ANNUARIO 2013 CAI MORBEGNO 1
2 CAI MORBEGNO
ANNUARIO 2013
CAI MORBEGNO 3
4 CAI MORBEGNO
SOMMARIO
CAI
ANNUARIO 2013
Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno
Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org
UN’AVVENTURA LUNGA 150 ANNI di RiccardoMarchini
Redazione: Alessandro Caligari, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella
BLACK BOX di Giuseppe “Popi” Miotti
Hanno collaborato: Andrea De Finis, Alessandro Caligari, Riccardo Marchini, Giuseppe (Popi) Miotti, Andrea Mottarella, Lodovico Mottarella, Marco Poncetta, Riccardo Scotti.
Fotografie: Alessandro Caligari: 66, 67 Riccardo Marchini: 62, 63, 64, 65 Andrea Mottarella: 46 Lodovico Mottarella: I,II,III copertina,1, 2, 3, 12, 14, 19 (sopra), 20, 21, 23, 25, 26, 28, 32-33, 34-35, 42, 47, 54-55, 56, 57, 60, 61, 72-73, 74,75 (sopra), 77 Marco Poncetta: 58, 59, 68, 69 Riccardo Scotti: 37, 38-39, 41, 50-51, 52, 53 Fabiano Ventura: 40 (sotto), 40-41 (sopra)
ALASKA; GLACIER BAY di Riccardo Scotti
TRACCE IN QUOTA di Alessandro Caligari
MA VOI, SALITE ADESSO? di Andrea De Finis
LO ZAINO È PRONTO. di Andrea Mottarella
Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com
TELEMARK IN VALGEROLA di Mara e Corrado
Stampa: Tipografia Bonazzi
CAI MORBEGNO 5
E D I T O R I A L E 6 CAI MORBEGNO
di Alessandro Caligari
Dopo la celebrazione, lo scorso anno, dei 50 anni della nostra Sezione (che in realtà erano 82, ma questa è un’altra storia…), nel 2013 abbiamo festeggiato i 150 del Club Alpino Italiano nazionale. In questi anni l’associazione è molto cambiata, come pure è molto cambiato il suo rapporto con la montagna. In origine era rivolta a poche persone, ansiose di affrontare un ambiente totalmente inesplorato e di misurarsi con le sue sconfinate dimensioni. Era il tempo della “lotta con l’Alpe”, come nella celebre frase di Guido Rey, riportata fino a non molti anni fa su tutte le tessere dei soci. Questo non significa che la montagna fosse vista come un nemico da sconfiggere, tutt’altro. Piuttosto si voleva richiamare lo sforzo dell’alpinista nel voler stare strenuamente a contatto con l’Alpe, percorrerla e raggiungerne le cime, sfidando sé stesso in un ambiente grandioso ed inospitale che lo respinge. L’uomo si percepiva piccolo davanti agli spazi infiniti dell’ambiente alpino, considerato refrattario e indifferente a qualsiasi suo assalto. Il celebre quadro di Caspar David Friedrich “viandante sul mare di nebbia”, ci restituisce un’immagine eloquente di questi sentimenti. A distanza di un secolo e mezzo le cose sono molto cambiate, sia per quanto riguarda il rapporto dell’alpinista con la montagna, sia per la situazione intrinseca delle Alpi. Ci si è accorti che il mondo alpino non è un ambiente indifferente a qualsiasi cambiamento come si pensava, né i suoi spazi sono infiniti e impercorribili nella loro totalità. Al contrario, è un ecosistema fragile, aggredibile ed aggredito dall’inquinamento, dal riscaldamento globale, dall’antropizzazione crescente, dalla globalizzazione che ne erode le tradizioni e gli usi secolari. Per il CAI le Alpi non sono un “campo di gioco”, sono una realtà complessa e delicata che attiene al mondo della cultura, delle tradizioni, dell’ambiente, dell’economia. Per questo, come sezione di Morbegno, abbiamo deciso di aderire alla Convenzione delle Alpi, il trattato internazionale che impegna i sottoscrittori a tutelare, promuovere ed innovare con un approccio sostenibile l’ambiente alpino. Non si tratta di un atto formale, ma un impegno denso di significati, un modo responsabile per celebrare un compleanno importante.
CAI MORBEGNO 7
CAI UN’AVVENTURA LUNGA 150 ANNI di Riccardo Marchini
Le origini
“La mattina del 12 agosto eravamo tutti in piedi ai primi albori e tosto ci avviammo coi nostri bastoni alpini a punta di ferro in compagnia delle tre guide alpine alle quali avevamo affidati barometri, martelli, cannocchiali, un’ascia per tagliare il ghiaccio, una lunga corda, qualche leggiero soprabito ed i viveri per una modesta colezione”. E’ uno dei passi del racconto nel quale Quintino Sella descrive la sua salita al Monviso. Erano in sette quel 12 agosto 1863 a cimentarsi con la più alta montagna delle Alpi Cozie (3842 m), ben visibile dalla pianura per via della sua forma piramidale, che supera di 500 metri tutte le cime circostanti. Oltre all’ingegnere biellese dai molteplici interessi scientifici, economista e politico (fu intransigente ministro delle finanze con i governi Rattazzi, La Marmora e Lanza del neo stato italiano), 8 CAI MORBEGNO
c’erano il barone calabrese Giovanni Barracco, membro del parlamento, Paolo e Giacinto Ballada di Saint Robert, di nobile famiglia piemontese. Erano accompagnati dalle tre guide locali Raimondo Gertoux, Giuseppe Bouduin e Giovanbattista Abbà. L’ascensione, complicata dal fatto che nessuno di loro conosceva la via, si concluse con successo. Annotava Quintino Sella: “In un attimo stanchezza,
dubbi, paure, sofferenze, tutto fu scordato. Eravamo finalmente riesciti! La soddisfazione delle buone guide, che ci accompagnavano non era minore della nostra. Siamo venuti da noi, dissero anzitutto, senza bisogno di stranieri. Vedi l’amor proprio nazionale!” Perché tanta enfasi? E’ vero, era la prima spedizione tutta italiana, ma in assoluto era solo la terza. Il fatto è che Quintino Sella era un fervente sostenitore dell’unità d’Italia celebrata appena due anni prima e l’impresa gli serviva per sottolineare il carattere unitario del Paese. Non a caso fra i componenti della cordata c’era anche un personaggio proveniente dall’altra estremità dello stivale, il calabrese Barracco. Quel giorno furono poste le basi del futuro Club Alpino Italiano. Continuava infatti Quintino Sella nel suo racconto scritto sotto forma di lettera
CAI MORBEGNO 9
ad un amico: “A Londra si è fatto un Club Alpino, cioè di persone che spendono qualche settimana dell’anno per salire le Alpi, le nostre Alpi! (…) Già si sono pubblicati tre eleganti volumi sotto il titolo che più volte mentovai di “punte, passaggi e ghiacciai, escursioni dei membri del Club Alpino” (…) Anche a Vienna si è fatto un Alpenverein ed un primo interessantissimo libro è appunto venuto in luce in questi giorni. Ora non si potrebbe fare alcunché di simile anche da noi? Io crederei di sì”. E così, sul finire dell’anno, il 23 ottobre 1863, nel castello del Valentino a Torino, 184 soci diedero vita al Club Alpino di Torino, i cui primi due articoli recitavano così: Art. 1 – E’ istituita in Torino una Società sotto il titolo di Club Alpino. Art. 2 – Il Club Alpino ha per iscopo di far conoscere le Montagne, più specialmente le Italiane, e di agevolarvi le escursioni, le salite, e le esplorazioni scientifiche. Fu il quarto club alpino in Europa dopo l’Alpine Club di Londra (1857), l’Österreichischer Alpenverein
Nelle pagine precedenti: Quintino Sella e il Monviso in veste invernale. Sopra: il Bollettino del CAI del giugno 1869. Nella pagina a fronte: Ferdinando Perrone di San Martino, primo presidente del CAI.
10 CAI MORBEGNO
di Vienna (1862) e lo Schweizer Alpen Club, il Club Alpino Svizzero (1863). Non era ancora il Club Alpino Italiano, ma rappresentava il primo passo. Torino era in quegli anni la capitale d’Italia e il fatto aveva la sua importanza. Curiosamente i soci fondatori elessero come primo presidente non Quintino Sella (che peraltro guidò il Sodalizio dal 1876 al 1883), ma il barone Ferdinando Perrone di San Martino. Il consiglio direttivo
era costituito, oltre che dal Sella, da 3 nobili, 3 avvocati, 1 ingegnere e 1 alto ufficiale dell’esercito. Il nuovo sodalizio, creato per riunire i “viaggiatori alpini” e per offrire loro un luogo dove scambiarsi esperienze e consigli e dove prendere iniziative in favore della montagna, si mise subito al lavoro, operando in più direzioni: venne pubblicato un Bollettino trimestrale, si procedette ad effettuare
osservazioni barometriche e termometriche sul territorio, fu costruito il 1° rifugio alpino (Alpe Alpetto in Val Po). Negli anni seguenti furono organizzate campagne di rilevamenti e di studi geologici, glaciologici e botanici e impiantati alcuni osservatori meteorologici, tutti in territorio piemontese. Nel contempo i soci furono protagonisti di diverse imprese alpinistiche: al Monviso, culla del club, al Monte Bianco da
Courmayeur, al Cervino dalla val Tournanche, al Monte Rosa e a diverse cime delle Alpi Cozie e Graie, raggiunte in 1a ascensione. Il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1865) parve svuotare del suo significato il club, ma il sorgere di nuove sedi affiliate un po’ ovunque sul territorio nazionale consentì al Club Alpino di fregiarsi dell’aggettivo “Italiano”, non presente nella stesura del
1° statuto. Nei 17 anni che seguirono il 1863, infatti, quasi a voler confermare l’intuizione unitaria di Sella, nacquero altre 41 sezioni, di cui 34 tuttora esistenti: Aosta (1865), Varallo (1867), Agordo, Domodossola e Firenze (1869); quindi Napoli (1871), Susa (1872) e Chieti (1872, discioltasi nel 1879). Nel 1873, a Sondrio, fu fondata, decima della lista, la Sezione Valtellinese, cui seguirono nello stesso anno altre 7 sezioni, fra cui Milano, Bergamo e Roma. Fra quelle a noi vicine annotiamo Lecco (1874), Brescia e Como (1875). Per la cronaca nel 1873 La Sezione Valtellinese ospitò in Bormio il VI Congresso. Si era verso la fine dell’era pionieristica e delle guide. Nella prima metà dell’Ottocento, grazie al miglioramento delle vie di comunicazione (le strade dello Stelvio e dello Spluga, ad esempio) e alla proliferazione degli alberghi nelle località alpine, si crearono le condizioni favorevoli per l’esplorazione sistematica delle Alpi. I primi furono gli inglesi (Ball, Kennedy, Tuckett, Coolidge, Freshfield, Stephen, Moore, Walker, Whymper, per citare quelli che hanno legato i loro nomi alle cime più importanti, comprese le nostre) le cui imprese finirono per stimolare anche i continentali. Accanto a loro alcune guide famose: Christian Klucker, engadinese, Melchior Anderegg di Meiringen, Alexander Burgener di Saas, Michel Crox di Chamonix, Emilio Rey di Courmayeur, Michele Innerkofler di Sesto in Pusteria, Christian Almer di Grindenwald. E’ veramente complicato CAI MORBEGNO 11
districarsi nel percorso statutario che in quegli anni fece da supporto alla costruzione del C.A.I.. In buona sostanza, per una decina d’anni la storia del Club Alpino Italiano si identificò con quella della sede torinese (allora si chiamavano sedi non sezioni), dalla quale dipendevano, come diramazioni periferiche, tutte le altre. Il presidente della Sede Centrale era al tempo stesso presidente della sede di Torino, la quale non era amministrata, come le altre, da un direttivo scelto dai soci della sede stessa, ma dalla Direzione Centrale, eletta dai soci di tutte le realtà periferiche. Insomma, il club nato a Torino non era più legato alla sola città, mentre il C.A.I. non era ancora configurato in senso compiuto. Il groviglio venne dipanato con una prima revisione dello statuto nel 1873, nella quale le sedi vennero trasformate in sezioni dotate di ampia autonomia amministrativa e la nuova sezione di Torino fu riorganizzata ponendola allo stesso livello di tutte le altre. Alla riforma statutaria del 1873 seguì dopo solo due anni quella, contestatissima, del 1875 nella quale il governo del C.A.I. fu assegnato a una Assemblea Generale dei Delegati, nominati proporzionalmente dalle Adunanze Sezionali, in sostituzione della Assemblea Generale dei Soci. Fin qui la cronaca scarna dei fatti istituzionali. Ma qual era la realtà sociale nella quale il C.A.I. affondava le proprie radici? Scorrendo gli elenchi dei soci di Torino il Club Alpino Italiano nacque prevalentemente per iniziativa 12 CAI MORBEGNO
di un notabilato cittadino postrisorgimentale proveniente da un mondo liberale, altoborghese e laico nel quale l’influsso dell’aristocrazia, pur notevole per numero di aderenti, era bilanciato dalla presenza via via più consistente di personaggi appartenenti alla cerchia tecnico accademica cittadina (la devozione e la fedeltà alla casa regnante non fu però mai messa in discussione, tanto che i re furono sempre nominati presidenti onorari). Mondo probabilmente massonico, fa notare qualche storiografo, ma non necessariamente anticlericale, perché i rapporti fra il C.A.I. e gli ambienti cattolici non furono idilliaci, ma neppure di chiusura visto che diversi sacerdoti furono ammessi nel sodalizio, anche se
solo come soci onorari. Non è dimostrabile, perché contrasti aperti non risulta che ce ne siano stati, ma non è escluso che le tensioni successive alla presa di Roma (20 settembre 1870) abbiano accentuato le distanze fra la Chiesa romana e Quintino Sella che apertamente si batteva per Roma capitale. Per alcune altre sezioni invece i rapporti furono senz’altro migliori dal momento che le sedi di Aosta e di Varallo furono fondate e dirette da sacerdoti e che a Milano Antonio Stoppani, sacerdote e geologo, autore de Il bel paese, fu fondatore e primo presidente della sezione. E sì che la Chiesa cattolica era tutt’altro che distratta nei confronti dell’attività alpinistica. Anzi, l’alpinismo cattolico precedette la nascita
Nelle pagine a fronte: Antonio Stoppani, autore de Il Bel Paese, fondatore e primo presidente della sezione CAI di Milano. A fianco: la Regina Margherita, ritenuta da molti la prima alpinista italiana. Sotto: la Capanna Regina Margherita alla punta Gnifetti.
del C.A.I. prima di tutto con i suoi preti alpinisti, scienziati e naturalisti. Si pensi ad Antonio Gnifetti, parroco di Alagna Valsesia, e alle sue imprese sul Monte Rosa, all’abbé Amé Gorret, che partecipò alla prima ascensione italiana al Cervino, al barnabita Francesco Denza, napoletano, laureato in fisica e matematica, fondatore della meteorologia italiana e promotore di una
importante rete di osservatori di montagna. In questo scorcio del XIX secolo inoltre, sulle orme degli ideali di don Bosco, da parte di alcuni sacerdoti scienziati (fra gli altri il già citato Denza) vi fu la scoperta in chiave pedagogica della montagna, intesa come mezzo di disciplinamento sociale, attraverso sistematiche iniziative rivolte ai giovani. E le donne? Che parte ebbero
nel C.A.I. delle origini? “(…) Alle 4 e mezza del mattino S.M. si moveva alla volta della Punta Gnifetti, accompagnata dalla marchesa Paola Pes di Villamarina, dalla marchesina Cristina, sua figlia, dal barone Luigi Peccoz, dal principe Strozzi e dal seguito di portatori, guide ecc. E giungeva sulla vetta a mezzogiorno preciso. Ivi si trovava ad attenderla la Commissione del Club Alpino Italiano per la costruzione della Capanna Regina Margherita (…).” E’ un breve estratto da L’illustrazione popolare – Giornale per le famiglie del 17 settembre 1893, nel quale si riportava la notizia dell’inaugurazione avvenuta il 18 agosto 1893 della Capanna Regina Margherita, CAI MORBEGNO 13
Nelle pagine a fronte: il conte Francesco Lurani, assiduo frequentatore della Valmasino, e Alfredo Corti, attivissimo alpinista di tresivio, membro del CAI dal 1898, considerato il più grande esponente dell’alpinismo classico valtellinese.
14 CAI MORBEGNO
fatta costruire dalla Sezione di Varallo a quota 4556 m sulla punta Gnifetti, la quarta elevazione del Monte Rosa. L’articolo era corredato da una foto di gruppo scattata da Vittorio Sella. La sigla S.M. stava per Sua Maestà Margherita di Savoia, regina d’Italia, ritenuta la prima alpinista italiana. Tutto ciò trent’anni dopo la nascita del Club Alpino. Ed è sufficiente questo per affermare che la visibilità delle alpiniste fu in quegli anni del tutto marginale, come pure la loro consistenza numerica all’interno del C.A.I. In effetti l’alpinismo al femminile nell’Ottocento non parlava italiano. La cordata delle sorelle friulane Angela, Annina e Minetta Grassi, attiva negli anni Settanta, costituì un’eccezione, oltretutto fuori dai confini italiani. Si dovettero attendere gli anni Trenta del Novecento per incontrare la prima vera alpinista di casa nostra: Mary Varale. Sicuramente ci furono delle rappresentanti del gentil sesso che si cimentarono con la montagna, ma sempre nell’ombra di padri, mariti o fratelli. In quello scorcio di secolo l’atteggiamento dei diversi circoli alpinistici europei nei confronti delle donne fu del tutto disomogeneo, perché si andava dalla chiusura totale all’accettazione in maniera paritaria passando per l’accoglienza tollerata, ma in una sorta di enclave. Per quanto riguarda la realtà italiana è sufficiente e illuminante citare un solo episodio. Nel 1873 la domanda di ammissione al Club Alpino di Torino da parte di Maria Farnè
Velleda, medico di corte della regina Margherita, seconda donna laureata in Italia, fu accettata, non senza lunga e accesa discussione, perché la candidata era “educata e di buona società”. Il rispetto, cioè, delle convenzioni borghesi era prerequisito per entrare a far parte del circolo elitario del Club Alpino. L’episodio induce a fare anche un’altra riflessione. Le persone di estrazione sociale ritenuta più bassa erano di fatto escluse dall’accoglimento nel Club ed erano tuttalpiù oggetto di paternalistica attenzione da parte della classe dirigente che individuava nelle masse popolari terreno fertile per interventi di crescita sociale e culturale.
