ilBelViaggio n. 10 2026- Poste Italiane Spa - CN/BO - Edizioni Catering srl – Via del Lavoro 85 – 40033 Casalecchio di Reno (BO) - contiene I.P. - costo copia euro 10,00 spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna
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I T I N E R A R I I N A S P E T TAT I
Reggio Calabria una città da amare
Cascina Runate – La Basilica di Santa Chiara a Napoli – Ginostra – San Galgano – Polesine Zibello – Palazzo Spada a Roma - Dublino - La cattedrale di St. Patrick a Dublino
I T I N E R A R I I N A S P E T TAT I
SOMMARIO
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Il turismo in Italia nel 2026 - Luigi Franchi
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Reggio Calabria, una città da amare - Simona Vitali
20 La romantic farm di Runate - Luigi Franchi 28 Monastero di Santa Chiara a Napoli - Maria Cristina Drì 36 Ginostra - Giorgio Lambri 44 San Galgano - Luigi Franchi 50 Nel Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi - Guido Parri 60 Gli alchimisti di Palazzo Spada… no Gli Astronomi di Niccolò Tornioli - Maria Cristina Drì 66 Melting pot - La redazione 68 Melting pot - La redazione 70 Dublino, dove il tempo trascorre troppo velocemente - Luigi Franchi 80 Welcome to St. Patrick ‘s Cathedral - Maria Cristina Drì
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N° 10 2026 EDITORE Edizioni Catering srl Via del Lavoro, 85 40033 Casalecchio di Reno (BO) Tel. 051 751087 – Fax 051 751011 info@ilbelviaggio.it - www.ilbelviaggio.it PRESIDENTE Benhur Mario Tondini
Reggio Calabria una città da amare Cascina Runate – La Basilica di Santa Chiara a Napoli – Ginostra – San Galgano – Polesine Zibello – Palazzo Spada a Roma - Dublino - La cattedrale di St. Patrick a Dublino
DIRETTORE RESPONSABILE Luigi Franchi luigi.franchi@ilbelviaggio.it REDAZIONE Giulia Zampieri, Simona Vitali, Guido Parri, Maria Cristina Dri
FOTO Archivio Ilbelviaggio , Alamy, Sergio Masiero, Filippo Venturi PUBBLICITÀ Tel. 331 6872138 info@ilbelviaggio.it www.ilbelviaggio.it PROGETTO GRAFICO Gabriele Adani - www.gabrieleadani.it STAMPA EDIPRIMA s.r.l. – www.ediprimacataloghi.com Costo copia trimestrale: 10,00 euro abbonamento annuo 45,00 euro Per abbonarsi: info@ilbelviaggio.it spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna
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Luglio 2026
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Il turismo in Italia nel 2026 È da poche settimane che è uscito il report del Ministero del turismo sull’estate italiana, ove vengono evidenziati i risultati positivi che l’hanno caratterizzata. Non possiamo che esserne contenti, i dati statistici sono davvero positivi, in tutti i settori. Il report cita i dati fino a fine estate e indica come “il comparto domestico abbia segnato un aumento del 2,1% degli arrivi e dell’1,6% delle presenze, evidenziando una crescita più sostenuta della permanenza media rispetto al numero di turisti accolti. Anche il mercato straniero ha contribuito positivamente alla performance complessiva, con incrementi dell'1,9% negli arrivi e del 2,3% nelle presenze, confermando il consolidamento della domanda internazionale”. Messa in soldoni significa che nei mesi di giugno, luglio e agosto l’Italia ha raggiunto i 276 milioni di presenze, 5,5 milioni in più dell’anno scorso. “C’è un indicatore molto importante, il tasso di saturazione OTA, che dà la misura delle prenotazioni di alloggi sulle più grandi piattaforme online di tutto il mondo: l’Italia sfiora il 62%, un dato che è aumentato del 14% rispetto all’anno scorso. Ma è in relazione agli altri Paesi che acquisisce ulteriore valore: siamo 17 punti sopra la Francia e 7 sopra la Spagna, considerato una delle nazioni più turistiche. La crescita di oltre il 6% registrata nei borghi ci dice che le politiche attuate a sostegno dei territori stanno dando risultati importanti”, ha detto il ministro del turismo Gianmarco Mazzi. Un ministro che, per fortuna, non è iper-presenzialista ma lavora molto e, a quanto sembra, bene.
La crescita delle destinazioni minori, quella dei piccoli comuni, è un fattore positivo che mette in evidenza quello che diciamo da quando è nata questa rivista, pensata proprio per raccontare i luoghi inaspettati del nostro Paese: è necessario e urgente avviare dei percorsi di formazione rapidi, da fare durante i mesi invernali, per dare a chi ha deciso di investire nel turismo – i b&b, le trattorie tipiche, gli agriturismi che rappresentano la principale offerta nei piccoli comuni – gli strumenti minimali per saper accogliere e soddisfare i bisogni del turista che sceglie quel tipo di viaggio. Basta guardare quali regioni hanno segnato la crescita più forte per capire che il focus sulle piccole realtà rappresenterà la novità per i prossimi anni: rovincia Autonoma di Trento (67,3%), in Sardegna (67,2%), Friuli-Venezia Giulia (66,3%), Sicilia (65,6%), Veneto (65,6%), Marche (63%). Tutte regioni ricche di realtà territoriali autentiche. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione. Un’ultima considerazione la voglio fare riguardo al sistema alberghiero: riteniamo importante ribadire la necessità che le strutture alberghiere rivedano i criteri di assegnazione delle stelle, fermi da molti anni, per fare in modo che corrispondano sempre meglio all’offerta reale. I NOSTRI PARTNER
Luigi Franchi
direttore responsabile de Ilbelviaggio luigi.franchi@ilbelviaggio.it
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Reggio Calabria, una città da amare Ecco i perché
Autrice: Simona Vitali
Opèra, installazione permanente di Edoatdo Tresoldi, sita sul lungomare
