ANNUARIO 2011 CAI MORBEGNO
I
MORBEGNO
CINQUANT’ANNII DI
CAI
Cinquanta, anzi Ottanta. Nel 2012 il CAI Morbegno compirà ufficialmente 50 anni. Ufficialmente, perché in realtà la sua storia iniziò molto prima, nel 1931, quando un gruppo di cittadini
morbegnesi diede vita alla Sezione Bitto. E’ successo che solo cinque anni fa siamo venuti casualmente in possesso della documentazione relativa a quel periodo (vedi Annuario 2006); fino ad allora avevamo solo notizie frammentate e spesso contraddittorie che non ci consentivano di fissare una datazione sicura. Quindi si pensò di assumere convenzionalmente come anno di nascita del CAI Morbegno il 1962, quando con delibera del 28 gennaio, firmata dal vicepresidente generale di allora, il sodalizio morbegnese si staccò da Sondrio, di cui era stato sottosezione a partire dalla fine degli anni Quaranta, per diventare sezione autonoma. Ecco perché ci permettiamo di dire che siamo cinquantenni con l’autorevolezza degli ottantenni.
II CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 1
MORBEGNO
CINQUANT’ANNII DI
CAI
Cinquanta, anzi Ottanta. Nel 2012 il CAI Morbegno compirà ufficialmente 50 anni. Ufficialmente, perché in realtà la sua storia iniziò molto prima, nel 1931, quando un gruppo di cittadini
morbegnesi diede vita alla Sezione Bitto. E’ successo che solo cinque anni fa siamo venuti casualmente in possesso della documentazione relativa a quel periodo (vedi Annuario 2006); fino ad allora avevamo solo notizie frammentate e spesso contraddittorie che non ci consentivano di fissare una datazione sicura. Quindi si pensò di assumere convenzionalmente come anno di nascita del CAI Morbegno il 1962, quando con delibera del 28 gennaio, firmata dal vicepresidente generale di allora, il sodalizio morbegnese si staccò da Sondrio, di cui era stato sottosezione a partire dalla fine degli anni Quaranta, per diventare sezione autonoma. Ecco perché ci permettiamo di dire che siamo cinquantenni con l’autorevolezza degli ottantenni.
CAI MORBEGNO 1
2 CAI MORBEGNO
SOMMARIO
CAI
ANNUARIO 2011
Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org
SVANEZIA
di Riccardo Scotti
Redazione: Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella.
Hanno collaborato: Roberto Angelini, Domenico Del Barba, Marino Del Monte, Elena Fattarelli, Riccardo Marchini, Carlo Mazzoleni, Giuseppe (Popi) Miotti, Lodovico Mottarella, Riccardo Scotti, Giorgio Spini, Mario Spini, Laura Spreafico
Fotografie:
CIELI RAMATI DI MONOLITH di Giuseppe (Popi) Miotti
I CAMOSCI DELLO SPADOLAZZO di Elena Fattarelli
Domenico Del Barba: 78, 79 Riccardo Marchini: 23, 24, 25, 26, 27, 28, 30, 31, 32, 33, 46, 47, 48, 49, 56, 57, 60, 61 (sotto), 67, 72, 73, 74, 75, 76, 77, 80, 81, 86, 87, 88 (sotto) Lodovico Mottarella: copertina e II, 1, 2, 3-4, 5-6, 16, 17, 18-19, 20, 21, 29, 36, 37, 38-39, 40, 41, 42, 43, 44, 45, 50, 51, 52-53, 55, 58, 59, 60-61 (sopra), 62, 63, 68, 69, 70, 71, 88 (sopra), 89 (sopra),90 ,91, 92, 93 Riccardo Scotti: 8, 9, 10-11, 12, 13, 14 Giorgio Spini: 82, 83
ARRAMPICARE TRAD di Mario Spini
LA VAL RAVELLA E I CORNI DI CANZO di Marino del Monte
Laura Spreafico: 84, 85
WALTER BONATTI di Walter Bonatti
Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com
LA NEBBIA di Giovanni Donadelli
Stampa: Tipografia Bonazzi
CAI MORBEGNO 3
di Domenico Del Barba
E D I T O R I A L E Non riesco a ricordare dove ho letto questa frase “La vita finisce, la strada no”. Ci apprestiamo a celebrare i cinquant’anni dalla fondazione della
E D I T O R I A L E
nostra Sezione, cinquant’anni di storia, di ricordi, di amicizie.
4 CAI MORBEGNO
Giovanni, Chiscio, Giorgio, Vincenzo, e mi perdonino tutti gli altri che non vado ad elencare, sono andati avanti, un pezzo di storia del nostro sodalizio. Belle facce, sorridenti, belle persone che ancora oggi solo a ricordarle infondono un senso di pace e serenità. Sono sempre con noi, presenti durante le nostre uscite. Credo sia loro dovuto un grande ringraziamento per quanto hanno dato ai Soci e alla vita della Sezione. Grazie di tutto. Non dimentichiamoci però di quelli che, pur condividendo quel pezzo pezzo di storia della Sezione, sono ancora presenti e sono impegnati a preparare i programmi per festeggiare il cinquantesimo compleanno della sezione.
Molti buoni progetti sono in cantiere. Uno per tutti la convocazione dell’Assemblea Regionale dei Delegati in rappresentanza di tutte le Sezioni lombarde ( quasi 100.000 soci) presso l’Auditorium di S. Antonio in Morbegno il 1 Aprile 2012. Rivolgiamo a tal proposito l’ invito a tutti Soci di partecipare alla realizzazione di queste importanti iniziative, certi di riuscire con l’entusiasmo e la fattiva collaborazione di tutti a conseguire un 2012 ricco di soddisfazioni per i nostri affiliati e simpatizzanti. Sono già passati sei anni dalla mia prima elezione, il mio mandato è scaduto. Vorrei tanto ringraziare gli amici che mi hanno aiutato in questo periodo: i membri del Consiglio Direttivo, gli Istruttori, i Soci che mi hanno consentito di lavorare in un clima sereno e costruttivo. Porgo un grosso augurio al prossimo Presidente, sicuro che potrà continuare a promuovere e migliorare quelle attività che la nostra Sezione si merita. Buona montagna a tutti.
CAI MORBEGNO 5
ffice Felicità è un abbracciodisonuvole di cielo e
Nell’ambito dei festeggiamenti per il 50° compleanno del CAI Morbegno, si è pensato di organizzare un evento che riesca a coniugare due aspetti fondamentali della missione del CAI: “andar per monti” e “insieme”. E’ stato denominato “50 CIME”. Di che cosa si tratta? Domenica 15 luglio 50 cime (tante quante le candeline da spegnere), affacciate al territorio di Morbegno e alle vallate che fanno capo alla Bassa Valtellina, verranno salite in contemporanea da altrettanti gruppi che lasceranno in vetta una testimonianza (ecologica) della celebrazione. Ce ne sarà per tutti, da quelle semplici, adatte anche ai bambini, a quelle impegnative, riservate agli alpinisti. Al termine della giornata sarà previsto un momento conviviale per socializzare le fasi delle varie salite. La documentazione fotografica relativa all’evento andrà ad arricchire una pubblicazione. A fianco la rosa delle cime. Sono più di 50 per avere a disposizione, eventualmente, delle riserve.
Scegli la tua
CINQU Monte Legnone m 2609 Pizzo Alto m 2512 Monte Pim Pum m 2353 Pizzo Stavello (Lesina) m 2259 Pizzo Rotondo m 2496 Pizzo Melasc m 2465 Cima della Rosetta m 2142 Monte Rosetta m 2360 Pizzo Olano m 2267 Pizzo Tre Signori m 2554 Pizzo di Trona m 2510 Cima Piazzotti m 2350 Pizzo Mezzaluna m 2373 Munt de Sura m 2269 Monte Valletto m 2372 Monte Ponteranica occ. m2370 Monte Ponteranica or. m2378 Monte Verrobbio m 2139 Pizzo Berro m 1947 Monte Azzarini m 2431
6 CAI MORBEGNO
su una cima raggiunta col cuore in festa.
ANTA CIME Monte Pedena m 2399
Pizzo del Ferro Cent. m 3287
Monte Lago m 2353
Pizzo Cengalo m 3367
Monte Pisello m 2272
Pizzo Badile m 3308
Cima di Lemma m 2348
Punta Torelli m 3137
Monte Valegino m 2415
Pizzo Porcellizzo m 3075
Monte Cadelle m 2483
Punta Milano m 2610
Monte Toro m 2524
Pizzo dell’Oro Mer. m 2695
Cima Vallocci m 2510
Punta della Sfinge m 2802
Pizzo Gerlo m 2470
Pizzo Ligoncio m 3032
Pizzo di Presio m 2391
Cima del Cavalcorto m 2763
Cima di Dassola m 2166
Cima del Calvo cent. m 2967
Culmine di Dazio m 921
Momte Spluga di V.Masino m 2845
Cima Vignone m 2608
Corno del Colino m 2504
Pizzo Bello m 2743
Torre Bering m 2497
Monte Disgrazia m 3678
Sasso Manduino m 2888
Pizzo della Remoluzza m 2814
Cima di Malvedello m 2653
Cima Vicima m 2856
Monte Erbea m 2430
Cima d’Arcanzo m 2714
Monte Brusada m 2143
Cima di Castello m 3386
Monte Berlinghera m 1930
Pizzo del Ferro Or. m 3199
Sasso Canale m 2411
Invitiamo tutti i soci a dare la loro adesione all’iniziativa, comunicandoci per tempo la loro preferenza. In particolare, chi si rendesse disponibile a fare il capo gita dovrebbe contattarci tempestivamente per concordare ed ottimizzare il programma delle salite.
CAI MORBEGNO 7
Svanezia
Appunti di un agosto nella catena del Caucaso di Riccardo Scotti
Cinque del mattino. Ha appena smesso di piovere, le nubi che chiudono l’orizzonte verso la testata della valle sono così basse ed opprimenti che sembrano voler togliere il respiro. Al pesante fango delle vie di Mestia siamo ormai abituati, ma questa mattina anche la vecchia Lada Niva 4×4 pare non volerne più sapere e fatica ad accendersi. Sono alla ricerca di tre ragazzi di Tbilisi per tentare di recuperare alcuni strumenti meteorologici e glaciologici lasciati sul ghiacciaio Tviberi. Il maltempo ci ha costretti ad un lungo stop e questa è l’ultima possibilità prima del rientro in Italia. Li trovo puntuali al ponte provvisorio sull’impetuoso torrente che arriva dai ghiacciai Chaalati e Lekhziri. È scuro e cattivo, in piena a causa della pioggia e del caldo che in questo agosto ha fuso metri e metri di ghiaccio. 8 CAI MORBEGNO
Un breve saluto e ripartiamo, hanno solo uno zaino in 3, i miei piani di spartire il mio, pesante, vanno a farsi benedire. La mia barba, dopo un mese di attività sul campo, rivaleggia con la loro. Fossimo in Italia, ci scambierebbero per un commando di terroristi. Per la prima volta abbiamo la possibilità di organizzare un’uscita in “stile alpino” o, meglio, in giornata, leggeri, senza l’aiuto né di portatori, né di cavalli. In tutta la spedizione non sono riuscito ad abituarmi
all’idea che qualcuno venisse pagato, seppur debitamente, per portare la mia attrezzatura; per risolvere le mie turbe mentali ho così deciso quantomeno di avere sempre lo zaino pesante come il loro. Oggi fortunatamente le cose vanno diversamente, mi sento un po’ più a casa, muovendomi in jeep con gli amici glaciologi verso il villaggio di Zebeishi, discutendo, più a gesti che a parole, di ghiacciai, ragazze e Adriano Celentano, un mito intramontabile da queste parti. Quando tocchiamo il tema “università” il discorso si fa più impegnativo. Si lamentano dello scarso interesse per lo stato della ricerca in Georgia ed invidiano l’Italia… Fatico a spiegar loro come, per fare un esempio, al mio rientro in Italia non avrei più avuto né la mia provincia né il mio comune. Già sapevo che non sarebbe andata a finire così, ma mi serviva per
Doppio cumulonembo verso sud dai laghetti di Mestia Nella pagina a fronte: CAI MORBEGNO Fabiano Ventura in azione9
spiegare come sia più piacevole vivere in un contesto sociale di crescita e sviluppo piuttosto che in uno di lenta decadenza. Arrivati al paese perdiamo tempo intrappolati nelle pratiche burocratiche. I militari che controllano la valle di Tviberi ci chiedono, per l’ennesima volta, la carta d’identità in “ostaggio” fino al nostro ritorno. Hanno paura di una nostra fuga in KabardinoBalkaria? Difficile, visto che per superare il confine saremmo costretti a complessi itinerari alpinistici per i quali siamo palesemente inadeguati. Inoltre il confine è presidiato dai russi e non la passeremmo di certo liscia. Completate le pratiche, andiamo alla ricerca di qualcuno che ci custodisca la vecchia Lada durante la giornata, per non rischiare di trovarla senza un goccio di carburante al nostro ritorno. Riusciamo a muoverci a piedi solo verso le 7,45, risalendo il ripido versante sinistro della valle. Il militare di frontiera ci ha sconsigliato questa via, poiché l’accumulo di valanga che riempie la forra del torrente, e che di solito funge da “ponte” per attraversare il corso d’acqua, è crollato. Noi decidiamo di provarci comunque anche perché non abbiamo altra scelta, non conoscendo altre vie per penetrare all’interno della valle e raggiungere così il ghiacciaio. Iniziata la salita, aiutiamo un militare che ci attende con il mitra a tracolla. Dopo un breve conciliabolo tra i georgiani, del quale, ovviamente non capisco
10 CAI MORBEGNO
nulla, lo aiutiamo nel portare l’infisso di una porta (!) fino alla sua modestissima postazione di controllo. Nonostante in Svanezia si respiri un’atmosfera “senza tempo” e le attività militari sembrino soltanto routine senza fini concreti, è evidente da molti aspetti come l’ultima crisi bellica del 2008 abbia lasciato una
profonda ferita nello spirito del popolo georgiano. Nell’estate di soli 3 anni fa, la Russia, a seguito di un improvviso attacco georgiano, intervenne a sostegno delle regioni autonomiste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. In soli 5 giorni l’Armata Rossa debellò le forze georgiane arrivando alle porte di Tbilisi. Il presidente
Spettacolare alba dal Lashkdilar (3325 m)
Saakashvili, confidando nel sostegno dell’amico George W. Bush, aveva deciso l’attacco per cercare di neutralizzare i ribelli e riprendere il controllo delle due regioni autonomiste, ufficialmente georgiane, ma sostanzialmente del tutto indipendenti. I russi si fermarono alle porte della città e fecero ritorno in patria
con tutta calma lasciando intendere come, se solo lo avessero voluto, avrebbero potuto facilmente riprendersi l’intera regione e mettere le mani sui preziosi oleodotti che trasportano il petrolio dal Mar Caspio al Mar Nero. Nonostante in Georgia gli sguardi, dopo l’indipendenza post sovietica, siano rivolti ad ovest, l’ombra CAI MORBEGNO 11
di Mosca è tutt’oggi una inquietante minaccia. Oggi però nella Valle di Tviberi la giornata è magnifica, la neve fresca, caduta stanotte per la prima volta a tremila metri, ci avverte che l’estate sta finalmente lasciando il posto all’autunno. Superato il suggestivo bosco di abeti secolari, scendiamo nella forra tra mille dubbi sull’effettiva percorribilità dell’attraversamento. In breve ci troviamo di fronte un’impressionante voragine di quaranta metri, contornata dai residui della valanga; poco più a monte, un ponte di neve sembra ancora utilizzabile, ma per raggiungerlo siamo costretti ad una deviazione attraverso un terreno molto 12 CAI MORBEGNO
difficile. La vegetazione è davvero rigogliosa e la pioggia del giorno prima, accumulata sulle foglie e sui rami delle betulle contorte e piegate dalle valanghe, ci procura una lunga doccia indesiderata. Dopo un’ora di pura fatica riusciamo ad attraversare il ponte di neve, per poi continuare il nostro cammino, muovendoci più velocemente sulle tracce già percorse due settimane prima. Siamo nel punto dove il ghiacciaio arrivava all’inizio del XIX secolo. Da qui non si vede null’altro che foresta e pascoli, la fronte è quattro chilometri più avanti. Verso mezzogiorno, mentre cerchiamo di districarci tra le fittissime betulle, un boato ci distoglie immediatamente dalle
nostre faccende. Non capiamo da dove arrivi visto che siamo in una valle completamente abbandonata. Escludiamo la possibilità che i russi stiano invadendo di nuovo la Georgia attraverso questa impervia e selvaggia valle. Restiamo con il dubbio e, sperando di non andare a sbattere contro l’Armata Rossa, proseguiamo il cammino verso la fronte del ghiacciaio. Finalmente, a 2300 m di quota usciamo dalla vegetazione e ci infiliamo nella piana detritica che, ancora negli anni ‘70 del secolo scorso, era occupata da un consistente strato di ghiaccio. Ora due enormi morene laterali ci fanno da sentinelle e ci spiegano, meglio di un qualsiasi testo
Sotto: il villaggio Svan di Chavabiani Nella pagina a fronte: Gistola (4860 m), Katintau (4979 m) e Tetnuldi (4858 m) dai laghetti sopra Mestia
di geomorfologia, che il ghiacciaio arrivava fin lassù, 200 m sopra il fondovalle. Sono ormai le 14.00 e abbiamo poco tempo per svolgere i nostri compiti; recupero il datalogger che da 2 settimane registra temperatura ed umidità dell’aria nei pressi del campo base che ci ha ospitato per cinque giorni ad inizio spedizione. Attraversandolo mi tornano alla mente alcuni fra i momenti più belli della missione: le notti di luna piena passate osservando le stelle nel silenzio più assoluto, i portatori impegnati nello “sport nazionale” della Svanezia, ovvero salire su alte pareti rocciose e lanciare lungo le stesse enormi massi fra urla e canti, la notte in cui abbiamo dovuto spostare le tende in
fretta e furia sotto un violento temporale per non vederle allagate. Il ponte in tronchi di betulla costruito due settimane prima dai portatori per superare il torrente Tseri è fortunatamente intatto e possiamo così arrivare alla fronte del ghiacciaio. Gli amici georgiani preferiscono fermarsi; del resto, come mi dicono, “it’s your job” e quindi ora mi devo arrangiare! Sono molto stanchi e sono stati gentili nell’accompagnarmi; così salgo il più velocemente possibile alla ricerca delle paline che misurano la fusione del ghiaccio. Le trovo, abbastanza facilmente, ancora in piedi; il ghiaccio ha perso un metro di spessore, un valore molto elevato considerata la loro
collocazione in una zona dove il detrito isola il ghiaccio e permette una fusione minore rispetto a quella che interessa il ghiaccio “libero”. Correndo letteralmente sulla fronte del Tviberi, in meno di 2 ore, senza neppure il tempo per uno spuntino, sono di nuovo da Levan, Giorgi e Romani. È molto tardi e lo spauracchio di un rientro al buio ci fa limitare le pause al minimo indispensabile. Dieci minuti per mangiare delle strane aringhe sott’olio. Le scritte sulle lattine sono in cirillico e, come sempre, occorre andare sulla fiducia. Il rientro non è lineare; occorre effettuare almeno tre risalite che rubano tempo ed energie. Non camminiamo mai tranquilli per la paura del CAI MORBEGNO 13
Ushguli, il villaggio più alto d’Europa (2200 m) e lo Shkhara (5193 m)
crollo del ponte di neve sul torrente, eventualità che ci costringerebbe a un indesiderato pernottamento all’addiaccio e alla ricerca, il giorno successivo, di una diversa via di discesa a valle. Sono le 19.00 quando raggiungiamo nuovamente la valanga: il ponte di neve ha tenuto! Il suo spessore, ai limiti della praticabilità, ci fa camminare più leggeri e veloci che mai fino all’altra sponda. Optiamo ora per una via diversa rispetto al mattino, una via più lunga e ricca di incognite, ma più sicura. Risaliamo con le ultime energie l’alveo di un torrente alla ricerca di una traccia che ci riconduca sul sentiero principale. Occorre innalzarsi di almeno duecento metri. Ci lasciamo alle spalle 14 CAI MORBEGNO
il frastuono della gola dove il torrente si infila sotto la neve e la riconquista del silenzio ci riporta verso ambienti meno dantescamente infernali. Con grande sollievo scoviamo la traccia che ci toglie dai guai e la tensione di colpo si scioglie. L’umore torna alto e, ispirati dalle splendide luci del tramonto che illuminano la piana di Chvabiani, i ragazzi intonano i caratteristici canti Svan. Le loro melodie fanno eco sulle pareti di roccia che circondano la valle trasportandoci improvvisamente in un magnifico mondo fiabesco. Del resto, una delle caratteristiche che meglio contraddistingue queste valli è proprio l’aspro contrasto fra la dolcezza e l’ostilità, la pura ed incontaminata bellezza
di montagne meravigliose, come l’Ushba e il Tetnuldi, e le cicatrici sociali e architettoniche della travagliata storia contemporanea di queste regioni. La notte ci raggiunge mentre percorriamo gli ultimi tornanti sopra il villaggio: stiamo camminando da tredici ore pressoché ininterrottamente. Levan, Giorgi e Romani, forti e orgogliosi, negano la loro fatica mentre io ringrazio l’allenamento dei mesi precedenti, senza il quale, dopo cinque giorni di antibiotici e senza quasi mangiare, non avrei mai potuto portare a termine questa missione. Superato il ricovero del militare troviamo il sentiero ingombro di grossi massi, ci guardiamo e
scoppiamo a ridere all’unisono: il mistero del boato è risolto! Il militare ha deciso che un roccione strapiombante sul sentiero andava eliminato e l’ha fatto saltare con la dinamite; adesso non “incombe” più, ma “ingombra” e non sono certo che sia stato un buon affare… Entriamo in paese attraversando il ponte sull’enorme ed impressionante torrente Tsaneri, La Lada è al sicuro da un amico dei ragazzi, che, con uno squisito gesto di ospitalità, ci invita nella sua casa offrendoci un eccellente khachapuri, la tipica focaccia georgiana farcita di formaggio fuso; la divoriamo, affamati, a suggello di una lunghissima e splendida giornata nella orgogliosa, aspra e magnifica Svanezia.
