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Stadium n. 3/1987

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I


SORPASSO

QUASI UN SOMMARIO

3

PICCOLO E GRANDE SPORT

23 STADIUM/SOCIETA SPORT 13

di Angelo Bedani

di Aldo Notano

4 LA DANZA DEI NUMERI

La «Campagna- continua

14

FOTOMEMORIA

A proposito dell'indagine ISTAT sul­ la pratica sportiva.

di Livio Olivi

óLA SPERANZA CHE È IN NOI

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Il tema del mese: TENNISTAVOLO

LA CORSA AGU STADI

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TUTTOCSI/ CRONACHE/ ESPERIENZE

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Interventi di Vito Penna, Renato Manno, Erminio Marcucci.

Medicina: SPORT E IPERTENSIONE ARTERIOSA

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di Antonio Spataro

di Gianni Gherardi

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CHIAMA DONNA

FOTOMEMORIA

I libri

Cinquecento miliardi del Governo per rifare gh Stadi dei Mondiali '90.

di Andrea De Pascalis

10,

L'opinione di SANTO QUADRI

AL PASSO... O DI CORSA

30 Il film:

La Campagna nazionale «Correre CSI» attraverso tutte le forme di corsa.

SALVADOR

di Donato Renato Mosella

di Flavio Pedrotti

Nuove frontiere della questione operaia.

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Decisamente lo sport, quello chiacchierato c spettacolare, sembra aver infranto tutte le barriere linguistiche ed è en­ trato con i suoi termini per­ sino nella dialettica politica sia interna che internazio­ nale. Se sono mesi che sentiamo parlare di «staffetta» a propo­ sito della situazione del go­ verno del Paese, proprio men­ tre questo numero di Sta­ dium sta per andare in mac­ china, un termine agonistico campeggia su tutte le prime pagine dei quotidiani a pro­ posito della collocazione in­ ternazionale deiritalia: il «sorpasso». Si tratterebbe del fatto che l’Italia è passata, secondo le statistiche, dal sesto al quin­ to posto tra i Paesi più indu­ strializzati superando la Gran Bretagna in termini di pro­ dotto e di reddito nazionale. Molti se ne sono rallegrati compreso il Presidente italia­ no che è andato a vantarsene proprio nel cuore di Londra, la City. È vero, dicono i commentatori, che conserviamo il più al­ to tasso di inflazione d’Euro­ pa, la più alta percentuale di disoccupati, il peggior siste­ ma di servizi pubblici, ma, vi­ vaddio, siamo più ricchi, con­ sumiamo di più, abbiamo no­ vecento TV private e un bud­ get pubblicitario pari a quel­ lo degli USA. Il sorpasso è sorpasso...

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CHI SI RICORDA IL VITTORIOSO?

Costume: CHI FA PARLARE Formare alla solidarietà anche nello I NUMERI? sport

di Domenico Volpi

di Vittorio Ferrerò

NON DA SOLI

di Domenico Volpi

Questo numero di Stadium si occupa appunto anche di sta­ tistiche, sportive e non, e cer­ ca di ridimensionarne il signi­ ficato mentre d'altro lato ci invita a riflettere sulla dissen­ nata «corsa agli stadi» tra le città italiane in vista dei Cam­ pionati di calcio del 1990. Nel riproporre i temi umili e consueti del nostro fare sport come servizio e come gioco non possiamo non sperare che anche la politica smetta di essere un puro agonismo spettacolare teso al successo di pochi e torni ad essere la gara della solidarietà al ser­ vizio di tutti c soprattutto de­ gli ultimi. E. G.


L_..

PICCOLO E GRANDE SPORT Mentre la stampa, sportiva e non, par­ la solamente di nuovi megastadi da costruire e di grandi stadi vecchi da ristrutturare peri Mondiali di calcio del '90, con relative dispute in televi­ sione e nei Consigli comunali, il cam­ mino paziente verso il primo Con­ gresso nazionale olimpico che si ce­ lebrerà dal 21 al 23 maggio prossimo, procede: ignorato dai mass-media, ma procede! È il grande sport, quello dello spettacqlo, dell'industria e degli affari che interessa, quello piccolo (che è poi il più grande) no. Il piccolo sport, quello ignorato, in­ tanto va avanti, e noi ci teniamo ad appartenere a questo pianeta perché esiste e perché è vero: l'altro è pan­ tomima. Dirigenti di Società sportive federali o degli Enti di promozione sportiva si incontrano e discutono su proble­ mi che stanno alla base dello sport italiano, quali ad esempio:

Dei politici, si risponde ovviamente. Ad essere sinceri diciamo che la col­ pa è anche nostra, del movimento sportivo (CONI, Federazioni ed Enti) che non è ancora diventato soggetto politico, perché anzitutto è disunito e quindi incapace di elaborare propo­ ste politiche unitarie, le sole che pos­ sono avere peso politico. Nei confronti dell'interlocutore pub­ blico ad ogni livello (locale, regiona­ le e nazionale) siamo ancora dei po­ stulanti con il cappello in mano, in fila davanti alla porta dell'assessore o del ministro. L'unità del movimento sportivo non si fa con una legge: non è entrando nel Palazzo e sedendoci noi Enti ac­ canto alle Federazioni che diventia­ mo uniti. L'unità si fa cambiando mentalità, uscendo dalla propria corporazione

— l'aggiornamento delle leggi re­ gionali; — il sostegno alle Società sportive e più in generale all'associazionismo sportivo; — il sostegno alle loro attività sportive; — gli impianti sportivi di base; — la tutela sanitaria delle attività sportive; — la formazione degli operatori; — l'analisi della realtà sportiva sul territorio; — il rapporto tra regione, enti locali ed associazionismo; — le funzioni ed il funzionamento delle Consulte regionali dello sport.

Megastadi e Congresso olimpico

Siamo impegnati nei Congressi regio­ nali (come lo siamo stati nei Conve­ gni provinciali e lo saremo nel Con­ gresso nazionale) per un rilancio del­ la politica sportiva regionale perché in questi anni l’impegno politico del­ le Regioni e degli Enti locali è venu­ to meno, sul piano finanziario ma so­ prattutto su quello programmatico. Di chi la colpa?

e mettendosi al servizio della realtà non per rapinarla e occuparla ma per farla crescere umanamente, civilmen­ te e sportivamente. E pensare che lo spazio lasciato vuo­ to dallo sport è maggiore, ancora og­ gi, di quello occupato; la recente sta­ tistica ISTA T lo dimostra: siamo cre­ sciuti come sportivi attivi, ma siamo ancora minoranza. Eppure facciamo fatica a convivere: nonostante i grandi spazi che abbia­ mo attorno ci pestiamo i piedi, ci guardiamo con diffidenza e quando è possibile ci facciamo le scarpe. Questo non è fare politica, è fare me­ schineria che non paga. E pensare che sia Carrara che Pescan­ te hanno da tempo rotto gli indugi e tolto le ancore: la nave ha preso il lar­ go ma molti sono rimasti a terra, dif­ fidenti, nel porto sicuro e tranquillo.

Navigare è fatica e rischio, ma fa storia. I massimi dirigenti del CONI hanno affermato a più riprese che sono or­ mai maturi i tempi per fare del mo­ vimento sportivo un'espressione uni­ taria al centro e in periferia, che non hanno più motivo le diffidenze e che è ora di passare alle intese e alle col­ laborazioni: dalla concorrenza alla collaborazione. Abbiamo ruoli diver­ si, non possiamo farci concorrenza se ognuno svolge seriamente il proprio ruolo. Tra CONI, Federazioni ed En­ ti, se vogliamo fare un servizio al Pae­ se e non a noi stessi può solo esistere integrazione e collaborazione sia sul­ le grandi questioni di politica sporti­ va nazionale come su quelle della programmazione e dello svolgimen­ to delle attività sul territorio. Noi rilanciamo la proposta fatta da Pescante ad ottobre in occasione dei due seminari CONI-Enti e Federazio­ ni-Enti: costruiamo al centro e in pe­ riferia consulte permanenti tra CONI, Federazioni ed Enti, punti d'incontro per l’esame e la soluzione dei proble­ mi comuni a cui partecipare con spi­ rito di disponibilità nuovi. Le porte si stanno aprendo: molte Fe­ derazioni hanno già stabilito accor­ di con gli Enti, i convegni ed i con­ gressi olimpici si stanno organizzan­ do e svolgendo con gli Enti. C'è aria nuova! Tocca ora agli Enti dimostrare di ave­ re senso di responsabilità, ossia di es­ sere maturi per essere promossi. I riottosi ed i nostalgici, e ce ne sono ancora parecchi che pensano ed agi­ scono in modo autoritario, vanno da noi Enti conquistati con la nostra se­ rietà, che vuol dire essere seriamen­ te presenti (e non sulla carta) per fa­ re un servizio e non speculazioni, per fare il nostro mestiere, quello che ci compete, e non rubare quello degli altri. Ente di promozione sportiva se ci sei batti dunque un colpo, questa è l'ora.

Aldo Notano

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________________ _

La danza dei numeri La notizia sportiva di fine anno è sta­ ta la pubblicazione dell'indagine ISTAT sulla pratica sportiva in Ita­ lia. Tutta la stampa così restìa a usci­ re dal solco della cronaca agonistica­ spettacolare. le ha dedicato un inte­ resse che non si spiega soltanto con la tendenza ai bilanci di fine anno. Bi­ sogna mettere in conto il ruolo che le statistiche e le indagini sociologi­ che hanno assunto nella nostra vita. Da quando i fratelli De Goncourt de­ finirono la statistica la prima delle scienze inesatte è passato un secolo e si sente. Oggi la società di massa, senza statistiche non saprebbe né produrre, né vivere e forse nemme­ no riconoscere se stessa. Un grazie dunque all'ISTAT che puntualmente, a distanza di tre anni dalla preceden­ te indagine del 1982, come aveva pro­ messo, ci permette di misurare l’e­ stensione ed anche lo spessore, per alcuni aspetti, della realtà sportiva nazionale.

DOBBIAMO CREDERE ALL'ISTAT?

4

Il dato top dell’indagine (rilevato nel novembre 1985, ma con riferimento ai dodici mesi precedenti) è rappre­ sentato dagli 1 1 milioni e 792 mila praticanti, censiti fra i cittadini dai sei anni in su, con esclusione di quelli che si dedicano allo sport da profes­ sionisti o soltanto occasionalmente. Rispetto all'indagine del 1982 (8 mi­ lioni e 82 mila praticanti), il numero degli sportivi è aumentato di quasi 4 milioni, con un incremento relati­ vo del 45,8%. Sono stati in molti a interrogarsi o a dubitare esplicitamente della veri­ dicità di tale numero e soprattutto di un aumento così vistoso in soli tre anni. A nostro avviso non c’è motivo di du­ bitare della oggettività sostanziale dell’indagine ISTAT. Basti pensare, al di là della serietà e competenza dell’istituto, che la rilevazione è sta­ ta compiuta su ben 24.518 famiglie residenti in 815 comuni distribuiti

A proposito dell’indagine ISTAT sulla pratica sportiva sull’intero territorio nazionale: una campionatura talmente vasta da non lasciare margine ad errori, se non statisticamente insignificanti. 11 problema, invece, sta nel giusto pe­ so da attribuire a questi dodici mi­ lioni di praticanti, che rappresenta­ no il numero massimo, oltre il quale non si può proprio andare, di coloro che in Italia si dedicano a una qual­ che attività fisico-sportiva. È vero, in­ fatti, che l’ISTAT ha escluso le pra­ tiche occasionali, ma non quelle sal­ tuarie (meno di quattro ore alla set­ timana, e quel «meno» non è preci­ sato, può arrivare anche a qualche ora al mese. Facciamo un confronto con il censi­ mento CONI del 1983, che indicava un totale di 8 milioni 780 mila prati­ canti. Intanto quel censimento non teneva conto dei tesserati esclusivi degli Enti di promozione e di altre as­ sociazioni non federali, e quindi il to­ tale andava innalzato almeno a 10 milioni, a un numero cioè non lonta­ nissimo da quello attuale dell'ISTAT. Ma quel che conta è che il censimen­ to CÒNI era «oggettivo», basato sui tesserati, mentre quello dell’ISTAT è «soggettivo», riferito cioè al concet­ to che della pratica sportiva hanno i singoli, un concetto non omologa­ bile con quello codificato e control­ lato dalle organizzazioni sportive. Due esempi soltanto per chiarire il discorso. Se si sommano i pratican­ ti ISTAT che dichiarano una pratica di più di cinque ore alla settimana si ottengono gli stessi 4 milioni di tes­ serati federali censiti dal CONI, va­ le a dire quelli che il mondo sporti­ vo organizzato considera «sportivi»

nel senso pieno del termine, secon­ do i suoi parametri. Quindi il conto sostanzialmente torna. E torna anche confrontando i 60 mila tesserati di­ chiarati dalla Federginnastica con i 2 milioni 374 mila «ginnasti» censiti dall'ISTAT, che evidentemente ha dragato con la ginnastica vera e pro­ pria le più svariate e indefinibili for­ me di aerobica, danza e body buil­ ding che ultimamente sono prolife­ rate come funghi.

BISOGNA LEGGERE TRA I NUMERI Tutto ciò porta a concludere che si, i dati ISTAT sono reali, ma vanno in­ terpretati in base a categorie molto diverse da quelle proprie del mondo dello sport, senza per questo, ovvia­ mente, sminuire le nuove forme di espressione sportiva. Semmai si do­ vrebbe auspicare che l’ISTAT renda in futuro più raffinati e discriminan­ ti i suoi sistemi di rilevazione. Allora, se sono ingiustificate le per­ plessità espresse da una metà della stampa, lo sono altrettanto gli entu­ siasmi a cui acriticamente si è abban­ donata l’altra metà. Sarà pur vero che «l’Italia sportiva s’è desta», ma in questo risveglio c’è tanto di vago e indefinito, di moda, di «palestrismo», di commercializzazione e di «negozio» di sport da far riflettere a fondo quanti si preoccupano della cultura sportiva, al di là di uno «sportivismo» appariscente e super­ ficiale. Si spiega cosi anche l’aumento di quasi il 50 percento di «sportivi» in soli tre anni. Più che un «progresso» è un «boom», e le esplosioni vanno guardate sempre con estrema circo­ spezione per le amplificazioni non sostanziali che le accompagnano e per l’alta percentuale di scorie inqui­ nanti che producono. Questa esplosione, anche se i mass­ media non l’hanno rilevato, ha delle precise cause storiche, culturali e so­ ciali. Per limitarci a quelle più spe­ cifiche, basti ricordare da una parte l’intensa azione promozionale con-


PERSONE CHE PRATICANO E NON PRATICANO SPORT

N.

%

N.

%

Variazioni percentuali 1985/1982

Praticano sport Non praticano sport

8.089 44.541

15,4 84,6

11.792 41.380

22,2 77,8

+ 45,8 — 7,1

TOTALE

52.630

100,0

53.172

100,0

+ 1,0

1985

1982

MODALITÀ

FAMIGLIE IN CUI ALMENO UN COMPONENTE O NESSUN COMPONENTE PRATICA SPORT PER RIPARTIZIONE GEOGRAFICA Composizione percentuale

Dati assoluti RIPARTIZIONI GEOGRAFICHE

Almeno un comp. pratica sport

Nessun comp. pratica sport

Totale

Almeno un comp. pratica sport

Nessun comp. pratica sport

■ Italia nord-occidentale Italia nord-orientale Italia centrale Italia meridionale Italia insulare

2.406 1.623 1.464 1.389 686

3.407 2.092 2.372 3.053 1.454

5.813 3.715 3.836 4.442 2.140

41,4 43,7 38,2 31,3 32,1

58,6 56,3 61,8 68,7 67,9

ITALIA

7.567

12.378

19.945

37,9

62,1

Totale

100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

PERSONE CHE PRATICANO SPORT PER SESSO E CLASSE DI ETÀ 1982

MODALITÀ

SESSO Uomini Donne CLASSI DI ETÀ 6-10 anni 11-14 15-19 20-29 30-39 40-49 50-59 60 e più

TOTALE

1985

Variazioni percentuali 1985/1982

N.

Per 100 persone

N.

Per 100 persone

5.528 2.561

21,5 9,5

7.850 3.942

30,4 14,4

+ 42,0 + 53,9

1.097 1.542 1.699 1.649 1.007 613 326 156

26,5 43,6 36,9 22,0 13,1 8,2 4,5 1,5

1.403 1.947 2.106 2.779 1.664 1.020 570 303

37,8 55,1 45,4 32,3 20,8 14,2 8,1 2,3

+ 27,9 + 26,3 + 24,0 + 68,5 + 65,2 + 66,4 + 74,8 + 94,2

8.089

15,4

11.792

22,2

+ 45,8

dotta da tutte le forze sportive da quindici anni a questa parte, dall’al­ tra l’entrata in campo da dieci anni delle Regioni e degli Enti locali. So­ no fatti che solo una stampa distrat­ ta e superficiale può tranquillamen­ te ignorare. Tuttavia, ciò precisato, v’è da aggiungere che anche i prota­ gonisti dello sport devono considera­ re attentamente l’esito in parte ina­ spettato e incontrollabile piodotto dalla loro azione di socializzazione sportiva. La socializzazione è indub­ biamente in atto, ma non sempre nel senso e nei modi seri e validi che si volevano e si auspicavano. Insomma, dodici milioni di praticanti non fan­ no automaticamente un Paese spor­ tivo, a riprova, ancora una volta, che nello sport pratica e cultura sono e restano variabili in gran parte indi­ pendenti e che per avere risultati to­ tali e convincenti bisogna operare contemporaneamente e con pari im­ pegno su entrambi i fronti. Prima di abbandonare il problema della veridicità dell'indagine ISTAT, bisogna doverosamente aggiungere che, nonostante tutto, qualche ele-

mento di perplessità resta. Prendia­ mo la caccia: gli 800 mila praticanti censiti corrispondono esattamente ai tesserati della Federcaccia. E quelli delle altre associazioni venatorie? È dunque legittimo ritenere che l’inda­ gine ISTAT contenga qualche dato sottostimato e qualche altro sovrasti­ mato, pur non inficiando il valore globale della rilevazione.