Verso il XX secolo e oltre E’ opportuno inquadrare la storia del C.A.I. in quella più generale dell’alpinismo. La nascita del C.A.I. si collocò a cavallo fra l’epopea pionieristica, convenzionalmente conclusasi con la conquista del Cervino da parte della sfortunata cordata di Edward Whymper, e una nuova epoca i cui caratteri cominciarono a delinearsi negli ultimi decenni dell’Ottocento e divennero più evidenti e compiuti nei primi anni del secolo successivo. Conquistate tutte le vette più alte dell’arco alpino, gli aspetti scientifici e gli esperimenti in quota cominciarono a passare in secondo piano sostituiti dall’interesse degli alpinisti per il tracciamento di vie sulle grandi pareti. Si diffuse l’uso sistematico della corda, le piccozze presero il posto degli alpenstock e delle asce da ghiaccio, vennero introdotti i
primi ramponi e furono messe a punto le prime tecniche di assicurazione e di discesa. Contemporaneamente venne codificata una nuova cultura dell’andare in montagna: alpinismo inteso in senso prettamente sportivo, con l’apertura di nuove vie sulle pareti delle montagne già conquistate, affrontando difficoltà sempre più ardue sia su roccia che su ghiaccio. E soprattutto senza l’assistenza delle guide. Antesignano del nuovo corso fu l’inglese Albert Frederich Mummery che iniziò la sua attività nel 1871 e continuò fino al 1895 quando scomparve
sull’Himalaya nel primo tentativo al Nanga Parbat (da solo con due portatori). Oltre a Mummery, testimoni del periodo furono Paul Güssfeld di Berlino, fautore dell’alpinismo invernale, Guido Lammer di Vienna, primo alpinista solitario, i fratelli Emilio e Otto Zsigmondy pure di Vienna, dolomitisti, Julius Kugy di Trieste. In Italia furono operativi, fra i tanti, Guido Rey di Torino, Vittorio Sella, fotografo di montagna, il milanese Francesco Lurani, frequentatore della Val Màsino, Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi e il valtellinese Alfredo Corti di Tresivio.
Nel 1907 furono inventati nuovi chiodi da roccia, più corti, leggeri e maneggevoli, che si adattavano alla sinuosità delle fessure e che potevano essere recuperati e riutilizzati. Cominciarono a comparire i primi moschettoni. Le nuove attrezzature produssero inevitabilmente polemiche a non finire fra i loro utilizzatori, soprattutto tedeschi e dolomitisti, e gli “alpinisti classici”, gli occidentalisti, che rimasero legati, forse a causa della morfologia delle montagne che frequentavano, all’etica dei grandi della prima metà del secolo. Esponenti di spicco CAI MORBEGNO 15
delle nuove tendenze furono Tita Piaz, Angelo Dibona, Hans Dülfer, inventore della tecnica che porta il suo nome, e Paul Preuss che, per stile e tecnica, è considerato uno dei più grandi di sempre (morì a 27 anni durante una solitaria). E’ in questo contesto che si trovò ad operare il Club Alpino Italiano nelle cui fila militavano sostenitori di entrambe le fazioni. Le conferenze e i dibattiti organizzati sull’argomento furono numerosi e non fecero altro che facilitare la conoscenza dei nuovi mezzi. Nel 1909 nacque il Club Alpino Accademico Italiano, componente elitaria e di punta dell’alpinismo nazionale, che poneva fra i suoi scopi la pratica dell’alpinismo senza guide. 16 CAI MORBEGNO
Non perdiamo, però, di vista il ruolo istituzionale del C.A.I. che, in omaggio all’intuizione e al disegno di Quintino Sella, continuò nella sua azione di rafforzamento di uno spirito unitario nazionale, realizzato attraverso la pratica dell’alpinismo e del turismo alpino, il sostegno alla ricerca scientifica applicata alla montagna e alla costruzione dei ricoveri in quota. Alla fine del secolo i rifugi alpini erano 57, a disposizione di circa 5000 soci che allo scadere del 50° anniversario, nel 1913, erano diventati 9000. Anche se non è scritto nello statuto, il Club Alpino Italiano è un’associazione apolitica e apartitica (facendo un po’ di confusione fra i due termini). Ma cosa sono le posizioni e le iniziative in favore dell’unità
nazionale assunte da Quintino Sella se non politica? E la politica finì sempre per emergere in ogni momento dei 150 anni di vita del C.A.I.. Fra il 1885 e il 1914 la questione dell’unità del Paese e dei confini della Patria era molto sentita anche all’interno del C.A.I., dove posizione estremiste coesistevano con atteggiamenti più moderati che comunque si traducevano in una linea culturale che enfatizzava i caratteri nazionali in chiave irredentista, ritenendo italiane le terre del Trentino e della Venezia Giulia soggette al dominio degli austriaci (terre irredente). Posizione spalleggiata al di là dei confini dalla Società Alpinisti Tridentini (S.A.T.), nata nel 1872 a Madonna di
Nelle pagine a fronte: la punta Perrucchetti, vetta italiana del pizzo Bernina. In basso è ben visibile la nuova Capanna Marco e Rosa. A fianco: Achille Ratti, Papa Pio XI, che fu presidente della F.A.L.C. (Ferant Alpes Laetitiam Cordibus) di Milano, associazione che si prefiggeva di diffondere l’alpinismo quale strumento di crescita secondo i principi cristiani.
Campiglio, e dalla Società Alpina delle Giulie (S.A.G.), fondata nel 1883 a Trieste. La prima dichiaratamente irredentista, la seconda, sicuramente filo italiana, ma con atteggiamenti meno radicali. Fra i suoi affiliati, ad esempio, c’era anche Julius Kugy che, cinquantasettenne, allo scoccare della guerra si arruolò nell’esercito austroungarico. Quando nel 1872 fu istituito il corpo degli alpini, il legame C.A.I. – alpini divenne un fatto quasi naturale, tanto che nel 1878 l’opera divulgativa La difesa dello Stato scritta da Giuseppe Perrucchetti, capitano di stato maggiore, venne patrocinata dal C.A.I. con la concessione dello stemma sociale in copertina. Nulla di strano, quindi, se
nel 1914 il C.A.I. fu fra i primi ad esprimersi in favore delle ragioni della guerra. Dall’entrata dell’Italia nel conflitto il 24 maggio 1915, la Rivista, strumento di informazione del Sodalizio, si trasformò in una specie di bollettino nel quale trovavano posto le notizie relative ai circa 3000 soci chiamati alle armi. Un elenco speciale registrava poi la lunga sequenza dei caduti, fra i quali, nel 1916, Cesare Battisti, esponente della S.A.T.. Il 4 novembre 1918 l’euforia per la fine della guerra, per di più conclusasi vittoriosamente, coinvolse tutto il paese e ovviamente il C.A.I..
Fra le due guerre
La guerra modificò molte cose su più direttrici. Il fatto più
significativo fu un fenomeno che potrebbe essere definito “democratizzazione della montagna”. Come scrive Massimo Mila nella sua storia dell’alpinismo italiano: “Di quelli che tornarono a casa, molti giurarono che non avrebbero mai più voluto vedere una montagna, neanche dipinta. Ma altri, nonostante il ricordo dei patimenti e delle sofferenze sopportate lassù, finita la guerra, alle montagne ci ritornarono”. L’esperienza militare sui monti maturata negli alpini, lasciò nei nostri giovani il gusto dell’andare in montagna. Così una moltitudine di persone, le più diverse per classe sociale ed educazione, si orientarono verso la pratica dell’alpinismo. Come venne vissuta dentro il C.A.I. questa nuova domanda CAI MORBEGNO 17
di “alpinismo popolare”? Accettarla come occasione per rivitalizzare il sodalizio con energie fresche o rifiutarla in quanto le masse tendono a sradicare i valori antichi? La diatriba fu, tanto per cambiare, molto accesa. Aprire l’alpinismo e l’escursionismo ad iniziative con la partecipazione di persone provenienti da gruppi sociali diversi, con il fine di dimostrare come la montagna potesse essere un’efficace strumento per migliorare ed educare, attraverso l’emulazione, larghi strati di popolazione? Oppure chiudersi in difesa delle nobili tradizioni del Club? Di fronte alla scelta se favorire, o quanto meno accettare, l’allargamento sociale oppure opporvisi, il C.A.I. optò per la seconda via. Grazie all’aperta adesione alla causa della guerra, il C.A.I. si era guadagnata la fama di istituzione patriottica e 18 CAI MORBEGNO
nazionalista, per cui come conseguenza naturale gli vennero affidati i rifugi confiscati al Deutscher und Österreichischer Alpenverein (il Club Alpino Tedesco-austriaco). Nel frattempo i soci, per il comprensibile effetto della guerra, erano scesi da 10.000 nel 1914 a 8.900. Nel 1922 comunque, incorporate fra le proprie sezioni la Società Alpina delle Giulie, il Club Alpino Friulano e la Società Alpinisti Tridentini, il numero di iscritti era già salito a 26.000. L’interesse delle masse per la montagna, spesso in risposta alla linea elitaria e conservatrice attribuita al C.A.I., produsse società, circoli e gruppi indipendenti dal C.A.I., ispirati da scelte politiche o religiose omogenee, per la verità più rivolte all’escursionismo che all’alpinismo e alle gite
collettive più che all’attività individuale. Erano già attive e ampiamente radicate sul territorio nazionale due importanti associazioni: la Giovane Montagna, sorta a Torino nel 1899, di chiara matrice cattolica e l’Unione Operaia Escursionisti Italiani ispirata al riformismo socialista. Altre se ne aggiunsero. A Milano, ad esempio, nacque la F.A.L.C., acronimo di “Ferant Alpes Laetitiam Cordibus” (portino le alpi letizia ai cuori), che si proponeva di diffondere l’alpinismo quale strumento di crescita secondo i principi cristiani. Presidente onorario ne fu Achille Ratti, futuro papa Pio XI, al tempo arcivescovo di Milano. Il Partito nazionale fascista (P.N.F.) conquistò il potere il 30 ottobre 1922, prima all’interno di una coalizione, poi, dal 1924, in forma autonoma e
Da sinistra a destra: Esposito, Cassin e Tizzoni di ritorno dalla prima salita dello sperone Walker alla Grand Jorasses. Emilio Comici, un ritratto e in arrampicata.
totalitaria, entrando nella vita degli italiani a condizionarne ogni momento. Abolite le forme di associazionismo sgradite al regime, nel 1926/27 furono istituiti l’Opera Nazionale Balilla (O.N.B.) e l’Opera Nazionale Dopolavoro (O.N.D.) che si sostituirono ad ogni altra associazione (Giovane Montagna e F.A.L.C. aderirono all’O.N.D.). Per il C.A.I., apprezzato in virtù dei suoi trascorsi nazionalistici, iniziò una nuova epoca. Nel 1927 venne inserito d’autorità nel C.O.N.I. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), controllato direttamente dal P.N.F., e privato dell’elettività di tutte le cariche. Per completare l’opera di fascistizzazione, nel 1929 la sede sociale fu trasferita a Roma. Al distintivo, l’attuale scudo stellato con aquila, corda, piccozza e
binocolo, venne aggiunto il fascio littorio. Ai presidenti di sezione e di sottosezione fu imposto l’obbligo di iscrizione al P.N.F. e ai soci l’uso del saluto romano. Nel 1930 fu nominato presidente, subentrando ad Augusto Turati, segretario del P.N.F., Angelo Manaresi, uomo di provata fede fascista. Molti, non accettando il nuovo corso, si dimisero adducendo ragioni personali o di salute, altri, che manifestarono aperto contrasto, furono espulsi, ma la grande massa continuò ad essere iscritta con indifferenza. Vi fu in quegli anni un’importante crescita di adesioni, ora spontanee ora forzate, in quanto all’associazione venne data un’impronta popolare, per la verità più paternalistica che innovatrice in senso democratico. Alle persone appartenenti alle categorie
meno abbienti, come operai e impiegati dei livelli più bassi, veniva garantita una quota di iscrizione agevolata, uguale a quella degli “aggregati”, riservata ai famigliari dei soci “ordinari”. Al vistoso incremento del decennio 192333 (da 31000 a 45000), dovuto anche alla precettazione dei membri del G.U.F. (Gruppo Universitario Fascista), fece da contraltare il forte calo del decennio successivo (193343), causato sicuramente dagli eventi bellici, ma anche dalle leggi razziali. Con la modifica dello statuto del 1939 l’accesso al C.A.I. fu limitato a chi apparteneva alla “razza ariana”. I nomi dei soci storici di estrazione ebrea furono fisicamente asportati dagli elenchi per cancellarne anche la sola memoria. Questa struttura verticistica ed autoritaria avrebbe dovuto fare da supporto logistico ad CAI MORBEGNO 19
un alpinismo che, in realtà, andava per la propria strada. Casomai alcune grandi imprese vennero usate in chiave propagandistica. E’ il caso, ad esempio, della vittoria sulle Grand Jorasses da parte della cordata italiana Cassin, Esposito, Tizzoni e, per quanto riguarda l’alleato tedesco, quella sulla “parete proibita”, la nord dell’Eiger da parte di Harrer, Kaspareck, Heckmair e Vörg nel 1938. Dal punto di vista alpinistico gli anni compresi fra le due guerre furono caratterizzati dalla ricerca della difficoltà estrema, dalla nascita dell’arrampicata libera e dal superamento della divisione fra dolomitisti e occidentalisti, grazie in particolare a Giusto Gervasutti e alle sue spettacolari ascensioni nel gruppo del Bianco. Nel 1925 la guida Emil Solleder conquistò la parete nord ovest della Civetta, dando inizio di fatto all’era del VI grado. Fra i molti che affollarono la scena alpinistica di quel periodo con l’apertura di nuove vie che sulle guide portano il loro nome, va ricordato Emilio Comici, probabilmente il più grande dei rocciatori italiani. In Lombardia si affermò una nuova generazione di alpinisti che si allenava sulle palestre della Grigna meridionale. Fra questi il posto d’onore spetta a Riccardo Cassin, icona dell’alpinismo italiano e mondiale degli anni Trenta, grazie alla sua versatilità nell’affrontare sia la dolomia delle Cime di Lavaredo sia il granito del Badile. Con questi uomini e con le loro imprese la fase dell’alpinismo moderno si avviava a conclusione. Purtroppo era in 20 CAI MORBEGNO
arrivo una nuova guerra con le sue distruzioni e la sua retorica bellicista. Nel 1940 lo Statuto del C.A.I. venne modificato per inserire fra gli scopi istituzionali quello di “avviare i giovani alla montagna, per farne fisicamente e moralmente dei forti soldati della Patria”. Ci fu però chi non si rassegnò a questo stato di cose e scelse di “andare in montagna” per aderire alla lotta partigiana.
La ricostruzione
Caduto il fascismo, caddero anche gli enti che erano stati nazionalizzati. Fra questi il C.A.I. la cui identità venne però recuperata. Passato nel 1943 alle dipendenze del Ministero della Guerra, dopo il 25 aprile 1945 si avviò lentamente alla normalità sotto la guida del generale degli alpini Giuseppe Masini, nominato commissario dal C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), esponente dell’Accademico, entrato nella Resistenza al comando della formazione partigiana delle Fiamme Verdi. La Sede Centrale fu trasferita nel frattempo da Roma a Milano. Iniziò per il C.A.I. una sorta di “disintossicazione politica” per rientrare nell’alveo della tradizione liberale che aveva contraddistinto le sue origini. Il cosiddetto “miracolo economico”, datato grossolanamente fra il 1953 e il 1963, caratterizzato da un forte sviluppo industriale (nel 1958 ci fu il sorpasso dell’industria sull’agricoltura), modificò in modo sostanziale la vita degli italiani. L’interesse per la montagna, per l’escursionismo e per l’alpinismo, reso possibile da
una nuova cultura del tempo libero, crebbe in maniera consistente in un ambito sociale più ampio che in passato, tanto che gli iscritti al C.A.I., dal 1943 al 1963, anno del 1° centenario, passarono da 41000 a 89000. Per il C.A.I. furono anni intensi che si accompagnarono al fermento presente in ogni risvolto della vita sociale ed economica del Paese. Fra i suoi sforzi ci fu quello di aiutare le sezioni impegnate nella ricostruzione dei rifugi distrutti dai nazifascisti, perché diventati ricoveri e basi logistiche delle formazioni partigiane. Su 308 strutture 64 erano state completamente distrutte. Nel 1954 nacque e diventò operativo il Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico (C.N.S.A.S.) a cui, anni dopo, con la legge n. 74/2001 sarà riconosciuto lo status di “servizio di pubblica utilità”. Attualmente il C.N.S.A.S. è strutturato in 47 delegazioni distribuite sul territorio nazionale e può contare su 269 stazioni di soccorso che si avvalgono dell’impegno di 7280 volontari, di cui 355 medici. Nello stesso anno la spedizione vittoriosa al K2 rappresentò la testimonianza più tangibile della rinascita italiana ed accrebbe la popolarità e l’appeal del Sodalizio. Furono anche gli anni del passaggio del C.A.I. a ente pubblico. Il percorso fu lungo e contrassegnato da molte e accese polemiche interne. La trasformazione, contrastata per tutti gli anni Cinquanta, si potè concretizzare allorquando si verificò un cambio favorevole dei vertici sociali. All’inizio del 1963, per interessamento
Sopra: il K2, teatro dell’impresa della spedizione del CAI nel 1954. A fianco: le pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo. Sulla parete Nord della Cima Grande iniziò, nel 1958, ad opera di una cordata composta da Dietrich Hasse, Lothar Brandler, Jorg Lehne e Sigi Low la corsa all’apertura delle direttissime.
