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Annuario Cai Morbegno 2012

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ANNUARIO 2012 CAI MORBEGNO

I


SEZIONE DI

II CAI MORBEGNO


MORBEGNO ANNUARIO 2012

CAI MORBEGNO 1


2 CAI MORBEGNO


SOMMARIO

CAI

ANNUARIO 2012

Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

50 ANNI DI CAI

Redazione: Alessandro Caligari, Carlo Mazzoleni, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella.

Hanno collaborato: Domenico Del Barba, Marino Del Monte, Riccardo Marchini, Carlo Mazzoleni, Giuseppe (Popi) Miotti, Lodovico Mottarella, Bruno Orso, Giorgio Spini.

Fotografie:

ASSEMBLEA REGIONALE DELEGATI di Carlo Mazzoleni

IL PICCO GLORIOSO di Sash Tusa e Giuseppe Miotti

Album 50 cime: 12-13 Archivio Bottani: 78, 87 Domenico Del Barba: 35 (basso), 70, 71, 73 Giuseppe Maloberti: 6, 8-9 Riccardo Marchini: 26-27, 28, 30, 31, 32, 33, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 52, 54, 61, 62, 63, 65, 66, 67, 68, 69, 74, 75, 76, 77 Lodovico Mottarella: copertina e II, 1, 2, 10, 11, 14-15, 16-17, 18-19, 20, 21, 24, 25, 29, 38-39, 40, 41, 42, 43, 44, 47, 48, 49, 51, 53, 57, 58-59, 79, 81, 82, 84-85, 86, 87, 88, 89, 90, 91, 92-93

IL CAI E I GIOVANI di Riccardo Marchini

LA LETTURA DEL PAESAGGIO di Marino Del Monte

Valerio Pedroncelli: 72

BESTIARIO DI MONTAGNA di Carlo Mazzoleni

Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

PEDIBUS CALCANTIBUS di Riccardo Marchini

Stampa: Tipografia Bonazzi

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di Alesandro Caligari

E D I T O R I A L E 4 CAI MORBEGNO

Ho già scritto a più riprese su questo annuario del CAI di Morbegno; è però la prima volta che mi affaccio su queste pagine da presidente della sezione, per scrivere un editoriale. Sono un po’ perplesso: io gli editoriali li salto quasi sempre, a meno che abbiano un titolo o un’immagine che attirino la mia attenzione. Mi vengono in mente certi periodici che mettono delle belle ragazze, pochissimo vestite, in copertina, anche se la loro apparizione non c’entra nulla con l’argomento trattato. Oppure pubblicano titoli roboanti che poi non rispettano le attese. Opto per la donna nuda, magari che arrampica. Passo così all’argomento dell’editoriale. Nel 2013 ricorrono i 150 anni della fondazione del CAI. L’art. 1 dello statuto dice che: «II Club Alpino ha per iscopo di far conoscere le montagne e di favorirne le escursioni, le salite e le esplorazioni scientifiche». L’impegno prioritario dovrebbe essere quindi far conoscere le montagne, da cui discendono, a cascata, tutte le altre attività ed aspetti, compreso quello ludico e ricreativo. Tralasciamo un attimo questi ultimi e pensiamo a quelli più “alti”. Nietzsche dice che «Filosofia è la libera scelta di vivere fra ghiacci e alte cime”. Ribaltando il senso della frase mi verrebbe da dire che “la libera scelta di vivere fra ghiacci e alte cime è una filosofia”. L’andar per monti porta spesso alla riflessione filosofica; il contatto con la natura, soprattutto nelle sue manifestazioni più maestose quali appunto la montagna, spinge l’uomo ad interrogarsi sui cruciali problemi dell’esistenza. Senza caricar di valenze eccessivamente auliche la nostra frequentazione della montagna, direi che se è pur vero che gli alpinisti sono i conquistatori dell’inutile (Terray) queste conquiste arricchiscono parecchio. Andar per monti porta a conoscersi, a prendere coscienza dei propri limiti e delle proprie capacità, ad aver cura del proprio corpo, acuisce il senso di solidarietà. Al di là di ogni retorica è quindi vero che la montagna è un’ottima palestra di vita. Per questo è un ambiente adatto alle persone più giovani; per questo, come sezione, vogliamo scommettere su questo aspetto. Quest’anno il CAI Morbegno si è arricchito della figura dell’accompagnatore di alpinismo giovanile.


Quattro nostri soci hanno ottenuto questa qualifica, al termine di un corso formativamente completo. Contiamo di iniziare a proporre con una certa sistematicità delle attività per avvicinare i ragazzi alla montagna. E’ una bella scommessa, che speriamo possa essere vincente. Ci piacerebbe anche avvicinare i soci…alla sede e alle attività offerte. Per questo stiamo cercando di migliorare la comunicazione e allargare il raggio delle proposte, con filmati, conferenze, concerti, momenti conviviali. Vorremmo anche che la montagna come luogo fisico-antropologico possa diventare oggetto delle nostre attenzioni. Il paesaggio montano è paesaggio culturale, non riducibile al solo paesaggio naturale, poiché entrano in gioco, nella sua definizione, le componenti relative alla popolazione, ai residenti. Da “sezione di montagna” vorremmo portare sul tavolo i temi della conservazione della naturalità dei luoghi coniugandola con il corretto utilizzo delle risorse economiche e delle necessità di chi vive sulla montagna. Ma anche il semplice far conoscere l’ambiente montano, la ruralità diventa una sfida; come diceva Salsa “la grande svolta antropologica dì oggi risiede nella sfida-riscoperta della prossimità. L’esotico non si associa più alla lontananza, ma alla vicinanza. C’è una de-alfabetizzazìone al territorio molto preoccupante, soprattutto tra i giovani. Non possiamo più far ri-conoscere, ma conoscere, non ri-scoprire, ma scoprire i territori vicini, familiari, fuori porta, diventati ormai non più familiari”. Siamo comunque fortunati: l’alpinismo è una forma di conoscenza che si realizza attraverso il fare (Mila), a noi basterebbe uscire dalla porta di casa. Da ultimo vorrei sottolineare l’attenzione che la nostra sezione vuol dare all’escursionismo. L’alpinismo va interpretato in ogni sua manifestazione, come recita lo statuto del Club Alpino Italiano, quindi non soltanto in verticale ma anche in orizzontale. L’escursionismo rappresenta la forma più nobile di questo alpinismo orizzontale. Occorre però fare dei distinguo: l’escursionismo non è podismo, non rientra nel paradigma della cultura della fretta, ma in quell’orizzonte del viaggiatore. Teniamo presente che nell’ottocento, gli alpinisti erano appunto chiamati Viaggiatori... CAI MORBEGNO 5


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ASSEMBLEA

REGIONALE DEI

DELEGATI

2012 Una festa di compleanno speciale di Carlo Mazzoleni

In cinquanta (o ottanta, a seconda dei punti di vista) anni di vita si può ammettere di aver raggiunto una certa maturità, tale da potersi assumere impegni di importante responsabilità quale è l’organizzazione di un evento come l’Assemblea Regionale dei Delegati, riunione dei rappresentanti delle sezioni lombarde del CAI. Si è trattato di gestire una giornata di intensi lavori, tra accoglienza e registrazione degli invitati, conduzione degli interventi, che si sono protratti per tutta la giornata, svolgimento delle votazioni e relativo scrutinio. Più di venti appassionati soci morbegnesi del CAI si sono adoperati, guidati dall’infaticabile (past)presidente Domenico del Barba, per garantire la piena riuscita della manifestazione, e hanno ricevuto il ringraziamento dell’intera Assemblea per l’ottimo lavoro svolto. I partecipanti ai lavori, oltre 200 appassionati di montagna, rappresentanti di tutte le 87 sezioni regionali del Sodalizio, sono convenuti a Morbegno nella soleggiata giornata di domenica primo aprile, e accolti già di primo mattino nel magnifico chiostro di sant’Antonio per essere puntualmente registrati e, dopo una gradita colazione, prendere posto nell’adiacente Auditorium per partecipare all’Assemblea. Molti e importanti i punti all’ordine del giorno, comprendenti le relazioni delle commissioni regionali, la presentazione del nuovo Bidecalogo illustrante la posizione CAI MORBEGNO 7


del CAI nei confronti dei problemi climatici e ambientali che affliggono le nostre montagne, le elezioni delle principali cariche sociali regionali, compresa quella per la presidenza, alla quale viene riconfermata la convalligiana Renata Viviani. Interventi di spessore sono inoltre stati tenuti dal sindaco di Morbegno Rapella, del Presidente generale del CAI Martini, da Oscar del Barba, presidente del CIPRA (Comitato Internazionale per la Protezione delle Alpi). Da notare come una buona parte delle tematiche affrontate riguardino questioni inerenti la tutela ambientale, a dimostrazione della particolare sensibilità in materia che chi frequenta un ambiente delicato come quello montano deve necessariamente avere. Secondario ma per nulla trascurabile aspetto della manifestazione è stata la promozione a livello di immagine che la città di Morbegno e il suo mandamento hanno avuto, data la significativa presenza di molti appassionati “montanari” che per una lunga giornata hanno soggiornato in paese. Passeggiando per le vie del centro guidati da Renzo Fallati, osservando le esposizioni installate in sant’Antonio, una raccolta di cartoline d’epoca della collezione del socio Riccardo Marchini e un viaggio fotografico tra le pareti della Valmasino accompagnati da Angelo Moiola, consultando le pubblicazioni allegate al “pacco omaggi” e gustando le specialità valtellinesi durante la pausa pranzo all’hotel La Ruota i graditi ospiti hanno potuto conoscere e apprezzare gli aspetti più attrattivi che la Bassa Valle è in grado di offrire. 8 CAI MORBEGNO

Sopra: il presidente generale del CAI, Umberto Martini, fra Alba Rapella, sindaco di Morbegno, e Domenico Del Barba, presidente del CAI Morbegno. Sotto: gli ospiti nel chiostro nord di S.Antonio.


IL NUOVO BIDECALOGO

Linee di indirizzo e di autoregolamentazione del CAI in materia di ambiente e tutela del paesaggio (presentato in anteprima all’ARD di Morbegno il 1 Aprile 2012)

Alla luce dei cambiamenti climatici in atto e del grande interesse che riveste l’equilibrio dell’ecosistema montano è necessario che il CAI rivisiti i suoi documenti d’indirizzo (Mozione di Predazzo, Bidecalogo, Charta di Verona, Tavole di Courmayeur) pervenendo ad un documento unitario ed articolato, che riassuma la posizione del CAI in merito alle molteplici tematiche ambientali. Conoscere, frequentare e preservare le montagne e difenderne l’ambiente. Fin dalla sua fondazione nel 1863 il Club alpino italiano ha posto questi fondamentali obiettivi alla base del proprio ruolo sociale, contribuendo ad elaborare leggi di tutela (si pensi ad esempio alla Convenzione delle Alpi sottoscritta nel 1993 e alla più recente Convenzione degli Appennini), istituire aree protette (come la Riserva di Pietracamela in Abruzzo o il Parco Nazionale della Valgrande solo per fare degli esempi) e ispirare la condotta di chi va in montagna. «È necessario che la presenza del singolo socio e dello sportivo in montagna, nonché del CAI inteso quale Associazione, sia sempre rispettosa dell’ambiente, degli abitanti, della cultura e delle tradizioni locali. Non bisogna inoltre adattare l’ambiente della montagna alle esigenze dei singoli e dell’Associazione, bensì adattare queste ultime alle realtà ambientali della montagna» recita nelle sue premesse il BIDECALOGO, un documento stilato nel 1981 e attualmente in fase di aggiornamento e discussione. La bozza , presentata in anteprima all’Assemblea Regionale del Delegati a Morbegno il 1 Aprile 2012, è stata elaborata all’interno di un gruppo di lavoro di sei consiglieri centrali, supportati dai suggerimenti della CC TAM e del Comitato scientifico centrale. E’ stata esposta alle assemblee dei delegati dei gruppi regionali ed alle altre commissioni centrali. L’invito a tutti i soci è di prenderne visione,

discuterne e prepararsi così a un più ampio momento di confronto in occasione dell’Assemblea Nazionale dei Delegati del 19 e 20 maggio a Porretta Terme (PT). La presentazione a Porretta Terme dovrebbe preludere ad un’ampia discussione nelle Sezioni, la cui sintesi è riservata sempre al Consiglio centrale (commissione politiche sociali ed ambientali) e la cui approvazione definitiva avverrà a Torino nel 2013 in occasione del 150° del CAI. E’ un documento piuttosto impegnativo che mette in discussione attività sociali ricorrenti, come l’accompagnamento di gruppi numerosi in ambienti d’alta quota o in luoghi dove il delicato ecosistema può essere compromesso dall’eccessiva frequentazione (come le falesie dove nidificano i rapaci, le forre dei torrenti e le grotte). Le prime dieci regole riguardano il ruolo istituzionale del CAI come “sentinella della montagna” (Posizione e impegno del CAI a favore dell’ambiente montano e della sua tutela). Le altre dieci sono invece “considerazioni generali” che riguardano i principi di autodisciplina che dovrebbero ispirare la condotta di tutti i soci durante le attività in montagna. «Tali regole si basano su un inscindibile criterio etico-ambientale: protezione dell’ecosistema montano, sviluppo sostenibile e mantenimento di condizioni conformi alla natura e al significato delle nostre attività – si legge nella premessa - Pertanto l’attività del CAI, dagli Organi Centrali ai Gruppi regionali, dalle Sezioni ai singoli Soci, sarà impostata coerentemente con il compito di tutela dell’ambiente montano e del paesaggio, secondo i principi contenuti nel Documento». Si attendono osservazioni da parte dei Soci per poter essere approvato, meglio adottato nell’Assemblea nazionale dei Delegati di Torino nel 2013.

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I 50 ANNI DEL CAI MORBEGNO Il 2012 è stato particolarmente denso di avvenimenti per il CAI Morbegno che festeggiava il suo 50° compleanno. Due di questi li vogliamo riportare come simbolo delle celebrazioni: il concerto di ottoni nei giardini di Palazzo Malacrida e la giornata delle “Cinquanta Cime”.

Il concerto di ottoni

“Tuttottoni Brass Quartet” è nome del gruppo formato dai giovani Lorenzo Passerini, Davide Svanosio, Giovanni Lomazzi e Carlo Grandi che la sera del 9 giugno ha allietato gli ospiti del CAI Morbegno nella cornice straordinaria dei giardini di Palazzo Malacrida, dove ha dimora il nostro sodalizio, con un programma di brani classici antichi e moderni adattati all’esecuzione degli ottoni. Attraverso le musiche di Gabrieli, Bach, Rossini,

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Michel, Tchaikowsky, Morricone, Webber e Pachelbel, i quattro bravi concertisti sono riusciti a coinvolgere un pubblico numeroso ed attento grazie al suono caldo e potente dei loro strumenti nelle parti imponenti e grandiose, ma nello stesso tempo dolce e armonioso nei passaggi più delicati. Neppure un inopinato e fastidioso temporale è riuscito guastare la serata. Senza perdersi d’animo, musicisti e pubblico si prontamente trasferiti all’interno della sede dove il programma stabilito è stato portato a termine con grande soddisfazione di tutti.


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Le Cinquanta Cime

Non c’è dubbio! Con la manifestazione denominata “Cinquanta Cime” siamo riusciti a celebrare più che degnamente il 50° anniversario della nostra sezione. Domenica 15 luglio i soci del CAI Morbegno, in tanti, hanno aderito all’invito di salire in contemporanea cinquanta cime della Bassa Valtellina, tante quanti gli anni ufficiali del sodalizio. Teatro dell’evento sono state le montagne di casa: Valle della Lésina, Valli del Bitto 12 CAI MORBEGNO

di Gerola e di Albaredo, Val Tàrtano, Val Màsino, Costiera dei Cèch e Alto Lario, mentre gli attori protagonisti della rappresentazione sono stati i soci. Questi i freddi numeri che riassumono la manifestazione: 50 vette raggiunte, le cui quote andavano dai 916 m della Colmen di Dazio, raggiunta da un gruppo famigliare con bimbi, ai 3387 m della Sella di Pioda (il verglass sulle rocce, lasciato dal maltempo dei giorni precedenti, ha reso

sconsigliabile la prosecuzione alla vetta del Disgrazia), 250 partecipanti, tutti indossando la maglietta celebrativa della ricorrenza. Meno freddo, anzi piuttosto caldo invece, l’entusiasmo con il quale tutti hanno affrontato l’evento. Ogni gruppo ha portato a termine senza intoppi il proprio compito, documentando con una sequenza di foto l’avvenuta conquista della vetta. Alcuni hanno posato nella più ecumenica delle istantanee,


altri si sono sbizzarriti in estemporanei spot. Così, accanto alle belle foto dei gruppi più numerosi, troviamo siparietti simpatici: il neo presidente che ha voluto sottolineare la solennità del momento in giacca e cravatta, la posa da pipistrello di chi si è appeso a testa in giù ai bracci della croce, il brindisi con lo champagne di una bottiglia personalizzata. La giornata non poteva che concludersi con un ritrovo conviviale. Negli ambienti

dell’Aula Ipogea della chiesa di San Giuseppe, si è consumato un simpatico happy hour, dove, intanto che venivano proiettate le immagini della giornata, montate a tempo di record su CD, avveniva lo scambio dei propri racconti. Il saluto di commiato è stato: ”Arrivederci fra 19 anni per festeggiare il centenario”. Ma come? E’ una presa in giro? Per niente: il fatto è che l’orologio del CAI Morbegno è stata fatto partire dal 1962, quando la sezione si è staccata

da Sondrio, ma in realtà il sodalizio era presente in città da molto prima; il dubbio era che non sapevamo quanto prima. Ora che abbiamo trovato la documentazione, possiamo ristabilire la verità storica: il CAI Morbegno, con il nome di Sezione Bitto, è nato il 28 aprile 1931 (si veda l’Annuario 2006). Perciò è proprio giusto così: Arrivederci al 2031!

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IL CORSO DI SCIALPINISMO Il Corso di scialpinismo 2012 ha avuto come avversario la mancanza di neve, che ha costretto i responsabili della scuola ad effettuare quasi tutte le uscite al di là delle Alpi, dove le precipitazioni sono state più generose. In più, la sensazione demotivante di una copertura nevosa insufficiente fino in alta quota non ha sicuramente invogliato e favorito la partecipazione. Comunque tutto si è svolto nel migliore dei modi. Alle consuete lezioni teoriche in sede hanno fatto seguito le escursioni: Muntische, Piz Muragl, Piz Lunghin in Engadina, Motal in Val di Campo, Dosdè in Val Viola e, la sola sui nostri monti, Rosetta in Valgerola. Unico fatto da segnalare: le condizioni meteorologiche proibitive incontrate al Piz Lunghin, dove la temperatura di – 27°C, resa percettivamente più severa dal forte vento, ha reso tutto più complicato. Questi i partecipanti al corso: Davide Barana (Delebio) Roberto Carna (Morbegno) Mara Crippa (Olginate) Barbara Gambetta (Morbegno) Sara Ruffoni (Gerola) Alessandra Tagliabue (Cantù)

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MONTE DISGRAZIA

il Picco Il 24 ogosto 1862 gli alpinisti inglesi E.S. Kennedy e L. Stephen, con T. Cox e la guida M. Anderegg furono i primi a raggiungere la cima della nostra bella montagna. Nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’avvenimento abbiamo il piacere di ospitare un contributo di Sash Tusa, dell’Alpine Club di Londra, e la stuzzicante disamina di Popi Miotti sull’origine del nome Disgrazia, estratta dal volume “Monte Disgrazia - Picco Glorioso”.