www.macromicro.it
Confronto fotografico del ghiacciaio Tviberi, foto in alto: © Royal Geographical Society 1884 (foto Mor Von Dechy), foto in basso ©macromicro 2011 (foto Fabiano Ventura)
La spedizione Caucaso 2011 è parte del progetto “Sulle Tracce dei Ghiacciai” ideato dal fotografo Fabiano Ventura dell’associazione no profit Macromicro. L’idea alla base del progetto è di ripercorrere le tracce di Vittorio Sella e dei primi esploratori/fotografi che hanno immortalato i ghiacciai nelle principali catene montuose della Terra. Si cerca così di ripetere i loro scatti del medesimo punto geografico per documentare i cambiamenti ambientali e glaciali avvenuti in più di un secolo di storia. Grazie al successo mediatico della prima spedizione in Karakorum, è stato possibile continuare il progetto in Svanezia, regione georgiana del Caucaso dove, con il Prof. Ken Hewitt, sono stati raccolti dati sugli sconosciuti ghiacciai locali per ricostruire la loro storia recente. Il noto regista Marco Preti ed il cameraman Luca Venchiarutti hanno girato un documentario che vedrà la luce nel corso del 2012. Il diario della spedizione, molte immagini e filmati ed altri informazioni sul progetto sono disponibili sul sito www.macromicro.it
CAI MORBEGNO 15
...CIELI RAMATI DI MONOLITH di Giuseppe (Popi) Miotti
«Monolith! Ooh, grande Monolith! Che abbiamo fatto per perdere la tua luce? Che abbiamo fatto per essere scaraventati quaggiù, su questo pianeta verdazzurro così diverso dal nostro che da te prende il nome? Da anni non vedo più sorgere e tramontare le lune gemelle Zefir e Russ. Mi mancano le tue albe color cremisi, i tuoi tramonti verdeggianti, i venti imperversanti che carezzavano i nostri corpi riempiendoci di vigore e ci lisciavano dolcemente. Da quando la nostra astronave è caduta in questa valle, stiamo cercando di capirne di più. Abbiamo scoperto formazioni cristalline piuttosto rozze, simili a noi, con le quali è stato possibile sia pur parzialmente comunicare. Ci hanno detto che gli esseri bipedi che sembrano l’unica espressione d’intelligenza avanzata sul pianeta le chiamano pietre, e che questo mondo alieno è chiamato Terra. E’ stato facile per noi mimetizzarci con questi primitivi: anch’essi hanno una struttura al silicio come la nostra, riprova della potenza di Monolith che ha riempito il cosmo di vita. In ogni caso,
16 CAI MORBEGNO
per precauzione abbiamo celato l’astronave modificando le sue strutture in modo che sembrasse un’enorme pietra: è la più grande fra tutte quelle che ci sono qui. Mentre i meccanici cercano di riparare il danno, stiamo esplorando il luogo da giorni. Abbiamo scoperto che, nonostante l’alta presenza di silicio, su questo mondo domina un tipo di esistenza basato sul carbonio. Vi sono migliaia di esseri stranissimi quanto fragili ed effimeri: fortunatamente sembrano tutti assolutamente innocui per noi. Anche il tempo su questo illogico pianeta scorre secondo leggi diverse, tutto si svolge a ritmo frenetico: in un giorno di Monolith ho visto sorgere e tramontare il suo sole per 212 volte e ho visto la sua luna brillante roteare
sfrenata nel cielo notturno. Per 212 volte albe, tramonti, buio e luce si sono succeduti in una girandola impazzita, mentre queste piccole vite al carbonio s’accendono per poi spegnersi in un attimo. Dopo qualche tempo alcuni dei bipedi intelligenti si sono interessati a noi. Molti membri dell’equipaggio sono stati aggrediti da questi esseri, ma la paura iniziale si è presto mutata in stupore e ilarità. Questi organismi erano inoffensivi: si limitavano a tentare di salirci sopra senza provocare danni! Al più ci sfregavano, si diceva piacevolmente, con degli strumenti che toglievano le croste della nostra pelle. In qualche caso avevano anche piantato degli strani ferri nelle nostre rughe o addirittura nella cute compatta, limitandosi tuttavia a darci solo un minimo fastidio. Per questo abbiamo deciso di subire pazienti questo strano gioco, forse uno sport locale». Klynw, questo era il suo nome, giaceva un po’ appartato dagli altri della Splendente Crystal, l’astronave precipitata nel 1142 TT in Val Masino. Il bosco gli era cresciuto attorno e una verde radura erbosa si stendeva ai suoi piedi, sempre più stretta;
Popi Miotti impegnato su Giallo Ocra, in Val di Mello, nel 1976. Notare l’imbragatura e le scarpe risuolate con la mitica Airlite.
CAI MORBEGNO 17
per questo motivo era stato uno degli ultimi alieni a conoscere gli esseri dominanti del pianeta. Ma Klynw era anche il più triste: era stato distaccato in quella posizione perché il comandante aveva giudicato fosse la migliore per lanciare nei cieli il loro grido d’aiuto, così lui si trovava isolato dal resto del gruppo. Per l’ennesima volta stava lanciando il suo disperato SOS cosmico, quando rivide il bipede. «Che ci fa di nuovo qui? - si disse - Se n’era appena andato. Ma è proprio lui?». Subito dopo, ricordando le leggi che governavano il pianeta verdazzurro, provò quasi un moto di compassione: «Non avevo mai avuto occasione di vedere come agiscono i processi dell’invecchiamento sui terrestri. Guarda come è mutato. Ha perso quasi tutta la folta peluria che aveva, e quel che resta ha cambiato colore. Mah! Che strana fisiologia: pochi secondi e sono già con un piede nei cieli di Monolith. Ma che sta facendo? Perché mi guarda così? La prima volta mi ha trattato come un minerale qualsiasi. E’ arrivato, ha cambiato i rivestimenti alla sua base, si è cinto una specie di sacchetto in vita, mi ha scrutato e poi, improvvisamente, ha tentato di… imporsi. Anche se i compagni della Crystal mi avevano avvisato, ammetto di essermi spaventato. Non riuscendo a montarmi in groppa al primo colpo ha provato e riprovato usando mille accorgimenti. Alla fine ce l’ha fatta, ma con grandissimo sforzo. Mi chiedo quale soddisfazione possano trarre queste creature da gesti tanto inutili. Non vedo, infatti, alcuno scopo logico in quel che fanno. Per Monolith! Ci riprova? 18 CAI MORBEGNO
Prima, quando ha strappato un’appendice di accrescimento che ancora non era matura mi ha fatto male! Le altre gli sono state utili per aggrapparsi, ma erano ancora nel mio corpo, ben salde, questa era in fase di espulsione, ma… insomma, non ancora del tutto. Comunque è vero: questo su e giù è stato quasi piacevole, mi ricordava un po’ l’andirivieni dei nostri parassiti, i crugs, là sul nostro mondo d’ambra e amaranto». L’essere era arrivato ai piedi del grande macigno con grande fatica, arrancando fra la fitta vegetazione, frustato dai rami sul volto e sulle braccia, graffiato da prorompenti cespi di more, scivolando su tappeti di muschio che nelle zone d’ombra era spesso un palmo. Aveva impiegato un bel po’ per ritrovare quel sasso. Lo aveva pensato spesso in tutti quegli anni, bello, forte e ben piantato nel terreno, con quella vena di pegmatite che lo attraversava come una bandoliera. Ricordava ancora il piacere estetico che gli fece la prima volta che lo vide, con quelle fessurine sottili ed allineate, con quella elegante successione di appigli minuscoli che erano un chiaro invito alla salita. Su quel sasso ricordava di aver tracciato il suo passaggio più bello. Fin da giovane, salvo qualche eccezione, non scalava per la difficoltà fine a se stessa; piuttosto era attratto dalla bellezza. La bellezza era la sua ossessione: la perfezione delle linee, l’armonia di colori e sfumature, l’eleganza delle tessiture rocciose, la “personalità” che emanava dal sasso. Queste erano le cose che contavano e quindi III° grado o X° poco importava. Il segreto, per lui, era stare con la roccia, entrare in contatto
Popi Miotti e Mario Spini, impegnati sulla «Preda Peintada» nel 1982, quando il bouldering era ancora chiamato «sassismo».
con quella magnifica simmetria e goderne attraverso il gesto. Il problema era che bellezza e difficoltà erano spesso legate da una misteriosa legge per cui difficilmente un aspetto escludeva l’altro. Quel blocco non faceva eccezione. Per farlo, dodici anni prima, si era spelato le dita a furia di tentativi. L’umano si sedette di fronte al sasso guardandosi attorno. La bella radura erbosa di un tempo si era ridotta ad uno stretto corridoio che cingeva la base della roccia. Tutto era cambiato: il bosco aveva preso il sopravvento, gli antichi sentieri erano quasi scomparsi e muoversi in quella cittadella di pietra era ormai difficilissimo. Alla base del masso lo scalatore perse tempo nel cercare il suo passaggio. Non fece fatica a ritrovarlo, la bella successione di appigli disegnava una linea di rara eleganza che portava sulla cima. Con la mano accarezzò i primi appigli, quasi contemplandoli. «Ma come ho fatto a tenere ste robe?» si chiese stupito. Provando a far forza sulle minuscole asperità le sue dita si piegarono come fossero di burro e le giunture scricchiolarono dolorose. Eppure, forse, con un po’ di pazienza e di tentativi ce l’avrebbe fatta: le nuove pedule garantivano prestazioni che le scarpe da ginnastica di un tempo certo non avevano. Rinfrancato, il bipede mise le scarpette, affondò le mani nel sacchetto di magnesite, e partì per un primo tentativo. Non si staccò da terra; il piede gli scivolò subito, ancor prima che le dita esercitassero il massimo sforzo. Ricacciò le mani nel sacchetto, guardò la ruvida superficie di pietra, pensò alla sequenza dei movimenti, pulì CAI MORBEGNO 19
meglio le suole, le asciugò bene e ripartì. Mano destra su una reglette, mano sinistra in una conchetta, piede sinistro qui, piede destro là ed era partito. Il viaggio durò poco, giusto il tempo di afferrare una scaglia obliqua e la gravità prese di nuovo il sopravvento. Una decina di minuti terrestri dopo il gioco riprendeva. Questa volta, mettendo in campo le astuzie imparate in una vita, l’uomo riuscì ad arrivare a metà della parete e a “tallonare” uno spiovente che, scaricando parte del peso, gli permise di arrivare quasi sul bordo della roccia. Quello fu però il limite massimo anche nei successivi tentativi. La forza e la motivazione lo stavano mollando, così come le sue dita mollavano le prese; decise infine di riposarsi ben bene per quello che sarebbe stato il suo ultimo tentativo. Molti pensieri gli attraversavano la mente, ma il più insistente lo costringeva a fare i conti con gli anni, con il tempo. Una brezza leggera gli carezzava la pelle e nel cielo azzurro correvano nuvole disordinate; quante volte quella bellezza lo aveva rapito, quante volte l’aveva trasportato in dimensioni lontane e immaginarie. Quante volte aveva gioito del calore della roccia, del perfetto gripp di giornate asciutte e fredde, della trionfante soddisfazione di un passaggio superato. Silenzioso ed incombente Klynw osservava la scena. Il terrestre lo guardava con un’espressione di serena rassegnazione e sembrava ancora una volta volergli parlare. Fu forse in quel breve, portentoso e inspiegabile attimo che, per la prima volta, un monolith e un umano riuscirono in qualche 20 CAI MORBEGNO
Popi Miotti, in apertura, sull’improteggibile Crazy Horse al Piede dell’Elefante In basso: Sergio Panzeri impegnato nel superamento di Goldrake
modo ad entrare in contatto. L’alieno avvertì la frustrazione e la tristezza dell’altro, capì lo scorrere del tempo sulla Terra ed ebbe nuovamente compassione per quella minuscola, esile creatura che sembrava ricavare tanta gioia nell’inutilità di pochi gesti. Fu allora che si decise a fare ciò che mai avrebbe pensato di fare. Mentre l’essere sconfortato era distratto, Klynw animò la sua struttura cristallina: spinse i reticoli, aggiunse legami e, come se gonfiasse un potente torace, fece in modo che le scaglie di accrescimento fuoriuscissero un po’ di più dal suo corpo; contemporaneamente, incavò leggermente le rientranze per gli scambi gassosi. Lo sforzo era enorme e le sue asperità si modificarono solo di pochi millimetri. Intanto l’uomo si era portato ancora una volta
sotto il blocco, ammirandone la perfezione. Lo sguardo ripercorse la linea degli appigli e la mente disegnò per l’ennesima volta il movimento. La mano afferrò la prima tacca: «Strano – pensò – mi pare quasi meglio di prima. Forse ero freddo. Alla mia età ce ne vuole di tempo per scaldarsi». Il piede trovò subito maggiore aderenza e, senza troppa convinzione, lo scalatore sollevò l’altro braccio per dare il via al gesto. Le dita si strinsero in una rientranza dove per qualche millimetro trovò posto anche il mignolo, andando ad incrementare la tenuta. Il gesto successivo a prendere una lametta obliqua fu quasi facile. Stupito della folgorante partenza, l’umano prese brevemente fiato sugli appigli e, galvanizzato dal successo iniziale, proseguì la scalata. Ricordava perfettamente
la sequenza, gli equilibri e le meccaniche necessarie. In quelli che furono attimi, Klynw fece del suo meglio per concentrarsi e mantenere i reticoli cristallini nel loro nuovo, precario stato. Se avesse potuto - se fosse stato al carbonio - l’avremmo visto trattenere il fiato per lo sforzo. «Per Monolith - imprecò la faccenda è insostenibile. Per quanto tempo ancora potrò dominare i reticoli? Per quanto tempo…?». Non riuscì a finire quel pensiero: un attimo di distrazione e i cristalli riacquistarono l’usuale conformazione. Il micro appiglio che il terrestre stava usando per l’ultimo decisivo slancio verso la cima si ritrasse impercettibilmente, ma abbastanza perché la presa divenisse impossibile per le sue dita. I minuscoli cristalli di un appoggio, sui quali aderivano pochi millimetri di suola, si fecero meno penetranti. Bastarono questi due soli invisibili, impercettibili cambiamenti a creare un grande sconvolgimento: quasi a corpo morto l’arrampicatore cadde di schiena, restando per qualche secondo intontito dall’urto che per fortuna fu ammortizzato dal praticello sottostante. «OK! - disse ad alta voce E’ andata. Basta, questa era l’ultima possibilità. Basta, quasi ti sei schiantato e alla tua età non ti conviene farti male. Stai tranquillo. Devi accettare che le cose cambiano. Hai fatto del tuo meglio. Hai goduto la giornata, ritrovato un vecchio amico, riassaporato le antiche atmosfere. Che vuoi di più?». Già! Che voleva di più? Lo sapeva benissimo, ma sapeva altrettanto che ciò che ambiva era ormai irrealizzabile. Con
tranquillità si tolse le pedule rimirando il suo vecchio capolavoro. Stette così per molti minuti, scrutando quella pietra immobile quasi a cercarne un improbabile sguardo. Alla fine si alzò imboccando l’incerta via del ritorno, ma prima di entrare nel bosco si voltò ancora una volta verso il monolite; poi fu inghiottito dal verde. Klynw lo vide scomparire e per un attimo pensò che l’avrebbe rivisto, che sarebbe tornato presto. Per qualche istante quel bizzarro essere aveva rallegrato la sua solitudine; a modo suo ci si era quasi affezionato. Si ripromise che al suo ritorno si sarebbe fatto trovare pronto: si sarebbe gonfiato di nuovo e meglio, gli avrebbe concesso la soddisfazione di tornare sulla sua sommità. Così, per un paio di minuti il monolith restò fermo in speranzosa attesa. Nel frattempo mutarono i cieli, piovve, nevicò e riarse il sole, fu freddo e poi caldo e poi ancora freddo, molte volte i colori cangiarono. Infine, guardando alla sua base, Klynw vide la radura che lo cingeva farsi ancor più stretta e comprese che quei due minuti erano stati minuti del suo tempo: l’umano non sarebbe più tornato. Allora levò alta la sua maledizione contro le implacabili leggi che governavano quel pianeta e contro il destino che li aveva confinati in quel luogo pazzesco, dove gli esseri sono fatti di carbonio e non durano che pochi, risibili attimi. Poi, rassegnato, tornò di nuovo a concentrarsi e si predispose a lanciare ancora una volta il suo disperato segnale verso i cieli ramati di Monolith.
