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Annuario Cai Morbegno 2004

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CAI


SOMMARIO

CAI 4 14 20 24 30 42 51 56

I Corsi

Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno

Via Merizzi 186/b Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

Personaggi

Valanghe Hanno collaborato: Matteo Adhanom, Davide Bonzi, Alessandro Caligari, Daniele Chiarelli, Paolo Civera, Cesare De Donati, Domenico Del Barba, Dino e Giacomina Fiorelli, Michela Fioroni, Fabiano Gusmeroli, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Alfredo Praolini, Franco Scotti, Riccardo Scotti

Fotografie: Archivio spedizione K2: 51, 52, 53, 54, 55 Fabiano Gusmeroli: 26, 28 Stefano Losa: 6 (sopra) Riccardo Marchini: 14, 16, 17(sopra), 19 Lodovico Mottarella: copertina, 2a e 3a copert, 2, 3, 12, 15, 17 (sotto), 18, 20, 21, 22, 23, 25, 27, 29, 31, 32, 33, 34, 35, 37, 38, 39, 41, 43, 44-45 (sopra), 46, 47, 49, 57, 60, 61, 63, 64 Mario Spini: 4, 5, 8, 9, 10, 11, 62 (sotto) Riccardo Scotti: 7 (sotto), 42, 45 (sotto), 62 (sinistra, sopra) Oreste Zecca: 7 (sopra)

Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

Stampa: Tipografia Bonazzi

Sci

Ambiente

Ghiacciai

Avvenimenti

Libri

II CAI MORBEGNO

Il corso di scialpinismo di MICHELA FIORONI

Il corso di arrampicata di MARIO SPINI

Dino Fiorelli e la Omio di RICCARDO MARCHINI

Valanghe d’estate di ALFREDO PRAOLINI

Le tracce si dividono di FABIANO GUSMEROLI

Il sogno svizzero

di ALESSANDRO CALIGARI

Motoslitte

Il Ghiacciaio di Fellaria di RICCARDO SCOTTI

K2

di PAOLO CIVERA e MATTEO ADHANOM

Escursione in libreria di DANIELE CHIARELLI

CAI MORBEGNO 1


SOMMARIO

CAI 4 14 20 24 30 42 51 56

I Corsi

Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno

Via Merizzi 186/b Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

Personaggi

Valanghe Hanno collaborato: Matteo Adhanom, Davide Bonzi, Alessandro Caligari, Daniele Chiarelli, Paolo Civera, Cesare De Donati, Domenico Del Barba, Dino e Giacomina Fiorelli, Michela Fioroni, Fabiano Gusmeroli, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Alfredo Praolini, Franco Scotti, Riccardo Scotti

Fotografie: Archivio spedizione K2: 51, 52, 53, 54, 55 Fabiano Gusmeroli: 26, 28 Stefano Losa: 6 (sopra) Riccardo Marchini: 14, 16, 17(sopra), 19 Lodovico Mottarella: copertina, 2a e 3a copert, 2, 3, 12, 15, 17 (sotto), 18, 20, 21, 22, 23, 25, 27, 29, 31, 32, 33, 34, 35, 37, 38, 39, 41, 43, 44-45 (sopra), 46, 47, 49, 57, 60, 61, 63, 64 Mario Spini: 4, 5, 8, 9, 10, 11, 62 (sotto) Riccardo Scotti: 7 (sotto), 42, 45 (sotto), 62 (sinistra, sopra) Oreste Zecca: 7 (sopra)

Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

Stampa: Tipografia Bonazzi

Sci

Ambiente

Ghiacciai

Avvenimenti

Libri

II CAI MORBEGNO

Il corso di scialpinismo di MICHELA FIORONI

Il corso di arrampicata di MARIO SPINI

Dino Fiorelli e la Omio di RICCARDO MARCHINI

Valanghe d’estate di ALFREDO PRAOLINI

Le tracce si dividono di FABIANO GUSMEROLI

Il sogno svizzero

di ALESSANDRO CALIGARI

Motoslitte

Il Ghiacciaio di Fellaria di RICCARDO SCOTTI

K2

di PAOLO CIVERA e MATTEO ADHANOM

Escursione in libreria di DANIELE CHIARELLI

CAI MORBEGNO 1


di Franco Scotti

E D I T O R I A L E

2 CAI MORBEGNO

Una caratteristica che contraddistingue l’appassionato di montagna “valligiano” rispetto al “cittadino” è senza dubbio l’attaccamento possessivo al proprio territorio, che nasce dalla costante frequentazione, spesso fin dall’infanzia, di boschi, alpeggi e cime, e che si configura talvolta come un vero e proprio sentimento di gelosia. Ci sentiamo talmente a nostro agio e l’ambiente ci è così famigliare che la radura nel bosco ci appare come il nostro salotto e la cima è la torre di confine del nostro castello privato. Sono forse retaggi infantili, magari delle lunghe e spensierate vacanze estive in baita che, come per molti altri aspetti della nostra personalità, condizionano fortemente il rapporto con la nostra montagna. Questo sentimento di gelosia è più evidente in chi usufruisce dei prodotti della montagna: cercatori di funghi, cacciatori, pescatori, raccoglitori di castagne e mirtilli,

tuttavia anche il semplice escursionista “forestiero” può turbare gli animi e la sua presenza è vissuta con diffidenza e disagio. Anche le regole, le normative e tutte le ingerenze sulla gestione del nostro territorio calate dall’alto dalla burocrazia dei vari Enti preposti sono mal tollerate. Siamo un gruppo di egoisti, anarchici e asociali? Può darsi, anzi, in certa misura sicuramente, ma questi atteggiamenti, se moderati e incanalati nel giusto percorso, rappresentano una formidabile energia, fondamentale per la protezione e la difesa del nostro ambiente alpino. Certamente siamo coscienti che l’escursionista o alpinista corretto e rispettoso dell’ambiente debba giustamente essere libero di muoversi dove meglio crede, ma l’amore per il nostro territorio ci può e ci deve dare la forza di opporci all’assalto e al degrado della montagna da parte di tutti quanti non condividono gli stessi

nostri sentimenti. Anche nell’ambito del C.A.I. le sezioni “cittadine” vivono la montagna in modo diverso, molto più aperto, non hanno la “loro” montagna e frequentano ed apprezzano indifferentemente tutti gli ambienti alpini. Solo le Sezioni “valligiane”, come la nostra, sono legate così fortemente al loro territorio. Così, spesso, si evidenziano delle malcelate contraddizioni: organizziamo corsi di alpinismo e sci-alpinismo, ma ci lamentiamo per l’affollamento che ci toglie quasi sempre il piacere di battere una traccia con gli sci in neve fresca, o imprechiamo per le attese e i grovigli di corde alle soste in arrampicata; ci prestiamo a segnalare i sentieri e a posare cartelli segnaletici (dubitando del loro impatto ambientale) quando qualche nostro Socio confessa di aver mascherato l’imbocco di un sentiero con rami e frasche per rendere più difficile l’accesso ai “suoi” luoghi.

E’ vero che la prima reazione a questi aneddoti è di certo una fragorosa risata, ma proviamo a riflettere più approfonditamente sul rapporto, talvolta tormentato, fra le attività della Sezione e i nostri più intimi desideri nei riguardi della “nostra” montagna. Ricordiamoci che il Club Alpino è nato per iniziativa e da esigenze di gente di città, sicuramente diverse dalle nostre, e sulla base di queste differenze occorre riconsiderare la funzione della nostra Sezione, nel rispetto dello Statuto Generale, adeguandola alla nostra realtà locale. Più della generica promozione delle attività in montagna, credo sia nostro compito primario quello di stimolare la consapevolezza di avere in gestione uno straordinario patrimonio naturale, in parte ancora selvaggio, la cui integrità è strettamente legata all’esistenza stessa del nostro Sodalizio, e fare in modo che tutti i soci ne diventino un po’ gelosi.

