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SOMMARIO
CAI
ANNUARIO 2016
Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno
Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org
L'ULTIMO SERACCO di Giuseppe Popi Miotti
Redazione: Alessandro Caligari, Lodovico Mottarella
Hanno collaborato: Alberto Benini, Alessandro Caligari, Marco Carrer, Piero Corti, Cristina Gusmeroli, Riccardo Marchini, Alessandra Masiero, Simona Masiero, Marco Mazzolini, Lodovico Mottarella, Giuseppe Miotti, Marco Poncetta, Paolo Spreafico.
WENDEN, LA LUNGA ATTESA di Paolo Spreafico
BADILE, VIA CASSIN CON CASSIN di Alberto Benini e Piero Corti
NOSTALGIA DELLE ANDE di Riccardo Marchini
Fotografie: Archivio Danilo Valsecchi: pag. 20, 21, 22, 23 Emil Del Nero: pag.81, 87(sotto), 89, 90 Riccardo Marchini: pag. 26-27, 28-29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 82, 83, 84, 85 Attilio Marinoni: pag. 76, 77 Giuseppe Popi Miotti: pag. 7, 8, 9, 10 Lodovico Mottarella: I, II, III, IV copertina pag.1, 2, 3-4, 11, 19, 38-39, 40, 41, 43, 44, 45, 46, 47, 48-49, 50, 51, 53, 54, 55 (sopra), 57, 58, 59, 61, 62-63, 70, 71, 72, 73, 86(sopra), 88(sopra) Luca Passini: pag. 12, 13, 15(sotto), 16 Marco Poncetta: pag. 78, 79, 80, 82, 83, 84, 91 Paolo Spreafico: pag. 14, 15(sopra)
IL PICCONE NELLA ROCCIA di Alessandro Caligari
LA SCOPERTA DI UN TESORO di Marco Carrer
Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com
ATTIVITĂ€
Stampa: Tipografia Bonazzi
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E D I T O R I A L E
di Marco Poncetta
E D I T O R I A L E
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È stato un anno difficile per il mondo, all’insegna del terrore, della divisione e dell’odio nei confronti dell’Altro. Abbiamo sentito parlare di frontiere e confini, crisi dell’Europa e delle idee comunitarie. Anche il Club Alpino Italiano ha una precisa regolamentazione nei rapporti con gli altri Paesi, europei e non solo: dal 1932 è membro dell’Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche nata per promuovere l’accesso libero alla montagna, esercitare l’alpinismo in modo responsabile e proteggere le aree montane da sviluppi e utilizzi nocivi. Nel 1995 siamo tra i soci fondatori del Club Arc Alpin, che riunisce le principali associazioni alpinistiche dei paesi dell'arco alpino: tutti gli Stati interessati infatti devono affrontare i medesimi problemi di fronte all’ambiente montano e all’ecosistema delle cosiddette Terre Alte. La comune convinzione è che solo attraverso uno sforzo comune si ottengano risultati migliori e dunque si tende a superare i limiti frontalieri impegnandosi in attività sinergiche. Il Club Alpino Italiano non perde di vista questo obiettivo a partire dal Nuovo Bidecalogo approvato il 26 maggio 2013, a Torino, un documento che rivisita la prima stesura del 1981, attualizzando le linee di indirizzo e di autoregolamentazione in materia di ambiente e tutela del paesaggio. Il decimo punto della prima parte di questo documento programmatico tratta proprio di “Politiche per la montagna, convenzioni, rapporti con altri Club e con altre Istituzioni”. L’impegno è su tre fronti: partecipare a progetti in collaborazione con altre istituzioni e organismi, nazionali e sovranazionali; promuovere collaborazioni e progetti con altri Club Alpini internazionali e politiche di sviluppo sostenibile, di ricerca, di sport e di turismo in montagna, nei confronti
della Comunità Europea, del Governo e delle Amministrazioni locali. Non solo questo aspetto merita di essere letto: il documento aggiornato è suddiviso in una parte sulla “Posizione e impegno del CAI a favore dell’ambiente e della sua tutela” e una sulla “Politica di autodisciplina”. Sono molti i temi trattati, alcuni sempre di grande attualità, come l’educazione ambientale: con la fine della colonizzazione alpina e l’esodo delle popolazioni negli ultimi settant’anni, si fa urgente un’azione di sensibilizzazione, ora che la frequentazione della montagna avviene soprattutto in una realtà artificiale, come gli impianti sciistici, e con modalità di frequentazione svincolate dalla comprensione dell’ambiente e delle sue regole. È importante favorire la conoscenza dei luoghi, del paesaggio e delle norme comportamentali nell’ambiente, presupposto per una consapevole azione dell’uomo: la nostra Sezione di Morbegno è impegnata in questo senso non solo attraverso l’assidua frequentazione del territorio locale ma anche grazie alle serate a tema e agli incontri con esperti, che anche nell’anno appena concluso hanno animato la nostra sede. È inoltre importante promuovere attività a debole impatto ambientale, come l’escursionismo e lo scialpinismo, tenendo presente alcune delle responsabilità che abbiamo, come attrezzare e ampliare i sentieri preesistenti, rispettare la flora e la fauna, rimuovere i rifiuti. Di questo e di molto altro parla il Nuovo Bidecalogo, che vi invito a leggere con la stessa curiosità con cui l’ho fatto io, ricordandoci, nel nostro piccolo, che tutelare la montagna significa anche tutelare noi stessi e quelle preziose occasioni per stare insieme. CAI MORBEGNO 7
L’ULTIMO SERACCO di Giuseppe Popi Miotti
Questo ricordo è stato scritto per un libro che sarà pubblicato in edizione limitata, a cura dei familiari di Gianni Comino, uno dei massimi esponenti dell'arrampicata su ghiaccio che ci siano mai stati in Italia.
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Il periodo a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso fu speciale per gli scalatori, ma lo sappiamo tutti o quasi. Accanto alla rivoluzione tecnica e culturale che sbocciò sulle rocce, grazie alla nuova tecnica di salita su ghiaccio, la piolet traction, il Nuovo Mattino trovava anche un Nuovo Mondo. Non solo le cascate cristallizzate dal gelo invernale, ma ogni possibile linea di debolezza delle montagne, dove le condizioni lo permettevano, diventava una via elegante e bella proprio perché incisa dalla Natura stessa. In quel periodo della mia vita, ancora tentato dall alpinismo sponsorizzato che allora pareva una buona possibilità per arrotondare, se non per essere elemento principale del magro bilancio, mi avvicinai a Gian Carlo Grassi. Avrei dovuto studiare, ma da Milano, dove stanziavo spacciandomi per zelante universitario, mi recavo spesso a Condove, ospite della
modesta casa di Grassi. Si scalava un po’ dappertutto, moltissimo anche sui massi della Valle Susa e, seppur discretamente, per qualche tempo partecipai alla vita di un certo mondo alpinistico torinese. Gian Carlo era il riconosciuto maestro della piolet traction e, spesso con il fraterno compagno Gianni Camino, aveva salito centinaia di cascate e decine di couloirs sulle Alpi occidentali. La nuova scalata su ghiaccio era talmente una novità da essere diventata merce assai richiesta dalle riviste, non solo del settore: incuriosiva e quindi era un prodotto mediatico di un certo successo che accresceva anche la visibilità dei pochi che allora vi si dedicavano. Gli articoli si vendevano facilmente, uscivano le prime guide e le conferenze sul tema attiravano centinaia di persone. Ricordo in particolare quella che Grassi e Comino tennero a Torino nella sala di un grande cinema
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gremita all’inverosimile; se ben ricordo era intitolata “Il Ponte di Cristallo”. Conferenza memorabile, preparata ad arte da Vincenzo Pasquali con musiche di grande impatto, credo scelte da Gian Piero Motti, fra le quali m’impressionarono quelle visionarie dei Tangerine Dream. Uno spettacolo di grande suggestione visiva ed emotiva, sicuramente all’avanguardia e in cui si esprimeva il top della cultura alpinistica italiana, dimostrando che, a saperci fare, si poteva raccontare questo difficile mondo anche ad un profano. Fu nei giorni precedenti e successivi quell’evento che conobbi più a fondo Gianni 10 CAI MORBEGNO
Comino, un personaggio che a detta di molti era gelido come il ghiaccio su cui amava scalare e in effetti fu un po’ quella la prima impressione che ebbi. Poi dopo pochi minuti mi parve però di percepire che quel suo riserbo, quell'uso più che parsimonioso della parola, avessero un’origine che andava ben oltre l’espressione di un carattere oltremodo timido. C'era un disegno già delineato dietro quegli occhiali dalla spessa montatura e quel volto da cui trasparivano una flemma e una seraficità fuori dall'ordinario: l'esatto opposto del suo compagno, piccolo furetto irrequieto e sempre a caccia di vie nuove, sempre in corsa su pareti e ghiacciai.
Probabilmente era un po’ questo il segreto della loro cordata vincente: come per le coppie meglio assortite in cui spesso gli estremi caratteri formano legami solidi quanto imperscrutabili, perché se è vero che in fisica funziona, meno certo è nei rapporti umani, disturbati da una miriade di variabili. Non posso dunque dire di aver parlato molto con Gianni Comino, ma con lui e Gian Carlo ho vissuto una piccola avventura che mi permetto di raccontare. Era il 1979, a fine primavera; un giorno mi chiama Gian Carlo dicendomi che ha scoperto una goulotte non salita a destra del pilastro Bertone sulla Punta dell’Androsace e mi invita
all’ascensione. Ovviamente mollo tutto, prendo l’auto e, caricati Gianni e Gian Carlo a Condove, partiamo per Courmayeur; lascio immaginare al lettore chi durante il viaggio abbia tenuto la conversazione e chi abbia partecipato ad essa con misura, però mai intervenendo inutilmente. “Beau fix, beau fix”, continuava a rimarcare Gian Carlo che già pregustava l'avventura dell'indomani. Al rifugio Torino tutti a letto presto da buoni ghiacciatori e sveglia antelucana con rotta verso la Combe Maudit. Qualche pila sul ghiacciaio e una tenda; pare che ci siano in giro dei francesi, forse Gabarrou, ma sulle pareti e nelle goulottes
non si scorge alcuno. Su una neve perfetta giungiamo alla base del canale; a sinistra, stretta fra una parete compatta e un muro quasi verticale di rocce miste parte una sottile banda di ghiaccio rettilinea, ben formata e apparentemente non difficile, sui 70° di pendenza. “Quella è la via”, mi ritrovo a pensare mentre tolgo i ramponi dallo zaino. Il tempo di concludere l’operazione e mentre Gian Carlo sta ancora arrabattandosi con l’attrezzatura vedo Gianni che senza una parola è incredibilmente già in azione e sta innalzandosi con implacabile ritmo proprio sul muro di misto. Guardo Gian Carlo un po' stupito perché io
A sinistra il Monte Bianco visto da sud-est. Da sinistra si vedono Les Dames Anglaises, l'Aiguille Blanche, il Pilier d'Angle, il Monte Bianco, il Mont Maudit e il Mont Blanc du Tacul. Sopra: la Pointe de l'Androsace è a destra della vetta del Mont Maudit. A pagina 7: i seracchi della Poire Nelle pagine seguenti: a sinistra Giancarlo Grassi , Renato Casarotto e Gianni Comino. A destra: Giancarlo Grassi assicura Popi al Sasso di Remenno.
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son sempre stato per cercare il più facile, ma vedendolo con lo sguardo affettuoso e indulgente di un padre che tollera le prodezze a volte un po’ eccessive di un figlio del quale conosce bene l'abilità, non commento. Di assicurarsi non c'è verso e un po' trepidante osservo l'amico che guadagna lentamente quota per poi fermarsi una cinquantina di metri sopra; grande classe non c'è che dire. “Probabilmente - pensai ridacchiando fra me e me - Gianni è talmente in forma e talmente a suo agio che quel canalino a sinistra era toppo facile per lui”. Più sopra la pendenza scema e il canale si allarga; le condizioni sono 12 CAI MORBEGNO
eccellenti e inizia una corsa abbastanza serrata verso la cima. Se non s'è parlato in auto figuratevi durante l’ascensione: Gianni è una macchina da guerra e non lascia molto spazio a cambi di disposizione alla testa della cordata. Dopo circa sei ore siamo fuori, ma c'è un sacco di neve e piuttosto che scendere per la via Kuffner si decide per il canalone che delimita a sinistra il pilastro Bertone; anche questa pare sia una prima. Il problema è che il sole, ormai alto, destabilizza col suo calore i pingui canali innevati che confluiscono nel solco principale. Risultato: con cronometrica precisione ogni cinque minuti parte una
slavina. Facciamo una prima doppia da panico grazie ad un logoro cordino di chissà chi che troviamo incastrato fra roccia e ghiaccio: sarà una delle più precarie della mia vita. Poi ci abbassiamo sfiorati dalle valanghe che ovviamente, per il semplice effetto della gravità, acquistano sempre maggiore forza man mano perdiamo quota. Gianni salta il terminale e subito dopo lo segue Gian Carlo. Rimasto ultimo mi appresto anch’io al balzo sperando di evitare la slavina che ormai dovrebbe essere prossima a scendere e, infatti, eccola giungere frusciando. M'investe, cerco di resistere perché non pare enorme ma
così non è: la neve bagnata e pesante mi disancora come un fuscello dal pendio sputandomi oltre il crepaccio, sul plateau sottostante. Tutto bene! Arrivo in piedi, ma il problema è che la neve si è cementata attorno alle gambe e m'impedisce ogni movimento: “Cazzo! Devo fare in fretta perché se scende un'altra valanga sono fritto!”; scavo rapidamente e poi arriva anche Gian Carlo a darmi una mano finché sono libero e posso allontanarmi dalla zona pericolosa. Tutto bene, bellissima giornata, bellissima salita, ottimi compagni. Che volere di più? Quella sera, a Torino, ci lasciamo con i rituali reciproci
inviti per nuove salite e sarà l'ultima volta che vedrò Gianni Comino. Circa un mese dopo Grassi mi chiama proponendomi di far cordata come sull’Androsace, ma questa volta per il seracco di sinistra della Poire. Sono tentato, ma alla fine declino l’offerta: non l’ho mai detto all’amico, ma la pur audace idea di far passare una via su per un seracco mi pareva una forzatura estrema, quasi un atto di violenza. Gianni e Gian Carlo saliranno il seracco e un paio di giorni dopo quest’ultimo mi telefonerà con voce squillante esprimendomi tutta la gioia per quell’impresa con un: “Peggio dei giapponesi! Peggio dei
giapponesi!”. Sapevo che ora rimaneva da fare il mostruoso seracco fra la Poire e la Major e sapevo che i due lo avevano preso di mira da tempo; non mi restava che attendere la notizia del loro successo lungo questo percorso, probabilmente uno dei più arrischiati delle Alpi. L'estate passò senza novità e anche parte dell'inverno, poi, ai primi di marzo del 1980, la tragica notizia: nel grandioso silenzio invernale del Monte Bianco, l’ultimo seracco s’era preso Gianni Comino.
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WENDEN LA LUNGA ATTESA di Paolo Spreafico
Le montagne della Svizzera centrale sono molto importanti in ambito Alpinistico; sull’Eiger sono state scritte delle pagine “storiche” dell’Alpinismo mondiale, a partire dalla prima salita della temuta parete Nord fino ad arrivare alle più recenti realizzazioni con difficoltà tecniche estreme, sia su roccia che su terreno misto. Tuttavia in questa regione ci sono molte altre cime meno conosciute e altrettanto impegnative che, soprattutto in tempi più recenti, hanno attirato l’attenzione di parecchi Alpinisti che hanno trovato il giusto terreno per le proprie ambizioni “verticali”. Il Wenden è fondamentalmente la parete Sud del Monte Titlis ed è formato da una serie di pareti e pilastri spesso strapiombanti che si susseguono in una bastionata larga circa 5 chilometri e 14 CAI MORBEGNO
caratterizzata da un calcare di ottima qualità, solido e lavorato al punto giusto, molto adatto alla pratica dell’arrampicata. Dopo le prime pionieristiche esplorazioni sul finire degli anni ‘60, nei primi anni ’80 un gruppo di Alpinisti, particolarmente forti in arrampicata, si sono lanciati su queste spettacolari pareti tracciando, nel corso degli anni, parecchie vie che hanno fatto la storia di questo luogo.
Il mio primo approccio col Wenden risale al 2003 quando con Cesare De Donati salimmo “La voie de Frere”; da allora ho ripetuto circa 30 vie del Gruppo e tra queste mi piace ricordare la salita della temuta e poco gettonata “Dingo” con Matteo Della Bordella nel 2008 e la salita “a vista” della storica “Batman” con Adriano Carnati nel 2009, entrambe sul calcare perfetto del Reissend Nollen, una delle torri più spettacolari del Gruppo. Sempre nel 2009, insieme ad Alessandro Passoni, un forte arrampicatore di Lecco, ho effettuato la prima e finora unica ripetizione di “Coelophisis”, una via di 20 tiri aperta dagli amici Fabio Palma e Matteo Della Bordella sul Mahren, un imponente scudo calcareo alto 500 metri all’estrema sinistra della bastionata.
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Sopra: la parete del Dom, al centro passa la via. A fianco, dall'alto: Elena De Maria sale in grande esposizione il settimo tiro. Sotto, Fabio Palma sulle rigole del terzo tiro. Nelle pagine precedenti: in sosta prima del tiro duro e, foto a tutta pagina, Paolo Spreafico all'inizio del tiro di 8A.
