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Stadium n. 4/1973

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ANNO LXVIII - N. 4 - 17 MARZO 1973


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Direttore responsabile: Aldo Notorio

Redattore capo: Duilio Dimetti

Comitato di redazione: Zina Giuri Amili Paolo Andreoli Enzo Balboni Claudio Bucciarclli Giulio Martinucci Grafica: Alberto Greganti

STADIUM si propone lo scambio delle idee e la ricerca comune dell'associazione. I singoli interventi vogliono portare soltanto una voce, offrire un contributo allo sviluppo comunitario.

STADIUM è una tribuna aperta. Tutti sono invitati a esprimere la propria opinione e tutte le opinioni sono gradite. STADIUM chiede a tutti i soci un'attenzione costantemente critica e una collaborazione generosa.

(copertina di Alberto Catalani)

Caro Direttore,

ho trovato del tutto inoppor­ tuno l’articolo « Settimo non rubare, ottavo restituire », ri­ portato a pagina 20 del n. 1 del tre febbraio 1973 di « Sta­ dium », nel quale si presenta­ no gli USA, ai quali anche l’I­ talia deve molto, come i ladri del mondo. Inopportuno sia per la sede, perché «Stadium» è una rivista che si occupa di promuovere lo sport, sia per lo spirito cristiano che la ri­ vista medesima cerca di vivi­ ficare, non « giudicando », ma amando. Se si imbocca una china del genere di quella su cui si è messo l’articolista, qualcuno potrebbe ricordare che qual­ che altra nazione non solo ha impoverito e impoverisce eco­ nomicamente i Paesi satelliti, ma vi tiene i suoi carri arma­ ti, perché non possano solle­ varsi ad aspirare a nessuna li­ bertà né mentale, né fisica. Ma, senza andar fuori di ca­ sa, qualche altro potrebbe tra­ sferire il raffronto tra nord e sud America a quello tra nord Italia e mezzogiorno, attri­ buendo analoghe malefatte al nostro nord. No, Signor Direttore, lascia­ mo che « Stadium » coltivi pu­ ramente lo sport in un pen­ sare, sentire e agire cristiano. Con distinti saluti Enrico Annarumma Presidente U.S. Balduina Roma

L'amico Annarumma aveva indirizzato a me la sua lettera. Ho credulo di doverne affida­ re a Paolo Andreoli la risposta in quanto era stato lui a scri­ vere l’articolo in questione. Per parte mia, non credo di dover aggiungere alcunché a quanto risposto da Andreoli in quanto condivido il suo punto di vista. Spero che la risposta soddisfi anche l’amico Annarumma e comunque contribuisca ad un migliore scambio di idee e opinioni in quel clima di sin­ cero e rispettoso dialogo che Stadium si sforza di favorire. Aldo Notarlo

ANNATE RILEGATE STADI UM 1972 Sono disponibili in un certo numero di copie le amiate di Stadium 1972 elegantemente rilegate. Chi ha interesse a venirne in possesso può rivol­ gersi al proprio Consiglio provinciale o di Circo­ scrizione Zonale a cui sono state comunicate le modalità relative.

! Egregio Sig. Annarumma, sarò molto franco com'è mia consuetudine e le dirò subito che non condivido per nulla la sua lettera. Ciò evidentemente non significa che disprezzi le sue idee e le sue posizioni. Re­ sta il fatto che non le condi­ vido. Eccone i motivi. Anzitutto « Stadium » mi sembra sia una rivista che si occupa di sport ma non come di un dato isolato nella vita sociale, culturale e politica, quasi si trattasse di un feno­ meno neutro. La rubrica « Mondo grande e piccolo » è proprio lì a testi­ moniare questo orientamento di fondo. In secondo luogo la rivista cerca di vivificare amando ma anche giudicando. Come non dare un giudizio storico sui fatti della vita? Io non giudi­ co una persona e so bene di non essere io colui che deve determinare la salvezza o la dannazione eterna di nessuno. Però, proprio perché — come lei dice — si tratta di pensa­ re, sentire e agire da cristiani mi sembra occorra guardare alla vita, ai meccanismi strut­ turali, ideologici ecc. che la condizionano direttamente per darne un giudizio e per trova­ re in questo giudizio le moti­ vazioni cristiane per cambiare la vita nel senso di liberarla da questi impedimenti. Ora credo debba convenire che il giudizio storico dato nel­ la noterella che l'ha colpita sta sostanzialmente obiettivo. Lo stanno a dimostrare la storia degli ultimi due secoli con le sue vicende coloniali piu o meno limpide, il tipo di eco-

nomia e di politica internazio­ nale condotta dal sistema pri­ ma mercantile poi industriale internazionale e dall'imperia­ lismo internazionale del dena­ ro, dai meccanismi piuttosto complessi ed oscuri di quello che è normalmente definito il neocolonialismo. Come vede non utilizzo ter­ mini semplicemente sociologi­ ci o concetti tecnico-culturali. Sono gli stessi termini e con­ cetti espressi da gruppi di cri­ stiani, da vescovi, da confe­ renze episcopali dei Paesi det­ ti eufemisticamente « in via di sviluppo ». Sono termini e con­ cetti presenti nei documenti pontifìci più recenti (Mater et Magistra, Pacem in Terris, Populorum Progressio, Octuagesima Adveniens, tanto per ci­ tarne alcuni) e nei documenti del Vaticano II e dell’ultimo Sinodo dei Vescovi. Spero vorrà convenire che questi documenti sono cristia­ ni, anzi cattolici (perché se dovessi dire cristiani dovrei ricordare i documenti del Con­ cilio Ecumenico delle Chiese nella Conferenza su Chiesa e Società, gli Atti dell'Assemblea di Uppsala ecc.). E spero vorrà convenire che in questi docu­ menti non c'è odio ma amo­ re: amore per la verità, amore di Dio e del prossimo, sopra!tutto di quel prossimo in cui e presente Dio (come dice be­ ne Giovanni nella sua prima lettera) che è offeso, derubato, oppresso da certi sistemi e da certe ideologie. E di tutto ciò si dà un giu­ dizio, e un giudizio spesso mol­ lo duro. Se dovessi convenire (segue a pag. 21)

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In Italia tutto bene. Di sport, finalmente, se ne parla e a più voci. Parlano i dirigenti sportivi, parlano i politici mentre distribuiscono me­ daglie e cavalierati, parlano gli atleti divenuti cavalieri, parlano i presi­ denti degli atleti. Qualche giornalista lo ha definito il « momento dello sport parlato »: un modo elegante per nascondere dietro la mano di esperto collezionista di veline la smorfia di disprezzo per chi non accetta il silenzio, regola d'oro dello sport italiano. Si parla e si polemizza: accuse, repliche, strategie, ordini del giorno, prese di posizione. Le questioni personali s‘intrecciano con le questioni di sempre, le malattie endemiche dello sport nazionale. La gente si chiede cosa stia succedendo ed ha sensazione che su uno degli ultimi lembi di terra promessa sia scesa micidiale una nube babe­ lica. Micidiale o salutare? La gente comune non sa scegliere, però intuisce vagamente che al di là della confusione e delle polemiche esiste un disa­ gio che appartiene ad un ordine di valori più vasto e più alto. Di que­ sto si preoccupa. Il disagio è nello stesso sport italiano, perché la parte di semplici spettatori incomincia a pesare a masse sempre più numerose. La pratica sportiva è un’esperienza che non si ha impunemente il diritto di sottrarre ai cittadini. Di fatto in Italia è difficile viverla e di giorno in giorno cresce la gente che tocca con mano questa realtà. La Babele del momento non è confusione e basta: anzi, rischia fe­ licemente di rivelarsi salutare. Insieme alle polemiche circolano le idee e le idee costringono a ragionare; insieme alle molte idee inesatte o deci­ samente interessate circolano idee chiare. Qualcuno vorrebbe far credere che il gran polverone, stringi stringi, è questione di soldi o si riduce al dilemma Onesti sì, Onesti no. O all'altro dilemma: sport olimpico, sport sociale, dove uno dei due termini escluda l'altro. La realtà è diversa. Al punto in cui siamo giunti in Italia, in fatto di sport non esiste un dilemma, esiste il vuoto. I cittadini sono ben lieti dello sport spettacolo (se piace), ma hanno il diritto ad uno sport sociale che non é confondibile con il cavalierato a Merckx o con le targhe dorate alla Calligaris. E' su questo colpevole vuoto dello Stato che fioriscono le confusioni dei ruoli, delle disposizioni legislative arcaiche: le uniche con­ fusioni da temersi. Nella Babele del momento si sono inseriti gli Enti di promozione sportiva con un loro comunicato stampa. Hanno fatto politica perché era un loro dovere: tacere in un momento in cui l'opinione pubblica può non cogliere l’essenzialità dei problemi in discussione significa abdicare ad un ruolo che compete, rinunciare ad una testimonianza che ha radici nel tempo. Lo hanno fatto non certo per alimentare personalismi o stra­ tegie da corridoio, che non interessano, tua per ricondurre il caotico di­ battito ai nodi autentici della questione sportiva del Paese che si chia­ mano Stato, scuola, nuovo rapporto con le Regioni e gli Enti locali, libe­ ro associazionismo, forze del lavoro. Il testo, che pubblichiamo in altra parte di Stadiurn, è esplicito. Se tutto ciò ha provocato anche uno spontaneo convergere di forze òe talvolta disgregate ed una proposta di azione unitaria, ben venga in un momento di confusione un fatto concreto e comprensibile. Era tempo, dopo vicissitudini complesse, che ogni ente di promozione sportiva uscis­ se dal guscio di casa propria. La causa dello sport sociale non si serve con la tecnica dello struzzo o standosene appollaiati dietro i vetri della finestra. Questo è il momento di fare politica a tutti i livelli di ogni as­ sociazione, ti a associazione ed associazione, con tutte le associazioni nel Paese. blon saia facile, ma potrebbe darsi che dal cosidetto sport parlato che solleva tanti sarcasmi nasca, finalmente quell’effettiva e diffusa pra­ tica sportiva che lo sport degli addetti ai lavori non è riuscito a darci. GIULIO MARTINUCCI

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Non profanare la scuola con I problemi della vita Tra le cose che paiono sacre e intan­ gibili, nonostante tutte le contesta­ zioni degli ultimi anni, vi è la scuola. Infatti, se per alcuni questa istituzio­ ne sociale è oggetto di critiche, per molti altri essa rappresenta un fatto intangibile. Per questi ultimi può va­ lere lo slogan: « Chi vuol toccare o cambiare la scuola, muoia ». Il ragionamento che essi fanno è so­ stanzialmente questo. La scuola è an­ data avanti per tanti anni in un certo modo e questo ci va bene. Guai a cam­ biarla. E ancora: nella scuola non ci si deve occupare di politica o di fatti po­ litici, altrimenti non è più quella cosa sacra e intoccabile che è sempre stata. Una di queste persone dev’essere il dottor Giuseppe Ugo, Preside della scuola media statale di Monastier, in provincia di Cagliari. 11 dottor Ugo si è molto preoccupato per ciò che stava accadendo nella «sua» scuola (chissà perché un po’ tutti que­ sti personaggi parlano della scuola ove insegnano o che dirigono come di una cosa « propria »). Due insegnanti, Ca­ terina Sanna e Maria Lucia Podda per la cronaca, si son sentite rivolgere dai loro alunni delle domande e delle ri­ chieste di informazioni circa l’ultima offensiva americana nel Vietnam alla vigilia dell’accordo tra le parti in cau­ sa. Questo perché i ragazzi e le ragaz­ ze ne avevano sentito parlare dalla te­ levisione e avevano letto qualcosa sui giornali. Le due insegnanti hanno pensato be­ ne (si fa per dire!) di partire da questo interesse degli alunni per realizzare in­ sieme a loro una ricerca sul Vietnam. Gli alunni si son messi d’impegno, co­ me sempre accade quando si parte da un loro interesse, e la ricerca è stata condotta felicemente in porto (si fa sempre per dire!). Così, alla fine, cinque cartelloni hanno decoralo un'aula e su questi apparivano fotografie dise­ gni e testi che gli alunni avevano rin­ tracciato in giornali e riviste. Il Signor Preside, si è molto preoc­ cupato di questo fatto. Ha colto l’occa­ sione di una « vacanza » scolastica de­ terminata da uno sciopero degli in­ segnanti e, in quel giorno, ha chiamato t repubblicani carabinieri a interveni­ re. I carabinieri locali sono interve­ nuti immediatamente, hanno fotogra­ fato e sequestrato parte del materiale della ricerca e hanno convocato in ca­ serma gli alunni per un regolare inter­ rogatorio.

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Il giorno dopo, il Signor Preside si è premurato di avvertire le due inse­ gnanti dei provvedimenti presi. Si è poi saputo che, nel corso degli inter­ rogatori condotti nella caserma, i ca­ rabinieri si sono molto preoccupati di conoscere, attraverso gli alunni, le sim­ patie politiche delle insegnanti e la lo­ ro eventuale appartenenza a un parti­ to politico. Questi i fatti accaduti tra il 23 e il 24 febbraio 1973 (per favore controlla­ re la data, non si tratta di un fatto av­ venuto in quell’altra epoca in cui gli insegnanti dedicavano un'ora alla set­ timana a raccontare agli alunni cosa avveniva sul fronte africano o su quel­ lo greco o su quello russo. E non si trat­ ta neppure dell'epoca in cui si insegna­ va canto ai fanciulli facendoli schie­ rare nel cortile o nella palestra delia scuola per intonare « Vincere» o « Giarabub »). Sono parecchie le osservazioni che si potrebbero fare su un caso del genere. E, di fatto, sono molte le proteste che si levano nella provincia di Cagliari per deprecare l’accaduto (proteste che ven­ gono da ogni parte). Per conto mio faccio un’osservazio­ ne molto semplice e lascio quelle più complicate a quelli che sono più bra­ vi di me. Secondo una visione forse un po’ sem­ plicistica, la scuola dovrebbe educare alla vita e con la vita, dovrebbe aiutare

a far crescere dentro tutti i ragazzi il germoglio della libertà, del senso degli altri, del senso delle vicende umane. Ma il dottor Giuseppe Ugo, che pure ha una bella responsabilità come Pre­ side di una scuola media, non è di questo avviso. Per lui la libertà consi­ ste semplicemente nel ripetere ciò che sta sui libri, conoscere ciò che gli an­ tenati han fatto senza preoccuparsi troppo di ciò che fanno i contempo­ ranei. Per lui, in definitiva, libertà e vita devono restare fuori dall’aula per­ ché dentro al sacro recinto c’è una li­ bertà e una vita già preordinate, sen­ za sorprese, senza conflitti. E quando il dottor Ugo si accorge che la vita di tutti i giorni entra subdo­ lamente nella « sua » scuola, allora non si preoccupa più neppure di esercitare il «suo» potere, la «sua» autorità, il « suo » prestigio, ma ricorre ai carabi­ nieri. E questi accorrono immediata­ mente e fanno, com’è loro buona tra­ dizione, le dovute indagini. À meno che il fatto non preluda a un’unificazione di ministeri (quello del­ l’interno e della Pubblica Istruzione per intenderci), è dillìcile capire questa mossa. Ma il fatto resta. Forse dovre­ mo chiedere ai nostri ragazzi un po' sottovoce, come da dietro la grata di un confessionale: « Hai parlato del Vietnam... Sì?... Quante volte? » e som­ ministrare loro la dovuta penitenza? Paolo Andreoli


Soort e produttività niente di nunvo sul fronte nrientale

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b som fel Stai è fe ira storia Anch’io oggi desidero parlare del Vietnam. Me ne dà spunto la crona­ ca di tutti i giorni. C’è stato perfino un preside in Sardegna che ha man­ dato a chiamare i carabinieri nella sua scuola, per far sequestrare gli elabo­ rati preparati dai ragazzini della II C sul Vietnam. Davanti ad un fatto del genere, non si sa se ridere o piangere, anche perche — diciamolo francamen­ te — vale proprio la pena di disqui­ sire sul gesto di un uomo che mutua la propria autorità educativa dal pen­ nacchio dei carabinieri? Non ne vale la pena. Mi limiterò quindi ad alcune considerazioni gene­ rali su questa guerra, che non è sta­ ta solo un capitolo di politica interna­ zionale, ma anche un capitolo della storia della rivoluzione mondiale. Io sono di quelli che di fronte ai cosiddetti « eroi » sentono il bisogno di fare distinzioni: c’è eroismo ed eroi­ smo. C’è l’eroismo che nasce dalla co­ scienza e l’eroismo che nasce dalla bru­ talità. Il primo è raro e, quando ce, sorpassa il suo significato particolare e diventa un segno universale della di­ gnità deH’uomo. Ecco perché il Vietnam ci ha messi tutti in causa: è come se la guerra che vi ha combattuto un piccolo popolo