CAI MORBEGNO 3


di Franco Scotti

E D I T O R I A L E

2 CAI MORBEGNO

Una caratteristica che contraddistingue l’appassionato di montagna “valligiano” rispetto al “cittadino” è senza dubbio l’attaccamento possessivo al proprio territorio, che nasce dalla costante frequentazione, spesso fin dall’infanzia, di boschi, alpeggi e cime, e che si configura talvolta come un vero e proprio sentimento di gelosia. Ci sentiamo talmente a nostro agio e l’ambiente ci è così famigliare che la radura nel bosco ci appare come il nostro salotto e la cima è la torre di confine del nostro castello privato. Sono forse retaggi infantili, magari delle lunghe e spensierate vacanze estive in baita che, come per molti altri aspetti della nostra personalità, condizionano fortemente il rapporto con la nostra montagna. Questo sentimento di gelosia è più evidente in chi usufruisce dei prodotti della montagna: cercatori di funghi, cacciatori, pescatori, raccoglitori di castagne e mirtilli,

tuttavia anche il semplice escursionista “forestiero” può turbare gli animi e la sua presenza è vissuta con diffidenza e disagio. Anche le regole, le normative e tutte le ingerenze sulla gestione del nostro territorio calate dall’alto dalla burocrazia dei vari Enti preposti sono mal tollerate. Siamo un gruppo di egoisti, anarchici e asociali? Può darsi, anzi, in certa misura sicuramente, ma questi atteggiamenti, se moderati e incanalati nel giusto percorso, rappresentano una formidabile energia, fondamentale per la protezione e la difesa del nostro ambiente alpino. Certamente siamo coscienti che l’escursionista o alpinista corretto e rispettoso dell’ambiente debba giustamente essere libero di muoversi dove meglio crede, ma l’amore per il nostro territorio ci può e ci deve dare la forza di opporci all’assalto e al degrado della montagna da parte di tutti quanti non condividono gli stessi

nostri sentimenti. Anche nell’ambito del C.A.I. le sezioni “cittadine” vivono la montagna in modo diverso, molto più aperto, non hanno la “loro” montagna e frequentano ed apprezzano indifferentemente tutti gli ambienti alpini. Solo le Sezioni “valligiane”, come la nostra, sono legate così fortemente al loro territorio. Così, spesso, si evidenziano delle malcelate contraddizioni: organizziamo corsi di alpinismo e sci-alpinismo, ma ci lamentiamo per l’affollamento che ci toglie quasi sempre il piacere di battere una traccia con gli sci in neve fresca, o imprechiamo per le attese e i grovigli di corde alle soste in arrampicata; ci prestiamo a segnalare i sentieri e a posare cartelli segnaletici (dubitando del loro impatto ambientale) quando qualche nostro Socio confessa di aver mascherato l’imbocco di un sentiero con rami e frasche per rendere più difficile l’accesso ai “suoi” luoghi.

E’ vero che la prima reazione a questi aneddoti è di certo una fragorosa risata, ma proviamo a riflettere più approfonditamente sul rapporto, talvolta tormentato, fra le attività della Sezione e i nostri più intimi desideri nei riguardi della “nostra” montagna. Ricordiamoci che il Club Alpino è nato per iniziativa e da esigenze di gente di città, sicuramente diverse dalle nostre, e sulla base di queste differenze occorre riconsiderare la funzione della nostra Sezione, nel rispetto dello Statuto Generale, adeguandola alla nostra realtà locale. Più della generica promozione delle attività in montagna, credo sia nostro compito primario quello di stimolare la consapevolezza di avere in gestione uno straordinario patrimonio naturale, in parte ancora selvaggio, la cui integrità è strettamente legata all’esistenza stessa del nostro Sodalizio, e fare in modo che tutti i soci ne diventino un po’ gelosi.

CAI MORBEGNO 3


CORSO DI SCIALPINISMO

Montagne bianche

Lo sci alpinismo e l’alpinismo sono espressioni del desiderio di avventura e di libertà fisica e spirituale. Soprattutto

di Michela Fioroni

nel nostro tempo, però, in cui le attività umane si svolgono lontano dalla natura, occorre che l’approccio a queste discipline avvenga attraverso l’acquisizione di un adeguato bagaglio di conoscenze che riguardano non solo gli aspetti strettamente tecnici, ma anche quelli legati alla montagna nelle sue componenti ambientale, topografica, geologica e meteorica. Con questo intendimento il CAI di Morbegno organizza annualmente corsi base di sci alpinismo e di alpinismo, mettendo a disposizione dei neofiti una struttura consolidata, uno staff di istruttori esperti e l’accoglienza

i

amicale dei propri associati.

In arrampicata sulle lisce placche del Trapezio d’argento in Val di Mello

4 CAI MORBEGNO

“Ma chi me l’ha fatto fare ??!!” Me lo sono chiesta davvero parecchie volte quest’inverno quando, impietosa, la sveglia, alle 6.30, mi strappava dal torpore del sonno per affrontare una “lunga giornata di fatiche”.... Anche il tempo non è stato clemente. Quello appena trascorso è stato, certo, un inverno poco generoso che ci ha riservato, spesso, fine settimana bigi, nuvolosi e con temperature rigide, sempre preannunciati, devo dire, con incredibile precisione, dal nostro meteorologo Riki. Torniamo a noi: per convincermi ad alzarmi, dicevo, nei pochi minuti “di margine” che mi concedevo nel caldo del letto, cominciavo a elencare i motivi per cui avevo scelto di iscrivermi al corso di sci alpinismo e a Morbegno, per giunta (io sono di Sondrio....)! Pensavo ai posti che avrei visto, alla soddisfazione che avrei provato nel raggiungere la vetta dopo tanta fatica. Pensavo anche ai miei compagni di corso, con cui ho condiviso tanta fatica e molte risate e alla disponibilità e infinita pazienza dei vari istruttori e accompagnatori che CAI MORBEGNO 5


CORSO DI SCIALPINISMO

Montagne bianche

Lo sci alpinismo e l’alpinismo sono espressioni del desiderio di avventura e di libertà fisica e spirituale. Soprattutto

di Michela Fioroni

nel nostro tempo, però, in cui le attività umane si svolgono lontano dalla natura, occorre che l’approccio a queste discipline avvenga attraverso l’acquisizione di un adeguato bagaglio di conoscenze che riguardano non solo gli aspetti strettamente tecnici, ma anche quelli legati alla montagna nelle sue componenti ambientale, topografica, geologica e meteorica. Con questo intendimento il CAI di Morbegno organizza annualmente corsi base di sci alpinismo e di alpinismo, mettendo a disposizione dei neofiti una struttura consolidata, uno staff di istruttori esperti e l’accoglienza

i

amicale dei propri associati.

In arrampicata sulle lisce placche del Trapezio d’argento in Val di Mello

4 CAI MORBEGNO

“Ma chi me l’ha fatto fare ??!!” Me lo sono chiesta davvero parecchie volte quest’inverno quando, impietosa, la sveglia, alle 6.30, mi strappava dal torpore del sonno per affrontare una “lunga giornata di fatiche”.... Anche il tempo non è stato clemente. Quello appena trascorso è stato, certo, un inverno poco generoso che ci ha riservato, spesso, fine settimana bigi, nuvolosi e con temperature rigide, sempre preannunciati, devo dire, con incredibile precisione, dal nostro meteorologo Riki. Torniamo a noi: per convincermi ad alzarmi, dicevo, nei pochi minuti “di margine” che mi concedevo nel caldo del letto, cominciavo a elencare i motivi per cui avevo scelto di iscrivermi al corso di sci alpinismo e a Morbegno, per giunta (io sono di Sondrio....)! Pensavo ai posti che avrei visto, alla soddisfazione che avrei provato nel raggiungere la vetta dopo tanta fatica. Pensavo anche ai miei compagni di corso, con cui ho condiviso tanta fatica e molte risate e alla disponibilità e infinita pazienza dei vari istruttori e accompagnatori che CAI MORBEGNO 5


La Valgrisanche accoglie il corso con una neve da favola (a fianco). Nella pagina a fronte l’allegra brigata posa per la classica foto ricordo. Sotto: ombre lunghe alle prime luci dell’alba.

ci hanno guidato alla scoperta dello sci alpinismo! E a quel punto era ora di alzarsi..... I paesaggi, dicevo, la natura. Questo è certo uno dei motivi che mi ha spinto verso lo sci alpinismo: la possibilità di vedere panorami inconsueti, luoghi non altrimenti raggiungibili in quella stagione. La pace e l’incredibile senzazione di serenità e di benessere che ti pervade, malgrado la fatica, quando sali, un passo dopo l’altro, verso la meta, sono davvero impagabili. Proprio come le vette faticosamente conquistate dal nostro gruppo di volenterosi neofiti. Soprattutto la prima. Almeno per me che, davvero, non ne avevo mai raggiunta una con gli sci! La soddisfazione è tanta e basta a compensare tutti gli sforzi fatti e, spesso, riesce a lasciarti un po’ anche di carica in più per affrontare, con rinnovato spirito, l’inesorabile settimana lavorativa che ti aspetta! Quest’anno, dicevo, di posti

6 CAI MORBEGNO

belli ne abbiamo visti molti. Il corso, o meglio i suoi indispensabili istruttori, ci ha guidato alla conquista dei monti Pedena, Ponteranica, Pasquale, Motal e Belvair. Di sicuro, comunque, il paesaggio più intenso che mi è capitato di vedere e l’esperienza più significativa del corso è stata la gita di due giorni in Valle d’Aosta. Un panorama spettacolare di un bianco mozzafiato (quasi quanto la lunga salita che lo precede!) che ripaga di tutte le fatiche. Anche dal punto di vista umano, devo dire, questa gita è stata una delle più riuscite anche perchè, durante i tre mesi di corso, abbiamo avuto il tempo di conoscerci meglio e si è creato un maggior affiatamento, tanto che, al ritorno dalla Val Grisanche,

l’idea che quella sarebbe stata l’ultima uscita “tutti insieme” è, certo, dispiaciuta a molti.... Cosa mi è rimasto del corso di sci alpinismo? Beh, sicuramente una gran voglia di rifarlo anche se so che non è possibile e poi, di sicuro, non sarebbe la stessa cosa.... Certo non sarebbe stata la stessa senza l’incredibile Cristian, senza il “Cadena” e gli altri “del Lago”, senza l’instancabile Maria Luisa e senza la simpatia e l’incoraggiamento degli istruttori e degli accompagnatori che, davvero, voglio ringraziare. Li devo ringraziare, però, anche e, soprattutto, per quello che sono riusciti a trasmettermi e a insegnarmi: dall’amore al rispetto per la montagna, alla necessità di prepararsi,

non solo fisicamente, per ogni uscita, fino alla consapevolezza con cui si deve affrontare una disciplina che merita di essere praticata con il cervello, prima che con le gambe. La cosa più importante e più difficile, infatti, nello sci alpinismo, mi hanno detto spesso al corso, non è tanto e solo riuscire ad andare avanti, ma sapere quando è meglio tornare indietro.