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Dopo anni di frequentazione mi sembrava che i tempi fossero maturi per provare a salire qualcosa di nuovo così mi accordai con Fabio e cominciammo a guardarci in giro, in cerca di una linea interessante non ancora presa in considerazione da altri Arrampicatori. La trovammo sul Dom, una parete particolarmente ripida alta circa 300 metri e già solcata da alcune
vie che tuttavia evitavano delle sezioni all’apparenza abbastanza lisce; la sfida era di provare a forzarle, salendo dal basso e sperando di trovare la giusta teoria di appigli che permettesse di arrampicare in libera. Queste pareti sono molto compatte e permettono solo in minima parte l’utilizzo di protezioni “veloci” come nuts e friends ed è per questo motivo che la maggior parte delle vie
sono state salite dal basso con il trapano utilizzando lo spit come mezzo di assicurazione. Salire dal basso col trapano comporta tuttavia l’adozione di un’etica ben precisa, che consiste sostanzialmente nell’utilizzo dello spit solo come mezzo di assicurazione, e non di progressione. Questo implica che, una volta piantato uno spit bisognerà dapprima immaginare una linea di prese e poi cercare
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Sopra: Paolo affronta gli ultimi decisivi metri del quarto tiro
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di percorrerla fino a che si suppone di trovare un buon appiglio che permetterà di forare e mettere un nuovo spit. La difficoltà sta proprio nel fare questi metri, che possono essere pochi o tanti, nell’ignoto e nel mettere la protezione successiva: spesso infatti la ripidità della parete e la dimensione degli appigli non permettono di forare agevolmente, così, con le ultime forze rimaste, si ricerca affannosamente una ruga della roccia, una piccola goccia, una listina sulle quali si “appoggiano” (con molta delicatezza) dei gancetti, detti cliff, ai quali si affida molto delicatamente il proprio peso e che permettono di staccare le mani e trapanare, sperando che
“tutto tenga”. E anche per noi è stata così, abbiamo impiegato 6 giorni per salire circa 300 metri di parete e la parte più impegnativa è stata senz’altro il quarto tiro di corda, un muro alto circa 20 metri leggermente strapiombante che nella prima parte sembrava lavorato ma negli ultimi metri appariva sempre più liscio. Fortunatamente però quello che dal basso sembrava un muro privo di appigli nascondeva dei piccoli buchetti che sono stati fondamentali per la progressione e la chiodatura e che alla fine ci hanno permesso di “passare”. L’obiettivo è sempre quello di scovare una linea non troppo facile ma neanche
troppo difficile, e a conti fatti posso dire che se quei due o tre appigli fossero stati leggermente più piccoli non penso che sarei riuscito a passare, non avrei potuto chiedere di meglio a madre natura, che li ha creati proprio come avrei voluto, né più grandi, né più piccoli, né più lontani né più vicini, insomma, questa volta abbiamo “visto” giusto! Dopo l’apertura sono tornato con Elena De Maria sulla via per la salita in libera ed ho valutato una difficoltà di 8a per il tiro più duro mentre gli altri si mantengono su difficoltà inferiori ma sempre su ottima roccia e con una chiodatura che rende la via impegnativa e di soddisfazione. Finito un capitolo se ne apre un altro, così si sposta lo sguardo sulla parete di fianco o su un’altra parete, magari distante poche centinaia di metri o parecchi chilometri, per aprire una nuova via o anche solo per visitare un posto nuovo, per vivere un’esperienza diversa, in fondo penso che il bello di quest’attività sia la possibilità di poter variare campo d’azione, vie lunghe o falesia, calcare o granito, ma sempre con un comune denominatore: la verticalità, l’aria sotto i piedi, la montagna; il mare, per esempio, non mi stimola più di tanto…anzi no, a pensarci bene anche il mare mi stimola… quest’estate sono stato in Sardegna e ho scalato su delle pareti a picco sul mare che…chissà…
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WENDEN
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Morbegno
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(Agosto 20
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S8 40 m 7B+ S7 35 m 7A+ S6 30 m
6B S5 40 m
6B+ S4 25 m 8A S3 25 m 7C S2 30 m 6A S1 35 m 4
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BADILE PARETE NORD EST
VIA CASSIN ….. con CASSIN
Intervista a Danilo Valsecchi, a trent’anni dalla ripetizione nel Cinquantesimo della prima ascensione
Di Alberto Benini e Pietro Corti
All’uscita nel 1936 della guida C.A.I.-T.C.I. Masino Bregaglia Disgrazia (RomaMilano, CAI-TCI 1936, p. 129), redatta dalla sapiente penna di Aldo Bonacossa, sia la parete NE che la NO del Pizzo Badile risultavano ancora inaccesse. Così il Conte alpinista, supremo compilatore di guide, descriveva il versante settentrionale della montagna: “[…] infine lo stupendo spigolo N che si inabissa nella Val Bondasca e termina nell’idillico dosso di Sass Furà, dopo aver diviso le due immani pareti: quella NE formata da un unico lastrone di oltre settecento metri di altezza (uno dei più grandiosi delle Alpi), e quella NO forse un duecento metri più bassa, ma quasi altrettanto selvaggia per l’antro del canalone del Colle del Badile”.
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La salita delle due avvenne in rapida successione nell’estate dell’anno successivo: 14-15-16 luglio 1937 per la NE ad opera di Riccardo Cassin, Ginetto Esposito e Vittorio Ratti che raggiunsero i comaschi Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, già da giorni impegnati nell’assedio alla parete, che poi vennero risucchiati dalla macchina da guerra lecchese, e 27-28 luglio per la NO, salita da Ettore Castiglioni e Vitale Bramani. Fu davvero un luglio di fuoco, quello, se rammentiamo che mentre Cassin e soci scalavano la 22 CAI MORBEGNO
NE, gli svizzeri Fred Gaiser e Berthel Lehmann, arrivati in Bregaglia col medesimo obiettivo, sceglievano come “ripiego” il meraviglioso pilastro NO del Cengalo. La relazione di Riccardo Cassin, (La parete N.E. del Pizzo Badile Rivista Mensile, 1938 p. 129), fu tempestivamente pubblicata e le fece seguito, nel 1938, l’articolo di Alfonso Vinci Monti del Masino, regno del granito (Rivista Mensile, 1938 pp. 421427) di cui abbiamo fatto cenno su queste stesse pagine qualche tempo fa.
Sentiamo Vinci a proposito della salita dei lecchesi: “Non c’è alcun bisogno di menzionare i titoli di nobiltà arrampicatoria per la formidabile coppia CassinRatti, rispettivamente medaglia d’oro e d’argento al valore atletico. I loro nomi sono legati alle più spettacolose ascensioni dolomitiche: spigolo sud-est della Torre Trieste e parete nord della Cima Ovest di Lavaredo bastino. In cordata questa volta col forte Esposito, anch’egli nota figura del Gruppo Rocciatori di Lecco, con un
In queste pagine Riccardo Cassin si "allena" in Grigna per la salita alla sua via sulla NE del Badile a cinquant'anni dalla prima.
gesto in cui si rivelava appieno la loro classe assolutamente superiore, davano il classico colpo di spugna a tutti i precedenti tentativi tedeschi e italiani (basti citare i reiterati assalti per tre anni del Molteni e l’accanimento di Burgasser, il salitore della Trubinasca nei quali ogni mezzo artificiale venne usato e tentato. Pare che nelle vicinanze cigolasse anche qualche trapanino di marca tedesca…) vincendo difficoltà enormi, la bufera, la neve, tre bivacchi e la morte, donavano all’alpinismo italiano una delle sue massime glorie”.
Riccardo Cassin rimase per tutta la vita molto legato a quelle montagne e, riassumendo per sommi capi la sua attività nel MasinoBregaglia, dobbiamo cominciare dai leggendari e tragicomici tentativi di ripetizione della Gaiser-Lehmann, nell’estate nel 1949, con Pino Panzeri. Tentativi culminati finalmente nella salita del 9 luglio 1950 condotta da Riccardo con Pio Aldeghi, seguiti da Carlo Mauri e Arnaldo Tizoni. Con lo stesso Aldeghi, nel 1952 Riccardo superò il Ferro da Stiro dei Pizzi Gemelli. Nel
1955 con Mario Colombo (noto all’anagrafe alpinistica italiana come Snapitus) compì la traversata integrale della costiera di Sciora, mentre in occasione del ventennale della prima salita ripeté la NE in cordata con Roberto Osio e in compagnia di altri due Ragni, Mario Conti e Pino Negri (quelli che saranno sulla Cumbre del Cerro Torre nel 1974). Cassin tornò sulla parete ancora nel 1971 con il figlio Pierantonio (Tono), non prima di aver ripetuto nel 1959, con Casimiro Ferrari, Antonio (Pioppo) Invernizzi e Giulio Milani, la Vinci al Ligoncio. Ma la vicenda che vogliamo ricordare qui, è la salita che Riccardo compì alla sua via sulla NE in occasione del cinquantesimo anniversario della prima ascensione, nel 1987, alla veneranda età di 78 anni. Per farlo, abbiamo chiesto di condividere con noi i suoi ricordi di 30 anni fa a Danilo Valsecchi (uno dei compagni di Cassin in quella ripetizione così CAI MORBEGNO 23
speciale), scalatore lecchese, guida alpina, componente del gruppo Gamma, di cui è stato presidente, e un notevole curriculum, che annovera la prima invernale della Vinci al Ligoncio, quella del Croz dell’Altissimo, e la prima invernale del Fitz Roy, più altre grandi salite tra le Alpi e la Patagonia, spesso in compagnia di Casimiro Ferrari. Era l’estate del 1986 -ricorda Danilo- eravamo ai Piani Resinelli a casa del Ferruccio a festeggiare con un pranzo a base di selvaggina il concatenamento Cengalo-SertoriBadile, realizzato il 26 luglio da me con Floriano Castelnuovo. Naturalmente al Riccardo, malgrado i quasi 80 anni, non sfuggiva niente di quello che 24 CAI MORBEGNO
succedeva nell’ “ambiente” lecchese, ed arrivò puntuale anche lui ad unirsi al gruppo. Flò ed io avevamo iniziato quel fantastico “giro” con la Gaiser – Lehmann, avevamo poi affrontato la Marimonti alla Sertori, seguendo quindi la cresta fino alla vetta del Badile. Scesi in arrampicata dallo spigolo nord fino alla base della nord-est, l’abbiamo risalita come degna conclusione della giornata. Mentre commentavamo le fasi della salita, il Riccardo se ne era uscito con un “Sarebbe bello tornare lassù con le scarpette di adesso. Su quel granito…” “Dài Riccardo che ci andiamo; e poi l’anno prossimo sono giusto 50 anni dalla prima salita …” “Se alènem e vèm”. “Ci alleniamo e andiamo…” disse
allora il Riccardo in dialetto … E ci allenammo ….. L’anno seguente, a marzo eravamo già ai Magnaghi, in Grignetta, poi fu la volta del Sigaro e della Segantini. La squadra di allenatori si completò con Mario Conti (Zenin) e Daniele Bianchi (Bionda) anche loro, come Floriano, soci del Gruppo Ragni. Ogni tanto al gruppetto si univano altri alpinisti: Franca Lafranconi ai Magnaghi, mentre alla Marinella (una delle più difficili vie in libera della Grignetta fino ad oltre la Seconda Guerra Mondiale) trovammo Aldino Anghileri con Gianluigi Lanfranchi (Pomella). Ricordo che in quella occasione all’Aldino uscì il chiodo sul traverso. Quando facemmo la Vitali-
Nella pagina a fianco: Danilo Valsecchi, Mario Conti, Daniele Bianchi, Floriano Castelnuovo e Riccardo Cassin in partenza da Laret . Sopra: nei pressi del Rifugio Gianetti e a fianco al Rifugio Sasc Furä. Fra conti e Cassin, Annamaria Borello Pool, custode del rifugio, a destra Silvia Borello Pool, sorella di Renata, custode dal 1974 al 1985. Nelle pagine successive: momenti della salita al Badile. A sinistra all'uscita sullo spigolo, a destra nei pressi dell'attacco.
Longoni al Primo Magnaghi, dopo essere scesi dal Sigaro con la vertiginosa “doppia”, ricordo che Riccardo, che non conosceva quell’itinerario, esclamò: “Però, proprio bella questa via”… Gigi Vitali, il fuoriclasse degli anni ’30 autore di quella salita, era mancato venticinque anni prima, e le parole di Riccardo suonarono come un signorile riconoscimento ad uno dei campioni della scalata lecchese,
tuttora non molto (o affatto) conosciuto. Facemmo poi il “Giro del Fungo” e la Panzeri ai Magnaghi, andammo in Albigna a fare la Leni e Mosaico allo Spazzacaldera, poi tornammo in Grignetta per salire la Magni alla Casati, la Gandini al Cinquantenario e la Cassin al Costanza, una via impegnativa e faticosa, dove però i maggiori problemi li avemmo con Argo, il setter del Riccardo che fece una gran fatica nei canali
per arrivare all’attacco, dove attese pazientemente il nostro ritorno (non è che avesse molte alternative…). Da notare che alcune delle vie che salimmo in Grignetta, Riccardo non aveva mai avuto occasione di ripeterle, e fu una gioia per lui poter completare queste lacune alla soglia degli ottanta anni….. Ormai eravamo pronti e filammo a Bondo diretti a Sass Furà, ma il maltempo ci rimandò indietro … Partimmo come una normale cordata; a Lecco quasi nessuno sapeva del progetto, su precisa volontà di Riccardo che voleva evitare di trasformare la CAI MORBEGNO 25
faccenda in una baracconata. Tornammo a Sass Furà il 28 luglio, nel pieno dell’alluvione che stava devastando la Valtellina, sul versante italiano del Badile. Arrivati in frontiera, i doganieri svizzeri ci salutarono con deferenza quando si accorsero di chi c’era in macchina, ma Riccardo non aveva tempo per i convenevoli, si capiva che aveva fretta. Era entrato in pieno nello spirito dell’impresa, e si percepiva chiaramente quella tensione, quella grinta che l’aveva portato in cima a tutte le sue salite. Al rifugio incontrammo poi Maurizio Giarolli ed Ermanno Salvaterra che erano partiti verso il Bianco o l’Eiger, non ricordo, ma che, viste le condizioni meteo, avevano deciso di ripiegare sulla nord-est. La mattina partimmo veloci e scendemmo lungo il Viale fino alla partenza originale, perché Riccardo non voleva fare scorciatoie; la sua doveva essere una ripetizione completa, seguendo integralmente il tracciato di cinquanta anni prima. In alto correvano le nuvole e Mario lo fece notare, ma Riccardo era determinato: “Andiamo!” E non se ne parlò più. Davanti saliva Floriano, in cordata con Riccardo. Dietro c’ero io, legato con Zenin e il Bionda; arrivammo così a congiungerci con l’itinerario attualmente seguito proveniente dallo spigolo. “Siamo al Diedro Rebuffat” … Riccardo si irrigidì… Fu un attimo. “Ma che Rebuffat. L’ho fatto io, questo”. Compilatori di guide: prendere nota ! Al Primo Bivacco Cassin ci raggiunse una cordata di 26 CAI MORBEGNO
ragazzi toscani che tentarono il sorpasso, ma Riccardo li mise in riga: “Se volete correre, vi alzate prima la mattina”; questi, dopo un attimo di perplessità, vedendosi apostrofare da un così anziano alpinista, capirono subito chi fosse... E si accodarono di buon grado per tutta la salita, senza più fiatare. Arrivarono anche Salvaterra e Giarolli, slegati, che ci salutarono e, finalmente legatisi in cordata, ripresero l’ascensione davanti a noi approfittando astutamente dello scambio di convenevoli. Intanto che parliamo seduti al tavolo con Danilo, facciamo scorrere le fotografie del suo archivio per sceglierne qualcuna da usare come illustrazione all’articolo. A tutti e tre appare subito evidente come in nessuna immagine Riccardo abbia un atteggiamento passivo: che sia in sosta, o che stia arrampicando (tra l’altro, con ottimo stile). Sulla nord-est, come negli allenamenti, lo si vede partecipe del procedere della cordata, delle manovre di corda, tanto all’inizio della via che nelle fasi finali, quando davvero la stanchezza, assommata all’età, potrebbe ben dire la sua. È che Riccardo fa parte di una generazione temprata dalle 12 ore di
lavoro giornaliero per 6 giorni alla settimana, dalla guerra, dalla ricostruzione morale e materiale di un intero Pese….. Cosa vuoi che sia, per lui, la nord-est con scarpette moderne, una confortevole imbragatura ed un abbigliamento caldo e funzionale ? Che non aveva mentre infuriavano le tempeste durante la prima ascensione sul Badile. Al nevaio ci siamo fermati a mangiare – riprende Danilo - e a fare qualche fotografia (“Dai che vengon buone per la pubblicità” ci ha spinti l’Indomabile, sempre attento alla sua azienda). Poi, ormai nella parte alta della parete, ci fu chiaro che Riccardo non aveva alcuna intenzione di uscire dallo spigolo, come fa la quasi totalità delle cordate odierne, così abbiamo traversato a sinistra, lungo la via originale, salendo placche di IV e V per portarci quasi sotto la cima. Siamo così arrivati in cresta subito a monte del caratteristico blocco fessurato che bisogna discendere quando si arriva dallo spigolo. Alle 16 eravamo in vetta, dopo 10 ore di salita. Due foto e Riccardo puntava già alla discesa. “Aspetta che ci leghiamo” gli abbiamo detto ….. Macché: abbiamo giusto fatto due doppie e per il resto siamo scesi veloci, arrampicando.