CAI MORBEGNO 21
di Giovanni Spagnolli, consigliere centrale, senatore trentino vicepresidente della Commissione Finanze e Tesoro, e del senatore valdostano Renato Chabod, vicepresidente del C.A.I., fu promulgata la legge n. 91 (relatore Renato Chabod), avente per oggetto il “Riordino del Club Alpino Italiano”, al quale si riconosceva un contributo annuale di 80 milioni di lire (pari a circa 850000 Euro€ attuali). Con questa nuova condizione istituzionale il 1° aprile 1963 si celebrò a Roma, alla presenza del presidente generale Virginio Bertinelli (avvocato comasco, ministro del Lavoro), del presidente della Repubblica Antonio Segni, del presidente del Consiglio Amintore Fanfani e di alcuni ministri, il 1° centenario. Come già in passato, gli alpinisti, quelli di punta almeno, non avevano troppo tempo per partecipare attivamente alla vita dell’associazione. Anzi, tendenzialmente preferivano trovarsi fra loro, uniti per consonanza di interessi in gruppetti locali, operanti a volte parallelamente al C.A.I., ma rimanendo nella sua orbita, anche se in alcuni casi in dissenso con la sua linea ufficiale. Prestigiosi furono i “Ragni di Lecco” e i “Pel e Oss” di Monza con i quali partì Walter Bonatti, simbolo e mito di questi anni. In ambito europeo, dopo la batosta della guerra, la scossa arrivò dall’alpinismo francese. Bastano i nomi di Lionel Terray e Gaston Rebuffat per certificare il protagonismo dei francesi. Essi introdussero nuove corde in fibra artificiale, resistenti e morbide, che 22 CAI MORBEGNO
sostituirono le vecchie “12 millimetri” in canapa. Allo stesso tempo comparvero le staffe, con gradini in legno o alluminio e vennero alleggeriti moschettoni, piccozze e ramponi. Ben presto si rifecero vivi anche i tedeschi riproponendo il loro VI grado, arrembante e spregiudicato per via dell’uso smodato dei mezzi artificiali. Iniziò infatti la gara per
l’apertura delle “direttissime”, le impensabili linee “a goccia d’acqua” tracciate sulle pareti strapiombanti soprattutto delle Dolomiti, abusando di chiodi a pressione e di staffe. Ebbe anche nuovo impulso, in quegli anni, l’alpinismo invernale, perché avvicinava l’ambiente alpino a quello dell’Himalaya, dove si stava spostando l’attenzione degli alpinisti.
Nella pagina a fronte: sassisti in azione; siamo nel 1979, Sergio Panzeri supera Goldrake al Sasso di Remenno. “Popi” Miotti e Lele Dinoia osservano. Qui a fianco: in azione al Melloblocco Sotto: il Sasso di Remenno oggi assai frequentato in ogni stagione.
Il Nuovo Mattino
Nuovo Mattino è la definizione che il torinese Gian Piero Motti diede agli eventi che caratterizzarono gli anni Settanta. A partire dal 1968 la contestazione giovanile, sbarcata sul vecchio continente dagli U.S.A., si diffuse a macchia d’olio in tutta Europa, subendo anche, purtroppo, sanguinose trasformazioni in senso terroristico. La
ribellione, politica ed esistenziale, contagiò naturalmente anche i giovani alpinisti che, prima di essere tali sono cittadini ed esponenti pensanti della società. Molti che alla domenica si ritrovavano ad arrampicare in falesia come allievi di qualche corso di alpinismo, magari al sabato avevano sfilato in una manifestazione a sfondo politico e sociale. La rivolta
ebbe come focolai Torino (valle dell’Orco), Sondrio (val di Mello), Parma e Reggio (Pietra di Bismantova), Roma (Gaeta e Circeo). La nuova generazione, a volte con toni rabbiosi altre con manifestazioni più goliardiche, non esitò a mettere in discussione i canoni dell’alpinismo classico, rifiutando i miti retorici della “conquista della vetta” e della CAI MORBEGNO 23
“lotta con l’alpe”. Alla massima di Guido Rey, riportata fino a qualche anno fa sulle tessere associative del C.A.I., che enfatizzava la bellezza della “lotta con l’alpe” un gruppo di giovani emiliani contrappose provocatoriamente la “pace con l’alpe”, scritta alla base della Pietra di Bismantova. Venne avanti un alpinismo inteso come gioco-arrampicata sui sassi e sulle falesie di bassa quota, nel quale ciò che contava era la componente estetica dell’arrampicare e la ricerca della difficoltà estrema. Le conseguenze di questa dissacrante rivoluzione furono l’abbattimento della barriera del VI grado e l’affermazione dell’arrampicata sportiva degli anni Ottanta, nel corso dei quali vennero aperte una serie impressionante di vie disseminate di difficoltà prima ritenute insuperabili. Chi poi riuscì a trovare l’equilibrio fra la ricerca del passaggio estremo nella purezza del gesto atletico e la severità dell’alta quota poté compiere nuove ascensioni sempre più difficili. Sicuramente ci riuscì Reinhold Messner, che di questa stagione fu l’interprete più completo. Come visse il C.A.I. questa evoluzione prorompente? In un primo momento reagì timidamente, legato com’era all’interpretazione classica dell’alpinismo, ma poi si adeguò convintamente, raccogliendo la sfida allo svecchiamento proveniente da quegli anni creativi. D’altra parte una struttura grande e complessa come il C.A.I. non poteva che rispondere con lentezza ai nuovi stimoli. Il C.A.I. poi non ha certo il compito di cavalcare rivoluzioni, né 24 CAI MORBEGNO
piccole né grandi, ma quello di proporre politiche riguardanti la fruizione della montagna, di creare l’ambiente culturale e organizzativo più idoneo affinché le spinte innovative possano essere filtrate, decodificate e riproposte secondo un disegno organico ed armonioso che tenga conto di tutte le sensibilità presenti al suo interno.
Anno 2000 e dintorni
Il “rinascimento alpinistico” degli anni Settanta trasformò radicalmente il mondo dell’alpinismo nei decenni successivi e ancor oggi mantiene tutta la sua freschezza. Poco è mutato concettualmente nell’approccio alla montagna. Sono cambiati i materiali, perché le scarpette da arrampicata, spesso realizzate artigianalmente, sono diventate sempre più performanti e le tute da operaio, indossate da molti come una divisa provocatoria, sono state sostituite da capi hi-tech dalle alte prestazioni, ma la filosofia di fondo è, trent’anni dopo, ancora quella. La passione per la montagna, per la roccia, per l’arrampicata si è rinnovata in chiave sportiva ed atletica. Schiere di giovani si ritrovano ora alla base delle falesie e delle pareti più famose per cimentarsi con le vie dai nomi strampalati e dalle difficoltà portate all’estremo, tracciate dai loro fratelli maggiori o, a volte, dai loro genitori. Metro dopo metro, appiglio dopo appiglio, una salita viene ripetuta più volte finché non riesce alla perfezione. Sono gli stessi giovani che si ammassano in prossimità delle palestre artificiali, all’aperto o indoor,
dove i più famosi climber del momento danno spettacolo su passaggi da brivido. Grazie alla preparazione atletica raggiunta sulle strutture fantascientifiche delle pareti artificiali con l’allenamento sistematico, unito allo studio quasi maniacale del movimento, molti di loro hanno potuto realizzare performance di assoluto valore anche in alta quota. E, ciò che è positivo, in armonia con le scelte di chi, per motivi anagrafici o di principio, continua a dedicarsi alle vie classiche da affrontare con metodi classici. Nei due decenni precedenti lo scadere del millennio cominciò a diffondersi prepotentemente anche lo sci alpinismo con il quale, più che nell’arrampicata sportiva, ognuno poteva trovare la propria dimensione. Tornando al nostro C.A.I., con la nascita nel 1970 delle regioni a statuto ordinario e con il relativo decentramento delle funzioni amministrative dello stato, in particolare in materia di turismo, il C.A.I. che dal ministero del Turismo dipendeva, avrebbe dovuto smembrarsi per entrare nelle competenze delle nuove amministrazioni regionali. Con la legge n. 70/1975 venne però ribadito il suo carattere di pubblico interesse e quindi la sua unitarietà come ente a livello nazionale fu salvaguardata. Il Club Alpino Italiano deve essere un ente pubblico o privato? La diatriba si trascina dagli anni immediatamente successivi al 2° conflitto mondiale. Ha sempre prevalso la componente a favore dello status di ente pubblico, ma il contrasto interno si è sempre dimostrato molto forte.
CAI MORBEGNO 25
Negli anni Novanta ci fu una richiesta di privatizzazione più pressante che in passato, richiesta poi rientrata per l’intervento del Gruppo Amici della Montagna, formatosi in Parlamento nel 1984. Lo stesso gruppo si fece carico di far escludere il C.A.I. dalla legge n. 112/2008, il cosiddetto “Taglia enti”. In questo momento, perciò, il C.A.I. è un ente pubblico non economico, mentre le sue strutture periferiche, vale a dire i raggruppamenti regionali e provinciali, nonché le sezioni sono soggetti di diritto privato. Di che cosa si occupa il C.A.I. per guadagnarsi tanta considerazione da parte della politica? Evidentemente la sua funzione sociale è riconosciuta ed apprezzata. Nel corso della sua lunga vita ha sempre cercato di dare una risposta concreta a quanto proponeva idealmente il suo statuto che, pur rivisitato per adeguarlo all’evoluzione dei tempi, ha mantenuto intatto il suo impianto originale. Durante gli anni Ottanta venne dato un forte impulso, fra l’altro, all’alpinismo giovanile con l’attivazione di corsi mirati alla crescita dei giovani tramite il contatto con l’ambiente montano e l’esperienza di gruppo, aiutandoli nella propria ricerca dell’autonomia sia come uomini sia come alpinisti. Con l’ampiamento dell’attività sociale e con l’aumento dei frequentatori della montagna, crebbe anche la consapevolezza dell’ambiente inteso come patrimonio da preservare. Questa sensibilità nei confronti della natura e delle condizioni di chi vive in 26 CAI MORBEGNO
montagna, presente nel C.A.I. fin dalle origini, ma rigenerata dall’impegno politico degli anni della contestazione, ha trovato esplicitamente posto nello statuto, modificato nell’Assemblea di Verona del 2001. Oggi il Club Alpino Italiano è una solida istituzione nazionale articolata in 496 sezioni e 308 sottosezioni, appartenenti a 21 gruppi regionali e 2 provinciali. Solo mettendo in fila i settori di cui si occupa e le attività che svolge ci si può rendere conto della sua importanza nel tessuto sociale italiano. Accanto a un massiccio impegno editoriale volto alla diffusione della montagna (la prestigiosa collana Guida dei Monti d’Italia, ad esempio, edita in collaborazione con il Touring, è iniziata nel 1908 ed è oggi al 63° volumetto), il C.A.I. ha un insostituibile ruolo formativo e didattico che si concretizza nell’organizzazione e nella gestione di corsi di addestramento per le attività alpinistiche, escursionistiche, speleologiche e naturalistiche. A questo compito sono preposte 23 figure di volontari titolati (istruttori, accompagnatori, operatori ed esperti). Nella sua azione di sostegno alla pratica delle attività citate, il C.A.I., tramite le sezioni, cura la costruzione, la manutenzione e la gestione di rifugi alpini e di bivacchi d’alta quota (complessivamente sono 774) e la realizzazione di sentieri, opere e attrezzature alpinistiche. Non secondarie sono la promozione delle attività scientifiche e didattiche per la conoscenza di ogni aspetto dell’ambiente montano
nazionale nonché di iniziative culturali e di studi rivolti alla sua valorizzazione, la preparazione professionale di esperti e rilevatori del Servizio Valanghe Italiano (205 addetti), l’istituzione di una commissione che si occupa di medicina di montagna. Infine, come già ricordato, è emanazione del C.A.I. il Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico, tramite il quale vengono prese iniziative rivolte alla prevenzione degli infortuni e organizzate le stazioni di soccorso. Ad usufruire di questi servizi sono circa 320.000 soci. Il loro numero, in forte crescita nel ventennio 1973-93 (da 127.000
Sopra: elicottero in una fase di un intervento di soccorso in alta montagna.
a 300.000), si è stabilizzato nel periodo successivo sopra le 300.000 unità. L’analisi della consistenza associativa per età fa registrare una lieve flessione dei soci giovani e adulti e, per contro, un lieve aumento dei soci maturi che si confermano i più fedeli. Per quanto riguarda le adesioni femminili un grosso passo in avanti è stato fatto rispetto alla marginalità degli esordi, perché ora le donne rappresentano il 32% della forza sociale. Certo però che, osserva Alessandro Pastore sul Libro pubblicato per celebrare il 150°: “come avviene anche in altri ambiti della vita culturale, politica ed economica italiana, le funzioni dirigenziali vedono
una scarsa presenza di genere. Tra le 496 sezioni del Sodalizio, solo 55 sono oggi presiedute da donne”. E’ fuori dubbio che il Club Alpino Italiano abbia rappresentato e rappresenti un pezzo della storia del Paese, riguardante una parte limitata della società, ma significativo per ideali ed intenti. Vale perciò la pena di riproporre il primo articolo del suo statuto: “Il Club Alpino Italiano, fondato in Torino nell’anno 1963 per iniziativa di Quintino Sella, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale”.
Nella pagina a precedente: alpinismo giovanile in Val di Mello.
CAI MORBEGNO 27
Cento anni di
Capanna
GIANETTI di Alessandro Caligari
28 CAI MORBEGNO
Esattamente 100 anni fa, parliamo infatti del 1913, veniva costruita la Capanna Gianetti. Situata nell’alta Val Porcellizzo lungo il sentiero Roma alla quota di 2534 m, gode di una notevole vista sulla Val Masino, sul Pizzo Cengalo e sul Pizzo Badile. Per iniziativa del conte Francesco Lurani Cernuschi, nel 1887 il CAI Milano erige la piccola capanna Badile. Distrutta da una slavina nel 1901, sulle sue rovine sorge tre anni più tardi un secondo rifugio, dotato di un unico locale con 6 posti letto. L’accresciuta importanza alpinistica della zona rende necessaria la costruzione di una più grande e confortevole struttura, realizzata nei pressi e inaugurata nel 1913, poi dedicata all’alpinista milanese Luigi Gianetti, suo mecenate. Primo custode del rifugio, che e durante la prima guerra mondiale il rifugio è utilizzato dagli alpini, è la guida Giacomo Fiorelli. L’edificio che viene realizzato nel 1913 è proprio la capanna Gianetti che vediamo ora. Anzi non proprio. Il luogo dove sorge è lo stesso, ma ad essere precisi va detto che nel 1944 il rifugio è incendiato dai nazifascisti perché ritenuto base partigiana. Ricostruito nel 1949, è ampliato nel 1954 e nel 1977 e ristrutturato nel 1994. Da quando è custodito, è in mano alla famiglia Fiorelli: Giacomo, guida alpina, dal 1913; il figlio Giulio dal 1949 e ora il nipote Giacomo (Mimmo). È dotato di 93 posti letto, più 13 nell’adiacente locale invernale (il bivacco A.Piacco, costruito nel 1961 sui ruderi della capanna Badile).
1913-201
3 Cento a
nni di
LAN CAI MI
O
CAI MORBEGNO 29
Per celebrare il raggiungimento del secolo d’età la sezione di Milano del CAI, proprietaria dell’edificio, ha proposto una serie di iniziative, tra cui l’appuntamento, il 30 giugno, alla capanna per festeggiare il compleanno. Così la domenica mattina, dopo aver convinto i miei riottosi compagni di uscita, selvaticamente refrattari a qualsiasi avvenimento anche solo velatamente “mondano”, varco 30 CAI MORBEGNO
le Termopili e mi incammino verso il rifugio. Inizialmente il passo è tranquillo, si cammina chiacchierando, scattando foto, guardandoci in giro. Poi, la presenza di molte persone sul sentiero fa scattare l’insofferenza allo stare in fila, e così, inconsapevolmente, comincio ad accelerare, superando truppe dall’accento meneghino. Continuo ad aumentare la velocità, finchè arrivo, inutilmente trafelato,
alla capanna, dove vengo accolto da un simpatico comitato di ricevimento che mi riempie di improbabili gadget, tra cui un diploma per aver raggiunto il rifugio. Qui, il programma dei festeggiamenti prevede l’alza bandiera, eseguito dagli alpini, i discorsi di circostanza di autorità varie e la messa celebrata da un coloratissimo don Diego, appositamente elitrasportato, che con i suoi modi “alternativi” spiazza un po’ i fedeli tradizionalisti. Poi un bel “Signore delle Cime”, cantato dal coro, mette d’accordo tutti, strappando consensi e lacrimoni ai presenti. A seguire, un inaspettato ma molto gradito buffet offerto a tutti i convenuti pone fine alla cerimonia. Intanto un fastidioso elicottero, che per tutta la mattina ha fatto la spola tra i Bagni e la capanna, continua a svolazzare sopra
Nella pagina a fianco: sopra la Capanna Badile e, sotto, la Capanna Gianetti il giorno dell’inaugurazione. A fianco: la Gianetti il 30 giugno giorno del compleanno. Se si osserva con attenzione l’edificio, si nota che l’angolo a valle è la parte originaria del rifugio, caratterizzata dalle evidenti pietre angolari e dalla finta finestra. Confrontando le due immagini si può anche notare che, per una singolare coincidenza, l’innevamento sul Ligoncio, a distanza di 100 anni, è pressoché identico. Sotto: Giacomo “Mimmo” Fiorelli, magnifico anfitrione, al momento della mescita.