CAI MORBEGNO 7


La Valgrisanche accoglie il corso con una neve da favola (a fianco). Nella pagina a fronte l’allegra brigata posa per la classica foto ricordo. Sotto: ombre lunghe alle prime luci dell’alba.

ci hanno guidato alla scoperta dello sci alpinismo! E a quel punto era ora di alzarsi..... I paesaggi, dicevo, la natura. Questo è certo uno dei motivi che mi ha spinto verso lo sci alpinismo: la possibilità di vedere panorami inconsueti, luoghi non altrimenti raggiungibili in quella stagione. La pace e l’incredibile senzazione di serenità e di benessere che ti pervade, malgrado la fatica, quando sali, un passo dopo l’altro, verso la meta, sono davvero impagabili. Proprio come le vette faticosamente conquistate dal nostro gruppo di volenterosi neofiti. Soprattutto la prima. Almeno per me che, davvero, non ne avevo mai raggiunta una con gli sci! La soddisfazione è tanta e basta a compensare tutti gli sforzi fatti e, spesso, riesce a lasciarti un po’ anche di carica in più per affrontare, con rinnovato spirito, l’inesorabile settimana lavorativa che ti aspetta! Quest’anno, dicevo, di posti

6 CAI MORBEGNO

belli ne abbiamo visti molti. Il corso, o meglio i suoi indispensabili istruttori, ci ha guidato alla conquista dei monti Pedena, Ponteranica, Pasquale, Motal e Belvair. Di sicuro, comunque, il paesaggio più intenso che mi è capitato di vedere e l’esperienza più significativa del corso è stata la gita di due giorni in Valle d’Aosta. Un panorama spettacolare di un bianco mozzafiato (quasi quanto la lunga salita che lo precede!) che ripaga di tutte le fatiche. Anche dal punto di vista umano, devo dire, questa gita è stata una delle più riuscite anche perchè, durante i tre mesi di corso, abbiamo avuto il tempo di conoscerci meglio e si è creato un maggior affiatamento, tanto che, al ritorno dalla Val Grisanche,

l’idea che quella sarebbe stata l’ultima uscita “tutti insieme” è, certo, dispiaciuta a molti.... Cosa mi è rimasto del corso di sci alpinismo? Beh, sicuramente una gran voglia di rifarlo anche se so che non è possibile e poi, di sicuro, non sarebbe la stessa cosa.... Certo non sarebbe stata la stessa senza l’incredibile Cristian, senza il “Cadena” e gli altri “del Lago”, senza l’instancabile Maria Luisa e senza la simpatia e l’incoraggiamento degli istruttori e degli accompagnatori che, davvero, voglio ringraziare. Li devo ringraziare, però, anche e, soprattutto, per quello che sono riusciti a trasmettermi e a insegnarmi: dall’amore al rispetto per la montagna, alla necessità di prepararsi,

non solo fisicamente, per ogni uscita, fino alla consapevolezza con cui si deve affrontare una disciplina che merita di essere praticata con il cervello, prima che con le gambe. La cosa più importante e più difficile, infatti, nello sci alpinismo, mi hanno detto spesso al corso, non è tanto e solo riuscire ad andare avanti, ma sapere quando è meglio tornare indietro.

CAI MORBEGNO 7


Notes d’escalade

Il sole, già alto in un cielo limpido di metà maggio, rischiara le bianche pareti calcaree, mentre un gruppo di grimpeurs arranca su un ripido pendio sassoso ricoperto da una fitta boscaglia. Il rumore della ferraglia, unito alle imprecazioni (merde) e ai gemiti provocati dal contatto con la vegetazione spinosa di un manipolo di malcapitati, risuona nelle orecchie di un giovanotto smilzo e muscoloso che, incurante dei lamenti dei compagni, procede davanti al gruppo con ostentata sicurezza. “Il sentiero è altrove” avrebbe titolato Milan Kundera. Ed invece, proprio quando il découragement stava prendendo il sopravvento, eccoci sbucare alla base del primo salto bianco. L’entusiamo che suscita la visione del pilier sul quale tra poco ci misureremo, fuga ogni malumore. Pardon… Vous permettez? Un’ultra sessantenne a torso nudo, capelli bianchi e un paio di vecchie “Mariacher” ai piedi, in virtù di un diritto conferitogli da un’antica frequentazione della zona, rivendica il diritto di passare davanti a tutti nell’affollamento

8 CAI MORBEGNO

C O R S O D I A R R A M P IC A T A

di Mario Spini

di corde, gambe e braccia che si intrecciano alla base del primo mur fissuré. Con movimenti misurati e sicuri, come d’altronde l’arrampicata in solitaire esige, supera in brevissimo tempo il primo tiro, scomparendo alla nostra vista dietro un arête, lasciandoci l’impressione di una consumata maestria. Chapeau! Yvonne scorre con impegno le corde da 9 mm nel reverso, accompagnando i primi movimenti del capo cordata che, come un bradipo (“le corde non vengono!”) si innalza faticosamente lungo un fissuredièdre. “Lascia - le corde - più - molli”, grida lui scandendo bene le parole. “Non scorrono, sono tutte ingroppite!”, si giustifica lei. “Mon Dieu... c’est pas possible!» Cominciamo bene! «Quando sono partito erano a posto», ribatte ancora lui abbozzando una difesa sostenuta solo dal suo orgoglio di istruttore. Ecco, lo sapevo, ora non è più possibile nascondere la nostra identità. Non siamo in Verdon, lui non è Patrick Edlinger e Yvonne non è la sorella di Catherine Destivelle, ma una insegnante di scuola materna, madre di famiglia di Prata Camportaccio che, dopo aver coltivato per anni la passione della montagna, quest’anno ha deciso di iscriversi al corso di arrampicata del CAI. Proprio il suo nome d’oltralpe ha scatenato la mia fantasia che, come uscita da un vaso di Pandora, non riesce più a fermarsi e alimenta con un francese improbabile gli scambi di battute durante tutta la salita. «Alè, Alè, Alè, Yvonne! A gauche. No, no, no, excuse moi, a droite! Attention au

A fianco: sulle lisce placche della Val di Mello Sotto: i primi passi sul calcare del pizzo Boga

surplomb! Sara e Yvonne mi seguono con un’espressione divertita ed a tratti attonita. Quando, però, le crescenti difficoltà della salita stimolano maggiormente la rapida crescita delle loro qualità arrampicatorie, il divertimento per un momento lascia il posto alla concentrazione, indispensabile per imparare a calibrare l’uso della forza e migliorare la precisione del movimento. Il piacere dell’arrampicata su calcare in breve tempo le conquista! Con una sequenza di tiri di corda intervallati da cengioni detritici raggiungiamo la cima del pizzo Boga e, provati soprattutto dalla sete, ci infiliamo nel canalone boscoso che fiancheggia a ovest il bastione roccioso. In breve ci riuniamo tutti insieme alla base. Allora, tra un panino, un sorso di Isostad e uno scambio di impressioni, scopriamo nelle espressioni soddisfatte dei nostri amici che è possibile trovare il proprio Verdon anche qui vicino a casa. CAI MORBEGNO 9


Notes d’escalade

Il sole, già alto in un cielo limpido di metà maggio, rischiara le bianche pareti calcaree, mentre un gruppo di grimpeurs arranca su un ripido pendio sassoso ricoperto da una fitta boscaglia. Il rumore della ferraglia, unito alle imprecazioni (merde) e ai gemiti provocati dal contatto con la vegetazione spinosa di un manipolo di malcapitati, risuona nelle orecchie di un giovanotto smilzo e muscoloso che, incurante dei lamenti dei compagni, procede davanti al gruppo con ostentata sicurezza. “Il sentiero è altrove” avrebbe titolato Milan Kundera. Ed invece, proprio quando il découragement stava prendendo il sopravvento, eccoci sbucare alla base del primo salto bianco. L’entusiamo che suscita la visione del pilier sul quale tra poco ci misureremo, fuga ogni malumore. Pardon… Vous permettez? Un’ultra sessantenne a torso nudo, capelli bianchi e un paio di vecchie “Mariacher” ai piedi, in virtù di un diritto conferitogli da un’antica frequentazione della zona, rivendica il diritto di passare davanti a tutti nell’affollamento

