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Stadium n. 3/1986

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AUSTRIA BELGIO FRANCIA GERMANIA ITALIA OLANDA SVIZZERA

roma 1/5 aprile 1986 / /X CENTRO SPORTIVO W I ITALIANO

aderenti: CECOSLOVACCHIA JUGOSLAVIA MADAGASCAR POLONIA

FEDERATION INTERNATIONALE CATHOLIQUE D EDUCATION PHYSIQUE ET SPORTIVE

Dal 1° al 5 aprile si terrà a Roma, organizzata dal Centro Sportivo Italiano, ('Assemblea generale della FICEP nel 75° anniversario della sua fondazione. Per l'occasione verranno nella capitale italiana oltre cento rappresentanti delle Federazioni sportive associate dell'Austria, Belgio, Francia, Germania Federale, Olanda, Svizzera e, per l'Italia, del Centro Sportivo Italiano.

LO SPORT PER LA RICONCILIAZIONE DELL'UOMO è il tema dell'Assemblea di quest'anno, i cui lavori si apriranno in Campidoglio, nella Sala della Protomoteca mercoledì 2 aprile. Terrà la relazione ufficiale sul tema il Sindaco di Roma, Sen. NICOLA SIGNORELLO.

Un SYMPOSIUM INTERNAZIONALE si terrà il 3 aprile per celebrare il 75° di fondazione della Federazione. Sul tema «LO SPORT NEL MAGISTERO PONTIFICIO DA PIO X A GIOVANNI PAOLO II» parlerà il P. SERGIO PERNAL, docente di Dottrine sociali della Chiesa nella Pontificia Università Gregoriana.

Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, riceverà i dirigenti sportivi interna­ zionali in udienza particolare. Una udienza è stata chiesta anche al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

I lavori assemblear! si svolgeranno presso l'Hotel MIDAS, dove si con­ cluderanno sabato 5 aprile con l'approvazione di un documento sul tema di quest'anno.

Il Centro Sportivo Italiano saluta con un cordiale benvenuto a Roma i rappresentanti delle Associazioni sportive europee, augurando una buona permanenza e un felice esito dei lavori assemblear!.


■3 i'/\0 I UM 4 ALLE RADICI STORICHE di Aldo Notarlo

5 LA SPERANZA CHE E' IN NOI

17 Il tema del mese: «PALLACANESTRO» — — — — — —

Basket story (Angelo Orfano) Un gioco intelligente? (a cura di Marco Cerigioni) Uno sport popolare? (Guerrino Gentilini) La parola a Dan Peterson (a cura di Angela Messina) Minibasket (Donato Renato Mosella) A misura di donna? (a cura di Andrea De Pascalis)

di Gianni Gherardi

6 UNA STORIA EUROPEA 75 anni di vita della Federazione Cattolica Europea di Educazione Fisica e Sportiva.

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ALICE NON ABITA QUI Progresso e coscienza dell'uomo, di Alberto Bobbio

10 L'OBIEZIONE DI COSCIENZA OGGI La storia e la prospettiva di una esperienza civile, di Leo Leone

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TRAPIANTI DI CUORE Gli aspetti etici e morali di una nuova frontiera italiana della chirurgia di Alberta Del Bianco

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STADIUM/SOCIETA' di Angelo Bertam

26 PROGRAMMARE PER AGIRE

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TUTTOCSI/ CRONACHE/ESPERIENZE

Il film: GINGER E FRED di Pietro Pisarra

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I libri:

UN PONTE SULL'ETERNITÀ'

I lavori del Consiglio nazionale del C.S.I.

di Vittorio Ferrerò

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CITTA' A ROTELLE

Racconta la Iva Società sportiva: RAGAZZI DI TR1NACR1A

di Ettore Colli Vignarelli

a cura di Andrea De Pascalis

LMRMUAMO A LEGGERE I GIORNAU/4 di Domenico Volpi


ALLE RADICI STORICHE

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La FICEP (Fédération Internatio­ nale Catholique d'Education Physique et Sportive) che celebra in questi giorni i suoi 75 anni di vi­ ta, è nata subito dopo la nostra Federazione, la FASCI (Federa­ zione Associazioni Sportive Cat­ toliche Italiane) di cui siamo eredi. Avviene infatti nel 1911 a Nantes, in occasione del Concorso inter­ nazionale di ginnastica (lo sport di massa di allora) che i quattro presidenti delle Federazioni ita­ liana, francese, belga e canadese decidono di fondare una federa­ zione internazionale chiamata Unione Internazionale delle Ope­ re Cattoliche d'educazione fisica, con lo scopo di « rafforzare i le­ gami amichevoli tra i differenti Paesi, promuovere la ginnastica, facilitare e regolamentare i con­ corsi internazionali ». Siamo andati alle origini per ca­ pire le motivazioni e il senso di tale decisione che ci tocca da vi­ cino, frugando nei documenti che abbiamo trovato a Parigi nella sede della FICEP, negli archivi vaticani e all'istituto per la sto­ ria dell'Azione cattolica e del Mo­ vimento Cattolico in Italia Paolo VI dove, tra l'altro, si trovano le annate di Stadium dal 1906 al 1927 (data in cui la FASCI fu sciolta per imposizione del regi­ me fascista, per rinascere nel 1944 con la nuova denominazione di Centro Sportivo Italiano). I documenti sono molto interes­ santi ed alcuni sono stati pubbli­ cati per il 75° della FICEP, che si celebra in Roma nei giorni 2-5 aprile. Che cosa si trova sostanzialmenmente in questi documenti? Tre volontà: la prima è quella di usci­ re dal ghetto in cui il laicismo voleva relegare i cattolici, la se­ conda quella di creare un movi­ mento popolare di educazione fì­ sica e sportiva, la terza quella di uscire dai confini e dallo spirito nazionalistico, dando ai giovani la possibilità di incontrarsi, di

capirsi e di amarsi (la prima guerra mondiale era purtroppo al­ le porte). Il progetto ha successo: nascono e si sviluppano molte società e gruppi sportivi nelle parrocchie e negli istituti religiosi, e i gio­ vani vanno in giro per ITtalia e per l'Europa a fare incontri spor­ tivi e concorsi ginnici. Le più significative di queste ma­ nifestazioni ginnico-sportive sono addirittura organizzate in Vatica­ no, dove nel cortile del Belvede­ re si svolgono i vari tornei (è al­ lestita anche una pista per le cor­ se!), con Pio X che assiste dal palco delle autorità e sotto un so­ lenne baldacchino! Teniamo conto che il Papa allora non poteva uscire dal Vaticano e sono allora gli sportivi cattolici ad andare da Lui per affermare il diritto a manifestare la loro fe­ de attraverso l'esercizio sportivo. Il tutto ora ci può fare anche te­ nerezza e sollevare ironia se non teniamo conto del tempo e della storia. E' comunque la nostra storia, so­ no le nostre radici che hanno ali­ mentato e fatto crescere la gran­ de pianta che oggi si chiama Cen­ tro Sportivo Italiano. Noi dobbiamo molto a quei pre­ cursori, lo stesso sport deve loro molto, come deve molto ai Papi che l’hanno incoraggiato, ai preti che l'hanno promosso e animato: lo sport ha aiutato assai ad avvi­ cinare le due sponde del Tevere! Se il Giro d'Italia del 1946, il pri­ mo del dopoguerra, ha fatto tap­ pa nel cortile di S. Damaso sotto le logge di Raffaello, se nel 1955 fu giocata una partita di pallaca­ nestro in piazza S. Pietro davanti a Pio XII, se sempre in piazza S. Pietro le Olimpiadi del 1960 fecero visita a Papa Giovanni, se Paolo VI incontrò sportivi di ogni razza e religione e se infine Gio­ vanni Paolo II celebrò allo stadio Olimpico di Roma nel 1984 il Giu­ bileo degli sportivi, lo si deve a quei pochi cattolici che all'inizio

del secolo capirono che sport e cattolicesimo potevano darsi una mano e camminare insieme. Già il cattolico De Coubertin alla fine del secolo volle che Papa Pio X benedisse il suo progetto di far nascere le nuove Olimpiadi, ma noi riteniamo più significati­ vo l'impegno dei cattolici di co­ stituire in Federazioni nazionali ed internazionali quei gruppi e società sportive che nacquero spontaneamente all'inizio del se­ colo e che resistettero (forza del­ l’associazionismo!) alla bufera di due guerre mondiali e alle repres­ sioni di un regime. La pianta resse perché aveva ra­ dici profonde. Il Concilio Vaticano II ci aiutò a capire più tardi che sport e fe­ de potevano aiutarsi senza con­ fondersi, rispettandosi nei loro ambiti e nella loro autonomia, che lo sport non era da battezza­ re ma da animare, da capire nei suoi valori che andavano e van­ no salvati, uno sport da liberare dai compromessi dello sfrutta­ mento, che gli sportivi non era­ no da dividere in due, ma che credenti e non credenti anche nello sport potevano camminare insieme, uniti da un progetto co­ mune di servizio all’uomo. Erano quelle radici, era quell'humus che continuava ad ali­ mentare il nostro essere e il no­ stro esistere, era la pianta che aumentava le sue fronde. Senza quelle radici, senza quell’humus le grandi scelte che han­ no fatto del CSI un'associazione numerosa ma specialmente viva, coscienza di una realtà che ama e che serve con i suoi messaggi, quelle grandi scelte non ci sareb­ bero state. Celebrare i 75 anni della FICEP, come gli 80 di Stadium, come i 40 del CSI compiuti l'anno scor­ so, ha senso se si va alle radici per farne memoria storica.

Aldo Notarlo


LA SPERANZA CHE E’ IN NOI In questi giorni (con una con­ centrazione particolare nella Do­ menica delle Palme) viviamo un fatto di Chiesa, aperto però a tutto il mondo: la prima gior­ nata mondiale della gioventù. Si manifestano nelle diverse chiese locali e nelle parrocchie centinaia e centinaia di gesti e di pronunciamenti che dovreb­ bero fare tutt’uno con la vitto­ ria della vita sulla morte che viene celebrata nella Pasqua. Proprio nel fare memoria della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, ci si imbatte con la storia dell'uomo, con le sue dimensioni di passato, di presen­ te e di futuro, con la prospet­ tiva di felicità e di festa senza fine, guadagnata una volta per sempre da questo evento. Da una parte, come diceva Giovan­ ni Paolo II nell’aprile dell’ ’85, « le generazioni, sull’albeggiare della Domenica di Pasqua, stan­ no davanti alla tomba vuota e ascoltano già da ormai duemila anni il medesimo messaggio apo­ stolico: ” Perché cercate tra i morti colui che è vivo? / Non è qui, è risuscitato ” »; dall’altra, tanti punti di osservazione con­ cordano nel descrivere questa generazione giovanile come scar­ samente interessata al passato, refrattaria, (forse per un’incon­ scia paura) verso il futuro, ter­ ribilmente piegata su se stessa, ’’ generazione della vita quoti­ diana "... Come far incontrare la spinta a vivere pienamente e consape­ volmente, con la rassegnazione e con la disperazione? Come far incontrare i gesti di speranza e d’impegno — pochi o molti che siano, ma sempre significativi —, con la rinuncia e la indecisione di tanti? Intanto la speranza che nasce dalla Risurrezione chiede alla comunità dei cristiani di farsi propositiva, pur nel riconosci­ mento delle proprie difficoltà e

1 delle proprie incoerenze. Ciò che si è ricevuto in dono va parteci­ pato, facendo strada insieme, mettendo a disposizione quello che si è e si ha, fornendo spirito e strumenti di ricerca. E’ chiaro che nella misura in cui si sceglie con consapevolez­ za e decisione la strada dell’im­ pegno educativo, occorre essere capaci di dire alcuni « no »: no alle gabbie ideologiche e di po­ tere, no ai percorsi imposti, ob­ bligati e massificanti, no alla ri­ duzione di orizzonti: il solo e esclusivo « avere », il solo « pia­ cere », il solo tornaconto perso­ nale o di gruppo... Ma non ci si può fermare qui! C’è la possibilità (e la strada va percorsa insieme a tutti gli uo­ mini di buona volontà) di crea­ re spazi per la libera espressio­ ne dei giovani, di affrontare le eventuali situazioni « difficili », di devianza o di emarginazione con spirito di solidarietà, di pra­ ticare una promozione dell'uomo attenta a tutte le dimensio­ ni della persona, di favorire rin­ contro con la proposta religiosa nella sua autenticità. Nel « quotidiano » a cui si è parpar­ ticolarmente attenti e in cui si è profondamente impegnati, va scoperta, anche con fatica, la presenza del trascendente, il maturare del Regno. Non c’è opposizione tra « quoti­ diano » e Dio, tra vita e fede, perché pienezza dell’umano e perciò della vita e del « quoti­ diano » è Gesù Cristo. Alle nuove generazioni non può giungere che questa proposta incarnata in parole e gesti coe­ renti e significativi: non posso­ no e non devono essere costret­ ti a scegliere tra la passione per la vita e la proposta cristiana, non devono essere costretti a trovare incompatibili la loro ori­ ginalità autenticamente umana e la perennità della Pasqua. Gianni Gherardi

La giornata mondiale della gioventù

Domenica delle Palme, 23 marzo, la Chiesa celebrerà la prima Gior­ nata Mondiale della Gioventù. Istituito da Giovanni Paolo II, l’appuntamento avrà cadenza an­ nuale. Esso rappresenta uno dei più significativi frutti ed im­ pegni scaturiti dall’Anno Interna­ zionale della Gioventù, appena conclusosi, ed intende testimonia­ re e concretizzare la sollecitudi­ ne di tutta la comunità ecclesiale nei riguardi delle nuove genera­ zioni, per camminare con loro verso il terzo Millennio. La Giornata di quest’anno avrà carattere locale, coinvolgendo di­ rettamente ogni diocesi. Ma, per gli anni successivi, si prevedono celebrazioni anche a livello con­ tinentale o internazionale, per ri­ petere le entusiasmanti esperien­ ze dei raduni a Roma nell’Anno Santo della Redenzione (1984) e nell’Anno Internazionale della Gioventù (1985).

Il tema scelto per la celebrazio­ ne di quest'anno è « Sempre pron­ ti a testimoniare la speranza che è in voi ». Si intende in questo modo richiamare l’attenzione sul­ la Lettera Apostolica indirizzata lo scorso anno da Giovanni Pao­ lo II ai giovani e alle giovani del mondo, perché, durante tutta la Quaresima, sia approfondita e considerata come autentico stru­ mento di formazione. La realizzazione dell’iniziativa del Santo Padre è stata affidata al Pontificio Consiglio per i Laici, che ha già provveduto ad infor­ mare le Chiese locali ed i movi­ menti e le associazioni ecclesiali giovanili.

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Una storia europea vitati anche molti paesi non affi­ La Federazione Internazionale liati. Cattolica di Educazione Fisica e Sportiva è nata nel 1911 con il Ancora una volta, il cataclisma nome di Unione Internazionale mondiale scoppiato nel 1939, so­ delle Opere Cattoliche di Educa­ spese la vita dell’Unione, ma già zione Fisica. La prima intesa per nell’ottobre del 1946 e nel gen­ la sua costituzione si ebbe in naio del 1947, due riunioni svol­ Francia, a Nancy in occasione di tesi a Zurigo, permisero alle va­ un grande Meeting Internaziona­ rie Federazioni di riprendere i le di ginnastica. Ne furono prota­ loro contatti internazionali. gonisti i rappresentanti di asso­ Nell’assemblea generale del 1947, ciazioni ginniche cattoliche di di­ la gloriosa Unione diventa la « Fe­ verse nazioni, tra cui la Francia, Scomparvero anche gli uomini derazione Internazionale Cattoli­ il Belgio, il Canada, la Svizzera che creata, compreso il ca di Educazione Fisica (FICEP). e l'Italia, rappresentata dal Con­ contel’avevano Gli anni seguenti sono peraltro Carpegna. te Carpegna presidente della Tornata la pace, l’Unione riprese difficili, a causa delle conseguen­ FASCI, antesignana del CSI. vita e vi aderirono anche la Ceco­ ze della guerra ed è specialmen­ L’idea dcll'Unione fu accolta con slovacchia, la Polonia e la Jugo­ te dal 1954 che assistiamo al ri­ entusiasmo e fu decisa un’assem­ slavia. Popo dopo si aggiunsero lancio della FICEP, con l'Assemblea a breve termine per deter­ l’Austria e la Germania, ma solo blea generale di Strasburgo: vie­ minarne gli Statuti. Anche il Lus­ per qualche anno, poiché l’avven­ ne costituita una Commissione semburgo e l’Olanda avevano da­ to del nazismo portò allo scon­ Tecnica, viene stabilito un calen­ to la loro adesione. All’unanimi­ volgimento delle rispettive fede­ dario delle attività internazionali, tà fu eletto presidente del Comi­ razioni sportive cattoliche. mentre la FICEP si apre ad altre tato Provvisorio, l’italiano conte Tra le due guerre, comunque, i discipline, oltre alla ginnastica e Carpegna. contatti si moltiplicarono e si ef­ all’atletica. Vengono previste ma­ L’assemblea ebbe luogo a Roma, fettuarono numerosi concorsi gin­ nifestazioni internazionali di pal­ per decidere gli Statuti e i Rego­ nastici internazionali. Memorabi­ lacanestro, calcio, nuoto, palla­ lamenti della nuova Unione. In le fu un grande meeting interna­ mano, tennistavolo. quell’occasione i partecipanti fu­ zionale che si svolse a Vienna, nel Intanto altre Federazioni aderi­ rono ricevuti in Udienza Specia­ giugno del 1936, a cui furono in- scono, come la Federazione belle dal Papa Pio X, che tra l’altro dichiarò: « Benedico il vostro la­ voro, per l’oggi e per il futuro. Continuate a lavorare per l’edu­ cazione morale e fisica della gio­ ventù. Sono felice di vedere tan­ te nazioni riunite per un lavoro comune. Quando, qualche anno fa, ho aperto il Vaticano ai gran­ di concorsi dei ginnasti cattolici, ho manifestato chiaramente il mio pensiero. Avevo sempre da­ to a questo movimento la mia pa­ terna benedizione. Se ci fosse an­ cora qualche dubbio, allora non mi resta che mettermi anch’io a fare esercizi ginnastici, per dare il buon esempio ». A Roma, nel 1913 ebbe luogo il primo concorso ginnastico inter­ nazionale organizzato dall’Unione. Ma la prima guerra mondiale, che stava per devastare l’Europa, Nel 1973, il Papa Paolo VI. riceve i membri della F.I.C.E.P. in occasione dell'Asdoveva ben presto interrompere semblea Generale. la vita dell'Unione nata da poco.

75 anni di vita della Federazione Cattolica Europea di Educazione Fisica

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ga e la Federazione femminile spagnola. Nel 1960 gli statuti sono modifi­ cati e il termine « sportiva » vie­ ne aggiunto al titolo della Fede­ razione, senza peraltro modifica­ re la sigla FICEP. Nel 1961, il cinquantesimo anni­ versario, viene celebralo a Parigi nella sede dcH’UNESCO, ed è l’occasione per far conoscere l'at­ tività sportiva dei cattolici al mondo esterno della cultura e dello sport. E’ anche l’occasione, quell’Assemblea di Parigi, per da­ re una svolta culturale all’attività della FICEP. Da allora, infatti, gli incontri so­ no stati occasioni di interrogarsi sui grandi temi del rapporto tra sport e vita civile: dallo sport professionistico ai concorsi pronostici; dal rapporto tra sport e tempo libero all'aiuto da portare ai Paesi in via di sviluppo. Nel corso degli anni l’attività si accresce: accanto alla Commissio­ ne tecnica, nasce la Commissione femminile, quella pastorale (di preti e laici), quella per i giova­ ni. Intanto la FICEP si collega con le organizzazioni internazio­ nali cattoliche, con i’UNESCO, con il CIO e con vari altri orga­ nismi europei. Nel 1961 viene ri­ conosciuta ufficialmente dalla Santa Sede come Associazione Cattolica Internazionale c da al­ lora intrattiene stabili rapporti con il Pontificium Consilium prò Laicis. I temi del dibattito si estendo­ no: dal « fair-play » alla violenza nello sport, dall’assistenza reli­ giosa in occasione delle Olimpia­ di alla questione fondamentale dello sport come pericolo di alie­ nazione e come possibilità di li­ berazione dell’uomo. Questo cammino è stato consa­ crato nell’Assemblea tenuta a Ro­ ma nel 1973, conclusasi con una udienza speciale concessa dal Pa­ pa Paolo VI. II resto è storia recente, che anche la nostra rivista ha seguilo giorno per giorno, e il cui punto di arrivo sono i nuovi statuti di cui produciamo, come documen­ to e come impegno, i primi ar­ ticoli. II 75“ della FICEP è un’occasione per confermare l'impegno di tutti coloro che, nel CSI e con il CSI, fanno professione di volere lo sport al servizio dell’uomo, della sua crescita morale e della sua autonomia civile.

