MENSILE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO
uanto tempo abbiamo per ritrovare solidi punti di riferimento morali, etici ed istituzionali? È questa la domanda che suggerisce il rapido deteriorarsi duna stagione socio-politica attraversata da tensioni e cambiamenti. Siamo al guado. C’è un corteo di nefandezze e c'è un’emergente volontà di reazione. Ma quanto tempo ci resta per imboccare la faticosa strada della ricostruzione e del rinnovamento? La posta in gioco è alta. Ogni gioco, ogni azione, ha i suoi ritmi, le sue regole, i suoi tempi. Certo è tempo di investimenti, in particolare in uomini nuovi e in educazione delle giovani generazioni. Ed è quest’ultimo l’investimento produttivo, decisivo, nel lungo periodo, per lo sviluppo pacifico e civile della nazione. Investire sull’educazione vuol dire rispondere in termini attivi alla questione culturale, “alzare la testa", elevarsi, guardare oltre il piatto scenario affaristico dello sport. Ed una sfida è altresì imparare a comunicare. Stadium '93 è l’immagine grafica della tensione al rinnovamento e della fatica che si fa ad uscire da un sistema, da uno stereotipo culturale, per calarsi nell'avventura del cambiamento. [Daniele Caleca]
Q
EDITORIALE
A/anti verso u nuovo
È trascorso più di un anno da quando la Presidenza ed io abbiamo assunto il man
dato affidatoci dal Congresso, in un momento certamente non facile della vita del
CSI. Guardando indietro non si possono non provare gioia e soddisfazione nei con fronti di una realtà che si va rinnovando e che risponde al cambiamento con una vi
talità e un impegno sorprendenti. Il magnifico Convegno “Nuovi
adii” di Assisi ha
rappresentato l’atto definitivo di chiusura con un recente passato di ESI SEGUE à.PA&'fM- 3 j V
ARCfiiViO STOR.'GO
tadium MENSILE DEL CENTRO SPORTIVO ITALIANO
Direttore Donato Renato Mosella Direttore Responsabile Daniele Caleca Direzione, Redazione e Amministra zione Via della Conciliazione, 1 00193 Roma Telefono 6867941 Pubblicazione iscritta al n. 4987 del Reg. Stam pa del Tribunale di Roma de! 4/1/1956 - Pubblicazione fuori commercio Progetto grafico PierGiorgio Maoloni
Composizione, impaginazione e fotolito Figura srl Disegni Massimo Manzi, Claudio Ronchetti Stampa Romana Editrice s.r.l. - Via Colle Ara della Signora, 8 - San Cesareo (RM) - Spedizione in abbonamento postale gruppo 111/70%
1 gennaio
È una data di grande significato nel cammino dell'unione euro pea. Per effetto del trattato fir mato a Maastricht il 7 febbraio 1992 i dodici Paesi della Comuni tà si impegnano a realizzare uno spazio europeo senza frontiere interne nel quale viene assicura ta la libera circolazione delle per sone, delle merci e dei capitali. Il trattato prevede, oltre alla unifi cazione economica e monetaria, una comune politica estera e la cooperazione in materia di giusti zia e polizia.
12 gennaio Con un decreto legge il Governo modifica la normativa sulla dro ga, comunemente conosciuta come legge Jervolino-Vassalli. Il nuovo provvedimento, pur man tenendo il principio per cui dro garsi è illecito, sostituisce le san zioni amministrative (come la so spensione della patente, del pas saporto e del porto d’armi) alle sanzioni penali, previste dal te sto precedente, ed eleva la misu ra della «dose media giornalie ra», triplicandone la quantità. 13 gennaio A due anni dalla guerra del Golfo il mondo rivive l’esperienza della «tempesta nel deserto». Con un raid fulmineo, cento aerei ameri cani, inglesi e francesi, bombar dano il sud-lraq per costringere Saddam Hussein ad uniformarsi alle risoluzioni dell’ONU che gli in timavano di ritirare le basi missi listiche al confine con il Kuwait. L’operazione, che ha tenuto il fia to sospeso al mondo intero rap presenta l’ultimo atto della politi ca di Bush.
20 gennaio Con alcune note di sassofono si insedia Bill Clinton, nuovo presi dente degli americani dopo l'era Reagan-Bush. Il quarantaduesimo presidente degli Stati Unti, accolto dalla sua gente con gran de speranza, promette di aprire le porte alla «primavera del rinno-
EDITORIALE Avanti verso il nuovo
DONATO RENATO MOSELLA
INCHIESTA L’Italia nel cambiamento l/il Veneto
TONI GROSSI, PAOLO DONÀ, GUGLIELMO FREZZA,
FLAVIO PEDROTTI
DOPO LA LEGGE W Le nuove facce del problema droga
MARIO POLLO, ELENA MAIETICH
12
OBIEZIONI DI COSCIENZA Una legge a rischio
ROSARIO IACCARINO, ARIANNA CUCINOTTA
ALLE BADICI DELLA ASSOCIAZIONE/: Ad ognuno il suo sport
——
J
ANDREA DE PASCAUS
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VERSO IL CONGRESSO NAZIONALE Democrazia ed educazione,
un necessario legame
DAVIDE JACCHETTI
BUBRICBE1^“"^"
24T 27 2« 241
Sport e salute
MARCELLO GHIZZO
Problemi giuridici e fiscali
ALBERTO SUCCI
Sport e meraviglia
FLAVIO PEDROTTI
Sport e Tv
GIOVIN ASTRO
1 libri
ANDREA DE PASCAUS
—
Riflessioni
G. BATTISTA GANDOLFO
All
Avanti verso il nuovo ALMANACCO vamento» e di combattere la cor ruzione nei partiti. Il suo debutto istituzionale avviene con la firma di un decreto che intende restitui re l'etica nella politica escluden do Ministri e Sottosegretari dalle lobbies una volta usciti dal Gover no.
17 febbraio È il primo anniversario di tangen topoli. Tutto è cominciato con l’arresto di Mario Chiesa, presi dente del «Pio Albergo Trivulzio», sorpreso ad intascare una tan gente di 7 milioni che sembra or mai una somma irrisoria rispetto al bilancio del primo anno i cui nu meri sono: 300 miliardi di tan genti accertati; 1.000 persone indagate di cui 50 parlamentari; 2 ministri dell'attuale Governo e 4 del precedente; un segretario di partito; 200 imprenditori impli cati. L'operazione definita «mani pulite» ha richiesto l’apertura di 91 inchieste, con una media an nuale di 1 arresto e 3 avvisi di ga ranzia al giorno. Dispiace consta tare che il fenomeno non ha ri sparmiato il mondo sportivo.
18 febbraio L’Alto commissario deH’ONU per i rifugiati, a causa del continuo boicottaggio subito dalle milizie croate, serbe e musulmane, ha ordinato di cessare immediata mente tutte le attività umanitarie in favore della Bosnia. La decisio ne che rivela tristemente l’impo tenza dell'ONU, aggiunge nuovo orrore alla tragedia della ex Ju goslavia e probabilmente incon trerà una nuova indifferenza nelle nostre coscienze ormai consu mate dal consumismo.
sofferenza associativa, aprendo I Associazione ad un futuro sereno, operoso, incisivo, fatto di progetti e di programmi di grande respiro e di grandi ambizioni. Gioia e soddisfazione diventano ancora maggiori nel constatare come l’Associazione, considerata da molti gravemente malata, abbia trovato in sé tanto vigore e tanta vivacità da presentarsi
all’appuntamento con le drammatiche difficoltà vissute oggi dal Paese pronta a dare il proprio contributo per una rifondazione della cultura sportiva, nel quadro della
rifondazione dell intero sistema sociale e politico italiano. Il CSI ha pagato il suo prezzo, e
in parte continua forse a pagarlo, ma la sofferenza ha avuto il pregio di maturarci, facendo germogliare nuovi semi di speranza. Le nostre Società sportive continuano a crescere numericamente, passando da dieci a undicimila; la vita associativa procede a ritmi intensi,
ed anche le nostre attività crescono per numero e qualità; la nostra presenza e il nostro
impegno tendono a confrontarsi sempre più con i problemi ed i bisogni reali del nostro
tempo. Proprio tenendo conto di dò, riteniamo che I Assodazione stia dando prova di fermezza e di equilibrio, confermandosi all’altezza, ancora una volta, di un
assodazionismo sportivo nato e pensato per servire con dignità gli ultimi, nei luoghi dove essi vivono e soffrono. È con atteggiamento fidudoso e costruttivo, perdo, che dobbiamo
guardare al prossimo anno di attività e al nostro futuro. Attraversiamo, insieme al Paese e
all’organizzazione sportiva, una difficile congiuntura economica, che è solo la facda più
evidente di una crisi profonda, che coinvolge le basi della nostra stessa convivenza civile. Non d dobbiamo abbattere, ma trame impulso per rafforzare e rinnovare Io spirito
autentico del nostro servizio, del nostro volontariato, che si è sempre dovuto e saputo misurare con la crisi dei valori e con difficoltà di ogni sorta senza lasdarsi mai sopraffare.
Anche Stadium, come vedete, ha cambiato la sua veste grafica e il suo modo di raccontare e testimoniare la nuova identità assodativa. Con lo scorrere dei mesi questo cambiamento
sarà sempre più evidente. Dal 1906 Stadium è la voce di un’idea alternativa di sport. Un’idea ignorata e osteggiata, oppure copiata e malamente utilizzata da chi ha fatto dello
sport un mercato senza identità. Alla Redazione, ai vecchi “maestri”, ma soprattutto ai giovani che il nuovo Stadium vorranno e sapranno scrivere per voi, giunga per mio tramite l’augurio più fervido di tutti i sod, unitamente all’invito ad andare avanti nella ricerca del
nuovo, senza dimenticare tutto il bello del nostro passato.
Donato Renato Mosella
Il «modello opo aver compiuto lo scorso anno una veloce
ricognizione
nell’Europa del cambiamento, cercando di leggervi i segni del nuovo, Stadium inizia ora un altro viaggio; stavolta den tro ai nostri confini. Ogni mese visiteremo una regione, per
capire meglio cosa in essa si muove, e in quale direzione, al l’interno della società civile, delle istituzioni, dell’associazionismo, del mondo ecclesiale e
di quello giovanile. Il nostro itinerario
comincia dal Veneto, regione di cui si dice che abbia saputo realizzare un
proprio consolidato, e forse irripetibile, modello di vita, coniugando tradizione
e modernità, civiltà industriale e mon
do contadino. Non si deve però cedere alla tentazione di ritenere il Veneto una
terra priva di stimoli, piatta rispetto ai mutamenti; anzi sul piano culturale e
ancor più sul quello sociale e politico, va considerato un laboratorio dove si
sperimentano le condizioni del domani.
ecenni di dibattiti, analisi più o meno sofisticate, studi e
convegni, talora l’arroventarsi di cocenti polemiche attor no a una definizione che ha più diviso che accumunato tecnici e politici. Al centro di tutto questo una terra, una regione, nella quale in molti hanno voluto intravedere originali segnali di uno sviluppo del tutto particolare, ri spetto ad altre realtà anche vicine. Eccolo, dunque, il «modello Veneto». Sta davanti agli occhi di tutti, segnando paesaggio e territorio, ma anche definendo mentalità e stili di vita, culture e scelte politi che. Oltre, al di là di sottili distinzioni accademiche, è pur possibile dare corpo ad alcuni elementi caratterizzanti, sui quali la discordanza può solo essere colpevole. Ad esempio, è innegabile, come hanno pazientemente ricostruito gli storici, che in questa terra l'industria si è in tegrata (senza ditruggere) con un tessuto economico, ma non solo, prevalentemente agrario. Le conseguenze sul
piano territoriale, sono state una distribuzione «diffusa» delle fabbriche, il non sorgere di aree a forte densità in dustriale (se si esclude il polo «artificiale» di Marghera), il mantenimento di un assetto urbanistico basato essen zialmente sul piccolo e medio. Ma la stessa caratterizzazione economica ha finito con il privilegiare l’artigianato, i laboratori, le fabbriche di en tità contenuta, lasciando pressoché immutato per decen ni il panorama di un Veneto «di campi». Non è certo casuale che un colosso di livello mondiale come Benetton di fatto non abbia uno stabilimento, ma viva del lavoro di centinaia di punti produttivi sparsi nel la Marca. Questa tendenza, per rimanere sul terreno eco nomico, pare addirittura in via di rafforzamento, se è ve ro che proprio l’unico, già citato, polo industriale vene ziano, sorto per indotto statale negli anni Venti, è in via di rapido smantellamento.
Vèneto» I com portamenti sociali
Il quadro economico, maturato dagli inizi del secolo, non è sicuramente irrilevante anche nella costruzione della mentalità e dei comportamenti della gente di questa regione. Non a caso, infatti, si dice normalmente che in tale re gione vive il più classico degli «operai contadini», a indi care il fatto che, anche quando l’abitante delle campagne venete ha varcato i cancelli della fabbrica, non ha mai smesso di rimanere soggetto rurale, nella mente, ma pu re nelle opere. Proprio la struttura urbanistica delineata ha consentito,
massificante. Rimane il fatto che la famiglia viene ancora vissuta come valore dominante. La dimensione religiosa
La concatenazione rapida di cause ed effetti ci porta ine vitabilmente a considerare la forte dimensione religiosa della terra veneta. Non si dice certo una novità, ma è an cora palpabile come il dato di fede abbia segnato, e segni tangibilmente, l’esperienza di queste genti. Per decenni la parrocchia ha avuto un posto centrale nell’organizzazione territoriale. Non è affatto un caso che il Movimento cattolico, e in particolare l'Opera dei con gressi, sia nata a Venezia, e nemmeno che la prima Cassa di risparmio abbia avuto i natali in provincia di Padova. Ma più diffusamente l’e sperienza del religioso, la sua organizzazione par rocchiale, si è da sempre incanalata lungo i mille ri voli del cattolicesimo so ciale, dalle cooperative all'associazionismo, alle espressioni di carità. Ancor oggi la parrocchia è il più significativo luogo di aggregazione ed espe rienza di un volontariato ancora in crescita, nono stante la carenza di clero, ma con un laicato che ma tura in responsabilità ed esperienza. Il «veneto bianco»
in un regime di proprietà molto frazionata, che molti la voratori dell’industria continuassero di fatto a lavorare piccoli poderi, magari soltanto un paio di campi, utilissi mi tuttavia per fungere da integratore di reddito. La «forma mentis» rurale, il suo persistere anche negli anni del boom economico, ha portato quindi a decisive conseguenze nel sistema di valori, negli atteggiamenti di fronte all’esperienza religiosa, nei comportamenti rispet to alle istituzioni e al mondo della politica. E in tale contesto, ad esempio, che va motivato il radi camento locale nei confronti della famiglia. Nonostante anche nel Veneto la denatalità abbia rag giunto standard europei (la crescita 0 è stata raggiunta già nell’82), l’istituto familiare pare tenere, anche se soggia ce al rischio di essere trasformato da luogo di esercizio di solidarietà generazionale in soggetto di consumo, usato abilmente dai moderni strumenti della comunicazione
Vi è poi la politica. Quello che è stato il Veneto «bian co» e che ora pare nel cuo re dei marosi di Tangento poli e degli assalti, talora sconclusionati, delle ar mate leghiste. Per decenni questa terra ha affidato voti e destini alla Democrazia Cristiana, vedendo nel partito dei cattolici il punto di saldatura tra territorio e sistema di va lori. La De infatti rappresentava la garanzia che ciò in cui cre deva il Veneto sarebbe stato tutelato e garantito: la fami glia, la piccola proprietà, il coltivatore diretto, l’associa zionismo, l’artigianato. Oggi tale fiducia, questo rapporto privilegiato si è deci samente incrinato. Gli stusiosi parlano di un voto che si è «secolarizzato», che ha perso in sostanza la pregnante valenza di garanzia rispetto ad un sistema di valori che sta cambiando. Non si deve tuttavia cedere alla tentazione di un errore commesso spesso da osservatori superficiali. Quello cioè di ritenere che il «Veneto bianco» fosse una terra priva di stimoli, piatta rispetto al mutamento. Niente di più falso.
