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BE RN IN A 1 9 1 3 - 2013
Capanna Marco e Rosa De Marchi Agostino Rocca 3609 m
Club Alpino Italiano Sezione Valtellinese
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Giuseppe Miotti
100 ANNI SUL BERNINA Capanna Marco e Rosa De Marchi Agostino Rocca 3609 m
Club Alpino Italiano Sezione Valtellinese
Fotografie:
Alfredo Corti, Arch. CAI Sez.Valtellinese - Sondrio, donazione eredi Corti: www.archiviocorti.it - pag. 2, 27, 28, 30-31, 33(sopra), 40, 44, 45, 49, 80-81, 82, 83, 85(sotto), 102-103 Michele Comi: pag. 147(sopra), 151 Carlo Boschetti: pag. 35(foto grande), 62-63, 64 Serena Fait: pag.14, 147(sotto), 148, 149 Sergio Fanoni: pag. 66(seconda e terza dall’alto) Lucia Foppoli: pag. 72 Antonia Marlianici: pag. 66 sopra Giuseppe Miotti: pag. 24, 43(foto piccola), 54, 75, 79, 85, 108, 122, 131 Lodovico Mottarella: pag. 6-7, 8-9, 10-11, 42(sinistra), 46-47, 109, 140-141, 144, 145, 146, 153, 154, 157 Erik Lundberg: pag. 124 Wehrli: pag. 16-17, 48, 50-51, 143
Materiale d'archivio
Archivio Biblioteca Luigi Gabba - CAI Sez. di Milano: pag. 95 Archivio Maurizio Cittarini: pag. 32, 34, 52, 55, 56, 58-59 Archivio Michele Comi: pag. 114 Archivio Giuseppe Miotti: pag. 19, 20, 21. 38, 39, 42, 84, 120 Archivio Famiglia Bruno De Dosso: pag. 86, 87, 88, 89 Archivio Famiglia Luigi Nesa: pag. 65 Archivio Famiglia Agostino Rocca: pag. 98, 99, 100, 101 Archivio Famiglia Stefano Tirinzoni: pag. 68-69, 70, 90, 91, 92, 93 Archivio Ignazio Dell’Andrino: pag. 74, 76-77, 78, 123 Archivio Famiglia Cesare Folatti: pag. 104, 105, 127 Archivio Famiglia Giovanni Folatti: pag. 116, 117 Archivio Famiglia Carlo Joli: pag. 112, 113 Archivio Alberto Lenatti: pag. 132, 133 Archivio Floriano Lenatti: pag. 134, 135, 136 Archivio Giancarlo Lenatti: pag. 138 Archivio Fratelli Lotti: pag. 128, 129, 130, 131 (foto piccola) Archivio Famiglia Peppino Mitta: pag. 106, 107 Archivio Famiglia Umberto Mitta: pag. 110, 111 Archivio Famiglia Silvio Pedrotti: pag. 118, 119 Archivio CAI Sez. Valtellinese: pag. 52-53, 60-61, 97, 121, 156-157 Ernst Platz: pag. 12 Si ringraziano per la collaborazione: Carlo Boschetti, Guido Combi, Giovanni Della Cagnoletta e Anna Ortelli Si ringraziano in modo particolare il Gruppo bancario Credito Valtellinese e la Fondazione Pro Valtellina per il sostegno dato all’edizione di questo volume.
Progetto grafico e impaginazione: Mottarella Studio Grafico, Cosio Valtellino (So) www.mottarella.com
Stampa: A.G. Bellavite srl, Missaglia (Lc) www.bellavite.it
100 ANNI SUL BER NINA Capanna Marco e Rosa De Marchi Agostino Rocca 3609 m
INDICE
18 I PRIMI RIFUGI LASSÙ 26 COSTRUZIONI IN ALTA QUOTA, IMPRESA DIFFICILE 32 PER IL BERNINA MANCANO CASE DI RIFUGIO 38 LE ROCCETTE DI CRESTA GÜZZA 44 LA CAPANNA DEL 1913 54 L’INAUGURAZIONE 62 LA CAPANNA DEL 1964 68 LA RISTRUTTURAZIONE DEL 2001 74 INTERVISTA A IGNAZIO DELL’ANDRINO 82 ALFREDO CORTI 86 BRUNO DE DOSSO 90 STEFANO TIRINZONI 94 MARCO E ROSA DE MARCHI 98 AGOSTINO ROCCA
104 CESARE FOLATTI 106 PEPPINO MITTA 110 UMBERTO MITTA 112 CARLO JOLI 114 ISACCO DELL’AVO 116 GIOVANNI FOLATTI 118 SILVIO PEDROTTI 122 IGNAZIO DELL’ANDRINO 124 RICCARDO BASCI 126 ROSALINDO COMETTI 128 I FRATELLI LOTTI 132 ALBERTO LENATTI 134 MARCO LENATTI 136 FLORIANO LENATTI 138 GIANCARLO LENATTI 140 IL BERNINA 154 I LIBRI DEL RIFUGIO
100 ANNI SUL BERNINA
100 ANNI SUL BERNINA
CAPANNA MARCO E ROSA DE MARCHI - AGOSTINO ROCCA
LA NOSTRA CAPANNA
Nelle ultime pagine del suo libro, “Avventure di una guida alpina”, Christian Klucker ricorda che, nella primavera del 1913, ebbe un intenso lavoro per quanto riguardava i rifugi ed anche per la costruzione del Rifugio Marco e Rosa, per cui aveva accettato l’incarico, sia della preparazione dei lavori di costruzione, sia della sorveglianza sulla fornitura dei materiali, su desiderio del dr. Alfredo Corti, professore dell’Università di Bologna - vero ideatore di una capanna alla Forcola di Cresta Guzza - e del finanziatore della stessa, dr. Marco De Marchi di Milano. Così egli ricorda l’inaugurazione del nuovo rifugio: “L’inaugurazione di questo nido d’aquile ebbe luogo il 14 settembre. Una violenta tempesta accompagnò la bella festa. Non avevamo idea che la sera prima sul Pizzo Palù, a meno di quattro chilometri da noi, quattro uomini erano miseramente periti. Nella tempesta di neve scendemmo a sera dalla capanna Marco e Rosa alla Boval”. Da allora, sul profilo di neve che si staglia contro il cielo, era ben visibile, da molte zone della Valmalenco, quel cubetto scuro che, nel 1964, è diventato... due cubetti, ormai parte integrante di quel paesaggio, punto di riferimento, presidio che man mano si è arricchito di contenuti, rifugio, punto di monitoraggio ma, soprattutto, punto d’incontro. Non è il presidio difensivo di una frontiera, ma il segnale di un confine tra i due versanti, dove non ci sono eserciti contrapposti, ma uomini che li salgono per incontrarsi, su quel “nido d’aquile “. È il segno che la montagna selvaggia è
stata resa più frequentabile, quel giorno del settembre 1913, e poi, man mano addomesticata; adesso può essere salita, percorsa fino in cima, perché pionieri coraggiosi hanno aperto la strada per altri uomini che hanno bisogno di una traccia segnata. Questa non è la storia di un rifugio, è la storia delle montagne e di quegli uomini, di cui scrive Popi Miotti nella sua introduzione, persone dai lineamenti intagliati dal lavoro e dalle fatiche, che hanno scritto epiche pagine, legate ai quattro muri di questo ricovero, all’accoglienza, ai soccorsi agli alpinisti in difficoltà, al pietoso compito della raccolta dei corpi dei caduti. E’ una storia che non andrà sui libri di testo delle scuole e che i nostri giovani rischiano così di non conoscere e di non capire perché vivono tra i monti e non nelle fertili pianure, dove però tendono a ritornare per cercare più facilmente un lavoro e condizioni migliori di vita. Allora, è giusto che qualcuno cerchi di farla conoscere e chi se non gli uomini del Club Alpino Italiano, lo devono fare? Per questo abbiamo deciso di proporre a tutti coloro che amano la montagna e anche a coloro che non la conoscono ancora, questo libro, grazie al lavoro di Popi Miotti che l’ha scritto con “ vita e passione” dopo aver scoperto che “ vita e passione” erano leggibili negli occhi, spesso stanchi, di quegli uomini che sono riusciti ad addomesticare la montagna.