Intanto dalla Sciora ci avevano visti uscire in vetta e così Bruno Hoffmeister ha telefonato ai Bagni. Da lì han chiamato la Gianetti dove si sono messi sotto per preparare lo stinco al forno. Quando siamo arrivati sulle ghiaie e ci siamo slegati, Riccardo ci ha detto di andare pure avanti, che lui sarebbe sceso un po’ più adagio “in compagnia dei miei pensieri”. Alla Gianetti intanto è salito Daniele Redaelli, l’amico giornalista della famiglia Cassin, che gli è andato incontro nell’ultimo tratto della discesa, scattando una foto che da sola racconta tanto di questa impresa. Ovviamente la voce era girata, e in Gianetti era arrivato un mucchio di persone. Ricordo che un giornalista mi ha domandato le fotografie per il suo giornale: mi sono avvicinato a Riccardo e gli ho chiesto che fare. “Dagliele, ma fatti pagare!”…. Lo spirito dell’imprenditore era sempre all’erta ! Ah, dimenticavo …. Una sera, poco prima della partenza, eravamo al Bar del Caminetto, sotto il Resegone. Franco, il proprietario, quando sentì cosa ci apprestavamo a fare aveva preso una bottiglia di champagne dicendoci: “Questa la bevete in Gianetti, dopo la salita”. Ma chi aveva voglia di portarsela nello zaino per tutta la nord-est? Così ce la siamo bevuta la sera prima in Sass Furà, alla salute del buon Franco. Tanto eravamo sicuri di farcela…
alla porta del Rifugio e chiama: ”C’è una telefonata per il signor Cassin” … Riccardo esce poco dopo: “Era Robero Osio: mi ha fatto i complimenti e mi ha ricordato che giusto 30 anni fa l’abbiamo ripetuta insieme… L’ho ringraziato, ma ho aggiunto che adesso io ero qui … e lui no…”. Riccardo restava sempre se stesso, in ogni occasione, e anche in quel momento, dopo un’impresa di quella portata, non era arretrato di un passo e non aveva rinunciato a precisare come stavano le cose…. Riccardo era così. Poi, se non avessimo insistito con lo stinco, lui sarebbe filato
giù ai Bagni, invece la gran festa a valle era apparecchiata per il mezzogiorno successivo dalla Vera Cenini. Il racconto di Danilo si ferma qui, a noi resta solo da ricordare che due settimane dopo Riccardo fece il bis, sempre in cordata con Floriano Castelnuovo, seguiti dalla troupe di ripresa svizzera diretta da Fulvio Mariani con Gianluigi Quarti, Silvio Vicari e Danilo Gianinazzi. Ne risultò un film che costituisce la testimonianza più bella di un legame profondissimo fra Riccardo e le sue montagne.
Ma Danilo ha troppi ricordi di quei giorni, e ad ogni momento gli si illuminano gli occhi …… Siamo ancora alla Gianetti; a un certo punto qualcuno si affaccia CAI MORBEGNO 27
NOSTALGIA DELLE ANDE di Riccardo Marchini
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I paesaggi della Cordigliera andina sono di quelli che rimangono negli occhi e nel cuore. Così, a due anni dalla felice trasferta in Ecuador, vogliamo riprovarci. Un po’ più a sud questa volta, per visitare l’altipiano boliviano.
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Della compagnia ecuadoriana siamo rimasti in cinque: Walter, Patrizia, Pierangelo, Flavio ed io. L’idea è di partire dal deserto di Atacama in Cile, di entrare poi in Bolivia per risalirne l’Altipiano con i suoi vulcani, le bellissime lagune e lo scenario dei salar e concludere l’avventura sul lago Titicaca. Sono circa 800 Km in linea d’aria a una quota intorno ai 4000 m, per un totale di tre settimane a cavallo fra settembre e ottobre. Vorremmo anche provare a superare la barriera fisica e psicologica dei 6000 metri di quota. Con un po’ di fatica riusciamo a trovare un contatto sul posto: è Davide Vitali, giovane italiano trentenne che una decina di anni fa si è trasferito a La Paz dove fa la guida d’alta montagna. Dovremmo essere in buone mani, dal momento che il suo nome è citato, con tanto 30 CAI MORBEGNO
di fotografia, su Meridiani Montagne, in uno dei tre numeri speciali dedicati alla Cordigliera. Con lui aggiustiamo il programma assemblato in modo impeccabile da Flavio, rifinendolo nei particolari. Il nostro viaggio si discosta dai pacchetti preconfezionati, perché è lungo e coinvolge due stati; dovremo perciò avvalerci di quattro operatori distinti, coordinati da un’unica regia. Gli accompagnatori, com’è prassi sia in Cile sia in Bolivia, sono padroncini che mettono a disposizione i loro mezzi fuoristrada con l’impegno, qualora ci sia la necessità, di preparare ai clienti colazione, pranzo e cena. Risolti alcuni disguidi, il 16 settembre riusciamo a imbarcarci: Milano Malpensa, San Paolo del Brasile, Santiago del Cile e Calama dove troviamo
ad accoglierci Guillermo, responsabile logistico, Robert, guida di montagna di origine tedesca che ci assisterà fino a La Paz e un pulmino con autista. Siamo in ballo da 26 ore. Inizia qui la nostra avventura. Ci dovremo assuefare alle levatacce, agli estenuanti trasferimenti in fuoristrada su percorsi sterrati, spesso ridotti a piste malagevoli e sconnesse dove il guasto meccanico è sempre in agguato; ad alloggi spartani tutt’altro che confortevoli, alla polvere che s’insinua negli abiti e nei bagagli, alle notevoli escursioni termiche e alle difficoltà dell’alta quota. Ma saremo ripagati dalla visione di scenari naturali di straordinaria bellezza e dall’incontro con realtà sociali completamente diverse da quelle europee che faranno di queste tre settimane
in queste pagine. Cile: il Volcan Làscar (5591 m s.l.m.), al centro con la nuvola di fumo, ripreso dalla Laguna Lejia. Nelle pagine precedenti. Bolivia: i “penitentes” del Monte Acotango.
un’esperienza di viaggio dai toni forti, assolutamente indimenticabile. Come sulla Luna Fuori dall’aeroporto ci troviamo subito immersi nell’ambiente che ci farà da sfondo per quasi tre settimane: il colore ora rossiccio, ora giallo, ora grigiastro di una terra arida e spoglia, cosparsa dai cespugli giallastri della “paja brava”. Qui il vento deve essere di casa vista la selva di pale eoliche visibili tutt’intorno. E’ con orgoglio italiano che registriamo essere state installate dall’Enel. Al nostro starting point di San Pedro di Atacama arriviamo che è buio. Sono i giorni della festa nazionale cilena. Per tre notti consecutive, dalle 9 di sera alle 5 del mattino seguente, siamo allietati, si fa per dire, dal frastuono di
una baldoria sfrenata nella quale i sudamericani sono bravissimi. La musica andina si alterna agli altri generi le cui le percussioni, sparate ad alto volume attraverso gli amplificatori, ci impediscono di dormire. Se a questo aggiungiamo le difficoltà dovute al cambiamento di fuso orario e alla quota (siamo a 3600 m), si può immaginare qual è il nostro stato fisico. Quando i clamori della festa si spengono siamo già in auto alla volta dei Geysers del Tatìo che raggiungiamo poco prima dell’alba per poter godere appieno dello spettacolo dei fumi che si sprigionano dalle polle di acqua bollente. Ci troviamo nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi della Terra, dove le precipitazioni sono ridotte pressoché a zero anche per centinaia di anni. Ci dicono che
qui è stato testato un rover per l’esplorazione del pianeta Marte. Una delle attrazioni di questa landa inospitale è senza dubbio la Valle della Luna nella quale la conformazione del terreno dà appunto l’idea di superficie lunare. Rocce dal colore grigiorossastro, modellate dal vento in bizzarre forme, affondano nelle dune di sabbia finissima. Non possiamo fare a meno di salire alla sommità dei cordoni rocciosi per godere dall’alto di questo spettacolo primordiale e di avventurarci, provvisti di lampada frontale, nella Grotta del Sale, un percorso che penetra, costringendoci a qualche acrobazia attraverso stretti passaggi, negli anfratti delle formazioni rocciose, qui costituite da un impasto di sabbia, sale e gesso. L’acclimatamento prosegue il giorno seguente. Scendiamo a CAI MORBEGNO 31
sud del Tropico del Capricorno. Inerpicandoci lungo piste tortuose che tagliano i costoloni di materiale lavico e aggirando i solchi di canyon dirupati, raggiungiamo il parco delle lagune Miscanti e Miniques, adagiate in un’ampia vallata circondata da antiche montagne vulcaniche. Sono due bellissimi specchi d’acqua con le rive orlate da una tenue fascia bianca dovuta ai depositi di gesso e magnesio. La giornata si conclude nella luce abbacinante della Laguna Chaxa, oasi di protezione dell’avifauna acquatica nel cuore del Salar di Atacama. Fra le numerose specie spiccano i fenicotteri rosa che vediamo con il lungo collo quasi costantemente proteso verso 32 CAI MORBEGNO
l’acqua per immergere la testa a filtrare le alghe presenti sui bassi fondali. Uno spettacolo vederli muoversi dinoccolati sulle loro lunghe zampe o distendersi in voli eleganti. Un anticipo di ciò che vedremo nei giorni seguenti. Sull’orlo del cratere Ci sentiamo pronti per affrontare la prima ascensione: al Làscar, vulcano attivo di 5591 m che si erge a sud di San Pedro, nell’angolo di Cile incuneato fra la Bolivia e l’Argentina. Siamo un po’ disorientati e preoccupati. La sera precedente abbiamo conosciuto Gonzalo, la guida locale che ci accompagnerà assieme a Robert. Dopo le necessarie informazioni sulle
caratteristiche del percorso e sull’attrezzatura da portare, con toni molto bruschi, un po’ in spagnolo e un po’ in inglese, ha voluto sottolineare che solo il giorno dopo, durante la salita, avrebbe valutato l’opportunità di arrivare fino alla cima. Partiamo un po’ tesi, è ancora buio. Quando spunta il sole siamo in prossimità della Laguna Lejia, a 4500 m, nella quale si riflette la nostra montagna che vediamo lontana, oltre la vasta pianura. L’effetto scenico, amplificato dall’aria secca e tersa e dalla luce radente del mattino, è quello di un suggestivo quadro astratto. Il fuoristrada non riesce a salire sulla pista detritica quanto speravamo e
A fianco. Bolivia: i geysers Sol del la Magnana. Nella pagina precedente. Il Desierto de Dalì, così chiamato, perché in alcuni suoi scorci richiama la pittura surrealista di Salvador Dalì.
guardiamo con invidia al mezzo che sta davanti a noi, fermo ben più in alto. Affrontiamo il ripido pendio con passo dapprima cauto poi via via più sicuro. I dubbi della sera precedente scompaiono, perché ci accorgiamo di guadagnare quota, con andatura lenta, ma continua. Arriviamo nei tempi prescritti sull’orlo del grande cratere fumante e poi ci spingiamo un centinaio di metri più in alto, alla sommità della balconata sulla voragine che sprigiona un acre odore di zolfo. Inaspettatamente riceviamo le “congratulations” da parte di Gonzalo. E finalmente comprendiamo il suo atteggiamento della sera precedente: trovandosi di fronte un gruppo di “non
più giovanissimi”, memore di esperienze precedenti conclusesi poco felicemente, riteneva che non ce l’avremmo fatta, per cui aveva voluto mettere le mani avanti. Pace fatta, abbracci, pacche sulle spalle, foto di rito in tutte le posizioni possibili, quindi ritorno alla base dove ci concediamo un’ottima cena, invitando ovviamente anche Gonzalo. I tesori dell’Altipiano Frontiera con la Bolivia. La dogana è una specie di pollaio dentro il quale un attento funzionario cerca di smaltire la lunga coda che si è formata all’esterno. Cose d’altri tempi. Cambiamo il mezzo di trasporto; ora è un gippone
Toyota da sette posti. Con Juan, il nuovo driver, iniziamo il viaggio verso nord attraverso l’Altipiano. Siamo costantemente attorno ai 4500 m, fa freddo e la polvere continua a procurarci fastidi alle vie respiratorie. La prima giornata boliviana è tutt’altro che monotona, vista la quantità di luoghi interessanti in cui fermarci. Poco oltre il confine, la Laguna Blanca e, poco distante, la Laguna Verde nelle cui acque si riflette il vulcano Licàncabur (5891 m), bellissimo nella sua perfetta forma conica. E’ una montagna sacra sulla cui sommità, occupata da un laghetto, venivano anticamente celebrati riti religiosi. E poi il Deserto Salvador Dalì, così chiamato perché i suoi massi emergenti dalla distesa di detriti dai colori cangianti ricordano la pittura surrealista del grande pittore spagnolo. E ancora le Terme di Polques e i Geysers Sol de la Magnana, le cui polle di fango raggiungono i 200° C sparando getti di vapore fino a 50 m. Pare strano che non succedano incidenti, dal momento che ci si può muovere tranquillamente nell’intrico degli sfiatatoi senza alcuna protezione. CAI MORBEGNO 33
Proseguendo lungo la pista polverosa, superato un valico, scendiamo nell’ampia vallata che racchiude la Laguna Colorada, un bacino di 60 Kmq profondo al massimo 60 cm. Le sue acque sono rosse a causa dei fondali ricoperti da una particolare alga e dalle diatomee. Il grigio cupo di una bolla di maltempo in lontananza ne rende più intensa la colorazione e più forte il contrasto con le rive orlate dal bianco dei depositi di sodio, gesso e magnesio e con le candide isolette di borace. Rimaniamo a bocca aperta. La superficie del lago è punteggiata da migliaia di “flamencos”, 20.000 pare, che, evidentemente, hanno trovato qui a 4300 m il loro habitat ideale. Sono per la maggior parte fenicotteri dal piumaggio rosato, dalle lunghe zampe rosse e dal becco giallo e nero, come pure nere sono le penne remiganti. Il pomeriggio se ne va in contemplazione delle loro evoluzioni. 34 CAI MORBEGNO
Troviamo alloggio nel vicino villaggio di Hayajama presso un rifugio cosiddetto “basico”. Il termine sta a significare che ci si deve arrangiare, ma io lo assocerei piuttosto al fatto che “più squallido non si può”. Seimila e oltre L’avventura continua. Ci spostiamo a Quetena Chico dove ci attende l’Uturuncu, un vulcano semi attivo. L’avevamo scelto bene. L’Uturuncu (6028 m) è il 6000 più facile al mondo, perché i fuoristrada possono arrivare fino a 5600 metri. Purtroppo non abbiamo fatto i conti con la meteorologia. La nevicata della notte precedente ci costringe a sobbarcarci 300 m in più. A queste altezze…! Anche se facile, anzi proprio per questo, la montagna fa le sue vittime, ci dice Aurelio, la nostra nuova guida. A causa del dislivello modesto da superare molti la affrontano con leggerezza e senza preparazione, così che sono costretti alla ritirata per via della quota.
L’avvicinamento è molto lungo su una pista che diventa via via più stretta e impervia fra i soliti cespugli di “paja brava” e, più in alto, fra le grosse formazioni a cavolfiore di “llareta”, belle nella loro colorazione verde che rompe la monotonia del paesaggio. A 5300 m Juan decide che non è più il caso di proseguire in auto. Ci tocca partire a piedi da qui. La salita, comunque, se pur molto ripida, non offre particolari problemi e in circa tre ore siamo in cima. Non male. Tranne che per Walter, è il nostro primo 6000: obbiettivo raggiunto nell’euforia generale. Dalla vetta contempliamo a 360° un vasto territorio segnato da antichi sconvolgimenti vulcanici. Su consiglio di Aurelio non ci fermiamo troppo tempo, scendiamo per un altro versante, più diretto e più innevato. E’ semplice, ma dobbiamo prestare molta attenzione in corrispondenza di alcuni tratti molto scoscesi.
Nel regno del sale Il trasferimento verso nord ci riserva nuove sorprese: la Valle de Rocas costellata da strutture rocciose dalle forme più strane e il Nido del Condor, un profondo canyon che possiamo ammirare dall’alto di uno sperone proteso nel vuoto. Il centro abitato più importante del distretto è Uyuni, cittadina di 18.700 abitanti fondata nel 1889 al margine sud est del Salar omonimo. E’ una base militare che in passato ospitava una fabbrica di locomotive a vapore di cui rimane il ricordo nel Cimitero dei Treni. Sembra un ambiente da western di Sergio Leone. Proprio qui, in questa pianura arida e sabbiosa, nel 1908 terminarono tragicamente la loro esistenza di banditi i leggendari Butch Cassidy e Sundance Kid. Ed ecco il Salar di Uyuni, lo spettacolo più incredibile che abbia mai visto. E’ una lastra di sale che si estende per 11.000 Kmq, la più grande del pianeta, praticamente vasta
come metà Lombardia. Si stima che contenga 10 miliardi di tonnellate di sale e che annualmente se ne estraggono 25.000. E’ costituita da una decina di strati con spessori variabili fra i 2 e i 10 metri, intervallati da depositi d’acqua. Custodisce anche 1/3 delle riserve di Litio della Terra, sufficiente per i prossimi 100 anni. Ovviamente sono molte le società straniere che ambiscono a sfruttare questa preziosa risorsa, ma il presidente boliviano Evo Morales, fedele ai suoi principi anticapitalistici, ha finora rifiutato ogni offerta. Esiste un progetto statale di valorizzazione del sito, ma pare che stia procedendo a rilento. La traversata del Salar di Uyuni da sud a nord richiede una giornata intera lungo una pista che solo l’occhio esperto di Juan riesce a riconoscere. Molte sono le curiosità da vedere. Tutto qui è all’insegna del sale: Colchani, piccolo villaggio dove poche decine di persone lavorano il sale ancora
a mano, facendone anche un richiamo turistico; un albergo interamente costruito, arredi compresi, con blocchetti di sale; il monumento, anch’esso di sale, alla Dakar, la mitica corsa motoristica trasferita qui dall’Africa. Passiamo accanto a uno degli “ojos de Salar”, occhi del Salar, che si diceva inghiottissero le carovane. Sono buche profonde dalle quali esce l’acqua sottostante che, in certe condizioni di luce, impedisce di vedere il pericolo, così si rischia di finirci dentro. Anche di recente si è verificato un incidente mortale. Una tappa all’isola di Inca Huasi è d’obbligo. Costituita da sedimenti marini e vulcanici e ricoperta da un suggestivo bosco di alti cactus, si eleva al centro del Salar per un centinaio di metri. Fra le poche abitazioni c’è la sede di un piccolo museo incaico. Dalla sua sommità è impressionante la vista della sconfinata tavola bianca, segnata dalle piste che convergono a raggera verso l’isola. All’orizzonte le alture CAI MORBEGNO 35
Nelle pagine precedenti. Bolivia: lo spettacolo da inferno dantesco della Laguna Colorada e, nella foto piccola, la salita al Volcan Uturuncu. In questa pagina. Sopra. Bolivia: le ombre lunghe del tramonto sul Salar de Uyuni. Sotto. Bolivia: sulla vetta del Volcan Uturuncu, soddisfatti per aver raggiunto i 6000 metri di quota.
