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La rivista Ilbelviaggio non la trovi in edicola, ma la puoi acquistare solamente tramite abbonamento.
È una rivista bimestrale da sfogliare, leggere e collezionare per scoprire itinerari inaspettati in Italia e nel mondo.
Nel 2026 i numeri verranno pubblicati in gennaio, marzo, maggio, luglio, settembre e novembre, ogni numero è di circa 96 pagine.
Il costo dell’abbonamento cartaceo è di 45 euro comprese le spese postali per l’Italia.
Il costo dell’abbonamento digitale è di 15 euro. Per l’estero, tradotta in inglese, l’abbonamento è di 70 euro comprese le spese postali. Il costo dell’abbonamento digitale, per l’estero, è di 25 euro.
5 Il turismo responsabile - LuigiFranchi
6 Campo Ligure - LuigiFranchi
20 Bertinoro, Città dell’Ospitalità - Simona Vitali
30 Porto Caleri - GiuliaZampieri
40 Crema, la bella città - Guido Parri
48 I Borghi Autentici d’Italia - LuigiFranchi
54 Il giardino delle peonie di Vitorchiano - Simona Vitali
62 Il buon vivere di Cortona - Guido Parri
72 Chiaru Shiota: The soul trembles - Guido Parri
78 Melting pot - La redazione
80 Melting pot - La redazione
82 New York: dalla statua della libertà alla Saint Patrick's cathedral - Maria Cristina Drì
92 Latualondra.com - Maria Cristina Drì

N° 8 marzo - aprile 2026
EDITORE
Edizioni Catering srl Via del Lavoro, 85 40033 Casalecchio di Reno (BO) Tel. 051 751087 – Fax 051 751011 info@ilbelviaggio.it - www.ilbelviaggio.it
PRESIDENTE
Benhur Mario Tondini
DIRETTORE RESPONSABILE
Luigi Franchi luigi.franchi@ilbelviaggio.it
REDAZIONE
Giulia Zampieri, Simona Vitali, Guido Parri, Maria Cristina Dri
FOTO
Archivio Ilbelviaggio , Alamy, Sergio Masiero, Filippo Venturi
PUBBLICITÀ
Tel. 331 6872138 info@ilbelviaggio.it www.ilbelviaggio.it
PROGETTO GRAFICO
Gabriele Adani - www.gabrieleadani.it
STAMPA
EDIPRIMA s.r.l. – www.ediprimacataloghi.com
Costo copia trimestrale: 10,00 euro abbonamento annuo 45,00 euro Per abbonarsi: info@ilbelviaggio.it spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna



La rivista sala&cucina non la trovi in edicola, ma la puoi acquistare solamente tramite abbonamento.
Nel 2026 verranno pubblicati 10 numeri di 84 pagine.
Il costo dell’abbonamento cartaceo è di 70 euro comprese le spese postali per l’Italia.
“Il turismo responsabile è il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori”.
Questa definizione di turismo responsabile è stata adottata, nei mesi scorsi, dalla Fondazione di Partecipazione Turismo Responsabile AITR ETS di cui anche Ilbelviaggio fa parte e la ritroviamo nelle parole che Rosanna Mazzia, presidente di Borghi Autentici d’Italia, ci ha detto nell’intervista che pubblichiamo su questo numero. Fare turismo in Italia richiede competenza e sensibilità, una predisposizione a dare valore “al bello e al buono, ovunque essi si trovano”.
Il virgolettato è d’obbligo visto che sono parole di quel Pellegrino Artusi che, tramite la cucina, ha contribuito a rendere unita l’Italia.
Il bello e il buono, nel nostro Paese è a poca distanza da noi, in qualsiasi parte dell’Italia in cui ci troviamo perché siamo ricchi di bellezza, perché abbiamo prodotti che definire eccellenti è dir poco, ma siamo anche un Paese fragilissimo, con una demografia che vira verso l’anzianità, con un territorio ricoperto di migliaia di piccoli nuclei abitativi che si stanno spopolando e nessuno sembra accorgersi di questo.
Ben vengano allora reti come quelle sopracitate, che mettono l’anima in quello che fanno, ben vengano contributi di tutti quelli che quest’Italia la amano davvero, di persone che, nel turismo e nella società, aspetti che viaggiano di pari passo, svolgono un ruolo fondamentale per la tenuta di questo Paese.

Tutti noi abbiamo una responsabilità: avere cura, del metro quadrato che ci spetta, delle relazioni che creiamo, delle parole che pronunciamo. Sono pietre le parole, possono fare molto, sia nel bene sia nel male, e quindi dobbiamo averne cura.
Solo rispettando questa regola dell’aver cura possiamo ancora sperare nel futuro dell’Italia, nella sua valorizzazione.
Ogni volta che andiamo in un luogo pensiamolo come nostro, partecipiamo alla sua vita. Solo così lo renderemo ancora più bello, ancora più vivibile.
La partecipazione alla vita di una comunità consente sempre di capire il luogo in cui ci troviamo, la possibilità di viverlo dal di dentro offre una vera esperienza, senza inganno, senza finzione; non sempre è facile, soprattutto in questo periodo storico dove tutto si consuma in fretta, dove tutto deve essere perfettissimo e funzionale. Ma se vi capiterà mai, varcate la soglia delle case di quel luogo, vi ritroverete nella realtà, una condizione che, a volte, ci sembra sempre più lontana. E la realtà è fatta di milioni di persone che avrebbero solo voglia di condividere qualcosa: una passeggiata, un gelato, un racconto. Cose semplici ma che rappresentano in modo veritiero lo stile di vita italiano che ci invidiano da ogni parte del mondo. Impariamo a guardare le cose da questa prospettiva quando arriviamo da qualche parte del nostro Belviaggio.
I NOSTRI PARTNER



Luigi
Franchi direttore responsabile de Ilbelviaggio luigi.franchi@ilbelviaggio.it



I cataloghi delle agenzie di viaggio… che gran cosa! A volte si discute fino allo spasimo se la carta ha ancora un senso, se il digitale prenderà definitivamente il sopravvento. In quelle discussioni si evidenziano le differenze di età, le nostalgie, i ricordi, le visioni di come sarà il futuro. Chissà se, cinquecento anni fa, erano identiche le discussioni, all’avvento della stampa con Gutenberg. Resta il fatto che nessuno saprà mai come saranno gli anni a venire e quindi è giusto che adottiamo un atteggiamento aperto, dove l’importante è cogliere ciò che di buono offrono i diversi sistemi d’informazione, adattando le scelte in funzione, appunto, del buono.
I cataloghi di viaggio, ad esempio, e le fiere di settore; senza quelle non sarei probabilmente mai entrato in contatto con Dafne Viaggi, una cooperativa che opera nel turismo, con sede a Genova, e che offre proposte originalissime di viaggio. E senza Dafne Viaggi non avrei probabilmente mai scoperto Campo Ligure, se non arrivandoci per casualità navigando su internet, cioè una probabilità su un milione!
Perché Campo Ligure?
Questa lunga premessa per dire che cosa? Che ogni spazio in Italia può essere una meta, che ogni storia dei luoghi è sovrapponibile all’infinito, che viaggiare per ogni strada rappresenta una sorpresa inaspettata.
E il mio arrivo a Campo Ligure ha rappresentato tutto ciò, a cominciare dall’avvertire la passione dei due ragazzi che si sono offerti di accompagnarmi per le strade, nel Museo della Filigrana, dentro al castello che domina il borgo con la sua particolare architettura:
Gianluca e Alessio sono abitanti di Campo Ligure, non hanno intenzione di andarsene nonostante il paese sia piccolo, non offra le distrazioni delle grandi città come Genova, che è a mezz’ora di auto, anzi… vogliono contribuire a mantenere viva l’attenzione sul loro borgo, organizzano le visite, le feste, gli incontri grazie alla loro voglia di fare. Solo questo, incontrarli, vedere nei loro occhi il piacere di farti scoprire le cose, varrebbe il viaggio a Campo Ligure.
“Cominciamo da qui” mi dice Gianluca, dopo un veloce caffè di prima mattina. Qui significa l’ingresso in una delle tre chiese di Campo Ligure. Lo confesso, le chiese mi hanno sempre provocato sensazioni ed emozioni alternate: di distacco ogni volta che non capivo le loro architetture o il significato delle opere d’arte che custodivano; di rispetto e grande piacere ogni volta che ne avvertivo la bellezza e il valore relazionale che vi si crea.
Entriamo nella chiesa parrocchiale della Natività di Maria Vergine, l’interno ha un
che di maestoso, pensando alle dimensioni del borgo e ai suoi 2.800 abitanti: “Questa è una delle tre chiese che troviamo nel paese, di stile neo-barocco. Campo Ligure è sempre stato sede di un capitolo di una Collegiata e i capitoli sono collocati solo in cattedrali o in chiese di notevoli dimensioni. C’è un dipinto che voglio farti vedere qui: è di Bernardo Strozzi, artista nativo di Campo Ligure nel 1581, che, oltre ad aver subito l’influenza del Caravaggio, è considerato uno dei maggiori esponenti della pittura barocca italiana. Nel Martirio di Santa Lucia, una sua opera giovanile, è presente, in alto a sinistra, un suo autoritratto e la figura di Santa Lucia è interpretata dalla sorella dell’artista, una donna da lui sempre ritenuta un giglio di purezza” mi racconta Gianluca. C’è anche un altro affresco che mi incuriosisce perché rappresenta Campo Ligure: “Hai proprio ragione; – mi dice Gianluca – in questo affresco si ritrova molta parte della storia popolare e della diatriba che esiste, in parte tuttora, da secoli tra Campo Ligure



e la vicina Masone. Al centro vediamo l’apparizione della Madonna. Siamo nel 1595, l’11 settembre. Nei borghi di Campo Ligure e di Masone sono in atto piccole faide paesane e per mettere pace appare addirittura la Vergine che affiderà a Campo Ligure l’intercessione gloriosa di Maria Maddalena e a Masone l’intercessione di Santa Lucia. La domenica successiva al 22 luglio si fanno grandi festeggiamenti a Campo Ligure per celebrare la patrona Maria Maddalena, che uniscono un po’ il folclore con la tradizione. In paese tutti gli abitanti, tutti gli amici, tutti i parenti lontani che ritornano. Nell’affresco, a sinistra, troviamo le vesti storiche, quindi siamo nel 1595. A destra, invece, si vedono chiaramente le cravatte, c’è il sindaco, c’è il parroco con la berretta nera e il pompon rosso. Infine a lato c’è una figura più alta alla destra che sale sulle altre, quella è la
santa patrona portata a spalle, è la statua processionale. In tutte e due le chiese parrocchiali di Campo Ligure e di Masone viene raffigurata l’apparizione della Vergine ma le scritte sono diverse: a Campo c’è scritto
VIDERUN POPULI CAMPI ET MASONI e a Masone c’è scritto VIDERUN POPULI MASONI ET CAMPI, quindi la faida passa su chi ha visto prima la Madonna”.
Mentre affrontiamo la breve salita verso il castello Alessio mi racconta sinteticamente la storia di Campo Ligure.
“L’origine del luogo risale è stata data dopo che gli scavi per la linea ferroviaria Asti –Genova hanno portato in luce i resti di un insediamento di origine romana, risalente al periodo dell’imperatore Aureliano, contro l’invasione dei popoli germanici. Si chiama-


va Campofreido, dal tedesco frey, che vuol dire libero. Restò quel nome fino alla dominazione asburgica e, nel 1884, diventò Campo Ligure. Nel ‘400 il borgo fu acquisito dalla famiglia Spinola che prese dimora nel palazzo che si trova nella piazza della chiesa parrocchiale della Natività di Maria Vergine. Inventano una serie di gallerie sotterranee e di passerelle sospese per arrivare direttamente al castello risalente all’anno Mille. Inizialmente volevano distruggerlo perché, secondo loro, è privo di utilità, ma i genovesi iniziano ad attaccare il borgo, si rendono conto che effettivamente il castello ha una sua importanza”. Oggi è visitabile e, all’interno della torre, ha una serie di monitor touch-screen che raccontano, la storia delle principali famiglie nobiliari della Liguria e quella di Campo Ligure. Dall’alto della torre lo sguardo spazia
tutt’intorno al borgo.
“Il castello aveva tre torri di controllo. Una era questa, una è quella che vediamo alla nostra destra, parzialmente distrutta. E poi dietro, che è andata poi di fatto distrutta nel corso dei secoli, ce n’era una terza che controllava la zona delle Capanne di Marcarolo. Quella dove ci troviamo controllava la zona di Masone, l’altra la zona del Basso Piemonte. Mentre quello che vediamo in basso è Ponte medioevale, completamente ricostruito in legno nel 1721, due altre violente alluvioni, nel 1737 e nel 1747, lo demolirono del tutto. Nuovamente rifatto in legno, la popolazione campese ne volle la ricostruzione in muratura. Fino a non molto tempo fa era l’unica via d’accesso al borgo storico”. È dall’alto del castello che si ha un’idea della conformazione urbana di Campo Ligure, tutta assembrata quasi fosse in posizio-
ne difensiva. Da qui si vedono le altre due chiese: quella dedicata ai santi Sebastiano e Rocco che, nel periodo seicentesco delle grandi epidemie, fu adibita ad ospedale e quella di Nostra Signora Assunta: essa racchiude una Madonna con il Bambino che si basa principalmente su un gioco di luci in arrivo da una finestrella che, con la prima luce del mattino, illumina il Bambino, mentre, con l’ultimo raggio della sera illumina il volto della Madonna.
Il motivo per cui sono venuto a Campo Ligure l’ho trovato proprio tra le proposte del catalogo di Dafne Viaggi: leggendo i vari suggerimenti mi ha colpito quello del labo-
ratorio esperienziale della Scuola della Filigrana. Ho approfondito su internet e ho scoperto che Campo Ligure è uno dei centri più importanti d’Italia per questa particolare lavorazione artigianale. Gianluca e Alessio mi accompagnano in visita al Museo della Filigrana Pietro Carlo Bosio, raccontandomi la storia del fondatore di questo piccolo intrigante museo. Pietro Carlo Bosio, terminata l’attività lavorativa presso l’Ansaldo di Genova, negli anni Cinquanta del secolo scorso, apre a Campo Ligure un laboratorio di filigrana, suo hobby fino a quel momento, e oltre alla sua produzione diventa un raffinato collezionista, comprando pezzi in tutto il mondo. Alla sua scomparsa la moglie, Ste-

