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Stadium n. 4/1986

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CONFUSIONE DELLE LINGUE

QUASI UN SOMMARIO

3FAR POLITICA

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di Aldo Notano

Sulla condizione giovanile in Italia

LIBRO BIANCO di Cesare Martino

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L'ORA DI SCEGLIERE

La scelta dell'ora di religione è un momento di autocoscienza per ra­ gazzi e genitori di Gianni Gherardi

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LA SPERANZA CHE È IN NOI

óL'ADONE CATTOLICA NON E'IN CRISI

Un dilemma: megastadi o impianti per la pratica sportiva di tutti di Davide Marzaroli.

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UN PIANO PER LA FORMAZIONE Il Progetto formativo dalla base al vertice del C.S.I, di Vittorio Ferrerò

13 STADI UM/SOCIETÀ' 26 di Angelo Bertam

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TUTTOCSI/ CRONACHE/ ESPERIENZE

FOTOMEMOR1A

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di Pietro Pisarra

Il film: RAN

Il tema del mese: PALLAVOLO Interventi di Gianfranco Briani. Carlo Lisi, Massimo Stera, Donato Renato Mosella

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Medicina: PRONTO SOCCORSO di Antonio Spataro

a cura di Carlo Di Cicco

8I MEGASTADI

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FOTOMEMOR1A

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I libri

22 NUOVI VOLTI DELLA POLITICA

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MERCANTI DI ARMI

Costume: IMPARIAMO A LEGGERE I GIORNAU/5

di Alberto Bobbio

di Domenico Volpi

Mentre questo numero di STADIUM sta per anda­ re in macchina, si conclu­ dono a Roma le celebra­ zioni per il 75° anniversa­ rio della F.I.C.E.P. Nel prossimo numero ne da­ remo ampia notizia, co­ me ne abbiamo dato op­ portuno annuncio nel nu­ mero scorso. Si tratta di una delle più antiche federazioni di sport connesso con l’ispi­ razione cristiana, le cui radici storiche risalgono agli inizi del secolo e a cui da 80 anni dà il suo contributo anche la no­ stra associazione.

Ma proprio in questi gior­ ni il Corriere dello Sport annuncia: « Samaranch terrà a battesimo la Fe­ derazione Europea degli Atleti Cristiani ». Questo « battesimo » laico degli « atleti cristiani » dovreb­ be avvenire il prossimo 15 maggio. C’è di che es­ sere perplessi! Possibile che chi si fa promotore dell’iniziativa, sia così poco informato sulla storia del movimen­ to cattolico da progetta­ re un doppione di quei che già esiste e funziona? E cosa vuol dire che il C.I.O., che si proclama laico e slegato da ogni ideologia, « tiene a batte­ simo » la nuova iniziati­ va? Si tratta di una dele­ ga o di una usurpazione? E come la mettono gli « atleti non cristiani »? Che gli fa Samaranch? Gli dà un buffetto o una benedizione? La F.I.C.E.P., e con essa il C.S.I., proprio per la sua ispirazione cristiana, non intende « battezzare » lo sport. Intende, al con­ trario, spingere i suoi aderenti a « servirlo » per evitare che continui ad essere soltanto strumen­ to di potere e diventi in­ vece un « bene comune ». Coniugare insieme batte­ simo, atletismo, agonismo e olimpismo, appare co­ me una brutta, e un po’ preoccupante, confusione delle lingue. Noi non vogliamo abita­ re nella Torre di Babele!


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FAR POLITICA « Oggi tende a prevalere la logi­ ca mercantile di scambio politi­ co: su questo terreno, però, di­ ventano sempre più indomabili i grandi conflitti corporativi, e la politica perde il suo peso ». Così ha dichiarato Mino Martinazzoli al recente Convegno dell'Azione Cattolica romana su « giovani e politica, formazione, confronto ed impegno ». Guarda caso, anche il CSI ha tenuto da poco un seminario nazionale analogo: « Nuove pro­ spettive dell’azione politica del CSI ». In questi giorni il tan­ to deprecato binomio «sport e politica » è tornato di attua­ lità dopo la tanto conclama­ ta « autonomia dello sport » con i famosi slogans che, rite­ nuti sepolti, ogni tanto veniva­ no evocati come fantasmi qua­ li: « lo sport agli sportivi », « giù le mani dallo sport », « via la politica dallo sport », « la po­ litica ha rovinato tutto, rovine­ rà anche lo sport », e via di questo passo. Essere « autonomi dai partiti » (ed è questo il vero problema) non vuol dire « essere separati dalla politica ». Se c'è un Ente che si è battuto per l'autonomia dell’associazio­ nismo sportivo dai partiti e che la vive in prima persona, e che aiuta gli altri a perseguirla e a raggiungerla, è proprio il Cen­ tro Sportivo Italiano, il quale, al tempo stesso, ha aperto anni fa (tanti anni fa) il fronte della politica sportiva, obbligando il mondo dello sport a far politi­ ca per essere « autonomi e non separati ». In che modo però? Non facendo anticamere dai mi­ nistri, o dai segretari dei par-

titi, o dagli assessori dello sport a mendicare qualcosa per se stessi o per un gruppo (questo è corporativismo) ma facendo proposta politica per tutti e im­ pegnandosi per essa. L'esempio più bello è stata la Conferenza nazionale dello sport (novembre 1982) dove il mondo sportivo, politico e sin­ dacale si sono incontrati per elaborare insieme una proposta globale per lo sviluppo dello sport nel paese. Questo è fare politica: è non dipendere dai partiti, ma è obbligarli a correrci dietro, e non noi a correre dietro a loro. E' essere coscienti di essere soggetti politici come associa­ zioni sportive e culturali, al pari delle altre associazioni quali so­ no i sindacati ed i partiti. Sono libere associazioni anche loro come noi ma con ruoli diversi e non subalterni! La libertà di associazione pro­ clamata dall’articolo 18 della Costituzione italiana significa anche questo. Le ultime vicende politico-spor­ tive che hanno visto il presiden­ te Carrara alle prese con il cor­ porativismo delle società di cal­ cio di serie A e l'hanno costret­ to a farsi paladino di situazioni che certo in cuor suo non con­ divide, sono il segnale preoc­ cupante di un deterioramento della situazione socio-politicosportiva. Che fare allora? Mettiamoci una pezza perché il calcio, e quindi il Totocalcio, non si fermi, purché sia l'ulti­ ma però, e purché sia veramen­ te l ultima come i presidenti della serie A affermano. Poiché di loro non ci fidiamo, ripren­ diamo a far la politica di am-

pio respiro, rilanciando il pro­ getto uscito dalla Conferenza dello sport, che vuol dire tante cose come: distinguere lo sport d'élite da quello promozionale nelle loro caratteristiche, nei lo­ ro problemi e nei loro bisogni; stabilire dei confini sempre più chiari tra professionismo e di­ lettantismo, tra sport spettaco­ lo e sport di base; dire con chia­ rezza quali compiti e quali ruo­ li hanno le Federazioni e gli En­ ti, quali la Scuola e gli Enti lo­ cali ecc. Nella confusione non si realizza un progetto, si fa del chiasso. Ed oggi la confusione regna so­ vrana e tutti si danno un gran da fare più per apparire che per essere: oggi imperversa la filo­ sofia del far spettacolo: nella politica, nello sport e cosi nel­ lo stesso mondo cattolico. Fa più colpo una bella marato­ na che attraversa la città, con bandiere, manifesti, radio e te­ levisione, che non il lavoro pa­ ziente e nascosto di anni per promuovere sul territorio l’as­ sociazionismo sportivo. Fa più colpo, fa parlare di sé più una polisportiva di alto livello, con campioni (da pagare, magari sottobanco, poiché lo spettacolo si paga) che non 100 piccole so­ cietà che aggregano migliaia di giovani! Eppure nell'economia generale, sono più utili queste di quella. Noi abbiamo scelto questa stra­ da, da quarantanni, e le nostre 9.000 società ci danno ragione. Ed è giusto che non potendo scioperare, non siano dimenti­ cate assieme alle tante altre pic­ cole società delle Federazioni e degli Enti.

Aldo Notorio

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L’ora

di scegliere

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Da un po' di tempo, si è placato il polverone artificialmente sol­ levato intorno all’intesa per il fu­ turo dell’insegnamento della re­ ligione cattolica nelle scuole pub­ bliche non universitarie di ogni ordine e grado. Rimangono ancora aspetti da chiarificare e non è detto che le polemiche non tornino ad emer­ gere. In un momento di relativa quie­ te, vai la pena di riandare al det­ tato Concordatario per sottoli­ neare e riflettere un momento soprattutto sugli aspetti positivi dell’accordo raggiunto. I testi del Concordato particolar­ mente significativi, sono pubbli­ cati qui accanto e sono contenuti nel primo e nel nono articolo. Balza subito agli occhi come ci si muova all’interno di una visio­ ne nuova dei rapporti tra Stato e Chiesa: intanto si tiene conto di una società segnata da una Co­ stituzione profondamente demo­ cratica, prima garanzia di libertà e di pluralismo anche religioso. Come pure emerge la realtà di una Chiesa profondamente segna­ ta dal Concilio e dalla riflessione che in esso si è svolta, non solo sulla libertà religiosa, ma anche tra Chiesa sul rapporto> tre. Chic» e mondo. T~*' ----- indipendentii e soInsieme, vrani,: reciprocamente ccollaboranti per la promozione dell’uomo e il bene del Paese. Verrebbe da affermare che, al­ meno nelle parole, è superato ogni angusto provincialismo, co­ sì come sono decisamente deca­ dute tutte le possibilità sia del clericalismo che dell'anticlerica­ lismo. E’ alla luce di queste fondamen­ tali affermazioni che si situa la decisione d’assicurare l'insegna­ mento della religione cattolica. Se altre fossero le premesse, tut­ to sarebbe distorto, ma non si può dimenticare ciò su cui re­ sponsabilmente si è convenuto. Viene innanzitutto affermata la possibilità e la dignità della cui-

La scelta dell’ora di religione è un momento di autocoscienza per ragazzi e genitori tura religiosa, di quell'impegno che l'uomo mette a riflettere sul­ l'esperienza religiosa. Ma c’è pu­ re la evidenziazione della impos­ sibilità di separare tale cultura dallo sviluppo culturale e storico del Paese. Ci sarebbero questo Paese, questi cittadini, questi va­ lori, queste leggi, questa cultura, questa arte, insomma questa sto­ ria, senza questa religione? E allora perché non dargli spazio e dignità all’interno dei processi educativi e di apprendimento che sono propri della scuola?

Ma ciò che più conta è che que­ sto insegnamento, pur ben carat­ terizzato, deve essere espresso secondo le finalità proprie della scuola: che vuol dire perseguire obiettivi di criticità, di avviamen­ to a pensare e ragionare su; at­ traverso metodologie che devono esprimersi nel dialogo, nel con­ fronto, nella ricerca; promuoven­ do l’acquisizione di alcune neces­ sarie informazioni (don Milani si lamentava a suo tempo dell’igno­ ranza degli italiani per quanto ri­ guarda la Costituzione e il Van­ gelo...!). Muoversi in questa direzione vuol dire respingere ogni indottrina­ mento, un catechismo in senso stretto, ogni forma di proselitisino e quindi ogni discriminazione. E’ così maturata la necessità di superare la obbligatorietà e, nel­ lo stesso tempo, il vecchio ricor­ so all’« esonero » (un meccanismo che lascia minori possibilità di li­ bertà, per una certa sua nega­ tività). Si è deciso, a me sembra, di con­ siderare « adulti » gli italiani, ca­ paci di scegliere « in positivo » di fronte alle cose importanti. In un certo senso si tratta di una scom­ messa sull’intelligenza, sull'one­ stà e sullo spirito di ricerca, pro­ prio perché si è voluto rispettare la libertà di coscienza. Tutto ciò viene fortemente esal­ tato, qualunque sia la scelta che alla fine si giunge a fare, purché questa maturi superando ogni pregiudizio, non accettando i dictat da qualunque fonte provenga­ no, andando oltre il... proprio co­ modo.

DALCONCORDATO DEL 18 FEBBRAI01984 • Art. 1: La Repubblica Italiana e la S. Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, in­ dipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale prin­ cipio nei loro rapporti e alla reciproca collaborazione per la pro­ mozione dell'uomo e il bene del Paese. • Art. 9.2: La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cul­ tura religiosa e tenendo conto che i princìpi del Cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegna­ mento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non univer­ sitarie di ogni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità edu­ cativa dei genitori è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento. All’atto dell’iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta dell'autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione.


r Nasce così una responsabilità precisa degli adulti che hanno figli in età scolare, dei giovani (fin dalla prima superiore, se vie­ ne confermato l'orientamento parlamentare emerso nella recen­ te discussione), di quanti inse­ gneranno religione: nessuno po­ trà sfuggire a scelte precise. Certamente sono molti i proble­ mi e le difficoltà che si vanno profilando, soprattutto dal punto di vista pratico, quando si voglia essere corretti nell’evitare qual­ siasi tipo di discriminazione, sia per chi chiede di avvalersi, sia per chi non lo chiederà: è a que­ sto punto, se il gioco vale la can­ dela, che occorrerà creatività e... pazienza. Ma è innanzitutto un diverso ap­ proccio, un cambiamento di men­ talità che deve essere prodotto. In questa materia è necessario camminare oltre gli opportunismi e i meschini calcoli di parte. An­ che perché viene offerta una chances che andrebbe attenta­ mente valutata: non è forse me­ glio un’esperienza religiosa su cui si possa riflettere, ragionare, pen­ sare onestamente, di tanto — troppo — fideismo che sembra af­ fascinare molti in questo tempo complesso? Un uomo che, anche attraverso l’intelligenza, ri orienta religiosamente al cristianesimo è (tremo scrivendo all'indicativo e non al condizionale...) un costruttore di libertà e di democrazia. Mi piacerebbe immensamente che questa affermazione fosse vera e continuamente perseguita e rea­ lizzata: ma dipende in fondo dal­ l'impegno di tanti a conoscere sul serio, a non snobbare, a non ri­ tenere superflua l'attenzione al cristianesimo e ai valori che da esso ricevono forza. Garelli, in una recente inchiesta tra i lavoratori del Piemonte, ha messo in evidenza come essi chie­ dano massicciamente che la Chie­ sa si impegni per la pace, a fa­ vore dei bisognosi, per la giusti­ zia: forse vuol dire che il cristia­ nesimo è sentito, nella sua auten­ ticità, come portatore di tutto questo. Perché allora essere timorosi ver­ so una più ampia conoscenza dei suoi fondamenti e della sua espressione storica?

Gianni Gherardi

r Questo, per il Centro Sportivo Italiano, è tempo zeppo di fe­ ste: a livello provinciale, regio­ nale, nazionale. Neve, tennistavolo, campestre, pallavolo: le di­ scipline si susseguono e offro­ no l'occasione allo stare insie­ me in maniera spesso originale, superando le modalità scontate dell’agonismo eccessivo, della competitività finalizzata esclusi­ vamente alla vittoria, della sele­ zione drastica che elimina pre­ cocemente dalla competizione la maggior parte dei partecipanti. Si gareggia, si sta insieme — di­ versi che si è, provenienti dalle aree geografiche più distanti — si creano nuovi rapporti, si pre­ ga, si canta, si fa... festa! Durante uno di questi momenti nazionali, mi sono incontrato, nel Vangelo che caratterizzava la celebrazione di quella dome­ nica, con una donna, una povera donna, che dall’incontro con Ge­ sù Cristo viene perdonata e pa­ cificata. E perciò è in festa. Occorre, ogni tanto, ripensare alle motivazioni profonde che ci rendono ostinati a costruire la festa anche attraverso lo sport. La festa c'è per l'uomo quando viene raggiunto da un dono ec­ cezionale: il perdono.

Il passato allora, qualunque esI so sia, comunque si presenti, i anche se carico di ombre, viene superato: non c'è più nulla di «vecchio», tutto è reso «nuovo». Non c’è più spazio per la violen­ za, l’odio, l'oppressione, il giu­ dizio facile, l’emarginazione, il cercare solo il proprio torna­ conto. Viene esaltata come novità la gratuità, la liberazione, l'amore, la capacità di ripartire sempre da capo. La festa c'è quando il cuore del­ l’uomo è pacificato. E la pace, anche quella interio­ re che riguarda ciascuno, è il ri-

SPERANZA CHE E' BNNOB saltato dell'aver costruito buo­ ni rapporti con se stessi, con tutto quello che si è, con il pro­ prio corpo, con le proprie sensi­ bilità, capacità, difficoltà. Ma è anche costruire rapporti tra gli uomini che aiutino a su­ perare il giudizio, lo spirito di concorrenza e, per il dono della fede, vivere un rapporto tale con Dio, da ritrovarsi pienamen­ te realizzati. La festa allora è contempora­ neamente dono e impegno. E l'impegno non è mai sempli­ ce e banale darsi da fare: è sfor­ zo a far incontrare la vita con ciò che la può rendere nuova e piena; è decisione sempre e co­ munque a favore dell’uomo e di tutti gli uomini. Non c'è fe­ sta se qualcuno rimane escluso, se la rassegnazione e la dispera­ zione non sono contrastate ra­ dicalmente, se gli « ultimi », i poveri, i piccoli non diventano i primi protagonisti della festa stessa.

In fondo, si tratta di costruire un « ambiente » di festa: e non bastano la musica, il look raffi­ nato, il presentatore alla moda, i fuochi d'artifìcio!... Occorrono « uomini in festa ». Gente che, anche attraverso lo sport, sa vivere una esperienza di perdono e di pace conte pre­ messa (se si vuole come segno) di una festa senza fine che è nella speranza dell'uomo. E' come se si impostassero le prime battute di una sinfonia che non finisce.