Sono all’aeroporto di Bologna, in partenza per Reggio Calabria, ferma davanti al tabellone che non vuole svelare il gate d’imbarco. Altri passeggeri fanno crocchio lì intorno e, per ingannare il tempo, iniziamo a scambiare qualche battuta di circostanza, finché non ci ritroviamo a raccontarci. Una destinazione ci accomuna e viene naturale chiederci a vicenda il perché di questo viaggio. È un giovane ragazzo di poco più di vent’anni, Bruno, il primo a prendere la parola e a travolgerci letteralmente con il suo entusiasmo: “Sto scendendo nella mia città perché per nulla al mondo voglio perdermi i quattro giorni di festeggiamenti per la Madonna della Consolazione, protettrice di Reggio Calabria, una ricorrenza che per noi è importante quasi come il Natale”. Gli fa eco Gigi, che di anni ne ha qualcuno in più, ma non è meno brillante. Lui pure, che da qualche anno vive a Mantova, sta scendendo per lo stesso motivo. Sono tanti i reggini che da ogni latitudine rientrano a casa in questa circostanza così sentita. “Sai già cosa fare nei prossimi giorni?”, - mi chiede, avendo carpito che non sono del posto -. Guarda che ci sono appuntamenti che non devi assolutamente perdere! A partire da stasera sarà un crescendo. E in men che non ci dica mi snocciola la veglia all’Eremo, i 100 portatori della vara, il fiume umano di gente al seguito della Madonna, le frittole (queste le conosco bene!), Scirubetta e altro ancora…
Il Polo del Bergamotto di Reggio Calabria
È la seconda volta che torno a Reggio Calabria nel giro di un anno. Il primo richiamo è stato per arrivare al cuore del bergamotto, emblema identitario di questo luogo in particolare, e al
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Polo del Bergamotto con il suo Museo Nazionale, che non si limita ad essere un museo dedicato a un frutto - che da secoli affascina profumieri, scienziati, gastronomi e medici e qui ha trovato la sua narrazione più completa e autorevole - ma è un vero e proprio presidio culturale, scientifico ed emozionale che racconta come un frutto possa diventare ambasciatore di un territorio, portatore di valori , tradizioni e saperi. Forse non tutti sanno che il particolare microclima , il suolo e l’umidità della stretta fascia costiera della provincia di Reggio Calabria tra Villa San Giovanni e Monasterace, creano le condizioni perfette per ricavare dalla buccia del bergamotto non ancora maturo (verde) l'olio essenziale più pregiato al mondo - che vanta ben 360 proprietà polfenoliche, antiossidanti, e 800 olfattive- notoriamente utilizzato in profumeria, cosmetica e aromaterapia. E in quanti sono al corrente del fatto che solo recentemente, grazie alla scoperta
delle proprietà benefiche del succo e della polpa dell’agrume portato a completa maturazione (giallo) si è iniziato a utilizzare il bergamotto anche nella gastronomia/pasticceria, dopo che per secoli è stato bandito dalla cucine nell’erronea convinzione che fosse tossico? E che ruolo ha avuto, e continua ad avere, il Polo del Bergamotto in tutto questo con la propria Accademia Internazionale, capace di attrarre da 25 anni a questa parte, i più autorevoli scienziati e ricercatori, due premi Nobel, premi Oscar, campioni mondiali dello sport, giornalisti e scrittori di fama internazionale nonché protagonisti della gastronomia mondiale? C’è molto da scoprire nell’esperienza straordinaria e imperdibile di visita a questo museo che, non a caso, è il secondo polo attrattivo della città, dopo il Museo della Magna Grecia, e che ha avuto la forza di incuriosirmi a tal punto su questa città da farmi ritornare per approfondirne la conoscenza e scriverne.
Arena Ciccio Franco
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Ipogeo di piazza Italia
Un lungomare che è giardino botanico a cielo aperto
In prima battuta voglio fare due passi sul lungomare, che trovo essere il cuore pulsante della città, un punto di ritrovo così elegante e armonioso da esercitare un vero e proprio richiamo di giorno e anche di notte, per una passeggiata in solitaria o un drink con gli amici in uno dei bei localini sulla spiaggia. Mi hanno spiegato che è stato modernamente concepito, ad opera dell’indimenticato sindaco Italo Falcomatà, come un giardino botanico a cielo aperto che si affaccia sullo Stretto di Messina. Provate solo a immaginare uno sfondo di palazzi signorili in stile liberty e tardo liberty del primo novecento che fa da cornice a maestosi esemplari di ficus magnolides, con i loro intrecci di tronchi e radici aeree, palme, magnolie e altre piante esotiche e mediterranee - fra importanti opere d’arte contemporanea - davanti a cui si apre una
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passeggiata, fronte Golfo di Messina, che si sviluppa su più livelli pedonali. All’apice un anfiteatro moderno in stile greco, l’Arena Ciccio Franco, da cui svetta l’imponente e alquanto significativa statua di Atena, direttamente sul mare, che fa da sfondo panoramico naturale per gli spettacoli che lì si tengono.
Il “salotto” della città
Lascio quindi il lungomare e inizio ad addentrarmi nel centro, dove è facile orientarsi in modo intuitivo, per via di quella pianta a scacchiera - fatta di strade grandi e larghe, parallele alla costa, tagliate da traverse che salgono verso linterno - che connota la città dopo la ricostruzione seguita ai due violenti sismi, uno nel 1783 e l’altro nel 1908. Prendo corso Garibaldi, due chilometri di un bel concentrato di negozi (particolare non trascurabile di questi tempi) e esercizi pubblici. L’atmosfera è vivace, frizzante: è piacevole passeggiare lungo questa che sembra
Cinta muraria magnogreca
un’autostrada pedonale, che mi continua a far percepire orizzonti larghi, di respiro, libertà, come se fossi ancora di fronte al mare. E dato che sono nei paraggi della pasticceria Caridi, perché non prendermi un bel cono gelato di crema reggina, iconico gusto a base di crema all’uovo aromatizzata al rum, arricchita con scaglie di cioccolato e ciliegie candite e una punta di alchermes, giusto da darle il rosa. Nato da un’improvvisazione o forse da un errore di Giuseppe Cariddi, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, e diventato parte integrante della tradizione dolciaria della città (riconosciuta come PAT, prodotto agroalimentare tradizionale), tant’è che la sitrova anche in altre gelaterie. I reggini adorano il gelato: qui il consumo è più elevato che altrove, e, soprattutto, non conosce pause: lo si mangia 365 giorni all’anno. Mi han parlato di un Festival del gelato artigianale di qualità, Scirubetta, in partenza nei prossimi giorni… non poteva trovare miglior terreno.
