Skip to main content

G. abram

Page 1

sculture, dipinti, disegni

1


2


sculture, dipinti, disegni

3


4


sculture, dipinti, disegni

5


6


Una vita per l’arte.

C’è chi sostiene che l’arte non ha il compito di salvare il mondo, bensì di rendere gli uomini meno infelici, ed anche chi paradossalmente predica che l’arte in tutte le sue forme ha la sacrosanta missione non di consolare gli afflitti ma di affliggere i consolati… Esistono anche coloro che affermano provocatoriamente che l’arte è la cosa più inutile e allo stesso tempo la più necessaria in quanto specchio fedele della creatività umana. In effetti possono essere ritenuti inutili i soli prodotti dell’attività umana che sono giunti fino a noi dalla notte dei tempi, superando le ingiurie degli uomini e dei millenni? I nostri antenati oltre ai loro geni, a volte difettosi, ci hanno tramandato una eredità artistica sterminata a partire dalle pitture delle grotte di Lascaux ed Altamira fino all’arte contemporanea. Sono scomparsi gli uomini e le generazioni dissolte dalla polvere del tempo, mentre la loro impronta è rimasta impressa nei marmi, nel bronzo, nell’architettura, nella pittura, nella letteratura e nella poesia. Opere che sono giunte fino a noi a volte perfino nella loro completezza originaria. Riguardo allo specifico dell’arte scultorea, all’inizio è importante la scelta del materiale d’elezione, il mezzo più congeniale per la realizzazione delle opere. La questione si imponeva già nei secoli passati. Infatti nella Firenze rinascimentale il carattere e anche l’espressività delle opere molto dipendeva dalla scelta dei materiali. I Della Robbia privilegiarono la terracotta con esiti spettacolari e di altissimo livello artistico nonostante la povertà del materiale. Michelangelo scelse il marmo e Donatello il bronzo con scarse deroghe marmoree. Sembra che Michelangelo abbia prodotto una sola opera bronzea su commissione di papa Giulio II della Rovere, pontefice notoriamente guerrafondaio, la quale fu collocata sulla facciata della Basilica di San Petronio in Bologna e che i suoi nemici rigettarono nel crogiolo per farne, in oltraggio al papa, uno stupendo cannone pomposamente battezzato col nome altisonante di “La Giulia”. Per fare lo scultore non bisogna essere né laureati né diplomati e non bisogna neppure aver fatto un tedioso “master” alla Columbia University. Occorre solo possedere un po’ di senso plastico, l’idea cioè della forma, che però è una dotazione naturale, un immaginario personale corposo ed un desiderio prepotente di raccontarlo. La scultura, a differenza del disegno e della pittura, possiede le tre dimensioni, è realtà priva di ogni finzione tecnica, tale da poter essere definita un’arte istintiva. Sicuramente il primo gesto artistico dell’uomo dalle origini fu un gesto plastico su un pugno di umida creta. Dio stesso non trovò di meglio che plasmare Adamo col fango, e forse è per questo che la stirpe umana è rimasta molto terrena e ignara della scintilla divina che dovrebbe albergare in ognuno di noi. Personalmente scelsi fin dall’inizio il bronzo, perché mi sembrava il materiale meno limitativo e più adatto alle mie esigenze di narratore delle vicende umane. Io non appartengo alla categoria degli artisti definiti moderni, nel senso che non sono uno scultore “aggettivabile”. Non perché l’aggettivo, un tempo qualificante, ora è diventato pericolosamente limitante, ma semplicemente perché io racconto il mio affollato immaginario personale coi mezzi della tradizione. Io narro della vita, della morte, della gioia e del dolore, della forza e della debolezza degli uomini attraverso la figura umana e dell’animale come nei tempi antichi, con un materiale tradizionale qual è il bronzo, naturalmente attraverso un modulo espressivo personale e caratterizzante. Certo fare lo scultore con metodi e materiali tradizionali con alle spalle il peso del confronto con 5000 anni di arte figurativa non è faccenda di tutto riposo. L’importante è raccontare se stessi e la propria visione del mondo con chiarezza e onestà, anche se sembra che tutto in arte sia già stato fatto. Nell’arte si realizza l’unificazione delle scienze attraverso la tecnica, la fantasia e la creatività e questa ultima diventa una cosa seria solo se assistita da rigore e disciplina. Devo infine confessare che anch’io fui, molti decenni or sono, seppur inconsciamente, uno scultore moderno, post-moderno perfino, quando scolaretto imberbe, selvaggio e iperattivo, in braghe corte e a piedi nudi, in compagnia degli abituali scalcinati accoliti, fabbricavamo piccole sculture in corposo filo di ferro. Una volta fabbricata l’opera ci fondavamo sul terrapieno della ferrovia e dopo aver allineato i manufatti artistici sui binari assistevamo eccitati al supremo gesto artistico risolutivo. Accadeva infatti che le vecchie e grevi locomotive del colore della ruggine dei tempi andati provvedevano ad appiattire e deformare i ferrosi manufatti con artistica e fantasiosa casualità, generando opere uniche e irripetibili. Erano gli anni ’50 e praticavamo con umiltà e perseveranza un’arte casuale e innovativa. Eravamo artisti moderni senza saperlo e precorrevamo i tempi, ignari delle sconfinate potenzialità dell’arte. Gli aggettivi con cui ho illustrato me stesso e i miei compagni di allora non sono né casuali né denigratori. La prova sta in una vecchia foto scolastica dell’inizio degli anni ’50, quando avevamo 10 o 11 anni. Eravamo in tanti in quella foto in bianco e nero, perfettamente allineati, un pochino tristi, serietà assoluta, neppure l’ombra di un sorriso, mal tosati e malvestiti, pochissimi ben calzati, molti gli zoccolanti. Solo un paio sono perfettamente pettinati con la riga fra i capelli. Più che gloriosi rappresentanti dell’italica stirpe assomigliavamo ai fieri Abissini scalcinati del Tigrai. Tengo inoltre a dichiarare che, nonostante i miei timori, nessuna locomotiva è mai deragliata, mentre dei miei scalcagnati compagni nessuno ha perseverato sulla via dell’arte, salvo il sottoscritto, che all’arte ha dedicato buona parte della sua vita. G.Abram