Il Veneto ha una tradizione culturale molto ricca e unitaria, eredità dei secoli d’oro della Repubblica Veneta. Nella pittura e bellezze di Venezia, che ancora oggi attirano turisti da tutto il mondo, hanno ispirato il sorgere della “scuola veneta”, fiorente tra XIV e XVIII secolo. Qui vediamo uno scorcio di Venezia quale si presentava agli occhi del pittore Vittore Carpaccio.
IL «MODELLO VENETO» L'ITALIA NEL CAMBIAMENTO
Uno sport con Basterebbe ricordare che in una città, Pa dova, definita molto provinciale, sono vis suti contemporaneamente personaggi co me Freda o Toni Negri, teorizzatori (ma non solo) di opposti estremismi che per anni hanno turbato la vita di tutto il Paese. Da questo punto di vista il Veneto va considerato un laboratorio. Sul piano cul turale, con la presenza di centri interna zionali come l’università patavina o il co smo veneziano, ma ancor più sul versan te sociale e politico. Perché, tanto per cita re un ulteriore esempio, non si può non osservare come da queste parti il feno meno leghista abbia natali molto più re moti che non in altre realtà, magari attual mente più esplosive. Guardando l'Europa
E ancora, non si può non analizzare con attenzione il fatto che in una realtà soddi sfatta e opulenta, il Veronese, un ragazzo, assieme a due compagni, decida, in piena lucidità di mente, di uccidere i genitori per agguantare l’eredità. Sono segnali inquientanti, ma che sti molano. Di fronte all’Europa che viene, questa terra, già proiettata nel cuore della cultura mitteleuropea, con alle porte il mondo slavo, vive un momento di incer tezza e trapasso. I legami con il passato sono solidi, la co scienza di una storica cultura regge e vive in limpidezza. A questi elementi si deve aggiungere la forza di una coscienza civile che ha porta to il Veneto ad essere terra leader nello sforzo di rinnovamento affidato al movi mento referendario. 7\lla base poi vive una «società civile» ancora robusta, intessuta di volontariato e associazionismo: a questa il Veneto affida buona parte delle proprie chances di rin novamento nel solco di una tradizione che parte da lontano, che forse non in trawede ancora gli approdi, ma che que sta gente pare decisa a governare in pro prio. Il pericolo sta proprio in questo: nell’o mologazione a modelli di vita e culturali che annientino ciò che il Veneto ha sapu to costruire in originalità secolare: ecco la sfida. Rimanere Serenissima, con un ruo lo propositivo nel contesto nazionale e eu ropeo, originale e in ricerca, capace di di re no ai modelli importati (magari d’Oltreoceano); forte nel difendere il diritto ad un futuro non espropriato.
o chiamano il «sorriso degli esclusi»: nelle foto di gruppo delle società sportive, delle cene sociali,
L
delle ricorrenze che contano, i più esibizionisti si aggregano al magico momento del blitz, occupan
do la parte destra o sinistra della collettività. Con
un risultato, ahinoi, disastroso, perché nell’immagine
prodotta dal giornale, quotidiano a tiratura nazionale o bol
lettino parrocchiale che sia,
vengono
sistematicamente
cancellati dal ridotto occhio della macchina fotografica... L’introduzione scherzosa per affermare che nel difficile
rapporto tra dilettantismo e
professionismo nel mondo dello sport, caratterizzato da infinite sfumature non sem
pre collocabili con esattezza, anche l’inno cente narcisismo richiede una riflessione non di maniera. L’impressione generale che si ricava dalla concezione e dall’inter pretazione dello sport nel Veneto rispec chia la natura del popolo stesso, con qual che «distinguo» ed anche con alcune con traddizioni. La spontanea saggezza, il rigo re morale e nel contempo la poca propen sione ai facili entusiasmi si riflettono con buona continuità nelle varie discipline sportive: raramente sentiremo un presi dente di una società dilettantistica uscire dai canoni dei «piedi per terra» per sposa re ufficialmente la causa dell’euforia. Però è anche da riflettere sul fatto che tal volta il ragazzino appare più maturo dello stesso presidente; d riferiamo proprio all'esi bizionismo imperante, che fa presa su chi si
i piedi per terra
sente di diventare protagonista agli occhi delle presunte masse per motivi futili o quanto meno senza il supporto di oggettivi meriti. Il panorama veneto d sembra co munque suffidentemente positivo, perché una linea di condotta all'insegna del senso della misura appartiene alla collettività come fatto naturale, e se viene accolta da qualcu no con un po’ di fatica, è sostenuta dai lodelvoli sforzi dei dirigenti, ovvero del volon tariato in genere. Il problema crediamo vada posto in linea generale come un fatto di filo sofìa di vita, più che su una dicotomia tra sport puro e sport inquinato da facili o ec cessivi guadagni che secondo alcuni costitui rebbero una degenerazione. Il Petrarca rugby
L'esempio più chiaro nel Veneto di applica zione corretta degli ideali sportivi all'uomo è dato a Padova dal Petrarca Rugby, nato all'ombra del college Antonianum, nel pieno centro cittadino, dove lo spirito di solidarietà e i valori morali vengono insegnati dai Padri Gesuiti, che peraltro trovano fertile terreno. La formazione di rugby, che ha per presi dente un capo di indiscusso carisma come Guglielmo Geremia, familiarmente chiamato Memo, è composta da quindici giocatori-a mici, che disputano il massimo campionato nazionale senza percepire una lira e senza ri chiedere nulla. Salvo divorare montagne di ossicini di maiale, specialità veneta, nelle ri correnze fìsse o fluttuanti, ovvero quando hanno voglia di stare in compagnia. Ricordiamo che lo scorso campionato, Fal lerà allenatore Vittorio Munari, che viaggia in
qualsiasi contesto quotidia no alla media di tre battute di spirito che si rinnovano con sorprendente fantasia e una quasi seria, organizzò una mastodontica cena (per calcolare le calorie con sumate d sarebbe stato bi sogno di un professore di matematica), tre giorni pri ma della partita con gli im battibili milanesi della Me diolanum del formidabile David Camprese. Guardi che tra poco si scende in campo, diceva qualcuno preoccupato al vulcanico tecnico e alla squadra. «E chi se ne frega...», replicava Munari. Il quale a vincere d teneva, altro che, solo che aveva individuato nel natu rale spirito collettivo di ag gregazione che anima la squadra il sistema vincente. Per la cronaca, si imposero i bian coneri, disputando una partita eccezionale. Un problema di educazione
L'esempio del rugby non deve valere, a no stro avviso, come affermazione del dilettan tismo sul professionismo, ma come un mo dello di ispirazione morale, di applicazione del codice sportivo alla vita. Senza scomo dare la retorica d’uso, senza addentrarsi nei meandri dei luoghi comuni dei tempi che cambiano. Sicuro che cambiano, ma una certa “base" esiste. L’educazione, tanto per comindare. Nel Veneto si è non di rado guardato con occhio di quasi commiserazio ne ai dirigenti nati all'ombra di un campani le di una chiesa, e che hanno cercato di in culcare qualcosa di apparentemente banale ai ragazzini che giocavano sotto la stessa ombra. Quei ragazzini forse a quel tempo non hanno compreso appieno lo spirito di quanto veniva insegnato ed affermato, e probabilmente non poteva che essere così, però hanno assimilato a piccole dosi quoti diane la cultura del positivo, dandosene una ragione in epoca successiva, soprattutto quando si sono resi conto che una sana ri cerca di valori non acquista nessun significa to controproducente. Come dicevamo, il pa norama veneto non incoraggia tutto som mato deviazioni dalle caratteristiche di base, date da un certo buon senso. Nel mondo del caldo, senz'altro emblematico per tastare il polso della situazione, i tifosi di Udinese, Ve rona, Venezia, Padova, anche in presenza di successi o situazioni particolari, non si fanno
prendere la mano. Anzi, sono finiti i tempi in cui i mariti potevano accettare anche zuc chero al posto del parmigiano nella minestra preparata dalla moglie, per la fretta di recar si allo stadio tre ore prima e scegliersi il soli to posto nella quattordicesima fila. Sono fi niti anche i tempi dei brudori di stomaco col lettivi alla vigilia di incontri importanti. Sta predominando il tifo da pantofole, che di patologico ormai non presenta più nulla. Gli aspetti negativi
E gli aspetti negativi? Ci sono, d sono... Ma anche in questo caso, i difetti investono l’in dividuo come tale, non essendo determinati da altre cause sportive. Ci spieghiamo: se condo il nostro parere, il dirigente di sodetà dilettantistica che picchia il guardalinee «reo» a suo dire di non avere visto una posizione di fuorigioco di un avversario, non rappre senta il dassico caso di chi va allo stadio per sfogare le tensioni quotidiane. È più sempli cemente l'esempio di un cretino pure nella vita di tutti i giorni, che inevitabilmente si comporterà in maniera poco ortodossa an che nel mondo del lavoro e degli affetti fa miliari. Le sfumature dei difetti arrivano fino all’innocente figura di chi cerca di darsi una «proporzione» sodale attraverso lo sport; d riferiamo alla categoria - numerosa, a dire il vero - di chi intende mettersi in mostra sotto il comodo alibi offerto dalle manifestazioni esteriori dello sport. Citavamo l’esempio del la fotografìa. Succede anche che qualche personaggio (si fa per dire...) implori per settimane e settimane consecutive dalla re dazione di un giornale la pubblicazione della foto della squadra di cui è magazziniere. Un’altra annotazione. Nel Veneto esiste la predsa consapevolezza di una tradizione culturale che ha privilegiato determinate dassi ad alti livelli, come attestato dalle pre stigiose università di Padova (datata 1222, la più antica d’Europa dopo Bologna, 1221) e Venezia, ma che ha creato anche qualche vuoto. Non avere potuto studiare non è as solutamente una colpa, ma su questo dato di fatto alcuni si formano una propria tattica, che vale anche quando si tratta di discutere dedsioni nell'ambito di sodetà sportive. Diffidare, prego, di chi cominda nel Vene to un discorso così: «Non ho studiato, però...». Quel «però», state tranquilli, na sconderà il più ostinato, intransigente e pre suntuoso modo di fare. Sarà l'inizio di una conversazione terrificante, che potrebbe es sere intitolata «Così parlò Zaratustra». Non ne verrete più fuori...
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IL «MODELLO VENETO» L'ITALIA NEL CAMBIAMENTO
FOTO DI VITTORIO LA VERDE
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GUGLIELMO FREZZA
stiva, comandasse - si sfoga il presidente di Padova, Adriano Cesaro - e di spazio per gli altri ne rimanesse poco, anche dentro le no stre Società. Oggi sentiamo la crisi, che toc ca anche noi, e bisogna innescare un pro cesso di partecipazione, di corresponsabi lità, per ridare fiato al movimento». Di problemi sul tavolo ce ne sono molti. Alcuni toccano la presenza del Centro Spor tivo nella società civile e nel dibattito attorno ai temi forti dello sport. Altri invece riguar dano più strettamente l’organizzazione in terna. Anche se i numeri restano stabili, die tro le cifre si intuisce una realtà in forte cam biamento. Le parrocchie che si spopolano di ragazzi sono ampiamente compensate dal boom dell'attività amatoriale, dalle nuove discipline, dalla fascia adulta alla ricerca for se più di proposte ricreative che di sport ve ro e proprio.
l'associazionismo, dell’impegno, della par tecipazione. C’era anche l’ex consulente na zionale del CSI don Gianni Gherardi, ma ad ascoltare si sono presentati solo in settanta. Certo, la bussola per uscire dalle paludi è difficile da trovare, ma pochi hanno voglia di mettersi a cercarla. Lo stesso volontariato deve ripensare il suo ruolo. «Ho l'impressione che fino ad oggi chi ge
Andiamo a Rovigo, a colloquio con il presi dente regionale, Cario Gasparotto, e cerchiamo di fare il punto. «Se una colpa ha avuto il CSI - spiega Ga sparotto - è stata quella di non vigilare. Ab biamo delegato molto, fino ad oggi, alla po litica, alle istituzioni, magari anche alla Chie sa. Invece avremmo dovuto fare di più, far-
uecento anni fa, moriva Carlo Goldoni. 11 Vene
to che lo sta celebrando, forse coglierà l’occa
sione anche per riflettere su un tempo che non c’è più, come quell’atmosfera da sacre
stia che ne accompagna solitamente l'imma gine e che inizia ad affievolirsi. Il Centro Sportivo Italiano?
Verrebbe da dire che continua a calcare i campi di ogni provincia con il volto saldo e rassicurante del grande movi
mento sportivo. Almeno a leggere i dati, la disaffezione verso i protagonisti dei «grandi numeri», partiti, sindacati, associazioni, sembra lo abbia ri sparmiato, e lo stesso può dirsi degli altri Enti di promozione sportiva che a vario livel lo operano in regione. Ma gratta gratta, dietro il biglietto da visita dello sport giocato si avverte una crisi di cre scita che ancora aspetta di esser riempita come si deve di contenuti nuovi. E le sfide sono forti. Gennaio si è aperto a Padova con un convegno rivolto alla città sui temi del-
Cogliere il nuovo
NA TAVERNA, un caminetto, una lunga storia da
disseppellire poco a poco, per associazione d'idee, nomi ed avvenimenti. Mettendo già in
Una pinola grande storia
na fetta di storia del Gianesini. Nacque a Pa dova nel 1949. Parrocchia giovane, quella di San Giuseppe, che la guerra aveva interrotto a metà. Solo a pace fatta fu possibile corre
Gianesini sceglie il basket. C'è uno di quei campetti di cemento all aperto che il progresso ha e-
marginato, senza pietà per il calore che si sprigionava attorno alle squadre quando si giocava
in casa, dopo la messa. A San Giuseppe fanno centro: in pochi anni vincono tre titoli nazione li ed un'infinità di coppe minori; poi, ecco il calcio a raccogliere il testimone, ed infine la palla
Lo sport, presidente. C’è un futuro, senza ragazzi giovani e con tanta concorrenza agguerrita?
volo. Tante soddisfazioni, ed un via vai ininterrotto di ragazzi. Ma i nostri interlocutori iniziano a scaldarsi quando il racconto va più oltre, ai «fantastici» anni 70. Gran parte di loro li ha vis
«Sicuramente dovremo “riconquistare” tan te parrocchie - se mi passa la frase - perché lì c’è ancora un grande ruolo da giocard. Poi dobbiamo domandata seriamente: "7ki qua rantenni, che proposta educativa possiamo fare?” Non quella dei giovani, ma il probelma esiste. I tesserati arriverebbero lo stesso, ma non possiamo fare gli struzzi e nascon dere la testa sotto la sabbia. Altrimenti d tra sformiamo in semplice agenzia di servizi».
suti lì dentro, in parrocchia, facendo CSI. «Nel 1975 facciamo le prime elezioni del Consiglio direttivo - racconta Pierluigi Brombin - ci diamo uno statuto, distribuiamo le cariche. Noi eravamo Juniores, ci allenava Roberto Foggia ni (tempi ruggenti, oggi è consigliere di presidenza a Roma), ed abbiamo vissuto gli anni della contestazione animando la società, parlando di formazione, facendo giornalini, creando un no
stro stile di vita». Qualcun altro continua il racconto. Una generazione decide di trasformarsi da giocatori in allenatori. E parte l'esperienza della polisportività con i più piccoli, con buoni vent'anni di an-
citicpo rispetto allo sport «ufficiale». La vita del Consiglio provinciale va di pari passo, nascono i corsi per allenatori, la riflessione teorica, ed è una evoluzione spontanea. Oggi quel gruppo
Riconquistare le Parrocchie?
