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Stadium n. 1-2/1990

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'90 E OLTRE

QUASI UN SOMMARIO

L’inizio del decennio che in futuro, se non cambieranno i luoghi comuni del linguaggio, si chiamerà degli «anni ’90» è stato celebrato in vari modi, a cominciare dall’entusiasmante finale degli «anni ’80». «Entusiasmante» per i fatti di libertà che ci hanno stupiti negli ultimi mesi dello scorso anno: non certo per il cli­ ma politico e sociale piatto e senza prospettive che ha segnato il decennio trascorso nel nostro Paese e in gene­ rale nel mondo occidentale.

3OLTRE IL MURO 15 TEMPO di Aldo Notarlo

4PER QUALE UOMO? Convegno CEI «Sport, etica e fede per lo sviluppo della società italiana».

di Livio Olivi

óPACE CON LA NATURA La questione ecologica nel mes­ saggio papale per la Giornata Mon­ diale della Pace.

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RITROVATO

CSI '90

di G. Battista Gandolfo

di Donato Renato Mosella

16 ^©mANIA

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Televisione e rivoluzione, di Valerio Ochetto

©0 VERIFICA I Congressi provinciali di metà qua­ driennio. di Giuseppe Goffrini

18 E OLTRE di P.G.

di Vito Cozzoli

TUTTOCSI/ ^©KIMKIE/ ESPERIENZE

8BASEBALL

19 STADIUM/SOCIETA' 3Ó

di Giampiero Spinto

di Angelo Bertani

10 UN «PROCESSO» DIVERSO

di Flavio Pedrotti

FOTOMEMORIA

36 D libri

a cura di Andrea De Pascalis

12 L'opinione di... FRANCO CASAVOLA a cura di Vittorio Sammarco e Francesco Russo

14

SANREMO E DINTORNI

DO film: DE E DE ^©EDZD©W©

Il tema del mese: LO SPORT DEI BAMBINI Medicina:

37..

Interventi di Donato Renato Mosella. Paolo Borghi, Renato Manno, Salvatore Sica.

A RISCNi©? di Antonio Spataro

La musica come indicatore della cultura e della società.

DONNA, SPORT EUROPA

38 SPORT/SOCIETA'

di Cesare Martino

di Anna De Laura

di Domenico Volpi

Questi «anni ’90» che ci attendono so­ no peraltro iniziati, anch’essi, sotto se­ gni contraddittori. Per stare nei con­ fini di casa nostra, accanto all’accentuarsi di una politica economica sem­ pre più orientata verso il privato, ver­ so l'esaltazione del profitto individua­ le, c’è questa inquietudine dei giova­ ni che nelle scuole e nelle università cercano di dare voce al proprio disa­ gio, pur tra i pericoli di strumentaliz­ zazione e di distorcimenti ideologici.

C’è, dunque, il bagliore di qualcosa di nuovo in questo inizio d’anno che è l’alba dell’ultimo decennio del seco­ lo: un secolo nel quale sembra che sia ormai accaduto tutto e il contrario di tutto, ma che potrebbe riscattarsi ai più alti valori dell’umanità e della so­ lidarietà, se tutti, soprattutto i giova­ ni, sapranno vivere questo decennio all’altezza di valori nuovi e di speranze fondate sul bene comune.

Anche per questo mondo variegato e polimorfo dello sport. Forse bisogna prepararsi, dopo l’inevitabile ubriaca­ tura dei «mondiali ’90» (che portano nella loro esaltazione retorica, i segni di un mondo vecchio, carico di luo­ ghi comuni) a riprendere, a servizio di tutti, il cammino di uno sport di­ verso, umano, al di là dell’orizzonte limitato del risultato e del successo, al di là delle leggi del mercato, che nel­ lo sport, come in ogni realtà cultura­ le, ormai abbiamo imparato non ap­ prodare a nulla di buono, tranne che per le non più di mille persone che, al fisco, si dichiarano miliardari.

Continuare e accrescere l’impegno ci­ vile nello sport, è il programma di chi legge STADIUM, e per questo il no­ stro giornale ha in programma di con­ tinuare a dar voce a questo impegno. Nel ’90 ed oltre. E.G.


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OLTRE IL MURO L’abbattimento del muro di Berli­ no ha messo in crisi, ne! generale fervore di rinnovamento, anche il modello sportivo che ha consenti­ to alla Repubblica Democratica Te­ desca di vincere in questi anni tan­ te medaglie olimpiche. Infatti i membri del Presidium della DTSB, l’organizzazione sportiva centrale della Germania Orientale, hanno dichiarato chiusa l’era del perseguimento del risultato a qual­ siasi costo e come unico fine, rico­ noscendo che la «società dovrà bat­ tersi per un 'attività che esalti il ruo­ lo sociale dello sport». Non avremmo mai pensato, noi del CSI, che un giorno avremmo avu­ to alleati i tedeschi del!'Est che era­ no un tempo invidiati e presi a mo­ dello per le loro conquiste di me­ daglie, tanto da attestarsi sempre ai primissimi posti del medagliere olimpico. È un segnale, tra i tanti che ci ven­ gono in questi giorni dall’Est euro­ peo, su cui riflettere perché indica che inizia a farsi strada il principio della validità di uno sport più uma­ no, pensato e vissuto come mezzo di crescita personale, sociale e ci­ vile. Lo sport non ha rilevanza etica, cioè non educa di per se stesso, di­ pende dall’uso che se ne fa. È quan­ to in sostanza ha affermato il Con­ vegno della CEI su «Sport, etica e fede» svoltosi ne! novembre scor­ so, a cui ha fatto eco a pochi gior­ ni di distanza il Seminario interna­ zionale organizzato dal CSI e dal!’UNESCO su «Sport Donna Eu­ ropa». Entrambi i Convegni hanno avuto notevole eco sui mass media, no­ nostante la riottosità dei giornali­ sti sportivi a interessarsi di proble­ mi che non siano le bizze di Mara­

dona o il probabile trasferimento di Baggio. Lo dimostra la diversità dei titoli che hanno sottolineato la bella udienza con Giovanni Paolo II che ha concluso il Convegno della CEI: «Sport, etica e fede». Per i giornali sportivi il Papa ha be­ nedetto i Mondiali di calcio, per gli altri il Papa ha ricordato invece, ed è vero, che lo sport va visto come servizio all’uomo, che non deve creare idoli dannosi, che non de­ v’essere occasione di violenza ma di amicizia e di fraternità. Il Papa ha anche espresso il suo af­ fetto e il suo apprezzamento per le Associazioni come la nostra, impe­ gnate a promuovere uno sport che crei le condizioni di una vita ricca di speranza. Purtroppo invece si continua a non guardare in faccia i problemi che investono lo sport e a nascondersi dietro la facciata del successo.

/ due Convegni della CEI e del CSI hanno chiuso il 1989 con significa­ tive assonanze perché entrambi so­ no stati arricchiti da notevoli con­ tributi culturali ed etici e si sono conclusi con l’impegno di continua­ la a battersi per trasformare lo sport, per non lasciarlo prigionie­ ro dei mercanti ma di liberarlo, per­ ché esprima le sue potenzialità di arricchimento umano e sociale. Dalla mozione votata dal Semina­ rio «Sport Donna Europa» traggo questa frase: «Lo sport per salva­ guardare le sue qualità autentiche e per sviluppare positivi processi umani e sociali ha bisogno della presenza autonoma, creativa e cor­ responsabile del mondo femmini­ le». La mozione ha un titolo: «L’altra metà dello sport», ossia la secon-

da metà, quella che si sta affaccian­ do sulla scena sportiva, e che sta prendendo coscienza che c’è un pia­ neta, quello sportivo, che è da sal­ vare dai guasti prodotti dall’altra metà, quella maschile, che ha in­ ventato questo giocattolo chiama­ to sport, lo ha fatto su sua misura ed ora lo sta manipolando.

L'Europa dei popoli e dei cittadi­ ni, e non quella dei mercati e dei mercanti, non può non formarsi se non nella ricerca e nella professio­ ne dell’interdipendenza culturale. Non serve perciò a questo grande disegno lo sport dei «mercoledì di coppa» che non ha dato alcun con­ tributo alla liberazione dei popoli ma solo offerto un consumo per omologare e legalizzare poteri im­ posti dai regimi e dalle loro polizie. La recente inchiesta del CENSIS sul «tifo» degli italiani ha messo in evi­ denza che il 95 °7o delle donne, an­ che giovani, non amano lo spetta­ colo calcistico, non vanno allo sta­ dio e lo subiscono alla televisione. Saranno dunque le donne, in que­ sta nuova Europa che sta nascen­ do, a salvare lo sport e a ridargli il contenuto etico ormai perduto, a portare alla luce la domanda som­ mersa di uno sport diverso capace di inserirsi nella storia dell’uomo, e di farsi riappropriare dalla gen­ te, quella che ha fatto cadere muri e dittature e che non è la poca gen­ te che va allo stadio per esaltarsi. Che il 1990 non perda il prezioso testimone che gli ha consegnato il suo predecessore.

Aldo Notarlo

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Per quale uomo? Ci voleva proprio un’iniziativa di ri­ flessione etica sullo sport in un mo­ mento di decadenza morale accen­ tuata. Non intendiamo, con deca­ denza morale, una particolare pecca­ minosità degli sportivi rispetto alla restante compagine sociale, ma piut­ tosto una sua accentuata indifferen­ za verso i valori e le norme etiche, proprio in un periodo di intenso svi­ luppo dei praticanti, delle iniziative do delle riflessioni del Convegno, co­ e delle attività. È all’incirca la stessa me sorgente comune di valori e di situazione che le varie indagini di fi­ giudizi, di proposte e di impegni. ne anno e di fine decennio ci hanno Sorvoliamo, per necessità di spazio, presentato riguardo alla società ita­ sull’apertura del Convegno che ha vi­ liana nel suo complesso: una crescen­ sto i saluti e gli interventi ufficiali, te abbondanza di beni materiali uni­ alcuni di grande interesse (per gli En­ ta a una penuria di valori, sul piano ti di promozione di ispirazione cri­ culturale ed etico, di servizi sul pia­ stiana hanno parlato il nostro presi­ no sociale e di equità sul piano civile. dente Notario, Bendandi dell’UnioL’occasione di riflettere sullo sport ne Sportiva AGLI e don Borgogno sotto il profilo etico ce l’ha data la delie Polisportive Giovanili Sale­ CEI — attraverso il suo Ufficio Na­ siane). zionale Tempo Libero, Turismo, Sport — con il Convegno organizza­ to a Roma dal 23 al 25 novembre SPORT scorso sul tema «Sport, etica e fede E VITA QUOTIDIANA per lo sviluppo della società italia­ na». Un Convegno ricco di temi, di La giornata più ricca di contenuti e relatori e anche di partecipanti (sui di suggestioni è stata quella centra­ trecento, tra cui molto numerosi le: il mattino con le riflessioni app­ quelli di provenienza CSI). Per certi rofondite dei professori Colombo e aspetti, un Convegno addirittura Angelini, il pomeriggio con le te­ troppo gravato da tematiche e fina­ stimonianze di vari uomini di sport. lità, presenze c rappresentanze. In ta­ La maggior parte di questi ha accol­ li casi inevitabilmente si rischia di di­ to l’invito del programma — «Spor­ re troppo, cioè di dire e di contrad­ tività e vita quotidiana: esperien­ dire, di denunciare e assolvere nello ze, problemi e proposte» — raccon­ stesso tempo, di indicare obiettivi di tando, a volte confessando, l’impat­ alto impegno e insieme percorsi to dello sport nella loro vita. L’im­ d’obbligo anche un po’ compromis­ pressione complessiva è che l’espe­ sori. Il Convegno della CEI ha cor­ rienza sportiva disegna e colora in so in parte tali rischi, ma non ne è modo vivido e profondo la cultura stato condizionato ed ha conseguito e la morale di coloro che la compio­ complessivamente i suoi obiettivi. no a lungo, intensamente e con pas­ La parte del tema maggiormente sa­ sione. Il che non è cosa di poco con­ crificata è stata quella relativa alla fe­ to per la responsabilità degli opera­ de, rispetto all’etica, ma per ragioni tori sportivi, quelli soprattutto che diverse da quelle dette sopra. La fe­ hanno a che fare con i praticanti più de è rimasta piuttosto nel sottofon- giovani.

«Sport, etica e fede per lo sviluppo della società italiana»

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Una testimonianza un po’ diversa dalle altre, ma di alta tensione etica, anche se di taglio scientifico, è stata quella sul doping del dott. Silvio Ga­ rattini, direttore dell’istituto «M. Negri» di Milano. Ha affermato, in sostanza, che la medicalizzazione esasperata e crescente della nostra so­ cietà, il doping nello sport e la dro­ ga non sono fenomeni molto lonta­ ni tra loro, anzi sono figli di una stes­ sa filosofia e di una stessa etica: la ricerca del risultato sempre, subito e senza badare ai mezzi impiegati. Sport e vita oggi sono prigionieri di una comune distorsione ecologica ed etologica, cioè ambientale e compor­ tamentale, ma la cui origine è etica e soltanto a livello etico può sperare di trovare soluzione. Il prof. Fausto Colombo, dell’uni­ versità Cattolica di Milano, aveva uno dei due temi indubbiamente cen­ trali del convegno: «Natura e cultu­ ra del fenomeno sportivo: dal gioco allo spettacolo». La sua analisi di ciò che nello sport appartiene alla «na­ tura», cioè allo sport in quanto tale, oppure alla «cultura», e cioè alle funzioni e ai significati che di volta in volta allo sport vengono assegna­ ti, è stata puntuale quanto impieto­ sa. Anche se lo sport può assolvere a importantissime funzioni, è illuso­ rio cercare in esso valori intrinseci as­ soluti. È un mito bello e buono quel­ lo dei «valori eterni» dello sport, per cui le deviazioni e le degenerazioni sarebbero da imputare soltanto a fat­ tori esterni, sovrastrutturali (quante volte abbiamo sentito questa tirite­ ra!). A scalfire il mito, osserva Colombo, dovrebbero bastare alcuni fenomeni particolarmente evidenti e connatu­ rati allo sport di oggi: — l’esaltazio­ ne della vittoria come valore assolu­ to (che prende così spesso la forma della slealtà, della violenza e del do­ ping); — l’uso dello sport come


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modellato in base a un progetto va­ lido. Va bene sport per l’uomo, sport per tutti ecc., ma prima bisogna chie­ dersi, come tante volte ha proposto il CSI: quale sport per quale uomo e per quale società? Giovanni Paolo II ha ricevuto i partecipanti al Convegno sabato 25 no­ vembre, alla conclusione dei lavori. Al saluto portogli da S.E. Mons. Ca­ millo Puini, Segretario Generale della CEI, ha risposto con un discorso sullo sport, di cui pubblichiamo alcuni passi.

«Nel ripetere ancora una volta che la Chiesa, non solo «non può abbandona­ re l’uomo» (Redemptor hominis, 14), ma anche proprio all’uomo concreto ri­ volge le sue cure, è legittimo chiederci come nella moderna società lo sport possa inserirsi quale elemento di promozione vera dell’uomo. In questo con­ testo siamo tutti preoccupati perché lo sport degenera in manifestazioni, che disonorano le alte idealità di cui può essere portatore e per le quali milioni di persone si appassionano». «Un dato indiscutibilmente positivo è il fatto che lo sport oggi è caratterizzato da una domanda di qualità e di senso. Si avverte la necessità di ridare allo sport non solo una rinnovata e continua dignità, ma soprattutto la capacità di suscitare e di sostenere alcune esigenze umane più profonde, come sono quelle del rispetto reciproco, di una libertà non vuota ma finalizzata, della ri­ nuncia in funzione di uno scopo».

«La Chiesa dev’essere in prima fila per elaborare una speciale pastorale adatta alle domande degli sportivi e soprattutto per promuovere uno sport che crei le condizioni di una vita ricca di speranza. Intendo riferirmi alle varie attività che le Associazioni sportive cattoliche, le parrocchie e gli oratori ben coadiu­ vati da enti animati da principi cristiani, organizzano per i ragazzi e per i giovani». «Perché lo sport non viva per sé stesso, correndo così il rischio di erigersi a idolo vano e dannoso, bisogna evitare quelle espressioni ingannevoli e fuor­ viami per le masse sportive, che talora purtroppo è dato constatare. Una sa­ na impostazione dello sport deve essere attenta di fronte a queste deviazioni per impedire quella nota rincorsa spasmodica rivolta soltanto ad ottenere dei risultati, ma non preoccupata del vero vantaggio dell’uomo e, in definitiva, dello stesso sport».

esperienza-modello per un paradig­ ma sociale competitivo ed esibizioni­ sta (la società della concorrenza e dello spettacolo, per cui uno vale per quello che possiede e che produce, c non viene esibito ciò che è importan­ te, ma è importante quello che si esi­ bisce). Bisogna uscire dal mito, allora, per­ ché con questo tipo di sport non ci si può illudere di combinare qualco-

sa di buono (Colombo è stato dra­ stico: niente inutili pastette con chi gestisce questo sport e non può ge­ stirlo diversamente); è importante, invece, riconoscere e assumere la re­ latività dei valori sportivi e preoccu­ parsi di reinserire l’esperienza odier­ na dello sport all’interno di un mo­ dello etico degno e valido per l’uma­ nità e la società di oggi. Come a dire che lo sport è valido se è costruito e

TEOLOGIA MORALE E SPORT Don Giuseppe Angelini, della Facol­ tà Teologica di Milano, sviluppando il suo tema su «Aspetti e prospettive dello sport nella riflessione etica», ha in certo senso continuato il discorso aperto da Colombo. La teologia morale, ha detto, si è in genere interessata allo sport soltan­ to facendo una «casistica» del lecito e dell’illecito nel fatto sportivo. Un approccio davvero riduttivo, che te­ stimonia l’immaturità della riflessio­ ne teologica sullo sport. Una pro­ spettiva veramente teologica dovreb­ be chiedersi in che senso lo sport è un’attività degna per la vita umana e sociale, per la vita cristiana e la pra­ tica della fede. E dovrebbe chieder­ selo non in astratto, facendo teoria morale, bensì occupandosi della cul­ tura dello sport come è attualmente in un determinalo contesto storico. Non servono i concetti generali, il di­ scorso sulle essenze eterne che il teo­ logo ama fare: serve invece il discor­ so teologico sulla situazione concre­ ta dello sport, analizzata in maniera approfondita, articolata e paziente. I problemi mordili concreti della pra­ tica sportiva sono connessi alle fun­ zioni e ai significati che oggi gli ven­ gono attribuiti. Su questi deve impe­ gnarsi il teologo morale, ponendosi accanto agli altri studiosi delle scien­ ze umane che ne indagano per straLivio Olivi (segue a pag. 30)

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Pace con la natura

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«Non uccidere l’ambiente». Per i cri­ stiani la salvaguardia del creato è qualcosa di più di un dovere: rappre­ senta un imperativo morale, un im­ pegno in difesa della vita. È questo il senso dell’appello lanciato dal Pa­ pa per l’inizio del 1990, in occasione della Giornata mondiale della Pace all’insegna del tema «Pace con Dio Creatore, Pace con tutto il creato». Per lungo tempo ridotta a una mo­ da o a una variante pacifista della contestazione politica, la questione ecologica sembra trovare nelle parole di Giovanni Paolo II una legittima­ zione etica e una precisa dimensione morale. «Nell’universo esiste un or­ dine che deve essere rispettato — af­ ferma il Papa — e la persona uma­ na, dotata della possibilità di libera scelta, ha una grave responsabilità per la conservazione di questo ordi­ ne, anche in vista del benessere delle generazioni future. La crisi ecologi­ ca è allora un problema morale». Il preciso richiamo alla responsabi­ lità dell’uomo nella difesa dell’am­ biente non è casuale nella Giornata mondiale della Pace: per il Pontefi­ ce il problema ecologico costituisce una vera e propria minaccia per una serena convivenza pacifica. Si avver­ te infatti la consapevolezza che la pa­ ce mondiale sia minacciata, oltre che dalla corsa agli armamenti, dai con­ flitti regionali e dalle ingiustizie tut­ tora esistenti nei popoli e tra le na­ zioni, anche dalla mancanza del do­ vuto «rispetto per la natura», dal di­ sordinato sfruttamento delle sue ri­ sorse, dall’uso irresponsabile della tecnologia e dal deterioramento del­ la qualità della vita. L’appello ecologico del Papa — che si rivolge ai cristiani ma anche a «co­ loro i quali non condividono le no­ stre convinzioni di fede affinché pos­ sano ugualmente trovarvi utili spunti per una comune linea di riflessione e di impegno» — costituisce certa-