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Glorioso 150 ANNI DI STORIA

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Monte Disg Sash Tusa

Alpine Club London

Il Monte Disgrazia ha una particolare importanza negli annali dell’Alpine Club. La sua prima ascensione è ricordata nel primo volume dell’Alpine Journal del 1863. Edward Shirley Kennedy che guidò la comitiva alla conquista della vetta fu il primo Presidente dell’Alpine Club, mentre Leslie Stephen, suo compagno nell’ascensione, lo seguì nella carica dal 1865 al 1868. Il racconto dell’ascensione fatto da Kennedy è un classico che combina la tipica pomposità vittoriana «La cima è un obiettivo in ogni modo meritevole di essere raggiunto e come un prezioso cimelio di famiglia vorrei trasmetterlo ai posteri», ad un umorismo sarcastico e amaro specie riguardo delle condizioni dei villaggi italiani visitati dalla comitiva «l’edificio (hotel) appariva condotto secondo i principi di un albergo londinese a proprietà multipla: numerosi proprietari ma responsabilità limitata…» Benché il Disgrazia, come il Monviso, sia stato un po’ trascurato dagli scalatori britannici, oggi è tornato ad 18 CAI MORBEGNO

essere strettamente legato all’Alpine Club grazie alla celebrazione organizzata dal nostro socio italiano Giuseppe «Popi» Miotti e da Michele Comi che si sono impegnati instancabilmente per pubblicizzare la montagna, mantenerne vivo il ricordo e l’importanza storica e naturalistica. Popi ci ha invitati a partecipare all’evento e alla scalata commemorativa prevista per il 24 agosto; oltre a lui il Club era rappresentato da Paul Braithwaite (past President), Henry Day (past Vice President) e dal sottoscritto. Dopo una settimana di acclimatazione nel Vallese dove abbiamo scalato la Pigne d’Aroma siamo giunti in Valmalenco il giorno 22, rimanendo subito colpiti da alcuni elementi della manifestazione come ad esempio i moderni banners tridimensionali che spiegavano dettagliatamente l’evento storico, la presentazione ufficiale del libro commemorativo e non ultimo la grande cena finale. Infine, ciliegina sulla torta, ricordo la rappresentazione poetica “open-air” della prima salita,


razia

Le celebrazioni per il 150° anniversario della prima salita

recitata dall’attore e poeta Emanuele Franz, fra la generale stima verso il ruolo avuto dai nostri antichi soci. Sebbene tutto sia iniziato sotto i cattivi auspici di un improvviso temporale, fortunatamente la chiesa locale era aperta e con il consenso del parroco ha ospitato circa 200 persone infradiciate per ascoltare le presentazioni e i saluti fra cui quelli di Paul Braithwaite in nome dell’Alpine Club. Abbiamo saputo molto di più circa la recente storia del Monte Disgrazia durante la cena fra i cui accanto alle guide alpine locali, l’invitato più nobile ed eccellente mi è apparso il novantatreenne Fausto Rovelli, medico in pensione, che nel 1941 compì la prima ripetizione della parete Nord del Disgrazia aprendovi una nuova via. Il giorno seguente siamo saliti al Rifugio Ponti, base per la scalata che avrebbe seguito la via originale, percorsa 150 anni prima dai nostri connazionali. Poiché la comitiva dei primi era composta anche dalla guida svizzera Melchior Anderegg e dal servitore di Kennedy, Thomas Cox, ecco CAI MORBEGNO 19


che, seguendo gli stereotipi nazionali ed in mancanza di uno svizzero, il vostro Sash è stato subito nominato Cox e gravato dal carico pesante, mentre Paul ed Henry, forse sentendosi più vicini all’estetica e al rango sociale di un Leslie Stephen, sgambettavano più avanti. Alcuni scalatori italiani che scendevano riconobbero immediatamente la situazione; passarono Paul, distinta figura agghindata con abbigliamento alpinistico moderno, ma alla 20 CAI MORBEGNO

vista di Henry, ornato con un bellissimo cappello Tilley e con un leggerissimo foulard di seta al collo, sgranavano gli occhi domandandoci quasi tutti indistintamente: «Siete dell’Alpine Club?» Immancabilmente la risposta era: “Yes, I am” oppure “yes, One is”. Il rifugio Ponti si trova su una terreno morenico che porta al ghiacciaio e poi alla cresta Nord-ovest del Disgrazia. L’ospitalità è stata ottima e la compagnia a cena perfetta.

Forse, col senno di poi avremmo solo dovuto prestare maggiore attenzione alle previsioni del tempo che un po’ laconicamente dicevano: «sarà bello ad eccezione di qualche tempesta». Così ci siamo alzati alle 4 e mezza del mattino aspettando un gruppo di scalatori italiani con i quali eravamo d’accordo di fare la salita. Costoro avevano lasciato il fondovalle a mezzanotte e al loro arrivo risultò evidente che la loro guida, un colonnello in


pensione degli Alpini, gravato di un pesante carico, doveva riposare un poco. Siamo saliti poi lungo la morena verso il ghiacciaio accompagnati dal rauco «kroo rr kkkk» della pernice che si teneva ben a distanza dalle nostre torce. Tre ore dopo, giunti sul ghiacciaio ci apparve evidente che il tempo stava volgendo al brutto e che lo spigolo era battuto da un forte vento. Il colonnello degli Alpini si offrì di andare in avanscoperta tornando con la brutta notizia che le condizioni

erano poco favorevoli; così siamo rientrati alla Ponti. Il coro dei saluti cambiò di poco durante la discesa verso Preda Rossa, salvo per un particolare: «Inglesi? La vostra Land Rover ha una gomma a terra!» Ma la frase più bella ce l’ha regalata una delle guide presenti alla cena di Chiareggio: «Voi siete dell’Alpine Club?» ci chiese infervorato - «Voi rappresentate tutto il meglio nello stile e nella tradizione dell’alpinismo».

Grazie a tutti i nostri amici ed in particolare a Popi, Michele, Stefano, Ezio e Amedea Scetti e anche a Fabrizio rappresentante del CAI Milano, Sezione proprietaria del rifugio. Torneremo.

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Storia di un nome...

DISGRAZIATO Giuseppe “Popi” Miotti tratto dal volume Monte Disgrazia-Picco Glorioso

Non c’è alcuno che, imbattendosi per caso o per ragioni alpinistiche nel Monte Disgrazia, possa evitare di chiedersi il perché di un nome tanto inadatto alla bellezza di questa cima, un nome che evoca sciagure e pericoli. La curiosità si fa ancor più forte allorché si scopre che, ben lungi da quel che promette nel nome, il Disgrazia è una vetta sulle cui pendici si sono consumate ben poche tragedie, mediamente meno che su altre montagne simili. È forse il suo nome che fin dalla partenza instilla nelle menti degli scalatori un quid in più di prudenza? Chissà? Di sicuro, fin dalla sua 22 CAI MORBEGNO

misteriosa comparsa, il toponimo ha suscitato l’interesse degli studiosi d’alpinismo e sulle sue origini si sono fatte diverse ipotesi. Il primo tentativo di dare una spiegazione al funesto nome si trova forse in un articolo del signor Siber Gysi, comparso nello “Jahrbuch des Schweizers Alpenclub” e poi tradotto sul “Bollettino del Club Alpino Italiano” dell’aprile 1867. Sostiene il Gysi che il versante occidentale del monte era noto come “Mut dii Guai”, in italiano “Monte dei Guai”, e che i topografi austriaci ne fecero una libera traduzione usando il sinonimo disgrazie.

Ad approfondire meglio la questione ci pensò il conte Francesco Lurani Cernuschi, aggiungendo alle note del Gysi che quel Guai, altro non era che l’italianizzazione del cognome Quai, famiglia della bassa Valtellina che possedeva degli alpeggi alle pendici occidentali della montagna. In effetti, ancor oggi il cognome Quai, Quaini, è, infatti, assai diffuso nella Costiera dei Cech, il versante retico di questo tratto di Valtellina, e nel morbegnese. Intendendo male la lingua italiana, i primi topografi tradussero quel Quai in Guai e da questi alle Disgrazie, il passo fu breve.


Sotto: la carta del Regno Lombardo Veneto del 1833. Nella pagina a fronte: particolare della carta del Raymond del 1820 in cui appare per la prima volta il nome Monte Disgracio.

Non è impossibile, infatti, che qualche topografo, per rendere a suo modo giustizia ad un simile grandioso picco, abbia deciso di nobilitare quel nome a suo giudizio un po’ banale in “Monte delle Disgrazie”. Il fatto poi che - ancora secondo il Gysi - in Val Malenco il monte fosse chiamato “Pizzo Bello” poco conta. Il Gysi non era alpinista troppo affidabile e non si sa bene dove abbia preso quell’informazione che però è riportata nel 1876 in una riedizione della Carta del Lombardo Veneto del 1833 (la scala passa da 1:86400 a 1:75000 e riporta la quota 3673). Più suggestiva e credibile, sebbene l’autore stesso inviti alla cautela, è l’ipotesi avanzata nel 1955 da Giovanni De Simoni, alpinista di vaglia e grande conoscitore della Val Malenco. Convintosi che il toponimo dovesse avere origini malenche, il De Simoni compì alcune indagini in loco, concludendo che la spalla di radi larici e magri pascoli sovrastante l’Alpe Sentieri, alla confluenza fra Valle Ventina e Val Sissone, fosse un tempo chiamata “Desdàcia” o “Desgràcia”. Un vecchio alpigiano gli aveva, infatti, spiegato che quella zona estrema, era pericolosa per il fenomeno della ‘desgiascia’ che provocava la caduta di sassi e soprattutto pezzi di ghiaccio

Nelle pagine successive: Morbegno in una stampa del Meyer del 1831, sul fondo si vede il Disgrazia; è il primo “ritratto” ufficiale della cima. A fianco il Disgrazia svetta su Morbegno in una foto recente.

dovuti allo scioglimento dei ghiacci e quindi non ci si poteva portare il bestiame. Scrive De Simoni: «La località, ora quasi completamente invasa dalla morena, sita fra le coordinate astronomiche 2°41’30” 2°41’55” e 46°17’30” 46°17’35” di M. Mario, si chiamava dunque sicuramente Desdàcia o Desgràcia. E tale nome deriva all’evidenza da dis e glacies col significato letterale di disghiaccia. » Avvalora questa ipotesi anche l’analisi delle due carte del catasto Napoleonico, l’una risalente al 1812 e l’altra al 1815, che hanno gettato nuova luce sulle origini del

toponimo. La carta del 1812, “Visido di Dentro”, mostra schematicamente il territorio della sinistra orografica della Val Masino con la Valle di Preda Rossa. Al vertice dei ‘filoni’ (le creste spartiacque, disegnate con linee rette) e a destra del Monte Pioda, è segnata una “Cima della Vedretta”, che evidentemente è il nostro futuro Disgrazia. Sorprendentemente però, una carta dello stesso catasto rilevata nel 1815, e riferita a Chiareggio, ci racconta un’altra storia. Qui, al vertice dei filoni della “Vedretta di Ventina” e del “Monte della Disgrazia”, compare, forse per la prima CAI MORBEGNO 23


volta in una mappa, seppur catastale, il nome Monte Disgrazia. La carta è molto generica e si capisce che il suo disegnatore ebbe qualche incertezza nel collocare la cima al posto giusto perché è segnata in due punti vicini ed è cancellata. Anche sul nome esatto v’era probabilmente qualche incertezza visto che ora è scritto “Monte della Disgrazia”, ora “Monte Disgrazia”. Comunque sia alla luce di questa analisi è evidente che la cima era conosciuta con due nomi diversi: “Cima della Vedretta” sul lato di Val Masino e “Monte Disgrazia” o “della Disgrazia” sul versante Malenco. Le carte catastali erano redatte con una forte valenza locale e a questo punto si può affermare con una certa sicurezza che il nome Disgrazia ha avuto proprio origine in Val Malenco, come sostenuto dal De Simoni. Forse lo studioso-alpinista si spinse solo un po’ troppo in 24 CAI MORBEGNO

là, cercando di associare al toponimo anche la presenza di una località o di un alpeggio. Forse fu sufficiente il solo fenomeno dei grandi pezzi di ghiaccio che piombavano fragorosamente in Val Sissone, staccandosi dalla vedretta settentrionale, per far sì che gli alpigiani del posto cominciassero a parlarne come del ‘munt ch’el desgiascia’, il monte che si sghiaccia. Nel 1820 il cartografo Jean Baptiste Raymond redasse la grande “Carte Topographique-militaire des Alpes” che, in dodici fogli, comprende il territorio delle Alpi occidentali fino alla Valtellina. Il settore retico è descritto nel foglio numero 3 e qui, fra la Val Malenco e la Val Masino, compare il “Monte Disgracio”. Ingegnere e geografo militare francese, per decrivere e approfondire i dettagli toponomastici delle Alpi lombarde, il Raymond

dovette certamente avvalersi anche delle carte del catasto napoleonico, realizzato fra il 1807 e il 1816. Non è quindi escluso che il nome, un po’ storpiato, sia stato preso proprio dalla citata mappa catastale di Chiareggio del 1815. A questo punto, la tesi di De Simoni sembra essere oggi quella di maggiore fondamento, tuttavia, volendo indagare ulteriormente, il toponimo potrebbe avere un’origine ancor più semplice, sia che venga dalla Val Malenco o che sia nato nel morbegnese. Una spiegazione logica almeno come quella del De Simoni porta ad ipotizzare che per le genti del morbegnese o di Val Malenco quella cima fosse semplicemente ‘el munt de giasc’ o ‘el munt de giascia’, cioè il monte di ghiaccio (per qualcuno di più erudito forse ‘monte di glacio’). Ci avviciniamo quindi ad una diversa possibile


Monte Disgrazia Picco Glorioso a cura di: Giuseppe Miotti e Michele Comi interpretazione. Ricordando che i topografi del tempo erano quasi sempre stranieri, è plausibile pensare che, da ‘munt de giascia’ o ‘monte di glacio’, si sia passati prima a “Monte Diglacio” e poi a “Monte Disglacio”, per giungere infine al Disgracio del Raymond. Pochi anni dopo il “Disgracio” era però già “Monte delle Disgrazie”, al plurale. Qualche topografo incline all’esagerazione e influenzato dall’ancora diffusa convinzione che le montagne fossero luoghi maledetti e pericolosi, magari anche con un pizzico di macabro compiacimento, era forse riuscito a trasformare un nome tanto semplice e logico in un’infausta allusione a pericoli e tragedie? Il secondo nome, “Pizzo Bello”, durò assai poco e scomparve del tutto per essere assegnato ad una erbosa cimetta situata più a Sud, sulla dorsale spartiacque fra Valtellina e

Valle di Scermendone. Tuttavia una guida del CAS (Club Alpino Svizzero), edita nel 1935, riporta ancora la dizione “Monte Disgrazia oder Pizzo Bello”. In quanto alla nostra cima, per un certo periodo sulle carte e sugli scritti alpinistici si trovano sia versioni al plurale, “Monte delle Disgrazie”, sia al singolare, “Monte della Disgrazia” e “Monte Disgrazia”, toponimo quest’ultimo che si affermò definitivamente solo sul finire dell’Ottocento. Come il lettore avrà compreso, forse non riusciremo mai a scovare il bandolo della matassa e la storia di questo nome resterà celebre, controversa e misteriosa. Un nome che ragionevolmente e con una vena di humor il conte Aldo Bonacossa, nella sua guida alpinistica “Masino-BregagliaDisgrazia”, definì: «...il più disgraziato che si potesse dare a questa montagna.»

In un volume che, per la modesta dimensione del formato rispetto ad altre pubblicazioni similari, sembrerebbe presentarsi senza avanzare eccessive pretese, veniamo a trovare invece una ricca e corposa monografia di quello che è stata la storia esplorativa ed alpinistica del Monte Disgrazia, ma pure di tutto ciò che ne costituisce le caratteristiche strutturali ed estetiche, la figura dei personaggi che si sono innamorati delle sue irresistibili asperità e che si sono subito cimentati per raggiungerne la vetta, qui nulla viene omesso o lasciato incompiuto. E non potremmo in nessun modo dubitarne, se consideriamo che il volume deve la sua realizzazione alla cura di Giuseppe Miotti e Michele Comi, due alpinisti che notoriamente hanno un rapporto non comune, per quanto riguarda passione e valore di competenza. È così che il volume può raccogliere, oltre alle interessanti considerazioni ed impressioni dei due autori, una notevole quantità di documenti originali e di ritratti storici, dovuta alla loro eccezionale ricerca. Ma perché la scelta del Monte Disgrazia proprio ora? La risposta viene dalla fortunata coincidenza della ricorrenza insieme di due anniversari, il 150° di fondazione del C.A.I. e quello che riguarda la prima salita sulla vetta del “picco glorioso”. Dobbiamo senz’altro riconoscere la pronta intelligenza dei due autori, che hanno saputo approfittare di questa occasione per farci conoscere la montagna che a loro stava a cuore, accogliendo in certo modo anche il tacito suggerimento che proveniva dal Club Alpino Italiano, che aveva incluso la prima salita sul Disgrazia tra le manifestazioni programmate per il suo 150° di fondazione. Renato Frigerio 218 pagine - sopracopertina a colori - foto b/n e colori - formato cm. 24,5x17 Bellavite Editore in Missaglia - prezzo Euro 28,00

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Il

Morbegno CAI e i giovani di Riccardo Marchini

Ricordate? Sull’Annuario 2011 era comparso un articolo nel quale veniva rievocata una bella esperienza di 35 anni fa: il Gruppo Giovanile del CAI Morbegno. Lo scritto terminava con l’auspicio che la nostra sezione potesse di nuovo farsi carico di iniziative per e con i giovani, magari su basi più solide rispetto al passato, perché inserite nel più ampio progetto educativo del CAI Centrale. Ebbene, quell’auspicio si sta concretizzando. Ma andiamo con ordine. Nell’Assemblea Sezionale del 2 marzo il problema dell’attività giovanile emerge in considerazione di due richieste rivolte al CAI: la prima da parte di una scuola cittadina che, nella sua programmazione annuale, ha

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inserito un’uscita fra i monti del Màsino, la seconda da parte dell’UNICEF che intende promuovere una forte sensibilizzazione dei giovani studenti attraverso il “camminare in montagna”. L’Assemblea, recependo con favore le sollecitazioni ricevute ed il messaggio in esse contenuto, affida al Consiglio il mandato di operare secondo due direttrici: accogliere senz’altro le richieste pervenute, facendo ricorso alla disponibilità di alcuni soci volontari, e, soprattutto, organizzare all’interno della sezione un settore specializzato, dedicato all’attività giovanile avvalendosi di personale titolato. Detto e fatto.