LE DONNE, GLI ANZIANI E GLI ALTRI ASPETTI PARTICOLARI Guardata a rovescio, l’indagine ISTAT è molto meno entusiasmante. Ci mostra un 77,8% di italiani che non praticano alcun esercizio spor­ tivo. Pur considerando il decremen­ to del 7,1% rispetto al 1982, non c’è da essere molto allegri. Riguardo al sesso, la prevalenza de­ gli uomini (7 milioni e 850 mila, pari al 30,4% della popolazione maschi­ le) è ancora nettissima; le donne so­ no infatti soltanto 3 milioni 942 mi-

la (14,4% della popolazione femmini­ le). È confortante, però, che l'incre­ mento della pratica femminile sia stato più elevato di quella maschile: 53,9% contro 42,0%, pur consideran­ do che l’aumento percentuale è age­ volato nelle situazioni di partenza più deboli. Quanto alle età, il confronto con il 1982 mostra un incremento percen­ tualmente più consistente nelle fasce meno giovani. Tra i 50 e i 59 anni l’aumento è stato del 74,8%, mentre fra gli ultra sessantenni addirittura del 94,2%. Peccato che... i vecchietti manifestino il loro bisogno di risco­ prire la natura con una discutibile tendenza a dedicarsi soprattutto al­ la caccia! Lo sport italiano, poi, si conferma molto poco «proletario», compren­ dendo nella categoria (perché no?) anche le casalinghe che fanno regi­ strare il più basso tasso di sportivi­ tà (3,8%). È uno sport, il nostro, so­ prattutto studentesco (54,4%) e bor­ ghese (imprenditori e liberi profes­ sionisti 33,1%, dirigenti e impiegati 27,2%). D'altra parte quello italiano è uno sport notevolmente costoso: 191 mila lire l’anno per praticante, con punte di 473 mila per la ginna­ stica, nelle varie forme sopraddette, di 357 mila per la caccia e di 337 mi­ la per gli sport invernali e l’alpini­ smo. Per fortuna si scende a quote più popolari, dalle 75 alle 99 mila li­ re, per il podismo, il footing e il jog­ ging, il calcio e l’atletica leggera. Geograficamente, la media naziona­ le del 22,2% di pratica sportiva è rag­ giunta e anche largamente superata soltanto dalle regioni del CentroNord (escluse Toscana e Umbria), mentre si scende fino al 16,1% (Pu­ glia) nel Centro-Sud e nelle isole. Co­ munque, in tutte le Regioni si è avu­ to un consistente incremento rispet­ to al 1982, dal 150,8% del TrentinoAlto Adige al 33,4% del Piemonte (mi­ nimo regionale). Le discipline boom sono la «ginnasti­ ca», la pesca, gli sport invernali e il

(segue a pag. Il)

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LA SPERANZA CHE E’ IN

A fine anno ho regalato ad alcuni amici un libro che mi aveva incuriosito: «Il canto degli uccel­ li» (*), frammenti di saggezza nelle grandi re­ ligioni. Confesso che la curiosità nasceva probabilmente da quel sottotitolo... ecumenico. L’ho regalato anche a me e lo sto leggendo. È un libro che provoca, che aggredisce, che può mettere in crisi, specialmente se si fa attenzione alla nota metodologica dell’autore, che, fra l’al­ tro, dice: «Guardatevi dall'applicare la storia a chiunque, ma solo a voi stessi (ecc.). Ognuna di queste storie riguarda VOI e nessun altro». Ho scelto due storie «sportive»: parlano di sport, ma anche di tant’altro. La prima: «Gesù alla partita di pallone»; la secon­ da: «La preghiera offensiva e difensiva».

GESÙ ALLA PARTITA DI PALLONE

Gesù Cristo disse di non essere mai stato a una partita di pallone. Così ce lo portammo, il mio amico ed io. Era una feroce battaglia tra i Picchiatori protestanti e i Crociati cattolici. I primi a segnare furono i Crociati. Gesù applaudì entusiasticamente e lanciò alto nell’aria il suo cappello. Poi segnarono i Picchiatori. E Gesù applaudì entusiasticamente e lanciò alto nell’aria il suo cappello. Un uomo dietro di noi apparve perplesso. Diede un colpetto sulla spalla di Gesù e chiese: «Per chi fai il tifo, mio buon uomo?». «lo?», rispose Gesù, ormai visibilmente eccitato dalla partita. «Oh! Io non faccio il tifo per nessuno dei due. Sono qui solo per godermi la partita». L’uomo si rivolse al suo vicino e sogghignò: «Hmm, un ateo!».

(*) Il canto degli uccelli, Anthony de Mello, Ed. Paoline.

LA PREGHIERA OFFENSIVA E DIFENSIVA

La squadra cattolica di calcio si stava recando a una partita importante. Un giornalista salì sul treno e chiese dell'allenatore. «So», disse il giornalista, «che avete con voi un cappellano che prega per il successo della squadra. Le dispiacerebbe presentarmelo?». «Con piacere», disse l'allenatore. «Quale vuole conoscere, il cappellano offensivo o quello difensivo?».

Non ho riportato il commento che accompagna la prima storia; i commenti può costruirli cia­ scuno. Se c’è lo sforzo per andare in profondità, se si leg­ ge per situarsi consapevolmente nelle situazioni in cui si vive, se l’impegno per l’attività sportiva dentro un’associazione è impegno fuori da sche­ matismi, libero, creativo, preoccupato di essere più che di apparire, queste storie parlano anche per ciascuno di noi. E qualcosa può cambiare! E l’affinamento della nostra umanità può realizzarsi. Gian ni Gli e rarcli

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La corsa agli stadi Qualcuno l'ha prontamente definita una torta da 500 miliardi, ma a ben vedere gli ingredienti e il modo in cui è stata preparata la pietanza, sem­ brerebbe piuttosto un pasticcio. Per restare in termini gastronomici, di­ spensiere e cuoco è stato il Consiglio dei Ministri, che il 29 dicembre scor­ so ha deciso lo stanziamento di 500 miliardi per la costruzione e la ri­ strutturazione degli impianti calci­ stici destinati ad accogliere i mondia­ li del 1990. Il provvedimento, a lungo invocato, era atteso. Ma ecco la prima sorpre­ sa: a fronte di una richiesta di circa 300-350 miliardi, ne sono arrivati 150 in più. A rimorchio di questa congrua cifra, forse per far meglio ingoiare il rospo a chi non nutre soverchie sim­ patie per lo sport spettacolo, sono ap­ parsi altri 120 miliardi, da investire in impianti sportivi di base. Perché proprio 500 miliardi, né uno di più né uno di meno? Il decreto non 10 spiega, così come non fissa il cri­ terio di ripartizione della cifra fra le singole città, né chiarisce quale tipo di impianto si vuole favorire (adatto per il calcio d’accordo, ma solo per 11 calcio? E di quali dimensioni?). Si fissa invece una procedura: i Comu­ ni presenteranno i progetti; il Mini­ stero del Turismo, ascoltato il pare­ re del CONI, deciderà come assegna­ re i fondi.

Cinquecento miliardi del Governo per rifare gli stadi dei Mondiali ’90! Chiariamo ancora un altro punto, sul quale si tende a fare molta confusio­ ne. Il denaro arriverà ai Comuni at­ traverso mutui ventennali, da accen­ dere presso gli istituti di credito spe­ cializzati (Cassa Depositi e Prestiti e Istituto per il Credito Sportivo): l’am­ mortamento sarà totalmente a cari­ co dello Stato. In altri termini, lo Sta­ to non si limiterà a rimborsare gli in­ teressi, ma provvedere a rimborsa­ re anche il capitale per conto dei Co­ muni («mutui senza alcun aggravio diretto per i bilanci comunali» è sta­ to chiarito dal Ministero). Se rim­ pianto è realizzato da privati, niente mutuo ma un contributo del 4%. Ed ecco che, se facciamo i «conti del­ r_____________________ la serva», scopriamo che i 500 miliardi sono molti di più. Al capitale, inr_.,: l :----------j.----:-------------gli ■ ■ _•inte —­ fatti, bisognerà aggiungere ressi che lo Stato sborserà per i ven­ t'anni del mutuo. Sembra si possa

prevedere un impegno di spesa (rim­ borso capitale più interessi) di circa 50 miliardi l'anno per vent'anni. A beneficio di chi andrà questa enor­ me massa di denaro? Della comuni­ tà, ha scritto qualcuno: gli stadi so­ no di proprietà pubblica; i Mondiali sono un’occasione di grande richia­ mo turistico; una perfetta organizza­ zione contribuirà al rilancio dell'im­ magine di un’Italia moderna ed effi­ ciente. Ciò è vero solo in parte: i Mon­ diali sono una manifestazione orga­ nizzata da privati (FIFA), gli introiti dei biglietti e della pubblicità reste­ ranno nelle casse degli organizzatori. Per ottenere qualche beneficio tu­ ristico e d’immagine, il conto appa­ re davvero troppo salato. Ma torniamo alla gastronomia. Quando la torta è grande e saporita, l’appetito cresce in proporzione. Le società di calcio sanno che i Mondiali dureranno un mese appena, e una volta terminato quell’evento gli im­ pianti torneranno ad essere di loro esclusivo uso e consumo: al contra­ rio della massaia del Dash, che non intende scambiare il fustino vecchio con il nuovo, perché non sognare di dar via il vecchio stadio per averne in cambjo uno nuovo, più grande e confortevole, che consenta incassi ancora maggiori? Forse sospinti dal­ le società calcistiche, più probabil­ mente sognando trionfi elettorali grazie alla riconoscenza di tifosi gra­ tificati, i pubblici amministratori si sono lanciati anche loro nella corsa allo stadio più bello e più grande, splendido anche al di là di quanto ri­ chiedono i regolamenti della FIFA. Nel momento in cui vengono scritte queste note non si sa ancora quali progetti i Comuni finiranno con il presentare. Si sa che Torino e Bari avranno nuovi e più capienti stadi, Roma e Bologna vorrebbero averne, persino a Milano il neo-sindaco Pil­ li t tori fantastica un megastadio nuo­ vo di zecca da 120 mila spettatori. Profondi lavori di ristrutturazione regaleranno capienze da 60 mila po­ sti a Bologna, 56 mila posti a sedere

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LA CORSA AGLI STADI

a Firenze (pazienza se scomparirà la pista di atletica), 40 mila posti a se­ dere a Genova. Nel reclamare il diritto dello spetta­ tore di calcio ad assistere comoda­ mente seduto alla partita, molti fin­ gono di dimenticare che l’esborso di pobblico denaro andrà poco a van­ taggio dello spettatore (in base al cri­ terio posto più comodo = biglietto più costoso) e molto a vantaggio del­ le società calcistiche. Le quali socie­ tà — è noto — in questi giorni han­ no già visto premiare la loro tradizio­ nalmente scarsa sagacia amministra­ tiva con la promessa di un sollecito sgravio fiscale (imposta unica sui bi­ glietti ridotta al 4%).

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Ma serviranno poi davvero tutti quei posti negli stadi? Se permettete, è le­ cito dubitarne. Per accertata tenden­ za internazionale lo spettacolo calci­ stico è in flessione, forse per colpa della violenza negli stadi, forse per una qualità di gioco meno avvincen­ te, più probabilmente per la concor­ renza della televisione. Già oggi, ci­ fre alla mano, gli impianti sono so­ vradimensionati. Un esempio a caso, basato sui dati ufficiali: lo stadio Olimpico di Roma ha unti capienza di 60.700 spettatori; lo scorso anno, con la Roma in corsa per lo scudet­ to, si è avuto un afflusso medio di 50.151 spettatori a partita; per l’al­ tra squadra capitolina, la Lazio, ap­ pena 25.872 spettatori. Eppure si ri­ tiene necessario uno stadio da 100 mila posti. La statistica è analoga per tutte le altre maggiori piazze calci­ stiche d’Italia, e ribadisce che gli im­ pianti attuali sono per la maggior parte sufficienti alla bisogna: spesso ciò che occorre è un semplice ma­ quillage, ed anche quando conviene costruire ex novo è inutile realizza­ re megastrutture. Si obietta che a Torino c a Roma i superstadi verrebbero costruiti da pri­ vati, senza apporto di pubblico dena­ ro. E anche qui si dimentica che alle Amministrazioni pubbliche spette­ rebbe realizzare le infrastrutture (an­ che più costose degli stadi stessi) e garantire i necessari servizi.

di Anche l’equazione stadi più gran­ di = Paese più civile è palesemente in­ fondata. La tendenza costruttiva at­ tualmente in voga negli Stati Uniti, ad esempio, prevede stadi piccoli ma comodi e una grande diffusione del­ lo spettacolo sportivo via diretta-TV. Un elenco degli stadi più grandi del mondo conferma che il «Mega» è or­ mai roba da paesi sottosviluppati:

Cambogia, Iran, Indonesia e Egitto sono in testa alla classifica degli sta­ di più capienti, insieme a Brasile e Messico: le vie del progresso non ne­ cessariamente passano attraverso i 200 mila posti del Maracanà ed i 170 mila dello Stadio Nazionale di Cam­ bogia. Torniamo ai fatti di casa nostra, e più precisamente agli stadi costrui-

Corsivetto

UNO SPORT SENZ'ANIMA Di troppa TV lo sport muore, titolava ultimamente una rivista sportiva. Il giornali­ sta poneva in guardia dal pericolo, giustificato, che il gusto del top-event, cioè la corsa a trasmettere gli avvenimenti sportivi maggiori e più spettacolari, si vol­ gesse a danno di tutte le altre attività, che sono fortemente penalizzate. Ma il problema dello sport in TV, ci sembra, non è tutto qui. A vete notato come da molto tempo ormai le trasmissioni sportive sono tutte monotonamente uguali, fino a diventare stucchevoli? Domina incontrastato il tecnicismo, lo stile (visivo e parlato) più formalmente gergale e burocratico, senza uno slancio di creativi­ tà, di immaginazione, di apertura e approfondimento di aspetti contestuali, umani, sociali, culturali. Per carità, non si pretende ciò che un tempo pure si faceva, di trattare espres­ samente forme e problemi sportivi differenti da quelli agonistici e spettacolari di vertice, ma vivaddio che almeno questi li si scavi un po' nei loro aspetti e ri­ svolti non puramente tecnicistici, per farne emergere, almeno, lo spessore (o la povertà!) strutturale e socio-culturale. Invece, la dittatura degli sponsor da una parte e la concorrenza fra emittenti dal­ l'altra hanno provocato una omologazione di scelte e di stile attuata al più basso livello monotematico e monocorde. Roba da far rimpiangere i tempi del mono­ polio di mamma RAI! LO.


informato™ LEGGE-QUADRO SULLO SPORT: ACCORDO SUGU ENTI DI PROMOZIONE

li dai privati. In questo «affaire» tut­ to nebbie e misteri, segnalo un’altra perla. Mentre la Roma, per bocca del suo presidente, si proponeva come socia al 25% della società intenzio­ nata a costruire a proprie spese uno stadio da 120 miliardi circa, un mi­ serabile trafiletto di tre righe su un quotidiano romano avvertiva che era stato approvato il bilancio consunti­ vo della Roma al 30 giugno ’86 e che tale bilancio si era chiuso con un de­ ficit di 38 milioni. E l’uomo della strada potrebbe chiedersi: ma se que­ ste società di calcio sono in deficit, come possono pensare ad investire in immobili? E se non sono in deficit, tanto da costruire stadi, perché bat­ tono cassa allo Stato e al Totocalcio? Questa non è che una parte dei dub­ bi, dei problemi, delle polemiche le­ gati al D.D.L. del 29 dicembre. Altri, ancora più delicati e che sfiorano il mondo dello sport in modo più mar­ ginale, investono i criteri con cui sa­ ranno affidati gli appalti e si compi­ ranno le scelte urbanistiche. A Roma si teme che la costruzione del nuovo stadio sia il cavallo di Troia per un nuovo sacco edilizio in una zona de­

stinata a verde pubblico. A Napoli è scoppiato lo scandalo quando si è scoperto che si rincorre un progetto di ristrutturazione del S. Paolo per 60-70 miliardi, mentre appena lo scorso anno ne fu bocciato un altro dalle medesime finalità ma che co­ stava appena 12 miliardi. La sensazione che resta è quella di un provvedimento varato troppo in fret­ ta, che nella sua nebulosità lascia lar­ ghissimi spazi alle amministrazioni megalomani e agli appetiti delle so­ cietà calcistiche. Una volta compiu­ ta la discutibile scelta di far pagare allo Stato i Mondiali del ’90, si pote­ vano almeno razionalizzare le scelte. E soprattutto si poteva evitare di pre­ sentare il D.D.L. come l'inizio di una nuova fase della politica sportiva del­ lo Stato, improntata ad una seria at­ tenzione ai, problemi dell’impianti­ stica. È vero, il D.D.L. è stato ap­ prontato e varato in pochi giorni, al­ trettanto sollecitamente si è trovata la copertura finanziaria. Ma ciò non significa che si sia arrivati ad una svolta storica, perché la sostanza re­ sta immutata: agli impianti di base andranno le briciole e nulla garanti­ sce che le cose fileranno meglio in futuro. Negli stessi giorni in cui si inneggia­ va ai 500 miliardi per dodici stadi, due piccoli trafiletti sfuggivano al­ l’attenzione dei più: il primo annun­ ciava il crollo della copertura dell’u­ nico campo di tennis di S. Angelo Lodigiano e l’impossibilità del Comune ad intervenire per mancanza di fon­ di; il secondo rendeva noto che Fra­ scati attende inutilmente da sei an­ ni un intervento di restauro della pi­ scina comunale. Le luci che già si stanno accendendo sul Mondiale non devono abbagliare: la gente sportiva ha ben altre esigenze e ben altri di­ ritti che quello dì sedere più como­ damente allo stadio. Gabellare qual­ che poltroncina in più come un gran­ de regalo fatto a tutto lo sport è a dir poco eccessivo. Al di là del Mondia­ le se festa dev’essere, che sia festa per tutti. Andrea De Pascalis

Da quanto si sa al momento di scrive­ re (fine gennaio), il comitato ristretto della Commissione Interni della Ca­ mera, che sta approntando il testo uni­ ficato della legge-quadro dello sport, ha superato un altro dei grandi nodi della riforma accordandosi sul nume­ ro e sulle modalità di partecipazione degli Enti al Consiglio nazionale del CONI — quattro fissi e due a rotazio­ ne — e sulla loro percentuale minima di finanziamento annuale: 4,5 percen­ to sulle entrate CONI del Totocalcio (la percentuale attuale è calcolata in­ torno al 3,7 per cento).

