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Stadium n. 1/1991

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SOMMARIO

GUERRA E PACE

3DAL CONSIGLIO 14 GIOVANI

A Le ore, i giorni drammatici, di una guerra che tutti temevamo ma in cui nessuno credeva, si svolgono sotto i nostri occhi incollati alle immagini in diretta, che tutto fanno vedere e po­ co lasciano trasparire... Il turbamento, l’ansia, la paura, so­ prattutto dei giovani senza memoria di guerra, intessono l’inizio di que­ sto fosco anno, infelice erede di spe­ ranze apparentemente deluse, di pro­ getti sociali e civili ottimisticamente previsti. L’invocazione alla pace sorge spon­ tanea nel cuore di tutti, anche di quel­ li che pur ritengono che occorreva ri­ stabilire il diritto violato con la pre­ potenza. L’invocazione alla pace di cui si fa portavoce ad ogni ora il Pon­ tefice; cui non fa contrasto il deside­ rio di giustizia per tutti i popoli e per il loro diritto all’esistenza e alla li­ bertà. Il senso di impotenza che gli eventi bellici suscitano nel cuore della gen­ te e soprattutto dei giovani, non de­ ve trovare risposta nell’esaltazione tecnologica della guerra spettacolo, ma deve trovare una via di uscita nel sentimento di pietà per le vittime ve­ re della guerra e nello sforzo di fare ciascuno per sé e attorno a sé gesti concreti di pace, di amicizia, di con­ divisione, È l’unica strada che ci è aperta al di là dei retorici «minuti di silenzio» sui campi di calcio: nella vita di ogni giorno e anche nell’attività sportiva che continuiamo a praticare come momento di incontro e non come una guerra per finta. Quella vera, pur­ troppo, è scoppiata ed è terribile... E.G.

AL CONGRESSO NAZIONALE

24 LE FESTE

ALL'UNIVERSITÀ

NAZIONALI

di A.D.L

Un percorso sportivo per il 1991.

di Gaetano Torcinaro

di Marcello Tognoni

4IL GIOCO DEGLI 15 25 ULTRA' STADIUM/SOCIETÀ Tifo, sport e violenza,

di Angelo Bertani

di Andrea De Pascalis

6LA GINNASTICA RITROVATO

di G. Battista Gandolfo

8PROGETTO

Cronache/Esperienze

28 Telefax

di Giampiero Spirito

7TEMPO

TUTTOCSI

SP@RT NON PER TUTTI USB

18 UNA SCELTA L’ispirazione cristiana del CSI

Medicina LA EFATBCA MUSCOLARE

di G. Battista Gandolfo

di Antonio Spataro

DI FONDO

GIOVANI '93

29 I libri

Qualcosa si muove nella scuo­ la?

di Anna De Laura

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SIAMO TUTTI RAZZISTI? Un’inquietudine che attraversa la coscienza civile.

LA PRIMAVERA DEI CONGRESSI PROVINCIALI Verso il Congresso nazionale,

di Giuseppe Goffrini

di Andrea De Pascalis

12 POLITICA SOCIALE

30 Il film IL TE' NEL DESERTO di Paolo Liberati

L'op'nione di Luciano Tavazza.

I ragazzi italiani a «Giocasport '90».

31 SPORT/SOCIETA'

a cura di Vito Cozzoli

di Anna De Laura

di Domenico Volpi

E VOLONTARIATO

STADIUM

NONSOLOCALCIO


EDITORIALE

DAL CONSIGLIO AL CONGRESSO NAZIONALE Gaetano Torcinaro

Questo numero di STADIUM esce a ridos­ so del Consiglio nazionale del CSI, il secon­ do dopo le vicende dello scorso anno che hanno suscitato lo scalpore di certe crona­ che e di certi commenti di cui si sarebbe pre­ ferito fare a meno. In ogni caso è anche il secondo Consiglio na­ zionale di questa Presidenza: una responsa­ bilità non lieve per i problemi e le attese che ci circondano e che rappresenta un compito che è stato affrontato per spirito di servizio, ma anche con la ferma decisione di guidare un 'organizzazione che ci vede impegnati or­ mai da tanti anni. Questa determinazione scaturisce direttamen­ te dal patrimonio di ideali, di storia, di pra­ tica sportiva e di magistero formativo che so­ stanziano l’anima stessa del Centro Sporti­ vo Italiano e rendono ogni singolo iscritto un piccolo pezzo articolato ed individuato di un organismo sociale unico nel suo genere. Il CSI ha ormai quasi un secolo di attività e migliaia di persone nella sua storia: è que­ sta serena coscienza che ci consente di valu­ tare certe vicende e, nello stesso tempo, abi­ lita il nuovo gruppo dirigente nazionale a di­ chiarare che ognuno di noi passa, ma il CSI è in grado di sostenere qualsiasi tempesta umana, e ricavare, anche da vicende non gra­ dite, gli stimoli per conoscere, rinnovare e fortificare l’impegno per la promozione spor­ tiva ed umana dei propri associati. La nostra associazione deve avere un in­ dirizzo ed un gruppo dirigente che, compat­ tamente, miri alla crescita del patrimonio ideale, assicurando, però, per prima cosa, la continuità, senza soluzione della vita asso­ ciativa. La Presidenza nazionale si è incamminata su questa strada e gli appuntamenti nazio­ nali sono le tappe de! rinnovamento e insie­ me del bilancio che si effettua con gli amici, STADIUM

sia a consuntivo che a preventivo delle atti­ vità. Il Consiglio nazionale che si svolge mentre questo numero della rivista giunge ai suoi let­ tori, vuol essere in sintonia con l’organizza­ zione sociale ed ogni occasione d’incontro è una palestra per le idee, i suggerimenti e le osservazioni sulla politica associativa, diretta ad incrementare le finalità sociali e la crescita democratica della rappresentanza e della par­ tecipazione, ognuno secondo il proprio ruolo e le proprie responsabilità. Possiamo augurarci, tutti, di procedere su questa via del rinnovamento e del dibattito proficuo, in preparazione delle tematiche e delle idee che saranno poi oggetto del Con­ gresso nazionale. Congresso che potremmo già indicare come proiettato verso un appro­ fondimento della democratizzazione delle no­ stre regole interne, in modo da assicurare una maggiore e più diffusa partecipazione alla vi­ ta sociale da parte degli iscritti. Questo può rappresentare già un buon modo di control­ lo democratico dei dirigenti e può essere an­ che l’unica risposta plausibile a certi attac­ chi pretestuosi e spesso gratuiti che vengo­ no rivolti alle persone per colpire l’associa­ zione nel suo complesso. Lo sforzo comune di fare chiarezza nella vi­ ta associativa a tutti i livelli, che ci vede tut­ ti impegnati, non deve far dimenticare che il primo scopo comune deve essere l'unità del CSI e il rilancio della sua storia e del suo ba­ gaglio di ideali. Un rilancio che passa anche attraverso la pro­ mozione dei valori culturali, che sono alla ba­ se della convivenza civile, tra cui spicca il per­ seguimento della pace, bene cui dovrebbe anelare tutto il mondo in questi giorni dram­ matici, prima condizione, in ogni caso, per qualsiasi crescita sociale e per qualsiasi di­ battito delle idee.

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Tifo, sport e violenza

IL GIOCO DEGLI ULTRA Andrea De Pascalis

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Domenica 6 gennaio. Nello stadio «Delle Alpi», a Torino, giocano Ju­ ventus e Napoli. Durante la partita le due tifoserie fanno rimbalzare da una curva all’altra cori violenti e ingiurio­ si: «colerosi» e «terroni» sono alcuni tra gli epiteti che gli ultrà bianconeri indirizzano ai sostenitori napoletani, che a loro volta urlano «Bruxelles, Bruxelles», evocando la strage dell’Heysel. A partita finita si scatenano tafferugli: 6 feriti, 2 arresti, 248 denun­ ciati. Nella stessa domenica, a Firenze, du­ rante la partila Fiorentina-Lazio, la polizia entra in Curva Fiesole, cuore del tifo viola, nel timore che l’anda­ mento della partita possa suggerire un’invasione di campo: i tifosi fioren­ tini reagiscono impegnando una scon­ certante battaglia per scacciare i poli­ ziotti dalla curva. Quasi contempora­ neamente a Genova, nello stadio «Ma­ rassi», la partita tra Sampdoria e To­ rino si conclude con le opposte tifose­ rie che uscendo dallo stadio, si acco­ miatano a colpi di bottiglia... Potrebbe essere la cronaca di una gior­ nata calcistica violenta, ma è solo la cronaca di una giornata calcistica qua­ lunque, trascorsa la quale i mass-media e tutti noi ci ritroviamo a formulare i soliti interrogativi: come interpretare certi episodi e la continuità con cui si manifestano negli stadi e nelle loro adiacenze? Esiste un modo, e quale, per arginare i comportamenti violenti legati al tifo calcistico? Cercare una risposta univoca e defini­ tiva è probabilmente sbagliato, stante la complessità ormai raggiunta dal fe­ nomeno calcio. A meno di non voler fare inutile de­ magogia, si può solo prendere atto del­ le risposte che di volta in volta ci for­ niscono antropologi, psicologi e socio­ logi che investigano in questo specifi­ co settore.

LA RITUALIZZAZIONE DEI GIOCHI Da una decina di anni l’interesse degli studiosi sembra essersi appuntato so­ prattutto sui «rituali di stadio», cioè sulle regole che governano i compor­ tamenti messi in atto dai tifosi negli stadi. Da qualche tempo questo gene­ re di analisi, nato nei Paesi anglosas­ soni (ricordate La tribù del calcio di Desmond Morris e Le regole del disor­ dine à\ Marsh, Rosser e Harré?), si va sviluppando anche da noi, fornendo importanti contributi che hanno il pre­ gio di far riferimento alla specificità del calcio italiano. Ultimo arrivato in questo campo è Descrizione di una bat­ taglia. I rituali del calcio, del sociolo­ go Alessandro Dal Lago, le cui tesi me­ ritano qualche riflessione. Un tempo — ci viene spiegato da Dal Lago — i giochi e le feste costituivano uno spazio in cui le regole sociali po­ tevano essere accantonate e la trasgres­ sione collettiva era tacitamente consen­ tita. Nella società moderna ciò non è tollerabile, così i giochi sono stati deSTADIUM

purati — mediante un processo di ritualizzazione — delle loro connotazio­ ni di «spazio trasgressivo». In partico­ lare, i giochi sono stati «addolciti», mi­ nimizzando mediante le regole i rischi per gli atleti e diventando quindi «sport». La «sterilizzazione del gioco» ha anche il fine di eliminare dall’even­ to sportivo ogni eccessiva emotività dei giocatori e del pubblico. Purtroppo, a differenza di altri sport in cui la «sterilizzazione» funziona, il calcio sconta una sua ambiguità di fon­ do. Se da un lato, come per gli altri sport codificati, si presuppone che in esso ogni emotività debba essere ormai accantonata, dall’altro il calcio si con­ figura oggi, per più motivi, come l’u­ nica (o l’ultima) occasione che la gen­ te ha per sfogare la propria emotività. E quanto più il calcio assume tali ca­ ratteristiche di «spazio ultimo per li­ berare l’emotività», tanto più diviene una ribalta ambita per gli attori in gra­ do di apparirvi: i tifosi ultrà sono tra essi e non appare plausibile né riuscire ad allontanarli dagli stadi né pensare di trasformarli in esempi di fair-play.


L’arbitro è al centro di un’altra deli­ cata situazione. Durante una partita di calcio tra tutti i protagonisti intercor­ rono complessi flussi di comunicazio­ ne. In modi diversi i tifosi comunica­ no con i propri giocatori, con i gioca­ tori avversari, con i tifosi avversari, con l’arbitro. Anche i giocatori comu­ nicano tra di loro, con gli avversari, con l’arbitro, con gli spettatori (perfi­ no le capriole dopo un gol sono un mo­ do di comunicare). L’arbitro invece, pur essendo bersaglio di comunicazioni negative da tutti gli altri protagonisti, può comunicare — e in forma limita­ ta e sporadica — con i soli giocatori. Quanto meno ciò comporta un difet­ to di comunicazione che inasprisce il gioco conflittuale.

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k, DEL MONDO Il calcio sconta un’altra sua caratteri­ stica. Più di altri giochi di squadra es­ so promuove una divisione del mondo — in particolare del popolo tifoso — in «amici» e «nemici». Essere tifoso, aderire ad una squadra, non è una scel­ ta legata a motivazioni precise (come accade, per esempio, nel caso di ade­ sione a un partito politico); è piutto­ sto un gioco «interminabile e aperto», che si consuma in una continua riaf­ fermazione della propria adesione. Il «gioco» degli spettatori, e in partico­ lare dei tifosi organizzati, consiste so­ prattutto nel riaffermare e/o esaspera­ re la divisione in «amici» e «nemici». Una partita, dunque, non è solo l’in­ contro tra due squadre di calcio. Per i tifosi, in particolare per gli ultrà, è l’occasione di un confronto rituale amici/nemici, che in determinate cir­ costanze si trasforma in vero e proprio scontro fisico. Lo stadio costituisce la cornice in cui si celebra il rituale del confronto ami­ ci/nemici, uno spazio al cui interno valgono regole particolari, si usano lin­ guaggi (verbali e non verbali) partico­ lari, si consumano esperienze differenti rispetto a quelle che gli stessi individui tifosi consumano nella loro vita di tutti i giorni. Alle tacite regole del tifo soggiaccio­ no non solo i tifosi stessi, ma anche gli altri attori dello spettacolo: i giocato­ ri, l’arbitro, i giornalisti, le forze del­ l’ordine. Le forze dell’ordine, ad esempio, evi­ tano di penetrare nelle curve, ricono­ scendo di fatto agli ultrà il dominio di tale territorio. Ciò spiegherebbe perché a Firenze, il 6 gennaio scorso, gli ul­ trà fiorentini abbiano attaccato la po­ lizia entrata in curva Fiesole: entran­ do in curva le forze dell’ordine aveva­ no violato una delle regole implicite del «gioco» condotto dai tifosi.

LA CULTURA DEGLI ULTRA'

DUE DIVERSE CONCEZIONI DI GIUSTIZIA Un’ulteriore ambiguità è presente nel calcio. Nell’ambito della partita l’ar­ bitro rappresenta l’unica autorità legit­ tima: le sue decisioni sono indiscutibi­ li e determinano la partita in modo ir­ reversibile. Al tempo stesso, però, gli spettatori riconoscono alle decisioni dell’arbitro un valore legale ma non una inoppugnabile legittimità, tanto da contestare quasi sempre tali decisioni: nelle regole del gioco la contestazione dell’arbitro quale autorità legittima è anch’essa... legittima. Lo stadio divie­ ne così il luogo di un conflitto infinito tra concezioni diverse della giustizia e della legittimità sportiva. Certamente questa ambiguità è presen­ te anche in altri sport, ma lì non esplo­ de in conflitto perché viene disinnesca­ ta da situazioni particolari. Ad esem­ pio, nel basket e nel football america­ no le frequenti interruzioni hanno pro­ babilmente l’effetto di diluire l’eccita­ zione degli spettatori. STADIUM

Se la partita di calcio vissuta dal tifo­ so si configura come una metafora del­ la guerra, chi è l’ultrà che rivendica a sé il ruolo di «combattente simboli­ co»? Secondo le statistiche è un giova­ ne maschio di 15-25 anni (ma la pre­ senza femminile è in rapido aumento), non necessariamente privo di cultura e di educazione familiare. 11 suo posto è in curva, associato ad uno dei tanti gruppi dai nomi bellicosi, che abban­ donerà solo con il sopraggiungere del­ l’età che coincide con l’inserimento nel mondo del lavoro. La curva ha una propria gerarchia e ruoli specifici. I «capi» dirigono il co­ ro dei compagni e il suono di trombe e tamburi volgendo le spalle al terre­ no di gioco, quasi a sottolineare che la partita è solo un pretesto per un gioco diverso. Il valore predominante è la fe­ deltà ai colori sociali, sostenuta da ve­ re e proprie leggende che hanno lo sco­ po di alimentare lo spirito di corpo e la rivalità con i nemici storici. Molto forte, come abbiamo già visto, è il sen­ timento di padronanza del territorio, che implica la necessità di cacciare ri­ tualmente il nemico, l’intruso. All’interno dei gruppi esistono miti, tradizioni, codici d’onore e linguaggi specifici che ricalcano modelli fonda­ mentali adattati a ciascuna squadra con piccole variazioni. Solo occasio­ nalmente cori ed inni possono assume­ re coloratura politica. Anche quando ciò avviene, non si può affermare che la cultura da stadio tenda ad assume­ re una valenza politica: il bisogno fon­ damentale è sempre quello di esibirsi, di far parlare di sé. (segue a pag. 13)

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Una disciplina che torna a sorridere

LA GINNASTICA Giampiero Spirilo

Vent’anni a guardarsi indietro. A vi­ vere della gloria e dei risultati del pas­ sato. Con disagio più che con nostal­ gia. Oggi però la ginnastica italiana sorride. Ha trovato il suo alfiere, il suo ragazzo-campione. Quando Giovanni Carminucci vinse a Madrid nel ’71, l’oro europeo alle pa­ rallele, l’ultimo titolo di rilievo per la ginnastica, Yuri Chechi non aveva an­ cora compiuto due anni. Iniziò allora un lungo periodo di oscurantismo, spezzato dalla forza dirompente e dal valore di Chechi, ai mondiali del 1989, nell’anniversario del centoventennale della Federazione Ginnastica d’Italia. A Stoccarda Yuri conquistò la meda­ glia di bronzo agli anelli, la sua spe­ cialità. L’affermazione definitiva è av­ venuta però nel 1990 con la medaglia d’oro negli anelli e il bronzo nell’asso­ luto a Losanna, nella rassegna conti­ nentale. Una prestazione azzurra confortante, completata dalle buone prove di Boris Preti e Paolo Bucci che hanno proiet­ tato l’Italia tra le prime sei nazioni al mondo.