DALLO STATUTO DELLA F.I.C.E.P. • PREMESSA

La FICEP (Federazione internazionale Cattolica di Educazione Fisica e sportiva) si occupa dello sport c del tempo libero, cercando, attraverso questi due elementi importanti della cultura, di promuovere un'educa­ zione dell'uomo nella fedeltà al messaggio d’amore di Cristo. Per raggiungere e sostenere questo obiettivo, essa si fa promotrice ed organizzatrice non solo di incontri sportivi di varia natura ma anche di riflessioni e studi, conoscendo concretamente le diverse esperienze delle associazioni aderenti e rispettando il contesto storico e culturale proprio di ciascuna. Per questo compito difficile che consiste nel manifestare al mondo il messaggio d’amore di Cristo durante tutta la vita, negli ambiti che le sono propri, la FICEP reputa necessario riferirsi a documenti quali: a) quelli del Concilio Vaticano II, in particolare « Gaudium et Spes » e la Costituzione dogmatica della Chiesa; b) le grandi Encicliche come « Mater et Magistra », « Pacem in terris », « Populorum Progressi© »... c) altri documenti emanati dalla Chiesa, come il Consiglio dei Laici, la lettera di Paolo VI al Cardinale Roy; d) gli approfondimenti effettuati nelle assemblee di Roma (aprile 1973), Lione (aprile 1974) e Dusseldorf (aprile 1985). • COSTITUZIONE

Art. 1 — Tra le Associazioni Nazionali Cattoliche interessate allo svi­ luppo dell’educazione Fisica e dello Sport, riconosciute dalla Conferenza Episcopale dei rispettivi Paesi, che raggruppano le società, le organiz­ zazioni, le unioni o le federazioni cattoliche dei rispettivi Paesi e che aderiscono a questo statuto, è costituita la Federazione che prende il nome di « Federazione Internazionale Cattolica d’Educazione Fisica e sportivi » (FICEP). La sede della FICEP è a Parigi. Art. 2 — Gli scopi della FICEP sono: a) di raggruppare le società sportive, le organizzazioni, le unioni o le federazioni di diversi Paesi che si ispirano ad una visione cristiana del­ l'uomo e della società; b) di organizzare e promuovere riunioni ed incontri sportivi tra le associazioni e i loro soci; c) di fare tutto il possibile affinché lo sport sia al servizio deH’Uomo; d) di promuovere la costituzione di Associazioni nazionali cattoliche là dove queste non esistono ancora; e) di cooperare, in particolar modo attraverso il suo apporto originale, con le organizzazioni internazionali che hanno come finalità la promo­ zione dell’uomo attraverso l'educazione fisica e sportiva; f) di cooperare a livello internazionale con tutte le organizzazioni a ca­ rattere educativo, portando così il suo contributo originale nella costru­ zione di una società fondata sulla giustizia e sulla solidarietà. La FICEP desidera anche contribuire con ciò alla comunione dei popoli per la realizzazione e la costruzione della Chiesa.

ASSOCIAZIONI ADERENTI CSI Centro Sportivo Italiano / DJK Sportverband Deutsche Jusicndkralt / FRCB Fédération Royale Calholiquc Culturelle Belge Gymnique et Sportive / FSCF Fédération Sportive et Culturelle de Franco / KKSVB Koninklijkc Katolieke Sportfederatie Van Belgie / NKS Nederlandse Katholiekc Sportfederatie / OTUSU Osterreichische Turn-und SportUnion / SKTSV Schweizericher Katholiseher Tum-und Sportverband. BUREAU — Presidenza: Joseph Finder (Austria), Presidente / Arnold Vriends (Paesi Bassi), Vice Presidente / Maria Rosa Zanella (Italia), Vice Presidente / Mgr P.J. Boymans (Paesi Bassi), Assistente Ecclesiastico / Robert Pringarbe (Francia), Segretario generale / Helmut Dembsher (Austria), Segretario aggiunto. Membri: Klaus Bischops (R.F.A.), Presi­ dente Commissione Tecnica / J.P. Thijssen (Paesi Bassi), Presidente Commissione Giovani / Ackicl Diegenant (Belgio) / Adolf Kohler (Sviz­ zera) ! Wolgfang Reifenberg (R.F.A.) / Pierre Sarre (Francia) / Gabriel Spahn (Francia).

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Alice non abita qui

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11 futuro sembrava lì, a portata di mano. La sonda americana aveva appena raggiunto Urano e ce lo aveva portato in casa con la televisione. Benvenuto futuro: ET il marziano buono, i viaggi in­ terstellari dei ragazzini america­ ni stavano per uscire dalla fan­ tasia di registi e sceneggiatori. Quella sera ne eravamo tutti un po’ convinti, mentre scorrevano le straordinarie e stupende im­ magini del penultimo pianeta. Chissà. Un sospiro e via, ringra­ ziando le nuove tecnologie. Pochi giorni dopo un brivido, il grande shock, il mondo sconvolto dalla tragedia dello shuttle. Il Challenger era scoppiato nel cie­ lo terso della Florida; sette uo­ mini erano morti disintegrati. Siamo rimasti senza parole da­ vanti a quella palla di fuoco che disegnava mille iridescenze nel blu. Una tragedia collettiva per­ ché quella morte è avvenuta in diretta, è entrata nelle case di tutto il mondo: è stata vista da molta più gente di quella che os­ servò il posarsi del piede del pri­ mo uomo sulla luna, tanti e tan­ ti anni fa, in un’era ormai prei­ storica. Quella tragedia collettiva ha riacceso il dibattito sulla nuo­ va scienza, intorno a quelle tec­ nologie nelle quali ormai poneva­ mo fiducia cieca. Il futuro è sta­ to ridimensionato, ricondotto ad una dimensione, vorremmo dire, « umana ». L’umanità, che ha continuamente cercato garanzie assolute, si è illusa di trovarle nella scienza: essa non ne dà di salde né, tantomeno, di consola­ bili. Ecco cosa insegna a tutti la tragedia dei cieli della Florida. ET e i viaggi interstellari è me­ glio che rimangano percorsi den­ tro le favole; Alice non abita qui e il paese delle meraviglie non è appena dietro l’angolo. In quella macchina (quasi)- perfetta, esplosa in mille rivoli di fuoco, abbiamo riposto troppe speranze. Gli scienziati lo sanno che il proprio sapere è rivedibile, correggibile,

Progresso e coscienza dell’uomo sempre esposto al rischio dell'er­ rore. Sono gli « entusiasti », i bu­ rattinai della politica-spettacolo che non ne sono accorti e legano la propria immagine alla retorica ottimista (sempre e comunque) per cui, alla fine, i morti diventa­ no degli eroi. Ma l’eroismo non si addice alla scienza, che è il campo del misurabile, del quanti­ ficabile, della razionalità. In tutto ciò occorre prevedere l'errore, migliorare i progetti sen­ za tuttavia poter eliminare i ri­ schi. Chi è salito sullo shuttle lo sapeva. Quei sette astronauti era­ no uomini come tutti gli altri per­ ché oggi l’ammonimento dell’Ùlisse di Dante, « fatti non foste a viver come bruti », non è privile­ gio dei dipendenti della Nasa o di chi, per volere di un presiden-

te, può salire su una navetta spa­ ziale, ma deve essere nel cuore di ogni uomo nel compimento del proprio lavoro, per tutto il cam­ mino della vita. Ci hanno consolato nei giorni se­ guiti all’esplosione; ci hanno mo­ strato immagini di tutti i tipi da tutte le angolazioni per spiegarci per filo e per segno cosa era ac­ caduto, in modo che l’umanità non perdesse la fiducia nelle ripio­ ve tecnologie. Ringraziamo, ma non è questione di fiducia. Il fu­ turo non appartiene ai coraggio­ si o agli eroi, come ha detto in­ vece il presidente Reagan, perché quell’affermazione male si lega alle nuove tecnologie. Carlo Ber­ nardini, uno dei maggiori fisici italiani, ha spiegato che Reagan ha alimentato miti arcaici: « Vor­ rei », ha scritto il fisico, « che i massimi responsabili dicessero che il futuro appartiene ai pru­ denti. Ciò sarebbe un salto cultu­ rale e enorme e sarebbe ormai anche necessario ». E’ il dibattito sulla nuova scienza informatica che occorre avviare con convinzione e giustezza. Non basta dire « nello spazio mandia­ moci robot », perché se ciò va bene per gli usi civili, per quelli militari non vale dal momento che sistemi d’arma completamen­ te automatici sono estremamente pericolosi. L’omino verde di Spielberg non scappa fuori dalla nostra fanta­ sia, ma le guerre per errore sì e quanto raccontato in « Wargames » può diventare tragica real­ tà. Il futuro dunque è ancora lì a portata di mano, ma rischia di diventare tragico. Dopo Challen­ ger siamo maggiormente convin­ ti che le stesse macchine sono buone e cattive insieme, sicura­ mente in grado di distruggere il futuro. Quello scudo, che verrà posto nei cieli, potrà costarci ca­ ro. Sicché tocca cominciare ad occuparsi tutti un po’ del futuro, ricorrere all’etica, alla riflessione sui valori dell’uomo per interprc-


tare e guidare il cambiamento vorticoso degli strumenti provo­ cato dall’informatica, essere ca­ paci di leggere lo scenario nuovo e terribile che si apre dinnanzi, le potenziali fecondità, senza pau­ ra, ma anche senza illusioni. Siamo impreparati di fronte al futuro: cavalchiamo la tigre del­ le nuove tecnologie con poca co­ scienza. I matematici stanno di­ ventando, essi soli, i filosofi del futuro; chi deve dar la dritta al­ l’umanità è specialista in una co­ sa piccola, spesse volte incapace e inadatto per decisioni globali. Tuttavia uomini incompleti lo siamo tutti perché, spiazzati dal­ la complessità del problema, ci dibattiamo tra l’euforia, inco­ sciente, per computer e dintorni, e il rifiuto, spesso a priori, di tutto, sapendo che nessuna delle due posizioni paga. I computer servono a migliorare la qualità della vita, ma sono in grado anche di innescare disastrosi effetti perversi; sviluppo solo nei Paesi ricchi, applicazioni mi­ litari esasperate ed incontrollabi­ li, costituzioni di centri di potere in grado di controllare perfino gli umori dell’opinione pubblica. Eppoi la questione più terribile: po­ trà un computer avere una co­ scienza, essere come un uomo? In altre parole: potrà una gran­ de industria produrre macchine come uomini e controllare il mondo? La scienza oggi rispon­ de di no. Ma la ricerca continua sempre più esasperata, per sape­ re se in futuro si potrà riprodur­ re artificialmente l’io della men­ te. Il problema non è di poco conto perché la sistemazione ci­ bernetica della mente apre la via ad una nuova forma di materiali­ smo che supera quella antica del­ la « certezza di sorti migliori e progressive ». La tragedia di Challenger invita a queste riflessioni: la coscienza dell’uomo non può diventare un recettore passivo di stimoli, il linguaggio simbolico, base della ricerca di senso e delle relazioni umane, non può essere sostituito dal linguaggio della macchina, per sua natura privo di capacità valutative. Oltre i computer rima­ ne pur sempre qualcosa d’Altro, a cui essi per fortuna, non pos­ sono arrivare. E il monito di Dan­ te, « fatti non foste a vivere co­ me bruti », soprattutto a questa ricerca conduce. Alberto Bobbio

COMPUTER E SPORT Il computer è entrato da tempo nel mondo dello sport con la for­ za e la veemenza delle grandi sco­ perte, rivoluzionando tutto quan­ to era, o non era, necessario rivo­ luzionare. Dagli impianti sportivi agli at­ trezzi, all’informazione, ai con­ corsi pronastici, alle stesse imma­ gini televisive degli ultimi mesi. Una corsa contro il tempo che non ha risparmiato e non poteva risparmiare l'uomo atleta, ignaro protagonista di una svolta sostanziale dello sport moderno.

Ormai non c'è fallo, o gesto tec­ nico, che sfugge all'occhio del computer, nessuna delle fasi del gioco ci lascia più il « dubbio do­ menicale », tutto si sa e più nes­ suno si azzarda ad anticipare ipo­ tesi personali. Le stesse teorie e metodologie

deH'allenainento sportivo corrono seri rischi, in quanto l’« occhio luminoso » si affaccia inesorabil­ mente nei programmi e nella pre­ parazione fisica degli atleti. Con l'ultima creatura della scien­ za e della tecnologia: la « vasca ergometrica », il computer entra anche in piscina. Collegato con la vasca in cui « si nuota stando fer­ mi » (per mezzo di una corrente contraria che si oppone agli sfor­ zi dell'atleta impedendone l'avan­ zamento in acqua), l'elaboratore permette infatti di eseguire una serie di test, sia fisiologici che di movimento. Il collegamento fra il computer e il nuotatore è dato da una serie di elettrodi applicati sul petto dell'atleta, e collegati da una se­ rie di strumenti che servono a misurare i valori da analizzare, nel caso specifico la frequenza cardiaca. Mentre un casco muni­ to di boccaglio, tubi e cavi, con­ sente di controllare le capacità respiratorie. Nel corso delle prove si comincia con una nuotata continua nel cor­ so della quale la velocità del flus­ so contrario dell'acqua, viene co­ stantemente incrementata, co­ stringendo il nuotatore ad uno sforzo sempre maggiore. Nel frattempo compaiono su di uno schermo i valori relativi alla frequenza respiratoria, alla quan­ tità di aria coinvolta in ogni atto respiratorio e litri per minuto, percentuali di ossigeno consuma­ to e anidride carbonica prodotta, quoziente respiratorio e frequen­ za cardiaca, oltre alla visualizza­ zione del grafico dell'elettrocar­ diogramma. Dati che, naturalmente, variano con l’aumento dello sforzo del­ l'atleta, impegnato a vincere la resistenza dell’acqua. Anche la produzione di sostanze tossiche (acido lattico) viene con­ trollata attraverso dei prelievi di sangue. Infine, il computer viene interro­ gato sulla correttezza dei movi­ menti e del gesto tecnico, fornen­ do dati perfetti. E' proprio il caso di dire che il « BIP » è pronto a scandire i ri­ sultati tecnici dell'immediato fu­ turo, condizionando non poco le tecnologie dell’intervento educa­ tivo nello sport, proiettando rito­ rno-atleta in una dimensione sem­ pre più legata ad un disc-flop.

Donato Renato Mosella

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L’obiezione di coscienza oggi

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Quando, venti anni addietro, don Milani forniva la sua appassiona­ ta testimonianza a favore del­ l’obiezione di coscienza al servi­ zio militare, la posizione degli obiettori non era né capita, né accettata dal grande pubblico. Erano gli anni delle testimonian­ ze profetiche. Oggi il fenomeno sorprende di meno e, in qualche modo, pur fa­ cendo ancora notizia, non solleva lo scalpore di allora. Siamo in una fase storica in cui si fa sem­ pre più crescente il numero dei giovani che rifiutano il servizio militare. A questo va ad aggiun­ gersi l’onda montante dell’obie­ zione fiscale alle spese militari, che in questi giorni va sollevan­ do l’attenzione della pubblica opinione e dell’intero sistema del­ le comunicazioni di massa. E' l’orizzonte storico a produrre il fenomeno della disobbedienza ci­ vile, anche in forme così decise. Un orizzonte in cui la guerra to­ tale, il disprezzo della vita, la corsa scellerata agli armamenti, pagata sulla pelle di una buona parte di umanità braccata dalla fame, dalle malattie e dal sotto­ sviluppo, non possono non inter­ rogare le coscienze. Per noi eredi di una cultura oc­ cidentale e cristiana, è interessan­ te ricordare che il rifiuto all’ob­ bedienza allo stato in nome della coscienza, è un valore che si va affermando, anche se in termini drammatici, nel cuore della clas­ sicità greca. A mia memoria il primo obiettore di coscienza è una donna: l’Antigone della tra­ gedia di Sofocle. Significativo il fatto che, a portare il peso di una scelta tanto sconvolgente, il gran­ de Sofocle abbia designato un protagonista fragile come era, per i tempi, la donna. L’argomento addotto da Antigone per opporsi alla legge del re, che vietava il seppellimento dell'eroe nemico, morto in combattimento, è tipico di un obiettore di coscienza. Ella infatti dichiara che la legge degli

Lei storia e la prospettiva di ima esperienza civile

dei (quindi della coscienza), non le consente di lasciare insepolto un morto e, violando la legge del­ lo stato, si espone a tal punto da andare incontro alla morte. Vi è tutta una continuità storica che dalla civiltà greca giunge fi­ no a noi attraverso la variegata testimonianza dei primi cristiani, di alcune dichiarazioni conciliari del III sec. che si pronunciano contro il servizio militare, c giù attraverso il pacifismo di matri­ ce diversa che da S. Francesco, ai Valdesi, ai Quaccheri e ai mil­ le rivoli della cultura radicale hanno prodotto una cultura di ri­ fiuto della guerra, pagando, spes­ so, cari prezzi. Non interessa, in questo conte­ sto, spingersi oltre questi accen­ ni di analisi storica che sarebbe, per altro, di estremo interesse e farebbe anche comprendere co­ me non è sempre stata lineare la posizione del mondo cristiano e cattolico nei confronti della guer­ ra. Così come, d'altra parte, av­ viene ancora oggi. Il breve cenno storico aiuta però a capire che la spinta interiore di chi obietta al­ le leggi dello stato, se da una par­ te è alimentata da momenti sto­ rici più dinamici e contradditto­ ri, dall’altra appartiene al modo stesso di porsi dell'uomo nei con­ fronti della legge e, in particolar modo, alla non sempre facile solubilità del dissidio fra legge scritta c legge naturale. Riportandoci all'attualità storica un fatto nuovo e di notevole im­ portanza sembra caratterizzare il fenomeno dell’obiezione di co­ scienza: il trasferirsi dall'ambito della testimonianza individuale a

quello della coscienza collettiva. La fase profetica, cui accennavo prima, ha visto sulla scena figure di grande rilevanza etica come Aldo Capitini, don Milani, Fabri­ zio Fabbrini, Pietro Pinna (primo obiettore italiano). Da questo « fronte » composto di uomini no­ ti e meno noti, è scaturito il mo­ vimento che ha portato al rico­ noscimento dell'obiezione di co­ scienza attraverso una legge del­ lo stato (la 772 del ’72). E’ pensa­ bile che la medesima legge abbia favorito l’ampliarsi del fenome­ no. Al di là di essa è probabile che ciò che ha promosso la cre­ scita in ogni strato della popola­ zione, è la sensibilità sempre più diffusa ai problemi dei diritti umani, del sottosviluppo, della guerra, alimentata da movimenti come pure dal dibattito e dalle carte internazionali. Significativa, a questo proposito, la menzione e il riconoscimento implicito del­ l’obiezione di coscienza presente all’art. 4 della Convenzione Euro­ pea dei diritti dell’uomo. Se questo è il quadro che potreb­ be definirsi istituzionale, credo che vada sottolineata l’attenzione che all’interno della cultura catto­ lica si è andata sempre più con­ centrando su questo problema, dal Concilio che invocava il ri­ spetto per la scelta degli obietto­ ri, alle grandi encicliche degli ul­ timi tempi (Populorum progressio, Pacem in terris), ai discorsi dei papi all'assemblea dell O.N.U. fino alla recente assemblea della Chiesa italiana. Di notevole inte­ resse quanto espresso a Loreto nell’ambito soprattutto della 20” e 26J commissione. Cito dalle ri­ spettive sintesi: « la commissio­ ne... ha riaffermato coralmente il valore etico dell’obiezione di co­ scienza, quando essa, profonda­ mente motivata si esprime in un servizio civile alternativo... Scel­ ta non ambigua di un amore che si fa storia nelle fasce più umi­ li, più provate dei concittadini. Scelta che i movimenti e le or-


ganizzazioni ecclesiali debbono far propria... ».■ . E ancora: « Occor­ re che la Chiesa dia un sostegno reale all’obiezione di coscienza. Finora essa è stata una forte pro­ vocazione che la nostra Chiesa ha lasciato cadere nel vuoto... ». So­ no documenti dal tono forte che testimoniano come la cultura cat­ tolica e cristiana in genere (posi­ zioni affini appartengono alle Chiese battiste, valdesi e metodi­ ste) si stia avviando ad alimen­ tare in concreto un movimento di « uomini contro » di fronte ad ogni prospettiva bellicista. Che è poi un ritorno alle origini. Credo che sul problema si ponga­ no attualmente in Italia una serie di problemi riducibili sostanzial­ mente ai seguenti. Il primo consiste nella esigenza di avviare in molti contesti e in altri di proseguire in una azione di coinvolgimenlo popolare sul piano, quanto meno, della corret­ ta informazione, nei confronti di un fenomeno che in passato è stato sempre legato ad élite mino­ ritarie coraggiose, quando non si è espresso, come abbiamo visto, in testimonianza isolate anche se di rilevante statura morale.

