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Annuario Cai Morbegno 2010

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ANNUARIO 2010 CAI MORBEGNO

I


ANNUARIO 2010 II CAI MORBEGNO

CAI MORBEGNO 1


ANNUARIO 2010 II CAI MORBEGNO

CAI MORBEGNO 1


SOMMARIO

CAI

ANNUARIO 2010

Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

Scialpinismo

Il mio corso di scialpinismo di ANDREA DE FINIS

Redazione: Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella.

Hanno collaborato: Alessandro-Carmen-Chiara, Maria Laura Bettega, Angelo De Donati, Andrea De Finis, Domenico Del Barba, Mari Del Monte, Elena Fattarelli, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Franco Scotti, Giulio Spini.

Flora

Ricordi

La genziana delle Tremogge

di MARI DEL MONTE

La gara di Olano di RICCARDO MARCHINI

Fotografie: Domenico Del Barba: 44, 45, 46, 47, 48, 49 Riccardo Marchini: 12, 13, 14, 15, 17, 18, 19, 20-21, 26, 28, 31 (sotto), 33, 34, 35, 39, 40, 41, 42, 43, 50, 51, 56, 57, 58, 59, 60, 61, 66 Lodovico Mottarella: copertina e II, 1, 2, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 15 (sopra), 22, 23, 24, 25, 27, 29, 30-31 (sopra), 37, 38, 63, 65, 67 Riccrdo Scotti: 53 Guido Spini: 32

Storia

Su per la valle

Personaggi

Natalino Bavo

di GIULIO SPINI

di ANGELO DE DONATI

Narrativa

In valle

Ambiente

SIC

di ELENA FATTARELLI

Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

Stampa: Tipografia Bonazzi

2 CAI MORBEGNO

CAI MORBEGNO 3


SOMMARIO

CAI

ANNUARIO 2010

Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

Scialpinismo

Il mio corso di scialpinismo di ANDREA DE FINIS

Redazione: Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella.

Hanno collaborato: Alessandro-Carmen-Chiara, Maria Laura Bettega, Angelo De Donati, Andrea De Finis, Domenico Del Barba, Mari Del Monte, Elena Fattarelli, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Franco Scotti, Giulio Spini.

Flora

Ricordi

La genziana delle Tremogge

di MARI DEL MONTE

La gara di Olano di RICCARDO MARCHINI

Fotografie: Domenico Del Barba: 44, 45, 46, 47, 48, 49 Riccardo Marchini: 12, 13, 14, 15, 17, 18, 19, 20-21, 26, 28, 31 (sotto), 33, 34, 35, 39, 40, 41, 42, 43, 50, 51, 56, 57, 58, 59, 60, 61, 66 Lodovico Mottarella: copertina e II, 1, 2, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 15 (sopra), 22, 23, 24, 25, 27, 29, 30-31 (sopra), 37, 38, 63, 65, 67 Riccrdo Scotti: 53 Guido Spini: 32

Storia

Su per la valle

Personaggi

Natalino Bavo

di GIULIO SPINI

di ANGELO DE DONATI

Narrativa

In valle

Ambiente

SIC

di ELENA FATTARELLI

Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

Stampa: Tipografia Bonazzi

2 CAI MORBEGNO

CAI MORBEGNO 3


E D I T O R I A L E

di Domenico Del Barba

E D I T O R I A L E

4 CAI MORBEGNO

Ci eravamo lasciati l’anno scorso alla vigilia del Vertice internazionale sul

Gli abitanti della terra sono sei miliardi e fra trent’anni potrebbero essere nove

clima di Copenhagen. I potenti di tutto il mondo si erano riuniti attorno al

miliardi, ne consegue che la sfida più grande che l’umanità si trova ad affron-

capezzale della Terra ammalata. Il pianeta da tempo ha una febbriciatto-

tare oggi è quella di riuscire a vivere sul nostro pianeta con un numero sempre

la insistente che non accenna a diminuire, cagionata dal surriscaldamen-

crescente di persone in modo civile ed equo, senza distruggere i sistemi natu-

to del pianeta.

rali dai quali traiamo risorse necessarie per vivere.

Chiare le cause, troppe le emissioni di Co2. Ma le nazioni che avevano cau-

Malgrado ciò solo in Italia, l’anno scorso, abbiamo buttato via più di venti mi-

sato la febbre e contribuiscono tuttora al suo mantenimento, dovevano af-

lioni di tonnellate di derrate alimentari (avrebbero potuto mangiarci tre pasti

frontare sacrifici al pari di quelle che non avevano avuto parte attiva al fe-

al giorno quarantaquattromilioni di persone per un anno).

nomeno, al momento di applicare i rimedi per vincere definitivamente il

Sempre l’anno scorso sette milioni e mezzo di tonnellate di frutta e verdura

male?

sono rimaste nei campi perché colpite da grandine o perché fuori pezzatura o

Difficile stabilire chi dovesse rinunciare a cosa, gli interessi di bottega di

semplicemente perché costava troppo raccoglierle.

ogni stato hanno avuto il sopravvento. il Vertice che aveva creato tante

Ultima annotazione: affiora nell’oceano Pacifico al largo della California e si

aspettative è stato un semi flop.

protende verso il Giappone l’isola dei rifiuti, il Pacific Trash Vortex. Si trat-

Altro tema inquietante: fino al 1986 gli esseri umani hanno utilizzato per

ta di un enorme accumulo di spazzatura galleggiante, profonda trenta metri

soddisfare i loro bisogni gli interessi “del capitale natura”. Il momento in

composta soprattutto da plastica. La sua superficie potrebbe essere superiore

cui la domanda di servizi ecologici ha superato il tasso con cui la natura li

all’estensione della Spagna! Lascio a voi ogni considerazione.

rigenera, è stato toccato il 31 dicembre 1986 “l’overshoot day” (giorno in

Non credo sia uno scenario ipotizzabile quanto affermato al 98° Congresso del

cui finiscono le risorse rinnovabili che la terra ha prodotto per quell’anno).

Club Alpino Italiano (Predazzo 18/19 ottobre 2008) da Paolo Rumiz: “E verrà

Secondo il Global Footprint Network, il primo earth overshoot day dell’uma-

un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i villaggi saranno

nità è stato il 31 dicembre 1986.

abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve e la pioggia smet-

Nel 2008 lo troviamo il 23 settembre e nel 2010 il 22 agosto. Secondo una

teranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno stagione e gli orsi non an-

proiezione delle Nazioni Unite, nel 2030 cadrà il 1 luglio, a meno che non

dranno più in letargo. Verrà anche un tempo in cui gli uomini diverranno sor-

intervengano correttivi. La terra offre abbondantemente beni per la nostra

di a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante e gli animali con cui sono

vita comune, ma occorre tener presente che la rinnovabilità della natura

vissuti per millenni.”

ha bisogno di tempi lunghi.

E’ sufficiente sfogliare le pagine del nostro annuario per farci ritornare il sor-

L’affermazione del Mahatma Gandhi, che “la terra possiede risorse sufficien-

riso e il buonumore e cancellare una visione tanto provocante quanto inquie-

ti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni” oltre che

tante.

centrare il cuore del problema, mi sembra alquanto profetica.

Penso però che ciascun Socio Cai debba e possa essere sostenitore di uno stile

Aver pensato la natura come un accumulo di materie prime da trasforma-

di vita che abbia poco o nessun impatto sull’ambiente, disponibile a cambiare

re in ricchezza ci ha portato ad un drammatico impoverimento delle risor-

l’atteggiamento nei confronti dell’ambiente stesso, dando maggiore rilevanza

se naturali.

ai rapporti umani, maggiore attenzione alla qualità della vita, incluso il tem-

E’ indispensabile pertanto invertire il senso della marcia intrapresa dall’e-

po per sé stessi e per le relazioni con gli altri.

conomia di mercato, puntando alla conversione dell’economia stessa secon-

Le nostre scelte devono iniziare ad essere orientate a prospettive temporali

do una nuova filosofia che privilegi l’integrità del territorio e migliori la

e spaziali di lungo respiro, quello che accade oggi e che accadrà domani nel

qualità della vita e della salute umana.

mondo riguarda anche noi.

La visione dell’ambiente come limite allo sviluppo fa parte ormai di un con-

Noi non vedremo le conseguenze realizzarsi nel tempo, ma le vedranno figli e

cetto superato e obsoleto, al quale bisogna contrapporre una visione che

nipoti e non possiamo pensare di lasciare loro l’eredità di un ambiente ipotiz-

metta in primo piano la necessità della tutela dell’ambiente stesso.

zato da Rumiz. CAI MORBEGNO 5


E D I T O R I A L E

di Domenico Del Barba

E D I T O R I A L E

4 CAI MORBEGNO

Ci eravamo lasciati l’anno scorso alla vigilia del Vertice internazionale sul

Gli abitanti della terra sono sei miliardi e fra trent’anni potrebbero essere nove

clima di Copenhagen. I potenti di tutto il mondo si erano riuniti attorno al

miliardi, ne consegue che la sfida più grande che l’umanità si trova ad affron-

capezzale della Terra ammalata. Il pianeta da tempo ha una febbriciatto-

tare oggi è quella di riuscire a vivere sul nostro pianeta con un numero sempre

la insistente che non accenna a diminuire, cagionata dal surriscaldamen-

crescente di persone in modo civile ed equo, senza distruggere i sistemi natu-

to del pianeta.

rali dai quali traiamo risorse necessarie per vivere.

Chiare le cause, troppe le emissioni di Co2. Ma le nazioni che avevano cau-

Malgrado ciò solo in Italia, l’anno scorso, abbiamo buttato via più di venti mi-

sato la febbre e contribuiscono tuttora al suo mantenimento, dovevano af-

lioni di tonnellate di derrate alimentari (avrebbero potuto mangiarci tre pasti

frontare sacrifici al pari di quelle che non avevano avuto parte attiva al fe-

al giorno quarantaquattromilioni di persone per un anno).

nomeno, al momento di applicare i rimedi per vincere definitivamente il

Sempre l’anno scorso sette milioni e mezzo di tonnellate di frutta e verdura

male?

sono rimaste nei campi perché colpite da grandine o perché fuori pezzatura o

Difficile stabilire chi dovesse rinunciare a cosa, gli interessi di bottega di

semplicemente perché costava troppo raccoglierle.

ogni stato hanno avuto il sopravvento. il Vertice che aveva creato tante

Ultima annotazione: affiora nell’oceano Pacifico al largo della California e si

aspettative è stato un semi flop.

protende verso il Giappone l’isola dei rifiuti, il Pacific Trash Vortex. Si trat-

Altro tema inquietante: fino al 1986 gli esseri umani hanno utilizzato per

ta di un enorme accumulo di spazzatura galleggiante, profonda trenta metri

soddisfare i loro bisogni gli interessi “del capitale natura”. Il momento in

composta soprattutto da plastica. La sua superficie potrebbe essere superiore

cui la domanda di servizi ecologici ha superato il tasso con cui la natura li

all’estensione della Spagna! Lascio a voi ogni considerazione.

rigenera, è stato toccato il 31 dicembre 1986 “l’overshoot day” (giorno in

Non credo sia uno scenario ipotizzabile quanto affermato al 98° Congresso del

cui finiscono le risorse rinnovabili che la terra ha prodotto per quell’anno).

Club Alpino Italiano (Predazzo 18/19 ottobre 2008) da Paolo Rumiz: “E verrà

Secondo il Global Footprint Network, il primo earth overshoot day dell’uma-

un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i villaggi saranno

nità è stato il 31 dicembre 1986.

abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve e la pioggia smet-

Nel 2008 lo troviamo il 23 settembre e nel 2010 il 22 agosto. Secondo una

teranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno stagione e gli orsi non an-

proiezione delle Nazioni Unite, nel 2030 cadrà il 1 luglio, a meno che non

dranno più in letargo. Verrà anche un tempo in cui gli uomini diverranno sor-

intervengano correttivi. La terra offre abbondantemente beni per la nostra

di a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante e gli animali con cui sono

vita comune, ma occorre tener presente che la rinnovabilità della natura

vissuti per millenni.”

ha bisogno di tempi lunghi.

E’ sufficiente sfogliare le pagine del nostro annuario per farci ritornare il sor-

L’affermazione del Mahatma Gandhi, che “la terra possiede risorse sufficien-

riso e il buonumore e cancellare una visione tanto provocante quanto inquie-

ti per provvedere ai bisogni di tutti, ma non all’avidità di alcuni” oltre che

tante.

centrare il cuore del problema, mi sembra alquanto profetica.

Penso però che ciascun Socio Cai debba e possa essere sostenitore di uno stile

Aver pensato la natura come un accumulo di materie prime da trasforma-

di vita che abbia poco o nessun impatto sull’ambiente, disponibile a cambiare

re in ricchezza ci ha portato ad un drammatico impoverimento delle risor-

l’atteggiamento nei confronti dell’ambiente stesso, dando maggiore rilevanza

se naturali.

ai rapporti umani, maggiore attenzione alla qualità della vita, incluso il tem-

E’ indispensabile pertanto invertire il senso della marcia intrapresa dall’e-

po per sé stessi e per le relazioni con gli altri.

conomia di mercato, puntando alla conversione dell’economia stessa secon-

Le nostre scelte devono iniziare ad essere orientate a prospettive temporali

do una nuova filosofia che privilegi l’integrità del territorio e migliori la

e spaziali di lungo respiro, quello che accade oggi e che accadrà domani nel

qualità della vita e della salute umana.

mondo riguarda anche noi.

La visione dell’ambiente come limite allo sviluppo fa parte ormai di un con-

Noi non vedremo le conseguenze realizzarsi nel tempo, ma le vedranno figli e

cetto superato e obsoleto, al quale bisogna contrapporre una visione che

nipoti e non possiamo pensare di lasciare loro l’eredità di un ambiente ipotiz-

metta in primo piano la necessità della tutela dell’ambiente stesso.

zato da Rumiz. CAI MORBEGNO 5


CORSO BASE DI SCI ALPINISMO

CORSO DI ARRAMPICATA

Direttore: Franco Scotti.

Si è svolto nei mesi di settembre e di ottobre in collaborazione con il CAI di Chiavenna ed ha coinvolto 11 allievi.

Istruttori: Cesare De Donati, Enrico Bertoli, Marco Riva e Giulio Gadola Aiuto istruttori: Danilo Acquistapace, Moreno Libera, Gottardo Riva, Angelo Rossanese, Riccardo Scotti. Allievi: De Finis Andrea, Donadelli Tommaso, Faldarini Riccardo, Fognini Amos, Fognini Patrizia, Gusmeroli Luca, Gusmeroli Mirco, Magoni Carlomaria, Manni Giuseppe, Maxenti Manuela, Mazzoni Andrea, Nogara Ingrid, Perego Mauro, Sosio Cristina, Spreafico Laura, Todesco Roberto

Direttore: Cesare De Donati. Istruttori: De Donati Cesare, Bongianni Mauro, Cason Gianfranco, Colombo Fabrizio, Del Curto Marco, Libera Moreno, Lucchinetti Paola, Martelletti Manuel, Scaramella Igor, Scaramella Pio, Spini Mario Allievi: Cucchi Monica, De Finis Andrea, Falcinella Maurizio, Giacoma Pin Rosanna, Giardiello Giovanni, Gusmeroli Luca, Gusmeroli Mariella, Gusmeroli Mirco, Manzi Simone, Manzoni Lorella, Piffari Paolo

Per la prima volta hanno partecipato due allievi con la tavola. 6 CAI MORBEGNO

CAI MORBEGNO 7


CORSO BASE DI SCI ALPINISMO

CORSO DI ARRAMPICATA

Direttore: Franco Scotti.

Si è svolto nei mesi di settembre e di ottobre in collaborazione con il CAI di Chiavenna ed ha coinvolto 11 allievi.

Istruttori: Cesare De Donati, Enrico Bertoli, Marco Riva e Giulio Gadola Aiuto istruttori: Danilo Acquistapace, Moreno Libera, Gottardo Riva, Angelo Rossanese, Riccardo Scotti. Allievi: De Finis Andrea, Donadelli Tommaso, Faldarini Riccardo, Fognini Amos, Fognini Patrizia, Gusmeroli Luca, Gusmeroli Mirco, Magoni Carlomaria, Manni Giuseppe, Maxenti Manuela, Mazzoni Andrea, Nogara Ingrid, Perego Mauro, Sosio Cristina, Spreafico Laura, Todesco Roberto

Direttore: Cesare De Donati. Istruttori: De Donati Cesare, Bongianni Mauro, Cason Gianfranco, Colombo Fabrizio, Del Curto Marco, Libera Moreno, Lucchinetti Paola, Martelletti Manuel, Scaramella Igor, Scaramella Pio, Spini Mario Allievi: Cucchi Monica, De Finis Andrea, Falcinella Maurizio, Giacoma Pin Rosanna, Giardiello Giovanni, Gusmeroli Luca, Gusmeroli Mariella, Gusmeroli Mirco, Manzi Simone, Manzoni Lorella, Piffari Paolo

Per la prima volta hanno partecipato due allievi con la tavola. 6 CAI MORBEGNO

CAI MORBEGNO 7


IL MIO CORSO DI SCIALPINISMO di Andrea De Finis

Ho sempre nutrito una velata invidia nei confronti di chi pratica lo scialpinismo, ma l’errata convinzione di dover essere in possesso di una tecnica sciistica sopraffina e una certa pigrizia mentale nel documentarmi al riguardo me ne hanno tenuto a distanza. Alla fine della scorsa stagione invernale mi fa visita un amico fresco reduce, a suo dire in maniera brillante, dal corso di scialpinismo organizzato dalla sezione CAI della sua città: ce ne andiamo a Chiesa Valmalenco per una giornata di sci su pista, nel corso della quale realizzo di non essere poi così malaccio, o forse lui non é un fenomeno, ma tant’è... concludo che lo scialpinismo può essere alla mia portata. Gennaio 2010: mi iscrivo al corso organizzato dalla sezione CAI di Morbegno vincendo, ancora, la mia avversione a far parte di club, organizzazioni, corporazioni o quant’altro. Il corso é suddiviso tra parte teorica, sei lezioni tenute il 8 CAI MORBEGNO

venerdì sera, e altrettante escursioni guidate, decise di volta in volta in base alle previsioni meteo. La sede del CAI di Morbegno ripropone l’ambiente montano: posta nella parte più alta della cittadina, é facilmente raggiungibile -a meno di non aver appena fumato una sigaretta- ; il materiale predominante é il legno, di cui

Angelo De Donati é prodigo di informazioni in merito a caratteristiche, provenienza e utilizzi; le immagini appese alle pareti ripropongono paesaggi alpini estivi e invernali, la biblioteca risulta ben fornita. Se devo trovare un difetto alla struttura, questo è da individuarsi nella sua parte inferiore dove vengono tenute le lezioni: risulta talvolta fredda in quanto il calore sale verso l’area soppalcata. In tal modo, però, accende le anime dei Senatori dando luogo a piacevoli excursus del tipo: «se acquisto un terreno in pendenza, lo acquisto in toto o entro in possesso solo della sua proiezione sul piano?», che fungono da piacevole intermezzo alle lezioni. L’ambiente risulta dunque informale e spesso goliardico, la lingua ufficiale é l’italiano caratterizzato da marcato accendo montano, anche se al piano superiore spesso l’idioma nazionale viene soppiantato dal CAI MORBEGNO 9


IL MIO CORSO DI SCIALPINISMO di Andrea De Finis

Ho sempre nutrito una velata invidia nei confronti di chi pratica lo scialpinismo, ma l’errata convinzione di dover essere in possesso di una tecnica sciistica sopraffina e una certa pigrizia mentale nel documentarmi al riguardo me ne hanno tenuto a distanza. Alla fine della scorsa stagione invernale mi fa visita un amico fresco reduce, a suo dire in maniera brillante, dal corso di scialpinismo organizzato dalla sezione CAI della sua città: ce ne andiamo a Chiesa Valmalenco per una giornata di sci su pista, nel corso della quale realizzo di non essere poi così malaccio, o forse lui non é un fenomeno, ma tant’è... concludo che lo scialpinismo può essere alla mia portata. Gennaio 2010: mi iscrivo al corso organizzato dalla sezione CAI di Morbegno vincendo, ancora, la mia avversione a far parte di club, organizzazioni, corporazioni o quant’altro. Il corso é suddiviso tra parte teorica, sei lezioni tenute il 8 CAI MORBEGNO

venerdì sera, e altrettante escursioni guidate, decise di volta in volta in base alle previsioni meteo. La sede del CAI di Morbegno ripropone l’ambiente montano: posta nella parte più alta della cittadina, é facilmente raggiungibile -a meno di non aver appena fumato una sigaretta- ; il materiale predominante é il legno, di cui

Angelo De Donati é prodigo di informazioni in merito a caratteristiche, provenienza e utilizzi; le immagini appese alle pareti ripropongono paesaggi alpini estivi e invernali, la biblioteca risulta ben fornita. Se devo trovare un difetto alla struttura, questo è da individuarsi nella sua parte inferiore dove vengono tenute le lezioni: risulta talvolta fredda in quanto il calore sale verso l’area soppalcata. In tal modo, però, accende le anime dei Senatori dando luogo a piacevoli excursus del tipo: «se acquisto un terreno in pendenza, lo acquisto in toto o entro in possesso solo della sua proiezione sul piano?», che fungono da piacevole intermezzo alle lezioni. L’ambiente risulta dunque informale e spesso goliardico, la lingua ufficiale é l’italiano caratterizzato da marcato accendo montano, anche se al piano superiore spesso l’idioma nazionale viene soppiantato dal CAI MORBEGNO 9


A sinistra: in vetta al Munt de Sura. A destra: uscita «fuoricorso» al Passo di Mello. In basso: alla Motta di Olano.

dialetto della Bassa Valtellina. La prima lezione teorica ha per tema i materiali: sci, scarponi e pelli ovviamente, ma anche abbigliamento, strumenti e svariati utili accessori a corollario. Il sottoscritto si deve essere perso qualche spiegazione perché si presenta al successivo test in quel di Pescegallo privo di zaino (si immagini di recarsi al supermercato per l’approvvigionamento mensile e di non fare uso del carrello... questo é il primo parallelo che mi é balenato per testa) e in maglione di lana, in barba alle varie raccomandazioni in merito al coprirsi a strati e alle cipolle! Ad ogni modo é un colpo di fulmine: nevica, l’atmosfera é ovattata, Richi ci infarina delle prime nozioni di nivologia fin dal secondo pilone degli impianti di risalita che costeggiamo durante l’ascesa, Cesare sfoggia il suo paio di sci virili e al terzo tornante della stradina che conduce al Pianone mi accorgo di essere già assuefatto a questa nuova droga. La giornata si conclude con la discesa che vaglia il livello tecnico degli aspiranti 10 CAI MORBEGNO

scialpinisti: tutti promossi! Se solo avessi intrapreso questa disciplina dieci anni fa avrei sperimentato l’ebbrezza di una sciata in neve fresca con i capelli che ricadono sugli occhi! Fin dalla prima lezione viene posto l’accento, in maniera quasi maniacale, sulla sicurezza e sul pericolo valanghe: le proiezioni di filmati relativi, i resoconti dei volontari del Soccorso Alpino, il costante richiamo all’utilizzo dell’ ARTVA possono in prima battuta spaventare, ma la finalità di tutto ciò è quella di rendere consapevoli che i rischi esistono e che il metodo migliore per evitarli è prevederli: i tre venerdì precedenti i tragici finesettimana, culminati con numerosi sepolti sotto le valanghe, mi reco presso la sede del CAI e alla mia domanda sulle possibili mete di una gita mi sento rispondere “Sali a Pescegallo a bordo pista o, ancor meglio, stattene a casa tua e leggiti un buon libro!”. Chi in possesso delle nozioni adeguate non abbozza nemmeno l’uscita: io la definisco Cultura.

Le altre lezioni si focalizzano su nivologia e meteorologia, topografia e cartografia, organizzazione della gita scialpinistica, pronto soccorso e protezione da freddo e sole, corretta alimentazione in vista dell’uscita e successiva alla stessa. Sottolineo che le diverse nozioni impartite sono da considerarsi come dei “La” a un successivo personale approfondimento: tempi limitati e vastità dei temi trattati non concedono di entrare in ogni dettaglio. A ogni modo, almeno parte degli argomenti affrontati in sede teorica vengono supportati da prove pratiche effettuate nel corso delle varie escursioni, tra cui simulazioni di localizzazione del sepolto a mezzo dello strumento

ARTVA, test di compatezza degli strati nevosi, prove di carotaggio, identificazione delle zone ad alto rischio valanghe, spiegazioni sul campo dei fenomeni meteorologici e, da ultimo, un esempio pratico di come non ci si deve nutrire prima di una gita scialpinistica: la cena svizzera precedente la salita al Breithorn (Doc… questa non vuole essere una giustificazione al mio mancato raggiungimento della vetta!). Concludo. A mio avviso non si tratta di sola pratica sportiva, ma di una Disciplina: occorre studiarne l’ambiente in cui viene praticata, la storia, le tecniche e le regole e poi…quando salgo contemplo e medito, quando scendo godo! CAI MORBEGNO 11


A sinistra: in vetta al Munt de Sura. A destra: uscita «fuoricorso» al Passo di Mello. In basso: alla Motta di Olano.

dialetto della Bassa Valtellina. La prima lezione teorica ha per tema i materiali: sci, scarponi e pelli ovviamente, ma anche abbigliamento, strumenti e svariati utili accessori a corollario. Il sottoscritto si deve essere perso qualche spiegazione perché si presenta al successivo test in quel di Pescegallo privo di zaino (si immagini di recarsi al supermercato per l’approvvigionamento mensile e di non fare uso del carrello... questo é il primo parallelo che mi é balenato per testa) e in maglione di lana, in barba alle varie raccomandazioni in merito al coprirsi a strati e alle cipolle! Ad ogni modo é un colpo di fulmine: nevica, l’atmosfera é ovattata, Richi ci infarina delle prime nozioni di nivologia fin dal secondo pilone degli impianti di risalita che costeggiamo durante l’ascesa, Cesare sfoggia il suo paio di sci virili e al terzo tornante della stradina che conduce al Pianone mi accorgo di essere già assuefatto a questa nuova droga. La giornata si conclude con la discesa che vaglia il livello tecnico degli aspiranti 10 CAI MORBEGNO

scialpinisti: tutti promossi! Se solo avessi intrapreso questa disciplina dieci anni fa avrei sperimentato l’ebbrezza di una sciata in neve fresca con i capelli che ricadono sugli occhi! Fin dalla prima lezione viene posto l’accento, in maniera quasi maniacale, sulla sicurezza e sul pericolo valanghe: le proiezioni di filmati relativi, i resoconti dei volontari del Soccorso Alpino, il costante richiamo all’utilizzo dell’ ARTVA possono in prima battuta spaventare, ma la finalità di tutto ciò è quella di rendere consapevoli che i rischi esistono e che il metodo migliore per evitarli è prevederli: i tre venerdì precedenti i tragici finesettimana, culminati con numerosi sepolti sotto le valanghe, mi reco presso la sede del CAI e alla mia domanda sulle possibili mete di una gita mi sento rispondere “Sali a Pescegallo a bordo pista o, ancor meglio, stattene a casa tua e leggiti un buon libro!”. Chi in possesso delle nozioni adeguate non abbozza nemmeno l’uscita: io la definisco Cultura.

Le altre lezioni si focalizzano su nivologia e meteorologia, topografia e cartografia, organizzazione della gita scialpinistica, pronto soccorso e protezione da freddo e sole, corretta alimentazione in vista dell’uscita e successiva alla stessa. Sottolineo che le diverse nozioni impartite sono da considerarsi come dei “La” a un successivo personale approfondimento: tempi limitati e vastità dei temi trattati non concedono di entrare in ogni dettaglio. A ogni modo, almeno parte degli argomenti affrontati in sede teorica vengono supportati da prove pratiche effettuate nel corso delle varie escursioni, tra cui simulazioni di localizzazione del sepolto a mezzo dello strumento

ARTVA, test di compatezza degli strati nevosi, prove di carotaggio, identificazione delle zone ad alto rischio valanghe, spiegazioni sul campo dei fenomeni meteorologici e, da ultimo, un esempio pratico di come non ci si deve nutrire prima di una gita scialpinistica: la cena svizzera precedente la salita al Breithorn (Doc… questa non vuole essere una giustificazione al mio mancato raggiungimento della vetta!). Concludo. A mio avviso non si tratta di sola pratica sportiva, ma di una Disciplina: occorre studiarne l’ambiente in cui viene praticata, la storia, le tecniche e le regole e poi…quando salgo contemplo e medito, quando scendo godo! CAI MORBEGNO 11


LA GENZIANA DELLE TRE MOGGE di Mari Del Monte

Partiamo una domenica di fine agosto con destinazione il Passo delle Tre Mogge in Valmalenco. Andiamo a cercare un fiore, il Lomatogonium carinthiacum. Il suo nome scientifico è di quelli che richiedono un attimo di concentrazione prima di pronunciarlo, mentre più docile, ed anche più accattivante, è quello volgare: Genzianella della Carinzia, che tradisce nella specificazione la sua provenienza dalla Alpi orientali dov’è largamente diffusa. Perché un simile interesse per un unico fiore, tanto da giustificare una spedizione alla sua ricerca? Per un appassionato di flora alpina che, oltre ad essere un naturalista è anche un po’ collezionista, la curiosità per una specie rara è un motivo più che sufficiente. Il Lomatogonium, rinvenuto nel 2009 per caso da un giovane ricercatore mentre scendeva dal passo suddetto, rappresenta infatti il primo ritrovamento 12 CAI MORBEGNO

della specie in Lombardia e, a giudicare dalle mappe botaniche, è quasi inesistente anche nella vicina Svizzera, dove la sua presenza è segnalata in un’area molto ristretta della Val d’Avers, tributaria della Valle del Reno. Eccoci allora ad arrancare lungo la traccia che dal Rifugio Longoni attraversa il Piano Superiore di Fora per risalire ai 3014 metri del Passo delle Tre Mogge. Per fortuna abbiamo ottenuto il permesso di transito lungo la strada che da San Giuseppe conduce alle cave della Val Forasco e, più in alto, al Rifugio Entova-Scerscen, oramai inutilizzato da anni. E’ una rotabile dal fondo orrendo che mette a dura prova le sospensioni dei nostri mezzi fuoristrada, ma, almeno, ci consente di risparmiare un bel po’ di metri di dislivello. La compagnia è piuttosto eterogenea: ci CAI MORBEGNO 13


LA GENZIANA DELLE TRE MOGGE di Mari Del Monte

Partiamo una domenica di fine agosto con destinazione il Passo delle Tre Mogge in Valmalenco. Andiamo a cercare un fiore, il Lomatogonium carinthiacum. Il suo nome scientifico è di quelli che richiedono un attimo di concentrazione prima di pronunciarlo, mentre più docile, ed anche più accattivante, è quello volgare: Genzianella della Carinzia, che tradisce nella specificazione la sua provenienza dalla Alpi orientali dov’è largamente diffusa. Perché un simile interesse per un unico fiore, tanto da giustificare una spedizione alla sua ricerca? Per un appassionato di flora alpina che, oltre ad essere un naturalista è anche un po’ collezionista, la curiosità per una specie rara è un motivo più che sufficiente. Il Lomatogonium, rinvenuto nel 2009 per caso da un giovane ricercatore mentre scendeva dal passo suddetto, rappresenta infatti il primo ritrovamento 12 CAI MORBEGNO

della specie in Lombardia e, a giudicare dalle mappe botaniche, è quasi inesistente anche nella vicina Svizzera, dove la sua presenza è segnalata in un’area molto ristretta della Val d’Avers, tributaria della Valle del Reno. Eccoci allora ad arrancare lungo la traccia che dal Rifugio Longoni attraversa il Piano Superiore di Fora per risalire ai 3014 metri del Passo delle Tre Mogge. Per fortuna abbiamo ottenuto il permesso di transito lungo la strada che da San Giuseppe conduce alle cave della Val Forasco e, più in alto, al Rifugio Entova-Scerscen, oramai inutilizzato da anni. E’ una rotabile dal fondo orrendo che mette a dura prova le sospensioni dei nostri mezzi fuoristrada, ma, almeno, ci consente di risparmiare un bel po’ di metri di dislivello. La compagnia è piuttosto eterogenea: ci CAI MORBEGNO 13


sono Roberto e Giancarlo, botanici puri, alcuni amici di Sondrio, più interessati ad un’escursione inedita, e chi, come me, si divide fra l’aspetto paesaggistico, qui indubbiamente meritevole di attenzione, e la ricerca floristica. Insperatamente si aggiunge al gruppo anche un altro Roberto, il giovane che l’anno scorso si è reso protagonista dell’eccezionale ritrovamento. Una fortuna, perché senza di lui non saremmo riusciti ad individuare il punto esatto in cui cercare. Diversi sono anche i ritmi di salita. Regolare e spedito quello dei “laici”, lento ed interrotto da infinite soste quello degli “ortodossi”. Sì, perché, nonostante la stagione floristica sia già avanti, a quest’altezza e in questa zona c’è ancora molto da vedere. Le macchie gialle del Doronico si alternano a quelle lilla dell’Astro e a quelle bianche del Cerastio. Al riparo dei sassi spiccano il blu intenso di diverse specie di Genziana e i capolini stellati del Semprevivo. E’ anche la stagione del Genepì che avvistiamo sui detriti alluvionali alla base del Pizzo Malenco. E poi c’è il 14 CAI MORBEGNO

genere Carex: solo erba per me, ma di evidente interesse per i due Roberto e per Giancarlo che, aiutandosi con una lente di ingrandimento e un manuale, spesso ricurvi o accosciati, si perdono in comparazioni e classificazioni. La differenza di tempo fra i primi e gli ultimi a raggiungere il passo sarà alla fine di più di un’ora. Finalmente verso i 2800 metri, discosta dal sentiero, inimmaginabile se qualcuno non ce l’avesse indicata, la Genzianella della Carinzia, per la quale ci siamo sobbarcati la salita. Distribuiti sul ripido pendio erboso lungo una fascia larga una decina di metri e alta una trentina, molti esemplari di questo piccolo fiore dal delicato colore celeste sembrano quasi defilarsi di fronte alla presenza prorompente delle Stelle alpine, delle Sassifraghe e delle Campanule. Evidentemente arriviamo con qualche giorno di anticipo rispetto alla piena fioritura, perché dei numerosi boccioli di cui sono ricche le piantine solo pochi sono aperti e fatichiamo a trovare gruppetti adatti ad essere fotografati. La ricerca, l’esame accurato e le riprese fotografiche ci

impegnano per una mezz’ora. Intanto i nostri compagni, già arrivati al passo, ci chiamano al cellulare preoccupati per chiedere cosa diavolo stiamo facendo. Sarà nostra premura, al ritorno, renderli partecipi di questa emozionante primizia. Finalmente anche noi arriviamo alla meta e, rilassati come studenti in pace con sé stessi perché sanno di avere eseguito diligentemente il proprio dovere, possiamo dedicarci ad altro. E qui di “altro” c’è molto. C’è innanzitutto un paesaggio mozzafiato, perché ci troviamo sulla cresta che collega il Pizzo delle Tre Mogge al Cappuccio e alla Sassa di Fora, visibile persino da alcuni angoli di Sondrio. Al di là del passo la bellissima Val di Fex che dai piedi del Vadret da Fex si allunga verso Nord perdendosi nei laghi dell’Engadina, alle nostre spalle la Valmalenco - ci eravamo dimenticati di guardarla salendo! - che, le foschie di una giornata agostana dissolvono nelle dirimpettaie Orobie. Verso Est il profilo del Pizzo delle Tre Mogge sormontato da una calotta calcarea (ecco giustificata la presenza delle

Stelle alpine), mentre a SudOvest il Disgrazia, che comincia ad incappucciarsi, segnala un probabile cambiamento del tempo. E poi ci sono altri fiori. Siamo sopra i 3000 metri: qui possono sopravvivere solo le specie attrezzate alle difficili condizioni dell’alta montagna. Ecco, al riparo di alcune rocce, l’Eritrichio dall’azzurro intenso (è il Non ti scordar di me d’alta quota) che una diffusa peluria difende dai rigori del freddo e più in alto, sulla cresta spoglia spazzata dal vento, i cuscinetti di Andròsace alpina e di Sassifraga oppositifolia la cui difesa è quella di stare il più appiattiti possibile sul terreno. Accanto qualche Ranuncolo dei ghiacciai si è arrampicato fin quassù. Scendiamo infine, non senza fermarci di nuovo ad ammirare la nostra protagonista. Passiamo dalla Capanna Longoni a salutare l’amico Elia, guida alpina gestore del rifugio, e ripercorriamo a ritroso la sterrata per San Giuseppe, che ci fa quasi sentire personaggi dell’Operazione Overland, la serie di spedizioni organizzate qualche anno fa da Unicef Italia nei più sperduti angoli del pianeta.