Di un sorprendente ipogeo, di un magico odeion e di altri siti archeologici da visitare
Continuo a camminare, senza darmi programmi né priorità. Mi lascio incuriosire da ciò che incontro. Così facendo arrivo a piazza Italia, impattante, con quei palazzi monumentali in stile Neoclassico e Liberty. Non tardo a scoprire che questo è il fulcro politico e amministrativo della città, dove hanno sede Municipio, Prefettura, Città Metropolitana e non solo. Ad attrarmi, su un lato della piazza, una moderna struttura trasparente (in vetro) su cui è affisso un pannello che invita a scendere per visitare l’ipogeo, un sito archeologico sotterraneo, emerso dopo una serie scavi archeologici in occasione di lavori di riqualificazione della piazza, che ha una peculiarità interessantissima: in soli sei metri di scavo si possono osservare ben 11 strati di edificazione, dall’età magnogreca all’inizio del XIX secolo! Sono curiosa, voglio saperne di più, e scen-
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do. È qui che conosco Elmar Elisabetta Marcianò, giornalista, scrittrice e curatore d’arte, responsabile arte e cultura di IN.SI. DE., associazione culturale scientifica ad ampio spettro, di cui è presidente Vincenzo Maria Romeo, che si impegna - fra l’altro - a far conoscere la città nelle sue pieghe, oltre ciò che è più noto. “Nel 2018 – racconta Elisabetta - abbiamo preso in gestione quattro siti che si riferiscono soprattutto al periodo magnogreco e romano della città, una delle più antiche in Europa, se si pensa che è stata fondata nel 730 d.C. dai Calcidesi, coloni provenienti dalla Grecia. A loro è seguita una lunghissima successione di popoli e dominazioni. Siamo stati formati dalla Soprintendenza per poter accompagnare le persone, in una sorta di passeggiata culturale, a visitare oltre a questo ipogeo, anche l’odeion, che è un piccolo anfiteatro - con ogni probabilità atto all’intrattenimento, ai giochi, al teatro - rimasto inglobato nella costruzione di un palazzo e recuperato negli ultimi dieci anni, luogo che proprio per ciò che evoca è capace di generare ispirazione. Gli altri due siti sono la cinta muraria magnogreca e i resti murari del-
le terme romane”. “Qui all’ipogeo – mi spiega Elisabetta - organizziamo collettive e personali di arte contemporanea, all’odeion facciamo teatro con compagnie teatrali, alle terme concerti all’aperto”. Mi piace l’idea di promuovere la cultura attraverso l’arte. Per un istante penso al valore inestimabile di ciò che contengono questi siti, più che alla loro dimensione, perciò il mio invito è di non mancare di farci visita, intanto che certamente ci si organizza per il Museo della Magna Grecia. Qui si trova una delle collezioni archeologiche più importanti al mondo dedicate alla civiltà della Magna Grecia e alla storia della Calabria. E poi, lo ricordo, ci sono i due celebri Bronzi di Riace.
Festa ‘i Maronna
È quasi sera, per oggi si ferma qui la mia visita alla città che si sta preparando a quattro giorni di festeggiamenti per la Madonna della Consolazione, la ricorrenza religiosa e civile più sentita a Reggio Calabria (anche se il patrono è San Giorgio). Parlando con alcune persone del luogo ho saputo che tutto è partito da una piccola e antichissiFoto: Luigi Sapioli
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ma immagine devozionale della Madonna col Bambino, presente in una cappella sulla collina, che nel 1547 un nobile ha fatto riprodurre di maggiori dimensioni da un pittore locale, con richiesta di affiancarle San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio da Padova. Quel quadro è stato collocato nel Santuario dell’Eremo (e tutt’oggi è lì per quasi tutto l’anno), divenendo motivo di grande culto e devozione da parte dei frati Cappuccini, che in questo hanno coinvolto la città. Insieme hanno pregato la Madonna della Consolazione anche a fronte di calamità e il fatto che nella peste del 1576 e nel terremoto del 1638 Reggio Calabria sia stata preservata ha mosso in loro un maggiore attaccamento. Così come bene spiega il Canonico Mons. Antonio Morabito, del Capitolo della Cattedrale Arcidiocesi di Reggio Calabria, nel suo libro Reggio Calabria Città Metropolitana da amare, il legame che i reggini hanno sviluppato nei confronti della Madonna è: “Come ad una persona cui si vuole bene e dalla quale si aspetta non solo il miracolo ma anche la consolazione dalle sofferenze e dalle ingiustizie”. C’è la veglia all’Eremo stasera. Per tutta not-
te sarà possibile andare a pregare la Madonna, che solo domani mattina scenderà in città, e per nulla al mondo voglio perdermi questo momento. Mi sono organizzata con Antonio, una bella persona squisita conosciuta al Museo del Bergamotto, che sa come muoversi. Dobbiamo andare in auto e non è semplice trovare posto ma ci riusciamo, tanto siamo determinati. Una strada in salita costellata di bancarelle di dolciumi, bibite e giocattoli e inframezzata da crocchi di persone che ballano la tarantella calabrese è la passerella che introduce alla scalinata della Basilica, sovrastata da un grande arco di luci. Un via vai fitto di gente entra ed esce dal luogo sacro. “Eccola la Madonna della Consolazione!” - mi dico emozionata, intravvedendola in quel quadro con un’importante cornice in oro tutta intarsiata: una meraviglia, da lasciarci gli occhi! Scendendo con Antonio ci accordiamo per l’indomani. “Preparati, mi dice, ci sarà un fiume umano di gente al seguito della Madonna che, dopo essere stata affidata dai frati al Vescovo, verrà caricata su un’imponente vara, portata giù in centro città a spalla, in processione, da 100 portatori per
Foto: Luigi Sapioli
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“
Cu terremoti cu guerri e cu paci sta festa si fici sta festa si faci
“
Ciccio Errigo
Il Duomo. Foto di Luigi Sapioli
Foto: Santo Francesco Laganà
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arrivare al Duomo, dove rimarrà per due mesi e mezzo, prima di fare ritorno al Santuario dell’Eremo”. “Non vedo l’ora!” - gli rispondo. E non è finita, andremo a caccia delle tradizioni gastronomiche. Anche queste non possono non essere onorate! Le macellerie già stasera avranno acceso le “caddare” - pentoloni panciuti in rame stagnato rivestiti di uno spesso strato di strutto - per la preparazione delle frittole, che altro non sono che le parti meno nobili del maiale, cotte a fuoco lento, nello strutto appunto, per molte ore, dalle prime ore della notte, per essere pronte a pranzo. Domani metteranno postazioni fuori dai negozi dove verranno vendute. I festeggiamenti in corso segnano la ripresa del consumo di questo cibo identitario dopo la pausa estiva. Ogni sabato mattina a venire si ripeterà il rito del panino, o delle “pizzate” di granoturco”, con le frittole. Una tradizione radicata che la Confraternita della Frittola Reggina si sta dedicando non solo a promuovere, tutelare e valorizzare ma anche a strutturare ulteriormente, per elevare la frittola a prodotto di eccellenza, tutelato da regole chiare e rigorose, nell’ottica della redazione di un apposito disciplinare di produzione.