RIFORMA DELL'ISEF: RIDOTTI GLI INDIRIZZI DI LAUREA Nel novembre scorso il Comitato ri­ stretto della Commissione Istruzione del Senato ha completato la stesura del testo unificato dei vari disegni di legge riguardanti la riforma dell'ISEF. In tale testo unificato, che dovrà es­ sere discusso dalla Camera, non figu­ ra più tra gli indirizzi di laurea quel­ lo «pedagogico-sportivo per le attivi­ tà sportive e del tempo libero» previ­ sto dal progetto ministeriale e che ave­ va suscitato legittime preoccupazioni in tutte le organizzazioni sportive. Gli indirizzi di laurea finora previsti so­ no: «) pedagogico-sportivo per l’inse­ gnamento dell’educazione fisica e sportiva (non si precisa più «nelle scuole», ma dovrebbe intendersi sot­ tinteso): b} per l'educazione fisica dif­ ferenziata e la rieducazione motoriafunzionale.

120 MIUARDI PER MUTUI A FAVORE DEGÙ IMPIANTI Nel decreto-legge del 3-I-’87, che stan­ zia 500 miliardi in dicci anni per la co­ struzione e l’adeguamento degli stadi che ospiteranno i mondiali di calcio del 1990, sono previsti anche 120 mi­ liardi in tre anni per la costruzione, l’ampliamento, il miglioramento del­ le attrezzature, ivi compresa l’acqui­ sizione di aree, di impianti sportivi aventi caratteristiche di massimo uti­ lizzo c di economicità. L’erogazione è attuata tramite ammortamento tota­ le dei mutui contratti dai Comuni e altri Enti pubblici presso l'istituto per il Credito sportivo e la Cassa Deposi­ ti e Prestiti. I mutui del Credito spor­ tivo sono aperti anche alle associazio­ ni sportive riconosciute e agli Enti mo­ rali, ma con un contributo statale su­ gli interessi del 49o, che si aggiunge a quello praticato dall'istituto stesso.

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L'OPINIONE DI...

SANTO

QUADRI Il 17 gennaio si è svolto a Roma il Convegno Ecclesiale nel quinto anni­ versario dell'Enciclica di Giovanni Paolo II «Laborem exercens». In quel­ la occasione abbiamo chiesto l’opi­ nione di Monsignor Santo Quadri, Ar­ civescovo di Modena e membro del­ la Commissione episcopale della CE1 per il lavoro. — In che misura il mondo del lavo­ ro è cambialo in questi anni, in rap­ porto agli obiettivi proposti dalla La­ borem exercens?

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«Ecco, la risposta può essere questa: la «Laborem exercens» sviluppa — soprattutto — le implicazioni del la­ voro in senso soggettivo, cioè guar­ dando all’uomo, soggetto del lavoro. Meno spazio è dedicato al contenu­ to oggettivo del lavoro (che sono, per esempio, in questi anni, le innovazio­ ni tecnologiche, che hanno assunto uno sviluppo poderoso, cambiando in maniera molto accentuata le situa­ zioni concrete delle fabbriche e la stessa economia). Gli obiettivi di fon­ do, però, e cioè la logica del rispetto dell’uomo come soggetto, che arriva­ va nella «Laborem exercens» a pre­ vedere il superamento di certe forme conflittuali, il tipo di remunerazione del lavoro, la gestione delle unità produttive, il tipo di pianificazione, che non deve essere in mano soltan­ to allo Stato, ma deve avere la par­ tecipazione delle organizzazioni dei lavoratori. Questi grandi obiettivi ri­ mangono, anzi si può dire che le in­ novazioni tecnologiche rendono più urgenti dialoghi e intese e che le co­ sì dette relazioni industriali, posso­ no evolversi nel senso di una parte­ cipazione da parte di queste perso­ ne alla guida dei cambiamenti, in ba­ se ad una certa visione della società, che va fissata, almeno in alcuni pun­ ti comuni se si vuole che il dialogo tra imprenditori e lavoratori e fra le autorità pubbliche e gli organismi di carattere sociale e culturale, abbia un significato. Quindi, mi pare che — sostanzial­ mente — gli obiettivi di solidarietà,

gli obiettivi di partecipazione, sono i grandi obiettivi suggeriti da sempre dalla dottrina sociale cristiana e ri­ baditi in maniera vigorosa dalla «Laborem exercens». — In che senso si può ancora parla­ re di Movimento Operaio e quali con­ seguenze derivano all'impegno cri­ stiano dalla complessità del sistema produttivo e dai nuovi rapporti tra etica ed economia?

«Il tema centrale, per quel che ri­ guarda il movimento operaio è pro­ prio il tema della solidarietà. Cioè un movimento operaio massificato ave­ va degli interessi materiali comuni, abbastanza facilmente decifrabili. Oggi il mondo del lavoro è più frazio­ nato, più segmentato, in base alle esi­ genze di qualificazione per queste nuove tecnologie. Quindi, oggi il rischio è che si formi un gruppo ampio di lavoratori ad al­ ta specializzazione e che vi sia dall’al­ tra parte un gruppo, che potremmo chiamare dei paria del mondo del la­ voro, che non ha nessuna qualifica­ zione ed a cui non è richiesto niente di particolare, e che resta un po' in balia delle situazioni.

Per avere solidarietà tra questi due gruppi non bisogna più che, a livello sindacale, ci si basi soltanto su inte­ ressi comuni di carattere materiale, ma bisogna puntare ad avere assie­ me, a queste varie categorie di lavo­ ratori, una visione comune, una vi­ sione abbastanza omogenea del tipo di sviluppo e di impegno della gen­ te. Perché se no la solidarietà non è possibile. Se poi alla solidarietà si danno fon­ damenti anche di carattere spiritua­ le e morale, allora la solidarietà può camminare. Ma in assenza di queste basi cammina difficilmente, perché di fronte al rischio del licenziamen­ to cadono molte solidarietà. Quindi, un po' la necessità ed un po’ l’egoismo conducono a forme di di­ visione, che certamente non aiutano il superamento delle difficoltà. Impegno cristiano in questo sistema produttivo molto complesso, e i rap­ porti tra etica ed economia, in parte coincidono. Oggi l’imprenditore sot­ tolinea molte volte le esigenze dello scenario internazionale, e cioè della libera concorrenza e del libero mer­ cato che fanno arrivare i prodotti dal Giappone, dalla Corea, dalle altre zo­ ne del mondo, che costano meno dei prodotti italiani. È un sistema pro­ duttivo in continua ebollizione e la li­ bera concorrenza è un po’ la legge della giungla, in questo caso. Allora, ecco che la complessità odierna del sistema produttivo richiama la ne­ cessità di avere radicalmente operan­ te un rapporto tra etica ed economia, c cioè che ci siano alcune regole mo­ rali, che presiedano anche al momen­ to della produzione e non che la pro­ duzione sia abbandonata completa­ mente a se stessa. Questo è uno dei temi, appunto, che è stato sottolineato. Se si riesce ad avere la forza della guida morale, non solo nel momen­ to distributivo, ma anche nel momen­ to della produzione, è sperabile che i fenomeni che stanno avvenendo at­ tualmente trovino una composizione più equa e più umana. Cioè, che le co-


LA DANZA DEI NUMERI (segue da pag. 5)

Tutti accorgimenti che tendono a rendere accessibile il lavoro come fonte onesta e decorosa di sostenta­ mento, renderlo possibile a tutti». — Di fronte alla crisi e alla riconver­ sione del mondo sindacale, come si qualifica in prospettiva il ruolo del­ l'associazionismo di ispirazione cri­ stiana?

sì dette esigenze economiche si con­ frontino e si coniughino con le esi­ genze umane, e cioè con la compati­ bilità umana di certe trasformazio­ ni». — Come vede il rapporto tra la dife­ sa del lavoro come diritto e il recu­ pero della emarginazione? «In fondo, è il tema della disoccupa­ zione, che produce emarginazione e va contro il diritto al lavoro. Ma è chiaro che in questi momenti di cambiamento è inutile chiedere al­ la singola azienda che tenga cento operai, se l'attività che svolge ne ri­ chiede soltanto 60. Il problema è di quei 40 in più: dove vanno poi a finire? Allora, oggi direi che come misure di passaggio ci sono i così detti ammor­ tizzatori sociali, che sono la cassa in­ tegrazione, il pre-pensionamento, il premio per chi si licenzia spontanea­ mente, e poi ci sono altre misure, al­ tri provvedimenti molto più solidi, che sono quelli che parlano della ri­ qualificazione. E cioè, preparare gli ultra-quaran­ tenni a nuove iniziative produttive, che dovrebbero essere favorite dai lavoratori e dagli imprenditori, dal­ la politica economica nazionale e — possibilmente — da quella europea e da quella mondiale. Perché ormai è pacifico che uno che va a lavorare a venti anni non farà sempre le stes­ se cose fino a 60 anni, ma ci vuole una formazione professionale di ba­ se molto culturale, molto polivalen­ te che consenta all’individuo di adat­ tarsi alle tecniche molto mutevoli, che verranno di volta in volta adot­ tate nel sistema produttivo. Questo vuol dire favorire nuove ini­ ziative, e vuol dire anche favorire la­ vori di tipo diverso: come il lavoro a part lime. Qualcuno suggerisce anche che per le persone vicine alla pensione si pos­ sa cominciare a diminuire il tempo di lavoro, combinandolo con una par­ te della pensione, e cioè: metà stipen­ dio di lavoro e metà pensione.

«Io credo che se è vero che la solida­ rietà fra i lavoratori oggi non deve poggiare soltanto su interessi econo­ mici comuni — perché gli interessi economici comuni non ci sono più in gran parte, perché si diversificano notevolmente e qualche volta si con­ trappongono proprio all’interno dei lavoratori — allora è necessario fa­ re un salto di qualità. Cioè, la solida­ rietà deve puntare su elementi diversi. Accennavo prima ad una visione co­ mune dello sviluppo, e cioè un mo­ do comune di affrontare i problemi delle innovazioni tecnologiche. E poi, ripeto, i cristiani dovrebbero dare un contributo veramente importante, con il coraggio di fondare la solida­ rietà e questa visione dello sviluppo non solo sulle esigenze strettamente di categoria, o di politica economica nazionale, ma di aprire lo sguardo addirittura a livello mondiale. Calco­ lare che, quello che viene fatto in Ita­ lia, è collegato con le esigenze — per esempio — del Terzo Mondo. Allora, si entra in una prospettiva di novità veramente molto forte, che però ri­ chiede contemporaneamente compe­ tenza nei problemi economici, slan­ cio ideale, e anche capacità di sacri­ ficio. Perché queste cose non si fan­ no se non c’è la forza di sostenere certe limitazioni nel consumo e nei comforts che ormai sono entrati nel­ la vita moderna anche dei lavoratori. È la strada che dovrà essere percor­ sa se si vuole uno sviluppo equilibra­ to non solo all'interno dell’Italia, o al­ l’interno dell’Europa, ma veramente a livello mondiale, con attenzione particolare ai popoli meno provvedu­ ti di beni materiali. Questa visione più ampia è la st rada dell’intelligenza e non solo la strada della generosità. Quindi, la così det­ ta civiltà dell’amore diventa anche ci­ viltà dell’intelligenza, se non si vuo­ le domani avere dei rivolgimenti a li­ vello mondiale che butterebbero per aria tutte le conquiste, anche di ca­ rattere economico».

footing (probabilmente a spese del­ l'atletica leggera, unica disciplina a segnare un decremento, anche note­ vole, del 17,5%). Incrementi molto elevati anche per la pallacanestro, pallavolo, pallamano, nuoto, tennis e caccia.

PRATICANTI E NON PRATICANTI: PERCHÉ? Interessante, infine, è quanto emer­ ge circa i motivi indicati da coloro che-non praticano alcuno sport. La graduatoria è la stessa del 1982: mancanza di interesse (35%), l’età (24%), mancanza di tempo (21%), mancanza di strutture e ragioni eco­ nomiche (4%). Un elenco di priorità molto significativo, con particolare riferimento alla mancanza di strut­ ture — luogo comune, anche abusa­ to, delle lamentele nazionali —, che ritroviamo soltanto al quarto posto, notevolmente distanziato dai primi tre. Rispetto al 1982, la mancanza di tem­ po, l’età e la mancanza di strutture sono diminuite rispettivamente del 20,5-23,1 e 8,6 per cento, mentre la mancanza di tempo è aumentata del ben 58,6% e le ragioni economiche del 7,6%.

Quali principali conclusioni trarre da questa veloce carrellata sui risul­ tati deH’indagine? Una prima, legata ai numeri, può es­ sere che, nonostante lo stupore che essi possono suscitare a prima vista, non autorizzano a facili ottimismi. Confermano ciò che più o meno era noto, cioè lo sfondamento della bar­ riera dell'indifferenza italiana verso lo sport, ma non dimostrano certo un processo di socializzazione sportiva avanzato e concluso. Il terreno da conquistare è smisuratamente più esteso di quello appena dissodato. La seconda conclusione, legata alla qualità, è ancora meno entusiasman­ te. Il boom dell’Italia sportiva sem­ bra essere caratterizzato per la gran parte in senso effimero, seguendo il vento della moda. E pur non volen­ do essere ipercritici sulla natura e sugli effetti culturali di queste fascinazioni collettive, si deve essere cauti sulla loro solidità e durata. Il vento della moda, si sa, è una brezza leg­ gera e sbarazzina.

Livio Olivi

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Chi si ricorda Il Vittorioso? Che in Italia si celebri, con articoli sulla stampa e con trasmissioni ra­ diotelevisive, il cinquantenario di un giornalino per ragazzi (e non più in edicola), significa almeno due cose: che il fumetto e il «giornalinismo» sono considerati fatti di cultura e di costume molto significativi, e che quella pubblicazione fu davvero im­ portante. S'intitolò 11 Vittorioso, per decisione della Gioventù Italiana di Azione Cat­ tolica, che lo dedicò a Maria regina delle vittorie. In quelle prime setti­ mane del 1937, c'erano altri giornalini nelle edicole: L’Avventuroso, L’Intrepido, Topolino, e il regime fa­ scista curava la pubblicazione de II Balilla. Il nuovo giornale nacque con finali­ tà ben precise, espresse nella decisio­ ne del Consiglio Superiore del 29 giu­ gno 1936: doveva essere, per gli Aspi­ ranti (così allora si chiamavano i ra­ gazzi di A.C.), una lettura sana e di­ vertente in contrapposizione all'inva­ denza dei personaggi e dei miti già veicolati dalla stampa; doveva esse­ re uno strumento di contatto e di col­ loquio con la massa dei ragazzi; do­ veva fornire agli Aspiranti l’occasio­ ne di impegnarsi in un’azione aposto­ lica concreta, diffondendolo. La veste editoriale era su otto pagi­ ne, delle quali cinque o sei a fumet­ ti. Programmaticamente, si puntava su disegnatori e sceneggiatori italia­ ni: era una scelta culturale ed edu­ cativa, non dipendeva dalle decisio­ ni «autarchiche» del regime, che ar­ rivarono due anni dopo a chiudere le importazioni di materiale america­ no. A // Vittorioso si dà oggi merito di aver suscitato la «scuola italiana del fumetto», incoraggiandone e sco­ prendone le firme più illustri. Le copie di quei primi numeri sono ormai rare e disputate fra i collezio­ nisti. In copertina c’era un racconto a fumetti (allora si chiamava pompo­ samente «cineromanzo») di fanta­ scienza, tema audace per l'epoca, in­ titolato «Il mistero di Saturno».

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ni racconti che furono le colonne portanti dei primi anni: le storie de­

gli Zoolandini di Sebastiano Craveri, un disegnatore-poeta che creò un bestiario ricco di bonario umorismo e di grande simpatia, le pagine avven­ turose di Franco Caprioli caratteriz­ zate dal chiaroscuro ottenuto con i puntini, le minuziose descrizioni di macchine e battaglie di Kurt Caesar, specializzato nei disegni tecnici, c poi le opere di Antonio Canale, France­ sco Chiletto, Guido Grilli...

La prima fase del giornale si arrestò l'H settembre dei 1943, dopo innu­ merevoli difficoltà per il reperimen­ to della carta e per la diffusione in tempo di guerra. In un numero del 1940, intanto, si era presentato il gio­ vanissimo Benito lacovitti, il più ori­ ginale tra i disegnatori italiani, umo­ rista surreale e grottesco. La ripresa avvenne a due mesi dalla liberazione di Roma, con il numero del 30 luglio 1944. Il decollo si ebbe dopo la liberazione totale della peni­ sola e il ripristino delle comunicazio­ ni, man mano che si ricostruiva il tes­ suto associativo deH’Azione Cattoli­ ca. In redazione, dapprima Piercostante Righini scopriva tra i giovani romani alcuni talenti quali Gianni De

Luca, classicheggiante e molto dota­ to nell’impianto scenografico ed ar­ chitettonico, che fu utilizzato sia in grandi rievocazioni storiche sia in storie attuali, e Ruggero Giovanni™, che all'inizio disegnava «alla Milton Caniff» e che fu sempre il più «ame­ ricano» degli illustratori. Poi Enrico Gastaldi collegava meglio il giorna­ le al nuovo rilancio del movimento ragazzi di A.C., e del personaggio Ted faceva il simbolo di una generazione. L’autore di queste note prese la con­ duzione del giornale a metà del 1948 e la mantenne fino al 1966. I primi dieci anni furono trionfali: il giornale passò da 8 a 16 pagine nel 1950, e a 24 pagine nel 1955, la diffusione rad­ doppiò. In redazione, mentre Caesar sviluppava i suoi spettacolari «paginoni» e copertine e Caprioli varava spettacolari racconti storici e gran­ di storie marinare («Aquila Maris», «L’ussaro della morte»), venivano lanciati e si affermavano Lino Landolfi con il personaggio Procopio, che divenne uno dei cardini del gior­ nale; Nevio Zeccara, il mago della fantascienza; Renato Polese, di straordinaria spontaneità nel tratto morbido e deciso; Giorgio Bellavitis, che creò un capolavoro con «il Palio di Siena»; Antonio Sciolti, corposo ed elegante; Carlo Boscarato, maestro sia nella caratterizzazione dei tipi sia nelle scene di massa; e poi Carlo Pe­ roni, Alberto Tosi, Gino Sorgini, San­ ti D’Amico, Sergio De Simone, Alber­ to Catalani, Alfredo Brasioli, e in tempi successivi Renato Riccioni e Massimo Mattioli. Uscirono anche di­ verse collane di albi (Albi Vitt, Albi Giganti, Almanacchi, Capitan Walter, Jolly...). Alle pagine di fumetti si affiancaro­ no robuste e ben strutturate pagine di testo: da novelle e romanzi d’au­ tore a reportages giornalistici, infor­ mazioni scientifiche, sguardi sul mondo, rievocazioni storiche, viaggi, problemi attuali, giuochi e passatem­ pi, umorismo, collaborazione dei let­ tori, cronaca, concorsi e, natural­ mente, sport. La rubrica sportiva era

(segue a pag- 29)


STADI UM/SOCI ETÀ La decisione della Corte Costitu­ zionale — che ha dichiarato non ammissibili i referendum sulla caccia — è stala accolta con evi­ dente soddisfazione da cacciatori e industriali del settore (armi, mu­ nizioni e connesso mercato del­ l’abbigliamento e turismo). Una soddisfazione che si capisce, tan­ to più considerando che una de­ cisa maggioranza dei cittadini, di­ cono i sondaggi, era schierata con i promotori dei referendum e quindi d'accordo con l’esigenza di porre regole più severe all'eserci­ zio delibarle venatoria». Noi non vogliamo qui entrare nel­ l'argomento della caccia e della protezione dell'ambiente. Ci inte­ ressa invece sottolineare che le in­ dustrie collegate alla caccia si ri­ tengono «miracolate».