La questione ecologica nel messaggio papale per la Giornata mondiale della Pace mente una novità (per la prima vol­ ta un documento pontificio è dedi­ cato esclusivamente all’ecologia e al suo legame con la pace), ma rappre­ senta il punto di arrivo di un magi­ stero che da anni il Papa e la Chiesa portano avanti in ogni parte del mondo. L’intervento papale ripre­ senta dunque un tema di scottante at­ tualità, ma non certo per seguire la moda corrente, quanto per ripropor­ re all’umanità smarrita, ma pur sem­ pre alla ricerca di valori c di ideali, una problematica che trova il suo ri­ scontro nei vuoti che la nostra società

continua a generare ogni giorno: il motivo conduttore del messaggio è infatti il riferimento ai valori etici co­ me fondamento della società pacifi­ ca in rapporto con la questione am­ bientale. In poche righe, dunque, Giovanni Paolo II condensa problematiche che ci appartengono e ci coinvolgono, non mancando però di denunciare la nostra sfrenata corsa al progresso e di suggerire comportamenti più coe­ renti in vista dell’affermazione di un vero e proprio diritto ad un ambien­ te sicuro. L’eccessiva priorità che si è attribui­ ta alla promozione di uno sviluppo accelerato, di una crescita tecnologi­ ca e scientifica sempre più spinta, di un benessere economico e materiale elevato ha visto sempre più trascu­ rati il rispetto della vita e la salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo. «Questo ambiente — prosegue Gio­ vanni Paolo li — appartiene pure al­ la comune eredità di tutti gli uomi­ ni, non soltanto alle generazioni pas-

... La società odierna non troverà soluzione al problema ecologico, se non rivedrà seriamente il suo stile di vita. In molte parti del mondo essa è incline all’edonismo e al consumismo e resta indifferente ai danni che ne derivano. Come ho già osservato, la gravità della situazione ecologica rivela quanto sia profonda la crisi morale dell'uomo. Se manca il senso del valore della perso­ na e della vita umana, ci si disinteressa degli altri e della terra. L'austerità, la temperanza, l’autodisciplina e lo spirito di sacrificio devono informare la vita di ogni giorno, affinché non si sia costretti da parte di tutti a subire le con­ seguenze negative della noncuranza dei pochi. C'è dunque l'urgente bisogno di educare alla responsabilità ecologica: respon­ sabilità verso sé stessi; responsabilità verso gli altri; responsabilità verso l’am­ biente. È un’educazione che non può essere basata semplicemente sul sentimento o su un indefinito velleitarismo. Il suo fine non può essere né ideo­ logico, né politico, e la sua impostazione non può poggiare sul rifiuto del mondo moderno o sul vago desiderio di un ritorno al "paradiso perduto». La vera edu­ cazione alla responsabilità comporta un'autentica conversione nel modo di pensare e nel comportamento. Al riguardo, le Chiese e le altre Istituzioni reli­ giose, gli Organismi governativi e non governativi, anzi tutti i componenti del­ la società hanno un preciso ruolo da svolgere. Prima educatrice, comunque, rimane la famiglia, nella quale il fanciullo impara a rispettare il prossimo e ad amare la natura. (Dal messaggio papale)


sate e contemporanee, ma anche a quelle future». La questione ecologica si presenta dunque come una crisi morale, la cui caratteristica principale è costituita dalla mancanza di rispetto per la vi­ ta quale si avverte in molti compor­ tamenti inquinanti: si pensi al di­ sprezzo del lavoratore e di intere po­ polazioni per ragioni di produzione, alla distruzione di specie animali o vegetali, ai pericoli della ricerca bio­ logica e della manipolazione geneti­ ca. In questi casi — ammonisce il Pa­ pa — l’inquinamento o la distruzio­ ne dell’ambiente sono frutto di una visione riduttiva e innaturale, che ta­ lora configura un vero e proprio di­ sprezzo dell’uomo. Tale uso irresponsabile della tecno­ logia esige una soluzione morale, ed è per questo allora che suona inelu­ dibile l’appello che il Papa rivolge ad ogni uomo, cristiano o no che sia: «Sii fautore, non distruttore della vi­ ta». Il rispetto per la vita e per la di­ gnità della persona rappresenta dun­ que per gli uomini la fondamentale norma ispiratrice di un sano progres­ so economico, industriale e scien­ tifico.

... Anche gli uomini e le donne che non hanno particolari convinzioni re­ ligiose, per il senso delle proprie re­ sponsabilità nei confronti del bene comune, riconoscono il loro dovere di contribuire al risanamento del­ l'ambiente. A maggior ragione, co­ loro che credono in Dio creatore e, quindi, sono convinti che nel mon­ do esiste un ordine ben definito e fi­ nalizzato devono sentirsi chiamati ad occuparsi del problema. I cristia­ ni, in particolare, avvertono che i lo­ ro compiti all'interno del creato, i lo­ ro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede. Essi, pertanto, sono consape­ voli del vasto campo di cooperazio­ ne ecumenica ed interreligiosa che si apre dinanzi a loro... (Dal messaggio papale)

La solidarietà definisce pertanto l’o­ rizzonte etico entro il quale l’uomo deve preoccuparsi di preservare il creato: solidarietà tra il Creatore e la Creazione; solidarietà tra i popoli per venire incontro alle esigenze molto concrete poste dal problema ambien­ tale c alla necessità di «affrontare di­ rettamente le forme strutturali di po-

vertà» per giungere a «nuovi schemi nei rapporti tra gli Stati e i popoli»; ed infine, solidarietà nel rafforza­ mento della pace davanti alle minac­ ce per la natura stessa, che derivano dalla guerra moderna. In un quadro di sostanziale preoccu­ pazione, il Pontefice scorge uno spi­ raglio di speranza: esso è costituito dall’attenzione crescente che, in ogni campo della società e in ogni parte del globo, tali tematiche vanno sem­ pre più ricevendo. E ciò nella convin­ zione che va facendosi propria non solo di poche menti illuminate, ma anche della gente che la difesa del creato costituisce una frontiera ob­ bligata per uno sviluppo armonioso ed equilibrato della società. «Sta così formandosi — recita il messaggio — una coscienza ecologica, che non de­ ve essere mortificata, ma anzi favo­ rita, in modo che si sviluppi e matu­ ri trovando adeguata espressione in programmi ed iniziative concrete». L’educazione alla responsabilità eco­ logica, con le sue indispensabili con­ dizioni e la sua fondamentazione morale, richiede dunque un inseri­ mento deciso nel più vasto contesto della causa della pace nella società umana, attraverso una autentica conversione nel modo di pensare e nel comportamento dell’umanità. La responsabilità di questa indispen­ sabile conversione coinvolge innan­ zitutto i cristiani quali primi artefi­ ci di una convivenza pacifica e di un equilibrato rapporto con il crea­ to, ma trascende i confini della fede per impegnare solidamente tutti gli uomini di buona volontà nel rispet­ to della creazione e nella promozio­ ne di una più vasta e alta fraternità umana.

Vito Cozzoli

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Baseball

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Un grande Mondiale, giocato in tan­ te città, in Italia c’è già stato. Esat­ tamente nel 1988, la rassegna del ba­ seball coinvolse undici località dove operavano altrettanti COL, comita­ ti organizzatori locali. Firenze, Gros­ seto, Pesaro, Rimini, Bologna, Par­ ma, Reggio Emilia, Milano, Verona, Torino e Novara ospitarono gli in­ contri delle dodici nazioni finaliste. Vinse Cuba che superò in finale gli Stati Uniti. Il successo fu notevole: 400 mila spettatori presenti nelle va­ rie partite, impianti ristrutturati dai Comuni per complessivi 40 miliardi di lire, dirette televisive e una certa risonanza sui quotidiani. Un grande sforzo organizzativo in una discipli­ na che non è certo di massa, nel no­ stro Paese. Il raffronto affiora spontaneo con quanto succederà nel 1994 negli Sta­ ti uniti, quando cioè la kermesse cal­ cistica si celebrerà nella patria del ba­ seball. Ha osservato l’autorevole mensile «Tuttobaseball Softball»: «Facendo un rapporto fra un mondiale di ba­ seball in Italia e un mondiale di cal­ cio negli Usa, la bilancia pende a fa­ vore del soccer (termine americano per indicare il calcio, n.d.r.): è ine­ vitabile. Se in Italia avessimo milio­ ni di emigranti nati nel Paese del ba­ seball, a quest’ora anche giocare sui diamanti nostrani sarebbe un passa­ tempo nazionale». Difficoltà di promozione, quindi, di uno sport che in Italia ha avuto no­ torietà per questioni negative, con uno scandalo che ha coinvolto i ver­ tici della FIBS evidenziato da un «buco» di tre miliardi nel bilancio fe­ derale. Il Mondiale è servito a resti­ tuire immagine e credibilità. L’attività della FIBS, presieduta da Aldo Notati, si divide nell’organiz­ zazione dei campionati di baseball, riservato ai maschi e di softball, con protagonistc femminili. All’estero gli

Uno sporr americano per il pubblico italiano

uomini giocano anche a softball. Si individuano le differenze principali tra le due discipline nelle dimensioni del campo e della palla e della mazza. Quest’anno la serie A di baseball è stata portata da dodici a sedici squa­ dre mentre le partecipanti al torneo di softball sono addirittura raddop­ piate, da dodici a ventiquattro. Nel­ la massima serie di baseball figura­ no grandi città come Milano, Tori­ no, Firenze e Roma ma anche piccoli centri come Bollate, Ronchi dei Le­ gionari e Nettuno. Nel softball tra le compagini iscritte troviamo tre esponenti di Roma, poi Pisa, Novara, Macerata, Bolzano, Grosseto, Parma e Rimini sono le più quotate nel baseball. Anche qui è entrato Berlusconi, il patron della

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Fininvest e presidente del Milan, che con la Mediolanum punta chiara­ mente al successo-business. Due gli stranieri ammessi nelle squa­ dre di baseball così come nel softball. Uno straniero anche in serie B a pat­ to che non sia né un lanciatore o lanciatrice né ricevitore, due ruoli car­ dini. Questo per frenare la tendenza delle Società a prendersi il giocatore già fatto piuttosto che costruirlo in casa, con i vivai. Ogni squadra può comunque tesserare un giovane stra­ niero nelle varie categorie minori de­ gli juniores (16-18 anni), cadetti/e (13-15 anni) e ragazze/i (10-12 anni). Una giusta apertura per non discri­ minare i bambini e ragazzi stranieri che vivono in Italia e hanno voglia di praticare questa disciplina. Nella categoria ragazzi si verifica an­ che un interessante esperimento con squadre miste. Quattro ragazze pos­ sono giocare nella formazione dei ra­ gazzi e viceversa. Nei Paesi più pic­ coli spesso si fa fatica a completare gli organici e così la FIBS ha attuato questa iniziativa che, insieme al mi­ nibaseball, costituisce la novità più rilevante dell’opera di propaganda. «Stiamo organizzando corsi per in­ segnanti della scuola elementare per­ ché vorremmo inserire anche alcuni gesti tipici del baseball, per i più pic­ coli — spiega il Maestro dello sport Dino Rossi, segretario della Federa­ zione — Non diciamo che la nostra disciplina sia migliore delle altre ma tra i vari giochi che si fanno a scuo­ la ci può essere posto per il miniba­ seball. Si può organizzare una spe­ cie di “quattro cantoni’’ con una palla al centro, ferma, da colpire, senza cioè il lanciatore. Ci sono poi i giochi della gioventù e stiamo ope­ rando affinché negli Isef il baseball possa essere inserito come materia di esame anche complementare». 1 dati più recenti indicano in 8.875 i giocatori di baseball sotto i 18 anni


Moriremo di mondiali?

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c in 3.081 le giocatrici di softball mi­ norenni. In totale i giocatori sono ol­ tre 14 mila per quasi settemila gio­ catrici. Una convenzione proprio con il CSI assicura una più ampia opera di promozione sul territorio nazio­ nale. A livello di nazionali il 1990 è un an­ no pieno di appuntamenti prestigio­ si. Dal 29 agosto al 2 settembre Ge­ nova ospiterà i campionati europei di softball, dopo che a Edmonton, in Canada si saranno svolti i mondiali femminili. 11 clou è previsto nel 1991 quando ancora l’Italia organizzerà il torneo di qualificazione per le Olim­ piadi di Barcellona. Il 1992 costituisce infatti una tappa storica per il baseball con l’ingresso ufficiale ai Giochi Olimpici. Otto squadre si daranno battaglia per un unico posto disponibile, insieme al­ la Spagna qualificata di diritto come nazione ospitante. 11 duello sarà co­ me sempre tra Italia c Olanda, la ri­ vale più temibile degli azzurri. Si conta molto sul fattore campo. Si giocherà nel Lazio e questa è una no­ vità rispetto al maggior numero di

manifestazioni internazionali svoltesi negli ultimi anni al nord. Il CONI sta ristrutturando il campo dell’Acquacetosa di Roma, mentre lo stadio di Nettuno, migliorato per una spesa di 5 miliardi diventerà uno degli im­ pianti più efficienti d’Europa. Saran­ no coinvolte anche le cittadine di An­ zio, Montefiascone e Caserta. Il baseball si rilancia al sud dove a parte Ustica, Messina, Martina e Foggia, la situazione è carente negli impianti e nel numero dei praticanti. Il 27 giugno del 1948 a Milano è da­ tata la prima partita ufficiale tra due squadre di baseball. Nello stesso an­ no è nata la FIBS. L’Emilia è la regione del baseball con le realtà di Parma, Bologna e Rimi­ ni. Grosseto è campione d’Italia in carica. Nettuno è la Società più scudettata con undici titoli, l’ultimo dei quali vinto nel 1973. La Robuschi Parma ha vinto lo scudetto ’89 di softball. L’Italia ha conquistato il ti­ tolo europeo per nazioni a Parigi, nel settembre scorso. Roberto Bianchi, Elio Gambuti e Paolo Ceccaroli han­ no condotto gli azzurri alla prima vittoria continentale senza gli oriundi. Le regole del gioco? Semplici! Dun­ que nove giocatori per squadra con lo scopo di vincere segnando più punti agli avversari... si conquistano le basi... alternativamente in attac­ co e in difesa si dispongono le for­ mazioni. Si giocano tre partite alla settimana. Più partite anche nella stessa giornata, ci sono quattro ar­ bitri in campo. «Un punto viene se­ gnato ogni volta che un corridore, avanzando legalmente, tocca, prima, seconda, terza, casa base prima che tre uomini siano eliminati ed abbia quindi termine la ripresa»...

Giampiero Spirito

No, non sopravviverò ad Italia '90! Già si manifestano i sintomi, inequi­ vocabili, dell'incurabile malattia: confondendomi, saluto gli amici con un «dribling» anziché con un «ciao», vedo a spicchi bianchi e neri i se­ deri altrui e la voglia di calciare il pe­ nalty è irrefrenabile, provo intense vertigini alla vista dell'immagine di Montezemolo e non riesco a consi­ derare eroi, ma vittime, i deceduti nei cantieri degli stadi. No, non sopravviverò ad Italia '90! Sei un antisportivo!, mi dicono; cer­ co di spiegare che non si tratta di sport, ma di un grosso affare delle multinazionali, perfettamente orga­ nizzato per la pulizia totale di tutte le tasche, dal logotipo tempestato di diamanti al portamoneta, al por­ tachiavi con il pallone; ma è inuti­ le, dicono che sono certamente an­ tisportivo. No, non sopravviverò ad Italia '90! Sei un disfattista!, mi dicono; cer­ co di spiegare che il vincere il cam­ pionato non equivale ad essere il popolo migliore del mondo, che non si tratta di vita o di morte, che i mon­ diali miglioreranno soltanto gli im­ pianti sportivi già faraonici ma ben poco o nulla perverrà allo sport di base; ma è inutile, dicono che so­ no certamente disfattista. No, non sopravviverò ad Italia '90! Cerco di curarmi, distraendomi, provandomi a dimenticare «l’even­ to»; inutilmente, i «ciao» mi occhieg­ giano dalle vetrine, gli spots mi col­ piscono a tradimento, il caffè è una bevanda consumata tra i Saggio ed i Vialli e la deviazione stradale mi ricorda la necessità di essere «bel­ li» per i mondiali, anche se ospedali e strutture pubbliche resteranno pur sempre obsoleti. Peccato!; perché qualche incontro di calcio lo avrei visto volentieri, sia pure ad audio zero: ma, già lo so, non sopravviverò ad Italia '90!

Giorgio Guidetti

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TELEFAX ■■■■■I

Un «processo» diverso

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Altro che a Processo del lunedì», con il suo cicaleccio salottiero e le inevitabili conclusioni a tarailucci e vino. In Francia TFì, la prima rete televisiva nazionale, ha suscitato un pandemonio tirando fuori un po’ di scheletri dall’armadio dello sport. All’insegna dello slogan «Il doping non è altro che l’Aids dello sport», il settimanale Tv Meditations ha tentato di aprire una breccia nel muro di ipocrisia che circonda e nasconde l’argomento doping. Davanti alle telecamere hanno sfilato atleti, dirigenti, tecnici, medici e uomini politici. In prima fila il più celebre dei campioni dopati, Ben Johnson, che per rendere la sua testimonianza ha preteso, ed ottenuto, di essere lautamente pagato, suscitando le proteste di chi spreme sudore senza impasticcarsi e forse per questo non vede il becco di un quattrino. Gratuita, sembra, è stata ìa vera «bomba» della trasmissione, la sconvolgente confessione dell’ex nuotatrice della Germania Est Christiane Knacke. Il clamore suscitato dalla tramissione è stato enorme e la sua eco polemica si è trascinata per alcuni giorni sui mezzi di informazione francesi. Per noi italiani è stata un ‘occasione sciupata: pochi, pochissimi, hanno ripreso la notizia o l’hanno commentata. Ed eccoci allora a proporre, qui di seguito, brevissimi stralci del dibattito, sufficienti tuttavia a rendere il clima ed i contenuti dell’avvenimento.

LA CONFESSIONE DI CHRISTIANE KNACKE: ORRORE E STEROIDI «A tredici anni (...) tutti i giorni in piscina mi ritrovo al fianco dei com­ ponenti la squadra olimpica. Il mio corpo di bambina cambia, prende presto forma, ma non mi pongo do­ mande vedendo i campioni diventa­ re tanto forti. L’allenatore ci dà compresse di vitamina E e proteine, afferma. Ne dobbiamo ingoiare tan­ te che talvolta ne gettiamo via una parte nei bagni della piscina. «Il 28 agosto 1977 batto il mondiale dei 100 farfalla. Credo ancora di non aver preso il benché minimo prodot­ to dopante (...) Dopo il record però mi fanno aumentare le distanze nuo­ tate in allenamento: più di 20 km al giorno. Glaser (l’allenatore) mi ripe­ te: ‘Devi migliorarti: gli stranieri fan­ no ricorso al doping’. Poi un giorno mi dice dandomi altre pillole: ‘Per ri­ generare più alla svelta il tuo orga­ nismo. Se non ne prendi non nuote­ rai più’. Sulle confezioni non c’era scritto nulla. Tutti questi prodotti li prendo perché mi vengono dati dal mio allenatore e ho fiducia. Ogni giorno prendo la mia dose di steroi­ di: da 10 a 15 pillole. Mi fanno una puntura, saprò poi che era un misto di cortisone e procaina. Due volte la settimana mi viene fatta una perfu­ sione: il liquido è talvolta trasparen­ te, talvolta bianco come il latte. Sul flacone c’è scritto glucosio. Con que­ sto regime in meno di un anno sono ingrossata di 15 chili (...). «Nel 1978, anno dei Mondiali, poco prima della manifestazione vengo in­ viata a Krcischa, sede dell’Istituto di medicina Sportiva... Risultiamo po­ sitive... Abbiamo certamente preso troppe pillole. Ci spiegano che dob­ biamo essere «ripulite»... Restiamo 137 giorni... I medici fanno espcri-

menti su d noi. Vogliono sapere per­ ché restan} ancora tracce nelle no­ stre urine c come fare per eliminarle o nasconderle (...). «Poco dopo (le Olimpiadi dell’80) devo essere operata al gomito destro. Gli steroidi hanno impoverito di cal­ cio l’osso. Oggi, dopo tre operazio­ ni, è di plastica. Avevano provato con supporti metallici, ma si rompe­ va lo stesso. Mi hanno dato narcoti­ ci per sopportare i dolori, mi hanno prelevato midollo spinale (...). «Un giorno l’assistente del professo­ re che la cura (la figlia, nata nell’83) mi spiega che Jennifer soffre di squi­ libri ormonali... La mia Jennifer era figlia del doping... A Barbara (altra nuotatrice della Germania Est) il bambino è nato con un piede defor­ me e tre anni più tardi ne ha avuto un altro con la stessa malformazio­ ne. Così ho saputo che eravamo sta­ te cavie da laboratorio (...). «Altre atlete hanno messo al mondo bimbi deformi. E ciclisti sposati con donne non sportive hanno figli con malformazioni o ritardati... Ho pau­ ra. Temo che tali vergogne esistano non soltanto in Germania Est». (da La Gazzetta dello sport, 23 no­ vembre 1989)

IL CROCICCHIO «Parliamo troppo di doping? Talvol­ ta ci viene rimproverato. La questio­ ne è più che mai d’attualità con la messa in onda, questa sera, di una trasmissione sul tema destinata al lar­ go pubblico. La cosa più grave, tut­ tavia, non è affatto parlare troppo di doping (salvo dire delle sciocchez­ ze, come, ahimè, accade spesso), ma, al contrario, non parlarne abbastan­ za. Sotto falsi pretesti molti dei re­ sponsabili portano avanti questa scelta. Ciò è pericoloso.