le nostre teste a bassissima quota, facendoci lacrimare gli occhi per la polvere e sparpagliando tutte le magliette messe ad asciugare. E’ uno strano concentramento, fatto di “locali” trattati da ospiti, che però ci tengono a far sapere che questa è la loro zona, e da “foresti” in veste di padroni di casa, che ugualmente vantano diritti di paternità sull’area. Siamo comunque un bel numero: gli organizzatori dicono trecento, forse in realtà un po’ meno, per me comunque troppi. Mi allontano un po’ dalla capanna, salendo verso il piede della Sertori, ma la neve, ancora largamente presente, mi fa desistere. Allora, con la mia maglietta nuova fiammante che ricorda i 100 anni della Gianetti, regalatami per l’occasione dall’efficiente organizzazione, scendo velocemente a valle. CAI MORBEGNO 31
La Stampa Montagna 28/09/2013 - il progetto Più sicurezza per chi arrampica Ecco la scatola nera degli alpinisti
BLACK Resoconto di una scalata futuribile di Giuseppe “Popi” Miotti
I bollettini non lasciavano dubbi: bello stabile per dieci giorni, temperature fra i 18,22 e i 23,6 gradi. Ieri le sei ore e venticinque minuti di leggera brezza da sud-est dalle 12 e 10 alle 18 e 15 sono state rispettate al secondo anche se è un caso: di solito ci sono scarti anche superiori al minuto. Le previsioni del tempo sono ancora ben lungi dalla precisione, ma vien da chiedersi come facevano gli alpinisti del passato quando i bollettini meteo o non c’erano o erano più che altro un terno al Lotto. Così, dopo una notte tranquilla nel sacco a pelo auto riscaldante della Mountainsoft, ho fatto una parca colazione e ho attaccato la vertiginosa parete del Prisma Eterno. La muraglia, alta più di 2700 metri, appare all’occhio come una struttura quasi aliena; è un immenso parallelepipedo grigio scuro, coacervo di stratificazioni orogenetiche ove gigantesche bande di calcari e scisti che si sbriciolano al solo sguardo, 32 CAI MORBEGNO
intercalano fasce di granito e di gneiss compattissime sulle quali solo le più raffinate tecniche di arrampicata artificiale consentono una progressione, seppur precaria. Questa mostruosa struttura emerse durante la “Terza guerra patagonica”, dopo che una serie di intensi bombardamenti nucleari aveva sciolto la spessa coltre glaciale dello Hielo Continental e strappato la copertura granitica al Cerro Fitz Roy, mettendo a nudo il Prisma. La parte superiore è solcata da cascate d’acqua che sono spesso gelate e creano ulteriori problemi allo scalatore. Quando è caldo si devono affrontare difficilissimi passaggi su roccia fradicia e leggermente strapiombante, quando è freddo si deve porre mano a piccozze e ramponi per salire patine di giaccio spesso pochi millimetri e quasi improteggibili. E’ nella memoria di tutti la sfortunata impresa dei due che tentarono la prima ripetizione. Un persistente freddo aveva permesso ai flussi ghiacciati
BOX di prolungarsi moltissimo verso il basso e gli scalatori, rinunciando alla ritirata, si avventurarono lungo di essi per ben 23 improbabili lunghezze di corda. Quando, al sedicesimo giorno di fatiche, erano quasi in cima all’ultimo verticale tiro e sentivano di aver vinto la loro scommessa, un repentino cambio delle temperature sciolse la sottile patina cui erano aggrappati con le inevitabili conseguenze. La “Via del lungo addio” è stata la prima ad essere stata aperta sulla parete e si sviluppa per 65 lunghezze di corda con difficoltà minime di IX grado e A6+; senza contare le famose cascate di ghiaccio terminali: 90° continui per centinaia di metri. L’ambizione di compierne la terza ripetizione mi rodeva da mesi e mesi e aveva raggiunto livelli insopportabili al punto che, alla fine, non trovando compagni, dopo non poche titubanze mi ero deciso di tentare in solitaria. Ero ben allenato ed equipaggiato, ma ero anche spaventato a morte e per tranquillizzarmi almeno
un poco, mi ero imposto di rischiare il meno possibile, mettendo in conto anche la ritirata al minimo segno di cedimento mio o del tempo. La sera, ai piedi del monolite avevo nuovamente passato in rassegna le attrezzature. Le scatole nere, preziosa invenzione che segnala ogni tipo di condizione potenzialmente pericolosa nei materiali, dicevano che tutto era a posto: usura delle pedule 0,5%, resistenza della lega di nut e friend 99,99%, fettucce e cordini al 95%, corde al 100% e così pure l’imbragatura; lo stesso valeva per piccozze, ramponi e chiodi; così almeno pareva. Avevo dunque attaccato sereno, seguito dall’amico ronzio del drone di controllo che riprendeva ogni mia mossa rimandando le immagini al Centro di Coordinamento del Soccorso alpino, un’avveniristica struttura che, grazie a decine di migliaia di antenne, telecamere e processori, controlla le mosse di tutti gli alpinisti e
gli escursionisti impegnati sui monti. Recentemente il dispositivo CCSA + drone sarà messo a disposizione anche dei cercatori di funghi e dei cacciatori, portando la copertura di sicurezza al massimo oggi possibile. Al secondo giorno di scalata avevo già guadagnato circa duecento metri di dislivello. Dopo le micro fessure dei “Capelli d’Angelo”, dove avevo dovuto sfoggiare tutta l’audacia e l’abilità di artificialista estremo, mi ero avventurato lungo la “Fessura pulsante”, una spaccatura liscia, muschiosa e ‘off widh’ che solca la parete strapiombante per 110 metri. In pratica si tratta di una specie di caminofessura svasato dove il corpo non può entrare del tutto, ma che, al tempo stesso, è troppo largo per poter incastrare la spalla. Il nome della fessura riporta all’ansimare e al batticuore che scatena la sua salita. Sulla microscopica cengia spiovente al termine di questo allucinante passaggio, recuperati i grossi sacchi con CAI MORBEGNO 33
l’attrezzatura, acqua e i viveri per 20 giorni, avevo iniziato il lunghissimo “Traverso delle sfoglie”. Come avrete forse intuito si tratta di una traversata che percorre verso sinistra, in leggera salita, una delle tante stratificazioni della parete. In questo caso si scala lungo una nera banda di Scisti del Devoniano, talmente friabili e sottili che sembrano proprio gli stati di una sfoglia di pasticceria. Complessivamente la traversata si sviluppa per 10 lunghezze di estrema difficoltà e delicatezza: inoltre, cosa assai spiacevole, al suo termine si sono guadagnati solo 22 metri di dislivello. I punti di sosta sono più teorici che reali; i chiodi, infatti, tengono un po’ solo grazie al fatto che sono infilati nelle stratificazioni orizzontali, ma la pietra è talmente tenera che entrano (ed escono) usando la sola forza delle mani. Appigli e appoggi sono spioventi e spesso coperti da un velo di umidità che trasuda dalle pieghe della roccia e il superamento di questo tratto costituisce solo il primo dei purtroppo numerosi punti chiave della salita, oltreché un passo di non ritorno. Al di 34 CAI MORBEGNO
sotto dei piedi dello scalatore la roccia rientra di molti metri formando una sorta di enorme concavità talmente estesa che per tornare a toccare la roccia occorrerebbe una calata unica di 320 metri. Ero alla terza lunghezza di questo traverso marcio e precario; l’ultimo chiodo, un rurp messo male, era a 25 metri da me quando, con sibilo acuto e sgradevole, la “Scatola Nera delle fibre sintetiche” mi avvertiva che la corda aveva raggiunto un’usura del 42% (limite di sicurezza superato), l’imbrago aveva 4 punti di debolezza nelle cuciture, i 3 rinvii a disposizione erano inutilizzabili. Pochi minuti dopo si è fatta sentire anche la “Scatola Nera dei metalli non acciaiosi” avvertendo un problema nelle camme dell’unico friend che sarebbe andato bene nella fessura che avevo faticosamente raggiunto. Mi sono guardato attorno smarrito. Ma come? Ieri le Scatole Nere dicevano che tutto era in ordine! Che stava succedendo? Per fortuna avevo pensato - il localizzatore GPS inserito in ogni Scatola Nera e anche la nuova App del Soccorso alpino per smart
phone GeoRef, avrebbero consentito di attivare l’allarme ed in breve questa avventura si sarebbe conclusa felicemente. Per maggiore sicurezza mi ero anche appena fatto iniettare sotto pelle il nuovissimo microchip ‘ultima chance3’ e poi potevo contare anche il fidato drone di sorveglianza globale: ero in una botte di ferro. In ogni caso era meglio dare retta alla tecnologia e arrestare la salita. Inizialmente avevo pensato di calarmi lungo la concavità sotto i miei piedi usando il cordino di kevlar da 400 metri che avevo portato in emergenza, ma anche per il kevlar i segnali della Scatola Nera indicavano problemi: non avrebbe retto uno sforzo oltre misura. Dunque non c’era altro da fare che trovare una posizione comoda il più possibile e attendere. Trovata una posizione sopportabili avevo immediatamente pensato di avvertire casa che tutto era a posto, ma sfortunatamente, cercando di sistemarmi al meglio in attesa dei soccorsi, un movimento brusco mi aveva fatto perdere il telefono. Tuttavia, come ben sapete, se la posizione di uno scalatore rimane
inalterata per oltre 30 minuti, il dispositivo di soccorso viene immediatamente attivato dai sensori sparsi un po’ ovunque nelle attrezzature, a meno non siano resettati grazie ad un mini trasmettitore che riporta la conta del tempo di sosta a zero. In questo caso non mi restava altro che far trascorrere pochi minuti e ben presto sarei stato recuperato. In quel momento anche la Scatola Nera del drone ha cominciato a segnalare qualche disturbo al velivolo. Che diavolo poteva esserci? Aveva una autonomia garantita di tre giorni e a mio parere c’era ancora tempo per sostituire le batterie. Comunque, per precauzione l’avevo richiamato e una volta afferratolo gli avevo dato una rapida verifica trovando conferma che se problema c’era non era legato all’esaurimento energetico. Non riscontrando altri difetti l’avevo fatto ripartire nonostante la Scatola Nera continuasse a suggerirmi che non era il caso; il marchingegno aveva finalmente individuato il problema e, a suo dire, il perno di un rotore stava indebolendosi a vista d’occhio. Tornato a librarsi alla mia altezza il drone aveva
però ripreso la sua posizione, fissandomi con l’inquietante occhio sferico e vacuo della sua telecamera. Avevo appena finito di pensare che una volta tanto la tecnologia stava mostrando i suoi limiti che, con un sibilo sferzante, sono stato pericolosamente sfiorato da una delle eliche staccatasi in seguito al cedimento del famoso perno, come predetto dalla Scatola Nera. Dannazione - avevo pensato - sarebbe il colmo lasciarci la pelle a causa di un aggeggio che dovrebbe garantire la sicurezza. Che avrebbero scritto sulla mia lapide? Forse… «Sfuggito alle insidie dell’alpe, a cadute di pietre e a valanghe, vincitore delle più impervie pareti, saliva fra gli Eccelsi colpito da un elica assassina.» Che vergogna! Comunque sarebbe stata una morte meno vergognosa di quella di quel tale di cui lessi l’epigrafe tempo fa. Sicuramente apparteneva a quello sparuto gruppo di scalatori che, elevandosi a depositari di ancestrali etiche, propugnavano l’abbandono di qualsiasi tecnologia di sicurezza in montagna, comprese le più elementari come il telefono cellulare
o il cosiddetto ARVA, da usarsi d’inverno e ancora oggi quasi insostituibile, a ben centovent’anni dalla sua invenzione. Appeso alla mia sosta in attesa di soccorsi ero tornato con la mente a qualche anno prima, quando in una giornata livida, ancora solcata dai lampi post atomici, ero salito fra i torrioni ormai cadenti delle Grigne. Aggirandomi fra i calcari cercavo invano qualche profilo noto. La Guglia Angelina? il Sigaro Dones? l’Ago Teresita? Nulla, nulla; le rocce erano annerite... vetrificate... cambiate anche nei colori. Fra il pietrame emergevano i frammenti, a volte leggibili, delle centinaia di lapidi che, in una macabra collana divenuta folklore, decoravano un tempo le loro basi. Fra due blocchi più grossi ne avevo scorto una delle più recenti, forse messa pochi giorni prima della catastrofe. Mancavano alcune parti, ma si decifrava benissimo. Diceva: «Emilio C... 2002-2025. Non aveva la Scatola Nera, la APP. del Soccorso alpino, il telefono cellulare, il Microchip ‘ultima chance’. E’ MORTO DA UOMO LIBERO!» Pazzo rivoluzionario! CAI MORBEGNO 35
- avevo pensato - e pazzi esaltati i suoi amici che lo celebravano come un eroe martire. Per fortuna, dopo il Conflitto, con l’instaurazione del nuovo Governo globale, gente come quel tal Emilio C… era quasi scomparsa, grazie ai severi controlli della WMP (World Mountain Police) che imponevano il rispetto delle normative sulla sicurezza. Chiunque affrontasse una gita o una scalata doveva possedere almeno sei apparti di localizzazione e comunicazione, doveva disporre di materiali certificati e testati dal GMTDC (Global Mountain Tools and Devices Commitee) rinnovati annualmente 36 CAI MORBEGNO
o sottoposti a verifica periodica, avere il certificato medico settimanale e copia dell’elettrocardiogramma giornaliero. Comunque, devo ammetterlo, le pur farneticanti teorie di quegli estremisti mi affascinavano. Immerso in queste elucubrazioni e sottilmente irretito dal conflitto etico che nonostante tutto mi tormentava facendomi sentire come Jeckill e Hide, non mi ero accorto che la efficiente macchina dei soccorsi si era messa in moto e mi aveva raggiunto. Alle mie spalle quello che si stava avvicinando non era un drone, ma il più moderno velivolo di soccorso
mai impiegato sui monti. E adesso è ora che lasci questa ributtante parete nera, ora che la salvezza è vicina guardo con terrore ciò che mi circonda e non riesco a trattenere un brivido. Come ho potuto pensare di sfidare il Prisma Eterno? Vedo velivolo fermarsi sopra la mia testa e poco dopo un lucente verricello con tanto di soccorritore mi viene calato dall’alto. Lentamente il soccorritore mi raggiunge e con abili manovre mi aggancia alla salvezza. Ora non ci resta che risalire verso la carlinga. Il vuoto si fa ancor più assoluto e fra lo speranzoso ed il fatalistico guardo verso l’alto il sottile filo d’argento che si
assottiglia fino a scomparire nel velivolo. Un piccolo strattone ed eccoci proiettati lontani dalla muraglia rocciosa per iniziare la lenta risalita. Ad un tratto la Scatola Nera del mio “angelo” sbraita. Ho un groppo alla gola, ma lui mi tranquillizza dicendo che il cavo ha ancora due calate di margine e non corriamo pericoli. Finalmente entro nella spaziosa cabina del nuovo elicottero del Soccorso alpino, un quadri rotore a sei turbine dotato di ogni strumento di sicurezza. Due medici e un’infermiera si prodigano somministrandomi un calmante e controllando i miei dati vitali. Tutto sembra OK e mi sto rilassando quando
con un sibilo la scatola nera collegata ai rotori indica un malfunzionamento futuro possibile. Il pilota si consulta e poi, sereno, ci relaziona sui fatti: una pala del rotore posteriore di destra dovrebbe cedere fra sei gironi esatti, ma per ora gira a meraviglia. Non ha finito di parlare che parte anche la Scatola Nera di una turbina e poi, in uno stonato coro, ululano almeno altre dieci Scatole Nere. La meno preoccupante è quella della suola di una scarpa dell’infermiera che sta raggiungendo l’usura massima consentita dalle norme CEE. Ognuno passa all’azione per verificare la veridicità delle
segnalazioni ed il grado di pericolosità possibile poi, dopo lunghi minuti di suspense, ogni aggeggio cessa il suo canto, riportando un po’ di pace nella cabina. Ora è tutto finito: posso volare sicuro verso casa dove racconterò della mia incredibile avventura. Ma… che succede? Questo gracchiare è diverso dagli altri suoni emessi dalle Scatole Nere. E’ inconfondibile. Ci guardiamo tutti smarriti: la SCATOLA NERA delle Scatole Nere annuncia che fra pochi secondi tutte le sue “dipendenti” e poi anche lei si spegneranno causa l’usura dei circuiti 45rt128/xcv e 763/11Lw… CAI MORBEGNO 37
ALASKA GLACIER BAY
la calotta scomparsa il più grande ritiro glaciale dalla Piccola Età Glaciale ad oggi
di Riccardo Scotti
La scorsa estate ho fatto parte della spedizione Alaska 2013 del progetto “Sulle tracce dei Ghiacciai” ideato dal fotografo romano Fabiano Ventura. Un mese e mezzo nella riserva integrale del Glacier Bay National Park, un fiordo grande grossomodo come il Lago di Como dove non c’è alcuna traccia antropica e l’accesso è strettamente controllato da un nutrito team di ranger. La casa di orsi, lupi, alci, aquile, foche, lontre, balene, orche e ghiacciai…Noi eravamo là proprio per loro, per documentarne il ritiro, o in alcuni casi, la spettacolare avanzata. Perché proprio in Alaska? Perché a Glacier Bay? L’Alaska ospita il maggior numero di ghiacciai montani sul nostro pianeta. La stima proposta da Bruce Molnia dell’USGS, il servizio geologico degli Stati Uniti, è di 75.000 km2 di superficie ricoperta di ghiaccio grossomodo 35 volte quella dei ghiacciai delle Alpi 38 CAI MORBEGNO
e rappresenta il 5% dell’intera superficie dello stato americano. Rispetto alle Alpi è presente una notevolissima variabilità di caratteristiche morfologiche e dinamiche. Se la maggior parte dei ghiacciai montani perde massa a causa della fusione del ghiaccio superficiale, molti ghiacciai in Alaska hanno la fronte che si getta nel mare (tidewater glaciers), perdendo quindi massa quasi soltanto a causa del distacco di Iceberg. Questo processo, che prende il nome di calving, apparentemente semplice, presenta una complessità notevolissima e, secondo numerosi ricercatori (eg., Post et Al., 2011) provoca uno “scollamento” fra le variazioni glaciali e le variazioni climatiche. In parole povere in Alaska non sempre i ghiacciai avanzano quando fa freddo e arretrano quando le temperature aumentano! I ghiacciai che si gettano in mare risentono
di numerosi fattori dinamici e morfologici che li portano ad avere dei cicli di avanzate lente e costanti che possono durare anche secoli, alternate a rapidi arretramenti che possono portare, come nella regione di Glacier Bay, al totale collasso di una intera enorme calotta glaciale nel giro di due secoli. Le variazioni di questi ghiacciai necessitano quindi di attentissime valutazioni prima di essere collegate ai cambiamenti climatici ed è tutt’oggi una frontiera della ricerca la loro influenza sull’innesco di questi cicli di avanzata e ritiro. Nonostante queste difficoltà di interpretazione, negli ultimi anni la maggior parte dei ghiacciai dell’Alaska ha perso volume tanto che un recentissimo studio pubblicato su Science ne ha rimarcato l’importanza essendo attualmente fra i maggiori contribuenti dell’innalzamento del livello degli oceani.
CAI MORBEGNO 39
40 CAI MORBEGNO
A pagina 37: gli immensi pinnacoli della fronte del Lamplugh glacier. Il ghiaccio ha origine dall’enorme calotta chiamata “Brady Ice Field” che riesce a rifornire di materia prima altri due enormi ghiacciai nonostante una quota massima di soli 600 m. Qui sotto: panoramica verso l’immenso Fairweather range, il Brady IceField (sullo sfondo sulla sinistra) ed il Reid glacier . In basso: la vetta del Mt. Fairwether 4671 m s.l.m. in una rarissima giornata senza nubi.