CAI MORBEGNO 21
Una bella storia
IL GRUPPO GIOVANILE DEL CAI MORBEGNO di Riccardo Marchini
Preludio Il 1975 è un anno importante per il CAI Morbegno. Nel mese di agosto giunge da Lima la notizia tanto attesa: la spedizione “Città di Morbegno” al Puscanturpa Nord (5682 m), nelle Ande peruviane, ha avuto successo. A conclusione di una lunga marcia di avvicinamento e di una non facile salita, contraddistinta dall’installazione di due campi intermedi, il giorno 6 agosto la vetta inviolata della montagna andina viene conquistata. Della spedizione, patrocinata dalle sezioni CAI di Morbegno, Erba e Bergamo, fanno parte anche due morbegnesi: Giuseppe (Chiscio) Caneva e Carlo Milani, il primo come vice capo spedizione. L’impresa ha grande risonanza nell’ambiente alpinistico provinciale, perché rappresenta la prima spedizione extraeuropea organizzata in valle. L’evento si rivelerà importante soprattutto per l’attività degli anni successivi. Esauritisi i 22 CAI MORBEGNO
festeggiamenti d’obbligo, quelli ufficiali con le autorità cittadine e quelli privati fra gli amici di montagna, il 12 dicembre dello stesso anno ha luogo l’Assemblea annuale del CAI Morbegno. In quell’occasione, sull’onda del recente successo, Caneva e Milani presentano una mozione con la quale invitano il Consiglio a farsi carico di una forte azione rivolta alle nuove generazioni. L’iniziativa rientra, nelle intenzioni dei promotori, in un più ampio progetto di rinnovamento della sezione che, fra l’altro, offra ai giovani un’opzione significativa, coinvolgendoli come protagonisti in un percorso sportivo, sociale e culturale. Il documento è approvato all’unanimità. Immediatamente viene attivata una commissione che dovrà occuparsi della realizzazione concreta della proposta. Entrano a farne parte gli stessi Chiscio Caneva e Carlo Milani, il presidente Giangiacomo Robustelli, il segretario Giovanni Donadelli
e i soci Luigi Bongio, Carlo Bottà, Egidio Ciapponi, Riccardo Marchini e Giorgio Spini. La prima deliberazione è quella di creare una struttura operativa, collegata alla sezione, ma con una sua vita organizzativa autonoma. Inizia così la breve, ma intensa e proficua avventura del “Gruppo Giovanile del CAI Morbegno”, prima esperienza di questo tipo in provincia di Sondrio. Due anni memorabili Il programma di lavoro del neo gruppo viene suddiviso in due parti, con tempi di realizzazione successivi: una, da iniziare subito, di sensibilizzazione e propaganda, l’altra, da rinviare all’arrivo della buona stagione, articolata in una serie di escursioni in montagna. Con la collaborazione e l’appoggio delle scuole cittadine e di quelle dei paesi vicini, che recepiscono i valori pedagogici contenuti nel progetto, vengono effettuati numerosi incontri con i ragazzi, prendendo lo spunto
Con Riccardo Cassin al raduno di alpinismo giovanile del 5 giugno 1977 ai Resinelli
CAI MORBEGNO 23
dalle diapositive suggestive dell’impresa alpinistica “Città di Morbegno”, commentate dai due protagonisti che, per rendere più coinvolgente il racconto, mostrano anche l’attrezzatura alpinistica utilizzata per la scalata. Da gennaio ad aprile dell’anno successivo vengono effettuate proiezioni nelle scuole elementari di Morbegno, Traona, Piagno, Chiesa in Valmalenco, San Bernardo in Valchiavenna e nelle scuole medie di Morbegno, Traona e Ardenno. La campagna di sensibilizzazione riesce a raggiungere più di 1000 ragazzi. Poi, finalmente, arriva il momento tanto atteso delle uscite in montagna. Il battesimo avviene il 9 maggio 1976 con la salita alla Capanna Ponti dal Piano di Predarossa. E’ una giornata fredda e nebbiosa, ma ciò contribuisce a dare alla gita un tocco di suggestione “eroica”. Raggiunto il piano di Predarossa con un pullman (la frana del Piezza non era ancora scesa) e diverse auto, inizia l’avventura. La lunga fila degli 80 partecipanti (50 giovani e 30 fra accompagnatori e parenti) risale lentamente, non senza qualche segno di stanchezza da parte di alcuni, i circa 500 metri di dislivello fino al rifugio, dove si è attesi dal gestore con il quale era stata concordata la somministrazione di un piatto caldo a prezzi ridotti. Tutto si svolge nel migliore dei modi, con grande soddisfazione generale, anche se la giornata avrebbe potuto essere guastata da un contrattempo spiacevole. Scrive Giovanni Donadelli nei suoi ricordi (Annuario CAI 2008): “Un episodio comico quasi drammatico avvenne in una gita alla Capanna Ponti. Una nostra allieva prese alla 24 CAI MORBEGNO
lettera la funzione del grappino – se ne era parlato in termini scherzosi per ravvivare gli incontri a scuola - . Si era riempita la borraccia di grappa che ogni tanto beveva. Noi pensavamo che fosse acqua. Si prese una tale sbornia che la dovemmo trascinare di peso fino alla macchina, per fortuna senza gravi conseguenze”. Sorpresi da un’adesione oltre le aspettative e stimolati, proprio per questo, a proseguire, le gite si susseguono a cadenza settimanale per sfruttare a fondo il periodo precedente la chiusura delle scuole. Così il 16 maggio si va in Valmalenco al Rifugio Bignami e il 22 e 23 dello stesso mese al Rifugio Bosio all’Alpe Airale. In quest’occasione si vuole offrire
l’emozione di un pernottamento in rifugio e la prima esperienza di una esercitazione su roccia. Il successo è confermato, perché in entrambe le occasioni la comitiva supera le 70 persone e ancora una volta va sottolineata la partecipazione convinta di un folto gruppo di genitori. Manca solo la “presentazione in società”. Il 2 giugno, allora, oramai a ridosso del termine delle lezioni, il neonato gruppo partecipa con 30 ragazzi al 7° Raduno regionale di Alpinismo giovanile ai Piani di Bobbio. La lunga carovana sceglie di percorrere l’itinerario fino al Rifugio Grassi al Passo del Camisolo. E’ l’occasione per vedere il versante Ovest del nostro Pizzo dei Tre Signori. L’estate riduce parzialmente
A fianco: sul Pizzo Scalino il 2 ottobre 1977 In alto e sotto: l’escursione del 5 giugno 1977 all’alpe Caldenno A pagina 24: sopra, giovani di Morbegno e di Moltrasio al rif. Murelli il 30 aprile 1978, sotto, la comitiva del G.G. al rifugio Bignami il 16 maggio 1976 A pagina 25: ragazzi e accompagnatori del CAI Morbegno il 5 giugno 1977 ai Resinelli
CAI MORBEGNO 25
l’attività, ma, nel timore che il lungo periodo di vacanza, raffreddi gli entusiasmi, si inventa un’originale manifestazione: l’ “Appuntamento Giovani Scarponi” (la denominazione è proposta da uno dei giovani), raduno articolato in sei percorsi sui monti della Valgerola. Ogni percorso deve essere portato a termine da un gruppo di ragazzi che, individuato il tragitto in base alle indicazioni fornite da apposite carte topografiche, fanno da guida a genitori e parenti. La stagione si conclude con altre due escursioni: in Val Tronella e in Val Bondasca, al cospetto di una splendida parete Nord Est del Badile, per l’occasione resa più suggestiva da una recente nevicata che l’ha imbiancata da cima a fondo. Per essere il primo anno non c’è male. Nella primavera 1977 l’attività del Gruppo riprende con rinnovato entusiasmo. Com’era da prevedere, si registrano diverse defezioni, ma i nuovi rincalzi fanno sì che la partecipazione rimanga soddisfacente. Da maggio ad ottobre vengono organizzate sei gite: in Val Lunga di Tartano, all’Alpe Caldenno, al Pizzo dei Tre Signori, di nuovo in Val Bondasca lungo il Viale, al Pizzo meridionale dell’Oro e al Pizzo Scalino. Quest’ultima porta i ragazzi a contatto con l’ambiente del ghiacciaio. Non vengono trascurate le escursioni per così dire di rappresentanza: si partecipa all’8° Raduno di Alpinismo giovanile ai Piani Resinelli, accolti nientemeno che da Riccardo Cassin, e al Collegamento dei Rifugi sul percorso Bosio-Desio-Ponti. Né 26 CAI MORBEGNO
può mancare la riproposizione dell’Appuntamento Giovani Scarponi, sempre in Valgerola. Giovani Scarponi crescono Si vuole, però, provare anche qualcosa di nuovo. Per tre sabati consecutivi, a cavallo fra maggio e giugno, una decina di ragazzi prendono parte ad alcune uscite al Sasso di Remenno, dove possono divertirsi con corde e nodi e confrontarsi con le tecniche di arrampicata e di discesa in doppia. Esce, inoltre, il 1° numero del giornalino del gruppo, il “Quec”, voluto, pensato, scritto e impaginato
dai ragazzi stessi e stampato artigianalmente con l’aiuto della Cartoleria Magoni. Uno degli articoli apparsi su Quec viene riprodotto integralmente sul periodico della S.E.L. (Società Escursionisti Lecchesi). C’è, però, di più ed è il fatto maggiormente significativo, grazie al quale acquista un senso l’intero progetto. I più grandi ed assidui fra i ragazzi, che nel frattempo si sono inseriti nell’attività ordinaria del CAI, cominciano a muoversi autonomamente. I più determinati sono quelli che partecipano alle esercitazioni al Sasso. Così giovani come
Mario Spini, Antonio Soffietti, Rita ed Enrico Bertoli, Massimo Viani, Guy Cavallotto, Antonella Bongioni, Silvia Rigamonti, tutti di età compresa fa 15 e 18 anni, iniziano la loro “attività in proprio”. Descrive bene il clima, le sensazioni e le aspirazioni di quel periodo Mario Spini nel suo articolo “Sogno di una notte di inizio estate” comparso sul nostro Annuario 2006: “Fu così che in una solare e afosa giornata di giugno due giovani liceali, liberi finalmente dal fardello delle tribolazioni scolastiche, gravati soltanto del peso di due fiammanti zaini Cassin, si stavano inoltrando lungo la Valle – la Val di Mello, n.d.a. - , allora popolata dai soli melàt dediti alle tradizionali attività contadine, alla ricerca di alcune luminose placche che, nella descrizione sommaria ma entusiasta di un frequentatore della zona, erano stata chiamate Placche dell’Oasi. Il loro abbigliamento era in
piena sintonia con lo spirito nuovo che si stava diffondendo tra i giovani arrampicatori che avevano trovato al Sasso di Remenno il loro luogo elettivo di raduno. Pantaloni alla zuava, i calzettoni rossi, la camicia scozzese e i pesanti scarponi in cuoio con la suola vibram che come una divisa d’ordinanza andavano indossati in qualunque circostanza e con i quali anch’essi erano stati avviati alla montagna, avevano lasciato il posto ad una canottiera bianca e ad un vecchio paio di jeans lisi (quelli sbrindellati non erano ancora di moda) che li rendeva più simili ad operai all’uscita di un turno all’Afa Romeo di Arese piuttosto che ad intrepidi alpinisti”. Il Raduno in Valtartano Il 1978 inizia presto per il Gruppo Giovanile. Si decide infatti di inserire nella programmazione annuale anche alcune escursioni sci
alpinistiche per misurarsi con questa disciplina che si sta diffondendo a macchia d’olio. Qualcuno è già attrezzato e ha già compiuto qualche prova, qualcun altro si cimenta per la prima volta con le pelli di foca e la discesa in neve fresca. Oggi fanno sorridere quelle prime gite: quasi tutte modeste salite sui ben noti pendii della Valgerola e della Valtartano; comunque la nuova attività piace e segna l’inizio della carriera di alcuni istruttori che attualmente collaborano ai corsi della Scuola provinciale di sci alpinismo. Per il resto si continua come nei due anni precedenti: le gite sui monti di casa, il Raduno regionale di Alpinismo giovanile (al Rifugio Murelli sulle prealpi comasche, questa volta), la partecipazione al Collegamento dei Rifugi, la pubblicazione del secondo numero di Quec, impaginato e stampato presso la Parrocchia di Albaredo, e così CAI MORBEGNO 27
fino a settembre. L’eco del buon lavoro compiuto dal Gruppo Giovanile ha però varcato i confini provinciali ed è arrivata sul tavolo del responsabile di Alpinismo giovanile del CAI. Già dall’anno precedente erano intercorsi contatti frequenti fra i responsabili del Gruppo Giovanile e la Commissione centrale di Alpinismo giovanile. Così il CAI Morbegno viene invitato ad organizzare il 3° Appuntamento Giovani Scarponi come “Raduno alpinistico nazionale giovanile”. L’appuntamento è per il 3 settembre in Valtartano. Ecco quanto riporta il quotidiano “L’Ordine” di Como il 10 settembre 1978: “La Val Tartano, gioiello incontaminato delle Alpi Orobie, ha ospitato il raduno alpinistico nazionale giovanile “3° appuntamento giovani scarponi” organizzato con mano abile dalla sezione di Morbegno del CAI con la collaborazione del GS Tartano e della Pro Loco. Foltissima la partecipazione di giovani ed accompagnatori provenienti dalle sezioni CAI di Cantù, Canzo, Clusone, Dervio, Erba, Lecco, Lissone, Menaggio, Moltrasio, Seveso, Morbegno e della stessa Tartano: in totale 484 persone … I giovani del CAI hanno ricevuto, durante la loro permanenza nella valle, calorosa accoglienza sugli alpeggi dalla popolazione che è stata prodiga di aiuti, come hanno sottolineato il vicepresidente del CAI, Zecchinelli, ed il presidente del CAI giovanile lombardo, Angelo Sala …” Il declino Paradossalmente il raduno della Valtartano, che avrebbe dovuto sancire il lancio definitivo e 28 CAI MORBEGNO
stabile del Gruppo Giovanile del CAI Morbegno, ne segna, al contrario, l’inizio della parabola discendente. Il 1979 inizia con la proposta alle scuole cittadine di un ciclo di “Incontri sulla montagna”, aperto ai ragazzi di età compresa fra gli 11 e i 14 anni. La nuova serie di proiezioni si articola in quattro segmenti: “Invito alla montagna”, a cura della Commissione centrale di alpinismo giovanile del CAI, “Natura alpina” e “Sui nostri monti” a cura del CAI Morbegno, da effettuare in orario scolastico, e la proiezione di un film, fornito dalla cineteca nazionale del CAI, da effettuare in orario extrascolastico presso una sala cittadina. Lo scopo è quello di trovare una nuova infornata di ragazzi che seguano le orme dei loro predecessori. L’adesione delle due scuole medie cittadine arriva puntuale, ma le successive escursioni primaverili non hanno l’esito sperato. Le adesioni sono poche e ciò produce delusione e calo di entusiasmo, così, dopo una stagione con poche gite e pochi partecipanti, la spinta del Gruppo Giovanile, inteso come struttura autonoma, si esaurisce e i giovani rimasti si inseriscono nell’attività ordinaria della sezione. Alcune riflessioni Ci si è spesso interrogati sulle cause del successo del Gruppo Giovanile e, ancora di più, sui motivi che ne provocarono una fine così repentina. Non esiste, ovviamente, una risposta certa ed univoca. Però qualche ipotesi può essere azzardata. Almeno tre sono i fattori grazie ai quali l’iniziativa si dimostrò vincente. Un ruolo importante l’ebbe sicuramente la scelta
dell’approccio del CAI Morbegno ai giovani. Le immagini di una spedizione alpinistica in terre lontane, unite all’appeal comunicativo dei due protagonisti locali, riuscirono a stimolare in modo positivo la fantasia dei ragazzi, inducendoli a volersi misurare con il mondo affascinante della montagna e dell’alpinismo, fatto di ambienti inconsueti, di imprese epiche e di uomini coraggiosi. A questo si sommarono la disponibilità di molti presidi ed insegnanti che raccolsero l’invito ad aprirsi a stimoli esterni all’ambiente strettamente scolastico e la presenza, all’interno del gruppo, di molti genitori la cui collaborazione si dimostrò utile dal punto di vista operativo ed insostituibile, perché per le famiglie che affidavano al CAI i loro figli era una garanzia di serietà e di sicurezza. Più complesso è invece decifrare le cause del declino. Probabilmente ci fu inerzia nel pensare al ricambio, adagiati sulla routine virtuosa degli anni appena trascorsi; non si prestò, forse, sufficiente attenzione alla necessità di dover mantenere vivo l’interesse che, come il fuoco, va costantemente alimentato e curato, e non ci fu sufficiente lungimiranza nel capire che con i ragazzi tre anni sono un tempo lunghissimo e che gli adolescenti di una generazione diventano ben presto giovani con esigenze completamente diverse, soprattutto in una società sempre più mediatica ed uniformata in senso consumistico. In buona sostanza, a fronte della felice intuizione iniziale, mancò la forza per sviluppare compiutamente il progetto.
D’altra parte il rapporto con giovani è sempre delicato e difficile. E allora, quale lezione possiamo ricavare da quell’esperienza? E’ pensabile riproporre e ripetere un’attività così positiva? Personalmente credo di sì, a patto che,
attualizzandole alla società ed alla gioventù di oggi, si ricreino le stesse condizioni che l’hanno resa possibile allora, cercando nel contempo di evitare di cadere negli errori che ne hanno decretato la fine. In fondo, se lo si vuole, la storia è maestra.
Si può provare, è una sfida, una bella e stimolante sfida per il CAI Morbegno degli anni futuri.
Sopra: in Val Lunga di Tartano il 15 maggio 1977 A fianco: prime esperienze di sci alpinismo a Culino il 17 aprile 1977
CAI MORBEGNO 29
I CAMOSCI DELLO di Elena Fattarelli
La Laura aprì la porta del rifugio. Al di là della valle il declivio degli Andossi era in attesa del sole. La colpì al viso l’aria di quella fine estate e le ricordò l’altitudine a cui si trovava. Sola. La sera prima erano scesi gli ultimi cacciatori, ospiti della capanna. Avevano scrutato le cime, avevano vagato su quegli ultimi ripidi pendii, prima delle vette, alla ricerca dei camosci. Salivano verso il crinale, guardavano le vallate svizzere. Si fermavano vicino a qualche grosso masso. Allora, controvento, prendevano un pizzico di tabacco. Non potevano resistere a qualche tirata di pipa, anche se sapevano che allontanavano la loro preda. Stavano attentissimi a non lasciar vagare nell’aria il profumo del tabacco. 30 CAI MORBEGNO
Nonostante tutte le astuzie e le precauzioni, dopo giorni e giorni di attesa, neanche l’ombra di un camoscio. Al rifugio si lamentavano, dicendo che la sfortuna seguiva i loro cauti passi, che non c’erano più camosci all’ombra dell’Emet. La giovane donna rideva. Commentava il loro malumore dicendo: “i camosci sono più furbi di voi!”. Conosceva il luogo e le sue creature, bestie, erbe e fiori. Sapeva bene che con i camosci e con l’aria delle cime non si può barare. Lei svolgeva il compito di custode del rifugio Emet. La mattina, appena il cielo tendeva a schiarire, scendeva a Suretta, presso la casa alpina, per sentir messa. Veloce sui sassi, ritornava alla capanna per preparare la prima colazione ai “sciuri”. A volte,
nel veloce passo del ritorno, sentiva altri passi, leggeri, nel salto di chi smuove e fa rotolare qualche piccolo sasso. Sasso che sembrava staccarsi da solo dalla roccia. Li conosceva i camosci. Sentiva la loro presenza, anche se gli occhi non potevano intravedere che ombre o fugaci comparse. Quel mattino di settembre la Laura era tranquilla. Aveva tutto il tempo per gestire la sua mattina, senza l’urgenza di rientrare al rifugio. E poi, più tardi, poteva ricamare nelle belle ore di luce. Non stava un attimo senza lavoro. Era forte, piena di risorse. Aveva appena percorso il sentiero che tagliava a metà la sponda dello Spadolazzo quando, alzando gli occhi, li vide davanti a sé sul pendio erto. I camosci erano fermi sulle zampe tese,
SPADOLAZZO
CAI MORBEGNO 31
gli occhi rivolti verso di lei. Si fermò. Vide i loro sguardi e rispose con un sorriso. Quelli, con rapida mossa, dopo il primo balzo, puntarono dritti verso la cima dello Spadolazzo. Uno dietro l’altro, in fila. Un attimo ed erano in vetta. Sparirono dietro la bocchetta. La donna, commossa da quella visione, “siete più svelti di me” disse, ridendo. Eppure lei era una grande camminatrice. Ripensò divertita ai poveri cacciatori. Sornioni, ironici, pigri. Non sapevano rinunciare ai loro comodi. Giunse al rifugio e pensò di dar mano alle grandi pulizie, prima della chiusura ormai prossima. Nel pomeriggio, attirata dai colori e dai profumi dei fiori della montagna, volle fare un giro, “per salutare i sassi”, si disse. Salì verso lo Spadolazzo. Vicino a un masso, proteso su un dirupo, si fermò. Sotto, una lastra di pietra inclinata sporgente nel vuoto, si protendeva sul canale di fronte. Qui, accasciato, vi era un camoscio. 32 CAI MORBEGNO
“Oh povero camoscino! Non ce l’hai fatta a saltare!” La Laura si preparò a scendere. Con cautela, misurando con l’occhio l’erta franosa, cercò i punti d’appoggio per il piede. Si girava, per capire come arrivare in fondo e per individuare la via della risalita. Giù, giù. E fu vicina al povero camoscio. Bagnò il fazzoletto all’esile filo d’acqua che scendeva dai crepacci, battendo su schegge di pietra. Si avvicinò al ferito, vide i suoi occhi umidi, mansueti “non so se posso aiutarti” gli disse piano. Cercò la zampa ferita. Guardò l’arto come abbandonato sul sasso liscio. Triste, rimase ferma. Poi reagì. Piano, infilò il fazzoletto sotto l’articolazione della zampa e la fasciò. Stretta. “Non ti faccio male”, sussurrò. Il camoscio ricambiava i suoi sguardi. Poi la donna si avvicinò al filo d’acqua che scendeva lieve. Raccolse l’acqua nell’incavo delle mani e portò da bere al ferito. Una volta. Tante volte. Il camoscino metteva il muso
nelle mani. Lei lo sentiva caldo, delicato. Era tutto affidato a lei, abbandonato. Un incontro di pochi minuti, che valgono per tutta la vita. Restò lì fin quando le ombre fredde riempirono la gola, poi risalì l’erta, puntando sempre bene il piede. Si girava e vedeva il povero ferito accasciato. Su, fino al crinale. Poi scese sull’opposto pendio, ancora nella luce. Quella sera si sentì più sola nella capanna. Il mattino seguente nubi, pioggia e “scighera”. E così per altri giorni. Il primo mattino di sereno trovò il tempo per cercare il camoscio: non c’era più. Settembre colorava d’oro le foglie dei rododendri, giù sulle scarpate fino a valle. Inclinava l’erba e la rendeva più trasparente. La Laura guardò giù verso occidente, il mondo sembrava fatto solo di cielo e di vette. “È ora di scendere” si disse. Tolse ogni resto di polvere dal pavimento della sala, con lo straccio ben ritorto. Le cuccette erano già arieggiate, le coperte piegate.