Flaminio Benetti
Presidente Sezione CAI Valtellinese
Angelo Schena
Presidente Fondazione Luigi Bombardieri
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VITA E PASSIONE
Non mi sarei mai immaginato di dover scrivere un libro per ricordare la costruzione di un rifugio alpino; e invece l’occasione è venuta un po’ per caso, in concomitanza dei cento anni della Capanna Marco e Rosa al Bernina. Ho accettato l’incarico offertomi, ma, all’atto di cominciare, mi sono chiesto se non mi fossi spinto… troppo in là: che diavolo avrei potuto inventare per tenere vivo l’interesse di un lettore? Mentre appariva facile raccontare di una montagna o di avventure alpine, capivo che non era così scontato farlo per “quattro mura”, seppur erette sul filo dei 4000 metri. Mi sono dunque avventurato nella scrittura come a volte faccio su una parete, procedendo passo dopo passo, cercando di utilizzare al meglio i materiali di cui disponevo ma, devo ammetterlo, senza troppa convinzione. Poi, inevitabilmente, con l’esame dei documenti, con l’intervista a tante Guide e a tanti protagonisti della storia del rifugio, osservando decine e decine di immagini, qualcosa è cambiato. Sono stati gli scritti di Marco De Marchi, le lettere di Rosetta Curioni, i vecchi e modesti pieghevoli commemorativi dell’inaugurazione del 1913 e del venticinquennale, i “libri del rifugio” a smuovermi; ma ancor di più hanno contribuito le numerose foto spesso spiegazzate e ingiallite messe
a disposizione dai vecchi gestori e dai loro familiari. Ecco, quelle foto, ancor più di quelle bellissime, ma forse un po’ asettiche di Alfredo Corti, sono state il vento che mi ha spinto fino alla fine. C’erano Vita e Passione in quelle immagini, in quei volti sorridenti spesso ritratti sulla porta delle vecchia gloriosa capanna di legno, magari con gli scarponi, i pantaloni alla zuava e il grembiule da cuoco indosso; Vita e Passione negli sguardi affaticati e preoccupati di Bruno De Dosso, in quelli soddisfatti e placati di Stefano Tirinzoni al termine della nuova costruzione, in quelli sempre sorridenti di Carlo Boschetti. Si legge Vita e Passione sul volto di Alfredo Corti che orgogliosamente posa con il figlio Nello e nello sguardo di Agostino Rocca il cui nome si è legato a quello di Marco e Rosa De Marchi con la riedificazione del 2002; Vita e Passione, negli occhi spesso stanchi, ma mai rassegnati delle Guide che con sacrificio si sono succedute nella gestione di uno dei rifugi più alti delle Alpi. Se anche solo un’inezia delle emozioni che ho provato durante questo lavoro raggiungerà il lettore sarà per me una soddisfazione impagabile.
Giuseppe Miotti
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RIFUGI SULLE VETTE
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I PRIMI RIFUGI LASSÙ
A prima vista può sembrare paradossale, ma la storia dei primi rifugi delle Alpi è iniziata in alto, il più in alto possibile, per poi scendere verso quote più ragionevoli e sopportabili solo più tardi. Sicuramente, lungo le importanti vie di comunicazione alpine e sui valichi gli uomini provvidero da subito a costruire ripari più o meno confortevoli a seconda della frequentazione dei luoghi e delle materie prime disponibili: pietre, grotte o massi sporgenti, resi più confortevoli chiudendo i lati aperti ed esposti alle intemperie con muretti a secco. Che siano rudimentali ripari sotto un masso o confortevoli ospizi alpini non possiamo però fare rientrare queste opere nella categoria dei rifugi alpini comunemente intesi. Questi ultimi devono, o dovrebbero, avere, infatti, una caratteristica comune: essere collocati in una posizione strategica lungo una o più vie di ascensione verso una vetta, in modo da fungere da base d’appoggio per agevolare la salita e la discesa dalla cima, fornendo anche riparo in caso di maltempo. In un certo senso, volendo prendere a paradigma la famosa affermazione di Lionel Terray che parla dell’Alpinismo come di “conquista dell’inutile”, si potrebbe dire per assurdo che i rifugi alpini sono strutture inutili, o meglio, superflue come superflua è l’ascesa delle cime per puro diletto e sport. Ovviamente stiamo esagerando e, sebbene l’idea di rifugio e della sua funzione sia cambiata parecchio nel corso degli anni, credo che non siano molti gli scalato-
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ri che li possano giudicare completamente inutili, soprattutto se ne hanno sperimentato la provvidenziale accoglienza durante un bufera. La nascita dell’Alpinismo con la conseguente corsa verso la conquista delle più alte vette e poi il diffondersi del nuovo “gioco” fra i ricchi europei, in primo luogo i britannici, portò in pochi anni alla edificazione di punti d’appoggio sulle pendici delle vette più ambite e quindi più alte. Si consideri anche il fatto che, nel XIX secolo, già arrivare agli ultimi villaggi abitati era una piccola impresa, simile alle odierne marce di avvicinamento himalayane; quindi poter disporre di basi avanzate verso la cima era ancor più necessario di oggi. Tuttavia, appare curioso constatare che, già pochi giorni dopo la salita che unanimemente viene associata alla nascita dell’Alpinismo, sulla via per il Monte Bianco furono eretti due rudimentali rifugi. Siamo nell’agosto 1786 e il giorno 8, il medico di Chamonix Michael Gabriel Paccard con il valligiano Jacques Balmat erano riusciti a raggiungere la vetta del colosso, aggiudicandosi il primato tanto ambito da eminenti personaggi fra cui lo scienziato ginevrino Horace Benedict De Saussure. Pur essendo considerato lo spirito animatore di quest’impresa, il De Saussure non dovette prendere troppo bene la notizia; aveva sognato di essere lui il primo a mettere piede sul Monte Bianco, ma aveva forse sottovalutato la bravura e la determinazione di altri concorrenti. Balmat e Paccard
si mossero come veri alpinisti di un futuro non ancora scritto, viaggiarono leggeri, per quanto le attrezzature del tempo lo consentivano, e vinsero. Legato ad un’idea meno sportiva dell’impresa il De Saussure aveva invece in mente una spedizione di tipo pesante, cosa che sicuramente gli fece perdere il primato. Comunque, lo scienziato ginevrino non si perse d’animo e, già pochi giorni dopo l’impresa, ingaggiò le migliori Guide e un manipolo di montanari, incaricandoli di costruire due ricoveri lungo la via di salita che ormai non era più un mistero. Il più elevato di questi fu costruito a oltre 3000 metri, sulle scogliere granitiche dei Grands Mulets che separano il ghiacciaio dei Bosses da quello di Taconnaz. Durante la sua ascensione De Saussure non sfruttò i suoi ricoveri, ma, già l’anno
successivo, la capanna dei Grandes Mulet fu utilizzata con profitto dall’alpinista britannico Mark Beaufoy. De Saussure si rivelò un vero pioniere nella costruzione delle capanne e, nell’estate del 1788, ne fece erigere una anche al Colle del Gigante come punto d’appoggio per un suo soggiorno di studio in quota durato un paio di settimane. La scarsità di ascensioni e il periodo di stasi generato dalle Guerre Napoleoniche non giovarono alla prima capanna dei Grands Mulets che andò ben presto in rovina. Tuttavia sulla spinta degli scalatori britannici e grazie al fatto di essere ormai unanimemente riconosciuto come la vetta più alta delle Alpi, il Monte Bianco tornò ad essere meta di comitive sempre più numerose, fatto questo che portò alla costruzione di un
Una rara stampa d’epoca che mostra lo scienziato ginevrino Horace Benedict De Saussure durante la sua ascensione al Monte Bianco compiuta l’anno successivo la prima salita di Balmat e Paccard.
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UN RIFUGIO SUL BERNINA
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PER IL BERNINA MANCANO LE CASE DI RIFUGIO
Una delle prime fotografie che mostrano il primo edificio della Capanna di Scerscen poi dedicata a Damiano Marinelli. Nella pagina a fianco la Marinelli negli anni ‘20 del 900 e, sotto, ai giorni nostri.