fania Bottero, che ha seguito Pietro Carlo nei suoi viaggi alla ricerca di questi pezzi, dona la collezione al Civico Museo della Filigrana di Campo Ligure.
Ma come è arrivata la filigrana a Campo Ligure? Dal porto di Genova dove giungevano navi dall’Oriente, la patria della filigrana.
Era in atto una piccola emigrazione nella prima metà dell’Ottocento, molti abitanti di Campo Ligure scelsero di trasferirsi a Genova, c’era lavoro in città, i ragazzi potevano andare a scuola al mattino e imparare un lavoro al pomeriggio, come garzoni o come occupati nella nascente industria. Poi scoppiò il colera e i campesi tornarono nelle loro case, sull’Appennino, lontano dal-

le malattie e dai virus. Era anche il periodo in cui dall’Italia si esportano verso l’Europa e l’America più di 450.000 chili d’argento e 100.000 chili d’oro lavorati in filigrana. Uno di quelli che tornarono a Campo Ligure, nel 1884, Antonio Oliveri, aprì in proprio una bottega per la lavorazione della filigrana e il suo esempio fu seguito da altri che diventarono artigiani esperti di quel tipo di lavorazione. Agli inizi del Novecento erano 33 le botteghe artigiane che producevano oggetti in filigrana. Con una particolarità che rese Campo Ligure uno dei luoghi d’eccellenza di questa lavorazione. Nel museo questa cosa è spiegata benissimo in un video che accoglie gli ospiti: la ‘scafatura’ (l’intelaiatura dell’oggetto) e la ‘riempitu-

ra’. Per essere in grado di svolgere queste due operazioni era necessario praticare un lungo periodo di apprendistato presso una bottega di un maestro e poi procedere nello studio della tecnica argentiera e del disegno.
“Nel dopoguerra almeno un campese su due lavorava la filigrana, man mano che si evolveva la tecnica e se ne comprendeva l’importanza la produzione passò ad essere non più un secondo lavoro da svolgersi nelle case nel poco tempo libero a disposizione. Ha aiutato tantissimo l’emancipazione della donna perché diciamo che le mani femminili si prestano maggiormente alle fasi della lavorazione. Agli uomini spettava la parte più faticosa, quella della fusione a circa 960° gradi e della colatura in appositi stampi” spiega il video del museo.
Sono circa 200 i pezzi esposti nel museo, provenienti da ogni parte del mondo, oggetti che raccontano usi, costumi e religioni differenti tra loro e che descrivono una cosa a cui non si pensa mai abbastanza: la sen-
sibilità estetica delle persone, ben aldilà di ogni storia e cultura.
Uno degli esempi più interessanti è la filigrana cinese che utilizza fili d’argento talmente sottili che possono essere paragonati a un capello umano. Nella tradizione russa, invece, la combinazione di fili si esprime in oggetti come icone, crocifissi, tabacchiere. In India gli oggetti in filigrana sono legati principalmente alle celebrazioni di matrimoni e feste religiose. In Europa, lungo tutte le coste del Mediterraneo, l’arte della filigrana esiste da millenni, in Egitto sono stati ritrovati oggetti risalenti al 1500 a.C., in Italia furono gli etruschi ad avviare la produzione, siamo intorno all’ottavo secolo a.C.
affascinante vedere un artigiano della filigrana all’opera. Sono stato accolto nella bottega di Davide Oddone, Filigranart. Lui non pensava di fare questo mestiere, entrò in azienda quando sua mamma restò sola alla morte della nonna. Era giovane e si of-





frì, in attesa di una soluzione, di sostituire la nonna. Succedeva ventisei anni fa. Oggi lo ritroviamo ancora in bottega, innamoratissimo della sua professione.
Mi mette in mano un quaderno, era quello di sua nonna che lui utilizza ancora: ci sono disegni, misure, termini che non capisco.
“Questo è lo strumento più prezioso per un filogranista: qui sono riprodotti, in scala uno a uno, tutti gli oggetti che realizziamo e che sono in vendita qui” mi racconta Davide mentre armeggia con fili sottilissimi e con le bruscelle, si chiamano così.
“Sono pinzette che hanno la caratteristica di essere personali, nel senso che io ho le mie, mia mamma ha le sue e se io uso quelle faccio una fatica pazzesca. Vede, queste me le han date delle signore anziane, perché ora che si è sparsa la voce che facciamo la scuola, queste bruscelle non è che le vai a comprare”.
Quali sono gli oggetti più rappresentativi della lavorazione in filigrana?
“Può sembrare strano ma la stella alpina è uno di quelli. Forse perché c’era una tradizione di filigrana a Cortina d’Ampezzo, che poi si è persa. Poi la farfalla, che ho sempre pensato che fosse l’oggetto tipico della filigrana di Campoligure, ma poi quando ho allargato i miei orizzonti ho scoperto che
chiunque fa filigrana fa farfalla. Forse perché è un simbolo di leggerezza, ma con la filigrana si può fare qualsiasi oggetto, basta avere pazienza”.
Sono rimasti in pochi a lavorare la filigrana a Campo Ligure ma, con il bando del PNRR, è stata aperta la Scuola della Filigrana dove si svolgono sia corsi amatoriali sia professionali.
“È stata un’operazione importante – mi spiega ancora – perché ha interrotto la pessima abitudine di noi filigranisti che ci vedevamo, fino a qualche anno fa, come fumo negli occhi, ognuno con il suo piccolo o grande segreto che non dava spazio al futuro. Mia nonna, quando faceva un oggetto particolare diceva a mia madre: “Oh, guarda un po’ che abbiamo fatto questa cosa nuova, ma non metterla in vetrina”. Mi mamma rispondeva: “Ma come non metterla in vetrina? Se la vogliamo vendere dobbiamo farla vedere”. “Eh no, no, perché se la metti in vetrina domani ce l’hanno tutti gli altri”.
Me ne vado da Campo Ligure soddisfatto e ricco di pensieri positivi: l’ultimo dei quali va al giovane proprietario di Caccia c’a Bugge (butta la pasta che l’acqua bolle) dove ho avuto conferma di una cosa: i liguri sono ospitali.
marzo-aprile

Fabio e Laura in cucina sono un portento: mandili de sea al pesto, ravioli alla genovese cu’ u tuccu, la cima, bagnun di acciughe, coniglio alla ligure, trippa accomodata, tomaxelle o torta pasqualina, poi un minestrone alla genovese denso, ricco, profumato e delicato, che varia al variare delle stagioni, buono sia caldo fumante che tiepido e persino freddo: il piatto dell’anno per la guida Osterie d’Italia 2026. In sala il figlio Andrea che ha una grande dimestichezza con le proposte di vino e una gentilezza esemplare.
Via Trieste, 32
16013 Campo Ligure (GE)
Tel. +39 010 920999
Per chi cerca l’ospitalità tipica di un B&B, ma non vuole rinunciare a tutte le comodità di casa propria, la nuova casa vacanza La finestra sul borgo è la soluzione ideale. Situata nel cuore del borgo (da cui nasce il nome) a pochi metri dal Castello Medioevale, dal Museo della Filigrana, dalla piazza principale dove si può ammirare il palazzo Spinola e da tutto quanto è la vita e le tipicità del borgo di Campo Ligure.
Vicolo Allo Stura, 3/1
16013 Campo Ligure (GE)
Tel. +39 347 111 0623
Filigranart è un laboratorio artigianale di filigrana in argento che si trova nel centro storico di Campo Ligure. Il punto di forza è avere il laboratorio “a vista”: entrando si può respirare l’aria della bottega di una volta e vedere subito che ogni oggetto è realizzato a mano.
Via Angelo Serafino Rossi, 15 16013 Campo Ligure (GE)
Tel. +39 010 920561
filigranart@libero.it
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Scopriamo il perché

Corrono tempi in cui ci troviamo a inseguire messaggi, significati, capaci di placare quel senso di inquietudine, a volte smarrimento, che ci prende sentendoci parte di uno scenario incerto.
E allora il mio viaggio nell’inaspettato parte questa volta da un simbolo, di apparente semplicità, quale una colonna in sasso, denominata Colonna delle Anella, su cui Bertinoro (FC), piccolo borgo medioevale sulla sommità di un’altura dell’entroterra romagnolo, nel tempo ha saputo fare sapientemente leva per tratteggiare la propria identità, connotandosi - fra le altre cose - come Città dell’Ospitalità e, in senso più ampio, come l’emblema dell’ospitalità romagnola.

Come una colonna di sasso può diventare il simbolo dell’ospitalità
Per poter comprenderne le ragioni dobbiamo rifarci a un antico costume bertinorese che risale alla prima metà del XIII secolo quando, secondo la tradizione, due figure di rilievo di Bertinoro, il giudice
Guido del Duca insieme all’amico Arrigo Mainardi, per porre fine alle discussioni fra le nobili famiglie locali che si contendevano l’ospitare a casa propria i viandanti di passaggio su Bertinoro - all’epoca erano unici preziosi informatori di ciò che accadeva al di fuori di lì – hanno l’idea di far erigere una colonna su cui ogni famiglia faccia incastonare un proprio anello. Il legare il cavallo ad un anello piuttosto che un altro, fra i 12 delle rispettive famiglie in lizza, determinava di chi il foresto sarebbe stato ospite.
Nella seconda metà del XVI secolo la colonna venne rimossa per la realizzazione di una fontana che deve portare l’acqua al centro della città attraverso una conduttura proveniente dalle zone alte (Monte Maggio). Occorre arrivare al XX secolo perché la Colonna delle Anella faccia di
nuovo capolino, questa volta attraverso il rinvenimento - nel corso di lavori nello scalone del Palazzo comunale - di alcuni reperti, precisamente “la base quadrata di una colonna in sasso locale di epoca medioevale, che risultò poi combaciare perfettamente con le fondamenta di una colonna, venute alla luce negli scavi eseguiti in piazza nel 1924…ulteriore prova della certezza storica della Colonna delle Anelle”. Essendoci tutte le condizioni, la colonna viene quindi fedelmente ricostruita, con i 12 anelli come in origine, per forte volontà di una cittadinanza che più volte, nel corso del tempo, ha espresso questo desiderio. È il 5 settembre 1926 quando viene inaugurata. E questo, seppur nella continuità, segna un nuovo inizio. La forte valenza simbolica acquisita da questa colonna trova una conferma nell’aprile 1950, quando viene temporaneamente spostata a Milano, davanti al padiglione E.N.I.T., durante la Fiera Internazionale, a simboleggiare l’ospitalità italiana. A partire da quello stesso anno a Bertinoro viene indetta la Festa dell’ospitalità, che contempla il rinnovo dell’anti-
co rito, integrato dall’introduzione da parte dell’ospitante di una busta col proprio nome, che appende a un’anella. A quelle buste attingeranno altrettanti ospiti, scelti dal Comune per i festeggiamenti, scoprendo così da chi saranno ospitati a pranzo. Ma di questo ne parleremo più estesamente a breve, dal momento che quest’anno ricorre anche il centenario dalla reinstallazione della Colonna delle anella (o dell’ospitalità).
A ben guardare la tradizione dell’ospitalità avrebbe un’origine ancora più antica, come testimonia il documento rinvenuto dallo storico bertinorese, Paolo Amaducci, in cui si racconta di un incontro, nell’anno 995, tra i potenti della Romagna, ospitato nella Rocca di Bertinoro, per dirimere lun-
ghe e importanti contese, sfociato in un rapido accordo, nel segno della convivialità e del dialogo.
Ogni anno, nella prima domenica di settembre, il rito si ripete, sempre rigorosamente uguale a sé stesso, preceduto da un corteo storico, che intende rappresentare le famiglie nobili duecentesche che arrivano nella piazza in concomitanza con un cavaliere a cavallo, il foresto che legherà il suo destriero a uno degli anelli della colonna, per poi essere ospitato dalla famiglia abbinata all’anello. Segue poi l’attuale rito dell’ospitalità, che vede il sindaco chiamare a voce alta gli ospiti per quell’edizione. “Ogni anno – mi raccontano - l’amministra-


zione sceglie un tema e in base a quello invita alcune personalità. L’anno scorso, ad esempio, in occasione degli 80 anni dalla liberazione di Bertinoro, il tema era quello della memoria e il Comune ha invitato rappresentanti dell’ANPI di Forlì, la scuola di pace di Montesole, l’istituto storico della resistenza di Forlì e altre personalità locali legate a quel contesto. Per gli ospiti ha attinto da qui e pure dalle città gemellate e dal pubblico presente. Lato ospitanti, invece, vengono raccolte adesioni di famiglie, associazioni locali e anche ristoranti. A loro il sindaco consegna in dono una riproduzione della Colonna dell’ospitalità.
La domenica rappresenta l’apice di quattro giorni di festeggiamenti, che partono dal giovedì. Ma quest’anno il programma promette di essere ben più esteso e nutrito, dal momento che si celebra il centenario dalla rideposizione della colonna. Fra le altre cose sono in programma interessanti incontri con scrittori e concerti di cantanti
di rilievo, che il portale dell’ufficio turistico non tarderà a comunicare.
Bertinoro, come sottolinea Matteo Pasetti - professore associato presso il Dipartimento delle Arti (DAR) dell’Università di Bologna - ha saputo mettere in moto un processo di rimodellazione della propria identità, con “l’elaborazione di un profilo alternativo a quello del semplice borgo rurale”, proponendosi come “una località fiera delle proprie origini ma aperta al pubblico, al turismo”. E questo già a partire dagli anni ’20 del ‘900, quindi prima della dissoluzione dell’Italia agricola, e più marcatamente per tutto il restante secolo.
“Il Balcone della Romagna”, “il paese dell’ospitalità”, o ancora “l’apoteosi dell’anima romagnola”, come citava il titolo di una corrispondenza del 1926 di un inviato speciale del Messaggero romano: erano queste le

immagini veicolate dai mezzi di comunicazione di massa, nel tentativo di definire una specificità bertinorese. Decennio dopo decennio, esse plasmarono l’identità di un piccolo paese rurale, trasformandolo in una sorta di ‘vetrina’ della Romagna: qui era possibile trovare tutti i presunti caratteri tradizionali della romagnolità (l’ospitalità e la generosità su tutti); qui si potevano consumare i prodotti tipici (dai vini a quella piadina che dal 1920 darà il nome alla rivista culturale dell’illustre bertinorese Aldo Spallicci: ‘La piè); sempre qui si poteva sostare per ammirare tutto intero il paesaggio romagnolo, oppure si poteva scegliere di addentrarsi nell’Appennino partendo dalla chiesa dantesca di Polenta”.
Questo processo di costruzione identitaria non va inteso, come ben sottolinea lo stesso prof. Pasetti, come un progetto elaborato a tavolino ma come il frutto di più contributi, in alcuni casi anche indirettamente, ad opera di ambienti intellettuali e artistici, e