Si può dubitare della serietà e del rigore scientifico del direttore della sezione di ricerche sui principi scien­ tifici del controllo del movimento pres­ so l’istituto di Studi Sull'Educazione Fisica di Mosca? Non si può. In una recente intervista all’agenzia Novosti sul rapporto tra l’educazione fisica e l'attività produttiva nell’URSS egli ha fornito i dati d’interessanti ri­ levazioni sul rendimento produttivo degli operai che praticano sport messi a confronto con i loro compagni « sedentari ». In una fabbrica di cuscinetti gli « sportivi », controllati dai cro­ nometristi, hanno raggiunto una media di rendimento superiore del 3,43 per cento a quella dei « sedentari ». Il numero delle giornate di assenza per malattia è risultato quattro volte in­ feriore. L’aumento della produttività sommato al valore delle giornate di malattia recuperate dava a quella fab­ brica e per quegli uomini un aumento effettivo della produzione del 7-8 per cento. Gli sportivi poi risultano social­ mente più attivi: il 52,24 per cento di coloro che hanno incarichi praticano lo sport e professionalmente il 90,36 per cento è costituito da operai d'avan-

guardia. Anche i casi d’infortunio e la produzione di pezzi di scarto è sensi­ bilmente ridotta a confronto degli in­ fortuni e degli scarti degli altri operai. Per questo, aggiunge il direttore della sezione di ricerche... omissis... « ci sia­ mo convinti ancor più di prima che le somme investite nell’educazione fi­ sica e nello sport si ammortizzano ra­ pidamente, dando notevoli effetti eco­ nomici ». Anzi « nelle grandi aziende dove lo sport viene praticato dal 40-50 per cento dei lavoratori, in tre o quat­ tro anni l’effetto economico dell'incre­ mento della produttività del lavoro su­ pera ampiamente i costi di costruzio­ ne degli stadi, delle palestre, delle pi­ scine, ccc. ». Un ottimo affare, insom­ ma. Da una parte si offre la possibili­ tà di sgranchirci con metodo e dall’al­ tra si ritira il prodotto finito, tanto prodotto finito con pochi scarti. Un’ idea grandiosa che i padroni capitali­ sti — sia pure voltando pudicamente le spalle e stringendo le narici per non aspirare puzza di socialismo — coglie­ ranno al volo. Con tanti saluti ai va­ lori umani dello sport. Giulio Mari inucci

mettendo in scacco la più grande po­ tenza militare della storia, avesse sca­ vato dentro di noi le sue trincee. Ora che la guerra è finita noi siamo se­ gnati e comprendiamo più di ieri che il nostro modo di lottare per la pace deve essere diverso. Non potremo più spiegare le guerre senza mettere in causa i sistemi eco­ nomici: la guerra è il portato necessa­ rio dei sistemi basati sulla legge del profitto. E nemmeno potremo più il­ luderci che, abolito il sistema del. pro­ fitto, le guerre non ci saranno più: la pace non è un prodotto delle struttu­ re economiche, è un progetto che com­ porta una lotta quotidiana. E non po­ tremo più prendere sul serio le cosid­ dette diplomazie della neutralità o del­ la comprensione. Ora sappiamo meglio di ieri che tali diplomazie non fanno che nascondere la complicità col più forte. E’ questa la presa di coscienza ormai necessaria! Io sono personalmente grato al piccolo popolo del Vietnam. Il suo eroismo è nato dalla coscienza e la parte della mia storia morale e della mia liberazione intellettuale. Nel­ le mie scelte sociali tengo molto più conto di loro che di tutti i... telegior­ nali europei et allìni. E nel far questo ho l’interiore sicurezza di farmi più coerente con la mia fede di cristiano. Come il colosso biblico, il sistema ideologico con la voglia omicida della guerra, aveva i piedi d’argilla: il pic­ colo sasso di un piccolo popolo l’ha colpito e messo K..O.1 Claudio Bucciarelli

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Ad ogni inizio di primavera, si ri­ presenta puntuale il ciclismo. Gli igienisti consigliano, ovviamente, di regolare l’uso degli indumenti più o meno pesanti, sul termome­ tro e non sul calendario. Il ciclismo invece, altrettanto ov­ viamente, vive del suo calendario fitto, fittissimo, tanto più fitto quanto lo sport in parola decade. E si mette in moto alle soglie del­ la primavera anche se c’è solo ora dopo tanto inverno, una mon­ tagna di neve e di vento. Il ciclismo di oggi fornisce una gamma completa di spunti per un ragionamento valido per tutto lo sport, in generale. Prendiamo i « valori » in campo. Merkx vince quando e come vuole. Questo finisce per togliere popo­ larità al ciclismo stesso. Coppi vin­ ceva molto: ma sempre in deter­ minate circostanze e dopo una lotta: corridore completo, aveva le sue crisi e le sue debolezze; Bartali si imponeva su tutte le sa­ lite, Magni in quasi tutte le pia­ nure, Bobel là dove occorreva so­ prattutto un « guizzo » di intellet­ to ciclistico supernormale... Gaul aveva bisogno dell’habitat alpino. Merkx in pista e in strada, sul pa­ vé e sul cemento, in Sardegna e in Fiandra, al polo e all'equatore. Per questo, tutti, ne parlano con ammirazione ma non è simpatico a nessuno, pur essendo uno dei più « buoni » mai comparsi sulla scena. Questo dimostra che lo sport non vive la linfa calda se non vi è un minimo di incertezza, di competi­ zione, di imprevisto; questo « ser­ ve » coloro che, in nome di un male applicato modernismo, vor­

rebbero ridurre le competizioni solo ad imprese lunari, con record iperbolici, con tempi, misure, ge­ sta tali da annichilire il misero mortale. Lo sport non è tutto record. Lo dimostra Merkx, record vivente, che non ha gran che sollevato le sorti morenti del ciclismo mon­ diale. Anzi, diremmo che Merkx sta diventando il monumento im­ menso — ma « funebre » — da apporre sul sepolcro di uno dei più esaltanti esercizi sportivi del pas­ sato. Il ciclismo è retto e sostenuto dal­ l’industria pubblicitaria, unica­ mente da quella. Lo dimostra il vorticoso « carosello » di ditte e aziende che ogni anno si avvicen­ dano nel finanziare questa o quel­ la squadra, scomparendo poi re­ golarmente quasi tutte l’anno suc­ cessivo. E’ un turno pubblicitario dove si va e si viene; ci fa piacere per la vita economica dei corri­ dori ma rimane tutta l’alcatorietà di un ambiente che ormai è legato agli umori del denaro «passante» e dove la disoccupazione è dive­ nuta una realtà, di ora in ora, a prescindere dai meriti più o me­ no espressi. Se un anno non « vin­ ci », puoi chiudere; non importa se l'anno dopo avresti ripreso una forma da campione. L’« anno do­ po » la ditta si fa pubblicità non più con le corse di bibicletta ma con i cartelloni murali sulle vie delle città! E’ vero che una tale alcatorietà può ridimensionare il professio­ nismo, essendo la maggior parte dei pedalatori convinta che oc­ corre procurare in tempo un buon mestiere e giocarsi la vita profes­ sionistica sportiva — di una sta-

gione o di dieci, non si sa — come un giro di roulette. Ma è chiaro come una simile forma di profes­ sionismo e di vita, sia quanto di più confuso e irregolare possa esistere non solo sul piano spor­ tivo. La bibicletta ha segnato un’èra romantica di evasione e di con­ quista; per generazioni ha forni­ to l’unico mezzo di autonomia e di « viaggio » per i poveri. Ora, finita nel ramo agonistico a livello di veicolo soprattutto pubblicita­ rio — tranne alcune zone dove ha ancora grande attrazione locale in senso di puro sport, come avvie­ ne in misura ben minore per il pallone da sferisterio — la bici­ cletta fornisce però, accanto alla testimonianza di una « specialità » invecchiata e deteriorata, anche una testimonianza opposta: viva, palpitante, « giovane ». La bici­ cletta si trasforma in mezzo pri­ mo per lo sport sociale inteso co­ me attività eli benessere «intimo»; molte persone, giovani, mature e addirittura vecchie, prendono la bicicletta, « spinta in senso spor­ tivo » anche se non agonistico, co­ me reazione alla vita meccanica e motorizzata, mobile e sedentaria al tempo stesso, dei nostri anni. Si può andare e « correre » — si fa per dire — in bicicletta fino a ses­ santa anni e più; ecco un esercizio, con larvate forme agonistiche «tra amici », con gite di « riscoperta » d'una realtà e di una dimensione perduta, che può fare da modello ad una « rilettura » dello sport stesso (tutto) in chiave nuova e veramente dilettantistica. La bici­ cletta è come la fenice: risorge nuova dalle sue ceneri. PAOLO VALENTI

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PARIGI

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Sono andato ad Aix en Provence per motivi di la­ voro. Ero alla ricerca di un clown, già un uomo di circo, Romano Colombaioni che viveva a Roma la­ vorando in periferia e che, ad un certo momento, è stato chiamato all’estero per tenere una serie di seminari sulla sua arte di far ridere. Un fatto cu­ rioso davvero e inedito in Italia. Così ho fatto il viaggio. Ed ho scoperto, oltre che questo nuovo la­ voro di Romano Colombaioni, lo sport francese. Non quello ufficiale delle Olimpiadi, del campionato di calcio o della formidabile squadra di rugby, ma lo sport francese di periferia, di provincia, con i suoi modi, le sue mentalità e le sue organizzazioni. Direi

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anche con le sue polemiche e i suoi problemi. Come si fa sport in Francia? Questa è la domanda che mi sono posto e, data l’occasione abbastanza ra­ ra di visitare una piccola città, mi è venuto in mente di fare una piccola inchiesta, una serie di sopral­ luoghi, una intervista, e di mettere insieme, in modo estemporaneo e per quello che vale, dato l’angolo di visuale ristretto, un quadro di come i francesi, no­ stri vicini di casa, considerano lo sport, come lo vedono e come cercano di praticarlo. Perché mi sem­ bra utile guardare cosa fanno gli altri: la nostra or­ ganizzazione sportiva non essendo certo un modello di efficienza e di perfezione. E allora dai!

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DB Per arrivare ad Aix en Provence senza usare l’auto — che invece sarebbe molto meglio — bisogna prendere il treno e cambiare tre volte. Si parte da Roma di notte e si arriva alla frontiera giusto in tem­ po per farsi svegliare dai doga­ nieri, poi da Ventimiglia a Nizza si fanno pochissimi chilometri in moltissime ore, come accade d'e­ state sui percorsi delle riviere li­ guri o adriatiche, infine si scen­ de a Nizza. Due ore di attesa ed ecco il treno che va a Marsiglia: evitare accuratamente il vagone ristorante che oltre ad offrire una cucina deludente, costa quasi sei­ mila lire. I furbi come me si fan­ no invece pelare mangiando pa­ nini al prosciutto allo stesso prez­ zo o quasi. Si arriva a Marsiglia giusto in tempo per perdere la coincidenza per Aix, il che mostra evidentemente che non è molto importante andare ad Aix, visto che basterebbe modificare di die­ ci minuti gli orari perché tutto funzioni. Perché dico questo? Perché vo­ glio localizzare la città in cui so­ no andato: non è nè una grande città, nè una città importante per qualche precisa ragione. Ha una università internazionale, è vero, ma anche Perugia ce l’ha, ciò no­ nostante non è ben servita dai treni, e all’estero non la conosce nessuno. Dopo un paio di ore ec­ co il treno-littorina che porta ad Aix. Percorre trenta chilometri in 56 minuti (precisazione del capo­ stazione) e si ferma a tutte le stazioni, a tutte le case, agli in­ croci e ai semafori.

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Si arriva di primo pomeriggio. Io sono arrivato di primo pome­ riggio e di domenica. Non c’è gen­ te in strada. La gente, come da noi, va in campagna, o resta in casa, o va a Marsiglia, al mare. Il sole è tagliente e rossiccio che è tipico dei paesaggi di Matisse, il pittore provenzale, e che sembra­ no irreali. Ci si sta bene al sole, e c’è gente che il sole lo va a pren­ dere sulla tribuna del piccolo sta­ dio calcistico di Aix dove la squa­ dra di casa gioca una partita ab­ bastanza importante per il suo campionato, che è quello di terza divisione, la nostra serie C. Vado alla partita. Finisce zero a zero, i giocatori locali sono delu­ si, anche qualcuno del pubblico è deluso. C’è chi grida che l'arbi­ tro ha negato un rigore. Ma la gen­ te, la maggior parte della gente, non si è interessata molto al ri­ sultato, ha guardato la partita di­ vertendosi il più possibile, pren­ dendo il sole e facendo passare le due ore che la dividono dal cine­ ma e dall’incontro con altri amici alla « Rotonde », che è il caffè cen­ trale della città. Mi piace parlare di sport con la gente. L’Aix ha pa­ reggiato, dico al ragazzo dell’al-

bergo. Mi guarda: « bien », dice e sembra che lo faccia per pura cortesia. Forse non sapeva nem­ meno che c'era la partita. Parlo con altri. No, decisamente il cal­ cio non interessa. Al di fuori di un centinaio di patiti, il calcio ad Aix non interessa più che tanto. Gironzolo per la città. E' bor­ ghese, con una minoranza operaia. Ha un tono internazionale dato da facce scure, da profili non eu­ ropei. Ci sono studenti di tutte le razze e sembra che il « terzo mondo » si sia dato convegno da queste parti con una rappresen­ tativa totale. La gente passeggia in Cours Mirabeau, mangia pani­ ni strepitosi da duecento lire l'uno, beve birra. Va a piedi. Va in bi­ cicletta. Certo ci sono le mac­ chine e le motociclette: ossessive queste ultime, ma sembra che sia­ no un mezzo, non una ragione di vita. Lunedì. Mi faccio indicare l'u­ bicazione delle attrezzature spor­ tive maggiori, dei campi, dei complessi. E vado a vedere. Aix en Provence è una città che ha circa centomila abitanti, non è molto grande, anche se le case, specie nella primissima periferia,


sono ancora a pochi piani. La spe­ culazione edilizia che, ad esempio, ha rovinato gran parte di Marsi­ glia, non ha molto toccato Aix. Insomma la città è abbastanza distesa ed ha degli alberi, del ver­ de. Data la grandezza non è diffi­ cile attraversarla tutta da un ca­ po all’altro, insomma le distanze non sono impossibili, così che l'u­ bicazione di un campo da gioco non è mai lontanissima. Bene, il complesso più impor­ tante è ad Est della città, in Rue Pierre de Coubertin, proprio alla periferia. Oltre c’è campagna, con quel sole rossiccio che vi dicevo. Avere un permesso per visitare gli impianti non è difficile. Gli im­ pianti non sono tabù gelosamente custoditi. In fondo, se ne avessi voglia, potrei perfino spogliarmi e fare un poco di attività. Si può, Il problema del permesso me lo sono posto io che ho una menta­ lità italiana, abituato ad essere cacciato via da tutte le parti, abi­ tuato a guardiani e a divieti. Ad Aix il permesso mi ha consentito di non pagare il biglietto di en­ trata e di fare fotografie. Che, al­ trimenti non avrei avuto alcun problema. E questa è la seconda cosa che mi ha colpito. La prima era stata la partita di calcio, con la gente che si divertiva, che era andata a divertirsi e non era an­ data a mangiarsi il fegato. Que­ sta era la seconda constatazione importante. Si poteva entrare nel grande complesso, semplicemen­ te pagando il biglietto, un bigliet­ to che costa 2 franchi e 50, cioè 300 lire per i ragazzi e 4 franchi, cioè poco più di 500 lire, per gli adulti. Il biglietto dà diritto ad usare le piscine e lo spogliatoio per l’intera giornata. Adesso vi dico in cosa consiste questo complesso sportivo. In­ tanto ci sono una piscina coperta olimpica e una piscina coperta da

25 metri, poi un solarium, una pista di pattinaggio, un grande campo di calcio (dove gioca l’Aix), un grande campo di rugby, una pista di atletica leggera, sei cam­ pi di basket all'aperto, sei campi di calcio, una grande « hall de sport », che sarebbe una sala di sport, cioè una costruzione co­ perta dove tutto lo spazio è dedi­ cato allo sport: con un campo di pallavolo, uno di basket, con la possibilità di allestire un ring, e naturalmente con la possibilità di fare ginnastica. Ci sono tribunette, c’è un impianto di riscaldamen­ to, servizi igienici, un paio di uffìcioli. Ho guardato per curiosità i mu­ ri, le porte. E' costruito in cemen­ to, probabilmente con prefabbri­ cati. E’ anche abbastanza rozzo e fa molto contrasto con la perfe­ zione degli impianti tecnici, il fondo e tutto. Insomma tutto lo spazio coperto è a disposizione dello sport, tranne una fascia di quattro metri per tutta la lun­ ghezza della sala. In quei quattro metri sono ricavati spogliatoi, im­ pianti igienici, i due ufficioli e la centrale di riscaldamento. Sopra, qualche gradinata. Cosa costa un impianto di que­ sto tipo? Pochissimo certamente, ecco. E la piscina è solo un poco più accurata. Sempre ottima la struttura tecnica, il ricambio del­ l’acqua, il riscaldamento: tutta roba di prim'ordine, ma senza troppe concessioni il resto. Spo­ gliatoi disadorni, uffici senza mo­ quette. Chi vuole fare sport non va in un salotto, ma vuole un va­ lido impianto: ecco la concezio­ ne che salta evidente all’occhio. Qui si bada al sodo, se si deve far sport si fa sport, e basta. Tutto il complesso sfrutta certi ritagli di spazio libero per i bambini più piccoli: si può giocare e ci sono attrezzature per farlo.