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sembrano sospese sull’acqua, è l’effetto di quel fenomeno ottico che prende il nome di “fata morgana”. Verso nord si staglia il profilo del vulcano Tunupa. Il giorno seguente ne risaliremo le pendici per un buon tratto giusto per mantenerci in allenamento. Alla sua base, fra le coltivazioni di quinoa, raggiungiamo la nostra meta della giornata, Jirira, dove alloggiamo in una locanda in cui le pareti delle camere sono, manco a dirlo, fatte di sale. Come vuole la tradizione, al tramonto ci spostiamo al largo sul Salar per un brindisi al Sole e un omaggio alla “Pacha Mama”, la Madre Terra. La terra dei Chipaya Da Jirira ci spostiamo verso nord costeggiando il Salar di Coipasa. Rimpiangiamo le strade polverose dei giorni precedenti. Almeno erano strade. Qui sono vere e proprie piste nel deserto, una sequenza di gobbe, cunette profonde, sterpaglia che costringono a slalom tortuosi. In un paio di occasioni a causa del rischio di insabbiamento siamo costretti a scendere dall’auto per alleggerirla. Anche il guado di un corso d’acqua richiede lo stesso accorgimento: l’auto prosegue a mollo fino a mezza ruota da una parte, noi ci avventuriamo su una passerella traballante poco discosta. Attraversiamo la terra dei pecorai Chipaya che pare siano i discendenti dei primi abitatori dell’Altipiano. E’ un’area color terra bruciata, ricoperta qua e là da magri pascoli polverosi e disseminata di capanne di fango e paglia, disposte a gruppetti molto distanti fra loro su un’area
vastissima. Molte sono rotonde, come pure rotondi sono i recinti per gli animali. C’è da chiedersi di che cosa si possano cibare le pecore, i lama e le vigogne che incontriamo lungo il tragitto. Di nuovo ci immergiamo nel deserto, di nuovo dobbiamo combattere contro la polvere, le buche, i dossi e le pietraie; incontriamo un camion insabbiato, di contrabbandieri ci dice Juan. Dopo dieci ore di questo inferno arriviamo a Sajama, nel parco omonimo. Dovrebbe essere un centro turistico, ci sono una scuola e un piccolo ospedale, ma noi abbiamo la stessa sensazione di miseria che ci ha colpito fin dal nostro ingresso in Bolivia. Conosciamo Miguel che sostituirà Juan fino a La Paz e ci farà da guida assieme a Robert nell’ultima ascensione. Sulle tracce del puma Nei due giorni seguenti ci prendiamo una pausa per riposarci dalle fatiche della lunga trasferta. Nello stesso tempo cerchiamo di familiarizzare con la nuova località: le povere case del villaggio con la piccola chiesa bianca racchiusa fra le mura di un cortile assieme al suo campaniletto, la pianura popolata da una moltitudine di lama apparentemente allo stato brado. Guardiamo i coni dei vulcani che fanno da sentinella all’ampia vallata: alle spalle del paese la grande calotta ghiacciata del vulcano Sajama (6550 m), la cima più alta della Bolivia, ambita dagli andinisti, e di fronte i gemelli Parinacota e Pomerape. Come sulle Alpi, anche qui i ghiacciai sono in ritiro, tanto che alcune vette, come ad esempio il
Parinacota, fino a qualche anno da affrontare tassativamente con ramponi e piccozza, oggi si possono raggiungere senza toccare il ghiaccio. Dopo una puntata alle vicine acque termali e un bagno ristoratore in una piscinetta di acqua calda sotto lo sguardo distratto dei lama, bighelloniamo nei dintorni del paese in cerca di spunti fotografici. Al fine di tenerci allenati ci inoltriamo nella valle che conduce al campo base del Sajama, alla ricerca dell’armadillo. Ovviamente non lo troviamo perché è molto raro, ma nel rado bosco di queñue, contorti alberi nani endemici di questa zona, ci imbattiamo nelle impronte grosse e inquietanti di un puma. Per fortuna solo nelle impronte. I penitentes dell’Acotango Il progetto originario prevedeva la salita al Parinacota (6342 m), ma, su consiglio di “Robert l’alemanno”, come l’ha ribattezzato Patrizia, optiamo per il Monte Acotango, vulcano spento di 6052 m, che scorgiamo lontano verso ovest, allineato con altre due elevazioni lungo il confine con il Cile. Si rivelerà un’ottima scelta. Partiamo alle tre del mattino per essere pronti ad incamminarci alle cinque. Abbiamo con noi ramponi, piccozza, corda e imbrago, perché anche Miguel non sa in che condizioni si troverà la parte terminale, solitamente ricoperta da una calotta di ghiaccio e neve. Per un paio d’ore saliamo alla luce delle lampade frontali. Il primo ripido tratto mette a dura prova le gambe e i polmoni che CAI MORBEGNO 37
danno l’impressione di essere scatolette troppo piccole per contenere l’aria necessaria a respirare e sembrano scoppiare. Poi però il sentiero si addentra nella valle con pendenza moderata così che si può procedere con continuità, se pur lentamente. Quando spunta il sole siamo alla base della cresta nord che raggiungiamo percorrendo un canale disegnato dall’acqua di scolo della bastionata di ghiaccio soprastante. E’ ripidissimo: che fatica procedere su questi detriti così mobili! Sono circa 200 m di sofferenza prima di raggiungere il crinale dominato da un muro di ghiaccio alto due o tre metri. Ci accorgiamo però che possiamo evitare l’ostacolo percorrendo una traccia che lo costeggia sulla sinistra. A mano a mano che guadagniamo quota riusciamo ad avere la visione completa della cresta. Stupefacente! Il versante opposto a quello da dove siamo saliti è 38 CAI MORBEGNO
uniformemente ricoperto da migliaia di quelle formazioni di ghiaccio che prendono il nome di “penitentes”. Non sono molto alti, ma sono di grande effetto scenografico. In più punti siamo costretti a passarci in mezzo. I loro spigoli sono taglienti come lame e bisogna stare molto attenti. Fortunatamente anche la parte sommitale è libera da neve e ghiaccio, così che l’attrezzatura alpinistica non serve. Alle 10.00 siamo in vetta a firmare il librone dei visitatori. Anche il secondo 6000 è raggiunto. Faticoso ma bellissimo. Ci riteniamo soddisfatti. La città rossa Dal villaggio di Sajama raggiungiamo La Paz percorrendo strade finalmente asfaltate. Ci fermiamo due giorni. Abbiamo il tempo di conoscere Davide e la sua famiglia e di visitare la città. La Paz è impossibile da descrivere, bisogna andarci;
non avrei mai neppure potuto immaginare nulla del genere. Costruita a metà del ‘500 sul fondo di un largo canyon dove esistevano miniere d’oro, si è pian piano espansa arrampicandosi sui versanti franosi del canyon fino a raggiungerne il bordo superiore dove i sobborghi si sono fusi a formare una nuova città, El Alto, a circa 4000 m. Fra la parte più in quota, povera e squallida, e quella più bassa, con le ville residenziali e le sedi delle ambasciate, ci sono ben 900 m di dislivello. La sua metropolitana è costituita da tre funivie, belle e moderne, costruite in Austria. La tonalità cromatica di La Paz è il rosso mattone, perché gli edifici, specialmente quelli nuovi alla sommità del grande crogiuolo, sono in laterizio lasciato a vista. A farle da sfondo la Cordillera Real con due gioielli dell’alpinismo (o andinismo?): lo Huayna Potosì, il più famoso, relativamente facile da
scalare, e la bianca bastionata dell’Illimani, tecnicamente più impegnativo. Dentro la sua pancia la vita caotica di una città sudamericana, povera e disordinata, ma al tempo stesso colorata e festaiola. Il lago degli Incas Come programmato, il nostro tour si conclude all’insegna del puro relax sull’Isla del Sol, tempio della cultura incaica sul Lago Titicaca. La nuova guida è una ragazza di 23 anni, Luisa, che fa l’operatrice turistica dopo aver studiato per alcuni mesi anche in Italia, a Urbino. Parla abbastanza bene l’italiano, perché fa parte della Comunità di Huata, retta, tanto per cambiare, da un sacerdote italiano, padre Leo, ingegnere di origini umbre, che ha scelto di dare concretezza alla sua vocazione venendo quaggiù ad aiutare questa povera gente. E’ lei che ci pilota alla scoperta delle bellezze di questo
sconfinato lago fra Cile e Perù. Finalmente vediamo un po’ di verde, quello degli eucalipti che ombreggiano alcuni tratti di costa. Per non farci mancare nulla, il viaggio di ritorno lo facciamo in catamarano. E’ governato da tre ragazzi che appartengono alla stessa comunità di Luisa e che partecipano al progetto di sviluppo pensato da padre Leo per dare lavoro e un futuro ai giovani di questa terra sottosviluppata. Anche la parrocchia contigua, quella di Peñas, è retta da un sacerdote italiano, padre Tòpio, al secolo Antonio Zavatelli da Menaggio. Da forte alpinista qual è sta operando, con un gruppo di scalatori, locali e non, nel campo del turismo andino d’alta quota. La nostra nuova avventura sudamericana termina qui. Ora ci attende il lungo e noioso viaggio di ritorno in Italia.
Nella pagina precedente. Bolivia: la valle di origine vulcanica che si percorre per raggiungere il Monte Acotango con, sullo sfondo il Volcan Sajama la montagna più alta della Bolivia. In questa pagina. Bolivia: l’incredibile urbanizzazione della periferia di La Paz, la capitale più alta del mondo.
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IL PICCONE NELLA
ROCCIA Escursione lungo l’anello della Val Qualido di Alessandro Caligari
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“Per molti ma non per tutti” recitava lo slogan pubblicitario di una nota marca di spumanti; forse questa frase può essere la sintesi del grado di difficoltà di questa escursione. Si tratta di un anello che, partendo dalla Val di Mello, sale fino all’alta Val Qualido e ne ridiscende, passando per due valloni paralleli.
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L’alta Val Qualido è costituita da un anfiteatro non molto ampio, frequentato principalmente perchè attraversato dal sentiero Roma. Da qui, scendendo attorno ai 2000 m di quota, al Cavalet, la valle si divide in due gole; quella ad Ovest è la Val Qualido vera e propria, quella ad Est è la valle della Mazza. L’itinerario che proponiamo sale da quest’ultima per scendere dal vallone attiguo. Qualche tempo fa mi è stata segnalata una vecchia intervista di Popi Miotti ad un ex alpeggiatore della Val Qualido, un Della Mina di Mello. Nello scritto si raccontava di come quest’utimo e la sua famiglia avessero portato per diverse stagioni, da Mello, i bovini in val Qualido e come qui vi abbiano costruito, ricavandola sotto un grosso masso, una stalla per una cinquantina di bestie. La cosa mi incuriosisce, sia
per il difficoltoso accesso all’alpeggio, sia per le dimensioni del riparo realizzato, così con Davide e Lodovico, che più volte ha percorso l’itinerario, partiamo per fotografare e disegnare il tutto. Decidiamo di salire dalla Val della Mazza, quella un po’ meno accessibile. Il sentiero parte all’altezza dell’Ansa della Tranquillità, sulla destra orografica del torrente. La traccia è subito ripida e affianca alcune delle principali strutture rocciose d’arrampicata. Superiamo l’attacco di “Tunnel diagonale” e continuiamo a salire, a volte sull’orlo di placche granitiche, altre volte nel bosco di faggi. Ogni tanto si aprono fantastici scorci sul fondo valle, sempre più in basso e sempre meno rumoroso. Proseguiamo fino ad incontrare l’attacco di un’altra via mitica; passiamo infatti accanto al primo tiro
di “Luna Nascente”. Un paio di cordate hanno appena iniziato l’arrampicata, ed un tedesco sta già tribolando con il primo difficile passaggio. Lasciamo il germanico alle sue preoccupazioni e continuiamo a salire su una traccia che richiede sempre una certa attenzione. Il sentierino a volte è piuttosto precario: alcune placche sono superate creando dei gradini ancorati nei modi più fantasiosi, uno addirittura con un piccone conficcato nella roccia, un po’ il simbolo dell’arte di arrangiarsi di questa gente. Attorno ai 1700 m la valletta termina, sfociando in un anfiteatro piuttosto irregolare, nemmeno lontano parente, per intenderci, dei vicini piani del Porcellizzo o della Zocca. Continuiamo tra abeti sempre più radi e bassi, erba alta e placche di granito. Capisco di essere ormai arrivato perchè vedo in lontananza un muro a secco, costruito per creare un riparo sotto un macigno (un camer), poi i resti di un recinto in pietra, forse un “barek”, quindi un altro antro, con porta in legno, ricavato sotto un sasso. Sono i resti dell’antico alpeggio, oramai abbandonato da decenni. La stalla che cerchiamo, il “camarun” non è per niente evidente. Un masso, le cui reali dimensioni sono nascoste dalla vegetazione soprastante, sporge nel prato, non particolarmente visibile rispetto ad altri attorno. Avvicinandoci si nota un’apertura, come fosse l’ingresso di una piccola grotta, riquadrata da un muro a secco. Scavalcando i resti di quella che era probabilmente la porta d’accesso, ci si immette in un ambiente decisamente più ampio di quello che ci si immaginava da fuori. Inizialmente un po’ intimoriti ci si ferma un momento, lasciando che le pupille si dilatino per adattarsi al nero totale dell’antro. In realtà poi si scopre che la stalla non è così buia: quattro piccole aperture, ricavate tra il masso ed il terreno, lasciano filtrare un certo quantitativo di luce, sufficiente per permettere di muoversi con disinvoltura. Si comincia quindi CAI MORBEGNO 43
Parete del Qualido
Camarun
Ma zz a
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Precipizio degli Asteroidi
al
Scoglio delle Metamorfosi
Valle d
Qu
Mongolfiera
Sponde del Qualido Dimora degli Dei
Tempio dell’Eden Sperone degli Gnomi Trapezio d’argento
Sarcofago
Cascina Piana
Ansa della tranquillità Ca’ du Scüma
Anello della Val Qualido Dislivello: 1125 m da S.Martino (da 925 a 2050 m) Difficoltà: EE Tempo di percorrenza: 4 ore
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a prendere confidenza con il posto. Anzitutto appare chiaro che non si tratta di antro totalmente naturale; gli alpeggiatori hanno allargato lo spazio ipogeo originale, scavando sotto l’enorme masso e realizzando dei muri a secco tutto attorno. La stalla è tutta pavimentata con acciottolato, con una mangiatoia perimetrale. Negli ultimi tempi, nella parte Nord-Ovest della stalla si è verificato un crollo abbastanza significativo di una parte di muro che, se non intacca per ora la statica, rende però difficoltoso l’accesso e compromette l’integrità del ricovero. Ci fermiamo quindi per misurare e
fotografare il Camarùn. I Della Mina realizzarono questo riparo dopo che una bufera aveva disperso la mandria e causato la perdita di diversi capi di bestiame. Dato che la conformazione del posto, sotto la costante minaccia delle slavine, non permetteva la costruzione di una stalla tradizionale in muratura, optarono per questa soluzione originale. Terminato il rilievo interno usciamo per guardarci un po’ attorno e vediamo che, veloci, stanno arrivando delle nuvole. In un attimo comincia a piovere per cui, sapendo che il sentiero che ci
aspetta non è proprio un’autostrada, decidiamo di partire subito. Scendiamo abbastanza rapidi, ma al Cavalet siamo già completamente bagnati. La Val Qualido vera e propria, dalla quale scendiamo, è un po’ meno incassata rispetto alla gola a fianco, ed il sentiero è sufficientemente tracciato e soprattutto più agevole del precedente. Resta però stupefacente pensare che da lì, i Melàt facevano salire una mandria con più di cinquanta capi. Sicuramente si sarà trattato di un’operazione dura e rischiosa, sia per le bestie che per le persone. Oltretutto non potevano utilizzare i muli per il trasporto, per cui l’occorrente doveva essere portato a spalla. Scendiamo sulla sinistra orografica per poi attraversare una prima volta il torrente. Passiamo accanto all’”Hotel Qualido”, precario ricovero per le cordate che vogliono cimentarsi con l’impressionante big-wall che chiude la valle ad Ovest. Percorriamo il bosco per poi attraversare nuovamente il torrente. Una corda fissa aiuta il guado, nel caso in cui la portata d’acqua consigli cautela e obblighi a togliersi le scarpe. Fortunatamente siamo in un periodo di secca per cui attraversiamo senza problemi. A questo punto non si abbandona più la sponda sinistra e si continua a scendere su una traccia fatta di rampe di muri a secco e gradoni in pietra , una volta dotati di robusti parapetti in legno, che ci ricordano la determinazione e la fatica fatta dagli antichi alpeggiatori per andare a cercare un percorso invisibile, che li portasse all’erba arroccata in alto. Ben presto gli abeti lasciano il posto ai faggi, alcuni dei quali veramente maestosi, e così raggiungiamo la Val di Mello, di cui intersechiamo la strada all’alteza della Ca’ du Scüma, un po’ più a valle rispetto all’imbocco del sentiero precedente.
In alto: l'entrata del Camarun. Qui sopra l'interno del Camarun visto verso l'entrata e la parte di muro franata. A pagina18: il piccone infisso nella roccia a sostegno di un gradino. A pagina 19: sopra salendo alla sommità dello Scoglio delle Metamorfosi; sotto, al Cavalet di fronte alla parete del Qualido.
