CAI MORBEGNO
I
SOMMARIO
CAI I Corsi
Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org
Redazione:
Scialpinismo
Racconti
Domenico Del Barba, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Mario Spini.
Hanno collaborato: Ezio Abate, Cristina Arosio, Laura Bettega, Davide Bonzi, Alessandro Caligari, Cesare De Donati, Domenico Del Barba, Giovanni Donadelli, Gunter Gros Silvana Gusmeroli, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Bruno Orso, Vittorio Poletti, Alessandro Rapella, Marco Riva, Franco Scotti, Riccardo Scotti, Mario Spini.
Fotografie: Ezio Abate:16, 17,18, 19, 20, 21, 22, 23 Pietro Del Barba: 63, 64 Davide Bonzi:60, 61 Archivio G. Donadelli: 35, 36, 37 Riccardo Marchini: 19(sotto), 21(sopra), 30(sopra),32, 33, 53 Lodovico Mottarella: copertina, 2, 3, 25, 23, 27, 28, 29, 30(sotto), 39, 41, 43(sotto), 44, 45, 48, 49, 50, 51, 52(sopra), 54, 55, 56, 57, 58, 59, 64, 65, 66, 67, 68, 69, 71, 72 Franco Scotti: 5 Riccardo Scotti: 38, 40, 42(sopra), 46, 47 Mario Spini: 6, 7, 12, 13, 14, 15
Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com
Stampa:
Cicloalpinismo
Leggende
ANNUARIO 2007
Il corso di arrampicata di MARIO SPINI
Scialpinismo in Cile di FRANCO SCOTTI
Solo
di GUNTER GROS
Bike: ieri, oggi...domani di EZIO ABATE
La leggenda dei Corni Bruciati di VITTORIO POLETTI
Sci
Come divenni sciatore
Ambiente
Riscaldamento globale
Arte
AttualitĂ
di GIOVANNI DONADELLI
di RICCARDO SCOTTI
Chiese di montagna di ALESSANDRO CALIGARI
Pascolo che va.... di ALESSANDRO RAPELLA
Tipografia Bonazzi
II CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 1
SOMMARIO
CAI I Corsi
Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno Via San Marco Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org
Redazione:
Scialpinismo
Racconti
Domenico Del Barba, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Mario Spini.
Hanno collaborato: Ezio Abate, Cristina Arosio, Laura Bettega, Davide Bonzi, Alessandro Caligari, Cesare De Donati, Domenico Del Barba, Giovanni Donadelli, Gunter Gros Silvana Gusmeroli, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Bruno Orso, Vittorio Poletti, Alessandro Rapella, Marco Riva, Franco Scotti, Riccardo Scotti, Mario Spini.
Fotografie: Ezio Abate:16, 17,18, 19, 20, 21, 22, 23 Pietro Del Barba: 63, 64 Davide Bonzi:60, 61 Archivio G. Donadelli: 35, 36, 37 Riccardo Marchini: 19(sotto), 21(sopra), 30(sopra),32, 33, 53 Lodovico Mottarella: copertina, 2, 3, 25, 23, 27, 28, 29, 30(sotto), 39, 41, 43(sotto), 44, 45, 48, 49, 50, 51, 52(sopra), 54, 55, 56, 57, 58, 59, 64, 65, 66, 67, 68, 69, 71, 72 Franco Scotti: 5 Riccardo Scotti: 38, 40, 42(sopra), 46, 47 Mario Spini: 6, 7, 12, 13, 14, 15
Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com
Stampa:
Cicloalpinismo
Leggende
ANNUARIO 2007
Il corso di arrampicata di MARIO SPINI
Scialpinismo in Cile di FRANCO SCOTTI
Solo
di GUNTER GROS
Bike: ieri, oggi...domani di EZIO ABATE
La leggenda dei Corni Bruciati di VITTORIO POLETTI
Sci
Come divenni sciatore
Ambiente
Riscaldamento globale
Arte
AttualitĂ
di GIOVANNI DONADELLI
di RICCARDO SCOTTI
Chiese di montagna di ALESSANDRO CALIGARI
Pascolo che va.... di ALESSANDRO RAPELLA
Tipografia Bonazzi
II CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 1
Il 2007 è stato un anno importante per il Cai Morbegno: la nuova sede è una realtà e aspetta solo l’inaugurazione ufficiale. I lavori, salvo qualche piccolo dettaglio, sono terminati e il risultato è davvero buono; finalmente abbiamo chiuso con sistemazioni temporanee o precarie. Siamo riconoscenti al Comune di Morbegno, ai progettisti, ai tecnici, agli sponsor, ai fornitori e ai Soci per le loro generose donazioni. Speriamo che al grande impegno corrisposto dal nostro Consiglio segua una partecipazione altrettanto importante da parte degli iscritti.
E D I T O R I A L E
di Domenico Del Barba
LA NUOVA SEDE DEL CAI MORBEGNO
2 CAI MORBEGNO
Quest’anno abbiamo cercato di cavarcela al meglio e, fra un lavoro e un altro, seppure in condizioni di estremo disagio, siamo riusciti a portare avanti una discreta attività. Hanno avuto luogo il corso di scialpinismo, il rallyno della Rosetta, il corso di arrampicata; sono state effettuate gite scialpinistiche, escursionistiche, naturalistiche e, a titolo sperimentale, gite cicloalpinistiche con buona partecipazione e soddisfazione da parte di tutti. Malgrado l’indifferenza delle Istituzioni, il progetto Culmen, in collaborazione con le pro loco di Dazio e Paniga, è andato avanti; si è arricchito di un nuovo sentiero e della relativa segnaletica sull’intero percorso. Vi invitiamo a visitare il nostro sito (www.caimorbegno.org) dove potrete trovare ampia documentazione di quanto è stato fatto e altro ancora. Sul fronte ambientale bisogna riscontrare che, dopo la Valmalenco (2006), è toccata al Parco delle Orobie la bandiera nera di Legambiente “per eccessiva leggerezza nella concessione di autorizzazioni di opere di rilevante impatto e di dubbia utilità, per mancanza di controlli e limitazioni alla circolazione di fuori strada, per l’inadempienza agli obblighi di pianificazione”. Per contro rileviamo con piacere le bandiere verdi assegnate all’iniziativa “An Neta Frasnée” per la riqualificazione della porzione di valle circostante la borgata montana di Frasnedo (Valle dei Ratti), al fine di contrastare l’abbandono delle pratiche agricole e di allevamento; all’ERSAF di Morbegno per la buona gestione della foresta demaniale dei Bagni di Masino; allo IAPS ( Intergruppo Provinciale Acque di Sondrio) per la tutela delle risorse idriche della Valtellina. Il grande risultato ottenuto dallo Iaps, al quale hanno dato il loro appoggio anche tutte le sezioni del Cai della provincia, riguarda la firma del protocollo d’intesa per la sospensione della concessione di nuove derivazioni ad uso idroelettrico e la prossima creazione di una Vas ( commissione di valutazione ambientale strategica). Speriamo, anche se il risultato non è ancora così scontato, che non si debba mai più sentir parlare di captazioni in Val di Mello o in zone di alto pregio paesaggistico, ambientale e turistico. C’è sempre più allarmismo sulle sorti del pianeta, stanno quasi finendo il petrolio, il gas, l’uranio, le terre coltivabili e l’acqua; per contro aumenta la produzione di CO2 con il conseguente surriscaldamento terrestre. Catastrofismo a parte, bisogna riflettere sulla sostenibilità ambientale: è sostenibile uno sviluppo economico che può soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità alle generazioni future di soddisfare i loro. Cari Soci, per un approfondimento di quanto appena accennato piuttosto che per la programmazione di una bella uscita o per una serata con proiezioni di diversa natura, vi aspettiamo presso la vostra nuova sede.
CAI MORBEGNO 3
Il 2007 è stato un anno importante per il Cai Morbegno: la nuova sede è una realtà e aspetta solo l’inaugurazione ufficiale. I lavori, salvo qualche piccolo dettaglio, sono terminati e il risultato è davvero buono; finalmente abbiamo chiuso con sistemazioni temporanee o precarie. Siamo riconoscenti al Comune di Morbegno, ai progettisti, ai tecnici, agli sponsor, ai fornitori e ai Soci per le loro generose donazioni. Speriamo che al grande impegno corrisposto dal nostro Consiglio segua una partecipazione altrettanto importante da parte degli iscritti.
E D I T O R I A L E
di Domenico Del Barba
LA NUOVA SEDE DEL CAI MORBEGNO
2 CAI MORBEGNO
Quest’anno abbiamo cercato di cavarcela al meglio e, fra un lavoro e un altro, seppure in condizioni di estremo disagio, siamo riusciti a portare avanti una discreta attività. Hanno avuto luogo il corso di scialpinismo, il rallyno della Rosetta, il corso di arrampicata; sono state effettuate gite scialpinistiche, escursionistiche, naturalistiche e, a titolo sperimentale, gite cicloalpinistiche con buona partecipazione e soddisfazione da parte di tutti. Malgrado l’indifferenza delle Istituzioni, il progetto Culmen, in collaborazione con le pro loco di Dazio e Paniga, è andato avanti; si è arricchito di un nuovo sentiero e della relativa segnaletica sull’intero percorso. Vi invitiamo a visitare il nostro sito (www.caimorbegno.org) dove potrete trovare ampia documentazione di quanto è stato fatto e altro ancora. Sul fronte ambientale bisogna riscontrare che, dopo la Valmalenco (2006), è toccata al Parco delle Orobie la bandiera nera di Legambiente “per eccessiva leggerezza nella concessione di autorizzazioni di opere di rilevante impatto e di dubbia utilità, per mancanza di controlli e limitazioni alla circolazione di fuori strada, per l’inadempienza agli obblighi di pianificazione”. Per contro rileviamo con piacere le bandiere verdi assegnate all’iniziativa “An Neta Frasnée” per la riqualificazione della porzione di valle circostante la borgata montana di Frasnedo (Valle dei Ratti), al fine di contrastare l’abbandono delle pratiche agricole e di allevamento; all’ERSAF di Morbegno per la buona gestione della foresta demaniale dei Bagni di Masino; allo IAPS ( Intergruppo Provinciale Acque di Sondrio) per la tutela delle risorse idriche della Valtellina. Il grande risultato ottenuto dallo Iaps, al quale hanno dato il loro appoggio anche tutte le sezioni del Cai della provincia, riguarda la firma del protocollo d’intesa per la sospensione della concessione di nuove derivazioni ad uso idroelettrico e la prossima creazione di una Vas ( commissione di valutazione ambientale strategica). Speriamo, anche se il risultato non è ancora così scontato, che non si debba mai più sentir parlare di captazioni in Val di Mello o in zone di alto pregio paesaggistico, ambientale e turistico. C’è sempre più allarmismo sulle sorti del pianeta, stanno quasi finendo il petrolio, il gas, l’uranio, le terre coltivabili e l’acqua; per contro aumenta la produzione di CO2 con il conseguente surriscaldamento terrestre. Catastrofismo a parte, bisogna riflettere sulla sostenibilità ambientale: è sostenibile uno sviluppo economico che può soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità alle generazioni future di soddisfare i loro. Cari Soci, per un approfondimento di quanto appena accennato piuttosto che per la programmazione di una bella uscita o per una serata con proiezioni di diversa natura, vi aspettiamo presso la vostra nuova sede.
CAI MORBEGNO 3
Riflessioni e…. ricordi di Silvana Gusmeroli
Si sono concluse, con la gita in “Valsolda”, le camminate escursionistiche realizzate per merito della collaborazione fra i gruppi CAI-GEM nell’anno 2006/07. L’ultima gita effettuata il giorno 28 ottobre era stata preparata da Tarcisio Mattei per domenica 29 Aprile. Due suoi amici e compagni di avventure in montagna hanno voluto riproporla, per ricordare lo spirito e gli ideali che animavano la “guida di media montagna”. Tarcisio era contento quella settimana di fine aprile. Iniziava una serie di gite messe in programma con il gruppo “Camminiamo insieme” dove lui, come guida, aveva la possibilità di accompagnare per sentieri amici e conoscenti del paese in cui era nato, poiché aveva sempre svolto la sua attività con gruppi di Milano e dintorni. L’entusiasmo dell’andar per sentieri, di scoprire che passo dopo passo si possono raggiungere luoghi e paesaggi diversi, di percorrere sentieri segnalati e non, ma ben tenuti da persone che ancora credono che la montagna, e la natura in genere, siano importanti per l’uomo che desidera ricercare se stesso e le proprie origini, rispettando l’ambiente, in un reciproco dare e ricevere… questi erano gli ideali che animavano l’uomo Tarcisio e, in un secondo tempo, la Guida. Si era impegnato personalmente a segnare alcuni sentieri, a scoprirne altri e a recuperarli, ci teneva a far conoscere nuovi itinerari e a trovare le peculiarità degli stessi studiandone le caratteristiche morfologiche e i segni del passaggio dell’uomo. Il gruppo “Camminiamo insieme” aveva potuto conoscerlo e apprezzarlo in una gita a Teglio lo scorso anno; era nato un feeling particolare e lui stesso aveva espresso apprezzamenti per le persone del gruppo che aveva trovato curiose, interessate, disponibili e rispettose, animate dalla voglia di condividere e, soprattutto, di apprezzare la fatica che serve per vivere pienamente l’esperienza di andar per sentieri. Anche per questo gli organizzatori augurano a tutti i partecipanti alle gite di mantenere vivo l’interesse e l’entusiasmo di camminare in compagnia e con lo zaino in spalla.
4 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 5
Riflessioni e…. ricordi di Silvana Gusmeroli
Si sono concluse, con la gita in “Valsolda”, le camminate escursionistiche realizzate per merito della collaborazione fra i gruppi CAI-GEM nell’anno 2006/07. L’ultima gita effettuata il giorno 28 ottobre era stata preparata da Tarcisio Mattei per domenica 29 Aprile. Due suoi amici e compagni di avventure in montagna hanno voluto riproporla, per ricordare lo spirito e gli ideali che animavano la “guida di media montagna”. Tarcisio era contento quella settimana di fine aprile. Iniziava una serie di gite messe in programma con il gruppo “Camminiamo insieme” dove lui, come guida, aveva la possibilità di accompagnare per sentieri amici e conoscenti del paese in cui era nato, poiché aveva sempre svolto la sua attività con gruppi di Milano e dintorni. L’entusiasmo dell’andar per sentieri, di scoprire che passo dopo passo si possono raggiungere luoghi e paesaggi diversi, di percorrere sentieri segnalati e non, ma ben tenuti da persone che ancora credono che la montagna, e la natura in genere, siano importanti per l’uomo che desidera ricercare se stesso e le proprie origini, rispettando l’ambiente, in un reciproco dare e ricevere… questi erano gli ideali che animavano l’uomo Tarcisio e, in un secondo tempo, la Guida. Si era impegnato personalmente a segnare alcuni sentieri, a scoprirne altri e a recuperarli, ci teneva a far conoscere nuovi itinerari e a trovare le peculiarità degli stessi studiandone le caratteristiche morfologiche e i segni del passaggio dell’uomo. Il gruppo “Camminiamo insieme” aveva potuto conoscerlo e apprezzarlo in una gita a Teglio lo scorso anno; era nato un feeling particolare e lui stesso aveva espresso apprezzamenti per le persone del gruppo che aveva trovato curiose, interessate, disponibili e rispettose, animate dalla voglia di condividere e, soprattutto, di apprezzare la fatica che serve per vivere pienamente l’esperienza di andar per sentieri. Anche per questo gli organizzatori augurano a tutti i partecipanti alle gite di mantenere vivo l’interesse e l’entusiasmo di camminare in compagnia e con lo zaino in spalla.
4 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 5
D I ARRAMPICATA di Mario Spini
La nostalgia dei monti Anche quest’anno, insieme agli amici della Sezione di Chiavenna , abbiamo tenuto il corso di arrampicata. Nei mesi di settembre ed ottobre otto allievi hanno partecipato alle sei uscite: dalle pareti del Sasso di Remenno a quelle del Sasso Bianco; dalle placche di Bette alla cresta Sud del Balzetto; dal calcare grigio dello Zucco dell’Angelone ai dolomitici Torrioni Magnaghi in Grigna. La mano stringe le corde ed esercita su queste una leggera trazione in modo da poter avvertire il movimento dei compagni legati all’altro capo e, a quel punto, recuperare con forza. Lo sguardo invece è impegnato altrove: spazia su tutto l’anfiteatro dell’Albigna, dalla cresta dello Spazzacaldera, con la Fiamma ed il Dente che si stagliano evidenti giù in basso, verso ovest, sino alle Sciore, alle Cime del Ferro ed alla Cima di Zocca, per giungere infine al lungo spigolo occidentale del Pizzo Bacone. L’aria è tersa e fresca, mentre la montagna si tinge dei suoi colori più forti come solo nelle giornate di inizio autunno può capitare: il verde turchese del bacino artificiale, colmo fino all’orlo, il blu intenso del cielo, il bianco della prima neve sulla vedretta del Cantone, le sfumature dal grigio all’ocra della cresta sud del Pizzo Balzetto, su cui siamo impegnati seguendo la via di Walter Risch del 1922. Da un intaglio compare il volto sorridente di Pino che immediatamente cerco di fissare sfruttando al meglio i quattromilioni di pixel della mia Olimpus. Alla sosta i nostri sguardi si incontrano per avvertire una comunione di sensazioni che le parole spesso banali e scontate da sole non riescono ad esprimere (bello eh! Eccezionale…). Dopo tre uscite in falesia passate ad impratichirsi con le manovre di corda e le tecniche fondamentali, è giunta l’ora di avviare gli allievi all’arrampicata in montagna, introducendo6 CAI MORBEGNO
li nell’ambiente eletto di questa attività. Che senso avrebbe imparare ad arrampicare e non salire in alta montagna! La salita ad una vetta alpina lungo un’estetica ed aerea cresta granitica consente ai nostri amici di ampliare gli orizzonti offerti da questa disciplina scoprendo un campo di azione più ampio e affascinante. Anche quest’anno il gruppo degli allievi è variegato: dal neo pensionato, amante della montagna e alla ricerca di nuove esperienze, al giovane spinto dall’entusiasmo proprio dell’età e dal desiderio di migliorare per aspirare presto a mete più importanti. Sulla cima c’è il tempo per riposarci soddisfatti, rifocillarci in modo frugale, consumare i soliti rituali, dalla retorica stretta di mano alla foto ricordo; e c’è anche il tempo per guardarsi intorno e lasciarsi prendere dai propri pensieri. Gli occhi percorrono rapidi creste, spigoli, pareti, soffermandosi talvolta su particolari, fessure, diedri, placche per individuare vie di salita e suscitare nuove fantasie, nuovi progetti, che ci spingeranno a misurarci ancora con la roccia, alimentando la nostra passione, consentendo al tempo stesso di approfondire la conoscenza di noi stessi e della montagna. Mi accorgo allora che mostrare nodi e insegnare tecniche probabilmente non basta, o comunque è molto riduttivo. Si deve riuscire a trasmettere agli altri la nostalgia dei monti. CAI MORBEGNO 7
D I ARRAMPICATA di Mario Spini
La nostalgia dei monti Anche quest’anno, insieme agli amici della Sezione di Chiavenna , abbiamo tenuto il corso di arrampicata. Nei mesi di settembre ed ottobre otto allievi hanno partecipato alle sei uscite: dalle pareti del Sasso di Remenno a quelle del Sasso Bianco; dalle placche di Bette alla cresta Sud del Balzetto; dal calcare grigio dello Zucco dell’Angelone ai dolomitici Torrioni Magnaghi in Grigna. La mano stringe le corde ed esercita su queste una leggera trazione in modo da poter avvertire il movimento dei compagni legati all’altro capo e, a quel punto, recuperare con forza. Lo sguardo invece è impegnato altrove: spazia su tutto l’anfiteatro dell’Albigna, dalla cresta dello Spazzacaldera, con la Fiamma ed il Dente che si stagliano evidenti giù in basso, verso ovest, sino alle Sciore, alle Cime del Ferro ed alla Cima di Zocca, per giungere infine al lungo spigolo occidentale del Pizzo Bacone. L’aria è tersa e fresca, mentre la montagna si tinge dei suoi colori più forti come solo nelle giornate di inizio autunno può capitare: il verde turchese del bacino artificiale, colmo fino all’orlo, il blu intenso del cielo, il bianco della prima neve sulla vedretta del Cantone, le sfumature dal grigio all’ocra della cresta sud del Pizzo Balzetto, su cui siamo impegnati seguendo la via di Walter Risch del 1922. Da un intaglio compare il volto sorridente di Pino che immediatamente cerco di fissare sfruttando al meglio i quattromilioni di pixel della mia Olimpus. Alla sosta i nostri sguardi si incontrano per avvertire una comunione di sensazioni che le parole spesso banali e scontate da sole non riescono ad esprimere (bello eh! Eccezionale…). Dopo tre uscite in falesia passate ad impratichirsi con le manovre di corda e le tecniche fondamentali, è giunta l’ora di avviare gli allievi all’arrampicata in montagna, introducendo6 CAI MORBEGNO
li nell’ambiente eletto di questa attività. Che senso avrebbe imparare ad arrampicare e non salire in alta montagna! La salita ad una vetta alpina lungo un’estetica ed aerea cresta granitica consente ai nostri amici di ampliare gli orizzonti offerti da questa disciplina scoprendo un campo di azione più ampio e affascinante. Anche quest’anno il gruppo degli allievi è variegato: dal neo pensionato, amante della montagna e alla ricerca di nuove esperienze, al giovane spinto dall’entusiasmo proprio dell’età e dal desiderio di migliorare per aspirare presto a mete più importanti. Sulla cima c’è il tempo per riposarci soddisfatti, rifocillarci in modo frugale, consumare i soliti rituali, dalla retorica stretta di mano alla foto ricordo; e c’è anche il tempo per guardarsi intorno e lasciarsi prendere dai propri pensieri. Gli occhi percorrono rapidi creste, spigoli, pareti, soffermandosi talvolta su particolari, fessure, diedri, placche per individuare vie di salita e suscitare nuove fantasie, nuovi progetti, che ci spingeranno a misurarci ancora con la roccia, alimentando la nostra passione, consentendo al tempo stesso di approfondire la conoscenza di noi stessi e della montagna. Mi accorgo allora che mostrare nodi e insegnare tecniche probabilmente non basta, o comunque è molto riduttivo. Si deve riuscire a trasmettere agli altri la nostalgia dei monti. CAI MORBEGNO 7
CILE Scialpinismo in di Franco Scotti
Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l'adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé. (Pablo Neruda)
Rinunciare quest’ anno alla consueta taragna con costine del giorno di ferragosto? Per la verità l’idea un po’ mi spiaceva. Mi capita, a volte, di essere in un luogo e voler essere in un altro, o di dedicarmi ad un’attività rammaricandomi di non poterne fare un’altra: sintomi preoccupanti derivati da ritmi di vita frenetici che spingono a sfruttare al meglio e al massimo il nostro limitato tempo libero. Questa volta il ferragosto l’abbiamo fatto “strano”, per dirla alla Verdone, affondando con gli sci in una spessa coltre di neve leggera e festeggiando con “Pisco sour” e zuppa di frutti di mare. 8 CAI MORBEGNO
Sopra: sul bordo della “caldera” del Volcan Casablanca. Sotto: le Ande dall’aereo.
Chiariamo subito cos’è il Pisco: è l’aperitivo, diffuso in tutto il Sud America e purtroppo introvabile in Italia, a base di distillato di uva, succo di limone, zucchero al velo e chiara d’uovo sbattuta: una delizia. Del Cile sapevo solo degli orrori di Pinocet, delle musiche degli Intillimani, della medaglia d’oro di Senoner ai mondiali di sci di Portillo, ma nessuna notizia sulle montagne, nessuna cima rinomata. Lo stesso Aconcagua, la maggiore elevazione delle Americhe, pur distando solo 100 km in linea d’aria dalla capitale Santiago, è già in Argentina. Eppure questa stretta striscia di terra s’innalza nella catena delle Ande per 4300 km di vette misconosciute, degradanti da N a S, dal deserto subtropicale di Atacama fino alla Terra del Fuoco, con una varietà continua di ambiente e clima. In Agosto è pieno inverno australe e una regione che ben si presta allo sci alpinismo è l’Araucanìa, al confine della Patagonia settentrionale, CAI MORBEGNO 9
CILE Scialpinismo in di Franco Scotti
Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l'adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé. (Pablo Neruda)
Rinunciare quest’ anno alla consueta taragna con costine del giorno di ferragosto? Per la verità l’idea un po’ mi spiaceva. Mi capita, a volte, di essere in un luogo e voler essere in un altro, o di dedicarmi ad un’attività rammaricandomi di non poterne fare un’altra: sintomi preoccupanti derivati da ritmi di vita frenetici che spingono a sfruttare al meglio e al massimo il nostro limitato tempo libero. Questa volta il ferragosto l’abbiamo fatto “strano”, per dirla alla Verdone, affondando con gli sci in una spessa coltre di neve leggera e festeggiando con “Pisco sour” e zuppa di frutti di mare. 8 CAI MORBEGNO
Sopra: sul bordo della “caldera” del Volcan Casablanca. Sotto: le Ande dall’aereo.
Chiariamo subito cos’è il Pisco: è l’aperitivo, diffuso in tutto il Sud America e purtroppo introvabile in Italia, a base di distillato di uva, succo di limone, zucchero al velo e chiara d’uovo sbattuta: una delizia. Del Cile sapevo solo degli orrori di Pinocet, delle musiche degli Intillimani, della medaglia d’oro di Senoner ai mondiali di sci di Portillo, ma nessuna notizia sulle montagne, nessuna cima rinomata. Lo stesso Aconcagua, la maggiore elevazione delle Americhe, pur distando solo 100 km in linea d’aria dalla capitale Santiago, è già in Argentina. Eppure questa stretta striscia di terra s’innalza nella catena delle Ande per 4300 km di vette misconosciute, degradanti da N a S, dal deserto subtropicale di Atacama fino alla Terra del Fuoco, con una varietà continua di ambiente e clima. In Agosto è pieno inverno australe e una regione che ben si presta allo sci alpinismo è l’Araucanìa, al confine della Patagonia settentrionale, CAI MORBEGNO 9
con i suoi perfetti coni vulcanici, con quote sui 3000 m, quasi tutti minacciosi e alcuni sempre attivi, che si specchiano in vasti laghi cristallini. La regione prende il nome dall’araucaria, magnifica pianta da noi ornamentale, che solo qui vegeta spontaneamente in lussureggianti foreste. I dati pluviometrici di questa zona sono preoccupanti: oltre 2000 mm di precipitazioni annue concentrate nei mesi invernali. Queste assicurano l’innevamento, che in effetti era esagerato, con anche più di 3 metri al suolo a quote medie, ma poco si conciliano con le vacanze. A noi è andata discretamente bene, con soli 3 giorni di maltempo continuo e le altre precipitazioni limitate alle ore notturne, che rinnovavano il manto con neve nuova. Polvere che però, inaspettatamente, sui coni dei vulcani si trasforma immediatamente in compatta o firn, forse perché riscaldata dalla vicinanza del magma terrestre. Nei pressi delle vette questo fenomeno viene accentuato, con la formazione di cavolfiori di ghiaccio che impongono l’uso dei ramponi. In compenso ci si può scaldare le mani gelate dal vento sui caldi blocchi lavici delle vette. Quasi tutti i vulcani, alla base, sono serviti da modesti impianti di risalita, per lo più poco frequentati. In effetti per sciare, in Cile, prima ancora degli sci bisogna possedere un buon fuoristrada ben gommato per percorrere le interminabili piste innevate, sconnesse e strette al punto di dover essere regolamentate a orario per la salita e la discesa, per evitare gli impossibili 10 CAI MORBEGNO
Sopra a sinistra: sui pendii del Volcan Antuco.
incroci. Si rimane a dir poco stupiti nel trovare, dopo chilometri e chilometri di foreste disabitate, lussuosi alberghi a 5 stelle in stile alpino con piscina termale dove, spesso, eravamo gli unici e felici clienti. E sì, le terme! Dove ci sono vulcani l’acqua calda non manca mai, e qui sgorga abbondante un po’ dappertutto, per la gioia degli scialpinisti intirizziti dal vento patagonico. Il bilancio di questo viaggio in Cile si può riassumere così: 16 giorni di viaggio, 25000 km di aereo, 4000 Km col fuoristrada a noleggio, 7 cime salite, almeno 2 fallite per maltempo e, oltre i numeri, una natura ancora incontaminata, foreste impenetrabili con numerose specie arboree a
noi sconosciute, gli enormi condor inaspettatamente facili da avvistare, i leoni marini del porto di Valdivia, il caos urbanistico multicolore di Valparaiso, il pesce prelibato e le cozze di dimensioni esagerate, gli orgogliosi “Gaucho” a cavallo, i cani randagi (veri padroni del Cile), le costellazioni australi, la sensazione di essere sulla terra a testa in giù, con l’acqua del lavello che scarica vorticando in senso orario.” Resta molto ancora da vedere in questo lunghissimo paese e tanta è la voglia di tornare per scendere ancora più giù, oltre la fine della Panamericana. Ringrazio per l’ottima compagnia gli amici Renato, Pio e Danilo, autori delle immagini.
Sopra: tramonto verso l'oceano pacifico dalle pendici del Volcan Villarica. A fianco: nuvola di gas tossici dal cratere del Villarica. Sotto: la foresta alle pendici del Casablanca.