7


La forza del fare

G.ABRAM, alias Giuseppe Abramini, di Delebio, è uno dei più forti e sicuri artisti valtellinesi, uno dei più simpatici, oltre tutto. Dello scultore, Abram ha il physique du rôle: alto, robusto, viso determinato e luminoso, grandi mani, può lavorare come un fabbro nella fucina, a contatto con il fuoco e con i metalli roventi, può manipolare la materia, rivoltare la terra, accatastare legni, scavarli con scalpelli e sgorbie, e andare avanti per ore , nella foga del lavoro, senza accusare fatica, senza perdere concentrazione. Sono elementi connaturati nel mestiere. Mario Negri era così. Il grande, schivo artista valtellinese, l’amico mai dimenticato, passava ore continue nell’atelier, plasmando le grandi forme in gesso, raschiandole, preparandole per il gran balzo nel fuoco di fusione. Aveva un fisico che sembrava modellato nella forma di un ideale immaginario, di un eletto, di un nunzio dello spirito; e le sue opere si plasmarono nella sacralità della forma della tradizione , dei valori consolidati e perenni. Le sue mani fecero statue come lari, come dei della casa, innalzati su stele, offerte come ostensori all’adorazione. C’era una stretta corrispondenza (una necessità) tra l’uomo, la sua fierezza, la sua nobiltà e l’opera, quasi a confermare quel che lo stesso Negri scriveva nel 1958: “C’è sempre qualcosa di antico nelle mani degli uomini che cercano una forma e non so se maggior orgoglio derivi allo scultore nel perpetuare nel tempo, con acqua e terra, un’aspirazione remota come i primi uomini, oppure dal cercare a questa aspirazione vie nuove”. Anche qui, in Abram, l’opera è riflesso della vitalità serena, da patriarca, limpida e dell’ampiezza gestuale dell’autore. Ricordo un’altra perfetta corrispondenza, anche se non una puntuale presenza di physique du rôle: Alberto Giacometti, il sommo artista che poteva ben rappresentare lo scrittore, il poeta più che il manipolatore di terra. Era minuto, scavato, tormentato, vivissimo negli occhi: il suo corpo era la sua prima scultura, l’origine di tutte le figure macerate, esili e raggrumate, ombre di chi sta nella giornata della vita. Lo scultore conserva una traccia della primigenia semplicità dell’uomo, il sentire la terra e l’acqua, manipolare il fango, plasmare come un bambino, inconsapevole, creando forme, disfacendo e rifacendo, come Dio, innocente, volendo la vita, il fiato di vita. Lo scultore, spirito e terra, liberamente orientato a fare, a modellare, vede nascere e sparire forme, volute, cercate o sorte per caso, cerca la materia che non muoia, che sia essa spirito, tenta con la pietra, il legno, il bronzo di dare corpo al fluire intenso, articolato, quasi inconscio, dei riferimenti fantastici, e sa che tutta la sua opera è solo un fare. In Abram è evidente la prorompente forza del fare, nel ritmo svelto delle forme che si ripetono, si rincorrono in cerchio, dove la fantasia, il sogno, il desiderio s’inverano in dettagli realistici, in particolari anche minuti che si annidano nelle vicende quotidiane: un cagnolino al guinzaglio di una ninfa, simbolo di ogni femminilità