Sopra a sinistra: Genziana orbicularis. Sopra: sulla cresta in prossimità del Passo delle Tremogge, sul fondo il Monte Disgrazia.

Sopra a sinistra: Lomatogonium. Sopra: Doronicum clusii. A sinistra: Artemisia umbelliformis. Nelle pagine precedenti: fioritura al Passo delle Tremogge e il Lomatogonium carinthiacum.

CAI MORBEGNO 15


sono Roberto e Giancarlo, botanici puri, alcuni amici di Sondrio, più interessati ad un’escursione inedita, e chi, come me, si divide fra l’aspetto paesaggistico, qui indubbiamente meritevole di attenzione, e la ricerca floristica. Insperatamente si aggiunge al gruppo anche un altro Roberto, il giovane che l’anno scorso si è reso protagonista dell’eccezionale ritrovamento. Una fortuna, perché senza di lui non saremmo riusciti ad individuare il punto esatto in cui cercare. Diversi sono anche i ritmi di salita. Regolare e spedito quello dei “laici”, lento ed interrotto da infinite soste quello degli “ortodossi”. Sì, perché, nonostante la stagione floristica sia già avanti, a quest’altezza e in questa zona c’è ancora molto da vedere. Le macchie gialle del Doronico si alternano a quelle lilla dell’Astro e a quelle bianche del Cerastio. Al riparo dei sassi spiccano il blu intenso di diverse specie di Genziana e i capolini stellati del Semprevivo. E’ anche la stagione del Genepì che avvistiamo sui detriti alluvionali alla base del Pizzo Malenco. E poi c’è il 14 CAI MORBEGNO

genere Carex: solo erba per me, ma di evidente interesse per i due Roberto e per Giancarlo che, aiutandosi con una lente di ingrandimento e un manuale, spesso ricurvi o accosciati, si perdono in comparazioni e classificazioni. La differenza di tempo fra i primi e gli ultimi a raggiungere il passo sarà alla fine di più di un’ora. Finalmente verso i 2800 metri, discosta dal sentiero, inimmaginabile se qualcuno non ce l’avesse indicata, la Genzianella della Carinzia, per la quale ci siamo sobbarcati la salita. Distribuiti sul ripido pendio erboso lungo una fascia larga una decina di metri e alta una trentina, molti esemplari di questo piccolo fiore dal delicato colore celeste sembrano quasi defilarsi di fronte alla presenza prorompente delle Stelle alpine, delle Sassifraghe e delle Campanule. Evidentemente arriviamo con qualche giorno di anticipo rispetto alla piena fioritura, perché dei numerosi boccioli di cui sono ricche le piantine solo pochi sono aperti e fatichiamo a trovare gruppetti adatti ad essere fotografati. La ricerca, l’esame accurato e le riprese fotografiche ci

impegnano per una mezz’ora. Intanto i nostri compagni, già arrivati al passo, ci chiamano al cellulare preoccupati per chiedere cosa diavolo stiamo facendo. Sarà nostra premura, al ritorno, renderli partecipi di questa emozionante primizia. Finalmente anche noi arriviamo alla meta e, rilassati come studenti in pace con sé stessi perché sanno di avere eseguito diligentemente il proprio dovere, possiamo dedicarci ad altro. E qui di “altro” c’è molto. C’è innanzitutto un paesaggio mozzafiato, perché ci troviamo sulla cresta che collega il Pizzo delle Tre Mogge al Cappuccio e alla Sassa di Fora, visibile persino da alcuni angoli di Sondrio. Al di là del passo la bellissima Val di Fex che dai piedi del Vadret da Fex si allunga verso Nord perdendosi nei laghi dell’Engadina, alle nostre spalle la Valmalenco - ci eravamo dimenticati di guardarla salendo! - che, le foschie di una giornata agostana dissolvono nelle dirimpettaie Orobie. Verso Est il profilo del Pizzo delle Tre Mogge sormontato da una calotta calcarea (ecco giustificata la presenza delle

Stelle alpine), mentre a SudOvest il Disgrazia, che comincia ad incappucciarsi, segnala un probabile cambiamento del tempo. E poi ci sono altri fiori. Siamo sopra i 3000 metri: qui possono sopravvivere solo le specie attrezzate alle difficili condizioni dell’alta montagna. Ecco, al riparo di alcune rocce, l’Eritrichio dall’azzurro intenso (è il Non ti scordar di me d’alta quota) che una diffusa peluria difende dai rigori del freddo e più in alto, sulla cresta spoglia spazzata dal vento, i cuscinetti di Andròsace alpina e di Sassifraga oppositifolia la cui difesa è quella di stare il più appiattiti possibile sul terreno. Accanto qualche Ranuncolo dei ghiacciai si è arrampicato fin quassù. Scendiamo infine, non senza fermarci di nuovo ad ammirare la nostra protagonista. Passiamo dalla Capanna Longoni a salutare l’amico Elia, guida alpina gestore del rifugio, e ripercorriamo a ritroso la sterrata per San Giuseppe, che ci fa quasi sentire personaggi dell’Operazione Overland, la serie di spedizioni organizzate qualche anno fa da Unicef Italia nei più sperduti angoli del pianeta.

Sopra a sinistra: Genziana orbicularis. Sopra: sulla cresta in prossimità del Passo delle Tremogge, sul fondo il Monte Disgrazia.

Sopra a sinistra: Lomatogonium. Sopra: Doronicum clusii. A sinistra: Artemisia umbelliformis. Nelle pagine precedenti: fioritura al Passo delle Tremogge e il Lomatogonium carinthiacum.

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C’ERA UNA VOLTA

LA GARA DI

OLANO di Riccardo Marchini

Chiesa di San Giovanni, messa prima. Fuori fa bella mostra di sé una lunga infilata di paia di sci. Tutti capiscono che è il giorno della Gara di Olano

Una lunga storia 1948-1989. Sono le date della prima e dell’ultima edizione della più longeva e nota competizione di sci alpino che si svolgeva in Bassa Valtellina: la Gara di Olano. Gara antica, dal sapore pionieristico, di scena in Valgerola, sui pendii del comprensorio Corte, Tagliate, Alpe Olano. Nessun impianto di risalita. D’altra parte nei primi anni ‘50 funivie, seggiovie e ski-lift erano appannaggio delle stazioni turistiche più rinomate, come Madesimo, Aprica e Bormio (Pescegallo entrerà in funzione solo nel 1964). Da Rasura (o da Morbegno) si doveva affrontare, sci in spalla, la salita fino alla Corte e da qui, calzati i legni, come si usava dire allora, si proseguiva 16 CAI MORBEGNO

fino alla partenza della gara. Il tutto si traduceva in una marcia che, a seconda dei casi, richiedeva da un’ora e mezza a due ore e mezza, per un dislivello variabile fra i 700 e i 1000 metri. La competizione, nel corso delle sue 38 edizioni (tre non vennero effettuate per mancanza di neve), ebbe diverse denominazioni, ma per tutti, nell’ambiente sportivo provinciale, era solo e semplicemente la “Gara di Olano”, appuntamento fisso di fine di febbraio che faceva sistematicamente registrare la presenza di un centinaio di concorrenti (addirittura 180 nel 1982) e un ragguardevole numero di spettatori plaudenti. La prima edizione venne organizzata nel 1948, sull’onda della voglia di ritrovare la normalità di una vita

segnata in modo indelebile dalla guerra terminata traumaticamente solo tre anni prima. Oggi la chiameremmo rally sci-alpinistico, perché i concorrenti salivano fino alla Casera di Olano con gli sci attrezzati con pelli di foca (autentica pelle di foca), i più abbienti, o, più frequentemente, impacchettati con cordini intrecciati secondo la tecnica usata per legare i salami. Qui era fissata la partenza a cronometro. Di porte direzionali neanche a parlarne; seguendo le tracce lasciate in salita si scendeva il più velocemente possibile ai prati della Corte, dove era fissato il traguardo. Dopo un paio di queste edizioni avventurose, si arrivò alla conclusione che il percorso, così com’era, mal si adattava ad CAI MORBEGNO 17


C’ERA UNA VOLTA

LA GARA DI

OLANO di Riccardo Marchini

Chiesa di San Giovanni, messa prima. Fuori fa bella mostra di sé una lunga infilata di paia di sci. Tutti capiscono che è il giorno della Gara di Olano

Una lunga storia 1948-1989. Sono le date della prima e dell’ultima edizione della più longeva e nota competizione di sci alpino che si svolgeva in Bassa Valtellina: la Gara di Olano. Gara antica, dal sapore pionieristico, di scena in Valgerola, sui pendii del comprensorio Corte, Tagliate, Alpe Olano. Nessun impianto di risalita. D’altra parte nei primi anni ‘50 funivie, seggiovie e ski-lift erano appannaggio delle stazioni turistiche più rinomate, come Madesimo, Aprica e Bormio (Pescegallo entrerà in funzione solo nel 1964). Da Rasura (o da Morbegno) si doveva affrontare, sci in spalla, la salita fino alla Corte e da qui, calzati i legni, come si usava dire allora, si proseguiva 16 CAI MORBEGNO

fino alla partenza della gara. Il tutto si traduceva in una marcia che, a seconda dei casi, richiedeva da un’ora e mezza a due ore e mezza, per un dislivello variabile fra i 700 e i 1000 metri. La competizione, nel corso delle sue 38 edizioni (tre non vennero effettuate per mancanza di neve), ebbe diverse denominazioni, ma per tutti, nell’ambiente sportivo provinciale, era solo e semplicemente la “Gara di Olano”, appuntamento fisso di fine di febbraio che faceva sistematicamente registrare la presenza di un centinaio di concorrenti (addirittura 180 nel 1982) e un ragguardevole numero di spettatori plaudenti. La prima edizione venne organizzata nel 1948, sull’onda della voglia di ritrovare la normalità di una vita

segnata in modo indelebile dalla guerra terminata traumaticamente solo tre anni prima. Oggi la chiameremmo rally sci-alpinistico, perché i concorrenti salivano fino alla Casera di Olano con gli sci attrezzati con pelli di foca (autentica pelle di foca), i più abbienti, o, più frequentemente, impacchettati con cordini intrecciati secondo la tecnica usata per legare i salami. Qui era fissata la partenza a cronometro. Di porte direzionali neanche a parlarne; seguendo le tracce lasciate in salita si scendeva il più velocemente possibile ai prati della Corte, dove era fissato il traguardo. Dopo un paio di queste edizioni avventurose, si arrivò alla conclusione che il percorso, così com’era, mal si adattava ad CAI MORBEGNO 17


una competizione che voleva essere di discesa. Il tratto dalla Casera alla Motta era, infatti, troppo pianeggiante e le solette dell’epoca, in legno più o meno laccato, non consentivano di acquistare velocità. Anzi, non era escluso che facessero “zoccolo”, costringendo i concorrenti a lavorare di braccia e di bastoncini. Così lo start venne spostato alla Motta. Per qualche anno ancora il tracciato fu lasciato alla libera creatività dei discesisti, per cui chi aveva capacità e fegato di buttarsi giù per i pendii secondo le linee più brevi si piazzava ai primi posti. Miglioramenti significativi non tardarono ad arrivare. 18 CAI MORBEGNO

Si cominciò a preparare una vera pista di gara, spianata, pressata e segnalata con porte direzionali obbligatorie: teli rossi e blu alternati, distesi fra due paletti di bambù, leggeri e facilmente trasportabili. Naturalmente la battitura doveva essere eseguita senza mezzi meccanici. Volontari del C.A.I., a volte numerosi, ma a volte ridotti a due sole persone, il sabato precedente risalivano tutto il tracciato “a scaletta”, spianando quel tanto che bastava a consentire il passaggio degli sciatori. Per il consolidamento del fondo si confidava nel gelo della notte. Era inevitabile, però, che gli ultimi concorrenti a partire fossero costretti a scendere

lungo una specie di pista di bob creata dai passaggi precedenti, ma di meglio non si poteva pretendere. La regolarità della gara era, comunque, assicurata, perché gli atleti che correvano per vincere, le cosiddette teste di serie, venivano fatti scendere per primi. Solo in un’occasione, nel 1988, si riuscì a trasportare in loco un “gatto”, non senza qualche brivido fra il tragico e il comico, perché il mezzo, evidentemente legato male sul cassone del camion, rischiò a più riprese di essere perso per strada. Nel 1961 fu inserita nel regolamento della manifestazione una novità: la gara divenne trofeo a squadre

e venne intitolata a Giulio Lavizzari, in ricordo dell’amico e socio del C.A.I. Morbegno, morto l’anno prima durante il servizio militare in un incidente di montagna. La somma dei tempi dei primi tre arrivati di ogni squadra avrebbe determinato la graduatoria. A questo prestigioso premio venne abbinata, nel 1962, la Targa Gino Cornaggia, morto per una brutta malattia l’anno prima, da assegnare al realizzatore del miglior tempo assoluto. La formula piacque e numerosi sci club diedero la loro adesione. Arrivavano da tutta la provincia. Oltre che da Rasura e Gerola, fucine di campioni, si registrò la presenza di squadre

provenienti da Madesimo, da Sondrio, da Tirano e da Poschiavo. E proprio da quest’ultimo centro svizzero proveniva la Polisportiva Palù, compagine che negli anni si dimostrò protagonista indiscussa. A rendere più giocosa e movimentata la manifestazione ci pensavano le sfide nelle categorie giovanili, maschili e femminili, partecipate e combattute più della gara principale, soprattutto da parte dei genitori.

Sopra: nell’ultima edizione della gara è apparso anche il gatto delle nevi. In alto: un momento di relax durante la vigilia dedicata alla battitura della pista. A sinistra: impegnati nella tracciatura.

CAI MORBEGNO 19


una competizione che voleva essere di discesa. Il tratto dalla Casera alla Motta era, infatti, troppo pianeggiante e le solette dell’epoca, in legno più o meno laccato, non consentivano di acquistare velocità. Anzi, non era escluso che facessero “zoccolo”, costringendo i concorrenti a lavorare di braccia e di bastoncini. Così lo start venne spostato alla Motta. Per qualche anno ancora il tracciato fu lasciato alla libera creatività dei discesisti, per cui chi aveva capacità e fegato di buttarsi giù per i pendii secondo le linee più brevi si piazzava ai primi posti. Miglioramenti significativi non tardarono ad arrivare. 18 CAI MORBEGNO

Si cominciò a preparare una vera pista di gara, spianata, pressata e segnalata con porte direzionali obbligatorie: teli rossi e blu alternati, distesi fra due paletti di bambù, leggeri e facilmente trasportabili. Naturalmente la battitura doveva essere eseguita senza mezzi meccanici. Volontari del C.A.I., a volte numerosi, ma a volte ridotti a due sole persone, il sabato precedente risalivano tutto il tracciato “a scaletta”, spianando quel tanto che bastava a consentire il passaggio degli sciatori. Per il consolidamento del fondo si confidava nel gelo della notte. Era inevitabile, però, che gli ultimi concorrenti a partire fossero costretti a scendere

lungo una specie di pista di bob creata dai passaggi precedenti, ma di meglio non si poteva pretendere. La regolarità della gara era, comunque, assicurata, perché gli atleti che correvano per vincere, le cosiddette teste di serie, venivano fatti scendere per primi. Solo in un’occasione, nel 1988, si riuscì a trasportare in loco un “gatto”, non senza qualche brivido fra il tragico e il comico, perché il mezzo, evidentemente legato male sul cassone del camion, rischiò a più riprese di essere perso per strada. Nel 1961 fu inserita nel regolamento della manifestazione una novità: la gara divenne trofeo a squadre

e venne intitolata a Giulio Lavizzari, in ricordo dell’amico e socio del C.A.I. Morbegno, morto l’anno prima durante il servizio militare in un incidente di montagna. La somma dei tempi dei primi tre arrivati di ogni squadra avrebbe determinato la graduatoria. A questo prestigioso premio venne abbinata, nel 1962, la Targa Gino Cornaggia, morto per una brutta malattia l’anno prima, da assegnare al realizzatore del miglior tempo assoluto. La formula piacque e numerosi sci club diedero la loro adesione. Arrivavano da tutta la provincia. Oltre che da Rasura e Gerola, fucine di campioni, si registrò la presenza di squadre

provenienti da Madesimo, da Sondrio, da Tirano e da Poschiavo. E proprio da quest’ultimo centro svizzero proveniva la Polisportiva Palù, compagine che negli anni si dimostrò protagonista indiscussa. A rendere più giocosa e movimentata la manifestazione ci pensavano le sfide nelle categorie giovanili, maschili e femminili, partecipate e combattute più della gara principale, soprattutto da parte dei genitori.

Sopra: nell’ultima edizione della gara è apparso anche il gatto delle nevi. In alto: un momento di relax durante la vigilia dedicata alla battitura della pista. A sinistra: impegnati nella tracciatura.

CAI MORBEGNO 19


Con il trascorrere degli anni le tecniche di discesa e i materiali impiegati avevano subito notevoli miglioramenti. Conseguentemente gli sciatori, soprattutto quelli che si dedicavano all’agonismo, erano diventati sempre più bravi, ma anche più esigenti. Da parte del C.A.I. venne fatto lo sforzo di adeguare la manifestazione alle nuove richieste: tracciati più larghi, più filanti e, nei limiti del possibile, più ritmici. Era necessario ampliare il terreno di gara. Grazie alla collaborazione e all’assistenza del Corpo Forestale dello Stato, fu possibile abbattere alcuni alberi che rendevano problematici certi passaggi nel bosco, così che si riuscì a realizzare un corridoio sufficientemente largo e adatto alla competizione. Addirittura, si poté creare nella parte terminale, a destra, scendendo, della chiesetta della Corte, un lungo e ripido scivolo che chiudesse in modo spettacolare la gara. Lo scüss della Corte, come veniva pomposamente chiamato, era assai temuto: lì si potevano valutare tecnica e coraggio dei concorrenti. Ma era anche pericoloso per sciatori non di primo rango, per cui fu utilizzato in poche occasioni, quando le condizioni di innevamento lo rendevano ragionevolmente sicuro. La ricerca di un tracciato più moderno indusse anche ad abbassare la partenza, prima

20 CAI MORBEGNO

alle Tagliate di Sopra, così da evitare il canale a valle del Piede di Olano, sempre troppo angusto e chiuso dalla vegetazione, poi, negli anni Ottanta, in cima alle Tagliate di Mezzo. Nel 1977 ci fu un ulteriore cambio di formula. Il nuovo Trofeo, intitolato a Guido Cenini, giovane consigliere del C.A.I. Morbegno deceduto in un incidente stradale, divenne “biennale non consecutivo”. Per aggiudicarselo una squadra doveva vincerlo due volte, anche non di seguito. Conclusisi i cicli Lavizzari e Cenini, dal 1979 fino 1989 la gara prese la denominazione di “Trofeo Monte OIano”, che venne disputato per quattro edizioni. Lentamente, però, cominciò la parabola discendente. Dall’inizio degli anni Ottanta le precipitazioni nevose, non più abbondanti come in passato (le edizioni annullate riguardano, infatti, gli anni 1981, 1983 e 1989) resero sempre più difficoltosa la preparazione della pista, così nel 1989, a causa di un’annata particolarmente sfavorevole (nevicò solo alla fine di febbraio), la Gara di Olano si estinse per morte naturale. Molti furono i personaggi legati a quell’epopea. Li ricorda tutti Giovanni Donadelli, che della Gara di Olano fu ispiratore e anima, in un simpatico componimento dialettale

Bisogna mia desmentegà in questa storia I premm sciaduu che ià faa la gloria De sta gara vivüda cun pasiun, per el (Decubertèn) l’era sicur na sudisfaziun. El Giacum de Resura se peö mia desmentegà, anca l’Efrem che el sciava cula giachèta sempri aprida, che el la fava sventulà, a vedèl a scià l’èra na slavinèta. Ghèra el Ginu Curnagia, nasüü a Sacch El Tom Curnali che el sciava cume un matt Anca el Gino Curtoni de Gereula, grant sciaduu E peö el vegniva el Dunadèll dopo de luur. El Bavu Natalino e anca el Miliètu, el Lumbèla i Maccani, un bèl terzètu de Resura, in due vegnifa faa la premiaziun e le se fava i cüünt e anca i discusiun. Peö lè rivaa i Riva i Gusmereu De l’architètt Rumegial anca i so fieu, i Galbusera di biscòtt, ghèra anca luur e per finì i Rumegiai, fieu del dutur. Tra i tanti persunacc che i fasiva la gara Da Madesim a Tiran l’èra mia na roba rara, i svizzer de Pus’sciaaf ghèra anca luur el Cutèli che l’è peö staa un grant alenaduur. Una curiosità: nel 1962 la gara venne vinta ex-aequo da Piero Lombella, futuro direttore della scuola di Sci del Pescegallo, e da Mario Cotelli, che diventerà negli anni ’70 allenatore della valanga azzurra di Thoeni e Gros.

CAI MORBEGNO 21


Con il trascorrere degli anni le tecniche di discesa e i materiali impiegati avevano subito notevoli miglioramenti. Conseguentemente gli sciatori, soprattutto quelli che si dedicavano all’agonismo, erano diventati sempre più bravi, ma anche più esigenti. Da parte del C.A.I. venne fatto lo sforzo di adeguare la manifestazione alle nuove richieste: tracciati più larghi, più filanti e, nei limiti del possibile, più ritmici. Era necessario ampliare il terreno di gara. Grazie alla collaborazione e all’assistenza del Corpo Forestale dello Stato, fu possibile abbattere alcuni alberi che rendevano problematici certi passaggi nel bosco, così che si riuscì a realizzare un corridoio sufficientemente largo e adatto alla competizione. Addirittura, si poté creare nella parte terminale, a destra, scendendo, della chiesetta della Corte, un lungo e ripido scivolo che chiudesse in modo spettacolare la gara. Lo scüss della Corte, come veniva pomposamente chiamato, era assai temuto: lì si potevano valutare tecnica e coraggio dei concorrenti. Ma era anche pericoloso per sciatori non di primo rango, per cui fu utilizzato in poche occasioni, quando le condizioni di innevamento lo rendevano ragionevolmente sicuro. La ricerca di un tracciato più moderno indusse anche ad abbassare la partenza, prima

20 CAI MORBEGNO

alle Tagliate di Sopra, così da evitare il canale a valle del Piede di Olano, sempre troppo angusto e chiuso dalla vegetazione, poi, negli anni Ottanta, in cima alle Tagliate di Mezzo. Nel 1977 ci fu un ulteriore cambio di formula. Il nuovo Trofeo, intitolato a Guido Cenini, giovane consigliere del C.A.I. Morbegno deceduto in un incidente stradale, divenne “biennale non consecutivo”. Per aggiudicarselo una squadra doveva vincerlo due volte, anche non di seguito. Conclusisi i cicli Lavizzari e Cenini, dal 1979 fino 1989 la gara prese la denominazione di “Trofeo Monte OIano”, che venne disputato per quattro edizioni. Lentamente, però, cominciò la parabola discendente. Dall’inizio degli anni Ottanta le precipitazioni nevose, non più abbondanti come in passato (le edizioni annullate riguardano, infatti, gli anni 1981, 1983 e 1989) resero sempre più difficoltosa la preparazione della pista, così nel 1989, a causa di un’annata particolarmente sfavorevole (nevicò solo alla fine di febbraio), la Gara di Olano si estinse per morte naturale. Molti furono i personaggi legati a quell’epopea. Li ricorda tutti Giovanni Donadelli, che della Gara di Olano fu ispiratore e anima, in un simpatico componimento dialettale

Bisogna mia desmentegà in questa storia I premm sciaduu che ià faa la gloria De sta gara vivüda cun pasiun, per el (Decubertèn) l’era sicur na sudisfaziun. El Giacum de Resura se peö mia desmentegà, anca l’Efrem che el sciava cula giachèta sempri aprida, che el la fava sventulà, a vedèl a scià l’èra na slavinèta. Ghèra el Ginu Curnagia, nasüü a Sacch El Tom Curnali che el sciava cume un matt Anca el Gino Curtoni de Gereula, grant sciaduu E peö el vegniva el Dunadèll dopo de luur. El Bavu Natalino e anca el Miliètu, el Lumbèla i Maccani, un bèl terzètu de Resura, in due vegnifa faa la premiaziun e le se fava i cüünt e anca i discusiun. Peö lè rivaa i Riva i Gusmereu De l’architètt Rumegial anca i so fieu, i Galbusera di biscòtt, ghèra anca luur e per finì i Rumegiai, fieu del dutur. Tra i tanti persunacc che i fasiva la gara Da Madesim a Tiran l’èra mia na roba rara, i svizzer de Pus’sciaaf ghèra anca luur el Cutèli che l’è peö staa un grant alenaduur. Una curiosità: nel 1962 la gara venne vinta ex-aequo da Piero Lombella, futuro direttore della scuola di Sci del Pescegallo, e da Mario Cotelli, che diventerà negli anni ’70 allenatore della valanga azzurra di Thoeni e Gros.

CAI MORBEGNO 21


Tempo di vigilia La gara si consumava nell’arco di una domenica mattina, ma la sua organizzazione richiedeva lunghi preparativi che impegnavano il Consiglio del C.A.I. nei tre mesi precedenti. Si iniziava a dicembre con il sopralluogo alla pista, prima che nevicasse o, comunque, prima che la quantità di neve al suolo impedisse di intervenire per eliminare gli eventuali ostacoli, solitamente costituiti da alberi abbattuti e dalla ramaglia di sbroccatura. Inoltre si controllava che i pali e i teli delle porte, depositati nel solaio del ristoro contiguo alla chiesetta, fossero in ordine e in numero sufficiente. Ma, in realtà, il sopralluogo era un pretesto per una gita che si concludeva sistematicamente in baita attorno al fuoco. Le cose da fare erano tante. Andavano ricontattati gli sponsor, bisognava provvedere

22 CAI MORBEGNO

all’acquisto delle coppe e delle medaglie, c’era da riprogettare e far stampare il programma della manifestazione. Poi si doveva organizzare il gruppo operativo, una ventina di persone che avrebbero dovuto

garantire l’assistenza logistica il giorno della gara e dare una sistemata ai pettorali dei concorrenti, rimasti in disordine dall’anno prima (chissà perché, ma ne mancava sempre qualcuno). Il venerdì precedente la gara si trasformava in un appuntamento delicatissimo: alla sera, nella sede del C.A.I., si predisponeva l’ordine di partenza. Sotto l’occhio attento e sospettoso dei responsabili dei gruppi sportivi iscritti, si procedeva al sorteggio della successione con la quale le squadre sarebbero scese. Solo allora era possibile inserire i nomi dei concorrenti: nel rispetto della sequenza stabilita, prima i numeri uno delle liste presentate dagli sci club, poi, ripetendo la stessa procedura, i numeri due, i numeri tre e così via fino ad

esaurimento degli elenchi. La tensione era palpabile e comprensibile, perché era scontato che partire per primi su un tracciato facilmente deteriorabile garantiva un sicuro vantaggio. Tutto si svolgeva con la massima pubblicità e trasparenza, ma anche così qualche mugugno non mancava. Si sa, la competizione genera anche reazioni irrazionali e il dubbio che venissero commessi sotterfugi a vantaggio di questa o quella squadra era all’ordine del giorno, soprattutto da parte di chi era stato sfavorito dalla sorte. Qualcuno faceva buon viso, ma qualcun altro, a fine gara, magari in seguito ad un risultato negativo, dava sfogo al proprio disappunto, ipotizzando brogli o combine. Ed ecco finalmente il sabato,

In alto: la chiesetta della Corte, con annesso rifugio, come appare oggi. In alto a sinistra: le seconde Tagliate dopo un’abbondante nevicata negli anni ottanta. Sopra: alcuni depliant della manifestazione. Nella pagina precedente: la fontana delle Terze Tagliate.

CAI MORBEGNO 23


Tempo di vigilia La gara si consumava nell’arco di una domenica mattina, ma la sua organizzazione richiedeva lunghi preparativi che impegnavano il Consiglio del C.A.I. nei tre mesi precedenti. Si iniziava a dicembre con il sopralluogo alla pista, prima che nevicasse o, comunque, prima che la quantità di neve al suolo impedisse di intervenire per eliminare gli eventuali ostacoli, solitamente costituiti da alberi abbattuti e dalla ramaglia di sbroccatura. Inoltre si controllava che i pali e i teli delle porte, depositati nel solaio del ristoro contiguo alla chiesetta, fossero in ordine e in numero sufficiente. Ma, in realtà, il sopralluogo era un pretesto per una gita che si concludeva sistematicamente in baita attorno al fuoco. Le cose da fare erano tante. Andavano ricontattati gli sponsor, bisognava provvedere

22 CAI MORBEGNO

all’acquisto delle coppe e delle medaglie, c’era da riprogettare e far stampare il programma della manifestazione. Poi si doveva organizzare il gruppo operativo, una ventina di persone che avrebbero dovuto

garantire l’assistenza logistica il giorno della gara e dare una sistemata ai pettorali dei concorrenti, rimasti in disordine dall’anno prima (chissà perché, ma ne mancava sempre qualcuno). Il venerdì precedente la gara si trasformava in un appuntamento delicatissimo: alla sera, nella sede del C.A.I., si predisponeva l’ordine di partenza. Sotto l’occhio attento e sospettoso dei responsabili dei gruppi sportivi iscritti, si procedeva al sorteggio della successione con la quale le squadre sarebbero scese. Solo allora era possibile inserire i nomi dei concorrenti: nel rispetto della sequenza stabilita, prima i numeri uno delle liste presentate dagli sci club, poi, ripetendo la stessa procedura, i numeri due, i numeri tre e così via fino ad

esaurimento degli elenchi. La tensione era palpabile e comprensibile, perché era scontato che partire per primi su un tracciato facilmente deteriorabile garantiva un sicuro vantaggio. Tutto si svolgeva con la massima pubblicità e trasparenza, ma anche così qualche mugugno non mancava. Si sa, la competizione genera anche reazioni irrazionali e il dubbio che venissero commessi sotterfugi a vantaggio di questa o quella squadra era all’ordine del giorno, soprattutto da parte di chi era stato sfavorito dalla sorte. Qualcuno faceva buon viso, ma qualcun altro, a fine gara, magari in seguito ad un risultato negativo, dava sfogo al proprio disappunto, ipotizzando brogli o combine. Ed ecco finalmente il sabato,

In alto: la chiesetta della Corte, con annesso rifugio, come appare oggi. In alto a sinistra: le seconde Tagliate dopo un’abbondante nevicata negli anni ottanta. Sopra: alcuni depliant della manifestazione. Nella pagina precedente: la fontana delle Terze Tagliate.