I dati dell’ultimo decennio evidenziano an che in Veneto uno spostamento cospicuo in termini percentuali dell’attività dai patronati, vecchio luogo privilegiato del CSI, alle strut ture comunali, ai drcoli ricreativi, alle sodetà spontanee di quartiere. È un fenomeno che cammina a braccetto con la riscoperta del tempo libero, e quindi anche dello sport, da parte degli adulti. E qui anche le parrocchie si sono fatte trovare impreparate. «Non possiamo nasconderà - afferma don Giulio Bernardinello, il consulente ecdesiastico del Centro Sportivo veneto - che molto spesso le parrocchie non hanno più un'azio ne propulsiva, ma si limitano a delegare. Of frono “ospitalità” nelle loro strutture, senza nemmeno troppo preoccuparsi di che pro getti d siano dietro tante attività, per i giova ni come per gli adulti». Don Giulio, ma il CSI è fuori gioco?
«Negli ultimi anni ho l’impressione che si sia andati avanti su due binari paralleli: il CSI con il suo progetto, le parrocchie con le loro
VENETO
qualche vuoto più che comprensibile. D'altronde, attorno al tavolo siede una buo
dare la chiesa di asilo e patronato, e lì inizia una delle tante piccole storie che assieme fanno l'eredità del Centro Sportivo. Chissà perché, il
d sentire di più, perché siamo convinti di avere un nostro ruolo. E non è giusto tirarsi indietro».
CSI
conto gli inevitabili scherzi della memoria, e
ENTI
ha quasi quarantanni, ma non ha ancora consegnato il testimone. In campo, ad allenare, ci so
no ancora loro. «Dobbiamo riflettere sui dirigenti - ci dicono in coro - perché hanno difficoltà di formarsi, di mettersi a disposizione. Sarà anche colpa nostra, ce lo domandiamo sul serio, ma «quei tempi» stanno andando in archivio».
attività, magari anche senza un preciso pro getto che vada oltre il catechismo dei ragaz zi. La chiave sta nella capacità di costruire progetti assieme, stimolandosi a vicenda, in un momento in cui anche le famiglie sento no il bisogno forte di luoghi educativi». Non tanto per la verità è stato fatto in que sta direzione. Un primo passo dovrebbe es sere segnato dal convegno su “Chiesa e sport” che la commissione diocesana di Ve nezia per Io sport e il tempo libero ha volu to organizzare, chiamando a confrontarsi tutti coloro che hanno l’ambizione di riempi re lo sport di valori educativi. «Vorremmo far capire alle comunità - spie ga Franco Carcione, presidente del CSI di Vene
DI
PROMOZIONE
zia, uno degli organizzatori - che lo sport è un soggetto di pastorale altrettanto degno di considerazione degli altri. Anzi, per tanti ver si d consideriamo un ambito di frontiera nei confronti dei più giovani, e vorremmo che crescesse anche la consapevolezza diocesa na». Le speranze dunque si appuntano sui progetti pastorali. Si chiede loro di dare spa zio anche allo sport, ed agli Enti di promo zione sportiva si chiede di riflettere sui pro getti pastorali per entrare in sintonia con le comunità in cui operano. Un convegno non può far molto, ma è il primo passo per far convergere quei famosi binari che da troppi anni sono abituati a sfiorarsi senza troppi entusiasmi.
SPORTIVA
IN
REGIONE
Soci: 52.969 (Anno sportivo ’91 ’92)
U.S. ACLI
LIBERTAS
UISP
Società: 908
Soci: 30mila circa
Soci: 17.600 circa
Tesserati: 31.436
Consigli provinciali
Società: più di 200
Società: 342 più 30 Centri di avvia
Società: 407
e circoscrizionali: 8
Attività: Arti marziali, ciclismo, cal
mento allo sport
Tesserati giovani
Il più grande: Vicenza con 15.207 tes
cio, atletica, sci, attività motoria per la
Presidente: Diego Fontana
(fino a 16 anni): 3.286
serati e 215 società (ma Verona ha 257
terza età e per la scuola materna.
Congresso regionale:
Tesserati anziani: 817
società).
Si rivolge a tutte le fasce d’età.
lo scorso 1 5 novembre.
Presenza: in tutte le province
Il più piccolo: Venezia con 1.195 tes
Presidente Regionale:
Attività: Sci, corsa campestre, atleti
del Veneto
serati e 29 società.
Alfredo Forlin
ca, volley, calcio amatoriale, pattinaggio
Presidente regionale:
Presidente: Carlo Gasparotto
Congresso regionale:
artistico, basket, arti marziali. Se si e-
Paolo Beratener
di Rovigo
14 marzo a Treviso.
scludono i campionati amatoriali di cal
Coord. Attività tecnica:
cio, tutto il resto dell’attività si rivolge ai
Beppe Colangelo di Padova
giovani fino ai 16-17 anni d’età. Un dieci
Idee per il prossimo futuro un
per cento dei soci più che "sportivi" ap
convegno di studio sulla realtà ed i biso
partengono a circoli culturali e del tempo
gni della IV fascia. Il coordinamento re
libero. La Libertas recentemente si è im
gionale dei gruppi promotori provinciali
pegnata a organizzare corsi di formazio
del Giocasport. Un grande sforzo orga
ne per dirigenti su tematiche fiscali, giu
nizzativo sulla stampa associativa. Mo
ridiche, mediche, regolamentari.
menti regionali per tutte le discipline nel 1993.
IL «MODELLO VENETO» L'ITALIA NEL CAMBIAMENTO
Mille colori
eneto policromo e cangiante: terra ricca e con
V
traddittoria dai cento usi, costumi e umori. E, nello stesso tempo, regione solida, unita, con u-
na precisa identità, tra le più nitide della Peni
sola. Fino al Quattrocento il Veneto è suddiviso
in tanti borghi, città, castelli,
flavi»peroni
domini ecclesiastici (anche
Solo con la Repubblica di San Marco riesce a unificarsi territorialmente, amministrativa mente e, soprattutto, linguisticamente. Ed è questo l’aspetto più affascinante del Veneto: benché formatosi tardi, la lingua è quella che più sembra radicata alle proprie tradizioni. Nelle piazze si parla ancora la lin gua che fu del Ruzzante e del Goldoni. Ve neto variopinto e screziato sotto il mantello protettivo della lingua, che mormora e gor goglia in mille circoli, caffè, teatrini, mercati. Ed offre una vasta gamma di riti, costumi, gusti, donne e musiche. Basta citare un pro verbio che tutti conoscono: «Veneziani gran si
in vallate periferiche come l’Ampezzano, il Cadore, la
Val Venosta). Nei tempi in cui
Petrarca si ritira nella quie te di Arquà, è feudo di cento padroni e signori, maculato
gnori, padovani gran dottori, vicentini magna gatti, ve ronesi tutti matti». Ed è fuori discussione che le
come una pelle di leopardo.
quattro città hanno storia e cultura degne di una capitale, senza contare la bella ed ele
gante Treviso, città d’acque e di ville raffina te, di poeti e di cuochi. Un po’ più povere e silenziose, invece, la nebbiosa Rovigo e la scontrosa Belluno. Venezia. In Canal Grande arriva la Regina di Cipro, il colore della Bella Époque. Intorno ha dieci isole abbandonate e alla Torre del Bovolo il porticine ostenta un gusto curioso. Il riflesso dell’acqua conversa con Tintoretto e vagabondando per la Giudecca, mesco landosi alla gente, si vive fuori del tempo. I nottambuli stanno davanti al portale che guarda il bacino di San Marco sotto ai due leoni greco-arcaici e poi si spengono nella notte tra pietre bianche e mattoni rossi illu minati come fosse giorno verso le cordiglie re della solitudine, aspettando il mattino all’Antica Adelaide vicino, alla Ca’ d’Oro, per far colazione. II mare periferico è torbido e chiuso. Incu pito, comunica nell’onda stazionaria tra la ri pa e la falesia. Le alghe flagellate, quelle dell’euglena, boscheggiano nel botilo osteggiate dal remo da regata. Sui palazzi svettano eleganti e si nuosi le decorazioni, bizzarre e intricate o, laddove le signore indicano con dita esperte l’isolotto degli aironi e dei tarabusi, gli ardeidi scappati chissà dove, dal verone si affac ciano i disegni che guardano a settentrione, raccolti come aracee e spinti a gongolarsi fin dentro l’acqua. Venezia ha le stradine più
Veduta di Verona, con l’Adige del Ponte Nuovo verso Castel San Pietro, in un quadro del XVIII secolo. Qui accanto: una cartina del Veneto che evidenzia due interessanti itinerari turistici neU’entroterra.
BELLUNO
MAROSTICA
CASTELFRANCO Ö TREVISO ¡CITTADELLA
VICENZA
PIAZZOLA SUL BRENTA
;ngo.
MESTRE
MIRA 4
( • VERONA
PADOVA STRA
ARQUA’ PETRARCA
piccole del mondo, dove di notte, dietro gli angoli, si consu mano grandi passioni. Venezia non muore. Mai. E Verona: l’Arena, il poggiolo di Giulietta, le grandi Opere, i fasti lirici; e Padova e Vicen za con la pianura nel cuore della regione, at traverso una zona ove meglio si precisano le caratteristiche ambientali e umane. Gli affre schi di Giotto nella cappella degli Scrovegni, la Basilica del Santo. Gli altri appuntamenti sono noti: la Biennale, il Festival del cinema, l'Opera lirica, il Carnevale... Ma vi sono luoghi e situazioni meno noti, eppure di grande interesse. Come a Marosti ca, dove ogni due anni, a settembre, la città veste i costumi del Medioevo. Come un pa vone mostra fantastiche piume colorate per far rivivere in piazza una partita a scacchi «vivente» già avvenuta, si dice, nel 1454. Sbandieratori ed armigeri fanno da cornice, insieme con molti altri personaggi in costu me, alla partita. E poi, per chi viaggia in fantasia saharia na, a Bussolengo-Pastrengo, si vive l'autosafari, circondati da bestiole feroci e da una vastis sima gamma di animali esotici in libertà, scimmie comprese. E, ancora, una visita nel parco dei Dino sauri alla scoperta delle riproduzioni di gran di mostri del Giurassico e del Cretaceo. 0 a Fosse (VR), sul Como d’Aquilio (Monte Lessini),
BADIA POLESINE
nel Buso della Preta, la grotta più profonda d’I talia: un abisso verticale per chi volesse emulare Veme. Per chi invece ama Pascoli e l'aquilone, il 25 aprile di ogni anno a Badia Polesine (Rovi go) si svolge la sagra degli aquiloni. Infine, per chi ha in Veneto variopinto e screziato teressi artistici un itinerario è sotto il mantello protettivo sacro: la Piana del Brenta e la Marca Trevigiana. Da Pa della lingua, che mormora dova a Stra, Mira, Mestre, e gorgoglia in mille circoli, Treviso, Castelfranco, Citta caffè, teatrini, mercati. della, Piazzola sul Brenta, Vicenza. La Riviera del Brenta, sulle cui rive padovani e veneziani costruiro no splendide residenze di campagna (il fiu me è percorso anche da un servizio turistico di battello, il Burchiello). E lungo il tragitto è un susseguirsi di retti linei alberati, al fianco dei quali sorgono le superbe ville del '500 e ’700. E dappertutto ottima cucina, brava gente, buona grappa e buon vino. Buon viaggio.
DOPO LA LEGGE 162
Le nuove facce del problema
gennaio un decreto del Governo ha modificato la Legge 162/1990 “Jervolino-
2À
Vassalli” sulla droga, concedendo maggiore spazio alla prevenzione e depe
nalizzando il possesso di sostanze stupefacenti per uso personale. E subito si è accesa la polemica, tra “falchi” e “colombe”: i primi temono che il decreto
apra la via alla legalizzazione degli spacciatori, i secondi tornano a chiedere
l'abrogazione della “Jervolino-Vassalli ”. Nel frattempo il provvedimento ha ottenuto un pri mo effetto: riaprire il dibattito sulla tossicodipen
denza e sulle strategie da adottare per contra starne la diffusione. A tre anni dall'entrata in vi gore della Legge 162, proviamo a tracciare un bi
lancio sereno dei suoi effetti sull’evoluzione del fenomeno droga nel nostro Paese.
opo il rumore il silenzio... o quasi. Questa
immagine, per quanto ovvia, ci può illu strare il problema odierno della tossicodi pendenza in Italia. Infatti, dopo il tempo dei clamori, delle intemperanze e delle ar roganze di chi avrebbe voluto, in parte riuscendovi, fare di questo problema, il problema della condizione giovanile in Italia da affrontare con il massimo del ri gore punitivo che la cultura sociale e giuri dica del nostro Paese permetteva, è venu to il tempo del lieve brusio, simile al silen zio, in cui la tossicodipendenza è divenu ta solo “uno” dei problemi, da affrontare con meno ansie punitive e con più dispo nibilità educativa. Questo cambio di atteggiamento, da parte di chi aveva indicato nella legge n. 162 la carta vincente nella lotta alla tossi codipendenza, non è avvenuto perché
DA UNA FOTO DI NICK SCOTT PER KING
questa lotta sia stata vinta, ma è stato for se generato dalla consapevolezza che nessuna legge, per quanto repressiva, può vincere la diffusione della droga e che la battaglia va condotta, quindi, ad altri li velli nel cuore stesso della cultura sociale e dei processi formativi attraverso cui le giovani generazioni costruiscono la loro umanità. Il risultato dello sforzo repressivo è stato quello dell’aver sommato emarginazione a emarginazione, dolore a dolore senza che per questo lo stesso consumo subis se un arresto o una significativa riduzione. Il bilancio a quasi tre anni dall’entrata in vigore della L. 162 è infatti negativo per quanto riguarda il contenimento del feno meno, mentre manifesta invece alcuni aspetti positivi per ciò che attiene le attività di recupero e di prevenzione.
Lo sviluppo dei servizi e le attività di prevenzione
L’entrata in vigore della legge ha consenti to un potenziamento, sia qualitativo che quantitativo, delle strutture pubbliche e private di recupero dei tossicodipendenti. Alcuni dati a questo proposito sono si gnificativi. Ad esempio le persone in trat tamento nei servizi pubblici sono passate dalle 40.928, alla data di entrata in vigore della legge, alle 55.797 alla fine del 1992 con un incremento del 36,3%. Nello stes so periodo il numero delle comunità tera peutiche è cresciuto del 29,07%, mentre le persone in trattamento al loro interno sono passate da 12.413 a 15.663 con un incremento del 26,18%. Anche per le attività di prevenzione, sia all’intemo della scuola che nel territorio, la L. 162 ha indubbiamente dato un forte
impulso. Basti pensare, per quanto ri guarda le attività di prevenzione nella scuola, alla realizzazione ed alla formazio ne della rete degli insegnanti referenti, ol tre che alle attività del progetto giovani '93 e ragazzi 2000. Se alle attività interne alla scuola si ag giungono quelle promosse dagli enti loca li e dall’associazionismo, non si può non riconoscere che la L. 162 ha indubbia mente prodotto una ricca messe di attività di prevenzione delle tossicodipendenze e del disagio giovanile in genere. Tuttavia a questo proposito c’è da dire che la dispo nibilità e la relativa abbon danza di finanziamenti, ac canto ad iniziative lodevoli, ha consentito purtroppo la realizzazione di progetti inefficaci, alcuni ai limiti
Reinserire
senza reprimere
dell’assurdo, che magari hanno la funzione di dare lavoro e reddito per un da to periodo di tempo a qualche persona, ma che di sicuro non servono a contrastare il disagio gio vanile. Il mondo dei tossicodipendenti
Intervista a Marco Taradash
ual è la sua posizione ri guardo la legge JervolinoVassalli?