Andò al lago con i secchi. Li lucidò con la fine sabbia. Li riportò vuoti alla capanna e li capovolse all’entrata, perché asciugassero alla brezza del giorno. Diede l’ultimo tocco alla cucina. Ritirò i secchi e li appoggiò sul ripiano basso della peltriera. Mise lo scuro alla grande finestra. Poi si attardò all’interno, la porta spalancata. Ripose i registri nel cassetto, con un senso di malinconia. “Ora faccio fagotto”, disse. Infilò le sue lenzuola nella sacca e gli indumenti personali ben ripiegati. Chiuse le cassapanche. Sulla porta scrutò il cielo, calcolò le ore di luce, socchiudendo gli occhi. “Devo arrivare agli Andossi prima del buio”. Dal cassetto centrale del tavolino tolse la grande chiave. Depose la sacca sulla pietra dell’entrata. Piegandosi un poco infilò la chiave nella serratura, la provò e riprovò. Allora chiuse la porta e con un solo tocco delle sue agili dita fece girare la chiave. Alzò lo sguardo, stava per infilare
le braccia nelle bretelle dello zaino quando si fermò senza più respirare. Lì sulla roccia, di fronte alla capanna, c’era diritto il camoscino. Era lui, lo riconobbe. Incontrò i suoi occhi, che risposero con uno sguardo d’intesa. Aprì il suo viso in un largo sorriso. Il cuore le batteva forte. Così anche quello del giovane padrone delle vette. I muscoli del collo pulsavano. La donna trattenne il respiro nell’intensità del momento. Il camoscio, tutto immobile, l’occhio fisso nei suoi. Era la sua parola, era l’attimo del dialogo. “Sei venuto a salutarmi” mormorò e tese la mano. Quello partì rapido dalla parte dell’Emet. La Laura cominciò a scendere, la luce nel cuore. A ogni curva del sentiero guardava in alto. Pensava al mistero della vita, al mistero dell’amore.
Nella pagina a fianco: il Pizzo Emet dai dintorni del lago omonimo In alto: salendo allo Spadolazzo lungo la dorsale settentrionale Sopra: la croce di vetta Alla pagina 31: il rifugio Bertacchi.
I fatti narrati sono realmente accaduti, all’inizio degli anni 30 del secolo scorso.
CAI MORBEGNO 33
Il Pizzo Spadolazzo Il Pizzo Spadolazzo è una bella montagna di 2722 m che sovrasta, isolata, la conca di Madesimo, rilievo terminale della cresta che si stacca verso Sud dal Pizzo Suretta. Dalla sua doppia cima si domina, oltre alla valle del Torrente Scalcoggia con il Lago d’Emet e Madesimo, il Lago di Montespluga con le valli che vi si immettono e la Val Niemet in territorio elvetico. Un’escursione ad anello consente di fare la conoscenza con questo interessante angolo di provincia. In auto: Lago di Montespluga, sul tratto di strada sterrata che fiancheggia a monte il viadotto sul bacino Dislivello: 900 m circa Tempi: 3.00 ore Segnaletica: Presente, ma non abbondante
precipita la cascata di Suretta. Con una traversata verso destra, raggiungiamo il pianoro roccioso alla sommità della cascata. Dobbiamo dirigerci ora in direzione della cresta spartiacque e, trascurate le indicazioni che portano a sinistra al Bivacco Suretta, guadagnamo con alcuni saliscendi il Passo di Suretta (2580 m). Da qui scendiamo in territorio elvetico al lago Ghiacciato (2508 m), superando un breve tratto di rocce protetto da catene. Costeggiato il lago e risalito il pendio sassoso che ci separa da Passo di Lago Nero (2569 m), affrontiamo l’ultimo ripido tratto disegnato nel terreno detritico, mantenendoci a destra della punta settentrionale, costantemente in vista del Lago di Montespluga. Percorrendo la traccia che si snoda fra le roccette di cresta, arriviamo sulla punta principale del Pizzo Spadolazzo (2722 m) dove l’imponente croce metallica ricorda,
Difficoltà: E/EE
attraverso lo stemma e le date 1863-1963, il 100° anniversario del CAI. Per scendere ci manteniamo pochi metri a sinistra del breve crinale fino ad un promontorio dal quale ci caliamo seguendo la ripida traccia, prima fra i sassi, poi sul terreno sempre più erboso, districandoci fra vallecole e risalti rocciosi. Raggiunto il laghetto di quota 2273 m, proseguiamo la discesa fino a raccordarci con il sentiero che scende dal Passo di Niemet. Il Lago d’Emet con il Rifugio Bertacchi è presto visibile poco più a valle, a 2150 m. Dal rifugio imbocchiamo verso Nord il largo sentiero che contorna in quota l’anfiteatro dello Scalcoggia e raggiungiamo la strada alla sommità degli Andossi. Seguendo la sterrata, con qualche variante per tagliare i tornanti, scendiamo alla SS 36 che dobbiamo percorrere per un tratto in direzione di Montespluga fino al viadotto da cui siamo partiti.
P.zo Suretta
Partiamo dal cartello indicatore presente a metà della sterrata, a destra (idrografica) del torrentello. Seguendo i segnavia, ci spostiamo gradualmente verso sinistra per affrontare il ripido pendio erboso lungo il quale aggiriamo il salto di rocce da cui Montespluga Nella pagina successiva: in alto, la valle dello Scalcoggia e Madesimo dalla vetta dello Spadolazzo
P.zo Spadolazzo
in basso a sinistra, un tratto del percorso nei pressi del lago Ghiacciato in basso a destra, lo Spadolazzo dai pressi del lago Emet Stuetta
Rif.Bertacchi
Teggiate
Isola Madesimo
34 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 35
Il Trad climbing o arrampicata tradizionale è uno stile di arrampicata diffuso soprattutto nei paesi anglosassoni. Consiste nell’ utilizzare solo protezioni “naturali” amovibili (nuts, friends, niente spit o chiodi normali) che vengono generalmente piazzate direttamente dall’arrampicatore salendo. Al termine della salita tutte le protezioni vanno rimosse. Spesso la conformazione della roccia rende difficile proteggersi adeguatamente, rendendo tale arrampicata molto più rischiosa in caso di caduta.
Come al solito quella testa dura di Load era risultato inamovibile e nonostante un timido tentativo di Much di far convergere gli amici sulle solari e invitanti placche dei denti di conglomerato chiamati localmente Old Lady’s Teeth, che incorniciano a meridione l’orizzonte roccioso del delizioso villaggio di Fishrooster, i quattro climbers si erano avviati lungo il sentiero della Little Thunder Valley ancora umido per la pioggia notturna, diretti alle lichenose e fredde rocce della Half Moon Tower. Da oltre più di trent’anni si consumava ormai il loro rapporto conflittuale, senza compromettere comunque un’amicizia che affondava le radici nella condivisione di una passione per la montagna vissuta con la stesso spontaneo trasporto. Cambiava solo
Arrampicare di Mario Spini
36 CAI MORBEGNO
il contesto in cui si manifestava: appesi ad una sosta in parete indecisi sul da farsi per l’avvicinarsi di un fronte temporalesco, oppure con sci e pelli di foca all’alba di una fredda mattina invernale per la scelta dell’itinerario più remunerativo e sicuro. Archiviata la discussione riguardante la meta, sul quartetto in marcia tornò il silenzio rotto soltanto da Ruth e Frank che si confrontavano sui dolori muscolari e articolari che li affliggevano condizionando fastidiosamente la loro estate arrampicatoria. Giunti al piccolo bacino idroelettrico abbandonarono il sentiero per piegare sul fianco occidentale della valle, lungo ripidi pendii, tra pascoli, rocce e terreno detritico sino ad imboccare il canale morenico che faticosamente porta alla base del versante nord del Torrione. La via di salita sfruttava il punto debole del monolite rappresentato da una profonda spaccatura che ne incide l’intero fianco settentrionale conferendogli l’aspetto di un antico rudere medioevale sulla cresta occidentale della valle. Con il sudore che gli raffreddava addosso, immerso in un’atmosfera divenuta nebbiosa e molto british,
TRAD
CAI MORBEGNO 37
Much appese con meticoloso disordine l’attrezzatura all’imbrago e rapido srotolò le corde animato dall’impazienza di misurarsi con la parete. Talvolta tale insano comportamento poteva essere motivato dal desiderio di partire prima e mantenersi in testa qualora altre cordate si apprestavano ad impegnarsi sulla stessa via, pensò Ruth; ma quel giorno, su quella cima, dimenticata dagli arrampicatori, non avrebbero certo avuto altra compagnia se non quella dei corvi che ne frequentavano forse i suoi anfratti in cerca di riparo. Non fece a tempo a seguire oltre i propri pensieri che sentì strapparsi dalle mani le corde, prima ancora di riuscire ad infilarle, per la sicurezza, nel reverso; senza infatti attendere che la compagna fosse pronta, Much era salito in opposizione lungo i primi metri del camino è già armeggiava per scegliere la misura adatta del friend da infilare sotto un masso incastrato che formava un piccolo strapiombo. Quello stesso coglomerato che dava vita, sulla est dei Old Lady’s Teeth, a delle assolate e ruvide pareti verticali color arancione scuro costellate di appigli a forma di grossi pompelmi cementati in una massa vulcanica, su quella maledetta torre, lungo quell’insalubre budello, assumeva invece un aspetto liscio e lichenoso reso viscido dall’umidità che ristagna tipicamente sui versanti nord. Mentre proseguiva lungo il tiro di corda, addentrandosi senza pudore nelle oscure intimità dell’antro, cominciò ad avere il presentimento che quella salita si sarebbe potuta trasformare in una spiacevole avventura. Attrezzata la sosta sul fondo 38 CAI MORBEGNO
buio del camino, sopra un terrazzo costituito da grossi massi incastrati, recuperò i compagni. Lo raggiunsero abbastanza rapidamente con delle espressioni attonite stampate in volto, che non tradivano un senso di disagio per l’inospitalità del luogo. Load impietoso scattava a raffica foto sul sofferente Frank, impegnato oltre misura a conciliare i movimenti atletici dell’arrampicata in opposizione con la menomazione della sua spalla destra afflitta da una fastidiosa periartrite. Ruth, che notoriamente odiava quel genere di salite, pareva stranamente rassegnata, come se la tacita determinazione degli altri compagni avesse messo a freno l’abitudine di sfogarsi prendendosela con Much, come era solita fare in altre analoghe circostanze. Al di sopra il camino si allargava maggiormente lasciando intravedere il bordo della vetta, consentendo al tempo stesso un’arrampicata più piacevole e meno faticosa. Si riunirono nuovamente in un luogo molto curioso e suggestivo; la profonda spaccatura che avevano seguito sino ad allora, al di sopra di un’ampio terrazzo sospeso, si suddivideva in tre rami, ciascuno dei quali si affacciava su altrettante differenti facce del Torrione, creando un effetto architettonico che richiamava le volte delle antiche chiese gotiche. Erano giunti alla base dell’ultimo tiro di corda. La relazione indicava chiaramente di affacciarsi sul lato est della spaccatura, sormontare una grossa lama staccata, al di sopra della quale il passo chiave della via era rappresentato
da una breve placca liscia e sprotetta che consentiva di riguadagnare nuovamente la grossa fessura lungo la quale più facilmente raggiungere la vetta. Much partì ben determinato, arrampicò veloce sulla lama soffermandosi in talune pose plastiche per soddisfare le esigenze fotografiche di Load ed issatosi sulla sua sommità si spostò all’esterno verso destra percorrendone con i piedi il bordo, tenendo le mani in appoggio sulla parete superiore. D’innanzi a lui si innalzava una bella placca compatta di conglomerato, segnata a tratti da piccole protuberanze incastonate in una scura massa vulcanica. Fu allora che scattò in lui qualche cosa. Forse l’insoddisfazione provata sino ad allora nella salita poteva trovar modo di riscattarsi su quello splendido muro. Sebbene fosse evidente che il percorso più agevole per raggiungere la cima fosse rappresentato dalla grossa spaccatura che delimitava a sinistra la placca, iniziò a farsi strada in lui l’idea di salire diritto lungo quei funghi neri. Cominciò a valutare i possibili scenari che si sarebbero potuti verificare affrontando direttamente la placca all’apparenza improteggibile. Studiò una sequenza di movimenti su quelle piccole protuberanze arrotondate che lo avrebbero portato ad afferrare una fessura orizzontale che, però, vista da sotto, sembrava cieca; se fosse riuscito a posizionarvi un nuts di protezione sarebbe potuto proseguire ulteriormente provando a superare il muro sovrastante che, sempre più verticale, portava direttamente in cima. Oppure avrebbe comunque potuto forzare CAI MORBEGNO 39
un’attraversata a destra sino allo spigolo che delimitava a nord la parete e, sotto un tratto aggettante dove la roccia sembrava più articolata, avrebbe probabilmente potuto trovare la possibilità di proteggersi. Si rese conto che la tensione e la concentrazione gli stavano facendo perder la cognizione del tempo che passava. “Ehi Much cosa sta facendo? Non dovrebbe essere così duro la sopra! Stiamo mangiando un sacco di freddo qui, muoviti…”. “Piuttosto state all’occhio ora riparto!”. Superò deciso quei metri in verticale con movimenti lenti e ponderati percorrendo la sequenza in precedenza studiata, sino ad allungare una mano e riuscire infine ad afferrare l’agognata fessura orizzontale che, come atteso, era proprio chiusa… Assunse una posizione di riposo e ricominciò a vagliare le ipotesi. Di continuare diritti non se ne parlava proprio; ormai si trovava ad una decina di metri dall’ultimo ancoraggio, una fettuccia posta attorno alla sommità della lama staccata ed un volo in quella situazione non se lo sarebbe potuto permettere, considerate le possibili disastrose conseguenze. O tornava indietro, oppure optava per la soluzione numero due traversando a destra verso lo spigolo. Inspirò a lungo e con la massima concentrazione iniziò ad attraversare imponendosi di fare ogni movimento molto lentamente. In prossimità dello spigolo trovò finalmente due buone prese per le mani che gli consentirono di riprender fiato. Si trovava ora proprio sul filo dello spigolo, al di sotto di un piccolo salto strapiombante che costituiva l’ultimo ostacolo per raggiungere il pianerottolo 40 CAI MORBEGNO
sommitale; proprio sotto lo strapiombo, una stretta fessura formata da una lama sembrava poter accogliere dei piccoli nuts. Si issò su due buone prese ed allungandosi in punta di piedi riuscì a piazzare due buone protezioni e rapido fece passare la corda tirando finalmente un respiro di sollievo. Con un ultimo passaggio esposto ed atletico riuscì a ristabilirsi sopra il tratto aggettante ormai sulle piatte rocce terminali che adducevano alla cima vera e propria. La tensione a quel punto calò improvvisa lasciando in lui una sensazione di leggerezza. Attrezzata la sosta, si calò per recuperare i due nuts sullo spigolo in modo che i compagni potessero salire lungo la via originale, risparmiando loro il traverso esposto ad un pericoloso pendolo in caso di
caduta. Lo raggiunsero lungo la via più agevole che percorreva la grossa spaccatura. Una volta riunitisi, Much subì le loro rimostranze per la lunga e gelida attesa nelle viscere del torrione: “Possibile che sei così invecchiato da faticare un’ora su un tiro di 5°!? ancora un po’ e buttavamo le doppie nel budello lasciandoti solo con Ruth, come si fa a perdere la via in questo modo?” Non aveva una risposta, non trovava delle ragioni che non solo potessero placare gli animi dei compagni, ma che riuscissero anche a spiegare a se stesso cosa fosse accaduto. Cosa conta avere alle spalle trent’anni di esperienza in montagna per poi ficcarsi in una situazione così pericolosa. Ok, va bene, non aveva perso il controllo, era riuscito a cavarsela, ma la
tensione e i rischi che aveva corso, no, non appartenevano più alla visione della montagna e dell’arrampicata che aveva ora. Si era lasciato prendere da un impulso, non aveva saputo resistergli, come solo può comprendere chi ha provato il fascino di questa appassionante attività. Arrampicare “TRAD”, utilizzando cioè poche protezioni da posizionare salendo, può essere in effetti una pratica frequente se si fa un alpinismo tradizionale in montagna, ma quanto più ci si avvicina ai propri limiti in termini di difficoltà, tanto più diventa un gioco pericoloso in cui la posta è molto alta e la componente psicologica fa la differenza; proprio l’alta pericolosità accresce il carattere gratuito CAI MORBEGNO 41
42 CAI MORBEGNO
dell’alpinismo, rendendo chi lo pratica non certo un eroe, come in certe icone intrise di retorica in voga negli anni trenta (si pensi a Guido Rey: “Io credetti e credo la lotta con l’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede”), ma piuttosto un Conquistatore dell’inutile parafrasando il titolo poetico e malinconico dell’autobiografia di Lionel Terray, uno dei maggiori alpinisti francesi del secondo dopoguerra. La stagione del “Nuovo Mattino” con cui negli anni settanta si contestò la cultura della vetta a tutti i costi all’insegna di un alpinismo trasgressivo, libero da condizionamenti, e l’evoluzione successiva, che ha accresciuto la componente sportiva della prestazione, non ne hanno comunque snaturato i caratteri fondamentali. L’alpinismo continua ad appassionare le nuove generazioni che ora come
un tempo, misurandosi con la montagna, vivono le stesse soddisfazioni e si espongono ancora ai medesimi rischi. Il cielo nel frattempo era diventato cupo e l’avanzata da sud di grossi cumuli temporaleschi suggeriva di affrettarsi per percorrere l’ultimo tratto di facile arrampicata e raggiungere la vetta vera e propria del Torrione, dalla quale calarsi in corda doppia. Sotto una leggera pioggia raggiunsero gli zaini all’attacco; riposta rapidamente l’attrezzatura e mangiato un boccone, si avviarono in discesa verso Fishrooster. Ripensando a quella giornata, anche se tutti i partecipanti, alla fine della salita, avessero concordato che fosse un torto non considerare affascinante quella insalubre arrampicata lungo un budello viscido e
faticoso, alla scoperta delle più intime e oscure viscere dell’Half Moon Tower, con la paura che da un momento all’altro la montagna potesse risvegliarsi espellendo con un mostruoso peto gli indesiderati visitatori; che fosse poi certamente riduttivo ricordare quella lunga, fredda ed estenuante attesa in sosta alla base dell’ultimo tiro come la più coinvolgente esperienza ascetica; ed infine ritenessero profondamente ingiusto negare la propria solidarietà a chi aveva sofferto per una anomala produzione di adrenalina lungo l’interminabile e sprotetta placca finale; beh, nonostante tutto questo, Much, ancora oggi, non riesce a darsi ragione del fatto che quel giorno non sia stato meglio andare ad arrampicare sulle divertenti, piacevoli, protette ed assolate placche dei Old Lady’s Teeth…
CAI MORBEGNO 43
arrampicare sulla MEZZALUNA E’ una via strana, diversa, unica. Si sviluppa nelle viscere della montagna, in una fenditura gigantesca che spacca il monolite insinuandosi nella parete nordovest per uscire a nordest. L’arrampicata è in opposizione, man mano che si procede la luce si attenua e in questo labirinto ti senti inghiottire dalla montagna. L’attacco, posto alla base della fenditura, sulla cresta che separa la Val Tronella dalla Valle di Trona, si raggiunge percorrendo da Pescegallo il sentiero per il lago di Trona. Giunti alla baita del Dossetto si segue, fino alla dighetta di Tronellina, il sentiero che sale al rifugio Benigni. Al muro della diga si sormonta a destra un dosso, seguendo il quale, su rocce montonate, si incontra una fascia rocciosa. La si risale per larghe cenge e dossi fino ad immettersi, a sinistra, nel canalone di sfasciumi e grossi blocchi che in breve porta alle pareti della Mezzaluna. Attaccata la via, sotto un grosso masso incastrato nella spaccatura, si percorrono due lunghezze all’interno della montagna (III e IV). Si sosta su una piattaforma in corrispondenza di una finestra che guarda verso Val Tronella. Si esce dalla finestra e, in assoluta esposizione, si sale a sinistra la placca successiva e si giunge in vetta (IV e V). Verso sud due chiodi permettono, con una doppia di 25 metri, di scendere alla cresta che collega il Torrione al Pizzo di Mezzaluna. Sfruttando un sistema di cenge, 44 CAI MORBEGNO
ed eventualmente una doppia su spuntone, si può scendere verso la valle di Trona e riportarsi all’attacco. È però preferibile, e panoramicamente interessante, continuare la traversata fino al Pizzo di Mezzaluna. Si prosegue perciò lungo la cresta fino a scendere ad un profondo intaglio (III), si entra poi in un canale che permette di evitare sulla sinistra uno strapiombo. Riguadagnata la cresta la si percorre per intero fino alla vetta del Pizzo (II). Percorrendo la cresta opposta (sud) con un passo di IV o una breve doppia si arriva alla discesa verso il Rifugio Benigni. Il Torrione può essere salito, più facilmente, lungo la placca sud (sopra descritta come via di discesa). In questo caso, salendo da Pescegallo, si abbandona l’itinerario di avvicinamente al Torrione in corrispondenza di una rampa rocciosa verso sinistra. Risalitala si sbuca su un pendio di blocchi. Si risale il pendio tenendosi sotto le pareti di destra fino a percorrere (una trentina di metri sotto la cresta) le cenge erbose ascendenti che conducono ad un ampio ripiano poco sotto la vetta del Pizzo della Mezzaluna. Scendendo il ripiano verso nord, si doppia uno spigolino e, per una stretta cengia, si arriva al profondo intaglio a sud del Torrione. Si attaccano le rocce di destra e si sale alla cresta (III), la si percorre per alcuni metri fino ad arrivare alla base della placca sud del Torrione. Si risale la placca fino a sbucare in vetta (25 m, III e IV).