Per quanto tempo non si sa, ma certo il pericolo di una grave cri­ si del settore si è per il momento attenuato. Ma proprio per questo, è proprio adesso il momento opportuno per porre il problema di fondo: quel­ lo della riconversione dell’indu­ stria delle armi. È giusto, infatti, che la comunità civile arrivi a decidere, se la sua maggioranza lo vuole, che le ra­ gioni dell'ecologia prevalgano su quelle della caccia. Ma è altrettan­ to giusto che i costi di ima tale scelta — che comporta alcuni van­ taggi per lutti — vengano riparti­ ti ed affrontati tutti insieme. Per­ ché dovrebbero essere solo gli ope­ rai e gli artigiani del settore ar­ miere a restare disoccupati? Non c'è dubbio che tocca alla clas­ se politica di affrontare questi problemi senza mentalità cliente­ lare, ma con un preciso ed effica­ ce senso di giustizia. Altrimenti c’è il rischio che un do­ mani la stessa scelta degli eletto­ ri potrebbe venire inquinata da una specie di ricatto: se votate contro la caccia ci sarà crisi e di­ soccupazione.

Riconvertire l’industria delle armi Il problema che qui abbiamo ac­ cennato a proposito della caccia diventa centomila volte più grave ed importante se si passa a parla­ re delle armi da guerra. Noi ci scandalizziamo oggi leggen­ do sui giornali che centinaia di migliaia di uomini nella guerra tra Iran e Irak sono stati uccisi da armi in gran parte europee e nor­ damericane, vendute a tutti e due i contendenti con generosità. Ci scandalizziamo nel sapere che l’industria francese «tifa» perché la guerra continui, che le armi che Reagan ha venduto all’Iran lo hanno talmente avvantaggiato nei confronti dell'Irak che è man­ cato poco che gli USA debbano in­ tervenire a favore di quest'ultimo per riequilibrare il conflitto ed evitare il fanatismo e l’integrali­ smo di Komeini straripi ovunque. Ci scandalizziamo che ci siano troppe anni in giro; nelle mani dei privati, dei vigi lantes, degli eserciti... A parole, ci diciamo convinti che effettivamente la folle corsa agli armamenti, con l’immenso spre­ co di risorse che comporta, è la causa prima della povertà di me­ tà del mondo; e dell’insicurezza dell'altra metà. Ma poi... quando si dice che il no­ stro Paese deve smetterla di esse­ re uno dei più grandi mercanti di armi del mondo (e per tanti anni i nostri clienti migliori sono stati i meno affidabili, come Libia, Iran, Irak, ['Argentina dei milita­ ri...) ci si limita a rispondere che ciò provocherebbe una crisi e che gli affari sono affari.

Con questa logica non si vede per­ ché il commercio internazionale della droga debba esser com­ battuto.

Certo, per l'industria bellica vale a maggior ragione quel che si di­ ceva prima per le armi da caccia: il problema è nazionale; è una scelta di tutti e tutti devono assu­ mersi la responsabilità e gli one­ ri della «riconversione». Noi pensiamo che sia possibile trasferire verso obiettivi di pace e di sviluppo i mezzi economici e tecnici che oggi vengono impiega­ ti nell'industria bellica. Ma cre­ diamo anche che si tratti di un'impresa difficile che chiede gradualità, inventiva e un grande consenso nella società. Tuttavia l’obiettivo vale lo sforzo; ed è una esplicita richiesta che facciamo alle forze politiche poi­ ché è in gioco la loro credibilità. Meriterà di gtddare questo Paese, infatti, chi si dimostrerà capace nelle situazioni difficili. Ed è dif­ ficile — ma doveroso, per quanti amano l’ambiente e molto più amano gli uomini — progettare l’uscita dal sistema delle armi, da caccia ma soprattutto da guerra. La battaglia per la difesa dell'am­ biente e della pace si giocherà dunque sulla capacità di coloro che li amano di elaborare un pro­ getto concreto e realizzabile di «ri­ conversione». Un progetto che non pretenda di realizzarsi «contro» o «a spese» di qualcuno, ma col concorso di tutti e proponendosi non un ripiega­ mento all'indietro, un’utopia ar­ caica, ma un grande passo avanti in termini di sviluppo, di sicurez­ za, di civiltà e di pace.

Angelo Bertani

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FOTOMEMORIA

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IL TEMA DEL MESE

>mfetavolo DAL GIOCO ALLO SPORT A Seoul, l’anno prossimo, il tennistavolo farà il suo debutto alle Olimpia­ di. E non in una vetrina provvisoria, come accade per gli sport dimostra­ tivi, ma come disciplina sportiva a pieno titolo compresa nel program­ ma ufficiale approvato dal C.I.O. Una lunga marcia, cominciata alla fine dell’800 per divertimento da alcuni gentlemen inglesi e rinforzata via via da migliaia di appassionati di ogni continente, troverà così suggello de­ finitivo. Anche i patiti italiani di questo sport gusteranno un momento di vero e proprio trionfo. Vediamo perché. È ragionevole ipotizzare che le diver­ se discipline sportive praticate nel­ la nostra epoca possono essere ricon­ dotte, quanto alle origini, o a tradi­ zioni guerriere o a derivazioni ludi­ che. Il Tennistavolo, generalmente più conosciuto con il nome di ping pong, è sicuramente tra quelle nate come passatempo. Lo testimoniano vecchi dagherrotipi, in cui uomini o donne ribattono una pallina dalle estremità di un tavolo, impugnando racchette dalle foggie più curiose. In Italia, malgrado promettenti vagiti agli inizi degli anni '20, il ping pong non riuscì a decollare come sport. Ri­ mase relegato tra i giochi, anche se, è riconosciuto, divenne la valvola di sfogo di tantissimi giovani i quali, in carenza di una reale pratica sporti­ va di massa, trovarono nel ventennio fascista occasioni di svago e di aggre­ gazione sopratutto nelle parrocchie. Sicché, disponibilità di ambienti, fa­ cilità di esecuzione, basso costo, mancanza di alternative, fecero sì che questo gioco conoscesse un suc­ cesso crescente proprio all'ombra delle sagrestie. Forse è anche per questo che, dopo la guerra, per l’ul­ teriore diffusione di questo gioco un ruolo importante lo svolse il Centro

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Sportivo Italiano, essendo anni in cui le parrocchie si ponevano come im­ portanti poli di aggregazione giova­ nile, almeno nei contesti urbani. Però, mentre all’estero il Tennistavo­ lo era ormai uno sport ben organiz­ zato e riconosciuto, in Italia, proba­ bilmente per una tradizione per trop­ po tempo orientata nel senso ludico, si stentava a trasformare la massa di entusiasti e accaniti praticanti del ping pong in una popolazione di sportivi del Tennistavolo. Merito del C.S.I. fu che questo entu­ siasmo non si spegnesse. Da qui il motivo per cui la dirigenza espressa negli anni ’60 nel Tennistavolo fu principalmente di estrazione C.S.I. Malgrado l’impegno, i sacrifici, la passione, erano comunque anni dif­ ficili, perché c’era obiettivamente difficoltà da parte del mondo spor­ tivo nel riconoscere ufficialmente l'e­ mergenza di nuovi sport. Però proprio perché duri e difficili quegli anni si sono rivelati poi pre­ ziosi e insostituibili. Servirono infat­ ti a formare in questo sport una men­ talità, che ne è ancora un carattere definitivo. Una mentalità che, pro­ prio in virtù delle proprie origini, è abituata alle difficoltà ed è anche or­ gogliosa non solo per i progressi

compiuti, ma anche perché ha potu­ to dimostrare di essere nel giusto quando si batteva per la causa del Tennistavolo. L’ammissione alle Olimpiadi può ben dirsi la soddisfazione migliore per questo lungo, misconosciuto, ingra­ to lavoro compiuto in tanti lustri da tanti appassionati. Oggi la realtà del tennistavolo sport olimpico è certamente diversa da quella di 40 anni orsono. Ogni competizione è oggi un confron­ to ad alto livello, dove addestramen­ to, ricerca, abilità personale, si mi­ surano senza tregua, se si vuole sta­ re al passo con i migliori. Ci troviamo di fronte ad un proces­ so di trasformazione naturale che al­ tri sport hanno vissuto e che coinvol­ ge ora da vicino anche «quelli del ping pong». Ma ancora in modo ati­ pico, originale. Perché il Tennistavolo porta nel san­ gue le proprie origini di sport auten­ ticamente ludico, di sport nato per divertire chi lo pratica prima di chi lo vede e che tale connotato non vuo­ le perdere, pur con tutte le trasfor­ mazioni che le nostre esigenze ago­ nistiche impongono allo sport del no­ stro tempo.

Vito Penna

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Tennistavolo

UN PICCOLO TENNIS?

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ii nome di tennistavolo sottintende forse una riduzione del grande ten­ nis e sicuramente questo non ha per­ messo di riempire gli stadi, ma lo ha reso più diffuso fra le persone... nor­ mali che hanno frequentato gli ora­ tori, parrocchie, circoli, sale, oppu­ re hanno avuto disponibilità di spa­ zi in casa. Questo fa si che molti di noi, soprattutto chi è cresciuto ventitrenta anni fa, abbia nella sua memo­ ria motoria le abilità necessarie per battere la pallina dall’altra parte del­ la rete ed intercettare un certo nume­ ro di sue traiettorie lanciate dall’av­ versario. La riduzione supposta dal grande tennis al tennistavolo non ha però mantenuto inalterate le caratteristi­ che fisiche e motorie del gioco più aristocratico. La leggerissima racchetta, gli spazi ridotti del campo, la velocità della pallina, gli spostamenti dell’atleta so­ no sostanzialmente modificati. L’im­ pegno fisiologico nasce dall’altissima frequenza di azioni che spesso sono praticamente automatizzate e non permettono tanto di riflettere su lat­ tiche e su troppi virtuosismi, per i li­ miti oggettivi posti dal tempo. L'ana­ lisi del comportamento dell'avversa­ rio, invece, può suggerire se adotta­ re una strategia o un'altra sulla ba­ se dei suoi punti forti e dei suoi punti deboli. Da questa breve descrizione emerge come il tennis e il tennistavolo siano sport che gli autori di teoria dell'al­ lenamento definiscono di situazione, che cioè non applicano soltanto una tecnica come nei salti o nel canottag­ gio, ma adottano diversi fondamen­ tali nelle forme più differenziate a se­ conda di come si è giocato e di come risponde l’avversario. Gli studiosi americani cognitivisti, cioè gli scienziati che studiano i pro­ cessi mentali della conoscenza, li de­ finiscono «open skill» o ad «abilità

aperta», vale a dire che pur cono­ scendo ognuno di noi una schiaccia­ ta o una risposta o parata, ciascuno realizza l’azione in modo «aperto» ed anche cinematicamente diverso. Dobbiamo intercettare la traiettoria sulla base delle azioni e sequenze di azioni del nostro avversario e lo stes­ so «effetto» conferito alla pallina ser­ ve a ingannare questa nostra previ­ sione: una schiacciata apparente­ mente veloce arriva morbida ed è in­ costante nella traiettoria; preveder­ la e intercettarla a volte può diven­ tare impossibile. Quando può diventare possibile? Quando ne abbiamo talmente viste tante che riusciamo a riconoscere an­ che le intenzioni più nascoste del no­ stro avversario, il quale però, se ha pari esperienza, avrà una sua tatti­ ca per celare gran parte delle sue in­ tenzioni attraverso le finte. Dal punto di vista fisico, l’impegno è regolare ed intensivo, ma mai gra­ voso e ciò lo rende praticabile a tut-

te le età. Cede prima l'attenzione che i muscoli; la fatica è sanzionata da una buona sudata piuttosto che da intensi lavori che acidificano i mu­ scoli, come il grande tennis. Anche nel tennistavolo avviene ciò, ma mol­ to più gradualmente. Ai bravi questo sport richiede una prontezza ed una astuzia (termine con cui si intende la capacità di pre­ vedere le mosse dell’altro), ma ai principianti permette una onesta prestazione che non scende mai al di sotto di una certa soglia di novità, va­ riabilità, interesse. Per imparare, dal momento che i li­ miti fisici sono importanti ma non sono la base del talento, bisognerà dedicare tanta cura alla ripetizione delle tecniche fondamentali, con una crescente complessità; secondo tre direttrici che ci vengono descritte dalla teoria dell'allenamento:

— dal facile al difficile; — dal semplice ai complesso; — dal conosciuto al non conosciuto. Questo perché gli clementi tecnici devono essere combinati per divert­

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Tennistavolo

LA CINA E' VICINA Un’evoluzione tecnica non ancora conclusa Si dice tennistavolo e il pensiero cor­ re subito alla lontana Cina. C'è chi ri­ corda la famosa diplomazia del «ping pong» tra America c Cina, c’è chi spesso ha letto sulle cronache spor­ tive che i cinesi vincono un po’ in tut­ to il mondo. Tennistavolo-Cina sem­ bra proprio un binomio inscindibile. Eppure questa disciplina ha origini diverse, molto lontane dal Paese cui è legato il nome di Marco Polo. Il tennistavolo è nato in Inghilterra ed è dunque in Europa che trova le sue prime applicazioni.

tare progressivamente facili, cono­ sciuti, relativamente semplici. Tale processo non è sempre uguale per tutti e cambia a volte nella stessa persona: ciò che era difficile ieri sa­ rà facile domani, e forse semplice. Il processo di «semplificazione» deve prodursi nella nostra stessa mente, soprattutto in sport così complessi, dove l’apprendimento è lungo se non infinito. Ogni conoscenza infatti è sempre basata su una precedente, e ciò vale fino ad un padroneggiamento sufficiente della tecnica esercita­ ta: poi si può passare ad altro.

Renato Manno

All’inizio, ai primissimi anni del 1900, il tennistavolo è giocato con racchette di legno che non produco­ no velocità e neppure forza. Entrano quindi in scena racchette di gomma. Queste racchette hanno la caratteri­ stica di produrre una maggiore fri­ zione rispetto al legno e dunque la possibilità di impartire alla pallina un certo grado di rotazione. La racchetta di gomma trova i suoi massimi fautori nella scuola inglese, cecoslovacca e ungherese. Scuole an­ cora oggi tra le migliori in senso as­ soluto. Intorno agli anni 50 gli au­ striaci inventano la racchetta di spu­ gna, ma sono i giapponesi i primi ad usarla nei campionati del mondo. Ta­ le racchetta è estremamente veloce e permette di effettuare tiri molto forti. Lo stile giapponese del gioco offen­ sivo relega gradualmente indietro il gioco difensivo europeo e gli asiati­ ci, giapponesi in testa, cominciano a dominare. Si arriva così al 1961 quando a Pechino — campionati del mondo — fanno il loro esordio i gio­ catori cinesi. È una rivoluzione. La Cina sconvolge tutti i pronostici e conquista il tetto del mondo. Comin­ cia l’era Cina che dura ancora oggi. Ma qual è la differenza sostanziale tra la scuola cinese e quella giappo­ nese e tra queste e quella europea? I vantaggi della scuola cinese sono quelli di una posizione ravvicinata del giocatore al tavolo rispetto al gio­ catore giapponese, che si allontana subito dall’area di gioco. Poi la straordinaria velocità e flessibilità del movimento e la libera applicazio­ ne di quelli che sono due colpi fon­ damentali, il diritto e il rovescio. Il gioco giapponese, oltre alla distanza dal tavolo, ha una velocità limitata e il rovescio è portato solo in casi ec-

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Tennistavolo

LA CINA E’ VICINA cezionali. Si preferisce lo spostamen­ to sul diritto. Il gioco europeo, fermo al modello di­ fensivistico, naturalmente dopo que­ sti passi da gigante compiuti dagli asiatici cerca di arginare il divario tecnico. Ci riesce in buona parte con la scuola ungherese che perfeziona il colpo di top spiti, lo stesso del famo­ so tennista svedese Bjon Borg, che ha infatti trascorsi da pongista. Attualmente, con la Cina che conti­ nua a dominare in campo internazio­ nale, si sta facendo strada la realtà Svezia. Una scuola che sta accorcian­ do sempre di più il divario con i ri­ vali asiatici. Quali le caratteristiche? Tutte e nessuna. Sì, perché il gioco del tennistavolo si è fatto sempre più sofisticato e vi ha una parte domi­ nante il materiale: gomme, racchet­ te, palline, possono a volte fare la dif­ ferenza. Poi gli effetti, i servizi, i ro­ vesci che un giocatore riesce a por­ tare fanno il resto. Ecco allora che per essere un ottimo giocatore non basta possedere una tecnica particolare, ma occorre esse­ re completi, saper portare tutti i col­ pi con buona tecnica e sapersi de­ streggiare contro qualunque scuola sia essa cinese, giapponese o euro­ pea. La storia tecnica del tennistavolo pe­ rò non si esaurisce qui. E neppure in una rincorsa tra europei e asiatici. Nuovi programmi sono in discussio­ ne negli organismi internazionali per rendere il gioco del tennistavolo più piacevole soprattutto per il pubbli­ co. È facile allora immaginare nuo­ ve rivoluzioni e non è difficile azzar­ dare la nascita di una nuova era.