CAI MORBEGNO 11
con i suoi perfetti coni vulcanici, con quote sui 3000 m, quasi tutti minacciosi e alcuni sempre attivi, che si specchiano in vasti laghi cristallini. La regione prende il nome dall’araucaria, magnifica pianta da noi ornamentale, che solo qui vegeta spontaneamente in lussureggianti foreste. I dati pluviometrici di questa zona sono preoccupanti: oltre 2000 mm di precipitazioni annue concentrate nei mesi invernali. Queste assicurano l’innevamento, che in effetti era esagerato, con anche più di 3 metri al suolo a quote medie, ma poco si conciliano con le vacanze. A noi è andata discretamente bene, con soli 3 giorni di maltempo continuo e le altre precipitazioni limitate alle ore notturne, che rinnovavano il manto con neve nuova. Polvere che però, inaspettatamente, sui coni dei vulcani si trasforma immediatamente in compatta o firn, forse perché riscaldata dalla vicinanza del magma terrestre. Nei pressi delle vette questo fenomeno viene accentuato, con la formazione di cavolfiori di ghiaccio che impongono l’uso dei ramponi. In compenso ci si può scaldare le mani gelate dal vento sui caldi blocchi lavici delle vette. Quasi tutti i vulcani, alla base, sono serviti da modesti impianti di risalita, per lo più poco frequentati. In effetti per sciare, in Cile, prima ancora degli sci bisogna possedere un buon fuoristrada ben gommato per percorrere le interminabili piste innevate, sconnesse e strette al punto di dover essere regolamentate a orario per la salita e la discesa, per evitare gli impossibili 10 CAI MORBEGNO
Sopra a sinistra: sui pendii del Volcan Antuco.
incroci. Si rimane a dir poco stupiti nel trovare, dopo chilometri e chilometri di foreste disabitate, lussuosi alberghi a 5 stelle in stile alpino con piscina termale dove, spesso, eravamo gli unici e felici clienti. E sì, le terme! Dove ci sono vulcani l’acqua calda non manca mai, e qui sgorga abbondante un po’ dappertutto, per la gioia degli scialpinisti intirizziti dal vento patagonico. Il bilancio di questo viaggio in Cile si può riassumere così: 16 giorni di viaggio, 25000 km di aereo, 4000 Km col fuoristrada a noleggio, 7 cime salite, almeno 2 fallite per maltempo e, oltre i numeri, una natura ancora incontaminata, foreste impenetrabili con numerose specie arboree a
noi sconosciute, gli enormi condor inaspettatamente facili da avvistare, i leoni marini del porto di Valdivia, il caos urbanistico multicolore di Valparaiso, il pesce prelibato e le cozze di dimensioni esagerate, gli orgogliosi “Gaucho” a cavallo, i cani randagi (veri padroni del Cile), le costellazioni australi, la sensazione di essere sulla terra a testa in giù, con l’acqua del lavello che scarica vorticando in senso orario.” Resta molto ancora da vedere in questo lunghissimo paese e tanta è la voglia di tornare per scendere ancora più giù, oltre la fine della Panamericana. Ringrazio per l’ottima compagnia gli amici Renato, Pio e Danilo, autori delle immagini.
Sopra: tramonto verso l'oceano pacifico dalle pendici del Volcan Villarica. A fianco: nuvola di gas tossici dal cratere del Villarica. Sotto: la foresta alle pendici del Casablanca.
CAI MORBEGNO 11
SOLO di Gunter Gros
Come spesso accadeva nella seconda metà di agosto, un fronte freddo aveva investito le Alpi rovesciando una fitta pioggia sulle valli dolomitiche, imbiancando leggermente le vette più alte, esaurendosi poi rapidamente sospinto verso oriente da un forte vento, che annunciava il ritorno del bel tempo. Quel giorno non aveva partecipato all’escursione dei loro amici nella zona delle Tre Cime per via del lungo tragitto in auto e del clima piuttosto rigido che facevano temere per la resistenza del piccolo Joseph di allora due anni. Dalla finestra di casa il cielo appariva di un intenso azzurro turchese, come in un quadro di Chagall; grosse nubi vaporose modellate dalle correnti in quota mutavano rapidamente forma scomparendo e affiorando da dietro le creste rocciose che incorniciavano l’orizzonte. Constatato il tempo buono, sentì crescere in lui uno strano stato 12 CAI MORBEGNO
di inquietudine per l’insistenza con la quale un’ idea si andava facendo strada nella sua mente. Sfogliando la guida cominciò a studiare i tracciati delle vie immaginandosi impegnato ad arrampicare da solo sui passaggi raffigurati, concentrato sui movimenti, con il vuoto che prendeva corpo sotto i suoi piedi man mano che saliva. In breve quel pensiero si era interamente impadronito di lui, rafforzato da una determinazione e da una sicurezza nei propri
mezzi che avvertiva in modo del tutto nuovo. La scelta cadde sullo spigolo nord-ovest della seconda torre che attirò la sua attenzione per l’eleganza delle linee e la compattezza della roccia. Si congedò dalla moglie dicendo che andava a fare un giretto, salì sull’auto e con trepidazione raggiunse il passo. In breve tempo si trovò all’attacco dello spigolo; mentre infilava l’imbragatura e si legava con la corda da 9 mm, lanciava rapide occhiate verso l’alto alla ricerca della via. Cominciò ad arrampicare in verticale su una roccia incredibilmente solida ed appigliata con gesti sicuri, ma volutamente lenti e misurati, cercando di aumentare la pressione delle dita sugli appigli alla ricerca di una maggiore sicurezza. La progressione era comunque veloce e la corda che fissata alla sua vita pendeva libera faceva sembrare quella salita simile a tante altre CAI MORBEGNO 13
SOLO di Gunter Gros
Come spesso accadeva nella seconda metà di agosto, un fronte freddo aveva investito le Alpi rovesciando una fitta pioggia sulle valli dolomitiche, imbiancando leggermente le vette più alte, esaurendosi poi rapidamente sospinto verso oriente da un forte vento, che annunciava il ritorno del bel tempo. Quel giorno non aveva partecipato all’escursione dei loro amici nella zona delle Tre Cime per via del lungo tragitto in auto e del clima piuttosto rigido che facevano temere per la resistenza del piccolo Joseph di allora due anni. Dalla finestra di casa il cielo appariva di un intenso azzurro turchese, come in un quadro di Chagall; grosse nubi vaporose modellate dalle correnti in quota mutavano rapidamente forma scomparendo e affiorando da dietro le creste rocciose che incorniciavano l’orizzonte. Constatato il tempo buono, sentì crescere in lui uno strano stato 12 CAI MORBEGNO
di inquietudine per l’insistenza con la quale un’ idea si andava facendo strada nella sua mente. Sfogliando la guida cominciò a studiare i tracciati delle vie immaginandosi impegnato ad arrampicare da solo sui passaggi raffigurati, concentrato sui movimenti, con il vuoto che prendeva corpo sotto i suoi piedi man mano che saliva. In breve quel pensiero si era interamente impadronito di lui, rafforzato da una determinazione e da una sicurezza nei propri
mezzi che avvertiva in modo del tutto nuovo. La scelta cadde sullo spigolo nord-ovest della seconda torre che attirò la sua attenzione per l’eleganza delle linee e la compattezza della roccia. Si congedò dalla moglie dicendo che andava a fare un giretto, salì sull’auto e con trepidazione raggiunse il passo. In breve tempo si trovò all’attacco dello spigolo; mentre infilava l’imbragatura e si legava con la corda da 9 mm, lanciava rapide occhiate verso l’alto alla ricerca della via. Cominciò ad arrampicare in verticale su una roccia incredibilmente solida ed appigliata con gesti sicuri, ma volutamente lenti e misurati, cercando di aumentare la pressione delle dita sugli appigli alla ricerca di una maggiore sicurezza. La progressione era comunque veloce e la corda che fissata alla sua vita pendeva libera faceva sembrare quella salita simile a tante altre CAI MORBEGNO 13
Nella pagina precedente: sulla Micheluzzi al Piz Ciavazes. A destra: le Cinque Dita. Nella pagina a fronte: in arrampicata sulla Micheluzzi.
fatte in cordata con Ruth. In poco tempo, senza incertezze, raggiunse il passaggio chiave costituito da un piccolo salto strapiombante che si ergeva da una stretta cengia, proprio sul filo dello spigolo. Con cautela cominciò a tastare la roccia sopra la sua testa sporgendosi con il busto in fuori, avvertendo subito crescere la percezione del vuoto amplificata dalle raffiche di vento che parevano dilatare oltremodo quel centinaio di metri che lo separavano già dal ghiaione. Il primo tentativo si risolse con un passo indietro, in quanto la presa per la mano destra non pareva dare al movimento la necessaria tranquillità. Si raccolse allora a riflettere con i piedi appoggiati di nuovo sulla cengia nell’intento di trovare una maggiore convinzione; scrutando accuratamente la roccia soprastante alla ricerca della giusta sequenza per superare il passaggio, soluzioni diverse iniziarono ad affollare la sua mente. Affiorò anche l’ipotesi di un ritorno in arrampicata oppure in doppia, ma la determinazione di quel giorno prese nuovamente il sopravvento e si convinse che potesse essere sufficiente infilare la corda chiusa ad anello nei due chiodi infissi in quel tratto. Con questa sicurezza improvvisata si rialzò nuovamente sullo strapiombo e con maggiore decisione strinse ancora quell’appiglio e si sollevò oltre il bordo aggettante del 14 CAI MORBEGNO
salto di roccia, dove delle prese migliori gli consentirono di ristabilirsi e recuperare la corda. Lo spigolo ora proseguiva con una placca grigia, ruvida e compatta, ma meno verticale, che secondo la relazione doveva essere superata sulla destra; subito al di sopra una lunga serie di fessure si stagliavano ben evidenti a fianco del sottile pilastro, indicando una linea ideale di salita. Traversò però troppo presto, trovandosi fuori via; una sequenza di piccole reglette e di appoggi in aderenza lo riportarono sul giusto tracciato, anche se con difficoltà superiori. Non era la prima volta che arrampicava slegato, anche se da un po’ di anni aveva abbandonato quella pratica; l’esperienza ed una certa abitudine risalivano agli anni in cui da ragazzo aveva cominciato ad arrampicare. In quell’epoca,
nella seconda metà degli anni settanta, era diffuso rischiare la caduta da massi anche di discreta altezza e salire senza corda tratti di 30/40 metri; la progressione dava allora un grande senso di libertà nei movimenti e amplificava la percezione delle sensazioni per la maggior concentrazione sul gesto e la componente adrenalinica dell’arrampicata. La gratuità della pratica derivante dall’altissimo rischio trovava una ragione solo nella leggerezza e nell’incoscienza della giovane età. Le avventure sulle rocce che avevano affascinato la sua mente di adolescente ed il coinvolgimento con cui aveva vissuto la passione per la montagna in quegli anni ne avevano senza dubbio segnato la persona. Il risveglio, avvenuto quel giorno, di quell’insano e prorompente bisogno, meritava comun-
que un’attenta riflessione. Le bellissime fessure-diedro, che incidevano lo spigolo nella sua metà superiore, furono salite senza più interruzioni di continuità con una piacevole arrampicata, sempre molto aerea, sino in cima. L’incertezza affiorata sotto lo strapiombo, l’impegno richiesto dal difficile tratto fuori via e il piacere con cui aveva superato l’ultima parte di salita gli procuravano ora uno stato di profonda soddisfazione, non paragonabile a quello di tante altre esperienze vissute in montagna. Dopo essersi trattenuto per pochi minuti seduto sulle rocce della vetta, preso da questi pensieri, legata la corda sulle spalle ridiscese veloce lungo la via normale che già conosceva per precedenti salite. Al ritorno non riferì nulla. Sentiva che non poteva condividere quella esperienza
con chi gli era vicino senza incorrere in una inevitabile incomprensione, o meglio temeva di dover fare i conti con quello che riteneva il lato oscuro di quell’esperienza, un senso di colpa per aver in qualche modo eluso le proprie responsabilità familiari. Aveva ingaggiato un confronto con la parete e giocato sulla capacità di dominare la paura; la fiducia nelle proprie forze e la sicurezza raggiunta su quel grado di difficoltà avevano concorso ad accrescere l’emozione provata. Era consapevole che prestarsi ad un tale rischio aveva posto la sua passione e se stesso al di sopra di qualsiasi cosa. Trovava, comunque, una giustificazione in quel particolare stato mentale di cui si era sentito letteralmente preda, una specie di raptus, un desiderio che si era impadronito
di lui; e per il modo in cui si era manifestato provava ora inquietudine. La riappacificazione finale con se stesso fu raggiunta solo con la forte consapevolezza che quell’avventura era da ritenersi del tutto unica ed irripetibile. Non avrebbe mai più avuto seguito. Gli capita ancora, però, alla fine di una giornata di lavoro o in momenti di stanchezza, di rilassarsi, abbandonandosi alla nostalgia dei monti pallidi. Ripensa allora a quella giornata; con la mente corre di nuovo su quello spigolo aereo, rivive il piacere dell’arrampicata fluida su quel calcare solido, sent l’emozione del vuoto e il sibilo forte del vento che avevano accompagnato quella salita. Dentro di lui conserva sempre viva quell’emozione che la montagna non gli potrà mai più dare. CAI MORBEGNO 15
Nella pagina precedente: sulla Micheluzzi al Piz Ciavazes. A destra: le Cinque Dita. Nella pagina a fronte: in arrampicata sulla Micheluzzi.
fatte in cordata con Ruth. In poco tempo, senza incertezze, raggiunse il passaggio chiave costituito da un piccolo salto strapiombante che si ergeva da una stretta cengia, proprio sul filo dello spigolo. Con cautela cominciò a tastare la roccia sopra la sua testa sporgendosi con il busto in fuori, avvertendo subito crescere la percezione del vuoto amplificata dalle raffiche di vento che parevano dilatare oltremodo quel centinaio di metri che lo separavano già dal ghiaione. Il primo tentativo si risolse con un passo indietro, in quanto la presa per la mano destra non pareva dare al movimento la necessaria tranquillità. Si raccolse allora a riflettere con i piedi appoggiati di nuovo sulla cengia nell’intento di trovare una maggiore convinzione; scrutando accuratamente la roccia soprastante alla ricerca della giusta sequenza per superare il passaggio, soluzioni diverse iniziarono ad affollare la sua mente. Affiorò anche l’ipotesi di un ritorno in arrampicata oppure in doppia, ma la determinazione di quel giorno prese nuovamente il sopravvento e si convinse che potesse essere sufficiente infilare la corda chiusa ad anello nei due chiodi infissi in quel tratto. Con questa sicurezza improvvisata si rialzò nuovamente sullo strapiombo e con maggiore decisione strinse ancora quell’appiglio e si sollevò oltre il bordo aggettante del 14 CAI MORBEGNO
salto di roccia, dove delle prese migliori gli consentirono di ristabilirsi e recuperare la corda. Lo spigolo ora proseguiva con una placca grigia, ruvida e compatta, ma meno verticale, che secondo la relazione doveva essere superata sulla destra; subito al di sopra una lunga serie di fessure si stagliavano ben evidenti a fianco del sottile pilastro, indicando una linea ideale di salita. Traversò però troppo presto, trovandosi fuori via; una sequenza di piccole reglette e di appoggi in aderenza lo riportarono sul giusto tracciato, anche se con difficoltà superiori. Non era la prima volta che arrampicava slegato, anche se da un po’ di anni aveva abbandonato quella pratica; l’esperienza ed una certa abitudine risalivano agli anni in cui da ragazzo aveva cominciato ad arrampicare. In quell’epoca,
nella seconda metà degli anni settanta, era diffuso rischiare la caduta da massi anche di discreta altezza e salire senza corda tratti di 30/40 metri; la progressione dava allora un grande senso di libertà nei movimenti e amplificava la percezione delle sensazioni per la maggior concentrazione sul gesto e la componente adrenalinica dell’arrampicata. La gratuità della pratica derivante dall’altissimo rischio trovava una ragione solo nella leggerezza e nell’incoscienza della giovane età. Le avventure sulle rocce che avevano affascinato la sua mente di adolescente ed il coinvolgimento con cui aveva vissuto la passione per la montagna in quegli anni ne avevano senza dubbio segnato la persona. Il risveglio, avvenuto quel giorno, di quell’insano e prorompente bisogno, meritava comun-
que un’attenta riflessione. Le bellissime fessure-diedro, che incidevano lo spigolo nella sua metà superiore, furono salite senza più interruzioni di continuità con una piacevole arrampicata, sempre molto aerea, sino in cima. L’incertezza affiorata sotto lo strapiombo, l’impegno richiesto dal difficile tratto fuori via e il piacere con cui aveva superato l’ultima parte di salita gli procuravano ora uno stato di profonda soddisfazione, non paragonabile a quello di tante altre esperienze vissute in montagna. Dopo essersi trattenuto per pochi minuti seduto sulle rocce della vetta, preso da questi pensieri, legata la corda sulle spalle ridiscese veloce lungo la via normale che già conosceva per precedenti salite. Al ritorno non riferì nulla. Sentiva che non poteva condividere quella esperienza
con chi gli era vicino senza incorrere in una inevitabile incomprensione, o meglio temeva di dover fare i conti con quello che riteneva il lato oscuro di quell’esperienza, un senso di colpa per aver in qualche modo eluso le proprie responsabilità familiari. Aveva ingaggiato un confronto con la parete e giocato sulla capacità di dominare la paura; la fiducia nelle proprie forze e la sicurezza raggiunta su quel grado di difficoltà avevano concorso ad accrescere l’emozione provata. Era consapevole che prestarsi ad un tale rischio aveva posto la sua passione e se stesso al di sopra di qualsiasi cosa. Trovava, comunque, una giustificazione in quel particolare stato mentale di cui si era sentito letteralmente preda, una specie di raptus, un desiderio che si era impadronito
di lui; e per il modo in cui si era manifestato provava ora inquietudine. La riappacificazione finale con se stesso fu raggiunta solo con la forte consapevolezza che quell’avventura era da ritenersi del tutto unica ed irripetibile. Non avrebbe mai più avuto seguito. Gli capita ancora, però, alla fine di una giornata di lavoro o in momenti di stanchezza, di rilassarsi, abbandonandosi alla nostalgia dei monti pallidi. Ripensa allora a quella giornata; con la mente corre di nuovo su quello spigolo aereo, rivive il piacere dell’arrampicata fluida su quel calcare solido, sent l’emozione del vuoto e il sibilo forte del vento che avevano accompagnato quella salita. Dentro di lui conserva sempre viva quell’emozione che la montagna non gli potrà mai più dare. CAI MORBEGNO 15
Ricordi di un di
di Ezio Abate
Pedalatore
Montagne Due buone gambe, fiato da vendere per poter avere ragione delle strade più impervie e tanta voglia di girare il mondo in sella alla propria bicicletta come un novello interprete dell’epopea “on the road” Sopra: la strada che sale al Passo dello Spluga. Nella pagina a fronte: un passo himalayano ad oltre 5000 m.
16 CAI MORBEGNO
In questo inizio d’estate del 2026, mi trovo a risalire in bicicletta la Valle Spluga fino al Passo, forse per l’ultima volta. I ricordi, mentre inizio la salita, seguono il mio perpetuo pedalare e peregrinano alle tante volte che ho percorso le strade in qualche parte del mondo per raggiungere un passo, attraversare un altopiano, per saper cosa c’era oltre il villaggio dopo un crinale coltivato a terrazzi, oltre i fianchi selvaggi di una vallata. Dopo Bette il mio ansimare è meno affannoso, mentre le gam-
be libere mulinano sui pedali, mi volgo indietro guardando verso la piana fluviale della Mera e la memoria... Mentre salgo verso lo Shandur Pass, un poco pedalando e un poco spingendo a mano la bicicletta, talvolta mi fermo sul ciglio della strada sterrata per prendere fiato e cerco una grossa pietra per sedermi. Sono oltre i 3000 metri di altitudine e osservo, dal limite di una scarpata, da un poggio solitario tutto mio, solo per i miei occhi profani e curiosi, sotto di CAI MORBEGNO 17
Ricordi di un di
di Ezio Abate
Pedalatore
Montagne Due buone gambe, fiato da vendere per poter avere ragione delle strade più impervie e tanta voglia di girare il mondo in sella alla propria bicicletta come un novello interprete dell’epopea “on the road” Sopra: la strada che sale al Passo dello Spluga. Nella pagina a fronte: un passo himalayano ad oltre 5000 m.
16 CAI MORBEGNO
In questo inizio d’estate del 2026, mi trovo a risalire in bicicletta la Valle Spluga fino al Passo, forse per l’ultima volta. I ricordi, mentre inizio la salita, seguono il mio perpetuo pedalare e peregrinano alle tante volte che ho percorso le strade in qualche parte del mondo per raggiungere un passo, attraversare un altopiano, per saper cosa c’era oltre il villaggio dopo un crinale coltivato a terrazzi, oltre i fianchi selvaggi di una vallata. Dopo Bette il mio ansimare è meno affannoso, mentre le gam-
be libere mulinano sui pedali, mi volgo indietro guardando verso la piana fluviale della Mera e la memoria... Mentre salgo verso lo Shandur Pass, un poco pedalando e un poco spingendo a mano la bicicletta, talvolta mi fermo sul ciglio della strada sterrata per prendere fiato e cerco una grossa pietra per sedermi. Sono oltre i 3000 metri di altitudine e osservo, dal limite di una scarpata, da un poggio solitario tutto mio, solo per i miei occhi profani e curiosi, sotto di CAI MORBEGNO 17
A sinistra: sull’altopiano tibetano in bicicletta, il tratto che porta al Rongbuk.
me gli ultimi campi coltivati ad orzo, a patate e altri a segale, campi divisi da sottili muri a secco e tutti accortamente irrigati da piccoli ruscelli ombreggiati da salici spontanei. Ognuno di questi piccoli ritagli di terra dalla forma rettangolare è una sfumatura continua dal verde al giallo, dal marrone all’ocra, come colpi precisi e pazienti di pennelli sudati, poi il vento accarezzandoli e piegandone le punte erbose ne esalta i chiaroscuri, mentre l’ombra delle nuvole ne accentua la vivacità delle tinte. Ogni tanto quel quadro naturale, ritoccato con perizia da accorte braccia umane, è interrotto da case basse dal tetto piatto tinto di bruno dalle albicocche messe ad essiccare, da coloriture spiccate di rosso, blu e verde dei panni 18 CAI MORBEGNO
stesi in cerca di radi e caldi raggi imalaiani o della brezza tiepida, pigra e secca che risale dalle lontane distese del Punjab. Ascendono dal villaggio le grida dei giochi puri di bimbi, i richiami ripetuti e intimi di giovani madri, i fischi acuti e prolungati di pastori vigili. Intanto il mio respiro ora è regolare. Attorno mi compiaccio del belvedere di vette aguzze ed innevate, di nubi veloci che ombreggiano le pareti verticali e compatte, cumuli che danno sollievo all’arsura pomeridiana. E’ silenzio. Riesco a percepire dentro di me il battito sempre meno tormentato del mio cuore, mi trovo a pedalare tra le montagne dell’Hindu Kush nel nord-ovest del Pakistan. Il passo è ancora lontano, quanti colpi di pedale; quante volte mi fermerò ancora a cercare
il mio respiro, quante volte a dissetarmi presso una valletta; quante volte a mirare le montagne e la vita quotidiana breve, intensa e rispettosa che vive lungo le pendici millenarie…. E ho già superato il paese di San Giacomo Filippo. Lungo la strada, oltre i muri a secco di contenimento, tra cespugli bassi e freschi arbusti, noto il rosso delle fragoline selvatiche, mi fermo restando in sella, allungo le mie mani rugose e anziane, assaporo il gusto di quei piccoli frutti selvatici; poi riprendo con saggia regolarità. Giungo nei pressi del Santuario di Gallivaggio, poi il ponte in ferro. Dopo Campodolcino sto risalendo i tornanti che portano a Pianazzo, la strada è ombreggiata e silenziosa, passano poche macchine da queste parti,
A destra: al passo Shandur. Sotto: la strada che sale al Passo dello Spluga nei pressi di Pianazzo.
CAI MORBEGNO 19
A sinistra: sull’altopiano tibetano in bicicletta, il tratto che porta al Rongbuk.
me gli ultimi campi coltivati ad orzo, a patate e altri a segale, campi divisi da sottili muri a secco e tutti accortamente irrigati da piccoli ruscelli ombreggiati da salici spontanei. Ognuno di questi piccoli ritagli di terra dalla forma rettangolare è una sfumatura continua dal verde al giallo, dal marrone all’ocra, come colpi precisi e pazienti di pennelli sudati, poi il vento accarezzandoli e piegandone le punte erbose ne esalta i chiaroscuri, mentre l’ombra delle nuvole ne accentua la vivacità delle tinte. Ogni tanto quel quadro naturale, ritoccato con perizia da accorte braccia umane, è interrotto da case basse dal tetto piatto tinto di bruno dalle albicocche messe ad essiccare, da coloriture spiccate di rosso, blu e verde dei panni 18 CAI MORBEGNO
stesi in cerca di radi e caldi raggi imalaiani o della brezza tiepida, pigra e secca che risale dalle lontane distese del Punjab. Ascendono dal villaggio le grida dei giochi puri di bimbi, i richiami ripetuti e intimi di giovani madri, i fischi acuti e prolungati di pastori vigili. Intanto il mio respiro ora è regolare. Attorno mi compiaccio del belvedere di vette aguzze ed innevate, di nubi veloci che ombreggiano le pareti verticali e compatte, cumuli che danno sollievo all’arsura pomeridiana. E’ silenzio. Riesco a percepire dentro di me il battito sempre meno tormentato del mio cuore, mi trovo a pedalare tra le montagne dell’Hindu Kush nel nord-ovest del Pakistan. Il passo è ancora lontano, quanti colpi di pedale; quante volte mi fermerò ancora a cercare
il mio respiro, quante volte a dissetarmi presso una valletta; quante volte a mirare le montagne e la vita quotidiana breve, intensa e rispettosa che vive lungo le pendici millenarie…. E ho già superato il paese di San Giacomo Filippo. Lungo la strada, oltre i muri a secco di contenimento, tra cespugli bassi e freschi arbusti, noto il rosso delle fragoline selvatiche, mi fermo restando in sella, allungo le mie mani rugose e anziane, assaporo il gusto di quei piccoli frutti selvatici; poi riprendo con saggia regolarità. Giungo nei pressi del Santuario di Gallivaggio, poi il ponte in ferro. Dopo Campodolcino sto risalendo i tornanti che portano a Pianazzo, la strada è ombreggiata e silenziosa, passano poche macchine da queste parti,
A destra: al passo Shandur. Sotto: la strada che sale al Passo dello Spluga nei pressi di Pianazzo.
CAI MORBEGNO 19
A sinistra: al Campo Base nord dell’Everest (m 5200).
solo chi vuole vedere la cascata oppure provare un brivido nel risalire questa stradina ricavata nella roccia. Delle nuvole hanno appena lasciato la loro orma dolce e muta sul Pian dei Cavalli, ora sembrano voler alleggerire il loro fardello umido. Mi riparo sotto una galleria e appoggio la bici alla roccia. Al sicuro dall’improvviso scroscio, osservo le gocce bagnare l’asfalto vecchio; si crea del vapore ballerino e, sorpreso dal picchiettio, lascio di nuovo viaggiare i miei ricordi tra le montagne … Ho appena superato il Lowari Pass, a poco più di tremila metri, mancano ancora una cinquantina di chilometri per giungere a Chitral nella parte più nord occidentale del Paki20 CAI MORBEGNO
stan, a poche miglia in linea d’aria dall’Afghanistan. La discesa percorre una gola stretta, le due pareti delle montagne sembrano lambirsi, sfiorarsi quasi toccarsi. E’ pomeriggio, su per le cime tuona, le prime gocce pesanti imperlano l’asfalto. Decido di ripararmi sotto una roccia sporgente, sono in compagnia di alcuni giovani pastori pakistani. Piove turbinosamente, i tuoni si susseguono a pochi secondi e dalla roccia cominciano a venir giù delle piccole cascate d’acqua. Lascio quello scudo ormai incerto, la strada benché bagnata e piena di rivoli mi sembra più sicura. All’improvviso sulla mia destra, dal crinale in mezzo a quella che poteva essere fino a
qualche ora prima una valletta asciutta, scende vorticosamente un torrente. Comprendo che ho pochi attimi per sfuggire all’impetuosità di quell’acqua. Faccio girare a tutta i pedali, mentre quel torrente minaccioso mi potrebbe tagliare la strada. Pedalo più forte; sono attimi di tensione. Ecco oltrepasso il punto presunto dell’impatto; due, tre, quattro, dieci metri, mi volto e il salto del torrente invade la strada portando con sé terriccio, sassi e poi di nuovo fa un rimbalzo nel vuoto al di sotto della strada. Ho scampato la minaccia, se fossi stato investito dall’acqua non riesco a immaginare la fine. Non ho tempo di realizzare perché devo condurre
A destra: il lago dello Spluga. Sotto: in cima al La Lungla (m 5120), sullo sfondo il Shishapangma (Tibet).