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IL CAI MORBEGNO E I GIOVANI

In Val di Mello con gli alunni della

Scuola Damiani

Sono oltre 150 gli alunni della Scuola primaria Damiani di Morbegno che il 15 maggio arrivano alla Piana di Bregolana in Valmasino con le loro maestre. Riempiono tre pullman. I piccoli (classi 1e e 2e) proseguono per i Bagni assistiti dal personale ERSAF, i più grandicelli (classi 3e, 4e e 5e), accompagnati da alcuni genitori e dai volontari del CAI, partono a piedi per la loro escursione nella Riserva naturale della Val di Mello. Ai sette assistenti del CAI Morbegno si aggiunge Pierangelo Tognini che ha dato la sua disponibilità in qualità di Accompagnatore Nazionale di Alpinismo Giovanile. Lo 28 CAI MORBEGNO

scopo della giornata è quello di portare i bambini a contatto diretto con la montagna e il suo ambiente. Questo obiettivo sembra strano per dei ragazzi che vivono in una valle alpina come la Valtellina, ma la realtà è che molti di loro, in considerazione della mutata composizione sociale della popolazione, derivante anche dai nuovi flussi migratori, non sono mai saliti in quota. E’ bello vedere il serpentone che, segmentato per classi, procede lungo la pista che penetra in Val di Mello. La prima tappa è al Gatto Rosso dove, al cospetto delle strutture rocciose di una delle più singolari e

belle valli dell’arco alpino, viene spiegato agli alunni il significato di Riserva naturale e, nello specifico, il motivo per cui la Val di Mello è stata riconosciuta come tale. La meta per la colazione al sacco è nei prati oltre il nucleo di Rasica, non prima di aver visitato le altre contrade e di aver scrutato le pareti per scorgere qualche free climber in azione. Al pomeriggio si svolgono ii giochi previsti: orientamento con cartina e bussola, simulazione di ricerca con gli ARTVA, gioco arrampicata sui sassi circostanti, costruzione di ometti. Un bel modo di vivere la montagna.


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IL CAI MORBEGNO E I GIOVANI

al Passo San Marco con l’UNICEF

“Aiutiamo i giovani a scalare il futuro - Giornata di scuola e solidarietà in montagna”. E’ la denominazione della manifestazione rivolta agli alunni delle scuole primarie e secondarie che si svolge il 31 maggio al Passo San Marco, promossa dall’UNICEF delle province di Bergamo e Sondrio, con la collaborazione delle sezioni CAI di Alta Val Brembana, Morbegno e Chiavenna e il patrocinio degli Uffici scolastici di Bergamo e Sondrio. Il messaggio è quello di far capire che nella vita ci si deve comportare come in montagna, dove, per raggiungere la meta o il risultato che sta a cuore, si deve essere disposti a faticare. Nel contempo l’incontro è ispirato ai valori dell’attenzione verso gli altri, dell’amicizia e della solidarietà; è stato infatti pensato e realizzato a sostegno del progetto UNICEF: “Lotta alla mortalità infantile – Vogliamo arrivare a zero” (ai ragazzi era richiesto un contributo di 5 30 CAI MORBEGNO

Euro). Sono 25 gli alunni della Valchiavenna, mentre 115 quelli del mandamento di Morbegno, provenienti dalle scuole medie di Regoledo, di Talamona e dall’istituto Saraceno. I primi, appartenenti a due classi elementari di Casenda e San Cassiano, salgono direttamente al passo in pullman, gli altri, assistiti dai volontari della nostra sezione, partono dalla Casera d’Orta e risalgono la storica Via Priula lungo le Scale d’Orta. E’ con noi anche Andrea che, sulla sua joelette (speciale carrozzina per disabili

adatta ai sentieri di montagna) ha voluto affrontare la sua personale scalata per vivere la bella giornata con i suoi compagni. Oltre al papà gli forniscono la forza motrice Antonio, Danilo e Roberto del CAI Morbegno e i ragazzi della 4B Ragionieri del Saraceno che con quel gesto intendono manifestare la vicinanza al loro nuovo amico. Al Passo avviene l’incontro con la delegazione bergamasca. In totale gli alunni sono 300, ma contando gli accompagnatori, le autorità, i rappresentanti della polizia provinciale, le


guardie forestali, i carabinieri e gli operatori del Soccorso Alpino, sul piazzale contiguo all’Ometto ci sono circa 400 persone che, dopo aver presenziato alla cerimonia dell’alza bandiera, alla benedizione e ai saluti di rito, si avviano alla volta della Ca’ San Marco. Il programma prevede infatti di raggiungere il rifugio Madonna delle Nevi lungo il tratto bergamasco della Via Priula: bello lo spettacolo variopinto della lunga carovana attraverso i verdi pascoli dell’Alpe Ancogno. La giornata prosegue con

l’illustrazione da parte delle guardie forestali della fauna locale e dell’ambiente d’alta montagna e con la consegna di alberelli di carpino nero da piantare nei giardini delle scuole di provenienza, dedicandoli ai bambini nel mondo.

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IL CAI MORBEGNO E I GIOVANI

ASAG

Il corso per Accompagnatori Sezionali di Alpinismo Giovanile

Svolgere attività di montagna con i giovani, organizzandola in un progetto coerente, non è semplice. Gli operatori addetti a questo compito devono possedere capacità tecniche tali da garantire la massima sicurezza in anche in situazioni di emergenza; conoscenze generali di base per poter affrontare consapevolmente la montagna; attitudini organizzative, didattiche ed educative tali da consentire un corretto e 32 CAI MORBEGNO

proficuo rapporto con i giovani. E’ necessario quindi che siano adeguatamente preparati. Il CAI, che sui giovani investe molte delle sue energie, organizza periodicamente corsi di formazione a tre livelli diversi; il primo è quello di Accompagnatore Sezionale. La nostra sezione, dopo aver scelto con dettato assembleare di intraprendere una nuova esperienza nel settore giovanile, si è trovata nella necessità di individuare al suo

interno persone che avessero titolo per svolgere questo delicato compito. Il consiglio direttivo, nel dare esecutività all’indicazione dell’assemblea, ha approfittato della coincidenza che proprio quest’anno la neonata Scuola di Alpinismo Giovanile della provincia di Sondrio stava organizzando un corso di primo livello, per iscrivervi quattro suoi soci che si sono resi disponibili a sviluppare l’iniziativa: Rita Bertoli,


Claudia Ponzoni, Angelo Moiola e Riccardo Marchini. Le lezioni si sono svolte da aprile ad ottobre: dieci di natura teorica (due di queste tenute nella nostra sede di via San Marco), quattro con un approccio pratico sul campo. Alla presentazione e al test culturale in aula, sono seguiti gli incontri di carattere teorico riguardanti i seguenti argomenti: il progetto educativo, la figura dell’accompagnatore e la responsabilità nell’accompagnamento, la topografia e l’orientamento, la storia dell’alpinismo, il pronto soccorso e l’alimentazione, la meteorologia di montagna, la lettura del paesaggio, la sicurezza, la psicologia dell’età evolutiva, la struttura del CAI. Quattro sono state le esercitazioni in montagna. Aprile: uscita con sci o ciaspole all’Alpe Prabello per trattare dell’ambiente innevato e di tutte le tematiche ad esso collegate. Maggio: escursione ai Tre Cornini assieme ai ragazzi del corso AG, avendo come tema la conduzione di un gruppo, la flora e la fauna. Giugno: due giorni al Rifugio Gerli con salita al bivacco Taveggia per approfondire le tecniche di progressione e di sicurezza su ghiacciaio. Settembre: prove di arrampicata, informativa su materiali e tecniche, predisposizione di una corda

fissa all’Albero delle Lucciole in Valmasino, Ai colloqui finali, tenuti a Chiareggio il 6 ottobre è seguita la breve cerimonia di consegna degli attestati di partecipazione: tutti abilitati.

Quale futuro?

Ovviamente spetterà a ciascuno dei quattro neo titolati, qualora lo ritengano necessario, approfondire autonomamente gli argomenti teorici e rinforzarsi negli aspetti tecnico pratici. Ciò che conta è però che, con la chiusura positiva del corso di formazione, la sezione di Morbegno potrà avvalersi del contributo di quattro Accompagnatori Sezionali di Alpinismo Giovanile, figure che potranno rispondere alle richieste di collaborazione e di assistenza eventualmente provenienti da scuole, associazioni o gruppi su basi

più qualificate rispetto al passato. Non sarà però ancora possibile per il CAI Morbegno gestire in autonomia attività organizzate rivolte ai giovani. Per fare questo c’è bisogno infatti della presenza di un Accompagnatore di livello superiore, il cui titolo può essere ottenuto solo avendo in tasca una qualifica inferiore. Tutto inutile allora? No, perché la sezione potrà appoggiarsi alla Scuola di Alpinismo Giovanile della provincia di Sondrio “Luigi Bombardieri”, alla quale ha aderito e della quale sarà parte integrante attraverso i suoi quattro accompagnatori. Dal 2013, quindi, il CAI Morbegno potrà iscrivere i propri soci giovani che lo vorranno ai corsi primaverili ed estivi di Alpinismo Giovanile organizzati in provincia dalla scuola suddetta.

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IL CAI MORBEGNO E I GIOVANI

Riflessioni di uno stagista

Come allievo di un corso ASAG (Accompagnatore Sezionale di Alpinismo Giovanile) ho potuto partecipare da “stagista”, assieme ad altri compagni di avventura, alle attività della Scuola di Alpinismo Giovanile della provincia di Sondrio “L. Bombardieri”, che era anche la titolare del corso suddetto. Non posso ovviamente prescindere dall’esperienza vissuta durante i sei mesi di lezioni teoriche e pratiche finalizzate al raggiungimento del titolo. L’affiatamento fra compagni, il lavoro impegnato e costruttivo, il rapporto umano e collaborativo con gli istruttori, mai freddo e gerarchico, hanno prodotto la scintilla motivazionale grazie alla quale tutto il resto è stato facile e piacevole, rafforzando in me la convinzione che il percorso intrapreso sarebbe

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stato produttivo per l’attività che il CAI Morbegno si accinge a promuovere e ricco di soddisfazioni personali. Il primo contatto con la realtà dell’AG l’ho avuto in occasione dell’uscita ai Tre Cornini di Poira, aggregato a una delle escursioni primaverili

della Scuola provinciale di Alpinismo Giovanile. La giornata didattica era dedicata alla conduzione dei gruppi. Confesso che da ex insegnante un po’ giù di allenamento mi sono accostato ai ragazzi con una certa emozione e con un po’ di esitazione, ma la loro


spontaneità nel rapportarsi e nell’interloquire con gli adulti mi ha messo subito a mio agio, rivitalizzando i ben noti, ma sopiti comportamenti professionali. Il Raduno Regionale di Alpinismo Giovanile in Valmalenco ha confermato

sensazioni positive e certezze. E’ stato bello vedere centinaia di ragazzi, dagli 8 ai 17 anni, provenienti da tutta la Lombardia vivere con gioia, nonostante il tempo pessimo, il loro incontro annuale: la breve escursione e il successivo momento collettivo dei giochi, CAI MORBEGNO 35


IL CAI MORBEGNO E I GIOVANI

ALPINISMO GIOVANILE 2013 Corso primaverile 24 febbraio: Escursione nei vigneti in cerca delle incisioni rupestri 10 marzo: Uscita sulla neve a Prato Valentino 14 aprile: Val Chiavenna: escursione a Savogno e Dasile 28 aprile: Val Fabiolo - Orobie Valtellinesi 12 maggio: Val Masino - giochi di arrampicata 2 giugno: Raduno regionale a Menaggio 8/9 giugno: Val Grosina (meta da definire) Corso estivo 22 luglio: da Campo Moro salita al Monte Spondascia 23 luglio: Briotti - laghi di S. Stefano (Orobie) 24/25 luglio: Passo Tonale - Forte Strino Cima di Somalbosca 26 luglio: Val Poschiavina: giochi di arrampicata 27 luglio: Gara di orientamento a Chiareggio 36 CAI MORBEGNO

quest’anno dedicati alla musica della montagna. Poi è arrivata l’estate con i due eventi ai quali ho avuto la fortuna di prendere parte: il Corso estivo AG e il Mini Tour del Disgrazia. Nel primo sono stati coinvolti per sei giorni una cinquantina di partecipanti, maschi e femmine, appartenenti alle sezioni di Sondrio e Valmalenco. Il calendario è stato fitto ed interessante: l’escursione geologica sull’Alpe Fellaria, la gita al Lago Lagazzuolo, dove gli alpini di Valmalenco hanno curato l’appuntamento culinario del mezzogiorno con

un’ottima polenta, i giochi di arrampicata sulle falesie della Val Poschiavina, la gara di orientamento a Chiareggio e, soprattutto, la due giorni di metà settimana al rifugio Angeloga in Valle Spluga, con la salita al Pizzo Stella. Pur nell’esuberanza dell’età (un po’ di baccano in rifugio effettivamente c’è stato), i ragazzi, tutti, dal più piccolo al più grande, hanno affrontato l’impegno delle escursioni con convinzione, consapevolezza e forte motivazione, seguendo gli accompagnatori con gran disponibilità all’ascolto, senza lamentarsi. Il trekking del Disgrazia è


stata un’esperienza nuova e ancor più gratificante. In quattro giorni, pernottando in tre rifugi diversi, abbiamo compiuto quasi completamente il periplo della montagna di cui quest’anno veniva celebrato il 150° anniversario della prima ascensione. In sedici siamo partiti da Predarossa sotto la pioggia battente che ci ha tenuto compagnia fino alla Capanna Ponti. Anche questa fa parte del gioco, da accettare, come del resto è avvenuto, con spirito positivo. Nei giorni successivi, con il tempo rimessosi al bello, abbiamo potuto completarla nostra cavalcata attorno al

gigante di serpentino: il Passo di Cornarossa (cima Coppi a 2886 m), i laghi di Cassandra e l’Alpe Airale con il Rifugio Bosio; quindi la faticosa ascesa ai laghi di Sassersa e al Passo del Ventina per scendere al Rifugio Gerli-Porro; infine la Val Sissone al cospetto del Ghiacciaio del Disgrazia e la salita al Rifugio Del Grande Camerini da dove siamo discesi al traguardo finale di Chiareggio. Insomma ci siamo fatti una bella sgroppata di circa 40 Km con un dislivello di 3000 m. Credo che questa esperienza sia stata la concretizzazione più convincente del messaggio

suggerito dall’UNICEF nella sua iniziativa “Aiutiamo i giovani a scalare il futuro”: l’accettazione della fatica per raggiungere gli obbiettivi desiderati, coniugata con l’attenzione verso gli altri, la tolleranza, l’amicizia e la solidarietà. Ecco, senza timore di apparire retorico, sono orgoglioso di appartenere al Club Alpino Italiano sapendo che riversa nel settore giovanile una parte non secondaria delle proprie energie e lieto di poter dare il mio contributo.

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Cos’è il paesaggio? La parola “paesaggio” non ci crea particolari problemi, ci pare tanto scontata che la pronunciamo sicuri di farne

LA LETTURA DEL PAESAGGIO di Marino Del Monte

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un uso appropriato. Ma è proprio così? Siamo abituati ad assimilarla a “panorama” e ad associarla quasi esclusivamente alle bellezze naturali di un luogo. Tendiamo cioè a confondere il paesaggio con la percezione estetica, estremamente soggettiva e


mutevole, di una parte limitata di territorio. Le cose stanno diversamente. Cerchiamo di approfondire il concetto, pur nella difficoltà di riuscire a circoscriverlo adeguatamente, tali e tanti sono gli aspetti (culturali, sociali, ambientali, storici) coinvolti. Il termine è relativamente recente, pare che il primo ad utilizzarlo sia stato Tiziano nel Cinquecento. Inizialmente, comunque, con questa voce si faceva riferimento alla rappresentazione pittorica o letteraria di ciò che appariva

allo sguardo. E così è stato fino al XX secolo. Si pensi ai cosiddetti pittori paesaggisti (i fiamminghi, molti artisti inglesi del Sette Ottocento, gli impressionisti) e ad alcuni modi di dire radicati ancora oggi: “paesaggio pittoresco” oppure “paesaggio da cartolina”, usati per suggerire l’idea del bello e dell’ameno. Col tempo il concetto di paesaggio ha finito per coinvolgere nuovi ambiti, tanto che la sua definizione

ha reso necessario un approccio più complesso che ha trasformato la visione esclusivamente estetica di un luogo nella sua scoperta come “bene culturale”, la cui identità è resa riconoscibile da chi lo percepisce e lo restituisce elaborato sulla base di un insieme di canoni culturali. A titolo di esempio, pensiamo alla nostra Valtellina: noi che la frequentiamo ci identifichiamo nel suo ambiente montano, lo decifriamo con strumenti sociali, economici, storici, naturalistici e lo riproponiamo

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40 CAI MORBEGNO


come paesaggio peculiare, il “paesaggio valtellinese”, non necessariamente coincidente con quello del passato, in quanto diverse potevano essere le chiavi di lettura con le quali veniva interpretato. Ciò sta a significare che un paesaggio è l’interazione fra la soggettività dell’uomo e l’oggettività dell’ambiente (antropico e naturale), guidata dalla mediazione socio-culturale di chi di quell’ambiente è fruitore. Le conseguenze non sono di poco conto: la prima è che il paesaggio non è la realtà materiale, ma è il binomio costituito dalla realtà e dalla sua rappresentazione, la seconda, ancora più significativa, è che il paesaggio non è qualcosa di statico, ma di dinamico e che, essendo legato alla percezione, è in relazione con l’uomo, vale a dire senza l’uomo non esiste. Assume così corpo e significato la definizione assegnata al termine dalla Convenzione Europea del Paesaggio, il documento adottato dal Comitato dei Ministri della Cultura e dell’Ambiente del Consiglio d’Europa il 19 luglio 2000, sottoscritto nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze dai 27 stati della Comunità Europea e ratificato da 10, fra cui l’Italia, nel 2006: “Landscape means area, as perceived by people, whose character is the result of the action and interaction of natural and/or human factors”. Si propone il testo ufficiale in inglese, perché la traduzione italiana ne aveva snaturato il senso; infatti aveva proposto la dizione inglese “area” come “determinata parte di territorio”; ciò che non è, perché il paesaggio è un intero

territorio con caratteristiche di coerenza. Più correttamente e più semplicemente si sarebbe potuto tradurre: “Il paesaggio è un territorio, come viene percepito da chi ne fruisce, il cui carattere deriva dall’interazione di fattori naturali e/o antropici”. Definizione esaustiva dalla quale emerge l’elemento portante del concetto: l’importanza del ruolo ricoperto dall’intervento dell’uomo. Oltre a dare una definizione univoca del termine, la Convenzione ha un carattere dispositivo, nel senso che indica i provvedimenti che gli stati membri dell’Unione si impegnano ad applicare in ordine alle politiche cui rifarsi, agli obbiettivi da perseguire e agli strumenti da adottare per la gestione e la salvaguardia del paesaggio, riconosciuto come patrimonio culturale, ambientale, sociale e storico.