8

desiderata, uno struzzo che reclama le sue penne strappate dalla vanità femminile. Nel solco della tradizione lombarda genuina, nell’esplosione di un “istinto concretamente rustico e popolare“ (parole di De Micheli su Manzù), Abram ha raggiunto sicura maturità espressiva e operativa, è”naturalmente” scultore perché sa cogliere, con l’infallibilità della mano, i valori plastici che realizzano la verità delle cose. Coralmente inserito nella natura, propone nei dati figurativi della miglior tradizione plastica del ’900, la poetica del positivo, dei valori morali e religiosi dell’esistenza. Con gusto sicuro, con felicità inventiva, con notevoli capacità manuali, modella le figure che meglio esprimono la sua verità: la donna e gli animali, un bestiario che vede in primo piano il cavallo e il toro. Fino a pochi anni fa, prima che un bronzo troppo duro gli facesse saltare il forno, Abram poteva curare personalmente la fusione dei pezzi piccoli e medi, controllare che il ruscello di metallo fuso entrasse con continuità nei blocchi di argilla che imprigionavano i modelli di cera, fino ad occupare ogni vuoto, ogni anfratto; e poi poteva avere la soddisfazione di spaccare l’involucro di terra cotta e veder balzare alla luce le statue, pulirle, patinarle, dar loro i riflessi fino a condurli alla dimensione di una vita propria, autonoma. Ora deve portare tutto in fonderia e gli piace meno, ma non tarderà a farsi, artigianalmente come il primo, un nuovo forno. Non per questo si ferma la vena creativa. Nella forma piana del nudo femminile, appena enfatizzata, e, se pur meno frequentemente, del nudo maschile, vigoroso come se uscisse dalle mani del creatore, Abram esprime la serena, energica adesione alla natura, nella sua più terrena dimensione, nella gioia della sensualità, nell’ironia di attimi sorprendenti, nell’invenzione di una “madre degenere che batte il figlio con un’aringa o una ninfa che passeggia con un centauro sotto la pioggia, con un ombrello aperto”. L’immagine del centauro, ricorrente, è il segno della sovrumana vitalità inseguita come un sogno dall’artista, come il mito capace di vincere lo sfacelo della carne, il mito di un’arte che supera la vita. E quando le mani di Abram afferrano un cavallo, lo rovesciano, lo fanno piroettare, scalciare, impennare come un’iraddiddio, o afferrano per le corna un toro che si punta, freme, s’inarca e sembra voler fare a pezzettini il mondo intero, o quando fa correr un leone fiero, baldanzoso, sicuro di sé e gli fa circolare il vento sulla criniera, o quando accarezza il pelo maculato del leopardo e lo lancia all’inseguimento della gazzella, il bronzo si fa docile, si fa schiavo dell’uomo, della sua volontà, per la sua prova di potenza, e da materia si fa creatura, cosa nuova. A questo Abram, al suo fantastico mondo inesauribile, oggi è possibile tutto, sia per vigore e maturità creativa sia per abilità tecnica, in totale libertà di cammino.

Piergiuseppe Magoni


Artista ricco di autenticità Abram rivela tecnica e stile Innamorato dell’arte viaggia alla ricerca di musei e di… Rodin

Vi è in questo scultore valtellinese la presenta di un’autenticità che raramente si riscontra in artisti contemporanei. Non si tratta di un uso più o meno sapiente di un materiale come il bronzo o di una capacità tecnico-stilistica, per altro assai considerevole in un giovane artista autodidatta, Si tratta, piuttosto, della scelta di fondo: che è quella di un vasto archivio della memoria dove l’Abram, in modo assai ricco e personale, fa rivivere le sue esperienze visive e tattili con il mondo della grande scultura. Innamorato dell’arte egli viaggia nelle città del mondo, alla ricerca di musei ed in particolare alla ricerca degli scultori e del suo amatissimo Rodin. Ne esce così tutta una serie di citazioni e rimandi ma detti senza sottintesi, impetuosamente e facilmente, con una carica che spesso può anche definirsi dirompente ma sempre assai viva e spontanea. I rimandi a Rodin sono visibili in alcune figure maschili e femminili che richiamano, ad esempio, “l’età del bronzo”, dalla Tate Gallery di Londra od il “San Giovanni Battista” sempre della stessa Tate Gallery. Ma sia ben chiaro, che l’Abram, è sempre più attento ad un continuo rinnovamento e ricerca, dimostrabile nei bellissimi pannelli della “Strage degli Innocenti”. Con quel gioco di basso ed altorilievo e quella figura di donna urlante di disperazione che fugge da una finestra. Meditazione sul dolore e lo schianto universale. Qui quasi più da pittura del ‘600 lombardo (pensiamo al Cerano ed al Morazzone). Oppure quella testa di bimbo che ricorda, si, il genio di Medardo Rosso, ma rivisitato da questo nostro bravissimo convalligiano che ha in sé una carica di forza non comune. Anche in opere di grande impegno, per i siti in cui sono state collocate – pensiamo alle porte della chiesa parrocchiale di Mossini e per le altre ancor più importanti dell’abbazia di Piona -, l’Abram si dimostra scultore di grande impegno ed anche capace di una inusitata sobrietà. In particolare nella porta della chiesa di S.Nicolao dell’abbazia di Piona, appunto, dove è raffigurata la vita di S.Benedetto da Norcia; con una bella capacitä di regolare le luci ed ombre dettate dal bassorilievo e dalle formelle. Vi è spesso, nella scultura dell’Abram, una materialità che si redime, man mano che la si osserva più attentamente, in una ricca carica emotiva che cerca di dimenticare la prorompente vitalità per annullarsi in una viva spiritualità. Ecco perché il soggetto della donna che fugge dalla finestra trova una sua spiegazione autentica. Ed è uno dei soggetti più amati dal nostro scultore assieme ai cavalli. Ed ancora le belle e materiali figure di donna sospinte però da questo vento nato da una sorgente di luminosità intensa e vibrante. Carlo Mola

