Skip to main content

Annuario Cai Morbegno 2009

Page 1

ANNUARIO 2009 CAI MORBEGNO

I


SOMMARIO

CAI

ANNUARIO 2009

Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

Storia

Strade e sentieri retici di DANIELE CHIARELLI

Redazione: Alessandro Caligari, Domenico Del Barba, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella.

Narrativa

A piedi nudi

di ELENA FATTARELLI

Hanno collaborato: Pierenrico Belluzzo, Davide Bonzi, Alessandro Caligari, Daniele Chiarelli Domenico Del Barba, Elena Fattarelli, Libero Marchesi, Riccardo Marchini, Carlo B. Mazzoleni, Lodovico Mottarella, Franco Scotti, Mario Spini, Paolo Vitali.

Scialpinismo

Scialpinismo in Georgia di PAOLO VITALI

Fotografie: Davide Bonzi: 74, 75 Barbara Del Nero: 67(destra) Giuseppe Maloberti: 70,71 Riccardo Marchini: 7, 8, 9, 10, 11(sopra), 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20(sopra), 24, 25, 26, 27, 28, 50-51, 52-53, 62(sopra), 63(sopra), 64, 65(sinistra), 76, 77 Carlo B. Mazzoleni: 40, 41, 42, 43 Lodovico Mottarella: copertina e II, 2, 3, 4, 5, 11(sotto), 12-13, 20(sotto), 21, 22, 23, 30, 44, 45, 49, 54-55, 60, 61, 64(sotto), 65(dx), 66, 67, 68, 69, 72, 73, 78, 79, 80, 81, 82, 83, 84, 85 Franco Scotti: 46, 47 Alda Vaninetti, Luigi Ottelli: 57, 58, 59 Paolo Vitali: 32-33, 34, 35, 36, 37, 38, 39

Ricordi

Personaggi

Avventura

Quando si scioglie la neve? di FRANCO SCOTTI

Riccardo Cassin

a cura della REDAZIONE

Canyoning

di LIBERO MARCHESI

Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

Ferrate

A proposito di ferrate di RICCARDO MARCHINI

Stampa: Tipografia Bonazzi

II CAI MORBEGNO

CAI MORBEGNO 1


SOMMARIO

CAI

ANNUARIO 2009

Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno

Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

Storia

Strade e sentieri retici di DANIELE CHIARELLI

Redazione: Alessandro Caligari, Domenico Del Barba, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella.

Narrativa

A piedi nudi

di ELENA FATTARELLI

Hanno collaborato: Pierenrico Belluzzo, Davide Bonzi, Alessandro Caligari, Daniele Chiarelli Domenico Del Barba, Elena Fattarelli, Libero Marchesi, Riccardo Marchini, Carlo B. Mazzoleni, Lodovico Mottarella, Franco Scotti, Mario Spini, Paolo Vitali.

Scialpinismo

Scialpinismo in Georgia di PAOLO VITALI

Fotografie: Davide Bonzi: 74, 75 Barbara Del Nero: 67(destra) Giuseppe Maloberti: 70,71 Riccardo Marchini: 7, 8, 9, 10, 11(sopra), 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20(sopra), 24, 25, 26, 27, 28, 50-51, 52-53, 62(sopra), 63(sopra), 64, 65(sinistra), 76, 77 Carlo B. Mazzoleni: 40, 41, 42, 43 Lodovico Mottarella: copertina e II, 2, 3, 4, 5, 11(sotto), 12-13, 20(sotto), 21, 22, 23, 30, 44, 45, 49, 54-55, 60, 61, 64(sotto), 65(dx), 66, 67, 68, 69, 72, 73, 78, 79, 80, 81, 82, 83, 84, 85 Franco Scotti: 46, 47 Alda Vaninetti, Luigi Ottelli: 57, 58, 59 Paolo Vitali: 32-33, 34, 35, 36, 37, 38, 39

Ricordi

Personaggi

Avventura

Quando si scioglie la neve? di FRANCO SCOTTI

Riccardo Cassin

a cura della REDAZIONE

Canyoning

di LIBERO MARCHESI

Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

Ferrate

A proposito di ferrate di RICCARDO MARCHINI

Stampa: Tipografia Bonazzi

CAI MORBEGNO 1


E D I T O R I A L E

L’attività zootecnica di montagna che aveva contribuito in modo determinante a modellare, attraverso processi millenari, il paesaggio alpino che di Domenico Del Barba

siamo abituati a conoscere ed apprezzare, sta affrontando una grave crisi. L’intero comparto ha subito una notevole evoluzione: le aziende trasferite in pianura hanno ampliato la loro dimensione e hanno potenziato l’efficienza tecnica e produttiva, mettendo fuori mercato quelle che non si sono adeguate e che sole potevano presidiare le aree più disagiate. Nel corso degli ultimi 40-50 anni i prati e i pascoli di alta quota si sono ridotti di un terzo nell’insieme dell’arco alpino, gli alpeggi sono abbandona-

E D I T O R I A L E

ti. A quote superiori i ghiacciai e i nevai sono in continuo restringimen-

2 CAI MORBEGNO

to, come ci ha bene illustrato il nostro socio-relatore Riccardo Scotti nella serata “Ghiacciai sotto Serra” tenutasi venerdì 20 novembre presso la nostra sede. La qualità dell’aria, dell’acqua e dei suoli non è certo migliorata anche in montagna, complici le industrie di pianura e il traffico sempre più congestionato. Questa non è una lettura pessimistica della situazione ambientale della nostra provincia, ma una presa di coscienza della realtà in cui viviamo. Il suolo, che rappresenta uno degli elementi costitutivi della natura e del paesaggio ed è parte integrante dell’ecosistema, soprattutto per quanto riguarda i cicli dell’acqua e delle sostanze nutritive, non è un bene infinito. Non credo che sia gestito in modo parsimonioso al fine di garantirne le sue funzioni nel lungo periodo. Specialmente se si guarda il fondovalle. Nel corso di un incontro in sede Cai col Presidente Annibale Salsa, il Segretario generale della Convenzione delle Alpi (1), Marco Onida riferiva che:


“Prima di giungere a limiti di insostenibilità e punti di non ritorno, proprio per la delicatezza e specificità degli ambienti alpini occorre passare all’applicazione di nuovi modelli di sviluppo locale”. E la ratifica dei protocolli della Convenzione delle Alpi (pianificazione territoriale e sviluppo sostenibile, agricoltura di montagna, protezione della natura e tutela del paesaggio, foreste montane, turismo, difesa del suolo, energia, trasporti, qualità dell’aria, idroeconomia, popolazione e cultura, economia dei rifiuti), già firmati dai paesi membri, sarebbe un passo decisivo per scegliere un futuro di qualità per lo spazio alpino e per promuovere in modo sostanziale quelle miriade di azioni/progetto di sostenibilità già realizzate”. Sarebbe tempo quindi di scelte concrete.

(1)La Convenzione delle Alpi è una convenzione internazionale, nata su iniziativa della CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi), intesa a realizzare la protezione e lo sviluppo sostenibile dell’arco alpino. La Convenzione delle Alpi è stata firmata a Salisburgo (Austria) il 7 novembre 1991 da Austria, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Liechtenstein e UE. La Slovenia ha firmato la Convenzione il 29 marzo del 1993. Un protocollo supplementare ha consentito l’accesso al Principato di Monaco.

L’Italia, unico tra gli otto paesi ad abbracciare per intero l’arco alpino, è tra i pochi che pur avendo firmato tutti i Protocolli della Convenzione delle Alpi tra il 1994 e il 2001, nel 2007 non ne aveva ancora ratificato alcuno. Confidando a questo punto nell’anno del pianeta Terra 2009 proclamato dall’UNESCO e che nell’attesissima Conference of the Parties di Copenhagen (COP15) del 7-18 Dicembre i Grandi della terra decidano a favore delle generazioni future, credo che noi aderenti a un Club importante, che rappresenta un grande movimento di opinione e un valore tecnico e morale a favore della montagna, abbiamo il dovere di far nostro il tema “Your Planet needs You! Unite to combat climate change” (“Il pianeta ha bisogno di te! Uniti per combattere il cambiamento climatico”), per favorire in ogni sede le migliori politiche a favore delle terre alte. CAI MORBEGNO 3


CORSO BASE DI SCI ALPINISMO Direttore: Giulio Gadola. Istruttori: Cesare De Donati, Enrico Bertoli, Marco Riva e Franco Scotti. Allievi: Simona Angelini, Placido Azzalini, Stefano

Boninsegna, Gabriele Corgatelli, Aldo Giudici, Ezio Luzzi, Barbara Pedranzini, Mistica Pedranzini, Franco Pellegatta, Davide Perego, Peppino Rapella, Angelo Rossanese, Fabrizio Venturini, Paolo Zugnoni. Queste le uscite di una giornata, precedute, al venerdì, dalle lezioni teoriche: Cima del Munt de Sura (Valgerola) – Passo di Tartano (Valtartano), Monte Colombana (Valgerola), Cima della Pesciöla (Val d’Arigna), Piz Surgonda (Engadina). A conclusione del corso è stata effettuata un’uscita di due giorni al rifugio Boval in Engadina, con salita al Misaun (gruppo Morteratsch). 4 CAI MORBEGNO


CORSO DI ARRAMPICATA Si è svolto nei mesi di settembre e di ottobre in collaborazione con il CAI di Chiavenna ed ha coinvolto 8 allievi. Direttore: Cesare De Donati. Istruttori: Mauro Bongianni, Gianfranco Cason, Moreno Libera, Paola Lucchinetti, Pio Scaramella e Mario Spini. Allievi: Alessandro Bassi, Stefania Della Bitta, Stefano Guidi, Luigi Martinucci, Marco Bianchi, Giovanni Pierazzi, Mauro Spazzadeschi, Roberto Rigamonti. Queste le uscite di una giornata: Sasso Remenno, Sasso Bianco, Placche di Bette, Palestra di Piuro(cattivo tempo), Denti della Vecchia (Pescegallo), Piramide Casati(Grignetta) Gli allievi che hanno ricevuto l’attestato di partecipazione sono stati complessivamente 21 (13 per lo sci alpinismo e 8 per l’arrampicata). CAI MORBEGNO 5


STRADE E E SENTIERI RETICI

Per attraversar il paese de’ ss.ri grisoni le strade sono diverse…

di Daniele Chiarelli

Il sole di mezzodì splendeva sul passo dello Julier, nudo d’alberi, circondato di vette rocciose, nel paese dei Grigioni. Sotto i suoi raggi, sfreccianti giù a perpendicolo, le pareti rocciose ardevano e scintillavano. E’ l’incipit dello Jürg Jenatsch di C. F. Meyer, il celebre romanzo ambientato nel cuore della storia e della geografia della Rezia. Siamo nel luglio 1620, alla vigilia del Sacro macello, Enrico Waser, protestante, in viaggio per incontrare a Berbenno il pastore Jenatsch, raggiunge lo spartiacque alpino con la consapevolezza di essere in un 6 CAI MORBEGNO

punto decisivo del suo viaggio da Zurigo alla Valtellina. Lo attendono ancora il passo del Muretto e la Val Malenco, ma la sensazione di essere vicino alla dolcezza della terra italiana è forte. A Waser, personaggio d’invenzione, Valtellina e Valchiavenna apparivano come valli aperte: quando ci si muoveva a piedi, coi muli, coi cavalli e coi piccoli carri a due ruote o d’inverno con le slitte, per andare dalle valli del Reno e del Danubio alla pianura del Po e viceversa, i passi Spluga, Maloja, Septimer, Bernina, Cassana, Umbrail, erano considerati varchi, non

strozzature. Le Alpi erano una difficoltà, ma non una barriera. Queste direttrici principali si articolavano in un fitto reticolo di itinerari alternativi e passi secondari, utilizzati o meno a seconda della stagione, della congiuntura politicodiplomatica, della meta precisa da raggiungere, del numero, della legalità o illegalità dei viaggiatori, della quantità e qualità delle merci. In queste pagine si cercherà di riportare all’attenzione di tanti appassionati della montagna un po’ di storia e alcune storie che sentieri e mulattiere tradizionali ci raccontano.


CAI MORBEGNO 7


A fianco: il Passo del Maloja con il Passo del Muretto dal Piz Lunghin. Sotto: il Passo Lunghin.

La Via dello Spluga: uomini e muli. Tralasciando le pur importanti testimonianze relative ai percorsi e agli insediamenti temporanei dei cacciatori mesolitici (es. Pian dei Cavalli), il documento certo e più antico cui fare riferimento è la celebre Tabula Peutingeriana, copia medievale di una mappa del IV secolo d. C che rappresenta il sistema viario dell’impero romano e dei territori ad esso legati. Evidentissima è la direttrice Como-Coira attraverso Samolaco, Chiavenna, la val S. Giacomo e l’attuale passo dello Spluga (il Cunus Aureus dei romani). Questo sistema di comunicazione, che connetteva la pianura padana ai bacini del Reno e del Danubio, rimase attivo per secoli, incidendo profondamente nella vita delle comunità interessate. Nel periodo medievale e moderno i trasporti sottostavano, in tutto l’arco alpino, a un preciso sistema di regole e consuetudini codificate. Lungo i principali itinerari, esemplare quello dello Spluga, erano attive delle corporazioni di mulattieri e trasportatori, dette porti, che avevano il monopolio del trasporto sul loro territorio. Il mercante che doveva spostare un carico da Chiavenna a Coira 8 CAI MORBEGNO

(e viceversa) poteva ricorrere al sistema della roda, si affidava cioè ai sei porti in cui si articolava il percorso, pagando una cifra fissa, ma accettando una notevole lentezza nel percorso (da due a quattro settimane), in quanto ad ogni passaggio (es. da Chiavenna a Montespluga) i muli venivano scaricati e ricaricati sulle bestie dei someggiatori della tratta (porto) successiva. In alternativa poteva contrattare direttamente con un someggiatore (locale o forestiero) un trasporto diretto (adrittura), nettamente più costoso, ma più rapido (trecinque giorni per il percorso completo). In ogni caso si pagavano i dazi in punti prefissati, inoltre al porto andava un pedaggio (forletto)

per ogni collo trasportato, nonché una sovrattassa per la manutenzione della strada e, d’inverno, per la rottura della neve. In cambio i porti si facevano carico della manutenzione della strada. E’ noto che le comunità locali cercavano di ostacolare i trasporti diretti, a favore dei porti, il cui sistema garantiva una distribuzione dei vantaggi economici, il mantenimento di forti vincoli comunitari, una responsabilità condivisa per quanto riguarda i continui e costosi lavori di manutenzione del percorso che erano a carico delle comunità locali. Così sarà fino ai primi dell’800, quando, con l’apertura del S. Bernardino, comincerà il declino commerciale dello Spluga.


Val Bregaglia, Septimer e Maloja: eretici ed eserciti. Una valle e due passi fra loro connessi, fisicamente gravitanti intorno allo spartiacque del Lunghin, da cui si diramano i bacini del Po, del Reno e del Danubio. Il tratto che si sviluppa lungo la val Bregaglia, fino a Casaccia, è di straordinaria suggestione storica, paesaggistica e alpinistica. Poco a monte dell’abitato di Casaccia, dove i percorsi del Septimer e del Maloja si biforcano, ci s’imbatte nei ruderi romantici e suggestivi della chiesa di S. Gaudenzio. Pochi decenni dopo la riedificazione della chiesa, avvenuta nel 1518 sulla preesistente struttura medievale, la val Bregaglia, come altre comunità della repubblica delle Tre Leghe, fu profondamente interessata alla diffusione della riforma protestante. Non solo, da

CAI MORBEGNO 9


quegli stessi passi alpini da cui scendeva il sale del Nord, transitavano anche, clandestinamente, i libri e gli opuscoli riformati stampati in area tedesca, taluni già tradotti in italiano. Da Sud arrivavano i primi grandi intellettuali ed ecclesiastici cattolici convertiti al protestantesimo. Sceglievano di rifugiarsi tra queste valli sotto la protezione dei Signori Grisoni e delle “libertà retiche” che essi garantivano (nelle Tre Leghe del XVI secolo convivevano, con difficoltà, ma convivevano, cattolici e protestanti), potendo contemporaneamente rimanere in contatto con le terre italiane da dove provenivano. Uno 10 CAI MORBEGNO

dei più importanti fra questi ecclesiastici fu Pietro Paolo Vergerio, vescovo cattolico di Capodistria, che, vicino a una seconda condanna per eresia presso il tribunale dell’inquisizione veneta, accettò nel 1549 l’offerta di diventare pastore riformato a Vicosoprano, il più importante centro della Bregaglia. Il Vergerio predicò il 6 maggio 1551, vigilia dell’Ascensione, a Casaccia. Secondo alcuni la notte prima, secondo altre ricostruzioni poco dopo la sua predica, alcuni fanatici, già infiammati per sue precedenti invettive contro il lusso e il culto idolatrico dei santi, devastarono la chiesa di S. Gaudenzio. Furono distrutte

tele e statue, scrostati i dipinti, infranta le teca con le reliquie. Il tutto fu gettato nell’Orlegna. Oggi è in corso un discreto e intelligente recupero della struttura, che la metterà al sicuro dal degrado, senza alterare le tracce della storia. Dal Septimer arrivarono nel giugno1629 le avanguardie dei lanzichenecchi. Per garantirsi il passaggio e dare scacco ai francesi, le truppe imperiali avevano occupato Coira, aprendosi così la strada per la Valchiavenna, la Valtellina e il Lago di Como. Erano diretti a Mantova. I tre mesi di permanenza dei lanzichenecchi in Valchiavenna (della Valtellina propriamente detta


Nella pagina a fronte: lungo la mulattiera che sale al Septimer in Val Maroz, al Sascel. A fianco: i resti della chiesa di S.Gaudenzio. Sotto: la mole del Monte Disgrazia fa da sfondo alla discesa in mountain-bike dal Passo del Muretto.

fu interessato marginalmente solo l’imbocco della valle) furono devastanti, anche e soprattutto a causa della peste che diffusero. Ancor più drammatico fu il passaggio di ritorno dei lanzichenecchi, avvenuto nella primavera del 1631, attraverso valli già duramente provate dalla peste, dalla fame e dalla guerra. La popolazione e l’economia di Valtellina e Valchiavenna subirono un crollo di portata secolare. Gli ossari secenteschi, diffusi in tutta la provincia di Sondrio, ricordano proprio questa tristissima stagione.