SCHEDA TECNICA Il tennistavolo è uno sport aperto a tutti per la semplicità dell’equipaggiamento, per la facilità della pratica, per le infinite possibilità di gioco che consentono a tutte le fasce di età di praticarlo con successo ed interesse.

• LA PARTITA — Una partita può essere disputata su unico set, al meglio di tre set o al meglio di cinque set. Il set viene vinto dal giocatore che per primo realizza 21 punti. •AREA DI GIOCO — Attività internazionale individuale e a squadre: m 14x7x4; altre competizioni internazionali: m 12 x6x4; manifestazioni nazionali e interna­ zionali: m 10 x 5 x 3,5; manifestazioni regionali e provinciali: m 8,5 x 4,5 x 3. L'a­ rea di gioco deve essere circondata da transenne di colore scuro e opaco alte circa 75 cm solide, ma allo stesso tempo leggere. • TAVOLO — È una superficie rettangolare di 274 x 152 cm, con la faccia su­ periore a 76 cm dal suolo e in piano orizzontale. La superficie di gioco è di colo­ re verde ed ha una linea bianca di 2 cm di larghezza lungo il bordo. Nelle gare di doppio la superficie deve essere divisa in due parti uguali da una «linea cen­ trale» larga 3 cm.

• RETE — È parallela alle linee di fondo e divide in due parti uguali il campo. È lunga, compresi i supporti, 183 cm e si trova con la sua parte superiore, a 15,25 cm di altezza dalla superficie di gioco. • ILLUMINAZIONE — All'altezza del tavolo deve essere di almeno 400 lux e uniformi in ogni punto della superficie di gioco. •ATTREZZATURA — Racchetta: può essere di qualsiasi dimensione, forma o peso, purché scura ed opaca. La copertura può essere di gomma puntinata, con puntinatura rivolta verso l’esterno e di spessore massimo di 2 mm. Pallina: di celluloide o di plastica bianca-opaca di diametro 37,2/38.2 mm. Il peso deve essere di 2,40/2,53 gr.

• ABBIGLIAMENTO — Non ci sono particolari indicazioni o tenute particolari; non viene comunque considerata regolamentare una divisa di colore bianco che può abbagliare l’avversario. •CATEGORIE E LIMITI DI ETÀ C.S.I. — Giovanissimi/e 11/12 anni; Ragazzi/e 13/14 anni; Allievi/e 15/16 anni; Juniores M e F 17/18 anni; Seniores M e F 19/35 anni; Adulti M e F 36/50 anni; Veterani M e F 51 anni ed oltre.

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Erminio Marciteci


FOTOMEMORIA

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Al passo., o di corsa

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Da qualche anno a questa parte an­ che nel nostro Paese si svolgono do­ vunque gare di corsa, sull'onda della promozione di un'attività motoria che si propone la prestazione atleti­ ca di alto livello, unitamente al sem­ plice mantenimento della salute e al recupero della corporeità, diventato ormai di moda. Un fenomeno in grande espansione che, se da un lato contribuisce a far maturare un nuovo modo di pensare e di attuare la pratica della corsa in termini di partecipazione di massa (e quindi non solo di tutela del fatto in­ dividuale), dall'altro tende a sfuggire al controllo di chi lo aveva inizial­ mente promosso. Si è speculato fin troppo su una cre­ scente e genuina richiesta di pratica motoria e sportiva, favorendo a pro­ prio uso e consumo, l'ingresso dei mezzi di comunicazione di massa, dell'industria specializzata in prodot­ ti per lo sport e di tante altre organiz­ zazioni che operano nel privato. Sono così emersi gli effetti devastan­ ti di una pratica sportiva, sporadica ed occasionale, spesso attuata in ca­ renza di allenamento, in assenza di controlli medici o con sforzi inadatti ai principianti e senza alcun rispetto delle fasce di età interessate. L'impressione che si riceve oggi è quella di essere di fronte ad una fase di passaggio tra un inizio selvaggio e un assestamento a tratti indefinibile, non si muovono più le masse in mo­ do indiscriminato e le diverse mani­ festazioni assumono sempre di più un carattere marcatamente competitivo. Alcune esperienze e mode strane, im­ portate fin dall'inizio acriticamente, si sono adattate alle esigenze delle no­ stre realtà, ciò nonostante ci sono molte cose che vanno conosciute e, forse capite. L'unico modo per conoscerle e per ca­ pirle è quello di riorganizzare le atti­ vità con intelligenza e responsabilità per ricondurre l’esperienza del corre­ re in un progetto educativo chiaro, con finalità e contenuti scientifici adatti al nostro tempo, riportando le persone ad associarsi correttamente intorno al fatto sportivo.

CENTRO SPORTIVO ITALIANO

IL SIGNIFICATO

Una campagna nazionale di promozione sportiva, attraverso tutte le forme di corsa Coloro che hanno la possibilità di vi­ vere in un gruppo sportivo, di coglier­ ne i valori e i significati profondi, si devono adoperare per svolgere una seria Campagna promozionale prote­ sa a coinvolgere sempre più persone. Occorre riaggregare istanze diverse: di chi preferisce correre in un modo piuttosto che in un altro; di chi corre da solo, evitando di mescolarsi con gli altri; chi pratica già una discipli­ na sportiva e chi invece deve ancora iniziare. Si tratta di creare le occasioni giuste, gli stimoli adatti, utilizzando cose semplici ed adattabili alle esigenze di ciascuno. Le «Campagne di promozione sporti­ va» che il Centro Sportivo Italiano è impegnalo a lanciare fin da quest'an­ no, hanno anche questo scopo, infat­ ti l'intero programma che ci appre­ stiamo a presentarvi non è solo una bella esperienza da seguire nei pros­ simi mesi su tutto il territorio nazio­ nale. Essa è, per ciascuno di noi, un'occa­ sione da non perdere per scendere di­ rettamente in campo, o anche in stra­ da o su per le montagne, alla scoper­ ta di amici con i quali correre, poi, in­ sieme al di là del «Correre CSI».

La Campagna «Correre CSI» è un in­ vito allo sport attraverso una delle più antiche, semplici e fondamenta­ li discipline sportive: la corsa in tut­ te le sue più svariate forme «Corre­ re CSI» vuole rivolgersi non solo a quanti già amano e conoscono la cor­ sa, ma anche e soprattutto a coloro che non la praticano ancora, affinché la scoprano e la apprezzino. Perché proprio la corsa? Facile. La corsa è il modo più semplice e salu­ tare di fare sport. Stimola tutte le funzioni dell’organismo, aiuta a sen­ tirsi meglio e provoca in chi la pra­ tica una sana forma di competizione. Non solo. La corsa è inoltre un mez­ zo per riconciliarci con l’ambiente e con la natura. Correndo all’aria aper­ ta, nei campi, nei boschi, in monta­ gna, nelle piste, sulle strade, si rea­ lizza un più immediato contatto con ciò che esiste intorno a noi. La corsa è quindi anche una forma di medita­ zione per ritrovare se stessi. In tanti o in pochi, correre con gli al­ tri è infine una festa. Questa discipli­ na sportiva ha infatti il magico pote­ re di favorire l'incontro, il rapporto umano spontaneo e disinteressato.

LE CORSE «Correre CSI» si articolerà in varie sedi e con diverse modalità: negli sta­ di con tutte le corse su pista (veloci­ tà, mezzofondo, fondo, ostacoli, sie­ pi); nei campi con la corsa campe­ stre; nei paesi e nelle città con la cor­ sa su strada; sui monti con la corsa in montagna; nei boschi, nelle cam­ pagne e nei luoghi abitati con la cor­ sa ad orientamento.


A ROMA I MONDIALI DI ATLETICA LEGGERA

I TEMPI «Correre CSI» prende inizio a feb­ braio per continuare fino a tutta l'e­ state di quest'anno con iniziative au­ tonome a livello locale predisposte in tutta Italia dai Consigli regionali, provinciali e circoscrizionali del CSI. Il 10 maggio 1987 sarà organizzata la manifestazione nazionale di «Corre­ re CSI», con venti iniziative realizza­ te contemporaneamente in altrettan­ te località di ciascuna regione, coor­ dinate a livello nazionale per forma­ re un’unica, grande manifestazione sportiva estesa su tutta la penisola. La manifestazione nazionale del 10 maggio non conclude la Campagna, ma ne costituisce un momento di sin­ tesi e di rilancio. «Correre CSI» pro­ seguirà fino a tutto settembre, con lo scopo di consolidare nei partecipan­ ti e nelle strutture associative la pra­ tica continuativa di questa attività sportiva basilare.

I Campionati del mondo di Atletica leggera hanno una frequenza qua­ driennale e si effettuano nell’anno preolimpico. La prima edizione ha preso vita ad Helsinki nel 1983, dove parteciparo­ no 1.335 atleti di ben 152 nazioni, mentre due altre nazioni inviarono dei delegati ed otto nazioni iscritte non poterono giungere per problemi po­ litici interni. Nel 1987 questo appuntamento di enorme risonanza mondiale verrà or­ ganizzato a Roma, dal 29 agosto al 6 settembre. II record di partecipazione ad Helsin­ ki, anche se superiore alle più rosee previsioni, è destinato a saltare. Ro­ ma ancora una volta, entrerà nella storia dello sport.

L'ORGANIZZAZIONE La Campagna «Correre CSI» è pro­ mossa e coordinata dalla Presidenza nazionale del CSI, con la collabora­ zione della Federazione Italiana di Atletica Leggera (FIDAL). Le iniziative locali sono realizzate dai Consigli provinciali e circoscrizionali CSI in tutta Italia. La manifestazio­ ne nazionale del 10 maggio è organiz­ zata dai Consigli CSI, con la coope­ razione dei Consigli regionali e il coordinamento della Presidenza na­ zionale.

LE VENTI MANIFESTAZIONI DEL IO MAGGIO 1987 ABRUZZO/L’Aquila BASILICA?A/Melfi CALABRIA/Reggio Calabria CAMPANIA/Salerno EMILIA ROMAGNA/Reggio Emilia FRIULI VENEZIA GIULIA/Udine LAZIO/Roma LIGURIA/Genova LOMBARDIA/Milano MARCHE/Macerata MOLISE/Campobasso PIEMONTE/Torino PUGLIA/Molfetta SARDEGNA/Oristano SICILIA/Messina TOSC AN A/Lucca TRENTINO ALTO ADIGE/Rovereto UMBRIA/Gubbio VALLE D’AOSTA/Aosta VENETO/Treviso

Corsa su strada Corsa su strada Corsa campestre' Corsa su pista Corsa su pista Corsa in montagna Corsa ad orientamento Corsa ad orientamento Corsa su pista Corsa su pista Corsa campestre Corsa su pista indoor Corsa su strada Corsa campestre Corsa su strada Corsa su strada Corsa su pista Corsa su pista Corsa in montagna Corsa su pista

Prestano il loro contributo per la rea­ lizzazione di «Correre CSI», lo Stato Maggiore dell'Esercito nell’organiz­ zazione delle venti manifestazioni del 10 maggio, e la F.l.S.O. (Federazione Italiana Sport Orientamento) per le iniziative di «orienting».

IL CONCORSO NAZIONALE «VERSO ROMA '87» Grazie alla collaborazione con la FI­ DAL, i partecipanti alla Campagna «Correre CSI» avranno la possibili­ tà di assistere al più importante av­ venimento sportivo del 1987, i Cam­ pionati Mondiali di Atletica Leggera in programma a Roma, allo Stadio Olimpico, dal 29 agosto al 6 settem­ bre. Trecento concorrenti, centocinquan­ ta uomini e centocinquanta donne, saranno estratti a sorte tra tutti co­ loro che avranno partecipato ad al­ meno tre iniziative di «Correre CSI» organizzate a livello locale. Costoro soggiorneranno gratuitamente a Ro­ ma per l’intera durata dei Campiona­ ti mondiali di atletica, avendo l’op­ portunità non solo di assistere alle gare, ma anche di partecipare attiva­ mente ad un programma di varie ini­ ziative di comunicazione collegate ai mondiali di atletica (cinematografia, fotografia, giornalismo, grafica, ecc.), curato dalla Presidenza nazio­ nale del CSI. Il sorteggio dei vincitori avverrà tra­ mite la «Carta Sl/Correre CSI», in do­ tazione a ciascun concorrente, nei cui appositi spazi verrà apposto un timbro dopo ogni partecipazione al­ le iniziative di «Correre CSI». Saran­ no sorteggiate soltanto le carte che recheranno almeno tre timbri, a te­ stimonianza dell’effettiva partecipa­ zione a tre iniziative, di cui una do­ vrà essere obbligatoriamente costi­ tuita dalla manifestazione nazionale del 10 maggio 1987.

Donato Renato Mosella

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Non da soli

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Il tema della solidarietà è assunto a tema di fondo dell’attuale realtà so­ ciale, costantemente segnata dall’in­ dividualismo, dal particolarismo, dai piccoli e grandi egoismi determina­ ti da modelli e ritmi di vita sempre più privi di riferimenti e valori. L'esigenza quindi di rilanciare l'idea­ le della solidarietà è diventata un’e­ sigenza di grande significato educa­ tivo per aiutare gli uomini a riscopri­ re gli altri, a vivere in condizione di ascolto dei problemi comuni, al di là del proprio particolare interesse. È logico che non è sufficiente dire «so­ lidarietà» perché la solidarietà diven­ ti un’azione concreta. È invece neces­ sario svolgere un’azione educativa che aiuti a riscoprirne il valore c ad­ dirittura il significato in termini con­ creti. Un’Associazione come il CSI, carat­ terizzata da una precisa preoccupa­ zione educativa, non può non sentir­ si sensibile a questa problematica se vuole rendere la sua azione educati­ va non disincarnata dalla realtà, non generica e confusa. L'attenzione deve quindi essere quel­ la di ripensare l’Associazione in ter­ mini di solidarietà concreta all’inter­ no dei suoi rapporti, dalla sua articolazione e della sua azione. Una so­ lidarietà che deve essere atto concre­ to di rapporto per aiutare le perso­ ne, le società sportive ad affrontare i problemi e le difficoltà che frena­ no un’effettiva promozione della per­ sona e del territorio. I rapporti tra le strutture associati­ ve vanno realmente rivisti in una lo­ gica di reciproca solidarietà che fac­ cia superare ed elimini il rischio del­ la burocratizzazione e della chiusu­ ra egoistica in una vita sterile di gruppi isolati. C’è costante il rischio di ripetere lo schema di chi, chiuso in se stesso, si allontana sempre più dai reali problemi e finisce per chie­ dere e/o imporre e/o rassegnarsi al­ le situazioni esistenti. Costruire l’Associazione nella logica della solidarietà significa riscoprire o scoprire l’esigenza della condivisio­ ne dei problemi e dell’energia di ope­ rare insieme per realizzare le finali­

Formare alla solidarietà anche nello sport tà associative. Ma non è solo proble­ ma di solidarietà tra strutture, è an­ che e soprattutto, problema di soli­ darietà attraverso gesti concreti di vita sportiva. Un allenatore diviene seriamente educatore se è capace di costruire l’allenamento in maniera tale da far vivere il fenomeno spor­ tivo in termini di solidarietà tra ra­ gazzi che operano insieme per sco­ prire, attraverso lo sport, dei valori che siano riferimento. Passare dalla squadra al gruppo si­ gnifica far scattare il meccanismo di un rapporto di solidarietà effettiva nella diversità psicologica e fisica delle persone. Fare sport deve signi­ ficare far vivere un’esperienza signi­ ficativa di vita ai giovani perche quei giovani diventino a loro volta, nel tempo, operatori di solidarietà. Per raggiungere questo scopo, anche le «formule» tecnico-organizzative diventano importanti e fondamenta-

li. Superare la pura logica selettiva, • eliminare i condizionamenti psicolo­ gici legati a formule vecchie e mitiz­ zate, significa far scoprire alle per­ sone modi diversi di vivere, e soprat­ tutto legati al rispetto, alla parteci­ pazione, alla solidarietà. Può sem­ brare un discorso esagerato, ma sa­ rebbe forse sufficiente pensare alla «formula» della festa per rendersi conto come, attraverso la pratica sportiva, seria, responsabile, tecnicamente corretta, le persone possano riscoprire in termini di solidarietà le altre persone. Si deve avere il corag­ gio di promuovere e di vivere queste esperienze non come momenti alter­ nativi, ma come quotidianità. Un’ultima osservazione. Nella nostra realtà dobbiamo riscoprire anche un altro tipo di solidarietà, quella con noi stessi. E una corretta pratica sportiva, oggi, è fondamentale per farci ripensare la solidarietà tra «me e il mio corpo», tra «me e la mia psi­ che», tra «me e il mio spirito». Esse­ re solidali con se stessi: può appari­ re un’affermazione «strampalata», forse è invece il punto iniziale per co­ minciare a scoprire la solidarietà co­ me valore globale.