prendere il volante di una vettura di sogno, e depongono ai suoi piedi, un tempo alati, il tappeto rosso riserva­ to ai grandi di questo mondo? Considerato in un certo periodo in modo positivo, Johnson finirà per divenire globalmente positivo agli oc­ chi di coloro che verranno dopo di noi? (Gerard Edelstein, L’équipe, 28 no­ vembre 1989)

Occorre che noi, tutti insieme, diri­ genti, allenatori, atleti, medici, orga­ nizzatori, giornalisti, abbiamo il co­ raggio elementare di dire che, sì, il doping è diffuso in quasi tutte le di­ scipline, a quasi tutti i livelli della pratica sportiva. Smettiamo di mentire, di mentirci, e guardiamo il male in faccia. È il mo­ do migliore per combatterlo e, for­ se, per vincerlo. Occorre rendersi conto che lo sport agonistico è oggi arrivato al crocic­ chio capitale della sua vita. Prima ipotesi: esso soccombe al cancro del doping e si dirige verso il gioco da circo, uno spettacolo senza fede né legge. Un altro mondo, che ha cer­ tamente il suo fascino, ma che non è affatto il nostro. Seconda ipotesi: lo sport vince la battaglia, esce vit­ torioso dalla rivoluzione culturale che attraversa e, in un certo qual mo­ do, conquista la sua eternità. È per questo che, oggi, a dispetto delle sue sbavature, degli eccessi e delle imperfezioni, a dispetto anche del suo lato disordinato, la lotta con­ tro il doping è la nostra lotta. Che ci si augurerebbe più metodica, me­ glio organizzata, più volontarista; si vedrebbe che essa costituisce la prio­ rità delle priorità e che, peraltro, non è ancora perduta. E il nostro compi­ to è quello di dirlo, di dirlo ancora, di dirlo* sempre. (Noci Coudel, L’équipe, 22 novem­ bre 1989)

UN BANDITO DEGLI STADI? Dovremmo iniziare dall’inizio. Cioè dai fanciulli. Tentare di spiegare lo­ ro che gli eroi dai grossi muscoli, del genere di Rambo, non hanno sempre necessariamente ragione di essere i più forti. O i più veloci. Far loro

I VERI COLPEVOLI

comprendere che c’è più gioia e Ono­ re, con la O maiuscola, a terminare secondi nei 100 metri olimpici che primi dopo aver ingerito una pozio­ ne magica, fosse anche quella di Asterix. 11 guaio è che il piccolo schermo ha già distrutto le loro difese immuni­ tarie contro il Male e che a ragione di una cinquantina di omicidi e di violenze alla settimana trasmessi sul­ l’insieme delle reti, il loro potere di indignazione avrà la spiacevole ten­ denza ad attenuarsi. Difficile in que­ ste condizioni convincerli che un Johnson è da annoverare nella cate­ goria dei malfattori viscidi, cataliz­ zare sulla sua persona sportiva il di­ scredito morale di cui «beneficiano» i puri: spazzature offerte al loro im­ maginario da film e telefilm. Come, in effetti, convincere un mi­ nore di quindici anni che Johnson è un bandito degli stadi quando a mo’ di punizione suprema gli adulti lo ob­ bligano a guadagnare senza correre pressappoco altrettanto denaro che se fosse divenuto campione olimpi­ co senza barare, lo costringono a

La confessione della nuotatrice Chri­ stiane Knacke ha dipanato il ruolo dei fornitori istituzionali, medici, di­ rigenti, allenatori, che incarnano la ragione di stato, la quale fa dei con­ correnti gli strumenti passivi di un potere politico e ideologico. Bisognerebbe tuttavia aggiungere a questa categoria di responsabili co­ loro che, nei Paesi liberali, procedo­ no nella stessa maniera, a titolo pri­ vato e di lucro, mascherando i rischi corsi dagli sportivi. Se si vogliono de­ terminare le cause profonde del do­ ping, per prima cosa dovremmo de­ nunciare questo ambiente attraverso il quale arriva lo scandalo (...). Ci sia permesso pertanto di afferma­ re che il doping non potrà, a termi­ ne, essere soffocato che a due con­ dizioni: occorre spezzare la catena che lega gli aspiranti campioni e al­ lontanare da loro, con l’informazio­ ne e la dissuasione, tutti coloro che si devono assimilare agli «spacciato­ ri» di droga. Occorre anche che i campioni più rappresentativi siano in grado di dimostrare che è possibile raggiungere i più alti livelli senza pro­ dotti proibiti. (...) Il realismo consiste anche nel render­ si conto delle molteplici tentazioni che nascono dallo sfruttamento del­ lo sport, dunque dal danaro (...). Se vogliamo che lo sport sopravviva all’anno 2000, occorre, da subito, combattere su tutti i fronti coloro che traggono profitto dal doping. Noi sosteniamo che gli atleti siano meno colpevoli dei manipolatori dell’om­ bra, tutti esenti da controlli.

(Robert Pariente, L’équipe, 28 no­ vembre 1989) a cura di Andrea De Pascalis

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L'OPINIONE DI...

FRANCO

CASAVOLA «Dobbiamo imparare a dire no alia politica maleducata e diseducante della propaganda demagogica, della lotta faziosa per il potere, delle egemonie autoritarie ed intolleranti, (...) perseguire invece quella politica che si fa senso comune del bene comune, (...) e non dimenticare che ‘politica’ resta l’arte stessa di vivere, la vita buona, nella comunità degli uomini». Così, nella sua introduzione al volume «La politica educata» edito dall’A VE il professor Casavola, che del libro è stato curatore insieme a Gianluca Salvatori, sintetizza in poche righe il significato di un lavoro che, come spiega il sottotitolo, vuole essere uno strumento per «la formazione della coscienza politica in Italia» (tanto che se ne parla anche come del testo in futuro adottato dalle scuole diocesane di formazione politica sorte un po’ dappertutto negli ultimi anni). Proprio a! prof. Casavola cui va l’indiscutibile merito di aver raccolto e coordinato una schiera di studiosi certamente notevoli (fra gli altri De Rosa, Scoppola, Monticane, De Rita e il card. Pappalardo) abbiamo rivolto alcune domande su! significato di questa iniziativa.

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a cura di Vittorio Sammarco e Francesco Russo

LA POLITICA EDUCATA

di propaganda, non tendendo ad in­ gannare ma ad aprire gli occhi, e ri­ volgendosi oltretutto non a cattolici soltanto ma a tutti i concittadini ita­ liani. Senza nulla nascondere della nostra appartenenza religiosa, ma anzi partendo esplicitamente proprio da questa — dalle fonti della fede al magistero della Chiesa, dalla cultu­ ra alla prassi del movimento cattoli­ co — abbiamo provato a delineare un quadro di dati storici ed istituzio­ nali, descrittivo e problematico insie­ me della realtà della democrazia ita­ liana. Il fine è quello di contribuire alla formazione della coscienza civi­ le in Italia; senza velleità egemoni­ che, ma anche senza complessi di in­ feriorità, rispetto ad ogni altro pa­ trimonio culturale ed ideale attivo nel nostro Paese. Sulla coscienza civile il mondo cattolico ha cominciato a dar conto di riflessioni e proposte sin dalla fine degli anni ’70».

— «La politica educata» per l’orga­ nicità con la quale Purgamento vie­ ne trattato e per l’autorevolezza de­ gli autori che vi hanno collaborato si pone come una iniziativa editoria­ le tra le più rilevanti degli ultimi an­ ni in questo campo. Può dirci, lei che è stato con Gianluca Salvatori tra i curatori del testo, come è nato e con quali finalità?

— Nell’introduzione Lei ricorda: «Occorre una mobilitazione delle in­ telligenze e delle coscienze di milio­ ni di cittadini. Ma è possibile, secon­ do Lei, riavvicinare a queste temati­ che un 'opinione pubblica certamen­ te disgustata da un sistema politico non certo edificante? E con quali strumenti?

«L’iniziativa di corrispondere ad un bisogno reale di educazione alla po­ litica è sorta spontaneamente in un gruppo di persone di diversa prove­ nienza, daH’associazionismo cattoli­ co, da esperienze di partito e di par­ lamento, da impegni di riflessione c di studio accademico o di informa­ zione e di critica nei mass-media. Si è deciso di non scadere mai in colo­ riture di parte perché un’opera di formazione intellettuale e morale non deve usare né toni né argomenti

«La parola ‘mobilitazione’ è certo usurata. Tratta da vocabolario mili­ tare, i partiti di massa, specie della sinistra, l’hanno impiegata per ave­ re il sostegno di vasti ceti popolari ai propri programmi di lotta politica. Oggi ('adoperiamo non per un appel­ lo di lotta ma di consapevolezza; non per aggregare classi o gruppi sociali, ma per risvegliare i cittadini dentro c oltre qualsiasi formazione o strati­ ficazione sociale. L’era degli scontri di classe, delle prese rivoluzionarie del potere è alle nostre spalle. Il quo-


alle concentrazioni di potere econo­ mico privato. Ma se riflettiamo che queste vivono in simbiosi con grup­ pi politici verticali e trasversali pale­ semente o occultamente dominanti, le riforme che mettono ordine e chia­ rezza valgono a scompigliare anche questa seconda forma di schiaccia­ mento della libertà dei cittadini».

tidiano del nostro presente e più an­ cora del prossimo avvenire esige una condotta personale consapevole, non un’accensione di massa. Il disgusto diffuso verso la politica trova causa nell’essere ancora il sistema istituzio­ nale e delle idee ancorato alla vecchia immagine della politica dei grandi conflitti, non della saggia ed efficien­ te amministrazione della vita di ogni giorno, per restituire, ogni giorno, dignità agli uomini. Abituare i citta­ dini ed i loro rappresentanti politici a ragionare sulle cose, uscendo defi­ nitivamente dalla retorica dei toni al­ ti e gridati, aiutare a leggere criticamente l’informazione dei mass­ media; insegnare a tutti i meccanismi istituzionali e le regole di diritto, sen­ za dover dipendere dall’oscuro sape­ re di pochi professionisti: ecco, que­ sti sono itinerari da non mancare». — Una sua impressione sulle molte scuole diocesane di educazione alla cultura politica diffuse un po ' dap­ pertutto. ..

«Le scuole locali, in particolare dio­ cesane, di educazione politica, si av­ viano a diventare alcune centinaia. È opportuno che una linea, sia pure ri­ spettosa ed anzi stimolatrice di pecu­ liarità significative, di esperienze ivi presenti, le colleglli, perché le scuo­ le ne traggano forza e vitalità e non siano generose fiammate di qualche anno. Il nostro testo vuole essere cer­ tamente un sussidio al costituirsi di un legame di intenti di temi tra di esse».

— Non si può parlare di politica edu­ cata senza affrontare la «questione morale». Molto si è detto e molto si continua a dire su questo tema: qual è la sua opinione?

«La ‘questione morale’ non tocca le persone di per sé, ma in quanto con­ dizionate dal sistema politico. Se questo continua a consolidarsi in bande, dalla vita politica saranno at­ tratti soltanto faziosi e ne resteran­ no esclusi ed estranei tutti coloro che avranno a cuore l’interesse generale e non quello di una parte. La que­ stione morale sta in ciò che la politi­ ca deve poter perseguire, se non com­ piutamente realizzare, il fine del be­ ne comune. Le condotte disoneste sono solo una conseguenza di una ar­ caica concezione della politica come slegata dalla morale. Mutamento della mentalità e riforme istituzionali devono muovere contemporanea­ mente per una riconversione della politica a valori etici».

— Anche gli ultimi avvenimenti (ca­ so «Mondadori» ed elezioni del sin­ daco di Roma) ci mostrano che il cit­ tadino è sempre più schiacciato tra il potere politico ed il potere econo­ mico oggi predominanti nel nostro Paese. È credibile pensare che le so­ le riforme costituzionali possano re­ stituire la politica ai cittadini»? «La via della restituzione della poli­ tica ai cittadini passa per il diritto. La democrazia non è una questione di forza. Cominciamo a capirlo da poco tempo. Solo un diritto giusto, imparzialmente applicato, salva il cittadino dalla duplice oppressione di potere politico e potere economico. Le riforme istituzionali sono un pri­ mo passo per contenere lo strapote­ re pubblico. Valgono meno dinanzi

— È sicuramente messa sotto accu­ sa la «forma partito» e lo ricorda an­ che Lei più volte nel libro: cosa si­ gnifica «andare oltre ai partiti»? An­ che trovare per il futuro nuove for­ me di partecipazione da parte dei cit­ tadini?

«Dinanzi alle mostruose degenera­ zioni della partitocrazia si diffonde il rifiuto dei partiti. Coloro che in oc­ casione delle consultazioni elettorali si assentano o votano scheda bianca ne sono un sintomo da non sottosti­ mare. La democrazia postula l’esi­ stenza vitale di una pluralità di par­ titi. Il rifiuto dei partiti va contrasta­ to come un indebolimento del regi­ me democratico ed una pericolosa in­ clinazione verso regimi autoritari, magari di tecnocrazia illuminata ed efficientista. Ma ai partiti non può continuare a riconoscersi il monopo­ lio della partecipazione democratica, che per Costituzione ha per titolari i cittadini, essendone i partiti solo uno strumento. Tutte le formazioni sociali devono ri­ trovare in sé stesse una valenza poli­ tica che loro consenta da un canto l’autogoverno sociale, dall’altro la formulazione di istanze e di propo­ ste che premano sui partiti, ne con­ dizionino i programmi, orientino correttamente l’opinione pubblica, e attraverso questa le amministrazio­ ni locali ed il governo nazionale. Nulla è stato più deleterio per la de­ generazione partitocratica di una dottrina della separazione dei com­ piti: la politica ai partiti, il sociale al­ la società. Come se sociale c politico fossero oltre che distinguibili anche separabili. Riportare la società a produrre poli­ tica è una formula entro cui studia­ re l’invenzione di nuove forme isti­ tuzionali di partecipazione democra­ tica».

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San Remo e dintorni

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La musica resta sempre una parente della parola. Anche se il canticchiare può farsi tut­ to audio, senza testo, senza didasca­ lie parlate. Quando non si ricorda il testo rimane il suono, imprendibile, gratuito, alla portata di tutti. Esce dalla bocca dei «Fantozzi» che si sbarbano la mattina prima di affron­ tare la calca degli autobus, dalle lab­ bra di pensose casalinghe per rom­ pere il silenzio delle mura domesti­ che e dal cuore di adolescenti in cer­ ca di sentimenti. La musica è parente della parola per­ ché è tramandabile, diventa memo­ ria, documento della vita pubblica e privata. Per qualcuno, si dice, è il ri­ cordo di una emozione particolare, ma forse lo è per tutti. Sta di fatto che la musica è entrata prepotentemente nella vita privata e collettiva di ogni giorno. Gli strumenti tecni­ ci, le grami reti di comunicazione, le circostanze corali che la celebrano non fanno che favorire il suo inserirsi impercettibile e costante nella vita quotidiana. Si può dire che noi viviamo, ma sen­ za accorgercene, a suon di musica. La grande diffusione delle autoradio, dei giranastri collocabili ovunque, degli apparecchi che possono distri­ buire melodie dal barbiere, nelle se­ greterie telefoniche, dicono della gran voglia di frapporre ai momenti alterni di silenzio e di frastuono una qualche barriera melodica tra noi e il vuoto. Per i giovani e i giovanissimi, ma an­ che per gli adulti, la musica costitui­ sce un accompagnamento quotidia­ no, a volte con una sorta di funzio­ ne che in altri tempi meno ecologistico-igienistici aveva la siga­ retta, grande antitodo contro la noia, la timidezza. Si vedono tante meno sigarette ac­ compagnarsi al look facciale, e tan­ te più cuffie di mangianastri stringere

La musica come indicatore della cultura e della società la testa, tanto meno cicche intasare il modesto portacenere delle automo­ bili e tante più «cassette» sparse per i vani portaoggetti di utilitarie e me­ ga-cilindrate. Se si osserva in una sosta momenta­ nea ad un semaforo rosso si può ca­ pire che qualche automobilista con tanto di cuffia, stia ascoltando mu­ sica, forse non capendo o memoriz­ zando solo il consumo di un ritmo scaccia-pensieri. E pensare che per molto tempo la sopravvivenza di tan­ ti, anche simpatici prodotti musica­ li, era garantita dal fatto di essere orecchiabili. Ma tanta musica non lo è o per lo meno assomiglia ad un in­

distinto tam-tam, che solo gli inten­ ditori, intellettuali o praticoni addetti ai lavori sanno distinguere. A questo proposito come non ricor­ dare in quale modo, oggi, la musica in quanto tale è diventata un simbo­ lo culturale anche per intellettuali e impegnati. Non si tratta del gusto della musica come intervallo di risto­ ro dello spirito, fatto dalle élites con l’ascolto di dischi e di concerti so­ prattutto di musica classica e in cer­ ti ambienti nella rivisitazione della musica impegnata di un tempo e nel­ la dimestichezza con quella recente. Se da una parte vi è il consumo di musica come indistinta massa di suo­ ni scacciapensieri, dall’altro la mu­ sica può diventare militanza e scan­ sione delle tappe evolutive della vi­ ta. Militanze nei generi, nelle devo­ zioni ai divi, dagli abbigliamenti e dai nomi complicati, dalle stravaganze che essi si concedono assaggiando il sapore effimero della loro gloria. Ma poi si può militare fino ad un certo punto a seconda dell’età. Vi sono generi e divi che segmenta­ no la vita evolutiva dei giovani co-


, TEMPO I RITROVATO

G. Battista Gandolfo me i tempi della scuola e del catechi­ smo. Ce ne sono per i più piccoli e per i più grandi. Stiamo parlando naturalmente della massa della musica americana o di ti­ po americano. Ma della bella melo­ dia italiana cosa resta? Restano per­ sonaggi dignitosi come Venditti e De Gregori, dai concerti più rituali e commossi, dal tentativo di marcare una qualche distanza dalla musica frastuono sia pure come antitodo al rumore e al silenzio. Con testi che hanno successo perché sembrano tratti dai diari degli adolescenti e dal­ le memorie più poetiche degli adulti. Ma poi all’orizzonte vi è da conside­ rare una tappa che è storia che tor­ na ad essere consueta, come consue­ te le polemiche che si accompagna­ no al suo manifestarsi come prossi­ mo avvenimento: il Festival di San Remo. Una liturgia che ha guada­ gnato il suo splendore quando una certa forma di musica aveva guada­ gnato una simbiosi con la vita quo­ tidiana, più della stessa lirica che pu­ re si era per gran parte appesantita della retorica del Risorgimento. Una simbiosi nel poter ascoltare l’o­ recchiabile, dal poter ripetere e can­ ticchiare e fischiettare senza inten­ dersene di generi, correnti, miti e riti. Quella immane ma scorrevole produ­ zione di musica chiamata «musica leggera». Leggera nei toni, c aerea nel suo sfuggire e ritornare. Facile sfondo di gruppi con una presenza discreta ma a volte emozionante. Un po’ come c’è l’ha fatto capire Dino Risi nelle atmosfere di un bel film che ci racconta gli anni difficili dal­ la seconda guerra mondiale alle so­ glie del boom degli anni sessanta.