Muretto e Forno. Due tragedie a distanza di tre secoli: l’arcipreteNicolò Rusca e Ettore Castiglioni. Il passo del Muretto, che collega la val Malenco con l’Alta Engadina, fu particolarmente importante nel lungo periodo durante il quale la Valtellina fu tributaria delle Tre Leghe (1512-1797). Attraverso questo passo, i magistrati grigioni dall’Engadina potevano facilmente raggiungere Sondrio, città baricentrica rispetto alle altre (Morbegno, Tirano, Chiavenna e Bormio) e non a caso eretta a residenza

principale del Capitano di valle. Negli anni del declino delle libertà retiche e dell’inasprimento del conflitto religioso fra cattolici e protestanti, il Muretto è testimone della tragica vicenda dell’arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca. E’ il 1618, il debole esperimento di convivenza interreligiosa grigiona si sta sgretolando sotto i colpi degli interessi spagnoli, delle rigidità controriformistiche e del prevalere dell’intransigenza protestante. L’arciprete Rusca, colto, campione della sensibilità pastorale post CAI MORBEGNO 11


tridentina, è accusato di aver cospirato per uccidere o far rapire Scipione Calandrino, pastore protestante, e di non aver rispettato le leggi in materia di convivenza interreligiosa. All’alba del 24 luglio una schiera di armati grigioni lo preleva dalla sua casa e lo traduce, attraverso il passo del Muretto, in Engadina e da qui a Thusis. Comparirà davanti al tribunale penale il 1° settembre, dichiarandosi innocente. Morirà durante un interrogatorio, sotto tortura, il 4 settembre 1618. Dal 1935 è aperto il processo canonico per la beatificazione del Rusca; a lui è intitolato il sentiero che, partendo da Sondrio, giunge al passo del Muretto ripercorrendo l’antico itinerario attraverso la val 12 CAI MORBEGNO

Malenco. La storiografia di matrice cattolica e quella di matrice protestante, a lungo divise nella ricostruzione dei fatti e nell’interpretazione della figura del Rusca, hanno trovato un primo, importante momento di sintesi nella giornata di studio promossa nel 2002 dal Centro Evangelico di Cultura di Sondrio. A pochissima distanza dal passo del Muretto si apre un altro passaggio: la bocchetta o passo del Forno (m 2775). Qui trovò la morte il 12 marzo 1944 Ettore Castiglioni. Nato in provincia di Trento nel 1908, di famiglia milanese, Castiglioni è colto, ama il bello e le montagne. Negli anni ’30 firma importanti testi della celebre collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI,

partecipa senza successo alla spedizione di Aldo Bonacossa al Fitz Roy del 1937 e, nello stesso anno, conquista con Vitale Bramani la Nord-Ovest del Pizzo Badile. Ufficiale degli alpini di stanza in Val d’Aosta, dopo l’8 settembre 1943 si unisce alla Resistenza e organizza in Valpelline l’espatrio di ricercati ed ebrei nel vicino Vallese. Arrestato in Svizzera una prima volta, viene rilasciato un mese dopo. Un secondo arresto in territorio elvetico gli costerebbe una lunga detenzione, nonostante ciò ritesse i contatti col CLN di Milano e l’11 marzo 1944 parte in missione segreta con sci e falsi documenti svizzeri dal rifugio Porro, presso Chiareggio, diretto a Maloja. Vi arriva senza difficoltà,


ma la gendarmeria ne scopre l’identità fittizia e lo trattiene in arresto nell’albergo, privato degli indumenti pesanti e senza scarpe. All’alba del giorno seguente si cala usando le lenzuola, riprende la via del Cavloc, calza i ramponi senza scarponi, direttamente sui piedi protetti alla meglio da stracci e riesce a salire fino al passo del Forno. Lo troveranno morto assiderato, scalzo ma coi ramponi, senza pantaloni e avvolto in una coperta, tre mesi dopo, poco oltre il passo, in territorio italiano. Zocca, Ferro, Teggiola: passi minori. Minori per chi? Se il grosso dei traffici e dei movimenti di truppe avveniva attraverso i passi principali, non vuol dire che quelli

secondari fossero usati solo dai cacciatori. Questi ultimi, a seconda della stagione e delle esigenze del momento, si trasformavano regolarmente in contrabbandieri e seguivano una fitta ragnatela di percorsi minori. La merce preziosa da portare a casa, a costo di rischi e sacrifici immensi era il sale, fino a cinquant’anni fa indispensabile e costoso come mille o duemila anni prima. Due dei passi minori più frequentati per questo scopo erano il passo di Zocca (m 2749) e il passo del Ferro (m 3205), che mettono in comunicazione la val di Mello con la val Bregaglia. Gli uomini e talvolta le donne dalla costiera dei Cech e dalla Valmasino aspettavano che la neve fosse ben ghiacciata, che il controllo dei finanzieri

Vista dall’Alpe Sentieri, in Valmalenco, dei passi del Muretto, a destra, e del Forno posto a sinistra del Monte del Forno. Più a sinistra le Cima di Vazzeda e di Rosso.

CAI MORBEGNO 13


fosse meno attento e partivano carichi di riso, da scambiare col sale a Bondo, Vicosoprano e nei centri bregagliotti minori. Nei mesi primaverili, quando il rischio di slavine rendeva il percorso eccessivamente pericoloso, il traffico si bloccava. Gli itinerari erano difficili, richiedevano una resistenza fisica straordinaria e venivano affrontati con attrezzature del tutto inadeguate rispetto alle severissime condizioni ambientali. Un giorno per andare, un giorno per tornare. Non mancarono le tragedie. Qualche anziano ricorda ancora il triste episodio che vide 14 CAI MORBEGNO

perire due giovani di un gruppo di tre melàt in val del Ferro, forse nel 1946. Fra l’alta val Codera e la val Bondasca, a m 2490, si apre la bocchetta di Teggiola. Il 1° dicembre 1944 vide il difficile passaggio della 55a Brigata partigiana “Fratelli Rosselli”. La Brigata era attiva dal mese di settembre nell’area che va dai piani di Artavaggio al Legnone, comprendendo anche la val Gerola e Colico. Messo in grave difficoltà dalla controffensiva tedesca del 10 ottobre, ciò che rimane della brigata inizia un lunghissimo ripiegamento. Attraverso la val Varrone, la val Gerola, la sponda retica

della bassa Valtellina, i partigiani raggiungono Poira e l’Alpe Visogno, ma non sono ancora al sicuro. Appesantiti dalle armi ma senza viveri e opportuno equipaggiamento invernale, li aspetta ancora il passo del Malvedello e la ripida discesa in val dei Ratti, da qui, attraverso il Tracciolino, in val Codera, da risalire fino alla Teggiola. I partigiani della Rosselli si consegnano a Bondo il 1° dicembre 1944 alle autorità svizzere che li avvieranno al campo d’internamento di Elgg. Mente e regista del programma di svernamento in quota chiamato in codice MRC (Masino-Ratti-


A sinistra: risalendo la Valbona verso il Passo del Forno. A destra: dalla Cima di Castello vista verso il Ghiacciaio e il Passo del Forno.

Codera) è Alfonso Vinci (Bill). Grande conoscitore di queste montagne, accademico del CAI, negli anni prima della guerra aveva aperto la celebre via sul versante Sud del Cengalo che oggi porta il suo nome. Il comandante Bill, dopo una vita avventurosa che lo vide anche cercatore di diamanti e professore universitario in America Latina, dal 1992, dimenticato dai più, riposa nel piccolo cimitero del Masino, ai piedi dei suoi monti che stiamo raccontando. Sull’intero tracciato, da Introbio a Bondo, per iniziativa dell’ANPI di Lecco, sono state posizionate delle piccole

targhe che ricordano l’epopea e la salvezza della 55a Rosselli. Bernina, Cassana, Umbrail, S. Marco: spagnoli, imperiali, il ruolo di Venezia La Serenissima, capace di sviluppare una politica estera e di alleanze tra le più vivaci e accorte nell’Europa dell’età moderna, ha dal XVI secolo un rapporto privilegiato con i Signori Grisoni. Il motivo fondamentale è l’assoluta necessità veneta di tenersi aperta la strada per il Nord Europa e la Francia, senza passare dai territori imperiali asburgici, dovendo quindi rinunciare al vicino

ma strategicamente poco praticabile corridoio del Brennero. Nei territori retici i veneziani, e non solo loro, reclutavano anche truppe mercenarie. La fortuna del passo del Bernina è proprio legata alla sua vicinanza con gli itinerari che, attraverso la catena orobica, mettono in comunicazione i territori più occidentali della terraferma veneta con la Rezia. Più a Nord-Est il passo del Gavia avrà una funzione simile. Stesso discorso, in bassa valle, per il S. Marco, fortemente voluto proprio dalla Serenissima e in larga parte da essa pagato e manutenuto, per garantire CAI MORBEGNO 15


A fianco: il Passo del Bernina. Nella pagina a fronte: il Passo Cassana.

continuità al corridoio che dalla bergamasca arrivava al sistema dei passi SplugaSeptimer-Maloja. La “Magnifica Terra” di Bormio metteva direttamente in comunicazione l’alta Valtellina con i territori tedeschi attraverso il sistema detto della Via Imperiale d’Alemagna (attraverso la valle di Fraele e la val Monastero) e della Via Maestra dell’Ombraglio (Umbrail o Giogo di Santa Maria). Siamo negli anni ’60 del XVI secolo. Politica, scontri religiosi, rivendicazioni territoriali e dinastiche s’intrecciano in tutta Europa e infiammano il primo decennio del “secolo di ferro” (15501660). Il re di Spagna Filippo II deve fronteggiare una rivolta nei Paesi Bassi. Impossibile raggiungere l’area via mare, vista la superiorità navale inglese e impensabile piegare ai propri interessi militari la Francia, avversaria storica della Spagna. L’unico modo per far affluire rinforzi è tenere aperti alcuni percorsi nel cuore delle Alpi, collegando il porto di Genova con il versante nord alpino. Finchè durerà l’alleanza con i Savoia, che garantiscono il passaggio del Moncenisio, tutto bene. A questo corridoio, molto occidentale, si affianca, più incerto, l’accordo con alcuni cantoni svizzeri di religione

16 CAI MORBEGNO

cattolica dell’area del Gottardo che consentono il passaggio di truppe spagnole sul loro territorio e l’arruolamento di truppe. E’ tuttavia una situazione instabile: i Savoia si riavvicinano alla Francia e i cantoni svizzeri, di fatto, sono pronti a vendere il diritto di passaggio al miglior offerente. In questo contesto, Valtellina, Valchiavenna e relativi passi retici diventano centrali nella grande partita politico-militare europea. Il primo atto degli spagnoli sarà la costruzione del Forte di Fuentes (1603-1604) sul confine più settentrionale dei loro possedimenti milanesi, a guardia delle due importanti vallate. Il Sacro macello del luglio 1620, a Guerra dei Trent’anni ormai avviata, aprirà

la strada al libero passaggio di truppe spagnole attraverso la Valtellina, ormai svincolata dal controllo grigione e di fatto entrata nell’orbita spagnola. Negli anni seguenti i francesi tentano per due volte di riprendere il controllo delle valli dell’Adda e del Mera, formalmente per ristabilire il legittimo governo grigione. La prima volta, nel 1624-25, col marchese di Coeuvres, che però nel febbraio 1626 deve ritirarsi; la seconda volta alla fine dell’inverno del 1635, col duca di Rohan. Le chiavi del suo successo: la profonda conoscenza dello spazio alpino e la rapidità di movimento. Le truppe franco-grigioni che comanda penetrano inaspettate, anche vista la


stagione, con un’azione a tenaglia, dai due estremi della Valchiavenna e della Valtellina. Un primo contingente di fanti e cavalieri fra 27 e 28 marzo 1635 dallo Spluga scende a Chiavenna occupando tutto il contado. Il secondo si muove da Zuoz in Bassa Engadina, supera il passo di Cassana (m 2694), irrompe in val Federia, giunge a Livigno e da qui, il giorno seguente, a Bormio. Nell’autunno dello stesso anno gli imperiali, attraverso Valdidentro, Valfurva e Umbrail attaccano, il Rohan li batte sul campo, ma deve in seguito cedere agli accordi diplomatici e al capovolgimento di alleanze dei grigioni che, consapevoli della difficile situazione, abbandonano lo storico legame

con la Francia e si accordano con gli imperiali (Trattato di Milano del 1636-39), riprendendo il controllo delle valli dell’Adda e del Mera. Le Alpi Retiche si presentano nei secoli come barriera permeabile nel cuore dell’Europa, crocevia di popoli e lingue diversi, ma continuamente comunicanti. Una rete di percorsi che rimane a vario titolo attiva fino alla fine dell’800 e in qualche caso fino alla metà del ‘900. Sarà la stagione dei trafori ferroviari (fine XIX secolo) e, in seguito, stradali che ridurrà drasticamente gli itinerari e cambierà la percezione del muoversi fra un versante e l’altro delle Alpi. Da quel momento

Valtellina e Valchiavenna, prive dei moderni collegamenti veloci, saranno percepite come valli chiuse e cambierà la loro vocazione. I passi secondari oggigiorno vedono esclusivamente il passaggio di escursionisti appassionati della montagna. I passi principali, ora carreggiabili e transitabili nel periodo estivo, vedono un traffico prevalentemente turistico, i motociclisti lombardi e non solo, da giugno a ottobre, amano inanellare in giornata il periplo dei passi che abbiamo raccontato. Queste note vorrebbero essere anche un invito a conoscere la montagna coi tempi della lentezza antica, piuttosto che della moderna velocità.

CAI MORBEGNO 17


IL PASS DA SETT E IL PASS LUNGHIN Al cospetto di tre mari Quota di Partenza: 1460 m Quota massima: 2645 m Dislivello totale: 1185 m Tempo occorrente: circa 5 ore Segnaletica: sì Difficoltà: E Periodo consigliato: da fine giugno a ottobre Lasciata l’auto a Casaccia (1460 m), si imbocca la strada a fondo naturale che risale il pendio per penetrare nella val Maroz. Una segnalazione indirizza sulla vecchia mulattiera facendo risparmiare le lungaggini dei tornanti. Raggiunta di nuovo la sterrata, la si percorre per un breve tratto. In prossimità di Maroz Dora, le cui costruzioni sono visibili al di là di un ponticello sul versante opposto della valle, si prende a destra su un sentiero (segnalazione) che percorre il pascolo con pendenza blanda prima di affrontare il tortuoso, ripido tracciato sulla sinistra idrografica dell’Aua da Sett, il torrente che farà da guida fino al Septimer. Superato il gradino che dà origine ad una bella cascata, il tracciato, ora più ampio e ricoperto da ciottoli antichi, si addentra decisamente nella valle, passa sulla destra del torrente e raggiunge la località di Sascel, dove sono visibili, su due livelli diversi, i piani stradali del percorso romano e del percorso medioevale. Più avanti, su un suggestivo ponticello di recente ristrutturazione, si riattraversa il torrente, ma dopo poche centinaia di metri si ripassa a sinistra. Qui la carreggiata si allarga, supera la Tgesa da Sett, l’antico ospizio del passo, e raggiunge il Pass da Sett (2310 m, 2.15 h). Lasciata la strada che, oltre il passo, conduce a Bivio, si piega decisamente a destra contornando da Sud un rilievo erboso e si risale il pendio sempre più povero di

18 CAI MORBEGNO

vegetazione fino all’anfiteatro che precede la salita finale. Ancora un centinaio di metri su detriti minuti e si è al Pass Lunghin (2645 m, 3.15 h), un cartello turistico ci spiega che tre gocce di pioggia contigue potrebbero seguire destini diversi: una nel Mar Adriatico, lungo i fiumi Mera e Po, la seconda nel Mare del Nord, percorrendo il Reno, e l’ultima nel Mar Nero, seguendo l’Inn e il Danubio. Si scende su terreno detritico al lago Lunghin, visibile 160 metri più in basso; da qui, con il nome di En, nasce convenzionalmente il fiume Inn. Più giù, oltrepassato un ampio pianoro e superato un ponticello, inizia la lunga sequenza di tornanti che portano al passo Maloja. E’ opportuno, per accorciare il tragitto, seguire le indicazioni per la località Pila da dove, lungo la vicina strada cantonale, si raggiunge la stazione degli autobus nei pressi dell’albergo Schweizerhaus (1810 m, 1.30 h dal Pass Lunghin). Si ritorna a Casaccia servendosi del postale per Chiavenna. Variante 1: Dal Pass Lunghin è possibile raggiungere facilmente il Piz Lunghin (2780 m), dalla cui cima si può godere della vista unica e splendida sui laghi engadinesi e sulla val Bregaglia. La deviazione richiede un ulteriore dislivello di 135 metri, superabile in circa mezz’ora. Dalla cima si può scendere al lago Lunghin per altra via. Variante 2: Può valere la pena di compiere il tratto Maloja – Casacce a piedi. Il supplemento di cammino è un po’ lungo, ma interessante. Poco oltre l’albergo Schweizerhaus una stradina sulla destra (segnalazione) porta sull’antico percorso del Malogin dove è possibile ammirare, inciso nella roccia, un tratto dell’antica strada romana. Raggiunta la cantonale al piano di Cavril, la si fiancheggia per breve tratto, poi si sale leggermente alle rovine della chiesa di San Gaudenzio, oltre la quale, per sentieri fra i prati, si arriva a Casaccia.


CAI MORBEGNO 19


IL PASSO DEL MURETTO Sulle tracce di Nicolò Rusca Da Chiareggio Quota di partenza: 1612 m Quota massima: 2562 m Dislivello totale: 950 m Tempo occorrente: 2.45 h Segnaletica: sì Difficoltà: E Periodo consigliato: giugnoottobre (all’inizio di giugno è possibile trovare molta neve in prossimità del passo: sono indispensabili i bastoncini) Da Chiareggio – Pian del Lupo (1612 m) si segue la strada a fondo naturale che porta nella valle del Muretto. Dopo averla risalita per circa 200 metri di quota, in corrispondenza di un tornante

20 CAI MORBEGNO

destrorso si imbocca una ripida traccia che consente di evitare una prima serie di 4 o 5 tornanti. Ritrovata la strada principale, la si percorre per un altro lungo tratto. Una nuova deviazione, anche questa in corrispondenza di una svolta destrorsa, bypassa sulla sinistra una seconda sequenza di tornanti. Raggiunto il margine dell’Alpe dell’Oro (2000 m circa), si ritorna sulla comoda carrabile che penetra pianeggiante nella valle. Sulla destra i ripidi scivoli erbosi che, assieme agli ambienti detritici e rocciosi, per la ricchezza e la varietà di fiori, fanno del luogo un giardino botanico naturale. Al termine della strada il sentiero si innalza ripido sulla ganda grossolana fino al passo del Muretto (2562 m, 2.45 h). Spesso il tratto sommitale va risalito su nevaio: occorre prestare attenzione.


Da Maloja Quota di partenza: 1790 m Quota massima: 2562 m Dislivello totale: 800 m Tempo occorrente: 3.00 h Segnaletica: sì Difficoltà: E Periodo consigliato: giugnoottobre (all’inizio di giugno la risalita della valle del Muretto avviene quasi sempre su nevaio) Posteggiata l’auto a bordo strada o nel parcheggio a pagamento segnalato prima dell’arrivo al passo Maloja (1790 m), si raggiunge la strada sterrata che attraversa il piano di Orden. Oltrepassato il ponte sul torrente Orlegna, si piega a sinistra lungo la traccia che, nel primo tratto, consente di abbreviare il tragitto. Raggiunta di nuovo la strada, la si percorre fino al lago Cavloc. Il tracciato prosegue oltre le costruzioni dell’alpe e, con

andamento pressoché pianeggiante, raggiunge il piccolo bacino artificiale di Plan Canin (1992 m). Trascurato il sentiero che, sulla destra, conduce al ghiacciaio del Forno, si scende di qualche metro per scavalcare il torrente su un aereo ponticello. Si risale il pendio di pascolo sempre più magro e ci si addentra nella valle, spesso ingombra di resti di valanga. Raggiunto un ampio pianoro, lo si contorna da sinistra per risalire lo scomodo pendio di ganda e detriti. Tutta la zona è scenario di ricerche mineralogiche. Con un ultimo sforzo sul pendio più ripido ed infido si raggiunge l’ampia insellatura del passo del Muretto (2562 m, 3.00 h). Con un’attenta organizzazione logistica vale la pena di compiere l’intera traversata da Chiareggio a Maloja o viceversa in un’unica soluzione.