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46 CAI MORBEGNO
170 cm 700 cm
700 cm
2000 cm
I Camer sono dei ricoveri ricavati sotto i massi, in genere sfruttando lo spazio libero formatosi naturalmente, chiudendo i lati aperti con dei muri, per lo più a secco. Il Camarun del Qualido è sicuramente uno dei più grandi della zona. L’ambiente, di forma vagamente ovale, ha l’asse maggiore di quasi 20 metri e quello minore di 7. L’intradosso del masso è inclinato, per cui l’altezza varia da 1,70 ai 4,25 m. La superficie in pianta è di circa 120 mq, per un volume di circa 400 mc. L’ambiente è in buona parte posto sotto la quota del terreno e nella parte a Sud, nel punto in cui il masso poggia a terra, sono ricavate quattro aperture. La cavità, in buona parte artificiale, è delimitata lungo tutto il perimetro da muri a secco. Il pavimento è in acciottolato (grish) con una canaletta di scolo, parallela al perimetro dell’ovale, per la raccolta dei liquami. Nell’angolo Sud-Est un masso ha delle scanalature per raccogliere l’acqua che vi scorre sopra e convogliarla, attraverso un piccolo cunicolo sotterraneo, nella canaletta e favorire così lo smaltimento dei liquami. L’accesso, posto nell’angolo Sud-Ovest, non è molto largo ed era chiuso da un muro a secco dotato di una porta in legno, di cui rimangono solo pochi resti. Lungo tutto la stalla corre una mangiatoia, fatta da un muretto in pietra e delimitata da tronchi in larice squadrati posti in orizzontale, con dei fori passanti per legare le bestie. I legni sono puntellati da pali, sempre in larice, resi solidali da grossi chiodi in legno. Restano tutt’ora alcuni scarsi resti di un impalcato, in cui veniva stoccato il fieno.
425 cm
Il Camarun
CAI MORBEGNO 47
LA SCOPERTA DI UN TESORO il larice millenario della Val Ventina
di Marco Carrer
Gli alberi sono degli esseri viventi meravigliosi. Possono raggiungere dimensioni monumentali, vivere per secoli o anche millenni e crescere in condizioni ambientali anche molto difficili. Rivestono un ruolo fondamentale per gli equilibri ecologici del pianeta e per la nostra società fornendo materie prime e prodotti che noi utilizziamo per il nostro sostentamento ma anche creando quegli ambienti naturali come boschi e foreste, così diversi dalle nostre città ma che tanto ci allietano nei momenti di svago e relax. Esiste però un altro aspetto, anzi proprio un tesoro, sempre legato agli alberi ma meno conosciuto. Questo tesoro sono le informazioni che ogni albero registra e conserva al suo interno. Ogni albero, infatti, può essere considerato come un registratore, una scatola nera in grado di annotare moltissimi dati riguardo a cosa è successo nell’ambiente che lo circonda e all’albero stesso nell’arco della sua vita.
48 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 49
Ma dove si trovano queste informazioni? Sicuramente molti di voi avranno già capito che stiamo parlando degli anelli. Tutti noi sappiamo che contando il numero di anelli si può risalire all’età della pianta, questo però rappresenta solo la punta dell’iceberg per quanto riguarda quello che essi ci possono dire. Studiando approfonditamente le sequenze anulari, i ricercatori possono anche 50 CAI MORBEGNO
ottenere dati riguardanti l’andamento climatico negli anni passati, l’avanzamento o la ritirata dei ghiacciai, la salute e il ritmo di crescita della pianta, oppure i diversi eventi che hanno interessato direttamente l’albero come fulmini, movimenti franosi, valanghe o bufere di vento, ecc. In pratica si tratta un po’ come se si dovesse decodificare un codice. Prendiamo ad esempio il
codice a barre: è risaputo che la sequenza di linee bianche e nere contiene delle informazioni. Queste inizialmente ci sono oscure ma con l’opportuno lettore tutto diventa semplice e veniamo a conoscere, ad esempio, il prezzo, il tipo di prodotto o altre sue caratteristiche. Con gli anelli degli alberi purtroppo non disponiamo di un lettore come per il codice a barre e le procedure per riuscire
A fianco: il grande vecchio, si erge fra i suoi consimili più giovani. Nelle pagine precedenti: il grande larice veglia sul ghiacciaio Ventina, il Pizzo Rachele e il Pizzo Cassandra. Alle pagine successive: un vecchio tronco nel caos di sassi lungo l'itinerario che porta al larice millenario. A destra, rotella prelevata da un tronco di larice nei pressi del larice millenario ed esposta all'esterno del rifugio Gerli-Porro.
ad ottenere le informazioni che ci interessano sono più complesse. I ricercatori che lavorano in questo campo però, raccogliendo i campioni in modo opportuno e non solo contando ma anche misurando con precisione la successione degli anelli, sono in grado di estrarre queste informazioni un po’ come i tecnici riescono ad estrarre i dati dalle scatole nere degli aerei. Così gli alberi, testimoni
silenziosi delle vicende trascorse, possono raccontarci molte cose che hanno vissuto e percepito con le loro foglie e radici. E tanto più sono vecchi, tanto più lungo sarà il loro racconto. In Val Ventina alcuni anni fa è stato scoperto un tesoro: una piccola area a fianco della vallata principale con un gruppo di alberi, soprattutto larici, molto vecchi, quattro/ cinquecento anni e più, e
questi sono capitanati da un larice millenario. L’albero è ancora vivo e in discreta salute e rappresenta a tutt’oggi l’albero più vecchio, con età certa, presente in Italia e tra i più vecchi di tutto il continente. Questo albero speciale, sopravvissuto per oltre 1000 anni alle condizioni severe dell’alta quota, ha molte cose da raccontare. A dire la verità non è solo, CAI MORBEGNO 51
Anno 1007 - Il larice del Ventina è sicuramente in vita Anno 1054 - Scisma d’oriente Anno 1096 - Prima crociata Anno 1454 - Invenzione della stampa a caratteri mobili Anno 1492 - Scoperta dell’America Anno 1571 - Battaglia di Lepanto Anno 1789 - Rivoluzione francese Anno 1815 - Eruzione vulcano Tambora Anno 1861 - Unità d’Italia Anno 1969 - Primo allunaggio
2,5 2,0 1,5 1,0 0,5 0,0
Anno 52 CAI MORBEGNO
2000
1900
1800
1700
1600
1500
1400
1300
1200
1100
1000
900
Anno 2015
800
Ampiezza anelli (mm)
Anno 1527 - Sacco di Roma
insieme a lui ci sono molti altri alberi, per lo più larici e alcuni cembri, nessuno più vecchio di lui, alcuni saranno anche suoi figli, ma comunque sempre di età rispettabile! Ci sono inoltre anche molti suoi “fratelli”, tutti con un destino diverso, colpiti da fulmini, valanghe e massi o schiantati dal vento, che somigliano quasi a dei fossili imbiancati all’accecante luce in quota. Anche loro però, quando presentano anelli visibili, possono essere ancora in grado di unire la loro voce a quella del larice millenario. Da alcuni anni i ricercatori delle
Università di Padova, Pavia e Torino stanno studiando questo manipolo di alberi per trascrivere quello che ci raccontano. Molto materiale è stato raccolto e ci vorranno ancora anni di lavoro meticoloso e paziente. Un po’ come restaurare e decifrare un antico papiro egizio. Ad ogni modo alcuni traguardi importanti sono stati già raggiunti e il grafico qui sotto già ci può dire molto. Misurando gli anelli ad alcuni alberi della comunità del larice millenario si possono notare anni positivi, in cui le
piante sono riuscite formare anelli ampi, e altri negativi, in cui gli anelli sono proprio molto stretti. Gli anelli stretti corrispondono ad annate particolarmente difficili, soprattutto ad estati con temperature più basse del solito, ma non solo. Ad esempio imponenti eruzioni vulcaniche (pallini rossi nel grafico ) anche molto distanti dall’Italia, possono influenzare il clima. L’enorme quantità di ceneri e gas vulcanici che vengono immessi nell’atmosfera in occasione di queste rare eruzioni esplosive sono in grado di abbassare per uno o CAI MORBEGNO 53
L'escursione al larice millenario
al
Dalla chiesetta di Chiareggio scendiamo al ponte sul Malleca è di quelle da portare a casa come ricordo. Tralasciata la ro. Al di là del torrente imbocchiamo l’agevole e ampia mupista che, a sinistra, conduce alle vie di arrampicata per le lattiera che con moderata pendenza ci conduce in un’ora quali il torrione è famoso e alla nuova “ferrata”, proseguiadi cammino alla verdeggiante Alpe Ventina dove possiamo mo verso sud entrando in una valletta appartata che prelutrovare ospitalità presso i due accoglienti rifugi: il Gerli, al de a un rado bosco di larici, cembri e mughi distribuiti su un margine settentrionale del pianoro, e il Ventina, poco più terreno più agevole. L’incontro con alcuni tronchi al suolo, avanti. Di fronte a noi la valle del ghiacciaio del Ventina la morti da anni, scorticati e ingrigiti dal tempo, che mostrano cui fronte è raggiungibile lungo il sentiero glaciologico “Vitnei nodi e nella rugosità tutta la loro vecchiezza ci dice che torio Sella”. Siamo a quota 1965 m s.l.m. stiamo entrando in una zona speciale. Poco oltre il rifugio Gerli, in corrispondenza della cappella Ed è infatti qui, a quota 2160 m s.l.m., che incontriamo poco dedicata ai caduti in montagna, una traccia ben segnalata sotto il sentiero, sulla destra salendo, il “grande vecchio”. si stacca sulla sinistra del sentiero e si inerpica con ripidi Non è imponente come ci si aspetterebbe, probabilmente e frequenti tornanti nell’intrico di pini mughi che bordano a causa di un terreno poco generoso, ed è anche un po’ il lato meridionale della tormentata e scoscesa ganda alla spelacchiato, perché, come si dice, deve averne passate base delle strutture rocciose del Torrione Portante, ma è ancora in buona salute. Ecco, vederlo ergersi ro. Quando, fuori dalla vegetazione, il pendio fra i suoi consimili più giovani, alcuni dei quali anch’essi ne Escursio nario si fa più dolce, ci attende la traversata di una carichi di anni e di storia, una certa emozione la suscita. Il ille caotica fascia di rossastri blocchi di serpenluogo, poi, selvaggio e solitario, associato alla compagnia di Larice M tinite sui quali muoversi con prudenti passi questi monumenti vegetali non può che invitare a riflettere : o ll Dislive ggio da equilibristi. L’ambiente è aspro e suggesulla natura delle cose, sulla vita e sul tempo che corre: una re ia h C a 660 m d stivo allo stesso tempo e la vista panoramibella esperienza. 2160 m) a 0 0 6 1 (da : à Dif ficolt E anche se quasi mai vengono riscaldamento globale e nz a : i percorr portati a morte, il loro causato verosimilmente Tempo d 1,30 ore accrescimento ne risente. dalle attività umane. Salta
due anni le temperature dell’intero pianeta come avvenne nel 1816, a livello storico ricordato in Europa come “l’anno senza estate”, a seguito dell’eruzione del vulcano Tambora, situato nella lontana Indonesia, avvenuta nell’aprile del 1815. Altri anelli molto stretti non hanno però nulla di climatico ma sono causati da una piccola e anonima farfallina, la tortrice grigia che, allo stadio di bruco, si ciba delle foglioline dei larici (pallini verdi ). In alcune annate il numero dei bruchi è così elevato da spogliare completamente gli alberi dando loro un aspetto invernale anche in piena estate. Negli anni di pullulazione i larici senza più foglie non riescono a condurre una normale fotosintesi e, 54 CAI MORBEGNO
Cambiamo ancora tipo di informazione. Se diamo uno sguardo d’insieme a tutta la serie di accrescimenti dall’800 ad oggi noteremo una tendenza generale discendente appena percettibile di diminuzione delle ampiezze anulari, indicata dalla retta di colore nero. Questa tendenza è legata ai cambiamenti climatici a scala temporale molto ampia, dovuti alle modificazioni a livello astronomico dell’orbita della Terra e dell’attività solare. Infatti, teoricamente il nostro pianeta si starebbe inoltrando verso una nuova era glaciale, nulla di preoccupante anche perché ci vorranno ancora, sempre che si realizzi, molte migliaia di anni. Oggi invece ci troviamo a discutere della situazione opposta, e cioè del
effettivamente all’occhio come negli ultimi decenni ci sia stata un’impennata degli accrescimenti nei nostri larici e come, proprio gli ultimi anni, nonostante l’età vetusta, questi riescano a crescere come mai prima d’ora. Le temperature sempre più elevate possono essere un problema di carattere generale, pensiamo solo alle estati infuocate nelle nostre città; ma quando ti trovi a vivere a quote molto elevate avere estati più miti e prolungate può essere anche positivo.
A fianco: itinerario di salita al sito del larice millenario e tabella dei dati e posizione dei alberi.
Torrione Porro
Lago Pirola
Bocchel del Can
Rifugio Gerli-Porro Torrione Porro
Rifugio Gerli
95
1958
99
80 V a
91
72 90
l
3 93 98 2 97 94 85 96
46
l
e
2100
52
0
e
V a l
205
d
00
l M
34
112
6 220
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7
121
0
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116
e
122
117
o s c F o r a
Rifugio Ventina
t
t
125
o
Alpe 2010
2083
61
la Corte
2000
1583
1796
1638 1874 Cian Lazzer
2033 A. Vazzeda sup.
Lup Pian del 1640
Rif.Del Grande Camerini
Forbesina
Rif. Tartaglione-Crispo
M.Mottuccio 2522
1593
A. Pirolina 1796
1656
2357
2561
Lago Pirola
s
Torrione Porro
i
Rif. Gerli
A. Ventina
A. Zocca 2198
S
2529
e
2031
l
1986
2588
2354
l
o
a A. Sentieri
s
M. Senevedo
2096 A. Pirola
e
n
1498
Senevedo inf. 1506
1775 A. Zocche
o
V 1960
2648
Rif. Ventina
l
Bocchel del Cane
2361
V
2803
2308
n
2563
2551
P.ta Rosalba
e
V
1612
1710
2290 A. Sissone
a
Chiareggio
1800 1700
1832 A. Vazzeda inf.
Bocc. di Lagazzuolo t
2648
2787
i C.ma del Duca
n
2698
NUMERO
SPECIE
STATUS
LD1000 2 3 6 7 34 45 46 52 72 80 85 89 90 91 93 94 95 96 97 98 99 112 116 117 121 122 124 125 61
Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Larice Cembro Cembro Larice Larice Cembro Cembro Cembro
Vivo Morto Morto Morto Morto Morto Morto Morto Morto Morto Morto Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Vivo Morto Morto Morto Morto
124
LD1000
2150
Cembro vivo Cembro morto
89
45 20
Larice vivo Larice morto
Lago Pirola
2435
2953
PRIMO ANELLO 1007 1552 1285 778 975 851 1190 1206 1313 1048 1275 1618 1567 1463 1554 1654 1569 1669 1532 1522 1566 1516 1310 1806 1682 1542 1019 1309 974 923
ULTIMO ANELLI ANELLO 2015 1008 1826 275 1916 632 999 222 1641 657 1521 617 1520 331 1358 153 1657 345 1567 520 1665 209 2015 398 2015 449 2015 553 2015 462 2015 362 2015 447 2015 347 2015 484 2015 494 2014 449 2015 500 2015 706 2014 209 2014 333 2015 474 1736 718 1610 302 1273 300 1357 435
2626
a
2781
a
M. Braccia
2932
3010 2236
2909
2922
2827 2787
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Le mucche affamate!
Salendo alla Motta di Olano, circa a metà, un gruppo di abeti faceva da guardia ad una baita. D'inverno, carichi di neve, trasformavano il luogo in un angolo incantato. Li hanno tagliati! E sapete perchè? A precisa domanda: "perchè tagliate questi abeti?", gli addetti al taglio, un po' sorpresi, rispondevano "ma perchè sotto non cresce l'erba! Le mucche cosa mangiano?" A parte il fatto che ultimamente, volendo abbondare, i capi di bestiame sono ridotti ad una cinquantina su un alpeggio che, un tempo, ospitava oltre 100 capi, si è comunque subito trovato il modo di riportare la situazione in parità, diserbando quanto si poteva, nel tracciamento di una nuova strada.
56 CAI MORBEGNO
Piccola Yosemite?
La chiamano “Piccola Yosemite”, la Val di Mello. In effetti, una piccola somiglianza esiste. L’area protetta (?), la valle di formazione glaciale, i verdi prati, i boschi da cui si innalzano le pareti di granito. Forse però la somiglianza si ferma qui! E si, perchè siamo proprio sicuri che, dovendo superare un minuscolo torrente perennemente secco (ma poi era necessario un ponte visto che da sempre lo si è superato senza?) nello Yosemite National Park avrebbero fatto ciò che hanno fatto nella “Piccola Yosemite”? Crediamo di no. Ci chiediamo poi che sensibilità, che rispetto per la natura, che senso del bello possa avere il progettista di quest’opera. Ma ci sarà il progettista? O non sarà solo il pacherista?
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TRONA L'ULTIMO CASARO di Alessandro Caligari
Ogni anno al 2 di novembre, giorno dei morti, e all'11 dello stesso mese, cioè a San Martino, alla popolazione di Gerola viene distribuito pane e formaggio e quindi sale. L'usanza deriva da un antico testamento, il lascito di Pietro de' Mazzi, detto il Bedolino. Personaggio locale, a seguito di guai con la giustizia lascia in modo roccambolesco Gerola per rifugiarsi a Verona. Nel 1545 nel suo testamento lascia la metà del monte Trona, quella più soleggiata, alla comunità di Gerola, con una particolare condizione e cioè che "i consoli e gli amministratori di detto Comune di Gerola, in perpetuo, siano tenuti a convertire il provento di tale monte in tante equivalenti quantità di pane e sale da distribuire a tutti gli uomini di qualunque condizione di detto Comune di Gerola, ogni anno egualmente in tutte le famiglie di detto Comune secondo la consuetudine di detto luogo. Il Comune faccia inoltre celebrare nella cappella del testatore nella chiesa di San Bartolomeo, per la salvezza della sua anima e a perpetua memoria, sei messe ogni anno ..."