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carsi al settore maschile si trovano di fronte problemi più ardui da affron­ tare rispetto ad altri settori e cioè la concorrenza spropositata con altri sport (sbilanciatissima), l’utilizzazione degli impianti con le specifiche attrez­ zature fisse, il reclutamento, il carat­ tere tecnico e la lunghissima marcia per ottenere un minimo di risultato. Ecco perché la sezione maschile ha bisogno di una cura e di un 'incentivazione par­ ticolare, poiché costantemente dietro l’angolo, e nello stesso ambiente, si possono trovare più allettanti gratifi­ cazioni-». Se il settore maschile deve essere po­ tenziato e incentivato che dire di quel­ lo femminile ritenuto il meno compe­ titivo? Le azzurre non riescono a qualificarsi per i Giochi Olimpici dal 1976. Que­ st’anno l’appuntamento è fatidico: i mondiali di Indianapolis, validi come qualificazione olimpica. Ammesse le prime dodici squadre. Ai mondiali di Stoccarda la nazionale femminile si piazzò quattordicesima.

I netti progressi registrati dagli atleti di vertice hanno trovato però un ri­ scontro "negativo per quanto riguarda il numero dei praticanti. Probabilmen­ te l’effetto Chechi deve ancora farsi sentire concretamente alla base ma le cifre relative al tesseramento della sta­ gione 1989-90 indicano un regresso: gii atleti dai 65.318 dell’annata precedente sono diventati in totale 63.160, con una perdita in percentuale del 3,41%. 1 maschi sono passati da 11.209 a 10.450 (—7,26%) e le femmine da 54.109 a 52.170 (-2,65%). Un calo che ha destato sorpresa ma anche preoccupazione. Spiega Gianfranco Marzolla, diret­ tore tecnico della sezione maschile: «Le Società e i tecnici che vogliono dedi­

La Federazione per colmare la lacuna è corsa ai ripari. Ha istituito un cen­ tro tecnico nazionale a Roma, all’Acquacetosa e ha ingaggiato, con un con­ tratto biennale che scade a fine ’91 l’e­ sperto in materia, l’allenatore sovieti­ co Mikhail Klimenko, 48 anni, uno dei migliori nel campo dell’artistico fem­ minile. All’Acquacetosa le ragazze si prepara­ no e studiano con l’obiettivo fisso di guadagnarsi l’accesso alle Olimpiadi di Barcellona 1992. Giulia Volpi e l’astro nascente Roberta Kirchmayer sono atlete dotate. Manca il gruppo e qui il tecnico dell’Urss dovrà mettere a frutto tutte le sue capacità. Gli atleti di vertice hanno a disposizio­ ne vari centri tecnici nazionali. Mila­ no, Varese e Roma sono le sedi per l’artistica maschile, Roma per la fem­ minile. Esistono poi i CEFAS (Centri Federa­ li di Alta Specializzazione) distinti per specialità e operanti a Gallarate, Me­ da, Mestre, Tirrenia (maschile), Seveso, Busto Arsizio, Trieste, Rimini, Tir­ renia, Fano, Roma (femminile), Muggiò, Arezzo, Castellanza e Roma (rit­ mico sportiva). L’esigenza non è solo quella di preparare gli atleti migliori ma anche di consentire ai ginnasti di allenarsi in impianti idonei. Sono limitati gli impianti debitamente e completamente attrezzati per la gin­ nastica, che non può dividere lo spazio con altre discipline per la particolarità delle attrezzature richieste. Spesso alle Società non basta possedere i migliori tecnici e più bravi ginnasti se non si può disporre di un impianto specifico. La peculiarità della ginnastica si può capire dalla sua suddivisione in specia­ lità (più propriamente definite sezioni di attività) c cioè l’artistica maschile, l’artistica femminile, la ritmica spor­ tiva e la promozione e propaganda. Nell’artistica maschile sono comprese le specialità del corpo libero, cavallo

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con maniglie, anelli, volteggio, paral­ lele e sbarra. In quella femminile tro­ viamo il volteggio, le parallele asimme­ triche, la trave e il corpo libero su ac­ compagnamento musicale. Nella ritmi­ ca sportiva rientrano le prove, su base musicale, della fune, cerchio, palla, clavette e nastro. Questo per quanto riguarda il settore degli agonisti. La parte dedicata alla propaganda comprende le tre sezioni, per atleti dai sei anni in poi suddivisi per categorie e età. Due le principali categorie giovanili: allievi (6-14 anni) e allieve (6-12 anni); juniores maschili (15-17 anni) e femminili (13-16 anni). Nel settore propaganda c’è la parte promozionale (6-18 anni) e amatoria­ le (19 anni in poi). Qui si prevede espressamente la ginnastica educativa generale per l’avviamento alla pratica motoria e alla ginnastica sportiva, la ginnastica di gruppo, di squadra e in­ dividuale, l’attività sportiva di «con­ tinuazione» per gruppi di specialità e l’attività di mantenimento introdutti­ va alla terza età. La ginnastica proiettata verso il due­ mila tenterà con nuove formule il coin­ volgimento maggiore dei mass-media e del grande pubblico. In che modo? Bruno Grandi, presidente della FGI dal 1977 e vicepresidente del CONI dal 1987 manifesta idee chiare in proposi­ to. Così illustra le sue proposte: «Se le nostre manifestazioni restano sempre eguali, schiave di un clichè arcaico e lo­ goro non riusciranno ad affascinare il pubblico. Accanto all’aspetto spetta­ colare della disciplina in sé occorre cer­ care formule agonistiche adeguate che stuzzichino il desiderio d’immedesimazione collettiva attraverso una parte­ cipazione diretta, sugli spalti o dietro al televisore, che si riviva tramite il pro­ prio campione in pedana. Sviluppare insomma, una sorta di tifo. Occorre differenziare le nostre gare — precisa Grandi — renderle fantasiose e impre­ vedibili nel risultato». L’innovazione dovrebbe prevedere in particolare sfide tra campioni di spe­ cialità appartenenti a diverse nazioni ed ancora l’organizzazione di una ve­ ra e propria coppa dei campioni di club con la presenza di atleti stranieri nella stessa società. L’intento è anche quello di garantire ai campioni di questo sport giuste re­ munerazioni e incentivi a continuare in un impegno che richiede sacrifici co­ stanti.

TEMPO RITROVATO

G. Battista Gandolfo

PREGARE, COME?

C’è modo e modo di pregare. Alcu­ ni preferiscono il contatto quasi di­ retto con Dio, esposto nella contem­ plazione più profonda. Abbandona­ no il mondo e si chiudono nella trop­ pa, preoccupandosi solo di rappor­ tarsi a Dio. Altri seguono le regole di S. Benedetto, che, obbedendo al mot­ to: «.ora et labora», fondono l’estasi della preghiera con la dinamica del­ l’attività. Altri ancora, invece, insi­ stono maggiormente sull’aspetto ope­ rativo e prendono il lavoro quotidia­ no come uno strumento con il quale si compie la volontà del Padre. Per costoro l’offerta di accettare quanto accade lungo la giornata mantiene quell’unità di relazione sempre neces­ saria nei confronti della divinità. Anche senza vivere in un monastero, esiste chi, come Luisa Vassallo, pre­ ga componendo poesie estremamen­ te religiose. Difatti, pur inserendosi nel quotidiano, la Vassallo, nell’ul­ tima sua raccolta, intitolata: Nostal­ gìa di cielo (Ed. Delfino Moro, Albenga, 1990), invita a elevare lo spi­ rito verso le sfere del mistero e fra gli spazi della soprannatura. La sua è la voce implorante, che figge negli oriz­ zonti di una semplicità, non a caso definita «monastica». Canta, infat­ ti, scrive Ennio Francia, «il prodigio ora valutato come preghiera o luogo o avvenimento», salmodiando fra le suggestioni e il fascino della leg­ genda. Preghiera e vita, contemplazione e sogno. Sono questi i fenomeni che filtrano «gli sguardi appannati» del­ l’uomo d’oggi, fino ad acquistare gli indici di una «nostalgìa di cielo», do­ ve l’anima si rifugia per vivere le li­ bere dimensioni del presente e del fu­ turo. Per rinnovare le atmosfere di un «silenzio del mondo» sempre più irreale, in cui si bisbiglia il sofferto e ormai tenue incontro con Dio.

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In fondo, l’esigenza esistenziale del­ l’uomo contemporaneo è proprio quella di edificare, fra gli intrecci se­ greti e faticosi dell’usualità e dell’in­ nocenza, le fibule trepidanti e misti­ che dell’Assoluto. Perciò l’umanità si trascina nei teneri raggi della sua influenza, laddove «le stelle ladre», osserva Thomas Merton, non posso­ no «venire e rubarci la vita». Scava piuttosto, negli umori di chi «cospi­ ra nella fede», le icone celesti, pron­ te a combattere la solitudine e il vuo­ to tragico delle sole immagini di car­ ta. Si sono indicati i versi della Vassal­ lo, perché essi si dipanano come for­ me che possono aiutare a ritrovare il nostro tempo perduto, attraverso l’e­ spressione orante dell’uomo che ridu­ ce oggetti e persone a Dio. Li affron­ ta con la determinazione e con la con­ tinuità dell’essere che innalza i pro­ pri accenti fra le quinte affascinanti della divinità e da essa accoglie la ri­ sposta decisiva e serena del proprio vagare. Riceve la forza e il coraggio di guardare sino in fondo alla sua esperienza. Ne gusta la vita e la mor­ te, sapendo che il restare fanciulli e il cantare le lodi a Dio sono la stra­ nezza più grande e la più grossa nor­ malità, perché alla fine, è bello con­ siderare di «stare nelle mani di un bambino».

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Qualcosa si muove nella Scuola?

PROGETTO GIOVANI '93 Anna De Laura

■■■■■■■■■■■■■S» Porta la data del 30 novembre 1990. È la circolare n. 327 che assomma e nel contempo attiva le linee progettuali di due precedenti circolari del Ministero della Pubblica Istruzione su un piano di intervento denominato «Progetto Giovani ’93». Dopo un anno di tempo necessario per sensibilizzare gli operatori della scuo­ la ai vari livelli, è finalmente divenuta operativa l’idea di una concreta atti­ vità di informazione preventiva e di educazione alla salute rivolta agli stu­ denti della scuola secondaria superio­ re. Salute nel senso ampio di benesse­ re psicofisico, dunque un progetto dai grandi ideali per l’evoluzione positiva della società. Questi gli intendimenti e le considera­ zioni di base:

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• che si può prospettare lo studio in modo diverso proponendo il mondo della scuola e quello delle esperienze personali e sociali su un piano non an­ titetico ma integrabile; • che i ragazzi si incontrano con inte­ resse e con piacere qualora serva a con­ frontarsi su temi di loro scelta e gra­ dimento e devono dunque essere stimo­ lati ad una partecipazione consapevo­ le, perché gli anni dell’adolescenza si costruiscano su esperienze valide in ter­ mini di amicizia, rispetto...; • che si sviluppi una capacità proget­ tuale che aiuti i ragazzi a sperare nel futuro senza rifiutare le proprie re­ sponsabilità.

Questi gli interlocutori: • gli studenti, destinatari ultimi del progetto, soggetti e oggetti del proget­ tare;

• i docenti, legati strettamente alla vi­ ta quotidiana degli studenti; • i presidi, come organizzatori di in­ put istituzionali nelle singole scuole;

• i provveditori, come responsabili dell’organizzazione provinciale; • i sovrintendenti, come supervisori re­ gionali. Cioè tutta la macchina burocratica vie­ ne messa in moto; resta da sperare che tra le due spinte opposte delle risorse creative dei singoli — da una parte — e della lentezza elefantiaca dell’appa­ rato dall’altra sia la prima ad aver la meglio. Ma per entrare nel dettaglio dell’inizia­ tiva che diamo come novità per la no­ stra rivista, visto che l’opinione pub­ blica non la conosce ancora, abbiamo voluto intervistare il Prof. Luciano Corradini, Ordinario di Pedagogia alla Statale di Milano e Vicepresidente del Consiglio Nazionale del Ministero del­ la P.I., uno dei testimoni di un lavoro purtroppo poco pubblicizzato, che an­ cora una volta sarà la nostra guida.

— Prof. Corradi™, è solo per caso che abbiamo avuto sentore di questa ini­ ziativa del Ministero della P.I.: il Pro­ getto Giovani '93; una buona idea che ha le sue radici nell'attenzione che da un po ’ di tempo a questa parte il Go­ verno sta indirizzando alle politiche

giovanili. Ci può chiarire brevemente il suo iter?

«Il Progetto Giovani ’93 (’93, data di avvio del Mercato Comune delle perso­ ne e delle professioni e non solo delle merci) parte dal convegno di Fiuggi del maggio 1989 nel quale si è deciso da parte di provveditori, sovrintendenti, alcuni ispettori, operatori degli IRRSAE, coordinatori provinciali e regio­ nali per l’educazione alla salute... di rinnovare l’esperienza già avviata nel 1985 dal Ministro Falcucci. Questa esperienza titolava “Progetto Giovani ’85” e nel giro di un anno intendeva promuovere un dibattito nella scuola per valorizzare la partecipazione stu­ dentesca e invitare i rappresentanti de­ gli studenti a Roma per poter raccoglie­ re i frutti di tale dibattito avviato nelle assemblee studentesche. L’incontro ci fu; i quasi 200 studenti raccolsero in una ventina di punti le loro riflessioni sui temi della salute, della partecipazio­ ne, dello sviluppo e proposero che l’e­ sperienza fosse ripetuta. Per una serie di motivi questo non fu poi possibile; l’idea si bloccò ed è stato possibile riat­ tivarla solo ora per merito di quanti parteciparono al convegno di Fiuggi e per interessamento dei Ministri che se­ guirono: Galloni-Mattarella e Bianco».

I PROSSIMI APPUNTAMENTI I tre slogan citati: «Star bene con se stessi in un mondo che cambia», «star bene nella propria cultura in dialogo con altre culture» e «star bene nelle isti­ tuzioni in un 'Europa che conduce verso il mondo» costituiranno temi di al­ trettanti seminari e convegni che si svolgeranno ogni aprile e chiameranno a discutere e lavorare insieme studenti e insegnanti di ogni provincia. Que­ sto primo appuntamento di aprile '91 consterà di due momenti: il primo, se­ minariale, vedrà studenti e insegnanti raccogliere in un documento le istanze emerse dalle assemblee e dallo studio dei ragazzi di tutta la provincia; il se­ condo, avrà invece la caratteristica del convegno-aperto, nel quale il docu­ mento verrà presentato e discusso dalle autorità locali, dai genitori e da tutti coloro che vorranno partecipare. Faranno da contorno ai convegno mani­ festazioni musicali, teatrali, sportive che creeranno un clima di festa. STADIUM


nel futuro, è chiaro che rinforzare le componenti razionali, affettive, posi­ tive, le motivazioni all’incontro con gli altri, alla ricerca della verità, alla co­ struzione dei propri rapporti, all’inte­ ressamento per le questioni del mon­ do costituisce una sequela di colpi per l’abbattimento del fasullo edificio della droga». — Ci può spiegare, professore, come si svolge in concreto questo «concer­ to» di attività nel!'ambito della vita scolastica di ogni giorno?

— Qual è, in sostanza, l'articolazione di questo progetto?

«Anzitutto il riferimento al 1993 ser­ ve per sottolineare che in Europa si en­ tra come soggetti/persone; si entra co­ me cittadini, dunque consapevoli di una dimensione sociale, civica e rela­ zionale molto vasta che implica fatto­ ri linguistici, culturali...; e si entra co­ me professionisti/lavoratori. Allora la scuola deve aiutare i ragazzi a svilup­ pare queste dimensioni. Finora lo fa­ ceva attraverso i programmi che però sono stati costruiti e pensati in tempi diversi dal nostro; sono obsoleti e re­ trospettivi nel senso che guardano al passato, ad un itinerario di conoscen­ ze compiute dall’uomo che non è più adeguato; soprattutto non riescono a far assumere atteggiamenti positivi in prospettiva ai ragazzi, non li aiutano a capire e a prepararsi al futuro. Ora, lo sforzo della scuola deve essere quello di ripensare al curriculum sco­ lastico utilizzando anche le esperienze dei consigli di classe e le assemblee stu­ dentesche (riconosciute come diritto degli studenti col decreto delegato 416 del 1974) che oggi, a detta degli stessi studenti, vengono sottoutilizzate o maleutilizzate. Recuperare quella cin­ quantina di ore (circa) all’anno che ca-

ratterizza il tempo delle assemblee e in­ cidere sugli stessi programmi ordina­ ri: queste le modalità alla luce di due idee che sono sembrate agli estensori delle circolari ministeriali Galloni, Mattarella e Bianco come assi portan­ ti per interpretare i problemi del nostro tempo e cioè l’identità personale (chi sono - come mi costruisco - che rico­ noscimento ho negli altri - quali poten­ zialità posseggo) e la solidarietà mon­ diale (non basta più la patria naziona­ le e neanche quella europea può esse­ re considerata come definitiva; l’oriz­ zonte si allarga). È il mondo lo scena­ rio, il contesto entro cui collocare e leg­ gere le proprie esperienze. Da tutte le inchieste sui giovani degli ultimi vent’anni, infatti, emerge chia­ ramente che la ricerca dell’identità per­ sonale risulta l’obiettivo principale e caratterizza i giovani più che l’identi­ ficazione generazionale in categorie ti­ piche come la classe, la cultura... Così il senso di agio e di disagio sono strettamente collegati all’essere presi in considerazione, all’essere stimati, al godere di spazi autonomi, all’otteni­ mento di buoni risultali scolastici... Ecco allora che, se il fenomeno della diffusione delle tossicodipendenze è da ricercarsi nel disprezzo di se stessi, nel­ la mancanza di autostima, di fiducia STADIUM

«La circolare richiama ad una distri­ buzione di compiti e all’assegnazione di tempi di lavoro: ognuno deve fare qualcosa. Il Preside convoca il Colle­ gio docenti per capire gli orientamen­ ti; un apposito gruppo di studio vaglie­ rà le idee; i ragazzi sprigioneranno fan­ tasia e voglia di fare; gli organi colle­ giali deliberativi decideranno. La novità sta anche nel reperimento dei fondi per portare tutto a compimento; per la prima volta potranno essere ac­ quisiti fondi dall’esterno tramite, spon­ sor. Entro l’anno saranno poi dispo­ nibili gli stanziamenti della legge Jervolino-Vassalli; c ancora, anche gli studenti come i docenti, entreranno nel capitolo di spesa in caso di spostamenti per convegni e incontri. Naturalmen­ te ogni Collegio dovrà avere uno o due referenti che seguano ogni iniziativa presa dalla scuola. Ma ciò che più importa è che insegnan­ ti e studenti potranno autonomamen­ te ripensare i programmi e cercare delle nuove piste di lavoro; un esempio per lutti: se parliamo di identità, la lette­ ratura di tutti i tempi è stracolma di au­ tori da Socrate a Heidegger che trat­ tano di questo argomento ma gli esem­ pi si moltiplicano...». — Conta anche l'ubicazione territoria­ le dell'istituto per avviare una proget­ tazione che abbia un senso per i ragazzi che lo frequentano...