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L’Azione Cattolica non è in crisi Dopo le dimissioni di alcuni espo­ nenti della Presidenza nazionale dell’ACI, il giornalista Carlo Di Cicco dell'agenzia ASCA ha posto al presidente Alberto Monticene alcune domande. — Come giudica questa situazio­ ne e come si difende dalle accuse che questi dimissionari hanno ri­ volto nei suoi confronti?

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« Per quanto riguarda la mia per­ sona, non ho alcuna intenzione di cercare una difesa perché riten­ go che non sia questa la funzione di un presidente uscente dall’ACI. Mi pare più importante chiarire che questa crisi di vertice dell’Azione Cattolica è realmente un momento di difficoltà, circoscrit­ to però al gruppo dei responsabi­ li nazionali, non si tratta affatto come qualcuno ha pensato di do­ ver giudicare, di una nuova con­ testazione del ’68 quasi che il mondo giovanile, sebbene in ma­ niera non così plateale come vent’anni fa, si ribellasse all’Azione cattolica di oggi. La Presidenza Nazionale ha perduto, per dimis­ sioni volontarie, tre rappresen­ tanti del settore dei giovani e dei ragazzi, ma questa rappresentan­ za certamente non esprime l’opi­ nione e la sensibilità della base dell’associazione. Si tratta di un fenomeno legato alle scelte per­ sonali di questi responsabili, che si riferiscono ad orientamenti di indirizzo diverso da il resto della Presidenza, ma queste scelte per­ sonali e questi orientamenti di­ versi non hanno nulla a che fare con la spaccatura dell'associa­ zione. C’è un riscontro molto preciso in questo senso. Le tesi che fa­ ranno da documento base della prossima Assemblea nazionale del 25 aprile, sono state redatte in­ sieme da tutta la Presidenza na­ zionale lo scorso autunno, corret­ te ed ampliate da tutto il Consi­ glio nazionale che rappresenta la base associativa e votate all'una-

L’ACl è alla vigilia dell’Assemblea generale che si svolgerà a Roma dal 24 al 27 aprile

strada aperta per realizzare le speranze della Chiesa non solo per coloro che hanno già un’età adulta, ma per tutti coloro che si aspettano un futuro dalla Chiesa».

— Non una realtà di scontro, ma un ponte per il dialogo. Questa immagine dell'Azione Cattolica di­ segnata all'inizio della sua pre­ sidenza è riuscito a realizzarla?

« La mia risposta è affermativa. nimità. Perciò anche da coloro Molti sono gli episodi capaci di che poi hanno scelto di dimet­ illustrare i caratteri di dialogo tersi. Ciò evidentemente significa che TACI ha avuto in questi anni. che la nostra associazione e una­ Questa apertura e dialogo non era nime nell’affrontare il progetto un fatto meccanico e tecnico del per il futuro su alcuni elementi fare dialogo, quanto piuttosto un chiave del programma, del meto­ modo di essere, un’attenzione al­ do, degli obiettivi. Credo che la le persone anche a quelle che base rappresenti se stessa e mi vengono definite, con un termine pare che non si riconosca nello certamente non bello, ” i lonta­ stile di queste dimissioni alla vi­ ni ”. Credo che l'Azione Cattolica gilia di un’assemblea nazionale e sia stata tra quelle associazioni non si riconosca in particolare che hanno consentito anche a chi contenuti divergenti da quelli che aveva partecipato alla contesta­ in questi anni la Presidenza na­ zione, diffidato dalle linee uffi­ zionale e gli organismi dell’asso­ ciali della Chiesa, a chi si era ciazione hanno sviluppato soprat­ in qualche misura allontanato, di tutto recependo le istanze della base. Ho girato molto nell’Italia nel corso dell'85 e nei primi mesi del1'86 e devo dire che ho trova­ to dovunque un vivissimo consen­ so una solidarietà piena da parte del mondo giovanile dell’ACI. Na­ turalmente non un consenso alla mia persona che ha solo una fun­ zione di raccordo, ma un consen­ so a quanto attraverso la mia per­ sona veniva rappresentato. Si potrebbe aggiungere che giovani dell’Azione Cattolica e l'Azione Cattolica Ragazzi rico­ noscono nell'associazione l'ele­ mento di collegamento dinamico e naturale tra loro, le loro inizia­ tive, le loro attese e l’Episcopato; tra loro e il Pontefice. Proprio con quella spontaneità c quella capacità di intuizione giovanile che si rende conto di quanto que­ Alberto Monticane sta associazione sia una grande


____ guardare con serenità alla vita della Chiesa, non tanto sul piano politico-sociale quanto sul piano umano, etico e cristiano ».

— La sua non è stata una Presi­ denza scontata. Ha suscitalo sim­ patie ma anche avversioni.

« Credo che non sia tanto la mia persona che abbia provocato ap­ prensioni e antipatie. E’ direi una sensibilità per uno stile di servi­ zio, di testimonianza dentro la società civile, uno stile forse qual­ che volta non troppo marcato nei suoi tratti esteriori; ma proprio per questo con caratteristiche molto umane, molto attente ad incontrare le persone attraverso queste idee. Penso che questa maggiore sensibilità abbia trova­ to evidentemente dei dissensi in una visione diversa del laicato cattolico stesso preoccupata di un’azione più evidente ». — Consensi e critiche dentro la Chiesa; simpatie e speranze per PACI tra gli esterni e i « lonta­ ni », lo trova un motivo di soddi­ sfazione o di preoccupazione?

« Non ritengo un motivo di preoc­ cupazione la presenza all’interno della Chiesa, di un dissenso, ri­ guardo alla linea dell'Azione Cat­ tolica Italiana, anche perché que­ sto fa parte delle naturali conse­ guenze di scelte di un’associazio­ ne che non ha la pretesa di assolutizzare il proprio indirizzo e il proprio metodo. Credo che non si sia mai verificato nella storia dei cattolici italiani che il plauso uni­ versale abbia accompagnato l’im­ pegno dell’associazionismo catto­ lico. Non mi preoccuperei dei dis­ sensi anche perché è legittimo ol­ tretutto che vi siano nella Chiesa altre opzioni. Quello che è preoc­ cupante e che è stato preoccupan­ te negli scorsi anni — bisogna pur dirlo — è che mentre TACI non ha mai giudicato le opzioni diverse, non ha mai indicato alla pubblica opinione i pericoli o le riserve che potevano riscontrarsi in scelte del mondo cattolico di­ verse da quelle dell’ACI, non al­ trettanto è avvenuto nei confron­ ti dell’ACI. Questo sì, è stato un segnale allarmante, allarmante per quelle possibilità comuni che nella Chiesa bisogna sempre ave­ re come meta. Per quanto riguar­ da l’accoglienza o non accoglien­ za da parte di coloro che non si riconoscono nella vita della Chie­ sa o da parte di coloro che si de­ finiscono lontani, credo che la

mia risposta è forse più positiva nel senso che il riferirsi dell’Azione Cattolica ai valori della co­ scienza, alla responsabilità del cristiano anche di fronte ai gran­ di temi etici e politici, credo ab­ bia fatto riflettere e forse rista­ bilito una certa attenzione anche al di fuori del mondo ecclesiale ». — Da più parti si teme, altri au­ spicano che la sua gestione resti una parentesi da dimenticare nelVACI. Cosa ne sarà di questa sta­ gione dell'associazione da lei pre­ sieduta per sei anni? « Il termine gestione non è del tutto adatto per far capire la fun­ zione di una presidenza nell’Azione Cattolica. Penso che TACI ab­ bia avuto una grossa capacità di continuità. E penso che nel con­ tempo TACI abbia una grossa ca­ pacità di affrontare il moderno. Io vedo questo periodo della mia presidenza non come qualcosa che si sia inserito o che possa essere considerato una parentesi nella storia dell’Azione cattolica, ma piuttosto come un’operazione di un manovratore delle ferrovie che aggancia il robusto vagone del periodo che mi ha preceduto a quello le cui linee si scorgono appena, ma che certo è un vagone proteso verso l’avvenire che se­ guirà all’oggi. Quando si tratta di una realtà viva basata sulla pre­ senza o sulla vitalità o di un po­ polo o di un organismo costitui­ to da gente numerosa com’è il caso dell’ACI, non si possono fare né parentesi né fughe in avanti, né ritorni precipitosi o conversio­ ni repentine. Proprio perché la gestione di una persona messa alla responsabilità è quella del­ l’arte maieutica, quella di aiuta­ re a far nascere quanto è già in gestazione dentro la realtà di que­ sto popolo, di questa gente, di questo organismo. Per cui sono sostanzialmente fiducioso che i prossimi anni dell’ACI saranno non soltanto anni importanti, ma anni coerenti non tanto con que­ sto periodo in cui mi sono trova­ to ad essere responsabile, quanto coerenti con l'intero arco del­ la tradizione postconciliare del-

TACI

INFORMATOLO ESENZIONI FISCALI APPROVATA LA LEGGE Le indennità di trasferta e i rim­ borsi forfettari fino a 60 mila li­ re giornaliere per gli atleti dilet­ tanti e gli operatori sportivi, i premi fino a 60 mila lire corri­ sposti ... anche in natura ai par­ tecipanti alle manifestazioni di­ lettantistiche godono dal 1° gen­ naio 1986 della esenzione fiscale e quindi non concorrono a for­ mare l’imponibile annuale delle persone fisiche. Lo stabilisce la legge sul « trattamento tributario dei proventi derivanti dall'eserci­ zio di attività sportive dilettanti­ stiche » approvata in via defini­ tiva dalla Camera dei Deputati il 12 marzo scorso. La legge con­ gela anche le situazioni prece­ denti stabilendo che non potran­ no essere chiesti né rimborsi né recuperi.

CREDITO SPORTIVO AL QUATTRO PER CENTO L’Istituto per il Credito Sportivo ha abbassato di mezzo punto i tassi di interesse sui mutui per impianti sportivi, dal 12,50 al 12 per cento. Mediante il contribu­ to fondo interessi tale tasso vie­ ne abbattuto del 7 per cento, di­ ventando così del 5 per cento per i Comuni fino a 5.000 abitanti e per le Federazioni, gli Enti di promozione e gli Enti morali.

NUOVI PRESIDENTI NEGU ENTI DI PROMOZIONE Cambio della guardia al vertice di due Enti di promozione spor­ tiva. In seguito al recente con­ gresso nazionale, il Centro Spor­ tivo Fiamma ha eletto presiden­ te Sandro Giorgi, già segretario nazionale, che succede a Meschi­ ni. Anche il Centro Sportivo Edu­ cativo Nazionale (CSEN) ha elet­ to alla presidenza il prof. Fran­ cesco Proietti al posto del prof. Sergio Trandafilo.

CERRETO CAPO DELL'ISPETTORATO E.F.

a cura di Carlo Di Cicco

Il 5 marzo si è improvvisamente spento il dr. Vincenzo Tortoreto, Capo dell'ispettorato per l’Educazione Fisica e Sportiva del Mi­ nistero della Pubblica Istruzione. Al suo posto è stato nominato il dr. Giancarlo Cerreto.

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I megastadi

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« Caro avvocato De Lucia, la sua città ha proprio tutto il neces­ sario, dagli alberghi alle auto­ strade. Manca soltanto la strut­ tura più importante: lo stadio ». Devono essere suonate pressap­ poco in questo modo le parole pronunciate da Luca Corderò di Montezemolo alle orecchie inti­ midite del sindaco di Bari. Nulla di nùovo, comunque, per l’amministrazione comunale del capoluogo pugliese. Ancora pri» ma del diretto « interessamento ' dell'industriale torinese preposto all’organizzazione del Mundial '90, la giunta si era infatti espres­ samente orientata verso la co­ struzione di un nuovo impianto, magari capace di 60 mila posti e presumibilmente edificabilc a nord della città, intorno al rac­ cordo anulare dell’autostrada. Anche Bari sembra quindi volersi aggiungere al già nutrito numero di piccole o grandi metropoli d’I­ talia — ma c’è da giurare che al­ tre ancora rinforzeranno l’elenco provvisorio — intenzionate a ri­ fare il trucco dei propri stadi. Tutti sappiamo quanto le opera­ zioni di maquillage urbanistico siano cosa assai gradita presso gli amministratori pubblici di ogni latitudine geografica, ma la smo­ data e crescente sindrome da Mundial pare ormai dover oltre­ passare i limiti della decenza, del comune senso del pudore, del buon gusto, della realtà. Una sindrome già nota, ma SU cui ben pochi sembrano avere il coraggio di operare decisi ed op­ portuni interventi chirurgici. Una sindrome pericolosa perché alta­ mente infettiva (comincia a con­ tagiare diverse località) e per la quale, inutile negarlo, il nostro Paese rischia grosso, soprattutto quando si iniziava a sperare che le cattedrali nel deserto ed i « mo­ numenti al nulla » dovessero ap­ partenere al novero degli amari ricordi nazionali. La tentazione è forte: con la scu­ sa di un indispensabile ammoder­

Un dilemma: megastadi o impianti per la pratica sportiva di tutti

namento di decrepiti stadi calci­ stici (strana comunque quest’improvvisa e simultanea scoperta in più luoghi del Paese...), spunta il miraggio di poter ospitare alme­ no un incontro della competizio­ ne sportiva di maggior audience galattica. Ed ecco scattare la mol­ la che smuove consolidate negli­ genze politiche, innesca demago­ gia e populismo, sveglia scono­ sciuti capitali pubblici e privati.

* Certo, lo stato di salute dei di­ ciotto stadi italiani candidati al­ la « nomination » mondiale è de­ cisamente critico, stando ai pre­ occupanti check-up compiuti da un'apposita commissione tecnica. Ma il fatto strano è rappresenta­ to da questa smaniosa voglia di effettuare cospicui investimenti sugli immobili simulacri dello sport-spettacolo. Si accampa la necessità di riqualificare sotto il profilo urbanistico ed architetto­ nico una parte della città (l’esem­ pio di Torino conferma una rego­ la diffusissima) per costruire are­ ne calcistiche sovente estranee a qualsiasi piano regolatore preesi­ stente ed organico. Non solo: molti comuni, sino a ieri pronti a lamentarsi della mancanza di fondi causa i tagli governativi alla spesa pubblica, scoprono all’improvviso di poter destinare ingenti somme alle so­ lite schiere di privilegiati. E poco importa che parecchi assessori allo sport capiscano poco nel loro

campo specifico d’intervento; l’importante è inserirsi a qualun­ que costo in un circuito che po­ trebbe garantire business, afflus­ so turistico, prestigio. La strada (definiamola così) è sta­ ta aperta da Torino, che negli ul­ timi mesi ha creduto opportuno ridurre il suo ruolo di « capitale dello sport » — media bassissima nel rapporto fra numero di im­ pianti e densità abitativa, con una palestra ogni 626 cittadini — soltanto alla capacità di costrui­ re un nuovo stadio. Una vicenda che merita di esser descritta, soprattutto per il fat­ to che si è svolta prevalentemen­ te sulle pagine « interessate » dei giornali, mentre quasi nulla tra­ pelava dagli ambienti di palazzo civico. Difficile per la gente sco­ prire la vera entità della spesa, la localizzazione effettiva di un nuovo complesso, la quantità ed i particolari dei vari progetti pre­ sentati. Tutto nasce da un’esigenza fon­ data: il vecchio Comunale di cor­ so Agnelli non può reggere oltre i segni del tempo. Crepe, infiltra­ zioni d'acqua, inadeguatezza alle norme di sicurezza: sono questi i limiti più evidenti che denun­ ciano la progressiva fatiscenza di una costruzione vecchia di cinquantatré anni, edificata per vo­ lere di Mussolini nel 1933 con una spesa di 14 milioni di lire (oggi equivarrebbero a circa 56 miliardi) e nel tempo davvero re­ cord di undici mesi. La ristrutturazione sembra quin­ di un'operazione inevitabile per ]a passata giunta di sinistra, che nel 1981 stanzia una somma di 650 milioni per l’impermeabiliz­ zazione delle gradinate. Pochi me­ si dopo, nel marzo del 1982, si ipotizza una spesa (non effettua­ la) di cinque miliardi per la co­ pertura leggera dei settori popo­ lari, a parziale esempio dello sta­ dio di Monaco di Baviera. Ma nel 1983 — è ancora al governo la coalizione PCI-PSI-PSDI — co-


mincia a farsi strada l’idea di una riedificazione totale del mag­ gior impianto calcistico della città.

* Accantonata per un paio d’anni come assurda ed improponibile per una metropoli flagellata da impellenze ben più drammatiche (la disoccupazione giovanile au­ menta con un indice annuo di crescita dello 0,7 per cento), la costruzione di un nuovo stadio viene riproposta inaspettatamen­ te all’inizio del 1985. La notizia anticipa di qualche giorno la delibera comunale del 18 marzo, quando viene decisa una radicale ristrutturazione del­ l’attuale impianto. La delibera prevede anche (ed è questo il fat­ to nuovo) la costituzione di una società « mista », con partecipa­ zione della Juventus pei' il 47%, dell'A.C. Torino alla stessa quota e del Comune per il 6%, che avrebbe provveduto alla gestione del complesso per un periodo di venticinque anni. Il progetto di massima, in parti­ colare, prevede un aumento del­ la capienza del Comunale, incre­ mentando di settemila unità l'o­ dierna ricettività-limite di spetta­ tori (71.000) e portando i posti a sedere dagli attuali 4.700 a cir­ ca 20.000. Fra le altre innovazioni il progetto Bizzarri contempla la messa a punto di altissime gab­ bie metalliche esterne per l’acces­ so dei tifosi. L'unico sacrificio vi­ stoso è il restringimento di corso Agnelli, affollata arteria stradale di Torino Sud. Sin qui i passi politici effettiva-

mente compiuti dall’amministra­ zione comunale, che a metà del marzo scorso ha comunque prov­ veduto anche ad identificare l'a­ rea su cui dovrebbe sorgere un eventuale stadio completamente rifatto. Il resto è storia roman­ zata degli ultimi mesi, caratteriz­ zata da qucH’intrecciarsi conti­ nuo di voci e pettegolezzi giorna­ listici — mai smentiti in via uf­ ficiale dalla giunta — che hanno principalmente cancellato l’ipote­ si dell’attivazione di una società mista di gestione.