CAI MORBEGNO 23


vigilia di gara impegnativa e faticosa, ma anche momento di festa, atteso e pregustato. Si saliva in gruppo alla Corte: la base operativa era il ristoro retrostante la chiesetta, aperto per l’avvenimento. Mitico questo ristoro! Negozio alimentare ed osteria nel periodo estivo, in occasione della gara si trasformava in luogo di intrattenimento brulicante, dentro e fuori, del popolo festante dei concorrenti e degli spettatori. Il suo gestore, il “Girumin”, era anche il titolare della teleferica che dalla strada di Gerola, fra Sacco e Rasura, ” tirava su” materiale fino alla Corte. In un’epoca in cui radiotelefoni e cellulari erano ancora di là da venire, ingegnoso era il sistema di comunicazione fra le stazioni a valle e a monte, 24 CAI MORBEGNO

sistema “a picà”, usato un po’ dappertutto, in montagna, nelle operazioni di disbosco da parte dei “burelée”: gli addetti all’impianto, percuotendo con un grosso bastone la fune, producevano un moto vibratorio che si trasmetteva lungo il cavo da un capo all’altro. Un colpo dal basso: ci sono, metti in moto; due colpi dal basso: ho caricato, tira su; tre colpi dall’alto: ho finito, ti rimando il carrello. E, a quanto pare, la cosa funzionava egregiamente. Una breve sosta, poi via verso le Tagliate. A scaletta, dicevamo, con tanta pazienza, cercando di rendere il più compatto e liscio possibile il nastro della pista. Ai battitori seguiva il gruppetto dei rifinitori, fra i quali c’erano gli “esperti” con il compito

di collocare le bandierine. E questo finiva a volte per diventare fonte di polemiche. Infatti fra i tracciatori c’era spesso anche qualcuno che avrebbe gareggiato il giorno seguente, il quale, ovviamente, cercava di adattare la pista alle proprie caratteristiche. Non solo. Siccome il posizionamento delle bandiere richiedeva ripetuti aggiustamenti e poiché gli aggiustamenti andavano verificati provandoli, a fine giornata c’era chi conosceva la pista a memoria, con tutti i suoi possibili trabocchetti. La cosa finiva per essere risaputa e il giorno seguente, soprattutto se il vincitore era uno di questi, al momento delle premiazioni volavano gli stracci. Ma erano solo polemiche robuste di una gara

ruspante ed autenticamente popolare. A metà giornata si cominciava a guardare l’orologio e ad essere inquieti. Giù dal “Girumin” era pronta una sontuosa polentata. La pausa ristoratrice costituiva un momento impagabile, in particolare in quegli anni nei quali un tiepido sole primaverile consentiva di stare all’aperto. Allora, allungati come lucertole a ridosso del muro della chiesa, si chiacchierava piacevolmente piluccando (e sorseggiando) “generi di conforto vari”. Tutti i pensieri del viver quotidiano erano per un momento alle spalle, meglio che trovarsi sul lettino dello psicanalista. Il pomeriggio veniva dedicato alla rifinitura del tracciato e all’allestimento dell’area

traguardo. All’imbrunire, tutti in baita dal Giovanni, alle Tagliate di Sotto. Era il secondo momento conviviale della giornata, atteso tanto quanto e forse di più di quello del mezzogiorno. La cena era tutto sommato frugale. Il bello veniva più tardi attorno al fuoco, quando iniziava quel rito che, pur ripetendosi di anno in anno, era sempre nuovo. Prese in giro reciproche, racconti di aneddoti, ricordi di episodi delle edizioni passate, barzellette e canti. Il tutto accompagnato dal “nobil licore di Noè” che faceva il giro dei presenti nel classico “ciapèl”. Intanto le case del circondario si erano riempite, perché la Gara di Olano era anche un avvenimento mondano. E accadeva spesso di ricevere la visita di cortesia dei vicini. Ci

In alto: lungo l’itinerario che da Mellarolo sale alla Corte. Sopra: l’arrivo alla chiesetta della Corte. A sinistra: mare di nebbia dalle Terze Tagliate.

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vigilia di gara impegnativa e faticosa, ma anche momento di festa, atteso e pregustato. Si saliva in gruppo alla Corte: la base operativa era il ristoro retrostante la chiesetta, aperto per l’avvenimento. Mitico questo ristoro! Negozio alimentare ed osteria nel periodo estivo, in occasione della gara si trasformava in luogo di intrattenimento brulicante, dentro e fuori, del popolo festante dei concorrenti e degli spettatori. Il suo gestore, il “Girumin”, era anche il titolare della teleferica che dalla strada di Gerola, fra Sacco e Rasura, ” tirava su” materiale fino alla Corte. In un’epoca in cui radiotelefoni e cellulari erano ancora di là da venire, ingegnoso era il sistema di comunicazione fra le stazioni a valle e a monte, 24 CAI MORBEGNO

sistema “a picà”, usato un po’ dappertutto, in montagna, nelle operazioni di disbosco da parte dei “burelée”: gli addetti all’impianto, percuotendo con un grosso bastone la fune, producevano un moto vibratorio che si trasmetteva lungo il cavo da un capo all’altro. Un colpo dal basso: ci sono, metti in moto; due colpi dal basso: ho caricato, tira su; tre colpi dall’alto: ho finito, ti rimando il carrello. E, a quanto pare, la cosa funzionava egregiamente. Una breve sosta, poi via verso le Tagliate. A scaletta, dicevamo, con tanta pazienza, cercando di rendere il più compatto e liscio possibile il nastro della pista. Ai battitori seguiva il gruppetto dei rifinitori, fra i quali c’erano gli “esperti” con il compito

di collocare le bandierine. E questo finiva a volte per diventare fonte di polemiche. Infatti fra i tracciatori c’era spesso anche qualcuno che avrebbe gareggiato il giorno seguente, il quale, ovviamente, cercava di adattare la pista alle proprie caratteristiche. Non solo. Siccome il posizionamento delle bandiere richiedeva ripetuti aggiustamenti e poiché gli aggiustamenti andavano verificati provandoli, a fine giornata c’era chi conosceva la pista a memoria, con tutti i suoi possibili trabocchetti. La cosa finiva per essere risaputa e il giorno seguente, soprattutto se il vincitore era uno di questi, al momento delle premiazioni volavano gli stracci. Ma erano solo polemiche robuste di una gara

ruspante ed autenticamente popolare. A metà giornata si cominciava a guardare l’orologio e ad essere inquieti. Giù dal “Girumin” era pronta una sontuosa polentata. La pausa ristoratrice costituiva un momento impagabile, in particolare in quegli anni nei quali un tiepido sole primaverile consentiva di stare all’aperto. Allora, allungati come lucertole a ridosso del muro della chiesa, si chiacchierava piacevolmente piluccando (e sorseggiando) “generi di conforto vari”. Tutti i pensieri del viver quotidiano erano per un momento alle spalle, meglio che trovarsi sul lettino dello psicanalista. Il pomeriggio veniva dedicato alla rifinitura del tracciato e all’allestimento dell’area

traguardo. All’imbrunire, tutti in baita dal Giovanni, alle Tagliate di Sotto. Era il secondo momento conviviale della giornata, atteso tanto quanto e forse di più di quello del mezzogiorno. La cena era tutto sommato frugale. Il bello veniva più tardi attorno al fuoco, quando iniziava quel rito che, pur ripetendosi di anno in anno, era sempre nuovo. Prese in giro reciproche, racconti di aneddoti, ricordi di episodi delle edizioni passate, barzellette e canti. Il tutto accompagnato dal “nobil licore di Noè” che faceva il giro dei presenti nel classico “ciapèl”. Intanto le case del circondario si erano riempite, perché la Gara di Olano era anche un avvenimento mondano. E accadeva spesso di ricevere la visita di cortesia dei vicini. Ci

In alto: lungo l’itinerario che da Mellarolo sale alla Corte. Sopra: l’arrivo alla chiesetta della Corte. A sinistra: mare di nebbia dalle Terze Tagliate.

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A destra: le Terze Tagliate dopo una nevicata autunnale nei primi anni ottanta. Sotto: ultime porte prima del traguardo.

ALBO D’ORO

si stringeva un po’ e la serata proseguiva con più animazione. Poi tutti a dormire. Srotolati i sacchi a pelo, si cercava di trovare la posizione meno scomoda e di trascorrere la nottata, per la verità abbastanza gelida, alla bell’e meglio. Ma anche questo faceva parte del gioco. Finalmente si gareggia La domenica iniziava presto. La sveglia era alle sette, per chi era riuscito a dormire, si procedeva ad una toletta sommaria, si trangugiava una frettolosa colazione, in un ambiente reso gelido dal rigore notturno, neppure il lontano ricordo di quello della sera precedente, e ci si trasferiva alla Corte ad accogliere i concorrenti, che verso le otto cominciavano ad 26 CAI MORBEGNO

arrivare. Nell’arco di un’ora il piccolo spiazzo antistante il ristoro era tutto un brulicare di sciatori, un’esposizione di sci e un deposito di sacchi da montagna. Dentro, nella stanza accanto alla cucina, il Giovanni faticava non poco a mettere un po’ d’ordine nello stuolo di persone vocianti che chiedevano ragguagli, elenchi e i pettorali di gara dei rispettivi gruppi. Alle nove, come per incanto, tutto si normalizzava: i concorrenti, a piedi, a scaletta o a resca di pesce, risalivano la pista in una lunga fila. Procedevano lentamente, studiando con grande attenzione il tracciato e cercando di memorizzare la disposizione delle porte per individuare la strategia di gara migliore. I commissari di percorso si sistemavano nelle

postazioni loro assegnate provvisti di notes e matita (a doppia punta per ogni evenienza) e della “ razione di sopravvivenza” (pacchetto di biscotti e grappino). I cronometristi, anche loro scarpinando, prendevano posto alla partenza e all’arrivo e tutto poteva avere inizio. Cominciavano i big, quelli che correvano per vincere. La tensione agonistica era alle stelle. Alcuni, ricorrendo a quella che definivano “partenza atletica”, una specie di dondolio avanti e indietro ritmato sulla scansione dei secondi, riuscivano furbescamente, prima del “via” ufficiale, a sfilarsi dalla mano dello starter che li teneva per una spalla, rubacchiando qualche attimo. Ovviamente venivano

penalizzati, e, altrettanto ovviamente, la penalizzazione, ritenuta immeritata, entrava nel computo delle discussioni e delle polemiche serali assieme a tutte le altre. Poi toccava ai meno esperti, che correvano decoubertianamente solo per partecipare, e infine ai giovani, suddivisi nelle loro categorie. Questi ultimi erano costretti a gareggiare su una pista diventata un campo di battaglia, tanto era piena di buche e di solchi. I più piccoli, addirittura, sparivano letteralmente in trincee più alte di loro. Ai bordi dell’intero tracciato tanti spettatori, attenti e competenti, applaudivano i bravi e incoraggiavano i più imbranati. Gli incitamenti dei supporter si facevano sentire, soprattutto quando a scendere erano i concorrenti

delle categorie giovanili. Allora i genitori, correndo per un breve tratto dietro i loro ragazzi, si producevano in un tifo indiavolato con incoraggiamenti, consigli ed informazioni riguardanti le condizioni della pista. E anche, fortunatamente di rado, con qualche rimprovero: chissà se qualche promettente carriera agonistica è stata interrotta da questi atteggiamenti sbagliati? La sarabanda durava dalle due alle tre ore. Al termine, tutti a Rasura per la cerimonia delle premiazioni. I vincitori esultavano, gli sconfitti, per utilizzare un neologismo rimediato dal calcio, rosicavano per un po’, magari incolpando la sfortuna o polemizzando per presunte ingiustizie, ma, per dirla ancora con Giovanni,

L’andava peö a finì che teut el se quietava, e ala premiaziun tücc i se presentava e peö tra cantadi, bevüdi e discusiun ognun el se tegniva la sua resun.

TROFEO GIULIO LAVIZZARI 1961 – G.S. Valgerola (1° Giudes Mario – C.A.I. Tirano) 1962 - G.S. Valgerola (1° Lombella Piero – Cotelli Mario) 1963 - G.S. Valgerola (1°Bavo Giovanni – G.S. Valgerola) 1964 - G.S. Valgerola (1° Lombella Piero – G.S. Valgerola) 1965 – G. S. Valgerola (1° Lombella Piero – G.S. Valgerola) 1966 – C.A.I. Morbegno (1° Maccani Valeriano – S.C. Rasura) 1967 – G.S. Valgerola (1° Bavo Natalino – G.S. Valgerola) 1968 – G.S. Valgerola (1°Bavo Pinuccio – G.S. Valgerola) 1969 – Pol. Palù (1° Lanfranchi Valerio – Pol. Palù) 1970 – Pol. Palù (1° Lanfranchi Valerio – Pol. Palù) 1971 – G.S. Valgerola (1° Belotti Riccardo – G.S. Valgerola) 1972 – S.C. Delebio (1° Lanfranchi Valerio – Pol. Palù) 1973 – Pol. Palù (1° Lanfranchi valerio – Pol. Palù) 1974 – G.S. Valgerola (1° Magri Luigi – C.A.I. Sondrio) 1975 – G.S. Valgerola (1° Zugnoni Marco – G.S. Valgerola) 1976 – S.C. Gran Slalom (1° Sassella Gianni – S.C. Gran Slalom) TROFEO GUIDO CENINI 1977 – Pol. Palù (1° Galbusera Fulvio – C.A.I. Morbegno) 1978 – Pol. Palù (1° Triacca Sandro – Pol. Palù) 1° TROFEO MONTE OLANO (Pol. Palù) 1979 – S.C. Sport Domani (1° Zugnoni Marco – S.C. Sport Domani) 1980 – Pol. Palù (1° Costa Silvio – pol. Palù) 1981 – non effettuato 1982 – Pol. Palù (1° Luzzi Attilio – S.C. Talamona) 2° TROFEO MONTE OLANO (Pol. Palù) 1983 – non effettuato 1984 – Pol. Palù (1° Rada Franco – Pol. Palù) 1985 – Pol. Palù (1° Costa Silvio – Pol. Palù) 3° TROFEO MONTE OLANO (Pol. Palù) 1986 – Pol. Palù (1° Zugnoni Marco – G.S. Valgerola) 1987 – Pol. Palù (1° Monti Marcello – C.A.I. Morbegno) 4° TROFEO MONTE OLANO 1988 – Pol. Palù (1° Zugnoni Massimo – G.S. Mellarolo) 1989 – non effettuato (Il 4° Trofeo Monte Olano non è più stato condotto a termine)

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A destra: le Terze Tagliate dopo una nevicata autunnale nei primi anni ottanta. Sotto: ultime porte prima del traguardo.

ALBO D’ORO

si stringeva un po’ e la serata proseguiva con più animazione. Poi tutti a dormire. Srotolati i sacchi a pelo, si cercava di trovare la posizione meno scomoda e di trascorrere la nottata, per la verità abbastanza gelida, alla bell’e meglio. Ma anche questo faceva parte del gioco. Finalmente si gareggia La domenica iniziava presto. La sveglia era alle sette, per chi era riuscito a dormire, si procedeva ad una toletta sommaria, si trangugiava una frettolosa colazione, in un ambiente reso gelido dal rigore notturno, neppure il lontano ricordo di quello della sera precedente, e ci si trasferiva alla Corte ad accogliere i concorrenti, che verso le otto cominciavano ad 26 CAI MORBEGNO

arrivare. Nell’arco di un’ora il piccolo spiazzo antistante il ristoro era tutto un brulicare di sciatori, un’esposizione di sci e un deposito di sacchi da montagna. Dentro, nella stanza accanto alla cucina, il Giovanni faticava non poco a mettere un po’ d’ordine nello stuolo di persone vocianti che chiedevano ragguagli, elenchi e i pettorali di gara dei rispettivi gruppi. Alle nove, come per incanto, tutto si normalizzava: i concorrenti, a piedi, a scaletta o a resca di pesce, risalivano la pista in una lunga fila. Procedevano lentamente, studiando con grande attenzione il tracciato e cercando di memorizzare la disposizione delle porte per individuare la strategia di gara migliore. I commissari di percorso si sistemavano nelle

postazioni loro assegnate provvisti di notes e matita (a doppia punta per ogni evenienza) e della “ razione di sopravvivenza” (pacchetto di biscotti e grappino). I cronometristi, anche loro scarpinando, prendevano posto alla partenza e all’arrivo e tutto poteva avere inizio. Cominciavano i big, quelli che correvano per vincere. La tensione agonistica era alle stelle. Alcuni, ricorrendo a quella che definivano “partenza atletica”, una specie di dondolio avanti e indietro ritmato sulla scansione dei secondi, riuscivano furbescamente, prima del “via” ufficiale, a sfilarsi dalla mano dello starter che li teneva per una spalla, rubacchiando qualche attimo. Ovviamente venivano

penalizzati, e, altrettanto ovviamente, la penalizzazione, ritenuta immeritata, entrava nel computo delle discussioni e delle polemiche serali assieme a tutte le altre. Poi toccava ai meno esperti, che correvano decoubertianamente solo per partecipare, e infine ai giovani, suddivisi nelle loro categorie. Questi ultimi erano costretti a gareggiare su una pista diventata un campo di battaglia, tanto era piena di buche e di solchi. I più piccoli, addirittura, sparivano letteralmente in trincee più alte di loro. Ai bordi dell’intero tracciato tanti spettatori, attenti e competenti, applaudivano i bravi e incoraggiavano i più imbranati. Gli incitamenti dei supporter si facevano sentire, soprattutto quando a scendere erano i concorrenti

delle categorie giovanili. Allora i genitori, correndo per un breve tratto dietro i loro ragazzi, si producevano in un tifo indiavolato con incoraggiamenti, consigli ed informazioni riguardanti le condizioni della pista. E anche, fortunatamente di rado, con qualche rimprovero: chissà se qualche promettente carriera agonistica è stata interrotta da questi atteggiamenti sbagliati? La sarabanda durava dalle due alle tre ore. Al termine, tutti a Rasura per la cerimonia delle premiazioni. I vincitori esultavano, gli sconfitti, per utilizzare un neologismo rimediato dal calcio, rosicavano per un po’, magari incolpando la sfortuna o polemizzando per presunte ingiustizie, ma, per dirla ancora con Giovanni,

L’andava peö a finì che teut el se quietava, e ala premiaziun tücc i se presentava e peö tra cantadi, bevüdi e discusiun ognun el se tegniva la sua resun.

TROFEO GIULIO LAVIZZARI 1961 – G.S. Valgerola (1° Giudes Mario – C.A.I. Tirano) 1962 - G.S. Valgerola (1° Lombella Piero – Cotelli Mario) 1963 - G.S. Valgerola (1°Bavo Giovanni – G.S. Valgerola) 1964 - G.S. Valgerola (1° Lombella Piero – G.S. Valgerola) 1965 – G. S. Valgerola (1° Lombella Piero – G.S. Valgerola) 1966 – C.A.I. Morbegno (1° Maccani Valeriano – S.C. Rasura) 1967 – G.S. Valgerola (1° Bavo Natalino – G.S. Valgerola) 1968 – G.S. Valgerola (1°Bavo Pinuccio – G.S. Valgerola) 1969 – Pol. Palù (1° Lanfranchi Valerio – Pol. Palù) 1970 – Pol. Palù (1° Lanfranchi Valerio – Pol. Palù) 1971 – G.S. Valgerola (1° Belotti Riccardo – G.S. Valgerola) 1972 – S.C. Delebio (1° Lanfranchi Valerio – Pol. Palù) 1973 – Pol. Palù (1° Lanfranchi valerio – Pol. Palù) 1974 – G.S. Valgerola (1° Magri Luigi – C.A.I. Sondrio) 1975 – G.S. Valgerola (1° Zugnoni Marco – G.S. Valgerola) 1976 – S.C. Gran Slalom (1° Sassella Gianni – S.C. Gran Slalom) TROFEO GUIDO CENINI 1977 – Pol. Palù (1° Galbusera Fulvio – C.A.I. Morbegno) 1978 – Pol. Palù (1° Triacca Sandro – Pol. Palù) 1° TROFEO MONTE OLANO (Pol. Palù) 1979 – S.C. Sport Domani (1° Zugnoni Marco – S.C. Sport Domani) 1980 – Pol. Palù (1° Costa Silvio – pol. Palù) 1981 – non effettuato 1982 – Pol. Palù (1° Luzzi Attilio – S.C. Talamona) 2° TROFEO MONTE OLANO (Pol. Palù) 1983 – non effettuato 1984 – Pol. Palù (1° Rada Franco – Pol. Palù) 1985 – Pol. Palù (1° Costa Silvio – Pol. Palù) 3° TROFEO MONTE OLANO (Pol. Palù) 1986 – Pol. Palù (1° Zugnoni Marco – G.S. Valgerola) 1987 – Pol. Palù (1° Monti Marcello – C.A.I. Morbegno) 4° TROFEO MONTE OLANO 1988 – Pol. Palù (1° Zugnoni Massimo – G.S. Mellarolo) 1989 – non effettuato (Il 4° Trofeo Monte Olano non è più stato condotto a termine)

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LA VALLE DEL FABIOLO La valle che non c’è (più) di Riccardo Marchini

I forti temporali del luglio 2008 hanno sconvolto la morfologia della Val Fabiòlo. Una frana staccatasi nella parte alta della valle si è riversata nel torrente e, aumentando via via di consistenza, ha cancellato lunghi tratti della mulattiera e distrutto alcuni ponti. L’intervento di bonifica programmato, anche se rispettoso delle caratteristiche geografiche e storiche della valle, difficilmente la potrà riportare allo stato preesistente.

28 CAI MORBEGNO

Lo so. E’ privo di senso proporre una gita in una valle come se fosse ancora integra e vitale, ma ciò deriva dalla speranza di veder rinascere uno degli ambienti più suggestivi ed inquietanti della Valtellina, la Valle del Fabiòlo (con l’accento grave rigorosamente collocato sulla prima o) che certamente, nonostante i lavori di recupero in fase di realizzazione, non potrà mai più essere come prima. Immaginando di essere davanti a un computer, annulliamo con un semplice clic del mouse l’ultima operazione, vale a dire l’alluvione che ha sconvolto per lunghi tratti

la valle, e ritorniamo a due anni fa, quando la mulattiera, accuratamente acciottolata, ancora risaliva il corso del torrente. Valle del Fabiòlo, si diceva, italianizzazione, forse, del toponimo dialettale Fabgiöl, cioè faggiòlo, ovvero piccolo faggio. E in effetti qui i faggi sono di casa. “D’una sottospecie storcignata e cespugliosa – scriveva nel 1979 Giulio Spini, che della valle è stato cultore e cantore – presenti tutt’ora e un tempo molto fitti in una località chiamata, appunto, Fabiòlo, che il torrente lambisce nel primo stadio del suo corso, CAI MORBEGNO 29


LA VALLE DEL FABIOLO La valle che non c’è (più) di Riccardo Marchini

I forti temporali del luglio 2008 hanno sconvolto la morfologia della Val Fabiòlo. Una frana staccatasi nella parte alta della valle si è riversata nel torrente e, aumentando via via di consistenza, ha cancellato lunghi tratti della mulattiera e distrutto alcuni ponti. L’intervento di bonifica programmato, anche se rispettoso delle caratteristiche geografiche e storiche della valle, difficilmente la potrà riportare allo stato preesistente.

28 CAI MORBEGNO

Lo so. E’ privo di senso proporre una gita in una valle come se fosse ancora integra e vitale, ma ciò deriva dalla speranza di veder rinascere uno degli ambienti più suggestivi ed inquietanti della Valtellina, la Valle del Fabiòlo (con l’accento grave rigorosamente collocato sulla prima o) che certamente, nonostante i lavori di recupero in fase di realizzazione, non potrà mai più essere come prima. Immaginando di essere davanti a un computer, annulliamo con un semplice clic del mouse l’ultima operazione, vale a dire l’alluvione che ha sconvolto per lunghi tratti

la valle, e ritorniamo a due anni fa, quando la mulattiera, accuratamente acciottolata, ancora risaliva il corso del torrente. Valle del Fabiòlo, si diceva, italianizzazione, forse, del toponimo dialettale Fabgiöl, cioè faggiòlo, ovvero piccolo faggio. E in effetti qui i faggi sono di casa. “D’una sottospecie storcignata e cespugliosa – scriveva nel 1979 Giulio Spini, che della valle è stato cultore e cantore – presenti tutt’ora e un tempo molto fitti in una località chiamata, appunto, Fabiòlo, che il torrente lambisce nel primo stadio del suo corso, CAI MORBEGNO 29


quando precipita, ripido borro ancora, dai pascoli dell’Alpe Dàssola, prima di cadere, di tònfano in tònfano, nella Puzzana (Grande Pozza) e di prendere, più tranquillamente, giù per la valle”. Geograficamente la valle nasce alla sella prativa di Campo e scende per ottocento metri, con uno sviluppo di oltre quattro chilometri, compiendo un ampio giro da destra a sinistra attorno alla Culmen di Campo, prima di assumere un andamento più rettilineo e di sbucare da una profonda gola sul piano in corrispondenza di Sirta. Per chi la risale, invece, la mulattiera parte dall’abitato di Sirta appunto, fra il torrente e la chiesa parrocchiale, la cui imponente cupola attira l’attenzione di chi transita lungo la Statale 38. E’ la via ‘Alla Sostila’ che collega il paesello orobico a Campo e, quindi, a Tartano. La rampa ben acciottolata si inerpica sul pendio boscoso, lambisce una cappella e, dopo un’inversione di direzione, raggiunge, con una sequenza di gradini scavati nella viva roccia, la località ‘Il Baak’ (Le 30 CAI MORBEGNO

Panche), balcone panoramico senza uguali su Sirta e sulla campagna di Ardenno, prima di spianare e di iniziare a penetrare gradualmente nella valle. A destra spuntoni di roccia alternati a brandelli di terra sui quali riescono a trovare sostentamento instabili castagni, a sinistra la forra angusta e profonda del torrente. Poi la Valtellina scompare di colpo e si entra in un altro mondo. L’isolamento diventa totale: fisico e psicologico. Ma proprio qui sta il fascino del luogo. Anzi, osservava ancora Giulio Spini, “L’autunno e l’inverno più che le belle stagioni, la sera e la notte più che il giorno si addicono alla Valle del Fabiòlo, il tempo piovoso e l’uggia della nebbia più dell’azzurro e del sole”. Non so se sia stato voluto o, semplicemente, se sia stato uno scherzo inconsapevole, ma qualche buontempone, ravvisando nella conformazione di una roccia le sembianze di una creatura antidiluviana, ha voluto qualche anno fa renderla più verosimile con alcuni ritocchi di vernice bianca e rossa. Certo è che quel lucertolone

mineralizzato che ci accoglieva all’ingresso della valle (ora le tracce di colore sono quasi completamente sbiadite), ben si adattava a rappresentare l’atmosfera da Jurassic Park che la pervade. Voleva essere forse, nelle intenzioni degli ideatori un richiamo al ‘baselésk’ (basilisco), il drago crestato che, assieme agli spiriti e alle streghe, popolava le leggende del luogo? Ci troviamo a ‘Iném la Val’, possibile volgarizzazione del latino ‘in imo vallis’, cioè ‘nel profondo della valle’, dove una cappellina affianca il ponticello che immette sul sentiero per Livisolo. Versanti ripidissimi incombenti su un fondovalle angusto, appena sufficiente a contenere il letto del torrente e la mulattiera, sembrano chiudersi sopra di noi per schiacciarci sul selciato. Purtroppo da questo punto dovremmo cominciare ad usare i verbi all’imperfetto, perché al posto del bel lastricato risalente parallelo al torrente, ora alla sua destra ora alla sua sinistra, ci si trova di fronte ad un ammasso caotico di detriti più o meno grossolani fra i quali chi, per necessità

In alto: panoramica dalla terrazza prativa della Ca’ Redunda. Sopra: Jurassic-Val Fabiolo. A fianco: la Val Fabiolo dal sentiero per Livisolo. Nelle pagine precedenti: la mulattiera alla Sponda e Sostila. Nelle pagine seguenti: il Maurizio dei Bures con Giulio Spini e i prati della Sponda con la sella di Campo.

CAI MORBEGNO 31


quando precipita, ripido borro ancora, dai pascoli dell’Alpe Dàssola, prima di cadere, di tònfano in tònfano, nella Puzzana (Grande Pozza) e di prendere, più tranquillamente, giù per la valle”. Geograficamente la valle nasce alla sella prativa di Campo e scende per ottocento metri, con uno sviluppo di oltre quattro chilometri, compiendo un ampio giro da destra a sinistra attorno alla Culmen di Campo, prima di assumere un andamento più rettilineo e di sbucare da una profonda gola sul piano in corrispondenza di Sirta. Per chi la risale, invece, la mulattiera parte dall’abitato di Sirta appunto, fra il torrente e la chiesa parrocchiale, la cui imponente cupola attira l’attenzione di chi transita lungo la Statale 38. E’ la via ‘Alla Sostila’ che collega il paesello orobico a Campo e, quindi, a Tartano. La rampa ben acciottolata si inerpica sul pendio boscoso, lambisce una cappella e, dopo un’inversione di direzione, raggiunge, con una sequenza di gradini scavati nella viva roccia, la località ‘Il Baak’ (Le 30 CAI MORBEGNO

Panche), balcone panoramico senza uguali su Sirta e sulla campagna di Ardenno, prima di spianare e di iniziare a penetrare gradualmente nella valle. A destra spuntoni di roccia alternati a brandelli di terra sui quali riescono a trovare sostentamento instabili castagni, a sinistra la forra angusta e profonda del torrente. Poi la Valtellina scompare di colpo e si entra in un altro mondo. L’isolamento diventa totale: fisico e psicologico. Ma proprio qui sta il fascino del luogo. Anzi, osservava ancora Giulio Spini, “L’autunno e l’inverno più che le belle stagioni, la sera e la notte più che il giorno si addicono alla Valle del Fabiòlo, il tempo piovoso e l’uggia della nebbia più dell’azzurro e del sole”. Non so se sia stato voluto o, semplicemente, se sia stato uno scherzo inconsapevole, ma qualche buontempone, ravvisando nella conformazione di una roccia le sembianze di una creatura antidiluviana, ha voluto qualche anno fa renderla più verosimile con alcuni ritocchi di vernice bianca e rossa. Certo è che quel lucertolone

mineralizzato che ci accoglieva all’ingresso della valle (ora le tracce di colore sono quasi completamente sbiadite), ben si adattava a rappresentare l’atmosfera da Jurassic Park che la pervade. Voleva essere forse, nelle intenzioni degli ideatori un richiamo al ‘baselésk’ (basilisco), il drago crestato che, assieme agli spiriti e alle streghe, popolava le leggende del luogo? Ci troviamo a ‘Iném la Val’, possibile volgarizzazione del latino ‘in imo vallis’, cioè ‘nel profondo della valle’, dove una cappellina affianca il ponticello che immette sul sentiero per Livisolo. Versanti ripidissimi incombenti su un fondovalle angusto, appena sufficiente a contenere il letto del torrente e la mulattiera, sembrano chiudersi sopra di noi per schiacciarci sul selciato. Purtroppo da questo punto dovremmo cominciare ad usare i verbi all’imperfetto, perché al posto del bel lastricato risalente parallelo al torrente, ora alla sua destra ora alla sua sinistra, ci si trova di fronte ad un ammasso caotico di detriti più o meno grossolani fra i quali chi, per necessità

In alto: panoramica dalla terrazza prativa della Ca’ Redunda. Sopra: Jurassic-Val Fabiolo. A fianco: la Val Fabiolo dal sentiero per Livisolo. Nelle pagine precedenti: la mulattiera alla Sponda e Sostila. Nelle pagine seguenti: il Maurizio dei Bures con Giulio Spini e i prati della Sponda con la sella di Campo.