«In fondo quello che si propone è di trovare gli strumenti per compiere il viaggio verso Vuomo. Quindi in que­ sto senso conta ogni elemento esperienziale». — /4 proposito di esperienze, lei ha ci­ tato la legge Jervolino-Vassalli (DPR 309 dell'ottobre 1990); in che modo lo spirito della circolare di cui stiamo par­ lando e la legge si intrecciano?

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«Direi che la legge Jervolino-Vassalli ha chiarito e riconosciuto in termini di legge una riflessione precedente che parte dagli anni ’75-’76 ed è comune a tutti i Paesi del mondo in materia di prevenzione c tutela della salute; l’or­ ganizzazione Mondiale della Sanità ha da tempo elaborato un nuovo concet­ to di salute intesa come pieno benes­ sere psico-fisico e mentale e anche il Consiglio d’Europa sta lavorando su questo tema; la circolare tiene in gran­ de considerazione la legge n. 309, an­ zi, possiamo affermare che ne costitui­ sce la modalità di attuazione. In que­ sto senso è obbligatoria, anche se mi pare sempre anomalo usare questo ter­ mine parlando di un progetto perché in un contesto come questo è solo il convincimento delle persone che può operare, non l’imposizione». — Le polarità indicate dell'identità e della solidarietà vengono proposte at­ traverso tre slogan: «star bene con se stessi in un mondo che stia meglio» «star bene nella propria cultura in dia­ logo con altre culture» - «star bene nel­ le istituzioni in un 'Europa che condu­ ce verso il mondo»; sono tre modalità contemporanee oppure sono obiettivi in progressione?

«Ogni anno ha un tema; come si nota c’è una progressione che va dalla di­ mensione psicologico-etica a quella ecologico-politica e questi sono obiet­ tivi da precisare e raggiungere secon­ do la fantasia e la creatività di chi ci lavora». — Naturalmente ci sarà bisogno di precisarli meglio, di correggere il tiro, man mano...

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«Certamente. Sono previsti bilanci an­ nuali cioè delle verifiche che compiran­ no sia i provveditorati sia le sovrinten­ denze che invieranno il materiale a Ro­ ma dove è costituito un gruppo di stu­ dio apposito che rielaborerà ogni cosa durante l’estate per poi rispedirla al mittente corredata di notazioni, aggiu­ stamenti nella metodologia usata e di indicazioni. E poi, ovviamente, il bi­ lancio finale. Quello che ora speriamo tutti è che si avviino i canali di comu­ nicazione perché il progetto è senz’al­ tro valido e vale la pena di diffon­ derlo».

Un'inquietudine che attraversa la coscienza a véle

SIAMO TUTTI RAZZISTI? Andrea De Pascalis

A Bologna si spara con il fucile, in Campania si usa la pistola, a Roma si gettano le molotov: la caccia di grup­ po all’immigrato, al nomade, a chiun­ que sia «diverso» per origine e tratti somatici, sta divenendo in Italia uno sport tristemente alla moda. Come in­ quadrare certi episodi? Come gesti di ordinaria follia delinquenziale o come esiti di uno strisciante morbo razzista che si va impadronendo pian piano del nostro Paese? Gli italiani non si sentono razzisti. An­ che quando tempestano i centralini dei quotidiani chiedendo l’espulsione im­ mediata degli immigrati di colore ten­ gono a precisare che il loro non è raz­ zismo, è solo desiderio di ordine, di pu­ lizia, di tranquillità. Perfino, quando tentano di dar fuoco ad un campo di zingari sentono l’obbligo di diffonde­ re un volantino per spiegare che a spin­ gerli non è stato il razzismo: «Crede­ vamo di non essere razzisti, e proba­ bilmente in fondo non lo siamo». Pro­ fessarsi innocenti è facile, ma in que­ sto caso lo siamo veramente?

FANTASMI SILENZIOSI Parzialmente falliti, per motivi diver­ si, i ripetuti tentativi dello Stato italia­ no di far uscire gli immigrati clande­ stini dall’illegalità, regolarizzandone la situazione, gli extracomunitari conti­ nuano ad essere nel nostro Paese una presenza indistinta e senza voce, un po­ polo di «fantasmi silenziosi» che ci ap­ pare talvolta nelle strade e nelle piaz­ ze, ma del quale ignoriamo sentimen­ ti, aspirazioni, problemi. Nella man­ canza di dialogo, a questa gente finia­ mo con l’attribuire etichette tutte da verificare. Come emerge da un sondag­ gio di opinione condotto recentemen­ te da La Repubblica, gli immigrati so­ no percepiti come coloro che «rubano, STADIUM

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ammazzano e stuprano», «compiono furti sugli autobus», «sono maleducati e puzzano», «spacciano e fanno una marea di figli», «entrano ed escono dal carcere», «hanno troppe pretese», «so­ no troppi e troppo diversi». Il giudi­ zio è intransigente quando si parla di zingari e di africani, si attenua quan­ do si fa riferimento ai profughi dell’Est Europa, ai filippini, ai cinesi. Loro, gli extracomunitari, chi sono realmente e come vivono questo atteg­ giamento degli italiani? Ce lo spiega­ no in parte le ricerche condotte dal CENSIS e dall’ISPES, che differisco­ no tra di loro di qualche numero in percentuale, ma che sostanzialmente concordano. Spulciando questi dati le sorprese non mancano. Gli immigrati non sono la feccia del mondo sottosviluppato: cir­ ca il 45% ha titoli scolastici secondari e/o universitari c circa il 50% sa par­ lare l’italiano, oltre a conoscere l’in­ glese o il francese. Nei loro Paesi di origine solo il 9% non aveva di che vi­ vere; oltre il 50% se la cavava o addi­ rittura stava bene: per emigrare occor-

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rono comunque risorse che il disereda­ to del Terzo Mondo non può avere. Chi emigra, dunque, non emigra per disperazione. All’origine della decisio­ ne c’è certamente il desiderio di un la­ voro ben retribuito, ma c’è soprattut­ to la voglia di sperimentare là società del benessere con i suoi corollari di li­ bertà e di democrazia. Per la maggior parte degli extracomunitari stabilirsi nel nostro Paese è una prova e non una scelta definitiva: secondo il CENSIS solo il 33% progetta di fermarsi; il 35% desidera accumulare un po’ di be­ ni per poi ritornare in patria; il 17% si considera in transito; il 15% costi­ tuisce una presenza stagionale. Si sgon­ fia così l’immagine di un «sesto conti­ nente» che marcia da luoghi lontani per sommergerci e fagocitarci, toglien­ doci case e lavoro. 11 CENSIS ci regala un’altra sorpresa. Nel denunciare i problemi incontrati in Italia, gli extracomunitari non pongo­ no il razzismo tra le difficoltà maggio­ ri. La graduatoria delle difficoltà è così composta: mancanza di centri infor­ mativi (52,9%), mancanza di centri di prima accoglienza (40%), mancanza di centri culturali (34,2%), intolleranza e razzismo (23%), solitudine (20%), ca­ renza di possibilità di formazione pro­ fessionale (20%). Nell’indagine ISPES solo il 26,5% de­ gli immigrati intervistati giudica razzi­ sta l’atteggiamento degli italiani. Per gli altri il nostro atteggiamento è indif­ ferente (23,5%), diffidente (22%), amichevole (10,1%), comprensivo (11,7%), ostile (4,7%). La maggioran­ za afferma di non aver mai subito di­ scriminazioni da parte dei pubblici funzionari, nei luoghi pubblici, sui mezzi di trasporto.

IL RAZZISMO IMPLICITO Ha quindi ragione l’italiano quando si definisce non razzista? Bisogna andarci

piano, spiega Vincenzo Padiglione, ri­ cercatore dell’lSPES: «Una delle più radicali censure morali emerse nel no­ stro secolo si è abbattuta sul razzismo, così anche il più reazionario dei reazio­ nari non accetta di sentirsi attribuire tale atteggiamento. Data la forza del­ l’interdizione morale espressa al ri­ guardo del comportamento razzista, è ipotizzabile che il razzismo non sia scomparso, ma sia rimasto latente e si annidi nei livelli della cultura implici­ ta, laddove, cioè, può non essere evi­ dente, né tematizzato». In altri termini, abbiamo imparato a non essere formalmente razzisti, ma in noi vive un «razzismo implicito», che si traduce soprattutto in un comporta­ mento di «indifferenza civile» nei con­ fronti degli immigrati. Spiega Padi­ glione: «Non vogliamo vedere, né sa­ pere come vivono, chi realmente sono. Non li schiacciamo, ma certamente non possono contare su di noi. Quale pratica di buone maniere, l’indifferen­ za civile lascia la coscienza pulita: ci in­ vita ad abbassare gli occhi, a negare quello sguargo che potrebbe essere in­ decoroso, ci invita a rivelarci un’alterità astratta e generica, piuttosto che tante soggettività diverse con cui intes­ sere relazioni. Questo atteggiamento volutamente distratto azzera nell’altro le sue peculiarità fisiche, culturali e psi­ cologiche e ci induce così ad identifi­ cazioni generiche (il negro, l’africano, l’arabo) pretesto per generalizzazioni semplicistiche ed arbitrarie».

UN PERICOLO IN PROSPETTIVA Il vuoto di rapporti che si crea tra la nostra indifferenza civile nei confron­ ti degli immigrali e il tirmore da parte loro di rendersi socialmente visibili co­ stituisce il terreno su cui domani po­ trebbero esplodere ed attecchire forme di violenza. Al tempo stesso questo at­ teggiamento di «civile indifferenza» fa sì che la maggioranza degli extracomu­ nitari ci percepisca come non razzisti, e piuttosto come un popolo di indiffe­ renti e di diffidenti. Ciò salva, per ora, la nostra coscienza collettiva: a diffe­ renza del razzismo, la mancanza di spi­ rito di solidarietà non viene ritenuta una colpa di cui vergognarsi. Se per il momento solo pochi di noi hanno comportamenti esplicitamente razzisti, cosa accadrà in un prossimo futuro, quando, seguendo le linee di STADIUM

sviluppo mondiali, la presenza degli immigrati nel nostro Paese si farà più massiccia? Cosa si può fare oggi per impedire che l’Italia diventi domani un Paese xenofobo? «Essere antirazzisti ideologicamente o quando si condanna il Sud Africa — risponde Alberto Sobrero, coordinato­ re scientifico dell’lSPES — è facilissi­ mo. Ben più difficile è superare alla ra­ dice e nei fatti una mentalità millena­ ria. E tutte le ricerche condotte in que­ sto senso devono metterci sull’avviso: la mentalità italiana è prerazzista, nel senso che concretamente con il proble­ ma non si è mai scontrata, ma molti segnali inducono a forti preoccupa­ zioni. «Per ora il razzismo è esplicito solo in rarissimi casi; e quando ciò avviene il rifiuto è per lo più giustificato dall’i­ dea che “gli immigrati sottraggono possibilità di lavoro agli italiani”. Purtroppo bisogna notare che, anche in questo caso, il modo in cui il feno­ meno è stato presentato sulla stampa tende ad avvalorare questa giustifica­ zione. «Il vero problema è proprio questo. Occorre mutare il piano del discorso. Le impostazioni che richiamano l’idea della “marea nera”, della “immigra­ zione di massa”, oltre ad essere con­ cettualmente sbagliate, rischiano qua­ si inevitabilmente di produrre nel bre­ ve e medio periodo forme di razzismo. L’immagine che bisogna dare, e che deve realizzarsi attraverso un’adegua­ ta politica di regolamentazione, non è quella di un’Italia “invasa”, e forse neanche quella di una “Italia multi­ razziale”, ma piuttosto quella di un Paese pienamente ed attivamente im­ pegnato nei grandi processi di inte­ grazione che in futuro caratterizzeran­ no l’economia e la cultura del piane­ ta». Il problema, dunque, non è economi­ co né demografico, ma culturale. Le leggi, gli incentivi, i richiami alla ra­ gionevolezza non possono — da soli — vincere resistenze ormai stratificate e a malapena celate. Per superare dav­ vero il razzismo occorre un salto di qualità: bisogna oltrepassare l’ottica nazionale e imparare a scorgere nella presenza degli immigrati il primo se­ gnale di un mondo nuovo, senza più frontiere, che avanza verso il terzo mil­ lennio.

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L'opinione di Luciano Tavazza

POLITICA SOCIALE E VOLONTARIATO a cura di Vito Cozzali Il volontariato oggi: 6 milioni di per­ sone e 12.000 gruppi impegnati sul fronte deH’emarginazione, della for­ mazione, del tempo libero, con l’obiet­ tivo dell’innalzamento della qualità della vita e della modernizzazione dei comportamenti. L’azione volontaria rappresenta oggi lo «zoccolo duro» della partecipazio­ ne di base, in presenza di un disagio generalizzato verso le strutture parti­ tiche e sindacali. La crescita del volon­ tariato va allora interpretata come il segno di una partecipazione sempre più disponibile ad un coinvolgimento esi­ stenziale nei problemi. Tanto più che oggi il volontariato ini­ zia ad esprimere anche una «politici­ tà» nuova e diversa, che si concretizza nel recupero delle marginalità, nell’at­ tenzione per l’ambiente, nella promo­ zione di uno sviluppo qualitativamen­ te migliore e fondato su un patrimo­ nio condiviso di valori. Per valutare le tendenze in atto nel mon­ do del volontariato, Stadium ha voluto incontrare il Presidente nazionale del MOVI (Movimento di Volontariato Ita­ liano) Luciano Tavazza, all’indomani del Seminario svoltosi ad Amalfi su vo­ lontariato e dimensione politica.

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— Esiste oggi una profonda crisi del­ la partecipazione politica: diminuisco­ no gli elettori che vanno alle urne e, so­ prattutto, partiti e sindacati raccolgo­ no consensi sempre minori. Come può essere spiegata questa crisi dei sogget­ ti politici tradizionali?

«Reputo che possa essere interpretata analizzando il senso di inutilità rag­ giunto dal cittadino, oggi sempre più convinto di vivere in una democrazia puramente formale. A ciò si aggiunga che le forme di democrazia diretta so­ no ormai decadute; c quando il citta­ dino ha tentato di gestirle, si è dovuto ritrarre impaurito, soverchiato dalla logica dei partiti e dei sindacati.

Le persone sentono ormai come refe­ rente politico privilegiato chi propone cose concrete, verificabili, immediate, correndo anche il rischio di perdere il quadro d’insieme. Ecco perché la gente avverte il volon­ tariato come uno spazio in cui è possi­ bile offrire il proprio apporto perso­ nale disinteressato attraverso la conde­ cisione, il non arrivismo e la gratuità, concetti oggi antistorici vista la mer­ cificazione dei rapporti umani».

— Quali sono allora i nuovi bisogni emergenti dalla collettività?

Oggi i partiti sono considerati come “partiti degli affari”, non come i rap­ presentanti della comunità; e la stessa concezione della politica come servizio appare una affermazione ingenua. Non ci troviamo dunque di fronte ad un rifiuto generalizzato della politica, ma all’avversione verso questo tipo di politica: si avverte quasi una impossi­ bilità di passare dal sociale al politico». — Proprio perché non esiste un rifiu­ to aprioristico della politica, crescono forme nuove di partecipazione socia­ le: il volontariato, l’impegno civile, il servizio spontaneo. Quali sono oggi i nuovi referenti politici della collet­ tività? «La gente va alla ricerca di soggetti che innanzitutto si impegnino in fatti con­ creti: movimenti, associazioni, coope­ rative, che perseguono la promozione di una migliore qualità della vita. Ormai la collettività respinge i discor­ si sulle grandi programmazioni perché non ha visto nessuna grande riforma attuarsi, dalla sanità ai servizi sociali. STADIUM

«Occorre fare una distinzione tra le vecchie povertà tradizionali e le nuo­ ve povertà post-materialistiche. La sfi­ da per il volontariato non è quella di occuparsi delle vecchie povertà, che pure devono essere affrontate, ma di riuscire a percepire tutto ciò che esiste di nuovo in tema di bisogni sociali: dal­ la solitudine all’assistenza, dalla de­ pressione all’abbandono. Lo Stato, con le sue strutture, non riu­ scirà mai a fornire una risposta ade­ guata a tutto questo: potrà offrire una risposta di prestazione, ma non di sen­ so. Non si “pacifica” un handicappa­ to procurandogli una carrozzella e un assistente sociale: esiste il problema della sua vita, del suo inserimento».