La regione di Glacier Bay si trova nel Sud-Est dell’Alaska ed è contraddistinta da una notevolissima nevosità garantita in primo luogo dal Faiweather Range, imponente catena montuosa che si innalza direttamente dall’Oceano provocando uno sbarramento naturale delle correnti umide fra i più importanti al mondo. Nel giro di 20 km si passa dalle spiagge dell’umidissimo e tempestoso Oceano Pacifico ai 4600 m del Mount Fairweather (il Monte del bel tempo), una vetta dal nome non proprio azzeccato visto che rimane libera da nubi solo una decina di giorni all’anno. Una vera e propria fabbrica di neve e ghiaccio che alimenta distese di seracchi e crepacci ancora oggi enormi e impressionanti ma che non hanno nulla a che vedere con quanto si poteva osservare da queste parti soltanto 230 anni fa’. Nel 1770 Glacier Bay non esisteva, una enorme calotta
di ghiaccio vasta oltre 6.000 km2 e spessa più di 1,5 km la riempiva completamente. Nel 1784 il ghiacciaio era già arretrato di 8 km iniziando a “scoprire” quella che diventerà poi Glacier Bay vera e propria. Il collasso glaciale più imponente dell’intero pianeta in epoca storica avviene successivamente, nel 1879 l’esploratore naturalista John Muir deve navigare per 60 km nella baia per raggiungere la fronte del ghiacciaio che prenderà poi il suo nome. Il ritiro continua anche nel XX° secolo per altrettanti km e porta ad una completa disgregazione della grande calotta in tanti ghiacciai che incidono quasi tutti i piccoli fiordi della baia. Ognuno di questi inizia a mostrare la propria dinamica, alcuni ricominciano ad avanzare, come per esempio il Johns Hopkins, altri ancora avanzano in modo violento più volte per poi ricominciare a ritirarsi CAI MORBEGNO 41
(eg. Rendu Glacier); molti altri invece continuano a ritirarsi portando le fronti fuori dal mare ed iniziando quindi a comportarsi come “normali” ghiacciai montani. Il Prof. Motyka che ha condiviso con noi parte della spedizione regalandoci un briciolo delle sue enormi conoscenze, ci ha spiegato come l’impressionante disgregazione della calotta di Glacier Bay dalla Piccola Età Glaciale ad oggi ha comportato una perdita di volume di 3450 km3 che equivalgono ad un innalzamento degli oceani dell’intero pianeta di 1 cm. Negli ultimi anni numerosi ricercatori, fra i quali J. Arendt hanno studiato i profili altimetrici recenti dei principali ghiacciai di Glacier Bay confermando una perdita di massa generalizzata, piuttosto in linea con il ritiro degli altri ghiacciai alaskiani. La domanda che si pone lo stesso Arendt è emblematica: “Da un punto di vista interpretativo, la cosa che forse è più importante riguardo la storia del tremendo ritiro glaciale a Glacier Bay è scoprire la causa del ritiro stesso”. Le recenti scoperte riguardo i cicli dei tidewater glaciers aiutano a capire com’è stato possibile un ritiro tanto rapido e violento. Anche per questo la storia di questa enorme calotta scomparsa può insegnare molto su quello che potrebbe accadere in aree glacializzate enormemente più grandi come Groenlandia ed Antartide che, seppur apparentemente invincibili, potrebbero subire un drastico e rapido collasso proprio com’è successo a Glacier Bay. 42 CAI MORBEGNO
In alto: l’incredibile ritiro di oltre 40 km del Muir glacier. foto F.Ventura - 2013 e Frank LaRoche 1899 @ Library congress. Sopra: la lingue di ghiaccio del McBride Glacierinvadeva la baia principale nel 1941 (foto: W.O. Field @ National Snow and Ice Data Center), mentre nel 2013 la fronte
si trova oltre 5 km all’interno della baia. Pagina a fronte: in seguito alla dissoluzione della calotta di Glacier Bay ed alla risalita delle fronti fin sulla terraferma, alcuni ghiacciai tributari come il Johns Hopkins hanno iniziato una fase di leggera avanzata frontale tutt’oggi in atto.
Bibliografia: Arendt A, Larsen C, Loso m, Murphy N, Rich J (2012) Alaskan National Park glaciers - status and trends: First progress report. Natural Resource Data Series NPS/ AKR/NRDS—2012/403. National Park Service, Fort Collins, Colorado. Molnia BF (2008) Glacier of Alaska. US Geological Survey Professional Paper 1386-K, Washington DC, 525 pp. Motyka RJ, Larsen CF, Freymueller JT, Echelmeyer KA (2007), Post Little Ice Age glacial rebound in Glacier Bay National Park and surrounding areas, Alaska Park Sci. J., 6(1), 36–41. Muir J (1915) Travels in Alaska. Houghton Mifflin, 288 pp. Post A, O’Neel S, Motyka RJ, Streveler G, (2011) A Complex Relationship Between Calving Glaciers and Climate. Eos, Vol. 92, No. 37, 13 September 2011, 305-311 pp.
La spedizione è parte del progetto “Sulle Tracce dei Ghiacciai” ideato dal fotografo Fabiano Ventura, presidente dell’associazione no-profit MacroMicro. Scopo del progetto scientifico è evidenziare, partendo dalle immagini fotografiche storiche, le trasformazioni glaciologiche e ambientali avvenute in un secolo nel sistema terrestre più delicato e significativo, quello della criosfera. Tre sono le spedizioni già portate a termine: Karakorum 2009, Caucaso 2011 e Alaska 2013, mentre sono programate per i prossimi anni missioni nelle Ande, in Himalaya ed infine nelle Alpi. Informazioni www.macromicro.it
Ghiacciaio
Altezza fronte
Larghezza
Lunghezza
Velocità flusso
Grado attività
(Sopra e sotto il mare)
Grand Pacific
20-55 m sopra 0-20 m sotto
3,2 Km
55,5 Km
0,3-1,2 m/giorno
Lento ritiro con perdita di spessore
Johns Hopkins
75 m sopra 60 m sotto
1,6 Km
12,5 Km
3-4,6 m/giorno
Avanzata e incremento di spessore
Lamplugh
45-55 m sopra 3-12 m sotto
1,2 Km
27,5 Km
0,6-0,9 m/giorno
Da stabile a lento ritiro con perdita di spessore
Margerie
75 m sopra 15-30 m sotto
1,6 Km
33,8 Km
1,8-2,4 m/giorno
Stabile
McBride
60-75 m sopra 90 m sotto
0,8 Km
19,3 Km
4,6-6,1 m/giorno
Rapido ritiro
Muir
10 m sopra
0,5 Km
20,1 Km
0,2 m/giorno
Lento ritiro con perdita di spessore
Reid
> 5 – 40 sopra 0-3 m sotto
1,2 Km
15,3 Km
0,3-0,9 m/giorno
Lento ritiro con perdita di spessore
Riggs
5-30 sopra
1,2 Km
23,3 Km
0,3-0,6 m/giorno
Lento ritiro con perdita di spessore
CAI MORBEGNO 43
TRACCE IN QUOTA
Segni della presenza dell’uomo sulle Alpi
di Alessandro Caligari
Se rapportato al tempo da cui l’uomo vive sulle montagne, l’alpinismo è un’attività recentissima. Escludendo episodi accidentali come le attività di cacciatori di camosci o di semplici pastori intenzionati a recuperare le proprie capre in luoghi impossibili, i primi seri tentativi alpinistici risalgono alla seconda metà del ‘700, quando Horace Benedict de Saussure tenta la conquista del Monte Bianco, riuscita poi a Balmat nel 1786. Da qui in avanti inizia una corsa alla vetta sempre più accelerata. Se non consideriamo gli esploratori scientifici, i primi attori di questa competizione sono perlopiù rampolli di buona famiglia che, annoiati dai consueti Grand Tour che si compivano in giro per l’Europa, decidono di introdurre delle varianti, inoltrandosi in territori inconsueti e sconosciuti. Dato che l’uomo è fondamentalmente un animale colonizzatore, da subito cerca di incastonare un avamposto anche nei luoghi 44 CAI MORBEGNO
più inospitali. Prendendo gusto al salire sempre più in alto, ben presto capisce che le cime più lontane o difficili hanno bisogno di più giorni per essere salite e si pone allora il problema del come bivaccare in posti totalmente inospitali. Ai primi alpinisti non facevano difetto i soldi; in effetti, chi poteva portare avanti un’attività tanto inutile come l’alpinismo, se non gente economicamente molto solida e con spalle ben protette? Perciò questi protoalpinisti finanziano la realizzazione di piccole costruzioni, che possano fungere da appoggio per le ascensioni. I primi ricoveri non sono nient’altro che semplici capanne. L’amico Luca Gibello, nel suo libro “Cantieri d’alta quota” che costituisce il primo serio tentativo di scrivere la storia dei rifugi alpini, ci dice che il primo esempio in tal senso è una capanna del 1779 costruita a Montenvers, vicino a Chamonix a una quota di 1913 metri, chiamata enfaticamente “hotel”. E’ però alla metà dell’ottocento che risale la
CAI MORBEGNO 45
grande stagione dell’alpinismo eroico e, parallelamente ad esso, del “fermento edilizio” in alta quota, dove si cominciano a realizzare edifici in muratura e legno sempre più confortevoli ed articolati. E’ questo il periodo della nascita dei grandi club nazionali di alpinisti, che iniziano, nel 1857, con l’inglese Alpine Club, quindi con gli austriaci nel 1862 e poi, nel 1863, con gli italiani; proprio quest’anno ricorre infatti il 150° anniversario della fondazione del Club Alpino Italiano. Il primo rifugio delle Alpi Centrali è la capanna 46 CAI MORBEGNO
Boval al Bernina, realizzata nel 1877, a cui farà seguito nel 1880 la Marinelli. L’anno successivo sarà la volta della capanna Cecilia, costruita in omaggio alla moglie dal Conte Francesco Lurani Cernuschi, tra i primi esploratori e illustratori del comprensorio, che rappresenterà il primo rifugio della Val Masino. Donata nel 1883 alla sezione di Milano del CAI, la piccola costruzione da 6 posti si rivela ben presto insufficiente come base per le ascensioni al Disgrazia. Nel 1890 le subentra nei pressi un nuovo fabbricato, altrettanto
modesto. Distrutto da una valanga prima di fine secolo, è ricostruito in dimensioni assai maggiori nel 1928 grazie al generoso concorso della famiglia Ponti, in memoria del noto banchiere milanese, a lungo consigliere della sezione CAI. In Val Porcellizzo nel 1887, sempre su iniziativa del conte Lurani, il CAI Milano erige la piccola capanna Badile, che poi sarà sostituita dall’odierna capanna Gianetti. Si tratta quasi sempre di costruzioni in pietra, a volte costruite addossate alla roccia, in cui il confort è
Sopra: la Capanna Marco e Rosa alla Forcola di Cresta Guzza a 3600 m inaugurata nel 1913.
pesantemente danneggiato dall’umidità e dalla permeabilità ai rigori del gelo. I pochi mobili, le coperte, i pagliericci hanno vita ed efficienza molto breve e con essi la comodità interna. Si passa allora alle costruzioni in legno, quasi totalmente prefabbricate, leggere e, in certa misura, anche spostabili, realizzabili nelle zone più disagevoli. Un chiaro esempio è la vecchia Marco e Rosa sul Bernina. Situata in Valmalenco, sul versante italiano del massiccio del Bernina, presso la Forcola di
Cresta Guzza, è il rifugio più alto delle Alpi Centrali. Per iniziativa dell’alpinista Alfredo Corti, nel 1913 sorge il primo fabbricato ligneo (12 posti), poi adibito a locale invernale. Il cantiere si svolge in due mesi grazie all’allestimento di una teleferica che permette alle oltre dieci tonnellate di materiali di superare il crepacciato ghiacciaio del Morteratsch. I finanziatori sono il dottor Marco De Marchi e la moglie Rosa, da cui appunto il nome. La 1° guerra mondiale, combattuta anche ad altezze
Nella pagina a fianco, in alto: la Capanna Badile e sotto la Capanna Cecilia nel 1890, il giorno dell’inaugurazione. Alla pagina 53: la Capanna Tschierva e il Piz Roseg.
CAI MORBEGNO 47
Sopra: la Capanne Marco e Rosa de Marchi e Agostino Rocca, in alto la moderna costruzione del 2002, sotto la capanna del 1913. Nella pagina a fianco: lungo la via ferrata al Piz Trovat. Nelle pagine seguenti: il bivacco Gervasutti e la monte Rosa Hütte.
48 CAI MORBEGNO
veramente proibitive, darà un grande impulso alla realizzazione di infrastrutture in alta quota. Inizialmente, il fatto di costruire in montagna non crea né dilemmi né dibattiti sull’opportunità o meno di queste realizzazioni. Le Alpi sono considerate un terreno pressoché infinito e refrattario a qualsiasi tipo di colonizzazione, in cui ogni attività costruttiva è considerata trascurabile, priva di qualsiasi capacità di incidere sull’essenza della montagna. Con il passare del tempo però l’alpinismo cessa di essere un’attività esclusivamente elitaria. Un numero sempre crescente di persone affronta la montagna, crescono le
richieste e le esigenze. Sorgono allora, sempre più numerose, le infrastrutture per la ricettività e la fruizione delle Alpi. L’alpinismo comincia a diventare un affare economico. Con l’incremento della frequentazione iniziano le prime discussioni sull’eticità di lasciare delle tracce in alta quota. Queste dibattiti riguardano non solo gli edifici ma tutta l’attività alpinistica in generale. Ad esempio, un tema importante, cresciuto assieme all’alpinismo stesso, concerne le modalità di attrezzare le vie di montagna. Conquistate tutte le cime, l’attenzione non è più riposta alla vetta ma alla via per arrivarci. Una corrente di pensiero sostiene che su una via in montagna non debba
essere lasciata alcuna traccia, e debbano essere utilizzati solo dei dispositivi rimovibili. I più intransigenti percorrono le vie “schiodandole”, cercando di riportarle ostinatamente al loro stato iniziale, quando nessuna traccia poteva indicare la miglior via di percorrenza e lasciando all’alpinista il piacere (ed il pericolo) della scoperta. Gruppi più moderati sostengono invece l’utilizzo dei chiodi “tradizionali” che sfruttano la morfologia della roccia. In continuità con la tradizione, cercano un rapporto con la montagna sufficientemente rispettoso, privo di forzature. Altri ancora dicono che i chiodi vanno messi ovunque occorrano per superare una parete (chiodi a
pressione) e che non devono essere utilizzati solo per motivi di sicurezza ma anche per la progressione. Cesare Maestri, un “mago” dell’artificiale, nel ’70 tracciò una via impressionante sul Cerro Torre portandosi in parete un compressore e piantando 400 chiodi ad espansione. C’è da dire che le estremizzazioni di questa fazione si sono estinte da sé, una volta esaurita la spinta iniziale che portava ad arrampicare anche sulle pareti più lisce, forzandone però la resistenza con un trucco, che in modo arrogante non teneva conto dei possibili progressi futuri dell’arrampicata libera. Altro tema scottante è quello della realizzazione delle ferrate, cioè delle vie con
dei dispositivi di sicurezza e di progressione fissi (funi metalliche, catene, scale, passerelle ecc.). La costruzione di ogni nuova ferrata immancabilmente innesca discussioni e polemiche. C’è chi vede in queste opere degli espedienti per democraticizzare e rendere più sicura la fruizione della montagna, permettendo la salita di una parete ad un maggior numero di persone, che, diversamente, non potrebbero mai affrontare una determinata salita. L’opinione opposta vede in queste azioni un’aggressione alla montagna, un irrispettoso assalto all’ultimo luogo lontano, difficile e solitario, proprio per questo tanto affascinante. CAI MORBEGNO 49
Se questo tema delle tracce dell’uomo in alta quota riguarda l’attrezzatura delle vie, a maggior ragione considera l’eticità o meno di costruire rifugi o bivacchi in montagna. Anche in questo caso le posizioni sono molteplici ed articolate. C’è chi sostiene che in montagna non si debba costruire nulla: è l’ultimo baluardo della “wilderness”, dei luoghi incontaminati e come tale deve restare. Altri invece sostengono che il rifugio è una struttura indispensabile per affrontare l’alta montagna: anzitutto è un sorta di dispositivo di sicurezza per salvare vite umane, in secondo luogo rende l’approccio alle pareti molto più agevole. Visto che nulla di normativo o di codificato vieta la costruzione di edifici in quota, il dibattito si sposta su come debbano essere realizzati i rifugi. C’è chi dice che il rifugio debba essere il più mimetico possibile, costruito utilizzando materiali e forme del luogo. Questo è un tema molto complesso: quali sono le forme, o meglio le tipologie del luogo? Come si fa ad invocare l’utilizzo di tipologie “tradizionali”, considerando che in quota non esiste alcun edificio tradizionale? E’ probabile che il rifugio stile “baita” sia quello che maggiormente rientri negli schemi dell’uomo comune. E’ però una pura convenzione, derivata da consuetudini, neanche troppo vecchie, che avevano nella limitatezza dei materiali e delle tecniche conosciute il principale condizionamento. All’opposto, un altro modo di pensare dice che, essendo il rifugio un corpo estraneo, occorre porre l’accento su questo 50 CAI MORBEGNO
essere un elemento avulso dal contesto, che mutua la sua forma dalla funzione per cui è pensato, più che da tipologie del passato. Nascono allora edifici emblematici in tal senso, come il bivacco Gervasutti alle Grandes Jorasses o la Monte Rosa Hutte (Bergkristall). Queste costruzioni scardinano completamente la logica dell’edificio in pietra con tetto a capanna. Nel caso del bivacco Gervasutti (architetti Gentilcore e Testa), la funzione è l’elemento generatore della strutture. E’ un cannocchiale sul ghiacciaio, con pochi spigoli da offrire al vento (non per niente inizialmente si voleva usare la fusoliera di un vecchio aereo), una sagoma volutamente di rottura, con un confort interno che sembra un ossimoro rispetto alla definizione stessa di bivacco. Se ne sta lì, appollaiato a sbalzo su una roccia, a sfidare la gravità e gli sguardi malevoli dei cultori delle costruzioni tradizionali. Commissionato da una domanda colta (Sottosezione Universitaria Club Alpino Italiano), avvia un laboratorio progettuale che “rottama” una tipologia elementare e approfondisce il tema della prefabbricazione d’alta quota. Altro caso emblematico è quello della Monte Rosa Hutte, ribattezzato Bergkristall, cristallo di montagna. Progettato dagli svizzeri Bearth & Deplazes, è un corpo sfaccettato, un poliedro irregolare, appunto un cristallo scintillante di vetro e metallo, che si staglia ma al contempo si armonizza con le forme ed i colori del paesaggio circostante, che assorbe e riflette. L’interno ospita degli accoglienti ambienti interamente in legno,
cosa che forse ha contribuito a smorzare i toni critici dei “detrattori del nuovo”. Entrambi sono due archetipi che esprimono nuove concezioni formali e culturali, che cercano di conciliare attenzione all’ambiente, intesa in termini di impatto visivo e di risparmio di risorse, e innovazione. A prescindere dal tipo di approccio, resta però il tema di fondo: è opportuno continuare a costruire in montagna, portare continuamente più in alto l’asticella della colonizzazione sempre più stabile e tecnologicamente supportata? Personalmente ho più di un dubbio, non tanto sullo svecchiamento delle strutture d’ospitalità già esistenti, quanto sul favorirne gli accessi con strade che si spingono a quote più sempre più alte o con mezzi di trasporto non adatti all’ambiente, come le motoslitte, gli elicotteri ad uso turistico o, ancora, con ferrate che confondono la montagna con un parco divertimenti. Si dice che indietro non si torna, ma è anche vero che le Alpi non sono quel terreno infinito che appariva ai primi esploratori. In un mondo che si fa sempre più piccolo, in cui tutti gli angoli vengono esplorati e colonizzati, è opportuno lasciare degli spazi di wilderness, difficilli e solitari, delle terre incontaminate che permettano all’uomo di misurarsi con il limite. Forse è opportuno introdurre un’azione di tutela di questi spazi, che ne lasci libera la frequentazione ma che nel contempo li liberi dalla morsa aggressiva di nuovi mezzi e nuove infrastrutture. Ci si affranchi da queste sleali scorciatoie e si assapori la montagna nella sua totalità.