CAI MORBEGNO 31


o per diporto, ha continuato a transitare, ha cominciato a lasciare una timida traccia. Superiamo con un balzo ideale questo tratto oramai compromesso affidandoci di nuovo alle immagini proposteci da Giulio Spini: ” Ciò non significa che le stagioni vive non abbiano nulla da dire in questo regno destinato, per vocazione ambientale, allo squallore e al grigio delle nebbie e delle ombre. A primavera, il verde sbuca e affiora dappertutto, in ogni angolo, in basso e in alto. Ogni crepa ha la sua zolla, ogni greppo i suoi cespugli, 32 CAI MORBEGNO

ogni anfratto il suo rovo. Il castagno fino a metà valle, e poi il faggio, il nocciòlo, l’ontano s’inerpicano di rupe in rupe, si sporgono da picchi su pugni di terra … Sui margini e le pendici appena spalmate di terra, sul greto stesso, a portata di mano, mettono foglie e fiori il sambuco e il biancospino, il crespino e il cinorrodio, fra ciuffi di festuche e steli di sassifraga e di lupinella. E’ una intrusione di verde e di tinte policrome che il paesaggio, però, sembra ospitare con distacco, senza intima assimilazione, così come accetta il sole, per una festa

provvisoria di colori e di luci”. Eccoci così arrivati ai ‘Bures’, altro luogo di suggestione intensa, dove la valle, che si allarga in una distesa di prati, dà un po’ di respiro prima di ridiventare cupa incuneandosi con una lunga esse fra gli scoscendimenti della ‘Culmen’ e della ‘Muta’. Una cappelletta, la terza, alcuni fienili, qualche casa rustica, un affresco sbiadito sui resti di una stalla stanno a testimoniare la presenza in passato di una civiltà rurale di sussistenza, ma profondamente ancorata ai valori della religione. Qui, in

un poverissimo ricovero, fino a venticinque anni fa conduceva la sua vita appartata il mite e schivo Maurizio (el Maurizi di Bures), figura emblematica di moderno eremita in perfetta simbiosi con l’ambiente. Sul pendio di destra “Oltre uno sbarramento di vecchi castagni scuri, grossi, ischeletriti, dal tronco corroso o sventrato, eppure ancora vivi e vigorosi, è ancora Giulio Spini che scrive – sorge l’unico villaggio della Valle del Fabiòlo, Sostila, in cima, quasi, a un manto prativo che dal fondovalle raggiunge, a dossi e foppe, il crinale della Val Tartano … Non c’è più

anima viva, se non per qualche settimana d’estate, delle venti famiglie e più che riempivano in permanenza le due contrade, esposta la principale con la sua chiesetta chiara e semplice, sulla curvatura centrale del pendio, seminascosta l’altra e mimetizzata con il sasso vicino. Casolari antichi, più che vecchi, neri molti di fuliggine, solidi nella muratura fine e curata, da cui traspaiono la ‘profonda civiltà della casa’ e l’ordine istintivo di una popolazione abituata ad un maturo equilibrato rapporto con le cose. Stradine selciate, strette gradinate di pietra,

piccole piazzole con sedili bassi intorno, le porte vicine le une alle altre con stipiti e architravi in sasso vivo, loggette e scale di legno lungo le facciate, parlano della gente, ne evocano la presenza, ne raccontano il lavoro e la fatica nello scorrere delle generazioni”. A conferma di quanto l’ambiente possa invogliare ad una vita appartata e ad un rapporto più diretto con la montagna, da qualche anno quassù a ‘Larèt’, la più settentrionale delle due contrade, ha stabilito la propria dimora fissa l’amico Fausto, quasi a CAI MORBEGNO 33


o per diporto, ha continuato a transitare, ha cominciato a lasciare una timida traccia. Superiamo con un balzo ideale questo tratto oramai compromesso affidandoci di nuovo alle immagini proposteci da Giulio Spini: ” Ciò non significa che le stagioni vive non abbiano nulla da dire in questo regno destinato, per vocazione ambientale, allo squallore e al grigio delle nebbie e delle ombre. A primavera, il verde sbuca e affiora dappertutto, in ogni angolo, in basso e in alto. Ogni crepa ha la sua zolla, ogni greppo i suoi cespugli, 32 CAI MORBEGNO

ogni anfratto il suo rovo. Il castagno fino a metà valle, e poi il faggio, il nocciòlo, l’ontano s’inerpicano di rupe in rupe, si sporgono da picchi su pugni di terra … Sui margini e le pendici appena spalmate di terra, sul greto stesso, a portata di mano, mettono foglie e fiori il sambuco e il biancospino, il crespino e il cinorrodio, fra ciuffi di festuche e steli di sassifraga e di lupinella. E’ una intrusione di verde e di tinte policrome che il paesaggio, però, sembra ospitare con distacco, senza intima assimilazione, così come accetta il sole, per una festa

provvisoria di colori e di luci”. Eccoci così arrivati ai ‘Bures’, altro luogo di suggestione intensa, dove la valle, che si allarga in una distesa di prati, dà un po’ di respiro prima di ridiventare cupa incuneandosi con una lunga esse fra gli scoscendimenti della ‘Culmen’ e della ‘Muta’. Una cappelletta, la terza, alcuni fienili, qualche casa rustica, un affresco sbiadito sui resti di una stalla stanno a testimoniare la presenza in passato di una civiltà rurale di sussistenza, ma profondamente ancorata ai valori della religione. Qui, in

un poverissimo ricovero, fino a venticinque anni fa conduceva la sua vita appartata il mite e schivo Maurizio (el Maurizi di Bures), figura emblematica di moderno eremita in perfetta simbiosi con l’ambiente. Sul pendio di destra “Oltre uno sbarramento di vecchi castagni scuri, grossi, ischeletriti, dal tronco corroso o sventrato, eppure ancora vivi e vigorosi, è ancora Giulio Spini che scrive – sorge l’unico villaggio della Valle del Fabiòlo, Sostila, in cima, quasi, a un manto prativo che dal fondovalle raggiunge, a dossi e foppe, il crinale della Val Tartano … Non c’è più

anima viva, se non per qualche settimana d’estate, delle venti famiglie e più che riempivano in permanenza le due contrade, esposta la principale con la sua chiesetta chiara e semplice, sulla curvatura centrale del pendio, seminascosta l’altra e mimetizzata con il sasso vicino. Casolari antichi, più che vecchi, neri molti di fuliggine, solidi nella muratura fine e curata, da cui traspaiono la ‘profonda civiltà della casa’ e l’ordine istintivo di una popolazione abituata ad un maturo equilibrato rapporto con le cose. Stradine selciate, strette gradinate di pietra,

piccole piazzole con sedili bassi intorno, le porte vicine le une alle altre con stipiti e architravi in sasso vivo, loggette e scale di legno lungo le facciate, parlano della gente, ne evocano la presenza, ne raccontano il lavoro e la fatica nello scorrere delle generazioni”. A conferma di quanto l’ambiente possa invogliare ad una vita appartata e ad un rapporto più diretto con la montagna, da qualche anno quassù a ‘Larèt’, la più settentrionale delle due contrade, ha stabilito la propria dimora fissa l’amico Fausto, quasi a CAI MORBEGNO 33


A sinistra: foto piccola, Tùlipa australis e, foto grande, Sostila nella neve.

voler raccogliere il testimone dal “Maurizio dei Bures” che di Fausto era zio. A metà strada fra i due nuclei il piccolo cimitero, oramai abbandonato, con sulla facciata alcune vecchie lapidi le cui epigrafi, semplici ma intense, fotografano con pochissime parole, ma come meglio non si potrebbe, l’esistenza terrena delle persone defunte. “Portò in vita una selva di croci” recita una di queste. Pensate! Non una croce, ma addirittura una selva! Dicevamo che dai Bures la valle si fa di nuovo angusta e cupa, stretta com’è fra le due sponde ripide, dirupata quella di destra, più boscosa ma ugualmente scoscesa quella di sinistra, e solo dopo un buon tratto riacquista un aspetto meno opprimente. Anche qui il dissesto causato dall’alluvione ha lasciato il segno: cancellata la mulattiera, distrutto il ‘Puut de la Palanga’ che traghettava sul versante destro orografico. Trascuriamo la deviazione che, a sinistra, indirizza, in alto, al maggengo de ‘La Muta’ e, poco sopra, alla ‘Ca’ Redunda’, curiosa costruzione, cucina e stanza sovrapposte, voluta a pianta circolare dall’anticonformismo del proprietario. Proseguiamo 34 CAI MORBEGNO

lungo la mulattiera, in questo tratto risparmiata dalla frana, e raggiungiamo ‘La Spunda’, distesa prativa, che si inerpica a sinistra su per il ripido pendio, dove le stalle, disposte trasversalmente a schiera, somigliano a una muraglia difensiva. L’acciottolato si snoda verso l’alto affondato fra due ‘murache’ che lo tengono ben separato dai prati, troppo preziosi per poter essere invasi anche involontariamente dai viandanti. Prati ancora ben tenuti che nascondono alcune rarità botaniche: a maggio qui è possibile trovare, assieme ad alcune piccole orchidee, il ‘Tùlipa australis’, un bel tulipano giallo segnalato, per quanto riguarda la provincia di Sondrio, solo in Val Fabiòlo. Accanto alle case, affacciata sulla via, la penultima delle cinque cappelle che scandivano il cammino di quanti avevano necessità di scendere a valle prima che venisse costruita la rotabile. L’ultima la si vede, alzando lo sguardo, al ‘Zapél de Val’, in cima al terrapieno che sbarra la valle e si raccorda con l’ampia sella erbosa adagiata fra Case e Somvalle, due delle contrade di Campo, meta della nostra gita alla ricerca di sensazioni inedite.

Ha dovuto aspettare d’essere abbandonata, Sostila, per ispirare poeticamente un turista che consegnò, una trentina di anni fa, a un contadino oriundo del villaggio, questo candido sonetto. SOSTILA NELLA NEVE Sul forte pendio della Val Fabiòlo guardata da castagni secolari scuri, nocchiuti, conficcati al suolo a vegliare i deserti casolari, Sostila, bianca dentro il grande lenzuolo di neve, nella fredda sera appari col tuo profilo, povero poggiuolo aperto a le velate ombre lunari. L’antico zoccolìo della tua gente più non cede al riposo della sera, né il parlare si spegne lentamente insieme ai fuochi, dopo la preghiera: gentile cimitero opalescente di un mondo contadino e della sua éra. (Anonimo - 1977)

CAI MORBEGNO 35


A sinistra: foto piccola, Tùlipa australis e, foto grande, Sostila nella neve.

voler raccogliere il testimone dal “Maurizio dei Bures” che di Fausto era zio. A metà strada fra i due nuclei il piccolo cimitero, oramai abbandonato, con sulla facciata alcune vecchie lapidi le cui epigrafi, semplici ma intense, fotografano con pochissime parole, ma come meglio non si potrebbe, l’esistenza terrena delle persone defunte. “Portò in vita una selva di croci” recita una di queste. Pensate! Non una croce, ma addirittura una selva! Dicevamo che dai Bures la valle si fa di nuovo angusta e cupa, stretta com’è fra le due sponde ripide, dirupata quella di destra, più boscosa ma ugualmente scoscesa quella di sinistra, e solo dopo un buon tratto riacquista un aspetto meno opprimente. Anche qui il dissesto causato dall’alluvione ha lasciato il segno: cancellata la mulattiera, distrutto il ‘Puut de la Palanga’ che traghettava sul versante destro orografico. Trascuriamo la deviazione che, a sinistra, indirizza, in alto, al maggengo de ‘La Muta’ e, poco sopra, alla ‘Ca’ Redunda’, curiosa costruzione, cucina e stanza sovrapposte, voluta a pianta circolare dall’anticonformismo del proprietario. Proseguiamo 34 CAI MORBEGNO

lungo la mulattiera, in questo tratto risparmiata dalla frana, e raggiungiamo ‘La Spunda’, distesa prativa, che si inerpica a sinistra su per il ripido pendio, dove le stalle, disposte trasversalmente a schiera, somigliano a una muraglia difensiva. L’acciottolato si snoda verso l’alto affondato fra due ‘murache’ che lo tengono ben separato dai prati, troppo preziosi per poter essere invasi anche involontariamente dai viandanti. Prati ancora ben tenuti che nascondono alcune rarità botaniche: a maggio qui è possibile trovare, assieme ad alcune piccole orchidee, il ‘Tùlipa australis’, un bel tulipano giallo segnalato, per quanto riguarda la provincia di Sondrio, solo in Val Fabiòlo. Accanto alle case, affacciata sulla via, la penultima delle cinque cappelle che scandivano il cammino di quanti avevano necessità di scendere a valle prima che venisse costruita la rotabile. L’ultima la si vede, alzando lo sguardo, al ‘Zapél de Val’, in cima al terrapieno che sbarra la valle e si raccorda con l’ampia sella erbosa adagiata fra Case e Somvalle, due delle contrade di Campo, meta della nostra gita alla ricerca di sensazioni inedite.

Ha dovuto aspettare d’essere abbandonata, Sostila, per ispirare poeticamente un turista che consegnò, una trentina di anni fa, a un contadino oriundo del villaggio, questo candido sonetto. SOSTILA NELLA NEVE Sul forte pendio della Val Fabiòlo guardata da castagni secolari scuri, nocchiuti, conficcati al suolo a vegliare i deserti casolari, Sostila, bianca dentro il grande lenzuolo di neve, nella fredda sera appari col tuo profilo, povero poggiuolo aperto a le velate ombre lunari. L’antico zoccolìo della tua gente più non cede al riposo della sera, né il parlare si spegne lentamente insieme ai fuochi, dopo la preghiera: gentile cimitero opalescente di un mondo contadino e della sua éra. (Anonimo - 1977)

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SU PER LA VALLE di Giulio Spini

Anno 1927. Ripercorriamo la Valle del Fabiòlo in compagnia di Don Beniamino, all’epoca parroco di Campo. Lo scritto è tratto dal DIARIO DI UN PARROCO DI MONTAGNA, pubblicato a puntate con lo pseudonimo di Elio Rupi sulla rivista trimestrale ‘Quaderni Valtellinesi’.

2 marzo 1927 … Un formicaio conico di case Per entrare nel paese di Sirta, addossato allo sbocco della Valle per cui devo salire, si supera il fiume su un vecchio e grosso ponte di legno. Un formicaio conico di case affollate sotto la chiesa ottocentesca, che, sovrastandole col cupolone spropositato, non riesce a nascondere l’innocente vanagloria parrocchiale di chi l’ha voluta e pagata, a costo di non pochi sacrifici. Fede e appariscenza, mi viene da pensare, di questo abitato contadino radicatissimo anche nei campanilismi, rannicchiato al di sotto di balze scure, vertiginose, incombenti, privo di sole da ottobre a marzo e non visitato dal chiaro di luna nei mesi caldi. “D’inverno senza 36 CAI MORBEGNO

sole e d’estate senza luna” mi dice rassegnata una vecchietta, che incontro sul sagrato umido quasi sempre brinato per settimane e settimane, afoso d’estate, eppure di una suggestione singolare. Questo luogo terribile Mi fermo a guardare la chiesa. Sul frontone della facciata si legge: ‘Metuendus est locus iste”. “‘E’ terribile questo luogo”’, mi spiega la vecchietta che però vi entra serena e tranquilla, spingendo la porta con l’aria di chiedere un permesso confidenziale, come fosse una casa amica. E dentro la chiesa è sì molto alta e solenne, ma non ispira proprio timore. Una posatezza severa Prima di mettermi in cammino su per la valle, mi reco a

salutare Don Cirillo, il parroco, che non ho ancora incontrato. Mi colpisce, come dire?, la sua posatezza severa, la lentezza liturgica dei suoi gesti come se indossasse il piviale, il modo oratorio, ma a voce contenuta, di parlare senza quasi muovere le labbra strette e lo sguardo scrutatore. La sua ospitalità è però sostanziosa e sincera. Se mai bisogna vincere la soggezione che ispira, fatta com’è, apparentemente, di comandi più che di cortesia. “Adesso devo lasciarla, altrimenti mi viene notte e sono senza lanterna. E poi non ho ancora recitato neppure il mattutino.” … c’è rimedio anche alla paura “La lanterna gliela presto io e il mattutino lo recitiamo insieme. O ha timore anche CAI MORBEGNO 37


SU PER LA VALLE di Giulio Spini

Anno 1927. Ripercorriamo la Valle del Fabiòlo in compagnia di Don Beniamino, all’epoca parroco di Campo. Lo scritto è tratto dal DIARIO DI UN PARROCO DI MONTAGNA, pubblicato a puntate con lo pseudonimo di Elio Rupi sulla rivista trimestrale ‘Quaderni Valtellinesi’.

2 marzo 1927 … Un formicaio conico di case Per entrare nel paese di Sirta, addossato allo sbocco della Valle per cui devo salire, si supera il fiume su un vecchio e grosso ponte di legno. Un formicaio conico di case affollate sotto la chiesa ottocentesca, che, sovrastandole col cupolone spropositato, non riesce a nascondere l’innocente vanagloria parrocchiale di chi l’ha voluta e pagata, a costo di non pochi sacrifici. Fede e appariscenza, mi viene da pensare, di questo abitato contadino radicatissimo anche nei campanilismi, rannicchiato al di sotto di balze scure, vertiginose, incombenti, privo di sole da ottobre a marzo e non visitato dal chiaro di luna nei mesi caldi. “D’inverno senza 36 CAI MORBEGNO

sole e d’estate senza luna” mi dice rassegnata una vecchietta, che incontro sul sagrato umido quasi sempre brinato per settimane e settimane, afoso d’estate, eppure di una suggestione singolare. Questo luogo terribile Mi fermo a guardare la chiesa. Sul frontone della facciata si legge: ‘Metuendus est locus iste”. “‘E’ terribile questo luogo”’, mi spiega la vecchietta che però vi entra serena e tranquilla, spingendo la porta con l’aria di chiedere un permesso confidenziale, come fosse una casa amica. E dentro la chiesa è sì molto alta e solenne, ma non ispira proprio timore. Una posatezza severa Prima di mettermi in cammino su per la valle, mi reco a

salutare Don Cirillo, il parroco, che non ho ancora incontrato. Mi colpisce, come dire?, la sua posatezza severa, la lentezza liturgica dei suoi gesti come se indossasse il piviale, il modo oratorio, ma a voce contenuta, di parlare senza quasi muovere le labbra strette e lo sguardo scrutatore. La sua ospitalità è però sostanziosa e sincera. Se mai bisogna vincere la soggezione che ispira, fatta com’è, apparentemente, di comandi più che di cortesia. “Adesso devo lasciarla, altrimenti mi viene notte e sono senza lanterna. E poi non ho ancora recitato neppure il mattutino.” … c’è rimedio anche alla paura “La lanterna gliela presto io e il mattutino lo recitiamo insieme. O ha timore anche CAI MORBEGNO 37


Sotto: portali a Sostila. Nella pagina a fronte: la mulattiera della Val Fabiolonel tratto, ora distrutto, a Iném la Val.

lei di affrontare la ‘valle degli spiriti’? Sa che il mio predecessore, povero diavolo,dopo una discesa di notte da Sostila, dove era stato chiamato per un moribondo, non è più stato lui? Ed è morto al manicomio …” “Don Cirillo, non vorrà spero dar credito a …” “Credito, credito – mi interrompe brusco – io riferisco. Se anche lei ha i nervi deboli, è bene che lo sappia …” “Per la verità, temo di più di incespicare …” “Bè bè, c’è rimedio anche alla 38 CAI MORBEGNO

paura.” “Che paura!” faccio io. “Voglio dire che basta avere qualcuno insieme. Se non altro, la strada sembra più corta. Ho visto proprio un momento fa un suo parrocchiano, il Daniele di Somvalle. Gli mando a dire che si ferma a cena e che l’aspetta qui per salire insieme.” Nel mistero del vecchio testamento Non sarei riuscito a respingere, senza offenderlo, quell’invito. Mandò la Perpetua a cercare il mio parrocchiano e così passammo insieme il resto del

pomeriggio. Il suo ostentato distacco non riusciva a nascondere il desiderio di stare con un confratello, di parlare con qualcuno. Fu una conversazione un po’ deprimente. Sembrava che avesse un secchio d’acqua gelida per ognuna delle mie speranze e dei miei propositi. Riuscimmo a recitare il mattutino e le lodi. Lui senza aprire il Breviario, che in vent’anni di pratica sapeva a memoria, almeno i Salmi, gli inni e le parti fisse. Recitati da lui, assumevano

una remota gravità, si invecchiavano fino a perdersi nel mistero del vecchio testamento. 5 marzo 1927 Su per la Valle La sera, dunque, di quattro giorni fa, di ritorno da Sondrio lasciai Sirta che ormai era scuro. Don Cirillo mi accompagnò fin sul ponticello di sasso, che solca il torrente, a pochi passi dalla porta di casa, mi salutò compassato, eppure, ne ero sicuro, cordiale. Daniele, il mio parrocchiano, mi aspettava paziente, seduto su

un muricciolo nella piazzetta della latteria, con la lanterna in mano come fosse di guardia. Si alzò rispettosamente in piedi a salutarci, togliendosi il cappello, ma il parroco si era già voltato e camminava, lento e solenne, come in processione, verso l’uscio rimasto aperto. Lo scroscio vicino dell’acqua, nello sboccare risentito fra i massi faceva parte del silenzio, ma il rotolìo di un carro sull’acciottolato, giù in mezzo al paese e il fischio lontano del treno traversavano da intrusi quella intensa sera delle cose e dell’animo.

Prendemmo su per la salita che dal campanile cadevano i tocchi e i rintocchi delle ventuno, passammo un piccolo mulino sulla sinistra, arrivammo, con un tornante faticoso a un breve tratto pianeggiante: “ ‘Le panche’ – mi informò il mio compagno –’Il baak’, in dialetto”. Un balcone quasi a strapiombo su Sirta, rannicchiata sotto di noi sull’Adda, sui prati della pianura. Dai paesi e villaggi ai piedi e sulle pendici trasparivano qua e là deboli lumicini; l’altissima barriera nera delle Retiche CAI MORBEGNO 39


Sotto: portali a Sostila. Nella pagina a fronte: la mulattiera della Val Fabiolonel tratto, ora distrutto, a Iném la Val.

lei di affrontare la ‘valle degli spiriti’? Sa che il mio predecessore, povero diavolo,dopo una discesa di notte da Sostila, dove era stato chiamato per un moribondo, non è più stato lui? Ed è morto al manicomio …” “Don Cirillo, non vorrà spero dar credito a …” “Credito, credito – mi interrompe brusco – io riferisco. Se anche lei ha i nervi deboli, è bene che lo sappia …” “Per la verità, temo di più di incespicare …” “Bè bè, c’è rimedio anche alla 38 CAI MORBEGNO

paura.” “Che paura!” faccio io. “Voglio dire che basta avere qualcuno insieme. Se non altro, la strada sembra più corta. Ho visto proprio un momento fa un suo parrocchiano, il Daniele di Somvalle. Gli mando a dire che si ferma a cena e che l’aspetta qui per salire insieme.” Nel mistero del vecchio testamento Non sarei riuscito a respingere, senza offenderlo, quell’invito. Mandò la Perpetua a cercare il mio parrocchiano e così passammo insieme il resto del

pomeriggio. Il suo ostentato distacco non riusciva a nascondere il desiderio di stare con un confratello, di parlare con qualcuno. Fu una conversazione un po’ deprimente. Sembrava che avesse un secchio d’acqua gelida per ognuna delle mie speranze e dei miei propositi. Riuscimmo a recitare il mattutino e le lodi. Lui senza aprire il Breviario, che in vent’anni di pratica sapeva a memoria, almeno i Salmi, gli inni e le parti fisse. Recitati da lui, assumevano

una remota gravità, si invecchiavano fino a perdersi nel mistero del vecchio testamento. 5 marzo 1927 Su per la Valle La sera, dunque, di quattro giorni fa, di ritorno da Sondrio lasciai Sirta che ormai era scuro. Don Cirillo mi accompagnò fin sul ponticello di sasso, che solca il torrente, a pochi passi dalla porta di casa, mi salutò compassato, eppure, ne ero sicuro, cordiale. Daniele, il mio parrocchiano, mi aspettava paziente, seduto su

un muricciolo nella piazzetta della latteria, con la lanterna in mano come fosse di guardia. Si alzò rispettosamente in piedi a salutarci, togliendosi il cappello, ma il parroco si era già voltato e camminava, lento e solenne, come in processione, verso l’uscio rimasto aperto. Lo scroscio vicino dell’acqua, nello sboccare risentito fra i massi faceva parte del silenzio, ma il rotolìo di un carro sull’acciottolato, giù in mezzo al paese e il fischio lontano del treno traversavano da intrusi quella intensa sera delle cose e dell’animo.

Prendemmo su per la salita che dal campanile cadevano i tocchi e i rintocchi delle ventuno, passammo un piccolo mulino sulla sinistra, arrivammo, con un tornante faticoso a un breve tratto pianeggiante: “ ‘Le panche’ – mi informò il mio compagno –’Il baak’, in dialetto”. Un balcone quasi a strapiombo su Sirta, rannicchiata sotto di noi sull’Adda, sui prati della pianura. Dai paesi e villaggi ai piedi e sulle pendici trasparivano qua e là deboli lumicini; l’altissima barriera nera delle Retiche CAI MORBEGNO 39


A sinistra: i prati di Sostila. Sotto: il nucleo di case di Larét.

si alzava a tagliare l’azzurro primaverile. Mi appoggiai al parapetto di sasso a cercare con gli occhi la piccola vecchia canonica, confusa nella macchia di tetti, quasi a voler riprendere contatto col mio confratello, che avevo visto e sentito, seduti insieme a tavola, ma che non avevo potuto avvicinare. Immagine inquietante di distanza, di isolamento, forse di solitudine. Mi bastarono quattro passi sul viottolo, in momentanea discesa, prima di impennarsi, per trovarmi inghiottito dalla valle e sentirmi chiuso in un altro mondo. Nel mezzo del Cammin … “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita. Ahi! Quanto a dir qual’era …” Fino a quel momento non m’ero quasi accorto della mia guida, così gentile e discreta, 40 CAI MORBEGNO

e adesso era lui che recitava quasi fra sé i primi versi dell’Inferno di Dante, col suo sacco non proprio leggero sulla testa e sulle spalle (e voleva portarsi anche la mia borsa di pelle, regalo di prima messa dei miei coscritti). Recitava i versi a voce sommessa, per nulla declamatoria, come li avesse incorporati nei suoi pensieri, e intanto saliva leggero, elastico, sulla punta dei peduli di pezza, sfiorando appena i sassi, nei quali io invece ciampicavo, senza mai spezzare la cadenza misurata e regolare: “Che nel pensier rinnova la paura” …” Scusi, Signor curato, se l’annoio, ma questa valle mi suggerisce sempre il viaggio di Dante all’Inferno”. “Avete studiato?” “Studiato io?! Ho il certificato di seconda elementare … Sono andato a scuola dal povero Don Foppoli. Si cominciava dopo i Morti, di ritorno dal maggengo

e si smetteva in marzo a S. Giuseppe, quando sul maggengo bisognava risalirci, dopo aver pulito i prati dai sassi”. “E avete studiato qualche verso dell’Inferno?” “Anche del Purgatorio, Signor curato, e del Paradiso …” “Come mai?” “Mio nonno, vede, aveva la Divina Commedia e me la regalò quando ricevetti la cresima. L’aveva portata dal servizio militare, regalatagli dal suo capitano. La teneva in uno scrigno, dentro una cassettina di legno. Ho cominciato a leggerla, nelle sere d’inverno, nella stalla, e la domenica dopo i vespri. Per molto tempo non ci capivo nulla, ma ci sentivo dentro qualcosa di importante e di bello, che non mi dava pace … A furia di leggerla me n’è rimasta in mente molta e adesso che sono quasi vecchio mi pare proprio di capirci meglio. Ma è un mare”. CAI MORBEGNO 41


A sinistra: i prati di Sostila. Sotto: il nucleo di case di Larét.

si alzava a tagliare l’azzurro primaverile. Mi appoggiai al parapetto di sasso a cercare con gli occhi la piccola vecchia canonica, confusa nella macchia di tetti, quasi a voler riprendere contatto col mio confratello, che avevo visto e sentito, seduti insieme a tavola, ma che non avevo potuto avvicinare. Immagine inquietante di distanza, di isolamento, forse di solitudine. Mi bastarono quattro passi sul viottolo, in momentanea discesa, prima di impennarsi, per trovarmi inghiottito dalla valle e sentirmi chiuso in un altro mondo. Nel mezzo del Cammin … “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita. Ahi! Quanto a dir qual’era …” Fino a quel momento non m’ero quasi accorto della mia guida, così gentile e discreta, 40 CAI MORBEGNO

e adesso era lui che recitava quasi fra sé i primi versi dell’Inferno di Dante, col suo sacco non proprio leggero sulla testa e sulle spalle (e voleva portarsi anche la mia borsa di pelle, regalo di prima messa dei miei coscritti). Recitava i versi a voce sommessa, per nulla declamatoria, come li avesse incorporati nei suoi pensieri, e intanto saliva leggero, elastico, sulla punta dei peduli di pezza, sfiorando appena i sassi, nei quali io invece ciampicavo, senza mai spezzare la cadenza misurata e regolare: “Che nel pensier rinnova la paura” …” Scusi, Signor curato, se l’annoio, ma questa valle mi suggerisce sempre il viaggio di Dante all’Inferno”. “Avete studiato?” “Studiato io?! Ho il certificato di seconda elementare … Sono andato a scuola dal povero Don Foppoli. Si cominciava dopo i Morti, di ritorno dal maggengo

e si smetteva in marzo a S. Giuseppe, quando sul maggengo bisognava risalirci, dopo aver pulito i prati dai sassi”. “E avete studiato qualche verso dell’Inferno?” “Anche del Purgatorio, Signor curato, e del Paradiso …” “Come mai?” “Mio nonno, vede, aveva la Divina Commedia e me la regalò quando ricevetti la cresima. L’aveva portata dal servizio militare, regalatagli dal suo capitano. La teneva in uno scrigno, dentro una cassettina di legno. Ho cominciato a leggerla, nelle sere d’inverno, nella stalla, e la domenica dopo i vespri. Per molto tempo non ci capivo nulla, ma ci sentivo dentro qualcosa di importante e di bello, che non mi dava pace … A furia di leggerla me n’è rimasta in mente molta e adesso che sono quasi vecchio mi pare proprio di capirci meglio. Ma è un mare”. CAI MORBEGNO 41


A fianco: a Larèt il sentiero passa in galleria. Sotto: la cappelletta del Zapél de Val sulla sella di Campo.

Fatta insieme a quel contadino, fine, ricco di sensibilità, la strada mi si era trasformata in un’avventura straordinaria. Un primo risultato fu il bisogno di riprendere la lettura delle tre Cantiche, ritrovate ora come nuove, dissotterrate dal grigiore scolastico, riscattate dall’immaturità della giovinezza. Un ambiente simile … Dante doveva aver raccolto nella memoria dell’immaginazione un ambiente simile a quello che ci incombeva, infossato fra rupi, deserto, spartito, dall’andamento dei versanti, in cavità fonde come crateri, con la sola possibile fuga degli occhi verso il cielo stellato. “Capisco che dicano questa valle frequentata dagli spiriti” osservai a Daniele. Non ebbi risposta. Intanto eravamo giunti in una piccola piazzola con una rudimentale piattaforma di grossi pietroni, su un lato. … Vi depose il sacco Vi si avvicinò, vi depose il sacco e spense il lumino della lanterna, per non consumarlo inutilmente. “Questa è la ‘sosta dei mulini’ – mi disse. – La prima che

42 CAI MORBEGNO

Nella pagina a fronte: la Val Fabiolo ripresa dall’Alpe Granda.

abbiamo fatta al secondo tabernacolo è la ‘sosta di inizio valle’. ‘Posa di iném-laval’ – precisò - La sosta noi la chiamiamo ‘posa’ (con la esse sorda), posto di riposo. Con tutti i pesi che si devono portare su e giù, non si reggerebbe tutta la strada, senza sgravarsi qualche volta del carico. I nostri vecchi ci hanno lasciati i punti giusti, dove fermarsi. Ne abbiamo ancora quattro e poi siamo a casa”. “Quanto pesa il vostro sacco?” “Non molto. Sono venticinque chili di crusca, per una mucca ammalata”. Un dieci minuti dopo, riaccese la lanterna e ci rimettemmo a salire. A un ponticello di legno, deviammo su un sentiero in mezzo ai prati, che rasenta

un gruppetto di baite con una cappella (la terza) e prosegue a ricongiungersi con il viottolo principale. Una scorciatoia. “Vede, Signor curato, in cima a questi prati sta l’unico paese di questa valle, Sostila, di cento anime circa. L’ultimo prete morì all’inizio del secolo. Io l’ho conosciuto. Era alto, magro e sempre triste. Dicevano che vi fosse stato mandato, perché modernista”. “Sapete cosa significa modernista?” “Il povero curato mi spiegò una volta che modernista è un cattolico secondo il quale le verità della fede possono benissimo cambiare coi tempi”. Tacque per un po’ e concluse: “Che cosa ci resterebbe, nella vita fra queste montagne, se non fossimo più sicuri neppure

della dottrina” (E pensare alla fatica mia e dei miei compagni di seminario, per rispondere all’interrogazione di dogmatica sull’argomento). Il campanaccio degli spiriti Alla sosta successiva, deposto il sacco sul muradello, mentre riposavamo, mi fece cenno di tendere l’orecchio. Si udiva un dindin roco di campanaccio da capre, inuguale, ora corto, ora prolungato, ora fievole, ora più forte. “Ecco, Signor curato, qui posso raccogliere la sua osservazione di mezz’ora fa sugli spiriti. Immagini di essere qui da solo, a quest’ora o sul mezzo della notte, con tutte le storie che da bambini si sentono raccontare nelle veglie d’inverno. E insieme

col rumore del vento e questo silenzio … Qualche pecora o capra che si muove diventa uno spirito … Non c’è poi tanto da meravigliarsi. Sa la risposta che mi dette mio padre, al quale chiedevo se ‘giù per la valle’ ci sono gli spiriti? Sì, ma dentro di te. Vuol credere? Da allora non ne ho più avuto paura. Avrò avuto dieci-dodici anni”. Fra una fermata e l’altra, una preghiera e l’altra d’obbligo davanti ai tabernacoli (lasciavo a Daniele iniziarla, per seguire la regola certamente fissata dalla tradizione), dopo un’estrema salita piuttosto sfiatante, arrivammo a Campo verso le ventitré. Ci lasciammo, lui per salire alla contrada a sinistra della sella, io per raggiungere, sull’orlo della valle maggiore, la chiesa, il

sagrato, la mia casa, sepolti ormai nella notte. Pensavo nel camminare ormai in piano, calmo e fiducioso, al sereno equilibrio di quel contadino cinquantenne, che da giovane (mi raccontò lungo la strada, col tono più naturale) era emigrato, come molti compaesani, in Argentina, ma aveva fatto a piedi il percorso dalla Valtellina al porto francese di Le Havre, per risparmiare i soldi del treno (aveva anche lui dovuto prestare l’importo del viaggio). Mia sorella Bambina, che mi aspettava in cucina, assonnata e ansiosa, voleva sapere di Sondrio e delle pratiche, ma le raccontai di Don Cirillo e della salita con Daniele ‘su per la valle’. CAI MORBEGNO 43


A fianco: a Larèt il sentiero passa in galleria. Sotto: la cappelletta del Zapél de Val sulla sella di Campo.