CAI MORBEGNO 21


A piedi nudi

di Elena Fattarelli

Abitavano a Colico, il paese sulle rive del lago, abbracciato dall’ampio versante del Legnone, rivolto a nord. Vedevano la cima al mattino presto, quando l’aria dava vibrazioni di vita alle rocce. Durante il giorno, appena si alzava il viso, la montagna era lì e sembrava aspettare con aria di sfida. Sul tardi si colorava di luce, dorata d’estate, innevata di rosa d’inverno. La mamma, che aveva trascorso la sua giovinezza sull’alpeggio degli Andossi, fiancheggiato da alte cime, aveva amato i monti e conservava nel cuore la nostalgia delle vette. Lasciava trasparire questa sua passione e la trasmetteva ai suoi due 22 CAI MORBEGNO

bambini. Salire sulla cima del Legnone era il compimento di un sogno. Sogno diverso e sempre rinnovato. L’estate in cui sembrava possibile attuarlo, la mamma si ammalò. Neanche si poteva più pensare ad un piccolo progetto. Poi la mamma fu portata all’ospedale. La nonna lasciò intendere che le cose si mettevano male per sua figlia. I due bambini una sera, alla fine dell’estate guardarono la vetta e, quasi per liberarsi del loro dispiacere dissero al monte che il suo fascino non esisteva più. Essi non sapevano che farsene della sua cima. L’amore era finito. L’amicizia conclusa. Così passò

l’inverno con altri incontri ed altre attrattive. Il Legnone era sempre lo stesso, alto, misterioso ed invitante. In primavera, dopo la scuola, i giochi in cortile, le corse per le strade avevano sempre come sfondo la montagna incantata. Con l’avvicinarsi delle vacanze, la mamma, sentendosi sufficientemente forte, ripropose il viaggio. La bambina guardò il fratello, piena di meraviglia. Un’esultanza grande le faceva battere il cuore. “Allora la mamma era veramente guarita, se aveva in mente quel viaggio, pensò. Era ritornata di nuovo


CAI MORBEGNO 23


In questa pagina: il bivacco nei pressi del lago Scoggione. Nella pagina a fronte, sopra: il Monte Legnone dall’Alpe omonima. Sotto: l’Alpe Legnone dall’Alpe Piazza.

giovane, capace di cose impossibili.” Il bambino, con il suo realismo, fece presente :”Non abbiamo lo zaino.” E la mamma :”Aggiusterò quello del papà. Lo porterò io. A voi due cucirò due bei zainetti. Ho quella stoffa resistente della zia Anna.” Giusto quella ci voleva. La mamma era abilissima a tagliare e cucire. Aveva la sua macchina a manovella, che faceva rapida tutte le cuciture. La mamma, con la mano libera, muoveva la stoffa di qua, di là, faceva gli angoli. Toglieva la sacca, la rovesciava, vi infilava un cordoncino per chiudere l’imboccatura. Per rendere più solide le bretelle, davanti agli occhi stupiti dei bambini, che dovevano tenere le estremità, 24 CAI MORBEGNO

fece lunghe e ripetute cuciture. Allo zaino di Paolo applicò anche le tasche. Lui pensava di metterci in una il suo melìn (coltellino ricurvo, che si chiudeva nel manico di legno). Così ogni volta che doveva tagliare un bastone, l’avrebbe avuto a portata di mano. “E nell’altra, cosa ci metti?” Voleva sapere la sorella, delusa, perché il suo zaino era privo di qualsiasi decorazione. “Nell’altra il bicchiere di alluminio.” Era l’unico lusso di cui si disponeva. Le bretelle dello zaino del papà erano di pelle vera, con le fibbie, che si potevano aprire e chiudere. Anche gli angoli erano rinforzati di pelle, e così la chiusura. L’ultima domenica di luglio, dopo i Vespri, la piccola

comitiva era pronta a partire. Sul tavolo della cucina erano allineati gli zaini. La mamma soppesò quelli dei bambini, prima di infilarli nelle loro braccia magre. Il cordoncino stringeva la chiusura, su cui era stato annodato il golf. “Paolo, non abbiamo la corda”, disse la bambina al fratello. Avevano visto degli alpinisti a Madesimo con la corda fatta ad aspo, infilata nel braccio. “A noi non serve.” Tagliò corto il bambino, più sicuro. I tre si avviarono verso Chiaro. Attraversarono poi l’Inganna e presero il sentiero per Fontanedo. Videro la chiesa, tutta chiusa sotto gli alti castani. Le baite vicine erano abitate, ma a quell’ora non si vedeva nessuno. Faceva caldo.


I tre viaggiatori si fermarono a bere alla fresca sorgente, che sgorgava a lato della strada. I bambini si chinarono e presero l’acqua nell’incavo della mano. Era fresca. Sorseggiarono più volte. Cercavano l’acqua proprio nel mezzo, dove gorgogliava. “Col bicchiere non si può prendere lì, dove sgorga. È meglio la mano.” Il bicchiere rimase nella tasca dello zaino. “Su, andiamo, sollecitò la mamma.” La prima sosta sarebbe stata Rusico. Ora si sentiva alle spalle il sole sempre meno caldo. Si facevano alcuni passi di corsa, per raggiungere l’ombra, e allora attardarsi a guardare i ciuffi d’erba, gli steli fioriti. “I montanari tengono sempre lo stesso passo”, diceva intanto la donna. Dopo una breve ripida salita, ecco la baita della Tranquilla, messa in posizione eretta sul declivio. Sul poggiolo la donna aspettava. La mamma si era accordata

CAI MORBEGNO 25


precedentemente con lei. Qui gli “alpinisti” avrebbero passato la prima notte. Mentre i bambini guardavano giù nel piano, per ritrovare così diversi i luoghi conosciuti, la mamma era entrata e si era andata a cambiare la maglietta. Dopo l’operazione dell’anno prima, le era rimasta una debolezza: sudava tantissimo. I figli capivano in modo molto vago il suo problema. Intanto la Tranquilla parlava, faceva vedere ai bambini la stalla. Poi la baita. Tutta ordinata e pulita. Sulla peltriera le tazze allineate. Com’era bello l’ampio camino. Il tavolo, proprio di fronte alla porta, invitava. Il fieno in un angolo, il très (mucchio di fieno) era alto. Lì gli ospiti avrebbero dormito la

26 CAI MORBEGNO

notte. Una scala a pioli, subito provata dai bambini, permise loro di raggiungere il culmine. Si sdraiarono, fingendo che fosse già l’ora di dormire. La donna intanto diceva: “Vi do delle belle coperte da mettere sotto.” Sopra non servono perché fa caldo. Poi munse e preparò il latte con la polenta fredda. La mamma aveva portato cacao e zucchero. Com’era buono quel pulenta e lacc (polenta e latte) gustato sul poggiolo di pietra, dove arrivavano le cime dei castani, alti sull’erta erbosa. Sotto il primo buio delle fronde, la sera era dolcissima. Anche il letto, ritrovato ridendo al buio, era profumato. Tutto profumato di fieno. I bambini stesi, appena il tempo di sentire il

respiro di chi era vicino e già dormivano. Le due donne si scambiavano delle confidenze e gioivano della loro amicizia e di quel momento di intesa. La notte non esistette. Fu subito ora di alzarsi perché il gallo cantò. E si intesero altri che rispondevano a quel richiamo. L’aria entrò in un’ondata fresca, appena aperta la porta. Sorseggiato il latte caldo dalla tazza, i tre erano pronti per mettersi in cammino. Superarono i prati, passando nei sentieri sui bordi. Videro le baite ancora addormentate, in quell’ora di poca luce. Imboccarono il sentiero verso la Corte del Praa. Quando la raggiunsero, videro vivo il sole che si alzava dietro i monti della Valtellina. Si fermarono


sul sasso, fatto di due lastre spaccate. Il bambino si tolse la sua giacchetta verde e la posò accanto. Quando riprese il cammino la dimenticò. Così perse la giacchetta verde, che non poteva soffrire. Eppure era di un bel panno morbido. Ma a lui non piaceva. L’aveva avuta da un cugino più grande, di Milano. In paese i bambini non mettevano simili indumenti, lui fu contento di aver perduto la sua giacchetta. Al Piano delle Formiche sosta, per bere. Dall’abbeveratoio scendeva un lento filo d’acqua. Sembrava sporca. “Io bevo col bicchiere” disse la bambina. “Tò (tieni), hai paura di un po’ di sporco!”, disse il fratello. Ripresero il cammino. Il sentiero ora era ripido, tra alti larici e pini.

I bambini precedevano la mamma. Camminavano più svelti. Avevano i sandali ai piedi. Sandali con brevi liste di pelle che si incrociavano. Erano le uniche calzature estive che possedevano. Oltre gli zoccoli, naturalmente. In casa gli zoccoli, fuori i sandali. Ma quando si giocava in cortile o in strada, si stava a piedi nudi. Ciò era naturale e comodo. Gli zoccoli impedivano nella corsa, potevano far male alle dita. Camminare scalzi era una meraviglia, tutti i bambini lo sapevano. Si arrivò all’alpe Scoggione con una gran fame. L’ultimo tratto, fuori dal bosco, fu percorso dai bambini di corsa. Si vedeva di nuovo tutto il cielo sereno; i piedi si posavano leggeri tra

l’erba tenera e folta. Dietro la casera, videro spuntare la Rica, la moglie dell’alpeggiatore. La chiamarono a gran voce, agitando le braccia. Ella venne avanti lenta, col suo vestito stinto e disse felice: “Ah, sii scià (siete arrivati).” Anche lei, amica della mamma, ci aspettava. “La polenta è quasi pronta” disse, invitò i bambini ad entrare e lei andò incontro alla mamma. I due varcarono la soglia correndo. Il Giuani li guardò, abbandonando il paiolo alla catena. Offerse un mestolo di legno ricolmo di latticello. “Bevete il lac de penagia (latte di zangola). L’ho appena tolto, è dolcissimo. Vedete quanti granelli di burro ci sono!” I bambini bevettero e lo trovarono buono e fresco.

A sinistra: dalla vetta del Legnone vista sul Lago di Deleguaccio, il Pizzo Alto, il Pizzo Trona e il Pizzo dei Tre Signori. A destra: nei pressi del Lago Scoggione.

CAI MORBEGNO 27


Dalla vetta del Legnone si inquadra la Grigna settentrionale che spunta dalle nebbie.

Dopo il pranzo, consumato all’ingresso, fecero progetti per il pomeriggio. Sarebbero andati a cercare ramoscelli di larice, da stendere sulle assi della camera, per rendere morbido il giaciglio. Il bambino teneva il melin aperto, luccicante. Ad ogni mossa della mano, quando il fendente era netto, esclamava :”Il melin taglia”, ed ogni volta un ramoscello cadeva. La bambina li raccoglieva in piccoli fasci, portati poi nelle braccia ricolme alla casera. Si vedevano in lontananza le mucche. Un pastore andava e veniva. I bambini volevano esplorare il luogo, vedere il camerone dove avrebbero dormito. Naturalmente sulle assi del pavimento. Ma la Rica aveva preparato già le coperte. Nel pomeriggio ci fu il tempo anche per una breve escursione al Corno Grande. Il bambino, con un balzo, raggiunse il muro di una trincea. Poi si infilò in un cunicolo. Finita la breve esplorazione incominciò a porre alla mamma tante domande. Voleva sapere chi avesse scavato quei “fossi” e costruito quei muri, tutti quei muri a secco. “Soldati dell’altra guerra” diceva la mamma. Forse sentiva il dolore di quella appena terminata, perché la sua voce si incrinò. La bambina invece era affascinata dalla visione del piano e del lago, cercava nel paese la sua casa, così lontana, così piccola. La 28 CAI MORBEGNO

sera arrivò in fretta. La minestra di riso e latte era buona; i bambini chiesero doppia razione. “Su mangiate, mangiate, diceva la Rica, il latte fa bene.” Appena fu buio, dopo le preghiere, i bambini si stesero sul letto, questa volta profumato di larice. Trovarono molto piacevole poter dormire senza svestirsi. Sdraiarsi e dormire. Neanche il tempo di girarsi e già gli occhi erano chiusi. Il mattino si

svegliarono al suono ritmico dei campanacci. Il cielo era così azzurro da essere tutto uguale, sia dalla parte del sole che da quella del monte. La cima era nell’ombra. I raggi uscivano da una bocchetta, più in basso. Quel giorno il percorso sarebbe stato breve. Erano diretti ad un altro alpeggio, un po’ più elevato, dietro il crinale: l’alpe Legnone. Anche lì la piccola comitiva era attesa. I bambini


trovarono il tempo per giocare. Il casaro, poi, mise a disposizione degli ospiti la sua camera, quella sera i tre dormirono in un bel letto di legno intagliato, con lenzuola e cuscini. La mamma preparò gnocchi con le ortiche e tutti i commensali trovarono il piatto ottimo. Il Cesare, i suoi aiutanti e i pastori ringraziarono la mamma, che, ridendo, diceva che toccava a lei ringraziare. Poi ci fu come

un’aria di festa. Uno prese la fisarmonica. Si cominciò a cantare. La mamma cantava così bene che tutti l’ammiravano. I bambini erano felici, si sentivano ben accolti. Forse capirono, in quella casera solitaria, cosa volesse dire “ospiti graditi”. La sera solo una breve gioia per il letto, con il pagliericcio di foglie di granoturco. Ed era già ora di alzarsi e di partire. Una consolazione: la certezza di

ritrovare il bel giaciglio, dopo aver toccato la piza. Molto prima dell’alba la partenza. Subito si avvertì la prima fatica, anche se partiti con lo zaino leggero. La bocchetta da raggiungere sembrava lì, eppure era lontana. Sudavano anche i bambini, nonostante l’aria fresca. Su e su. Ad un certo punto la bambina sentì il piede leggero. Il sandalo si era rotto. Lo raccolse che emergeva dall’erba, si girò e lo mostrò, CAI MORBEGNO 29


dondolante nella mano. La mamma era più in basso. Raggiunse la figlia. Esaminò la calzatura. Era inservibile, i cinturini strappati. Disse :”Togli anche l’altro sandalo. Uniscili tutti e due e legali allo zaino.” “A piedi nudi?” Domandò meravigliata la bambina. Non c’era altra possibilità. La piccola, abituata ad andare scalza, all’inizio non trovò difficoltà. Cercava l’erba, evitava i sassi appuntiti. Era piacevole, in certi punti. Guardava il fratello, con aria di privilegiata. Poi il sentiero diveniva sempre più incerto e aggirava il crinale del monte. Ora gli escursionisti si trovavano dietro. Guardando in basso vedevano solo un pendio ripido, una profonda valle, oltre la quale si alzava un altro pendio ripido. Luogo tutto inatteso, sconosciuto. Un attimo di paura prese la bambina, perché non sapeva come sarebbe stata la salita lì, sotto la cima. C’erano ciuffi d’erba e brevi pendii ghiaiosi, trattenuti da zolle verdi, fiorite. La piccola cercava i punti di appoggio più morbidi. La mamma la seguiva e le additava dove mettere i piedi. Ne cercava non uno solo, ma diversi, di seguito. Visti dal basso sembravano belli, invitanti. Ma a volte erano insidiosi, traditori. Sembravano accoglienti e poi un orlo franava, una bordura aveva qualche cardo pungente. La mamma incitava la figlia, che alzò gli occhi e vide il fratello già in alto. Camminava appoggiando le mani. Allora si sentì incoraggiata, perché anche le mani avevano bisogno di un appoggio delicato. E ricominciò. La mamma sceglieva i punti più 30 CAI MORBEGNO

accessibili, misurava con gli occhi la distanza. “Di qui, diceva, o più in là.” Poi incontrarono quell’erba piegata, scivolosa, el scervin. Erba dura e scivolosa, rifiutata anche dalle capre. Tutti sapevano che quell’erba era un pericolo. I piedi resistevano, ma erano graffiati. La bambina cercò con gli occhi la mamma e la vide forte, alta su quel pendio, e la paura le passò. La mamma le disse :”Tu vai davanti, io resto dietro.” La cima era lontanissima. Una pietraia separava la donna e la bambina. I sassi sembravano piccoli, ma erano bucati e l’orlo pungente. La piccola con un ultimo grandissimo sforzo, guadagnò palmo per palmo il crinale ed arrivò in cima. Le venne incontro il fratello. Lo vide chinato sull’orlo del monte. Le disse :”La croce è storta.” Lei alzò appena gli occhi. Le sembrò molto grande, così da vicino. Era sbilenca. La neve l’aveva piegata. O il vento. Si guardò intorno e fu come folgorata. Non c’era più fatica. Solo cielo e tante cime di monti, tutte rivolte al cielo. Quello era veramente il mondo. Il mondo vero si poteva vedere solo dalla cima. Ecco perché la mamma aveva voluto portare lì i suoi bambini, perché vedessero il mondo: il mondo fatto di cime chiare, sotto un cielo di luce. Lontano, il resto del mondo, ecco il lago di Como tra i monti. “È solo una pozza d’acqua”, disse convinto il bambino. Il mondo era sulle cime: la gioia di quella scoperta sommerse il cuore. Più si guardava lontano, più cime s’incontravano. Negli occhi ancora tutta la meraviglia della visione, la mamma chiamava ai pedi della croce, per recitare

una preghiera. Si avviarono entrambi e mormorarono l’Ave Maria. “Anche l’Angelo di Dio,” disse la bambina, nel ricordo del pericolo scampato e del piccolo quadro della sua camera, dove un angelo dalle grandi ali tratteneva due bambini sull’orlo di un precipizio. Intanto altri escursionisti erano giunti sulla cima. Due attirarono l’attenzione dei bambini, perché erano vestiti in modo diverso, avevano il berretto. A tracolla il cannocchiale. Puntavano il binocolo ora qua, ora là, parlavano tra loro. “Sono sciuri”, dissero i bambini. I due signori avevano le scarpe. E che scarpe! Di pelle liscia, con le stringhe, che arrivavano a fasciare la caviglia. “Chissà come si


cammina sui sassi con scarpe così” pensò la bambina. Guardò i suoi piedi scorticati e per un momento immaginò di avere scarpe di pelle liscia e di saltare, di correre. Le sembrò di sentire delle molle che la facevano sollevare e andare senza fatica. Nella gioia della scoperta della cima, la bambina sentì qualcosa di caldo che le scendeva verso la bocca. Toccò. Vide le dita rosse. “Sangue di naso” disse. Soffriva spesso di quell’inconveniente, ma non se l’aspettava proprio in quel momento. Gridò alla mamma :“Sangue di naso!” La voce della mamma la rassicurò :”Sdraiati.” Mentre cercava di appoggiare bene il capo, vide sopra di sé il viso di uno di quei signori. “Sono un medico” diceva alla mamma. Piegò un

po’ indietro il capo della bambina. Si tolse di tasca una bottiglietta e l’avvicinò alle sue labbra. Lei pensò, gioiosa :”Sarà gazzosa.” Assaggiò, felice, la bevanda. Poi tutto tornò normale. “Com’era?” Chiese il fratello. E quella rispose :”Era acqua.” Poi non ci pensò più, perché uno dei signori aveva prestato il cannocchiale a suo fratello. Paolo era lì che guardava, che domandava, voleva vedere Milano, il monte Rosa. Era contento. La sorella lo capiva anche se lo guardava alle spalle. Allora gli si avvicinò, ma non osò toccare quel bell’oggetto, perché aveva ancora le mani sporche. Sentì in cuore un attimo di pena. Poi fu distratta da altre meraviglie. Da piccole corolle gialle, che

vedeva più sotto. Avrebbe voluto toccare quei fiorellini, ma non si poteva. Erano i più alti di tutta Colico. Erano uguali ad altri, già visti prima, nella salita. Ma questi erano i più alti. Il ritorno fu facile. Si poteva scegliere con un salto il punto dove posare il piede. Era divertente. Allora anche il fratello si tolse le sue calzature. E tutto si trasformò in gioco. Si contavano i sassi, si faceva il gioco di pari e dispari, si correva. A sera ancora alla casera dell’alpe. Ad attendere c’era la minestra di riso e latte. Poi quel giaciglio perfetto, di soffice foglia di granoturco e il cuscino morbido in cui affondare il capo, e prima di chiudere gli occhi i bambini udirono la voce felice della mamma, che li aveva fatti salire alla cima del Legnone, per gustare la gioia della vetta.