8 CAI MORBEGNO

C O R S O D I A R R A M P IC A T A

di Mario Spini

di corde, gambe e braccia che si intrecciano alla base del primo mur fissuré. Con movimenti misurati e sicuri, come d’altronde l’arrampicata in solitaire esige, supera in brevissimo tempo il primo tiro, scomparendo alla nostra vista dietro un arête, lasciandoci l’impressione di una consumata maestria. Chapeau! Yvonne scorre con impegno le corde da 9 mm nel reverso, accompagnando i primi movimenti del capo cordata che, come un bradipo (“le corde non vengono!”) si innalza faticosamente lungo un fissuredièdre. “Lascia - le corde - più - molli”, grida lui scandendo bene le parole. “Non scorrono, sono tutte ingroppite!”, si giustifica lei. “Mon Dieu... c’est pas possible!» Cominciamo bene! «Quando sono partito erano a posto», ribatte ancora lui abbozzando una difesa sostenuta solo dal suo orgoglio di istruttore. Ecco, lo sapevo, ora non è più possibile nascondere la nostra identità. Non siamo in Verdon, lui non è Patrick Edlinger e Yvonne non è la sorella di Catherine Destivelle, ma una insegnante di scuola materna, madre di famiglia di Prata Camportaccio che, dopo aver coltivato per anni la passione della montagna, quest’anno ha deciso di iscriversi al corso di arrampicata del CAI. Proprio il suo nome d’oltralpe ha scatenato la mia fantasia che, come uscita da un vaso di Pandora, non riesce più a fermarsi e alimenta con un francese improbabile gli scambi di battute durante tutta la salita. «Alè, Alè, Alè, Yvonne! A gauche. No, no, no, excuse moi, a droite! Attention au

A fianco: sulle lisce placche della Val di Mello Sotto: i primi passi sul calcare del pizzo Boga

surplomb! Sara e Yvonne mi seguono con un’espressione divertita ed a tratti attonita. Quando, però, le crescenti difficoltà della salita stimolano maggiormente la rapida crescita delle loro qualità arrampicatorie, il divertimento per un momento lascia il posto alla concentrazione, indispensabile per imparare a calibrare l’uso della forza e migliorare la precisione del movimento. Il piacere dell’arrampicata su calcare in breve tempo le conquista! Con una sequenza di tiri di corda intervallati da cengioni detritici raggiungiamo la cima del pizzo Boga e, provati soprattutto dalla sete, ci infiliamo nel canalone boscoso che fiancheggia a ovest il bastione roccioso. In breve ci riuniamo tutti insieme alla base. Allora, tra un panino, un sorso di Isostad e uno scambio di impressioni, scopriamo nelle espressioni soddisfatte dei nostri amici che è possibile trovare il proprio Verdon anche qui vicino a casa. CAI MORBEGNO 9


Splendide placche precipitano nel verde della Val di Mello. Arrampicata sul Trapezio d’argento, introduzione esemplare all’arrampicata in Valle.

Probabilmente anche oggi il sole sarà alto nel cielo, sopra il Balzetto; peccato, però, che sia nascosto da nubi grigie che un vento forte e gelido modella in forme minacciose sopra le nostre teste. Proprio il freddo intenso ci fa scordare di essere a metà giugno. Di certo Pietro, più degli altri, non si scorderà questa giornata; o meglio, le sue gambe, coperte solo fino a metà coscia da un paio di braghini di tela scozzese, porteranno a lungo il ricordo delle sofferenze sopportate per il clima invernale e per le abrasioni inferte dalle fessure ogni volta che venivano incastrate dolorosamente lungo il diedro del quarto tiro di “Mosaico”. Sono il primo a toccare il 10 CAI MORBEGNO

granito gelido della via, ma già sotto il primo spit vengo superato da Cesare, salito sulla destra sfruttando un tratto asciutto. Sono stato frenato da un problema tecnico: le mie Five Ten, bagnatesi sulla striscia di neve che lambisce l’attacco, non hanno più grip! Devo proprio fermarmi ad asciugarle; la sosta forzata non mi impedisce, però, di riuscire a tallonarlo fino alla sosta succhiandogli la ruota come Sete Gibernau con Valentino Rossi... Questo anticipo del Gran Premio di Catalogna, che si corre proprio oggi in Spagna, ha prodotto un coreografico intreccio di corde da 9 mm lungo i quaranta metri del primo tiro; un bel colpo d’occhio, sembra quasi uno spot della Mammut. Gli

effetti pratici di questo gioco si rivelano, comunque, meno problematici di quanto si possa pensare: Gimmi e Lorenzo, seguiti da Licia e Pietro, diligentemente si infilano tra le corde, le scavalcano, fino a dipanare completamente la matassa. Per il prosieguo della via l’ordine e la disciplina tornano ad avere il sopravvento e i tiri di corda si susseguono nel rispetto dei consueti canoni di sicurezza sino alla vetta del pilastro. In alcuni frangenti, per sottolineare un tono di maggior rigore, gli ordini per le manovre di corda riecheggiano nel bacino dell’Albigna imitando la lingua ufficiale del Cantone che ci ospita: “Quanta - Korda – ho?”……”Zwei meter!!!”. Scherzi a parte, l’affiatamento

creatosi e le già buone qualità sviluppate dai nostri compagni ci consentono di dosare divertimento e concentrazione in un mix ideale. E’ senz’altro un approccio all’arrampicata esente da ogni retorica, dove l’intelligenza, sino a quando le difficoltà e l’impegno lo consentono, media tra la capacità di trarre divertimento con la tensione sempre necessaria per operare in sicurezza ed avvertire in anticipo situazioni di pericolo. La varietà e la bellezza dell’arrampicata, sebbene in un contesto climatico severo, lasciano comunque una positiva e forte impressione sui nostri compagni; la passione che li spinge permette loro di affrontare con slancio e determinazione le difficoltà tecniche e ambientali. Nelle loro espressioni riconosciamo emozioni già vissute; il condividerle è per noi una delle soddisfazioni più gratificanti. Dopo alcuni scossoni la cabina della funivia comincia a muoversi iniziando a scivolare verso valle. Cesare mostra a tutti lo Spirito del Balzetto: imprigionato in un triangolo di roccia, nel cuore della tetra parete nord-ovest, con il suo sguardo austero, ma benevolo, quasi compiaciuto della perseveranza da noi oggi dimostrata, pare augurarci di ritornare per nuove entusiasmanti arrampicate sul magnifico granito dell’Albigna. In azione sulla via del Mosaico allo Spazzacaldere nel gruppo dell’Albigna

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Splendide placche precipitano nel verde della Val di Mello. Arrampicata sul Trapezio d’argento, introduzione esemplare all’arrampicata in Valle.

Probabilmente anche oggi il sole sarà alto nel cielo, sopra il Balzetto; peccato, però, che sia nascosto da nubi grigie che un vento forte e gelido modella in forme minacciose sopra le nostre teste. Proprio il freddo intenso ci fa scordare di essere a metà giugno. Di certo Pietro, più degli altri, non si scorderà questa giornata; o meglio, le sue gambe, coperte solo fino a metà coscia da un paio di braghini di tela scozzese, porteranno a lungo il ricordo delle sofferenze sopportate per il clima invernale e per le abrasioni inferte dalle fessure ogni volta che venivano incastrate dolorosamente lungo il diedro del quarto tiro di “Mosaico”. Sono il primo a toccare il 10 CAI MORBEGNO

granito gelido della via, ma già sotto il primo spit vengo superato da Cesare, salito sulla destra sfruttando un tratto asciutto. Sono stato frenato da un problema tecnico: le mie Five Ten, bagnatesi sulla striscia di neve che lambisce l’attacco, non hanno più grip! Devo proprio fermarmi ad asciugarle; la sosta forzata non mi impedisce, però, di riuscire a tallonarlo fino alla sosta succhiandogli la ruota come Sete Gibernau con Valentino Rossi... Questo anticipo del Gran Premio di Catalogna, che si corre proprio oggi in Spagna, ha prodotto un coreografico intreccio di corde da 9 mm lungo i quaranta metri del primo tiro; un bel colpo d’occhio, sembra quasi uno spot della Mammut. Gli