Fatta insieme a quel contadino, fine, ricco di sensibilità, la strada mi si era trasformata in un’avventura straordinaria. Un primo risultato fu il bisogno di riprendere la lettura delle tre Cantiche, ritrovate ora come nuove, dissotterrate dal grigiore scolastico, riscattate dall’immaturità della giovinezza. Un ambiente simile … Dante doveva aver raccolto nella memoria dell’immaginazione un ambiente simile a quello che ci incombeva, infossato fra rupi, deserto, spartito, dall’andamento dei versanti, in cavità fonde come crateri, con la sola possibile fuga degli occhi verso il cielo stellato. “Capisco che dicano questa valle frequentata dagli spiriti” osservai a Daniele. Non ebbi risposta. Intanto eravamo giunti in una piccola piazzola con una rudimentale piattaforma di grossi pietroni, su un lato. … Vi depose il sacco Vi si avvicinò, vi depose il sacco e spense il lumino della lanterna, per non consumarlo inutilmente. “Questa è la ‘sosta dei mulini’ – mi disse. – La prima che

42 CAI MORBEGNO

Nella pagina a fronte: la Val Fabiolo ripresa dall’Alpe Granda.

abbiamo fatta al secondo tabernacolo è la ‘sosta di inizio valle’. ‘Posa di iném-laval’ – precisò - La sosta noi la chiamiamo ‘posa’ (con la esse sorda), posto di riposo. Con tutti i pesi che si devono portare su e giù, non si reggerebbe tutta la strada, senza sgravarsi qualche volta del carico. I nostri vecchi ci hanno lasciati i punti giusti, dove fermarsi. Ne abbiamo ancora quattro e poi siamo a casa”. “Quanto pesa il vostro sacco?” “Non molto. Sono venticinque chili di crusca, per una mucca ammalata”. Un dieci minuti dopo, riaccese la lanterna e ci rimettemmo a salire. A un ponticello di legno, deviammo su un sentiero in mezzo ai prati, che rasenta

un gruppetto di baite con una cappella (la terza) e prosegue a ricongiungersi con il viottolo principale. Una scorciatoia. “Vede, Signor curato, in cima a questi prati sta l’unico paese di questa valle, Sostila, di cento anime circa. L’ultimo prete morì all’inizio del secolo. Io l’ho conosciuto. Era alto, magro e sempre triste. Dicevano che vi fosse stato mandato, perché modernista”. “Sapete cosa significa modernista?” “Il povero curato mi spiegò una volta che modernista è un cattolico secondo il quale le verità della fede possono benissimo cambiare coi tempi”. Tacque per un po’ e concluse: “Che cosa ci resterebbe, nella vita fra queste montagne, se non fossimo più sicuri neppure

della dottrina” (E pensare alla fatica mia e dei miei compagni di seminario, per rispondere all’interrogazione di dogmatica sull’argomento). Il campanaccio degli spiriti Alla sosta successiva, deposto il sacco sul muradello, mentre riposavamo, mi fece cenno di tendere l’orecchio. Si udiva un dindin roco di campanaccio da capre, inuguale, ora corto, ora prolungato, ora fievole, ora più forte. “Ecco, Signor curato, qui posso raccogliere la sua osservazione di mezz’ora fa sugli spiriti. Immagini di essere qui da solo, a quest’ora o sul mezzo della notte, con tutte le storie che da bambini si sentono raccontare nelle veglie d’inverno. E insieme

col rumore del vento e questo silenzio … Qualche pecora o capra che si muove diventa uno spirito … Non c’è poi tanto da meravigliarsi. Sa la risposta che mi dette mio padre, al quale chiedevo se ‘giù per la valle’ ci sono gli spiriti? Sì, ma dentro di te. Vuol credere? Da allora non ne ho più avuto paura. Avrò avuto dieci-dodici anni”. Fra una fermata e l’altra, una preghiera e l’altra d’obbligo davanti ai tabernacoli (lasciavo a Daniele iniziarla, per seguire la regola certamente fissata dalla tradizione), dopo un’estrema salita piuttosto sfiatante, arrivammo a Campo verso le ventitré. Ci lasciammo, lui per salire alla contrada a sinistra della sella, io per raggiungere, sull’orlo della valle maggiore, la chiesa, il

sagrato, la mia casa, sepolti ormai nella notte. Pensavo nel camminare ormai in piano, calmo e fiducioso, al sereno equilibrio di quel contadino cinquantenne, che da giovane (mi raccontò lungo la strada, col tono più naturale) era emigrato, come molti compaesani, in Argentina, ma aveva fatto a piedi il percorso dalla Valtellina al porto francese di Le Havre, per risparmiare i soldi del treno (aveva anche lui dovuto prestare l’importo del viaggio). Mia sorella Bambina, che mi aspettava in cucina, assonnata e ansiosa, voleva sapere di Sondrio e delle pratiche, ma le raccontai di Don Cirillo e della salita con Daniele ‘su per la valle’. CAI MORBEGNO 43


di Franco Scotti

44 CAI MORBEGNO

Piz Julier

«...il sentiero è abbastanza esposto e benchè i punti maggiormente impegnativi siano attrezzati con catene e parapetti metallici, è richiesto passo sicuro e assenza di vertigini» Questa premessa nella mail di invito alla gita, con i dati di tempi e dislivello, deve aver causato un pò di preoccupazione, infatti ho ricevuto parecchie telefonate per ulteriori chiarimenti e rassicurazioni. Sommando anche le incertezze della meteo temevo una scarsa partecipazione invece, a sorpresa, ci ritroviamo al parcheggio del Suvretta in 14 con ben 7 rappresentanti del gentil sesso. Abbiamo scelto la salita dal versante est, sebbene più

lunga, perchè più soleggiata ma soprattutto più interessante paesaggisticamente. Un motivo di interesse è sicuramente l’aggressivo rock glacier che, nel suo silenzioso movimento, ha sbarrato il torrente di fondovalle e invaso il sentiero, ritracciato più a monte. Confortati dall’aver lasciato un tempo grigio in Valtellina, su ottimo sentiero raggiungiamo la fuorcla Albana. Il Piz Julier, 3380 m, è la vetta più alta della zona ed ha un aspetto imponente. Dalla fuorcla possiamo osservare la lunga cresta rocciosa, all’apparenza impraticabile, che si snoda fino alla vetta. Un’altro gruppone CAI, salito dall’ombroso versante opposto, ci precede di un buon tratto. Abbandonati i bastoncini

ci lasciamo guidare dalle abbondanti segnalazioni sulle rocce, dalle catene, dagli scalini artificiali, dalle ringhiere in ferro che addomesticano il percorso (ma era proprio il caso?...) serpeggiando sui due lati della cresta che offre spettacolari scorci sulle pareti e sul piccolo ghiacciaio sospeso sul lato NE. Talvolta l’esposizione crea qualche emozione, mitigata dall’aiuto reciproco. In vetta i cumuli limitano il panorama alle montagne dell’Engadina, comunque grandioso, e la soddisfazione è generale. La discesa è lunga e laboriosa, e, dopo i 1400 m di dislivello, in pochi rinunciano a un corroborante pediluvio nelle gelide acque del torrente.

CAI MORBEGNO 45


di Franco Scotti

44 CAI MORBEGNO

Piz Julier

«...il sentiero è abbastanza esposto e benchè i punti maggiormente impegnativi siano attrezzati con catene e parapetti metallici, è richiesto passo sicuro e assenza di vertigini» Questa premessa nella mail di invito alla gita, con i dati di tempi e dislivello, deve aver causato un pò di preoccupazione, infatti ho ricevuto parecchie telefonate per ulteriori chiarimenti e rassicurazioni. Sommando anche le incertezze della meteo temevo una scarsa partecipazione invece, a sorpresa, ci ritroviamo al parcheggio del Suvretta in 14 con ben 7 rappresentanti del gentil sesso. Abbiamo scelto la salita dal versante est, sebbene più

lunga, perchè più soleggiata ma soprattutto più interessante paesaggisticamente. Un motivo di interesse è sicuramente l’aggressivo rock glacier che, nel suo silenzioso movimento, ha sbarrato il torrente di fondovalle e invaso il sentiero, ritracciato più a monte. Confortati dall’aver lasciato un tempo grigio in Valtellina, su ottimo sentiero raggiungiamo la fuorcla Albana. Il Piz Julier, 3380 m, è la vetta più alta della zona ed ha un aspetto imponente. Dalla fuorcla possiamo osservare la lunga cresta rocciosa, all’apparenza impraticabile, che si snoda fino alla vetta. Un’altro gruppone CAI, salito dall’ombroso versante opposto, ci precede di un buon tratto. Abbandonati i bastoncini

ci lasciamo guidare dalle abbondanti segnalazioni sulle rocce, dalle catene, dagli scalini artificiali, dalle ringhiere in ferro che addomesticano il percorso (ma era proprio il caso?...) serpeggiando sui due lati della cresta che offre spettacolari scorci sulle pareti e sul piccolo ghiacciaio sospeso sul lato NE. Talvolta l’esposizione crea qualche emozione, mitigata dall’aiuto reciproco. In vetta i cumuli limitano il panorama alle montagne dell’Engadina, comunque grandioso, e la soddisfazione è generale. La discesa è lunga e laboriosa, e, dopo i 1400 m di dislivello, in pochi rinunciano a un corroborante pediluvio nelle gelide acque del torrente.

CAI MORBEGNO 45


STUBAI

di Alessandro, Carmen, Chiara

tre giorni, un agosto

A fine agosto una quarantina di persone hanno partecipato all’ormai tradizionale gita in Austria organizzata dal Cai di Morbegno, Quest’anno oltre alla novità della località Fulpmes nella valle dello Stubai, parallela alla Oetztal, siamo stati allietati dalla presenza di cinque ragazzini dai sette ai dieci anni. Si sono divertiti visibilmente nelle pozzanghere che la pioggia abbondante nelle prime due mattinate aveva formato; rumorosamente nei tragitti sul bus nonostante avessero ricevuto minacce di morte. A tavola avevano posti riservati e vicini, si gestivano senza mettere a dura prova gli altri commensali con la loro vivacità e con le loro trovate non sempre edificanti. Durante le escursioni, si sono comportati in modo 46 CAI MORBEGNO

irreprensibile, affrontando ogni tragitto con abilità e senso di responsabilità e, inutile dirlo, senza accusare fatica, da provetti soci Cai! Trovavano anche il tempo di cercare funghi con successo. La convivenza è stata allegra, sopperendo alla uggiosità del tempo che però non ci ha impedito di fare ogni giorno delle escursioni, anche se necessariamente si è dovuto modificare il programma. Il primo pomeriggio, quello del giorno di arrivo, ci siamo recati al rifugio Galtalm attraverso una strada sterrata tra i boschi. Abbiamo gustato lo strudel e poi siamo tornati, alcuni dal tragitto più breve, i più ardimentosi concludendo l’anello. La mattina del secondo giorno, data la pioggia, siamo andati col bus a Innsbruck, e ogni gruppetto ha effettuato la

visita della splendida città, come meglio credeva. Non poteva mancare la sosta al “tettuccio d’oro” emblema della città, coperto da 2657 scandole dorate, ma molto gettonati sono stati i negozi di articoli sportivi. Nel primo pomeriggio la pioggia ha concesso una tregua consentendoci di effettuare una bella gita al Calvario nella Pinnisbachtal. Un “sentiero spirituale”, contrassegnato da statue in legno a soggetto religioso e recanti le scritte di versetti dei Salmi, immerso in un bosco da favola. Il percorso, caratterizzato dalle stazioni della Via Crucis, proseguiva raggiungendo il rifugio Issenangeralm dove abbiamo fatto sosta e merenda. Il terzo giorno, finalmente bel tempo, abbiamo percorso l’alta via dello Stubai (Stubaierhöhenweg). Raggiunta

Mutterbergalm ci siamo divisi in tre gruppi, chi a piedi chi in funivia siamo arrivati alla Dresdnerhütte, quindi attraverso il passo di Peil (Peiljoch) siamo scesi, lasciando sulla destra il ghiacciaio dello Sulzenauferner e la cima dello Zuckerhütl (3507), dapprima alla Sulzenauhütte (ristorazione) e quindi abbiamo concluso l’anello a Grabalm. L’altro gruppetto, il terzo, ha scelto un giro molto panoramico, anche se meno impegnativo dal punto di vista alpinistico. Un percorso comunque soddisfacente per la bellezza del paesaggio e per il piacere di camminare su sentieri molto curati o su strade altrettanto agevoli. All’arrivo abbiamo trovato il pullman pronto per il rientro che è stato piacevole. Eravamo tutti, fuori di retorica, stanchi, ma felici. CAI MORBEGNO 47


STUBAI

di Alessandro, Carmen, Chiara

tre giorni, un agosto

A fine agosto una quarantina di persone hanno partecipato all’ormai tradizionale gita in Austria organizzata dal Cai di Morbegno, Quest’anno oltre alla novità della località Fulpmes nella valle dello Stubai, parallela alla Oetztal, siamo stati allietati dalla presenza di cinque ragazzini dai sette ai dieci anni. Si sono divertiti visibilmente nelle pozzanghere che la pioggia abbondante nelle prime due mattinate aveva formato; rumorosamente nei tragitti sul bus nonostante avessero ricevuto minacce di morte. A tavola avevano posti riservati e vicini, si gestivano senza mettere a dura prova gli altri commensali con la loro vivacità e con le loro trovate non sempre edificanti. Durante le escursioni, si sono comportati in modo 46 CAI MORBEGNO

irreprensibile, affrontando ogni tragitto con abilità e senso di responsabilità e, inutile dirlo, senza accusare fatica, da provetti soci Cai! Trovavano anche il tempo di cercare funghi con successo. La convivenza è stata allegra, sopperendo alla uggiosità del tempo che però non ci ha impedito di fare ogni giorno delle escursioni, anche se necessariamente si è dovuto modificare il programma. Il primo pomeriggio, quello del giorno di arrivo, ci siamo recati al rifugio Galtalm attraverso una strada sterrata tra i boschi. Abbiamo gustato lo strudel e poi siamo tornati, alcuni dal tragitto più breve, i più ardimentosi concludendo l’anello. La mattina del secondo giorno, data la pioggia, siamo andati col bus a Innsbruck, e ogni gruppetto ha effettuato la

visita della splendida città, come meglio credeva. Non poteva mancare la sosta al “tettuccio d’oro” emblema della città, coperto da 2657 scandole dorate, ma molto gettonati sono stati i negozi di articoli sportivi. Nel primo pomeriggio la pioggia ha concesso una tregua consentendoci di effettuare una bella gita al Calvario nella Pinnisbachtal. Un “sentiero spirituale”, contrassegnato da statue in legno a soggetto religioso e recanti le scritte di versetti dei Salmi, immerso in un bosco da favola. Il percorso, caratterizzato dalle stazioni della Via Crucis, proseguiva raggiungendo il rifugio Issenangeralm dove abbiamo fatto sosta e merenda. Il terzo giorno, finalmente bel tempo, abbiamo percorso l’alta via dello Stubai (Stubaierhöhenweg). Raggiunta

Mutterbergalm ci siamo divisi in tre gruppi, chi a piedi chi in funivia siamo arrivati alla Dresdnerhütte, quindi attraverso il passo di Peil (Peiljoch) siamo scesi, lasciando sulla destra il ghiacciaio dello Sulzenauferner e la cima dello Zuckerhütl (3507), dapprima alla Sulzenauhütte (ristorazione) e quindi abbiamo concluso l’anello a Grabalm. L’altro gruppetto, il terzo, ha scelto un giro molto panoramico, anche se meno impegnativo dal punto di vista alpinistico. Un percorso comunque soddisfacente per la bellezza del paesaggio e per il piacere di camminare su sentieri molto curati o su strade altrettanto agevoli. All’arrivo abbiamo trovato il pullman pronto per il rientro che è stato piacevole. Eravamo tutti, fuori di retorica, stanchi, ma felici. CAI MORBEGNO 47


In gita all’isola di Maria Laura Bettega

PALMARIA Anche quest’anno non poteva mancare la tradizionale gita settembrina in Liguria: meta prescelta Portovenere e l’isola Palmaria. Domenica 19 settembre, dopo un sabato autunnale e ricco di pioggia, ci si trova in partenza alle sei del mattino, sotto un cielo terso e con una arietta frizzante che fanno ben sperare in una bella giornata che si rivelerà poi decisamente estiva. Il viaggio si svolge regolarmente: qualche pisolino, qualche chiacchiericcio, la solita “ questua” del Presidente Cai con Segretario, la fermata d’obbligo e poi…. Eccoci al porto di La Spezia per l’imbarco verso Portovenere. Da qui proseguiamo per altri cinque minuti fino all’isola

48 CAI MORBEGNO

Palmaria, proprio antistante a Portovenere. Palmaria, meno di due chilometri quadrati, fa parte dell’arcipelago spezzino, nel comune di Portovenere, ed è patrimonio dell’Unesco dal 1997. Iniziamo il periplo percorrendo una strada immersa nella vegetazione tipica mediterranea, ricca di bacche colorate e di profumi, raggiungiamo una cava, ora abbandonata, di marmo nero. Poi, per esigenze di orario (ultimo traghetto dopo circa due ore) e per l’irrinunciabile bagno in mare, il ritmo di salita fino alla sommità dell’isola si fa più concitato, seguito da una discesa su sentiero abbastanza insidioso di rocce lisce come marmo e di terra umida, rossiccia e scivolosa

come borotalco. Comunque il paesaggio è bellissimo e quando la visuale si apre sul promontorio di Portovenere … è stupendo. Anch’io, forse la più… o meglio “la meno giovane” del gruppo, arrivo soddisfatta e appagata da questo mare meraviglioso. Concluso il giro dell’isola in località Terrizzo, dove lo stabilimento balneare è ancora ben frequentato, e fatto il bagno tanto agognato, riprendiamo il traghetto per

sbarcare a Portovenere e visitare la località da turisti rilassati e soddisfatti; la chiesa di san Pietro, proprio all’estremità del promontorio a strisce bianche e nere con un campanile a bifore; la chiesa di san Lorenzo originariamente in stile romanico, ma ora con influenze gotiche e classiche; il castello Doria che domina dall’alto e il susseguirsi di case alte e strette, addossate le une alle altre e variamente colorate, ne fanno un centro

caratteristico e pittoresco. Tranquillamente percorriamo le viuzze strette e affascinanti, ricche di colori, di profumi e di sapori che invitano a gustare un bel piatto di pesce o di trenette al pesto o un bel gelato con la panna. La giornata si sta concludendo: alle 17.30 si parte per Morbegno. Grazie al Cai Morbegno, grazie al tempo bello e caldo, grazie alla compagnia e... arrivederci al prossimo anno. CAI MORBEGNO 49


In gita all’isola di Maria Laura Bettega

PALMARIA Anche quest’anno non poteva mancare la tradizionale gita settembrina in Liguria: meta prescelta Portovenere e l’isola Palmaria. Domenica 19 settembre, dopo un sabato autunnale e ricco di pioggia, ci si trova in partenza alle sei del mattino, sotto un cielo terso e con una arietta frizzante che fanno ben sperare in una bella giornata che si rivelerà poi decisamente estiva. Il viaggio si svolge regolarmente: qualche pisolino, qualche chiacchiericcio, la solita “ questua” del Presidente Cai con Segretario, la fermata d’obbligo e poi…. Eccoci al porto di La Spezia per l’imbarco verso Portovenere. Da qui proseguiamo per altri cinque minuti fino all’isola

48 CAI MORBEGNO

Palmaria, proprio antistante a Portovenere. Palmaria, meno di due chilometri quadrati, fa parte dell’arcipelago spezzino, nel comune di Portovenere, ed è patrimonio dell’Unesco dal 1997. Iniziamo il periplo percorrendo una strada immersa nella vegetazione tipica mediterranea, ricca di bacche colorate e di profumi, raggiungiamo una cava, ora abbandonata, di marmo nero. Poi, per esigenze di orario (ultimo traghetto dopo circa due ore) e per l’irrinunciabile bagno in mare, il ritmo di salita fino alla sommità dell’isola si fa più concitato, seguito da una discesa su sentiero abbastanza insidioso di rocce lisce come marmo e di terra umida, rossiccia e scivolosa

come borotalco. Comunque il paesaggio è bellissimo e quando la visuale si apre sul promontorio di Portovenere … è stupendo. Anch’io, forse la più… o meglio “la meno giovane” del gruppo, arrivo soddisfatta e appagata da questo mare meraviglioso. Concluso il giro dell’isola in località Terrizzo, dove lo stabilimento balneare è ancora ben frequentato, e fatto il bagno tanto agognato, riprendiamo il traghetto per

sbarcare a Portovenere e visitare la località da turisti rilassati e soddisfatti; la chiesa di san Pietro, proprio all’estremità del promontorio a strisce bianche e nere con un campanile a bifore; la chiesa di san Lorenzo originariamente in stile romanico, ma ora con influenze gotiche e classiche; il castello Doria che domina dall’alto e il susseguirsi di case alte e strette, addossate le une alle altre e variamente colorate, ne fanno un centro

caratteristico e pittoresco. Tranquillamente percorriamo le viuzze strette e affascinanti, ricche di colori, di profumi e di sapori che invitano a gustare un bel piatto di pesce o di trenette al pesto o un bel gelato con la panna. La giornata si sta concludendo: alle 17.30 si parte per Morbegno. Grazie al Cai Morbegno, grazie al tempo bello e caldo, grazie alla compagnia e... arrivederci al prossimo anno. CAI MORBEGNO 49


Oramai sono una realtà consolidata del C.A.I. Morbegno: sono le escursioni del mercoledì organizzate dal Gruppo U99. Non allarmatevi, la sigla non nasconde nulla di strano, sta semplicemente per “Under 99” e significa che le gite sono rivolte a tutte le persone con un’età inferiore ai 99 anni. Siamo però fermamente intenzionati ad aprirle anche agli ultracentenari. Per la verità non tutti sono d’accordo sulla denominazione; c’è chi, rifiutando gli inglesismi, preferirebbe il più classico “Gruppo Seniores” che ad altri pare, al contrario, troppo limitante ed anche un po’ triste. Nell’attesa di dirimere la questione, non rimane che autocertificarci come “Quelli-del-mercoledì”. Così, infatti, veniamo additati con una certa malcelata invidia dal resto degli umani. Il Gruppo, che è nato nel 2008, non è strutturato, ha un presidente onorario eletto a furor di soci nella persona di Antonio, ma per il resto siamo tutti consiglieri. Nello svolgimento dell’attività, concordata mensilmente con il contributo di chi vuole, c’è un nucleo storico, il famoso zoccolo duro, formato da alcuni soci che, secondo la felice definizione di

50 CAI MORBEGNO

un autorevole esponente del Gruppo, sono “programmatori di tempo libero”, affiancati di volta in volta da quanti, senza distinzione di età e di sesso, saltuariamente o in modo continuativo, riescono a ritagliarsi il mercoledì libero da impegni lavorativi. Nel 2010 l’attività è stata decisamente buona: importante per quantità e qualità delle escursioni, soddisfacente per la loro varietà, confortante come partecipazione. Abbiamo effettuato 13 gite sci-ciaspolo alpinistiche fino ad aprile e 22 uscite estive/autunnali (ma la stagione non è ancora finita). Mentre la programmazione invernale richiederà in futuro qualche aggiustamento per accontentare sia gli sci alpinisti sia i ciaspolatori, le cui esigenze sono a volte incompatibili, quella estiva/autunnale si sta dimostrando rispondente alle aspettative. Si è cercato di non limitare le gite alle valli attorno a Morbegno, ma di estenderle all’intera provincia e alle montagne del Lario, con un buon rapporto dislivello-lunghezza-tempi, senza trascurare l’aspetto conviviale che è un elemento fondamentale della “slow mountain”, anzi della “montagna a misura d’uomo”, che tutti vogliamo praticare.

CAI MORBEGNO 51


Oramai sono una realtà consolidata del C.A.I. Morbegno: sono le escursioni del mercoledì organizzate dal Gruppo U99. Non allarmatevi, la sigla non nasconde nulla di strano, sta semplicemente per “Under 99” e significa che le gite sono rivolte a tutte le persone con un’età inferiore ai 99 anni. Siamo però fermamente intenzionati ad aprirle anche agli ultracentenari. Per la verità non tutti sono d’accordo sulla denominazione; c’è chi, rifiutando gli inglesismi, preferirebbe il più classico “Gruppo Seniores” che ad altri pare, al contrario, troppo limitante ed anche un po’ triste. Nell’attesa di dirimere la questione, non rimane che autocertificarci come “Quelli-del-mercoledì”. Così, infatti, veniamo additati con una certa malcelata invidia dal resto degli umani. Il Gruppo, che è nato nel 2008, non è strutturato, ha un presidente onorario eletto a furor di soci nella persona di Antonio, ma per il resto siamo tutti consiglieri. Nello svolgimento dell’attività, concordata mensilmente con il contributo di chi vuole, c’è un nucleo storico, il famoso zoccolo duro, formato da alcuni soci che, secondo la felice definizione di

50 CAI MORBEGNO

un autorevole esponente del Gruppo, sono “programmatori di tempo libero”, affiancati di volta in volta da quanti, senza distinzione di età e di sesso, saltuariamente o in modo continuativo, riescono a ritagliarsi il mercoledì libero da impegni lavorativi. Nel 2010 l’attività è stata decisamente buona: importante per quantità e qualità delle escursioni, soddisfacente per la loro varietà, confortante come partecipazione. Abbiamo effettuato 13 gite sci-ciaspolo alpinistiche fino ad aprile e 22 uscite estive/autunnali (ma la stagione non è ancora finita). Mentre la programmazione invernale richiederà in futuro qualche aggiustamento per accontentare sia gli sci alpinisti sia i ciaspolatori, le cui esigenze sono a volte incompatibili, quella estiva/autunnale si sta dimostrando rispondente alle aspettative. Si è cercato di non limitare le gite alle valli attorno a Morbegno, ma di estenderle all’intera provincia e alle montagne del Lario, con un buon rapporto dislivello-lunghezza-tempi, senza trascurare l’aspetto conviviale che è un elemento fondamentale della “slow mountain”, anzi della “montagna a misura d’uomo”, che tutti vogliamo praticare.

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NATALINO BAVO Un grande atleta di Angelo De Donati

L’ostetrica della Valgerola è molto indaffarata nel giorno di Natale del 1943: ci sono 3 partorienti quasi contemporaneamente a Fenile, a Valle di Gerola e a Gerola Alta. A complicare le cose c’è anche molta neve, ma le ostetriche di una volta non si scoraggiano facilmente e questa, con grande professionalità e tenacia, riesce a far vedere la luce a tutti e tre i bambini. Non sa ancora che uno dei tre farà della neve, che quel giorno scendeva copiosa, l’elemento forse più importante della sua vita: infatti nasce quel giorno Natalino che ha nel suo DNA grandi ed incomparabili doti atletiche ed agonistiche. Si può dire che muove i primi passi, anzi no, le prime sciate nella sua Valgerola e precisamente sui prati del 52 CAI MORBEGNO

“Magat” senza impianti di risalita e con attrezzi semplici di frassino o di hickory. Passano gli anni e Natalino partecipa a numerose gare nelle quattro specialità di sci slpino riportando sempre dei successi: si piazza nei primi posti nel ’59 a Bormio e nel ’60 a Bardonecchia gareggiando per i Campionati Italiani Juniores organizzati dal C.S.I.. Il suo spirito agonistico lo porta negli anni 1960/61 in Valmalenco, precisamente sul Ventina con un gruppo sociale della Valgerola capitanato con maestria da Gino Curtoni, grande pioniere dello sci e nonno delle attuali campionesse Irene ed Elena,

atlete che parteciperanno alla Coppa del Mondo 2010/11. Le gare che seguiranno saranno sempre più impegnative come ad esempio l’Azzurrissimo a Cervinia dove, in 6’ e 10”, disputa la discesa di slalom gigante piazzandosi al primo posto. Guadagnerà il primo posto per tre anni consecutivi, quindi il secondo per due consecutivi ed il terzo per un ulteriore anno. Dopo tanti successi decide di dedicarsi anche all’insegnamento per cui negli anni 1964/65 e 1965/66 intraprende la strada per diventare maestro di sci. Terminati i due anni di tirocinio obbligatorio da allievo

maestro, nel 1967 rientra in Valgerola aprendo, con Piero Lombella e Valeriano Maccani di Rasura, la Scuola di sci “Pescegallo” valorizzando ancora di più la Valle. Insegna a sciare e successivamente allena fino a portarlo in coppa del mondo il discesista comasco Giuliano Giardini. Come capita ai grandi campioni, ad un certo punto gli sembra giusto dedicarsi anche a qualcosa che non sia solo sci, montagne e neve. Insieme alla moglie Silvana apre nel 1976 a Morbegno un ristorante che avrà molto successo; del resto in ogni cosa che fa mette impegno, professionalità e dedizione. Ma dopo 14 anni

il richiamo della neve e delle gare si fa più forte per cui riprende a competere in gare nazionali ed internazionali entrando nel circuito Master. Inanella 10 titoli regionali in S e GS arrivando ad ottenere nel 2003 il 1° titolo Italiano in S. Nel 2004 a Scuol in Svizzera ottiene due medaglie d’oro in GS e SG ai campionati mondiali Master. La sua Valgerola però gli offre altre possibilità agonistiche per cui, per 5 anni consecutivi, partecipa e vince il Gran Prix Valgerola. Natalino è un uomo dalle molteplici doti quindi si fa onore anche nella Protezione CAI MORBEGNO 53


NATALINO BAVO Un grande atleta di Angelo De Donati

L’ostetrica della Valgerola è molto indaffarata nel giorno di Natale del 1943: ci sono 3 partorienti quasi contemporaneamente a Fenile, a Valle di Gerola e a Gerola Alta. A complicare le cose c’è anche molta neve, ma le ostetriche di una volta non si scoraggiano facilmente e questa, con grande professionalità e tenacia, riesce a far vedere la luce a tutti e tre i bambini. Non sa ancora che uno dei tre farà della neve, che quel giorno scendeva copiosa, l’elemento forse più importante della sua vita: infatti nasce quel giorno Natalino che ha nel suo DNA grandi ed incomparabili doti atletiche ed agonistiche. Si può dire che muove i primi passi, anzi no, le prime sciate nella sua Valgerola e precisamente sui prati del 52 CAI MORBEGNO

“Magat” senza impianti di risalita e con attrezzi semplici di frassino o di hickory. Passano gli anni e Natalino partecipa a numerose gare nelle quattro specialità di sci slpino riportando sempre dei successi: si piazza nei primi posti nel ’59 a Bormio e nel ’60 a Bardonecchia gareggiando per i Campionati Italiani Juniores organizzati dal C.S.I.. Il suo spirito agonistico lo porta negli anni 1960/61 in Valmalenco, precisamente sul Ventina con un gruppo sociale della Valgerola capitanato con maestria da Gino Curtoni, grande pioniere dello sci e nonno delle attuali campionesse Irene ed Elena,

atlete che parteciperanno alla Coppa del Mondo 2010/11. Le gare che seguiranno saranno sempre più impegnative come ad esempio l’Azzurrissimo a Cervinia dove, in 6’ e 10”, disputa la discesa di slalom gigante piazzandosi al primo posto. Guadagnerà il primo posto per tre anni consecutivi, quindi il secondo per due consecutivi ed il terzo per un ulteriore anno. Dopo tanti successi decide di dedicarsi anche all’insegnamento per cui negli anni 1964/65 e 1965/66 intraprende la strada per diventare maestro di sci. Terminati i due anni di tirocinio obbligatorio da allievo

maestro, nel 1967 rientra in Valgerola aprendo, con Piero Lombella e Valeriano Maccani di Rasura, la Scuola di sci “Pescegallo” valorizzando ancora di più la Valle. Insegna a sciare e successivamente allena fino a portarlo in coppa del mondo il discesista comasco Giuliano Giardini. Come capita ai grandi campioni, ad un certo punto gli sembra giusto dedicarsi anche a qualcosa che non sia solo sci, montagne e neve. Insieme alla moglie Silvana apre nel 1976 a Morbegno un ristorante che avrà molto successo; del resto in ogni cosa che fa mette impegno, professionalità e dedizione. Ma dopo 14 anni

il richiamo della neve e delle gare si fa più forte per cui riprende a competere in gare nazionali ed internazionali entrando nel circuito Master. Inanella 10 titoli regionali in S e GS arrivando ad ottenere nel 2003 il 1° titolo Italiano in S. Nel 2004 a Scuol in Svizzera ottiene due medaglie d’oro in GS e SG ai campionati mondiali Master. La sua Valgerola però gli offre altre possibilità agonistiche per cui, per 5 anni consecutivi, partecipa e vince il Gran Prix Valgerola. Natalino è un uomo dalle molteplici doti quindi si fa onore anche nella Protezione CAI MORBEGNO 53


Civile di cui fa parte ed ottiene, in questo gruppo, 4 vittorie consecutive nei Campionati italiani in GS e Combinata con sci di fondo. I successi continuano: la sua tenacia e le sue straordinarie doti sportive gli consentono di brillare anche nella stagione 2008/09 vincendo 22 gare su 32 disputate sempre nel circuito Master. Ottiene, se ancora non bastasse, nel Campionato Italiano di categoria Maestri di Sci 2 titoli in GS. Un altro grande successo arriva nel 2009: in Slovenia partecipa alle prime Olimpiadi Master ed ottiene 3 ori (in S - GS – SG) e un bronzo ai mondiali in slamon sulle piste dell’Oberland Bernese. Il suo “Curriculum vitae” non sarebbe stato completo se nel 1992 non avesse partecipato ad una spedizione Himalayana sull’Everest. Quest’uomo che insieme a due amici è stato fra i primi ad utilizzare l’impianto di risalita dell’allora Società Orobia, che si è sempre allenato da solo senza il supporto dello Skiman, che ha mantenuto in tutti questi anni un fisico atletico e sportivo,che ha dato lustro alla Valle, alla categoria e che il C.A.I. di Morbegno è onorato di annoverare fra i suoi soci è il maestro di sci Natalino Bavo. A lui vanno il rispetto, il ringraziamento e l’affetto di un’intera Provincia che si sente orgogliosa di avergli dato i natali. Auguri, continua così per tanti tanti anni ancora e speriamo che tu sia da esempio per molti altri atleti.

