ANNUARIO 2008 CAI MORBEGNO
I
SOMMARIO
CAI
ANNUARIO 2008
Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org
I Corsi
Arrampicata e scialpinismo a cura della REDAZIONE
Redazione: Alessandro Caligari, Domenico Del Barba, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Mario Spini.
Arrampicata
Il fantasma della cima di MARIO SPINI
Hanno collaborato: Davide Bonzi, Alessandro Caligari, Marcello Ciapponi, Domenico Del Barba, Giovanni Donadelli, Elena Fattarella, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Bruno Orso, Claudia Ponzoni, Eugenio Salvino, Guido Spini, Mario Spini, Paolo Spreafico.
Fotografie: Domenico Del Barba: 61, 62, 63, 64, 65 Riccardo Marchini: 15, 16, 18 (sotto), 19, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 39, 40, 41, 42 (sopra), 44-45, 55, 56, 57, 58, 59 Lodovico Mottarella: copertina e II, 2, 3, 4, 5, 12 (sopra), 17, 18, (sopra), 20, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 38, 43, 47, 50, 51, 52, 53, 60 (sopra), 66, 67, 68, 70, 71 Mario Spini: 8, 12, 13 (sopra) Paolo Spreafico: 9, 10, 13 (sotto)
Progetto grafico e realizzazione:
Storia
Stelvio
di RICCARDO MARCHINI
Ambiente
Valmasino ritrovata
Narrativa
Dove il silenzio è musica
Alpinismo
Il Monte della Disgrazia
a cura della REDAZIONE
di ELENA FATTARELLI
di BRUNO CREDARO
Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com
Stampa:
Ricordi
Nostagia del CAI di GIOVANNI DONADELLI
Tipografia Bonazzi
II CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 1
SOMMARIO
CAI
ANNUARIO 2008
Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org
I Corsi
Arrampicata e scialpinismo a cura della REDAZIONE
Redazione: Alessandro Caligari, Domenico Del Barba, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Mario Spini.
Arrampicata
Il fantasma della cima di MARIO SPINI
Hanno collaborato: Davide Bonzi, Alessandro Caligari, Marcello Ciapponi, Domenico Del Barba, Giovanni Donadelli, Elena Fattarella, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Bruno Orso, Claudia Ponzoni, Eugenio Salvino, Guido Spini, Mario Spini, Paolo Spreafico.
Fotografie: Domenico Del Barba: 61, 62, 63, 64, 65 Riccardo Marchini: 15, 16, 18 (sotto), 19, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 39, 40, 41, 42 (sopra), 44-45, 55, 56, 57, 58, 59 Lodovico Mottarella: copertina e II, 2, 3, 4, 5, 12 (sopra), 17, 18, (sopra), 20, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 38, 43, 47, 50, 51, 52, 53, 60 (sopra), 66, 67, 68, 70, 71 Mario Spini: 8, 12, 13 (sopra) Paolo Spreafico: 9, 10, 13 (sotto)
Progetto grafico e realizzazione:
Storia
Stelvio
di RICCARDO MARCHINI
Ambiente
Valmasino ritrovata
Narrativa
Dove il silenzio è musica
Alpinismo
Il Monte della Disgrazia
a cura della REDAZIONE
di ELENA FATTARELLI
di BRUNO CREDARO
Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com
Stampa:
Ricordi
Nostagia del CAI di GIOVANNI DONADELLI
Tipografia Bonazzi
II CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 1
E D I T O R I A L E
di Domenico Del Barba
E D I T O R I A L E
2 CAI MORBEGNO
Non passa giorno senza che veniamo assaliti dai media con notizie catastrofiche, invenzioni fantascientifiche, ecc., una competizione fra chi riesce a stupirci di più o a “spararla più grossa”. Non sembra il confronto per una corretta informazione, ma una lotta fra chi deve fare più audience, chi deve vendere più giornali, chi inventa fratelli più o meno grandi o isole abitate temporaneamente da persone più o meno famose. Vivere la propria vita in modo “normale” diventa ogni giorno sempre più difficile se non impossibile, le sollecitazioni che ci arrivano quotidianamente, occulte o palesi che siano, sono veramente tante, forse troppe. Eppure noi sentiamo il bisogno di essere noi stessi, lasciati in pace, di avere un nostro spazio, di poter decidere senza interferenze su ciò che vogliamo fare e chi vorremmo essere. Non dovrebbe essere una cosa impossibile e soprattutto incompatibile con l’appartenenza a questa società di cui ci sentiamo parte integrante. Allora cosa possiamo fare per sentirci liberi, quale la via d’uscita? Credo che noi del Cai abbiamo scoperto da lungo tempo un antidoto a questo modo di vivere in modo nevrotico, stressante e disordinato. Quando non ne possiamo più, o magari anche un po’ prima, una bella uscita in montagna. Non importa se lunga o corta, in quota o appena sopra le ultime case del paese, se di corsa o a “pas de vaca vegia”, l’importante è andare. Aggiungere ad una sana attività fisica il godimento di un ambiente naturale ancora abbastanza integro, camminare ascoltando il respiro del sottobosco, sentire il profumo delle resinose, rallegrarsi alla vista dei fiori di montagna o alla scoperta di un selvatico, compiacersi del silenzio assoluto, tutto contribuisce al raggiungimento di uno stato di vero benessere e pace. Le tossine, le nevrosi ci abbandonano passo dopo passo e ci ritroviamo alla fine migliori, più disponibili, più buoni e ci sentiamo persino più …… belli. A questo punto viene da pensare che se la cura a tanto stress è così a portata di mano, almeno nella nostra provincia, perché tanta gente non ne approfitta e, ancora, perché non sempre è possibile proteggere, conservare e salvaguardare questo meraviglioso ambiente naturale che ci circonda e che ha una funzione tanto importante per noi, invece di continuare a comprometterlo o a ferirlo con realizzazioni quanto meno discutibili. Se da un lato, ad esempio, dobbiamo congratularci con il Comune di Valmasino per aver sostenuto ed assecondato il percorso verso l’istituzione di una riserva naturale della Val di Mello (assieme al Comune di Mello, ERSAF e il Consorzio dei proprietari della Val di Mello), per contro non possiamo chiudere gli occhi e fare a meno di considerare che le cave che sovrastano S. Martino hanno un impatto paesaggistico tremendo. Il paesaggio non è solo una porzione eccellente di territorio (paesaggi eccezionali – Val di Mello), ma è la forma dell’intero territorio (paesaggi quotidiani, ordinari, degradati) che devono essere oggetto di politiche di riqualificazione che mirino a soddisfare il diritto-dovere dei cittadini a godere di “paesaggi di qualità”. Oltre 200.000 comunità locali e regionali europee hanno aderito alla Convenzione europea del Paesaggio (2000) per poter affermare il diritto alla salvaguardia e alla valorizzazione dei propri ambienti naturali. La qualità del paesaggio diventa pertanto un nuovo obiettivo politico (legge 9 gennaio 2006 n.14) in grado di orientare le scelte pubbliche relative alla forma del territorio in vista del progresso, del benessere e della qualità di vita di tutti i cittadini. Purtroppo non è sempre facile far convivere le nostre aspettative con quelle di amministratori ad alta vocazione edile-immobiliare e di scarsa inclinazione turistica. Penso ai capannoni “affittasi” che crescono come funghi o a certe piste agro silvo pastorali da brivido (Vicima). Diventa molto stridente il confronto con valli alpine comparabili alla nostra, nelle quali lo sviluppo è fondato su un’offerta turistica di qualità, dove la differenza economica vincente trae origine soprattutto dalla cura e dalla salvaguardia dell’ambiente naturale. Pertanto credo che dobbiamo avere la forza di contrastare l’idea di crescita senza progresso. Lo sviluppo ambientale deve essere sostenibile ed armonico per esser fonte di benefici economici durevoli e incrementabili nel tempo, considerando che il vero progresso ha come indicatore la qualità della vita.
CAI MORBEGNO 3
E D I T O R I A L E
di Domenico Del Barba
E D I T O R I A L E
2 CAI MORBEGNO
Non passa giorno senza che veniamo assaliti dai media con notizie catastrofiche, invenzioni fantascientifiche, ecc., una competizione fra chi riesce a stupirci di più o a “spararla più grossa”. Non sembra il confronto per una corretta informazione, ma una lotta fra chi deve fare più audience, chi deve vendere più giornali, chi inventa fratelli più o meno grandi o isole abitate temporaneamente da persone più o meno famose. Vivere la propria vita in modo “normale” diventa ogni giorno sempre più difficile se non impossibile, le sollecitazioni che ci arrivano quotidianamente, occulte o palesi che siano, sono veramente tante, forse troppe. Eppure noi sentiamo il bisogno di essere noi stessi, lasciati in pace, di avere un nostro spazio, di poter decidere senza interferenze su ciò che vogliamo fare e chi vorremmo essere. Non dovrebbe essere una cosa impossibile e soprattutto incompatibile con l’appartenenza a questa società di cui ci sentiamo parte integrante. Allora cosa possiamo fare per sentirci liberi, quale la via d’uscita? Credo che noi del Cai abbiamo scoperto da lungo tempo un antidoto a questo modo di vivere in modo nevrotico, stressante e disordinato. Quando non ne possiamo più, o magari anche un po’ prima, una bella uscita in montagna. Non importa se lunga o corta, in quota o appena sopra le ultime case del paese, se di corsa o a “pas de vaca vegia”, l’importante è andare. Aggiungere ad una sana attività fisica il godimento di un ambiente naturale ancora abbastanza integro, camminare ascoltando il respiro del sottobosco, sentire il profumo delle resinose, rallegrarsi alla vista dei fiori di montagna o alla scoperta di un selvatico, compiacersi del silenzio assoluto, tutto contribuisce al raggiungimento di uno stato di vero benessere e pace. Le tossine, le nevrosi ci abbandonano passo dopo passo e ci ritroviamo alla fine migliori, più disponibili, più buoni e ci sentiamo persino più …… belli. A questo punto viene da pensare che se la cura a tanto stress è così a portata di mano, almeno nella nostra provincia, perché tanta gente non ne approfitta e, ancora, perché non sempre è possibile proteggere, conservare e salvaguardare questo meraviglioso ambiente naturale che ci circonda e che ha una funzione tanto importante per noi, invece di continuare a comprometterlo o a ferirlo con realizzazioni quanto meno discutibili. Se da un lato, ad esempio, dobbiamo congratularci con il Comune di Valmasino per aver sostenuto ed assecondato il percorso verso l’istituzione di una riserva naturale della Val di Mello (assieme al Comune di Mello, ERSAF e il Consorzio dei proprietari della Val di Mello), per contro non possiamo chiudere gli occhi e fare a meno di considerare che le cave che sovrastano S. Martino hanno un impatto paesaggistico tremendo. Il paesaggio non è solo una porzione eccellente di territorio (paesaggi eccezionali – Val di Mello), ma è la forma dell’intero territorio (paesaggi quotidiani, ordinari, degradati) che devono essere oggetto di politiche di riqualificazione che mirino a soddisfare il diritto-dovere dei cittadini a godere di “paesaggi di qualità”. Oltre 200.000 comunità locali e regionali europee hanno aderito alla Convenzione europea del Paesaggio (2000) per poter affermare il diritto alla salvaguardia e alla valorizzazione dei propri ambienti naturali. La qualità del paesaggio diventa pertanto un nuovo obiettivo politico (legge 9 gennaio 2006 n.14) in grado di orientare le scelte pubbliche relative alla forma del territorio in vista del progresso, del benessere e della qualità di vita di tutti i cittadini. Purtroppo non è sempre facile far convivere le nostre aspettative con quelle di amministratori ad alta vocazione edile-immobiliare e di scarsa inclinazione turistica. Penso ai capannoni “affittasi” che crescono come funghi o a certe piste agro silvo pastorali da brivido (Vicima). Diventa molto stridente il confronto con valli alpine comparabili alla nostra, nelle quali lo sviluppo è fondato su un’offerta turistica di qualità, dove la differenza economica vincente trae origine soprattutto dalla cura e dalla salvaguardia dell’ambiente naturale. Pertanto credo che dobbiamo avere la forza di contrastare l’idea di crescita senza progresso. Lo sviluppo ambientale deve essere sostenibile ed armonico per esser fonte di benefici economici durevoli e incrementabili nel tempo, considerando che il vero progresso ha come indicatore la qualità della vita.
CAI MORBEGNO 3
Sembra facile. In realtà, non è che, per il solo fatto di viverci, una persona conosca la montagna come se facesse parte del suo codice genetico. Non è che per il solo fatto di abitare in Valtellina si possa pensare di avere automaticamente, assieme al certificato di residenza, anche quello di “montanarità”. Se ciò una volta poteva essere vero, in quanto le attività umane erano strettamente legate al territorio, con la necessità, quindi, di essere sorrette dalla conoscenza perfetta del mondo alpino, oggi non è più così. La maggior parte di noi ha un lavoro che costringe a concentrarsi in azioni che sono completamente svincolate dal luogo in cui avvengono, fabbrica, ufficio, negozio e, in una certa misura, anche in cantiere. In più le attività lavorative hanno la loro sede al piano, in città e spesso lontano dalla valle. Non si può pretendere allora, nei momenti di tempo libero, che sono il giusto e necessario distacco della mente dalla routine e dai gravami del lavoro, di “prender su” e di andare in montagna semplicemente perché è lì fuori di casa o perché la vediamo bella ed invitante. Se questo è probabilmente possibile senza troppe preoccupazione per le escursioni fuori porta, a quote relativamente basse (ma, come le cronache giornalistiche ci informano, la raccolta dei funghi e la pesca possono nascondere insidie pericolose), le cose cambiano quando sentiamo l’esigenza di spingerci oltre i pascoli alpini per affrontare magari qualche cima. Sappiamo come leggere i segnali del tempo per non incappare in ribaltamenti meteo dalle conseguenze imprevedibili? E se ciò dovesse accadere, sappiamo cosa fare e, soprattutto, cosa non fare? Sappiamo interpretare i segni del terreno per capire dove è opportuno passare e come? Sappiamo cosa succede al nostro fisico quando siamo in alta quota? Sappiamo come alimentarci correttamente e come vestirci? E ancora, qualora ci venisse la voglia di uscire dalle piste tirate a cera delle stazioni sciistiche, sappiamo come comportarci? Probabilmente no, o poco e in modo inadeguato. Dobbiamo perciò renderci conto che per vivere in sicurezza il mondo alpino e le sue bellezze, bisogna conoscerlo. Non occorrono specializzazioni esasperate, ma è bene possedere alcune nozio4 CAI MORBEGNO
ni di base, con l’obbiettivo di prevenire non solo incidenti o, peggio, disgrazie, ma anche piccole disavventure che potrebbero rovinare il piacere di una giornata. Prevenzione e sicurezza sono, quindi, le due parole chiave. E’ necessario affidarsi allora a chi ha già maturato esperienza. Potrebbero essere parenti o amici ma, per attività più impegnative ed esclusive come l’alpinismo e lo sci alpinismo, è opportuno rivolgersi alle scuole del CAI. I corsi che annualmente vengono organizzati dalla Scuola di Alpinismo e di Sci alpinismo della provincia di Sondrio sono la sede più idonea per imparare a muoversi sulle pareti di roccia, sui ghiacciai e sui pendii di neve vergine con consapevolezza e sicurezza. Durante le lezioni teoriche si possono apprendere nozioni di meteorologia, di geologia e di topografia assieme ai fondamenti della fisiologia umana. Si impara inoltre a valutare lo stato del manto nevoso, l’esposizione dei versanti e le difficoltà tecniche ed ambientali che si possono incontrare nel corso di un’escursione e, nello stesso tempo, si acquisiscono le tecniche di progressione, di assicurazione e di auto soccorso. Le uscite pratiche in montagna servono poi per mettere in pratica e consolidare quanto appreso in sede. Quest’anno nella Sede del CAI Morbegno si sono tenuti il Corso base di sci alpinismo ed il Corso di arrampicata. Entrambi si sono svolti senza intoppi, anche se il maltempo ha condizionato alcune uscite sia di sci alpinismo che di arrampicata. Gli allievi che hanno ricevuto l’attestato di partecipazione sono stati complessivamente 21 (13 per lo sci alpinismo e 8 per l’arrampicata).
CORSO BASE DI SCI ALPINISMO Direttore: Enrico Bertoli. Istruttori: Cesare De Donati, Giulio Gadola, Marco Riva e Franco Scotti. Allievi: Marco Bertola, Rosanna Bertolini, Daniele Colli, Thomas Corbellini, Fabio Ferrè, Stefano Guidi, Patrizia Gusmeroli, Francesco Pinoli, Luca Pizzaia, Martino Spreafico, Valentina Trussoni, Francesco Vaninetti. Lezioni teoriche in sede: 6 (ARVA – neve e valanghe aiuto e soccorso – scelta itinerario e condotta di gita – meteo – topografia e orientamento) Uscite in montagna: 6 (Cima del Munt de Sura in Valgerola – Anticima dei Lupi in Valtartano – Piz Columnas in Engadina – Piz Lunghin in Engadina – Cime di Val Loga in Valle Spluga – 2 giorni al Rifugio Branca in Valfurva).
CORSO DI ARRAMPICATA In collaborazione con la Sezione di Chiavenna. Direttore: Cesare De Donati. Istruttori: Mauro Bongianni, Gianfranco Cason, Moreno Libera, Paola Lucchinetti, Pio Scaramella, Mario Spini. Allievi: Luca Della Bella (Chiavenna), Tecla Gusmeroli (Morbegno), Enrico Martinucci (Chiavenna), Luca Panzeri (Chiavenna), Mistica Pedranzini (Morbegno), Francesco Pinoli (Morbegno), Angelo Rossanese (Morbegno), Monica Valsecchi (Chiavenna). Lezioni teoriche in sede: 6 Uscite in montagna: 6 [2 presso la Palestra artificiale di Piuro a causa del maltempo – Placche di Bette in Valle Spluga – Spazzacaldera in Valle Albigna (cresta NE) – Val di Mello (Tunnel diagonale, Cunicolo acuto, Alba del Nirvana), Grigna (Torrioni Magnaghi, Via Albertini, Spigolo Falk, Via Butta, Via Lecco)].
CAI MORBEGNO 5
Sembra facile. In realtà, non è che, per il solo fatto di viverci, una persona conosca la montagna come se facesse parte del suo codice genetico. Non è che per il solo fatto di abitare in Valtellina si possa pensare di avere automaticamente, assieme al certificato di residenza, anche quello di “montanarità”. Se ciò una volta poteva essere vero, in quanto le attività umane erano strettamente legate al territorio, con la necessità, quindi, di essere sorrette dalla conoscenza perfetta del mondo alpino, oggi non è più così. La maggior parte di noi ha un lavoro che costringe a concentrarsi in azioni che sono completamente svincolate dal luogo in cui avvengono, fabbrica, ufficio, negozio e, in una certa misura, anche in cantiere. In più le attività lavorative hanno la loro sede al piano, in città e spesso lontano dalla valle. Non si può pretendere allora, nei momenti di tempo libero, che sono il giusto e necessario distacco della mente dalla routine e dai gravami del lavoro, di “prender su” e di andare in montagna semplicemente perché è lì fuori di casa o perché la vediamo bella ed invitante. Se questo è probabilmente possibile senza troppe preoccupazione per le escursioni fuori porta, a quote relativamente basse (ma, come le cronache giornalistiche ci informano, la raccolta dei funghi e la pesca possono nascondere insidie pericolose), le cose cambiano quando sentiamo l’esigenza di spingerci oltre i pascoli alpini per affrontare magari qualche cima. Sappiamo come leggere i segnali del tempo per non incappare in ribaltamenti meteo dalle conseguenze imprevedibili? E se ciò dovesse accadere, sappiamo cosa fare e, soprattutto, cosa non fare? Sappiamo interpretare i segni del terreno per capire dove è opportuno passare e come? Sappiamo cosa succede al nostro fisico quando siamo in alta quota? Sappiamo come alimentarci correttamente e come vestirci? E ancora, qualora ci venisse la voglia di uscire dalle piste tirate a cera delle stazioni sciistiche, sappiamo come comportarci? Probabilmente no, o poco e in modo inadeguato. Dobbiamo perciò renderci conto che per vivere in sicurezza il mondo alpino e le sue bellezze, bisogna conoscerlo. Non occorrono specializzazioni esasperate, ma è bene possedere alcune nozio4 CAI MORBEGNO
ni di base, con l’obbiettivo di prevenire non solo incidenti o, peggio, disgrazie, ma anche piccole disavventure che potrebbero rovinare il piacere di una giornata. Prevenzione e sicurezza sono, quindi, le due parole chiave. E’ necessario affidarsi allora a chi ha già maturato esperienza. Potrebbero essere parenti o amici ma, per attività più impegnative ed esclusive come l’alpinismo e lo sci alpinismo, è opportuno rivolgersi alle scuole del CAI. I corsi che annualmente vengono organizzati dalla Scuola di Alpinismo e di Sci alpinismo della provincia di Sondrio sono la sede più idonea per imparare a muoversi sulle pareti di roccia, sui ghiacciai e sui pendii di neve vergine con consapevolezza e sicurezza. Durante le lezioni teoriche si possono apprendere nozioni di meteorologia, di geologia e di topografia assieme ai fondamenti della fisiologia umana. Si impara inoltre a valutare lo stato del manto nevoso, l’esposizione dei versanti e le difficoltà tecniche ed ambientali che si possono incontrare nel corso di un’escursione e, nello stesso tempo, si acquisiscono le tecniche di progressione, di assicurazione e di auto soccorso. Le uscite pratiche in montagna servono poi per mettere in pratica e consolidare quanto appreso in sede. Quest’anno nella Sede del CAI Morbegno si sono tenuti il Corso base di sci alpinismo ed il Corso di arrampicata. Entrambi si sono svolti senza intoppi, anche se il maltempo ha condizionato alcune uscite sia di sci alpinismo che di arrampicata. Gli allievi che hanno ricevuto l’attestato di partecipazione sono stati complessivamente 21 (13 per lo sci alpinismo e 8 per l’arrampicata).
CORSO BASE DI SCI ALPINISMO Direttore: Enrico Bertoli. Istruttori: Cesare De Donati, Giulio Gadola, Marco Riva e Franco Scotti. Allievi: Marco Bertola, Rosanna Bertolini, Daniele Colli, Thomas Corbellini, Fabio Ferrè, Stefano Guidi, Patrizia Gusmeroli, Francesco Pinoli, Luca Pizzaia, Martino Spreafico, Valentina Trussoni, Francesco Vaninetti. Lezioni teoriche in sede: 6 (ARVA – neve e valanghe aiuto e soccorso – scelta itinerario e condotta di gita – meteo – topografia e orientamento) Uscite in montagna: 6 (Cima del Munt de Sura in Valgerola – Anticima dei Lupi in Valtartano – Piz Columnas in Engadina – Piz Lunghin in Engadina – Cime di Val Loga in Valle Spluga – 2 giorni al Rifugio Branca in Valfurva).
CORSO DI ARRAMPICATA In collaborazione con la Sezione di Chiavenna. Direttore: Cesare De Donati. Istruttori: Mauro Bongianni, Gianfranco Cason, Moreno Libera, Paola Lucchinetti, Pio Scaramella, Mario Spini. Allievi: Luca Della Bella (Chiavenna), Tecla Gusmeroli (Morbegno), Enrico Martinucci (Chiavenna), Luca Panzeri (Chiavenna), Mistica Pedranzini (Morbegno), Francesco Pinoli (Morbegno), Angelo Rossanese (Morbegno), Monica Valsecchi (Chiavenna). Lezioni teoriche in sede: 6 Uscite in montagna: 6 [2 presso la Palestra artificiale di Piuro a causa del maltempo – Placche di Bette in Valle Spluga – Spazzacaldera in Valle Albigna (cresta NE) – Val di Mello (Tunnel diagonale, Cunicolo acuto, Alba del Nirvana), Grigna (Torrioni Magnaghi, Via Albertini, Spigolo Falk, Via Butta, Via Lecco)].
CAI MORBEGNO 5
il
Fantasma
della
di Mario Spini
C’è una parete che più di altre è assunta a simbolo delle Dolomiti, una parete di roccia gialla friabile, 550 metri di assoluta verticalità su cui incombono fasce di strapiombi, una cattedrale monolitica che richiama nelle linee slanciate i canoni dell’arte gotica. Una parete “storica”, teatro di salite che, in epoche diverse, hanno contribuito ad innalzare, di volta in volta, il livello delle prestazioni alpinistiche. Questa parete è la Nord della Cima Grande di Lavaredo. Dopo diversi tentativi nei quali si cimentarono alcuni tra i migliori arrampicatori dell’epoca (Steger, Carlesso, Tissi…), la corsa per la prima salita fu appannaggio, nell’agosto del 1933, della cordata composta da Emilio Comici e dai fratelli Angelo e Giuseppe Dimai. La vetta fu raggiunta con largo impiego di mezzi artificiali (75 chiodi nei primi 225 m) lungo un tracciato che sfruttava i punti più deboli della parete sul suo margine destro e che 6 CAI MORBEGNO
rappresentava senz’altro quanto di più ardito fosse stato concepito fino ad allora su roccia. La via, classificata di VI grado, con chiodi per lo più utilizzati come mezzo di progressione, divenne subito banco di prova per i migliori arrampicatori. Solo tre anni dopo si contavano già una quarantina di ripetizioni. La sera del 2 settembre del 1937 Emilio Comici scriveva all’amico giornalista Vittorio Varale informandolo che “per ammazzare il tempo” quel giorno aveva salito in 3,45 ore la sua via alla Cima Grande, portando appresso una corda di trenta metri ed un cordino di venti metri da utilizzare nel caso avesse dovuto scendere, dieci moschettoni e sei chiodi che però non utilizzò. “Ci sono tanti chiodi…” fu il suo commento. La salita fu la prima solitaria su una via di VI grado in Dolomiti. Bisognò attendere il 1958 perché quattro fortissimi arrampicatori tedeschi, Dieter Hasse, Lothar Brandler, Jorg Lehne e
Cima
Sigfrid Low riuscissero ad avere di nuovo ragione della parete. Ci vollero 5 giorni lungo un tracciato più centrale rispetto al precedente, che superava una fascia strapiombante gialla ed una linea superiore di camini con un’arrampicata mista di grande difficoltà e fu necessario l’impiego di 180 chiodi normali e 14 a pressione. Molti furono, comunque, i passaggi superati in libera e, sebbene la salita fosse classificata allora di VI+/A3, oggi c’è chi ritiene che si fosse raggiunto, in apertura, il settimo grado. La Direttissima fu subito considerata la via più difficile delle Dolomiti e naturalmente suscitò molte discussioni per lo stile con cui era stata realizzata (l’impiego di chiodi a pressione e corde fisse per il collegamento con la base). Il giudizio dei ripetitori, che obiettarono l’eccessivo numero di chiodi, fu però falsato dal rapido accumularsi in parete di materiale dovuto al susseguirsi delle salite. La prima ripetizione, proprio pochi giorni CAI MORBEGNO 7
il
Fantasma
della
di Mario Spini
C’è una parete che più di altre è assunta a simbolo delle Dolomiti, una parete di roccia gialla friabile, 550 metri di assoluta verticalità su cui incombono fasce di strapiombi, una cattedrale monolitica che richiama nelle linee slanciate i canoni dell’arte gotica. Una parete “storica”, teatro di salite che, in epoche diverse, hanno contribuito ad innalzare, di volta in volta, il livello delle prestazioni alpinistiche. Questa parete è la Nord della Cima Grande di Lavaredo. Dopo diversi tentativi nei quali si cimentarono alcuni tra i migliori arrampicatori dell’epoca (Steger, Carlesso, Tissi…), la corsa per la prima salita fu appannaggio, nell’agosto del 1933, della cordata composta da Emilio Comici e dai fratelli Angelo e Giuseppe Dimai. La vetta fu raggiunta con largo impiego di mezzi artificiali (75 chiodi nei primi 225 m) lungo un tracciato che sfruttava i punti più deboli della parete sul suo margine destro e che 6 CAI MORBEGNO
rappresentava senz’altro quanto di più ardito fosse stato concepito fino ad allora su roccia. La via, classificata di VI grado, con chiodi per lo più utilizzati come mezzo di progressione, divenne subito banco di prova per i migliori arrampicatori. Solo tre anni dopo si contavano già una quarantina di ripetizioni. La sera del 2 settembre del 1937 Emilio Comici scriveva all’amico giornalista Vittorio Varale informandolo che “per ammazzare il tempo” quel giorno aveva salito in 3,45 ore la sua via alla Cima Grande, portando appresso una corda di trenta metri ed un cordino di venti metri da utilizzare nel caso avesse dovuto scendere, dieci moschettoni e sei chiodi che però non utilizzò. “Ci sono tanti chiodi…” fu il suo commento. La salita fu la prima solitaria su una via di VI grado in Dolomiti. Bisognò attendere il 1958 perché quattro fortissimi arrampicatori tedeschi, Dieter Hasse, Lothar Brandler, Jorg Lehne e
Cima
Sigfrid Low riuscissero ad avere di nuovo ragione della parete. Ci vollero 5 giorni lungo un tracciato più centrale rispetto al precedente, che superava una fascia strapiombante gialla ed una linea superiore di camini con un’arrampicata mista di grande difficoltà e fu necessario l’impiego di 180 chiodi normali e 14 a pressione. Molti furono, comunque, i passaggi superati in libera e, sebbene la salita fosse classificata allora di VI+/A3, oggi c’è chi ritiene che si fosse raggiunto, in apertura, il settimo grado. La Direttissima fu subito considerata la via più difficile delle Dolomiti e naturalmente suscitò molte discussioni per lo stile con cui era stata realizzata (l’impiego di chiodi a pressione e corde fisse per il collegamento con la base). Il giudizio dei ripetitori, che obiettarono l’eccessivo numero di chiodi, fu però falsato dal rapido accumularsi in parete di materiale dovuto al susseguirsi delle salite. La prima ripetizione, proprio pochi giorni CAI MORBEGNO 7
Nella foto sotto: le cime di Lavaredo da Nord-Ovest. Nella pagina a fianco: in arrampicata sul Fantasma della Cima.
dopo l’apertura, venne realizzata da Cesare Maestri in 55 ore, lasciando in parete una quarantina di chiodi in più rispetto ai primi salitori. Durante gli anni Sessanta, quando imperversò la mania delle superdirettissime “a goccia d’acqua”, la Nord della Cima Grande costituì l’arena ideale per esprimere tale tendenza. Nel gennaio 1963 si assistette ad un evento alpinistico che attirò l’attenzione dei media con articoli sulla carta stampata e servizi televisivi che aggiornavano il pubblico sul procedere della salita. Tre alpinisti sassoni con 450 chiodi normali e 25 a pressione salirono in 17 giorni lungo la verticale della cima (V+/A1), concentra8 CAI MORBEGNO
ti sulla geometria del tracciato e incuranti della naturale conformazione della parete. In più utilizzarono sempre un cordino di approvvigionamento che li collegava alla base. Una vera e propria degenerazione si ebbe nel luglio del 1967 quando Mirco Minuzzo ed Enrico Mauro salirono con 340 chiodi a pressione e 50 chiodi normali una via rettilinea che si congiungeva nella parte alta allo spigolo Demetz (A1/V). Verso la fine degli anni Settanta il vento nuovo che portava il risveglio dell’arrampicata libera raggiunse anche le Tre Cime di Lavaredo: nel 1978 il francese J.Claude Droyer effettuò la prima salita rotpunkt della Comici (VII/6b), anche se si dice che già a metà
degli anni Sessanta una cordata inglese fosse riuscita nell’impresa, e nel 1972 l’allora diciottenne Heinz Mariacher pare avesse fatto altrettanto in solitaria. Stessa sorte toccò alla Direttissima che venne salita però solo nel 1987 ad opera di Kurt Albert e Gerold Sprachmann con difficoltà sino all’VIII+ (7a+). Nell’agosto del 1988 i tempi erano ormai maturi perché sulla Cima Grande si iniziasse una nuova epoca con l’apertura diretta di vie in arrampicata libera. Furono due fratelli cecoslovacchi, Miroslav e Michael Coubal (cresciuti alpinisticamente sulle torri di arenaria della Boemia - terreno ideale per sviluppare doti tecniche e soprattutto psichi-
che per la scarsità di protezioni), che in due riprese salirono, avversati dal maltempo, la via “In memoria di Claude Barbier”, riprendendo un vecchio progetto del fuoriclasse belga. La via si sviluppava alla sinistra della Comici, sempre in arrampicata libera, con l’impiego di pochi chiodi ad espansione, protezioni minime e difficoltà elevatissime (IX-/7b). Una nuova strada per future ambite realizzazioni era stata tracciata. Seguirono, infatti, nel 1990 l’apertura della via “La forza della mente” da parte degli sloveni Francek Knez e Mateja Hrasnik (nome migliore non ci potrebbe essere per rappresentare l’impegno richiesto, con scarsità di materiale, problemi di orienta-
mento e lunghi tratti sprotetti, IX-/7b+) e, nel 1995, “Das Phantom der Zinne” (Il fantasma della Cima) ad opera degli altoatesini Christoph Hainz e Kurt Astner che seguirono una linea incredibile nelle vicinanze della Superdirettissima (meglio protetta della Claude Barbier, anche se ritenuta tecnicamente più difficile di quest’ultima - in apertura 80 chiodi ad espansione e 38 normali, IX+/7c+). Siamo ormai giunti agli anni Duemila. Con la crescita generale del livello di preparazione tecnico atletica, sono sempre più numerosi gli alpinisti che si cimentano in libera sulla nord della Cima Grande, anche se questi rappresentano pur sem-
pre una élite considerato l’elevatissimo grado di preparazione psico-fisica richiesto; si affermano, tra gli altri, il triestino Mauro “Bubu” Bole che sale per la prima volta in libera la Via dei Sassoni (IX+/7c+), la Via Camillotto Pellissier (X/8b) e la Via degli Spagnoli (X-/8a+) innalzando il livello massimo di difficoltà superato sulla parete. E’ poi la volta di Alexander Huber che nel luglio 2002, dopo alcune salite di preparazione, sale in free-solo (da solo, in libera e senza corda) la Direttissima Hasse-Brandler realizzando un exploit che non aveva precedenti sulle Alpi per le elevate difficoltà tecniche e psichiche connesse anche alla friabilità della roccia. CAI MORBEGNO 9
Nella foto sotto: le cime di Lavaredo da Nord-Ovest. Nella pagina a fianco: in arrampicata sul Fantasma della Cima.
dopo l’apertura, venne realizzata da Cesare Maestri in 55 ore, lasciando in parete una quarantina di chiodi in più rispetto ai primi salitori. Durante gli anni Sessanta, quando imperversò la mania delle superdirettissime “a goccia d’acqua”, la Nord della Cima Grande costituì l’arena ideale per esprimere tale tendenza. Nel gennaio 1963 si assistette ad un evento alpinistico che attirò l’attenzione dei media con articoli sulla carta stampata e servizi televisivi che aggiornavano il pubblico sul procedere della salita. Tre alpinisti sassoni con 450 chiodi normali e 25 a pressione salirono in 17 giorni lungo la verticale della cima (V+/A1), concentra8 CAI MORBEGNO
ti sulla geometria del tracciato e incuranti della naturale conformazione della parete. In più utilizzarono sempre un cordino di approvvigionamento che li collegava alla base. Una vera e propria degenerazione si ebbe nel luglio del 1967 quando Mirco Minuzzo ed Enrico Mauro salirono con 340 chiodi a pressione e 50 chiodi normali una via rettilinea che si congiungeva nella parte alta allo spigolo Demetz (A1/V). Verso la fine degli anni Settanta il vento nuovo che portava il risveglio dell’arrampicata libera raggiunse anche le Tre Cime di Lavaredo: nel 1978 il francese J.Claude Droyer effettuò la prima salita rotpunkt della Comici (VII/6b), anche se si dice che già a metà
degli anni Sessanta una cordata inglese fosse riuscita nell’impresa, e nel 1972 l’allora diciottenne Heinz Mariacher pare avesse fatto altrettanto in solitaria. Stessa sorte toccò alla Direttissima che venne salita però solo nel 1987 ad opera di Kurt Albert e Gerold Sprachmann con difficoltà sino all’VIII+ (7a+). Nell’agosto del 1988 i tempi erano ormai maturi perché sulla Cima Grande si iniziasse una nuova epoca con l’apertura diretta di vie in arrampicata libera. Furono due fratelli cecoslovacchi, Miroslav e Michael Coubal (cresciuti alpinisticamente sulle torri di arenaria della Boemia - terreno ideale per sviluppare doti tecniche e soprattutto psichi-
che per la scarsità di protezioni), che in due riprese salirono, avversati dal maltempo, la via “In memoria di Claude Barbier”, riprendendo un vecchio progetto del fuoriclasse belga. La via si sviluppava alla sinistra della Comici, sempre in arrampicata libera, con l’impiego di pochi chiodi ad espansione, protezioni minime e difficoltà elevatissime (IX-/7b). Una nuova strada per future ambite realizzazioni era stata tracciata. Seguirono, infatti, nel 1990 l’apertura della via “La forza della mente” da parte degli sloveni Francek Knez e Mateja Hrasnik (nome migliore non ci potrebbe essere per rappresentare l’impegno richiesto, con scarsità di materiale, problemi di orienta-
mento e lunghi tratti sprotetti, IX-/7b+) e, nel 1995, “Das Phantom der Zinne” (Il fantasma della Cima) ad opera degli altoatesini Christoph Hainz e Kurt Astner che seguirono una linea incredibile nelle vicinanze della Superdirettissima (meglio protetta della Claude Barbier, anche se ritenuta tecnicamente più difficile di quest’ultima - in apertura 80 chiodi ad espansione e 38 normali, IX+/7c+). Siamo ormai giunti agli anni Duemila. Con la crescita generale del livello di preparazione tecnico atletica, sono sempre più numerosi gli alpinisti che si cimentano in libera sulla nord della Cima Grande, anche se questi rappresentano pur sem-
pre una élite considerato l’elevatissimo grado di preparazione psico-fisica richiesto; si affermano, tra gli altri, il triestino Mauro “Bubu” Bole che sale per la prima volta in libera la Via dei Sassoni (IX+/7c+), la Via Camillotto Pellissier (X/8b) e la Via degli Spagnoli (X-/8a+) innalzando il livello massimo di difficoltà superato sulla parete. E’ poi la volta di Alexander Huber che nel luglio 2002, dopo alcune salite di preparazione, sale in free-solo (da solo, in libera e senza corda) la Direttissima Hasse-Brandler realizzando un exploit che non aveva precedenti sulle Alpi per le elevate difficoltà tecniche e psichiche connesse anche alla friabilità della roccia. CAI MORBEGNO 9
Paolo Spreafico, morbegnese in forza ai Ragni di Lecco, nel 2007 con Adriano “Franz” Carnati ha effettuato una delle rare ripetizioni della via “Il Fantasma della Cima”. Ecco la sua testimonianza sull’impresa e, più in generale, sull’arrampicata sportiva. Paolo, come mai un arrampicatore cresciuto sul granito e appassionato frequentatore delle compatte pareti calcaree del Wendenstöcke e del Rätikon si sente attratto dai gialli friabili di Lavaredo? Come è nata l’idea di questa salita? Beh, qualche anno fa sentii che in Svizzera c’era della roccia magnifica con vie esposte, sostenute, assolutamente da non mancare, cosi pensai di andare a farci un giro per vedere se era proprio così. Poi fu la volta delle Tre Cime di Lavaredo. Si parlava di roccia marcia, di vie impegnative, di un ambiente severo. Una visita era d’obbligo anche lì. Scherzi a parte, penso che la routine in arrampicata inizialmente possa divertire, ma col passare del tempo porti all’assuefazione e, quindi, alla demotivazione. Rocce sconosciute, posti e facce nuove sono il modo migliore per tenere sempre accesa la fiamma. E comunque anche il marcio ha il suo fascino. Chi era il tuo compagno? A proposito di facce nuove! Mr. Adriano Carnati, “Franz” 4 friends, praticamente una locomotiva, è il compagno con il quale da quattro anni condivido il mio delirio arrampicatorio. E non è finita qui.