Cesare Martino (segue a pag. 32)

Mai come oggi l’uomo sperimenta il senso della precarierà e del limite. La cultura del consumismo e la società dell’usa, e getta, per intenderci, inala un moltiplicarsi di cambiamenti e la frenesia di incontri, che lasciano spesso il segno dell’effimero e della fragilità. L'instabilità, il più delle vol­ te, allontana da Dio, perché spesso spinge l’uomo verso i degradi di una superficialità e di un vuoto, che si ri­ flettono nel comportamento esisten­ ziale delle persone. Non per nulla nu­ merosi giovani cercano di dimentica­ re, rifugiandosi nell’inaudito frastuo­ no delle discoteche e svuotandosi tra i rumori assordanti ed isterici degli stadi, dove gli slogan e i cartelli si di­ stinguono soltanto per la loro ripeti­ tività e la mancanza di ogni elemen­ tare buon gusto. • Ma fra le amarezze e le improvvisa­ zioni di questo nulla, nascono anche altre impronte d’incertezza, scrive la teologa Adrienne Von Speyer. Pene­ tra la «compensazione per una comu­ nicazione e un accordo più profon­ di», che si radica ne! dialogo con Dio. Esistono, è vero, persone che anne­ gano nell’ombra del vizio o nella neb­ bia della droga, ma ci sono pure gio­ vani che tentano con la fatica e le ri­ sorse di ogni giorno di avvicinarsi al sacro, dopo essersi resi conto di aver­ lo abbandonato troppo affrettatamente per un piatto di lenticchie. An­ zi il primo passo, che del resto viene sottolineato dalla preghiera, è quel­ lo di persuadersi della propria lonta­ nanza dal mistero e della successiva necessità di un rimorso e di una gra­ titudine. Allora la preghiera diventa conver­ sione, poiché Dio è indiscutibilmen­ te pronto ad ascoltare e a risponde­ re. Così si avverte la presenza divina che non dimentica la creatura, ma sa­ tura una variegata forma di iniziati­ ve e di opere, tese a sgranare le con­ figurazioni del tempo e dello spazio. Sono le ragioni che spiegano Tati ività a favore dei poveri e degli emargina-

ti, svolta da Una madre Teresa di Calcutta o daU’Abbé Pierre. Ma so­ no pure le soluzioni che inacutisco­ no scelte mistiche e a volte eroiche, come il chiudersi senza rimpianti nel­ la nappa e nei cenobi. Sono le istan­ ze che semplificano le occasioni di una rinascita, pronta a riparare le piaghe, anche le più sanguinanti. Volta a rialzare l’uomo verso indica­ zioni e seminagioni, dove l’impegno civile e la solidarietà s’inalberano co­ me naturale conseguenza di un ap­ profondito mondo interiore. Difatti ramificare nel proprio Consiglio e nell’ambiente sportivo, sociale e ci­ vile le connotazioni e gli stimoli del­ lo spirito di solidarietà e dell’amore, è autentica azione di preghiera. Co­ me è vera orazione, anche se da sola non basta, l’occuparsi dei diritti e dei bisogni dei deboli e prestare servizi idonei ad apprezzare e a curare le di­ mensioni comunitarie e religiose del cittadino e della sua realtà sociale. L’individuazione di temi, di proble­ mi e dei connotati che possono pro­ muovere o migliorare le condizioni imia ne, s’incalorisce come atto sacro e ascetico, sufficiente a individuare in Dio la propria radice. Il tentativo di riportare, per esempio, una Società sportiva all’esame e alla soluzione dei mali e delle necessità relative al pro­ prio territorio, significa difendere la dignità e i diritti dell’uomo, ma an­ che preparare la lode che inneggia e raggiunge certamente Dio. Perché ar­ ricchisce, la persona e la rende capa­ ce di camminare verso la salvezza, senza soggiacere alle paure e alle for­ ze dei malvagi. Senza inaridire nel­ l’illusione e nel disincanto dell’esse­ re. « Venite, andiamo a morire da un 'altra parte / prima che le case nel fiume tremino e comincino la danza / e cadano nella tremenda rovina», scrive Thomas Merton nella lirica «Sport senza sangue». E non a caso il Merton ha scelto il sentiero della truppa.

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Romania La rivoluzione in diretta dagli studi di Bucarest. Una controprova (che farà ancora scrivere mollo) sulla «potenza» della televisione come mezzo di convinzione, oltre che di in­ formazione. Una vecchia versione di «Bandiera rossa» dice: «Avanti popolo, alla stazione, rivoluzione, rivoluzione». All’inizio del secolo la ferrovia, al­ lora il principale mezzo di comuni­ cazione, era l’obiettivo per eccellen­ za dei moti popolari. Poi Curzio Malaparte, attingendo anche alla sua di­ retta esperienza di giornalista oltre che di «squadrista», negli anni ’30 in «Tecnica del colpo di stato» aggior­ na i «centri di potere» più vulnera­ bili e decisivi. Chi di noi ha voluto, ha potuto assi­ stere alla «rivoluzione romena» quasi «minuto per minuto» perché le tra­ smissioni da Bucarest erano irradia­ te via satellite e sono state riprese più volte anche dai nostri canali tele­ visivi.

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Ma l’esperienza televisiva, anche se più completa — perché fornisce uno spettro di avvenimenti in contempo­ ranea impossibile da attingere da parte di un singolo osservatore — non sostituirà mai l’esperienza diret­ ta, personale. Con le sue scelte. Per questo, dopo le prime notizie, sono saltato in macchina (una vetusta Volkswagen di vent’anni) e ho preso la strada per Bucarest, via Jugo­ slavia. Devo subito dire che i pericoli non sono stati tanto quelli previsti — i cecchini della Securitate, che quan­ do sono arrivato erano quasi debel­ lati — quanto altri più banali, casua­ li: il nervosismo dei civili armati ai ripetuti posti di blocco (fra loro c’e­ rano anche dei ragazzini di quindici anni) la mancanza di pezzi di ricam­ bio per i guasti, per cui se non fossi stato «soccorso» da una colonna sa­

Televisione e rivoluzione nitaria francese proveniente da Mar­ siglia, avrei dovuto abbandonare, forse per sempre, la mia vetusta Volkswagen ai margini di una strada. Arrivato a Bucarest, ho cercato di ri­ costruire le giornale decisive di gio­ vedì 21 e venerdì 22 dicembre — quei «due giorni che hanno cambiato per sempre la Romania» — parlando con protagonisti grandi e piccoli. Cazimir lonescu è il numero tre del Consiglio del Fronte di Salvezza Na­ zionale. 11 21 Ceausescu, da poco ri­ tornato da una visita-lampo in Iran, crede di poter organizzare una «adu­ nata di regime» a suo favore. Ma tra la folla dei «convocati» si mescola­ no gruppi di studenti dai quali par­ tono i primi fischi e le prime grida di libertà.

lii diretta — la manifestazione è ri­ presa dalla tv — Ceausescu appare sconcertato, si inceppa nel discorso: è il «re nudo» che si svela all’improv­ viso davanti agli occhi di milioni di romeni. Una paura paralizzante, in­ trattenuta dalla più potente polizia politica mai esistita rispetto le dimen­ sioni di un Paese (la Securitate: 30.000 agenti d’élite, un corpo di in­ formatori di 700.000 persone, con­ gegni di controllo sofisticatissimi, che permettono addirittura di regi­ strare furtivamente una conversazio­ ne in un bosco), comincia a scioglier­ si. La gente afferra subito, con l’im­ mediatezza dell’immagine, che il ti­ ranno è in difficoltà. Specifica lonescu: noi avevamo sin dall’inizio tre obiettivi: la televisione, la radio, il palazzo del comitato centrale del partito. Valentin Firu, uno studente che c’e­ ra. «Oltre ai fischi e alle grida, che sono durate non più d’un minuto, dagli studenti sono partiti due petar­ di e un fumogeno. È stato un atto de­ cisivo: la folla, che sapeva del mas­ sacro di Timisoara, si è sbandata, ha


cominciato a fuggire dalla piazza del palazzo. Ceausescu è rimasto da so­ lo a parlare ai suoi pretoriani, anche se la televisione, per ingannare, con­ tinuava a mettere in onda sempre le immagini iniziali, della piazza piena di gente e di bandiere. Forse già quel 21 avremmo potuto osare di più. Ma davanti all’università, dove eravamo rifluiti, ricordando gli slogan dell’ot­ tobre tedesco-orientale e del novem­ bre cecoslovacco, gridavamo: Senza violenza - Senza violenza. Così ab­ biamo lasciato passare dei pullman carichi di agenti della Securitate che andavano a piazzarsi nei punti stra­ tegici». Il 22 scendono in campo gli operai. La sollevazione si generalizza. Valen­ tin è nella colonna che punta sulla te­ levisione. «Era guardata da due car­ ri armati e da un cordone di securisti. Ci siamo fermati a qualche me­ tro di distanza. A questo punto è av­ venuto un fatto che non dimentiche­ rò mai: l’immagine delle due torret­ te che girano e puntano i loro can­ noni dalla folla verso i securisti. In quel momento ho capito che l’eser­ cito stava con noi, che avevamo vinto».

La televisione continuava a trasmet­ tere comunicati di regime. L’ultimo era l’annuncio del «suicidio del tra­ ditore Milea», comandante dell’eser­

cito (in realtà assassinato perché ri­ fiutava di dar l’ordine di sparare sui dimostranti). A questo punto le tra­ smissioni si interrompono. Quando riprendono, compare uno studio af­ follato di studenti, intellettuali, mi­ litari. Inizia la «diretta con la rivo­ luzione» che durerà non stop per una settimana e più. Dove tutti vogliono finalmente parlare per dare indica­ zioni, incitare, informare, anche fa­ re autocritica. Una sorta di rivalsa collettiva sulle due ore (dalle 20 alle 22) concesse ogni giorno dalla tele­ visione di regime ai romeni per eco­ nomizzare energia. La televisione anche come mezzo di contestazione della «versione rivolu­ zionaria»: il «tranello» teso dalla rete francese TF 3 al primo ministro ro­ meno Petre Roman, mettendo in on­ da durante un collegamento in diret­ ta una ripresa della prima riunione del fronte, il giorno 22, nel palazzo del comitato centrale appena conqui­ stato, dove il generale Nicolae Mili­ tarti suggerirebbe il nome di «Fron­ te di salvezza Nazionale, come ave­ vamo già deciso sei mesi fa». Le implicazioni politiche sono evi­ denti. Se già esisteva una congiura, allora la rivoluzione popolare va de­ rubricata a golpe architettato da al­ cuni militari e alcuni ex-comunisti che avevano rotto con Ceausescu.

Per fare una analogia a noi consue­ ta, è come quando si passa dal «cal­ cio giocato» al «calcio parlato» con le sue illazioni e rivelazioni più o me­ no sensazionalistiche. Ma, razionalmente, la tesi di un com­ plotto militar-civile minuziosamente preparato non regge. È chiaro che da tempo il malessere della società sot­ to la ferrea dittatura aveva trovato espressione in personaggi e mini­ gruppi — di comunisti critici, di mi­ litari messi anticipatamente a riposo, di alti funzionari governativi rimos­ si dai loro incarichi — ma è difficile immaginare una rete organizzata in un Paese dove, ripeto, la Securitate era in grado di registrare rincontro in un bosco fra due «sospetti». Lo stesso esercito fu inizialmente incer­ to, partecipò alla sanguinosa repres­ sione di Timisoara il 17-19 dicembre, anche se ora si tende ad assolverlo da ogni colpa, dicendo che «sparò sol­ tanto a salve». Le uniche forme di dissenso organizzato erano embrio­ nali, come i gruppi di giovani alla manifestazione di regime del 21 a Bu­ carest ricordati da lonescu, che pu­ re agirono da «detonatore» con grande efficacia, data la situazione obiettivamente esplosiva. Insomma, credo si possa proprio di­ re che quella romena è stata essen­ zialmente «rivoluzione di popolo» (con l’intervento determinante, a un certo momento, dell’esercito) e che — per tornare alla nostra analogia — è stato il popolo romeno, e non qual­ che schema tattico preesistente, a fa­ re davvero il goal. Quanto a noi, se facciamo prevalere la logica del «cal­ cio parlato» su quella del «calcio gio­ cato», rischiamo di non capirci dav­ vero nulla.

Valerio Ochetto

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Sopravvivenza e oltre La cooperazione allo sviluppo è una delle principali realtà positive del no­ stro secolo. I Paesi in «via di sviluppo» sono stati denominati come tali solo dopo la fi­ ne del colonialismo. La mentalità coloniale considerava questi Paesi come subalterni da cui trarre il massimo del profitto. Le nazioni asiatiche, africane e su­ damericane sono state per interi se­ coli espropriate delle proprie mate­ rie prime e delle proprie risorse umane. Lo sviluppo della collaborazione con i Paesi del Terzo Mondo nasce da 3 aspetti fondamentali: l’informazio­ ne - la progettazione - la realizzazio­ ne dei diversi programmi. II più importante problema da risol­ vere è quello sanitario, insieme a quello agricolo, idrico, industriale e culturale. Nel campo sanitario è predominan­ te la cura dell’infanzia e la protezio­ ne delle madri da malattie di ogni ti­ po, compresa la denutrizione. Nel corso del novembre 1989 si è svolto a Roma un Convegno dal ti­ tolo: «11 bambino africano: soprav­ vivenza ed oltre», in cui è stata pre­ sentata una proposta di collaborazio­ ne tra Italia ed Unicef per allargare e sostenere l’Assistenza Sanitaria di Base in 27 nazioni africane. Sullo sfondo del convegno vi è stato un documento noto come «INIZIA­ TIVA DI BAMAKO».

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L’Iniziativa di Bamako fu promul­ gata nel 1987 nella capitali del Mali sotto l’egida dell’Unicef e dell’orga­ nizzazione Mondiale della Sanità. I principi base di questa iniziativa, nata senza condizionamenti esterni, sono: 1) Decentrare a livello delle Comunità la gestione dell’Assistenza Sanitaria; 2) Finanziamento a li­ vello locale dei servizi sanitari di ba­ se; 3) Utilizzazione delle risorse a li­ vello locale per migliorare la forma-

Ma qui subentra uno degli aspetti più importanti, ovvero quello di un’in­ formazione sincera ed obiettiva sul­ la realtà. Le cose stanno cambiando in molti Paesi e di fronte alle immagini che siamo abituati ad osservare, ne esi­ stono delle altre che raffigurano bambini poveri, al limite della denu­ trizione, ma istruiti e pieni di voglia di vivere. Quindi la nostra cultura si sta ade­ guando male a queste mutazioni in positivo, forse per un sottile senso di colpa.

zione degli operatori sanitari, la ge­ stione dei servizi per la maternità e l’infanzia e la distribuzione delle at­ trezzature e dei farmaci di base. In sintesi lo scopo della Iniziativa di Bamako è quello di rendere le collet­ tività responsabili in prima persona della conduzione di una politica sa­ nitaria. Per capire la reale situazione di un Paese più che il Prodotto Nazionale Lordo occorre studiare alcuni indi­ catori sociali come la mortalità in­ fantile e materna in seguito alla gra­ vidanza e al parto. Secondo alcuni dati forniti dall’ONU, se è vero che negli ultimi anni la mortalità infantile sotto i 5 anni di vita si è ridotta in termini assoluti è anche vero che nei Paesi in via di sviluppo rimane percentualmente più alta che nel mondo occidentale. Lo stesso dicasi per la mortalità materna. L’immagine del bambino africano evoca nella nostra cultura la fame, la denutrizione, l’addome teso e glo­ boso di chi non mangia da giorni, le mosche sul naso, l’immobilità.

Come non credere che in molte real­ tà africane, asiatiche, sudamericane esistono nuovi fermenti? Spesso a noi occidentali fa comodo pensare che fuori dall’occidente si muoia solo di fame, così i nostri aiuti diventano «insostituibili» e si può evitare, ancora una volta, di vivere nel profondo la cultura della colla­ borazione. A livello di progettazione e di realiz­ zazione occorre cercare le migliori soluzioni per collaborare allo svilup­ po e portare avanti le iniziative già avviate da alcuni anni dai Governi locali. 11 nostro Governo e molte organiz­ zazioni non-governative (ONG) so­ no impegnate in modo attivo. Gli obiettivi da raggiungere in cam­ po sanitario sono: — migliorare i programmi di medi­ cina preventiva in particolare riguar­ do alle vaccinazioni. Una delle ma­ lattie che è stata debellata in molti Paesi è la poliomielite ed anche l’in­ cidenza del morbillo si sta riducendo; — controllare le malattie diarroiche, che provocando una violenta disidra­ tazione sono tra le principali cause

P.G. (segue a pag. 39)


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STADIUM/SOCIETA' di Angelo Bertoni

Siamo sempre in Campagna elettora­ le. Dalle europee alle amministrati­ ve di Roma, alle prossime di maggio che coinvolgeranno quasi tutti i co­ muni, le province e le regioni d’Ita­ lia. Si potrebbe dire che il «control­ lo» dei cittadini non potrebbe essere più costante né più intensa la verifi­ ca del consenso tra società civile e ce­ to politico... se le consultazioni non si riducessero spesso ad una stanca ri­ petizione di gesti d’abitudine. Anzi, negli ultimi anni, sembra ad­ dirittura che ogni consultazione elet­ torale serva piuttosto a dimostrare che i cittadini e i «politici» sono sem­ pre più lontani e che i cittadini si sen­ tono sempre più impotenti e ingan­ nati dal sistema politico e da chi lo esprime. Se deputati e senatori, am­ ministratori regionali o dirigenti delle Usi, frequentassero gli autobus o i sa­ loni dei barbieri dovrebbero arrossi­ re ascoltando quel che si dice di lo­ ro. Certo avrebbero la prudenza di non dichiararsi per quello che sono. Invece capita che i «politici» vedano i cittadini solo quando essi vanno a chiedere un favore; ossequiosi i cit­ tadini e ben contenti i «politici», che hanno l’occasione di mettere a segno un 'operazione clientelare. Però basta vedere le indicazioni elet­ torali per capire che il disagio c ’è ed è grave. A Roma il vero vincitore fu l’astensionismo, che ormai ha rag­ giunto livelli record nonostante la buona volontà e l’impegno etico di molte persone che si sono battute contro il disimpegno. Ma certamen­ te gli avvenimenti successivi non sa­ ranno stati graditi a quanti si erano illusi che, votando, avrebbero potu­ to influire sugli avvenimenti. Invece le cose sono andate proprio come era stato annunciato da indiscrezioni inu­ tilmente smentite molto prima delle elezioni. Due partiti — anzi i gruppi dominanti interni a due partiti — avevano convenuto una «sistemazio­ ne» del Campidoglio, dal sindaco

IL DISAGIO DELL’ELETTORE agli assessori e di altri posti di pote­ re (e probabilmente di sottogoverno) molto prima e dunque indipendente­ mente dalla opinione dei cittadini. Probabilmente il nuovo sindaco, co­ sì come parecchi dei candidati che erano stati messi in lista da vari par­ titi con la funzione di attirare voti, è degna ed abile persona, alla quale viene spontaneo di porgere un forte augurio per il difficile compito che lo attende. Ma certo viene anche spon­ taneo di rilevare che il metodo con il quale questa scelta è avvenuta, la scarsa credibilità di quanti lo hanno portato a tale responsabilità, lo scet­ ticismo, se non l’irritazione di larga parte della pubblica opinione non co­ stituiscono un buon viatico. Ma il problema va ben al di là di Ro­ ma, che pur è stata un caso esempla­ re anche per il disagio, le tensioni e le polemiche che ha innescato nel mondo cattolico, nel quale è viva la preoccupazione per la credibilità del­ la politica e dei partiti, compreso quello di ispirazione cristiana. La partitocrazia e il malcostume, la sfiducia dei cittadini e la innegabile prepotenza e dequalificazione della classe politica (con poche eccezioni) chiedono ormai qualche coraggioso intervento e sembra che la migliore ipotesi oggi praticabile sia quella di introdurre alcune modifiche nella leg­ ge elettorale. Si tratta di mettere i cit­ tadini in condizione di scegliere, a li­ vello di Amministrazioni locali e del Parlamento chi li governerà. Di sce­ gliere i migliori, che pure ci sono, in ogni partito. E che invece vengono messi da parte per l’invadenza degli arrivisti e degli spregiudicati.

Oggi, in concreto, i cittadini danno ai partiti una delega in bianco, favo­ rita dal sistema rigidamente propor­ zionale. I partiti poi gestiscono que­ sto pacchetto di consensi come vo­ gliono. Possono mettere in un can­ tuccio il loro capolista che ha preso molti voti e nominare sindaco chiun­ que altro. Possono cambiare a sor­ presa l’alleanza, non mantenere le promesse. All’interno di ogni parti­ to comanda chi riesce a controllare, con danaro o favori o ricatti, il mag­ gior numero di tessere. E quelli che controllano i voti vengono poi ricom­ pensati con favori, privilegi e porzio­ ni di potere. Certo questi partiti non vorrebbero cambiare il meccanismo che garanti­ sce loro questo eccessivo e incontrol­ lato potere che rischia di soffocare la stessa democrazia. Ed è perciò che sono ormai i cittadini, di ogni parti­ to e di orientamento anche diverso, ma riuniti dall’esigenza di salvare la democrazia dalla partitocrazia, che attraverso lo strumento del referen­ dum (strumento delicato certamente, ma in questo caso probabilmente ine­ vitabile) hanno preso l’iniziativa di modificare la legge elettorale attual­ mente in vigore nel nostro Paese e di renderla più simile alle regole che ca­ ratterizzano le altre democrazie. Si tratta in sostanza di porre le con­ dizioni tecniche per cui al livello di Amministrazioni locali gli elettori possano scegliere non tanto e sola­ mente un partito (magari fra 23 al­ tri) lasciando ad altri l’interpretazio­ ne del voto, ma possano di fatto sce­ gliere lo schieramento e le persone che staranno alla maggioranza e quelle che staranno all’opposizione, senza mescolanze e cambiamenti di alleanza. Solo così si potrebbe, restituire ai par­ titi quell’alto profilo morale, cultu­ rale e quella progettualità politica che nei decenni passati hanno talora sa­ puto dimostrare.