Chi sfrutta questo impianto? I ragazzi, gli adulti, le società di ogni genere, ma soprattutto le scuole. Ero lì che fotografavo con po­ chissima luce, quando arriva un gruppo di ragazzini di dieci anni. Scuola elementare. Poco dopo un gruppo di ragazzi più grandicelli: scuola media. Insieme arrivano dei ragazzi grandi: scuole supe­ riori. Succede che ad Aix hanno un servizio di pullman, un ser­ vizio municipalizzato, come dico­ no, cioè del comune. I pullman fanno il giro delle scuole e porta­ no gli alunni a fare l’ora di gin­ nastica al complesso: un giorno fanno un’ora di nuoto, un giorno un’ora di ginnastica vera e pro­ pria, un’altra volta giocano al ba­ sket. Tutto secondo un program­ ma preciso e articolato in modo che le ore scolastiche di ginnasti­ ca siano sfruttate per fare dello sport autentico. Qual è l’organizzazione? Sem­ plice: i pullman sono della muni­ cipalità, la municipalità stipendia gli allenatori che stanno in piscina o in palestra tutta la mattina. Co­ sì bastano pochissimi tecnici per soddisfare l’esigenza di tutta la città. Le scuole, naturalmente non hanno più gli insegnanti di ginna­ stica per ogni classe e risparmia­ no. Così accade che i denari spe­ si in più per i tecnici diplomati e per i pullman vengono poi rispar­ miati negli insegnanti. Sembra un gioco da ragazzi. Chiedo se viene molta gente, fuori dalla scuola, in piscina. Mi dicono: « Costa un po' troppo. Dovrebbero abbassare i prezzi ». Che altro? « Beh, in questa pisci­ na municipalizzata vengono so­ prattutto i figli degli operai e gli operai stessi. I borghesi non ven­ gono, chi sta bene non viene qui... ». Cosa significa? Che lo sport ad Aix è solo uno sport ope­ raio? Prendo una cantonata. L'uo­ mo sorride: « No, non è una que­ stione di non fare sport. E' solo che la borghesia di qui preferisce i club privati, cioè le società dove si paga ima iscrizione, dove biso­ gna avere una tessera... ». Cioè? « Cioè i club privati: ad Aix ci so­ no sette club privati di nuoto e ognuno ha la sua piscina coper­ ta... ». Mi viene un colpo. Ricapitolo. Ho già visto due piscine coperte municipalizzate e e ne sono altre sette di società pri­ vate. E gli studenti universitari? Cosa fanno? Dove vanno? Nei club o nella piscina municipaliz­ zata? Dice il mio amico: « Loro, gli 9


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universitari, hanno l'università. Hanno gli impianti dell'Università. Li vada a vedere, sono in centro ». Vado all’università. E’ al centro della città, dunque in posizione assolutamente comoda. Tutti gli studenti ci vanno a piedi. Solo qualcuno ariva in motocicletta o in bicicletta, pochissimi hanno T automobile. Non è un tipo di Uni­ versità ricca. A fianco c’è il complesso sporti­ vo. Appartiene all’università ed è praticamente un impianto pri­ vato, accessibile soltanto agli iscritti e ad una persona che li ac­ compagni eccezionalmente. L'im­ pianto è più bello di quello dell’Est. Più rifinito. C’è una pisci­ na coperta, ci sono quattro pale­ stre e due campi di football e di rugby. Le palestre sono attrezza­ te per il basket e per la pallavolo, naturalmente. Gli univeristari vivono praticamente in questa loro cittadella, e possono fare tutto. Mi indicano un altro comples­ so di impianti che sta venendo su ad Ovest della città, ha già alcuni impianti all’aperto, alcuni altri sono solo progettati. Per ora è utilizzabile soltanto un campo di calcio, la grande sa­ la degli sport, e due campi di rug­ by. Al centro della città c’è, anch’esso riunito, il complesso uni­ versitario. Poi qualche palestra privata, i sette club di nuoto con altrettante piscine coperte. Qual­ che altro campo di calcio. Sem­ pre ad Est c’è anche il comples­ so militare: con un campo di cal­ cio, una piscina scoperta, campi di basket e pallavolo, una pista atletica. E gli abitanti rimangono sempre centomila, e la città non è ricca, non è famosa, non è im­ portante più che tanto. Mi accorgo che non ho visto campi da tennis. Mi dicono: « Co-

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stano troppo. Sono un lusso. I campi da tennis li costruiscono solo i club privati per fare soldi. Ce ne sono una diecina ad Aix, non di più. Ma si paga per andarci e bisogna essere iscritti... ». Si paga e bisogna essere iscrit­ ti? Mi dicono queste cose con l’a­ ria di chi racconti cosa da vergo­ gnarsene. Forse si paga un’enor­ mità. Vado a vedere. Due campi, una costruzione bassa che raccoglie gli spogliatoi gli impianti igienici e un edificio. Una baracchetta che potrebbe es­ sere un bar o forse no. Non mi sembra un vero club. Leggo le ta­ riffe: si paga una iscrizione seme­ strale di circa ottomila lire. Bene, l’impressione. Questo ti­ po di « club », mi pare che in Ita­ lia ci sia dappertutto. Fa un poco sensazione ad Aix perché il Muni­ cipio gestisce in proprio gli im­ pianti per tutti gli sport e solo chi vuol giocare a tennis non ha come farlo nell’ambito comunale. Traggo qualche conclusione. Ho visto una città ricca di impianti sportivi. Ce ne sono comunali, universitari e privati. In pratica chi vuol fare sport lo può fare. Spendendo soldi o no: cinquecen­ to lire per una giornata in pisci­ na o mille lire per un’ora di ten­ nis. La scuola sostituisce le ore di ginnastica con delle ore di sport. Così in pratica tutti i ragazzi di Aix che vanno a scuola imparano per lo meno a nuotare. Il calcio interessa poco, in ge­ nere interessa poco qualsiasi sport. La gente nella grande maggio­ ranza va allo spettacolo sportivo per divertirsi, come al cinema. Non si scalda più che tanto. Ora non è che Aix sia questa grande città, nè abbia impianti formida­ bili rispetto al resto del paese, so­ lo che è organizzata .organizzata alla base, non organizzata al ver­ tice.

Mmiì Frangois Pischeral, medico, è l’assessore allo sport di Aix en Provence e, come tale, presiede il Comitato « Sport et jeunesse » della città. Gli ho chiesto di de­ scrivermi l’organizzazione sporti­ va di Aix in rapporto a quella na­ zionale e alla situazione delle al­ tre città francesi. « Il Comitato Olimpico france­ se non si interessa altro che della partecipazione di atleti alle Olim­ piadi. Chi si occupa dello sport in generale è invece il Ministero dello sport e della gioventù. Il Mi­ nistero ha direttori regionali e di­ rettori di dipartimento (la Fran­ cia è suddivisa in dipartimenti che sono come le nostre provinole). Il direttore di dipartimento rappre­ senta il Ministero, ma può inter­ venire nelle decisioni della muni­ cipalità soltanto per approvare sovvenzioni e per garantire la va­ lidità tecnica di un determinato impianto. Un nuovo recente indi- • rizzo ha semplificato le procedu­ re e aumentato i poteri di inter­ vento delle municipalità che in pratica gestiscono oggi quasi tut­ to lo sport locale. Come viene gestito? Qui ad Aix è stato costituito un comitato: « Boureau de sport et jeunesse » che raggruppa tutte le società sportive, tutte le associazioni cul­ turali, gli enti. I gruppi scolasti­ ci, quelli civili e quili militari. Culturali, del tempo libero o pro­ priamente sportivi. Una assem­ blea elegge annualmente l’ufficio di presidenza e questo ha l'inca­ rico di coordinare tutta l’attività sportiva. Come? In un modo ab­ bastanza semplice. Tutti jgli im­ pianti sportivi vengono censiti e


■ ai t « messi a disposizione della comu­ nità. L'ufficio ha l'incarico di ga­ rantire che ogni società e ogni gruppo abbia un adeguato numero di ore di attività sull'impianto che lo interessa. Così la squadra di calcio maggiore avrà a dispo­ sizione il campo più importante, e altre squadre quelli minori, ma accadrà anche che in piscina po­ tranno accedere le scuole e i pri­ vati. Accadrà che una associazio­ ne culturale abbia bisogno di una palestra per una manifestazione e la trovi senza difficoltà, così come una società sportiva che avesse bisogno di un assistente culturale non fa altro che rivolgersi all’uf­ ficio centrale. E’ l'uovo di colom­ bo. Ma in questo modo, organiz­ zati e coordinati da un comitato che, essendo eletto dal basso e dovendo rimanere in carica un anno, non può permettersi favo­ ritismi nè errori grossolani, di­ ciassette mila persone svolgono attività sportiva ad Aix en Pro­ vence. Diciassette mila significa un quinto della popolazione to­ tale.

Quali sono i problemi per il fu­ turo? Bene, vogliamo propagan­ dare lo sport del tennis. Vorrem­ mo impiantare campi di tennis per le scuole, lanciando questo sport tra i giovanissimi. Inoltre vorrem­ mo che lo sport per tutti, cioè lo sport conte servizio sociale potes­ se essere ancora più divulgato e reso accessibile. Oggi la popola­ zione scolastica e quella legata ad associazioni non ha difficoltà a fare sport qui ad Aix en Provence. Per il cittadino qualsiasi, invece, per l'uomo come me e conte lei che vuole fare sport per muover­ si, le occasioni non sono ancora quelle che vorremmo. Ci siamo po-

sti il problema degli adulti, cioè di quelli che in altri tempi non hanno potuto usufruire di questi impianti e che non sanno nuotare o non sanno fare ginnastica. Ab­ biamo solo in parte risolto questo problema. Per i ragazzi più picco­ li, invece, abbiamo già istituito dei corsi di iniziazione allo sport. Vogliamo fare questi corsi anche per i grandi in orari adatti alle at­ tività di tutti. Per questo, anche, abbiamo bisogno di altri impianti, soprattutto perché quelli che ab­ biamo sono distanti.

Aix non ha campioni dello sport. Una città che vive così vicina a Marsiglia non può mettersi in concorrenza e spendere i milioni che non ha. Ci consideriamo una città vivaio per gli sport profes­ sionistici, senza ambizioni. Il no­ stro obiettivo, il nostro scopo e il nostro traguardo è di far fare dello sport alle masse e alla gio­ ventù, non di creare dei cam­ pioni ».

Ho chiesto a questo punto quan­ te città francesi sono nelle condi­ zioni di Aix en Provence, insom­ ma se siamo su Marte o se la con­ dizione che ho visto è generaliz­ zabile per la Francia. Pischeral ci ha pensato un poco, ha fatto qual­ che conto e mi ha detto: « Il ses­ santa per cento delle città fran­ cesi è nella situazione di Aix, qua­ si tutte però hanno un comitato come da noi per coordinare lo sport a tutti i livelli. Credo che Aix rappresenti la condizione me­ dia. Al Nord c’è di meglio, in al­ tre parti stanno peggio di noi, ma almeno il sessanta per cento delle città francesi può essere parago­ nata ad Aix ».

Ho visto Aix, una città francese come tante. Non è Marte, è a qualche ora di treno da noi. Gli abitanti non si considerano sportivi, nel senso che sono scarsamente tifosi: non hanno idoli locali, o eccessi di campanilismo per la squadra di calcio o per quella di rugby. Si divertono ad assistere alle manifestazioni sportive e solo pochi si mangiano il fegato se va male. Gli abitanti sono centomila; di questi, 17 mila fanno attività sportiva, circa 15.000 anche agonistica a bassi livelli. Gli impianti sono tanti, eppure sembrano insufficienti ai dirigenti sportivi. Insufficienti non tanto per la capienza, quanto per l’ubicazione. E’ chiaro che il problema di fondo che si pongono è di rendere accessibili gli impianti a tutti. Per questo cercano di costruirli in tutti i lati della città. Perché se gli impianti sportivi non sono accessibili è inutile farli. Un comitato eletto dalla base coordina tutte le attività e l’utilizzazione degli impianti: il comitato non è privilegiato nel senso che ne fanno parte solo le società sportive, ma tutti: scuole, enti, associazioni culturali, tutti. Non rimane fuori nessuno, tutti possono in pratica chiedere e ottenere. Un cittadino qualsiasi ha modo di fare sport. Non ha ancora dei tecnici che lo guidano, ma questo è nei programmi immediati. Per i ragazzi da iniziare, i corsi ci sono già. Che altro? Bene: il Comitato Olimpico non fa praticamente niente, il Ministero dello Sport ha compiti di garanzia e di controllo: approva sovvenzioni su progetti preparati dalla comunità. Infine: gli impianti non sono belli, ma funzionali, non sono salotti, non costano miliardi. Sono impianti per fare dello sport, non per organizzarvi dei balli. Sono impianti, non sono monumenti. E soprattutto sono gli impianti che i cittadini decidono di fare nella loro città, per le esigenze e per i gusti della loro città. ENZO BALBONI

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Sulla scia di già consacrati por­ no-play, l'informazione sportiva vende ora un nuovo modello, Playsport, che ogni mese si pro­ pone di incartare divi, uomini co­ raggiosi ed efficienti, efebi elegan­ ti e cosciotto dure di femmine di­ stese su un divano con la spada in mano. La nuova rassegna si apre na­ turalmente col calcio. E’ noto che il finto informatore sportivo, at­ tinge abbondantemente ad altre fonti: esperienza di vita, ricordi scolastici. I giornali sportivi han­ no informatori (naturalmente sportivi) in orbace, informatorimonsignori, informatori-strateghi di guerra, informatori-zoofili. Su Playsport appare per la prima volta, nel calcio, l’informatore sportivo-gastronomo. Dopo alcu­ ne considerazioni sulla « Guida Michelin » (gastronomica) l’infor­ matore sportivo alla noce mosca­ ta propone il seguente menù: « Gambette di sedano di Romano Fogli... mandarancio Bordon... la Romagna taglia la testa al toro... le cadette preferiscono le galline vecchie ai pollastri... buono però è il pollastro Migliorini dell’Ascoli... ottimo il portiere Boranga sta­ gionato come il parmigiano della zona... foca sudamericana come Fiorio ». E quando la merce fini­ sce, che fa l’informatore sportivo al burro e salvia? Si rivolge al «Ba­ ri che ha merce eccellente dalla cintola in su », oppure va « nell’ orto del prossimo campionato di massima divisione ». Accanto al giornalista con aglio olio e peperoncino sui tasti della macchina da scrivere, c’è l'infor­ matore leccese. Dopo una premes­ sa interessante: « Ormai i proble­ mi seri non vengono risolti; ci au­ guriamo almeno di avere qualche soddisfazione dalla squadra di cal­ cio », il cronista leccese, esplode in una dichiarazione d’amore per Alfredo Pigna, domatore di giraf-

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fe e animatore della « Domenica Sportiva », la più dissennata infor­ matrice sportiva della tv: « Il Lec:ce venne ospitato da Alfredo Pigna alla « Domenica Sportiva ». E’ il massimo riconoscimento sportivo per Lecce ed il Salento ». Intanto però, Lecce ed il Salen­ to, continuano a produrre braccia e sottoproletariato da spedire al Nord e all’estero: 135 mila emi­ grati in vent’anni. I padroni del Lecce, per quelli che restano, or­ ganizzano visioni della partita del­ la locale squadra a circuito chiu­ so televisivo. E i padroncini del locale giornale organizzano ogni domenica nella Piazza Sant’Oron­ zo la radiocronaca diretta della partita di calcio della squadra cit­ tadina. Eppure 4uesto infamante ballo in maschera che nasconde tragiche realtà non fa nascere al­ cuna perplessità nell'informatore di Sant'Oronzo, anzi « è un feno­ meno di felice psicosi collettiva », commenta. Dove Playsport raggiunge il ver­ tice sportivo è nella presentazio­ ne dei campioni. Foreman, mon­ diale dei massimi: « Quella sera — ricorda Giorgio Bambini — Fo­ reman mi fratturò il setto nasale e mi procurò una lesione alla spal­ la. Dell’uomo? Ecco: è di una gen­ tilezza estrema ». Jackie Stewart: « Quando la smetterò, una gigan­ tesca Rolls-Royce dovrà ospitar­ mi per gli svaghi familiari. Adoro la vita moderna e la comodità più sfacciata ».

Angelo Scalzone, medaglia d' oro olimpica di tiro al piattello: « E’ caparbio e tenace, calmo ed impetuoso... I conterranei di Scal­ zone sono grossi e tarchiati, po­ derosi nella muscolatura, tagliati ad ogni fatica, serafici e violenti, sostenuti da una straordinaria for­ za di volontà. Angelo Scalzone esercita la sua poderosa struttura fisica nelle selvagge campagne dell'Aversano ». Mario Cotelli, diret-

tore tecnico della nazionale ita­ liana di sci dice: « I discesisti han­ no una forza d’animo come il gra­ nito delle loro montagne ed un coraggio da lupi... Lo Zande se fracassato la gamba sulla Tognola. Poi si è rotto un’altra volta ed è ripartito da zero... Adesso per po­ co non si spiaccicava contro un albero. Ma non molla, è un duro, non si tira indietro quello ». I lettori, sul modello di questi campioni, corazzati di fronte ad ogni avventura umana e sovru­ mana, sono consigliati a praticare sport dementi, ma virili e corag­ giosi: « un’esperienza unica, ri­ schiosa ed affascinante: discende­ re in una barca di legno le rapide del Gran Canyon ». Dopo tanti sforzi titanici, a metà rivista, gli informatori sportivi con l'odis­ sea in bocca propongono la PlayGirl, Angela, le cui virtù sportive sono note ai più per aver avuto una parte nel film « Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile ». Angela mette in mostra parte delle sue capacità sportive coprendosi un seno col berretto da schermidore e l’altro con la spada. E’ la sintesi del voye­ rismo nazionale: quello sportivo e quello erotico. Siamo lontani dalle angosce e dalle crisi borghe­ si di un ultimo tango a Parigi; siamo in pienissima ultima mazur- • ca al Comunale di Lecce.

E’ ormai arcinoto che gli infor­ matori sportivi, per dovere pro­ fessionale, si specializzano in bran­ che specifiche: strategia, gastro­ nomia, ecc... L'ultima specializza­ zione dell'informazione sportiva è la moda. Playsport presenta i nuo­ vi sportivi: famosi sarti come Litrico, Testa, Piattelli, Brioni: « i gol della moda li fanno sempre gli stessi ». Accanto ai finti sportivi miliardari, i maghi della finzio­ ne ci stanno benissimo. L infor­ matrice sportiva con ago e ferro da stiro a vapore ci presenta una


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serie di giovanotti eleganti e con tutti i denti a posto: efficienti e sportivi, direi aggressivi, quasi a riassumere tutte le doti dei cam­ pioni delle pagine precedenti: Ri­ va, Foreman, Gimondi, Scalzone, Coltelli, Altafini, Stewart...