delle diverse amministrazioni locali che si sono succedute.
A ben guardare le attrattive ritenute di richiamo nel secolo scorso restano fondanti oggi stesso, con un ulteriore arricchimento dell’offerta, naturalmente.
Allora si è puntato sul culto dell’ospitalità e reinvenzione del passato (dare risalto la Colonna delle anelle e pure delle tracce dantesche, che di lì è passato) e pure valorizzare risorse naturali quali le sorgenti di acque minerali, solforose e iodiche presenti nel territorio, fino a realizzare uno stabilimento nella zona della Fratta, Le Terme della Fratta, capace di riscuotere l’attenzione turistica richiamando personaggi illustri come Grazia Deledda e Marino Moretti.
Oggi tutto questo continua a connotare Bertinoro, che a breve vedrà il rilancio delle sue terme, - arricchite di servizi all’avan-

guardia per le cure tradizionali, l’estetica e il benessere - con il proprio splendido Parco delle fonti, dove sgorgano ben sette sorgenti, indicate per la terapia idropinica, e la riapertura del Grand Hotel rimasto chiuso per una lunga ristrutturazione. “Siamo contenti di questa riattivazione. - ci dice Serena dell’ufficio turistico - Ci ha sempre portato gente sul territorio”. Un territorio a vocazione vinicola che, non dimentichiamolo, con le sue cantine sparse,
la cui visita diventa essa stessa un viaggio, da quando ha ottenuto, nel 1987, la DOCG con l’Albana di Romagna, primo vino bianco in Italia ad ricevere questo prestigioso riconoscimento, ha ingranato la quinta. A celebrare questa vocazione un monumento al vignaiuolo che accoglie all’ingresso del borgo lungo la “strada della vendemmia” su sui sono dislocate sette tele a tema, la campana dell’Albana che suona per annunciare l’inizio della vendemmia e un progetto cul-

lato, che non sveliamo, nel mentre è in corso la ristrutturazione delle cantine del vescovo.
Bertinoro ti accoglie a partire da un corso lastricato che si snoda, affusolato, fra le case e ti porta diretto alla piazza, dove ha sede il Comune, che proprio dirimpetto ha un grande affaccio sulla Romagna, nelle giornate limpide. Se lo vuoi trovare molto vivace non hai che da scegliere fra i davve-
ro tanti eventi che propone. Nelle sere d’estate è un riferimento per i romagnoli stessi ma anche per i turisti, che si addentrano volentieri.
All’ufficio turistico, lì vicino, mi ci sono affacciata da turista, giusto per capire. Un grande schermo touch-screen, esterno all’ufficio, è a disposizione di chiunque a qualsiasi ora con tutte le informazioni necessarie per la visita del borgo e se entri basta solo che tu dica cosa gradisci maggiormente. Trovi




risposte non formali, spunti mirati, molto più preziosi della solita modalità di illustrare con cartina e penna alla mano i luoghi da visitare.
A quel punto sei tu che, a seconda del gradimento, ti devi assemblare il percorso. Intanto che sei lì c’è l’affaccio in cui perderti fino al mar Adriatico nei giorni limpidi, la campana dell’Albana decorata di bassorilievi, la Colonna delle Anella, che se arrivi preparato apprezzi di più, la concattedrale di Santa Caterina d’Alessandria (il duomo di Bertinoro) che però ti devono aprire, e se vuoi puoi scendere nella parte bassa per una passeggiata lungo la strada acciottolata che costeggia i resti dell’antica cinta muraria.
Non dimenticare, però, le frazioni di Bertinoro. Non essere pigro, riprendi l’auto e portati verso Polenta, stando attento, lungo il tragitto, ad intercettare il cartello che indica Il cipresso di Francesca. Sei sulle orme di Dante, che in questo territorio è transitato
Tra il 1317 e il 1321, ospite di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, come cita lui stesso nella Divina Commedia. Non puoi mancare la Pieve romanica di San Donato, resa celebre da Giosuè Carducci. Ma ora prosegui e asseconda il moto ondulato che la collina, con la sua vista, regala, finché non arrivi alla Fratta. Sosta nel Parco delle fonti e lascia scorrere il tempo fino a ricarica raggiunta. Riprendi la strada che ti conduce fino a Bertinoro, puntando alla parte alta, stavolta. Lì, sulla punta, svetta la Rocca oggi sede di un Centro residenziale Universitario e di un piccolo ma peculiare Museo Interreligioso, uno spazio in cui le tre religioni monoteiste (Cristianesimo, Ebraismo e Islam) si incontrano e dialogano, nell’intento di caldeggiare lo sviluppo del pensiero critico e il rispetto per la diversità. La rocca, nella sua posizione soprelevata, offre scorci di respiro, non perderteli. E, se puoi, nutriti pure delle buone intenzioni che sono, diffuse, nell’aria. Che ti lavorino dentro.

Nasce a fine anni ’60 per la degustazione dei migliori vini della Romagna e oggi è anche osteria.
Rappresenta certamente il luogo più rappresentativo di Bertinoro, con i suoi piatti tradizionali, gli immancabili migliori vini della Romagna e il panorama mozzafiato
Aperto dal venerdì sera alla domenica sera.
Piazza della Libertà 9/b 47032 Bertinoro (FC)
Tel. +39 342 351 1496 info@cadebe.it
Una verace genuina cucina romagnola sulle colline bertinoresi, che col bel tempo regala anche un'impagabile vista dalla sua terrazza panoramica.
Via Collinello Centro, 541
47032 Collinello (FC)
Tel. +39 0543 445120 ristorante.luis@gmail.com
Il nome dell’hotel, nel cuore di Bertinoro, non lascia dubbi, garantendo un ‘impagabile vista dalle colline fino alla costa Adriatica. Camere accoglienti e colazione curata completano la piacevolezza del soggiorno
Piazza della Libertà, 11 47042 Bertinoro (FC)
Tel. +39 0543 807348 info@hotelpanoramabertinoro.it
Un luogo di grande bellezza, curato nei minimi dettagli con un gusto e classe. Me sono l’anima Lorella e Vidmer, coppia ospitale e verace.
La colazione rappresenta un momento sacro. Nella bella stagione viene servita in giardino.
Via Santa Croce 5607
47042 Santa Maria Nuova di Bertinoro (FC)
Tel. +39 333 8177783 info@cabevilacqua.com
Un agriturismo immerso nel verde ma vicino al centro. “Pace per il corpo, risveglio per la mente” è lo slogano scelto per rappresentarlo. Via Carducci, 151 47032 Bertinoro
Tel. +39 340 4809508 info@lacanadolce.com

Una buona rappresntanza di vini la si trova presso l’OSTERIA CA’ DE BE, negli orari di servizio (dal venerdì sera alla domenica sera), diversamente ci sono più cantine a cui far visita. Non mancano nemmeno aziende agricole dove è possibile acquistare prodotti tipici.
Per tutto questo rimandiamo a www.visitbertinoro.it alla sezione “Vini e prodotti”
Prodotto identitario della Romagna per eccellenza, ottimamente interpretato dal CASEIFICIO MAMBELLI, dove è possibile trovare diverse varianti di squacquerone e pure squisite ricotte e ricottine (mignon, a forma di cuore)
Via Ceredi, 1402
47032 Santa Maria Nuova di Bertinoro (FC)
Tel. +39 0543 440936 ordini@mambelli.com
LO SPACCIO AZEINDALE DE I BABBI
Forse non tutti sanno che i noti e apprezzati Babbi, “waferini gourmet”, hanno le radici in questa zona della Romagna. Una sosta presso lo spaccio aziendale è consigliata per chi ne è goloso.
Via Caduti di via Fani, 80 47032 Panighina (FC)
Tel. +39 0543 448598 info@babbi.it
Volete una guida che vi faccia scoprire questo luogo nel migliore dei modi? Inquadrate il QR-code
Autrice: Giulia Zampieri

È primavera, un giorno di metà settimana, e sul sentiero che porta alla spiaggia di Porto Caleri, nel Parco regionale Veneto del Delta del Po, c’è poca traccia di umani. Il silenzio è plasmato solo da suoni naturali: la sabbia che improvvisamente si alza, alcuni rametti che cadono a terra, le aghifoglie che vibrano più o meno intensamente. Sugli arbusti che costeggiano il percorso si stanno posando i primi verdi stagionali, qualche fiore arzillo si intravede nella vegetazione. In mezzo alla fitta trama mediterranea notiamo persino un albero di pesco, ad-

dobbato di rosa; potrebbe trattarsi dell’eredità di chissà quale estate, nato dal rifiuto di qualche bagnante, visto che il pesco qui non è di casa. Osservandolo si rafforza un pensiero che ci aveva attraversati dal primo passo, mosso qui: questo luogo l’abbiamo sempre visto con posture diverse, segnato da un gran via vai di persone e famiglie che, specie nei fine settimana d’estate, vi riversano voci e oggetti. Negli ultimi anni la notorietà di Porto Caleri si è consolidata, anche al di fuori dei confini regionali, determinando un’affluenza considerevole, e non sempre composta.
Quello di fine marzo è decisamente un altro scenario. Ora non ci sono frighi portatili, ombrelloni né zaini a interferire con la nostra passeggiata: è un dirigersi lento, e intimo, verso la spiaggia, che a un certo punto si apre libera verso il Mar Adriatico, con lo sfondo, a destra, occupato dall’isola di Albarella.
La sabbia per diversi metri è tracciata dalle onde che nella notte si sono ritirate. La marea è bassissima e per sfiorare il bagnasciuga bisogna camminare per svariati minuti. Vale la pena, prima, fermarsi a guardare cosa accade intorno: un gabbiano corallino fa bottino, le chiome delle Ammophila arenaria (tipiche di questo paesaggio dunale) si piegano alle volontà del vento che soffia vigoroso, resti di tronchi e grandi rami popolano la spiaggia qua e là. Porto Caleri è, per davvero, al suo stato naturale, senza intromissioni esterne.
Potrebbe non essere immediato capire esattamente dove siamo: la fetta di costa in cui è incastonato Porto Caleri è molto arzigogolata e forse una delle meno definite d’Italia.
L’acqua dolce, l’acqua salata, la sabbia e la terra si incrociano, e disegnano vicendevolmente, per decine e decine di chilometri. Dove siamo, quindi?
La pineta litoranea di Porto Caleri è situata all’estremità sud di Rosolina Mare, in una penisola interamente contenuta nel territorio comunale di Rosolina, in provincia di Rovigo, per un’estensione di circa 100 ettari. L’acqua è a est, dove c’è l’Adriatico, ma anche a nord, dove si trova la foce dell’Adige, mentre a sud e a ovest è collocata la laguna di Caleri. Per dare un’idea spannometrica, molto spannometrica, ci troviamo tra Chioggia e Comacchio.

Proprio qui, nel 1990, la Regione Venetocogliendo il valore naturalistico e paesaggistico di questa porzione di territorio - ha realizzato il Giardino Botanico di Porto Caleri, in un’area in seguito dichiarata Sito di Importanza Comunitaria (S.I.C.) ed entrata a far parte del territorio del Parco regionale Veneto del Delta del Po, con lo scopo di conservare un ambiente naturale unico e di notevole interesse scientifico.
Per scoprire l’evoluzione di questo sito ci affidiamo a Sandro Vidali, da quarant’anni guida naturalistica in quest’area, che ci racconta come sia cambiato il paesaggio, ma soprattutto quali siano le sue peculiarità. “Quand’ero giovanissimo ero solito venire a Porto Caleri con la famiglia. Come noi, tanti altri venivano per trascorrere momenti di pace al mare, in un contesto selvaggio. Ad un certo punto le persone, e le istituzioni, si sono accorte che in questo luogo c’era tanta bellezza ed era giusto preservarla. Una
bellezza che ha anche una valenza storico naturalistica importantissima, motivo per cui oggi è diventata meta per molti avventori, non solo provenienti dalle aree limitrofe. Camminando dal mare alla pineta è come se procedessimo a ritroso nel tempo: ci lasciamo piano piano alle spalle la vegetazione di ultima generazione in favore delle cosiddette piante pioniere, che raccontano un tempo molto lontano. Vicino alla strada che da Rosolina porta a Porto Caleri, ci circondano pini marittimi, pini domestici e scorgiamo nel sottobosco orchidee spontanee; poi, mano a mano che procediamo, incontriamo tante piante mediterranee caratterizzanti come ginepri e ilatro; mentre, a ridosso della spiaggia, troviamo l’eringio marino (Eryngium maritimum), piante alofile come il limonio, che riesce a fiorire in condizioni di aridità, e la salicornia”
Protagonista di questo paesaggio è senza dubbio la particolarissima flora, ma lo sono





anche i venti e la sabbia; quest’ultima assume conformazioni diverse organizzandosi in dune più o meno alte, che rendono movimentato e inconsueto il profilo di Porto Caleri, sensibilmente diverso dalle altre spiagge della costa adriatica. Anche la fauna è presente in modo significativo ed eterogeneo, con uccelli migratori, insetti impollinatori e piccoli rettili che si scorgono più o meno facilmente. L’ambiente variegato favorisce la presenza di diverse specie, offrendo occasioni uniche di osservazione naturalistica per i visitatori più attenti.
Si potrebbero incontrare il gabbiano reale zampegialle e il raro gabbiano rosa, in volo oppure appostati sulle acque. Ma la lista delle specie volatili è lunga, tra aironi cenerini, cormorani, fenicotteri e falchi. Con un po’ di fortuna ci si può imbattere nel fratino, un raro e minuto uccello costiero inserito in tutta Europa nel novero delle specie minacciate di estinzione; nidifica in piccoli buchi tra la sabbia e la battigia, tanto che in una specifica area della spiaggia è segnalato il divieto di passaggio per consentire la nidificazione.
L’itinerario del Giardino Botanico
Il Giardino Botanico di Porto Caleri è aperto da aprile ad ottobre e prevede l’acquisto
di un biglietto a una cifra davvero molto contenuta. È un sito ideale per ospiti di qualsiasi età.
La visita agli ambienti del Giardino Botanico litoraneo può essere effettuata tramite un percorso suggestivo imboccando tre diversi sentieri: uno breve, che interessa in maniera particolare la pineta, uno intermedio, che include tutti gli ambienti tranne la zona umida d’acqua salmastra, ed uno più lungo, che include anche quest’ultima.
Nel primo tratto si attraversa l’ambiente affacciato alle barene, caratteristici isolotti tabulari della laguna, di natura argillosa, ricoperti di una fitta vegetazione alofita formata da piante perenni resistenti alla forte salinità del terreno.
Il sentiero si snoda poi sulla barena e, grazie alle passerelle, è possibile superare agevolmente i canaletti, sul fondo dei quali, se l’acqua non è torbida, si può osservare fauna bentonica (granchi, novellame, etc.), flora sommersa (Zostera noltii) e alghe (Ulva, Enteromorpha, etc.); ecco poi rivelarsi la vegetazione alofita stagionale, prima dei terreni dunosi, dove questa vegetazione si mescola a quella più propria delle dune, dove si sviluppano Juncus maritimus, Inula crithmiodes.