effetti pratici di questo gioco si rivelano, comunque, meno problematici di quanto si possa pensare: Gimmi e Lorenzo, seguiti da Licia e Pietro, diligentemente si infilano tra le corde, le scavalcano, fino a dipanare completamente la matassa. Per il prosieguo della via l’ordine e la disciplina tornano ad avere il sopravvento e i tiri di corda si susseguono nel rispetto dei consueti canoni di sicurezza sino alla vetta del pilastro. In alcuni frangenti, per sottolineare un tono di maggior rigore, gli ordini per le manovre di corda riecheggiano nel bacino dell’Albigna imitando la lingua ufficiale del Cantone che ci ospita: “Quanta - Korda – ho?”……”Zwei meter!!!”. Scherzi a parte, l’affiatamento

creatosi e le già buone qualità sviluppate dai nostri compagni ci consentono di dosare divertimento e concentrazione in un mix ideale. E’ senz’altro un approccio all’arrampicata esente da ogni retorica, dove l’intelligenza, sino a quando le difficoltà e l’impegno lo consentono, media tra la capacità di trarre divertimento con la tensione sempre necessaria per operare in sicurezza ed avvertire in anticipo situazioni di pericolo. La varietà e la bellezza dell’arrampicata, sebbene in un contesto climatico severo, lasciano comunque una positiva e forte impressione sui nostri compagni; la passione che li spinge permette loro di affrontare con slancio e determinazione le difficoltà tecniche e ambientali. Nelle loro espressioni riconosciamo emozioni già vissute; il condividerle è per noi una delle soddisfazioni più gratificanti. Dopo alcuni scossoni la cabina della funivia comincia a muoversi iniziando a scivolare verso valle. Cesare mostra a tutti lo Spirito del Balzetto: imprigionato in un triangolo di roccia, nel cuore della tetra parete nord-ovest, con il suo sguardo austero, ma benevolo, quasi compiaciuto della perseveranza da noi oggi dimostrata, pare augurarci di ritornare per nuove entusiasmanti arrampicate sul magnifico granito dell’Albigna. In azione sulla via del Mosaico allo Spazzacaldere nel gruppo dell’Albigna

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L’arrampicata libera è, per definizione, libertà, fantasia e invenzione. Chi l’ha detto che si debba praticare per forza su falesia? Eccone un esempio! Salito quassù dall’Isola-che-non-c’è di Peter Pan e incurante degli altri, i normali, che si accaniscono ancora con noiose placche, banali fessure e monotoni tetti, Marius, il nostro protagonista, ha rivolto la propria attenzione a uno splendido faggio della Val di Mello. Liana personale, perizoma di moschettoni e nuts, sacchetto per deporvi i frutti (gli hanno assicurato che sui faggi crescono i fagioli) e su, verso spazi inesplorati, ora fantasticando di remote civiltà arboricole ora immedesimandosi nel Barone rampante, il personaggio creato da Italo Calvino che, salito su un albero da ragazzo, non ne discese più, organizzando tutta la propria esistenza fra le fronde del parco di famiglia. Ci vuole più di un’ora per tirarlo giù dal pero, pardon dal faggio, a urla e sassate, perché vogliamo parlare con lui di questa insolita scelta. E’ un solitario oppure è un esponente di una nuova corrente che segnerà il superamento del sassismo?

12 CAI MORBEGNO

E come la mettiamo con la scala delle difficoltà? Varia a seconda della specie arborea? Marius è però distratto, perché il suo occhio esperto sta perlustrando la zona in cerca di nuovi esemplari da conquistare. “Sì – risponde a malapena – nella mia isola non c’è più nessuno che arrampica su roccia. La ricerca della difficoltà estrema sulle pareti fa oramai parte della retorica del passato. Quel che noi cerchiamo ora è il contatto fisico con i diversi tipi di corteccia. Questo passaggio, ad esempio, potrebbe essere di “perbacco F”, dove, ovviamente, F sta per faggio”. E l’attrezzatura? Non ci vorrebbe un altro tipo di attrezzatura? “Effettivamente – risponde – quella che ho addosso me l’hanno prestata, ma non so proprio cosa farmene. Da noi si usano solo delle scarpette con la suola di carta vetrata”. Vorremmo fargli decine di altre domande. Ad esempio, se usare i ramponi dei boscaioli oppure segare un ramo che ostacola la progressione è contrario all’ortodossia arrampicatoria, ma non insistiamo oltre, perché ci accorgiamo che Marius è oramai assorbito dai rami sinuosi di un acero che si erge poco distante e non ci risponderà più. Lo salutiamo perciò come si conviene fra frequentatori della montagna: “mai l’ültima“!

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L’arrampicata libera è, per definizione, libertà, fantasia e invenzione. Chi l’ha detto che si debba praticare per forza su falesia? Eccone un esempio! Salito quassù dall’Isola-che-non-c’è di Peter Pan e incurante degli altri, i normali, che si accaniscono ancora con noiose placche, banali fessure e monotoni tetti, Marius, il nostro protagonista, ha rivolto la propria attenzione a uno splendido faggio della Val di Mello. Liana personale, perizoma di moschettoni e nuts, sacchetto per deporvi i frutti (gli hanno assicurato che sui faggi crescono i fagioli) e su, verso spazi inesplorati, ora fantasticando di remote civiltà arboricole ora immedesimandosi nel Barone rampante, il personaggio creato da Italo Calvino che, salito su un albero da ragazzo, non ne discese più, organizzando tutta la propria esistenza fra le fronde del parco di famiglia. Ci vuole più di un’ora per tirarlo giù dal pero, pardon dal faggio, a urla e sassate, perché vogliamo parlare con lui di questa insolita scelta. E’ un solitario oppure è un esponente di una nuova corrente che segnerà il superamento del sassismo?

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E come la mettiamo con la scala delle difficoltà? Varia a seconda della specie arborea? Marius è però distratto, perché il suo occhio esperto sta perlustrando la zona in cerca di nuovi esemplari da conquistare. “Sì – risponde a malapena – nella mia isola non c’è più nessuno che arrampica su roccia. La ricerca della difficoltà estrema sulle pareti fa oramai parte della retorica del passato. Quel che noi cerchiamo ora è il contatto fisico con i diversi tipi di corteccia. Questo passaggio, ad esempio, potrebbe essere di “perbacco F”, dove, ovviamente, F sta per faggio”. E l’attrezzatura? Non ci vorrebbe un altro tipo di attrezzatura? “Effettivamente – risponde – quella che ho addosso me l’hanno prestata, ma non so proprio cosa farmene. Da noi si usano solo delle scarpette con la suola di carta vetrata”. Vorremmo fargli decine di altre domande. Ad esempio, se usare i ramponi dei boscaioli oppure segare un ramo che ostacola la progressione è contrario all’ortodossia arrampicatoria, ma non insistiamo oltre, perché ci accorgiamo che Marius è oramai assorbito dai rami sinuosi di un acero che si erge poco distante e non ci risponderà più. Lo salutiamo perciò come si conviene fra frequentatori della montagna: “mai l’ültima“!

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Dino Fiorelli e la Omio una guida e una capanna di Riccardo Marchini

Sarà per il dislivello non eccessivo che si deve superare, sarà per l’aspetto famigliare con il quale quella casetta bianca e grigia, dalle ante rosse e dalle tendine di pizzo, si presenta all’occhio di chi risale il pendio, certo è che fra la capanna Omio e gli alpinisti morbegnesi c’è sempre stato un feeling particolare. Per raggiungere il rifugio dai Bagni ci vogliono circa due ore su un sentiero che, come si dice, non perde tempo, perché risale il monte con una pendenza sostenuta e costante. La salita, però, pur essendo ripida, non pesa eccessivamente, perché si svolge in un ambiente vario e piacevole. Nel suo primo tratto attraversa una fitta boscaglia di faggi che sfuma gradualmente in un’abetaia interrotta qua e là da piccole radure, per sbucare all’aperto sul dosso del Pian del Fango, a cavallo fra il bacino OroLigoncio e l’ampio anfiteatro della Val Porcellizzo, dominato dalle sagome inconfondibili 14 CAI MORBEGNO

del Pizzo Badile e del Pizzo Cengalo. Il tracciato prosegue ben segnalato tagliando il ripido versante ricoperto da un’abetaia matura, fino a raggiungere un’antica frana all’inizio dell’Alpe dell’Oro. E’ incredibile questo ammasso disordinato di blocchi di granito! Il sentiero lo attraversa passando sotto un enorme macigno, aggettante per diversi metri, dove l’ingegno dei pastori ha saputo ricavare una palafitta a sostegno dell’assito per il ricovero notturno; pare quasi di entrare in casa d’altri. Ancora più stupefacente è la struttura visibile qualche metro più a valle; murando CAI MORBEGNO 15