I paesaggi

Rimandiamo ad altra occasione la disamina degli aspetti percettivi, sociali, culturali e giuridici collegati al concetto generale di paesaggio per occuparci della sua parte “solida”, costituita dall’insieme delle componenti fisiche, naturalistiche e antropiche, fra loro interagenti sulla base di diversi fattori ambientali quali il rilievo, il clima, le attività umane. Faremo riferimento, proponendolo in sintesi, al bel lavoro di Roberto Ferranti, Augusto Pirola e Fabio Penati sul “Paesaggio vegetale della provincia di Sondrio”, in mostra presso il Museo di Morbegno nel 2002. Come elementi guida del paesaggio si assumono: a) Il substrato, declinato negli CAI MORBEGNO 41


aspetti geologico (rocce, pieghe, faglie) e morfologico (cime, valli, morene). La sua conoscenza è assicurata dalle Scienze della terra (geologia, geomorfologia, glaciologia) con le quali è possibile determinare i tempi di formazione delle valli per l’azione dei ghiacciai e dei fiumi, il riconoscimento di forme causate da eventi meteorici o catastrofici, la natura delle rocce che racchiudono le valli dando loro caratteristiche uniche per forme e colori. b) La vegetazione, costituita dalle specie vegetali, dalle comunità che esse formano associandosi e dai complessi in cui si aggregano le comunità. Lo studio della loro interazione nel tempo e nello spazio è affidato alla fitosociologia. c) Le modificazioni antropiche, vale a dire i segni lasciati dall’uomo nel corso dei secoli: 42 CAI MORBEGNO

paesi, strade, opere idrauliche, colture agrarie, cave, disboscamenti, strutture per il tempo libero ecc. Con questi strumenti di indagine è possibile identificare diversi paesaggi, alcuni molto ampi, coincidenti ad esempio con regioni a clima omogeneo (alpino, padano, ecc.), altri di minori dimensioni (praterie alpine, peccete, ecc.). Cioè, con criteri di classificazione convenzionali e pratici, si definiscono quelli che prendono il nome di “sistemi paesistici”, a loro volta suddivisi in paesaggi meno estesi. Un esempio è il cosiddetto “sistema paesistico alpico”, coincidente sostanzialmente con le Alpi piemontesi e lombarde. Alle sue estremità occidentale e orientale le Alpi Marittime e le Dolomiti si configurano a loro volta come sistemi autonomi,

con caratteristiche proprie determinate da diversi fattori climatici (l’influenza del mare nelle Alpi Marittime) e geologici (rocce calcaree sia nelle Alpi Marittime che nelle Dolomiti). Il sistema paesistico alpico è caratterizzato da due elementi prevalenti: ampia superficie occupata dalle praterie al di sopra del limite dei boschi e presenza di grandi gruppi montuosi con nevai e ghiacciai estesi. Non è, però, omogeneo, perché le Alpi lombarde, differenziandosi da quelle piemontesi per una maggiore estensione nord-sud, sono soggette ad un clima più continentale (con differenza di temperatura fra mese più caldo e più freddo maggiore di 20°C), evidente nelle valli interne e in quelle, come la Valtellina, ad orientamento est-ovest, molto soleggiate e piuttosto aride alle basse quote. Le


differenze climatiche locali e altitudinali, combinate con gli elementi geologici, morfologici e botanici peculiari delle varie aree, permettono di individuare paesaggi diversi.

Leggiamo il paesaggio valtellinese

Se avessimo la facoltà di abbracciare l’intera Valtellina con un unico colpo d’occhio da grande altezza, avremmo come primo impatto visivo una variegata tavolozza di colori. Al centro, sul fondovalle, il confuso melange grigio-verdegiallastro dei centri abitati, dei prati e dei coltivi, ai lati, sui versanti, un miscuglio di tonalità verdi a seconda del manto vegetale che li ricopre, ai bordi, a far da corona alle distese nevate, le diverse tinte dei corpi rocciosi: gli gneiss, i graniti della Valmasino, le serpentine della Valmalenco, i conglomerati della Valgerola, CAI MORBEGNO 43


i calcari e le dolomie dell’alta valle. Scendendo di quota potremmo decifrare meglio la nostra scena ed accorgerci che la Bassa e la Media Valtellina costituiscono qualcosa di completamente diverso dall’Alta Valtellina per aspetto esteriore, struttura litologica e manto vegetale. E infatti, mentre il territorio dal Lago di Como a Bormio, con un substrato quasi ovunque di natura acida, fa parte del sistema paesistico alpico, la Val Zebrù, la Valle del Braulio, la Valle di Fraele e le valli di Livigno, essendo formate da rocce basiche, sono da attribuire al sistema paesistico delle Dolomiti interne. Abbassiamoci ulteriormente. L’aspetto più visibile è rappresentato indubbiamente dalla copertura vegetale. Mettendo la vegetazione in relazione ai fattori ambientali 44 CAI MORBEGNO

fisici ed antropici, possiamo utilizzarla come chiave di lettura del paesaggio, con la finalità di individuare le aree sicuramente riconoscibili per la loro omogeneità. Non è difficile arrivare a distinguere per la Bassa e la Media Valtellina otto paesaggi differenti: il fondovalle, i conoidi, le brughiere termofile e i vigneti, i boschi di latifoglie, le macchie di pino silvestre, le peccete, le praterie alpine per terminare con i circhi glaciali. Penetrando ancora di più all’interno di ciascuno di questi ambienti, possiamo identificare le specie arboree e floristiche che li contraddistinguono e, indagando sul substrato roccioso, sull’esposizione al sole, sulle condizioni meteoriche e sulle trasformazioni antropiche, siamo in grado di comprendere i motivi delle relative diversità. Lo stesso metodo di analisi,

tenendo conto della minore estensione del territorio e delle quote più elevate, può essere utilizzato per l’Alta Valtellina.

Il paesaggio e l’uomo

Di naturale è rimasto poco o niente. Sul fondovalle, dove si svolge la maggior parte della vita abitativa e lavorativa delle comunità valtellinesi, nel corso dei secoli gli interventi sono stati radicali. Le cittadine, i paesi, i nuclei sparsi, le costruzioni civili, le strutture funzionali al lavoro (agricolo, commerciale, artigianale, industriale), gli edifici religiosi, raccordati da una rete stradale diffusa, importante e articolata, occupano oramai quasi senza soluzione di continuità la pianura valtellinese dal Lago di Como a Bormio, risalendo, se pur con intensità minore, le valli laterali più estese. Il terreno agricolo del piano e dei conoidi


è occupato dalle colture antropiche (prati, campi, meleti, orti, giardini), la fascia montana retica si caratterizza per vigneti terrazzati, la “civiltà del castagno” è riconoscibile su entrambi i versanti. I corsi d’acqua, tutti, dall’Adda al più piccolo rio, sono stati incanalati, arginati e imbrigliati. L’intervento umano è altrettanto sensibile sulle fasce altitudinali superiori. Le peccete, in apparenza naturali, sono in realtà il risultato della secolare presenza dell’uomo che, fra Ottocento e Novecento, ha sfruttato le abetaie per ricavare il legname da utilizzare come materiale da opera o come combustibile per il funzionamento dei forni fusori delle rocce ferrifere presenti in molte valli. Al loro interno, poi, sono presenti radure con baite e stalle, reti di sentieri e sistemi di muri di

contenimento. Sulle praterie le conseguenze della brucatura, del calpestamento e della concimazione da parte di mucche, pecore e capre hanno modificato la flora spontanea, favorendo forme di vegetazione ammoniacale come il rumice alpino (lavaz), infestante nelle aree attorno alle baite e ai riposi del bestiame. E neppure le cosiddette “terre alte”, quelle situate sopra i pascoli, sono rimaste escluse dalle attenzioni umane. Le strade dei valichi alpini incidono i fianchi dei versanti, le dighe sbarrano alcune valli trasformandole in laghi, gli elettrodotti contendono gli spazi agli alberi e modificano lo skyline di creste e passi, gli impianti di risalita polarizzano l’attenzione già da grandi distanze. Anche le guerre hanno fatto la loro parte consegnandoci in eredità un

patrimonio di postazioni e di casermette, reti di stradette militari, intrichi di trincee e chilometri di filo spinato. E più su, persino gli alpinisti hanno lasciato le loro tracce: sentieri attrezzati, vie ferrate, croci di vetta, ometti, rifugi e bivacchi nelle vicinanze dei quali sono ben visibili i segni della presenza umana. Si pensi alla Capanna Margherita, edificata a 4554 m sulla Punta Gnifetti al Monte Rosa, oppure, per rimanere dalle nostre parti, alla Capanna Marco e Rosa, ai 3609 m della Forcola di Cresta Guzza sul Bernina. Insomma, l’uomo è il costruttore del paesaggio fisico e il modellatore del paesaggio culturale, ovvero, fondendo in un’unica espressione i due ruoli, l’uomo è il dominus politico incontrastato del paesaggio. Una bella responsabilità!

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BESTIARIOdi MONTAGNA

Ovvero i frequentatori dei rifugi visti dal Capanatt di Carlo Mazzoleni

Andando in montagna si incontrano moltissime persone, spesso le si saluta, frettolosamente, incrociandole sul sentiero o superandole su una sosta, ma raramente si ha l’occasione di conoscere qualcuno, di capire qualcosa della sua storia. Chi ha veramente l’occasione di venire a contatto con i frequentatori della montagna è il rifugista, nome moderno per indicare il capanàtt, fungendo loro da barista, cuoco, albergatore, navigatore, infermiere, centralinista telefonico, calzolaio e, spesso, mamma. Quindi, accumulando una qualche esperienza nel settore, si può facilmente ideare una classificazione degli “ospiti della montagna”. Vediamo brevemente le principali categorie.

Il Tecnico

Personaggio che non compare mai dopo le 6,30-7 del mattino, lo si vede da lontano perché ha ancora la frontale accesa e indossa giacche in goretex luccicanti con inserti catarifrangenti modello Anas. Entra con i suoi scarponi da alpinismo himalayano, pieni di fango, e urla con toni da pescivendolo rivoluzionari aggiornamenti sul meteo, personalmente elaborati sulla scorta di carte inviategli da scienziati svizzeri suoi compagni d’asilo. Comincia quindi a porre domande su qualsiasi itinerario alpinistico, roccia, ghiaccio o misto non importa, nel raggio di 20 km, rifiutandosi sdegnosamente di prendere in considerazione 46 CAI MORBEGNO

futili aspetti come il grado di difficoltà. Quando il rifugista ormai è stremato, con la scusa che ha un po’ male all’anulare sinistro dopo un recente incidente sulla nord dell’Eiger, ordina un paiolo di taragna con brasato e una damigiana di birra e si sbraga a prendere il sole.

Lo Sportivo

Il rifugista, quando arriva il Tecnico, è già in piedi da almeno un paio d’ore, perché verso le 5 è già arrivato lo Sportivo. Vestito talmente aderente che sembra nudo, ma dalla pelle multicolore, ha sempre lo stesso completino e scarpette da trail, ci sia la nottata più mite del secolo oppure la tempesta perfetta

con neve e vento da nord (wind-chill da far tremare gli orsi delle Svalbard). Sudato come un masai, e certo molto più maleodorante, deve avere gli interni in amianto, dato che un tè rovente se lo scola in un fiato. Sua grande dote è riuscire a far entrare in qualche modo nella discussione, anche se si sta parlando di composizioni floreali, una vanteria sul suo tempo di salita, giudicato dai presenti sicuramente falso. Variante del personaggio è lo sportivo di fine giornata, che, invece, arriva sempre fresco come una rosa, nonostante giuri di essere partito una settimana prima da un sobborgo di Pechino e di averla fatta tutta di corsa. Nessuno gli crede, anche


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perché è stato visto dividere la polenta in riva al lago con il Tecnico.

L’Inesperto

Apparentemente odiato dai montanari, protagonista di innumerevoli luoghi comuni (non del tutto infondati) con l’odioso nomignolo di “milanés”, in realtà è molto amato, dal momento che rallegra l’ambiente e popola gli aneddoti dei rifugisti per anni a venire. Animale sociale, si muove in gruppo, il cui leader è quello che ha più esperienza d’alta quota, abitando al 16° piano in zona san Siro, dove c’è la montagnetta. Abbigliato per mimetizzarsi con la folla, è riconoscibile perché mette lo zaino al contrario, i pantaloni da sci con le infradito, oppure 48 CAI MORBEGNO

sfoggia mise da cartolina inizio ‘900 (calzoni alla zuava a coste, camicie di lana caprina a scacchi con palline di naftalina sotto le ascelle), qualcuno è stato pure avvistato con un alpenstock. Fa richieste del tutto fuori tema, chiede la doccia calda, il bagno per le signore, il gelato, le brioches fresche, gli spaghetti allo scoglio, se è possibile scendere con l’elicottero; a ogni risposta negativa sbarra sempre più gli occhi, ricolmi di ammirazione per la vita impossibile che sembra fare il povero gestore, e accusa veramente il colpo quando sente la risposta alla domanda “ma anche voi salite da quel tremendo sentiero?”. Una fonte più che attendibile giura di essersi

sentito domandare se nelle adiacenze del rifugio c’era la possibilità di giocare a calcio, per organizzare il ritiro della squadra del figlio.

Il Local

Probabilmente è invece lui il personaggio che il rifugista proprio non sopporta. Quando arriva si piazza in cucina, gambe larghe e braccia incrociate e comincia a snocciolare le “ultime dalla valle”, dai necrologi alle offerte dell’alimentari. Per il fatto di frequentare lo stesso posto da tutta la vita (il Local ha un’età media intorno ai 70 anni) si ritiene il padrone di casa, sposta le suppellettili, assaggia il sugo, mette un dito nella tazzina del caffè (dell’Inesperto) per sentire se è


buono e poi se ne va chiedendo scusa se ha disturbato, evitando agilmente una padella che gli è stata lanciata dietro. Per fortuna raramente si vede nel fine settimana, ma essendo per definizione pensionato incombe nei giorni in cui la moglie vuol tirare un sospiro di sollievo. Sua fonte primaria per i discorsi è l’Eco di Bergamo, le cui notizie snocciola solertemente all’uditorio anche se è in vacanza alle Canarie.

Lo Scontento Questo esemplare ha le caratteristiche di tutte le categorie precedenti: si aggira vestito come Messner, vanta prestazioni atletiche da primato, in realtà non sa nemmeno in che regione geografica si trovi, ma millanta conoscenze dirette di tutte le personalità della zona, dai casari agli autisti delle corriere. La differenza è che ha una lamentela su tutto: il colonnello del meteo non capisce niente, il sentiero è pericoloso, la pasta cruda o scotta, in tutta la giornata non ha visto nemmeno uno stambecco. Il rifugista tenta in vari modi di portarlo a ragione, ma invano: lo Scontento lo è per costituzione, e non sente ragioni; quando il discorso vira sulla politica viene zittito da tutti i presenti e mandato a lamentarsi con le trote del laghetto perché l’acqua è troppo fredda.

Il Caso-umano Sempre di sesso maschile, predilige giornate infrasettimanali di fine stagione, quelle di cui il rifugista approfitta per il riordino pre-chiusura, per farsi finalmente una passeggiata o un’arrampicata o più

semplicemente, dopo mesi di fatiche ininterrotte, concedersi qualche ora di meritato riposo. Il Caso-umano però non lascia scampo, innanzitutto perché sembra davvero bisognoso di un aiuto, l’espressione del viso è quella di un profugo afghano. Guai però, mentre gli si serve il caffè, domandare “tutto bene?”. E’ il punto in cui il caso umano rompe gli argini, e, scambiando il rifugista per il prevosto, lo psichiatra o un sindacalista, spiega i motivi per cui camminare in montagna da solo è l’unico sollievo a dolori terribili: prospettive di disoccupazione eterna, problemi familiari indescrivibili, malattie incurabili, timori divini per peccati inconfessabili. Naturalmente

l’animo buono del rifugista di recente generazione gli impone di sedersi accanto al disperato e recargli conforto, maledicendo nell’intimo l’invadente ospite. In realtà chi sceglie la strada del capanàtt è ben consapevole di quello che sta facendo, e sa che, prima ancora che i rigori della montagna, dovrà pazientemente sopportare gli avventori che la frequentano. Non per questo si lascia scoraggiare, e dietro a una dura scorza d’insofferenza, così come a un sorriso e una parola di conforto sempre disponibili, si sa che cela l’animo sensibile di chi, scegliendo di vivere in montagna, ne ha interiorizzato il dettato di sensibilità e umanità che in quei luoghi naturalmente si avverte. CAI MORBEGNO 49


...e il CAPANATT visto da un frequentatore di rifugi di Bruno Orso

Il Capanatt. Assieme al cacciatore d’alta quota, al cercatore di cristalli e alla guida alpina (spesso i ruoli si sovrappongono), rappresenta fin dagli albori dell’alpinismo, quando cominciarono a fare la loro comparsa sulle Alpi i rifugi custoditi, una sorta di eroe epico. Lassù, fra picchi e ghiacci eterni, contendendo alle aquile e ai camosci gli spazi di una natura incontaminata, è l’anima dell’approdo sicuro offerto a te piccolo uomo alla ricerca di identità. Personaggio che emana autorevolezza sacerdotale, la barba fluente a ricoprire il viso cotto dal sole, il Capanatt si dedica alle proprie incombenze con gesti misurati e sicuri. Con sguardo leale, penetrante e mite al tempo stesso, la pipa ricurva dal bocchino consumato eternamente in bocca, ti accoglie discreto e gentile, pronto a lenire con la propria rassicurante pacatezza le tue ambasce, disponibile con 50 CAI MORBEGNO

grande umanità ad aiutarti e a consigliarti. E’ vestito con una giubba di lana cotta, pantaloni alla zuava serrati a metà gamba ed ha sul capo un feltro a tesa larga su cui fa bella mostra la penna caudale del gallo forcello. Costantemente vigile, ha sempre a portata di mano lo zaino affardellato, la piccozza e la corda ben arrotolata per correre in soccorso di chi sia bisognoso d’aiuto. Incontrastato signore del proprio regno a contatto del cielo, gli basta scrutare i segnali delle nuvole con un’occhiata e fiutare l’aria per ragguagliarti del tempo che verrà. I suoi ammonimenti, le sue acute osservazioni e le sue riflessioni sono perle di saggezza montanara da conservare a tuo futuro beneficio. Ah, quasi dimenticavo; questi sono i ricordi delle mie fantasticherie di bambino che si nutriva di libri d’avventura alpina. Poi ho cominciato a frequentare le montagne e con esse i rifugi.