58 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 59
Pertanto il Comune è divenuto proprietario dell'alpeggio di Trona Soliva, che affitta a privati per la stagione della monticazione. Da tantissimi anni l'area è affidata alla famiglia di Mosè Manni, che da decenni "carica" l'alpeggio. Mosè, che ha superato gli ottant'anni (è del 1933), sembra finto talmente incarna l'immagine stereotipata dell'alpeggiatore: aspetto burbero, barba bianca e lunga, cappellaccio di feltro e camicia a quadri. Le immagini che circolano lo ritraggono sempre accanto alle sue bestie, oppure con una forma di Bitto, o vicino ad una caldera intento a fare il formaggio. Da un po' di tempo, a causa dell'età, non sale più verso la sua Trona. Nel 2012 ho portato per qualche giorno i miei figli in alpeggio, per fargli vivere da vicino quest'esperienza, e lui già non 60 CAI MORBEGNO
saliva più ai pascoli. Al suo posto i figli ed i nipoti, con una passione altrettanto viva, portavano avanti l'attività. Poco tempo fa però la famiglia ha comunicato che, per diverse ragioni, ha disdettato il contratto d'affitto. Al di là dei problemi con il lascito del Bedolino, che mettono a rischio la distribuzione di pane, formaggio e sale, la questione è che un'altra famiglia "storica" rinuncia a "cargà munt", al portare avanti la storica monticazione tradizionale nelle valli del Bitto. Alcuni anni fa Mosè è stato insignito del premio alla "Resistenza Casearia" indetto da Slow Food, quale rappresentante dei casari che "resistono mantenendo vivi patrimoni irrecuperabili di conoscenza, di saper fare, di paesaggi, di rapporto con gli animali". Il rischio è che
con la scomparsa di queste figure si perdano anche tutti questi saperi e tradizioni. La monticazione è un'attività complessa, fatta di gesti, strumenti, consuetudini che arrivano da lontanissimo. Si svolge su un’area disposta altimetricamente tra i 1500 ed i 2000 . Nell’alpeggio i pastori trascorrono circa 90 giorni, a partire dalla metà di giugno. Dopo la sosta nel maggengo, tappa intermedia nella salita all'alpeggio, in cui le bestie si riabituano alla vita all'aperto dopo mesi trascorsi nelle stalle, inizia la
monticazione vera e propria; bestie e persone, con tutto l'occorrente per la casearia, salgono all'alpeggio (cargà mùnt) dove la vita è tutt'altro che stanziale. Alle bestie viene assegnata una zona circoscritta in cui brucare; Questa perimetrazione costituisce una "scena", cioè una porzione di pascolo adatto per alimentare una mandria (malga) per un determinato periodo. I pastori vivono e lavorano nel calecc, ovvero un riparo estremamente spartano ed essenziale. é costituito da un rettangolo in pietra a secco,
alto poco più di un metro, di dimensioni attorno ai 4 x 5 m, per un'altezza che supera di poco il metro. Sulla parte anteriore un accesso chiuso da un piccolo cancello in legno è l'unica apertura. Due pali in legno reggono un colmo sopra cui è steso un grande telo, una volta in lana e canapa, oggi in plastica impermeabile, che fa da copertura. Dentro vive il pastore, che dorme su materassi di foglie (paier), ora sostituiti da pragmatici sacchi a pelo. Completa l'arredo una cassapanca (scrign) che fa da dispensa e magazzino. Fulcro
Sopra, a sinistra: un momento della distribuzione del formaggio e il pane del lascito Bedolino Al centro: al pascolo a Trona soliva A destra: mungitura Nelle pagine precedenti: un ritratto di Mosè Manni e l'alpeggio di Trona soliva Nelle pagine seguenti: trasporto a spalla, per mezzo di gerle, delle forme di formaggio lavorate nel calecc verso la casera.
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del calecc è il focolare, spesso di forma circolare su cui viene posto un grande calderone (culdera) per la produzione del formaggio. Si tratta di un grosso paiolo in rame, che arriva a pesare anche 70 kg, e che viene sostenuto da una sorta di paranco girevole in legno, detto masna. Vi è poi una serie di attrezzi per la caseificazione, come lo spin, un lungo bastone terminante con delle lame metalliche, usato per rompere la cagliata, la cabrera, un telaio in legno che viene posto sulla caldera per sostenere il grosso colino (cuul), lo spresùn, un tavolato in legno su cui viene posto e pigiato il formaggio e la ricotta (mascherpa), dotato di canaline di scolo per raccogliere il siero che sgocciola dai garoch, recipienti forati, ora per lo più in plastica, in cui viene appunto messa la ricotta. Vi sono poi le fasere, ovvero una sorta di cinture circolari in legno di larice dal diametro di circa 50 cm, dentro cui viene posto il formaggio appena estratto dalla caldera, pronto per la stagionatura, e tanti altri piccoli utensili per la vita quotidiana. A volte, oltre al calecc, c'è il baitel, una piccola costruzione in pietra a secco, utilizzato quando in alpeggio salivano molte persone, e che ospitava altri pastori o il cascin, un giovanissimo apprendista che aiuta il pastore. L'alpeggio è dotato di diversi calecc, mediamente dai 10 ai 15, ma a volte anche di più, in cui ci si ferma pochi giorni, da due a sette, a seconda della conformazione del terreno, della disponibilità di foraggio e della pericolosità del posto 62 CAI MORBEGNO
(esposizione ai fulmini o alla caduta di sassi, persenza di dirupi). L'uso del calecc è dovuto alla necessità di stare sempre a stretto contatto con il bestiame e con il latte prodotto, che non si deve raffreddare; in questo modo gli animali non si devono spostare né affaticare, producendo quindi un latte "più ricco", che viene lavorato direttamente sul posto e quindi più fresco e non sbattuto. Nell'alpeggio il bestiame è costituito da vacche da latte (tradizionalmente razza bruno-alpina) e da capre (capra orobica). Mentre i bovini sono costantemente custoditi dai pastori, le capre vengono lasciate allo stato brado e generalmente salgono alle quote più alte dell'alpeggio, dove devono però essere raggiunte per la mungitura; il Bitto, il tipico formaggio della zona, è infatti prodotto con latte bovino addizionato con una certa quantità di caprino. Il formaggio prodotto viene posto nella casera (da caseus, in latino “formaggio”), uno dei pochi edifici dell'alpeggio che possa avere questo nome a pieno titolo. Si tratta di un fabbricato in pietra legata con malta, perchè deve essere una struttura il più possibile isolata sia dalle escursioni igrotermiche sia dalle incursioni dei piccoli animali che ne possono predare il contenuto. Generalmente è strutturato su due piani; al piano terra, seminterrato e quindi più umido, vengono poste le forme di formaggio, mentre il piano di sopra, adeguatamente ventilato, ospita le ricotte. Spesso, oltre ai calecc, ci sono anche delle baite abitative, in cui una volta risiedeva la maggior parte delle
persone presenti nell’alpeggio. In genere gli alpeggi erano gestiti da consorzi che raccoglievano il bestiame di più famiglie. Solitamente ogni famiglia aveva pochi capi, non più di 4 o 5, mentre una “malga” d’alpeggio era costituita da 50/70 capi da latte oltre a manze e vitelli; il personale, composto anche 8/10 persone tra adulti e bambini, poteva provenire dalle stesse famiglie proprietarie come anche da altre. In Val Gerola fino a pochi anni fa erano caricati, in modo tradizionale, tredici alpeggi: Olano, Culino, Combanina,
Combana, Stavello, ValVedrano, Trona Soliva, Trona Vaga, Tronella, Pescegallo foppe, Pescegallo lago, Bomino solivo e vago, Dosso Cavallo. In questi ultimi anni, pian piano gli alpeggi vengono abbandonati, o per lo meno non vengono più caricati in modo tradizionale: a volte in alpe vengono fatte salire solo bestie da carne (magari solo per poter accedere a finanziamenti erogati verso chi porta le bestie al pascolo), oppure mucche con i vitelli da allattare, in modo che non debbano venir munte e quindi neppure accudite in modo sistematico. Anche le
strade silvo-pastorali, che ora hanno raggiunto quasi tutti i pascoli, non si sono rivelate quella panacea contro l'abbandono degli alpeggi che molti sostenevano potessero essere. A questo si uniscono lotte puramente commerciali (con risultati paradossali, almeno per chi le osserva da fuori) sullo sfruttamento del nome del formaggio che portano a divisioni anzichè ad unioni di intenti e di forze. Le prospettive non sono rosee, non tanto per l'ottenimento di un formaggio più o meno buono (probabilmente un bravo casaro-chimico riuscirà
comunque a darci un prodotto molto valido), quanto per la perdita di un patrimonio di cultura e tradizioni, che si ripercuoterà anche sul paesaggio. E così anche il suono delle bronze nei pascoli estivi, il sapore nel latte appena munto o della ricotta ancora calda andranno ad arricchire il già capiente archivio delle cose che non tornano. D'altro canto dove li troviamo altri Mosè?
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Il corso di scialpinismo del CAI Morbegno
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L'É STA
BELISIM
Scoprire la montagna Conoscere belle persone di Alessandra, Cristina e Simona
Arriva un momento in cui ti fermi un instante. Ti guardi intorno, e capisci che è ora di cambiare, rinnovare la tua attitudine verso la montagna. Vedi le cime che ti circondano con occhi diversi, mai prima di oggi avevi pensato di raggiungerle in inverno senza l’ausilio degli impianti di risalita.
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L’idea inizia a balenarti in testa e, come spesso accade, il primo pensiero è ”Non sarò mai in grado!”. Cosa fare se non chiedere a delle amiche di sostenerti e accompagnarti in questa nuova avventura che ti sembra estrema? La proposta di intraprendere un corso di scialpinismo è nata così, per caso, osservando le montagne che ci circondano e quando, per la prima volta, ne ho parlato con quelle che diventeranno poi le mie compagne di avventura, la curiosità verso questa disciplina non ha stentato ad emergere, e la voglia di 68 CAI MORBEGNO
mettersi in gioco è stata fin da subito ai massimi livelli. La sfida ci sembrava ambiziosa, i dubbi tanti, ma l’entusiasmo e la curiosità verso questo sport ci ha accompagnato fin dalle nostre prime chiacchierate. Era necessario informarsi, non sapevamo davvero nulla sullo scialpinismo, non l’avevamo mai praticato prima e nutrivamo qualche dubbio sulle nostre effettive capacità. Quando, per la prima volta, abbiamo varcato la sede del CAI di Morbegno abbiamo avvertito negli occhi dei presenti un certo stupore. Come mai tre ragazze, pronte per la serata del venerdì sera,
volevano intraprendere un corso di scialpinismo? Non abbiamo mai veramente compreso il motivo dello stupore generato, ma, quando ai nostri dubbi i presenti in sede quella sera hanno risposto domandandoci se avevamo l’entusiasmo necessario per affrontare il corso, non abbiamo esitato nemmeno per un momento e abbiamo accettato la sfida! La neve si è fatta desiderare parecchio, ma ciò non ci ha impedito di raggiungere quella che passerà alla storia per essere stata la nostra prima vetta raggiunta con gli sci: il Munt de Sura. Uscita
tragicomica, partenza con sci in spalla, tra ghiaccio, crampi e voglia di non mollare! La nostra ultima preoccupazione nel salire era il tempo che passava, ma nonostante la nostra noncuranza abbiamo poi scoperto di aver ottenuto un primato: mai nessuno ci aveva messo tanto a raggiungere la vetta! Per quanto ne sappiamo noi..☺☺☺ In realtà, è stato il nostro primo successo scialpinistico: nonostante le difficoltà non abbiamo mollato! Di certo non è stato un esordio semplice, tra lastre di ghiaccio e scarsa neve, eravamo ben lontani dal concetto di polvere che ci avevano descritto. C’è
Le uscite con gli sci 17 gennaio Selezione Alpe Palù 27 gennaio Munt de Sura 14 febbraio Doss Tacher 21 febbraio Piz Belvair 20 marzo Piz Lagrev 3 aprile Pizzo Tambò 24 aprile Pizzo Melàsc
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da dire anche che la discesa è stata complicata. Pertanto ci si rende conto da subito che lo scialpinismo è uno sport che richiede una buona preparazione fisica, con approccio graduale e tenendo conto delle proprie capacità. Quindi il nostro motto è sempre stato “Chi va a piano va sano e va lontano” e comunque, ancor meglio “Obbiettivo di arrivare tutte intere alla macchina”. Per fortuna a febbraio la neve è arrivata e, all’indomani di un’abbondante nevicata, non c’era gita più sicura che tra i boschi della Val Tartano. Causa il nostro scarso allenamento e la neve pesante, anche al Dos Tacher abbiamo siglato un record: tempo impiegato nella discesa quasi pari a quello della salita! In questa occasione gli istruttori del CAI si sono distinti, oltre che per abilità e competenze, anche per una notevole dose di pazienza e sensibilità, senza le quali sarebbe stato davvero difficile ritrovare l’entusiasmo che avevamo ad inizio corso. Archiviato il Dos Tacher non potevamo far altro che mettere in atto il prezioso consiglio che ci era stato fornito: era necessario allenarsi per poterci godere al meglio le gite. Per fare ciò, l’aiuto dei giovani aspiranti istruttori del CAI è stato fondamentale. Con la loro comprensione, pazienza e capacità ci hanno introdotto nel mondo delle risalite notturne al Salmurano, che sono state un’ottima occasione non solo per allenarci, ma anche per gettare le basi per la creazione di un gruppo di giovani che condivide la passione per la montagna e il piacere di stare insieme. Grazie all’allenamento e alla 70 CAI MORBEGNO
nostra maggiore dimestichezza con questo sport i risultati non si sono fatti attendere. La risalita al Belvair, al Lagrev e all’ anticima del Tambò sono state vere e proprie fonti di soddisfazione e appagamento dei nostri sensi. La fatica si è fatta meno sentire, il tempo è stato più clemente e finalmente abbiamo potuto toccare con mano e godere della famosa polvere. Di certo non siamo diventate improvvisamente delle schegge...qualche istruttore un po’ di freddo l’ha sofferto a causa del nostro passo lento, ma con i nostri sorrisi, simpatia e autoironia abbiamo sempre cercato di riscaldare l’atmosfera del corso e delle risalite. Peccato che non ci sia stata la tanto attesa gita dei due giorni, sostituita da una vera e propria “ravanata orobica”, altra espressione tanto sentita, ma di cui mai avevamo colto appieno il significato, prima della risalita al Mellasc. Messe alla prova fino all’ultimo, ma ripagate dall’abbraccio degli istruttori in vetta, cordiali e di compagnia come sempre, con i quali abbiamo condiviso dalla cima il superbo panorama. Tra risate, cadute, gopro e “ravanate” si è concluso il nostro corso di scialpinismo, corso che ci ha indubbiamente fornito le basi necessarie per affrontare questo sport affascinante e impegnativo, ma in grado di regalare forti emozioni. Non possiamo che ringraziare con tutto il cuore chi, a vario titolo ci ha affiancato durante questa avventura e dire: l’è sta belisim! “La montagna ci offre la cornice... ma tocca a noi raccontare la storia che va con essa”
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REGOLARITÀ Primi classificati Vittoria Cantoni Giovanni Rovedatti
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VELOCITA SALITA Primi classificati Alessandro Martinelli Andrea Mazzoni
GARA DI DISCESA Primi classificati Cesare De Donati Flavio Colli
IL RALLYNO DELLA
ROSETTA
6 marzo 2016 è andata in scena la 28° edizione del Rallyno della Rosetta, che rappresenta ormai l’appuntamento di fine inverno del CAI Morbegno. E’ una manifestazione di sci alpinismo che non richiede particolari doti né sciistiche né alpinistiche, perché si svolge sul terreno facile di un’alpe e la sua caratteristica è quella di valorizzare e di premiare la
regolarità della progressione in salita, non importa con quale velocità. Quindi vi possono partecipare coppie di giovani e di adulti senza limiti di età: tutti hanno la stessa probabilità di aggiudicarsi il 1° premio. Al Rallyno della Rosetta c’è posto anche per chi predilige la prestazione agonistica e il confronto con il cronometro, perché è prevista
una classifica speciale per le coppie che percorrono lo stesso tracciato di gara nel minor tempo possibile. Una terza classifica viene stilata, poi, per la prova di discesa, dove ognuno ha la possibiltà di mostrare la propria bravura nel sapersi districare fra i pali di una pista sommariamente battuta, come una volta, su un muro che non ha nulla
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da invidiare a quello di Adelboden. Così la domenica mattina una settantina di persone ha appiccicato il numero adesivo sulle braghe da sci ed imboccato la traccia delimitata dalla bandierine gialle, alla volta della cima. Come sempre “quelli veloci” sono partiti con i numeri bassi, per non avere concorrenti davanti che li obblighino a dispendiosi sorpassi, mentre gli altri salgono tranquilli e chiacchieranti, quasi fosse una gita e non una competizione. In realtà, essendo una gara di regolarità, molti tengono tempi e fanno calcoli, più o meno velleitari, che però verranno 74 CAI MORBEGNO
puntualmente frustrati dalla classifica finale. Altri si fidano del proprio metronomo interno, e salgono semplicemente cadenzando il passo al tempo della fatica. I primi impiegano poco più di mezz'ora, gli ultimi un'ora tonda in più, ma come detto questo non significa nulla, se non per la gara di velocità, forse quella meno sentita dai più. Arrivati in cima si riprende fiato, si beve un po' di the quindi si scende verso il cancelletto di partenza della prova di discesa, sul muro finale che porta al bar Bianco. Dall'alto si cerca di interpretare la pista, battuta alla meglio, più per non farsi male che
per fare un bel tempo. Poi il cronometrista ti da il via e ti butti giù, in un minuto di mal di gambe. Arrivati finalmente tutti al traguardo (cosa per alcuni né semplice né veloce) si può andare a mangiare. Quindi arriva l'atteso momento della premiazione e la conseguente lettura della lotteria finale. Premi per molti, una bella maglietta tecnica per tutti, poi ci si carica le bandierine e le “porte” in spalla e si scende a valle. Per la cronaca la regolarità è stata vinta dalla coppia Cantoni-Rovedatti, la salita da Martinelli-Mazzoni e la discesa da Colli-DeDonati. CAI MORBEGNO 75
PUNTA PENÌA Con gli sci sulla regina delle dolomiti di Marco Mazzolini
Sabato 2 aprile 2016 una delegazione di 34 scialpinisti parte in mattinata, con il pullman, per partecipare alla gita sociale del CAI Sezione di Morbegno con obbiettivo Punta Penia(3342m), la vetta più alta della Marmolada, considerata la “regina delle Dolomiti”. Il viaggio è lunghissimo ma 76 CAI MORBEGNO
la compagnia piacevole ce lo fa sembrare molto più breve. Attorno a Mezzogiorno arriviamo a Malga Ciapela (1446m). Qui pranziamo, ci cambiamo e prendiamo la cabinovia, che in due tronchi ci porta a Punta Rocca(3269m). La salita è stata bellissima per la suggestiva visione della “Parete d’Argento”, il verticale versante Sud-Ovest della
Marmolada che ha vie lunghe fino a 30 tiri, con difficoltà elevate. Su questo solidissimo calcare si cimentarono, fin dalla seconda metà del secolo scorso, i più forti alpinisti. All’arrivo approfittiamo della necessità di acclimatarci per godere del magnifico panorama e per scattare qualche foto. A questo punto percorriamo a piedi i pochi metri che ci separano dalla cima vera e propria e
ci prepariamo per la discesa. Lasciamo subito le piste e ci immettiamo in un ripido pendio che ci porta verso Pian Dei Fiacconi (2633m). La neve è molto dura ma nel complesso sciabile. Scendiamo alternativamente in pista e in fuori pista, con neve che diventa mano mano “marcia” ma bella. All’arrivo al Lago di Fedaia (2053m) alcuni si fanno tentare da una risalita con un’obsoleta bidonvia, per poter ripercorrere gli ultimi metri di discesa dal Pian Dei Fiacconi. CAI MORBEGNO 77
Giunti al Rifugio Dolomia, che ha più l’aspetto di un albergo, prendiamo le stanze e ci facciamo una doccia. Prima di cena abbiamo tempo per una breve passeggiata sulla diga. Domenica 3 aprile ci svegliamo di buon’ora. Alle 7:00, dopo una rapida colazione, abbiamo già gli sci ai piedi. L’aria è frizzante, ma il cielo è coperto. Inizialmente risaliamo le piste, ma prima del Pian Dei Fiacconi svoltiamo a destra, in un canalino con neve molto dura, che obbliga alcuni di noi a calzare i rampanti. Risalito il canale facciamo un lungo diagonale verso destra e alla termine ci immettiamo nel 78 CAI MORBEGNO
grande canalone, la parte più difficile della salita. La neve rimane dura, cosicché ora tutti abbiamo i rampanti ai piedi. Salendo il canalino si fa sempre più stretto e ripido, con pendenze che superano i 40°. Il passaggio più arduo è alla fine del canalino dove, con ramponi ai piedi e sci in spalla, dobbiamo affrontare un breve tratto con roccette e fondo ghiacciato. Il passaggio viene superato egregiamente da parte di tutti, dopo di che facciamo una pausa al passo, poco sopra Forcella Marmolada per rimettere gli sci e dissetarci. Ora la progressione è più semplice: si
tratta di una larga spalla con pendenze moderate. Il cielo sopra di noi, con le nuvole che in precedenza sembrava si stessero aprendo, appare ora completamente coperto. Il vento inizia a farsi forte. In seguito ci troviamo su un pendio con pendenze sempre modeste che ci porta alla vetta (3342m), che raggiungiamo attorno alle 12:30. In cima c’è la Capanna Penìa e pochi metri più a sinistra, ad indicare esattamente il punto più alto, una grande croce di metallo. Ora il vento è decisamente forte, ed il cielo nuvoloso. Scattiamo qualche foto di gruppo e al paesaggio, che
appare veramente suggestivo: molto diverso da quelli a cui siamo abituati, con qualcosa di lunare, per la fioca luce su una roccia così particolare come la dolomia. La discesa è molto lunga e divertente con neve molto dura nella parte alta, ma che si ammorbidisce via via che si scende. I primi pendii sono poco difficoltosi, così arriviamo abbastanza velocemente fino al passo. Più in basso rallentiamo leggermente per un “passaggio obbligato” fra le roccette; superatolo ci ritroviamo nel tratto più ripido del canalone, che affrontiamo con attenzione ma anche con soddisfazione.