Dino Fiorelli e la Omio una guida e una capanna di Riccardo Marchini

Sarà per il dislivello non eccessivo che si deve superare, sarà per l’aspetto famigliare con il quale quella casetta bianca e grigia, dalle ante rosse e dalle tendine di pizzo, si presenta all’occhio di chi risale il pendio, certo è che fra la capanna Omio e gli alpinisti morbegnesi c’è sempre stato un feeling particolare. Per raggiungere il rifugio dai Bagni ci vogliono circa due ore su un sentiero che, come si dice, non perde tempo, perché risale il monte con una pendenza sostenuta e costante. La salita, però, pur essendo ripida, non pesa eccessivamente, perché si svolge in un ambiente vario e piacevole. Nel suo primo tratto attraversa una fitta boscaglia di faggi che sfuma gradualmente in un’abetaia interrotta qua e là da piccole radure, per sbucare all’aperto sul dosso del Pian del Fango, a cavallo fra il bacino OroLigoncio e l’ampio anfiteatro della Val Porcellizzo, dominato dalle sagome inconfondibili 14 CAI MORBEGNO

del Pizzo Badile e del Pizzo Cengalo. Il tracciato prosegue ben segnalato tagliando il ripido versante ricoperto da un’abetaia matura, fino a raggiungere un’antica frana all’inizio dell’Alpe dell’Oro. E’ incredibile questo ammasso disordinato di blocchi di granito! Il sentiero lo attraversa passando sotto un enorme macigno, aggettante per diversi metri, dove l’ingegno dei pastori ha saputo ricavare una palafitta a sostegno dell’assito per il ricovero notturno; pare quasi di entrare in casa d’altri. Ancora più stupefacente è la struttura visibile qualche metro più a valle; murando CAI MORBEGNO 15


opportunamente lo spazio sottostante un secondo masso a sbalzo, è stata realizzata nientemeno che la casera di servizio all’alpeggio. Il terzo tratto si snoda tutto allo scoperto su pascolo. Bisogna risalire un paio di dossi per avvistare il rifugio e finalmente, superata l’ultima china in cui la cotica erbosa lacerata in più punti lascia affiorare alcune placche di granito, eccomi ancora una volta alla capanna Omio, accolto dal Dino con il quale avevo da tempo concordato questa chiacchierata. Sono con lui il figlio Virgilio, la nuora e due simpatici nipoti. La posizione del rifugio è di quelle che suscitano esclamazioni. Affacciato sulla sottostante vallata chiusa sullo sfondo dalla mole del Disgrazia, ha di fronte la tormentata costiera del Cavalcorto e tutt’intorno una lunga sequenza di cime invitanti: la Punta Fiorelli e il Ligoncio, la Sfinge, i Pizzi dell’Oro e, all’estremità settentrionale, l’elegante dente della Punta Milano. L’ultima ristrutturazione gli ha conferito un aspetto importante, ma a me piace ricordarlo come il piccolo rifugio dove fino a quattro anni fa si era accolti, con sincero senso di ospitalità dal Dino e dalla Virginia, una coppia veramente affiatata. Il Dino si commuove a parlare di sua moglie; ricorda come, con il suo carattere estroverso e gentile, fosse l’anima della capanna e come molti alpinisti che ritornavano quassù, magari a distanza di anni, chiedessero subito di lei. “Io - confessa - sono più rustico e schivo”. Però, quando inizia a raccontare con i suoi modi 16 CAI MORBEGNO

Il Dino, nella pagina a fronte, con il fratello Attilio sulla soglia del Rifugio e sotto con gli amici di Morbegno per intonare un canto alpino. Più sotto un momento della salita al rifugio Omio: il sentiero nei pressi della casera dell’Oro.

semplici e spontanei, diventa un narratore gradevole. E di cose da dire il Dino ne ha tante, a cominciare da tutti gli alpinisti famosi conosciuti durante la sua attività di guida: dai francesi Lionel Terray e Gaston Rebuffat agli italiani, tanti, che dagli anni cinquanta frequentarono la Val Màsino. Comincia a nominarne alcuni: Roberto Osio, Jack Canali, Riccardo Cassin, Walter Bonatti, poi si ferma, perché si accorge che l’elenco diventerebbe troppo lungo. Mi parla molto anche del padre Virgilio che cominciò a seguire quando accompagnava qualche

cliente in un’ascensione facile. Una delle prime volte, scendendo dalla normale al Disgrazia, si prese un bello spavento allorché, giunto alla Sella di Pioda, scivolò lungo il ripido pendio. “Senza ramponi, con un paio di scarponi presi a prestito dal Giulio, vecchi e con i chiodi oramai consumati, non riuscii a far presa sulla neve dura. Per fortuna – dice – pesavo venti chili e il papà non fece fatica a trattenermi”. Ma è un altro episodio, a metà fra il drammatico e il comico, ad essergli rimasto particolarmente impresso nella memoria. “Durante

un’ascensione con la Vera Cenini sulla normale alla punta Milano, mio papà era in sosta al saltino e stava recuperando la signora Vera. Io ero sotto e, nell’attesa di salire, giocherellando con il nodo delle guide con cui ero legato, lo allentai. Quando il papà cominciò a tirarmi su la corda mi si sfilò di dosso, così che a destinazione arrivò la corda, ma senza il sottoscritto. Il papà guardò giù allarmato, perché gli pareva di vedermi sfracellato sul nevaio, mentre invece io ero appena sotto di lui, nascosto alla sua vista dal salto di roccia. In un attimo lo raggiunsi, superando in libera quel tratto difficile. Quando si fu riavuto dalla sorpresa, come primo commento, mi rifilò due salutari sberle. CAI MORBEGNO 17


opportunamente lo spazio sottostante un secondo masso a sbalzo, è stata realizzata nientemeno che la casera di servizio all’alpeggio. Il terzo tratto si snoda tutto allo scoperto su pascolo. Bisogna risalire un paio di dossi per avvistare il rifugio e finalmente, superata l’ultima china in cui la cotica erbosa lacerata in più punti lascia affiorare alcune placche di granito, eccomi ancora una volta alla capanna Omio, accolto dal Dino con il quale avevo da tempo concordato questa chiacchierata. Sono con lui il figlio Virgilio, la nuora e due simpatici nipoti. La posizione del rifugio è di quelle che suscitano esclamazioni. Affacciato sulla sottostante vallata chiusa sullo sfondo dalla mole del Disgrazia, ha di fronte la tormentata costiera del Cavalcorto e tutt’intorno una lunga sequenza di cime invitanti: la Punta Fiorelli e il Ligoncio, la Sfinge, i Pizzi dell’Oro e, all’estremità settentrionale, l’elegante dente della Punta Milano. L’ultima ristrutturazione gli ha conferito un aspetto importante, ma a me piace ricordarlo come il piccolo rifugio dove fino a quattro anni fa si era accolti, con sincero senso di ospitalità dal Dino e dalla Virginia, una coppia veramente affiatata. Il Dino si commuove a parlare di sua moglie; ricorda come, con il suo carattere estroverso e gentile, fosse l’anima della capanna e come molti alpinisti che ritornavano quassù, magari a distanza di anni, chiedessero subito di lei. “Io - confessa - sono più rustico e schivo”. Però, quando inizia a raccontare con i suoi modi 16 CAI MORBEGNO

Il Dino, nella pagina a fronte, con il fratello Attilio sulla soglia del Rifugio e sotto con gli amici di Morbegno per intonare un canto alpino. Più sotto un momento della salita al rifugio Omio: il sentiero nei pressi della casera dell’Oro.

semplici e spontanei, diventa un narratore gradevole. E di cose da dire il Dino ne ha tante, a cominciare da tutti gli alpinisti famosi conosciuti durante la sua attività di guida: dai francesi Lionel Terray e Gaston Rebuffat agli italiani, tanti, che dagli anni cinquanta frequentarono la Val Màsino. Comincia a nominarne alcuni: Roberto Osio, Jack Canali, Riccardo Cassin, Walter Bonatti, poi si ferma, perché si accorge che l’elenco diventerebbe troppo lungo. Mi parla molto anche del padre Virgilio che cominciò a seguire quando accompagnava qualche

cliente in un’ascensione facile. Una delle prime volte, scendendo dalla normale al Disgrazia, si prese un bello spavento allorché, giunto alla Sella di Pioda, scivolò lungo il ripido pendio. “Senza ramponi, con un paio di scarponi presi a prestito dal Giulio, vecchi e con i chiodi oramai consumati, non riuscii a far presa sulla neve dura. Per fortuna – dice – pesavo venti chili e il papà non fece fatica a trattenermi”. Ma è un altro episodio, a metà fra il drammatico e il comico, ad essergli rimasto particolarmente impresso nella memoria. “Durante

un’ascensione con la Vera Cenini sulla normale alla punta Milano, mio papà era in sosta al saltino e stava recuperando la signora Vera. Io ero sotto e, nell’attesa di salire, giocherellando con il nodo delle guide con cui ero legato, lo allentai. Quando il papà cominciò a tirarmi su la corda mi si sfilò di dosso, così che a destinazione arrivò la corda, ma senza il sottoscritto. Il papà guardò giù allarmato, perché gli pareva di vedermi sfracellato sul nevaio, mentre invece io ero appena sotto di lui, nascosto alla sua vista dal salto di roccia. In un attimo lo raggiunsi, superando in libera quel tratto difficile. Quando si fu riavuto dalla sorpresa, come primo commento, mi rifilò due salutari sberle. CAI MORBEGNO 17