Ct diverso tempo riuscirai a capirei ca essere un discesista. Hanno una fnrTTt 5' d'animo come il qranitnMrWTé~1nrn monta gne ed un coraggio da lupi. Un giornale tedesco li ha chiamali 1~ “leaiYiiRélZO1 della neve. L'è una definizione teatrale. Jl kami­ kaze si buttava giù faceva un gran polvero­ ne e chi s’è visto s'è visto. Lo "Zande” s'è fracassato la gamba sulla Tognola a S. Mar­ tino di Castrozza ed è stato per circa un anno a soffrire tra ingessature ed operazio­ ni e spaccamenti vari di ossa per rimettere tutto a posto. Ha ricominciato s'è rotto jun'altra volta ed è ripartito ancora da zero. ualco^ [Adesso eccolo là. A Santa Cristina per arnbjJpoc° non si spiaccicava contro, un albero, :on Plu jnezzo milione j sporteIMa non molla è un duro non si z tira dieoi ' ' Tanto ormai -seri non vengo.-i Ma I indietro quello! Siamo a Madonna di Campiglio nell'albergo c'ihe i problemi s degli azzurri ed il Mario che ci affibbia auguriamo al.. disinvoltamente l'appellativo di "terùn" è «^fazione con >a m ati. Sì guarda, qu.nd. , Mario Cotelli direttore Tecnico della nazio­ ssit -Lecce” come ad nale italiana, trent anni il sei marzo prossi­ l'intero Salente. ano aiuta un mo, da diverso tempo in attesa di laurearsi prestigio per la da Raggiungere ( _ Prj alla Bocconi di Milano. I professpn Hnii«■ .««->*« uri facoltà di economia^»P rhe angustiano ■ rno anche quest?, Mezzogiorno,^^^^*» —■ mi cn .

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...... unti rare un pensierino su _pfesslbiIe ripetizione del miracolo di k‘ L_azzaro. Fate che il Catania arrivi fra le p«rime tre dei "cadetti” e poi vedrete se le giambette di sedano del Romano non ricsompariranno nell'orto del "prossimo cam­ pionato di massima divisione. Mia vediamo ora i veri virgulti dèlia cgdetteriia_candidati al trapianto in serie A. Nel gjenaa..è.sbocciato il fiordonr un~frjjjIaHO atd alto fusto che sembrava uno spaccaportie e che invece il suo allenatore Silvestri, M j^tosà perchè, ha voluto trasformare in 'y-J ~~~~ì~~^=c£.riovra. Ora si tratta di vedere I—

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Due giovanotti sportivi vestiti in tessuto « jacquard a disegni galles con righe bianche e nere » posano addirittura davanti ad una bicicletta, tanta è la passione spar­ tiva. « La moda va incontro sfilo sport: tutto è pensato e previsto per l'aitante, lo scattante, l’atleti­ co che porti bene il giubbotto, il Pantalone bianco di gabardine *o addirittura quello tagliato in sbie­ co... I sarti, gente che pensa e che ha il cervello fino, per essere si­ curi di attrarre tutti nelle loro re­ ti, hanno pensato di abbracciare tutti gli sportivi ». Con questo am­ plesso psico-economico si chiude il servizio dell'informatrice spor­ tiva in tulle ed organza. Ed è per­ fettamente in linea Alfredo Pigna, massimo esperto sportivo della televisione italiana, quando dice: « Questa nostra nazionale di sci che così bene sta andando ha portato in Italia come vendite gnec gnec gnec 200 miliardi di prodotti italiani, i più venduti tra scarponi, giacche a vento, calzettoni, pul­ lover... Questo significa, e così con­ cludo questa edizione della Do­ menica sportiva, che lo sport agonistico se ben amministrato può essere anche un affare ».

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E così l’informazione sportiva, ha allargato le sue specializzazio ­ ni anche all’economia e alla ricer­ ca di mercato. Tutto è sport, oggi, da noi. Che peccato pei’ quelli che se ne sono andati via, per quei 135 mila che negli ultimi venti an­ ni se ne sono andati dal Salento e che non possono godersi un pul­ lover di Litrico: « L'uomo in pul­ lover è per natura uno sportivo ». i i

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Un arbitro di calcio del C.S.I. — Aldo Bertello di Pedavena (Bellu­ no) — ci ha scritto una accora­ ta lettera. « Noi andiamo sui cam­ pi di gioco consapevoli del nostro dovere, e sono più che mai certo che nessuno di noi coglie l’occasio­ ne di dirigere una partita per sod­ disfare certe esigenze di "gusto” personali, trasferte, esibizioni, po­ I tere, prestigio... Proprio per que­ sto vorrei rivolgere agli atleti, ai dirigenti e agli spettatori un li­ mile appello perché la smettano di insultarci, di minacciarci, ol­ traggiarci e comincino a consi­ derarci un pochino di più come persone umane, con il che vorrei considerare sia i pregi sia i difet­ ti, le capacità e le lacune. Non de­ sideriamo certo essere considerati e trattati come eroi, come vengo­ no trattati e considerati gli autori dei goal domenicali, ma solo di non essere presi di mira tanto in­ giustamente... Manifestate pure il vostro dissenso all’operato dell’ arbitro, ne siete nel pieno diritto, li ma fatelo entro termini più ac­ cettabili

Qualcuno potrà anche sorride­ re di fronte a questo sfogo, rite­ nendolo ingenuo e inutile. Ma è un aspetto, serio, della condizione arbitrale che si trascura spesso con troppa leggerezza. Abbiamo voluto riprendere da qui il discorso sui nostri arbitri avviato sul numero '2.ITS del no­ stro giornale. Anche perché era un aspetto che dalla tavola roton­ da non era emerso. Questa volta offriamo ai lettori alcuni altri elementi del problema arbitrale al­ l’interno della nostra associazione raccolti da varie pubblicazioni dei consigli provinciali e circoscrizio­ nali. Gli stralci che faremo degli articoli dei periodici locali sono più o meno recenti, ma testimo­ niano comunque l’interesse che questo problema va suscitando ovunque, e quindi conservano in­ tatta la loro attualità. Su « Il setaccio » del comitato di Torino, un dirigente di società — Franco Sartoro — indirizzava una « lettera aperta all'arbitro CSI » che potrebbe essere consi­ derata l'esatto pendant di quella dell'arbitro* Bertello riportata so­ pra. Scrive Sartoro rivolgendosi direttamente all’arbitro: « Una recente disavventura mi impone di dedicarti questa lette­ ra che intende metterti a parte di un fattore che tu molte volte non consideri affatto: il fattore uma­ no. Sai del resto che la tua batta­ glia è già vinta in partenza, quan­ do sei designato dal giudice uni­ co e inappellabile della tal par­ tita. Ti concentri e scendi in cam­ po ben deciso a mettere ordine e disciplina. Sai che il tuo operato è sempre giusto. A noi lasci solo la possibilità di pescare in fallo

qualche ragazzo che per divertir­ si un po’ di più cede alla tentazio­ ne di firmare un cartellino per due diverse società. Tutto ciò collabora ad annientare gli sforzi agoni­ stici di una misconosciuta e me­ diocre compagine dilettantistica formata da apprendisti, operai, studenti. Potresti dare una mano a questi ragazzi— A nulla valgono, credimi, gli accorgimenti tattici, gli allenamenti, gli incitamenti e la fatica se poi tu — essere sopran­ naturale — farai naufragare tut­ to. Naufragio è infatti non avere la possibilità di dimostrare che hai sbagliato... E’ per questo che ti invito a venire in mezzo a noi; vivrai quei piccoli drammi che precedono o seguono una gara; vedrai giovani che ben sanno di non trovare nessuna celebrità e nonostante tutto sacrificano il lo­ ro tempo libero per servire i colori di una qualsivoglia società; trove­ rai decine di dirigenti di ogni età lavorare ore ed ore, ciascuno con una diversa mansione, instancabi­ li e paghi, alle volte, solo di amari bocconi; avrai modo infine


saper pesare e valutare i diversi fattori, ambientali e psicologici, che determinano nel ragazzo, reo di eventuali falli o scorrettezze, quella reazione di cui in condizio­ ni normali, non si sarebbe reso colpevole; in questi casi, è indi­ spensabile avere una non indiffe­ rente carica di umanità, che è la dote principale di cui un vero ar­ bitro deve essere dotato per po­ ter adempiere alla doppia funzione di direttore di gara e di educa­ tore ».

ali vedere quanti sacrifici si affront ino per fare quadrare i patetici bilanci. Sono certo che tutto quesito ti farà sentire meno important'e e più umile. E’ compito tuo ri­ stabilire il giusto equilibrio tra siporl e regolamenti, a vantaggio ce merito degli uomini che regola­ ino, bene o~ .....-----------------------male, il mondo sportiv’o diletantistico.. ». I responsabili de « Il setaccio » commentavano questa lettera mett endo in luce l’esigenza di trovare per l’arbitro una collocazione più partecipata e integrata nella vita dell’associazione e quella di ri­ scoprire il ruolo arbitrale all’intermo di un compito essenzialmente educativo, alla pari di quello di t utti gli altri responsabili. Come metodo per addivenire a questa muova concezione e col locazione della figura arbitrale indicavano urna ricerca e uno sforzo congiun­ ti di tutte le componenti associat ive ispirate alle finalità e ai prin­ cipi del nuovo statuto. La partecipazione dell'arbitro alila vita dell’associazione come condizione del proprio sviluppo umano e allo stesso tempo di un più fecondo intervento educativo s;ui giovani: ecco che emergono i due temi di fondo del nostro di­ battito.

Sul compito educativo dell’ar­ bitro, così scrive Marco Patteri s;ul pei iodico di San Gavino: «Egli non deve entrare in cam­ po con la sola idea dell’applicaìzione rigida del regolamento, ma, specialmente nel nostro caso, in czui è prevista la direzione di part'ite alle quali partecipano ragazzi i n piena fase di maturazione, deve

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Ma il tema del compito educa­ tivo dell’arbitro non può essere disgiunto da quello del suo inse­ rimento reale nei circuiti associa­ tivi. Sul periodico del comitato di Milano abbiamo trovato l’eco, e la critica, di una esperienza sin­ golare: il dirigente-arbitro. L’espe­ rienza, di cui scrive Adriano Puc­ ci Mossotti, si riferisce agli arbi­ tri di pallavolo. « Il gruppo arbitri di pallavolo — scriveva qualche tempo fa il Mossotti — ha in sé un difetto di costituzione che se all’inizio pote­ va passare inosservato', con l'an­ dar del tempo rischia di incrinarne l'unità e l'efficienza. Si tratta del­ la figura del dirigente-arbitro che è stata accettata all’inizio per por­ re le basi della crescita di un grup­ po arbitri, e che ora sfocia in tut­ te le sue contraddizioni e le sue crisi di coesistenza. Il "dramma”, per così dire, non è solo sul cam­ po, nel deprecabile caso che l'ar­ bitro sia costretto a prendere prov­ vedimenti contro un dirigente che è anche suo collega, ma si riper­ cuote poi sulla serenità del grup­ po, con polemiche che non servo­ no certo ad edificare uno spirito comunitario, ma sono il seme del­ la distruzione

Un’analisi più dettagliata di tut­ to il problema arbitrale è apparsa su « Verona CSI » a firma di Puval. L’articolista afferma anzitutto che il problema si è aggravato an­ che perché è stato per troppo tem­ po ignorato dai responsabili na­ zionali e giudica insufficiente per porvi rimedio quanto detta ora il nuovo Regolamento Organico. Ri­ chiama poi l'attenzione sulla esi­ genza che i corsi di preparazione siano meno frettolosi e non esclu­ sivamente tecnici. Indica, per esempio, come indispensabile alla formazione arbitrale, delle nozioni di psicologia giovanile. « Aiutereb bero moltissimo gli arbitri a tro­ vare un giusto equilibrio tra la indispensabile inflessibilità arbi­ trale e la non meno importante ca­ pacità di recezione delle varie ten­ sioni psichiche che si generano nei giovani durante le competizioni sportive ». Passando poi ad esaminare il problema organizzativo degli ar­ bitri, cioè del loro non solo for­ male inserimento nel tessuto as­ sociativo, Puval fa queste consi­ derazioni. « Gli arbitri CSI hanno una sin­ golare posizione nel mondo dello sport. Sono condizionati e spesso confusi dalle varie associazioni fe­ derali che ostentano una crono­ metrica funzionalità organizzativa e vantano una superpotenzialità federale. Si sentono, i nostri arbi­ tri, in stato di inferiorità, non go­ dendo dei tangibili vantaggi che sono concessi ai federati (carrie­ ra, abbigliamento, materiali vari, cronometro, accesso gratuito agli stadi... »). Agli arbitri CSI, sostie­ ne Puval, non è stato mai detto che erano qualcosa di diverso e (continua a pagina seguente)


(segue da pagina precedente)

che quindi il confronto con gli ar­ fa capo in particolare ». II modo i criteri, i mezzi e le scelte per bitri federali era indebito e non certo a loro svantaggio. Li si è for­ realizzare questa vita associativa comunitaria spettano allo stesso mati con la stessa tecnica, con lo stesso metodo e alle stesse fun­ gruppo arbitrale di determinarli zioni degli arbitri federali: è chia­ autonomamente, sia pure attraver­ so una partecipazione e corresponro che avvertissero poi un com­ sabilizzazione marginale a tutta plesso di inferiorità. « Ora credo la vita del comitato, così come av­ sia giunto il momento di dare una viene per le società sportive. motivazione perché la scelta del L’articolista prospetta insom■ ” CSI abbia una reale sensazione di ma un deciso superamento della un indirizzo voluto, qualificato e categoria arbitrale come categoria rispettabile. Lo spunto viene of­ « funzionale » dell associazione. ferto in modo sufficiente dal nuo­ Gli arbitri hanno un loro ruolo tecnico specifico come come tutti tutti gli gli vo statuto. Se si riuscirà a trasformare il gruppo arbitri in un | altri soci, ma al pari appunto di tutti gli altri soci non possono egruppo d’uomini che alla luce dei principi dell’associazione vivono saurire nell’assolvimento di tale una vita comunitaria di reciproco miglioramento al servizio dei gio­ vani, credo si sia posto il primo mattone ». I Accettato il principio del grup­ po arbitri come « comunità di ba­ se dell’associazione », il Puval ne trae tutte le conseguenze circa la nascita libera e democratica delle comunità arbitrali di base, la ge­ stione delle scelte da parte dell’ assemblea (compresa quella dell’ ammisisone di nuovi soci come lo statuto prevede per le società spor­ tive: « il superamento degli esa­ mi è solo un requisito per esse­ re ammesso a far parte del grup­ po arbitri, non un diritto »). Ma l’aspetto sostanziale di que­ sta nuova prospettiva arbitrale dovrebbe essere costituita dal vi­ vere le finalità c i contenuti asso­ ciativi al pari di tutte le altre co­ iZ munità di base: non solo i conte­ nuti tecnici specifici, ma anche quelli umani e sociali. « La comu­ nità arbitrale deve recepire in pieno, assimilare e soprattutto vi; vere i temi e gli orientamenti del | CSI in generale e del comitato cui j Ilici

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ruolo tecnico la loro presenza nell’associazione. La finalità ultima è costituita dal loro sviluppo umano attraverso il metodo di vita comunitaria e il loro contribu­ to educativo alla crescita degli altri soci in mezzo ai quali operano attraverso la messa a disposizione del loro servizio tecnico specifico. Allora, dice sempre l’articolista di « Verona CSI », il gruppo arbi­ tri non può limitarsi a vivere sol­ tanto in funzione dei suoi proble­ mi tecnici, cioè non può esistere e riunirsi soltanto per discutere di problemi arbitrali: deve orga­ nizzare e sviluppare una propria vita associativa completa, lavorando, incontrandosi e discutendo su tutti i temi associativi, come è richiesto alle società sportive. Inoltre, il gruppo arbitri non può re­ starsene da parte, a formare qua­ si un corpo a sé, avulso da tutto il contesto: deve cercare costantemente i necessari agganci con tut­ te le strutture dell’associazione, per uno scambio di conoscenza e per un contributo alla vita di tutta l’associazione. La conoscenza del 'e a’tre strutture deve indirizzarsi1 anzitutto alle , società sportive 1 5 e 11 SruPP° arbltri> dice Puval, dovrebbe programmare di visita­ . ■ . re . sistematicamente discutendo P™ tuttl ,nsieme sugli elementi di informazione e di contenuto acquisiti. Una interessante iniziativa, nella direzione indicata dall’amico di « Verona CSI », ci viene in que­ sti giorni da Modena dove gli arbitr: della provincia si sono in­ contrati, non per discutere delle loro questioni tecniche, ma dei problemi generali e più attuali del­ l’associazione. Iniziative di questo genere, integrate da altre che portino gli arbitri ad incontrarsi con tutte le altre componenti dell’Associazionc, potrebbero costituire un sostanziale avvio alla soluzio­ ne del problema arbitrale che ci sta preoccupando. Su tali indicazioni, chiudiamo per questa volta la nostra rassegna di alcuni aspetti del problema arbitralc. Chiediamo, come al solito, una partecipazione di tutti, e in particolare degli arbitri, a questo discorso. Non si tratta, come alcuni ancora ritengono, soltanto di emanare a livello centrale un nuovo « adeguato regolamento dei gruppi arbitri ». La soluzione a questi problemi, che ormai sono avvertiti da tutti, può venire soltanto da una partecipazione di tut­ ti con idee, indicazioni, esperienze. STADI UM

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Nella società contemporanea la scuola occupa un posto chiave per far sì che le nuove generazioni siano gradualmente e metodicamente introdotte nella società globa­ le, nella società degli adulti, e ne accettino fin da piccoli i valori di fondo e, nello stesso tempo, que­ ste nuove generazioni siano messe in grado di possedere le qualità e le abilità necessarie per entrare nel ciclo produttivo. Questo dato è ormai sancito non solo in Italia, ma in ogni Pae­ se inserito in quell'area culturale e socio-economica che va sotto il nome abbastanza generico di so­ cietà industriale. Così la scuola è diventata nello stesso tempo e nello stesso modo un diritto di tutti e un obbligo per tutti. Nella pratica, infatti, si veri­ fica che senza essere passati per questo meccanismo e struttura sociale che è la scuola non si ha un effettivo diritto a partecipare alla vita sociale e produttiva. Si può facilmente costatare come nel­ la nostra società un analfabeta o uno che non risulti aver frequen­ tato una qualsiasi scuola, risulti praticamente emarginato. L’indagine condotta dall’TSVET sulla condizione giovanile in Ita­ lia esamina a fondo questo pro­ blema chiave dedicandovi un'am­ pia monografia curata da Vincenzo Saba e Rasanna Brichetti, frutto di tre studi analitici particolari condotti su vari aspetti del pro­ blema. I risultati sono tali da far riflettere anche per capire le cause di fondo di una crisi attuale del sisterna scolastico italiano che vede coinvolti gli studenti di ogni età, il personale insegnante e, nello stesso tempo e per ovvi motivi, un po’ tutta la società del nostro Paese.