11 secondo, legato al primo, è le­ gato al pericolo di caduta di ten­ sione, di svuotamento etico per una scelta di vita che, forte nel­ le sue matrici storiche e cultura­ li, vada inesorabilmente a smor­ zarsi e a liquefarsi al momento in cui rischia di diventare solo un fatto di costume. E’ l’astuzia di questa società che, in breve tem­ po, è in grado di assistere impa­ vida ai soprassalti di slancio di sottoculture più o meno ideolo­ gizzate, per poi catturarle, massi­ ficandole, smorzandone inesora­ bilmente le tensioni e riducendo­ le a quotidianità insignificante. Perché questo non avvenga è ne­ cessario che l’obiezione di coscien­ za si alimenti alla scuola delle te­ stimonianze alternative non di co­ mode fughe nel privato. E’ il ter­ zo problema, quello relativo al servizio civile alternativo da tem­ po al centro della riflessione dei gruppi promotori di esperienze pacifiste di volontariato e assiassi­ stenza. Da questi gruppi e movi­ menti si è da tempo levata la de­ nunzia nei confronti di un mini­ stero della difesa che ha da sem­ pre ostacolato, in forme diverse, la concreta attuazione di un di­ ritto oggi riconosciuto da una legge dello stato. Non ci si pote­ va di certo attendere che fosse un ministero della difesa a favo­ rire la scelta di obiezione di co­ scienza al servizio militare. D’al­ tra parte per chi fa una scelta a forte densità etica non sono ac­ cettabili né lo svuotamento della medesima, né la sua ridicolizzazione allorché, attraverso ben ge­ stite forme burocratiche, lo stato ritarda, annulla o svilisce in ogni modo il servizio alternativo rico­ nosciuto dalla legge. E’ probabilmente sul versante di questi problemi che quanti, asso­ ciazioni, gruppi, movimenti, si adoperano per una cultura di pa­ ce e di servizio, giocheranno nei prossimi anni un ruolo di salvaguardia e di rilancio dell’obiezio­ ne di coscienza. Servirà a far comprendere ad un maggior nu­ mero di cittadini che essa non è una pura e semplice disobbedien­ za alle leggi dello stato, ma un modo, sia pure non usuale, non di tutti, per favorirne il perfezio­ namento. Come diceva don Mila­ ni nella sua lettera ai giudici: « Non meravigliatevi dunque se ancora non possiamo obbedire tutte le leggi degli uomini. Mi­ glioriamole ancora e un giorno le obbediremo tutte ».

Leo Leone

INFORMATOLO SOCIETÀ'E FISCO LA UGGE RITORNA ALLA CAMBIA

La proposta di legge sul tratta­ mento fiscale delle diarie e delle indennità di trasferta per arbi­ tri, tecnici e ufficiali di gara, non­ ché sui premi agli atleti ha com­ piuto un altro passo avanti con l'approvazione da parte del Se­ nato. Ma essendo stata in parte modificata, dovrà essere sottopo­ sta di nuovo all’esame della Ca­ mera. COMITATO RISTRETTO PER LA RIFORMA 1SEF La Commissione Pubblica Istru­ zione del Senato ha concluso l'e­ same preliminare dei tre disegpi di legge sulla riforma dell’ISEF, tra cui quello governativo predi­ sposto dal Ministro Falcucci. Si formerà un gruppo ristretto incaricato di approfondire alcu­ ni aspetti particolari della mate­ ria e di predisporre un testo unificato.

SPETTACOLO SPORTIVO BATTE INFLAZIONE 2-1

Sono stati 186,2 i miliardi spesi per lo spettacolo sportivo nel primo semestre 1985, a fronte dei 154,6 dello stesso periodo del­ l'anno precedente. Lo ha reso noto la SIAE. L’incremento è sta­ to del 20,5%, cioè 10,9 punti in più del tasso d’inflazione. Naturalmente il calcio tiene ban­ co con 99,6 miliardi, facendo re­ gistrare anche un 13,1% in più di biglietti venduti. Seguono nell’ordine: pallacane­ stro, 11,3 miliardi; automobili­ smo e motociclismo, 7,7 miliardi; corse ippiche, 3,5 miliardi. La spesa per tutte le altre manife­ stazioni assomma a 10,2 miliardi. LA SCOMPARSA Di GUABELLO FONDATORE DELL'AKS

Sabato 15 febbraio è morto a Ro­ ma. all’età di 60 anni, Enrico Guabello, fondatore dell’AICS e suo presidente fino a pochi anni orsono. Il C.S.I. ha presenziato alla cerimonia funebre ed ha in­ viato all'AICS e ai familiari le più sentite condoglianze, ricor­ dando un dirigente e un amico che ha dato un grande contribu­ to all’azione unitaria degli Enti di promozione sportiva negli an­ ni Settanta.

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Città a rotelle

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Ogni città, dalle megalopoli me­ tropolitane alle pacifiche comuni­ tà di provincia, ha i propri sim­ boli, i propri segni distintivi, quei fatti, personaggi od oggetti che rendono unico ogni aggregato di storie umane che chiamiamo, ap­ punto, città. Anche Novara (sì, la « brumale » di carducciana memoria, quella della battaglia persa, di Radetzky e di Carlo Alberto) ne ha: e sono i più diversi tra loro. I biscottini, la cupola deH’Antonelli, il riso, l’hockey a rotelle. Ma, si sa, que­ sti sono tempi duri per tutti, sim­ boli compresi; così il riso non si vende, la cupola soffre di acciac­ chi che nemmeno gli intermina­ bili restauri riescono a sanare, i biscotti tutti li vogliono e nessu­ no li prende (chi ricorda l’affare Sme-De Benedetti...?). Resiste so­ lo, inossidabile, l’hockey a rotel­ le, emblema della Novara che fa sport... e non solo di quella. Qualcuno una volta ha scritto che solo una città come Novara poteva scegliere come sport prin­ cipe proprio l’hockey a rotelle. E’ uno sport povero, negletto dalle cronache (quanta rabbia per gli appassionati sfogliare l’intramon­ tabile « rosea » quasi con la lente d’ingrandimento per trovare no­ tizie!), ma entusiasmante, splen­ dido, avvincente, pieno di sorpre­ se. Proprio come Novara. E pro­ prio a Novara questo sport, por­ tato da chissà chi, arrivato da chissà dove, si insedia nel 1923. Nasce l’Hockey Novara. In Italia si pratica questo sport solo dal­ l'anno precedente, almeno in. for­ ma ufficiale. Predominano le squadre friulane; il primo cam­ pionato lo vince la formazione di Pola, poi inizia un lungo dominio di quella di Trieste. A Novara un gruppo di baldi gio­ vanotti (si chiamano Grassi, Con­ cia, Drisaldi, Cestagalli, Zavattaro. Gallina, Genesi) cercano di far capire ai concittadini che sui pat­ tini, oltre a divertirsi in scorri­ bande ed evoluzioni più o meno

sport italiano. E' stata infatti la prima squadra di tutti i tempi a conquistare venti primi posti nei campionati della propria di­ sciplina: altro che Juventus! Dopo quel primo successo del 1930, il Novara vinse ininterrotta­ mente fino al ’34, poi nei '36; an­ cora dal '46 al '50, nel 1958, 1959, dal ’69 al '75, nel 1977 (è l’anno della doppia stella) e infine lo scorso anno, 1985, in cui la squa­ dra ha centrato un altro record, vincendo contemporaneamente scudetto, coppa Italia e coppa Cers (una specie di « Uefa » dell’Hockey). Tanti i protagonisti: dopo i pio­ nieri, venne l’èra dei Grassi, dei Gallarmi, dei Nanotti, dei Monfrinotti, dei Panagini, dei Cicca­ la, dei Ghione, e poi ancora altri fino all’epoca dell’« invincibile ar­ mata » guidata dall’olandese 01thoff (anche qui Novara ha aper­ to una strada, quella degli « stra­ nieri ») che con Romussi, Aina, Mora, Colombo, Battistella, Zaf­ finetti, Marcon e Fontana vinse sette scudetti consecutivi. Tanti nomi, tanti personaggi, fino a quelli di oggi, ai Dal Lago, Mariotti, Colamaria, Bernardini, con il « vecio « Battistella passato dal campo alla panchina, in cabina di regia. E’ la storia di una lunga serie di

L'hockey a rotelle ha la sua capitale a Novara. Perché? acrobatiche, si può anche fare del sano agonismo, insomma, basta prendere in mano il bastone (o « stecca » o « mazza », a piacere) ed il gioco è fatto. I giovanotti in questione fanno sul serio: in pochi anni loro di­ ventano bravissimi, e vincono il primo scudetto nel 1930, mentre i novaresi si appassionano tanto da promuovere l’hockey a sport cittadino, proprio alla pari con il già più affermato calcio, anzi, forse già un tantino più su...! In quel 1930 (èra littoria piena, èra di fasti vacui della dittatura; pochi anni dopo venne perfino lui, Benito, a sentenziare che « Novara fa da sé ») si era accesa una stella che, pur con qualche nuvola passata, brilla ancora oggi. E di stella luminosa si tratta. L’Hockey Novara, attraverso fasi di maggiore e minore gloria, no­ nostante periodiche difficoltà, è un caso unico nella storia dello

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STADIUM 1909 Continua il ricordo degli ottanta anni di vita della nostra rivista. Siamo al 1909, 1910, 1911. La guerra è ancora lontana.

successi, di imprese esaltanti, di entusiasmi popolari. Ma non è tutto. C’è, tra la città e il suo sport un intreccio più profondo, che va al di là della dimensione agonistica pura e semplice. E' un intreccio miste­ rioso, è una questione di sangue, di aria. Per Novara l’hockey significa mol­ te cose. I ragazzini si fanno rega­ lare i primi pattini cosi come in Valgardena o in Val d’Aosta vogiono i primi sci. La grande pi­ sta all’aperto per il pattinaggio pubblico, che nella bella stagione è sempre stracolma, non è solo un luogo di sport: è anche un punto di incontro, un ritrovo, il « covo » di squadre di ragazzi che alternano una corsa sui pattini a un gelato, al primo « filarino ». Per Novara l’hockey scandisce il ritmo della settimana. Da un sa­ bato all'altro è tutto un intrec­ ciarsi di commenti, di attese, di speranze, fino alla nuova partita. Anche il « tifo » dell’hockey nova­ rese è diverso. Sono pochi, vera­ mente pochi, i « tifosi nati », quel­ li che si scaldano per le imprese degli eroi del parquet, ma non hanno mai infilato un paio di pat­ tini. Insomma, per questa città di provincia, tra la Bassa Pada­ na e i due laghi, il Maggiore e quello di Orta, quella delle ro­ telle è proprio una faccenda « di stato ». Si pensi, a dimostrazione di quanto questo sport sia im­ portante che qualche anno fa, con la squadra e la società in ac­ que cattive, si mobilitò addirit­ tura l’intero consiglio comunale, e il sindaco stesso decise di pren­ dere le redini dell’Hockey Nova­ ra come presidente per non la­ sciarlo andare alla deriva. L’im­ presa riuscì, oggi la squadra è tornata grande e la città ha ri­ preso a sognare. Sogni... a rotelle, s’intende!

Ettore Colli Vignarelli

LA POLITICA DEI MUSCOLI, DELLE PARALLELE E DELLE SBARRE FISSE

« A proposito della seconda riu­ nione dell’istituto nazionale per l’incremento dell’educazione fisi­ ca in Italia, abbiamo detto più sopra che il suo indirizzo al di fuori e al disopra delle contese di partito, ha il plauso di coloro che non sanno apprezzare la po­ litica dei muscoli, delle parallele e delle sbarre fisse. Segue spon­ tanea a questa enunciazione una domanda: sono molti o pochi in Italia coloro che non vorrebbero la politica nella ginnastica e nello sport? Secondo me essi sono mol­ ti in teoria ma pochi in pratica. In astratto sembra a molti che il mescolare le grandi questioni religiose, politiche e sociali alla attività delle palestre sia un gra­ ve errore... « Tutt’al più si può ammettere che siccome la gioventù si asso­ cia e raggruppa per agire, se­ guendo l’impulso delle sue sim­ patie ed opinioni, naturalmente si uniscono coloro che sono gui­ dati da uno stesso pensiero, e che perciò si vengono spontanea­ mente formando delle palestre bianche, nere o rosse. Ma da que­ sto al chiudere sempre i campi ginnici con delle muraglie cinesi tinte di indelebili colori politici, ci corre non poco. E questa è sta­ ta purtroppo finora la tendenza normale fra noi... » (Stadium n. 3. marzo, 1909). XIMPORTANTE DECISIONE DELL’UN. VELOCIPEDISTICA: I DILETTANTI TENDONO A COMPARIRE « Per ciò che riguarda l’annosa questione della distinzione fra professionisti e dilettanti, si è de-

ciso quanto segue. D’ora in poi i corridori saranno divisi nelle seguenti categorie: professionisti senior, professionisti junior, di­ lettanti, non classificati. Non clas­ sificati: appartengono a questa categoria tutti i corridori che non hanno mai vinto primi, se­ condi e terzi premi. Dilettanti: appartengono a questa categoria i corridori che hanno vinto pri­ mi, secondi e terzi premi in cor­ se per non classificati. Professio­ nisti junior: appartengono a que­ sta categoria i corridori che vin­ sero tre primi premi in corse su strada superiori ai 200 chilome­ tri e che vinsero dieci fra primi e secondi premi in corse su pista, escluse le corse a coppie. Profes­ sionisti senior: appartengono a questa categoria tutti i corridori che vinsero tre primi premi in corse professionisti juniores » (Stadium n. 3, marzo, 1910).

XLA FASCI ENTRA A FAR PARTE DELLA UIOCEF « La Fasci è, dal 13 dicembre scor­ so, definitivamente ed organicamente entrata a far parte della Unione Intemazionale delle Ope­ re Cattoliche di Educazione Fisi­ ca, testé ufficialmente costituita per realizzare un voto formulato fin dal 1908. Per un gentile, ed al­ tamente lusinghiero attestato di deferenza e di simpatia delle fe­ derazioni aderenti, la FA.S.C.I. non solo fa parte della nuova Unione Intemazionale, che oggi raggruppa otto enti, e cioè: l’Alsazia, il Belgio, il Canadà, la Francia, l'Irlanda, l’Italia, l’Olanda, la Svizzera, con un effettivo di forse 2.000 società e di circa 150.000 federati, ma ne è in certo modo il centro, essendo Roma la sede ufficiale della Unione > (Stadium n. 12, dicembre, 1911).

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Trapianti di cuore

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La complessa macchina dei tra­ pianti di cuore si è messa in mo­ to anche in Italia. Ma sull’apo­ teosi di questo tipo di intervento aleggiano alcuni spettri nel cam­ po etico e morale. Ad esempio, per quanto riguarda il decesso del donatore e il consenso al pre­ lievo. Si fa portavoce di questi timori il teologo don Luigi Tettamanzi, della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale. « Il primo riguarda appunto il donatore di cuore. Sotto il profi­ lo morale la condizione che deve esserci è quella che il donatore sia ’’ realmente " morto, sia ” cer­ tamente ” morto. Oggi i criteri del decesso clinico vengono defi­ niti dalla scienza, ma sotto il pro­ filo morale vanno assolutamente rispettati. E proprio in questo senso, personalmente, vedo come possibili, almeno in un contesto di ” corsa al trapianto del cuo­ re ”, alcuni rischi. Ad esempio, il rischio di una certa velocità, di una certa pressione, di una certa superficialità nell’accertare que­ sta morte clinica. E poi ancora, il rischio che potrebbe forse ve­ rificarsi nei reparti di rianimazio­ ne, dove la ricerca del possibile donatore di cuore potrebbe com­ portare che qualche posto venga liberato con eccessiva sbrigativi­ tà. Un altro problema morale è legato al consenso per l’espianto del cuore. Si parla, e giustamen­ te, di ” donazione ", ma la dona­ zione è possibile laddove c’è una libertà reale, la libertà di chi de­ cide per sé prima di morire, op­ pure la libertà dei genitori o pa­ renti che danno il consenso al­ l'espianto ». A queste angosce diffuse nell’opi­ nione pubblica italiana risponde il prof. Raffaello Cortesini, direttore del Centro di riferimento per il coordinamento del trapianto car­ diaco per l’area centro-sud. « Io ritengo che l’opinione pubbli­ ca debba essere assolutamente tranquilla, perché il prelievo di organo in Italia è regolato da una

Gli aspetti etici e morali ai una nuova frontiera italiana della chinirgia legge rigorosa, la legge 644 del 1975, che impone un accertamen­ to molto complesso per quanto riguarda la morte, eseguito da un'equipe distinta da quella dei trapianti, ma effettuato secondo dei parametri che sono: l'elettroencefalogramma piatto, tutti i ri­ flessi completamente assenti, uno stato sicuro di morte cerebrale accertato durante 12 ore. Noi, tra gli Stati europei, siamo quelli che facciamo l’accertamento più lun­ go. In Inghilterra è infatti meno di sei ore, in Germania analoga­ mente, negli U.S.A. è solo di tre ore. Per questo rigido criterio, da quando la legge è in vigore e cioè dal '75, non è mai avvenuta in Italia nessuna contestazione di ti­ po penale o morale, proprio per­ ché ci si è rigidamente attenuti a queste regole legislative, che so­ no fondate, naturalmente, su del­ le basi anche etiche. Contesto poi, fermamente, la cita­ zione « saccheggio di cadavere ». Noi attualmente pratichiamo il prelievo multiviscerale qualora la famiglia dia il consenso al prelie­ vo multiplo. In questo caso un donatore dà la vita anziché a una sola persona, a due persone che fanno un trapianto renale, a uno che può fare un trapianto di fe­ gato ed a uno che fa un trapian­ to di cuore. Questa è ormai la legge del prelievo, che si segue sia in Europa che negli U.S.A., cioè che quando la donazione av­ viene questa sia generosa. Già funziona, peraltro, una banca di organi, perché noi figuriamo co-

me banca operativa già da molti anni, collegati via computer o te­ lex con gli altri centri ospedalieri in Europa. Sono circa 100, che fanno da supporto alla donazio­ ne. In Germania, per esempio, ci sono circa 600 donatori aH’anno. In Inghilterra ce ne sono 500. Di questi almeno 300 o 400 sono ido­ nei per il prelievo cardiaco ». Anche per quanto riguarda la scelta del ricevente secondo il prof. Cortesini bisogna scalzare pregiudizi di sorta. « C'è una li­ sta d’attesa nazionale, che viene aggiornata dal Ministero della Sa­ nità, il quale iscrive nell’elenco i nominativi dei potenziali riceven­ ti che man mano vengono segna­ lati al Dicastero dagli ospedali autorizzati al trapianto, con le specifiche caratteristiche anagra­ fiche, fisiche e biologiche. Questi centri, in base al decreto del 6 dicembre '85, sono otto, suddivisi in tre poli: il polo Ve­ nezie, dove operano l’istituto di chirurgia vascolare dell’universi­ tà di Padova e l’ospedale S. Ma­ ria della Misericordia di Udine; il polo Lombardia servito dal­ l’ospedale Niguarda di Milano, dalla divisione cardiochirurgica degli ospedali riuniti di Bergamo e il Policlinico S. Matteo di Pa­ via; e il polo Roma con il policli­ nico Umberto I, l’ospedale Bambin Gesù e il S. Camillo ». Ma negli ultimi giorni altre cri­ tiche si sono aggiunte nei con­ fronti degli operatori sanitari. Queste sottolineano la contraddi­ zione che sembra emergere dai diversi atteggiamenti dei medi­ ci: da un lato uno spiccato senso di solidarietà umana e di respon­ sabilità professionale, dall'altro la mancanza di rispetto per le cen­ tinaia di migliaia di malati in tut­ ta Italia che stanno subendo le conseguenze dello sciopero gene­ rale dei « camici bianchi ». Anche su questo punto il prof. Cortesini contesta le lamentele. « Io direi che i medici si battono a favore dei malati, perché il mi­ glioramento di un’assistenza sa­ nitaria, come fine ultimo, è il mi­ glioramento dell’assistenza ai pa­ zienti. I medici rivendicano una migliore utilizzazione della loro figura professionale e chiedono determinati riconoscimenti per­ ché è un lavoro estremamente im­ pegnativo. Il risolvere questo pro­ blema va poi a favore dei mala­ ti, perché saranno assistiti da me­ dici più motivati e più sereni ». Alberta Del Bianco


STADIUM/SOCIETA'

I primi esiti dell'indagine promos­ sa dal governo USA per capire le ragioni del disastro spaziale del Challenger aggiungono preoccupa­ zione alla sorpresa e al dolore. Ci eravamo abituati a guardare al mondo della tecnologia avanzata come ad una realtà di perfezione e affidabilità assoluta. Veniamo in­ vece a sapere via via quanta ap­ prossimazione, quante umane de­ bolezze, quali rischi e margine d'errore e d'imprevisto ci sia an­ che nel mondo avveniristico dei computers e dei missili spaziali.