N.d.A.: I fatti narrati risalgono al 1949.

CAI MORBEGNO 31


SCIAL

32 CAI MORBEGNO


PINISMO in

GEORGIA di Paolo Vitali

Pur amando geografia e storia faccio una fatica improba a realizzare e memorizzare luoghi ed avvenimenti lontani “a secco”.... l’unico modo di focalizzarli è viverli! Sarà forse questa una ragione che mi spinge continuamente a viaggi in luoghi remoti e dalla cultura completamente diversa dalla nostra, possibilmente abbinando una delle attività outdoor preferite: sci, arrampicata, mountain bike! Avevo immaginato questo viaggio un paio di anni fa, prima del conflitto RussoGeorgiano sul confine dell’Ossezia! Ho temuto di non poterlo organizzare fino all’ultimo, e ancora ora sono sorpreso di poterci essere andato in questa situazione! Si, perché temo che i problemi territoriali fra Russia e Georgia siano tutt’altro che superati: la Georgia non pare assolutamente rassegnata ad aver perduto la regione di Samachablo, quella che i Russi impropriamente chiamano Ossezia del Sud, ma che con l’Ossezia non ha nulla a che vedere, né geograficamente né culturalmente, visto che un’ardua catena di montagne del Caucaso le separa nettamente! CAI MORBEGNO 33


Arriviamo a Tbilisi via Istanbul con un volo notturno, i più economici e forse al momento gli unici possibili sulla capitale Georgiana. Siamo assonnati e neppure le sferzate di vento e pioggia appena fuori dall’aeroporto riescono a svegliarci. Gudauri non è molto lontana dalla capitale, ma non temiamo molto la meteo, confidiamo nella nostra proverbiale fortuna, che ci ha sempre assistito in ogni viaggio! Il pulmino su cui viaggiamo è un po’ “costretto”, ma nonostante la strada sia meglio di quanto mi aspettassi l’andatura è lentissima, con frequenti soste: per un centinaio di chilometri impieghiamo più di tre ore! Non incrociamo praticamente nessun mezzo, forse per i Georgiani viaggiare di notte è alquanto insolito ed il nostro autista sembra molto insofferente al suo posto di guida. Scaricati i bagagli in una delle poche strutture con standard europei di Gudauri, rinunciamo ad un pisolino e partiamo subito con gli sci, ma vista le stanchezza del viaggio sfruttiamo le seggiovie per guadagnare il monte Kudebi 3007m. Dopo una breve discesa saliamo al monte Sadzele 3307m per una affilata cresta, la discesa è su ottimo firn, ma non molto lontano dagli impianti. La guida che è con noi vorrebbe già rientrare sciando fino a Gudauri, ma non senza fatica lo convinciamo (obblighiamo...) a ripellare una seconda volta per risalire al passo Kobi e quindi al monte Pitara 3183m. Il sole ha scaldato, e il firn ha mollato un po’, ma la pendenza è tale da 34 CAI MORBEGNO

permettere un’ottima sciata, con qualche cautela iniziale per testare la tenuta del pendio! Il giorno successivo la meteo georgiana si rivela subito nella sua estrema variabilità: nevica e la visibilità è quasi nulla. Nella speranza in un successivo rasserenamento partiamo comunque dal passo Jvari verso il monte Khorisar 3736m. Fatichiamo tanto a trovare il complicato passaggio sulla dorsale quanto a convincere la guida locale a

proseguire nella nebbia! Sono abituati a muoversi solo con il bello (e in eliski!...), non riescono a comprendere il nostro tentativo di sfruttare ogni possibilità, inoltre non usano GPS e non si fidano come noi a proseguire nella nebbia guidati esclusivamente dalle curve di livello sul display! L’atteso miglioramento però non arriva, e non possiamo continuare troppo questa gita dallo sviluppo abbastanza complicato... per oggi si


rientra presto, a sfruttare l’ottima sauna in hotel! Proprio di fronte a Gudauri, sul versante opposto della valle, si erge una bella cresta affilata, confine naturale con la disputata regione di Samachablo. Una serie di cime su questa cresta prendono il nome di Lomisa, la più alta 2452m ma poco sciistica, mentre la 2385m nonostante la quota relativamente bassa offre una bellissima sciata grazie all’esposizione a nord.

Dalla cima propongo un concatenamento con breve passaggio sul versante opposto, ma il nostro amico georgiano molto scenograficamente mi riporta sul lato ancora georgiano “the Russian look at us, very dangerous!”. Non ci resta che sfogare le nostre energie residue con una discesa dal canalino sotto la vetta e risalita, poi tornati a Gudauri abbiamo ancora il tempo di una salita con le pelli alla quota 2508 a sud del Kudebi,

Nella pagina a fianco: salita al monte Pitara. Sopra: la chiesa di Tsminda Sameba. A fianco: la paretina finale del monte Kasbek.

CAI MORBEGNO 35


fantastica discesa sul ripido versante ovest e birretta al bar delle piste.... cominciamo ad acclimatarci! Siamo al clou del nostro viaggio, il Kazbek 5047m! Da Gudauri partiamo per Kazbegi, ma subito dopo il passo Jvari il primo grosso ostacolo: un vecchio camion è scivolato sul ghiaccio in una galleria e si è incastrato di traverso ostruendo completamente la galleria! Non si passa, inutile chiedere previsioni sui tempi di rimozione!.... Ci mettiamo in spalla tutto il nostro materiale e partiamo con gli sci a lato della strada, nel frattempo il 36 CAI MORBEGNO

nostro amico georgiano riesce a trovare un minibus che da Kazbegi ci viene incontro! In ritardo sulla tabella di marcia riusciamo a metterci in cammino da Kazbegi per il rifugio Betlemi 3685m. Quando lo raggiungiamo le nuvole si stanno aprendo e dietro compare in tutta la sua bellezza ed imponenza il Kazbek! La favola è subito spezzata però dallo squallore del rifugio Betlemi, freddo e sporco rimasuglio di una grossa stazione metereologica dell’Unione Sovietica, che si presenta tutt’altro che confortevole e non invoglia

certo a rimanervi più a lungo del minimo indispensabile! Serata ventosa e fredda ma serena, poi di notte cala il vento e la mattina successiva è perfetta! Il programma prevedeva una salita di acclimatamento al monte Ortsveri 4258m, e il nostro amico georgiano oppone forte resistenza alla nostra irremovibile intenzione di sfruttare la bella giornata per puntare direttamente alla cima del Kazbek! La meteo è troppo bizzarra per sciupare un’occasione buona, solo Bepi ha un po’ di malessere per la quota e si ferma al rifugio,


tutto il resto del gruppo sale deciso verso l’obbiettivo! La salita non presenta difficoltà particolari fino all’ampio colle a quota ca 4500m, appena a destra della Q4517. Da qui comincia un lungo diagonale via via più ripido che porta all’ultimo colle fra le due cime del Kazbek. Il vento ha spazzato completamente la neve, saliamo con i ramponi e per essere più sicuri e veloci preferisco fissare qualche spezzone di corda, in breve ci ritroviamo tutti in cima con una vista perfetta che spazia su montagne sconosciute del Caucaso e sulla pianura che si estende verso la Cecenia. Grazie agli spezzoni fissati scendiamo veloci anche se il gruppo è molto numeroso, passo per ultimo e recupero tutto il materiale, per poi ridistribuirlo dove abbiamo lasciato gli sci! All’inizio la neve non è bella, con grossi sastrugi, ma non ci facciamo molto caso per la grande soddisfazione della cima, poi migliora e sciamo bene fino al Betlemi, dove si festeggia a vodka e brodo!

Seconda notte al Grand Hotel Betlemi, la soddisfazione per la salita mitiga il degrado della struttura! Sveglia ancora prima dell’alba, i più coriacei vorrebbero salire oggi la cima di acclimatamento, il monte Ortsveri, prima di intrapendere la discesa verso Kazbegi, ma la meteo è già cambiata, nuvole scure salgono dal fondovalle e la visibilità è già compromessa.... torniamo volentieri a riposare nel sacco a pelo ancora caldo, un paio d’ore di gustato sonno prima della meritata discesa a Kazbegi. La visibilità è ridotta nel primo tratto, il GPS ci salva dall’imboccare la vallata sbagliata, e un firn fantastico ci perdona ogni errore causato dallo zaino pesante! Poi in basso le nubi si diradano e godiamo al meglio l’ultima parte di discesa, compresa una visita alla Tsminda Sameba (Santa Trinità), chiesa del 1300 a 2170m simbolo di bellezza, determinazione e devozione per tutta la Georgia. Ancora il tempo per una birra per le desolate vie di Stepantsminda, come è tornata da poco a chiamarsi Kazbegi, antico crocevia commerciale e turistico in declino dopo la

In alto: prime curve dalla vetta del monte Pitara. A fianco: balli di gioia in vetta al monte Kasbek, m 5047.

CAI MORBEGNO 37


chiusura delle frontiere con la Russia, e poi ci avventuriamo sull’ultimo tratto di strada militare nelle Gole di Dariali fino al vietato confine: nulla di speciale da vedere, solo il fascino misterioso del luogo, e un po’ di brividi d’avventura nel passare col minibus su ponti e viadotti malmessi e parzialmente coperti da frane! La sera siamo ospiti in una casa di Kazbegi, sembra di fare un salto nel passato di almeno cinquant’anni, ai tempi dei nostri nonni, e i nostri ospiti sono nonni gentili e cordialissimi come da nelle migliori usanze georgiane! Mattina ancora perturbata, ritorniamo verso Kobi, prima di questo una pista scende verso

destra ad attraversare il fiume Terek su un ponticello di ferro, poi la pista malmessa (che presumo rimanga chiusa buona parte dell’inverno!) risale fino al villaggio di Kanobi, poche anime e altrettante vacche sotto i ripidi pendii del monte Sut 2996m. Il tempo è pessimo, nevica e la visibilità è quasi nulla, sopra i 2500m vediamo a malapena la punta dei nostri sci..... riusciamo a continuare solo grazie alla precisione delle curve di livello caricate sul GPS, ma ogni passo è una incognita sulla pendenza che andiamo a trovare!... L’obiettivo primario potrebbe essere una cima di 3339m sulla cresta che prosegue a nord dal Sut, ma oggi sarebbe

Sopra: la cresta del monte Lomisa. In alto: all’assalto del monte Sadzele Ovest.

38 CAI MORBEGNO

già fin troppo riuscire a raggiungere la prima delle tre quote sulla cresta, circa 3160m. Ci arrendiamo solo a 2900m, il terreno non sembra più ripido come la parte bassa, ma siamo veramente immersi in una tormenta che toglie completamente orientamento e visibilità, scendendo subito riusciamo ancora parzialmente a seguire le tracce di salita anzichè navigare puramente guidati dalla traccia registrata sul GPS!... Peccato perché la sciata è super su neve trasformata e coperta da dieci cm di fresca con pendenze a tratti notevoli... mancavano solo un 200m a guadagnarci una cima... ma per oggi può bastare! La confortevole sauna


Il gruppo: Paolo & Sonja con Amos Locatelli, Gianni Corti, Ruggero Vaia, Ottavio Penati, Vigilio Ganz, Giuseppe Gilmozzi, Franco Scotti, Umberto Isman. Maggiori informazioni su questo e altri viaggi li potete trovare su www.paolo-sonja.net all’hotel di Gudauri è il primo segno dell’iniziato ritorno verso comodità e civiltà! Penultimo giorno a Gudauri, e ultima possibilità di salire il il Khorisar. Ripartiamo ma sembra proprio che questa montagna non s’abbia da fare... il passo è chiuso per la nevicata notturna, saliamo allora alla cima ovest del monte Sadzele 3268m, da cui scendiamo verso nord in un canale con neve e pendenza strepitosa, prima della strada per Kobi ripelliamo e risaliamo al passo Kobi, da questo breve discesa vero Gudauri e di nuovo ripellata per salire alla Q3025m, infine discesa in bella neve trasformata fino a Gudauri. Niente male per una

gita di ripiego! La meteo è ancora brutta, abbiamo sciato abbastanza.... per il Khorisar o un’altra meta “lunga” saremmo rimasti, ma ad un’altra sciata intorno a Gudauri e al Sadzele preferiamo tornare con più calma alla capitale, con una sosta al castello diAnanuri, poi all’antica capitale Mtkheta, dove tra l’altro gustiamo uno strepitoso kachapuri e vino rosato in una piccola taverna locale! Natalie è la giovane guida che parla un ottimo italiano e ci accompagna pazientemente per la capitale per tutta la giornata, visitando quasi tutto il visitabile, compresi i cortei di protesta contro

l’attuale contestato presidente ... chiudiamo con un’oretta e mezzo ai bagni sulfurei, ma riservando una stanza e sauna privata per tutto il gruppo, vista l’esperienza scioccante vissuta dai nostri quattro amici in avanscoperta all’andata nelle sale pubbliche, con ambigui tentativi di approccio da omaccioni locali!.... Ultima cena con specialità locali e trasferimento diretto all’aeroporto, dove solo un paio d’ore di sonno precedono il volo a casa..... un’ultima giornata intensa al pari del resto della vacanza.

CAI MORBEGNO 39


NEPAL Trekking alla scoperta del Manaslu e dell’Annapurna

di Carlo B. Mazzoleni

A furia di picchiare la testa sul tettuccio della jeep senza sospensioni che arranca sulla pista, attraverso la foresta, verso le montagne, ho il cranio che assomiglia a un modellino in scala della catena himalayana. D’altronde qui in Nepal le strade asfaltate sono pochissime e in condizioni terribili! Non vedo l’ora di scendere dall’auto e cominciare a camminare, camminare lontano dalle auto e dal loro smog nero, frutto di un carburatore scavezzato che tenta di bruciare nafta. L’idea di compiere questo viaggio nelle terre più alte e selvagge del pianeta è maturata nel corso dell’estate, quando, terminata la maturità, mi sono lasciato coinvolgere dai progetti dell’amico e capo rifugista Claudio, veterano di questo tipo di avventure. Quale miglior modo per investire la moneta guadagnata durante le brevi parentesi estive degli ultimi anni? Bisognava fare il pieno di 40 CAI MORBEGNO

montagna prima di cominciare la nuova avventura scolastica nella bassa pianura emiliana. Così dopo folli spese per attrezzatura adatta ai luoghi inospitali e per i permessi governativi per raggiungerli, pernottamenti forzati in gelidi aeroporti arabici, due lunghi giorni a vagare per la confusionaria, ma affascinante Kathmandu, e otto ore su quella terribile jeep, finalmente iniziamo il nostro viaggio oltre

le frontiere del nostro mondo di plastica, verso il regno dove domina la natura e gli uomini vivono in pace con essa e con se stessi. Il nostro trekking si è diviso in due parti: il Manaslu circuit, nella prima settimana, poi collegato con il round Annapurna nella seconda parte, per un totale di 16 giorni di intenso cammino, lungo un percorso che generalmente le agenzie vendono per non meno di 30-35 giorni. L’ottimo gruppo era composto da Claudio e Gabriele di Villa di Tirano, Fabio di Colico, Nima e Jandu, due amici e guide di origine sherpa, e i due fortissimi portatori, Sethe e Dorche, oltre che da me. La regione del Manaslu, nel distretto di Gorkha, colpisce per la sua incontaminatezza, per la lontananza più assoluta dal mondo occidentale, essendo una regione assai poco frequentata dai turisti e ancora non raggiunta nemmeno dalle strade più audaci. Bisogna


Primo sole sul Dhaulaghiri 8167 m, che significa ÂŤmontagna biancaÂť. Nella pagina a fronte: il Machhapuchhare, 6996 m, montagna sacra ancora ufficialmente CAI MORBEGNOinviolata. 41


davvero avere uno spirito di adattamento e una personalità spiccatamente selvatica per affrontare il percorso, che si snoda in una valle che offre panorami mozzafiato, sia alle basse quote, quando le imponenti pareti ghiacciate fanno capolino dagli squarci della foresta tropicale, sia nelle terre alte, quando le lunghe lingue glaciali che scendono dall’immenso massiccio del Manaslu, ottava montagna del mondo con i suoi 8163m, arrivano quasi a lambire il sentiero. Per quanto riguarda pasti e pernottamenti si è “costretti” a negoziare l’ospitalità dei generosi abitanti del luogo, per avere un materassino in una gelida stanza e un piatto di dalbhat (riso con curry di verdure) da consumare velocemente, stretti intorno al fuoco insieme agli anziani del caseggiato, del tutto ignari dell’esistenza di altre lingue oltre al loro dialetto. Questa parte estremamente suggestiva ed emozionante del viaggio si conclude con il superamento del Larkya pass, 5200m, in una gelida ma limpidissima giornata, e il successivo innesto lungo il percorso dell’Annapurna round, il più frequentato trekking

42 CAI MORBEGNO

nepalese. È un totale cambio di prospettiva: guest houses dotate di camerette private, acqua (semi)calda, cucina occidentale e tanti, tanti turisti. Ciononostante l’entusiasmo è sempre alto e si procede con il solito, alto ritmo, verso la grande avventura che avevamo progettato: il Chulu west peak, 6430m; per me sarebbe stato solo un tentativo, nessun obiettivo preciso, ma l’intenzione era di provare a mettere un piede a 6000m. Certo, si faceva sentire una certa pressione e apprensione, ma tutto fu tacitato quando

la mattina in cui avevamo progettato di salire al campo base ci siamo svegliati sotto un’abbondante nevicata, accolta dal sottoscritto con un misto di delusione e sollievo. Dopo un rapido consulto il progetto vetta è stato abbandonato e si è scelto di seguire il percorso turistico attraverso il Thorong pass, a 5416m, che porta nella vasta e desertica regione del Mustang, e quindi verso la fine delle nostre fatiche. Una tranquilla gita a Poon Hill (2000m di dislivello in giornata) per ammirare la strepitosa alba sull’Annapurna,


A fianco: il Manaslu, 8163m Sotto: i contrafforti del Manaslu all'alba, salendo verso il Larkia La pass e scollinando sul Larkia La pass, 5200m, da sinistra Fabio, Torta e io.

e quattro giorni di completo relax nella ridente cittadina lacustre di Pokhara, hanno concluso un’avventura davvero emozionante tanto per i grandiosi panorami sulle vette piÚ alte del mondo, quanto per la nuova dimensione in cui ci si tuffa, lontani una settimana di cammino da strade con automobili, da televisioni, telefonini, business selvaggio. Esperienze di questo genere aiutano a ritrovare se stessi, a riflettere sulle cose importanti della vita, ad affrontare la vita di ogni giorno con un altro spirito.