In fondo al canalone scegliamo saggiamente di ritornare dalla stessa via della salita ed evitare il passaggio in uno stretto e suggestivo canyon, che però avrebbe potuto essere poco innevato. Ci fermiamo al Rifugio Pian dei Fiacconi per rifocillarci, dissetarci e parlare della giornata. Dopo qualche birra scendiamo sciando su pista per terminare la discesa. Qualcuno, forse per aver la scusa per risalire e ripercorrere gli ultimi metri o semplicemente per qualche birra di troppo, ha anche lasciato lo zaino al rifugio. Infine ritorniamo all’Hotel per
riprendere i nostri bagagli, salire sul pullman e ritornare a casa. Nonostante il fatto che le condizioni della neve e quelle metereologiche non siano state ottimali, é stata comunque una gita stupenda, per il paesaggio incantato che avevamo attorno, per la difficoltà dell’itinerario, che alcuni dei membri del gruppo non avevano mai affrontato, ma che hanno superato bene, per il gruppo, che si è cementato quando ha incontrato queste difficoltà. Per tutto questo mi sento di ringraziare, a nome di tutti, gli organizzatori, i mitici Marco Poncetta e Enzo Bavo. CAI MORBEGNO 79
IN MINIERA di Alessandro Caligari
Il lungo serpentone umano arranca per le rampe della corta ma ripida salita che, partendo dal piccolo museo, sale fino all'imbocco della miniera. Pochissimi sono già entrati in un ambiente simile, ma, dopo tanti anni di film e fumetti western, ognuno sa già cosa aspettarsi. E così, quando ci si trova davanti al tunnel d'ingresso fornito di rotaie e relativo trenino, travi e pilastri in legno che reggono il soffitto di un basso corridoio rettangolare, molti hanno una sensazione di dejàvù. Appena entrati, messo il piede nella prima pozzanghera che incontriamo, capiamo subito perché la miniera si chiama così: Bagnada. Altra cosa che capiamo subito è che il suggerimento di coprirci contro il freddo è stato quanto 80 CAI MORBEGNO
mai opportuno: all'interno ci sono 6-7 °C che, seppure in una giornata di inizio giugno non caldissima, sembrano molto pochi. Così il primo drappello di un contingente di più di cinquanta persone, bardato di tutto punto e con tanto di casco in testa, entra nella miniera. E’ domenica 11 giugno, e, con un ritardo di una settimana causa frana sulla strada, effettuiamo quest’escursione un po’ anomala al museo minerario della Bagnada. La miniera è un sito estrattivo in cui veniva cavato il talco. Il giacimento fu scoperto verso la fine degli anni ’20 dalla Società Anonima cave di Amianto (in seguito Mineraria Valtellinese) dell’Ing. Grazzani di Milano, all'interno di una zona riservata alla ricerca di
amianto. La prima concessione di sfruttamento temporaneo, fu rilasciata dal Distretto Minerario di Milano nel 1936. La miniera venne sfruttata per oltre cinquant’anni, fino al 1987, anno in cui fu decisa la chiusura per esaurimento del giacimento. Cessata l’attività produttiva l’area è stata musealizzata con un duplice obiettivo: da un lato riportare alla memoria delle comunità locali una realtà passata che ha contribuito a caratterizzare l’identità della Val Malenco e della sua gente, rafforzando il senso di appartenenza alla valle e di distinzione rispetto al processo di globalizzazione in atto oggi; in secondo luogo, far conoscere al turista le peculiarità di questa memoria storica relativa ad alcuni aspetti della vita economica, sociale e territoriale della valle. Torniamo alla visita. Dopo il primo basso corridoio la galleria si alza un poco, permettendo anche ai più alti di camminare tranquillamente eretti. Le spiegazioni di Pierangelo, la nostra guida, sono competenti e puntuali, permettendoci una visita interessante. Anche l'allestimento non è male: la miniera è illuminata bene, sia con lampade per guidare il visitatore nel percorso, sia con luci d'accento per creare una giusta atmosfera; scale comode permettono di cambiare livello di galleria e raggiungere spazi didattici dove sono riproposti macchinari, ambienti e lavorazioni tipici della miniera. Il tutto è aiutato da inaspettate proiezioni di filmati con ricostruzioni dei momenti topici della vita dei minatori. Percorriamo i
cunicoli in lungo ed in largo, raccogliamo gli ultimi pezzi di talco dell'ormai esausta miniera e dopo circa un'ora e mezza usciamo nuovamente all'aria aperta. Visitiamo il piccolo ma interessante museo minerario e mineralogico e al termine ci ricongiungiamo con l'altra metà del gruppo. Inizia quindi la seconda metà della giornata. Risaliamo sul pullman e scendiamo la strada fino al tornante precedente, per far rotta verso il vicino rifugio dell'Alpe Ponte. Il percorse è breve (una mezz'oretta) ma sufficientemente ripido per farci venir fame. Alcuni mangiano al sacco, altri, con soddisfazione, all'interno. Mentre quest'ultimi si attardano con i piaceri della tavola, gli altri esplorano l'intorno. Ci facciamo largo tra le magre mucche e ci portiamo sull'orlo dell'impressionante “ruinun”, un canalone franosoerosivo che pian piano si sta mangiando l'alpeggio ed i boschi circostanti, sostituendoli con pinnacoli di sabbia e detriti e spondoni ghiaiosi. Ci chiediamo quanto resisteranno ancora le baite, prima di essere inghiottite dal baratro e, per sicurezza, ci allontaniamo, tornando al rifugio. Il tempo instabile ci regala squarci di cielo azzurro alternandoli con rovesci d’acqua. All'ora della merenda, ci dividiamo ancora una volta in due gruppi: alcuni preferiscono scendere dalla strada dell'andata con l’autobus, altri, insoddisfatti per l'esiguo dislivello finora fatto, scelgono di scendere a piedi fino a Lanzada. Imboccato un sentiero reso insidioso dall’acqua, attraversato il campo gara di
un recentissimo e ripidissimo campionato nazionale di corsa in montagna, arriviamo al fondovalle. Una volta qui, mangiamo i famosi biscotti Sebastopoli (che c’entra la Crimea?) della pasticceria Gianoli, aspettiamo l'autobus dei pigri e ce ne torniamo a casa.
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il RESEGONE
Domenica mattina, 22 maggio, contrariamente alle nostre abitudini, anzichè dirigerci a Nord o salire di quota, abbiamo puntato le auto verso Ovest e siamo “scesi” a Lecco. Meta la stazione della funivia di Versasio, punto di partenza della decaduta stazione sciistica dei Piani d’Erna. Per ridurre il dislivello, che diversamente sarebbe stato un po’ impegnativo per un’escursione sezionale, saliamo il primo tatto con la funivia. Da qui un comodo sentiero ci raccorda con quello principale che sale diretto al Resegone. “Diretto” per modo di dire, perché in realtà dobbiamo aggirare tutto un grosso sperone roccioso nella Val Comera, raggiungere 82 CAI MORBEGNO
la Val Negra e risalirne il canalone finale. Il sentiero diventa subito più ripido e soprattutto con un fondo decisamente più accidentato, che fa subito una vittima: Francesca mette male un piede procurandosi una storta che la costringe a rinunciare alla cima. Ripartiamo raggiungendo un ambiente per noi un po’ inconsueto, quasi dolomitico, fatto di rocce calcaree che disegnano pinnacoli e creste aeree. Il nostro sentiero è comunque semplice e panoramico fino al canalone finale, dove la pendenza aumenta decisamente, richiedendo a volta l’uso delle mani per salire. Arriviamo così al rifugio Azzoni e da lì alla grande croce della Punta
Cermenati, a quota 1875 metri. La cima è molto panoramica ma anche molto frequentata, tanto che facciamo quasi fatica a fare una foto di gruppo. Avendo già deciso che non ci saremmo fermati a mangiare in vetta, cominciamo a scendere dal versante opposto, attraverso un sentiero che punta a Monterone, diretti al passo
del Giuff. Il primo tratto della pista è spoglio e sassoso, poi si infila in un bel bosco di faggi. Raggiungiamo una zona di sosta e ci fermiamo a mangiare. Enzo e Franca, dolorante al polso per una scivolata, decidono di rientrare prima, e così lasciano il gruppo. Terminato il pranzo e relativa (breve) siesta, si riparte, in
lieve salita verso il passo che ci permetterà di portarci nuovamente nel versante lecchese. Chiacchierando ci abbassiamo con il tranquillo sentiero boscato, fino a raggiungere nuovamente i piani d’Erna. Nessuno decide di prendere nuovamente la funivia, così scendiamo per un tracciato che ci porta prima al rifugio Stoppani e quindi al parcheggio. Una birretta ed un panino nel giardino del bar concludono una piacevole domenica CAI MORBEGNO 83
CIMA
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ZEBRÙ Domenica 3 luglio siamo riusciti a portare a termine l’escursione prevista nel contesto del Festival delle Alpi, che non avevamo effettuato per il tempo bizzarro dello scorso giugno. Con un gruppo di quasi trenta persone partiamo dal rifugio dei Forni per prendere la direzione del rifugio Pizzini, in Val Cedec. Chiacchierando sulla comoda stradina raggiungiamo la struttura, quasi senza accorgercene. Qui prendiamo una traccia, che a volte scompare nella neve, e puntiamo verso il Passo Zebrù Nord. Davanti a noi c’è l’elegante ed imponente mole del Gran Zebrù e tutta la cornice che porta al Cevedale. Raggiunto il passo, a 3005 metri, anche se la neve è più presente di quanto avevamo ipotizzato, decidiamo di proseguire verso la cima
Zebrù, che raggiungiamo senza particolari problemi. Da qui, i resti di una scala militare ci indirizzano verso il sottostante passo Sud. Man mano che proseguiamo i resti della 1° guerra mondiale si fanno sempre più evidenti: matasse di filo spinato, trincee, lattine arrugginite, suole di scarponi ci parlano della dura vita di persone di cent’anni fa, mandata a combattere su queste cime inospitali. Passiamo anche tra i resti di un piccolo villaggio militare, ora abitato solo dalle marmotte. Scendendo le rocce cominciano a lasciar posto all’erba. Mangiamo e poi incrociamo un sentierino panoramico, sopra quello che doveva essere il ciglio di una morena, che pian piano ci porta al punto di partenza. Una birra fresca conclude una bella giornata in alta valle.