CAI MORBEGNO 21
A sinistra: al Campo Base nord dell’Everest (m 5200).
solo chi vuole vedere la cascata oppure provare un brivido nel risalire questa stradina ricavata nella roccia. Delle nuvole hanno appena lasciato la loro orma dolce e muta sul Pian dei Cavalli, ora sembrano voler alleggerire il loro fardello umido. Mi riparo sotto una galleria e appoggio la bici alla roccia. Al sicuro dall’improvviso scroscio, osservo le gocce bagnare l’asfalto vecchio; si crea del vapore ballerino e, sorpreso dal picchiettio, lascio di nuovo viaggiare i miei ricordi tra le montagne … Ho appena superato il Lowari Pass, a poco più di tremila metri, mancano ancora una cinquantina di chilometri per giungere a Chitral nella parte più nord occidentale del Paki20 CAI MORBEGNO
stan, a poche miglia in linea d’aria dall’Afghanistan. La discesa percorre una gola stretta, le due pareti delle montagne sembrano lambirsi, sfiorarsi quasi toccarsi. E’ pomeriggio, su per le cime tuona, le prime gocce pesanti imperlano l’asfalto. Decido di ripararmi sotto una roccia sporgente, sono in compagnia di alcuni giovani pastori pakistani. Piove turbinosamente, i tuoni si susseguono a pochi secondi e dalla roccia cominciano a venir giù delle piccole cascate d’acqua. Lascio quello scudo ormai incerto, la strada benché bagnata e piena di rivoli mi sembra più sicura. All’improvviso sulla mia destra, dal crinale in mezzo a quella che poteva essere fino a
qualche ora prima una valletta asciutta, scende vorticosamente un torrente. Comprendo che ho pochi attimi per sfuggire all’impetuosità di quell’acqua. Faccio girare a tutta i pedali, mentre quel torrente minaccioso mi potrebbe tagliare la strada. Pedalo più forte; sono attimi di tensione. Ecco oltrepasso il punto presunto dell’impatto; due, tre, quattro, dieci metri, mi volto e il salto del torrente invade la strada portando con sé terriccio, sassi e poi di nuovo fa un rimbalzo nel vuoto al di sotto della strada. Ho scampato la minaccia, se fossi stato investito dall’acqua non riesco a immaginare la fine. Non ho tempo di realizzare perché devo condurre
A destra: il lago dello Spluga. Sotto: in cima al La Lungla (m 5120), sullo sfondo il Shishapangma (Tibet).
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Ezio Abate in bicicletta
la bicicletta in discesa libera con attenzione per non cadere, evitare i rigagnoli e non finire con una sbandata nella scarpata. Dopo una curva la strada finisce nel greto di un fiume. Sono fermo, osservo il discendere aggressivo dell’acqua che sembra aumentare. Dall’altra parte sta un pakistano che mi fa segno di venire avanti. Ma la corrente sembra troppo forte. Lui allora entra nel turbinio e mi raggiunge, assieme solleviamo la bicicletta con il carico di borse, entrambi con l’acqua fino alle ginocchia avanziamo nel mezzo del fiume. Sento i sassi battere i miei polpacci, ma non ho tempo per il dolore; sono momenti surreali, un musulmano aiuta un cristiano a portare la sua bicicletta tra le acque impetuose, attimi di affanno, incrociamo gli sguardi e siamo sull’asfaltata. Il pakistano mi indica di risalire il sentiero e raggiungere un capanno. Quando sono al riparo in compagnia della bicicletta e di altri uomi22 CAI MORBEGNO
ni, noto che il torrente appena guadato ha invaso completamente la strada portando grossi massi che l’uomo che mi ha aiutato tenta a forza di braccia di far rotolare giù per il declivio. Mentre i tuoni si stanno allontanando e il sole tenta di far breccia tra le ultime gocce, il mio amico pakistano, con i pantaloni pieni di fango, tra i massi e detriti, mi fa cenno di andare… Allungo la mano fuori dalla galleria per sentire la consistenza della pioggia e capisco che sta cessando. Salgo in sella, riprendo a risalire gli stretti e brevi tornanti, supero l’abitato eremita di Pianazzo, la lunga galleria sotto gli Andossi. La mia lentezza nel salire mi lascia contemplare il paesaggio alpino vivace, carico e intenso dopo un temporale e ... La notte non sembra finire, apro la tenda per sbirciare la montagna più alta del mondo, dorme anche lei tra nuvole d’ovatta e taciturne. Il mattino
mi avvio sicuro incurante dell’aria gelida che vezzeggia il mio viso abbronzato. Lucia sceglie di proseguire a piedi. Dopo due chilometri la pista è interrotta dal torrente, risalgo a sinistra un fresco sentiero e poi per una dolce discesa riprendo la pista naturale. Mi fermo ogni tanto a respirare, a quietare il mio boccheggiare e guardo avanti, l’Everest è lì ancora avvolto dal suo drappo naturale di nubi monsoniche. Percorro dei tornanti tra le pietre insidiose, raggiungo un ampio pianoro antistante il campo base, seguo le tracce lasciate da precedenti jeep, oltrepasso un piccolo acquitrino, del fango, delle pozzanghere ghiacciate, orgoglioso lascio degli indizi con il battistrada della mia mountainbike a testimonianza del mio passaggio. Adesso, sentendo la meta vicina, non faccio fatica, ma attento guardo dove passano le ruote. Alcuni yaks al pascolo cercano tra le pietre millenarie
un ciuffo d’erba, ma è silenzio intorno, un raggio di sole e l’Everest sembra aprirsi. A sinistra dei fazzoletti di preghiere appesi a canne, supero un altro grosso mucchio di pietre, sono al campo base. Davanti ho l’ammasso morenico terminale del ghiacciaio. Non c’è una tenda, nessuno, l’immobilità himalayana. Mi volto indietro, un puntino si muove con la sua berretta gialla, Lucia. Mi siedo, taciturno aspetto, come all’interno di un grande teatro, che il sipario si apra. Il cuore ritma forte. Lucia mi raggiunge, mi stringe la mano. Ora l’Everest sovrano appare con tutta la sua piramidale magnificenza. Un sogno infantile si è avverato… Sono al passo Spluga, un cippo ne indica l’altezza, è già pomeriggio inoltrato. Dalla tasca posteriore tolgo il mio window-pocket, leggo sul display il messaggio del mio nipotino: “Nonno, la prossima volta, porta anche me tra le montagne in bicicletta.” Da casa, con il
suo fusionglassvideo, grazie al satellite, ha potuto seguire tutta la mia salita quasi mi fosse a fianco, ha potuto registrare le pulsazioni del mio cuore, calcolare quante calorie ho consumato, avere i dati metro per metro della salita, registrare gli odori e i profumi, comunque il suo personal windowpocket di ultima generazione non riesce a riprodurre le mie sensazioni, i miei sogni e i miei ricordi di pedalatore di montagne. Mi siedo su un masso caldo, per alcuni attimi socchiudo gli occhi e ritrovo come tante immagini in dissolvenza le grandi montagne: l’Everest, il Lhotse, il Maka-lu, il Cho Oyu, il Shisha Pangma, il Nanga Parbat. Sono al loro cospetto in bicicletta. Poi mi risveglio da quel breve torpore da pedalatore himalayano e mi compiaccio della vista nitida del Pizzo Tambò, del Suretta, del Ferrè, dell’Emet, dello Stella, del Quadro …
Estate 1991 Pakistan, Karakoram Highway: da Rawalpindi a Kashgar (Cina, Sinkiang) Estate 1992 Tibet (Cina): da Lhasa, Rongbuk e Campo Base North Face Everest, Kathmandu (Nepal) Estate 1993 India Himalaiana: da Manali a Leh (Ladakh) Estate 1994 Islanda: Tour dell’Islanda, costa sud, deserto e parte settentrionale, Reykjavik Estate 1995: Tour d’Albania Estate 1996: I Paesi Baltici: giro della Lituania Estate 1997 Progetto Alpinbici ’97: dalle Alpi Marittime alle Lepontine Estate 1998 Progetto Alpinbici ’98: Croazia e Slovenia Estate 1999 Progetto Alpinbici ‘99 : Alpi Centrali svizzere, Cantoni Ticino e Grigioni, Valtellina. Estate 2000 India Himalaiana: Himachal Pradesh, Kinnaur, Spiti Valley, da Shimla per Manali, Mandi fino a Dharamsala Estate 2001 Nord Pakistan: da Rawalpindi nel Chitral, viaggio nell’Hindu Kush, per lo Shandur Pass fino a Gilgit Estate 2002 Kirzighistan Tour: Bishkek, Montagne Centrali, Chaek, Tour del Lago Issyk-Kul, Bishkek Estate 2003 Kazakistan-Sinkinag cinese Tour: Almata, Yinning, Urumqi Estate 2004 India Himalaiana: Uttar Pradesh, Rishikesh Badrinath, Missoorie, Dehra dun, Rishikesh Estate 2005 India Himalaiana: Uttar Pradesh, Rishikesh, Uttarkashi, Gangotr, Barkot, Yamunotri, Missourie, Rishikesh Estate 2006 India Himalaiana: Kinnaur Tou, Nainata, Thal, Pithoragarh, Haldwani , Bhowali, Nainatal
CAI MORBEGNO 23
Ezio Abate in bicicletta
la bicicletta in discesa libera con attenzione per non cadere, evitare i rigagnoli e non finire con una sbandata nella scarpata. Dopo una curva la strada finisce nel greto di un fiume. Sono fermo, osservo il discendere aggressivo dell’acqua che sembra aumentare. Dall’altra parte sta un pakistano che mi fa segno di venire avanti. Ma la corrente sembra troppo forte. Lui allora entra nel turbinio e mi raggiunge, assieme solleviamo la bicicletta con il carico di borse, entrambi con l’acqua fino alle ginocchia avanziamo nel mezzo del fiume. Sento i sassi battere i miei polpacci, ma non ho tempo per il dolore; sono momenti surreali, un musulmano aiuta un cristiano a portare la sua bicicletta tra le acque impetuose, attimi di affanno, incrociamo gli sguardi e siamo sull’asfaltata. Il pakistano mi indica di risalire il sentiero e raggiungere un capanno. Quando sono al riparo in compagnia della bicicletta e di altri uomi22 CAI MORBEGNO
ni, noto che il torrente appena guadato ha invaso completamente la strada portando grossi massi che l’uomo che mi ha aiutato tenta a forza di braccia di far rotolare giù per il declivio. Mentre i tuoni si stanno allontanando e il sole tenta di far breccia tra le ultime gocce, il mio amico pakistano, con i pantaloni pieni di fango, tra i massi e detriti, mi fa cenno di andare… Allungo la mano fuori dalla galleria per sentire la consistenza della pioggia e capisco che sta cessando. Salgo in sella, riprendo a risalire gli stretti e brevi tornanti, supero l’abitato eremita di Pianazzo, la lunga galleria sotto gli Andossi. La mia lentezza nel salire mi lascia contemplare il paesaggio alpino vivace, carico e intenso dopo un temporale e ... La notte non sembra finire, apro la tenda per sbirciare la montagna più alta del mondo, dorme anche lei tra nuvole d’ovatta e taciturne. Il mattino
mi avvio sicuro incurante dell’aria gelida che vezzeggia il mio viso abbronzato. Lucia sceglie di proseguire a piedi. Dopo due chilometri la pista è interrotta dal torrente, risalgo a sinistra un fresco sentiero e poi per una dolce discesa riprendo la pista naturale. Mi fermo ogni tanto a respirare, a quietare il mio boccheggiare e guardo avanti, l’Everest è lì ancora avvolto dal suo drappo naturale di nubi monsoniche. Percorro dei tornanti tra le pietre insidiose, raggiungo un ampio pianoro antistante il campo base, seguo le tracce lasciate da precedenti jeep, oltrepasso un piccolo acquitrino, del fango, delle pozzanghere ghiacciate, orgoglioso lascio degli indizi con il battistrada della mia mountainbike a testimonianza del mio passaggio. Adesso, sentendo la meta vicina, non faccio fatica, ma attento guardo dove passano le ruote. Alcuni yaks al pascolo cercano tra le pietre millenarie
un ciuffo d’erba, ma è silenzio intorno, un raggio di sole e l’Everest sembra aprirsi. A sinistra dei fazzoletti di preghiere appesi a canne, supero un altro grosso mucchio di pietre, sono al campo base. Davanti ho l’ammasso morenico terminale del ghiacciaio. Non c’è una tenda, nessuno, l’immobilità himalayana. Mi volto indietro, un puntino si muove con la sua berretta gialla, Lucia. Mi siedo, taciturno aspetto, come all’interno di un grande teatro, che il sipario si apra. Il cuore ritma forte. Lucia mi raggiunge, mi stringe la mano. Ora l’Everest sovrano appare con tutta la sua piramidale magnificenza. Un sogno infantile si è avverato… Sono al passo Spluga, un cippo ne indica l’altezza, è già pomeriggio inoltrato. Dalla tasca posteriore tolgo il mio window-pocket, leggo sul display il messaggio del mio nipotino: “Nonno, la prossima volta, porta anche me tra le montagne in bicicletta.” Da casa, con il
suo fusionglassvideo, grazie al satellite, ha potuto seguire tutta la mia salita quasi mi fosse a fianco, ha potuto registrare le pulsazioni del mio cuore, calcolare quante calorie ho consumato, avere i dati metro per metro della salita, registrare gli odori e i profumi, comunque il suo personal windowpocket di ultima generazione non riesce a riprodurre le mie sensazioni, i miei sogni e i miei ricordi di pedalatore di montagne. Mi siedo su un masso caldo, per alcuni attimi socchiudo gli occhi e ritrovo come tante immagini in dissolvenza le grandi montagne: l’Everest, il Lhotse, il Maka-lu, il Cho Oyu, il Shisha Pangma, il Nanga Parbat. Sono al loro cospetto in bicicletta. Poi mi risveglio da quel breve torpore da pedalatore himalayano e mi compiaccio della vista nitida del Pizzo Tambò, del Suretta, del Ferrè, dell’Emet, dello Stella, del Quadro …
Estate 1991 Pakistan, Karakoram Highway: da Rawalpindi a Kashgar (Cina, Sinkiang) Estate 1992 Tibet (Cina): da Lhasa, Rongbuk e Campo Base North Face Everest, Kathmandu (Nepal) Estate 1993 India Himalaiana: da Manali a Leh (Ladakh) Estate 1994 Islanda: Tour dell’Islanda, costa sud, deserto e parte settentrionale, Reykjavik Estate 1995: Tour d’Albania Estate 1996: I Paesi Baltici: giro della Lituania Estate 1997 Progetto Alpinbici ’97: dalle Alpi Marittime alle Lepontine Estate 1998 Progetto Alpinbici ’98: Croazia e Slovenia Estate 1999 Progetto Alpinbici ‘99 : Alpi Centrali svizzere, Cantoni Ticino e Grigioni, Valtellina. Estate 2000 India Himalaiana: Himachal Pradesh, Kinnaur, Spiti Valley, da Shimla per Manali, Mandi fino a Dharamsala Estate 2001 Nord Pakistan: da Rawalpindi nel Chitral, viaggio nell’Hindu Kush, per lo Shandur Pass fino a Gilgit Estate 2002 Kirzighistan Tour: Bishkek, Montagne Centrali, Chaek, Tour del Lago Issyk-Kul, Bishkek Estate 2003 Kazakistan-Sinkinag cinese Tour: Almata, Yinning, Urumqi Estate 2004 India Himalaiana: Uttar Pradesh, Rishikesh Badrinath, Missoorie, Dehra dun, Rishikesh Estate 2005 India Himalaiana: Uttar Pradesh, Rishikesh, Uttarkashi, Gangotr, Barkot, Yamunotri, Missourie, Rishikesh Estate 2006 India Himalaiana: Kinnaur Tou, Nainata, Thal, Pithoragarh, Haldwani , Bhowali, Nainatal
CAI MORBEGNO 23
La Leggenda
di Scermendone e dei Corni Bruciati di Vittorio Poletti
Questa, che mi sono sforzato di mettere insieme alla meno peggio, vuol essere un po’ la sinossi delle varie versioni, più o meno autorevolmente accreditate, di quella che i cultori, recenti e non, di memorie locali insistono nel chiamare “la leggenda di Scermendone e dei Corni Bruciati”. Sembrava una sera di fine luglio come tante alla casera di Pian di Spini, poco sotto il lago di Scermendone. Per i pastori volgeva al termine il duro lavoro di una giornata non diversa, nell’inesorabile riprodursi di una fatica senza speranza e sempre uguale a se stessa, dalle molte altre che l’avevano preceduta né diversa da quelle che l’avrebbero seguita. Per lo meno, così essi pensavano. Al diuturno travaglio che segnava come una maledizione biblica la vita di quei montanari faceva da sfondo e da stridente contrasto uno scenario 24 CAI MORBEGNO
incantato. Un cielo limpidissimo trascolorava lentamente dall’azzurro pomeridiano al violetto e all’indaco del vespero, solcato da poche benevole nuvolette che veleggiavano rossastre verso la Bergamasca, messaggere di altre giornate di bel tempo. Il profilo frastagliato delle creste rocciose e il contorno arrotondato dei dossi erbosi formavano una sorta di anfiteatro attorno alla verdeggiante distesa che, in un morbido declivio interrotto qua e là da cenge e da burroncelli, degradava dai magri lembi di pascolo intorno alle bocchette giù giù sino al torboso ripiano
di Scermendone Basso, dove il solco della Val Terzana sembrava ristare prima di tuffarsi bruscamente verso l’Alpe di Sasso Bisolo. I raggi obliqui di un sole ormai prossimo a nascondersi dietro la dentellata giogaia distesa tra il Ligoncio e il Passo di Primalpia traevano ombre sempre più lunghe dai mille rilievi del terreno e sembravano dar fuoco alla ragnatela di ruscelli che s’intersecavano sui pendìi e alle pozzanghere in cui essi qua e là si adagiavano. La mole massiccia del Desenigo, la piramide del Torrione di Bering e i due gendarmi che la fianchegCAI MORBEGNO 25
La Leggenda
di Scermendone e dei Corni Bruciati di Vittorio Poletti
Questa, che mi sono sforzato di mettere insieme alla meno peggio, vuol essere un po’ la sinossi delle varie versioni, più o meno autorevolmente accreditate, di quella che i cultori, recenti e non, di memorie locali insistono nel chiamare “la leggenda di Scermendone e dei Corni Bruciati”. Sembrava una sera di fine luglio come tante alla casera di Pian di Spini, poco sotto il lago di Scermendone. Per i pastori volgeva al termine il duro lavoro di una giornata non diversa, nell’inesorabile riprodursi di una fatica senza speranza e sempre uguale a se stessa, dalle molte altre che l’avevano preceduta né diversa da quelle che l’avrebbero seguita. Per lo meno, così essi pensavano. Al diuturno travaglio che segnava come una maledizione biblica la vita di quei montanari faceva da sfondo e da stridente contrasto uno scenario 24 CAI MORBEGNO
incantato. Un cielo limpidissimo trascolorava lentamente dall’azzurro pomeridiano al violetto e all’indaco del vespero, solcato da poche benevole nuvolette che veleggiavano rossastre verso la Bergamasca, messaggere di altre giornate di bel tempo. Il profilo frastagliato delle creste rocciose e il contorno arrotondato dei dossi erbosi formavano una sorta di anfiteatro attorno alla verdeggiante distesa che, in un morbido declivio interrotto qua e là da cenge e da burroncelli, degradava dai magri lembi di pascolo intorno alle bocchette giù giù sino al torboso ripiano
di Scermendone Basso, dove il solco della Val Terzana sembrava ristare prima di tuffarsi bruscamente verso l’Alpe di Sasso Bisolo. I raggi obliqui di un sole ormai prossimo a nascondersi dietro la dentellata giogaia distesa tra il Ligoncio e il Passo di Primalpia traevano ombre sempre più lunghe dai mille rilievi del terreno e sembravano dar fuoco alla ragnatela di ruscelli che s’intersecavano sui pendìi e alle pozzanghere in cui essi qua e là si adagiavano. La mole massiccia del Desenigo, la piramide del Torrione di Bering e i due gendarmi che la fianchegCAI MORBEGNO 25
A sinistra: sospesi tra la Valtellina e la Valle di Sasso Bisolo, in cammino sulla dorsale di Scermendone, sullo sfondo il Ligoncio. Sotto: la chiesetta di San Quirico e, sullo sfondo, innevato, il Monte Disgrazia e i Corni Bruciati.
giavano, ormai in ombra, dominavano l’ampio circo superiore della Valle Spluga, chiudendo la vista verso sera. Ma per quel brandello di umanità tribolata l’idillio bucolico di un tramonto estivo era uno spettacolo visto ormai troppe volte per toccare i registri del meraviglioso, quando non del poetico; né le più sublimi manifestazioni della natura potevano essere un balsamo sufficiente a lenire la pena irrimediabilmente legata a una quotidiana profusione di inenarrabili sforzi cui non toccava in premio nulla più che una stentata e precaria sopravvivenza. Sparse sui greppi a mezzodì della casera, brucavano avidamente le capre quelle corolle 26 CAI MORBEGNO
spinose alla cui abbondanza la località deve il proprio nome; e le mucche appena munte ruminavano nel bàrich, il vasto spiazzo vicino alle baite delimitato da un muretto di pietrame, mentre il casaro si affaccendava intorno alla fumante caldaia del latte. I giovani garzoni, i cascìn, attendevano alle loro umili mansioni con uno zelo e una serietà quasi innaturali per degli adolescenti; ma prorompeva a tratti l’esuberanza dell’età loro in fanciullesche burle, in trastulli chiassosi. Risuonavano allora irosi i rimbrotti del cargamùnt, il caricatore dell’alpe, che pareva sempre vedere, ovunque non fossero solo mutria e facce malmostose, un tacito rimprovero alla sua arida
e perenne tetraggine. Suo fratello, un giovane dall’aspetto mite e gentile, sapeva benissimo quanto fosse vano anche solo tentare di porre argine a quelle rabbiose sortite; se ne stava quindi in disparte, vicino al casaro, aiutandolo nelle fasi più critiche del suo delicato lavoro. E fu proprio lui a notare, alzando gli occhi dopo aver spostato un pesante ceppo di larice, la figura umana che con passi malfermi discendeva il sentiero proveniente dalla Bocchetta di Scermendone. Chi poteva essere? Difficile anche solo immaginarlo. A frequentare quel malagevole viottolo erano infatti unicamente i pastori dell’alpeggio e i cacciatori; e i primi erano
tutti lì, intorno alla casera, mentre i secondi non si vedevano su quei monti che ad autunno inoltrato. Quanto ai contrabbandieri e ai bracconieri, che erano notoriamente una presenza tutt’altro che rara in quelle remote contrade, si sapeva quanta scrupolosa cura essi ponessero nel non lasciarsi scorgere da nessuno, fosse pure da lontano. Mentre il giovane pastore così andava almanaccando tra sé, anche gli altri si erano accorti dell’inattesa apparizione ed ipotesi e congetture avevano preso ad intrecciarsi, rimbalzando da una bocca all’altra. Per soddisfare la curiosità generale bisognò tuttavia aspettare a lungo, perché il misterioso viandante procedeCAI MORBEGNO 27
A sinistra: sospesi tra la Valtellina e la Valle di Sasso Bisolo, in cammino sulla dorsale di Scermendone, sullo sfondo il Ligoncio. Sotto: la chiesetta di San Quirico e, sullo sfondo, innevato, il Monte Disgrazia e i Corni Bruciati.
giavano, ormai in ombra, dominavano l’ampio circo superiore della Valle Spluga, chiudendo la vista verso sera. Ma per quel brandello di umanità tribolata l’idillio bucolico di un tramonto estivo era uno spettacolo visto ormai troppe volte per toccare i registri del meraviglioso, quando non del poetico; né le più sublimi manifestazioni della natura potevano essere un balsamo sufficiente a lenire la pena irrimediabilmente legata a una quotidiana profusione di inenarrabili sforzi cui non toccava in premio nulla più che una stentata e precaria sopravvivenza. Sparse sui greppi a mezzodì della casera, brucavano avidamente le capre quelle corolle 26 CAI MORBEGNO
spinose alla cui abbondanza la località deve il proprio nome; e le mucche appena munte ruminavano nel bàrich, il vasto spiazzo vicino alle baite delimitato da un muretto di pietrame, mentre il casaro si affaccendava intorno alla fumante caldaia del latte. I giovani garzoni, i cascìn, attendevano alle loro umili mansioni con uno zelo e una serietà quasi innaturali per degli adolescenti; ma prorompeva a tratti l’esuberanza dell’età loro in fanciullesche burle, in trastulli chiassosi. Risuonavano allora irosi i rimbrotti del cargamùnt, il caricatore dell’alpe, che pareva sempre vedere, ovunque non fossero solo mutria e facce malmostose, un tacito rimprovero alla sua arida
e perenne tetraggine. Suo fratello, un giovane dall’aspetto mite e gentile, sapeva benissimo quanto fosse vano anche solo tentare di porre argine a quelle rabbiose sortite; se ne stava quindi in disparte, vicino al casaro, aiutandolo nelle fasi più critiche del suo delicato lavoro. E fu proprio lui a notare, alzando gli occhi dopo aver spostato un pesante ceppo di larice, la figura umana che con passi malfermi discendeva il sentiero proveniente dalla Bocchetta di Scermendone. Chi poteva essere? Difficile anche solo immaginarlo. A frequentare quel malagevole viottolo erano infatti unicamente i pastori dell’alpeggio e i cacciatori; e i primi erano
tutti lì, intorno alla casera, mentre i secondi non si vedevano su quei monti che ad autunno inoltrato. Quanto ai contrabbandieri e ai bracconieri, che erano notoriamente una presenza tutt’altro che rara in quelle remote contrade, si sapeva quanta scrupolosa cura essi ponessero nel non lasciarsi scorgere da nessuno, fosse pure da lontano. Mentre il giovane pastore così andava almanaccando tra sé, anche gli altri si erano accorti dell’inattesa apparizione ed ipotesi e congetture avevano preso ad intrecciarsi, rimbalzando da una bocca all’altra. Per soddisfare la curiosità generale bisognò tuttavia aspettare a lungo, perché il misterioso viandante procedeCAI MORBEGNO 27
A sinistra in alto: di fronte ai Corni Bruciati all’ingresso della Val Terzana. A sinistra in basso: il Rifugio Ponti e i Corni Bruciati. Sotto: il Monte Disgrazia, i Corni Bruciati e il Passo di Scermendone da Meltri.
va ad una andatura visibilmente appesantita da pena e stanchezza, ed era ormai buio quando raggiunse infine il breve spiazzo antistante le baite. Si rivelò per un vecchio sporco e cencioso, che nelle vesti lacere e nei tratti scavati del volto portava tutti i segni della fame, della miseria e della fatica: una vista che non poteva lasciare indifferenti nemmeno quegli alpigiani che pure non conoscevano né agi né abbondanza. Con la voce rotta ed esitante di chi ha il pudore di mostrare il proprio bisogno, il vecchio chiese del latte e un giaciglio per la notte: il calare dell’oscurità gli impediva, spiegò, di giungere per quel giorno ad Ardenno, dove era diretto. 28 CAI MORBEGNO
Il cargamùnt non lo lasciò neppure finire di parlare. Alcune parole che uscirono da una gola strozzata dall’ira e dal livore andarono perse nella foga e nella concitazione, ma il senso di quella serqua di improperi sottolineato, ancora che non ve ne fosse il bisogno, da un minaccioso mulinar di braccia, da un volto minaccioso e da uno sguardo malevolo, fu comunque chiarissimo: lì non c’erano né latte né alloggio per lazzaroni e vagabondi e l’indesiderato ospite, se non preferiva togliersi subito di torno, poteva al massimo dividere la cena con i maiali e il ricovero notturno con le capre. Questa amorevole risposta non stupì nessuno degli astanti,
non nuovi a simili manifestazioni di carità cristiana da parte di quel bell’esemplare di filantropo. Comunque, anche se dissenso e riprovazione da parte di qualcuno vi furono (e sarebbe ben triste pensare che così non sia stato), non ci fu chi avesse il coraggio di aprire bocca: amare e ripetute esperienze avevano insegnato a tutti quanto caro potesse costare il minimo cenno non dico di insubordinazione, ma anche solo di non completa acquiescenza ai voleri di quel cuore di pietra. Solo il fratello dell’esagitato energumeno, forse confidando nell’impunità che il vincolo di sangue poteva garantirgli, osò un gesto che anche per
lui avrebbe potuto essere foriero di conseguenze: voltò ostentatamente le spalle alla triste figura che continuava a vomitare le sue contumelie e, senza proferire verbo, prese il vecchio per un braccio e lo guidò alla propria baita. Qui, mentre riempiva generosamente di polenta e latte una grossa ciotola di legno, sembrò quasi scusarsi lui per quello che era appena successo. “E’ sempre stato duro di cuore, - raccontò con voce piana e sommessa – ha in mente solo la roba e bisogna dire che con la malizia e il pelo sullo stomaco che si ritrova di roba ne ha messo insieme, a cominciare dalla mia parte di eredità, e tanta che adesso si sente un
padreterno. Da qualche anno anche questo monte è suo; io devo lavorare per lui, perché ho una famiglia da tirar su e di mio non ho niente, e certo non è un piacere pensarci. Tu, almeno, domani te ne andrai e presto ti dimenticherai anche di averlo conosciuto”. “Questo può essere – mormorò il suo ospite – ma di sicuro lui si ricorderà di me per un bel pezzo”. Il pastore stupito, levò gli occhi e si trovò a fissare un viso la cui mitezza nulla toglieva a una ieratica solennità e che a un conoscitore di cose d’arte avrebbe ricordato il Pantocrator delle chiese bizantine; se mai la Giustizia, quella con la G maiuscola, aveva assunto
sembianze umane, erano quelle del volto che vedeva avanti a sé. Una ridda di domande gli si affollò nella mente, ma egli non trovò la forza di tramutarle in parole; chinò il capo, confuso, e terminò il suo pasto in silenzio. Rigovernate alla meglio le rozze stoviglie nel vicino ruscello, il giovane mostrò al vecchio il pagliericcio che gli aveva destinato. “E’ meglio andare a dormire subito: vedo che tu sei molto stanco ed io domattina devo alzarmi di buonora per scendere a Calèch a falciare il prato. Fino allo stallone faremo la stessa strada e così potremo tenerci compagnia”. Anche se le prime luci dell’alba CAI MORBEGNO 29
A sinistra in alto: di fronte ai Corni Bruciati all’ingresso della Val Terzana. A sinistra in basso: il Rifugio Ponti e i Corni Bruciati. Sotto: il Monte Disgrazia, i Corni Bruciati e il Passo di Scermendone da Meltri.
