ilBelViaggio n. 9 2026- Poste Italiane Spa - CN/BO - Edizioni Catering srl – Via del Lavoro 85 – 40033 Casalecchio di Reno (BO) - contiene I.P. - costo copia euro 10,00 spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna
N. 9
I T I N E R A R I I N A S P E T TAT I
Tremosine, a picco sul Lago di Garda
Solomeo – Tremosine – Fabriano – Lampedusa – Avigliana Sacra di San Michele - Asolo – Astronomitaly – Barrea – Biblioteca Gastronomica - Villa Russiz
SOMMARIO
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L’indifferenza, un male da sconfiggere - Luigi Franchi
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Solomeo, il borgo dell’armonia - Luigi Franchi
16 Tremosine, a picco sul Lago di Garda - Simona Vitali 26 Fabriano. Dove la carta è la custode del mondo - Maria Cristina Drì 38 Alzare lo sguardo a Lampedusa - Giulia Zampieri 46 Ad Avigliana per scoprire la Sacra di San Michele - Guido Parri 56 Asolo, abbandonarsi alla bellezza spensieratamente - Simona Vitali 66 L’astroturismo, un trend in crescita - Luigi Franchi 74 Barrea, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise - Luigi Franchi 82 Dalla Biblioteca Gastronomica al fulèsta, oppure il contrario - Luigi Franchi 92 Villa Russiz - Maria Cristina Drì
N. 9
ilBelViaggio n. 9 2026- Poste Italiane Spa - CN/BO - Edizioni Catering srl – Via del Lavoro 85 – 40033 Casalecchio di Reno (BO) - contiene I.P. - costo copia euro 10,00 spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna
I T I N E R A R I I N A S P E T TAT I
N° 9 - 2026 EDITORE Edizioni Catering srl Via del Lavoro, 85 40033 Casalecchio di Reno (BO) Tel. 051 751087 – Fax 051 751011 info@ilbelviaggio.it - www.ilbelviaggio.it PRESIDENTE Benhur Mario Tondini
Tremosine Un altopiano a picco sul Lago di Garda Solomeo – Tremosine – Fabriano – Lampedusa – Avigliana Sacra di San Michele - Asolo – Astronomitaly – Barrea – Biblioteca Gastronomica - Villa Russiz
DIRETTORE RESPONSABILE Luigi Franchi luigi.franchi@ilbelviaggio.it REDAZIONE Giulia Zampieri, Simona Vitali, Guido Parri, Maria Cristina Dri
FOTO Archivio Ilbelviaggio , Alam, Archivio Fotografico Città di Asolo, Domenico Marchetti - Pro Loco di Tremosine PUBBLICITÀ Tel. 331 6872138 info@ilbelviaggio.it www.ilbelviaggio.it PROGETTO GRAFICO Gabriele Adani - www.gabrieleadani.it STAMPA EDIPRIMA s.r.l. – www.ediprimacataloghi.com Costo copia trimestrale: 10,00 euro abbonamento annuo 45,00 euro Per abbonarsi: info@ilbelviaggio.it spedizione in abbonamento postale, iscrizione n.8654 Registro Stampa in data 31/07/2025 al Tribunale di Bologna
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L’indifferenza, un male da sconfiggere Una persona molto amante del mare, pochi giorni fa, mi ha detto: “Questo caldo folle non porta bene neppure al mare, non mi va di andarci”. Siamo solo a giugno e le colonnine segnano una temperatura anomala, in quasi ogni parte del mondo: Berlino che supera i 41 gradi Celsius, in una nazione dove solo il 10% delle abitazioni dispone di aria condizionata; stessa cosa a Parigi, a Londra; in Antartide si stanno sciogliendo i ghiacciai eterni; in Italia ci sono dieci gradi superiori alla media stagionale e i temporali sono ormai simili a quelli tropicali. Tornando all’affermazione di quella persona mi assale il dubbio se questo caldo faccia bene al nostro turismo e la risposta è no! Se poi pensiamo che in molti sono convinti che il turismo sia il futuro dell’economia del nostro Paese la disgrazia si fa ancora più grande! E nessuno ascolta più quello che gli scienziati di tutto il mondo vanno dicendo da anni: la crescita incondizionata basata sui combustili fossili impedisce un equilibrio climatico. Nessuno ascolta! I governi mettono delle pezze con decreti che entreranno in vigore fuori tempo massimo. Fa caldo? È estate, passerà! Dicono. Del resto, questo è un problema che, quando arriverà all’apice non ci riguarderà più, sussurrano le vecchie generazioni che dominano l’Italia. Fa ribrezzo pensare a come siamo diventati egoisti e indifferenti, nonostante un passato ancora recente di fatica, di sofferenza, di fame. Non dovrebbe essere questo ciò che dovrei scrivere su una testata che si chiama Ilbelviaggio, che vuole offrire un’immagine positiva dell’Italia, che crede che in questo Paese ci sia ancora una maggioranza di persone per bene ma questa volta non mi riesce. Questa volta, invece, voglio gridare forte che questa maggioranza deve tor-
nare a far sentire la propria voce: intellettuali, imprenditori, operai, politici, magistrati, giovani e donne che vogliono vedere un futuro migliore devono poter dire la loro, senza paura di essere derisi sui social. Se ognuno di noi parla con un altro, se ciascuno attiva il confronto, fa leva sui suoi diritti, quelli che la Costituzione Italiana garantisce a tutti allora, forse, qualcosa comincerà a cambiare. Avremo ancora un sogno: quello di vivere davvero nel Paese più bello del mondo. Perché l’Italia, pur con tutte le sue storture, ha questo primato; ha persone che hanno conquistato il mondo con le proprie invenzioni, con le proprie parole, le ha avute nel passato e le ha ancora adesso. Solo che ora se ne stanno andando all’estero per trovare valore, e lo fanno controvoglia. Creiamo le condizioni per il loro ritorno, diamo ai giovani di oggi la possibilità di potersi esprimere, diamo dignità economica, culturale, sociale al lavoro in Italia. Non possiamo vivere delle glorie del passato su cui si basa, molte volte, la nostra offerta turistica; questa gloria che si rivela nell’arte, nell’architettura, nel paesaggio rurale facciamola diventare moderna, contemporanea. In ogni dove: facciamo musei che abbiano una vita meno polverosa; diciamo con forza che la nostra agricoltura che pesa per il 4% della forza lavoro rispetto al 75% di cinquant’anni fa produce più qualità con minore sforzo; rendiamo gli hotel, tutti non solo i cinque stelle, la rappresentazione efficace della nostra ospitalità. E occupiamoci del cambiamento climatico perché significherà occuparsi del benessere delle persone! I NOSTRI PARTNER
Luigi Franchi
direttore responsabile de Ilbelviaggio luigi.franchi@ilbelviaggio.it
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Solomeo, il borgo dell’armonia Ogni spazio qui esprime unicità e bellezza Autore: Luigi Franchi
Allora è possibile! Questo è stato il primo pensiero non appena sono arrivato a Solomeo, un piccolo borgo a pochi chilometri da Perugia. È possibile restituire alle persone la bellezza senza che essa appaia come un passato decadente, ricco si di storia e di arte ma che non fa i conti con il futuro a cui deve cominciare ad ispirarsi il nostro Paese. E Solomeo aspira, invece, a non essere semplicemente un borgo restaurato bene: è un progetto morale e civile in cui la bellezza viene usata come forma concreta di organizzazione della vita, del lavoro e del paesaggio. Il recupero di questo antico borgo oggi è realtà, camminando per le sue strade non si può fare a meno di pensare al disegno della città ideale di Leon Battista Alberti. Ma se quella è rimasta in parte utopia, Solomeo è un luogo fisico, vero, concreto, ideale. È l’esempio contemporaneo di quello che stabiliva il Costituto Senese del 1309, ossia che chi governa deve mettere al primo posto “massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”. Questo è ciò che ha fatto Brunello Cucinelli quando ha iniziato a rivitalizzare il piccolo borgo di Solomeo. Da qui la mia espressione: Allora è possibile! Ci è riuscito? Quanto Solomeo è comunità vissuta o rappresentazione ideale? Domande che trovano risposta parlando con chi questo borgo lo abita. “Si, è comunità vissuta. C’è integrazione perfetta tra lavoro e vita quotidiana. Ogni spazio è stato pensato per rendere la bellezza
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un elemento concreto delle nostre vite e questo non è poco. La bellezza è nella vita quotidiana, nei piccoli gesti, negli oggetti comuni e nella cura dell’ambiente, diventa una risorsa etica, relazionale e vitale”, sintetizzo con queste parole le diverse conversazioni che ho avuto con le persone del posto. Queste parole stimolano una riflessione sul tema dei borghi in Italia e come si dovrebbero ripensare: luoghi meravigliosi, belli da vedere ma non certo da vivere, dove il massimo che si riesce a fare come azione progettuale è mettere in vendita le case a un euro sperando che a comprarle siano persone che poi trasferiscono lì le loro attività economiche ma non è mai, o quasi mai, così se non nei film come La dolce villa ambientato in Val d’Orcia. Dai borghi i giovani vanno via, emigrano controvoglia, portano il loro talento lontano, fuori dall’Italia, e di questo nessuno si
preoccupa perché siamo ormai convinti che l’Italia potrà vivere solo di turismo. Nulla di più sbagliato! Basta leggere The italian dream di Alec Ross, un americano esperto di tecnologia che, dopo aver visitato 100 dei 196 Paesi del mondo, ha scelto l’Italia per viverci e lavorarci – insegna alla Business School dell’Università di Bologna -, per capire come il nostro Paese sia legato a un’ammirazione esterna per ciò che il nostro Paese è stato. “È un sogno nostalgico” scrive. “Questo è l’italian dream che vive ogni straniero che arriva nel Bel Paese. Ora però dobbiamo pensare al vostro Italian Dream, che non guarda al passato ma al futuro. I vostri antenati geniali non erano altro che italiani che hanno guardato al futuro e hanno creato cose incredibili facendo la storia che gli stranieri oggi vengono ad ammirare. Gli italiani di oggi hanno l’opportunità di iniziare a fare lo stesso”.
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Ripartiamo proprio da Solomeo
Questa lunga riflessione mi è venuta in mente dopo le conversazioni avute passeggiando lentamente tra le stradine di Solomeo, il borgo dell’anima, come lo definisce lo stesso Brunello Cucinelli che qui ha impiantato la sua attività: quella di creare linee di abbigliamento di cashmere che lo hanno reso famoso in ogni parte del mondo, ma non è di questo che parleremo bensì del fatto che lui ha sconfitto quella visione di sognatore che, in Italia, è spesso associata quasi a un insulto: uno che ha la testa tra le nuvole, che non vuole affrontare la vita reale. Ebbene, Cucinelli ha saputo unire la sua visione di sognatore al pragmatismo imprenditoriale arrivando a coniare un capitalismo umanistico immaginandolo come “una grande armonia entro la quale il profitto, il dono, la custodia, la dignità della persona umana e l’etica della verità vivono nel reciproco arricchimento”. Con queste parole lo ha raccontato nel suo discorso ai grandi della Terra in occasione del G20 a Roma nel 2021, spin-
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gendosi a ricordare un episodio personale che gli ha segnato tutta la vita: “Da ragazzo vidi gli occhi lucidi di mio padre umiliato e offeso sul lavoro, e ancora oggi non capisco perché si debba umiliare ed offendere, ma ispirato dal dolore che lessi in quegli occhi decisi che il sogno della mia vita sarebbe stato quello di vivere e lavorare per la dignità morale ed economica dell’essere umano. Volevo un’impresa che facesse sani profitti, ma lo facesse con etica, dignità e morale; siamo quotati in borsa, mi piaceva un’impresa che avesse una equilibrata e garbata crescita. Volevo che gli esseri umani lavorassero in luoghi leggermente più belli, guadagnassero qualche cosa in più come salario e si sentissero al lavoro come anime pensanti. Proviamo a non volgere le spalle alla povertà. Desideravo che una piccola parte dei profitti dell’azienda andasse ad abbellire l’umanità tutta e volevo che le persone lavorassero le giuste ore e fossero connesse il giusto tempo, così da armonizzare Tecnologia e Umanesimo e ritrovare un sano
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equilibrio tra mente, anima e corpo, perché anche l’anima ed il corpo hanno bisogno di nutrirsi ogni giorno”. Queste parole non sono rimaste parte di un bellissimo discorso ma hanno trovato realizzazione nel sogno di Solomeo, come recita il bel libro che poi ha scritto.
Cosa si incontra a Solomeo
Appena si arriva un grande murales che riporta una foto di Brunello Cucinelli nella sua biblioteca: migliaia e migliaia di libri attorno a lui e una frase dell’imperatore Adriano, “i libri mi hanno indicato la via della vita”. A un’amante dei libri come il sottoscritto è stato come un invito a nozze: mi sono precipitato a cercare quell’immensa biblioteca ma ho potuto solo sbirciare dalla porta perché è in fase di catalogazione per essere trasferita in un locale che sta finendo la ristrutturazione per diventare, tra poco, la Biblioteca Universale di Solomeo. Un valido motivo per tornare e perdermi tra migliaia e migliaia di pagine. Forse non mi vedrete più! A Solomeo Brunello Cucinelli conobbe la
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sua adorata moglie, Federica, che abitava nel borgo e questo è forse stato uno dei motivi che lo hanno portato a custodire questo gioiello, traghettandolo verso il futuro. Dapprima fu, infatti, il castello medievale ad essere acquistato. Nel castello impiantò l’azienda permettendo a chi lavorava per lui – dirigenti, impiegati, operai – di passare le ore del lavoro all’interno di un luogo carico di bellezza ed emozione. Adesso l’opificio si trova all’inizio del paese, per le dimensioni che l’azienda ha assunto, ma anche se è un edificio ultramoderno si integra alla perfezione con il paesaggio e la natura. Sono poi entrato in chiesa, dedicata a San Bartolomeo, fondata nel XII secolo viene ricostruita nel Settecento e, infine, ampliata nel corso del XIX secolo. Contiene un prezioso organo settecentesco ma quello che più colpisce, nella sua semplicità, è il blu dei soffitti, un blu incredibile che fa venire in mente la preziosità del lapislazzulo che, in epoca medievale aveva un costo paragonabile a quello dell’oro, se si pensa che le uniche miniere conosciute erano in Afghanistan.