Combatto, in primo luogo, il principio ispiratore di tale legge, la quale si basa sulla convinzione che più dura è la sofferenza, maggiori so no le possibilità di salvez za. Essa propone, così, uA CURA DI E. MAIETICH na vita riabilitativa molto aspra. Sono convinto, al contrario, che una politica repressiva non sia compatibile con una politica di reinserimento. A tal fine mi sono fatto promotore del decreto di mo difica della Jervolino-Vassalli.
Esso comprende due punti aperti: l’abolizione del passaggio dalla sanzione amministrativa a quella pe nale; la definizione di dose giornaliera. Riguardo al primo punto credo sia importantissimo limitare la possi bilità di condanna detentiva, perché la galera non aiuta a risolvere il problema. Così com’è strutturato, oggi, l’intervento mira solamente ad un obiettivo di politica sociale, la disintossicazione. Noi, invece, vogliamo puntare l’attenzione sul lato umano, aiutando il singolo a trovare la forza per uscire dalla tossicodipendenza solo dopo avergli assicurato una vita sociale priva di sofferenza. Per questo l’uso di dro ga va legalizzato. Una volta che il possesso di stupefacenti in piccola quantità, per uso personale, non sia considerato un reato, non solo il drogato non si trasforma automaticamente in delinquente (com promettendo qualsiasi possibilità di reintegrazione nella società), ma anche tutta la comunità civile ne ricaverà un benefìcio.
In quali punti si articola il decreto di modifica?
L’on Marco Taradash, del Gruppo Federalista. Nonostante il decreto governativo di modifica alla Legge 162, gli anti proibizionisti chiedono un referendum sulla “JervolinoVassalli”.
Anche se non si hanno da ti circa la reale quantità del la popolazione tossicodi pendente, dagli indicatori, costituiti dalla quantità di sequestri di sostanze stu pefacenti e psicotrope, dal numero di persone ferma te in possesso di queste sostanze per uso persona le e dal numero delle per La lotta contro gli stupefacenti non deve concentrarsi In che modo la legaliz sone in trattamento, si può sui consumatori e sulla parte bassa della scala gerar zazione della droga dedurre che dall'entrata in chica degli spacciatori, ma sul traffico internazionale potrà rendere un servi vigore della legge ad oggi organizzato. Solamente la regolamentazione del com zio a tutta la società? essa non sia diminuita, ma mercio delle sostanze proibite potrà interrompere l'accumulo di inprobabilmente sia aumen genti profitti da parte del mondo criminale. tata. Accanto all’eroina pren Il referendum apre vie di intervento sanitario maggio Con quale scopo i radi de sempre più peso il con ri, abolendo i poteri del Ministro della Sanità e la cali e gli antiproibizio sumo della cocaina e delle sciando spazio al medico di famiglia. Bisogna mirare nisti si sono battuti per sostanze di sintesi. È da al mantenimento in vita del tossico; bisogna agire, il referendum sulla leg notare che i cocainomani dunque, secondo una politica sanitaria di riduzione ge Jervolino-Vassalli? solitamente non si rivolgo del danno. Va offerto un più ampio ventaglio di servizi sanitari: per ri no ai servizi pubblici e pri durre i rischi di decessi per overdose e della contaminazione al virus vati; molti di essi sono adell’AIDS, proponiamo la somministrazione controllata di sostanze dulti di elevato status pro stupefacenti, la distribuzione gratuita di siringhe, l’utilizzo di farmaci fessionale ed economico, sostitutivi, come il metadone o il temgisic. tendono a gestire il loro rapporto con la droga al l’interno della normale vita SEQUESTRI A MINORI DI ANNI 18 DI HASCHIS MARIJUANA ANFETAMINICI E PSICOFARMACI quotidiana e quando sono in difficoltà si todi più o meno efficaci di intervento per ANNO 1991 ANNO 1991 DROGHE rivolgono a professionisti e strutture sani il recupero degli eroinomani, molto poco KG. N [11 KG. N [1] tarie non specificamente dedite al tratta è stato fatto e si sta facendo per le strate 20 36,306 30,020 11 HASHISH gie di recupero dei cocainomani, anche mento dei tossicodipendenti. 46 4,069 7,000 1 MARIJUANA Per molte di queste persone il ricorso al perché, come detto, essi sfuggono ai cir 424 0,0050 85 ANFETAMINICI la droga avviene per reggere i ritmi e le e- cuiti delle comunità terapeutiche e dei 21 PSICOFARMACI 127 servizi. Ma non è solo per il consumo sigenze di vita relative alla loro condizione [1] Dosi, fiale, compresse, ecc. professionale e sociale. Il lavoro dilatato al della cocaina che il fenomeno “droga" ri di là dei tempi normali, la ricerca di grati guarda sempre più le fasce di popolazio 'MINORI DI ANNI 18 E MINORI NON IMPUTABILI COMUNQUE OGGETTO DI INFORMATIVA DI P.G. 0 SEGNALAZIONE ficazioni e piaceri immediati e forti, la ne ne adulta, infatti anche tra tossicodipen cessità di tenere sempre in modo brillan denti che fanno uso di eroina vi è stato in te la scena sociale e l’assenza di orizzonti questo ultimo decennio un progressivo di senso al di là del successo, del guada aumento dell’età dei consumatori. Infatti mentre nel 1984 la classe di età gno e del piacere sono i fattori che in al cuni, o molti, casi favoriscono l’iniziazione più numerosa tra i tossicodipendenti, eal consumo delle droghe di questo parti ra quella formata da persone tra i 19 e i 22 anni, oggi invece quest ultima risulta colare strato sociale. Vi è da dire che mentre i servizi pubblici essere compresa tra i 26 e 30 anni. Da e le comunità hanno messo a punto me- notare anche che i consumatori di droga
Libera lizzazione: un peritolo in più
¡tiene che il decreto di mo difica alla legge JervolinoVassalli contenga elemen ti positivi?
Il decreto crea solo confu sione e riporta indietro nel tempo la soluzione del problema droga. La cosa più anomala e grave è es sere tornati alla nozione della cosiddetta “modica A CURA DI E. MAIETICH quantità” (6 grammi): non è tanto importante la quantità, ma il concetto che la definizione di essa nasconde. Si sandsce in tal modo il diritto di “farsi" senza incorrere in una punizione. Allo stesso tempo rimane proibito vendere la “roba”: la USL non la fornisce, né lo fa la farmada; quindi l’unico mo do per ottenere la “quantità consentita" è di rivolgersi agli spacciato ri. Ammettendo la possibilità che si possegga una data quantità di stupefacente per uso personale, coloro che hanno presentato il de creto finiscono con il legalizzare la presenza degli spacdatori.
tra i 31 e i 40 anni sono Intervista aumentati, dal 1984 ad a Don oggi, di circa il 142%. In Pierino corrispondenza all'invec Gelmini chiamento della popola zione tossicodipendente vi è un progressivo aumento del numero di iniziazioni tardive alla droga. Questo dato è preoccu pante perché indica sia che L’eventuale liberalizzazione della droga non cambie Lei è d'accordo con la la droga è comunque una rebbe il mio impegno personale, sarebbe solamente liberalizzazione dell'u sorta di via di fuga da pro un pericolo in più per i ragazzi. I più deboli mental so della droga? blemi esistenziali - abba mente arriverebbero a pensare che la droga è un diritto, come la ca stanza compatibile con sa, il lavoro, la scuola, la salute. Infatti, una legge non può cambiare l’attuale cultura sociale do o riformare radicalmente le cose, però crea costume sodale: quando minante, e quindi con gli una legge diventa permissiva, nasce una cultura permissiva. stili di vita, della società ita liana attuale, sia che è Il problema non è tanto, o meglio non solo, la so Quale azione ritiene sia maggiormente diffusa l'il stanza chimica o vegetale che dobbiamo combattere. necessario portare alusione della compatibilità Noi dobbiamo essere portatori di una cultura della vi vanti contro la droga? della gestione del rapporto ta contro quella dello “sballo”. con la droga con l’esigenze della vita sociale normale. Cosa pensa della depeNon sono d’accordo con la depenalizzazione dell’uso Il fatto che la popolazione nalizzazione? della droga: tutti dovrebbero sapere che drogarsi è ilche si rivolge ai servizi sia ledto. Tuttavia ritengo che la detenzione non sia la soluzione miglio più vecchia che in passato, re: non necessariamente il ragazzo trovato in possesso di droga deve indica che le persone rie andare in carcere, piuttosto dovrebbe essere avviato a una realtà di scono a reggere più a lun recupero. Ma quali realtà propongono le strutture pubbliche? Se do go il rapporto con la so vesse passare il progetto di depenalizzazione, se la prenderanno con stanza prima della decisio le comunità, diranno che queste non sono aperte a tutti, e che lascia ne di uscirne, oltre che in no per la strada i giovani che sono appena usciti dal carcere. A tal pro dicare una più tardiva ini posito vorrei ricordare che la comunità può avere effetto solo se en ziazione alla droga. trare in essa è frutto di una libera e consapevole scelta; distruggere ta La trasformazione attua le aspetto significherebbe inficiare gran parte dell’effetto della terapia. le del mondo dei consu Deve essere chiaro che il problema non è costituito dalla droga e dal matori di droga è data an suo uso. È la vita rovinata che chiama alla droga, la quale risulta es che dal fatto che oggi sem sere, quindi, il punto di arrivo e mai quello di partenza. brano, almeno dal punto di vista della ricerca sdentifica, cadute tutte le ipote CONSUMATORI SEGNALATI si di spiegazione delle cause della tossicodipendenza. Infatti non esiste un solo fat tore, sia legato alle condizioni sociali ed economiche che alla personalità del tossi codipendente, che possa essere assunto come causa prima. Questo significa che oggi il problema della prevenzione della tossicodipenden za non può che essere aspecifìco, ovvero non può che riguardare la creazione di processi di trasformazione della cultura sociale e dei progetti di vita che vengono proposti alle nuove generazioni, in modo da farli gravitare intorno a quei valori e a quelle attività che rendono la vita delle persone, e dei giovani in particolare, di fatto, incompatibili e resistenti agli inviti più o meno casuali del consumo di droga che nella loro vita possono incontrare.
Don Pierino Gelmini è il fondatore della Comunità Incontro, che oggi conta 160 centri residenziali in 14 paesi
15
un anno di distanza dal rinvio alle Camere voluto dall’allora pre
sidente della Repubblica Cossiga, la nuova legge sull'obiezio
ne di coscienza è ancora all’esame del Parlamento e corre seri pericoli di non andare in porto. A complicare il quadro
arriva ora una proposta del ministro della Difesa Andò sul la riforma della leva, proposta che dovrebbe inglobare il pro getto di modifica dell’obiezione di coscienza. Ma non tutti
sono d’accordo: c’è il rischio che la nuova iniziativa compor
ti un ulteriore ridimensionamento del valore dell’obiezione. OBIEZIONE DI COSCIENZA
Una legge a rischio ROSARIO IACCARINO
’obiezione di coscienza al servizio militare non è più un benefìcio o una conces sione dello Stato, ma un di ritto del cittadino italiano, il quale può adempiere agli obblighi di leva svolgendo un servizio civile alla comu nità, in alternativa a quello militare. È quanto, nella sostanza, af ferma l’articolo uno del testo di legge su «Nuove norme in materia di obiezione di coscienza», approvato dal Parlamento il 16 gennaio del 92. Dopo ventanni dalla pro mulgazione della prima leg ge (la 772 del 1972) che nel nostro Paese regola l’obie zione di coscienza e il servi zio civile, si dà, finalmente, pieno riconoscimento ad un'esperienza di progresso della nostra civiltà. Tale nuova impostazione porta a superare anche i li miti che sul versante buro cratico presentava la prece dente legge. Non ci sarà più la Com missione Ministeriale che giudica la coscienza indivi
duale: sarà sufficiente, infat ti, motivare la propria scelta per fare obizione al servizio militare. È prevista, inoltre, la smili tarizzazione del servizio civi le. La sua gestione, con la nuova normativa, passa dal Ministero della Difesa ad un apposito Dipartimento della Presidenza del Consiglio, che potrà avvalersi come in terfaccia di una Consulta formata dai rappresentanti degli obiettori e dagli Enti convenzionati presso i quali operano gli obiettori. Sarà anche abbreviato il tempo che intercorre tra la presentazione della doman da e l'accoglimento della stessa (oggi è di 15 mesi): attraverso il meccanismo del silenzio-assenso, dopo il sesto mese si ritiene auto maticamente accolta. Una legge in lista d’attesa
Una legge innovativa, dun que, ma non ancora ope rante. Infatti, malgrado il lun ghissimo e faticoso iter par
lamentare che ha portato al la sua approvazione, durato sette anni e due legislature, il 1° febbraio del 92, l’allora presidente della Repubblica, Cossiga, con una decisione ritenuta da molti sconcer tante, decise di non promul garla e di rimandarla alle Ca mere. Il provvedimento suonò come una vera e propria beffa, in quanto lo stesso Cossiga il giorno successivo sciolse le Camere, e suscitò peraltro forti critiche, soprat tutto da parte di quelle asso ciazioni della società civile impegnate in questo cam po. «II partito dell’anti-obiezione, che trova adepti den tro ma soprattutto fuori del Parlamento, e che era stato unanimemente sconfìtto dalle decisioni della Came ra, evidentemente ha avuto la meglio nel passaggio fina le di questa legge», com mentò all’epoca Lido Palazzini, vicesegretario della Consulta nazionale Enti Ser vizio Civile. Dopo le elezioni e il cam bio delle guardia al Quirina
le, il nuovo clima ha con sentito di ripristinare il dibat tito parlamentare su questa materia. Il 22 settembre scorso, in fatti, dopo il passaggio alla Commissione Difesa della Camera, che ha confermato sostanzialment e il lavoro fatto nella precedente legi slatura, il testo è arrivato al la Camera, la quale ha ap provato, senza stravolgi menti, soltanto il primo arti colo. Tuttavia, la ripresa del di battito in aula, in un primo tempo fissata per la metà di dicembre, è ripresa soltanto nei giorni scorsi. Tale continuato ritardo aveva fatto perdere la pazien za alle assodazioni degli obiettori di coscienza (Cnesc e Loc) le quali con una lette ra al presidente Scalfaro avevano espresso tutto il di sagio per la mancata rifor ma del servizio civile. Tro vando accanto ad esse schierati alcuni parlamentari di Pds, Verdi, Rete e Rifon dazione Comunista che dal canto loro avevano addirit-
Il punto di vista dei militari osa pensano i militari della legge che do vrebbe regolare l’obiezione di coscien za? Risponde un anonimo graduato del nostro esercito.
Qual è l'opinione dei vertici militari in merito al testo di legge «Nuove norme sull'obiezione di coscienza», che l'ex presidente della Repubblica Cossiga rinviò alle Camere nel febbraio 1992?