54 CAI MORBEGNO

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Civile di cui fa parte ed ottiene, in questo gruppo, 4 vittorie consecutive nei Campionati italiani in GS e Combinata con sci di fondo. I successi continuano: la sua tenacia e le sue straordinarie doti sportive gli consentono di brillare anche nella stagione 2008/09 vincendo 22 gare su 32 disputate sempre nel circuito Master. Ottiene, se ancora non bastasse, nel Campionato Italiano di categoria Maestri di Sci 2 titoli in GS. Un altro grande successo arriva nel 2009: in Slovenia partecipa alle prime Olimpiadi Master ed ottiene 3 ori (in S - GS – SG) e un bronzo ai mondiali in slamon sulle piste dell’Oberland Bernese. Il suo “Curriculum vitae” non sarebbe stato completo se nel 1992 non avesse partecipato ad una spedizione Himalayana sull’Everest. Quest’uomo che insieme a due amici è stato fra i primi ad utilizzare l’impianto di risalita dell’allora Società Orobia, che si è sempre allenato da solo senza il supporto dello Skiman, che ha mantenuto in tutti questi anni un fisico atletico e sportivo,che ha dato lustro alla Valle, alla categoria e che il C.A.I. di Morbegno è onorato di annoverare fra i suoi soci è il maestro di sci Natalino Bavo. A lui vanno il rispetto, il ringraziamento e l’affetto di un’intera Provincia che si sente orgogliosa di avergli dato i natali. Auguri, continua così per tanti tanti anni ancora e speriamo che tu sia da esempio per molti altri atleti.

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In Valle I racconti di Elena Fattarelli

Il viaggio A giugno la Pinina, partita da Colico, era sulla strada per Teggiate. Si era fermata come di consueto a Chiavenna. Nella merceria della Prima aveva comperato varie cose che le sarebbero servite. Stava già per uscire dal piccolo negozio quando i sui occhi caddero su una matassa bianca. “La seta”, sospirò. Dopo un rapido calcolo su ciò che le restava nel borsellino:“la compero”, disse. In un sussulto di gioia, quando uscì dal negozio, pensava che avrebbe potuto ricamare lo scialletto da mettere incrociato sul corpino. E ne avanzava anche per la frangia. Una bella frangia, annodata a intreccio, come lei sapeva fare. Lenta si avviò verso il carro dove il Gos (Agostino), suo marito, l’aspettava. Salì, si sedette sull’asse, accanto all’uomo e non disse una 56 CAI MORBEGNO

parola. Sorrise lievemente, pensando al bell’ornamento e poi guardò la strada e fu presa da tutti i problemi del momento. Incominciò la “muntada” (salita) di Bette. L’andatura del cavallo rallentò, ma non era niente in confronto a quello che sarebbe capitato sui “crang”. Là suo marito sarebbe sceso, per risparmiare fatica all’animale. In certi

punti sarebbe scesa anche lei. Non erano ancora giunti alla Madonna di Gallivaggio, quando sentirono qualcuno gridare: “Sü, sü, asasìn, sü” (alzati, alzati, assassino, alzati). Si fermarono. Sul tornante superiore videro un carro stracolmo, fermo. Il cavallo era inginocchiato. Il suo padrone lo strattonava, lo tirava, lo supplicava per farlo rialzare. La povera bestia muoveva il collo, oscillava il capo, ma non riusciva ad alzarsi. “E’ il Gusto; ha caricato troppo”, disse il Gos. Intanto che erano lì fermi a considerare la scena, l’uomo si raddrizzò; con due dita rimise a posto il logoro cappello. Poi lentamente sfilò dalla tasca il borsellino. Lo aprì con circospezione e ne tolse un piccolo biglietto da ... (una lira, forse). L’accarezzò per lisciarlo. Poi l’alzò e solennemente promise “l’è per la Madona de l’alp, s’el caval el CAI MORBEGNO 57


In Valle I racconti di Elena Fattarelli

Il viaggio A giugno la Pinina, partita da Colico, era sulla strada per Teggiate. Si era fermata come di consueto a Chiavenna. Nella merceria della Prima aveva comperato varie cose che le sarebbero servite. Stava già per uscire dal piccolo negozio quando i sui occhi caddero su una matassa bianca. “La seta”, sospirò. Dopo un rapido calcolo su ciò che le restava nel borsellino:“la compero”, disse. In un sussulto di gioia, quando uscì dal negozio, pensava che avrebbe potuto ricamare lo scialletto da mettere incrociato sul corpino. E ne avanzava anche per la frangia. Una bella frangia, annodata a intreccio, come lei sapeva fare. Lenta si avviò verso il carro dove il Gos (Agostino), suo marito, l’aspettava. Salì, si sedette sull’asse, accanto all’uomo e non disse una 56 CAI MORBEGNO

parola. Sorrise lievemente, pensando al bell’ornamento e poi guardò la strada e fu presa da tutti i problemi del momento. Incominciò la “muntada” (salita) di Bette. L’andatura del cavallo rallentò, ma non era niente in confronto a quello che sarebbe capitato sui “crang”. Là suo marito sarebbe sceso, per risparmiare fatica all’animale. In certi

punti sarebbe scesa anche lei. Non erano ancora giunti alla Madonna di Gallivaggio, quando sentirono qualcuno gridare: “Sü, sü, asasìn, sü” (alzati, alzati, assassino, alzati). Si fermarono. Sul tornante superiore videro un carro stracolmo, fermo. Il cavallo era inginocchiato. Il suo padrone lo strattonava, lo tirava, lo supplicava per farlo rialzare. La povera bestia muoveva il collo, oscillava il capo, ma non riusciva ad alzarsi. “E’ il Gusto; ha caricato troppo”, disse il Gos. Intanto che erano lì fermi a considerare la scena, l’uomo si raddrizzò; con due dita rimise a posto il logoro cappello. Poi lentamente sfilò dalla tasca il borsellino. Lo aprì con circospezione e ne tolse un piccolo biglietto da ... (una lira, forse). L’accarezzò per lisciarlo. Poi l’alzò e solennemente promise “l’è per la Madona de l’alp, s’el caval el CAI MORBEGNO 57


Il vitello ferito Un mattino la Pinina aprì la porta e guardò la valle: i torrenti scendevano dalle montagne di fronte con un mormorio uguale. Le vette erano disegnate nel cielo immobile. Neanche un nube. La donna chiamò il Tino, il pastorello, perché venisse a mangiare lo “scotamüs” (latte bollente con la polenta del giorno prima) e si affrettasse poi a portare le mucche sull’alpe. Venne di corsa il ragazzetto, tutto contento. Intanto chiamava le mucche: “too, Chièrina! Too, Lena! Too, Fula!” e i vitelli, soprattutto il Güs (guscio), così svelto e leggero, sempre fuori dal gruppo. Il pastore, col suo

va ineenz” (e’ per la Madonna di Gallivaggio se il cavallo andrà avanti). L’animale, forse intuendo che il suo padrone si era acquietato, forse perché lasciato un po’ in pace, riuscì a mettersi in piedi. Lentamente fece qualche passo. Il Gusto, prima incredulo, poi nuovamente in preda all’ira, prese il cavallo per la cavezza, gli sventolò sotto il naso il povero biglietto sdrucito e urlò: “To’, brütt ügiulun de San Casèn, te fee bri ‘n pass, u te se paghièd” (Tieni! Brutto occhiolone di San Cassiano, non fai un passo se non vieni pagato). I due silenziosi testimoni si guardarono sorpresi e poi cominciarono a ridere. Anch’essi presero il 58 CAI MORBEGNO

loro cavallo per la cavezza, raggiunsero il loro conoscente, lo rianimarono e assieme risero ancora. Lo sconforto del Gusto scomparve. Giunto alla chiesa, si affrettò a mettere nella bussola di pietra la sua lira miracolosa. Anche la Madonna dell’Alpe avrà sorriso a veder la sua povera gente, un po’ disperata, un po’ fiduciosa. Certamente l’avrà guardata con misericordia. La donna si fece il segno della croce e iniziò: “Ave Maria...” “Santa Maria mater Dei...” risposero gli uomini. Intanto il buio si era fatto intenso. I cavalli andavano con il capo chino, seguendo il bianco della strada. Quando giunsero in vista di Campodolcino, la donna era

stanca. L’unico sollievo era quella matassa di seta. Il sogno dello scialletto ricamato, con la frangia, la sosteneva. I viandanti si sarebbero fermati per la notte. Prima dell’alba avrebbero ripreso il cammino. Infatti, appena la prima luce scolorì il cielo, la Pinina, infreddolita, prese posto accanto al marito sul carro, che si avviò, lentamente, sulle ruote cigolanti. La donna avvertiva una certa apprensione. Era la prima volta che si avviava verso la baita del marito. Le nozze erano avvenute a gennaio. Ora aveva cambiato la zona di transumanza estiva. Non più Madesimo e gli Andossi, ma Teggiate.

bastone lisciato si avviò verso il pendio, attento e rapido. Fischiettava felice. Gli piaceva stare lì sull’alpe. La Pinina era buona, allegra: un po’ sorella, un po’ mamma. Lo lasciava riposare, gli dava da mangiare finché ne voleva. Beninteso, non doveva sciupare niente. Doveva dire le preghiere sera e mattina. Per il resto era libero di ridere e scherzare. Non era così in tutte le case. Lui aveva nostalgia della sua famiglia, ma a Teggiate si trovava bene. Quel mattino era allegro, sentiva la forza della montagna nelle gambe. Poteva correre, superare la mandria, tornare indietro e superarla di nuovo, sul pendio ripido, senza il minimo sforzo. Aveva le gambe di elastico. Così dicevano

di lui. “Oggi vado sopra i Cascestri” disse. Chiamò ad una ad una le sue bestie: “si va in alto, dove l’erba è più bella”, le informava. I campanacci oscillavano veloci, i rintocchi si spandevano nella valle e l’eco lontana rispondeva. Su, su, tutto il dosso era fiorito. Il ragazzo girò la cengia. Su ancora. Poi si sdraiò a guardare il cielo, mentre le mucche brucavano soddisfatte. Vide una nube bianca che passava veloce sopra i suoi occhi. “Schiuma di latte” disse. Ed ebbe sete. Intanto sentiva il richiamo degli altri pastorelli. Li vedeva più in basso, e li raggiunse. Incominciarono a discutere per preparare il gioco della “zòca”. Si divertirono per un buon tempo.

Nelle pagine precedenti: «barech» sugli Andossi e il monti Legnone e Berlinghera dalla Valle Spluga. Nella pagina a fronte: la Valle Spluga, sullo sfondo il Legnone e a destra il Pizzo Quadro. A fianco: rododendri sullo sfondo del Suretta. Sopra: al pascolo nei pressi della diga di Montespluga.

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Il vitello ferito Un mattino la Pinina aprì la porta e guardò la valle: i torrenti scendevano dalle montagne di fronte con un mormorio uguale. Le vette erano disegnate nel cielo immobile. Neanche un nube. La donna chiamò il Tino, il pastorello, perché venisse a mangiare lo “scotamüs” (latte bollente con la polenta del giorno prima) e si affrettasse poi a portare le mucche sull’alpe. Venne di corsa il ragazzetto, tutto contento. Intanto chiamava le mucche: “too, Chièrina! Too, Lena! Too, Fula!” e i vitelli, soprattutto il Güs (guscio), così svelto e leggero, sempre fuori dal gruppo. Il pastore, col suo

va ineenz” (e’ per la Madonna di Gallivaggio se il cavallo andrà avanti). L’animale, forse intuendo che il suo padrone si era acquietato, forse perché lasciato un po’ in pace, riuscì a mettersi in piedi. Lentamente fece qualche passo. Il Gusto, prima incredulo, poi nuovamente in preda all’ira, prese il cavallo per la cavezza, gli sventolò sotto il naso il povero biglietto sdrucito e urlò: “To’, brütt ügiulun de San Casèn, te fee bri ‘n pass, u te se paghièd” (Tieni! Brutto occhiolone di San Cassiano, non fai un passo se non vieni pagato). I due silenziosi testimoni si guardarono sorpresi e poi cominciarono a ridere. Anch’essi presero il 58 CAI MORBEGNO

loro cavallo per la cavezza, raggiunsero il loro conoscente, lo rianimarono e assieme risero ancora. Lo sconforto del Gusto scomparve. Giunto alla chiesa, si affrettò a mettere nella bussola di pietra la sua lira miracolosa. Anche la Madonna dell’Alpe avrà sorriso a veder la sua povera gente, un po’ disperata, un po’ fiduciosa. Certamente l’avrà guardata con misericordia. La donna si fece il segno della croce e iniziò: “Ave Maria...” “Santa Maria mater Dei...” risposero gli uomini. Intanto il buio si era fatto intenso. I cavalli andavano con il capo chino, seguendo il bianco della strada. Quando giunsero in vista di Campodolcino, la donna era

stanca. L’unico sollievo era quella matassa di seta. Il sogno dello scialletto ricamato, con la frangia, la sosteneva. I viandanti si sarebbero fermati per la notte. Prima dell’alba avrebbero ripreso il cammino. Infatti, appena la prima luce scolorì il cielo, la Pinina, infreddolita, prese posto accanto al marito sul carro, che si avviò, lentamente, sulle ruote cigolanti. La donna avvertiva una certa apprensione. Era la prima volta che si avviava verso la baita del marito. Le nozze erano avvenute a gennaio. Ora aveva cambiato la zona di transumanza estiva. Non più Madesimo e gli Andossi, ma Teggiate.

bastone lisciato si avviò verso il pendio, attento e rapido. Fischiettava felice. Gli piaceva stare lì sull’alpe. La Pinina era buona, allegra: un po’ sorella, un po’ mamma. Lo lasciava riposare, gli dava da mangiare finché ne voleva. Beninteso, non doveva sciupare niente. Doveva dire le preghiere sera e mattina. Per il resto era libero di ridere e scherzare. Non era così in tutte le case. Lui aveva nostalgia della sua famiglia, ma a Teggiate si trovava bene. Quel mattino era allegro, sentiva la forza della montagna nelle gambe. Poteva correre, superare la mandria, tornare indietro e superarla di nuovo, sul pendio ripido, senza il minimo sforzo. Aveva le gambe di elastico. Così dicevano

di lui. “Oggi vado sopra i Cascestri” disse. Chiamò ad una ad una le sue bestie: “si va in alto, dove l’erba è più bella”, le informava. I campanacci oscillavano veloci, i rintocchi si spandevano nella valle e l’eco lontana rispondeva. Su, su, tutto il dosso era fiorito. Il ragazzo girò la cengia. Su ancora. Poi si sdraiò a guardare il cielo, mentre le mucche brucavano soddisfatte. Vide una nube bianca che passava veloce sopra i suoi occhi. “Schiuma di latte” disse. Ed ebbe sete. Intanto sentiva il richiamo degli altri pastorelli. Li vedeva più in basso, e li raggiunse. Incominciarono a discutere per preparare il gioco della “zòca”. Si divertirono per un buon tempo.

Nelle pagine precedenti: «barech» sugli Andossi e il monti Legnone e Berlinghera dalla Valle Spluga. Nella pagina a fronte: la Valle Spluga, sullo sfondo il Legnone e a destra il Pizzo Quadro. A fianco: rododendri sullo sfondo del Suretta. Sopra: al pascolo nei pressi della diga di Montespluga.

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Quando le mucche si sdraiarono, i ragazzi scesero di corsa verso le baite, per consumare il pasto. Non vedevano neanche i dossi, non erano intimiditi da nessun pendio, da nessuna sporgenza rocciosa. Il Tino, sudato, entrò nella baita, si sedette sulla panca, intanto che la Pinina gli dava la scodella. Con la fame di chi vuol saziarsi in un boccone, mangiò la polenta col formaggio. Poi un altro pezzo, e un altro ancora. Alla fine mangiò quel che restava. Era pronto, già sulla porta, vigile al richiamo dei compagni. Ora insieme salivano lenti, si giravano, parlavano di chi era appena arrivato dal piano, di quel che avevano udito. Il pomeriggio passò uguale agli altri. Ma quando fu l’ora di radunare gli armenti, per scendere, il Tino ebbe un tuffo al cuore. Mancava il Güs. Lo chiamò e lo richiamò con la mano alla bocca per dare più forza alla voce. Salì sui dossi interni e su quelli esterni. Anche i compagni, coinvolti nella ricerca, intuirono la sua pena. Il Güs mancava. Il Tino affidò le sue mucche agli amici e corse sulla cengia. Non respirava neanche, tanto intensa era la sua ansia. Guardò giù. Niente. Guardò tra una roccia rotta e una scarpata: il Güs era lì. Sollevava la testa, ma era immobile. “Oh Güs, Güsìn” supplicava il ragazzo, “cos’hai fatto? Vieni!” Il Vitello era lì, gli occhi umidi, velati. A fatica il ragazzo scese la rampa. Guardò la bestia, la toccò e vide la ferita: una

60 CAI MORBEGNO

che lo volessero aiutare. Non un gemito, non una mossa. La Pinina andava avanti nel suo lavoro, mentre il sudore la avvertiva della fatica e dell’ansia. I vicini, senza far rumore, si erano messi intorno, per vedere e restavano meravigliati per l’energia della giovane, e per la mansuetudine del vitello. Alla fine espressero la loro approvazione e nella voce c’era la gioia di chi ha vinto un pericolo, una minaccia. Era la vittoria di tutti. Tutti si sentivano partecipi di quella riuscita. “Brava Pinina, bravo Güsin”. Così era la solidarietà nelle case sulla montagna: il male e il bene di uno, lo era di tutti. Il vitello guarì e la vita continuò. Ps: i fatti narrati risalgono alla seconda metà del XIX secolo e sono stati tramandati in famiglia fino a noi. lacerazione diritta, dall’anca al ginocchio. Allora corse giù fino al sentiero e cominciò a gridare aiuto. Corsero quelli delle baite vicine, lì ai Casìn. Arrivarono prima le donne, poi due uomini. Uno, deciso, andò a prendere il carro. Quindi staccò una sponda: sarebbe servita da barella. Bisognava far arrivare il vitello sul sentiero, ai piedi della cengia. Il Tino piangendo andò ad avvertire la Pinina. La incontrò poco sotto. Aveva già sentito dagli altri ragazzi l’accaduto. Non conosceva i particolari. Le donne la incoraggiavano, gli uomini la rassicuravano: la ferita non era grave, il vitello non era da macellare. Nel modo ingegnoso dei montanari, con l’aiuto di tutti, la bestia venne caricata sulla barella e portata al carro. E poi giù fino alla baita della Pinina. Il Güs venne

messo su una lettiera fresca. Si pulì la ferita con degli asciugamani intinti nell’acqua fresca e ben ritorti. Si diede da bere al vitello, da bere quello che le donne sapevano preparare sia per le bestie sia per i cristiani. La Pinina, intanto, con decisione, attuò il suo piano. Prese un lungo ago, la lesina e la sua bella matassa di seta bianca, quella per la frangia dello scialle della festa. Si inginocchiò vicino al vitello, chiamò il Tino e gli chiese di portare dell’acqua pulita, gli asciugamani e tutto l’aceto. Decisa, disinfettò la ferita e incominciò ad accostare i lembi di pelle, con precisione, vicini. Con la lesina bucava la forte cote e poi introduceva l’ago e col filo di seta cuciva, un punto dietro l’altro. Il vitello immobile. Gli occhi velati, sembrava capire

Sopra: la chiesetta di Teggiate. A fianco: il Ferrè dagli Andossi.

CAI MORBEGNO 61


Quando le mucche si sdraiarono, i ragazzi scesero di corsa verso le baite, per consumare il pasto. Non vedevano neanche i dossi, non erano intimiditi da nessun pendio, da nessuna sporgenza rocciosa. Il Tino, sudato, entrò nella baita, si sedette sulla panca, intanto che la Pinina gli dava la scodella. Con la fame di chi vuol saziarsi in un boccone, mangiò la polenta col formaggio. Poi un altro pezzo, e un altro ancora. Alla fine mangiò quel che restava. Era pronto, già sulla porta, vigile al richiamo dei compagni. Ora insieme salivano lenti, si giravano, parlavano di chi era appena arrivato dal piano, di quel che avevano udito. Il pomeriggio passò uguale agli altri. Ma quando fu l’ora di radunare gli armenti, per scendere, il Tino ebbe un tuffo al cuore. Mancava il Güs. Lo chiamò e lo richiamò con la mano alla bocca per dare più forza alla voce. Salì sui dossi interni e su quelli esterni. Anche i compagni, coinvolti nella ricerca, intuirono la sua pena. Il Güs mancava. Il Tino affidò le sue mucche agli amici e corse sulla cengia. Non respirava neanche, tanto intensa era la sua ansia. Guardò giù. Niente. Guardò tra una roccia rotta e una scarpata: il Güs era lì. Sollevava la testa, ma era immobile. “Oh Güs, Güsìn” supplicava il ragazzo, “cos’hai fatto? Vieni!” Il Vitello era lì, gli occhi umidi, velati. A fatica il ragazzo scese la rampa. Guardò la bestia, la toccò e vide la ferita: una

60 CAI MORBEGNO

che lo volessero aiutare. Non un gemito, non una mossa. La Pinina andava avanti nel suo lavoro, mentre il sudore la avvertiva della fatica e dell’ansia. I vicini, senza far rumore, si erano messi intorno, per vedere e restavano meravigliati per l’energia della giovane, e per la mansuetudine del vitello. Alla fine espressero la loro approvazione e nella voce c’era la gioia di chi ha vinto un pericolo, una minaccia. Era la vittoria di tutti. Tutti si sentivano partecipi di quella riuscita. “Brava Pinina, bravo Güsin”. Così era la solidarietà nelle case sulla montagna: il male e il bene di uno, lo era di tutti. Il vitello guarì e la vita continuò. Ps: i fatti narrati risalgono alla seconda metà del XIX secolo e sono stati tramandati in famiglia fino a noi. lacerazione diritta, dall’anca al ginocchio. Allora corse giù fino al sentiero e cominciò a gridare aiuto. Corsero quelli delle baite vicine, lì ai Casìn. Arrivarono prima le donne, poi due uomini. Uno, deciso, andò a prendere il carro. Quindi staccò una sponda: sarebbe servita da barella. Bisognava far arrivare il vitello sul sentiero, ai piedi della cengia. Il Tino piangendo andò ad avvertire la Pinina. La incontrò poco sotto. Aveva già sentito dagli altri ragazzi l’accaduto. Non conosceva i particolari. Le donne la incoraggiavano, gli uomini la rassicuravano: la ferita non era grave, il vitello non era da macellare. Nel modo ingegnoso dei montanari, con l’aiuto di tutti, la bestia venne caricata sulla barella e portata al carro. E poi giù fino alla baita della Pinina. Il Güs venne

messo su una lettiera fresca. Si pulì la ferita con degli asciugamani intinti nell’acqua fresca e ben ritorti. Si diede da bere al vitello, da bere quello che le donne sapevano preparare sia per le bestie sia per i cristiani. La Pinina, intanto, con decisione, attuò il suo piano. Prese un lungo ago, la lesina e la sua bella matassa di seta bianca, quella per la frangia dello scialle della festa. Si inginocchiò vicino al vitello, chiamò il Tino e gli chiese di portare dell’acqua pulita, gli asciugamani e tutto l’aceto. Decisa, disinfettò la ferita e incominciò ad accostare i lembi di pelle, con precisione, vicini. Con la lesina bucava la forte cote e poi introduceva l’ago e col filo di seta cuciva, un punto dietro l’altro. Il vitello immobile. Gli occhi velati, sembrava capire

Sopra: la chiesetta di Teggiate. A fianco: il Ferrè dagli Andossi.

CAI MORBEGNO 61


UN ANNO DI MONTAGNA Nel più che fitto elenco di gare di sci, ciaspolate e rally sci alpinistici organizzati durante l’inverno, di camminate, cronoscalate, skyraces, biciclettate, feste d’alpe, raduni degli alpini che hanno caratterizzato la stagione estiva, segnaliamo alcuni eventi che ci sembrano meritevoli di attenzione.

GENNAIO L’orso della Valmasino

Il plantigrado segnalato lo scorso autunno in Valmasino non è, come ipotizzato, JJ5, la cui presenza, come hanno confermato i responsabili del Parco Adamello-Brenta, è invece documentata come continua in quell’area da circa sei mesi. L’orso avvistato in Valmasino, in Val Bregaglia e in Alta Val Brembana è, quindi, un nuovo esemplare di cui si cerca di individuare la provenienza. La domanda è: dove sta svernando, dal momento che di lui si è persa ogni traccia?

FEBBRAIO Nuova disgrazia sul Monte Olano

E’ morta la ventottenne francese travolta da una valanga il giorno 21 sulle pendici del Monte Olano in Valgerola. La sci alpinista stava effettuando un’escursione con il marito quando, a causa di un errore di valutazione nella scelta della traccia di discesa, si è avventurata su un pendio dal quale si è staccata una massa di neve che l’ha investita. Trasportata al San Raffaele di Milano, le sue condizioni sono andate via via peggiorando fino al decesso.

Si è spenta Vera Cenini

Alla fine del mese si è spenta Vera Cenini, la “Signora della Valmasino”. Nel 1956 aveva assunto la direzione dell’Albergo Bagni Masino che da quel momento diventò il cuore e la centrale operativa del Soccorso Alpino della valle. Da questa posizione strategica coordinò fino al 1991 le operazioni riguardanti i fatti più drammatici della storia alpinistica del Masino-Bregaglia. Aveva conosciuto tutti i grandi alpinisti che hanno reso celebri queste montagne e con essi aveva intessuto rapporti di collaborazione e di amicizia. “La montagna mi ha sempre dato molto, – diceva sempre – ho arrampicato, ma chi ama la montagna la frequenta

Nuove regole per i rifugi

Tre milioni di euro da qui al 2012 e cinque anni di tempo per adeguarsi alle nuove regole: i 150 rifui alpini della Lombardia hanno il nuovo regolamento che rende operativa la legge approvata l’anno scorso (vedi Annuario 2009). Verranno privilegiati i rifugi che svolgeranno un servizio utile per il territorio montano. Per ottenere gli aiuti regionali, i rifugi dovranno essere iscritti all’albo e saranno distinti in “alpini” (oltre 1000 m di quota, non raggiungibili in auto) ed “escursionistici” (oltre i 700 m e raggiunti da strade). E’ raccomandato che ogni rifugista segua ogni due anni un corso di primo soccorso.

62 CAI MORBEGNO

indipendentemente dal primo, secondo o terzo grado”. Nel 1972 le venne dedicata la “Via Vera” sulla pasrete Sud-Est del Badile da parte degli alpinisti C. Corti e C. Gilardi.

Regolamentare la frequentazione della montagna?

Le disgrazie sull’arco alpino, con 9 morti travolti da valanga nel week-end dal 6 all’8 febbraio, hanno indotto il Governo a porre in discussione al Senato un regolamento per limitare la frequentazione della montagna. Netta presa di posizione contraria del C.A.I. tramite il Presidente generale Annibale Salsa. La proposta del Governo non può essere accettabile, perché la montagna è e deve continuare ad essere uno spazio di libertà e non di coercizione, la cui frequentazione deve dipendere unicamente dal senso di responsabilità dei fruitori. Contrari anche Reinhold Messner, per il quale l’iniziativa è una reazione isterica che rischia di uccidere l’alpinismo, e il Codacons, che giudica il provvedimento ridicolo, in quanto, in caso di incidente, esistono già il codice penale e civile.

Incarico prestigioso

Il 4 marzo, con decreto firmato dal Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, Oscar Del Barba è stato nominato membro del Consiglio Nazionale per l’Ambiente. Oscar Del Barba, architetto e urbanista la cui famiglia è originaria di Morbegno, è nato a Lecco nel 1950 e dal 1967 è iscritto al CAI. Diplomato all’Ecole Nationale d’Administration di Parigi, ha ricoperto diversi incarichi a livello regionale riguardanti il territorio e l’ambiente. Dal 2008 è presidente di CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi.

MARZO

CAI MORBEGNO 63


UN ANNO DI MONTAGNA Nel più che fitto elenco di gare di sci, ciaspolate e rally sci alpinistici organizzati durante l’inverno, di camminate, cronoscalate, skyraces, biciclettate, feste d’alpe, raduni degli alpini che hanno caratterizzato la stagione estiva, segnaliamo alcuni eventi che ci sembrano meritevoli di attenzione.

GENNAIO L’orso della Valmasino

Il plantigrado segnalato lo scorso autunno in Valmasino non è, come ipotizzato, JJ5, la cui presenza, come hanno confermato i responsabili del Parco Adamello-Brenta, è invece documentata come continua in quell’area da circa sei mesi. L’orso avvistato in Valmasino, in Val Bregaglia e in Alta Val Brembana è, quindi, un nuovo esemplare di cui si cerca di individuare la provenienza. La domanda è: dove sta svernando, dal momento che di lui si è persa ogni traccia?

FEBBRAIO Nuova disgrazia sul Monte Olano

E’ morta la ventottenne francese travolta da una valanga il giorno 21 sulle pendici del Monte Olano in Valgerola. La sci alpinista stava effettuando un’escursione con il marito quando, a causa di un errore di valutazione nella scelta della traccia di discesa, si è avventurata su un pendio dal quale si è staccata una massa di neve che l’ha investita. Trasportata al San Raffaele di Milano, le sue condizioni sono andate via via peggiorando fino al decesso.

Si è spenta Vera Cenini

Alla fine del mese si è spenta Vera Cenini, la “Signora della Valmasino”. Nel 1956 aveva assunto la direzione dell’Albergo Bagni Masino che da quel momento diventò il cuore e la centrale operativa del Soccorso Alpino della valle. Da questa posizione strategica coordinò fino al 1991 le operazioni riguardanti i fatti più drammatici della storia alpinistica del Masino-Bregaglia. Aveva conosciuto tutti i grandi alpinisti che hanno reso celebri queste montagne e con essi aveva intessuto rapporti di collaborazione e di amicizia. “La montagna mi ha sempre dato molto, – diceva sempre – ho arrampicato, ma chi ama la montagna la frequenta

Nuove regole per i rifugi

Tre milioni di euro da qui al 2012 e cinque anni di tempo per adeguarsi alle nuove regole: i 150 rifui alpini della Lombardia hanno il nuovo regolamento che rende operativa la legge approvata l’anno scorso (vedi Annuario 2009). Verranno privilegiati i rifugi che svolgeranno un servizio utile per il territorio montano. Per ottenere gli aiuti regionali, i rifugi dovranno essere iscritti all’albo e saranno distinti in “alpini” (oltre 1000 m di quota, non raggiungibili in auto) ed “escursionistici” (oltre i 700 m e raggiunti da strade). E’ raccomandato che ogni rifugista segua ogni due anni un corso di primo soccorso.