— Con quali caratteristiche si presen­ ta oggi il mondo del volontariato? «11 volontariato più maturo, selezio­ nando tra una galassia di dodicimila gruppi, si propone un duplice intento: la testimonianza c la rimozione delle cause del dolore. In collaborazione con le istituzioni è possibile oggi rimuovere i circuiti del disagio esistenziale, della povertà, del­ l’ingiustizia. Il volontariato “nuovo” lavora oggi nella direzione del “libe­ ratorio”, mentre il “vecchio” che con­ serva caratteristiche assistenziali, si li-


(segue da pag. 5)

LA VIOLENZA: SOLO UNO STEREOTIPO?

mita al “riparatorio”, non riuscen­ do a rivendicare i nuovi diritti emer­ genti». — Dopo anni di individualismo, di rincorsa del successo, per quale moti­ vo si sta facendo strada una domanda di valori collettivi, di affermazione di nuovi principi etici?

«Oggi la nostra società è si più ricca, ma assai più scontenta rispetto al pas­ sato. L’insoddisfazione profonda ri­ spetto alle conseguenze determinate dall’individualismo ha aperto una grande riflessione, non solo religiosa ma anche laica, finalizzata a suggeri­ re indicazioni per ristabilire una con­ vivenza spesso andata in pezzi. Si tratta allora di reinventare una se­ rie di atteggiamenti e di scelte di fon­ do che consentano di affrontare i pro­ blemi di natura etica posti anche dal­ l’avvento della tecnica avanzata». — In che modo è possìbile valorizza­ re la nuova realtà del volontariato, an­ che dal punto di vista legislativo?

«In linea di principio, sul volontariato non è possibile legiferare: nessuno può diventare solidale per legge. La discipli­ na legislativa diventa necessaria quan­ do il volontariato, in modo autonomo, dichiara di voler collaborare con lo Sta­ to: in questa fattispecie, non si legife­ ra sul volontariato, ma si prevedono re­ gole per disciplinare i rapporti tra isti­ tuzioni e volontariato. Questo spiega perché sono già nate sedici leggi sul vo­ lontariato a livello regionale, la cui pie­ na efficacia richiede un quadro giuridi­ co di riferimento nazionale. La salvezza del volontariato non vie­ ne quindi da una legge, tanto che que­ sta realtà ha funzionato bene in questi anni anche senza una normativa appo­ sita. Però, nel momento in cui gruppi di volontariato collaborano con lo Sta­ to, nasce l’esigenza di una legge, che non “ingabbia” perché chi vuole ope­ rare senza l’accordo con lo Stato non farà uso di tale previsione normativa, in un clima di estrema libertà». — Proprio a tale proposito, come è possibile «aprire» sempre di più il mondo dei volontari alla società civi­ le, facendo meglio interagire le istitu­ zioni con la dimensione del volontaria­ to in vista della crescita sociale, poli­ tica ed economica del Paese?

«Occorre partire dall’idea che la lotta all’emarginazione è talmente comples­ sa che il volontariato e lo Stato, come realtà autonome e non comunicative, non riusciranno mai, da soli, ad offri­ re risposte adeguate. È dunque necessario che queste due realtà lavorino insieme, creando siner­ gie nei mezzi, nelle persone e nella pro­ grammazione per raggiungere obietti­ vi comuni, pur conseguibili con meto­ di diversi. Lo Stato si deve liberare del sogno di poter accompagnare il citta­ dino "dalla culla alla tomba”, il vo­ lontariato invece deve abbandonare l’i­ dea che soltanto con l’esemplarità è possibile scalfire l’emarginazione».

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Statistiche alla mano, dalla metà de­ gli anni ’70 ad oggi la violenza negli stadi è rimasta pressoché invariata; nell’intero dopoguerra gli incidenti da stadio hanno fatto una sola vittima. Perché allora si tende a parlare di «sta­ di insanguinati» e di violenza montan­ te? Per alcuni sociologi si ha una per­ cezione sbagliata della violenza da sta­ dio, che viene più o meno inconsape­ volmente amplificata da un’informa­ zione sportiva eccessiva e viene da noi avvertita come insopportabile solo per­ ché non riusciamo a rinunciare al mi­ to dello sport come spettacolo nobi­ le. In realtà — ci viene spiegato — la casistica della violenza da stadio ha dimensioni minime se rapportate a quelle della violenza espressa oggi dai vari settori della trasgressione gio­ vanile. In questa visione ottimistica del pro­ blema il tifo ultrà, nonostante ami in­ dossare abiti truci, non sarebbe altro che un gioco legato al misconosciuto bisogno di apparire e la sua pericolo­ sità sarebbe sopravvalutata. Parados­ salmente, anzi, il gioco inscenato nel­ le curve degli stadi — proprio in quan­ to esprimente soprattutto un bisogno di esibizione che non trova spazi in al­ tri settori della vita giovanile avrebbe una funzione positiva, contribuendo a controllare la possibilità di una violen­ za estrema o praticata. Al di fuori di questo schema elabora­ to dai sociologi si colloca però il pro­ gressivo dilatarsi degli incidenti che av­ vengono fuori degli stadi, con esiti a volte assai gravi. Nel considerare l’am­ pliarsi di questa violenza come non di­ pendente dall’evolversi del fenomeno calcistico e come espressione piuttosto di nuove tendenze di comportamento proprie della cultura giovanile, gli stu­ diosi peccano forse di troppo affetto per il calcio. Soprattutto dimenticano di considerare che anche la violenza fuori dagli stadi è presente nelle cro­ nache di tanti anni fa e non è quindi un’innovazione dei nostri giorni. Pro­ babilmente — come loro stessi ammet­ tono — su questo aspetto del proble­ ma resta ancora molto da studiare e da comprendere. 1 correttivi non sono per ora a portata di mano.

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Per dare un nome alle speranze

GIOVANI ALL'UNIVERSITÀ 50° Congresso per la FUC1 dal titolo «Diamo un nome alle speranze: forma­ zione, ricerca, partecipazione per una stagione della responsabilità». Un con­ gresso che si è svolto a Brescia dal 3 al 7 gennaio e che ha visto la parteci­ pazione attenta di 450 militanti per quella che fin dall’inizio si configura­ va come un’autolettura degli obiettivi, c delle motivazioni della militanza. Cattolici nell’università, che, all’inter­ no di questa struttura che «non gode di buona salute», tentano di recuperare la vivibilità dei rapporti, degli spazi e dei tempi; azione assolutamente disat­ tesa dalle associazioni giovanili di par­ tito incapaci di accogliere e valorizza­ re le istanze di impegno e partecipazio­ ne presenti, seppure in modo latente, nei giovani universitari. Tutto ciò nel quadro di un continuo e vivificante rapporto con la Chiesa dal cui interno si tenta di evidenziare il rapporto tra

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fede e storia, tra Vangelo e cultura. L’opera di evangelizzazione diventa quindi saper essere comunità ecclesia­ le aperta nell’ambiente universitario; «è importante» — si legge nei docu­ menti congressuali — «che l’immagi­ ne di Chiesa che siamo in grado di esprimere all’esterno sia coerente con ('Annuncio di cui siamo portatori». Anche il Cardinal Martini, primo ap­ plaudito e seguitissimo oratore tra i tanti nomi famosi che hanno animato il dibattito, dal Prof. Ardigò all’On. Anseimi... — ha insistito sul valore della Parola: la Parola di Dio che de­ ve spiccare tra le miriadi di parole, strumenti fin troppo usati in ambito universitario, per orientare, ordinare, dare senso alla vita e soprattutto dare motivazioni alla speranza. Ed ecco il messaggio che traspare dal Congresso al di là dell’obiettivo dell’autolettura: la speranza; speranza di spazi aperti, luoghi di aggregazione per

La FEDERAZIONE UNIVERSITARIA CATTOLICA ITALIANA nasce a Fiesole nel 1896 durante il XIV Congresso dei Cattolici italiani su iniziati­ va di don Romolo Murri con l’intento di riunire in un’unica federazione i circoli universitari cattolici esistenti in più Università italiane. Una storia, quella della FUCI, contrassegnata da momenti difficili, soprattutto durante il Ventennio, per gli scontri con i gruppi universitari fascisti ma sempre fe­ dele all’impegno sociale, sempre rispettosa nei confronti della Chiesa di cui segue il cammino pur facendosi portavoce di istanze di rinnovamento reli­ gioso, sempre alta ricerca de! confronto con la cultura moderna. Dopo la Guerra, la FUCI riprese regolarmente il suo lavoro in Università. Nel 1969 ha trovato inserimento nell’Azione Cattolica come «movimento esterno» matenendo con questa un rapporto pensato in termini di comunanza di stile e linea ma meno vincolante di quello tenuto dall ’A. C. verso altri mo­ vimenti. Gli anni bui della contestazione e del disagio, gli anni di piombo, videro un momento di crisi e di indebolimento della Federazione, ma già dal 1977, il Congresso di Napoli segnò la ripresa di un fervido periodo di rifles­ sione sulla società moderna. L'organo stampa della FUCI è il mensile «Ricerca». La struttura consta dei gruppi che sono le cellule vitali della Federazione ra­ dicate nelle specifiche realtà locali: di un lavoro regionale che si pone come mediazione tra i gruppi e il Centro nazionale ed elabora le strategie di inter­ vento; esiste inoltre un Consiglio centrale che si compone dei responsabili regionali e di membri eletti dall’Assemblea federale e una Presidenza nazio­ nale che promuove e coordina le attività della Federazione.

riempire i vuoti della solitudine giova­ nile; speranza nell’interazione tra stu­ denti e docenti che è poi la parabola del dialogo tra istituzioni e cittadini; speranza nel valore della «formazione» del singolo; speranza nella forza e nella sempre maggiore consapevolezza del­ l’interdipendenza che lega tutti i popo­ li; speranza nel senso di responsabili­ tà di ciascuno. Perché c’è un rischio: che nell’epoca dell’«Interdipendenza» la «responsabilità» rimbalzi da un in­ dividuo, da un gruppo, da un partito, da un popolo all’altro senza essere as­ sunta da nessuno; il rischio che ciascu­ no si senta lontano dalla vita associa­ ta mentre invece è nel quotidiano, in ciò che ognuno è chiamato a fare che si gioca la scommessa del vivere in so­ cietà. Ma non un generico «famili­ smo», come dire «penso solo a me»; bensì il partire dal piccolo per arriva­ re al grande e complesso mondo attua­ le. Si legge: «la necessità di partire dall’hic et nunc, dal luogo e la situazione in cui ciascuno è stato chiamato a fare la sua parte, si fonda, per un cristiano sulla logica dell’incarnazione». Insomma, che questa sia stata una tap­ pa importante per la Federazione è cer­ to e si è notato anche dai commenti ap­ parsi sulla stampa nazionale; i lavori congressuali si sono arricchiti inoltre dei racconti delle esperienze dei fucini di varie città: Milano - in cui ci si im­ pegna per facilitare l’inserimento del­ le matricole; Brescia - i padroni di ca­ sa ne hanno raccontato come hanno organizzato l’incontro; e poi ancora Livorno, Palermo, Castellammare di Stabia, Torino... Tanti i telegrammi di auguri per un la­ voro proficuo giunti da parte di espo­ nenti del mondo politico ed ecclesiale da Cossiga al Papa, da Forlani a Spa­ dolini; presente per un saluto anche l’on. Martinazzoli.

s STADIUM


STADIUM/SOCIETA'

Angelo Bertoni

TRE PROBLEMI URGENTI

Tracciando una sintesi degli anni ’80, un recente editoriale della «Civiltà Cat­ tolica» sottolineava come nel nostro Paese siano presenti, in questo mo­ mento, quattro grandi nuclei di norme morali, quattro fondamentali modelli di comportamento: la morale religio­ sa, la morale laica, la morale edonisti­ ca, la morale libertaria. Ad esse van­ no aggiunti altri due modelli, o siste­ mi di valore, che si stanno sviluppan­ do in questi anni più recenti e che pro­ babilmente reciteranno una parte di primo piano negli anni ’90; la morale «ecologica» e quella «bio-tecnologi­ ca». La conseguenza più importante è che il nostro Paese è caratterizzato da un grande e crescente pluralismo etico. Inoltre mentre l’adesione all’uno o al­ l’altro di questi modelli o «sistemi mo­ rali» è consapevole e quindi libera e re­ sponsabile in un numero limitato di persone, per molti altri, certo la mag­ gioranza, si tratta di un’adesione acritica, per lo più provocata dall’am­ biente familiare e socio-culturale in cui si vive, e in larga misura dai mass-media.

In un certo senso si potrebbe dire che ci stiamo incamminando verso la so­ cietà del cinque per cento, nel senso che una piccola minoranza di cittadini — grazie all’effetto di trascinamento con­ sentito dai mass-media, dai consumi di massa e dal sistema sociale che favo­ risce l’imitazione dei vincenti o comun­ que di quelli che emergono e si distin­ guono — è in grado di determinare i codici di comportamento della grande maggioranza. Ciò significa naturalmente, tra l’altro, una grande responsabilità per tutti quelli che di fatto esercitano un ruolo di opinion leaders; ma anche la neces­ sità di intensificare gli sforzi affinché ogni persona cresca libera e capace di riconoscere da se stessa i valori cui ispi­ rare la propria vita.

In questa direzione si muove la Chie­ sa italiana che, proprio all’inizio degli anni ’90, ha lanciato le grandi linee del programma pastorale destinato ad ispi­ rare tutto il decennio: evangelizzazio­ ne e testimonianza della carità. Il no­ stro Paese, si afferma, ha bisogno di essere nuovamente evangelizzato. Non perché qui, come accade in molte al­ tre parti del mondo, Gesù Cristo non sia mai stato annunciato e dunque il Vangelo e la Chiesa risultino scono­ sciuti, ma perché la loro conoscenza fu troppo superficiale, accompagnata da atteggiamenti incoerenti. Come nella parabola evangelica del seme caduto fra i sassi o i rovi, la fede ha attecchi­ to in molte anime. Ma poi non ha tro­ vato autenticità e nutrimento sufficien­ te e si è disseccata od è stata soffocata dalle preoccupazioni, dall’indifferen­ za o dalla prepotenza di altre ideolo­ gie o dai comportamenti prevalenti nel­ la società consumista. L'impegno di oggi è quello di ripropor­ re il Vangelo nella sua purezza e nella sua forza, nella novità sconvolgente e creativa, nella sua capacità di valoriz­ zare le attese e i valori autentici. La nuova evangelizzazione chiede dunque un dialogo intenso e leale con tutti gli uomini, con le culture e le «morali» che oggi sono presenti nella società e nella coscienza degli uomini; un dia­ logo che permetta di capirsi ed eviti tanti equivoci, ma che consenta anche di presentare il Vangelo di Cristo in tutta la sua forza e interezza ed at­ tualità. Basterà pensare ai temi della pace, del­ la solidarietà, del rispetto e della pro­ mozione della vita, della giustizia so­ ciale ed internazionale per comprende­ re come siano numerose e forti le oc­ casioni per dimostrare quale contribu­ to i cristiani coerenti possono dare al servizio della comunità degli uomini. Ma soprattutto, come afferma giusta­ mente il documento dei vescovi italia-

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ni su «Evangelizzazione e testimonian­ za della carità» è necessario che tutta la nuova evangelizzazione e tutto l’im­ pegno cristiano per migliorare la «cit­ tà dell’uomo» siano animati e sorretti da un valore centrale e unificante: la carità, cioè l’amore. L’amore è l’inti­ ma essenza della religione cristiana. Dio stesso è amore. Evangelizzare si­ gnifica dire «Dio ti ama». L’amore è il distintivo dei cristiani. Solo l’amore è credibile. La comunità ecclesiale deve sorregge­ re e animare le istanze positive presenti nella nostra società stimolandole ad uscire dalla ricerca ossessiva dei pro­ pri interessi per aprirsi alla solidarie­ tà, al rispetto e al servizio degli altri. In tal senso «Civiltà Cattolica» segnala ad esempio tre problemi urgenti «che interpellano oggi la coscienza morale degli italiani e la cui soluzione rende­ rebbe migliore la nostra società: la cu­ ra degli anziani, la integrazione degli immigrati e la cooperazione con i Paesi in via di sviluppo». E soggiunge: «Pro­ prio stimolando gli italiani, e in primo luogo i giovani, a impegnarsi per risol­ vere questi gravi problemi, che sono morali prima ancora che sociali ed eco­ nomici, la Chiesa può contribuire ef­ ficacemente alla crescita morale della società italiana». In una società che dell’amore offre spesso soltanto dei surrogati o delle ca­ ricature, l’annuncio dell’amore (e la sua pratica coerente e fedele) avrà in­ fatti certamente un effetto: saprà dia­ logare e ricavare il meglio delle varie culture e «morali» che oggi sono pre­ senti; saprà ridestare quanti sono asso­ piti nell’indifferenza o nel calcolo del proprio interesse; riempirà di significa­ to reale quelle espressioni come pace, giustizia e solidarietà che sono belle, ma rischiano di restare slogans; soprattutto saprà offrire alla coscienza degli uomi­ ni un volto credibile di Dio e di quanti si sforzano di ascoltarne la Parola.