I possibili problemi connessi alla riforma della legge sull’obiezione di coscienza sembrano superati, perché le Forze Ar mate del futuro avranno una fisionomia diversa da quella attuale. Il Nuovo Mo dello di difesa prevede, infatti, una rifor ma del servizio di leva volta a ridurre il numero di giovani chiamati sotto le armi. Nell’arco di dieci anni si dovrebbe passa re da 230mila a 65mila miltiari di leva, ai quali dovrebbero affiancarsi 70mila vo lontari, sia uomini che donne. Il disegno di legge che il ministro della Difesa Salvo Andò ha presentante al Consiglio dei Mi nistri lo scorso novembre, istituisce il ser vizio civile obbligatorio per quella parte del contingente di leva in esubero rispet to alle esigenze delle Forze Armate. La struttura militare del Duemila sarà si curamente diversa da quella di oggi, ma avrà ancora una componente di sol dati di leva e, dunque, dovrà «fare i con ti» con eventuali problemi di coscienza.
tura minacciato di iniziare uno sciopero della fame se i tempi della riforma si fosse ro ulteriormente allungati. La proposta per la riforma della leva
I rischi che la nuova legge non vada in porto rimango no seri. Anche perché nello scorso novembre è giunta a complicare il quadro la pro posta di legge del ministro Salvo Andò per la riforma della leva. Il ministro della Difesa illu strando alla stampa il pro getto che prevede il passag gio della leva da obbligatoria a volontaria e l’istituzione del servizio civile obbligatorio per tutti, precisò che in esso sarebbe stato ingloba to il progetto di riforma dell’obiezione di coscienza in discussione alla Camera. Un’iniziativa che ha rac colto subito scarsa simpatia tra gli addetti ai lavori, i qua li intrawedono nel progetto del ministro un tentativo di riduzione del valore dell’o biezione. «Il progetto di modifica del
sistema di reclutamento vo luto dai vertici militari e dal ministro della Difesa Salvo Andò - si legge in un recen te articolo scritto dai respon sabili della Lega obiettori di coscienza - non può pre scindere dal servizio civile o dall'obiezione di coscienza. II primo viene visto come contenitore in cui affastella re sia gli obiettori di coscien za che tutti coloro che risul tino esuberanti, perché ideologicamente dissidenti o meno prestanti fisicamente, rispetto alle esigenze delle Forze Armate, la seconda vista come una variabile in dipendente del modello ar mato di difesa, che può es sere quindi tollerata ma che non deve mettere in discus sione l’apparato militare». Quanti altri ostacoli dovrà superare la riforma dell'o biezione di coscienza al ser vizio militare? Nella coscienza civile del Paese l'obiezione è un dirit to per il Governo, per questa politica non ancora. Non è detto tuttavia che la partita sia già persa.
Nella foto: l’interno di una
delle nostre
caserme.
Secondo i rilevamenti, dopo l’impiego di unità italiane in operazioni umanitarie
intemazionali sembra essere
aumentato il numero
di giovani che guardano
in maniera positiva al servizio militare.
Credo che nessuno, alla Difesa, abbia pensato che l’obiezione di coscienza non debba con servare la sua dignità e il suo spazio e tantomeno che possa essere confusa confi servizio civile obbligatorio. La Lega obiettori di coscienza (LOC) ha criticato il modo in cui sono stati recepiti nel disegno di legge alcuni aspetti della mancata riforma dell'obiezione di coscienza, ritenendo che quest'ultimo sia stata sottomessa alle esigenze dei militari.
L’obbligatorietà del servizio militare non è una inven zione dei militari, ma è sancita dalla Costituizione. Nel momento in cui l’obiezione di coscienza dovesse tra sformarsi in un diritto soggettivo del cittadino, fi ser vizio militare diventerebbe puramente facoltativo. Potendo, infatti, fare obiezione semplicemente moti vando la propria scelta, i più opterebbero per fi servi zio civile, ritenuto più comodo. Tanto varrebbe, allo ra, affermare che l’esercito non ha motivo di esistere, anche se credo che i recenti impegni assunti a livello nazionale (le operazioni di protezione civile) e inter nazionali (le missioni di pace) dimostrino fi contrario. Inoltre, mi pare che si trascuri un aspetto importante, che è quello delle motivazioni, a mio avviso molto se rie, che devono sempre essere alla base di una scel ta come quella di dedicarsi agli anziani, ai malati, ai portatori di handicap. Si è portati a credere, generalmente, che un milita re provi avversione per gli obiettori di coscienza.
Nel Paese fi volontariato è cresciuto enormemente e sono molti i giovani che vi si impegnano. Non desta alcun sospetto, né tantomeno suscita irritazione, che alcuni di loro chiedano di prestare fi servizio civile so stitutivo; e, comunque, sarebbe miope negare la fon datezza e la serietà dei motivi che li spingono a rifiu tare l’uso delle armi.
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annestando ricchezza di idee e forte spirito di iniziati
va, nei suoi primi anni di vita il Centro Sportivo Italia-
no seppe espandere l’attività in molteplici direzioni. Accanto ai collaudati cam pionati dei vari sport, furono inventa te e gestite manifestazioni nazionali di grande efficacia promozionale, come i
campionati studenteschi, le Olimpiadi
Vitt ed il Gran Premio dei Campanili Alpini. Contemporaneamente squa
dre del CSI partecipavano al Giro d’I
talia e campioni dello sport professio Il manifesto di una delle prime edizioni dei campanili Alpini. Nella pagina accanto: un maglione e pantaloni alla zuava costituivano l’improvvisata divisa degli iscritti ai Campanili.
nistico accettavano, in segno di stima, la tessera dell’Associazione. Era il frutto di una «politica delle porte a-
perte», che intendeva diffondere il messaggio associativo anche nello
sport di vertice. Tra queste apparenti contraddizioni il CSI si incamminava
verso 1 grandi cambiamenti degli anni Cinquanta, marcando profondamente la ANDREA DE PASCALIS
on crediamo di andare errati se osiamo affermare che la cifra
complessiva di atleti-gara impegnati dal CSI nella trascorsa stagione sportiva raggiunge e forse supera il milione di unità. Quale altra organizzazione sportiva può presentarsi alla ri balta con un simile consuntivo?». Così, con una punta di le gittimo orgoglio, si interrogava Stadium del 10 ottobre 1949 nel presentare il bilancio dell'attività annuale. Seguivano le cifre: undici campionati nazionali già attuati o in fase di at tuazione (sport invernali, ciclocampestre, calcio, corsa cam pestre, scherma, pallavolo, pallacanestro, nuoto, atletica, ci clismo, ginnastica artistica), più una miriade di altre compe tizioni, come la Leva del Pesista, le Olimpiadi Vitt, i Campa nili Alpini e Marini, il Trofeo della Montagna, i Campionati Nazionali Studenteschi. Questi ultimi, da soli, avevano mo bilitato quell'anno circa centomila atleti studenti, tenendoli impegnati per circa tre mesi in una girandola di gare relative a dodici sport. Il CSI era giovane, ma aveva una grande ricchezza di idee e le energie sufficienti per concretizzarle e farle crescere. I Campionati nazionali costituivano la faccia tradizionale dell’attività, che si svolgeva per fasi successive, conducendo i più bravi alle finali regionali ed a quelle nazionali. Cerano
vita e il costume dello sport nazionale. poi le manifestazioni innovative, le “invenzioni” studiate per portare qualcosa di nuovo nello sport italiano, per allargare la base, per scuotere l’immobilismo di un Paese che, ieri più di oggi, era fatto di troppi tifosi e di pochi sportivi praticanti. Da questo punto di vista i Campanili Alpini, le Olimpiadi Vitt o i Campionati Studenteschi erano gli antenati dell’odierno Giocasport: proposte marcate CSI, capaci di portare il nome e le idee dell’Associazione oltre i confini dell’Associazione stessa. Educazione fisica e sport
Quando, il 10 febbraio 1945, Stadium riprese le pubblica zioni dopo diciotto anni di silenzio imposti dal fascismo e dalla guerra, sulla prima pagina della rinnovata pubblicazio ne i due articoli di apertura erano dedicati al problema dello sport scolastico, che evidentemente l’Associazione riteneva fondante per la rinascita della vita sportiva nel Paese. Si trattava di una questione antica, radicata. In Italia l’idea di rendere lo sport una pratica diffusa in tutta la società era stata introdotta agli inizi del secolo, soprattutto per merito delle organizzazioni giovanili cattoliche, tra cui l'antenata del CSI, la FASCI. Lo sport, però, era rimasto sostanzialmente e-
CINQUANTENNIO ALLE RADICI DELL'ASSOCIAZIONE
straneo alla scuola, nella quale ci si limitava ad una generica attività di educazione fisica. Una legge del dicembre 1909 aveva stabilito l’obbligatorietà dell’educazio ne fìsica scolastica, disciplinando la costruzione dei relativi impianti e prevedendo corsi di formazione per gli insegnan ti; ma la legge aveva dedicato solo vaghi cenni alla possibi lità di introdurre un’autentica pratica sportiva nelle scuole. Le cose non erano mutate durante il periodo fascista. Il Regime aveva usato larghezza di mezzi per diffondere lo sport, sia pure con intenti paramilitari e propagandistici, ep pure non aveva saputo superare l’equazione scuola=ginnatisca. Per l’intero Ventennio nelle scuole medie inferiori e su periori si continuò a fare ginnastica e ad insegnare qualche esercizio di atletica. Non si pensò di imitare la grande tradi zione sportiva inglese e nord-europea, che inquadrava, la pratica dei diversi sport (football, rugby, nuoto, ecc.) come parte integrante dei programmi scolastici. Né l’Opera Nazionale Balilla, né più tardi la Gioventù Italiana del Littorio con i suoi Grup pi Sportivi, né il CONI riuscirono a capire quanto sarebbe stata importante una fusio ne di sport e scuola. Quando, terminata la
guerra, fu necessario pensa MPfONATl luZIONAU re anche al riassetto dello ITUDENTE/CW sport italiano, la questione dello sport scolastico tornò a galla. Mentre qualcuno mugugnava per ché l’educazione fìsica fosse portata fuori dalla scuola, altri premevano perché l’edu cazione fìsica scolastica fosse potenziata e, \ponm soprattutto, fosse orientata come attività TMIM presportiva o sportiva. ¡WS!
II CSI e la scuola
Il CSI aveva una visione globale del proble ma. La scuola - diceva - non può essere un tempio o una tana come sostenuto da Nic colò Tommaseo. I giovani alunni devono poter fare attività sportiva all’aria aperta, sui campi da gioco e nei cortili. L’educazione fi sica concepita come ginnastica non può ba stare, oltretutto è ripetitiva e noiosa; meglio, allora, che lo sport entri nella scuola o, piuttosto, che la scuola esca nello sport. Solo nella scuola si può pensare di realizzare una mentalità sportiva che poi si estenda all’intera nazione. Ma quale sport nella scuola? Non certo lo sport della ex GIL, rispondeva il CSI. L’Ente giovanile fascista aveva getta to lo sport dei giovani e dei giovanissimi nelle braccia di un agonismo dissennato, organizzando tornei troppo duri che mettevano sullo stesso piano sport più leggeri, come la gin nastica, ed altri più impegnativi, come il pugilato. Per i diret tori sportivi della GIL, inoltre, contava solo la vittoria degli al lievi e poco interessava se la vittoria comportava uno sforzo troppo grande per l’età giovanile. I ragazzi, infine, giungeva no a quegli appuntamenti impreparati, perché nessuno ave va fatto svolgere loro, nell’età adatta, una preparazione fisi co-sportiva propedeutica all’impegno sportivo agonistico. Bisognava dunque introdurre nella scuola programmi per un'attività concepita come preparazione pre-sportiva e suc cessivamente come attività sportiva moderatamente agoni stica, facendo provare all’allievo più sport, in modo da sco prire quale fosse quello più adatto per lui. Per realizzare il progetto occorrevano due condizioni preliminari: disporre di insegnanti preparati ed esperti; disporre degli impianti ne cessari. Nessuno dei due problemi era di facile soluzione. Gli insegnanti di educazione fisica erano pochi e spesso im provvisati: fAccademia di Educazione Fisica istituita dal fa scismo era stata chiusa, l'ISEF doveva ancora nascere e gli insegnanti di “ginnastica” erano ritenuti a tutti gli effetti do centi di “serie B”. Quanto agli impianti, ben poche scuole ne erano fornite: potenzialmente, è vero, cerano a disposizio ne gli impianti ex-GIL, ma intorno a quell’osso si accalcava no molti cani affamati. I Campionati Studenteschi
Insegnanti e palestre non erano i soli problemi. C’era una questione di mentalità: i docenti delle altre materie tendeva no a vedere nell'educazione fisica una perdita di tempo, una fonte di distrazione per i ragazzi; anche le famiglie sten tavano a recepire l’importanza dell’educazione fìsica, che spesso consideravano un’attività a rischio, al punto da ren-
dere frequenti le richieste di esenzione dalle due ore settimanali di lezione. Tutto ciò rendeva inattuabile l’idea di portare Io sport nella scuola. Rima neva l’altra alternativa: portare la scuola nello sport. Fu così che nella primavera del 1945 il CSI organizzò nell’Italia centro-me ridionale (il Nord doveva essere ancora liberato) i Campionati per studenti medi, denominati “Trofeo Coni”. L’Associazione mise a disposizione le sue strutture tecniche e organizzative che resero possibile organizzare gare locali di atletica, ciclismo, tennis, calcio, scherma, pallacane stro. A Campionati terminati fu elaborata una classifica generale per Istituti. Per la cro IIII1IMII OIUIUHIIH iti timi »inni mini naca, ai primi due posti finirono due scuole di Palermo, l'istituto Gonzaga e l’istituto In PRESENTI, EFFICIENTI DETERMINANTI dustriale. L'anno successivo l’iniziativa fu promossa su tutto il territorio nazionale e nacquero i OA OOtSTO KÜMOK3 Campionati studenteschi. Formalmente, co CHE SARA WVU . a rarer sì come avvenne negli anni successivi, i Campionati erano indetti dal CSI su manda to del Ministero della Pubblica Istruzione che, presa visione dei programmi, invitava i Provveditori agli Studi a collaborare. Rispetto all'esperimento dell’anno prece dente, nel 1946 il programma fu notevolmente potenziato. Sport obbligatori divennero atletica, calcio, ciclismo, ginnastica, pallacanestro; come sport facoltativi furono scelti pattinaggio, pallavolo, rugby, tennis e scherma. Inva-
STADIUM
bo ro coma
selezioni provinciali. Nel frattempo avevano preso il via i Campionati Studenteschi di sport invernali. I Campionati Studenteschi, che a un certo punto cambia rono il nome di Criterium Studenteschi, ebbero vita quasi ventennale. La continuità della manifestazione favorì la na scita dei Gruppi Sportivi scolastici. Alla fine fu proprio la cri si dei Gruppi Sportivi scolastici a provo care il tramonto dei Criterium. Anche quando, con il trascorrere degli anni, il programma tecnico dei Campio Due grandi manifestazioni Polisportive “J® SPORT l»5O” e “SPORT VITT 1»S#" nati Studenteschi divenne più comples Verranno Impegnali I ragaa.l dai IO «I I» «nnl ed I glord»! dal IO al;«» anni da novembre Ileo al Mdtemtme «aerali. so, con un numero maggiore di sport e di fasi, l'intera macchina organizzativa continuò ad essere gestita dal CSI attra verso i suoi Comitati provinciali, che tut tavia erano tenuti a ricercare la collabo razione degli organi periferici delle Fede razioni interessate e dei rappresentanti degli Istituti scolastici, costituendo con Campionati Studenteschi ebbero carattere esclusivamente gli uni e con gli altri, quando possibile (e raramente lo era), locale e si esaurirono con le finali provinciali. Per alcuni sport apposite Commissioni provinciali. Agli iscritti veniva rilascia particolarmente “frequentati", come il calcio, la manifesta to un cartellino provvisorio del CSI, valido ai fini assicurativi. Si può calcolare che complessivamente l’iniziativa abbia zione nacque e si concluse a livello locale. Al termine di tut te le gare fu stilata la solita classifica nazionale per Istituti. So fatto registrare nell’arco della sua vita circa due milioni di ilo più tardi, nel 1950, il programma dei Campionati Studen scritti, contribuendo a rimuovere, a tutti i livelli, i pregiudizi teschi cominciò a comprendere le finali nazionali, aperte a sulla funzione dello sport nella scuola.
nati rimasero il limite minimo di età dei partecipanti (dai 13 ai 14 anni, secondo gli sport) e la scelta di programmi tecni ci impostati in modo da rispettare la giovane età degli iscrit ti. La manifestazione si svolse nell'arco di un mese e mezzo, dai primi di aprile alla metà di maggio. In quell’edizione i
gz CENTRO ilSORTIVOITALIANO
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Aosta 1949: accanto allo sci, anche il podismo rientrava tra le prove del trofeo della Montagna, costituendo così una vera manifestazione polisportiva. I giovani-adulti partecipanti al Trofeo erano suddivisi in tre categorie: militari, valligiani e cittadini.