Incoscienza della gioventù!” Secondo il Dino, infatti, la vita di un alpinista è caratterizzata da tre periodi: quello della esuberanza giovanile, che porta spesso ad essere imprudenti e a strafare, il secondo, della riflessione, quando si comincia a pensare al futuro, e l’ultimo, della ragione, in cui la responsabilità della famiglia suggerisce comportamenti più avveduti. Evidentemente questa sua semplice filosofia l’ha aiutato, perché non ha mai avuto incidenti. Il Dino divenne guida nel 1952 dopo aver seguito la trafila di quel periodo. “Portatore” per due o tre anni, dotato di un libretto personale nel quale i clienti registravano di loro pugno il “benservito”, vale a dire un giudizio attitudinale e umano, poi l’esame da parte della commissione provinciale: controllo del libretto, una verifica pratica che, nel suo caso, consistette nella salita alla Punta Sertori e nella successiva traversata al Badile, e una prova teorica relativa alla conoscenza della montagna e delle tecniche alpinistiche. Dal 1952 al 1963, alternando l’attività alpinistica a quella di tagliapietre, la sua base operativa fu principalmente il rifugio Gianetti. “Nel periodo estivo lavoravo in cava due o tre giorni, poi salivo alla Gianetti dove mi aspettavano i clienti. Spesso anche due ascensioni nella stessa giornata!” dice con una punta di orgoglio. “Più volte ho accompagnato alpinisti sullo spigolo nord del Badile. Superavo il passo di Bondo per raggiungere la capanna Sciora e lungo il Viale mi portavo all’attacco dello spigolo, che 18 CAI MORBEGNO

Dino Fiorelli nel 1977, con alcuni amici sulla vetta della Sfinge dopo una salita.

Il rifugio Omio

Venne costruito nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi e dedicato alla memoria del socio Antonio Omio, morto nel 1935 sulla Punta Rasica, nel corso di una salita funestata da un improvviso e furioso rovesciamento del tempo che provocò sei vittime. Incendiato dai repubblichini nel novembre del 1944, fu ricostruito nel corso delle estati 1946 e 1948. Subì un primo ampliamento nel 1970 e un più consistente intervento di ristrutturazione nel 1997/98. Dalla sua inaugurazione è gestito dalla famiglia Fiorelli: da Virgilio, fino alla sua morte, avvenuta prematuramente nel 1965, quindi dal suo figlio maggiore Attilio (morto nel 2000) e, a partire dalla stagione 1974, dal secondogenito Dino.

in quegli anni era giudicato una via molto impegnativa”. Il Dino può esibire anche un’attività alpinistica individuale di tutto rispetto, resa importante da alcune prime invernali e da alcune nuove vie. Una di queste, sulla Sfinge, porta il suo nome. Fu in questa occasione che, non ha vergogna a dirlo ridendoci sopra, per poter vincere una placca troppo liscia, non esitò a fare ricorso alla “piramide umana”, salì cioè sulle spalle del compagno di cordata e da quella posizione poco ortodossa superò il passaggio. Delle prime invernali ne ricorda due in particolare, quelle effettuate con Giulio Fiorelli, cugino, zio, collega e amico, con il quale partecipò anche a diversi rally sci alpinistici per conto del CAI Morbegno: la Via

Molteni al Badile, nel marzo del 1956, e la Via Bonacossa al Cengalo, nel marzo del 1957. Ha un solo rammarico il Dino: la via Cassin sulla nord-est del Badile. “Per colpa delle mogli! - dice ancora oggi con evidente disappunto - Nell’estate del 1957 era tutto pronto; io e il Giulio eravamo attesi alla Sciora (allora non c’era il rifugio Sass Furà) per fare finalmente la Cassin, ma la Lina e la Virginia hanno fatto di tutto per metterci i bastoni fra le ruote. Per due volte ci siamo incamminati verso il passo di Bondo e per due volte la Lina e la Virginia hanno preso la via della discesa, cosi che il rifugio sarebbe rimasto completamente incustodito. Io che non ero ancora sposato avrei potuto partire ugualmente, ma per solidarietà con il Giulio ho

rinunciato anch’io”. Conclude la sua chiacchierata sull’onda dei ricordi dichiarandosi soddisfatto della propria attività sia come alpinista sia come conduttore del rifugio di cui, mi dice, non può fare a meno. “Nel giugno dell’anno scorso, dopo soli quattro mesi da un intervento al cuore, ho chiesto se potevo venire su. Sono salito sotto il controllo del mio medico curante, il professor Robustelli, che ha voluto accompagnarmi con tutta la sua équipe. Quando sono arrivato a trenta metri dal rifugio, vedendo la Giacomina che mi aspettava commossa, confesso di essermi messo a piangere anch’io. Qui, infatti, c’è la mia casa, c’è la mia vita, c’è la mia famiglia e c’è mia moglie Virginia.”

Dino Fiorelli, classe 1927, proviene da una famiglia titolata. Suo nonno Anselmo, detto Cupin, divenne famoso nel 1907 quando, primo di cordata nella scalata con Antonio Castelnuovo alla più alta delle Dames Anglaises, per aumentare l’aderenza al granito nel superamento di un difficile passaggio si spogliò completamente. Suo papà Virgilio fu dalla fine degli anni ‘30 agli anni ‘60 guida molto quotata per preparazione professionale e disponibilità umana. Dino, diventato a sua volta guida nel 1952, per circa vent’anni ha alternato quest’attività con quella di tagliapietre, avendo come base operativa principalmente il Rifugio Gianetti. E’ stato anche responsabile delle Guide Alpine della Val Màsino. Ha accompagnato centinaia di clienti su tutte le montagne del gruppo Màsino-Bregaglia ed ha al suo attivo diverse prime ascensioni di tutto rispetto: • 1952: 1a invernale alla Punta Milano con Bramati e Montrasio; • 1954: 1a invernale alla Punta Fiorelli con Giulio Fiorelli; • 1956: 1a invernale della via Molteni al Pizzo Badile con Giulio Fiorelli; • 1956: via Dino Fiorelli alla Punta Sfinge con Radaelli; • 1957: 1a invernale della via Bonacossa al Pizzo Cengalo con Giulio Fiorelli; • 1958: parete SE del Pizzo Cengalo, Punta Angela con Airoldi, Gallieni e Piazza; • 1976: via Walter alla Punta Sfinge con Felice e Michele Bottani e Vincenzo Spreafico. Dal 1974 è il conduttore del Rifugio Omio.

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Incoscienza della gioventù!” Secondo il Dino, infatti, la vita di un alpinista è caratterizzata da tre periodi: quello della esuberanza giovanile, che porta spesso ad essere imprudenti e a strafare, il secondo, della riflessione, quando si comincia a pensare al futuro, e l’ultimo, della ragione, in cui la responsabilità della famiglia suggerisce comportamenti più avveduti. Evidentemente questa sua semplice filosofia l’ha aiutato, perché non ha mai avuto incidenti. Il Dino divenne guida nel 1952 dopo aver seguito la trafila di quel periodo. “Portatore” per due o tre anni, dotato di un libretto personale nel quale i clienti registravano di loro pugno il “benservito”, vale a dire un giudizio attitudinale e umano, poi l’esame da parte della commissione provinciale: controllo del libretto, una verifica pratica che, nel suo caso, consistette nella salita alla Punta Sertori e nella successiva traversata al Badile, e una prova teorica relativa alla conoscenza della montagna e delle tecniche alpinistiche. Dal 1952 al 1963, alternando l’attività alpinistica a quella di tagliapietre, la sua base operativa fu principalmente il rifugio Gianetti. “Nel periodo estivo lavoravo in cava due o tre giorni, poi salivo alla Gianetti dove mi aspettavano i clienti. Spesso anche due ascensioni nella stessa giornata!” dice con una punta di orgoglio. “Più volte ho accompagnato alpinisti sullo spigolo nord del Badile. Superavo il passo di Bondo per raggiungere la capanna Sciora e lungo il Viale mi portavo all’attacco dello spigolo, che 18 CAI MORBEGNO

Dino Fiorelli nel 1977, con alcuni amici sulla vetta della Sfinge dopo una salita.