E… … e dei nobili tratti da libro Cuore del nostro eroe, così nitidi nel mio immaginario, non ho trovato traccia; probabilmente sono arrivato con qualche decennio di ritardo. Neppure il nome è rimasto, perché oggi il Capanatt si chiama Rifugista ed è un piccolo imprenditore alberghiero. Faccio una doverosa premessa. Il personaggio che mi accingo a presentare è del tutto immaginario ed è costruito sommando i tratti caricaturali dei molti gestori di rifugio conosciuti al di qua e al di là delle Alpi (ognuno di noi ha qualche debolezza di cui sorridere). Corrispondono al vero, invece, le sensazioni e le descrizioni, come sono autentici i fatti e gli episodi narrati. Il “mio” Rifugista ha un fisico tutt’altro che scultoreo ed atletico. E non potrebbe essere diversamente dal momento che, anziché essere vigile


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sentinella dell’Alpe, è un attento guardiano della cucina, della dispensa e, soprattutto, del registratore di cassa; oltretutto i suoi spostamenti da e per il rifugio avvengono sistematicamente con il fuoristrada o con l’elicottero. Nulla di strano perciò che sia afflitto da una lieve, diffusa pinguedine e da una “panza” dalla circonferenza notevole. Il “mio” Rifugista ti accoglie (quando ti accoglie, perché oramai delega alla reception un suo dipendente) emergendo dalla cucina preannunciato da un diffuso afrore misto a un penetrante odore di fritto. Il suo aspetto è decisamente trasandato: ha la barba di più giorni e i capelli che non conoscono il pettine probabilmente da quando è iniziata la “stagione”. D’altra 52 CAI MORBEGNO

parte è convinto che la rude vita in alta montagna non consenta certi lussi e che il presentarsi curato nella persona potrebbe mettere a disagio gli avventori che arrivano su stanchi, sudati e in disordine. E conferma questa sua teoria anche nell’abbigliamento. Normalmente indossa una t-shirt sbiadita e sformata con un logo che, se non è di una birra o di una mortadella, è la pubblicità di una ditta di articoli sportivi (se fa freddo aggiunge un pile dal colore indefinito che sta in piedi da solo). I pantaloni, anch’essi tutt’altro che freschi di lavatrice, sono recuperati da qualche fondo di magazzino. Ai piedi calza zoccolacce da sala operatoria: non ha bisogno di calzature da montagna,

perché solo eccezionalmente la sua autonomia deambulatoria supera i cento metri di raggio dai fornelli. Completa la divisa con un grembiule arrotolato in vita e una bandana annodata alla nuca, tocco finale per assomigliare ad un feroce pirata. In bocca non tiene la pipa, ma uno stuzzicadenti che sposta da una parte all’altra con grande abilità. Ora le cose sono cambiate, ma fino a qualche tempo fa il nostro protagonista non si separava mai da un mozzicone di matita appoggiato dietro l’orecchio. Con esso tracciava su un foglietto strappato da un block notes misteriose parole e indecifrabili segni grafici che, incolonnati, portavano all’ultima riga dove potevi leggere il conto finale, quello sì ben leggibile e sempre alto.


Ogni volta era necessaria la traduzione a voce, in differita, dell’odioso documento. Ora la legge ha imposto i registratori di cassa, la distinta è decifrabile, ma il conto continua ad essere salato. Il “mio” Rifugista dirige il proprio nido come una caserma tanti sono i divieti che impone. Quello in versione svizzera, poi, se ha deciso che devi partire entro le quattro, non c’è ragione che tenga, con piglio ed accento teutonici che non ammettono repliche, alle tre di notte ti butta fuori dalla cuccetta e tu, che sei privo di frontalino, perché avevi deciso di partire solo all’alba, ti ritrovi a vagolare attorno al rifugio fino a che un po’ di luce non ti permette di distinguere il sentiero. Ma è nella ristorazione che il

“mio” Rifugista dà il massimo di sé. Il suo menù merita un momento di attenzione tanto è vario e stuzzicante. 1° piatto – Snobbato schifiltosamente il brodoso minestrone, anche se sarebbe la scelta più indicata per ristabilire l’equilibrio idrico dopo una giornata di attività fisica, ti butti sulla pasta. Spesso sono spaghettacci n. 5 un po’ collosi, dal momento che il tempo di cottura è una variabile trascurabile, conditi con sugo di pomodoro o con burro fresco (si fa per dire). Entrambi i piatti sono proposti con una bella spolverata di formaggio di grana che, per razionalizzare il lavoro di cucina, è stato grattugiato in quantità industriale qualche mese prima e riposto a mastelli in dispensa. Così che il sapore

della pasta è coperto da un prepotente e cattivissimo gusto rancido che si appiccica a tutto quanto viene mangiato in seguito. A volte il nostro chef è in vena di creatività. Mi è capitato di essere eccezionalmente ammesso in cucina per venire edotto sulla specialità del giorno. Mostrandomi il contenuto di una padella larga e bassa nella quale ribollivano indefinibili corpi grigio brunastri, il padrone di casa mi presentò con malcelato orgoglio la sua produzione: “Varda chì, cosa sto preparando”. Dopo qualche attimo di smarrimento stavo per rispondere: “Ah, spezzatino”, ma fui fortunatamente anticipato dal nostro che mi svelò la reale natura del manicaretto: CAI MORBEGNO 53


pizzoccheri. 2° piatto - Qui c’è grande varietà, ma il pezzo forte, onnipresente, è la wiener schnitzel, dizione esotica della troppo banale cotoletta milanese. E’ un mistero come le porzioni abbiano tutte l’identica forma regolare a ciabatta e siano perfettamente sovrapponibili, tanto quelle del giorno come quelle delle settimane precedenti e successive. In Svizzera troverai anche il gulash. In una sera 54 CAI MORBEGNO

affollata di luglio, la “carte” di una berghütte proponeva questo gustoso piatto di origine ungherese. Si trattava effettivamente di tocchetti di carne stufati e mescolati con altri ingredienti, ma erano più piccoli del normale e amalgamati con una pessima salsa gialla senapata: altro che succulenta zuppa alla paprika! Nessuno mi toglie dalla testa che fosse kit kat. Naturalmente per non trovarti di fronte a spiacevoli sorprese puoi sempre

ripiegare su formaggio e salumi (di casa, ti viene assicurato). Sbagliato. Il formaggio, quando non è insignificante pasta industriale, rischia di essere gommoso come una suola di para oppure duro e secco come segatura pressata. In entrambi i casi le dentature deboli sono in serio pericolo. Per quanto riguarda i salumi, la specialità è il “salamino nero” nel quale la parte edibile, vagamente rossa, è ridotta a due centimetri quadri al centro


dell’insaccato. Ho visto una persona (Carlo, aggiungerei un’ulteriore categoria al tuo bestiario: il Timido) mettersi in tasca di nascosto diverse fette del pregiato salume per non apparire sgarbato lasciandole nel piatto. Il dolce – Crostata con la marmellata, è d’obbligo. Viene proposta come torta della nonna fatta in casa, ma è prodotta nei vari laboratori dolciari del fondovalle. Comunque non c’è male, almeno

all’inizio di stagione quando non è ancora rafferma. Le bevande – Vino in Italia e birra in Svizzera. Il vino in bottiglia costa un occhio della testa, allora per non ripiegare sullo “sfuso”, rosso o bianco, che più anonimo e scialbo non c’è, bevi birra o acqua. Uno si aspetterebbe l’acqua pura delle sorgenti alpine; invece no, quest’acqua pare che faccia malissimo e che per assimilarla ci vogliano vagonate di anticorpi, ovviamente non posseduti da chi vive al piano. E’ giocoforza bere acqua minerale. Il dopo cena è piacevole e distensivo. Sorseggiato un caffè lungo lungo che non può far male (è incredibile come nei rifugi si pensi alla tua salute), viene il momento del genepì. Beh, ci crederete? Per qualche ignoto fenomeno chimico-fisico, il gusto rancido del formaggio grattugiato riesce a trapassare il vetro della bottiglia e a diffondersi nel pregiato liquore. “Di chi è questo bicchierino avanzato?” echeggia per la sala. Stranamente nessuno ne rivendica la proprietà. E’ a quest’ora che il “mio” Rifugista si concede. Dopo aver impartito disposizioni per il riordino degli ambienti e sistemati i conti (si paga sempre alla sera), inizia la sua tournée fra le diverse tavolate per intrattenere gli ospiti con la narrazione delle sue gesta. Sono episodi di caccia e di montagna, mirabolanti per ricchezza di carnieri e per prestazioni fisiche. Altri sono drammatici, al limite della tragedia se non fosse stato per il suo intervento provvidenziale. Da solo o al massimo con un altro ha

risolto situazioni difficilissime nelle quali, ammette con modestia, egli stesso ha avuto qualche conseguenza. Lieve, fortunatamente, mentre gli altri hanno dovuto tribolare per parecchio tempo dopo. Spesso però, accalorato nel suo dire, dimentica quello che aveva raccontato magari la sera prima e quindi rimescola nomi, numeri, date ed episodi come in un patchwork, per di più arricchito con particolari sempre nuovi. Chi lo sente per la prima volta non può che rimanere affabulato da una vita così avventurosa (anche se qualche nota dubbiosa la si vede comparire sul viso di alcuni ascoltatori). A chi invece lo deve sorbire per la decima volta, non rimane che salutare e andare a dormire. Non me ne vogliano i Rifugisti per questa bonaria presa in giro. So bene quanto sia importante la loro presenza in montagna e quanto sia impegnativo il loro lavoro. Dover gestire gli spazi sempre insufficienti di un luogo ristretto, in condizioni ambientali spesso difficili; alzarsi prestissimo al mattino per sovrintendere alla partenza di persone oltremodo esigenti; aver poco tempo per sé e sopportare le fisime di centinaia clienti i cui malvezzi sconfinano a volte nella maleducazione. In fondo Alpinisti e Rifugisti sono le due facce della stessa medaglia. La medaglia che celebra l’amore per la montagna.

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Battute finali per l’approvazione dei piani di governo del territorio

IL CASO VAL TARTANO Spunti per una riflessione sulle piccole Comunità di montagna di Giorgio Spini

Entro il 31 dicembre 2012 tutti i Comuni dovranno adottare il proprio Piano di Governo del Territorio ( l’ ex PRG) ed entro il 30 giugno 2013, dopo la discussione in Consiglio delle “Osservazioni” che devono pervenire entro sessanta giorni dall’adozione, dovrà essere approvato e pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia. Un appuntamento importante che viene vissuto sotto tono; un po’ per la naturale tendenza delle Amministrazioni di limitarsi ai requisiti minimi di pubblicità, un po’ per la ritrosia dei cittadini ad introdursi in una voluminosa e non agevole documentazione per addetti. Il PGT si compone di diversi sostanziosi documenti che in parte contengono anche una Valutazione Ambientale Strategica, la VAS che determina e legittima il Documento finale di Piano. Il PGT viene redatto da ogni Comune nel cui ambito si definisce un’ Autorità proponente, una competente ed un professionista che elabora 56 CAI MORBEGNO

i vari Piani secondo precise disposizioni normative. Il PGT inoltre deve risultare coerente con il Piano di Coordinamento Territoriale della Provincia, il Piano Territoriale Regionale ed il Piano di Coordinamento Territoriale del Parco delle Orobie Valtellinesi (quest’ultimo è ancora da farsi!). Questo in sintesi. Insomma, un’architettura complessa, un lavoro voluminoso ed un impianto rigoroso, scientifico che delinea la visione del nostro territorio nei prossimi cinque anni e mette tranquillità a chi ha a cuore l’Ambiente, lo solleva da ogni dubbio di possibili gravi errori concettuali. Ma l’esperienza insegna a non dare nulla per scontato. Infatti, in modo colpevolmente fortuito, sono venuto a conoscenza che nel PGT di Tartano, a fronte di un continuo calo demografico (168 abitanti residenti nel 2011), l’indebolimento crescente del settore agricolo e lo stato di abbandono degli alpeggi (su 27 alpeggi vi

sono monticate 7 malghe per un totale di 250 mucche da latte; ancora negli anni ’80 erano presenti 1.200 capi), sono state previste non meno di 60 km di strade carrozzabili agro-silvo-pastorali, per la maggior parte situate a una quota media di 1900 m.s.m. denominate “circuito di collegamento degli alpeggi” che vengono proposte per “… rendere più agevoli le attività pastorali… Il tracciato… potrà essere utilizzato anche per la fruizione degli ambienti di alta quota e per le attività ricreative” (le uniche motivazioni espresse nel Piano). Un obiettivo, per la sua inutilità funzionale, il costo esorbitante, il rischio idrogeologico ed il consumismo ambientale che lo distingue, mi pare, del tutto improponibile. Per le puntuali contestazioni a questo collegamento degli alpeggi (si noti bene, in quota non dal basso!), rimando alle osservazioni che insieme a chi vorrà sottoscriverle, ho intenzione di trasmettere al Comune di Tartano. Mi interessa qui porre alcune


domande e ipotizzare una proposta di carattere generale. Sia chiaro, il PGT di Tartano contiene ampie zone di condivisione e bisogna dare atto di un notevole lavoro di analisi del territorio in tutti i suoi aspetti e di uno sforzo ambizioso in contro tendenza, forse al di là dei suoi compiti, di creare sviluppo in una valle orobica colpita da decenni dal fenomeno dello spopolamento e dell’abbandono. Avendo presente il rigore metodologico che determina il Piano, sono due gli interrogativi principali che mi pongo: Come è stato possibile proporre l’obiettivo di un’opera di queste dimensioni senza una proiezione a breve e medio termine di un ragionevole incremento dell’attività di monticazione? Appare una cosa messa lì, così, con deboli e frettolose motivazioni. Come è stato possibile superare i filtri dei vincoli e raccomandazioni dei Piani Territoriali Regionale e Provinciale e del Parco delle Orobie Valtellinesi?

Affermare in modo sbrigativo la compatibilità con la VAS ? Ritengo siano domande queste, fondamentali per capire che qualcosa nell’impianto di Programmazione Territoriale non va. So bene che il PGT dovrà essere vagliato dagli Enti Superiori ma dare al Comune la competenza di sottoporre a VAS le sue stesse proposte, equivale a far valutare allo stesso studente il proprio elaborato: salvo rigurgiti di coscienza, si assegnerà almeno la sufficienza. Mi rendo d’altra parte conto che la possibilità data ad ogni Comune di programmare il proprio territorio contiene una grande istanza di Democrazia ma: Soprattutto nelle piccole comunità, dove tutti ci si conosce ed i rapporti di familiarità caratterizzano la vita quotidiana, vi è la forza di contrastare scelte “forti” e interessi particolari, per chi amministra resistere a pressioni continue? È evidente, in particolare per i territori di montagna,

la valenza sovracomunale del PGT, ma emerge la tendenza a guardare il proprio orizzonte nonostante l’indirizzo ed il controllo degli Enti superiori. La sensibilità Ambientale, sebbene enunciata, enfatizzata perfino e abbinata strategicamente allo sviluppo agricolo e turistico, appare alle volte un rituale dovuto che nasconde in fondo uno scetticismo, radicato in certa nostra cultura tradizionale, verso una salvaguardia poco sentita. Quanto può costare il PGT di un piccolo Comune: 50, 60, 70.000 Euro? Concludendo, un Piano di Governo del Territorio che sia veramente guida allo sviluppo ed alla gestione consapevole delle proprie risorse, lo chiedo in modo sommesso, non dovrebbe avere un ordine di grandezza perlomeno Mandamentale, dove i Comuni presentano le esigenze della propria popolazione e dove però agirebbero filtri più meditati e coerenti con l’interesse generale ?

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LE PROPOSTE DI

PEDIBUS CALCANTIBUS di Riccardo Marchini

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LE PROPOSTE DI PEDIBUS CALCANTIBUS

VAL FONTANA

LA VALLE DEI LAGHI E IL PASSO DELL’ARASÉ Sarà stata l’atmosfera particolare del mattino resa suggestiva dalla nebbia che in banchi mutevoli coronava le cime, a tratti nascondendole, sarà stata l’effettiva amenità dei luoghi, certo è che l’escursione dell’ultimo scorcio dell’estate 2012 la ricorderò come una fra le più belle collezionate nelle mie molte stagioni in montagna. Siamo in Val Fontana. Avevo adocchiato la Valle dei Laghi scendendo dal rifugio CedernaMaffina un paio di anni fa. Allora non sapevo neppure che nome avesse quella zona, ma ero rimasto incuriosito dall’ampio anfiteatro che si presentava al mio sguardo verso destra, sul versante opposto della vallata. In quella conca resa movimentata da una sequenza di pianori sovrapposti intuivo la presenza di alcuni laghetti glaciali: “Pare una bella meta per una gita, ci devo tornare”, mi ero detto. E il settembre scorso, alla ricerca di qualcosa di inedito per un’escursione domenicale, mi è tornata alla mente quella circostanza. E’ sabato, devo documentarmi e organizzarmi. Consulto un paio di carte, prendo visione della topografia e dei toponimi, controllo i dislivelli e verifico che esistano dei sentieri che 60 CAI MORBEGNO

conducono in quota. Quindi rovisto in internet per trovare qualche relazione del percorso: ebbene sì, sembra una buona idea. Siamo in quattro alla domenica a percorrere il lungo budello che risale la Val Fontana. Non occorre una 4x4, ma gli ultimi chilometri sterrati mettono a dura prova le sospensioni dell’auto. Il cielo, sereno e terso nei giorni precedenti, di primo mattino si presenta grigio e uggioso e le previsioni sono all’insegna dell’incertezza. Il nostro umore non ne trae sicuramente giovamento. Man mano ci addentriamo nella valle, però, la copertura nuvolosa si dissolve e gli squarci di sereno si fanno via via più ampi. Gli spessi banchi di nebbia stazionano alle quote inferiori e si addensano maggiormente a sud: qui si preannuncia una bella giornata. Troviamo facilmente la piazzola dove la relazione consultata suggeriva di lasciare l’auto, fra il Pian dei Cavalli e l’Alpe Campiascio, appena prima di un ponticello di legno. Il nostro sentiero inizia al di là del ponte, dopo avere percorso per pochi metri una pista che si stacca dalla strada principale verso destra. Non c’è rischio di sbagliare, l’evidente e comoda traccia risale il bel bosco di conifere

con numerosi tornanti senza possibilità di alternative, la pendenza è moderata e regolare, così che il cammino non risulta affatto faticoso. In una cinquantina di minuti raggiungiamo i prati e le baite dell’Alpe Arasè, umili ricoveri per uomini e animali non ancora illuminati dal sole che vediamo indorare i larici poco più in alto. Seguendo l’ottima segnaletica a monte delle baite, arriviamo in vista


di un profondo vallone inciso nel fianco della montagna. Le sue sponde dirupate ed aspre incutono un po’ di soggezione a causa dell’ombra ancora padrona della scena e per la presenza anche di una strana e cupa cavità che sfregia il suo fianco sinistro. “Ma dobbiamo proprio salire di lì?”, ci chiediamo. Nel bel mezzo di queste riflessioni, una sagoma scura attraversa la luce del canalone non molto distante

da noi, procurandoci un tuffo al cuore. E’ un bell’esemplare di camoscio che in pochi balzi si inerpica sulle rocce della sponda opposta e in un attimo si sottrae alla nostra vista, non prima però di averci consentito di ammirare la sua agilità e la sua eleganza. Lo spettacolo ci fa sentire dei privilegiati. Fortunatamente il sentiero volge a sinistra e con una sequenza di tornanti supera l’impervio pendio boscoso che

costituisce il versante destro del canale: attraversiamo prima una macchia di larici, poi un corpo di frana, quindi con alcuni zig-zag risaliamo il ripido dosso oltre il quale un traverso un po’ esposto, alla sommità di una fascia rocciosa, conduce in cima al primo gradone. Nel frattempo il sole ha raggiunto anche noi: tutta un’altra vita! La vegetazione arborea ha definitivamente lasciato il posto al pascolo e CAI MORBEGNO 61