9


Vi racconto l’Abram papà e nonno

Alla domanda dei compagni di scuola sulla professione di nostro padre, mia sorella ed io rispondevamo “SCULTORE!”, come se fosse la professione più normale del mondo. Le reazioni alla risposta erano però sempre di curiosità e sorpresa. E la risposta richiedeva quindi sempre un approfondimento con dettagli interessanti. Quando poi si sapeva che uno dei suoi soggetti preferiti era il nudo maschile e femminile la curiosità dell’ascoltatore veniva catturata totalmente. Mio padre, lo scultore G.Abram, al secolo Giuseppe Abramini, esercita l’attività di scultore da più di 35 anni, da quando io e mia sorella eravamo neonate. A distanza di anni mi rendo conto che la professione di mio padre ha condizionato molto la mia infanzia. La maggior parte dei papà partono alla mattina presto per tornare alla sera, ma da noi era la mamma insegnante che ci lasciava con papà, che nel laboratorio accanto a casa plasmava la creta o cesellava il bronzo. Ci insegnava ad utilizzare la creta avendo sempre cura di bagnarla ogni tanto per non sprecarla e ci raccontava tutti i passaggi della fusione in bronzo. Sapevamo già da piccole che il bronzo è una lega di rame e stagno o che il bronzo fonde a 1100-1200 °C oppure cosa significano espressioni del tipo “negativo e positivo in gesso di una scultura” o “scultura a cera persa”. Attenzione inoltre a non dire mai all’Abram che “il bronzo si scolpisce” perché diventa nervoso! Il bronzo si fonde e il marmo si scolpisce! Spesso dopo la scuola restavamo con lui in laboratorio e creavamo con il suo aiuto dei piccoli animali o bassorilievi di varie forme in creta, che una volta seccati venivano dipinti e appesi nella nostra cameretta. Ho ancora un gufo in bassorilievo con il becco molto sporgente che feci forse 25 anni fa e che ora mio figlio scambia sempre per il gufo brontolone amico di Bambi. Fin da piccole noi figlie abbiamo maturato una sensibilità artistica e un gusto per il bello che veniva alimentato dalle numerose visite ai vari musei italiani e europei. Ricordo con molta nostalgia i viaggi di sabato a Milano in treno (perché Abram odia guidare!) per andare a visitare il Duomo o le mostre a Palazzo Reale. Papà, che ha una cultura artistica strepitosa, faceva da brillante cicerone e in poco tempo dietro a noi si formavano sempre folti gruppi di visitatori che seguivano le spiegazioni con attenzione e ammirazione. È bello e rassicurante vedere che ora le sue conoscenze vengano trasmesse anche ai quattro nipoti! Perché dovete sapere che l’Abram è pure un affascinante supernonno, il più gettonato della famiglia dai suoi nipotini! Ci fu un tempo in cui, al fine di realizzare le sue opere più rapidamente e a minor costo, mio padre impiantò la sua fonderia, dove realizzava le sue opere a cera persa, alla

10

maniera degli antichi, ed io e mia sorella spesso lo aiutavamo nella preparazione della fusione, che è una operazione faticosa e piuttosto rischiosa. Quante volte ho visto mio padre versare il bronzo fuso, liquido e ribollente nelle forme interrate a formare le sculture. Ho così assistito alla nascita di opere meravigliose, pezzi unici e originali, prima dall’involucro terroso, fino a risplendere del colore dell’oro. Sono nate così nel tempo centinaia di opere in bronzo, molte delle quali finite ai quattro angoli del mondo a rappresentare una creatività italiana unica e irripetibile. I momenti più intensi che ricordo sono proprio legati alle giornate dell’anno in cui si “colava il bronzo”. Mio padre si alzava prestissimo per accendere il crogiuolo pieno di bronzo, che doveva essere continuamente alimentato, per raggiungere la temperatura di fusione. Il bronzo fuso ha un fascino speciale quando liquido, rosso fosforescente e un po’ vischioso viene versato nelle forme di terra rossa detta anche refrattario per dar vita alle sculture. La colata era molto pericolosa, perché piccole gocce di bronzo schizzavano spesso sui vestiti o penetravano nelle scarpe fino alla carne. Inoltre doveva essere svolta velocemente e con precisione per evitare di buttare all’aria o meglio di rigettare nel crogiuolo mesi di lavoro e decine di meravigliose sculture. Nella mia camera a Delebio abbiamo conservato una testa di Cristo morente tutta bucherellata come ricordo di una fusione mal riuscita, in cui delle bolle d’aria non hanno permesso al bronzo fuso di confluire in ogni punto della scultura. Mia sorella ed io anche se molto piccole percepivamo l’importanza e la tensione di queste giornate speciali. Spesso osservavamo da lontano tutto lo spettacolare processo, ma non ci era mai permesso avvicinarci troppo. Ricordo come fosse adesso il viso stravolto ma soddisfatto e sollevato di mio padre alla fine della pesante giornata. I giorni seguenti la colata papà si immergeva anima e corpo anche 12 ore di seguito a dar vita alle sculture fuse. Nell’aria c’era il suono del cesello e della fiamma ossidrica che dava la patina desiderata alla scultura. Le vacanze erano anche particolari. Mentre i compagni andavano al mare e in montagna con i genitori per le ferie, noi partivamo per i luoghi di villeggiatura sempre con la bisnonna al seguito, che pensava a noi mentre mamma e papà tenevano aperta la mostra. Allestire una mostra non era cosa da poco. Si riempiva il camioncino verde di piedistalli, quadri e sculture pesantissime. Quando siamo diventate abbastanza forzute aiutavamo anche noi a trasportare le opere e mia sorella faceva compagnia a papà sul camioncino mentre io stavo con mamma e bisnonna sull’auto o viceversa. I viaggi con papà erano interessantissimi, perché essendo appassionato di storia e un