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FOTOMEMORIA

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FOTOMEMORIA

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IL TEMA DEL MESE■

Lo sport dei bambini

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Spesso si ha l'impressione che i bambini di questa generazione siano più sedentari di quanto non lo siano stati i loro genitori alla stessa età. Si sono ridotte notevolmente le esperienze ludiche e di movimento, spontanee e creative; gli spazi e gli ambienti in cui esprimere le proprie libertà e intessere rapporti socializzanti sono quasi del tutto scomparsi. Parallelamente sono nate e si sono sviluppate tante agenzie educative o presunte tali, impegnate a contendersi il bambino, spesso per rinchiuderlo all'interno di programmi e proposte dì attività pensati più per divertire e gratificare l'adulto che non per aiutare nella crescita il bambino. Alcune intuizioni pedagogiche, frutto del grande fermento culturale che si è avuto intorno agli anni '70, trovano oggi scarsa applicazione. Gli stessi programmi per la scuola elementare, per anni attesi e da tutti voluti, restano, per ciò che riguarda l'educazione motoria, lettera morta. Manca un progetto editoriale attuale, basato sulla scienza e sull'esperienza. La famiglia sembra rinunciare, ancora una volta, al proprio ruolo educativo, assumendosi sempre meno la responsabilità di scegliere, delegando di fatto le altre agenzie o istituzioni. Non è in crisi l'attività motoria o lo «sport» per i bambini, è in crisi l'attenzione al bambino in termini educativi, frutto questo di una società sempre più vuotata dei valori ed indirizzata verso il consumismo indiscriminato. A sostegno di questa affermazione, alcune note e considerazioni ci faranno meglio comprendere la portata del problema e qualche possibile soluzione.

LE ORE DEL BAMBINO Per avere un quadro della situazio­ ne attuale, nei mesi invernali ed ini­ zio primavera del 1988, alcune stu­ dentesse di psicologia dell’Università «La Sapienza» di Roma, seguen­ do uno schema comune hanno inter­ vistato 500 bambini di Roma e del Lazio, tra gli 8 e gli 11 anni, iscritti a scuole pubbliche. Le domande che le intervistatrici hanno posto agli intervistati mirava­ no ad indagare su come si articola la giornata dei bambini e sulle attività che essi svolgono nell’arco della giornata. Riportiamo alcuni dei dati emersi da questo studio, quelli che ci sembra­ no più significativi per il tema che stiamo trattando: II bambino a scuola: il 57% dei bam­ bini intervistati è stato a scuola il giorno precedente l’intervista, pas­ sandovi 4-4,30 ore; il 40% circa vi ha trascorso da 6,30 a 8 ore.

Le attività svolte sono state in gran parte di tipo sedentario e cognitivo. Soltanto il 27% ha svolto anche qualche attività di movimento (il 63% di questo gruppetto per un pe­ riodo da 30 a 60 minuti e il 37% per un periodo da 5 a 20 minuti) e solo il 12,2% ha svolto delle attività manuali. Il pomeriggio giochi e tv: la televisio­ ne occupa uno spazio rilevante nel­ l’arco della giornata che cresce con il trascorrere delle ore. Tra le ore 17,00 e le 19,30 il numero degli spettatori è del 50,8%, aumen­ tando ulteriormente all’ora di cena. Sicuramente la televisione riduce i tempi dei giochi, ma questo non si­ gnifica che i bambini non giochino. L’83% dei bambini afferma di ave­ re organizzato qualche tipo di gioco, anche se di breve durata. Il 49,4% dei bambini che ha giocato, lo ha fat­ to in compagnia di un fratello o di amici, il 33,6% ha giocato da solo. La maggior parte dei giochi si svol­ ge dentro casa (48,6%). Solo alcuni bambini hanno praticato uno sport (18%); altri sono usciti per acquisti o per visite con i genitori (30,8%); c’è chi ha aiutato nelle faccende di casa (11,2%), chi ha dormito (6,6%), chi ha svolto un’attività artistica (3,8%), chi ha letto (6,4%), chi è andato dal dentista (2%) e c’è chi si è recato in parrocchia per seguire corsi di cate­ chismo (8,4%). È chiaro, come risulta da questi dati ed anche da ricerche precedenti con­ dotte in varie parti d’Italia e su di­ verse fasce di età, la televisione rap­ presenta per molti bambini una pre­ senza irrinunciabile. È evidente che la presenza del televi­ sore ed una serie di importanti tra-


IL TEMA DEL MESE ■

sformazioni urbanistiche dello stile e del tenore di vita, ha prodotto dei cambiamenti rilevanti nell’uso del tempo libero. Molti bambini giocano da soli, ridu­ cendo di molto il valore stesso dei giochi. Sempre meno le ore fuori ca­ sa, al parco, in cortile, in strada o sui prati e, benché parecchi di loro af­ fermano di giocare con amici, spes­ so questi sono in numero molto limi­ tato (1 o 2) e, quindi, non consento­ no di realizzare giochi di gruppo e di squadra. Inoltre, i giochi in casa sono spesso tranquilli e non certamente movi­ mentati come quelli che possono svolgersi all’aria aperta. La famiglia: da altre ricerche sappia­ mo che questo bambino nuovo è as­ sai più informato dei bambini delle generazioni precedenti; che ha un vo­ cabolario più ricco e una serie di ca­ pacità cognitive molto spiccate. Che ruolo ha in tutto questo la fa­ miglia? Anche la famiglia resta sul banco de­ gli accusati, delega troppo alle altre agenzie educative il compito di edu­ care. Una delega aggravata dal fat­ to che, spesso, sono proprio i geni­ tori a scegliere le attività da far svol­ gere nel tempo libero ai propri figli, senza tener conto dell’età, delle esi­ genze e dei bisogni del proprio bam­ bino. Sempre più spesso parte dai genitori ravviamento precoce ad una discipli­ na sportiva o ad una determinata specialità, i gruppi sportivi ed i tec­ nici si adeguano, anche per non per­ dere il potenziale cliente. La scuola: si muove ancora una vol­ ta come istituzione separata, intrin­ secamente conservatrice, impronta­ ta all’eterno rinvio. Delega alle diverse istituzioni CONIFF.SS.NN. - Enti di Promozione sportiva il compito di far svolgere al­

tività motoria, sport ed anche la for­ mazione del personale docente. L’educazione motoria, indicata dai nuovi programmi per la scuola Ele­ mentare, pur avendo dimenticato nel testo definitivo la parola «GIOCO», aveva suscitato molte aspettative. A distanza di qualche anno abbiamo solo assistito ad una «vertenza» tra maestri ed insegnanti di educazione fisica e a qualche rara iniziativa a ca­ rattere sperimentale. Impianti e strutture fatiscenti hanno scoraggiato i pochi volenterosi, tan­ to da farci pensare che anche questa nuova occasione è ormai persa. Ancora una volta un diritto acquisi­ to del bambino, gli viene, di fatto, negato. Le organizzazioni sportive: anche su questo fronte, che ha indubbiamen­ te svolto un ruolo storico di supplen­ za, e che continua ad offrire spazi e possibilità consistenti, le cose non vanno per il verso giusto. Le Federazioni sportive del CONI, pur avendo realizzato programmi con obiettivi e criteri più adeguati al-

l’età del bambino non riescono pro­ prio a staccarsi dall’idea del «minicampioncino». Gira e rigira, la catena di montaggio non smette mai di produrre e di se­ lezionare il talento, investendo risor­ se ed energie solo ed unicamente sui più dotati. «Lo sport è anche Educazione» scri­ ve qualcuno negli stadi, mentre si dà un gran da fare per promuovere i «Campionati Baby». Ringraziamo per l’«anche» e, andia­ mo avanti. Gli Enti di Promozione sportiva, pur ricercando ciascuno una propria pro­ posta di attività, avevano trovato un’occasione reale per una proposta unitaria, attraverso i Centri Olimpia, favorendo un servizio molto artico­ lato sul territorio nazionale, di in­ dubbio valore. Anche i Centri Olim­ pia attraversano una crisi profonda, si attende da anni il loro rilancio, mentre si assiste impassibili all’ine­ sorabile declino. Dove va il bambino alle porte del se­ condo millennio? È vero che è sem­ pre più proiettato verso il gioco video-programmato? Le diverse scuole di pensiero e i di­ versi punti di vista ripropongono il «cognitivismo» come unico obietti­ vo da perseguire. Giocare - Appren­ dere sono un binomio ormai inscin­ dibile? Il ritorno allo sport anche come av­ viamento precoce si ripropone come l’unica proposta possibile in futuro? Il Giocasport è solo un slogan? Quali programmi e proposte di atti­ vità vengono preparati per far fron­ te a questa situazione? Abbiamo lanciato il sasso nello sta­ gno, con la speranza che, se non al­ tro per dissentire, qualcuno si muo­ va.

Donato Renato Mosella

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IL TEMA DEL MESE ■

I CENTRI GIOVANILI // Centro Sportivo Italiano si trova in questo ambilo di impegno di fronte a due ordini di problemi:

a) il calo dei bambini che frequentano i Centri di formazione di attività ludicomotorie, pensali e realizzati secondo una pedagogia moderna, attuale, oggi condivisa in gran parte de! mondo sportivo, con il conseguente travaso in proposte di attività ad indirizzo monosportivo. b) un grave, quanto preoccupante azzeramento delle attività per i bambini all’interno delle Società sportive, con il conseguente proliferare di agenzie educative «specializzate in bambini» che offrono il relativo servizio.

Questi due problemi, unitamente ad un’analisi più generale che supera i confini del CSI, ci hanno fatto comprendere che il vero problema non' il rilancio dei Centri e, quindi, dell’esistente. Il CSI si sta preoccupando di rifondare i programmi e le proposte di attività per la prima fascia di età, elaborando un progetto che possa rispondere alle nuove esigenze ed ai nuovi bisogni del bambino. I Centri di formazione CSI hanno svolto un ruoto fondamentale nella promozione delle attività motorie per i bambini, ciò gli viene ampiamente riconosciuto. Si tratta, ora, di fare tesoro dell’esperienza maturata ed anche delle competenze acquisite, per andare oltre e costruire fin d’ora le proposte del futuro. 24

D.R.M.

— Questo, però, denota forse anche un cambiamento di tendenza,...

«Diciamoci la verità. Già quando esi­ stevano soltanto i Centri Olimpia ri­ cordo che ad ogni riunione si denun­ ciava sempre la tendenza alla mono­ valenza, come ad esempio l’introdu­ zione del Mini Basket nei program­ mi di tanti Centri».

— Non crede che abbiano pesato in tutto questo anche le differenze esi­ stenti negli aiuti finanziari del CO­ NI verso i due tipi di Centri, i diver­ si supporti organizzativi e anche un certo calo di interesse verso i Centri in genere da parte degli Enti di Pro­ mozione sportiva?...

Intervista con PAOLO BORGHI, Direttore centrale del CONI per le Attività Tecnico-sportive. — Si parla di crisi dei Centri giova­ nili. A che cosa è dovuta?

«Anzitutto bisogna intendersi sulla crisi. Non sono certamente in crisi i Centri CONI di Avviamento allo Sport (CAS), che stanno crescendo a dismisura. Sono invece in crisi i Centri Olimpia di formazione fisico­ sportiva». — Quando e come è cominciata?

«È cominciata quando sono stati creati i CAS, in quanto una gran par­ te delle Società sportive, che aveva­ no i Centri Olimpia a carattere poli­ valente, hanno preferito orientarsi verso un’attività monovalente, pre­ vista dai Centri di avviamento.

«Può essere certamente, ma non lo ritengo queste delle ragioni determi­ nanti. Bisogna anche considerare, in­ vece, che gli Enti di Promozione sportiva più grandi non si sono mai impegnati a fondo con i Centri Olim­ pia: hanno sempre curato un circui­ to di Centri per proprio conto, al di fuori di quello unitario. Per cui, quando sono venuti a mancare i Cen­ tri Olimpia promossi da un certo cir­ cuito di Società sportive è andato in crisi il sistema». — Si può ipotizzare un rilancio? Come?

«Un’ipotesi interessante, scaturita al­ l’interno del Comitato paritetico CONI-Enti, mi sembrerebbe quella dell’unificazione tra i due tipi di Cen­ tri. So che alcuni Enti non la vedo­ no favorevolmente, almeno nei ter­ mini in cui finora è stata ipotizzata, ma a mio avviso rimane una strada che potrebbe dare buoni risultati e che quindi merita ulteriore attenzio­ ne e approfondimento. Si tratterebbe d’altra parte di un’o­ perazione con finalità più ampie del


IL TEMA DEL MESE ■ bilancio dei Centri Olimpia. Dovreb­ be portare e revisionare e aggiorna­ re l’intero quadro dei Centri che na­ scono presso le Società sportive, quindi anche dei CAS, per dar vita a un sistema unitario, razionale, omogeneo. Non solo, ma successiva­ mente si dovrebbe giungere all’ag­ giornamento anche dei Centri che nascono al di fuori delle Società sportive, presso gli Enti Locali, nel­ la Scuola o altrove. Tornando alla crisi, ad ogni modo, personalmente la vedo soprattutto nella caduta di interesse delle Socie­ tà sportive, che hanno optato per i Centri di Avviamento allo Sport. Gli stessi genitori si sono sempre orien­ tati, in prevalenza, verso forme di avviamento monosportivo». — Non è detto, però, che monospor­ tività significhi accentuazione del tec­ nicismo, dell'agonismo precoce ecc.

«No certo; alla base della prepara­ zione degli operatori c’è ormai un si­ stema multimediale, che prevede per le prime fasce un’attività, non dicia­ mo polivalente, ma a carattere gene­ ralizzato e non mirata a una deter­ minata attività specialistica. Però an­ che facendo questa attività si ha di mira e ci si incammina verso una di­ sciplina specifica, anche se potrebbe non essere quella definitiva, poiché si sono visti spesso cambiamenti ne­ gli anni successivi». — Quindi si può dire che l'esperien­ za importante dei Centri Olimpia non andrà perduta?

«Certamente no, ma bisogna tenere conto che è cambiato l’ambiente, è cambiata la mentalità... L’esperien­ za dei Centri Olimpia, che sul piano numerico non è stata grandissima, è stata però molto significativa sul pia­ no della qualità delle esperienze che via via ha messo in essere. Nella pri­ ma loro fase è stata importante an­ che perché era la prima volta che si realizzava la collaborazione tra le va­ rie forze sportive. In precedenza si era soltanto parlato di unitarietà del­ le forze sportive; con i Centri Olim­ pia si è fatta la prima esperienza con­ creta, cominciando dalla preparazio­ ne stessa dei programmi. Mi sembra che anche di questo aspetto dell’espe­ rienza si debba far tesoro in futuro, quali che siano le strade nuove che si sceglieranno».

L'AVVIAMENTO ALLO SPORT Intervista con RENATO MANNO, Dirigente Divisione Attività Didattica della Scuola dello sport. — Cosa è cambiato negli ultimi an­ ni, a livello teorico e metodologico, nell'avviamento allo sport? E quali sono gli orientamenti per il prossimo futuro?

«Fino a circa 15 anni fa, l’idea cor­ rente era che i ragazzi — prima dei 12-13 anni — non dovessero fare sport. Se invece lo facevano, si segui­ va il criterio di proporre loro una “miniaturizzazione” dell’attività de­ gli adulti. Successivamente, grazie al grande dibattito avviato in parte con i Centri Olimpia, ma soprattutto con i Centri di Avviamento allo Sport, si pose grande attenzione nel riconside­ rare gli obiettivi della preparazione generale. A ciò si era spinti anche dal-

la forte riflessione che avveniva sul fenomeno dell’abbandono precoce. Il rilancio dei Centri di Avviamento allo Sport aveva infatti come riferi­ mento negativo le notizie che giun­ gevano — in primo luogo dall’este­ ro — circa una “moria” sportiva precoce, principalmente in rapporto alle discipline che avevano un avvio precoce. Ciò si rispecchiava, per lo sport di vertice, in un abbassamento dell’età dei vincitori. Il dato non era casuale, essendo la precocizzazione dell’avviamento sportivo una delle forme in cui si poteva aumentare la riserva di prestazione. Praticamente ci si era accorti che, cominciando pri­ ma, si avevano più canches di otte­ nere risultati elevati: creando una condizione di favorevole sviluppo di determinate condizioni biologiche aumentano le potenzialità di presta­ zione. In Italia, soprattutto per quanto ri­ guarda la Scuola dello sport e le ini­ ziative legate alla Divisione Centri Giovanili, abbiamo fortemente enfa­ tizzato il valore di una completezza di sviluppo e di una graduale costru­ zione della motivazione allo sport. Praticamente si era identificato in questa precocizzazione e nel succes­ sivo abbandono precoce un doppio errore: 1) una inadeguatezza della preparazione, non tanto di tipo bio­ logico quanto di tipo psicologico e psicosociale (le motivazioni non era­ no quelle giuste); 2) l’inadeguatezza degli stimoli sociali a quelle che po­ tevano essere le caratteristiche evo­ lutive del soggetto. In qualche fascia di attività, ciò con­ dusse ad una sorta di fraintendimen­ to che riguardava il binomio forma­ zione completa/motivazione: qual-

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cimo pensò che, valorizzando al mas­ simo l’elemento generale e allonta­ nandosi dagli elementi più specifici, ci potesse essere una forma di sport nuovo, che in realtà poi sport non era. C’erano addi ri 11 ura persone che consideravano la multilateralità un elemento antagonista dell’insegna­ mento e dell’apprendimento di una disciplina sportiva. Con un’altra am­ biguità: l’insegnamento e l’apprendi­ mento di una disciplina sportiva è sta­ ta considerata tout-court specializza­ zione. In realtà lo sviluppo multilate­ rale non è antagonista del concetto di specificità di un’attività; e specifici­ tà di un’attività non è sinonimo di specializzazione. Specializzazione è una scelta programmatica, motiva­ zionale e metodologica in cui si ha co­ me unico obiettivo l’accrescimento del risultato, cosa che sottintende tut­ ta una serie di presupposti sia di tipo strutturale che di tipo motivazionale. La degenerazione è consistita nell’identificare il diavolo nella specializ­ zazione, nel considerare la specializ­ zazione come sinonimo di pratica sportiva, e quindi nell’cnfatizzare un qualcosa che era troppo diverso, creando qualche disagio nell’organiz­ zazione sportiva, ma anche creando qualche disagio nella motivazione del soggetto che, andando a praticare uno sport, poi voleva effettivamen­ te praticare quello sport. Quale potrà essere, in un prossimo futuro, l’orientamento più sano? A mio avviso può anche non cambiare molto dal punto di vista teorico, nel senso che il principio generale non è tale perché opposto allo specifico, ma perché passa trasversalmente a tutte le attività. Il principio generale dell’insegnamento sportivo non è le­ gato a tutti i tipi di insegnamento tranne quello considerato specifico, ma a maggior ragione consiste in una serie di leggi che regolano sia l’inse­ gnamento specifico che gli altri tipi

■ IL TEMA DEL MESE ■

di insegnamento. Dobbiamo perciò rivalutare una pedagogia del corpo nei confronti di una pedagogia che dà soltanto i grandi obiettivi; dobbia­ mo applicare una pedagogia che commisuri i grandi obiettivi al fatto che l’uomo compie delle azioni fina­ lizzate. L’attività più auspicabile è una forma di attività generale in cui siano presenti tanti obiettivi artico­ lati, e non ci sia invece la contrap­ posizione drastica: o l’obiettivo spor­ tivo o tutti gli altri. Si tratta di inse­ rire nei programmi una preparazio­ ne in cui coesistano, in modo armo­ nioso, tante motivazioni: per esem­ pio obiettivi di formazione, sotto obiettivi, obiettivi specifici. Si tratta un po’ di rivalutare il com­ pito specifico: la disciplina (o un complesso di due, tre sport) va vista come una centralità che tuttavia ri­ spetti le necessità di tipo educativo. Rispettare tali necessità significa: co­ struire una motivazione adeguata; non sopravvalutare questo compito; dare clementi parziali di verifica, in modo da sostenere la motivazione a breve termine; non dare obicttivi

sempre rinviati nel tempo, che po­ trebbero creare potenziali frustrazio­ ni (uno degli errori che più spesso si compiono nella specializzazione con­ siste nel dare obiettivi a lungo termi­ ne, caricando l’ansia; più è ambizio­ so l’obiettivo, più è grande la carica d’ansia; più è lontano il termine, più è scarsa la motivazione a lavorare giorno per giorno). Questa forma di attività sottintende una articolazione molto più comples­ sa della costruzione propriamente pedagogica. Un’accezione più prag­ matica della pedagogia significa oc­ cuparsi maggiormente dei compiti specifici e non solo dei grandi idea­ li, i quali, logicamente, non devono essere esclusi. Una nuova pedagogia dello sport sarà dunque una pedago­ gia per compiti, con una rivalutazio­ ne della specificità delle attività. Da intendersi non come un’unica speci­ ficità, ma come costruzione di moti­ vazioni a breve termine articolate poi in tappe più lunghe». a cura di

Andrea De Pascalis


IL TEMA DEL MESE ■

SPORT AL FUTURO // parere di uno psicologo SALVATORE SICA. — Quali potrebbero essere le future strade per una corretta formazione sportiva dei soggetti più giovani?

«Bisogna rifarsi alla concezione del corpo. Sostanzialmente due sono le concezioni che oggi regolano l’edu­ cazione del corpo: quella globale e quella sistemica. La prima vede la in­ terezza esistenziale, negando qualsia­ si forma di sezionatura e di schemi classificatori di tale totalità. La se­ conda, invece, pur riconoscendo la complessità dell’esperienza corporea ne studia la sua organizzazione, scomponendola in sottosistemi deci­ frabili». — Dunque, verso quali pedagogie in­ dirizzarci?