CAI MORBEGNO 43


Ma quando si scioglierà qui la

NEVE? Cronaca di un elisoccorso anni settanta di Franco Scotti

Nell’estate del 1973 trascorsi una settimana al rifugio Marinelli, in alta Val Malenco, in compagnia di alcuni amici, per quello che veniva chiamato «accantonamento giovanile» del CAI di Sondrio. Avevo già partecipato all’edizione precedente quando, in una fortunata settimana di bel tempo, i nostri accompagnatori «Bartali» e «Nicola» ci avevano condotto 44 CAI MORBEGNO

in vetta al Bernina, al Palù e al pizzo Sella. Il programma era ancora lo stesso e, all’alba del 20 settembre 1973, ci incamminammo sul ghiacciaio di Fellaria ovest verso il passo delle Belleviste, per raggiungere la capanna Marco e Rosa. Nei pressi del passo dei Sassi Rossi, vasta sella glaciale a 3500 m che immette

sull’Altipiano di Fellaria, il netto cambio di pendenza del ghiacciaio è all’origine di un complicato nodo di crepacci, molto insidioso perchè multidirezionale. Mentre seguivamo fedelmente la tortuosa traccia, legati ordinatamente in cordate da tre, Sara, esile ragazza, che ricordo pallida e timida, legata fra Fausto e Andrea, scomparve senza neppure un fruscio in


CAI MORBEGNO 45


una stretta fessura. Fu trattrenuta senza grande sforzo dai due ragazzi, mentre Nicola, il nostro «capo», intimò a tutti di fermarsi e di non muoversi per nessun motivo. Sara era gracile e, senza particolari manovre, con poche bracciate di corda fu riportata in pochi minuti in superficie, ma ne uscì priva di coscienza. «Avrà battuto la testa? Avrà un trauma cervicale?» Io e Fausto, al primo anno di studi in medicina, fummo coinvolti in un esame obiettivo sommario: il respiro era regolare, il polso pure; con le nostre limitate nozioni di pronto soccorso ricordo che le tiravamo la lingua con due mani per impedirle il soffocamento... Che fare? Il telefonino era 46 CAI MORBEGNO

fantascienza. Nicola incaricò me ed Ermete, forse considerati più esperti ed affidabili (ci conosceva dall’anno precedente), di scendere alla Marinelli a chiedere aiuto. Inorgogliti da questo compito traversammo il ghiacciaio correndo come forsennati, inciampando di continuo nella corda che ci legava. Giunti sulla morena, Ermete, un pò provato, mi fece questa proposta: «Ora che siamo fuori dal ghiacciaio è inutile scendere entrambi alla Marinelli, vado solo io, perchè non me la sento più di risalire. Tu fermati qui, riposati e aspetta i rinforzi». L’idea mi parve ragionevole, per cui mi sdraiai su una roccia riscaldata dal sole ad

aspettare, non prima di aver dipanato la corda e predisposto nodi e cordini per la risalita. Saranno state le 8 o le 9 del mattino e, su quella roccia, rimasi fino a pomeriggio inoltrato, solo, cercando inutilmente di interpretare gli eventi di cui ero solo spettatore. Dalla Marinelli non arrivò mai nessuno ma, dopo qualche ora, avvertii l’inconfondibile rombo dell’elicottero che, dopo una prolungata sosta al rifugio, roteò sui ghiacciai e lentamente raggiunse il luogo dell’incidente dove si posò, spegnendo il motore. Io vedevo chiaramente gli omini come puntini scuri sulla neve del passo, ma erano tutti sempre fermi, a lato


Nella pagina a fianco: assembramento sull’altopiano di Fellaria nel corso dell’accantonamento giovanile del 1972, sul fondo il Pizzo Palù. Sotto: sulla cresta del Palù.

dell’elicottero, fermo e spento. «Ma cosa fanno? Ma quanto tempo ci vuole? Boh!» Ero interdetto, e ancor più grande fu ilmio stupore quando, dopo un interminabile lasso di tempo, vidi formarsi una colonna di neri puntini che lentamente si allontanava dall’elicottero e scendeva lungo il ghiacciaio, i primi trascinando una barella sulla neve con la malcapitata Sara. Nel frattempo risuonò di nuovo il rombo dell’elicottero, ma era un altro, sempre grigioverde militare, e atterrò alla Marinelli. Quando la «truppa», che ricordava la rtirata di Russia, finalmente mi raggiunse, tutti si stupirono di trovarmi lì fermo su un sasso, e le

spiegazioni reciproche su quella strana giornata ci impegnarono per tutto l’accidentato tratto morenico fino alla Marinelli. Il primo elicottero caricò al rifugio 3 o 4 soccorritori, forse guide alpine, di cui non ricordo i nomi. Mentre si avvicinava al luogo dell’incidente, pare si sia accesa una spia che segnalava «incendio a bordo», per cui il pilota si affrettò ad un atteraggio di emergenza. I passeggeri, terrorizzati, si lanciarono dai portelloni nella neve, ben prima che che la macchina volante si posasse, rischiando a loro volta di infilarsi in un crepaccio. Nella concitazione, l’atterraggio avvenne in leggera salita, la coda si inclinò e il

rotore posteriore affondò nella neve, danneggiandosi. Il pilota scese contrariato e, con evidente accento romanesco, chiese ad alta voce: «Ahò! Ma qua quanno se scioie sta neve che io devo decollà..?!» La povera Sara fu trasportata in ospedale dal secondo elicottero militare e, fortunatamente, non aveva nulla di grave. Nei mesi di settembre e ottobre il campo sportivo di Sondrio fu occupato dalle tende militari, e l’elicottero danneggiato fu smontato e trasportato pezzo per pezzo a valle dalle truppe alpine.

CAI MORBEGNO 47


OMAGGIO A

RICCARDO

Questo è lo scritto inviato da Riccardo Cassin al Comitato BADILE 87 come introduzione al libretto celebrativo del 50° anniversario della prima salita assoluta sulla Nord Est del pizzo Badile. Quell’anno, era il 1987, pur nella tristezza degli eventi che avevano prodotto disastri e lutti in val Tartano e in val Pola, ebbero luogo a Morbegno e in Valmasino una serie di manifestazioni commemorative di un avvenimento epocale per l’alpinismo sui nostri monti: l’impresa portata a termine dal 14 al 16 luglio 1937 dalla cordata lecchese composta da Riccardo Cassin, Vittorio Ratti e Gino Esposito sull’inviolata parete Nord Est del Badile, in val Bondasca, lungo la via che da Cassin prenderà il nome. C’erano tutti in quell’occasione, tutti gli alpinisti che avevano contribuito con le loro vie tracciate sui diversi versanti del Badile a rendere famosa in tutto il mondo l’epopea di questa montagna, tutti a rendere omaggio a chi fra di loro era stato il più grande: Riccardo Cassin. Anche Reinhold Messner, conquistatore di tutti gli Ottomila del pianeta, aveva voluto essere presente. Ma ecco la relazione integrale di quella salita, pubblicata sulla Rivista mensile del C.A.I. nel 1937. E’ la cronaca di una vittoria ed al tempo stesso di una tragedia: la morte dei due alpinisti comaschi Molteni e Valsecchi che, in difficoltà, si erano uniti alla cordata dei lecchesi. 48 CAI MORBEGNO


CASSIN

CAI MORBEGNO 49


Quando lo scorso anno apparve sul Corriere della Sera l’articolo di Dino Buzzati, si diceva che fra i pochi problemi che ancora rimanevano da risolvere in campo alpinistico, erano quelli della conquista della Nord della Lavaredo Ovest e della Nord Est del Badile. Appena risolto il primo problema, esponemmo a comandante della Centuria Rocciatori il proponimento di provare le nostre forze su quel baluardo granitico, definito da Bonacossa, nella sua guida, uno dei più grandi lastroni delle Alpi. Dopo un intenso allenamento sulle guglie della Grignetta, il giorno 28 giugno1937 partimmo da Lecco per la Val Bregaglia con lo scopo di familiarizzarci con la zona, a 50 CAI MORBEGNO

noi sconosciuta, e di osservare la famosa parete. Purtroppo poco si poté vedere,perché dal nostro arrivo al rifugio Sciora il tempo si era guastato. Nebbia e pioggia per i due giorni che rimanemmo lassù, cosicché, vista l’impossibilità di un prossimo ristabilirsi delle condizioni atmosferiche, ce ne ritornammo a Lecco. La domenica successiva di nuovo lassù; ci recammo alla base della parete per scegliere il punto di un eventuale attacco, poi salimmo per circa 200 metri sullo spigolo Nord per osservare meglio la parete. Fummo soddisfatti del nostro soppraluogo, ma il cielo, essendo ritornato minaccioso, ci decise al ritorno.

Mentre stavamo per lasciare il rifugio Sciora, giunsero sul posto i comaschi Molteni e Valsecchi, animati anch’essi dal nostro stesso proposito; si sistemarono al rifugio; ci salutammo e noi partimmo per Lecco. La sera del 12 luglio ci vede di nuovo al rifugio; il tempo non è soddisfacente, ma ormai si è deciso di rimanerci finché le condizioni atmosferiche permettano di attaccare la parete. I comaschi sono sempre al rifugio dalla precedente settimana. Il martedì mattina, allo scopo di familiarizzarci ancora di più col granito, ascendemmo per circa 600 metri lo spigolo Nord discendendo pure in corda libera. La sera stessa


preparammo ogni cosa per il tentativo di ascensione alla parete Nord Est. Il mattino del mercoledì sveglia alle due, ma, dato il cielo coperto e la pioggia, dovemmo ritornare nelle cuccette. Più tardi, essendosi il tempo rimesso al bello, decidemmo di attaccare. Alle 8 partenza. I comaschi ci hanno preceduti di circa 3 ore. Però non siamo affatto preoccupati di questo, anche perché il punto di attacco scelto da Molteni e Valsecchi è di circa 200 metri alla destra di quello scelto da noi. Alle 10 siamo alla base della paretr; sii calzano le scarpette ed attacchiamo in questa formazione: Cassin, Esposito, Ratti. I primi 100 metri, percorsi

su una cengia che obliqua verso destra, non presentano eccessive difficoltà; dopo un’ora, la cordata comasca è già superata. Tempo ottimo, e al termine di questa prima giornata, quando fermi su un pianerottolo sostiamo per il primo bivacco, dopo aver già saggiato la parete per una cinquantina di metri sopra di noi, siamo soddisfatti del lavoro compiuto. Più tardi ci raggiungono Molteni e Valsecchi, i quali bivaccano vicino a noi, sullo stesso ripiano. Alle 22, rispondiamo ai segnali luminosi che i nostri amici ci fanno dal rifugio, poi ci chiudiamo nel sacco da bivacco ad attendere l’alba. Notte calma senza freddo.

Nelle pagine precedenti: Cassin al Sasso di Remenno durante il meeting di arrampicata organizzato nel 1987 in concomitanza con la manifestazione Badile 87. Sopra: la parete nord-est del Pizzo Badile. Nella pagina a fronte: Riccardo Cassin nel 1987.

CAI MORBEGNO 51


Giovedì mattina, mentre alle cinque stiamo riprendendo l’ascensione, Molteni ci propone di formare un’unica cordata con noi. Forse i comaschi non si sentono più di riprendere da soli, date le loro condizioni fisiche, forse già menomate dal fatto che per 10 giorni consecutivi hanno dovuto dormire sul tavolaccio nel primo vano del rifugio, non avendo potuto servirsi delle cuccette, perché essi erano sprovvisti delle chiavi. Alla proposta di Molteni si resta alquanto sconcertati:il salire in cinque su una parete simile non è certo cosa troppo logica, ma dietro le insistenze dei due camerati, formiamo un’unica cordata; tuttavia il procedere della nuova cordata è abbastanza spedito. Alcune scariche ci disturbano la salita e, ad un certo momento, una di queste asporta il sacco di dosso a Molteni. Solo verso sera i comaschi, forse meno allenati di noi, faticano assai e il salire si fa più lento. Le difficoltà sono eccessive e non ci lasciano momenti di tregua; anche noi cominciamo a risentire dello sforzo, ma non possiamo concederci sosta: bisogna assolutamente andare avanti per trovare un posto per il bivacco, prima che scendano le tenebre. Salgono dalla Val Bregaglia folate di nebbia, il cielo va lentamente coprendosi. Verso le ventuno siamo su un pianerottolo che si presta per passarvi la notte. Molteni e Valsecchi sono sfiniti. Siamo preoccupati per le loro condizioni. Resisteranno? Quando arriveremo in vetta? Quali e quante difficoltà ci attendono? Le supereremo? Pensieri che ci perseguitano, ma che non esponiamo; anzi 52 CAI MORBEGNO

cerchiamo in tutti i modi di dimostrarci allegri per rincuorare i comaschi che sono parecchi abbattuti. Ci è impossibile scorgere e fare segnali luminosi, causa la fitta nebbia interpostasi tra noi e il rifugio. Appena sistemati per il nuovo bivacco, si scatena un violento temporale.. Torrenti di acqua che si fanno strada da alcuni colatoi ci investono. Non possiamo, data la ristrettezza del pianerottolo in cui siamo, permetterci alcun spostamento, e dopo pochi minuti ci troviamo completamente inzuppati. Verso le24 , un forte vento da Nord spazza le nubi e ritorna il sereno. Abbiamo freddo e gli abiti bagnati ci intirizziscono la pelle. Interminabili sono le ore trascorse in attesa della levata del sole.Apparso questo, sostiamo un’ora per scaldarci un poco, poi riprendiamo l’arrampicata. I comaschi non si sono potuti rimettere e sono molto abbattuti. Mutiamo la formazione della cordata: Cassin in testa poi Esposito, Molteni, Valsecchi e Ratti. Sin dall’inizio di questa giornata le difficoltà si presentano al limite delle possibilità umane, anche perché l’unica via di salita è un camino il quale scarica abbondante acqua. Bisogna procedere con tutta la velocità consentita dalle difficoltà perché vediamo che il cielo, a Nord, ritorna ad oscurarsi. Dopo circa due ore di arrampicata, Molteni e Valsecchi danno segni palesi di esaurimento; è necessario aiutarli ed è lavoro duro per noi, lavoro che però adempiamo di buon grado. Verso le dodici, ricomincia la pioggia; siamo impegnati in una traversata espostissima; necessita assolutamente


La parete nord-est del Pizzo Badile: «...questa gigantesca muraglia di placche, su cui l’occhio non trova nè riposo nè quiete». (Hermann Buhl)

CAI MORBEGNO 53


continuare date le nostre condizioni, e così raggiungiamo il colatoio centrale che continua a scaricarci addosso acqua. Poi la pioggia si tramuta in grandine, siamo sferzati sulle mani e nel viso dai ghiaccioli della tempesta e un vento gelido ci intirizzisce le membra. Ad un tratto cessa la grandine, ma la neve comincia a cadere. Con quella forza di volontà che solo chi si cimenta sulla verticalità dei monti conosce, continuiamo la salita. Ad ogni costo bisogna raggiungere la vetta, un bivacco in parete in quelle condizioni può essere fatale per tutti. I comaschi moralmente e fisicamente non esistono più; la lotta con la parete e con gli elementi li ha completamente afflosciati. Somministriamo loro del cognac e dei biscotti, e su verso la vetta. Finalmente, usciti dal colatoio, le difficoltà vanno scemando, ma ci è impossibile accelerare l’andatura dato lo stato di Molteni e Valsecchi. Nevica sempre e folate di vento ci sferzano il volto; è impossibile vedere oltre un metro avanti a noi, ma pur sentiamo che la meta sta per essere raggiunta. Ci sembra che lassù ci sia la salvezza. Procediamo sempre, molto lentamente, ma procediamo. Ci avviciniamo alla vetta, alla salvezza,alla vittoria. Verso le sedici la parete è vinta. Ma la lotta ancora non è finita; la tormenta non si è punto placata, anzi infuria più violenta, tutto è troppo uguale, la neve caduta uguaglia tutto. Iniziamo subito la discesa per raggiungere il rifugio Gianetti, ma nella seconda metà non riusciamo più a orientarci; domandiamo ragguagli ai comaschi, più pratici di noi 54 CAI MORBEGNO


della zona, ma non ce ne sanno dare alcuno. Intanto si fa notte; Molteni e Valsecchi sono in piena crisi e noi siamo preoccupatissimi. Ci diamo dattorno disperatamente, a destra e a sinistra, in su e in giù in cerca della via di discesa, ma non veniamo a capo di niente; la tormenta con il suo turbine ghiacciato ci avviluppa sempre di più, gli elementi avversi stanno per vincere i più deboli di noi. Tutto il possibile è fatto per tener lontana la morte che sta pronta in agguato; vuotiamo nelle labbra di Molteni e Valsecchi tutto il cognac che abbiamo con noi, io cerco di sostenere il Molteni che ormai non ha più la forza di proseguire, ma invano: infatti Molteni, senza alcun lamento si accascia al suolo per non rialzarsi più. Sostiamo un minuto in silenzio, il cuore vorrebbe che portassimo con noi le spoglie del caduto, e per un momento il cuore vince la ragione; infatti caricata sulle mie spalle la salma, cerco di discendere, ma la fatica è immane in mezzo agli elementi scatenati. Consigliato da Esposito che è rimasto con me e che mi aiuta, assicuro il cadavere ad un masso,che un po’ lo ripara dalla bufera. Raggiungiamo poi il Ratti ed il Valsecchi, che non si è accorto della sciagura avvenuta: non gli diciamo niente, perché non si turbi oltre, dato il suo stato disastroso. Ma quando una difficoltà improvvisa cisbarra il cammino e ci riunisce tutti, Valsecchi cerca con gli occhi Molteni, non lo vede, intuisce l’accaduto e in piedi vicino a un masso piange silenziosamente. Ad un tratto si accascia al suolo, invano trattenuto da noi che cerchiamo di riscuoterlo

dal torpore che lo ha invaso, reclina il capo sul petto ed senza un lamento rimane esanime nelle nostre braccia. Tutti siamo muti per la seconda dolorosa perdita; mettiamo il corpo al sicuro, poi, vista l’impossibilità di continuare anche perché la notte è scurissima, ci ficchiamo nel sacco per un terzo bivacco. Nessuno riesce a dormire in quella notte, ognuno ha il pensiero ai camerati morti che sono là sotto la coltre di neve, e pensa a chi per primo di noi li avrebbe seguiti. Verso le 24, la violenta tormenta che imperversava da 12 ore, si placa, e una calma impressionante succede a tanta violenza. Aspettiamo l’alba abbracciati l’uno con l’altro per riscaldarci un poco e anche perché quello poteva essere forse l’ultimo nostro abbraccio. All’alba il cielo è terso, il calore del sole ci ridona le nostre energie: ci guardiamo attorno, a 100 metri sotto di noi è il nevaio al piede del badile. Portiamo fino alla base la salma di Valsecchi, lo copriamo con cura col suo sacco da bivacco e partiamo verso il rifugio. In un’ora vi arriviamo,comunichiamo la notizia della morte dei compagni comaschi e ci buttiamo sfiniti sulle cuccette. Il giorno dopo torniamo sul Badile, colla squadra di soccorso, giunta dalla valle, per il ricupero delle salme.

A fianco: vista verso sud dalla vetta del Pizzo Badile. Sul fondo, dalle nuvole, spunta il Ligoncio.