va ad una andatura visibilmente appesantita da pena e stanchezza, ed era ormai buio quando raggiunse infine il breve spiazzo antistante le baite. Si rivelò per un vecchio sporco e cencioso, che nelle vesti lacere e nei tratti scavati del volto portava tutti i segni della fame, della miseria e della fatica: una vista che non poteva lasciare indifferenti nemmeno quegli alpigiani che pure non conoscevano né agi né abbondanza. Con la voce rotta ed esitante di chi ha il pudore di mostrare il proprio bisogno, il vecchio chiese del latte e un giaciglio per la notte: il calare dell’oscurità gli impediva, spiegò, di giungere per quel giorno ad Ardenno, dove era diretto. 28 CAI MORBEGNO
Il cargamùnt non lo lasciò neppure finire di parlare. Alcune parole che uscirono da una gola strozzata dall’ira e dal livore andarono perse nella foga e nella concitazione, ma il senso di quella serqua di improperi sottolineato, ancora che non ve ne fosse il bisogno, da un minaccioso mulinar di braccia, da un volto minaccioso e da uno sguardo malevolo, fu comunque chiarissimo: lì non c’erano né latte né alloggio per lazzaroni e vagabondi e l’indesiderato ospite, se non preferiva togliersi subito di torno, poteva al massimo dividere la cena con i maiali e il ricovero notturno con le capre. Questa amorevole risposta non stupì nessuno degli astanti,
non nuovi a simili manifestazioni di carità cristiana da parte di quel bell’esemplare di filantropo. Comunque, anche se dissenso e riprovazione da parte di qualcuno vi furono (e sarebbe ben triste pensare che così non sia stato), non ci fu chi avesse il coraggio di aprire bocca: amare e ripetute esperienze avevano insegnato a tutti quanto caro potesse costare il minimo cenno non dico di insubordinazione, ma anche solo di non completa acquiescenza ai voleri di quel cuore di pietra. Solo il fratello dell’esagitato energumeno, forse confidando nell’impunità che il vincolo di sangue poteva garantirgli, osò un gesto che anche per
lui avrebbe potuto essere foriero di conseguenze: voltò ostentatamente le spalle alla triste figura che continuava a vomitare le sue contumelie e, senza proferire verbo, prese il vecchio per un braccio e lo guidò alla propria baita. Qui, mentre riempiva generosamente di polenta e latte una grossa ciotola di legno, sembrò quasi scusarsi lui per quello che era appena successo. “E’ sempre stato duro di cuore, - raccontò con voce piana e sommessa – ha in mente solo la roba e bisogna dire che con la malizia e il pelo sullo stomaco che si ritrova di roba ne ha messo insieme, a cominciare dalla mia parte di eredità, e tanta che adesso si sente un
padreterno. Da qualche anno anche questo monte è suo; io devo lavorare per lui, perché ho una famiglia da tirar su e di mio non ho niente, e certo non è un piacere pensarci. Tu, almeno, domani te ne andrai e presto ti dimenticherai anche di averlo conosciuto”. “Questo può essere – mormorò il suo ospite – ma di sicuro lui si ricorderà di me per un bel pezzo”. Il pastore stupito, levò gli occhi e si trovò a fissare un viso la cui mitezza nulla toglieva a una ieratica solennità e che a un conoscitore di cose d’arte avrebbe ricordato il Pantocrator delle chiese bizantine; se mai la Giustizia, quella con la G maiuscola, aveva assunto
sembianze umane, erano quelle del volto che vedeva avanti a sé. Una ridda di domande gli si affollò nella mente, ma egli non trovò la forza di tramutarle in parole; chinò il capo, confuso, e terminò il suo pasto in silenzio. Rigovernate alla meglio le rozze stoviglie nel vicino ruscello, il giovane mostrò al vecchio il pagliericcio che gli aveva destinato. “E’ meglio andare a dormire subito: vedo che tu sei molto stanco ed io domattina devo alzarmi di buonora per scendere a Calèch a falciare il prato. Fino allo stallone faremo la stessa strada e così potremo tenerci compagnia”. Anche se le prime luci dell’alba CAI MORBEGNO 29
Adestra: eriofori sulle sponde del Lago Scermendone, sullo sfondo il passo omonimo. Sotto: la piana di Predarossa vista dal sentiero che sale al Rifugio Ponti.
successiva li videro in piedi, i cascìn erano stati più mattinieri di loro e già si stavano affaccendando sotto un cielo senza nuvole per radunare le mucche e spingerle verso il laghetto. Lì, spiegò il pastore al suo ospite, avrebbero sfruttato per pochi giorni quell’erba tenera e rada per poi andare a pascolare sui fianchi del Dosso Pelato, dove si trovava il foraggio migliore e più abbondante, e vi sarebbero rimaste sino agli ultimi giorni di agosto. Si avviarono dunque, il viandante e l’alpigiano, verso lo stallone. Avevano già compiuto un buon tratto di strada, quando la quiete alle loro spalle esplose in un sinistro fragore, mentre l’aria di quella luminosa mattina si tingeva di 30 CAI MORBEGNO
un fosco bagliore rossastro. Il pastore fece per voltarsi, ma il suo compagno lo fermò. “Non girarti per nessun motivo!” gli ordinò con una voce in cui non c’era nessuna traccia dell’esitazione e della timidezza della sera innanzi; si esprimeva con un tono severo ed autoritario, ora, ed il giovane, timoroso e frastornato, non poté fare a meno di ubbidirgli. Poi, come il rombo dietro di loro diveniva sempre più forte, la curiosità e l’ansia per la sorte di chi era rimasto in alto, alla casera, ebbero il sopravvento e il malcapitato si girò. Ebbe appena il tempo di cogliere l’immagine orrenda del Dosso Pelato che ardeva in un rogo immane, prima che il riverbero gli bruciasse le pupille e lo
lasciasse con due cavità vuote al posto degli occhi. Di nuovo risuonò la voce del vecchio, con un timbro in cui alla forza si mescolava la dolcezza: “Non temere, mio giovane amico: hai ceduto alla più umana fra le debolezze e hai veduto coi tuoi occhi la collera di Dio, ma ora avrai il segno della sua misericordia. Appoggiati a me e lasciati guidare”. Proseguirono dunque, il vecchio senza più pronunciare parola ed il pastore che se ne usciva a tratti in un pianto dirotto, mentre il frastuono alle loro spalle andava morendo sino a che solo l’assoluta mancanza di ogni suono rimase a ferire le loro orecchie. E fu nel silenzio allucinato di una montagna in cui non echeggiavano né cinguettare di uccelli né scampanio di armenti che continuarono il loro cammino. Giunti che furono all’aperto dosso sovrastante l’Acqua dei Vitelli, il sempre più misterioso personaggio si diresse senza tentennamenti, come persona che fosse pratica dei luoghi, verso la piccola sorgente che sgorgava da una cavità presso lo stallone. Fece allora inginocchiare il cieco accanto a sé e, umettate le dita con l’acqua sorgiva, le passò sulle occhiaie vuote. Avvenne così che lo stupefatto montanaro si trovò a contemplare, con occhi di nuovo aperti alla luce, il panorama familiare delle cime orobiche al di là del verde fondovalle. In un cielo tornato limpido un’aquila, appena sopra le loro teste, si librava in ampie e CAI MORBEGNO 31
Adestra: eriofori sulle sponde del Lago Scermendone, sullo sfondo il passo omonimo. Sotto: la piana di Predarossa vista dal sentiero che sale al Rifugio Ponti.
successiva li videro in piedi, i cascìn erano stati più mattinieri di loro e già si stavano affaccendando sotto un cielo senza nuvole per radunare le mucche e spingerle verso il laghetto. Lì, spiegò il pastore al suo ospite, avrebbero sfruttato per pochi giorni quell’erba tenera e rada per poi andare a pascolare sui fianchi del Dosso Pelato, dove si trovava il foraggio migliore e più abbondante, e vi sarebbero rimaste sino agli ultimi giorni di agosto. Si avviarono dunque, il viandante e l’alpigiano, verso lo stallone. Avevano già compiuto un buon tratto di strada, quando la quiete alle loro spalle esplose in un sinistro fragore, mentre l’aria di quella luminosa mattina si tingeva di 30 CAI MORBEGNO
un fosco bagliore rossastro. Il pastore fece per voltarsi, ma il suo compagno lo fermò. “Non girarti per nessun motivo!” gli ordinò con una voce in cui non c’era nessuna traccia dell’esitazione e della timidezza della sera innanzi; si esprimeva con un tono severo ed autoritario, ora, ed il giovane, timoroso e frastornato, non poté fare a meno di ubbidirgli. Poi, come il rombo dietro di loro diveniva sempre più forte, la curiosità e l’ansia per la sorte di chi era rimasto in alto, alla casera, ebbero il sopravvento e il malcapitato si girò. Ebbe appena il tempo di cogliere l’immagine orrenda del Dosso Pelato che ardeva in un rogo immane, prima che il riverbero gli bruciasse le pupille e lo
lasciasse con due cavità vuote al posto degli occhi. Di nuovo risuonò la voce del vecchio, con un timbro in cui alla forza si mescolava la dolcezza: “Non temere, mio giovane amico: hai ceduto alla più umana fra le debolezze e hai veduto coi tuoi occhi la collera di Dio, ma ora avrai il segno della sua misericordia. Appoggiati a me e lasciati guidare”. Proseguirono dunque, il vecchio senza più pronunciare parola ed il pastore che se ne usciva a tratti in un pianto dirotto, mentre il frastuono alle loro spalle andava morendo sino a che solo l’assoluta mancanza di ogni suono rimase a ferire le loro orecchie. E fu nel silenzio allucinato di una montagna in cui non echeggiavano né cinguettare di uccelli né scampanio di armenti che continuarono il loro cammino. Giunti che furono all’aperto dosso sovrastante l’Acqua dei Vitelli, il sempre più misterioso personaggio si diresse senza tentennamenti, come persona che fosse pratica dei luoghi, verso la piccola sorgente che sgorgava da una cavità presso lo stallone. Fece allora inginocchiare il cieco accanto a sé e, umettate le dita con l’acqua sorgiva, le passò sulle occhiaie vuote. Avvenne così che lo stupefatto montanaro si trovò a contemplare, con occhi di nuovo aperti alla luce, il panorama familiare delle cime orobiche al di là del verde fondovalle. In un cielo tornato limpido un’aquila, appena sopra le loro teste, si librava in ampie e CAI MORBEGNO 31
PUNZO ritrovato
In alto: mucche in Val Terzana, a monte di Pian di Spini. Sotto: arrivando al Lago Scermendone da Pian di Spini.
32 CAI MORBEGNO
pigre volute. Si volse il miracolato verso il suo accompagnatore e … beh, sicuramente non sapeva nemmeno cosa fosse un’icona bizantina, anche se in un certo senso una l’aveva vista, e anche ammirata molte volte, però di immagini sacre aveva esperienza sufficiente per saper riconoscere di primo acchito Gesù Cristo, una volta che se lo fosse trovato davanti. “Guarda pure, ora – disse l’imponente figura stendendo il braccio verso oriente – e vedi coi tuoi occhi quanto pesante possa levarsi la mano di Dio a colpire gli uomini che hanno dimenticato la via della carità”. Guardò dunque il pastore verso il Dosso Pelato e vide, dove sempre era stata una verdeggiante distesa di pascoli, un ammasso informe di rocce rossastre.
“E mio fratello? – chiese angosciato – E i miei compagni?” “Torna da loro, tu che sai cos’è la compassione. Li troverai che gemono, ciechi e disperati, intorno al laghetto; li condurrai qui e la stessa acqua che ha guarito i tuoi occhi risanerà anche i loro. Quello che è successo oggi vi sia di monito per tutti i giorni che ancora avete in sorte di vivere e vi ricordi che tutto quello che la Divina Provvidenza vi ha donato, molto o poco che sia, può esservi tolto ad espiazione dei vostri peccati. Ora debbo lasciarti, ho ancora una lunga via davanti a me. Vai in pace”. E fu così che si separarono prendendo ciascuno la propria strada, il pastore, ancora scosso e confuso, verso i pascoli alti, il Figlio di Dio verso Meltri e l’Alpe Granda.
Sull’Annuario 2006, nell’articolo dedicato ai primi passi del CAI Morbegno, si faceva cenno all’acquisto da parte del Presidente di allora (Pino Milani – anno 1935) di una tela del pittore Mario Punzo raffigurante la parete nord del Disgrazia. La spesa fu di 1500 lire, ripartita in parti uguali fra il Presidente Milani, la Sezione CAI e il Comune di Morbegno. Nello stendere l’articolo ci chiedevamo - e l’abbiamo scritto – dove fosse andata a finire la tela. Ogni dubbio è fugato: grazie alla segnalazione della consocia, nonché vicesindaco di Morbegno, Alba Rapella, ora sappiamo che l’importante opera fa bella mostra di sé nel Municipio di Morbegno, più precisamente nell’ufficio del Segretario comunale. Prima dello scoppio della guerra qualcuno, molto saggiamente, pensò bene di trasferire il dipinto presso il Comune, comproprietario per un terzo della tela, evitando così che potesse andare dispersa in quei momenti concitati. Tutto è bene ciò che finisce bene. CAI MORBEGNO 33
PUNZO ritrovato
In alto: mucche in Val Terzana, a monte di Pian di Spini. Sotto: arrivando al Lago Scermendone da Pian di Spini.
32 CAI MORBEGNO
pigre volute. Si volse il miracolato verso il suo accompagnatore e … beh, sicuramente non sapeva nemmeno cosa fosse un’icona bizantina, anche se in un certo senso una l’aveva vista, e anche ammirata molte volte, però di immagini sacre aveva esperienza sufficiente per saper riconoscere di primo acchito Gesù Cristo, una volta che se lo fosse trovato davanti. “Guarda pure, ora – disse l’imponente figura stendendo il braccio verso oriente – e vedi coi tuoi occhi quanto pesante possa levarsi la mano di Dio a colpire gli uomini che hanno dimenticato la via della carità”. Guardò dunque il pastore verso il Dosso Pelato e vide, dove sempre era stata una verdeggiante distesa di pascoli, un ammasso informe di rocce rossastre.
“E mio fratello? – chiese angosciato – E i miei compagni?” “Torna da loro, tu che sai cos’è la compassione. Li troverai che gemono, ciechi e disperati, intorno al laghetto; li condurrai qui e la stessa acqua che ha guarito i tuoi occhi risanerà anche i loro. Quello che è successo oggi vi sia di monito per tutti i giorni che ancora avete in sorte di vivere e vi ricordi che tutto quello che la Divina Provvidenza vi ha donato, molto o poco che sia, può esservi tolto ad espiazione dei vostri peccati. Ora debbo lasciarti, ho ancora una lunga via davanti a me. Vai in pace”. E fu così che si separarono prendendo ciascuno la propria strada, il pastore, ancora scosso e confuso, verso i pascoli alti, il Figlio di Dio verso Meltri e l’Alpe Granda.
Sull’Annuario 2006, nell’articolo dedicato ai primi passi del CAI Morbegno, si faceva cenno all’acquisto da parte del Presidente di allora (Pino Milani – anno 1935) di una tela del pittore Mario Punzo raffigurante la parete nord del Disgrazia. La spesa fu di 1500 lire, ripartita in parti uguali fra il Presidente Milani, la Sezione CAI e il Comune di Morbegno. Nello stendere l’articolo ci chiedevamo - e l’abbiamo scritto – dove fosse andata a finire la tela. Ogni dubbio è fugato: grazie alla segnalazione della consocia, nonché vicesindaco di Morbegno, Alba Rapella, ora sappiamo che l’importante opera fa bella mostra di sé nel Municipio di Morbegno, più precisamente nell’ufficio del Segretario comunale. Prima dello scoppio della guerra qualcuno, molto saggiamente, pensò bene di trasferire il dipinto presso il Comune, comproprietario per un terzo della tela, evitando così che potesse andare dispersa in quei momenti concitati. Tutto è bene ciò che finisce bene. CAI MORBEGNO 33
Come Divenni
Sciatore di Giovanni Donadelli
Erano circa gli anni 1932/33; mio padre faceva il sellaio e per questo era pratico di cuciture del cuoio. Conosceva il Signor Raimondo Persenico al quale cuciva le cinghie degli attacchi di sci che montava su quelli di sua recente produzione. Allora gli attacchi erano fatti con una piastra di metallo che veniva infilata in un foro a circa metà dello sci e poi piegata con un ferro speciale sulla forma dello scarpone (E’ il primo attacco a ganascia, denominato Huitfeld, pag.37, ndr). In questo foro passavano anche le cinghie che servivano per fissare lo scarpone stesso. Queste dovevano essere di cuoio doppio cucito, per eliminare il più possibile l’allungamento dovuto all’umidità. Mio padre, esperto in cuciture, aveva parecchio lavoro dalla Ditta Persenico, che insisteva perché mio padre nel 34 CAI MORBEGNO
La néef de febrée la gèla amò i pée, quèla marzolina la düra dala sira ala matina, la néef de april la düra gnanca un fiil, e quèla de macc l’è nöma quacc. negozio di selleria cominciasse a vendere i suoi sci, favorito dal fatto che in caso di rottura delle cinghie era in grado di ripararle. Un giorno finalmente mio padre si decise e la Ditta Persenico lasciò alcuni paia di sci in negozio. La vendita non era una cosa facile, occorreva anche essere in grado di insegnare ad usarli; chi sciava allora a Morbegno erano pochissimi signori che avevano fatto arrivare dalla Norvegia alcuni modelli di sci di un legno speciale, chiamato “hickory”, e anda-
vano a Davos a sciare. Quindi dovevamo imparare a sciare. Il primo esperimento lo feci io; mio padre mi diceva che per curvare bisognava inclinare gli sci di spigolo, ma … io facevo la curva … gli sci no. Ci venne in aiuto il papà del mio amico Sandrino Ciapponi che durante la guerra 15/18 era stato in un reparto di alpini sciatori e ci insegnò la curva a “telemark”; così fu che sapevamo qualcosa di più da insegnare ai nostri clienti. Poi la locale sezione fascista di Morbegno riuscì ad avere alcune paia di sci scartati dagli alpini che però a noi giovani andavano bene per esercitarci sui prati del “Piazzular” durante il sabato fascista. Era cominciata così l’era dello sci popolare. Attorno agli anni 1936/37 si cominciò ad andare alla Corte dove la locale sezione del CAI aveva CAI MORBEGNO 35
Come Divenni
Sciatore di Giovanni Donadelli
Erano circa gli anni 1932/33; mio padre faceva il sellaio e per questo era pratico di cuciture del cuoio. Conosceva il Signor Raimondo Persenico al quale cuciva le cinghie degli attacchi di sci che montava su quelli di sua recente produzione. Allora gli attacchi erano fatti con una piastra di metallo che veniva infilata in un foro a circa metà dello sci e poi piegata con un ferro speciale sulla forma dello scarpone (E’ il primo attacco a ganascia, denominato Huitfeld, pag.37, ndr). In questo foro passavano anche le cinghie che servivano per fissare lo scarpone stesso. Queste dovevano essere di cuoio doppio cucito, per eliminare il più possibile l’allungamento dovuto all’umidità. Mio padre, esperto in cuciture, aveva parecchio lavoro dalla Ditta Persenico, che insisteva perché mio padre nel 34 CAI MORBEGNO
La néef de febrée la gèla amò i pée, quèla marzolina la düra dala sira ala matina, la néef de april la düra gnanca un fiil, e quèla de macc l’è nöma quacc. negozio di selleria cominciasse a vendere i suoi sci, favorito dal fatto che in caso di rottura delle cinghie era in grado di ripararle. Un giorno finalmente mio padre si decise e la Ditta Persenico lasciò alcuni paia di sci in negozio. La vendita non era una cosa facile, occorreva anche essere in grado di insegnare ad usarli; chi sciava allora a Morbegno erano pochissimi signori che avevano fatto arrivare dalla Norvegia alcuni modelli di sci di un legno speciale, chiamato “hickory”, e anda-
vano a Davos a sciare. Quindi dovevamo imparare a sciare. Il primo esperimento lo feci io; mio padre mi diceva che per curvare bisognava inclinare gli sci di spigolo, ma … io facevo la curva … gli sci no. Ci venne in aiuto il papà del mio amico Sandrino Ciapponi che durante la guerra 15/18 era stato in un reparto di alpini sciatori e ci insegnò la curva a “telemark”; così fu che sapevamo qualcosa di più da insegnare ai nostri clienti. Poi la locale sezione fascista di Morbegno riuscì ad avere alcune paia di sci scartati dagli alpini che però a noi giovani andavano bene per esercitarci sui prati del “Piazzular” durante il sabato fascista. Era cominciata così l’era dello sci popolare. Attorno agli anni 1936/37 si cominciò ad andare alla Corte dove la locale sezione del CAI aveva CAI MORBEGNO 35
affittato dal prete di Sacco, Don Clerici, il locale retrostante alla chiesetta, gestito dal Signor Enos Moraschinelli con pranzi e pernottamenti. Credo di ricordare che circa negli anni 35/36 la Gioventù Italiana del Littorio (la GIL) organizzò un corso di sci a livello nazionale tra i distretti alpini, c’erano anche gli abruzzesi: per la provincia di Sondrio, Bassa Valle, eravamo il sottoscritto Giovanni Donadelli, Antonio Cornali, Gino Curtoni e Rocco Zugnoni. Lì imparammo il telemark, lo stem cristiania e il passo pattinato. Arrivati a Morbegno, alla prima nevicata, dopo il passaggio dello slittone spazzaneve, facevamo sfoggio della nostra abilità pattinando dalla Piazzetta dell’Orologio fino alla stazione ferroviaria, 36 CAI MORBEGNO
con grande meraviglia dei passanti. Gli scarponi di allora erano ancora chiodati, il che rendeva il bloccaggio sugli sci piuttosto difficile. Qualcuno cominciò, al posto dei chiodi, a cucire sotto la suola di cuoio una suola di gomma ricavata da vecchi copertoni di moto. Era già un bel progresso, tant’è che fecero così anche i nostri contadini sotto gli zoccoli di legno. Per avere scarponi moderni e funzionali si dovette attendere fino alla guerra di Grecia e Albania, dove finalmente ai reparti speciali furono dati in dotazione scarponi di cuoio alti, impermeabili, con la suola di gomma chiamata “vibram” (dal nome dell’alpinista Vitale Bramani che la brevettò, ndr). La prima esperienza con questi scarponi la fece il mio
amico Tom Cornali, al quale suo fratello aveva portato dall’Albania un paio di queste speciali calzature che collaudò in occasione della nostra partecipazione alla Staffetta Alpina del Vallo Littorio (vedi Album: cent’anni di alpinismo in Bassa Valtellina, ed. CAI Morbegno, 2002, pag. 51) nel tratto Cataeggio, Capanna Ponti, Passo di Cornarossa, Capanna Desio, rimanendo entusiasta della loro funzionalità. Ci colpì anche il particolare dei lacci che non erano più di cuoio, sempre rotti o slacciati, ma di cotone tubolare che tenevano perfettamente il nodo. Nel frattempo furono perfezionati anche gli attacchi con ganasce regolabili, cavi d’acciaio, molla nella talloniera e una leva di bloccaggio davanti alla punta
dello scarpone: i “kandahar”. Continuammo sempre ad andare alla Corte a sciare, tutte le domeniche, e alcune volte eravamo una cinquantina. Venne anche organizzata una gara di tipo sci alpinistico: dal Rifugio Corte al Piede di Olano e ritorno. Io ero il favorito, ma giunsi terzo; digerii a fatica lo smacco, anche perché i primi due arrivati erano sicuramente meno abili, specialmente in discesa. Si venne poi col tempo a sapere che loro due erano tornati indietro alle Terze Tagliate anziché raggiungere il Piede di Olano, come era stabilito nel tracciato di gara: ma allora le gare andavano anche un po’ sulla fiducia. Dal 1936 cominciammo ad andare con i miei amici sciatori nella casa di mia proprietà alle
Tagliate: da lì cominciò forse l’era della settimana bianca, perché nelle vacanze di Natale ci si fermava per cinque o sei giorni. Facevamo delle lunghe camminate con gli sci nella zona di Olano-Culino e, quando la neve lo permetteva, salivamo anche le cime. Naturalmente eravamo attrezzati. Oltre alla ferramenta per le eventuali riparazioni, avevamo punte per sci in alluminio che, in caso di rottura della punta, venivano bloccate con dei morsetti al moncone, così che potevamo tornare a casa senza gravi problemi. Queste punte erano davvero provvidenziali, perché una rottura in alta montagna poteva diventare una tragedia. Lo sci in seguito ebbe un vero boom sportivo e commerciale, ma questa è storia a tutti nota.
Nella pagina a fronte: escursione alla Motta di Olano nel 1939. Sopra: un’allegra comitiva alla Corte nel 1948 e lo schizzo dell’attacco Huitfeld. Nella pagina precedente: Giovanni Donadelli in azione sui pendii di Olano.
CAI MORBEGNO 37
affittato dal prete di Sacco, Don Clerici, il locale retrostante alla chiesetta, gestito dal Signor Enos Moraschinelli con pranzi e pernottamenti. Credo di ricordare che circa negli anni 35/36 la Gioventù Italiana del Littorio (la GIL) organizzò un corso di sci a livello nazionale tra i distretti alpini, c’erano anche gli abruzzesi: per la provincia di Sondrio, Bassa Valle, eravamo il sottoscritto Giovanni Donadelli, Antonio Cornali, Gino Curtoni e Rocco Zugnoni. Lì imparammo il telemark, lo stem cristiania e il passo pattinato. Arrivati a Morbegno, alla prima nevicata, dopo il passaggio dello slittone spazzaneve, facevamo sfoggio della nostra abilità pattinando dalla Piazzetta dell’Orologio fino alla stazione ferroviaria, 36 CAI MORBEGNO
con grande meraviglia dei passanti. Gli scarponi di allora erano ancora chiodati, il che rendeva il bloccaggio sugli sci piuttosto difficile. Qualcuno cominciò, al posto dei chiodi, a cucire sotto la suola di cuoio una suola di gomma ricavata da vecchi copertoni di moto. Era già un bel progresso, tant’è che fecero così anche i nostri contadini sotto gli zoccoli di legno. Per avere scarponi moderni e funzionali si dovette attendere fino alla guerra di Grecia e Albania, dove finalmente ai reparti speciali furono dati in dotazione scarponi di cuoio alti, impermeabili, con la suola di gomma chiamata “vibram” (dal nome dell’alpinista Vitale Bramani che la brevettò, ndr). La prima esperienza con questi scarponi la fece il mio
amico Tom Cornali, al quale suo fratello aveva portato dall’Albania un paio di queste speciali calzature che collaudò in occasione della nostra partecipazione alla Staffetta Alpina del Vallo Littorio (vedi Album: cent’anni di alpinismo in Bassa Valtellina, ed. CAI Morbegno, 2002, pag. 51) nel tratto Cataeggio, Capanna Ponti, Passo di Cornarossa, Capanna Desio, rimanendo entusiasta della loro funzionalità. Ci colpì anche il particolare dei lacci che non erano più di cuoio, sempre rotti o slacciati, ma di cotone tubolare che tenevano perfettamente il nodo. Nel frattempo furono perfezionati anche gli attacchi con ganasce regolabili, cavi d’acciaio, molla nella talloniera e una leva di bloccaggio davanti alla punta
dello scarpone: i “kandahar”. Continuammo sempre ad andare alla Corte a sciare, tutte le domeniche, e alcune volte eravamo una cinquantina. Venne anche organizzata una gara di tipo sci alpinistico: dal Rifugio Corte al Piede di Olano e ritorno. Io ero il favorito, ma giunsi terzo; digerii a fatica lo smacco, anche perché i primi due arrivati erano sicuramente meno abili, specialmente in discesa. Si venne poi col tempo a sapere che loro due erano tornati indietro alle Terze Tagliate anziché raggiungere il Piede di Olano, come era stabilito nel tracciato di gara: ma allora le gare andavano anche un po’ sulla fiducia. Dal 1936 cominciammo ad andare con i miei amici sciatori nella casa di mia proprietà alle
Tagliate: da lì cominciò forse l’era della settimana bianca, perché nelle vacanze di Natale ci si fermava per cinque o sei giorni. Facevamo delle lunghe camminate con gli sci nella zona di Olano-Culino e, quando la neve lo permetteva, salivamo anche le cime. Naturalmente eravamo attrezzati. Oltre alla ferramenta per le eventuali riparazioni, avevamo punte per sci in alluminio che, in caso di rottura della punta, venivano bloccate con dei morsetti al moncone, così che potevamo tornare a casa senza gravi problemi. Queste punte erano davvero provvidenziali, perché una rottura in alta montagna poteva diventare una tragedia. Lo sci in seguito ebbe un vero boom sportivo e commerciale, ma questa è storia a tutti nota.
Nella pagina a fronte: escursione alla Motta di Olano nel 1939. Sopra: un’allegra comitiva alla Corte nel 1948 e lo schizzo dell’attacco Huitfeld. Nella pagina precedente: Giovanni Donadelli in azione sui pendii di Olano.