Tutto ciò, da un lato, ci libera da un incubo perché la perfezione as­ soluta è disumana, glaciale. Dal­ l'altro lato però non può non preoccupare. Che cosa potrebbe av­ venire delle migliaia di missili ca­ ricati con ordigni atomici se i computers che li guidano sbaglias­ sero? Dove finiranno le armi della guerra spaziale se i razzi vettori avranno un'avaria? E quante po­ tranno averne, se non è stalo pos­ sibile evitarla in occasione di un lancio preparato con grande cura, davanti agli occhi del mondo, col prezioso carico di sette vite umane? Il loro sacrificio non sarà vano se la tragedia di Cape Canaveral per­ suaderà ad una maggior prudenza gli strateghi delle guerre stellari e aiuterà i popoli a guardare con occhio un po' più disincantato e critico verso la corsa spaziale che è utile soprattutto per quelli che ne approfittano per guadagnarci danaro e potere.

Un po’ di spirito critico è sempre utile, ma non è comodo. Infatti i sacerdoti, laici e persino vescovi che a migliaia in Veneto hanno sottoscritto un breve ma signifi­ cativo documento « beati i costrut­ tori di pace » sono stati oggetto di incomprensione e di polemica. I firmatari sono stati presentati co­ me degli evasori fiscali o degli estremisti del pacifismo. In real­ tà molto correttamente essi ricor­ dano come la corsa agli armameli-

La ragione di fronte alle armi ti costituisca uno spreco e un pe­ ricolo; un'offesa a quanti muoiono di fante, un’insidia per tutti. E do­ po aver fatto riferimento all'inse­ gnamento dei vescovi e della santa sede lanciano alcune proposte per sensibilizzare le comunità cristia­ ne e tutti gli uomini di buona vo­ lontà: adoperarsi per l'educazione alla pace, diffondere corrette in­ formazioni sulla realtà dei paesi poveri, impegnarsi nei movimenti per la pace, sensibilizzare all’obie­ zione di coscienza al servizio mili­ tare e alla ricerca scientifica fina­ lizzata alla guerra (anche Giovan­ ni Paolo II la raccomandò agli scienziati!), ostacolare la produ­ zione e il commercio di armi, spe­ cialmente quelle che si propongo­ no sterminio di massa, scegliere la non violenza, educare all'uso sobrio dei beni, ad una austerità che fa parte della giustizia. Tra tutte queste indicazioni c’era an­ che un cenno alla « disponibilità » all'obiezione fiscale che, com’è no­ to, consisterebbe in concreto nella iniziativa di detrarre dalle tasse che si debbono pagare il 5,5 per cento che corrisponde alla quota delle spese militari, inviando in­ vece tale somma a qualche auto­ rità o istituzione che la impieghi per finalità pacifiche di bene co­ mune. Si può essere d'accordo o no sulla iniziativa (e a chi scrive sembra che tuttora il problema sia so­ prattutto quello di convincere i cittadini a pagare le tasse più che quello di convincerli ad adopera­ re detrazioni). Tuttavia il proble­ ma esiste ed è serio affrontarlo. E' sacrosanto diritto dei cittadini chiedere che le risorse comuni vengano ripartite e utilizzate in modo diverso da come si è fatto finora; è diritto dei cittadini sen-

sibili al valore della non violenza il chiedere di essere esonerati dal contribuire al finanziamento e al­ la gestione di attività o iniziative che ripugnano alla loro coscienza. Invece che obbligare ad una « obiezione » che vada contro la lettera della legge e che dunque potrebbe essere ritenuta diseduca­ tiva, sarebbe saggio prevedere una destinazione alternativa della som­ ma che non si vuol destinare alle spese militari. E' naturale che ciò non basta a rendere il mondo più pacifico, ma potrebbe servire a di­ mostrare che il nostro Stato acco­ glie, rispetta e valorizza i gesti sinceri che nascono dalle coscien­ ze desiderose di pace. E' deplorevole invece che la mag­ gior parte dei giornali abbia at­ taccato pesantemente il documen­ to e soprattutto i vescovi Bettazzi di Ivrea e Bellomi di Trieste. Fin che i cristiani parlano di pa­ ce genericamente va bene. Ma se solo si azzardano a tirare le con­ seguenze dicendo che si spende troppo per le armi e che l'indu­ stria bellica va riconvertita e che non è né giusto né lungimirante vendere armi in tutto il mondo (e tantomeno a clienti come Gheddafì, l’Iran, l'Irak, VArgentina quan­ do era dei generali o il Sud Africa del razzismo) ecco che gli interes­ sati toccati lanciano strilli. Il laici­ smo borghese e affarista non sop­ porta i « costruttori di pace ». Eppure gli « utopisti » hanno forse più ragione dei « realisti ». C'è qual che segno, nel mondo, che dimo­ stra come la pace e la non violen­ za non solo sono possibili, ma so­ no anche efficaci. Alcune dittature sono cadute, sconfìtte non dalle ar­ mi, ma dal dissenso dei cittadini. Cory Aquino e i suoi sostenitori sono riusciti a liberare le Filippine dalla dittatura di Marcos senza vio­ lenze, opponendo ai carri armati un mare di uomini e donne, preti e suore inermi. Il loro numero ave­ va vinto le elezioni: il loro coraggio ha vinto la sfida. E' una lezione su cui riflettere, una speranza per tutti.

Angelo Bertoni

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Pallacanestro BASKET STORY La pallacanestro nata nel 1891, grazie alla geniale intuizione di Naismith, ha fatto passi da gi­ gante fino a diventare la secon­ da disciplina sportiva più diffusa e praticata al mondo, seconda soltanto all’atletica leggera. Come ogni sport e ogni categoria delle attività umane, anche il ba­ sket ha le sue origini, i suoi sto­ rici, la sua cultura che si ritro­ vano nelle tradizioni dei popoli antichi, anche se spesso sono trac­ ce labili ed incerte; dal pok-tapok dei Maya, al violento Buzkasi mongolo, che opponeva due grup­ pi di cavalieri che tentavano di mandare in un cerchio una ca­ pra decapitata, fino ad arrivare al dolce « Sepakrara » in Indone­ sia, con il canestro collocato tra i fiori e al Paltò in Argentina, con l’ausilio dei cavalli. Ma è Spring­ field (campo di primavera), citta­ dina del Massachutes negli Stati Uniti, che ha visto la nascita del moderno basket per merito di James Naismith che con 5 prin­ cìpi e 13 regole di gioco, inventò nel 1891 uno sport che impegna­ va gli studenti dell’YMCA anche d’inverno. Col passare del tempo la pallaca­ nestro si diffonde sempre di più e acquista la sua caratteristica di disciplina universitaria attraver­ so le High schools e i colleges, sistema ancora sul quale gli sta­ tunitensi c i canadesi si basano, al contrario del resto del mondo dove questa disciplina a livello agonistico è praticata soprattutto nelle società. E’ nel 1898 che il basket fa la sua apparizione in Europa, esattamente in Francia; poi attraverso gli studenti uni­ versitari e i militari viene diffu-

so in tutte le parti del mondo, dalla Cina alle Filippine, dal Giap­ pone alla Russia, dove la pallaca­ nestro fu importata da marinai americani. In poco più di 90 anni di attività questo sport può vantare qualco­ sa come 167 nazioni aderenti al-

la FIBA, l’organismo internazio­ nale che regola tutta l’attività, con un numero di praticanti in tutto il mondo che sfiora i 200 milioni. Venendo all’Italia, è stata pro­ prio l’YMCA, l’associazione catto­ lica americana, che fra i tanti

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sport ha portato nel nostro paese anche la pallacanestro. « Una trac­ cia consistente in tal senso — di­ ce Massimo Ceccotti, segretario della Federazione Italiana Pallacanestro — l’abbiamo già nel 1920, quando a Roma, a Piazza di Siena, l’YMCA con un manife­ sto presentava questi sport: ba­ sket, pallavolo, baseball, oltre ad altri sport minori; non mancaro­ no esperienze in America di di­ plomati in educazione fisica della Farnesina che contribuirono sen­ z'altro a diffondere queste disci­ pline da noi ». Palla al cerchio, al cesto, al cane­ stro ed infine pallacanestro sono i nomi che caratterizzano gli sta­ di dell'evoluzione del basket in Italia; nel 1921 sorgeva la nostra federazione, anche se il salto di qualità si è registrato soprattutto negli ultimi 20 anni. Lo sviluppo da principio ha seguito i canoni d’oltre-oceano (squadre universi­ tarie), ma poi hanno preso piede i club, sempre più appoggiati da­ gli interventi degli sponsor che fanno del basket in Italia la di­ sciplina antesignana per questo tipo di intervento: La Simmenthal di Milano su tutte, legata all’olimpia, senza dimenticare L’Ignis di Borghi, sponsorizzazio­ ni che hanno fornito un contribu­ to determinante allo sviluppo di questa disciplina nel nostro pae­ se. L’evoluzione continua della pallacanestro ha toccato tutti gli strati sociali ed è riuscita a coin­ volgere la quasi totalità delle no­ stre regioni: industriali, avvocati, ingegneri e persino nobili hanno dato il loro contributo ad una fe­ derazione che non si è fossilizza­ ta, ma è rimasta sempre aperta alle innovazioni: dagli stranieri, ai tiri liberi, dagli sponsor che attualmente gestiscono lo sport nel nostro paese, al tiro da tre punti. Geograficamente quasi tutte le

Lo sviluppo del basket in Italia e nel mondo regioni d'Italia sono rappresenta­ te al massimo livello, a testimo­ nianza della capillare diffusione di questo sport, attraverso una struttura periferica basata su co­ mitati regionali e diramazioni lo­ cali che coprono ogni provincia del nostro Paese. Regioni guida in questo senso sono certamente la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Lazio e il Veneto, fucina di grandi campioni; a tutto ciò non è estraneo il Minibasket intro­ dotto nel 1965 in Italia con i pri­ mi centri sorti a Milano, Bologna e Trieste e poi via via in tutto il resto della penisola, tanto da re­ gistrare negli anni '80 qualcosa come 1.520 centri, 4.250 istrutto­ ri, 130 mila tesserati alla federa­ zione e altrettanti praticanti che svolgono questo gioco-sport al di fuori delle strutture tradizionali. Ancora Massimo Ceccotti, a pro­ posito dei fattori culturali che hanno determinato la crescita del­ la pallacanestro nel nostro paese.

« Mitterrand l'ha definita l'americanizzazione del mondo; è soprat­ tutto in questo modo che si è svi­ luppato il basket e non solo da noi, si pensi ai paesi dell’Est. In Italia ciò è più evidente per la presenza quasi costante di fa­ scinosi campioni, non più uno sparuto gruppetto di universita­ ri, ma una miriade di stranieri che hanno fatto dello spettacolo un fatto culturale; si deve pensa­ re poi che i rapporti che abbiamo con le altre nazioni ci hanno permeso di portare, fra gli altri, tee-

nici del calibro di Bobby Knight e quasi tutte le squadre più forti del mondo sia maschili che fem­ minili; ciò naturalmente ha por­ tato in Italia linguaggi diversi, studi particolari e a documentar­ si sulla società americana ». Fattori tecnici ed organizzativi contribuiscono naturalmente al­ l’affermazione di questa discipli­ na: qualificazione e reclutamento dei tesserati con una struttura ri­ presa da altre federazioni, come per la ripartizione in piccole aree che comprendono più società pos­ sibili; i più grandi allenatori ve­ nuti nel nostro paese ad istruire in appositi corsi i nostri tecnici ed atleti (Nikoiic, Peterson, Tanievic) e noi stessi che facciamo opera di diffusione in altri paesi con allenatori del calibro di Pri­ mo, Gamba, Bianchini, solo per fare qualche nome di tecnici che hanno allenato in altre nazioni. Gli aspetti spettacolari sono la caratteristica principe di questo sport che viene scelto dai ragazzi in età giovane, sia per vederlo sia per praticarlo, e che consente di fare tranquillamente altre disci­ pline; spettacolo che ha permes­ so a Larry Wright di riempire più volte il palazzo dello sport a Ro­ ma. E non è solo merito degli


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stranieri: Meneghin e Marzorati sono i capiscuola di un vasto mo­ vimento italiano che si è affer­ mato in Europa, soprattutto nel­ le competizioni per club. I mezzi di informazione sono sta­ ti utili alla pallacanestro per met­ tersi in mostra e fra tutti spicca la televisione: le ridotte dimen­ sioni del campo consentono an­ che ad una sola macchina da ri­ presa di seguire il gioco, come dimostrano le televisioni private fiorite numerosissime attorno a questa disciplina; naturalmente più mezzi ci sono, più migliora la qualità e lo spettacolo che è uno dei punti di forza sul quale fa leva il basket-ball. La stagione 1985-86 ha visto la federazione insieme alla lega pal­ lacanestro, stipulare un contratto con la Rai per un miliardo, in modo da trasmettere tutti i saba­ ti le partite di anticipo del cam­ pionato, ed è un’iniziativa che ha raccolto notevoli consensi. Del potente mezzo televisivo hanno usufruito anche le ragazze che come tutto l’intero settore fem­ minile è in recupero, grazie an­ che alla recente affermazione del ruolo della donna negli sport; in­ dubbiamente gli uomini come ti­ po di gioco ancora attirano di più, ma quando si manifesterà omogeneamente l'interesse di sponsorizzare questo settore, si avrà un’indubbia crescita.

UN GIOCO INTELLIGENTE? Intervista a Valerio Bianchini, direttore tecnico della nazionale.

li fattore intellettivo è sicuramente una delle caratteristiche determinanti del gioco del basket. Chiunque si sia avvicinato a que­ sto sport come giocatore o an­ che come semplice spettatore, si sarà reso conto, infatti, dell'estre­ ma razionalità con cui vengono tessute le trame di gioco e del complicato ma arioso intreccio di geometrie dinamiche che le squa­ dre operano per liberare l’uomo al tiro. Per approfondire queste temati­ che e per far luce sugli altri aspetti che caratterizzano il gio­ co del basket, abbiamo interpel­ lato un illustre e qualificatissimo personaggio; il dott. Valerio Bian­ chini, direttore tecnico della na­ zionale italiana. — Dottor Bianchini, la pallacane­ stro può essere definita lo sport dell'intelligenza complessa?

« Credo che la dimensione men­ tale e intellettuale sia importan­ te in tutti gli sport, perché il gio­ co ci permette di esprimere tan­ te cose, diventa un tramite sim­ bolico della dimensione antropo­ logica dell’uomo. Esso infatti rap­ presenta l’eterna lotta dell’uomo per la vita, però con il vantaggio che chi soccombe, mentre soc­ combe, pensa già a rilanciare la propria sfida contro chi ha per­ duto ». — Che tipo di intelligenza richie­ de il gioco del basket?

Angelo Orfano

« Il basket richiede intuizione e capacità di ragionare perché, di­ ciamo, c’è un’intelligenza intuiti­

va di risposta immediata nello svolgersi del gioco, però il gioca­ tore può anche avere un piano in testa. Ciò vale a dire che, in ba­ se ai criteri generali e tattici for­ niti daU'allenatore, il giocatore deve strutturare il proprio pen­ siero per prevedere i possibili sviluppi che avrà la situazione. Il giocatore, quindi, è portato a fare un’ipotesi tattica, ma nello stesso tempo deve capire la ri­ sposta che darà all’avversario, meglio ancora se riesce a preve­ derla. Il massimo è avere delle alternative ».

— Si tratta quindi di uno sport « scientifico », che non nasce né si svolge in maniera spontanea...

« E’ vero che il basket è nato a tavolino, all’interno di una scuo­ la, appositamente pensato da un insegnante e con delle finalità ben precise. Però, in fondo, si tratta di un gioco autentico. Pare che ci fosse un gioco dei Maya, come una specie di rito, in cui si doveva buttare una palla dentro un cesto. Colpire un bersaglio è una cosa che abbiamo avuto sem­ pre dentro di noi, forse per la no­ stra origine di uomini cacciato­ ri, e quindi ha trovato correspon­ sione in tutto il mondo. E per­ ciò, proprio come il calcio, è di­ ventato di volta in volta un gioco brasiliano, russo, cinese ecc., di­ mostrando di avere in sé una sua validità universale ». — Però, a differenza del calcio, la pallacanestro si è affermata in ambienti di élite, e solo da poco

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UN GIOCO INTELLIGENTE? sf sia proponendo coinè « sport per tulli ».

« Sul concetto di pallacanestro come sport di tutti non credo che ci sia più molto da discutere. Né del resto credo che si possa an­ cora considerare il calcio come un gioco legato alle sue matrici popolari. Anche nel calcio, infat­ ti, vi sono esempi di intelligen­ za di gioco e di specializzazione lattica notevoli. La pallacanestro, invece, anche perché si svolge in un campo più ristretto, esige una maggiore velocità e una maggiore precisione, che è data dall’uso delle mani e da un terreno di gio­ co sempre in condizioni otti­ mali ». — In che modo il basket si è svi­ luppato nei suoi cento anni di storia, sempre sotto il profilo del­ l'intelligenza?

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« Il fatto di base è questo: c’è un obiettivo da raggiungere con cinque uomini contro altri cinque uomini, in uno spazio e con uno strumento che è la palla. Il noc­ ciolo del progresso della pallaca­ nestro sta nel fatto che c’è una squadra in attacco che cerca di arrivare ad un certo obiettivo e una squadra in difesa che cerca di impedirglielo. L’attacco crea quindi dei presupposti per batte­ re la difesa, la quale a sua vol­ ta creerà le premesse per ovvia­ re ad essi. Questo, che è un rap­ porto spiccatamente dialettico, costituisce sempre un sistema di stimolo-risposta, è un nuovo sti­ molo di progresso del gioco. Io allenatore, se studio un attacco per battere il mio avversario, non posso passare tutta una vita ad adottare quell’attacco lì, perché il mio avversario troverà sicura­ mente delle controindicazioni per il mio attacco. Dunque, io dovrò

— Quali sono le doti formative della pallacanestro?

leggere le controindicazioni avver­ sarie e a mia volta studiare qual­ cosa di nuovo, e così di seguito si sviluppa il progresso e la va­ rietà di questo gioco ».

— Il basket è anche uno sport fortemente atletico: può sembra­ re un contrasto con la raffinatez­ za degli schemi di gioco... « Anzi, direi che è perfettamente coerente con il progresso morfo­ logico dell’uomo. L’uomo è più perfetto quando è più coerente il corpo con lo spirito. Del resto, nella pallacanestro stanno scom­ parendo i giganti abnormi e un po' ritardati: il giocatore di ba­ sket adesso è un uomo di due metri, due metri e dieci ma coor­ dinato, costruito perfettamente e anche intelligente ».