Nella tarda mattinata la gente inizia ad accalcarsi lungo la strada dove passerà la Madonna. A poco a poco la si vede avanzare fra la folla, fra orazioni e canti. I portatori si danno il cambio e intanto si preparano per la volata finale. “Arriveranno ai piedi della scalinata del Duomo di corsa - mi spiega Antonio vieni che andiamo a metterci in postazione”. La volata arriva puntuale così come lo scrosciante applauso di una comunità che è pronta ad accogliere quella Madonna che tanto sente famiglia, affetto caro. Parallelamente a questo momento tutto religioso è stato predisposto un programma di animazione della città, tra spettacoli e concerti, che avrà il suo apice il martedì, con gli attesissimi fuochi d’artificio sullo Stretto. Intanto che siamo in zona duomo andiamo alla ricerca di “bancarelle” di dolciumi per le “esse” o “nzudde” calabresi, dolciumi caratteristici, che in occasione di questa festa patronale, non mancano mai. Realizzati in diverse forme ricche di significato ( S barocca, cavallo, uccello, cesto, cavaliere o dama), puro miele, farina e spezie,decorato con piccoli pezzetti di stagnola colorata, si caratterizzano per una consistenza dura e compatta, tant’è
La preparazione delle frittole ad opera di Pino Melissari
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Il mercante in Fiera
che in dialetto vengono soprannominato “spaccadenti”.
Il Mercante in Fiera
Arriva la domenica e, insieme, il desiderio di esplorare altri angoli di questa città che è un fermento di cultura. È ricca di teatri, a partire da quello di Cilea, il più grande della Regione, c’è l’Arena Ciccio Franco e poi ce ne sono tanti altri particolari, d’essai, magari piccolissimi ma partecipati. Ci sono pure tantissime associazioni, mi dicono 500, che in una città di 169.000 abitanti non è poco. Ho saputo di Reghium Urbis Antiqua 1908, e già il nome mi dice di sostanza, che giusto ogni domenica, presso Rada Giunchi (nei pressi del lido comunale), organizza Mercante in fiera, un mercatino dedicato ad antiquariato, collezionismo, modernariato e artigianato fai da te. L’ha voluto, 23 anni fa, Luigi Sacchetti grande esperto di documentazione storica sulla città e presidente dell’associazione - e continua a volerlo, per la grande passione che anima lui e tutti quanti. “La storia non si trova solo negli archivi. In
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Luigi Sacchetti
questi anni abbiamo salvato cose molto interessanti (spesso fra ciò che la gente scarta) che diversamente sarebbero andate perse e invece hanno contribuito ad aggiungere informazioni, pezzi, alla nostra storia. Penso a quell’inedita stampa del ‘700 su velina della Madonna della Consolazione, a documenti relativi a Garibaldi, a materiale sulla borghesia locale di inizio secolo scorso, tra lettere, processi ma anche progetti di palazzi ad opera di Pietro De Nava, ingegnere che ha redatto il piano di ricostruzione urbanistica di Reggio Calabria, dopo il disastroso terremoto del 1908”. Dalla sardina all’aereo, recitava un’insegna di un negozio dove si trovava di tutto… così al Mercante in fiera si spazia dalla rivista, al giocattolo in latta, al libro antico, al complemento d’arredo fino al mobile della nonna! Anche l’artigianato di artisti contemporanei qui trova spazio. Fra il popolo di visitatori si nascondono più collezionisti di quel che non si pensi. A loro basta un colpo d’occhio per capire se il pezzo è interessante e, soprattutto, se fa per la loro collezione. Sono quelli che sanno scommettere anzitempo su ciò che oggi vale poco o nulla, fiduciosi che
Il priore Nuccio Girolmo consegna il quadro della Madonna, Premio R.U.A., destinato al sindaco della città
cambi l’aria. Come fanno ingresso al mercatino sottotraccia, per non balzare all’occhio, così anche quando trattano per ciò che gli interessa lo fanno in modo molto dimesso. Fin dai suoi albori l’associazione, in occasione della Festa della Madonna della Consolazione, ha istituito un Premio, Premio R.U.A. 1908, rivolto a personalità, operatori culturali, giornalisti ed eccellenze calabresi che, con il loro impegno civile, culturale, politico o sociale hanno dato onore e lustro alla comunità e alla città di Reggio Calabria. “È una scelta molto soppesata la nostra – mi spiega Luigi Sacchetti - su cui riflettiamo nell’arco di tutto l’anno. Vogliamo che vada a persone che lo meritano veramente.”
I premiati vengono omaggiati di una stampa su tela d’epoca (dell’‘800/’900) in cornice dorata. Bellissima pure questa. Tutto è pensato, soppesato e predisposto con cura. Il premio quest’anno è toccato, innanzitutto, al neoeletto primo cittadino, Francesco Cannizzaro, che la Madonna, nel corso della campagna elettorale, l’ha invocata come qui è naturale che sia. Un’iniziativa che da sempre trova la stretta collaborazione del Polo del Bergamotto di Reggio Calabria e del suo presidente Vittorio Caminiti, uomo di rara capacità di visione per il bene della sua città. Sì, come ha scritto nel suo libro Mons. Antonio Morabito, Reggio Calabria è proprio una città da amare.