I Campanili Alpini
Tanti anni prima di Thoeni, di Gros e di Tom ba, c’era Zeno Colò, campione mondiale di discesa libera e di slalom gigante nel 1950 e campione olimpico di discesa libera nel 1952. Prima ancora di Zeno Colò cera il nulla. Lo sci era uno sport poco seguito e poco prati cato dalle masse cittadine: la moda delle settimane bianche sarebbe venuta oltre die ci anni dopo, con il boom economico. Nei paesi di montagna la situazione era leggermente diversa: «Nelle valli alpine co me sui cocuzzoli di montagna, - scriveva Stadium nel 1948 - specie sopra i mille me tri, non v’è bimbo che a sei anni non abbia nei mesi di neve i suoi piccoli sci ai piedi. Sd per modo di dire, siamo d’accordo; forse più che veri e propri pattini da neve, due avanzi di botte con un paio di chiodi che stringono due pezzi di dnghia chiamati at tacchi. Eppure li vedi sgusdare di dietro le batte e tuffarsi giù pei pendìi o arrampicarsi sbracdandosi rossi come papaveri ma pieni di salute con un'audada e una passione sen za fine». Fu così che il CSI inventò il Gran Premio dei Campanili Alpini per i piccoli sdatori del le nostre montagne. Lo scopo era quello di avviare ad una pratica sciistica più regolare e razionale quei ragazzini che per motivi ambientali erano già “costretti” ad avere qualche dimistichezza con lo sd. “Ovunque c’è un campa nile - era il motto - deve esserci un’eliminatoria dei Campa nili Alpini”. Organizzato in collaborazione con la FISI, che metteva a disposizione i suoi istruttori, e con il “Vittorioso”, allora cele bre giornale per ragazzi dell'Azione Cattolica, il Gran Premio dei Campanili alpini debuttò nei primi mesi del 1949. La partedpazione era aperta ai ragazzi dai 12 ai 14 anni. I pro grammi prevedevano prove “addolcite” di discesa, di slalom e, dove possibile, di salto dal trampolino. Più tardi, per ca renze di impianti specifìd, la prova di trampolini fu sostitui ta con una gara di fondo. L'iniziativa ebbe un grande suc cesso e fu replicata fino agli anni Sessanta. Alla diffusione degli sport invernali era finalizzato anche il Trofeo della Montagna, organizzato in collaborazione con gli Alpini. Riservato ai giovani-adulti, il Trofeo prevedeva una triplice ripartizione dei partecipanti: categoria militari (Alpini, genio, ecc.); categoria valligiani; categoria cittadini. La prima edi zione si svolse nel 1949. La politica delle porte aperte
Il numero delle attività e delle iniziative in cui spaziava il CSI in quei suoi primi anni di vita ha dell’incredibile. Agli sport più tranquilli e tradizionali se ne affiancavano altri più impe gnativi e rischiosi, come il pugilato o l’atletica pesante. Si tro vava il tempo e il modo di partecipare al Giro d'Italia o di ac cogliere come soci onorari gli assi del volante.
A sinistra: una fase della gara del lancio del disco alle finali nazionali di atletica leggera dei Campionati Studenteschi del 1950. Sotto: passaggio di una corsa podistica a squadre organizzata in Piemonte, nel 1949, come prova del Trofeo Della Montagna.
La filosofia che ispirava l’Assodazione era quella della massima apertura alle novità. «II CSI - si ammoniva su Sta dium dell’estate 1947 - non sia mai una camera chiusa, ma lasciamo aperte le porte e le finestre perché tutti possano entrare a lavorare con noi per una sempre maggiore penetrazione nel campo dello sport del nostro spirito di conqui sta apostolica». La politica di apertura ispirò due grandi manifestazioni polisportive organizzate dal CFu così che il CSI inventò SI per la GIAC: Ju Sport e Sport Vìtt. La prima era de il Gran Premio dicata ai ragazzi dai 10 ai 14 dei Campanili Alpini anni, la seconda ai giovani per i piccoli sciatori dai 16 ai 20 anni. delle nostre montagne. Duravano da settembre a novembre. Sport Vìtt si arti colava in tre tempi: campionati invernali, Olimpiadi Vìtt, campionati estivi. Le Olimpiadi Vitt (pallavolo e triatlhon) fu rono replicate con successo per anni. In quel fervore di iniziative, non tutte le ciambelle riusciro no col buco. Nei progetti del CSI i Campionati Studenteschi dovevano essere seguiti da un’analoga manifestazione de dicata ai mondo delle aziende e mirata a diffondere lo sport tra gli adulti-lavoratori. Dopo i primi approcci non se ne fece niente: quando si sparse la notizia del progetto, entrarono in gioco l’ENAL ed altri Enti. Fra tante voci fu impossibile tro vare un accordo. La politica delle porte aperte produsse anche due... cam-
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Il CSI al Giro d'Italia
pioni di pugilato: nel 1947 Enzo Correggioli divenne campione italiano dei pesi medi e nel 1948 Guido Ferradn conquistò la cintu ra europea dei pesi gallo. Entrambi erano espressione del CSI di Ro vigo. In quegli stessi anni aderivano al Cen tro Sportivo Italiano, in segno di stima, cam pioni di automobilismo, di motonautica e di altri sport. Il CSI che si incamminava verso gli anni Cinquanta viveva an che di queste contraddizioni, che facevano convivere ideal mente nella stessa struttura i ragazzi dei Campionati Stu denteschi, i ciclisti del Giro d’Italia, un pugile campione d’Eu ropa o un asso del volante. Secondo i dirigenti di allora non c’era alcuna dicotomia: per noi - ribadivano - lo sport è un mezzo, non un fine; tra le file del CSI possono formarsi anche i campioni, basta che essi restino eccezioni e che tutti ricordino che lo scopo pri mario dell’Associazione è formare l’atleta dal punto di vista umano e cristiano. Tuttavia di lì a poco, nei primi anni Cinquanta, in seno all’Associazione si sollevò il dibattito sull’opportunità di ge stire sport “pesanti” come il pugilato e il sollevamento pesi, e alla fine si imboccò la strada di una maggiore coerenza con la scelta dello sport quale fattore di educazione giovanile. Anche lo sport professionistico cambiò, evolvendo verso un affarismo che poco o nulla voleva sapere dei valori etici, e non fu più possibile ospitare atleti professionisti a titolo di esempio. In un certo senso fu la fine di un’epoca.
Ile prime edizioni dopo guerra del Giro d'Italia c'e ra anche il CSI. Si presen tava ai nastri di partenza con una propria squadra, per lo più composta da un paio di stagionati veterani a da qualche giovane di belle speranze. Le possibi lità di vittoria erano poche, ma lo scopo della spedizione, una volta tanto, era più partecipare che vincere. Fedele all'art. 3 del proprio statuto, il CSI cercava i modi di diffondere e testimoniare i valori cri stiani anche nell'ambito dello sport pro fessionistico. Al Giro del 1947 fu presen tata una squadra che sulle maglie recava la triplice scritta "Arbos Talbot CSI". La Arbos, fabbrica di biciclette, forniva i mezzi meccani ci e l'assistenza tecnica, la Talbot era lo sponsor, il CSl forniva «assistenza morale e materiale». La squadra
era capitanata dal trentasettenne Canavesi, ex cam pione d'Italia, che ottenne il miglior piazzamento fina le con il suo diciannovesimo posto. Gli altri membri dell'ardita pattuglia erano Brignole, Bratto, Generati, Lambertini, Locatelli, Zanacchi. Le cronache riferisco no che la spedizione del CSI era tutta una festa. Non solo perché si correva senza pensare troppo al risulta to e si viveva in amicizia con tutti, ma anche perché ad ogni sede di tappa si veniva accolti e festeggiato trion falmente dalla gente dei Comitati locali del CSI. Le cro nache riferiscono anche che in quel Giro del 1947 i re sponsabili del CSI si impegnarono a fondo in una campagna antiblasfema: si cercò, in altri termini, di convincere tutti i corridori che non era il caso di im precare nei momenti topici della corsa. Nonostante l'impegno - riferiva Stadium - i "moccoli" volarono ugualmente, ma più per l'abitudine che per cattiveria.
La squadra ciclistica del CSI al Giro d’Italia del 1949. Nella foto piccola, a lato: Severino Canavesi, campione nazionale di ciclismo nel 1945 e capitano della rappresentativa CSI al Giro del 1947.
angentopoli ed altre gravi vicende in atto nel nostro Pae
se dimostrano che non è possibile ridurre la realizzazio ne della democrazia ad una delega incondizionata e in
controllabile ad «eletti», magari privi della capacità di riconoscersi espressione di «altri». Ma come realizzare un sistema in grado di e-
nati? E quali valori attri
sprimere persone respon
buire, a tale fine, a concet
sabili e protagoniste, ca
ti come «partecipazione»,
paci di assumere su di sé il
«protagonismo», «respon
protagonismo della gente
sabilità»,
senza scadere nella ricer
preparazione al Congresso
ca dell'interesse, del pre
nazionale, proviamo a ri
stigio e del potere perso-
DAVIDE JACCHETTI
È CAPITATO più volte di chiedermi se la democra zia sia necessaria all’edu cazione. Credo di essere ormai giunto alla conclu sione che non possa esi stere una formazione autentica che non pas si dalla e non conduca alla democrazia. Cer to occorre intenderci sui termini in questio ne. Chi vogliamo formare? Personalità forti ed adulte! Allora il modello di Uomo cui fac ciamo riferimento ha nell’assunzione di re sponsabilità, personale e collettiva, il suo cri terio radicale, il suo obiettivo finale, ultimo e imprescindibile. Non potrebbe essere altri menti per la nostra concezione di democra zia: il problema innanzitutto non è nei crite ri della rappresentanza, che pure sono im portanti, ma nella possibilità di garantire una presenza ed una partecipazione significativa a tutti. Potremmo dire che occorre che sia garantito il «protagonismo» di ciascuno; in tal modo si affianca al criterio della respon sabilità quello del diritto a far valere le pro prie idee e convinzioni, mettendole al servi zio degli interessi collettivi. Essere protago nisti significa riconoscersi come esseri unici ed irripetibili, coscienti e convinti della pro pria dignità di persona, fatto che implica an che il riconoscimento e la valorizzazione del la propria diversità. Ma che centra tutto questo con la demo crazia? Se penso alle vicende drammatiche che stiamo vivendo nel nostro Paese ho l’impressione che ci sia nella democrazia re alizzata da noi una forte spinta antieducati va. Non mi riferisco semplicemente allo scandalo inqualificabile di «Tangentopoli», ma soprattutto alla riduzione della democra
zia alla semplice gestione del potere, alla de lega incondizionata ed incontrollabile a «eletti» spesso privi dell’etica della rappresen tanza, della capacità cioè di riconoscersi espressione di «altri», la cui volontà è costan temente da interpretare, da verificare e da ri spettare. Il senso della rappresentanza elettiva mi parrebbe che si debba e si possa porre a questo livello: un sistema che sia in grado di esprimere persone responsabili e protagoni ste, capaci di assumere su di sé il protagoni smo della gente. O forse sto sognando? E qui il problema si complica. Quante questioni! È possibile essere e sentirsi par tecipi affidando ad altri il compito di decide re e gestire? Come farsi rappresentare sen za farsi delegare? E chi viene eletto sarà in grado di essere protagonsita nel rispetto e al servizio della Base? (Ma esiste ancora que sta parola nel vocabolario italiano?) O prota gonismo diventa sinonimo di decisione au tonoma, di cura prioritaria del proprio inte resse economico o di prestigio o di sempli ce potere? Darsi delle regole elettorali significa porre le premesse per il realizzarsi o meno delle possibilità educative della democrazia, che, ricordiamolo, sono: partecipazione, prota gonismo, responsabilità e diversità.
I
La diversità: un valore e non una discriminazione
Prendiamo in considerazione il problema della diversità. Nello Statuto del CSI si è da to ampio spazio alla «tutela delle minoran ze», in sostanza all’obiettivo di far sì che condizioni personali o sociali «diverse» non fossero emarginate, ma dessero il loro con
«diversità»?
In
flettere sull’argomento. tributo all’Assodazione. C’era in questa im postazione, accanto ad indubbi valori e indi scutibili opportunità storiche, qualche aspet to quanto meno discutibile. II primo di que sti è una visione del CSI come una specie di «giungla»: le maggioranze sono spesso con siderate come tigri affamate pronte ad assal tare, distruggere e divorare le povere ed in difese gazzelle-minoranze. Le donne dove vano essere salvate dall’orda dei maschi as setati di potere, le società sportive piccole dovevano essere protette (dando loro pro porzionalmente più voti) dalla coalizione delle grandi società che si accaparrano tutti i posti nei vari Consigli provinciali e nazionali. E così via. Ne conseguiva una sorta di malcelato, implicito «assistenzialismo», per cui le minoranze erano considerate incapaci di farsi valere da sé, erano da ritenersi inferiori e perciò stesso da porre sotto la «benevola ala protettrice» di un Grande Uccello, di un Grande Padre. Insomma le «minoranze» erano destinate ad essere e rimanere perenni Adolescenti di pendenti dal Padre. Non è forse stato questo che ha impedito che il CSI celebrasse l’Unità d’Italia? Bene ha fatto allora il Congresso di Montesilvano ad abolire la tutela delle donne, delle quali non ho visto, tra parentesi, passare i cadaveri lungo il Tevere (e nemmeno il Po, visto che a Cremona continuano ad essere saldamen te maggioranza!). È stata una reale vittoria delle donne, finalmente «adulte»! Bene fa la Commissione per la riforma dello Statuto a proporre: che i Consiglieri nazionali eletti siano in numero superiore ai Presidenti re gionali (perché anche le Regioni finora dove vano essere «tutelate»!); che 12 Consiglieri
VERSO IL CONGRESSO NAZIONALE UN LEGAME NECESSARIO
Democrazia
siano eletti su lista unica nazionale. Sto già meditando di farmi eleggere come delegato al prossimo Congresso Elettivo solo per to gliermi la soddisfazione di votare un sicilia no o, chissà, un pugliese, solo perché ha le idee e i programmi che mi piacciono, indi pendentemente dal «dialetto» con cui espri me tali idee. E qui non posso tacere che, a mio parere, la Commissione è stata semmai troppo timi da: la mia idea è che si votino tutti i 32 Con siglieri su una lista unica, dentro la quale prevedere la salvaguardia (e non la tutela!) delle realtà territoriali. Già, le idee!
La sensibilità popolare da un lato e il desi derio di riforma elettorale dall'altro spingono oggi in Italia a studiare sistemi elettorali che identifichino il voto con la persona del can didato, molto più che con le idee (partito) di cui egli è espressione (ad es.: elezione diret ta del Sindaco, sistema uninominale, ecc.). Non voglio qui mettere in discussione i molti aspetti positivi della responsabilizza zione che può derivare dal voto «personaliz zato», ma mi pare illusorio che esso sia au tomaticamente produttore di reale demo crazia. Anzi il rischio è che il «protagonismo» fini sca per diventare l’unica ragione di esercizio del potere, e conseguentemente che la ca pacità di interpretare e rappresentare le idee degli elettori divenga secondaria. II candida to che non può presentarsi come espressio ne di un cartello di idee e programmi deve necessariamente «mettersi in vista» e «farsi conoscere», con la conseguenza che maga ri vanno avanti quelli che si presentano be
ne, sono simpatici o abili parlatori. In tal senso la Televisione rischia di diventare sempre più il vero potere politico, capace di costruire (e distruggere) nello spazio di un attimo fortune e successo di questo o quel candidato. Non credo che a questi rischi sia sfuggito o possa sfuggire il CSI, che se da un Iato ha evitato l’emergere di schieramenti più o me no differenziati per idee e proposte, dall'altro lato ha visto un ruolo centrale di «Presiden ti» e «Dirigenti» a tutti i livelli, a partire dalle società sportive per arrivare ai vertici nazio nali, spesso altrettanto indispensabili quan to inamovibili. Non è che io sappia come far quadrare il cerchio dell'integrazione tra responsabilità personale del candidato e valorizzazione delle idee al di là della persona (ma mi pare che non lo sappiano nemmeno i compo nenti della Commissione Bicamerale). L’in troduzione della possibilità di votare solo i 4/5 degli eligendi, come propone la Com missione per la riforma delio Statuto, mi pa re vada su questa strada e rappresenti un primo tentativo di riconoscere spazio a mi noranze non più per status, ma per idee. Resta comunque il fatto che una delle me raviglie della nostra Associazione è sempre stata la capacità di essere un crogiolo di ri flessioni e di nuove idee. Occorre che ciò sia non solo mantenuto, ma ulteriormente sti molato e incrementato. Il raggiungimento di una dimensione «adulta» della vita associativa coincide, a mio parere, con la capacità di non aver paura della diversità, ma di far convivere come ric chezze tutte le diversità: prima fra tutte quel la culturale e ideologica.