* In sostanza, quindi, tutti concor­ di nell’omaggiare le due imprese calcistiche della città — perché di imprese si tratta, con tanto di bilanci, dipendenti, fatturato — di un dono gentilmente offerto dal contribuente pubblico. Un re­ galo che peraltro si è già sostan­ ziato nel tempo, visto che le due società corrispondono al Comune (o perlomeno dovrebbero farlo...) queirirrisorio canone d’affitto, pari al 7 per cento di ogni bi­ glietto venduto, che non consen­ te nemmeno di coprire le spese per l’ordinaria manutenzione. Un regalo che al Comune di Torino costa tuttora una perdita secca di circa tre miliardi l’anno (sono dichiarazioni del novello assesso­ re allo sport, Lorenzo Matteoli, socialista e preside della Facoltà di Architettura), al netto degli in­ troiti pubblicitari e della percen­ tuale sugli incassi. I Comuni non dimostrano però eccessiva preoccupazione per que­ sta mancanza di partnership fi­ nanziaria, tanto più quando con­

fidano di poter acquisire parte dei 400 miliardi stanziati dal CONI e dalla Presidenza del Consiglio a favore di cinque cit­ tà italiane (tra le quali c’è Tori­ no) come contributo per l'adegua­ mento delle strutture calcistiche in vista dei mondiali. Eppoi, ci si può sempre affidare alla libera imprenditoria... Una « scappatoia » che si concretizza nel concedere in gestione ai pri­ vati, per qualche decennio, rim­ pianto da essi stessi costruito, in cambio di una integrazione dei fondi messi a disposizione dell'en­ te locale. Insomma, la febbre sale. E siamo solo agli inizi, anche se il termo­ metro rischia di saltare, sotto molti profili, di fronte all’urgenza di migliorare gli stadi entro l'au­ tunno del 1988, quando la FIFA ispezionerà definitivamente le arene nostrane. • Intanto Bologna approva una spe­ sa di quindici miliardi per il po­ tenziamento di uno stadio dove ogni domenica non accorrono più di diecimila tifosi. Gigi Riva parla con Luca di Montezemolo e sco­ pre di dover sborsare fior di mi­ liardi (il numero è ancora impre­ cisato) perché il Sant’Elia giace sopra un acquitrino, con il rischio di sprofondare progressivamen­ te; Roma abbandona l’idea di un nuovo Olimpico con annessa cit­ tadella dello sport, ma accetta l’ipotesi di una sopraelevazione dell’attuale impianto che consen­ ta una capienza superiore ai cen­ tomila spettatori; Luca Pontello ed il sindaco di Firenze, Bogianckino, si recano al CONI per ri­ chiedere garanzie di copertura economica qualora venisse deciso un riordino adeguato di un Co­ munale che loro definiscono « mo­ numento nazionale »; Berlusconi e Pellegrini chiedono un incontro a Carlo Tognoli, primo cittadino di Milano, per esplorare la pos­ sibilità di una riduzione dell’af­ fitto di San Siro che incide in maniera « troppo elevata », dico­ no i due dirigenti, sui bilanci di Inter e Milan. Ma è possibile che i Comuni ita­ liani viaggino in direzione op­ posta alle linee di sviluppo del paese, costruendo gratuitamente per le grandi società — e facendo mantenere alla collettività — quei teatri costosissimi di cui nessun altro impresario di spettacolo po­ trà mai godere?...

Davide Marzaroli

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Mercanti di armi

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L’ultimo colpo è stato assestato in Jugoslavia. E paio sia stato un buon affare. Va sotto il nome di accordo di cooperazione eco­ nomica. Ma si tratta di vendita di armi e i particolari, come sem­ pre in questi casi, sono segreti. Anche il nostro ministro della di­ fesa rientra in una categoria stra­ na di uomini d’affari, che oggi va per la maggiore. Sono piazzi­ sti, viaggiatori, chiamateli come volete, sempre in giro per il mon­ do. Anzi chiamateli così: mercan­ ti della morte. E pare che il « ma­ de in Italy », in questo campo, tiri bene, come la moda, il de­ sign, gli spaghetti... Sentite questa. Tra il 1981 e il 1984 gli stanziamenti di bilancio destinati alla cooperazione allo sviluppo sono stati di circa sette mila miliardi e mezzo di lire. Eb­ bene nello stesso periodo le spe­ se della difesa militare italiana sono arrivate a cinque volte tan­ to, quasi 35 mila miliardi di lire. L’export italiano di armi di ogni tipo ha raggiunto nel 1983, quat­ tromila e quattrocento miliardi di lire, per il 90 per cento desti­ nati ai Paesi in via di sviluppo. La cifra tuttavia non è ufficiale, poiché è ancora in vigore un Re­ gio Decreto del 1941 che impone il segreto militare sul commercio delle armi. Ma è attendibile, es­ sendo stata resa nota alla Confe­ renza nazionale sull’industria del­ la difesa, sponsorizzata da Spa­ dolini e tenuta a Roma il 3 e il 4 luglio 1984. L'Italia occupa ormai stabilmen­ te il quinto posto nel commercio dei grandi sistemi d’arma desti­ nati a] Terzo Mondo. Sono aerei, missili, mezzi corazzati e navi. Anzi insidiamo la quarta posizio­ ne occupata dalla Gran Bretagna, mentre sul podio si sono assesta­ te l’Unione Sovietica, con la me­ daglia d’oro, gli Stati Uniti, con quella d’argento e la Francia con la medaglia di bronzo. Il mecca­ nismo è semplice: per ogni arma che rimane in patria ce ne è una

Un preoccupante made in Italy: la vendita delle armi ai paesi poveri

che va all’estero. Così si garan­ tisce una discreta copertura fi­ nanziaria alla difesa interna, si fa respirare la bilancia commercia­ le, si produce occupazione, ma soprattutto si produce politica estera. Abbiamo venduto armi a tutto il mondo. I nomi dei produttori ita­ liani sono sempre uguali: Aermacchi, Agusta, Italcantieri, Oto Melara Selenia, Aeritalia Siai Marchetti, Cantieri Baglietto, Fiat, Breda... Esiste un elenco dettagliato re­ lativo a 893 paesi a cui vanno le nostre armi, dagli aerei, ai mis­ sili... alle pistole! Secondo Gianluigi Melega, depu­ tato radicale, sarebbero però sta­ te rilasciate licenze di esportazio­ ne soltanto per un valore di 1600 miliardi. Il che significa che vie­ ne tollerato un traffico clandesti­ no di 2800 miliardi di lire, che passa attraverso quali canali, chissà quali intermediari e fac­ cendieri. Alla Camera dei depu­ tati esiste una commissione mi­ sta (Difesa, Esteri, Industria, Partecipazioni statali) che do­ vrebbe occuparsi del commercio delle armi. Nessuno conosce i suoi membri: sono segreti. Anche un provvedimento approvato, su proposta di Spadolini, dal Consi­ glio dei ministri, prevede il man­ tenimento del segreto su tutto il business delle armi. E’ uno scan­ dalo. Lo hanno denunciato in molti negli ultimi mesi, ma so­ prattutto pesanti denunce sono

venute dal mondo cattolico e dal sindacato. La Cisl di Milano, recentemente ha detto che vuole operai e non armaioli, ed ha rivelato che la Fiat, la Selenia e l’Aeritalia, si so­ no già assicurate una grande fet­ ta dell'affare « guerre stellari ». L'Augusta, il nostro gioiello in fatto di elicotteri, starebbe co­ struendo a Tradate, vicino a Mi­ lano, un laboratorio superspecia­ lizzato in produzioni di precisio­ ne per le « star wars » di Reagan. Ormai è chiaro: la spesa militare è alternativa allo sviluppo, più armi signica più fame nel mon­ do. Secondo l’ufficio americano di statistiche del lavoro, un mi­ liardo di dollari crea nell’indu­ stria militare 76 mila posti di la­ voro. La stessa cifra spesa per la salute o le scuole ne crea 104 mila. Ciò significa che, a parità di investimenti, l’industria belli­ ca produce meno posti di lavoro, che altri tipi di produzioni. In Italia, nel 1983, si fabbricavano armi per un valore pari al 4,3 per cento dell’intera produzione in­ dustriale. Ma nell’industria belli­ ca era occupato non il 4,3 per


cento della manodopera dell’in­ dustria, ma solo il 2 per cento. Secondo uno studio della Banca mondiale nel Terzo mondo, da qui fino al Duemila, ci sarà biso­ gno di 550 milioni di posti di la­ voro. Si tratta cioè di creare 30 milioni di posti di lavoro all’an­ no. Per creare un posto di lavoro occorrono 6.700 dollari. Per crear­ ne trenta c’è bisogno di 201 mi­ liardi di dollari all’anno. Per crearne 550 milioni occorrono 3.685 miliardi di dollari. Nel 1984 sono stati spesi per pro­ durre armi nel mondo 800 mi­ liardi di dollari. Se per i prossi­ mi anni la cifra non cambierà, basterebbero cinque anni, utiliz­ zando le spese che andrebbero per produrre armi, per creare quei 550 milioni di posti di lavo­ ro. Che vuol dire 120 milioni di posti di lavoro all’anno nei Paesi del Terzo Mondo, cioè 220 posti di lavoro al minuto e 13 mila 620 posti di lavoro all’ora. Prova­ re per credere. Chi volesse saperne di più sul come e il perché la spesa milita­ re è alternativa allo sviluppo al­ lora legga il libro di Wassily Leontieff e Faye Duchin, il primo premio Nobel per l’economia nel 1973, « La spesa militare » pub­ blicato dalla Mondadori. L’inse­ gnamento è il seguente: non è ve­ ro che la disoccupazione endemi­ ca nel Terzo Mondo è causata dal­ la mancanza di risorse disponibi­ li, ma dalle aberrazioni, non ca­ suali, dell’attuale sistema econo­ mico mondiale. E anche la ricon­ versione delle industrie militari a produzioni civili è prima di tutto un problema politico. Tempo fa Angelo Gennari, responsabile del dipartimento in­ ternazionale della Cisl faceva que­ sta amara considerazione: « Il fatto è che le produzioni alterna­ tive non si vogliono. Prendete l’e­ sperienza della Lucas Aerospace in Gran Bretagna. Un gruppo di studio di operai e di ingegneri aveva individuato le produzioni alternative, redatto un progetto poi sottoposto alla direzione. Ma essa lo respinse. Poiché respinge­ va l'idea che i lavoratori si as­ sumessero il diritto di discutere cosa l’azienda dovesse produrre. La riconversione è lontana. Certo. Ma io domando: la realtà è lì per subirla o per fare di tutto per modificarla? ». Le parole di Angelo Gennari, de­ vono colpire come una staffilata il cuore di tutti noi.

Alberto Bobbio

STADIUM1912 Nell'80° anniversario di Stadium continuiamo la nostra antologia di notizie vecchie... che sembrano nuove. Siamo agli anni 1912-1913.

AI NEMICI DELL’EDUCAZIONE FISICA

« Chi vede la parata nel giorno di festa non misura le lunghe ore trascorse in palestra, negli alle­ namenti metodici, tutte le dome­ niche, e, quando le date dei con­ corsi incalzano, due, tre, quattro volte la settimana, di sera quan­ do le membra e lo spirito richie­ derebbero il riposo dal tedio del­ le aule scolastiche o delle offi­ cine... Ma lo immaginano gli spettato­ ri cosa fossero, il più delle volte, quei corpi, l’anno scorso, sei me­ si indietro? Queste cose le sanno i monitori, gli istruttori, le sanno i direttori delle Società, le sanno i genitori, i parenti ed amici, che seguirono con intima gioia le fasi della tra­ sformazione, ed ànno constatato quanto progresso, in poco tem­ po, di colorito, di sviluppo, di sa­ lute, raggiunsero quei piccoli es­ seri una volta così gracili, diafa­ ni, squilibrati e sproporzionati. Quei piedi avanzavano di traver­ so, colle punte rientranti; quelle gambe procedevano arcuate e malferme; quei petti ansavano al minimo sforzo, quei capi non erano mai liberamente eretti, que­ gli occhi guardavano incerti; ed ogni moto, ogni momento, risve­ gliava poco tempo indietro, sini­ stre preoccupazioni di malferma salute. Oggi quei corpi trasfondono da ogni poro sanità e vigoria. Può essere questo il risultato di un frivolo svago? No; questo è il frutto di lunghi studi di celebrità scientifiche nei campi della anatomia, della fi­ siologia, della igiene; e l'arte sa­ lutare, mai ne colse di migliori per conservare e restaurare la salute alla misera umanità » (Sta­ dium n. 6, 1912).

LO SPORT PER I LAVORATORI

« Lo sport sarebbe aristocratico (...) ma analizzando sport per sport tutto sta a dimostrarne 1’ origine popolare. Se i signori hanno più tempo di dedicarsi allo sport ciò non toglie che di questo ne senta maggior­ mente bisogno il lavoratore. Il la­ voratore ch'è stato tutta la setti­ mana dalle 7 della mattina alle 6 della sera chiuso in qualche offi­ cina affumicata ove, fra il frago­ re di mille strumenti, ha maggior­ mente affaticata una parte o l’al­ tra del suo corpo. Egli sente, quando viene la do­ menica, che è il suo giorno di ri­ poso, la vivissima necessità di snodare le sue membra. E fa bene, mille volte meglio che andarsi a rinchiudere in fondo ad una bettola a bere l’alcool che brucia e che massacra l’organi­ smo ed a respirare un'aria fatta di putride esalazioni e di fumo. Fa bene ad inforcare la sua bi­ cicletta, snodare le gambe quasi irrigidite dal lungo lavoro e cor­ rere giù per la campagna bellis­ sima ove ogni respiro è un sus­ sulto di vita nuova che gli vibra nel corpo. Chi fa un lavoro di braccia ha bisogno del ciclismo e del podi­ smo, chi invece per il suo me­ stiere cammina, ha bisogno di un po' di ginnastica razionale che ne sviluppi in egual modo gli arti superiori. E così di seguito. Que­ ste sono ricette per la buona sa­ lute, prescrizioni che tutti do­ vrebbero seguire. Ma tornando alla popolarità de­ gli sports, volete qualcosa di più popolare del podismo, che costi­ tuisce il più umile ed il più de­ mocratico mezzo di trasporto? Volete qualcosa di più democra­ tico della bicicletta che serve al signore come all’impiegato, cui la crisi edilizia consiglia di abitare lontano dal centro, che serve al cascherino, che porta il pane per le case ed al distributore di gior­ nali, al fattorino telegrafico ed al poliziotto? » (Stadium n. 8, 1913).

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Libro bianco

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La « questione giovanile » ha or­ mai una sua storia, è il capitolo di una attenzione costante che la stampa e la letteratura psicolo­ gica e sociologica ha voluto riser­ vare in questi ultimi anni per ca­ pire sentimenti e comportamenti delle generazioni emergenti. Una attenzione che si è andata inten­ sificando da quando alcuni grup­ pi giovanili hanno rappresentato in modo un po' più drammatico e un po’ pittoresco i disagi di intere società e del loro destino. Soprattutto in quella società occi­ dentale dove il rapporto tra sen­ timenti e funzionalità sociale rap­ presenta un aspetto problematico della sua sopravvivenza. Il pro­ blema dei giovani, del loro acces­ so ai ruoli sociali, ai sistemi for­ mativi, ai programmi di svilup­ po di sistemi societari in evoluzio­ ne costituisce un interrogativo d’obbligo nel momento in cui si vuole considerare ciò che può ga­ rantire la stabilità del presente e una certa sicurezza per il futuro. L’ufficio studi delle A.C.L.I. in collaborazione con il Ministero degli Interni ha prodotto un « li­ bro bianco » sulla condizione gio­ vanile. Una ricerca che si affian­ ca a tante altre prodotte in que­ sti tempi in cui si rende necessa­ rio una sorta di osservatorio per­ manente da più postazioni, del fenomeno dei cambiamenti gene­ razionali. Il contesto è quello del­ l'organizzazione di una conviven­ za sociale che mostra i caratteri di una inevitabile complessità, nei messaggi educativi, nelle oppor­ tunità espressive, nella stabilità delle relazioni interpersonali. La ricerca si è articolata in tre punti fondamentali. Il primo sulla letteratura socio­ logica in senso lato. Sul come la stampa specialistica e divulgati­ va e quella della informazione quotidiana negli ultimi anni han­ no delineato una immagine del soggetto giovanile, nelle sue ri­ chieste, nei modi di aggregazio­ ne, nei momenti di marginalità.