In giro per vicoli e piazzette
Dura poco la scoperta del borgo, in tutto circa 400 abitanti e la conseguente contenuta dimensione urbana, ma la sensazione è che vorresti che la visita non finisse mai. Cultura e arte si incontrano a ogni passo. Sulle pareti degli edifici sono collocati i busti dei grandi maestri della filosofia e della letteratura, con riportate le loro frasi più profonde. Ne citiamo alcune: agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona sia nella persona di ogni altro sempre come nobile fine mai come semplice mezzo di I.Kant; Io farò un’invenzione che significherà grandi cose di Leonardo; Mostrerò cosa può fare una donna di Artemisia Gentileschi; Ogni sogno, quando è grande, si trasforma in realtà di Flautilla Bricci, architetta del XII secolo; La vita è un processo di conoscenza di Ipazia, filosofa del V secolo. Con queste letture arrivo alla Loggia dei Poeti, un luogo magnifico per la vista che ha sulla vallata, lì e nelle diverse piazzette sono
disposti tavolini e sedie per sostare, leggere, pensare. Proseguo fino a quando mi appare il Teatro, l’opera a cui Brunello Cucinelli ha dedicato molto spazio del suo tempo. Sorge di fronte al Foro delle Arti, inaugurato nel 2011 mentre il teatro è del 2008; luoghi dove il piacere culturale si avverte in ogni spazio, nell’Anfiteatro, nel Giardino dei Filosofi, Nelle stanze dell’Accademia Neoumanistica aureliana. Il teatro ospita ogni anno stagioni artistiche che hanno visto la presenza, tra gli altri, di Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Luca Ronconi, Toni Servillo, Laurie Anderson, Giorgio Albertazzi, Peter Brook. Infine, a poca distanza, il Parco Agrario che si apre su vigneti di Sangiovese e Cabernet-sauvignon impiantati nel 2011, con una logica armonica che lascia stupefatti. E più su, in alto sulla collina, l’uliveto, con piante vecchie di sessant’anni che custodiscono una storia che si fa futuro, perché l’olivo è la pianta che racchiude in sé, più di ogni altra, passato, presente e futuro.
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Il Teatro di Solomeo
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Dove dormire
Dove mangiare
Dove comprare
BORGO MANDOLETO
Nel cuore della verdissima Umbria, immerso fra ginestre colorate, querce secolari e cespugli profumati, Borgo Mandoleto Country Resort & Spa propone una vacanza all’insegna della cordialità, dell’accoglienza e del riposo; il tutto in un’ atmosfera romantica di assoluta quiete. Strada del Mandoleto n. 15 Perugia 06132 (PG) Loc. Capanne/Solomeo Tel +39 075 5293119 www.borgomandoleto.com
VALTER
Valter a Solomeo offre un’esperienza culinaria autentica e accogliente, proprio come essere a casa. La cucina tradizionale umbra è rinomata per i suoi piatti ricchi di sapori, i piatti del ristorante di Valter, realizzati a mano e con cura, utilizzano materie prime provenienti della loro azienda agricola che fornisce ingredienti genuini e di alta qualità. Strada Del Mandoleto 18 da Via del Patollo 06132 Solomeo (PG) Tel. +39 338 2158174 valterasolomeo@gmail.com
FACTORY STORE BRUNELLO CUCINELLI
Fondata a fine anni 70 la casa di moda Brunello Cucinelli è specializzata nel cashmere, è oggi uno dei brand più importanti a livello mondiale nel settore del prêt-à-porter chic. Una storia imprenditoriale italiana come ce ne sono poche quella di Cucinelli il cui “successo è figlio di un’intuizione semplice: colorare il cashmere, che sino a quel momento veniva proposto principalmente in colori naturali o un poco più basici”. Piazzetta dei Sapienti, 11 06073 Solomeo (PG) Tel. +39 075 529 4555 www.brunellocucinelli.com
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Tremosine
A picco sul Lago di Garda Autrice: Simona Vitali
Quando ci troviamo dinanzi a territori paesaggisticamente preservati vale la pena chiedersi il perché, partendo magari dalla loro conformazione geografica, che può avere sortito intrinsecamente una funzione protettiva dell’esistente. Questo è il caso, come vedremo, di Tremosine sul Garda, un comune letteralmente sospeso sul lago, immerso - a ragione - nel cuore del Parco Alto Garda Bresciano, con la sua natura incontaminata. E che si caratterizza pure come ‘diffuso’, con le sue 18 frazioni - di cui 17 dislocate su un altopiano a diverse altitudini, tra i 400 e i 600 metri rispetto all'acqua, e una che è direttamente sul lago - su un'estensione di circa 70 chilometri quadrati.
Quando l’avvento di una strada cambia le sorti di un territorio
Il lago ha sempre rappresentato per gli abitanti di Tremosine lo sbocco per commercializzare le proprie merci, per poter fuoriuscire da quella condizione di isolamento a cui il vivere in quel comune arroccato su un altopiano a strapiombo li costringeva. Tuttavia, per secoli, per scendere al porto c’era solo una fitta rete di
Strada della Forra. Credit Pro Loco di Tremosine
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La strada della Forra
mulattiere e ripidi sentieri che mettevano a dura prova chi traportava a spalla legno, carbone, grano, olio… Nell’intento di alleviare queste fatiche, tra fine '800 e inizio '900, sono state realizzate due teleferiche tra Pieve (capoluogo) e il porto: il 'filo Berasi', che funzionava a contrappeso di pietre e il 'filo Cozzaglio' che sfruttava il peso dell'acqua. Il primo è rimasto attivo fino al 1912, il secondo fino al 1931. Più di tutto però si desiderava che venisse realizzata una vera e propria strada, nella convinzione che soltanto questa potesse creare le condizioni per una nuova economia. È il 1889 quando su iniziativa di due preti, don Giacomo Zanini, parroco di Vesio, frazione di Tremosine, e don Michele Milesi, allora consigliere comunale, e su progetto di Arturo Cozzaglio, poliedrico geologo e idrologo autodidatta tremosinese di notevole acume, viene presentato il primo progetto di quella che sarà destinata a diventare
un’opera di ingegneria stradale pionieristica, di straordinaria portata dal punto di vista economico e di impegno umano e insieme di stupefacente bellezza. Strada della Forra - così chiamata perché attraversa la spaccatura rocciosa profonda (forra appunto) scavata nei millenni dal torrente Brasa - ha comportato in ben 4 anni di serrati lavori, dal 1908 al 1913, la realizzazione di profondi tunnel nella roccia e la costruzione di ponti sospesi all’interno della forra, superando oltre 400 metri di dislivello, per collegare Porto (che è nei pressi di Campione) ai borghi montani di Pieve e Vesio. Una strada, questa della Forra, che per molto tempo, dopo la sua inaugurazione, è stata percorsa perlopiù dai carrettieri che rifornivano di legna o Carbone Campione, e che verrà utilizzata appieno solo dopo la costruzione della gardesana Gargnano - Riva nel 1931.
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Letto del fiume Brasa - Credit Domenico Marchetti
Un'opera che, oltre alla funzione per cui è nata, si è rivelata fin da subito un capolavoro paesaggistico, che si snoda per quasi sei km, tra scorci a strapiombo sul lago, gole mozzafiato e gallerie scavate nella montagna, che nel corso del tempo ha fatto parlare di sé, divenendo set cinematografico nelle riprese del film Quantum of Solace della saga dell’agente 007 James Bond, nonché sfondo di spot pubblicitari e molto più semplicemente attrazione per gli appassionati di motori, che arrivano appositamente per l'ebbrezza di percorrere questa strada. E che proprio perché stretta e tortuosa è stata regolamentata da un senso unico permanente in salita (dall’incrocio con la strada Gardesana fino al ristorante Forra) e un breve tratto a doppio senso in discesa (fino al semaforo).
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Don Gabriele Scalmana
Tutti gli scenari di Tremosine
Sono venuta a conoscenza che a Tremosine c'è un parroco in pensione, don Gabriele Scalmana, che è studioso di storia locale e l'ho cercato per poterlo incontrare. Mi ha dato appuntamento presso la chiesa di San Lorenzo Martire a Voltino, e scoprirò che non è un caso. Ci portiamo sul retro dell'edificio dove si apre una terrazza panoramica naturale protetta da un parapetto, da cui si gode di una magnifica vista sull’altopiano. Da qui comincia ad illustrarmi Tremosine in modo didattico, partendo dalle coordinate geografiche come fa un prof. a scuola con i suoi ragazzi. E infatti il don è stato insegnante e ha pure scritto testi scolastici, oltre a non pochi libri su Tremosine. “Il territorio è diviso in due grandi vallate e me le indica con la mano mentre spiega - che si restringono, verso il lago, in altret-
Uno dei punti panoramici di Pieve, presso Hotel Miralago. Credits Domenico Marchetti
tante forre assai strette e profonde: la valle del fiume San Michele e quella dei fiumi Bondo/Brasa, separate dalle creste Punta Movina, Zenone, Nai. Una rupe a precipizio lo innalza a picco sul lago di Garda: Pieve, il capoluogo è lì, sul ciglio di quella rupe, a 413 metri slm. Là in fondo vedi Vesio, frazione dell'entroterra a 619 metri s.l.m. Questo per dirti che c'è una varietà di paesaggio - tra lago, valli. colline, montagne - che conferisce alla regione tremosinese una gradevole varietà di climi e di ambienti”. “Allettante - mi dico - trovare un'area così variegata in un raggio chilometrico contenuto. Di certo non ci si annoia! Terminata la chiacchierata voglio provare a fare un piccolo tour, per vedere che effetto mi fa passare da un ambiente all'altro”. “Guarda - prosegue don Gabriele - quelle
sono le frazioni. E ognuna, se ci fai caso, ha una sua chiesa. Segno di identità”. Osservo intenerita questo scorcio di presepe, fatto di piccoli agglomerati di case (d'altronde 2050 abitanti sono distribuiti su 18 frazioni!). Don Gabriele mi racconta che varie stratificazioni umane hanno lasciato tracce a Tremosine: neolitici, retici, romani, medioevali. Poi c'è stato il periodo veneziano che ha portato una certa floridezza per tre secoli. Con Napoleone Tremosine si impoverisce per poi tornare a vivere, negli anni a cavallo del ‘900, un grande risveglio sociale e economico. Per meglio comprendere quanto ho raccolto non mi resta che visitare qualche frazione. Saluto il don, scendo a Limone sul Garda da dove sono salita per raggiungere agevolmente Voltino per il mio appuntamento
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La scala tonda della casa di Arturo Cozzaglio - Credit Domenico Marchetti
(altra possibile via di accesso a Tremosine, comunque panoramica) e mi porto a Campione, dove imbocco finalmente la strada della Forra, biglietto da visita di Tremosine. Guido molto lentamente, assaporando, tratto dopo tratto, le diverse ambientazioni in cui mi calo, tra gole, tunnel e panorami mozzafiato e cercando di imprimere nella memoria ciò che posso fotografare solo con gli occhi in quel frangente (in realtà c'è
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modo di percorrere anche un tratto a piedi). Giunta a Pieve da quegli oltre 400 metri di altezza cerco l'affaccio a strapiombo sul lago da piazza Cozzaglio ma, in realtà, ci sono altri punti panoramici spettacolari in questo piccolo centro, con una sua chiesa di interesse (“la più artisticamente rilevante del comune di Tremosine”) e alcune curiosità come la scala tonda che Arturo Cozzaglio ha disegnato per la sua casa.
Val di Bondo, nel cuore del Parco Alto Garda Bresciano - Credit Domenico Marchetti
Vesio, la frazione più popolosa di Tremosine - Credit Domenico Marchetti
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Proseguo in auto, per sondare altre facce di Tremosine, altri scenari, imboccando la strada per le frazioni di Castone e Mezzema, che mi si presentano come due piccoli borghi montani , rispettivamente di 480 e 570 mt di altitudine. A Mezzema sono visitabili grotte della prima guerra mondiale scavate a mano con funzione difensiva prima e di rifugio poi e reperti storici quali epitaffi romanici sulle facciate delle case più antiche. Riprendo la marcia verso Secastelllo e località Polzone, salendo ancora di altitudine, e calandomi in una splendida zona dell'entroterra. Secastello, a 610 mt di altitudine, si presenta come un borgo rurale tra i più panoramici del lago di Garda e località Polzone come una piana naturale caratterizzata da ampie praterie e malghe. Qui ha sede la cooperativa agricola Alpe del Garda, nata nel 1980 da un gruppo di allevatori e montanari che si impegna a trasformare il latte prodotto negli allevamenti di bovini presenti
sul territorio e a favorire il rilancio della vacca Bruna Alpina, la razza tradizionalmente allevata a Tremosine. Non ho potuto non fare sosta nel punto vendita di Alpe del Garda dove ho trovato in prima linea formaggi e latticini di propria produzione, fra cui spicca, per notorietà, la Formagella di Tremosine (formaggio a pasta morbida dal sapore delicato), carne e insaccati provenienti dalle filiere certificate del latte e della carne, tutte interne alla cooperativa stessa. Ma anche olio extravergine, miele, confetture, vino e grappe. Un paradiso per i turisti, all’ennesima potenza per quelli stranieri, che riempivano i loro bauli di borse di acquisti, come a voler tenere viva un’esperienza, anche una volta arrivati a casa. A Tremosine cambiano gli scenari, a seconda di dove ci si sposta. Eccome se cambiano! E questo è incredibilmente bello.
Pieve di Tremosine - Credit Domenico Marchetti
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Dove dormire
HOTEL PINETA CAMPI****
Immerso in una pineta a picco sul lago, regala una panoramica esclusiva e pace. Via Campi, 2 25010 Voltino di Tremosine (BS) Tel. +39 0365 912011 info@hotelpinetacampi.com LOCANDA CASTELLETTO
Albergo diffuso, che si connota in ogni suo ambiente per la cura del design, nella splendida Pieve a picco sul lago di Garda. Qui L’obiettivo non è intrattenere ma accompagnare l’ospite verso il proprio sé autentico, attraverso spazi che suggeriscono ispirazioni, materiali che raccontano, dettagli che custodiscono memoria. Il ristorante interprete della tradizione, con la sua selezione di materie prime di qualità e i pochissimi tavoli (aperto anche all’esterno), non vuole altro che contribuire a coltivare intimità. Vicolo della Scaletta 7 - Pieve Di Tremosine +39 329 65 33 576 info@smallcastlepieve.it
Dove mangiare Dove comprare
DA NANDO
Accogliente locale sito nell'antico borgo di Villa, che propone una cucina che è espressione genuina della tradizione mediterranea e lacustre, avendo cura di valorizzare il territorio dell’Alto Garda (pescato locale, carni scelte, formaggi nostrani, olio extravergine<9. Vicolo Largo, 10 - 25010 Tremosine sul Garda (BS) Tel. +39 0365 951230 info@ristorante-danando.com ALPE DEL GARDA
Una realtà cooperativa, frutto della tenacia di questo territorio, particolarmente rinomata per la produzione di formaggi vaccini di montagna (utilizzato latte di vacche di razza Bruna), quali Formagella Tremosine (la più conosciuta), Formaggio Garda e Garda Riserva (formaggio semigrasso a pasta dura, con una stagionatura medio-lunga) ma anche per la proposta di carni bovine, suine e salumi locali. E altri prodotti tipici. Via Provinciale, 1 - 25019 Tremosine sul Garda (BS) Tel. + 39 0365 953050 info@alpedelgarda.it
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Fabriano
Dove la carta è la custode del mondo Autrice: Maria Cristina Dri
Carta stesa ad asciugare
“Egli fa prendere la scorza d’un àlbore ch’a nome gelso…e cogliono la buccia sottile…e di quella buccia fa fare carte come di bambagia; …E vi dico che la carta moneta corrispondente a dieci bisanti non ne pesa uno; e vi dico anche che il più delle volte i mercanti cambiano questa carta moneta con perle, oro e altre cose rare…” così Marco Polo raccontava nel Milione una delle meraviglie più incredibili incontrate durante il suo viaggio in oriente: la carta. Marco Polo osservava stupito quei fogli leggeri, ottenuti dalla corteccia del gelso e capaci di valere più dell’oro e delle perle. Ed è straordinario pensare che da questa invenzione di 2000 anni fa sarebbero nate lettere d’amore, trattati di pace, dichiarazioni di guerra, poesie, spartiti musicali, mappe e libri che ancora oggi custodiscono la storia dell’umanità. E al centro di questa vicenda affascinante c’è Fabriano, città marchigiana incastonata tra le vette dell’Appennino.