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L'ispirazione cristiana del CSI

UNA SCELTA DI FONDO G. Battista Gandolfo

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La pubblicazione degli orientamenti pa­ storali della Chiesa italiana per gli ulti­ mi dieci anni del secondo millennio cri­ stiano cade e non senza coincidenza in occasione del XXV anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II. Il documento è infatti la significativa te­ stimonianza di una Chiesa che ha pian­ tato le proprie radici nel fertile terreno dello stesso Concilio, per rinnovare il suo cammino pastorale, fatto di strate­ gie e di sfide che stimolano tutta la co­ munità ecclesiale, ma anche la società civile. Il testo, dal titolo: «Evangelizza­ zione e testimonianza della carità», obbedisccall’invito di Paolo VI, quando, a conclusione del Concilio, parla di «ri­ trovare mediante la via dell’amore, quel Dio dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere». Si persegue inoltre l’i­ tinerario iniziato precedentemente dalla Chiesa italiana, i cui programmi sono esposti nei documenti di questi decenni, da «Evangelizzazione e sacramenti» a «Comunione, comunità e disciplina del­ la Chiesa». Assodato che il filo conduttore dei re­ centi orientamenti pastorali è la cari­ tà», due sono le osservazioni che ci sembrano particolarmente urgenti e in­ teressanti. La prima, di ordine generale, è che le riflessioni dei vescovi italiani non spin­ gono tanto verso piani pastorali, sen­ sibili a una carità intesa come sempli­ ce azione umana o simile organo di be­ ne. Essi insistono invece sulla necessi­ tà del rapporto caritativo con l’evan­ gelizzazione, sottolineando il valore so­ prannaturale dell’amore, che nasce dall’essere dono di Dio. «Verità c ca­ rità, dice Mons. Ruini, «sono dal pun­ to di vista cristiano due facce della stes­ sa realtà»; ma è anche vero che è la ca­ rità a consentire la capacità di amare. Se perciò la Chiesa a volte supplisce al-

fica quale è il ruolo della Chiesa ita­ liana nel terzo millennio cristiano. Ne traccia il sentiero, che approfondisce la priorità dell’evangelizzazione e con­ ferma la carità come via che introdu­ ce nel cuore del Vangelo, nobilitando il suo stesso annuncio. La prima parte tratta del Vangelo co­ me sorgente di carità. Come fonte di un amore che si rileva e si condensa nel mistero della croce di Cristo, eviden­ ziandosi sempre di più come dono di Dio. 1 vescovi insistono molto sul da­ to teologico della sofferenza e della partecipazione di Cristo alla vita del­ l’uomo, fino a ritenere la carità come reazione, che deve svolgersi in seno alla Chiesa. Che scaturisce come espressio­ ne viva e dinamica dalla S.S. Trinità. LA CARITÀ È DONO DI DIO Si consegna come segno del regno di OPERANTE NELLA CHIESA Dio che si compie nell’Eucarestia, sia perché Gesù nell’ultima Cena lega Esiste un confronto fra la carità e i strettamente ad essa, sia perché i cri­ molteplici problemi del tempo, legati stiani ne fanno continuamente memo­ ai frequenti mutamenti dei valori e ai ria, fino a penetrare nella totale imi­ disagi morali, che attenuano il confi­ tazione del Salvatore. S’infiltra inoltre ne fra il legale e l’illecito. È un rappor­ come legge di vita della Chiesa, in una to che tocca anche l’eccessiva ingiusti­ sfera di tipo morale, vale a dire, come zia di una società, in cui si difendono via «che modella e plasma ogni com­ con arroganza privilegi e conquiste, portamento cristiano». Allora si acqui­ dovuti a sproporzionate fasce di pover­ siscono i timbri dell ’ innocenza che Dio tà contrapposte alle troppe facili ric­ usa verso gli uomini, facendo loro as­ chezze di pochi. Ma la carità colma, saporare il gusto della gratuità, ma an ­ nonostante tutto, il desiderio c il biso­ che lo spessore di una forza evangeliz ­ gno di Dio, insito nell’uomo in peren­ zatrice, particolarmente concreta per la ne ricerca di valori e di esperienze spi­ rituali. Ne fornisce le risposte, illumi­ storia e favorevole alla vita. Per tali ca­ nando il suo cammino verso la libertà ratteristiche, conclude la prima sezio­ e indicando i presupposti adatti a su­ ne del documento, «la carità cristiana perare diffidenze e pregiudizi, veleni e ha in se stessa una grande forza evan­ dissensi, atteggiamenti individualistici gelizzatrice. Nella misura in cui sa farsi e visioni particolaristiche. Riconduce segno e trasparenza deH’amorc di Dio tutto allo spirito di un’autentica comu­ apre mente e cuore all’annuncio della nione con la Chiesa, invocando traspa­ parola di verità». renza e freschezza sulle regole istituzio­ Nella seconda parte i vescovi italiani nali e sui rinnovati comportamenti del­ rapportano il Vangelo della carità con le Chiese particolari. Invitano a pos­ l’uomo nell’ambito della società. 11 documento si divide in tre parti, pre­ sedere un tale spirito missionario da ri­ cedute da un’introduzione, che speci- tessere, proprio con l’amore, i panni

le insufficienze dello Stato, ciò non si­ gnifica che il suo compito sia esclusi­ vamente quello di supplenza. Appare piuttosto come missione che, attraver­ so l’impegno sociale e pubblico dei fe­ deli, certifica con la parola e con il ser­ vizio. «Se non si percepisce la dimen­ sione religiosa della Chiesa come stru­ mento a disposizione degli uomini per aiutarli nel dialogo con Dio», insiste ancora Mons. Ruini, «allora non si ca­ pisce neanche tutto il resto. Evangeliz­ zazione e testimonianza della carità non sono due termini alternativi. Il do­ cumento non vuole accentuare l’evan­ gelizzazione per mettere in sordina la carità, né viceversa».

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cristiani della comunità ecclesiale, at­ traverso le sfide del dialogo e della missionarietà. Sanno infatti che questi so­ no i sentieri capaci di raggiungere le vette e le istanze di una carità aperta alle nuove e infrangibili frontiere del­ la storia. Ciò vuol dire che l’azione pa­ storale della Chiesa italiana, pur man­ tenendo la sua unione e la sua organi­ cità sotto la guida dei pastori, si schiu­ de oggi alla molteplicità e alla varietà di fenomeni che costituiscono in defi­ nitiva la ricchezza e il dono dello Spi­ rito. Basti pensare ai fecondi contributi di associazioni, movimenti e gruppi che caratterizzano il laicato organizza­ to e ripropongono a valori di interven­ to e di preghiera, idonei a migliorare la collocazione stessa del vivere socia­ le e comunitario. «Essi portano un contributo originale alla vita e alla mis­ sione della Chiesa del nostro tempo», osservano i vescovi, «con la loro ricca spiritualità, il forte radicamento evan­ gelico, la freschezza e novità di slan­ cio missionario negli ambienti di lavo­ ro, di studio e di partecipazione socia­ le». Occorre però, continua il docu­ mento, che le Chiese particolari, oltre a riconoscere il valore delle loro espe­ rienze, ne promuovono la crescita in spirito di vera comunione.

LA CARITÀ FAVORISCE LA SCELTA DI FONDO Ma una retta predicazione del Vange­ lo della carità non rivolge l’identità cri­ stiana solo a «credere di più» e a «es­ sere di più». Richiama alla missione universale della Chiesa, destinata «a mantenere vivo il dialogo con le diverse forme della cosiddetta «cultura laica» e a cooperare con sollecitudine nei Pae­ si del mondo, che non conoscono an­ cora Cristo e con gli altri che ospitano «Chiese sorelle». Bisogna infatti far

maturare nei cristiani la consapevolez­ za della necessità di attingere al patri­ monio spirituale e culturale di tutti, poiché si conosce che l’impegno a cui i fedeli italiani sono oggi chiamati, va al di là dei confini del Paese. «Riguar­ da l’Europa da costruire insieme», af­ fermano i vescovi, «nella pienezza e nell’equilibrio delle sue dimensioni cul­ turali e politiche, economiche, etiche e spirituali». La terza parte del documento raccoglie infine le vie per attestare il Vangelo del­ la carità, che vanno dall’educazione dei giovani all’amore preferenziale per i poveri, alla presenza responsabile dei cristiani nel sociale e nel politico. Non si tratta tanto di «orientamenti esclu­ sivi», quanto di proposte privilegiate, che colgono le luci e le ombre della si­ tuazione attuale e valorizzano, ricor­ da ancora Mons. Ruini, «tutto ciò che può favorire l’evangelizzazione», ren­ dendosi naturalmente conto delle dif­ ficoltà e degli ostacoli e verificando il cammino compiuto.

LA CARITÀ EDUCA I GIOVANI ANCHE CON LO SPORT Un’ultima osservazione da fare sul do­ cumento, che riguarda da vicino la chiave di lettura del mondo dello sport, è che il testo si dipana come strumen­ to per giovani, che sa parlare ai gio­ vani. Come mezzo, dunque, capace di inserirsi nel raggio dello sport, al qua­ le detta gli ideali e dal quale aspetta una seria e dignitosa collaborazione. Intanto gli orientamenti condannano il diffuso disagio e le contraddizioni del nostro tempo, spesso rivolte a forme di emarginazione psicologica, sociale ed economica, derivate dall’incostan­ za e dalla fragilità tipicamente giova­ nile, vincolate alle affannose catene dell’«usa e getti» e del «tutto e subito». È la condanna verso uno spazio, dove si smarrisce il senso della persona, pur­ troppo sostituita con gli idoli del faci­ le guadagno e dell’esagerato tecnici­ smo, preoccupati di creare divi e cam­ pioni. In questo labirinto di sogni an­ che l’evangelizzazione ha poca presa, anche a causa della crescita di alcuni fenomeni tipicamente attuali, che so­ no: l’indifferenza, la difficoltà di ac­ cedere a Dio, il deperimento del con­ senso sui principi etici, la secolarizza­ zione, l’appartenenza condizionata e forzata alla Chiesa. STADIUM

Ma esistono pure persone, specialmen­ te giovani, che esprimono le vere atte­ se dell’uomo e portano con sé ideali in­ crollabili, accolti nella storia di uno sport libero e costruttivo. Di uno sport che crede nel rispetto e nella promo­ zione della persona, della sua autenti­ cità e di un nuovo concetto di stile, pronto a riconoscere i valori della pa­ ce e della solidarietà e a operare per un mondo unito e più giusto, dove regni l’amore per la natura e i suoi abitanti, accolto come fedeltà alla vocazione of­ ferta dal Signore. È conseguentemente facile sentirsi, og­ gi, sulla stessa linea d’onda dei vesco­ vi italiani e accogliere gli orientamenti da essi suggeriti. Da un lato riguarda­ no la coraggiosa scelta di una pastora­ le giovanile «ricca di tutti quegli ele­ menti che ne permettono l’incisività e lo sviluppo». Dall’altra rigenerano pre­ cisi progetti educativi, improntati al­ l’insegna di una costante attenzione alla preparazione spirituale di formatori e di atleti, finalmente in grado di intra­ prendere un adeguato cammino di fe­ de. Oppure si insiste su proposte essen­ ziali e forti, che indicano il senso comu­ nitario della società, della mondialità, della Chiesa o esigenze di incontro e di fraternità, concretamente garantite nel­ l’impegno e nella disponibilità. Ciò che conta, dicono i vescovi, è «va­ lorizzare gli ambienti educativi e i luo­ ghi dove i giovani vivono, operano cre­ scono e si incontrano, e tra questi la famiglia, la scuola — specialmente la scuola cattolica —, l’oratorio, la co­ munità cristiana». Un’associazione sportiva di ispirazione cristiana, che accoglie e divulga questo programma è il Centro Sportivo Italia­ no. Il CSI si serve infatti dello sport per affidare i riferimenti verso «quella grande passione educativa», di cui parla l’episcopato, e costruisce le premesse per recuperare numerosi giovani alla propria educazione cristiana, spingen­ doli alla sequela di Cristo e verso la per­ fezione della carità, secondo i differenti tracciati della Provvidenza. In fondo non si tratta d’altro che di far emergere, per dirla ancora con le considerazioni dei vescovi, la «genuina fantasia pasto­ rale», capace di «individuare quelle nuove occasioni d'incontro e di appro­ fondimento che permettono agli educa­ tori e ai giovani (e agli atleti, aggiungia­ mo noi) di camminare insieme alla luce dell’esperienza evangelica».

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Verso il Congresso nazionale

LA PRIMAVERA DEI CONGRESSI PROVINCIALI Giuseppe Goffrini

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A maggio avranno inizio i Congressi provinciali, che prepareranno l’auspi­ cato rinnovamento associativo, che culminerà nella celebrazione del Con­ gresso nazionale del 13/15 dicembre 1991. L’anno appena inizialo dovrebbe se­ gnare una tappa davvero importante nel cammino della nostra Associazio­ ne; il condizionale è d’obbligo poiché le notizie che in questi giorni monopo­ lizzano l’attenzione di tutti sono forie­ re di guerra e non di pace, presuppo­ sto essenziale ed irrinunciabile per lo sviluppo di una convivenza civile in cui possano trovare spazio positivamente movimenti quali il nostro. In ogni ca­ so proseguiamo la nostra attività, si­ curi che essa possa in qualche modo contribuire alla formazione di coscien­ ze capaci di arginare ogni forma di barbarie. Il rinnovamento del Centro Sportivo Italiano passa attraverso la verifica de­ mocratica che la base associativa at­ tua con l’elezione dei Consigli provin­ ciali, delle Presidenze regionali e del Consiglio nazionale, ma soprattutto, con la definizione di linee programma­ tiche, capaci di proiettare l’Associazione nelle vicende del mondo degli anni novanta. Per far questo è stato ritenuto utile ri­ vedere anche la Carta sulla quale si ba­ sa il nostro stare insieme: lo Statuto. L’apposita Commissione consiliare, che ha iniziato in questi giorni il pro­ prio lavoro, ha indicato l’opportunità di non chiamare l’Associazione a ride­ finire gli elementi su cui abbiamo con­ venuto di fondare il CSI. Appare, quindi, pacifico che il CSI debba continuare a «promuovere un movimento sportivo giovanile che vi­ ve l’esperienza dello sport come mo­ mento di maturazione umana e di im­ pegno, in una visione ispirata alla con­ cezione cristiana dell’uomo e della reai-

tà» e consideri ancora le Società spor­ tive l’elemento in cui «assolve prima­ riamente il proprio compilo educati­ vo». La revisione dello Statuto e del Rego­ lamento organico dovrebbe, a giudizio della Commissione, limitarsi a quei punti che hanno dato luogo ad evidenti problematiche ed a quelli legati ad una maggiore chiarezza e trasparenza am­ ministrativa e gestionale relativi anche alle ormai note vicende che ci hanno coinvolto. Le diverse componenti associative so­ no chiamate ad esaminare se stesse, il proprio modo di essere e di operare, la propria funzione, tenendo sempre presenti i valori di riferimento, le per­ sone e le comunità per le quali svolgo­ no il proprio servizio.

ALCUNE INDICAZIONI METODOLOGICHE Fatte queste considerazioni che ritenia­ mo possano chiarire il cammino di pre­ parazione al prossimo Congresso na-

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zionale, pensiamo sia utile fornire al­ cune indicazioni metodologiche per lo svolgimento dei Congressi locali. Lo facciamo nella convinzione che ciò tor­ ni utile sia ai Consigli sia alle Società sportive, che, insieme, costituiscono l’ossatura dell’ASSOClAZIONE. È bene che i Congressi siano precedu­ ti da appositi incontri delle Società sportive o, soprattutto nei Consigli nu­ mericamente più rilevanti, da riunioni fra più Società. A nostro avviso, i Consigli locali de­ vono mettere in funzione tutte le lo­ ro risorse per coinvolgere effettiva­ mente le Società sportive nel dibattito congressuale. A loro volta i Consigli locali devono sentirsi parte non passi­ va nelle scelte dei Consigli regionali e nella determinazione delle linee pro­ grammatiche nazionali, che vincole­ ranno per il quadriennio l’intera As­ sociazione. 11 rinnovamento avverrà solo se ciascu­ no non delegherà i propri diritti, ma assumerà il proprio dovere di indicare nuove linee, verificandone costantemente la realizzazione.

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è sufficiente partecipare all’attività proposta, è indispensabile che le Socie­ tà mettano a disposizione persone che portino avanti il lavoro a cui sono chia­ mali i Consigli locali. Analogamente, i Consigli provinciali e circoscrizionali devono individuare al loro interno uomini e donne disponi­ bili ad impegnarsi in incarichi regionali e nazionali. A questo proposito va sot­ tolineato che tutta l’azione e l’anima­ zione associativa si basa esclusivamen­ te sull’apporto disinteressato del vo­ lontariato, non inteso, peraltro, come pressapochismo ed improvvisazione, ma come valore fondamentale ed irri­ nunciabile di libertà e partecipazione.

Tutte le Società sportive sono chiamate a far sentire la loro voce, siano esse af­ filiate, che hanno diritto di voto, sia­ no esse aderenti, alle quali l’attuale sta­ tuto non riconosce tale prerogativa. Anch’esse, d’altro canto, hanno di­ ritto di iniziativa e, quindi, possono contribuire all’elaborazione degli indi­ rizzi generali dell’Associazione, stu­ diando i contenuti ed i metodi dell’at­ tività.