CAI MORBEGNO 55


NEL CUORE OSCURO DELLA MONTAGNA

CANYONING DIVERTIMENTO E AVVENTURA

di Libero Marchesi

L’emozione del tuffo in una profonda vasca verde smeraldo, la felicità di scivolare lungo un toboga naturale come in un gioco di bambini, la scossa adrenalinica della calata in mezzo alle acque vorticose di una cascata, la magia dell’avventura in un luogo nascosto ai più….. Il canyoning è questo e molto altro. Non è uno sport estremo, ma un’attività che consiste nella discesa dei torrenti, con particolare interesse per quelli che scorrono tra strette gole scavate e modellate dall’acqua nel corso del tempo. Non va confuso con il rafting né con altri sport che prevedono l’utilizzo di gommoni, canoe, kayak o tavole galleggianti. Nel torrentismo la progressione avviene a piedi, affrontando gli ostacoli con le opportune tecniche: calate su corda, tuffi, nuoto o disarrampicate. Il terreno di gioco è affascinante 56 CAI MORBEGNO

e permette un’esperienza di totale immersione nella natura. Ognuno vive il canyoning a proprio modo, con gioia e passione. Come in molti altri sport, si può cercare di superare i propri limiti e le proprie paure: un tuffo più alto del solito, un toboga più vertiginoso... Ma l’aspetto più gratificante rimane l’esperienza di vivere dei momenti di libertà in un ambiente unico, a prescindere dalla difficoltà superata e dall’implacabile cronometro. La scarsa accessibilità ha consentito di mantenere nel tempo l’equilibrio dell’ecosistema dei torrenti, e non sono rari gli incontri con gli animali che popolano i corsi d’acqua; occorre frequentare questi luoghi con il massimo rispetto ed attenzione, ricordandosi nell’approccio che non si tratta di parchi avventura, ma di sistemi naturali complessi

e delicati. Il divertimento è assicurato, ma l’ambiente è a volte molto severo ed isolato, e la sua particolare morfologia richiede un’attenta valutazione del percorso; la progressione in discesa lungo scivoli e cascate non consente, infatti, il ritorno, e le vie di fuga laterali sono in alcuni casi quasi del tutto assenti. Grande importanza, quindi, alle previsioni meteo: un temporale improvviso può causare una pericolosa piena del torrente. Le caratteristiche delle forre già esplorate sono riassunte nelle relazioni riportate dalle guide o sono consultabili su Internet. Le difficoltà sono espresse con numeri romani crescenti che indicano il grado di verticalità, acquaticità e impegno complessivo; è prassi comune da parte degli apritori esprimere anche una valutazione sulla bellezza e l’interesse dell’itinerario. E’ fondamentale


CAI MORBEGNO 57


disporre di adeguate attrezzature e conoscere le tecniche più comunemente utilizzate. Per la discesa in un torrente alpino già attrezzato sono raccomandati una muta intera in neoprene da 5 mm., casco, imbragatura e calzature adatte; oltre alle specifiche scarpe da canyoning, vivamente consigliate, possono essere utilizzate anche quelle normali da trekking. Come materiale personale sono necessari almeno una coppia di discensori, moschettoni, longes, maniglia o autobloccante meccanico per un’eventuale risalita su corda, coltello o cesoie. Ogni gruppo dovrebbe avere un numero adeguato di corde, viveri e materiale di pronto soccorso, e una sacca d’armo per realizzare ancoraggi su roccia in caso di emergenza. Il canyoning ha avuto forte sviluppo in Francia e Spagna negli anni 80, ed in Italia dagli anni ’90. I primi praticanti provenivano in genere dalla speleologia, ma col tempo si sono avvicinati a questa disciplina anche alpinisti, arrampicatori e semplici escursionisti. La diffusione del torrentismo ha reso necessaria la creazione, nell’ambito del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, di un gruppo attivo nel soccorso in forra. Il grado di specializzazione che contraddistingue i tecnici CNSAS e la capacità di operare anche in situazioni estreme ha consentito di risolvere positivamente incidenti che in passato avrebbero avuto esiti sicuramente drammatici. Di pari passo con l’aumento dell’ interesse per il torrentismo sono sorti numerosi gruppi di appassionati. Promossa inizialmente da un ristretto numero di cultori di questa 58 CAI MORBEGNO

disciplina, l’Associazione Italiana Canyoning ha festeggiato recentemente i dieci anni di attività ed è cresciuta fino a diventare il gruppo di riferimento per i frequentatori delle forre di tutta Italia. Lo scopo dell’A.I.C. è lo sviluppo del torrentismo nel massimo rispetto dell’ambiente e la creazione di una rete diffusa sul territorio, utile allo scambio di informazioni e idee. Le attività sociali comprendono corsi di formazione a diversi livelli, raduni locali e nazionali, la pubblicazione di un periodico e la gestione di un sito internet ricco di utili riferimenti. Particolare importanza rivestono il progetto Pro Canyon, che consiste nell’attrezzatura e messa in sicurezza delle forre più interessanti e maggiormente frequentate, e la realizzazione del Catasto delle forre italiane, resa possibile dalla collaborazione dei numerosi iscritti e simpatizzanti. In tutto il territorio nazionale sono sorte, spesso in modo informale, associazioni di canyonisti;

nella zona di Morbegno è attivo il Ranciga Canyoning Club, affiliato all’A.I.C. e costituito nel 2007 da un gruppo di amici accomunati dalla passione per il torrentismo. Canyoning in provincia di Sondrio La Valtellina e la Valchiavenna sono ricche di torrenti adatti alla pratica del canyoning. Il periodo indicato va da maggio a ottobre, ma le condizioni ideali si trovano nei mesi estivi. Ogni anno torrentisti provenienti da tutta Europa raggiungono il torrente Boggia, in Val Bodengo, che offre la possibilità di itinerari di diverse difficoltà tecniche e impegno complessivo. Il percorso si snoda tra gole di splendido granito lavorato dalle acque, intervallando alte cascate e profonde vasche cristalline; calate, tuffi e toboga si susseguono in un crescendo emozionante. La discesa integrale richiede dalle otto alle dieci ore e oltre, secondo la preparazione e il numero di


componenti del gruppo, ma è possibile dividerla in tre sezioni consecutive (Bodengo 1, 2 e 3) di progressiva maggiore difficoltà. Nei pressi troviamo anche il Pilotera, canyon molto interessante e caratterizzato dai meravigliosi colori delle acque e dall’esposizione a sud che consente di godere dei raggi del sole in buona parte del percorso. Altra splendida gola è quella del Cormor, che si sviluppa tra la diga di Campo Moro e Campo Franscia in Valmalenco. L’itinerario si svolge tra gli enormi massi di una paleofrana all’interno della quale l’acqua ha scavato profondi meandri, e lunghi tratti sono caratterizzati dalla totale assenza di luce naturale. L’ambiente è grandioso, e l’illuminazione con le pile frontali conferisce ulteriore fascino alle ampie volte ed agli stretti cunicoli che si incontrano durante questa discesa mozzafiato. Grande merito agli scopritori Luca Maspes ‘Rampikino’, Jacopo Merizzi & c. che ci hanno regalato questa perla. Di sicuro

fascino anche le forre delle Orobie Valtellinesi. L’acqua abbondante e cristallina ci guida attraverso valli poco frequentate e a tratti ancora selvagge; l’ambiente è alpino e le difficoltà non sono da sottovalutare. La presenza di opere idrauliche e bacini artificiali a monte impone un’attenta valutazione delle condizioni dei corsi d’acqua. Anche in Valmasino, paradiso dell’arrampicata e dell’alpinismo, troviamo alcune divertenti discese: il torrente Mello, la cascata del Ferro ed il tratto finale del Masino. Roccia splendida e portata sostenuta ne fanno itinerari di sicuro interesse. L’esplorazione e l’attrezzatura di gran parte dei canyons della provincia di Sondrio sono opera della guida alpina Pascal Van Duin. Le guide pubblicate da Van Duin rappresentano un sicuro riferimento per i torrentisti e contengono sintetiche ma molto precise relazioni sulle più interessanti forre della Lombardia e dell’Italia settentrionale.

Ci si può avvicinare al canyoning in tutta sicurezza avvalendosi delle guide alpine specializzate in questa attività e consultando le informazioni disponibili in rete. Ecco alcuni indirizzi interessanti: www.topcanyon.com Sito gestito dalla guida Pascal Van Duin, proposte di canyoning, alpinismo e trekking. www.guidealp.it Sito delle guide alpine della Valchiavenna, ampio ventaglio di attività nel mondo del torrentismo e della montagna. www.aic.it Sito dell’Associazione Italiana Canyoning; di particolare interesse il forum, all’interno del quale gli utenti si scambiano informazioni sulla percorribilità delle forre e su temi di interesse comune. www.x-gatt.com Riporta numerose schede tecniche, cartine e fotografie; i contenuti sono precisi, attendibili e molto curati. www.descente-canyon.com Portale francese, con schede ed aggiornamenti anche su canyons italiani. www.swisscanyon.com Ricco ed aggiornato database del Ticino, con links ad altri siti svizzeri. www.ceffo.com Da non imitare! Bibliografia: Pascal Van Duin – Canyoning in Lombardia, Ed. TopCanyon 2005 Pascal Van Duin – Canyoning Nord Italia, Ed. TopCanyon 2009

Dedicato all’amico Bruno Sassella.

CAI MORBEGNO 59


A PROPOSITO DI

FERRATE di Riccardo Marchini

Sgombro subito il campo da ogni possibilità di equivoco: chi ha tranciato le catene sul pizzo Trona ha compiuto un atto criminale, perché ha messo a repentaglio l’incolumità di quanti, ignari, si sono avventurati su quell’itinerario facendo affidamento sulla presenza di protezioni come segnalato dalle guide esursionistiche. Vorrei, però, cogliendo l’occasione offerta da questo deprecabile episodio, fare qualche ulteriore riflessione, senza la pretesa di spacciare le mie conclusioni per verità assolute. La disputa “pro o contro le vie ferrate” è da sempre oggetto di accese discussioni, pubbliche e private. Non ha mai trovato una risposta univoca, né mai potrà trovarla, perché 60 CAI MORBEGNO

Sul giornale online Vaol.it è stata pubblicata la notizia (ripresa sul nostro Annuario a pag. 85) che le catene della ferrata sulla cresta NNO del pizzo Trona sono state tagliate da qualche sconsiderato anonimo.

le motivazioni a sostegno dell’una o dell’altra tesi sono troppo soggettive e opinabili sono pure gli aspetti che ciascun contendente intende sottolineare come essenziali ai fini della discussione. Vengo al dunque. L’uomo è forse l’unico essere vivente in grado di compiere azioni superflue, non finalizzate alla mera sopravvivenza. L’escursionismo e l’alpinismo, come del resto tutte le attività cosiddette ricreative,

rientrano nel novero di quelle azioni che hanno come unico scopo quello di ricreare il corpo e la mente, di trovare gratificazione, cioè, nel piacere fine a sé stesso: piacere fisico nel sentire il proprio corpo reagire positivamente alle sollecitazioni imposte dalla volontà e piacere psichico nella soddisfazione che si prova quando si riesce a superare una difficoltà o nel godimento degli spettacoli che la montagna offre. Azioni superflue, dicevo, ma non inutili. Ed è appunto con questo timbro di umanità stampigliato nel DNA che mi ritrovo spesso a scarpinare verso l’alto alla ricerca di un rapporto intimo e personale con i monti della mia valle e non solo. Come ricompensa alla fatica mi aspetto (e trovo)


CAI MORBEGNO 61


Nella pagina a fronte: la ferrata del monte Grona. Sotto: sulla cresta nord del Pizzo Trona. A fianco: la Via delle Bocchette nel gruppo del Brenta.

sensazioni emotivamente forti e lo stimolo alla ricerca introspettiva di cui, mi pare, come esseri umani distratti dal benessere siamo sempre più poveri. Ma non essendo un integralista mistico dell’etica escursionistica, non arriccio il naso scandalizzato se le mie fatiche montanare sono aiutate da qualche mezzo artificiale, a maggior ragione se ne va della sicurezza, né disdegno di tanto in tanto di cimentarmi con le cosiddette “vie ferrate”, additate con sufficienza da alcuni come surrogato dell’alpinismo. C’è, però, ferrata e ferrata. Sono convinto, infatti, che alcuni di questi percorsi attrezzati, pur ubbidendo alle logiche del mercato turistico, abbiano una loro ragion d’essere in virtù della loro unicità ed una indubbia coerenza con gli ambienti che attraversano. La Via delle Bocchette nelle Dolomiti di Brenta, ad esempio, altro non è che una lunga escursione che si snoda al cospetto di scenari mutevoli di continuo, sfruttando una sequenza di cenge naturali che tagliano orizzontalmente la verticalità delle pareti dolomitiche. Gli interventi migliorativi, i corrimano che rendono più sopportabile il vuoto sottostante e le scalette

62 CAI MORBEGNO

che raccordano i tratti di via posti a livelli diversi non mi pare che possano costituire un attentato all’integrità dell’ambiente ne una forzatura del corretto andar per monti. Allo stesso modo le numerose iniziative finalizzate a realizzare vie ferrate recuperando i camminamenti costruiti dagli alpini durante la prima guerra mondiale (ne esistono anche nella nostra provincia), sono apprezzabili, perché riescono a coniugare turismo, cultura alpina e storia. Altre ferrate, invece, nate sull’onda del gradimento della massa turistica e diffusesi a macchia d’olio in tutto l’arco alpino a partire dalle Dolomiti, presentano alcuni punti di criticità. O sono troppo brevi e non portano da nessuna parte oppure sono inutili, perché affiancate da un percorso più agevole che sortisce gli stessi effetti o, ancora, sono volutamente tenute ad un alto livello di difficoltà, quasi che ci fosse l’intenzione di ricreare


in quota una situazione da luna park. A volte si ha la sensazione che queste strutture servano di più a chi le realizza che al pubblico degli appassionati. Le rituali, immancabili targhe poste al loro attacco rappresentano spesso l’ostentato suggello dell’esigenza di visibilità da parte di dei gruppi alpinistici titolari dei manufatti. Proprio a partire da queste ultime considerazioni in passato mi sono posto questa domanda (che ripropongo): perché una ferrata sul pizzo Trona? Se il motivo è raggiungerne la cima, ebbene, esiste un’altra via d’accesso più semplice, che non richiede alcun intervento. Se, come molti asseriscono, lo scopo è quello di consentire anche ai meno esperti di provare le stesse emozioni nell’ammirare gli spettacoli panoramici che si possono godere dalla vetta, esistono lì vicino altri punti CAI MORBEGNO 63


di osservazione ugualmente gratificanti e raggiungibili più facilmente. La cresta NNO del pizzo Trona presenta alcuni passaggi di facile arrampicata. La presenza della ferrata priva la salita del suo fascino, inserendola nel pacchetto delle avventure prefabbricate tanto care alle agenzie turistiche. Ognuno sia misurato e consapevole gestore delle proprie capacità, in fondo nessuno ci obbliga a compiere tutti gli stessi gesti e se qualcuno, sentendosi insicuro, volesse a tutti i costi affrontare quella salita per provare l’ebbrezza dell’arrampicare, potrebbe benissimo farsi guidare da un compagno esperto, in grado di fargli sicurezza. Credo infine, facendo mia la posizione del CAI Morbegno, che “Favorire il turismo escursionistico di un territorio non significa ferrare le vie d’accesso alle cime, ma significa solo valorizzare e potenziare la rete sentieristica già esistente, con l’eventuale messa in sicurezza (questo sì, anche con catene) di alcuni brevi tratti particolarmente pericolosi”.

il CAI Morbegno, eccome se si oppose. Il CAI Morbegno, dopo un vivace scambio di vedute con Savonitto sugli organi di stampa locali e su Lo Scarpone, fece sentire la propria voce presso gli attori istituzionali interessati al progetto. Con un documento inviato alla CM di Morbegno, al Comune di Gerola e al Parco delle Orobie il presidente Vincenzo Spreafico rese ufficiale la posizione della Sezione nei confronti di un’iniziativa che giudicava profondamente sbagliata. E il risultato fu che la seconda tranche di quel “progetto di sviluppo alpinistico della Valgerola”, che prevedeva un ulteriore, analogo intervento sul pizzo di Mezzaluna, venne annullata.

Fra i numerosi commenti alla notizia apparsa su Vaol.it c’era anche quella di Andrea Savonitto, guida alpina, in quel tempo gestore del rifugio Trona, progettista ed autore della ferrata: scontata e comprensibile la difesa della sua creatura. Non è vero, però, come egli afferma, che nessuno all’epoca si oppose. Si oppose A fianco: sulla Tridentina. In alto: sulle ferrate al Monte Grona e al Piz Trovat.

64 CAI MORBEGNO


Testo della lettera inviata dal presidente del CAI Morbegno, Vincenzo Spreafico, alle autorità competenti Morbegno, 9 agosto 1996 • Al Presidente della C.M. Valtellina di Morbegno • Al Sindaco del Comune di Gerola • Al Presidente del Parco delle Orobie valtellinesi Oggetto: “ferratura” della cresta Nord del Pizzo Trona Da parte di alcuni soci ci viene segnalato che sulla cresta che dal Lago Inferno sale al Pizzo Trona sono depositati diversi mucchi di catene pronti per la posa in opera finalizzata alla “ferratura” della intera cresta. Tale iniziativa ci pare del tutto inopportuna per i seguenti motivi: • è possibile salire sul Pizzo Trona per una via più semplice che non richiede interventi; • favorire il turismo escursionistico di un territorio non significa ferrare le vie d’accesso alle cime, ma significa solo valorizzare e potenziare la rete sentieristica già esistente, con l’eventuale messa in sicurezza (anche con catene) di alcuni brevi tratti particolarmente pericolosi; • il Pizzo Trona, che fa parte del Parco delle Orobie, è zona frequentato da camosci che verrebbero disturbati da una frequentazione massiccia di escursioniosti; Si fa inoltre notare che, mentre nelle aree turisticamente più evolute in fatto di “vie ferrate” è in atto un ripensamento culturale importante, che arriva persino allo smantellamento di molti percorsi considerati inutili o dannosi per l’ambiente, in Val Gerola si percorre il cammino contrario. Con la presente si chiede agli enti competenti di annullare l’iniziativa, invitando nel contempo a coinvolgere, quando si interviene sull’ambiente montano, le associazioni che, come il C.A.I., possono assicurare il loro contributo concreto e competente. Cordialmente Il Presidente Vincenzo Spreafico

CAI MORBEGNO 65


Gita al lago della

di Alessandro Caligari

Domenica 24 maggio, mattina presto, piazza Sant’Antonio, una ventina di persone vestite da montagna. Ci si saluta, si cincischia un po’, quindi si compattano i posti auto per ecologica premura e si parte per la Val dei Forni. Ad essere sinceri io e Davide, gli organizzatori, abbiamo qualche perplessità su ciò che troveremo; la ricognizione a distanza, effettuata durante un’uscita scialpinistica di 15 giorni prima, ci ha rassicurati sul fatto che per gran parte della salita non si troverà neve. Non sappiamo però cosa ci aspetta nella parte alta: dopotutto il lago è a circa 2800 m, e quest’anno ha nevicato parecchio. Comunque facciamo finta di nulla e partiamo. Fermiamo i mezzi al ristoro Stella Alpina, a circa 2000 m, sulla strada che porta all’albergo Ghiacciaio dei Forni. Qui, dopo un parcheggio che assomiglia più ad una partita a “Tetris”, incastrati a meraviglia i nostri mezzi su un fazzoletto di terra iniziamo a camminare. La salita è subito molto ripida ed in poco tempo arriviamo alla malga Pradaccio. Siamo nel parco dello Stelvio, e si vede che la tutela imposta fa i suoi effetti. Gli edifici sono ben conservati, con basamento in pietrame a secco e la soprastante struttura a travi incastrate (carden) secondo il sistema del block-bau, riutilizzando o riproponendo gli elementi tipologici principali, compresi i canali di gronda in legno e le scandole del manto di copertura. Angelo DD, a fianco a me, visto il mio interesse per la copertura lignea, mi spiega vita, morte e miracoli del legno di larice. E così, immersi in questa dendroconversazione, guadagnamo rapidamente quota e ci portiamo alla base del muro finale. Ci compattiamo, ci ricontiamo ed in fila indiana riprendiamo il sentiero. Eccoci al piano finale, dove si avverano le nostre peggiori previsioni: è tutto bianco, non spunta manco un filo d’erba. Il tempo di indossare le ghette e poi via, sulla neve, che si intuisce avere uno spessore considerevole. Partiamo con circospezione, e fatti tre passi ci si trova sprofondati fino alla vita. Abbiamo la velocità e l’agilità di un branco di gnù nelle sabbie mobili e così la maggior parte decide di fermarsi lì. Io e Davide, per portare a termine i nostri compiti istituzionali 66 CAI MORBEGNO


Manzina

e almeno vedere questo benedetto lago della Manzina, decidiamo comunque di andare avanti, imitati poi da altri. Ci viene in mente che se avessimo portato le ciaspole sarebbe stato un gioco da ragazzi; d’altro canto è un attrezzo che non fa parte della nostra cultura alpinistica, e nonostante il boom che sta avendo in questi anni fatichiamo a pensarlo come un arnese da mettere nello zaino. Comunque, in un modo o nell’altro riusciamo ad andare avanti e arriviamo al lago, che sta appena cominciando a sciogliersi. Non è certo lo specchio della Nord del Tresero che ci avevano promesso, e la spettacolarità del luogo e frustrata da questo periodo di muta tra l’aspetto invernale e quello estivo, che comunque ha un suo fascino. Torniamo verso il gruppo e ci sdraiamo su un dosso erboso, proprio di fronte alla Nord del Tresero. Mangiando, immaginiamo sulla parete delle ipotetiche discese con gli sci, puntualmente frustrate da un seracco e da un salto roccioso. Da qui si ha anche una bella vista sul ghiacciaio dei Forni e sulle cime che lo attorniano. Terminata l’ingestione di panini, dolci caffè ed ammazzacaffè, dall’apporto calorico sicuramente superiore rispetto a quanto consumato fino a quel momento, ci rimettiamo in piedi e ripercorriamo la via di salita, arrivando però all’albergo Ghiacciaio dei Forni. La strada asfaltata ci riporta alle macchine.