Valorizzare un territorio con un distillato
Rosolina Mare è un piccolo centro che si anima nei mesi estivi grazie alle attività balneari. Nel periodo invernale il numero di persone che circolano per strada si riduce drasticamente: le attività di ristorazione e i negozi aperti si contano forse su due mani e tutto assume un tono desolato ma integro. È proprio in quei momenti che diventa più facile intercettare racconti veri e profondi, di chi questa zona la conosce davvero, e la vive con rispetto e desiderio di valorizzarla, senza stravolgerla.
Su Piazza San Giorgio, una piccola piazzetta su cui si affacciano negozi, bar e strutture alberghiere, c’è Il Gattaccio, il locale di Enrico Crivellari e Silvana Marangon, diventato un polo noto a chi ama i lievitati da prima colazione, pizze e miscelati ben fatti, ma anche unica vetrina esistente di un prodotto speciale, che vi raccontiamo tra qualche riga. Enrico è autoctono, conosce Rosolina e Porto Caleri a menadito: è nato e cresciu-
to qui e, ogni giorno, se il tempo lo consente, batte il territorio via terra e via mare. Ci racconta le vicende che hanno attraversato questa località, sia dal punto di vista antropico che naturalistico, tra termini dialettali che spiegano efficacemente dettagli geografici e storici, e alcune particolari connessioni con le vicende nautiche.
Il principale fulcro di interesse per Enrico, però, ci pare sia un po’ prima dell’acqua: è la vegetazione delle sabbie, quella massa verde, ricca di sentori mediterranei, che vi raccontavamo prima. È tra silenzi e sollecitazioni naturali che è nata l’idea di utilizzare le bacche di ginepro spontaneo per produrre un gin speciale, ormai conosciuto da intenditori e professionisti della mixology in Italia e all’estero.
“La prima distillazione risale al 2017 e l’abbiamo chiamato Gin Caleri, naturalmente! Qui le bacche di ginepro rimangono verdi per la maggior parte del tempo, circa diciotto mesi, e imbruniscono negli ultimi due prima della completa maturazione. Il

contrario di ciò che avviene nelle ‘normali’ piante di ginepro. Raccogliamo le bacche a mano - in modo quasi contemplativo, aggiungiamo noi - e quando lo serviamo sottolineiamo la sua unicità. Le bottiglie che produciamo sono limitate, come limitata è la disponibilità di bacche di ginepro a Porto Caleri… e questo è un valore aggiunto!”
Il Gin Caleri viene prodotto in quattro versioni: il classico, il Navy, l’Old Tom e lo Sloe (quest’ultimo con aggiunta di more selvatiche). È un gin che ha fatto molta strada ed ha contribuito all’affermarsi del nome Porto Caleri anche al di fuori della regione, talvolta persino oltre i confini nazionali. Enrico e Silvana ne sono orgogliosi, ma sono pure convinti che che ci debba essere più rispetto per il territorio.
Lo dicevamo all’inizio: Porto Caleri, soprattutto negli ultimi anni, è diventato l’approdo di tanti turisti e visitatori, ed è frequente imbattersi in comportamenti non idonei, irrispettosi dell’ambiente. Non è bello, nelle giornate d’estate, vedere tanta bellezza
sciupata dall’uomo, quando giunge qui inconsapevole del valore del luogo, incurante delle altre forme di vita che lo popolano.
Il fine della divulgazione è un tema su cui ci troviamo spesso a dibattere.
Il nostro ruolo di comunicatori, e la nostra scelta di raccontare luoghi inaspettati, non mira a incentivare il turismo di massa. Ci auguriamo di portare conoscenza e consapevolezza ai lettori, descrivendo la bellezza con toni e modi lontani dal mainstream e dai trend di Instagram, o dai video di Tiktok. La bellezza merita di essere custodita e protetta, seguendo il buon senso e dando ascolto a chi la abita.
Il Giardino Botanico di Porto Caleri a Rosolina mare sarà aperto fino al 31 maggio il giovedì, sabato, domenica e festivi (venerdì 1 maggio compreso) dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00, poi nei mesi estivi sarà aperto anche il martedì e mercoledì.

Prima della visita a Porto Caleri conviene godersi una delle migliori colazioni del litorale Adriatico nell’originale locale di Enrico e Silvana, ottimo approdo anche per pranzi e aperitivi. A pochi passi hanno inaugurato anche una gelateria artigianale, con proposte originali che valorizzano i prodotti locali.
Piazza S. Giorgio, 15
45010 Rosolina Mare (RO) Tel. +39 346 6104429 ilgattaccio@icloud.com
Un locale poliedrico in cui godersi una cena o un pranzo, ma anche un aperitivo, affondando i piedi direttamente nella sabbia, in un’atmosfera leggera, a una breve passeggiata dal mare.
Via Torino, 3
45010 Rosolina Mare (RO) Tel. +39 351 7668807 prenotazioni.anguriara@gmail.com
Un residence moderno e funzionale, ideale per famiglie e per coppie che amano il contatto con la natura, con accesso direttamente sulla spiaggia.
Via del Moro, 7
45010 Rosolina Mare (RO) Tel. +39 347 6787159 info@athesislodges.com
Sempre dal Gattaccio che, a pochi passi, ha inaugurato una gelateria artigianale, con proposte originali che valorizzano i prodotti locali.
Piazza S. Giorgio, 15
45010 Rosolina Mare (RO)
Tel. +39 346 6104429 ilgattaccio@icloud.com

Autore: Guido Parri


Crema è davvero sorprendente, non si può immaginare il piacere che si prova camminando per le strade del centro storico, così vivace, pieno di negozi originali, dove la bellezza diventa il simbolo.
C’è la storia dietro a tutto questo, e c’è la dominazione che Venezia esercitò per tre secoli (1449/1797) su questa città padana; una dominazione che portò il culto del bello che resiste ancora nei numerosi palazzi del centro e nelle ville collocate nel circondario. È la stessa bellezza che si vede nel film che ha fatto scoprire Crema a livello internazionale: Chiamami col tuo nome, che Luca Guadagnino ha girato nel 2017, con la sceneggiatura di James Ivory che ha conquistato l’Oscar.
“Guarda il registro delle presenze solo di questa mattina, giorno infrasettimanale di fine febbraio: firme di cinesi, francesi, coreani, cubani, statunitensi, brasiliani, tedeschi. – mi confida Franco Bianchessi, vicepresidente della Pro Loco che gestisce l’ufficio turistico della città – Quel film ha cambiato la vita di Crema e, a quel cambiamento, si sono adeguati velocemente i negozi, i pubblici esercizi, noi stessi della Pro Loco aumentando la visione dell’accoglienza e la qualità delle strutture”.
Del resto gli abitanti di Crema sentono da sempre un senso di appartenenza
Siamo nel 1160. Crema è assediata da Federico Barbarossa ma non cede. L’imperatore allora ordina di legare alle catapulte incendiarie alcuni ostaggi cremaschi, nella convinzione che gli assediati desi-



stano. Tuttavia, su incitazione degli ostaggi stessi, gli attacchi alla macchina da guerra proseguono, causando la morte di molti di essi. Dietro a tutto questo c’erano i cremonesi che mal sopportavano Crema (sentimento che ancora resiste come in molte altre parti d’Italia dove, tra paesi vicini, si trascinano diatribe la cui origine si è persa nella notte dei tempi); sborsarono 11.000 marchi d’argento per convincere il Barbarossa ad attaccare la città. Ma l’assedio non fu semplice, i cremaschi sapevano resistere al punto che Barbarossa chiamò rinforzi a Enrico di Sassonia, fece venire le truppe di suo fratello Duca Corrado, quelle del nipote Duca Federico e quelle del duca di Baviera Guelfo. Persino sua moglie lo raggiunse, dal momento che le cose andavano per le lunghe. Solo dopo sei mesi i cremaschi cedettero per sfinimento e posero una sola condizione accettata: di non essere consegnati ai
cremonesi. Questa è solo una delle tantissime storie racchiuse nel bel libro, pubblicato dalla Fondazione San Domenico, dal titolo Crema curiosa.
In piazza Duomo ci si arriva da qualsiasi lato della città ed è qui che si avverte il Rinascimento cremasco. Infatti la piazza si snoda intorno alla Cattedrale con la tipologia architettonica del porticato, richiesta da una precisa delibera della comunità risalente al 1474. Il desiderio era quello di conferire a questa importante zona del centro storico il decoro urbano che si stava affermando nel Rinascimento.
Sulla piazza affacciano il Palazzo Comunale, il Torrazzo, la Torre Guelfa su cui è collocato, dal 1558, il Leone di Venezia, il Duomo costruito su una pre-esistente chiesa romanica.
Poco lontano dalla piazza ci troviamo di fronte la chiesa e il convento di San Domenico, due edifici dalla lunga travagliata storia. Nato come complesso conventuale nella prima metà del XIV secolo, l’edificio fu trasformato, in epoca napoleonica, in caserma; poi fu mercato, ospedale militare, scuola, cinema-teatro e, infine, palestra. Solo dopo i restauri avvenuti sul finire del secolo scorso è tornato ad uso pubblico per ospitare il teatro cittadino e il Civico Istituto Musicale L. Folcioni.
Poco lontano è visibile il Mercato Austro-Ungarico, costruito per celebrare la

visita dell’imperatore Francesco I d’Austria nel 1825; il mercato fu adibito, fin da subito, alla vendita del lino, successivamente al commercio del grano e dei prodotti agricoli.
Nel 1309 i linaroli compaiono, per la prima volta, negli statuti cittadini ma il lino era, già prima dell’anno Mille, un raccolto che condizionava la vita economica e sociale di Crema confluendo dalle campagne alle botteghe cittadine per la filatura e la tessitura.

Un’attività che perdurò per diversi secoli, anche grazie, per un certo periodo, all’Ordine degli Umiliati, una congrega di fratres che grazie alla filatura e alla tessitura divenne molto ricca, portando i maggiorenti della città ad intromettersi nella vita dell’Ordine nel corso della nomina del prelato.
Nell’Ottocento la singolar prerogativa e dovitia del nostro territorio che, per le grosse espeditioni che si facevano alle più remote parti del mondo, traheva a noi l’oro sino dalli galleoni della Spagna e dalla flotta delle Indie entrò in una crisi irreversibile, causando l’emigrazione di numerose famiglie e un grande numero di bettole aperte in città dove si lavava con il vino la disperazione.
Dal lino alla cosmetica. È questa, oggi, la forza economica della città dopo la riqualificazione del complesso industriale dell’ex-Olivetti trasformato in un centro di produzione della cosmesi che esporta in tutto il mondo.
Uno dei numerosi esempi di come le città, gli insediamenti produttivi, gli edifici storici non devono mai essere letti come testimoni di una sola epoca.
Crema ne è un esempio evidente, grazie alla sua capacità di essere città dinamica, pulita, con una buona qualità della vita. Forse è grazie ai suoi tipici balconi ad angolo che consentono di vedere sempre oltre!


Gli inimitabili sapori della tradizione gastronomica italiana trasformati da uno sguardo sempre aperto all’innovazione: Anima Romita, aperto nel 2017 da Fortunato Amatruda, è il locale dove una cena in compagnia si trasforma in un viaggio emozionante nel mondo del gusto. Al centro di questo viaggio c’è la Pizza Gourmet.
Via Palmieri, 1 - Crema (CR)
Tel. +39 0373 476224
info@animaromita.it
Il Ristorante Bosco è il luogo prediletto da chi apprezza la buona cucina e cerca un locale raffinato che sappia rivisitare le tradizioni culinarie, senza stravolgerle. Il sapore, sorprendentemente attuale, del dolce ripieno di un tortello cremasco. L’estro creativo nell’utilizzo di tipici prodotti locali. Il tutto in un’incantevole cornice, curata nei minimi dettagli.
Via IV Novembre, 111 - Crema (CR)
Tel. +39 0373 82684 info@ristorantebosco.com
PARK HOTEL RESIDENCE
Sorge in posizione tranquilla e privilegiata nelle immediate vicinanze del centro di Crema. La posizione strategica agevola il raggiungimento delle principali direttrici per Milano e le più importanti città lombarde.
Via IV Novembre, 51 - Crema (CR)
Tel. +39 0373 86353
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Un negozio dove il bello è di casa. Oggetti di design per la casa, candele, complementi di arredo, tessili. Ogni oggetto scatena il desiderio.
Via Mazzini, 17 - 26013 Crema (CR)
Tel. +39 0373 229905
oyalhousecr@gmail.com