I Congressi provinciali vanno effettuati dall’inizio del prossimo mese di mag­ gio e devono tenersi entro il 27 otto­ bre. Il termine ultimo è stato fissato te­ nendo conto che le proposte di modi­ fica dello Statuto devono essere comu­ nicate al Consiglio nazionale almeno 45 giorni prima dello svolgimento del Congresso nazionale (art. 144 R.O.). È bene chiarire che ai Congressi che si svolgeranno entro il 31 agosto posso­ no partecipare le Società iscritte per la stagione sportiva 1990/91; in questo caso il conteggio dei voti va effettuato sui dati del tesseramento relativo al-

l’anno 1989/90. Ai Congressi locali convocati in data successiva (dal 1 ° set­ tembre al 27 ottobre) la partecipazio­ ne è consentita alle Società che abbia­ no rinnovato la propria affiliazione o adesione nell’anno 1991/92; in questo caso il conteggio dei voti si effettua sui dati del tesseramento relativi all’anno 1990/91. Poiché hanno diritto di voto i presiden­ ti delle società affiliate alla data di con­ vocazione del Congresso (art. 8 dello Statato) e l’avviso di convocazione de­ ve essere inviato almeno 20 giorni pri­ ma della data fissata per la riunione (art. 26 del R.O.), è indispensabile che i Consigli che decidono di svolgere il proprio Congresso dopo il 31 agosto preavvertano con largo anticipo le So­ cietà al fine di consentire loro di rin­ novare la propria iscrizione per il nuo­ vo anno associativo. Particolare attenzione va dedicata an­ che nella sollecitazione a ricoprire in­ carichi associativi ai diversi livelli: non

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L’ultima annotazione riguarda il dirit­ to di tutti i soci di poter vivere i Con­ gressi ai vari livelli da autentici prota­ gonisti: ciò richiede l’impegno di cia­ scuno ad operare affinché tali momenti siano preparati adeguatamente. Non è sufficiente predisporre per tem­ po la relazione congressuale che svilup­ pi i temi principali del dibattito e che indichi le prospettive, ricercare una se­ de funzionale ed addobbarla per le grandi occasioni, individuare chi deve presiedere ed animare il Congresso o svolgere gli adempimenti relativi alla verifica poteri, al coordinamento del­ le Tnozioni ed agli adempimenti eletto­ rali, invitare le autorità civili e religio­ se ed i responsabili del mondo sporti­ vo e di quello cattolico ai quali appar­ teniamo: è indispensabile dare tutti in­ sieme il nostro apporto, tenendo con­ to che la creatività, la ricerca di nuove prospettive e l’attenzione ai problemi della gente hanno consentito al Centro Sportivo Italiano di essere una forza trainante e di riferimento. Siamo certi che questi valori caratte­ rizzeranno l’Associazione anche nel cammino che percorrerà nell’immedia­ to e prossimo futuro.

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I ragazzi italiani a «Giocasport '90»

NONSOLOCALCIO Anna De Laura 1 *■

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La temporanea interruzione della pub­ blicazione di Stadium non ci ha per­ messo di comunicare i risultati del con­ corso «GIOCASPORT '90-NONSOLOCALCIO» indetto col patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzio­ ne il 25 aprile scorso. Ma ora l’attesa è finita! Ricorderete certamente l’in­ confondibile emblema di Giocasport che più volte ha contrassegnato queste pagine e il successo «di critica e di pub­ blico» sia rispetto ai contenuti della manifestazione sia in riferimento al concorso che si proponeva di sensibi­ lizzare bambini e ragazzi sui problemi legati allo sport e di collocare l’allora attesissimo evento dei Mondiali nella sua più giusta dimensione di festa del­ le Nazioni. Ebbene, l’eco del concorso (che invi­ tava i bambini delle scuole elementari a spedire dei disegni sullo slogan «Dai colore al gioco e allo sport» e quelli delle scuole medie a inviare dei temi sotto forma di lettera a un «grande» del nostro tempo — uomo/donna — col titolo «Caro/a amico/a ti scrivo per dirti...») è risuonata come un tam­ tam per tutte le scuole italiane e ha fat­ to si che la sede nazionale del CSI fos­ se inondata di elaborati, tutti estremamente simpatici e coloratissimi. E ora un rapido bilancio nell’attesa di pubblicare sui prossimi numeri sia i di­ segni che i temi più belli; prima di tut­ to c’è da notare come sia stato molto forte il legame tra i temi e ciò che i ra­ gazzi quotidianamente sentono e vedo­ no magari in TV e che dimostra quan­ to siano sensibili e attenti alla vita as­ sociata; i «grandi» più gettonati sono stati Gorbaciov, Andreotti, Rita Levi Montalcini, Cossiga... ma non sono mancati destinatari meno conosciuti (ma non per questo meno significati­ vi) come il vescovo di Locri Antonio Ciliberti, il parroco del proprio paese, un amico handicappato...; e cosa chie­

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dono i nostri giovani amici? Maggior numero di spazi per praticare Io sport, un’attenzione costante alle differenze Nord/Sud perché si annullino, che si lotti contro il razzismo dilagante, che ci si sforzi di costruire la pace! Grandi speranze per i grandi cuori dei ragazzi che ancora una volta sopravan­ zano gli adulti in finezza d’animo, apertura mentale, senso civico. Ma anche i bambini delle elementari non sono stati da meno e hanno mo­ strato quanto istintivamente condivi­ dano la speranza di uno sport vissuto in pace, senza violenza, aperto a tutti, anche ai compagni meno fortunati col­ piti da handicap motori. Come si evince dai risultati cui le due commissioni preposte (composte la pri­ ma da una équipe di psicopedagogisti, maestre e un funzionario del Ministe­ ro della P.I. e la seconda da un team di qualificati insegnanti a cui va il no­ stro sincero ringraziamento) sono giunte dopo cinque mesi di lavoro, se STADIUM

opportunamente stimolati i ragazzi danno prova di grande maturità: lo sport, i Mondiali, il tifo corretto, l’in­ contro tra popoli diversi... tutto ciò li ha portati a una riflessione che era poi lo spirito e l’obiettivo del concorso e della collaborazione tra Ministero e CSI: una mentalità sportiva che vada controcorrente. E, come previsto dal bando di concor­ so, sono arrivati (ci auguriamo senza ritardi!) i premi destinati ai giovani partecipanti: ai migliori 50 disegni se­ lezionati tra gli oltre 2000 arrivati e ai 50 temi più interessanti tra gli oltre 1000 (e non necessariamente solo quelli grammaticalmente più corretti!) è sta­ to inviato uno zainetto colmo di gio­ chi da utilizzare con i compagni e gli amici; alle 10 scuole, invece, che han­ no inviato il maggior numero di elabo­ rati sono andati rispettivamente: tut­ to il necessario per l’organizzazione di percorsi attrezzati per le attività mo­ torie alle scuole elementari, un tavolo

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da ping-pong completo di racchette per ciascuna delle scuole medie. Questi istituti sono sparsi un po’ per tutta Italia: Roma, Sulmona, Rovigo, Fabriano, Palermo... a testimonianza della diffusione e del successo del con­ corso che ha visto la partecipazione di ben 350 scuole! Una precisazione. Tra tutti i mini­ capolavori pervenuti ce ne sono molti che a malincuore abbiamo dovuto escludere dalle selezioni o perché privi delle generalità dei piccoli artisti, o per­ ché fruito del lavoro di interi gruppi o perché un po’ fuori tema; ce n’è uno in particolare che ci ha colpiti: il lavo­ ro interdisciplinare di una scuola me­ dia di San Nicola di Bari sull’evento dei Mondiali di calcio, una sorta di li­ bro con tutte le informazioni sui Pae­ si ospitati, cenni di storia del calcio, notizie sugli interventi urbanistici, su

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LE DIECI SCUOLE SELEZIONATE PER AVER INVIATO IL MAGGIOR NUMERO DI ELABORATI • SCUOLE ELEMENTARI — 1) Scuola Elementare «Fratelli Cen i» via Vittorio Ve­ neto, 1-41015 Nonantola(MO);2) Scuola Elementare Parificata «Laetitia» via Fais, 15 - 09128 Cagliari; 3) Scuola Elementare «Istituto Nazareth» via S. Romualdo. 24 80131 Napoli; 4) Scuola Elementare «G. Gusmano» Direzione Didattica «F.P. Tesauro» Corso Umberto 1695-90010 Ficarazzi (PA); 5) Scuola Elementare «Collodi» via 13 luglio - 60044 Fabriano. • SCUOLE MEDIE — 6) Scuola Media Statale «Vigna Pia» via F.S. Benucci, 32 00149 Roma; 7) Scuola Media Statale «G. Mazara» annessa all'istituto d’Arte «G. Mazara» - 67039 Sulmona; 8) Scuola Media Statale «B. Croce» Corso Novara, 26 10152 Torino; 9) Scuola Media Statale «S. Gobatti» via Garibaldi - 45037 Melara (Ro­ vigo); 10) Scuola Media Statale «S. Quasi­ modo» via Napoli, 267 - 70123 Bari.

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come è stata messa in piedi l’organiz­ zazione... un lavoro notevole che dav­ vero meritava una menzione parti­ colare. E per salutare e ringraziare tutti colo­ ro che hanno partecipato, ci serviamo proprio delle rime che hanno compo­ sto gli alunni della III A e della III G di S. Nicola a prefazione del libretto: «Oh tifoso, tedesco o italiano, russo o americano, inglese o brasiliano lascia da parte bombe e manganelli, sta in pace con i tuoi fratelli. Tamburi, fanfare, festoni soltanto sia lo sport festa e incanto!»

...augurandoci che il futuro dello sport sia davvero questo.

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Un percorso sportivo per il 1991

LE FESTE NAZIONALI Marcello Tognoni

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Tutto è cominciato quando qualcuno ha pensato di promuovere fatti spor­ tivi capaci di allungare il naso oltre la pura competizione tecnica per andare ad esplorare territori che sembravano essere lontani mille e più miglia dal co­ mune sentire sportivo: le Feste dello sport del CSI stanno tutte qui. Non re­ sta che staccare il biglietto per gli ap­ puntamenti, nazionali ed internaziona­ li, del 1991 cominciando dal meeting invernale (sci, calcio a 5, campestre e tennis tavolo) a Pontedilegno-Tonale, passando per la Festa del 25 aprile (per i più giovani della prima e seconda fa­ scia), con una capatina a Duisburg (Germania) per un po’ di calcio euro­ peo, toccando Cesenatico per il mee­ ting estivo (atletica, nuoto, pallavolo, pallacanestro e — poteva mancare? — calcio) per arrivare all’appuntamento conclusivo della Campagna nazionale «La bicicletta». Naturalmente il piano nazionale prevede ancora i «liberi scambi interregionali» che costituisco­ no ormai una tappa sempre più vincen­ te del nostro cammino annuale. Il pacchetto non poteva essere più ric­ co, anche per i palati sempre più esigen­ ti delle nostre Società sportive, ed in grado di offrire un ventaglio assai ben articolato tanto da soddisfare l’attesa e giustificare la preparazione di quanti si accingono a partecipare. Attesa che sa di trovare, nelle Feste dello sport CSI, occasioni importanti di gara con la consapevolezza di stare insieme da amici per condividere i diversi momenti che, sia pure molto articolati, si pla­ smano in una unità che da il senso del tutto, appunto. Perché, se questa uni­ tà non ci fosse, non avrebbe mica sen­ so trovarci in tanti, con i disagi di lun­ ghi viaggi, per una semplice «festa».

Ma, alcuni chiederanno, cosa c’è, poi, in questo modo cosi poco tradizionale di vivere lo sport? Vediamo insieme i

punti che più riescono a dare il signi­ ficato alle Feste dello Sport: — il reciproco riconoscersi, accettarsi come protagonisti del medesimo avve­ nimento che è, per tutti, importante in modo da poter vivere con consapevo­ lezza il — momento sportivo per interpretare al meglio il proprio ruolo e manifestare la propria preparazione tecnica con se­ rietà ed impegno in un ambiente che ci ospita e che è bello — conoscere ed apprezzare coinvol­ gendo la gente in una esperienza di in­ contro con tante realtà che in quel con­ testo si sono date appuntamento anche per riflettere su

mivnì NAZIONALE • SPORTFESTA CSI ’91 Meeting invernale di SCI ALPINO, SCI NORDICO, CORSA CAM­ PESTRE, TENNISTAVOLO, CALCIO A 5 Pontedilegno-Val Camonica 20/24 marzo 1991 • SPORTFESTA CSI ’91 Meeting estivo di ATLETICA LEGGERA, CALCIO, NUOTO, PALLACANESTRO, PALLA­ VOLO Cesenatico-Cesena 19/23 giugno 1991 • FESTA NAZIONALE «GIOCASPORT» Decentrata e composita a livello provinciale il 25 aprile 1991 • CAMPAGNA NAZIONALE «LA BICICLETTA» Manifestazione unitaria di conclu­ sione il 28 settembre 1991

ATTIVITÀ INTERNAZIONALE FICEP • CALCIO: 8/12 maggio 1991 a Duisburg (Germania) STADIUM

— un filo conduttore di tutta la mani­ festazione capace di attirare l’attenzio­ ne su un tema che tocca la vita di cia­ scuno, capace, quindi di coinvolgere attivamente tutti e che può essere pro­ posto anche attraverso — momenti di gioco e ricreativi in gra­ do di suscitare interesse oltre che, na­ turalmente, svago. Scoprire con un grande gioco la realtà della città che ci ospita è, senza dubbio, una esperien­ za entusiasmante! Stare insieme ci por­ ta poi anche verso la — preghiera comune capace di strin­ gere ancora di più i partecipanti tra lo­ ro e con la chiesa locale che ci aiuta a costruire la nostra festa che trova la sua conclusione nello — scambio dei doni e dei segni che in­ sieme abbiamo avvertito e che ci ac­ compagneranno finché le nostre stra­ de non torneranno di nuovo ad incon­ trarsi. Capirete, allora, perché l’attesa delle Società sportive e dei Consigli è cosi vi­ va e carica di aspettative. Ore intense, segnate dal fervore dei preparativi, ac­ comunano gli operatori che si sobbar­ cano il peso di preparare la «spedizio­ ne» cercando di non dimenticare nul­ la e nulla lasciare al caso facendo i con­ ti con la concretezza delle possibilità tecniche ed umane che ognuno può mettere in campo. Perché farsi carico di una Festa dello Sport vuol dire par­ tire attrezzali non solo per la gara ma, soprattutto, in possesso di una dispo­ nibilità all’impegno non sempre facile da possedere e da suscitare nei prota­ gonisti di eventi sportivi. E facile, ora, tornare da dove siamo partiti: abbiamo in tasca il biglietto per andare verso una esperienza di impe­ gno per tornare a casa un po’ più di­ sponibili ad un servizio serio e vero. In questo cammino saremo in tanti, sa­ prai esserci anche tu?


TUTTOCSI CRONACHE/ESPERIENZE NATALE DI SOLIDARIETÀ' BERGAMO — Nell’imminenza delle festività natalizie, la Zona Laghi ha vis­ suto la propria serata di preghiera, di richiamo del valore della solidarietà, di amicizia nel bellissimo salone polifun­ zionale dell’oratorio di Eupilio dove, tutti comodi e seduti, oltre 400 atleti con i rispettivi dirigenti, hanno preso parte alla serata gestita con molto impegno dalla comunità oratoriana di Eupilio, guidata dal dinamico Parroco Padre Se­ bastiano Dutto. E così tutti, con proprio foglietto in ma­ no, attenti agli imput che padre Seba­ stiano proponeva, si è pregato, si sono richiamati i valori cristiani della solida­ rietà, si sono ascoltate con attenzione le parole del Responsabile della Zona Enrico Demaldé e del presidente provin­ ciale Vannucci che richiamavano i va­ lori dell’amicizia e dell’accoglienza che fanno parte del solido bagaglio cultu­ rale ed ideale del Centro Sportivo Ita­ liano; si sono ascoltate le testimonian­ ze degli animatori del Centro di acco­ glienza immigrati extracomunitari orga­ nizzato dai Missionari di Severa. Si è accolto con molta simpatia un gio­ vane marocchino che, da due mesi in Italia, faticava molto ad esprimere il proprio saluto ed il proprio augurio. «Ciao tati!» ha concluso alla fine e sa­ rebbe già bastato: era nel clima dell’ac­ coglienza e dell’amicizia. Ed i rappre­ sentanti di ogni Società hanno deposto in apposito raccoglitore quanto in pre­ cedenza raccolto nel proprio gruppo, frutto dei piccoli e grandi sacrifici che ogni ragazzo aveva fatto raccogliendo il messaggio «Dai una mano al fratello che soffre»: la somma complessiva che sarà stata raccolta nei vari incontri «Na­ tale Csi» sarà divisa in 3 parti uguali e versata all’istituto di Severa, alla comu­ nità di Villa Perego a Merate ed alla Caritas Decanale di Lecco. E poi, infine, ancora comodamente se­ duti e con gli animatori dell’Oratorio di Eupilio a girare pazientemente con ca­ paci vassoi, una fetta di panettone e di torta ed un bicchiere di bibita per tutti: Auguri e Festa, Buon Natale, auguri co­ rali ed auguri ripetuti senza noia tante e tante volte perché ti trovavi circondato da tanti amici, vecchi e nuovi, e volevi, sentivi il bisogno di salutarli tutti, di dire a tutti «vogliamoci bene»; nel tornare a casa ti spiegavi perché tanta voglia di auguri, di saluti, di strette di mano: ti accorgevi che Eupilio ti aveva ingran­ dito nel cuore neU’angolino dedicato al­ l’amicizia, all’amore del prossimo. Gra­ zie Eupilio!

