te queste figure e nella storia che il film racconta il malato è anche qual cosa di più. Possiamo vederlo come viaggiatore diretto verso terre inimmaginabili, terre di cui altrimenti non avremmo idea, che non potremmo raffigurar ci. Ecco perché quella vita, quel viag gio ha qualcosa di fiabesco. Lurija, un grande neurologo, amava parlare di «scienza romantica». Un punto di intersezione tra fatto e fia ba, intersezione che caratterizza la vi ta di Raymond-Hoffman. Rain Man è dunque un film sull’au tismo per mostrare al pubblico la du rezza della realtà per cui un handi cappato, anziché restare in famiglia, viene rinchiuso in istituzioni più adat te al secolo passato che al nostro. Un bambino autistico di undici anni ha visto il film, c al termine ha ab bracciato i suoi genitori e ha detto lo ro «vi voglio bene». Per un malato di autismo è un miglioramento pic colo e grandissimo...
Flavio Pedrotti
Manuale tecnico tattico e medico scientifico dello sport bocce E. Appiani, E. Robbiano, S. Ma rocco - Ed. Società Stampa Spor tiva, Roma 1988, pp. 328, L.
28.000 L’UBI ha voluto la preparazione di questo manuale dedicato all’appro fondimento e quindi agli istruttori di tutti i gradi. I tre specialisti cui TUBI ha affidato il compito son partiti praticamente da zero, non essendoci in Italia una spe cifica letteratura sull’argomento. Do po tre anni di lavoro arriva questo volume, che viene ad essere praticamente il testo ufficiale deH’Unione. Come si è già detto, è un lavoro de stinato soprattutto agli istruttori, ma risulta utile anche per dirigenti, gio catori ed arbitri. Il sommario si svi luppa attraverso i seguenti argomen ti: tipi di competizioni boccistiche; elementi di anatomia e di fisiologia applicati allo sport bocce; analisi del movimento nello sport bocce; l’ali mentazione e la patologia delle boc ce; il giudizio di idoneità alla pratica delle bocce; studio teorico del tiro; studio biotipologico del tiratore; stu dio delle dimensioni del campo di gioco per le categorie giovanili; l’or ganizzazione degli stages; il punto (tecnica-tattica); il tiro (tecnica tattica); il perfezionamento tecnico al punto e al tiro; l’allenamento. Foto grafie, tabelle, disegni e grafici faci litano la comprensione del testo.
Educazione fisica nella scuola: aspetti teorici M. Riva e S. Tiberio - Ed. Società Stampa Sportiva, Roma 1989, pp. 176. L. 15.000
L’attuale ordinamento scolastico pre vede per l’educazione fisica un esa me finale di carattere teorico (collo quio multidisciplinare), mentre nel la pratica quotidiana non è previsto alcun obbligo per l’insegnante di svolgere lezioni teoriche. Questi ed altri problemi connessi all’insegna mento dell’educazione fisica nelle scuole secondarie di primo e secon do grado possono, secondo gli auto ri, trovare una parziale soluzione nel la disponibilità di un libro compren
TRA PREGHIERA E POESIA L’antologia mariana curata da Gandolfo, Lanieri e Vassallo è il prodotto di un 'attenta ricerca fra gli autori del novecento, condotta non secondo i criteri tradizionali, ma con originalità: estendendo cioè l’indagine ad autori ingiusta mente trascurati dalla critica lette raria e scarsamente considerati dal punto di vista prettamente reli gioso. Il volume nasce con l’intento di in dividuare, nella produzione poeti ca del nostro secolo, gli accenti li rici di una pietà e di una devozione mariana sorprese anche in autori insospettabilmente vicini ad una problematica di tipo religioso, e di una religiosità tipicamente cri stiana. I curatori si sono esposti così ad un lavoro impegnativo ed altamente qualificato, in quanto non hanno isolato i temi più largamente «reli giosi» (di cui è intrisa la letteratura novecentesca), ma hanno affron tato l'analisi del tema mariologico che — sebbene molto presente — persua natura risulta essere meno facilmente documentabile e più specifico della religione cristiana. L'originalità dell 'opera ed il suo valore più significativo stanno quindi nella portata altamente cul turale della raccolta e d’altro can to nella organizzazione facilmente fruibile da un pubblico non neces sariamente specialistico: essa risul ta altresì stimolo per nuove e più approfondite ricerche a livello scientifico e contemporaneamente patrimonio di arricchimento spiri tuale. Dato il consistente numero di autori presi in considerazione nell’antologia, non si può esami nare criticamente l’intera opera se