uomo di grande cultura ci raccontava durante tutto il viaggio dell’Uomo di Neanderthal e dell’Homo Sapiens-Sapiens o dell’estinzione dei dinosauri oppure della vita di Caravaggio o ancora dell’eccezionale fusione dei Cavalli in bronzo della Basilica di S.Marco a Venezia o della sua infanzia e adolescenza in una Delebio contadina che non esiste più. Durante i mesi estivi e le vacanze di Natale e Pasqua passavamo quindi lungo tempo nei luoghi di villeggiatura a presentare in esposizione le opere di mio padre, che consistevano in un gran numero di sculture e bassorilievi in bronzo di soggetto vario, dalle ballerine, alle maternità, ai tori, ai cavalli ed anche a numerose opere di carattere religioso. Vivevamo spesso le nostre giornate di vacanza in mostra, che era allestita spesso nelle scuole o nei palazzi comunali. Una volta l’esposizione di mio padre era vicina a quella dei rettili viventi e ci hanno fatto evacuare perché si erano persi un serpente corallo! Mio padre aveva molti clienti provenienti da svariate città italiane, Milano, Genova, Roma, Torino e anche dall’estero, specialmente dalla Svizzera. Chissà perché con un papà artista noi figlie abbiamo finito per studiare matematica e ingegneria! Da un lato mio padre ci ha sempre sconsigliato di seguire la sua strada perché difficile e faticosa, ma dall’altra parte percepivamo il suo grande amore per questa “strana” professione, che era per lui il giusto equilibrio tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Un grande merito va anche a mia madre. Il detto che dietro ad un grande uomo ci sia una grande donna vale anche per la nostra famiglia. È mia madre che svolgeva con caparbietà e grande volontà tutta la parte burocratica comunque necessaria, affinché la professione di mio padre potesse avere successo e che lo ha sempre seguito e sostenuto in tutta la sua carriera. G.Abram ha sempre esercitato professionalmente l’attività di scultore in Valtellina, provincia di Sondrio, eseguendo anche numerose opere pubbliche, quali monumenti e decorazioni in bronzo per piazze e palazzi, nonché molte opere di carattere religioso, quali portali di chiese, altari, fonti battesimali ecc. Silvia Abramini