Le regole del gioco
Per chi come noi si occupa di sport in una prospettiva educativa non è difficile com prendere come la presenza di regole chiare e concordate sia la condizione necessaria perché il gioco si realizzi ed esprima tutte le proprie qualità: senza regole non ci sono né il gioco, né la libertà, ci sono solo confusio ne e caos. E in questa confusione, che nasce dall’as senza di regole definite, sappiamo bene che rinascono le tendenze più primordiali del l’uomo: aggressività, prepotenza, sopraffa zione. Ma noi sappiamo anche, però, che le re gole del gioco non sono il gioco e che anche laddove le regole vengono cambiate ed ade guate alle esigenze di «giochi» sempre mi gliori e sempre più formativi, il giocare bene o male implica la responsabilità degli attori, la scelta cioè di usare le regole per le finalità per cui sono state costruite. Troppo spesso continua a valere il proverbio «Fatta la legge, trovato l’inganno!». Resta allora aperta la questione che senza personalità forti e robuste, radicate in solide basi etiche, fortemente schierate dalla parte dei Valori e interiormente votate alla scelta del servizio totalmente gratuito, non sarà in fine possibile nessuna efficace riforma elet torale, che faccia sì che ogni socio si senta autenticamente rappresentato e integral mente rispettato. Discorso vecchio, supera to e un po’ moralistico? Può darsi. Ma non dimentichia mo che un altro antico pro verbio recita: «Gallina vec chia fa buon brodo!».
E pericoloso alimentarsi male MARCELLO GHIZZO
EGLI ULTIMI
trentanni i consumi alimentari sono stati caratterizzati da un incremento del loro rapporto calorico globale, che è passato da 2500 a 3000 calorie al giorno, e da una variazione qualitativa e quantitativa dei componenti. In particolare, è aumentato l’apporto di proteine animali, di zuccheri ma, soprattutto, di grassi, mentre si è progressivamente ridotta la quantità di fibre vegetali. Le conseguenze sono note e visibili a tutti: bilancio calorico positivo, ovvero entrate superiori alle uscite, aumento delle scorte metaboliche sotto forma di grasso e inevitabile aumento del peso corporeo. È importante, altresì, sottolineare come quest’ultimo si verifichi secondo modalità diverse in base all'età. Infatti, mentre nell’adulto il numero delle cellule costituenti il tessuto adiposo è di per sé stabilizzato, nell’età evolutiva si ha un incremento di questo tessuto che rende costante la tendenza ad ingrassare. Il peso raggiunge livelli patologici (sovrappeso e obesità) quando risulta superiore del 20% rispetto al peso teorico, calcolato generalmente in rapporto all’altezza e differenziato tra adulto e ragazzo. L’incidenza attuale del sovrappeso è decisamente significativa: nel nostro Paese un individuo su cinque presenta problemi di
questo tipo. La condizione di obesità determina notevoli ripercussioni di carattere psicologico, che condizionano la vita di relazione con conseguente difficoltà all’adattamento sociale, sfociando spesso nell’isolamento e nell’allontanamento dallo sport, tanto per difficoltà fisiche oggettive, quanto per il confronto negativo con i compagni. Il sovrappeso può quindi, diventare causa di una insufficiente attività motoria, fatto questo non trascurabile. II problema inoltre non si limita agli aspetti tecnici e psicologici. L’aumento di peso si accompagna frequentemente anche ad un aumento della pressione arteriosa (ipertensione) e ad una alterazione del metabolismo degli zuccheri (tendenza al diabete) e dei grassi, con un anomalo assetto dei lipidi nel sangue, caratterizzato da prevalenza di colesterolo e trigliceridi con riduzione della componente buona del
colesterolo, l'HDL, di cui è stato ampiamente dimostrata l’importanza come fattore di protezione nei confronti delle alterazioni degenerative delle pareti arteriose (arteriosclerosi, infarto, ecc.) In realtà, è da tutti riconosciuta, almeno in linea di principio, l’importanza di una corretta dieta alimentare, ma il problema nutrizionale nel suo complesso è ancora lontano dalla soluzione. Infatti, le radici delle numerose incoerenze alimentari sono spesso profonde. Questo perché nell’odierna società l’assunzione di cibo spesso supera i quantitativi necessari al rifornimento per assumere significati culturali e di costume, oltre che funzione di compensatori da un punto di vista psicologico. Si rende, quindi, necessaria un'efficace campagna di educazione alimentare che deve essere impostata fin dall’età più giovane. La pratica di attività sportive,
con i condizionamenti che richiedono, può risultare fondamentale per un corretto approccio al problema. I giovani, tramite i dirigenti, gli animatori sportivi, gli allenatori, devono prendere coscienza che una nutrizione equilibrata è importante non solo in occasione di gare o allenamenti, ma sempre. In questo modo una corretta educazione alimentare nata per esigenze sportive diventa parte integrante del bagaglio culturale che accompagna i giovani nel percorso della loro crescita. Così prospettato il problema è semplice, anche se si scontra con delicati equilibri psicologici legati anche a immagini, miti e pressioni consumistiche. Affrontarlo con serenità è importante, dal momento che le abitudini hanno ripercussioni notevoli, talora difficilmente reversibili. Qualche cifra per riproporre, ancora una volta, il problema: il 50% dei decessi è dovuto a malattie aterosclerotiche; il 28% dei soggetti è in sovrappeso; i diabetici sono 5 milioni. Non si può, quindi, sperare in un buon stato di salute limitandosi ad una buona attività sportiva e trascurando l’alimentazione; nello stesso tempo non si può restare sani se ad una alimentazione corretta si associa una vita sedentaria. È questo un messaggio che invita a prenderci cura del nostro corpo, non soltanto quando si è ammalati.
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l'ambito sportivo, mentre è sottoposto anche alle giuridico sportivo norme statali per quanto la disciplina del concerne i propri rapporti tesseramento dei minori è dettata dallecon la società (o l’associazione) di varie Federazioni Sportive appartenenza. Nazionali che adottano Generalmente l’atleta criteri spesso diversi, che minore di età entra a far vanno dalla richiesta di parte dell’ordinamento «controfirma» di uno dei sportivo per il tramite genitori alla possibilità per della società sportiva di l’atleta al di sotto dei appartenenza ed il diciotto anni di rapporto che lo lega alla sottoscrivere società è di tipo autonomamente associativo, espressione l’affiliazione. Ma quale che dell’autonomia privata sia, la normativa dettata garantita dall’ordinamento dai regolamenti delle statale. Federazioni trova la sua Occorre pertanto validità ed efficacia esaminare come tale nell'ambito limitato rapporto debba essere dell'ordinamento sportivo, instaurato perché sia potendo estendere i valido ed efficace. propri effetti all’esterno Non appare, innanzi tutto, soltanto qualora non vi sia condivisibile la tesi contrasto con le norme dell’ordinamento giuridico secondo cui sarebbe possibile per il minore statale. In realtà il tesseramento sottoscrivere autonomamente implica una molteplicità di l’adesione all’associazione rapporti. Infatti, l'atleta sportiva in quanto il che intende tesserarsi vincolo associativo altro presso una Federazione non sarebbe che Sportiva Nazionale è soggetto alle norme l’esercizio del diritto, costituzionalmente dettate dalla Federazione garantito senza limitazioni per quanto attiene ell'ordinamento
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di età, di praticare lo sport in forma associata. Secondo tale opinione sarebbe sufficiente la «capacità di fatto» per rendere giuridicamente valido l’operato del minore. Invero dal rapporto associativo discendono una serie di diritti ed obblighi, anche di carattere patrimoniale, che non potrebbero essere, rispettivamente, esercitati e adempiuti in mancanza della capacità di agire. È noto che le vigenti norme fissano la maggiore età (e quindi la capacità di agire) al compimento del diciottesimo anno di età (salvo alcune eccezioni concernenti le prestazioni lavorative, la possibilità di contrarre matrimonio, ecc.), con la conseguenza che il minore può validamente agire soltanto per il tramite dei genitori che esercitano la patria potestà o per mezzo del tutore. È opportuno, pertanto, che al momento
dell’iscrizione del socio (atleta) minore di età, l’associazione sportiva faccia sottoscrivere la relativa domanda anche da uno dei genitori, in quanto la firma apposta sul modulo di richiesta concretizza l’accettazione del contratto associativo e l’assunzione delle responsabilità connesse. Una soluzione diversa comporterebbe l’invalidità del contratto (associativo) con la conseguenza che la società sportiva non potrebbe far legittimamente valere alcun diritto (come si è visto anche di carattere patrimoniale) nei confronti dell'atleta minore, né quest’ultimo potrebbe vantare alcuna pretesa nei confronti del sodalizio di appartenenza.
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I figli del «Fatture Ulisse» uno ha un limite. Tranne l'uomo. È essenziale per la natura umana superare continuamente se stessa, dunque non accettare limiti: né fisici né intellettuali, né psichici, né sentimenali. Come se la libertà di agire e di muoversi non potesse né dovesse subire condizioni. La libertà non può sopportare barriere. Non può rinunciare a qualsivoglia traguardo o desiderio. Questo sembra essere il principio che accomuna e spinge molti sportivi, quelli almeno che non si fermano ad un semplice moto per svago o per rincorrere a fine settimana una qualsiasi attività fìsica per rilassamento o per mantenersi in forma. Chi vive lo sport spostandosi fuori dai limiti non ha certo problemi di pancia, né ha come riferimento un mondo statico: al contrario, insegue il mondo dell’umanità che non accetta i limiti come vincoli inesorabili, bensì come ostacoli da superare, sfide da vincere. O da perdere. Comunque da affrontare. Un ricercatore inglese, J.R.L. Anderson, ha ipotizzato che l’elemento che spinge alcuni individui a un costante superamento dei limiti dell’uomo, derivi da una particolare caratteristica del DNA di alcuni soggetti. Il DNA dunque contiene questo elemento, chiamato «fattore Ulisse» che non tutti gli esseri umani vivono con la stessa intensità, proprio per un fattore genetico. Chi è contrario a questa teoria sostiene che se un fattore Ulisse esiste non è
certo legato a neuroni o piastrine, a DNA o proteine, bensì a quella «inestinguibile fiammella che è lo Spirito dell’Uomo».
Da una parte la scienza e dall’altra la poesia. Sembra siano in aumento, tra chi pratica lo sport, quanti cercano soprattutto la sfida con gli eventi invece che con l’uomo. Il superamento c’è ed è il se medesimo, che si deve battere perché unico ostacolo riconosciuto. Non c'è infatti, alcuna sostanziale differenza fra Io stimolo che ha spinto Einstein a studiare la teoria della relatività e quello che ha portato sir Hilary per primo in cima al monte più alto della terra. Né fra la spinta che ha trascinato Beethoven a scrivere la nona Sinfonia e quella che invece ha portato Pipin sino a 112 metri sul fondo del mare con la sola aria dei propri polmoni. Come dire, si arriva per strade diverse allo stesso risultato: superare per conoscere e attraverso la conoscenza raggiungere mete sempre più alte. Messner il dominatore degli «ottomila», Alex Carozzo il navigatore solitario degli oceani con barche semplici e incredibili, Gérard d’Aboville che, da solo, gli oceani li attraversa vogando: non sono che alcuni tra i personaggi noti che hanno affrontato con disciplina e volontà di potenza ogni loro impresa, appoggiata ogni volta al desiderio di migliorare tutto e sempre. Senza limiti. Né di tempo né di spazio. I miti, i grandi eroi, Ulisse, ci hanno raccontato il
mondo e lo sforzo compiuto per conoscerlo, vincere le insidie, combattere gli ostacoli. In un particolare momento storico come il nostro in cui molti dei valori del passato sono crollati, ed è difficile raggiungere una coscienza di sé che ci appaghi, che dia volontà e coraggio, fiducia nell'uomo e nella sua meravigliosa avventura che è la vita, va da sé che si cerchi di sfidare. Attenzione però, la sfida per superare i limiti non deve essere sfida contro l’uomo e il mondo, ma esplorazione, che trasformi l’essere in un navigatore coscienzioso, attento e pronto a reagire con saggezza ogni qualvolta se ne presenti l’occasione. È una regola di vita che ancora una volta trova nello sport l’incentivo e il modello. Mai come oggi si è assistito ad un diverso atteggiamento umano in quel desiderio di agire e reagire: anche da spettatori siamo sempre più attratti da quelle imprese appunto definite no limits, senza limite. E sempre più se ne parla, perché è il grande momento, è il momento dell’uomo che dopo lo sbarco sulla luna, qui sul pianeta, vuole osare di più. I pionieri di ieri, da Toni Valeruz per lo sci estremo, a Reinhold Messner per le arrampicate solitarie, hanno fatto proseliti, lanciato mode e creato un mercato. Non che cambi la tonalità poetica e romantica che è nello spirito di queste avventure, ma senz’altro qualcosa ne fa un lustro più sfacciato. Perché, come dice Valeruz, «sono
arrivate le grandi aziende e con i loro soldi hanno rovinato tutto. Per loro è solo una questione di immagine per farsi pubblicità e vendere di più i loro prodotti. Ma lo sport estremo è l’opposto di tutto questo. Un’impresa no limits ha valore se è fatta per se stessi, se è un tentativo per superarsi. È il contrario dell’immagine. E pura sostanza». La sicurezza non si compra in negozio, si trova dentro se stessi. Ce l’hai o non ce l’hai. In effetti basta guardare il cielo una domenica pomeriggio in una delle tante valli italiane: tutti ormai si buttano col parapendio. Preparazione? Scuole? Corsi? Tutte balle! Insomma, si è arrivati all’assurdo: l’estremo come fenomeno di massa. Ma se è estremo, come può essere di massa? Gli sport dell’ebrezza e della sfida tentano di colmare il divario tra ciò che siamo e ciò che
Reinhold
Messner. L’eco delle sue imprese ha favorito nel
nostro Paese l’interesse per lo
sport estremo.