Vittorio Ferrerò


SPORT CHIAMA DONNA Accompagnando la Campagna del CSI «Sport chiama donna» continuiamo a cercare la testimonianza delle donne che in Associazione svolgono ruoli significativi e decisivi. Questa volta ci siamo rivolti a Milena Aliberti, coordinatrice regionale dell’attività sportiva in Piemonte. Le abbiamo fatto molte domande e lei ci ha risposto... tutto in una volta, cosi:

A sedici anni sentii parlare di una Scuola Animatori per il Tempo Li­ bero realizzata nella mia città da uno sconosciuto CSI: era il 1976. Nonostante non avessi ancora l'e­ tà minima richiesta, fui ammessa al corso e cominciai a frequentare questa scuola preserale che mi sve­ lava nozioni di Psicologia Sociale, di Dinamica di Gruppo, di teorie Sull’Animazione Sociale. Il passo seguente fu un corso per istruttori di prima fascia, a cui fe­ ce seguito una lunga carriera di istruttrice per la prima fascia e poi per la scuola materna, fino alla col­ laborazione nell’ufficio Centri del Comitato di Torino. Da collaborazioni a responsabilità: questa è storia nota per molti re­ sponsabili in CSI. L'assidua presenza alle iniziative regionali, sia di formazione, sia di attività sportive, indussero Rober­ to Maragni, Presidente regionale, a chiedermi un impegno maggiore, entrando nell’équipe di Coordina­ mento Attività sportiva. Nel febbraio 1986 il Coordinatore diede le dimissioni, ed io subentrai per decisione del Consiglio regiona­ le. Fin qui la cronaca. 11 mio coinvolgimento emotivo è og­ gi completamente diverso da quel­ lo dell’istruttrice il cui umore era condizionato dalla reazione dei «suoi» bambini alle sue nuove idee. Ho cercato di trasferire l’azione creativa nelle attività regionali, ar­ ricchendo i programmi coerenti con l’itinerario Sportivo Educativo e con la programmazione naziona-

le, con idee che spero stimolanti; cerco di grattare via pregiudizi e tradizioni stantie, propaggini so­ pravvissute al post-riforma in CSI. Il mio obiettivo, passatemi l’espres­ sione ardita, è disegnare un «luo­ go» dove il calcio esiste senza un’automatica organizzazione a fi­ nali; il tennistavolo senza tabello­ ni ad eliminazione diretta... e potrei andare avanti all’infinito. Insomma, si dovrebbe sperimenta­ re, provare, crescere. Non esiste l’unico modo, quello migliore. C’è quello che meglio si adatta, in una sorta di relativismo culturale; sa­ rebbe erroneo assumerlo come il

migliore; sarebbe solo un conteni­ tore vuoto pronto ad essere riutiliz­ zato. Che ne facciamo del bisogno di «ludus» che è proprio deH’uomo? Ammettiamo che la gente, dal bam­ bino di pochi anni all'anziano, se sente il bisogno di praticare attivi­ tà sportiva, si rivolge a chi gli of­ fre un livello organizzatilo efficien­ te, gli garantisce di raggiungere un certo livello tecnico (efficacia), e, last but not least, va dove si diverte. Sarebbe ottuso provincialismo cre­ dere che le scuole di danza che pro­ lificano, che i Body Center che so­ no sempre di più, siano luoghi di perdizione, dove tra l’altro perdia­ mo tante brave bambine che avreb­ bero potuto giocare a pallavolo e tanti maschietti che avremmo orga­ nizzati in una squadra di basket, che ne abbiamo così poco e dobbia­ mo rilanciarlo. Ma le scuole di danza c i Body Cen­ ter sono opera del diavolo? Un dia­ volo tentatore che induce a curare il proprio corpo e a migliorare il proprio equilibrio psicofisico?

Credo che il CSI debba saper legge­ re ed interpretare le linee di ten­ denza, guardare dove va il mondo senza arroccarsi sulla propria tra­ dizione. Le radici di una certa sconfitta con il mondo culturale sta nell’a­ storicità di certe affermazioni: ab­ biamo fatto l’itinerario Sportivo Educativo e poiché altri hanno fat­ to le Federazioni e i loro regola­ menti, c’è ben poco da inventare.

Perché invece, a partire dall’itine­ rario Sportivo Educativo, e dal Pro­ getto Associativo, in cui riconoscia­ mo la nostra identità, non accoglia­ mo le mille idee che la varia civiltà ci offre ogni giorno? Rifacendoci alla storia potrebbero nascere e crescere mille progetti non pre-formati, dove chiunque, bambino, donna, uomo dovrebbe mal adattarsi, ma dove trova liber­ tà d’espressione e d’impegno, e si diverte.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE Due importanti momenti politico-formativi La Regione Sicilia ha vissuto, di re­ cente, due interessanti momenti di riflessione politico-associativa: rin­ contro dei responsabili dei Consigli provinciali (Amministratori, Coor­ dinatori tecnici e della Formazione, Addetti Stampa e Segretari) e il Se­ minario sul tema «Laicità come me­ diazione», al quale hanno preso par­ te 48 dirigenti locali. Il primo appuntamento era artico­ lato in due momenti assembleati, con le relazioni del Vicepresidente regionale Salvo Russo su «Ruolo dei servizi all’interno di un Consiglio provinciale o zonale» e del Presiden­ te del CSI Torino Gigi Giaccone sul Piatto nazionale della Formazione, e nelle riunioni dei vari gruppi pre­ senti. In particolare, quello degli ammini­ stratori — assistito dal doti. Di Mau­ ro — ha discusso sulla progettuali­ tà e la tecnica del bilancio provin­ ciale e sulla sua assunzione a stru­ mento politico, quello della stampa ha definito le modalità per il lancio

del servizio di in formazione locale, quello dei segretari si è incentrato sui rapporti fra Consiglio provincia­ le e Consiglio regionale, quelli del­ la Formazione e del Coordinamen­ to sulle varie iniziative regionali e sul Giocasport. Tutte insieme han­ no infitte riflettuto sui dati emersi dalla mappa regionale, confrontan­ do programmi e realizzazioni. Nel Seminario si è parlato de «Il lai­ co e la sua missione nella chiesa e nel mondo (relatore prof, don Milit­ ino Nocavero, docente presso la Fa­ coltà Teologica di Sicilia) e de «Il CSI: un'Associazione segno di pre­ senza laicale» (relatore don Gianni Gherardi). I partecipanti si sono quindi suddivisi in due gruppi di studio per analizzare le due temati­ che in oggetto. Dal loro lavoro è sca­ turita una relazione finale, nella quale è emersa la necessità di inse­ rirsi come parte attiva negli organi­ smi pastorali e di curare meglio la spiritualità dei soci e soprattutto dei dirigenti di Consiglio.

SFRAITATO IL CSI DI MESSINA

titolato a Papa Giovanni XXIII, dotato di campi di calcio, dì pallacanestro, di palla­ mano, di tennis, di bocce, oltre ai servizi e ad altri locali destinati a cappella, biblio­ teca e direzione. In questo centro si concentra oltre il 6O°/o dell’attività polisportiva svolta dal CSI di Messina (sono circa 40 le società sporti­ ve che se ne servono, a fianco alle scuo­ le, alla parrocchia e al Comune), ed è chia­ ro che la conferma di tale provvedimento penalizzerà pesantemente l'attività ricrea­ tiva e formativa della città intera. A questo proposito, il comitato messine­ se ha già inoltrato ricorso all'Autorità com­ petente, nella speranza che qualcuno fi­ nalmente si decida a guardare le cose con occhi meno burocratici.

MESSINA - Brutto colpo per il CSI di Mes­ sina: l’intendenza di Finanza gli ha fatto recapitare lo sfratto da quella parte di area dell’ex-poligono di tiro a segno di Scala Di Ritiro, di cui aveva la concessione sin dal lontano 1971. Il CSI è stato invitato ad effettuare le ope­ razioni di riconsegna poiché l’intera zona è tornata sotto la giurisdizione del Ministe­ ro della Difesa. L'impianto, che proprio grazie al CSI era rifiorito dopo aver versato per circa trent’anni in stato di abbandono, era divenu­ to la sede di un centro polifunzionale, in-

FOTOGRAFA CSI

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LECCO - Il Consiglio di Lecco ha indet­ to la seconda edizione del Concorso fo­ tografico, che avrà due indirizzi distinti: uno fotografico ed uno grafico. Per la prima sezione è stato scelto il te­ ma «I protagonisti delle manifestazioni sportive», intendendo per protagonisti non solamente gli atleti ma qualsiasi sog­ getto od oggetto inerente a una singola manifestazione sportiva (arbitri, pubbli­ co, attrezzi ecc.). Per il secondo indirizzo, riservato ai ra­ gazzi della II fascia, il tema è: «Come ve­ do la mia Società sportiva». Il termine di accettazione del materiale è fissato per la metà di maggio.

«IL CSI: UN SERVIZIO SOCIALE NEL TERRITORIO» PADOVA - Era questo il tema del Conve­ gno indetto dal CSI di Padova per ribadi­ re, insieme alle società sportive, le linee e le modalità della propria azione politica. I lavori sono stati introdotti dal presidente ospitante Roberto Faggiani, che ha ricor­ dato come società sportiva e territorio non debbano costituire entità tra loro isolate, bensì essere interdipendenti e cooperan­ ti al fine di garantire all’uomo quel prima­ to sullo sport che lo renda protagonista. La relazione successiva, tenuta da Gigi Giaccone Presidente del Consiglio torine­ se del CSI, ha poi evidenziato l’esistenza di una profonda frattura tra quella che è

INIZIA IL TORNEO POLISPORTIVO LECCO - Il primo appuntamento del se­ sto torneo polisportivo (ragazzi dai 10 ai 13 anni) si è tenuto a S. Fermo con la disputa della gimcana ginnica, che ha avuto ampio successo sia per la nume­ rosa partecipazione sia per il caloroso entusiasmo dell’US Cacciatori delle Al­ pi che ha organizzato la manifestazione. Non solo si è gareggiato in due manches ma anche giocato, pregato attraverso la S. Messa officiata dall’assistente CSI don Luigi Ceccato e mangiato un’ottima pastasciutta offerta sempre dalla Società ospitante.

INCONTRO DIRIGENTI PROVINCIALI VERONA - «Cosa vuol dire oggi per il CSI essere un’Associazione che fa educazio­ ne attraverso lo sport» è stato il tema del convegno svoltosi a Costa Grande do­ menica 11 gennaio. Nonostante l’abbondante nevicata, era­ no presenti una ventina di dirigenti del Consiglio provinciale di Verona (consi­ glieri e membri di commissione) che già da diversi anni usufruiscono di questi momenti per la propria formazione ricor­ rente. In veste di relatore era presente don Gianni Gherardi,- che ha posto l’accen­ to sulla dinamicità — intesa come impe­ gno costante di animazione e di promo­ zione — e sulla biunivocità — nel senso che si dà e si riceve — del termine edu­ cazione. «L’educazione — ha detto don Gianni — non è neutra, ma è qualificata dal tipo di ispirazione, che nel nostro ca­ so è quella cristiana. Le finalità educati­ ve del CSI si sostanziano nell’itinerario Sportivo Educativo, per cui, per farsi educatori, é necessario conoscerlo e dif­ fonderlo presso le società sportive». Da questo intervento è emersa la neces­ sità di istituire una scuola quadri provin­ ciale, che è già allo studio della Commis­ sione attività di formazione.

la mentalità sportiva presente nella nostra società e quelli che sono invece i reali pro­ blemi alla base del fenomeno sportivo. Così, se da un lato lo sport viene ancora diffusamente concepito come moda, co­ me evento episodico, o privilegio di soli «-campioni-, dall'altra rimangono sul tap­ peto problemi complessi, quali la discrimi­ nazione territoriale tra zone più ricche dal punto di vista sportivo e zone più povere. Da qui la necessità di un impegno del CSI anche neH’ambito del territorio (con la col­ laborazione degli Enti locali) diretto essen­ zialmente al raggiungimento di tre impor­ tanti obiettivi: la promozione dell'associa­ zionismo, la promozione di un servizio sportivo capillare, la parità nel mondo spor­ tivo.


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE IL CSI DI NUOVO PRESENTE A NUORO NUORO - Dopo quasi ventanni di assen­ za e di rinvìi, è ritornato finalmente in vita il CSI di Nuoro. In occasione della cerimonia inaugurale, avvenuta presso la «Nuova polisportiva S. Giuseppe», sono intervenuti S. E. Mons. Giovanni Melis, il Presidente nazionale Al­ do Notario, il Presidente regionale Pino Zucca, il Presidente della «Nuova Polispor­ tiva» Franco Murgia, il Presidente del Gruppo OFTAL di Nuoro Fabio Rosas, il Parroco di S. Giuseppe don Albino Sanna che hanno dato il loro saluto ai nume­ rosi operatori sportivi, simpatizzanti e vo­ lontari che operano nel campo particola­ re del recupero e reinserimento sociale dei portatori di handicap. Mons. Melis, tra i primi in Italia ad aver pre­ so a cuore il fenomeno sportivo scriven­ do una lettera pastorale, ha sottolineato

che è ormai tempo di passare da uno sport «passivo», fatto di solo tifo, ad uno sport «attivo», praticato e vissuto comunitaria­ mente. Ha richiamato inoltre all’attenzio­ ne di tutti e specie delle parrocchie, delle famiglie e dei giovani, il dovere di dare nuovo vigore allo sport nelle nostre comu­ nità cristiane, quale esperienza oggi irri­ nunciabile di sviluppo armonico e integrale dell’uomo. Il Presidente Aldo Notario, dopo un’ampia panoramica della nostra società, in cui ha messo in evidenza i rischi che comporta l’omologazione culturale di certi disvalori quali la massificazione, l’utilitarismo, il cor­ porativismo, ha ricordato la parola d’ordi­ ne che il Papa ha consegnato qualche me­ se fa: umanizzare la terra. È qui che si in­ serisce il Progetto sportivo-educativo del CSI, finalizzato alla crescita totale della persona e attento alle esigenze dei nonagonisti, cioè della maggioranza delle per­ sone.

FESTA DI PREMIAZIONE REGGIO CALABRIA - Un pubblico nu­ meroso, costituito da atleti, tecnici, ani­ matori e dirigenti ha fatto da degna cor­ nice all’annuale cerimonia della premia­ zione delle Società. L'introduzione è stata del Presidente pro­ vinciale Mimmo De Clario, che ha volu­ to sottolineare la validità della proposta contenuta nel progetto associativo del CSI la cui realizzazione è stata oggetto di attenta verifica al Congresso nazionale del dicembre scorso. Il Presidente ha altresì evidenziato l’as- ’ soluta immobilità dei politici in direzio­ ne della costruzione di impianti sportivi, in aperto contrasto con le tanto concla­ mate dichiarazioni di impegno da parte loro per rendere più vivibile la città.

PALIO DELLE SOCIETÀ 1987 TRENTO - Anche per quest'anno il Con­ siglio di Trento ha proposto il «Tutto CSI - Palio delle Società» tendente ad affer­ mare il valore della polisportività. Ognuna di esse, all'atto dell’adesione o della affiliazione al CSI è iscritta d'uffi­ cio al «Palio» ma, per essere inserita nel­ la classifica, dovrà prendere parte ad al­ meno due delle 8 discipline in program­ ma: atletica leggera, calcio, nuoto, orien­ tamento, pallavolo, pattinaggio sul ghiac­ cio, sci nordico, tennistavolo. Di queste, l'atletica leggera viene ripar­ tita in due sezioni distinte (corsa campe­ stre e su strada, attività su pista), come fossero due discipline diverse. Con ciò si raggiunge il duplice fine di agevolare l’ingresso in classifica e di pri­ vilegiare la pratica dell’atletica leggera quale disciplina di base per il CSL

UBERO SCAMBIO DI PALLAVOLO IN PUGLIA

L'ATTIVITÀ DEI CENTRI DI FORMAZIONE

ANDRIA - I Consigli circoscrizionali di Anùria e Murgiano hanno dato vita, il 6 gennaio, ad Andria a un libero scambio di pallavolo femminile, con la presenza di circa 80 atleti — maschi e femmine — di 8 squadre di diverse società sportive affiliate al CSI. Prologo della manifesta­ zione è stata la celebrazione dell’euca­ restia presieduta dal consulente provin­ ciale di Andria don Giuseppe Buonomo. Subito dopo hanno avuto inizio le gare, rallegrate dai canti dei giovani di Murgia­ no vestiti con abiti folkloristici. Al termi­ ne, le squadre ospiti, prima di fare ritor­ no hanno visitato il centro storico della città, guidate dal Presidente del CSI di Andria Domenico Sgarra. Egli, durante le premiazioni, ha sottolineato la frater­ na amicizia e lo spirito di festa che ani­ mano solitamente tali manifestazioni del CSI, augurandosi che tale esperienza possa ripetersi quanto prima presso il Consiglio di Murgiano.

BERGAMO - A dimostrazione della bontà dell’iniziativa, i Centri di Formazione che il CSI di Bergamo ha avviato nella provin­ cia, proseguono con la loro crescita nume­ rica e qualitativa. Con il prezioso patrocinio delle Ammini­ strazioni comunali e provinciali di Berga­ mo e con un capillare lavoro organizzati­ vo, protrattosi per.mesi anche tra difficol­ tà di ogni genere, il CSI è riuscito a tutt’oggi ad avviare circa 350 corsi — con 6.000 ragazzi » tenuti da poco più di 70 istruttori in altrettanti Comuni del bergamasco. E qui va subito sottolineato che il CSI è riu­ scito a garantire la propria presenza tan­ to nei piccoli comuni della montagna quan­ to nei più lontani fra quelli della pianura. Per fare questo il comitato, attraverso la Commissione incaricata (composta dai professori Luciano Manara, Monica Pasi­ ni e Flavio Tombini, in segreteria Luciano Meloni) ha contattato ben 250 Amministra­ zioni comunali, 450 scuole e 360 società

sportive; a questi vanno aggiunti natural­ mente numerosi oratori. Il programma in svolgimento prevede: per i più piccoli attività di gioco, per i ragazzi del secondo ciclo della scuola elementa­ re attività presportiva e polisportiva, fino ai corsi per i ragazzi delle medie. Come è stata accolta l’iniziativa? Lo chie­ diamo al prof. Luciano Manara: «Direi con notevole entusiasmo. Abbiamo trovato molte persone disponibili a lavorare con noi per gestire Io sport anche dove è po­ co praticato. Va poi riconosciuto il grosso sforzo eco­ nomico che l’operazione comporta sia per il CSI che per la provincia; grazie alla loro sensibilità siamo riusciti a contenere no­ tevolmente le spese a carico dei genitori interessati. Infine vorrei sottolineare che i Centri di For­ mazione sono stimolo di altre iniziative. Così avremo manifestazioni locali che con­ fluiranno in una grande festa, al termine dell’annata sportiva, festa a cui verranno invitati tutti i bambini per una giornata di sport da vivere insieme.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE CONVEGNO DIRIGENTI CSI REGGIO EMILIA - Nei giorni 2/3/4 gen­ naio si è svolto a Toano il XXIV Conve­ gno Dirigenti CSI, con la partecipazione di circa 50 responsabili di Società spor­ tiva. I lavori hanno previsto lo sviluppo di tre argomenti: «Il progetto Associativo del CSI: un impegno nello sport a costruire una cultura deH’amore» (relatore don Lui­ gi Parmigiani, responsabile della pasto­ rale giovanile, degli oratori e del CSI di Cremona); «L’itinerario sportivo educa­ tivo: uno sport per tutti, con tutti e di tut­ ti» (relatore Giulio Bertoni, consigliere provinciale CSI); «Il CSI: analisi riflessa Sull'Associazione attraverso lo Statuto e il Regolamento» (relatore l’avv. Giorgio Guidetti). Posti in successione cronologica, que­ sti temi hanno tracciato l’itinerario di una riflessione sull’Associazione nella sua globalità, dalla teoria alla prassi. Cosi, alla luce dei principali documenti elaborati a livello nazionale, si è passati ad esaminare la realtà locale, che esige di essere rilanciata soprattutto nella I e II fascia. Per questo si guarda con particolare at­ tenzione al Giocasport che, con i contri­ buti dei numerosi preti presenti, potrà co­ struire una valida risposta alle esigenze motorie dei ragazzi della zona.