CAI MORBEGNO 51
MA, VOI SALITE ADESSO?
di Andrea De Finis
L’espressione “partenza intelligente” , tipicamente usata in riferimento agli esodi vacanzieri estivi, definisce le strategie normalmente adottate al fine di evitare code e sovraffollamenti. Nell’ambito scialpinistico della Bassa Valtellina … in realtà, nonostante l’altisonanza dell’incipit, si sta parlando di una decina di bambini e bambini cresciuti che si divertono un mondo a buttarsi giù dai prati in orari bizzarri, 52 CAI MORBEGNO
e di un’altra decina di bambini ancora più cresciuti che dogmaticamente biasimano i primi, ma sotto sotto li invidiano un po’. Si diceva: Nell’ambito scialpinistico della Bassa Valtellina la definizione di partenza intelligente rimanda ad una gita con inizio in ore notturne e da completarsi nel più breve tempo possibile. Le prime, inconsapevoli, prove pilota di partenza intelligente
erano ovviamente frutto del desiderio di raggiungere la cima per primi per trovare la neve migliore, e talvolta della passione di alcuni per la fotografia e quindi della ricerca di ambienti e atmosfere diverse. La svolta, però, che sancisce la nascita della partenza intelligente coincide con una disfatta. Ritrovo ore 6.00 con destinazione il monte Colombana. A poco dalla meta ci accorgiamo di non essere
Sopra: verso la Cima della Rosetta. La testata della Valgerola si tinge di giallo, mentre il sole si affaccia dal Passo San Marco.
CAI MORBEGNO 53
i primi: sguardo d’intesa, reazione immediata e con tempi da scafate tutine siam pronti a scendere, almeno l’onta è lavata! Ma … da sopra, con tono falsamente candido, una voce femminile gracchia: “Chiedi a loro, magari sono del posto e sanno dove ci troviamo”. Discesa rovinata e orgoglio in pezzi. Ha ufficialmente inizio la partenza intelligente, che per potersi definire tale deve prevedere un ritrovo non oltre le 5.00 (una sua ultima evoluzione, la partenza Einstein, non oltre le 4.00) e un rientro tale da permettere tappa al Dolce Forno in orario colazione, ma “venendo dall’alto” . Implicito che il naturale terreno di conquista sia rappresentato dalla Valgerola. Da menzionare gli incontri 54 CAI MORBEGNO
che l’orario inconsueto occasionalmente riserva al punto di ritrovo: tra tutti il sedicente bracconiere verosimilmente carico più d’alcol che di selvaggina. La partenza intelligente ideale è quella del sabato mattina, che concede, nei casi di dipendenza da scialpinismo più conclamati, una eventuale seconda gita in giornata, magari con pernottamento in baita e prosieguo il mattino seguente. Una volta sinceratisi della fattibilità della gita, nel primo pomeriggio del venerdì l’aria comincia a farsi frizzante anche a Milano. Riki dirama, in cascata trasmetto a Mirko, che avvisa Luca, il quale però deve sentire se la Jessi … L’inizio è traumatico: suona la sveglia e maledici la tua insana passione; come un automa
indossi l’abbigliamento riposto la sera precedente in rigoroso ordine di vestizione, prepari il te il poi il tuo corpo esce di casa dirigendosi verso il punto di ritrovo; il cervello lo raggiungerà solo dopo i primi passi nel bosco, quando ti sarai accoro che c’è anche il Puntel. La salita, finché buio, si compie in rigoroso silenzio. Quindi l’alba, semplicemente un trionfo. Infine la cima: i secondi di estasi mentre ti guardi intorno, cambio veloce, sigarettina (opzionale), e il fisiologico attimo delle cazzate con la dedica a chi quel giorno non c’è e si sta ovviamente perdendo il pezzo dell’anno – Carlo mi sa che qualcuna a breve ti tocca … senza rancore!. Nulla da commentare sulla discesa: in sede pubblica niente cose intime.
Nella pagina a fronte: verso la Cima della Rosetta, in basso le luci della Valtellina che si sta svegliando.
Durante il rientro Riki pensa alla musica da abbinare al video che di lì a poco caricherà in rete: normalmente mi sveglio dalla pennica postsciata e son già su youtube. Parcheggiata la macchina col muso a valle, si ordina la colazione di rito al bar Dolce Forno: spremuta, pizzette e caffè e magari, a chi sta pagando alla cassa pronto a iniziare la gita, ti scappa, senza malizia, un “Ah, ma voi salite adesso?!?”
In alto: primo sole sul Pizzo Trona. Sopra: il sole si apre la strada in un mare di nubi poco sopra il lago Culino.
CAI MORBEGNO 55
Lo ZAINO è pronto di Andrea Mottarella
Raccontare una spedizione alpinistica per alcuni di voi potrà risultare semplice, ma non lo è stato per me. Ho voluto infatti rendervi partecipi delle mie emozioni nel modo più sincero ed accorato possibile e mentre scrivevo ho temuto spesso di cadere in ovvietà e o fanatismi. Raccontare ad altri di “se stessi” significa rendere pubblico ciò che è nascosto dentro di noi, le nostre paure più profonde e i nostri sogni più segreti. Ma è proprio questo che, spero, essere riuscito a trasmettere in questo breve racconto. Vorrei, innanzitutto, confidarvi e raccontarvi del mio “traguardo”, non un arrivo, ma solo una tappa della mia grande passione per l’alpinismo. E’ forse impossibile spiegare con precisione il legame che unisce una montagna ad un’alpinista. È qualcosa che si ha dentro, un sentimento che si sviluppa senza che tu sia in grado
56 CAI MORBEGNO
di accorgertene. Non tutti lo sentono, non tutti lo capiscono, ma se si ama la montagna e si sogna di confrontarsi con lei, è un richiamo che non si può ignorare, è una voce sempre più forte e sempre più insistente. Sarà il suo profilo inconfondibile osservato migliaia di volte, sarà quel senso di appartenenza e di sicurezza che ovunque mi trovo mi sa donare, saranno le leggende, i racconti o il suo nome così inquietante. Non lo so. Sarà semplicemente che ognuno di noi ha la propria montagna, sarà che se sei nato a Morbegno e hai alzato lo sguardo verso il cielo non puoi non aver sognato, almeno per una volta di raggiungere quel punto così alto. Il Monte Disgrazia, la “mia” Montagna. Credo che conquistare la vetta di una Montagna sia il risultato di un proprio cammino fatto di passione, di sogni e di sacrifici. Mi piace pensare ad ogni Montagna come ad una creatura, ognuna con la propria storia scritta da uomini
CAI MORBEGNO 57
che con lei hanno voluto confrontarsi. E questa è la mia … Lo zaino è pronto. Ho già spuntato mentalmente, più e più volte, l’elenco dell’attrezzatura necessaria. C’è tutto. È pronto. Controllo nuovamente la sveglia, mi stendo sul letto e provo ad addormentarmi. Non ci riesco: è troppo presto. Non mi interessa più niente di questa giornata. Sono concentrato. Sono pronto per domani, è come se fossi già in cammino. La mente oppone resistenza al sonno, continua a viaggiare.. troppi pensieri la affollano, troppe emozioni contrastanti... Sono passati quattro anni da quel nostro primo incontro, era la fine di ottobre e la tua parete era coperta da un soffice strato di neve fresca. Quel giorno soffiava vento da nord; era freddo, freddissimo e la giornata così irrimediabilmente corta. Quel giorno era deciso che nessuno solcasse la tua sommità e così è stato. Non c’erano le condizioni, ma soprattutto non c’era l’alpinista, troppo acerbo e troppo inesperto per meritare tanta soddisfazione. Tempo fa, ho letto questa frase di Simone Moro: “Ogni uomo ha il suo Everest da raggiungere, ma non basta sognarlo per raggiungerlo.. per questo vi auguro di trovare
58 CAI MORBEGNO
la forza e la motivazione per mettervi in cammino”. Non ho mai smesso di pensarti, non ho mai smesso di guardarti, non ho mai smesso di sognare di raggiungerti e per questo ho iniziato a camminare, a correre, a scalare. Voglio essere degno della tua grandezza. Ho lavorato sodo per meritarmi le tue attenzioni ed ora mi sento pronto. Sono pronto. Sono circa le tre e mezzo di mattina quando il suono elettronico della sveglia segna l’inizio di quest’attesissima giornata. Faccio il pieno con la consueta abbondante colazione, indosso l’abbigliamento accuratamente preparato la sera prima, riepilogo per l’ultima volta
l’inventario dell’attrezzatura ed esco di casa. Sono pronto. Non resta che aspettare l’arrivo del mio compagno di scalata, capo cordata ed esperto alpinista. Con un compagno così tutto è più semplice. Sono le quattro e mezzo circa quando, lasciata l’auto sotto un cielo carico di stelle, ci incamminiamo verso la nostra meta. Percorrere i pianori della valle di Predarossa nel silenzio della natura che ancora riposa e assistere al suo lento risveglio da est, con il continuo mutamento di colori, luci ed ombre, è già di per sé sufficiente a giustificare qualsiasi sacrificio. Proseguiamo lungo il filo della morena glaciale che, quasi
come un lungo palcoscenico, conduce al cospetto del versante sud del Disgrazia. Raggiunta senza alcuna difficoltà la sella di Pioda, iniziamo a percorrere la cresta che conduce in vetta, quando, a un certo punto, gettato lo sguardo nell’abisso della Val Sissone, lungo la parete Nord, provo una sensazione che mai mi sarei aspettato: Lì ho capito che oggi sarei riuscito a raggiungere il mio obiettivo. Una sicurezza e una fiducia assoluta hanno riempito il mio spirito. In quell’istante, l’allenamento, la determinazione, l’entusiasmo e la passione si sono uniti in un’unica nuova sensazione: un desiderio di “volare” (certo non
giù per la parete Nord!!). La via normale del Monte Disgrazia, agli occhi della maggior parte degli alpinisti, risulta probabilmente banale e senza particolari difficoltà. E’ per questo motivo che ho deciso di non dilungarmi in una classica e dettagliata descrizione della mia ascensione, ma come scrisse il grande Bonatti: “Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze. Sulle montagne possono salirci molti altri, ma nessuno potrà mai invadere le esperienze che sono e rimangono nostre.” L’insieme di emozioni che ho vissuto sulla montagna per portarle dentro me stesso sono
un concentrato di istanti e sensazioni che difficilmente potrò provare lontano da un’ambiente così naturale e così reale. Su questa montagna (oltre ad aver dimenticato, preso dall’emozione, il tappo della macchina fotografica) ho trovato conferma che non c’è nulla di più forte della volontà di un uomo che persegue i propri sogni. E adesso? … Adesso è solo l’inizio. Per fortuna non ho che l’imbarazzo della scelta in questa bellissima terra in cui ho avuto la fortuna di crescere.
CAI MORBEGNO 59
Quest’anno nella sezione CAI di Morbegno, oltre ai pluridecennali corsi, sono stati aggiunte come novità le uscite sociali di sci alpinismo: in quest’ottica, già ad inizio anno, sono state messe in programma tre uscite per i primi tre mesi con mete da definire. Per i due organizzatori Marco Poncetta e Vincenzo Bavo,
LO SCIALPINISMO DEL CAI di Marco Poncetta
referenti dello sci alpinismo della sezione di Morbegno, il problema maggiore è stato proprio la scelta dell’itinerario, nei tempi necessari per organizzare e pubblicizzare l’evento, tenendo conto però delle previsioni meteorologiche e della variabile neve, soprattutto sotto il profilo della sicurezza.
60 CAI MORBEGNO
La prima gita si è svolta domenica 13 gennaio in Engadina, al Piz Belvair, 1100 m di dislivello sui prati esposti a sud che sovrastano il caratteristico paesino di Madulain. Tema della giornata? «La finestra…di sereno»: questa era la battuta con cui più volte io e Vincenzo esortavamo i partecipanti a non badare al cielo grigio e cupo del primo mattino e alle previsioni meteorologiche poco promettenti. La loro caparbietà è stata premiata e i quindici partecipanti, insieme ai nuovi aggregati Angelo e Isa, con il loro splendido cane, in prossimità della cima, hanno potuto godere di un tiepido sole invernale che li ha accompagnati per tutta la discesa. La seconda uscita in programma è stata effettuata domenica 10 febbraio sempre in Svizzera, questa volta nel poschiavino, un bellissimo itinerario sulla Motta Rossa, uno splendido
“panettone” posto ad est del noto Piz Varuna. Dopo un primo tratto di bosco, si aprono ampi pendii che permettono di spostarsi in più direzioni: oltre ad uno splendido panorama sulla valle e sul lago di Poschiavo, è singolare salire intersecando la tratta ferroviaria del Trenino Rosso del Bernina che più volte si è fatto sentire fischiando nella verde pineta. I sedici partecipanti hanno dovuto sfidare un forte vento che non ha nemmeno permesso di fare la classica foto di gruppo sulla cima e che ha “incartonato” il manto nevoso a tal punto che nemmeno il miglior scialpinista sarebbe riuscito ad evitare spettacolari cadute. Da ricordare la presenza della ciaspolatrice Chiara, che ha tenuto il passo degli sciatori, anche in discesa, e di Denny, che con la sua tavola da snowboard appesa allo zaino ha sfidato le raffiche di vento, prima di lanciarsi in spettacolari “curvoni”.
Nel giorno di domenica 10 marzo è stata la volta della terza ed ultima escursione, l’unica entro i confini provinciali, sulla cima di Savoretta, in una delle più belle valli dell’Alta Valtellina, anche se poco frequentata, la Val di Rezzalo, nel comune di Sondalo. L’incognita tempo ci ha accompagnato già dalla partenza in Piazza Sant’Antonio ancora bagnata dalla pioggia, copiosamente scesa per tutta la notte. Dalle informazioni, sempre più precise dei siti internet, sapevamo che le ore di bel tempo disponibili erano poche, quindi abbandonata l’idea di fermarci a fare colazione, come siamo soliti fare, ci siamo messi subito in viaggio per raggiungere il prima possibile l’abitato di Fumero, all’ingresso della Valle di Rezzalo, punto di partenza della nostra escursione. Sci ai piedi, dopo un primo tratto su strada militare, siamo giunti presso la chiesetta di San Bernardo e successivamente allo splendido agglomerato di baite in sasso e legno, le “Baite Ronzone”, sino a quota 2100 m
dove abbiamo raggiunto l’ultimo alpeggio “Clevacchio”. Dopo uno spuntino ristoratore ci siamo inoltrati verso un vallone posto a sud-est dove la pendenza lascia il posto ad un tratto pianeggiante che ci è sembrato interminabile. Raggiunta la cima, giusto il tempo di fare qualche foto e ci siamo lanciati, vista la neve farinosa scesa la notte precedente, in una discesa memorabile. Il cielo in pochi minuti si è coperto e ha cominciato pure a nevicare. In conclusione Marco e Vincenzo, a nome della sezione del CAI di Morbegno, ringraziano tutti i partecipanti alle escursioni, un’iniziativa che troverà spazio anche tra le attività del prossimo anno visto il successo che ha riscosso. Sono state e saranno un’occasione di aggregazione e avventura, uno scambio di esperienze, un momento di condivisione per vivere davvero la montagna.
CAI MORBEGNO 61
IL TELEMARK
in Valgerola di Mara e Corrado
Il Telemark è la tecnica sciistica a “tallone libero” che di fatto ha concesso per prima la possibilità all’essere umano di muoversi con“due assi” sotto i piedi, una tecnica primitiva quindi che però è di tendenza Incisioni rupestri risalenti addirittura a 4000 anni avanti Cristo, rinvenute in Norvegia, e antiche pitture sono a testimonianza di quanto appena dichiarato. Fu però nel tardo 800 che, sempre nel fantastico paese nordico , grazie a Sondre Norheim nativo di Morgedal nella regione del Telemark , avvenne la nascita vera e propria della sciata “inginocchiata”. Fu l’episodio in cui Sondre, durante una gara di salto al trampolino con atterraggio inginocchiato, a dare un risalto particolare a questa arte, facendo conoscere il telemark al mondo esterno alla Norvegia; è ovvio che la nascita di questa particolare tecnica dovuta in passato all’utilizzo di mezzi tecnici rudimentali, costringeva quanti volessero muoversi abbastanza agevolmente sulla neve a ricorrere ad una sciata piuttosto libertina. La sciata a Telemark, che con l’attrezzatura di quel tempo ben si adattava alla morfologia del terreno norvegese, giunse sulle Alpi proprio quando nasceva 62 CAI MORBEGNO
la tecnica a sci “paralleli”; quest’ultima mostrò la sua maggior efficacia su pendii ripidi, nevi difficili ed in campo agonistico. In breve tempo la sciata a Telemark scomparve completamente e, solo attorno agli anni 70 grazie all’entusiasmo di un gruppo di giovani sciatori americani del Colorado, per snobbismo o per andare contro corrente, rispolverarono la vecchia e primitiva tecnica a “tallone libero”; grazie ad un’attrezzatura decisamente più moderna essi dimostrarono un potenziale fino allora insperato. Naturalmente i norvegesi non stettero a guardare, vista la paternità delle tecnica, la strada presa dagli anericani, e, nel volgere di poco tempo le due scuole diedero un imprinting ben preciso al Telemark. Durante lo storico incontro avvenuto nel 1983 durante l’INTERSKI a Sesto Val Pusteria le due nazioni si confrontarono su come usare nel migliore dei modi l’attrezzatura a tallone libero. Ebbe inizio così il boom del Telemark che all’inizio degli anni 90 sbarcò anche in Italia, pur rimanendo uno sport di nicchia. In Trentino prima, in Lombardia poi, in particolare a Livigno che da anni vanta la più nota manifestazione a tallone libero a livello mondiale
(Skieda, Free Hill Festival), oltre una scuola rinomata, la tecnica inginocchiata si sparse a macchia d’olio un po’ su tutto l’Arco Alpino. In Valtellina seguirono l’esempio del piccolo Tibet, la Valmalenco, Madesimo con i primi Maestri di Telemark e la Valgerola con le iniziali apparizioni di sciatori a tallone libero alla fine degli anni 90. Ricordiamo i nomi dei primi locali che sulle piste di Pescegallo scendevano e salivano con attrezzatura da Telemark tra lo stupore e la perplessità dei palati fini degli sciatori della zona: Giovanni Mattei, Corrado Morelli, Fabio Salini, Davide Spini, Silvia Colombini e le successive comparse di Maestri di Telemark provenienti dalle scuole di Madesimo e Valmalenco.