10 CAI MORBEGNO
E’ stata necessaria una preparazione specifica? Quali capacità pensi siano richieste per arrampicare su gradi elevati in Lavaredo? Quale ritieni sia stato il percorso che ti ha portato a sviluppare le qualità per affrontare questa salita? In generale mi piace l’arrampicata a 360 gradi. Ci sono periodi in cui mi va di provare un tiro in falesia, altri in cui preferisco scalare in montagna o semplicemente stare a casa sul pannello. Cerco di assecondare i miei istinti senza costringermi a fare qualcosa di diverso da quello che vorrei; temo infatti che a lungo andare queste forzature mi possano “smussare le punte”. La preparazione è rappresentata da tutto ciò che hai fatto sino a quel momento, senza gerarchie da tenere in considerazione o tappe intermedie che devi necessariamente raggiungere. Pur comprendendo tutti i discorsi sull’esperienza, sulla “lotta con l’alpe” e sulla conoscenza dell’arco alpino, secondo me esiste un solo, vero punto fisso: se non stringi non passi. E allora bisogna stringere, più che si può, in falesia, sul pannello, al ventesimo tiro di una via o sotto un masso alto due metri. Ultimamente mi ha fatto molto piacere sentire che alcuni giovani “superstar” delle gare internazionali hanno ripetuto vie un tempo, non molto lontano per la verità, ritenute terreno di ardue conquiste per alpinisti di comprovato valore. Non si sono fatti troppe domande. Ci sono andati, forti della loro inesperienza (chiamiamola pure così per comodità), e ci sono passati semplicemente sopra. Insomma, non ritengo che l’arrampicata abbia bi-
sogno di molte regole e definizioni. Semplicemente consiste nell’andare in alto e il più forte è quello che tiene gli appigli più piccoli il più a lungo possibile. Semplice no? Come vivi le fasi che precedono la salita? E’ necessaria anche una preparazione psicologica? Innanzitutto, a proposito di psicologia, ritengo che la famosa “testa” che bisogna avere per “andare a fare le vie in montagna” sia un concetto nebuloso ed opportunista. “Scala in falesia perché non ha la testa per fare vie lunghe”, si sente dire. E’ assolutamente falso. Forse, dico forse, al falesista manca l’interesse per le vie lunghe, non certo la testa, così come chi scala su vie lunghe non ha l’interesse, e forse neanche il livello, per provare vie dure in falesia. Quando c’è veramente interesse per qualcosa, vuol dire che sei psicologicamente pronto. Raccontaci come è avvenuta la salita… Mah, è passato più di un anno, perciò i momenti cominciano a perdersi. Il versante meridionale del gruppo non ha un aspetto particolarmente invitante. Assomiglia molto ad un ammasso di ghiaia ben compressa che sembra voler tornare alle proprie origini da un momento all’altro. Solamente la parete sud della Cima Piccola presenta un bel muro su cui sono state tracciate alcune vie interessanti. Ad esempio “Perle ai Porci”, una via del fuoriclasse tedesco Sfan Glowacz, propone 300 metri di 7a e 7b per una bella continuità fisica. La musica cambia, però, appena si valica il colletto e ci si affaccia sul CAI MORBEGNO 11
Paolo Spreafico, morbegnese in forza ai Ragni di Lecco, nel 2007 con Adriano “Franz” Carnati ha effettuato una delle rare ripetizioni della via “Il Fantasma della Cima”. Ecco la sua testimonianza sull’impresa e, più in generale, sull’arrampicata sportiva. Paolo, come mai un arrampicatore cresciuto sul granito e appassionato frequentatore delle compatte pareti calcaree del Wendenstöcke e del Rätikon si sente attratto dai gialli friabili di Lavaredo? Come è nata l’idea di questa salita? Beh, qualche anno fa sentii che in Svizzera c’era della roccia magnifica con vie esposte, sostenute, assolutamente da non mancare, cosi pensai di andare a farci un giro per vedere se era proprio così. Poi fu la volta delle Tre Cime di Lavaredo. Si parlava di roccia marcia, di vie impegnative, di un ambiente severo. Una visita era d’obbligo anche lì. Scherzi a parte, penso che la routine in arrampicata inizialmente possa divertire, ma col passare del tempo porti all’assuefazione e, quindi, alla demotivazione. Rocce sconosciute, posti e facce nuove sono il modo migliore per tenere sempre accesa la fiamma. E comunque anche il marcio ha il suo fascino. Chi era il tuo compagno? A proposito di facce nuove! Mr. Adriano Carnati, “Franz” 4 friends, praticamente una locomotiva, è il compagno con il quale da quattro anni condivido il mio delirio arrampicatorio. E non è finita qui.
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E’ stata necessaria una preparazione specifica? Quali capacità pensi siano richieste per arrampicare su gradi elevati in Lavaredo? Quale ritieni sia stato il percorso che ti ha portato a sviluppare le qualità per affrontare questa salita? In generale mi piace l’arrampicata a 360 gradi. Ci sono periodi in cui mi va di provare un tiro in falesia, altri in cui preferisco scalare in montagna o semplicemente stare a casa sul pannello. Cerco di assecondare i miei istinti senza costringermi a fare qualcosa di diverso da quello che vorrei; temo infatti che a lungo andare queste forzature mi possano “smussare le punte”. La preparazione è rappresentata da tutto ciò che hai fatto sino a quel momento, senza gerarchie da tenere in considerazione o tappe intermedie che devi necessariamente raggiungere. Pur comprendendo tutti i discorsi sull’esperienza, sulla “lotta con l’alpe” e sulla conoscenza dell’arco alpino, secondo me esiste un solo, vero punto fisso: se non stringi non passi. E allora bisogna stringere, più che si può, in falesia, sul pannello, al ventesimo tiro di una via o sotto un masso alto due metri. Ultimamente mi ha fatto molto piacere sentire che alcuni giovani “superstar” delle gare internazionali hanno ripetuto vie un tempo, non molto lontano per la verità, ritenute terreno di ardue conquiste per alpinisti di comprovato valore. Non si sono fatti troppe domande. Ci sono andati, forti della loro inesperienza (chiamiamola pure così per comodità), e ci sono passati semplicemente sopra. Insomma, non ritengo che l’arrampicata abbia bi-
sogno di molte regole e definizioni. Semplicemente consiste nell’andare in alto e il più forte è quello che tiene gli appigli più piccoli il più a lungo possibile. Semplice no? Come vivi le fasi che precedono la salita? E’ necessaria anche una preparazione psicologica? Innanzitutto, a proposito di psicologia, ritengo che la famosa “testa” che bisogna avere per “andare a fare le vie in montagna” sia un concetto nebuloso ed opportunista. “Scala in falesia perché non ha la testa per fare vie lunghe”, si sente dire. E’ assolutamente falso. Forse, dico forse, al falesista manca l’interesse per le vie lunghe, non certo la testa, così come chi scala su vie lunghe non ha l’interesse, e forse neanche il livello, per provare vie dure in falesia. Quando c’è veramente interesse per qualcosa, vuol dire che sei psicologicamente pronto. Raccontaci come è avvenuta la salita… Mah, è passato più di un anno, perciò i momenti cominciano a perdersi. Il versante meridionale del gruppo non ha un aspetto particolarmente invitante. Assomiglia molto ad un ammasso di ghiaia ben compressa che sembra voler tornare alle proprie origini da un momento all’altro. Solamente la parete sud della Cima Piccola presenta un bel muro su cui sono state tracciate alcune vie interessanti. Ad esempio “Perle ai Porci”, una via del fuoriclasse tedesco Sfan Glowacz, propone 300 metri di 7a e 7b per una bella continuità fisica. La musica cambia, però, appena si valica il colletto e ci si affaccia sul CAI MORBEGNO 11
versante settentrionale. Ricordo che arrivammo il sabato pomeriggio e, mentre pascolavamo alla base della parete alla ricerca del punto d’attacco, incontrammo Hainz, appena sceso da un’altra via, che ci tolse ogni dubbio al riguardo. Salimmo i primi due tiri per assaggiare la parete proprio mentre gli ultimi raggi di sole la illuminavano per pochi istanti, creando un’atmosfera ideale per scalare in assoluto relax. La mattina seguente sveglia alle quattro, anche se la voglia di continuare a dormire era tanta, come sempre. Dita fredde e colazione sul primo tiro di 7b rigorosamente in libera. “Digerito Franz?” Meglio così, perché la colazione prosegue sul 7c del secondo tiro. Poi è la volta dell’antipasto, del primo, del secondo e del “dulcis in fundo”, vale a dire di un ultimo tiro completamente bagnato su roccia orrenda che ci deposita sulla classica cengia circolare dolomitica. Ebbene sì, c’è anche qui. La prima parte della via, costantemente in strapiombo, non è raggiunta dall’acqua, perciò presenta roccia a tratti molto viscida. Inoltre ad inizio stagione nella “pancia” della montagna è ancora in corso la fusione della neve che umidifica ulteriormente la parete, regalando allo sventurato arrampicatore quella gradevole sensazione di acquaplaning; insomma aderenza a palla. Ricordo un’arrampicata tecnica sostenuta con protezioni distanti il giusto sui tratti difficili, praticamente inesistenti,
invece, sui facili ghiaioni marci sommitali, che, perciò, diventavano difficili e un poco pericolosi. Infine giù a rotta di collo lungo la via normale, alla faccia di due tedeschi che, al prezzo di un gelido bivacco, volevano raggiungere a tutti i costi la cima. Comunque, tutto bello direi. Ritornerai sulla Cima Grande? Beh, sì. Non fosse altro che per l’avvicinamento alle pareti: il sentiero d’accesso è pianeggiante e in una mezz’oretta sei all’attacco delle vie.
Paolo Spreafico Trentenne di Morbegno, arrampica dal 1998 in falesia e sulle pareti alpine e partecipa a qualche gara di arrampicata. Tra le principali salite alpine • Gruppo Masino: Cima Scingino Via Delta Minox, Qualido “Il Paradiso può attendere”. • Ratikon: Kirchlispitze “Hannibal’s Alptraum” e , “Acacia”. • Wenden : Reissend Nollen “Cleopatra”, “Dingo”. • Dolomiti: Lavaredo Cima Ovest “Akut”, Cima Grande “Il fantasma della Cima”; Tofana di Rozes “Sognando l’Aurora”; Marmolada “Attraverso il pesce”; Cima d’Auta “Spirit; Roda di Vael “Moulin Rouge”. • In falesia arrampica sino al 8a+ RP 7c+ on sight. Dal 2004 fa parte del Gruppo “Ragni di Lecco”.
In alto: la vetta della cima Grande. A fianco: alla base della parete Nord. Nella pagina a fronte, sopra: le tre cime viste da Nord; sotto: sulla parete della Cima Grande
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versante settentrionale. Ricordo che arrivammo il sabato pomeriggio e, mentre pascolavamo alla base della parete alla ricerca del punto d’attacco, incontrammo Hainz, appena sceso da un’altra via, che ci tolse ogni dubbio al riguardo. Salimmo i primi due tiri per assaggiare la parete proprio mentre gli ultimi raggi di sole la illuminavano per pochi istanti, creando un’atmosfera ideale per scalare in assoluto relax. La mattina seguente sveglia alle quattro, anche se la voglia di continuare a dormire era tanta, come sempre. Dita fredde e colazione sul primo tiro di 7b rigorosamente in libera. “Digerito Franz?” Meglio così, perché la colazione prosegue sul 7c del secondo tiro. Poi è la volta dell’antipasto, del primo, del secondo e del “dulcis in fundo”, vale a dire di un ultimo tiro completamente bagnato su roccia orrenda che ci deposita sulla classica cengia circolare dolomitica. Ebbene sì, c’è anche qui. La prima parte della via, costantemente in strapiombo, non è raggiunta dall’acqua, perciò presenta roccia a tratti molto viscida. Inoltre ad inizio stagione nella “pancia” della montagna è ancora in corso la fusione della neve che umidifica ulteriormente la parete, regalando allo sventurato arrampicatore quella gradevole sensazione di acquaplaning; insomma aderenza a palla. Ricordo un’arrampicata tecnica sostenuta con protezioni distanti il giusto sui tratti difficili, praticamente inesistenti,
invece, sui facili ghiaioni marci sommitali, che, perciò, diventavano difficili e un poco pericolosi. Infine giù a rotta di collo lungo la via normale, alla faccia di due tedeschi che, al prezzo di un gelido bivacco, volevano raggiungere a tutti i costi la cima. Comunque, tutto bello direi. Ritornerai sulla Cima Grande? Beh, sì. Non fosse altro che per l’avvicinamento alle pareti: il sentiero d’accesso è pianeggiante e in una mezz’oretta sei all’attacco delle vie.
Paolo Spreafico Trentenne di Morbegno, arrampica dal 1998 in falesia e sulle pareti alpine e partecipa a qualche gara di arrampicata. Tra le principali salite alpine • Gruppo Masino: Cima Scingino Via Delta Minox, Qualido “Il Paradiso può attendere”. • Ratikon: Kirchlispitze “Hannibal’s Alptraum” e , “Acacia”. • Wenden : Reissend Nollen “Cleopatra”, “Dingo”. • Dolomiti: Lavaredo Cima Ovest “Akut”, Cima Grande “Il fantasma della Cima”; Tofana di Rozes “Sognando l’Aurora”; Marmolada “Attraverso il pesce”; Cima d’Auta “Spirit; Roda di Vael “Moulin Rouge”. • In falesia arrampica sino al 8a+ RP 7c+ on sight. Dal 2004 fa parte del Gruppo “Ragni di Lecco”.
In alto: la vetta della cima Grande. A fianco: alla base della parete Nord. Nella pagina a fronte, sopra: le tre cime viste da Nord; sotto: sulla parete della Cima Grande
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STELVIO
due valli, un passo e una strada di Riccardo Marchini
Le valli del Braulio e di Trafoi sono un compendio di scienza e di storia. C’è la storia della terra nelle pieghe e nella composizione delle rocce, nella morfologia delle creste e dei versanti e nei segni lasciati dai ghiacciai. C’è l’impronta di una natura particolarmente generosa sia nella tipicità dei paesaggi vegetali sia nella ricchezza del patrimonio faunistico: non a caso la valle fa parte di un Parco Nazionale. C’è, infine, la storia dell’uomo. Storia di popoli e di scambi commerciali, storia patria, politica e militare, legata al Risorgimento e alla Grande Guerra, storia dell’ingegneria moderna nella strada che fino a pochi decenni fa era la strada più alta d’Europa. 14 CAI MORBEGNO
Saltiamo a piè pari gli eventi più antichi e proponiamo un sunto delle vicende che fecero da sfondo alla costruzione di quel monumento ingegneristico che è la strada dello Stelvio, dovuta alla progettualità del bresciano Carlo Donegani. IL PASSATO Fino al 1825 sul giogo dello Stelvio si transitò solo eccezionalmente e unicamente per motivi militari. Il valico ebbe un momento di importanza strategica nel Seicento, nel quadro della Guerra dei Trent’anni fra la Spagna, alleata all’Austria degli Asburgo, e la Francia, alleata ai Grigioni e a Venezia, ma niente più. Senza entrare nel groviglio degli avvenimenti legati agli in-
teressi economici e politici che contrapponevano le grandi potenze europee, diciamo solo che nei secoli precedenti l’Ottocento, due fondamentalmente erano le vie di comunicazione fra la valle dell’Adda, il Tirolo e la Baviera. Classificate come “strade regie”, cioè appartenenti al sovrano, e quindi di competenza demaniale, erano però poco più che sentieri. Entrambe partivano da Bormio per ricongiungersi a Santa Maria in territorio grigione. Da qui il successivo tracciato comune penetrava in Tirolo nei pressi di Taufers, passava per Glorenza e raggiungeva Malles dove si biforcava: a destra percorreva la valle dell’Adige per Spondigna, Merano e Bolzano, a sinistra superava il passo di Resia alla volta di Innsbruck e della Baviera.
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STELVIO
due valli, un passo e una strada di Riccardo Marchini
Le valli del Braulio e di Trafoi sono un compendio di scienza e di storia. C’è la storia della terra nelle pieghe e nella composizione delle rocce, nella morfologia delle creste e dei versanti e nei segni lasciati dai ghiacciai. C’è l’impronta di una natura particolarmente generosa sia nella tipicità dei paesaggi vegetali sia nella ricchezza del patrimonio faunistico: non a caso la valle fa parte di un Parco Nazionale. C’è, infine, la storia dell’uomo. Storia di popoli e di scambi commerciali, storia patria, politica e militare, legata al Risorgimento e alla Grande Guerra, storia dell’ingegneria moderna nella strada che fino a pochi decenni fa era la strada più alta d’Europa. 14 CAI MORBEGNO
Saltiamo a piè pari gli eventi più antichi e proponiamo un sunto delle vicende che fecero da sfondo alla costruzione di quel monumento ingegneristico che è la strada dello Stelvio, dovuta alla progettualità del bresciano Carlo Donegani. IL PASSATO Fino al 1825 sul giogo dello Stelvio si transitò solo eccezionalmente e unicamente per motivi militari. Il valico ebbe un momento di importanza strategica nel Seicento, nel quadro della Guerra dei Trent’anni fra la Spagna, alleata all’Austria degli Asburgo, e la Francia, alleata ai Grigioni e a Venezia, ma niente più. Senza entrare nel groviglio degli avvenimenti legati agli in-
teressi economici e politici che contrapponevano le grandi potenze europee, diciamo solo che nei secoli precedenti l’Ottocento, due fondamentalmente erano le vie di comunicazione fra la valle dell’Adda, il Tirolo e la Baviera. Classificate come “strade regie”, cioè appartenenti al sovrano, e quindi di competenza demaniale, erano però poco più che sentieri. Entrambe partivano da Bormio per ricongiungersi a Santa Maria in territorio grigione. Da qui il successivo tracciato comune penetrava in Tirolo nei pressi di Taufers, passava per Glorenza e raggiungeva Malles dove si biforcava: a destra percorreva la valle dell’Adige per Spondigna, Merano e Bolzano, a sinistra superava il passo di Resia alla volta di Innsbruck e della Baviera.
CAI MORBEGNO 15
Sopra: la Valle del Braulio dalla Cresta Umbrail, la vista spazia dll’Ortles, a sinistra, fino alla Cima Piazzi visibile in alto a destra. Nella pagina a fronte: la Cresta Umbrail dal Pian del Braulio.
16 CAI MORBEGNO
La prima si manteneva a quote relativamente basse, non oltre i 2000 metri, ma aveva uno sviluppo molto lungo. Attraversato l’abitato di Premadio, risaliva le ripide e temutissime scale di Fraele fino alle omonime torri, percorreva l’intera valle di Fraele per entrare nella elvetica valle di Monastero al passo Val Mora da dove si dirigeva verso Santa Maria. L’altra era più diretta, ma doveva superare dislivelli maggiori, su terreno più ostile. Oltrepassati i Bagni Vecchi, raggiungeva la confluenza fra Adda e Braulio, dove le cronache narrano esistesse una torre. Quindi si abbassava al torrente, risaliva il versante opposto per raggiungere con forte pendenza l’attuale sede, realizzata nel 1909 dal Genio militare, alle falde delle Corne di Pedenolo.
La strada penetrava poi nella valle Forcola e, raggiunta la malga di Forcola, piegava decisamente a destra per salire con un percorso ripido alla bocchetta della Forcola di Rims, a 2768 metri. Dal valico, traversando alla base del piz Umbrail, raggiungeva il passo Umbrail per scendere lungo la val Muranza, anch’essa a Santa Maria. Fino al Cinquecento la maggior parte del traffico commerciale con il Nord passava da Bormio che, grazie alla sua posizione strategica rispetto alle due strade suddette, ebbe grande autonomia amministrativa e poté godere di molti privilegi sui dazi delle merci e di alcuni monopoli. Si pensi che nessuno che non fosse bormino poteva trasportare vino in Germania, pena la confisca della merce, quale risarcimento per la manutenzione dei valichi.
Le cose cambiarono a partire dal Cinquecento, quando la Valtellina e i contadi di Chiavenna e di Bormio passarono sotto il dominio dei Grigioni i quali spostarono la maggior parte del traffico commerciale sui passi dello Spluga e del Maloja, più baricentrici rispetto al capoluogo Coira. Iniziò per Bormio un periodo di depressione economica che durò per i tre secoli successivi. I Bormini tentarono a più riprese di migliorare le loro vie di comunicazione per riconquistare il terreno perduto, ma ebbero sempre contro gli Engadinesi, preoccupati per i loro interessi. Nel 1797 vi furono i moti rivoluzionari contro i Grigioni e il 19 luglio fu proclamata l’indipendenza di tutta la Valtellina dalle Tre Leghe. Aderirono alla Repubblica Cisalpina voluta da Napoleone anche i Bormi-
ni. In ritardo e con scarso entusiasmo, riportano le cronache, più per le minacce di blocco commerciale che per adesione alle nuove idee che venivano dalla Francia. Lo Stelvio tornò all’attenzione della politica come soluzione per collegare il Regno Italico, creato da Napoleone nel 1805, e l’alleato Regno di Baviera. L’importante trattato di commercio del 1808 fra i due regni ebbe come conseguenza lo studio di una strada carreggiabile fra la valle dell’Adda e il Tirolo, che non transitasse per il territorio grigione. Nel 1812 Filippo Ferranti, ingegnere capo della Valtellina, realizzò il progetto di massima di una via da Bormio al giogo dello Stelvio della larghezza di 2,70 m e con forti pendenze. I successivi avvenimenti politici impedirono, però, l’esecuzione del progetto,
che sul versante tirolese non era stato neppure abbozzato. La sconfitta di Napoleone a Waterloo e il successivo Congresso di Vienna nel 1815 modificarono la geografia politica d’Europa: com’è noto la Valtellina e i contadi di Chiavenna e di Bormio furono assegnati al Regno Lombardo Veneto sotto l’impero austriaco, nonostante le proteste dei Grigioni che rivendicavano questi territori. LA STRADA Scriveva Giovanni Donegani (figlio di Carlo) nella sua Guida allo Stelvio del 1842 che, prima dell’assegnazione dell’incarico della già citata progettazione all’ing. Ferranti, erano state prese in considerazione, oltre ai due tracciati storici, altre tre possibili vie di collegamento fra Bormio e il Tirolo. Una percorreva la ValfurCAI MORBEGNO 17
Sopra: la Valle del Braulio dalla Cresta Umbrail, la vista spazia dll’Ortles, a sinistra, fino alla Cima Piazzi visibile in alto a destra. Nella pagina a fronte: la Cresta Umbrail dal Pian del Braulio.
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La prima si manteneva a quote relativamente basse, non oltre i 2000 metri, ma aveva uno sviluppo molto lungo. Attraversato l’abitato di Premadio, risaliva le ripide e temutissime scale di Fraele fino alle omonime torri, percorreva l’intera valle di Fraele per entrare nella elvetica valle di Monastero al passo Val Mora da dove si dirigeva verso Santa Maria. L’altra era più diretta, ma doveva superare dislivelli maggiori, su terreno più ostile. Oltrepassati i Bagni Vecchi, raggiungeva la confluenza fra Adda e Braulio, dove le cronache narrano esistesse una torre. Quindi si abbassava al torrente, risaliva il versante opposto per raggiungere con forte pendenza l’attuale sede, realizzata nel 1909 dal Genio militare, alle falde delle Corne di Pedenolo.
La strada penetrava poi nella valle Forcola e, raggiunta la malga di Forcola, piegava decisamente a destra per salire con un percorso ripido alla bocchetta della Forcola di Rims, a 2768 metri. Dal valico, traversando alla base del piz Umbrail, raggiungeva il passo Umbrail per scendere lungo la val Muranza, anch’essa a Santa Maria. Fino al Cinquecento la maggior parte del traffico commerciale con il Nord passava da Bormio che, grazie alla sua posizione strategica rispetto alle due strade suddette, ebbe grande autonomia amministrativa e poté godere di molti privilegi sui dazi delle merci e di alcuni monopoli. Si pensi che nessuno che non fosse bormino poteva trasportare vino in Germania, pena la confisca della merce, quale risarcimento per la manutenzione dei valichi.
Le cose cambiarono a partire dal Cinquecento, quando la Valtellina e i contadi di Chiavenna e di Bormio passarono sotto il dominio dei Grigioni i quali spostarono la maggior parte del traffico commerciale sui passi dello Spluga e del Maloja, più baricentrici rispetto al capoluogo Coira. Iniziò per Bormio un periodo di depressione economica che durò per i tre secoli successivi. I Bormini tentarono a più riprese di migliorare le loro vie di comunicazione per riconquistare il terreno perduto, ma ebbero sempre contro gli Engadinesi, preoccupati per i loro interessi. Nel 1797 vi furono i moti rivoluzionari contro i Grigioni e il 19 luglio fu proclamata l’indipendenza di tutta la Valtellina dalle Tre Leghe. Aderirono alla Repubblica Cisalpina voluta da Napoleone anche i Bormi-
ni. In ritardo e con scarso entusiasmo, riportano le cronache, più per le minacce di blocco commerciale che per adesione alle nuove idee che venivano dalla Francia. Lo Stelvio tornò all’attenzione della politica come soluzione per collegare il Regno Italico, creato da Napoleone nel 1805, e l’alleato Regno di Baviera. L’importante trattato di commercio del 1808 fra i due regni ebbe come conseguenza lo studio di una strada carreggiabile fra la valle dell’Adda e il Tirolo, che non transitasse per il territorio grigione. Nel 1812 Filippo Ferranti, ingegnere capo della Valtellina, realizzò il progetto di massima di una via da Bormio al giogo dello Stelvio della larghezza di 2,70 m e con forti pendenze. I successivi avvenimenti politici impedirono, però, l’esecuzione del progetto,
che sul versante tirolese non era stato neppure abbozzato. La sconfitta di Napoleone a Waterloo e il successivo Congresso di Vienna nel 1815 modificarono la geografia politica d’Europa: com’è noto la Valtellina e i contadi di Chiavenna e di Bormio furono assegnati al Regno Lombardo Veneto sotto l’impero austriaco, nonostante le proteste dei Grigioni che rivendicavano questi territori. LA STRADA Scriveva Giovanni Donegani (figlio di Carlo) nella sua Guida allo Stelvio del 1842 che, prima dell’assegnazione dell’incarico della già citata progettazione all’ing. Ferranti, erano state prese in considerazione, oltre ai due tracciati storici, altre tre possibili vie di collegamento fra Bormio e il Tirolo. Una percorreva la ValfurCAI MORBEGNO 17
va fino a Santa Caterina, risaliva un tratto della valle del Gavia per inerpicarsi al passo della Valtellina (l’attuale passo della Sforzellina). Da qui scendeva lungo la valle del torrente Noce fino alla val di Sole nei pressi di Cles da dove, continuando lungo la valle del Noce, si innestava sulla strada postale Trento-Bolzano. Un’altra, anch’essa attraverso Santa Caterina, risaliva la val Cedech fino al passo dell’Alpe di Zufall (ora passo del Cevedale) per scendere lungo la val Martello ed intersecare la val Venosta nei pressi di Silandro. L’ultima, da Le Prese lungo la strada Tirano-Bormio, risaliva la val di Rezzalo per entrare nella val di Gavia al passo dell’Alpe e, dopo aver superato l’attuale passo di Gavia, calava su Ponte di Legno per proseguire alla volta del Tonale e della val di Sole. Tutte, però, presentavano controindicazioni troppo grosse. Le prime due, transitando oltre i 3000 metri, erano praticabili per pochissimi mesi all’anno, mentre la terza era scarsamente funzionale al raggiungimento del Tirolo e della Baviera. Rimaneva come opzione più accreditata la via lungo la valle del Braulio ed il giogo dello Stelvio. Dopo il Congresso di Vienna, con le valli dell’Adda e dell’Adige sotto un solo dominio, si ripropose l’esigenza di una strada che le congiungesse. Il merito della realizzazione di questa “grandiosa ed ardita opera”, come riporta Giovanni Do-
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A fianco: i tornanti di Spondalunga. Sotto: postazioni italiane sul Filon del Mot. Nella foto in basso: una trincea e, sullo sfondo, la vedretta dei Vitelli.
negani nella già citata guida, toccò all’imperatore Francesco I d’Austria che nell’anno 1818, continua il Donegani, “per alte viste politico-militari, e per benefica munificenza a favore dei popoli della Valtellina, decretò che fosse aperta fra quella catena dell’Alpi una strada carrozzabile, atta alla più breve comunicazione fra il Tirolo tedesco e la Lombardia, e che unire dovesse i propri possessi d’Italia con quelli di Germania senza punto toccare il terreno d’estero Stato”. I lavori vennero affidati all’ingegner Carlo Donegani che il 5 settembre 1818 cominciò i rilievi sul versante lombardo. Si faccia attenzione ai tempi, perché il confronto con quanto accade ai nostri giorni è vera-
mente impietoso. Il 1° maggio 1819 il Donegani presentò il progetto completo che fu approvato il 23 aprile 1820. I lavori iniziarono il 13 giugno 1820 e l’intero tracciato fu inaugurato ed aperto al pubblico nell’ottobre del 1825. In tutto occorsero 63 mesi. Si tenga, però, conto degli ostacoli incontrati in fase di progettazione e di realizzazione in un ambiente morfologicamente ostico e delle difficoltà di organizzazione e di funzionamento dei cantieri. Si era infatti al termine della “piccola età glaciale” che si manifestava con annate fredde ed umide, con abbondanti precipitazioni nevose e con la persistenza della neve al suolo per lunghi periodi. In re-
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va fino a Santa Caterina, risaliva un tratto della valle del Gavia per inerpicarsi al passo della Valtellina (l’attuale passo della Sforzellina). Da qui scendeva lungo la valle del torrente Noce fino alla val di Sole nei pressi di Cles da dove, continuando lungo la valle del Noce, si innestava sulla strada postale Trento-Bolzano. Un’altra, anch’essa attraverso Santa Caterina, risaliva la val Cedech fino al passo dell’Alpe di Zufall (ora passo del Cevedale) per scendere lungo la val Martello ed intersecare la val Venosta nei pressi di Silandro. L’ultima, da Le Prese lungo la strada Tirano-Bormio, risaliva la val di Rezzalo per entrare nella val di Gavia al passo dell’Alpe e, dopo aver superato l’attuale passo di Gavia, calava su Ponte di Legno per proseguire alla volta del Tonale e della val di Sole. Tutte, però, presentavano controindicazioni troppo grosse. Le prime due, transitando oltre i 3000 metri, erano praticabili per pochissimi mesi all’anno, mentre la terza era scarsamente funzionale al raggiungimento del Tirolo e della Baviera. Rimaneva come opzione più accreditata la via lungo la valle del Braulio ed il giogo dello Stelvio. Dopo il Congresso di Vienna, con le valli dell’Adda e dell’Adige sotto un solo dominio, si ripropose l’esigenza di una strada che le congiungesse. Il merito della realizzazione di questa “grandiosa ed ardita opera”, come riporta Giovanni Do-
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A fianco: i tornanti di Spondalunga. Sotto: postazioni italiane sul Filon del Mot. Nella foto in basso: una trincea e, sullo sfondo, la vedretta dei Vitelli.
negani nella già citata guida, toccò all’imperatore Francesco I d’Austria che nell’anno 1818, continua il Donegani, “per alte viste politico-militari, e per benefica munificenza a favore dei popoli della Valtellina, decretò che fosse aperta fra quella catena dell’Alpi una strada carrozzabile, atta alla più breve comunicazione fra il Tirolo tedesco e la Lombardia, e che unire dovesse i propri possessi d’Italia con quelli di Germania senza punto toccare il terreno d’estero Stato”. I lavori vennero affidati all’ingegner Carlo Donegani che il 5 settembre 1818 cominciò i rilievi sul versante lombardo. Si faccia attenzione ai tempi, perché il confronto con quanto accade ai nostri giorni è vera-
mente impietoso. Il 1° maggio 1819 il Donegani presentò il progetto completo che fu approvato il 23 aprile 1820. I lavori iniziarono il 13 giugno 1820 e l’intero tracciato fu inaugurato ed aperto al pubblico nell’ottobre del 1825. In tutto occorsero 63 mesi. Si tenga, però, conto degli ostacoli incontrati in fase di progettazione e di realizzazione in un ambiente morfologicamente ostico e delle difficoltà di organizzazione e di funzionamento dei cantieri. Si era infatti al termine della “piccola età glaciale” che si manifestava con annate fredde ed umide, con abbondanti precipitazioni nevose e con la persistenza della neve al suolo per lunghi periodi. In re-
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In questa pagina: il Passo dello Stelvio e la Valle del Braulio. A fronte: la Forcola di Rims.