Il 13 settembre del 1850 con la prima ascensione alla vetta più alta del massiccio, il topografo Johann Coaz durante una campagna di rilievi concentratata in particolare nel settore occidentale, ancora non cartografato, fissava definivamente una volta per tutte l’esatta orografia della regione del Bernina. Più o meno a partire da quella data, sull’esempio di altre località alpine, anche l’Engadina diventava una delle mete preferite per le ascensioni dei primi avventurosi alpinisti, principalmente inglesi, ma anche tedeschi e austriaci; ma dovremo aspettare ancora qualche anno per vedere comparire iniziative analoghe condotte dagli italiani sul versante meridionale. Siamo nella seconda metà dell’800 e già esiste una netta divisione di mentalità, cura e governo del territorio e delle sue risorse fra le genti dei due versanti. Al Nord, adagio adagio, una lungimirante politica incentiva il turismo e le capacità ricettive sviluppando fra le genti locali una mentalità turistica. Al
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Sud, forse anche per l’innegabile disagio generato da un’orografia assai più aspra e accidentata, non accade nulla di tutto ciò. Il rapporto con la montagna è in genere vissuto sempre con grande sofferenza e con una mentalità di rapina che porterà in breve al depauperamento di molte risorse, quali il legname, e all’avvio di un’attività estrattiva che, se da un lato ha permesso un certo grado di sviluppo, dall’altro ha provocato danni notevoli al paesaggio. Verso la fine del decennio 1870, finalmente anche gli alpinisti italiani cominciano a far sentire in maniera più concreta la loro presenza nel massiccio; in questo senso spicca fra tutte l’attività del geografo Damiano Marinelli che, nel corso di due campagne esplorative, si interessa al versante meridionale del gruppo del Bernina, fino ad allora quasi sconosciuto. Caratteristica peculiare dell’alpinismo del Marinelli è la sua costante attenzione verso una possibile valorizzazione del versante italiano delle Alpi, del quale riconosceva le grandissime e non sfruttate potenzialità turistiche e alpinistiche. Non c’è relazione della salita ad una cima importante in cui l’alpinista fiorentino manchi di accennare alle possibilità di incrementare l’affluenza di visitatori con la costruzione di qualche ricovero. Lo fa parlando della sua ascensione al Gran Zebrù del 6 e 7 luglio 1876: «Fra l’ultima baita del Forno e la base italiana del Giogo del Re o Reale (Koenigsjoch) vi sono alcune rupi, in mezzo alla valle, sotto uno dei quali il nostro valente alpinista
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LA CAPANNA DEL 1964
Una delle “ultime foto” della capanna costruita nel 1964. Presso di essa Stefano Tirinzoni, con la giacca gialla, e Carlo Boschetti. A loro spetterà il compito di seguire la sostituzione della “Marco e Rosa 1964” con l’avveniristica Marco e RosaRocca del 2002. Nella foto piccola l’arrivo di un carico di rifornimenti per il rifugio.
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Secondo le più ottimistiche previsioni dei costruttori la prima Capanna Marco e Rosa, costruita in legno, sarebbe durata al massimo una ventina di anni. Fortunatamente però la struttura si rivelò solida oltre ogni aspettativa e resistette alla neve ed alle tormente per molte decine di anni in più, tant’è vero che ancor oggi esiste e funziona come ricovero di emergenza e magazzino. Con il passare degli anni l’afflusso di alpinisti era andato progressivamente aumentando e, da tempo, si profilava la necessità di qualche soluzione che migliorasse l’accoglienza del rifugio. Sul finire degli anni cinquanta del novecento il problema, più volte accantonato, si riaffacciò prepotentemente tanto da far pensare anche ad una completa sostituzione della vecchia Marco e Rosa o all’affiancamento di una struttura più solida, affidabile e spaziosa. Alla fine la sezione ValtelIinese del CAI prese la decisione di costruire, accanto alla vecchia, una nuova capanna, che meglio rispondesse al numero sempre crescente di alpinisti che salivano al Pizzo Bernina ed alIe loro mutate esigenze. Nel 1961 la Sezione CAI UGET di Torino aveva fatto costruire accanto al vecchio Rifugio Gonella, posto sulla via normale italiana di salita al Monte Bianco, un nuovo edificio prefabbricato progettato da Lino Andreotti. Socio del CAI di Savigliano (CN), amante della montagna a 360 gradi, Andreotti era Guida alpina, organizzatore di spedizioni extraeuropee (allora autentiche avventure) e operatore di documentari, uno dei quali, prescelto con un altro a rappresentare l’Ita-
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lia, fu proiettato alla serata inaugurale del Festival di Trento; ma fu anche Sindaco di Savigliano nonché fondatore del locale Sci Club. Come presidente del CAl UGET di Torino e consigliere centrale della Giovane Montagna, Andreotti fu un instancabile promotore di manifestazioni legate alla montagna e all’alpinismo e costruì in Savigliano l’albergo Gran Baita, che resta un fiore all’occhiello per la città. Purtroppo una inesorabile ma-
lattia lo stroncava nella primavera del 1976, interrompendo un’opera che ancora sarebbe stata ricca di frutti. Secondo il progetto, le parti del nuovo Gonella sarebbero state costruite a Saint Pierre per poi essere portate in loco mediante l’uso di elicotteri americani. Purtroppo si incontrarono notevoli difficoltà sia per la scarsa abitudine dei piloti a lavorare fra le vette, sia per i limiti stessi dei velivoli, ingombranti
e poco maneggevoli. Così i pezzi della capanna furono elitrasportati sul Ghiacciaio del Miage e poi issati mediante un sistema di teleferiche montate con l’aiuto di Loran Grivel, specialista in impianti di risalita: la prima tratta andava dal ghiacciaio fino ad un ripiano a metà strada, la seconda dal ripiano fino al sito del rifugio. Al corrente della nuova costruzione, Bruno De Dosso, Carlo Boschetti e Guido Bettini, al-
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LA RISTRUTTURAZIONE DEL 2002
La modernissima semplice e solida architettura della nuova Capanna Marco e Rosa-Rocca sul Bernina.