CAI MORBEGNO 37
Riscaldamento globale C’è ancora chi lo nega o pensa che non sia colpa nostra di Riccardo Scotti*
I cambiamenti climatici stanno entrando in modo sempre più massiccio nella quotidianità di ognuno di noi. Da un lato i media sempre più pronti a cavalcare l’onda climatica, dall’altro, ben più importante, il tempo meteorologico e gli eventi climatici che interagiscono con la nostra società. Molto discutere ha fatto il rapporto 2007 dell’IPCC che, fra le pieghe di un documento esaustivo e completo, arriva ad una conclusione chiara e spietata: la terra si sta riscaldando e la causa di questo riscaldamento è con grande probabilità da attribuirsi all’attività umana, vedi emissione antropica di gas serra. La crescita continua delle emissioni di CO2, il principale gas serra, provocherà un aumento della temperatura del nostro pianeta entro il 2100 compresa fra 1,8° e 4° C in base al tasso di emissioni che attueremo nel futuro prossimo. Un segnale forte, chiaro e de38 CAI MORBEGNO
ciso da parte della stragrande maggioranza della comunità scientifica. Le evidenze che portano ad una conclusione così decisa sono molto chiare, decisamente più ragionevoli ed inattaccabili di molte altre scoperte scientifiche che hanno provocato notevoli interazioni con le abitudini di ognuno di noi, ad esempio nel campo alimentare. Purtroppo, però, le resistenze di fronte alla realtà che ci circonda e al futuro che ci attende sono sorprendentemente forti. Stupisce come, di fronte ad una schiacciante maggioranza di scienziati convinti dell’antropogenicità del cambiamento climatico, ci sia così tanta riluttanza nel cercare una soluzione comune. I cosiddetti “negazionisti” sono molto spesso economisti ancora volutamente inconsapevoli della obbligata limitatezza delle risorse terrestri, ingegneri sempre più convinti della supremazia della tecnologia sulla
natura e persino, ahimé, geologi certi di essere gli unici custodi del grande segreto delle glaciazioni. Di fronte a questa mia estrema, e forse un po’ volutamente maldestra generalizzazione, va riconosciuto come alcune fazioni si schierino per un semplice interesse economico: lobby petrolifere e relativi istituti pseudo-scientifici ben finanziati da queste ultime. Sorprende ancora di più l’atteggiamento di molte persone comuni, sostanzialmente disinteressate riguardo le conseguenti ricadute economiche del riscaldamento globale. I soliti luoghi comuni (“tutte balle, la colpa non è dell’uomo” oppure “cos’è tutto questo catastrofismo, ma non lo sapete che nel Medioevo faceva più caldo? E l’uomo non c’entrava nulla”) sono spesso appoggiate da teorie cosiddette “alternative” del tutto superate, confutate o addirittura rinnegate da diversi anni daCAI MORBEGNO 39
Riscaldamento globale C’è ancora chi lo nega o pensa che non sia colpa nostra di Riccardo Scotti*
I cambiamenti climatici stanno entrando in modo sempre più massiccio nella quotidianità di ognuno di noi. Da un lato i media sempre più pronti a cavalcare l’onda climatica, dall’altro, ben più importante, il tempo meteorologico e gli eventi climatici che interagiscono con la nostra società. Molto discutere ha fatto il rapporto 2007 dell’IPCC che, fra le pieghe di un documento esaustivo e completo, arriva ad una conclusione chiara e spietata: la terra si sta riscaldando e la causa di questo riscaldamento è con grande probabilità da attribuirsi all’attività umana, vedi emissione antropica di gas serra. La crescita continua delle emissioni di CO2, il principale gas serra, provocherà un aumento della temperatura del nostro pianeta entro il 2100 compresa fra 1,8° e 4° C in base al tasso di emissioni che attueremo nel futuro prossimo. Un segnale forte, chiaro e de38 CAI MORBEGNO
ciso da parte della stragrande maggioranza della comunità scientifica. Le evidenze che portano ad una conclusione così decisa sono molto chiare, decisamente più ragionevoli ed inattaccabili di molte altre scoperte scientifiche che hanno provocato notevoli interazioni con le abitudini di ognuno di noi, ad esempio nel campo alimentare. Purtroppo, però, le resistenze di fronte alla realtà che ci circonda e al futuro che ci attende sono sorprendentemente forti. Stupisce come, di fronte ad una schiacciante maggioranza di scienziati convinti dell’antropogenicità del cambiamento climatico, ci sia così tanta riluttanza nel cercare una soluzione comune. I cosiddetti “negazionisti” sono molto spesso economisti ancora volutamente inconsapevoli della obbligata limitatezza delle risorse terrestri, ingegneri sempre più convinti della supremazia della tecnologia sulla
natura e persino, ahimé, geologi certi di essere gli unici custodi del grande segreto delle glaciazioni. Di fronte a questa mia estrema, e forse un po’ volutamente maldestra generalizzazione, va riconosciuto come alcune fazioni si schierino per un semplice interesse economico: lobby petrolifere e relativi istituti pseudo-scientifici ben finanziati da queste ultime. Sorprende ancora di più l’atteggiamento di molte persone comuni, sostanzialmente disinteressate riguardo le conseguenti ricadute economiche del riscaldamento globale. I soliti luoghi comuni (“tutte balle, la colpa non è dell’uomo” oppure “cos’è tutto questo catastrofismo, ma non lo sapete che nel Medioevo faceva più caldo? E l’uomo non c’entrava nulla”) sono spesso appoggiate da teorie cosiddette “alternative” del tutto superate, confutate o addirittura rinnegate da diversi anni daCAI MORBEGNO 39
gli stessi autori (!), ma tenute in vita da numerosi siti web attraverso svariate pubblicazionie scuole di pensiero che cavalcano questa piccola moda negazionistica. Si tende a confondere l’ottimismo con uno scetticismo che fa molto comodo sia dal punto di vista psicologico che economico. Per quanto riguarda le persone di mezza età, è inconsciamente molto più facile rifiutare il fatto di essere, e di esser stati per anni, in qualche modo complici inconsapevo-
li del cambiamento climatico; per i giovani e giovanissimi entrano spesso in gioco il fascino trasgressivo dell’andare contro l’opinione comune, della ricerca spasmodica del complotto e la difficoltà a rinunciare al proprio sviluppo (o a limitarlo in qualche modo) per una causa apparentemente banale come la temperatura dell’aria. Uno dei cavalli di battaglia negazionistici è la mancanza di “prove certe” dell’influenza dell’uomo sul clima. Una mancanza sostanzialmente obbliga-
Temperatura
350 300 250
Anidride carbonica (ppmv)
400
Concentrazione di CO2
Variazione temperatura °C
200 2 0 -2 -4 -6 -8 -10
400
350
300
250
200
150
100
50
0
Migliaia di anni
La ricostruzione della concetrazione di CO2 e temperatura dell’aria basata sui dati ricavati dalle carote di Ghiaccio dell’Antartide. Evidentissima la stretta relazione fra i due parametri e l’anomalia nella concentrazione di CO2 degli ultimi 150 anni. Grafico Michael Ernst, the Woods Hole Research.
40 CAI MORBEGNO
ta, visto che è fisicamente impossibile tornare al ‘700 e bloccare la rivoluzione industriale per avere la controprova. In assenza di queste fantomatiche “prove” c’è un sospetto piuttosto interessante svelatoci dalle carote di ghiaccio dell’Antartide che ci consentono di conoscere temperatura e concentrazione di CO2 negli ultimi 400.000 anni. Il rapporto fra le due è stretto, strettissimo: motivazioni astronomiche e geologiche su lunghi periodi hanno provocato più volte lievi incrementi di temperatura che hanno a loro volta causato un incremento di CO2 pt, innescando a questo punto un circolo vizioso dovuto principalmente alla minor capacità degli oceani di immagazzinare CO2 quando la temperatura dell’acqua tende ad aumentare. Una volta avviato il meccanismo, le elevate concentrazioni di CO2 incrementano a tal punto l’effetto serra da mantenere alte le temperature per molto tempo permettendo in questo modo i periodi cosiddetti interglaciali. La normale variabilità e ciclicità di questo sistema è ben evi-
In alto: 27 ottobre 2007, tipico tramonto autunnale dalla vetta della Grignetta. A sinistra: il Ghiacciaio del Forno in Val Bregaglia sta subendo, come gli altri, un drastico ritiro a causa dell’aumento delle temperature.
CAI MORBEGNO 41
gli stessi autori (!), ma tenute in vita da numerosi siti web attraverso svariate pubblicazionie scuole di pensiero che cavalcano questa piccola moda negazionistica. Si tende a confondere l’ottimismo con uno scetticismo che fa molto comodo sia dal punto di vista psicologico che economico. Per quanto riguarda le persone di mezza età, è inconsciamente molto più facile rifiutare il fatto di essere, e di esser stati per anni, in qualche modo complici inconsapevo-
li del cambiamento climatico; per i giovani e giovanissimi entrano spesso in gioco il fascino trasgressivo dell’andare contro l’opinione comune, della ricerca spasmodica del complotto e la difficoltà a rinunciare al proprio sviluppo (o a limitarlo in qualche modo) per una causa apparentemente banale come la temperatura dell’aria. Uno dei cavalli di battaglia negazionistici è la mancanza di “prove certe” dell’influenza dell’uomo sul clima. Una mancanza sostanzialmente obbliga-
Temperatura
350 300 250
Anidride carbonica (ppmv)
400
Concentrazione di CO2
Variazione temperatura °C
200 2 0 -2 -4 -6 -8 -10
400
350
300
250
200
150
100
50
0
Migliaia di anni
La ricostruzione della concetrazione di CO2 e temperatura dell’aria basata sui dati ricavati dalle carote di Ghiaccio dell’Antartide. Evidentissima la stretta relazione fra i due parametri e l’anomalia nella concentrazione di CO2 degli ultimi 150 anni. Grafico Michael Ernst, the Woods Hole Research.
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ta, visto che è fisicamente impossibile tornare al ‘700 e bloccare la rivoluzione industriale per avere la controprova. In assenza di queste fantomatiche “prove” c’è un sospetto piuttosto interessante svelatoci dalle carote di ghiaccio dell’Antartide che ci consentono di conoscere temperatura e concentrazione di CO2 negli ultimi 400.000 anni. Il rapporto fra le due è stretto, strettissimo: motivazioni astronomiche e geologiche su lunghi periodi hanno provocato più volte lievi incrementi di temperatura che hanno a loro volta causato un incremento di CO2 pt, innescando a questo punto un circolo vizioso dovuto principalmente alla minor capacità degli oceani di immagazzinare CO2 quando la temperatura dell’acqua tende ad aumentare. Una volta avviato il meccanismo, le elevate concentrazioni di CO2 incrementano a tal punto l’effetto serra da mantenere alte le temperature per molto tempo permettendo in questo modo i periodi cosiddetti interglaciali. La normale variabilità e ciclicità di questo sistema è ben evi-
In alto: 27 ottobre 2007, tipico tramonto autunnale dalla vetta della Grignetta. A sinistra: il Ghiacciaio del Forno in Val Bregaglia sta subendo, come gli altri, un drastico ritiro a causa dell’aumento delle temperature.
CAI MORBEGNO 41
Sopra: 18 settembre 2006, arcobaleno doppio all’imbocco della Val d’Arigna.
denziata nella figura di pag.40. Ciclicità evidentemente e bruscamente interrotta intorno al 1800, guarda caso in corrispondenza della prima rivoluzione industriale e dell’inizio del consumo di combustibili fossili. La concentrazione di CO2 in 400.000 anni non aveva mai superato le 300 ppmv e negli ultimi 1000 non si era mai mossa dalle 280 ppmv. In soli 200 anni siamo stati in grado di portarla fino alle 384 ppmv attuali, valore evidentemente al di fuori della ciclicità naturale. Stante l’assodata capacità della CO2 di incrementare l’effetto serra e di conseguenza le temperature, uno stravolgimento tanto violento quanto rapido non può che portare a conseguenze molto importanti sul clima terrestre. Una delle più banali opinioni comuni è la mancanza di fatti concreti che corroborino queste presunte 42 CAI MORBEGNO
“teorie scientifiche”. Il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che effettivamente la terra ha iniziato a riscaldarsi proprio in concomitanza con l’aumento della CO2 a metà dell’800. La temperatura sta continuando ad aumentare a ritmi sempre più sostenuti, così come aumenta pure il tasso di incremento della CO2 nell’atmosfera. Negli ultimi anni sono stati raggiunti, e molto probabilmente superati, i valori termici del tanto mitizzato optimum climatico medioevale. Addirittura sembra si sia già in procinto di superare le temperature dell’optimum climatico olocenico (5.000-6.000 anni fa). Le previsioni per i prossimi decenni tengono conto ovviamente dell’incapacità della nostra società di provare a porre rimedio a questa situazione. Gli scenari per il futuro mostrano, infatti, diverse possi-
Sotto: inverno in Engadina, il lago di Sils da Plaun da Lej.
bilità di ulteriori incrementi di gas serra che provocherebbero un conseguente ulteriore aumento termico compreso fra gli 1,8°C e i 4°C. Le conseguenze sulla nostra società sarebbero veramente imponenti: l’aumento del livello del mare, dovuto all’espansione termica degli oceani ed alla fusione del ghiaccio delle grandi calotte, metterà in pericolo la sopravvivenza di milioni di persone lungo le coste di tutto il mondo. Gran parte delle specie animali e vegetali non riuscirà ad adattarsi ad un cambiamento così rapido. Le Alpi si devono ancora mettere in equilibrio con i rapidi incrementi termici degli ultimi anni tanto che, stante il clima attuale, in Lombardia la neve non riesce da anni a resistere a fine stagione sotto i 3500 m. Questo signi-
fica che la stragrande maggioranza dei ghiacciai lombardi è, già oggi, un cosiddetto “fossile climatico”, qualcosa di simile ad un cubetto di ghiaccio tolto dal freezer in estate. Facile comprendere come un ulteriore incremento termico possa provocarne la completa scomparsa nel giro di pochi decenni. Un aumento termico così consistente avrebbe implicazioni pesantissime sul regime nivometeorologico, tanto che le difficoltà già presenti nel comparto del turismo invernale diventerebbero del tutto insormontabili. Il realismo della comunità scientifica, spesso spacciato per catastrofismo o allarmismo, è quindi, a mio modo di vedere, del tutto giustificato. Occorre far notare come molto spesso negli ultimi tempi i media si stiano lasciando prendere la mano mettendo in relazione ogni normale evento meteorologico con il riscaldamento globale. È pur vero, però, che un peccato di esagerazione non significa, come vorrebbero molti, che la verità stia dalla parte opposta. Del resto, soprattutto in Italia, stante la gravissima carenza di educazione scientifica e soprattutto meteoclimatologica, risulta difficile proporre queste problematiche senza ottenere risposte politiche del tutto inadeguate. A tal proposito è entrata nella storia l’intervista televisiva di un poco noto vice-ministro dell’Ambiente italiano che nel 2005 ha spiegato il regresso dei ghiacciai italiani non a causa dell’aumento delle temperature atmosferiche, ma del calore corporeo dei turisti e degli alpinisti che frequentano la montagna. CAI MORBEGNO 43
Sopra: 18 settembre 2006, arcobaleno doppio all’imbocco della Val d’Arigna.
denziata nella figura di pag.40. Ciclicità evidentemente e bruscamente interrotta intorno al 1800, guarda caso in corrispondenza della prima rivoluzione industriale e dell’inizio del consumo di combustibili fossili. La concentrazione di CO2 in 400.000 anni non aveva mai superato le 300 ppmv e negli ultimi 1000 non si era mai mossa dalle 280 ppmv. In soli 200 anni siamo stati in grado di portarla fino alle 384 ppmv attuali, valore evidentemente al di fuori della ciclicità naturale. Stante l’assodata capacità della CO2 di incrementare l’effetto serra e di conseguenza le temperature, uno stravolgimento tanto violento quanto rapido non può che portare a conseguenze molto importanti sul clima terrestre. Una delle più banali opinioni comuni è la mancanza di fatti concreti che corroborino queste presunte 42 CAI MORBEGNO
“teorie scientifiche”. Il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che effettivamente la terra ha iniziato a riscaldarsi proprio in concomitanza con l’aumento della CO2 a metà dell’800. La temperatura sta continuando ad aumentare a ritmi sempre più sostenuti, così come aumenta pure il tasso di incremento della CO2 nell’atmosfera. Negli ultimi anni sono stati raggiunti, e molto probabilmente superati, i valori termici del tanto mitizzato optimum climatico medioevale. Addirittura sembra si sia già in procinto di superare le temperature dell’optimum climatico olocenico (5.000-6.000 anni fa). Le previsioni per i prossimi decenni tengono conto ovviamente dell’incapacità della nostra società di provare a porre rimedio a questa situazione. Gli scenari per il futuro mostrano, infatti, diverse possi-
Sotto: inverno in Engadina, il lago di Sils da Plaun da Lej.
bilità di ulteriori incrementi di gas serra che provocherebbero un conseguente ulteriore aumento termico compreso fra gli 1,8°C e i 4°C. Le conseguenze sulla nostra società sarebbero veramente imponenti: l’aumento del livello del mare, dovuto all’espansione termica degli oceani ed alla fusione del ghiaccio delle grandi calotte, metterà in pericolo la sopravvivenza di milioni di persone lungo le coste di tutto il mondo. Gran parte delle specie animali e vegetali non riuscirà ad adattarsi ad un cambiamento così rapido. Le Alpi si devono ancora mettere in equilibrio con i rapidi incrementi termici degli ultimi anni tanto che, stante il clima attuale, in Lombardia la neve non riesce da anni a resistere a fine stagione sotto i 3500 m. Questo signi-
fica che la stragrande maggioranza dei ghiacciai lombardi è, già oggi, un cosiddetto “fossile climatico”, qualcosa di simile ad un cubetto di ghiaccio tolto dal freezer in estate. Facile comprendere come un ulteriore incremento termico possa provocarne la completa scomparsa nel giro di pochi decenni. Un aumento termico così consistente avrebbe implicazioni pesantissime sul regime nivometeorologico, tanto che le difficoltà già presenti nel comparto del turismo invernale diventerebbero del tutto insormontabili. Il realismo della comunità scientifica, spesso spacciato per catastrofismo o allarmismo, è quindi, a mio modo di vedere, del tutto giustificato. Occorre far notare come molto spesso negli ultimi tempi i media si stiano lasciando prendere la mano mettendo in relazione ogni normale evento meteorologico con il riscaldamento globale. È pur vero, però, che un peccato di esagerazione non significa, come vorrebbero molti, che la verità stia dalla parte opposta. Del resto, soprattutto in Italia, stante la gravissima carenza di educazione scientifica e soprattutto meteoclimatologica, risulta difficile proporre queste problematiche senza ottenere risposte politiche del tutto inadeguate. A tal proposito è entrata nella storia l’intervista televisiva di un poco noto vice-ministro dell’Ambiente italiano che nel 2005 ha spiegato il regresso dei ghiacciai italiani non a causa dell’aumento delle temperature atmosferiche, ma del calore corporeo dei turisti e degli alpinisti che frequentano la montagna. CAI MORBEGNO 43
°C
serie così lunga (142 anni!) è in grado di dare un certo peso alle nostre considerazioni riguardo gli eccezionali eventi meteorologici degli ultimi anni. In questo modestissimo lasso temporale, in una tendenza continua di innalzamento delle temperature, particolarmente evidente dalla seconda metà degli anni 80, abbiamo vissuto diversi eventi da ricordare e certamente mai visti prima, almeno dal 1864.
2004
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Serie 1864-2007 - dati Meteoswiss elaborazione R.Scotti
1864
6,0 5,5 5,0 4,5 4,0 3,5 3,0 2,5 2,0 1,5 1,0 0,5 0,0 -0,5 -1,0 -1,5 -2,0 -2,5 -3,0 -3,5
Nella foto: 30 marzo 2001, lago di Pescegallo, l’asta graduata, all’esterno della casa dei guardiani della diga, segna 3 m di accumulo di neve.
Temperatura aprile Sils Maria 1798 m
anni
Temperature medie annuali Sils Maria 1798 m
°C
Serie 1864-2006 - dati Meteoswiss elaborazione R.Scotti
3,5 3,0 2,5 2,0 1,5 1,0 0,5
2004
1999
1994
1989
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1974
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1964
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1949
1944
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1934
1929
1924
1917
1914
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1904
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0,0 anni
Precipitazioni annuali Sils Maria 1798 m
mm 1800 1700 1600 1500 1400 1300 1200 1100 1000 900 800 700 600 500 400
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Serie 1864-2006 - dati Meteoswiss elaborazione R.Scotti
anni
Temperatura estiva Sils Maria 1798 m
°C
Serie 1864-2007 - dati Meteoswiss elaborazione R.Scotti
14,0 13,5 13,0 12,5 12,0 11,5 11,0 10,5 10,0 9,5 9,0 8,5 8,0
anni
44 CAI MORBEGNO
1954
1949
1944
1939
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1929
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1917
1914
1909
1904
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1889
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1874
1869
1864
7,5
2000-2007 Sette anni di clima estremo nelle Alpi lombarde L’osservazione dei fenomeni atmosferici e l’interazione di questi ultimi con territorio è certamente esplosa negli ultimi anni grazie all’avvento di internet. La rete ci mette a disposizione un volume di dati, di immagini e di osservazioni del tutto inimmaginabile solo 10 anni or sono. Web cam da ogni località alpina, stazioni meteo che trasmettono temperatura e precipitazioni in diretta, serie storiche di dati meteorologici, il confronto e la rapida diffusone delle informazioni fra gli appassionati hanno rivoluzionato l’approccio al tempo atmosferico. Questa valanga di input è sicuramente di grande importanza,
ma, per risultare utile nell’ambito della storia recente del clima, va obbligatoriamente correlata con i rilievi meteorologici del passato. Operazione questa estremamente complessa e faticosa che non sembra essere molto attraente per i meteoappassionati assetati di dati “usa e getta” in tempo reale. Giustamente occorre rimarcare il fatto che questo compito dovrebbe essere un dovere delle istituzioni statali, come accade in tutti i paesi europei. Non in Italia, o meglio, di certo non in Lombardia, dove le ricostruzioni e le omogeneizzazioni delle serie storiche locali sono lasciate agli appassionati o ad estemporanee e mal coordinate iniziative accademiche. Così nella nostra provincia non è possibile comprendere appie-
no l’evolversi del clima su scala quantomeno secolare stante il totale disordine delle scalcinate serie storiche. Conseguentemente questa situazione non ci permette una chiara ed esaustiva comprensione dell’intensità degli eventi atmosferici che colpiscono le nostre zone. Fortunatamente, in un’analisi di lungo periodo, i parametri di precipitazione e, soprattutto, di temperatura diventano arealmente piuttosto omogenei colmando in parte questa lacuna. Questo ci permette di sfruttare l’eccezionale serie storica di Sils/Maria (nella pagina a fronte) dove, dal gennaio 1864, vengono rilevati quotidianamente i dati meteorologici, di estendere l’analisi dei suoi dati alla nostra provincia. Solo una
2000/2001 L’anno della grande neve L’anomalia climatica inizia ad esprimersi nell’estate del 2000 quando due eventi nevosi di rara intensità portano la neve fino a 1500 m, con accumuli importanti sopra i 3000 m. L’autunno seguente una impressionamene serie di perturbazioni atlantiche porta accumuli pluviometrici importantissimi in tutta la provincia, il novembre 2000 con 391 mm diventa “temporaneamente” il mese più piovoso a Sils. Presso il Lago di Scais, fra ottobre e novembre, cadono 1437 mm di pioggia; 897 mm nel solo mese di novembre al Lago di Pescegallo, valori straordinari anche per le classicamente piovose Alpi Orobie. L’Atlantico produce perturbazioni in continuazione fino a maggio, tanto che la stagione di accumulo sui ghiacciai (ottobre-maggio) diventa di gran lunga la più abbondante della serie. A Sils cade il doppio dei mm di pioggia attesi, in alta quota i ghiacciai sono sommersi da 4-10 metri di neve al suoCAI MORBEGNO 45
°C
serie così lunga (142 anni!) è in grado di dare un certo peso alle nostre considerazioni riguardo gli eccezionali eventi meteorologici degli ultimi anni. In questo modestissimo lasso temporale, in una tendenza continua di innalzamento delle temperature, particolarmente evidente dalla seconda metà degli anni 80, abbiamo vissuto diversi eventi da ricordare e certamente mai visti prima, almeno dal 1864.
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Serie 1864-2007 - dati Meteoswiss elaborazione R.Scotti
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Nella foto: 30 marzo 2001, lago di Pescegallo, l’asta graduata, all’esterno della casa dei guardiani della diga, segna 3 m di accumulo di neve.
Temperatura aprile Sils Maria 1798 m
anni
Temperature medie annuali Sils Maria 1798 m
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Serie 1864-2006 - dati Meteoswiss elaborazione R.Scotti
3,5 3,0 2,5 2,0 1,5 1,0 0,5
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Precipitazioni annuali Sils Maria 1798 m
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Temperatura estiva Sils Maria 1798 m
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Serie 1864-2007 - dati Meteoswiss elaborazione R.Scotti
14,0 13,5 13,0 12,5 12,0 11,5 11,0 10,5 10,0 9,5 9,0 8,5 8,0
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2000-2007 Sette anni di clima estremo nelle Alpi lombarde L’osservazione dei fenomeni atmosferici e l’interazione di questi ultimi con territorio è certamente esplosa negli ultimi anni grazie all’avvento di internet. La rete ci mette a disposizione un volume di dati, di immagini e di osservazioni del tutto inimmaginabile solo 10 anni or sono. Web cam da ogni località alpina, stazioni meteo che trasmettono temperatura e precipitazioni in diretta, serie storiche di dati meteorologici, il confronto e la rapida diffusone delle informazioni fra gli appassionati hanno rivoluzionato l’approccio al tempo atmosferico. Questa valanga di input è sicuramente di grande importanza,
ma, per risultare utile nell’ambito della storia recente del clima, va obbligatoriamente correlata con i rilievi meteorologici del passato. Operazione questa estremamente complessa e faticosa che non sembra essere molto attraente per i meteoappassionati assetati di dati “usa e getta” in tempo reale. Giustamente occorre rimarcare il fatto che questo compito dovrebbe essere un dovere delle istituzioni statali, come accade in tutti i paesi europei. Non in Italia, o meglio, di certo non in Lombardia, dove le ricostruzioni e le omogeneizzazioni delle serie storiche locali sono lasciate agli appassionati o ad estemporanee e mal coordinate iniziative accademiche. Così nella nostra provincia non è possibile comprendere appie-
no l’evolversi del clima su scala quantomeno secolare stante il totale disordine delle scalcinate serie storiche. Conseguentemente questa situazione non ci permette una chiara ed esaustiva comprensione dell’intensità degli eventi atmosferici che colpiscono le nostre zone. Fortunatamente, in un’analisi di lungo periodo, i parametri di precipitazione e, soprattutto, di temperatura diventano arealmente piuttosto omogenei colmando in parte questa lacuna. Questo ci permette di sfruttare l’eccezionale serie storica di Sils/Maria (nella pagina a fronte) dove, dal gennaio 1864, vengono rilevati quotidianamente i dati meteorologici, di estendere l’analisi dei suoi dati alla nostra provincia. Solo una
2000/2001 L’anno della grande neve L’anomalia climatica inizia ad esprimersi nell’estate del 2000 quando due eventi nevosi di rara intensità portano la neve fino a 1500 m, con accumuli importanti sopra i 3000 m. L’autunno seguente una impressionamene serie di perturbazioni atlantiche porta accumuli pluviometrici importantissimi in tutta la provincia, il novembre 2000 con 391 mm diventa “temporaneamente” il mese più piovoso a Sils. Presso il Lago di Scais, fra ottobre e novembre, cadono 1437 mm di pioggia; 897 mm nel solo mese di novembre al Lago di Pescegallo, valori straordinari anche per le classicamente piovose Alpi Orobie. L’Atlantico produce perturbazioni in continuazione fino a maggio, tanto che la stagione di accumulo sui ghiacciai (ottobre-maggio) diventa di gran lunga la più abbondante della serie. A Sils cade il doppio dei mm di pioggia attesi, in alta quota i ghiacciai sono sommersi da 4-10 metri di neve al suoCAI MORBEGNO 45
Un’altra calda e asciutta giornata ottobrina se ne va.