altà il lavoro utile si ridusse a 21 mesi. Meno di due anni! La costruzione fu durissima e gli incidenti, spesso con conseguenze mortali, furono numerosi. Nei periodi di maggiore attività erano impiegati giornalmente più di 2000 lavoratori e, scrive ancora Giovanni Donegani, “Nel massimo calore dei lavori, vero sorprendente spettacolo, appariva dall’alta vetta dello Stelvio il formicolare lungo la valle di quella grande massa di lavoratori, e più ancora sul far della sera lo scorgere un immenso numero di focolari e di fiaccole resinose listare dalle tende qua e là sparse, non che l’udire in pari tempo il rimbombo dello scoppiar delle mine che veniva gradatamente ripetuto dall’eco, lungo quella catena di monti”. Queste le caratteristiche tecniche della strada: lunghezza 50 Km, 22,6 da Bormio al giogo, 27,4 dal giogo a Spondigna; pendenza media del 6,7%, con punte del 10%; larghezza 5 m di carreggiabile libero; 80 tornanti, di cui 34 sul versante lombardo e 46 su quello tirolese; 6 gallerie, parte perforan20 CAI MORBEGNO
ti in roccia e parte in muratura, per un totale di 689 m. Negli anni seguenti all’apertura vennero costruiti lunghi tratti di gallerie paravalanghe in legno, per un totale di 3 Km, sul versante tirolese ed altri su quello lombardo come prolungamento delle gallerie esistenti. Naturalmente la sede stradale originaria fu successivamente sottoposta a migliorie e subì anche, per piccoli tratti, qualche rettifica, ma sostanzialmente quella che si presenta ai nostri occhi è la strada realizzata dagli Austriaci 183 anni fa: un capolavoro di ingegneria stradale. Completavano l’opera le strutture di servizio: 5 cantoniere, tutte tipologicamente simili, per il ricovero dei viandanti e per il cambio dei cavalli, e 3 casini dei “ròtteri”, destinati alla manutenzione della strada durante il periodo invernale. Sì, perché la strada dello Stelvio era transitabile anche d’inverno con slitte e animali da soma. All’apertura invernale provvedevano, appunto, i ròtteri, uomini che con i loro cavalli dovevano tracciare la rot-
ta, rompere cioè il manto nevoso che poi doveva essere pressato e livellato per renderlo praticabile. E’ superfluo ricordare quanto fosse duro e pericoloso questo mestiere che richiedeva la perfetta conoscenza del tracciato, dei pendii e dei percorsi delle valanghe e, soprattutto, la capacità di valutare le condizioni meteorologiche per scegliere il momento più adatto all’esecuzione dei lavori. Iniziò, così, la storia, oramai quasi bicentenaria, di questa importante arteria stradale. I suoi tourniquets furono affrontati dai personaggi più influenti della politica europea: il principe Metternich, cancelliere dell’impero austro-ungarico, l’arciduca d’Austria Ranieri, viceré del Regno Lombardo-Veneto, l’imperatore Francesco I, l’imperatore Ferdinando con il suo seguito di 30 carrozze, per citarne solo alcuni. L’attività più importante fu, però, quella commerciale: vino e seta verso il Nord, piombo e tele di cotone, lana e lino verso il Sud. Pochi anni dopo l’apertura, la ditta Buzzi di Sondrio
istituì un servizio di carrozze per il trasporto di persone che operò fino alla I Guerra Mondiale. In 34 ore le carrozze coprivano il tratto Milano-Malles e ritorno. LE GUERRE RISORGIMENTALI Le finalità iniziali della strada erano anche militari. Queste però vennero meno quando, dopo la I Guerra d’Indipendenza del 1848/49, il maresciallo Radetzky poté constatare quanto la strada costituisse un punto debole per la sicurezza dell’impero. Il dominio dei Grigioni, subìto e sopportato per tre secoli dai nostri valligiani, aveva acuito in tutti gli strati sociali, contadini, borghesi e nobili, il senso profondo di libertà, così quando nel 1848 arrivò in valle la notizia dell’insurrezione di Milano, i Valtellinesi non esitarono a ribellarsi e a cacciare gli Austriaci oltre lo Stelvio, rendendo complicati gli spostamenti delle truppe con numerosi atti di sabotaggio. Il convincimento dell’inopportunità della strada maturò ulteriormente nel 1859 quando, al
termine della II Guerra d’Indipendenza, con il trattato di Villafranca gli Austriaci persero la Lombardia ed il confine dell’impero fu spostato allo Stelvio. Da parte delle autorità militari la strada ed il passo furono visti come una possibile porta di invasione. Fu in quell’anno che la II Cantoniera, quella edificata alla base dei tornanti di Spondalunga, venne incendiata dagli Austriaci che si stavano ritirando incalzati da Garibaldi e dai suoi uomini. Gli episodi delle guerre risorgimentali che coinvolsero i Valtellinesi organizzati nella Guardia Nazionale furono numerosi. Uno in particolare merita di essere raccontato, perché fu un misto di ardimento militare ed alpinistico. Protagonista fu Pietro Pedranzini di Bormio, esemplare figura di cittadinocombattente. Già volontario nelle azioni del 1848 a difesa dello Stelvio e sergente della Guardia Nazionale nelle operazioni del 1859, ricoprì poi per 38 anni l’incarico di Segretario comunale di Bormio. Nel 1866, nel corso della
III Guerra d’Indipendenza, ricominciarono le ostilità con gli Austriaci che, calati dallo Stelvio, si attestarono ai Bagni Vecchi. In luglio i Garibaldini del colonnello Enrico Guicciardi di Ponte, accampati fra Le Prese e Cepina, cominciarono a far pressione da Sud sui soldati austriaci. Il quarantenne Pedranzini, d’accordo col Guicciardi, azzardò un’azione audace. Il giorno 11, alle 3 del mattino, partì con pochi volontari dal piano e alle 7.30 raggiunse, lungo un itinerario alpinistico, la cresta della Reit al passaggio di quota 2836 m. Da lì si calò sulla cantoniera e fece appostare i suoi che aprirono un fitto fuoco di sbarramento. Da solo si precipitò all’interno della cantoniera e catturò un sergente e 65 sodati, tagliando inoltre la ritirata agli altri che stavano più a valle. Le operazioni belliche ebbero così termine e gli austriaci si ritirarono al passo dello Stelvio. L’impresa di Pietro Pedranzini ne consacrò definitivamente la fama e, inutile precisarlo, il passaggio da lui aperto sulla Reit prese il suo nome.
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In questa pagina: il Passo dello Stelvio e la Valle del Braulio. A fronte: la Forcola di Rims.
altà il lavoro utile si ridusse a 21 mesi. Meno di due anni! La costruzione fu durissima e gli incidenti, spesso con conseguenze mortali, furono numerosi. Nei periodi di maggiore attività erano impiegati giornalmente più di 2000 lavoratori e, scrive ancora Giovanni Donegani, “Nel massimo calore dei lavori, vero sorprendente spettacolo, appariva dall’alta vetta dello Stelvio il formicolare lungo la valle di quella grande massa di lavoratori, e più ancora sul far della sera lo scorgere un immenso numero di focolari e di fiaccole resinose listare dalle tende qua e là sparse, non che l’udire in pari tempo il rimbombo dello scoppiar delle mine che veniva gradatamente ripetuto dall’eco, lungo quella catena di monti”. Queste le caratteristiche tecniche della strada: lunghezza 50 Km, 22,6 da Bormio al giogo, 27,4 dal giogo a Spondigna; pendenza media del 6,7%, con punte del 10%; larghezza 5 m di carreggiabile libero; 80 tornanti, di cui 34 sul versante lombardo e 46 su quello tirolese; 6 gallerie, parte perforan20 CAI MORBEGNO
ti in roccia e parte in muratura, per un totale di 689 m. Negli anni seguenti all’apertura vennero costruiti lunghi tratti di gallerie paravalanghe in legno, per un totale di 3 Km, sul versante tirolese ed altri su quello lombardo come prolungamento delle gallerie esistenti. Naturalmente la sede stradale originaria fu successivamente sottoposta a migliorie e subì anche, per piccoli tratti, qualche rettifica, ma sostanzialmente quella che si presenta ai nostri occhi è la strada realizzata dagli Austriaci 183 anni fa: un capolavoro di ingegneria stradale. Completavano l’opera le strutture di servizio: 5 cantoniere, tutte tipologicamente simili, per il ricovero dei viandanti e per il cambio dei cavalli, e 3 casini dei “ròtteri”, destinati alla manutenzione della strada durante il periodo invernale. Sì, perché la strada dello Stelvio era transitabile anche d’inverno con slitte e animali da soma. All’apertura invernale provvedevano, appunto, i ròtteri, uomini che con i loro cavalli dovevano tracciare la rot-
ta, rompere cioè il manto nevoso che poi doveva essere pressato e livellato per renderlo praticabile. E’ superfluo ricordare quanto fosse duro e pericoloso questo mestiere che richiedeva la perfetta conoscenza del tracciato, dei pendii e dei percorsi delle valanghe e, soprattutto, la capacità di valutare le condizioni meteorologiche per scegliere il momento più adatto all’esecuzione dei lavori. Iniziò, così, la storia, oramai quasi bicentenaria, di questa importante arteria stradale. I suoi tourniquets furono affrontati dai personaggi più influenti della politica europea: il principe Metternich, cancelliere dell’impero austro-ungarico, l’arciduca d’Austria Ranieri, viceré del Regno Lombardo-Veneto, l’imperatore Francesco I, l’imperatore Ferdinando con il suo seguito di 30 carrozze, per citarne solo alcuni. L’attività più importante fu, però, quella commerciale: vino e seta verso il Nord, piombo e tele di cotone, lana e lino verso il Sud. Pochi anni dopo l’apertura, la ditta Buzzi di Sondrio
istituì un servizio di carrozze per il trasporto di persone che operò fino alla I Guerra Mondiale. In 34 ore le carrozze coprivano il tratto Milano-Malles e ritorno. LE GUERRE RISORGIMENTALI Le finalità iniziali della strada erano anche militari. Queste però vennero meno quando, dopo la I Guerra d’Indipendenza del 1848/49, il maresciallo Radetzky poté constatare quanto la strada costituisse un punto debole per la sicurezza dell’impero. Il dominio dei Grigioni, subìto e sopportato per tre secoli dai nostri valligiani, aveva acuito in tutti gli strati sociali, contadini, borghesi e nobili, il senso profondo di libertà, così quando nel 1848 arrivò in valle la notizia dell’insurrezione di Milano, i Valtellinesi non esitarono a ribellarsi e a cacciare gli Austriaci oltre lo Stelvio, rendendo complicati gli spostamenti delle truppe con numerosi atti di sabotaggio. Il convincimento dell’inopportunità della strada maturò ulteriormente nel 1859 quando, al
termine della II Guerra d’Indipendenza, con il trattato di Villafranca gli Austriaci persero la Lombardia ed il confine dell’impero fu spostato allo Stelvio. Da parte delle autorità militari la strada ed il passo furono visti come una possibile porta di invasione. Fu in quell’anno che la II Cantoniera, quella edificata alla base dei tornanti di Spondalunga, venne incendiata dagli Austriaci che si stavano ritirando incalzati da Garibaldi e dai suoi uomini. Gli episodi delle guerre risorgimentali che coinvolsero i Valtellinesi organizzati nella Guardia Nazionale furono numerosi. Uno in particolare merita di essere raccontato, perché fu un misto di ardimento militare ed alpinistico. Protagonista fu Pietro Pedranzini di Bormio, esemplare figura di cittadinocombattente. Già volontario nelle azioni del 1848 a difesa dello Stelvio e sergente della Guardia Nazionale nelle operazioni del 1859, ricoprì poi per 38 anni l’incarico di Segretario comunale di Bormio. Nel 1866, nel corso della
III Guerra d’Indipendenza, ricominciarono le ostilità con gli Austriaci che, calati dallo Stelvio, si attestarono ai Bagni Vecchi. In luglio i Garibaldini del colonnello Enrico Guicciardi di Ponte, accampati fra Le Prese e Cepina, cominciarono a far pressione da Sud sui soldati austriaci. Il quarantenne Pedranzini, d’accordo col Guicciardi, azzardò un’azione audace. Il giorno 11, alle 3 del mattino, partì con pochi volontari dal piano e alle 7.30 raggiunse, lungo un itinerario alpinistico, la cresta della Reit al passaggio di quota 2836 m. Da lì si calò sulla cantoniera e fece appostare i suoi che aprirono un fitto fuoco di sbarramento. Da solo si precipitò all’interno della cantoniera e catturò un sergente e 65 sodati, tagliando inoltre la ritirata agli altri che stavano più a valle. Le operazioni belliche ebbero così termine e gli austriaci si ritirarono al passo dello Stelvio. L’impresa di Pietro Pedranzini ne consacrò definitivamente la fama e, inutile precisarlo, il passaggio da lui aperto sulla Reit prese il suo nome.
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LA GRANDE GUERRA L’Italia entrò in guerra contro l’Austria nel maggio del 1915. Il generale Cadorna aveva assunto da poco il comando dell’esercito. Suo, quindi, fu il piano strategico delle operazioni belliche. Non intendiamo commentare le polemiche nate a posteriori sulle scelte operate, sta di fatto che gli ordini per quanto riguarda il Trentino-Tirolo erano: restare sulla difensiva per concentrare gli sforzi nel settore orientale. Il fronte lombardo venne perciò presidiato da due o tre divisioni e da pochi battaglioni alpini. Lo Stelvio aveva tutte le caratteristiche morfologiche per sostenere questa strategia difensiva. La cima dello Scorluzzo, interamente in territorio italiano, avrebbe potuto essere adeguatamente fortificata per controllare da quella posizione favorevole il ghiacciaio del Livrio e, soprattutto, il passo dello Stelvio e il vallone sottostante, spazzato dalle valanghe e indifendibile dal basso da parte degli Austriaci. Così non fu. Gli Italiani, inspiegabilmente, stabilirono la linea difensiva al passo della Forcola di Rims, in posizione molto arretrata rispetto a quanto sarebbe stato logico aspettarsi, e sulla cima dello Scorluzzo collocarono una semplice postazione di vedetta. Agli Austriaci non parve vero; una ventina di soldati occupò con un blitz lo Scorluzzo, il passo delle Platigliole e la Nagler, capovolgendo il vantaggio delle posizioni. Da questo momento agli Italiani toccò veramente difendersi, correndo ai ripari con la costruzione di strutture difensive letteralmente aggrappate ai fianchi della montagna, come sul Filon del Mot e sulle Rese. 22 CAI MORBEGNO
Sul fronte dello Stelvio non si combatterono grandi battaglie, come quelle che coinvolsero migliaia di soldati sul fronte orientale. Le cronache registrarono ovviamente cannoneggiamenti, incursioni e scontri anche cruenti, con atti di coraggio e perdite da entrambe le parti, ma la guerra sullo Stelvio fu essenzialmente guerra di posizione. I soldati che si fronteggiavano, Kaiserschützen e Kaiserjäger da una parte e Alpini dall’altra, erano specializzati nelle operazioni in alta quota e misero a disposizione la loro esperienza per costruire trincee, baraccamenti, chilometri di stradelle e teleferiche, per scavare gallerie nel ghiaccio con scopi difensivi ed offensivi, per attrezzare le pareti più impervie con corde fisse e scale, al fine di garantire mag-
gior speditezza agli spostamenti delle truppe. Si combatteva soprattutto d’estate, mentre durante l’inverno si cercava di sopravvivere. I nemici da vincere da entrambe le parti erano costituiti dal freddo intenso e dalle valanghe che, da sole, furono la causa dei due terzi delle morti. Non di rado dalla lotta comune alle avversità ambientali scaturirono episodi di solidarietà montanara.
In alto a sinistra: salendo verso il Filon del Mot. Sopra: discesa primaverile lungo la Valle dei Vitelli. A fianco: i tornanti della strada militare che sale al Filon del Mot.
IL TURISMO Nel 1859, come s’è detto, la ragion militare fece sospendere la manutenzione della strada che ben presto subì un notevole degrado, soprattutto nelle strutture lignee delle gallerie paravalanghe. Dal 1870 il transito fu, però, riattivato, anche perché l’economia dell’alta val Venosta si regCAI MORBEGNO 23
LA GRANDE GUERRA L’Italia entrò in guerra contro l’Austria nel maggio del 1915. Il generale Cadorna aveva assunto da poco il comando dell’esercito. Suo, quindi, fu il piano strategico delle operazioni belliche. Non intendiamo commentare le polemiche nate a posteriori sulle scelte operate, sta di fatto che gli ordini per quanto riguarda il Trentino-Tirolo erano: restare sulla difensiva per concentrare gli sforzi nel settore orientale. Il fronte lombardo venne perciò presidiato da due o tre divisioni e da pochi battaglioni alpini. Lo Stelvio aveva tutte le caratteristiche morfologiche per sostenere questa strategia difensiva. La cima dello Scorluzzo, interamente in territorio italiano, avrebbe potuto essere adeguatamente fortificata per controllare da quella posizione favorevole il ghiacciaio del Livrio e, soprattutto, il passo dello Stelvio e il vallone sottostante, spazzato dalle valanghe e indifendibile dal basso da parte degli Austriaci. Così non fu. Gli Italiani, inspiegabilmente, stabilirono la linea difensiva al passo della Forcola di Rims, in posizione molto arretrata rispetto a quanto sarebbe stato logico aspettarsi, e sulla cima dello Scorluzzo collocarono una semplice postazione di vedetta. Agli Austriaci non parve vero; una ventina di soldati occupò con un blitz lo Scorluzzo, il passo delle Platigliole e la Nagler, capovolgendo il vantaggio delle posizioni. Da questo momento agli Italiani toccò veramente difendersi, correndo ai ripari con la costruzione di strutture difensive letteralmente aggrappate ai fianchi della montagna, come sul Filon del Mot e sulle Rese. 22 CAI MORBEGNO
Sul fronte dello Stelvio non si combatterono grandi battaglie, come quelle che coinvolsero migliaia di soldati sul fronte orientale. Le cronache registrarono ovviamente cannoneggiamenti, incursioni e scontri anche cruenti, con atti di coraggio e perdite da entrambe le parti, ma la guerra sullo Stelvio fu essenzialmente guerra di posizione. I soldati che si fronteggiavano, Kaiserschützen e Kaiserjäger da una parte e Alpini dall’altra, erano specializzati nelle operazioni in alta quota e misero a disposizione la loro esperienza per costruire trincee, baraccamenti, chilometri di stradelle e teleferiche, per scavare gallerie nel ghiaccio con scopi difensivi ed offensivi, per attrezzare le pareti più impervie con corde fisse e scale, al fine di garantire mag-
gior speditezza agli spostamenti delle truppe. Si combatteva soprattutto d’estate, mentre durante l’inverno si cercava di sopravvivere. I nemici da vincere da entrambe le parti erano costituiti dal freddo intenso e dalle valanghe che, da sole, furono la causa dei due terzi delle morti. Non di rado dalla lotta comune alle avversità ambientali scaturirono episodi di solidarietà montanara.
In alto a sinistra: salendo verso il Filon del Mot. Sopra: discesa primaverile lungo la Valle dei Vitelli. A fianco: i tornanti della strada militare che sale al Filon del Mot.
IL TURISMO Nel 1859, come s’è detto, la ragion militare fece sospendere la manutenzione della strada che ben presto subì un notevole degrado, soprattutto nelle strutture lignee delle gallerie paravalanghe. Dal 1870 il transito fu, però, riattivato, anche perché l’economia dell’alta val Venosta si regCAI MORBEGNO 23
geva sull’esistenza di questa struttura. Essa portava infatti con comodità nel cuore della regione dei ghiacciai, facendo da volano al massiccio flusso turistico che dal 1850 era andato sviluppandosi soprattutto a partire da Merano, luogo di cura di fama mondiale. Strutture turistiche sorsero un po’ ovunque lungo tutto il tracciato: l’Hotel Trafoi nel 1896 e l’Hotel Ferdinadshöhe nel 1897 al passo dello Stelvio. Il flusso di viaggiatori divenne sempre più alto, tanto che si dovette persino arrivare a far pagare un pedaggio sul versante tirolese e ad imporre alcune limitazioni. Nel 1904 fu interdetto l’accesso alle biciclette ed imposto il limite di 15 chilometri orari alle auto e alle moto che nel frattempo avevano fatto la loro comparsa. La presenza massiccia dei mezzi meccanici sollevava una gran quantità di polvere che infastidiva e danneggiava i cavalli delle carrozze dirette al passo. Poi l’alpinismo. L’Ortles era stato conquistato nel 1804 da Joseph Pichler della val Passiria,
con i compagni Klausner e Leitner, ma solo una cinquantina d’anni più tardi, grazie a Julius Payer e a Francis Fox Tuckett che decantarono le bellezze dell’intero gruppo montuoso, iniziò l’onda alpinistica. Il fenomeno turistico ebbe, però, impronta esclusivamente tedesca ed interessò principalmente il versante tirolese. Solo al termine del conflitto 15-18 l’iniziativa passò in mani italiane. Fra le due guerre, con la costruzione nel 1930 del rifugio Livrio, ebbe inizio la pratica dello sci estivo che continua anche oggi nonostante il ritiro inesorabile dei ghiacciai. Attualmente sono operative una decina di scuole di sci. Oltre che per gli sciatori, gli alpinisti e gli sci-alpinisti la strada dello Stelvio è di richiamo per altre attività sportive. Nel 1932 venne organizzata la 1a edizione della gara automobilistica Trafoi-Stelvio, la “Corsa più alta d’Europa”, mentre dal 1974 attira un numero sempre maggiore di appassionati delle due ruote il Motoraduno dello Stelvio. E che dire del ciclismo? Dalla
mitica “prima volta” nel 1953, con Fausto Coppi che raggiunse per primo il traguardo di Bormio dopo aver scalato i 2758 metri dello Stelvio, il Giro d’Italia ha affrontato gli 80 tornanti del passo un’altra decina di volte. Inutile! Le valli del Braulio e di Trafoi e la strada che le percorre, sarà per l’appeal naturalistico dei luoghi oppure per la suggestione della loro storia, emanano un fascino particolare che trascina lassù moltissime persone, giovani e meno giovani, in auto, in moto, in bicicletta o a piedi, tutte con l’intento di vivere un’emozione unica. PROPOSTA La lettura e l’ascolto sono essenziali per imparare. Verificare di persona costituisce un momento altrettanto importante del processo di conoscenza. Proponiamo allora due itinerari sullo Stelvio. Entrambi, mediamente impegnativi, si sviluppano lungo anelli che consentono di avere una visione completa della geografia, della natura e della storia dei luoghi.
IL FILON DEL MOT E LO SCORLUZZO Sul set della Grande Guerra Quota di partenza: 2214 m Quota massima: 3095 m Dislivello totale: 900 m ca Tempo occorrente: 3.30 ore fino al passo dello Stelvio. Per il ritorno dal passo alle auto mettere in bilancio 1.30 ore (avendone la possibilità, è consigliabile portare un’automobile al passo) Segnavia: bianco-rosso-verde Difficoltà: E Si posteggia l’automobile sullo spiazzo al termine dei tornanti di Costalunga (2214 m). L’inizio dell’escursione è appena al di là della strada (cartello indicatore). Si affrontano i tornanti della stradella militare che risale il pendio di detriti e di magra vegetazione. Superato senza difficoltà un tormentato salto di roccia, il tracciato prosegue nel suo regolare zig-zag. In totale i tornanti sono più di quaranta, ma si superano senza eccessiva fatica, perché sono stati disegnati per il passo cadenzato degli Alpini che salivano in quota con il loro carico gravoso. Il villaggio, edificato a 2773 metri, lascia a bocca aperta. La sua trama è ancora perfettamente
comprensibile e non può che suscitare ammirazione per quanto sono stati capaci di fare i nostri nonni. Il paragone ricorrente è con Machu Picchu, la mitica cittadella della civiltà incaica situata a 2400 m sulle Ande peruviane. E’ il primo incontro con le testimonianze della Grande Guerra. Da qui in avanti tutto parla dell’epopea degli Alpini e dei Kaiserjäger: muri provvisti di feritoie, resti di baracche e trincee rivolte verso la sottostante valle dei Vitelli. Sul dosso fortificato di quota 2899 m, poco discosta dal sentiero, è possibile visitare anche una caverna ricovero interamente foderata in legno. Dal rilievo di cresta a 2921 m un camminamento pianeggiante conduce al primo posto italiano di arroccamento, una struttura di forma circolare con feritoie rivolte allo Scorluzzo. Questo tratto era veramente esposto alle pallottole degli austriaci e i nostri soldati fecero una gran fatica a conquistare la postazione nella primavera del 1916. Da qui inizia il tratto di “terra di nessuno” e il sentiero si inerpica ripido lungo la cresta Sud-Ovest dello Scorluzzo. Superato il primo avamposto austriaco ed un modesto passaggio su roccette, protetto da una catena, si guadagna finalmente la cima, a quota 3095 m, anch’essa occupata da resti di ripari militari. Verso Sud-Est attirano l’attenzione le strutture turistiche dello sci
estivo, con i rifugi Pirovano e Livrio affacciati sui pendii innevati della punta degli Spiriti e del Cristallo. In basso, a Nord, il formicolare dello Stelvio richiama al presente. Si scende lungo una traccia disegnata nello sfasciume minuto fino al passo delle Platigliole (2908 m), dove si incrocia la pista carrozzabile di servizio ai rifugi. La si imbocca verso sinistra e, in breve, si raggiunge la colorita animazione del passo dello Stelvio (2758 m). Si abbandona il valico tagliando per pascoli, mantenendosi a sinistra della SS 38 che sale dal giogo di Santa Maria. In corrispondenza del tornante di quota 2588 m, si imbocca un sentiero sulla sinistra che conduce al Laghetto Alto (2603 m). Proseguendo lungo la traccia, si raggiunge la strada militare che, aggirate le Rese dello Scorluzzo (altro importante sito legato alla I Guerra Mondiale), digrada con un percorso lungo, e in verità un po’ monotono, alla volta del Pian del Braulio e della III Cantoniera. All’altezza del’ultimo tornante (2360 m) una pista sulla sinistra consente di raggiungere, poco oltre la Bocca del Braulio, lo spiazzo dove è posteggiata l’automobile.
Nella pagina a fianco: in salita verso l’Umbrail. Sopra: sul Filon del Mot. A fianco: villaggio degli alpini sul Filon del Mot.
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geva sull’esistenza di questa struttura. Essa portava infatti con comodità nel cuore della regione dei ghiacciai, facendo da volano al massiccio flusso turistico che dal 1850 era andato sviluppandosi soprattutto a partire da Merano, luogo di cura di fama mondiale. Strutture turistiche sorsero un po’ ovunque lungo tutto il tracciato: l’Hotel Trafoi nel 1896 e l’Hotel Ferdinadshöhe nel 1897 al passo dello Stelvio. Il flusso di viaggiatori divenne sempre più alto, tanto che si dovette persino arrivare a far pagare un pedaggio sul versante tirolese e ad imporre alcune limitazioni. Nel 1904 fu interdetto l’accesso alle biciclette ed imposto il limite di 15 chilometri orari alle auto e alle moto che nel frattempo avevano fatto la loro comparsa. La presenza massiccia dei mezzi meccanici sollevava una gran quantità di polvere che infastidiva e danneggiava i cavalli delle carrozze dirette al passo. Poi l’alpinismo. L’Ortles era stato conquistato nel 1804 da Joseph Pichler della val Passiria,
con i compagni Klausner e Leitner, ma solo una cinquantina d’anni più tardi, grazie a Julius Payer e a Francis Fox Tuckett che decantarono le bellezze dell’intero gruppo montuoso, iniziò l’onda alpinistica. Il fenomeno turistico ebbe, però, impronta esclusivamente tedesca ed interessò principalmente il versante tirolese. Solo al termine del conflitto 15-18 l’iniziativa passò in mani italiane. Fra le due guerre, con la costruzione nel 1930 del rifugio Livrio, ebbe inizio la pratica dello sci estivo che continua anche oggi nonostante il ritiro inesorabile dei ghiacciai. Attualmente sono operative una decina di scuole di sci. Oltre che per gli sciatori, gli alpinisti e gli sci-alpinisti la strada dello Stelvio è di richiamo per altre attività sportive. Nel 1932 venne organizzata la 1a edizione della gara automobilistica Trafoi-Stelvio, la “Corsa più alta d’Europa”, mentre dal 1974 attira un numero sempre maggiore di appassionati delle due ruote il Motoraduno dello Stelvio. E che dire del ciclismo? Dalla
mitica “prima volta” nel 1953, con Fausto Coppi che raggiunse per primo il traguardo di Bormio dopo aver scalato i 2758 metri dello Stelvio, il Giro d’Italia ha affrontato gli 80 tornanti del passo un’altra decina di volte. Inutile! Le valli del Braulio e di Trafoi e la strada che le percorre, sarà per l’appeal naturalistico dei luoghi oppure per la suggestione della loro storia, emanano un fascino particolare che trascina lassù moltissime persone, giovani e meno giovani, in auto, in moto, in bicicletta o a piedi, tutte con l’intento di vivere un’emozione unica. PROPOSTA La lettura e l’ascolto sono essenziali per imparare. Verificare di persona costituisce un momento altrettanto importante del processo di conoscenza. Proponiamo allora due itinerari sullo Stelvio. Entrambi, mediamente impegnativi, si sviluppano lungo anelli che consentono di avere una visione completa della geografia, della natura e della storia dei luoghi.
IL FILON DEL MOT E LO SCORLUZZO Sul set della Grande Guerra Quota di partenza: 2214 m Quota massima: 3095 m Dislivello totale: 900 m ca Tempo occorrente: 3.30 ore fino al passo dello Stelvio. Per il ritorno dal passo alle auto mettere in bilancio 1.30 ore (avendone la possibilità, è consigliabile portare un’automobile al passo) Segnavia: bianco-rosso-verde Difficoltà: E Si posteggia l’automobile sullo spiazzo al termine dei tornanti di Costalunga (2214 m). L’inizio dell’escursione è appena al di là della strada (cartello indicatore). Si affrontano i tornanti della stradella militare che risale il pendio di detriti e di magra vegetazione. Superato senza difficoltà un tormentato salto di roccia, il tracciato prosegue nel suo regolare zig-zag. In totale i tornanti sono più di quaranta, ma si superano senza eccessiva fatica, perché sono stati disegnati per il passo cadenzato degli Alpini che salivano in quota con il loro carico gravoso. Il villaggio, edificato a 2773 metri, lascia a bocca aperta. La sua trama è ancora perfettamente
comprensibile e non può che suscitare ammirazione per quanto sono stati capaci di fare i nostri nonni. Il paragone ricorrente è con Machu Picchu, la mitica cittadella della civiltà incaica situata a 2400 m sulle Ande peruviane. E’ il primo incontro con le testimonianze della Grande Guerra. Da qui in avanti tutto parla dell’epopea degli Alpini e dei Kaiserjäger: muri provvisti di feritoie, resti di baracche e trincee rivolte verso la sottostante valle dei Vitelli. Sul dosso fortificato di quota 2899 m, poco discosta dal sentiero, è possibile visitare anche una caverna ricovero interamente foderata in legno. Dal rilievo di cresta a 2921 m un camminamento pianeggiante conduce al primo posto italiano di arroccamento, una struttura di forma circolare con feritoie rivolte allo Scorluzzo. Questo tratto era veramente esposto alle pallottole degli austriaci e i nostri soldati fecero una gran fatica a conquistare la postazione nella primavera del 1916. Da qui inizia il tratto di “terra di nessuno” e il sentiero si inerpica ripido lungo la cresta Sud-Ovest dello Scorluzzo. Superato il primo avamposto austriaco ed un modesto passaggio su roccette, protetto da una catena, si guadagna finalmente la cima, a quota 3095 m, anch’essa occupata da resti di ripari militari. Verso Sud-Est attirano l’attenzione le strutture turistiche dello sci
estivo, con i rifugi Pirovano e Livrio affacciati sui pendii innevati della punta degli Spiriti e del Cristallo. In basso, a Nord, il formicolare dello Stelvio richiama al presente. Si scende lungo una traccia disegnata nello sfasciume minuto fino al passo delle Platigliole (2908 m), dove si incrocia la pista carrozzabile di servizio ai rifugi. La si imbocca verso sinistra e, in breve, si raggiunge la colorita animazione del passo dello Stelvio (2758 m). Si abbandona il valico tagliando per pascoli, mantenendosi a sinistra della SS 38 che sale dal giogo di Santa Maria. In corrispondenza del tornante di quota 2588 m, si imbocca un sentiero sulla sinistra che conduce al Laghetto Alto (2603 m). Proseguendo lungo la traccia, si raggiunge la strada militare che, aggirate le Rese dello Scorluzzo (altro importante sito legato alla I Guerra Mondiale), digrada con un percorso lungo, e in verità un po’ monotono, alla volta del Pian del Braulio e della III Cantoniera. All’altezza del’ultimo tornante (2360 m) una pista sulla sinistra consente di raggiungere, poco oltre la Bocca del Braulio, lo spiazzo dove è posteggiata l’automobile.
Nella pagina a fianco: in salita verso l’Umbrail. Sopra: sul Filon del Mot. A fianco: villaggio degli alpini sul Filon del Mot.
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IL GIRO DEL PIZ UMBRAIL Il deserto dei Tartari Quota di partenza: 2488 m Quota massima: 3031 m Dislivello totale: tenendo conto dei saliscendi, circa 600 m Tempo occorrente: 4 ore di marcia per il giro completo Segnavia: bianco-rosso-verde fino al Piz Umbrail Periodo consigliato: agosto e settembre (in luglio si rischia di trovare ancora neve nel tratto di cresta; meglio evitarlo) Difficoltà: E (un paio di bastoncini possono facilitare la progressione sullo sfasciume mobile e minuto) Posteggiata l’auto nei pressi della IV Cantoniera (2448 m), si percorre per breve tratto la strada asfaltata in direzione della val Monastero.
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Superata la dogana elvetica, si imbocca sulla sinistra un sentiero (cartello e segnavia) che risale il pascolo seguendo all’incirca la linea di confine (cippi confinari). Lungo il cammino, alcuni tabelloni illustrativi permettono di ricostruire le operazioni militari che interessarono questi monti durante il primo conflitto mondiale. Oltrepassato ciò che resta delle trincee svizzere, si arriva alla base delle strutture rocciose che formano il corpo del piz Umbrail, dove si esaurisce la magra vegetazione. Al bivio di quota 2730 m è preferibile dirigersi a sinistra (anche l’altro sentiero porta, però, sulla cima) seguendo i segnavia bianco-rossoverdi del “Sentiero della Pace”, l’itinerario storico-escursionistico che attraversa gli scenari della I Guerra Mondiale. La traccia risale il ripido e grigio ghiaione che fa da contrasto al verde del sottostante
Pian del Braulio. I tratti molto ripidi di sfasciume minuto sono resi meno faticosi da alcune sequenze di gradini, mentre il superamento di un breve tratto di roccette è facilitato dalla presenza di spezzoni di fune (nulla di impegnativo). L’arrivo sulla cima, a 3031 metri, è quanto mai gratificante per lo spettacolo che si apre alla vista: dalle alpi Venoste al passo dello Stelvio, oltre il quale incombe la grande calotta innevata dell’Ortles, in direzione Est. Da qui è inoltre possibile avere la visione dell’intero teatro di guerra del fronte dello Stelvio: verso Sud il Pian del Braulio, dominato dalle Rese dello Scorluzzo e dal Filon del Mot, alle cui spalle si ergono il Monte Cristallo e la bella cresta calcarea della Reit. Infine, in lontananza verso Ovest, si possono scorgere i bianchi ghiacciai del Bernina. Si prosegue mantenendosi qualche
metro al di sotto del lungo crinale sul versante svizzero. Rintuzzata la tentazione di imboccare la traccia più marcata e ben segnata che divalla alla volta del lago di Rims in territorio elvetico, si procede in quota e solo dopo più di un chilometro ci si abbassa di un centinaio di metri per raggiungere l’ampia sella pianeggiante che precede la Punta di Rims. In questo tratto non è escluso di incontrare esemplari di stambecchi che su queste balze impervie hanno stabilito la loro dimora. Con una breve salita di una cinquantina di metri lungo il facile pendio detritico, si raggiunge la punta di Rims (2946 m), dove si incontrano alcune postazioni utilizzate dagli Svizzeri per controllare di non essere danneggiati da un eventuale coinvolgimento nel conflitto italo-austriaco. Da questa aerea posizione si apre
la vista sulla Valle della Forcola, chiusa a Ovest dal piz Schumbraida, oltre il quale si intuisce la valle di Fraele, dominata dalle strutture a stratificazione sub-verticale delle cime di Plator. L’aspetto è a dir poco lunare. L’ambiente spoglio e ciò che rimane della casermetta italiana visibile in abbandono, giù in basso, non possono che richiamare alla mente le lande riarse e desolate descritte da Dino Buzzati ne “ Il deserto dei Tartari”. La discesa alla bocchetta di Forcola (2768 m) non presenta problemi. L’attenzione è polarizzata dai bikers impegnati nella pedalata cicloalpinistica lungo le stradelle militari della Forcola e di Pedenolo. Il rientro dalla bocchetta di Forcola alla IV Cantoniera avviene su terreno finalmente più riposante allo sguardo. Il sentiero si snoda, infatti, attraverso i pascoli verdeggianti alla base dei ghiaioni
del piz Umbrail. E’ parte del tracciato antico “dell’Ombraglio”, quello che collegava l’Alta Valtellina alla valle di Monastero in Svizzera, prima che venisse “inventata” l’attuale strada del passo Stelvio. Anche questo è ragione di coinvolgimento emotivo che invita a documentarsi sulle vicende storiche che interessarono la nostra valle.