L’antica legenda di Cai Lun
Quasi duemila anni fa, nella Cina imperiale, viveva Cai Lun, un funzionario alla corte dell’imperatore Han. Egli era un uomo curioso, grande osservatore della natura e capace di trovare soluzioni pratiche per i problemi del suo tempo. Un giorno mentre si recava al fiume per meditare, vide delle belle ragazze intente a lavare i panni. Osservando il corso dell’acqua, notò che le fibre dei tessuti si accumulavano in un’ansa formando un velo com-
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Cumulo di stracci
patto e sottile. Cai Lun pensò che se fosse riuscito a raccoglierlo e ad asciugarlo ci avrebbe potuto scrivere sopra. Così tornò a casa e iniziò a sperimentare. Prese un grosso mortaio e ci mise dentro: corteccia di gelso, canapa, stracci, e delle reti da pesca. Pestò il tutto riducendolo ad una fine poltiglia. Lo immerse nell’acqua e lo filtrò attraverso una sottile intelaiatura di bambù. Quando quel velo di fibre si asciugò al sole, comparve il foglio di carta. La leggenda prosegue raccontando che Cai Lun portò la sua invenzione all’imperatore dimostrando che quella superficie era più leggera della seta, più pratica delle tavolette di bambù e che era facile scriverci sopra. Forse questo racconto si è trasformato e arricchito nel corso dei secoli ma dietro ogni leggenda si nasconde sempre un fondo di verità, come accade nelle
grandi storie. Gli archeologi hanno scoperto nella regione cinese del Gansu alcuni frammenti di mappe risalenti al II secolo avanti Cristo, sulle quali si vede il fiume Giallo e il fiume Azzurro e sono tra le più antiche testimonianze materiali della sua esistenza. Eppure il nome di Cai Lun continua ad essere legato alla nascita di quest’arte tanto che la Cina gli ha dedicato statue, templi commemorativi e celebrazioni ufficiali.
Da Samarcanda al cuore delle Marche
Per secoli i cinesi custodirono gelosamente il segreto della carta, quasi fosse un sapere sacro. La grande svolta avvenne nel 751 dopo Cristo con la battaglia di Talas. Gli arabi, dopo aver conquistato Samarcanda cat-
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turarono alcuni prigionieri cinesi che conoscevano quest’arte. Da quel momento Samarcanda divenne uno dei centri più importanti per la produzione della carta del mondo islamico. La carta così attraversò Bagdad, Damasco, il Nord Africa, la Spagna islamica entrando nel bacino del mediterraneo. E da lì, attraverso i commerci e le rotte mercantili, raggiuse l’Italia. Fabriano, però, non ha solo accolto la carta in Italia: le ha dato una nuova forma, una nuova qualità, e un nuovo destino.
Il museo della carta e della filigrana di Fabriano
L’appuntamento è al centro del chiostro. Il museo della carta e della filigrana ha sede in un antico convento domenicano del 1380. Ad accompagnarci in questa incredibile avventura c’è Claudia Crocetti, la nostra guida, capace di trasformare ogni oggetto, ogni macchinario, ogni foglio in una bella storia. È lei a svelarci che il se-
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greto di Fabriano non fu uno soltanto, ma ben tre: tre invenzioni, nate in questa città operosa, che cambiarono per sempre il destino della carta in Europa e nel mondo.
La pila idraulica a magli multipli
Fabriano nel XIII secolo era una città ricca di attività artigianali e manifatturiere. Grazie al fiume Giano erano in funzione mulini, gualchiere e officine con lanaioli, tessitori, cardatori della lana e conciatori. Ed è proprio dal mondo dei tessuti e pelli che nacque la grande carta fabrianese. Gli stracci di lino e canapa erano perfetti per creare nuovi fogli. Le gualchiere utilizzate per lavorare i panni di lana divennero perfette per la produzione della carta. Aggiungendo la pila idraulica a magli multipli, mossa dall’acqua del fiume, si modernizzò il sistema velocizzando la capacità di triturare le fibre e rendendo il processo più efficiente della pestatura manuale. Con un gesto esperto, Claudia mette in
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azione la pila idraulica a magli multipli. Il rumore è improvviso, potente, quasi primordiale: i magli scendono ritmicamente, colpiscono, triturano. Restiamo immobili e affascinati da quel meccanismo che racconta visivamente l’ingegno di secoli fa. Claudia osserva le nostre espressioni stupite:”Ecco - dice - questa è stata la prima grande rivoluzione”.
Una straordinaria invenzione – intuizione
Quando la carta arrivò in Italia, regnava Federico II di Svevia che era nato a Jesi, sempre nelle Marche. Egli ne rimase affascinato per la sua finezza e leggerezza ma aveva un difetto: assorbiva l’inchiostro velocemente facendolo uscire dall’altra parte del foglio. Per questa ragione Federico II continuò a preferire la pergamena, molto più resistente e ottenuta dalla pelle animale. Utile per tutti i documenti e
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gli atti ufficiali, fino a quando a Fabriano qualcuno non trovò la soluzione. L’intuizione di impermeabilizzare la carta arrivò dagli scarti delle concerie che in città erano molto diffuse. Le pelli venivano bollite per ore fino a trasformarsi in una gelatina densa. Questa sostanza chiamata ‘colla di carniccio’ venne poi utilizzata per ‘collare’ la carta rendendola impermeabile, così finalmente l’inchiostro rimaneva in superficie senza attraversare il foglio. La carta divenne così durevole, elegante, pratica e resistente tanto da sostituire in breve tempo la pergamena in tutti gli atti ufficiali. Claudia ci porge due fogli uno trattato e uno no: la differenza al tatto è immediata. Quindi, ricapitolando, il processo era ormai perfezionato: gli stracci venivano macerati e ridotti in pasta, poi il foglio prendeva forma nel telaio, veniva deposto sui feltri di lana che assorbivano l’umidità e lo proteggevano durante la
pressatura. La pressa compattava ulteriormente le fibre, rendendo la carta più resistente. Dopo l’asciugatura sugli stenditoi, i fogli venivano levigati con utensili di pietra e legno fino a ottenere una superficie uniforme, liscia e pronta per essere scritta.
Terza invenzione – la filigrana – un errore diventato arte
Durante la lavorazione di un foglio, un sottilissimo filo metallico del telaio, si spezzò, lasciando sulla carta una traccia trasparente, visibile solo in controluce. Un’ imperfezione sufficiente al maestro cartaio per capire che quel segno poteva diventare un simbolo, una figura, una firma invisibile nascosta nel cuore del foglio, ovvero qualcosa di rivoluzionario: la filigrana. Da allora i cartai fabrianesi iniziarono a modellare fili metallici che riproducevano stemmi, animali, simboli religiosi e marchi
delle cartiere. Quando la pasta si depositava sul telaio, nei punti in cui toccava il filo lo strato si assottigliava e il disegno emergeva controluce come per magia. Al museo questa magia si può vivere davvero. Claudia prende un foglio e lo avvicina a una fonte di luce. Nell’istante in cui l’attraversa, compaiono figure sottilissime e perfette: un’aquila, una croce, un giglio araldico. Sono opere d’arte nascoste, invisibili alla luce normale. Claudia ci mostra come la filigrana sia capace di raggiungere livelli incredibili di precisione come la Velata di Raffaello Sanzio riprodotta con una cura pazzesca del dettaglio. Osservandola in controluce si distinguono il volto, i capelli, il velo, le ombre del collo e persino i dettagli della collana. Dove la carta è più sottile la luce passa con maggiore intensità; dove è più spessa crea ombre e toni più scuri. E così nascono i chiaroscuri non attraverso l’inchiostro e colore ma gio-
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cando con la densità delle fibre. Questa straordinaria invenzione fu perfezionata a Fabriano tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento grazie ai procedimenti elettrochimici sviluppati nelle cartiere Miliani, diventando il modello delle moderne carte di sicurezza utilizzate ancora oggi nei passaporti e nelle banconote.
La rivoluzione industriale e la macchina che imita le mani
Per secoli la produzione della carta rimase un gesto umano: mani che pescavano la pasta nell’acqua, ne controllavano lo spessore, l’asciugatura, la consistenza. Poi arrivò la rivoluzione industriale. Il francese Nicolas- Luis Robert, alla fine del Settecento, ideò una macchina capace di riprodurre il gesto meccanico del cartaio. Nel 1803 l’idea venne perfezionata in Inghilterra a Frogmore, nel Herdford-
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shire, dove Sir Bryan Donkin, un brillante ingegnere mise a punto una macchina per la produzione su scala industriale. Il principio era lo stesso di Cai Lun: fibre in acqua, filtrazione, asciugatura, con l’aggiunta dell’impermeabilizzazione. La velocità di produzione era quella di una macchina non di un artigiano e per la prima volta nella storia la carta poteva essere prodotta in grandi quantità. Era l’alba della comunicazione di massa: giornali, libri, manifesti, spartiti musicali… Questo processo è ancora oggi visibile nella storica macchina MP2 della Cartiera Fabriano di Pioraco, protagonista del percorso museale. È una macchina pensata per produzioni di alta qualità che realizza molte delle carte da disegno più celebri al mondo, come le serie Fabriano destinate ad artisti e studenti. Al Museo della Carta e della Filigrana di
Fabriano questa trasformazione è raccontata con chiarezza, toccando con mano, grazie ai laboratori i gesti antichi e le macchine moderne. Oggi mentre sfogliamo un libro o strappiamo un foglio raramente pensiamo alle generazioni di lavoratori che per secoli hanno custodito questo sapere. Eppure molte cartiere stanno affrontando sfide difficili: la concorrenza internazionale, il costo dell’energia, la digitalizzazione e lo spostamento della produzione verso paesi con costi inferiori. Alcuni stabilimenti hanno chiuso altri hanno ridotto la produzione e con essi rischiano di scomparire competenze preziose. La conoscenza dei materiali, l’esperienza del maestro cartaio restano un patrimonio profondamente umano. Quando terrete tra le mani un foglio di carta, ricordate che non è un oggetto. È un viaggio. È una storia. È un’eredità che Fabriano continua a difendere, perché la carta non è soltanto un materiale ma una delle più straordinarie invenzioni della nostra civiltà. Ed è proprio per questo che Fabriano merita Il Bel Viaggio. Fabriano è: arte, architettura, paesaggio, gusto e vita quotidiana.
In giro per la città
Il Teatro Gentile con la platea a forma di ferro di cavallo, le decorazioni dorate, il velluto, è uno scrigno prezioso, un piccolo miracolo di eleganza che racconta la vocazione culturale della città. Le vie ti riportano in atmosfere medievali e rinascimentali con una naturalezza sorprendente: archi, logge, palazzi sobri, scorci incantati. Al centro, la Fontana Sturinalto è un gioiello di ingegneria medievale e un eco lontana alla Fontana maggiore di Perugia. La Cattedrale di San Venanzio annovera opere di Orazio Gentileschi e di altri maestri che raccontano secoli di fede e di bellezza mentre poco distante, la Pinacoteca Civica Bruno Molajoli è custode di tanti capolavori. Rientro da questa esperienza con gli occhi che hanno provato a fotografare tutto: le mani, le storie, le vie, la carta che respira. E mi accorgo che quello che porto con me non è un’immagine, ma una traccia sottile, elegante, una filigrana di emozioni pronta a riapparire quando penso a Fabriano.
Il loggiato di San Francesco
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Dove dormire
Dove mangiare
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VILLA MILIANI
A Villa Miliani, l’ospitalità è un’arte discreta, fatta di attenzioni e calore. Questa filosofia si riflette in ogni camera: un rifugio di pace e stile, dove il fascino della dimora storica incontra comfort moderni e una meticolosa cura per i dettagli, per farvi sentire sempre accolti. Viale XXIV Maggio n.17/19 60044 Fabriano (AN) Tel. +39 0732 035900 www.villamiliani.com
OSTERIA SAN BIAGIO
Osteria San Biagio nasce da radici precise: la stagionalità, l’artigianalità e il rispetto. Le paste all’uovo, le basi e le salse sono preparate in Osteria, con ingredienti di prima qualità. Il pane che viene servito nasce dal lavoro attento di fornai che utilizzano lievito madre e seguono con dedizione la filiera del grano. Via Felice Cavallotti, 5 60044 Fabriano (AN) Tel. +39 389 5071037 www.osteriasanbiagio.it
FORNO10
Un posto bello, allegro come i ragazzi che vi lavorano. Forno10 è una cooperativa sociale che accoglie ragazzi e ragazze che vogliono cimentarsi nell’are bianca. Oltre ai buonissimi biscotti che producono hanno aperto questo luogo per un pranzo veloce a base di pizza o focacce che vi consigliamo. Largo Bartolo da Sassoferrato 1 60044 Fabriano (AN) Tel. +39 0732 041357 www.forno10.org
Dove comprare
MUSEO DELLA CARTA E DELLA FILIGRANA
La carta, in tutte le sue forme. Il bookshop del Museo è fornitissimo di ogni tipo di carta per ogni esigenza: album da disegno, quaderni, blocchi per appunti, fogli singoli, libri. Un invito a nozze per chi ama la carta. Largo Fratelli Spacca, 2 60044 Fabriano (AN) Tel. +39 0732 22334 www.museodellacarta.com AZIENDA AGRICOLA GIORGIO POETA
I mieli di Giorgio Poeta raccontano una storia fatta di sapori, profumi e passione. Dal miele d’acacia bio La Stella, che si ottiene mettendo in infusione nel miele l’anice stellato, al miele invecchiato in barrique Il Carato, che stupisce con il suo sapore unico e la sua densità. Dal miele millefiori di Montagna a quello di girasole, dal miele di Stachys allo straordinario Idro-Miele, ottenuto dalla fermentazione di tre diversi mieli monofloreali. Via Santa Croce, 65 60044 Fabriano (AN) Tel. +39 0732 041982 www.giorgiopoeta.com
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Alzare lo sguardo a Lampedusa
L'isola di frontiera può essere un itinerario decisamente inaspettato, a patto che la si visiti con occhi nuovi
Autrice: Giulia Zampieri
“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.” Stavo per chiudere il racconto di viaggio su quest’isola, ultimo frammento d’Italia prima dell’Africa, quando accidentalmente mi sono imbattuta in questa frase tratta dal Gattopardo di Giuseppe Tomasi. Che sia il fato o meno, ho scoperto che l’autore siciliano porta come titolo familiare, per un possedimento feudale, proprio la specifica nominale “di Lampedusa”. E allora sì, ci dev’essere un filo che tiene unite certe coincidenze: quest’espressione racconta meglio di qualunque altra la fragilità di Lampedusa, un’isola di appena venti chilometri quadrati divisa tra fronti vari e complessi, e al contempo portatrice di una bellezza unica. Per tutte queste ragioni può essere considerata un itinerario inaspettato, a cui vi invitiamo ad accostarvi con lo spirito intimo e accorto che questa rivista suggerisce.