Foto di Mimmo Tripodi
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Dove dormire
DIDOMOS TOWN HOTEL
Nato dal completo recupero e dalla riqualificazione dello storico Hotel Lido, nel cuore di Reggio Calabria, l’hotel, aperto da poco più di un anno, si caratterizza per un arredamento minimalista e raffinato. Dotato di terrazza panoramica all’ultimo piano, con vista sullo Stretto di messina, che ospita il Casual Rooftop, un ristorante e un cocktail bar aperto anche per la cena. Via Francesco Cananzi, 6, 89123 Reggio di Calabria (RC) Tel. +39 0965 25001 booking@didimos.it HOTEL TORRIONE
A pochi passi dal salotto della città, corso Garibaldi, all’interno di un palazzo d’epoca ristrutturato, sorge questo hotel moderno, dotato di stanze spaziose e silenziose che rendono il soggiorno confortevole. La colazione viene servita sulla terrazza panoramica all'ultimo piano. Via del Torrione, 67 89125 Reggio Calabria RC Tel. 327 933 8921 info@torrionehotel.it
Dove mangiare
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TRATTORIA DEL PESCE FRESCO
Chi ama veramente il pesce è alla ricerca di luoghi come questo, informale ma curato in ogni particolare, dove la materia prima viene lavorata con rispetto, senza fronzoli, avendo cura di esaltare profumi e sapori della cucina calabrese. Solo gli antipasti sono un vero trionfo mentre primi e secondi non sono da meno. Ottimo rapporto qualità/prezzo Via Cairoli, Via Gaspare del Fosso, 7 89127 Reggio di Calabria RC Tel. 0965 890420 trattoriadelpescefresco@pec.it
LA DROGHERIA CULINARIA
La genuinità e i sapori della cucina tradizionale calabrese preparati secondo ricette tramandate di generazione in generazione, puntando su cavalli di battaglia come la pasta fatta a mano al momento, lo stocco, il bergamotto e in generale tutto ciò che risponde alla stagionalità, nell’ottica di realizzare un menù dinamico, che cambi frequentemente. Via Giulia, 2, 89125 Reggio Calabria RC Tel. 0965 627177 hjfoodrc@gmail.com
Dove fare una buona pausa
Intercalare la visita alla città con piccoli momenti di piacere, qualche pastina con un buon caffè o un calice di vino con paninetti mignon o frittini e rustici, è certamente un bell’approccio. Qualche piccola tappa rigenera e ci fa capire di più il tessuto in cui siamo calati. Lasciatevi quindi ispirare da ciò che paga il vostro occhio lungo il percorso. Se potete non mancate di fermarvi presso WINNER, nel centralissio corso Garibaldi, bar e pasticceria di provata esperienza (la sua sede storica è, a tutt’oggi, a Gallico, quartiere della periferia nord della città) che della qualità e della varietà delle proposte dolci e salate ha fatto la sua bandiera. Perdersi nella scelta dei pasticcini e lasciarsi tentare da chicche come gli invitanti bocconcini al bergamotto, è certamente un bell’esercizio di pregustazione! E chi è goloso di gelato sappia che qui si preparano coppe generose. Se poi verso l’ora di pranzo o dell’aperitivo vi trovate nei paraggi non mancate di fare una sosta, sarete felicemente sorpresi dalla ricchezza di proposte di rosticceria ma anche di taglieri di salumi e formaggi. Corso Giuseppe Garibaldi, 322 89125 Reggio Calabria RC Tel. 0965 885960 info@barwinner.it
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La romantic farm di Runate
Valentina, Giovanni e Alberto Santini ci raccontano quando la terra chiama Autore: Luigi Franchi
La famiglia Santini, da sinistra: Antonio, Giovanni, Nadia e Alberto
Runate è un piccolissimo borgo rurale situato nel comune di Canneto sull’Oglio, in provincia di Mantova. Nonostante le sue minime dimensioni demografiche (si contano all’incirca 31/32 abitanti), la località è universalmente celebre nel mondo della gastronomia per ospitare il rinomato ristorante tre stelle Michelin Dal Pescatore della famiglia Santini che, negli anni, ha portato a Runate i più rinomati protagonisti internazionali della moda, dell’economia, dell’enogastronomia e della politica. Il celebre ristorante, esempio inarrivabile di cucina e di ospitalità, era stato aperto, nel 1926, da Antonio, il nonno dell’attuale proprietario, anch’egli Antonio. “Era un tipo tosto Antonio. Conosceva bene il fiume Oglio, ci pescava con la barca e faceva il traghettatore. Proprio per questo aprì, a qualche chilometro di distanza dal ponte di barche che era riuscito ad ottenere in affitto, un’Osteria dove si gustavano pesci fritti e vino”. L’Osteria Vino e Pesce, questo era il nome, passata poi al figlio Giovanni, è diventata, con il tempo e la determinazione della famiglia Santini il ristorante che detiene le tre stelle Michelin dal 1996; Dal Pescatore fa parte dell’associazione internazionale Relais&Chateaux, è uno dei ristoranti aderenti a Les Grandes Tables du Monde, di cui Antonio Santini è vice-presidente, così come è vice-presidente dell’associazione Le Soste, di cui è tra i fondatori. Un percorso di tutto rispetto condiviso con Nadia Cavaliere Santini, la moglie e, soprattutto, la cuoca eletta più brava del mondo.
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Tutte cose abbondantemente risapute da chi frequenta il mondo della ristorazione, così come è risaputo che i due figli di Antonio e Nadia, Alberto in sala e Giovanni in cucina, la quarta generazione dei Santini, portano avanti, senza la più piccola sbavatura e con uno stile contemporaneo e accuratissimo il ristorante.