LA FORMAZIONE DEGLI ANIMATORI SPORTIVI PORDENONE — Si è recentemente svolto il Corso residenziale per animatori sportivi e dirigenti, giunto quest’anno alla terza edizione. I precedenti Corsi erano stati dedicati nel 1988 agli allenatori sportivi di terza fascia, nel 1989 a quelli di seconda fascia. Quest'anno la scelta del Consiglio provin­ ciale è stata a favore della formazione di ani-

matori sportivi, importanti per la crescita di società e gruppi sportivi, specie sul piano della costruzione non solo fisica ma anche associativa. Sono stati trattati temi inerenti la psico-motricità nei giovanissimi, l’educazione fisico­ sportiva attraverso il gioco, e l'avviamento allo sport. A fine corso si è convenuto di ritrovarsi du­ rante l’annata sportiva, per approfondire al­ cune tematiche e confrontare le reciproche esperienze.

25 EDUCARE ATTRAVERSO LO SPORT FELTRE — Alla presenza di don Gandolfo, consulente ecclesiastico nazionale, il CSI fel­ trino ha presentato ai sacerdoti della dioce­ si il Progetto Giovani, attraverso il quale pro­ pone un confronto ed una proposta di lavo­ ro comune con le altre agenzie educative operanti sul territorio. Don Gandolfo ha intrattenuto i sacerdoti sul tema -educare attraverso lo sport», che l'Associazione si propone attraverso un progetto STADIUM

di lavoro fondato sulla concezione dello sport inteso come strumento di promozione uma­ na. A questo fine ha individuato tipi e mo­ delli di attività sportiva adatti alle varie fa­ sce di età dei praticanti. Tale progetto, per avere successo dovrà av­ valersi dell’apporto di operatori sì volontari, ma che siano anche fare affidamento su di un certo tipo di ambiente — la società spor­ tiva — idoneo all’animazione ed alla veicolazione dei valori. In più dovrà avvalersi di operatori competenti sul piano dell’educa­ zione e dell’animazione.


TUTTOCSI CRONACHE/ESPERIENZE A ENDINE GAIANO CON ARBiTRB E GBUDICB

NATALE SOTT'ACQUA CASSINO — Cielo sereno, aria tiepida ed acque limpide: così si presentava la giorna­ ta scelta dal CSI Cassino per celebrare il «Natale Sott’Acqua» nel lago di Posta Fibreno. Si sarebbe pensato ad una tiepida giornata primaverile, se non ci fosse stato al centro dello spiazzo che dà sul lago un piccolo Pre­ sepe di acciaio inox. Ed è stato appunto per deporre questo Presepe in fondo al lago che si sono dati appuntamento venti sommoz­ zatori, accompagnati dalle rispettive fami­ glie. All'incontro erano presenti gruppi sub di Cassino e Prosinone, oltre a due ragaz­ ze membri della Commissione Nuoto e Sub (Fabiola Arti e Roberta Faiola) che si sono assunte il compito di deporre il presepe in fondo al lago. Ecco il racconto delle due sommozzatrici, non appena si sono immer­ se nelle acque non fredde del lago. ...«Quindi, aH’immersione al centro dello specchio d'acqua dove si trova il Cristo del lago. Uno spettacolo fantastico si apre ai nostri occhi: una fossa enorme di circa 100 metri di diametro, tappezzata di alghe sul fondo, come un morbido prato, che ai lati proten­ dono la loro forma sinuosa come cascate verdi verso l’alto. La fantasia non può con­ cepire certi spettacoli, se non si vedono al­ meno una volta nella vita. L’attenzione viene poi catalizzata dal pun­ to più profondo della fossa, dove c’è il Cri­ sto del lago. È una grande Croce in ottone con la figura umana stilizzata in acciaio inox, che con le sue grandi braccia aperte sem­ bra voler proteggere chiunque Le rivolga lo sguardo ed il pensiero. Nonostante la profondità si distingue chia­ ramente, tanto l’acqua è limpida. Intanto il

IN UN QUARTIERE DI PERIFERIA

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UDINE — Far parte dell'associazionismo dalla dimensione nazionale aiuta a non ri­ manere prigionieri di orizzonti culturali e or­ ganizzativi limitati. Il Centro culturale ricreativo e sportivo Udi­ ne Nord-Ovest è una realtà operante nel­ l’ambito del CSI nel cui progetto associati­ vo si riconosce. Il gruppo, che ha 14 anni di vita, si è messo su questa impegnativa strada cercando rap­ porti con le istituzioni pubbliche per solleci­ tarle a realizzare le condizioni favorevoli al­ lo sviluppo delle pratiche ludico-motorie e sportive delle diverse fascie di età con un’a­ deguata impiantistica e con sostegni di va­ ria natura. Sollecitazioni che non sempre so­ no state accolte, forse per la scarsa consi­ derazione del valore delle attività di base. Si sono cercate, pure, convergenze su un problema comune con altri gruppi e socie­ tà, presenti nel territorio delI’VIII Circoscri­

gruppo di sub si è fermato e tra il luccichio dei bianchi scarichi dell’aria, deposita il Pre­ sepe sul fondo, dove era già stata prepara­ ta una base per accoglierlo. I sub vi si di­ spongono intorno in cerchio e pregano. Do­ po il cerchio si scioglie e le coppie di som­ mozzatori se ne vanno a spasso per il fon­ dale. È bellissimo lo spettacolo di questi uo­ mini senza peso che compiono evoluzioni strane, grandi ruote all’indietro o in avanti, discese alla paracadutista dalla superficie al fondo, risalite rapide col giubbetto idro­ statico (GAV) facendo lo stop a tre metri dalla superficie ed infine la respirazione in cop­ pia con un solo erogatore, simulando una situazione di emergenza. Tra il fitto lampeggiare dei flash, che illumi­ nano scene stupende, il nostro sguardo si è perso. Sono trascorsi circa 30 minuti, la nostra fantasia si è appagata in questo sce­ nario surreale. Poi, brividi di freddo intenso ci riportano alla realtà». zione, concorrendo alla costituzione del «Co­ mitato Parco del Cormòrche, riproponendo all’ente locale il recupero di queirimportante ambito naturalistico da rendere facilmente fruibile per la popolazione della città, è riu­ scito a organizzare nel contempo convegni e dibattiti su questo tema specifico collegan­ doli all’organizzazione della Marcia del Cormór svoltasi a fine primavera lungo il tratto udinese del torrente. Inoltre, sono stati assunti impegni di colla­ borazione periodica con la Scuola elemen­ tare S. Domenico per sostenere attività mo­ torie infantili necessitanti di un clima ludico intorno al movimento. Tali iniziative, che si svolgono ormai da molti anni, si concludo­ no con i Giochi di Primavera proposti a tutti gli alunni di quella sede con una varietà di soluzioni. Anche all'arcipelago degli anziani, presen­ ti in numero considerevole nel territorio, è stata presentata attenzione interessandoli con appuntamenti periodici capaci di stimo­ lare l'aggregazione e di consolidare i rap­ porti.

STADIUM

CR LOMBARDIA — Già da tempo il Consi­ glio Regionale della Lombardia è sempre più conscio che per poter avere un’Associazione migliore e al passo coi tempi, deve con­ tinuare la formazione dei suoi operatori. In quest’ottica e con alle spalle un’esperien­ za ormai collaudata da tempo, il Consiglio Regionale ha organizzato ad Endine Gala­ no, paese della Valcavallina, un fine setti­ mana per Arbitri e Giudici di gara di diverse discipline sportive, con il seguente tema: Pu­ nire per educare / Educare non punire. All’inizio dei lavori l’intervento di Don Euge­ nio Mondini di Cremona sviluppa esposizioni e riflessioni storiche di vita cristiana, le con­ fronta con l'attuale stile di vita e suggerisce di affrontare il compito dell’educatore con impegno e costanza, e conclude poi la re­ lazione con due citazioni: «L’amore nei con­ fronti di una persona deve arrivare sino a correggere» e di «Acquisire le capacità di servire la crescita degli altri». Il secondo intervento è del sociologo Cesa­ re Martino. La sua relazione evidenzia l’im­ portanza che assume per un arbitro il saper «punire» e «giudicare», tenendo conto delle difficoltà che nascono a stabilire delle regole; occorre «reprimere» la cultura della «furbi­ zia», diventata una norma di vita quotidia­ na: classico è l’apprezzamento del tifoso quando un suo beniamino commette furbe­ scamente una scorrettezza. Il sociologo trova molta attenzione dall'as­ semblea con una esposizione volutamente provocatoria, le argomentazioni si sviluppa­ no in un contesto generale e riguardano: la cultura della giustizia che non esiste più, la legge che è umiliata ed anche dall’autorità che è da recuperare. La relazione conclusiva è dello psicologo Ca­ stelli, che inizia ponendo subito in risalto il concetto che «Punire significa anche porre dei limiti»; senza far danno e senza violen­ za «si punisce educando»; continua con una nota personale, ricordando di aver fatto parte di una società sportiva e aggiunge che l’e­ sperienza passata gli è da stimolo per ap­ profondire con più entusiasmo il tema della relazione. Come psicologo si sofferma sul «comporta­ mento dell'arbitro», infatti sguardi e gesti ma­ nifestano sopportazione o compiacimento, perciò è un fatto positivo fare attenzione a come si agisce. La giornata è proseguita con attività sporti­ ve. Paradossalmente forse proprio il nume­ ro non elevato dei presenti, ha finito per con­ tribuire al buon esito delle partite di calcio e di pallavolo. La domenica mattina, in gruppi di lavoro, si approfondisce il tema delle relazioni e susseguentemente per una sintesi assemblea­ re, si è nuovamente assieme ad ascoltare quanto emerso da ognuno.


TUTTOCSI CRONACHE/ESPERIENZE CONFERENZA REGIONALE DI ORGANIZZAZIONE

LIBERO SCAMBIO PALERMO — A conclusione del Libero Scambio di quarta fascia svoltosi a Monrea­ le, gli atleti della società sportiva «Primula» di Acireale hanno svolto una piccola inchie­ sta per conoscere il parere dei partecipan­ ti. Ecco la loro diretta testimonianza. • Maurizio, Piero, Marzia «Siamo alla pri­ ma esperienza, è stata molto bella la festa dell’accoglienza; ospitale il gruppo di Acireale». • Fabio, Rosalinda, Simona, Massimo «La parola magica è stata l’amicizia. Tre giorni sono stati pochi ma, abbiamo conosciuto il vero significato dello Sport».

• Salvo, Fabrizio, Piero «Più volte abbia­ mo partecipato alle feste nazionali e regio­ nali del CSI. Ma questa volta c'è stata un’at­ mosfera diversa. Più familiarità, più collaborazione, perché eravamo noi stessi i veri pro­ tagonisti della Festa; noi con le nostre can­ zoni, le nostre parodie, la «Primula Dance», i giochi in piscina, le gare sportive, il cuci­ nare. Bellissimo il Camping nel verde». • Rossella «Esistono ancora valori umani quali l'ospitalità e la solidarietà; questi giorni ci lasciano grandi ricordi e queste esperien­ ze ci aiutano a vivere e a “credere” ancora». • Alessandro «Solidarietà, amicizia, parole che di solito rimangono frutto di retorica, in questa occasione hanno preso corpo per con­ cretizzarsi in realtà palpabili».

ru COSENZA — Ha avuto luogo nei pressi di Cosenza, e precisamente a Camigliatello Sila­ no, il primo Corso residenziale per animatori della prima e seconda fascia. Al Corso, orga­ nizzato dall’équipe della Formazione del CSI cosentino, hanno preso parte circa cinquan­ ta partecipanti. STADIUM

CR TOSCANA — Nel dicembre scorso ha avuto luogo la Conferenza regionale di or­ ganizzazione tenuta dal Consiglio toscano del CSI. Durante l'incontro sono stati affrontati pro­ blemi associativi che interessano i singoli consigli locali, allo scopo di dare uniformità e unitarietà all’attività svolta. Dopo una breve relazione introduttiva del presidente regio­ nale Carlo Grassi, sono stati costituiti tre gruppi di studio che, sulla base di tracce di lavoro predisposte dalla Presidenza regio­ nale, hanno dibattuto ed approfondito le va­ rie problematiche, ciascuno nel proprio am­ bito di competenza. La conferenza è terminata con la lettura del­ le conclusioni da parte dei singoli gruppi sui seguenti temi: azione politica e stampa; at­ tività sportiva e di formazione; amministra­ zione, organizzazione e responsabilità del­ la segreteria.

PROGETTO CARCERI VERONA — Si è da poco conclusa l’espe­ rienza di Carcere e Scuola 1990. Ad onta delle inconsistenti forze messe in campo dal CSI di Verona, questa edizione non solo è stata la migliore di quelle fin qui svolte ma ha anche messo solide radici per degli sviluppi futuri. Ben otto scuole hanno partecipato all'inizia­ tiva, che ha avuto il riconoscimento del Pro­ getto Giovani del Comune di Verona ed è stata presentata in una apprezzata conferen­ za stampa. In tutto 14 incontri in cui i veri protagonisti sono stati i ragazzi: questi ragazzi, troppo spesso criticati ma quasi mai veramente amati; troppo educati all'effimero e caduco e quasi mai a quelli che vengono, e non a torto, definiti valori universali; troppo spes­ so utilizzati e quasi mai responsabilizzati per­ ché ritenuti immaturi; si sono il più delle volte distinti per la loro umana sensibilità. Un’esperienza che per molti versi li ha toc­ cati e che «speriamo» abbia lasciato una traccia nella loro coscienza. È stata la prima volta della Provincia con l’ITC di S. Pietro Incariano che, battendo tutti sul tempo, è stato anche il primo che è «ri­ tornato» nello stesso anno scolastico. Bra­ vo al preside prof. Mirabello, alla cara prof. Fabbiani ed un grande abbraccio alle ragazze. È stata anche la prima volta di quella che chiamiamo esperienza globale: prima in car­ cere (chi può) e poi a scuola per tutti in as­ semblea. L’abbiamo effettuata con il CFP Stimmatini, cui va il merito di aver saputo accogliere nella sua aula magna, alla pre­ senza di allievi e corpo docente, anche un detenuto in regime di semilibertà che nar­ rava la sua esperienza.

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TELEFAX

SPORT, NON PER TUTTI GLI USI

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Il grande pentito del doping, Ben Johnson, è tornato in pi­ sta dopo due anni di squalifi­ ca. II suo caso ha avuto alme­ no un risvolto positivo: ha aperto le prime crepe nel mu­ ro di silenzio che circondava rargomento doping. Prima di Johnson il doping era un po’ come l’araba fenice di cui si canta nel mozartiano «Cosi fan tutte»: «Che vi sia cia­ scun lo dice, dove sia nessun lo sa». Dopo la revoca della medaglia olimpica vinta a Seul dal velo­ cista canadese, per nessuno è stato più possibile negare e la lotta al doping ha acquistato finalmente connotazioni più concrete. Il vento di verità che successivamente ha preso a spi­ rare nei laboratori di medicina sportiva della Germania Est, portando a clamorose confes­ sioni, ha spinto ancor più in questa direzione. La lotta al doping come impe­ gno primario per lo sport di domani non dovrebbe però prescindere — come purtrop­ po si tende a fare — da una se­ ria riflessione sui motivi che hanno guidato l’escalation del doping. Solo comprendendo le cause che stanno a monte di un fenomeno diviene possibile controllarne le dinamiche. Pre­ scindere dalle cause del do­ ping, limitandosi a più severe norme di controllo, significa soltanto avere in futuro un do­ ping diverso, probabilmente meno appariscente ma proprio per questo più insidioso. Una riflessione su questo argo­ mento è apparsa su IIMessag-

gero a firma di Sandro Aqua­ ri, grande esperto dell’atletica leggera non soltanto di casa nostra. «Le cause dell’escalation — ha scritto Aquari nella parte cen­ trale del suo articolo — ap­ paiono piuttosto ovvie: perché se è vero che il doping fa parte della natura umana, della sua avidità di primeggiare ad ogni costo, anche frantumando qualsiasi etica sportiva, è vero che da quanto lo sport è diven­ tato un’impresa, un business, un fenomeno con basi fonda­ mentalmente economiche è stato molto semplice trovare gli alibi giusti per ingoiare pa­ stiglie di ormoni anabolizzanti o di stimolanti, o praticarsi iniezioni di testosterone o di Hgh, la famosa somatotropina od ormone della crescila oppure, tanto per rimanere agli

ultimi ritrovati, di gonadotropina, l’ormone umano prodot­ to dalla placenta delle donne incinte e che ha la proprietà di favorire la secrezione del testo­ sterone. Lo spor di vertice è di­ ventato spettacolo e dietro le quinte di qualsiasi spettacolo ci si bacia, con molta ipocrisia, solo quando tutto è finito: la guerra è il sistema più spiccio per trasmettere una cultura, ha detto qualcuno, e se debbo batterti perché dalla mia vitto­ ria dipende spesso la mia so­ pravvivenza sportiva, sociale, economica, sono in guerra con te c quindi trasmetto cultura, che spesso, nel caso del do­ ping, è anche una cultura che vive sull’illusione di poter vin­ cere solo grazie ad una pasti­ glia. «Ma c’è stata nella decade tra­ scorsa un momento che forse ha segnato l’attimo di abbat­ timento di ogni barriera mora­ le: i Giochi olimpici di Los An­ geles. Boicottati dai Paesi so­ cialisti (Romania a parte), che

da sempre avevano considera­ to il doping come un vero e proprio supporto di Stato, i Giochi sono sembrati a troppi, anche per gli interessi commer­ ciali che hanno smosso (in par­ ticolare a favore degli atleti americani), una passerella fin troppo obbligata. Inoltre, ne­ gli Usa, ma non solo lì, già sta­ va prosperando un fenomeno che con lo sport ha poco da spartire ma che sullo sport è andato a incidere: il culto del corpo. Chi si voleva asciutto, snello, tonico, resistente, ha preferito correre o pedalare, ma chi ha creduto che musco­ lo è bello perché ConadSchwarzenegger e Rambo-Stallone sono i simboli di campio­ ni per tutti gli usi, non ha avu­ to timori ad afferrare bilanceri, ma soprattutto ad ingoiare pillole di steroidi come fosse­ ro noccioline. In America so­ no arrivati i numeri verdi: ba­ stava telefonare per avere con­ sigli su quali prodotti assume­ re e come assumerli oppure, se c’era di mezzo qualche compe­ tizione, addirittura come drib­ blare i controlli antidoping. Non è diventato proprio un bcst-sellers ma sicuramente ha avuto un successo di diffusio­ ne, seppur clandestina, un li­ bro intitolato How to beat thè test’book (Come battere il test antidoping). «Da Los Angeles e fino a Seul: quattro anni neri che forse an­ drebbero riscritti, come riscritti andrebbero molti risultati del­ l’atletica o del nuoto o di altri sport dove il punto di riferi­ mento è anche il cronometro o il metro...».