A passeggio nell’isola
Sventiamo subito un pericolo: Lampedusa chiede di essere osservata con attenzione e lentezza. Dietro a un’apparente linearità paesaggistica, infatti, si celano delle prospettive singolari, e non ci riferiamo solo alla straordinarietà delle spiagge o alle sfumature del mare. Chi si aspetta il paesaggio lussureggiante delle coste siciliane resterà sorpreso: l’isola è caratterizzata prevalentemente da roccia e da una vegetazione molto bassa con distese di gariga e steppa.
Cala Pulcino
I sentieri che la attraversano sembrano disegnati dalla salsedine e dal vento; la macchia mediterranea (composta da lentisco, ginepro, timo selvatico) invade i valloni più protetti come Cala Pulcino, che abbiamo scoperto dopo un’escursione a piedi di circa un’ora, circondati da rocce, rovi e piante selvatiche. La sua appartenenza geologica al continente africano non è una curiosità: è il modo in cui si disvela a qualunque visitatore, imprimendo un’immagine arida già dal momento in cui l’aereo vira sopra l’isola prima dell’atterraggio. Se non fosse per il blu intenso che la circonda e per le creste delle onde, ci si aspetterebbe di essere davanti agli stuoli asciutti del Maghreb. Noi l’abbiamo visitata a partire dalle scogliere del versante settentrionale, segnate da una verticalità aspra, quasi ostile, in forte contrasto con la mitezza della costa e delle acque sul lato meridionale. È que-
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sta contrapposizione ‘materica’ tra i due versanti a rendere il paesaggio di Lampedusa difficile da dimenticare. Spingersi fino a Capo Ponente nelle ultime ore del giorno, inoltre, regala uno scenario sempre nuovo, animato da luci crepuscolari che disegnano continuamente l’orizzonte, regalando un’atmosfera mistica. Il lato meridionale è quello che la maggior parte dei visitatori conosce per le sue ambite acque cristalline. E sì, sono proprio come ce le si immagina! La Spiaggia dei Conigli — sempre ai vertici delle classifiche che premiano le migliori spiagge del mondo— ha una sabbia bianca fine e luminosa. Le acque, anche quando il cielo è velato e la luce non è così limpida, si disvelano per note turchesi e verdi. Mentre siamo ad ammirarne le fattezze, una squadra di addetti dispone barriere in corda e avvisi lungo il perimetro della spiaggia. Questa baia, infatti, è una del-
La Porta d'Europa
le più esposte della Riserva Naturale; si tratta di un ecosistema fragile, ad elevato rischio idrogeologico, tanto che da giugno ad ottobre l’accesso dei visitatori viene fortemente contingentato. Poco più avanti si apre un’altra baia, la Tabaccara, in cui si verifica uno di quei fenomeni ottici che fanno sembrare il mare un’illusione: l’acqua è così trasparente e così piatta che le barche ormeggiate sembrano sospese nell’aria. Se volete ammirare Lampedusa nella sua forma migliore vi consigliamo i mesi di maggio, giugno, settembre e ottobre. Per muoversi dimenticate l’auto normale; preferite il mehari — la piccola vettura scoperta che è diventata quasi un simbolo dell’isola - o la bici. Sono il modo giusto per girare a ritmo lento, fermandosi senza grossi impedimenti ogni volta che si avverte la necessità di immortalare un dettaglio o di respirare l’aria tiepida e salina.
La Porta d’Europa
C’è un punto dell'isola in cui tutto il resto — la bellezza, il turismo, le escursioni — viene messo rigorosamente in silenzio. È la scogliera da cui si vede la Porta d’Europa, l’opera di Mimmo Paladino installata nel 2008 sul lato meridionale dell’isola. Si tratta di una struttura in ceramica bianca, una porta aperta sul mare, che guarda verso la costa africana. Non è un monumento celebrativo: è un atto di memoria semplice, a cui si accordano tanti altri piccoli segnali che s’incontrano durante la permanenza. Ignorare la posizione geopolitica di Lampedusa è impossibile. Quest’isola è il punto d’Europa più vicino all’Africa — dista meno di 130 chilometri dalla Tunisia — e da decenni, come ben noto alle cronache, è il primo approdo di centinaia di migliaia di persone che attraversano il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna. Gli sbarchi condizionano la vita isolana e
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gli abitanti di Lampedusa con cui abbiamo avuto modo di dialogare ce lo hanno raccontato con riservatezza e trasporto. La loro risposta, storicamente, è stata quella dell’accoglienza; non per retorica, ma per una forma di umanità pratica, radicata in una cultura che ha sempre fatto del mare un elemento di connessione piuttosto che di separazione. È una resilienza che è parte integrante dell’identità dell’isola e non si può, non si deve, ignorare. Pensiamo che chiunque venga in visita Lampedusa debba portare a casa anche questa immagine. Non è necessario trasformare ogni giornata in un esercizio di consapevolezza politica. Ma guardare a questo luogo consci di quanto sia segnata sul piano umano sì, è il minimo che si possa fare.
L’impegno per preservare
I fronti con cui Lampedusa deve fare i conti non sono solo quelli legati alle migrazioni: ci sono anche il turismo nei mesi estivi, i cambiamenti climatici, la pesca intensiva. Visitarla responsabilmente, tenendo conto anche di questi fattori è una condizione obbligata. Per esempio, vi consigliamo la visita al Centro di Recupero Tartarughe Marine, gestito dal WWF. È un’ente impegnato nella protezione delle tartarughe Caretta caretta che nidificano sulle spiagge dell’isola e non di rado arrivano ferite al centro a causa di reti da pesca, eliche di motoscafi, plastiche ingerite. I volontari si occupano delle cure, le riabilitano, le rimettono in mare. È un lavoro silenzioso, metodico, che non fa notizia ma che tiene in piedi un’estinzione
Persone al porto
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L'Archivio Storico
altrimenti destinata a verificarsi. Se siete sull'isola, una visita al centro è il modo più diretto per capire la dualità della presenza antropica. Spostando ancora lo sguardo nel mare, abbiamo appreso che nei mesi invernali e primaverili le balenottere comuni percorrono le acque che accostano l’isola per la loro migrazione. Le escursioni in barca per l’avvistamento dei cetacei — delfini compresi, presenti tutto l’anno — sono tra le esperienze più intense che Lampedusa può offrire, a patto che scegliate operatori rispettosi degli ambienti marini. Un altro spazio che abbiamo apprezzato, e che merita una visita per cogliere davvero l’identità di Lampedusa è l’Archivio Storico. Si tratta di un’associazione no profit, culturale e radicata nel territorio, che lavora da anni al recupero e alla valorizzazione del patrimonio storico, archeologico e culturale dell’isola. Quello dell’Archivio Storico è un lavoro di
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memoria che restituisce all’isola una narrazione fatta di fotografie, documenti, reperti, dettagli. Si può visitare presso la sede di Via Roma, il corso principale dell’unico centro urbano di Lampedusa, magari partecipando ad una delle serate culturali o dedicate alla presentazione di libri. L’Archivio Storico e le altre iniziative di tutela che abbiamo raccontato, unite alle voci degli isolani, ci raccontano la volontà di preservare quanto più possibile l’isola responsabilizzando i turisti. Come? Consegnando ai visitatori uno spessore culturale, storico e ambientale decisamente diverso da quello approssimativo che viene fornito dalla maggior parte delle piattaforme turistiche. Ci auguriamo che chiunque faccia visita a Lampedusa, in particolare nei mesi estivi, riesca a viverla con un approccio nuovo e diverso pensando - parafrasando Giuseppe Tomasi - al suo futuro oltre che alla sua ineguagliabile bellezza.
Dove dormire
Dove mangiare
HOTEL LE PELAGIE Grazie alla posizione strategica, tutte le calette e le spiagge più belle di Lampedusa sono raggiungibili in pochi minuti. È il punto di partenza perfetto per le vostre avventure quotidiane tra acque cristalline e tramonti indimenticabili. Via G. Bonfiglio, 9 92031 Lampedusa (AG) Tel. +39 0922 970211 www.lepelagie.it
CAVALLUCCIO MARINO Per una cucina raffinata e territoriale, da gustare in uno splendido giardino estivo, un ristorante che è riferimento gastronomico dell’isola e che offre una cantina con oltre mille etichette. Contrada Cala Croce, 3, 92031 Lampedusa (AG) 338 275 5249 +39 338 2755249 +39 3382755249 info@hotelcavallucciomarino.com SBARCATOIO Un’insegna fresca e contemporanea a pochi passi dal porto, ideale per un pasto informale o un aperitivo eccellente. Via Sbarcatoio 41, Via Stazzone, 1 92031 Lampedusa e Linosa (AG)
Dove comprare
MR SIRIO ELEMENTI D’ARTE Un negozio di artigianato tipico, fortemente radicato nel territorio, che garantisce acquisti singolari e originali. Via Roma, 63 92031 Lampedusa (AG) Tel. +39 0922 973560
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Ad Avigliana per scoprire la Sacra di San Michele Autore: Guido Parri
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Mi incuriosiva Avigliana, un borgo medievale collocato in Val di Susa; lo avevo trovato, qualche mese fa, ben descritto su una pubblicazione che parlava di tutto il Piemonte; mi stimolavano le fotografie, la storia medievale del luogo, la leggenda dei due laghi ai piedi del borgo. Insomma, le condizioni per capirne qualcosa di più e scriverne c’erano tutte. Però… mai andarci di domenica perché è, in gran parte, tutto chiuso: le botteghe, la scuola comunale di ceramica, i palazzi nobiliari. E i laghi sono pieni di bagnanti! Un giro nel centro storico fa capire che il borgo può offrire molto di più nei giorni infrasettimanali ma tant’è! Mentre camminavo mi tornava in mente il progetto Cities che la Confcommercio, la più grande organizzazione sindacale del commercio, aveva lanciato pochi mesi fa, in occasione degli ottant’anni dalla fondazione. Un progetto che si pone l’obiettivo di migliorare i centri urbani italiani e sostenere le economie di prossimità. “Dove c’è un negozio, un bar, un ristorante lungo una via cittadina c’è più sicurezza, più vita sociale, più bellezza” recita la sintesi di Cities e, in quella domenica, ho capito quanto vera è quell’affermazione. Ad Avigliana, tra l’altro, i commercianti e l’amministrazione hanno anche fatto un ottimo lavoro di decoro urbano, con le insegne dei negozi che hanno un che di artistico. C’è il Giardino delle donne, uno spazio a cui si accede attraverso una porta collocata sotto
Il Giardino delle Donne con le piastrelle in ceramica realizzate da donne artiste
i portici del centro storico dove trova spazio, oltre alla piacevole vista, un percorso artistico che raccoglie opere e piastrelle in ceramica realizzate da collettivi di donne artiste (come le artiste di Pandora) volte a promuovere messaggi di rispetto, rinascita e saggezza; una sorta di rifugio dallo stress e dalle tensioni quotidiane. A pochi passi sorge la piazza del Conte Rosso, il cuore del centro storico, che prende il nome dall’appellativo con cui chiamavano Amedeo VIII di Savoia (1383/1451) noto anche come l’antipapa con il nome di Felice V, in contrapposizione a papa Eugenio IV accusato di simonia ed eresia. E, a proposito di Savoia, sulla piazza incedono dall’alto le rovine del castello, esempio di corte itinerante della famiglia Savoia.
Tra i portici di Avigliana
Sono molti i palazzi nobiliari in questo borgo, segno tangibile dell’importanza che aveva nel passato - Casa Cantamerlo, Casa di Porta Ferrata, Casa di Beato Umberto III – ma non sono riuscito a visitarle, tutte chiuse. Ma anche solo vederne la parte esterna vale la pena di venire fin qui. Sotto i portici, invece, ho incontrato forse l’unica bottega aperta, quella di Petronilla, un laboratorio artistico di una bravissima illustratrice che, da solo, potrebbe valere il viaggio. Verso l’ora di pranzo mi sono fermato da Brodo di Giuggiole, sotto il porticato di Piazza Conte Rosso, dove la proposta gastronomica è davvero originale e con un prezzo giusto.
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La Sacra di San Michele
Al ragazzo che mi serviva ho chiesto se c’è turismo ad Avigliana e da dove arrivano le persone. “Quasi tutte dalla Sacra di San Michele”, la risposta.
La Sacra di San Michele
Non mi ero accorto che fosse così vicina. Quello diventava il vero motivo del viaggio. Questa incredibile costruzione l’avevo vista più di una volta passando dall’autostrada che porta in Francia attraverso il Frejus e, ogni volta, ne restavo affascinato senza capirne a fondo il motivo. Ora potevo scoprirlo! Un veloce passaggio ai due laghi di Avigliana per valutarne la bellezza naturale: il primo frequentatissimo dai bagnanti; il secondo più piccolo, indicato per gli appassionati di bird-watching. Ma la Sacra
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premeva! Arrivarci non è facilissimo; si trova a una quindicina di chilometri da Avigliana dove, ogni giorno, dalla stazione ferroviaria parte un pullman; in auto, invece, si arriva a un primo parcheggio e poi si prosegue a piedi per una quarantina di minuti in salita; un secondo parcheggio, molto piccolo, si trova invece a circa un chilometro dall’ingresso della Sacra. L’impatto è impressionante, la costruzione, risalente alla fine del 900 d.C., è collocata sul monte Pirchiriano, nelle Alpi Cozie, a 962 metri di altezza e la montagna, come scoprirò, è incastrata nella costruzione. Non è stata tolta nessuna parte della montagna, in segno di estremo rispetto verso la natura. La storia iniziale della Sacra è incredibile e frutto di una penitenza inferta dal Papa
la parte danneggiata nei secoli scorsi
dell’epoca al conte Ugone di Montboissier, ricco e nobile signore dell’Alvernia, che si recò a Roma per ricevere un’indulgenza per il suo passato non proprio cristallino. Il Papa gli concede una scelta: un esilio di sette anni o la costruzione di un’abbazia. Di ritorno da Roma il conte raggiunge un eremo che si trovava di fronte al monte Pirchiriano, conosce l’eremita Giovanni Vincenzo e con lui prende la decisione di costruire l’abbazia affidandola a cinque monaci benedettini e facendone poi arrivare altri dall’Alvernia. Il monastero fu, da subito, dedicato al culto di San Michele Arcangelo, raffigurato nelle scritture come il capo supremo dell’esercito celeste e guerriero contro i nemici della chiesa. Salendo le molteplici scale scavate nella roccia del monte Pirchiriano si resta
frastornati dalla potenza che emana dal luogo, ci si sente davvero vicini alla spiritualità, come non mi era mai successo prima, pur avendo visitato moltissime chiese e abbazie nel corso degli anni. Una sensazione stranissima che non avevo mai provato prima di giungere in questo luogo; quando poi mi sono avvicinato a una cartina che, tracciando una lunghissima linea perfettamente retta, indica il Cammino di San Michele ho avuto la percezione di una dimensione quasi esoterica.