Sulla condizione giovanile in Italia Da questa ricognizione si ricava l’incertezza nel costruire un mo­ dello decisivo di interpretazione. Di volta in volta il soggetto gio­ vanile è interpretato a seconda di un aspetto ritenuto al momento essenziale per la lettura comples­ siva di una condizione esisten­ ziale. Quindi di volta in volta un aspet­ to particolare del rapporto tra giovani e società può essere rite­ nuto decisivo per spiegare l’in­ sieme di un atteggiamento esi­ stenziale. Si può trattare del rap­ porto giovani e lavoro, giovani e morale, giovani e religiosità, gio­ vani e politica e così via. Ma il sommerso giovanile, nel mistero della decifrabilità della sua iden­ tità, non è così facilmente ridu­ cibile a questi schemi parziali. Rimane una parte di ignoto che decreta del resto la fine della que­ stione giovanile in quanto tale per aprirne una più ampia sulla qualità complessiva delle relazio­ ni umane nella nostra società. Do­ ve semmai esiste una questione degli adulti per i loro comporta­ menti, per l’esercizio dei loro ruo­ li. Un’analisi del genere li sor­ prenderebbe in una situazione di privilegio, sostenuta da una mag­ giore stabilità dei ruoli e delle posizioni sociali, ma con una mag­ giore debolezza di capacità di esercizio di ruoli educativi e ras­ sicuranti per le generazioni emer­ genti. Un altro aspetto della ricerca in parola ha riguàrdato le politiche che gli enti locali hanno attuato nei confronti della questione gio­ vanile, ritenuta ormai come voce non trascurabile delle politiche

sociali. Anche qui si è riscontra­ ta una diversità di modelli che oscillano tra il soccorso di strut­ ture ricreative, tra il tentativo di attuare iniziative istituzionali di forme preventive di potenziali fe­ nomeni di marginalità e di disgre­ gazione o il concentrarsi su poli­ tiche occupazionali che pure han­ no un ruolo decisivo rispetto al disagio giovanile. Una politica ancora difficile nell’individuare ciò che può essere più utile e si­ gnificativo. Vi è stata poi una parte dedicata all’associazionismo. Una ricogni­ zione sui motivi per cui in una fase di ritorno dell’individuali­ smo vi sono ancora giovani che si associano, chiedono di far par­ te di gruppi e di associazioni. Di cercare in essi motivazioni idea­ li, di programmi operativi, di luo­ ghi di comunicazione. Il bisogno affettivo rimane ancora premi­ nente. Il bisogno di amicizia, di scambio, per una identità costrui­ ta nel confronto quotidiano con gli altri è di primaria importanza. Questo dice molto della attuale condizione giovanile sulla quale si misura una doverosa, assidua anche se incerta attenzione. Pel­ le generazioni emergenti si trat­ ta di poter fare affidamento in una società che per quanto sta­ bilizzata e allo stesso tempo con­ flittuale possa fornire risposte ai bisogni di accoglienza e di sere­ nità che ogni vita richiede nel suo evolversi e nell'affacciarsi a responsabilità via via più com­ plesse. E’ un vecchio bisogno educativo ed affettivo di cui le singole società non possono fare un sommario ridimensionamento. Anche quando l'effimero e l’indi­ vidualismo eccessivo sembrano dettare delle culture che vogliono porsi come vincenti. La ricerca sarà distribuita in un volume edito dalla Franco Angeli di Milano, ci auguriamo che sia interpretata come un contributo, tra i tanti, utile a capire i bisogni delle nuove generazioni e come uno dei tanti momenti del modo di esprimere solidarietà e affetto per le forze emergenti di una nuova vita che chiede alla società significati e possibilità espressive.

Cesare Martino


STADIUM/SOCIETA'

TRE ELEZIONI Spagna, Francia, Svizzera. Tre con­ sultazioni elettorali diverse e mol­ to interessanti pur sotto diversi profili. La Spagna ha deciso di re­ stare nella Nato. Hanno scelto così il 53 per cento dei votanti che, a loro volta, sono stati il 60 per cen­ to degli aventi diritto. Non si può dunque parlare di un risultato ple­ biscitario. Ma certo dopo le incer­ tezze della vigilia il voto spagnolo contribuisce alla omogeneità della scena europea ed atlantica e può avere un significato positivo an­ che in ordine alla distensione estovest. Essa infatti è più facile se nessuno dei due schieramenti si sente insidiato da interne crepe. In Francia le elezioni hanno dato la maggioranza al centro-destra che va così al governo (Chirac) mentre alla presidenza della Re­ pubblica resta il socialista Mitterand. I risultati, in verità, sono stati meno schiaccianti del previ­ sto ed il partito socialista ha avu­ to un risultato abbastanza buono, anche se è stato sorpassato dalla coalizione che va dai liberali ai gollisti attraverso l'ex centro de­ mocratico. E’ naturale prevedere mesi difficili e di tensione tra il governo e il Presidente della re­ pubblica anche perché i socialisti possono pensare ad una rimonta al fine di conservare la Presidenza alle consultazioni del 1988. In sostanza la Francia sembra av­ viata ad un sistema bipartito (al­ le ali i comunisti e la destra estre­ ma di Le Pen col dieci per cento ciascuno); resta da valutare se un tale processo favorisca la libertà di scelta degli elettori, renda mi­ gliore la governabilità e più alto il livello culturale ed etico del di­ battito politico, o non riduca il potere degli elettori a dire sempli­ cemente un sì o un no, un « gau­ che » o un « droite ». Il che non è molto, né così chiaro come può sembrare. Molto chiaro invece è stato il ri­ sultato del referendum svizzero. I cittadini di quel Paese non vo­ gliono aderire alle Nazioni Unite. Sembra che gli svizzeri abbiano

avuto paura di pagare un contri­ buto economico troppo alto all' ONU (per far funzionare le sue istituzioni, compresa la sede euro­ pea che si trova proprio a Gine­ vra); e probabilmente hanno an­ che avuto timore di essere consi­ derati una nazione come le altre, che siede in un'assemblea insieme ad un qualsiasi Paese del terzo mondo e vota come lui. Del resto la Confederazione è quel Paese in cui le donne non hanno diritto al voto ed i lavoratori immigrati ven­ gono a mala pena tollerati.

UNA FINE TRISTE E PREOCCUPANTE In Italia, mentre scriviamo, la sce­ na è dominata dalla triste fine di Michele Sindona, avvelenato in carcere dopo esser stato condan­ nato all'ergastolo. Molti pensano che sia stato eliminato per evitare che prima o poi si lasciasse tra­ scinare a fare rivelazioni. Fa gran­ de impressione pensare che que­ sti grandi personaggi degli anni '60 e '70 (oltre a lui i Gelli, i Tassali Din, i Pazienza, i capi dei servizi segreti, certi alti magistrati...) so­ no caduti nella polvere o peggio. E viene la tentazione di pensare a quali tra i grandi protagonisti di oggi siano più candidati a fare la stessa fine. Anche oggi infatti non mancano gruppi di potere as­ sai poco limpidi e personaggi che si librano, per inspiegabili motivi, ben al di sopra delle loro ragione­ voli possibilità. Anche oggi ci sono strane combinazioni di potere tra il mondo della finanza, quello del­ la politica, quello dell'informazio­ ne e quello delle organizzazioni più o meno segrete e malavitose. L’in­ termediazione dei favori è il più lucroso mestiere, ma anche uno dei più pericolosi. E più ci si pen­ sa, più ci si convince che la que­ stione morale è il vero problema di fondo del nostro Paese, al qua­ le tutto il resto si riduce o dal quale dipende; dalla mafia allo sfacelo della pubblica amministra­ zione, dal terrorismo ai crack eco­ nomici, alla crisi della politica.

VIGILIA DI CONGRESSI L’interrogativo spontaneo è se i prossimi congressi di due grandi partiti, che — sia pure in ruoli differenti — portano grande re­ sponsabilità per il presente e il futuro del nostro Paese (la DC e il PCI) sapranno dire qualche pa­ rola chiara e sapranno delineare un progetto generale per uscire da questo stato di cose. Ci sono anche altri problemi, na­ turalmente, sui quali bisognerà prendere un orientamento. Proble­ mi diciamo così positivi, cioè ri­ guardanti il modo di guidare o sviluppare le occasioni positive co­ me il ribasso del petrolio e dun­ que del costo dell'energia, il ridi­ mensionamento del dollaro e la rinnovata propensione del rispar­ mio a rischiare nel finanziamento delle imprese. Ma ci sono anche problemi più sgradevoli e meno facilmente ri­ solvibili, come quello della casa. Dall'equo canone alla patrimonia­ le (un po' ventilata, un po' realiz­ zata) al condono edilizio. Quest' ultimo è una tipica commedia ita­ liana. E' stato pensato per recu­ perare un po' di quattrini; in real­ tà ne costerà alla pubblica ammi­ nistrazione forse di più di quanti non ne renda. Inoltre agli «abusi­ vi » il condono è sembrato troppo severo e costoso (e invero a tutti è sembrato troppo complesso) co­ sì che il Mezzogiorno si è solleva­ to ed è cominciato il balletto del­ lo slittamento dei termini, delle modifiche, delle interpretazioni. I cittadini che sono sempre stati in regola hanno buoni motivi per ri­ tenere di essere i più sciocchi; quelli che si sono messi in regola pagando nei tempi previsti hanno analoghi motivi per sentirsi gio­ cati. Trionfano, complici le leggi e i legislatori, i furbi e i prepo­ tenti.

Angelo Bertoni

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FOTOMEMORIA

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IL TEMA DEL MESE

Pallavolo IERI-OGGI-DOMANI In tappe successive la FIPAV di­ venne membro ufficiale del CONI e nel 1964 entrò a far parte degli sports olimpici. L’Italia ha parte­ cipato alle ultime due Olimpiadi riportando risultati di notevole importanza vista la difficoltà di raggiungere buoni piazzamenti che si riscontra per gli sports di squadra. Negli ultimi dodici anni la palla­ volo ha avuto una diffusione sem­ pre maggiore, giungendo alla con­ sistenza di ben 4.000 società affi­ liate al 31 agosto 1985 e 282.000 tesserati e questo boom non ac­ cenna a diminuire, visto che ai Giochi della Gioventù questa ri­ sulta essere lo sport preferito dai più giovani. Numerose ricerche effettuate dal CONI hanno dimostrato che la pallavolo è uno degli sports più praticati nella scuola, riuscendo a battere persino il gioco del cal­ cio; ed è inoltre la disciplina che vanta la maggior presenza femmi­ nile, essendo un’attività di squa­ dra che ben si adatta alle caratte­ ristiche delle ragazze, ed è que­ sto un punto di merito e motivo di orgoglio della Federazione.

Da un'intervista con il dottor Gianfranco Briani, Segretario generale della FIPAV, presentiamo una panoramica sulla disciplina della pallavolo, sport che mostra una chiara tendenza a prevalere nei confronti di altri, da sempre considerati più popolari.

La pallavolo come attività spor­ tiva nacque negli Stati Uniti di America, nel Massachussetts, ver­ so la fine del secolo scorso con nome di « Minonette » (da « minon »: micio), termine di origini più antiche che indicava un gioco con la palla praticato in Francia ben duecento anni prima. L’in­ ventore di questo gioco di squa­ dra fu un insegnante di educazio­ ne fisica, William G. Morgan. In confronto ad altre discipline che nascevano in quegli stessi an­ ni in America, quali ad esempio la pallacanestro, la pallavolo eb­ be uno sviluppo molto lento e fu solo verso gli inizi del vente­ simo secolo che riuscì ad essere apprezzata con successo in ogni parte del mondo. In Italia la pallavolo è arrivata sulla scorta delle truppe america­ ne sbarcate durante la prima guerra mondiale; nell' esercito americano questa disciplina era particolarmente apprezzata per­ ché adatta all’addestramento del­ le truppe alla guerra. La diffusione della disciplina ini­ ziò attraverso i dopolavoro, quel­ li che oggi si chiamano Crai, per tutta la durata della guerra e fi­ no alla seconda quando i più ap-

passionati pallavolisti, il 3 mar­ zo 1946, decisero di fondare la Federazione vera e propria. Un grande contributo alla diffusione della pallavolo in Italia è stato dato dai gruppi sportivi dei Vigi­ li del Fuoco e dal Centro Sportivo Italiano.

L’incontro positivo tra la pallavo­ lo e la scuola è dovuto in parti­ colare alle caratteristiche educa­ tive di questa disciplina sportiva. Essa infatti offre agli insegnanti un metodo educativo in linea con i fini istituzionali della scuola stessa. E’ uno sport adatto alla preparazione di base del bambi­ no ed è per questo motivo che la FIPAV sta sperimentando nuovi programmi didattici per la scuo­ la elementare dove, dal prossimo anno, il mini-volley farà parte in­ tegrante del programma scolasti­ co, per cui sarà necessario prepa­ rare i maestri a capire i contenu-

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ti pedagogici ed i princìpi educa­ tivi della pallavolo. Un fattore di grande importanza risulta essere la componente so­ cializzante di questa disciplina sportiva. Ciò è fondamentale per la formazione del bambino che, attraverso un gioco di squadra dove non esiste un’azione indivi­ duale, ma sempre azione di grup­ po, impara a collaborare con i compagni. A questo si deve ag­ giungere il particolare dei due campi separati dove non esiste scontro diretto tra le squadre e di conseguenza l’assoluta man­ canza di violenza fisica, fattore decisivo che invoglia i genitori a far praticare la pallavolo ai pro­ pri figli. Il volley’ è uno sport facile da praticare, non necessitando di strutture particolarmente com­ plicate; infatti basta una palestra anche non regolare, un cortile scolastico, un piccolo campetto, una palla e alcune regole molto semplici per far sì che i ragazzi si divertano e facciano del movi­ mento utile. Nella società di oggi, un gioco di squadra quale la pallavolo, of­ fre indubbiamente un contribu­ to alla socializzazione, all’aggre­ gazione, all'associazione dei ra­ gazzi fra loro; è uno sport che non incita alla violenza perché praticato senza contatto fisico con l’avversario e ciò determina una reazione verso l’attrezzo permet­ tendo di scaricare in forma cor­ retta la propria aggressività. La FIPAV ha un’equipe di quat­ tro psicologi che assiste il lavo­ ro degli allenatori della squadra nazionale e che di recente ha pub­ blicato una ricerca sui rapporti di gruppo in una squadra: degli atleti fra di loro e con i propri allenatori, mettendo in luce gli elementi educativi di cui si è detto.

Come disciplina sportiva la palla­ volo potrà migliorare ancora la propria posizione in virtù di tut­ te le componenti positive che fa­ vorisce. Oggi è uno sport alta­ mente competitivo e può essere inserito tra le prime cinque disci­ pline olimpiche a squadra. Anche la FIPAV contribuisce al futuro prosperoso del volley, in­ coraggiando le affiliazioni e mi­ gliorando l’immagine della disci­ plina. Il principio che la muove è quello di poter garantire ad ogni nuovo gruppo iscritto un servizio tale che gli permetta di svolgere al meglio la propria at­ tività sportiva. Purtroppo a que­ sto incremento di iscritti non cor­ risponde un ulteriore aumento di impianti con le difficoltà im­ maginabili per organizzatori e di­ rigenti; anche se bisogna puntua­ lizzare che il disservizio è il più delle volte causato dalla cattiva utilizzazione degli impianti già esistenti. a cura di Anna Boccia

UN VERO SPORT PER TUTTI Cosa spinge tre milioni di italiani a giocare ogni anno più o meno occasionalmente a pallavolo? Una risposta semplice e difficile al tempo stesso. Forse ce la potreb­ bero dare i celebrati campioni che si danno battaglia nei grandi palazzetti, che eccitano gli animi dei tifosi, che richiamano le tele­ camere televisive; oppure quel gruppo di amici, che passata la « trentina » decidono di formare una squadra e si danno appunta­ mento un paio di volte la settima­ na in una palestra di periferia

per preparare le partite dei cam­ pionati provinciali di promozione. Certo sarebbe difficile avere una risposta da quelle bambine che sui marciapiedi e nelle piazze si divertono a passarsi la palla in maniera, magari, poco ortodos­ sa; ma anche loro a pallavolo ci giocano. Come ci giocano migliaia di ragazzi nelle ore di Educazione fisica a scuola, come ci giochia­ mo un po' tutti a tutte le età in quelle lunghissime e divertentis­ sime partite sulla spiaggia. In­ somma a pallavolo ci giocano in


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tanti, perché è uno sport adatto a tutti.

stanza ed alla spettacolarità del gioco.

• Uno sport facile - La pallavolo è uno sport facile, poco costoso, accessibile a tutti in qualunque situazione. Basta una palla, un filo (e forse nemmeno questo) per allestire una partita. In cit­ tà, al mare, in campagna lo si gioca ovunque.

• Uno sport per i bambini - Gra­ zie alla « pallavolo per i piccoli » meglio conosciuta come « mini­ volley » questa disciplina è oggi all’avanguardia sia come numero di partecipanti che come interes­ se nel mondo dei ragazzi. Il minivolley è un gioco riservato ai giovani fino ai 12 anni, adatto ad iniziare i ragazzi alla pratica della pallavolo contribuendo al­ l’apprendimento corretto dei fon­ damentali attraverso i gesti tecni­ ci del volley, evitando tuttavia un avviamento precoce e pertan­ to dannoso alla pratica agoni­ stica. Si tratta in realtà di un gioco adatto a sviluppare nei giovani una educazione sportiva appro­ priata ed una corretta motricità di base, tale da realizzare una ge­ nerale predisposizione alla spor­ tività.

• Uno sport per tutte le età Realmente il volley è uno sport praticato da tutti sino, anche, ad età avanzata. Questo è possibile, perché non porta complicazioni a livello organico: cuore e polmo­ ni non vengono impegnati oltre misura. Giocando si fanno degli sforzi intensi, ma di breve durata e per quanto vengano ripetuti non comportano, al contrario di altri sport di squadra come il cal­ cio e la pallacanestro, un eccessi­ vo affaticamento.