62 CAI MORBEGNO

indipendentemente dal primo, secondo o terzo grado”. Nel 1972 le venne dedicata la “Via Vera” sulla pasrete Sud-Est del Badile da parte degli alpinisti C. Corti e C. Gilardi.

Regolamentare la frequentazione della montagna?

Le disgrazie sull’arco alpino, con 9 morti travolti da valanga nel week-end dal 6 all’8 febbraio, hanno indotto il Governo a porre in discussione al Senato un regolamento per limitare la frequentazione della montagna. Netta presa di posizione contraria del C.A.I. tramite il Presidente generale Annibale Salsa. La proposta del Governo non può essere accettabile, perché la montagna è e deve continuare ad essere uno spazio di libertà e non di coercizione, la cui frequentazione deve dipendere unicamente dal senso di responsabilità dei fruitori. Contrari anche Reinhold Messner, per il quale l’iniziativa è una reazione isterica che rischia di uccidere l’alpinismo, e il Codacons, che giudica il provvedimento ridicolo, in quanto, in caso di incidente, esistono già il codice penale e civile.

Incarico prestigioso

Il 4 marzo, con decreto firmato dal Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, Oscar Del Barba è stato nominato membro del Consiglio Nazionale per l’Ambiente. Oscar Del Barba, architetto e urbanista la cui famiglia è originaria di Morbegno, è nato a Lecco nel 1950 e dal 1967 è iscritto al CAI. Diplomato all’Ecole Nationale d’Administration di Parigi, ha ricoperto diversi incarichi a livello regionale riguardanti il territorio e l’ambiente. Dal 2008 è presidente di CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi.

MARZO

CAI MORBEGNO 63


UN ANNO DI MONTAGNA APRILE

MAGGIO

Melloblocco

Si è svolto dal 6 al 9 maggio sui sassi della Valmasino l’annuale appuntamento Melloblocco, una delle più rinomate manifestazioni di bouldering a livello internazionale. Oltre 2500 i partecipanti. Fitto anche il programma di incontri, conferenze, proiezioni, musica e degustazioni che hanno affiancato l’evento.

GIUGNO Recupero in parete

Alla fine del mese sono stati recuperati due alpinisti rimasti bloccarti sulla parete del “Pè sgunfi”, lungo la via “Scubidù”, in Valmasino. L’allarme era stato lanciato la sera precedente il recupero quando, i due, raggiunti dall’oscurità e non attrezzati a bivaccare in parete, hanno deciso di chiedere aiuto. La squadra di soccorso non ha potuto utilizzare l’elicottero a causa dell’oscurità e ha dovuto operare salendo dal basso. L’operazione è durata tutta notte

E’ tornato il lupo sulle Orobie

Dopo più di 100 anni il lupo pare essere tornato sulle Orobie, più precisamente nel settore bergamasco Beviso – Barbellino. La conferma arriva dal Dipartimento di Biologia animale dell’Università di Pavia sulla base di numerosi segni: orme nella neve e nel fango, peli e feci. Si ipotizza che i primi esemplari siano arrivati dalla Svizzera attraverso la Val di Scalve.

Arte e graffiti

Un writer di Milano si trova sotto processo con l’accusa di aver imbrattato alcuni edifici con i suoi graffiti. Ne è nata una polemica accesa fra chi afferma che i graffiti sono una forma d’arte che abbellisce la città e chi, invece, fa appello all’art. 42 della Costituzione che tutela la proprietà. Chi imbratta edifici pubblici o privati senza alcuna autorizzazione commette una violazione. Che lo faccia un sedicente artista poco importa. Noi siamo d’accordo con questa tesi. Ma allora non diciamo proprio nulla di fronte alle sculture che sono comparse negli ultimi anni in Valmasino e in Valgerola? Non sono anche queste assimilabili ai graffiti che imperversano nelle nostre città e nei nostri paesi?

Ridimensionato il parco eolico a San Marco?

Il progetto del parco eolico del Passo San Marco, deplorato anche sulle pagine del nostro annuario, sarà con tutta probabilità ridimensionato. Sarà ridotto da 6 a 4 il numero delle pale e dimezzata la loro altezza che non potrà superare i 50 m. Favorevoli al progetto Provincia di Sondrio, CM di Morbegno, Parco delle Orobie valtellinesi e Comuni di Albaredo e di Bema. Purtroppo il parere contrario del Parco delle Orobie bergamasche e del C.A.I. di Bergamo non sarà vincolante, perché il parco sorgerà sul territorio della Provincia di Sondrio. Per parte nostra auspichiamo l’annullamento dell’intero progetto.

64 CAI MORBEGNO

LUGLIO Finalmente una notizia gratificante Non solo brutte notizie. Il giorno 4, Andrea Perlini, dodicenne di Talamona affetto da distrofia muscolare, ha potuto salire in cima al Monte Pisello per assistere alla messa celebrata in occasione dell’annuale gita organizzata dalla parrocchia di Talamona. L’evento è stato possibile grazie all’impiego della speciale carrozzina “joelette”, studiata appositamente per il trasporto di persone disabili in montagna, e il gruppo di volontari che si sono dati il cambio lungo il tragitto.

AGOSTO

I funghi continuano ad uccidere

Strage di cercatori di funghi in tutta la provincia, ma in particolare in Valgerola dove , nell’arco di 20 giorni, si sono verificati ben 4 incidenti mortali. I malcapitati, a quanto sembra tutti conoscitori dei posti, avventurandosi in luoghi molto scoscesi, hanno evidentemente sottovalutato i rischi a cui andavano incontro.

CAI MORBEGNO 65


UN ANNO DI MONTAGNA APRILE

MAGGIO

Melloblocco

Si è svolto dal 6 al 9 maggio sui sassi della Valmasino l’annuale appuntamento Melloblocco, una delle più rinomate manifestazioni di bouldering a livello internazionale. Oltre 2500 i partecipanti. Fitto anche il programma di incontri, conferenze, proiezioni, musica e degustazioni che hanno affiancato l’evento.

GIUGNO Recupero in parete

Alla fine del mese sono stati recuperati due alpinisti rimasti bloccarti sulla parete del “Pè sgunfi”, lungo la via “Scubidù”, in Valmasino. L’allarme era stato lanciato la sera precedente il recupero quando, i due, raggiunti dall’oscurità e non attrezzati a bivaccare in parete, hanno deciso di chiedere aiuto. La squadra di soccorso non ha potuto utilizzare l’elicottero a causa dell’oscurità e ha dovuto operare salendo dal basso. L’operazione è durata tutta notte

E’ tornato il lupo sulle Orobie

Dopo più di 100 anni il lupo pare essere tornato sulle Orobie, più precisamente nel settore bergamasco Beviso – Barbellino. La conferma arriva dal Dipartimento di Biologia animale dell’Università di Pavia sulla base di numerosi segni: orme nella neve e nel fango, peli e feci. Si ipotizza che i primi esemplari siano arrivati dalla Svizzera attraverso la Val di Scalve.

Arte e graffiti

Un writer di Milano si trova sotto processo con l’accusa di aver imbrattato alcuni edifici con i suoi graffiti. Ne è nata una polemica accesa fra chi afferma che i graffiti sono una forma d’arte che abbellisce la città e chi, invece, fa appello all’art. 42 della Costituzione che tutela la proprietà. Chi imbratta edifici pubblici o privati senza alcuna autorizzazione commette una violazione. Che lo faccia un sedicente artista poco importa. Noi siamo d’accordo con questa tesi. Ma allora non diciamo proprio nulla di fronte alle sculture che sono comparse negli ultimi anni in Valmasino e in Valgerola? Non sono anche queste assimilabili ai graffiti che imperversano nelle nostre città e nei nostri paesi?

Ridimensionato il parco eolico a San Marco?

Il progetto del parco eolico del Passo San Marco, deplorato anche sulle pagine del nostro annuario, sarà con tutta probabilità ridimensionato. Sarà ridotto da 6 a 4 il numero delle pale e dimezzata la loro altezza che non potrà superare i 50 m. Favorevoli al progetto Provincia di Sondrio, CM di Morbegno, Parco delle Orobie valtellinesi e Comuni di Albaredo e di Bema. Purtroppo il parere contrario del Parco delle Orobie bergamasche e del C.A.I. di Bergamo non sarà vincolante, perché il parco sorgerà sul territorio della Provincia di Sondrio. Per parte nostra auspichiamo l’annullamento dell’intero progetto.

64 CAI MORBEGNO

LUGLIO Finalmente una notizia gratificante Non solo brutte notizie. Il giorno 4, Andrea Perlini, dodicenne di Talamona affetto da distrofia muscolare, ha potuto salire in cima al Monte Pisello per assistere alla messa celebrata in occasione dell’annuale gita organizzata dalla parrocchia di Talamona. L’evento è stato possibile grazie all’impiego della speciale carrozzina “joelette”, studiata appositamente per il trasporto di persone disabili in montagna, e il gruppo di volontari che si sono dati il cambio lungo il tragitto.

AGOSTO

I funghi continuano ad uccidere

Strage di cercatori di funghi in tutta la provincia, ma in particolare in Valgerola dove , nell’arco di 20 giorni, si sono verificati ben 4 incidenti mortali. I malcapitati, a quanto sembra tutti conoscitori dei posti, avventurandosi in luoghi molto scoscesi, hanno evidentemente sottovalutato i rischi a cui andavano incontro.

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UN ANNO DI MONTAGNA SETTEMBRE

DICEMBRE Mistero a Predarossa

Sparito un cippo storico

Dalla cresta che separa la Val Biandino, in territorio lecchese, dalla bergamasca Val Torta, è scomparso lo storico cippo posato lassù nel 1770 per indicare il confine fra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Già lo scorso anno era stato trafugato, ma il cimelio storico era stato ritrovato nei pressi del Rifugio Santa Rita.

Di nuovo l’orso

OTTOBRE

Ricordate? In gennaio ci eravamo chiesti dove fosse finito l’orso avvistato l’autunno scorso in Valmasino. Ebbene, ci sono nuove segnalazioni. A metà settembre orme del plantigrado, al vaglio della polizia provinciale, sono state fotografate sulla Piana di Predarossa. In precedenza tracce dell’animale erano state scoperte ai Prati Aragno, nelle vicinanze di Mello, in aprile, quindi a Dubino e, in maggio, nella valle del torrente Maroggia. Ora la conferma definitiva: una foto-trappola agli infrarossi ha immortalato l’animale in Val Torreggio, a circa 2000 m nella zona di Arcoglio.

Parco eolico a San Marco, da Roma il no definitivo

Il progetto di parco eolico che avrebbe dovuto sorgere al Passo San Marco, pur nella versione ridimensionata (vedi Aprile), è stato bocciato definitivamente dal Consiglio dei Ministri che ha condiviso i dissensi emersi in sede di Conferenza dei servizi. Ricordiamo che il progetto, sostenuto dai Comuni di Albaredo e Bema, dalla CM di Morbegno e dal Parco delle Orobie valtellinesi, aveva fatto registrare il parere negativo della Provincia di Sondrio, del Parco delle Orobie bergamasche e della Regione Lombardia. Finalmente una buona notizia per il nostro martoriato territorio.

66 CAI MORBEGNO

Il ghiacciaio di Predarossa ha restituito nei mesi scorsi uno spezzone di roccia recante incisa una data incompleta: (dal) 10 al 28 (ag)osto 188(?). A cosa si riferisce? Quale avvenimento voleva ricordare? E’ difficile azzardare ipotesi. In attesa di nuovi ritrovamenti chiarificatori (non sono esclusi in questi anni di ritiro dei ghiacciai), accontentiamoci di visionare il reperto conservato presso il rifugio Ponti.

PAROLE SANTE Gian Antonio Stella, autore con Sergio Rizzo del fortunato best-seller “La casta”, così scrive sul Corriere della Sera del 22 luglio 2010, a conclusione di un lungo articolo su fatti e misfatti delle Comunità montane: “Vogliamo dirlo? La verità è che la montagna e i montanari, le loro asprezze, i loro silenzi, i loro boschi, i loro valori, sono fuori moda. Sempre più estranei a una società caciarona, edonista, teledipendente, discotecara, grandefratellistica. Dove tutto deve essere “facile”. Tutto apparenza. Tutto consumato in fretta. Tutto messo a nudo sulle spiagge. Sulle barche. Sulle copertine dei giornali popolari. Alcide De Gasperi, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Karol Wojtyla andavano in vacanza in montagna. Tra le vette. L’avete mai vista una foto di Silvio Berlusconi in montagna? E di Gianfranco Fini? E di tutti gli altri, salvo eccezioni? Oddio, il maglione di lana!!!” CAI MORBEGNO 67


UN ANNO DI MONTAGNA SETTEMBRE

DICEMBRE Mistero a Predarossa

Sparito un cippo storico

Dalla cresta che separa la Val Biandino, in territorio lecchese, dalla bergamasca Val Torta, è scomparso lo storico cippo posato lassù nel 1770 per indicare il confine fra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Già lo scorso anno era stato trafugato, ma il cimelio storico era stato ritrovato nei pressi del Rifugio Santa Rita.

Di nuovo l’orso

OTTOBRE

Ricordate? In gennaio ci eravamo chiesti dove fosse finito l’orso avvistato l’autunno scorso in Valmasino. Ebbene, ci sono nuove segnalazioni. A metà settembre orme del plantigrado, al vaglio della polizia provinciale, sono state fotografate sulla Piana di Predarossa. In precedenza tracce dell’animale erano state scoperte ai Prati Aragno, nelle vicinanze di Mello, in aprile, quindi a Dubino e, in maggio, nella valle del torrente Maroggia. Ora la conferma definitiva: una foto-trappola agli infrarossi ha immortalato l’animale in Val Torreggio, a circa 2000 m nella zona di Arcoglio.

Parco eolico a San Marco, da Roma il no definitivo

Il progetto di parco eolico che avrebbe dovuto sorgere al Passo San Marco, pur nella versione ridimensionata (vedi Aprile), è stato bocciato definitivamente dal Consiglio dei Ministri che ha condiviso i dissensi emersi in sede di Conferenza dei servizi. Ricordiamo che il progetto, sostenuto dai Comuni di Albaredo e Bema, dalla CM di Morbegno e dal Parco delle Orobie valtellinesi, aveva fatto registrare il parere negativo della Provincia di Sondrio, del Parco delle Orobie bergamasche e della Regione Lombardia. Finalmente una buona notizia per il nostro martoriato territorio.

66 CAI MORBEGNO

Il ghiacciaio di Predarossa ha restituito nei mesi scorsi uno spezzone di roccia recante incisa una data incompleta: (dal) 10 al 28 (ag)osto 188(?). A cosa si riferisce? Quale avvenimento voleva ricordare? E’ difficile azzardare ipotesi. In attesa di nuovi ritrovamenti chiarificatori (non sono esclusi in questi anni di ritiro dei ghiacciai), accontentiamoci di visionare il reperto conservato presso il rifugio Ponti.

PAROLE SANTE Gian Antonio Stella, autore con Sergio Rizzo del fortunato best-seller “La casta”, così scrive sul Corriere della Sera del 22 luglio 2010, a conclusione di un lungo articolo su fatti e misfatti delle Comunità montane: “Vogliamo dirlo? La verità è che la montagna e i montanari, le loro asprezze, i loro silenzi, i loro boschi, i loro valori, sono fuori moda. Sempre più estranei a una società caciarona, edonista, teledipendente, discotecara, grandefratellistica. Dove tutto deve essere “facile”. Tutto apparenza. Tutto consumato in fretta. Tutto messo a nudo sulle spiagge. Sulle barche. Sulle copertine dei giornali popolari. Alcide De Gasperi, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Karol Wojtyla andavano in vacanza in montagna. Tra le vette. L’avete mai vista una foto di Silvio Berlusconi in montagna? E di Gianfranco Fini? E di tutti gli altri, salvo eccezioni? Oddio, il maglione di lana!!!” CAI MORBEGNO 67


A CHISCIO CANEVA Il 17 dicembre ci ha lasciati Chiscio Caneva, presidente del C.A.I. Morbegno dal 1978 al 1988. E’ stato una figura di spicco dell’alpinismo valtellinese, con un curriculum lunghissimo di scalate sulle montagne non solo di casa, nel gruppo del Masino e sulle Orobie, ma anche sulle Dolomiti e, fuori d’Italia, in Perù, in Patagonia e nel massiccio dell’Hoggar. Noi lo vogliamo ricordare attraverso una testimonianza.

Caro Chiscio, ti ho conosciuto trentacinque anni fa, nel 1975, in occasione dell’assemblea annuale del C.A.I. Morbegno. Io, neofita, partecipavo per la prima volta ad una riunione del sodalizio, tu, seduto dall’altra parte del tavolo, eri un alpinista affermato, con alle spalle un’attività importante sulle pareti del Masino, delle Orobie e delle Dolomiti e da pochi mesi eri rientrato da una spedizione extraeuropea nelle Ande peruviane, conclusasi con successo. In quella circostanza, con il tuo compagno di cordata Carlo Milani, stavi presentando ai soci il progetto di portare nelle scuole cittadine, medie e superiori, la narrazione e le immagini di quell’avventura in terre lontane. La tua idea era quella di non lasciare che un’esperienza così bella e 68 CAI MORBEGNO

positiva rimanesse un episodio fine a se stesso, circoscritto ai soli specialisti, ma, al contrario, che diventasse un veicolo costruttivo di divulgazione. E illustravi il tuo piano con la passione e con la capacità di coinvolgimento che ti erano caratteristiche, spiegando quanto fosse importante, in una cittadina alpina come Morbegno,

avvicinare i giovani e far capire loro come l’alpinismo, ma anche il semplice escursionismo e, più in generale, il mondo alpino potessero essere fonte di piacere sano e stimolo per una crescita personale. Ti devo dire che non ci hai messo molto a convincermi, con quel tuo parlare fluido, reso più accattivante dalla tua inconfondibile “erre”, ed è così che è iniziata la nostra collaborazione nel Gruppo giovanile del C.A.I. Morbegno, del quale tu sei stato instancabile animatore, giovane fra i giovani grazie al tuo spirito esuberante. Quel ciclo di incontri a scuola e di escursioni in montagna è durato solo quattro anni, ma ha lasciato il segno, perché molti di quei ragazzi sono oggi i rappresentanti di una nuova generazione di alpinisti e di sci CAI MORBEGNO 69


A CHISCIO CANEVA Il 17 dicembre ci ha lasciati Chiscio Caneva, presidente del C.A.I. Morbegno dal 1978 al 1988. E’ stato una figura di spicco dell’alpinismo valtellinese, con un curriculum lunghissimo di scalate sulle montagne non solo di casa, nel gruppo del Masino e sulle Orobie, ma anche sulle Dolomiti e, fuori d’Italia, in Perù, in Patagonia e nel massiccio dell’Hoggar. Noi lo vogliamo ricordare attraverso una testimonianza.

Caro Chiscio, ti ho conosciuto trentacinque anni fa, nel 1975, in occasione dell’assemblea annuale del C.A.I. Morbegno. Io, neofita, partecipavo per la prima volta ad una riunione del sodalizio, tu, seduto dall’altra parte del tavolo, eri un alpinista affermato, con alle spalle un’attività importante sulle pareti del Masino, delle Orobie e delle Dolomiti e da pochi mesi eri rientrato da una spedizione extraeuropea nelle Ande peruviane, conclusasi con successo. In quella circostanza, con il tuo compagno di cordata Carlo Milani, stavi presentando ai soci il progetto di portare nelle scuole cittadine, medie e superiori, la narrazione e le immagini di quell’avventura in terre lontane. La tua idea era quella di non lasciare che un’esperienza così bella e 68 CAI MORBEGNO

positiva rimanesse un episodio fine a se stesso, circoscritto ai soli specialisti, ma, al contrario, che diventasse un veicolo costruttivo di divulgazione. E illustravi il tuo piano con la passione e con la capacità di coinvolgimento che ti erano caratteristiche, spiegando quanto fosse importante, in una cittadina alpina come Morbegno,

avvicinare i giovani e far capire loro come l’alpinismo, ma anche il semplice escursionismo e, più in generale, il mondo alpino potessero essere fonte di piacere sano e stimolo per una crescita personale. Ti devo dire che non ci hai messo molto a convincermi, con quel tuo parlare fluido, reso più accattivante dalla tua inconfondibile “erre”, ed è così che è iniziata la nostra collaborazione nel Gruppo giovanile del C.A.I. Morbegno, del quale tu sei stato instancabile animatore, giovane fra i giovani grazie al tuo spirito esuberante. Quel ciclo di incontri a scuola e di escursioni in montagna è durato solo quattro anni, ma ha lasciato il segno, perché molti di quei ragazzi sono oggi i rappresentanti di una nuova generazione di alpinisti e di sci CAI MORBEGNO 69


Giuseppe “Chiscio” Caneva nasce a Morbegno l’11 maggio 1933 e, ancora giovanissimo, nell’immediato dopoguerra, inizia a frequentare la montagna e a compiere le prime timide scalate. La sua passione lo porta nello spazio di trentacinque anni di alpinismo a compiere oltre 1300 scalate su tutto l’arco alpino. Chiscio si cimenta ai massimi livelli con tutte le specialità dell’alpinismo: l’arrampicata classica, le ascensioni invernali e le salite solitarie e, dal 1975, partecipa a tre spedizioni extraeuropee. La spedizione “Città di Morbegno” nelle Ande peruviane con la conquista del Puscanturpa, quella in Patagonia con i ripetuti assalti al Fitz Roy e quella in Algeria nel gruppo dell’Hoggar sono le imprese più significative realizzate al di fuori delle montagne di casa. Se l’attività alpinistica di Giuseppe Caneva è stata importante dal punto di vista sportivo, di pari rilevanza è stato il suo impegno in ambito sociale: dal 1978 al 1988 ha ricoperto la carica di Presidente della sezione morbegnese del C.A.I., dal 1961 al 1973 ha collaborato come istruttore alla Scuola di Alpinismo “Luigi Bombardieri” di Sondrio e dal 1961 ha fatto parte come volontario del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino della provincia di Sondrio.

alpinisti, alcuni dei quali sono diventati a loro volta istruttori di montagna e punti di riferimento per chi verrà dopo di loro. Come tu avevi intuito ed auspicato. Negli anni successivi ho avuto modo di conoscerti meglio e di stimarti non solo come uomo di montagna, ma anche come persona. Oltre alle tue doti di comunicatore, ho potuto apprezzare il tuo innato ottimismo che ti rendeva pacato e rassicurante anche nei momenti più difficili, unito alla generosità con cui ti dedicavi alla vita della sezione, della quale eri, nel frattempo, diventato presidente. Eri un vulcano di idee che perseguivi 70 CAI MORBEGNO

poi con determinazione e che riuscivi sempre a concretizzare. Devo riconoscere che gli anni nei quali ci siamo frequentati sono stati per me molto intensi e li ricordo con particolare piacere. Di questo ti sono grato. Poi il tempo e gli eventi hanno allontanato le nostre strade e i nostri rapporti si sono diradati. Quando ci trovavamo, però, eri il Chiscio di sempre. Anche l’ultima volta che ci siamo visti, in ottobre, quando con Giovanni ti ho incontrato ai giardini sotto casa, non hai smentito te stesso. Pur consapevole delle tue condizioni di salute oramai irrimediabilmente compromesse, hai abbracciato

entrambi e ci hai avvolto con la tua giovialità, riuscendo, con il tuo ottimismo e con la tua forza d’animo, a rendere leggera una conversazione che avrebbe potuto essere oppressa da una cappa pesante fatta di molti silenzi allusivi. Non c’è che dire, un’altra dimostrazione di com’eri fatto. Caro Chiscio, per ciò che sei stato e per quanto hai fatto voglio esprimerti il mio ringraziamento sincero, sicuro di interpretare anche il pensiero dei tanti amici del Club Alpino Italiano. Riccardo

Nel palmares di Chiscio 11 ottobre 1952 Prima salita della parete Nord Est del Pizzo Varrone in Valgerola, con Luigi Bongio. 26 luglio 1966 Prima salita della parete Est della Cima di Pescegallo in Valgerola, con Giorgio Bertarelli. 6 gennaio 1968 Prima salita e prima invernale della parete Nord dei Denti della Vecchia in Valgerola, con Ezio Angelini. 27-28 dicembre 1970 Prima invernale della Via Bonatti sulla Punta Fiorelli in Valmasino, con Giorgio Bertarelli. 13 agosto 1971 Prima solitaria della Via Bonatti sulla Punta Fiorelli in Valmasino. 10 agosto 1972 Prima solitaria della parete Nord Ovest del Pizzo Ligoncio in Val Codera. 29-30 giugno e 1 luglio 1973 Prima ripetizione della Via BianchiNardella-Robecchi sulla parete Sud del Cavalcorto in Valmasino, con Carlo Milani. 5 agosto 1973 Salita in solitaria della parete Nord Est del Pizzo Badile in Val Bondasca. 6 settembre 1976 Prima salita della parete Ovest della Punta Virgilio in Valmasino, con Carlo Milani. Nel 2002 Chiscio ha pubblicato le sue memorie alpinistiche nel volume “Cartoline dalla montagna”.

CAI MORBEGNO 71


Giuseppe “Chiscio” Caneva nasce a Morbegno l’11 maggio 1933 e, ancora giovanissimo, nell’immediato dopoguerra, inizia a frequentare la montagna e a compiere le prime timide scalate. La sua passione lo porta nello spazio di trentacinque anni di alpinismo a compiere oltre 1300 scalate su tutto l’arco alpino. Chiscio si cimenta ai massimi livelli con tutte le specialità dell’alpinismo: l’arrampicata classica, le ascensioni invernali e le salite solitarie e, dal 1975, partecipa a tre spedizioni extraeuropee. La spedizione “Città di Morbegno” nelle Ande peruviane con la conquista del Puscanturpa, quella in Patagonia con i ripetuti assalti al Fitz Roy e quella in Algeria nel gruppo dell’Hoggar sono le imprese più significative realizzate al di fuori delle montagne di casa. Se l’attività alpinistica di Giuseppe Caneva è stata importante dal punto di vista sportivo, di pari rilevanza è stato il suo impegno in ambito sociale: dal 1978 al 1988 ha ricoperto la carica di Presidente della sezione morbegnese del C.A.I., dal 1961 al 1973 ha collaborato come istruttore alla Scuola di Alpinismo “Luigi Bombardieri” di Sondrio e dal 1961 ha fatto parte come volontario del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino della provincia di Sondrio.

alpinisti, alcuni dei quali sono diventati a loro volta istruttori di montagna e punti di riferimento per chi verrà dopo di loro. Come tu avevi intuito ed auspicato. Negli anni successivi ho avuto modo di conoscerti meglio e di stimarti non solo come uomo di montagna, ma anche come persona. Oltre alle tue doti di comunicatore, ho potuto apprezzare il tuo innato ottimismo che ti rendeva pacato e rassicurante anche nei momenti più difficili, unito alla generosità con cui ti dedicavi alla vita della sezione, della quale eri, nel frattempo, diventato presidente. Eri un vulcano di idee che perseguivi 70 CAI MORBEGNO

poi con determinazione e che riuscivi sempre a concretizzare. Devo riconoscere che gli anni nei quali ci siamo frequentati sono stati per me molto intensi e li ricordo con particolare piacere. Di questo ti sono grato. Poi il tempo e gli eventi hanno allontanato le nostre strade e i nostri rapporti si sono diradati. Quando ci trovavamo, però, eri il Chiscio di sempre. Anche l’ultima volta che ci siamo visti, in ottobre, quando con Giovanni ti ho incontrato ai giardini sotto casa, non hai smentito te stesso. Pur consapevole delle tue condizioni di salute oramai irrimediabilmente compromesse, hai abbracciato

entrambi e ci hai avvolto con la tua giovialità, riuscendo, con il tuo ottimismo e con la tua forza d’animo, a rendere leggera una conversazione che avrebbe potuto essere oppressa da una cappa pesante fatta di molti silenzi allusivi. Non c’è che dire, un’altra dimostrazione di com’eri fatto. Caro Chiscio, per ciò che sei stato e per quanto hai fatto voglio esprimerti il mio ringraziamento sincero, sicuro di interpretare anche il pensiero dei tanti amici del Club Alpino Italiano. Riccardo

Nel palmares di Chiscio 11 ottobre 1952 Prima salita della parete Nord Est del Pizzo Varrone in Valgerola, con Luigi Bongio. 26 luglio 1966 Prima salita della parete Est della Cima di Pescegallo in Valgerola, con Giorgio Bertarelli. 6 gennaio 1968 Prima salita e prima invernale della parete Nord dei Denti della Vecchia in Valgerola, con Ezio Angelini. 27-28 dicembre 1970 Prima invernale della Via Bonatti sulla Punta Fiorelli in Valmasino, con Giorgio Bertarelli. 13 agosto 1971 Prima solitaria della Via Bonatti sulla Punta Fiorelli in Valmasino. 10 agosto 1972 Prima solitaria della parete Nord Ovest del Pizzo Ligoncio in Val Codera. 29-30 giugno e 1 luglio 1973 Prima ripetizione della Via BianchiNardella-Robecchi sulla parete Sud del Cavalcorto in Valmasino, con Carlo Milani. 5 agosto 1973 Salita in solitaria della parete Nord Est del Pizzo Badile in Val Bondasca. 6 settembre 1976 Prima salita della parete Ovest della Punta Virgilio in Valmasino, con Carlo Milani. Nel 2002 Chiscio ha pubblicato le sue memorie alpinistiche nel volume “Cartoline dalla montagna”.

CAI MORBEGNO 71


SOLO SULLA NORD EST DEL BADILE Il 5 agosto 1973 Chiscio Caneva effettua la terza delle sue ascensioni solitarie sui monti del Màsino. Dopo la via Vinci sulla Nord del Ligoncio e la via Bonatti sulla Punta Fiorelli, è la volta della via Cassin sulla Nord Est del Badile. Ecco la relazione autografa inviata al C.A.I. Morbegno, sua sezione di appartenenza.

Il 4 agosto 1973, sabato mattina di buon’ora mi trovo ai Bagni Masino. Sono solo, ho con me il mio zaino e voglio raggiungere il rifugio Gianetti. E’ il mio primo obbiettivo, ma il mio pensiero non si ferma lì, va oltre, al giorno successivo quando, una volta risalito il Pizzo Badile per la via normale e disceso lo spigolo Nord mi troverò faccia a faccia con la Nord Est. E’ questo infatti il mio intendimento, fare in solitaria la via Cassin. Non è la prima volta che vado in montagna da solo, l’anno scorso ho salito la via Vinci alla parete Nord del Ligoncio e due anni prima la via Bonatti alla Nord della Punta Fiorelli, eppure è come se fosse la prima volta. I pensieri si accavallano l’un con 72 CAI MORBEGNO

l’altro ma conducono tutti a un punto, a quella immane parete, fra le più belle delle Alpi, che dai 3308 metri del Pizzo Badile precipita con un salto di 900 metri in Val Bondasca. Sono i soliti pensieri che passano per la testa di ogni alpinista che si accinge ad effettuare una ascensione, facile o difficile che sia. Giungo al Rifugio Gianetti e mi concedo una sosta. Non c’è il custode per cui non reputo necessario comunicare ai presenti il mio intendimento anche in considerazione che a fondo valle i miei amici sanno cosa voglio fare e che, se tutto va secondo il programma, quegli stessi amici domani li incontrerò sulla vetta del Badile.

Questo pensiero mi fa sentire meno solo, mentre dal Rifugio Gianetti mi dirigo verso il Badile che risalgo lungo la via normale fino alla vetta. Qui ho il piacere di incontrare una persona, un solitario anche lui. E’ un inglese e capisco che proprio quel giorno deve aver effettuato in solitaria la Nord Est. Ci scambiamo qualche parola, io in italiano lui in inglese e anche se io non so l’inglese e lui non sa l’italiano, ci mettiamo d’accordo per discendere insieme lo spigolo Nord. Vedo subito che è un giovane ben preparato e grazie a un cordino di 100 metri in suo possesso la discesa si rivela veloce e in poco più di 2 ore e mezza siamo alla base dello spigolo. Lungo la discesa ho modo di conoscerlo CAI MORBEGNO 73


SOLO SULLA NORD EST DEL BADILE Il 5 agosto 1973 Chiscio Caneva effettua la terza delle sue ascensioni solitarie sui monti del Màsino. Dopo la via Vinci sulla Nord del Ligoncio e la via Bonatti sulla Punta Fiorelli, è la volta della via Cassin sulla Nord Est del Badile. Ecco la relazione autografa inviata al C.A.I. Morbegno, sua sezione di appartenenza.