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Se restano pochi dati circa la costruzione della “Marco e Rosa 1964”, così non è per quanto riguarda la sua ristrutturazione avvenuta nel 2002; ristrutturazione che si può definire “riedificazione” senza timore di smentite. Un’opera nella quale sono state impiegate tutte le più moderne tecnologie, dai sistemi di trasporto alle componenti dell’edificio, comprese le soluzioni eco compatibili di produzione di energia e calore. Le esili strutture reticolari di ferro e i tamponamenti di lamiera della capanna costruita nel 1964 erano, infatti, avviati a un degrado irreversibile; pertanto, fu necessario prendere atto della necessità di un pesante intervento. I primi “rilievi” per la nuova ristrutturazione furono condotti nell’estate del 1999, anno in cui la Sezione di Sondrio del CAI prese la decisione definitiva di varare l’impresa consistente in tre fasi: progettazione, reperimento dei fondi, esecuzione. Inizialmente, anche in considerazione degli elevati costi preventivati, si era pensato di mantenere la vecchia struttura “avvolgendola” con un nuovo involucro con l’aggiunta di un piano. Nel 2002 l’istituzione dell’”Anno Internazionale delle Montagne”, convinse la Sezione ad un passo più audace che, fedele al proverbio, fu premiato dalla Fortuna. Infatti, accanto ad un contributo derivante dal fondo stanziato dalla Regione Lombardia per progetti emblematici in linea con i principi dell’”Anno Internazionale delle Montagne”, altre importanti risorse economiche vennero dalla famiglia Rocca che voleva così ricordare un
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suo congiunto, Agostino Rocca, appassionato alpinista e amante della Natura, tragicamente deceduto in Argentina nell’estate del 2001. A queste due coincidenze si aggiunse poi la disponibilità da parte della società “Le Stelline” di finanziare tutta la parte progettuale, riducendo così sensibilmente i costi dell’opera. Motori dell’iniziativa furono Angelo Sche-
na, Carlo Boschetti, ma in particolare Stefano Tirinzoni che, come scrisse lui stesso, aveva un particolare legame con la Marco e Rosa: «... Lasciatemi iniziare da un ricordo personale e riandare a quel giorno dell’estate del 1968 quando salii per la prima volta in questo luogo, assieme a mio padre ed a Peppo Fojanini; Bruno De Dosso ci aveva portati qui con l’elicottero per esa-
minare alcuni problemi che il rifugio, realizzato solo pochi anni prima, già andava manifestando. Quel giorno Bruno De Dosso mi fece fare la prima ascensione della mia vita sulla cima del Bernina e mi infuse quella passione per l’alpinismo e per il Club Alpino, che mi ha accompagnato per il resto della mia vita. Grazie Bruno per questo dono, quello che
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IDEATORI E MECENATI
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ALFREDO CORTI Fitzcarraldo del Bernina Pensando alla figura di Alfredo Corti, alla costruzione della capanna sulla Forcola di Cresta Güzza e alle peripezie superate, non mi pare azzardato il paragone con la leggendaria figura di Fitzcarraldo, resa celebre dal genio visionario del regista Werner Herzog. Gli ambienti e gli obiettivi non possono essere più differenti: Fitzcarraldo nelle giungle amazzoniche e Corti sui grandi deserti glaciali; il primo trasportando una nave oltre il crinale che divide due fiumi, il secondo portando un rifugio sul crinale che unisce due vallate. Eppure tutti e due sono accomunati da un’identica convinzione bene espressa in una frase del film: «Chi sogna può muovere le montagne» e forse, se Herzog avesse conosciuto l’impresa dell’alpinista valtellinese, avrebbe scelto questa e non quell’altra per realizzare il suo film. Alfredo Corti, scienziato e alpinista, è stato un grande italiano, il maggiore esploratore dei monti valtellinesi e, sicuramente, anche il loro miglior descrittore. Nacque a Tresivio da Nina Menatti e dal medico condotto Linneo Corti il 24 luglio 1880 e morì a Roma il 7 luglio 1973. Laureatosi in Scienze naturali presso l’Università di Pavia fu chiamato ad insegnare presso l’Istituto di Anatomia Comparata di Bologna e nel 1924, vinta la Cattedra di Anatomia Comparata della Facoltà di Scienze Naturali dell’Università di Torino, si trasferì in quella città ove svolse la sua docenza fino al 1955. La sua attività alpinistica spaziò dalle grandi vette del Bernina fino a gruppi meno conosciuti, come i monti della Val Grosina e delle Alpi Orobie. Nel 1907, Corti entrò In questa pagina, Alfredo Corti posa con il figlio Nello che lo seguirà in alcune sue imprese. Nello sarà protagonista anche di alcune importanti prime ascensioni nel massiccio del Bernina.
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a far parte del G.L.A.S.G (Gruppo Lombardo Alpinisti Senza Guide) che, poi, confluirà nel Club Alpino Accademico Italiano e l’anno successivo compì un’attenta e scrupolosa visita nel massiccio dell’Ortles-Cevedale. Nel 1909, con Walter Laeng, dava alle stampe la “Guida delle Alpi di Val Grosina”, la sua prima opera a carattere alpinistico. Poco dopo fu scelto quale autore della parte dedicata al Massiccio del Bernina per la Guida delle Alpi Retiche occidentali (1911). Negli anni 30 del 900 curò infine l’edizione della Guida delle Alpi Orobie, per la prestigiosa collana Guida dei Monti d’Italia del CAI-TCI. Tale opera vedrà purtroppo la luce molti anni dopo risultando ormai obsoleta soprattutto nello stile descrittivo e nella valutazione tecnica delle ascensioni; resta però un caposaldo in quanto ancor oggi è l’unica che descrive capillarmente questa importante catena montuosa. Legato alla grande tradizione alpinistica ottocentesca, dopo il primo conflitto mondiale, con l’avanzare dell’età, il professore cominciò ad avvalersi di Guide alpine per le sue ascensioni, che si svolgevano su terreni sempre più difficili. Nel 1917, con la Guida Ignazio Dell’Andrino, ad esempio, scalò in prima assoluta la lunga cresta EstNord-est del Pizzo Ventina. Legato a questa ascensione è l’episodio della scoperta di una nuova specie di dittero che il grande alpinista fece verso i 3000 metri. Il professor Bezzi che studiò il piccolo insetto, volle legare ad esso il nome dell’amico e collega che l’aveva scoperto, chiamandolo Alfredia acrobata. Fra il 1920 e il 1930, il Corti rivolse le sue attenzioni alle alte pareti meridionali del Bernina e del Sottogruppo Sella-Glüschaint; è di questo periodo la prima ascensione alla parete Sud del Monte Rosso di Scerscen, compiuta con Augusto Bonola e la Guida Cesare Folatti l’11 agosto 1928. Per molti anni questa sarà la più difficile scalata su roccia del massiccio e ancor oggi è una severa ascensione se si tiene conto che una volta in vetta si deve ancora traversare verso il Bernina per poi scendere alla Capanna Marco e Rosa, traversata lunga e complessa su terreno misto d’alta quota. Meno nota, ma grandiosa e innovativa per concezione, è l’impresa che Corti compì con il figlio Nello, traversando sul filo di cresta tutto il massiccio Ortles-Cevedale dal Passo dello Stelvio al Passo del Gavia; una trentina di vette, salite in cinque giornate con l’aggiunta dell’Ortles che, seppure “fuori linea”, fu comunque raggiunto dai due percorrendo la grandiosa Marletgrat. Appassionato della conca di Chiareggio, ove amava trascorrere parte delle vacanze, lo scienziato si dedicò moltissimo anche all’esplorazione e alla descrizione del massiccio
14 agosto 1933, Santa Messa celebrata alla Forcola di Cresta Güzza in occasione del ventennale della costruzione del Rifugio Marco e Rosa.
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del Monte Disgrazia, avvalendosi a volte di Guide come Dell’Andrino, Cesare Folatti, Livio e Oreste Lenatti o di compagni più giovani come suo figlio Nello, Peppo Perego o Luigi Bombardieri. Nel 1942, a causa delle sue idee antifasciste, Corti fu mandato al confino a Sala Consilina, privato della cattedra universitaria e dello stipendio ed espulso dal CAI. Alla caduta di Mussolini, tornò a Torino e si unì alla resistenza nella difesa della Valle di Cogne, fino al termine del conflitto. Impressionante è il suo curriculum di scalate che, anche in età più avanzata, lo videro protagonista di importanti imprese in altri gruppi montuosi delle Alpi. Appare altrettanto stupefacente la sua iperattività in ogni campo, dall’insegnamento universitario alla ricerca scientifica, dalla pratica dell’alpinismo alla stesura di impareggiabili guide alpinistiche che, ancor oggi, sono una pietra miliare in questo genere di opere. In un periodo storico in cui l’alpinismo stava avviandosi verso una sportivizzazione sempre più marcata con la realizzazione di imprese sempre più difficili sotto il profilo tecnico, l’opera di Alfredo Corti fra le cime si mantenne sempre fedele agli aspetti più nobili di questa attività. In lui, scienziato, uomo e alpinista si fondevano in un’unica entità che cercava di indagare a 360 gradi i misteri di quell’ostile mondo di pietra e di ghiaccio, compresi quelli più sottili, ma non meno importanti della spiritualità e della psiche. Ogni atletismo, ogni funambolismo erano il più possibile evitati anche
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se per compiere scalate come la Nord del Disgrazia o la parete Sud dello Scerscen occorreva sicuramente un fisico instancabile e ben attrezzato di nervi e muscoli. Ripresa l’attività alpinistica, nel 1949 con l’amico Aldo Grassotti, Corti salì, in prima assoluta, l’elegante sperone della parete Nord-ovest dell’Adamello. Non limitandosi alle Alpi Centrali salì però anche qualche vetta delle Alpi Apuane, parecchie delle Marittime, il Monviso per il canalone Nord, traversò Visolotto e Vallanta, frequentò la Val di Susa, salì quasi tutte le montagne del Gran Paradiso, parecchie del M. Bianco e del Vallese. Lo troviamo, infine, a settant’anni suonati, a compiere la traversata del Cervino, con la Guida Luigi Carrel! Dal dopoguerra fino al 1960 fu presidente del Gruppo occidentale del C.A.A.I. che organizzò la riuscita spedizione alle Ande Peruviane conseguendo la prima ascensione del Ranrapalca (6100 m). Si interessò del riordino della biblioteca della Sezione di Torino e Centrale, del Club Alpino completando collezioni e recuperando opere di grande valore. A fianco di Mario Piacenza collaborò alla direzione del Museo della Montagna (1950-1956) e dopo la morte del Piacenza lo diresse fino al 1961. La passione del Corti per le montagne e per la loro descrizione non poteva tralasciare anche il pionieristico campo della fotografia alpina. Sull’esempio di Vittorio Sella, l’alpinista valtellinese iniziò a fotografare portandosi appresso con grande fatica un apparecchio di legno a lastre (13x18). Con l’evolversi della tecnologia, negli anni successivi i pesi e le dimensioni delle fotocamere diminuirono, ma non la qualità stilistica delle immagini. Non può sfuggire all’osservatore che, seppur bellissime, foto di vette e panoramiche non furono fatte da Corti con intenti artistici, ma solo con il mero scopo di dare una descrizione quanto più precisa possibile di un territorio. Al Centro di Fotografia Alpina Sella di Biella donò, in proprietà, parecchie centinaia di negative in grande formato.