Grazie all’entusiasmo ed alla passione di alcuni dei sovracitati personaggi, alla collaborazione tra Pro Shop Patagonia di Morbegno Sponsor e il Rifugio della Corte, il cui gestore (Corrado) è un autentico “malato” del telemark , ogni anno si tengono raduni di appassionati della tecnica inginocchiata. In questo modo si cerca di far conoscere ed apprezzare la divertentissima e faticosa tecnica che grazie alle moderne attrezzature si presta moltissimo anche al tanto amato fuoripista o skialp che proprio in Valgerola trova il suo habitat naturale. Alcuni giovani sciatori locali si sono difatti appassionati al telemark e negli anni a venire anche la Valgerola sarà sempre
più una location per la tecnica a tallone libero. In effetti in questi ultimi due anni, dopo qualche abbondante nevicata notturna, è sempre più frequente, il giorno seguente, incontrare sulle piste di Pescegallo orde di scatenati sciatori a tallone libero provenienti dalle vicine provincie che si buttano nella povere, caratteristica esclusiva della stazione orobica. C’è chi invece non ha ancora deciso di dedicarsi esclusivamente al Telemark,come Mara Cavallotto, che con Corrado gestisce il Rifugio della Corte; a seconda delle condizioni del manto nevoso o degli itinerari, Mara alterna la sciata a tallone libero alla sciata da”rigida”(così
sono soprannominati gli sciatori a stile alpino da quelli a tallone libero). Ciò è dovuto in parte alla maggior difficoltà su determinati tipi di neve della sciata a tallone libero, che richiede un maggior dispendio energetico ed un gesto atletico più complesso. Forse però Mara è recalcitrante sul fatto di abbandonare definitivamente lo stile di sciata che l’accompagna da sempre. Certo è che pian piano aumentano le sue uscite a telemark e diminuiscono quelle a stile alpino. Terminiamo con una massima del telemark: “Libero il tallone libera la mente”.
CAI MORBEGNO 63
ALPINISMO GIOVANILE 2013 di Riccardo Marchini
64 CAI MORBEGNO
L’attività giovanile 2013 si è svolta nell’ambito della Scuola di Alpinismo Giovanile “Luigi Bombardieri” della provincia di Sondrio. Due le direttrici sulle quali si è articolata: la collaborazione con le scuole e i corsi interni. Ci limitiamo qui a riferire soprattutto delle iniziative che hanno interessato più direttamente la nostra sezione. In maggio, su invito della Scuola primaria “G. Spini” di Morbegno, siamo stati coinvolti in un piccolo progetto educativo con le classi 3e elementari. All’incontro in aula fra gli accompagnatori di AG e i bambini, finalizzato alla reciproca conoscenza, è
seguita, nei primi giorni di giugno, un’uscita nell’invitante ambiente della val di Mello per una giornata di giochi all’aperto: arrampicata assistita, simulazione di ricerca di un disperso in valanga con un apparecchio ARTVA, caccia al tesoro per imparare a conoscere la bussola, attraversamento di un torrente immaginario su un ponte tibetano teso fra due abeti. Il bilancio, per attenzione e interesse da parte degli alunni, è stato sicuramente positivo. In particolare l’esercizio fisico su e giù per i massi e l’esperienza sulle corde ondeggianti del ponte tibetano hanno incontrato ampio
gradimento. I corsi interni, articolati in una sessione primaverile e in una estiva, hanno fatto registrare una discreta partecipazione (rispettivamente 30 e 43), ma con solo tre giovani di Morbegno: una presenza per noi indubbiamente non soddisfacente, speriamo causata esclusivamente da qualche errore di comunicazione, visto che era il primo anno di esperienza con la Scuola di AG. In primavera, da marzo a giugno, con una coda a settembre per un rinvio causato dal maltempo, sono state effettuate sei uscite aventi ognuna un tema ben
preciso: il sentiero della fatica e del ricordo (Triangia); sci & ciaspole (Prato Valentino); i giochi sulla neve (Pescegallo); la flora (Val Fabiolo); i borghi antichi (Savogno); il rifugio (due giorni a Eita). Nella settimana dal 22 al 27 luglio, in modo continuativo da lunedì a sabato, si è svolto il corso estivo. Ci siamo arrampicati sul panoramico Monte Spondascia in Valmalenco, abbiamo visitato i laghi artificiali di Santo Stefano sulle Orobie, abbiamo passato due belle giornate in Valfurva. Qui abbiamo raggiunto la Cima Branca, come ripiego rispetto alla programmata salita al Monte
Pasquale, resa sconsigliabile dalla presenza di troppa neve. Dopo i giochi di arrampicata sulle rocce della Val Poschiavina, la settimana si è conclusa a Chiareggio con la tradizionale gara di orientamento, come sempre combattuta. Indirettamente la nostra sezione ha contribuito anche alle altre attività della Scuola di AG, perché è stata presente con qualche suo accompagnatore al trekking delle Orobie (sei tappe fra i rifugi bergamaschi e valtellinesi) e al corso di orienteering, rivolto alle classi prime e seconde dell’ITIS di Sondrio (lezioni in aula e uscita finale sul campo).
CAI MORBEGNO 65
GRUPPO 2008 di Riccardo Marchini
66 CAI MORBEGNO
I mercoledì del Gruppo 2008 si sono svolti con qualche difficoltà. Non tanto per un calo di interesse, sempre alto, o di adesioni, nella media degli anni precedenti, ma perché sono stati pesantemente condizionati dal maltempo. In alcune occasioni si è partiti ugualmente nonostante cieli plumbei che non promettevano nulla di buono, ma altre volte era oggettivamente sconsigliabile avventurarsi in montagna. Soprattutto in ottobre e novembre, i mesi solitamente dedicati alle gite sui monti dal clima temperato del Lario occidentale, le brutte giornate ci hanno costretto a rimanere a casa. Nonostante questo, il programma delle gite primaverili ed estive, come al
solito scritto mese per mese, è stato ricco e vario. Molte sono state le uscite proposte in località nuove. Orobie: Pizzo Dosso Cavallo dal Dosso Chierico, Monte Cadelle e Pizzo Torrenzuolo in Valtartano, anello attorno al Pizzo Varrone con variante al Rifugio Santa Rita, lago di Publino in Valle del Liri, Monte Cavallo in Alta Valbrembana. Retiche: Capanna Vetta di Rohn e Passo di Rogneda, Cima Vignone. Alta Valtellina: Monte Sobretta dalla strada del Passo Gavia, anello dei bivacchi della Cima Piazzi. Monti lariani: Pizzo di Gino dalla Val Cavargna, Grigna meridionale lungo il percorso attrezzato della Direttissima e del sentiero Cecilia.
Valle di Poschiavo: San Romerio da Miralago. Val Bregaglia: traversata dei monti da Uschione a Pradella. Oltre a queste, non sono mancate le solite gite, spesso di ripiego, sulla Costiera dei Cèch e sui monti della Valgerola. Il programma invernale, invece, deciso volta per volta in base alle condizioni di innevamento, è stato svolto con la solita formula “sci & ciaspole”. Annotiamo che il numero dei ciaspolatori sta superando quello degli sciatori. Qualche numero a futura memoria: una quarantina di gite per un totale di circa 30000 metri di dislivello e una media di partecipanti di 7 a quelle invernali e di 10 alle estive. CAI MORBEGNO 67
SGUARDI DIVERSI di Francesco e il suo babbo
Escursione in Austria, raccontata da differenti punti di vista. Il CAI Morbegno, sul finire dell’estate, da un po’ di anni, organizza un’uscita di alcuni giorni, spesso in territorio austriaco. Non ha fatto eccezione neppure il 2013 e così, per rendere più indolore il termine delle ferie, anche la nostra famiglia ha aderito alla proposta. Nel raccogliere i ricordi per stendere queste righe, sentendo le impressioni dei vari componenti, mi rendo conto che il resoconto è molto diverso a seconda del narratore, pur avendo fatto grosso modo le stesse cose. Soprattutto è diverso il racconto dei bambini, che pongono l’accento su aspetti molto diversi da quelli degli adulti. Il mio report è sicuramente più stereotipato, condizionato da ciò che immagino si aspetti il lettore. 68 CAI MORBEGNO
Eccolo. Partiti, neppure troppo presto, venerdì 24 agosto da Morbegno, siamo arrivati a Langenfeld, nell’Otztall, nel primo pomeriggio; sistemati nelle varie stanze del piacevole alberghetto, abbiamo approfittato del tempo discreto per una breve uscita, fino ad una fattoria-ristoro all’Alpe Brand dove Domenico ci ha assicurato avremmo trovato uno dei miglior strudel austriaci. Coperto il dislivello non impegnativo, fatta la merenda (all’altezza della promessa), siamo scesi dal versante opposto, attraverso ponti sospesi e boschi ben tenuti. Il giorno dopo, confortati da previsioni meteo favorevoli, ci siamo divisi in due gruppi e siamo partiti alla volta di Solden. Da qui abbiamo intrapreso
due itinerari diversi: alcuni si sono portati in quota con una funivia per poi compiere una comoda traversata, fino a prendere un altro impianto per ridiscendere; l’altro gruppo, più numeroso, è partito (sempre utilizzando gli impianti di risalita) per salire sul monte Wildes Mannle, che più o meno significa “uomo-selvatico”. Raggiunta la vetta (quota 3023) attraverso una bella cresta, siamo ridiscesi dal versante opposto, percorrendo delle morene fino al rifugio Breslauer e da lì all’abitato di Vent. Sapendo che il giorno successivo il tempo non ci avrebbe supportato, ci siamo organizzati per una rilassante e divertente mattinata alle terme di Aquadome, tra scivoli e vasche all’aperto. All’uscita il pullman ci aspettava per il rientro a casa.
Resoconto di Francesco (5 anni). Siamo partiti con il pullman e a metà viaggio ci siamo fermati in una specie di Autogrill, con un bel dondolo fatto a forma di polipo, con animali ed una fattoria per giocare. Da lì siamo ripartiti per il paese, che si chiamava Langenfeld. Appena arrivati siamo andati nell’albergo, dove avevamo una bella stanza con i piumini bianchi. Quando siamo usciti, siamo andati su una collina lì vicino, un po’ in salita, dove c’era un ristorante con delle oche, conigli, capre e trote. Poi abbiamo preso dei tricicli e siamo scesi dai prati molto velocemente. Più tardi siamo tornati in paese. Il giorno dopo siamo andati su una montagna vicina, con una funivia bianca. In cima abbiamo camminato tanto. In
mezzo a un prato c’era uno scivolo lungo, fatto con un tubo rosso lungo la discesa (molto divertente!). Abbiamo camminato ancora un bel po’, finchè siamo arrivati ad un altro parco giochi con assi d’equilibrio con le molle, reti e corde per arrampicarsi, tutto in legno. Poi abbiamo mangiato in un bar-rifugio, dopo di che abbiamo preso un’altra funivia, questa volta blu e grigia e siamo arrivati a Solden. Lì abbiamo visto dei ciclisti con delle biciclette antiche, una con una ruotona grandissima davanti ed una piccolissima dietro. Mentre aspettavamo il pullman siamo andati in un altro parco giochi, con una carrucola molto divertente. Poi è arrivato il pullman con gli amici che avevano fatto un altro giro, e siamo andati in albergo, dove abbiamo
giocato con gli altri bambini. Il giorno dopo pioveva molto e così siamo andati alle terme. Le terme erano bellissime: c’era l’arca di Noè e uno scivolo fatto con un tubo buio lunghissimo, con un semaforo per la partenza e le stelle sulle pareti e che sbucava in una vasca. C’erano tante piscine, alcune all’aperto con la musica sott’acqua, altre con l’acqua salata e una scala a chiocciola che collegava tutte le vasche, di cui una gelida. In un’altra c’era in mezzo una specie di fungo da cui usciva una cascata d’acqua. Sul pullman del ritorno mi sono addormentato e mia sorella Aky mi ha fatto molte foto. L’Austria mi è piaciuta tantissimo, anche se non ho visto i canguri, infatti mia sorella mi ha detto che quella è l’Australia, non l’Austria. CAI MORBEGNO 69
150 CIME PER 150 ANNI
LA SALITA AL
Centocinquanta vette che hanno rivestito o rivestono un significato particolare dal punto di vista alpinistico, storico, geologico o di altra natura nella storia del CAI e del Paese salite in contemporanea. Questa una delle iniziative per festeggiare i 150 anni della fondazione del CAI. La sezione di Morbegno ha scelto di salire la via normale al Pizzo Cengalo, 3367m. di Marco Poncetta
70 CAI MORBEGNO
Il ritrovo, per il gruppo di alpinisti, è fissato ai Bagni Masino per il primo pomeriggio di sabato 14 luglio. Sotto un sole cocente, imbocchiamo il sentiero della Val Porcellizzo verso il Rifugio Gianetti a quota 2534 m. Causa affollamento stagionale, siamo costretti a pernottare nell’adiacente bivacco. I posti branda, non eccessivamente confortevoli, non sono motivo di sconforto, hanno anzi contribuito a rendere l’escursione più avventurosa.
CENGALO Al mattino, di buon ora, ci incamminiamo verso la nostra meta consapevoli che la salita sarebbe stata tutt’altro che “una passeggiata”. Il Cengalo, causa le abbondanti nevicate di fine primavera, è molto innevato e anche Mimmo, il gestore del rifugio, non ci dà indicazioni precise perché la nostra risulta essere la prima salita stagionale. Abbandonato il sentiero che, a mezza costa, porta al rifugio Allievi calziamo i ramponi perché la neve si presenta ancora ghiacciata. Risalito il
ripido canalino che conduce al Colle del Cengalo, proseguiamo in sicurezza e, a tratti, posiamo delle corde fisse perché quelle che dovrebbero trovarsi sul percorso sono ancora coperte dalla neve. Nota “dolente” della gita è il masso che, nel salire il tratto di sfasciumi, si stacca e colpisce il ginocchio di una componente la spedizione la quale, pur zoppicante, raggiunge la cima. Dalla vetta, grazie alla splendida giornata, ammiriamo la spettacolare parete nordest
del Badile, spaziamo lo sguardo a 360° sul grandioso scenario del Masino-Bregaglia e, come da copione, scattiamo la foto di gruppo, indispensabile documento per dire: “Il CAI Morbegno c’era!”. Al rientro, nel tardo pomeriggio ai Bagni, la soddisfazione di tutti è palpabile. Siamo contenti di aver portato a termine un’impegnativa escursione di roccia e misto d’altri tempi!
CAI MORBEGNO 71
Rinnovato il sito
INTERNET www.caimorbegno.org E’ on-line il nuovo sito web del Cai Morbegno, completamente rinnovato. Vuole essere uno strumento agile, di facile consultazione e con l’implementazione dei contenuti da eseguirsi a più mani, e quindi potenzialmente più ricco e dinamico. L’obiettivo del nuovo sito è quello di diventare in breve lo strumento principale
72 CAI MORBEGNO
della comunicazione verso i soci attraverso la semplicità d’uso, la completezza delle informazioni contenute e la tempestività nella pubblicazione delle stesse. Sulla falsariga del precedente, sarà possibile consultare tutte le pubblicazioni della nostra sezione, accedere alla consultazione delle cartine di Valmasino, Valgerola, Val
Tartano e Val Malenco. Nella sezione itinerari è possibile accedere alle schede di alcune gite escursionistiche, scialpinistiche e vie di arrampicata. Non manca la sezione dedicata al programma, alle gite e ai corsi. Inoltre nella sezione dedicata ai report delle gite potranno essere pubblicate foto e video. Vorremmo che questo sito diventasse non solo un modo per comunicare le attività in programma, ma anche per condividere le esperienze delle gite, dei corsi e di tutte le attività, tramite le emozioni vissute dai partecipanti, le foto, i video e quant’altro. E che diventi anche uno strumento di confronto e di divulgazione di notizie interessanti inerenti la montagna e tutto quello che ruota intorno a questo mondo.