Il cammino di San Michele
“La leggenda vuole che la Sacra sia stata costruita su questo monte e non su quello vicino dove esisteva già un eremo perché da qui passava la linea retta che collega i sette santuari dedicati a San Michele Arcangelo, da quello di Skellig Michael in
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la montagna incastrata nella Sacra
la Torre della Bell’Alda Le scale per salire all’Abbazia
Il Cammino di San Michele
Irlanda fino al monastero di Stella Maris sul Monte Carmelo ad Haifa, in Israele. E nella Sacra, il giorno di San Michele, il 29 settembre, il sole traccia una linea perfetta dall’ingresso fino all’altare” mi racconta il frate venezuelano che, insieme ad altri due, oggi governa la Sacra. “L’orientamento di ogni segmento non è esattamente 60° NW-SE, ma le differenze non sono mai significative e, in quanto si può definire compensato, l’orientamento generale, da Skellig Michael fino al Monte Carmelo, in 60°11’, risulta del resto piuttosto notevole” scrive lo studioso Lucien Richer in un saggio pubblicato sulla rivista Atlantis nel 1977. Leggenda o realtà resto affascinato da tutto quello che vedo intorno a me, a qua-
si mille metri d’altezza dalla vita civile che si estende sotto di noi. Per quasi duecento anni la Sacra fu abbandonata perché il cardinale Maurizio di Savoia, nel 1622, convinse Papa Gregorio XV a sopprimere il monastero, abitato ormai soltanto da tre monaci. Nel 1836 un altro Savoia, Re Carlo Alberto, decise di far risorgere il monumento collocandovi, in maniera stabile, una congregazione religiosa: quella dei padri Rosminiani. Da allora la Sacra ha avuto una precisa attenzione: vi furono traslate, dal Duomo di Torino, le salme di 24 re di casa Savoia e, nel 1994, una legge speciale ha individuato la Sacra di San Michele come Monumento simbolo del Piemonte. Ma quello che più fa riflettere è la fatica,
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un termine che oggi è sempre più in disuso, che hanno fatto migliaia di pellegrini per salire fino a qui e per percorrere gli oltre 2.000 chilometri del Cammino di San Michele nel corso dei secoli. Perché lo fecero? È questa la domanda che non trova risposta certa mentre osservo ogni più piccolo particolare di questo luogo fantastico. Bisogna crederci e, per farlo, bisogna cominciare a lasciare libera la mente dagli orpelli che ci condizionano ogni giorno. Forse è questa la risposta. Chissà…
Torre della Bell’Alda
Le leggende si sprecano nel corso della storia dei luoghi e anche la Sacra di San Michele ne custodisce una: quella di una fanciulla che salì fin qui per pregare contro i mali della guerra ma trovò dei mercenari che erano accampati lì e, per sfuggire ai loro tentativi di stupro si getta dalla torre invocando l’aiuto di San Michele e della Vergine. Si salva e rimane illesa in fondo al precipizio. Per sfida e per denaro, mesi dopo, ci prova una seconda volta e si schianta. Questo è quello che raccontò, la prima volta, nel 1699 lo storico Gallizia Un Affresco dell'Abazzia
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affermando “Tanto ci raccontavano i vecchi che erano coetanei ai tempi ne’ quali ciò successe”.
La biblioteca
“Ho due stanze piene di libri e non li ho ancora letti tutti, ma vi studio sopra ogni giorno. Non esiste libro sulla terra che io non l’abbia…”, è quello che raccontava il priore della Sacra nel 1031 ai rappresentanti delle abbazie benedettine di tutta Europa riuniti in Concilio a Limoges. La biblioteca abbaziale, dopo la soppressione nel 1622 si disperse in varie parti del mondo e l’attuale è quella ricostituita dai padri rosminiani a partire dal loro arrivo nel 1836. Oggi conta più di 10.000 volumi e, se questa è bella, immaginiamo quella dell’anni mille con tutti i manoscritti e i codici miniati. Quella stessa che ha stimolato Umberto Eco a scrivere Il nome della rosa che qui trova la sua perfetta ambientazione ma che, per problemi di ordine logistico, ha visto il film tratto dal libro venire girato in altri luoghi. Chi ancora non lo ha fatto vada alla Sacra di San Michele, tornerà sicuramente con qualcosa nell’anima.
Dove dormire
Dove mangiare
Dove comprare
CASA CONTE ROSSO – OSTELLO RESPONSABILE
Casa Conte Rosso è un ostello situato nel centro storico della città di Avigliana, a pochi chilometri da Torino e all’imbocco della Valle di Susa. Ci sono a disposizione 10 camere con 42 posti letto: camere doppie e camerate disposte su due piani, tutte con bagno privato. Inoltre, la Ciclocucina: un ristorante bike friendly che offre cucina semplice e di qualità. Piazza Conte Rosso, 20 10051 Avigliana (TO) Tel. +39 011 19820877 www.casaconterosso.it
BRODO DI GIUGGIOLE
Brodo di Giuggiole è un locale situato nel centro storico di Avigliana dove poter gustare ricche colazioni con croissants e torte artigianali, pranzi veloci con taglieri e piatti della tradizione e nel weekend cenare nella cornice della piazza medievale o gustare un aperitivo con una selezione di birre e vini. Piazza Conte Rosso 32 10051 Avigliana (TO) Tel. +39 011 9312808
PETRONILLA’S WORLD
Un luogo magico, pieno di illustrazioni bellissime, di storie positive, di cuori che si allargano. Ci passeresti ore a toccare, guardare, sognare. Via Porta Ferrata, 6 10051 Avigliana (TO) Tel.+39 338 6116 646 petronillasworld64@gmail.com
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Asolo,
abbandonarsi alla bellezza spensieratamente Autrice: Simona Vitali Foto: Archivio Fotografico città di Asolo
È un invito Asolo, città fortificata, adagiata dolcemente su una collina della Marca Trevigiana (così storicamente viene chiamata la provincia di Treviso). Lo capisci già quando, dopo aver lasciato l’auto in uno dei parcheggi ben segnalati alla porte del centro storico, parcheggio del Forestuzzo, ti ritrovi a salire a piedi piano piano e ti guardi intorno, percependo una serena armonia nell’aria, finché non ti lasci alle spalle Porta Loreggia e, tra due vie, scegli di infilarti in quella con i portici che sale lievemente, mentre getti l’occhio su vetrine non banali, tutte con un loro perché. Un gelatiere, intento ad esporre in una vetrinetta esterna un dolce 56
che non riconosci, rallenta il tuo procedere per saperne di più: “ È la pinza, in dialetto pinsa - racconta - dolce di una volta a base di farina di mais, noci, mele e uvetta, che cuocio rigorosamente nel forno a legna”.
L’affaccio dei bar sulla piazza, che sono partenza e ritorno
Trovarti ad un tratto uno slargo davanti agli occhi, piazza Garibaldi, incorniciato di palazzi storici di pregio, con un affaccio di caffè dove i clienti, che si stanno prendendo il loro tempo, ti fa desiderare di integrarti subito, di diventare parte anche tu di quel quadro. 57
Fontana Maggiore con leone di San Marco
Dai tavolini all’aperto dove ti accomodi per caffè e pasticcino di mezza mattina lo sguardo è di respiro ma finisce per posarsi sui particolari, i più piccoli rispetto all’insieme. “Quello mi sembra il leone di San Marco! - mi dico soffermandomi sulla scultura in bronzo che sovrasta la fontana circolare al centro della piazza. Non fa in tempo ad arrivare la ragazza con il vassoio che chiedo subito conferma: “Assolutamente sì - mi risponde - è il leone alato, segno della nostra appartenenza per secoli alla Serenissima. E quella fontana che ha degli anni (è del 1575) e è alimentata dall’antico acquedotto romano, ha rappresentato tanto per noi, perché per molto tempo (fino agli anni ’30), ha rifornito di acqua la città”. Tanto per cominciare ecco una chiave di lettura sull’atmosfera che si percepisce qui. Una puntata all’ufficio turistico, dove trovo senza averlo accordato l’assessora alla cultura, Beatrice Bonsembiante, che mi dice espressamente: “Asolo non è qualcosa di univoco ma un’esperienza - fatta anche
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di piccole cose che hanno una loro poesia, emozioni - da vivere complessivamente” e mi snocciola spunti senza voler condizionare le mie scelte, rappresenta un invito a sguinzagliarmi come piace a me, in modo non ordinato, diciamo a sentimento. Una cosa è certa, c’è un piccolo museo, il Museo civico, da non perdere, mi raccomanda l'assessora, lì troverò altri perché.
La libertà che ti conferisce la cartina
Inizia così la mia esplorazione di ciò che è più immediatamente alla mia portata, nella parte centrale del borgo. Una cartina alla mano, recuperata all’Ufficio turistico, regala la massima autonomia e rappresenta una buona bussola, per essere liberi di muoversi ritrovandosi sempre, però. Mi porto nel punto più elevato del borgo, a pochi minuti dalla piazza dove, su uno sperone roccioso si trova il castello, tutto da esperire tra dentro e fuori. Lo chiamano anche Castello della regina Cornaro, in ricor-
do di quella donna di straordinaria levatura che è stata Caterina Cornaro, ex regina di Cipro, investita dalla Repubblica di Venezia della signoria di Asolo e capace di dar vita a una sfarzosa corte rinascimentale di artisti, letterati e poeti. Un’impronta che rimarrà vivida in questo luogo che, nel tempo, si rivelerà un attrattivo polo naturale di cultura, come a poco a poco scoprirò. La parte esterna del castello, con due delle tre torri restanti fruibili, regala scorci e suggestioni impagabili sui tetti asolani e sulla pianura sottostante. Il tempo cambia rapidamente, il cielo si carica di nuvole e scende un violento acquazzone. Trovo riparo nella Torre Reata, anticamente utilizzata come carcere, e penso al da farsi. Sono stata colta alla sprovvista, la giornata era iniziata con il sole, non avevo previsto che piovesse, l’auto non è così a portata di mano e mi mancano ancora tasselli di questo luogo. È in quel forzato fermo che realizzo sia meglio prolungare di un giorno la mia permanenza. Devo cercare un ombrello che mi consenta di muovermi
e, a questo punto, anche dove pernottare. Non me ne accorgo ma già sono entrata in un’atmosfera che mi induce alla calma e a una serena fiducia in quel che succederà. Lì si sta bene, c’è intimità, si familiarizza presto con l’ambiente e anche con le persone.
Cosa c’è di più accogliente delle persone che ti dedicano tempo? L'incontro con la signora Franca, archivio storico di Asolo
Scendo lungo i portici e fiancheggio i negozi rilevando che sono tutti di un certo tenore. Troverei senza problemi abiti stilosi, gioielli, borsette… ma ahimè temo non un ombrello. Non ricordo di avere incrociato anche un solo piccolo market di oggetti comuni, diciamo di prima necessità, e mi preparo psicologicamente e prendermi l’acquazzone. Ad un certo punto con la coda dell’occhio individuo una merceria di sapore, mosca bianca lì in mezzo, che espone ben tre ombrelli in vetrina: “Signora! Lei ha quello che mi serve!” e in tutta risposta: “Io ho solo quello che serve, se non serve a niente non lo prendo”.
Panorama con campanile e Torre Civica
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Ho imparato che dietro risposte non scontate si celano dei personaggi, e non tardo ad averne la conferma. Franca Franceschini, questo è il suo nome, tanto per cominciare è un’asolana doc, che ama molto il suo borgo e si adopera per la sua salvaguardia: “Questo è un borgo con una sua innata bellezza, non bisogna cambiarne i connotati. Oggi chi riesce ad aprire un’attività ad Asolo o acquistare casa qui (e che case! Aggiungo io) si sente arrivato. C’è una Asolo che è punto di arrivo e una Asolo di chi ci è nato. L’importante è non stravolgere l’esistente”. Lo dice una che da anni documenta tutto, facendo veri e propri report fotografici ma anche tenendo ritagli di giornale che parlano di questa cittadina. E questo le permette di risalire a date e ricostruire avvenimenti, anche lontani nel tempo. Scopro che le fanno spesso visita anche studiosi, con cui collabora. È veramente memoria storica di Asolo, Franca!
Museo Civico: La Stanza di Eleonora Duse
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Parliamo all’infinito partendo dal particolare fino ad arrivare all’universale. Non me ne andrei più da quel negozio ma è quasi sera e ancora non so dove pernotterò. “Provi a sentire qui all’Hotel Duse, sarebbe comodissima. È sulla piazza” mi fa segno con la mano, affacciandosi sulla porta del negozio.
Alessandro, l’albergatore che tutti vorrebbero trovare
Detto fatto, in men che non si dica mi presento alla reception dell’hotel. Un viso gioviale con un che di familiare mi accoglie, come se mi stesse aspettando. Mi sento a casa subito. Ha una camera per me, ne è rimasta una sola col letto singolo e un balconcino in fiore da cui scatterò bellissime foto serali. Amo questi hotel che non hanno avuto la fretta di stravolgersi ma hanno fatto un patto con il tempo, come succede con le
Rocca di Asolo
auto d’epoca. Più di tutto mi interessa parlare in prima persona con quest’uomo, che di nome fa Alessandro, Alessandro Zavattiero, ed è il titolare dell’hotel. La sua famiglia a partire dal nonno, poi il papà e la mamma, ha tenuto alto il nome di Asolo nel tempo, prima con l’indimenticabile ristorante I due Mori (dal 1958 al 2012), che ha contribuito a fare un po’ la storia di Asolo, poi con l’Hotel Duse, acquistato nel 2012. “Se il suo hotel è preservato anche lui sarà per preservare l’anima di questo luogo” mi dico. “Vedi, quella finestra di fronte?” - mi fa notare Alessandro, lì dentro c’è il Museo Civico con La stanza di Eleonora Duse, che ti consiglio di visitare, dedicata appunto alla Divina, talmente affascinata da Asolo da
arrivare ad acquistare una casa qui, dove poter ritirarsi dalle sue fatiche teatrali”. Un bel motivo di orgoglio per gli asolani. “Domani ci andrò”, mi dico. Quando mi muovo a scoprire territori a me sconosciuti ciò che di più prezioso posso carpire alle persone è il loro tempo. Da subito Alessandro si rivela molto disponibile. Insieme facciamo la conta di ciò che mi manca di vedere. “Se fossi in te domani, sul presto, subito dopo una bella colazione, farei la passeggiata che dal centro porta alla Rocca, da cui si gode di una vista a 360 gradi che spazia dai tetti di Asolo fino alle Prealpi e alle colline del Prosecco di Valdobbiadene fino a Venezia, nelle giornate limpide. Non spaventarti se ti dico che ti aspettano 280 scalini, sono larghi e agevolissimi e ti predispongono a pen-
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Chiesa di San Gottardo e Rocca
sare. In un quarto d’ora sei su e vedrai che panorama ti aspetta. Al ritorno non rifare lo stesso percorso, tieni la destra, scendendo lungo i pendii boschivi t’imbatterai nella chiesa di San Gottardo con il suo bel sagrato, una vera perla oggi sconsacrata e molto utilizzata anche per concerti, grazie alla sua straordinaria acustica, di fronte a cui si trova la casa che fu del compositore Gianfrancesco Malipiero. A quel punto rientri nel borgo, risali lungo i portici, guardandoti sempre intorno, che anche in quella zona non mancano bei palazzi storici. Portati di nuovo verso la piazza e prenditi il tempo per visitare il Museo Civico. Oltre alla Divina ci saranno altri personaggi ad attenderti, perché nel corso dei secoli Asolo ha incantato letteralmente poeti, attori e pittori internazionali. Resterei piacevolmente colpita dal leggere di certi nomi e del loro contributo”. “C’è un altro aspetto interessante: avrai notato, muovendoti, di quanto Asolo sia ricca di ville, palazzi storici e case signorili. – continua Alessandro - Vale la pena che tu ci
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presti attenzione. Se ti porti su via Canova, sempre nel cuore del centro storico, e la percorri imboccando poi la via che porta fino al cimitero, troverai architetture storiche davvero particolari, tra le più ricche di fascino di Asolo. La prima che incontrerai sarà casa Duse, troverai poi le case Anseatiche, volute dal pittore Mario de Maria (amico di Gabriele d’Annunzio), due costruzioni che si distinguono per la loro curiosa architettura di stampo nord-europeo. Immettendoti in via Santa Caterina non puoi non visitare la piccola chiesa di Santa Caterina con i suoi affreschi del 1500. Nel procedere, se alzi lo sguardo sulla collina di fronte vedrai un’altra villa, Villa degli Armeni, che si compone di una villa grande e di un villino detto il Fresco, l`edificio più conosciuto perché ben visibile e scenografico. I due edifici sono collegati da un tunnel che corre sotto la cima del colle. Proseguendo, sullo svincolo verso via Sant’anna, ti imbatterai nella casa Longobarda con la sua facciata riccamente scolpita in tufo dall’architetto Francesco Gra-
Bifore della casa gotica
Via Robert Browning
Casa Duse
Il Fresco di Villa degli Armeni
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zioli, che ne ha fatto sua dimora e bottega. Se puoi vale la pena che ti allunghi verso il cimitero monumentale, in un meraviglioso punto panoramico che guarda al monte Grappa. Qui riposa la Divina, a cui è anche dedicato il nostro Teatro all’interno del castello. Più di tutto, però, è importante l’approccio a tutto ciò che vedrai: abbandonati alla bellezza di ciò che hai attorno senza troppi schemi precostituiti, asolando, come ci ha suggerito Robert Browning, (uno dei più significativi poeti dell’ottocento britannico molto legato a questo borgo), che ha così intitolato la sua raccolta poetica.