• Uno sport per le donne - A fa­ vorire questa disciplina in campo femminile, rispetto ad altri sport di squadra, è senz'altro la man­ canza del contatto fìsico. Questo riduce al minimo le possibilità di infortuni. C’è da dire che a li­ vello femminile la pallavolo è cre­ sciuta enormemente anche per al­ tre due ragioni: una che potrem­ mo definire estetica ed un’altra tecnica. Nella prima considerazio­ ne le ragazze si avvicinano volen­ tieri ad una pratica sportiva che sviluppa il fisico in modo idoneo ed omogeneo in tutte le parti, dato che tutti i movimenti si ba­ sano sull’elasticità muscolare e sulla mobilità articolare. Per quel che riguarda l’aspetto tecnico c’è da dire che il volleyball è l’unica disciplina sportiva che propone una realtà diversa nella versione femminile. Infatti, rispetto ad al­ tre discipline, adeguando l’altezza della rete al fisico medio di una ragazza si è facilitato il gesto tec­ nico senza togliere nulla alla so-

• Uno sport per la scuola - La pallavolo vive nella scuola un'al­ tra delle sue realtà importanti. Perché, normalmente, le scuole dispongono di attrezzature adat­ te, ma anche senza di queste si può giocare ovunque; inoltre la pallavolo è forse la disciplina più adatta per sviluppare la sociali­ tà, e dal punto di vista psicolo­ gico porta ad una autoregolamen­ tazione emotiva ed al raggiungi­ mento di un equilibrio interno. • Uno sport semplice - A tutto questo va aggiunta un’ultima con­ siderazione, abbiamo parlato a lungo di uno sport semplice, con poche elementari regole, ma ad alto contenuto di divertimento e di spettacolarità. Uno sport cre­ sciuto in fretta e destinato ad es­ sere sempre più praticato nel fu­ turo.

Carlo Lisi

UN BEL GIOCO CON LA PALLA Ritornavo da un viaggio di stu­ dio c nei pressi della mia abita­ zione di Napoli vedo un gruppo di ragazzi giocare al calcio con una scatola di detersivo. Una sce­ na insolita per qualcuno, ma non per me che lì sono nato e cre­ sciuto, e che molte volte da pic­ colo ho fatto la stessa cosa in mancanza di una palla. Fu indescrivibile la gioia di quei ragazzi quando capirono che il pallone che avevo nelle mani era stato appena comprato per loro. Dopo un primo disorientamento, peraltro subito superato da una gran voglia di giocare, ripresero il gioco del calcio, quello da loro più conosciuto.

Per curiosità, provai a chiedere loro, se conoscevano la pallavo­ lo, ma non volevo insistere per non rompere quel momento così « magico » che si era creato fra loro. La risposta fu per me inaspetta­ ta! Come se mi avessero voluto fare un atto di cortesia o forse solo per dimostrarmi la loro bra­ vura, tirarono fuori un filo di spago e attaccandolo alle estre­ mità in due punti ai lati della strada, costruirono un piccolo e rudimentale campo di pallavolo. E iniziarono a giocare. Questo piccolo episodio sottoli­ nea la straordinaria motivazione

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RECORD E SUPERMAN Le nuove conoscenze scientifiche in campo sportivo, allontanano sempre di più l’uomo dalla con­ dizione di « essere umano », po­ nendolo come mai nella sua sto­ ria, come un SUPERMAN, capace di demolire qualsiasi RECORD, in qualsiasi condizione. Inizia in questo secolo anche la fine delle speranze, delle ansie, delle attese che l'uomo atleta ha sempre suscitato nei propri simi­ li. Ogni risultato mancato sarà solo un addebito da fare a quel­ la o quell'altra macchina. Un pro­ gramma obbligato che con la semplice sostituzione di un discoflap o di un nastro magnetico, ri­ solve il problema e assicura il risultato. Certo, è solo un lato della meda­ glia, basta girarla ed ecco venire fuori il discorso dei traguardi fu­ turi, legati alle possibilità evolu­ tive del genere umano, alla ricer­ ca spasmodica a tratti allucino­ geno, di un futuro progresso sportivo, degno di un paese indu­ strializzato ecc... Tanto rispetto per gli scienziati che consentono tale progresso, tanto rispetto per coloro i quali si prestano a tali esperimenti, per il sacrificio fisico e psichico a cui si sottopongono. Ma io spesso mi chiedo: non è proprio possibile legare questi esperimenti al campo delle scien­ ze mediche, lasciando fuori lo SPORT unica forma di libera creatività del nostro corpo? Utopia! Siamo destinati alle Olimpiadi computerizzate, dove chissà, an­ che il pubblico, manovrando una semplice tastiera, potrà dire la sua, dove gli atleti oltre al cor­ redo tradizionale, indosseranno tute aerodinamiche complete di antenne ed elettrodi vari. Con nostalgia penseremo allo sport dei Coppi, Consolini, Ottoz e, chissà che la gente non scelga finalmente di ripartire dac­ capo, disertando gli stadi o me­ glio i « laboratori » e ritornando alle origini.

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Donato Renato Mosella

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UN BEL GIOCO CON LA PALLA al gioco che scaturisce dal con­ tatto con l’attrezzo-palla. La pallavolo, gioco con la palla, può rappresentare, grazie alle sue caratteristiche, un importante momento educativo che favorisce lo sviluppo bio-psico-fisico indivi­ duale dei partecipanti al gioco e ta-­ la loro socializzazione. E’ per ta le motivo che questo sport è uno dei più diffusi in Italia e nel mon­ do. Non poche volte, infatti, ci imbattiamo con esso sulle spiag­ ge, nelle scuole, negli oratori, e in qualsiasi spazio ricreativo, que­ sto perché la pallavolo si rivela come una piacevole attività di movimento, di svago tra amici. Ma se a livello ricreativo sono co­ nosciute da tutti le cause di dif­ fusione di questo sport, vediamo quali sono le componenti psicolo­ giche e tecnico-tattiche principali della pallavolo, che ne fanno il secondo sport di squadra in Ita­ lia, per numero di praticanti a livello agonistico. La componente psicologica, che ha una considerevole influenza sulla qualità tecnico-tattica delle azioni di gioco, include un insie­ me di importanti qualità come: — le qualità volitive (decisione, risolutezza); — le qualità di attenzione (inten­ sità, concentrazione); — le funzioni cognitive (percezio­ ne, anticipazione, elaborazione); — le qualità psico-sociali (coope­ razione, comunicazione). La componente tecnico-tattica è rappresentata, invece, da tutti i fondamentali e da tutte le azioni di gioco (individuali o collettive), ossia: — tecnica con palla; — tecnica senza palla; — tattica individuale e collettiva d’attacco;

— tattica individuale e collettiva di difesa.

In questo sport, le ridotte di­ mensioni del campo e la estrema variabilità delle situazioni di gio­ co implicano una serie di precise conoscenze tecniche e tattiche per essere in grado di « fare gio­ co ». Ritengo, inoltre, che i due aspetti sopra citati siano note­ volmente importanti per svilup­ pare il senso del gruppo e la sua coesione, nonché la capacità di dominare gli stati d’animo più di­ versi come: l’aggressività, la ras­ segnazione, la paura di sbaglia­ re, ecc. Una partita di pallavolo si può paragonare ad una partita di scacchi giocata a 200 all’ora. In effetti, un gioco che si svolge con tale rapidità, in cui ogni azio­ ne è caratterizzata da gesti tec­ nici effettuati con grande « esplo­ sività », richiede elevate capacità non solo fisiche, ma anche psi­ chiche. In tale contesto è infatti molto importante la capacità di attenzione che tende prima a se­ lezionare le informazioni prove­ nienti dall'ambiente (esterno ed interno) e poi a elaborare le più utili alle esigenze personali. Ritengo, inoltre, che la pallavolo sia uno sport di alta offensività; dove I’« offensività » si intende in­ timamente connessa ad una serie di gesti tecnici (= fondamentali) che sono sempre rivolli alla con­ quista del punto o del cambiopalla. In tale concezione, ogni singola parte o azione di gioco è uno « studio delle possibilità tecnico­ tattiche » per realizzare il punto o il cambio-palla. Uno sport che prevede un sistema di elaborazio­ ne tattica così elevato non può non essere considerato come uno sport ad alto contenuto di aggres­ sività e di offensività. Il pregio della pallavolo risiede


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SCHEDA TECNICA DELLA PALLAVOLO • DEFINIZIONE — La pallavolo è uno sport collettivo che contrappone due squadre di sei giocatori. Il compito dei giocatori è di inviare se­ condo le regole, il pallone nel campo avversario facendolo passare al di sopra di una rete che supera il campo in due spazi di gioco dove agi­ scono le due squadre. Ogni squadra ha diritto a tre tocchi di palla (oltre a quello del muro) per impedire che il pallone tocchi il proprio terreno e per rinviarlo nel campo avversario. Il pallone resta in gioco finché non tocca il suolo, i muri, il soffitto o altri oggetti o finché un giocatore non commette fallo. • IMPIANTI E MATERIALI — Il campo è costituito da una superficie piana, orizzontale ed uniforme, con le caratteristiche e le dimensioni illustrate nei grafici. • PALLONE — Sferico: composto di un involucro di cuoio soffice, avente aH’intemo una camera d’aria di gomma o materia simile. Colore: uni­ forme e chiaro; circonferenza: cm. 65/67; peso: gr. 260/280; pressione interna: 0,40/045 Kg/cm!. • ATTREZZATURA TECNICA — Tabellone segnapunti, referto di gara; pali (m. 2,55) per sostenere la rete (larga m. I e lunga m. 9,50) e 2 an­ tenne flessibili in fibra di vetro di m. 1,80 di lunghezza. • ABBIGLIAMENTO DEI GIOCATORI — Tutti i giocatori devono es­ sere contrassegnati da un numero applicato sul davanti e sul retro della maglia. Il loro colore deve essere in contrasto con quello della maglia. Ogni squadra deve usare i numeri da 1 a 15 (preferibilmente da 1 a 12), pantaloncini corti e scarpe in gomma o in cuoio e senza tacco. • CATEGORIE E LIMITI DI ETÀ’ (maschili e femminili) — GIOVANISSIMI/E (minivolley): nati negli anni 1974/75; RAGAZZI/M e F nati ne­ gli anni 1972/73; ALLIEVI/M e F nati negli anni 1970/71 ; CADETTI/M e F nati negli anni 1968/69; JUNIORES/M e F nati negli anni 1966/67; SENIORES/M e F nati negli anni dal 1966 al 1951; ADULTI/M e F nati negli anni dal 1950 al 1936. • UFFICIALI DI GARA — Primo arbitro, secondo arbitro, segnapunti.

... Dopo due ore ripassavo di là per caso e li vidi ancora intenti a giocare. Tutte le cose fin qui dette le rivivo ancora ricordan­ do i volti di un gruppo di ragazzi napoletani. Le loro gioie, emozio­ ni e tensioni sono lo specchio dei loro animi. Animi che vengono fuori con un gioco così avvin­ cente ed appassionante e che so­ no ancora lì... riflessi su « ... quel piccolo e rudimentale campo di pallavolo ».

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però nel fatto che, per riuscire a conquistare il punto non si può ricorrere a durezze o catti­ verie, ma all’insieme delle cono­ scenze tecnico-tattiche, supporta­ te da precise caratteristiche psi­ cologiche, quali: — la collaborazione fra i vari componenti del gruppo-squadra; ossia la capacità di lavorare con gli altri in direzione di uno sco­ po comune; — il controllo emotivo, ossia la consapevolezza delle proprie emo­ zioni e la capacità di utilizzarle per soddisfare i bisogni propri e raggiungere gli obiettivi deside­ rati; — la tolleranza della frustazione, ovvero la capacità di reagire in modo costruttivo agli ostacoli che impediscono il raggiungimento di mète importanti e il soddisfaci­ mento dei bisogni; — Vautostima, cioè la consapevo­ lezza delle proprie qualità; — l'autonomia, intesa come la ca­ pacità di prendere l’iniziativa, di agire in modo indipendente; — la motivazione intrinseca, cioè la spinta che sostiene l’impegno in una attività da cui si ottengo­ no delle soddisfazioni per ciò che si fa e per come lo si fa; — l'attenzione, (vedere prima), (da C. Pitterà, Pallavolo n. 4/86).

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MINIVOLLEY Una stretta e continua relazione fra il mondo degli adulti e quello dell’infanzia, ha consentito di pro­ cedere in questi anni ad una re­ visione globale di tutta l’educa­ zione motoria, dando vita ad una pedagogia attiva, rispettosa del fanciullo in tutta la sua entità. Un ruolo significativo in tal sen­ so spetta alle attività di « mini », soprattutto a quelle che hanno saputo raccogliere, filtrare e rea­ lizzare ciò che di buono le scien­ ze motorie hanno prodotto in questi ultimi anni. Fra questi il Mini Volley rappre­ senta un esempio concreto di co­ me un « gioco » possa restare un « gioco » servendo, di fatto, allo sviluppo di una motricità di ba­ se, necessaria in tutti i bambini. Ogni gioco ha una sua carica emotiva che coinvolge il bambino in una fantastica esperienza ludi­ ca e creativa. Pochi giochi conservano nel tem­ po la loro « forza » educativa. La forza di partire dal bambino, di conoscerlo ed accettarlo per co­ me si presenta e non come si vor­ rebbe che fosse, di aiutarlo a stabilire rapporti con oggetti, al­ tri e, spesso, con se stesso. Fare della scoperta di una regola o del­ l’apprendimento di una tecnica l’occasione, il pretesto per scopri­ re ed apprendere il rapporto con la vita. Proporsi come gioco senza condi­ zionamenti verso una predeter­ minata scelta sportiva, superare la tentazione specialistica e l'ago­ nismo precoce. E' bello pensare che il successo del Mini Volley è legato anche e soprattutto a questa scelta, oltre che alla semplicità e all'essenzia­ lità del gioco stesso.

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Donato Renato Mosella

SCHEDA TECNICA DEL MINIVOLLEY • CHE COS E' IL « MINIVOLLEY »? E’ un gioco, soprattutto un gioco. E’ anche un modo divertente di fare movimento. E' un mezzo che la pallavolo offre a bambini e bambine per­ ché possano esprimersi, giocando. E’ un modo in più offerto a quanti intendono educare attraverso attività gioiose. E' un gioco completo. In particolare, è l’unico gioco di squadra che anche le ragazzine possono praticare senza controindicazioni. E’ sport in senso ricreativo, è educa­ zione motoria. Non è la brutta copia della pallavolo. Non è il vivaio dei campioni, non è l’imitazione dei grandi; non è un modo di condi­ zionare i giovani a predeterminate scelte sportive. Non è agonismo fi­ nalizzato. Non è un modo di inculcare scelte specialistiche. Non è esa­ sperazione agonistica. • IL CAMPO DI GIOCO — Varie sono le dimensioni consigliate per i campi di minivolley. Tutte partono dall’identico concetto di dare ai ra­ gazzi che giocano uno spazio proporzionale alle loro dimensioni fisiche e alle loro capacità di movimento. Si consiglia per il gioco 3 contro 3 il campo di 4,5 x 4,5 (da un campo regolare se ne ricavano 3 semplicemente stendendo una rete lungo l’asse maggiore del campo. Si potrà anche giocare su un campo di 4,5 x 6 (si divide trasversalmente la zona di difesa di un campo normale) oppure 6 x 4,5 (la stessa zona divisa per lungo. Il campo può essere allestito anche in un cortile o su un prato. • LA RETE — Può essere sostituita anche da uno spago o da un filo. Con i piccoli la rete deve essere abbastanza alta, in modo tale che il passaggio della palla sia « lento »; questo permette ai bambini di avere più tempo per vedere la traiettoria del pallone e di spostarsi in tempo per colpirlo. Si consiglia una rete posta a m. 2,10 sia per i maschi che per le femmine. Questa norma è indicativa, e non vi è la necessità per i ragazzi che non devono ancora schiacciare, che la rete sia tesa in modo da avere un'altezza uniforme.

• LA PALLA — Si usano palloni leggeri, il cui peso oscilla intorno ai 215 grammi, con una circonferenza di 64-67 centimetri. La rete è alta 2,10 centimetri sia per i ragazzi sia per le ragazze ed è tesa tra due pali. Per i più piccoli possono anche essere usati palloni di plastica che pesino da un minimo di gr. 180 a un massimo di gr. 230. La circonferenza sarà tra un minimo di cm. 60 ad un massimo di cm. 65. • L'ISTRUTTORE — L’istruttore è colui che insegna ai ragazzi a gio­ care a minivolley, cercando di dare a loro tutti i suggerimenti possibili, ma lasciando al tempo stesso a ciascuno la libertà di esercitare la pro­ pria creatività, operando insieme con gli altri compagni.

• L’ARBITRO — L'arbitro c colui che dirige il gioco. Deve farlo con molta tolleranza. Fischierà, in pratica, solamente quando si tocca la rete, si commette invasione, si fa il punto o si cambia battuta, e all’inizio e al termine della partita. • I TORNEI — I tornei di minivolley devono essere organizzati in ma­ niera che sia esclusa la formula dell'eliminazione diretta, in modo che anche i giovani giocatori delle squadre meno forti possano partecipare allo stesso numero di incontri che disputeranno i migliori.


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ZZH

Nuovi volti della politica si è svolto a Roma, ai primi di marzo, il tradizionale Seminario di studio che il CSI dedica ogni anno ad un argomento di fondo con cui deve confrontare la vita associativa. Il tema di quest'anno è stato quello della « politica », vista come dimensione della vita civile e come parametro di un’at­ tività, nel caso nostro l’attività sportiva, che intenda esprimersi nella società civile e al servizio dell'uomo. L’attività politica, sia nei riguar­ di del mondo sportivo sia rispetto alla presenza delle società sporti­ ve sul territorio, non è soltanto iscritta in generale nello statuto del CSI ma è anche uno dei quat­ tro titoli del programma associa­ tivo quadriennale dell'associazio­ ne a tutti i livelli. L'argomento è poi di particolare attualità nel momento in cui, do­ po un lungo periodo di disaffe­ zione alla politica, in tutte le sedi si parla di « ritorno alla politi­ ca », soprattutto tra i giovani e le loro associazioni.