Nella pagina a fianco: la caserma di Rims e la strada militare percorsa da numerosi bikers. Sotto: sulla cima di Rims.
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IL GIRO DEL PIZ UMBRAIL Il deserto dei Tartari Quota di partenza: 2488 m Quota massima: 3031 m Dislivello totale: tenendo conto dei saliscendi, circa 600 m Tempo occorrente: 4 ore di marcia per il giro completo Segnavia: bianco-rosso-verde fino al Piz Umbrail Periodo consigliato: agosto e settembre (in luglio si rischia di trovare ancora neve nel tratto di cresta; meglio evitarlo) Difficoltà: E (un paio di bastoncini possono facilitare la progressione sullo sfasciume mobile e minuto) Posteggiata l’auto nei pressi della IV Cantoniera (2448 m), si percorre per breve tratto la strada asfaltata in direzione della val Monastero.
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Superata la dogana elvetica, si imbocca sulla sinistra un sentiero (cartello e segnavia) che risale il pascolo seguendo all’incirca la linea di confine (cippi confinari). Lungo il cammino, alcuni tabelloni illustrativi permettono di ricostruire le operazioni militari che interessarono questi monti durante il primo conflitto mondiale. Oltrepassato ciò che resta delle trincee svizzere, si arriva alla base delle strutture rocciose che formano il corpo del piz Umbrail, dove si esaurisce la magra vegetazione. Al bivio di quota 2730 m è preferibile dirigersi a sinistra (anche l’altro sentiero porta, però, sulla cima) seguendo i segnavia bianco-rossoverdi del “Sentiero della Pace”, l’itinerario storico-escursionistico che attraversa gli scenari della I Guerra Mondiale. La traccia risale il ripido e grigio ghiaione che fa da contrasto al verde del sottostante
Pian del Braulio. I tratti molto ripidi di sfasciume minuto sono resi meno faticosi da alcune sequenze di gradini, mentre il superamento di un breve tratto di roccette è facilitato dalla presenza di spezzoni di fune (nulla di impegnativo). L’arrivo sulla cima, a 3031 metri, è quanto mai gratificante per lo spettacolo che si apre alla vista: dalle alpi Venoste al passo dello Stelvio, oltre il quale incombe la grande calotta innevata dell’Ortles, in direzione Est. Da qui è inoltre possibile avere la visione dell’intero teatro di guerra del fronte dello Stelvio: verso Sud il Pian del Braulio, dominato dalle Rese dello Scorluzzo e dal Filon del Mot, alle cui spalle si ergono il Monte Cristallo e la bella cresta calcarea della Reit. Infine, in lontananza verso Ovest, si possono scorgere i bianchi ghiacciai del Bernina. Si prosegue mantenendosi qualche
metro al di sotto del lungo crinale sul versante svizzero. Rintuzzata la tentazione di imboccare la traccia più marcata e ben segnata che divalla alla volta del lago di Rims in territorio elvetico, si procede in quota e solo dopo più di un chilometro ci si abbassa di un centinaio di metri per raggiungere l’ampia sella pianeggiante che precede la Punta di Rims. In questo tratto non è escluso di incontrare esemplari di stambecchi che su queste balze impervie hanno stabilito la loro dimora. Con una breve salita di una cinquantina di metri lungo il facile pendio detritico, si raggiunge la punta di Rims (2946 m), dove si incontrano alcune postazioni utilizzate dagli Svizzeri per controllare di non essere danneggiati da un eventuale coinvolgimento nel conflitto italo-austriaco. Da questa aerea posizione si apre
la vista sulla Valle della Forcola, chiusa a Ovest dal piz Schumbraida, oltre il quale si intuisce la valle di Fraele, dominata dalle strutture a stratificazione sub-verticale delle cime di Plator. L’aspetto è a dir poco lunare. L’ambiente spoglio e ciò che rimane della casermetta italiana visibile in abbandono, giù in basso, non possono che richiamare alla mente le lande riarse e desolate descritte da Dino Buzzati ne “ Il deserto dei Tartari”. La discesa alla bocchetta di Forcola (2768 m) non presenta problemi. L’attenzione è polarizzata dai bikers impegnati nella pedalata cicloalpinistica lungo le stradelle militari della Forcola e di Pedenolo. Il rientro dalla bocchetta di Forcola alla IV Cantoniera avviene su terreno finalmente più riposante allo sguardo. Il sentiero si snoda, infatti, attraverso i pascoli verdeggianti alla base dei ghiaioni
del piz Umbrail. E’ parte del tracciato antico “dell’Ombraglio”, quello che collegava l’Alta Valtellina alla valle di Monastero in Svizzera, prima che venisse “inventata” l’attuale strada del passo Stelvio. Anche questo è ragione di coinvolgimento emotivo che invita a documentarsi sulle vicende storiche che interessarono la nostra valle.
Nella pagina a fianco: la caserma di Rims e la strada militare percorsa da numerosi bikers. Sotto: sulla cima di Rims.
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Valmasino ritrovata Quasi ci siamo! La Riserva Naturale della Val di Mello sta per diventare una realtà. Trascorsi i tempi canonici per consentire la formulazione delle osservazioni di rito da parte di enti pubblici e di privati cittadini, il progetto deve ora affrontare la discussione in Consiglio regionale per la sua approvazione definitiva. Con il contributo dello Staff morbegnese dell’ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) e del Sindaco di Valmasino, Ezio Palleni, cerchiamo di ricostruire il percorso di questo importante progetto: gli obbiettivi che stanno alla base della scelta amministrativa, il complesso inquadramento normativo e la scheda illustrativa dell’area protetta.
28 CAI MORBEGNO
La Riserva naturale Val di Mello a cura della Redazione
Il territorio della Val di Mello ha da sempre suscitato grande ammirazione per le sue caratteristiche naturali, ambientali e paesaggistiche; un Decreto Ministeriale del 16 novembre 1973 lo individuava come “zona di notevole interesse pubblico: un quadro panoramico alpino di rara bellezza e incontaminato con magnifica vegetazione di faggi, abeti e betulle formato in primo piano da verdi pascoli e acclivi ricchi di acque, tesi verso i monti che seguono la valle, punteggiato da massi erratici e da casolari sparsi e malghe che costituiscono un suggestivo e caratteristico aspetto, fuso con la natura, avente valore estetico e tradizionale”. Come tale la Val di Mello veniva sottoposta a tutte le disposizioni contenute nella Legge 29 giugno 1939 n.1497. Sulle affermazioni contenute nel suddetto Decreto, l’Amministrazione comunale di Valmasino ha programmato una parCAI MORBEGNO 29
Valmasino ritrovata Quasi ci siamo! La Riserva Naturale della Val di Mello sta per diventare una realtà. Trascorsi i tempi canonici per consentire la formulazione delle osservazioni di rito da parte di enti pubblici e di privati cittadini, il progetto deve ora affrontare la discussione in Consiglio regionale per la sua approvazione definitiva. Con il contributo dello Staff morbegnese dell’ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) e del Sindaco di Valmasino, Ezio Palleni, cerchiamo di ricostruire il percorso di questo importante progetto: gli obbiettivi che stanno alla base della scelta amministrativa, il complesso inquadramento normativo e la scheda illustrativa dell’area protetta.
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La Riserva naturale Val di Mello a cura della Redazione
Il territorio della Val di Mello ha da sempre suscitato grande ammirazione per le sue caratteristiche naturali, ambientali e paesaggistiche; un Decreto Ministeriale del 16 novembre 1973 lo individuava come “zona di notevole interesse pubblico: un quadro panoramico alpino di rara bellezza e incontaminato con magnifica vegetazione di faggi, abeti e betulle formato in primo piano da verdi pascoli e acclivi ricchi di acque, tesi verso i monti che seguono la valle, punteggiato da massi erratici e da casolari sparsi e malghe che costituiscono un suggestivo e caratteristico aspetto, fuso con la natura, avente valore estetico e tradizionale”. Come tale la Val di Mello veniva sottoposta a tutte le disposizioni contenute nella Legge 29 giugno 1939 n.1497. Sulle affermazioni contenute nel suddetto Decreto, l’Amministrazione comunale di Valmasino ha programmato una parCAI MORBEGNO 29
te non secondaria della propria azione di governo. Come sottolineato dal Sindaco Ezio Palleni nel corso di un’intervista rilasciata alla nostra Redazione, l’obbiettivo a cui si mirava, oltre alla salvaguardia dell’ambiente inteso come valore esistenziale in sé, era la protezione di un’area che, grazie alle sue caratteristiche morfologiche, paesaggistiche ed antropiche ed alla sua fama fra gli alpinisti di tutto il mondo, potesse fare da volano allo sviluppo dell’intera Valmasino, la cui economia dovrebbe reggersi anche su un turismo ecocompatibile. Per ammissione del Sindaco stesso, è stata una scelta coraggiosa e non facile. Coraggiosa, perché le limitazioni imposte dalla presenza di un’area protetta vengono spesso percepite come un ostacolo alla vita quotidiana degli abitanti; solo un delicato la30 CAI MORBEGNO
voro di convincimento, sostenuto anche dalla collaborazione attiva del Comune di Mello, del Consorzio dei proprietari e dell’Associazione albergatori ha potuto produrre un esito positivo. La scelta non era neppure facile da portare avanti a causa della complessità di un progetto che doveva tenere conto di una consistente presenza antropica e di un sistema normativo non certo semplice da dipanare. Il concorso dell’ERSAF di Morbegno è stato, da questo punto di vista, fondamentale. L’istituzione della Riserva Naturale della Val di Mello colma un’anomalia costituita dall’assenza, in questo luogo di enorme interesse (che travalica il livello meramente regionale), di qualsivoglia strumento di tutela ai sensi della L.R. 86/83; infatti in quest’area il Piano Regionale delle Aree Protette prevedeva l’istituzione del Parco
Regionale del Bernina, del Disgrazia, della Val Masino e della Val Codera, il quale, tuttavia, per una serie di ragioni di varia natura, non trovava negli anni successivi alla proposta quel livello di consenso territoriale sufficiente a garantire il varo della legge istitutiva. Del resto l’ipotesi di parco regionale in questa vasta area aveva fatto accantonare qualunque altra forma di tutela, con il risultato che la decisione di non attivare il parco ha lasciato un’evidente lacuna nel disegno complessivo del mosaico di aree protette lombarde, solo in tempi più recenti parzialmente colmato dallo sviluppo di diverse aree Natura 2000. Infatti, l’elevato valore naturalistico ed ambientale che questa zona riveste è stato più volte dimostrato dalla individuazione e dalla classificazione dell’area come Sito di Inte-
Nella pagina a fianco: la val di Mello in veste autunnale, sul fondo il monte Disgrazia. A fianco, dall’alto verso il basso: l’imbocco della valle; lungo il sentiero che conduce al Bosco incantato e lo Scoglio delle Metamorfosi. Sopra: in arrampicata su Tunnel Diagonale.
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te non secondaria della propria azione di governo. Come sottolineato dal Sindaco Ezio Palleni nel corso di un’intervista rilasciata alla nostra Redazione, l’obbiettivo a cui si mirava, oltre alla salvaguardia dell’ambiente inteso come valore esistenziale in sé, era la protezione di un’area che, grazie alle sue caratteristiche morfologiche, paesaggistiche ed antropiche ed alla sua fama fra gli alpinisti di tutto il mondo, potesse fare da volano allo sviluppo dell’intera Valmasino, la cui economia dovrebbe reggersi anche su un turismo ecocompatibile. Per ammissione del Sindaco stesso, è stata una scelta coraggiosa e non facile. Coraggiosa, perché le limitazioni imposte dalla presenza di un’area protetta vengono spesso percepite come un ostacolo alla vita quotidiana degli abitanti; solo un delicato la30 CAI MORBEGNO
voro di convincimento, sostenuto anche dalla collaborazione attiva del Comune di Mello, del Consorzio dei proprietari e dell’Associazione albergatori ha potuto produrre un esito positivo. La scelta non era neppure facile da portare avanti a causa della complessità di un progetto che doveva tenere conto di una consistente presenza antropica e di un sistema normativo non certo semplice da dipanare. Il concorso dell’ERSAF di Morbegno è stato, da questo punto di vista, fondamentale. L’istituzione della Riserva Naturale della Val di Mello colma un’anomalia costituita dall’assenza, in questo luogo di enorme interesse (che travalica il livello meramente regionale), di qualsivoglia strumento di tutela ai sensi della L.R. 86/83; infatti in quest’area il Piano Regionale delle Aree Protette prevedeva l’istituzione del Parco
Regionale del Bernina, del Disgrazia, della Val Masino e della Val Codera, il quale, tuttavia, per una serie di ragioni di varia natura, non trovava negli anni successivi alla proposta quel livello di consenso territoriale sufficiente a garantire il varo della legge istitutiva. Del resto l’ipotesi di parco regionale in questa vasta area aveva fatto accantonare qualunque altra forma di tutela, con il risultato che la decisione di non attivare il parco ha lasciato un’evidente lacuna nel disegno complessivo del mosaico di aree protette lombarde, solo in tempi più recenti parzialmente colmato dallo sviluppo di diverse aree Natura 2000. Infatti, l’elevato valore naturalistico ed ambientale che questa zona riveste è stato più volte dimostrato dalla individuazione e dalla classificazione dell’area come Sito di Inte-
Nella pagina a fianco: la val di Mello in veste autunnale, sul fondo il monte Disgrazia. A fianco, dall’alto verso il basso: l’imbocco della valle; lungo il sentiero che conduce al Bosco incantato e lo Scoglio delle Metamorfosi. Sopra: in arrampicata su Tunnel Diagonale.
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resse comunitario (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS), ai sensi delle Direttive 92/43/CEE e 79/409/CEE e, quindi, accreditato come patrimonio della Comunità Europea. In particolare: • SIC “Val di Mello-Piano di Preda Rossa”: individuato con DGR n. 14106 dell’8 agosto 2003, è stato inserito nella lista della “Regione Biogeografia Alpina” (Decisione della Commissione Europea del 22 dicembre 2003), approvata dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare con D.M. del 25 marzo 2004. L’area del SIC comprende gran parte della Foresta di Lombardia Val Masino; • ZPS “Val di Mello”: individuata, nella proprietà forestale regionale “Val Masino” gestita da ERSAF, con DGR n.VII/15648 del 15/12/2003 e classificata ZPS con DGR n.VII/19018 del 15/10/04; • ZPS “Val di Mello-Val Torrone”: individuata con DGR n.VII/21233 del 18/04/05 nell’area coincidente con un’Oasi di Protezione faunistica (Oasi di Protezione Valle di Mello - art. 12, LR n. 47), e classificata ZPS con DGR n.VIII//1791 del 25/01/2006. • Nel corso del 2007 è stata comunicata dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare l’avvenuta classificazione della nuova ZPS “Bagni di Masino-Pizzo Badile-Val di Mello-Val Torrone-Piano di Preda Rossa”, proposta dalla Regione Lombardia con DGR n.VIII/3624 del 28/11/06 che prevede l’ampliamento delle due ZPS sopraccitate estese alla Valle del Ferro e all’area denominata SIC “Bagni di Masino-Pizzo Badile”. Attualmente, quindi, tale ZPS risulta esse32 CAI MORBEGNO
A fianco: Cascina Piana, sul fondo a sinistra la Punta meridionale del Cameraccio, in centro il Passo di Mello, a destra il Monte Disgrazia. Sotto: la parete del Qualido.
re l’unica a cui fare riferimento per l’area in esame. La scelta di proporre l’istituzione della Riserva Naturale sull’intero territorio della valle, inizialmente pensata limitatamente all’area della Foresta Regionale Val Masino-complesso Val di Mello, gestita da ERSAF, è stata ponderata sull’opportunità di garantire in modo ampio e coerente un progetto di tutela ambientale che supera l’interesse della singola proprietà e favorisce, invece, l’interesse della collettività. Inoltre assicura una maggiore efficacia nella programmazione delle azioni di salvaguardia e di valorizzazione ed una maggiore integrazione a livello di sistema aree protette e di rete ecologica. Alla svolta verso questa decisione ha dato grande impulso l’Amministrazione Comunale di Valmasino che, da subito, ha dimostrato grande inte-
resse per l’opportunità di allargare i confini all’intero territorio individuato, sposando appieno le motivazioni già esposte e candidandosi come ente proponente mediante la Deliberazione del Consiglio Comunale n. 19 del 27 luglio 2007, con la quale si esaminava la proposta di istituzione della Riserva Naturale “Val di Mello” nella FDL Val Masino e nelle aree adiacenti ricadenti nel Comune di Valmasino. Nel contempo la Giunta comunale si è adoperata per aggregare l’Associazione albergatori, i gruppi e le associazioni locali di volontariato, il Consorzio proprietari della Val di Mello e l’Amministrazione comunale di Mello (nel cui territorio risiedono molti dei proprietari privati ed essa stessa proprietaria di considerevoli estensioni di terreno nella valle), verso un comune obiettivo d’azione. Si aggiunga che nello CAI MORBEGNO 33
resse comunitario (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS), ai sensi delle Direttive 92/43/CEE e 79/409/CEE e, quindi, accreditato come patrimonio della Comunità Europea. In particolare: • SIC “Val di Mello-Piano di Preda Rossa”: individuato con DGR n. 14106 dell’8 agosto 2003, è stato inserito nella lista della “Regione Biogeografia Alpina” (Decisione della Commissione Europea del 22 dicembre 2003), approvata dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare con D.M. del 25 marzo 2004. L’area del SIC comprende gran parte della Foresta di Lombardia Val Masino; • ZPS “Val di Mello”: individuata, nella proprietà forestale regionale “Val Masino” gestita da ERSAF, con DGR n.VII/15648 del 15/12/2003 e classificata ZPS con DGR n.VII/19018 del 15/10/04; • ZPS “Val di Mello-Val Torrone”: individuata con DGR n.VII/21233 del 18/04/05 nell’area coincidente con un’Oasi di Protezione faunistica (Oasi di Protezione Valle di Mello - art. 12, LR n. 47), e classificata ZPS con DGR n.VIII//1791 del 25/01/2006. • Nel corso del 2007 è stata comunicata dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare l’avvenuta classificazione della nuova ZPS “Bagni di Masino-Pizzo Badile-Val di Mello-Val Torrone-Piano di Preda Rossa”, proposta dalla Regione Lombardia con DGR n.VIII/3624 del 28/11/06 che prevede l’ampliamento delle due ZPS sopraccitate estese alla Valle del Ferro e all’area denominata SIC “Bagni di Masino-Pizzo Badile”. Attualmente, quindi, tale ZPS risulta esse32 CAI MORBEGNO
A fianco: Cascina Piana, sul fondo a sinistra la Punta meridionale del Cameraccio, in centro il Passo di Mello, a destra il Monte Disgrazia. Sotto: la parete del Qualido.
re l’unica a cui fare riferimento per l’area in esame. La scelta di proporre l’istituzione della Riserva Naturale sull’intero territorio della valle, inizialmente pensata limitatamente all’area della Foresta Regionale Val Masino-complesso Val di Mello, gestita da ERSAF, è stata ponderata sull’opportunità di garantire in modo ampio e coerente un progetto di tutela ambientale che supera l’interesse della singola proprietà e favorisce, invece, l’interesse della collettività. Inoltre assicura una maggiore efficacia nella programmazione delle azioni di salvaguardia e di valorizzazione ed una maggiore integrazione a livello di sistema aree protette e di rete ecologica. Alla svolta verso questa decisione ha dato grande impulso l’Amministrazione Comunale di Valmasino che, da subito, ha dimostrato grande inte-
resse per l’opportunità di allargare i confini all’intero territorio individuato, sposando appieno le motivazioni già esposte e candidandosi come ente proponente mediante la Deliberazione del Consiglio Comunale n. 19 del 27 luglio 2007, con la quale si esaminava la proposta di istituzione della Riserva Naturale “Val di Mello” nella FDL Val Masino e nelle aree adiacenti ricadenti nel Comune di Valmasino. Nel contempo la Giunta comunale si è adoperata per aggregare l’Associazione albergatori, i gruppi e le associazioni locali di volontariato, il Consorzio proprietari della Val di Mello e l’Amministrazione comunale di Mello (nel cui territorio risiedono molti dei proprietari privati ed essa stessa proprietaria di considerevoli estensioni di terreno nella valle), verso un comune obiettivo d’azione. Si aggiunga che nello CAI MORBEGNO 33
stesso lasso temporale è stata promossa una raccolta di firme a favore dell’istituzione della Riserva Naturale che ha riscosso grande successo popolare anche all’esterno dell’ambito strettamente locale, a rimarcare la notorietà e l’interesse legato alla zona. Conseguentemente, in data 18 dicembre 2007 presso gli uffici della Regione Lombardia – Direzione generale Qualità dell’Ambiente, è stata convocata una Conferenza Programmatica per valutare i contenuti ed i termini dell’Istituzione della Riserva, come previsto dall’art. 22, comma 1°, lett. A) della Legge 394/91 (Legge Quadro sulle Aree Protette), alla quale hanno preso parte gli Enti interessati (Comune di Valmasino, Com. Montana Valtellina di Morbegno, Provincia di Sondrio ed E.R.S.A.F.) che all’unanimità hanno approvato lo schema base. La diversa tipologia di fruizione della Val di Mello ha condotto alla elaborazione di una proposta che si ritiene possa essere in grado di assolvere alle numerose esigenze del territorio: realizzare la finalità propria di un’area protetta (la tutela della biodiversità), promuovere e valorizzare gli aspetti della tradizione agro-silvopastorale, garantire lo sviluppo di un turismo responsabile nel rispetto dei principi espressi dalla Carta del turismo sostenibile. In altre parole: ricreare una simbiosi tra uomo e natura. L’ultimo atto nella scala temporale è stata la d.g.r. n. 8/7104 del 18 aprile 2008 con la quale la Regione Lombardia dava avvio all’iter legale della proposta istitutiva della Riserva Naturale “Val di Mello”(secondo gli artt. 11, 12, 15, l.r. n.86/1983). 34 CAI MORBEGNO
La Riserva Denominazione: Riserva Naturale Val di Mello Classificazione: 1.Riserva Naturale Integrale “Costiera delle Ombre” 2.Riserva Naturale Orientata “Costiera degli Alpeggi e del Granito” 3.Riserva Naturale Parziale di interesse paesistico “Piana dei Melatt” Finalità: Le finalità di gestione della Riserva Naturale Integrale sono le seguenti: a)preservare globalmente ed integralmente gli habitat e gli ecosistemi; b)conservare le risorse genetiche in condizioni dinamiche ed evolutive; c)garantire l’evoluzione naturale dei processi ecologici; d)tutelare le specie faunistiche e floristiche presenti sul territorio; e)garantire l’attività di studio e la ricerca scientifica in un ottica di net-working con altre riserve integrali; f)minimizzare il disturbo antropico attraverso un’attenta pianificazione ed esecuzione della gestione e ricerca scientifica. Le finalità di gestione della Riserva Naturale Orientata sono le seguenti: a)tutelare e conservare, orientando scientificamente, l’evoluzione naturale degli ecosistemi valorizzandone ed incrementandone le caratteristiche di biodiversità; b)tutelare e conservare le caratteristiche ambientali, pae-
saggistiche e storiche del territorio; c)consentire la fruizione contenuta e controllata del territorio a fini didattico-culturali e alpinistici; d)permettere attività di studio, ricerca e sperimentazione scientifica orientate alla evoluzione della natura; Le finalità di gestione della Riserva Naturale Parziale di interesse paesistico sono le seguenti: a)recuperare e conservare il sistema dei segni delle trasformazioni storicamente operate dall’uomo; b)recuperare e preservare l’alto grado di naturalità, tutelando le caratteristiche morfologiche e vegetazionali dei luoghi; c)favorire e comunque non impedire né ostacolare tutte le azioni che attengono alla manutenzione del territorio, alla sicurezza e alle condizioni della vita quotidiana di coloro che vi risiedono e vi lavorano, alla produttività delle tradizionali attività agrosilvopastorali; d)promuovere forme di turismo sostenibile attraverso la fruizione rispettosa dell’ambiente; e)recuperare e valorizzare quegli elementi del paesaggio o quelle zone che in seguito a trasformazioni provocate da esigenze economiche e sociali hanno subito un processo di degrado e abbandono. Tali finalità si basano sul concetto di “paesaggio” così come definito dalla Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze 20 ottobre 2000), ovvero “… designa una determinata par-
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stesso lasso temporale è stata promossa una raccolta di firme a favore dell’istituzione della Riserva Naturale che ha riscosso grande successo popolare anche all’esterno dell’ambito strettamente locale, a rimarcare la notorietà e l’interesse legato alla zona. Conseguentemente, in data 18 dicembre 2007 presso gli uffici della Regione Lombardia – Direzione generale Qualità dell’Ambiente, è stata convocata una Conferenza Programmatica per valutare i contenuti ed i termini dell’Istituzione della Riserva, come previsto dall’art. 22, comma 1°, lett. A) della Legge 394/91 (Legge Quadro sulle Aree Protette), alla quale hanno preso parte gli Enti interessati (Comune di Valmasino, Com. Montana Valtellina di Morbegno, Provincia di Sondrio ed E.R.S.A.F.) che all’unanimità hanno approvato lo schema base. La diversa tipologia di fruizione della Val di Mello ha condotto alla elaborazione di una proposta che si ritiene possa essere in grado di assolvere alle numerose esigenze del territorio: realizzare la finalità propria di un’area protetta (la tutela della biodiversità), promuovere e valorizzare gli aspetti della tradizione agro-silvopastorale, garantire lo sviluppo di un turismo responsabile nel rispetto dei principi espressi dalla Carta del turismo sostenibile. In altre parole: ricreare una simbiosi tra uomo e natura. L’ultimo atto nella scala temporale è stata la d.g.r. n. 8/7104 del 18 aprile 2008 con la quale la Regione Lombardia dava avvio all’iter legale della proposta istitutiva della Riserva Naturale “Val di Mello”(secondo gli artt. 11, 12, 15, l.r. n.86/1983). 34 CAI MORBEGNO
La Riserva Denominazione: Riserva Naturale Val di Mello Classificazione: 1.Riserva Naturale Integrale “Costiera delle Ombre” 2.Riserva Naturale Orientata “Costiera degli Alpeggi e del Granito” 3.Riserva Naturale Parziale di interesse paesistico “Piana dei Melatt” Finalità: Le finalità di gestione della Riserva Naturale Integrale sono le seguenti: a)preservare globalmente ed integralmente gli habitat e gli ecosistemi; b)conservare le risorse genetiche in condizioni dinamiche ed evolutive; c)garantire l’evoluzione naturale dei processi ecologici; d)tutelare le specie faunistiche e floristiche presenti sul territorio; e)garantire l’attività di studio e la ricerca scientifica in un ottica di net-working con altre riserve integrali; f)minimizzare il disturbo antropico attraverso un’attenta pianificazione ed esecuzione della gestione e ricerca scientifica. Le finalità di gestione della Riserva Naturale Orientata sono le seguenti: a)tutelare e conservare, orientando scientificamente, l’evoluzione naturale degli ecosistemi valorizzandone ed incrementandone le caratteristiche di biodiversità; b)tutelare e conservare le caratteristiche ambientali, pae-
saggistiche e storiche del territorio; c)consentire la fruizione contenuta e controllata del territorio a fini didattico-culturali e alpinistici; d)permettere attività di studio, ricerca e sperimentazione scientifica orientate alla evoluzione della natura; Le finalità di gestione della Riserva Naturale Parziale di interesse paesistico sono le seguenti: a)recuperare e conservare il sistema dei segni delle trasformazioni storicamente operate dall’uomo; b)recuperare e preservare l’alto grado di naturalità, tutelando le caratteristiche morfologiche e vegetazionali dei luoghi; c)favorire e comunque non impedire né ostacolare tutte le azioni che attengono alla manutenzione del territorio, alla sicurezza e alle condizioni della vita quotidiana di coloro che vi risiedono e vi lavorano, alla produttività delle tradizionali attività agrosilvopastorali; d)promuovere forme di turismo sostenibile attraverso la fruizione rispettosa dell’ambiente; e)recuperare e valorizzare quegli elementi del paesaggio o quelle zone che in seguito a trasformazioni provocate da esigenze economiche e sociali hanno subito un processo di degrado e abbandono. Tali finalità si basano sul concetto di “paesaggio” così come definito dalla Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze 20 ottobre 2000), ovvero “… designa una determinata par-
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Nella pagina a fronte: la Mongolfiera, sperone roccioso che divide in due la Val Qualido. A fianco: il diedro del Pappagallo, dietro il Cavalcorto.
periore delle pareti rocciose e della zona di formazione delle cascate di ghiaccio, mentre a Sud e Sud-Ovest il confine coincide con quello dell’intera area protetta.
te di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni” e su quanto indicato nel Piano Territoriale Paesistico Regionale per gli “ambiti di elevata naturalità” (art. 17, comma 1), ove si inserisce il Comune di Valmasino. Superficie: La superficie complessiva della Riserva Naturale “Val di Mello” proposta è di 4.560,86 ha di cui: • Riserva Naturale Integrale: 516,43 ha
36 CAI MORBEGNO
• Riserva Naturale Orientata: 3.860,79 ha • Riserva Naturale Parziale: 183,64 ha Delimitazione: La superficie complessiva della Riserva Naturale comprende gran parte del bacino idrografico del torrente Mello ed in particolare le seguenti vallate: • sul versante idrografico destro (da ovest ad est): Valle del Ferro, Val Qualido, Val di Zocca, Val Torrone; • sul versante idrografico sinistro (da ovest a est): Arcanzolo, Mezzola, Temola, Romilla; • la Val Cameraccio;
• il fondovalle. Il confine dell’area protetta coincide a Nord con il confine con la Confederazione Elvetica, a Est con il Comune di Chiesa Valmalenco (linea di cresta tra il Monte Sissone ed il Monte Pioda), a Sud e Sud-Est con la linea di cresta che collega il Monte Pioda alla Cima d’Arcanzo per discendere, quindi, verso il torrente Mello seguendo la linea di confine tracciata per la ZPS “Bagni di Masino” (cod. IT2040601), recentemente individuata con DGR n. 8/3624 del 28/11/06. Il confine prosegue, a SudOvest, risalendo sul versante
idrografico destro del Mello attraverso le pareti rocciose che conducono a Cavalcorto e si ricongiunge, infine, a Nord, seguendo la cresta, con la linea spartiacque e di confine con la Confederazione Elvetica. L’area proposta come Riserva Naturale Parziale di interesse paesistico si riferisce all’area del fondovalle. Il confine coincide, a Nord, con la curva di livello della quota 1.150 m fino al raggiungimento dell’abitato di Cascina Piana dove il limite si sposta gradualmente sulla curva di livello della quota 1.200 m, proseguendo a Est e a
Sud sulla medesima altitudine fino alla Valle dell’Arcanzo. Da tale valle fino al congiungimento con il limite dell’area protetta a Ovest, il confine della Riserva Naturale Parziale riprende la curva di livello a quota 1.150 m. L’area proposta come Riserva Naturale Integrale rientra nella proprietà regionale della Foresta di Lombardia Val Masino, nella porzione situata sul versante idrografico sinistro del torrente Mello. Il confine dell’area è delimitato ad Est dal tracciato del Sentiero LIFE Reticnet, a Nord dal limite su-
L’area proposta come Riserva Naturale Orientata e, quindi, la sua delimitazione, è rappresentata dalla restante porzione di territorio non classificata come Integrale e Parziale di interesse paesistico. L’argomento era già stato trattato dal CAI Morbegno sull’Annuario 2003 in un articolo dal titolo: VALMASINO, CONSIDERAZIONI SU UN TURISMO POSSIBILE
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Nella pagina a fronte: la Mongolfiera, sperone roccioso che divide in due la Val Qualido. A fianco: il diedro del Pappagallo, dietro il Cavalcorto.
periore delle pareti rocciose e della zona di formazione delle cascate di ghiaccio, mentre a Sud e Sud-Ovest il confine coincide con quello dell’intera area protetta.
te di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni” e su quanto indicato nel Piano Territoriale Paesistico Regionale per gli “ambiti di elevata naturalità” (art. 17, comma 1), ove si inserisce il Comune di Valmasino. Superficie: La superficie complessiva della Riserva Naturale “Val di Mello” proposta è di 4.560,86 ha di cui: • Riserva Naturale Integrale: 516,43 ha
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• Riserva Naturale Orientata: 3.860,79 ha • Riserva Naturale Parziale: 183,64 ha Delimitazione: La superficie complessiva della Riserva Naturale comprende gran parte del bacino idrografico del torrente Mello ed in particolare le seguenti vallate: • sul versante idrografico destro (da ovest ad est): Valle del Ferro, Val Qualido, Val di Zocca, Val Torrone; • sul versante idrografico sinistro (da ovest a est): Arcanzolo, Mezzola, Temola, Romilla; • la Val Cameraccio;
• il fondovalle. Il confine dell’area protetta coincide a Nord con il confine con la Confederazione Elvetica, a Est con il Comune di Chiesa Valmalenco (linea di cresta tra il Monte Sissone ed il Monte Pioda), a Sud e Sud-Est con la linea di cresta che collega il Monte Pioda alla Cima d’Arcanzo per discendere, quindi, verso il torrente Mello seguendo la linea di confine tracciata per la ZPS “Bagni di Masino” (cod. IT2040601), recentemente individuata con DGR n. 8/3624 del 28/11/06. Il confine prosegue, a SudOvest, risalendo sul versante
idrografico destro del Mello attraverso le pareti rocciose che conducono a Cavalcorto e si ricongiunge, infine, a Nord, seguendo la cresta, con la linea spartiacque e di confine con la Confederazione Elvetica. L’area proposta come Riserva Naturale Parziale di interesse paesistico si riferisce all’area del fondovalle. Il confine coincide, a Nord, con la curva di livello della quota 1.150 m fino al raggiungimento dell’abitato di Cascina Piana dove il limite si sposta gradualmente sulla curva di livello della quota 1.200 m, proseguendo a Est e a
Sud sulla medesima altitudine fino alla Valle dell’Arcanzo. Da tale valle fino al congiungimento con il limite dell’area protetta a Ovest, il confine della Riserva Naturale Parziale riprende la curva di livello a quota 1.150 m. L’area proposta come Riserva Naturale Integrale rientra nella proprietà regionale della Foresta di Lombardia Val Masino, nella porzione situata sul versante idrografico sinistro del torrente Mello. Il confine dell’area è delimitato ad Est dal tracciato del Sentiero LIFE Reticnet, a Nord dal limite su-
L’area proposta come Riserva Naturale Orientata e, quindi, la sua delimitazione, è rappresentata dalla restante porzione di territorio non classificata come Integrale e Parziale di interesse paesistico. L’argomento era già stato trattato dal CAI Morbegno sull’Annuario 2003 in un articolo dal titolo: VALMASINO, CONSIDERAZIONI SU UN TURISMO POSSIBILE
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Dove il silenzio e’ musica di Elena Fattarelli
Il racconto si è classificato ai primissimi posti del IX Concorso letterario internazionale organizzato dalla Pro Loco di Campodolcino in collaborazione con ”Il Club degli autori” di Melegnano. Il tema dell’anno 2008: “La Montagna: dove il silenzio è musica”, è stato interpretato da Elena Fattarelli di Colico attraverso tre episodi aventi come protagonista una giovane, la Pinina, e come filo conduttore la vita contadina sui monti della Valle di San Giacomo. I fatti narrati risalgono alla seconda metà del XIX secolo e fanno parte dei ricordi tramandati nella famiglia dell’Autrice.