La prima costatazione che balza agli occhi è questa: nonostante 1’ : enfasi posta sul diritto di cia­ I scuno allo studio, questo diritto, di fatto, non è< pienamente assolto dalla nostra scuola. Le successive riforme scolasti­ che operate in Italia dall’unità ad oggi, infatti, non sembra siano state tali da consentire a questa struttura sociale di raggiungere oggi, dopo oltre cento anni, questo zaIai ni ♦ ì x//-a l-\t 1 mon obiettivo. T1 Il TTirxtóm motivo, probabilmente, è da rintracciare in un vizio d’origine. Vediamo i fatti. La prima legge che in Italia ha ragolamentato la scuola di ogni ordine e grado è quella conosciuta normalmente come « legge Casati ». Essa, pur con successive ma marginali mo­ dificazioni, è stata operante dal 1859 (anno di promulgazione) fi­ no al 1923. Con questa legge si stabilisce praticamente che fin dall’ingres­ so nella scuola si sappia già, di fatto, chi la struttura scolastica formerà per metterlo in condizio­ ne di occupare i posti di potere e chi, invece, sarà condannato per tutta la vita ad essere un sotto­ posto. La valvola di discriminazione è costituita dal latino. Infatti, la legge Casati prevede, fin dalla fine del primo ciclo sco­ lastico, la separazione netta e dra­ t stica tra le scuole cosiddette uma­ nistiche e gli _ altri tipi . di scuola. Le prime, che prevedono 1 insegnamento del latino, danno la possibilità di accedere ai licei e, quindi, all università; le seconde (ossia le scuole e gli istituti tecnici) risultano essere un vicolo cieco e senza I sbocchi. Accade cosi così cnc che eni chi ha accade na mezzi e tempo può entrare nel primo gej nere d di: scuole,' gli fata<-■ . altri ------ sono _----- ...... listicamente destinati al secondo

tipo. I primi, potranno raggiunge- I re ed assumere ruoli direttivi; i secondi, ruoli esecutivi come pic­ coli e medi impiegati. (Diremo tra i parentesi che per gli operai e i , contadini e per i loro figli il prò- | blema non si pone nemmeno. Fa- I ranno qualche classe elementare e ne avranno abbastanza per saper ■ firmare e far di conto). Il 1923 segna la data di una ri­ forma scolastica importante. In /-i i i al 1’n n n quell’anno c*isi ronll'770 realizza 1la « 1*1 f”O PITI, cl ’ Gentile ». ■ c: Si tratta però di una ri- | forma che non modifica la sostan­ za delle cose, anzi questa riforma accentua il carattere classista e razzista della scuola italiana con l'introduzione nel sistema scola- 3 stico della scuola complementare; un ramo senza sbocchi e senza comunicazione con gli altri rami scolastici. Nel 1931-32 viene mitigata que­ sta rigidità istituzionale con la ri­ forma dell’istruzione tecnica e pro­ fessionale. E’ in questi anni, in­ fatti, che nasce la scuola di avvia- j mento professionale che rende possibile l’accesso alle scuole tec­ niche e, successivamente, all’isti- I tuto tecnico (anche se questo ulteriore passaggio, in concreto, av- | | viene per una percentuale mini- | ma di soggetti). L’ulteriore riforma del 1940, no­ ta come « carta della scuola », opcra l’unificazione dell’istruzione per gli scolari tra gli 11 e i 14 anni, anni. I ma non tocca il problema dell’av- •! viamento professionale. Tn In ama que-­ I sto modo,, nonostante tutto, la causa prima della discriminazione rimane intatta. Le discriminazioni precoci scompaiono, almeno sul piano giuridi­ co, solo nel 1962 quando, con la legge n. 1859 del 31 dicembre di quell'anno, obbligo scolastico cumw, li ’jjuungo viene portato a 14 anni e si realiz17


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| za una scuola media unica a tutti. Oggi siamo nel momento stori­ co in cui si chiede che la discrimi­ i nazione scolare non si realizzi al compimento del 14" anno di età e I che, pertanto, si liberalizzi l’acces­ so all’università. Un primo passo in questo sen­ E so si è realizzato nel 1969 ma, co­ me sa,, la .riforma i___si. — ir— universitaria . è ancora oggetto di discussionii e | fdi>. patteggiamenti ..------ .... politici tra i » ? gruppi di potere. Queste successive riforme, co­ me sempre avviene, non sono tan­ to il frutto di iniziative che ven­ Qualcuno potrebbe pensare che gono dall’alto, ma sono soprattut­ questo sia un discorso demago­ to le risposte che la struttura so­ gico e classista. Vediamo allora i ciale cerca di dare alle esigenze dati (almeno alcuni) che l'inchie­ crescenti della produzione e a sta condotta dall’ISVET ci può quelle della popolazione la quale, fornire. grazie al miglior tenore di vita e Qui ci limitiamo a presentare alla cresciuta coscienza del dirit­ tre tabelle statistiche che paiono to-dovere allo studio, reclama un significative, sottolineando appe­ cambiamento. na alcuni dei dati e lasciando l’ap­ I vari elementi (culturali, socia­ profondimento ai lettori. li, economici...) combinati insieme Nella prima tabella sono espo­ hanno prodotto oggi un’enorme sti i dati relativi al titolo di stu­ espansione della scolarità. Ma, co­ dio in possesso dei 7.530 giovani me si diceva all’inizio, essa è intervistati messo in relazione con ancora lontana dal significare la il reddito mensile della famiglia realizzazione piena del diritto per di appartenenza. tutti allo studio. Così mentre da una parte la Sarà facile notare come i titoli struttura scolastica mostra di es­ di studio superiori e medi (laurea, sere ufficialmente una struttura media superiore, media inferiore) democratica, aperta e destinata a sono posseduti in percentuale tutti indiscriminatamente, nella maggiore da chi ha un reddito fa­ realtà essa è ancora discriminante miliare superiore e come questa e selezionatrice. percentuale diminuisce regolar­ mente con la diminuzione del red­ Se anche in futuro si ripeterà dito. Al contrario, si può notare l’esperienza degli ultimi anni risul­ come coloro che hanno la licenza terà che il 9,7% degli studenti non elementare o nessun titolo appar­ arriverà alla licenza elementare, tengono prevalentemente a quel­ il 20,3% arriverà a questo traguar­ li con un reddito familiare infe­ do, il 22,4% giungerà alla licenza riore e la percentuale diminuisce di scuola media inferiore e il via via che il reddito stesso diven­ 36,9% a un diploma di scuola me­ ta più consistente. dia superiore, mentre l’istruzione universitaria non raggiungerà che La seconda tabella, invece, si ri­ un quinto dei suoi possibili frui­ ferisce alla frequenza e alla ripe­ tori. tenza nella scuola dell’obligo mes­ Ancor oggi, dunque, la discrimi­ se in relazione con il reddito fa­ miliare. nazione esiste ed è fondata preva­ lentemente sulla discriminazione Anche qui la relazione risulta sociale formulata in termini eco­ strettissima. Infatti, mentre colo­ nomici. Ossia, chi raggiunge i ro che hanno un reddito superio­ grandi più alti dell’istruzione — re alle 500.000 lire mensile risulta­ ed è così almeno potenzialmente no aver frequentato al 100% la messo in condizione di coprire scuola elementare, questa percen­ | posti di potere e di direzione e de­ tuale diminusice con la diminuzio­ cisione — è figlio di chi già rico­ ne del reddito. Altrettanto si ve­ pre quei ruoli che gli dànno la rifica circa la frequenza alla scuopossibilità culturale ed economica la media inferiore. Questa risulta di provvedere all'istruzione supe- ! essere pari al 93,7% per coloro che I riore dei figli. hanno un reddito familiare oltre 18

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le 500.000 lire mensili, mentre t scende al 58,4% per coloro che hanno un reddito fino a 100.000 lire mensili. Stessa costatazione per le ripe­ tenze. Più il reddito familiare è alto, meno si ripete la classe; più il reddito è basso, più si ripete. La terza tabella che presentia­ mo offre dei dati relativi all’età in cui i giovani intervistati hanno smesso di studiare e i motivi di questo abbandono. Anche questi dati sono messi in relazione con il reddito familiare. Ebbene questa tabella confer­ ma la tendenza generale che emerge dalle due precedenti. Colo­ ro che hanno smesso definitiva­ mente di studiare, in ogni classe di età, sono più numerosi tra co­ loro che hanno un reddito inferio­ re. I motivi dell'interruzione del­ lo studio sono molti e diversi e sarebbe lungo farne un'analisi det­ tagliata. Faremo solo una costata­ zione relativa a coloro che affer­ mano di aver abbandonato la scuola su consiglio degli insegnan­ ti. Colpisce il fatto che nessuno di quelli con un reddito superiore alle 500.000 lire mensili ha ricevu­ to questo suggerimento, mentre esso esiste per tutti i redditi in- I feriori. E' un caso? Oppure bisogna di­ re che anche gli insegnanti gioca­ no un certo ruolo, insieme col si­ stema scolastico, nella selezione discriminatrice e che essi sono veramente le « vestali della clas­ se media » come sono stati defini­ ti in un’altra indagine? * * * La conclusione è semplice: o chi ha più mezzi è normalmente più intelligente, più capace, più bravo, è insomma, di una « raz­ za » diversa e chi ha di meno è costituzionalmente più cretino, in-


REDDITO FAMILIARE in con

TITOLO DI STUDIO

da 250 a 500

plesso

500

Laurea

da 1 50 a 250

fino a 1 00

da 1 00 a 150

0. 9

5. 0

2, 6

0, 7

0.4

0, 1

Media superiore

23. 8

37. 1

39, 0

27. 6

18. 2

13. I

Media inf er iore

46. 1

48. 0

45. 7

49. 3

46. 3

37. 6

Elementare

26, 7

9, 0

11. 4

20, 9

32. 8

42, 0

2. 5

0, 9

1. 3

1. 5

1, 8

Nessuno Tot a 1 e

Base di ri feri mento

100

100

100

100

100

100

7. 530

221

944

2. 386

2 277

1.270

Tabella 1 - Titolo di studio degli intervistati per reddito mensile fami­ liare (in migliaia)

capace ecc., oppure c’è qualcosa nella « macchina » scolastica che non funziona. Forse meglio: que­ sta « macchihna » funziona sì, ma a senso unico. Bisogna convenire che non è, dunque, il discorso di chi osser­ va e studia e cerca di rendersi con­ to dei fenomeni che è classista, partigiano, demagogico. Esiste, in­ vece, una struttura chiave della società, una struttura che in qual­ che modo è lo specchio stesso del­ la società degli adulti, che è con­ cretamente classista, partigiana, demagogica, discriminante. (E qui non entreremo nemmeno nel di­ scorso di altri tipi di discrimina­ zioni che pure esistono quali, per esempio, quelli costituiti dalle classi differenziali e dalle cosid­ dette scuole speciali). La realtà dei fatti è questa no­ nostante tutte le apprezzabili di­ chiarazioni ufficiali tese a mostra­ re come la società promuove il diritto allo studio per tutti, a qual­ siasi sesso e condizione sociale ap­ partenga, e come la scuola sia il meccanismo sociale offerto a tut­ ti indiscriminatamente perché il diritto allo studio sia una prassi uguale per tutti. Fatte queste costatazioni viene almeno il dubbio che le tanto bi­ stratte agitazioni giovanili, che da alcuni anni mettono tanto a di­ sagio gli adulti, abbiano un fon­ damento molto serio e documen­ tabile. Può darsi che tante accuse rivolte dai giovani alla scuola e alla società che la regge siano fat­ te senza le dovute regole delle buone maniere. Ma si deve ascol­ tare ciò che dice così bene Mons. Giovanni della Casa nel suo aureo e cinquecentesco libretto, oppure la realtà dei fatti?

da 100 fino a a 1 50 1 on

F

oltre 500

99. 4

98. 7

100. 0

99. 4

14. 9

17. 1

12. 6

6. 8

7. 0

- non hanno ripetuto

84. 2

82, 3

86. 1

93.2

92, 4

87, 1

81.9

75. 6

Frequenza scuola inferiore

Frequenza scuola elementare hanno ripetuto

plesso

M

99. 1

da 250 da 150 a 500 a 250

99, 6

99. 4

99. 8 24. 2

77. 2

83. 0

71. 6

93. 7

90. 8

83. 1

73. 3

58. 4

hanno ripetuto

16. 5

21.4

11.7

13. 6

14. 2

17. 3

16. 8

15. 0

non hanno ripetuto

60 7

616

59. 9

80. 1

76. 6

65. 8

56. 5

43,4

7 530

3 697

3 833

22 1

944

2 386

2. 277

1 270

Base di riferimento

Tabella 2 - Frequenza e ripetenza nella scuola d’obbligo per sesso e red­ dito familiare (in migliaia mensili)

Tabella 3 - Età e motivi del termine degli studi per sesso e reddito fa­ miliare (in migliaia mensili) ■

SESSO

REDDITO FAMILIARE

In cooplesso

Hanno stresso de f in it 1 vanente Seguono ancora studi Non indicato Hanno snesso definitivamente prima dei io anni 10 11 anni a 12-13 anni 14-15 anni a 1617 anni a 18-19 anni a 20-21 anni a 22-23 anni a 24-25 anni Mot ivi: titolo conseguito bocciatura consecutiva lontananza scuola famiglia disagiata malattia prolungata insoddisfazione studi famiglia trasferita buona offerta di lavoro consiglio insegnanti altro Base di riferimento

PAOLO ANDREOLI

REDDITO FAMILIARE

SESSO In c

94, 9 2. 9

15. 7 26. 14. 12. 4, 1. 0.

7 1 8 7 5 5

21. 1 2. 0 22, 1. 32. 1. 4. 0.

5 7 1 0 3 8

4. 772

P

93. 5 3. 7 2. 8

96. 0 2.2 1. 8

1. 5 8. 7 15. 6 29. 5 16, 7 13, 1 6. 0 1.7 0. 7

3. 0 21. 2

21. 1

21. 2 1.5 4. 1 22. 7

2. 22. 1 32. 0.

0 2 2 9 4

24. 5 12. 0 12. 6 3. 7 1.3 0.4

0. 8 5. 8

31, 4 1.4 3. 5 0. 9 8. 2

2. 083

2. 689

oltre da 250 500 a 500

da 150 a 250

94, 3 2, 9 2, 9

92. 5 5. 6 1. 9

93. 8

1. 9 11.4 15. 2 17. 1 23. 8 11. 4 12. 4 1.0

0. 8 6. 9. 9. 8 21.6 18. 0 22, 2 7. 9 3, 4 1. 9

1. 7 11.9 12. 2 28. 0^ 17. 5 15. 7

6

32. 6 1.0 2. 5 11. 9 1. 9 29. 9 1, 1 6. 3 0. 2 6. 1

25. 5 1. 9 1,3 17. 9 1. 7 31, 1 0. 6 5. 3 1. 2 8. 1

105

522

I. 556

43. 8 1. 9 1.9 8, 6 1. 0 19. 0 4. 8 6. 7

2. 5

1. 0

0. 6

da 100 fino a a 150 100

95. 7 2 4 1. 9

97. 1 0. 9 2. 0

3. 1 19. 0 18. 0 29, 1 12. 4 8. 8 4. 1 1. 2 0. 1

4, 1 25, 6 25. 8 24. 4 8. 2 6. 0 1. 9 0. 9 0. 1

16. 6

37. 0 1.2 3. 8 0. 8 6. 3

0. 7 3. 2 6. 4 37. 4 1. 7 29, 0 1. 8 1. 9 0, 9 6. 8

1.455

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3. 8 23. 6

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I StìtìMIffl■ JMÙÙ ■0 ì sfitti MB □

— Ne abbiamo costituiti due, ma di fatto sono tre con la Zona di Messina città. Quindi, uno a Giardini per la zona jonica, un al­ tro a Milazzo per la zona tirrenica e poi Messina città. I due centri zona periferici poggiano ciascuno su uno o due consiglieri provin­ ciali che ne hanno assunto la cu­ ra e il coordinamento. — Dove fanno capo questi Cen­ tri? Hanno una sede?

— Qual è il ritmo degli incon­ tri all'interno dei Centri Zona?