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siderazione della crisi della poli­ tica in Italia, che è passata dal « tutto è politica » degli anni '60, al disimpegno morale e culturale dei nostri giorni, dalla conflittua­ lità permanente e dall’assemblea­ rismo all'individualismo egoista e al disimpegno velleitario di og­ gi, in cui l’azione politica non sembra più in grado di esprimere un progetto di servizio in una so­ cietà frammentata come quella in cui viviamo: crisi nella quale l’i­ spirazione alla partecipazione di tutti al bene comune, è ingabbia­ ta e delusa dalle spinte corpora­ tive in cui si sommano gli indi­ vidualismi di ciascuno; crisi nella quale i tradizionali strumenti del fare politica (dai partiti ai sinda­ cati) sembrano arenarsi e cor­ rompersi sulla spiaggia dello « spettacolo politico » quale ci è offerto ogni giorno, sotto la spin­ ta di una società apparentemente dominata soprattutto dal « mer­ cato » e dalle sue astratte esigen­ ze di sopravvivenza. Ma proprio l’analisi di questa cri­ si, fa apparire la prospettiva di uno spazio politico nuovo da riempire con l’impegno di ciascu­ no e con l'azione concreta di chi PER UNA POLITICA DI SERVIZIO opera al servizio della società. Infatti, il constatato isterilirsi del­ Ovviamente per parlare di politi­ la democrazia formale che peral­ ca all’interno di un'associazione tro va preservata nei suoi ruoli come il CSI, bisogna aver prima e nelle sue procedure (a partire esorcizzato il pericolo di consi­ dai partiti), richiama l’esigenza derare la politica come « la via del rafforzarsi dei processi di de­ del potere » o peggio come la mocrazia sostanziale, che proprio « strada del privilegio ». Forse il frammentarsi della società ren­ proprio lo spettacolo di una « at­ de più urgente e importante. Non tività politica » ridotta a lotta per basta più guardare le tribune po­ il potere individuale o di gruppo, litiche e poi votare per chi ci con­ passando sopra alle finalità mora­ vince di più, per fare politica: li e sociali proprie del « servizio bisogna invece impegnarsi nella politico », ha, in questi anni, al­ dimensione orizzontale della po­ lontanato tanta gente, soprattutto litica, quella che passa attraver­ giovani, dal sentire e dall'impe­ so i bisogni reali della gente, at­ gno politico. traverso la condivisione e la ri­ Il superamento di questa tenta­ cerca comune, attraverso la pro­ zione c la ricerca di rinnovate mo­ posta politica che parte dal bas­ tivazioni, è stato l’argomento del­ so e via via si aggrega ai livelli la prima parte del Seminario. più consoni e più adatti per tro­ La riflessione è partita dalla con- vare soluzioni che non cadano

dall’alto, ma siano a misura del­ l'uomo e del bene comune. Ed è in questa dimensione oriz­ zontale e sostanziale che la poli­ tica si incrocia con l’associazio­ nismo in generale e, nel caso no­ stro, con l’associazionismo spor­ tivo del CSI.

LA POLITICA E LE POLITICHE E' stato infatti questo il secondo momento del Seminario, in cui la realtà politica e il suo valore si sono confrontati nel campo specifico della politica sportiva, con le istituzioni civili, con le realtà istituzionali del mondo sportivo, e con la complessa geo­ grafia delle associazioni e dei mo­ vimenti, che come il CSI e intor­ no ad esso, condividono il ruolo di promozione e di costruzione di un nuovo rapporto politico al­ l’interno della società italiana. Dal confronto sono scaturite mol­ te indicazioni di problemi e di soluzioni, da proporre o da at­ tuare, perché nel mondo sporti­


vo, anche con il peso del nostro impegno, si scalfisca l’impero del potere per il potere, e del merca­ to come unica legge della convi­ venza civile. E’ in questa pro­ spettiva che in forme rinnovate, ma in linea con la sua tradizione quasi secolare, il CSI e la sua at­ tività si presentano come auten­ tica ricerca e impegno politico. Dopo averlo a lungo dichiarato e rivendicato, bisogna oggi rilan­ ciare l’immagine di uno sport, che lungi dall’essere un’« isola feli­ ce », dove ci si ritira per sfuggire i mali della società, è invece una frontiera dalla quale si parte per diffondere un modo di essere nel­ lo sport e nella società, mirato soltanto al bene comune. Il Seminario, che non ha tratto conclusioni ma ha aperto un di­ battito (che deve continuare in tutte le sedi associative) ha pe­ raltro individuato alcuni filoni di questo rinnovato cammino. Uno è quello del rapporto con il « territorio » inteso come la di­ mensione della convivenza e del­ l’azione reciproca: territorio in cui opera la società sportiva, ter­ ritorio in cui opera il Consiglio provinciale e così via. E’ lì che la nostra azione, con la sua pre­ cisa identità, deve diventare oc­ casione di proposta dei bisogni, per farsi voce « politica » delle nuove esigenze, per rivendicare, con la forza del proprio impegno, le cose giuste rispetto alla poli­ tica istituzionale. Un altro filone nuovo è quello del rapporto tra azione sociale e co­ municazione: il prevalere della « politica spettacolo » e il domi­ nio del mercantilismo non può essere contrastato con la fuga nel privato associativo: bisogna cam­ biare le regole della comunica­ zione dal basso, facendo e tacen­ do sapere, conoscendo e facendo­ si conoscere, piegando con com­ petenza e con tenacia, i linguaggi stereotipati della comunicazione di massa, alle esigenze emergenti della comunicazione umana, quel­ la da uomo a uomo, da gruppo a gruppo, da realtà a realtà. Co­ me non si fa sport stando sui gradini dello stadio, così non si fa politica guardando il telegior­ nale. Esprimersi e farsi capire, non è solo un diritto; oggi è so­ prattutto un dovere. Ancora (ma qui dobbiamo fer­ marci per motivi di spazio) è po­ litica associativa rivendicare il si­ gnificato politico e sociale del vo­ lontariato, che è certo una delle caratteristiche dell’impegno del CSI, ma che deve essere vissuto

con l’alta coscienza di rappresen­ tare una prefigurazione di un nuovo modo di fare politica a tutti i livelli: la riforma della po­ litica non nascerà per decreto delle segreterie dei partiti, ma dalla crescita dell'impegno civile di tutti i cittadini. E’ questa un'utopia? Può darsi ma, per quanto ci riguarda, resi­ stenza di 9.000 società sportive in cui 800Ì000 persone si associano liberamente, è già un segno che volendo si può.

FORMARE ALLA POLITICA Non potendo raccogliere in que­ sta nota tutte le indicazioni che il Seminario ha espresso, dobbia­ mo concludere questo racconto con la nota dominante che alla fine è emersa. Accanto a un rinnovato impegno « politico » di ogni società sporti­ va e di ogni operatore del CSI, sia rispetto alle istituzioni sia ri­ spetto ai movimenti, sia rispetto al mondo dello sport e dell’infor­ mazione, si pone l'esigenza che la diffusione della « cultura poli­ tica » diventi uno dei temi domi­ nanti della formazione dei soci e dei quadri associativi. Ciò potrà avvenire soprattutto vivendo fino in fondo il metodo di democrazia e di autodetermi­ nazione, che lo Statuto prevede, sia collegando costantemente l’at­ tività sportiva all'ambiente in cui si svolge (mai lo sport per io sport, ma lo sport per qualcosa cne sia di tutti), sia individuando una vera e propria azione di in­ formazione culturale che sembra essere particolarmente adatta a coniugarsi con l’attività sportiva. Giacché alla base di una nuova cultura politica ci sono in pari tempo la creatività e la capacità di capire e di accettare la realtà, il discernimento mentale che di­ scende da una conoscenza atten­ ta delle cose che accadono e la volontà di cambiare in meglio queste cose: tutte attitudini e vir­ tù che convivono sia in una vi­ sione umanistica dello sport che in quella della politica come ser­ vizio del bene comune.

E. G.

Correndo in riva al lago

E' accaduto anche questo! Una cam­ pestre sul lago: roba da matti. In­ fatti la festa nazionale di corsa cam­ pestre 1986 si è svolta sulle rive di quel lago di Como tra Griante, Loveno e Menaggio. Al tradizionale ap­ puntamento primaverile hanno ade­ rito 37 consigli, 471 atleti classificati per un totale di circa 700 persone. Sono state giornate ricche di sole, azzurro, con un entusiasmo in cre­ scendo che nella cornice dello stu­ pendo scenario naturale hanno coin­ volto tutti i presenti rendendoli pro­ tagonisti assoluti di questa festa. La gara campestre si è svolta nella mattinata di sabato sul magnifico percorso di Loveno in una cornice di pubblico festante e vociante. Per /' occasione le scuole elementari e medie di Menaggio hanno osservato una giornata di festa invitando gli allievi a presenziare alla gara. Il grande gioco pomeridiano era in­ centrato sulla caccia agli sposi... pro­ messi e ha coinvolto non solo i par­ tecipanti ma anche la popolazione del luogo. Tra bravi, villanelle, si­ gnorotti in costume, donzelle in cer­ ca di marito i partecipanti hanno sudato le proverbiali sette camicie per rivestire due manichini (vivi) da Renzo e Lucia. Il Vescovo di Como con Don Gianni Gherardi e il Parroco di Griante han­ no celebrato la Santa Messa nella cornice del campo di calcio. La Festa Nazionale si è conclusa do­ menica mattina sul lungo lago di Menaggio con il tradizionale staffettone che ha visto la presenza nume­ rosa di partecipanti e di pubblico. Poco prima del via Don Fiorenzo Gaggia Parroco di Menaggio ha be­ nedetto gli ulivi che poi sono stati distribuiti in segno di pace a tutti i presenti. Ha fatto seguito al Lido di Menag­ gio la premiazione di tutti i parte­ cipanti e ancora una volta l’amicizia è stato il tema dominante della sem­ plice ma significativa cerimonia. E’ doveroso ringraziare il Comune di Griante, il Comune di Menaggio, le aziende di Soggiorno e turismo di Griante e Menaggio per l’impegno profuso nella realizzazione della fe­ sta.

Sandro Cima

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Un piano per la formazione

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« Esso intende razionalizzare e or­ ganizzare la molteplice azione for­ mativa che il C.S.I. svolge da sem­ pre a tutti i livelli associativi, rendendola al tempo stesso com­ patibile e aderente con i bisogni e le possibilità attuali dell’Associazione ». Queste parole si leggevano nella presentazione del Piano naziona­ le della Formazione, quando fu pubblicato nel 1979. Emergeva, da quella frase, un concetto fon­ damentale ed importante e cioè che il C.S.I. « da sempre » era sta­ to impegnato nell’attività di for­ mazione, con iniziative molteplici intraprese a tutti i livelli associa­ tivi. Ma, evidentemente, non era più sufficiente, per un’associazio­ ne come il C.S.I., che nel frat­ tempo aveva fatto in termini chia­ ri e statutariamente definiti la scelta dell’azione educativa come scelta prioritaria, fare attività di formazione; era necessario inve­ ce avere un Piano intorno al qua­ le l’Associazione si riconoscesse e sulla base del quale si program­ masse un’attività coerente, unita­ ria, finalizzata. Si scriveva, infat­ ti, che il Piano doveva « raziona­ lizzare e organizzare » l’impegno formativo al fine di avere opera­ tori, ai vari livelli e nei diversi ruoli, con una uguale progettua­ lità ed una omogenea competen­ za tecnico-associativa. Solo in questo modo, ci si era resi conto, e la richiesta veniva dall'esperien­ za di base, l’Associazione poteva e doveva crescere sul territorio e nelle « coscienze » attraverso cioè operatori motivati, consapevoli, competenti, volontari, di Società sportive e di Consigli provinciali e regionali, anche se il Piano si rivolgeva esclusivamente alla for­ mazione degli operatori delle So­ cietà sportive. Nasceva così l'idea della « figura unica dell’operatore sportivo » che assumeva il ruolo di promo­ tore della crescita associativa, at­ traverso una formazione di base

II Progetto fonnativo dalla base al vertice del C.S.I. fondata sull’acquisizione del sa­ pere, saper fare, saper essere. Seguirono, dopo l'uscita del Pia­ no, anni, anche faticosi, durante i quali lentamente l’Associazione lavorò per acquisire una corretta coscienza formativa e gli stru­ menti adeguati all’azione, per rendere sempre più capillari gli interventi, per coinvolgere tutti i ruoli in questa azione. Emblematico fu lo sforzo e l’im­ pegno, ad esempio, per ricondur­ re la formazione degli arbitri e, in subordine, degli operatori tec-

ilici all’interno della logica del Piano nazionale. Ma furono, ed è storia recente, anche anni molto interessanti e, se vogliamo, entusiasmanti, per­ ché si vedeva, man mano, l’Associazione attrezzarsi sempre più, attraverso corsi, iniziative, espe­ rienze di vario tipo, nel settore della formazione. Ed ecco che, oggi, quel Piano ha un suo sviluppo — un secondo tempo — che nasce dalla esigen­ za di adeguarlo alla attuale real­ tà associativa. Non quindi un « nuovo » Piano, bensì l’approfon­ dimento, la ulteriore definizione; in diversi casi, l’ampliamento de­ gli obiettivi, dei criteri, degli stru­ menti, in un quadro, se possibile, ancora più organico e cconseguenziale che deriva dall’accresciuta coscienza ed esperienza, anche operativa, dell’azione di formazio­ ne in questi anni. Anche questo secondo tempo del Piano nazio-

____________ Formazione ricorrente____________ SEMINARIO DI STUDIO A INDIRIZZO «SPECIFICO»

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PER ALLENATORI

PER DIRIGENTI

PER ARBITRI E GIUDICI

• Esposizione — Insegnamento c apprendimento di una disciplina

• Esposizione — Dalla « squadra all’Associazione

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• Analisi

• Analisi

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— L'allenatore « maestro », « mi­ ster », « padre », « amico »... educa­ tore

— Elementi psico­ sociali idi una _.a» c di « squadra una Associazioì ne »

— Radiografia psi­ cologica degli atleti c del pub­ blico durante la gara

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• Sintesi

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• Sintesi

— L'allenamento co­ me esercitazione educativa e la ga­ ra come occasio­ ne di festa e di amicizia

— Come passare da una « squadra » a una « Associa­ zione »: proposte, iniziative, anima­ zione

— Un rapporto di­ verso tra arbitri e Società sporti­ ve: condizioni, criteri, .iniziative

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naie della Formazione nasce in­ fatti dalle richieste esplicite ed implicite e dalle esperienze com­ plesse della base associativa. Per questo il Piano si arricchisce di tutta una serie di articolazioni volte a rendere l'attività di for­ mazione più operativa possibile, allargando l’attenzione a tutti i livelli associativi, non solo per quel che riguarda l'organizzazio­ ne, ma anche per quel che riguar­ da i soggetti della formazione. A questo proposito ricordiamo l’at­ tenzione rivolta alla formazione dei « quadri » degli operatori, cioè dei Consigli. Il Piano, già approvato dal Con­ siglio nazionale nella sua ultima riunione (15/16 febbraio) e quin­ di di prossima pubblicazione, si struttura su tre sezioni: la politi­ ca formativa del C.S.I.; il sistema formativo del C.S.I.; l’organizza­ zione della formazione del C.S.I. In particolare nella seconda se­ zione (Il sistema formativo del C.S.I.) sono stati individuati e razionalizzati tutti gli elementi che, attraverso una organica e conseguenziale azione, dovranno permettere all’Associazione di co­ struire, in termini concreti, ben finalizzati e articolati, quel « siste­ ma formativo » di cui oggi si sen­ te la necessità. E’ interessante sottolineare un aspetto del Piano. La struttura e il linguaggio hanno, volutamente, un « andamento didattico »; c’è, in definitiva, il tentativo di ren­ dere il Piano stesso uno strumen­ to operativo, uno strumento di lavoro, offrendo, in definitiva, an­ che attraverso semplificazioni e schemi, gli stimoli per tradurre il Piano in una serie di « azioni for­ mative ». Si tratta ora di lanciare il Piano. Anzi prima di tutto si tratta di studiarlo per poi diffonderlo nell’Associazione, individuando an­ che dei momenti specifici a livel­ lo regionale e provinciale, perché i vari aspetti siano ben approfon­ diti e assimilati. E poi il Piano passerà al vaglio dell’esperienza operativa, nella speranza che sia pienamente rispondente all’Associazione e soprattutto che per­ metta di passare in tempi brevi ad un terzo tempo, a testimonian­ za di una ulteriore crescita del C.S.I.