IL CSI TARCENTO COMPIE VENT'ANNI TARCENTO - Ricorre quest’anno il ven­ tennale della fondazione del CSI Tarcento, una delle più belle realtà affiliate al Con­ siglio di Udine. Una ventina di ragazzi, i primi tornei e i campionati di calcio, la vita in parrocchia da cui si distaccherà, anche fisicamente con il terremoto del 1976. Subito l’adesio­ ne piena, convinta, al progetto sportivo del CSI. Sappada è il punto di partenza di un'espe­ rienza che continua perpetuandosi nelle persone che, anno dopo anno, l’hanno promossa e sviluppata. È con questo an­ coraggio profondo che si possono coeren­ temente interpretare i vent’anni che ci se­ parano da quei primi passi, dai tempi del­ le trasferte in bicicletta e delle olimpiadi fatte in casa. Anni vissuti intensamente, pieni di cose importanti, riproposte oggi in forme diverse ma con lo stesso spirito di servizio.

In primo piano è la dimensione associati­ va. Una società quasi completamente au­ tofinanziata, formata da squadre-gruppi, spesso autogestiti, luoghi privilegiati di educazione, di confronto, di festa, non solo sportiva. E, fuori dalla routine, i campi esti­ vi, da Ampezzo ad Ovaro ed oggi agli stages di Marradi in Toscana; gli incontri e le feste regionali, nazionali, internazionali. Grossa attenzione è rivolta anche alla pro­ posta polisportiva. Il calcio, poi l’ingresso delle ragazze e della pallavolo, la bella sta­ gione dell'atletica e del tennistavolo. Poi i corsi di nuoto, di judo, di pallamano, il ma­ neggio, la bicicletta, la campestre; il tutto sorretto da importanti servizi quali la tute­ la sanitaria, la formazione di tecnici e diri­ genti, promozione dell’immagine e dell'at­ tività. Infine la dimensione politica, rivolta in un impegno costante per la promozione del­ lo sport di tutti, senza esasperazioni, vio­ lenza, mercificazioni, che ha sensibilizzato gli Enti locali verso una sana e intelligen­ te collaborazione.

GIOCASPORT ARRIVA ANCHE IN KENYA WAMBA - Sono passati poco più di due mesi dalla presentazione ufficiale di Gio­ casport, ed ecco che questa proposta ha già ampiamente varcato i confini nazio­ nali. Giunge dal Kenya una lettera, fir­ mata da Fra Angelo Riboli, della Catholic Church Wamba, per la richiesta del materiale e di ulteriori informazioni. «Sa­ rei molto interessato alla vostra propo­ sta — dice Fra Angelo — perché mi ser­ vo dello sport come un mezzo di evan­ gelizzazione tra i ragazzi e credo che es­ sa potrà essermi molto utile per l’opera che sto svolgendo. Grazie di cuore per la vostra sensibilità verso i ragazzi».

«GIOCASPORT» '87»

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PAVIA - Domenica 8 febbraio ha preso il via la seconda edizione di «Giocasport ’87», manifestazione polisportiva riserva­ ta agli Oratori di Pavia. Prendono parte a questa iniziativa: Fossarmato, Borgo Ticino, Scala S. Maria di Caravaggio, ca’ della Terra, San Mau­ ro e Santo Spirito, per un totale di 12 squadre. Il programma del «Giocasport ’87» è ar­ ticolato in 6 prove: tennistavolo, calcio­ balilla, corsa campestre, pallabase, ciclorally e calcio, ospitate a turno da ognuno degli oratori impegnati. Il torneo si chiuderà il 12 aprile.

UMBRIA: CONSIGLIO REGIONALE DI SEMINA ASSISI - Titolo originale ma senz’altro si­ gnificativo: le Presidenze dei Consigli um­ bri si sono incontrati con la Presidenza re­ gionale per studiare il Piano nazionale del­ la Formazione e renderlo operativo nel pro­ prio ambito territoriale. A questi lavori hanno fornito il loro impor­ tante contributo don Gianni Gherardi, S. E. Mons. Sergio Goretti vescovo di Assisi e il prof. Mario Gori. Il Consulente nazionale, dopo aver parla­ to del senso della «mappa associativa» e dei significati che se ne possono trarre, ha ricordato come un'Associazione che vuo­ le fare educazione attraverso lo sport ab­ bia la responsabilità per la competenza de­ gli operatori. Perciò il Piano nazionale ser­ ve a loro, ed è affidato ai Consigli provin­ ciali perché ne diano ampia diffusione. Mons. Goretti, invece, nel distinguere net­ tamente il tecnico (che è un applicatore di

regole) dall’educatore, ha tracciato di que­ st’ultimo compiti e qualità: «L’educatore deve tener presente la distinzione tra bam­ bini, giovani, adulti, uomini e donne. Egli osserva sempre prima di agire. Egli ha bi­ sogno del sapere, del sapere cristiano; de­ ve essere ancorato al patrimonio della Fe­ de, deve riflettere sulla parola di Dio». Il prof. Gori, infine, si è soffermato sulla morale del tempo libero e sulla necessità di recuperare il significato educativo e for­ mativo della promozione attraverso un im­ pegno di volontariato, che è proprio di una scelta di tipo etico-sociale, capace di di­ ventare uno stile di vita per tutti; Da qui gli operatori presenti hanno assunto l’impegno di finalizzare più precisamente le iniziative di formazione, con particola­ re attenzione agli operatori tecnici delle so­ cietà, di proseguire nella formazione dei formatori, di assumere i corsi residenziali come strumento formativo basilare e di va­ lorizzarne i contenuti educativi e asso­ ciativi.


SPORT ED IPERTENSIONE ARTERIOSA Come dovrei comportarmi con mio figlio di 26 anni a cui recentemen­ te gli è stata diagnosticata una iper­ tensione arteriosa (150/95). Lui vuo­ le continuare a giocare al calcio. È indicata questo tipo di attività fisi­ ca? Non è pericolosa? Il medico ha consigliato un trattamento farma­ cologico. Tutti questi interrogativi mi sugge­ riscono di affrontare un problema non infrequente per il medico spor­ tivo. Il fenomeno ipertensione ha dimen­ sioni sociali così vaste che l'impat­ to sulla salute della popolazione è assai cospicuo. In medicina dello sport l’ipertensio­ ne arteriosa è una delle principali cause di non idoneità allo sport agonistico. Molti studi clinici però hanno di­ mostrato l’effetto benefico dell’at­ tività fisica nel ridurre la pressio­ ne arteriosa nei soggetti ipertesi sia a riposo che durante l’esercizio. Non è mai stato notato alcun dan­ no causato da programmi di allena­ mento e non risultano gravi eventi morbosi acuti durante o subito do­ po competizione che possano esse­ re direttamente attribuiti all’iper­ tensione arteriosa. In pratica una ipertensione lievemoderata non deve rappresentare un impedimento alla pratica spor­ tiva anche agonistica. Il tipo di at­ tività sportiva consigliata è quella prevalentemente aerobica, cioè di resistenza, come la maratona, la marcia, il ciclismo su strada, lo sci di fondo, il nuoto (400-800-1.500 in), mentre sono sconsigliate tutte le at­ tività sportive di potenza come il sollevamento pesi, i lanci o i salti. Dovrebbero essere esclusi dall’at­ tività agonistica tutti i soggetti con aumento dei valori pressori a ripo­ so (160 ma.x-95 min.), con alterazio­ ni evidenti a carico di alcuni orga­ ni, come il cuore, i reni, il cervello e che hanno mostrato un eccessivo incremento pressorio durante pro­ va da sforzo. Gli atleti con pressione diastolica persistentemente elevata (95-105 mmHg) per 6 mesi dovrebbero es­ sere considerati più seriamente ri­ guardo ad un trattamento farmaco­ logico. Futtavia l’utilità dello sport, inte­ so come attività ludico-ricreativa,

nella prevenzione e terapia di que­ sta forma morbosa è condivisa da tutti. La riduzione della pressione arte­ riosa unitamente ad una modifica­ zione della dieta con riduzione del consumo di grassi e dell’apporto di sale alimentare, la sospensione del consumo di sigarette o di alcool, si è visto abbassa in maniera signifi­ cativa il rischiodi malattia cardio­ vascolare e morte. Infatti pressioni sistoliche superio­ ri a 140 mmHg e diastoliche supe­ riori a 85-90 mmHg sono state cor­ relate ad una maggiore probabili­ tà di eventi morbosi. Occorre quindi incoraggiare l’atle­ ta iperteso alla pratica di un'attivi­ tà fisica regolare con tutte le pre­ cauzioni necessarie del caso.

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Antonio Spataro

Corsivetto

BAMBINI, MACCHINE DA SPORT Su II Mondo del 12 gennaio è apparso un servizio sullo sport dell’infanzia, ispirato da due medici sportivi, dove si possono leggere frasi come queste: «Verso i tre o quattro anni il gioco può iniziare a trasformarsi in uno sport con delle regole e dei compagni»; «tra i cinque e i sette anni il bambino può spe­ cializzarsi nello sport che preferisce»; «verso i nove-dieci anni il bambino, or­ mai diventato ragazzo, ha raggiunto uno sviluppo fisico per cui può parteci­ pare anche a competizioni di livello interregionale e nazionale». Una tabellina, per chi non avesse ben compreso, indica ancora più chiara­ mente l’inizio dell'agonismo in quasi tutti gli sport tra i sei e i dieci anni! Evidentemente per certi medici sportivi i praticanti sono soltanto un insieme di ossa, muscoli e nervi. Anzi, in certi sport, come la ginnastica, pare che non ne servano nemmeno in abbondanza. Meglio se i soggetti sono sottosviluppati e un po’ rachitici, come l’extraterrestre E.T. Per fortuna qualcuno, come l’indimenticato olimpionico Franco Menichelli. ha il coraggio di parlarne fuor dai denti (La Repubblica, 17 gennaio): «Pec­ cato essere arrivati a questo punto, a questa fabbrica di mostruosità. Mi infa­ stidisce il modo in cui gli adulti (allenatori) trattano i bambini e cosa pensano di dover esigere dai ginnasti, senza neppure chiedersi se sia giusto o no e che vantaggi ne derivino... È indubbio che ora solo alcuni tipi vengono desti­ nati alla ginnastica, soprattutto quella femminile. Si vanno a cercare alcuni fisici molto particolari, molto tarati, e invece di curare le loro imperfezioni le si sfrutta».

L. O.

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«LA CORPOREITÀ'» La corporeità è un tema che può es­ sere analizzato sotto molti aspetti. La medicina e la biologia in termi­ ni fisici, le scienze psico-neurolo­ giche in termini psichici, la filoso­ fia e la teologia in termini spiritua­ li, sono tutte scienze che applicano metodi diversi per studiare il me­ desimo problema: le funzioni e il si­ gnificato del nostro corpo e della vi­ ta più in generale. Quando la corporeità viene studia­ ta dal filosofo il discorso diventa molto complesso. Molte teorie non possono essere suffragate da sicuri dati scientifi­ ci e nello stesso tempo il metodo ra­ zionale impone delle dimostrazio­ ni talmente profonde che spesso re­ stano comprensibili solo agli addet­ ti ai lavori. È stato recentemente pubblicato un libro di Giuseppe Lazzati dal titolo «La corporeità». Quest'opera è il resoconto di una serie di conferenze che Lazzati ten­ ne nel 1976 ad un gruppo di gio­ vani. Il Prof. Lazzati, filosofo per forma­ zione, scomparso lo scorso anno dopo essere stato per molto tempo Rettore dell’università Cattolica, certamente ha rappresentato una delle figure più rappresentative della cultura degli ultimi anni. L’Autore affronta il tema della cor­ poreità in modo del tutto inatteso. Le fini disquisizioni, le sottili di­ stinzioni, lasciano spazio a qualco­ sa che potrebbe essere definito «lu­ cida» poesia. La poesia «lucida» di Lazzati non lascia trasparire alcun dubbio ra­ zionale nell’analisi della corporei­ tà come valore e permette al letto­ re, in poche pagine, circa 60, di far­ si un'idea della corporeità vista, co­ me dice Lazzati, in luce di fede.

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Questa sintesi poetica è fondamen­ tale per chi, come chi scrive, essen­ do un medico, deve considerare la corporeità partendo dal dato pret­ tamente fisico. Forse solo le pubblicazioni di carat­ tere scientifico, quelle vere, hanno lo stesso stile asciutto del libro del prof. Lazzati. Lo scienziato, il medico esprimono pubblicamente le loro idee solo nel momento in cui una tesi o un deter­ minato fenomeno vengono dimo­ strati come reali e ripetibili. Lazzati coniuga le sue convinzioni

quaderni di san salvatore

Giuseppe Lazzati

La corporeità editrice ave filosofiche con la sua profonda fe­ de cristiana e in questo senso divie­ ne profondamente scientifico in quanto pone una solida base, per fe­ de reale, al contenuto filosofico. Ma soprattutto, l’Autore fornisce alcune semplici risposte all’uomo comune che vuole dare un senso al­ la sua corporeità. L'uomo viene definito come corpo e spirito e come maschio e fem­ mina. Il testo della Genesi, a cui Lazzati si riferisce, risulta essere ricco di significati. In particolare viene sottolineata la perfetta identità che esiste tra l’uo­ mo e la donna. L’uomo dà il nome a tutti gli anima­ li ma nessuno è simile a lui; solo di fronte alla donna, egli riconosce un essere vivente simile a lui, forma­ to di corpo e di anima. La corporeità non esaurisce l’uomo perché esso è un essere vivente in cui Dio ha «soffiato» io Spirito. Il corpo, attraverso il tempo e Io spazio, pone l’uomo nel mondo, do­ ve la scienza c il lavoro rendono l’uomo concreatore dell’universo.

In questo senso, secondo il Prof. Lazzati, il corpo non può trasfor­ marsi in un valore negativo da di­ sprezzare, ma neanche in un valo­ re assoluto, come nel caso del super-uomo. Successivamente l’Autore, conside­ ra lo squilibrio che esiste, all'inter­

no dell’uomo, tra le tendenze istin­ tive e la ragione. L’analisi parte dalla constatazione che le naturali tendenze istintive anziché aumentare la gioia di esse­ re uomini talvolta ci rendono me­ no liberi. Forse, secondo Lazzati, il nocciolo del problema è tutto nella libertà che è data all’uomo come valore in­ sostituibile. La libertà ha reso l’uomo capace di considerarsi come «unico» centro dell’universo, ma d’altronde l’as­ senza di tale libertà toglierebbe qualunque significato alla nostra vita. In questo quadro, il Prof. Lazzati trova un significato alla presenza nella nostra vita del Cristo, che con la sua venuta ci ha dato una speran­ za profonda, e soprattutto ci ha re­ si uomini liberi di ristabilire un equilibrio duraturo tra istinto e ra­ gione.

Come medico, mi ha molto interes­ sato il capitolo che Lazzati ha de­ dicato alla sessualità. Secondo l’Autore, non si ha coscien­ za della sessualità solo perché si ha coscienza che l’uomo è maschio e femmina. Tale coscienza si acquisisce vera­ mente solo quando si considera la sessualità secondo le sue finalità ed implicazioni, che sono di ordine fi­ sico, psichico e spirituale. Esistono nell’uomo e nella donna delle diversità complementari che sono alla base dell’amore reci­ proco. Ci si scopre diversi ma complemen­ tari, e questo è forse ancora oggi uno degli elementi che può fornire una grande speranza all'essere umano che spesso si sente solo e ab­ bandonato dalla società. In definitiva il libro del Prof. Laz­ zati, fornisce al lettore una serie di spunti di riflessione sul senso del­ la corporeità che non sempre è pos­ sibile trovare espressi in modo co­ sì chiaro c sintetico.

Paolo Gastaldi


IL VITTORIOSO (segue da pag. 12)

FERRATE DELLE DOLOMITI

GIULIO ONESTI RINASCITA E INDIPENDENZA DELLO SPORT IN ITALIA

SEPP SCHNÙRER. ED. ZANICHEL­ LI, BOLOGNA 1986, PP. 160, 121 ILLUSTRAZIONI, L. 43.000

COORDINAMENTO DI MARIO PENNACCHIA / ED. LUCARINI, ROMA 1986, PP. 276, L. 20.000 IIBAGATTO

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GIULIO ONESTI

Locarmi

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Nel 1944, poco tempo dopo l’entrata de­ gli Alleati a Roma, l’avvocato Giulio Onesti fu nominato Commissario al CO­ NI, con il preciso incarico di liquidare l'organismo olimpico. Onesti non solo non liquidò il CONI, ma prese a lavora­ re alla sua riorganizzazione e a quella dell’intero sport italiano. Probabilmente nessuno allora prevede­ va che Onesti sarebbe rimasto alla gui­ da del CONI ininterrottamente per 34 anni, fino al 1978, quando gli subentrò Franco Carfaro. La storia di Onesti ultratrentennale pre­ sidente del CONI è dunque la storia stes­ sa di larghissima parte dello sport ita­ liano, dal caos del dopoguerra alle so­ glie degli anni ’80. Questo libro, ideato c coordinato da Ma­ rio Pennacchia, fa rivivere la figura e l’o­ pera di Onesti attraverso molteplici vie, che si completano l’un l'altra: dal sag­ gio critico di Paolo Valenti alle testimo­ nianze di personaggi del mondo della politica, della cultura e dello sport (par­ lano, tra gli altri, Andreotti, Montanel­ li, lo stesso Carraio e campioni come Benvenuti e Bcrruti). Completano il quadro uno stralcio di alcuni scritti di Onesti ed una serie di interviste «famo­ se» da lui rilasciate, che seguono e pun­ tualizzano taluni momenti chiave della sua presidenza al CONI. Nell’insieme, dunque, non un saggio biografico, ma la raccolta ordinata di elementi che tutti insieme ricostruisco­ no la personalità dell'uomo e il senso del suo operare politico.