— Il Centro di Milazzo ha per sede quella del CSI Milazzo, una società sportiva di pallavolo; il Centro di Giardini è presso la se­ de della polisportiva Giardini Naxos. Si è ottenuto così che i consi­ glieri provinciali responsabili di questi Centri zona, che sono diri­ genti di società sportive delle stes­ se zone, non soltanto sono restati a contatto con l'ambiente di prove­ nienza che li ha eletti, ma sono diventati il centro coagulatore di

— Ci sono, come già detto, del­ le riunioni anche settimanali per l'organizzazione delle varie atti­ vità, ma la riunione generale di tutti i responsabili delle società della zona è di norma mensile, con lo stesso ritmo del Consiglio pro­ vinciale. In queste riunioni discu­ tono di tutte le loro attività e di tutti i loro problemi. Noi del Co­ mitato non abbiamo neppure al­ cun bisogno di andare a sollecita­ re o a fare... i carabinieri perché

Come funzionano i Centri Zona di Messina — Il decentramento bu­ rocratico e quello politico — I rapporti con il Consiglio provinciale — Perché sono aumentate le società, i ragazzi e le attività — Il comitato provinciale in crisi.

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— Già prima del congresso del­ lo statuto e dell'unificazione ave­ vamo intuito la necessità di av­ viare un discorso nuovo con la pe­ riferia. La provincia di Messina, geograficamente parlando, è tra le più vaste d’Italia. Non solo ab­ biamo 110 Comuni, ma anche una grande differenziazione di menta­ lità. Messina è situata al vertice d'un triangolo che poggia sulla zona ionica da un lato e su quella tirrenica dall'altra. Addirittura dei sociologhi hanno potuto riscon­ trare diversità di cultura e di men­ talità in molteplici zone divise tra loro dal corso di torrenti. Lo si riscontra perfino nella stessa città di Messina.

— Quindi, siete partiti da esi­ genze di tipo geografico, sociale e culturale, già prima del nuovo sta­ tuto... 1

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— Con il nuovo statuto e con il nuovo consiglio provinciale ab­ biamo cercato di venire incontro a questa particolare situazione so­ cio-culturale e geografica in ter­ mini concreti. Le nostre finalità erano due, essenzialmente: una promozionale, legata ad una pe­ renne difficoltà di stabilire con­ tatti efficienti e capillari con la va­ sta provincia; l’altra associativa, cioè di permettere che le scelte, i programmi e le iniziative potesse­ ro da un lato essere espresse dal basso e dall’altro essere per lo me­ no adattate alle particolari esi­ genze e mentalità delle varie zone. — Come è stata accolta l’istitu­ zione dei Centri Zona?

— Benissimo, perché essi era­

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— Che cosa avete decentrato a questi Centri zona?

— Anzitutto l'attività sportiva, sia quella di campionato, sia i tornei e le altre possibili inizia­ tive. Per queste attività, ci si ac­ corda in sede provinciale sul ter­ mine di scadenza e poi ogni centro si regola automaticamente per il numero delle prove da svolgere, per i calendari ecc. I responsabili delle società dei Centri zona si riuniscono settima­ nalmente e decidono loro dove, come e quando svolgere attività. Spesso per motivi di comodità lo­ cale hanno svolto gare di lunedì pomeriggio, venendo incontro a particolari esigenze locali che ren­ devano difficile o sconsigliabile la partecipazione dei ragazzi nei gior­ ni di sabato o di domenica. I ca­ lendari e gli orari fissati dai Cen­ tri Zona vengono comunicati al centro provinciale che li iscrive nel calendario unico e si limita da parte sua a inviare i soli arbitri; a tutto il resto pensano localmen­ te i responsabili dei Centri Zona. L’aspetto più bello di questa esperienza che stiamo conducendo è appunto che i responsabili loca­ li si incontrano quasi in continua­ zione, discutono e decidono loro su che cosa, dove e come fare, prov­ vedono autonomamente a far fron­ te alle necessità previste e impre­ viste. Sono veramente i respon­ sabili della loro attività. Non solo, si impegnano insieme a far fron­ te ai loro stessi bisogni. Per esem­ pio in uno dei due Centri Zona hanno deciso di realizzare un cam­ po sportivo e ognuno vi offre per­ sonalmente il proprio contributo, sia economico, sia di lavoro. E quel campo e quelle attrezzature saranno di tutto il Centro Zona.

Intervista con Piero Chillè, Presidente provinciale di Messina

— Quando avete cominciato V esperienza dei Centri zona e in che modo?

tutta una serie di contatti locali che rende estremamente concreto il servizio associativo che essi han­ no accettato di compiere a vantag­ gio delle società sportive.

no attesi, sia pure implicitamente, come esigenza di fondo. — Ufficialmente quando è co­ minciata la cosa? Ne avete parla­ to in congresso?

— Sì, lo ha deciso il congresso di un anno e mezzo fa che ha im­ pegnato il Consiglio provinciale a realizzare questo decentramento. Tale decentramento, però, non è stato visto neppure all’inizio in termini soltanto burocratici, co­ me possibilità cioè di un tessera­ mento autonomo per evitare di costringere queste società decen­ trate a venire a Messina per riti­ rare le tessere e per tutto il resto. Siamo partiti dalle motivazioni di fondo dettate dal nuovo statuto. — Quanti Centri Zona avete co­ stituito?


già i Centri Zona sono strettamen­ te collegati con il Consiglio pro­ vinciale tramite i consiglieri del­ le zone in cui gli stessi Centri operano. E’ previsto che i Centri svolgano in futuro anche attività specifiche di formazione, ma vor­ rei sottolineare che già questo fat­ to di incontrarsi e discutere è au­ tentica formazione, nel senso di presa di coscienza, di partecipa­ zione e di assunzione di responsa­ bilità comunitarie. Non bisogna credere che le cose filino tutte lisce e alla perfezio­ ne: siamo agli inizi dell'esperien­ za e oltretutto i due Centri Zona hanno situazioni e problemi netta­ mente diversi. Però questa è la strada che di comune accordo è stata decisamente imboccata e sulla quale ci si sta incamminan­ do con la prospettiva di risultati veramente notevoli. — Questi Centri Zona si inte­ ressano anche dei problemi spor­ tivi sociali, in relazione partico­ larmente alla politica sportiva de­ gli Enti Locali?

— Mi consta che si sta cer­ cando disperatamente di stabilire con i Comuni un aggancio di tipo nuovo, improntato alle reali ne­ cessità e possibilità di uno sport sociale. Noi qui a Messina, come è noto, abbiamo nel settore delle difficoltà enormi. I Centri Zona aprono anche in questa direzione nuove e più concrete possibilità, perché per un verso permettono di superare di slancio l’azione di sollecitazione che partiva dal ca­ poluogo e che proprio per questo rimaneva in gran parte sterile, e per altro verso consentono nei confronti dei Comuni non più sol­ tanto l’azione dell’individuo im­ pegnato o della singola società sportiva, ma un’azione concorda­ ta e sostenuta a più voci. Per esempio, sono riusciti con oppor­ tuni accordi ad ottenere l’uso dei campi comunali per le loro attivi­ tà e a sfruttarli in modo certamen­ te più funzionale che non in pas­ sato. — I rapporti con il Consiglio provinciale sono garantiti da quei consiglieri provinciali che hanno anche la responsabilità dei due Centri Zona...

— Certo, ma non si tratta sol­ tanto della garanzia di un rap­ porto, c’è anche la sostanza. Que­ sti consiglieri provinciali portano in provincia le esigenze e le in­ dicazioni reali e continuamente aggiornate delle loro zone. Questa

è un po' una tendenza generale del nostro Consiglio provinciale. Stiamo abolendo la figura del con­ sigliere burocrate-politico, se co­ sì possiamo dire. Ogni consiglie­ re, oltre a condividere la respon­ sabilità delle scelte provinciali, ha anche un compito specifico opera­ tivo per cui è sempre inserito nel­ la più viva realtà del CSI messine­ se e della provincia. — Si potrebbe pensare: se que­ sti Centri Zona funzioneranno sem­ pre meglio, il Consiglio provincia­ le che ci sta a fare?

— Io penso che la funzione pro­ vinciale anziché essere menomata o venir meno viene rettificata e rafforzata. Non è più il centro pa­ ternalistico o autoritario che fa tutto, provvede a tutto e discri­ mina il bene e il male di ogni co­ sa. Diventa così — il nostro lo sta già diventando — un’autentica struttura di servizio a vantaggio delle società sportive: dà ad esse il respiro e il coordinamento pro­ vinciale, la possibilità di definire e programmare piani e attività di àmbito più vasto e più impegna­ tivo, costituisce un punto di ap­ poggio e di riferimento, provvede ad organizzare direttamente quel­ le attività — sportive, sociali e formative — che superano la por­ tata e le possibilità delle singole zone. — E' stata regolata in qualche modo la vita di questi Centri Zona?

— No, siamo volutamente par­ titi senza alcuna regolamentazio­ ne. Vogliamo soprattutto condur­ re un’esperienza. Poi forse verran­ no anche dei regolamenti, ma so­ no comunque secondari. Abbiamo invece un gruppo provinciale di studio che analizza continuamente le varie esperienze e attività che andiamo realizzando, le verifica e si sforza di raccoglierle in una sintesi generale. Questo gruppo è a servizio del Consiglio provincia­ le con i risultati delle sue analisi e con le sue proposte. E questo è tutto quanto abbiamo oggi anche nei confronti dei Centri Zona: nes­ sun regolamento, nessuna istitu­ zionalizzazione che rischierebbe di sclerotizzare e ingabbiare l'e­ sperienza prima ancora che sia be­ ne avviata. — Quale potrebbe essere un bi­ lancio, sia pure provvisorio, del­ la vostra esperienza dei Centri Zona?

— Anzitutto uno sviluppo pro-

mozionale. Solo con i Centri sia­ mo riusciti a raggiungere comuni­ tà giovanili in paesetti sperduti o in zone dell’estrema periferia pro­ vinciale che sfuggono necessaria­ mente all’influenza e al contatto del capoluogo, oltre al fatto che queste società trovano nei Centri la possibilità di un’attività più idonea a loro, meno dispendiosa e più a portata di mano. Poi i Cen­ tri Zona ci hanno permesso di or­ ganizzare uno sport per più ra­ gazzi, anche per il risparmio di energia e di lavoro e di tempo che l’organizzazione decentrata con­ sente ai vari responsabili locali. Inoltre stiamo riuscendo a far cambiare mentalità, cioè non più uno sport gestito da noi del capo­ luogo con regolamenti e comuni­ cati ufficiali, ma uno sport che tie­ ne conto della realtà e delle esi­ genza locali ed è gestito localmen­ te. Ancora, una maggiore possibi­ lità di adattamento e, infine, forse più importante di tutto, una rea­ le partecipazione di tutta la pro­ vincia ai problemi e alle attività dell'associazione, cioè un’occasio­ ne fondamentale di maturazione e di impegno per tutti.

— Difficoltà ne avete? — Sì e sono soprattutto di ca­ rattere organizzativo. Noi non pen­ savamo che i Centri Zona si met­ tessero in moto con l’operosità che stiamo registrando, per cui ci siamo trovati di fronte ad atti­ vità, in determinati settori, che a volte superano in quantità quel­ le stesse programmate nel capo­ luogo dove avevamo già una strut­ tura consolidata. Questo ci ha messo un po’ in crisi: ora dobbia­ mo trovare il modo di adeguare il nostro servizio organizzativo a questo incremento di attività in tutti i sensi: di quantità, di tipo e di modalità. Ma dobbiamo al­ tresì aiutare i Centri Zona affin­ ché almeno in alcuni servizi tec­ nico-organizzativi diventino auto­ nomi. E questo è un grosso sforzo che tutti insieme vogliamo com­ piere nel prossimo futuro, come proseguimento e perfezionamento della nostra positiva esperienza dei Centri Zona. a cura di Duilio Dimetti

Inviliamo i responsabili pro­ vinciali a segnalarci e a descri­ verci analoghe esperienze di Cen­ tri Zona da mettere, attraverso Stadium, a disposizione di tutta l’Associazione. 21


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autonomie associative e delle partecipazioni. « Anche le proposte degli En­ ti di promozione sportiva avanzate in questi anni per de­ finire nuovi tipi di rapporto tra di essi ed il CONI sono state lasciate cadere, compre­ se quelle di un ripensamento sugli obiettivi e sulla struttu­ razione dei Giochi della gio­ ventù mentre, al contrario, si è fatta prevalere al loro inter­ no una concezione burocrati­ ca snaturante di una proficua collaborazione nell’interesse dello sport italiano. «Gli Enti di promozione spor­ tiva, individuando nella situa­ zione che si è venuta a deter­ minare la possibilità di aprire un nuovo rapporto di collaborazione e di incontro tra tutte le forze democratiche associa­ tive, sindacali e sportive che realizzi la elaborazione di una definitiva proposta di soluzio­ ne legislativa dei problemi sportivi, si impegnano a soste­ nere ad ogni livello una strate­ gia unitaria che apra nuove prospettive allo sport ita-

a cura di ANDREA DE PASCALIS

CHIARA PRESA DI POSIZIONE DEGLI ENTI DI PROMOZIONE SPORTIVA

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Il momento sportivo non è certo dei più soddisfacenti. Al persistente disinteressa­ mento dello Stato fa riscontro una grande difficoltà delle Re­ gioni a muoversi in favore del­ lo sport, non solo per mancan­ za di mezzi e di esperienze, ma anche per un difetto di legi­ slazione che impedisce alle Regioni di definire l'ambito e i poteri del proprio intervento. A questo si deve aggiungere la delicata e alquanto confu­ sa situazione determinatasi all’interno del CONI e delle Federazioni nel periodo caldo del rinnovo quadriennale del­ le massime cariche dello sport ufficiale. Ci troviamo dunque, in una situazione di stasi, di confu­ sione e anche, per molti ver­ si, di regressione. Una situa­ zione sportiva che risente evi­ dentemente anche del momen­ to politico e sociale del Paese. La Giunta del CONI ha inol­ tre preso negli ultimi tempi delle decisioni che gli Enti di propaganda hanno ritenuto ol­ tre che dannose nei loro con­ fronti anche pregiudizievoli per un positivo sviluppo del­ lo sport italiano e incoerenti con gli orientamenti assunti dallo stesso CONI con il Libro Verde e con altre iniziative. Le decisioni contestate ri­ guardano il diniego dei con­ tributi (premi CONI) alle so­ cietà sportive degli Enti di propaganda, l’abolizione dei Centri Olimpia e l’annullamen­ to del programma dei Corsi per animatori nell’ambito dei Giochi della Gioventù. In seguito a ciò gli Enti di propaganda (AICS, CSI, CUSI, C.N. Libertas, US Adi) e le as­ sociazioni di tempo libero (ARCI, ENARS, ENDAS) si so­ no riuniti per un’analisi della situazione e per elaborare una proposta unitaria di azione nei confronti dello Stato, del Par­ lamento, delle Regioni, degli Enti Locali e del CONI. L7orientamento di questa prima fase di incontri (le riunioni si sono svolte nei giorni 19 e 26 febbraio) è stato reso pubbli­ co in un comunicato alla stam­ pa che riportiamo qui di se­ guito. « Gli Enti democratici di pro­ mozione sportiva (AICS, CSI, CNS LIBERTAS, CUSI, US ACLI, ENDAS, ARCI-UISP) hanno preso in esame la situaI zione determinatasi nello sport

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italiano che risulta sempre più deteriorata a causa della man­ canza di un organico impegno statuale in direzione dei pro­ blemi dello sport e dalla per­ manente carenza di definizione dei ruoli e delle funzioni, del libero associazionismo, del CONI, delle Federazioni, delle Regioni e degli Enti locali, del­ la Scuola, dei sindacati e di quanti possono comunque con­ tribuire a condurre lo sport ad una dimensione sociale e culturale nell’ambito di una programmata e decentrata po­ litica sportiva. « Nel confermare la linea che da anni li ha visti impegnati nel Paese, pur nel contesto del­ le loro specifiche fisionomie, in una strategia coincidente tesa a creare le condizioni per la istituzione del servizio so­ ciale dello sport, gli Enti sud­ detti sollecitano il Parlamento ed i Partiti dell’arco costitu­ zionale ad un impegno per 1’ approvazione di una moderna legislazione sportiva che indi­ vidui nelle Regioni e negli En­ ti locali gli strumenti più ido­ nei per fare avanzare lo svi­ luppo della pratica sportiva tra la gioventù ed i lavoratori in una riconsiderazione dei ruoli e delle compentenze tra CONI, Federazioni sportive, Scuola, Associazionismo, an­ che sul terreno dell’impiego dei mezzi. « La crisi che ha investito in questi ultimi tempi lo sport italiano a livello delle scelte e delle strutture, evidenziata anche dal deterioramento dei rapporti tra CONI ed alcune Federazioni sportive, le recen­ ti e contraddittorie decisioni prese dalla Giunta del CONI nei riguardi degli Enti di Pro­ paganda sportiva in relazione all’organizzazione dei Giochi della gioventù, dei Centri 0limpia, dei contributi alle so­ cietà, dei corsi per animatori sportivi, impongono un deciso impegno di carattere riforma­ tore capace di superare l’at­ tuale accentramento dei pote­ ri, delle disponibilità e delle tutele, che solo una legislazio­ ne arcaica rende possibile in contrasto con i principi costi­ tuzionali. « Lo stesso contrasto verifi­ catosi tra le scelte del CONI e lo spirito della relazione che accompagna le modifiche alla legge sul Totocalcio (legge n. 1379 e decreto legislativo n.