11


Il bronzo

Per i pochi che non sono al corrente della raffinatissima tecnica della fusione del bronzo, vorrei fornire una breve descrizione dei metodi di realizzazione dei manufatti artistici tramite la fusione “a cera persa”. Il bronzo non è un metallo ma una lega di metalli. L’età del bronzo è venuta molto prima dell’età del ferro per il fatto che la lega di rame e stagno, di cui il bronzo è composto, ha un basso punto di fusione, poco oltre i 900 gradi, ben più facile da raggiungere che non i 1500 gradi della ghisa. La lega classica è formata da circa l’85% di rame e il 15% di stagno anche se attualmente e come del resto anche nel passato, si tende ad abbassare la percentuale dello stagno per via del suo alto costo. Anticamente lo stagno lo commerciavano i Fenici e veniva prodotto dalle miniere delle isole Cassiterides, le isole dello stagno, le attuali isole Scilly collocate al largo della Cornovaglia. Dopo aver sparso per tutto il Mediterraneo notizie false e tendenziose affinché nessuno ostacolasse i loro commerci, i diabolici mercanti fenici rivendevano il metallo insieme al rame scavato nell’isola di Cipro a carissimo prezzo a tutti i popoli mediterranei con profitti sterminati. Probabilmente quasi tutta l’antica statuaria in bronzo giunta fino a noi ha codesta origine. A causa però della rarità e preziosità del metallo relativamente poche opere bronzee sono sopravvissute e fra queste l’unica statua equestre intatta dell’antichità classica, il Marc’Aurelio romano, che si salvò dalla distruzione solo perché scambiato per la figura di Costantino, lo sdoganatore ufficiale del Cristianesimo delle origini. In verità i Cristiani dei primi secoli, in più occasioni brutalmente perseguitati, avevano covato un odio profondo per il paganesimo e, una volta emancipati, si scagliarono ferocemente contro tutte le manifestazioni degli antichi culti, templi e statue facendone strage. A causa di ciò molto marmo artistico greco, etrusco e romano prese la via della fornace per diventare candida calce. Sta di fatto che all’analisi chimica della composizione del Marc’Aurelio è stata confermata la percentuale classica cioè 85,3% rame e 14,7% stagno, la quale rappresenta la composizione ideale per le sue caratteristiche di fluidità. Esistono però dei casi estremi e misteriosi in cui la composizione della lega appare improponibile ancora oggi, nonostante tutti gli additivi chimici di cui disponiamo per aumentare la fluidità dell’impasto. Il caso più eclatante è quello dei Cavalli di Venezia che all’analisi sono risultati composti al 98% di rame, all’1% di stagno e all’1% di piombo. Una lega impossibile da utilizzare a causa della sua estrema viscosità. Di tutta la statuaria bronzea dell’antichità esiste solo un piccolo Mercurio con la stessa stranissima composizione. Occorre anche affermare che i Cavalli di Venezia non sono dal punto di vista effusivo un capolavoro assoluto in quanto erano stati pensati per essere successivamente dorati e la doratura avrebbe coperto tutte le magagne. Sicuramente i fonditori greci o chi per essi dovevano essere di una tirchieria spropositata, oppure di una competenza, abilità ed esperienza straordinarie per rischiare delle fusioni gigantesche con quella lega assurda. Fu comunque, almeno sotto l’aspetto artigianale, un atto decisamente criminale

12

che però ebbe successo, e sembra sia stato in quella occasione che qualcuno forgiò l’adagio popolare che ha attraversato i secoli… “ tutto è bene quello che finisce bene”… Il sottoscritto, che ha fuso per decenni centinaia di sculture in bronzo e ha sperimentato anche le tecniche più rischiose nella sua fucina, può affermare che le suddette sculture classiche furono gettate col contributo finale di grandi quantità di piombo, che provvidero ad abbattere la viscosità di quella lega impropria promovendo la fluidità necessaria al getto prima di sublimare, lasciando un misero residuo dell’1%. È possibile farlo. L’ho fatto anch’io tante volte. L’unica differenza è che alla fine ci si ritrova fra le mani una lega più morbida e tenera, più facile da cesellare, ricettiva alla patina come qualsiasi bronzo di composizione classica. In fondo una scultura non è un pezzo meccanico soggetto a sollecitazione e ad usura. È bensì un manufatto che ha solo una vocazione estetica e deve solo essere amato e ammirato. La tecnica della fusione “a cera persa” è rimasta intatta per secoli. L’unica differenza procedurale fra noi, gli Etruschi, i Greci o i Romani e gli artisti rinascimentali è che oggi possediamo dei crogioli in grafite e l’alimentazione calorica a gas o a gasolio, mentre gli antichi usavano solo legna e carbone. Occorre precisare che mentre la scultura in marmo consiste nell’arte del togliere, quella del bronzo è l’arte dell’aggiungere, in quanto la scultura deve essere costruita con un materiale plastico, generalmente la creta. Allo scopo di passare la forma in creta assai deperibile ad un materiale più resistente, si procede con un negativo in gesso che verrà riempito con dell’altro gesso a formare il calco, sul quale si costruisce un’altra controforma in gomma, nella quale si provvede a pennellare la cera liquida fino a costituire lo spessore necessario alla fusione. A questo punto abbiamo una scultura in cera identica all’originaria opera in creta e al successivo calco in gesso. Una volta ottenuta la scultura in cera si provvede a realizzare le colate, che servono a portare il bronzo fuso all’interno e gli sfoghi dei gas. Quindi la cera viene incorporata in una massa refrattaria che prende di nuovo la forma in negativo sulla cera. L’involucro refrattario viene poi posto nella fornace dove la cera brucia (cera persa) lasciando la sua impronta e il suo vuoto spessore all’interno della massa, che successivamente sarà riempito da bronzo fuso. Una volta raffreddata, la forma refrattaria viene rotta in modo da liberare l’opera in bronzo che, una volta ripulita, deve essere privata delle colate, cesellata e patinata fino ad assumere l’aspetto definitivo. In verità “l’iter burocratico” necessario alla produzione di una scultura in bronzo a “cera persa” è irrinunciabile, nel senso che non si possono saltare i passaggi senza rischiare, perché il bronzo è vendicativo e collerico e se l’offendi ti punisce… Il cesello del bronzo consiste nell’eliminazione delle colate e di eventuali bave o imperfezioni del metallo, mentre la patina è il colore finale dell’opera, che può essere artificialmente ottenuto a caldo o a freddo con sostanze chimiche, che legandosi alla componente rame della lega possono formare le più strane sfumature. Il bronzo esposto agli elementi assume una colorazione verde, rappresentata dall’ossido di rame, che pro-