« Innanzitutto la pallacanestro mi­ gliora la coordinazione e quindi le qualità atletiche di base: velo­ cità, resistenza, elevazione, forza muscolare, equilibrio e poi gran­ demente la reattività. In più edu­ ca la destrezza, il controllo del corpo, i riflessi mentali, l’analisi mentale, l'individuo in sé come fi­ ducia nei propri mezzi e, infine, la socializzazione. Tutto ciò fa della pallacanestro uno sport sostanzialmente com­ plesso e quindi accessibile a tut­ ti, adolescenti, ragazzi e adulti, senza distinzione di sorta. Natu­ ralmente ad alti livelli solo pochi riescono ad affermarsi, ma non è questo che conta, l’importante è che dallo sport emergano quei valori che tutti conosciamo ed au­ spichiamo ». a cura di Marco Cerigioni

UNO SPORT POPOLARE? Oggi il basket si dice sia diventa­ to uno sport completamente po­ polare: si gioca moltissimo a li­ vello di base, a scuola; il miniba­ sket come gioco sta mietendo successi non effimeri, cresce la partecipazione dei tifosi all’inter­ no dei Palazzetti dello Sport, qua­ si sempre insufficienti per soddi­ sfare le richieste del pubblico. Questi Palazzetti prima erano una specie di salotti per addetti ai lavori, per piccoli gruppi di appassionati veri, pionieri di uno sport che si stava lentamente espandendo. Proprio per questo aumento repentino, sono purtrop­ po da registrare frequenti feno­ meni di violenza. I motivi sono molti: la partecipa­ zione massiccia, l’estrema vici-

nanza del pubblico al campo di gara, l’agonismo esasperato in campo, la difficoltà da parte di molti di interpretare corretta-------mente le iregole, derivata dalla sempre maggiore velocità di ese­ cuzione e dal cambiamento con­ tinuo delle regole, i notevoli in­ ressi di uno sport ormai profes­ sionistico, la possibilità di conti­ nuo mutamento nel punteggio. Ecco, il basket moderno si trova proprio in mezzo ad un guado: da una parte uno sport che attira sempre di più le masse popolari e quindi che postulerebbe l’esi­ genza di semplificazione, dall'al­ tro un gioco che diventa sempre più complesso con tatticismi so­ fisticati, studiati con metodi sem­ pre più astrusi da veri stratcgi.


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Mosse e contromosse da gioco degli scacchi, ma queste fatte nel­ lo spazio dei centesimi di se­ condo. Quasi un basket da computer: si­ stemi complessi in tempi infini­ tesimali. Il computer è proprio così. Forse anche l’uomo del com­ puter è così. Per questo, proba­ bilmente, il basket è moderno, molto più, naturalmente, dell'an­ tica palla al cesto. E’ anche questa la sua moderni­ tà e la sua necessaria umanità. Ma c'è chi è giustamente preoc­ cupato del computer e dell’uomo computerizzato. Figuriamoci se anche lo sport sposa questa ten­ denza. Proprio perché lo sport è cultura, cioè espressione sem­ pre presente della crisi dell’anima contemporanea, è giusto che sia così lo sport, quindi il basket. Perché ben al di là dal rimpian­ gere paradisi perduti, è giusto ed umano, per tutti, accettare e vi­ vere l’eterna avventura di Ulisse per uno sport che deve essere completa umanità, costruzione del divenire, in una ricerca spesso drammatica di sempre nuove so­ luzioni. Vedremo se il basket riu­ scirà a rispondere a qualcuna di queste istanze. Guerrino GenCilini

LA PAROLA A DAN PETERSON Dan Peterson, da molti anni notissimo personaggio della pallacanestro italiana, statunitense di origine, è l'allenatore della SIMAC, la squadra milanese che disputa il campionato di serie A. E' forse la persona più adatta alla quale rivolgere alcune domande sul complesso rapporto che lega l'allenatore alla suo squadra.

— Secondo lei, su quali presup­ posti può essere costruito un buon rapporto fra allenatore e atleta?

« Per avere un rapporto costrut­ tivo, produttivo anche sul piano agonistico, fra allenatore e gio­ catori sono indispensabili due co­ se: il rispetto reciproco e la fi­ ducia reciproca. Sono cose che vanno costruite a poco a poco, con fatica e cura, attraverso un periodo lunghissimo di tempo. Possono diventare conquiste so­ lide, ma in realtà sono sempre fragili, perché si possono frantu­ mare con una parola sbagliata. Il rapporto costruttivo è solo questo, e chi lo realizzerà meglio di me sarà più bravo di me e otterrà di più dalla squadra ». — E lei come lo realizza, come si comporta con i giocatori?

« Io vedo le cose, i problemi, in modo molto essenziale; sono un buon psicologo e non faccio il la­ vaggio del cervello. In tutte le questioni con i giocatori mi ba so sui fatti e uso la logica. La squadra deve capire che dico co­ se giuste, non subire: questo fa parte della mia filosofia. Inoltre cerco di non essere protagonista, perché, con la squadra, facciamo un lavoro di gruppo. Vedo tutto in modo collettivo. Quando parlo dico ” noi ", Io, comunque, mi as­

sumo le mie responsabilità, per­ ché la squadra sa quando l'alle­ natore sbaglia. Baso il mio rap­ porto con i giocatori sulla logica e sulla semplicità in modo esa­ sperato. Cerco di essere essenzia­ le, per questo sembra che io non faccia niente. Si sente dire spes­ so che ” Peterson non fa niente Ma io non soffro di protagoni­ smo e ritengo che non bisogna mai mettersi davanti ai gioca­ tori ». — Lei sostiene di vedere la squa­ dra come gruppo. Eppure un rap­ porto basato sul rispetto e sulla fiducia dovrà fare molta attenzio­ ne anche all’individuo.

« La grande tentazione di molte persone è il potere. Così spesso succede anche fra gli allenatori. Io, invece, misuro con il conta­ gocce i casi in cui mi trovo ad usufruirne. Il rapporto con il sin­ golo individuo è ridotto al mini­ mo. In genere cerco di parlare po­ co con i giocatori. Se ho qualche osservazione da fare a un parti­ colare atleta la faccio con discre­ zione e nessun compagno lo vie­ ne a sapere. Se mi capita di fare una scenata la faccio negli spo­ gliatoi, a tutti. Insomma, le cor­ rezioni e le critiche vanno fatte sottovoce, gli elogi, invece, a voce alta. Perché è grandissima la for­ za che infondono le cose posi­ tive ».

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europei e americani, o lei è pro­ prio una mosca bianca? « Non faccio distinzioni fra Eu­ ropei e Americani. I rapporti pro­ fondi che si creano fra allenatori e atleti sono uguali in ogni parte del mondo. Tuttavia c’è differen­ za fra un atleta nato e cresciuto sportivamente nelle scuole, com’è in America, e uno che fa attività nelle società sportive, come suc­ cede in Italia. Sono situazioni completamente diverse. Io, quin­ di, cerco di adattare la mia espe­ rienza di allenatore, accumulata in America, ai giocatori italiani. Comunque, riguardo ai miei me­ todi di allenamento, sono una mo­ sca bianca sia in Italia che negli USA ». a cura di Angela Messina

LA PAROLA A DAN PETERSON — Quali danni, sul piano umano oltre che agonistico, causa un at­ teggiamento autoritario nei con­ fronti dei giocatori?

« L'autoritarismo è un fatto gra­ vissimo. Gli uomini in posizione di potere, gli allenatori ammalati di potere, rovinano i loro atleti, come giocatori e come uomini. Alzano la voce per fare impressio­ ne e i giocatori rimangono bam­ bini, non crescono, rimangono in balìa dell’insicurezza. Io voglio degli uomini: che sappiano cosa devono fare, che si sanno rialza­ re, che sanno cadere e sanno rial­ zarsi. Molti dicono che in campo fanno tutto Meneghin e D’Antoni. Ma è perché loro in campo sanno gestirsi da soli! Io non vo­ glio fare la mamma e non voglio dei bambini. Voglio uomini, e vo­ glio essere il loro fratello mag­ giore ». — Tutto questo, molto educativo sul piano umano, quali frutti dà in campo?

« Io voglio degli uomini, e scelgo gli uomini, quindi, con un crite­ rio: che non è quello della pre­ stanza fisica o dell’altezza. Io vo­ glio il combattente, voglio il leo­ ne, voglio ” il cuore ”, Per questo, durante gli allenamenti, devo mi­ surare e controllare l'aggressivi­ tà e lo slancio della squadra. Sic­ come non mi interessa fare uno ” show ” quando ci prepariamo, né mi interessa dominare i gio­ catori, io riesco sempre a nonvincere l’allenamento per poter vincere poi la partita. Altri alle­ natori vogliono sempre essere protagonisti: vogliono "vincere" anche l'allenamento, ma poi ar­ rivano scarichi all’incontro dome­ nicale ».

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— I suoi metodi trovano un ri­ scontro fra gli allenatori italiani,

MINIBASKET Nella vasta gamma dei giochi di movimento troviamo i giochi sportivi. Per gioco di movimento si inten­ de un genere di attività ludica che, a differenza di molti giochi, è composta da azioni motorie di­ vertenti, che hanno lo scopo di realizzare lo sviluppo bio-psicofi­ sico dei praticanti in un contesto libero c creativo. Il gioco sportivo è invece un tipo di gioco di movimento nel quale il comportamento dei giocatori ha uno spiccato carattere competiti­ vo e di prestazione. In esso, attraverso l’utilizzo di un oggetto, avviene il confronto tra due squadre o due avversari, se­ guendo regole d'organizzazione e di svolgimento standardizzate, se­ condo delle norme fissate a livel­ lo nazionale e internazionale. Il minibasket è un gioco spor­ tivo! Esso è entrato nei programmi dei

Giochi della Gioventù nell'anno sportivo 1979-'8O come giocosport, unitamente ad altre attività di mini più o meno conosciute. Questo fatto è stato visto dagli addetti ai lavori come un generoso segnale educativo rivolto in modo particolare alla popolazio­ ne scolastica del primo e secon­ do ciclo della scuola elementa­ re. Una tappa importantissima verso la pratica polivalente e po­ lisportiva. Ma, in effetti, la cosa si è rivela­ ta meno intraprendente di quan­ to lasciava immaginare, trasfor­ mandosi in una pratica regolata da obiettivi, criteri e valori che si sono rivelati poco educativi. La nascita dei mini campionati e dei mini campioni ha portato ad un tecnicismo esasperato, che ha stretto in una morsa lo stesso gioco. La struttura piramidale e (segue a pag. 24)


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SCHEDA TECNICA DELIA PALLACANESTRO • DEFINIZIONE — Una partita di pallacanestro è giocata da due squa­ dre di cinque elementi ciascuna. Lo scopo di ciascuna squadra è quello di lanciare la palla nel canestro avversario e di impedire alla squadra' avversaria di impossessarsi della palla o segnare dei punti. La palla può essere passata, tirata, battuta, rotolata o palleggiata in qualsiasi dire­ zione, salvo le restrizioni dettate dalle norme regolamentari.

• IMPIANTI E MATERIALI — Il campo è costituito da una superficie piatta, dura e rettangolare, libera da ostacoli, con le caratteristiche e le dimensioni illustrate nei grafici. • PALLA — sferica: la sua superficie esterna deve essere di pelle, gom­ ma o materiale sintetico. Circonferenza: cm. 75/78; peso gr. 600/650. Deve essere gonfiata ad una pressione tale che, lasciata cadere su di un pavimento duro da un’altezza di m. 1,80 circa, deve rimbalzare ad un'al­ tezza non inferiore a m. 1,20 e non superiore a m. 1,40. • ATTREZZATURA TECNICA — Cronometro di gioco, cronometro per i recuperi, apparecchio per l’applicazione della regola dei 30”, referto di gara, tabellone indicatore comprendente tutte le segnalazioni previste daf regolamento, cinque palette numerate da 1 a 5 a disposizione del segnapunti (devono essere di colore bianco, con i numeri da 1 a 4 di­ pinti in nero ed il 5 in rosso, aventi le dimensioni di cm. 20x10), due in­ dicatori di colore rosso per segnalare i 7 falli di squadra (visibili a tutti).

• ABBIGLIAMENTO DEI GIOCATORI — Tutti i giocatori devono es­ sere contrassegnati da un numero applicato sul davanti e sul retro della maglia. Il loro colore deve essere in contrasto con quello della maglia. Ogni squadra deve usare numeri da 4 a 15; pantaloncini corti e scarpe alte alla caviglia completano il corredo essenziale.

MISURE REGOLAMENTARI DEL CAMPO I I I I I I I I I I I I I I

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• CATEGORIE — Giovanissimi M e F 11/12 anni; Ragazzi M e F 13/14 anni; Allievi M e F 15/16 anni; Cadetti M e F 17/18 anni; Juniores M e F 19/20 anni; Seniores Me F dai 21 ai 35 anni.

• UFFICIALI DI GARA — Primo arbitro, Secondo arbitro, Cronometri­ sti, Segnapunti, Addetto apparecchio segnalatore dei 30”. AREA DI TIRO UBERO

SCHEDA TECNICA DEL MINIBASKET

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l 600 m.

• IL CAMPO DI GIOCO — Le dimensioni del campo di gioco sono: lun­ ghezza m. 26, larghezza m. 14. Possono essere usate misure minori, pur­ ché siano rispettate le proporzioni. Es. m. 24 x 13, m. 22 x 11,50. La trac­ ciatura del campo di gioco per il minibasket è identica a quella di un normale campo di pallacanestro. Sono tracciate: — le linee laterali e le linee di fondo, — il cerchio centrale, — l’area di tiro libero, — le linee di tiro libero (a quattro metri dai tabelloni). • TABELLONI E CANESTRI — I tabelloni sono posti ad ogni estre­ mità del campo di gioco, parallelamente alle linee di fondo. I loro bordi inferiori debbono essere ad un'altezza di m. 2,35 da terra. Le dimen­ sioni dei tabelloni sono: altezza m. 0,90, larghezza m. 1/20. I canestri hanno le seguenti caratteristiche: altezza m. 2,60 da terra, diametro cm. 45, reti cm. 40 di lunghezza. • LA PALLA — La palla deve essere sferica e ricoperta di cuoio, op­ pure di materiale sintetico. Circonferenza da 68 a 73 cm; peso da 450 a 500 gr.

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IL TEMA DEL MESE

Pallacanestro

M1NIBASKET

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A MISURA DI DONNA?

quindi selettiva ha fatto il resto: è nota la voglia di somigliare in tutto e per tutto al fratello mag­ Intervista ad Antonietta Baistrocchi, ex giocatrice di serie A; giore « basket », di cui ha presto attualmente giornalista e dirigente d'azienda. assunto i pregi e i difetti. 1 pregi del minibasket sono i — Quali problemi incontra oggi di quell’impostazione paternali­ « prerequisiti funzionali » del gio­ la donna nel basket? stica delle Società che nel basket co stesso, i quali tengono in gran­ maschile è scomparsa a favore de considerazione la motricità di « A livello agonistico il problema di un’impostazione professionale. base e gli stessi apprendimenti. di base è quello economico. Ri­ Ma anche lì dove si professionaliz­ Presumono una didattica ed una spetto al basket maschile c'è me­ za, il basket femminile lascia sus­ metodologia estremamente origi­ no pubblico, meno interesse da sistere un rapporto umano più nale, traducendo la complessità parte degli sponsor e dunque profondo tra giocatrici e Società. del gioco con grande originalità. scarse soddisfazioni economiche. In campo femminile l’età media I difetti sono dati, invece, dai Perciò si abbandona presto, l’età è più bassa e forse per questo « prerequisiti strutturali », legati media in serie A è di 21 o 22 è più viva l’idea di amicizia, di alla logica dei campionati e a anni. Il basket/ femminile agoni­ gruppo che vive anche al di là modelli di attività che presentano stico è uno sport da età scolare; del momento sportivo. Bisogna ai fanciulli, ma anche e soprat­ non appena si è in età lavorativa tener presente, poi, che parliamo tutto ai loro genitori, uno strano si è costrette a scegliere altre di uno sport particolare, perché concetto di « agonismo », non strade ». fatto da gente molto alta e molto molto adeguato all’età dei prati­ giovane. Sia per gli uomini che canti e per questo più brutto. per le donne il fatto di aggregar­ Un progetto educativo non può — Il basket è uno sport a misu­ si a persone di uguale struttura essere diviso in compartimenti ra di donna? fisica consente di non sentirsi un stagni, dove da una parte ci so­ « Giocare il basket femminile è diverso rispetto alla media, alla no la metodologia e la didattica divertente, guardarlo giocare lo normalità. Per persone molto gio­ del gioco e dall’altra le formule è molto meno. Anche il basket, vani ciò è ancora più importante, di svolgimento e l’organizzazione come altri sport, dovrebbe adat­ ed è questo il motivo che rende delle attività. tare i suoi regolamenti e le sue i rapporti di amicizia più solidi Una proposta di attività che in­ attrezzature a misura di donna. nel basket che in altri sport ». tende rispettare il fanciullo della La pallavolo ha adottato una re­ sua totalità, che vuole essere te più bassa, la pallamano un « proposta aperta » a tutti i ra­ pallone più piccolo, la corsa ad — Quali spazi concede il basket gazzi, che si propone come vei­ ostacoli un ostacolo più basso. alla donna che smette di giocare? colo educativo sul territorio, non La pallacanestro è rimasta indie­ « Sicuramente una donna che vo­ può ricalcare modelli stereotipa­ tro in questo senso, penso sia glia continuare la carriera sporti­ ti e condizionanti, ma deve crea­ l’unico sport di squadra a non va dopo l'agonismo, a livello di re i presupposti per una pratica aver fatto una valutazione delle dirigente, di manager, di tecnico sportiva libera, gioiosa, ludica, eventuali difficoltà poste alle don­ o anche di giornalista, ha più han­ attraverso « rincontro » e non « lo ne. Tutto ciò può andare ancora dicap dell’uomo; ad esempio, se scontro » con i propri coetanei, bene a livello ricreativo, ma in è normale che un uomo alleni le allontanando sempre di più il campo agonistico l’handicap di donne, non è normale che una concetto che « o sei primo o non un regolamento a misura d’uomo donna alleni gli uomini. Credo sei nessuno ». fa scattare impietosamente il pa­ che però esista anche una men­ Credo sia questa una strada per­ ragone con il livello spettacolare talità sbagliata da parte di al­ corribile per un’attività semplice raggiunto dal basket maschile ». cune atlete, che vedono lo sport e ben congegnata come il mini­ come un fatto episodico e non basket, con qualche genitore un — Quali esperienze consente il vogliono sforzarsi per riuscire ad po’ deluso, ma con tanti ragazzi basket femminile a livello umano? inserirsi anche dopo ». più felici. « Il basket femminile conserva, a cura di Andrea De Pascalis Donato Renato Mosella anche in campo agonistico, parte


FOTOMEMORIA

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Programmare per agire La vita di un’associazione ha ov­ viamente ritmi organizzativi più lenti ed anche più rigidi di quelli individuali, per la necessità di tempi lunghi tra l’elaborazione dei progetti e la loro realizzazio­ ne e per la viscosità che la com­ plessità delle articolazioni strut­ turali offre alla loro trasmissio­ ne. Accade così che a pochi mesi dall’inizio di un anno associati­ vo già si pensi ai programmi del­ l’anno prossimo. E’ quanto per l’appunto ha fatto il Consiglio Nazionale nella riu­ nione del 15-16 febbraio scorso approvando un documento sulla programmazione associativa '86'87, cioè per l’anno sociale che comincerà il primo settembre prossimo. Non si pensi a un ec­ cesso di zelo o di cautela: siamo appena nei tempi giusti per svi­ luppare la programmazione ai va­ ri livelli associativi e giungere all’inizio del prossimo anno de­ bitamente preparati. Ciò, natural­ mente, volendo fare le cose be­ ne, senza andare all'avventura, improvvisando o rincorrendo ma­ lamente le situazioni. Ora, infatti, le indicazioni pro­ grammatiche fornite dal Consi­ glio nazionale dovranno essere assunte dai Consigli regionali e subito dopo dai Consigli provin­ ciali per la formazione dei loro programmi specifici. Ma non ba­ sta: in un’altra tornata di riunio­ ni, durante i mesi estivi, i pro­ grammi verranno ulteriormente definiti e si provvederà a porre in calendario le relative iniziative.