Ma per fortuna che c’è Riccardo... GIOVIN ASTRO
’era una volta il Bar dello sport, il luogo deputato per antonomasia delle disfido verbali pallonaro. La «fauna» che lo frequentava è ormai entrata nella leggenda, riproponendosi pressoché identica a tutte le latitudini e in tutti i contesti: lo scemo del villaggio, lo spaccone, il calciatore fallito, il farmacista, l'intellettuale di provincia, il Riccardo che da solo gioca al biliardo... Che tempi, quelli! Si discuteva, d si accapigliava, si facevano scommesse; insomma: si faceva «spettacolo», uno spettacolo un po' alla buona, all’odore di caffè di mistrà, tra il fumo delle Nazionali e tanto campanilismo ruspante e caserecdo, pre-politico, pre-Bossi. Poi è arrivata la t.v. - spazzatura, la moda della «rissa catodica» e lo scemo del villaggio, lo spaccone, il caldatore fallito, il farmadsta, l’intellettuale di provinda e il Riccardo che da solo gioca al biliardo hanno traslocato nel rutilante mondo della televisione, indossando l’abito buono della festa. Ma che differenza! Si devono esser tutti montati la testa, perché l’antica spontaneità, l’antica immediatezza, gli antichi «sfottò» si sono di colpo irrigiditi in una spettacolarizzazione becera e falsa, da guitti suonati, più che da simpatici picari. I duelli dialettali di un tempo si sono così trasformati in probabili «processi» dal verdetto già scritto in partenza; le prese in giro tra tifoserie
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vorremmo essere. La grande impresa o la grande avventura aiutano l’uomo a usare, sia pure momentaneamente, dalla sofferenza che gli proviene dal sognarsi in un certo modo e dal sapersi perduto in una condizione ben diversa. L'identificazione con gli eroi, con i modelli ideali, con le sfide, trasformano chi le segue in una sorta di emulatore passivo che però cerca nella griglia esistenziale di porsi come vincente. Poco importa che le industrie lo coccolano insinuando e spingendo non certo a quell’educazione tanto cara ai pionieri, ma verso il baratro del prodotto che, come spesso accade, rimarrà lì, nell'armadio, cinque giorni su sette. Malgrado tutto comunque, nella difesa della natura elitaria del grande rischio c’è anche la voglia di trasmettere a tutti la passione sfrenata e dilagante per le sfide con l’impossibile.
contrapposte in deprimenti disquisizioni tra chi il pallone è abituato a vederlo solo dalla tribuna; la visione ludica e «cadarona» dello sport in risibili trattazioni affrontate con un linguaggio sempre pericolosamente in bilico sul baratro del nulla. Ed inoltre la «fauna» si è arricchita di qualche personaggio in più: il «giornalista-opinionista» che, non pago di affliggerà ogni lunedì mattina dalle onde della radio (bel modo di fard comindare la settimana!), imperversa anche sugli schermi televisivi (prodigi dei contratti lottizzati!), con le sue banalità in libera usata travestite da verità illuminanti; lo show-man trombato dalla volgarità pret-à-porter; l’altro «giornalistaopinionista» pagato solo per rischiare l'ictus accendendo la discussione con i suoi pirotecnia livori. Grazie a queste nuove figurine è possibile così dar vita a discussioni come quella a cui
abbiamo assistito all’inizio di febbraio, in cui ad essere sotto «processo» era la candidatura di Milano ai Giochi Olimpia del 2000. Fra tanti guitti, a sparlare e a prendersi a sberle c’erano anche il Sindaco ed un Onorevole da esposizione, ai quali il giornalista-opinionista dal facdone spento e dall’eloquio surreale ha rivolto il suo Verbo, difendendo la candidatura come «riscatto delle anime oneste del paese». Strana gente questi opinionisti pallonari: quando li togli dal loro brodo primordiale fatto di cala negli stinchi e schemi tattid imparati sui manuali e li costringi a pensare con la testa e non con i piedi, si rivelano per quelli che in realtà sono: dei deprimenti grilli parlanti del luogo comune, gente che di sicuro, nei giochi d'infanzia, si metteva a frignare se non la si faceva segnare, portandosi istericamente il pallone a casa all’insegna del «non gioco più»...
I] pattino toma in pista ANDREA DE PASCALIS
E stato un tempo, subito dopo la guerra e poi ancora negli anni Cinquanta, in cui il pattinaggio a rotelle mobilitava vaste masse giovanili. Per i ragazzi, in quell’Italietta povera e bisognosa di tutto, possedere un paio di pattini era un sogno non sempre realizzabile. Quando i genitori nicchiavano sull'acquisto, si ricorreva ad un amico più fortunato, chiedendogli in prestito i preziosi attrezzi, almeno per il tempo necessario a fare un giretto. Le piste, o gli spazi protetti, erano una rarità e ci si accontentava di correre (e di cadere) sul cemento di qualche strada o di qualche piazza di periferia, lì dove avvistare un automobile era un po’ come avvistare un UFO. Talvolta d si misurava in gruppo, segnando in terra la linea di partenza e quella di arrivo con un gessetto rubato a scuola. Chi emergeva in quelle improvvisate kermesse provava a cimentarsi a più impegnativi livelli, dalla gara parrocchiale in su. Da quella grande base traeva linfa il pattinaggio agonistico. Furono anni d’oro per lo sport dei pattini, facile da organizzare e da gestire. Anche all’interno del CSI il pattinaggio fu sport praticato da molti, capace di radicarsi come scuola e di diventare tradizione. Poi è cambiata l’Italia, e il pattinaggio è diventato sport di pochi. Forse per colpa delle strade e delle piazze, diventate piene di automobili; più probabilmente per colpa del boom economico e del consumismo, che
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hanno indirizzato i ragazzi verso altri oggetti del desiderio, ben più complessi e costosi di un paio di pattini. Ma se è vero, come sosteneva Giambattista Vico, che la storia umana è fatta di corsi e di ricorsi, anche il pattinaggio potrebbe avere presto la sua rivincita. Non è un sogno impossibile: lo skateboard, evoluzione contemporanea dei vecchi pattini, cambiando il look, sostituendo la plastica al metallo, ha riconciliato i giovanissimi con l’idea di correre su rotelle; la voglia di trovare spazi aperti, immuni da smog, potrebbe fare il resto. Forse anche la Federazione Italiana Hockey e Pattinaggio coltiva il sogno di un ritorno del pattinaggio nei favori giovanili. Questo è quanto fa pensare, di primo acchitto, il volume «Giochiamo con i pattini», pubblicato da un editore privato, ma in realtà voluto proprio dalla FIHP, che da qualche tempo ha inserito tra i suoi obiettivi proprio quello di favorire tra i giovanissimi la conoscenza del pattino come mezzo di educazione e di gioco. Per giungere a tanto, la Federazione ha insediato una Commissione Scuola, che è la vera fonte di «Giochiamo con i pattini». Ciò spiega la struttura del libro, destinato agli insegnanti del secondo ciclo della scuola elementare quale «offerta di uno strumento didattico in più, il pattinare, per il raggiungimento di quegli obiettivi che sono propri dell’educazione, in particolare quella motoria, dei fanciulli dai 9 agli 11 anni».
Le prime due parti del testo forniscono al lettore insegnante alcune nozioni fondamentali sull’educazione motoria e sul movimento. Più nuova e stimolante è la terza ed ultima parte, che espone la proposta FIHP per un’attività ludica da effettuarsi con i pattini. La proposta si articola in 37 schede che descrivono altrettanti giochi con i pattini, con le loro varianti e i loro obiettivi. Si tratta di giochi piacevoli e interessanti, che fanno del pattino uno strumento mediante il quale il fanciullo si diverte, inventa, conosce, si esprime. Insomma, siamo nel pieno rispetto del concetto di educazione motoria come «componente essenziale dell’unità educativa della persona». È confortante notare come anche il mondo delle Federazioni cominci a prendere atto che lo sport, anche il loro sport, può essere mezzo e non fine, e soprattutto mezzo di educazione, proprio come il CSI va affermando da sempre.
Giochiamo con i pattini À. Baidanzi, L. Cherchi, S. Nicotra Società Stampa Sportiva, Roma 1992,’ PP.1Ò7,....................... L. 15.000
In ritordo di Cesare Martino
«...Vorrei suonare il sassofono, per Cesare; vorrei suonare il tamburo, per Cesare. Perché la morte di un giusto è sempre una festa...» (P. Ciantella). «Signore, se sentirai una risata irre frenabile e contagiosa, abbi pazien za: è Cesare (...). Signore, chiedigli un discorso: vedrai che non si tirerà in dietro, troverà le parole giuste per di re il senso profondo dell'incontro, e sa rà grande poesia. Accoglilo Signore». (G. Olcuire).
pNel giorno del funerale due amici han no così voluto ricordare Cesare Marti no, morto improvvisamente il 20 gen
naio u.s. a 46 anni. Quanti lo hanno conosciuto non ricor deranno solo il Docente di sociologia, il laico impegnato in Azione Cattolica e nel CSI. Alla nostra Associazione ha dato il pro prio, generoso contributo collaborando con il Coordinamento nazionale della Formazione e con Stadium. Cesare resterà nella memoria di ciascu
no come una persona gioiosa, genero sa e ricca di calore umano, mai conten to dei limiti imposti dai luogi comuni. Lo si presenterà alle persone che non l'hanno conosciuto attraverso la sua in telligenza creativa, il suo forte senso ec clesiale (non clericale), la sua attenzione alle situazioni, soprattutto a quelle dei giovani che sempre ha cercato di ascol tare e valorizzare. Arrivederci Cesare, e non metterti a ridere se solo ora ci senti raccontare la nostra stima per te!
Tes timón iaiiza cristiana e impegno civile G. BATTISTA GANDOLFO
questo sport, ma c’è anche quello che invita l'atleta a essere un secondo la quale il modello per i cristiani. Del resto Commissario Tecnico della Giovanni Paolo II, in occasione di Nazionale Italiana di calcio, Arrigo Sacchi, ha ottenuto un un incontro con alcuni giocatori, ha ribadito come oggi «il campione si premio per essere stato nel 1992 il trasformi facilmente in una «cattolico distintosi per la immagine-guida sulla quale i testimonianza cristiana nella giovani proiettano le proprie professione civile». L'onorificenza è aspirazioni». «Quindi, - continuava il tanto più importante in quanto non Pontefice - in questo contesto siete d troviamo di fronte a una delle soprattutto voi, atleti, testimoni dei tante iniziative propagandistiche o valori, di quei valori che sono trovate pubblidtarie; si tratta invece sottesi alle scelte etiche e che di un vero riconoscimento che nel guidano i Paesi e i programmi 1989 fu offerto a Madre Teresa di dell’uomo verso nobili ideali. Siate, Calcutta e nel 1990 al Primate della spedalmente per i giovani, dei Chiesa polacca, il Card. Jozef maestri di vita, dei modelli Glemp. esemplari a cui ispirare i loro Che un «mister» venga accomunato progetti. Non cedete alla tentazione a una suora conosduta per la sua di una visione utilitaristica della vita. intensa opera di carità e a un Fate sì che molti possano prelato noto per il coraggio e la riconoscere in voi e nel vostro trasparenza può sembrare strano. comportamento autenticità e Tuttavia il fatto sta a testimoniare rettitudine a tutta prova». come lo sport sia oggi tenuto in La commissione che ha premiato il grande considerazione dalla mister azzurro ha senza dubbio gerarchia ecdesiastica italiana che tenuto conto di queste indicazioni, vede in esso non soltanto un ma soprattutto della testimonianza fenomeno di massa ma uno che egli ha offerto vivendo in un strumento attraverso il quale è mondo al quale tutti guardano, ma possibile concorrere alla formazione nel quale non è sempre facile della persona dal punto di vista dimostrare coerenza e fedeltà al fisico e spirituale. Non a caso il proprio credo. Se la stampa laica Vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, non ha trovato di meglio che Mons. Tardsio Cortese, che ha commentare la notizia, rivelando i assegnato il premio, ha detto ai retroscena del fatto, a noi sembra giornalisti che i testimoni della fede, invece che il riconoscimento offerto nel nostro Paese, non sono solo gli a Sacchi sia un invito a rinnovare la uomini di Chiesa. «Non mi stupirei logica dello sport ed un’esortazione affatto - ha affermato il pastore - se a testimoniare la propria fede in un giorno venisse premiata anche Cristo senza vergogna. una ballerina. Si può essere cristiani Il merito è della Chiesa italiana che, facendo correttamente il proprio in questi ultimi anni, ha contribuito mestiere, con umiltà, generosità, a sensibilizzare cristianamente la senza cadere vittime di facili realtà sportiva con interventi guadagni o falsi ideali». specifici. Merito anche di Chi opera nel mondo dello sport sa Associazioni sportive di ispirazione quanto siano veritiere le parole del cristiana, come il Centro Sportivo Vescovo di Mileto, ed è a Italiano, che da quasi 50 anni conoscenza dell’esistenza di un’altra faccia dello sport. sostiene la valorizzazione di uno Lo sport non è dò che vediamo sport a misura d’uomo che si ogni domenica negli stadi: un manifesti come gioia e divertimento, finalizzato alla insieme stonato di imprecazioni e di violenza. Non si consegna formazione attenta, al recupero e alla promozione umana. nemmeno come una semplice e superfidale occasione di fuga dal Ciò non significa, però, che si approvi in «toto» l’iniziativa e la mondo o opportunità di guadagno consegna del riconoscimento. Forse o come conseguimento del risultato la Commissione ha voluto premiare ad ogni costo. Esiste certamente a fatto scalpore la notizia,
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la quotidianità del vivere cristiano, che è molto più impegnativo se circondato da ideali spesso effimeri e improntati all’insegna del consumo. Ciononostante, pensiamo che il «cattolico dell'anno» (ma ha senso una tale espressione?) debba esprimere la sua fede attraverso un’esperienza cristiana più profonda, capace di elevarsi al di sopra dell’anonimato realizzando qualcosa di evangelicamente significativo. Qualcosa che dimostri, oltre la fede e la speranza, un grande amore per Cristo e, nel suo nome, per l’uomo. Probabilmente, vogliamo ripeterlo, si è voluto premiare l’impegno cristiano, certamente ricco di valore e di sacrifìcio, comunque avremmo preferito che il premio fosse stato assegnato a uno di quei dirigenti sconosciuti e allenatori sportivi che si pongono a servizio delle parrocchie, delle associazioni e dei giovani, impegnandosi in un attento e costante lavoro di formazione umana e cristiana. L’osservazione non intende togliere nessun merito a Sacchi e agli altri atleti che hanno saputo conservare la loro dimensione di uomini e di credenti. Non si sa cosa dirà a Vìbo Valentia l’allenatore della nazionale italiana nel discorso previsto per il primo di marzo, quando andrà a ritirare il premio. Si sa però che ha già reso la sua testimonianza che nasce, come ha confessato Io stesso mister, dal proprio modo di essere e di vivere: «Non nascondo ha affermato - che, ogni tanto, i suggerimenti del prete, durante la predica, scatenano in me delle riflessioni che poi utilizzo per dialogare con i miei giocatori». Che anche in questo campo Sacchi faccia scuola?
tadium 6/7
14/18 20/21 14/18 25 marzo
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aprile
aprile
28/2
Riunione del Consiglio Nazionale, a Roma
Incontro dei Consulenti ecclesiastici regionali, a Roma
Stage di formazione per Educatori di strada - Unità Seminariale, a Chianciano Terme SI tratta del primo appuntamento previsto all'interno della struttura delle tre unità di lavoro di questo Stage, promosso dalla Presidenza nazionale nel quadro delle iniziative per la lotta al fenomeno del disagio giovanile. L’unità seminariale si articolerà in tre moduli: 1. L'educatore di contesto 2.1 percorsi del disagio giovanile 3. Il lavoro di «strada»
Assemblea FICEP, a Lucerna (Svizzera)
Giocasport, manifestazione decentrata in tutti
Sport Festa Ragazzi, a Cava dei Tirreni
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Tra i punti all’ordine del giorno figurano le Iniziative nazionali 1993, le linee programmatiche 1994, il Conto consuntivo 1992 e il Bilancio preventivo 1993.
Si parlerà del rapporto tra CSI e parrocchia, in preparazione dell’incontro nazionale che avrà luogo a Roma nel giugno prossimo.
aprile/maggio
i Consigli CSI
Nel corso dei lavori verranno dibattutti, tra l’altro, i punti riguardanti le proposte di modifica allo Statuto
Sono previste attività sportive di calcio a 7, pallacanestro, pallavolo, triathlon e giochi polivalenti.
Il .CSI prossimo venturo E uscito il n. 1 di CSIFLASH Agenzia Quindicinale d’informazione e collegamento associativo, ideato per far conoscere a tutta l’Associazione le attività di maggior rilievo ai diversi livelli territoriali e fornire all'esterno uno strumento agile per la conoscenza delle attività CSI nazionali e periferiche.