CAI MORBEGNO 67


Gita cicloalp

Da un paio d’anni la nostra sezione organizza uscite cicloalpinistiche. CosÏ il 28 giugno, partendo da Samaden, i quattordici partecipanti alla gita hanno raggiunto la Capanna Tschierva attraverso la Val Roseg. Dapprima pedalando a fianco della ferrovia retica, poi fra i larici della Val Roseg fino al piano che precede la morena del Vadret da Tschierva. Accompagnati dalle incombenti pareti del Roseg, dello Scerscen e del Bernina, in una giornata non particolarmente soleggiata, il gruppo ha poi raggiunto il rifugio. Assieme a tutti ha raggiunto la meta Alessandro di soli 9 anni.

68 CAI MORBEGNO


inistica in Val

Roseg

CAI MORBEGNO 69


Ötztal

di Pierenrico Belluzzo

la tre giorni in Austria

Dopo il successo dell’anno precedente, anche quest’anno, durante l’ultimo fine settimana di agosto, il CAI Morbegno ha replicato la gita in valle Ötztal, nel Tirolo austriaco. Su suggerimento di una mia amica, soddisfatta dell’esperienza passata, ho colto l’occasione per non mancare. E così, in un gruppo di circa trenta valtellinesi di ogni età, venerdì 28 agosto siamo partiti alla volta di Huben (1180 m), piccolo paese nel mezzo della valle, dove abbiamo preso posto nella confortevole e familiare Gasthof Felsenhof, che ci ha ospitato per tutto il soggiorno (per informazioni si può visitare il sito internet www.gasthoffelsenhof.at). Nel pomeriggio, partendo da Au (1154 m), ci siamo incamminati lungo il sentiero panoramico che ci ha permesso di ammirare la cascata Stuibenfall, fino ad arrivare all’incantevole alpeggio della Wiesle Hütte (1528 m), un tipico rifugio in legno con una 70 CAI MORBEGNO

chiesetta di fronte, cogliendo così l’occasione per la rituale foto di gruppo. Nella giornata di sabato 29, il clima umido e piovoso del mattino non ci ha permesso di intraprendere il tragitto più lungo inizialmente programmato. Ci siamo quindi accontentati di fare un giro per i negozi di articoli sportivi di Sölden (1377 m), principale stazione turistica della valle, da dove parte la funivia che raggiunge le piste da sci dei monti Gaislachkogel (3056 m) e Innere Schwarze Schneid (3370 m). Nel pomeriggio, passata la pioggia, la maggior parte del gruppo ha potuto raggiungere il rifugio Kleblealm (1983 m), dove la gentile ristoratrice in tipico costume locale ci ha servito lo strudel di mele e altri piatti tipici austriaci, dopo qualche iniziale difficoltà di comprensione dei nomi tedeschi del menu, superata grazie all’aiuto fondamentale della nostra interprete Anna.

Gli altri escursionisti rimasti a Sölden hanno invece preferito recarsi alle terme Aqua Dome di Längenfeld (1180 m), potendosi così ritemprare, visto il clima umido della giornata. Il terzo giorno (domenica 30) il sole e il cielo terso ci hanno spinto ancor più volentieri ad intraprendere la camminata, potendo scegliere l’itinerario più lungo previsto dal programma. Raggiunto il paese di Oetz (820 m), all’imbocco dell’omonima valle, siamo saliti sulla cabinovia che ci ha portato all’alpeggio di Hochoetz (2020 m). Da lì, quasi tutti ci siamo avviati lungo il sentiero che ci ha condotto sulla vetta del monte Rosskopfe (2399 m); da quel luogo alcuni hanno deciso di imboccare la via del ritorno, mentre i più instancabili hanno proseguito verso la cima Wetterkreuzkogel (2591 m); da quest’ultima siamo scesi seguendone la costa che ci ha portato al rifugio Balbach Alm (1957 m), dove ci siamo ripresi


dalle fatiche gustando sulla terrazza panoramica ancora l’ottimo apfelstrudel e gli altri cibi, come sempre serviti da una ragazza in rigoroso costume tirolese. Tornati a Hochoetz, abbiamo ritrovato quei pochi che avevano scelto il percorso più breve, che arrivava fino al rifugio Bielefelder Hütte (2150 m). Siamo quindi scesi con l’ovovia a Oetz, dove abbiamo salutato Anna, Giulio e i loro allegri bambini, che ci hanno accompagnato in tutte le escursioni; ci aspettava il pullman per il rientro in Valtellina. Anche quest’anno la vacanza è stata apprezzata come valida occasione per coniugare relax ed escursionismo a portata di tutti e quindi, entusiasta anche perché per me è stata la prima volta, consiglio allo staff organizzativo di rinnovare l’appuntamento per la terza uscita all’anno prossimo. Ciao a tutti!

CAI MORBEGNO 71


Il CAI al mare le CINQUE

di Alessandro Caligari

Quando arrivo in piazza ci sono già molte persone, nonostante sia piuttosto presto. Festanti ma non troppo, causa levataccia, aspettano il profilarsi della sagoma inconfondibile del grosso scatolone che li porterà fino in riviera. Puntuale arriva il bus, su cui mi saetto cercando di trovare il posto più adatto per tornare a riappisolarmi. Già prima di Delebio perdo conoscenza, per risvegliarmi su un’autostrada inaspettata; dal panorama e dai cartelli stradali capisco di essere sulla Milano-Bologna e non sulla prevista Milano-Genova. E’ singolare che l’organizzatore (cioè io) non sappia la strada

72 CAI MORBEGNO

da percorrere. Vengo a sapere che gli ammutinati dell’autobus, cioè l’autista ed il suo ex (ma ancora influente) dirigente hanno deciso che sarebbe stato più saggio fare la Cisa, piuttosto che la tortuosa A7. Mi adeguo, torno al mio loculo e guardo con crescente preoccupazione le lancette dell’orologio, che girano più veloci delle ruote del bus, e le nuvole in agguato sull’Appennino, a cui ci stiamo avvicinando. La nostra meta è la Liguria, e più precisamente le Cinque Terre, che avremmo deciso di percorrere integralmente, da levante a ponente. All’uscita autostradale, scopriamo che una corsa ciclistica si sta svolgendo proprio sulla strada che dovrebbe portarci a Rio Maggiore. Sacramentando, l’autista prende una stradina infame che aggira i pedalanti, si arrampica sul crinale, per precipitarci su Monterosso, cioè

quella che avrebbe dovuto essere la nostra meta finale. Non contento, il dio cattivo delle gite domenicali, ci parcheggia su uno spoglio piazzale in riva al mare, dove organizza, appena si spegne il motore del bus, un comitato di benvenuto a base di raffiche di vento forza venti e acqua a secchiate. La maggior parte delle gente ignora o fa finta di non sentire gli inviti a scendere, restia a lasciare il tepore del sedile-cuccia, che dopo quasi cinque ore di pullman si è conformato dell’anatomia del suo occupante, per essere presa a sberle dalla pioggia. Dopo un po’ comunque ci si ritrova tutti alla stazione, con il caparbio intendo di portarci, via treno, a Rio Maggiore e rimettere la gita nei binari giusti. Dopo la breve trasferta ferroviaria, finalmente cominciamo a camminare. Per fortuna non piove più. Potenzialmente questa gita, un classico nel suo genere, è molto bella. E’ un percorso su sentieri molto panoramici, a volte a picco sul mare, a volte nel verde del terrazzato entroterra


TERRE

CAI MORBEGNO 73


ligure, a volte in piano, altre volte in scivolosa discesa verso i borghi marinari altre ancora in faticosa salita verso quelli agricoli. Proprio i centri abitati sono il valore aggiunto di questa escursione. Anche la persona non interessata all’arte e all’architettura, difficilmente resta indifferente al fascino di questi piccoli centri, gonfi di storia e di bellezza, fatta di monumenti ma anche di piccole cose, di chiese millenarie e di gatti che dormono sulla barca colorata tirata in secco. Ci sono i limoni e il profumo della focaccia, c’è il rumore del mare e quello dei gabbiani, c’è la vecchia che pesta il basilico nel mortaio di marmo e il marinaio superstite che rammenda la rete. Ci sono poi i lati negativi. Ben presto prendiamo coscienza di non essere gli unici a pensare che sia una gita molto interessante. Anzi, la pensa così un’umanità 74 CAI MORBEGNO

variopinta, fatta di persone in mocassini, che rischiano l’osso del collo su ognuno dei diecimila gradini del percorso, di ciccioni che ci vengono incontro strafumati, sullo stretto passaggio a picco sul mare, o ottuagenarie che procedono a due all’ora, impedendo con la loro stampella da trekking il minimo sorpasso all’esasperata coda che le segue. Considerando quindi che non siamo soli, l’accompagnatore (io) chiede al gruppo che decide di fare la traversata integrale, di restare il più compatto possibile, non fosse altro per problemi logistici; va detto infatti che per percorrere il sentiero occorre munirsi di un prosaico (anche se comprensibile) biglietto d’accesso, che smorza un po’ del fascino della traversata; questo biglietto cumulativo era nelle mani degli organizzatori che dovevano esibirlo ad ogni cancello di controllo. Dopo

pochi minuti la comitiva è sparsa su una lunghezza di circa duemila metri lineari. L’accompagnatore in un primo momento cerca affannosamente di ricompattare il tutto, poi esasperato, decide di lasciare ciascuno al proprio destino. La traversata in realtà è un concatenamento di più sentieri, raggruppati sotto il nome di Sentiero Azzurro, esistenti fin da epoca medioevale. Il primo tratto, quello da Rio Maggiore a Manarola è il famoso Sentiero dell’Amore. Tutto sommato, a parte l’innegabile panoramicità e la sua esposizione sul mare, non è così fascinoso. Non così però la devono pensare stuoli di conformisti innamorati, che in ossequio ai dettami di Moccia vengono qui ad appendere grappoli di lucchetti, venduti a caro prezzo da scaltri e attenti tenutari di chioschetti pensili. Pochi sanno che in realtà questo sentiero, realizzato tra le due


guerre mondiali, fu scavato nella roccia per costruire alcuni depositi di esplosivo, lontano dai centri abitati. Lasciata Manarola, il percorso prosegue tranquillo fino alle trentatrè rampe della Scala Lardarina, che salgono a Corniglia. Dei cinque borghi è quello più alto sul mare, a conferma della sua vocazione agricola più che marinaresca. Mi accorgo che non è molto presto, così affretto il passo e, mangiando in corsa, ogni tanto raggiungo e supero brandelli di quello che doveva essere il compattissimo gruppo, per portarmi poi alla testa del serpentone. Il mio scopo è quello di riunire tutti a Vernazza, che a mio parere è il borgo più interessante. Patria di corsari (cioè legalmente autorizzati alla guerra di corsa, non come i pirati che parimenti uccidevano e saccheggiavano ma senza patente!) Vernazza è stata nel tempo un’orgogliosa

e fastidiosa spina nel fianco della potente Genova, e la sua architettura testimonia questi suoi fasti. Merita sicuramente una visita la chiesa goticoligure di Santa Margherita d’Antiochia, a picco sul mare. Lasciata Vernazza si torna a salire, in mezzo alle vigne dove si produce lo Sciacchetrà, laboriosamente terrazzate e modernamente attrezzate con spirali di cremagliere su cui corrono carrelli che portano l’uva alla raccolta. Dopo un’ora di cammino comincia a profilarsi Monterosso, con la conseguente promessa di un bel bagno finale. Inconsciamente tutti affrettano il passo, e più di uno, me compreso, finisce per volare sugli interminabili ed infangati gradini che scendono al mare. La spiaggia comunque ormai e lì, con un’acqua trasparentissima che ci chiama per il bagno dell’ultimo giorno d’estate. Ci fermiamo un

po’, cercando ossi di seppia e godendoci il mare, galleggianti come “inutile maceria”. Incredibilmente quasi tutti convergono all’appuntamento delle 18,30 presso la stazione di Monterosso, dove prendiamo un treno che ci porta alla successiva Levanto, più abbordabile dall’ingombrante bus, che ci aspetta quindi sul piazzale. Da qui ripartiamo, questa volta via Genova, per tornare a casa. Arrivati nell’interland milanese mi rimetto l’i-pod, guardo fuori l’interminabile sequenza di capannoni e perdo nuovamente conoscenza. Quando mi risveglio, le tristi e sfavillanti luci dell’Iperal mi dicono che ormai siamo ritornati in Valle, ma quasi non percepisco lo stacco.

CAI MORBEGNO 75


In valle di Albaredo sul sentiero

Ad ospitare l’annuale appuntamento sul sentiero Andrea Paniga quest’anno è stata la valle di Albaredo. Il 18 ottobre, in una gelida, ma tersa giornata, più di 30 soci hanno raggiunto il rifugio Alpe Piazza partendo da Valle, via Pitalone, e da Scöcia, via Baitridana. Un gruppo numeroso è salito da Pozza Rossa all’Alpe Pedroria e al Monte Pisello e da qui, per cresta, ha guadagnato la cima del Monte Lago da dove è poi sceso al rifugio per il ritrovo conviviale.

76 CAI MORBEGNO


Andrea Paniga

CAI MORBEGNO 77


GENNAIO

FEBBRAIO Valanga a Cevo

Le forti nevicate dell’inizio del mese hanno avuto come conseguenza lo scivolamento a valle di una notevole massa nevosa a monte della strada che collega Bedoglio a Cevo. L’enorme quantità di neve, mista a terriccio, ciottoli e massi, valutata in circa 20000 metri cubi di materiale, ha invaso la sede stradale sulla quale fortunatamente in quel momento non transitava nessuno.

Valanga sulla Cima della Rosetta

Nuova legge sui rifugi

Dopo numerose audizioni con gli enti e le associazioni interessate, ha definitivamente concluso il suo iter, con il voto in Consiglio regionale, la nuova legge che regolamenta la funzione degli oltre 150 rifugi della Lombardia. Lo spirito della legge è quello di riconoscere l’indispensabile ruolo dei rifugi nella promozione e nella tutela della montagna. Per questo motivo si è cercato di fare chiarezza sulle regole: distinzione fra rifugi alpinistici (almeno 1000 m di quota in zone isolate e irraggiungibili al traffico ordinario), escursionistici (altitudine minima di 700 m, ma raggiungibili anche in auto), bivacchi alpini (oltre i 2000 m con una distanza di almeno 3 Km lineari o 300 m di dislivello da strade, rifugi o impianti di risalita). Oltre a questo il testo di legge prevede interventi sulla segnaletica sentieristica e dedica una voce specifica alla figura del gestore che dovrà esercitare la propria attività per un minimo di 100 giorni all’anno, oltre ad essere in grado di porsi come “riferimento informativo della zona” e, nel caso di incidenti, di collaborare attivamente.

Domenica 8 febbraio una valanga, staccatasi dalla cima della Rosetta in Valgerola, ha travolto ed ucciso lo sci alpinista Marco Della Marianna, 36 anni di Mossini, impegnato nella discesa lungo uno degli itinerari più noti della valle. La bella mattinata di cielo terso, arrivata dopo alcune giornate di maltempo, aveva attirato lassù una cinquantina di appassionati di questa disciplina, ma le forti nevicate del venerdì e del sabato precedenti avevano accumulato 80 cm di neve fresca a 1500 m, che non aveva legato con il sottostante manto già consistente. Troppi per poter affrontare l’escursione con la necessaria sicurezza. Non è la prima volta che avvengono episodi di questa portata sulla Rosetta. Già nel 1987, più o meno nella stessa posizione, si era verificato un grosso distacco di lastroni che aveva spazzato tutto il pendio sottostante la cima. Fortunatamente in quell’occasione non ci furono vittime.

Ancora le motoslitte alla ribalta della cronaca

Intanto che CAI, Legambiente e Mountain wilderness si ritrovano al passo dello Spluga per dire ancora una volta “no” alle troppe motoslitte presenti in quota, la polemica

78 CAI MORBEGNO


UN ANNO DI MONTAGNA Da rifare il processo per la tragedia del Monte Olano investe anche i monti di casa nostra. Le guardie ecologiche della CM di Morbegno si sono attivate lungo la strada del passo San Marco per verificare l’osservanza del regolamento che disciplina il transito delle motoslitte. I controlli effettuati non hanno fatto registrare infrazioni di sorta, anche perché gli abusi, segnalati più volte dal CAI di Morbegno tramite il suo presidente, si verificano regolarmente fuori dai tracciati consentiti, dove di fatto i controlli sono impossibili. Inevitabile la reazione dei “motoslittisti” che hanno risposto a mezzo stampa alle osservazioni del CAI, in difesa del diritto di frequentare la montagna con i loro mezzi motorizzati. La polemica continua e noi continueremo a dissentire energicamente.

La Corte di Cassazione ha annullato l’assoluzione decisa dalla Corte d’Appello di Milano nei confronti del sondriese Fabio Fanoni, accusato di aver provocato, nel gennaio 2003, la valanga sul monte Olano in Valgerola, nella quale morirono tre sci alpinisti ed altri sei rimasero feriti. La Corte d’Appello aveva motivato il proprio verdetto di assoluzione affermando che non era emerso con certezza che era stato proprio il sovraccarico causato dai tre sciatori fuori pista a provocare la rottura del manto nevoso e che rilievi di negligenza dovevano essere mossi a tutti i protagonisti della vicenda, quindi anche al gruppo travolto dalla valanga, in quanto percorreva zone dove era segnalato pericolo. La Cassazione ha confutato questa tesi precisando che una semplice ipotesi, anche se possibile, non è sufficiente per togliere rilievo ai fatti accertati. Quindi tutto da rifare.