Vittorio Ferrerò

Festa sulla neve no a migliaia in questa terra ve­ neta e più a nord nel Trentino. Sono lì come un monito a non dimenticare. Oltre l’epopea vi era Dal 5 al 9 marzo una realtà terribile, cantata in molte canzoni. Una dice « venti sulle nevi di Asiago giorni sull’Ortigara senza il cam­ bio per dismontare ». La into­ navano gli alpini che morivano a centinaia, a migliaia nel freddo e nella neve e d'estate nei campi Il gatto delle nevi sale e scende fioriti, quasi per beffa. Questi ra­ sulla pista. Il cielo bianco man­ gazzi del Csi, che battono la neve da folate di vento e tanti fiocchi. con gli sci, forse nemmeno san­ Sotto, la fila dei ragazzi si allun­ no che la terra sotto racchiude ga in attesa di prendere lo ski­ testimonianze tristi. A volte riaf­ lift: tute variopinte, sci di tutte fiorano pezzi di armi, brandelli le marche e poi i pettorali del di scarponi. La gente li raccoglie Centro sportivo in tre colori bian­ con cura. co, rosso e giallo. Là in alto c’è Anche questo insegna scegliere la partenza dello slalom paralle­ Asiago per•la festa della neve: lo. Ad un certo punto l’altopar­ non è un luogo qualsiasi, di qui lante annuncia che la finale non è passato un pezzo della nostra verrà disputata: cattive condizio­ storia. ni della neve, troppo fresca so­ E quest’anno sull'altopiano il Csi pra e subito ghiacciata sotto. Ma ha giocato una parte della pro­ non importa: sport è festa e que­ pria scommessa educativa ed ha vinto: cinque giorni di serenità, sti ragazzi ci credono davvero. Sono venuti sulle nevi di Asiago a fare sport nel modo migliore, dal 5 al 9 marzo da 11 regioni per tutti. La ragione è la festa, d’Italia: cinquecento giovani, un le gare e le classifiche riempiono gruppo anche dalla Sicilia che solo una parte del programma. tradizionalmente non è terra di Sono importanti, ma non tanto. tradizioni sciistiche. Stanno spar­ E poi alla fine premi non ce ne si negli alberghi di questo stu­ sono, o meglio ce ne sono per pendo altopiano. L’ospitalità del­ tutti, per ogni consiglio, per le la gente veneta è semplicemente autorità del luogo, per i dirigen­ squisita. L'organizzazione sulle ti... Premi poveri, ma donati con piste e nei momenti di svago se­ un cuore grande così. I capitom­ boli sulla neve, la marcialonga, rali è perfetta. L’altopiano di Asiago è ricco di la fiaccolata notturna sulle piste tradizioni genuine, campagnole e servono a rinsaldare l’amicizia, a montanare. E’ la terra di Mario sviluppare, e a volte, ad imparare Rigoni Stern, il poeta della natu­ la solidarietà. « Mai da soli » ha ra, il custode delle parole della detto don Gianni Gherardi nella « gente dell’altopiano », la sua vo­ messa che ha chiuso la festa. Era ce. Là in fondo tra le nuvole fan­ l’otto marzo, festa della donna. no capolino le cime dei monti: Anche al Csi l’hanno ricordata: l’Ortigara, poi altre contrassegna­ a tutte le ragazze è stato donato un mazzo di mimose, che poi so­ te da numeri, cime 11, cima 12. La memoria risale lontano agli no state anche poste significati­ anni della grande guerra, ritorna vamente sull’altare della Madon­ agli alpini che qui hanno combat­ na nella Chiesa centrale di Asiago. tuto aspre battaglie. La pietà po­ polare ha voluto ricordare il loro A. B. sacrificio con i sacrari: ce ne so1-----------------------

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TUTTOCSB/CM^CME/ESPE^IENZE denunce donchisciottesche del presidente del Lecce Jurlano semplicemente deprimenti; il dualismo giustizia sportiva-giustizia ordinaria, moralmente inaccettabile; il ritardo con cui le forze politiche in parlamento affrontano il tema della riforma dello sport — il cui primo passo è costituito dall’estensione di un testo che medi fra dieci proget­ ti approntali da vari apparti partitici, al fine di porre ordine in questo importante settore dei " servizi ” — è decisamente po­ co edificante e preoccupante perché, come si vede, si corre il rischio di provvedimenti tam­ pone, in cui a rimetterci è tutto lo sport ed il movimento asso­ ciativo, come il nostro, in modo particolare. Certo, può darsi che ognuno trovi il suo Berlusconi e la cosa può essere considerala interessante sotto il duplice aspetto del risanamento econo­ mico e dell’ingresso di una nuo­ va managerialità nell'industria dello sport spettacolo; tuttavia, resta il problema dei problemi: quello di una cultura sportiva che stenta a riconoscere l'uomo come soggetto attivo di una esperienza, progettata e vissuta fuori dall’immaginario dello Sta­ dio berlusconiano e attraversata dal senso della vita e della quo­ tidianità ».

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MILANO. Proponiamo di se­ guito il corsivo, firmato da Da­ niele Caleca, apparso sul nume­ ro 6 di Comunità sportiva organo del Csi di Milano. « C’è nervosismo a Palazzo. La crisi che sta attraversando il calcio colpisce l’opinione pubblica e lascia perplessi ed abbacchiati legioni di incalliti tifosi che as­ sistono impotenti alla sistema­ tica demolizione di un mito, quello del " più bel campionato del mondo Ma la crisi del Calcio rimbalza al Baseball, da questi alla Pallanuoto e poi al Tennis e così via affacciandosi, senza chiedere permesso in tut­ te le stanze del Palazzo. La vec­ chia sbuffante locomotiva del Coni, del 1942, non regge più il peso di tanti affollati vagoni di sport e sportivi. Quanti fino a qualche tempo fa erano dispo­ sti a concedere allo sport e al Calcio in particolare una sorta di " status speciale ", dove ogni follìa e capriccio umano e finan­ ziario era giustificato perché funzionale allo spettacolo, oggi sono i primi a pentirsene, tan­ to più che, persino alla janniacciano ” italiano in vita, pare in­ comprensibile un siffatto " lim-

bo hollywoodiano ” in un Paese che conta più di due milioni di disoccupati e dove ammalarsi è diventato un lusso e studiare un diritto a pagamento. Così suona stonata la richiesta di 160 miliardi al governo per sanare i dissestanti bilanci di centi­ naia di società calcistiche, men­ tre ci sono i tribunali che vedo­ no un via vai di dirigenti, a va­ rio titolo, chiamati in causa per gestioni non proprio cristalli­ ne, o professionisti della peda­ ta chiamati dal fisco col nome di evasori. La crisi del Milan in tal senso è esemplare; la vicenda Viola con le sue rivelazioni sull'arbi­ tro Bergamo, sconcertante; le

RITORNA LA COPPA CAMUNIA

PALLAVOLO

VAL CAM0N1CA — E’ ripresa dopo tre mesi di interruzione a causa dell'inverno la Coppa Camunia di atletica leggera, la più antica ed im­ portante manifestazione del Csi di Valle Camonica. Fino alla pausa in­ vernale il bilancio della classifica era da considerarsi oltre modo po­ sitivo, sia per il buon numero di partecipanti, sia per la nuova for­ mula che prevede gare in pista, su strada e prove di cross campestre.

Da qualche tempo a questa parte con estremo piacere, si nota che molti tecnici provenienti dai nostri circuiti formativi riscuotono unanimi consen­ si nei diversi settori di specializzazio­ ne dello sport nazionale e dell'educa­ zione fisica in generale. Recentemente un nostro operatore proveniente dalla Scuola tecnica na­ zionale di Celana, di cui negli ultimi anni ha rappresentato un riferimen­ to in veste di docente, si è specia-

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lizzato in tecnica e pratica sportiva della pallavolo. Massimo Stera, infatti, con una te­ si su: « Aspetti metodologici della strutturazione di un piano di lavoro annuale con giovani pallavolisti (14/ 18 anni) - si è specializzato in tecni­ ca e pratica sportiva della pallavolo, conseguendo il massimo dei voti ed il plauso della Commissione esami­ natrice. A lui la Presidenza nazionale del C.S.I. rivolge l'augurio di sempre si­ gnificative affermazioni nello sport, come nella vita nello spirito della nostra esperienza associativa.


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE QUARANTANNI DEL CSI DI PIACENZA PIACENZA — Il Csi di Piacenza ha celebrato i 40 anni dalla fondazione. E' stata un’autentica festa dello sport. Il Vice-presidente Tosca ha introdotto la giornata, iniziata con l'intervento del presidente Paratici, che ha sintetizzato le tappe salienti di evoluzione dell’ente. E’ stata poi la volta degli interventi rievocativi, aperti da Gaetano Cravedi (socio fondatore) e proseguiti da Giuseppe Schiavi e Roberto Gentilotti, quindi sono state consegnate le medaglie alla memoria di quattro fondatori scomparsi. La giornata è terminata con la messa celebrata dal vescovo della città monsignor Mazza.

TUTTI (NUMERI DELLA LOMBARDIA

COS'E IL C.S.I.

PASQUA DELLO SPORTIVO

MANTOVA — Cose il Csi? ha chie­ sto un bambino ai dirigenti del Csi di Mantova che festeggia i 40 anni. « Qualcuno che gioca a palla con lui. anche se in tivù trasmettono una partita di calcio ». Non c'era forse migliore modo per spiegar­ glielo. Auguri anche da parte di » Stadium ».

In diverse sedi provinciali e regio­ nali si è celebrata la Pasqua dello sportivo. All'appuntamento che è diventato tradizione per il Csi han­ no partecipato i grandi e i piccoli atleti con i loro allenatori e i diri­ genti appartenenti. In molte sedi sono stati invitati anche i rappre­ sentanti di altri enti di promozione sportiva. Oltre allo scambio di au­ guri ci si è fermati per qualche momento di riflessione e di pre­ ghiera per il Cristo morto e risorto.

PULMINO PER GLI INABILI PIACENZA — Gli inabili che fre­ quentano i corsi di riabilitazione equestre del Csi avranno a disposi­ zione un pulmino, che passerà a prenderli a casa prima delle lezio­ ni e li riporterà poi indietro. L'auto­ mezzo è stato donato al Csi dalla « Gamma Leasing » ed ha risolto il problema dei trasporti.

Il Centro Sportivo Italiano opera in Lombardia fin dal 1945, ed è diffuso in tutte le province. Il CSI lombar­ do è cresciuto di anno in anno fino a raggiungere alla chiusura dell’an­ no sportivo 1984/85 n. 128.209 tes­ serati con un incremento del 7.3% rispetto all'anno precedente. Le so­ cietà sportive CSI sono invece 2.059 il 3% in più. Bergamo con 279 Società e con 21 mila 486 tesserati; Brescia 241 e 13 mila 213; Como 139 e 9.815; Crema 48 e 2.807; Cremona 98 e 7.272; Lec­ co 150 e 9.703; Lodi 67 e 4.208; Mantova 203 e 11.590; Milano 506 e 26.377; Pavia 126 e 7.946; Sondrio 27 e 2.318: Vallecamonica 70 e 4 mila 573; Varese 105 e 6.901.

IN MEMORIA DI UN ATLETA PISA ■— E' ancora fresco il ricordo di Mario Fantacci, scomparso due mesi fa per una malattia incurabile e con­ tro la quale ha lottato con tutte le forze morali e fisiche facendo forza lui stesso a chi lo andava a trovare. Aveva 29 anni, sportivo da sempre. Consigliere Provinciale del Centro Sportivo Italiano di Pisa, atleta di al­ cuni gruppi sportivi (I Passi, Nocchi Pompe), era stato anche nell'équipe nazionale delle Feste nazionali. Giovane sempre attivo e disponibile, podista infaticabile, ha lasciato nello sbigottimento più atroce tutti gli ami­ ci e coloro che ne hanno apprezzato le doti morali e l'impegno sociale ol­ tre che sportivo, operatore e Uomo saldo e vero. Il Gruppo Sportivo I Passi ha fatto officiare una Messa e ha raccolto una piccola cifra (400.000 lire) consegnata alla Lega Italiana per la lotta contro i Tumori di Pisa.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE NEL CSI, OLTRE IL CSI

UNA LETTERA ALL'ASSESSORE

I! 28 dicembre scorso si è spento a Milano Ezio Marenghi. Coordinato­ re tecnico del Consiglio provinciale C.S.I. di Milano. La persona e l'opera di Marenghi so­ no strettamente legate alla storia del C.S.I. milanese dal dopoguerra ad oggi. Nato a Milano nel 1922, nel 1949 Ma­ renghi incontra Guglielmo Sineri che lo avvicina allo sport, affidandogli in­ carichi tecnici-organizzativi nel cal­ cio. Nel 1950 collabora con Sineri al­ la riapertura degli Uffici CSI in via S. Antonio, dove anche oggi risiedo­ no. e al rilancio dell'Associazione a Milano dopo un periodo di crisi. Da allora Marenghi ricopre vari incarichi tra cui quello di vicepresidente pro­ vinciale (dal 1962 al 1971) e Consi­ gliere nazionale (1959-61), senza mai però lasciare del tutto la sua colla­ borazione nell'ambito tecnico-organiz­ zativo dove, dal 1972 fino alla sua morte, ha tenuto la carica di Coordi­ natore tecnico dell'Attività sportiva. Cavaliere della Repubblica dal 1967, ha ottenuto il Premio « Generoso Dattilo • del C.S.I. nel 1982 per la sua azione promozionale e tecnica a sostegno dello sport ■■ minore », e la » Stella di bronzo » CONI al merito sportivo nel 1984. La scomparsa di Marenghi ha desta­ to profondo cordoglio e rimpianto nel C.S.L milanese dove lo scomparso era circondato da profonda stima, amicizia e affetto. Il 29 gennaio nel trigesimo della scomparsa, numerosi

MODENA — Il comune ha presenta­ to un progetto giovani ». Numerose associazioni e movimenti di ispira­ zione cristiana hanno inviato una let­ tera all’assessore allo sport che si occupa della questione per criticare alcuni punti del « progetto ». Anche il Csi di Modena ha firmato la lette­ ra. In essa, tra l’altro, si afferma che « nell'ambito della formulazione del "progetto" condividiamo l'intenzione di rivolgere l'attenzione verso quei giovani che si aggregano spontanea­ mente; ci troviamo però critici nel momento in cui il Comune, per mez­ zo dei suoi tecnici stila un proget­ to ignorando di fatto tutto un pa­ trimonio associativo (cattolico e non) che ha una solida tradizione di lavoro con i giovani e continua ad interrogarsi e a dare risposte. Agendo in questa maniera il comu­ ne arriva ad essere, in ultima ana­ lisi, propositore e gestore di per­ corsi educativi, ponendosi come agenzia educativa. Questa imposta­ zione condiziona in maniera consi­ derevole l'autonomia di coloro che sono chiamati a collaborare e, fin dall'inizio, privilegia l’intervento del­ l’ente locale in campi delicati come quelli della formazione e della libe­ ra aggregazione giovanile. (...) Il ruo­ lo che il Comune rivendica a sé ci trova perplessi, anche alla luce del­ le passate esperienze, alla ripropo­ sizione dei "contenitori” come stru­ mento di stimolo e di emancipazio­ ne ».

CALCETTO A BERGAMO BERGAMO — L'impresa Pezzotta Ravelli di Villa di Serio è la squa­ dra che inaugura l'albo d'oro del campionato provinciale di calcetto del Csi di Bergamo. E' questo il verdetto definitivo di quasi tre me­ si di gare, belle e appassionanti che hanno coinvolto le 14 forma­ zioni partecipanti.

NUOVO CONSULENTE A REGGIO CALABRIA REGGIO CALABRIA — La Confe­ renza episcopale calabrese, su in­ dicazione del Consiglio regionale del Centro sportivo italiano ha no­ minato don Antonio Canizzaro del clero diocesano di Reggio Cala­ bria, consulente ecclesiastico regio­ nale del Csi.

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lEzio Marenghi visto dii Roberto Rtrtoldi/

dirigenti e atleti hanno partecipato Chicco di via ad una S. Messa nella Chiesa S. Antonio e in tutte le gare organiz­ zate dal C.S.L milanese 1'8 e 9 feb­ braio è stato osservato un minuto di raccoglimento per ringraziarlo e ri­ cordarlo. La Presidenza nazionale partecipa vi­ vamente al cordoglio del C.S.I. mila­ nese, ricordando per parte sua con profonda ammirazione e gratitudine l'amico e dirigente scomparso, ed esprime sentimenti di affettuosa par­ tecipazione alla signora Marenghi, al­ le figlie e a tutti i familiari.

UBERO SCAMBIO INTERREGIONALE ACIREALE — Si sono spente le luci sulla 3J edizione del torneo di palla­ volo femminile de - Il più bel carne­ vale di Sicilia 1986 » che si è svolto ad Acireale nell’impianto sportivo del­ la Villa Belvedere sabato 8 e dome­ nica 9 febbraio scorsi, e che è stato vinto da Nembo Oristano. La partecipazione della squadra sar­ da è stata la novità assoluta della manifestazione, che così ha avuto un carattere turistico e culturale, oltre

a quello sportivo, poiché ha offerto a tutte le partecipanti la possibilità di far conoscere ed ammirare l’allegria del Carnevale acese, secondo solo, in Italia, a quello di Viareggio. Al torneo hanno partecipato oltre al­ le sarde del Nembo Oristano, il Pom­ pei Messina e il Pellicano Acireale. Lo Scambio Libero Interregionale è stato un momento che ha dato vita a due giorni vissuti nel pieno dell’al­ legria. dello scambio delle idee e del­ la propria valorizzazione, favoriti, tra l’altro dai colori, i suoni, i momenti lieti che il Carnevale acese ha offer­ to alle atlete ospiti.