Li troviamo in una rete che vuole il bene delle comunità
Autore: Luigi Franchi

Borghi Autentici d’Italia è una rete di comuni, piccoli e medi, enti territoriali, organismi misti dediti allo sviluppo locale che ha messo al centro, fin dalla sua costituzione, le comunità, gli amministratori e gli operatori economici, sociali e culturali dei luoghi.
I Borghi Autentici sono impegnati in un percorso, talvolta complesso, di miglioramento continuo della struttura urbana, dei servizi verso i cittadini, del contesto sociale, ambientale e culturale per portare a un graduale e costante incremento della qualità di vita della popolazione. Non solo turismo quindi ma un impegno a far crescere comunità ospitali. Ne parliamo con la presidente, Rosanna Mazzia, in questa intervista che segna anche l’avvio di una partnership con IlBelViaggio.
Come e perché nasce Borghi Autentici d’Italia?
“L’associazione è nata nel 2002 e io sono arrivata in associazione nel 2017, per diventare poi presidente nel 2019. Questa rete si è costituita per mettere in evidenza il protagonismo che ogni realtà locale sa esprimere per il

bene della comunità, lo sviluppo di questi luoghi che non abbiamo mai immaginato come marginali o in irreversibile declino. Tra i nostri obiettivi c’è la diffusione di alcuni elementi valoriali tra cui: il rispetto del paesaggio, del territorio e dell’ambiente; la cultura dell’accoglienza; il coinvolgimento degli abitanti per fare la differenza”.
Quali sono i criteri di adesione ai Borghi Autentici d’Italia?
“Non chiediamo criteri per aderire ma l’assunzione di un impegno a fare un percorso insieme. L’associazione raccoglie le manifestazioni di interesse da parte dei vari sindaci, poi si fa una sorta di dossier d’ingresso che non è il libro dei sogni ma le azioni su cui ogni amministrazione comunale intende attivarsi insieme alla sua comunità.
Chiediamo loro di impegnarsi a seguire i progetti che l’associazione lancia ogni anno di cui le parlerò più avanti ma, in particolare, condividere un’esigenza: quella di innovare il governo della cosa pubblica, attraverso una visione sempre più vicina agli abitanti. Sono tre le grandi direttrici su cui ci stiamo muovendo. La prima è l’amministrazione condivisa che significa promuovere la partecipazione dei cittadini alle scelte amministrative; il secondo asset è l’economia civile, che significa guardare alla filiera economica con uno sguardo agli altri. Crediamo infatti nella capacità di sviluppo endogeno di questi luoghi e auspichiamo che in questo modo si possa interrompere la tendenza allo spopolamento; infine l’accoglienza, declinata in diverse forme, quella del turismo e della ricettività ma anche quella di nuove formule di accoglienza civile, fino al co-housing. Finora
è venuta avanti l’idea che i finanziamenti più produttivi vadano destinati alle grandi città e che i servizi in perdita vadano tolti, ma il governo del Paese non può reggersi solo su una lettura matematica delle cose. Noi abbiamo una visione diversa: consideriamo queste aree, i borghi, come una ricchezza per il Paese, basti pensare che nove prodotti su dieci connotati da marchi di qualità come le DOP e le IGP provengono dalle aree interne del nostro Paese. Del resto il brand Italia contempla anche queste aree, molto apprezzate dagli stranieri che vogliono vivere una dimensione di vita più autentica e comprano qui le loro seconde case”.
C’è un argomento che mi interessa in particolar modo: quello dello spopolamento delle aree interne. Un problema estremamente serio su cui si sta facendo molto poco, ma se l’Appennino si spopola nessuno curerà più quei luoghi, quelle terre così fragili. Come contrastare il fenomeno?
“Non c’è un unico modo di rispondere, però oggi, dopo il Covid, si è acceso un piccolo faro sul problema che noi, insieme ad altre associazioni, cerchiamo di alimentare, mantenendo viva l’attenzione su questo. Devo però dire la mia onestamente, non penso ci sia continuità rispetto agli sforzi fatti per arrivare alla legge 158/2017 sui piccoli comuni, così come non è stato dato slancio alla strategia delle aree interne dell’economista Fabrizio Barca. Stiamo assistendo a un’emigrazione senza creare una controtendenza. Manca una visione su questa parte del Paese che non tiene conto neppure di un fenomeno sociale che stiamo costantemente registrando: i giovani non vogliono andar via dal loro paese d’origine. Questo è ciò che grida vendetta, vedere molti giovani costretti ad andar via”.
Nei piccoli borghi c’è il problema delle infrastrutture per accogliere il turista: quali proposte fate per sopperire a questo problema?


“Quello che vogliamo è scritto chiaramente nel nostro manifesto: il turista che visita i nostri borghi è un cittadino temporaneo, una persona che vive da dentro quell’esperienza, che non guarda i servizi di un hotel cinque stelle ma che apprezza l’autenticità dell’accoglienza, della vita quotidiana che si respira in quei luoghi. È più facile trovare in questi luoghi un bed&breakfast vero, dove c’è una persona ad accoglierti rispetto ai lucchetti digitali. Quando ragioniamo dei borghi di solito lo pensiamo come luogo romantico. I nostri non sono così; ci si può trovare con una colazione fantastica servita in casa, altre volte non si trova nulla tranne l’autenticità. Sono stata in un paesino della Sardegna dove non c’era un posto dove poter mangiare e sono stata accolta da una famiglia che mi ha offerto un posto alla loro tavola. È stata una esperienza indimenticabile che vale molto di più di tutto il resto”.
I vostri borghi, se visti con lo sguardo adeguato al luogo in cui ci si trova, sono un patrimonio di bellezza. Gli abitanti ne sono consapevoli?
“No! No perché di solito sono concentrati su quel che non c’è e non su quello che c’è. Bisogna avere consapevolezza del ben-essere che si vive in questi borghi ma questo non è ancora stato recepito compiutamente. Ci stiamo lavorando”.
Una chiacchierata sincera quella con la presidentessa dei Borghi Autentici d’Italia; nessun romanticismo ma la descrizione della realtà che ha, come ogni cosa, lati positivi e difficoltà da superare ma l’entusiasmo che esprime con la sua personalità ci fa pensare che ci riuscirà!
Borghi Autentici d’Italia www.borghiautenticiditalia.it



Autrice: Simona Vitali

È tempo di peonie, fiori di conturbante e fugace bellezza, che fanno capolino una sola volta all’anno, tra aprile e maggio. Un evento, per chi ha la predilezione per questo fiore con le corolle grandi, sontuose e stupefacenti.
E non sono pochi quelli che lo preferiscono alla rosa o comunque lo considerano parimenti, tant’è che in Europa è conosciuto come “rosa senza spine”. In Cina invece, dove trae origine, la peonia è ritenuta la regina dei fiori, e pure fiore nazionale, e il perché lo racconta un’antica leggenda, secondo cui:
“La superba imperatrice Wu Zetian era tanto capricciosa e dispostica da voler imporre la sua volontà anche agli alberi e agli arbusti. Un giorno, d’inverno, l’imperatrice ordinò ai fiori del suo giardino di sbocciare tutti insieme per rendere omaggio ed essi, ossequiosi, schiusero le loro corolle inchinandosi a

lei. Solo le peonie ebbero l’ardire di rifiutarsi. L’imperatrice si infuriò e volle che tutti gli esemplari fossero sradicati dal suo giardino e ripiantati sui gelidi altipiani dell’Henan. La peonia, impassibile, riuscì a sopravvivere alla rigidità dell’inverno e, quando giunse il momento, schiuse il solo fiore più bello che si fosse mai visto sulla Terra. L’imperatrice dovette rassegnarsi e restituirle il titolo indiscusso di “regina dei fiori”.
Se anche un solo fiore, un mazzo, rapisce, si può immaginare cosa possa significare trovarsene un’autentica distesa, in più varietà e colori, davanti agli occhi. Un simile privilegio non per pochi ma, e qui sta la buona notizia, per tutti, lo si trova tra le colline dell’alto Lazio, nel viterbese, precisamente a Vitorchiano (VT), dove sorge il Centro Botanico Moutan, che su un’area di circa 15 ettari ospita una straordinaria collezione, la più importante d’Europa, di oltre 250.000 piante di peonie cinesi, tra cui circa 600
differenti varietà e ibridi naturali appartenenti alle specie botaniche conosciute.
Tutto nasce da un innamoramento che, come spesso accade, diventa passione. Aveva ricevuto in dono piante di peonie cinesi, Carlo Confidati, imprenditore viterbese che della bellezza ha fatto la sua cifra stilistica, con un’azienda capace di portare raffinate primizie nel mondo degli arredi da giardino in Italia.
Gli è bastato vederle fiorire queste peonie, per desiderare di approfondirne la conoscenza - facendosi una cultura di quelle cinesi, sia antiche che moderne - e arricchire di altri esemplari il proprio giardino di casa, che amici e conoscenti frequentavano volentieri.
Nasce così l’idea di aprire, a inizio anni ’90, un vivaio a Vitorchiano (VT) dove, dopo aver scelto direttamente in Cina le varietà
di peonie, vengono coinvolti botanici cinesi per la predisposizione del grande giardino e docenti universitari per la classificazione e l’individuazione delle caratteristiche delle diverse piante, instaurando una collaborazione pure con l’Università di Agraria di Viterbo, per farne un luogo interamente dedicato allo studio e alla coltivazione delle peonie cinesi, che nel 2003 viene eretto a Centro Botanico Moutan (termine questo che deriva del cinese “Mu dan”, peonia arborea) e aperto al pubblico.
Un giardino in cui, fra lecci, ulivi, cipressi e querce, è ambientata una rara collezione di peonie, che è possibile rimirare prendendosi i propri tempi, aggirandosi liberamente tra viali, vialetti e poetici scorci, accompagnati da tabelle informative e QR code con audioguida che regala piacevoli approfondimenti.
Di visitatori ne arrivano da ogni dove, oltre che da tutt’Italia, anche dall’Inghilterra,

della Svezia, dalla Finlandia. “Non è improbabile che arrivino appositamente in Italia per far visita a questo centro – ci racconta la coordinatrice Erika Gamberucci – come quella signora finlandese che ci ha detto di avere approfittato del venire qui per poi portarsi su Roma.
Capita anche che fra i visitatori ci siano garden designer, magari dall’Inghilterra, per individuare, nel periodo della fioritura, le piante preferite da farsi espiantare e spedire in autunno, per piantumarle nei giardini che si stanno occupando di realizzare”. E questo perché il centro a tutti gli effetti funziona anche come vivaio che, se a marzo veicola piante in vaso e non può spedirle perché entrerebbero in sofferenza, a novembre può effettuare la spedizione della pianta a radice nuda, perché essendo in riposo vegetativo non subisce traumi, e va piantumata prima dell’inverno.





“Personalmente - ci confida Erika – ho fatto più traslochi ma le mie peonie mi hanno sempre seguito sopravvivendo anche a questi cambiamenti”.
Sono longeve le piante di peonie, possono durare anche oltre cento anni. In compenso sono lente nella crescita (prima che una pianta da semi diventi da fiori devono passare 7/8 anni, diverso è se si dividono le radici). Anche il momento di fioritura varia a seconda della categoria botanica: le prime a sbocciare sono le peonie arbustive (mantengono rami legnosi tutto l’anno, raggiungono anche due metri di altezza e producono fiori grandi, fino a 25/30 cm di diametro) mentre le erbacee (seccano in autunno per ricrescere in primavera, arrivano a un metro di altezza, fiori tra i 10 -15 cm di diametro ) fioriscono ai primi di maggio, a chiusura. L’accelerazione o decelerazione nella fioritura è legata, come immaginabile, alla condizioni meteo. La tanta pioggia può scompigliare questi magnifici ma delicati fiori, la cui colorazione varie dal bianco al porpora passando per le diverse sfumature di rosa.
Se farete visita al Centro verso la fine di aprile, avrete la fortuna di ammirare, su due ettari di terreno, la preziosa collezione delle peonie Rocki, conosciute in occidente a inizio ‘900 grazie a Joseph Rock, cacciatore di piante, che si ergono con imponenza, arrivando anche fino a due metri di altezza, e presentano grandi fiori con una caratteristica inconfondibile: una macchia scura alla base di petali.
E che dire degli unici fiori gialli di tutta la collezione? Pure questi sono peonie, peonie Ludlowii (dal botanico inglese Ludlow che insieme a Sheriff la scoprì nel Tibet nel 1936), originarie dalla zona su-est del Tibet, dal fiore piccolo (8-10 cm di diametro), inebriante profumo e molto amate dalle api.“ Ho in mente un’immagine buffa - mi racconta Erika – di tre api con la testa conficcata nel fiore, completamente inebriate”.
I nomi delle peonie…bello fare caso anche a questi. Ce ne sono di poeticissimi, provate a inseguirli nel corso della vostra visita. Anche questi esprimono l’innamoramento

di chi in passato li ha coltivati.
Questo giardino monotematico contempla, quale altra imperdibile peculiarità la pergola del glicine, di oltre 60 metri, ricoperta di diverse varietà di glicine, in fioritura tra aprile e maggio.
A partire dal venerdì la vostra permanenza nel giardino potrà essere allietata da una pausa caffè o un pranzo presso il Colour Café, il garden restaurant all’interno del parco, con i suoi tavolini colorati e l’immancabile vasetto con la peonia, piuttosto che nelle sale interne abitate da giganti quadri moderni che ritraggono i fiori che qui imperano.
Sempre nei fine settimana o nei giorni festivi capita che vengano organizzate attività, dai workshop “Fatti il mazzo” a qualche conferenza di esperti botanici, a sedute di pilates…
Vi avviso, in questo luogo incredibile, per cui solo una visita reale può far comprendere che simili luoghi esistono, si perde la nozione del tempo, le fotografie si sprecano e non si finisce di sorprendersi.
Personalmente lo consiglio a tutti come rigenerante tiramisù, induttore di buoni pensieri, cibo di cui nutrirsi.
Non ci sono effetti collaterali ma piuttosto stupore che, ancora una volta, la passione di un uomo, un solo uomo, abbia generato tutto questo, da condividere.
Approfittatene quindi, questa è una destinazione vera che non mancherà di entusiasmarvi.
A seguire, intanto che siete lì, vale la pena conoscere il territorio circostante. La Tuscia, su quel versante, riserva borghi autentici, amabilissimi - come Vitorchiano stesso - e non distanti fra loro.
E la sera concedetevi una romantica passeggiata a Viterbo, nel quartiere medioevale San Pellegrino. Vi piacerà!