lo di origine diretta, nelle Orobie la sommatoria delle singole nevicate a 2500 m è stimata in 35-40 m. Novembre 2002, il mese più piovoso di sempre L’autunno e l’inverno successivi (anno idrologico 2001/2002) si dimostrano secchissimi e freddi, la prima vera neve arriva addirittura il 17 febbraio. L’Atlantico, prima di scomparire quasi completamente dallo scacchiere barico italiano, ha ancora due sussulti, e che sussulti: il primo fra maggio e giugno del 2002 ed il secondo, decisamente più intenso, nel novembre dello stesso anno. Nella seconda metà di questo mese 46 CAI MORBEGNO
due perturbazioni di impressionamene intensità generano un effetto sbarramento (stau) a sud delle Alpi che è in grado di apportare qualcosa come 1224 mm di pioggia in 18 giorni al Lago di Trona in Val Gerola. Pur senza averne la certezza, è lecito considerare questo mese come il più piovoso nelle Alpi Lombarde almeno dalla metà dell’ottocento. Di certo lo è a Sils dove il record del novembre 2000 viene battuto grazie ad un accumulo di 454,7 mm. Tanta pioggia in pochi giorni non può non provocare gravi problemi al territorio: sfiorata l’esondazione dell’Adda, numerose sono le colate di fango e detriti, le più problematiche
ad Albaredo e a Dubino. Estate 2003, una normale estate del XXI secolo? Dopo quest’ultima sfuriata atlantica le cose cambiano in modo piuttosto radicale, piove poco ed il profilo termico inizia a far parlare di sé. Segue infatti l’estate del 2003. Fortunatamente essendo un evento non troppo datato, si può far lavorare la memoria e sicuramente ognuno di noi saprà rapportarsi all’intensità e all’enormità del caldo di quella estate. Da maggio a settembre si battono tutti i record di temperatura, il ben noto 11 agosto nel Nord Italia e in Europa fa la storia della climatologia. Son-
drio raggiunge i 40,0°C mentre a Grono, nella vicinissima Val Mesolcina, il termometro arriva addirittura a 41,5°C, superando di ben 1,5°C il record precedente per l’intera Confederazione Elvetica. Le ondate di calore si susseguono senza sosta, alimentate dal persistente anticiclone subtropicale che fà volare anche le medie mensili, agosto diventa il mese più caldo di sempre a Sils. La vegetazione spontanea, le colture, e soprattutto i ghiacciai, subiscono danni estremamente gravi. 2004 e 2005, Föhn e caldo Dopo l’estate 2003, il clima sembra volersi dare una regolata, ricomincia a nevicare con
regolarità, ma solo nelle Orobie. Le temperature non fanno più discutere per qualche mese. Mentre nell’estate 2004 le precipitazioni iniziano a venir meno: sono i primi segnali di una crisi che ancora oggi, a 3 anni di distanza, non può dirsi conclusa. L’inverno successivo verrà ricordato per la scarsità di neve e per le intensissime e prolungate tempeste di Föhn. Fra gennaio e marzo 2005 ad Andalo si contano ben 29 giorni con effetto favonico, praticamente un giorno su tre. Il deficit pluviometrico si accresce sempre di più, stante la latitanza delle perturbazioni atlantiche. L’estate 2005 si dimostra an-
cora una volta molto calda soprattutto nella sua prima metà, con picchi di temperatura superiori ai 35°C. Il freddo e la neve dell’inverno 2005/2006 L’inverno successivo dà uno scossone alla “meteo-noia”, grazie soprattutto alle numerose nevicate fin sul fondovalle. La prima neve arriva il 25-26 novembre, si replica il 29 e nuovamente il 2-3 ed il 27 dicembre. Ad arricchire un inverno già di per sé freddo e nevoso, arriva la grande nevicata del 27 gennaio. Un evento meteorologico di grande rilevanza, inserito in un inverno d’altri tempi per la costanza CAI MORBEGNO 47
Un’altra calda e asciutta giornata ottobrina se ne va.
lo di origine diretta, nelle Orobie la sommatoria delle singole nevicate a 2500 m è stimata in 35-40 m. Novembre 2002, il mese più piovoso di sempre L’autunno e l’inverno successivi (anno idrologico 2001/2002) si dimostrano secchissimi e freddi, la prima vera neve arriva addirittura il 17 febbraio. L’Atlantico, prima di scomparire quasi completamente dallo scacchiere barico italiano, ha ancora due sussulti, e che sussulti: il primo fra maggio e giugno del 2002 ed il secondo, decisamente più intenso, nel novembre dello stesso anno. Nella seconda metà di questo mese 46 CAI MORBEGNO
due perturbazioni di impressionamene intensità generano un effetto sbarramento (stau) a sud delle Alpi che è in grado di apportare qualcosa come 1224 mm di pioggia in 18 giorni al Lago di Trona in Val Gerola. Pur senza averne la certezza, è lecito considerare questo mese come il più piovoso nelle Alpi Lombarde almeno dalla metà dell’ottocento. Di certo lo è a Sils dove il record del novembre 2000 viene battuto grazie ad un accumulo di 454,7 mm. Tanta pioggia in pochi giorni non può non provocare gravi problemi al territorio: sfiorata l’esondazione dell’Adda, numerose sono le colate di fango e detriti, le più problematiche
ad Albaredo e a Dubino. Estate 2003, una normale estate del XXI secolo? Dopo quest’ultima sfuriata atlantica le cose cambiano in modo piuttosto radicale, piove poco ed il profilo termico inizia a far parlare di sé. Segue infatti l’estate del 2003. Fortunatamente essendo un evento non troppo datato, si può far lavorare la memoria e sicuramente ognuno di noi saprà rapportarsi all’intensità e all’enormità del caldo di quella estate. Da maggio a settembre si battono tutti i record di temperatura, il ben noto 11 agosto nel Nord Italia e in Europa fa la storia della climatologia. Son-
drio raggiunge i 40,0°C mentre a Grono, nella vicinissima Val Mesolcina, il termometro arriva addirittura a 41,5°C, superando di ben 1,5°C il record precedente per l’intera Confederazione Elvetica. Le ondate di calore si susseguono senza sosta, alimentate dal persistente anticiclone subtropicale che fà volare anche le medie mensili, agosto diventa il mese più caldo di sempre a Sils. La vegetazione spontanea, le colture, e soprattutto i ghiacciai, subiscono danni estremamente gravi. 2004 e 2005, Föhn e caldo Dopo l’estate 2003, il clima sembra volersi dare una regolata, ricomincia a nevicare con
regolarità, ma solo nelle Orobie. Le temperature non fanno più discutere per qualche mese. Mentre nell’estate 2004 le precipitazioni iniziano a venir meno: sono i primi segnali di una crisi che ancora oggi, a 3 anni di distanza, non può dirsi conclusa. L’inverno successivo verrà ricordato per la scarsità di neve e per le intensissime e prolungate tempeste di Föhn. Fra gennaio e marzo 2005 ad Andalo si contano ben 29 giorni con effetto favonico, praticamente un giorno su tre. Il deficit pluviometrico si accresce sempre di più, stante la latitanza delle perturbazioni atlantiche. L’estate 2005 si dimostra an-
cora una volta molto calda soprattutto nella sua prima metà, con picchi di temperatura superiori ai 35°C. Il freddo e la neve dell’inverno 2005/2006 L’inverno successivo dà uno scossone alla “meteo-noia”, grazie soprattutto alle numerose nevicate fin sul fondovalle. La prima neve arriva il 25-26 novembre, si replica il 29 e nuovamente il 2-3 ed il 27 dicembre. Ad arricchire un inverno già di per sé freddo e nevoso, arriva la grande nevicata del 27 gennaio. Un evento meteorologico di grande rilevanza, inserito in un inverno d’altri tempi per la costanza CAI MORBEGNO 47
delle basse temperature e per la durata della neve al suolo nel fondovalle (circa 100 giorni consecutivi). Il fondovalle è sommerso da 80 cm di neve fresca caduti in un solo giorno, mentre l’Alta Valtellina è quasi del tutto saltata, tanto che in Valfurva l’accumulo non supera i 2 cm. Per ritrovare una nevicata di questa intensità per il fondovalle valtellinese occorre tornare al “mitico” gennaio 1985.
record, rendendo molto difficile la vita ai tanti detrattori del cambiamento climatico. Fortunatamente le temperature calano gradualmente durante l’estate che, nonostante tutto, risulta piuttosto calda. Lo testimoniamo i ghiacciai, fedeli indicatori del clima che cambia: le perdite di spessore vanno dai 5-6 m delle zone frontali al metro dei bacini di accumulo a quote superiori ai 3300 m. Valori del tutto paragonabili a quelli rilevati nella stagione 2003.
Le eccezionali anomalie termiche del 2006/2007 Il luglio successivo mostra ancora i caratteri dell’eccezionalità per le alte temperature. Il mese risulta il terzo in assoluto più caldo dell’intera serie di Sils, riproponendo, fortunatamente per solo un mese, gli scenari del 2003. È solo l’inizio di una marcatissima anomalia climatica che prende il via nel settembre del 2006 e si concluderà solo nell’agosto del 2007. Le anomalie sono talmente marcate che quasi tutti i mesi non solo si rivelano più caldi della norma, ma addirittura fra i più caldi di sempre. L’escalation lascia stupefatti: settembre il sesto più caldo della seNelle foto: Morbegno sotto una delle nevicate del dicembre 2005. Sopra, piazza “Cappuccini” , nella pagina a fronte, la statua di San Giovanni Nepomuceno sul ponte del Bitto.
48 CAI MORBEGNO
rie di Sils, ottobre e novembre si piazzano al terzo posto delle rispettive classifiche. Di conseguenza l’autunno 2006 diventa il più caldo, almeno dal 1864. Stessa sorte anche per il gennaio 2007, “arricchito” da alcuni eventi particolarmente interessanti. Difficile infatti dimenticare l’episodio favonico del giorno 19 quando nel fondovalle la temperatura è schizzata sopra i 20°C raggiungendo il valore record di 24,8°C ad Andalo. Anche il trimestre invernale diventa il più caldo di sempre.
Importante rimarcare la differenza di anomalia con l’inverno precedente (2005/2006), pur freddo, ma neppure lontanamente paragonabile al suo successivo. L’anomalia continua con il sesto febbraio più caldo, per poi culminare con il mese di aprile. Un mese che difficilmente sarà entrato nella memoria popolare, visto che il caldo in aprile non fa male come il caldo di agosto e neppure diventa eclatante come il caldo di gennaio. Nonostante la difficile percezione fisica e psicologica, rimane un’ano-
malia termica e pluviometrica spaventosa. Il mese chiude a Sils con ben 5,2°C sopra la media. È l’anomalia a scala mensile più marcata degli ultimi 142 anni. Mai prima d’ora un mese era stato più “pazzo” dell’aprile 2007. Vengono completamente a mancare anche le piogge, accentuando così l’anomalia. Anche maggio è molto caldo tanto che pure la primavera 2007 diventa la più calda di sempre. La normale variabilità climatica locale appare così completamente stravolta a suon di
Conclusioni Non rimane alcun dubbio riguardo l’incremento delle temperature a livello locale e mondiale; interessante comprendere le modalità di questo cambiamento. Gli episodi qui raccontati sembrano volerci dare degli indizi: precipitazioni intense e concentrate in brevi periodi (2000/2001 e novembre 2002) all’interno di un trend contraddistinto da lunghi periodi siccitosi. Isolate anomalie termiche negative (inverno 2005/2006) e un netto incremento di frequenza ed intensità delle ondate di calore pilotate dall’anticiclone africano (estate 2003, luglio 2006). Volenti o nolenti andiamo, quindi, verso il caldo, senza grosse possibilità di inversioni di tendenza. È forse giunta l’ora di affrontare questa problematica senza nascondersi dietro a improbabili speranze di cambiamento.
• I principali gas serra sono il vapore acqueo, l’anidride carbonica (CO2 ), l’ossido di azoto (NO), il metano (CH 4 ) e l’ozono (O3 ) • Il record di temperatura massima in Svizzera prima del 2003 era detenuto da Basilea grazie ai 39,0°C del 2 luglio 1952 • L’equivalente in acqua precipitato in sole 24 ore il 27 gennaio 2006 ad Andalo è stato di ben 78,8 mm. Valore raggiungibile in Valtellina quasi soltanto grazie a situazioni temporalesche e superato solo 2 volte negli ultimi 4 anni. • Le temperature massime del 19 gennaio battono i record in molte stazioni del Nord Italia, a Torino per esempio i 25,3°C registrati sono la temperatura più alta rilevata in gennaio almeno dal 1753! Battendo di ben 4,1°C il record precedente (fonte www.nimbus.it ) • L’inverno 2005/2006 era stato di 1,5°C sottomedia, mentre il 2006/2007 va sopra media di ben 3,4°C
Bibliografia International panel of climate change www.ipcc.ch è un gruppo di esperti che non effettua studi sul clima come la maggior parte della gente ancora oggi pensa, ma ha il semplice compito di leggere e vagliare l’intera bibliografia scientifica che riguarda gli studi sui cambiamenti climatici producendo dei documenti di sintesi. Società meteorologica Italiana www.nimbus.it Real Cimate www.realclimate.org Meteosvizzera www.meteoswiss.ch Servizio Glaciologico Lombardo www.sgl.cluster.it Michael Ernst, the Woods Hole Research Center www.whrc.org Meteovaltellina www.meteovaltellina.it Per approfondimenti: SCOTTI R., L'inverno più caldo almeno dal 1864 a Sils/Maria (Engadina – CH), meteovaltellin.it, 2007, http://www.meteovaltellina.it/pdf/SilsInv06-07.pdf Le cronache nivo-meteorologiche presenti nel periodico Terra Glacialis edito dal Servizio Glaciologico Lombardo.
* membro del Servizio Glaciologico Lombardo
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delle basse temperature e per la durata della neve al suolo nel fondovalle (circa 100 giorni consecutivi). Il fondovalle è sommerso da 80 cm di neve fresca caduti in un solo giorno, mentre l’Alta Valtellina è quasi del tutto saltata, tanto che in Valfurva l’accumulo non supera i 2 cm. Per ritrovare una nevicata di questa intensità per il fondovalle valtellinese occorre tornare al “mitico” gennaio 1985.
record, rendendo molto difficile la vita ai tanti detrattori del cambiamento climatico. Fortunatamente le temperature calano gradualmente durante l’estate che, nonostante tutto, risulta piuttosto calda. Lo testimoniamo i ghiacciai, fedeli indicatori del clima che cambia: le perdite di spessore vanno dai 5-6 m delle zone frontali al metro dei bacini di accumulo a quote superiori ai 3300 m. Valori del tutto paragonabili a quelli rilevati nella stagione 2003.
Le eccezionali anomalie termiche del 2006/2007 Il luglio successivo mostra ancora i caratteri dell’eccezionalità per le alte temperature. Il mese risulta il terzo in assoluto più caldo dell’intera serie di Sils, riproponendo, fortunatamente per solo un mese, gli scenari del 2003. È solo l’inizio di una marcatissima anomalia climatica che prende il via nel settembre del 2006 e si concluderà solo nell’agosto del 2007. Le anomalie sono talmente marcate che quasi tutti i mesi non solo si rivelano più caldi della norma, ma addirittura fra i più caldi di sempre. L’escalation lascia stupefatti: settembre il sesto più caldo della seNelle foto: Morbegno sotto una delle nevicate del dicembre 2005. Sopra, piazza “Cappuccini” , nella pagina a fronte, la statua di San Giovanni Nepomuceno sul ponte del Bitto.
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rie di Sils, ottobre e novembre si piazzano al terzo posto delle rispettive classifiche. Di conseguenza l’autunno 2006 diventa il più caldo, almeno dal 1864. Stessa sorte anche per il gennaio 2007, “arricchito” da alcuni eventi particolarmente interessanti. Difficile infatti dimenticare l’episodio favonico del giorno 19 quando nel fondovalle la temperatura è schizzata sopra i 20°C raggiungendo il valore record di 24,8°C ad Andalo. Anche il trimestre invernale diventa il più caldo di sempre.
Importante rimarcare la differenza di anomalia con l’inverno precedente (2005/2006), pur freddo, ma neppure lontanamente paragonabile al suo successivo. L’anomalia continua con il sesto febbraio più caldo, per poi culminare con il mese di aprile. Un mese che difficilmente sarà entrato nella memoria popolare, visto che il caldo in aprile non fa male come il caldo di agosto e neppure diventa eclatante come il caldo di gennaio. Nonostante la difficile percezione fisica e psicologica, rimane un’ano-
malia termica e pluviometrica spaventosa. Il mese chiude a Sils con ben 5,2°C sopra la media. È l’anomalia a scala mensile più marcata degli ultimi 142 anni. Mai prima d’ora un mese era stato più “pazzo” dell’aprile 2007. Vengono completamente a mancare anche le piogge, accentuando così l’anomalia. Anche maggio è molto caldo tanto che pure la primavera 2007 diventa la più calda di sempre. La normale variabilità climatica locale appare così completamente stravolta a suon di
Conclusioni Non rimane alcun dubbio riguardo l’incremento delle temperature a livello locale e mondiale; interessante comprendere le modalità di questo cambiamento. Gli episodi qui raccontati sembrano volerci dare degli indizi: precipitazioni intense e concentrate in brevi periodi (2000/2001 e novembre 2002) all’interno di un trend contraddistinto da lunghi periodi siccitosi. Isolate anomalie termiche negative (inverno 2005/2006) e un netto incremento di frequenza ed intensità delle ondate di calore pilotate dall’anticiclone africano (estate 2003, luglio 2006). Volenti o nolenti andiamo, quindi, verso il caldo, senza grosse possibilità di inversioni di tendenza. È forse giunta l’ora di affrontare questa problematica senza nascondersi dietro a improbabili speranze di cambiamento.
• I principali gas serra sono il vapore acqueo, l’anidride carbonica (CO2 ), l’ossido di azoto (NO), il metano (CH 4 ) e l’ozono (O3 ) • Il record di temperatura massima in Svizzera prima del 2003 era detenuto da Basilea grazie ai 39,0°C del 2 luglio 1952 • L’equivalente in acqua precipitato in sole 24 ore il 27 gennaio 2006 ad Andalo è stato di ben 78,8 mm. Valore raggiungibile in Valtellina quasi soltanto grazie a situazioni temporalesche e superato solo 2 volte negli ultimi 4 anni. • Le temperature massime del 19 gennaio battono i record in molte stazioni del Nord Italia, a Torino per esempio i 25,3°C registrati sono la temperatura più alta rilevata in gennaio almeno dal 1753! Battendo di ben 4,1°C il record precedente (fonte www.nimbus.it ) • L’inverno 2005/2006 era stato di 1,5°C sottomedia, mentre il 2006/2007 va sopra media di ben 3,4°C
Bibliografia International panel of climate change www.ipcc.ch è un gruppo di esperti che non effettua studi sul clima come la maggior parte della gente ancora oggi pensa, ma ha il semplice compito di leggere e vagliare l’intera bibliografia scientifica che riguarda gli studi sui cambiamenti climatici producendo dei documenti di sintesi. Società meteorologica Italiana www.nimbus.it Real Cimate www.realclimate.org Meteosvizzera www.meteoswiss.ch Servizio Glaciologico Lombardo www.sgl.cluster.it Michael Ernst, the Woods Hole Research Center www.whrc.org Meteovaltellina www.meteovaltellina.it Per approfondimenti: SCOTTI R., L'inverno più caldo almeno dal 1864 a Sils/Maria (Engadina – CH), meteovaltellin.it, 2007, http://www.meteovaltellina.it/pdf/SilsInv06-07.pdf Le cronache nivo-meteorologiche presenti nel periodico Terra Glacialis edito dal Servizio Glaciologico Lombardo.
* membro del Servizio Glaciologico Lombardo
CAI MORBEGNO 49
Chiese di montagna
Tre spunti per escursioni ”artistiche” di Alessandro Caligari
Non è molto frequente trovare delle chiese in montagna, sopra una certa quota; quando però questo accade, è spesso una rivelazione, una sorta di epifania che, per motivi diversi, impressiona la nostra memoria. In questi ultimi anni, nelle uscite escursionistiche dell’Associazione, abbiamo sempre cercato di introdurre almeno una meta che includesse uno di questi edifici. Gli ultimi visitati sono stati l’abbazia di San Benedetto in Val Perlana, sopra Lenno, la chiesa romanica di San Romedio, in Val Poschiavo, e il complesso di San Pietro al Monte sopra Civate. Una caratteristica comune sta nel fatto che tutte e tre si trovano su una via di comunicazione: la strada che da Ossuccio porta in Svizzera, quella che da Tirano porta al Passo del Bernina, quella che metteva in comunicazione Lecco con la Brianza, passando in quota per evitare il piano, paludoso e brulicante di malintenzionati. Se a noi fa un certo effetto trovare a queste quote degli 50 CAI MORBEGNO
edifici di notevole importanza architettonica ed artistica, dobbiamo però considerare che, tempo addietro, non era per nulla infrequente spostarsi a queste altezze, anche con convogli commerciali. In un’epoca in cui viaggiare a piedi, anche per lunghi tragitti, era la normalità, affrontare passi e valichi alpini non costituiva un ostacolo; ecco allora che anche i religiosi portavano in altura la loro attività di evangelizzazione, accompagnata a quella di colonizzazione e di trasformazione del territorio. Sono soprattutto le comunità monastiche che, a partire
dall’XI sec., portano avanti un’opera di dissodamento e di bonifica delle terre più alte, compensando in qualche modo la scarsità di terreno produttivo utilizzabile del fondovalle, soggetto ad inondazioni e ad impaludamenti; molti luoghi traggono la loro origine da queste opere di bonifica e la conservano nel loro nome: da “roncare”, cioè dissodare, derivano vari toponimi, come Roncaglia, Ronco, Ronchi ecc. Nascono perciò diverse chiese e monasteri, più o meno ricchi ed articolati. Quello di San Romedio (o San Remigio) impressiona soprattutto per la posizione e l’armonica semplicità. Sorge ad una quota di 1800 m, sul ciglio di una vertiginosa ed estesa frana che domina la Val Poschiavo. La finestrella della cripta permette di affacciarsi sul precipizio, dando l’impressione di essere sospesi nel vuoto. I caratteri sono quelli della chiesa romanica, con muri massicci e pochissime aperture, campanile tozzo con
Uno sguardo dalle bifore di San Pietro al Monte.
CAI MORBEGNO 51
Chiese di montagna
Tre spunti per escursioni ”artistiche” di Alessandro Caligari
Non è molto frequente trovare delle chiese in montagna, sopra una certa quota; quando però questo accade, è spesso una rivelazione, una sorta di epifania che, per motivi diversi, impressiona la nostra memoria. In questi ultimi anni, nelle uscite escursionistiche dell’Associazione, abbiamo sempre cercato di introdurre almeno una meta che includesse uno di questi edifici. Gli ultimi visitati sono stati l’abbazia di San Benedetto in Val Perlana, sopra Lenno, la chiesa romanica di San Romedio, in Val Poschiavo, e il complesso di San Pietro al Monte sopra Civate. Una caratteristica comune sta nel fatto che tutte e tre si trovano su una via di comunicazione: la strada che da Ossuccio porta in Svizzera, quella che da Tirano porta al Passo del Bernina, quella che metteva in comunicazione Lecco con la Brianza, passando in quota per evitare il piano, paludoso e brulicante di malintenzionati. Se a noi fa un certo effetto trovare a queste quote degli 50 CAI MORBEGNO
edifici di notevole importanza architettonica ed artistica, dobbiamo però considerare che, tempo addietro, non era per nulla infrequente spostarsi a queste altezze, anche con convogli commerciali. In un’epoca in cui viaggiare a piedi, anche per lunghi tragitti, era la normalità, affrontare passi e valichi alpini non costituiva un ostacolo; ecco allora che anche i religiosi portavano in altura la loro attività di evangelizzazione, accompagnata a quella di colonizzazione e di trasformazione del territorio. Sono soprattutto le comunità monastiche che, a partire
dall’XI sec., portano avanti un’opera di dissodamento e di bonifica delle terre più alte, compensando in qualche modo la scarsità di terreno produttivo utilizzabile del fondovalle, soggetto ad inondazioni e ad impaludamenti; molti luoghi traggono la loro origine da queste opere di bonifica e la conservano nel loro nome: da “roncare”, cioè dissodare, derivano vari toponimi, come Roncaglia, Ronco, Ronchi ecc. Nascono perciò diverse chiese e monasteri, più o meno ricchi ed articolati. Quello di San Romedio (o San Remigio) impressiona soprattutto per la posizione e l’armonica semplicità. Sorge ad una quota di 1800 m, sul ciglio di una vertiginosa ed estesa frana che domina la Val Poschiavo. La finestrella della cripta permette di affacciarsi sul precipizio, dando l’impressione di essere sospesi nel vuoto. I caratteri sono quelli della chiesa romanica, con muri massicci e pochissime aperture, campanile tozzo con
Uno sguardo dalle bifore di San Pietro al Monte.
CAI MORBEGNO 51
A fianco: il complesso romanico di San Pietro al Monte; in primo piano l’abside dell’oratorio, sullo sfondo la basilica. Nella pagina a fronte, sopra: in alto la chiesetta di San Romerio arroccata su uno sperone roccioso della Valle di Poschiavo, in basso il ciborio di San Pietro al Monte. Sotto: il complesso monasteriale di San Benedetto in Val Perlana.
copertura a cuspide; l’abside è canonicamente rivolta ad Est, mentre l’ingresso è posto lateralmente, in quanto la facciata principale si apre direttamente sul precipizio. Per passare dalla porta d’accesso si deve, però, entrare in un vano, la cui funzione non era liturgica (come un nartece o altro) quanto piuttosto quella di luogo di riparo per i viandanti. All’interno vi sono delle scarse tracce di affreschi, probabilmente coeve alla data di fondazione della chiesa. La semplicità delle linee architettoniche, la posizione, su un piano verde aperto nei larici, il piacevole percorso d’avvicinamento, fanno di questa chiesa, appartenente alla parrocchia di Tirano pur essendo in territorio elvetico, una meta di grande interesse. Salendo dal Santuario dell’Acqua Fredda, dopo aver percorso la selvaggia e francamente non troppo interessante Val Perlana, si arriva al monastero romanico di San Benedetto. La chiesa ripaga della camminata fatta fin qui. Al momento la struttura, di proprietà di privati, non è abitata, anche se di recente un paio di monaci ha tentato, per alcuni mesi, di farla rivivere; probabilmente l’eccessiva lontananza dal primo centro abitato ha posto fine al tentativo. Il complesso è formato dalla chiesa, documentata già nel 1083 e recuperata dopo un intervento di restauro effettuato in tempi 52 CAI MORBEGNO
recenti, dagli ambienti che probabilmente ospitavano la sala capitolare, dalla foresteria, da alcune tracce del chiostro e da molti resti di altri ambienti, ora ridotti a ruderi ma comunque dotati di una buona leggibilità. La valle qui è tanto stretta e ripida che si fa fatica ad avere una visione d’assieme del complesso, anche perché il bosco si è ripreso lo spazio che gli era stato sottratto ed ha ora avvolto il monastero. Il senso di pace e l’atmosfera medioevale che aleggiano in questo luogo lo rendono senz’altro degno di un’escursione, peraltro adatta a tutti i periodi dell’anno. Delle tre chiese qui citate, la più interessante artisticamente è quella di San Pietro al Monte. Architettonicamente è un complesso romanico (anche se citato già in epoca longobarda), formato da due corpi, l’oratorio e la basilica.
Salendo da Civate, sbucati dal bosco, si arriva nel piano del monastero e subito si capisce che si è davanti a qualcosa di molto particolare ed interessante. Anzitutto la chiesa, edificio in pietra a pianta rettangolare, presenta due absidi contrapposte, tipologia molto rara dalle nostre parti e diffusa invece in area germanica. Un’ampia scalinata in pietra immette in un pronao semicircolare dotato di bifore. Tra le decorazioni interne, di grandissimo interesse, spicca il grandioso affresco dell’Apocalisse, risalente all’anno 1000, uno dei meglio conservati ed interessanti d’Italia per quanto riguarda questo periodo. Bellissimi i colori dell’enorme drago e degli Arcangeli. Altra opera notevole è il raffinato ciborio in stucco. Con una scala interna si scende nella cripta, un suggestivo ambiente a tre
navate, con volta a crociera e un ampio commento decorativo in stucco. Di fronte alla chiesa sorge l’oratorio di San Benedetto, edificio interamente in pietra, a pianta quadrata, con tre absidi semicircolari. Come tipico dell’arte romanica, i sottogronda sono arricchiti da archetti ciechi e decorazioni a dente di sega, e le absidi sono dotate di monofore strombate a tutto sesto. Il complesso è già molto conosciuto e non ha bisogno di particolare promozione, anche perché, fra quelli qui proposti, è il più facilmente raggiungibile. Tutti e tre, comunque, meritano sicuramente una visita e possono essere un interessante punto di incontro tra appassionati d’arte, ma non provetti escursionisti e cultori del camminare, non avvezzi a frequentare musei e monumenti.
CAI MORBEGNO 53
A fianco: il complesso romanico di San Pietro al Monte; in primo piano l’abside dell’oratorio, sullo sfondo la basilica. Nella pagina a fronte, sopra: in alto la chiesetta di San Romerio arroccata su uno sperone roccioso della Valle di Poschiavo, in basso il ciborio di San Pietro al Monte. Sotto: il complesso monasteriale di San Benedetto in Val Perlana.
copertura a cuspide; l’abside è canonicamente rivolta ad Est, mentre l’ingresso è posto lateralmente, in quanto la facciata principale si apre direttamente sul precipizio. Per passare dalla porta d’accesso si deve, però, entrare in un vano, la cui funzione non era liturgica (come un nartece o altro) quanto piuttosto quella di luogo di riparo per i viandanti. All’interno vi sono delle scarse tracce di affreschi, probabilmente coeve alla data di fondazione della chiesa. La semplicità delle linee architettoniche, la posizione, su un piano verde aperto nei larici, il piacevole percorso d’avvicinamento, fanno di questa chiesa, appartenente alla parrocchia di Tirano pur essendo in territorio elvetico, una meta di grande interesse. Salendo dal Santuario dell’Acqua Fredda, dopo aver percorso la selvaggia e francamente non troppo interessante Val Perlana, si arriva al monastero romanico di San Benedetto. La chiesa ripaga della camminata fatta fin qui. Al momento la struttura, di proprietà di privati, non è abitata, anche se di recente un paio di monaci ha tentato, per alcuni mesi, di farla rivivere; probabilmente l’eccessiva lontananza dal primo centro abitato ha posto fine al tentativo. Il complesso è formato dalla chiesa, documentata già nel 1083 e recuperata dopo un intervento di restauro effettuato in tempi 52 CAI MORBEGNO
recenti, dagli ambienti che probabilmente ospitavano la sala capitolare, dalla foresteria, da alcune tracce del chiostro e da molti resti di altri ambienti, ora ridotti a ruderi ma comunque dotati di una buona leggibilità. La valle qui è tanto stretta e ripida che si fa fatica ad avere una visione d’assieme del complesso, anche perché il bosco si è ripreso lo spazio che gli era stato sottratto ed ha ora avvolto il monastero. Il senso di pace e l’atmosfera medioevale che aleggiano in questo luogo lo rendono senz’altro degno di un’escursione, peraltro adatta a tutti i periodi dell’anno. Delle tre chiese qui citate, la più interessante artisticamente è quella di San Pietro al Monte. Architettonicamente è un complesso romanico (anche se citato già in epoca longobarda), formato da due corpi, l’oratorio e la basilica.