Firmato l’accordo Foresta Valmasino

Mercoledì 18 marzo in Regione è stato sottoscritto il protocollo d’intesa “Contratto di Foresta Valmasino”. Erano presenti i sindaci di Valmasino, Ardenno, Mello e Buglio, il vicepresidente della Comunità Montana di Morbegno, il presidente della Provincia di Sondrio e gli assessori regionali all’Ambiente e alle Infrastrutture e mobilità. Il progetto prevede numerosi interventi di valorizzazione del territorio non solo all’interno della Foresta di Lombardia Valmasino, ma anche nelle aree circostanti di pertinenza dei comuni suindicati. Nello specifico sono previsti la tutela del patrimonio naturalistico, il potenziamento dell’offerta turistica e un programma di educazione ambientale che coinvolga le scuole lombarde.

Disegno di legge sui fuoristrada

E’ agli atti del Senato della Repubblica il disegno di legge n.1070 con il quale si intende disciplinare il settore della circolazione con mezzi motorizzati su strade a fondo naturale e fuori strada. Partendo dalla presa d’atto che la legislazione regionale esistente è del tutto inadeguata e che il contenzioso in ordine alla concreta applicazione della normativa regionale è troppo alto, si è sentita la necessità di individuare sul piano nazionale strumenti atti a permettere la difesa del territorio e dell’ambiente da eventuali usi impropri od eccessivi dei mezzi motorizzati.

MARZO

CAI MORBEGNO 79


APRILE

Violata la riserva della val di Mello

In val di Mello sono comparse opere invasive dell’ambiente naturale nel tratto di sentiero che costeggia la pozza denominata “bidet della contessa”, uno dei tratti più suggestivi e più fotografati del torrente che percorre la neonata Riserva naturale. L’intervento, realizzato dal Consorzio del proprietari della Val di Mello al fine di rendere più agevole l’acciottolato della mulattiera, è stato eseguito in maniera difforme dalle opere autorizzate dal Comune, con tecniche poco rispettose di un ambiente così delicato e con il deposito di materiale nell’alveo del torrente, così da modificarne il corso. Da parte dell’Amministrazione comunale è stato chiesto ai responsabili del Consorzio il ripristino della condizione precedente. L’operazione di bonifica è stata eseguita dal Consorzio stesso.

80 CAI MORBEGNO


UN ANNO DI MONTAGNA E’ morto Achille Compagnoni Il 13 maggio, all’età di 94 anni, si è spento all’ospedale di Aosta Achille Compagnoni, l’alpinista della Valfurva che il 31 luglio 1954, con il cortinese Lino Lacedelli, per primo salì il K2, la seconda vetta del pianeta. Campione di sci nordico, medaglia d’oro al valor civile, Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica, da anni risiedeva a Cervinia dove faceva l’albergatore. Componente della squadra selezionata da Ardito Desio, capo della spedizione italiana in Karakorum, grazie alle sue doti di ottimo alpinista ed alla sua tempra fisica, venne prescelto per l’attacco finale alla cima, conclusosi con successo. Il suo nome è legato anche alla polemica che, al ritorno della spedizione, si innescò con Walter Bonatti, anch’esso componente del gruppo, sulla ricostruzione delle ultime fasi della salita. La disputa, che si trascinò per anni, si è conclusa nel 2008 con il riconoscimento ufficiale da parte del C.A.I. della veridicità della tesi sostenuta da Bonatti.

MAGGIO

Parte la Riserva della val di Mello

A distanza di alcuni mesi dalla sua approvazione, avvenuta nel mese di gennaio, e in attesa che ERSAF e Comune di Valmasino, identificati come soggetti gestori della Riserva, procedano alla stesura del piano di intervento, è stata inaugurata ufficialmente la Riserva naturale della val di Mello, nata a tutela dell’ambiente, del paesaggio e della fauna della valle. La manifestazione, oltre che dall’immancabile taglio del nastro, è stata caratterizzata da alcuni momenti significativi di intrattenimento. Al mattino il coro Cantorion Colin Jones ha accolto gli ospiti che nel pomeriggio hanno potuto partecipare ad un’escursione guidata a Cascina Piana ed assistere ad una dimostrazione di arrampicata.

CAI MORBEGNO 81


I ghiacciai si ritirano: cambiano i confini

Dal 24 giugno è operativa una commissione italo-svizzera che avrà il compito di ridefinire i confini fra Lombardia e Grigioni, fissati in una Convenzione del 1941. A causa del cambiamento climatico la massa glaciale dello spartiacque si è ridotta, modificando di fatto la cresta che fa da confine. La linea di frontiera potrebbe così subire uno spostamento valutabile attorno ai 10-30 metri, a vantaggio o svantaggio dell’uno o dell’altro dei due stati. Trattandosi di aree geografiche demaniali al di sopra dei 3000 metri non ci saranno conseguenze particolari se non la definizione delle responsabilità di intervento nei casi di incidenti, di soccorsi o di ritrovamenti archeologici. Il ricordo corre infatti a Ötzi, la mummia ritrovata sul ghiacciaio del Similaun a cavallo fra la val Venosta e la Ötztal, contesa da Italia e Austria proprio a causa dell’incertezza dei confini. Assegnata in un primo momento all’Austria, si accertò poi che in realtà il ritrovamento era avvenuto in territorio italiano.

82 CAI MORBEGNO

GIUGNO


UN ANNO DI MONTAGNA

LUGLIO Moratoria acque. E’ legge

La battaglia per contrastare lo sfruttamento delle acque della nostra provincia, partita nel 2005 con una grande mobilitazione popolare e proseguita con l’inserimento della sospensione delle nuove concessioni nella Finanziaria 2007, è arrivata al suo epilogo. Il 23 luglio il Comitato istituzionale dell’Autorità di bacino del Po ha approvato l’adozione della moratoria in salvaguardia del bilancio idrico di Valtellina e Valchiavenna e le nuove norme che impongono un blocco pressoché totale delle nuove concessioni. Con il sì del Comitato istituzionale diventa definitiva la delibera assunta il 24 marzo dal Comitato tecnico dell’Autorità di bacino del fiume Po. Ora scatta la salvaguardia. Le norme che entrano in vigore immediatamente resteranno valide per otto mesi, periodo nel quale bisognerà arrivare all’approvazione del Piano territoriale di coordinamento provinciale.

Tracima il torrenteQualido: paura in val di Mello

Da La Provincia di Sondrio del 1 agosto: “Mercoledì 29 luglio dal cuore della parete della val Qualido, dove passa la via alpinistica “Paolo Fabbri 43”, tracciata anni fa da Jacopo Merizzi, si è staccato un roccione alto 55 metri, largo 20 e profondo 8. Il materiale è finito tutto nel torrente Qualido, solitamente di modesta portata, ma in questi giorni, a causa della pioggia torrenziale, particolarmente impetuoso. Il materiale depositatosi in alveo ha quindi prodotto un effetto tappo e l’acqua accumulatasi è tracimata violentemente a valle dilavando l’alveo del torrente che ha mutato completamente la propria morfologia. Detriti, piante, massi sono rotolati fino a valle andando a finire nel torrente Mello, fermandosi a circa 400 metri dal ristoro Gatto Rosso”. Paura per tre soci del CAI Morbegno che proprio quella mattina stavano effettuando un’escursione in val Qualido. Fortunatamente i tre erano già transitati dalla zona interessata dalla frana.

CAI MORBEGNO 83


AGOSTO E’ morto Riccardo Cassin

Giovedì 6 agosto si è spento nella sua casa dei Resinelli Riccardo Cassin, uno dei più grandi testimoni dell’alpinismo mondiale del XX secolo. Aveva 100 anni e 7 mesi. In quasi sessant’anni di attività ha collezionato qualcosa come 2500 ascensioni, fra le quali 100 prime assolute. Dalla Grigna dove debuttò nel 1931 con una prima sulla Est della Guglia Angelina allargò ben presto i propri orizzonti sulle montagne di tutto il pianeta. Molte delle vie aperte da Cassin fanno oramai parte dell’epica alpinistica: nelle Dolomiti la parete Sud Est della Piccolissima di Lavaredo, la Torre Trieste lungo lo spigolo Sud Est e la Nord della Ovest di Lavaredo, che diventerà il primo tassello del grande trittico delle Nord. Trittico proseguito nel 1937 con la Nord Est del Badile e concluso con quello che viene giudicato il capolavoro di Cassin: lo sperone Walker alle Grandes Jorasses, nel 1939. Dopo la guerra vennero le spedizioni extraeuropee: il Gasherbrum 4 con Mauri e Bonatti, il McKinley nel 1961, quindi, nel 1969, lo Jirishanca nelle Ande ed infine, nel 1975, un tentativo con esito negativo alla temibile parete Sud del Lhotse, avendo come compagni di spedizione i migliori esponenti dell’alpinismo del tempo, fra i quali Messner. Concluse la sua attività nel 1987 quando, all’età di 78 anni, ripercorse la sua via sulla Nord Est del Badile per celebrarne il 50° anniversario. A Riccardo Cassin rimase sempre il cruccio di essere stato escluso dalla spedizione di Ardito Desio al K2.

Avvistato un orso in Valmasino

SETTEMBRE

Doveva succedere. Alla fine del mese l’orso ha fatto la sua comparsa anche da noi. Un gruppo di cacciatori impegnati in una battuta di caccia agli ungulati in Valmasino ha infatti avvistato il plantigrado nei boschi della valle del Ligoncio. La polizia provinciale, ricevuta la segnalazione, ha effettuato un sopralluogo in zona ed ha confermato la presenza dell’animale sulla base delle inequivocabili tracce rinvenute. Con tutta probabilità si tratta di Jj5, l’esemplare che lo scorso anno era stato individuato nella zona del Mortirolo, proveniente dal gruppo dell’Adamello. La raccomandazione degli esperti, che rassicurano circa la non pericolosità dell’animale, è comunque quella di evitare situazioni nelle quali l’orso possa sentirsi minacciato. Con tutta probabilità nei giorni seguenti il nostro amico ha proseguito il suo vagabondaggio solitario espatriando in val Bregaglia: lo testimonierebbe il ritrovamento di alcune pecore uccise.

84 CAI MORBEGNO


UN ANNO DI MONTAGNA

OTTOBRE Asportate le catene sul pizzo Trona

Chi ha tagliato le catene sul Pizzo di Trona? L’interrogativo è stato posto da un lettore al giornale online Vaol.it, corredando lo scritto con tre fotografie illustrative. Sullo stesso notiziario numerosi gli interventi a commento del fatto. La notizia fa riferimento alla cresta Nord (più correttamente NNO) del pizzo Trona in Valgerola. L’itinerario che la risale venne attrezzato nel 1996 con una serie di catene atte a proteggere i tratti più impegnativi ed esposti, in particolare il “lastrone”, soggetto di due delle tre immagini. In quell’occasione il CAI Morbegno si oppose alla realizzazione di un manufatto che giudicava del tutto inutile e manifestò il proprio dissenso con alcuni articoli sulla stampa locale e su Lo Scarpone (Ottobre 1996) e con un esposto al Comune di Gerola, alla CM di Morbegno e al Parco delle Orobie. La redazione si associa alla condanna di quest’atto irresponsabile. La ferrata del pizzo Trona è, a torto o a ragione, un fatto oramai consolidato negli anni. Danneggiarla o disattivarla senza comunicazione alcuna o segnalazione adeguata al suo attacco, comporta grave pericolo a chi, sicuro di affrontare un percorso protetto, vi si avventura. Ciò, oltre a costituire un atto eticamente condannabile, costituisce un atto criminoso penalmente perseguibile.

NOVEMBRE E’ morto Lino Lacedelli

A sei mesi dalla scomparsa di Achille Compagnoni, il 19 novembre se ne è andato anche Lino Lacedelli, conquistatore, assieme all’alpinista valtellinese, del K2 nel 1954. Aveva 84 anni. Lacedelli, ampezzano, maestro di sci e guida alpina, faceva parte degli Scoiattoli di Cortina. Abilissimo su roccia (molte le sue prime sulle torri dolomitiche), proprio per questa sua peculiarità venne selezionato fra i componenti della spedizione da Ardito Desio.

CAI MORBEGNO 85


• Il 22 aprile, presso la sede del CAI Sondrio, presente il Presidente generale Annibale Salsa, è stato costituito il “Gruppo Giovani valtellinese”. Il nostro socio Carlo Mazzoleni è entrato a far parte del Consiglio direttivo del neo costituito gruppo. • Nel corso dell’Assemblea annuale è stato consegnato il distintivo ricordo per i 50 anni di iscrizione ai Soci Riccardo Marchini e Antonio Passerini. I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2009 gli iscritti sono 568 (+2) così suddivisi: 389 (-2) ordinari, 139 (-4) famigliari e 40 (+8) giovani. Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti.

ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) Franco Scotti (ISA) Cesare De Donati (INSA/IAIl) ISTRUTTORI SEZIONALI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Mario Spini Moreno Libera Danilo Acquistapace Gottardo Riva Riccardo Scotti ACCOMPAGNATORI DI ESCURSIONISMO Davide Bonzi (AE) Alessandro Caligari (AE)

Segretario Davide Bonzi

BIBIOTECA/VIDEOTECA Sono entrati in biblioteca 1 manuale tecnico di alpinismo e sci alpinismo e la guida “Pale di San Martino”.. Il totale dei titoli presenti negli scaffali è 363. Completano il patrimonio 31 videocassette e 152 carte geografiche. E’ in corso la procedura informatizzata per la gestione della biblioteca.

Consiglieri Danilo Acquistapace Enrico Bertoli Alessandro Caligari Angelo De Donati Giovanni Rovedatti Franco Scotti Oreste Zecca

I CORSI Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2008 a marzo 2009, presso la palestra di via Prati Grassi si

CONSIGLIO DIRETTIVO Presidente Domenico Del Barba Vicepresidente Mario Spini

86 CAI MORBEGNO

sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. In circa 40 ore di lezione c’è stata una media di 15 partecipanti ad incontro. LE GITE Gennaio Pescegallo – Sci alpinismo al chiaro di luna. Febbraio Ciaspolata alla Casera di Olano. Aprile Sci alpinistica al Pisgana nel gruppo dell’Adamello. Maggio Gita al lago della Manzina in Valfurva (vedi pag.62). Giugno Cicloalpinistica in Val Roseg e alla Tschierva. (vedi pag.68). Luglio Semialpinistica al Pizzo Ferrè. Agosto 3 giorni a Lagenfeld Huben in Austria (vedi pag.66). Settembre Cinque Terre (vedi pag.68). Ottobre Appuntamento sul Sentiero Paniga – Alpe Piazza (vedi pag.72). RALLYNO DELLA ROSETTA Domenica 1 marzo 44 squadre si sono confrontate per aggiudicarsi il 22° Rallyno della Rosetta. In considerazione del rispetto dovuto a Marco Della Marianna, travolto e ucciso


da una valanga sulla Cima della Rosetta, l’edizione di quest’anno è stata spostata sull’Alpe Olano. Il tracciato inedito, dal rifugio della Corte alla Motta di Olano, ha incontrato il gradimento dei partecipanti. Vincitori Rallyno: Flavio Colli – Davide Codega (penalità 1,186). Vincitori cronoscalata: Maurizio Torri – Gianluca Landi (dislivello 525 m - tempo 32’ 29”). Vincitori discesa: Pietro Del Barba – Mauro Orlandi (43”).

SERATE IN SEDE 19.12.2008 Presentazione dell’apparecchio di ricerca in valanga (ARVA) della Ortovox. 23 gennaio Serata di formazione e stage all’uso dell’apparecchio di ricerca in valanga (ARVA) Pulse della Barrivox. 17 febbraio Serata di diapositive “Montagne d’Africa”, presentata da Lorenzo Rizzini. 3 aprile “Il turismo dell’incontro in sud America”, viaggio verso le magie andine con la guida

Edgar Roca. 15 maggio Scialpinismo sui vulcani del Cile, filmato di Franco Scotti. 2 settembre Ricordo di Vincenzo Spreafico. 20 novembre “Ghiacciai sotto serra” di Riccardo Scotti. I MERCOLEDÌ DEGLI UNDER 99 Continuano con una buona partecipazione le uscite infrasettimanali del Gruppo Under 99”: Marzo • Pescegallo al chiaro di luna.

CAI MORBEGNO 87


• Sci alpinistica alla Cima della Pesciola in Val d’Arigna. Aprile • Scialpinistica in Valgerola. • Scialpinistica in valle Spluga Maggio • Scialpinistica in Alta Valtellina. • Escursione Savogno – Dasile in val Bregaglia. • Escursione al Monte Cornizzolo nel Triangolo Lariano. • Escursione a Bresciadega in val Codera. Giugno • Escursione al rifugio Motta in Valmalenco. • Escursione al Bregagno nei Monti Lariani. Luglio • Escursione al rifugio Marinelli dal Vallone dello Scerscen in

88 CAI MORBEGNO

Valmalenco. • Escursione all’Alpe Motta da Fraciscio in valle Spluga. • Escursione al bivacco del Servizio da San Sisto in valle Spluga. • Escursione in val Qualido in Valmasino. Settembre • Escursione a Pustaresc in Valtartano. • Escursione al pizzo Berro – Vesenda in valle di Albaredo. • Escursione a Laguzzola – Lendine in val del Drogo – valle Spluga. Ottobre • Escursione al rifugio Scoggione al Legnone. • Escursione al “Pertuus” in val Vicima – Valtartano. • Escursione alla Cima Vignone da Scermendone.

• Escursione a La Corvegia dall’alpe Zocca sui Monti Lariani. Novembre • Escursione a San Bartolomeo di Sorico. • Escursione sulla Costiera dei Cech ai Tre Cornini. RITROVI CONVIVIALI • Ottobre, Castagnata presso la sede sociale. • Dicembre, Cena sociale presso Antica Osteria Rapella.


• Sci alpinistica alla Cima della Pesciola in Val d’Arigna. Aprile • Scialpinistica in Valgerola. • Scialpinistica in valle Spluga Maggio • Scialpinistica in Alta Valtellina. • Escursione Savogno – Dasile in val Bregaglia. • Escursione al Monte Cornizzolo nel Triangolo Lariano. • Escursione a Bresciadega in val Codera. Giugno • Escursione al rifugio Motta in Valmalenco. • Escursione al Bregagno nei Monti Lariani. Luglio • Escursione al rifugio Marinelli dal Vallone dello Scerscen in

Valmalenco. • Escursione all’Alpe Motta da Fraciscio in valle Spluga. • Escursione al bivacco del Servizio da San Sisto in valle Spluga. • Escursione in val Qualido in Valmasino. Settembre • Escursione a Pustaresc in Valtartano. • Escursione al pizzo Berro – Vesenda in valle di Albaredo. • Escursione a Laguzzola – Lendine in val del Drogo – valle Spluga. Ottobre • Escursione al rifugio Scoggione al Legnone. • Escursione al “Pertuus” in val Vicima – Valtartano. • Escursione alla Cima Vignone da Scermendone.

• Escursione a La Corvegia dall’alpe Zocca sui Monti Lariani. Novembre • Escursione a San Bartolomeo di Sorico. • Escursione sulla Costiera dei Cech ai Tre Cornini. RITROVI CONVIVIALI • Ottobre, Castagnata presso la sede sociale. • Dicembre, Cena sociale presso Antica Osteria Rapella.

by Lorain sas

Il più sportivo degli intimi...

I capi in polipropilene della nostra collezione sono l’ideale per gli sport in condizione di freddo intenso, sono estremamente efficaci nel trasporto dell’umidità permettendovi di avere sempre gli indumenti asciutti. Indossateli una volta... non li abbandonerete più!

88 CAI MORBEGNO

L io d - V ia I ndu s t r ia 1 - 2 3 0 1 7 Mo r b e g no ( S O ) - t e l . 0 3 4 2 6 1 4 6 2 2 CAI MORBEGNO 89


90 CAI MORBEGNO


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Annuario Cai Morbegno 2009 by MOTTARELLA Studio Grafico - Issuu