496 — successive modificazio­ ni — testo del Senato della Repubblica, IV Legislatura, V Commisisone finanze e tesoro, seduta del 29-9-1965 che a pag. 1185 afferma testualmente: « Il CONI pensa di ripartire questi maggiori fondi aumen­ tando i contributi alle Federa­ zioni sportive e in modo parti­ colare a quelle relative agli sport dilettantistici e legate ai Giochi olimpici; in secondo luogo aumentando il contribu­ to agli Enti di propaganda e aH’Istituto per il Credito spor­ tivo; in terzo luogo aumentan­ do gli interventi per i mutui ai Comuni ») è il derivato di liano una concezione errata delle

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ANCHE LA MARCIALONGA SCIVOLA SULLA CHINA DEL CONSUMISMO Marcialonga alla terza edi­ zione. Nata per celebrare il cinquantenario della Federsci, non ha più bisogno di queste giustificazioni. Seimila con­ correnti, il numero chiuso passa dalle università allo sport; centomila (o duecentomila?) spettatori, alberghi pie­ ni in bassa stagione, un giro d’affari considerevole, le dan­ no il diritto economico e quin­ di morale di sopravvivere. E’ un grosso fatto commer­ ciale, ma siccome questo sta brutto dirlo ecco che si con­ feziona una ideologia su mi­ sura. Al primo punto c'è lo slogan « il fondo, lo sport del­ le solitarie pianure scandina­ ve ». Sulla pista ti ritrovi in mezzo ad una marea di perso-

ne, intruppato in una fila che dura dalle quattro alle dodici ore. Al secondo punto c’è lo slogan « il fondo, sport povero e popolare »; senonché alla fi­ ne della gara ti accorgi che tra iscrizione, viaggio, soggior­ no, sci rotti e ultimi ritrovati tecnico-consumistici hai speso cinquantamila lire. Quasi mil­ le lire al chilometro. Andare a piedi è più caro che viag­ giare in fuoriserie! Certo però che i tuoi settanta chilometri li hai fatti fino in fondo, hai faticato, sofferto e quando hai tagliato il traguardo la gioia è stata grande; ti sei sentito libero, vivo e finalmente pa­ drone unico delle tue azioni. Questa giornata appartiene a te c non te la può sfruttare


nessuno. E mentre pieghi, per conservarlo il numero che ti ha accompagnato per settan­ ta chilometri e ti accorgi che davanti e dietro ha una gros­ sa scritta pubblicitaria, ti sor­ ge il sospetto che per settan­ ta chilometri tu non hai fatto l'uomo-libero ma bensì l'uomo-sandwich. Ma quali sono i meccanismi che hanno fatto della marcia­ longa l’ultima conquista del profitto sul fronte dello sport? Il fondo fino a pochi anni fa era ancora uno sport con ca­ ratteristiche da società pre-industriale. Pochi adepti e tutti valliggiani. Senonché il fondo aveva anche la capacità di soddisfare alcune esigenze umane quali il movimento, il contatto con la natura, la de­ tersione psichica, la solitudi­ ne. Secondo l’economia classica un bene è ciò che ha la capa­ cità di soddisfare dei bisogni e siccome il fondo soddisface­ va dei bisogni era un bene. Quindi bastava venderlo « al giusto prezzo » come un qual­ siasi prodotto e realizzare il « giusto guadagno ». Così è sta-

to ed ora sono nate scuole di fondo, piste permanenti di fondo, abbigliamento speciale da fondo e addirittura le set­ timane bianche del fondo (ve­ di l'ultimo numero di « Sport invernali »). La marcialonga di questo vortice consumistico è stata prima l’esca e poi il fulcro. Per chi volesse approfittarne schematizzo il « piano » ado­ perato per questa operazione: 1. Individuare un’attività in cui l’uomo si esprima libera­ mente, creativamente e gratui­ tamente (per fare ciò dovete avere un po’ di fiuto). 2. Impedire o comunque scoraggiare « l’anarchico » e « incontrollato » esercizio di quest’attività. 3. Lasciate che il bisogno di questa attività diventi una ne­ cessità quasi fisiologica (at­ tenti però a non attendere troppo, qualcuno potrebbe fregarvi l’idea). 4. Al momento giusto crea­ te le strutture ed i servizi per un « razionale », « efficiente » e dispendioso esercizio dell’atti­ vità in questione (complimen-

LA CONFERENZA STAMPA DELL’AVV. COCCIA

LA REGIONE PUGLIA PER LA COSTRUZIONE DI IMPIANTI SPORTIVI La Giunta Regionale di Pu­ glia ha approvato un disegno di legge che prevede interven­ ti per la costruzione, ricostru­ zione, ampliamento e ammo­ dernamento di impianti spor­ tivi, con priorità per gli im­ pianti di tipo polivalente. Qui di seguito riportiamo uno stralcio dei primi due ar­ ticoli del provvedimento. « Art. 1 — L’Amministrazio­ ne Regionale allo scopo di fa­ vorire lo sviluppo delle atti­ vità sportive nel territorio del­ la regione, con particolare ri­ guardo a quelle dilettantisti­ che, è autorizzata a concedere le seguenti provvidenze per la costruzione, ricostruzione, L ampliamento e l’ammoderna­ mento di impianti ed attrez­ zature sportive: a) contributo nella spesa riconosciuta ammissibile per l’ammodernamento del 50% del costo delle opere, median­ te mutuo da contrarsi con isti­ tuti autorizzati, nella misura eccedente il tasso di interesse del 4% e, in ogni caso, non ol­ tre il 6% a carico della Regio­ ne. Per le iniziative degli enti pubblici la spesa ammissibile a mutuo potrà raggiungere il 75% del costo delle opere; b) contributo in conto ca­ pitale nella misura non ecce­ dente il 25% della spesa rico­ nosciuta ammissibile... Le opere devono essere de­ stinate ad uso pubblico, ancor­ ché a pagamento. « Art. 2 — Le provvidenze di cui all’articolo 1 possono esse­ re concesse a favore delle Pro­ vince, dei Comuni e dei loro

ti, siete diventati degli uomi­ ni d'affari). Questo schema che sembra umoristico o fantaeconomico è stato invece sperimentato con successo ad esempio nel­ le città moderne dove la spe­ culazione ediliza inghiottì i terreni di gioco spontanei, li ha sostituiti con servizi spor­ tivi privati e quindi imprendi­ torialmente attivi. Oppure in altra forma, inquinando le ac­ que interne e marittime, si è creata la richiesta di un mag­ gior numero di piscine. I glo­ riosi e « popolari » galleggian­ ti del Tevere si sono trasfor­ mati in esclusivi e raffinati club con piscina. Sport e « sta­ tus » come nell’Inghilterra vit­ toriana. A chi toccherà la pros­ sima volta? Dopo la cultura e l’arte da lungo tempo feudi del potere economico adesso è 1’ ora del tempo libero: turismo e sport. E grazie a questo re­ lativo ritardo con cui ci si è interessati a loro che esi­ stono ancora nel turismo e nello sport alcune « zone fran­ che » dall’influenza del pro­ fitto. Lucio Cereatti

Consorzi, nonché di enti, so­ dalizi e d associazioni che svolgono attività, anche se pri­ vi di personalità giuridica. La richiesta delle provvidenze viene attuata con criteri di priorità per richieste di im­ pianti polivalenti come pale­ stre, campi, parchi attrezza­ Per il primo quadriennio di attuazione (1972/75), la spesa prevista nel disegno di legge ammonta a circa 2 miliardi, più precisamente 1.350 milio­ ni per i mutui agevolati (300 milioni nel '72; 350 per ciascu­ no dei tre anni successivi) e 550 milioni per i contributi in conto capitale (100 milioni per il '72 e 150 per ciascuno dei tre anni successivi).

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La contestazione di cui da qualche tempo viene fatto og­ getto il CONI da parte di di­ rigenti delle Federazioni spor­ tive si è arricchita di un ulte­ riore episodio con una confe­ renza stampa dell’avv. Coccia, presidente della Federazione pallacanestro, che nell’occa­ sione ha annunciato tra l’altro la propria intenzione di non riproporre la propria candida­ tura come membro della Giun­ ta esecutiva del CONI una vol­ ta scaduto l'attuale mandato. La conferenza è servita all’ avv. Coccia ad illustrare un ordine del giorno approvato all’unanimità dal consiglio fe­ derale della FIP in cui, men­ tre si annuncia la forzata con­ trazione delle attività della Federazione, il consiglio: « fa voti perché nell'ormai non più procrastinabile rin­ novamento strutturale dello sport italiano sia riconosciu­ ta l’esigenza primaria di at­ tribuire alle associazioni spor­ tive, che dal bilancio federale sono assistite in modo assolu­ tamente inadeguato, il giusto e doveroso ausilio, agli arbitri e agli allenatori i mezzi per quella qualificazione tecnica e reclutativa che la base della pallacanestro impone; « sollecita il CONI, anche al fine di evitare dispersive duplicazioni, a rivedere la pro­ pria politica in tema di inter­ venti attribuendo all’opera de­ cisionale delle Federazioni tut­ te le funzioni istituzionali loro

proprie nella gestione dei fon­ di assegnati allo sport; « esprime l'invito a tutti i tesserati della Federazione perche contribuiscano con il proprio disinteressato impe­ gno a favorire lo sviluppo qua­ litativo c quantitativo del ba­ sket italiano ». A chiarimento della decisio­ ne della FIP di contrarre l’at­ tività, l’avv. Coccia ha speci­ ficato che se è vero che il CO­ NI eroga alle Federazioni cir­ ca il 64% delle sue entrate (cioè poco più di 19 miliardi), in realtà queste cifre possono essere discusse. Dei 666 mi­ lioni circa destinati nell'ulti­ mo anno alla Federbasket, ad essa ne sono effettivamente giunti 329, ossia circa la metà. Le altre uscite riguardano tut­ ta una serie di altre voci (ad esempio impianti destinati al basket) che non possono es­ sere considerate di specifica competenza della Federazione. Se si considera poi — ha det­ to il presidente della FIP — che circa il 40% dei contributi la Federazione deve destinarli alla preparazione olimpica, ec­ co che si è costretti a togliere fondi alle Società e a limitare l’attività. Nella sua conferenza, tutta­ via, l’avv. Coccia non si è limitato a criticare l’attuale operato del CONI, ma ha vo­ luto delineare quelle che, a suo parere, dovrebbero essere le strutture dello sport italia­ no qualora le si volesse ren­ dere più moderne e razionali. « Il CONI — egli ha detto — dovrà curare lo sport ago­ nistico quale fine per realiz­ zare lo sport popolare; le Fe­ derazioni dovranno presiede­ re all’esplicazione di questa attività; il nocciolo dell’intera organizzazione dovrà identifi­ carsi con le associazioni spor­ tive come momento culturale e democratico qualificante ». Accennando poi alla neces­ sità di collaborazione con le Regioni e gli Enti locali e ri­ vendicando alle Federazioni il diritto di operare liberamen­ te anche nel campo dell’attivi­ tà minore e di propaganda (or­ ganizzando in proprio i Gio­ chi della Gioventù, esaltando­ ne la funzione periferica, e ri­ levando le attività attualmen­ te svolte dai Centri CONI, li­ berandole peraltro dalla ricer­ ca ad ogni costo del campio­ ne), l’avv. Coccia ha concluso: « Poiché oggi c’è la legge che tutti sappiamo, spetta al Par­ lamento approvare una nuova legislazione che aderisca alle esigenze del Paese, lo so sol­ tanto che dal '42 ad oggi lo sport è cambiato e quindi an­ che la legge ancora vigente ha troppi punti sorpassati ».

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ITO UBMffe Halli » i «fc naS Ginnastica e sport necessitano soprattutto dell'apporto delle mani. Che cosa è la ginnastica compensativa.

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Sport è esercizio fìsico; esercizio fi­ sico significa partecipazione di tutte le parti muscolari, ossee e tendinee del nostro corpo. Le mani rappresentano, in ogni caso, organi indispensabili e strumenti insostituibili. Le parti molli comprendono muscoli, tendini, guaine tendinee, cute, vasi, nervi e legamenti. Tutte queste strutture possono andare incontro a lesioni durante ogni tipo di attività sportiva. Cadute a terra e scivolamenti posso­ no capitare a tutti e nell'esercizio di tutte le attività sportive. Le lesioni alla mano avvengono proprio perché è istin­ tivo, nel momento di cadere, di appog­ giarsi sulle mani, in modo di opporsi alla caduta. E’ anche con tale meccanismo che si verificano le fratture alla base dei metacarpi, oppure nella loro parte me­ dia, delle falangi delle dita. Frequenti sono le distorsioni del pol­ lice, la frattura e la distorsione delle ter­ ze falangi specialmente nella pallavolo, oltre alle altre attività atletiche, dal salto in lungo a quello in alto, dalla cor­ sa all’attrezzistica. Quando l’incidente si verifica, anche se si tratta di sola lesione delle parti molli, il primo sintomo è il gonfiore, quello che i medici definiscono « ede­ ma ». per lo più determinato da trava­ so di liquido entro i tessuti. Se questo gonfiore si stabilizza può dar luogo a blocco della motilità della mano. Anche il dolore è naturalmente presente, più o meno forte in rapporto alla lesione e alla localizzazione.

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Uno dei trattamenti d’urgenza da por­ re in atto è l'applicazione di ghiaccio sulla parte lesa, che da sola è sufficien­ te a bloccare il travaso sanguigno e quindi a ridurre l’edema. Gli agglomerati infiammatori vengono anche rimossi dall'applicazione di spe­ ciali pomate contenenti sostanze ad azjone eparinoide, che in questi ultimi anni sono entrate nell’uso comune. L’ applicazione dovrebbe essere fatta col cosiddetto metodo occlusivo, che consi­ ste nel ricoprire la parte sulla quale si è spalmala la pomata con un sottile fo­ glio di plastica o nylon, in modo da ob­ bligare l’assorbimento della maggior parte delle sostanze medicamentose con­ tenute nella pomata stessa. Appena il fenomeno gonfiore va atte­ nuandosi è d’uopo ricorrere alla riedu­ cazione funzionale, che rappresenta per l’atleta un metodo di necessità. Mentre sino a qualche anno fa si era drastici nel prescrivere l’immobilità per periodi lunghi, oggi si ricorre a criteri più elastici, in quanto si permette assai precocemente la mobilizzazione dell’arto colpito. Ciò naturalmente se non vi sia­ no lesioni di una gravità tale da rendere strettamente necessaria l’immobilizza­ zione stessa. Il movimento precoce ser­ ve, una volta rimosso l’edema, a miglio­ rare l’irrorazione sanguigna (attivazione del flusso arterioso e favoreggiamento del deflusso venoso). La mobilizzazione deve essere natural­ mente guidata e l’ideale sarebbe eseguir­ la in collettività, per il vantaggio dello stimolo psicologico che deriva dall'eser­ cizio di gruppo. I movimenti debbono essere eseguiti sotto tensione ma non sotto sforzo e ciò può farsi coi giochi individuali che sono accettati tanto più in quanto tengono occupata la mente dell'atleta e evitano le inibizioni. L’atleta ha necessità di guarire presto e bene. Nella completezza della guari­ gione deve raggiungere anche la guari­ gione psicologica che lo rende ancora in grado di osare sempre e con crescente impegno. Nelle fasi di recupero ha la sua im­ portanza l’applicazione de) calore, per le sue proprietà riattivataci sul com­ plesso della circolazione locale e sulla motilità muscolare. In particolari condizioni, cioè quan­ do le lesioni sono state serie, si potrà ricorrere alle cure fisiche e all’ausilio di un chinisiterapista. Attualmente que­ sta specialità conosce maggiore succes­ so che in passato anche perché lo spe­ cialista ha oggi a disposizione apparec­ chiature strumentali molto utili. Un discorso a parte ma sempre perii-

ncnte ha la cosiddetta ginnastica com­ pensativa. Questa viene considerata sia ai fini di uno sviluppo fisico ottimale, durante e prima di ogni tipo di allena­ mento, sia nella fase della riabilitazio­ ne per qualsiasi grado di lesione trau­ matica. Talune specialità sportive esercitano soltanto pochi gruppi muscolari, i quali, logicamente, divengono ipertrofi­ ci a discapito delle altre masse musco­ lari non impegnate. Si vengono così a creare disannonie sia estetiche che fi­ siologiche, disarmonie che vanno cor­ rette. Nel caso poi di un incidente trau­ matico, come quello della mano, la com­ pensazione è strettamente necessaria. Esistono alcune specialità che possono contribuire a rendere compensativo un esercizio. Esse sono: la ginnastica arti­ stica, il nuoto e la ginnastica a corpo libero. Quest’ultima consiste nell’eseguire dei movimenti atti ad esercitare, sen­ za l’ausilio di alcun attrezzo, tutto 1’

apparato ossco-muscolare, quello cardio­ circolatorio e quello respiratorio. E’ una forma di esercizio accessibile a tutti perché consente un allenamento gradua­ le, anche se si reinizia in condizioni fì­ siche non ottimali, come dopo un inci­ dente. Innumerevoli e svariali sono i movi­ menti previsti nella ginnastica a corpo libero: alcuni agiscono su un singolo muscolo, altri su gruppi associati, altri ancora su tutto il nostro apparato mu­ scolare. Ogni esercizio può essere ripe­ tuto molte volte, perché richiede una sforzo minimo. Nel corpo libero l’impostazione ini­ ziale del corpo in ogni singolo esercizio, la cosiddetta «posizione di partenza», è da ritenersi della massima importan­ za perché da essa deriverà una buona o una cattiva esecuzione dell’esercizio stesso. Affinché determinati gruppi mu­ scolari possano essere bene esercitati è indispensabile che il corpo assuma, sia nella posizione di partenza che in quella di esecuzione, l’atteggiamento corretto. Per quanto concerne la rieducazione delle mani si darà la prelorenza ad eser­ cizi che consistono in flesso estensioni delle stesse e degli arti Slir,<-'1*°i™ H1 mani dovranno essere sollevate leggeimcntc al di sopra della linea delle spal­ le; debbono essere tenute aperte le dita unite e distese nella stessa linea dell avambraccio. ADRIANO MONTI