OSTERIA PENSAVO PEGGIO
Informale e accogliente, propone piatti tradizionali autentici, tra antipasti e primi caserecci e secondi
Via Ariosto, 41
01030 Vitorchiano (VT)
Tel. +39 0761 373048 barmojito2003@gmail.com
Ristorante di sostanza. È la gradevolezza dei piatti tradizionali, con un tocco di ricercatezza, a lasciare il buon ricordo. Apprezzato per la carne di qualità.
Via Borgo Cavour, 19 01030 Vitorchiano (VT)
Tel. +39 0761 370990

Struttura d’atmosfera immersa nel verde dentro la cornice dei monti Cimini, accogliente e curata nei particolari. Luogo di relax che dispone di un ristorante da tenere in considerazione per la cena, volendo godere del resort.
str. Sorianese, 1 01030 Vitorchiano (VT)
Tel. +39 0761 370344 info@nandoalpallone.it

Autore: Guido Parri


Leggenda vuole che Brunelleschi andasse a piedi da Firenze a Cortona (102 chilometri con le strade di allora) per ammirare meglio le meraviglie del paesaggio toscano e di Cortona stessa. Io ci sono arrivato in auto, la prima volta cinque anni fa, invitato da Vittorio Camorri, fondatore di Terretrusche, per assistere alla colazione del primo dell’anno che lui organizza sempre al Teatro Signorelli. Poi ci sono tornato quest’anno per partecipare a un talk di presentazione di questa rivista, intervistato da Giorgio Minestrini, all’interno di una delle meglio riuscite manifestazioni enogastronomiche italiane: Chianina & Syrah, il festival del buon vivere, sempre organizzato da Vittorio Camorri. È stata l’occasione per capire meglio Cortona, per osservarla da dentro, per verificare il concetto di buon vivere che si respira tra queste strade e in queste case.
L’ho trovato all’improvviso il buon vivere cortonese, in un ristorante: l’Osteria del Teatro di Ylenia ed Emiliano Rossi. Era di sabato, pieno murato ovunque, eppure loro mi hanno trovato un tavolo: un gesto significativo certo, ma non è per questo che parlo di buon vivere a Cortona, in quel ristorante. Mentre attendevo il mio piatto entra una famiglia con un bambino piccolo, mi siede di fronte e, appena seduti, il cameriere si avvicina al loro tavolo con una scatola di legno, di quelle adatte ai vini importanti. Che storia, penso tra me e me, sono appena
arrivati, non hanno ancora ordinato e il cameriere gli porta già una bottiglia, importante per di più.
La sorpresa arriva quando si apre la scatola: conteneva una trentina di automobiline per far giocare il bambino durante la cena.
Geniale! Questa è accoglienza, questo è buon vivere.
Un buon vivere che ho respirato in ogni momento della mia permanenza, con le persone che ti salutano per strada, nei momenti di Chianina&Syrah, al MAEC il Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona che ti offre uno spaccato puntuale del valore di quel popolo ancora poco conosciuto per il suo essere pagano. Oppure mentre camminavo nella campagna circostante la città per raggiungere la Tanella di Pitagora, immersa nel verde, una tomba del II secolo a.C. che si credeva fosse quella di Pitagora per un equivoco. Lì accanto fu trovata una lapide nella quale si lesse per errore Crotone anziché Cortona e siccome nella città calabra il filosofo greco fondò la sua comunità, si è creduto
per secoli che quella fosse la sua tomba. Ma andiamo con ordine, visto che le cose da dire, da fare e da vedere in questo splendido borgo della Valdichiana sono davvero tante.
Cortona vanta la fondazione di Dardano, figlio di Giove (per un’altra tradizione figlio di Atlante), che fu poi fondatore della città di Troia. Tra l’VIII e il VII secolo a.C. Cortona era una potente città-Stato. Furono proprio gli Etruschi a costruire, nel VI secolo a.C., le mura che ancora oggi racchiudono il centro storico della città. Tracce etrusche si trovano ovunque e nei dintorni della città ci sono, visibili da chiunque, tombe risalenti al II secolo a.C., come quella già citata di Pitagora, quella di Angori, il tumulo del Sodo dove è stata rinvenuta una piattaforma-altare che reca, incise sulla pietra, disegni e scritte identiche a quelle che si trovano sulle piramidi di Giza, in Egitto, e che farebbero pensare che anche qui arrivarono i misteriosi popoli del mare. Ma è il MAEC il luogo di maggior ispira-









zione e conoscenza della storia etrusca. Il museo è allestito nel Palazzo Casali, signori di Cortona dal 1325 al 1409; fu il granduca Giangastone dei Medici a concedere all’Accademia etrusca, nel 1727, alcune stanze del Palazzo da adibire a museo che cominciò a prendere forma quando l’abate Onofrio Baldelli donò all’Accademia la sua collezione e la sua biblioteca. Oggi il MAEC ospita intere collezioni etrusche, alcune riportate qui dall’Olanda dove arrivarono a causa dei tombaroli. Il Lampadario etrusco, sublime capolavoro in bronzo risalente al IV secolo a.C., e la Tabula Cortonensis che riporta un atto giuridico del II secolo a.C., sono due tra i preziosissimi pezzi raccolti nel museo.
Imponente su piazza della Repubblica, il Palazzo del Comune, costruito nel XII secolo, si caratterizza per la grande scala in pietra, privilegiato luogo di ritrovo per
tutti quelli che attraversano il centro storico, sia i cortonesi che i turisti, che trovano ristoro e chiacchiere seduti sui suoi scalini.
A poca distanza si trova uno dei più bei teatri della Toscana – il Teatro Signorelli –voluto, nel 1854, dall’Accademia degli Arditi che ne è ancora proprietaria. Costruito sui resti di una chiesa romanica soppressa per ordine di Pietro Leopoldo e poi distrutta nella seconda metà del Settecento, il teatro è dedicato a Luca Signorelli, artista cortonese del ‘500, allievo di Piero della Francesca che fu celebrato nelle Vite di Vasari definendole con queste parole: “capace di ingegno, di invenzione bizzarra e capricciosa, di trovate e virtuosismi”.
Il Museo Diocesano, le chiese, l’Eremo delle Celle
Collocato all’interno del complesso architettonico della Chiesa e dell’Oratorio del Gesù, racchiude opere prestigiose di Luca Signorelli e di Fra Giovanni da Fiesole, detto il Beato Angelico, tra cui L’Annun-


ciazione, con i suoi luminosissimi colori, le vesti impreziosite e una tonalità generale che infonde serenità e bellezza.
Numerose sono le chiese di Cortona, per parlare di tutte ci vorrebbe un libro imponente per cui ci limiteremo ai nomi: Cattedrale di Santa Maria, Santuario di Santa Margherita, Chiesa di San Cristoforo, Chiesa di San Niccolò, Monastero di Santa Chiara, Monastero della Santissima Trinità, Chiesa di San Francesco, Chiesa di San Domenico, Chiesa di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio, Chiesa di Santa Maria Nuova, Chiesa di San Marco, chiesa di San Benedetto, Chiesa di Sant’Agostino.
Ognuna di esse merita una visita attenta per il patrimonio artistico che esse contengono e servirebbe un libro e non un articolo per descriverne i particolari, così come per la Fortezza medicea del Girifalco. Appena fuori di qualche chilometro da Cortona, invece, si trova l’Eremo delle Cel-
le, fondato da Francesco nel 1211, insieme a una piccola comunità di frati tra cui il beato Guido e frate Elia, oggi un simbolo di pace e serenità in un momento così drammatico.
Sono bellissime le chianine che ho avuto modo di conoscere, bianche, imponenti, tranquille e curate con amore da un ragazzo di trent’anni che ha scelto di fare l’allevatore. Ci vuole coraggio in questo e lui dimostra di averlo, le conosce una per una, le chiama quando è ora di mangiare.
La Chianina è una razza bovina tipica della Valdichiana, conosciuta da almeno duemila abbi e forse più. Fu infatti citata da Plinio il Vecchio ed era utilizzata come razza da lavoro da romani ed etruschi.
Lo Syrah ha trovato nel territorio cortonese l’ambiente ideale per esprimersi. Pur essendo di origine francese questo vitigno ha

saputo adattarsi alla perfezione alle abitudini di consumo locali, offrendo vini di straordinaria complessità e eleganza, caratterizzati da note speziate e da una struttura importante. A Cortona rappresenta uno dei vini più importanti della denominazione d’origine Cortona DOC. “Il buon vivere è questo modo di essere,
mangiar bene, bere bene ed essere un luogo di qualità e di storia che è un po’ diverso da quello a cui siamo abituati. – racconta
Vittorio Camorri nel corso dell’ultima edizione di Chianina&Syrah - Siamo partiti anni fa dalla valorizzazione di queste due eccellenze ma oggi vogliamo raccontare lo stile di vita che Cortona rappresenta”.

OSTERIA DEL TEATRO
Dal 1994 Cortona ospita uno degli esempi più riusciti di ristorante tipico toscano, in grado di unire la tradizione di una cucina gustosa e genuina e una tecnica raffinata nella preparazione delle pietanze. L’Osteria del Teatro è l’osteria a Cortona che più si è distinta per qualità dei piatti, cortesia e la calda accoglienza che viene riservata agli ospiti.
Via Maffei, 2 52044 Cortona (AR) Tel. +39 0575 630556 info@osteria-del-teatro.it
LA LOCANDA DEL LOGGIATO
Affacciato sulla piazza principale della cittadina, in un antico palazzo del 1200 si trova il ristorante La Locanda nel Loggiato, locale dall’ambiente curato, con qualche tocco di raffinatezza, guidato da un gruppo di giovani che conducono da anni questa attività.
Piazza di Pescheria - 52044 Cortona (AR)
Tel. +39 0575 630575
L’agriturismo è situato in piccolo borgo vicinissimo a Cortona. Le stanze sono ampie con arredamenti in stile con la costruzione. Ottima ed abbondante la colazione servita in un patio all’ingresso della struttura. Piscina e parco circostante favolosi.
Loc. Montalla 23 - 52044 Cortona (AR)
Tel. +39 347 6227083 info@ipagliai.it
Villa Luisella è una villa di charme, situata nel cuore della città etrusco medievale di Cortona, a pochi passi dalla centralissima piazza, con vista mozzafiato sulla campagna circostante fino a raggiungere il suggestivo Lago Trasimeno. La Villa si distingue per il giardino, perfettamente incastonato tra le mura degli antichi palazzi, una vera rarità, nel cuore della città.
Via Giuseppe Maffei, 48 - 52044 Cortona (AR)
Tel. +39 0575 605287 events@terretrusche.com
L’enoteca offre l’opportunità di scegliere tra le migliori etichette toscane e di acquistare una collezione di accessori per il vino. Gli spazi consentono di poter ospitare degustazioni di vino e conferenze per singoli e piccoli gruppi. La bottega è inoltre ricca di selezioni di prodotti tipici.
Piazza della Repubblica 22/23 - 52044 Cortona (AR)
Tel. +39 0575 62544
wineshop@molesini-market.com
Volete una guida che vi faccia scoprire questo luogo nel migliore dei modi? Inquadrate il QR-code
Autore: Guido Parri

Torino città fordista e, successivamente, capace di riqualificare milioni di metri cubi di aree industriali; Torino città esoterica che fa parte di due triangoli mistici, quello della magia bianca insieme a Praga e Lione, quello della magia nera con Londra e San Francisco; Torino rinata dopo le Olimpiadi invernali del 2006, passando da tre a sette milioni di turisti ogni anno.
Sono sempre moltissime le letture che si hanno di questa città che fu la prima capitale dopo l’unità d’Italia e sono numerose le sorprese che prendono forma ogni volta che si sceglie di andarci.

La sorpresa, questa volta, è stata la scoperta del MAO, il Museo di Arte Orientale che Torino ha inaugurato nel 2008 all’intero di un palazzo storico – Palazzo Mazzonis – diventato, in poco tempo, l’unico in Italia e tra i più importanti in Europa. Disposto su quattro piani raccoglie più di 2300 oggetti di uso funerario, religioso, rituale o quotidiano provenienti da ogni luogo del continente asiatico. Straordinari sono i costumi dei Samurai del XVI secolo o i Corani manoscritti di epoca mamelucca del XV secolo. Non poteva che svolgersi qui una delle mostre più incredibili che io abbia mai visto: quella dell’artista giapponese Chiharu Shiota, nata a Osaka nel 1972.

Chiharu Shiota: the soul trembles
Aperta fino al 28 giugno 2026 la mostra, in anteprima nazionale e, per la prima volta in assoluto, all’interno di un museo di arte orientale, si snoda sui quattro piani di Palazzo Mazzonis attraverso il racconto antologico dell’artista.
Un racconto coinvolgente come la vita artistica di Chiharu Shiota che, fin da bambina, ha vissuto a stretto contatto con l’arte. “La pittura ha occupato solo la prima parte della mia vita artistica, - ha più volte dichiarato l’artista giapponese – perché avevo la sensazione di fare cose che già altri avevano fatto. Volevo invece immergermi nell’arte, farla diventare una cosa che non poteva essere altro che me stessa, completamente”.

Da quella riflessione nacque il bisogno di sperimentare, di diventare lei stessa arte valicando i confini temporali e spaziali, coinvolgendo la parte più intima e vulnerabile dell’essere umano. La prima installazione che fece fu implicita di questo desiderio.
Si versò addosso litri di vernice rossa, su tutto il corpo, coperta appena di un tessuto bianco. “La vernice era quella usata dai carrozzieri per le auto, molto tossica e, infatti, mi sono bruciata la pelle e ci sono voluti sei mesi per toglierla” racconta l’artista.
“I miei genitori avevano una fabbrica dove si costruivano cassette di legno per il pesce. - continua l’artista - Guardavo gli operai fare gesti ripetitivi ogni giorno ed

è in quel modo che ho preso consapevolezza che volevo lavorare con la mente ed essere creativa. Non volevo vivere nel-
lo stesso mondo dei miei genitori ma non sapevo che l’atto di creare fosse così profondo. Ho scelto di vivere come un’artista che non fa parte della società perché, se ne facessi parte, mi abituerei a certi modi di pensare e vivere e smetterei di scoprire cose nuove. Intrecciare fili è una comunicazione con lo spazio, è come dipingere un quadro nell’aria, faccio tutto in modo molto intuitivo e, alla fine, l’opera cresce ben oltre il progetto iniziale. È importante che le mie opere siano create in loco, è quello che chiedo a chi ospita le mie mostre e, qui a Torino, ho trovato una grande disponibilità”.