«Quelle che conosciamo ci indicano strade percorribili solo se ci sforzia­ mo per prima cosa di approfondir­ ne i contenuti, per essere sempre me­ no approssimativi, e per seconda co­ sa se cerchiamo di far convivere le suddette strade in una logica meto­ dologica pluralistica integrata. Infatti, le direzioni educative che co­ nosciamo ci indicano: a) apprendimenti motori che si ba­ sano su di un adattamento volonta­ rio e razionale dei propri movimenti con il fine di organizzare la percezio­ ne del proprio corpo; b) apprendimenti motori che trova­ no la loro naturale sede di apprendi­ mento nei giochi collcttivi caratteriz­ zati da situazioni sociali di coopera­ zione e di antagonismo; c) apprendimenti motori che focaliz-

zano la loro attenzione su di un vis­ suto corporeo che in situazioni spon­ tanee producono la tanto auspicata creatività operativa; d) apprendimenti motori che basan­ dosi sulla affettività del vissuto cor­ poreo mirano a far emergere espres­ sioni coscienti di significati rimossi; e) apprendimenti motori che si basa­ no sull’importanza data al movimen­ to creativo come unico messaggio di un progetto naturale deH’atto moto­ rio. Solo ripercorrendo gli aspetti educa­ tivi ora elencati: quello cognitivo, quello etico-sociale, quello affettivo, quello estetico ed integrandoli secon­ do una attuale scelta pedagogica, una attività motoria può trovare un nuovo spazio reale. Per poter chiarire meglio l’intento metodologico, dobbiamo anche ri­ cordare che siamo ormai passati da

un superamento dell’egemonia del­ l’educazione demandata alla scuola e alla famiglia ad una più vasta par­ tecipazione di realtà associative for­ mative ed educative, delle quali il CSI fa parte». — Quale educazione spetta allora al­ la famiglia, quale alla scuola, quale al! 'associazionismo?

«La nostra ipotesi è che tutte le real­ tà educative devono trovare una in­ tegrazione in un sistema che permette loro non accordi eterni, ma accordi dialettici e storicizzati tenendo pre­ sente che la tendenza della famiglia è quella di un tipo di specificità for­ mativa etico-affettiva, la tendenza della scuola è quella di un tipo di spe­ cificità formativa cognitiva e la ten­ denza dell’associazionismo è quella di un tipo di specificità formativa so­ ciale ed estetica». — Abbiamo poi chiesto a Sica quale tipo di avviamento sportivo fosse coerente con tali indirizzi educativi,

«Senz’altro un tipo di avviamento al­ lo sport che veda per questa prima fascia degli interventi assolutamen­ te non tecnici-specialistici, bensì po­ livalenti e multidirezionali. Interventi educativi motori che veda­ no la soddisfazione dei bisogni del fanciullo rispettati, insieme anche al­ le leggi auxologiche dell’accrescimen­ to. È infatti da tener presente che lo sviluppo delle capacità coordinative, responsabili dei pre-requisiti generali per gli apprendimenti motoriosportivi, avviene prima dei 13-14 an­ ni, in quanto l’età d’oro degli ap­ prendimenti delle capacità coordina­ tive sono i 9-10 anni. Dal che si de­ duca che la specializzazione precoce fa saltare la possibilità di apprendi­ menti motori di base utili per succes­ sivi più ampi apprendimenti».

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Donna, sport, Europa «...fino ai 14 anni i due sessi competono bene, poi i maschi proseguono e le femmine no» (dal dibattito assembleare).

«...siamo arrivate in ritardo e ci dobbiamo adattare a un mondo fatto da uomini: allenatori, massaggiatori, dirigenti...» (Sara Simeoni).

«Se si vuole promuovere uno sport per tutti, uno sport a misura d'uomo, uno sport di dimensioni associative e comunitarie, c’è una nuova visione della pratica sociale che sembra delinearsi all’orizzonte; quella di donne capaci di un atteggiamento attivo e non passivo verso il loro ambiente, capaci di prendere in mano la loro propria evoluzione, rispettando se stesse e gli altri» (Anne Van Nuffel). «Non solo le donne hanno bisogno dello sport ma anche lo sport ha biso­ gno di donne che, da madri, educhino i propri figli secondo criteri meno agonistici...» (Vice presid. Comitato Olimpico di Malta).

«Ho smesso a 18 anni di fare sport perché volevo finalmente cominciare a vivere» (N. Calligaris). «...certo che quando ho detto di aspettare un figlio dopo la medaglia olim­ pica, ho disorientato tutti in Federazione...» (G. Dorio). «Volevo arbitrare perché volevo seguire la partita da vicino e poi volevo vedere se sbagliavo come un uomo!» (Luana Ercolesi, arbitro).

«...lo sport tira fuori da una donna tutte le istanze di autonomia, efficien­ za... che sono sopite...» (dal dibattito assembleare). «...dicevano che ero vecchia e da quel momento ho vinto 2 medaglie d’o­ ro, 1 di bronzo, 3 campionati italiani su strada...» (Maria Canins).

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Ecco alcune affermazioni significa­ tive ascoltate al Convegno «Donna, Sport, Europa» tenutosi il 15 e 16 di­ cembre u.s. a Roma; frasi che già ci introducono alle principali tematiche trattate: perché è difficile per la don­ na fare sport; come conciliare sport e famiglia; perché le donne non pro­ gettano lo sport come fanno gli uo­ mini... e così via. I temi messi sul tappeto sono, ahimè, gli stessi di sempre ma ogni volta che si ripro­ pongono sembra la prima volta per la complessità dei risvolti sociali e culturali che man mano si scopre vi siano collegati. Dove sta, allora, l’importanza di questo Convegno internazionale? Nel taglio e nelle conclusioni giunte alla formulazione di un documento «la carta sportiva delle donne» che ha reso concrete le tre intense gior­ nate di lavoro. Se c’è una «carta», segno di sforzo comune, ci sarà an­

che la volontà di metterla in pratica. Ma molto dipenderà dalle donne e dalla loro voglia di prendersi uno spazio adeguato senza aspettare che «altri» lo concedano. Non a caso i lavori del Convegno sono stati coor­ dinati da donne di punta dei mass­ media italiani, quelle che il grande pubblico conosce e che sono entrate dinamicamente a ravvivare il pano­ rama un po’ grigio del giornalismo radio-televisivo, un tempo ritenuto prerogativa maschile: Carmen Laso­ rella del TG2; Angela Buttigliene del TG1; Mariolina Sattanino del TG3 e Leda Zaccagnini di Radiodue. Tante, comunque, le donne che han­ no contribuito al dibattito arricchen­ dolo della loro esperienza e creando un clima di generosa disponibilità e, a volte, di complicità tutta femmini­ le che si respirava nell’aula altrettan­ to distintamente quanto il profumo degli splendidi fiori arrivati da San Remo. Ma è fin troppo noto che le donne, tra loro, si comprendano pro­ fondamente anche se vengono da tra­ dizioni e Paesi diversi; il problema sta nel rendere evidenti i disagi, le do­ mande, le urgenze sociali «all’altra metà» del mondo, che ha imposto re­ gole cui le donne mal si adattano. In tutto, anche nello sport; per questo le donne rifiutano il corpo-macchina; la strumentalizzazione a fini di mer­ cato; l’inadeguatezza delle regole sportive basate sempre e solo sui va­ lori maschili dell’agonismo, della competizione, della legge del più forte. Così il filmato sulla vita delle donne sportive proposto da Carmen Laso­ rella, sulle loro difficoltà, sui loro so­ gni, sul loro futuro, è sembrato, seb­ bene girato due anni fa, ancor oggi più che attuale. «La strada è tutta davanti; quella percorsa equivale a un paio di curve ma ce n’è tanta an­ cora e tutta in salita», dice la gioì-


L'ALTRA META' DELLO SPORT I partecipanti al Seminario internazionale «Donna, Sport, Europa», orga­ nizzato a Roma dal Centro Sportivo Italiano con il patrocinio dell'UNE­ SCO, nei giorni 15-16 dicembre 1989, al termine dei lavori, dopo aver ascoltato le relazioni e il dibattito che ne è seguito, decidono di approva­ re e diffondere la seguente «carta sportiva delle donne»:

» Le donne hanno diritto di partecipare alle attività sportive e alla gestio­ ne dello sport in condizioni di pari dignità e opportunità rispetto agli uomini. » Lo sport per salvaguardare le sue qualità autentiche e per sviluppare positivi processi umani, culturali e sociali ha bisogno della presenza autonoma, creativa e corresponsabile del mondo femminile. « Le donne, in quanto sono in grado di cogliere più facilmente il lato lu­ dico dello sport, hanno la possibilità di farsi promotrici di uno sport a maggiore contenuto etico, cioè vissuto come un’opportunità educati­ va e autoeducativa per tutti, come momento di comprensione, occa­ sione di solidarietà, tensione a un impegno politico che punti al conti­ nuo miglioramento della società.

« Perciò è auspicabile un atteggiamento delle donne più aperto e deciso nei confronti dello sport, sia come costanza e continuità nella pratica delle attività, sia soprattutto nell’assunzione e nello svolgimento di fun­ zioni dirigenziali e tecniche nelle strutture sportive a tutti i livelli. • L’obiettivo di una più ampia e più qualificata presenza delle donne nel­ lo sport non è interesse e dovere soltanto del mondo femminile, ma dell’intero movimento sportivo, delle comunità nazionali e delle istitu­ zioni internazionali.

» È compito delle organizzazioni sportive garantire la compresenza di don­ ne e uomini insieme nelle attività sportive e nelle strutture gestionali dello sport, sul piano nazionale e internazionale, assicurando alle don­ ne adeguate opportunità per svilupparsi pienamente secondo la loro originalità e le loro peculiari esigenze, possibilità e aspirazioni. • Le istituzioni pubbliche nazionali e internazionali hanno il dovere di fa­ vorire con politiche specifiche e con idonei sostegni la piena parteci­ pazione delle donne ai processi di sviluppo sportivo, intesi sia come diffusione numerica dello sport per tutti e di tutti, sia come continuo arricchimento e rinnovamento di quei valori che rendono lo sport uno strumento prezioso di promozione umana, di rispetto e salvaguardia della natura e dell’ambiente, di migliore conoscenza e cooperazione aH’interno dei gruppi sociali e fra i popoli. • Le donne impegnate nello sport devono farsi promotrici di un grande movimento sportivo di solidarietà in favore dei Paesi che incontrano maggiori difficoltà sulla via dello sviluppo.

• È indispensabile che i mezzi di informazione contribuiscano alla diffu­ sione di una cultura sportiva aperta alla presenza e partecipazione del­ le donne, fornendo un’adeguata e corretta informazione sui problemi dello sport delle donne e delle donne nello sport. I partecipanti al Seminario internazionale organizzato dal CSI si impegnano a diffondere la presente «carta sportiva delle donne» e a operare per la piena attuazione dei suoi contenuti e dei suoi obiettivi, sul piano nazio­ nale e internazionale. Si impegnano altresì a mantenere fra loro rapporti per un collegamento e una collaborazione sul piano informativo e di ogni possibile scambio di aiuti e strumenti operativi. Un particolare collegamento sarà sviluppato a livello europeo, fino alla auspicata costituzione di un Forum Europeo dello Sport Femminile, che da un lato svolga opera di sensibilizzazione e proposta presso le istitu­ zioni comunitarie, dall’altro promuova iniziative atte a rappresentare e divulgare uno sport per tutti in cui il ruolo delle donne sia paritario, crea­ tivo e corresponsabile. Roma, 16 dicembre 1989

nalista nella presentazione. Di que­ sta opinione sono state anche l’esper­ ta di problemi del Terzo Mondo: An­ ne Van Nuffel, che ha riflettuto sul diritto di parlare di esigenze sporti­ ve, quando in certi Paesi ci sono ur­ genze di pane c lavoro per tutti smontando un modo di procedere lo­ gico ma che non tiene in considera­ zione il fatto che l’uomo non vive di solo pane e che anche il «corpo» gio­ ca un ruolo di primo piano nella sua vita; e il medico dello Zaire Di Ku Mbiye che ha ragionato su come lo sport-industria, lo sport come «fat­ to» commerciale e consumistico e co­ me spettacolo abbia preso il soprav­ vento rispetto ad un discorso di edu­ cazione integrale e di come, dunque, la donna, che nello sport «produce» meno, sia di fatto figura di secondo piano. Scardinare tali principi equivale a tentare la rivoluzione. E sarebbe una

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PER QUALE UOMO? (segue da pag. 5)

per l’inserimento pieno ed a tutti i li­ velli delle donne in campo sportivo. Naturalmente, dice il Presidente, non è possibile tirare le conclusioni; il Se­ minario internazionale ha dimostra­ to che c’è un’attenzione viva a ri­ guardo ma l’attenzione non basta; ci vogliono segni concreti e soprattut­ to un chiaro collegamento con tutte le Associazioni, senza aspettare sol­ tanto — ed in questo ci permettiamo di discostarci dall’opinione delle giornaliste intervenute — il fatto «eclatante», «che fa notizia», che ri­ porti all’opinione pubblica un pro­ blema contingente, ma lavorando co­ stantemente perché il fatto eclatante non avvenga mai più e diventi ordi­ naria amministrazione ciò che oggi si reputa ancora straordinario.

de diverse i valori, relativi si, ma non per questo meno importanti. Don Angelini ha anche accennato ad alcuni problemi concreti dello sport attuale — la motivazione «utilitari­ stica» dello sport legata all’igiene del corpo e alla salute, i rischi che cor­ rono i minori nella pratica «mimica» dello sport degli adulti, l’eccesso di agonismo, il narcisismo e lo sport co­ me mania — ma ha soprattutto evi­ denziato qual è per lui la figura eti­ camente bella e degna, di valore, per lo sport: l’aspetto ludico, lo sport co­ me gioco. È qui che si radica la va­ lenza educativa dello sport, ha affer­ mato con forza. Ma attenzione, ag­ giunge Angelini, perché questa va­ lenza educativa non è, purtroppo, automatica: ci vuole una «complici­ tà etica» fra tutti quelli che giocano. E così torniamo all’importanza e al­ la necessità di un progetto per dare senso e valore allo sport, come dice­ va anche Fausto Colombo. Sono più che sufficienti questi due contributi, ovviamente non esausti­ vi ma da sviluppare e approfondire, per affermare ampiamente positivo l’esito del Convegno. E i mondiali di calcio? Domanderà qualcuno, visto che l’iniziativa vi fa­ ceva esplicito riferimento e che i mass media a quest’aspetto soprattutto hanno dato rilievo. Sono stati evo­ cati varie volte ed è stato loro con­ cesso un apposito spazio nella tavo­ la rotonda conclusiva dei lavori, «Italia ’90: i Campionati e oltre. Per uno scenario sportivo a dimensione d’uomo». Ma non si è andati, e for­ se non si poteva andare, al di là di richiami generali, quando non anche generici, alla necessità di rispettare i princìpi etici e le regole morali anche nelle manifestazioni sportive di gran­ de spettacolo e di grandi affari. Che si possa fare non dubitiamo e nep­ pure che le intenzioni dei big che hanno parlato siano sincere. Ciò di cui dubitiamo è che per l’etica e per la morale si sia disposti a sacrificare inevitabilmente qualche briciola di affari, visto che servire due padro­ ni, come ammonisce il Vangelo, non si può.

Anna De Laura

Livio Olivi

D SP

rivoluzione possibile se solo le don­ ne affiancassero gli uomini nel pro­ gettare la vita, la politica, la cultura e, dunque, lo sport così come finora gli uomini hanno fatto per entram­ be i sessi. E pensare allo sport per e di lutti significa inserirlo nella qua­ lità della vita senza idolatrarlo. Per questo la rivoluzione nello sport non deve e non può essere solo ita­ liana o solo belga o solo francese, ma deve affidarsi ad un fronte europeo di atlete e di atleti che siano lievito ed esempio per i popoli dei Paesi in via di sviluppo che stanno cercando la strada per bene impostare le loro giovani democrazie e società e che al­ l’Europa, comunque, guardano pur sempre come modello di civiltà. E questo vecchio continente, ora, de­ ve fare i conti con le proprie linee di orientamento: c’è o non c’è l’UOMO con la sua dignità e il suo valore al centro di ogni sforzo di miglioramen­ to e di crescita civile nella società?

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«E l’Europa dei popoli, nella cui cul­ tura convergono spinte di liberazio­ ne e crescita — dice Maria Rosa Za­ nella — non può formarsi se non nel­ la ricerca c con il coinvolgimento del­ le donne, veicolo privilegiato di una visione rinnovata e non conservatri­ ce dei rapporti umani». Rapporti nuovi che il CSI ha tenta­ to da sempre di costruire senza segui­ re la strada della parità a tutti i costi o l’emulazione degli uomini da par­ te femminile, nella convinzione che lo sport debba essere al servizio del­ la persona umana: avere cioè per sco­ po il soddisfacimento dei suoi biso­ gni e delle sue aspirazioni. Tale cammino è stato seguito con particolare tenacia e convincimento; non a caso, a conclusione dei lavori, Aldo Notario è stato «premiato sul campo» dalla Vicepresidente in se­ gno di gratitudine per l’attenzione e la sensibilità da sempre dimostrata

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Sportfesta CSI ’90 Con l’arrivo del 1990 si offre defini­ tivamente per il CSI una nuova ed originale stagione sportiva ed'èducativa. A livello nazionale la novità maggiore è rappresentata dalle due maxi feste: invernale ed estiva, deno­ minate SPORTFESTA CSI ’90. A quattro anni di distanza dall’espe­ rienza di Borea di Cadore, il Centro Sportivo Italiano si ripropone con un nuovo programma di attività, capa­ ce di far vivere una singolare espe­ rienza a 5.000 soci in età giovanile, praticanti ben 15 discipline sportive da svolgersi nelle due rispettive tor­ nate, invernale ed estiva. SPORTFESTA CSI ’90 ci richiama alla mente i ricordi di quattro anni fa, quando un insolito popolo del CSI ha colorato a festa la Valle del Boite, tra Cortina d’Ampezzo e Pie­ ve di Cadore e sulle note di «We are thè world», si è stretto in un lungo abbraccio di gioia e di speranza. È iniziato così, nel giugno del 1986, questo reciproco riconoscersi che, pur essendo in tanti, ci ha accomu­ nati tutti in una voglia crescente di partecipare e di essere protagonisti. Le immagini impresse nel film «Una valle in Festa», le piccole storie rac­ contate da molti, per mesi sui giornalini locali, sono storia del CSI, ma anche ricordo personale di ciascuno di noi. La valle dove dal 28 marzo all’ 1 apri­ le 1990 porteremo la nuova Sport fe­ sta invernale è la VAL di FIEMME, nel Trentino Alto Adige. Anche qui una comunità ospitale, ricca di tradizioni e di cultura ci at­ tende con una certa curiosità. Da mesi fervono i preparativi: due­ mila partecipanti che dovranno ani­ mare un programma denso di gare, ma anche ricco di momenti ricreati­ vi e culturali, non sono cosa da poco. La Val di Fiemme si prepara ad ospi­ tare nel 1991 i Mondiali di Sci Nor­ dico ed è quindi, dotata di uomini e

SPORTFESTA CSI *90 INVERNALE

IL PROGRAMMA GENERALE » 29 marzo 1990 — attività sportiva: SCI: slalom gigante / CORSA CAMPESTRE: gara di orientamento / TENNISTAVOLO / CALCIO A 5

— nel pomeriggio: CERIMONIA DI APERTURA nel Parco della Pieve di Cavalese

— in serata: INCONTRO CON LA MUSICA nella tendostruttura del Lago di Tesero « 30 marzo 1990

— attività sportiva: SCI: combinata e supergigante / CORSA CAMPESTRE: gare indivi­ duali / TENNISTAVOLO / CALCIO A 5 — nel pomeriggio: GIOCHI SPORTIVI IN BICICLETTA — in serata: «DOLOMITI 200: Incontro con la Montagna e con i suoi protagoni­ sti» nella tendostruttura del Lago di Tesero • 31 marzo 1990

— attività sportiva: SCI: fondo km 5; slalom parallelo; «Laurino revival», gara di fondo km 10 / CORSA CAMPESTRE: staffettone 10 x 1000 / TENNISTA­ VOLO / CALCIO A 5 — nel pomeriggio: «SCOPRITESERO» grande gioco a squadre per scoprire la storia, la cultura, le attività economiche e le tradizioni della Val di Fiemme — in serata: PREMIAZIONE SPORTFESTA CSI ’90 e scambio di doni / CELE­ BRAZIONI 30° TROFEO LAURINO / CERIMONIA DI CHIUSURA • 1 aprile 1990

— TROFEO LAURINO: rassegna nazionale giovanile di sci nordico.

strutture di grande affidamento e re­ sponsabilità. Tutta la Valle sarà coinvolta dallo SPORT FESTA CSI '90, da Castel­ lo a Cavalese, a Tesero, fino a Predazzo. Tutti i Consigli CSI sono stati solle­ citati a prepararsi per questo impor­ tante appuntamento, scegliendo atle­ ti motivati e disposti a vivere la Fe-

sta in tutte le sue possibilità, con gioia, serietà e rigore. Troveremo certamente una nuova canzone che ci aiuterà a riconoscer­ ci, a giocare con lo Sport in clima di sana competizione e di gioiosa al­ legria.