La storia della romantic farm
Un po’ meno si sa del progetto che i due fratelli e la moglie di Giovanni, Valentina, hanno messo in piedi a partire dal periodo del Covid, nel 2020: la creazione di quella che loro stessi, prendendo a prestito il nome suggerito dai docenti Marco Trevisan e Francesco Masoero dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore di Piacenza, dove Giovanni e Valentina si sono laureati in Scienze e tecnologie alimentari, mentre Alberto si è laureato a Parma in economia, hanno definito una romantic farm. Alberto, nel 2017, aveva acquistato un pezzo di terra accanto al ristorante: “Volevo ricavarne un orto per il ristorante, ma quel pezzo di terra rimase lì per qualche anno – racconta – fino all’arrivo del Covid, quel difficilissimo periodo delle nostre vite dettato dall’incertezza di un domani. In quel periodo, parlando con Antonio, Giovanni e Valentina, cominciammo a immaginare quell’orto, quanto poteva essere utile al ristorante, in una zona tutelata, preservata e affacciata sul Parco dell’Oglio Sud”.
La sala del ristorante Dal Pescatore
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Le arnie di Cascina Runate
“Il Covid, pur nella pesantezza d’animo che gravava su tutti, ci lasciava tempo per pensare e tempo per costruire – interviene Giovanni - La natura era, a differenza della televisione, molto chiara nella sua esplosione e dava un messaggio netto e forse anche salvifico, che mi attraeva. In questo richiamo rivedevo la nostra storia, mio nonno, me stesso. Ne ho parlato con Valentina, ho visto nei sui occhi e nelle sue considerazioni uno stimolo a procedere, in famiglia ci dicevano di andare avanti e ci siamo messi al lavoro per comprendere cosa potevamo fare”. I primi animali a farne parte furono le api. Alberto aveva letto dell’importanza delle api nel sistema ambientale: “Acquistai due arnie, una per me e una per Giovanni. Mio fratello se ne è appassionato da subito, Valentina era cresciuta in mezzo alle arnie perché suo padre era un’apicoltore. E poi non mi preoccupavano molto, le api potenzialmente non hanno bisogno di nulla, le
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avevamo messe vicino al bosco dove ci sono le acacie. Però venivano sempre a bere alla fontana nel giardino del ristorante, così, per non farle andare avanti e indietro, abbiamo ostruito una fontana vicino alle arnie”. Oggi quelle arnie sono una ventina e producono il miele che viene utilizzato e anche venduto al ristorante. “Quello è stato l’inizio. – continua Giovanni - Alberto nel 2017 aveva acquistato la terra con annessa una cascina risalente al XVII secolo, mio nonno materno aveva lasciato cinque ettari di terreno a mia mamma a pochi chilometri da qui. Questo non bastava e quindi ho chiesto ai vicini la fiducia di cedere in affitto alcuni terreni confinanti con i nostri per progettare un pascolo prospiciente al corpo aziendale; mi hanno detto di si. Le condizioni per creare qualcosa ormai c’erano. Non ci restava che avere un parere da chi sapevamo essere stato fondamentale nella nostra vita, la nostra Università; io
Da sinistra Valentina, il piccolo Lorenzo e Giovanni
e Valentina siamo tornati a Piacenza per incontrare i professori Trevisan e Masoero e raccontargli il progetto nel suo insieme. La “Romantic Farm”, così è stata chiamata dei nostri professori, ha forse iniziato a materializzarsi nel nostro futuro proprio quel giorno”. Orti, boschi, prati stabili, api, bovini, galline e alberi da frutto sono diventati argomenti quotidiani di confronto, progettazione e approfondimenti. Il 7 luglio 2020 abbiamo fondato L’azienda Agricola Cascina Runate.
Gli animali della romantic farm - romantic dream farm
Dopo le api, sono arrivate le galline, come racconta Alberto con questo aneddoto: “I pollai sono sempre stati un coacervo di reti, pali e poco altro, mentre per noi la bellezza è parte integrante delle nostre vite. Se ti circondi di cose belle vivi meglio e, di conseguenza, Giovanni costruì una casetta per le nostre galline, educandole a entrarci per
dormire protette. All’inizio, per qualche giorno, ogni tardo pomeriggio, le prendeva una per una, le metteva sulla passerella per farle entrare prima che la porta si chiudesse al calar del sole; al mattino successivo, con la riapertura programmata, ritornavano a razzolare allegramente. Non ci crederai ma le galline hanno imparato e anche i pulcini, osservandole, compiono rapidamente gli stessi gesti”. Per non parlare delle oche, è sempre Alberto che racconta: “Una di queste aveva covato lontano dal loro ritrovo abituale e, per curare l’uovo, tutte andavano in cerchio attorno a lei, fino a che ho messo un ombrellone per ripararle dl sole”. “Sembrano favole ma è la realtà dalla campagna, della civiltà rurale. – commenta Giovanni – Gli animali rappresentano una chiave per comprendere un mondo sconfinato e nel nostro progetto hanno sempre occupato il centro attorno al quale avrebbe gravitato
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Il pollaio con la porta a energia solare
tutto il resto. I bovini, le cui carni avremmo utilizzato per il ristorante, in quel momento rappresentavano anche, e forse soprattutto, la rigenerazione della terra. Attraverso i bovini avevamo la carne, ma anche il letame per concimare gli orti e, attraverso il pascolo, direttamente i prati. Il bovino non è solo un fine, ma lo strumento attraverso il quale governiamo la fertilità. Nell’ottobre 2020 abbiamo seminato i pascoli, aiutati da un nostro compagno di università, con il
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quale abbiamo scelto le essenze tra graminacee e leguminose che meglio potevano adattarsi alla nostra terra. Non ci restava che capire come gestire il pascolo e i bovini e per questo avevamo bisogno di un Maestro di pascolo. Ricordo ancora la prima volta che ho dovuto ricondurre i bovini dal pascolo alla stalla, ora sorrido, allora mica tanto; ho chiamato il mio maestro per raccontargli la fatica che avevo fatto e lui mi ha risposto dicendo che gli animali sono lo specchio di
chi hanno davanti. Quella frase ha cambiato il mio rapporto con loro e non solo. Gli animali ti svestono e ti mostrano esattamente chi sei, ti educano alla trasparenza dei gesti e dei sentimenti. Un animale da 800 chili a 30 cm da te è decisamente un’insegnante da ascoltare ed è un viatico straordinario di comprensione che ti fa anche ragionare in modo diverso quando sei tra gli uomini. Questa è un’esperienza che, giorno dopo giorno, mi sta cambiando la vita”. “Non è così per me – è Alberto che parla - Io ho bisogno di viaggiare, di incontrare nuove persone, mi piace vivere il nostro ambiente di ristoratori, andare ai congressi, scambiarsi le idee. È bello vivere qui, ma anche scoprire cosa ci riserva il mondo e sono molto felice che Giovanni e Valentina abbiano trovato una ragion d’essere ulteriore con questa romantic farm”. Oggi la farm è composta da venti arnie, sette ettari di bosco, di cui la metà a pioppeto da cui producono legna, il resto sono piante perenni; un pollaio con 50 galline (limite imposto da regole regionali legate all’influenza aviaria) e qualche oca; poi gli orti, un piccolo frutteto e due serre per l’inverno, una stalla con un pascolo razionale per 15 bovini e cinque ettari per il fieno. Il tutto interamente biologico.