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Una grande foto panoramica scattata da Alfredo Corti e che correda il capitolo dedicato al Bernina nella Guida Alpi Retiche occidentali del 1911. Qui sopra il bellissimo disegno con breve relazione autografa di Corti contenuto in un libro degli ospiti del Rifugio MarinelliBombardieri. Vi è illustrata la via di salita alla parete Sud del Monte Scerscen aperta da Bonola, Corti e Folatti nel 1928.
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I CAPANÁTT Durante i suoi primi anni di vita il piccolo rifugio sul Bernina non fu gestito: troppo scomodo, troppo difficile portare gli approvvigionamenti e troppo pochi i clienti per potere “fare stagione”. All’inizio le chiavi furono affidate a Giacomo Mitta, allora custode della Capanna Marinelli e alla Guide di Pontresina. Tuttavia, ben presto l’afflusso dei visitatori fu tale che si dovette provvedere ad un primo servizio di custodia che ebbe inizio con la stagione 1929. Da quell’anno a vigilare sulla capanna e sulle creste del Bernina si sono succeduti tantissimi valorosi custodi, tutti scelti fra le migliori Guide alpine della Val Malenco. Soprattutto nei primi pionieristici anni costoro dovettero affrontare una vita durissima e lunghi periodi in alta quota, spesso rinchiusi nella capanna flagellata dalle tormente o in completa solitudine per giorni e giorni. Viveri e altri rifornimenti erano trasportati esclusivamente a spalla con grande rischio e fatica e se la stagione non era propizia il magro guadagno non compensava certo l’impegno profuso. Dobbiamo alla loro caparbietà e al loro coraggio se il vecchio rifugio del 1913 si trova ancor oggi in più che discrete condizioni. Dobbiamo al loro instancabile lavoro, alla loro fiducia, al loro amore per la capanna e per la montagna se ancor oggi gli alpinisti possono usufruire di un ricovero fra i più alti e moderni delle Alpi.
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CESARE FOLATTI
Tre gestori della Marco e Rosa, Cesare e Giovanni Folatti e Riccado Basci posano fuori dalla capanna assieme a Umberto nipotino del “Piz”. Cesare Folatti detto “Piz” nacque a Torre Santa Maria il 2 ottobre 1898 e ivi morì nel 1980. Fu un eroe della Grande Guerra e prima ancora che sulle vette diede prova del suo valore con il battaglione Tirano del V° reggimento alpini. Fu il primo, insieme ad altri due compagni, ad attraversare il Piave prodigandosi a tendere un cavo-ponte, grazie al quale tutto il battaglione lo potè raggiungere alcuni giorni dopo. Per questa e altre imprese fu insignito di una Croce di Guerra e una di Croce al Merito. Rientrato in Val Malenco e ottenuto il patentino di portatore alpino nel 1922, fu promosso guida nel 1930 (altre biografie riportano il 1928 – n.d.a.). Come per molte altre Guide del suo tempo, all’inizio il mestiere fu solo un’attività accessoria alle occupazioni tradizionali di contadino e pastore per poi assumere sempre maggiore importanza. Assieme al fido compagno Peppino Mitta, il “Piz” gestì il Rifugio Marco e Rosa dal 1926 al 1942, periodo in cui svolse l’attività di Guida alpina ai massimi livelli, compiendo numerose prime ascensioni assieme a Luigi Bombardieri di Sondrio. Dal 1942 al 1974 fu anche gestore del Rifugio Marinelli-Bombardieri, assieme al fratello Giacinto. Il lavoro di Guida e gestore di rifugio consentì al Folatti di crearsi un’agiata condizione economica, così, con i guadagni ottenuti in una sola stagione, sia Cesare che Peppino si poterono costruire una casa all’Alpe Musella. La prima grande ascensione cui partecipò la Guida di Torre Santa Maria fu quella alla
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A sinistra, Cesare Folatti, con la pipa, e Carlo Joli. Qui sotto, un’altra bella immagine del “Piz”. bella ed impegnativa parete Sud del Monte Scerscen, realizzata con Alfredo Corti ed Augusto Bonola l’11 agosto 1928 e ripetuta solamente nel 1991 dalla Guida Elia Negrini con Enrico Tessera. Pochi anni dopo Cesare Folatti faceva la conoscenza di Luigi Bombardieri, appassionato alpinista sondriese e vice presidente del CAI Valtellinese. Nel 1932 la coppia realizzava le traversate Sella-Glüschaint, Bellavista-Argent e la traversata completa delle Cime di Musella, compresi il Torrione Brasile e la parete Nord della Sfinge. Con Tullio Dell’Andrino i due ripeterono poi la complessa cresta Sud-ovest del Roseg e pochi giorni dopo la Scerscen-Bernina. Era il preludio alla prima traversata italiana Roseg-Scerscen-Bernina, portata a termine da Folatti e Bombardieri il 4 settembre dello stesso anno, in sole 18 ore, benché ostacolati dal maltempo. L’incredibile stagione si concludeva il 7 novembre con la prima assoluta alla parete Nord del Cristallo nel massiccio dell’Ortles. Nel 1933, la cordata Folatti-Bombardieri si aggiudicava la prima ripetizione alla Nord della Punta Tuckett e due anni dopo la prima ripetizione alla temuta parete Nord del Pizzo Tresero. Sempre nel 1933 e precisamente il 25 luglio, Folatti, Bombardieri e Peppino Mitta, realizzavano la loro più celebre impresa: la salita al canalone della Forcola d’Argent. Fu un’ascensione condotta con mezzi tecnici limitatissimi: dure corde di canapa, abiti di panno, pane, vino e “scemüdin”. Ecco come in un’intervista rilasciata all’età di 89 anni, Cesare Folatti ricordava quel giorno: «Nel 1933 abbiamo deciso di andar su e di fare questo canale. Però ero un po’ pauroso perché tutti tornavano indietro... ma noi siamo arrivati in cima. Adesso è molto più facile perché non c’è più la cornice che veniva fuori in alto, molto esposta. Abbiamo bucato la cornice. Prima non c’erano giacche a vento e veniva giù l’acqua per la schiena, “fregia”, tremenda. Ma siamo arrivati su in cima, Bombardieri, Peppino Mitta ed io, in sole 4 ore.» Undici giorni dopo Folatti, con Peppino Mitta, Bombardieri e Alfredo Corti, apriva una nuova via sulla parete Nord del Disgrazia. Quando non affrontava qualche nuova sfida, il Folatti si divideva tra l’attività di gestore di rifugio e quella di “normale” Guida e come tale scalò il Bernina ben 250 volte. Svolse la sua attività con grande dedizione e professionalità; soccorritore sempre disponibile e “capanàtt” rimpianto e amato per la sua gentilezza d’animo e per il suo senso dell’ospitalità. Alpinista dal fisico eccezionale, intuitivo, riservato e deciso, così lo ricordava Bruno Credaro: «Come gli assi della Marinelli completamente riammodernati, oggi Cesare Folatti regge alla prova degli anni, con serena saggezza e forse sostenuto da quella sua personale capacità di distinguere i valori e di vivere con schietta coerenza. Ogni battito del suo cuore scandisce i giorni lontani del Bernina, ma anche quelli distesi di oggi, senza rimpianti. Qualcuno si è offerto di portarlo in elicottero a rivedere la Marinelli e il suo canalone, ma Cesare ha rifiutato.»