13


tegge da ulteriori ossidazioni, mantenendo il metallo intatto per secoli e millenni. Gli artisti rinascimentali avevano la bella abitudine di agire sulle loro opere dal primo gesto plastico fino al cesello e alla patina dell’opera. Ne fanno fede l’esagitato Cellini, che fu costretto a gettare nell’impasto rovente del Perseo tutti i piatti di peltro in suo possesso per carenza di stagno, e il Ghiberti che, per realizzare la Porta del Paradiso del Battistero fiorentino, impiegò ben ventisette anni. Ci fu un tempo in cui, al fine di sfuggire alle esorbitanti pretese economiche dei fonditori, impiantai la mia fucina nella quale, alla maniera degli antichi, lavorai per oltre un ventennio, producendo sculture e bassorilievi di ogni forma e dimensione. Furono quelle le occasioni in cui bronzine, saracinesche e rottami bronzei di ogni tipo si tramutarono in cavalli veloci ed aggressivi, ballerine longilinee e scattanti, tenere maternità ed autorevoli prelati dal pastorale imponente e tori irruenti dalle corna minacciose…vi era in quel agire qualcosa di misterioso e di affascinante, che non consisteva nel trasmutare i metalli vili in oro, come per gli alchimisti del passato, ma nel trasfondere una nuova vita e nell’imporre alla materia spenta e amorfa una nuova forma e un nuovo destino.I momenti più eccitanti ed inquietanti capitavano allorché venivano rotti i refrattari dopo la fusione. Erano istanti di gioia quando apparivano opere integre, perfettamente fuse, lucide di giallo metallo. Erano invece momenti astiosi quando una bolla d’aria o una scoria avevano deturpato un volto o resa monca una mano… in fondo l’arte del bronzo riproduce la vita, imprevisti, gioie e dolori inclusi. Vado ora a narrarvi un evento prodigioso accadutomi anni fa allorché produssi un piccolo bassorilievo in bronzo con la figura di un vescovo in atteggiamento docente. Tutti sanno che i vescovi in pompa magna tengono il pastorale nella mano sinistra mentre all’anulare della mano destra portano un corposo anello, in quanto sposi alla Chiesa di Cristo e che tutti i fedeli baciano con riverenza. Orbene preparando la cera per la fusione dimenticai colpevolmente l’anello che “miracolosamente” apparve al suo posto nella versione bronzea. Rimanemmo tutti di stucco. Qualcuno gridò al miracolo, mentre gli scettici ipotizzarono l’inganno. In verità era successo che durante la copertura in refrattario della cera si era formata una bolla d’aria che era stata occupata successivamente dal bronzo fuso. La “querelle” ebbe seguito poiché i più accaniti sostenitori dell’evento miracoloso affermavano che il prodigio non consisteva nella formazione casuale di una fantomatica bolla insignificante, bensì nel fatto che la bolla incriminata si fosse formata proprio all’altezza dell’anulare destro del prelato… Comunque dopo più di un ventennio la questione è ancora teologicamente irrisolta…! Come si è chiaramente compreso, l’artista, specie nell’ambito della scultura, non può essere altro che un artigiano creativo, la cui aspirazione, assistita da una traspirazione abbondante e continuativa, ha radici profonde in un immaginario ricco e fecondo.