LA PROGRAMMAZIONE NAZIONALE Bisogna intendersi sulla program­ mazione fatta dall’ultimo Consi­ glio nazionale. Esso non ha elabo­ rato i programmi veri e propri dei Consigli regionali e provincia­ li e quindi, indirettamente, delle Società sportive. A questi devo-

I lavori del Consiglio nazionale no provvedere le singole struttu­ re dotate di autonomia politica e organizzativa, regolandosi ciascu­ na secondo le proprie realtà, esi­ genze e possibilità. Il Consiglio nazionale, compiuta un’analisi della situazione com­ plessiva dell'associazione, ha in­ dicato alcune direzioni di impe­ gno prioritarie sia in relazione a carenze e disfunzioni riscontrate, sia anche per procedere nell’at­ tuazione degli obiettivi che ci sia­ mo dati all’inizio del quadriennio associativo 1984/88, specificati per l’appunto nel « Piano quadrien­ nale ». Il documento programmatico del Consiglio, il cui testo integrale sarà pubblicato sul mensile Csiflash del mese di marzo, è suddi­ viso in cinque punti, corrispon­ denti agli ambiti di impegno e di azione dell’associazione nel suo complesso: l’attività sporti­ va, la formazione degli operatori,

l’organizzazione e la vita delle strutture associative, l’azione po­ litica e di promozione socio-cul­ turale dello sport, l’informazione associativa. Vediamo brevemente per ciascu­ no di essi le indicazioni principa­ li del Consiglio nazionale.

L'ATTIVITÀ' SPORTIVA Sul fronte dell’attività sportiva, le direzioni prioritarie d’impegno sono tre: 1) Il rafforzamento delle Com­ missioni tecniche provinciali e la qualificazione della loro azio­ ne, con una maggiore attenzione a programmare e attuare attività sportive in sintonia con gli indi­ rizzi del progetto sportivo-educa­ tivo del C.S.I. articolato per fa­ sce di età. In questo compito le Commissioni locali avranno un aiuto dal centro nazionale, dove recentemente sono stati costitui­ ti dei gruppi di lavoro o com­ missioni per le attività delle quat­ tro fasce: fanciulli, ragazzi, gio­ vani, adulti e anziani. 2) La realizzazione di attività idonee per le nuove forme di as­ sociazionismo sportivo. Cresce ogni anno nel C.S.I. il numero

LA FESTA NAZIONALE DI CAMPESTRE SULLE RIVE DEL LARIO La Festa Nazionale di Corsa Campestre è, per tradizione, ma anche per caratteristiche proprie, una delle nostre manifestazioni più belle. Tutti i Consigli CSI che l’hanno ospitata in questi ultimi anni, hanno avuto il loro da fare, ma hanno raccolto sempre unanimi consensi. Quest’anno tocca al CSI di Como (dal 21 al 23 marzo), il quale ha im­ pegnato da mesi tutti i componenti il Consiglio provinciale, senza di­ stinzione di ruoli c di disciplina. Primi fra tutti, i responsabili dell’atle­ tica leggera che, dopo essere stati a tante Feste, ne hanno voluta una in casa. La località prescelta è uno splendido tratto del lago di Como, dove due Comuni: Griante e Mcnaggio, hanno offerto la loro disponibilità c colla­ borazione. Le gare, i giochi, il posto, la fantasia e la creatività dei no­ stri ragazzi provenienti da quasi tutte le regioni (circa 600) sono gli ingredienti per un nuovo successo.


LA FORMAZIONE DEGÙ OPERATORI L’impegno del prossimo anno è concentrato intorno al nuovo Piano nazionale della formazione, approvato dal Consiglio e in cor­ so di stampa. Essendo impossi­ bile anticiparne i contenuti in po­ che righe, anche di questo ci oc­ cuperemo nei prossimi numeri.

delle Società sportive che nasco­ no sul territorio senza una pre­ cisa identità culturale e che al­ meno all’inizio chiedono al C.S.I. soltanto un servizio organizzati­ vo sportivo. Ebbene, per queste società non ci si può limitare a organizzare delle attività sporti­ ve sporadiche e marginali, come certi tornei ricreativi o dei bar. Anzi, per tante ragioni, l’attività rivolta a queste società dev'essese pensata e curata con impegno particolarissimo affinché risulti per quelle società un’occasione significante di contatto con la cultura associativa e di esperien­ za educativa. 3) Sviluppare e migliorare l’atti­ vità per i ragazzi della seconda fascia. Questo indirizzo è colle­ gato al lancio, nel prossimo anno associativo, di una grande e nuo­ va proposta di attività per i pre­ adolescenti, denominata « Giocasport », per la quale in Presiden­ za si sta lavorando alacremente alla preparazione dei sussidi tec­ nici, organizzativi, propagandisti­ ci e dei numerosi materiali di supporto. Ce ne occuperemo am­ piamente nei prossimi mesi.

LA VITA DELLE STRUTTURE ASSOCIATIVE 11 documento programmatico del Consiglio ribadisce a questo ri­ guardo quello che costituisce l'im­ pegno di fondo del presente qua­ driennio, e cioè il rafforzamento, l’arricchimento e il rinnovamento degli organici provinciali e re­ gionali per far fronte ai compiti più numerosi e difficili conse­ guenti all’espansione associativa e agli obiettivi culturali ed edu­ cativi più puntuali che si voglio­ no conseguire. Uno slogan infatti del Piano quadriennale dice: « or­ ganizzare l’educazione », ed è fon­ dato sulla convinzione che la ric­ chezza umana e sociale della pro­ posta associativa, accumulata in tanti anni di studio e di esperien­ za, rimarrà improduttiva se non le si forniscono le gambe per camminare, e le gambe sono co­ stituite per l’appunto da organi­ smi nazionali, regionali, provin­ ciali ben strutturati, competenti. A questo riguardo, il documento del Consiglio ha un richiamo par­ ticolare sul rapporto che deve esserci tra il C.S.I. e le comunità cristiane. Un rapporto, o forse meglio un « collegamento », che non è semplicemente di buon vi­ cinato e nemmeno di condivisio­

LA FESTA NAZIONALE POLISPORTIVA DEI RAGAZZI Manca ormai poco tempo prima di ritrovarsi a S. Benedetto del Tron­ to dal 24 al 27 aprile 1986 per la Festa Polisportiva dei Ragazzi che, come sapete, da quest’anno, è nazionale. E’ già partito il programma generale della manifestazione, che viene anche pubblicato su Csiflash. Unitamente ad esso abbiamo inviato a tutti i Consigli provinciali e circoscrizionali interessati, alcune norme tecniche c regolamentari dei giochi sportivi che intendiamo realizzare. Tali indicazioni sono necessarie alla Società sportiva per poter prepa­ rare adeguatamente i ragazzi e rappresentano un punto di riferimento per i Consigli che si apprestano a realizzare attività polisportive. Ricordiamo che alla Festa Nazionale Polisportiva partecipano quei Con­ sigli che realizzano attività per Ragazzi, con formule polivalenti e poli­ sportive improntate alla Festa. Un invito, quindi, a partecipare, ma so­ prattutto a realizzare iniziative di gioco e di sport-festa.

ne di ambiti comuni di interes­ se, ma che è richiesto dalle stes­ se scelte educative del C.S.I. che nascono e trovano significato nel­ la matrice cristiana dell’associa­ zione. Il programma non indica particolari iniziative per attuare questo collegamento vitale con le Chiese locali e con le varie espres­ sioni della comunità cristiana, ri­ mettendosi per esse ai Consigli territoriali, ma fa presente che esso, il collegamento, è qualcosa di più di una questione di rap­ porti, pure importanti, in quanto deve caratterizzare un modo di vivere ordinario e costante di tut­ te le strutture associative.

L'AZIONE POLITICA E DI PROMOZIONE Sostanzialmente, il documento programmatico del Consiglio invi­ ta l’associazione ai vari livelli a rilanciare e intensificare la sua presenza attiva nel territorio, nel mondo sportivo, presso le istitu­ zioni. Il C.S.I. ha qualcosa di im­ portante da dire sulla cultura e sul costume sportivi, esperienze da segnalare, proposte da avan­ zare ed anche responsabilità da condividere: non si può rimanere chiusi nel proprio recinto, badan­ do soltanto ai fatti propri; oc­ corre uscire, dialogare, confron­ tarsi, proporre soluzioni, criticare e contestare quando occorre, col­ laborare alla programmazione e gestione della politica sportiva sociale.

L'INFORMAZIONE ASSOCIATIVA E’ in atto una fervida attività in tutta l’associazione nel campo dell’informazione associativa a mezzo stampa ed anche mediante le emittenti radio-televisive loca­ li. Per favorire questo risveglio della comunicazione, per qualifi­ carlo ed estenderlo a tutti i Con­ sigli sono state previste misure di vario genere, finanziarie, for­ mative e di supporto informativo. Esse però avranno successo se i Consigli provinciali assumeranno ancora maggiore consapevolezza dell’importanza di questo fronte di impegno, curandolo più atten­ tamente e con maggiore costanza che non in passato.

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RACCONTA LA TUA SOCIETÀ' SPORTIVA a cura di Andrea De Pascalis

RAGAZZI DI TRINACRIA

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« In questa città-paese del Sud, do­ ve non ci si arrende all’idea di es­ sere un paese, ma in fondo non si vuol essere una città, siamo na­ ti noi, che vi presento solo con i soprannomi per evitare di dover pagare una cena a quelli più per­ malosi: « u fioraio » e « u lavannaru » cosi chiamati per via dei pa­ dri rispettivamente fioraio e pro­ prietario di una lavanderia; « u nìuru » per via della carnagione non proprio lattea; « cabaret » così detto... bò, non si è mai saputo; « paraparà » poiché in bicicletta da piccolo non avendo il campanello faceva questo verso a voce (ora che ha moglie e figli guai a chia­ marlo così); « vuoi compagniaaa? » perché importuna così le belle ra­ gazze; « Tonzy » affettuosa via di mezzo tra tonto e Fonzie, il per­ sonaggio di alcuni telefilms; infine io detto « u dutturi » forse perché son sempre stato un po’ saputello. Ebbene in questa città-paese dove la noia regna sovrana, lo svago principale per generazioni di gio­ vani è stato (ed è) la « passiata », cioè il passeggio in un tratto di trecento metri (bé, metro più me­ tro meno) della via principale, spi­ na dorsale della città-paese, su e giù con gran sciupio di scarpe ». Leggi queste righe e ti vengono in mente le ambientazioni dei roman­ zi di Vitaliano Brancati, con i suoi personaggi siciliani che consumano la giovinezza tra chiacchiere e pas­ seggiate, discutendo di donne, di petfcgolezzi e di sport. Brancati scriveva negli anni ’40 e nei pri­ missimi anni ’50; le righe riportate più sopra provengono da Enna (Mario La Duca, G.S. Trinacria) e raccontano tempi a noi più vicini. E’ bene, però, non saltare a con­ clusioni affrettate, il tempo in Si­ cilia non si è fermato e le inter­ minabili passeggiate portano a vol­ te a conclusioni inattese: «...Tra un noioso su e giù della passiata durante la quale gli argo­ menti preferiti tra noi ragazzi era­ no (e sono) il calcio e le donne, nacque tra noi improvvisamente un'idea che avrebbe cambiato il nostro modo di divertirci e forse anche di vita. Infatti una sera, quello della compagnia che parla meno (anzi prima di quella sera non sapevamo che voce avesse) disse enigmaticamente (e poi non parlò più): ” Picchi 'un facimu u cissì?”. Dopo varie ricerche appu­ riamo che cissì è il Centro Spor­ tivo Italiano, venendo a contatto con una realtà per noi allora del tutto sconosciuta, scoprendo (nel senso letterale della parola) la se­

de del CSI ricavata in uno stanzo­ ne sotto una chiesa, dove c’erano persone che pur potendo essere nostri padri, ci trattano subito al­ la pari; dove c'è tutto un passato ricco di coppe e medaglie vinte dai pionieri del nostro CSI; dove in foto sbiadite dal tempo e dalla polvere si riconoscono persone in­ sospettabili: un sindaco, un prete, alcuni assessori, un primario, un gestore di bar, tò... questa poi, an­ che mio zio! Tutti in ridicoli mu­ tando™ troppo grandi per quelle gambette troppo esili, e tutti pet­ tinati alla Mascagni ». DAL CAMPETTO «MACELLO» ALLA POLISPORTIVA

Così i nostri personaggi dai so­ prannomi pittoreschi decidono di entrare nel CSI, un po’ per noia, un po’ per emulare i grandi, mol­ to per passione. Viene fondata una squadretta di calcio, tra le solite difficoltà e vicissitudini, e si va avanti per qualche anno, fino al recentissimo boom. Il calcio fe­ derale, sirena ammaliatrice della gioventù locale, incomincia a per­ dere il suo potere d'incanto, rive­ landosi una fabbrica di delusi e di spostati: « Quindi viene meno la voglia di sacrificare la giovinezza per cor­ rere dietro ai sogni, allora ci si rivolge al CSI, cioè ad un ambien­ te lontano dal grosso pubblico, an­ zi "dal pubblico", riscoprendo il

vero senso dello sport dilettantisti­ co fatto di puro divertimento e di non minore impegno. Dove si è al centro dell'attenzione solo di com­ pagni e avversari; dove si è cercati per una campagna acquisti basata sulla parola data, e poiché la pri­ ma risposta è quella che conta (come direbbe il Mike) se vai in un’altra squadra sei un "curnutu” a vita. Dove si giunge sul campo al termine del lavoro ancora in tuta da meccanico, in divisa, con I’ Ape piena di frutta e verdura, o con il cappellino fatto di carta di giornale. Dove si aspetta dietro il cancello del campo solo perché il custode si è attardato a bere un bicchiere di troppo. Dove si spala la neve noi stessi pur di giocare in un campetto chiamato alternativamente in modi macabri, come campetto "macello” o campetto "cimitero”, poiché è situato in mo­ do equidistante tra questi due luo­ ghi. « Visto tutto questo interesse verso il C.S.I., la nostra società viene organizzata sempre un po’ meglio, oserei dire come una vera squa­ dra, allora si trova lo sponsor, che come parola suona importante, ma che in realtà è il finanziatore prin­ cipe di queste squadre, cioè il bar del quartiere; si trova un allena­ tore, altra parola grossa che si traduce nell’amico che non sa gio­ care perché è grasso, a cui tocca la patata bollente di fare le for­ mazioni (e abbiamo risolto il pro­ blema del segnalinee che nessuno vuol fare). Soprattutto la società diventa polisportiva, in modo di dare spazio anche ad altri amici che non giocano al calcio, ma con cui vogliamo stare ugualmente vi­ cini...


« Ma che scopo ha tutto questo? Perché ci impegnarne in cose se vo­ gliamo puerili, che potevano an­ dar bene quando eravamo ragazzi sbarbatelli? Lo scopo che forse inconsciamente ci prefiggevamo era il voler resta­ re tutti uniti, nonostante sapessi­ mo che la vita ci avrebbe chiama­ ti ad occupazioni ben più impor­ tanti, infatti c’è tra noi chi si è sposato, chi è andato all’università, chi per lavoro è andato a vivere al­ trove, eppure quando torniamo a casa sappiamo che c’è la società sportiva che come le Sirene di Ulisse, ci attira a sé. Così nella sede sociale, rappresentata dal mode­ sto negozietto di uno di noi (vedi "u fioraio”), si ritrovano gli amici di un tempo e si fanno nuove ami­ cizie, perché la squadra per andare avanti ha bisogno di "carni frisca”, cioè nuova gioventù. Ma la sede sociale diventa pure il luogo di dibattito dei problemi che ci sembrano di volta in volta più importanti, così ci facciamo ”u ficatu marciti c u sangu fitusu", per la minaccia nucleare, per la specu­ lazione edilizia, per gli sperperi di denaro pubblico, per "l’inutilità" del servizio militare, per la man­ canza d’acqua, per l’alluvione, per la caduta dei capelli, per le ragaz­ ze che se sono ancora in giro da sole dopo le ventuno sono tutte... ehm, lasciamo perdere. A questo punto termino la storia, forse perché non so più cosa dire, o forse perché la fantasia ha pre­ so il sopravvento sulla realtà dei fatti e quindi raddrizzare la barca sarebbe uno sforzo eccessivo an­ che per un "dutturi” come me. Una sola cosa è certa, che non metto la parola fine, perché la so­ cietà sportiva è qualcosa viva che resiste al tempo, così spero che un giorno altri ragazzi potranno ve­ dere in foto sbiadite dal tempo e dalla polvere le nostre imprese sportive, quando noi allora po­ tremmo essere loro padri ». UN LEADER DI TREDICI ANNI

Sicilia che cambia, che non è più quella della rassegnazione e dell’ ozio forzato. E’ il significato più tangibile di un’altra storia che na­ sce e si sviluppa in un quartiere di Palermo dove l’emarginazione è la norgia. E’ una storia per certi ver­ si straordinaria, intrecciata soprat­ tutto da giovani e giovanissimi: Isabella, 18 anni, che proviene dai quartieri tranquilli e che un gior­ no scopre la disastrosa realtà del­ lo « Sperone », dove le bambine giocano per strada; Linda, 13 an­ ni, leader del gruppo, già capace alla sua età di « inventarsi » una palestra; Patrizia, 11 anni, che que­ sta storia la racconta in un italia­ no impreciso ma efficace: « Sono state due mie amiche a for­ mare la squadra di pallavolo il cui numero è 15. Da principio ci allena­ vamo in una strada pubblica dove passavano le macchine e non c’era

PARTECIPANTI AL CONCORSO «RACCONTA LA TUA SOCIETÀ' SPORTIVA» Proseguiamo la pubblicazione, iniziala sul numero precedente di Stadium, dell’elenco completo di quanti hanno partecipato al Concorso « Racconta la tua Società Sportiva ». Ricordiamo che l’elenco segue l’ordine nel quale sono state protocollate le opere pervenute e che fa riferimento alle Società di appartenenza e non agli estensori mate­ riali delle singole opere. PGS Arcobaleno Arma di Taggia, S.S. Jimmy Jazz Udine, Fides S. Pie­ tro in Gù Padova, Poi. Boys Vasto Napoli, Circolo Sportivo Culturale Parco Azzurro Napoli, U.S. Sacro Cuore Padova, U.S. Albiatese Como, U.S. Standard Crema, Associazione Arbitri Andriesi, Poi. Virtus Lissone, CSI S. Martino Chieti, A.S. Monteluce Perugia, A.S. Castelli Ro­ mani Grottaferrata, ANSPI Bibbiano Reggio Emilia, U.S. Vulcan Car­ pi, Atletic Arberese Barile Potenza, Poi. S. Giorgio Andezeno Torino, G.S. Dinamis Paese Treviso, G.S. Campaccio Siena, CSI Novara, G.S. Sturm Cagliari, Olimpia Cremona, CSI Nuoto Cento Ferrara, U.S. Don Elio Monari Modena, U.S. Albiatese Como, U.S. La Salle Torino, CSI Elee Valleceppi Perugia, Aerobic Center CSI Cava dei Tirreni, U.S. Gilbertina Soresina, U.S. Virtus Crusinallo Novara, Poi. Libertas Carinatese Treviso, U.S. Pagliare S. Benedetto del Tronto, PGS Bellaria Bologna, Leo Colombo Possano, Jita Kyo Ei Milano, Poi. S. Pio X Rovigo, G.S. Montesolaro Como, G.S. Vis Crevalcore Bologna, Gandhi Torino, G.S. S. Lucia Perugia, C.S. 2 S. Sisto Perugia, Vis Gianesini Albignasego Padova, Libertas Cernusco Arexon Milano, G.S. Beta No venta Padovana, Poi. Trinacria Enna, G.S. Brodano Modena, S.S. Atle­ tica Erba Como, CSI Modena. nessuno che ci allenava. Un giorno abbiamo chiesto a un signore che si occupava di giochi se ci aiutava e lui fece venire un allenatore molto bravo ma ci allenava solo nella corsa veloce e sempre nella strada. In seguito facevamo delle gare (sempre di corsa) e alcune di noi hanno vinto perché erano molto brave. Un giorno gli dissimo che il nostro sport preferito è la palla­ volo e non la corsa ma lui ci di­ ceva sempre: ” Prima dovete essere brave nella corsa ’’! Ma questo alle­ natore ci lasciò per motivi suoi e così restammo di nuovo sole ed era­ vamo molto tristi perché non c'era più nessuno che ci seguiva. Noi pe­ rò non ci spaventammo, mia so­ rella Linda che fa parte della squa­ dra si mise alla nostra guida e continuammo ad allenarci per stra­ da, dove però molti ragazzi ci di­ sturbavano. In estate suor Letizia, una suora che si interessa dei ra­ gazzi del nostro quartiere, organiz­ zò una colonia con l'aiuto della Missione Palermo e ci divertimmo molto. Lì abbiamo conosciuto una nuova assistente che ha fatto delle gare di pallavolo e si chiamava Isabclla, noi però la chiamavamo Isabrutta perché d’apprincipio non andavamo d’accordo con lei. Quan­ do ritornammo a casa Suor Letizia ci disse che si sarebbe interessata alla nostra squadra c ci mandò Isabella come allenatrice. Col pas­ sar dei giorni facemmo molta ami­ cizia, ci confidavamo con lei e ci parlavamo anche dei nostri pro­ blemi. Nello stesso tempo mia so­ rella Linda di 13 anni riuscì a con­ vincere il padrone di una palestra del quartiere a farci entrare per giocare. Lui dopo aver ascoltato la nostra storia acconsentì volen-

tieri, e si complimentò con Linda dicendogli che era una ragazzina molto brava. Noi fummo molto felici, finalmente avevamo un po­ sto dove allenarci e ripararci du­ rante l’inverno anche se la pale­ stra è un edificio abbandonato cioè non è definita, e c’è moltissi­ ma polvere che non si può elimi­ nare. Un giorno ci riunimmo per pulirla, ma è stato inutile anche perché manca l’acqua e quando facciamo allenamento a volte sof­ fochiamo e non possiamo respi­ rare. Inoltre a casa ritorniamo molto sporche e per lavarci ci portiamo i bidoni con l’acqua. Non abbiamo la rete di pallavolo ma un laccio attaccato nei muri e ab­ biamo due palloni solamente. No­ nostante questo pensiamo di esse­ re fortunate perche ci sono ra­ gazze nel quartiere che vorrebbe­ ro essere al nostro posto. E’ mol­ to bello ritrovarci insieme perché siamo tutte amiche, ed è un’occa­ sione di scambiare le nostre idee e per imparare cose nuove, abbia­ mo due allenatori molto bravi il loro nome è Giovanni e Isabella con i quali siamo anche molto ami­ ci nonostante i nostri problemi tut­ te noi ci vogliamo bene e speria­ mo che con la nostra forza d’ani­ mo riusciremo ad andare avanti e a non abbandonare lo sport e que­ sti momenti di giochi e di svago ». Che a soli undici anni si debba parlare di forza d’animo per an­ dare avanti è un fatto desolante. Che questa forza d’animo già ci sia, però, è un fatto incoraggian­ te, è il segno di una generazione che cambia.