CAI MORBEGNO 73
I MARTEDI’ DEL CAI La sezione del CAI di Morbegno ha organizzato per il 2013 una serie di serate, denominata “i martedì del CAI” ; la manifestazione si è tenuta infatti il secondo martedì di ogni mese e ha visto una serie di iniziative: proiezioni, conferenze, concerti ecc. La rassegna è iniziata a gennaio con una serata dedicata alla presentazione del DVD sulle “50 cime” in cui sono riportati gli scatti delle salite, cuciti assieme dalle esperte foto di Lodovico Mottarella. Il risultato è stato quello di una carrellata di immagini che descrive, con una successione geograficamente progressiva, le valli e le costiere che ci circondano. In febbraio si è proseguito con una serata dedicata al Telemark, con relatore Corrado Morelli, conosciuto gestore del rifugio della Corte, che ha introdotto con filmati e materiale vario questo particolare tipo di sciata. E’ stata quindi la volta del film. “Con le spalle nel vuoto – Vita di Mary Varale”, di Sabrina Bonaiti e Marco 74 CAI MORBEGNO
Ongania, con Sabina Bottà nel ruolo della protagonista. La pellicola, proveniente dal Trento Film Festival, narra la vita, le imprese alpinistiche, le scelte radicali contro le istituzioni sportive dell’epoca di questa donna controcorrente che, a distanza di più di mezzo secolo, conservano intatta tutta la loro carica provocatoria. A marzo Carlo Mazzoleni è stato il relatore della conferenza “L’Alpinismo nella storia”, che ci ha fatto ripercorrere la strada dell’alpinismo, dagli albori ai giorni nostri, prendendo spunto dalla sua recente tesi di laurea. L’appuntamento successivo è stato con il gruppo Ranciga, che con materiali, immagini e filmati coinvolgenti ci hanno introdotto al mondo del canyoning. Il mese di giugno è stato dedicato a “Musica in giardino”, concerto di brindisi all’entrante stagione estiva. Testardamente anche questa volta vi è tentato si far svolgere l’esecuzione di
musica classica all’aperto, sui terrazzamenti del parco, eccezionalmente aperto al pubblico per l’occasione. Si esibiva il duo composto da Elia Senese al violino e Ombretta Presotto al pianoforte; il programma musicale prevedeva un’escursione nel Romanticismo europeo, con musiche di Charles Camille Saint-Saens, Pablo de Sarasate, Niccolò Paganini, Béla Bartok , Pyotr Ilych Tchaikovsky, Vittorio Monti e altri. Purtroppo anche quest’anno la pioggia si è affacciata puntuale, costringendoci a trasferire il palco al chiuso della sede, dove comunque si è svolto un ottimo concerto. Dopo la pausa estiva si è ripreso con la serata dedicata a Casimiro Ferrari, con relatori Alberto Benini e Giuliano Maresi. Tra alpinisti ormai celebri come star del cinema e assurti al rango di vere e proprie icone – Messner, Bonatti, Cassin, solo per fare qualche nome – ve ne sono altri la cui fama non ha oltrepassato di molto i confini del mondo alpinistico, pur a
fronte di imprese a dir poco eccezionali, e di sicuro uno di questi è stato Casimiro Ferrari (1940-2001), forse il più grande alpinista italiano, della generazione di mezzo tra quella di Bonatti e l’era moderna/contemporanea di Messner. Durante la serata è stato presentato il filmato “ Il sogno del Jefe, una storia a cavallo fra due oceani”. In ottobre Popi Miotti è stato il protagonista di “Arrampicata in Val Masino”. Partendo da un bellissimo filmato in 16 mm, girato sulla MolteniValsecchi (1956) e sulla Bonacossa al Cengalo (1957) in cui Dino e Giulio Fiorelli sono i protagonisti, Popi ha raccontato l’arrampicata in Val Masino, dagli albori fino al sassismo. In novembre è stata la volta del film “Il tempo si è fermato” del 1958, scritto e diretto da Ermanno Olmi. Brevemente la trama: uno dei guardiani di una grande diga, vicino all’Adamello, è costretto a scendere a valle in seguito alla nascita del figlio. Il suo posto viene preso
da un giovane studente. I rapporti di quest’ultimo e il rude montanaro, del quale è diventato collega, dapprima sono freddi ed imbarazzati, poi tra i due nasce un’amicizia sincera, nella serenità delle candide distese nevose, delle montagne maestose, del silenzio. Nel suo genere un capolavoro. L’essenzialità, esaltata dal bianco e nero, non lascia dubbi sul lasciarsi trasportare all’interno di una quotidianità marginale che, nell’ambientazione dell’alta montagna, sollecita al massimo il vissuto di trovarsi al confine del mondo e della vita, generando quasi l’ansia di questa particolare condizione. Si è poi concluso con “Timelaps” di Riccardo Scotti che ha proposto delle spettacolari immagini. La fotografia time-lapse è una tecnica cinematografica nella quale la frequenza di cattura di ogni fotogramma è molto inferiore a quella di riproduzione. Il timelapse trova un largo impiego nel campo dei documentari
naturalistici. Mediante questa tecnica cinematografica, è infatti possibile documentare eventi non visibili ad occhio nudo o la cui evoluzione nel tempo è poco percettibile dall’occhio umano, come il movimento apparente del sole e delle stelle sulla volta celeste, il trascorrere delle stagioni, il movimento delle nuvole o lo sbocciare di un fiore. Riccardo Scotti con brevi filmati ha condensato tramonti strepitosi, nottate stellate e panorami da fiaba. Complessivamente la manifestazione ha avuto una buona risposta di pubblico, intervenuto sempre numeroso nella nostra sede ne giardini del Palazzo Malacrida. Quest’anno ripeteremo l’esperimento.
CAI MORBEGNO 75
Al momento di compilare questa rubrica con l’aiuto degli organi di stampa locali, spiace dover registrare ancora una volta un numero troppo alto di incidenti in montagna, alcuni dei quali, purtroppo, mortali. Incidenti ad alpinisti, escursionisti, pescatori, cercatori di funghi. E’ la legge dei numeri fanno osservare gli esperti di statistica. All’aumento di coloro che frequentano la montagna corrisponde l’incremento degli infortunati. E’ sicuramente così, ma a noi viene da osservare che dietro ognuno di questi eventi ci sono delle persone con le loro storie che, ad un certo punto, si trasformano in tragedie. Forse una maggior consapevolezza nell’affrontare la montagna potrebbe evitare molte disgrazie. Sembra un bollettino di guerra. Fra luglio e agosto a una decina di interventi del Soccorso Alpino nella sola Valmasino per disgrazie non mortali, inoltre: 19 aprile – Emanuele Gianera, guida alpina di Motta di Campodolcino, tecnico dell’elisoccorso e istruttore del C.N.S.A.S., ha perso la vita a Starleggia in Valle Spluga. Scivolato durante un’escursione, è stato trovato esanime da un gruppo di persone. 6 luglio – Claudio Fiorelli, trentaseienne nativo di Valmasino ma residente a Delebio, è scivolato durante la discesa in solitaria dalla via normale al Disgrazia. Il suo corpo è stato ritrovato alla base del Canalone Schenatti, 400 m sotto la cresta della montagna. 3 agosto – Uomo di Casatenovo (Lc) ha perso la vita sul Sentiero Roma. Proveniva dfal Bivacco Manzi e si accingeva a risalire il canale di Valtorrone. La disgrazia è avvenuta nello stesso punto dove in passato si erano già verificati tre incidenti mortali. 5 agosto – La notizia più dolorosa. Una bimba di 7 anni di Prata Camportaccio è caduta lungo il sentiero che collega Fraciscio in Valle Spluga a Motta, perdendo la vita. 19 agosto – Infortunio mortale in Val di Mello per un alpinista sondriese precipitato all’attacco della via “Albero delle pere”.
76 CAI MORBEGNO
Febbraio-Marzo
Ancora le motoslitte Una decina di anni fa, nel 2004, avevamo polemizzato dalle pagine dell’Annuario con l’amministrazione del comune di Albaredo per la sua posizione troppo tiepida, se non connivente, nei confronti dei comportamenti prepotenti dei possessori di motoslitte nel suo territorio. Ora ci dobbiamo ricredere: lo stesso comune ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine per limitare l’imperversare delle motoslitte nella zona del Passo San Marco. Il sindaco, che dal 2008 ha emesso un’ordinanza per disciplinare la circolazione di questi mezzi, ha dichiarato di rilasciare solo 3 o 4 permessi all’anno, ma che la frequentazione va molto al di là di questi numeri. E neanche un mese dopo, sull’altro versante della Valtellina, in Valmasino, alcuni giovani di Traona si sono distinti per una stupida bravata: la risalita con le motoslitte alla Sella di Pioda, in piena area protetta. Intervenendo sull’episodio Stefano Scetti, portavoce degli operatori della Valmasino, ha dichiarato: ”Pur comprendendo la voglia di divertirsi e l’ebbrezza di muoversi con le motoslitte, questo mezzo può diventare un rischio per gli altri” ed ha invocato una legge che imponga la targatura e risorse da investire nelle aree protette, anziché dirottarle su troppi studi di settore.
UN ANNO DI MONTAGNA Maggio
Progetto tracciolino
Interesserà moltissimi biker che frequentano le nostre montagne. E’ il progetto di rendere fruibile agli appassionati di mountain bike il percorso che collega in quota la Val dei Ratti alla Val Codera, per la verità già utilizzato da tanti. Nel 2008 era stato effettuato un primo sopralluogo da parte di esperti del settore MTB. Fra loro il pluricampione mondiale Hans Rey e Uli Stanciu, fondatore della mitica Transalp, che hanno definito il Tracciolino come un percorso unico nell’arco alpino in virtù degli splendidi panorami e della particolarità del tracciato. In seguito all’ultimo incontro, avvenuto nell’ottobre 2012, il Tracciolino è stato inserito in diverse pubblicazioni che presentano itinerari dalla Germania all’Italia. “La sua messa in sicurezza si rende necessaria per renderlo fruibile a un numero sempre maggiore di appassionati, per far vivere loro un’esperienza indimenticabile in un ambiente alpino veramente unico” ha affermato Federico Scaramellini, direttore del Consorzio Turistico Valchiavenna.
Giugno
Elettrocardiogramma in rifugio Collaborazione fra Regione Lombardia e Associazione Rifugi di Lombardia per presentare e promuovere le strutture ricettive montane delle province di Como, Vasrese, Lecco, Sondrio, Bergamo e Brescia. La rete dei rifugi è stata presentata il 10 giugno al rifugio Ca’ Runcash all’Alpe Campagneda dall’assessore allo Sport e turismo Antonio Rossi, dall’alpinista Marco Confortola e dal presidente dell’Assorifugi Giacomo Baccanelli. Attraverso un elettrocardiografo è possibile effettuare uno screening cardiaco (per l’occasione a Marco Confortola) i cui dati possono essere inviati, grazie alla banda larga, di cui il rifugio si era dotato nel 2012, direttamente alle strutture sanitarie e al 118. In 40 rifugi è già possibile ed entro quest’anno altre 10 strutture verranno dotate di banda larga, strumento in più per la fruizione della montagna in sicurezza. Queste rientrano fra i 97 rifugi sui 170 presenti in Lombardia che hanno ottenuto il marchio “Q – Ospitalità italiana”.
Settembre
Omaggio ad Alice Gaggi Normalmente il CAI Morbegno non si occupa di gare, neppure di quelle di corsa in montagna, ma questa notizia pensiamo che non possa essere sottaciuta. Ai campionati mondiali di corsa in montagna svoltisi a Krynica-Zdroy, in Polonia, Alice Gaggi, nata e cresciuta a Faedo, ma morbegnese d’adozione per via del suo matrimonio con Giovanni Tacchini, ha conquistato la medaglia d’oro con 25 secondi di margine sulla quotatissima britannica Emma Clayton. Hanno completato il successo italiano il 3° posto di Elisa Desco e il 7° di Antonella Confortola. Ad Alice i più vivi complimenti del CAI Morbegno. CAI MORBEGNO 77
Ottobre
Una buona notizia
I cervi della Colmen
Dopo 5 giorni di ricerche, ritrovato salvo Carlo Bongio, l’uomo di 74 anni di Morbegno, disperso nei boschi sopra Talamona. Un cacciatore, sentite delle grida in zona Madrera, maggengo a 1500 m, ha avvisato il Soccorso Alpino che, intervenuto sul posto, ha provveduto ad accompagnare all’ambulanza il Bongio, che era stanco, infreddolito e disorientato, ma comunque illeso. Appena in tempo, perché il giorno seguente il ritrovamento il tempo è peggiorato con un’abbondante nevicata fuori stagione. Impegnati nella ricerca una cinquantina di operatori del Soccorso Alpino, della Guardia di Finanza, dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e alcune unità cinofile. Molti anche i volontari civili che hanno voluto dare una mano.
“Giovedì prima giornata di caccia, nove animali uccisi. A questa giornata ne seguiranno altre fino a raggiungere l’abbattimento di 50 capi”. E’ il laconico comunicato con il quale veniva resa pubblica l’apertura della caccia al cervo sulla Colmen di Dazio, a causa del sovrapopolamento che sta arrecando gravi danni alle colture della zona (nel 2012 la Provincia ha dovuto effettuare rimborsi ai contadini per 4700). L’abbattimento è però stato ritenuto ingiustificato da numerosi cittadini che hanno coinvolto la LAV di Sondrio (Lega Anti Vivisezione) che ha organizzato una passeggiata ecologica sulla Colmen per il giorno della seconda giornata di caccia. L’intento era, oltre che di disturbare le battute di caccia, quello di affermare l’inaccettabilità della scelta operata. Di fronte alla determinata protesta di così ampia parte dell’opinione pubblica, l’amministrazione provinciale ha ritenuto opportuno sospendere il piano di abbattimento.
78 CAI MORBEGNO
UN ANNO DI MONTAGNA Dicembre
Il caso Valtartano Era anche stato oggetto di un intervento sul nostro Annuario 2012. Non sono bastate le firme di 182 cittadini in appoggio alla petizione di alcune associazioni, CAI e WWF in testa, a fermare l’inserimento nel PGT (Piano di Governo del Territorio) di Tartano del progetto riguardante un “Circuito degli alpeggi e collegamento con la Valbrembana”. Da questo mese, infatti, il PGT è in vigore senza l’accoglimento della petizione. Il progetto prevede una strada con la quale si vorrebbero collegare i 27 alpeggi della zona, creando un circuito montano a 1800 m di quota per favorire l’accesso agli alpeggi, al momento per lo più abbandonati. “No a interventi esagerati, - sosteneva Giorgio Spini, del Comitato per la petizione – perché il territorio e il paesaggio non sono proprietà privata, ma patrimonio collettivo. Sì, invece, ad aiuti non impattanti per gli alpeggi monticati, seguendo i tracciati delle vecchie mulattiere esistenti, meno invasivi e più funzionali”.
CAI MORBEGNO 79
NOTIZIE DALLA SEZIONE I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2013 gli iscritti sono 539 (-25) così suddivisi: 349 ordinari (-21), 145 famigliari e 45 giovani (-4). Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano in sede e presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti. CONSIGLIO DIRETTIVO Presidente Alessandro Caligari Vice Presidente Marco Poncetta Segretario Davide Bonzi Consiglieri Vincenzo Bavo Enrico Bertoli Rita Bertoli Angelo De Donati Domenico Del Barba Alda Mafezzini Carlo Mazzoleni Tarcisio Pezzini DELEGATI Alessandro Caligari Domenico Del Barba ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Bertoli Enrico (ISA) Gadola Giulio (ISA) Riva Marco (ISA) Scotti Franco (ISA) De Donati Cesare (INSA) ISTRUTTORI SEZIONALI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Mario Spini 80 CAI MORBEGNO
Moreno Libera Danilo Acquistapace Riccardo Scotti Andrea De Finis Mirco Gusmeroli Luca Gusmeroli ACCOMPAGNATORI SEZIONALI DI ALPINISMO GIOVANILE (ASAG) Rita Bertoli Riccardo Marchini Angelo Moiola Claudia Ponzoni ACCOMPAGNATORI DI ESCURSIONISMO Davide Bonzi (AE) Alessandro Caligari (AE) I CORSI Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2012 a marzo 2013, presso la palestra di via Prati Grassi si sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. Corso base di sci-alpinismo Si è svolto da gennaio a marzo, articolato in 7 lezioni teoriche presso la sede CAI e 6 esercitazioni pratiche in montagna. I diplomati: Piero Angelo Ambrosetti, FedericaBenedum, Davide Margolfo, Samuele Fransci, Emiliano Tentori, Luca Bazzi, Chiara Valsecchi, Beatrice martinalli, Alessandro
Gusmeroli. Gianni Curtoni, Elisa Sortini, Armanda Borrelli, Francesca Sandrini, Davide Goggia. Corso di arrampicata Si è svolto dal 30 agosto al 6 ottobre, a Morbegno, con 5 lezioni teoriche e 7 uscite pratiche (Piuro, sasso del Drago e Bianco, Bette, Valgerola, Albigna, Bondasca, Pian di Bobbio) SCI DI FONDO Uscita sulle nevi di Asiago dal 15 al 17 febbraio LE GITE Gite domenicali • 13 gennaio Piz Belvair, Engadina (sci alpinistica) • 3 febbraio Motta Rossa (sci alpinistica) • 10 marzo Cima Savoretta, val di Rezzalo (sci alpinistica) • 7 aprile Muottas da Sclarigna, Engadina (ciaspole) • 26 maggio Corni di Canzo (escursionismo) • 23 giugno Passo della Romilla (escursionismo) • 13-14 luglio, Ascensione al Pizzo Cenalo, Celebrazione 150 anni del CAI • 13 ottobre Trona, sul Sentiero Paniga Gruppo 2008 Uscite tutti i mercoledì, (meteo permettendo) In Valgerola, Valtartano,
Valle Spluga, Valmalenco, Valmasino, Valle dello Spöl, Monti lariani occidentali ed orientali, Triangolo lariano per un totale di 45 uscite. I martedì del CAI • 15 gennaio Proiezione DVD “50 cime” • 12 febbraio Telemark, con Corrado Morelli • 12 marzo Proiezione Film. “Con le spalle nel vuoto – Vita di Mary Varale” • 9 aprile “L’alpinismo nella storia” con Carlo Mazzoleni • 7 maggio “Torrentismo” gruppo Rancida
• 14 giugno Concerto presso i giardini di Palazzo Malacrida con Elia Senese (violino) e Ornella Precotto (pianoforte) • 10 settembre “Casimiro Ferrari” con Alberto Benini e Giuliano Maresi • 8 ottobre “Masino: alpinismo & sassismo” con Popi Miotti • 12 novembre Proiezione Film “Il tempo si è fermato” di Ermanno Olmi • 12 marzo Proiezione Film. “Con le spalle nel vuoto – Vita di M.Varale” • 10 dicembre “Timelaps” immagini di Riccardo Scotti
RALLYNO DELLA ROSETTA Il 3 marzo si è svolto regolarmente il 25 Rallyno della Rosetta. In una bella giornata di sole numerose coppie si sono sfidate sul pendio finalmente ben innevato della Rosetta. Vittoria a Fabiano Gusmeroli e figlio I RITROVI CONVIVIALI • 21 giugno, Festa d’estate • 18 ottobre, Castagnata • 18 dicembre, Auguri di Natale
la mia banca in tasca
PREP
A G AT
A
acquisto | prelevo | accredito | ricarico bancomat | mastercard | paypass | internet
CAI MORBEGNO 81
Informazioni pubblicitarie con finalità promozionali. Per le condizioni contrattuali si rinvia ai Fogli informativi disponibili presso le nostre dipendenze e sul sito internet www.popso.it - Foto Paolo Rossi
www.cartapiuma.it
82 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 83
Il più sportivo degli intimi... I capi in polipropilene della nostra collezione sono l’ideale per gli sport in condizione di freddo intenso, sono estremamente efficaci nel trasporto dell’umidità permettendovi di avere sempre gli indumenti asciutti. Indossateli una volta... non li abbandonerete più!
Liod - Via Indus t r ia 1 - 23017 Morbegno (SO) - tel . 0342 614622 84 CAI MORBEGNO
www.liod.it