agricolo rappresenta forse anche un mezzo per capire me stesso in profondità, vedere i motivi per cui sei nato e vivi e lavori proprio qui. Tutto questo rappresenta tantissimo, è un filo diretto verso i miei nonni, verso la semplicità, l’essenza, la concretezza; un’esperienza che consente di osservare la società attuale e la sua folle velocità con una consapevolezza che mi porta serenamente ad affermare che dal quel treno sono ormai sceso. Mi sento in cammino e ho la fortuna di avere accanto Valentina che, pur non vivendo il progetto nel mio modo viscerale, ne sposa pienamente la filosofia. Lei è la parte razionale, quella che consente a un’azienda di far tornare tutto, però adesso che abbiamo comprato tre bianche modenesi, simpatiche e gentili come gli emiliani sanno essere, se ne sta prendendo cura per avere una filiera tutta e solo nostra. Ne beneficeremo tutti, anche se ognuno in modo diverso. Venite a vederla questa romantic farm, vi aspettiamo”. Loc. Runate 46013 Canneto sull’Oglio (MN) Tel. +39 376 723001 www.dalpescatore.com Da sinistra; Giovanni, Valentina e Alberto Santini. Foto Philippe Schaff
Cosa se ne deduce
“Seguo personalmente il pascolo, quattro ettari dove spostiamo parcella per parcella i bovini che tornano alla parcella appena lasciata dopo 40 giorni. – spiega Giovanni – Questo ci permette di governare i prati, ma soprattutto, se tutto questo è vissuto personalmente, diventa un progetto che richiede energie, ma in cambio ti consente di comprendere molto di più dei meccanismi agronomici o zootecnici. Se all’inizio l’idea era raccontare la verità, a 10 metri di distanza dal ristorante, e il valore di quello che arriva in tavola, ora è tanto altro; il progetto
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Monastero di Santa Chiara a Napoli Le tante vite della basilica e il fascino del chiostro maiolicato Autrice: Maria Cristina Drì
Che bello il centro storico di Napoli! Mi trovo in piazza San Domenico Maggiore, alle mie spalle la monumentale basilica di San Domenico e il suo obelisco. Davanti a me si apre uno dei tratti più autentici di Spaccanapoli, una lunghissima linea retta che divide letteralmente il centro storico della città separando il nord dal sud. Mi incammino lungo via Benedetto Croce. Ai lati si susseguono palazzi storici, botteghe, piccoli negozietti… e poi ecco apparire la solennità luminosa della Basilica di Santa Chiara con il grande portale trecentesco che ti invita ad entrare in uno dei capolavori della Napoli Angioina.
Le tante vite della Basilica di Santa Chiara
Fondata nel 1310 da Roberto D’Angiò e Sancia di Maiorca in stile gotico-provenzale, la Basilica ha attraversato profonde trasformazioni. Quella che ammiriamo oggi, non è infatti la chiesa che videro i suoi fondatori: per comprenderne la vera essenza, bisogna ripercorrerne le sue tante vite. Nata come una grande cittadella francescana, la basilica fu progettata dall’architetto Gagliardo Primario che ne concluse la costruzione nel 1328. Lo stile gotico-provenzale fu arricchito da capolavori di grandi maestri, quali lo scultore Tino di Camaino e la scuola di Giotto affrescò gli Episodi dell’Apocalisse e storie del vecchio testamento nel coro delle monache. I fasti del Settecento vollero cambiare il volto di questa basilica. Tra il 1742 e il 1796 gli architetti Domenico Antonio Vaccaro e Gaetano Bonocore rivestirono le decorazioni trecentesche con stucchi, intagli lignei e statue di cartapesta, affreschi e marmi
preziosi. Al cantiere lavorarono artisti celebri come Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito, mentre il magnifico pavimento marmoreo fu disegnato da Ferdinando Fuga. Il 4 agosto 1943, durante la seconda guerra mondiale, le bombe incendiarie degli Alleati non risparmiarono questo complesso. La basilica bruciò per quasi due giorni. Fu una devastazione irreparabile perché si persero le decorazioni barocche e quasi tutto quello che raccontava quel periodo storico. Fu un colpo profondamente doloroso per l’anima napoletana, tanto da ispirare una delle canzoni più struggenti della tradizione: Munasterio ‘e Santa Chiara, scritta da Michele Galdieri e musicata da Alberto Barberis. Nel celebre ritornello, l’autore affida alle note la malinconia di chi guarda la propria città cambiata per sempre, con il ricordo di ciò che era e la consapevolezza di ciò che è diventata.
Munasterio ‘e Santa Chiara... Tengo ‘o core scuro scuro... Ma pecché, pecché ogne sera, penzo a Napule comm’era penzo a Napule comm’è?!. Gli abitanti di Napoli non si persero d’animo. Nell’ottobre del 1944, Padre Gaudenzio Dell’Aja fu incaricato di guidare i lavori di ricostruzione: la scelta fu quella di concentrarsi sulle strutture medievali rimaste intatte dai bombardamenti e riportando la basilica alle forme trecentesche. Riaperta al pubblico nel 1953, Santa Chiara è oggi un capolavoro, rinata dalle proprie rovine e capace di farci viaggiare indietro nel tempo.