Andrea De Pascal is

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE Lo sport interroga la comunità cristiana UDINE — Lo sport è un feno­ meno che provoca anche la co­ munità cristiana? Se lo sono chiesto, rispondendo affermati­ vamente, i responsabili delle so­ cietà sportive del CSI, gli ani­ matori dei gruppi giovanili ec­ clesiali, i preti particolarmente impegnati nella pastorale giova­ nile del Friuli Venezia Giulia, in un Convegno tenuto il 25 gen­ naio, al Seminario di Udine sul tema: Il primato dell'uomo nello sport: un impegno educativo, culturale e pastorale. Un incontro, quello proposto dal Consiglio provinciale del CSI di Udine e dal Centro Diocesano per le attività pastorali (uno dei primi in Italia di questo gene­ re), che ha sottolineato l’urgen­ za di rifondare una cultura spor­ tiva per renderla esperienza edu­ cativa al servizio globale della persona, significativa per i gio­ vani, ma non solo, che la richie­ dono sempre più massiccia­ mente. « Una nuova cultura dello sport, che privilegi non lo spettacolo, i pochi vincitori ma i ” perden­ ti ", che sono i più; che faccia del momento sportivo un'espe­ rienza umana di festa, di amici­ zia, di aggregazione sociale, di democrazia e di partecipazione;

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insomma, che affermi che anche nello sport il fine è la persona e spinga a scelte concrete, co­ raggiose perché controcorrente » ha affermato Aldo Notarlo, pre­ sidente nazionale del CSI. Un'attività umana, quella spor­ tiva, che deve essere rivalutata nella Chiesa e nelle comunità cristiane non per " sacralizzar­ la ” né per strumentalizzarla ma, riconoscendone il suo alto valo­ re pedagogico, per rispettarla nei suoi valori autentici. Orien­ tando così i cristiani e gli uomi­ ni di buona volontà a saper fa­ re dello sport un uso corretto e positivo. «In modo da sostenere un’azio­ ne di discernimento perché gli operatori sportivi, gli educatori e coloro che praticano lo sport facciano salvi in questa attività umana tre primati: dell'uomo, della vita, dei valori spiritua­ li » ha detto l'arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, nel suo intervento al Convegno invitando, soprattutto i cristia­ ni, ad essere lievito e sale in questo specifico contesto. Un discorso nuovo, forse avver­ tito come superfluo dagli opera­ tori della pastorale, ma che si sta imponendo in rapporto so­ prattutto al crescente tempo li-

PALLAVOLO PER LA VITA

NEVE PER LA LOMBARDIA

TARANTO — Una significativa ma­ nifestazione di pallavolo femminile è stata realizzata a Taranto dal Csi. d'intesa con il Movimento per la vita. L'iniziativa, denominata « Sì alla vi­ ta aveva lo scopo di testimonia­ re come lo sport contribuisce a mantenere la salute e l’efficienza psico-fisica, a valorizzare la digni­ tà umana, a migliorare la qualità della vita. Sono questi infatti i va­ lori alla base di una pratica spor­ tiva autenticamente a misura d' uomo. Alla manifestazione hanno partecipato le società sportive dell’Atletic Volley San Marzano, il Gruppo sportivo Montemesola, The Lion e San Domenico Savio che si sono classificate nell'ordine al ter­ mine degli incontri. Il presidente del Csi jonico Saverio Alemanno ha espresso alla fine la sua grati­ tudine alle atlete, ai tecnici e ai giudici di gara.

VALLE CAMONICA — Eccellente av­ vio a Borno nel campionato di sci del Csi di Valle Camonica: oltre duecen­ to atleti alla partenza in rappresen­ tanza di otto società (Sci Cai Edolo, Sci Club Astrio. Ricci Commerciale Pisogne. Polisportiva Artogne, Poli­ sportiva Cedegolo, Tomas Pisogne, Gruppo sportivo Saviore e Gruppo sportivo Pincamuno). Soddisfatto il presidente Renato Pic­ ciolo e il responsabile della commis­ sione tecnica Umberto Conforti. La prima prova della competizione è coincisa con la « Festa regionale del­ la neve ■> organizzata dal consiglio provinciale di Brescia (presieduto da Beppe Goffrini). Alla manifestazio­ ne erano presenti circa 500 atleti provenienti da tutte le province del­ la Lombardia. Salti di porte e cadu­ te hanno costretto al ritiro 150 slalo­ misti.

bero che la nostra attuale so­ cietà offre. Tenendo anche con­ to che la diffusione del fenome­ no sportivo, non solo come spet­ tacolo ma come pratica sociale crea comunque cultura, costu­ me e incide notevolmente sulla crescita globale delle persone, soprattutto dei giovani. « La comunità cristiana si deve interessare di sport perché la pratica sportiva fa parte inte­ grante dell'esperienza umana e la Chiesa, attenta all’uomo in tut­ te le sue dimensioni ed esperien­ ze, non può ignorare quella ludico-sportiva. Poi perché, credendo nel valore pedagogico della pra­ tica sportiva non può non chie­ dersi quale spazio abbia lo sport nell’itinerario formativo dei gio­ vani e nel suo progetto pasto­ rale in genere », ha detto mons. Lucio Soravito, Vicario Episco­ pale per i laici, che ha contem­ poraneamente sottolineato la puntualità di questa riflessione al servizio del cammino sinoda­ le che caratterizza oggi la Chie­ sa udinese, e precisamente dei temi « giovani e cultura ». Il Convegno ha avuto il pregio, di « mettere attorno al tavolo », in un momento specifico dal te­ ma « Esperienze e progetti edu­ cativi a confronto per uno sport a misura di persona », non so­ lo operatori sportivi, ma anche i responsabili di alcune associa­ zioni giovanili ecclesiali quali l’ACR e l’AGESCI.


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CONSULENTI A CONVEGNO ALBENGA — Il 17 gennaio si sono riuniti al Seminario Vescovile di Albenga. i consulenti ecclesiastici pro­ vinciali e circoscrizionali del CSI del­ la Liguria. Erano rappresentati quasi tutti i Consigli sia del Ponente che del Levante ligure. Alla riunione sono intervenuti il Con­ sulente Ecclesiastico Nazionale, D. Gianni Gherardi, e il Vescovo della Diocesi di Albenga-lmperia. Mons. Alessandro Piazza, che hanno parlato dell’aspetto pastorale e formativo del lavoro del CSI. D. Gianni ha osservato che il CSI è un'associazione di laici che vivono con i sacerdoti. Un movimento d'ispi­ razione cristiana, che sta maturando un lineare progetto, teso a dialoga­ re con tutti i giovani, specialmente con quelli ai quali interessa un di­ scorso sportivo. In un periodo in cui l'ateismo sembra penetrare con for­ za nel mondo, il CSI si sforza di in­ terpretare il disegno pastorale sotto l’insegna della formazione cristiana, studiando il rapporto fra l'educazione e il cristianesimo. In tale contesto si situa l'azione della comunità cristia­ na, invitata così a oltrepassare un' accoglienza di tipo generico e a col­ laborare perché l'attività sportiva venga collocata all'interno della pro­ spettiva pastorale della Chiesa. Ciò significa dare spazio, più che al pre­ te, a laici che sappiano essere edu­ catori. Il sacerdote ha il compito di aiutare il laico a crescere, così che la specificità dell’azione di quest'ulti­ mo diventi strumento di evangeliz­ zazione. Spetta perciò al consulente ecclesia­ stico curare la formazione degli ope­ ratori sportivi allo stesso modo con cui le parrocchie educano i catechi­ sti. Bisogna, inoltre, che egli si im­ pegni affinché l'associazione si inte­ gri nella comunità cristiana incontran-

< TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE

dosi con gli altri movimenti in modo che lo sport sia veramente alla por­ tata di tutti. L'idea di « uno sport per tutti » è sta­ ta sottolineata dal Vescovo di Albenga-lmperia, Mons. Alessandro Piazza, il quale ha fatto un'attenta e preci­ sa disamina della pastorale in Ligu­ ria e in particolare nella propria dio­ cesi di Albenga-lmperia. Sono emer­ se alcune difficoltà di ordine forma­ tivo, dovute alla mancanza di stabi­ lità di molte persone a causa del fe­ nomeno turistico che non permette alcun discorso approfondito di pasto­ rale sia per i turisti che per gli abi­ tanti del luogo. Manca inoltre nella mentalità del po­ polo ligure la pastorale dei ragazzi dovuta alla carenza di edifici e al personale ecclesiastico. Anche l'anti­ co « prete da cortile in Liguria è ra­ rissimo. Se da un lato ciò dipende dalla mentalità, dall'altro si deve so­ prattutto alla mancanza di vocazioni sacerdotali. Non a caso la Liguria è fra le regioni d'Italia dove più basso è il numero dei preti. Anche il terri­ torio della diocesi di Albenga-lmperia risente di tale fenomeno e non sem­ bra, almeno per ora, possedere i mez­ zi necessari a un superamento. Men­ tre in altre parti della Penisola il problema pare sia in via di soluzio­ ne, in quanto le vocazioni, specialmente adulte, sono in crescita, ad Albenga e in genere in tutta la Liguria la crisi tuttora perdura. Naturalmente l'insieme di queste dif­ ficoltà colpisce anche il CSI, che nel­ le parrocchie e nei campi sportivi par­ rocchiali trova l'ambiente più conso­ no e lo spazio più adeguato. Tuttavia non bisogna scoraggiarsi perché at­ traverso lo sport si riesce comunque a raggiungere buona parte di giova­ ni. alla quale consegnare i propositi di un'identità umana e religiosa fon­ data sul mandato evangelico e sull' insegnamento della Chiesa.

TUTTI INSIEME PER LA FORMAZIONE BOLOGNA — L'11 e il 12 gennaio circa 40 collaboratori del Consiglio provinciale del Csi (consiglieri, membri delle commissioni tecniche provinciali ed arbitri) si sono riuni­ ti a Trasasso in provincia di Bolo­ gna per approfondire i motivi del­ l'adesione al Csi, il suo compito istituzionale, i modi di collabora­ zione propria dei dirigenti in seno all'associazione. Maria Rosa Zanel­ la. vice-presidente nazionale del Csi ha risposto alle domande dei presenti. Un importante contributo lo ha dato anche il consulente don Valeriano. Numerosi gli interventi e particolarmente graditi sono sta­ ti quelli dei giovani dirigenti.

ARIETE SOPRA TUTTI ORISTANO — Sono dodici anni or­ mai che le squadre di pallavolo dell'Arìete mietono successi a tutti i livelli. Il libro d'oro registra di­ ciannove titoli provinciali e tre re­ gionali (la maggior parte nel set­ tore giovanile) per le squadre af­ filiate alla Fìpav. Tantissimi i primi posti e i piazzamenti anche per le squadre che hanno partecipato ai campionati e ai tornei del Òsi.

Fedele al concetto dì « sport per tutti -, ('Ariete con il Csi partecipa a tutti i tornei. Sono 118 comples­ sivamente le atlete impegnate con le diverse squadre.

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TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE MH ’ IL PROGETTO ALLO STUDIO

DOCUMENTO SUUO SPORT

VERONA — Si sono conclusi nei giorni scorsi a Verona e al Centro Zona di S. Bonifacio una serie di corsi periodici per arbitri e allena­ tori di pallavolo che hanno visto i partecipanti impegnati per ben due anni. Da questi corsi sono usciti abili­ tati ben 490 tecnici che oltre ad approfondire le tecniche dell'alle­ namento e dell'arbitraggio della pallavolo hanno « studiato » a fon­ do il progetto associativo. La vicepresidente nazionale. Maria Rosa Zanella, ha preso parte alla giornata conclusiva di questa im­ pegnativa esperienza; in quella oc­ casione sì è anche incontrata con il Consiglio provinciale di Verona per un confronto su problemi e contenuti dell’Associazione. e di quelli della realtà veronese in par­ ticolare.

BARI — Le presidenze regionali del­ la Puglia del Centro sportivo italiano, della PGS e della Unione sportiva Adi hanno elaborato un documento comune sulla situazione sportiva nel­ la regione e lo hanno inviato alle am­ ministrazioni provinciali e regionale, ai vescovi, ai sindaci e agli enti di promozione sportiva. In esso eviden­ ziano la necessità di una maggiore azione unitaria degli enti di promo­ zione sportiva, presenti nel coordina­ mento regionale, insieme agli enti lo­ cali e alle forze sociali, perché la pratica sportiva sia un impegno va­ lido non solo per la salute, la so-

BRAVO SINDACO! OS1O SOTTO — La sensibilità del Comune verso i giovani che ama­ no scorazzare con quelle strane biciclette da cross che si chiama­ no - BMX » è stata premiata dal Centro sportivo italiano di Osio Sotto. Al sindaco Gabriele Rossi è stata consegnata, dal presidente provinciale di Bergamo Paganoni, una fusione di bronzo raffigurante il discobolo di Mirone. La pratica della bici BMX ha con­ tagiato i giovani del Csi. tanto che esso aveva sollecitato le ammini­ strazioni comunali a preparare pi­ ste idonee alla disciplina. Il Comu­ ne che per prima l’ha costruita è stato Osio Sotto, tempo fa. Gabrie­ le Rossi era assessore allo sport e sindaco il signor Marra. La con­ segna del bronzo è avvenuta in apertura della cerimonia di premia­ zione delle società ciclistiche del Csi.

GALA'CALABRESE

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REGGIO CALABRIA — A coronamen­ to di una intensa ed esaltante atti­ vità di promozione sportiva a favore di oltre tre mila ragazzi, il Csi ca­ labrese ha premiato gli atleti e le società che si sono distinte nel cor­ so di campionati e tornei nell'anno sociale 1984-85. Alla manifestazione, che si è svolta nel Ridotto dell’Auditorium San Paolo, hanno partecipato, tra gli altri, rappresentanti degli en­ ti locali e l’onorevole Piero Battaglia vice-presidente della Giunta regiona­ le. Numeroso il pubblico. Il significa-

cializzazione. la formazione umana, la lotta contro la droga, ma serva an­ che a fermare la violenza negli stadi. Nel documento si ribadisce l’urgenza di costruire nella regione impianti sportivi polivalenti, secondo un pre­ ciso piano di sviluppo sportivo, per garantire lo sport per tutti a partire dai più svantaggiati e bisognosi. Le associazioni firmatarie del docu­ mento confermano il proprio comune impegno per una cultura dello sport fondata sul primato della persona mediante un'azione educativa guida­ ta dal discernimento, ed un impegno sportivo espressione della preoccupa­ zione per la promozione umana dell' intera comunità cristiana pugliese.

TORINO — Calcio, pallavolo, pallacanestro: per queste discipline il Csi di Torino organizza un corso per allenatori. « II Setaccio » settimanale del Csi torinese ne spiega le mo­ tivazioni con un simpatico editoriale. Di seguito ne proponiamo alcuni pas­ si. « Il mondo sportivo ad alto livello ha coniato un teorema fin troppo fa­ cile: "se la squadra non va. si cam­ bia l'allenatore”; e se la squadra continua a non andare si cerca un mago o un tecnico straniero. A noi, che non crediamo più da tempo ai teoremi sin troppo facili dello sport spettacolo, che non abbiamo mai

pensato di scritturare un tecnico un­ gherese e che abbiamo visto l’ulti­ mo "vecchio mago" nelle sue pate­ tiche apparizioni alla Domenica spor­ tiva, non servono show-man, ma se­ ri allenatori capaci di creare la squa­ dra e il gruppo. Persone per le quali non è sufficiente un passato da gio­ catore o una buona quantità di tem­ po libero, ma occorre una seria qua­ lificazione sul piano tecnico ed edu­ cativo. Ecco perché un ente di pro­ mozione sportiva, come il Csi, non ritiene di esaurire la propria funzio­ ne nel dare al maggior numero di persone la possibilità di fare sport, ma sceglie la strada della qualità, anche attraverso la preparazione dei propri tecnici ».

PREMIATI GLI ARBITRI

UN'ALTRA NUOVA SEDE

REGGIO EMILIA — Festa annuale degli arbitri Csi di calcio, pallavolo e pallacanestro. Durante la serata che ha visto la partecipazione di diversi rappresentanti dello sport reggiano, sono stati consegnati ri­ conoscimenti ad alcuni direttori di gara che si sono particolarmente distinti nella loro attività nell'ambi­ to del Centro sportivo italiano.

BERGAMO — La nuova sede del Csi a Bergamo è stata inaugurata con cerimonia molto semplice. E' situata’ in via Novelli al numero 5. Il consulente don Tarcisio Tirono ha benedetto i locali ed ha elogia­ to tutti coloro che nella nuova se­ de dedicheranno tempo alle varie attività per la crescita e la forma­ zione dei giovani. Erano presenti anche gli arbitri. Alcuni di essi so­ no stati premiati dal presidente provinciale Camillo Paganoni. Si tratta degli arbitri che hanno rag­ giunto dieci anni di attività.

I «MAGHI NON SERVONO»

to dell’iniziativa è stato sottolineato dal presidente provinciale del Csi Mimmo De Clario che ha sottolinea­ to la funzione educativa della società sportiva, e ha rilevato la funzione de­ gli enti locali nell’assicurare le strut­ ture e I servizi necessari per la diffu­ sione dello sport e lo sviluppo dell’as­ sociazionismo. Piero Battaglia, vice­ presidente della Giunta regionale, ha espresso l’esigenza di rendere ope­ rante la recente legge regionale ca­ labrese sullo sport. Il consulente ec­ clesiastico regionale don Nuccio Canizzaro si è soffermato sui valori che animano un autentico impegno spor­ tivo.

SEMPRE PRIMI MANTOVA — Ancora una eccellen­ te prova fornita dai ragazzi della Berni Atletica Gazzuolo che si so­ no imposti nella campestre del Csi di Villa Saviola. Si tratta del terzo successo consecutivo. Ben 15 atle­ ti hanno figurato nei primi tre posti nelle varie categorie e oltre 60 quelli classificati tra i partecipanti.