Donato Renato Mosella

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SAN REMO E DINTORNI (segue da pag. 15)

Tempo di verifica

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L’Associazione sta verificandosi: in tutto il territorio nazionale sono, in­ fatti, in corso i Congressi provincia­ li e circoscrizionali, che hanno come tema centrale «Sport come impegno civile — un servizio sportivo/educativo ispirato alla solidarietà». Circa una decina di Consigli hanno celebrato entro la fine del 1989 il lo­ ro Congresso, quasi tutti gli altri lo hanno già programmato per i primi mesi del 1990. Non disponendo ancora degli atti uf­ ficiali relativi ai Congressi svolti, è possibile in questa sede esprimere so­ lo le impressioni che si basano sulla lettura dei programmi di preparazio­ ne fino ad ora pervenuti. Sembra che i Consigli affrontino con sempre maggiore consapevolezza la verifica associativa, proponendo pri­ ma dell’assise congressuale alcuni in­ contri preparatori fra le Società spor­ tive di una stessa zona. Tali iniziati­ ve sono certamente lodevoli soprat­ tutto quando riescono a coinvolgere un maggior numero di soci di una medesima Società, in quanto, nono­ stante l’obbligo statutario, riesce sempre difficile garantire l’effettivo svolgimento delle assemblee, che le Società affiliate si sono impegnate ad attuare almeno una volta l’anno. Molti sono, inoltre, i Consigli che pubblicano con largo anticipo la re­ lazione congressuale e ciò è positivo consentendo alla base associativa di intervenire al Congresso con maggio­ re cognizione di causa. Il tema proposto ha spinto alcuni Consigli a trarre spunto dalla neces­ sità statutaria di verificare le linee as­ sociative a metà quadriennio per da­ re segnali concreti di solidarietà alle realtà locali in cui operano, propo­ nendo alle proprie Società sportive iniziative di vera solidarietà sociale. Gli ambiti di impegno prescelti sono quelli tipici della solidarietà: i pro­ blemi legati agli handicap, alle car­

I Congressi provinciali di metà quadriennio ceri, alle tossicodipendenze, in sintesi all’emarginazione ed alla sofferenza nei suoi più diversi aspetti, vengono di volta in volta assunti come proble­ mi ai quali i soci CSI dedicano una maggiore attenzione. Tali problematiche vengono affron­ tale e sviluppate secondo le peculia­ ri sensibilità, disponibilità c possibi­ lità degli animatori di ciascun Con­ siglio; le iniziative che scaturiscono sono talmente diversificate che ri­ schiano di presentare l’Associazione come un insieme non omogeneo a chi non vi riconosce il comune denomi­ natore legato alla solidarietà. Sono i rischi che volentieri l’Associazione corre, per evitare che le diver­ se iniziative perdano quella sponta­ neità che le contraddistingue e che dovrebbe garantire di vivere espe­ rienze anche forti, non legate però al­ la «moda» del momento.

Giuseppe Goffrini

Ora il Festival di San Remo è torna­ to, non si sa se per sempre o solo per poco. Certo sono cambiati i tempi in cui il risultato del Festival, canzone e cantanti vincitori erano annuncia­ li come uno dei principali avveni­ menti della cronaca nazionale prima dalla radio e poi dalla radio e dalla televisione insieme. Tutto ritorna nel grande bisogno di musica. Persino molti intellettuali, momentaneamen­ te a riposo, dopo anni convulsi, si compiacciono di dire che vivono un periodo in cui ascoltano musica. Di­ venta quasi uno slogan. Forse per qualcuno alla esegesi dei testi sacri delle ideologie, marxiste, anarchiche, populiste e tecnocratiche, si è sosti­ tuita la passione di scavare nei com­ plessi meandri, proprio come per le correnti politiche, delle correnti mu­ sicali, di capiscuola e discepoli, an­ cora magari in cerca di quozienti di progressismo o di conservatorismo nei testi e nei suoni. Ma ancora una volta la musica leg­ gera (ma si chiama ancora così?) aleggia con una maggiore possibili­ tà di eternità. È comunque l’altra faccia del problema, anche se vi so­ no punti in cui è difficile distinguere il leggero, dall’impegnato. Molti mo­ numenti della protesta e dell’ironia più profonda non erano altro che canzonette e restono tali nella strut­ tura. Sta di fatto che la musica è diventa­ ta sempre più un ingrediente del co­ municare. Quanto all’orecchiabile vi sono le orecchie artificiali delle enor­ mi cuffie auricolari che dovrebbero garantire il massimo dell’assimilazio­ ne. Ma per che cosa? Intanto è meglio convincersi e ricor­ darsi che la musica è parente della parola, della grande parentela del co­ municare. Segue un po’ le stesse sorti, si pos­ sono dire cose belle e parlare a van­ vera, parlare troppo ed eccedere in mutismo, l’importante è che tutto abbia il suo giusto equilibrio senza creare ossessive deformazioni. La musica che ci piace di più è quel­ la che aiuta a parlare... naturalmen­ te nella giusta misura...

Cesare Martino


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE E VENNE IL SINDACO RADO VA — // CSI patavino si è dato appuntamento presso la sede cittadi­ na per incontrare il Sindaco, Paolo Giaretta, ed avere con lui uno scambio d’idee e proposte ed idee utili all’Associazione e all’intera cittadinanza. Il «primo cittadino» ha esordito tracciando un quadro generale della situa­ zione della nostra città, una Padova in trasformazione che sta passando da uno sviluppo di tipo quantitativo ad uno di tipo qualitativo con un attento sguardo al futuro. Se è vero che Padova si avvia ad avere una popolazione prevalentemente di anziani, con bambini e giovani che vanno diminuendo, si pone il problema di organizzare al meglio le risorse, di garantire percorsi formativi «validi» che possano sostenere la concorrenza di altre «proposte» per il tempo libe­ ro... quali ad esempio la televisione. Uno di questi «percorsi» è lo sport. Il Sindaco ha quindi sottolineato il ruolo fondamentale dello sport e della cultura cattolica, rilevando la difficoltà di portare avanti in questi ultimi anni una politica omogenea e duratura. E nel tener presente questa dimensione è necessario non perdere di vista i problemi concreti, quali la carenza di im­ pianti di base e di spazi ove i ragazzi abbiano l’occasione di avvicinarsi allo sport senza «timori» di alcun genere. Il Sindaco si è infine augurato che in questa fase finale dell’Am minisirazio­ ne, si riesca ad avviare un lavoro comune per costruire, nella prossima legi­ slatura, valori in sintonia con quelli portati avanti dall’Associazione CSI. Il dibattito seguito ha coinvolto i dirigenti di Società sportive intervenuti che hanno espresso quelli che sono i problemi del «fare attività sportiva» a Pa­ dova: carenza di impianti sportivi, «supersjrat lamento» di quelli esistenti, in orari spesso proibitivi per i più giovani. È stato inoltre rimproverato al Comune di trascurare l’impiantistica di base a favore di opere destinate allo sport-spettacolo (leggi nuovo stadio)... Il Sindaco ha preso atto delle osservazioni rivolte, assicurando il suo inte­ ressamento per risolvere, nell’ambito del possibile, i problemi esposti. L'incontro si è valso anche dell’intervento di Renzo Pittarello, Assessore pro­ vinciale allo sport, una presenza costante nel mondo dello sport padovano e del CSI, che ha focalizzato una preoccupante tendenza dei nostri giorni: il calo delle persone che praticano sport. Questo rappresenta un «pericolo» per la società, perché lo sport promuove tutta una serie di valori che il CSI conosce bene perché nella sua promozione sportiva fa cultura. L 'Assessore Pittarello si è infine augurato che rincontro sia di stimolo e di aiuto per ri­ solvere i grossi problemi che ostacolano lo sport ed ha incoraggiato le Socie­ tà a continuare lungo il cammino intrapreso.

MELI© SP©RT FAENZA — Più delle parole contano i fatti... tipico esempio di tale asserto è la società polisportiva «Zannoni» di Errano-Faenza. Prototipo delle società del CSI, con ol­ tre duecento soci alla base, il gruppo sportivo parrocchiale ha sempre inter­ pretato, fin dalle origini, quello che è lo spirito proprio che anima le società del Centro Sportivo Italiano. Non per nulla, sorta all’indomani della fondazione del Centro Sportivo a livello nazionale, quin­ di (come tale) società espressione del­ la matrice e degli ideali dell’Associazione, conserva tuttora nel proprio organi­ co dirigenziale gli uomini dei primi an­ ni. Dal cav. Dalle Fabbriche (attuale pre­ sidente dell’lccrea), a quel Natale Dalmonte che, nel settore del ciclismo, tutti ancora conoscono a livello nazionale,

sia nel campo promozionale sportivo che a livello federale. Lo ha sottolineato anche il Vicario del­ la diocesi, Mons. Silvano Montevecchi, ricordando anche i suoi sei anni di con­ sulente a fianco del CSI. Presenti anche, a titolo di ospiti d’ono­ re e come ex appartenenti alla polispor­ tiva, i ciclisti Cassani, Amadori e Caro­ li, proprio per sottolineare la continuità dell'azione della società. Una polispor­ tiva dove tutto funziona a meraviglia e dove i tre settori trainanti, calcio, palla­ volo e ciclismo si alternano in momen­ tanee fortune, a seconda delle esigen­ ze che provengono dalla base. Funzioni e ruoli specifici vengono attri­ buiti ad alcuni elementi più capaci e tec­ nicamente preparati; ma, il tutto cadreb­ be nel vuoto se a fianco di tali attività non fosse costantemente presente l’o­ pera delle famiglie e di tutti i soci.

L'ALTRO SPORT PARMA — Il giornale del Consiglio provinciale parmense compie dieci an­ ni. A festeggiarlo nella fausta ricorren­ za erano presenti il presidente nazio­ nale Notario, quello regionale Frezzotti, oltre ai componenti del Comitato, con in testa il presidente provinciale Franco Incerti, che del giornale é an­ che direttore.

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IL TROFEO LAURINO COMPIE 30 ANNI La SPORTFESTA CSI '90 si incontra con le celebrazioni del 30° Trofeo Lau­ rino, una delle più belle rassegne na­ zionali giovanili di sci nordico. Nato e cresciuto nel CSI il Laurino rap­ presenta l’esempio semplice e reale di come lo sport e la tecnica possono incontrarsi nella Festa. Insieme celebreremo questo lungo percorso educativo che, in 30 anni, ha visto passare tanti sciatori e tanti campioni. Auguri Laurino!

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CAVA DEI TIRRENI — La partenza della gara podistica internazionale S. Loren­ zo, in concomitanza della quale il Consiglio di Cava dei Tirreni ha organizzato il Libero Scambio di atletica, cicloturismo e tennistavolo. Alla «due giorni» sportiva hanno preso parte i Consigli di Taranto, Messina, Catania, Napoli, Cagliari e S. Gavino, per un totale di circa sessanta atleti.

ED E' ANCORA FESTA CR PUGLIA — Alla Festa regionale di prima e quarta fascia sono stati i bam­ bini i veri protagonisti di un'indimenti­ cabile giornata. Gli oltre duecentocinquanta tra piccoli e grandi atleti hanno visitato nella mat­ tinata di domenica l'oasi naturale di Tor­ re Guaceto. Piccoli inconvenienti di per­ corso; per alcuni tratti si è dovuto an­ dare a nuoto. Interessante il «gioco» che si è dovuto inventare: «salta il guado», o meglio forse «salta nel guado»! Comunque, salto dopo salto e bagno dopo bagno, è avvenuto il famoso im­ barco (e sbarco) dei piccoli marines. Purtroppo i grandi «marines», colti da un attacco di artrite «padaloide» hanno lan­ ciato un SOS e sono stati prontamente soccorsi con una bus-navetta, proprio mentre stavano per perdersi in una pa­ lude d’acqua. Da Torre Guaceto i partecipanti, prove­ nienti dai Consigli di Andria, Bari, Brin­ disi, Conversano e Taranto, hanno vi­ sitato il Centro di Documentazione dell’ENEL presso la centrale di Cerano, do­ ve hanno assistito alla proiezione di fil-

SPORT E PASTORALE GIOVANILE

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FOLIGNO — La figura del sacerdote al­ l’interno della vita associativa è stato l’argomento centrale su cui ha ruotato il dibattito sviluppato nell’incontro che il Consiglio provinciale ha promosso tra i consulenti ecclesiastici e i presidenti locali dell’Umbria. Erano presenti anche il consulente ecclesiastico e il presiden­ te regionali. Partente da alcune considerazioni pre­ liminari, per evidenziare ciò che lo sport dovrebbe essere e rappresentare e ciò che, invece, finisce per essere nella realtà, i presenti hanno posto l’accento

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mati di carattere ambientale. Infine si so­ no trasferiti nell’istituto Magistrale Pa­ lombo di Brindisi, dove hanno parteci­ pato alla Messa, fatto colazione al sac­ co e, dulcis in fundo, giocato! Giochi semplici in cui si sono fatti coinvolgere bambini ed adulti: il tiro alla fune, il per­ corso attrezzato, la corsa con i pallon­ cini, e tanti altri vissuti con spontaneità ed allegria.

sul ruolo del consulente ecclesiastico al­ l’interno del Consiglio locale e della So­ cietà sportiva; sono state anche espo­ ste le difficoltà della Chiesa locale a comprendere lo spirito del CSI ed il suo inserimento nella pastorale giovanile; ma anche all'interno dell'Associazione — si è detto — molte volte il sacerdote incontra degli ostacoli, sia per la diffi­ coltà che alcuni dirigenti hanno a rap­ portarsi con le realtà ecclesiali e sia an­ che per mancanza di sensibilità al problema. Questi impedimenti ed altre difficoltà og­ gettive — è stato da tutti rimarcato — non dovranno far desistere dalla volon­ tà di un sempre maggiore e migliore in­ serimento del consulente ecclesiastico.

CR VENETO — Si è svolta regolar­ mente, malgrado le numerosissime proteste, la partita finale di calcio Milan-Medellin. Al fronte del «no», raggruppato nel «Comitato Milan-Medellin - partita di droga o partita di vita» di Vicenza, ha aderito anche il Consiglio regionale CSI del Veneto, il quale ha provvedu­ to a stampare e distribuire un volanti­ no di denuncia dell’iniziativa, in cui i dirigenti del CSI invitano , la squadra meneghina a non disputare la gara, in considerazione del fatto che il Medellin è pesantemente implicato nel traf­ fico della droga, avendo tra i suoi pro­ prietari quel certo Pablo Escobar, tri­ stemente noto come uno dei più gran­ di narcotrafficanti colombiani. Riportiamo, di seguito, il testo del vo­ lantino. «Il 17 dicembre il Milan gioca a Tokio contro il Nacional Medellin, squadra finanziata dai «narcotrafficanti» co­ lombiani. Lo sport è festa, momento di incontro, strumento per superare le discrimina­ zioni di qualsiasi tipo. Questo incon­ tro di calcio è unicamente motivato da interessi di spettacolo e finanziari. Il Centro Sportivo Italiano Veneto de­ nuncia la palese violazione dei prin­ cìpi e dello spirito che animano ogni iniziativa autenticamente sportiva. Invita i propri soci e quanti credono nello sport come esperienza educati­ va ad esprimere il proprio dissenso al­ la evidente strumentalizzazione e ad intensificare il proprio impegno perché lo sport sia occasione di crescita uma­ na e civile».

cremona CREMONA — Anche il Consiglio di Cremona ha ora un proprio organo di stampa. «Cremona, Sport, Informazio­ ne» inizia le sue pubblicazioni, ingros­ sando le fila di periodici e fogli promos­ si dal CSI a tutti i livelli. Destinare alcune risorse all’informa­ zione ha da sempre costituito un pro­ getto, che solo oggi il CSI cremasco può attuare, dal momento che esisto­ no le condizioni essenziali per farlo. Quali sono queste condizioni? In primo luogo una segreteria efficien­ te, in grado di trasformare appunti e brogliacci in fogli leggibili e ben con­ fezionati. Poi una redazione, che si è già collau­ data, curando settimanalmente la ru­ brica di Radiocittanuova, dedicata al CSI. Infine Commissioni sportive già affia­ tate e rodate, in grado di elaborare in tempo utile i comunicati sulla attività agonistica e non.


TUTTOCSI/CRONACHE/ESPERIENZE U. PAPA IN VALLE D'ETRA MARTINA FRANCA — Ceravamo anche noi del Centro Sportivo Italia­ no ad accogliere nella festosa Piazza XX settembre il Vicario di Cristo, Sua Santità Giovanni Paolo II, in visita pa­ storale nella nostra Arcidiocesi di Ta­ ranto. Il Papa ha voluto fare anche una puntatina a Martina Franca, nella città dei trulli e del Barocco, per parlare agli agricoltori e agli artigiani, ma le sue parole hanno fatto breccia su un’im­ mensa folla di gente accorsa da ogni angolo della città e dal circondario, che si è assiepata festosa lungo circa dieci chilometri di strade transennate per salutare il Santo Padre. Quello con Giovanni Paolo II è stato un incontro di fede e di speranza, che ci ha commosso nel profondo dell'a­ nima, che ci ha fatto riscoprire gli au­ tentici valori del cristianesimo, sempre in prima linea per battersi per la pro­ mozione dell’uomo. Anche la nostra Associazione dalle sue parole paterne saprà trarre un fe­ condo insegnamento di un nuovo im­ pegno civile in questa nostra società, cosi disorientata dall’imperante cultu­ ra della violenza e dalla diffusa ingiu­ stizia sociale, se sarà in grado di tra­ durre in certezze la speranza di co­ struire un mondo migliore, più giusto, più santo.

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LA NUOVA SEDE DI PORDENONE È stata recentemente inaugurata la nuo­ va sede del CSI di Pordenone, presso la Curia Vescovile, in una costruzione appena terminata. Erano presenti alla cerimonia il presi­ dente nazionale Aldo Notano, il Vesco­ vo della Diocesi Mons. Corrà, ed il Sin­ daco di Pordenone, oltre naturalmente all’intero Consiglio locale. Ma al di là della cerimonia, queste si­ gnificative presenze hanno testimonia­ to il lavoro svolto dal nuovo Consiglio negli ultimi due anni sul piano associa­ tivo, ecclesiale e civile. L’attività avviata nella provincia di Por­ denone vuole essere rispettosa di quei valori di promozione sportiva ed uma­ na che sono propri del CSI, con parti­ colare attenzione alla genuinità delle motivazioni che spingono le Società ed

i gruppi sportivi ad iscriversi all'attività sportivo-associativa. Su questi presupposti si andrà svilup­ pando il lavoro futuro coerentemente con l’impegno sociale e la collaborazio­ ne con le forze ecclesiali e laiche pre­ senti nel territorio, con cui si stanno av­ viando iniziative di particolare impegno.

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COSENZA — Un momento della manifestazione CORRERE CON LA BICI pro­ mossa a Sartano dal Consiglio provinciale di Cosenza. Alla manifestazione han­ no preso parte circa 100 persone provenienti da tutti i paesi della zona.

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Nella foto: sua Santità Giovanni Pao­ lo II, accanto a S.E. Salvatore De Gior­ gi, Arcivescovo di Taranto.

SPOOW ASS©CmZ0©ME EDUCAZIONE IMPERIA — I liguri hanno deciso di dedicare gran parte delle loro energie alla stampa associativa e così, dopo il Consiglio di Genova, anche quello dìmperia ha iniziato a stampare un suo giornale. È un trimestrale di dodi­ ci pagine, stampato a ciclostile su due colonne, molto variato, con ampi spazi dedicati alla vita della città. Al presidente d’Imperia ed alla reda­ zione i più fervidi auguri di Stadium.

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BERGAMO — È uscita la terza edizio­ ne dell’Annuario del Consiglio provin­ ciale di Bergamo che racconta, in qua­ si quattrocento pagine di cronache e dati, la vita del Comitato e i momenti più salienti del cammino associativo.

DOMINA IL «CAMPANILE» MONDOVÌ - Una settimana all’inse­ gna del «campanile-*: il Comitato CSI ha riproposto il Palio dei Rioni. Quasi 1.200 i partecipanti alle diverse mani­ festazioni: tra le altre, una giornata «ti­ po Giocasport», una gara notturna su pattini a rotelle per ragazzi fino ai se­ dici anni (200 partecipanti) ed una pro­ va su monopattino che ha riunito ol­ tre cento appassionati. Per il calcio, si disputa il Torneo «Coppa Vitt» ed al­ tre manifestazioni per i dilettanti, con il CSI di Cuneo. Ai primi di novembre è partito anche il Trofeo «Piero Cameirana», che raggruppa otto feste ed è essenzialmente ludico-motorio (dedi­ cato alla seconda fascia allargata al­ la prima). Anche il volley torna sui campi: maschile, per i giovani; femmi­ nile per la terza e quarta fascia. Tra le iniziative in cantiere spicca la rea­ lizzazione del Trofeo «Paolo Meroni»: un torneo ludico-sportivo, misto, pen­ sato per l’attività oratoriale.