di Akiro Kurosawa Quasi in coincidenza con il ciclo che R.A1UNO ha dedicato a Kuro­ sawa (a cura di Aldo Tassone), è arrivato finalmente anche in Ita­ lia l’ultimo film del regista giap­ ponese. Si intitola Ran, che vuol dire « caos », « tumulto » ed è un libero adattamento del Re Lear di William Shakespeare. Un’occasio­ ne buona per tirare le somme sul­ l'opera di un autore che è passato attraverso generi diversi mante­ nendo un'ostinata predilezione per la tragedia (Kurosawa non è nuo­ vo a trasposizioni shakespeariane: nel 1957 aveva già adattato per il grande schermo il Macbeth). Storia di una crudelissima lotta nel Giappone lacerato dalle guerre tra i clan, Ran è una sintesi dei temi più cari all'autore di Rashomon e di I sette samurai: l’inelut­ tabilità del destino, il tradimento e la menzogna, la bramosia del po­ tere, la vecchiaia e la follia. Ma più dell'ideologia anche in questo caso conta la messa in scena, la grandiosità delle ricostruzioni, il respiro « epico » di alcune sequen­ ze (che talvolta, purtroppo, sfocia nella magniloquenza), le variazio­ ni cromatiche che diventano il simbolo delle variazioni dell’animo umano. Da maestro nella combina­ zione dei colori, al modo dei più celebri pittori rinascimentali che sceglie come modello, Kurosawa presenta un affresco suggestivo del Giappone del XVI secolo, forse caricando un po’ troppo le tinte ed affidandosi ad una recitazione eccessivamente naturalistica. La « spettacolarità », soprattutto nel­ la ricostruzione delle battaglie (per le quali si è ispirato ai dipinti di Paolo Uccello) è, comunque, sem­ pre assicurata: ormai di rado al cinema si vedono scene di tale im­ ponenza, per numero di mezzi e di uomini. Al centro del film troneggia, anzi, il più delle volte, barcolla, la figu­ ra del tiranno Hidetora Ichimonji. E’ lui la chiave di tutta la narra­ zione. Giunto alla fine dei suoi an­ ni, Hidetora decide di abbandona­ re il potere e di lasciare il go­ verno del clan al maggiore dei suoi tre figli. Ma qui comincia la trage­ dia, cioè una terribile guerra fra­ tricida condotta senza esclusione di colpi. I personaggi, tolte le ma­ schere dell’ipocrisia e della finzio­ ne, mostrano il loro vero volto: i due fratelli apparentemente più ri­ spettosi dell’autorità paterna ten­ tano in tutti i modi di liberarsi del vecchio tiranno, mentre il ter­

zo, sempre ribelle, è l’unico a pro­ vare qualche sentimento filiale. Kurosawa mostra implacabilmen­ te, in una messinscena dai colori cupi (nel film vedremo poche vol­ te la luce del giorno), le distruzio­ ni e i guasti prodotti dalla bramo­ sia del potere. Il suo è il tentativo di dipingere la fine di un mondo (quello del Giappone feudale) con più di un riferimento alla cata­ strofica situazione del mondo con­ temporaneo sempre sull’orlo della distruzione. E in alcuni momenti il film si trasforma in un apologo

sulla violenza cieca che conduce alla follia. Peccato che l'anziano regista (è na­ to a Tokyo nel 1910) spinga tutto all’eccesso, senza lasciare lo spa­ zio per i chiaroscuri e le mezze tin­ te. E peccato che la recitazione del protagonista sia a tratti tanto ma­ gniloquente da apparire penosa. Senza queste « cadute », Ran ci avrebbe offerto un magnifico e sontuoso saggio per immagini sul potere della menzogna (la falsità e l'intrigo governano, infatti, i rap­ porti tra i protagonisti), oltre che un’amara riflessione sul rapporto padre-figli nella linea della trage­ dia shakespeariana. Con le sue splendide battaglie (come molti ar­ tisti, Kurosawa dice di dipingere meglio ciò che ama di meno) e con la minuziosa ricostruzione dei co­ stumi c dei riti di un'epoca di raf­ finata crudeltà, il film ci offre, tut­ tavia, numerosi momenti di buon cinema, facendoci rabbrividire al pensiero di quella « antica festa crudele », come qualche antropo­ logo chiama la guerra, che dovreb­ be risolvere i conflitti e, invece, quasi sempre li aggrava. In questa chiave, va aggiunto che, da buon pacifista, Kurosawa mostra tutti gli orrori della guerra, senza ri­ sparmiare, soprattutto nel finale, qualche allusione alla follia di una civiltà come la nostra che pone la sua fiducia in armi sempre più so­ fisticate e che rischia di precipita­ re nel « ran », nel caos. Pietro Pisana

PRONTO SOCCORSO E’ cronaca recente il caso di un giovane di 13 anni che durante una partita di pallone in un campo di calcio parrocchiale, urtando invo­ lontariamente un cancello di fer­ ro, si procurava una grave ferita alla testa. In una situazione di emergenza, premessa indispensabile per un buon risultato finale è l’inizio im­ mediato delle manovre rianimative, che debbono essere praticate sul campo anche senza l’ausilio di strumenti e da chiunque sia in possesso delle nozioni fondamen­ tali di rianimazione. Questo presuppone una educazio­ ne sanitaria preventiva di massa, con programmi di insegnamento e corsi per volontari. Nell’ambito CSI provinciale di Ro­ ma, anche noi, abbiamo voluto in­ segnare ai nostri arbitri ed allena­ tori tecniche e metodi indispensa­ bili per una corretta rianimazione. Non è ovviamente questa la sede in cui descrivere in dettaglio la

strategia dei vari interventi nelle singole situazioni ma almeno indi­ care orientamenti e metodologie. Con l’atleta in stato di incoscien­ za, che non respira, privo di polsi arteriosi la prima cosa da fare è il riequilibrio delle due principali funzioni vitali: la respirazione e la circolazione. A scopo mnemonico le tre fasi ria­ nimatorie vengono presentate con la regola dell’ÀBC (fig. 1). 1) Apertura delle vie respiratorie sollevando con la mano il collo e con l'altra iperestendendo il capo. 2) Bocca-Bocca, insufflando con forza aria espirata nelle vie aree del paziente e chiudendo la via na­ sale con le dita. Sono stati costrui­ ti anche dei semplici apparecchi che permettono la ventilazione pol­ monare manuale come il pallone rianimatore di AMBU. 3) Circolazione artificiale, con un massaggio cardiaco esterno, con il soggetto posto con il torace a con­

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PRONTO SOCCORSO

5:1

Z'-. latto con un piano rigido compri­ mendo lo sterno con le mani, alla frequenza di una al secondo, cioè 60 al minuto. In presenza di due soccorritori 1’ insufflazione polmonare può esse­ re interposta ogni 5 compressioni sternali (Rapporto 5:1), altrimenti un solo soccorritore deve massag­ giare 15 volte e ventilare 2 (Rap­ porto 15:2).

Questa metodologia ormai standar­ dizzata non deve essere interrotta fino ad una sicura ripresa del bat­ tito cardiaco e del respiro. In occasione di altre emergenze come una frattura e/o lussazione è opportuno immobilizzare l’arto e tentare di limitare l’estensione

dell’ematoma applicando del ghiac­ cio o acqua molto fredda. Se il giovane dovesse presentare un'e­ morragia esterna, sollevare se pos­ sibile la parte sanguinante compri­ mendo direttamente con le mani la ferita. 1 lacci vanno usati solo come risorsa estrema e comunque non utilizzando mai una corda o un filo metallico, semmai una cra­ vatta od un fazzoletto arrotolato. Ritengo utile, pertanto, poter di­ sporre in tutti i luoghi dove si pra­ tica un’attività sportiva organizza­ ta di un minimo di attrezzatura, che permetta di praticare tempe­ stivamente interventi di pronto soccorso nei modi e nei tempi do­ vuti, come: — un respiratore manuale di AMBU; — due lacci di gomma e flaconi per infusioni endovenose da 500 mi di liquido (NaCl) con deflussori; — siringhe monouso e materiale per disinfezione e pulizia (alcool, garze, bende, cerotti, ecc.); — docce e stecche per fratture e supporti per la colonna vertebrale.

Antonio Sparavo

di Padova, come allievo prima e come istruttore dopo e attraverso i momenti di formazione naziona­ le. Ma soprattutto la sua cultura metodologica e tecnica gli è deri­ vata dal costante rapporto con i ragazzi all’interno della Società sportiva con i quali ha sviluppato tutte le problematiche di rapporto/di esigenze/di conoscenza fon­ damentali per un allenatore, per un operatore che, prima di tutto, vuole educare, vuole aiutare i ra­ gazzi a crescere globalmente. E infine, è bene non dimenticarlo, Maurizio Sartori è maestro ele­ mentare, e del maestro ha l’onestà/la competenza/l'umiltà/ramore per i ragazzi. Tutto questo lo si trova nel libro che riteniamo possa diventare un testo fondamentale per i nostri Corsi per allenatori. Particolarmen­ te interessante mi sembra l’appen­ dice, nella quale troviamo due sus­ sidi interessantissimi. Un primo contributo consiste in una ricca e valida serie di schede tecnico-infor­ mative, alcune utili all’allenatore per poter verificare costantemente il lavoro svolto e per la conoscen­ za progressiva dello sviluppo tec­ nico dei singoli ragazzi, altre fon­ damentali per dare ordine e meto­ do al complesso « mestiere » di al­ lenatore. Infine — ed è il secondo sussidio — troviamo cenni su quel regolamento che purtroppo gli al­ lenatori spesso ignorano. Vittorio Ferrerò

METODOLOGIA E TECNICA NEL GIOCO DEL CALCIO

IL PORTIERE: PREPARAZIONE FISICA, TECNICA, TATTICA

MAURIZIO SARTORI LIBRERIA GREGORIANA EDITRICE, PADOVA 1986, PP. 216, L 16.000.

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E’ da poco tempo che è uscito un nuovo libro sulla tecnica calcistica rivolto agli allenatori. Il libro è « Metodologia e tecnica nel gioco del calcio », di Maurizio Sartori, e dicevamo che è un « nuo­ vo » e non un « altro » libro sull’in­ segnamento del Calcio. Infatti, in questo testo .si trovano indubbia­ mente elementi di « novità » so­ prattutto per quel che riguarda il modo di esporre gli argomenti e 1’ utilizzazione dell'immagine grafi­ ca. Sia il modo di esporre sia l’uti­ lizzazione deH’immagine rispondo­ no ad una volontà didattica intel­ ligente, organica, piana e facile. E, in questo caso, facile non significa « semplicistico », bensì, e questo è un merito indubbio dell’autore, fa­ cile significa capacità di comunica­ re in modi e termini chiari ed ef­ ficaci, contenuti tecnici senza intel­ lettualismi e difficoltà terminolo­ giche, eppure con grande e pro­ fonda competenza. Da questo aspetto discende un al­ tro merito di questo libro. La struttura stessa, la «saggezza» dell'

C. BONIZZONI EG. LEALI ED. SOC. STAMPA SPORTIVA, ROMA 1985, PP. 174, L. 20.000.

impostazione, fanno sentire la for­ te preoccupazione educativa che muove l’autore, il quale nel men­ tre « insegna » la tecnica agli alle­ natori, trasmette un modo di agi­ re, un modo di essere dell’allena­ tore, la cui prima e unica preoccu­ pazione sono il rispetto e la cre­ scita umana dei giovani atleti. E difatti, non a caso, Maurizio Sartori è un allenatore di Calcio nato, educatosi, cresciuto attraver­ so i Corsi provinciali del Consiglio

Autori di questo volume sono due vecchie conoscenze del mondo cal­ cistico. Cina Bonizzoni è ben noto agli appassionati che hanno oltre­ passato i quarant'anni, in quanto allenatore assai in voga negli an­ ni ’50 e '60, quando vinse uno scu­ detto con il Milan. Bonizzoni, tra l'altro, è l’uomo che ha lanciato Dino Zoff ed è stato, nella sua lun­ ga carriera, maestro di maestri (Liedholm, Trapattoni, Schiaffino ecc.). Giovanni Leali, dal canto suo, è docente tra i più apprezzati di Coverciano. La sapienza calcistica non manca dunque a questo testo, rivolto ai tecnici specializzati, ma anche agli atleti e ai semplici sportivi appas­ sionati di calcio, al fine di fornire loro una guida per l’impostazione dei programmi di allenamento e favorire una migliore conoscenza del ruolo del portiere.


varietà, che rendono la pagina di­ versa da tutte le altre, e piacevole a seguirsi con l’occhio.

COSTUME impariamo a leggere i giomali/5

PRIMA PAGINA: LE NOTIZIE IN VETRINA Le prime pagine dei giornali con­ tengono quello che di meglio e di più importante i quotidiani han­ no da dirci in quel giorno. L'esame di alcune « prime pagine » di gior­ nali diversi può farci capire subi­ to qual è il « messaggio » politicoeconomico-culturale che il giorna­ le vuol dare ai suoi lettori. E' importante perciò sapere come si costruisce una prima pagina. Il titolo del giornale si chiama te­ stata. Le notizie, organizzate in articoli o servizi, con i loro titoli, sono schierate nella pagina secon­ do criteri ben precisi, che corri­ spondono all’ideologia del giorna­ le e fanno parte del linguaggio giornalistico. Infatti, la posizione in pagina di un articolo, il nume­ ro di colonne occupate dal titolo, l’uso di artifici tipografici e di foto sono tutti elementi che dànno a quella notizia una maggiore o una minore importanza. Esaminiamo gli elementi costituti­ vi di una pagina, da sinistra a de­ stra e dall’alto in basso:

• ARTICOLO DI APERTURA. E’ il primo in alto a sinistra, quindi « apre » la pagina. Contiene la no­ tizia giudicata « più importante » dalla direzione. Diamo un’occhiata all’edicola domattina: qual è la no­ tizia più « importante » per il Cor­ riere della Sera, per il Tempo, per Il Mesaggero, per La Stampa, per Il Giorno ecc.? E’ la stessa notizia, espressa con parole diverse (cosa che accade quando c’è qualcosa di veramente grave), oppure si trat­ ta di notizie diverse: perché? Nella prima pagina si trova spes­ so, nelle prime colonne del quoti­ diano, con un titolo più piccolo collocato sotto il grande titolo del­ l’apertura, l'articolo di’fondo: esso non è una notizia; è un parere, una riflessione, un giudizio del giornale su argomenti di attualità partico­ larmente importanti.

• ARTICOLO DI SPALLA. E’ quel­ lo in alto a destra. Di solito con­ tiene la notizia giudicata « più sen­ sazionale », più capace di attrarre il lettore, perché lo sguardo cade per primo su questo punto. Il lu­ nedì, questa collocazione è spesso occupata da notizie di sport-spet­ tacolo. • TAGLIO ALTO, MEDIO, BASSO. Questi termini indicano le posizio­ ni degli altri articoli in pagina, che con i loro titoli e la loro massa in­ terrompono, « tagliano » le colon-

ne degli articoli di apertura e di spalla nella parte superiore del giornale (taglio alto), a metà (me­ dio) o nella parte inferiore (basso). • Si trovano inoltre finestrelle con­ tornate da fili tipografici, con foto e didascalia, oppure un titolo e un sommario: sono richiami ad al­ tri articoli che sono nelle pagine interne. • Un breve articolo, polemico e brillante, stampato in carattere corsivo per differenziarlo dagli al­ tri, si chiama appunto corsivo, e l’autore è un corsivista.

Molti giornali oggi compongono la pagina « a vetrina », vale a dire « espongono » le., merci in vendita in tutte le altre pagine, cioè le no­ tizie: la prima pagina, in tal caso, non contiene articoli completi, ma solo titoli con ampi sommari, che presentano gli argomenti trattati nell'interno, con l’indicazione della pagina relativa; abbondano i fili tipografici di contorno e ogni espe­ diente per dare rilievo agli elemen­ ti della « vetrina ». L'arte di disporre gli elementi in ogni pagina (articoli, titoli, foto...) si chiama impaginazione; il proget­ to di come disporre gli elementi si disegna su un foglio che riproduce lo schema della pagina: questo si chiama menabò. Nel progettare il menabò e nell’ impaginare, si tiene conto: dei punti focali dove cade l’attenzio­ ne, sia per la collocazione dell’ar­ ticolo (ad es., in alto a destra), sia per uso di titoli a grandi caratteri ecc.; dell’equilibrio della pagina, dato dall’alternarsi di nero (titoli, foto) e di grigio (i testi degli arti­ coli) o di spazi bianchi, in modo simmetrico, sempre in modo che la pagina non appaia sbilanciata (troppo nero da una parte e trop­ po grigio dall’altra...); del contra­ sto ottenuto con l’uso di spazi bianchi di neri e di grigi, con ca­ ratteri tipografici diversi (tondi, corsivi, neretti...); del movimento, dato dal brio, dalla novità, dalla

Concludiamo questo piccolo corso su come si legge un giornale con la costatazione che il quotidiano’ è un prodotto industriale e spiri­ tuale: contiene notizie selezionate e disposte secondo un’ideologia e un programma, strutturate in ar­ ticoli, rubriche, pagine. Ma allora, se ogni giornale è figlio di una visione del mondo (cultura­ le, religiosa, politica, filosofica...) e di vari interessi (economici, di potere, ecc.), possono essere obiet­ tive le notizie? II direttore del giornale francese Figaro, Wladimir d’Ormesson, in un'intervista ha dichiarato: « Pen­ so che l’obiettività sia un’utopia. Non c’è obiettività giornalistica. Sono persuaso invece della molte­ plicità dei punti di vista soggetti­ vi... L’indipendenza della stampa ritengo che non consista per ogni giornale nel dire qualsiasi cosa; io penso che consista per ciascun giornale di avere il diritto di sce­ gliere l’angolazione che vuole dare agli avvenimenti. Essere giornali­ sti è essere onesti nella presenta­ zione dei fatti. Presentare i fatti senza nasconderli e senza inven­ tarli. Alla fine, il commento, alla luce della linea politica di ciascun giornale ». Questo della «linea politica» è un elemento importante: se la linea politica è dichiarata il lettore ha la chiave di lettura per interpreta­ re criticamente il materiale che legge. Se il giornale invece si qua­ lifica « indipendente », occorre sco­ prire quale sia la sua ideologia, e trovare la chiave di lettura. In ogni caso, i giornalisti hanno il dovere di attenersi a una morale professionale rigorosa. I giornali­ sti inglesi formularono tempo fa questo decalogo: 1 - Tieni sempre presente la legge sulla diffamazio­ ne; 2 - Rimpicciolisci piuttosto che ingigantire i fatti; 3 - Sii veritiero e spregiudicato, ma senza esagera­ zioni, senza grossolanità e dettagli delicati; 4 - Le notizie non risenta­ no mai del colore politico; 5 - La prima norma del cronista è la ve­ rità, del redattore-capo è la pru­ denza; 6 - Sii obiettivo con gli av­ versari; 7 - I titoli siano sempre imparziali; 8 - Sii generoso nelle lodi, urbano nelle critiche; 9 - Scri­ vi con esattezza i nomi; 10 - Ve­ rifica ciò che scrivi, sempre.

Domenico Volpi

ERRATA CORRIGE Nel numero scorso dì Stadium nel pubblicare la composizione del BUREAU della F.I.C.E.P., siamo incorsi in un errore. Il nuovo Assistente Ecclesiastico della Federazione internazio­ nale c tl Padre MAX FISCHER, salesiano della Svizzera, che ha sostituito lo scomparso Monsignor Peter Joseph BOYMANS.

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