G.Abram

14


15


16


Il giudizio di Salomone Bronzo

Crocefissione con due Santi Bronzo

17


18


Campana figurata Bronzo

Testa di donna Legno cirmolo

19


20


Cavallo in corsa Bronzo

Angelo musicante Bronzo

Arcadia Bronzo

21


22


Cista figurata Bronzo

la decollazione del Battista Bronzo

23


24


Cratere (part.) Bronzo

Bagnante Bronzo

25


26


Icaro

Bronzo

Cavallo ferito Bronzo

27


28


Ballerina Bronzo

Danzatrice Bronzo

29


30


Danzatrice in riposo Bronzo

Cavallo Bronzo

31


32


Madonna con bambino e due angeli Bronzo

La fonte della vita Bronzo

33


34


Vescovo Bronzo

Candelieri (Orfeo ed Euridice) Bronzo

35


36


Vescovo sconvolto da un refolo di vento Bronzo

Testa di cavallo Bronzo

37


Madonna con bambino Bronzo

38


MaternitĂ Bronzo

Cavallo al passo Bronzo dorato

Salomè Bronzo

Cavallo ferito Bronzo

39


40


Toro

Bronzo

Colazione sull’erba Bronzo

41


Portale dell’abbazia di Piona Bronzo

42


Trittico donato a Giovanni Paolo II Bronzo

43


44


El caballero, la muerte y el diablo Polvere di marmo

Battaglia (dulce bellum inexpertis) Polvere di marmo

L’età dell’oro (pax hominibus juvat) polvere di marmo

45


46


Tre danzatrici (part.) Carboncino e sanguigna

Nudino

Carboncino e sanguigna

47


Cavalli in corsa

Carboncino e sanguigna

Paolo e Francesca

Carboncino e sanguigna

48


49


50


Crocifissione

Carboncino e sanguigna

Deposizione Carboncino

51


52


I quattro cavalieri dell’apocalisse Tecnica mista 120 x 150 cm

53


Rissa di stalloni

Tecnica mista 120 x 160 cm

54


El caballero, la muerte y el diablo Tecnica mista 120 x 160 cm

55


Crocefissione

Tecnica mista 150 x 120 cm

56


Deposizione Tecnica mista 150 x 120 cm

57


58


Resurrezione Tecnica mista 150 x 120 cm

Leone Magno incontra Attila Tecnica mista 120 x 160 cm

59


Nato nel 1942, Abram vive e lavora a Delebio, provincia di Sondrio, Italia, dove ha studio e laboratorio. Scultore professionista da oltre 35 anni, ha scelto come materiale di elezione il bronzo, che ha fuso nella sua stessa fonderia per decenni, producendo sculture e bassorilievi, tutti pezzi unici, di ogni forma e dimensione. I suoi soggetti preferiti sono il nudo maschile e femminile, le maternità, le ballerine, i cavalli e i tori, ed una sterminata produzione di ispirazione religiosa. L’artista ha al suo attivo più di un centinaio di personali in Italia e all’estero, mentre varie delle sue opere sono presenti in importanti collezioni in Svizzera, Germania, Francia, Norvegia, Inghilterra, U.S.A., Canada, Australia. G.Abram al lavoro nel suo atelier Delebio Via della Battaglia, 11 Informazioni: www.g-abram.eu

60


G.Abram è autore fra l’altro: • del Portale in bronzo della Chiesa dell’Abbazia di Piona (LC) • del Portale della Chiesa di Mossini (SO) • del Portale del Santuario di Breglia (CO) • del fregio bronzeo “La Resurrezione di Lazzaro” del Cimitero di Mossini (SO) • del Portale della Chiesa di Lipomo (CO) • del Portale della Chiesa del Convento di Gravedona (CO) • dei Rilievi per l’Altare della Chiesa parrocchiale di Delebio (SO) • del S. Martino altorilievo in bronzo nella Chiesa di Caspoggio (SO) • della Via Crucis e del Portale della Chiesa di S. Anna (SO) • del Portale della Chiesa di S. Agostino di Tirano (SO) • dei rilievi in bronzo per la Chiesa della Madonna del Rosario (SO) • del Portale e della Via Crucis della Chiesa di S. Pietro Samolaco (SO) • del grande gruppo scultoreo per la Comunità “il Gabbiano” di Piona (LC) • del “Padre Pio” in bronzo presso la Casa di Riposo di Sondrio • della Crocifissione della Chiesa dell’Ospedale di Sondrio • dei rilievi del Monumento agli Alpini di Erba (CO) • del trofeo “Vanoni” per la città di Morbegno (SO) • dei rilievi in bronzo per il nuovo Municipio di Delebio (SO)

Vaticano, Sala Clementina, Giovanni Paolo II

• del portale della Chiesa di S.Colombano al Cimitero di Traona (SO) • delle decorazioni della Sala Consigliare di Piantedo (SO) • del Portale laterale della Chiesa di Milano Affori • del “Monumento al Carabiniere” a Dongo (CO) • del “Battesimo” di Cristo, Clinica Mangioni Lecco • del Portale della Chiesa la Valletta di Traona (SO) • del Monumento ai Caduti di Trepalle-Livigno (SO) • del Portale della Chiesa Parrocchiale di Dubino (SO) • del Portale della Chiesa Parrocchiale di Colle Brianza (CO) • del Portale della Chiesa di S. Maria delle Grazie di Varenna (LC) • del Portale della Chiesa di S. Marta di Varenna (LC) • del Portale della Chiesa di S.Francesco di Busteggia (SO) • dei rilievi dell’Ospedale di Morbegno (SO) • del S.Giovanni Bosco a Pian della Selvetta (SO) • degli altorilievi del Tempietto degli Alpini di Delebio • del Trofeo “Nigel Mansell” • delle Statue degli Evangelisti e S.G. Battista per la Chiesa di S.Nicola a Genova • della Via Crucis nella Chiesa dell’ Abbazia di Piona (LC) • del Trittico in Bassorilievo e della Croce istoriata ai Musei Vaticani • del S.Fedele, del S.G. Battista e del Polittico della Chiesa di S.Fedele a Chiavenna • dell’Altare della Chiesa di Verceia (SO) • del Monumento ai Caduti di Nassiyria a Delebio (SO)

61


Progetto grafico e fotografie:

Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

62


63


64


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
G. abram by MOTTARELLA Studio Grafico - Issuu