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MODENA — Nel lodevole intento di fare il punto sulla partecipazione femminile alla vita del comita­ to, il consiglio provinciale di Modena ha organizzato un convegno su « La situazione dello sport femmi­ nile presso il CSI Modena ». Non si può dire, in verità, che all’iniziativa abbia arriso un largo successo di partecipazio­ ne (troppo pochi i rappresen­ tanti di Società e praticamen­ te nulla la componente femmi­ nile), ma questo semmai con­ ferma quanto fosse nel giusto il consiglio provinciale nell’ avvertire la necessità di smuo­ vere le acque tramite il conve­ gno. Il fatto di aver riproposto l’argomento e di averlo dibat­ tuto è già di per sé una risul­ tanza positiva. Sono state presentate quin­ di due relazioni, la prima del dott. Marri, incentrata soprat­ tutto sulle difficoltà pratiche di reperire nuove atlete e nuo­ ve dirigenti, e la seconda delTavv. Bergonzini, che si è sof­ fermato sul valore formativo che la partecipazione femmi­ nile può assumere all’interno delle Società. « Vedo che i giovani — que­ sto il punto chiave della rela­ zione dell’avv. Bergonzini — sono vivamente interessati al­ la vita della Società sportiva, frequentano la sede e gli im­ pianti della Società e questo non solo per gli allenamenti o la preparazione atletica, ma fanno di questi luoghi un ri­ trovo quasi abituale anche per i loro incontri di divertimen­ to e di svago. Di qui la neces­ sità che i nostri ragazzi tro­ vino nella Società anche la componente femminile. Non vorrei essere frainteso, non

intendo affatto pensare alla Società sportiva come ad una specie di agenzia matrimonia­ le, ma penso invece ad una Società dove giovani e ragazze siano insieme impegnati nella difficile ma sana e leale espe­ rienza sportiva e dove alla lu­ ce di questa sana attività si incontrino tra di loro, tra di loro possano parlare dei loro problemi ed in questo modo possano portare avanti meglio il discorso sulla loro formazio­ ne umana oltre che fisica ». E' questo aspetto dell'attività femminile — ha concluso 1’ avv. Bergonzini — che bisogna far valutare ai dirigenti, così

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che, se si sentono veramente impegnati ad aiutare i giovani nel loro processo di formazio­ ne, portino avanti con più convinzione gli sforzi per ave­ re un’effettiva e significativa presenza della donna all'inter­ no delle Società. Si è aperta poi la discussio­ ne, alla quale hanno preso par­ te tutti i presenti. Molti gli argomenti toccati: la mancan­ za di dirigenti femminili; la necessità che si inizi un’attivi­ tà sportiva femminile sin dal­ la scuola dell’obbligo; l’urgen­ za di inserire il discorso fem­ minile a livello societario, so­ prattutto durante gli incontri e le visite che normalmente vengono compiute dai dirigen­ ti provinciali. Il convegno è terminato con una raccomandazione alla di­ rezione tecnica provinciale af­ finché allarghi l’azione delle commissioni tecniche anche all'organizzazione dell’attività femminile, nella speranza che aumentando il numero delle atlete si possa domani conta­ re su nuove dirigenti.

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MILANO — Da molto tempo si avvertono nei circoli praticanti il Judo in Italia dei sintomi di insoddisfa­ zione, come se l’attuale struttura di questa disciplina (disciplina che ha anche un aspetto sportivo) non convincesse a fondo i tecnici e i responsabili a sfruttare Federazione, il sig. Bossi (D.T. le sue grandi possibilità co­ nazionale per il Judo) e il sig. me mezzo educativo, forma­ Barioli (D.T. Regionale) hanno tivo e sociale. Raccogliendo deciso di concretizzare le pro­ questo sentimento e approfit­ poste rinnovatrici che veniva­ tando di un momento in cui e- no formulate da più parti, ini­ rano liberi da impegni con la ziando l’attività C.S.I. per il Judo in una regione-pilota: la Lombardia, Dalle prime discussioni emergeva chiaramente la neces­ sità di disporre al più presto di quadri efficienti (dirigenti, organizzatori, arbitri e soprat­ tutto insegnanti), ma il reclu­ TENNISTAVOLO tamento di questi quadri pote­ va avvenire soprattutto propa­ Cat. allievi e juniores (m. e f.) di singolo: da concludere gandando il Judo attraverso entro il 25 marzo 1973 un’attività concepita in modo Trofeo nazionale maschile a squadre: da concludere entro nuovo e attraverso la pratica il 25 marzo 1973. dimostrazione della volontà di PALLAVOLO fare. Cat. giovanissimi e giovanissime: da concludere in sede re­ Da qui nasceva il seguente gionale programma: presentazione di Cat. allievi e allieve: da concludere entro il 25 aprile 1973 un progetto di attività ai di­ Cat. Juniores (in. e f.): da concludere in sede regionale. rigenti nazionali, regionali e CALCIO provinciali; formazione di una Commissione Regionale e Cat. giovanissimi: da concordare in sede di Consiglio reProvinciale (Milano); presen­ gioitale tazione di bilanci preventivi; Cat. allievi e juniores: da concludere entro il 29 aprile 1973. formazione di Commissioni ATLETICA (Campestre) per stabilire nuove formule Da concludere entro il 19 marzo 1973. di gara, il regolamento di ar­ bitraggio educativo, il meto­ PALLACANESTRO do di insegnamento, il rego­ Cat. giovanissimi c giovanissime: da concordare in sede di lamento Corso Istruttori, il Consiglio regionale regolamento organizzativo Cat. allievi ed allieve: da concludere entro il 29 aprile 1973 C.S.I.; Corso Istruttori Regio­ Cat. juniores (ni.): entro il 29 aprile 1973 nale (per 7 mesi, lezioni ed eCai. juniores (f.): da concordare in sede di Consiglio regionale. sereitazioni al sabato ed alla

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domcnica; materie scelte: pratica, storia del Judo, orga­ nizzazione, scienze mediche, diritto sportivo, preatletica e didattica). Per quanto riguarda l’atti­ vità, questo il programma: Trofeo Malachia (gara per bambini e ragazzi) in dicem­ bre e gennaio; Trofeo Kenshiro Abbe (gara di Kata) in feb­ braio; Campionati Studente­ schi (gara per bambini, ragaz­ zi e giovani) in febbraio e marzo; Campionati C.S.I. (ga­ ra per bambini, ragazzi, gio­ vani e adulti) in aprile e mag­ gio; una gara internazionale in maggio; stage estivo (per tutti i judoisti, con una setti­ mana di aggiornamento istrut­ tori, gara per bambini, ragaz­ zi, giovani ed adulti, esami di qualifica e di grado) in agosto. Il programma già realizza­ to sino ad oggi ha pienamente soddisfatto. Si sono trovate comprensione c piena colla­ borazione da parte dei Diri­ genti C.S.I.; i bilanci preventi­ vi sono stati approvati senza decurtazioni (e sono stati man­ tenuti nei limiti). Le Società aderenti al C.S.I. sono 24 per la provincia di Milano e 19 nelle altre province della Lom­ bardia (anche se alcune di |

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esse non hanno fin’ora preso parte all’attività). Il Corso Istruttori è frequentato da 36 iscritti e si avvale delle lezio­ ni di quotatissimi conferen­ zieri, quali il prof. Pietro Benini, il prof. Marcello Bernar­ di, il sig. Barioli e i fratelli Giuseppe e Alfredo Vismara, il prof. Riccardo Stradi, la prof. Rosaria Bossi. Al Trofeo Malachia hanno partecipato circa 200 atleti (100 per la provincia di Mi­ lano), ma tale cifra dovrebbe triplicarsi per i Campionati Studenteschi, dato che alla fa­ se provinciale hanno parteci­ pato oltre 200 milanesi. Per rincontro internaziona­ le sono state consultate orga­ nizzazioni Svizzere, Jugosla­ ve, Francesi e Belghe. Un bilancio concreto di que­ sta attività potrà essere fat­ to solo in agosto, quando le prime esperienze (concretiz­ zate in relazioni, dispense tec­ niche e un primo nucleo di as­ sistenti tecnici) potranno es­ sere messe a disposizione del­ le altre strutture regionali (che peraltro fin d’ora pos­ sono cominciare a muovere i primi passi). Cesare Barioli

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PALERMO — Tirare le somme di un campionato pro­ vinciale di corsa campestre che si è appena con­ cluso, è alquanto difficile. E la difficoltà risiede non tanto nella più o meno nutrita partecipazione di

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atleti (che pure abrebbe po­ tuto creare diversi problemi) quanto per i valori da essa espressi. Questo perché, a pre­ scindere dai risultati che sono stati di ottimo livello, quello che più ci ha impressionato è stato l’entusiasmo con cui atleti e dirigenti seguono que­ sta disciplina che qui da noi è un po’ la cenerentola, sovra­ stata com'è dal calcio, che è il rifugio di gente povera co­ me la nostra che mantiene i propri figli a prezzo di duri sacrifici, di gente che consi­ dera i propri figli come tanti « pilastrini » per il manteni­ mento della propria famiglia e crede di poter vedere soddi­ sfatte le proprie ambizioni nel figlio calciatore di belle spe­ ranze, costretto magari a vi­ vacchiare all’ombra di una grande squadra. Ed è per questo che qui vo­ gliamo raccontare la storia di un ragazzo, un ragazzo come ce ne sono tanti in ogni città, a Palermo come a Torino o a Genova: si chiama Mimmo Genovese, ce l’hanno presen­ tato i suoi dirigenti prima del­ la gara. Il sig. Pinto presiden­ te dell’U.S. Sant’Agostino ci dice: « Vede quel ragazzo? Og­ gi vincerà lui, non ha mai per-

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so una campestre da due anni a questa parte ». Ci si avvicina un signore con una graziosissima bimbetta tenuta per mano: è il papà di Genovese, venuto per vedere vincere suo figlio. Parliamo un po' di tante cose, del ne-

gozio che egli gestisce con tanti sacrifici, di Mimmo che l’aiuta nel suo lavoro, di Mim­ mo calciatore che definisce « un’ala veloce col fiuto del goal ». Finalmente avvicinia­ mo il fenomeno, un ragazzet­ to biondino coi capelli ricci, non molto alto, ma ben pro­ porzionato e gli chiediamo: « Allora saresti tu quello da battere oggi? ». E lui modesta­ mente: « Non so, penso che oggi troverà avversari molto pericolosi, però ce la metterò tutta perché voglio arrivare ai regionali ». « Preferisce di più il calcio o l’atletica? ». « Il calcio mi piace, gioco da ala o centra­ vanti e segno anche i goal, pe­ rò l’atletica mi piace di più, mi da più soddisfazioni, il mio atleta preferito è Arese ». « Quanto tempo puoi allenarti e chi ti allena? » — « Veramen­ te tempo per allenarmi non ne ho. Sa, lavoro con mio pa­ dre e devo anche io contribui­ re col mio lavoro alla mia fa­ miglia; vede, noi siamo tanti, il mio allenamento è tutto nel­ le partite che vado a giocare la domenica con la mia squa­ dra e poi (e qui si ferma) chi mi può allenare? Vede, io non conosco nessuno, anzi se può indirizzarmi a qualcuno ne sa­ rei molto contento ». Tutto questo prima della ga­ ra. Dopo la gara, dopo aver vinto e aver distaccato il se­ condo arrivato, ci raggiunge subito, ci dice: « Grazie, la ringrazio moltissimo. La pre­ go, mi trovi un allenatore per­ ché questo anno voglio vince­ re le fasi regionali, voglio ar­ rivare alle fasi nazionali, così forse riuscirò a convincere mio padre a farmi fare sul se­ rio l'atletica ». Questa è la storia di Mim­ mo, una storia come tante ce ne sono nel nostro mondo, una storia che è sempre attuale e cioè quella del talento spre­ cato e non utilizzato come si deve. Intanto, però, Mimmo ha trovato un allenatore; in seguito si vedrà.

M. Zagara

ft ■■ bìIhb arti SALERNO — Un nuovo, moderno e funzionale Cen­ tro Sportivo è sorto ad Angri ad opera di alcuni be­ nemeriti locali, appassionati dello sport. Il centro è costituito da una piscina coperta regolamentare, un palazzetto dello sport, una palestra di ginnastica, judo e ka­ raté nonché da altri due cam­ pi scoperti di pallacanestro e pallavolo. Conta finora circa 400 soci atleti provenienti da tutta la circoscrizione zonale del C.S.I. di Cava, oltre a nu­ merosi soci sostenitori, bene­ meriti e simpatizzanti. L’Olimpia Sport (tale è il nome del Centro) non ha nè si prefigge scopi di lucro, ma si propone di propagandare c favorire lo sport come servi-

zio sociale (di cui si è tanto parlato finora senza concre­ tezza). Affiliato al C.S.I. con altra denominazione da vari anni, l’Olimpia Sport pratica quasi tutte le discipline spor­ tive di base quali: pallavolo, nuoto, pallacanestro, tennistavolo, scherma, ginnastica, judo, karaté, bocce, atletica, tennis (su parquet), pattinag­ gio e, se il tempo disponibile lo consentirà, forse praticherà anche il decantato calcio. it

fcffltìre rtW »d rtlH H MODÈNA — Gli arbitri del Consiglio provinciale di Modena si sono riuniti, verso la metà di febbraio,

in una tranquilla località di collina per quello che poteva apparire, a prima vista, solo un normale incontro « tecni­ co » prima della ripresa dei campionati. E’ successo inve­ ce che gli argomenti più « pro­ saici » sono stati accantonati e ci si è invece soffermati su ciò che un arbitro deve rap­ presentare nei riguardi degli atleti praticanti lo sport-CSI. Particolare interesse ha de­ stato nei numerosi interventi la discussione che passa sotto il nome di « campionati sìcampionati no », e se non è mancato chi ha accusato la Presidenza nazionale di avere le idee poco chiare e di in­ camminarsi pericolosamente sulla via dell’astrattezza, altri hanno invece sviscerato il pro­ blema in profondità. Non sono state presentate nè tantomeno approvate da chicchessia mozioni o risolu­ zioni, non si è cercato di pola­ rizzare una maggioranza at­ torno a una tesi piuttosto che a un’altra, non è uscita alcu­ na ricetta miracolosa capace di sanare in un colpo tutte le eventuali manchevolezze del nostro Ente: la discussione si è sviluppata libera da pastoie e schematismi. Se comunque ci è parso di capire uno degli orientamenti degli arbitri modenesi, questo potrebbe essere il desiderio unanime di veder proseguire ed organizzare sempre meglio i campionati, miglior espres­ sione, se ben condotti, degli ideali che tutti i giovani han­ no: misurare le proprie forze con quelle degli altri, vincere serenamente, perdere con un sorriso. Il concetto di agoni­ smo non è di per sè negativo, perché stimola ad un affina­ mento delle qualità personali e di gruppo, quindi anche al­ l’altruismo. Ben altre sono le piaghe con­ tro cui il CSI deve essere in­ flessibile: la mercificazione delle doti fisiche, cioè il ven­ dere le proprie prestazioni, in definitiva il proprio corpo; il vincolo perpetuo che quasi in­ consapevolmente è costretto a contrarre chi vuole praticare lo sport a un livello appena discreto, i conseguenti «mer­ cati », contro i quali la co­ scienza di ogni cristiano deve rivoltarsi ed affermare anche in questo campo l'eguaglianza di ogni uomo di fronte agli altri. Fabio Marri


(segue da pag. 2)

che non si devono dare giudi­ zi dovrei dire che i cristiani hanno sbagliato insieme con la Chiesa e dare certi giudizi sul fascismo e sul nazismo. Dovrei dire che oggi sbagliano dando i giudizi che danno. Quando si imbocca questa china si deve (non si può) ri­ cordare anche qualche altra nazione. Ma per altri motivi. L’invenzione del sistema colo­ niale come sistema di rappor­ to internazionale tra i popoli e la sua applicazione appar­ tiene a un'area storicamente, socialmente, politicamente, economicamente ben precisa. Se si tratta di altre questioni, invece, o dell’applicazione degli stessi sistemi repressivi da parte di altri paesi occor­ re, si deve ricordarli. E chi ha scritto la noterella se n'è ben ricordato quando i carri armati russi sono entrali a Praga, quando si è schiacciata la cosiddetla « Primavera ce­ coslovacca » e dando di que­ sta operazione un giudizio (che però non ha sollevato obie­ zioni di sorta). Se ha la bontà di andare a rivedere gli « Stadium » di quel periodo trove­ rà quello che cerca. Resta il fatto che il giorno che ho scritto la noterella, sui giornali di tutto il mondo il discorso del Presidente degli Stati Uniti era ovunque in pri­ ma pagina. E di quello mi so­ no occupato dicendo con fran­ chezza quello che pensavo cir­ ca il passo di quel discorso che ho citato integralmente. Quel­ lo che ho detto nella noterella lo confermo proprio per i mo­ tivi che ho eletto prima. Per me vale, come orienta­ mento di fondo, il fatto che mi ritengo e mi sforzo di essere cristiano e che l’unico codice che riconosco valido non è una qualsiasi costituzione o un qualsiasi documento politico internazionale, ma l'annuncio della liberazione e della sal­ vezza di coloro che sono op­ pressi. Non mi troverà schierato, dunque, né con questa né con quella ideologia nel senso che mi identifico in essa; e non mi identifico né in questo né in quel sistema o struttura. Qua{inique sia il loro colore, pro­ venienza, area geografica di dominio. Mi troverà, invece, con tutti coloro che, proprio in virtù delle ideologie e delle strutture, soffrono qualsiasi tipo di oppressione. Ciò però non mi pone al di sopra o fuori delle parti. Mi pone sempre nell’occhio del ciclone, come si usa dire. E questo proprio perché ho dato un giudizio coeretitemente al « codice della liberazione ». Cordiali saluti.

Paolo Andreoli

MILIONI soltanto...

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SE NE VINCONO TANTI CON IL


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