Pizzo della Mezzaluna 2373
Nella pagina a fianco in alto: in vetta al Torrione, con la cresta che si percorre per la traversata al Pizzo della Mezzaluna
Torrione della Mezzaluna 2333
Rifugio Benigni
Al centro: in arrampicata sulla placca sud In basso: all’attacco della spaccatura alla parete nordovest Qui sotto: la placca sud
Pescegallo
Nella schizzo sopra: la traversata dal Torrione al Pizzo di Mezzaluna e gli itinerari di avvicinamento Sotto: il Torrione di Mezzaluna da nord con la via di salita attraverso la spaccatura
Corda doppia, 25 m
II
Due tiri nella spaccatura all’interno della montagna, III e IV
V IV
Dislivello: 80 m Sviluppo: 120 m DifficoltĂ : AD (un passo di V) Chiodatura: assente, portare qualche nuts, frends e fettucce. Punto di partenza: Pescegallo Primi salitori: G.Guenzati, solo, il 20 giugno 1923 CAI MORBEGNO 45
LA VAL RAVELLA E I CORNI DI CANZO di Marino Del Monte
Gli escursionisti valtellinesi hanno sempre guardato ai monti del Lario con una certa sufficienza. Abituati alle visioni retiche ed orobiche rese preziose da maestose abetaie, severe pareti, solenni ghiacciai e alte cime, vedono in questi scenari così diversi dai loro, caratterizzati da rilievi modesti, se pur aspri, e da una vegetazione apparentemente di minor pregio, montagne di serie B. Dissento da questo luogo comune. Non entro nel merito della pratica dell’alpinismo che non mi appartiene, anche se mi risulta che le Grigne, in particolar modo quella meridionale, offrono vie di arrampicata in grado di soddisfare gli scalatori più esperti ed esigenti. Mi limito a trattare di escursionismo. Come non emozionarsi di fronte ai panorami su uno dei laghi più celebrati in letteratura, godibili dal Bregagno, dal Grona e da tutti i monti lariani occidentali? Come rimanere indifferenti nel percorrere alcuni itinerari intagliati nelle tormentate rocce calcaree delle Grigne? E 46 CAI MORBEGNO
Sopra: le peonie dei Corni di Canzo A fronte: le rocce sommitali del Corno centrale di Canzo
ancora, perché non prendere in considerazione la visita a luoghi dello spirito come l’abbazia benedettina di San Pietro al Monte sopra Civate, gioiello dell’architettura romanica lombarda? Ecco, proprio in questo angolo di Lombardia vorrei accompagnarvi, nel lembo di terra compreso fra i due rami del lago di Como. Usciti dalla Super 36 in direzione di Como ed aggirata la Cava di Cesana, penetriamo nel groviglio di valli del cosiddetto Triangolo Lariano. Oltrepassato il bel lago del Segrino, decantato da molti scrittori ottocenteschi quali Parini, Stendhal, Fogazzaro e, nel XX secolo, da Carlo Emilio Gadda che qui soggiornò, arriviamo a Canzo su cui si apre la Val Ravella, meta della nostra escursione naturalisticopaesaggistica. La Val Ravella, percorsa dal torrente omonimo tributario del Lambro, rientra quasi interamente nella Riserva naturale del Sasso Malascarpa, importante geotopo delle
CAI MORBEGNO 47
Prealpi calcaree lombarde. E’ scavata nelle formazioni sedimentarie di origine marina dell’era mesozoica (Triassico, Giurassico e Cretacico); tanto per farci un’idea, ci riferiamo ad un arco temporale che va da 250 a 65 milioni di anni fa. Vi sono riconoscibili rocce calcaree e dolomitiche come il Rosso Ammonitico Lombardo e la Dolomia fossilifera a Conchodon (gusci di molluschi a due valve), la cui forma a cuore ha suggerito il logo della riserva. Trattandosi di un ambiente costituito da rocce carbonatiche, non possono mancare fenomeni carsici, fra i quali spiccano per il loro aspetto curioso le “sorgenti pietrificanti”, lungo il torrente, e i “campi solcati”, sul crinale del monte Prasanto. Le prime, presenti in prossimità di sorgenti e di stillicidi d’acqua, sono formazioni di travertini e di tufi depositate su alcune piante briofite (come i muschi, per intenderci) colonizzanti le zone umide, i secondi sono lastroni rocciosi che, per effetto dell’azione dell’acqua, presentano una fitta serie di solchi più o meno paralleli. Completa il panorama dei fenomeni geologici la presenza di numerosi massi erratici (ghiandone della Valmasino e serpentino della Valmalenco), risalenti alle glaciazioni del quaternario, che datano solo, si fa per dire, 2 o 3 milioni di anni fa. Meno importante, ma non per questo privo di interesse, è il manto vegetale. Influenzato e modificato in passato dall’attività antropica, si sta lentamente rinaturalizzando. Al suo interno custodisce alcuni bellissimi esemplari monumentali di faggio e di 48 CAI MORBEGNO
tiglio. Più in alto si contendono la prateria di cresta e le fessure delle rupi calcaree molte specie floristiche endemiche, ricercate dai botanici in virtù della loro rarità: le sassifraghe, le androsaci, le primule, l’erba regina (Telekia speciosissima), il raponzolo (Physoplexis comosa) e la campanula dell’arciduca (Campanula raineri). L’elenco sarebbe lunghissimo, ma non si può omettere di citare la bellissima Peonia officinalis che punteggia i declivi erbosi, esposti al sole, dei Corni di Canzo. La testata della Val Ravella è coronata a Sud dal Monte Prasanto e dal Sasso Malascarpa, caratteristica muraglia a cubi calcarei regolarmente disposti (qui i fossili di Conchodon), e a Nord dai Corni di Canzo occidentale e centrale, “terrazze con vista” senza uguali. Lo sguardo spazia ai quattro punti cardinali: il ramo di Lecco del Lario e le Grigne verso Nord
e Nord Est, il Resegone a Est, i laghi briantei e la pianura lombarda in direzione Sud, l’arco delle Alpi con il Monte Rosa, lontano, verso Ovest. Non perdiamo, però, ulteriore tempo e partiamo per la nostra gita. Vi propongo un itinerario a forma di otto, con l’aggiunta di due appendici che arricchiscono l’escursione con interessanti spunti paesaggistici e naturalistici.
A fianco: in vetta al Corno Centrale di Canzo Sotto: il rifugio SEV dalla vetta
CAI MORBEGNO 49
Val Ravella, l’escursione In auto: Super 36, deviazione Como. Procedere per Suello, Eupilio, Canzo. Seguire le indicazioni per Fonte Gajum (da Morbegno 1.15 h ca) Dislivello: da 750 a 1100 m a seconda delle appendici Tempi: da 5 a 7 h a seconda delle appendici Difficoltà: T/E/EE l’eventuale salita al Corno Centrale Partiamo dal parcheggio nei pressi della Fonte Gajum (485 m) e, attraversato il ponticello, imbocchiamo a destra la strada a traffico limitato che fiancheggia il torrente Ravella. Oltrepassata una sbarra, proseguiamo lungo la carrareccia: siamo sul sentiero geologico “Giorgio Achermann”, marcato con il segnavia 2. Lungo questo tratto possiamo osservare, aiutati da tabelloni illustrativi, i diversi tipi di roccia presenti nell’area. Ad un bivio (580 m) la bella strada massicciata prosegue alla volta della chiesetta seicentesca di San Miro (5 min), sorta nel luogo dove il santo, nato a Canzo
A fianco: sopra, i fossili di Conchodon del Sasso Malascarpa, sotto, il Sasso Malascarpa Nella pagina a fianco: i Campi Solcati del Monte Prasanto
50 CAI MORBEGNO
nel 1336 e morto a Sorico nel 1381, si ritirò in eremitaggio. San Miro è uno dei santi più popolari della Brianza, invocato contro siccità ed alluvioni. Visse in meditazione in una grotta, rendendosi famoso per la sua capacità di far scaturire l’acqua dalle rocce. Ritornati al bivio, ci inoltriamo nel bosco lungo il sentiero che sale alla struttura agrituristica di Terz’Alpe (800 m). Nel greto del torrente sono visibili alcune testimonianze di fenomeni carsici (sorgenti pietrificanti) e di erosione (marmitte). Per proseguire nella nostra escursione ci facciamo guidare dal segnavia 1 che troviamo a monte del fabbricato dopo qualche minuto di cammino. Risaliamo il ripido fianco meridionale dei Corni di Canzo e, oltrepassata l’indicazione per la ferrata, raggiungiamo la dorsale di Costa Bella (1240 m ca), che separa la Val Ravella dalla Val Brona, oltre la quale, costeggiando la base settentrionale del Corno occidentale, arriviamo alla località Pianezzo e al Rifugio SEV (1239 m), da dove si gode di un bel panorama sul Lario. Pochi metri a valle del rifugio proseguiamo lungo il sentiero (segnavia 4) che si
abbassa sul versante di Valmadrera, transitiamo ai piedi dei Pilastri e raggiungiamo la Bocchetta di Luera (1200 m), che separa il Corno centrale dal più modesto orientale. Da qui scendiamo con ripide svolte all’Acqua del Fòo (1000 m), dove troneggia uno splendido esemplare di faggio plurisecolare e, dopo aver imboccato la traccia di destra, arriviamo in pochissimi minuti alla Colma Ravella (1000 m). Rimanendo fedeli al segnavia 4, scendiamo a destra lungo la Val Ravella e ritorniamo al ristoro di Terz’Alpe. Anziché incamminarci lungo il sentiero da cui siamo saliti, imbocchiamo l’ampia carrareccia sulla destra, fiancheggiamo i ruderi di Second’Alpe sui quali incombe la mole di un tiglio monumentale, e ci abbassiamo alla volta di Prim’Alpe (725 m), dove, nella corte di un bel cascinale ristrutturato, ha sede il Centro visitatori dell’Ersaf con un piccolo, ma interessante museo naturalistico che riassume le caratteristiche della riserva. Un’ampia e comoda strada acciottolata digrada con numerosi tornanti alla volta del parcheggio della Fonte Gajum.
Appendice 1 – Il Corno centrale di Canzo (∆= 135 m, TA/R = 0.50 h, Diff = EE) A monte del Rifugio SEV, imbocchiamo il sentiero che, verso destra, conduce alla Forcella dei Corni (1300 m), aperta fra il Corno centrale e quello occidentale. Percorsa verso sinistra la cresta accidentata e risalito il ripido pendio erboso alla base del versante Nord del Corno centrale, affrontiamo le rocce sommitali. Zigzagando su piccole cenge contrassegnate da bolli rossi, ci arrampichiamo fino alla croce di vetta. Sono solo una trentina di metri, non difficili, ma che richiedono attenzione (è il tratto EE dell’escursione). Dalla cima la vista tutt’intorno è, come ho già ho avuto modo di dirvi, senza uguali.
Appendice 2 – Il Sasso Malascarpa (∆= 200 m , TA/R = 1.00 h, Diff = E) Prima di abbandonare la Colma Ravella, se abbiamo ancora un po’ di gambe, di fiato e di voglia, risaliamo la dorsale boscosa e percorriamo la successiva cresta frastagliata che ci porta diritti al Sasso Malascarpa (1200 m), la caratteristica struttura rocciosa a Conchodon che dà il nome alla riserva. Nelle vicinanze, sul versante affacciato a Valmadrera, possiamo osservare i famosi “campi solcati”. In primavera, poi, qui, come del resto su tutte le rocce calcaree affioranti, è il regno delle rarità floristiche alle quali si è fatto cenno.
Buona gita
CAI MORBEGNO 51
STAMBECCO Padrone della montagna e di Carlo Mazzoleni
Cammino veloce, in discesa, lungo il sentiero numero 108 che dal passo di Salmurano porta al piccolo paese di Cusio, in alta val Brembana. Itinerario insolito per un morbegnese, nonostante si sviluppi a poche centinaia di metri dal confine della “nostra” Valgerola, ma incombenze lavorative mi spingono verso le sconosciute terre della Bergamasca. E’ il tardo pomeriggio di una bella domenica di luglio e, come al solito, il sentiero è affollato di turisti che scendono con la pancia piena dal rifugio Benigni. Svoltato uno spigolo roccioso mi imbatto in una cospicua folla in visibilio che, armata di macchine fotografiche e telefonini, senza curarsi minimamente di trattenere grida di giubilo e bruschi movimenti, immortala la “bestia” che, spudoratamente, posa a favore d’obiettivi sullo sperone, a non più di dieci metri di distanza dall’indiscreto assembramento. Sembra aver scelto con cura, l’animale, la location del suo servizio fotografico, in plastica posa davanti a uno sfondo da cartolina. E’ un grosso maschio di stambecco, stimabile sulla decina d’anni, e appare davvero come il padrone di casa su questi monti. E in effetti qui il re è lui, non fa come i suoi coinquilini –camosci, marmotte, aquile, ermellini- pure ben diffusi, ma sicuramente più restii a mostrarsi in pubblico. L‘apparenza regale dello stambecco deve avergli regalato pure uno spazio nell’arte popolare, chi infatti non ne scorge la dominante virilità nel ritratto del Gigiàt rampante che sembra voler uscire dal noto murales di san Martino in Valmasino? Questa sua confidenza con l’umano, forse meglio definibile come sfrontatezza o eccesso di superbia, stava per costare molto cara a questo meraviglioso capride. Non la sua carne, né il mantello, ma il suo magnifico trofeo e alcune sue parti anatomiche –l’ossicino che ha all’interno del cuore- dotate di poteri magici (?) ne hanno sempre fatto un’ambita, quanto facile, preda dei bracconieri di tutto l’arco alpino; costoro, incapaci di ridurre ai minimi termini animali più gustosi, ma molto più timidi e riservati, come il camoscio, si sono accaniti sull’Adone montano. Si deve ai re-cacciatori di Casa Savoia la salvezza del bel ruminante. Sollecitati
52 CAI MORBEGNO
attrazione turistica.
CAI MORBEGNO 53
dalla guida e guardacaccia Joseph Zumstein, nel 1921 disposero il divieto di caccia allo stambecco, e stabilirono le basi di quello che sarà il parco nazionale del Gran Paradiso, zona dove all’inizio del XIX secolo sopravviveva l’ultima colonia di questi animali. E proprio da questo ultimo ridotto tra il Piemonte e la Valle d’Aosta lo stambecco ha cominciato a riappropriarsi del suo grande regno usurpato, con, bisogna dirlo, il massiccio e fondamentale aiuto da parte dell’uomo, ristabilendo domìni dal Vallese ai Grigioni, dall’Oberland bernese alle nostre Alpi Orobie. Seppur non ci sia, nelle ricerche scientifiche, l’evidenza che lo stambecco popolasse in tempi storici le montagne lombarde –a fronte di rappresentazioni rupestri per la verità incerte non si è riusciti a trovare reperti fossili di indubbia identificazione-, nella primavera del 1989 la Regione Lombardia, coadiuvata dal Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Milano, ha dato il via al “Progetto Stambecco Lombardia”. Tale lavoro introdusse, è bene ricordarlo, forse per la prima volta, il fiero ungulato sulle Alpi Orobie. 29 stambecchi, 15 maschi e 14 femmine di età variabili, furono rilasciati tra il maggio e l’ottobre del 1989 in alta val Biandino, nel comune di Introbio, a un tiro di schioppo dalla Valgerola e dal Pizzo dei Tre Signori. Evidentemente, a proprio agio tra pèsc, galli e calécc, gli stambecchi si sono stanziati stabilmente nelle Orobie Occidentali, ed è ormai piuttosto frequente imbattersi in questi animali durante 54 CAI MORBEGNO
le gite nella valle del Bitto. Sottoposti a un attento regime di tutela e di controllo da parte di guardie forestali, studiosi universitari e appassionati locali, hanno potuto prosperare in tranquillità, senza nemici naturali, fino a raggiungere una consistenza numerica importante (si stimano poco meno di un centinaio di capi nella sola zona compresa tra il pizzo Tre Signori e il Monte Ponteranica), talvolta addirittura critica, nei momenti in cui si diffondono malattie dovute, probabilmente, al sovraffollamento. Sta di fatto che nel giro di pochi decenni questo animale è riuscito a conquistare una posizione privilegiata non solo all’interno dell’ecosistema orobico, ma anche nell’immaginario collettivo, tanto che per molti gitanti domenicali una passeggiata attraverso questi monti senza l’avvistamento dello stambecco è forte fonte di delusione. La colonia stanziata nei pressi del lago Piazzotti è diventata una vera e propria attrazione turistica, e non c’è avventore che non chieda notizie dell’ungulato ai gestori del rifugio Benigni, talvolta protestando vivacemente quando, compiuta la fatica di raggiungere la panoramica terrazza dei Piazzotti, non trova il consueto comitato di benvenuto dato da paurosi cuccioli e pazienti madri di stambecco! Certo, l’incontro con la “stambecca” rischia di produrre una certa delusione: essa, nel portamento e nell’aspetto è decisamente simile a una capra; anzi, la varietà orobica dell’animale domestico è decisamente più nobile ed elegante della sua corrispettiva
selvatica, con quelle corna tornite e il lungo pelo. Perderebbe però qualunque confronto per quanto riguarda lo stile di vita: lo stambecco e la sua compagna sono tra gli animali che riescono a sopravvivere negli ambienti naturali più ostili, considerando evidentemente un segnale d’abdicazione l’abbandonare il proprio regno durante i rigori invernali. Al sopraggiungere dei primi freddi l’atmosfera in quota è riscaldata dall’avvento della stagione degli amori: nei mesi da novembre a gennaio i maschi si fronteggiano in cruente lotte di supremazia, dopodiché i vincitori, portatori del miglior patrimonio genetico da trasmettere alla discendenza, raggiungono le femmine per compiere l’accoppiamento; queste conducono la loro solitaria gravidanza durante i mesi primaverili, mettendo alla luce i capretti allo scioglimento della neve. Anche qui il repadre dà lezioni di nobiltà: lascia alla femmina gravida i prelibati (?) rimasugli di festuca ovina che sopravvivono sulle rocce libere da neve e ghiaccio, accontentandosi di radici e cortecce che trova scavando nella neve; non è raro che questi animali digiunino per parecchi giorni, prima di trovare qualcosa di commestibile in un ambiente tanto ostile. Con la ricomparsa dei pascoli d’alta quota una nuova generazione di stambecchi comincerà la propria attività nell’ostico regno a loro assegnato: il futuro per loro non sarà certo facile, ma si può star sicuri che per onorare la fama della propria specie essi daranno il loro meglio! Il mondo della natura non finisce mai di stupire…
CAI MORBEGNO 55
GIOVA di Riccardo Marchini
Pareva che fosse immortale, invece, in un pomeriggio di maggio, in sordina, anche Giovanni se n’è andato, lasciandoci tutti stupiti. L’avevo incontrato appena il giorno prima nel suo negozio: riposta la lente d’ingrandimento di cui si serviva per risolvere il suo pacco di parole crociate, mi aveva accolto di buon grado per scambiarci le nostre chiacchiere settimanali, sulla montagna e sul CAI ovviamente. Tra l’altro mi stava aiutando a ricostruire la storia della nostra sezione. Chi meglio di lui, infatti, poteva conoscere le vicende del CAI Morbegno per quanto riguarda i personaggi e gli episodi non registrati nei verbali (ahimè scarni ed incompleti) conservati in sede? Per oltre cinquant’anni ne era stato l’anima e il punto di riferimento; per un biennio, negli anni ’60, come presidente, poi come super segretario. A vita, soleva dire un altro presidente, Giangiacomo Robustelli. Dalla postazione del suo negozio, ubicato fino agli anni ‘70 più su, lungo la via Garibaldi, coordinava l’intera attività del CAI. Estraeva da sotto il bancone la sua ventiquattrore, evoluzione di una precedente, vetusta valigetta di cartone (lì 56 CAI MORBEGNO
dentro c’era tutta la segreteria) e garantiva il servizio agli associati. Dispensava consigli, dava informazioni, curava il rinnovo annuale del tesseramento, raccoglieva le iscrizioni alle gite e alle varie manifestazioni: praticamente uno sportello continuo. I ricordi più nitidi sono legati alla consuetudine che si era creata negli anni. Prima di cena si passava davanti alla vetrina del negozio, si dava una sbirciatina all’interno e, se non c’erano troppi clienti, si entrava. Ben presto si formava un crocchio di quattro, cinque amici che si dilungavano in lunghissime discussioni sugli argomenti più disparati, evitando però quelli più marcatamente politici,
probabilmente per una tacita osservanza dello statuto del CAI. Il tutto con la presenza moderatrice di Giovanni che, grazie alla sua pacatezza, alla sua pazienza e alla sua capacità di mediare, riusciva a smussare gli angoli dei contrasti più accesi. Spesso le riunioni del direttivo si svolgevano direttamente lì, fra sci e materiale di montagna e di caccia. Vent’anni di età mi separavano da lui, ma il nostro rapporto è sempre stato quello di due coetanei, salvo in rarissime occasioni nelle quali l’eccezionalità del momento richiedeva il suo intervento di “padre nobile” autorevole che non ammetteva repliche. Merito suo che aveva la capacità di mettere tutti a proprio agio. Giovanni, alpinista, sciatore, cacciatore e pescatore, non mi ha mai fatto pesare la sua lunga esperienza di uomo di montagna e di profondo conoscitore del mondo alpino. Semplicemente me l’ha trasmessa senza quasi che me ne accorgessi. Posso senz’altro dire che molto di quello che ho appreso in oltre quarant’anni di frequentazione dei monti lo devo a lui, da lui ho imparato a “camminare” in montagna.