Salendo da Civate, sbucati dal bosco, si arriva nel piano del monastero e subito si capisce che si è davanti a qualcosa di molto particolare ed interessante. Anzitutto la chiesa, edificio in pietra a pianta rettangolare, presenta due absidi contrapposte, tipologia molto rara dalle nostre parti e diffusa invece in area germanica. Un’ampia scalinata in pietra immette in un pronao semicircolare dotato di bifore. Tra le decorazioni interne, di grandissimo interesse, spicca il grandioso affresco dell’Apocalisse, risalente all’anno 1000, uno dei meglio conservati ed interessanti d’Italia per quanto riguarda questo periodo. Bellissimi i colori dell’enorme drago e degli Arcangeli. Altra opera notevole è il raffinato ciborio in stucco. Con una scala interna si scende nella cripta, un suggestivo ambiente a tre
navate, con volta a crociera e un ampio commento decorativo in stucco. Di fronte alla chiesa sorge l’oratorio di San Benedetto, edificio interamente in pietra, a pianta quadrata, con tre absidi semicircolari. Come tipico dell’arte romanica, i sottogronda sono arricchiti da archetti ciechi e decorazioni a dente di sega, e le absidi sono dotate di monofore strombate a tutto sesto. Il complesso è già molto conosciuto e non ha bisogno di particolare promozione, anche perché, fra quelli qui proposti, è il più facilmente raggiungibile. Tutti e tre, comunque, meritano sicuramente una visita e possono essere un interessante punto di incontro tra appassionati d’arte, ma non provetti escursionisti e cultori del camminare, non avvezzi a frequentare musei e monumenti.
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Pascolo che va, bosco che viene di Alessandro Rapella
bosco che viene
È ormai noto, a chiunque frequenti e conosca la montagna, come negli ultimi anni il paesaggio sia andato lentamente, ma inesorabilmente cambiando: coltivazioni abbandonate, boschi non utilizzati, baite disabitate e pascoli che stanno lasciando il posto alla foresta. La selvicoltura e l’alpicoltura, che hanno rappresentato la principale risorsa e il sostentamento delle popolazioni alpine, sono sempre più relegate ad attività di “nicchia”, difficilmente competitive rispetto ad altri lavori più remunerativi e sicuramente meno faticosi. Il risultato indiretto di questo cambiamento sociale è sotto gli occhi di tutti: un paesaggio che muta in continuazione e che stentiamo a riconoscere nelle cartoline di qualche decennio fa o nei ricordi della nostra infanzia. 54 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 55
Pascolo che va, bosco che viene di Alessandro Rapella
bosco che viene
È ormai noto, a chiunque frequenti e conosca la montagna, come negli ultimi anni il paesaggio sia andato lentamente, ma inesorabilmente cambiando: coltivazioni abbandonate, boschi non utilizzati, baite disabitate e pascoli che stanno lasciando il posto alla foresta. La selvicoltura e l’alpicoltura, che hanno rappresentato la principale risorsa e il sostentamento delle popolazioni alpine, sono sempre più relegate ad attività di “nicchia”, difficilmente competitive rispetto ad altri lavori più remunerativi e sicuramente meno faticosi. Il risultato indiretto di questo cambiamento sociale è sotto gli occhi di tutti: un paesaggio che muta in continuazione e che stentiamo a riconoscere nelle cartoline di qualche decennio fa o nei ricordi della nostra infanzia. 54 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 55
Quante volte ci è capitato durante le passeggiate di ritornare dopo pochi anni in luoghi conosciuti e non ritrovare più quel sentiero o quel prato trasformatisi ormai in bosco o cespuglio di rovi? Di fronte all’abbandono del territorio prevale un senso di amarezza e di nostalgia ripensando al “giardino” passato e a come fosse “pulita” e mantenuta la montagna e, spesso, si invocano provvedimenti drastici e maggiori disponibilità finanziarie, addossando la colpa dell’abbandono ad una scarsa attenzione da parte delle istituzioni e degli enti pubblici. Raramente, però, si accetta che il mutamento del paesaggio segua in maniera indissolubile la trasformazione socioeconomica di chi ha sempre vissuto in montagna e che i risultati di tale cambiamento siano inevitabili e, il più delle volte, irreversibili. Sfugge al pensiero comune che l’immane e secolare lavoro di gestione e di manutenzione del territorio alpino è sempre stato un servizio gratuito per l’intera collettività! L’alpigiano, nel fare il proprio lavoro, e garantire il proprio sostentamento, teneva pulite le canalette di deflusso delle acque e migliorava il cotico erboso; il boscaiolo manteneva efficienti i sentieri d’accesso e i canali d’esbosco; il contadino curava i muretti a secco e tagliava le erbe invadenti e così via… Tutte operazioni capillari e
56 CAI MORBEGNO
“Di fronte all’abbandono del territorio prevale un senso di amarezza e di nostalgia ripensando al giardino passato”.
assidue, indispensabili per assicurare la funzionalità del sistema agro-silvo pastorale, migliorandone la resa, e per salvaguardare il territorio da dissesti. Se l’opera di chi viveva e lavorava in montagna è venuta meno, almeno in parte, chi di noi oggi è disposto a cambiare vita e a sostituirsi al contadino-boscaiolo? Se il costo di manutenzione del territorio risulta oltremodo gravoso in termini economici, chi è disposto ad aumentare le proprie tasse per assicurare in futuro la cura del paesaggio alpino? Difficile ed oneroso tornare indietro. Sicuramente occorre concentrare gli sforzi pubblici
e privati (e le poche risorse disponibili) a favore di chi continua ad operare, nonostante tutto, in montagna e creare i presupposti necessari per rivitalizzare il settore; ma occorre anche accettare di buon grado le trasformazioni in atto come segno del nostro tempo e cercare, nel limite del possibile, di prevenire eventuali disastri ambientali. Tra tutte le trasformazioni del paesaggio, quella più evidente è senza dubbio l’aumento progressivo della superficie a bosco che tende a rioccupare le aree agricole e marginali e i pascoli di quota. Mentre a livello planetario si riduce la foresta, causa tagli indiscriminati nei paesi nel terzo mondo, in Europa e in CAI MORBEGNO 57
Quante volte ci è capitato durante le passeggiate di ritornare dopo pochi anni in luoghi conosciuti e non ritrovare più quel sentiero o quel prato trasformatisi ormai in bosco o cespuglio di rovi? Di fronte all’abbandono del territorio prevale un senso di amarezza e di nostalgia ripensando al “giardino” passato e a come fosse “pulita” e mantenuta la montagna e, spesso, si invocano provvedimenti drastici e maggiori disponibilità finanziarie, addossando la colpa dell’abbandono ad una scarsa attenzione da parte delle istituzioni e degli enti pubblici. Raramente, però, si accetta che il mutamento del paesaggio segua in maniera indissolubile la trasformazione socioeconomica di chi ha sempre vissuto in montagna e che i risultati di tale cambiamento siano inevitabili e, il più delle volte, irreversibili. Sfugge al pensiero comune che l’immane e secolare lavoro di gestione e di manutenzione del territorio alpino è sempre stato un servizio gratuito per l’intera collettività! L’alpigiano, nel fare il proprio lavoro, e garantire il proprio sostentamento, teneva pulite le canalette di deflusso delle acque e migliorava il cotico erboso; il boscaiolo manteneva efficienti i sentieri d’accesso e i canali d’esbosco; il contadino curava i muretti a secco e tagliava le erbe invadenti e così via… Tutte operazioni capillari e
56 CAI MORBEGNO
“Di fronte all’abbandono del territorio prevale un senso di amarezza e di nostalgia ripensando al giardino passato”.
assidue, indispensabili per assicurare la funzionalità del sistema agro-silvo pastorale, migliorandone la resa, e per salvaguardare il territorio da dissesti. Se l’opera di chi viveva e lavorava in montagna è venuta meno, almeno in parte, chi di noi oggi è disposto a cambiare vita e a sostituirsi al contadino-boscaiolo? Se il costo di manutenzione del territorio risulta oltremodo gravoso in termini economici, chi è disposto ad aumentare le proprie tasse per assicurare in futuro la cura del paesaggio alpino? Difficile ed oneroso tornare indietro. Sicuramente occorre concentrare gli sforzi pubblici
e privati (e le poche risorse disponibili) a favore di chi continua ad operare, nonostante tutto, in montagna e creare i presupposti necessari per rivitalizzare il settore; ma occorre anche accettare di buon grado le trasformazioni in atto come segno del nostro tempo e cercare, nel limite del possibile, di prevenire eventuali disastri ambientali. Tra tutte le trasformazioni del paesaggio, quella più evidente è senza dubbio l’aumento progressivo della superficie a bosco che tende a rioccupare le aree agricole e marginali e i pascoli di quota. Mentre a livello planetario si riduce la foresta, causa tagli indiscriminati nei paesi nel terzo mondo, in Europa e in CAI MORBEGNO 57
Italia il bosco avanza con percentuali significative: 2-3% ogni anno, con differenze sostanziali tra la pianura e le aree urbane (stabile e in calo) e le aree montane e collinari (in netta crescita). L’aumento di superficie delle foreste viene altresì favorito dal cambiamento climatico in atto da alcuni anni, in quanto le temperature più miti e differenti gradienti di umidità spingono il bosco verso quote superiori rispetto 58 CAI MORBEGNO
al passato, accelerando il processo di colonizzazione dei pascoli abbandonati. Il clima, associato ad una minore utilizzazione boschiva, contribuisce inoltre ad un cambiamento specifico dei boschi: regressione dei castagneti, aumento delle faggete e peccete, diminuzione dei lariceti. In genere si assiste al passaggio da condizioni di forte artificializzazione, come sono ad esempio i pascoli o
i maggenghi, a condizioni di pseudo-naturalità, causate dalla crescita spontanea del bosco che si sviluppa talvolta con differenti dinamiche vegetazionali. Su questo processo è necessario fare alcune considerazioni. • La perdita, anche parziale, di spazi aperti (prati, pascoli) implica una semplificazione del paesaggio e la scomparsa di storia e di cultura dell’uomo. • Vengono sicuramente
compromessi particolari habitat di prateria di grande interesse naturalistico, anche se di origine antropica, con il rischio di perdita di alcune specie vegetali e animali (es. i galli alpini) ed un calo generalizzato di biodiversità. • Una ridotta attività umana non coincide con un immediato ritorno a condizioni naturali tipo boschi vergini; il passaggio avviene di norma in tempi molto lunghi, anche secoli.
• L’aumento del bosco consente, però di incrementare la fertilità del terreno, consolidare pendici franose ed immagazzinare nel legno maggiori quantità di carbonio, contribuendo in minima parte al contenimento delle immissioni di anidride carbonica. • Allo stesso modo, una maggiore disponibilità di biomassa proveniente dal bosco potrebbe costituire una risposta sostenibile alla sempre
maggiore richiesta di energia. Questa è la nuova “cartolina” con cui dobbiamo confrontarci e che dobbiamo adeguare alle nostre esigenze. Una cartolina diversa dal passato e sicuramente diversa dal futuro, dove magari gli unici pascoli in montagna saranno le piste da sci e dove le mucche, a chiazze viola, mangeranno solo cioccolato alpino.
CAI MORBEGNO 59
Italia il bosco avanza con percentuali significative: 2-3% ogni anno, con differenze sostanziali tra la pianura e le aree urbane (stabile e in calo) e le aree montane e collinari (in netta crescita). L’aumento di superficie delle foreste viene altresì favorito dal cambiamento climatico in atto da alcuni anni, in quanto le temperature più miti e differenti gradienti di umidità spingono il bosco verso quote superiori rispetto 58 CAI MORBEGNO
al passato, accelerando il processo di colonizzazione dei pascoli abbandonati. Il clima, associato ad una minore utilizzazione boschiva, contribuisce inoltre ad un cambiamento specifico dei boschi: regressione dei castagneti, aumento delle faggete e peccete, diminuzione dei lariceti. In genere si assiste al passaggio da condizioni di forte artificializzazione, come sono ad esempio i pascoli o
i maggenghi, a condizioni di pseudo-naturalità, causate dalla crescita spontanea del bosco che si sviluppa talvolta con differenti dinamiche vegetazionali. Su questo processo è necessario fare alcune considerazioni. • La perdita, anche parziale, di spazi aperti (prati, pascoli) implica una semplificazione del paesaggio e la scomparsa di storia e di cultura dell’uomo. • Vengono sicuramente
compromessi particolari habitat di prateria di grande interesse naturalistico, anche se di origine antropica, con il rischio di perdita di alcune specie vegetali e animali (es. i galli alpini) ed un calo generalizzato di biodiversità. • Una ridotta attività umana non coincide con un immediato ritorno a condizioni naturali tipo boschi vergini; il passaggio avviene di norma in tempi molto lunghi, anche secoli.
• L’aumento del bosco consente, però di incrementare la fertilità del terreno, consolidare pendici franose ed immagazzinare nel legno maggiori quantità di carbonio, contribuendo in minima parte al contenimento delle immissioni di anidride carbonica. • Allo stesso modo, una maggiore disponibilità di biomassa proveniente dal bosco potrebbe costituire una risposta sostenibile alla sempre
maggiore richiesta di energia. Questa è la nuova “cartolina” con cui dobbiamo confrontarci e che dobbiamo adeguare alle nostre esigenze. Una cartolina diversa dal passato e sicuramente diversa dal futuro, dove magari gli unici pascoli in montagna saranno le piste da sci e dove le mucche, a chiazze viola, mangeranno solo cioccolato alpino.
CAI MORBEGNO 59
Gita scialpinistica allo
Zapporthorn
di Marco Riva
Lo Zapporthorn, la vetta più importante del gruppo del S. Bernardino a quota 3152 m, è stata la proposta di gita scialpinistica organizzata e coordinata dal CAI di Morbegno a conclusione della stagione invernale 2006/2007. Domenica 25 marzo alle ore 5, con il tempo un po’incerto, il cielo coperto da nuvole e la strada bagnata, siamo saliti sul pullman entusiasti di conoscere nuovi paesaggi, pendii e vette sconosciuti alla maggior parte degli sciatori presenti quella mattina. Dopo una breve sosta lungo il percorso, abbiamo raggiunto il luogo di partenza dell’itinerario a quota 1680 m, alle ore 8.30 circa. Il tempo non prometteva nulla di buono. Scambiate piacevoli battute scherzose con i vari partecipanti e compiuto il solito rito della vestizione, guidati dal presidente siamo partiti formando una lunga, multicolore e sempre compatta fila indiana. Una volta risalito il passo del S. Bernardino, seguendo 60 CAI MORBEGNO
principalmente la strada, davanti a noi si è aperto un suggestivo falso piano, ricoperto da un’abbondante coltre di neve soffice e “abitato” da stambecchi e pernici, riconosciuti grazie alle indicazioni date dall’amico Danilo. Affascinati dall’ambiente che ci apprestavamo a conoscere e ad attraversare, la vista degli animali è stata la scusa per fermarci, mangiare, bere qualcosa e recuperare le energie necessarie per l’ascesa alla vetta ancora lontana. Nel frattempo il cielo era diventato azzurro e il caldo sole ci ha accompagnati per l’intera giornata, permettendoci di ammirare le bellezze del paesaggio. Chiacchierando, ridendo e scherzando con i nuovi e i vecchi amici, dopo cinque ore di camminata lungo un percorso con salite graduali, siamo arrivati alla bocchetta. I più temerari, muniti di piccozza e ramponi, risalendo un canalino, hanno raggiunto
la tanto attesa vetta. All’ora di pranzo, momento sempre gratificante soprattutto dopo una lunga camminata, viene piacevolmente consumata la colazione al sacco. Vengono scattate le immancabili fotografie e con la pancia piena, gli sci ai piedi, lo zaino in spalla e il sorriso sulle labbra eccoci pronti ad affrontare la magnifica discesa. La neve era come “panna montata”, ognuno a suo modo esprimeva la propria felicità: chi rideva, chi incitava, chi scherzava, pennellando curve che neanche un pittore saprebbe disegnare. Comunque non sono mancati i consueti capitomboli che nemmeno artisti da circo riuscirebbero a compiere. In fondo ad ogni valletta ci si aspettava e si ricompattava il gruppo, per poi nuovamente ripartire con gli amici vicini, divertendoci tutti insieme e concludendo un’indimenticabile gita fuori paese.
CAI MORBEGNO 61
Gita scialpinistica allo
Zapporthorn
di Marco Riva
Lo Zapporthorn, la vetta più importante del gruppo del S. Bernardino a quota 3152 m, è stata la proposta di gita scialpinistica organizzata e coordinata dal CAI di Morbegno a conclusione della stagione invernale 2006/2007. Domenica 25 marzo alle ore 5, con il tempo un po’incerto, il cielo coperto da nuvole e la strada bagnata, siamo saliti sul pullman entusiasti di conoscere nuovi paesaggi, pendii e vette sconosciuti alla maggior parte degli sciatori presenti quella mattina. Dopo una breve sosta lungo il percorso, abbiamo raggiunto il luogo di partenza dell’itinerario a quota 1680 m, alle ore 8.30 circa. Il tempo non prometteva nulla di buono. Scambiate piacevoli battute scherzose con i vari partecipanti e compiuto il solito rito della vestizione, guidati dal presidente siamo partiti formando una lunga, multicolore e sempre compatta fila indiana. Una volta risalito il passo del S. Bernardino, seguendo 60 CAI MORBEGNO
principalmente la strada, davanti a noi si è aperto un suggestivo falso piano, ricoperto da un’abbondante coltre di neve soffice e “abitato” da stambecchi e pernici, riconosciuti grazie alle indicazioni date dall’amico Danilo. Affascinati dall’ambiente che ci apprestavamo a conoscere e ad attraversare, la vista degli animali è stata la scusa per fermarci, mangiare, bere qualcosa e recuperare le energie necessarie per l’ascesa alla vetta ancora lontana. Nel frattempo il cielo era diventato azzurro e il caldo sole ci ha accompagnati per l’intera giornata, permettendoci di ammirare le bellezze del paesaggio. Chiacchierando, ridendo e scherzando con i nuovi e i vecchi amici, dopo cinque ore di camminata lungo un percorso con salite graduali, siamo arrivati alla bocchetta. I più temerari, muniti di piccozza e ramponi, risalendo un canalino, hanno raggiunto
la tanto attesa vetta. All’ora di pranzo, momento sempre gratificante soprattutto dopo una lunga camminata, viene piacevolmente consumata la colazione al sacco. Vengono scattate le immancabili fotografie e con la pancia piena, gli sci ai piedi, lo zaino in spalla e il sorriso sulle labbra eccoci pronti ad affrontare la magnifica discesa. La neve era come “panna montata”, ognuno a suo modo esprimeva la propria felicità: chi rideva, chi incitava, chi scherzava, pennellando curve che neanche un pittore saprebbe disegnare. Comunque non sono mancati i consueti capitomboli che nemmeno artisti da circo riuscirebbero a compiere. In fondo ad ogni valletta ci si aspettava e si ricompattava il gruppo, per poi nuovamente ripartire con gli amici vicini, divertendoci tutti insieme e concludendo un’indimenticabile gita fuori paese.
CAI MORBEGNO 61
Traversata Camogli-Portofino
il CAI al Mare di Laura Bettega
Ed eccomi a fare un resoconto sulla gita del CAI del 16 Settembre 07 che, iniziata in pullman da Morbegno a Camogli, è proseguita a piedi sul promontorio di Portofino, per continuare in traghetto fino a S.ta Margherita dove il pullman ci attendeva per il rientro a Morbegno. Ma procediamo con ordine: arrivati a Ruta, sopra Camogli, a 250 m, ci siamo messi gli zaini in spalla (ed io le racchette in mano alla moda svizzera!) e siamo saliti sul punto più alto del promontorio (450 m) attraversando un bellissimo bosco di castagni, querce e pini che a mio dire avrebbe meritato di essere ammirato con maggior calma. Dall’alto si è aperta la stupenda vista, giù, ai nostri piedi, della baia di San Fruttuoso con un mare bellissimo e una ancor più bella abbazia benedettina. Un particolare ringraziamento alla nostra guida 62 CAI MORBEGNO
Alessandro che ha saputo farci “gustare” la bellezza di questo gioiello con arcate, trifore e cupola che risalgono al X secolo. Dopo uno spuntino e , per alcuni, un bagno in mare ritenuto d’obbligo, abbiamo ripreso la camminata dapprima in salita, poi pianeggiante lungo la costiera fino a Portofino. Breve sosta per ammirare la bellezza di questa insenatura, delle ville che la circondano, delle imbarcazioni lussuose, dei colori delle case che si specchiano nel mare e… perché no, per un ricordo nostalgico di un lontano luglio ’64. Ultima tappa: Portofino–Santa Margherita con il battello che ci ha permesso di spaziare con lo sguardo fra mare aperto e costa ligure, poi rientro in pullman. Per me è stata la prima gita ufficiale del Cai e devo ammettere che, pur non conoscendo gran parte dei settanta partecipanti, mi sono sentita subito a mio agio grazie all’organizzazione del Presidente, al clima favorevole e ai simpatici compagni di camminata. Mi auguro che escursioni di questo tipo vengano di nuovo organizzate permettendo anche a soci non più giovani come me, di fare belle, ma non troppo difficili camminate e di visitare luoghi di interesse storico, culturale, ambientale in simpatica compagnia. CAI MORBEGNO 63
Traversata Camogli-Portofino
il CAI al Mare di Laura Bettega
Ed eccomi a fare un resoconto sulla gita del CAI del 16 Settembre 07 che, iniziata in pullman da Morbegno a Camogli, è proseguita a piedi sul promontorio di Portofino, per continuare in traghetto fino a S.ta Margherita dove il pullman ci attendeva per il rientro a Morbegno. Ma procediamo con ordine: arrivati a Ruta, sopra Camogli, a 250 m, ci siamo messi gli zaini in spalla (ed io le racchette in mano alla moda svizzera!) e siamo saliti sul punto più alto del promontorio (450 m) attraversando un bellissimo bosco di castagni, querce e pini che a mio dire avrebbe meritato di essere ammirato con maggior calma. Dall’alto si è aperta la stupenda vista, giù, ai nostri piedi, della baia di San Fruttuoso con un mare bellissimo e una ancor più bella abbazia benedettina. Un particolare ringraziamento alla nostra guida 62 CAI MORBEGNO
Alessandro che ha saputo farci “gustare” la bellezza di questo gioiello con arcate, trifore e cupola che risalgono al X secolo. Dopo uno spuntino e , per alcuni, un bagno in mare ritenuto d’obbligo, abbiamo ripreso la camminata dapprima in salita, poi pianeggiante lungo la costiera fino a Portofino. Breve sosta per ammirare la bellezza di questa insenatura, delle ville che la circondano, delle imbarcazioni lussuose, dei colori delle case che si specchiano nel mare e… perché no, per un ricordo nostalgico di un lontano luglio ’64. Ultima tappa: Portofino–Santa Margherita con il battello che ci ha permesso di spaziare con lo sguardo fra mare aperto e costa ligure, poi rientro in pullman. Per me è stata la prima gita ufficiale del Cai e devo ammettere che, pur non conoscendo gran parte dei settanta partecipanti, mi sono sentita subito a mio agio grazie all’organizzazione del Presidente, al clima favorevole e ai simpatici compagni di camminata. Mi auguro che escursioni di questo tipo vengano di nuovo organizzate permettendo anche a soci non più giovani come me, di fare belle, ma non troppo difficili camminate e di visitare luoghi di interesse storico, culturale, ambientale in simpatica compagnia. CAI MORBEGNO 63
Cicloalpinismo
e al
in
Val Chamuera
Piz Sagliaint
di Cristina Arosio
L’ambiente montano è sicuramente tra i più appaganti per il fascino del suo paesaggio, per la quiete, per la possibilità di distrarsi, rilassarsi e, perché no, divertirsi. Lo si può apprezzare camminando lungo i sentieri, d’inverno con gli sci ai piedi, ma anche pedalando lungo percorsi sterrati utilizzando la mountain-bike per compiere delle escursioni difficilmente effettuabili in giornata. Se poi successivamente si decidesse di proseguire a piedi, allora ecco realizzata la gita ciclo-alpinistica. Combinando al fascino della camminata in montagna, la bellezza dell’andar per sentieri in bicicletta, domenica 15 Luglio, ci siamo avviati alle sei da Morbegno, diretti in Val Chamuera in Engadina, raggiungendo, verso le nove, il luogo della partenza. Montati in sella ai nostri rampichini e animati da un grande entusiasmo, abbiamo incominciato a pedalare e, dopo pochi metri, ci siamo trovati all’inizio della strada sterrata. 64 CAI MORBEGNO
Le salite si alternavano a lunghi falsi piani, che hanno consentito ai ciclisti “passisti” di dar sfogo alla propria pedalata. C’era chi s’impegnava a rimanere in sella sulle salite più ripide alla “Pantani”, chi, invece, scendeva a spingere la bicicletta, per poi rimontarvi appena possibile. La strada, con il fondo sterrato e in alcuni tratti un po’ dissestata con ghiaia più grossa, di tanto in tanto veniva attraversata da rigagnoli d’acqua che adornavano di gocce grigiomarrone la schiena dei ciclisti, conferendo a tutti la mitica maglia a “pois” del Tour de France. Il paesaggio svizzero faceva da sfondo alla bellezza della strada che attraversava la lunga vallata, con i suoi ampi pascoli, rinverditi dall’acqua del torrente. Dopo due ore e mezzo circa di pedalata, abbiamo raggiunto l‘alpeggio. Lasciate le biciclette, cambiati gli indumenti, ci siamo incamminati lungo il
sentiero che ci avrebbe portati in cima al piz Sagliaint a quota 2945 m, meta della nostra gita. Ormai gli alberi, i verdi pascoli e le piante di rododendro avevano lasciato lo spazio a grosse masse rocciose, percorribili solamente a piedi. Il caldo sole, che ci aveva accompagnato fin dalle prime ore del mattino, continuava a splendere in cielo e dopo due ore circa di camminata siamo giunti alla vetta. Concluso il piacevole pranzo, scattate le indimenticabili fotografie, il tempo di scendere all’alpeggio è servito per pregustare la discesa con il rampichino, rallentata solo dai cancelli che delimitavano gli alpeggi. L‘arrivo alle macchine è stato di quelli tipo “tappa Giro D’Italia”(per chi non ci credesse si è vista anche una mucca volare), con tutti i partecipanti che si sono congratulati a vicenda per la bella esperienza vissuta.
CAI MORBEGNO 65
Cicloalpinismo
e al
in
Val Chamuera
Piz Sagliaint
di Cristina Arosio
L’ambiente montano è sicuramente tra i più appaganti per il fascino del suo paesaggio, per la quiete, per la possibilità di distrarsi, rilassarsi e, perché no, divertirsi. Lo si può apprezzare camminando lungo i sentieri, d’inverno con gli sci ai piedi, ma anche pedalando lungo percorsi sterrati utilizzando la mountain-bike per compiere delle escursioni difficilmente effettuabili in giornata. Se poi successivamente si decidesse di proseguire a piedi, allora ecco realizzata la gita ciclo-alpinistica. Combinando al fascino della camminata in montagna, la bellezza dell’andar per sentieri in bicicletta, domenica 15 Luglio, ci siamo avviati alle sei da Morbegno, diretti in Val Chamuera in Engadina, raggiungendo, verso le nove, il luogo della partenza. Montati in sella ai nostri rampichini e animati da un grande entusiasmo, abbiamo incominciato a pedalare e, dopo pochi metri, ci siamo trovati all’inizio della strada sterrata. 64 CAI MORBEGNO
Le salite si alternavano a lunghi falsi piani, che hanno consentito ai ciclisti “passisti” di dar sfogo alla propria pedalata. C’era chi s’impegnava a rimanere in sella sulle salite più ripide alla “Pantani”, chi, invece, scendeva a spingere la bicicletta, per poi rimontarvi appena possibile. La strada, con il fondo sterrato e in alcuni tratti un po’ dissestata con ghiaia più grossa, di tanto in tanto veniva attraversata da rigagnoli d’acqua che adornavano di gocce grigiomarrone la schiena dei ciclisti, conferendo a tutti la mitica maglia a “pois” del Tour de France. Il paesaggio svizzero faceva da sfondo alla bellezza della strada che attraversava la lunga vallata, con i suoi ampi pascoli, rinverditi dall’acqua del torrente. Dopo due ore e mezzo circa di pedalata, abbiamo raggiunto l‘alpeggio. Lasciate le biciclette, cambiati gli indumenti, ci siamo incamminati lungo il
sentiero che ci avrebbe portati in cima al piz Sagliaint a quota 2945 m, meta della nostra gita. Ormai gli alberi, i verdi pascoli e le piante di rododendro avevano lasciato lo spazio a grosse masse rocciose, percorribili solamente a piedi. Il caldo sole, che ci aveva accompagnato fin dalle prime ore del mattino, continuava a splendere in cielo e dopo due ore circa di camminata siamo giunti alla vetta. Concluso il piacevole pranzo, scattate le indimenticabili fotografie, il tempo di scendere all’alpeggio è servito per pregustare la discesa con il rampichino, rallentata solo dai cancelli che delimitavano gli alpeggi. L‘arrivo alle macchine è stato di quelli tipo “tappa Giro D’Italia”(per chi non ci credesse si è vista anche una mucca volare), con tutti i partecipanti che si sono congratulati a vicenda per la bella esperienza vissuta.