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GIACOMO GIUSEPPE MITTA
Peppino Mitta con una cliente in un momento di riposo sui ghiacciai del Bernina. Sullo sfondo, a sinistra il Pizzo Scalino.
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Giacomo Giuseppe Mitta detto “Peppino” nacque a Torre S. María il 10 settembre 1907. Era il maggiore di dieci figli e, come amava ricordare, era praticamente nato al Rifugio Marinelli perché sua madre durante la gravidanza era lassù a lavorare. Ottenuta la licenza di Guida alpina negli anni 30, mentre il resto della sua famiglia rimase a gestire la Capanna Marinelli, Mitta e l’amico Cesare Folatti, presero in carico la Marco e Rosa diventandone i primi “capanàtt” ufficiali. La sua attività alpinistica si concentra negli anni 30 del 900 ed evidenzia un professionista, ma anche un alpinista di grande spessore. Nell’estate del 1932, con il collega Tullio Dell’Andrino ed il cliente milanese Renato Rolla, Mitta compiva la prima salita italiana e a quanto pare quarta salita assoluta alla difficile via Klucker sulla glaciale parete Nord del Roseg, 600 metri di ripido scivolo che ne facevano una delle scalate più difficili delle Alpi centrali nel suo genere. La terza salita era stata compiuta appena due anni prima da Alfred Zürcher e Thomas Graham Brown con le celebri Guide svizzere Alexander Graven e Joseph Knubel. Per Dell’Andrino e Mitta la sfida era doppia, dovendo dimostrare a tutti, e agli svizzeri in primo luogo, anche la loro valentia professionale; ma tutto andò per il meglio tanto che i tre abbassarono di oltre un’ora il tempo impiegato da Knubel e compagni. Su questa via, per ammissione del più anziano Dell’Andrino, Peppino si distinse nel superamento della difficile fascia di roccette ghiacciate che sbarra il cammino a metà altezza. Accanto a questa vi sono però due prime ascensioni che legano ancor più Peppino Mitta alla storia dell’alpinismo. Il
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Peppino Mitta posa con nonchalance all’ingresso della Capanna Marco e Rosa. 25 luglio 1933, con l’inseparabile amico e collega Cesare Folatti e Luigi Bombardieri, Peppino fu protagonista della prima salita al ripidissimo e tetro canalone ghiacciato della Forcola d’Argent; un’ascensione che per anni fu considerata mitica. Fra l’altro, raccontando di questa scalata, gli piaceva ricordare che, siccome gli era sembrato che fossero giunti in cima troppo presto, per raggiungere la Capanna Marco e Rosa, lui aveva deciso di farsi anche la traversata Est-Ovest della Cresta Güzza. Pochi giorni dopo, il 5 agosto 1933, assieme a Cesare Folatti, Alfredo Corti e Luigi Bombardieri, Peppino tentava di risolvere il problema dell’ancora inviolata parete Nord del Monte Disgrazia, ma i quattro furono costretti ad accontentarsi di una linea non propriamente diretta e pulita che evitava sulla destra il vero problema. La stessa tempra eccezionale che aveva fatto compiere al Mitta queste imprese, gli venne in aiuto quando, catturato dai fascisti pochi mesi prima della liberazione, dovette resistere alla tortura per non rivelare il nome dei compagni ancora in libertà. Riuscì poi a fuggire dall’ospedale dove era stato ricoverato mettendosi in salvo. «Comunque - ricordava - quelli erano altri tempi. Si aveva la montagna nel sangue e nel cuore, si andava per lavorare é vero, ma anche perché si era appassionati. Era un alpinismo avventuroso, non come oggi che i giovani hanno un sacco di diavolerie per salire, che se ti fai male c’è l’elicottero, che l’auto ti porta quasi all’attacco delle vie. E poi il colmo dei colmi è che oggi ci sono anche Guide che vengono dalla città: ai nostri tempi sarebbe stato impossibile.» Peppino Mitta fu a capo delle Guide della Val Malenco dagli anni 30 agli anni 60 del 900. Uomo saggio e posato, era dotato di una spiccata sensibilità di cui faceva sfoggio nei discorsi commemorativi tenuti in occasione delle riunioni delle Guide o magari per ricordare la figura di qualche collega defunto. Dal 1936 al 1972, con la moglie e la figlia gestì il Rifugio Zoia che, negli anni 50, quando iniziarono i lavori per la costruzione delle dighe di Campo Moro e di Gera, servì da base a molti tecnici del cantiere. Essendo pure proprietario di un’impresa edile si occupò anche della edificazione dei Rifugio Roberto Bignami, portando i materiali per mezzo di una teleferica che da Gera raggiungeva l’Alpe Fellaria. Di Peppino resta celebre un’altra poetica frase: «una volta eravamo noi a sorridere alle montagne e adesso sono loro che sorridono a noi.»
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CESARE E PEPPINO Le fotografie di queste pagine mostrano le principali ascensioni compiute da Cesare Folatti e Peppino Mitta. La prima importante salita di Cesare Folatti fu quella alla parete Sud del Monte Scerscen, o Monte Rosso di Scerscen, come, a ragione, amava chiamarlo Alfredo Corti. Fu Corti a chiedere alla brava Guida se volesse unirsi a lui e ad Augusto Bonola per un tentativo; ma, si premurò subito di chiarire, doveva partecipare come dilettante e non come Guida a pagamento. Il buon Cesare accettò e quell’11 agosto 1928 sicuramente ebbe un ruolo
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decisivo nel successo della cordata che realizzava così una delle più difficili ascensioni del massiccio. Il 25 luglio 1933, Folatti e Mitta unirono le loro forze accompagnando Luigi Bombardieri in quella che è certamente la loro maggiore impresa, la prima salita al selvaggio canalone della Forcola d’Argent che nella foto è ben visibile alle spalle del Rifugio Marinelli. La scalata fu resa molto impegnativa dal superamento dell’ultimo tratto quasi strapiombante. Per vincere l’ostacolo Folatti fu costretto a
scavare letteralmente una sorta di camino nel ghiaccio nel quale, strisciando palmo a palmo, s’insinuò raggiungendo l’uscita. Infine, il 5 agosto 1933, i due amici guidavano Alfredo Corti e Luigi Bombardieri in un serio tentativo all’inviolata parete Nord del Monte Disgrazia. La ripidezza del pendio e le condizioni non ottimali li obbligarono ad evitare una salita diretta, ma la loro impresa abbatteva le barriere psicologiche che trattenevano altri pretendenti e, infatti, l’anno dopo la parete fu vinta.
Per finire si deve ricordare la splendida prima ripetizione alla temuta parete Nord del Pizzo Tresero compiuta il 15 settembre 1935 da Folatti e Bombardieri nonostante una fortissima bufera li avesse ostacolati per tutto il percorso. Scrisse laconicamente il Bombardieri sul suo taccuino: «... partenza dal Gavia alle ore 2,45; crepaccia terminale alle ore 7,25; a due terzi della parete alle ore 11; giunti direttamente in vetta alle ore 16,35; rientro al rifugio del Gavia alle ore 20.»