Dove dormire
Questo verbo da lui coniato sta ad indicare quello stato d’animo di felicità che regalano le passeggiate in cui ci si perde nei propri pensieri, godendo del paesaggio”. Quel monito è ritornato più volte nei due giorni che mi hanno visto approcciare questo borgo a sentimento e regalarmi gratuiti momenti di pausa, come quella sosta a Villa Cipriani (presente anche ad Asolo) a sorseggiare una bibita in giardino. Chi lo dice che certi luoghi non sono per tutti? Rompete le righe e concedetevi, ogni tanto, simili piaceri! Asolo incentiva anche questo.
HOTEL DUSE
Hotel d’atmosfera, nel cuore del centro storico, che fa dell’accoglienza la sua missione. Perfetto per chi vuole sintonizzarsi appieno con l’anima di Asolo. Via Robert Browning 190 31011 Asolo (TV) Tel. + 39 0423 55241 www.hotelduse.com VILLA CIPRIANI
Costruita in epoca palladiana, fu la villa del poeta Robert Browning. Con le sue camere in stile e lo splendido giardino induce ad abbandonarsi alla bellezza della natura lasciando correre i propri pensieri, come cantava il poeta in Asolando. Via Canova, 298 31011 Asolo (TV) Tel. +39 0423 523 411 www.villacipriani.it
Dove mangiare
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TRATTORIA MODERNA DUE MORI
Si distingue per la cucina a vista interamente a legna. Senza l’uso di gas o elettricità, lo chef Stefano De Lorenzi propone un menu che unisce la tradizione veneta a un tocco di moderna leggerezza, valorizzando i piccoli produttori del territorio. Piazza Gabriele D’Annunzio, 5, 31011 Asolo (TV) Tel. +39 0423 950953 www.2mori.it
RISTORANTE DA GERRY
Sapiente cucina che celebra ed è punto di riferimento per la tradizione veneta e collinare, con tocchi innovativi e materie prime a chilometro zero. I menu offrono specialità di carne e pesce, esaltando i prodotti del territorio asolano. Via Chiesa, 6 31010 Monfumo (TV) Tel. +39 0423 945750 www.ristorantedagerry.com
Dove comprare
ASOLO PRODOTTI TIPICI E ARTIGIANATO
Il piacere di incontrare Sofia, una ragazza solare, che ama il suo lavoro e non si stanca di comunicare con ingegno la bontà dei prodotti che la sua famiglia seleziona, a partire dai formaggi del Grappa - come il Morlacco e il Bastardo -, l’olio di Asolo, il miele al tarassaco del Grappa, i vini locali come il Recantina (antico e raro vitigno autoctono a bacca nera della provincia di Treviso). La piccola bottega, che guarda alla piazza, si presenta come una bomboniera, dove trovano spazio anche cesti e borse da pic-nic realizzate con gusto dalla stessa Sofia, che utilizza campionari di tessuti d’arredamento di produzione locale. Via Dante 24 31011 ASOLO (TV) Tel. +39 339 1610976 www.asoloprodottitipici.it
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L’astroturismo, un trend in crescita
Ne parliamo con Fabrizio Marra, ideatore di Astronomitaly, la rete del turismo astronomico Autore: Guido Parri
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Affascinante lo è di sicuro: stiamo parlando di uno dei numerosi trend che il turismo offre: l’astroturismo! Cosa significa praticare astroturismo lo chiediamo a chi, per primo, ne ha fatto una professione: Fabrizio Marra, CEO e founder di Astronomitaly, la rete del turismo astronomico, che nel dicembre 2014 presentò il progetto in anteprima al BTO di Firenze. Da allora sono passati 12 anni e quella che si poteva definire una start-up oggi conta su una rete di un centinaio di collaboratori (guide turistiche specializzate), un team di cinque persone tra esperti di turismo, comunicazione e astrobiofisici, ma soprattutto di una rete di strutture in Italia e nel mondo vocate all’ospitalità che accolgono tutti coloro che vogliono alzare lo sguardo verso i cieli. Siamo rimasti molto incuriositi da questa rete, soprattutto perché il nostro obiettivo editoriale è quello di scoprire itinerari inaspettati e cielo e stelle lo sono sicuramente. Il risultato, oltre a questa intervista con Fabrizio è una partnership tra Ilbelviaggio e Astronomitaly che ci vedrà promotori, con i nostri articoli, dei cieli più belli d’Italia e dei luoghi dove si possono ammirare. Chi è Fabrizio Marra Un giovane ragazzo, non ancora trentenne, che dal Cilento sta spaziando in Italia e nel mondo grazie all’idea che ha avuto una dozzina d’anni fa, mentre ancora stava studiando, e che gli ha fatto vincere il premio Talento Italiano promosso da LEGAMBIENTE insieme ad AITR (Associazione Italiana Turismo Responsabile), SOG - LUISS Guido Carli - “Master in Turismo e Territorio: economia, marketing, eco-sostenibilità” e SL&A Turismo e Territorio con la partnership di Vivilitalia. Il premio era assegnato a lui in veste di ideatore di Astronomitaly.
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Perché hai scelto questa strada? “Per le notti cilentane, piene di stelle. Mio nonno aveva una casa in territorio rurale e, alla sera, il cielo era un incanto. Fin da bambino ho alzato lo sguardo e quando il nonno se ne è andato mi ha lasciato una modesta somma con cui ho comprato il mio primo telescopio. Poi ho cominciato a frequentare un circolo di appassionati astronomi, a conoscere meglio l’universo e a fare da guida a chi voleva osservare”. Hai fatto degli studi di astronomia? “No, mi sono laureato in Management e Comunicazione d’Impresa all’Università degli Studi di Teramo e durante il percorso universitario ho studiato marketing territoriale che, unito alla mia passione per l’astronomia, mi ha portato a sviluppare il progetto di Astronomitaly partendo dalla tesi di laurea sull’argomento premiata con lode, a cui
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è seguito il premio Talento Italiano”. Parlami del progetto.. “È un progetto di turismo slow e sostenibile perché non deturpa, anzi promuove i territori partendo dal patrimonio celeste. Non è escursionismo, tengo a precisarlo per evitare confusione. Il nostro progetto si basa, infatti, su viaggi che prevedono soste nelle strutture. Il tutto si basa su una serie di verifiche che poi si esplicitano in una certificazione delle strutture che compongono la rete”. La certificazione in cosa consiste? “Prima di Astronomitaly vedere le stelle significava, nella stragrande maggioranza dei casi, andare in un deserto o affidarsi al caso. Con Astronomitaly e con il portale internazionale che abbiamo realizzato – www.astroturismo.com – siamo riusciti a
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creare una mappa dove si possono scoprire le strutture di ospitalità che sono predisposte ad accogliere gli astroturisti. Per avere la certificazione ci sono delle procedure da seguire. Prima di tutto facciamo una verifica a distanza, con i nostri strumenti, per capire se in quel cielo non c’è inquinamento luminoso; poi andiamo sul posto, fotografiamo i cieli notturni, i servizi della struttura, realizziamo dei video o dei reel per la promozione del luogo, valutiamo l’interesse reale della struttura ad accogliere questo tipo di turismo che ha delle regole particolari come lo spegnimento delle luci esterne, il silenzio, la disponibilità di telescopi. Infine, rilasciando la certificazione, predisponiamo una scheda dettagliata della location, mettiamo a disposizione della struttura un piano di comunicazione e un esperto, in caso di bisogno, di bandi per le DMO affinché possano ricevere fondi per la promozione. Infine, ogni anno, fissiamo un rating di valutazione che consente agli ospiti di avere il maggior numero possibile di informazioni”. Si può descrivere chi è l’astroturista? “Tutte le persone che vogliono alzare lo sguardo verso la volta celeste. Anche chi decide una sosta negli hotel o negli agriturismi aderenti alla nostra rete e, in quella sosta, vuole fare quest’esperienza è un astroturista. Noi li aiutiamo a osservare il cielo. Abbiamo un pool di più di cento guide sparse sul territorio italiano che possono mettersi a disposizione con i propri telescopi”.
questa app siamo in grado di offrire previsioni certe fino a sette giorni”. Torniamo all’astroturista che, quindi, non è solo chi vuole osservare? “No, certo. C’è chi vuole solo osservare ma sono moltissimi che scoprono questa passione perché le strutture certificate da noi lo offrono come stimolo ulteriore a chi va in quel posto per altri motivi. Al Castello di Semivicoli, ad esempio, chi va per enoturismo scopre la felice coniugazione tra vino e stelle. Oppure ci sono strutture sul mare che organizzano uscite in barca per guardare i cieli dal mare aperto. Sul nostro sito sono tantissime le proposte di ogni struttura: eventi astronomici, brindisi sotto le stelle, ecc…”. Questa intervista è la premessa; dal prossimo numero e sul nostro sito troverete, d’ora in avanti articoli dedicati, convinti che diventerete, in tanti, astroturisti.
Per maggiori info: www.astronomitaly.com
Fabrizio Marra
Fare astroturismo ha un limite che è quello della meteorologia; se quella sera c’è nuvolo addio visione delle stelle e dei pianeti… ”È vero e per questo abbiamo ideato un algoritmo che funge da motore a un app che si chiama Guardiano del cielo. Con
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Barrea, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise Uno dei Borghi Autentici d’Italia Autore: Luigi Franchi
Mille anni di storia! Chissà quanti avvenimenti si sono succeduti tra queste strade, nelle piazze e nelle case di Barrea, borgo medievale che oggi si trova nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Del resto basti pensare che, fino al 1952, qui non c’era neppure il lago artificiale in cui si specchia il borgo. Questo per dire come la natura a volte subisce ma sempre si riprende lo spazio che la mano dell’uomo cerca di portarle via: infatti il lago, frutto della costruzione di una diga, oggi non sembra neppure artificiale, incastonato com’è nell’ambiente e con le acque limpidissime che si ritrova. È stato questo il primo pensiero quando, appena arrivato a Barrea, mi sono affacciato dalla terrazza del Belvedere Vallis Regia, prospiciente a quella che un tempo era una vallata e adesso è lago.
Un centro storico che è museo diffuso
Mille anni, non riesco a togliermi questo pensiero. Mille anni fa, tra queste montagne, un pugno di persone ha dato vita a una comunità: cosa pensavano a quel tempo? Perché proprio qui e
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non da un’altra parte? Forse erano fuggiti dalle coste? O forse erano pastori che passavano di qui attraverso i tratturi che poi decisero di fermarsi? Da qualche parte ho letto che queste terre, corrispondenti alla Vallis Regia, erano abitate fin dalla preistoria e le popolazioni erano di origine sannitica. Questo fino al periodo della loro sconfitta e il passaggio sotto all’impero romano. Alla caduta di Roma seguì un periodo di abbandono di questi territori fino a quando arrivarono i frati benedettini che costruirono un monastero, distrutto dai saraceni nel X secolo. Chissà se le strade acciottolate che sto percorrendo, le scale che le caratterizzano, hanno visto il calpestio di pace dei
benedettini e quello di morte dei saraceni o se il paese non si era ancora sviluppato in questo modo, con le sole due porte che provvedevano all’ingresso nel borgo. Di certo Barrea ha subito molte traversie a causa di carestie, indigenza, peste, brigantaggio, i danni della seconda guerra mondiale a causa della sua posizione lungo la linea Gustav, l’emigrazione e, da ultimo, il terremoto del 1984. Eppure, sia arrivando e guardando da lontano il borgo sia entrando nel centro storico, sembra che Barrea sia un luogo che ha certo una storia antica ma che non ne abbia minimamente risentito tanto è in ordine. Merito, immagino, di un’amministrazione pubblica che ci tiene!
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Lo scopro parlando con il sindaco, Aldo Di Benedetto, che me ne parla come se descrivesse la bellezza e la forza di una comunità. “Sono sindaco da quattro anni e, dal giorno dell’insediamento, ho messo quello che si può definire marketing territoriale al centro delle azioni amministrative. – esordisce – Come può vedere ogni edificio storico, ogni incrocio è munito di cartelli esplicativi con un QR code di approfondimento. Abbiamo puntato, da subito, sul concetto di museo diffuso per dare una visione d’insieme unitaria di quello che si può trovare nel centro storico”. È vero, qui non ci si perde, ogni itinerario è perfettamente segnalato e sarebbe importante poter garantire l’apertura di tutte le componenti di questo museo diffuso anche nei giorni infrasettimanali. Invece questo avviene solamente nel cuore dell’estate, ma questo problema è di molti piccoli comuni italiani che non hanno le risorse per far fronte al problema. Dovrebbe essere lo Stato a sostenere una politica culturale e turistica più incentivante. Ma non è questa la sede per parlarne.