CAI MORBEGNO 65
La Culmine Negli annuari 2004 e 2005 avevamo dato notizia del “Progetto Culmen di Dazio”, finalizzato al recupero dei sentieri di questo interessante saliente geografico e naturalistico. Nel progetto erano coinvolte, oltre al CAI, le Pro Loco di Paniga e di Dazio e la CM di Morbegno. Venuto a mancare il concorso della Comunità Montana, in un primo momento favorevole, ma inspiegabilmente non più interessata pochi mesi dopo, il CAI ha proseguito nel suo intento con le proprie risorse e con la collaborazione delle due Pro Loco. Ridimensionato il progetto, lo scorso anno è stato portato a termine il tratto Paniga–Porcido–Culmen, mentre quest’anno è stato sistemato, praticamente reinventandolo, il sentiero di cresta che collega la Culmen alla mulattiera Dazio–Porcido, in corrispondenza del “terminal auto”. Sono state messe in opera alcune protezioni, si è provveduto alla pulizia di tutto il tracciato ed è stata completata la segnaletica sia orizzontale sia verticale. L’intero percorso, illustrato qui a fianco, è ora una bella realtà che va ad arricchire il patrimonio sentieristico della Bassa Valle. Ha uno sviluppo altimetrico di circa 700 metri, è percorribile in poco più di 3 ore fra andata e ritorno e non presenta difficoltà di alcun tipo. Di interesse paesaggistico, faunistico e botanico, se ne consiglia la frequentazione nelle stagioni intermedie.
di
Dazio
Nella foto sopra: in rosso i sentieri sistemati con segnaletica verticale e orizzontale, in bianco quelli di prossimo intervento. Sotto: dalla vetta della Culmine. Nella pagina a fronte: salendo da Paniga a Porcido.
66 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 67
La Culmine Negli annuari 2004 e 2005 avevamo dato notizia del “Progetto Culmen di Dazio”, finalizzato al recupero dei sentieri di questo interessante saliente geografico e naturalistico. Nel progetto erano coinvolte, oltre al CAI, le Pro Loco di Paniga e di Dazio e la CM di Morbegno. Venuto a mancare il concorso della Comunità Montana, in un primo momento favorevole, ma inspiegabilmente non più interessata pochi mesi dopo, il CAI ha proseguito nel suo intento con le proprie risorse e con la collaborazione delle due Pro Loco. Ridimensionato il progetto, lo scorso anno è stato portato a termine il tratto Paniga–Porcido–Culmen, mentre quest’anno è stato sistemato, praticamente reinventandolo, il sentiero di cresta che collega la Culmen alla mulattiera Dazio–Porcido, in corrispondenza del “terminal auto”. Sono state messe in opera alcune protezioni, si è provveduto alla pulizia di tutto il tracciato ed è stata completata la segnaletica sia orizzontale sia verticale. L’intero percorso, illustrato qui a fianco, è ora una bella realtà che va ad arricchire il patrimonio sentieristico della Bassa Valle. Ha uno sviluppo altimetrico di circa 700 metri, è percorribile in poco più di 3 ore fra andata e ritorno e non presenta difficoltà di alcun tipo. Di interesse paesaggistico, faunistico e botanico, se ne consiglia la frequentazione nelle stagioni intermedie.
di
Dazio
Nella foto sopra: in rosso i sentieri sistemati con segnaletica verticale e orizzontale, in bianco quelli di prossimo intervento. Sotto: dalla vetta della Culmine. Nella pagina a fronte: salendo da Paniga a Porcido.
66 CAI MORBEGNO
CAI MORBEGNO 67
il paese NON CI RESTA CHE PIANGERE 1 Qualche anno fa, in un divertente film con Massimo Troisi e Roberto Benigni, i due protagonisti, a causa di un evento atmosferico, venivano inspiegabilmente proiettati a ritroso nel tempo fino al Medioevo. In una delle scene del film i due amici, intenzionati ad entrare in città, venivano bloccati in prossimità della cinta muraria da un solerte esattore che, protendendo la mano con l’inesorabile puntualità di un cancelletto a scheda della metropolitana, chiedeva il balzello per l’accesso al borgo. “Un fiorino!” articolava il gabelliere con perentorio e monotono automatismo. “Cinque euro!” direbbe oggi per effetto dell’adeguamento ISTAT. Tanti quanto le nostre amministrazioni comunali pretendono da quest’anno, nel XXI secolo, per poter accedere alle strade, si fa per dire, agro-silvo-pastorali. E’ forse vicino il tempo delle fontanelle pubbliche a gettone? Oppure del jogging a tassametro sulle rive dell’Adda? E perché non proporre un bell’abbonamento, stagionale o annuale a seconda delle singole esigenze, per godere della visione dei nostri splendidi panorami? Eh, sì, non ci resta che piangere!
68 CAI MORBEGNO
NON CI RESTA CHE PIANGERE 2 Approposito di strade agro-silvopastorali! La definizione suggerirebbe che queste piste siano state realizzate per facilitare il lavoro di chi si dedica all’agricoltura, alla silvicoltura e alla pastorizia in quota, grazie anche a canali di contribuzione riservati ed agevolati. E’ giusto! Le attività primarie in montagna sono particolarmente onerose e richiedono qualche attenzione in più rispetto alla pianura. Naturalmente queste strade dovrebbero essere di esclusiva pertinenza degli operatori della montagna. Secondo il buon senso, almeno. Ma in Italia non è così. In Italia la dizione “agro-silvo-pastorale” costituisce solo la parola magica per accedere a finanziamenti, che altrimenti non potrebbero essere erogati, per costruire arterie che si connotano sempre di più come strade turistico-residenziali. Ed infatti un sopralluogo in una qualunque giornata lavorativa non evidenzierebbe la presenza di un’attività meritevole di rilievo: solo qualche modesto mezzo agricolo per accudire a pochi capi di bovini o per provvedere alla cura del bosco da parte di persone che lavorano più per affettività che per reale tornaconto economico. Nei giorni festivi, al contrario, il traffico automobilistico diventa intenso, tanto che si fatica a trovare un angolo per la sosta: gipponi e picup invadono prati non più falciati per raggiungere le seconde case, che hanno preso il posto delle stalle e dei fienili, nelle quali fanno bella mostra di sé gli oggetti ed i segni della vita contadina, esibiti a mo’ di cimeli di un museo spontaneo. Come a dire che del mondo agrosilvo-pastorale è rimasto solo il ricordo. Nulla di scandaloso, sono i tempi che cambiano, ma vogliamo, per favore, uscire una buona volta dall’ipocrisia? Altrimenti … non ci resta che piangere!
dell’incontrario NON CI RESTA CHE PIANGERE 3 Intanto che i nostri presunti contadini di montagna si prendono cura delle loro baite sempre più curate, le amministrazioni locali, archiviate le campagne pro pedaggio “strade-agro-silvo-pastorali” e “raccolta-funghi”, sono alla ricerca di nuove modalità di valorizzazione del territorio di loro competenza. Le più avvedute ed aggiornate, grazie alla lungimiranza dei loro sindaci, hanno capito che il problema con il quale il mondo si dovrà confrontare nei prossimi decenni sarà il bisogno sempre più forte di energia elettrica e che, a fronte dell’inevitabile esaurimento dei pozzi di petrolio, ci sarà la necessità di trovare forme alternative di produzione di energia, possibilmente pulita. Quale occasione migliore per dimostrare il proprio senso di appartenenza alla comunità mondiale se non quella di offrire con moto spontaneo ed altruistico i crinali delle proprie montagne - ma non sono anche nostre? – per l’istallazione di enormi pale eoliche? E così, come se non bastassero gli elettrodotti già presenti, potremmo presto vedere il Passo San Marco e le località più aeree ed in vista, quelle paesaggisticamente pregiate, costellate di enormi eliche che sciabolano nell’aria con il loro rumore cupo e raggelante. Poco importa che l’intensità del vento e la sua frequenza in giorni/ anno siano di discutibile convenienza economica: la soddisfazione di compiere un’opera buona supera ogni obiezione. E poi il beneficio per le casse dei comuni sarebbe innegabile: in fondo il bisnes è bisnes. E’ proprio vero … non ci resta che piangere!
di Bruno Orso
NON CI RESTA CHE PIANGERE 4 Qui Milano A Milano non ci sono prati per giocare, così ne costruiscono di artificiali, con cemento ed erba sintetica. A Milano non ci sono sassi per arrampicarsi, né alberi per appendervi un’altalena, così installano giochi artificiali in ferro e plastica. A Milano non ci sono boschi, così piantano qualche albero per far sì che le case abbiano un poco di verde attorno. A Milano l’acqua del rubinetto non è buona, così bevono l’acqua minerale. Qui Poira, provincia di Milano A Poira i prati non sono molto belli, così ne costruiscono di artificiali, con cemento ed erba sintetica. A Poira i sassi non sono adatti per arrampicarsi e gli alberi non vanno bene per appendervi un’altalena, così progettano giochi artificiali in ferro e plastica. A Poira neppure i boschi sono un gran che, allora li sradicano, così le case che vi costruiscono hanno poco verde attorno. A Poira per tutto il mese di luglio l’acquedotto era inquinato, così anche lì si è bevuta l’acqua minerale. Finalmente i milanesi si sentiranno un po’ a casa loro, e noi, a Poira, ci sentiremo un po’ milanesi. Già che ci siamo: a Poira, nel silenzio dell’inverno, anime buone tagliano a zero i boschi vicino alla chiesa, così d’estate avremo dei bei prati assolati (mica ci vorranno costruire vero?). a Poira, come formiche instancabili, continuano imperterriti a realizzare chilometri di strade tagliafuoco che, è vero non serviranno a niente, ma che permetteranno anche ad una Panda smarmittata di arrivare fino alle quote più alte. Non ci resta che piangere!
CAI MORBEGNO 69
il paese NON CI RESTA CHE PIANGERE 1 Qualche anno fa, in un divertente film con Massimo Troisi e Roberto Benigni, i due protagonisti, a causa di un evento atmosferico, venivano inspiegabilmente proiettati a ritroso nel tempo fino al Medioevo. In una delle scene del film i due amici, intenzionati ad entrare in città, venivano bloccati in prossimità della cinta muraria da un solerte esattore che, protendendo la mano con l’inesorabile puntualità di un cancelletto a scheda della metropolitana, chiedeva il balzello per l’accesso al borgo. “Un fiorino!” articolava il gabelliere con perentorio e monotono automatismo. “Cinque euro!” direbbe oggi per effetto dell’adeguamento ISTAT. Tanti quanto le nostre amministrazioni comunali pretendono da quest’anno, nel XXI secolo, per poter accedere alle strade, si fa per dire, agro-silvo-pastorali. E’ forse vicino il tempo delle fontanelle pubbliche a gettone? Oppure del jogging a tassametro sulle rive dell’Adda? E perché non proporre un bell’abbonamento, stagionale o annuale a seconda delle singole esigenze, per godere della visione dei nostri splendidi panorami? Eh, sì, non ci resta che piangere!
68 CAI MORBEGNO
NON CI RESTA CHE PIANGERE 2 Approposito di strade agro-silvopastorali! La definizione suggerirebbe che queste piste siano state realizzate per facilitare il lavoro di chi si dedica all’agricoltura, alla silvicoltura e alla pastorizia in quota, grazie anche a canali di contribuzione riservati ed agevolati. E’ giusto! Le attività primarie in montagna sono particolarmente onerose e richiedono qualche attenzione in più rispetto alla pianura. Naturalmente queste strade dovrebbero essere di esclusiva pertinenza degli operatori della montagna. Secondo il buon senso, almeno. Ma in Italia non è così. In Italia la dizione “agro-silvo-pastorale” costituisce solo la parola magica per accedere a finanziamenti, che altrimenti non potrebbero essere erogati, per costruire arterie che si connotano sempre di più come strade turistico-residenziali. Ed infatti un sopralluogo in una qualunque giornata lavorativa non evidenzierebbe la presenza di un’attività meritevole di rilievo: solo qualche modesto mezzo agricolo per accudire a pochi capi di bovini o per provvedere alla cura del bosco da parte di persone che lavorano più per affettività che per reale tornaconto economico. Nei giorni festivi, al contrario, il traffico automobilistico diventa intenso, tanto che si fatica a trovare un angolo per la sosta: gipponi e picup invadono prati non più falciati per raggiungere le seconde case, che hanno preso il posto delle stalle e dei fienili, nelle quali fanno bella mostra di sé gli oggetti ed i segni della vita contadina, esibiti a mo’ di cimeli di un museo spontaneo. Come a dire che del mondo agrosilvo-pastorale è rimasto solo il ricordo. Nulla di scandaloso, sono i tempi che cambiano, ma vogliamo, per favore, uscire una buona volta dall’ipocrisia? Altrimenti … non ci resta che piangere!
dell’incontrario NON CI RESTA CHE PIANGERE 3 Intanto che i nostri presunti contadini di montagna si prendono cura delle loro baite sempre più curate, le amministrazioni locali, archiviate le campagne pro pedaggio “strade-agro-silvo-pastorali” e “raccolta-funghi”, sono alla ricerca di nuove modalità di valorizzazione del territorio di loro competenza. Le più avvedute ed aggiornate, grazie alla lungimiranza dei loro sindaci, hanno capito che il problema con il quale il mondo si dovrà confrontare nei prossimi decenni sarà il bisogno sempre più forte di energia elettrica e che, a fronte dell’inevitabile esaurimento dei pozzi di petrolio, ci sarà la necessità di trovare forme alternative di produzione di energia, possibilmente pulita. Quale occasione migliore per dimostrare il proprio senso di appartenenza alla comunità mondiale se non quella di offrire con moto spontaneo ed altruistico i crinali delle proprie montagne - ma non sono anche nostre? – per l’istallazione di enormi pale eoliche? E così, come se non bastassero gli elettrodotti già presenti, potremmo presto vedere il Passo San Marco e le località più aeree ed in vista, quelle paesaggisticamente pregiate, costellate di enormi eliche che sciabolano nell’aria con il loro rumore cupo e raggelante. Poco importa che l’intensità del vento e la sua frequenza in giorni/ anno siano di discutibile convenienza economica: la soddisfazione di compiere un’opera buona supera ogni obiezione. E poi il beneficio per le casse dei comuni sarebbe innegabile: in fondo il bisnes è bisnes. E’ proprio vero … non ci resta che piangere!
di Bruno Orso
NON CI RESTA CHE PIANGERE 4 Qui Milano A Milano non ci sono prati per giocare, così ne costruiscono di artificiali, con cemento ed erba sintetica. A Milano non ci sono sassi per arrampicarsi, né alberi per appendervi un’altalena, così installano giochi artificiali in ferro e plastica. A Milano non ci sono boschi, così piantano qualche albero per far sì che le case abbiano un poco di verde attorno. A Milano l’acqua del rubinetto non è buona, così bevono l’acqua minerale. Qui Poira, provincia di Milano A Poira i prati non sono molto belli, così ne costruiscono di artificiali, con cemento ed erba sintetica. A Poira i sassi non sono adatti per arrampicarsi e gli alberi non vanno bene per appendervi un’altalena, così progettano giochi artificiali in ferro e plastica. A Poira neppure i boschi sono un gran che, allora li sradicano, così le case che vi costruiscono hanno poco verde attorno. A Poira per tutto il mese di luglio l’acquedotto era inquinato, così anche lì si è bevuta l’acqua minerale. Finalmente i milanesi si sentiranno un po’ a casa loro, e noi, a Poira, ci sentiremo un po’ milanesi. Già che ci siamo: a Poira, nel silenzio dell’inverno, anime buone tagliano a zero i boschi vicino alla chiesa, così d’estate avremo dei bei prati assolati (mica ci vorranno costruire vero?). a Poira, come formiche instancabili, continuano imperterriti a realizzare chilometri di strade tagliafuoco che, è vero non serviranno a niente, ma che permetteranno anche ad una Panda smarmittata di arrivare fino alle quote più alte. Non ci resta che piangere!
CAI MORBEGNO 69
I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2007 gli iscritti sono 555 (+33) così suddivisi: 382 (+21) ordinari, 140 (+6) famigliari e 33 (+6) giovani. Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti o presso la Sede il venerdì sera dalle 9,15 alle 23. IL CONSIGLIO DIRETTIVO DEL C.A.I. MORBEGNO Presidente Domenico Del Barba Vicepresidente Lodovico Mottarella Mario Spini Segretario Davide Bonzi Consiglieri Danilo Acquistapace Enrico Bertoli Alessandro Caligari Angelo De Donati Giovanni Rovedatti Franco Scotti GLI ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) Franco Scotti (ISA) Cesare De Donati (INSA/IAIl) 70 CAI MORBEGNO
BIBIOTECA/VIDEOTECA Sono entrate in biblioteca 4 nuove opere. Sono tutte guide della collana Monti d’Italia del CAI/TCI. Il totale dei titoli presenti negli scaffali è 359. Completano il patrimonio 31 videocassette e 152 carte geografiche.
• Piz Suretta (Valle Spluga) • Ponteranica (Val Gerola). • A conclusione del corso è stata effettuata un’uscita di due giorni al rifugio Cristallina (Val Bedretto - Ticino) con salita del Pizzo Cristallina e alla Cima di Lago.
ATTIVITA' IN PILLOLE Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2006 a marzo 2007, presso la palestra di via Prati Grassi si sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. L’iniziativa incontra sempre il gradimento dei nostri soci che si prenotano con largo anticipo.
Corso di arrampicata (vedi articolo pag. 7) Si è svolto nei mesi di settembre e di ottobre ed ha avuto come palestre le pareti del Sasso di Remenno (Val Masino) e del Sasso Bianco (Prata), le placche di Bette (Valle Spluga), la cresta sud del Pizzo Balzetto (Albigna), il calcare dello Zucco dell’Angelone (Lecco) e le formazioni dolomitiche dei Torrioni Magnaghi (Grigne). Hanno partecipato 8 allievi.
Corso base di scialpinismo Al corso hanno partecipato con profitto 7 allievi: Giacomo Bianchi Bazzi (Mandello), Fulvia Copes (Gera Lario), Mazzoleni Carlo Battista (Morbegno), Paolo Dego (Colico), Fabio Ferré (Rogolo), Renato Taddeo (Montagna), Giuseppe Marra (Dazio). Queste le uscite di una giornata, precedute, come al solito, dalle lezioni teoriche: • Piz Campagnun (Passo Julier) • Pizzo Colombana (Val Gerola) • Piz D'Emmat Da dent (Engadina)
Gite famigliari Sono continuate con successo le gite famigliari organizzate con la collaborazione del GEM. Cinque le escursioni programmate ed effettuate: • 18 marzo - Abbazia di San Benedetto in Val Perlana (Lenno-Ossuccio) – 134 partecipanti; • 15 aprile - Parco naturale del lago di Piano (Porlezza) – 57 partecipanti; • 6 maggio - Tartano lungo la Val Fabiolo, in collaboraborazione con il Gruppo Acque Valtartano – 65 partecipanti;
• 17 giugno - Alpe Lendine (Valle Spluga) – 46 partecipanti; • 28 ottobre - Valsolda – 80 partecipanti. Sci alpinismo al chiaro di luna 6 febbraio - In una serata limpida e finalmente mite, dopo due inverni con temperature polari, si è svolta la tradizionale gita notturna con le pelli di foca. Consolidando l’orientamento di questi ultimi anni, è stata scelta come meta il Pianone di Salmurano, raggiungibile senza problemi anche da chi è alle prime esperienze. Ristoro presso il Rifugio Salmurano e, quindi, fantastica discesa lungo la Rocca. Partecipanti 30. Rallyno della Rosetta 4 marzo - In una bella giornata marzolina, 31 squadre si sono confrontate nel tradizionale scenario dell’alpe Culino. A causa della copertura discontinua del manto nevoso, il tracciato della prova di discesa è stato spostato più in alto rispetto al passato: partenza a monte del casello dell’acqua e arrivo a valle della Baita del Gaspàr.
Vittoria tutta al femminile. Rita Bertoli e Lidia Moretto, partite per ultime, in quanto impegnate nell’organizzazione, hanno messo tutti in fila aggiudicandosi meritatamente la vittoria. • Vincitori Rallyno: Rita Bertoli e Lidia Moretto (penalità 3,153). • Vincitori cronoscalata: Del Vo Paolo - Martinoli Marco (tempo 31’ 28”). • Vincitori discesa: Silvio Bagiolo e Davide Pedrotti (tempo 29”). Gita sci alpinistica allo Zapporthorn 25 marzo - Una giornata con tempo parzialmente sereno ha caratterizzato la gita sci alpinistica primaverile allo Zapporthorn, nei dintorni del passo
San Bernardino. Partecipanti 37 (pag. 60). Gita naturalistica in Val Lesina 10 giugno – Una bella giornata di sole ha favorito l’effettuazione di questa gita fuori dagli schemi tradizionali. Grazie alla disponibilità del prof. Marco Caccianiga , dell’Università di Milano, che è anche guida escursionistica, i 45 partecipanti hanno potuto prendere contatto con i segreti della natura di questa valle troppo spesso trascurata. L’amico Angelo (De Donati), geloso custode ed appassionato estimatore di questo angolo di Valtellina, ha voluto celebrare l’avvenimento offrendo il pranzo nella sua dimora d’alta CAI MORBEGNO 71
I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.12.2007 gli iscritti sono 555 (+33) così suddivisi: 382 (+21) ordinari, 140 (+6) famigliari e 33 (+6) giovani. Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti o presso la Sede il venerdì sera dalle 9,15 alle 23. IL CONSIGLIO DIRETTIVO DEL C.A.I. MORBEGNO Presidente Domenico Del Barba Vicepresidente Lodovico Mottarella Mario Spini Segretario Davide Bonzi Consiglieri Danilo Acquistapace Enrico Bertoli Alessandro Caligari Angelo De Donati Giovanni Rovedatti Franco Scotti GLI ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) Franco Scotti (ISA) Cesare De Donati (INSA/IAIl) 70 CAI MORBEGNO
BIBIOTECA/VIDEOTECA Sono entrate in biblioteca 4 nuove opere. Sono tutte guide della collana Monti d’Italia del CAI/TCI. Il totale dei titoli presenti negli scaffali è 359. Completano il patrimonio 31 videocassette e 152 carte geografiche.
• Piz Suretta (Valle Spluga) • Ponteranica (Val Gerola). • A conclusione del corso è stata effettuata un’uscita di due giorni al rifugio Cristallina (Val Bedretto - Ticino) con salita del Pizzo Cristallina e alla Cima di Lago.
ATTIVITA' IN PILLOLE Corso di ginnastica presciistica Come oramai è tradizione da diversi anni, da ottobre 2006 a marzo 2007, presso la palestra di via Prati Grassi si sono svolte le lezioni del corso di ginnastica in preparazione della stagione invernale. L’iniziativa incontra sempre il gradimento dei nostri soci che si prenotano con largo anticipo.
Corso di arrampicata (vedi articolo pag. 7) Si è svolto nei mesi di settembre e di ottobre ed ha avuto come palestre le pareti del Sasso di Remenno (Val Masino) e del Sasso Bianco (Prata), le placche di Bette (Valle Spluga), la cresta sud del Pizzo Balzetto (Albigna), il calcare dello Zucco dell’Angelone (Lecco) e le formazioni dolomitiche dei Torrioni Magnaghi (Grigne). Hanno partecipato 8 allievi.
Corso base di scialpinismo Al corso hanno partecipato con profitto 7 allievi: Giacomo Bianchi Bazzi (Mandello), Fulvia Copes (Gera Lario), Mazzoleni Carlo Battista (Morbegno), Paolo Dego (Colico), Fabio Ferré (Rogolo), Renato Taddeo (Montagna), Giuseppe Marra (Dazio). Queste le uscite di una giornata, precedute, come al solito, dalle lezioni teoriche: • Piz Campagnun (Passo Julier) • Pizzo Colombana (Val Gerola) • Piz D'Emmat Da dent (Engadina)
Gite famigliari Sono continuate con successo le gite famigliari organizzate con la collaborazione del GEM. Cinque le escursioni programmate ed effettuate: • 18 marzo - Abbazia di San Benedetto in Val Perlana (Lenno-Ossuccio) – 134 partecipanti; • 15 aprile - Parco naturale del lago di Piano (Porlezza) – 57 partecipanti; • 6 maggio - Tartano lungo la Val Fabiolo, in collaboraborazione con il Gruppo Acque Valtartano – 65 partecipanti;
• 17 giugno - Alpe Lendine (Valle Spluga) – 46 partecipanti; • 28 ottobre - Valsolda – 80 partecipanti. Sci alpinismo al chiaro di luna 6 febbraio - In una serata limpida e finalmente mite, dopo due inverni con temperature polari, si è svolta la tradizionale gita notturna con le pelli di foca. Consolidando l’orientamento di questi ultimi anni, è stata scelta come meta il Pianone di Salmurano, raggiungibile senza problemi anche da chi è alle prime esperienze. Ristoro presso il Rifugio Salmurano e, quindi, fantastica discesa lungo la Rocca. Partecipanti 30. Rallyno della Rosetta 4 marzo - In una bella giornata marzolina, 31 squadre si sono confrontate nel tradizionale scenario dell’alpe Culino. A causa della copertura discontinua del manto nevoso, il tracciato della prova di discesa è stato spostato più in alto rispetto al passato: partenza a monte del casello dell’acqua e arrivo a valle della Baita del Gaspàr.
Vittoria tutta al femminile. Rita Bertoli e Lidia Moretto, partite per ultime, in quanto impegnate nell’organizzazione, hanno messo tutti in fila aggiudicandosi meritatamente la vittoria. • Vincitori Rallyno: Rita Bertoli e Lidia Moretto (penalità 3,153). • Vincitori cronoscalata: Del Vo Paolo - Martinoli Marco (tempo 31’ 28”). • Vincitori discesa: Silvio Bagiolo e Davide Pedrotti (tempo 29”). Gita sci alpinistica allo Zapporthorn 25 marzo - Una giornata con tempo parzialmente sereno ha caratterizzato la gita sci alpinistica primaverile allo Zapporthorn, nei dintorni del passo
San Bernardino. Partecipanti 37 (pag. 60). Gita naturalistica in Val Lesina 10 giugno – Una bella giornata di sole ha favorito l’effettuazione di questa gita fuori dagli schemi tradizionali. Grazie alla disponibilità del prof. Marco Caccianiga , dell’Università di Milano, che è anche guida escursionistica, i 45 partecipanti hanno potuto prendere contatto con i segreti della natura di questa valle troppo spesso trascurata. L’amico Angelo (De Donati), geloso custode ed appassionato estimatore di questo angolo di Valtellina, ha voluto celebrare l’avvenimento offrendo il pranzo nella sua dimora d’alta CAI MORBEGNO 71
quota, aiutato nientemeno che da Natalino Bavo, cuoco provetto e montanaro doc. Gite ciclo alpinistiche Hanno costituito la novità della programmazione del CAI Morbegno: escursioni in mountain bike, con finale a piedi. 10 luglio – Val Chamuera (Engadina) con successiva salita al Piz Sagliaint (m 2945) – 17 partecipanti (pag. 64). 2 settembre – Val Viola bormina. Partecipanti 11. Escursionismo balneare a Camogli - Portofino 16 settembre – Una bellissima giornata con clima estivo ha rallegrato i 67 partecipanti a questa simpatica escursione da Camogli a Portofino. Un bagno ristoratore nella piccola spiaggia di San Fruttuoso ha completato degnamente la giornata (pag. 62). Trekking sul Sentiero Andrea Paniga 14 ottobre – Punto di arrivo al Rifugio Salmurano. In 24 hanno aderito al tradizionale appuntamento. Quasi tutti hanno optato per l’itinerario che, partendo da 72 CAI MORBEGNO
Gerola Alta, ha raggiunto prima Bominallo e quindi la croce della Motta, per scendere poi al lago di Pescegallo lungo il crinale che separa la valle di Pescegallo dalla Val Bomino. Tempo inizialmente nuvoloso e nebbioso che ha creato suggestive visioni nel tratto di bosco
a valle della Motta. Un tiepido e gradito sole ha quindi tenuto compagnia alla comitiva fino Pescegallo, dove è avvenuto il ricongiungimento con alcuni gruppi famiglia che, con i bambini, avevano raggiunto il lago direttamente dal piazzale della seggiovia. CAI MORBEGNO 73
quota, aiutato nientemeno che da Natalino Bavo, cuoco provetto e montanaro doc. Gite ciclo alpinistiche Hanno costituito la novità della programmazione del CAI Morbegno: escursioni in mountain bike, con finale a piedi. 10 luglio – Val Chamuera (Engadina) con successiva salita al Piz Sagliaint (m 2945) – 17 partecipanti (pag. 64). 2 settembre – Val Viola bormina. Partecipanti 11. Escursionismo balneare a Camogli - Portofino 16 settembre – Una bellissima giornata con clima estivo ha rallegrato i 67 partecipanti a questa simpatica escursione da Camogli a Portofino. Un bagno ristoratore nella piccola spiaggia di San Fruttuoso ha completato degnamente la giornata (pag. 62). Trekking sul Sentiero Andrea Paniga 14 ottobre – Punto di arrivo al Rifugio Salmurano. In 24 hanno aderito al tradizionale appuntamento. Quasi tutti hanno optato per l’itinerario che, partendo da 72 CAI MORBEGNO
Gerola Alta, ha raggiunto prima Bominallo e quindi la croce della Motta, per scendere poi al lago di Pescegallo lungo il crinale che separa la valle di Pescegallo dalla Val Bomino. Tempo inizialmente nuvoloso e nebbioso che ha creato suggestive visioni nel tratto di bosco
a valle della Motta. Un tiepido e gradito sole ha quindi tenuto compagnia alla comitiva fino Pescegallo, dove è avvenuto il ricongiungimento con alcuni gruppi famiglia che, con i bambini, avevano raggiunto il lago direttamente dal piazzale della seggiovia. CAI MORBEGNO 73
74 CAI MORBEGNO