LE PROPOSTE DI PEDIBUS CALCANTIBUS

ai dirupi e, infatti, l’altimetro ci conferma che siamo quasi a 2200 metri. Di fronte a noi, in controluce, si staglia, solcata da alcuni profondi canali, l’imponente barriera del salto principale al di sopra del quale appare la tenue silouette della cresta sommitale.La traccia del sentiero ci porta decisamente a sinistra a tagliare diagonalmente i pascoli del versante settentrionale della valle: un centinaio di metri più in alto un modesto risalto roccioso fa da porta d’ingresso ad un altro mondo. Adagiati nella depressione dell’ampio pianoro, si distendono appartati i due Laghi Gemelli. E’ necessario salire di qualche decina di metri lungo il sentiero per ammirarli nel loro splendore: due gemme di colore verde separate da una lingua erbosa creano un contrasto molto bello con l’intenso giallo paglia 62 CAI MORBEGNO

dell’erba e il rosso delle foglie di mirtillo in veste autunnale. Tutt’attorno l’ambiente alpino dei circhi glaciali: residui di antichi corpi morenici, ghiaioni interrotti da liste di magro pascolo che digradano fino a lambire le acque dei laghi, sequenze di gradini rocciosi disposti a ventaglio, arrotondati dall’azione abrasiva del ghiacciaio e solcati da intagli dei torrentelli. In alto una corona di cime dirupate dove, sulla sinistra, individuiamo la nostra meta, l’intaglio del Passo dell’Arasè che raggiungiamo lungo una stradina militare, a tratti ancora ben conservata. Siamo stupiti: abbiamo superato quasi 1000 metri di dislivello senza particolare fatica tanto il sentiero saliva con regolare e moderata pendenza. Al di là del passo la Svizzera, più precisamente una laterale della Valle di Poschiavo.


In auto: strada della Val Fontana da Ponte in Valtellina (10 Km asfaltati + 4 Km ca sterrati). Parcheggio: piazzola fra Pian dei Cavalli e Alpe Campiascio, immediatamente prima di un ponticelloin legno (1620 m) Dislivello : 980 m + 70 m (variante Lago Gelato). Sviluppo tot: 10 Km ca Tempo salita: 2.30 h Difficoltà: E Il sentiero inizia poco oltre il ponte, dopo aver percorso per una decina di metri la pista che si stacca dalla strada principale verso destra. Attraverso il bosco di conifere si raggiunge l’Alpe Arasè (1940 m – 0.50 h). Si prosegue oltre le baite e al bivio (palina segnaletica) si imbocca la traccia di destra. Guadati due torrentelli si perviene ad un canalone. Rimanendo alla sua sinistra si rimonta a tornanti un ripido dosso. Sul terreno

Ma è il versante della Val Fontana ad interessarci. La sosta che ci concediamo consente di familiarizzare con la geografia della valle. Alla nostra destra le strutture verticali del Pizzo Sareggio (Chissà se sulle sue pareti sono state aperte vie di arrampicata?), di fronte, nascosto da un ammasso nuvoloso, la carta assicura esserci il Pizzo Scalino, alla cui sinistra riconosciamo, vedendoli emergere dalla bancata di nubi, il Passo Forame e il Pizzo Painale. Sotto di noi, a sinistra, la caratteristica colata di un rock-glacier oltre la quale si erge la Cima Malgina. In un avvallamento nascosto dalla sua cresta nord occidentale intravediamo il Lago Gelato, il cui nome è dovuto evidentemente alla sua sorte di essere ricoperto dal ghiaccio per lunghissimi periodi dell’anno. Decidiamo che vale

oramai privo di vegetazione arborea si taglia diagonalmente il versante settentrionale della valle (sinistra per chi sale) e si raggiunge la conca dei Laghi Gemelli (2325 m – 1.50 h). Rimanendo sul fianco settentrionale si affronta la stradina militare che valica la cresta spartiacque al Passo dell’Arasè (2600 m – 2.30 h) che immette in Svizzera, nella Valle di Poschiavo. Variante In totale richiede un ulteriore dislivello di 70 m e circa 40 minuti. Dal passo si scende, seguendo l’itinerario di salita, di 50 m ca, poi si devia a sinistra con percorso libero su terreno erboso (non ci sono segnalazioni). Perdendo altri 100 m, si attraversa l’intrico di grossi sassi fra la fronte del grande rock-glacier e una piccola pozza e si risale il pendio opposto su magro pascolo fino a raggiungere le sponde del Lago Gelato (2500 m). Ridiscesi alla pozza, se ne contorna il lato occidentale e seguendo tracce di sentiero contrassegnate da alcuni ometti si ritorna sulla via di salita poco prima dei Laghi Gemelli.

la pena di fare una deviazione fin lì. Scendiamo senza problemi alla fronte del rock-glacier e risaliamo il breve pendio che ci separa dal laghetto: un altro gioiello verde scuro nelle cui acque si riflettono i rilievi che racchiudono la Valle dei Laghi da sud. Come ci aspettavamo, la nebbia inizia a salire dal basso fin dove ci troviamo noi creando nuovi scenari. Si abbassa a nascondere tutto poi si alza a filtrare il sole e a velare come una tenda i profili montuosi, quindi si dissolve lasciando spazio al sole per ridiscendere subito dopo con diversa consistenza a generare altri spettacoli suggestivi. Insomma ci gratifica con il meglio di sé consentendo tornare di a casa con il ricordo di una gita indimenticabile in un luogo da inserire nel pantheon privato delle escursioni. CAI MORBEGNO 63


LE PROPOSTE DI PEDIBUS CALCANTIBUS

VALLE DEL BRAULIO LA VALLE DEI VITELLI E IL BIVACCO PROVOLINO

Col bivacco Provolino avevo un conto in sospeso. Già lo scorso anno, con gli “amici del mercoledì” avevo cercato di raggiungerlo, ma, a causa di un errore di interpretazione della relazione consultata (purtroppo da parte mia), per un’intera mattinata abbiamo vagato per la Valle dei Vitelli in cerca della via giusta di salita. Ne siamo venuti a capo infine, ma oramai era tardi e il livello di demotivazione alle stelle. Ci siamo accontentati di guardare il Passo dell’Ablés da lontano con il proposito di ritornare. Ed eccomi allora in una domenica di agosto a ripercorrere la strada dello Stelvio per prendermi la rivincita; in famiglia però, perché non si sa mai. So tutto questa volta, almeno la partenza non la sbaglio di sicuro: Spondalunga - tornante n. 17 - 2147 m - 46°30’56” Nord / 10°24’33” Est. E pensare che c’è tanto di palina segnaletica con indicazioni chiarissime! Risaliamo su un buon sentiero i verdi pascoli del versante destro orografico della Valle dei Vitelli, sormontiamo un gradino roccioso e raggiungiamo un ponticello di legno gettato sul letto del 64 CAI MORBEGNO

torrente, qui particolarmente tortuoso e incassato. Tagliando diagonalmente l’intera luce della valle, raggiungiamo la sommità di una dorsale erbosa dove troviamo un bivio; l’altimetro indica 2450 m. A destra si scende al villaggio militare delle Buse, noi invece ci dirigiamo sinistra. Attraversato a mezza costa un ripido pendio di materiale detritico affiorante dalle zolle d’erba, entriamo nel grande bacino glaciale della Vedretta del Monte Cristallo che digrada dalla Cresta di Reit. Lo scorso anno, dopo tanto peregrinare, ci eravamo innestati sul percorso corretto proprio qui. L’ambiente è angosciante e al tempo stesso affascinante. E’ una grigia distesa di sassi nella quale lo sguardo si perde, una landa desolata che può provocare quel senso di malinconia che i montanari chiamano “solengo”. La traccia del sentiero, appena visibile nell’estesa sassaia, si snoda contrassegnata da alcuni ometti e da qualche spezzone di legno ricavato dalle macerie dei baraccamenti di guerra. Se dovesse calare la nebbia penso che sarebbe buona cosa tornare indietro. Proseguiamo rimontando il

filo ripido della morena di destra e, superati alcuni rilievi impervi, arriviamo ad una zona più pianeggiante, ma non per questo più riposante. Un intrico di reticolati arrugginiti, divelti nelle loro strutture portanti, se ne stanno lì da quasi cent’anni a ricordarci la triste epopea di una guerra luttuosa. Il terreno diventa più articolato: aspri risalti rocciosi si susseguono alternandosi a riposanti vallette nivali sulla dorsale affacciata a ciò che resta del ghiacciaio. Davanti a noi, infine, lo scivolo di fini detriti che sale all’ampia insellatura del Passo dell’Ablés, a 3010 m. Su entrambi i lati del valico le strutture della linea fortificata presidiata dagli italiani che durante la Prima Guerra Mondiale si opponevano agli austriaci attestati sul Monte Scorluzzo. Il bivacco Provolino si trova spostato più a destra, poche decine di metri più in alto. Seguendo i segnavia, ci dobbiamo destreggiare su una fascia di roccette abbastanza facili, percorrendo un sistema di camminamenti naturali e artificiali, ed inerpicare lungo un canaletto molto ripido ricoperto da fine terriccio


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compatto, sul quale gli scarponi faticano a far presa. Sono pochi metri, ma visto quel che c’è sotto, o meglio, quel che non c’è, qui è vietato scivolare. Aiutandoci con la punta di un bastoncino e sfruttando alcuni appigli sulla nostra destra, superiamo il punto critico, ma ci viene da pensare che la discesa potrebbe rivelarsi più complicata. Finalmente raggiungiamo il bivacco, costruzione 66 CAI MORBEGNO

ristrutturata dal Gruppo Alpini di Bormio sui resti di una baracca militare. Forma un corpo unico con la montagna, vero e proprio nido d’aquila affacciato sulla Valfurva, di cui non riusciamo a intravedere nulla, perché invasa dalla nebbia. Al contrario lo spettacolo che ci si offre verso nord giustifica abbondantemente la fatica fatta per arrivare fin quassù. Sotto di noi la Valle dei Vitelli

con la Vedretta del Monte Cristallo, di fronte il Filon del Mot e là in fondo, nella finestra aperta fra due ammassi nuvolosi, la Forcola di Rims: tutti nomi che riportano il calendario agli eventi bellici del secondo decennio del Novecento. Per il ritorno cerchiamo un’alternativa che ci permetta di evitare il ben noto canalino. Proseguiamo lungo la cresta per vedere se c’è un passaggio


In auto: SS 38 dello Stelvio fino a Spondaluga Parcheggio: tornante n. 17 (2147 m). In alternativa park della 2a Cantoniera, poco più avanti. Dislivello : 950 m Tempo salita: 2.40 h Difficoltà: EE Dal tornante n. 17 il sentiero risale il versante destro orografico della Valle dei Vitelli, rimonta un gradino roccioso e attraversa un ponticello di legno gettato sul profondo solco del torrente (2320 m ca). Una lunga traversata da sinistra a destra porta ad un bivio posto su una dorsale erbosa (2450 m - 0.45 h). Imboccata la traccia di sinistra si penetra nel bacino glaciale della Vedretta del Monte Cristallo. Seguendo alcuni ometti e qualche altro segnale rudimentale in legno, si prosegue sul sentiero appena visibile nell’estesa sassaia per raggiungere e percorrere il filo della ripida morena,

da quella parte. In effetti, rimontata l’altura contigua al bivacco e raggiunta con facilità la sella sottostante, ci accorgiamo che si può scendere senza problemi. Passando nei pressi di un vecchio cestello di una teleferica militare, troviamo anche una flebile traccia: altri sono passati da lì, probabilmente spinti dai nostri stessi timori. Procedendo a fatica fra i sassi grossolani

oltre la quale, rimontati alcuni rilievi, si incontrano i resti di un reticolato. Il tracciato introduce nella parte superiore del bacino, caratterizzato da risalti rocciosi alternati a vallette nivali. Un ultimo scivolo detritico da affrontare sul suo lato sinistro conduce al Passo dell’Ablés (3010 m 2.30 h). Dal passo si piega a destra, si risale una fascia di roccette (segnavia) e un ripido canaletto di materiale detritico compatto (prestare molta attenzione). Dopo alcuni metri di ulteriore salita si raggiunge il Bivacco Provolino (2050 m - 2.40). Ritorno: Si prosegue verso nord raggiungendo l’altura contigua al bivacco e si scende alla sella sottostante. Abbandonata la cresta in direzione di un lieve avvallamento sul quale è visibile un vecchio cestello di teleferica, ci si sposta verso destra calandosi sul pendio dapprima ripido, poi meno impervio, ma occupato da materiale grossolano su cui si procede a fatica. Quindi ci si raccorda con la traccia di salita.

ci immettiamo sul sentiero ufficiale una cinquantina di metri sotto il passo. Sulla via del ritorno, più rilassati, abbiamo modo di guardarci in giro con maggiore attenzione: le strane striature e le linee curvilinee disegnate sulla superficie del ghiacciaio, le bancate calcaree della Cresta di Reit, le pieghe geologiche sovrastanti la Vedretta dei Vitelli e soprattutto i fiori. Durante la salita avevo avuto poco tempo per osservarli, ma ora, con più calma e approfittando della pazienza dei compagni, ritrovo ad una ad una tutte le specie che sapevo di poter incontrare in questo ambiente: alcune sono comuni, ma altre sono autentiche rarità o, quantomeno, varietà non presenti nelle nostre Orobie e Retiche. Un’autentica seduzione per un appassionato di botanica. CAI MORBEGNO 67


INCONTRO AL PIZZO

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DEI TRE SIGNORI Domenica 22 luglio ci siamo trovati con gli amici del CAI Alta Val Brembana e del CAI Introbio per consolidare idealmente i rapporti di buon vicinato e di mutuo sostegno fra le sezioni di Valtellina, Val Brembana e Valsassina, le tre valli storicamente appartenenti ai tre stati diversi: Grigioni, Repubblica di Venezia e Ducato di Milano (i tre signori). Giornata mesta, nonostante il tempo splendido e il cielo terso, per la recente scomparsa di Enzo Ronzoni, presidente della sezione Alta Val Brembana, che questa manifestazione aveva fortissimamente voluto. CAI MORBEGNO 69


Gli amici della Sezione del Cai di Sarzana che ci avevano guidato e fatte conoscere alcuni scorci delle Alpi Apuane, ci hanno reso la visita. Di seguito riportiamo le impressioni del presidente Giuliano Vanacore.

GEMELLAGGIO MAREMONTAGNA di Giuliano Vanacore

presidente CAI Sarzana

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“Dal 27 al 29 Luglio 2012 noi del Club Alpino Italiano di Sarzana siamo stati vostri ospiti nell’ambito di uno scambio di visite fra le nostre due sezioni. Infatti, nel 2011 siamo stati felicissimi di aver accompagnato, sul finire del mese di Agosto, un vostro gruppo per alcune escursioni sulle Alpi Apuane, al termine delle quali, ci avete gentilmente proposto di contraccambiare la visita l’anno successivo, invito che non ce lo siamo certo fatto scappare e così è stato. La maggior parte di noi non conosceva i luoghi propostici per le escursioni, salvo qualche tratto marginale: della Val di Mello conoscevamo i rifugi Giannetti e Allievi-Bonacossa, per aver percorso il “Sentiero

Roma; della Valmalenco, i rifugi Bignami e Longoni per averci dormito in occasione del Trekking del Bernina del 2010 mentre la Valle del Bitto ci era completamente sconosciuta perché il Trekking delle Orobie di diversi anni fa si era svolto tutto nel versante bergamasco. Il primo “impatto” lo abbiamo avuto lo stesso giorno nel quale siamo arrivati: la Val di Mello, che è stata un po’ come la “carta da visita” di ciò che ci aspettava nei due giorni successivi. Ci ha colpito la bellezza di questa valle, il dolce e piacevole sentiero di fondovalle, punteggiato di numerose malghe, sul quale incombevano, contrastanti, le enormi pareti, paradiso degli arrampicatori. I rimanenti due giorni li abbiamo passati alla scoperta


della Val Malenco e della Valle del Bitto di Albaredo, sempre accompagnati dagli amici del CAI di Morbegno che ci hanno illustrato gli aspetti delle valli, i panorami, gli insediamenti umani che incontravamo lungo il percorso. E’ stata, dunque, anche per aver camminato in un ambiente nuovo e sconosciuto alla maggior parte di noi, una positiva e piacevole esperienza. Se poi vogliamo fare una valutazione di questi tre giorni in Valtellina, non serve cercare le parole adatte per descrivere le nostre sensazioni: partiti in 21, tornati in 21 (anche se uno di noi era incorso in un piccolo infortunio): se guardiamo da questo punto di vista, il bilancio è in pareggio. E’ decisamente attivo un altro

bilancio, meno evidente forse, ma di quelli che sicuramente rimangono: mi riferisco all’esperienza e allo scambio con gli amici del CAI di Morbegno: lo stare insieme, il camminare insieme, il condividere la fatica, il mangiare, il chiacchierare, ci porta a contatto con l’altro, fa nascere una specie di solidarietà collettiva che può emergere nel momento del bisogno e che difficilmente si trova nella vita cittadina. E’ questo, forse, il bilancio migliore, al di là di quello che abbiamo visto e vissuto nei tre giorni trascorsi insieme nella splendida Valtellina: ben vengano questi scambi fra sezioni del CAI. Grazie amici del Cai di Morbegno e arrivederci alla prossima occasione….. CAI MORBEGNO 71


Galtür L’annuale gita di tre giorni si è svolta quest’anno a Galtür nel gruppo del Silvretta (74 montagne superano i 3.000 metri), il 24/25/26 agosto. Trentanove i partecipanti fra cui cinque soci giovani, che ci hanno rilasciato le loro impressioni.