VANNI
DONADELLI
CAI MORBEGNO 57
Giovanni si dilettava anche di poesia dialettale e di narrazione. Vi proponiamo un suo contributo inedito, scritto appositamente per il nostro Annuario e non ancora pubblicato.
LA NEBBIA di Giovanni Donadelli
Credo che la nebbia in certi momenti della nostra vita di alpinisti sia stata uno dei pericoli maggiori da affrontare, in modo particolare al di sopra dei 2000 metri, quando non c’è la protezione della vegetazione amica. In questi casi sei immerso nel nulla, non riesci a volte a capire se sei in leggera discesa o in leggera salita. In questi casi è meglio scendere verso il fondo valle dove comincerai a conoscere il tuo mondo. Ricordo una giornata di caccia sulle cime della Val Corta di Tartano. Assaliti da una nebbia con visibilità tre, quattro metri, non riuscendo più a stabilire la nostra posizione, decidemmo di puntare diritto verso il fondovalle, con direzione Tartano. Arrivati giù al torrente ci accorgemmo che l’acqua andava dalla parte opposta al nostro pensiero: eravamo talmente fuori orientamento che stavamo risalendo la valle. Se poi queste situazioni le trovi in alta montagna, dove 58 CAI MORBEGNO
i passaggi sicuri sono pochi, si possono creare difficoltà pericolose che a volte si trasformano in disgrazie, come spesso ci informa la cronaca. Con certe difficili situazioni anche i più esperti si possono trovare a mal partito. Ho chiaro il ricordo di quando andammo a pernottare alla Capanna Ponti in occasione del Vallo Littorio (Staffetta alpina del Vallo Littorio, manifestazione del settembre 1942, rivolta ai giovani della G.I.L. – n.d.r). A Predarossa nevicava e un fitto nebbione avvolgeva tutto. Noi, con la guida del posto Virgilio Fiorelli, salivamo verso la capanna. Superato l’ultimo valletto eravamo sicuri che il fabbricato fosse lì, ma lì non c’era. Pensammo di averlo oltrepassato, perciò ci abbassammo di un tratto e riprendemmo la salita. Il Fiorelli impazziva: per lui era uno smacco. Per fortuna dopo un po’ incocciammo nel muro a monte del rifugio. Al mattino seguente ci accorgemmo che avevamo
CAI MORBEGNO 59
continuato a girargli intorno, avvicinandoci anche a meno di dieci metri. Anche in un’altra occasione faticammo non poco a tirarci fuori dai guai. Eravamo sulle cime di Ponteranica, Mino Perego, Adolfo Villa ed io, a caccia di “runcasch”. Superata la cresta spartiacque per seguirne un volo, ci trovammo improvvisamente avvolti dalla nebbia fitta, con la visibilità quasi nulla. Decidemmo di tornare a Pescegallo, ma non riuscimmo più a trovare il giusto passaggio sul crinale. Tutto ci sembrava difficile, sconosciuto. Per più di un’ora continuammo a salire e a scendere da creste e canaloni, ma senza esito. Sapevamo che più in basso c’erano gli alpeggi di Avaro e puntammo verso quelli: lì, per fortuna, di nebbia non ce n’era. Per farla breve rientrammo dalla bocchetta che porta ai laghi di Ponteranica e quindi, per il Passo San Marco, la Val Bomino e il Lago di Pescegallo, ritornammo alla tanto sospirata macchina che ci aspettava al posteggio. Ormai era notte. Se poi alla nebbia aggiungiamo anche il pericolo delle valanghe, il rischio raddoppia. A proposito di questa coppia di pericoli voglio raccontarvi di un momento di terrore dovuto proprio a loro. Erano gli anni che tutti volevano fare impianti sciistici. Un gruppo di industriali era venuto da me per avere informazioni sulla zona Caldenno – Val Terzana che volevano sfruttare in tal senso. Il mio parere fu naturalmente negativo, ma loro mi pregarono di accompagnarli a fare un sopralluogo. Erano buoni
60 CAI MORBEGNO
sciatori, attrezzati per lo sci alpinismo, e quindi accettai. Conoscevo bene i luoghi, ricchi di pernici bianche, che battevo molto con la mia compagnia di cacciatori. Arrivati a Predarossa, piegammo verso destra per la Val Terzana che risalimmo fino alla cima. La neve era dura e in parecchi posti gessosa, ventata. Comunque si camminava bene. Improvvisamente un nebbione terribile ci avvolse, tutto era bianco, sopra e sotto. Eravamo fermi su un costone con neve dura, ventata. Decidemmo di scendere per trovarci al laghetto. Cominciammo la discesa; sapevamo che ostacoli non ce n’erano, la neve alta copriva tutto. Bisognava scendere con prudenza, perché, non vedendo cunette e dossi, si era continuamente squilibrati. Facendo una bloccata di spigoli per fermarmi, sentii un leggero “crac” e pur essendo fermo, mi resi conto che stavo scendendo assieme alla neve. Un pensiero allarmante mi invase e mi terrorizzò; lanciai un urlo ai miei compagni: “La valanga …”, ma improvvisamente il mondo sotto i miei sci non si mosse più. Con il cuore che batteva velocemente, ripresi a scendere, con i nervi tesi temendo il pericolo che non potevo vedere, e in pochi minuti fui giù al lago con gli amici che non si erano accorti di nulla. Ragionando poi con calma ci convincemmo che c’era stato un assestamento del manto gessoso che per due, tre secondi era scivolato senza rompersi. I milanesi cantavano “la nebia che belèsa …”, ma io mi permetto di darvi un consiglio: “State lontani dalla nebbia ovunque voi siate”.
In alto: il mare di nebbia dalla cresta di Ponteranica A fianco: verso il passo Suretta Sopra: la vetta dello Spadolazzo avvolta dalla nebbia
CAI MORBEGNO 61
WALTER
Un eroe del nostro tempo E’ morto Walter Bonatti, icona dell’alpinismo mondiale fra gli anni’50 e ’60. Di lui si diceva che avesse sette vite, tante furono le situazioni al limite dell’impossibile dalle quali riuscì ad uscire indenne. Il suo curriculum di alpinista, di esploratore e di scrittore è lunghissimo. Non pensiamo quindi di sostituirci alla stampa specializzata per tratteggiare la sua figura: ci affidiamo, per questo, ai tanti articoli che sono apparsi e che continueranno ad essere pubblicati per commentare la sua incredibile carriera. Noi vogliamo semplicemente sottolineare che Walter Bonatti era ed è anche un po’ nostro, dal momento che sui monti del Màsino aveva a più riprese lasciato la sua autorevole firma e che, prendendo casa qui da noi, a Monastero di Dubino, era diventato nostro conterraneo. Preferiamo ricordarlo, allora, attraverso la testimonianza di un nostro associato, alla quale faremo seguire il racconto, scritto da Bonatti stesso, di una delle sue imprese più celebri: la salita in solitaria al Petit Dru.
62 CAI MORBEGNO
BONATTI
Ci scrive l’amico Marino Del Monte: “Qualche anno fa salivo, con il solito gruppetto di compagni, dai Bagni Màsino al rifugio Gianetti. Era un bellissimo sabato di novembre, con la montagna imbiancata da una recente nevicata. Per mantenerci in allenamento in vista della vicina stagione sci alpinistica, eravamo usciti, come si dice, solo per «fare dislivello», fin dove lo spessore della neve ce l’avrebbe consentito. Lungo la mulattiera scorgemmo davanti
a noi un terzetto che procedeva con passo più lento e che si fermava spesso a chiacchierare. Quando lo raggiungemmo uno di loro, scostandosi ai bordi del sentiero, esclamò: “Lasciamo il passo ai professionisti”, dando a quel termine, come spesso si usa, il significato estensivo di persone più forti. Non potei fare a meno di ribattere: “Grazie, ma credo che l’unico, vero professionista sia lì con voi”. Avevo infatti riconosciuto l’inconfondibile chioma bianca di Walter Bonatti che, con un
sorriso, fece mostra di gradire il complimento. Ritrovammo i tre al ritorno nei pressi della baita del Pianone, dove si erano fermati a ristorarsi. Invitati a condividere con loro una tazza di caffè, non ci parve vero di poter avere un incontro ravvicinato con il mito dei nostri anni giovanili. Parlammo, ovviamente, di montagna e di scalate, consapevoli che eravamo di fronte a uno dei protagonisti più importanti dell’epopea alpinistica. Con CAI MORBEGNO 63
la sua parlata fluente ci esponeva la sua filosofia di vita, che conoscevo a memoria per averla letta tante volte nei suoi scritti. Sostenitore dell’alpinismo classico, riteneva che fosse da rigettare l’utilizzo dei chiodi cementati nella roccia, perché, snaturando le difficoltà intrinseche della salita, annullavano il piacere di saperle vincere. Era, però, anche molto pragmatico: affermava che non c’è nulla di assoluto e che, quindi, tutti i mezzi di progressione possono essere giustificati, purché mediati ed armonizzati da un’intransigente coscienza alpinistica, che subordina i materiali e le tecniche alle mete ideali che si vogliono raggiungere. Si parlò poi della Valmasino e delle sue splendide pareti, con le quali Bonatti si era più volte misurato, e del Giulio Fiorelli, il mitico gestore della Gianetti,
64 CAI MORBEGNO
di cui ricordava divertito le ingenue furberie con le quali cercava di arrotondare le voci del conto spese in rifugio. Fu quando, inevitabilmente, la conversazione si spostò sul K2 che il tono, fino ad allora pacato, mutò. Fu come se una tanica di benzina avesse preso fuoco. La verve narrativa divenne foga risentita nel riproporre le ben note argomentazioni con le quali, per cinquant’anni, aveva inutilmente cercato di ristabilire la verità sulle fasi conclusive di quella scalata, perché fosse riconosciuta la correttezza dei suoi comportamenti. Era veramente arrabbiato: con Compagnoni e Lacedelli che mentirono; con Desio, il capo spedizione, che per non offuscare la vittoria accreditò una versione distorta della realtà; con il CAI che non
volle o non seppe prendere una posizione. Come dargli torto? Sul K2, tra il 30 e il 31 luglio 1954, in compagnia del portatore Mahdi, dovette trascorrere una notte all’addiaccio fra il campo VIII e il campo IX. A 8100 metri di quota! Rischiò davvero di perdere la vita quella volta. In più, al ritorno, venne accusato di aver messo a rischio il felice esito dell’impresa a causa della sua ambizione di arrivare in vetta. Ora tutto è chiarito e le sue ragioni sono state ufficialmente riconosciute dal CAI, ma quanto tempo c’è voluto! E quel giorno non lo sapeva ancora. Ci lasciammo, infine, e la mia stima nei confronti di quest’uomo, per oltre trent’anni protagonista indiscusso dell’avventura, ne uscì consolidata”.
CON BONATTI SUL PETIT DRU Nel giugno 2005 l’ultimo di una serie di crolli sventrò e travolse il versante Ovest del Petit Dru, vetta appartenente al gruppo dell’Aiguille Verte, nella parte settentrionale del massiccio del Monte Bianco, distruggendone la parete di destra. La spalla della montagna e tutto ciò che vi stava al di sotto crollarono, cancellando il pilastro Sud Ovest sul quale, dal 17 al 22 agosto 1955, Walter Bonatti, dopo due tentativi falliti, tracciò in solitaria la via che segnò una tappa indimenticabile nella storia dell’alpinismo. Per portare a termine la sua incredibile impresa, l’alpinista lombardo aveva con sé “80 chiodi, 2 martelli, 15 moschettoni, 3 staffe a tre pioli l’una, 2 corde da 40 metri (una di nylon e una di seta), una dozzina di spezzoni di cordino, 6 cunei di legno, una piccozza, viveri per 5 giorni, un fornelletto, una borraccia di alcool, indumenti da bivacco e di ricambio, medicinali, materiale fotografico e una radiolina portatile per mantenere il contatto con gli amici”. Il tutto era stipato in un grande sacco cilindrico, fatto confezionare appositamente, alto tanto quanto una persona e pesante 30 chili. Ecco il racconto della fase decisiva della salita, il superamento del passaggio chiave, quello determinante per il successo della scalata, oltre il quale ogni possibilità di ritorno alla base per la stessa via era precluso. Lo scritto, come il virgolettato relativo al materiale, è tratto dal libro di Walter Bonatti “Le mie montagne”, edito da Zanichelli nel 1961.
“Da quando ho concluso l’ultima sfortunata calata a corda doppia che mi ha portato in fondo all’imbuto, ho sempre usato una sola corda da 40 metri di nylon, tenendo l’altra di seta dentro il sacco. Ora è giunto il momento di fare uso di tutte e due perché dopo un attento esame, favorito dal luogo in cui mi trovo, mi pare di avere intravisto una soluzione nel raggiungere con lunghi pendoli una lunga spaccatura che solca interamente tutto il lato destro dell’abside e continua ancora per almeno 40 metri, forse
fino a raggiungere la zona di rocce rotte ed inclinate, fallita da questa parte. Dopo aver schiodato tutta la sottostante fessura, lasciando infisso soltanto l’ultimo chiodo, il più alto e più sicuro, inizio una serie di complicatissime manovre di pendoli verso destra. Il primo di questi è lunghissimo e mi riporta fin dentro l’abside, sotto il grande tetto nero, ma quando ricupero le corde sento che non scorrono per il troppo attrito, così devo ritornare indietro per rifare il passaggio con due pendoli. CAI MORBEGNO 65
Il terzo più che un pendolo è una traversata a corda quasi orizzontale, che mi consente di arrivare su una lunga e sottile cengetta. Invano tento e ritento di alzarmi sulla liscia parete soprastante per poter piantare un chiodo abbastanza in alto da consentirmi un’ultima pendolata. Allora provo a forzare una traversata orizzontale verso destra, ma dopo pochi metri resto allibito: tra me e la fessura si apre improvviso un immenso vuoto rientrante, svasato e liscio come una mostruosa conchiglia. Ovunque lo sguardo si posi all’intorno, non fa che incontrare strapiombi e liscioni insuperabili, il vuoto è assoluto e ormai nauseante. Comprendo che non posso più tornare indietro. Non posso scendere né salire. Non posso andare avanti e l’inizio della fessura è lì a una dozzina di metri da me, irraggiungibile sull’abisso. Mi sento perduto, svuotato di ogni forza fisica e morale e per almeno un’ora resto incapace di reagire, incollato all’unico chiodo che sostiene me e lo zaino in quell’isolamento totale. Ma di fronte alla certezza di morire, le risorse umane si rivelano ben più grandi di quanto io stesso credevo. A poco a poco ritrovo il controllo di me stesso ed alla fine, forse pensando che non ci si può rassegnare ad attendere inerti la morte quando per cinque giorni si è lottato disperatamente per vivere, si riaccende in me un lumicino di speranza e ritrovo il coraggio di affrontare quell’imponderabile che già avevo accettato partendo per una simile impresa. Ai piedi della lunga spaccatura che dovevo raggiunger mediante le pendolate, si protendono delle scaglie di roccia fatte come una 66 CAI MORBEGNO
mano con le dita aperte. Penso di poterle prenderle al volo con un laccio di corda per issarmi sino a loro. Ho deciso che farò così. Ma sono dita dall’aspetto infido e presto mi avvedo che prese al laccio non possono sorreggermi. Allora al capo della fune fisso tanti anelli, tentacoli, nodi, come le bolas, pensando che quella specie di piovra di corda, lanciata sulle scaglie, dovrebbe ben finire con l’incastrarsi da qualche parte. Dopo una decina di lanci la corda sembra incastrarsi nel migliore dei modi. Do uno strattone di prova, rabbrividisco: la corda si sgancia mollemente. Ritento più volte, finché la piovra si aggancia di nuovo. Stavolta, tirando, resiste. Ma io do strattoni laterali. Quando sarò appeso alla fune verticalmente sotto le scaglie, i nodi e gli anelli non si sfileranno dalla presa? E le scaglie stesse, dall’aspetto così precario, non si staccheranno? Meglio non pensarci, dato che non c’è altra soluzione.
Prendo le ultime precauzioni prima di lanciarmi nel vuoto. Legato all’altro capo della corda lanciata, v’è il sacco: per poterlo ricuperare dall’alto, lo sgancio dal chiodo al quale sono anch’io ancorato, e delicatamente lo poso in bilico sulla stretta cengia. Nell’anello del chiodo passo invece l’altra corda sino alla sua metà, dopo di che mi lego intorno alla vita i due capi chiudendo così un anello di circa venticinque metri di circonferenza: questa costituirà l’unica autoassicurazione possibile per l’insolito passaggio che mi attende. Guai però se accadesse di dover contare su di essa: significherebbe compiere una caduta di oltre venti metri e quasi senza speranza che il piccolo chiodo possa resistere allo strappo. Ogni preparativo è stato fatto. Ora non mi rimane che giocare la sorte. Un’ultima snervante esitazione, un’ultima intima invocazione di salvezza e, quando un tremore incontrollabile incomincia ad invadermi, prima che le forze
mi vengano meno, chiudo gli occhi per un attimo, trattengo il respiro e mi lascio scivolare nel vuoto aggrappato con le sole mani alla corda. Per un istante ho la sensazione di precipitare insieme alla corda, poi il volo in avanti lentamente si smorza e quasi subito sento che sto oscillando indietro: l’ancoraggio ha tenuto! Sono attimi questi in cui cento ragionamenti si accavallano, eppure con assoluta chiarezza si imprimono nella mente per tutta la vita. Per ancora qualche secondo mi lascio trasportare avanti e indietro nella vertiginosa altalena, indi prima di incominciare a girare su me stesso nel vuoto, mi isso sulle braccia lungo la corda. Ad ogni metro di salita il pericolo aumenta perché le oscillazioni che senza volerlo imprimo alla fune, si ripercuotono sempre più forti e più fitte sull’aggancio che non so quanto sia solido. E’ uno sforzo estremo, tesissimo, in cui partecipo con tutto me stesso, ormai dominato soltanto dall’istinto. Quando devo abbandonare la corda per aggrapparmi alle scaglie, ho ancora un attimo di esitazione: temo che tutto mi debba crollare addosso, lo penso e già mi trovo a strisciare sulle sue asperità, facendomi leggero il più possibile. E’ andata bene. Lascio passare l’eccitazione che mi ha invaso, poi incomincio a ricuperare il sacco, la sua gigantesca pendolata nell’abisso mi impressiona. Quindi inizio a sfilare la corda che mi cingeva la vita e, quando ho la certezza che essa scorre liberamente nel chiodo, provo un grande sollievo. Ora posso veramente considerarmi fuori dal «mauvais pas»”.
Da questo punto Bonatti continua a salire, non senza incontrare nuove e improvvise difficoltà tecniche estreme che lo fiaccano psicologicamente, fino al calare del buio quando, su un terrazzino, riesce a sistemarsi per il suo quinto bivacco in parete. Riprende all’alba del mattino seguente con le mani doloranti per cinque giorni di arrampicata e, sostenuto dagli incitamenti degli amici che gli sono venuti incontro lungo la via normale, affronta gli ultimi impegnativi ostacoli che lo separano dalla vittoria. Alle 16.37 del 22 agosto è finalmente la vetta.