Domanda di matrimonio
Quell’estate era bella, calda. I prati della “Montaneza” a Madesimo erano tutto un fiore. La Pinina era contenta. Ogni mattina dava uno sguardo al Pizzo Quadro. Quella era la sua montagna, che vedeva a ponente, dominare una conca e finire sul pendio ripido. La guardava per capire il tempo: vetta nitida indicava tempo buono, nuvolosa annuncio di pioggia; allora bisognava muoversi per i lavori. Lei, svelta, stringeva il grembiule in vita e prendeva i secchi dell’acqua. La sorgente sgorgava proprio dietro casa. Era una meraviglia quell’acqua, sospinta e raccolta nel canaletto di legno. Scendeva a cascatella, nel piccolo avvallamento, 38 CAI MORBEGNO
tra alti ciuffi d’erba. La Pinina cantava. L’udivano tutti intorno, anche al di là del torrente, tanto la sua voce era limpida e armoniosa. Sembrava che la Pinina aspettasse qualcuno. Anche lei non sapeva bene chi. Più tardi saliva alla baita alta, sugli Andossi. Il sentiero era tutto nell’erba, delicata e forte. I fiori inondavano i dossi e i valloncelli: d’un giallo senza sfumatura i botton d’oro, solitaria l’arnica, stellata e subito
floscia sul gambo forte. Nelle conche, dove la neve aveva resistito a lungo, le genzianine mostravano il loro azzurro intenso e le genziane, il blu rigonfio. Quando la ragazza fermava il rapido passo per ammirare i suoi Andossi, veniva avvolta da un profumo intenso, le negritelle si facevano sentire cosi’: le toglievano il respiro. Tra il ronzio delle api anche la terra profumava. La neve scintillava ancora sul Ferrè, sul dorso del Tambò e soprattutto sul Suretta. Più lontano l’Emet invitava ad una ammirazione solo sua. La “S” nevosa del sovrastante Spadolazzo si assottigliava, mentre i torrenti si arricchivano d’acqua. Il loro mormorio ritmico era una voce
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Dove il silenzio e’ musica di Elena Fattarelli
Il racconto si è classificato ai primissimi posti del IX Concorso letterario internazionale organizzato dalla Pro Loco di Campodolcino in collaborazione con ”Il Club degli autori” di Melegnano. Il tema dell’anno 2008: “La Montagna: dove il silenzio è musica”, è stato interpretato da Elena Fattarelli di Colico attraverso tre episodi aventi come protagonista una giovane, la Pinina, e come filo conduttore la vita contadina sui monti della Valle di San Giacomo. I fatti narrati risalgono alla seconda metà del XIX secolo e fanno parte dei ricordi tramandati nella famiglia dell’Autrice.
Domanda di matrimonio
Quell’estate era bella, calda. I prati della “Montaneza” a Madesimo erano tutto un fiore. La Pinina era contenta. Ogni mattina dava uno sguardo al Pizzo Quadro. Quella era la sua montagna, che vedeva a ponente, dominare una conca e finire sul pendio ripido. La guardava per capire il tempo: vetta nitida indicava tempo buono, nuvolosa annuncio di pioggia; allora bisognava muoversi per i lavori. Lei, svelta, stringeva il grembiule in vita e prendeva i secchi dell’acqua. La sorgente sgorgava proprio dietro casa. Era una meraviglia quell’acqua, sospinta e raccolta nel canaletto di legno. Scendeva a cascatella, nel piccolo avvallamento, 38 CAI MORBEGNO
tra alti ciuffi d’erba. La Pinina cantava. L’udivano tutti intorno, anche al di là del torrente, tanto la sua voce era limpida e armoniosa. Sembrava che la Pinina aspettasse qualcuno. Anche lei non sapeva bene chi. Più tardi saliva alla baita alta, sugli Andossi. Il sentiero era tutto nell’erba, delicata e forte. I fiori inondavano i dossi e i valloncelli: d’un giallo senza sfumatura i botton d’oro, solitaria l’arnica, stellata e subito
floscia sul gambo forte. Nelle conche, dove la neve aveva resistito a lungo, le genzianine mostravano il loro azzurro intenso e le genziane, il blu rigonfio. Quando la ragazza fermava il rapido passo per ammirare i suoi Andossi, veniva avvolta da un profumo intenso, le negritelle si facevano sentire cosi’: le toglievano il respiro. Tra il ronzio delle api anche la terra profumava. La neve scintillava ancora sul Ferrè, sul dorso del Tambò e soprattutto sul Suretta. Più lontano l’Emet invitava ad una ammirazione solo sua. La “S” nevosa del sovrastante Spadolazzo si assottigliava, mentre i torrenti si arricchivano d’acqua. Il loro mormorio ritmico era una voce
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A sinistra: veduta della Val San Giacomo, sul fondo il Monte Legnone. A destra: il Pizzo Ferrè.
conosciuta. Le parlava, le faceva compagnia, era amica. Il cielo sopra di lei era vicino, in quella cerchia di montagne che lasciavano spazio al grande dosso fiorito. “Non c’è nulla di più bello”, pensava la giovane col viso sorridente e gli occhi trasparenti di cielo. “Vedo vivere la terra, piena di erba e di fiori. Mi lascia camminare, mi dice di cantare e di essere felice”. Quella era la musica della montagna. La Pinina intonava il suo canto, appena raggiungeva il breve ripiano dove vi erano le prime baite. Le sue amiche di corsa venivano sull’uscio, la chiamavano. Si salutavano. Assieme un ritornello e una risata, e poi via, ognuno 40 CAI MORBEGNO
per le proprie faccende, con una gioia in più, per l’incontro. Lei scendeva più tardi alla Montaneza, bisognava star lì fino a che fosse consumato dai vitelli l’ultimo fieno dell’anno prima. Così, giorno dopo giorno. La sera guardava il cielo. Lei aveva la sua stella. La incontrava luminosa e lucente, a sorpresa, ogni sera in una bocchetta dell’Emet. Quella stella le dava un senso di smarrimento, così alta, così improvvisa e luminosa. Pareva che nascesse ogni sera per lei “Ciao Pinina, ci sono”, così, sempre. Il silenzio della notte, tra i monti, le riempiva il cuore. Era una musica amica. Una domenica, quando anche suo fratello era lì,
dopo la messa, ecco una visita inaspettata. Un giovane, veniva da Teggiate dove aveva la baita, le bestie e l’alpeggio. Anche lui come loro era un valligiano, trapiantato nel colichese. Ogni primavera risaliva la “Val di Giüst” (Valle di San Giacomo) e restava a intervalli con la mandria fino al tardo settembre. I famigliari gli davano il cambio perché potesse seguire anche i lavori nel piano, alle falde del monte Legnone. A Teggiate le montagne erano più vicine, l’aria più buona. C’era più tempo anche per stare con gli amici la sera, per parlare. Anche più tempo per cercare la morosa. Molti colichesi avevano le baite sugli alpeggi dell’alta val-
le San Giacomo. Avevano modo di incontrarsi ogni tanto. Camminavano spediti sugli erti pendii, con passo mai stanco. Quella mattina il Gos (Agostino) era lì, alla Montaneza, dopo la messa grande, ascoltata nella chiesa di Madesimo. La baita dei suoi amici era confortevole, costruita quando i loro nonni passavano lì tutto l’anno. Il Gos venne invitato a pranzo. Il sole era alto, il torrente lambiva l’erto pendio e faceva sentire il suo gorgoglio sommesso. I due giovanotti si fermarono a guardar giù, in fondo alla sponda, l’Acqua Granda. Scendeva che era una meraviglia sotto di loro e si allargava in un’ampia pozza, nel girare lo sperone er-
boso della Montaneza. Intanto la Pinina, china sotto l’ampia cappa del camino versava la farina nel paiolo e rapida girava il “tarai” (sottile mattarello). Neanche un nodo di farina doveva restare quel giorno. Lei sapeva come fare una polenta perfetta. La fiamma illuminava il suo bel viso. La ragazza avvertì i due che rientravano e sentì lo sguardo del giovanotto su di lei. Era più forte della voce. Il cuore le sussultò. Intanto rimestava la polenta. Lei guardava solo quella. Poi si raddrizzò. Apparve alta e diritta, contro la fiamma, con lo straccetto del paiolo in mano. Le trecce bionde le facevano una corona sul capo. Rimase
ferma sotto lo sguardo sorridente del giovane. Poi si aggiustò con due dita il grembiule, che aveva sollevato prima, nel lavoro, vicino al camino. Con un gesto rapido prese il tagliere, appoggiato alla peltriera, e con la sua bella voce invitò i due commensali a sedere sulla panca. Sul tavolo intanto il fratello aveva posto il fiasco del vino, le scodelle di legno, il formaggio ed il salame. La Pinina sganciò il paiolo dalla catena e si avvicinò al tavolo, il “tarai” nella mano destra. Con bravura lo puntò nel paiolo. Versò la bella ruota di polenta fumante sul tagliere. Tutti respirarono il buon profumo, che si diffondeva nella bassa cuciCAI MORBEGNO 41
A sinistra: veduta della Val San Giacomo, sul fondo il Monte Legnone. A destra: il Pizzo Ferrè.
conosciuta. Le parlava, le faceva compagnia, era amica. Il cielo sopra di lei era vicino, in quella cerchia di montagne che lasciavano spazio al grande dosso fiorito. “Non c’è nulla di più bello”, pensava la giovane col viso sorridente e gli occhi trasparenti di cielo. “Vedo vivere la terra, piena di erba e di fiori. Mi lascia camminare, mi dice di cantare e di essere felice”. Quella era la musica della montagna. La Pinina intonava il suo canto, appena raggiungeva il breve ripiano dove vi erano le prime baite. Le sue amiche di corsa venivano sull’uscio, la chiamavano. Si salutavano. Assieme un ritornello e una risata, e poi via, ognuno 40 CAI MORBEGNO
per le proprie faccende, con una gioia in più, per l’incontro. Lei scendeva più tardi alla Montaneza, bisognava star lì fino a che fosse consumato dai vitelli l’ultimo fieno dell’anno prima. Così, giorno dopo giorno. La sera guardava il cielo. Lei aveva la sua stella. La incontrava luminosa e lucente, a sorpresa, ogni sera in una bocchetta dell’Emet. Quella stella le dava un senso di smarrimento, così alta, così improvvisa e luminosa. Pareva che nascesse ogni sera per lei “Ciao Pinina, ci sono”, così, sempre. Il silenzio della notte, tra i monti, le riempiva il cuore. Era una musica amica. Una domenica, quando anche suo fratello era lì,
dopo la messa, ecco una visita inaspettata. Un giovane, veniva da Teggiate dove aveva la baita, le bestie e l’alpeggio. Anche lui come loro era un valligiano, trapiantato nel colichese. Ogni primavera risaliva la “Val di Giüst” (Valle di San Giacomo) e restava a intervalli con la mandria fino al tardo settembre. I famigliari gli davano il cambio perché potesse seguire anche i lavori nel piano, alle falde del monte Legnone. A Teggiate le montagne erano più vicine, l’aria più buona. C’era più tempo anche per stare con gli amici la sera, per parlare. Anche più tempo per cercare la morosa. Molti colichesi avevano le baite sugli alpeggi dell’alta val-
le San Giacomo. Avevano modo di incontrarsi ogni tanto. Camminavano spediti sugli erti pendii, con passo mai stanco. Quella mattina il Gos (Agostino) era lì, alla Montaneza, dopo la messa grande, ascoltata nella chiesa di Madesimo. La baita dei suoi amici era confortevole, costruita quando i loro nonni passavano lì tutto l’anno. Il Gos venne invitato a pranzo. Il sole era alto, il torrente lambiva l’erto pendio e faceva sentire il suo gorgoglio sommesso. I due giovanotti si fermarono a guardar giù, in fondo alla sponda, l’Acqua Granda. Scendeva che era una meraviglia sotto di loro e si allargava in un’ampia pozza, nel girare lo sperone er-
boso della Montaneza. Intanto la Pinina, china sotto l’ampia cappa del camino versava la farina nel paiolo e rapida girava il “tarai” (sottile mattarello). Neanche un nodo di farina doveva restare quel giorno. Lei sapeva come fare una polenta perfetta. La fiamma illuminava il suo bel viso. La ragazza avvertì i due che rientravano e sentì lo sguardo del giovanotto su di lei. Era più forte della voce. Il cuore le sussultò. Intanto rimestava la polenta. Lei guardava solo quella. Poi si raddrizzò. Apparve alta e diritta, contro la fiamma, con lo straccetto del paiolo in mano. Le trecce bionde le facevano una corona sul capo. Rimase
ferma sotto lo sguardo sorridente del giovane. Poi si aggiustò con due dita il grembiule, che aveva sollevato prima, nel lavoro, vicino al camino. Con un gesto rapido prese il tagliere, appoggiato alla peltriera, e con la sua bella voce invitò i due commensali a sedere sulla panca. Sul tavolo intanto il fratello aveva posto il fiasco del vino, le scodelle di legno, il formaggio ed il salame. La Pinina sganciò il paiolo dalla catena e si avvicinò al tavolo, il “tarai” nella mano destra. Con bravura lo puntò nel paiolo. Versò la bella ruota di polenta fumante sul tagliere. Tutti respirarono il buon profumo, che si diffondeva nella bassa cuciCAI MORBEGNO 41
na. La ragazza, lenta, si girò e si avvicinò con la gonna ondeggiante alla pietra del focolare, su cui posò il paiolo. Era come in attesa. Poi si rialzò e ritornò al tavolo. Oh! Meraviglia! La polenta non c’era più. Si scostò per lasciar entrare più luce dalla porta. La polenta non c’era. Il suo sguardo interrogativo si posò prima sul viso sorridente del fratello, poi sull’altro, arguto, aperto, come per un’intesa riuscita, per una domanda. Intanto lente volute di vapore salivano dalla panca, nascosta dal tavolo. Una fragorosa risata del fratello ruppe l’incanto. La polenta era lì. Il Gos aveva avuto l’audacia di posare il tagliere sulla panca, nascondendolo allo sguardo della fanciulla. Non era solo uno scherzo, la Pinina lo intuì subito. Quel gesto era di una familiarità troppo grande per essere ritenuto solo una celia. Era un segno di intimità. Era una richiesta di amicizia, di un’amicizia particolare. Era una richiesta di vita insieme. La Pinina capì e restò muta. Intanto il suo cuore parlava. Le diceva di essere felice, di aspettare il giorno di una promessa più aperta. I due giovani, come indifferenti a ciò che era accaduto, si scambiavano delle notizie sugli amici, delle osservazioni sulla giornata e sull’estate calda e buona per i loro armenti. Poi, spinti dalla fame, incominciarono a tagliarsi la loro bella fetta di polenta, che stringevano tra le mani, la modellavano, prima di staccare il boccone. La Pinina non aveva più fame. Lei sentiva solo il cuore e, nella confusione dell’animo, aveva
42 CAI MORBEGNO
voglia di uscire per respirare l’aria della valle. Restava ferma davanti alla panca, la lunga sottana trattenuta dalla mano destra. I due la invitavano con insistenza a sedere. Erano allegri. Si passavano rapidi il “ciapèl” (scodella) del vino. Lei guardava. Il suo viso era in ombra. I discorsi dei due uomini parevano quelli di sempre, non la interessavano. Vedeva solo la richiesta eccezionale che le era appena stata fatta. Nella sua immobilità, nel suo restare in quella compagnia, lei stava dando la sua risposta. Ne era consapevole. Stava dicendo di sì. I commensali capivano. Senza parole era stata la domanda, senza parole il consenso. La Pinina, nella luce di quel mezzogiorno, alla Montaneza si sentì “Promessa”. Uscì. Il sole, a mezzogiorno, brillava nell’aria immobile. Sotto il torrente, sempre in corsa e sempre nuo-
vo. La ragazza si incantava a guardare l’acqua scorrere, con quel movimento veloce: l’acqua andava e la nuova era come quella passata. Invece lei era lì immobile, sempre la stessa. Lei sempre uguale e l’acqua sempre uguale e diversa. Ma quel giorno qualcosa era cambiato, quel giorno anche lei era come l’acqua, uguale e diversa. Allora ringraziò il Signore che le aveva dato la vita e tutti quei beni intorno. Sola, in quell’immensità, si sentì felice. I monti, immobili, col loro silenzio, la inondarono di una musica di festa. La musica che sentiva in chiesa, quando le note venivano dall’organo grande.
amica. Sentiva il suo passo, irregolare, sulle lastre di pietra. Camminava così perché, come lei, non era abituata a mettere le scarpe. Le fu accanto. Allora la Pinina la guardò con un’ansia felice negli occhi, ma quella le mise una mano sul braccio, e non la lasciò parlare. Strinse gli occhi e incominciò sottovoce a raccontare ciò che era successo a Pianazzo. La Caterina era andata dietro le case, sullo strapiombo, a chiamare la sua capra. La vedeva in pericolo sul dirupo, ferma, ostinata, a strappare l’ultimo ciuffo di erba verde, in bilico sulla roccia liscia. Quella “piodina” gettata a coperchio, protesa verso un altro sasso sporgente. La donna chiamava la sua “teza”, ma quella, il capo piegato indietro, le corna fino al dorso non ascoltava e agitava sempre più la sua barbetta per aria. La Caterina allora fece un altro passo, guardò in alto. Vide il cielo turchino sopra e sentì lo strapiombo dietro, vuoto. Neanche un grido. A gridare fu la Lena sulla sponda, quando alzati gli
occhi vide il balzo roccioso deserto. Nessuno era passato sul sentiero e la capra era ancora là, indifferente, a cercare i rimasugli d’erba. Gli uomini subito accorsi dovettero andare fino ad Isola per cercare la poveretta. La trovarono tra le sue povere vesti stracciate dall’ultimo salto. Morta per salvare una capra. “Non mi fido delle capre” commentò la Pinina, e si diresse desolata verso casa. Dopo aver costeggiato il torrente, si fermò, prima di iniziare a salire il pendio. Si chinò. Si tolse le scarpe, le belle scarpe di pelle liscia. Legò le stringhe dell’una con quelle dell’altra e si pose sul braccio le calzature flosce, facendole dondolare, leggermente. Si sfilò rapida le calze. Le scosse lievemente e le ripiegò con cura nelle scarpe. Scalza, guardò il cielo. Lo vide lontano. Ma pure scendeva fino a toccare le cime. Il suo sguardo passò dalle vette assolate alla valle già in ombra. Sentì tutto il silenzio dei monti. Le penetrò nel cuore. Le disse il dolore della morte. Ora cammina-
La capra di Pianazzo
Nel pomeriggio scese di corsa, per assistere ai vespri. Dopo il canto dei salmi, uscì lenta dalla chiesa. Si fermò sull’uscio, per aspettare la Lüisina, la sua CAI MORBEGNO 43
na. La ragazza, lenta, si girò e si avvicinò con la gonna ondeggiante alla pietra del focolare, su cui posò il paiolo. Era come in attesa. Poi si rialzò e ritornò al tavolo. Oh! Meraviglia! La polenta non c’era più. Si scostò per lasciar entrare più luce dalla porta. La polenta non c’era. Il suo sguardo interrogativo si posò prima sul viso sorridente del fratello, poi sull’altro, arguto, aperto, come per un’intesa riuscita, per una domanda. Intanto lente volute di vapore salivano dalla panca, nascosta dal tavolo. Una fragorosa risata del fratello ruppe l’incanto. La polenta era lì. Il Gos aveva avuto l’audacia di posare il tagliere sulla panca, nascondendolo allo sguardo della fanciulla. Non era solo uno scherzo, la Pinina lo intuì subito. Quel gesto era di una familiarità troppo grande per essere ritenuto solo una celia. Era un segno di intimità. Era una richiesta di amicizia, di un’amicizia particolare. Era una richiesta di vita insieme. La Pinina capì e restò muta. Intanto il suo cuore parlava. Le diceva di essere felice, di aspettare il giorno di una promessa più aperta. I due giovani, come indifferenti a ciò che era accaduto, si scambiavano delle notizie sugli amici, delle osservazioni sulla giornata e sull’estate calda e buona per i loro armenti. Poi, spinti dalla fame, incominciarono a tagliarsi la loro bella fetta di polenta, che stringevano tra le mani, la modellavano, prima di staccare il boccone. La Pinina non aveva più fame. Lei sentiva solo il cuore e, nella confusione dell’animo, aveva
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voglia di uscire per respirare l’aria della valle. Restava ferma davanti alla panca, la lunga sottana trattenuta dalla mano destra. I due la invitavano con insistenza a sedere. Erano allegri. Si passavano rapidi il “ciapèl” (scodella) del vino. Lei guardava. Il suo viso era in ombra. I discorsi dei due uomini parevano quelli di sempre, non la interessavano. Vedeva solo la richiesta eccezionale che le era appena stata fatta. Nella sua immobilità, nel suo restare in quella compagnia, lei stava dando la sua risposta. Ne era consapevole. Stava dicendo di sì. I commensali capivano. Senza parole era stata la domanda, senza parole il consenso. La Pinina, nella luce di quel mezzogiorno, alla Montaneza si sentì “Promessa”. Uscì. Il sole, a mezzogiorno, brillava nell’aria immobile. Sotto il torrente, sempre in corsa e sempre nuo-
vo. La ragazza si incantava a guardare l’acqua scorrere, con quel movimento veloce: l’acqua andava e la nuova era come quella passata. Invece lei era lì immobile, sempre la stessa. Lei sempre uguale e l’acqua sempre uguale e diversa. Ma quel giorno qualcosa era cambiato, quel giorno anche lei era come l’acqua, uguale e diversa. Allora ringraziò il Signore che le aveva dato la vita e tutti quei beni intorno. Sola, in quell’immensità, si sentì felice. I monti, immobili, col loro silenzio, la inondarono di una musica di festa. La musica che sentiva in chiesa, quando le note venivano dall’organo grande.
amica. Sentiva il suo passo, irregolare, sulle lastre di pietra. Camminava così perché, come lei, non era abituata a mettere le scarpe. Le fu accanto. Allora la Pinina la guardò con un’ansia felice negli occhi, ma quella le mise una mano sul braccio, e non la lasciò parlare. Strinse gli occhi e incominciò sottovoce a raccontare ciò che era successo a Pianazzo. La Caterina era andata dietro le case, sullo strapiombo, a chiamare la sua capra. La vedeva in pericolo sul dirupo, ferma, ostinata, a strappare l’ultimo ciuffo di erba verde, in bilico sulla roccia liscia. Quella “piodina” gettata a coperchio, protesa verso un altro sasso sporgente. La donna chiamava la sua “teza”, ma quella, il capo piegato indietro, le corna fino al dorso non ascoltava e agitava sempre più la sua barbetta per aria. La Caterina allora fece un altro passo, guardò in alto. Vide il cielo turchino sopra e sentì lo strapiombo dietro, vuoto. Neanche un grido. A gridare fu la Lena sulla sponda, quando alzati gli
occhi vide il balzo roccioso deserto. Nessuno era passato sul sentiero e la capra era ancora là, indifferente, a cercare i rimasugli d’erba. Gli uomini subito accorsi dovettero andare fino ad Isola per cercare la poveretta. La trovarono tra le sue povere vesti stracciate dall’ultimo salto. Morta per salvare una capra. “Non mi fido delle capre” commentò la Pinina, e si diresse desolata verso casa. Dopo aver costeggiato il torrente, si fermò, prima di iniziare a salire il pendio. Si chinò. Si tolse le scarpe, le belle scarpe di pelle liscia. Legò le stringhe dell’una con quelle dell’altra e si pose sul braccio le calzature flosce, facendole dondolare, leggermente. Si sfilò rapida le calze. Le scosse lievemente e le ripiegò con cura nelle scarpe. Scalza, guardò il cielo. Lo vide lontano. Ma pure scendeva fino a toccare le cime. Il suo sguardo passò dalle vette assolate alla valle già in ombra. Sentì tutto il silenzio dei monti. Le penetrò nel cuore. Le disse il dolore della morte. Ora cammina-
La capra di Pianazzo
Nel pomeriggio scese di corsa, per assistere ai vespri. Dopo il canto dei salmi, uscì lenta dalla chiesa. Si fermò sull’uscio, per aspettare la Lüisina, la sua CAI MORBEGNO 43
va sul ciglio del sentiero, posava i piedi sull’erba dura, perché tante volte calpestata. Pensava alla povera Caterina e a tutti i poveri di questo mondo. Giunse alla sua baita. Si girò per guardare il sole prima di entrare. Varcò la soglia, piegò con cura il grande fazzoletto nero, e si chinò per metterlo nel cassetto della panca. Accanto, nella carta del vecchio giornale ripose le scarpe. Quando si rizzò, vide il sole che arretrava sul dorso del monte e gli spazi d’ombra sempre più grandi.
Celestino
Il mattino dopo era in piedi molto presto. Doveva salire sugli Andossi, perché i due falciatori incaricati dal fratello, avrebbero tagliato l’erba del prato grande. Lei doveva essere lì per tempo. Doveva rimuovere il fieno, prima col tridente, poi rivoltarlo col rastrello. Il suo bel rastrello, dal manico bianco, ben lisciato. Salì veloce, seguendo il sentiero, senza gioia. Guardò verso il Pizzo Quadro. Lo vide con la sua cima scura tagliare il cielo e il bianco della neve che resisteva sotto le prime rocce, fino alla spianata ghiaiosa. La ragazza si appuntò meglio una forcina, a sostegno delle trecce. Le negritelle col loro profumo, la richiamavano alla realtà, e fu di nuovo triste. Raggiunse Camamèla e vide sulla sponda il suo prato, con l’erba già quasi tutta falciata, disposta a “ondàn” (onde) sul pendio. Affrettò il passo. I falciatori, stagliati contro il cielo, erano lontani. Uno, rapido, passò la cote sulla lama della falce. La vide e le lanciò un richiamo. Ella alzò appena la mano. Vide allora anche l’Angelina. Era questa una sua sorellastra. La donna era venuta lì 44 CAI MORBEGNO
certamente per aiutarla. La Pinina affrettò il passo e, mentre cercava di saltare il basso muretto sconnesso, vide rannicchiato, Celestino. Era il bambino più piccolo dell’Angelina. Era fragile, pallido. Aveva quasi cinque anni, ma ne dimostrava tre. I capelli biondi, fini e radi, lasciavano vedere tutto il profilo del capo. Il suo nome era Piero, ma veniva chiamato da tutti “Celestino”, per quei suoi occhi chiari e trasparenti, come il cielo del mattino. L’unica sua bellezza. Il bambino, quasi non riusciva a reggersi sulle gracili gambe. Era così debole, perché la sua mamma aveva preso la “fevra” (malaria) prima che lui nascesse. Là, nella piana dell’Adda. Ora il fiume aveva il suo nuovo letto, scorreva lento e tranquillo fino al lago. Ma la gente, che lavorava i campi intorno, si ammalava ancora. La ragazza vide allora, tra i sassi del muretto, alcuni cespugli di mirtilli. I frutti nascosti tra le foglioline. Svelta cominciò a coglierli, poi li tese sulla mano aperta al bambino. “Tieni, Celestino”. Lui ne prese uno. Lo schiacciò lievemente tra i suoi ditini. Guardò la zia e sorrise. “L’è buono”, disse, e lo mise in bocca. Allora la ragazza restò immobile, con la mano aperta. Celestino ne prese un altro. Ancora sorrise e “L’è buono” ripeté. E così ancora. Uno dietro l’altro, con lo stesso gesto e lo stesso sorriso. Ora la ragazza non aveva più fretta. Era complice di quel gioco. Quell’intesa la univa al piccolo. E la gioia del bambino, adagio adagio, raggiunse il suo cuore. Eran soli loro due in quel silenzio. Un nuovo canto le scese nell’anima. Era il canto della pace.
Chiesetta di Teggiate
Disegno di chiesa sfumato tra nuvole, posate su declivi di monti silenti. Intorno ruderi grigi di deserte dimore e alti steli di ortiche afflosciate. Il cinque agosto, nella musica del tuo silenzio apri la porta alla gente dell'alpe. Viene da baite sparse con piede insicuro sul sentiero sbilenco. Le donne il viso rugoso la mano alzata col rosario pendente additano alle nipotine ricciute la chiesa sul balzo roccioso, segno di antica preghiera. (Elena Fattarelli) CAI MORBEGNO 45
va sul ciglio del sentiero, posava i piedi sull’erba dura, perché tante volte calpestata. Pensava alla povera Caterina e a tutti i poveri di questo mondo. Giunse alla sua baita. Si girò per guardare il sole prima di entrare. Varcò la soglia, piegò con cura il grande fazzoletto nero, e si chinò per metterlo nel cassetto della panca. Accanto, nella carta del vecchio giornale ripose le scarpe. Quando si rizzò, vide il sole che arretrava sul dorso del monte e gli spazi d’ombra sempre più grandi.
Celestino
Il mattino dopo era in piedi molto presto. Doveva salire sugli Andossi, perché i due falciatori incaricati dal fratello, avrebbero tagliato l’erba del prato grande. Lei doveva essere lì per tempo. Doveva rimuovere il fieno, prima col tridente, poi rivoltarlo col rastrello. Il suo bel rastrello, dal manico bianco, ben lisciato. Salì veloce, seguendo il sentiero, senza gioia. Guardò verso il Pizzo Quadro. Lo vide con la sua cima scura tagliare il cielo e il bianco della neve che resisteva sotto le prime rocce, fino alla spianata ghiaiosa. La ragazza si appuntò meglio una forcina, a sostegno delle trecce. Le negritelle col loro profumo, la richiamavano alla realtà, e fu di nuovo triste. Raggiunse Camamèla e vide sulla sponda il suo prato, con l’erba già quasi tutta falciata, disposta a “ondàn” (onde) sul pendio. Affrettò il passo. I falciatori, stagliati contro il cielo, erano lontani. Uno, rapido, passò la cote sulla lama della falce. La vide e le lanciò un richiamo. Ella alzò appena la mano. Vide allora anche l’Angelina. Era questa una sua sorellastra. La donna era venuta lì 44 CAI MORBEGNO
certamente per aiutarla. La Pinina affrettò il passo e, mentre cercava di saltare il basso muretto sconnesso, vide rannicchiato, Celestino. Era il bambino più piccolo dell’Angelina. Era fragile, pallido. Aveva quasi cinque anni, ma ne dimostrava tre. I capelli biondi, fini e radi, lasciavano vedere tutto il profilo del capo. Il suo nome era Piero, ma veniva chiamato da tutti “Celestino”, per quei suoi occhi chiari e trasparenti, come il cielo del mattino. L’unica sua bellezza. Il bambino, quasi non riusciva a reggersi sulle gracili gambe. Era così debole, perché la sua mamma aveva preso la “fevra” (malaria) prima che lui nascesse. Là, nella piana dell’Adda. Ora il fiume aveva il suo nuovo letto, scorreva lento e tranquillo fino al lago. Ma la gente, che lavorava i campi intorno, si ammalava ancora. La ragazza vide allora, tra i sassi del muretto, alcuni cespugli di mirtilli. I frutti nascosti tra le foglioline. Svelta cominciò a coglierli, poi li tese sulla mano aperta al bambino. “Tieni, Celestino”. Lui ne prese uno. Lo schiacciò lievemente tra i suoi ditini. Guardò la zia e sorrise. “L’è buono”, disse, e lo mise in bocca. Allora la ragazza restò immobile, con la mano aperta. Celestino ne prese un altro. Ancora sorrise e “L’è buono” ripeté. E così ancora. Uno dietro l’altro, con lo stesso gesto e lo stesso sorriso. Ora la ragazza non aveva più fretta. Era complice di quel gioco. Quell’intesa la univa al piccolo. E la gioia del bambino, adagio adagio, raggiunse il suo cuore. Eran soli loro due in quel silenzio. Un nuovo canto le scese nell’anima. Era il canto della pace.