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Cosa significa essere parte dei Borghi Autentici d’Italia
“Siamo inseriti nel circuito dei Borghi Autentici da molti anni e non perché funge da richiamo turistico; non solo turismo ma un impegno a far crescere comunità ospitali, come ha detto la presidente Rosanna Mazzia nell’intervista che le ha fatto sull’ultimo numero della rivista. Vogliamo che chi vive, anche solo per un giorno a Barrea sia considerato un cittadino temporaneo e non un turista di passaggio” mi racconta il sindaco. Ho voluto, dopo quell’intervista, toccare con mano se gli obiettivi di una rete come Borghi Autentici d’Italia fossero realtà e devo dire che la scelta di venire fino a Barrea aveva quello scopo. E posso confermare che qui sono stato accolto come cittadino temporaneo. Mi sono sentito subito bene. “Del resto è una condizione primaria quella dell’accoglienza e della gentilezza quando si vive lontano dalle grandi vie di comunicazione – spiega Aldo Di Benedetto – Ricevere persone vuol dire mantenere aperte le porte, consolidare le relazioni, confrontarsi su visioni diverse degli ac-
Il Castello Monumentale
cadimenti, del mondo. E poi noi di Barrea abbiamo questa tendenza, complice l’emigrazione del secolo scorso che oggi vede ritornare a scoprire le proprie radici i nipoti di quegli emigrati. Un paio di anni fa abbiamo aderito al progetto delle radici organizzato dal Ministero degli Esteri e ora ci sono legami solidi con l’Ohio dove emigrarono i nostri compaesani. Mi piace ricordare una cosa mentre parliamo: ha visto il murales della donna aviatrice sulla parete di un edificio del centro storico? La donna aviatrice, Mary Ann Campana, è emigrata da Barrea all’età di otto anni e nel 1933 ha fatto il record mondiale di volo leggero Youngstown-USA-Ohio. Una cosa impensabile a quei tempi, un’impresa eccezionale che, ancora oggi, ci riempie d’orgoglio. Un’altra caratteristica di Barrea, a cui tengo in particolar modo, è la preziosità delle acque. Non a caso abbiamo definito Barrea paese delle sorgenti e del belvedere. Belvedere perché ci sono le gole del Sangro, il lago e tante altre straordinarie bellezze naturali che si possono ammirare nei numerosi sentieri escursionistici. Le acque, invece, arrivano
da sorgenti a oltre mille metri di quota e sono acque oligominerali, che permettono agli abitanti di poter bere acqua di grandissima qualità”.
Alcune parti del Museo Diffuso che ho potuto vedere
Il Castello Monumentale è l’esempio più iconografico di Barrea, con le sue due torri: quella quadrata, con funzioni di avvistamento, risalente al 1017 e realizzata dalla famiglia Di Sangro; quella rotonda, del XV secolo, ad opera del feudatario dell’epoca, Giovanni Caldora. Da entrambe le torri si garantiva una straordinaria funzione difensiva e di controllo del territorio che avveniva tramite i segnali di fumo con le torri di altri luoghi a poca distanza. Il castello fu venduto, dopo l’unità d’Italia, nel 1864, a Luigi Di Loreto per 127,5 lire. Nel 2006 i Di Loreto lo hanno ceduto al Comune che ha realizzato il recupero integrale del monumento portandolo a nuova vita per finalità culturali e turistiche e per permettere da lassù viste mozzafiato. Appena prima del Castello si trova la Sala dei pipistrelli. È una visita incredibile che
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toglie, a ciascuno, la fobia del pipistrello come nemico e pericolo per l’uomo. Pannelli esplicativi, realizzati dal professor Danilo Russo dell’Università Federico II di Napoli raccontano il ruolo ecologico di questi animali, presenti in 35 specie in Italia, 24 delle quali nel Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise. La parte più incredibile è la colonia di circa 170 individui nati tra le mura della Sala che si può seguire attraverso le videocamere installate.
I tratturi e i cervi
All’ingresso del centro storico, superata Porta di Sopra si trova un murales e una pannellatura che illustra il tratturo vicino a Barrea: si tratta del tratturo Pescasseroli-Candela, il secondo più lungo dell’Italia del sud, 211 chilometri. La mappa che descrive il tratturo, uno dei metodi di allevamento più sostenibili ed efficienti oggi patrimonio dell’umanità UNESCO, è del 1811 e descriveva una larghezza media di 60
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metri per il passaggio delle pecore. Infine chi visita Barrea ha la possibilità, tra le decine di escursioni proposte, da metà settembre a metà ottobre, quando i possenti esemplari di cervi maschi emettono bramiti e combattono tra loro per conquistare le femmine, di assistere a questo spettacolo che la natura offre, fermandosi, con la guida, in punti strategici per osservare questi splendidi animali nel loro periodo di massimo splendore. “Un’ultima ma non per importanza, notizia: siamo anche Bandiera Arancione del Touring Club Italiano; non è cosa semplice ottenere questo riconoscimento perché da parte del TCI c’è una sorta di audit e di regole che vanno rispettate: offrire servizi eccellenti al turista, essere attenti all’ambiente, avere un centro storico ben conservato. – racconta il sindaco – Noi cerchiamo di rispettare tutte queste regole e finora ci siamo riusciti. Venite a Barrea per vedere e crederci. Vi aspettiamo”.
Dove dormire Dove mangiare
CASE VACANZA
Cinque case collocate in pieno centro storico, con ogni servizio incluso – cucina, salotto, camera, bagno – a due minuti a piedi da ogni punto d’interesse del borgo. Una sistemazione ideale per chi vuole vivere Barrea in ogni suo aspetto. Per info: Host Ernesto +39 333 1735709
RISTORANTE IL BORGO ANTICO
Questo ristorante si distingue come uno dei migliori della zona, offrendo un servizio eccellente e un’atmosfera accogliente. La cucina abruzzese è celebrata attraverso piatti tipici come cacio e uova, ragù di cervo e tegamino al tartufo, tutti preparati con ingredienti freschi e locali. I clienti elogiano la rapidità del servizio e la cortesia del personale, rendendo ogni visita un’esperienza piacevole. Via Stretta 67030 Barrea (AQ) Tel. +39 388 1235190 anticoborgobarrea@gmail.com
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Dalla Biblioteca Gastronomica al fulèsta, oppure il contrario Sergio Diotti: il racconto di una vita spesa per il suo territorio Autore: Luigi Franchi
Avevo deciso, prima o poi, di parlare della Biblioteca Gastronomica che un tal Sergio Diotti aveva aperto a Savignano sul Rubicone (FC). Il luogo mi incuriosiva per il fatto, mai provato, che questo luogo era quello in cui Cesare, prima di diventare imperatore di Roma, nella notte tra il 10 e l’11 gennaio del 49 a.C. diede vita, con la famosissima frase ‘il dado è tratto’ a un cambiamento epocale della storia umana. Da lì, passando il piccolo fiume Rubicone, mosse verso Roma repubblicana sconfiggendo il Senato e iniziando a costruire il più grande impero del mondo conosciuto. Sergio Diotti
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Savignano, che si chiamava Savignano di Romagna fino al 1933, divenne 'sul Rubicone' per volere di Benito Mussolini che, con un decreto del 4 agosto 1933, pose fine a una diatriba fra storici e letterati che si trascinava da secoli, arbitrariamente individuando nel torrente che attraversa Savignano, lo storico Rubicone. Siamo a una decina di chilometri da Rimini e da quella riviera conosciuta in tutto il mondo grazie alla caparbietà dei contadini che, nell’inverno, cominciarono a costruire a mare degli edifici che divennero dapprima pensioni familiari poi hotel con piscina a cui si aggiunsero tutti gli elementi che ne hanno fatto un luogo di attrazione che non finisce mai di stupire.
La Biblioteca Gastronomica del Rubicone
La Biblioteca Gastronomica del Rubicone è stata inaugurata nella primavera del 2024 e da allora svolge un’opera di conservazione e valorizzazione della cultura gastrono-
mica, raccogliendo libri e documenti anche da famiglie del territorio, tenendo corsi e laboratori sul gusto e sull’educazione alimentare, promuovendo la catalogazione delle raccolte di testi presenti nelle attività di ristorazione. Così mi era stata descritta nel comunicato stampa inviatomi da Sergio Diotti che aveva catturato il mio interesse. Preso l’appuntamento sono partito per raggiungere Corso Vendemini 30/d, il luogo in cui tra, i tanti ingressi che danno sull’Ossteria!, un bel locale di pizza e cucina romagnola che Sergio e la moglie hanno gestito fino a poco tempo fa e che ora hanno lasciato ai dipendenti, si apre la porta che conduce alla Biblioteca Gastronomica. Sergio mi aspetta sulla porta, apre ed entriamo in una stanza dove lungo la parete sono collocati oltre 900 volumi dedicati alla cucina, ai cuochi, alle materie prime, alle cucine del mondo. “Questa sezione delle cucine del mondo l’abbiamo attivata quando abbiamo sco-
Il Castello di Longiano
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perto che, nelle scuole primarie di Savignano, ci sono bambini e bambine provenienti da 10 nazionalità diverse e 18 sono quelle che vivono nel territorio comunale” esordisce il fondatore della Biblioteca Gastronomica. Dopo questa prima spiegazione entriamo nel vivo del progetto e Sergio mi spiega perché è nato e come funziona il prestito bibliotecario. “In inglese le chiamano social library, delle biblioteche private a uso sociale. Qui abbiamo raccolto circa 900 volumi. Molti di questi arrivano da mia moglie che, essendo cuoca, ha sviluppato un forte interesse per queste pubblicazioni; altri arrivano da donazioni private e dai miei investimenti. Per la prima e credo ancora adesso unica volta nella storia bibliotecaria italiana, li abbiamo catalogati con criterio scientifi-
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co: grazie a una bibliotecaria e catalogatrice abbiamo realizzato il soggettario che corrisponde al sistema ufficiale italiano di indicizzazione per soggetto, a lei si sono affiancati Antonio Tolo, responsabile della biblioteca artusiana di Forlimpopoli, e Franco Chiarini, collezionista di menu storici e segretario di Cheftochef emiliaromagnacuochi. Questo soggettario è il nostro, ma ne stiamo già parlando con altre biblioteche. Siamo aperti due pomeriggi al mese e abbiamo scelto, per non dover segnare le date, il secondo e il quarto mercoledì. Chi viene può chiedere un prestito, che noi diamo volentieri, oppure può farlo online e gli spediamo i volumi. Non essendo una biblioteca pubblica, con il personale e orari molto più estesi dei nostri, abbiamo deciso di andare fuori a portare la biblioteca nelle scuole, negli eventi che organizziamo; ad
Chiesa della Madonna del Zotto
esempio, recentemente, ne abbiamo fatto uno con la libreria di Savignano che si chiama La cucina dei libri, un giorno intero, qui nei chiostri. Un successo. Poi utilizziamo l’Ossteria! qui accanto e l’Osteria dei Frati a Roncofreddo, gestita da Giorgio Clementi e Valentina Grandotti. Presentazioni di libri ne facciamo davvero tante e io, da ex-narratore, le conduco”.
E qui comincia il bello: la storia del fulèsta
“Cosa significa ex-narratore?” chiedo. “Sono un fulèsta. - risponde Sergio – È il termine dialettale con cui in Romagna vengono definiti i cantastorie”. Difficile resistere al racconto che ne può scaturire e quindi chiedo a Sergio di uscire da quella sorta di timidezza che aveva connotato finora la conversazione. Mai invito fu più prontamente accettato,
Monteleone
una slavina di parole, di storie, di iniziative mi ha travolto. “Ora insegno narrazione in un atelier della Regione che forma burattinai e contastorie a Forlì. Sono corsi richiestissimi. Durano un anno, per 15 posti abbiamo più di 70, 80 domande. Si tratta di corsi sovvenzionati dalla Regione con dei fondi europei. Vengono fatti tra il venerdì pomeriggio e la domenica mattina. Al termine viene rilasciato un attestato di qualifica di tipo artigianale. Sono nati dopo che, agli inizi degli anni 2000, vennero in Romagna alcuni rappresentanti di teatri stabili dei burattini europei e dei paesi dell’Est per capire come si formavano i narratori e i burattinai in Italia, perché all’estero esistono vere e proprie accademie di Stato per questo”. “Ma in Italia come nascono, come studiano?” si chiedevano. Risposta nostra: con l’apprendistato.
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“Io stesso – continua Sergio - ho fatto l'apprendista dai Ferrari a Parma. La mia tesi di laurea al DAMS èsulla compagnia di burattinai tradizionali come organismo teatrale. Tra gli intervistati c’era la famiglia Ferrari, Otello Sarzi e Nino Presini a Bologna, come forma di teatro stabile. Dopo la visita di questi maestri d’arte nel 2000 è nato l’Atelier delle Figure e l’allora assessore alla scuola, Patrizio Bianchi, ha pensato: “Diamo spazio alla formazione, non solo con noi, ma a tante formazioni del tradizionale”. E poi la gestione è diventata talmente una cosa seria che l’abbiamo ceduta a un ente di formazione professionale. Noi abbiamo solo la docenza, il coordinamento delle lezioni e la docenza, ma tutta la parte gestionale la fa CNA Formazione”. Quindi tu hai fatto anche il burattinaio? “Certo e ho dato vita, nel 1975, al Festival Arrivano dal Mare! che, ancora oggi, si tiene a Gambettola e a Ravenna: un Festival
Roncofreddo
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Internazionale dei Burattini e delle Figure. Con me c’era Stefano Giunchi, direttore artistico fino al 2015, e Daniele Panebarco, fumettista e autore dei primi manifesti del festival. Panebarco, il mio autore di fumetti preferito, come è piccolo il mondo! “Non tutti i partecipanti ai corsi diventano burattinai professionisti – confida Sergio – ma comunque trovano la loro strada come animatori con i bambini, gli anziani, i disabili. Altri lavorano il legno perché hanno imparato costruendo i burattini”.