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IL FILM

IL BAMBINO E IL POLIZIOTTO

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Anche quest’anno è stato rispettato il clima natalizio, la temperatura del­ le feste segna, nella giostra cinema­ tografica, valori umani, sociali, dan­ do voce e immagini alle emozioni. Alcune emozioni risultano talmente melodrammatiche da trascinare il pubblico in una sorta di «ritiri» più che spirituali, esistenziali e riflessivi. L’agente tenero e sensibile che nella pellicola in questione, Il Bambino e il poliziotto, è il regista-attore Carlo Verdone, ci commuove per quel suo modo di affrontare, confrontare e raccontare la vita, le circostanze che la compongono c diversificano. Ultimamente Verdone si è lasciato convincere (probabilmente dal suo animo o dal suo intelletto) di raccon­ tare episodi e avventure naturali, in­ decomponibili proprio per la loro na­ tura reale, vera. Compagni di scuo­ la e Io e mia sorella, i suoi due film del più recente passato, ne hanno in qualche modo segnato la via anche se tutti sappiamo che i personaggi di Verdone, da sempre, hanno rispetta­ to — nella parodia comica — il co­ pione reale, cioè la vita quotidiana, i fatti come li viviamo, vediamo o co­ nosciamo. Per questo film, uscito nelle sale proprio in occasione delle feste, Verdone ha voluto raccontare qualcosa che ci tocca tutti da vicino o almeno ci colpisce quando assistia­ mo allo «stato delle cose», o, più semplicemente, ai fatti della vita. Il buon commissario di polizia, scapo­ lo e divoralo dal suo attaccamento al lavoro, di botto vede la sua vita scon­ volgersi per la comparsa di un bam­ bino a lui affidato in custodia e fi­ glio di una tossicodipendente in car­ cere. Già il fatto di per sé, da solo, è una costante — ahinoi — della cro­ naca: figli alle prese con situazioni così drammatiche da dovere essere presi in consegna dalle autorità. Ma nel film il fatto — pur avendo appun­ to un grande effetto e peso specifico — non ne è poi cosi a lungo soppe­ sato; il rapporto tra il commissario di polizia e il bambino ne è invece il globo oculare, il cupè sul quale sale la trama c da cui si vede lo svolgersi della storia. Un rapporto, come è fa­ cile prevedere, che trasformerà inten­ samente e quasi interamente il com­ portamento del commissario. Ecco allora la cinepresa entrare fur­ tiva e introspettiva nell’intimità quo­ tidiana dei due nuovi amici. Lui, il

bimbo, è per dovere di cronaca, il bravo Federico Rizzo che molti avranno certamente visto in Ladri di saponette. Adriana Franceschi, nella parte del­ la madre sfortunata, è una modella che per la prima volta si trova su un set cinematografico e che riesce a convincere più come «solista» che co­ me «corista».

IN BICICLETTA Rodolfo Perego, Libreria Meravi­ gli Editrice, Milano 1989, pp. 92, L. 14.000

Più di un anno fa abbiamo salutato con simpatia, come meritava, la na­ scita della collana «I giovani e lo sport», edita dalla Libreria dello Sport di Milano (via Carducci, 9) e diretta dal prof. Giampiero Grassi dell’ISEF Lombardia. Come abbia­ mo illustrato in quell’occasione, si tratta di libricini assai agili, impostati — anche dal punto di vista grafico — in modo spigliato e moderno. Ogni volume tratta uno sport, fornendo

di CARLO VERDONE

Barbara Capisti è invece la collega poliziotta, forse un po’ aliena quan­ do emozioni, panico e minacce si fronteggiano nel quotidiano. In pri­ mo piano, vediamo un prestigioso Verdone, niente da aggiungere, e sen­ tiamo quelle note indispensabili, nel rispetto assoluto della storia, che il pessimo «pedagogo Carlo» riesce a portare in una composizione raffina­ ta, ricca di improvvisazioni, sì, ma attenta alle sfumature come vuole ap­ punto il commissario-uomo. Due incredibili amici, dunque, e tut­ ti e due alle prese con problemi dif­ ficili, personali, da risolvere, tanto che a volte sembra che l’aiuto sia re­ ciproco anziché paterno. Come se il problema di uno risolvesse quell’altro in un commovente pasticcio esi­ stenziale, in una giostra dei sentimen­ ti mai nemmeno per un attimo, me­ lensa o pedagogicamente saputa, an­ zi, la storia fila via come deve co­ gliendo in tutti i loro «cromatismi» le interpretazioni e le corrispondenze. Chissà perché, si dirà, a Verdone vie­ ne tutto facile o meglio, ogni suo film convince pubblico e critica: forse non sarà dotato di effetti particolari, di esplosioni fantasmagoriche e spielberghiane, la sua Roma non sarà nel­ la penombra bella e crepuscolare co­ me la città di Batman, non ha il look di Biade Runner ma è inimitabile, vince ogni confronto e si rinnova. Vi par poco?

Flavio Pedrotti

tutte le indicazioni necessarie per pra­ ticarlo. Il pubblico di destinazione è quello dei più giovani, come testimo­ nia anche il costo assai contenuto. Dopo i primi volumi, che segnalam­ mo su Stadimn (Baseball, Pallama­ no, Calcio, Orientamento), la colla­ na ha continuato a sfornare manua­ li dedicati ad altri sport tra i più po­ polari del momento. Ecco dunque ar­ rivare questo In bicicletta, che se­ guendo i modelli ciclistici oggi sulla cresta dell’onda è dedicato essenzial­ mente a mountain-bike, cicloturi­ smo, bmx e bm trial (attività da svol­ gere per i sentieri di montagna, dei boschi, dei campi o anche su tracciali nelle zone sabbiose adiacenti il mare).


Ma non soltanto di queste specialità parla il libro di Perego. Nelle sue pa­ gine trovano posto anche capitoli de­ dicali ai giochi in bicicletta, agli eser­ cizi di preparazione fisica generale, alla manutenzione dei diversi tipi di bici. Cosicché il volumetto alla fine risulta utile anche a chi non deve sal­ tare in sella alla bici e deve assumer­ si invece l’onere di organizzare una manifestazione ciclistica per i più gio­ vani.

INA

UN SOGGETTO A RISCHIO?

COLLANA DI VIDEOCASSETTE «VIDEODIDATTICA DELLO SPORT» La collana di videocassette «Video­ didattica dello sport» si arricchisce di nuovi titoli. Come la gran parte dei precedenti, anche questi audiovisivi sono realizzati dalla prestigiosa Scuo­ la Federale dello Sport di Macolin. L’editrice Espansione Idea ne ha rea­ lizzata l’edizione italiana. Con chia­ rezza e concisione — la loro durata è di circa 20’, tempo durante il quale l’attenzione e la concentrazione so­ no massime, come dimostrano i più recenti studi di psicologia dell’ap­ prendimento — le videocassette in­ troducono all’avviamento ai princi­ pali sport, dei quali presentano i fon­ damentali corredati di elementi di tecnica e didattica. Proposte di eser­ cizi, analisi guidata dei principali er­ rori, ed esempi tratti da competizio­ ni ad alto livello, completano il pa­ norama offerto da queste videocas­ sette. » AVVIAMENTO ALLA PALLACANESTRO. • AVVIAMENTO ALLA PALLA­ VOLO. • AVVIAMENTO AL CALCIO. • AVVIAMENTO AL TENNIS. • AVVIAMENTO AL TENNISTAVOLO. » LE CAPACITÀ COORDINATI­ VE NEL TENNIS. • AVVIAMENTO ALLA PALLA­ MANO. • AVVIAMENTO ALL’HOCKEY SU GHIACCIO. • AVVIAMENTO AL BADMIN­ TON. Prezzo di ciascuna videocassetta: L. 70.000. Sconto del 20% ai soci CSI (indicare, nella richiesta, il nu­ mero di tessera). Le richieste vanno indirizzate a: ESPANSIONE IDEA SRL, Via E. Morosini, 17 - 00153 Roma.

Ore 14,35 di sabato 30 dicembre 1989, un calciatore professionista di 33 anni che vanta anche presenze nel­ la nazionale A, durante un incontro di campionato cade tramortito al suolo privo di sensi; e mentre i com­ pagni di gioco subito impressionati si mettono le mani nei capelli, i sanita­ ri con prontezza tentano di rianima­ re l’atleta, trasportandolo a tempo di record in un ospedale attrezzato do­ ve un’équipe medica competente rie­ sce a far ripartire il cuore e salvargli la vita. Questa cruda immagine drammatica­ mente trasmessa dalla Tv ha subito sollevato nella nostra mente dubbi e domande angoscianti. Come è pos­ sibile che un atleta di tale livello ago­ nistico sottoposto a continui controlli medici subisce un arresto cardiaco? 1 giornali e lo stesso primario cardio­ logo dell’ospedale dove è stato rico­ verano l’atleta parlano di infarto del miocardio, spiegando che una zona di tessuto organico a causa del bloc­ co dell’irrorazione sanguigna è anda­ ta in necrosi. Purtroppo tutto serve a giustificare il malore: il freddo intensissimo, una congestione, lo stress accumulato, il mancato riscaldamento prima di en­ trare in campo. Tutti fattori concan­ sali che possono aver determinato un’anomalia elettrica (fibrillazione ventricolare) come causa dell’evento acuto. Molti sono i fattori noti che favorisco­ no l’insorgenza di spasmi e lesioni trombotiche coronariche, con conse­ guente riduzione del flusso vasale: so­ no lo stress mentale, il freddo, l’assun­ zione di spirina o droghe ad alte dosi, le catecolamine, i traumi vascolari, l’arterosclerosi coronarica ed altri. Per esempio, è stato dimostrato che pazienti con insufficienza coronari­

ca presentano, se esposti al freddo, una più precoce insorgenza di angi­ na pectoris, per un eccessivo aumen­ to della pressione sanguigna e del la­ voro cardiaco durante l’esercizio fi­ sico. . Stimoli psicologici Intensi sono in grado di far aumentare la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca in alcuni casi più di quanto uno sforzo massimale potrebbe determinare. Inoltre nei primi stadi di un esercizio fisico di breve durata ma molto in­ tenso aumenta la coagulabilità ema­ tica per incremento di alcuni fattori della coagulazione (XI, XII, VII). Comunque la letteratura scientifica è concorde sul fatto che i soggetti che compiono abitualmente esercizio fi­ sico sopportano meglio le alterazio­ ni ateromasiche delle coronarie. La mortalità per coronaropatia se­ condo i dati del famoso Framingham Study, è cinque volte superiore nei soggetti sedentari rispetto a quelli con attività fisica intensa. Però non solo i cardiopatici sono esposti a rischio di infarto ma anche persone giovani ritenute sane quali gli atleti. In questi casi la parola d’ordine nell’approccio terapeutico è la tempestività. Anche se spesso esi­ stono grossi dubbi diagnostici sulla presenza o assenza della lesione car­ diaca. Infatti il tracciato elettrocar­ diografico in qualche caso può anche essere normale e le indagini di labo­ ratorio si rilevano scarsamente ef­ ficaci. Quindi sebbene l’esercizio fisico pos­ sa aiutare a prevenire la coronaropa­ tia, esistono alcuni casi di atleti in buona salute che sviluppano una in­ sufficienza coronarica progressiva nel corso del loro allenamento spor­ tivo. Numerosi autori riportano casi di in­ farto miocardico e morte improvvi­ sa in fondisti ben allenati. Perciò la protezione, ammesso che esista, non è universale e potrebbe essere in re­ lazione ad una predisposizione ge­ netica. Certamente casi come questo calcia­ tore sono estremamente rari. Lo di­ co per la tranquillità di tutti coloro che praticano l’attività sportiva in­ tensa e che effettuano annualmente le visite di idoneità.

Antonio Spataro

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MUGUGNI E MAGAGNE AUTOMANIA Non si sa se essere lieti o preoccupati leggendo i bilanci del­ l’industria automobili­ stica nel no­ stro Paese. Sono stati venduti 2.362.000 auto­ mezzi nel 1989, dei quali il 42% di produzione estera. Le esportazioni sono cresciute più delle importazio­ ni, e in queste ultime sono compre­ se le auto prodotte da Case italia­ ne nei propri stabilimenti all’este­ ro. Negli USA, invece, si chiudo­ no stabilimenti per il crollo delle vendite. Auto uguale lavoro, commercio, circolazione di denaro. Ma la vera circolazione, quella stradale, è da noi sempre più intasata e caotica. Ci piacerebbe sapere quanti auto­ mezzi, fra quelli acquistati nell’89, sono andati a sostituire veicoli vec­ chi e più inquinanti. E sapere quan­ te auto si sono aggiunte alla secon­ da o terza vettura già posseduta da una famiglia, specie se sprovvista di garage. Allora potremo valuta­ re meglio i dati. Se no, continuere­ mo a celebrare le glorie dell’inqui­ namento, salvo poi a votare «ver­ de» per scaricarci la coscienza.

ESTEROIDI

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Con il ritorno della libertà e della democrazia, si scoprono gli schele­ tri negli armadi sportivi dell’Est eu­ ropeo. I grandi risultati ottenuti fi­ nora nello sport (specie femminile) dalla Germania Orientale si spiega­ no non solo con il fatto che l’im­ pegno sportivo era il solo modo di avere privilegi nel grigiore genera-

le e di avere delle esperienze con il «favoloso estero». C’erano dietro anche una programmazione che fa­ ceva violenza alle persone con rit­ mi ferrei di allenamento e un uso spregiudicato di sostanze mediche (doping) per «costruire» la musco­ latura. La ventisettenne ex-cam­ pionessa di nuoto a farfalla, Chri­ stiane Knacke, ha dichiarato di es­ sere ancora segnata dagli steroidi assorbiti nell’organismo: «Mia fi­ glia è malata, tante compagne han­ no avuto bambini deformi o abor­ ti spontanei...».

LEVIAMOCI IL PESO Però a Ovest non siamo da meno. Alcuni diri­ genti della nostra Federpesi han­ no acquista­ to e fatto usare ai pesisti sostanze proibite dalla legge: denunce, atleti che af­ fermano di avere il fegato a pezzi, altri che dicono di essere stati boi­ cottati. Le pesanti accuse trovano la debole risposta che i medicinali servivano a «sollevare... i solleva­ tori». Ma il mito della vittoria «ad ogni costo» riduce le persone a strumenti, tanto sotto il comuni­ Smo quanto sotto il capitalismo. Ben Johnson, il centometrista del record perduto per squalifica, ha accettato di partecipare a uno spe­ cial di una TV francese sul fenome­ no doping, per «spiegare e denun­ ciare»; ...e anche per farsi pagare. Ma c’è qualcosa di concreto (stavo per scrivere «positivo», ma non è il caso): dodici Paesi, tra cui USA e URSS, con l’Italia, hanno firma­ to un accordo per controlli anti-

doping da effettuare a sorpresa da uno Stato all’altro.

SPORT E POTERE La grande rivoluzione che squassa i regimi ex-comunisti dell’Europa Orientale ha turbato profondamen­ te la vita degli sportivi. Gli atleti go­ devano finora di privilegi negati ai cittadini qualsiasi: un’automobile, un appartamento, un telefono, i viaggi all’estero. Nella DDR, la protesta popolare si è rovesciata an­ che contro coloro che, in fondo, hanno ottenuto qualche medaglia a prezzo di impegni durissimi. Olim­ pioniche di nuoto, di pattinaggio, di atletica sono state coperte di in­ sulti, le loro auto sono state dan­ neggiate. Dal successo al disprezzo ci sembra troppo. Ma uno dei grup­ pi animatori della nuova democra­ zia ha inserito nel suo programma un articolo che dovrebbe essere di ammonimento per molti. Dice co­ sì: «Lo sport fa parte della vita cul­ turale di un Paese. Non potrà mai essere usato come strumento di pre­ stigio del Governo. La corsa alle medaglie ha sempre falsato i rap­ porti fra lo Stato e Io sport ad alto livello».

PEDATE DI RIGORE Le statisti­ che indicano una crescita della vendi­ ta di moto V «fuoristra­ da». Fanno sognare alla Parigi-Dakar, turbano l’armonia dei sentieri di montagna, ma soprattutto sono utilissime... in città: per salire e scendere dai marciapiedi, superare


SOPRAVVIVENZA E OLTRE_______ (segue da pag. 18)

cordoli e sbarramenti e riuscire a muoversi nel caos del traffico bloccato.

° Incredibile: alla fine del girone d’inverno, solo un allenatore della Serie A di calcio ha perso il posto (Mazzia dell’udinese, e proprio al­ l’ultima giornata). Gli altri anni, i siluri arrivavano in abbondanza persino prima di cominciare. È un segno di maturità di tutto il mon­ do calcistico. 11 vecchio Herrera, ai suoi tempi chiamato «mago», ha detto che per salvarsi dalla retroces­ sione non servono maghi ma mira­ coli; in altre parole: se non ci sono la forza atletica, l’abilità di gioco e l’armonia, nessun allenatore può trasformare dei brocchi in vincen­ ti. Il migliore esempio è dato dai di­ rigenti del Verona, tanto criticato per altri comportamenti: Bagnoli ha continualo a lavorare tranquil­ lo e qualche risultato è venuto. Più maturo è anche il pubblico: dopo la celebrazione della Rivoluzione Francese, tutti si sono convinti che avere la testa di un allenatore non serve per giocare a palla. Il «gover­ no» delle Federazioni sportive è democrati­ co, i dirigen­ ti nazionali sono eletti dalle Società periferiche. Ma nella Federazione Hockey e Pattinaggio sono state create Società e persino atleti «fit­ tizi». La legge è teoricamente ri­ spettata: nel paese X si fonda una Società, che si affilia alla Federa­ zione versando L. 20.000 e che ha dei soci, regolarmente iscritti a L. 2.000 l’uno. Solo che non viene svolta nessuna attività, e gli «atle-

ti» sono magari nonne ottantenni. Poi si commerciano i voti. ° Non è raro vedere, sotto gli oc­ chi implacabili delle telecamere, giocatori che, nel nobile impegno della gara, sputano in faccia agli avversari. Il gesto fa schifo per mo­ tivi igienici ma soprattutto per mo­ tivi morali. Le Federazioni dovreb­ bero intervenire con pesanti squa­ lifiche. Si suggerisce anche che ai distributori di sputi venga regalato uno specchio, ove dirigere gli stessi.

Trionfo delI la pallavolo italiana: pri­ mato ma­ schile in Eu­ ropa, secon. di nel mondo.eunaserie di succes­ si del Maxicono di Parma nelle cop­ pe internazionali fino alla Supercoppa, strappando il primato ai Russi. Tutti celebrano i nuovi tecni­ ci, specialmente Velasco, che han­ no in tempi brevissimi fatto acqui­ sire una superiorità agli alti livelli di questo sport. Ma, se il Maxicono è in cima alla piramide pallavolistica, noi crediamo sia merito di una ba­ se sempre più larga che parte dalle scuole e dalle Società sportive. ■£

TI

• L’ultima puntata de «I Promessi Sposi» ha ampiamente superato la più popolare trasmissione televisi­ va, che è «90° minuto»: 14,5 milio­ ni di spettatori in confronto a 9,35. Finalmente scopriamo che la cultu­ ra non,è una palla. C’erano 11 mi­ lioni di spettatori per Juve-Karl Marx Stadi, anche se la nebbia non permetteva di vedere granché: ma le sconfitte di Karl Marx, di questi tempi, vanno di moda. Domenico Volpi

di mortalità infantile. La reidratazionc orale (ORT) è una terapia molto semplice e poco costosa che si sta dif­ fondendo in modo capillare; — fornire dei farmaci di base tutte le Comunità. I farmaci necessari per la vita sono stati stimati in 20 ed è que­ sto un obiettivo primario che nessu­ no debba morire perché un certo far­ maco indispensabile non era repe­ ribile; — ridurre la malnutrizione per mez­ zo di scambi culturali sul modo di la­ vorare la terra e di produrre i cibi, sul modo di cucinare, sulle diete più adatte ai bambini e agli anziani; — ridurre la mortalità materna con una adeguata assistenza ostetrica, che permetta di identificare le gravidan­ ze a rischio ed inoltre dia alle coppie la possibilità di programmare le gra­ vidanze nel tempo; — controllare la malaria, per la qua­ le non esiste ancora una terapia adeguata. La realizzazione di questi progetti di collaborazione resterà puramente teorica se non si terrà conto dello spi­ rito della Iniziativa di Bamako. Ogni realtà, ogni comunità è diversa da tutte le altre. Ma è solo in essa che la spinta allo sviluppo può nascere e crescere. Nessuno potrà cooperare con l’Afri­ ca, l’Asia, l’America Latina, se non rispettando le realtà locali. Ed anco­ ra più importante è la «cooperazione al contrario», ovvero la possibilità per i Paesi in via di sviluppo di dona­ re dei valori positivi alle nostre società così sicure. Alcune città del mondo come Lon­ dra, Parigi, New York, sono un esempio di come diverse culture pos­ sono e devono collaborare spesso con difficoltà e con dolore. Lo sforzo per tutti è quello di farsi tanto piccoli da lasciare agli altri lo spazio di crescere e di respirare.

P.G.

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