CAI MORBEGNO 67
PUNTA
68 CAI MORBEGNO
A CADINI
I primi raggi di sole illuminano le scie degli aerei che vanno, vengono, s’incrociano nel cielo. Poi piano piano il luccichio illumina la vetta del San Matteo. Tutto intorno una lunga palizzata bianca di vette corre a chiudere l’orizzonte. Procediamo in fila indiana, per la verità anche doppia, sul ghiacciaio dei Forni. la meta è la Punta Cadini, 3524 m. Ad ovest il pendio sotto la seraccata del San Matteo è
una gita quasi...sociale ricamato da mille tracce di discesa, mentre una sola sale a zig-zag percorsa, a tratti più o meno regolari, da gruppi di scialpinisti quasi fossero dei minuscoli treni sui binari. Mentre il sole finalmente raggiunge anche il nostro gruppo, iniziamo la ripida salita che ci porta a superare la seraccata che scende dal pianoro superiore. Saliamo a passi lenti, la quota comincia a farsi sentire. Superato un tratto con ghiaccio affiorante, eccoci sul pianoro. Il gruppo non è più compatto, i primi sono già in vetta, che anche noi raggiungiamo percorrendo l’ultimo tratto a piedi dal "deposito sci". Lo sguardo si apre ulterirmente verso il Brenta e l’Adamello. Non si vede che neve, il bianco è abbagliante. Il tempo per un panino, le foto di rito e poi discesa.
CAI MORBEGNO 69
Una gita fuori porta alla
SELLA DI PIO D
La sveglia suona ad un’ora impossibile, il ritrovo è al Capriccio alle cinque e trenta. Trovo gli amici con gli occhi assonnati, sicuramente ed esattamente come i miei. Dopo aver percorso una strada terribile, a Predarossa si calzano gli sci subito dopo il ponte. Albeggia e le prime falcate rivelano un equilibrio precario, poi via via si fanno più sicure. Un silenzio ovattato accompagna la nostra salita poichè la nebbia avvolge la piana, nebbia che, improvvisamente, si dirada per mostrare il sole che fa capolino dalla cresta di Cornarossa. Siamo in molti a salire, sferzati da un vento fastidioso procediamo compatti; ma, là davanti, stanno salendo col freno a mano tirato e infatti, ben presto, il gruppo si sgrana. Messo piede, o meglio sci, sul ghiacciaio di Predarossa il vento cessa e, un po’ oltre, incontriamo Cesare, Franco e Davide che già scendono, ripellano e risalgono con noi. 70 CAI MORBEGNO
Alla Sella pare di essere in “piazza” in un giorno di festa e un po’ questo guasta le sensazioni offerte dallo sguardo che corre, si ferma, riparte a scandagliare ogni angolo del meraviglioso panorama. Giungono gli ultimi componenti del gruppo, quattro chiacchiere, un sorso di tè e il tuffo nei 40 centimetri di neve fresca. La discesa sul ghiacciaio si rivela appagante. Sulla morena il sole ha già fatto il “suo” e ci regala una neve trasformata, non sempre perfetta, seppure accettabile. L’attraversamento della piana di Predarossa si rivela ostico, la neve è fradicia e spesso si affonda fino al ginocchio, ma anche questo, non senza imprecazioni, è superato. La preoccupazione per la discesa lungo la pessima strada è mitigata dall’idea di una sosta che si rivelerà proficua. Ci sediamo al sole nel giardino della Casa delle Guide di Filorera dove dell’ottimo Prosecco e altrettanto ottimi gnocchetti verdi al burro e salvia ci fanno concludere al meglio la giornata.
O DA
CAI MORBEGNO 71
Incontri al vertice al
Due volte quest’anno abbiamo raggiunto il Rifugio Benigni con un gruppo sociale. Entrambe le volte in occasione di circostanze ufficiali. Il 26 giugno era la giornata proposta dal CAI regionale per lo svolgimento del Festival delle Alpi, nel quale tutte le sezioni della Lombardia, singolarmente o associate, dovevano organizzare qualche evento finalizzato alla promozione della montagna. Il CAI Morbegno vi ha partecipato in accordo con il CAI Alta Val Brembana. Salendo, noi da Pescegallo, loro
RIFUGIO BENIGNI da Avaro, ci siamo incontrati al Benigni che, essendo sul crinale che separa le rispettive vallate, fa da trait d’union fra le due realtà sociali e sede ideale per la condivisione di esperienze e di problemi. Il 24 settembre si è voluto organizzare un incontro a tre. Oltre alla sezione valtellinese e a quella bergamasca, era presente anche la lecchese sezione di Introbio; con lo scopo di trovare momenti istituzionali per concordare attività comuni e per consolidare eventuali azioni di mutuo sostegno. Ci si è lasciati con la volontà di approfondire in un prossimo futuro i problemi posti alla reciproca attenzione. Un primo appuntamento simbolico è stato individuato nel raduno che si terrà il prossimo anno sul Pizzo dei Tre Signori, la cima che accomuna le tre province di Bergamo, Lecco e Sondrio. In entrambe le occasioni il CAI Morbegno ha coinvolto un discreto gruppo di soci.
72 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 73
PIZ MEZD
Terrazza sull’Engadina St. Moritz Bad – Piz Mezdì: 3 ore e 30 minuti per coprire 1200 m di dislivello distribuiti su 8 km. E’ la tabella di marcia tenuta dal gruppo dei 23 escursionisti che, domenica 21 luglio, hanno aderito alla proposta del CAI Morbegno. La giornata è serena e fresca, pare fatta apposta per camminare. Il tracciato, nella sua prima parte, indugia in lunghi traversoni nell’abetaia; sì, è vero, camminare su sentieri dalla pendenza moderata, per di più lisciati come biliardi, è gradevole e riposante, ma così non si fa quota e i tempi sembrano eterni. Ci si rende conto del fatto quando si scende. Solamente più in alto, dove i turisti ciabattoni non arrivano, il sentiero diventa un vero tracciato di montagna, anzi, in prossimità della cima è addirittura ripido. Il Piz Mezdì non è una cima vera e propria, è un’ampia dorsale sassosa, parte terminale della costiera che separa l’Alta Engadina
74 CAI MORBEGNO
dalla Val Roseg. Da qui il panorama è assicurato a 360°: sui laghi di Sils e Silvaplana, per la verità visibili un po’ di sghimbescio, su quello di St. Moritz, sui monti tutt’intorno e, verso sud, sulle colate glaciali del gruppo Bernina–Roseg. Oltre Samaden, lo sguardo si spinge verso la Bassa Engadina. Tutta l’area è costellata di “ometti” che evidentemente, qui in Svizzera, costituiscono una tradizione, perché sono presenti in abbondanza anche in altre località. Ne costruiamo uno anche noi. Ci pensa Mario che con pazienza, provando e riprovando, una pietra sopra l’altra, realizza il più alto di tutti. Sulla via del ritorno ci si separa. Qualcuno, non pago della sgambata del mattino, fa una variante ad una vicina altura panoramica, altri, all’insegna dell’«abbiamo già dato», preferiscono scendere alle auto.
ZDÍ
CAI MORBEGNO 75
Cavalcata retica al
PASSO DI CASNILE Come sono da invidiare gli organizzatori di eventi al coperto! Non hanno l’ambascia di stare appiccicati al monitor di un computer per seguire le evoluzioni di un tempo che non ne vuole sapere di stabilizzarsi. Programmata per il 24 luglio, la traversata dall’Albigna al Forno per il Passo di Casnile, non s’è potuta effettuare a causa di previsioni meteo decisamente proibitive. E’ stata ripescata il 14 agosto, approfittando di una domenica con un tempo di cui possiamo solo dire: “Ce l’ha fatta buona”. Infatti il cielo sereno e terso del mattino ha lasciato il posto, già nel primo pomeriggio, ad una copertura sempre più spessa e ad alcuni momenti di pioggia leggera,
76 CAI MORBEGNO
ma, a quel punto, eravamo già al Maloja in attesa del bus di linea. Non c’è molto da annotare sullo svolgimento dell’escursione: eravamo in 23 ed è andato tutto bene. Saliti senza intoppi dall’Albigna al Passo di Casnile, abbiamo affrontato, dopo una sosta spuntino, il disagevole vallone che digrada sul ghiacciaio del Forno. Disagevole perché, libero dal glacio-nevato che lo ricopriva in permanenza fino a una ventina di anni fa, è ora occupato da una pietraia di sassi instabili, sui quali è veramente difficile progredire. E soprattutto nell’ultimo tratto, dove la pendenza è più marcata, il terreno morenico derivante
dalla riduzione della superficie del ghiacciaio ha creato qualche difficoltà. Chi aveva effettuato lo stesso percorso anni prima, si è detto sorpreso dalle modifiche sopraggiunte e, soprattutto, impressionato dal’entità del ritiro e dell’abbassamento subito dalla grande lingua che un tempo era rigonfia di ghiaccio. Si pensi che la pista che conduceva al Rifugio del Forno, prima interamente segnata sulla superficie del ghiacciaio, hanno dovuta spostarla, non senza problemi di tracciatura, sulla morena di destra. Il tragitto fino a Maloja è stato lungo e un po’ noioso, soprattutto nel tratto fino alla biforcazione di Plan Canin: la indiscutibile maestosità e bellezza dello scenario circostante ha ripagato solo in parte la monotonia del cammino. CAI MORBEGNO 77
APUANE di Roberto Angelini
78 CAI MORBEGNO
Lo scorso mese di agosto la Sezione del CAI di Morbegno, ben diretta dal suo presidente Domenico Del Barba, nel corso di una tre giorni di rara bellezza ha portato a termine l’annuale spedizione “montagna/mare”. Un binomio che fino a qualche anno fa non era mai stato inserito nei calendari, ma che da qualche tempo costituisce uno degli appuntamenti più attesi dell’intero programma. Di prima mattina, venerdì 26 agosto, Cesare, l’abituale autista della STPS, aspettava noi tutti nel piazzale della Stazione di Morbegno con il motore caldo acceso. Alle 06:00 in punto partenza alla volta di Sarzana. Meta del week end le splendide Alpi Apuane. Alle 14:00, dopo avere sistemato i bagagli in albergo, siamo partiti per una camminata di 5 ore lungo i pendii della valle del Magra. Dopo un primo tratto di salita lungo la costola rocciosa, il
gruppo ha svoltato in direzione Sud Est per raggiungere la foce del Faggiola. La seconda metà del tragitto ci ha visti tagliare a mezza costa su un terreno erboso per raggiungere la vetta del monte Sacro (1.749 m). Vi lasciamo immaginare la vista panoramica della quale abbiamo potuto godere. Per il ritorno abbiamo percorso la costa opposta a quella utilizzata per salire. Dopo una bella camminata, il gruppo ha raggiunto il “Carrara” nei pressi di Campo Cecina. All’interno del Rifugio ci aspettava il gestore che, avvisato del nostro arrivo, ci aveva preparato uno spuntino nel quale il lardo di Colonnata dop, prelibatezza locale, regnava sovrano. Il giorno successivo, sabato 27, abbiamo ancora avuto l’onore e la gioia di essere accompagnati da Giorgio Moruzzo, presidente della Sezione CAI di Sarzana. In compagnia anche di Maurizio,
un altro socio della stessa Sezione, abbiamo affrontato la seconda giornata. L’itinerario scelto per la giornata prevedeva l’ascesa al monte Tambura (1.890 m): la vetta più alta dell’intero gruppo delle Apuane. L’inizio dell’escursione ci ha visti impegnati lungo un sentiero nel bosco. Una vera fortuna visto il caldo che da giorni attanagliava l’intera penisola. Un immenso faggeto ci ha accompagnati fino ad un’ampia zona di rocce calcaree. Raggiunto il passo Tambura (1.620 m) ci è toccato l’ultimo tratto, tutto su un crinale molto accidentato. Il tragitto è stato complicato da un forte vento che ci ha obbligati a esercizi di equilibrismo. Raggiunta la vetta e addentato il meritato panino, siamo rimasti seduti ad ammirare il panorama che a dire il vero ha scatenato in noi riflessioni e successivamente discussioni. Ci trovavamo infatti
proprio sopra alle immense cave del marmo di Carrara. La montagna si presentava deturpata, mostrandoci tutte le sue ferite. Uno scempio che non cessa da centinaia d’anni. E’ stato duro per noi cultori della montagna incontaminata assistere a quello spettacolo desolante. Unica consolazione è giunta dalla consapevolezza che quel marmo è servito per la realizzazione di grandi opere d’arte come la Pietà di Michelangelo. Quanti grandi scultori italiani si sono serviti di questa materia prima contribuendo a rendere l’Italia la capitale mondiale dell’arte. Dopo il riposo e le nostre meditazioni la discesa: che ci ha visti impegnati lungo una vecchia mulattiera abbastanza sconnessa. Si tratta della via Vandelli, la quale dal mare consente di raggiungere l’interno della Toscana. La mattina successiva, prima
della nostra partenza, ci ha fatto visita un’altra affiliata al CAI locale: Giordana, una valtellinese originaria di Tirano, con la quale non sono mancati gli spunti per una piacevole chiacchierata. Alle 17 siamo saliti sul pullman che ci ha riportati in albergo. La domenica è stata dedicata al mare. La scelta è caduta sulla splendida Lerici. Per raggiungere questo centro abbiamo attraversato il Parco di Montemarcello con l’omonimo paesino situato a 400 m. Il percorso è stato decisamente piacevole, il sentiero è ben segnalato e totalmente in ombra. Dopo 4 ore, percorse in completa scioltezza, siamo finalmente arrivati di fronte al mare. Unico pensiero, una defaticante nuotata. Alle 22:00 della stessa giornata eravamo di nuovo a Morbegno, pronti a ripartire verso la prossima meta.
CAI MORBEGNO 79
MONTE LEGNONE
Una gita fuori programma
Non rientrava nel calendario annuale del CAI, ma spesso gli eventi imprevisti sono quelli che danno i risultati migliori. Da alcune stagioni la salita al Legnone era richiesta a gran voce da più di un socio, ma anche quest’anno pareva che dovesse rimanere una pia illusione, perché non si era riusciti ad infilarla nella lista delle gite, invece … Invece in pochi giorni, grazie al potenziale organizzativo di Angelo (il De Donati rais della Val Lesina), e ad un buco del calendario, il matrimonio si è combinato. Così il primo di ottobre eccoci a Delebio, pronti per l’escursione. Il programma è molto semplice: in fuoristrada lungo la Val Lesina fino ai 1400 m di Panzone (a proposito, la piccola Panda 4x4 su queste piste è un portento) quindi salita alla vetta lungo il canalone del Colombano. Certo che la nomea di questo itinerario, responsabile nel corso degli anni di molti lutti, un po’ intimidisce. E, in effetti, le placche che costituiscono il suo zoccolo, pur protette da catene, richiedono molta attenzione, soprattutto quando sono umide. Poi però le cose migliorano decisamente e, seguendo i bolli segnavia di una traccia molto ripida, ma priva di difficoltà, raggiungiamo la panoramica cresta a sbalzo su Colico e sul Lario. La giornata non è limpidissima, almeno dal punto di vista fotografico, ma permette comunque di cogliere la maestosità del panorama. Siamo in 13 a contendere agli altri numerosi escursionisti gli spazi di sosta attorno alla grande croce. Ci raggiunge anche Cesare (il De Donati junior): si lancerà col parapendio alla ricerca delle correnti ascensionali che lo porteranno a gareggiare con le petulanti taccole. Belle le sue evoluzioni nel cielo, chissà come ci si sente lassù?! Scendiamo a valle lungo la cresta sud-est e le più agevoli stradine militari per concludere la piacevole giornata a Ciazcòlt, alla “baracca degli attrezzi” dell’Angelo, dove ha luogo un evento importante: un concorso di torte confezionate dalle signore partecipanti alla gita. A giudicare dal gradimento, sono risultate tutte vincitrici. 80 CAI MORBEGNO
E
CAI MORBEGNO 81
In Valtartano sul
SENTIERO PANIGA Come da copione
Ce l’abbiamo fatta! L’appuntamento annuale sul Sentiero Andrea Paniga è spesso un terno al lotto per via del tempo. Annullato lo scorso anno proprio a causa delle pessime condizioni atmosferiche, anche quest’anno ha rischiato di subire la stessa sorte. Tanto per capirci, ecco il laconico bollettino meteo della notte: neve fino a 1400 metri. Partiamo ugualmente sotto un cielo plumbeo, aggrappati solo alla fiducia in una fascia di azzurro che si fa strada laggiù, verso il lago e nelle previsioni per la giornata che danno vento da nord e sereno a partire da metà mattina. Ci azzecchiamo. Siamo in 22, il 9 ottobre, a risalire un po’ mestamente la Val Budria con lo sguardo rivolto alle cime nascoste da una fitta nuvolaglia. Quando siamo a Saröden, però, 82 CAI MORBEGNO
il sole riesce a vincere la sua schermaglia con la nebbia che corre lungo le creste, rendendoci più allegri e ciarlieri. A tratti c’è vento e, soprattutto nei versanti all’ombra, fa molto freddo. La neve caduta nella notte, essendo la prima dopo un settembre decisamente caldo, coglie tutti impreparati, ma oramai il sole è diventato padrone del cielo. Scavalcata la bocchetta che immette nella conca di Suna, scendiamo lungo il pendio viscido per i residui di neve e per le tredici, puntuali, riusciamo ad essere alla Baita dell’Agula a Val-laùur, dove siamo attesi per una lauta polentata preparataci con grande disponibilità dagli amici di ViviOrobie. Il trattamento è, a dir poco, ottimo e la soddisfazione generale è pari solo al gagliardo appetito.
CAI MORBEGNO 83
L’estate è lunga per chi lavora, Luglio, Agosto, Settembre, assisto alla sfilata dei colleghi che partono e ritornano, abbronzati, rilassati, felici... arriverà un tempo anche per me? Il campanello torna a farsi sentire, il suono si fa più insistente, più deciso. E’ il richiamo del ‘fare’ che mi libera da quelle inibizioni che mi costringono nel mio nido, che reclama quella voglia di vivere che è insita in me, ma a volte si nasconde per poi riaffiorare violentemente...
SELVAGGIO BLU Il prospetto delle ferie è quello, date obbligate, imprescindibili, questo è l’unico limite... poi invento... Le opzioni sono molte e il rischio è di ripiegare sulla vacanza classica. Il tempo passa e l’ansia comincia a farsi sentire. Poi una proposta! Una meta già considerata ma mai realizzata... il Selvaggio Blu... per sentito dire il più bel trek,... mi incuriosisce! Si dorme nelle calette, la sera il fuoco, due risate, la compagnia... fa per me!! Si parte da Pedra Longa, una baia caratteristica della costa orientale sarda e si risale verso Cala Gonone addentrandosi nella macchia mediterranea al cospetto di imponenti pareti di inesplorato calcare ed del mare Blu sullo sfondo. Le premesse ci sono, nonostante ciò parto un po’ titubante, non conosco nessuno dei miei “coinquilini”, non sono particolarmente allenata e non so quali possano essere le difficoltà del trekking, tra l’altro c’è chi ne parla come di uno 84 CAI MORBEGNO
di Laura Spreafico
dei più impegnativi d’Italia… sarà vero? Vedremo… strada facendo… si parte! All’alba apri gli occhi perchè la luce te lo impone, assaporando l’incantevole paesaggio che fa da sfondo, l’ebbrezza di quello stato di torpore è piacevole. La natura non pone limiti, come il dolce sorriso materno mi accompagna verso la piena sobrietà, lentamente...poi raggiungo il culmine delle mie forze, l’adrenalina entra in circolo, ritrovo tutta l’energia, la carica, la voglia di sentirmi viva proprio quando il sole raggiunge il punto più alto, me lo vivo senza ritegno, persa nei miei pensieri e costretta a tornare alla realtà quando il sentiero lo richiede. La sera è tutto più tranquillo, l’arrivo sulla spiaggia è sempre piacevole... perché camminare seppur bello è routinario... quindi il solo fatto di appendermi a una parete... scalare al tramonto, col sole che scende nel mare e la roccia ancora calda, fare sicura a piedi
nudi nella sabbia fine… E’ notte, mi incupisco, lo scoppiettio del fuoco e il suono della chitarra fanno da colonna sonora al mio stato malinconico, fissando quel bagliore mi interrogo sui grandi perché, i desideri, i sogni, la grinta di realizzarli, tutti e subito! Così gli occhi cercano lo stato di quiete, combattuti tra la stanchezza e i pensieri che non si arrestano... Abbiamo violato la purezza, abbiamo acceso il fuoco cercando di allungare un po’ le nostre serate, utile, visto che il mese di ottobre è subito sera... Sì, abbiamo forzato il succedersi degli eventi, ma n’è valsa la pena perché niente è più bello della magia di quelle serate, la certezza di non voler essere in nessun altro posto se non lì, e la voglia di non ritornare più a casa. Solo adesso capisco lo strano sguardo di quelli là, quando parlavano del Selvaggio Blu... CAI MORBEGNO 85
I MERCOLEDÍ DEL CAI Il bilancio di “Quelli del mercoledì” è presto fatto: 45 escursioni (32 quelle estive) per un totale di 41000 metri di dislivello (31000 in estate). Non c’è male. Le uscite sono state effettuate, come già negli anni passati, sui monti di casa nostra, cercando di coprire l’intero territorio, di diversificare gli ambienti e di evitare ripetizioni. Certo che diventa sempre più difficile: dovremo pensare a qualcosa di nuovo. Dobbiamo registrare che la notorietà delle nostre gite infrasettimanali ha varcato i confini strettamente locali. Oramai, è risaputo: “Il CAI Morbegno esce il mercoledì”. Così è capitato in più di un’occasione di avere ospiti provenienti da altre sezioni, che, per motivi di
86 CAI MORBEGNO
compatibilità con i turni lavorativi o altro, hanno chiesto di aggregarsi al nostro gruppo. Sono stati, ovviamente, i benvenuti; gli scambi di esperienze sono sempre proficui. Un grosso benvenuto anche ai nuovi arrivi: Rosy e Gianni, Adelio, Alda, Domenico, Franco, Giuseppe e alla giovane Paola da Domaso. Ci siamo chiesti come potesse una ragazza chiedere di aggregarsi a persone che hanno superato da tempo l’età dei foruncoli, poi il mistero si è chiarito. Paola è operatrice come infermiera presso una casa di riposo: rispetto ai suoi assistiti ci vede come sbarbatelli. Allora, sia doppiamente benvenuta, non si sa mai.