A.D.P.

STADIUM


I LIBRI

MEDICINA

LA FATICA MUSCOLARE Per un atleta la comparsa del­ la fatica muscolare è la fine della prestazione con un au­ mento del rischio di traumi. Si è sempre ipotizzato che la causa potesse essere una eleva­ ta concentrazione di acido lat­ tico nel muscolo. Tuttavia ancora a distanza di oltre 100 anni, non esistono prove certe che dimostrino un rapporto diretto di causa ed effetto. Il meccanismo è ancora miste­ rioso e sembra essere una com­ plessa serie di interazioni che hanno un’influenza variabile sullo sviluppo della fatica a se­ conda della natura del lavoro svolto. Forse lo possiamo considera­ re un meccanismo di protezio­ ne contro un irreversibile dan­ no muscolare. L’allenamento di lunga dura­ ta favorisce un ritardo dell’ini­ zio della fatica e attraverso una serie di eventi; per esempio au­ mentando la capacità tampo­ ne dello ione idrogeno, elevan­ do la concentrazione di glico­ geno, aumentando l’utilizza­ zione degli acidi grassi liberi dal tessuto adiposo o dimi­ nuendo il livello di ammonia­ ca ematica. Ma quale di questi eventi con­ tribuisce a ritardare l’affatica­ mento muscolare? Biochimicamente, vi è un equilibrio tra energia necessaria per mante­ nere un dato livello di presta­ zione e apporto di energia del­ le fibre muscolari impegnate. Qualunque evento che interfe­ risca con questo equilibrio por­ ta allo sviluppo di fatica. Ci so­ no prove che dimostrano come l’inizio dell’affaticamento è

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correlato ad una riduzione del­ le riserve intramuscolari di gli­ cogeno, o ad un aumento del­ la concentrazione di ione idro­ geno (diminuzione del PH) creato dalla dissociazione di acido lattico in lattato e ione idrogeno. È stato osservato inoltre un au­ mento cellulare delle concen­ trazioni degli ioni serici (calcio, sodio) oltre agli enzimi musco­ lari (CPK, LDH e ASPARTATO-AM1NOTRANSFERASl). La perdita di enzimi portereb­ be ad una diminuzione della capacità della fibra muscolare di fornire l’energia necessaria alla contrazione. Queste alterazioni unitamente all’acqua perduta con il sudo­ re potrebbero far insorgere una fatica muscolare. Un altro meccanismo ipotizza­ to per esercizi di durata breve e di elevata intensità, è una deplezione delle riserve di ATP e di Fosfocreatina (CP). Solo il futuro potrà dirci con chiarez­ za quale è la causa di tale fe­ nomeno. Oggi accontentiamoci di rile­ varne i segni al loro insorgere, ricordando che la fatica è ge­ neralmente definita come una transitoria perdita di capacità di lavoro, causata da una atti­ vità fisica precedente. Essa limita la performance producendo un generale senso di malessere e un senso di fru­ strazione che può interferire con il benessere dell’atleta.

Antonio Spataro

ri

MAL DI STADIO. STORIA DEL TIFO E DELLA PASSIONE PER IL CALCIO Giorgio Trioni, Edizioni As­ sociate, Roma 1990, pp. 238, L. 18.000.

Contemporaneamente al Cam­ pionato mondiale di calcio il 1990 ci ha portato una quanti­ tà di libri sullo sport del pallo­ ne. Per fortuna l’occasione è stata colta per dare alle stam­ pe non solo testi celebrativi, ma anche contributi di un cer­ to spessore culturale. Proprio alla luce di uno di questi volu­ mi, opera di A. Dal Lago, su questo stesso numero di Sta­ dia in abbiamo dedicato un po’ di spazio ad una particolare analisi del tifo calcistico. Quando il lavoro era ormai terminato ci è stato segnalato quest'altro testo, che in gran parte affronta lo stesso argo­ mento. Lo segnaliamo volen­ tieri, nella certezza che una sua eventuale lettura permettereb­ be agli amici di Stadium un

STADIUM

maggiore approfondimento del tema. Il lavoro di Triani, oltre ad analizzare i comportamenti del tifoso contemporaneo nelle lo­ ro motivazioni e nelle loro di­ namiche, si apre a più ampio panorama, ricostruendo l’evol­ versi del tifo — tra storia e cro­ naca — dagli albori del calcio ai nostri giorni. Ed è senza dubbio interessante porre a confronto, ad esempio, il mo­ do di far tifo all’epoca di Meazza e Piola e quello che contraddistingue il fan di Sag­ gio e Vialli. Altrettanto interes­ sante può essere il confronto tra torcida brasiliana, hooligans inglesi e ultrà nostrani. Nell’insieme, inoltre, questo Mal di stadio si presenta più discorsivo e più aneddotico ri­ spetto ai similari studi sul cal­ cio, pregio che indubbiamen­ te lo rende appetibile anche per il semplice appassionato che non se la senta di complicarsi la vita con i complessi schemi e le terminologie cari ai so­ ciologi.

CATENACCIO & CONTROPIEDE Autori Vari, Ed. Antonio Pellicani, Roma 1 990, pp.

160, L. 25.000. Antonio Pellicani è l'editore che ormai da cinque anni rega­ la allo sport italiano quella splendida rivista dall’insolito nome Lancillotto e Nausica, sofisticato trimestrale di criti­ ca e storia dello sport che fi(segue a pag. 30)

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IL FILM

(segue da pag. 29)

«IL TÈ NEL DESERTO» di Bernardo Bertolucci A pochi anni di distanza dal successo de «L’ultimo impera­ tore», sancito dall’assegnazio­ ne di numerosi premi Oscar, Bertolucci trasporta il grande schermo nel deserto di occupa­ zione francese del secondo do­ poguerra. Tratto daH’omonimo romanzo di Paul Bowles, «Il tè nel de­ serto» è la storia di una giova­ ne coppia (Kit e Port) e di un loro amico (Tanner), attratto daH’affascinante quanto incer­ ta Kit, che, alla ricerca dei ri­ spettivi destini nell’Africa del Nord, si trovano a fronteggia­ re sentimenti spesso inaspettati e contraddittori. Sullo sfondo di un frenetico e scomodo vagare di paese in paese nel mezzo del paesaggio desertico, Kit, Port e Tanner si concedono, infatti, esperienze diverse c reciproche giustifica­ zioni di comportamenti insoli­ ti, come se i luoghi costringes­ sero le anime a muoversi al rit­ mo dei loro corpi. Ma lo smarrimento provato di fronte all’immenso spettacolo del deserto, nel quale i protagonisti navigano più soli del2/1 l’apparenza, viene integrato anche da un senso di vuoto fi­ sico causato dalla malattia che conduce Port alla morte e Kit alla successiva unione con un gruppo di Tuareg, il cui capo ne diverrà l’amante. Cosi, l’apparente immobilità del deserto maschera l’abban­ dono dello spirito a nuove pas­ sioni, consumate con il distac­ co di chi avverte nel profondo le sensazioni suscitate dall’ine­ guagliabile contatto tra l’uomo e una natura che lo rappreseti-

la e che lo obbliga a scrutare nel proprio intimo. Pur aiutata in questo dalla fo­ tografia di Vittorio Storaro (premio Oscar ne «L’ultimo imperatore») e da una buona interpretazione di Debra Winger e John Malkovich (l’intri­ gante dongiovanni de «Le rela­ zioni pericolose»), la realizza­ zione cinematografica di un soggetto comunque valido, ap­ pare, a tratti, priva dei conno­ tati caratteristici a cui Bertoluc­ ci ha abituato il suo pubblico. Un coinvolgimento emotivo che tarda a presentarsi e, a vol­ te, la difficile percezione del reale stato d’animo dei prota­ gonisti, riducono «11 tè nel de­ serto» ad un affascinante ap­ parato scenografico che mira a colpire, in maggior misura, la capacità visiva dello spetta­ tore, facendo affidamento su inconsueti scenari; la ricerca e l’ambiguità dei rispettivi desti­ ni individuali, di conseguenza, suscitano raramente la neces­ saria condivisione del dramma da parte dello spettatore.

Ciononostante, l’incerta posi­ zione da assumere nei confron­ ti di un travaglio intimo in con­ tinua espansione e il totale sta­ to di solitudine, interrotto sol­ tanto dall’osservazione di se stessi, in cui anche la memoria appare di scarsa rilevanza, co­ stituiscono i due elementi chia­ ve del lavoro di Bertolucci, le­ gati a quel senso non comune della vita rappresentato dal «viaggio» alla ricerca di una propria dimensione di uomo. Se in questo viaggio, il regista abbia dovuto affrontare osta­ coli diversi rispetto ad opere precedenti, in quanto diverso il profilo umano del suo film, ciò non riduce la portata del suo cinema; pur non in presen­ za di un capolavoro, come «Novecento» o come «L’ulti­ mo imperatore», il piu contro­ verso regista italiano contem­ poraneo merita ancora una partecipata attenzione.

Paolo Liberati

nalmente strappa la materia sportiva al vano blà-blà. Collaboratori di Lancillotto e Nausica sono molti degli autori che hanno collaborato alla ste­ sura di questo piccolo volume, che raccoglie una serie di sag­ gi sul football italiano. Anche qui, come nel caso della rivi­ sta, l’impegno culturale è no­ tevole. L’intento, anzi, è quel­ lo di colmare almeno in parte la lacuna di informazioni che contraddistingue in Italia il fe­ nomeno calcio. Pur avendo contrassegnato gli ultimi centocinquant’anni della nostra vita sociale con complessi in­ trecci e talvolta con straordina­ ri influssi — spiega nella Pre­ fazione Folco Portinari — il calcio ha continuato ad essere per gli studiosi accademici una «strana cosa», un oggetto tra­ scurato, indegno di attenzione. Catenaccio & contropiede vuol essere appunto una provoca­ zione, un invito alle istituzio­ ni accademiche e no affinché finalmente approfondiscano anche la realtà del calcio nei suoi mille risvolti. I dodici interventi raccolti nel volumetto esaminano tre aspetti essenziali del calcio ita­ liano: l’economia del sistema, il rapporto con i mass-media, la fenomenologia del tifo. Che non si tratti di un approccio superficiale e qualunquistico all’argomento è evidente nel­ l’intervento di Sergio Giuntini su II sottosuolo dei dilettanti, lì dove si indica come possibi­ le percorso per il calcio ama­ tori nazionale quello compiu­ to dal CSI, con il suo progetto «diverso» di sport educativo e la sua ricerca «diversa» di.un più aggiornato iter di giustizia sportiva. A sottolineare la possibilità e la necessità di un approccio «serio» al tema sportivo, alcu­ ni interventi recano a mo’ di conclusione bibliografie e ap­ parati di note. a cura

di Andrea De Pascalis STADIUM


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SPCWSOaETA'

Domenico Volpi

GLI EMERGENTI

Problemi emergenti, nazioni emergenti, settori emergenti: l’aggettivo è di moda, usato a proposito e a sproposito. Le na­ zioni emergenti sono spesso quelle che vanno a fondo, i problemi emergenti non riescono a venire a galla. Ma tra i settori sportivi emergenti, chi potrebbe dubita­ re che vi sia il nuoto? I nostri nuotatori sono emersi benissimo agli antipodi e in Australia hanno con­ quistato una quantità di medaglie e una qualità mai vista, compreso quell’oro che mancava al settore maschile. Lamberti e Batlistelli su tutti con grinta, classe e dura fatica, contro avversari di gran classe, e perciò più meritevoli. A Perth, l’Italia ha vinto anche un 'altra gara: quella per aggiudicarsi i campiona­ ti mondiali di nuoto del 1994, a Roma. Le motivazioni dicono che abbiamo eccellen­ ti impianti concentrati in una soia zona, al Foro Italico, e che abbiamo già ben orga­ nizzato la Coppa Internazionale lo scorso anno. Ma le Federazioni estere, votando per noi, avranno considerato l’italica virtù di reggersi a galla in tutte le situazioni, di navigare in acque difficili, di trovarsi spes­ so in un mare di guai. Se poi vi siano stati altri motivi, ...acqua in bocca!

BABY RECORD A 12 anni, l’emergente cinesino Mingxia Fu ha conquistato l’oro mondiale nei tuf­ fi dalla piattaforma. D'ora in poi, però, l’età minima per partecipare a gare inter­ nazionali sarà spostata a 14 anni: per for­ tuna, perché saremmo preoccupati da una gara alla medaglia «più bambina». Così, il primato di Mingxia Fu è inattac­ cabile. La piccola campionessa (in 1,48; kg 41) ha detto che a 8 anni fu scartata dai dirigenti della ginnastica perché, se­ condo loro, era «troppo vecchia». Bam­ bini nello sport: sembra bello, ma quan­ ti allenamenti lunghissimi, quanti giochi perduti, quanti amici lasciati, quante il­ lusioni premature, quante strumentaliz­ zazioni. Non sono questioni cinesi: ri­ guardano anche noi.

DIVORZIO PER CONTRATTO Dopo l’invenzione del film «Divorzio all'italiana», arriva la realtà del «divorzio alla sportiva». Flura Bulatova, ventiset­ tenne campionessa di ping-pong, ha spo­ sato un cittadino italiano solo per poter giocare in una nostra squadra, poi ha la­ sciato il marito consenziente e ha formato coppia con il tecnico Dobrovoski. La pal­ lavolista polacca Hanyzewska si è spo­ sata con un italiano sconosciuto per avere il nulla osta dalla sua federazione, poi ha iniziato le pratiche di divorzio per spo­ sare l’uomo che ama. Leggi assurde, e mezzucci che con lo sport non hanno nul­ la a che fare.

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COSECOSI'

NEUROCALCIO Nevrosi calcistica a tutti i livelli. Il catti­ vo esempio viene spesso da professioni­ sti superpagati che fingono falli o reci­ tano la parte di suscettibili «primedon­ ne»: ecco Giordano dell’Ascoli, che tro­ va «ingiusto» dover uscire dal campo... a 4 minuti dalla fine, e per questo tuona contro dirigenti ed allenatore, rovinan­ do i rapporti con la squadra. Un allena­ tore, divenuto radiocronista grazie alla loquela toscana, critica il gioco di una squadra, il direttore generale di questa ri­ sponde a insulti, il primo replica: esem­ pio pubblico di nuovo stile «cortese». Al­ cuni presidenti hanno finalmente spiega­ to come avvengono numerosi episodi di violenza: i dirigenti sono obbligati da mi­ nacce a cedere pacchetti di biglietti ai gruppi di «ultras». Costoro, acquisito il diritto di entrare gratis, pretendono in trasferta di viaggiare a spese della squa­ dra e si prendono il diritto di pestare i tifosi avversari e di distruggere il mate­ riale ferroviario. Proposta: sganciare i vagoni, possibilmente in territorio imper­ vio, e farli tornare a piedi. Per certa gen­ te, il podismo schiarisce le idee.

STADIUM

• La tecnica tallona lo sport. Per ora sia­ mo agli esperimenti: un arbitro di rugby si è applicato un microfono alla divisa ed ogni sua frase è stata trasmessa durante la partita: un buon mezzo per «darsi una regolata». L’Associazione Calciatori chiede che i filmati delle partite siano usa­ ti come prova per le sanzioni disciplinari: può essere giusto, se si tiene conto che l’immagine e la realtà non sono la stessa cosa. Intervento urgente della tecnica: circuiti di telecamere in tutti gli stadi, re­ gistrazione di ogni disordine e individua­ zione dei colpevoli. • Dino Radja, nato a Split (l’antica cit­ tà veneta di Spalato) in Jugoslavia il 24 aprile 1967, è venuto a giocare nella squa­ dra di basket «Il Messaggero» di Roma, inserita nell’impero cerealicolo-chimicoeditoriale di Ferruzzi-Gordini. Il contrat­ tino prevede 3 miliardi e mezzo l’anno: considerato però che il campione è alto m 2,10, si tratta solo di 16 milioni e 666 mila lire al... centimetro. • Anche nel tennis emergono i giovanis­ simi, ma ci è piaciuto che, nell 'inchiesta d’un quotidiano sportivo su dieci atleti migliori del decennio, sia stata prima, fra le donne, la trentatreenne Martina Navratilova, ancora ai vertici del tennis mondiale. Fra i maschi, preferito il ve­ locista Cari Lewis.

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