non nelle sue linee generali. Vale comunque la pena di operare alcu ne considerazioni sull’opera dei due curatori presenti anche in qua lità di autori nella rassegna. In uno stile tipicamente ermetico, Gandolfo traccia l’immagine di una Vergine che risolleva l’uomo abbrutito dal suo male, dal suo peccato; Maria è la figura costan temente vicina al dolore ed alla cri si dell’uomo di tutti i tempi: viene evocata insomma la «Mater cle mentissima», l’aspetto più sugge stivo della Madonna sentita come madre del poeta e dell 'intera uma nità. Una simile sensibilità è presente nelle due liriche della Vassallo, che tracciano con potente sintesi il rap porto tra la Vergine e Cristo, deli neato senza alcun indugio, con espressioni incisive che si imprimo no nella mente del lettore: tutta la vicenda di Maria viene tracciata in poche righe che però esprimono tutta la profondità umana dell’e vento dell’incarnazione; la tra scendenza non nega l’immanenza del Dio fatto uomo, il Mistero del Verbo Incarnato non nega la gran dezza del «sì» di Maria. Sarebbe ancora interessante scorrere le liri che di altri autori, ma questa ana lisi richiederebbe molto spazio: in conclusione non si può che ribadi re il valore culturale ma soprattut to religioso di quest’opera, invi tando i curatori ad approfondire con nuove ricerche questa temati ca, documentando un interesse, una «nostalgia» per la figura di Maria che travalica l’ambito pura mente pietistico e devozionale.
sibile e concettualmente corretto, che gli allievi possano leggere da soli nel corso degli studi, secondo le indica zioni dell’insegnante di educazione fisica. 11 volume è stato costruito per rispon dere a tale scopo. Esso presenta un ventaglio di argomenti piuttosto am pio, nel quale l’insegnante potrà sce gliere di volta in volta — valutando anche la capacità degli allievi — quel li più idonei a fare da supporto per lezioni sia teoriche che pratiche. Tra i moltissimi argomenti presenti nell’indice, ne ricordiamo alcuni:
compiti, funzioni e responsabilità dell’insegnante di educazione fisica; le diverse forme dell’attività motoria e il loro significato; storia delle Olim piadi; l’organizzazione sportiva in Italia; regole e caratteristiche dei principali sport di squadra; le funzio ni ed i compiti dell’arbitro-giudice; la normativa relativa alla tutela sanita ria dell’attività motoria; la prepara zione motoria e i test di valutazione; nozioni sul corpo umano; le qualità motorie; alterazioni morfologiche del corpo umano; nozioni di soccorso d’urgenza.
Valeria Moirano
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BAGLIORI DA ORIENTE (segue da pag. 9)
TERAPIA CON IL CALORE
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A molti piace farc la sauna, il bagno turco o l’idromassaggio. Tant’è che ormai rappresentano un requisito in dispensabile di centri sportivi, di isti tuti di bellezza, di alberghi. I nostri antenati benché non cono scessero con precisione gli effetti fi siologici del calore sul corpo ne ap prezzavano le proprietà distensive. In Finlandia circa 4 milioni di perso ne ogni settimana utilizzano la sau na per rilassarsi e per alleviare i do lori muscolari ed alcuni di loro an cora utilizzano la piccola capanna di tronchi d’albero nei pressi di un la go, nel cui interno l’acqua viene ver sata su una pietra che copre un fuo co a legna. Dopo un breve intervallo trascorso nella capanna la persona che fa la sauna si immerge in un la go gelato; da ultimo rivitalizza la cir colazione percuotendosi con rametti di betulla. II caldo, aumenta la temperatura del la superficie corporea con conseguen te dilatazione dei vasi cutanei super ficiali e sudorazione. 11 calore viene dissipato con maggiore efficacia in una sauna, dove l’am biente viene riscaldato fino a 80°C-90°C e mantenuto al 5-25% di umidità relativa, piuttosto che in un bagno a vapore o in idromassaggio, perché il sudore evapora più facil mente nell’aria calda e secca che in condizioni di elevata umidità. Sappiamo inoltre, che il calore indu ce un aumento dei battiti cardiaci al minuto (100-160) e della gittata car diaca; generalmente la pressione diastolica cade mentre quella sistolica aumenta o diminuisce in relazione al la capacità della gittata di compen sare la riduzione delle resistenze pe riferiche. Queste modificazioni sono le stesse che si hanno nel corso di un eserci zio fisico e pertanto i sedentari della sauna possono ottenere dei vantaggi dell’esercizio senza muoversi. Il freddo inverte gli effetti del caldo aumentando talvolta in maniera con siderevole la pressione sistolica. Que sto brusco passaggio dal bagno cal do nell’acqua gelida se può essere rin vigorente per soggetti sani e normali è rischioso per i cardiopatici e gli an ziani, anche se uno studio recente concludeva che la sauna non provo ca aritmie pericolose in soggetti car
diopatici, nella misura in cui l’espo sizione è ragionevole e il raffredda mento moderato. La Società della sauna della Finlan dia raccomanda, infatti, una esposi zione di circa 10 minuti da ripetere per un massimo di tre volte. Inoltre si dovrebbe consigliare a coloro che iniziano, agli anziani e ai cardiopa tici di adottare un approccio graduale. Non sono consigliabili i bagni caldi invece ai soggetti con malattie febbri li, ai soggetti disidratati, a quelli che hanno un recente consumo di alcool o che hanno fatto un esercizio inten so. 1 bambini e i ragazzini prepuberi sono anch’essi ad alto rischio per un colpo di calore. In conclusione i bagni caldi non svi luppano la forma fisica o prevengo no malattie ma presentano sicura mente dei vantaggi. Sono utili nella riabilitazione dei traumi muscolo scheletrici e nei doloro muscolari ma soprattutto come antitodo allo stress attraverso una sensazione di disten sione e di benessere, indotta dall’au mento delle endorfine in risposta al la ipertermia.