Tra memoria, sovrani e dettagli inaspettati
Varcando la soglia, l’atmosfera austera e solenne accoglie cappelle laterali, ricche di storia e nomi che abbiamo sicuramen-
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te studiato nei testi scolastici. Vi riposano i membri di grandi dinastie, tra sepolcri monumentali del Trecento e del Seicento. Nel presbiterio domina l’imponente sepolcro di Roberto D’Angiò, un’opera dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini in marmo bianco, affiancato dai monumenti funebri di Maria di Durazzo e di Carlo D’Angiò, duca di Calabria. Accanto alla memoria angioina trova spazio anche la storia dei Borbone, sovrani delle Due Sicilie: qui riposano i re Ferdinando I e Francesco II, insieme a Maria Cristina di Savoia e al giovane Filippo di Borbone. Proseguendo subito dopo questa cappella, ci si imbatte in un’opera la cui sopravvivenza al bombardamento ha quasi del miracoloso: l’affresco della Madonna del cucito. La Vergine, avvolta da una grande aureola luminosa a forma di mandorla è intenta a ricamare, mentre il Bambino le siede accanto, assorto e quasi distratto.
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Un’opera tenera e delicata che regala uno scorcio familiare. La sua realizzazione è attribuita alla scuola pittorica senese ma il suo autore resta sconosciuto. E questa è soltanto una delle storie che Santa Chiara custodisce, il resto è tutto da scoprire, cappella dopo cappella, davanti a opere che scrivono la storia di Napoli e dell’Italia.
Il museo, il presepe e una Napoli ancora più antica
Il viaggio prosegue perché il complesso monumentale ospita anche il museo dell’Opera di Santa Chiara, dove opere d’arte, sculture, manufatti, e paramenti sacri raccontano la storia del monastero. Il suggestivo presepe settecentesco è una testimonianza preziosa della tradizione presepiale napoletana che ha trasformato la rappresentazione della natività in una vera forma d’arte. L’area archeologica al di sotto del chiostro
ha portato alla luce strutture di epoche romane e medievali.
Il chiostro maiolicato: un’oasi di luce e di colore.
Se l’interno della basilica colpisce per la sua solenne maestosità gotica, il chiostro maiolicato delle clarisse è un’oasi di serenità nel cuore di Napoli che regala un’esplosione di luce, colori e vita. Originariamente concepito nel Trecento come uno spazio austero, destinato alla preghiera e alla meditazione delle monache di clausura, fu trasformato completamente dall’architetto Domenico Antonio Vaccaro tra il 1739 e il 1742. Un grosso contributo venne elargito da Maria Amalia di Sassonia, moglie del re Carlo II di Borbone, per rendere ancora più bello ed elegante questo spazio.
Al centro del giardino, si apre la meraviglia settecentesca creata dai maestri riggiolai, Donato e Giuseppe Massa, artigiani specializzati nella decorazione a mano della piastrella maiolicata. I viali incrociati, sono scanditi da 64 pilastri ottagonali interamente rivestiti di maioliche dipinte a mano, dove, fiori, frutti e festoni donano un’armonia prospettica che invita lo sguardo a perdersi. Tra una colonna e l’altra, le spalliere dei sedili raccontano scene vivaci di vita quotidiana del Settecento: contadini indaffarati nel lavoro dei campi, feste paesane, ballerini, paesaggi marini, il gioco delle bocce, persino delle risse e delle rapine rurali. C’è solo un sedile che parla delle monache, si vede una di esse intenta a dare da mangiare ai gatti… il tutto in un contrasto affascinante tra la sacralità del
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luogo e la spontaneità del mondo esterno. I colori: il giallo degli agrumi, i verdi dei vigneti, i turchesi e gli azzurri del mare trasmettono l’energia di Napoli con i suoi profumi delle zagare. Tutt’intorno, lungo il porticato coperto, si snoda un vasto ciclo di affreschi seicenteschi, attribuiti a Belisario Corenzio e alla sua bottega, con storie dell’Antico Testamento, figure allegoriche e scene della vita di San Francesco e Santa Chiara. Questo chiostro sembra possedere un potere terapeutico, quasi magico come ben raccontò Ettore Scola nel suo film del
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1985, Maccheroni. Nella pellicola, Jack Lemmon interpreta Robert, un manager americano rigido e stressato che capitato a Napoli per lavoro, ritrova il vecchio amico Antonio, interpretato da Marcello Mastroianni. Quando Robert varca la soglia del chiostro accade qualcosa: di fronte a quei colori, alla luce che emanano e al silenzio rigenerante la sua corazza si spezza. Robert impara a rallentare, a respirare e a lasciarsi stupire dalla meraviglia. Ed è esattamente questo che Santa Chiara fa a chiunque decide di varcare il suo portone: ci ricorda che la bellezza sa sempre come farci tornare a fiorire.
Dove mangiare
JAMON
Esperienza davvero piacevole nel cuore di Napoli, a Piazza San Domenico Maggiore, dove uno spuntino o un aperitivo diventano un’esperienza di qualità. Il prosciutto, tagliato a mano dai maestri cortadores direttamente dalla morsa, è un’autentica eccellenza, accompagnato da formaggi e vini selezionati, dallo Champagne a importanti riserve. Prodotti di grande qualità, consigliatissimo per chi ama le eccellenze gastronomiche. Piazza San Domenico Maggiore, 9 80134 Napoli Tel. +39 081 420 2458 www.jamontapasbar.it RISTORANTE CLASSICO CONTEMPORANEO
Un ristorante elegante e ricercato, dove la tradizione incontra la cucina contemporanea. Piatti curati nei dettagli, con ingredienti di qualità e abbinamenti davvero interessanti. L’ambiente è raffinato e accogliente, perfetto per una serata speciale. Un’esperienza gastronomica da provare per chi ama la cucina napoletana rivisitata con creatività! Via Santa Maria a Cappella Vecchia 44 80121 Napoli Tel. +39 081 245 1144 www.classicoristoranteitaliano.it CAFFETTERIA JAM
Una caffetteria davvero particolare nel cuore del centro storico di Napoli, in Via San Biagio dei Librai. Qui si può gustare la selezione di caffè Anhelo, pensata per chi ama scoprire aromi e qualità diverse. Il caffè viene valorizzato con cura e attenzione, trasformando una semplice pausa in una vera esperienza. Via San Biagio dei librai 19 80138 Napoli Tel. +39 351 9281178 www.anhelocaffe.it
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