Chiesetta di Teggiate
Disegno di chiesa sfumato tra nuvole, posate su declivi di monti silenti. Intorno ruderi grigi di deserte dimore e alti steli di ortiche afflosciate. Il cinque agosto, nella musica del tuo silenzio apri la porta alla gente dell'alpe. Viene da baite sparse con piede insicuro sul sentiero sbilenco. Le donne il viso rugoso la mano alzata col rosario pendente additano alle nipotine ricciute la chiesa sul balzo roccioso, segno di antica preghiera. (Elena Fattarelli) CAI MORBEGNO 45
L’uomo Selvatico di Eugenio Salvino
L’immaginario delle culture tradizionali ha prodotto, a partire da fatti concreti, a volte con un intento eziologico, una serie di divinità o di semidivinità che si sono conservate anche dopo l’avvento del cristianesimo. Questo vale anche per gli ambienti di montagna, indipendentemente dalla loro collocazione. Pertanto non risulta strana la presenza di figure similari nelle civiltà delle montagne asiatiche e in quella delle nostre alpi. L’isolamento che comporta l’assenza di contatto e di influenze, gli incontri sui pascoli o nelle sere di inverno davanti al camino hanno prodotto nella cultura alpina una sorta di epica orale popolata da motivi ricorrenti che richiamano i luoghi consueti di vita e creano in essi una serie di figure atte, in primo luogo, ad esorcizzare le paure, poi, a dare conto di alcuni procedimenti fondamentali connessi con la sopravvivenza. Il biancore della neve ed il verde intenso dell’erba, l’oscurità intricata dei boschi, la mungitura del latte e la produzione del formaggio, la vita passata a stretto contatto con la natura e con gli animali: da qui provengono tutti i personaggi, benefici o malefici, che animano la cultura alpina. Quello di maggiore risonanza è l’uomo selvatico, un essere intermedio tra l’uomo e l’animale, forte e peloso che si nasconde, per una sorta di ritrosia, che sceglie di vivere ai margini del consorzio umano. Egli ha delle caratteristiche decisamente animalesche, ma ha anche un ingegno che lo accomuna agli uomini. Tali qualità accostano lo jeti asiatico all’uomo selvatico presente in tutta la cultura alpina. La leggenda vuole che gli uomini che vivevano di pastorizia sulle montagne avevano difficoltà a conservare il latte ottenuto 46 CAI MORBEGNO
da mucche o capre. A questo punto interviene il selvatico che spiega come, attraverso il caglio, si possa ottenere il formaggio, nutriente, conservabile e utilizzabile per un lungo periodo. Poi, l’uomo selvatico, viene schernito dagli altri e allora si ritira e non dà ulteriori contributi, scegliendo una vita isolata a stretto contatto con la natura. Non ha comunque azioni di rivalsa su chi lo ha maltrattato, si limita a spaventare chi gli si avvicina. La sua figura pelosa, con una clava in mano è ricorrente in trentino, a Bressanone, a Trier in Francia, nelle valli bergamasche, su uno dei pluviali del duomo di Milano e nella camera picta della casa dell’uomo selvatico a Sacco. Quest’ultima è particolarmente interessante perché in essa si trova anche la nuova concezione umanistica delle bontà del selvaggio che innesta sulla nuova cultura quattro-cinquecentesca elementi provenienti da un sapere tradizionale. Oltre al selvatico che la fa da padrone, vi sono altre figure ricorrenti le quali vedono spesso l’unione tra l’uomo e l’animale, risultanti da congiungimenti anomali e legate al male (diavolo come caprone) e al dolore, l’uomo animale che piange per azioni cattive connesse o per torti che gli sono stati fatti, giovani che soccombono al freddo e assumono il bianco della neve per poi rinascere nel periodo estivo, secondo una logica presente anche nel mito greco, spiriti di uomini che si sono persi sulla montagna e che fanno sentire la loro voce in particolari momenti. Insomma un’ampia popolazione di creature più o meno incarnate che neppure la civiltà moderna è riuscita del tutto a fare scomparire. CAI MORBEGNO 47
L’uomo Selvatico di Eugenio Salvino
L’immaginario delle culture tradizionali ha prodotto, a partire da fatti concreti, a volte con un intento eziologico, una serie di divinità o di semidivinità che si sono conservate anche dopo l’avvento del cristianesimo. Questo vale anche per gli ambienti di montagna, indipendentemente dalla loro collocazione. Pertanto non risulta strana la presenza di figure similari nelle civiltà delle montagne asiatiche e in quella delle nostre alpi. L’isolamento che comporta l’assenza di contatto e di influenze, gli incontri sui pascoli o nelle sere di inverno davanti al camino hanno prodotto nella cultura alpina una sorta di epica orale popolata da motivi ricorrenti che richiamano i luoghi consueti di vita e creano in essi una serie di figure atte, in primo luogo, ad esorcizzare le paure, poi, a dare conto di alcuni procedimenti fondamentali connessi con la sopravvivenza. Il biancore della neve ed il verde intenso dell’erba, l’oscurità intricata dei boschi, la mungitura del latte e la produzione del formaggio, la vita passata a stretto contatto con la natura e con gli animali: da qui provengono tutti i personaggi, benefici o malefici, che animano la cultura alpina. Quello di maggiore risonanza è l’uomo selvatico, un essere intermedio tra l’uomo e l’animale, forte e peloso che si nasconde, per una sorta di ritrosia, che sceglie di vivere ai margini del consorzio umano. Egli ha delle caratteristiche decisamente animalesche, ma ha anche un ingegno che lo accomuna agli uomini. Tali qualità accostano lo jeti asiatico all’uomo selvatico presente in tutta la cultura alpina. La leggenda vuole che gli uomini che vivevano di pastorizia sulle montagne avevano difficoltà a conservare il latte ottenuto 46 CAI MORBEGNO
da mucche o capre. A questo punto interviene il selvatico che spiega come, attraverso il caglio, si possa ottenere il formaggio, nutriente, conservabile e utilizzabile per un lungo periodo. Poi, l’uomo selvatico, viene schernito dagli altri e allora si ritira e non dà ulteriori contributi, scegliendo una vita isolata a stretto contatto con la natura. Non ha comunque azioni di rivalsa su chi lo ha maltrattato, si limita a spaventare chi gli si avvicina. La sua figura pelosa, con una clava in mano è ricorrente in trentino, a Bressanone, a Trier in Francia, nelle valli bergamasche, su uno dei pluviali del duomo di Milano e nella camera picta della casa dell’uomo selvatico a Sacco. Quest’ultima è particolarmente interessante perché in essa si trova anche la nuova concezione umanistica delle bontà del selvaggio che innesta sulla nuova cultura quattro-cinquecentesca elementi provenienti da un sapere tradizionale. Oltre al selvatico che la fa da padrone, vi sono altre figure ricorrenti le quali vedono spesso l’unione tra l’uomo e l’animale, risultanti da congiungimenti anomali e legate al male (diavolo come caprone) e al dolore, l’uomo animale che piange per azioni cattive connesse o per torti che gli sono stati fatti, giovani che soccombono al freddo e assumono il bianco della neve per poi rinascere nel periodo estivo, secondo una logica presente anche nel mito greco, spiriti di uomini che si sono persi sulla montagna e che fanno sentire la loro voce in particolari momenti. Insomma un’ampia popolazione di creature più o meno incarnate che neppure la civiltà moderna è riuscita del tutto a fare scomparire. CAI MORBEGNO 47
IL MONTEDELLA DISGRAZIA
Riproponiamo il bello scritto con il quale Bruno Credaro, insegnante e studioso dei problemi della scuola, già Provveditore agli studi della provincia di Sondrio, alpinista e cultore della montagna, descrisse la prima salita al Disgrazia, quella che segnò la nascita dell’alpinismo anche nella nostra valle. Il pezzo è un estratto del volume “Storie di guide, alpinisti e cacciatori”, pubblicato dalla Banca Popolare di Sondrio nel 1955. di Bruno Credaro
Agosto del 1862. A Chiesa in Valmalenco tornano in un tardo pomeriggio i carretti che in mattinata hanno portato a Sondrio i carichi di ardesie. Chiesa era allora formata da un piccolo gruppo di case nere; altri tre o quattro gruppetti di case sorgevano a distanza sulla vasta prateria. Insieme con i carretti, arriva in quel giorno una carrozzella dell’Albergo della Posta di Sondrio e ne scendono viaggiatori inconsueti: due signori con lunga giacca e calzoni a tubo; hanno in testa un grande cappello con un velo arrotolato; un terzo, vesti48 CAI MORBEGNO
to più modestamente, si affanna a scaricare strani bagagli; il quarto si assomiglia di più nel vestito e nella struttura ai malenchi che stanno a guardare da rispettosa distanza. I viaggiatori sono E.S. Kennedy e Leslie Stephen, alpinisti inglesi, con il servo Tomaso Cox e la guida svizzera Melchiorre Anderegg. Dietro la canonica c’è una miserabile locanda, quella che ingrandita a sei o sette camere diventerà poi l’albergo Olivo, e là si sistemarono per la notte. Non è difficile ricostruire con l’immaginazione questo primo incontro tra i forestieri e gli
indigeni; intendersi non è impossibile, con molti gesti e poche parole. Così si viene a sapere che gli inglesi vogliono risalire il giorno dopo la valle del Mallero fino a Chiareggio e poi tentare la scalata al Monte della Disgrazia. A Chiareggio, tra le poche baite, è ancora in efficienza la trattoria che serviva da tappa alle carovane mercantili che passavano il Muretto prima dell’apertura delle grandi strade carrozzabili e alcuni passavano anche allora. La mattina del 20 agosto salgono nelle ore antelucane per la valle del Sissone e, arrivati alle CAI MORBEGNO 49
IL MONTEDELLA DISGRAZIA
Riproponiamo il bello scritto con il quale Bruno Credaro, insegnante e studioso dei problemi della scuola, già Provveditore agli studi della provincia di Sondrio, alpinista e cultore della montagna, descrisse la prima salita al Disgrazia, quella che segnò la nascita dell’alpinismo anche nella nostra valle. Il pezzo è un estratto del volume “Storie di guide, alpinisti e cacciatori”, pubblicato dalla Banca Popolare di Sondrio nel 1955. di Bruno Credaro
Agosto del 1862. A Chiesa in Valmalenco tornano in un tardo pomeriggio i carretti che in mattinata hanno portato a Sondrio i carichi di ardesie. Chiesa era allora formata da un piccolo gruppo di case nere; altri tre o quattro gruppetti di case sorgevano a distanza sulla vasta prateria. Insieme con i carretti, arriva in quel giorno una carrozzella dell’Albergo della Posta di Sondrio e ne scendono viaggiatori inconsueti: due signori con lunga giacca e calzoni a tubo; hanno in testa un grande cappello con un velo arrotolato; un terzo, vesti48 CAI MORBEGNO
to più modestamente, si affanna a scaricare strani bagagli; il quarto si assomiglia di più nel vestito e nella struttura ai malenchi che stanno a guardare da rispettosa distanza. I viaggiatori sono E.S. Kennedy e Leslie Stephen, alpinisti inglesi, con il servo Tomaso Cox e la guida svizzera Melchiorre Anderegg. Dietro la canonica c’è una miserabile locanda, quella che ingrandita a sei o sette camere diventerà poi l’albergo Olivo, e là si sistemarono per la notte. Non è difficile ricostruire con l’immaginazione questo primo incontro tra i forestieri e gli
indigeni; intendersi non è impossibile, con molti gesti e poche parole. Così si viene a sapere che gli inglesi vogliono risalire il giorno dopo la valle del Mallero fino a Chiareggio e poi tentare la scalata al Monte della Disgrazia. A Chiareggio, tra le poche baite, è ancora in efficienza la trattoria che serviva da tappa alle carovane mercantili che passavano il Muretto prima dell’apertura delle grandi strade carrozzabili e alcuni passavano anche allora. La mattina del 20 agosto salgono nelle ore antelucane per la valle del Sissone e, arrivati alle CAI MORBEGNO 49
mi, dietro a questa, fatti evanescenti dalla grande pianura interposta, gli Appennini. La salita è descritta da Kennedy nel n. 1 dell’Alpine Journal, notiziario del Club alpino inglese, di cui Kennedy era presidente. Ad integrazione di quanto scritto da Bruno Credaro, aggiungiamo che, giunti al pas-
morene, si trovano davanti improvvisamente la curva mole del ghiacciaio. Incombono a sinistra le seraccate di un’ampia vedretta; sopra questa una parete proterva alta mille metri, con tali salti e scivoli di ghiaccio da parere, allora, la più evidente rappresentazione dell’impossibile. Sperano nella lunga cresta che sale da occidente e la raggiungono a sud del passo di Mello; poi incominciano a risalirla, finché Anderegg e Stephen arrivano a una cima che non è neppure un’anticima del Disgrazia, tanto questo appare alto a oriente. Si sa che le anticime sono state create dal geni malefici della montagna per mettere alla prova il carattere e la pazienza degli alpinisti e per abituarli a sopportare le delusioni senza arrabbiarsi. Stephen e Anderegg non si arrabbiarono, anche perché questo sarebbe stato in netto disaccordo con la flem50 CAI MORBEGNO
ma inglese e la forza di sopportazione dei montanari; diedero un’occhiata da intenditori alla lunga cresta che, alternando grigie rocce a taglienti lame di ghiaccio, portava verso la cima, la giudicarono non impossibile ed essendo ormai tardi, tornarono indietro. Ma prima di scendere, come impegno a continuare l’assalto, chiamarono la cima raggiunta Punta Speranza. Tornati a Chiareggio, si rimisero in forze con alcuni giorni di riposo e il 24 agosto ripartirono per l’attacco finale. Sulla via già nota guadagnarono presto in altezza; furono sulla Punta Speranza e poi rampicando e scalinando (come facessero tanti gradini, con quelle piccozze dal manico lunghissimo e dal becco a uncino, è rimasto un mistero della tecnica di quel tempo) arrivarono finalmente sulla vetta estrema. La definirono un “picco glorioso” e scrissero che tutti gli al-
pinisti che si trovassero sulle Retiche avrebbero dovuto salirlo. Chi è stato sul Disgrazia in una giornata di bel tempo sottoscrive la definizione e l’invito. Altri monti, anche in Valtellina, possono superare il Disgrazia; il Bernina, più alto; il Roseg, ancora più maestoso; ma nessuno lo supera come punto panoramico. Scostato dallo spartiacque alpino, permette un colpo d’occhio immediato sui monti del Masino, enormi masse di granito, create da madre natura in vena di cubismo; oltre il verde, profondo solco della Valmalenco, le cime del Bernina, alte sul duplice pianoro ghiacciato dello Scerscen. A oriente i monti del Bormiese non mascherano qualche lontana visione dolomitica. Nel più remoto giro d’orizzonte ancora si vedono le montagne piemontesi, dal Monviso al Rosa e le Alpi Bernesi. A sud la striscia verde azzurra delle Orobie; lontanissi-
so di Mello, Stephen e la guida Anderegg andarono in esplorazione risalendo la cresta fino alla spalla granitica, oggi conosciuta come monte Pioda, che essi battezzarono punta della Speranza. Dopo aver constatato l’accessibilità al Disgrazia lungo la cresta Nord-Ovest e la convenienza dell’ascensione dalla Valmasino, tornarono al passo dove li
attendeva Kennedy e ridiscesero a valle. Quattro giorni dopo ripartirono dai Bagni di Masino e, percorrendo la val di Mello, raggiunsero gli ultimi pendii del ghiacciaio di Predarossa. Da qui salirono all’insellatura fra la punta Speranza e il Disgrazia e, quindi, alla vetta lungo la cresta che oggi costituisce la via normale.
Sopra: salita al Disgrazia dal ghiacciaio di Predarossa nei primi anni del secolo scorso. A fianco: lungo la cresta Nord-Ovest. Nella pagina a fronte: l’anticima dalla cresta Nord-Ovest. Nelle pagine precedenti: il Monte Disgrazia visto dalle pendici del Monte Sissone ed un’incisione apparsa nel primo volume dell’Alpine Journal.
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mi, dietro a questa, fatti evanescenti dalla grande pianura interposta, gli Appennini. La salita è descritta da Kennedy nel n. 1 dell’Alpine Journal, notiziario del Club alpino inglese, di cui Kennedy era presidente. Ad integrazione di quanto scritto da Bruno Credaro, aggiungiamo che, giunti al pas-
morene, si trovano davanti improvvisamente la curva mole del ghiacciaio. Incombono a sinistra le seraccate di un’ampia vedretta; sopra questa una parete proterva alta mille metri, con tali salti e scivoli di ghiaccio da parere, allora, la più evidente rappresentazione dell’impossibile. Sperano nella lunga cresta che sale da occidente e la raggiungono a sud del passo di Mello; poi incominciano a risalirla, finché Anderegg e Stephen arrivano a una cima che non è neppure un’anticima del Disgrazia, tanto questo appare alto a oriente. Si sa che le anticime sono state create dal geni malefici della montagna per mettere alla prova il carattere e la pazienza degli alpinisti e per abituarli a sopportare le delusioni senza arrabbiarsi. Stephen e Anderegg non si arrabbiarono, anche perché questo sarebbe stato in netto disaccordo con la flem50 CAI MORBEGNO
ma inglese e la forza di sopportazione dei montanari; diedero un’occhiata da intenditori alla lunga cresta che, alternando grigie rocce a taglienti lame di ghiaccio, portava verso la cima, la giudicarono non impossibile ed essendo ormai tardi, tornarono indietro. Ma prima di scendere, come impegno a continuare l’assalto, chiamarono la cima raggiunta Punta Speranza. Tornati a Chiareggio, si rimisero in forze con alcuni giorni di riposo e il 24 agosto ripartirono per l’attacco finale. Sulla via già nota guadagnarono presto in altezza; furono sulla Punta Speranza e poi rampicando e scalinando (come facessero tanti gradini, con quelle piccozze dal manico lunghissimo e dal becco a uncino, è rimasto un mistero della tecnica di quel tempo) arrivarono finalmente sulla vetta estrema. La definirono un “picco glorioso” e scrissero che tutti gli al-
pinisti che si trovassero sulle Retiche avrebbero dovuto salirlo. Chi è stato sul Disgrazia in una giornata di bel tempo sottoscrive la definizione e l’invito. Altri monti, anche in Valtellina, possono superare il Disgrazia; il Bernina, più alto; il Roseg, ancora più maestoso; ma nessuno lo supera come punto panoramico. Scostato dallo spartiacque alpino, permette un colpo d’occhio immediato sui monti del Masino, enormi masse di granito, create da madre natura in vena di cubismo; oltre il verde, profondo solco della Valmalenco, le cime del Bernina, alte sul duplice pianoro ghiacciato dello Scerscen. A oriente i monti del Bormiese non mascherano qualche lontana visione dolomitica. Nel più remoto giro d’orizzonte ancora si vedono le montagne piemontesi, dal Monviso al Rosa e le Alpi Bernesi. A sud la striscia verde azzurra delle Orobie; lontanissi-
so di Mello, Stephen e la guida Anderegg andarono in esplorazione risalendo la cresta fino alla spalla granitica, oggi conosciuta come monte Pioda, che essi battezzarono punta della Speranza. Dopo aver constatato l’accessibilità al Disgrazia lungo la cresta Nord-Ovest e la convenienza dell’ascensione dalla Valmasino, tornarono al passo dove li
attendeva Kennedy e ridiscesero a valle. Quattro giorni dopo ripartirono dai Bagni di Masino e, percorrendo la val di Mello, raggiunsero gli ultimi pendii del ghiacciaio di Predarossa. Da qui salirono all’insellatura fra la punta Speranza e il Disgrazia e, quindi, alla vetta lungo la cresta che oggi costituisce la via normale.
Sopra: salita al Disgrazia dal ghiacciaio di Predarossa nei primi anni del secolo scorso. A fianco: lungo la cresta Nord-Ovest. Nella pagina a fronte: l’anticima dalla cresta Nord-Ovest. Nelle pagine precedenti: il Monte Disgrazia visto dalle pendici del Monte Sissone ed un’incisione apparsa nel primo volume dell’Alpine Journal.
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SPIGOLANDO in BIBLIOTECA
La Val Masino
Ecco come si esprimeva nel 1875 l’alpinista inglese Douglas W. Freshfield nel suo libro “The Italian Alps” a proposito della Val Masino: “La Val Masino offre ben poche attrattive ai numerosi individui che non possono o non vogliono camminare, persone che oso definire, utilizzando un epiteto di vaticana infallibilità, il “Club Subalpino”. Inaccessibile su tre lati, se non a piedi, questa valle rimarrà probabilmente per lungo tempo un rifugio sicuro per scalatori misantropi, costretti alla fuga dalle vette del Bernina Centrale, dalle pretese delle guide e dal chiacchiericcio dei propri compatrioti”.
La prima italiana al Badile
Il 9 agosto 1880 Francesco Lurani e la fedele guida Antonio Baroni erano ai piedi della Sud del Badile per tentarne la salita. I due faticavano non poco ad identificare la via tracciata dai predecessori, allora il Baroni, il cui fiuto nell’individuare i passaggi più semplici era proverbiale, decise di provare dal versante sud-occidentale. Da lì riuscirono a portasi con facilità alla base del canalone. Ecco come descrive il Lurani l’ultima parte dell’ascensione: “Da più di un’ora duravamo in quella ginnastica febbrile e ancora mi tormentava il dubbio di poter essere respinto da qualche ostacolo insormontabile. La scoperta fatta da Baroni di uno zolfanello semicarbonizzato ci riempì di gioia: una pipa, una guida era passata di là. Ancora pochi passi e la nebbia sul nostro capo si squarcia e vicinissima ci appare contro l’azzurro del cielo l’estrema corona di rupi, brizzolata di neve fresca. Alle 11.3/4 avevamo vinto e Baroni emetteva un immane grido di trionfo: Ohi de Bond! Che si perdè nell’abisso incommensurabile di Val Bondasca”.
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SPIGOLANDO in BIBLIOTECA
La Val Masino
Ecco come si esprimeva nel 1875 l’alpinista inglese Douglas W. Freshfield nel suo libro “The Italian Alps” a proposito della Val Masino: “La Val Masino offre ben poche attrattive ai numerosi individui che non possono o non vogliono camminare, persone che oso definire, utilizzando un epiteto di vaticana infallibilità, il “Club Subalpino”. Inaccessibile su tre lati, se non a piedi, questa valle rimarrà probabilmente per lungo tempo un rifugio sicuro per scalatori misantropi, costretti alla fuga dalle vette del Bernina Centrale, dalle pretese delle guide e dal chiacchiericcio dei propri compatrioti”.
La prima italiana al Badile
Il 9 agosto 1880 Francesco Lurani e la fedele guida Antonio Baroni erano ai piedi della Sud del Badile per tentarne la salita. I due faticavano non poco ad identificare la via tracciata dai predecessori, allora il Baroni, il cui fiuto nell’individuare i passaggi più semplici era proverbiale, decise di provare dal versante sud-occidentale. Da lì riuscirono a portasi con facilità alla base del canalone. Ecco come descrive il Lurani l’ultima parte dell’ascensione: “Da più di un’ora duravamo in quella ginnastica febbrile e ancora mi tormentava il dubbio di poter essere respinto da qualche ostacolo insormontabile. La scoperta fatta da Baroni di uno zolfanello semicarbonizzato ci riempì di gioia: una pipa, una guida era passata di là. Ancora pochi passi e la nebbia sul nostro capo si squarcia e vicinissima ci appare contro l’azzurro del cielo l’estrema corona di rupi, brizzolata di neve fresca. Alle 11.3/4 avevamo vinto e Baroni emetteva un immane grido di trionfo: Ohi de Bond! Che si perdè nell’abisso incommensurabile di Val Bondasca”.
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NOSTALGIA DEL di Giovanni Donadelli
Immerso nel silenzio di una notte insonne, raggiunta già una certa età, i ricordi emergono facilmente nella mia testa, uno dopo l’altro come tante bolle di sapone … ne agguanto una ed in essa trovo scritto “CAI Morbegno”.
CAI
Queste parole contengono cinquant’anni della mia vita, sociale, sportiva, alpinistica, dalla quale ho avuto tante soddisfazioni. Un brivido di nostalgia m’invade, vedo la recente uscita del 2007 alle capanne del Rosa, gli amici, i ghiacciai, il freddo, l’allegria, i cori e come una pellicola che gira vorticosamente indietro mi riporta alla mia prima tessera CAI … bella elegante, copertina in vera pelle verde, con una scritta che non ho mai dimenticato: “Sono fiero di appartenere al Centro Alpino Italiano, scuola di ardimento e fedeltà”. Era il 1938, ci avevano tesserato per una gita alla Capanna Marinelli appena ristrutturata. Poi il servizio militare e la prigionia che non mi invitano a ricordare… Tornano i ricordi carichi di emozioni del 1946, grosse comitive, a volte cinquanta persone, sci in spalla fino alla Corte, non tutti capaci di curvare per fermarsi, ruzzoloni di decine di metri per quelli che osavano scendere il ripidissimo “schuss” tagliato nel bosco a lato del rifugio Corte, il quale ti dava una velocità di 70/80 km orari che per gli sci di allora era una cosa al limite dell’umano… Poi le gare: quelle di Olano col lavoro a volte massacrante per battere la pista coi soli sci al sabato prima della gara, effettuato da amici e soci di buona volontà… I primi segreti di scioline… il Tom Cornali faceva fondere con la cera di candela anche un po’ di 54 CAI MORBEGNO
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NOSTALGIA DEL di Giovanni Donadelli
Immerso nel silenzio di una notte insonne, raggiunta già una certa età, i ricordi emergono facilmente nella mia testa, uno dopo l’altro come tante bolle di sapone … ne agguanto una ed in essa trovo scritto “CAI Morbegno”.
CAI
Queste parole contengono cinquant’anni della mia vita, sociale, sportiva, alpinistica, dalla quale ho avuto tante soddisfazioni. Un brivido di nostalgia m’invade, vedo la recente uscita del 2007 alle capanne del Rosa, gli amici, i ghiacciai, il freddo, l’allegria, i cori e come una pellicola che gira vorticosamente indietro mi riporta alla mia prima tessera CAI … bella elegante, copertina in vera pelle verde, con una scritta che non ho mai dimenticato: “Sono fiero di appartenere al Centro Alpino Italiano, scuola di ardimento e fedeltà”. Era il 1938, ci avevano tesserato per una gita alla Capanna Marinelli appena ristrutturata. Poi il servizio militare e la prigionia che non mi invitano a ricordare… Tornano i ricordi carichi di emozioni del 1946, grosse comitive, a volte cinquanta persone, sci in spalla fino alla Corte, non tutti capaci di curvare per fermarsi, ruzzoloni di decine di metri per quelli che osavano scendere il ripidissimo “schuss” tagliato nel bosco a lato del rifugio Corte, il quale ti dava una velocità di 70/80 km orari che per gli sci di allora era una cosa al limite dell’umano… Poi le gare: quelle di Olano col lavoro a volte massacrante per battere la pista coi soli sci al sabato prima della gara, effettuato da amici e soci di buona volontà… I primi segreti di scioline… il Tom Cornali faceva fondere con la cera di candela anche un po’ di 54 CAI MORBEGNO
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lucido da scarpe. Tecnicamente non sono mai riuscito a capire se veramente aumentasse la velocità, una cosa però era certa: la neve non attaccava più sotto gli sci, ancora solo di legno e non laminati. Poi il progresso, paraffine di tutti i colori da adattare ad ogni tipo di neve. Ricordo Giovanni Riva, diabolico miscelatore di paraffina alla gara di Olano … dopo aver controllato lo scorrimento durante la battitura della pista si appartava nella mia legnaia alle Tagliate per applicare in gran segreto le sue misture. Il giorno della gara tanta gente felice, le rivalità famigliari tra i Galbusera, i Gusmeroli, i Donadelli, i Romegialli … vedo il Mario Bottani sempre presente, buon sciatore, gran lavoratore, consigliere del CAI. Il cronometraggio: sempre il punto debole per questa competizione. Ricordo una giornata di gara, nevicava, i cronometristi non erano arrivati, settanta concorrenti pronti. Per fortuna c’erano tra i partecipanti alcuni nostri amici di Poschiavo che avevano un orologio contasecondi che usammo all’arrivo … certamente una cosa approssimativa, ma la sportività degli atleti e un po’ di astuzia da parte nostra, ci permisero di effettuare la gara. In seguito ci attrezzammo in modo da essere indipendenti … Poi la nascita del GEM, alpinisti che noi del CAI non avevamo capito, impegnati solo con lo sci, trascurando le loro richieste di alpinismo vero … Quell’anno, per la gara di Olano, ci mancarono i battitori che erano passati al GEM, ma pur di effettuare la gara la pista venne battuta solo da due persone, Adriano Del Nero e
Giovanni Donadelli in dieci ore
56 CAI MORBEGNO
A fianco: tre punti a morra in Val Porcellizzo. Sotto: durante una sosta c’è tempo per una cantatina (e una sigaretta). Pagina a fronte: «Il Chiscio sostiene di avermi fotografato gocciolante intanto che mi rialzavo...».
di lavori forzati, e perfezionata dai concorrenti che salivano per la gara. Rallyno della Rosetta: serate indimenticabili al Bar Bianco, dove si pernottava dopo aver tracciato la pista. Progetti per la gara, i canti, le barzellette, fra le quali una (quella della Marta!!!) rimase famosa perché durò più di un’ora con varianti ed interruzioni da parte di Giorgio Bertarelli che, col suo fare tentennante di finto ingenuo, creava da parte mia risposte comiche e a volte piccanti. I maligni dicevano che eravamo ispirati da un signore che si chiamava “Bacco”. Poi la gara, controlli, cronometristi,concorrenti, incerti vari, classifiche con conteggi di alta matematica (avevamo un professore). A proposito di incerti. Un anno,
durante la preparazione della pista, si scatenò un violento temporale che si trasformò in una tempesta di neve… sembrò che dovesse cancellare tutto… atleti, controlli, paletti. Per fortuna dopo mezz’ora di questo finimondo, come per incanto tutti ricomparvero al loro posto, così potemmo finire la gara. Poi i Rally di Tartano con Giorgio Spini tuttofare, “aborigeno” di Tartano, che voleva dare lustro alla sua valle … e c’è riuscito. Le notti passate in quelle baite fredde, semicoperte dalla neve, col tetto gocciolante, ma con dentro il calore di noi fanatici della montagna. Il corpo cronometristi del CAI era formato da Riccardo Marchini, Domenico Del Barba (detto Zio), Chiscio Caneva,
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lucido da scarpe. Tecnicamente non sono mai riuscito a capire se veramente aumentasse la velocità, una cosa però era certa: la neve non attaccava più sotto gli sci, ancora solo di legno e non laminati. Poi il progresso, paraffine di tutti i colori da adattare ad ogni tipo di neve. Ricordo Giovanni Riva, diabolico miscelatore di paraffina alla gara di Olano … dopo aver controllato lo scorrimento durante la battitura della pista si appartava nella mia legnaia alle Tagliate per applicare in gran segreto le sue misture. Il giorno della gara tanta gente felice, le rivalità famigliari tra i Galbusera, i Gusmeroli, i Donadelli, i Romegialli … vedo il Mario Bottani sempre presente, buon sciatore, gran lavoratore, consigliere del CAI. Il cronometraggio: sempre il punto debole per questa competizione. Ricordo una giornata di gara, nevicava, i cronometristi non erano arrivati, settanta concorrenti pronti. Per fortuna c’erano tra i partecipanti alcuni nostri amici di Poschiavo che avevano un orologio contasecondi che usammo all’arrivo … certamente una cosa approssimativa, ma la sportività degli atleti e un po’ di astuzia da parte nostra, ci permisero di effettuare la gara. In seguito ci attrezzammo in modo da essere indipendenti … Poi la nascita del GEM, alpinisti che noi del CAI non avevamo capito, impegnati solo con lo sci, trascurando le loro richieste di alpinismo vero … Quell’anno, per la gara di Olano, ci mancarono i battitori che erano passati al GEM, ma pur di effettuare la gara la pista venne battuta solo da due persone, Adriano Del Nero e
Giovanni Donadelli in dieci ore
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A fianco: tre punti a morra in Val Porcellizzo. Sotto: durante una sosta c’è tempo per una cantatina (e una sigaretta). Pagina a fronte: «Il Chiscio sostiene di avermi fotografato gocciolante intanto che mi rialzavo...».
di lavori forzati, e perfezionata dai concorrenti che salivano per la gara. Rallyno della Rosetta: serate indimenticabili al Bar Bianco, dove si pernottava dopo aver tracciato la pista. Progetti per la gara, i canti, le barzellette, fra le quali una (quella della Marta!!!) rimase famosa perché durò più di un’ora con varianti ed interruzioni da parte di Giorgio Bertarelli che, col suo fare tentennante di finto ingenuo, creava da parte mia risposte comiche e a volte piccanti. I maligni dicevano che eravamo ispirati da un signore che si chiamava “Bacco”. Poi la gara, controlli, cronometristi,concorrenti, incerti vari, classifiche con conteggi di alta matematica (avevamo un professore). A proposito di incerti. Un anno,
durante la preparazione della pista, si scatenò un violento temporale che si trasformò in una tempesta di neve… sembrò che dovesse cancellare tutto… atleti, controlli, paletti. Per fortuna dopo mezz’ora di questo finimondo, come per incanto tutti ricomparvero al loro posto, così potemmo finire la gara. Poi i Rally di Tartano con Giorgio Spini tuttofare, “aborigeno” di Tartano, che voleva dare lustro alla sua valle … e c’è riuscito. Le notti passate in quelle baite fredde, semicoperte dalla neve, col tetto gocciolante, ma con dentro il calore di noi fanatici della montagna. Il corpo cronometristi del CAI era formato da Riccardo Marchini, Domenico Del Barba (detto Zio), Chiscio Caneva,
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Giorgio Spini, Giovanni Donadelli e l’immancabile capo cronometristi che c’era sempre nei momenti difficili, il “talamun” di Sondrio Guido Combi. Erano momenti favorevoli per il CAI Morbegno che, con la presidenza di Chiscio Caneva e con un Consiglio di anime gemelle per passione e voglia di fare, era riuscito a creare un gruppo giovanile numeroso (parecchi di loro futuri Consiglieri del CAI) e a fare gite alpinistiche di buon valore; si parlava di tecnica, di vitto e di bevande … compreso il grappino.
a meno di ricordare una scommessa persa col Chiscio, che mi costò un pranzo alle Tagliate per tutti i partecipanti alla gita. Eravamo coi giovani in quel di Caldenno, si doveva attraversare un torrentello che si era fatto strada in mezzo ad un nevaio dal quale usciva un tronchetto dove io ero attaccato per fare sicurezza ai giovani che lo stavano attraversando. Ad un tratto il tronco si stacca dalla neve ed io precipito in acqua. In non più di tre secondi, dopo aver messo il sedere in acqua, sono in piedi. Il Chiscio
ramenti di tipo “himalayano”. Venne accettata con entusiasmo e alla domenica una trentina di amici erano al Fiume, dove allora finiva la carrozzabile, pronti per il trasporto. Era tanto l’entusiasmo che il Guido Crosta con un pesante portoncino arrivò fino alle Seconde Tagliate prima di accorgersi dell’errore. Naturalmente furono tutti invitati in primavera ad un pranzo nella casa nuova e… miracolo dell’amicizia… eravamo in 52! Mi vengono alla mente anche alcuni infortuni un po’ partico-
mo con le cinghie dei nostri attacchi (erano in auge i cosiddetti “cinghia lunga”), ma ecco che si sente un leggero boato e a 150 metri da noi compare minacciosa un’altra slavina che punta verso di noi… non possiamo muoverci nella neve alta… per fortuna la slavina, appena incrocia la rugosità di quella precedente, rallenta e da noi arrivano solo blocchi isolati di neve. E’ andata bene… non avrei voluto essere nei panni dello sfortunato sciatore, legato come un salame, con la slavina che ti punta addosso…
la la ragazza… si chiamava Mariuccia V… e in qualche maniera la porta giù a Gerola, dove arrivava la famosa corriera del Maurizio Vitali chiamata “polizia”, per raggiungere finalmente l’ospedale. Altro recupero molto impegnativo avvenne alla bocchetta di Maiona (Olano) negli anni ’48 ’50. Un nostro amico, Mario C., che si trovava lassù con Chiscio Caneva, Felice Bottani e altri per fare la prima sciata di stagione, in una rovinosa caduta si mette fuori uso caviglia e ginocchio… viene portato fino
alla Motta di Olano con una barella fatta con sci e racchette, poi con una specie di slitta fatta con rami d’abete viene portato, tirato, stiracchiato fino alla statale di Gerola (fontana) dove finalmente viene caricato sulla corriera per Morbegno… le macchine allora, per noi, erano solo un sogno … In queste occasioni credo abbiano fatto un buon allenamento i futuri appartenenti al Soccorso Alpino Valtellinese… La mia bolla è vuota… gli occhi si stanno chiudendo carichi di nostalgia… mi addormento …
Sopra: nottata alla casera di Suna in occasione del Rally di Tartano.
Un episodio comico e quasi drammatico avvenne in una gita alla capanna Ponti. Una nostra allieva prese alla lettera la funzione del grappino: si era riempita una borraccia di grappa che ogni tanto beveva (noi pensavamo che fosse acqua). Si prese una tale sbornia che la dovemmo trascinare di peso fino alla macchina, per fortuna senza gravi conseguenze. Questi nostri giovani sono diventati anche dei validi alpinisti e credo ricordino con gioia quelle giornate passate con noi in montagna. Non posso fare 58 CAI MORBEGNO
sostiene di avermi fotografato gocciolante intanto che mi rialzavo… scommessa, sviluppo della fotografia… il mio sedere gocciolava per davvero in un miracolo di luce e coincidenze. C’era molta amicizia fra noi e mi venne dimostrata quando stavo ristrutturando la mia baita delle Tagliate. Anno 1983, fine novembre: dovevo mettere le imposte prima che nevicasse, l’elicottero non era disponibile subito, le previsioni davano nevicate a breve. Al venerdì in sede lanciai ai soci la proposta di fare un trasporto ser-
lari… in una gara di sci, credo i campionati morbegnesi a Pesegallo, forse il primo anno di apertura, sulla pista della Rocca. Durante la battitura del percorso una slavina era scesa obbligandoci ad un lavoro supplementare per liberare la pista. Verso la fine della gara un concorrente, poi futuro ingegnere, cade a cinque o sei porte dall’arrivo, si rompe una gamba… accorriamo tutti, la neve è alta e pesante, senza sci si affonda fino alla cintura… qualcuno recupera una lamiera, lo carichiamo, lo leghia-
E già che siamo a Pescegallo, una brutta avventura capitò anche ad una donna che con coraggio ci seguiva come tante altre nella nostra passione per la montagna, anche invernale,che oggi si chiama “sci alpinismo”. Questa ragazza, su al Pianone, cade e si scassa un ginocchio in modo tale da non poter più camminare. I suoi amici, non molto abili con gli sci, la stiracchiano dentro una baita, poi scendono a chiedere aiuto. Lo trovano in Guido Piganzoli che, salito alla baita, si mette in spal-
Sotto: nella sede di piazza 3 Novembre. Pagina a fianco: maggio 1976, il Gruppo Giovanile a Pra’ Isio.
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Giorgio Spini, Giovanni Donadelli e l’immancabile capo cronometristi che c’era sempre nei momenti difficili, il “talamun” di Sondrio Guido Combi. Erano momenti favorevoli per il CAI Morbegno che, con la presidenza di Chiscio Caneva e con un Consiglio di anime gemelle per passione e voglia di fare, era riuscito a creare un gruppo giovanile numeroso (parecchi di loro futuri Consiglieri del CAI) e a fare gite alpinistiche di buon valore; si parlava di tecnica, di vitto e di bevande … compreso il grappino.
a meno di ricordare una scommessa persa col Chiscio, che mi costò un pranzo alle Tagliate per tutti i partecipanti alla gita. Eravamo coi giovani in quel di Caldenno, si doveva attraversare un torrentello che si era fatto strada in mezzo ad un nevaio dal quale usciva un tronchetto dove io ero attaccato per fare sicurezza ai giovani che lo stavano attraversando. Ad un tratto il tronco si stacca dalla neve ed io precipito in acqua. In non più di tre secondi, dopo aver messo il sedere in acqua, sono in piedi. Il Chiscio
ramenti di tipo “himalayano”. Venne accettata con entusiasmo e alla domenica una trentina di amici erano al Fiume, dove allora finiva la carrozzabile, pronti per il trasporto. Era tanto l’entusiasmo che il Guido Crosta con un pesante portoncino arrivò fino alle Seconde Tagliate prima di accorgersi dell’errore. Naturalmente furono tutti invitati in primavera ad un pranzo nella casa nuova e… miracolo dell’amicizia… eravamo in 52! Mi vengono alla mente anche alcuni infortuni un po’ partico-
mo con le cinghie dei nostri attacchi (erano in auge i cosiddetti “cinghia lunga”), ma ecco che si sente un leggero boato e a 150 metri da noi compare minacciosa un’altra slavina che punta verso di noi… non possiamo muoverci nella neve alta… per fortuna la slavina, appena incrocia la rugosità di quella precedente, rallenta e da noi arrivano solo blocchi isolati di neve. E’ andata bene… non avrei voluto essere nei panni dello sfortunato sciatore, legato come un salame, con la slavina che ti punta addosso…
la la ragazza… si chiamava Mariuccia V… e in qualche maniera la porta giù a Gerola, dove arrivava la famosa corriera del Maurizio Vitali chiamata “polizia”, per raggiungere finalmente l’ospedale. Altro recupero molto impegnativo avvenne alla bocchetta di Maiona (Olano) negli anni ’48 ’50. Un nostro amico, Mario C., che si trovava lassù con Chiscio Caneva, Felice Bottani e altri per fare la prima sciata di stagione, in una rovinosa caduta si mette fuori uso caviglia e ginocchio… viene portato fino
alla Motta di Olano con una barella fatta con sci e racchette, poi con una specie di slitta fatta con rami d’abete viene portato, tirato, stiracchiato fino alla statale di Gerola (fontana) dove finalmente viene caricato sulla corriera per Morbegno… le macchine allora, per noi, erano solo un sogno … In queste occasioni credo abbiano fatto un buon allenamento i futuri appartenenti al Soccorso Alpino Valtellinese… La mia bolla è vuota… gli occhi si stanno chiudendo carichi di nostalgia… mi addormento …
Sopra: nottata alla casera di Suna in occasione del Rally di Tartano.