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IL BERNINA
In questo libro non poteva mancare un capitolo dedicato alla montagna per la quale fu costruita la Marco e Rosa. Per la sua posizione particolare il Bernina riveste un ruolo significativo; la sua cima è posta al centro della catena delle Alpi, quasi perfettamente equidistante fra il Monte Bianco e il Grossglockner. Inoltre è noto che procedendo dalla Barre des Écrins (4102 m), in direzione Est, il Bernina è l’ultima cima ad entrare nel prestigioso novero dei “4000”. Per quanto non molto d’accordo con la suddivisione delle Alpi proposta da SOIUSA, in questo caso si può veramente dire che in corrispondenza del Bernina corre una linea ideale che suddivide la maggiore catena montuosa d’Europa in due parti, occidentale e orientale. Nelle guide e nelle carte geografiche ci sono alcune discrepanze sulla esatta quota della vetta; da qualche parte si legge 4049 m, altrove 4050 m o anche 4052 m. Tenendo per buona la proverbiale precisione svizzera, nazione entro i cui confini si trova la vetta del Bernina, la quota esatta è di 4048,6 metri sul livello del mare.
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JOHANN COAZ SUL PIZZO BERNINA Alle 18 del 13 settembre 1850 tre audaci pionieri mettevano per la prima volta piede sull’ancora innominato Pizzo Bernina. L’alpinismo stava emettendo i suoi primi vagiti, ancora non erano arrivati gli inglesi a far man bassa di vette vergini e il decimo quattromila delle Alpi raggiunto dall’uomo era scalato da un giovane topografo svizzero e dai suoi due aiutanti nel corso di una lunga giornata iniziata al Bernina Wirtshaus (oggi Bernina Suot). Entrato a far parte dell’ufficio topografico elvetico nel 1844, il giovane Johann Wilhelm Fortunat Coaz colse immediatamente l’occasione per dedicarsi alla sua vera passione, la scalata delle montagne. Giunto in Alta Engadi-
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na per compiere rilievi cartografici Coaz fu subito ammaliato da quella maestosa montagna glaciale che chiudeva la testata della Val da Morteratsch e finalmente, dopo un lungo corteggiamento, ne raggiunse la vetta assieme ai suoi aiutanti, i fratelli Jon e Lorenz Ragut Tscharner. Sei anni più tardi il topografo pubblicava il resoconto di quella ascensione dal quale si comprende facilmente come i suoi interessi alpinistici fossero per lo meno pari a quelli professionali: «…l’idea di poter compiere insieme alla registrazione topografica del massiccio del Bernina, commissionata nel 1850, anche l’ascensione della vetta del Bernina, fino ad allora ancora mai portata a termine, mi attirò con il fascino onnipotente che le imprese alpinistiche posseggono.» Diversamente da come ci si potrebbe aspettare, a parte qualche rilevazione sulle temperature, in tutto il racconto sono assenti le note di tipo scientifico. Prevalgono invece vivaci descrizioni dei passaggi e dei momenti cruciali dell’ascensione, accompagnati da vivide immagini della Natura selvaggia che i tre si trovarono ad affrontare: «La prima crepaccia marginale che si staccava qui dal mare del nevato, superava quanto a bellezza tutto ciò che fosse mai capitato ai miei occhi di vedere fino ad allora nell’universo dei ghiacciai. La crepa era simile a una piccola gola, era piena di frammenti di ghiaccio e delimitata verso l’alto da una parete perpendicolare a fascia. Come se fossimo sulle rovine di una fortificazione abbattuta, salimmo dal lato più basso nella profondità di quella gola del ghiacciaio. Che luogo incantevole! Intorno a noi non vi erano che masse di ghiaccio, sormontate dalla cupola di un cielo azzurro e terso, il sole era a mezzogiorno. Le pareti del ghiacciaio, i pinnacoli, i blocchi e le migliaia di bizzarre forme di ghiaccio che formavano quel piccolo orizzonte intorno a noi rilucevano con un gioco di colori variopinto e abbagliante, come una gigantesca corona di diamanti.»
Sfruttando le ultime luci, gli alpinisti raggiunsero il piede delle grosse difficoltà e poi, illuminati da una «clemente luna» riuscirono a percorrere tutto il ghiacciaio finché: «…stranamente, non appena riuscimmo di nuovo ad appoggiare il piede sul terreno sicuro invece che sul ghiaccio, la falce di luna scomparve dietro alla montagna.» Dopo venti ore di impegno costante l’avventura si concludeva finalmente alla Locanda Bernina dove: «Ancora quella stessa notte un paio di bicchieri di vecchio vino della Valtellina ci fecero dimenticare tutte le fatiche della scalata e rimase solo l’incancellabile magia del ricordo ad accompagnarci nel sonno.» Nella pagina a sinistra un ritratto di Johann Coaz. In questa pagina il versante Nord-est del Bernina e la cartina che mostra il percorso seguito dai primi salitori della vetta.
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Sopra, la triade RosegScerscen-Bernina dopo una nevicata. Nella pagina a fianco è chiaramente visibile l’orografia del versante orientale del Bernina. Sulla destra si scorge parte della parete Nord-est, delimitata a sinistra dalla rocciosa prua della cresta Est cui segue lo stretto vallone del versante con il medesimo orientamento e quindi, contro il cielo, la diramazione orientale della cresta Sud.
LE CRESTE
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Delle tre creste che si dipartono dalla cima, la maggiore è quella settentrionale nota come Biancograt, Crest’Alva o Himmelsgrat (scala del cielo), una delle più celebri e belle delle Alpi. Dopo essersi leggermente abbassato a formare la Breccia del Bernina, il crinale si impenna con la vicina (c. 200 m) vetta del Pizzo Bianco o Piz Alv 3995 m e poi digrada con una sinuosa cresta di neve che termina in corrispondenza della Fuorcla Prievlusa 3430 m. Verso Est scende invece una corta cresta rocciosa che, dopo un tratto ripido, s’immerge sulla spalla glaciale 3626 m, sostenuta da una grande fascia rocciosa che, piegando verso Nord-Nord-est, forma lo
spallone del Sass dal Pos e gran parte della sponda occidentale superiore del Vadret da Morteratsch. Fino al 1914 questa cresta era considerata la via normale alla vetta sia per chi proveniva dal Rifugio Marinelli sia per chi saliva dal versante elvetico. La costruzione del Rifugio Marco e Rosa spostò ben presto le preferenze degli alpinisti sul vicino e più facile itinerario della Spalla del Bernina. La cresta Sud, dopo aver raggiunto la Spalla del Bernina (Punta Generale Perrucchetti 4021 m IGM – 4020 m CNS), piega leggermente a Sud-est per poi dividersi. Un ramo volge ad oriente con un crinale nevoso parallelo alla cresta Est e, raggiunta la q. 3664 m, diventa una prua rocciosa che
s’immerge nel Vadret da Morteratsch dividendone la testata occidentale. Perdendo quota, questa cresta nevosa si allarga contemporaneamente verso Ovest formando un ampio pendio glaciale volto a Sud-sudest, compreso fra il ciglio della rocciosa bastionata Sud-ovest della Spalla del Bernina e la Forcola di Cresta Güzza. L’altra diramazione della cresta Sud precipita breve e rocciosa a Ovest-sud-ovest, sulla Breccia dello Scerscen. Infine, dal Pizzo Bianco si dirama verso Ovest un ripido sperone roccioso che termina sul Vadret da Tschierva.
LE PARETI Fra le creste Nord, Est e lo spallone del Sass dal Pos, è compresa l’altissima parete Nord-
est, ricoperta da una spessa coltre di ghiacci e da imponenti seraccate che, con i suoi 1370 m di altezza, è una delle maggiori muraglie delle Alpi Retiche. Lo stretto versante orientale compreso fra la cresta nevosa che si dirama dalla Spalla del Bernina e la cresta Est della vetta sbocca a mo’ di vallone glaciale nel bacino superiore del Vadret da Morteratsch verso quota 3400 m. Fra le creste Ovest-sud-ovest e Nord si stende il vasto versante occidentale costituito da una parete rocciosa solcata da canaloni nevosi paralleli, fra la Fuorcla Prievlusa e lo sperone Ovest del Pizzo Bianco, cui segue una stretta parete glaciale alta circa 600 metri. Verso Sud-ovest si affaccia invece una alta bastionata solcata da canalini e
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I LIBRI DEL RIFUGIO Accingendomi a questo lavoro avevo pensato che sarebbe stato interessante spulciare i libri che nel corso dei decenni hanno raccolto firme, impressioni e ricordi dei visitatori del rifugio. Purtroppo i volumi piÚ preziosi, quelli dei primi anni di vita della capanna, sono scomparsi, forse persi in uno dei tanti traslochi della Sezione Valtellinese, forse distrutti o forse ancora esistenti in qualche polveroso angolo di un armadio o di una soffitta. In ogni caso quello che resta è sufficiente per riportare alla luce una storia scarna, ma illuminante, dei gestori della capanna che si sono succeduti negli anni, di montanari, comitive, perfino giapponesi, e di grandi e piccoli nomi dell’alpinismo.