Antonio Spataro
AMBROGINO D'ORO A ©©N MAZZI Don Antonio Mazzi ha ricevuto dai Sindaco di Milano, Pillitteri, il pre stigioso riconoscimento dell’Ambrogino d’oro 1988 per la sua ope ra di recupero dei tossicodipenden ti. La cerimonia si è svolta a Mila no il 7 dicembre scorso. Medaglia d’oro, insieme a Don Mazzi, sono state assegnate tra gli altri a Silvio Berlusconi, agli scrittori Umberto Eco e Fernanda Pivano, a Leopol do Pirelli, al regista Luca Ronconi, a Nicola Trussardi. Don Antonio, che attualmente di rige ('Opera don Calabria di Mila no, è l’ideatore e il promotore del Progetto Exodus per i tossicodipen denti. È stato in passato Consulen te del CSI ed è sempre vicinissimo alla nostra Associazione, convinto assertore delle potenzialità forma tive dell’esperienza sportiva ben condotta.
leader di uno dei nuovi gruppi d’ispi razione cristiana, l’Unione CristianoSociale, ha detto: «Penso che anche tutte le voci non comuniste debbano rassicurare il P.C. e garantirgli un futuro». 11 processo si muove però sul filo del rasoio, perché la sperimentazione ri chiederebbe tempi lunghi, mentre la gente vuole risultati presto. Adolf Bibic, presidente del Centro marxista della Slovenia, ha trovato un proverbio popolare per riassume re il ritmo giusto: «Corri piano. Ma corri».
La storia, che non sempre è raziona le, ma avanza spesso per spinte e contro-spinte, permetterà di rispetta re i tempi della riforma? Qui sta il nodo principale del dilemma: evita re da un Iato rotture traumatiche, dall’altro un nuovo ristagno che ali menterebbe la sfiducia nel nuovo corso. 1 regimi comunisti, per la loro ideo logia, avevano creduto di aver espul so dalla storia il movimento, crean do la società perfetta, valida per sem pre. Ora sono costretti a riammette re la dialettica, il confronto, senza i quali ogni società si blocca e la stes sa morale si corrompe. La democrazia di tipo occidentale, anche se non va considerata un as soluto, ma una conquista da miglio rare e approfondire, ha creato dei meccanismi capaci di dare uno sboc co pacifico alle tensioni ideali, civili e sociali.
Come una volta si espresse Churchill con un paradosso: «La democrazia è forse il peggior sistema, con le sue lentezze, i suoi compromessi. Ma non se ne è inventato sinora uno mi gliore». L’alba della democrazia all’Est può coincidere con il rinnovamento an che della nostra democrazia.
Valerio Ochetto
SPORT/SOCIETA' di Domenico Volpi
È già cominciata, a marzo, la cam pagna acquisti. Infatti, si vendono molto. I calciatori? No, non parlo dei giocatori, ancora legati (almeno uf ficialmente) alle loro squadre attua li. Parlo dei giornali, impegnati ad annunciare passaggi sensazionali. Passaggi in campo e gol? No, no: passaggi da una società all’altra, vo ci di acquisti con cui dirigenze fallite cercano di illudere la piazza. Una vo ce poco fa, ... ma due o tre voci crea no «quasi» una nuova squadra. E i giornali realizzano la campagna acquisti delle copie, specie di quelle infrasettimanali, colpite dalla iattu ra dei numerosi «silenzi stampa» che varie società si sono imposti. Se i gio catori e dirigenti non parlano, di che mai si potrà scrivere? Forse è la vol ta buona perché qualcuno si accorga che lo sport non è tutto nella schedi na e che il giornalismo non è tutto nelle interviste e nel blà-blà.