Un episodio comico e quasi drammatico avvenne in una gita alla capanna Ponti. Una nostra allieva prese alla lettera la funzione del grappino: si era riempita una borraccia di grappa che ogni tanto beveva (noi pensavamo che fosse acqua). Si prese una tale sbornia che la dovemmo trascinare di peso fino alla macchina, per fortuna senza gravi conseguenze. Questi nostri giovani sono diventati anche dei validi alpinisti e credo ricordino con gioia quelle giornate passate con noi in montagna. Non posso fare 58 CAI MORBEGNO
sostiene di avermi fotografato gocciolante intanto che mi rialzavo… scommessa, sviluppo della fotografia… il mio sedere gocciolava per davvero in un miracolo di luce e coincidenze. C’era molta amicizia fra noi e mi venne dimostrata quando stavo ristrutturando la mia baita delle Tagliate. Anno 1983, fine novembre: dovevo mettere le imposte prima che nevicasse, l’elicottero non era disponibile subito, le previsioni davano nevicate a breve. Al venerdì in sede lanciai ai soci la proposta di fare un trasporto ser-
lari… in una gara di sci, credo i campionati morbegnesi a Pesegallo, forse il primo anno di apertura, sulla pista della Rocca. Durante la battitura del percorso una slavina era scesa obbligandoci ad un lavoro supplementare per liberare la pista. Verso la fine della gara un concorrente, poi futuro ingegnere, cade a cinque o sei porte dall’arrivo, si rompe una gamba… accorriamo tutti, la neve è alta e pesante, senza sci si affonda fino alla cintura… qualcuno recupera una lamiera, lo carichiamo, lo leghia-
E già che siamo a Pescegallo, una brutta avventura capitò anche ad una donna che con coraggio ci seguiva come tante altre nella nostra passione per la montagna, anche invernale,che oggi si chiama “sci alpinismo”. Questa ragazza, su al Pianone, cade e si scassa un ginocchio in modo tale da non poter più camminare. I suoi amici, non molto abili con gli sci, la stiracchiano dentro una baita, poi scendono a chiedere aiuto. Lo trovano in Guido Piganzoli che, salito alla baita, si mette in spal-
Sotto: nella sede di piazza 3 Novembre. Pagina a fianco: maggio 1976, il Gruppo Giovanile a Pra’ Isio.
CAI MORBEGNO 59
Escursione all’alpe Granda e Scermendone Finalmente una domenica in cui non piove! Comincia il mese di giugno e anche noi, come marmotte in primavera, usciamo di casa, zaino-muniti abbandonando le deprimenti gite a mezza costa, per superare, finalmente, quota 2.000. Niente di trascendentale, per carità, ma dopo questa quaresima di escursioni con l’ombrello, ci sembra di andare sul Nanga Parbat. Puntiamo su Scermendone, passando dall’Alpe Granda per chiudere l’anello con Predarossa, sasso Bisolo e tornare quindi alle macchine, parcheggiate alla frana-cava. E’ infatti proprio da qua che partiamo, da dove una “provvidenziale frana spontanea”, scesa ormai diversi anni fa, si è mangiata la strada che saliva a Predarossa e ha fornito diversa materia prima ai cavatori locali. Cavatori a parte, credo di essere stato tra i pochi contenti per questo smottamento, che ha avuto il grosso pregio di isolare un bellissimo altopiano come quello di Predarossa. In questo modo gli ha evitato, per anni, devastanti affollamenti fine-settimanali, con tanto di presenza di chioschi ambulanti, corredati da tavolini e sedie in plastica bianchi. L’isolamento è però da un po’ di tempo terminato, con un ripristino un po’ rude della strada, ottenuto bay-passando la frana sul fronte montuoso opposto. Questa variante viene ora 60 CAI MORBEGNO
addolcita con una serie di curve e controcurve, che permetteranno anche alle auto con le carenature più audaci di tornare a Predarossa (e ai loro autisti di tornare a sedersi sulle sedie in plastica bianca). Ma torniamo a noi e alla nostra banda, composta da una ventina di persone (se non ricordo male), che una mattina di inizio giugno parcheggia le macchine ai piedi del caotico ammasso di graniti in disordinata fuga da mostruose apparecchiature mangiasassi. Dal primo tornante parte subito un sentierino che entra nel faggeto, obbliga alla fila indiana e stronca le velleità ciarliere dei logorroici. Dopo un po’ si sbuca in una radura, con una notevole vista sulla piana di Remenno, quindi si piega decisamente verso lo spartiacque che porta all’alpe Scermendone. Il sentiero è piacevole tra i larici che hanno preso il posto dei faggi e, dopo circa un’oretta di cammino, si arriva all’Alpe Granda. Il posto è bello e l’incipiente estate si fa sentire, con il suo corredo di erba-fiori-api ronzanti che ci offre un quadretto da cartolina. In mezzo ai prati spunta il nuovo rifugio, piuttosto curato, anche se in realtà poco rispecchiante lo stile valtellinese. Il gestore, cordiale, ci accoglie e “mette su” diverse moke di caffè. Tra una chiacchiera e l’altra ci si ferma un po’ più del dovuto (per un gruppo di escursioni-
sti), ma poi, anche i più riottosi riprendono a macinare strada, su un terreno che, sicuramente per contrappasso, diventa subito molto ripido. Vediamo che il sentiero, che qui incrocia un strada proveniente dal basso, è stato allargato e ne intuiamo i motivi. Non più costretti quindi alla fila indiana, proseguiamo a gruppi di quattro, e così chiacchierando usciamo dal bosco ed arriviamo in vista della chiesina di San Quirico, che in breve raggiungiamo. L’edificio è quanto di più spoglio ci possa essere per una chiesa e, se non fosse per la croce, lo si confonderebbe tranquillamente per una casera. Qui ci fermiamo a mangiare e, comodamente appoggiati sull’erba, assistiamo alle coreografiche esibizioni di un simpatico gruppo di motociclisti. In effetti, pensandoci bene, queste strade, che ci dicono essere costruite esclusivamente a fini silvopastorali, pullulano di festanti amanti delle due o tre ruote (i quod, non i tricicli) e spesso anche di auto normali: morire se ne avessimo incontrato uno con almeno una scalcinata brenta di latte o una fascina di legna! Rasserenati comunque dalla consapevolezza che i centauri verranno sicuramente multati o ricondotti alla ragione, rimettiamo gli zaini in spalla e ci dirigiamo verso Predarossa. Dopo non molto rag-
giungiamo il piano, ed io sono sollevato dal fatto di non vedere ancora spuntare le fatidiche sedie in plastica bianca e i relativi chioschi. Sono anzi piacevolmente colpito dalle belle e minimali infrastrutture realizzate dall’ERSAF, all’interno del progetto LIFE Reticnet. Sono sorte infatti delle passatoie in legno per percorrere le zone acquitrinose, dei cartelli informativi, delle postazioni panoramiche. Si tratta di un’operazione che mira al ripristino e alla valorizzazione degli habitat caratteristici di zone umide e praterie di montagna che risultano compromessi o degradati dall’azione diretta o indiretta dell’uomo. Ritengo la piana di Predarossa uno dei posti più belli della nostra zona, e come tale spero che possa venire adeguatamente tutelato, soprattutto dalle prossime aggressioni che inevitabilmente subirà, non appena la strada sarà ripristinata. Vorrei fermarmi qui ancora un po’, per guardarmi in giro, ma il tempo sembra ora peggiorare, allora decidiamo di scendere, tagliando i tornanti della strada carrabile con ripide scorciatoie che mettono a dura prova le caviglie e le ginocchia dei più logorati. Dopo una discesa in realtà non breve, incontriamo nuovamente i dinosauri mangiasassi della frana-cava, segno che ormai l’escursione è terminata.
di Alessandro Caligari
CAI MORBEGNO 61
Escursione all’alpe Granda e Scermendone Finalmente una domenica in cui non piove! Comincia il mese di giugno e anche noi, come marmotte in primavera, usciamo di casa, zaino-muniti abbandonando le deprimenti gite a mezza costa, per superare, finalmente, quota 2.000. Niente di trascendentale, per carità, ma dopo questa quaresima di escursioni con l’ombrello, ci sembra di andare sul Nanga Parbat. Puntiamo su Scermendone, passando dall’Alpe Granda per chiudere l’anello con Predarossa, sasso Bisolo e tornare quindi alle macchine, parcheggiate alla frana-cava. E’ infatti proprio da qua che partiamo, da dove una “provvidenziale frana spontanea”, scesa ormai diversi anni fa, si è mangiata la strada che saliva a Predarossa e ha fornito diversa materia prima ai cavatori locali. Cavatori a parte, credo di essere stato tra i pochi contenti per questo smottamento, che ha avuto il grosso pregio di isolare un bellissimo altopiano come quello di Predarossa. In questo modo gli ha evitato, per anni, devastanti affollamenti fine-settimanali, con tanto di presenza di chioschi ambulanti, corredati da tavolini e sedie in plastica bianchi. L’isolamento è però da un po’ di tempo terminato, con un ripristino un po’ rude della strada, ottenuto bay-passando la frana sul fronte montuoso opposto. Questa variante viene ora 60 CAI MORBEGNO
addolcita con una serie di curve e controcurve, che permetteranno anche alle auto con le carenature più audaci di tornare a Predarossa (e ai loro autisti di tornare a sedersi sulle sedie in plastica bianca). Ma torniamo a noi e alla nostra banda, composta da una ventina di persone (se non ricordo male), che una mattina di inizio giugno parcheggia le macchine ai piedi del caotico ammasso di graniti in disordinata fuga da mostruose apparecchiature mangiasassi. Dal primo tornante parte subito un sentierino che entra nel faggeto, obbliga alla fila indiana e stronca le velleità ciarliere dei logorroici. Dopo un po’ si sbuca in una radura, con una notevole vista sulla piana di Remenno, quindi si piega decisamente verso lo spartiacque che porta all’alpe Scermendone. Il sentiero è piacevole tra i larici che hanno preso il posto dei faggi e, dopo circa un’oretta di cammino, si arriva all’Alpe Granda. Il posto è bello e l’incipiente estate si fa sentire, con il suo corredo di erba-fiori-api ronzanti che ci offre un quadretto da cartolina. In mezzo ai prati spunta il nuovo rifugio, piuttosto curato, anche se in realtà poco rispecchiante lo stile valtellinese. Il gestore, cordiale, ci accoglie e “mette su” diverse moke di caffè. Tra una chiacchiera e l’altra ci si ferma un po’ più del dovuto (per un gruppo di escursioni-
sti), ma poi, anche i più riottosi riprendono a macinare strada, su un terreno che, sicuramente per contrappasso, diventa subito molto ripido. Vediamo che il sentiero, che qui incrocia un strada proveniente dal basso, è stato allargato e ne intuiamo i motivi. Non più costretti quindi alla fila indiana, proseguiamo a gruppi di quattro, e così chiacchierando usciamo dal bosco ed arriviamo in vista della chiesina di San Quirico, che in breve raggiungiamo. L’edificio è quanto di più spoglio ci possa essere per una chiesa e, se non fosse per la croce, lo si confonderebbe tranquillamente per una casera. Qui ci fermiamo a mangiare e, comodamente appoggiati sull’erba, assistiamo alle coreografiche esibizioni di un simpatico gruppo di motociclisti. In effetti, pensandoci bene, queste strade, che ci dicono essere costruite esclusivamente a fini silvopastorali, pullulano di festanti amanti delle due o tre ruote (i quod, non i tricicli) e spesso anche di auto normali: morire se ne avessimo incontrato uno con almeno una scalcinata brenta di latte o una fascina di legna! Rasserenati comunque dalla consapevolezza che i centauri verranno sicuramente multati o ricondotti alla ragione, rimettiamo gli zaini in spalla e ci dirigiamo verso Predarossa. Dopo non molto rag-
giungiamo il piano, ed io sono sollevato dal fatto di non vedere ancora spuntare le fatidiche sedie in plastica bianca e i relativi chioschi. Sono anzi piacevolmente colpito dalle belle e minimali infrastrutture realizzate dall’ERSAF, all’interno del progetto LIFE Reticnet. Sono sorte infatti delle passatoie in legno per percorrere le zone acquitrinose, dei cartelli informativi, delle postazioni panoramiche. Si tratta di un’operazione che mira al ripristino e alla valorizzazione degli habitat caratteristici di zone umide e praterie di montagna che risultano compromessi o degradati dall’azione diretta o indiretta dell’uomo. Ritengo la piana di Predarossa uno dei posti più belli della nostra zona, e come tale spero che possa venire adeguatamente tutelato, soprattutto dalle prossime aggressioni che inevitabilmente subirà, non appena la strada sarà ripristinata. Vorrei fermarmi qui ancora un po’, per guardarmi in giro, ma il tempo sembra ora peggiorare, allora decidiamo di scendere, tagliando i tornanti della strada carrabile con ripide scorciatoie che mettono a dura prova le caviglie e le ginocchia dei più logorati. Dopo una discesa in realtà non breve, incontriamo nuovamente i dinosauri mangiasassi della frana-cava, segno che ormai l’escursione è terminata.
di Alessandro Caligari
CAI MORBEGNO 61
La tre giorni
a Längenfeld Huben
di Claudia Ponzoni e Marcello Ciapponi
62 CAI MORBEGNO
La mattina del 29 agosto è arrivata e, con aspettative diverse, siamo partiti insieme per Huben(1189m), un piccolo centro del Tirolo. Come noi, altre 30 persone hanno accolto la proposta di Anna e Giulio con i loro bambini di passare tre giorni di fine estate in una delle valli austriache meglio attrezzate per escursioni e sport alpini a qualunque livello. A Längenfeld (1160m) e dintorni infatti si trovano le cascate, i ghiacciai e le cime più elevate del Tirolo; le fattorie, le strade e le funivie situate alle maggiori quote delle Alpi Orientali e i passi più alti che collegano l’Austria con l’Italia. Nel pomeriggio ci siamo divisi in due gruppi per raggiungere l’alpe Brand (1385m); il gruppo più numeroso ha seguito un tranquillo sentiero, che in inverno diventa una pista
per slittini; l’altro (in verità solo due, ma veri alpinisti) è salito lungo una ferrata impegnativa, che richiedeva tecnica, agilità e preparazione atletica. Dopo la fatica ci siamo concessi un gustoso strudel di mele con la panna fresca in un idilliaco paesaggio austriaco. Il giorno seguente, accompagnati col pullman a Obergurgl (1960m), punto di partenza, si è potuto scegliere tra ben cinque itinerari diversi, che hanno pienamente soddisfatto le attese di ciascuno. Si è arrivati a oltre 3000m con la Ramolhaus (3005m) e la cima Hangerer (3020m) La meta comune è stato il rifugio Schönwiesshütte (2270m) dove nel tardo pomeriggio ci siamo riuniti per una birra, uno strudel di mele e ritornare insieme a Obergurgl e quindi a Huben, nella comoda e ospitale Gasthof Felsenhof.
Anche la mattina del terzo giorno, oltre al sole e al cielo limpido che sono stati per nostra fortuna una costante presenza, non sono mancate allettanti proposte. Un gruppo ha potuto rigenerarsi alle terme AQUADOME di Längenfeld, mentre gli altri, raggiunto col pullman Gries (1569m), hanno potuto seguire ancora una volta due itinerari diversi; uno portava al lago Schönrinnenkarsee (2353m) e l’altro alla cima Gamskogel (2813m). La stesura di questo articolo ci ha permesso di ripercorrere col pensiero il piacevole clima di allegria e cordialità che ha animato le tre giornate. Pensiamo inoltre che la validità di questa vacanza sia di aver individuato una proposta concreta per vivere l’amore per la montagna a dimensione famigliare e quindi da perseguire ed estendere nel tempo. CAI MORBEGNO 63
La tre giorni
a Längenfeld Huben
di Claudia Ponzoni e Marcello Ciapponi
62 CAI MORBEGNO
La mattina del 29 agosto è arrivata e, con aspettative diverse, siamo partiti insieme per Huben(1189m), un piccolo centro del Tirolo. Come noi, altre 30 persone hanno accolto la proposta di Anna e Giulio con i loro bambini di passare tre giorni di fine estate in una delle valli austriache meglio attrezzate per escursioni e sport alpini a qualunque livello. A Längenfeld (1160m) e dintorni infatti si trovano le cascate, i ghiacciai e le cime più elevate del Tirolo; le fattorie, le strade e le funivie situate alle maggiori quote delle Alpi Orientali e i passi più alti che collegano l’Austria con l’Italia. Nel pomeriggio ci siamo divisi in due gruppi per raggiungere l’alpe Brand (1385m); il gruppo più numeroso ha seguito un tranquillo sentiero, che in inverno diventa una pista
per slittini; l’altro (in verità solo due, ma veri alpinisti) è salito lungo una ferrata impegnativa, che richiedeva tecnica, agilità e preparazione atletica. Dopo la fatica ci siamo concessi un gustoso strudel di mele con la panna fresca in un idilliaco paesaggio austriaco. Il giorno seguente, accompagnati col pullman a Obergurgl (1960m), punto di partenza, si è potuto scegliere tra ben cinque itinerari diversi, che hanno pienamente soddisfatto le attese di ciascuno. Si è arrivati a oltre 3000m con la Ramolhaus (3005m) e la cima Hangerer (3020m) La meta comune è stato il rifugio Schönwiesshütte (2270m) dove nel tardo pomeriggio ci siamo riuniti per una birra, uno strudel di mele e ritornare insieme a Obergurgl e quindi a Huben, nella comoda e ospitale Gasthof Felsenhof.
Anche la mattina del terzo giorno, oltre al sole e al cielo limpido che sono stati per nostra fortuna una costante presenza, non sono mancate allettanti proposte. Un gruppo ha potuto rigenerarsi alle terme AQUADOME di Längenfeld, mentre gli altri, raggiunto col pullman Gries (1569m), hanno potuto seguire ancora una volta due itinerari diversi; uno portava al lago Schönrinnenkarsee (2353m) e l’altro alla cima Gamskogel (2813m). La stesura di questo articolo ci ha permesso di ripercorrere col pensiero il piacevole clima di allegria e cordialità che ha animato le tre giornate. Pensiamo inoltre che la validità di questa vacanza sia di aver individuato una proposta concreta per vivere l’amore per la montagna a dimensione famigliare e quindi da perseguire ed estendere nel tempo. CAI MORBEGNO 63
Sull’Alta
Via
dei Monti
Liguri trabile, ho istintivamente fatto una considerazione: “Di bello come le nostre montagne non c’è nient’altro!” Devo però dire che, ripensandoci, sono arrivato alla conclusione che non si possono visitare ambienti nuovi e diversi valutandone le bellezze in base alla somiglianza con i luoghi dove siamo nati e vissuti. Il nostro percorso si è sviluppato lungo l’Alta Via dei Monti Liguri all’interno del Parco della Beigua, raggiungendo la quota massima di 752 m slm nei pressi del Passo della Gava, con un dislivello, stranamente per noi, pari alla quota raggiunta. Il tempo, che durante la mattina ci aveva regalato qualche occhiata di sole caldo, si è poi guastato, riservandoci durante l a sosta di mezzogiorno e nel pomeriggio cielo coperto e qualche scroscio d’acqua. Durante la discesa abbiamo avuto anche un fuori programma, visto che siamo finiti nel bel mezzo di una battuta di caccia al cinghiale. Eravamo un po’ allarmati, perché temevamo di essere scambiati per selvaggina, ma siamo stati rassicurati dai cacciatori stessi che, correttamente, hanno interrotto la battuta fino al passaggio dell’ultimo escursionista. Giunti ad Arenzano verso le 16.30, abbiamo approfittato, prima della partenza del pullman prevista per le ore 18.00, di una sosta in spiaggia. Alcuni di noi, nonostante il sole fosse ormai sparito da tempo, non hanno perso l’occasione per un bagno ristoratore dopo la gita. Un’ultima passeggiata lungo le vie di Arenzano gustando la tipica focaccia ligure ha concluso la nostra bella giornata. Partenza puntuale alle ore 18.00 e rientro a Morbegno alle 21.30.
di Davide Bonzi
Anche quest’estate, come del resto da un po’ di anni, mi ero ripromesso di trascorrere qualche giorno di vacanza al mare, ma, come sempre, ho trovato qualche scusa per non andarci. Così la gita del CAI in Liguria mi ha offerto l’occasione di assaporare, seppur per breve tempo, l’ambiente marino. Domenica 21 settembre, partenza di buon mattino. Dopo una breve sosta “tecnica” in un autogrill, verso le 10.30 siamo giunti ad Arenzano nel Ponente Ligure. Espletate le operazioni di rito (distribuzione delle cartine ed esposizione dell’itinerario), ci siamo incamminati, zaino in spalla, verso il sentiero dove avrebbe avuto inizio la nostra escursione. Ci faceva da guida Alessandro Caligari, conoscitore della zona. Tranne una persona che ha scelto di passare la giornata interamente al mare, gli altri 28 escursionisti hanno seguito il percorso prestabilito. Superati i primi 200 metri di dislivello, altri 7 partercipanti hanno optato per un itinerario alternativo, più breve rispetto a quello programmato. Fin dall’inizio della gita, trovandomi di fronte ad un ambiente molto differente dal nostro, costituito dalla tipica vegetazione mediterranea, a volte selvaggia, arida ed a tratti impene64 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 65
Sull’Alta
Via
dei Monti
Liguri trabile, ho istintivamente fatto una considerazione: “Di bello come le nostre montagne non c’è nient’altro!” Devo però dire che, ripensandoci, sono arrivato alla conclusione che non si possono visitare ambienti nuovi e diversi valutandone le bellezze in base alla somiglianza con i luoghi dove siamo nati e vissuti. Il nostro percorso si è sviluppato lungo l’Alta Via dei Monti Liguri all’interno del Parco della Beigua, raggiungendo la quota massima di 752 m slm nei pressi del Passo della Gava, con un dislivello, stranamente per noi, pari alla quota raggiunta. Il tempo, che durante la mattina ci aveva regalato qualche occhiata di sole caldo, si è poi guastato, riservandoci durante l a sosta di mezzogiorno e nel pomeriggio cielo coperto e qualche scroscio d’acqua. Durante la discesa abbiamo avuto anche un fuori programma, visto che siamo finiti nel bel mezzo di una battuta di caccia al cinghiale. Eravamo un po’ allarmati, perché temevamo di essere scambiati per selvaggina, ma siamo stati rassicurati dai cacciatori stessi che, correttamente, hanno interrotto la battuta fino al passaggio dell’ultimo escursionista. Giunti ad Arenzano verso le 16.30, abbiamo approfittato, prima della partenza del pullman prevista per le ore 18.00, di una sosta in spiaggia. Alcuni di noi, nonostante il sole fosse ormai sparito da tempo, non hanno perso l’occasione per un bagno ristoratore dopo la gita. Un’ultima passeggiata lungo le vie di Arenzano gustando la tipica focaccia ligure ha concluso la nostra bella giornata. Partenza puntuale alle ore 18.00 e rientro a Morbegno alle 21.30.
di Davide Bonzi
Anche quest’estate, come del resto da un po’ di anni, mi ero ripromesso di trascorrere qualche giorno di vacanza al mare, ma, come sempre, ho trovato qualche scusa per non andarci. Così la gita del CAI in Liguria mi ha offerto l’occasione di assaporare, seppur per breve tempo, l’ambiente marino. Domenica 21 settembre, partenza di buon mattino. Dopo una breve sosta “tecnica” in un autogrill, verso le 10.30 siamo giunti ad Arenzano nel Ponente Ligure. Espletate le operazioni di rito (distribuzione delle cartine ed esposizione dell’itinerario), ci siamo incamminati, zaino in spalla, verso il sentiero dove avrebbe avuto inizio la nostra escursione. Ci faceva da guida Alessandro Caligari, conoscitore della zona. Tranne una persona che ha scelto di passare la giornata interamente al mare, gli altri 28 escursionisti hanno seguito il percorso prestabilito. Superati i primi 200 metri di dislivello, altri 7 partercipanti hanno optato per un itinerario alternativo, più breve rispetto a quello programmato. Fin dall’inizio della gita, trovandomi di fronte ad un ambiente molto differente dal nostro, costituito dalla tipica vegetazione mediterranea, a volte selvaggia, arida ed a tratti impene64 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 65
sul
Sentiero
PANIGA Corte di Olano, 19 0ttobre 2008. Un clima ottobrino particolarmente mite ha favorito la partecipazione al tradizionale appuntamento sul “Sentiero Paniga”, proposto quest’anno dal CAI Morbegno nel comprensorio Olano-Piazza. Trentaquattro soci, giovani e meno giovani, hanno raccolto l’invito e si sono ritrovati al parcheggio del Rifugio della Corte pronti a gustare una giornata piacevole. C’erano persone assidue alla vita di sezione e volti meno noti, i “Magnifici 7” della tribù Abate, una nutrita rappresentanza di “Under 99”, ma anche alcuni giovani. Come “mascotte” della compagnia è stata promossa sul campo all’unanimità la piccola Camilla che, dallo zainetto sulle spalle del nonno, osservava quanto accadeva attorno a lei. Un bel modo per essere iniziati alla cultura della montagna. “Trentaquattro a zonzo, per non parlare del cane” avrebbe scritto l’umorista inglese J. K. Jerome; il 35-mo partecipante era, infatti, un docile esemplare di golden retriever in cerca di coccole. Qualche minuto per concordare itinerari e squadre, poi par-
66 CAI MORBEGNO
tenza. Un gruppo si è incamminato alla volta del Taiàa e dell’Alpe Piazza dove si è diviso. Il nucleo più numeroso ha seguito il “Sentiero Paniga” lungo la G.V.O. fino alla Motta di Olano, il resto della comitiva è salito al Pizzo dei Galli per scendere alla Motta dalla Bocchetta di Maiona. Il secondo gruppo, salito al Pizzo dei Galli dal Dosso Comune, ha poi raggiunto il Pizzo Olano ed è ritornato alla Casera e, quindi, alla Motta dalla Val Maiun. Per tutti uno spettacolo fra i più belli che si possono godere in montagna: al di sopra della fascia verde scura delle abetaie, il pascolo oramai ingiallito, chiazzato dalle isole rossastre delle piantine di mirtillo, a fare da tappeto ai larici dorati che in lontananza si stemperavano in un azzurro reso tenue da una leggera foschia. C’era di che gratificare anche il fotografo più esigente che avesse voluto mettere alla prova la propria creatività nel trasformare in pixel artistici il rito autunnale della natura. Ritrovo comune da Mara e Corrado al Rifugio della Corte dove la giornata si è conclusa degnamente davanti ad un piatto fumante di “polenta e …” a seconda dei gusti personali. CAI MORBEGNO 67
sul
Sentiero
PANIGA Corte di Olano, 19 0ttobre 2008. Un clima ottobrino particolarmente mite ha favorito la partecipazione al tradizionale appuntamento sul “Sentiero Paniga”, proposto quest’anno dal CAI Morbegno nel comprensorio Olano-Piazza. Trentaquattro soci, giovani e meno giovani, hanno raccolto l’invito e si sono ritrovati al parcheggio del Rifugio della Corte pronti a gustare una giornata piacevole. C’erano persone assidue alla vita di sezione e volti meno noti, i “Magnifici 7” della tribù Abate, una nutrita rappresentanza di “Under 99”, ma anche alcuni giovani. Come “mascotte” della compagnia è stata promossa sul campo all’unanimità la piccola Camilla che, dallo zainetto sulle spalle del nonno, osservava quanto accadeva attorno a lei. Un bel modo per essere iniziati alla cultura della montagna. “Trentaquattro a zonzo, per non parlare del cane” avrebbe scritto l’umorista inglese J. K. Jerome; il 35-mo partecipante era, infatti, un docile esemplare di golden retriever in cerca di coccole. Qualche minuto per concordare itinerari e squadre, poi par-
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tenza. Un gruppo si è incamminato alla volta del Taiàa e dell’Alpe Piazza dove si è diviso. Il nucleo più numeroso ha seguito il “Sentiero Paniga” lungo la G.V.O. fino alla Motta di Olano, il resto della comitiva è salito al Pizzo dei Galli per scendere alla Motta dalla Bocchetta di Maiona. Il secondo gruppo, salito al Pizzo dei Galli dal Dosso Comune, ha poi raggiunto il Pizzo Olano ed è ritornato alla Casera e, quindi, alla Motta dalla Val Maiun. Per tutti uno spettacolo fra i più belli che si possono godere in montagna: al di sopra della fascia verde scura delle abetaie, il pascolo oramai ingiallito, chiazzato dalle isole rossastre delle piantine di mirtillo, a fare da tappeto ai larici dorati che in lontananza si stemperavano in un azzurro reso tenue da una leggera foschia. C’era di che gratificare anche il fotografo più esigente che avesse voluto mettere alla prova la propria creatività nel trasformare in pixel artistici il rito autunnale della natura. Ritrovo comune da Mara e Corrado al Rifugio della Corte dove la giornata si è conclusa degnamente davanti ad un piatto fumante di “polenta e …” a seconda dei gusti personali. CAI MORBEGNO 67
WWW.caimorbegno.org Una Guida online Il sito internet della nostra Sezione (www.caimorbegno. org) si arricchisce di una guida escursionistica “on line” dal titolo: L’ANELLO DI GRANITO. La guida, curata da Riccardo Marchini e progettata graficamente dallo Studio Grafico Mottarella, riunisce in un progetto editoriale dedicato al web tutte le informazioni necessarie per organizzare e compiere un trekk sull’alta via più bella delle Alpi centrali, quella che, raccordando il Sentiero Roma in Valmasino e il suo tracciato gemello in Val Bregaglia con parte dell’Alta Via della Valmalenco, forma un anello attorno al gruppo granitico Masino-Bregaglia. L’ANELLO DI GRANITO, appunto, su cui è incastonata la pietra bruno-rossastra del Monte Disgrazia. La guida propone la suddivisione dell’intero Anello in 11 “segmenti”, ognuno dei quali non è altro che il tratto di sentiero fra un rifugio ed il successivo, e in 7 “bretelle” che consentono di sezionare l’intero tracciato in anelli più bre-
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vi, ma ugualmente completi. La presentazione di ogni segmento dell’Anello, così come di ogni bretella, si apre con alcuni dati utili per la valutazione e la programmazione dell’escursione (difficoltà, dislivelli, tempi, segnaletica, attrezzatura) e continua con un breve sguardo d’insieme; la descrizione che segue è sintetica, ma contiene le informazioni e i riferimenti geografici indispensabili per orientare il cammino. Analogamente, per i rifugi vengono fornite le indicazioni essenziali: recapiti telefonici, posti letto, periodo di apertura, traversate effettuabili ed accesso dal basso con tempi e località di appoggio sul fondovalle. Trattandosi di opere dell’uomo, sia per i rifugi sia per i bivacchi distribuiti lungo il percorso, è parso opportuno dare anche alcune notizie di carattere storico. Un ricco apparato fotografico “linkabile” dal testo e un corredo cartografico consultabile con rapidità e facilità integrano efficacemente la parte scritta.
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WWW.caimorbegno.org Una Guida online Il sito internet della nostra Sezione (www.caimorbegno. org) si arricchisce di una guida escursionistica “on line” dal titolo: L’ANELLO DI GRANITO. La guida, curata da Riccardo Marchini e progettata graficamente dallo Studio Grafico Mottarella, riunisce in un progetto editoriale dedicato al web tutte le informazioni necessarie per organizzare e compiere un trekk sull’alta via più bella delle Alpi centrali, quella che, raccordando il Sentiero Roma in Valmasino e il suo tracciato gemello in Val Bregaglia con parte dell’Alta Via della Valmalenco, forma un anello attorno al gruppo granitico Masino-Bregaglia. L’ANELLO DI GRANITO, appunto, su cui è incastonata la pietra bruno-rossastra del Monte Disgrazia. La guida propone la suddivisione dell’intero Anello in 11 “segmenti”, ognuno dei quali non è altro che il tratto di sentiero fra un rifugio ed il successivo, e in 7 “bretelle” che consentono di sezionare l’intero tracciato in anelli più bre-
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vi, ma ugualmente completi. La presentazione di ogni segmento dell’Anello, così come di ogni bretella, si apre con alcuni dati utili per la valutazione e la programmazione dell’escursione (difficoltà, dislivelli, tempi, segnaletica, attrezzatura) e continua con un breve sguardo d’insieme; la descrizione che segue è sintetica, ma contiene le informazioni e i riferimenti geografici indispensabili per orientare il cammino. Analogamente, per i rifugi vengono fornite le indicazioni essenziali: recapiti telefonici, posti letto, periodo di apertura, traversate effettuabili ed accesso dal basso con tempi e località di appoggio sul fondovalle. Trattandosi di opere dell’uomo, sia per i rifugi sia per i bivacchi distribuiti lungo il percorso, è parso opportuno dare anche alcune notizie di carattere storico. Un ricco apparato fotografico “linkabile” dal testo e un corredo cartografico consultabile con rapidità e facilità integrano efficacemente la parte scritta.
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il paese dell’incontrario ‘O FAMO STRANO Da un paio di stagioni chi sale all’Alpe Tagliata, giunto al Doss di Tiun, nei pressi delle strutture adibite dagli Alpini a “comando tappa” in occasione delle loro manifestazioni, si imbatte in un nuovo manufatto in muratura. La costruzione non ha dimensioni enormi, ma non passa di certo inosservata, grazie anche alla sua forma insolita. E’ ancora allo stato grezzo, involucro senza contenuto, e non si capisce bene quale potrà essere la sua funzione. Forse una chiesa o un rifugio oppure entrambe le cose? O forse una moderna stalla per vacche vip con annesso fienile? Mah, vedremo! Sta di fatto che per adesso se ne rimane lì nella sua desolante inutilità. Non sappiamo, né ci interessa saperlo, chi abbia concepito quest’opera bizzarra e quale consesso l’abbia poi approvata. Cerchiamo solo di capire quale logica progettuale abbia guidato la mano del suo ideatore. Ci viene il sospetto che la motivazione profonda sia stata la stessa dei due sposi novelli protagonisti di un film di Carlo Verdone: “‘o famo strano!”. Possibile che da parte di alcuni progettisti la normalità sia vissuta come valore negativo, quasi fosse un marchio vergognoso per la propria professionalità? Qualunque sia la destinazione d’uso della struttura, non si poteva pensare a qualcosa di più consono al luogo? … il giardino di natura, no, pei barbari non è.
70 CAI MORBEGNO
I VITELLI DEL TAIÀA Giugno è tempo di alpeggio. Dalla metà del mese fino a settembre gli alti pascoli della nostra provincia risuonano dei campanacci delle mandrie: un suono monotono e suadente che rallegra e tiene compagnia. Così anche per l’Alpe Taiàa, ma con una novità rispetto al passato. Quest’anno la conduzione dell’alpe ha cambiato titolarità, se l’è aggiudicata l’Azienda Agricola La Fiorida. Nulla da obiettare, è la logica del mercato e delle aste. Con un però: la nuova gestione ha scelto di portare lassù al soggiorno estivo unicamente vitelli. Un po’ ci spiace, perché quando ci troveremo a passare da quelle parti non potremo più assistere alle tradizionali operazioni legate alla produzione del Bitto, vanto ed orgoglio della nostra arte casearia. A causa dei nuovi metodi di allevamento in stalla e di un’alimentazione studiata dal dietologo, sembra che le vacche non siano più adatte a sopportare la vita rustica dell’alpe. Si sono, per così dire, imborghesite. Peccato! Ma tant’è. Quello che, però, ci ha più stupito è stato l’apprendere che i vitelli del Taiàa hanno quattro ruote motrici ed appartengono alla razza JEEP. Domenica 22 giugno questi esemplari sono stati visti percorrere la pista agro-silvo-pastorale che risale il pascolo, incitati dai “pastori” che li apostrofavano per nome. “Wrangler”- echeggiava per l’aria - “Cherokee” - si udiva poco più in là, mentre a più riprese i quadrupedi, pardon, i quadriruote scarrozzavano una moltitudine di curiosi saliti lassù per gustare il “vero” contatto con la natura, in “una bellissima giornata – come ci ha informato il giornale on line Vaol.it – che il Gruppo AutoTorino ha regalato, riconfermando l’attenzione nei rapporti con i propri clienti”. Certo … con i clienti! … Con l’ambiente un po’ meno! … il giardino di natura, no, pei barbari non è.