11 fascino dell’arrampicata sembra estendersi sempre più, conquistando schiere di appassionati anche tra quanti non sono espertissimi della montagna. Ciò pone, in termini urgenti, il proble­ ma della sicurezza. E se da un lato oc­ corre sensibilizzare gli amanti della montagna sui rischi che si possono cor­ rere, dall’altro è necessario fornire agli aspiranti scalatori tutte le informazio­ ni che possono concorrere a rendere più facili e tranquille le loro imprese. La du­ plice esigenza è tanto più avvertita se, anziché di semplici escursioni, si parla di arrampicate lungo le «vie ferrate», cioè lungo gli itinerari attrezzati. Per chi ha intenzione di arrampicarc sulle Dolomiti questo volume di Schnù­ rer, giunto alla seconda edizione, rap­ presenta uno strumento validissimo, forse indispensabile. L’autore infatti analizza in modo minuzioso tutti i mi­ gliori itinerari attrezzati dolomitici. Par­ ticolarmente utile è la scelta di ferrate proposte nella zona prealpina, dove es­ se sono percorribili anche in primave­ ra e autunno. Per ciascun sentiero at­ trezzato si fornisce una scheda che com­ prende: una descrizione del percorso (quasi roccia per roccia); una piantina; un elenco di indicazioni in sintesi (pun­ to di partenza, difficoltà, accesso, fer­ rata, dislivelli, discesa, tempi, punti di appoggio, cartografia). Un'altra interessante caratteristica del volume è quella di essere posto in ven­ dita unitamente ad un libricino tasca­ bile da portare con sé lungo il percor­ so e che contiene la piantina e le indi­ spensabili informazioni tecniche relati­ ve ad ogni itinerario: uno strumento che lo scalatore può portare facilmente con sé per accrescere la propria sicurezza.

Ferrate delle Dolomiti i ff.3.

seconda edtfone

di Sepp Schnùrer Dolomiti occidentali e orientali Brenta - Mendob Prealpi trentine <

«e

la più seguita. La redassero dappri­ ma Natale Bertocco, uno dei pilastri del CSI, che firmava «papà Natale», poi il documentatissimo Remo Pa­ scucci c il brillante Enzo Balboni, con grande varietà di formule e di te­ mi ma sempre con un'ottica che gio­ vò non poco allo sport italiano e al CSI quando i ragazzi lettori s'indiriz­ zarono alla pratica sportiva. Poiché c’era allora l'ambizione (o l’u­ topia?) di fare un vero «giornalinismo» per ragazzi, coinvolgendo tut­ ti i loro centri d’interesse. Un tratto caratterizzante fu, sempre, il forte coinvolgimento dei lettori: con il movimento delle Ali Vitt, con numerosi concorsi, con la posta, con le pagine aperte alla collaborazione dei ragazzi, con iniziative quali le Olimpiadi Vitt, il Carnevale Vitt, i Campanili Alpini di sci, le gare di ae­ romodellismo, la filatelia... Poi, negli anni '60, accadde che il giornale soffrì sia della crisi dell’Azione Cattolica (venne a mancare l’importante diffusione nelle parroc­ chie) sia delle mutate condizioni del mercato (monopolio dei grandi edi­ tori, difficoltà di distribuzione...), sia del mutamento del gusto. Un cambia­ mento, più volte progettato, fu più volte rimandato, e poi attualo in mo­ do non felice. Con il 1967, infatti, Il Vittorioso divenne Vitt, ma invano se ne tentò il rilancio. L’esperienza rimane tuttavia nella storia del movimento cattolico e in quella dei mezzi di comunicazione sociale. Gli aspetti più significativi furono tre. Primo: di fronte a un pro­ blema posto da un nuovo strumento della comunicazione sociale (il fu­ metto), i cattolici risposero non solo con allarmi ed ammonimenti ma con una realizzazione in positivo, desti­ nata alla massa (il 50% della tiratu­ ra era diffuso in edicola pubblica). Secondo: provenendo da uno dei tra­ dizionali ambienti educativi, Il Vit­ torioso riuscì gradualmente a far su­ perare i numerosi pregiudizi che il mondo dell'educazione opponeva al fumetto e preparò un atteggiamento di maggiore considerazione del feno­ meno. Terzo: restando nella memo­ ria di due generazioni costituì, in persone approdate poi a diverse ri­ ve ideologiche e culturali, un patri­ monio comune dell’infanzia di cia­ scuno, assai ricco di ricordi e di va­ lori, così da favorire comprensione e dialogo. E forse è questo che ce lo rende più caro.

Domenico Volpi

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SALVADOR Una stagione all'inferno DI OLIVER STONE Dedicate to Dad 1910-1985: con que­ sto omaggio tutto il cast, ambienti e vicende compresi, saluta il pubblico. Un pubblico che si presume sia proiettato oltre le dune di un im­ possibile quanto spietato deserto latino-americano, in cui oasi e ser­ penti convivono. Il saluto non è cer­ to la stretta di mano accompagna­ ta da sorrisi e abbracci che riser­ vano l'incontro con un «padre». Vogliamo credere che se un «pa­ dre» premuroso apprezzerà il gesto estremo e accattivante di un figlio che racconta, il «padre» di tanti — se non tutti — figli di un’unica Na­ zione (USA) tremerà sull’onda del­ lo sviluppo della storia. Le «frecce cinematografiche» lan­ ciate a suo tempo da registi come D. W. Griffith, trovano qui un ber­ saglio caustico e forse colorato da un’esperienza reale, quanto cruda. Il vero scioglie l’imbroglio, recita come la bestia, regina dell'Africa, in un documentario sulla vita degli animali: perché di animali qui si parla. Animali umani. Fiere dalle emozioni febbrili che fremono tur­ bando il sonno di chi ancora crede agli appoggi politico-militari delle superpotenze, senza considerare il peso di una ridicola fobia politica. Le didascalie del film già ci avver­

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tono che tutto quanto è vero. Anche i nomi di chi questa vicenda l’ha vissuta e rivissuta per raccontare attraverso lo schermo l’implacabi­ le e insubordinata collocazione sto­ rica, invincibile attacco all’insolen­ za (per essere teneri), ingiuria di un aspetto dell’animo umano. L’osti­ nato e inflessibile reporter, Ri­ chard Boyle (James Woods, al qua­ le, ci si permetta, è forse poco au­ gurare l’Oscar per un’interpretazio­ ne orientata ad una magica sedi­ mentazione di vive sensazioni, non per far breccia al cuore, ma — sem­ bra — alla riflessione stanca di commiati pseudo eroici).

Un reporter anti-Rambo, co-autore della sceneggiatura, affiancato da un Oliver Stone alla regìa, già noto per aver donato al pubblico storie come «Fuga di mezzanotte» e il re­ cente «Anno del Dragone», ricorda­ te? L’irniente figura di Stanley White, superdecorato poliziotto dal linguaggio brusco c diretto, lo slang caro ai duri sbrigativi, interpreta­ to da Mickey Rourke che non ha fi­ nito di stupire. Anche qui la sceneggiatura è fede­ le al «paesaggio», all’ambiente ro­ vinoso e deturpato soprattutto dal­ l'uccisione del Vescovo Remerò nel bel mezzo di una celebrazione eu­ caristica col sapore di rivolta.

La guerra, le stragi, le violenze estreme e dettate da una psicopa­ tologia politica che rasenta la ne­ vrosi delle dittature appoggiate dal­ le squadre della morte mai ricono­ sciute ma comunque presenti, e non solo nell’ombra, sono sostenu­ te dall’esercito, fedele novizio del narcisismo del potere. La morte c i desaparecidos, il san­ gue e la deturpazione dei corpi (chi potrà dimenticare il piccolo corpo di Carlos e la collina seminata dai cadaveri osservati dagli avvoltoi?), le lacrime di tutti quelli che hanno messo i piedi e gli occhi nella guer­ ra del Centro-Sud-America. E qui spicca un John Savage, atto­ re che sembra nascere dalie fanta­ sie di Stanislawski j, armato dall’a­ more per la fotografia, ma non per avere dollari, ma per raggiungere quella sintesi della morte che Ro­ bert Capa seppe registrare nella sua pellicola, girovagando tra gli orrori della guerra. Sembra che una parte dell’Ameri­ ca non perdoni. Tra la barbara re­ quisitoria dei personaggi che par­ lano come fossero in una bettola sconfortata dai deschi di rame ba­ gnati dall’alcool e circondati da do­ si aleatorie per sfuggire dai ricor­ di del Vietnam, della Cambogia, del Medio Oriente e, per ultimo, dal Salvador, Richard Boyle, alias Ja­ mes Woods, in compagnia di Doc (Jim Belushi) ripropongono un per­ duto amore per quegli ideali ame­ ricani di libertà e indipendenza. Ideali che sembrano traditi e per­ venuti ad una sorta di raggiri poli­ tici rivolti più alla conservazione di regimi dittatoriali spiegati che al­ le aspirazioni dettate dalla costitu­ zione e dal pensiero di quei pionie­ ri della democrazia che tanto ci hanno educato e spinto verso la li­ bertà e la dignità dei popoli. Sembra che il mondo politico non abbia una frontiera — nel male — e ancora oggi Richard Boyle, redu­ ce da tante sofferenze e violenze, sta cercando in un campo di profu­ ghi del Guatemala, la donna e i bim­ bi che tanto ama, dopo che la «li­ bera» California respinge la sua compagna salvadoregna perché in­ desiderata ospite. «America, America, chi sono i tuoi figli di ieri e di oggi?» (W. Whitman). «Il potere non deve essere sgancia­ to da un aereo/Un cappello è potère/aver paura è potere» (G. Corso).

Flavio Pedrotti


CHI FA PARLARE I NUMERI? All'inizio del nuovo anno, tutti hanno co­ minciato a dare i numeri. Si trattava dei numeri dell'anno scorso, naturalmente, cioè delle cifre dell’economia, dell’occu­ pazione. della natalità, della salute ec­ cetera. Ma il linguaggio dei numeri è im­ personale, parla per grandi quantità, si esprime con dati di massa, mentre la pa­ rola è un linguaggio personale, tanto è vero che ogni scrittore ha un suo «stile». Per quanto riguarda i numeri, lo «stile» viene dato non dalle cifre ma da coloro che le elaborano e le interpretano. Le statistiche sono esatte e ingannevoli nel­ lo stesso tempo. Entro certi limiti, ai nu­ meri si possono far dire le cose che si vogliono; o meglio, dalla massa dei da­ ti statistici, si possono sempre estrar­ re quelli adatti a sostenere una tesi. Neppure i numeri dunque sono infor­ mazioni di valore assoluto, soprattutto se mancano dati di confronto. Una vec­ chia definizione afferma che la statisti­ ca è quella scienza per cui, se io ho man­ giato un pollo e tu sci rimasto a digiu­ no, abbiamo mangiato mezzo pollo per uno. È una questione di media. I dati più controversi sono quelli rela­ tivi all’occupazione e alla disoccupazio­ ne. Clamorosa ci sembra la dichiarazio­ ne deH'Istituto Centrale di Statistica che in sostanza dice: stiamo applicando nuo­ vi sistemi di rilevazione, stiamo riveden­ do i nostri sistemi e ci riferiamo più di­ rettamente al prodotto interno lordo... e ci accorgiamo che ci sono 1 milione 802 mila occupati più di quanti ne ave­ vamo previsti. In particolare, ci sareb­ bero (il condizionale diventa d’obbligo) 2.116.000 lavoratori autonomi in agri­ coltura invece di 1.500.000 (una bella differenza!), 150.000 lavoratori agrico­ li dipendenti in meno, 400.000 addetti all’industria in più (in gran parte nel set­ tore metalmeccanico), 239.000 lavorato­ ri autonomi in più nel settore delle co­ struzioni, c così via conteggiando. Questi «ricalcoli» ci riempiono di stu­ pore, Poiché vengono da settori in cri­ si, non dovrebbero indicare una nuova

occupazione, e quindi un sollievo per i disoccupati, ma semplicemente un mi­ glior conteggio di quanti c’erano già. E dove erano nascosti? Quanti pagavano le tasse? Come mai si scoprono solo adesso? Se pensiamo che sui dati stati­ stici si fanno piani economici, si denun­ ciano situazioni, si preparano leggi, ci viene qualche brivido. Sul problema della disoccupazione, tut­ ti d’accordo a dire che è il più grave del­ la nostra società, coinvolgendo soprat­ tutto i giovani. Sulle cifre c’è meno ac­ cordo. Quelle «ufficiali» parlano di 2 mi­ lioni e 529 mila disoccupati, 1’1 1% del­ la forza lavoro in media nazionale, ma in realtà al Nord è il 7,4% mentre al Sud è il 17,7%. Con tutti gli sforzi «possibili» (ma non ce n’è qualcun altro «impossibile»?), il sistema economico produrrà 250.000 oc­ cupati in più nel corso dell’87, e così via negli anni successivi, ma tutto questo farà scendere la disoccupazione al Nord e aumentarla al Sud, perciò si prevede un’altra ondata migratoria di 70.000 la­ voratori l’anno, per dicci anni. La previsione ci sembra disastrosa per la cultura e l’equilibrio del Meridione. Qualcuno potrebbe dire: anche per il Nord. Ma qui la natalità è al di sotto di «crescita zero», la popolazione diminui­ sce e invecchia, e l’iniezione di energie nuove può rivitalizzare una decadenza che sembra inarrestabile perché è cul­ turale (mancanza di una cultura della vita) oltre che numerica. La regione più ricca sarebbe la Liguria, all’ultimo posto la Calabria. Tra i comu­ ni più ricchi troviamo sopra tutti le lo­ calità turistiche celebri: Clavière, Madesimo, Portofino, Sestriere, Fiera di Primiero, Limone, dove la vita ha un aspetto piuttosto artificiale e anche i prezzi sono alti. Tra i più poveri trovia­ mo i paesi del terremoto in Campania: Santomenna, San Gregorio M., Laviano, Ricigliano c tanti altri del Sud. Risalen­ do le posizioni, troviamo alcuni «pove­ ri» nelle montagne del Nord, così la pro-

PERSONE CHE PRATICANO SPORT PER SESSO E SPORT PRATICATO Uomini SPORT PRATICATI

Per 100 N. sportivi

Calcio 2.550 Atletica leggera 304 Podismo, footing, Jogging 436 Ginnastica, attrezzistica, danza 756 Pallacanestro, pallavolo, pallamano 587 Nuoto, pallanuoto, tuffi 843 Tennis 1.068 Sport Invernali, alpinismo 956 Caccia 874 Pesca 593 Altri 1.057 Non Indicato 5

32,5 3,9 5,6 9,6 7.5 10,7 13,6 12,2 11.1 7,6 13,5 0.1

Donne N Per 100 "• sportive

104 261 209 1.618 586 753 330 596 6 21 285 3

2,6 6,6 5,3 41,0 14,9 19,1 8.4 15.1 0,2 0,5 7.2 0,1

Comp. percentuale Totale

2.653 565 645 2.374 1.173 1.596 1.398 1.552 880 614 1.343 8

Uomini Donne

Totale

3,9 46.2 32,4 68,2 50,0 47,2 23,6 38,4 0.7 3,4 21,2 37.5

100.0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100.0 100,0 100,0 100,0 100,0 100.0

96,1 53,8 67,6 31,8 50,0 52,8 76,4 61,6 99,3 96,6 78,7 62,5

vincia di Como ha Val Rezzo in basso (economicamente) c Cassina Rizzardi nelle prime posizioni; la provincia di Cu­ neo ha redditi elevati ad Argenterà c in situazione poverissima Oncino ed Ele­ va: la storia del pollo... Sì, la solita storia delle statistiche ingan­ nevoli perché questa a cui ci riferiamo, elaborata dal Censis e dal Banco di San­ to Spirito, si riferisce a dove il reddito si spende, non a dove è stato prodotto. Un agiato dirigente d’azienda può aver sgobbato una vita a Torino o a Milano e andare a godersi la liquidazione e la pensione in una località climatica del­ la costa ligure. Guardiamo i grandi numeri, che indica­ no una tendenza generale: inaspettata­ mente (ma allora a che servono gli esperti?) l’Italia è stata, nell’anno scor­ so, la quarta nel mondo come ritmo di crescita economica. Tra le nazioni indu­ strializzate dell’occidente, ha superato la Gran Bretagna e si è collocata al quin­ to posto. Tutto bene, allora? Messi in sospetto dal pollo, notiamo che le statistiche dicono anche altre cose: a un quinto della po­ polazione in condizioni agiate il reddi­ to è cresciuto dal 36,12 al 38,42% del to­ tale nazionale, ma al quinto in condizio­ ni più disagiate è diminuito dall’8,1 al 7,64%; in altre parole, è cresciuta la dif­ ferenza tra ricchi e poveri, pur nel pro­ gresso complessivo. Il reddito delle fa­ miglie del Centro-Nord è quasi del 25% superiore a quello delle famiglie meri­ dionali; le regioni con reddito familia­ re più alto sono la Lombardia e il Ve­ neto. Le cifre continuano il loro balletto. Ab­ biamo una marea di disoccupati, e for­ se per questo si spiegano i successi del­ la lotteria di Capodanno, del totocalcio, del «toto» nero, del lotto clandestino: 2.000 miliardi di puntate legali e forse 6.000 di clandestine. I disperati acqui­ stano un poco di speranza, e tirano avanti. Pur avendo 2 milioni e mezzo di disoc­ cupati. abbiamo anche 1 milione di im­ migrati dal Terzo Mondo. Le commissio­ ni di studio accusano: solo la metà dei disoccupati cerca veramente un lavoro, solo 1 su 8 ha «bisogno», molti non vo­ gliono trasferirsi o non accettano il la­ voro umile. Sono altri numeri da prendere con le molle: il «bisogno» non è solo quello ma­ teriale, c’è anche il bisogno di sentirsi autonomo, di formarsi una famiglia, di non vivere sulle spaile dei genitori. Sa­ rebbe giusta anche l’esigenza di non sra­ dicarsi del tutto dal proprio ambiente e dalla propria cultura, perciò si tende a tirare avanti, ad attendere un’oppor­ tunità nella propria terra. La società e la scuola per tutti (compresa l’univer­ sità. come dimostrano gli studenti fran­ cesi), non selettive, hanno creato una se­ rie di bisogni che fanno rifuggire da cer­ ti lavori. Insomma, la vita non è fatta solo di nu­ meri, c i dati possono essere spesso o sbagliati o pilotati.

Domenico Volpi

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