Le sue installazioni più celebri, composte da fili rossi o neri intrecciati a creare strutture imponenti, avvolgono gli spazi in cui sono collocate, trasformandone i volumi e guidando lo spettatore in un’esperienza immersiva in cui la fascinazione si alterna all’inquietudine, il movimento alla stasi “Quando voglio raccontare una storia uso i fili rossi, quelli neri sono per descrivere l’universo, uno spazio profondo, come il Big Bang, l’inizio dell’universo. Nelle mie opere ci può essere un vestito pieno di assenza, possono essere vecchie scarpe o le valigie di qualcuno. Sono molto attratta dagli oggetti che le persone hanno usato nella loro vita quotidiana. Il mio atelier è pieno di cianfrusaglie di ogni genere: bilance antiche, ruote arrugginite, vecchie bambole, pietre, dadi, case delle bambole dell’ex-Germania dell’Est e una settantina di bottigliette vuote che ho raccolto l’altro giorno. Convivono con me e continuano a commuovermi”.
È un viaggio la mostra di Chiharu Shiota; il viaggio che non è il raggiungere la meta prefissata, ma che sta nella capacità di perdersi lungo il percorso e che ti permette, di conseguenza, di scoprire cose che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute per sempre.
Chiharu Shiota: the soul trembles
MAO Museo di Arte Orientale
Via San Domenico, 11 10122 Torino
Tel. +39 011 443 6932
www.maotorino.it
La mostra è aperta fino al 28 giugno 2026
Orari: Martedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica: 10-18
Giovedì dalle ore 10 alle ore 20, con ultimo ingresso alle ore 19 Lunedì chiuso

a cura della redazione IlBelViaggio
Dal 23 al 26 aprile, Cesenatico ospita la 26° edizione di Azzurro come il pesce, la kermesse culinaria dedicata alla valorizzazione del prodotto “principe” della cucina locale: il pesce dell'Adriatico.
Nel centro storico del celebre borgo marino troveranno spazio stand con alcuni piatti tipici della cucina marinara romagnola. Nella zona del mercato ittico, invece, troveranno spazio le associazioni dei pescatori locali.
La manifestazione prenderà il via con la cena di giovedì 23 aprile e si concluderà con la cena di domenica 26 aprile. In via straordinaria, venerdì 24 aprile gli stand gastronomici saranno aperti sia a pranzo che a cena, offrendo un’ulteriore occasione per gustare le specialità a base di pesce fresco.
Ogni anno le proposte culinarie si concentrano su un prodotto ittico locale che ogni associazione, ristorante o gruppo di volontariato, inserirà all'interno dei propri menù.
All'interno della sagra gastronomica si posizionerà il grande mercato ambulante con prodotti artigianali e tradizionali, alimenti tipici, modernariato e oggettistica.
Info: www.visitcesenatico.it


Dall’Aquila è partito il Manifesto delle Città delle Aree Interne per valorizzare il ruolo propulsivo a favore delle aree interne e periferiche del Paese che tali città, proprio per le peculiari connessioni che hanno con il rispettivo territorio possono esercitare. Anche per questo L’Aquila è stata insignita del ruolo di capitale italiana della cultura 2026
Tra i moltissimi eventi organizzati segnaliamo quello promosso dall’Associazione Dimore Storiche Italiane – sezione Abruzzo e dall’Associazione Angelo de Nardis di Prata, in stretta collaborazione, Palazzi aperti consiste nell’apertura straordinaria al pubblico di edifici storici, palazzi nobiliari, oratori, cortili e spazi monumentali della città dell’Aquila e del territorio, normalmente non accessibili o poco conosciuti.
Le date in cui si apriranno i palazzi sono: 26 aprile, 24 maggio (Giornata nazionale delle Dimore storiche), 28 giugno, 26 luglio, 30 agosto, 27 settembre, 25 ottobre, 29 novembre e 27 dicembre.
Palazzi aperti è la prima azione del progetto Dimore culturali che, a tutto tondo, permetterà di intersecare, nell’ambito de L’Aquila, capitale italiana della cultura 2026, le attività delle istituzioni culturali della città dell’Aquila con il suo patrimonio privato.
Info: www.laquila2026.it
da giovedì 14 a lunedì 18 maggio 2026, Lingotto Fiere
147 mila mq espositivi, oltre 500 stand e 1250 marchi editoriali, 70 sale e 378 ore di laboratori, oltre 2.700 eventi al Lingotto e oltre 500 sul territorio con il Salone Off. Il Salone Internazionale del Libro di Torino torna al Lingotto Fiere da giovedì 14 a lunedì 18 maggio, sempre sotto la direzione di Annalena Benini, per accogliere la comunità di lettrici e lettori di ogni età che incontreranno autrici e autori italiani e internazionali, e avranno modo di scoprire le opere delle case editrici presenti, per ascoltare e ragionare sul presente. Il tema della XXXVIII edizione del Salone del Libro sarà Il mondo salvato dai ragazzini, dal libro fondamentale di Elsa Morante pubblicato nel 1968, un’opera che in realtà contiene molti libri, che sfugge alle classificazioni ed evoca la possibilità di essere molteplici, grandi e poetici. È lo spirito dell’edizione del Salone di quest’anno. Un’avventura intensa e giocosa, in cui imparare a muoversi e a incontrarsi tra le parole e a trovare nella letteratura, nell’arte, e nel presente, la gioia di conoscere e abitare il mondo. Il mondo non è ancora stato salvato, ma se c’è qualcuno che può farlo sono le ragazzine e i ragazzini. Non solo perché a loro stiamo per consegnare tutto, ma anche perché insieme possiamo creare un nuovo modo di stare insieme: con il senso della curiosità e della libertà, con il gusto dell’esplorazione e dell’ascolto, accettando il mistero e le contraddizioni. Info: www.salonelibro.it



Premiato dall’Organizzazione Mondiale del turismo dell’ONU per l‘eccellenza e l’innovazione nel turismo: IT.A.CÀ, il primo e unico festival in italia sul turismo responsabile, invita a scoprire luoghi e culture in maniera responsabile e inclusiva per lanciare un’idea di turismo più etico e rispettoso dell’ambiente e di chi ci vive. Un cammino unico in tanti territori diversi, per trasformare l’incoming in becoming. Coniugando la sostenibilità del turismo con il benessere dei cittadini.
Il festival nato nel 2009 a Bologna in Emilia Romagna è un codice aperto e inclusivo: le date, i format, i temi, le modalità di coinvolgimento dei diversi attori, i rapporti con gli stakeholder e le istituzioni, il budget. Tutto viene deciso insieme. Negli anni ha sviluppato un importante rete nazionale, diventando il primo e unico festival in Italia ed Europa che si occupa di turismo responsabile e innovazione turistica in un’ottica sostenibile per coniugare la sostenibilità del turismo con il benessere dei cittadini. Da giugno a settembre 2026. Info: : www.festivalitaca.net
a Mantova, dal 15 al 17 maggio 2026
a cura della redazione IlBelViaggio
Traiettorie è il tema scelto per la decima edizione del Food&Science Festival, in programma a Mantova dal 15 al 17 maggio 2026. Un titolo che segna un passaggio importante nella storia del Festival e che racconta con precisione lo stato dell’agroalimentare contemporaneo, un settore attraversato da forze profonde e spesso convergenti – climatiche, tecnologiche, economiche, sociali e politiche – che ne stanno ridisegnando il presente e, soprattutto, il futuro. Per tre giorni il Festival animerà i luoghi iconici della città - piazze, chiostri, palazzi storici e teatri – trasformando Mantova in un laboratorio diffuso dove conoscenza scientifica, cultura e spazio urbano si intrecciano. Il Food&Science Festival è un evento unico di divulgazione scientifica di rilievo nazionale e internazionale che affronta e approfondisce in maniera creativa e accessibile le tematiche legate alla scienza della produzione e del consumo del cibo.
Info: www.foodsciencefestival.it


Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani emergenti con la XXI edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna. FANTASMI DEL QUOTIDIANO è il titolo scelto per l’edizione 2026, come filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia. Nell’anno in cui ricorrono i 200 dalla realizzazione di quella che è considerata la prima fotografia della storia (la Vista dalla finestra di Le Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce), Fotografia Europea ha chiesto a Walter Guadagnini di immaginare una grande rassegna che provi a raccontare per immagini cosa abbia significato la fotografia nella vita degli uomini e delle donne degli ultimi due secoli. La mostra sarà dunque un viaggio affascinante, a tratti drammatico a tratti divertente, tra i milioni di immagini che sono state prodotte in questi duecento anni.
Info: www.fotografiaeuropea.it
Il grande tesoro nazionale di storia e architettura composto dai castelli, dalle rocche, dalle torri, fortezze e borghi si svela ad italiani e turisti sabato 16 e domenica 17 maggio 2026 con la 27° edizione delle Giornate Nazionali dei Castelli I volontari della onlus organizzatrice, l’Istituto Italiano Castelli, apriranno le porte di architetture fortificate di proprietà pubblica e privata - da nord a sud del paese - isole comprese - con visite guidate gratuite, conferenze, presentazioni di libri e convegni specialistici, trekking culturali alla scoperta, a piedi, di siti e borghi.
L’evento che ormai ha conquistato appassionati di architettura, restauro, storia e araldica di tutte le età, è ideato e condotto in collaborazione con associazioni, comuni e altri enti pubblici al fine di far conoscere e valorizzare questo incredibile patrimonio culturale: l’Italia vanta, più di altri paesi, un numero consistente di edifici fortificati d’importanza storico-archeologica. Beni culturali che spesso influenzano positivamente le sorti turistiche del luogo in cui si trovano da secoli. Infatti, la visita a fortezze, antiche o moderne, non riecheggia i toni cupi della guerra diventata attualità quotidiana ma racconta come un elemento territoriale a lungo respingente abbia trovato una nuova funzione, diventando territorio inclusivo. I forti oggi sono luoghi aperti e sinonimo di accoglienza e saperi, dove spesso i padroni di casa sono associazioni ed enti pubblici che li animano tutto l’anno con progetti educativi e culturali www.istitutoitalianocastelli.it


Dal 5 al 7 giugno 2026 torna a Prato Seminare Idee – Festival Città di Prato, il festival culturale ideato e diretto da Annalisa Fattori e Paola Nobile, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Prato con il contributo della Regione Toscana.
La seconda edizione ruota attorno alla parola Desiderio, forza profondamente umana che orienta scelte, relazioni e visioni del futuro. Un tema attuale e potente, esplorato nelle sue forme, contraddizioni e possibilità, tra slancio creativo e rischio di ossessione, tra cura, conoscenza e conflitto.
Per tre giorni, il centro storico di Prato diventa uno spazio diffuso di incontro e confronto con scrittori, filosofi, scienziati, psicologi, artisti, giornalisti e sportivi, attraverso conferenze, dialoghi, letture, spettacoli e incontri, tutti gratuiti. Grande attenzione anche ai più giovani con Seminare Idee Kids, il programma dedicato a bambini e ragazzi.
Seminare Idee Festival è un’esperienza culturale condivisa che invita a pensare insieme il presente, a coltivare il desiderio come motore di cambiamento individuale e collettivo, rafforzando il senso di comunità e la partecipazione attiva.
Info: www.seminareideefestival.it



Ci sono città che si visitano e città che si vivono. New York, ti accade
Ti entra nel respiro, nella pelle, nel passo. Ha un profumo tutto suo: un misto di caffè tostato, pretzel caldi, vento dell’Hudson e un accenno di metallo, come se i suoi grattacieli avessero un odore. È un aroma che non dimentichi più.
Durante la mia settimana nella Grande Mela ho provato a seguirne il ritmo: un tour guidato tra i quartieri più iconici, le opere del Metropolitan Museum, l’energia elettrica del concerto di Lady Gaga al Madison Square Garden, e poi la Saint Patrick’s Parade, un fiume verde che scorre lungo la Fifth Avenue tra musica, tradizione e orgoglio irlandese. In mezzo a tutto questo, ho trovato un mio personale triangolo che mi ha affascinato: la Statua della Libertà, il Ponte di Brooklyn e la Cattedrale di San Patrizio. Tre luoghi che, insieme, raccontano la storia, il cuore e lo spirito di questa città.
Il suo nome completo è Liberty Enlightening the World, la libertà che illumina il mondo. Per milioni di persone che arrivavano dal mare, era il primo volto dell’America. Non solo una statua, ma una presenza regale che domina l’ingresso di New York.
Anche la sua storia contiene itinerari inaspettati perché la statua della libertà venne donata dai francesi agli Stati Uniti per celebrare i cent’anni dell’indipendenza (1776-1876) e suggellare
l’amicizia tra i due paesi. A progettarla fu Frédéric Auguste Bartholdi, che la immaginò come una figura femminile ispirata alla libertas romana simbolo di emancipazione e di dignità. In questa impresa si fece aiutare da Gustave Eiffel che si concentrò nella progettazione della struttura interna, in ferro e acciaio.
La statua fu realizzata a Parigi, smontata, e poi suddivisa in ben 214 casse, caricata sulla fregata francese Isère che attraversò l’oceano per essere rimontata direttamente in loco. Venne inaugurata il 28 ottobre 1886. Il colore verde attuale è dovuto alla patina naturale dell’ossidazione del rame. Il piedistallo su cui poggia, in cemento e granito, fu progettato dall’architetto statunitense Richard Morris Hunt e richiama le forme geometriche neoclassiche quasi azteche come a voler unire i due mondi in un’unica opera.
La lunga tunica ricorda le vesti delle statue romane, mentre le sette punte della corona si aprono verso il cielo a rappresentare i sette mari e i sette continenti perché la libertà non conosce confini. Nella mano destra la luce è guida, è un faro per chi arriva, per chi cerca, per chi spera. Nella sinistra ciò che al giorno d’oggi potrebbe sembrare un tablet è in realtà una tavola che porta incisa una data precisa 4 luglio 1776, giorno dell’Indipendenza. Prima ancora della città, prima ancora della terra, l’incontro è tutto per lei: non solo un monumento ma un simbolo. È la libertà, quella vera, con il volto e lo sguardo rivolto al mondo intero.
Guardarla dal traghetto è come incontrare un’icona che già conosci, ma che dal vivo ti sorprende per la sua calma, la sua fermezza, la sua capacità di parlare senza dire una parola.