ROBUR IL CONQUISTATORE Dal quotidiano La Provincia del 22 maggio: “Il Comune di Albaredo insieme al Comune di Cornello in Val Brembana ha presentato un progetto alla Regione Lombardia per sistemare la Via Priula”. La storica strada realizzata alla fine del ‘500 è inserita dal 1999 nell’Ecomuseo della Valle del Bitto di Albaredo, ma, afferma il Sindaco del ridente paese orobico, “… si rende necessario un progetto globale di intervento che la faccia diventare un percorso di interesse europeo”. E’ una bella notizia. Indubbiamente la Priula rappresenta una testimonianza storica importante per la Valle del Bitto e per Morbegno. Merita senz’altro di essere valorizzata, magari con qualche convegno in meno e qualche intervento conservativo in più rispetto a quanto previsto. Ci sfugge, però, come il progetto possa andare d’accordo con l’intenzione, sponsorizzata attivamente dallo stesso Sindaco di Albaredo, di impiantare sul crinale del Passo San Marco, dove passa il tracciato della Priula, un sistema di vistose, rumorose e non si sa quanto utili
di Bruno Orso
pale eoliche per la produzione di energia elettrica. Probabilmente la scelta è legata ai fasti marinari della Serenissima Repubblica di Venezia, alla cui lungimiranza è dovuta la realizzazione di questa strada commerciale. Per rendere più verosimile la ricostruzione di quel lontano periodo storico, il Nostro ha avuto l’originale pensata di riprodurre al Passo San Marco i simboli della grandezza veneziana: gli alberi alti ben 30 metri delle galee che, con il vento in poppa, solcavano i flutti alla conquista dei mercati dell’Adriatico e dell’Oriente. Poiché, però, il buon amministratore non butta via nulla, perché non cercare di trarre profitto anche dalla Storia e dalla Cultura? Ed ecco allora la seconda pensata geniale: via l’anticaglia delle vele, sostituite da enormi eliche per poter trasformare il movimento rotatorio delle loro pale in energia elettrica. Così chi salirà al Passo San Marco avrà la sensazione di trovarsi a bordo dell’Albatros, la macchina volante di Robur il conquistatore, creata dalla fantasia di Giulio Verne. … il giardino di natura, no, pei barbari non è.
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il paese dell’incontrario ‘O FAMO STRANO Da un paio di stagioni chi sale all’Alpe Tagliata, giunto al Doss di Tiun, nei pressi delle strutture adibite dagli Alpini a “comando tappa” in occasione delle loro manifestazioni, si imbatte in un nuovo manufatto in muratura. La costruzione non ha dimensioni enormi, ma non passa di certo inosservata, grazie anche alla sua forma insolita. E’ ancora allo stato grezzo, involucro senza contenuto, e non si capisce bene quale potrà essere la sua funzione. Forse una chiesa o un rifugio oppure entrambe le cose? O forse una moderna stalla per vacche vip con annesso fienile? Mah, vedremo! Sta di fatto che per adesso se ne rimane lì nella sua desolante inutilità. Non sappiamo, né ci interessa saperlo, chi abbia concepito quest’opera bizzarra e quale consesso l’abbia poi approvata. Cerchiamo solo di capire quale logica progettuale abbia guidato la mano del suo ideatore. Ci viene il sospetto che la motivazione profonda sia stata la stessa dei due sposi novelli protagonisti di un film di Carlo Verdone: “‘o famo strano!”. Possibile che da parte di alcuni progettisti la normalità sia vissuta come valore negativo, quasi fosse un marchio vergognoso per la propria professionalità? Qualunque sia la destinazione d’uso della struttura, non si poteva pensare a qualcosa di più consono al luogo? … il giardino di natura, no, pei barbari non è.
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I VITELLI DEL TAIÀA Giugno è tempo di alpeggio. Dalla metà del mese fino a settembre gli alti pascoli della nostra provincia risuonano dei campanacci delle mandrie: un suono monotono e suadente che rallegra e tiene compagnia. Così anche per l’Alpe Taiàa, ma con una novità rispetto al passato. Quest’anno la conduzione dell’alpe ha cambiato titolarità, se l’è aggiudicata l’Azienda Agricola La Fiorida. Nulla da obiettare, è la logica del mercato e delle aste. Con un però: la nuova gestione ha scelto di portare lassù al soggiorno estivo unicamente vitelli. Un po’ ci spiace, perché quando ci troveremo a passare da quelle parti non potremo più assistere alle tradizionali operazioni legate alla produzione del Bitto, vanto ed orgoglio della nostra arte casearia. A causa dei nuovi metodi di allevamento in stalla e di un’alimentazione studiata dal dietologo, sembra che le vacche non siano più adatte a sopportare la vita rustica dell’alpe. Si sono, per così dire, imborghesite. Peccato! Ma tant’è. Quello che, però, ci ha più stupito è stato l’apprendere che i vitelli del Taiàa hanno quattro ruote motrici ed appartengono alla razza JEEP. Domenica 22 giugno questi esemplari sono stati visti percorrere la pista agro-silvo-pastorale che risale il pascolo, incitati dai “pastori” che li apostrofavano per nome. “Wrangler”- echeggiava per l’aria - “Cherokee” - si udiva poco più in là, mentre a più riprese i quadrupedi, pardon, i quadriruote scarrozzavano una moltitudine di curiosi saliti lassù per gustare il “vero” contatto con la natura, in “una bellissima giornata – come ci ha informato il giornale on line Vaol.it – che il Gruppo AutoTorino ha regalato, riconfermando l’attenzione nei rapporti con i propri clienti”. Certo … con i clienti! … Con l’ambiente un po’ meno! … il giardino di natura, no, pei barbari non è.
ROBUR IL CONQUISTATORE Dal quotidiano La Provincia del 22 maggio: “Il Comune di Albaredo insieme al Comune di Cornello in Val Brembana ha presentato un progetto alla Regione Lombardia per sistemare la Via Priula”. La storica strada realizzata alla fine del ‘500 è inserita dal 1999 nell’Ecomuseo della Valle del Bitto di Albaredo, ma, afferma il Sindaco del ridente paese orobico, “… si rende necessario un progetto globale di intervento che la faccia diventare un percorso di interesse europeo”. E’ una bella notizia. Indubbiamente la Priula rappresenta una testimonianza storica importante per la Valle del Bitto e per Morbegno. Merita senz’altro di essere valorizzata, magari con qualche convegno in meno e qualche intervento conservativo in più rispetto a quanto previsto. Ci sfugge, però, come il progetto possa andare d’accordo con l’intenzione, sponsorizzata attivamente dallo stesso Sindaco di Albaredo, di impiantare sul crinale del Passo San Marco, dove passa il tracciato della Priula, un sistema di vistose, rumorose e non si sa quanto utili
di Bruno Orso
pale eoliche per la produzione di energia elettrica. Probabilmente la scelta è legata ai fasti marinari della Serenissima Repubblica di Venezia, alla cui lungimiranza è dovuta la realizzazione di questa strada commerciale. Per rendere più verosimile la ricostruzione di quel lontano periodo storico, il Nostro ha avuto l’originale pensata di riprodurre al Passo San Marco i simboli della grandezza veneziana: gli alberi alti ben 30 metri delle galee che, con il vento in poppa, solcavano i flutti alla conquista dei mercati dell’Adriatico e dell’Oriente. Poiché, però, il buon amministratore non butta via nulla, perché non cercare di trarre profitto anche dalla Storia e dalla Cultura? Ed ecco allora la seconda pensata geniale: via l’anticaglia delle vele, sostituite da enormi eliche per poter trasformare il movimento rotatorio delle loro pale in energia elettrica. Così chi salirà al Passo San Marco avrà la sensazione di trovarsi a bordo dell’Albatros, la macchina volante di Robur il conquistatore, creata dalla fantasia di Giulio Verne. … il giardino di natura, no, pei barbari non è.
CAI MORBEGNO 71
MINO PEREGO
il ricordo
Il 17 luglio, all’età di 86 anni, ci ha lasciato l’amico Mino Perego. Personaggio di spicco della comunità di Morbegno, ha legato il suo nome a numerose iniziative volte alla valorizzazione del patrimonio ambientale, storico ed etnografico delle nostre montagne. Fondatore e conservatore del civico Museo di Storia Naturale, a lui sono dovuti anche il recupero del Torchio di Cerido e l’allestimento del Museo della Montagna di Valmasino. Profondo conoscitore della fauna alpina, cultore di mineralogia, di entomologia e di botanica, grazie alla sua vivace curiosità, Mino era appassionato di tutto ciò che riguardava l’ambiente montano, che viveva ed interpretava anche attraverso le sue opere di scultura in legno. Noi lo ricordiamo come formidabile camminatore, compagno di tante escursioni, collaboratore del CAI Morbegno e, soprattutto, amico disponibile e sincero
72 CAI MORBEGNO
di Guido Spini
Ho cominciato ad andare in montagna con Mino Perego a dodici anni, nel 1967. Delle prime uscite in Val Masino conservo vive sensazioni. Inoltrarsi a fine giugno o inizio luglio in Val di Mello, lo svelarsi a poco a poco nel chiarore dell’alba di quell’ambiente severo immerso nel silenzio, le pareti strapiombanti (il sassismo doveva ancora aspettare quasi dieci anni per nascere), l’acqua fragorosa, incontenibile, all’ultimo ponticello all’imbocco della salita per la Pioda-Cameraccio! Quello scenario dava ancora maggior fascino allo scopo delle nostre escursioni: la ricerca di minerali. Allora la Val Masino sotto questo aspetto era assai poco conosciuta, niente in confronto alla Val Malenco nota
in tutta Italia, e non solo, per la varietà e la qualità dei suoi minerali. Mino fu l’infaticabile e sistematico esploratore mineralogico della Val Masino, che già aveva percorso a lungo per avervi praticato l’alpinismo da giovane e poi la caccia. In sostanza la montagna fu la sua grande passione, che coltivò nel tempo in modi diversi, sempre ricercandone e valorizzandone con entusiasmo le attrattive. Di ciò ho potuto beneficiare non poco in quanto Mino è stato per me, per una decina d’anni, un maestro prezioso che mi ha insegnato ad andare in montagna tenendo gli occhi bene aperti, non solo sui pericoli che può riservare, ma anche sulle sue molteplici ricchezze. CAI MORBEGNO 73
MINO PEREGO
il ricordo
Il 17 luglio, all’età di 86 anni, ci ha lasciato l’amico Mino Perego. Personaggio di spicco della comunità di Morbegno, ha legato il suo nome a numerose iniziative volte alla valorizzazione del patrimonio ambientale, storico ed etnografico delle nostre montagne. Fondatore e conservatore del civico Museo di Storia Naturale, a lui sono dovuti anche il recupero del Torchio di Cerido e l’allestimento del Museo della Montagna di Valmasino. Profondo conoscitore della fauna alpina, cultore di mineralogia, di entomologia e di botanica, grazie alla sua vivace curiosità, Mino era appassionato di tutto ciò che riguardava l’ambiente montano, che viveva ed interpretava anche attraverso le sue opere di scultura in legno. Noi lo ricordiamo come formidabile camminatore, compagno di tante escursioni, collaboratore del CAI Morbegno e, soprattutto, amico disponibile e sincero
72 CAI MORBEGNO
di Guido Spini
Ho cominciato ad andare in montagna con Mino Perego a dodici anni, nel 1967. Delle prime uscite in Val Masino conservo vive sensazioni. Inoltrarsi a fine giugno o inizio luglio in Val di Mello, lo svelarsi a poco a poco nel chiarore dell’alba di quell’ambiente severo immerso nel silenzio, le pareti strapiombanti (il sassismo doveva ancora aspettare quasi dieci anni per nascere), l’acqua fragorosa, incontenibile, all’ultimo ponticello all’imbocco della salita per la Pioda-Cameraccio! Quello scenario dava ancora maggior fascino allo scopo delle nostre escursioni: la ricerca di minerali. Allora la Val Masino sotto questo aspetto era assai poco conosciuta, niente in confronto alla Val Malenco nota
in tutta Italia, e non solo, per la varietà e la qualità dei suoi minerali. Mino fu l’infaticabile e sistematico esploratore mineralogico della Val Masino, che già aveva percorso a lungo per avervi praticato l’alpinismo da giovane e poi la caccia. In sostanza la montagna fu la sua grande passione, che coltivò nel tempo in modi diversi, sempre ricercandone e valorizzandone con entusiasmo le attrattive. Di ciò ho potuto beneficiare non poco in quanto Mino è stato per me, per una decina d’anni, un maestro prezioso che mi ha insegnato ad andare in montagna tenendo gli occhi bene aperti, non solo sui pericoli che può riservare, ma anche sulle sue molteplici ricchezze. CAI MORBEGNO 73
Alla caccia rinunciò verso la metà degli anni Settanta, soprattutto per l’evidente progressivo impoverimento faunistico che toglieva alla montagna una delle attrattive più belle (una volta, con mia grande gioia, che però mi guardai dal manifestare, sbagliò il tiro a un capriolo) e, allo scatto del grilletto, sostituì quello della macchina fotografica iniziando anche a cercare insetti per la collezione del museo naturalistico di Morbegno. La passione per i minerali fu però quella che più lo prese e gli dette soddisfazioni: in Val Masino fece ritrovamenti notevoli di numerose specie, anche rare, ma effettuò ricerche anche in diverse altre zone della Valtellina, comprese le valli orobiche, e della Valchiavenna. E’ interessante quanto Mino racconta nell’opuscolo Itinerari mineralogici – Val Masino e Bassa Valtellina del 1979: “Volete sapere come e quando compivo le mie ricerche di minerali ubicati in parete dove era indispensabile l’uso di corde e chiodi? Iniziavo le mie escursioni verso la metà di giugno e, approfittando di quegli scivoli di neve che ancora raccordavano gli strapiombi con le 74 CAI MORBEGNO
sottostanti gande, potevo esaminare da vicino ampie fasce di parete senza pericolo alcuno”. Ho passato anche ore e ore nella sua cantina a osservarlo in silenzio mentre, concentrato, imbalsamava pernici, galli forcelli o teste di camoscio o lavorava alle sue sculture in legno – altra grande passione – interrotto regolarmente verso le quattro e mezzo del pomeriggio dalla moglie Marisa che gli portava qualcosa da bere. Molte sculture sono dedicate a scene di caccia, ma vi sono anche soggetti religiosi (mi viene in mente una bellissima Fuga in Egitto che fu premiata a un concorso nazionale) o legati al suo lavoro di macchinista ferroviere o a temi di attualità, come la fame nel mondo, cui lo spingeva la sua sensibilità politica e sociale. Fu anche iscritto per molti anni al partito socialista di Nenni e di Pertini (a quest’ultimo lo accomunava pure qualche tratto, come la schiettezza e la propensione a insegnare ai giovani) e immagino l’amarezza che la sua disgregazione nei primi anni Novanta sotto l’urto delle vicende giudiziarie di Tangentopoli e la sua successiva dispersione, in direzioni anche imprevedibili, pos-
sono avergli lasciato. Ho prima accennato al museo di storia naturale di Morbegno: è senza dubbio la sua opera più importante, di cui fu il tenace promotore e organizzatore ricoprendo anche l’incarico di conservatore, prima effettivo e poi onorario, e dove si trovano esposte ampie parti delle sue collezioni. Mi accorgo che, nel ripensare alla sua figura, è quasi impossibile non tralasciare qualcuna delle molte attività o degli interessi cui si è dedicato, sempre in modo scrupoloso, come la numismatica, la filatelia, l’allestimento di musei in altre località o il restauro del torchio di Cerido. Insomma, Mino Perego è stato un uomo estremamente operoso, positivo, che ha vissuto intensamente la sua vita e che con il museo di Morbegno – per anni da lui considerato il suo sogno – ha messo a disposizione di tutti un patrimonio di grande valore, frutto delle sue esperienze e delle sue passioni.
CAI MORBEGNO 75
Alla caccia rinunciò verso la metà degli anni Settanta, soprattutto per l’evidente progressivo impoverimento faunistico che toglieva alla montagna una delle attrattive più belle (una volta, con mia grande gioia, che però mi guardai dal manifestare, sbagliò il tiro a un capriolo) e, allo scatto del grilletto, sostituì quello della macchina fotografica iniziando anche a cercare insetti per la collezione del museo naturalistico di Morbegno. La passione per i minerali fu però quella che più lo prese e gli dette soddisfazioni: in Val Masino fece ritrovamenti notevoli di numerose specie, anche rare, ma effettuò ricerche anche in diverse altre zone della Valtellina, comprese le valli orobiche, e della Valchiavenna. E’ interessante quanto Mino racconta nell’opuscolo Itinerari mineralogici – Val Masino e Bassa Valtellina del 1979: “Volete sapere come e quando compivo le mie ricerche di minerali ubicati in parete dove era indispensabile l’uso di corde e chiodi? Iniziavo le mie escursioni verso la metà di giugno e, approfittando di quegli scivoli di neve che ancora raccordavano gli strapiombi con le 74 CAI MORBEGNO
sottostanti gande, potevo esaminare da vicino ampie fasce di parete senza pericolo alcuno”. Ho passato anche ore e ore nella sua cantina a osservarlo in silenzio mentre, concentrato, imbalsamava pernici, galli forcelli o teste di camoscio o lavorava alle sue sculture in legno – altra grande passione – interrotto regolarmente verso le quattro e mezzo del pomeriggio dalla moglie Marisa che gli portava qualcosa da bere. Molte sculture sono dedicate a scene di caccia, ma vi sono anche soggetti religiosi (mi viene in mente una bellissima Fuga in Egitto che fu premiata a un concorso nazionale) o legati al suo lavoro di macchinista ferroviere o a temi di attualità, come la fame nel mondo, cui lo spingeva la sua sensibilità politica e sociale. Fu anche iscritto per molti anni al partito socialista di Nenni e di Pertini (a quest’ultimo lo accomunava pure qualche tratto, come la schiettezza e la propensione a insegnare ai giovani) e immagino l’amarezza che la sua disgregazione nei primi anni Novanta sotto l’urto delle vicende giudiziarie di Tangentopoli e la sua successiva dispersione, in direzioni anche imprevedibili, pos-
sono avergli lasciato. Ho prima accennato al museo di storia naturale di Morbegno: è senza dubbio la sua opera più importante, di cui fu il tenace promotore e organizzatore ricoprendo anche l’incarico di conservatore, prima effettivo e poi onorario, e dove si trovano esposte ampie parti delle sue collezioni. Mi accorgo che, nel ripensare alla sua figura, è quasi impossibile non tralasciare qualcuna delle molte attività o degli interessi cui si è dedicato, sempre in modo scrupoloso, come la numismatica, la filatelia, l’allestimento di musei in altre località o il restauro del torchio di Cerido. Insomma, Mino Perego è stato un uomo estremamente operoso, positivo, che ha vissuto intensamente la sua vita e che con il museo di Morbegno – per anni da lui considerato il suo sogno – ha messo a disposizione di tutti un patrimonio di grande valore, frutto delle sue esperienze e delle sue passioni.
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CIAO GIORGIO E’ morto Giorgio Bertarelli. Un altro protagonista dell’alpinismo morbegnese se n’è andato. Non è facile per gli amici che l’hanno conosciuto e frequentato ricordarlo senza lasciarsi prendere dalla tentazione di idealizzarne la figura. Noi vorremmo provare a farlo con sincerità e semplicità, facendo prevalere la sua umanità di persona buona, prima ancora che la professionalità dell’alpinista, della guida alpina e del responsabile del Soccorso Alpino. Vogliamo, prima di tutto, ricordare Giorgio con la sua bella famiglia alla quale era legatissimo. Con la moglie Mariuccia, costantemente al suo fianco. Incontrandoli insieme per le vie di Morbegno, il saluto non era mai frettoloso, non mancava mai uno scambio di battute sul tempo o sui fatti del momento. Con i figli Cristina e Tonino e con i nipoti, per i quali aveva costruito nel giardino di casa un piccolo parco giochi, il cui pezzo pregiato, che amava mostrare con orgoglio,era, manco a dirlo, un ponte tibetano. Giorgio era una persona allegra e socievole, con la quale era bello trascorrere le ore di relax durante le pause dell’attività del CAI, del quale è stato per anni valido collaboratore. Sapeva coinvolgere gli amici sia che si trattasse di intonare un canto alpino, sia che si raccontassero aneddoti di ascensioni, sia che si scherzasse in compagnia con quel suo fare da finto serio. Serio, però, lo diventava davvero quando si trattava di affrontare la montagna. Maledettamente serio. Non lasciava mai nulla all’improvvisazione ed era proverbiale la sua meticolosità nel controllare che tutta l’attrezzatura fosse a posto. Dio, quanto era ordinato il suo zaino! E ancora più serio lo diventava quando svolgeva la sua funzione di responsabile del Soccorso Alpino di Morbegno, del quale era entrato a far parte nel 1962. La sicurezza era il suo “credo” e il portare aiuto a quanti si trovavano in difficoltà in montagna era lo scopo della sua vita. Non è un caso se, con una scelta quanto mai opportuna, nel rito funebre è stato commentato il brano del Vangelo nel quale si parla del Buon Samaritano. Ciao Giorgio, gli amici del CAI Morbegno ti salutano con affetto.
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CIAO GIORGIO E’ morto Giorgio Bertarelli. Un altro protagonista dell’alpinismo morbegnese se n’è andato. Non è facile per gli amici che l’hanno conosciuto e frequentato ricordarlo senza lasciarsi prendere dalla tentazione di idealizzarne la figura. Noi vorremmo provare a farlo con sincerità e semplicità, facendo prevalere la sua umanità di persona buona, prima ancora che la professionalità dell’alpinista, della guida alpina e del responsabile del Soccorso Alpino. Vogliamo, prima di tutto, ricordare Giorgio con la sua bella famiglia alla quale era legatissimo. Con la moglie Mariuccia, costantemente al suo fianco. Incontrandoli insieme per le vie di Morbegno, il saluto non era mai frettoloso, non mancava mai uno scambio di battute sul tempo o sui fatti del momento. Con i figli Cristina e Tonino e con i nipoti, per i quali aveva costruito nel giardino di casa un piccolo parco giochi, il cui pezzo pregiato, che amava mostrare con orgoglio,era, manco a dirlo, un ponte tibetano. Giorgio era una persona allegra e socievole, con la quale era bello trascorrere le ore di relax durante le pause dell’attività del CAI, del quale è stato per anni valido collaboratore. Sapeva coinvolgere gli amici sia che si trattasse di intonare un canto alpino, sia che si raccontassero aneddoti di ascensioni, sia che si scherzasse in compagnia con quel suo fare da finto serio. Serio, però, lo diventava davvero quando si trattava di affrontare la montagna. Maledettamente serio. Non lasciava mai nulla all’improvvisazione ed era proverbiale la sua meticolosità nel controllare che tutta l’attrezzatura fosse a posto. Dio, quanto era ordinato il suo zaino! E ancora più serio lo diventava quando svolgeva la sua funzione di responsabile del Soccorso Alpino di Morbegno, del quale era entrato a far parte nel 1962. La sicurezza era il suo “credo” e il portare aiuto a quanti si trovavano in difficoltà in montagna era lo scopo della sua vita. Non è un caso se, con una scelta quanto mai opportuna, nel rito funebre è stato commentato il brano del Vangelo nel quale si parla del Buon Samaritano. Ciao Giorgio, gli amici del CAI Morbegno ti salutano con affetto.
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I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2008 gli iscritti sono 566 (+11) così suddivisi: 391 (+9) ordinari, 143 (+3) famigliari e 32 (-1) giovani. Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti o presso la Sede il venerdì sera dalle 9,15 alle 23. IL CONSIGLIO DIRETTIVO DEL C.A.I. MORBEGNO Presidente Domenico Del Barba Vicepresidente Mario Spini Segretario Davide Bonzi Consiglieri Danilo Acquistapace Enrico Bertoli Alessandro Caligari Angelo De Donati Lodovico Mottarella Giovanni Rovedatti Franco Scotti Oreste Zecca GLI ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) 78 CAI MORBEGNO
Franco Scotti (ISA) Cesare De Donati (INSA/IAIl) BIBIOTECA/VIDEOTECA Sono entrati in biblioteca 3 manuali tecnici di alpinismo e sci alpinismo. Il totale dei titoli presenti negli scaffali è 362. Completano il patrimonio 31 videocassette e 152 carte geografiche. I CORSI Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2007 a marzo 2008, presso la palestra di via Prati Grassi si sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. In circa 40 ore di lezione c’è stata una media di 15 partecipanti ad incontro. Corso base di sci-alpinismo Si è svolto da gennaio a marzo. Al corso hanno partecipato con profitto 13 allievi: Bertola Marco, Bertolini Rosanna, Colli Daniele, Corbellini Thomas, Ferrè Fabio, Guidi Stefano, Gusmeroli Patrizia, Pinoli Francesco, Pizzaia Luca, Spreafico Martino, Trussoni Valentina, Vaninetti Francesco. Queste le uscite di una giornata, precedute, come al solito, dalle lezioni teoriche: Cima del Munt de Sura (Valgerola) – Anticima dei
Lupi (Valtartano) – Coluomnas (Engadina) – Piz Lunghin (Engadina) – Cime di Val Loga (Valle Spluga). A conclusione del corso è stata effettuata un’uscita di due giorni al rifugio Branca in Valfurva, ma a causa del maltempo è stata fatta una salita solo al ghiacciaio delle Rosole. Corso di arrampicata Si è svolto nei mesi di settembre e di ottobre in collaborazione con il CAI di Chiavenna ed ha coinvolto 8 allievi: Della Bella Luca (Chiavenna), Gusmeroli Tecla (Morbegno), Martinucci Enrico (Chiavenna), Panzeri Luca (Chiavenna), Pedranzini Mistica (Morbegno), Pinoli Francesco (Morbegno), Rossanese Angelo (Morbegno), Valsecchi Monica (Chiavenna). Sei le uscite, precedute da altrettante lezioni teoriche: 2 volte presso la Palestra artificiale di Piuro, a causa del maltempo – Placche di Bette (Valle Spluga) – Cresta NE dello Spazzacaldera (Valle Albigna) – Via Tunnel Diagonale, Via Cunicolo Acuto, Alba del Nirvana (Val di Mello) – Torrioni Magnaghi, Via Albertini, Spigolo Falk, Via Butta, Via Lecco (Grigna).
Marzo: Sci alpinistica al Breithorn. Giugno: Alpe Granda e Scermendone (vedi articolo a pag. 60). Giugno: Alpe Sentieri in Valmalenco (gita condizionata dal maltempo, 15 partecipanti). Agosto: 3 giorni a Lagenfeld Huben in Austria (vedi articolo pag. 62). Settembre: Alta via dei Monti Liguri (verdi articolo pag. 64). Ottobre: Appuntamento sul Sentiero Paniga (vedi articolo pag, 66).
RALLYNO DELLA ROSETTA 9 marzo - In una bella giornata marzolina, 47 squadre si sono confrontate nel tradizionale scenario dell’alpe Culino. Vincitori Rallyno: Mario Miotti– Lino Miotti (penalità 0,241). Vincitori cronoscalata: Moris Gianoncelli – Paolo Pedrazzoli (tempo 27’01”). Vincitori discesa: Silvio Bagiolo e Davide Pedrotti (tempo 43”).
I MERCOLEDÌ DEGLI UNDER 99 E’ iniziata da gennaio l’attività del Gruppo “Under 99”. Sulla base di una programmazione mensile, ogni martedì sera, in sede, vengono presi gli accordi precisi per l’uscita del giorno seguente. Sono state proposte escursioni sci alpinistiche, camminate in località note e meno note della provincia ed una ferrata. L’iniziativa, per quest’anno sperimentale, viene portata avanti un po’ alla buona, ma
LE GITE Gennaio: Pescegallo – Sci alpinismo al chiaro di luna.
CAI MORBEGNO 79
I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2008 gli iscritti sono 566 (+11) così suddivisi: 391 (+9) ordinari, 143 (+3) famigliari e 32 (-1) giovani. Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti o presso la Sede il venerdì sera dalle 9,15 alle 23. IL CONSIGLIO DIRETTIVO DEL C.A.I. MORBEGNO Presidente Domenico Del Barba Vicepresidente Mario Spini Segretario Davide Bonzi Consiglieri Danilo Acquistapace Enrico Bertoli Alessandro Caligari Angelo De Donati Lodovico Mottarella Giovanni Rovedatti Franco Scotti Oreste Zecca GLI ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) 78 CAI MORBEGNO
Franco Scotti (ISA) Cesare De Donati (INSA/IAIl) BIBIOTECA/VIDEOTECA Sono entrati in biblioteca 3 manuali tecnici di alpinismo e sci alpinismo. Il totale dei titoli presenti negli scaffali è 362. Completano il patrimonio 31 videocassette e 152 carte geografiche. I CORSI Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2007 a marzo 2008, presso la palestra di via Prati Grassi si sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. In circa 40 ore di lezione c’è stata una media di 15 partecipanti ad incontro. Corso base di sci-alpinismo Si è svolto da gennaio a marzo. Al corso hanno partecipato con profitto 13 allievi: Bertola Marco, Bertolini Rosanna, Colli Daniele, Corbellini Thomas, Ferrè Fabio, Guidi Stefano, Gusmeroli Patrizia, Pinoli Francesco, Pizzaia Luca, Spreafico Martino, Trussoni Valentina, Vaninetti Francesco. Queste le uscite di una giornata, precedute, come al solito, dalle lezioni teoriche: Cima del Munt de Sura (Valgerola) – Anticima dei
Lupi (Valtartano) – Coluomnas (Engadina) – Piz Lunghin (Engadina) – Cime di Val Loga (Valle Spluga). A conclusione del corso è stata effettuata un’uscita di due giorni al rifugio Branca in Valfurva, ma a causa del maltempo è stata fatta una salita solo al ghiacciaio delle Rosole. Corso di arrampicata Si è svolto nei mesi di settembre e di ottobre in collaborazione con il CAI di Chiavenna ed ha coinvolto 8 allievi: Della Bella Luca (Chiavenna), Gusmeroli Tecla (Morbegno), Martinucci Enrico (Chiavenna), Panzeri Luca (Chiavenna), Pedranzini Mistica (Morbegno), Pinoli Francesco (Morbegno), Rossanese Angelo (Morbegno), Valsecchi Monica (Chiavenna). Sei le uscite, precedute da altrettante lezioni teoriche: 2 volte presso la Palestra artificiale di Piuro, a causa del maltempo – Placche di Bette (Valle Spluga) – Cresta NE dello Spazzacaldera (Valle Albigna) – Via Tunnel Diagonale, Via Cunicolo Acuto, Alba del Nirvana (Val di Mello) – Torrioni Magnaghi, Via Albertini, Spigolo Falk, Via Butta, Via Lecco (Grigna).
Marzo: Sci alpinistica al Breithorn. Giugno: Alpe Granda e Scermendone (vedi articolo a pag. 60). Giugno: Alpe Sentieri in Valmalenco (gita condizionata dal maltempo, 15 partecipanti). Agosto: 3 giorni a Lagenfeld Huben in Austria (vedi articolo pag. 62). Settembre: Alta via dei Monti Liguri (verdi articolo pag. 64). Ottobre: Appuntamento sul Sentiero Paniga (vedi articolo pag, 66).
RALLYNO DELLA ROSETTA 9 marzo - In una bella giornata marzolina, 47 squadre si sono confrontate nel tradizionale scenario dell’alpe Culino. Vincitori Rallyno: Mario Miotti– Lino Miotti (penalità 0,241). Vincitori cronoscalata: Moris Gianoncelli – Paolo Pedrazzoli (tempo 27’01”). Vincitori discesa: Silvio Bagiolo e Davide Pedrotti (tempo 43”).
I MERCOLEDÌ DEGLI UNDER 99 E’ iniziata da gennaio l’attività del Gruppo “Under 99”. Sulla base di una programmazione mensile, ogni martedì sera, in sede, vengono presi gli accordi precisi per l’uscita del giorno seguente. Sono state proposte escursioni sci alpinistiche, camminate in località note e meno note della provincia ed una ferrata. L’iniziativa, per quest’anno sperimentale, viene portata avanti un po’ alla buona, ma
LE GITE Gennaio: Pescegallo – Sci alpinismo al chiaro di luna.
CAI MORBEGNO 79
si conta di perfezionarla e di renderla parte integrante del programma annuale della Sezione, anche perché il gradimento è discreto e la partecipazione soddisfacente. La proposta è, ovviamente, rivolta a tutti. Ecco in dettaglio ciò che è stato fatto. • Febbraio/Marzo - 6 sci alpinistiche in Valgerola e Valtartano. • Aprile - Val Codera: da Codera a San Giorgio lungo il Tracciolino; Val Fabiolo: Ca’ Redunda con ritorno da Alfaedo. • Maggio/Giugno - Valgerola: da Salmurano alla val Tronella via lago Piazzotti; Valgerola: dalla Valle della Pietra alla val Tronella via lago di Trona.
• Luglio – Valtartano: da Cuminello a Dordona; Valgerola: lago Piazzotti via canalone della Mezzaluna; Valle di Albaredo: cima del Legüi; Sceroia al Porcellizzo. • Agosto – Val Belviso: passo di Venerocolo; Val dei Ratti: Frasnedo e Primalpia. • Settembre – Valchiavenna: passo della Forcola; Valtartano: lago di Bernasca da Vicima; Valle Spluga: Starleggia, lago Bianco, rifugio Ca’ Bianca. • Ottobre – Retiche: Scermendone e Granda da Lür; Monti Lariani: ferrata del monte Grona; Val Lesina: laghi di Deleguaccio;
Valtartano: Val Budria, Vallaùr, Val di Lemma; Valmalenco: passo del Muretto; • Novembre – Cech: bivacco Bottani-Cornaggia; Monti lariani: Berlinghera.
by Lorain sas
Il più sportivo degli intimi...
I capi in polipropilene della nostra collezione sono l’ideale per gli sport in condizione di freddo intenso, sono estremamente efficaci nel trasporto dell’umidità permettendovi di avere sempre gli indumenti asciutti. Indossateli una volta... non li abbandonerete più!
80 CAI MORBEGNO
L io d - V ia Indu s t r ia 1 - 2 3 0 1 7 Mo r b e g no (S O ) - t e l. 0 3 4 2 6 1 4 6 2 2 CAI MORBEGNO 81
si conta di perfezionarla e di renderla parte integrante del programma annuale della Sezione, anche perché il gradimento è discreto e la partecipazione soddisfacente. La proposta è, ovviamente, rivolta a tutti. Ecco in dettaglio ciò che è stato fatto. • Febbraio/Marzo - 6 sci alpinistiche in Valgerola e Valtartano. • Aprile - Val Codera: da Codera a San Giorgio lungo il Tracciolino; Val Fabiolo: Ca’ Redunda con ritorno da Alfaedo. • Maggio/Giugno - Valgerola: da Salmurano alla val Tronella via lago Piazzotti; Valgerola: dalla Valle della Pietra alla val Tronella via lago di Trona.
• Luglio – Valtartano: da Cuminello a Dordona; Valgerola: lago Piazzotti via canalone della Mezzaluna; Valle di Albaredo: cima del Legüi; Sceroia al Porcellizzo. • Agosto – Val Belviso: passo di Venerocolo; Val dei Ratti: Frasnedo e Primalpia. • Settembre – Valchiavenna: passo della Forcola; Valtartano: lago di Bernasca da Vicima; Valle Spluga: Starleggia, lago Bianco, rifugio Ca’ Bianca. • Ottobre – Retiche: Scermendone e Granda da Lür; Monti Lariani: ferrata del monte Grona; Val Lesina: laghi di Deleguaccio;
Valtartano: Val Budria, Vallaùr, Val di Lemma; Valmalenco: passo del Muretto; • Novembre – Cech: bivacco Bottani-Cornaggia; Monti lariani: Berlinghera.
by Lorain sas
Il più sportivo degli intimi...
I capi in polipropilene della nostra collezione sono l’ideale per gli sport in condizione di freddo intenso, sono estremamente efficaci nel trasporto dell’umidità permettendovi di avere sempre gli indumenti asciutti. Indossateli una volta... non li abbandonerete più!
80 CAI MORBEGNO
L io d - V ia Indu s t r ia 1 - 2 3 0 1 7 Mo r b e g no (S O ) - t e l. 0 3 4 2 6 1 4 6 2 2 CAI MORBEGNO 81
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