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• Davide Del Barba (CAI Morbegno, anni 9): “I giorni 24-25-26 agosto sono andato in Austria con il Cai di Morbegno. Abbiamo fatto belle camminate, visto tanti animali e tanti laghi. Peccato che abbiamo visto poco sole”. • Valerio Pedroncelli (CAI Montespluga, anni 10): “Anche se vi era un tempo non molto adatto, sono state sostituite le mete da alcune più brevi e per il tempo che avanzava invece sono state pensate delle alternative: ad esempio per noi bambini l’arrampicata, mentre gli adulti hanno riposato. Alla sera abbiamo sentito un rombo e subito dopo è comparso un maggiolone ed un po’ alla volta ci ha portato ad ascoltare la banda del paese. Per me è già una bella gita stare in compagnia.”

• Chiara Gadola (CAI Morbegno, anni 10): “La cosa che mi ha colpita di più di tutte è stata quando il terzo giorno abbiamo camminato mentre pioveva, poi abbiamo mangiato un buonissimo Strudel. Era su un piatto pieno di vaniglia, la pasta era soffice, aveva all’ interno delle mele buonissime . Dato il freddo di fuori un buon dolce caldo per me è l’ideale!!!!” • Alessandro Del Barba (CAI Morbegno, anni 12): “La gita in Austria a Galtür è stata fantastica con moltissime esperienze belle anche se il tempo non è stato dei migliori e spero che venga fatta anche l’anno prossimo”.


• Alessandro Gadola (CAI Morbegno, anni 12): “Ripensando a quei 3 giorni passati in Austria, la prima cosa che mi viene in mente è la bellissima palestra d’arrampicata del secondo giorno. Avevamo appena preso un super acquazzone e il rifugio dove dovevamo mangiare era chiuso. Siamo arrivati in paese tardi e affamati, e siamo entrati in questa struttura. Dentro c’ era un bar (dove abbiamo mangiato), un museo e la palestra di roccia. Dopo un bel piatto di pane e speck ci siamo fiondati nella palestra, che partiva qualche metro più in basso del pavimento del bar e arrivava fino sul soffitto.L’obiettivo era di arrivare all’appiglio arancione: la via era corta ma abbastanza dura. Tutti l’abbiamo toccato ma nessuno è riuscito ad appendersi. Che mal di muscoli la sera!” CAI MORBEGNO 73


SUL SENTIERO PA Da qualche anno l’appuntamento sul Sentiero Paniga è una scommessa col meteo, ma ancora una volta abbiamo vinto noi. Meglio così, perché la Valle della Lesina, dove era programmato l’incontro 2012, col brutto tempo non è certo invitante. Per farla breve, partiti da Morbegno sotto un cielo grigio e triste, abbiamo dovuto arrivare al parcheggio di Piazzacalda per essere gratificati dalla comparsa del sole. La nebbia in dissoluzione (quest’anno è stata il denominatore comune di molte escursioni) ci ha accompagnato

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NIGA

per buona parte della mattina, rendendo più intrigante l’atmosfera ottobrina. Sotto un cielo via via più sereno abbiamo affrontato, come programmato, il nostro itinerario ad anello: Panzone, Cappello, Galida e Bocchetta del Colombano, poi giù verso Scoggione lungo la bella stradella militare affacciata sul lago di Como e rientro al rifugio Legnone dove ci attendeva il consueto ritrovo conviviale a base di polenta. Conclusione d’obbligo, oramai lo si sa quando si va in Valle della Lesina, alla “baracca degli attrezzi” di Lucia e Angelo per la merenda. CAI MORBEGNO 75


IL GRUPPO Seniores, Under 99, Quelli del Mercoledì o altro ancora? Il dubbio che avevamo tre anni fa è sulla via di trovare una soluzione. La novità è che, comunque lo si vorrà chiamare, il gruppo vissuto fin’ora come entità casuale, dal 2013 avrà veste ufficiale di organismo strutturato riconosciuto dal Consiglio di Sezione. Perché questa scelta solenne? Non si poteva andare avanti come si era fatto nei quattro anni passati? Sicuramente sì, ma la contropartita positiva del formalismo burocratico sarà che le uscite, una volta inserite nella programmazione sezionale, saranno riconosciute

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come momenti di attività sociale e, come tali, coperte dall’assicurazione senza che di volta in volta si debba informare il presidente della sezione. Non è poco. A stagione non ancora terminata è comunque possibile fare un bilancio. Le uscite sono state condizionate da un’evoluzione meteo non sempre favorevole, così che i programmi bimestrali hanno dovuto essere modificati in più occasioni. Le gite invernali, previste con la solita formula sci-ciaspole, sono state effettuate solo per onor di firma, perché, a causa di un inverno avaro di neve, solo


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in tre occasioni gli sci hanno fatto parte del nostro bagaglio. Molto meglio è andata la stagione estiva, anche se il tempo dispettoso ci ha costretto alcune volte a ripiegare su itinerari d’emergenza nelle vicinanze di Morbegno. Siamo andati in Valgerola e in Valtartano, in Valle Spluga, in Valmalenco e in Valmasino. In un’occasione ci siamo spinti nella Valle dello Spöl per effettuare la bella traversata Val Cantone – Val Saliente e ben nove escursioni le abbiamo effettuate sui monti lariani: Monti di Vercana, Sentiero del Viandante, Zucco Sileggio,

Grignone, Monti Grona, Moregallo, Crocione, Generoso e San Primo. Se aggiungiamo queste mete a quelle degli ultimi mesi del 2011, possiamo dire che la conoscenza delle prealpi lariane è pressoché completata. Venendo ai dati numerici, le proiezioni per la fine di dicembre ci dicono che le escursioni saranno oltre 45, con un totale altimetrico ben superiore ai 40000 metri ed una partecipazione media di 10 persone per gita. Riteniamo che il risultato sia positivo. Ora è ufficiale: dal 6 novembre il gruppo, “clandestino” fino ad oggi, si presenta ai soci con

un nome, un regolamento e un consiglio. Come denominazione è stata scelta quella di “Gruppo 2008” per ricordare la data delle prime timide uscite di quattro anni fa. Il Consiglio Direttivo, in carica fino al 2015, è così composto: Passerini Antonio (presidente), Del Barba Domenico (vice presidente), Maffezzini Alda (consigliere segretaria), Marchini Riccardo e Claudia Ponzoni (consiglieri). Come primo atto il nuovo Consiglio ha messo in cantiere per il 2013 lo studio di un trekking di più giorni: Eolie, Etna, altro? Vedremo.

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Dino e Felice l’ultima salita verso la cima più alta di Riccardo e Andrea Bottani

Due personalità straordinarie quanto i valori che li univano: dalla passione sconfinata per la montagna, alla grande dedizione verso la famiglia, i compagni di cordata e gli amici e, al di sopra di ogni cosa, un palpabile e contagioso, amore per la vita. Sicuramente due storie colme di avventure appassionanti come quelle che, entrambi, amavano raccontare con grande coinvolgimento ed empatia: tra mille ascensioni, sorrisi, canti alpini, fatiche che, talvolta, si rivelavano vere e proprie imprese. Imprese d’altri tempi, quelli dell’alpinismo dei pionieri, della scoperta, ma anche del dopoguerra, della fame, dell’umiltà e del 78 CAI MORBEGNO

coraggio. Persone che hanno lasciato il segno, che hanno in qualche modo arricchito, attraverso il loro entusiasmo e la loro energia, la vita di chi ha avuto il piacere, e in fondo l’onore, di incontrarli e di conoscerli. Ma raccontare Dino e Felice per analogie somiglierebbe più a un semplice esercizio di stile che ad una effettiva rappresentazione della totalità della loro esperienza vissuta. Sarebbe forse più opportuno volgere lo sguardo verso le diverse sfaccettature delle loro vite, così simili negli animi ma, allo stesso tempo, così diverse nelle loro esperienze. Da un lato il piccolo grande alpinista morbegnese. Classe

1931, di umili origini, padre vigile del fuoco e calzolaio e naturalmente alpinista, Felice - Felix per gli amici - alterna la sua gioventù di imbianchino e operaio a numerose scorribande alpinistiche, prima tra i monti della sua Valtellina, poi cimentandosi in diverse avventure di rilievo in altre regioni delle Alpi ed anche a livello extraeuropeo. Tra i silenziosi successi raggiunti fin dall’adolescenza annovera: nel ’51 lo spigolo nord del Badile, l’anno successivo la leggendaria e temuta via Cassin alla Nord Est, quindi la Est della Punta Milano, nel 1964 apre la celebre Via dei Morbegnesi alla Sfinge, la nord del Pizzo dell’Oro e altre innumerevoli


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ascensioni, spesso prime invernali, sempre in compagnia degli amici più stretti che con lui condividevano tutto, dalla passione per l’alpinismo alla quotidianità della vita cittadina. Altrettanto numerose le avventurose spedizioni in diversi continenti con il giovane figlio Michele: dal Kilimangiaro africano, al Nepal, dalla prima assoluta ai 7.200 m del Masherbrum Far West nel Karakorum pakistano, passando per la Patagonia sul severo Cerro Fitz Roy. E’ poi la volta dell’Equador (Illiniza, Chimborazo e Pichinca) e della Bolivia (Huayna Potosi). Insomma una collezione di punte, spigoli, cime, vette spesso anche con gli sci ai piedi - che sarebbe davvero difficile elencare senza peccare di incompletezza, 80 CAI MORBEGNO

ma soprattutto perché la grande modestia e umiltà del suo animo hanno sempre frenato, quando non evitato, la celebrazione dei suoi indiscutibili traguardi. E di traguardi Felice ne ha raggiunti tanti anche e soprattutto in ambito sociale. E’ stato promotore, fondatore e presidente dell’attivissimo Gruppo Edelweiss Morbegno, attraverso il quale è riuscito a stimolare e contagiare tanti giovani e meno giovani alpinisti in erba organizzando, solo per citare un esempio, l’apprezzata e quanto mai originale iniziativa del “Collegamento dei Rifugi”, giunta oggi alla sua 51°edizione. Così come la “Tendopoli”, il “Rally sci alpinistico Edelweiss” e tanti altri eventi che ancora

oggi entusiasmano soci e partecipanti. Insieme agli amici del GEM, inoltre, nei primi anni ’60 ha promosso la costruzione del Bivacco “Titta Ronconi” al Passo di Bondo (3.169 m) la cui installazione è il frutto di una non comune collaborazione di alpinisti che, con l’unico ausilio delle proprie spalle, hanno portato fin sul crinale i componenti dell’intera struttura per poi assemblarli dando forma a quel ricovero per alpinisti che ancora oggi si staglia, giallo come il sole, sul grigio granito della Valmasino. Alpino paracadutista, membro e protagonista per oltre 30 anni del Soccorso Alpino così come di tante associazioni di volontariato: dalla CRI all’Avis, all’Aido, ... Nella sua eclettica carriera Felice è stato anche un apprezzato podista tant’è che


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questa sua seconda passione lo ha portato prima alla fondazione del “CSI Morbegno” e poi all’istituzione dell’ormai celebre “Trofeo Vanoni”, dove ha collezionato brillanti piazzamenti. Per i suoi sforzi in ambito sportivo, professionale e sociale è stato inoltre insignito di diverse medaglie d’oro e d’argento al valore. A Morbegno il nostro era anche molto conosciuto e stimato per la sua dedizione in iniziative sociali e di intrattenimento come il “Carnevalissimo”, il grande e suggestivo 82 CAI MORBEGNO

presepe della città così come l’imponente e luccicante albero di Natale di Piazza Tre Fontane. E ancora l’organizzazione della “Festa dell’Angelo Custode” di Scimacà, il suo piccolo “regno” con la sua amata chiesetta che, nella dimostrazione della sua fede concreta e orientata al prossimo, ha assorbito tante delle sue risorse e regalato sorrisi a tanti bambini attraverso l’organizzazione dei “giochi di una volta”. Insomma un uomo che ha sempre corso invece di camminare, che preferiva

l’azione alla parola, così come la modestia alla superbia, che ha saputo dare tanto ai suoi cari così come a tutta la comunità cittadina che lo ricorda con stima e grande affetto. Il caso poi volle che diventasse consuocero di Dino, altro grande protagonista della montagna e dei racconti di tanti insigni alpinisti che si cimentavano sulle maestose vette della Valmasino. Guida alpina instancabile e appassionata fin dal 1952, così come il celebre padre Virgilio e


il leggendario nonno Anselmo, in grado di accompagnare i suoi clienti anche tre volte in un giorno su e giù per il Badile, senza mai dare segni di cedimento, con la sola forza del suo animo e della sua passione verso quelle affascinanti quanto imponenti cattedrali di granito dove ha avuto il piacere e la fortuna di crescere e vivere. Dino, classe 1927, personaggio che sapeva trasmettere simpatia, calore e dotato di un innato senso di altruismo. Sempre sorridente e appassionante nei racconti delle sue rocambolesche avventure su per i picchi della Valle che conosceva bene come pochi altri. Il suo duro lavoro nelle cave della Valmasino e il suo vagabondare da cacciatore gli permettevano di conoscere a fondo l’anima della montagna, la sua essenza: conosceva perfettamente i sassi, le pietre, le venature dei blocchi, i minerali, i luoghi più remoti di quell’incantevole paradiso incastonato ai confini del territorio elvetico. Tra le sue ascensioni più rilevanti ci sono diverse importanti invernali: la Punta Milano nel ’53, la Punta Fiorelli nel ’54 con l’amico, zio, cugino e anche collega Giulio, la Via Molteni al Badile. Seguono l’apertura della sempreverde via Dino Fiorelli alla Sfinge, un’altra invernale al Pizzo Cengalo per la Via Bonacossa e, nel ’76, l’apertura della via Walter alla Punta Sfinge in compagnia proprio di Felice e del figlio, nonché suo genero, Michele e del compianto amico Vincenzo Spreafico. Non a caso le più significative imprese del Dino si collocano in quella Valle dell’Oro che gli fu tanto cara da rappresentare

la sua seconda casa per oltre 60 anni. Si perché proprio là in mezzo a quella panoramica e ancestrale vallata di prati verdissimi e giganti blocchi granitici stava e sta tutt’oggi la sua Omio: non solo il tipico e suggestivo rifugio per gli alpinisti della Valle che custodiva personalmente fin dal 1975, ma il vero rifugio della sua anima. Proprio lassù, a 2.100 m con un’impagabile vista su San Martino, la Val Merdarola, il monte Disgrazia e fin sulle Orobie, Dino e la sua famiglia hanno vissuto gran parte della loro vita, delle loro esperienze e dei loro sentimenti. Una curiosa e simpatica casetta bianca dalle finestre rosse che fin dalla fine degli anni ‘30 è stata condotta dalla famiglia Fiorelli, cominciando proprio dal padre Virgilio nel 1938, a cui succedette, dal 1965 al 1974, il fratello maggiore Attilio. Insieme all’inseparabile moglie Virginia (prematuramente scomparsa all’età di 64 anni), donna gentile, solare e generosa, il Dino aveva saputo dar vita a quell’ormai raro sodalizio tra la spontanea ospitalità verso passanti ed escursionisti e la sensazione di farli sentire sempre a casa, come fossero tutti parte di una grande famiglia. Come Felice, fu membro e protagonista trentennale del Soccorso Alpino e, tra le altre attività che svolgeva con grande dedizione ed esperienza, assunse anche il ruolo di coordinatore delle guide alpine della Valmasino. Un uomo tutto d’un pezzo: tanto determinato e appassionato da voler fare ritorno al suo rifugio, già ultrasettantenne e dopo una

serie di delicati interventi al cuore, staccando di diversi quarti d’ora l’equipe medica che lo aveva operato e “tentato” di accompagnare in questa piccola, ma senza dubbio, eroica e commovente fatica. Dino e Felice, due personalità straordinarie come i valori che li univano. Basti citare l’esempio, forse il più facile da ritrovare nella memoria di tanti compagni d’avventura, del tradizionale appuntamento di Ferragosto dove, su iniziativa di Felice e dei soci del GEM, ci si ritrovava insieme proprio alla Omio per ricordare, attraverso una pirotecnica fiaccolata notturna al Pizzo dell’Oro, tutti gli amici scomparsi in montagna. Un momento di raccoglimento, suggestività e sincera amicizia che sopravvive ancor oggi sfiorando le 50 edizioni. Ebbene sì, questi piccoli e grandi uomini hanno rappresentato davvero un impareggiabile esempio di spessore umano e di sincera generosità d’animo. La passione, la sensibilità, la determinazione, ma in particolare la voglia e l’entusiasmo di trasmettere agli altri i grandi valori dell’alpinismo e della montagna rappresentano la preziosa eredità che quest’anno, entrambi, come fosse un destino già scritto, hanno scelto di lasciarci.

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UN ANNO DI MONTAGNA

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Quest’anno dobbiamo purtroppo registrare la scomparsa di alcuni carissimi amici e di persone legate al CAI Morbegno: in febbraio Enzo Ronzoni, presidente del CAI Alta Val Brembana, in marzo Milvia Scinetti, che aveva frequentato uno dei primi corsi di sci alpinismo organizzati dalla nostra sezione, in aprile Felice Bottani, fondatore del GEM, in agosto Dino Fiorelli, guida emerita e gestore della Capanna Omio. Tristi eventi, ma anche notizie gratificanti: un nuovo successo per Paolo Spreafico, un riconoscimento alla nostra collaboratrice Elena Fattarelli e, soprattutto, l’assegnazione del Premio Meroni a Riccardo Scotti. Il 2012 vede ancora come protagonista l’orso. Anzi, quest’anno le segnalazioni e le apparizioni sono state più frequenti che in passato in tutta la provincia e nella Frana sul Cengalo vicina Engadina. La novità è che l’amico plantigrado si è lasciato L’evento è del 27 dicembre, ma solo nei fotografare in diversi luoghi. primi giorni di quest’anno sono state diffuse le immagini. Impressionanti: una frana gigantesca (valutata in 4 Il meteo del 2012 milioni di metri cubi di materiale), Per noi del CAI il meteo 2012, visto da Morbegno, non verrà staccatasi poco sotto la vetta del Pizzo sicuramente archiviato fra i più apprezzati degli ultimi anni. Si Cengalo, ha interessato un’ampia zona pensi che nei primi tre mesi le giornate completamente serene del versante nord della montagna e si sono state più di sessanta. Le precipitazioni nevose di fine gennaio è riversato a valle, ricoprendo la coltre e di inizio febbraio sono state brevi e di modesta entità a tutte le nevosa di polvere fino a Larèt. Nella quote. Sembrerà strano, dal momento che l’inverno 2012 sarà sua discesa distruttiva ha cancellato ricordato in Italia come l’anno del gelo e della neve: temperature diverse vie alpinistiche storiche e in picchiata a causa di un corridoio che ha aperto il varco alle un lungo tratto del famoso percorso correnti nord orientali provenienti dalla Russia e neve, tanta neve; escursionistico che collega i rifugi in Piemonte, in Emilia e persino a Roma dopo 30 anni. Da noi no! Sciora e Sasc Furä, passando per il Tanto gelo, questo è vero, con punte minime inferiori a – 10°C, ma Viale. pochi centimetri di neve sul fondovalle e non molti di più in quota.