GINGER E FRED DI FEDERICO FELLINI. CON GIULIETTA MASINA E MARCELLO MASTROIANNI. Ecco a voi... Federico Fellini. In forma più che mai, dopo una non felice crociera (E la nave va) e una visita forse un po’ noiosa alla « città delle donne ». Il pretesto questa volta è un megashow te­ levisivo, una specie di fiera della vanità dove si esibiscono, accanto ad artisti sul viale del tramonto, i rappresentanti di una strana umanità, eroi della domenica, ca­ morristi, frati in odore di santità e di chissà cos’altro, scrittori di successo (per parlare dell'ultimo libro) e maghi della chirurgia. Il & maestro » sfodera tutto il suo sarcasmo e il suo veleno contro l’italietta televisiva, contro, gli im­ bonitori della domenicale i quizzaroli imbecilli. E senza mai assu­ mere toni da predicatore presenta un singolare campionario di « mi­ racolati » del video, mostrando tic e difetti di casa nostra. Da buon sociologo dell’eccesso, Fellini si lascia guidare dal gusto del grottesco e lancia le sue frec­ ciate contro la stupidità imperan­ te, in uno stile che ricorda gli episodi migliori di Roma e di Amarcord. Ma il film, che vede per la prima volta insieme i due attori felliniani per eccellenza, Giulietta Masina e Marcello Mastroianni, non è soltanto una spie­ tata requisitoria contro i riti e i miti della tivù commerciale o gli stereotipi della comunicazione pub­ blicitaria: Ginger e Fred è so­ prattutto una commedia surreale, una meditazione, sul filo della no­ stalgia per i valori perduti, sulla realtà come simulacro, un mondo in cui domina la plastica, la copia, il falso, la comunicazione superfi­ ciale. L’universo descritto da Fellini as­ somiglia ad un circo del passato col tendone rattoppato e gli arti­ sti malati di artrosi, ad una mo­ derna corte dei miracoli, dove ba­ sta vestire un saio, fingere di par­ lar male e, senza cospargersi il capo di cenere, finire alla gloria degli altari. E tutto, all’interno di questo universo, si svolge come in una fiera strapaesana, dove c'è chi cammina sui carboni ardenti, mangia fuoco con ghiottoneria ed esibisce le sue deformità, o come in uno spettacolo di varietà in un teatro cadente, con le ballerine fuori tempo e le battutacce di un vecchio signore lubrico che si dice « presentatore ». La storia, come ormai tutti sanno, è quella di una coppia di balle­ rini, imitatori di Ginger Rogers e Fred Astaire, che si ritrova dopo

tanti anni per uno spettacolo all’in­ segna del « come eravamo ». Pippo Botticella e Amelia Bonetti hanno ormai più di sessantanni e due storie diverse alle spalle: lei, vedo­ va, ha una piccola azienda in pro­ vincia; lui, abbandonato dalla mo­ glie, dopo aver cambiato molti me­ stieri, vive vendendo enciclopedie porta a porta. Nel loro incontro, fatalmente, si intrufola la malin­ conia, la tristezza per il tempo trascorso, la consapevolezza di non poter ricominciare. Ma Fellini non ama, per fortuna, i toni patetici e così anche la no­ stalgia viene stemperata dall’ama-

ra ironia e dal gusto per la satira di costume. Ginger e Fred, dopo uno spettacolo dove ritrovano qualcosa dello smalto di un tem­ po. si lasciano per tornare alla vi­ ta di ogni giorno, non senza aver­ ci comunicato un sano disgusto per quell’oggetto mostruoso che riempie il nostro tempo libero c ci propina gli sketch e le battu­ tacce di storie dal pessimo copio­ ne, anche sotto l’etichetta dell’in­ formazione e dell’attualità. Se il pericolo della « maniera », del « fellinismo » non. fosse sem­ pre in agguato e non spuntasse qua e là, Ginger e Fred sarebbe da salutare come uno dei film più convincenti nella lotta che il cine­ ma ha ingaggiato, per sopravvive­ re, contro la voracità della televi­ sione. Pietro Pisarra

ATTENTI ALLA COLONNA L’esempio classico è quello di una ragazza di 15 anni longilinea, con dorso curvo, scapole in fuori, che a detta della madre, si dimostra particolarmente vergognosa nello spogliatoio scolastico. I genitori, ora, resisi conto della presenza di una deformazione della colonna vertebrale mi chiedono delle in­ formazioni sulla necessità e mo­ dalità dell’esercizio fìsico per la cura e la prevenzione di tale alte­ razione. La scoliosi, insieme ad altri dismorfismi della colonna vertebra­ le (cifosi, cifolordosi, etc.) rappre­ sentano delle condizioni patologi­ che progressive con alterazioni estetiche e funzionali molto im­ portanti. Nella genesi di tali affe­ zioni, oltre ai fattori endogeni co­ me la familiarità, hanno un ruolo di indubbio rilievo fattori come le cattive posizioni sostenute per molto tempo sui banchi di scuola o il cattivo modo di portare libri o cartelle. L’adolescenza, poi, è un periodo di rapidi mutamenti fisici che possono svelare in maniera drammatica queste condizioni. La prima cosa da fare è quella di definire radiologicamente la se­ de e l’entità dell’incurvamento del­ la colonna. Infatti, molte di que­ ste curve come si sa non sono evolutive ma sono sostanzialmen­ te degli « atteggiamenti ». Altre, nel corso dell’accrescimento, pos­ sono progredire e richiedere il trat­ tamento ortopedico e chirurgico. Quali sono i suggerimenti che a molti lettori suoneranno stianoti. Essenzialmente due: l’identifica­ zione dei soggetti a rischio attra­ verso una diagnosi precoce, e tutti

i mezzi di prevenzione della ma­ lattia. Per esempio alcuni autori hanno osservato in una popolazione dela giungla indiana i cui componen­ ti erano abituati a sedere in terra in modesta flessione della colonna vertebrale ed a dormire sul pavi­ mento, una incidenza di disturbi vertebrali (algie) uguale a zero. Noi, invece, che siamo abituati a dormire in morbidi Ietti e sedere su comode poltrone, dobbiamo cercare, soprattutto durante l’ac­ crescimento, di potenziare la mu­ scolatura di sostegno alla colonna vertebrale. Per far questo è con­ sigliabile, perciò, la pratica di uno sport come il nuoto, la pallacane­ stro o la pallavolo. Nei giovani invece con difetti ac­ certati, bisogna precludere tutte le attività asimmetriche o che pos­ sono provocare forte sollecitazioni statiche della colonna, quali ad esempio il lancio del giavellotto, il lancio del peso o del disco, il salto in alto o con l’asta, il solle­ vamento pesi, il tennis, la scherma o la ginnastica ad alto livello con le sue iperestenzioni e vigorose ro­ tazioni del busto. E la ginnastica correttiva è utile o no? Onestamente bisogna dire che non può impedire in alcun modo la spontanea evoluzione del­ la curva scoliotica né tantomeno conseguire correzioni delle devia­ zioni angolari; tuttavia essa risul­ ta uno dei presidi più validi a sviluppare un robusto apparato di sostegno alla colonna vertebrale in accrescimento.

Antonio Spataro

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UN PONTE SULL'ETERNITÀ1 DI RICHARD BACH. RIZZOLI EDITORE, L. 20.000 Succede talvolta che durante la lettura di un romanzo venga voglia di chiuderlo e di abbandonarlo sen­ za voler nemmeno sapere come la storia, le vicende, i fatti vadano a finire. Ma raramente, o forse mai, io credo possa accadere che si senta l’impulso e il desiderio di abbandonare la lettura di un libro che ti piace, ti interessa, ti diverte, ti aiuta a pensare. A me è successo. E’ successo leg­ gendo « Un ponte sull’eternità » di Richard Bach. Più scorrevano le pagine, leggere, stranamente ugua­ li e diverse, talvonta improvvisa­ mente povere, talvolta lentamente cariche di pensieri, e più mi assa­ liva la tentazione di fermarmi, di non andare avanti. Perché ero en­ trato nel gioco sottile, spesso iro­ nico, spesso gioiosamente malinco­ nico, ma sempre creativo del pro­ tagonista, Richard, pilota acroba­ tico per professione, scrittore per diletto, improvvisamente divenuto ricco per i guadagni assicuratigli dal successo dei suoi libri. Un uo­ mo libero, costantemente entusia­ sta della vita, del suo lavoro, co­ me del suo riposo, divertito e stu­ pito di fronte alla sua inaspettata ricchezza, ma « il cuore era soli­ tario ». Perché Richard ha un grande, as­ sillante ma, almeno inizialmente, non angosciante problema: la ri­ cerca della Donna Ideale. E’ un problema, ma non angosciante, perché Richard è abbastanza serio sognatore da essere anche un uo­ mo creativo. Tutta la sua esperien­ za sembra essere un gioco molto onesto e serio, cioè un continuo fa­ re i conti con se stesso, analizzan­ do il suo mondo interiore, scavan­ do nella sua intelligenza, osservan­ do candidamente la realtà, senza però, grazie a Dio, psicologismi o analisi intellettualistiche. La sua forza è la sua capacità di guar­ darsi e di leggersi con simpatia e ironia, come quando, durante un lancio con il paracadute si « sdop­ pia » e si vive nel suo scendere verso terra e contemporaneamen­ te si osserva giudicandosi nelle sue impacciate manovre di disce­ sa.

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La ricerca della Donna Ideale pro­ segue per tutto il romanzo, attra­ verso una storia apparentemente inesistente, banale eppure nella sua banalità carica di vita. Per questo, ogni tanto, mi prendeva

il desiderio di non leggere più oltre. Perché ero entrato nel gio­ co e non volevo avere la soluzione della ricerca, preferivo continuare all’infinito nella mia mente il gioco di Richard, in un cammino verso l’auto-educazione, in maniera gio­ iosa e ingenua: « Ecco cosa è, im­ parare, dopotutto: non importa se si perde la partita, ma conta come la si perde e in che modo mutia­ mo, noi, a causa di questa sconfìt­ ta, eppoi conta quel che ne rica­ viamo, qualcosa che prima non avevamo e che potremo applicare ad altre partite. Perdere — in cer­ to qual modo curioso — è vin­ cere ».

UNA CHIAVE DI LETTURA « Un ponte Sull’Eternità » è roman­ zo d’amore. Certamente. E’ il rac­ conto di una ricerca che diventa più tesa, più conflittuale, più sof­ ferta proprio quando Richard in­ contra Leslie, quella che forse è, quella che può essere, la sua Don­ na Ideale. E allora accanto all’en­ tusiasmo « illuminante » (né ombre né colori né calore né barbagli né corpo né cielo né terra né spazio né tempo né niente né gente né parole, solo LUCE!) di questa completa esperienza d’amore subentra la paura di amare, la paura che l'amo­ re possa chiudere l’uomo in un cer­ chio senza uscita, limitante, ripeti­ tivo, monotono. A questo punto del romanzo, forse il protagonista cambia e diviene lei, la Donna Idcale — Leslie — il personaggio centrale. Di fronte all'esitazione, alle picco­ le c grandi fughe di Richard, tal-

volta alle sue ingenue meschinità di « uomo », Leslie reagisce con 1’ energia di una sua interiore consa­ pevolezza e combatte con dignito­ sa coerenza la sua lotta per affer­ mare un amore che esiste, ma che Richard teme. E’ senz'altro una bella figura di donna, umana e mo­ derna, con il senso della dignità femminile che rivendica rispetto senza romanticismi svenevoli. E' una donna che canta l’onestà del­ la vita.

Non vi dico come finisce la storia per invitare a giocare anche voi, con il vostro gusto per la vita, con il vostro desiderio di conoscervi e di conoscere, con la vostra speran­ za in un domani in cui una persona abbia costruito se stesso e la pro­ pria serenità. Per questo motivo, per questo in­ vito al gioco, « Un ponte sull'eter­ nità » è un romanzo per i giovani, un romanzo da proporre, ripren­ dendo la sana abitudine di ricon­ durre i giovani alla lettura; non perché imparino a scrivere (è una vecchia massima su cui ci sareb­ be molto da discutere « leggere molto per imparare a scrivere »), non per un fine utilitaristico-scolastico, ma perché i giovani, attra­ verso la lettura, anche attraverso la lettura, imparino a pensare, a scoprire, cioè, la gioia della pro­ pria intelligenza e del gusto di in­ ventare se stessi e il mondo. Sarebbe un bello slogan da lancia­ re: « un buon atleta (visto che ci muoviamo nel mondo dello sport) è un buon lettore »! Ma questo libro è anche per i « grandi », per gli « adulti », perché probabilmente, se si ha il « co­ raggio » di leggerlo, costringe a ri­ pensare alla propria vita trascorsa e, superando la malinconia di tan­ te sconfitte, costringe a vedere che ci sono ancora mille possibili vite che ancora ci attendono, mille pos­ sibili vite di cui noi, ognuno di noi può essere il vero protagonista. E sarebbe bello insegnare questo ai giovani. A pensarci bene, questo romanzo può avere un’altra chiave di let­ tura, oltre a quella di una storia d’amore. Forse parlando d’amore vuole essere un invito, gioioso, iro­ nico, ma anche dolcemente serio, a far riscoprire un « metodo » per porsi di fronte alla vita e forse di fronte all'esistenza. « Non sarà facile per te, povero Richard » mi disse. « E neanche per lei sarà facile, per la Leslie che io ero. Tempi duri all’orizzonte? Ma non aver paura. Se vuoi la ma­ gia, togliti l’armatura. La magia è molto più forte dell’acciaio! ».

Vittorio Ferrerò


COSTUME

Impariamo a leggere i giomali/4

ARTICOLI COME PIRAMIDI Sui giornali, le notizie appaiono stampate sotto forma di articoli. Lasciamo da parte per un mo­ mento il linguaggio e il titolo ed esaminiamo la struttura degli ar­ ticoli. Alcuni articoli sono « semplici » (sola enunciazione dei fatti, in breve), altri sono « inquadrati » (i fatti con maggiori precisazioni, collegati a precedenti e alle con­ seguenze), oppure « complessi » (i fatti più il commento, le spiega­ zioni e il riferimento anche di epi­ sodi secondari...). Si può andare quindi dalla semplice notizia che Fanna ha segnato il gol dellTnter contro il Legia, al rivangare i pre­ cedenti (Fanna era fuori squadra), al riepilogare tutta la conduzione dellTnter fino a quel momento. La struttura di un articolo è a forma di piramide rovesciata, con la punta in basso: nelle prime ri­ ghe (la parte massiccia della pi­ ramide), enuncia tutte le informa­ zioni essenziali, poi riprende il di­ scorso per dare dettagli importan­ ti su quanto già detto, poi ancora aggiunge in formazioni supplemen­ tari, in ordine decrescente; ma la parte iniziale contiene già in ger­ me tutto. E’ il contrario di quanto avviene in una fiaba o novella, o in un dramma o in una comme­ dia, che iniziano con un tenue filo (« C’era una volta... »), si svolgono dapprima con lentezza (« ... e vide un lumicino lontano lontano »), poi scorrono con velocità sempre mag­ giore fino alla conclusione ad ef­ fetto: struttura a piramide norma­ le, se tolgo la finale non si capisce più nulla. Perché l’articolo giornalistico ha questa forma a piramide rovescia­ ta? Per due ragioni fondamentali: l — il quotidiano ha sempre fret­ ta, i tempi di lavorazione sono bre­ vi: il giornalista che segue un av­ venimento conquista le informa­ zioni più importanti e le trasmet­ te al giornale, poi ottiene varie informazioni di contorno e le tele­ fona ancora, e così via; se i detta­ gli successivi (la punta della pira­ mide rovesciata) non arrivano in tempo, il quotidiano può andare in stampa con le parti essenziali del­ la notizia; se dunque alcune noti­ zie sui quotidiani ci sembrano ap­ prossimative, incomplete (rispetto a quanto si saprà il giorno dopo), frettolose, non accusiamo i giorna­ listi ma accettiamo il loro deside­ rio di darci il meglio di quanto è disponibile nel momento in cui scrivono; 2 — anche il lettore ha fretta, è pigro, sfoglia rapidamen-

te, spesso legge soltanto il titolo c la prima parte di un articolo (le prime 10-12 righe), c passa ad al­ tro, salvo magari a tornare a leg­ gere dopo quelle notizie complete che più lo interessano: con la struttura a piramide rovesciata, il lettore pigro riceve subito le in­ formazioni essenziali. Questo metodo, come ogni altro artifizio giornalistico, si presta a manipolazioni: il giornalista e il giornale mettono nelle prime ri­ ghe c nel titolo quei fatti che vo­ gliono porre in rilievo, magari a scapito di altri. Gli articoli hanno un titolo, che solitamente si compone di tre par­ ti: — l’occhiello, che introduce 1’ argomento e ne richiama l'essen­ za, con la funzione di avviso-ri­ chiamo; — il titolo vero e proprio, che dà la notizia fondamentale ed evidenzia il tema principale; — ri sommario, che presenta in riassun­ to il contenuto o aggiunge altri elementi importanti per valutare la vicenda. Il titolo non viene scritto, di so­ lito, dall’autore dell’articolo, ma viene composto in redazione, dal redattore capo o dal direttore, ed è fondamentale per « orientare » la notizia secondo l'ideologia o gli in­ teressi politici, economici ecc. del giornale. Il redattore sa bene che il titolo colpisce la gente e che spesso è l’unica parte dell’articolo che vie­ ne letta. Scopriamo, di conseguen­ za, che la grandezza dei caratteri tipografici, il numero di colonne occupate da un titolo, le frasi e le parole deU'occhiello, del titolo e del sommario, fanno parte della notizia, la caratterizzano e rivela­ no i « fondi mentali » dei confezio­ natori. A prenderli così come sono, c’è da dubitare che i titoli siano scritti in italiano: la necessità di dire tan­ to in poco spazio fa ricorrere a frasi ellittiche (cioè mancanti di qualche elemento, specialmente del verbo), a parole abbreviate, a si­ gle, a neologismi (cioè a nuove pa­ role); e la necessità di far colpo sul lettore fa ricorrere a frasi ad effetto, con parole drammatiche e colorite. Si fa ricorso a sigle note (« Anche gli USA con l’ONU contro il Sud Africa »), a sigle meno note e a parole contratte, fuse, combinate insieme: « Attorno all'OPEC scop­ pia la petrol-guerra », « Disastro sull’Autosole » o addirittura « Di­ sastro sull’A-Sole », « Riforma dell’IRPEF: slitta a gennaio », « Mini-

riforma USL: accordo »... E' fre­ quente, come si vede, l’enunciazio­ ne di un argomento seguita da due punti e da una frase nominale (senza verbi), ad es.: « Tasse: getti­ to record ». I neologismi composti da prefissi e da fusioni potrebbero formare un nuovo vocabolario: « petroldol­ lari », « superteste », « euromissi­ li », « miniappartamenti », « superpentiti »,... Sono frequenti i termi­ ni stranieri (« Shopping quasi sal­ vo ») e gli accostamenti audaci di due parole unite da un trattino: notizia­ « Operazione black-out », « notiziabomba », « legge-quadro »... E’ anche per questa terminologia « speciale » che i giornalisti sono accusati di... scrivere difficile. In parte è vero, ma rileviamo che spesso non è colpa loro: sono i po­ litici, i sindacalisti, gli economisti, i critici d'arte e molte altre cate­ gorie che, invece di parlare la lin­ gua corrente, si sono creati un ger­ go proprio, per gente che fa parte della stessa cerchia: parlano il po­ litichese, il sindacalese, non l’ita­ liano. 1 giornalisti riferiscono, e spesso cercano di mediare la comunica­ zione, di spiegare, ma rimangono prigionieri di certe espressioni di moda. Così, mentre un libro con­ serva per lunghissimo tempo la sua leggibilità, le parole di un giornale sono riservate ai lettori di un tempo storico determinato e spesso assai breve: chi capirebbe, tra dieci anni, che cos’è il « penti­ tismo », o il « decisionismo craxiano » o il « pentapartito »? E l'IRPEF, l’ILOR, l’INVIM quanto du­ reranno e che diranno ai posteri? Su questa questione del linguaggio giornalistico c’è da rilevare un fatto: tutti si lamentano che esso è « difficile », poi molti comperano un quotidiano sportivo, dove si parla di « game, set, corner, cross (ora, i cronisti hanno inventato anche il... « controcross »), penalty, playmaker, team, équipe... » ecce­ tera. Si incontrato il « tornante », il « fluidificante », lo « stopper » e altri personaggi che dovrebbero essere misteriosi. Si leggono frasi come «... la torre inzuccò il tra­ versone e insaccò »... Come mai accade che tutti i let­ tori capiscano queste parole e fra­ si, se collocate nel contesto di una cronaca sportiva? Perché si tratta di una materia che interessa, di cui i termini stranieri e specialistici sono noti agli appassionati... Allora forse il problema della let­ tura non dipende dal grado di diffi­ coltà del linguaggio giornalistico, ma dall'interesse di ogni lettore.

Domenico Volpi

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