Il fulèsta e Natura Magica
L’incontro con Sergio è talmente sorprendente che, a questo punto, rischia di uscire dai binari e, quindi, torniamo al fulèsta. “Io mi sono laureato al DAMS di Bologna nel 1974, in piena epoca di creatività, e dopo sedici anni, nel 1992, francamente non so bene il perché, mi è venuta voglia
di raccontare le storie in diretta, con la mia voce, con me stesso, e ho debuttato con il primo spettacolo Il tempo delle fiabe, sottinteso è tornato. Per il primo periodo ho adattato i testi e poi ho cominciato a scriverli. Ha anche fatto un grande lavoro di delocalizzazione. Sono andato a cercare delle location alternative, andavo in cima ai greppi, a parlare con gli anziani, a trovare degli alberi protetti dalla Regione, vecchi casolari per capire dove potevo raccontare le fiabe. E alla fine le mie scenografie erano: un grande albero, un castello e una corte di una fattoria. Da allora ho scritto più di 90 storie, senza aver mai conosciuto un fulèsta che mi abbia preceduto. C’è stato uno stacco tra la loro sparizione nell’immediato dopoguerra e quando ho potuto cominciare io. Fino agli anni ’50 erano i personaggi centrali della cultura contadina, gli animatori delle veglie. Poi era quasi sempre un mezzo, non era un lavoro principale. Magari erano sarti narratori, falegnami narratori, giravano nelle case. Però ci sono stati alcuni testi, alcune letture che mi hanno fatto intuire come lavoravano. O alcune registrazioni che mi hanno procurato degli etno-musicologi” E ora, non fai più il fulèsta? “Lo faccio ancora, anche se con minor impegno. L’altra sera ho tenuto uno spettacolo qui, a Roncofreddo, o meglio nella campagna a un paio di chilometri dal paese, accanto alla piccola chiesa seicentesca della Madonna del Zotto. Ad assistere 50 persone che sono un numero importante se consideri che sono arrivate a piedi, sapendo che si sarebbero sedute su una seggiolina o addirittura su un prato. Quei 50 lì valgono 250, 300 persone in una sala teatrale convenzionale. E poi organizzo, con Natura magica, l’associazione che ho fondato con Roberto Forlivesi, guida A.I.G.A.E.), dei trekking narrativi con l’obiettivo di vivere insieme ai partecipanti ore di benevola fatica nell’andare e poi momenti di riposo e sco-
perta nel fermarsi a riflettere e, soprattutto, sentire. Li facciamo su tutto il territorio dell’entroterra romagnolo. Uno dei più riusciti si svolge a Gambettola, si chiama Peripezie Felliniane e racconta il Fellini che da bambino veniva dai nonni nel paese delle tele stampate”.
L’ultimo progetto. I Rubiconi
Non sta fermo Sergio Diotti, non ci riuscirà mai. Burattinaio, fulèsta, oste, docente e adesso coordinatore di un progetto che mira a dare valore alla gastronomia del territorio. Il progetto si chiama i Rubiconi, prende il nome dal famoso fiume di cui parla la storia che abbiamo sintetizzato all’inizio. “I Rubiconi nasce partendo dal fatto che Roncofreddo è, dal 2015, Città della Gastronomia Cheftochef, perché la cittadina ospita ancora l’ormai unico mercato agricolo della domenica mattina. L’obiettivo de i Rubiconi è quello di creare una filiera orizzontale non solo economica ma anche culturale ed etica, attenta all’utilizzo integrale delle materie prime delle risorse locali, in sinergia con l’artigianato artistico e con un turismo lento e sostenibile”. Sono più di trenta le aziende, i comuni, le associazioni che fino ad ora vi hanno aderito e una delle manifestazioni più interessanti che organizzano è: Oro Bianco, la festa-mercato dei latticini e dei formaggi dell’Emilia-Romagna che si tiene a Roncofreddo il 18 ottobre prossimo. Un’anticipazione dell’apertura della Fossa dell’Abbondanza dell’affinatore di formaggi Renato Brancaleoni, in programma il primo lunedì di novembre. Non ci resta che chiudere questa straordinaria storia con le parole di Massimo Montanari, storico dell’alimentazione, che dice: Il paesaggio non si guarda, ma si fa. E se talvolta ci fermiamo ad ammirare le forme dei campi, le file degli alberi o le curve delle colline è perché l’uomo, nel corso dei secoli, ha saputo coniugare l’utilità con la bellezza”. 89
Dove dormire
Dove mangiare
IL GIARDINO DEI FRATI
Dimenticavo! Sergio Diotti e sua moglie gestiscono anche un delizioso B&B: Il Giardino dei Frati che propone un alloggio con giardino, terrazza e ristorante a Roncofreddo e dispone di WiFi gratuito e vista sulla montagna. Via Romolo Comandini, 149 47020 Roncofreddo (FC) Tel. +39 0541 949649 www.osteriadeifrati.com
OSTERIA DEI FRATI
L’Osteria dei Frati, come la cucina, segue le stagioni. In inverno si sta in sala scaldati dalla stufa a legna, nei mesi estivi si cena all’aperto nel rigoglioso giardino o sulla terrazza panoramica con vista sulla riviera romagnola. Via Romolo Comandini, 149 47020 Roncofreddo (FC) Tel. +39 0541 949649 www.osteriadeifrati.com OSSTERIA! TRATTORIA CON PIZZA
Un angolo tranquillo del Centro storico di Savignano, il “Comparto Ghigi” dal nome della storica Farmacia qui attiva dal 1870, ospita con la sua storia OSSTERIA! TRATTORIA CON PIZZA. Ingresso con soffItto a volta, le accoglienti sale interne, nonché la corte profumata di gelsomini e illuminata da vecchi lampioni dove trascorrere ore piacevoli. Via Cesare Battisti, 23/d 47039 Savignano sul Rubicone (FC) Tel. +39 389 500 4300 www.ossteriasavignano.com
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TERRE ALTE
In assoluto il miglior ristorante di pesce della Romagna, sulle colline di Longiano. Una terrazza fresca che domina la valle, un menu di pesce sempre freschssimo grazie al rapporto che Michele, il proprietario, ha instaurato da anni con i pescatori della riviera romagnola. Via Olmadella, 11 47020 Longiano (FC) Tel. +39 0547 666138 www.ristoranteterrealte.com
Dove comprare
FOSSA DELL’ABBONDANZA
Questa è la terra del formaggio di fossa di cui Renato Brancaleoni è il più grande affinatore. La Famiglia Brancaleoni risiede a Roncofreddo nella vallata del Rubicone da oltre 250 anni dove da sempre esercita attività di scambio e commercio. Questo l’ha portata a fare proprie tutte quelle tradizioni del territorio caratterizzanti la problematica della conservazione dei formaggi. Nella sua bottega si trovano tutte le specialità del territorio. Piazza S. Allende, 13 47020 Roncofreddo (FC) Tel. +39 0541 949709 www.fossadellabbondanza.it
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Villa Russiz
Il castello del Collio dove il vino diventa solidarietà Autrice: Maria Cristina Drì
Là dove le colline si rincorrono disegnando onde verdi che profumano di uva e vento buono si trova Capriva del Friuli. Tra i filari ordinati e gli alberi secolari di Villa Russiz c’è una bellissima storia nata nell’Ottocento che ancora oggi continua la sua avventura. Tutto comincia nel 1868 con un incontro che sembra uscito da un romanzo. Lui è il conte Théodore De La Tour, un giovane della Lorena con la passione per la viticoltura, della sperimentazione e dell’innovazione con la mente aperta al mondo. Lei è la contessa Elvine Ritter Von Zahony e appartiene ad una delle famiglie più influenti dell’Impero austro ungarico. Il papà di Elvine, Julius Hector, aveva ampliato molte attività nel Goriziano – filande, tessitoi, cotonifici – e, per loro, lavoravano circa 1300 operai a cui venne data una casa e gli asili per i figli. Julius Hector fu il promotore del primo quartiere di edilizia popolare all’epoca, convinto che il lavoro dovesse sempre essere accompagnato dalla dignità. I due si incontrano all’università di Graz, si innamorano, si sposano e il padre di Elvine, dona a loro come regalo di nozze cento ettari del Collio friulano. È da qui che inizia la storia vitivinicola del Collio Nel 1872 su quelle colline decidono di costruire il loro sogno: un castello. Per farlo scelgono l’architetto Giacomo Junker, lo stesso che aveva progettato alcuni anni prima il castello di Miramare. Junker concepisce una dimora in stile neogotico di matrice tedesca. Un edificio a L scandito da due torri laterali, poggioli in pietra e un
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portico d’ingresso accanto al quale si trova un elegante pozzo. Davanzali, merlature e decorazioni sono realizzate in pietra d’Aurisina. Attorno, un parco prende vita con specie botaniche provenienti da ogni parte d’Europa. Theodor è un agronomo perspicace, capisce subito che quelle terre hanno una forza formidabile, quasi una vocazione magica per la produzione dei vini. Per aggirare le rigide leggi protezionistiche dell’epoca, manda dalla Francia carri colmi di fiori per la sua amata Elvine e, nascosti tra petali e colori, le barbatelle dei grandi vitigni francesi. Quando la fillossera devasta i vigneti europei, è tra i primi a comprendere l’importanza degli innesti su viti americane contribuendo così a salvare la viticoltura del Collio. Oggi, quando il mondo riconosce il Collio come una delle patrie dei grandi vini, una gran parte di quel merito è frutto di questa scelta visionaria.
La filantropia di Théodor ed Elvine
Mentre il loro progetto agricolo prosegue, nel 1878 non avendo ancora figli, Théodor ed Elvine decidono di aprire di fronte al Castello un educandato per le bambine orfane e svantaggiate del territorio. Prendono tutte le bambine più disagiate del Goriziano e insegnano loro a leggere, a scrivere, a imparare economia domestica e, via via, grazie ai contatti con l’alta borghesia, gli procurano un lavoro. All’epoca questo gesto creò dello scalpore: l’istruzione femminile non era contemplata e la religione protestante della contessa non era ben vista in un territorio profondamente cattolico. La contessa non si lascia intimidire, chiede un colloquio direttamente all’Imperatore d’Austria per proteggere quelle fanciulle e perseguire il suo obiettivo: dare loro un’istruzione. Nel 1894 Théodore De La Tour muore prematuramente, a soli 48 anni. Elvine trasforma il suo dolore in un gesto concreto per ri-
Il Mausoledo di Villa Russiz
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cordare il marito. Sulla sommità che domina la collina fa costruire un elegante mausoleo. Completato nel 1897, il piccolo tempio è a pianta quadrata, coronato da una cupola emisferica che richiama la tradizione italiana. Si affaccia, ancor oggi, sul paesaggio che loro avevano scelto di costruire assieme. La tradizione racconta che Elvine incapace di accettare che il marito riposasse lontano da Villa Russiz, una notte assieme ad alcuni servitori trasferì la salma dal cimitero al mausoleo. Vera o leggenda che sia, questa vicenda ci mostra il carattere di una donna determinata che continuò a sostenere le opere educative ed assistenziali che lei e il marito avevano avviato, dedicando energie e risorse ai bambini più fragili. Nel 1915, con l’arrivo della guerra, la contessa è costretta ad abbandonare la sua amata tenuta. A 75 anni affronta un lungo e difficile viaggio verso l’Austria, che durerà otto mesi nonostante la vicinanza con il confine ma c’è la guerra, dove morirà l’an-
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no successivo. Prima di andarsene lascia un desiderio preciso: che il patrimonio costruito continuasse ad essere messo al servizio dei giovani più vulnerabili.
La forza del progetto
Nel 1916, in mezzo alle macerie della guerra, la tenuta è affidata a un’altra donna straordinaria: Adele Cerruti, crocerossina e nobildonna piemontese. Adele attraversa gli anni della ricostruzione, della crisi del ‘29, della seconda guerra mondiale, utilizzando anche il suo patrimonio per non far mancare niente all’orfanotrofio. Nel 1926, Villa Russiz diventa un ente morale. “Adesso è una fondazione di diritto privato senza finalità lucrativa, quindi tutto quello che qui si produce – vino o attività di servizio – viene reinvestito nell’oggetto principale del nostro statuto: aiutare i ragazzi” ci spiega Giulio Gregoretti, direttore generale della fondazione. “Abbiamo attualmente quattordici educa-
tori professionali, tutti dipendenti della Fondazione che, ventiquattr’ore su ventiquattro stanno con i nostri ospiti. I ragazzi arrivano qui dopo che, in base a una segnalazione verificata, il Tribunale dei minori decide, per la tutela del bambino, di allontanarlo dalla famiglia. Il servizio sociale fa le verifiche se nella rete parentale o amicale c’è qualcuno che può prendersi carico della situazione per evitare un allontanamento brusco dalle abitudini quotidiane del bambino, in caso negativo viene affidato a noi” prosegue Gregoretti.
L’anima di Villa Russiz
È da questa visione che nasce la vera anima di Villa Russiz: non soltanto una delle grandi cantine del Collio, non soltanto una dimora storica immersa in uno dei paesaggi più
affascinanti d’Italia ma un luogo dove vino, cultura, bellezza, e solidarietà convivono da oltre un secolo. Oggi Villa Russiz produce circa 250.000 bottiglie all’anno, ma la finalità non è mai stata soltanto economica: il vino continua, come dicevamo, a essere il motore che sostiene l’attività educativa della fondazione. La casa famiglia accoglie bambini e ragazzi da zero ai diciotto anni: sono giovani che hanno affrontato situazioni difficili, ma che qui trovano bravi educatori capaci di rimetterli in cammino. “Il nostro obiettivo è l’autonomia. Accompagnarli a scuola, vederli prendere la corriera per Udine o Gorizia, gioire per la prima patente, aiutarli a comprare la prima macchina. - ci spiega il direttore Giulio Gregoretti. - Chi compie sedici anni può iniziare a lavo-
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rare in cantina o nel ristorante, imparando un mestiere, respirando la terra e un ambiente accogliente. Ogni centesimo di utile della vendita del vino viene reinvestito nei progetti educativi”. Visitare Villa Russiz oggi significa entrare in una storia che continua a vivere. Le antiche cantine del 1881 sono ancora lì, intatte: vi si accede da un antico portone in pietra con incisa sulla chiave di volta la data del 1889 e sotto le volte a botte vi sono barriques e tonneaux di rovere francese dove si affinano i vini di Villa Russiz. Il tutto è connotato da muri spessi, volte in pietra, porte smussate per far passare le botti grandi e gli antichi sistemi di areazione ancora funzionanti. Passeggiarvi significa ripercorrere i passi del conte Theodore, l’uomo che ha contribuito a cambiare il destino enologico di queste zone. All’esterno il parco botanico accoglie il visitatore con pini d’Aleppo, tassi monu-
Dove dormire, mangiare, comprare
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mentali, querce da sughero, palme giapponesi, lecci e farie. Il parco è censito nell’ “Elenco dei parchi e giardini storici del Friuli Venezia Giulia”. Oggi questa realtà si arricchisce di una nuova forma di ospitalità: le camere ricavate negli edifici storici permettono di vivere la tenuta dall’interno, mentre il ristorante de la Tour celebra il legame profondo tra territorio e cucina. Una struttura che è stata inaugurata la primavera scorsa per offrire agli ospiti la possibilità di assaporare pienamente la storia di questo luogo, simbolo di unità, di pace e di solidarietà. E quando brinderete con un calice di Villa Russiz, guardate il vino in controluce: dentro non ci sono solo i profumi del Collio. Ci sono i sogni di Elvine, la sapienza di Theodore, il coraggio di Adele e i sorrisi dei ragazzi che, grazie a quelle viti, stanno inventando il loro domani.
FONDAZIONE VILLA RUSSIZ
In un unico luogo, a Capriva del Friuli, è possibile avere tutto a disposizione. La Country House di Villa Russiz propone camere di grande qualità immerse nel silenzio naturale del Collio. Il ristorante de la Tour è sempre pronto per colazioni, pranzi, cene e dopocena in un ambiente degno della massima serenità e con menu profondamente legati agli abbinamenti con i vini della cantina. Per fare acquisti c’è la bottega aziendale e pensate che ogni spesa fatta qui aiuta i ragazzi ospiti. Via Russiz 4/6 34070 Capriva del Friuli (GO) Tel. +39 0481 80047 www.villarussiz.it
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