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Sfogliando questi libri una delle cose che colpisce maggiormente è il profondo legame che molti valligiani ebbero con questo piccolo ricovero alpino e il loro grande amore per la montagna, un sentimento che oggi fatichiamo a ritrovare. In procinto di emigrare in Argentina così scriveva, ad esempio, il 19 settembre 1949, Renata Folatti: «…lascio queste montagne onde porterò questo ricordo oltre l’oceano… Addio belle Alpi onde certamente non vi vedrò mai più.» Il 14 settembre 1961 così scriveva invece la piccola Albertina Folatti, figlia del custode Giovanni: «Dopo tre volte che il mio papà custode della Marco e Rosa mi ha portato in questa settimana tre volte quasù oggi per regalo mi ha condotta in cima al Bernina; sono molto soddisfatta. Spero di ritornare un altr’anno ad aiutare il mio papà e fare altre belle cime.» Tanto era contagiosa la
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passione delle Guide e dei loro famigliari che l’anno dopo, l’11 agosto, Albertina ritorna portandoci la cugina Carla Rainoldi allora quindicenne: «Per la prima volta sono salita alla Marco e Rosa con mia cugina Albertina e la Guida Basci Riccardo. Dopo i primi spaventi sono salita benissimo e abbiamo trovato lo zio Giovanni ad attenderci…» Toccante è infine l’addio di Giovanni Folatti alla sua capanna il 29 settembre 1969: «Con grande dolore lascio la capanna, desidero che chi passa abbiano cura di questo caro nido.» Si è conservato fortunatamente il libro con la testimonianza dell’inaugurazione del 1964, con tutti i nomi dei partecipanti, ininizialmente pochini causa il cattivo tempo; ma ad essi si aggiunsero quelli giunti in elicottero dalla Diavolezza nel pomeriggio, e sportivamente nello scritto si accenna al mezzo poco “etico” utilizzato per lo speciale evento. Fra i sondriesi spiccano per numero di frequentazioni Carla Bettini, una vera habituè, oppure Ciccio Guerrini, estroso alpinista filosoficamente d’avanguardia per il suo tempo. Innumerevoli le firme delle Guide: Basc,i Dell’Andrino, Cometti, Mitta,
solo per citarne alcuni. Poi vi sono i passaggi conseguenti a grandi imprese come la prima invernale alla Direttissima del Bernina compiuta da Aldo Parolo ed Ermanno Gugiatti il 24 dicembre 1970, un giorno molto freddo in cui Ermanno, che indossava un paio di normali scarponi da montagna, si prese un principio di congelamento. Altri grandi scalatori sono passati ed alcuni hanno lasciato il segno del loro arrivo; il 29 luglio 1953 Toni Egger e Heini Heinricher giungono alla Marco e Rosa dopo aver salito la Biancograt. Il grande Toni Egger era Guida
alpina, ma era anche uno dei più forti scalatori del suo tempo su tutti i terreni. Non a caso fu scelto come compagno da Cesare Maestri per un tentativo al Cerro Torre, tentativo da cui non fece più ritorno. Pochi anni dopo troviamo infine la firma del famosissimo, inossidabile, Kurt Diemberger che, il 20 luglio 1958, ripete con Karl Schoentaler l’altissima parete Nord-est Bernina in 10 ore, ma ricordiamo velocemente che nella stessa estate i due alpinisti aprirono anche due vie dirette alla parete Nord del Pizzo Roseg.
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Alcuni dei “libri del rifugio” conservati presso la Sezione di Sondrio del CAI. A sinistra la pagina relativa l’inaugurazione della capanna del 1964, vergata da Guido Bettini.
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BIBLIOGRAFIA
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100 anni sul BERNINA
SCHEDA RIGUARDANTE I LAVORI DEL 2002 Progettazione Progettazione e Direzione dei Lavori: Stefano Tirinzoni Progetto esecutivo architettonico: Stefano Tirinzoni Stelline S.I. spa Progetto strutture murarie: Flaminio Benetti Stelline S.I. spa Progetto strutture in legno: Urs Buchl Bernhard + Co Progetto impianti fotovoltaici: Silvano Bresesti Stelline S.I. spa Perizia geologica: Tullio Tuia Rilievi: Pietro Vettovalli Coordinatore per la sicurezza: Giuseppe Ferrara Esseti Collaudo strutture: Benedetto Abbiati Stelline S.I. spa Assistenza alla logistica: Carlo Boschetti, Michele Fanoni, Giancarlo Lenatti, Giuseppe Pedrolini
Personale Cossi Costruzioni spa: Marco Pinalli, Patrizio Dassogno, Giancarlo Negrini, Gianfranco Negrini, Mario Pedrolini, Mario Speziali Bernhard + Co: Haraldo Holler, Philip Bosshard, Reto Gatmer Piloti Miaz srl: Camillo Cariboni, Alessandro Del Giorgio Helibernina AG: Maurizio Folini, Hansueli Barfuss Elitellina srl: Camillo Cariboni, Alessandro Del Giorgio Eliwork Italia srl: Giampiero Petrelli Elettricista: Stefano Gallo Idraulici: Francesco Salvetti, Luigi Gaggi Piastrellista: Silvio Masoli Gessatore: Lino Romeri Imbianchino: Enrico Gianatti
Esecuzione dei lavori Opere murarie: Cossi Costruzioni spa Opere in legno e finiture: Bernhard + Co Impianto idro-termo-sanitario: Francesco Salvetti, Luigi Gaggi Impianti elettrici e fotovoltaici: Carugo srl Elitrasporti: Miaz srl, Helibernina AG, Elitellina srl, Eliwork Italia srl Pavimentazioni e rivestimenti: Edilbi spa Antoni in acciaio inox: Della Cagnoletta srl Smaltimento batterie esauste: Cobat Arredamenti: Pezzini Opere da gessatore: Lino Romeri Opere di imbiancatura: Enrico Gianatti Tende da sole: Giuseppe Della Rodolfa Materassi e coperte: Mallero-Balgera sas Via ferrata: Ingeco srl
Hanno inoltre collaborato Katia Del Felice, Maurizio Selvetti, Giovanni Branchini, Tipografia Bettini
Dati tecnici Volumetria: 997,60 mc Superficie lorda di pavimento: 335,55 mq Superficie coperta: 137,70 Posti letto: 50 (2 per custode e 4 per infermeria) Resistenza termica pareti: 6,359 mq K/W Trasmittanza pareti: 0,153 W/mqK Riscaldamento solare: 19 mq di muro massivo Impianto a pannelli fotovoltaici: 40 mq; 13,8 KW/giorno; 3,2 KWP
Fornitori Eliografica Rigamonti, Telexpress Italia srl, Lems, Global Service srl, Franco Rovedatti, Cesi spa, Exide Italia srl, Eurotech srl, Sondrio Uno, Colorificio Cattelini, Casa della gomma, Mulig, Francesco Fanoni, Franco Scherini, Arturo Locatelli Costo dell’opera € 1.241.688,16 Euro Hanno elargito contributi per la realizzazione dell’opera Enti Pubblici Regione Lombardia, Unione dei Comuni della Valmalenco, Comunità Montana Valtellina di Sondrio Enti Privati Roberto Rocca Family, Foundation Stelline S.I. spa (Credito Valtellinese), Fondazione Pro-Valtellina, Fondazione Luigi Bombardieri, Cobat, Edison spa, Ingeco srl, Helibernina AG, Valt Plastic srl Soci della Sezione Guido Bellesini, Tiziana Mevio, Angelo Schena, Stefano Tirinzoni, Tullio Tuia, Pietro Vettovalli