Il 4 agosto 1973, sabato mattina di buon’ora mi trovo ai Bagni Masino. Sono solo, ho con me il mio zaino e voglio raggiungere il rifugio Gianetti. E’ il mio primo obbiettivo, ma il mio pensiero non si ferma lì, va oltre, al giorno successivo quando, una volta risalito il Pizzo Badile per la via normale e disceso lo spigolo Nord mi troverò faccia a faccia con la Nord Est. E’ questo infatti il mio intendimento, fare in solitaria la via Cassin. Non è la prima volta che vado in montagna da solo, l’anno scorso ho salito la via Vinci alla parete Nord del Ligoncio e due anni prima la via Bonatti alla Nord della Punta Fiorelli, eppure è come se fosse la prima volta. I pensieri si accavallano l’un con 72 CAI MORBEGNO

l’altro ma conducono tutti a un punto, a quella immane parete, fra le più belle delle Alpi, che dai 3308 metri del Pizzo Badile precipita con un salto di 900 metri in Val Bondasca. Sono i soliti pensieri che passano per la testa di ogni alpinista che si accinge ad effettuare una ascensione, facile o difficile che sia. Giungo al Rifugio Gianetti e mi concedo una sosta. Non c’è il custode per cui non reputo necessario comunicare ai presenti il mio intendimento anche in considerazione che a fondo valle i miei amici sanno cosa voglio fare e che, se tutto va secondo il programma, quegli stessi amici domani li incontrerò sulla vetta del Badile.

Questo pensiero mi fa sentire meno solo, mentre dal Rifugio Gianetti mi dirigo verso il Badile che risalgo lungo la via normale fino alla vetta. Qui ho il piacere di incontrare una persona, un solitario anche lui. E’ un inglese e capisco che proprio quel giorno deve aver effettuato in solitaria la Nord Est. Ci scambiamo qualche parola, io in italiano lui in inglese e anche se io non so l’inglese e lui non sa l’italiano, ci mettiamo d’accordo per discendere insieme lo spigolo Nord. Vedo subito che è un giovane ben preparato e grazie a un cordino di 100 metri in suo possesso la discesa si rivela veloce e in poco più di 2 ore e mezza siamo alla base dello spigolo. Lungo la discesa ho modo di conoscerlo CAI MORBEGNO 73


meglio e fra l’altro mi fa osservare che lui non è inglese ma gallese facendomi omaggio di un distintivo del Galles. Sono all’attacco dello spigolo Nord e sono di nuovo solo, il mio compagno inglese è disceso verso il Sass Furà e io decido di effettuare la traversata verso il centro della parete. Questo mi permetterà di evitare un lungo giro e di portarmi quindi direttamente all’inizio delle prime grosse difficoltà della parete. Raggiungo infatti il cosiddetto “sasso spaccato” e lì decido che per oggi può bastare. Ho salito il Badile per la normale, l’ho ridisceso per lo spigolo Nord per cui reputo necessario fermarmi in questo posto, proprio all’inizio delle difficoltà, difficoltà che il mio buon senso suggerisce di affrontare il mattino successivo. Mi accingo quindi al bivacco che preparo con ogni cura, mangio 74 CAI MORBEGNO

qualcosa e cerco di darmi un po’ di energia con dell’ottimo vino caldo. Evidentemente il mio fisico è stanco, la traversata dalla base dello spigolo Nord al centro della parete e la salita fino a dove mi trovo mi aveva impegnato per un’ora, e questo, aggiunto a quanto già avevo fatto precedentemente, ha contribuito senza dubbio a far sì che io mi addormentassi tranquillamente. Sarebbe stato troppo bello se questo sonno ristoratore fosse durato fino al mattino, ma come sempre capita in quasi tutti i bivacchi, nel mezzo della notte mi sveglio e non è più possibile riprendere sonno. E’ il periodo psicologicamente più duro, fra l’altro una nebbia intensa si è levata e sale lungo la parete verso la cima. Non ho nessuno a cui rivolgere la parola ed è umano che i miei pensieri volino lontano, verso la mia

famiglia, i miei parenti, i miei amici e verso tutti coloro che conosco. Ed è solo con enorme sforzo che riesco a convincermi che se mi trovo lì è solo perché io l’ho voluto, e se l’ho voluto è solo perché sono convinto di poter fare quello che ho in animo di fare. Bene o male passano anche queste ultime ore della notte. E’ l’alba del 5 agosto 1973 e attacco la serie di diedri che portano al primo bivacco Cassin. Tutti i pensieri della notte sono scomparsi e le difficoltà della parete mi impegnano totalmente. Ora è uno solo il mio pensiero e il mio obbiettivo. Superare la serie di diedri, raggiungere il primo bivacco Cassin, traversare a sinistra, salire e di nuovo traversare verso il gran diedro, superarlo, superare il tetto, raggiungere il secondo Cassin, risalire il caminone, traversare

a sinistra, ridiscendere lungo le doppie, risalire il colatoio finale per trovarmi finalmente in vetta. Il tempo non è fra i più ideali, oltre alla nebbia ci sono anche dei grossi nuvoloni che non promettono nulla di buono, ma tuttavia io salgo. Avevo già fatto due volte in cordata la Nord Est e questo mi è molto di aiuto. La parete la conosco bene, per cui la mia salita si rivela sicura e decisa. Raggiungo il primo bivacco Cassin, anche il gran diedro è raggiunto e superato. Vado avanti tranquillo, sento che la mia terza impegnativa solitaria è ormai a portata di mano quando raggiungo l’inizio del caminone. E’ a questo punto che sento delle voci, è una cordata che si trova impegnata un poco più avanti di me. Deve aver bivaccato in parete. “Ora li raggiungo e con loro salgo fino in vetta” dico fra me. Invece al termine del

caminone sono scomparsi, con ogni probabilità o sono proseguiti diritti o hanno tagliato verso lo spigolo Nord evitando così l’ultima parte della via Cassin. Io invece preferisco traversare a sinistra, verso le doppie che mi porteranno nel centro del colatoio finale, preferisco insomma seguire per intero la via Cassin. E così faccio infatti, solo che mentre pensavo che il colatoio finale poteva essere quello che meno di tutti doveva impegnarmi, sarà stata la stanchezza o la presenza di un leggero strato di neve caduta durante la notte, è purtroppo in questo tratto che invece sono costretto ad impegnarmi maggiormente. Sono gli ultimi metri e forse perché gli ultimi, anche i più sofferti. Dalla vetta giungono voci amiche che mi chiamano e che mi danno la forza di cui ho bisogno per raggiungere la cima.

Sono le 10 e mezza del 5 agosto 1973 e ho fatto in solitaria la Nord Est del Badile, sono in vetta e sono felice. La grande parete è ora sotto di me, e anche se il tempo non è molto buono è per me una giornata meravigliosa. Riprovo la stessa gioia, ma sempre nuova, di quando ho salito in solitaria la via Bonatti alla Punta Fiorelli e la via Vinci alla Nord del Ligoncio. Erano mesi che avevo questo obbiettivo e l’ho raggiunto. Ho affrontato e superato la Nord Est del Badile cosciente di quello che mi aspettava e sicuro di poter superare tutte le difficoltà che man mano mi si presentavano. Non è stato quindi un gesto sprovveduto, ma ponderato in ogni dettaglio, dalla preparazione fisica alla preparazione morale, elementi indispensabili che fanno tanto bello e meraviglioso l’andare in montagna. CAI MORBEGNO 75


meglio e fra l’altro mi fa osservare che lui non è inglese ma gallese facendomi omaggio di un distintivo del Galles. Sono all’attacco dello spigolo Nord e sono di nuovo solo, il mio compagno inglese è disceso verso il Sass Furà e io decido di effettuare la traversata verso il centro della parete. Questo mi permetterà di evitare un lungo giro e di portarmi quindi direttamente all’inizio delle prime grosse difficoltà della parete. Raggiungo infatti il cosiddetto “sasso spaccato” e lì decido che per oggi può bastare. Ho salito il Badile per la normale, l’ho ridisceso per lo spigolo Nord per cui reputo necessario fermarmi in questo posto, proprio all’inizio delle difficoltà, difficoltà che il mio buon senso suggerisce di affrontare il mattino successivo. Mi accingo quindi al bivacco che preparo con ogni cura, mangio 74 CAI MORBEGNO

qualcosa e cerco di darmi un po’ di energia con dell’ottimo vino caldo. Evidentemente il mio fisico è stanco, la traversata dalla base dello spigolo Nord al centro della parete e la salita fino a dove mi trovo mi aveva impegnato per un’ora, e questo, aggiunto a quanto già avevo fatto precedentemente, ha contribuito senza dubbio a far sì che io mi addormentassi tranquillamente. Sarebbe stato troppo bello se questo sonno ristoratore fosse durato fino al mattino, ma come sempre capita in quasi tutti i bivacchi, nel mezzo della notte mi sveglio e non è più possibile riprendere sonno. E’ il periodo psicologicamente più duro, fra l’altro una nebbia intensa si è levata e sale lungo la parete verso la cima. Non ho nessuno a cui rivolgere la parola ed è umano che i miei pensieri volino lontano, verso la mia

famiglia, i miei parenti, i miei amici e verso tutti coloro che conosco. Ed è solo con enorme sforzo che riesco a convincermi che se mi trovo lì è solo perché io l’ho voluto, e se l’ho voluto è solo perché sono convinto di poter fare quello che ho in animo di fare. Bene o male passano anche queste ultime ore della notte. E’ l’alba del 5 agosto 1973 e attacco la serie di diedri che portano al primo bivacco Cassin. Tutti i pensieri della notte sono scomparsi e le difficoltà della parete mi impegnano totalmente. Ora è uno solo il mio pensiero e il mio obbiettivo. Superare la serie di diedri, raggiungere il primo bivacco Cassin, traversare a sinistra, salire e di nuovo traversare verso il gran diedro, superarlo, superare il tetto, raggiungere il secondo Cassin, risalire il caminone, traversare

a sinistra, ridiscendere lungo le doppie, risalire il colatoio finale per trovarmi finalmente in vetta. Il tempo non è fra i più ideali, oltre alla nebbia ci sono anche dei grossi nuvoloni che non promettono nulla di buono, ma tuttavia io salgo. Avevo già fatto due volte in cordata la Nord Est e questo mi è molto di aiuto. La parete la conosco bene, per cui la mia salita si rivela sicura e decisa. Raggiungo il primo bivacco Cassin, anche il gran diedro è raggiunto e superato. Vado avanti tranquillo, sento che la mia terza impegnativa solitaria è ormai a portata di mano quando raggiungo l’inizio del caminone. E’ a questo punto che sento delle voci, è una cordata che si trova impegnata un poco più avanti di me. Deve aver bivaccato in parete. “Ora li raggiungo e con loro salgo fino in vetta” dico fra me. Invece al termine del

caminone sono scomparsi, con ogni probabilità o sono proseguiti diritti o hanno tagliato verso lo spigolo Nord evitando così l’ultima parte della via Cassin. Io invece preferisco traversare a sinistra, verso le doppie che mi porteranno nel centro del colatoio finale, preferisco insomma seguire per intero la via Cassin. E così faccio infatti, solo che mentre pensavo che il colatoio finale poteva essere quello che meno di tutti doveva impegnarmi, sarà stata la stanchezza o la presenza di un leggero strato di neve caduta durante la notte, è purtroppo in questo tratto che invece sono costretto ad impegnarmi maggiormente. Sono gli ultimi metri e forse perché gli ultimi, anche i più sofferti. Dalla vetta giungono voci amiche che mi chiamano e che mi danno la forza di cui ho bisogno per raggiungere la cima.

Sono le 10 e mezza del 5 agosto 1973 e ho fatto in solitaria la Nord Est del Badile, sono in vetta e sono felice. La grande parete è ora sotto di me, e anche se il tempo non è molto buono è per me una giornata meravigliosa. Riprovo la stessa gioia, ma sempre nuova, di quando ho salito in solitaria la via Bonatti alla Punta Fiorelli e la via Vinci alla Nord del Ligoncio. Erano mesi che avevo questo obbiettivo e l’ho raggiunto. Ho affrontato e superato la Nord Est del Badile cosciente di quello che mi aspettava e sicuro di poter superare tutte le difficoltà che man mano mi si presentavano. Non è stato quindi un gesto sprovveduto, ma ponderato in ogni dettaglio, dalla preparazione fisica alla preparazione morale, elementi indispensabili che fanno tanto bello e meraviglioso l’andare in montagna. CAI MORBEGNO 75


SIC Sondrio, 5 novembre 2010

Ill.mo Sig. Massimo SERTORI Presidente della Provincia di Sondrio Via XXV Aprile, 22 23100 S O N D R I O Oggetto: SIC

Come forse saprà, nella Provincia di Sondrio operano 11 Sezioni del Club Alpino Italiano (Aprica, Bormio, Chiavenna, Chiesa Valmalenco, Livigno, Madesimo, Morbegno, Novate Mezzola, Sondalo, Sondrio, Valfurva) e 5 Sottosezioni, tutte del CAI Valtellinese, Sezione di Sondrio (Berbenno Valtellina, Ponte, Teglio, Tirano, Valdidentro). Tra le 11 Sezioni, ai sensi del vigente Statuto Generale del Club Alpino Italiano, già da anni è stato costituito un Coordinamento, con la finalità di creare un luogo di collegamento tra le varie attività e di discussione sui temi e problemi di respiro provinciale o, quantomeno, intersezionale. Nell’ultima riunione, tenutasi a Sondrio il 4/11/2010, si sono, fra l’altro, prese in esame le problematiche connesse alla recente approvazione dei SIC (Siti di Interesse Comunitario) ricadenti nell’ambito del territorio della Provincia di Sondrio. All’unanimità è stata, innanzitutto, condivisa la finalità sottesa all’individuazione di tali siti, per le loro alte qualità ambientali sotto diversi profili (faunistici, floristici, geologici, ecc.) che, sicuramente, meritano la massima attenzione e la massima tutela, onde mantenere la loro sopravvivenza e la loro salvaguardia da azioni che ne possano intaccare l’integrità. Il Club Alpino Italiano ha quale proprio scopo statutario (art. 1), fra l’altro, “la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale”. Si è quindi interessato da sempre, fin dalla sua fondazione (che risale al 1863), al mondo della montagna in tutte le sue possibili espressioni e sfaccettature, ivi compresa la vivibilità da parte delle persone che lì vivono, operano e lavorano, non disgiunta però dalla sostenibilità ambientale di ogni intervento umano. Riteniamo, pertanto, di aver acquisito nel corso di questi lunghissimi anni di frequentazione, manutenzione, conservazione e protezione della montagna, titoli adeguati, maturati dalla conoscenza diretta del territorio montano, per poter esprimere, attraverso le singole specificità e conoscenze tecniche di certi nostri soci, adeguati suggerimenti per un corretto “utilizzo” delle aree inserite all’inteno di ciascun SIC. Vi è da aggiungere che il CAI è sempre stato un tenace sostenitore della libertà d’accesso alla montagna, vale a dire della libertà di praticare l’alpinismo e l’arrampicata (battendosi per la rimozione di ogni ostacolo frapposto in senso contrario), libertà da esercitarsi però in modo responsabile, secondo i principi etici fissati dall’UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche, di cui il CAI fa parte, unitamente a tutte le principali associazioni alpinistiche mondiali). Poiché nei prossimi tre anni dovranno essere individuate le regole da applicare all’interno di ciascun SIC in riferimento ad argomenti di nostro grande interesse (razionalizzazione dei sentieri, percorsi obbligatori in certi periodi dell’anno in riferimento alle necessità faunisitiche, gestione dei rifugi, smaltimento dei rifiuti, utilizzo di mezzi meccanici, ecc.), ci auguriamo che l’Amministrazione da Lei presieduta voglia contattarci, affinchè possiamo mettere a Vostra disposizione tutta la nostra esperienza e conoscenza, per il tramite dei nostri soci esperti in tali tematiche. Riteniamo, infatti, che, tenuto conto della duplice finalità del nostro sodalizio (frequentazione della montagna e difesa dell’ambiente naturale montano), possiamo essere in grado di fornire i migliori suggerimenti per pervenire ad un giusto equilibrio tra la salvaguardia dei SIC e la possibilità che gli stessi possano continuare ad essere frequentati, in modo responsabile e rispettoso dell’ambiente, dagli appassionati di montagna. Nell’attesa di sentirLa in merito, porgiamo distinti saluti. Il Presidente del Coordinamento Luciano Bertolina

76 CAI MORBEGNO

Pubblichiamo i testi della corrispondenza intercorsa fra il Coordinamento delle Sezioni della provincia di Sondrio del Club Alpino Italiano e l’Amministrazione provinciale sul tema delle regole che dovranno essere introdotte prossimamente nei SIC (Siti di Interesse Comunitario). La lettera del CAI, dai toni collaborativi, pacata ed equilibrata, come si conviene quando ci si rivolge alle istituzioni pubbliche, è volta a scongiurare un pericolo possibile: che sull’onda di una teorica e generica salvaguardia ambientale, non correlata al territorio ed alla sua realtà sociale, la pratica delle attività legate alla montagna (escursionismo, alpinismo, sci alpinismo ecc.) subisca limitazioni spropositate o assurde. La risposta della Provincia, breve e istituzionalmente ineccepibile, dopo il riconoscimento di prammatica del ruolo del CAI e la promessa del suo coinvolgimento sulla materia, fa comunque sapere che, d’ora in avanti, nelle aree individuate come SIC, molte cose dovranno cambiare. La cosa ci fa storcere un po’ il naso, non tanto perché si è egoisticamente refrattari ad ogni vincolo e ad ogni limitazione (le regole ragionevoli le apprezziamo e le rispettiamo), quanto perché suona stridente il raffronto con lo scempio che quotidianamente

vediamo compiere in ogni angolo della provincia, dal fondovalle agli ambienti di alta quota, con l’edificazione selvaggia e la realizzazione di strade di montagna, mal progettate e mal costruite, in nome di un presunta economia turistica. L’impressione è che si sparino cannonate agli uccellini mentre si tirano sassolini ai bisonti. Nulla di nuovo, cioè SICut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. CAI MORBEGNO 77


SIC Sondrio, 5 novembre 2010

Ill.mo Sig. Massimo SERTORI Presidente della Provincia di Sondrio Via XXV Aprile, 22 23100 S O N D R I O Oggetto: SIC

Come forse saprà, nella Provincia di Sondrio operano 11 Sezioni del Club Alpino Italiano (Aprica, Bormio, Chiavenna, Chiesa Valmalenco, Livigno, Madesimo, Morbegno, Novate Mezzola, Sondalo, Sondrio, Valfurva) e 5 Sottosezioni, tutte del CAI Valtellinese, Sezione di Sondrio (Berbenno Valtellina, Ponte, Teglio, Tirano, Valdidentro). Tra le 11 Sezioni, ai sensi del vigente Statuto Generale del Club Alpino Italiano, già da anni è stato costituito un Coordinamento, con la finalità di creare un luogo di collegamento tra le varie attività e di discussione sui temi e problemi di respiro provinciale o, quantomeno, intersezionale. Nell’ultima riunione, tenutasi a Sondrio il 4/11/2010, si sono, fra l’altro, prese in esame le problematiche connesse alla recente approvazione dei SIC (Siti di Interesse Comunitario) ricadenti nell’ambito del territorio della Provincia di Sondrio. All’unanimità è stata, innanzitutto, condivisa la finalità sottesa all’individuazione di tali siti, per le loro alte qualità ambientali sotto diversi profili (faunistici, floristici, geologici, ecc.) che, sicuramente, meritano la massima attenzione e la massima tutela, onde mantenere la loro sopravvivenza e la loro salvaguardia da azioni che ne possano intaccare l’integrità. Il Club Alpino Italiano ha quale proprio scopo statutario (art. 1), fra l’altro, “la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale”. Si è quindi interessato da sempre, fin dalla sua fondazione (che risale al 1863), al mondo della montagna in tutte le sue possibili espressioni e sfaccettature, ivi compresa la vivibilità da parte delle persone che lì vivono, operano e lavorano, non disgiunta però dalla sostenibilità ambientale di ogni intervento umano. Riteniamo, pertanto, di aver acquisito nel corso di questi lunghissimi anni di frequentazione, manutenzione, conservazione e protezione della montagna, titoli adeguati, maturati dalla conoscenza diretta del territorio montano, per poter esprimere, attraverso le singole specificità e conoscenze tecniche di certi nostri soci, adeguati suggerimenti per un corretto “utilizzo” delle aree inserite all’inteno di ciascun SIC. Vi è da aggiungere che il CAI è sempre stato un tenace sostenitore della libertà d’accesso alla montagna, vale a dire della libertà di praticare l’alpinismo e l’arrampicata (battendosi per la rimozione di ogni ostacolo frapposto in senso contrario), libertà da esercitarsi però in modo responsabile, secondo i principi etici fissati dall’UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche, di cui il CAI fa parte, unitamente a tutte le principali associazioni alpinistiche mondiali). Poiché nei prossimi tre anni dovranno essere individuate le regole da applicare all’interno di ciascun SIC in riferimento ad argomenti di nostro grande interesse (razionalizzazione dei sentieri, percorsi obbligatori in certi periodi dell’anno in riferimento alle necessità faunisitiche, gestione dei rifugi, smaltimento dei rifiuti, utilizzo di mezzi meccanici, ecc.), ci auguriamo che l’Amministrazione da Lei presieduta voglia contattarci, affinchè possiamo mettere a Vostra disposizione tutta la nostra esperienza e conoscenza, per il tramite dei nostri soci esperti in tali tematiche. Riteniamo, infatti, che, tenuto conto della duplice finalità del nostro sodalizio (frequentazione della montagna e difesa dell’ambiente naturale montano), possiamo essere in grado di fornire i migliori suggerimenti per pervenire ad un giusto equilibrio tra la salvaguardia dei SIC e la possibilità che gli stessi possano continuare ad essere frequentati, in modo responsabile e rispettoso dell’ambiente, dagli appassionati di montagna. Nell’attesa di sentirLa in merito, porgiamo distinti saluti. Il Presidente del Coordinamento Luciano Bertolina

76 CAI MORBEGNO

Pubblichiamo i testi della corrispondenza intercorsa fra il Coordinamento delle Sezioni della provincia di Sondrio del Club Alpino Italiano e l’Amministrazione provinciale sul tema delle regole che dovranno essere introdotte prossimamente nei SIC (Siti di Interesse Comunitario). La lettera del CAI, dai toni collaborativi, pacata ed equilibrata, come si conviene quando ci si rivolge alle istituzioni pubbliche, è volta a scongiurare un pericolo possibile: che sull’onda di una teorica e generica salvaguardia ambientale, non correlata al territorio ed alla sua realtà sociale, la pratica delle attività legate alla montagna (escursionismo, alpinismo, sci alpinismo ecc.) subisca limitazioni spropositate o assurde. La risposta della Provincia, breve e istituzionalmente ineccepibile, dopo il riconoscimento di prammatica del ruolo del CAI e la promessa del suo coinvolgimento sulla materia, fa comunque sapere che, d’ora in avanti, nelle aree individuate come SIC, molte cose dovranno cambiare. La cosa ci fa storcere un po’ il naso, non tanto perché si è egoisticamente refrattari ad ogni vincolo e ad ogni limitazione (le regole ragionevoli le apprezziamo e le rispettiamo), quanto perché suona stridente il raffronto con lo scempio che quotidianamente

vediamo compiere in ogni angolo della provincia, dal fondovalle agli ambienti di alta quota, con l’edificazione selvaggia e la realizzazione di strade di montagna, mal progettate e mal costruite, in nome di un presunta economia turistica. L’impressione è che si sparino cannonate agli uccellini mentre si tirano sassolini ai bisonti. Nulla di nuovo, cioè SICut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. CAI MORBEGNO 77


I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2010 gli iscritti sono 574 così suddivisi: 388 ordinari, 145 famigliari e 41 giovani. Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti. CONSIGLIO DIRETTIVO Presidente Domenico Del Barba Vicepresidente Mario Spini Segretario Davide Bonzi Consiglieri Danilo Acquistapace Enrico Bertoli Alessandro Caligari Angelo De Donati Tarcisio Pezzini Claudia Ponzoni Franco Scotti Oreste Zecca ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) Franco Scotti (ISA) Cesare De Donati (INSA/IAIl)

78 CAI MORBEGNO

ISTRUTTORI SEZIONALI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Mario Spini Moreno Libera Danilo Acquistapace Gottardo Riva Riccardo Scotti ACCOMPAGNATORI DI ESCURSIONISMO Davide Bonzi (AE) Alessandro Caligari (AE) BIBIOTECA/VIDEOTECA Sono entrati in biblioteca 1 manuale tecnico di alpinismo e sci alpinismo e la guida “Pale di San Martino”.. Il totale dei titoli presenti negli scaffali è 363. Completano il patrimonio 31 videocassette e 152 carte geografiche. E’ in corso la procedura informatizzata per la gestione della biblioteca. I CORSI Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2009 a marzo 2010, presso la palestra di via Prati Grassi si sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. In circa 40 ore di lezione c’è stata una media di 15 partecipanti ad incontro.

Corso base di scialpinismo Si è svolto da gennaio a marzo. Al corso hanno partecipato 16 allievi: De Finis Andrea, Donadelli Tommaso, Faldarini Riccardo, Fognini Amos, Fognini Patrizia, Gusmeroli Luca, Gusmeroli Mirco, Magoni Carlomaria, Manni Giuseppe, Maxenti Manuela, Mazzoni Andrea, Nogara Ingrid, Perego Mauro, Sosio Cristina, Spreafico Laura, Todesco Roberto Corso di arrampicata Si è svolto nei mesi di settembre e di ottobre in collaborazione con il CAI di Chiavenna ed ha coinvolto 8 allievi: Cucchi Monica, De Finis Andrea, Falcinella Maurizio, Giacoma Pin Rosanna, Giardiello Giovanni, Gusmeroli Luca, Gusmeroli Mariella, Gusmeroli Mirco, Manzi Simone, Manzoni Lorella, Piffari Paolo

Giugno • Escursione ai Laghi di Torena in Val Belviso • Escursione Alpe Tagliato – Alpe Olano Luglio • Escursione ai rifugi Sciora e Sasc Fura lungo il Viale • Gita famigliare al Lago di Cavlocc/Passo Muretto Agosto • Week end in Stubaital (Tirolo) Settembre • Ascensione al Piz Julier (Engadina) • Gita in Liguria: Porto Venere – Isola Palmaria

Ottobre • Escursione in Val Trupchun (Engadina) SERATE • Aggiornamento Arva Mammut (Tecnico Mammut) • Avventura in Nepal (Carlo Mazzoleni) • Ricordo di Vincenzo Spreafico (Franco Scotti) • Sci alpinismo 2010 (Lodovico Mottarella) • I fiori delle nostre valli (Giancarlo Donadelli) • I tetraonidi (Natalino Bavo)

RITROVI CONVIVIALI • Polentata d’estate • Castagnata d’autunno • Brindisi di Natale RALLYNO DELLA ROSETTA Squadre partecipanti n. 43 Regolarità salita 1° - Gusmeroli Alessandro – Mazzoni Matteo (1,577) 2° - Pezzini Maurizio – Brocchi Angelo (1,753) 3° - Landi Luigi – Tacchini Cristina (3,146)

LE GITE Gennaio • Pescegallo Sci alpinismo al chiaro di luna. Febbraio • Ciaspolata a Baitridana – Pozza Rossa Aprile • Escursione sul Lario: Nesso – Ponte del Diavolo Maggio • Escursione al Büs de la Noga in Val Solda (Ceresio) CAI MORBEGNO 79


I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2010 gli iscritti sono 574 così suddivisi: 388 ordinari, 145 famigliari e 41 giovani. Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti. CONSIGLIO DIRETTIVO Presidente Domenico Del Barba Vicepresidente Mario Spini Segretario Davide Bonzi Consiglieri Danilo Acquistapace Enrico Bertoli Alessandro Caligari Angelo De Donati Tarcisio Pezzini Claudia Ponzoni Franco Scotti Oreste Zecca ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) Franco Scotti (ISA) Cesare De Donati (INSA/IAIl)

78 CAI MORBEGNO

ISTRUTTORI SEZIONALI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Mario Spini Moreno Libera Danilo Acquistapace Gottardo Riva Riccardo Scotti ACCOMPAGNATORI DI ESCURSIONISMO Davide Bonzi (AE) Alessandro Caligari (AE) BIBIOTECA/VIDEOTECA Sono entrati in biblioteca 1 manuale tecnico di alpinismo e sci alpinismo e la guida “Pale di San Martino”.. Il totale dei titoli presenti negli scaffali è 363. Completano il patrimonio 31 videocassette e 152 carte geografiche. E’ in corso la procedura informatizzata per la gestione della biblioteca. I CORSI Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2009 a marzo 2010, presso la palestra di via Prati Grassi si sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. In circa 40 ore di lezione c’è stata una media di 15 partecipanti ad incontro.

Corso base di scialpinismo Si è svolto da gennaio a marzo. Al corso hanno partecipato 16 allievi: De Finis Andrea, Donadelli Tommaso, Faldarini Riccardo, Fognini Amos, Fognini Patrizia, Gusmeroli Luca, Gusmeroli Mirco, Magoni Carlomaria, Manni Giuseppe, Maxenti Manuela, Mazzoni Andrea, Nogara Ingrid, Perego Mauro, Sosio Cristina, Spreafico Laura, Todesco Roberto Corso di arrampicata Si è svolto nei mesi di settembre e di ottobre in collaborazione con il CAI di Chiavenna ed ha coinvolto 8 allievi: Cucchi Monica, De Finis Andrea, Falcinella Maurizio, Giacoma Pin Rosanna, Giardiello Giovanni, Gusmeroli Luca, Gusmeroli Mariella, Gusmeroli Mirco, Manzi Simone, Manzoni Lorella, Piffari Paolo

Giugno • Escursione ai Laghi di Torena in Val Belviso • Escursione Alpe Tagliato – Alpe Olano Luglio • Escursione ai rifugi Sciora e Sasc Fura lungo il Viale • Gita famigliare al Lago di Cavlocc/Passo Muretto Agosto • Week end in Stubaital (Tirolo) Settembre • Ascensione al Piz Julier (Engadina) • Gita in Liguria: Porto Venere – Isola Palmaria

Ottobre • Escursione in Val Trupchun (Engadina) SERATE • Aggiornamento Arva Mammut (Tecnico Mammut) • Avventura in Nepal (Carlo Mazzoleni) • Ricordo di Vincenzo Spreafico (Franco Scotti) • Sci alpinismo 2010 (Lodovico Mottarella) • I fiori delle nostre valli (Giancarlo Donadelli) • I tetraonidi (Natalino Bavo)

RITROVI CONVIVIALI • Polentata d’estate • Castagnata d’autunno • Brindisi di Natale RALLYNO DELLA ROSETTA Squadre partecipanti n. 43 Regolarità salita 1° - Gusmeroli Alessandro – Mazzoni Matteo (1,577) 2° - Pezzini Maurizio – Brocchi Angelo (1,753) 3° - Landi Luigi – Tacchini Cristina (3,146)

LE GITE Gennaio • Pescegallo Sci alpinismo al chiaro di luna. Febbraio • Ciaspolata a Baitridana – Pozza Rossa Aprile • Escursione sul Lario: Nesso – Ponte del Diavolo Maggio • Escursione al Büs de la Noga in Val Solda (Ceresio) CAI MORBEGNO 79


Velocità salita (m 510) 1° - Pedrazzoli Paolo – Beltrama Pietro (0:28:26) 2° Torri Maurizio – Franzi Domenico (0:29:03) 3° Rusconi Michele – Speziale Max (0:33:57)

I MERCOLEDÌ DEGLI UNDER 99 Attività ricca quella del 2010: 13 uscite sci-ciaspolo alpinistiche e 25 gite estive e autunnali (vedi articolo pag. 48)

by Lorain sas

Velocità discesa De Donati Cesare – Pinoli Francesco (0:00:49) Del Barba Pietro – Orlandi Mauro (0:00:50) Manenti Mauro – Del barba Stefano (0:00:54)

Il più sportivo degli intimi...

I capi in polipropilene della nostra collezione sono l’ideale per gli sport in condizione di freddo intenso, sono estremamente efficaci nel trasporto dell’umidità permettendovi di avere sempre gli indumenti asciutti. Indossateli una volta... non li abbandonerete più!

L io d - V ia Indu s t r ia 1 - 2 3 0 1 7 Mo r b e g no (S O ) - t e l. 0 3 4 2 6 1 4 6 2 2 80 CAI MORBEGNO

www.liod.it

CAI MORBEGNO 81


Velocità salita (m 510) 1° - Pedrazzoli Paolo – Beltrama Pietro (0:28:26) 2° Torri Maurizio – Franzi Domenico (0:29:03) 3° Rusconi Michele – Speziale Max (0:33:57)

I MERCOLEDÌ DEGLI UNDER 99 Attività ricca quella del 2010: 13 uscite sci-ciaspolo alpinistiche e 25 gite estive e autunnali (vedi articolo pag. 48)

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Velocità discesa De Donati Cesare – Pinoli Francesco (0:00:49) Del Barba Pietro – Orlandi Mauro (0:00:50) Manenti Mauro – Del barba Stefano (0:00:54)

Il più sportivo degli intimi...

I capi in polipropilene della nostra collezione sono l’ideale per gli sport in condizione di freddo intenso, sono estremamente efficaci nel trasporto dell’umidità permettendovi di avere sempre gli indumenti asciutti. Indossateli una volta... non li abbandonerete più!

L io d - V ia Indu s t r ia 1 - 2 3 0 1 7 Mo r b e g no (S O ) - t e l. 0 3 4 2 6 1 4 6 2 2 80 CAI MORBEGNO

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