GENNAIO

Così che, in considerazione anche delle insufficienti nevicate degli ultimi mesi del 2011, per gli sci alpinisti sono stati tempi duri. Ad aprile, puntualmente con l’inizio delle escursioni primaverili, il sole è andato a riposare e fino alla metà di giugno abbiamo vissuto all’insegna della variabilità, con il naso sempre all’insù per tentare di capire se avremmo potuto avventurarci in montagna senza prendere un acquazzone. Inutile specificare che sì, ci siamo bagnati spesso. Poi, finalmente, l’addetto al meteo ha deciso di spostare la lancetta del barometro sul bello (quasi), dimenticandosi però che le giornate nelle quali si pratica l’alpinismo e l’escursionismo sono il fine settimana ( e il mercoledì, per i più grandicelli). In definitiva abbiamo avuto un’estate discreta, con belle giornate, ma il denominatore comune delle uscite da giugno ad ottobre sono state una diffusa nuvolaglia e molte nebbie vaganti. L’autunno si è comportato da autunno. Anzi, quasi a volerci risarcire per le scarse precipitazioni dell’inizio dell’anno, ci ha gratificato con una nevicata precoce alla fine di ottobre, con 20 cm di neve alla quota di 500 metri. Il nuovo peggioramento di fine novembre ha interessato con uguale intensità e con le stesse modalità sia la nostra provincia che il vicino Trentino, ma sentite come la notizia è stata diffusa da un telegiornale nazionale del 29 novembre: “Nubifragi in Valtellina e Valchiavenna, abbondanti precipitazioni in Trentino”. Ogni commento appare superfluo. Il freddo intenso ci ha tenuto compagnia nella prima quindicina di dicembre che si è chiusa con una nuova abbondante nevica, questa volta con circa 25 cm anche sul fondovalle. La speranza in una stagione sci alpinistica più gratificante di quella passata è stata subito disillusa: la pioggia fino a 2000 metri del giorno di Natale e il forte vento hanno compromesso il manto nevoso. E a rendere più sconfortante la situazione sono arrivate le previsioni per la prima quindicina di gennaio 2013: asciutto e mite. Non ci resta che rivolgerci anche quest’anno alla vicina Svizzera dove il meteo è stato più generoso.


UN ANNO DI MONTAGNA

MARZO Non cacciabile lo stambecco

FEBBRAIO Se ne è andato un amico

Il 3 febbraio, all’età di 60 anni, è morto per un malore improvviso Enzo Ronzoni, presidente del CAI Alta Val Brembana. Con lui, animatore instancabile della propria sezione e della Scuola “Orobica” di alpinismo e di sci alpinismo, avevamo individuato alcuni progetti da realizzare assieme. In un paio di incontri al Rifugio Benigni, di cui abbiamo dato notizia nell’Annuario 2011, avevamo deciso di “trovare momenti istituzionali per concordare attività comuni e per consolidare eventuali azioni di mutuo sostegno”.

Dal Corriere della Sera del 13 marzo – In seguito al ricorso inoltrato dal WWF, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha bloccato il Piano della provincia di Sondrio che intendeva aprire la caccia al nobile ungulato, specie protetta e simbolo delle nostre montagne.

Muore sulle nevi svizzere

Il 31 marzo Milva Scinetti, nota e stimata insegnante alle scuole primarie di Dubino e grande appassionata di montagna, è morta scivolando in un canalone durante un’escursione sci alpinistica. Il tragico incidente è avvenuto in Canton Uri, nella zona Bristen-Oberalpler. Milva Scinetti aveva frequentato diversi anni fa il corso di sci alpinismo presso la nostra sezione

APRILE Ci ha lasciato Felice Bottani

La vigilia di Pasqua si è spento, all’età di 81 anni, Felice Bottani, uno degli ultimi protagonisti dell’età d’oro dell’alpinismo morbegnese. Le sue montagne d’adozione sono state soprattutto quelle del Màsino dove, sui pizzi dellOro, sul Medaccio, sulla Sfinge e sul Badile ha aperto numerose vie nuove. Sua, con Giovanni Riva, la 1a valtellinese alla via Cassin sulla nord est del Badile, nel 1952. Oltre che alpinista Felice Bottani è stato personaggio di spicco della comunità cittadina, nella quale è stato fautore di numerose iniziative. Ricordiamo che è stato, nel CSI, fra gli ideatori del Trofeo Vanoni, fondatore del Gruppo Edelweiss Morbegno, membro della locale stazione di Soccorso Alpino, volontario dei Vigili del Fuoco, collaboratore Avis-Aido, animatore della Contrada Scimicà dove abitava. Più volte premiato per meriti alpinistici, nel 1981 ha ricevuto un importante riconoscimento da parte del Panathlon. Il CAI Morbegno, attraverso il suo presidente e ai componenti del consiglio direttivo, si associa al dolore della moglie Nerina e dei figli Michele e Luisa. CAI MORBEGNO 87


MAGGIO

Nuovi sentieri sulla Colmen

Il 18 maggio i volontari dell’associazione “Colmen la Montagna Magica” hanno inaugurato due nuovi sentieri sulla Colmen. Entrambi partono dall’abitato di Desco, tagliano il versante meridionale e aggirano la montagna da est. Uno dei due, denominato “Sentiero Belvedere”, procede pianeggiante fino a Dazio, mentre l’altro, il “Sentiero della Cresta Est”, si inerpica lungo la panoramica dorsale orientale fino a collegarsi con la mulattiera che sale da Dazio pochi metri a valle della sommità della Colmen. Alla realizzazione dell’opera ha contribuito anche il CAI Morbegno, fornendo il materiale per la posa della segnaletica, sia verticale che orizzontale.

GIUGNO L’orso a Morbegno

LUGLIO Cade elicottero del 118

Fortunatamente senza gravi conseguenze l’incidente che ha visto coinvolto l’elicottero del 118 della stazione di Bergamo. Una chiamata di soccorso ad un motociclista uscito di strada sulla provinciale del passo San Marco ha rischiato di trasformarsi in tragedia. A causa dell’indisponibilità del velivolo di Sondrio, è intervenuto quello di Bergamo, già presente in valle per prelevare in Valmalenco un alpinista ferito. Dopo aver scaricato l’equipe medica sul luogo dell’incidente, l’elicottero, con a bordo piota e tecnico, si è allontanato come succede in questi casi, ma ha urtato un cavo dell’alta tensione ed è precipitato al suolo da una ventina di metri sfiorando l’asilo “Il Girasole”. I due feriti a bordo sono stati soccorsi dai Vigili del Fuoco.

Nei primi giorni di giugno un orso è calato nottetempo in città lungo la via San Marco dalla zona del Tempietto. Che volesse iscriversi al CAI Morbegno, visto che proprio lì c’è la nostra sede? Sta di fatto che alla vista di una persona, a spasso con il proprio cane, con un rapido dietrofront ha fatto perdere le proprie tracce. Nei giorni seguenti ha lasciato segni del suo passaggio in quel di Arzo e di Pedesina dove ha aggredito alcune pecore. Sarà lo stesso esemplare fotografato in Valmasino, ai piedi della diga dell’Albigna e nei pressi del passo Julier? Quello pare fosse M13, esemplare di 2 anni identificato grazie alla marchiatura gialla all’orecchio e al collare nero, sostegno del GPS andato fuori uso. Insieme al fratello M14, investito e ucciso lungo la strada del Brennero, si spostava fra Tirolo ed Engadina e da qui in Valtellina. Ciò che va registrato è che comincia a familiarizzare con la società civile, dal momento che nei mesi successivi è stato incontrato dentro altri centri abitati.

Si è spenta la guida emerita Dino Fiorelli

A tre mesi dalla scomparsa di Felice Bottani ci ha lasciato anche Dino Fiorelli, amico e consuocero di Felice. Dino Fiorelli, classe 1927, figlio della celebre guida Virgilio e nipote del leggendario Anselmo detto “Cupin”, fu a sua volta guida alpina e alpinista di livello, cogliendo numerosi successi. Nel 1952 fu protagonista della 1a invernale alla Punta Milano, nel 1954 realizzò con l’amico, zio, cugino e collega Giulio la 1a ascensione della Punta Fiorelli, nel 1956 e nel 1957, ancora con Giulio, rispettivamente la 1a invernale della Molteni al Badile e della Bonacossa al Cengalo, nel 1958 la 1a della Punta Angela al Cengalo. Ancora, nel 1976, con Felice e Michele Bottani e Vincenzo Spreafico, aprì la via Walter alla Sfinge. Dal 1975, coadiuvato dalla moglie Virginia, sostituì il fratello Attilio nella gestione della Capanna Omio in Valle dell’Oro. Fu anche per trent’anni membro del Soccorso Alpino. Chi ha frequentato la Valmasino negli ultimi sessant’anni lo ricorda senz’altro come persona mite, cordiale e dotato di una non comune carica di simpatia che lo rendeva benvoluto da tutti. 88 CAI MORBEGNO

AGOSTO


UN ANNO DI MONTAGNA Resti umani sul ghiacciaio di Predarossa

Il giorno 8 agosto un gruppo di escursionisti alla ricerca di minerali ha ritrovato, ai piedi del Disgrazia, fra i massi lasciati a nudo dal ritiro del ghiacciaio, un vecchio scarpone chiodato contenente, oltre alla calza, le dita mummificate del piede. Una ipotesi, tutta da verificare, è che i resti appartengano a Don Giuseppe Buzzetti, il “prete alpinista” di Chiavenna, scomparso nel luglio del 1934, mentre tornava in Val Codera dopo la salita solitaria alla punta Torelli. Anche se allora fu avanzata, fra le varie ipotesi, quella del Disgrazia, il reperto, sicuramente compatibile con l’epoca, lascia molte perplessità in ragione della distanza fra il luogo del ritrovamento e quello della presunta scomparsa, ma, soprattutto, sulla base del biglietto lasciato dal religioso alla bocchetta Torelli. Lo scritto (oggi irreperibile), contenuto in una scatoletta di metallo e trovato purtroppo solo il mese successivo, reciterebbe all’incirca così: “don Giuseppe Buzzetti CAI sez. di Chiavenna, da Bresciadega , passo Sceroia, capanna Gianetti, pizzo Torelli, bocchetto Torelli per Bresciadega, 11-VII-34”.

Nuova impresa di Paolo Spreafico

Il 19 agosto il nostro concittadino Paolo Spreafico con Fabio Palma (entrambi appartengono ai Ragni di Lecco) hanno effettuato la prima ripetizione di “Viva Dulfer”, via di 350 metri aperta da Rolando

Larcher nel 2000 sulla Cima Ghez in Val d’Ambiez, nel Gruppo delle Dolomiti di Brenta, con difficoltà fino al 7c+ e obbligatorio di 7b.

Il Disgrazia compie 150 anni

Il 24 agosto Giordano Giumelli e Mario Vannuccini hanno raggiunto la vetta del Monte Disgrazia (3678 m) ripetendo fedelmente il percorso effettuato dagli alpinisti inglesi Edward.Shirley Kennedy, Leslie Stephen e Thomas Cox, assistiti dalla guida svizzera Melchior Anderegg, proprio il 24 agosto di 150 anni fa per realizzare la prima ascensione della montagna valtellinese. Partiti a mezzanotte del giorno 23 dai Bagni di Màsino, sono scesi a San Martino da dove, risalendo la Val di Mello e la Val Cameraccio, hanno valicato il Passo Cecilia per portarsi alla Sella di Pioda e, quindi, alla cima del Disgrazia. In totale hanno superato 2600 metri di dislivello in 9 ore. L’ascensione ha concluso il ciclo di eventi con i quali si è celebrato l’impresa del 1862. Il 3 agosto era stata aperta a Chiareggio la Mostra “Il Picco Glorioso” dedicata alla storia alpinistica del Disgrazia, alla quale aveva fatto seguito la presentazione del libro “Il Picco Glorioso”, scritto da Popi Miotti e da Michele Comi.

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SETTEMBRE Nuova croce sul Cevedale

Per iniziativa di un gruppo di giovani di Valfurva, sostenuti dalla locale sezione Cai, dal Soccorso Alpino e dal gestore del rifugio Casati, sabato 22 settembre una nuova croce è stata posta sulla vetta del Cevedale (3769m). Sostituisce il vecchio manufatto caduto da tempo a causa dell’avversità del meteo

OTTOBRE Nevicata precoce

La fine del mese di ottobre è stata caratterizzata da una intensa nevicata che ha imbiancato anche il fondovalle. Non accadeva da decenni. Alla quota di 1000 m lo spessore del manto nevoso ha raggiunto i 40 cm, provocando non pochi inconvenienti alla circolazione: Molti alberi, ancora densi di fogliame, non hanno retto al peso della neve e, spezzandosi, hanno ostruito le sedi stradali. Il rialzo di temperatura dei giorni successivi ha azzerato l’effetto dell’evento nevoso fin verso i 2000 metri.

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UN ANNO DI MONTAGNA

NOVEMBRE Meritato riconoscimento

Elena Fattarelli, apprezzata collaboratrice del nostro Annuario, ha ricevuto il 1° premio al concorso letterario “La montagna Valle Spluga” anno 2012, con tema “La quiete e la pace della montagna nello spirito”. Il piacere con cui abbiamo appreso la notizia è doppio, perché il racconto con il quale Elena si è aggiudicato l’importante riconoscimento è stato “I camosci dello Spadolazzo”, scritto appositamente per il CAI Morbegno e pubblicato sull’Annuario 2011. A Elena un ringraziamento e le nostre più sentite congratulazioni.

Tragedia sul Pizzo dei Tre Signori

Una scivolata su alcune roccette ghiacciate sul versante del Pizzo dei Tre Signori affacciato al Lago d’Inferno è costata la vita ad un escursionista di Eupilio ed al suo cane. Gravemente ferito anche il compagno della vittima che ha cercato di soccorrere l’amico. L’incidente è avvenuto durante la discesa verso il lago, ad una quota di circa 2300 m.

A Riccardo Scotti il Premio M. Meroni

Il nostro socio Riccardo Scotti, glaciologo al Dipartimento di Scienze Geologiche dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, è il vincitore del Premio Marcello Meroni 2012, promosso dalla Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Silvio Saglio” del CAISEM. Ecco uno stralcio significativo della motivazione con cui la giuria ha assegnato il premio: “ … Il suo impegno in un campo determinante per il futuro dell’ambiente e dell’umanità quale risulta essere la climatologia, è stato valutato con la dovuta attenzione e con particolare ammirazione anche in considerazione della giovane età e della generosa disponibilità dimostrata nel divulgare gli esiti delle ricerche, dimostrando competenza e preparazione in numerose conferenze”. Il CAI Morbegno tutto si associa alla giuria nel fare a Riccardo “il più affettuoso augurio in vista del raggiungimento di nuovi, importanti traguardi”.

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NOTIZIE DALLA SEZIONE

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NOTIZIE DALLA SEZIONE I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2012 gli iscritti sono 564 (-13) così suddivisi: 370 ordinari (-14), 151 famigliari (-6) e 49 giovani (+ 7). Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti. CONSIGLIO DIRETTIVO Presidente Caligari Alessandro Vice Presidente Poncetta Marco Segretario Bonzi Davide Consiglieri Acquistapace Danilo Bavo Vincenzo Bertoli Enrico Del Barba Domenico De Donati Angelo Mazzoleni Carlo Pezzini Tarcisio Ponzoni Claudia DELEGATI Caligari Alessandro Del Barba Domenico PUBBLICAZIONI Caligari Alessandro Marchini Riccardo Mazzoleni Carlo ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Bertoli Enrico (ISA) Gadola Giulio (ISA) Riva Marco (ISA) Scotti Franco (ISA) De Donati Cesare (INSA) 94 CAI MORBEGNO

ISTRUTTORI SEZIONALI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Spini Mario Libera Moreno Acquistapace Danilo Riva Gottardo Scotti Riccardo ACCOMPAGNATORI SEZIONALI DI ALPINISMO GIOVANILE (ASAG) Bertoli Rita Marchini Riccardo Moiola Angelo Ponzoni Claudia ACCOMPAGNATORI DI ESCURSIONISMO Davide Bonzi (AE) Alessandro Caligari (AE) I CORSI Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2011 a marzo 2012, presso la palestra di via Prati Grassi si sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. Corso base di sci-alpinismo Si è svolto da gennaio a marzo, articolato in 7 lezioni teoriche presso la sede CAI e 6 esercitazioni pratiche in montagna: Muntische, Piz Muragl, e Piz Lunghin in Engadina, Motal in Val di Campo, Dosdè in Val Viola e Cima della Rosetta in Val Gerola.

I diplomati: Barana Davide (Delebio) Carna Roberto (Morbegno) Crippa Mara (Olginate) Gambetta Barbara (Morbegno) Ruffoni Sara (Gerola) Tagliabue Alessandra (Cantù) Corso di arrampicata Si è svolto a Chiavenna LE GITE Gite domenicali • 13 maggio Palon de la Mare (sci alpinistica) • 27 maggio Valle dei Vitelli (sci alpinistica) • 22 aprile Lario orientale, Anello di Camaggiore • 3 giugno Triangolo lariano, Monte Cornizzolo • 17 giugno Ciclo turistica ai laghi di Cancano • 8 luglio, Valchiavenna, Valle della Forcola • 15 luglio Le “50 Cime”, Celebrazione Cinquantenario • 22 luglio Pizzo dei Tre Signori con CAI A.V. Brembana e Introbio • 27-29 luglio Con il CAI Sarzana in Val di Mello, Val Malenco, Valle del Bitto • 5 agosto Valle Spluga, Pizzo Tambò • 12 agosto Val Bregaglia CH, Passo di Cacciabella • 24-26 agosto Tre giorni in Tirolo, Galtür • 9 settembre Ciclo turistica in Engadina, Val Schaschauna


• 16 settembre Gita in Liguria, Sestri Moneglia • 7 ottobre Valle della Lesina, Sul Sentiero Paniga I mercoledì del CAI In Valgerola, Valtartano, Valle Spluga, Valmalenco, Valmasino, Valle dello Spöl, Monti lariani occidentali ed orientali, Triangolo lariano per un totale di oltre 45 uscite. RALLYNO DELLA ROSETTA Non effettuato causa scarso innevamento

LE SERATE • 8 giugno Proiezione del film “Ritmo latino. Sulla Ovest del Cerro Torre” di Ramiro Calvo. Con la partecipazione dell’alpinista argentino Rolando Garibotti • 9 giugno Concerto presso i giardini di Palazzo Malacrida con gli strumentisti del “Tuttottoni Brass Quartett” • 20 lugliuo Presentazione del libro “I ghiacciai della Lombardia” a cura di Riccardo Scotti, coautore dell’opera • 21 settembre

Spettacolo “Il Ghiacciaio di nessuno” con Marco Preti, autore del libro omonimo. I RITROVI CONVIVIALI • 15 giugno, Festa d’estate • 19 ottobre, Castagnata • 19 dicembre, Auguri di Natale

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