Una passeggiata sospesa tra storia e vento: il Ponte di Brooklyn
La sua storia nasce da un disagio quotidiano: John Augustus Roebling, ingegnere visionario, era stanco dei traghetti che durante l’inverno si bloccavano tra i ghiacci dell’East River. Così ebbe l’idea di un ponte titanico, sospeso, capace di unire Manhattan e Brooklyn con una soluzione definitiva.
La sua costruzione fu epica:
600 operai
14 anni di lavori
4 cavi d’acciaio lunghi oltre un chilometro 2 torri neogotiche che sembrano porte di cattedrali
1800 metri di lunghezza
84 metri di altezza
Gli anni di costruzione non furono molto fortunati: ben 27 operai persero la vita a causa dell’embolia gassosa provocata dalle immersioni prolungate per scavare le basi dei piloni. Anche lo stesso ingegnere fu vittima di un incidente: durante l’attracco del traghetto la sua gamba venne schiacciata;
dovettero amputargli il piede e poco dopo morì a causa del tetano. Il figlio, Washington Roebling, ereditò la prosecuzione del progetto ma rimase parzialmente paralizzato a causa dell’embolia gassosa. Fu così che la moglie di quest’ultimo, Emily Warren Roebling, prese il comando. Si dedicò agli studi di ingegneria e sotto la supervisione del marito portò a compimento l’opera, rassicurando fornitori e operai. C’è una targa sul ponte che ricorda la sua impresa con le parole Back of every great work we can find the self-sacrificing devotion of a woman; sembra che da questa frase derivi il detto “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”, io più che “dietro” direi che Emily Warren Roebling è stata in prima linea tanto da essere considerata la prima donna a ricoprire un ruolo di capo cantiere nella storia.
Il ponte venne inaugurato nel 1883 e l’anno successivo per dimostrarne la solidità il circo Barnum fece sfilare 21 elefanti, con l’elefante di nome Jumbo in testa alla parata. marzo-aprile

Attraversarlo oggi è un’esperienza che non si dimentica. La parte pedonale e ciclabile – si trova sopraelevata, al livello superiore, lontana dal traffico. Cammini sospeso tra cielo e acqua, con il vento che arriva dall’oceano e Manhattan che cresce davanti a te come una promessa. Ogni passo è un fotogramma e il panorama è in continua evoluzione.
Tra i giganti d’un tratto appare la Saint Patrick’s Cathedral.
Nel cuore pulsante di Manhattan, sulla 5th Avenue circondata da grattacieli e dal ritmo incessante della città, questa cattedrale neogotica sembra sfidare il tempo.
Costruita a partire dalla metà dell’Ottocento, è dedicata a San Patrizio e rappre-
senta ancora oggi il cuore della comunità cattolica della città. Ma ciò che la rende davvero unica non è solo la sua architettura, bensì la sua posizione: è protetta, quasi abbracciata, dai giganti di vetro e acciaio e occupa un intero isolato tra la 50th e la 51st strada.
La prima pietra fu posata nel 1858 dal primo arcivescovo di New York, John Hughes, che sognava un tempio capace di rappresentare la fede e la speranza degli immigrati cattolici. Sotto il presbiterio si trova ancora oggi la cripta che custodisce le spoglie sue e dei primi vescovi della città. Nata dalla visione dell’architetto James Renwick Jr. la cattedrale fu concepita come un tributo al neogotico europeo ed in particolare prendendo spunto da quella

di Colonia. Realizzata grazie alle donazioni e ai sacrifici dei fedeli subì una battuta d’arresto durante la guerra civile e superate queste ferite iniziò ad accogliere i fedeli il 25 marzo del 1879. È rivestita di marmo bianco e nelle giornate di sole, il riflesso della luce sui grattacieli la rende ancora più splendente. A dominare la facciata è il grande rosone centrale, affiancato dalle due torri campanarie che svettano fino a cento metri. L’interno, articolato in tre navate, presenta una pianta a croce latina e volte a crociera che ne fanno un autentico scrigno, nonostante le dimensioni imponenti — 120 metri di lunghezza, 53 di larghezza e 34 di altezza — se confrontate con i colossi che la circondano. Le vetrate finemente

decorate lasciano filtrare una luminosità che si posa sulle pareti bianche ornate da motivi floreali, mentre tutt’intorno si aprono diverse cappelle. Tra queste vi è quella dedicata alla prima santa statunitense
Elizabeth Seton. Dietro l’altare si può ammirare la pietà di Partridge a grandezza naturale. L’altro elemento imponente è il possente organo da più di 7000 canne e cinque tastiere.
La scelta di dedicare questo gioiello neogotico a San Patrizio è dovuta al fatto che molti degli immigrati provenivano dall’Irlanda e questo era un modo per mantenere vivo il legame con la patria.
Di fronte, il Rockefeller Center si erge come un colosso moderno. Al suo ingresso, la maestosa statua in bronzo dell’Atlante, Atlas,


opera di Lee Lawrie realizzata con l’aiuto di Rene Paul Chambellan, appare piegata sotto il peso della sfera celeste che regge sulle spalle. In questo gioco di contrasti, la figura mitologica sembra quasi inchinarsi alla cattedrale creando un dialogo suggestivo tra mito e fede, modernità e tradizione.
Durante la Saint Patrick’s Parade, la cattedrale diventa il cuore pulsante di New York: un mare verde la avvolge. È una festa così sentita da rendere la metropoli, solitamente frenetica, un grande paese capace di unire newyorkesi di generazioni diverse e turisti arrivati da ogni angolo del mondo.
Per non perdere nemmeno un istante di questa magia, sono arrivata presto, alle 7:30 del 17 marzo ero già davanti ai portoni di San Patrizio: volevo assicurarmi un posto per la messa delle 8:30, ma la devozione della città mi ha preceduta. Nonostante l’anticipo, la cattedrale era già
gremita e sono riuscita a trovare solo un piccolo spazio.
Uscita dalla celebrazione, l’atmosfera era elettrica. In attesa delle 11:00, orario d’inizio della parata solenne, la Fifth Avenue si è tinta di ogni sfumatura di smeraldo: il requisito fondamentale, quasi un rito sacro, è indossare qualcosa di verde.
In prima fila, come da tradizione secolare, non possono mancare le istituzioni della città: i reggimenti storici, i vigili del fuoco e la polizia, che sfilano con orgoglio portando le proprie bandiere. Ma il vero spirito della festa sono il suono delle cornamuse e i tamburi che riecheggiano in città, sprigionando un’energia che ti vibra nel petto.
E mentre la parata prosegue tra balli e canti, la festa si sposta nei pub, dove perfino la birra si concede la stravaganza di essere verde per un giorno intero.
Mentre camminavo per Manhattan, mi è venuto spontaneo chiedermi: chissà cosa avranno pensato i primi europei che arrivarono qui, chissà cosa avrà pensato Giovanni da Verrazzano quando, nel 1524, scoprì
quest’ansa del fiume. Gli olandesi acquistarono l’isola di Manhattan dagli indigeni Lenape in cambio di stoffe e perline di vetro. Nessuno, allora, avrebbe potuto immaginare che quel lembo di terra sarebbe diventato una delle città più importanti del mondo.
New York non è solo una città da visitare:
è un luogo che ti resta addosso. La vivi, la attraversi, la osservi, ma in qualche modo è lei che attraversa te. Quando te ne vai, pensi di aver chiuso un capitolo, ma basta allontanarsi un poco per sentire già il desiderio di tornare.
“If I can make it there, I’ll make it anywhere. It’s up to you, New York, New York.”
www.experience-nyc.com
è l’indirizzo giusto per un tour guidato
Attraversare il Ponte di Brooklyn a piedi o in bicicletta è completamente gratuito e accessibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Orari: Il ponte è aperto sempre offrendo viste spettacolari sia di giorno che di notte con le luci della città. Per percorrerlo a piedi si impiegano circa 45 minuti

RISTORANTE BECCO DI LIDIA BASTIANICH
È il cuore della cucina italiana di assoluta qualità. Se siete fortunati potete incontrare Lidia Bastianich e la sua squisita accoglienza. 355 West 46th St, New York, NY 10036
Tel. (212) 397-7597
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Skyline di Londra
19 anni e un sogno. È il 2015 quando Andrea dalla Sicilia compra un biglietto aereo per Londra, si trasferisce senza conoscere una parola d’inglese, studia, si laurea, lavora negli store d’abbigliamento londinesi e poi ha un’idea che gli procura decine di migliaia di follower su Instagram e qui comincia la storia: quella di un sogno che diventa realtà.
Perché Londra?
“Avevo visitato Londra già due volte quando ero al liceo. Non con la classica gita scolastica e allora ho detto a mio papà: con gli stessi soldi della gita voglio visitare una città che preferisco. Così è stato e sono andato a Londra, per la prima volta, con il mio migliore amico dell’epoca. Era il mio primo viaggio fuori dall’Italia, avevo 17 anni. Mi piacque così tanto che, al ritorno, pensavo: io devo ritornarci. E infatti, l’anno successiva, era il 2014, poco prima di diplomarmi, sono tornato. Quella seconda volta è stata fatale: ok, mi sono detto, ho trovato il mio posto nel mondo”.
Come hai iniziato ad imparare la lingua e come ti sei mantenuto?
“Inizi dal McDonald. Il McDonald è un po’ quello che abbraccia tutti quelli che sono appena arrivati, che non sanno parlare l’inglese, ti mettono in cucina, alla fry-station che è la stazione delle patatine fritte. Io facevo ‘ste patatine in continuazione. A volte il mio manager mi sgridava, ma io non lo capivo. Solo dopo ho capito che, in realtà, dovevo sincronizzarmi anche con quante persone arri-
vavano. Invece io continuavo a fare le patatine non stop. Però è stata un’esperienza, un trampolino di lancio perché io sono sempre stato una persona molto ambiziosa e, nel frattempo, continuavo a mandare curriculum; un negozio di abbigliamento mi ha preso e sono rimasto lì per quattro anni. Avevo imparato l’inglese e avevo capito che Londra è una città dove, se vuoi, riesci ad emergere; infatti io, da commesso, sono passato a store manager nel giro di due anni, diventando responsabile di un negozio a Carnaby Street”.
E poi?
“E poi arriva il Covid, resto a casa, mi metto a studiare marketing e apro una pagina sui social. La chiamo La tua Londra, ma senza un’idea definita, volevo solo pubblicare foto con descrizioni in italiano, nulla di più. Le foto hanno fatto presa sul pubblico italia-
Neals-Yard-Covent-Garden-Londra
no e quindi, oltre alla pagina Facebook, ho aperto quella su Instagram. È stato in quel momento che alcuni miei cugini sono venuti a Londra e li ho portati in giro; e gli italiani mi fermavano per strada. In quel momento ho capito che la gente seguiva la mia pagina e ho deciso che La tua Londra doveva avere uno switch, poteva diventare un’attività e il primo pensiero che ho avuto è stato proprio quello dei tour per gli italiani”.
Questi tour oggi sono realtà: come li costruisci?
“Ho delle idee sui posti che, secondo me, potrebbero piacere. Poi, ovviamente, non sempre quello che piace a me poi piace agli altri, giusto? Però devi testarlo direttamente, se non funziona si cambia. Siamo comunque partiti con delle cose che sapevamo già potessero funzionare; un itinerario nel cuore della città, quindi Westminster, Buckingham

Palace, cambio della guardia e poi uno su Harry Potter. Questo ci ha dato la spinta per creare il primo pubblico, i primi clienti, per il passaparola. Poi, piano piano, abbiamo detto ok adesso facciamo un itinerario fuori dai soliti circuiti turistici. Facciamo Londra inedita, facciamo tre quartieri dell’est di Londra dove c’è la street art, dove andiamo a vedere gli artisti locali, raccontiamo le storie pazzesche e quindi quello è diventato un altro best seller. A un certo punto si approcciava l’estate e abbiamo pensato di organizzare dei tour fuori Londra; abbiamo un autobus tutto nostro e siamo andati, con i nostri clienti, a Stonehenge”.
In Italia quest’attività è fortemente regolamentata, a Londra non è così?
“A Londra è davvero molto semplice fare le cose, soprattutto nella parte burocratica. Considera che io ho aperto l’azienda online. Ho chiamato una commercialista, siciliana

anche lei, che vive a Londra e mi ha detto: lo facciamo in tre secondi e così è stato. La cosa bella qui è che il turismo è un settore molto più libero rispetto all’Italia. Si possono organizzare le cose con spirito libero, le persone che partecipano ai nostri tour mi riempiono di domande non sulle date della storia ma sugli aspetti contemporanei: come si vive qui? quali sono le problematiche? Capito? Devi essere molto aperto anche da quel punto di vista, l’experience che le persone vogliono è qualcosa che rimanga nelle loro menti, vogliono vedere delle cose diverse e noi proviamo a soddisfare queste esigenze”
Tutto questo, prenotazione dei tour, organizzazione ecc… avviene online? Quante persone hai portato in giro e come sei organizzato?
Tutto questo online. Non abbiamo una sede fisica e finora abbiamo portato in giro venti-


mila italiani. Siamo partiti in quattro, adesso in azienda siamo in venti. Ognuno ha un ruolo ma è interscambiabile. Benedetta, ad esempio, è l’affiliate manager e si occupa principalmente degli affiliati che sarebbero tutte le agenzie di viaggio in Italia che rivendono i nostri tour, ma tutti, dal primo all’ultimo, sanno andare su strada e fare tour. Quindi se noi abbiamo un picco di tour, come ad esempio Pasqua, il 25 aprile, tutti andiamo in tour”
Per prenotare, oltre all’agenzia che vi rivende ci sono altri metodi?
“C’è il nostro sito – www.latualondra.com - e prenoti. Il nostro sito è un po’ come se fosse un e-commerce dove scegli il tour X e il tour Y. Ci sono tutte le date disponibili, gli orari, prenoti il tour e ti vedi al punto d’incontro. Il nostro target client è dai 35 anni in su, perché i più giovani spesso vogliono fare dei viaggi fai da te. Quindi loro magari seguono la pagina, prendono i consigli, però non sono il nostro cliente finale. Il nostro cliente finale magari è il genitore che vuole invece fare un’esperienza diversa, più rilassante, vuole andare al punto di incontro e godersi la visita senza guardare il cellulare in continuazione e quindi si affidano a noi”.
E la scelta delle persone che lavorano per te con che criterio la fai'?
“Dipende da quello che stiamo cercando,
quale figura. Per una guida turistica non valuto molto la loro esperienza perché ci teniamo noi a formarle. Sappiamo noi il metodo che vogliamo, come vogliamo che i tour siano fatti. Ogni persona nel team ha avuto una formazione almeno di un mese con noi prima di andare a fare i tour e anche durante i primi tour c’è un sostegno da parte nostra. Vado soprattutto a empatia. Se vedo che quella persona potrebbe essere empatica, potrebbe essere amichevole, estroversa, allora sì, potrebbe essere la persona giusta”.
Sono tutti italiani?
“Tutti italiani che vivono a Londra. Tutti come me, siamo partiti tutti con la voglia di Londra. C’è chi viene dal sud, chi dal centro, chi dal nord, quindi siamo proprio un gruppo ben mixato. E l’età anche. C’è il più piccolo che ha 26 anni e la più grande che avrà 50 anni”.
Un’ultima domanda: qual è il posto che ti fa sentire davvero londinese?
“È Notting Hill. È proprio uno dei quartieri che è rimasto un po’ autentico con il tempo, con le sue casette colorate, anche se c’è adesso tanto turismo anche lì, per via del film con Julia Roberts e Hugh Grant. Quando vado lì mi sento molto british, è tutto su misura fatto per gli inglesi”.
www.latualondra.com

Emilia, la terra dello slow mix
Emilia land of the slow mix