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TRAVERSATA CHIAREGGIO-MALOJA
di Alessandro Caligari
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Il gruppo è numeroso, tanto che l'autobus è carico oltre la sua capienza. Giornata bellissima, temperatura ottimale. Meta: la traversata Chiareggio-Maloja passando dallo storico Passo del Muretto. Conosciuto fin dall’antichità per la sua quota relativamente bassa, il valico in passato è stato molto utilizzato perché si trovava sulla direttrice Sondrio-Coira. Famoso per essere stato attraversato dai
Lanzichenecchi, portatori della peste descritta nei Promessi Sposi, nella calata verso Mantova, è noto alla storia locale perché ha visto nel 1618 il clamoroso rapimento dell’arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca. Il sacerdote, prelevato dalla sua canonica da soldati svizzeri e portato a Coira e quindi a Thusis, verrà qui assassinato al termine di un processo improntato su fatti inerenti le tristi controversie
tra cattolici e protestanti. A ricordo di questo tragico evento, in tempi recenti è stato creato un sentiero, intitolato appunto al Rusca, che da Sondrio sale al Muretto. Noi abbiamo in programma di percorrerne il tratto finale, tralasciando la parte percorribile con automezzi. A Chiareggio il pulmann ci scarica, promettendo di riprenderci sul versante svizzero, al passo del Maloja. Saliamo per la mulattiera, resto della linea Cadorna, che si srotola a tornanti nel bosco, finché ne usciamo all'altezza dell'Alpe dell'Oro. Una piccola deviazione per il pascolo dell'alpeggio ci porta su un superbo terrazzo, affacciato sulla Nord del Disgrazia ed il suo tormentato ghiacciaio. Riprendiamo la mulattiera che, ormai allo scoperto, punta decisamente verso il Passo. Come è normale che sia, il gruppo, così numeroso ed eterogeneo, si sgrana man mano, tanto che al Muretto (m.2562) tra la testa e la coda del serpentone c'è mezz'ora di tempo. Al Passo fa freddo, ed in un amen dagli zaini spuntano maglie, piumini, guanti e berrette. Ricompattato il gruppo, rifocillati, scendiamo per il versante svizzero, nella valle del Forno. Fortunatamente non c'è neve, così corda e piccozza, portate per ogni evenienza, restano nel sacco. Il primo tratto è ripido e con un po' di sassi smossi, così scendiamo con prudenza. Mi volgo indietro e vedo che la fila è veramente lunga, tanto
che degli svizzeri che stanno salendo in senso opposto mi chiedono, sorridendo (ma non troppo viste le recentissime vicende turche), se in Italia c'è stato un colpo di stato. La discesa si stempera in una piana alluvionale e da lì, con un sentierino dal fondo un po' rognoso, si arriva a Plan Canin, a circa 2000 metri. I primi arrivati si fermano a mangiare, mentre la pancia del gruppo, non vedendoli, prosegue per il gettonatissimo lago del Cavloc. Risolto il piccolo disguido, il gruppo si ricompatta e si prende un attimo di riposo. Terminata la siesta, tutti indossano la maglia azzurra e bianca preparata per l'occasione e si mettono in posa per la
fotona generale. Ovviamente non passiamo inosservati e attiriamo non pochi sguardi incuriositi dal nostro look da colonia marina dell'Enel persa (da anni) sui monti engadinesi. Per tanti il lago del Cavloch non è una novità, ma ugualmente affascina molti, specialmente in una così bella giornata, per cui lo percorriamo quasi tutto e scendiamo dal sentierino della forcella. L'altra metà del gruppo, attratta invece dal bar della parte opposta, scende dalla strada carrabile. Ci ritroviamo tutti al passo dove, come promesso, ci raggiunge il pulmann che ci riporta soddisfatti a casa. CAI MORBEGNO 87
TUTTITRAVERSATA AL MARE PORTOFINO Le previsioni meteo non sono buone, anzi. Però, spinti da un insensato sesto senso, decidiamo comunque di partire. E' l'ultimo fine settimana estivo e, come da tradizione, abbiamo programmato un'uscita in Liguria, per effettuare la traversata da Portofino a Camogli. Superati gli Appennini liguri e arrivati alla periferia di Genova siamo presi dallo sconforto perché sta ancora piovendo; però, arrivati a Santa Margherita, veniamo premiati da un sole via via meno titubante che ci rassicura sull’esito dell’escursione. Rispetto alla stessa traversata fatta diversi anni fa, quando siamo partiti da Camogli, questa volta decidiamo di invertire il senso di marcia, soprattutto per permetterci di fare un bel bagno finale, cosa che non potremmo fare se arrivassimo nella lussuosa, ma priva di spiagge, Portofino. 88 CAI MORBEGNO
Prendiamo così una corriera che ci porta alla prestigiosa località di levante (gli autobus privati non sono ammessi) ed in poco tempo siamo pronti per camminare. La strada pedonale, lastricata nella mezzeria e acciottolata ai lati, marcata con due bolli e un quadrato rossi, si stacca a nord del porto. Il sentiero, anzi la scala, ci porta ben presto in quota, facendoci guadagnare orizzonte verso il mare. Il sentiero è adesso molto piacevole, alterna tratti nel bosco con altri allo scoperto, con improvvisi scorci verso le calette e le rocce del Promontorio che si tuffano nel blu intenso del mare sottostante creando uno spettacolo naturale inimitabile. A circa metà strada il sentiero cambia decisamente pendenza e inizia a scendere velocemente. Tra gli alberi cominciamo a scorgere una delle perle assolute della
CAMOGLI
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costa Ligure. Stiamo infatti scendendo verso la baia di san Fruttuoso, con la torre dei Doria, un pugno di case e l’abbazia benedettina di Capodimonte. Da sola questa meta meriterebbe il viaggio. Il mare è ancora agitato dal temporale passato da poche ore, ma l'acqua, seppure ancora un po' torbida, è già tornato ad un colore celeste intenso. Acceleriamo e ci avviciniamo alla spiaggetta che raggiungiamo appena oltrepassato l'antro voltato della rimessa delle barche. In un attimo siamo in acqua e fatte alcune bracciate possiamo volgerci indietro per guardare il torrione del convento, ora non più abitato e diventato presidio del FAI. Ci asciughiamo, mangiamo qualcosa e riprendiamo il sentiero, che in breve guadagna nuovamente quota. Si continua un po' su e 90 CAI MORBEGNO
giù, fino ad arrivare ai tratti più esposti della traversata: niente di preoccupante o difficile, ma comunque su roccia a picco sul mare. Per quelli un po' più titubanti, una serie di catene provvidenziali consente di superare con tranquillità questi passaggi. Il gruppo è piuttosto numeroso e col tempo si è sfilacciato. Prevedendo di non poter tenere tutti sotto controllo avevo raccomandato di fare attenzione ad un certo bivio e di non scendere a punta Chiappa. Puntualmente un gruppo di persone, arrivati al crocevia di cui sopra, opta per la strada in discesa, ritrovandosi ben presto sullo scoglio dal nome curioso, 300 metri più in basso rispetto al sentiero corretto. Fortunatamente l’ultimo battello dell’ultima giornata della stagione permette loro un comodo e veloce approdo
al porticciolo di Camogli. Il resto della truppa, raggiunta la località Batterie, un belvedere che deve il nome ai resti dei bunker della II Guerra Mondiale, abbandona la costa per inoltrarsi nella boscaglia con alcuni saliscendi, ai quali segue un falsopiano fino a località Fornelli, dove il sentiero avanza in maniera agevole tra terreni che si fanno più curati via via che ci si avvicina alle prime case. Attraversato il piccolo abitato di Mortola arriviamo al panoramico sagrato della Chiesa di San Rocco e da qui, con ripide e un po’ fastidiose scale e stradine, raggiungiamo Camogli. Altro bagno, focaccia, birretta e quindi risaliamo le pendenti strade del paese, fino a raggiungere il pullman che, in ossequio ai divieti di transito, ci aspetta paziente per il ritorno.
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INSULVALTARTANO SENTIERO ANDREA PANIGA Da diversi anni, l'uscita sul sentiero Andrea Paniga chiude la stagione escursionistica della nostra sezione. Il sentiero ricalca, per un lungo tratto che va all'incirca dalla val Lesina alla Val Tartano, il percorso della GVO, la Grande Via delle Orobie. Ogni anno ne seguiamo un segmento diverso e quest'anno tocca alla Val Tartano. In realtà abbiamo deciso di risalire la Val Corta, raggiungere l'alpeggio di Sona, valicare la bocchetta soprastante e quindi scendere in Val Budria; solo quest'ultimo tratto appartiene al sentiero Paniga, sufficiente però per “omologare” l'uscita. E' l'ultima domenica di ottobre e con le nostre auto scendiamo alla contrada Arale, passiamo accanto ad un grande rospo di 92 CAI MORBEGNO
legno e quindi raggiungiamo l'agglomerato di Barbera (m 1282), da dove cominciamo a camminare, passando a valle delle baite della contrada Céra Bèla. Seguiamo delle orme di rana dipinte sui sassi, che fanno da segnavia. Sono i segnali di un sentiero didattico, che porta ad un orto botanico, passando accanto a marmitte dei giganti (che qui chiamano culdere), ruscelli con ruote che attivano luci alimentate da dinamo, pannelli esplicativi ecc. Siamo nei pressi della contrada Sciucada quando lasciamo il percorso pedagogico per imboccare il sentiero che sale a Sona. La traccia è piuttosto ripida ed in breve accalda il gruppo, che fino a questo momento era bardato con pile e giacche.
Risaliamo il filo di un dosso, in un bosco di larici finchè raggiungiamo l'alpeggio e qui ricompattiamo la comitiva. Siamo in un ampio altipiano, a tratti acquitrinoso, a circa duemila metri di quota. Qui avremmo dovuto dividerci: chi avrebbe scelto il percorso meno impegnativo avrebbe continuato verso l'alpe di Lemma, per poi ridiscendere l'omonima valle; gli altri sarebbero saliti alla bocchetta (m 2202) per scavallare in Val di Budria. Invece il gruppo decide di restare compatto e di percorrere il sentiero più impegnativo. In realtà, a parte la notevole pendenza del tratto verso la bocchetta, di difficile non c'è nulla. La traccia è molto labile, per cui procediamo anarchicamente
a ventaglio, tanto il passo è più che evidente. Raggiunta la Val Budria prendiamo il sentiero che scende verso la casera del Lago, nei cui pressi ci fermiamo a mangiare. Dopo la sosta scendiamo ancora un po', fino a raggiungere Saroden, un ampio terrazzo di pascoli, con alcuni edifici ed un grande baitun. E' una struttura in grado di ospitare tutte le bestie presenti in alpe, che purtroppo presenta un paio di crolli preoccupanti, segno che l'alpeggio non è più custodito. Sicuramente in pochissimi anni, se nessuno porrà rimedio, della struttura non resterà che un cumulo di macerie, così come delle altre strutture dell'alpeggio. A questo punto intercettiamo il sentiero che scende dal passo
di Pedena e ci abbassiamo percorrendo una pista a tratti scalinata o lastricata, che permette di superare il salto roccioso e raggiungere il fondo valle, alla casera di Val Budria (m 1488), in un'ampia conca prativa. Ci muoviamo tra prati punteggiati da rade baite e arriviamo alla contrada Bagini e da lì nuovamente alla località Barbera, dove era iniziato il nostro giro. E' stata un'escursione piacevole, adatta al periodo, in parte su un sentiero che avevo già percorso un paio di volte durante altrettante edizioni del rally estivo di Tartano, prima che ne modificassero il tracciato, ma che la lingua sotto i piedi non mi aveva permesso di apprezzare fino in fondo.
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con la Scuola “Bombardieri - Martelli” della provincia di Sondrio
di Riccardo Marchini
Chi vede il bicchiere mezzo vuoto dice con disappunto: “Peccato, l’attività è stata compromessa dal brutto tempo”. Chi invece vede il bicchiere mezzo pieno non ha dubbi e afferma con soddisfatta certezza: “Beh, nonostante un po’ di maltempo la stagione è stata positiva”. Noi apparteniamo alla seconda categoria. E’ impensabile che un programma spalmato su 14 giornate non incappi in qualche inconveniente meteorologico. Inoltre la pratica della montagna è per eccellenza 94 CAI MORBEGNO
quella in cui il confronto con la mutabilità del tempo è parte stessa del suo essere. Perciò, lo ripetiamo. Alcune giornate uggiose e un po’ di pioggia non sono state sufficienti per guastare la stagione 2016 della Scuola di Alpinismo Giovanile della Provincia di Sondrio “Luigi Bombardieri e Nicola Martelli”, che è stata soddisfacente sia per quanto riguarda la scelta delle destinazioni e del contenuto formativo delle gite sia per la risposta da parte dei ragazzi che hanno partecipato sempre
con la fresca esuberanza della loro età. Nel corso delle nostre scorribande sulle montagne valtellinesi e non, abbiamo avuto l’occasione di affrontare numerosi argomenti con la finalità di approfondire la conoscenza della montagna nei suoi molteplici aspetti. Abbiamo iniziato in marzo con il tema dell’ambiente innevato. Con le ciaspole ai piedi, una pala nello zaino e tanta voglia di giocare, siamo saliti al lago Palù in Valmalenco sulle cui rive ricoperte da
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un’abbondante coltre di neve ci siamo ingegnati a costruire due bellissimi igloo. Proseguendo nel percorso ludico-didattico, non potevamo tralasciare una giornata dedicata alle tradizioni della nostra valle. Così, partendo da Castionetto, abbiamo risalito la Val Rogna per arrivare all’antico mulino ad acqua ristrutturato di recente nei pressi di Teglio per assistere alla macinatura del grano saraceno con il metodo di una volta e per imparare, mettendo letteralmente le mani in pasta, a fare i pizzoccheri. Pizzoccheri che poi abbiamo gustato seduti attorno a una bella tavolata. Anche le Piramidi di Terra di Postalesio sono state una meta d’obbligo: per spiegare i fenomeni geologici legati a queste curiose strutture e per dare sfogo all’estro creativo 96 CAI MORBEGNO
mediante l’illustrazione grafica delle leggende legate al territorio. La salita al Monte Barro in quel di Lecco, lungo la bella cresta dei Tre Corni, è stata invece l’occasione per parlare di flora alpina, mentre l’Anello della Scala dei Pizzi, all’ingresso della Valmalenco, ha permesso di affrontare il tema della sentieristica di montagna, oltre a ricordare la figura di Nicola Martelli, il nostro indimenticabile Accompagnatore di AG, cui l’Anello è dedicato. Il programma primaverile ha avuto il suo epilogo nella partecipazione al Raduno Regionale AG a Montorfano in provincia di Brescia. Non sono bastati un temporale e un po’ d’acqua per rovinare la bella esperienza trascorsa con giovani di altre realtà
lombarde. Luglio è tempo di vacanze, così che si è potuto concentrare il fitto programma di uscite in un’unica settimana. Ai laghi di Campagneda abbiamo fatto pratica con la lettura delle carte topografiche e con l’orientamento, mentre alla falesia del Sass Negher, affacciata sul laghetto di Piona, ci siamo divertiti con i nodi, la corda e l’arrampicata. Continuando, il paesaggio, le fasce altitudinali e la vetta sono stati il filo conduttore della salita alla Cima di Dassola, terrazzo panoramico sulla Bassa Valtellina. L’esperienza del rifugio ha costituito un altro punto forte del programma. Favoriti dal bel tempo, dopo aver pernottato al rifugio Bignami, abbiamo effettuato la traversata al rifugio Carate, affrontando la
severità dell’alta montagna. Alla fine di agosto un’altra “due giorni” ha coronato una stagione più che soddisfacente: l’ascesa al pizzo dei Tre Signori, la montagna simbolo delle Alpi Orobie occidentali. Con partenza dai Piani di Bobbio abbiamo raggiunto il rifugio Grassi nei pressi del passo del Camisolo, dove abbiamo pernottato. Il giorno seguente, freschi e determinati, ci siamo arrampicati fino alla grande croce del Pizzo percorrendo la Via del Caminetto, via impegnativa, che tutti i partecipanti, nessuno escluso, hanno affrontato con grande sicurezza e bravura. L’unico neo dell’attività 2016 sta nel fatto che non si è potuto effettuare il previsto trekking da Chiareggio ai Bagni di Màsino, percorrendo il Sentiero Bregaglia, per
insufficienza di adesioni. La Scuola di Alpinismo Giovanile della provincia di Sondrio “Luigi Bombardieri e Nicola Martelli”, oltre all’attività rivolta ai propri ragazzi, collabora con le scuole della provincia per realizzare alcuni progetti inseriti nei loro piani educativi. Gli interventi sono oramai collaudati da alcuni anni. Abbiamo contribuito alla settimana dei laboratori della Scuola Media di Ponte in Valtellina, abbiamo tenuto per conto dell’ITIS e del Liceo Scientifico alcune lezioni in aula riguardanti l’orientamento, seguite da una gara di orienteering al Parco Bartesaghi di Sondrio, abbiamo accompagnato i bambini della Scuola primaria di Lanzada e i ragazzi del Liceo Agrario in alcune uscite in ambiente. A fine maggio abbiamo assistito
gli alunni della primaria di Lanzada nella loro gita di due giorni al rifugio Gerli per vivere con loro un’esperienza socializzante in rifugio e una giornata di scuola all’aria aperta. E’ proseguita anche la collaborazione con il Liceo Sportivo. Come già avviene da tre anni, ci siamo fatti carico dello stage di tre giorni presso il rifugio Gerli, avente come argomento la geomorfologia e la glaciologia della Valmalenco. Quest’anno, inoltre, siamo stati coinvolti nell’organizzazione di un breve corso di arrampicata rivolto ai ragazzi della terza classe. Per quest’ultima attività, realizzata con interventi sia in aula sia in ambiente, ci siamo avvalsi anche del contributo della Scuola di Alpinismo e Sci alpinismo provinciale. CAI MORBEGNO 97
NOTIZIE DALLA SEZIONE I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2016 gli iscritti sono 455 così suddivisi: 313 ordinari, 106 famigliari e 36 giovani. Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano in sede e presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti.
CONSIGLIO DIRETTIVO Presidente
ACCOMPAGNATORI SEZIONALI DI ALPINISMO GIOVANILE (ASAG) Rita Bertoli Riccardo Marchini Angelo Moiola Claudia Ponzoni
ACCOMPAGNATORI DI ESCURSIONISMO Davide Bonzi (AE) Alessandro Caligari (AE)
Marco Poncetta
I CORSI
Vice Presidente
Corso di ginnastica presciistica
Alessandro Caligari
Segretario Davide Bonzi
Consiglieri Domenico Del Barba Rita Bertoli Enrico Bertoli Vincenzo Bavo Alda Maffezzini Francesco Spini Emil Del Nero Mirco Gusmeroli
DELEGATI Domenico Del Barba Marco Poncetta
ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Bertoli Enrico (ISA) Gadola Giulio (ISA) Riva Marco (ISA) Scotti Franco (ISA) De Donati Cesare (INSA)
ISTRUTTORI SEZIONALI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Danilo Acquistapace Andrea De Finis Mirco Gusmeroli Luca Gusmeroli Moreno Libera Riccardo Scotti Mario Spini 98 CAI MORBEGNO
Tenuto dalla prof. Adele Cusini si è svolto da ottobre 2015 al marzo 2016 presso la palestra provinciale del Liceo Artistico.
Corso base di sci-alpinismo Si è svolto da gennaio a marzo, articolato in 7 lezioni teoriche presso la sede CAI e 6 esercitazioni pratiche in montagna. Il corso ha visto Franco Scotti direttore e Marco Riva vicedirettore.
I diplomati: Simona Masiero Alessandra Masiero Cristina Gusmeroli
Le Uscite: Selezione alpe Palù 17-01 Munt de Sura 27-01 Dosso Tacher 14-02 Piz Belvair 21/02 Piz Lagrev 20/03 Pizzo Tambò 03/04 Pizzo Melasc 24/04.
SCI DI FONDO Quattro giorni all'Alpe di Siusi.
LE GITE Gite sezionali • 2 uscite scialpinistiche in Engadina Piz Muntiscè e sulla Marmolada. • Escursione alla Miniera dell Bagnada e all'Alpe Ponte
• Escursione al Monte Resegone • Festival delle Alpi - Cima Zebrù • Giro d'estate - Passo del Muretto • Il CAI al mare - Traversata Portofino - Camogli • Escursione - Lago d'Emet • Sentiero Paniga - Anello Val Corta Val Budria
Gruppo 2008 Uscite tutti i mercoledì, (meteo permettendo) perun totale di 48 uscite.
I MARTEDÌ DEL CAI • Proiezione Patabang • BMFF World Tour Italy
XXVI RALLYNO DELLA ROSETTA Si è svolto il 13 marzo. Totali iscritti: 32 coppie • Vincitori regolarità: Rovedatti Giovanni-Cantoni Vittoria • Vincitori salita: Martinelli Alessandro-Mazzoni Andrea • Vincitori discesa: De Donati CesareColli Flavio
I RITROVI CONVIVIALI • Venerdì 17 giugno CENA D'ESTATE momento conviviale informale nei giardini del palazzo Malacrida. • Venerdì 21 ottobre CASTAGNATA • Venerdì 23 dicembre AUGURI DI NATALE
MUSICA IN GIARDINO • Concerto di musica lirica con Stella Zadorino e " L'insieme di Canto Lirico" accompagnati dal Trio Aries.
ISTITUZIONALE • Venerdì 26 febbraio ASSEMBLEA ANNUALE DI SEZIONE
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