CAI MORBEGNO 87
Nel più che fitto elenco di gare di sci, ciaspolate e rally sci alpinistici organizzati durante l’inverno, di camminate, cronoscalate, skyraces, biciclettate, feste d’alpe, raduni degli alpini che hanno caratterizzato la stagione estiva, segnaliamo alcuni eventi che ci sembrano meritevoli di attenzione.
GENNAIO Neve cercasi
Il mese di gennaio è trascorso praticamente senza alcuna precipitazione nevosa, condizionando la pratica dello sci alpinismo nelle nostre valli. Dopo le piogge della prima decade del mese, un cielo insistentemente sereno ha caratterizzato le giornate fino a metà febbraio. Peccato, perché la stagione pareva iniziata sotto i migliori auspici, con neve abbondante in novembre e in dicembre. Ma la pioggia caduta fino alle quote più elevate ha ridotto e rovinato il manto nevoso, soprattutto attorno ai 1000/1500 metri, rendendo difficoltose le escursioni sci alpinistiche classiche in Valgerola e Valtartano.
Neve sicura
Grazie all’organizzazione del CAI Morbegno, aula magna della Media Vanoni gremita venerdì 28 gennaio per la serata dedicata alla sicurezza in montagna in occasione delle gite sci alpinistiche e con le ciaspole. Matteo Galli, guida alpina e istruttore regionale CNSA, ha intrattenuto un pubblico attentissimo parlando di sicurezza con sci e ciaspole grazie alla conoscenza della neve e delle valanghe, la scelta ragionata e pianificata dell’itinerario, le verifiche e le decisioni sul campo, una condotta rigorosa e prudente, la capacità di autosoccorso.
FEBBRAIO Un doveroso ricordo
Il numero di febbraio de “Lo Scarpone” ha voluto ricordare Chiscio Caneva, scomparso all’età di 87 anni il 17 dicembre del 2010. Ci ha fatto molto piacere questo riconoscimento pubblico ad un caro amico, alpinista di spicco della nostra sezione che per molti anni ha guidato come presidente.
88 CAI MORBEGNO
UN ANNO DI MONTAGNA
MARZO Contributi per i rifugi
La Giunta della Regione Lombardia ha stanziato 3.680.000 per il triennio 20112013 per migliorare lo standard di qualità e i servizi dei rifugi e dei bivacchi di montagna. Quanto ai criteri di assegnazione dei contributi, la delibera prevede che gli interventi di costruzione, ristrutturazione, ammodernamento, ampliamento e straordinaria manutenzione debbano essere attuati con l’utilizzo dei materiali costruttivi tipici della tradizione locale, integrati con l’architettura tipica locale e realizzati riducendo al minimo l’occupazione del suolo.
Festeggiamenti per l’unità d’Italia
Suggestiva cerimonia il 17 del mese per celebrare l’unità d’Italia, nonostante una giornata grigia e ventosa. Alla presenza delle autorità civili e militari e di un folto pubblico due rappresentanti del CAI Morbegno, coadiuvati dalla locale Sezione ANA, si sono calati in corda doppia dal campanile di San Pietro srotolando un enorme striscione tricolore.
APRILE Motoslitte, eterno problema
Il CAI bacchetta il Parco Nazionale dello Stelvio, titola il giornale online “Vaol”. Con una lettera inviata dal presidente del CAI lombardo, Renata Viviani, al presidente del Parco dello Stelvio, Ferruccio Tomasi, si chiede se il trasporto in quota di sciatori che intendono effettuare percorsi fuori pista avvalendosi di mezzi di risalita a motore cingolati, al di fuori del contesto delle piste di sci, rientri tra quelli autorizzati. Il Club Alpino Italiano è da tempo impegnato sul versante della regolamentazione dei mezzi a motore circolanti con finalità voluttuarie in contesti di pregio ambientale.
CAI MORBEGNO 89
MAGGIO Melloblocco da incorniciare
Melloblocco, la manifestazione di bouldering che si tiene annualmente sulle strutture della Valmasino, dal Sasso di Remenno, ai Bagni e alla Val di Mello, è oramai diventata tradizione consolidata. E l’edizione 2011 è fra le migliori di sempre. Ecco i numeri: 2600 iscritti provenienti da 22 nazioni e un afflusso di 10.000 spettatori.
GIUGNO Festival delle Alpi
Promosso dal CAI Lombardia e dall’Associazione Montagna Italia, alla sua buona riuscita erano invitate tutte le sezioni lombarde con la proposta di qualche iniziativa. Vi ha aderito anche il CAI Morbegno che, con una ventina di suoi associati ha effettuato il giro dei laghi della Valgerola prima dell’incontro al Rifugio Benigni con gli amici del CAI Alta Val Brembana.
Ricordato Don Giovanni Rapella
A quattro anni dalla sua scomparsa, il giorno 17 luglio è stata inaugurata sulla Cima Piazzi, per iniziativa del CAI Valdidentro, una croce a ricordo di Don Giovanni Rapella, nativo di Morbegno, per tanti anni parroco di Valdidentro.
LUGLIO Riccardo Scotti in Caucaso
Il nostro associato Riccardo Scotti, geologo ricercatore del Servizio Glaciologico Lombardo, è partito il 28 luglio alla volta del Caucaso con una spedizione scientifica che si prefigge lo scopo di studiare i grandi cambiamenti climatici del nostro pianeta. La spedizione, di caratura internazionale, ha il supporto scientifico di un comitato di cui fanno parte i proff. Claudio Smiraglia dell’Università degli Studi di Milano, Kenneth Hewitt della Wilfrid Laurier University dell’Ontario, Canada, Christoph Mayer dell’Accademia delle Scienze di Monaco di Baviera e il Dott. Stefano Urbini dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma.
90 CAI MORBEGNO
UN ANNO DI MONTAGNA
AGOSTO Tragedia sulla “corda molla” al Disgrazia
L’incidente, avvenuto lungo la via della “corda molla” al Disgrazia, ha dell’incredibile. Coinvolti due alpinisti esperti: Antonio Costanzo (52 anni, di Milano, istruttore di alpinismo del CAI Monza) e Claudio Sandrini (60 anni, di Verderio Superiore, Lecco, aspirante istruttore di alpinismo). Quest’ultimo, probabilmente scivolato su un tratto misto di neve e ghiaccio, è rimasto appeso alla corda, causando però un distacco di pietre, una delle quali, cadendo, ha tranciato di netto la corda alla quale era assicurato. Purtroppo non c’è stato nulla da fare.
Nuova via sul Disgrazia
Domenica 21 agosto gli alpinisti valtellinesi Michele Comi, Luca Maspes, Stefano Mogavero e Popi Miotti, suddivisi in due cordate, hanno aperto una nuova via sull’inviolato sperone SE dell’anticima orientale del Monte Disgrazia. Dopo aver bivaccato nei pressi dei laghi di Cassandra, i quattro hanno attaccato la via: 680 m di dislivello con uno sviluppo di circa 800 m e difficoltà fino al VII-. La via è stata denominata “via del 149°”, perché precede di un anno le celebrazioni del 150° anniversario della conquista della vetta.
Frana la Thurwieser
Il 25 agosto una massa impressionante di roccia si è staccata dalla PuntaThurwieser, sul versante rivolto verso la Val Zebrù. Era già successo anche il 18 settembre 2004, quando una parte della vetta precipitò a valle in una densa nuvola di polvere. L’aumento delle temperature, producendo lo scioglimento del ghiaccio, fa sì che le rocce, private del loro collante, crollino. E con le rocce vengono spazzate via anche importanti testimonianze storiche. Sulla parete Sud Est della Thurwieser, saliva infatti la via attrezzata dagli Alpini durante la Grande Guerra.
CAI MORBEGNO 91
Questa, poi!
SETTEMBRE
Dal Rifugio Casati alla vetta del Cevedale in mountain bike. Protagonista dell’impresa è stato Vittorio Brumotti, uno degli inviati della trasmissione televisiva “Striscia la notizia”, in allenamento in Valtellina per preparare, il prossimo anno, la salita all’Everest, sempre in bici. Supportato da un team di alpinisti, Brumotti è riuscito a compiere la salita in 6 ore. Sì, va bene il Guinness dei primati, ma a noi viene da chiederci: “che senso ha?”
I predatori si riappropriano delle Alpi
OTTOBRE
Un interessante articolo è apparso sul Corriere della Sera del 25 ottobre. Riguarda l’indagine eseguita da Paolo Molinari, ricercatore dell’Università di Padova, sulla presenza dei grandi carnivori sulle Alpi. Un po’ ci interessa, dal momento che da alcune stagioni un orso, forse due, hanno scelto di soggiornare sui nostri monti. Il risultato del censimento è sorprendente: circa 200 lupi (70/80 sul versante italiano), arrivati dall’Appennino sulle tracce dei cinghiali di cui sono grandi cacciatori, 40 orsi, distribuiti in Friuli e soprattutto in Trentino, alcune unità di linci avvistate unicamente in Friuli e addirittura una trentina di sciacalli, storicamente mai presenti sulle Alpi, che, forse in seguito ai cambiamenti climatici, hanno risalito i Balcani per stabilirsi in Friuli e in Veneto. E’ un bene oppure è un male? I naturalisti sono ovviamente favorevoli e sicuramente in città si fa il tifo per questi grandi predatori, ma poi a dover sopportare i danni della loro presenza sono le popolazioni di montagna.
I rifugi fanno rete
NOVEMBRE
92 CAI MORBEGNO
E’ nato il Gruppo rifugi alpinistici ed escursionistici dell’Unione commercio della provincia di Sondrio. Ha come obbiettivo quello di fare rete al proprio interno e con il settore economicoturistico provinciale. Promozione, turismo, formazione, valorizzazione del territorio sono le parole d’ordine che animano i gestori dei circa 70 rifugi della nostra provincia. A dirigere il gruppo sono stati eletti Elisa Montani (Rif. Trona Soliva, Valgerola), come presidente, Iris Gherbesi (Centro della montagna, Valmasino) e Moreno Galli (Rif. Cassana, Livigno), come vicepresidenti. Saranno affiancati nel loro lavoro da altri 11 consiglieri. A tutti i nostri migliori auguri.
UN ANNO DI MONTAGNA
DICEMBRE
Missione compiuta
4 dicembre. Fabio Salini e Daniele Fiorelli, alpinisti di casa nostra, hanno conquistato la vetta del Fitz Roy, montagna simbolo della Patagonia assieme al Cerro Torre. In una giornata disturbata da un vento furioso che ributtava in alto la corda lanciata per effettuare la discesa in doppia, i due alpinisti valtellinesi hanno effettuato l’impresa vincendo al secondo tentativo la “supercanaleta”, l’impressionante canalone che taglia letteralmente in due il Fitz Roy.
E la neve?
Così come l’anno era iniziato senza neve, dicembre si sta rivelando avaro di precipitazioni. Temperature al di sopra delle medie stagionali e giornate serene hanno caratterizzato, oltre a novembre, anche i primi dieci giorni di dicembre. I cultori delle ciaspole e dello sci alpinismo dovranno pazientare ancora un po’. Non rimane loro (e a noi) che consolarsi con lunghe passeggiate al tepore del sole dei Cech e dei monti lariani occidentali in attesa di tempi migliori.
CAI MORBEGNO 93
NOTIZIE DALLA SEZIONE I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2011 gli iscritti sono 577 così suddivisi: 384 ordinari, 151 famigliari e 42 giovani. Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti. CONSIGLIO DIRETTIVO Presidente Domenico Del Barba Segretario Davide Bonzi Consiglieri Danilo Acquistapace Enrico Bertoli Alessandro Caligari Angelo De Donati Andrea De Finis Carlo Mazzoleni Tarcisio Pezzini Marco Poncetta Claudia Ponzoni ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) Franco Scotti (ISA) Cesare De Donati (INSA/IAIl) ISTRUTTORI SEZIONALI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Mario Spini Moreno Libera Danilo Acquistapace Gottardo Riva Riccardo Scotti
94 CAI MORBEGNO
ASPIRANTI ISTRUTTORI SEZIONALI DI SCI ALPINISMO Andrea De Finis Tommaso Donadelli Luca Gusmeroli Mirco Gusmeroli Carlo Mazzoleni Angelo Rossanese ACCOMPAGNATORI DI ESCURSIONISMO Davide Bonzi (AE) Alessandro Caligari (AE) I CORSI Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2010 a marzo 2011, presso la palestra di via Prati Grassi si sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. Corso base di sci-alpinismo Si è svolto da gennaio a marzo, articolato in 7 lezioni teoriche presso la sede CAI e 6 esercitazioni pratiche in montagna: Cima di Ponteranica (Valgerola), Passo di Pedena (Valle di Albaredo), Roccabella (Grigioni, Bivio), Piz d’Emmat da Daint (Engadina), Piz Arpiglia (Engadina) e 2 al San Bernardino (Pass de Mucia e Pizzo Uccello). I diplomati: Acquistapace Matteo Barana Davide, Barni Riccardo, Bianchi Marco, BossiEleonora, Cairati Jacopo, Cassina
Cristian, Ciapponi Margherita, Cucchi Monica, Curtoni Davide, Dattomi Giovanni, De Finis Erika, Dell’Oro Marco, Della Torre Paolo, Fumagalli Claudia, Fumagalli Guido, Gusmeroli Andrea, Libera Michele, Magoni Carlotta, Monti Umberto, Nori Pamela, Ruffoni Sara, Tagliabue Alessandra, Tavani Giovanni Corso di arrampicata Si è svolto nei mesi di settembre e ottobre. Sei le lezioni teoriche, seguite da altrettante esercitazioni pratiche: Sasso del Drago (Val Bregaglia), Placche di Lirone (Valle Spluga), Sasso Bianco (Valchiavenna), Zucco Angelone (Valsassina), Falesia di Menaggio, Placche di Bette (Valchiavenna). I diplomati: Balgera Alessandro Bontà Serena Busi Santino Donadelli Tommaso Giboli Valeria Lombardini Milena Lorenzini Gianmarco Panarello Lorenzo Scaramella Diego Triulzi Moris LE GITE Gite domenicali Il consuntivo 2011 delle escursioni presenta luci ed ombre. Alcune iniziative sono state annullate a causa del maltempo, altre non hanno raccolto un numero sufficiente di adesioni. In generale,
però, la quantità e la qualità delle gite sono state discrete, grazie anche alla disponibilità di quei soci che si sono assunti il compito di garantire la lorto buona riuscita. A questo proposito ringraziamo Alessandro Caligari, Davide Bonzi, Angelo De Donati, Giulio Gadola, Angelo Moiola e Claudia Ponzoni. • 30 gennaio Ciaspolata al Bivacco Legüi in Valle di Albaredo • 13 febbraio Ciaspolata a Muottas Schlarigna in Engadina • 27 marzo
Ciaspolata al Passo di Campagneda in Valmalenco • 14 aprile Sci alpinistica al Pizzo Tambò • 17 aprile Escursione sul Sentiero del Viandante • 16 giugno Gita famiglie in Val di Campo • 26 giugno Escursione in Valgerola per il Festival delle Alpi • 27 luglio Escursione al Lago di Acquafraggia • 31 luglio Escursione al Piz Mezdì in Engadina • 14 agosto Traversata Albigna – Forno
• 26-28 agosto Week-end sulle Alpi Apuane • 24 settembre Escursione al Rif Benigni per incontro con CAI Alta Val Brembana • 1 ottobre Salita al Monte Legnone • 9 ottobre Appuntamento sul Sentiero Paniga in Valtartano • 30 ottobre Traversata da Soglio a Savogno in Val Bregaglia I mercoledì del CAI 45 uscite, di cui 13 invernali (vedi scheda a pag 86)
la mia banca in tasca
PREP
A G AT
A
acquisto | prelevo | accredito | ricarico bancomat | mastercard | paypass | internet
CAI MORBEGNO 95
Informazioni pubblicitarie con finalità promozionali. Per le condizioni contrattuali si rinvia ai Fogli informativi disponibili presso le nostre dipendenze e sul sito internet www.popso.it - Foto Paolo Rossi
www.cartapiuma.it
NOTIZIE DALLA SEZIONE Natale LE SERATE • 10 gennaio Utilizzo dell’ARTVA, in sede con Tecnico Mammut • 28 gennaio Serata “Neve sicura”, presso Aula Magna Media Vanoni con la guida Matteo Galli • 20 maggio “il sogno artico”, proiezione di Riccardo Scotti sulle Isole Svalbard, in sede • 2 dicembre “Norvegia - Voglia di neve – sci alpinismo in barca a vela” di Franco Scotti, in sede I RITROVI CONVIVIALI • 5 febbraio - Cena sociale • 17 giugno - Festa d’estate • 14 ottobre - Castagnata • 16 dicembre - Auguri di
96 CAI MORBEGNO
RALLYNO DELLA ROSETTA Squadre partecipanti n. 32 Regolarità salita 1°-Gusmeroli Alessandro, Mazzoni Matteo (penalità 1,577) 2°-Colli Flavio, Codega Davide (penalità 1,753) 3°-Pezzini Maurizio, Brocchi Angelo (penalità 3,146) Velocità salita (m 510) 1°- Pedrazzoli Paolo, Beltrama Pietro (0:28:26) 2°- Torri Maurizio, Franzi Domenico (0:29:03) 3°- Rusconi Michel, Speziale Max (0:33:57) Velocità discesa 1°-De Donati Cesare, Pinoli Francesco (0:00:49) 2°-Del Barba Pietro, Orlandi Mauro (0:00:50) 3°-Manenti Mauro, Del Barba Stefano (0:00:54)
NOTIZIE DALLA SEZIONE LE SERATE • 10 gennaio Utilizzo dell’ARTVA, in sede con Tecnico Mammut • 28 gennaio Serata “Neve sicura”, presso Aula Magna Media Vanoni con la guida Matteo Galli • 20 maggio “il sogno artico”, proiezione di Riccardo Scotti sulle Isole Svalbard, in sede • 2 dicembre “Norvegia - Voglia di neve – sci alpinismo in barca a vela” di Franco Scotti, in sede I RITROVI CONVIVIALI • 5 febbraio - Cena sociale • 17 giugno - Festa d’estate • 14 ottobre - Castagnata • 16 dicembre - Auguri di Natale
RALLYNO DELLA ROSETTA Squadre partecipanti n. 32 Regolarità salita 1°-Gusmeroli Alessandro, Mazzoni Matteo (penalità 1,577) 2°-Colli Flavio, Codega Davide (penalità 1,753) 3°-Pezzini Maurizio, Brocchi Angelo (penalità 3,146) Velocità salita (m 510) 1°- Pedrazzoli Paolo, Beltrama Pietro (0:28:26) 2°- Torri Maurizio, Franzi Domenico (0:29:03) 3°- Rusconi Michel, Speziale Max (0:33:57) Velocità discesa 1°-De Donati Cesare, Pinoli Francesco (0:00:49) 2°-Del Barba Pietro, Orlandi Mauro (0:00:50) 3°-Manenti Mauro, Del Barba Stefano (0:00:54)
by Lorain sas
Il più sportivo degli intimi...
I capi in polipropilene della nostra collezione sono l’ideale per gli sport in condizione di freddo intenso, sono estremamente efficaci nel trasporto dell’umidità permettendovi di avere sempre gli indumenti asciutti. Indossateli una volta... non li abbandonerete più!
L io d - V ia Indu s t r ia 1 - 2 3 0 1 7 Mo r b e g no (S O ) - t e l. 0 3 4 2 6 1 4 6 2 2 96 CAI MORBEGNO
www.liod.it
CAI MORBEGNO 97
98 CAI MORBEGNO