Costi a soufflé Caccia frenetica ai biglietti dei Mon diali di Calcio, per avere la sicurez za del posto. Veramente in alcuni luoghi, come a Roma, non siamo del tutto certi di avere pronto uno stadio, l’idea sarebbe di stampare altri bi glietti, grossi come un giornale, per potersi almeno sedere... sulla carta. Se poi consideriamo quanto sono «lievitati» i costi di riadattamento dello stadio Olimpico, fino ad arri vare a una quasi-ricostruzione, allo ra potremmo coprire con altra carta tutta la superficie del campo di gio co: si tratterebbe di bigliettoni da centomila.
SPORT DI CARTA sabili stiano lì in attesa che spunti un campione o che venga paracadutato dal cielo, come un deus ex machina del teatro antico, e ne raccolgano re golarmente i meriti senza cercare di dirigerlo o di far crescere una scuola attorno a lui. Così, la cosiddetta «valanga azzurra» si è ridotta a una palla di neve. In un occhio. Questo in campo maschile. In campo femminile, poi, abbiamo mandato ai mondiali una squadra, della quale nessuna atleta si era mai piazzata tra le prime quindici arrivate di nessuna gara della stagione. Essen do in crisi il turismo invernale in Ita lia, siamo andati a farlo all’estero.
Palla di neve
Aborto come doping? L’aborto come contraccettivo. L’a borto come deresponsabilizzazione. I bambini come virus: è in arrivo un «vaccino» antigravidanza. Ora l’Agenzia Trance Presse ha comunicato che alcune atlete avrebbero usato la gravidanza come potenziamento delle possibilità femminili nei primi mesi, e l’aborto come post-primato. La nuova pratica è stata presentata du rante un convegno di medicina dello sport a Zurigo, da una dottoressa che poi ha precisato che si trattava solo di ipotesi. La sola notizia, il solo fatto di aver ci pensato fa rabbrividire. Basta la parola!
Avrà sbagliato, l’esuberante Tomba, a celebrare troppo i suoi passati trionfi e ad allenarsi poco. Ma i diri genti che ci stavano a fare? Si ha l‘impressione che nella Federazione dello Sci (ma anche in altre), i respon
Coraggio e sintassi Il giorno prima. Titolo in prima pa gine della Gazzetta « Tennis farsa». I fatti: Panatta decide di far giocare
in Coppa Davis, contro la Svezia, i due novellini Camporese e Narduc ci. Rino Torninosi commenta: «...La scelta di Panatta contraddice tutti i princìpi del tennis. Se giochi contro avversari forti, in ogni caso fuori del la portata delle tue riserve, devi far giocare chi, almeno potenzialmente, ti garantisce qualche possibilità. Ec co perché la scelta solo apparente mente coraggiosa di Panatta deve es sere interpretata come una fuga dal le sue responsabilità...». Il giorno dopo. I fatti: Camporese vince e Narducci cede solo al quinto set. Il commento: «Se Narducci ha mancato di poco il successo, Campo rese lo ha colto con un 'autorità di cui non lo si riteneva capace». Titolo: «Il miracolo si chiama Camporese». Perché disturbare i miracoli, quando qualcuno aveva già ritenuto «capa ce» il giovane italiano? Perché quel «non lo si riteneva», impersonale, in vece del «non lo avevo ritenuto», più sincero? Anche la sintassi ha la sua importanza. Bruciati verdi Prima Rizzalo, Di Canio, poi Simone, Borgonovo e altri. Subito battez zati «ragazzi-gol», subito rivalutati con aumenti di miliardi subito con tesi dalle grandi squadre. Non si dà loro il tempo di crescere, di maturare. Buttati allo sbaraglio sen za avere neppure completato la pro pria struttura fisico-atletica, saranno impegnati a dimostrare immediata mente che «valgono». E pensare che fino a ieri si divertivano a giocare!
Frecciate • La bella Florence Griffith si ritira dalle piste, si dà al cinema e alla TV, poi dichiara: «Scriverò storie per bambini». È una promessa o una mi naccia? • Rientro di Oliva nella Boxe: speria mo che non finisca nell’aperitivo.
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