Il rifugio Omio

Venne costruito nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi e dedicato alla memoria del socio Antonio Omio, morto nel 1935 sulla Punta Rasica, nel corso di una salita funestata da un improvviso e furioso rovesciamento del tempo che provocò sei vittime. Incendiato dai repubblichini nel novembre del 1944, fu ricostruito nel corso delle estati 1946 e 1948. Subì un primo ampliamento nel 1970 e un più consistente intervento di ristrutturazione nel 1997/98. Dalla sua inaugurazione è gestito dalla famiglia Fiorelli: da Virgilio, fino alla sua morte, avvenuta prematuramente nel 1965, quindi dal suo figlio maggiore Attilio (morto nel 2000) e, a partire dalla stagione 1974, dal secondogenito Dino.

in quegli anni era giudicato una via molto impegnativa”. Il Dino può esibire anche un’attività alpinistica individuale di tutto rispetto, resa importante da alcune prime invernali e da alcune nuove vie. Una di queste, sulla Sfinge, porta il suo nome. Fu in questa occasione che, non ha vergogna a dirlo ridendoci sopra, per poter vincere una placca troppo liscia, non esitò a fare ricorso alla “piramide umana”, salì cioè sulle spalle del compagno di cordata e da quella posizione poco ortodossa superò il passaggio. Delle prime invernali ne ricorda due in particolare, quelle effettuate con Giulio Fiorelli, cugino, zio, collega e amico, con il quale partecipò anche a diversi rally sci alpinistici per conto del CAI Morbegno: la Via

Molteni al Badile, nel marzo del 1956, e la Via Bonacossa al Cengalo, nel marzo del 1957. Ha un solo rammarico il Dino: la via Cassin sulla nord-est del Badile. “Per colpa delle mogli! - dice ancora oggi con evidente disappunto - Nell’estate del 1957 era tutto pronto; io e il Giulio eravamo attesi alla Sciora (allora non c’era il rifugio Sass Furà) per fare finalmente la Cassin, ma la Lina e la Virginia hanno fatto di tutto per metterci i bastoni fra le ruote. Per due volte ci siamo incamminati verso il passo di Bondo e per due volte la Lina e la Virginia hanno preso la via della discesa, cosi che il rifugio sarebbe rimasto completamente incustodito. Io che non ero ancora sposato avrei potuto partire ugualmente, ma per solidarietà con il Giulio ho

rinunciato anch’io”. Conclude la sua chiacchierata sull’onda dei ricordi dichiarandosi soddisfatto della propria attività sia come alpinista sia come conduttore del rifugio di cui, mi dice, non può fare a meno. “Nel giugno dell’anno scorso, dopo soli quattro mesi da un intervento al cuore, ho chiesto se potevo venire su. Sono salito sotto il controllo del mio medico curante, il professor Robustelli, che ha voluto accompagnarmi con tutta la sua équipe. Quando sono arrivato a trenta metri dal rifugio, vedendo la Giacomina che mi aspettava commossa, confesso di essermi messo a piangere anch’io. Qui, infatti, c’è la mia casa, c’è la mia vita, c’è la mia famiglia e c’è mia moglie Virginia.”

Dino Fiorelli, classe 1927, proviene da una famiglia titolata. Suo nonno Anselmo, detto Cupin, divenne famoso nel 1907 quando, primo di cordata nella scalata con Antonio Castelnuovo alla più alta delle Dames Anglaises, per aumentare l’aderenza al granito nel superamento di un difficile passaggio si spogliò completamente. Suo papà Virgilio fu dalla fine degli anni ‘30 agli anni ‘60 guida molto quotata per preparazione professionale e disponibilità umana. Dino, diventato a sua volta guida nel 1952, per circa vent’anni ha alternato quest’attività con quella di tagliapietre, avendo come base operativa principalmente il Rifugio Gianetti. E’ stato anche responsabile delle Guide Alpine della Val Màsino. Ha accompagnato centinaia di clienti su tutte le montagne del gruppo Màsino-Bregaglia ed ha al suo attivo diverse prime ascensioni di tutto rispetto: • 1952: 1a invernale alla Punta Milano con Bramati e Montrasio; • 1954: 1a invernale alla Punta Fiorelli con Giulio Fiorelli; • 1956: 1a invernale della via Molteni al Pizzo Badile con Giulio Fiorelli; • 1956: via Dino Fiorelli alla Punta Sfinge con Radaelli; • 1957: 1a invernale della via Bonacossa al Pizzo Cengalo con Giulio Fiorelli; • 1958: parete SE del Pizzo Cengalo, Punta Angela con Airoldi, Gallieni e Piazza; • 1976: via Walter alla Punta Sfinge con Felice e Michele Bottani e Vincenzo Spreafico. Dal 1974 è il conduttore del Rifugio Omio.

CAI MORBEGNO 19


Valanghe d’estate Un fenomeno poco conosciuto e spesso sottovalutato.

di Alfredo Praolini (Previsore c/o il Centro Nivometeorologico di Bormio)

20 CAI MORBEGNO

C’è voluta una stagione estiva caratterizzata da numerosi incidenti da valanga, 199293, con 31 vittime sulle Alpi, perché si prendesse in seria considerazione che in montagna le valanghe si staccano anche d’estate. Basti pensare che nella stessa estate del 1993 solamente sul versante italiano sono morti ben 16 alpinisti in valanga tra l’11 di luglio ed il 31 agosto. Le valanghe in effetti sono da sempre considerate un problema che appartiene essenzialmente alle categorie degli scialpinisti, degli sciatori fuoripista ed ai moderni freeride per le quali, negli ultimi decenni, si sono intraprese numerose iniziative al fine di trasmettere messaggi di prevenzione e di informazione inerenti il comportamento “sulla neve”. Ora, invece, l’alpinista sa che oltre i 3200-3400 metri di quota la neve resiste anche durante la stagione estiva e,

frequentemente, ad eccezione di stagioni particolarmente anomale come il 2003, il passaggio di flussi perturbati da Ovest e Nord-Ovest a queste quote determina precipitazioni nevose. Ma che caratteristiche possono avere queste precipitazioni? Una causa per cui è possibile che anche d’estate si creino condizioni favorevoli al distacco di valanghe è proprio da ricercarsi nella tipologia dei cristalli che cadono. Gli intensi fenomeni convettivi, alimentati dalla evapotraspirazione giornaliera, determinano l’innalzamento delle particelle di vapore acqueo nell’atmosfera che via via vengono in contatto tra loro e, nel turbinio verticale, vanno ad interessare quote in cui le temperature risultano al di sotto degli 0°C. Ingrossandosi giungono a formare cristalli di grandine, talvolta con granulometrie anche dell’ordine dei centimetri, oppure cristalli di neve pallottolare. La morfologia sferica di entrambi i cristalli, che tra l’altro possono costituire un vero e proprio strato (anche

In questa pagina Mario Spini sulla parete Nord del Cassandra sotto la minaccia di grosse cornici. Nella pagina a fronte la parete Nord del Monte Disgrazia.

CAI MORBEGNO 21


Valanghe d’estate Un fenomeno poco conosciuto e spesso sottovalutato.

di Alfredo Praolini (Previsore c/o il Centro Nivometeorologico di Bormio)

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C’è voluta una stagione estiva caratterizzata da numerosi incidenti da valanga, 199293, con 31 vittime sulle Alpi, perché si prendesse in seria considerazione che in montagna le valanghe si staccano anche d’estate. Basti pensare che nella stessa estate del 1993 solamente sul versante italiano sono morti ben 16 alpinisti in valanga tra l’11 di luglio ed il 31 agosto. Le valanghe in effetti sono da sempre considerate un problema che appartiene essenzialmente alle categorie degli scialpinisti, degli sciatori fuoripista ed ai moderni freeride per le quali, negli ultimi decenni, si sono intraprese numerose iniziative al fine di trasmettere messaggi di prevenzione e di informazione inerenti il comportamento “sulla neve”. Ora, invece, l’alpinista sa che oltre i 3200-3400 metri di quota la neve resiste anche durante la stagione estiva e,

frequentemente, ad eccezione di stagioni particolarmente anomale come il 2003, il passaggio di flussi perturbati da Ovest e Nord-Ovest a queste quote determina precipitazioni nevose. Ma che caratteristiche possono avere queste precipitazioni? Una causa per cui è possibile che anche d’estate si creino condizioni favorevoli al distacco di valanghe è proprio da ricercarsi nella tipologia dei cristalli che cadono. Gli intensi fenomeni convettivi, alimentati dalla evapotraspirazione giornaliera, determinano l’innalzamento delle particelle di vapore acqueo nell’atmosfera che via via vengono in contatto tra loro e, nel turbinio verticale, vanno ad interessare quote in cui le temperature risultano al di sotto degli 0°C. Ingrossandosi giungono a formare cristalli di grandine, talvolta con granulometrie anche dell’ordine dei centimetri, oppure cristalli di neve pallottolare. La morfologia sferica di entrambi i cristalli, che tra l’altro possono costituire un vero e proprio strato (anche

In questa pagina Mario Spini sulla parete Nord del Cassandra sotto la minaccia di grosse cornici. Nella pagina a fronte la parete Nord del Monte Disgrazia.

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di 10-15 cm), è paragonabile alla presenza di uno strato di biglie: le particelle stesse che cadono sul pendio tendono a rotolare già durante la fase di precipitazione non appena raggiunto il suolo. La presenza di grani di questo tipo compromette inoltre il repentino consolidamento di nuovi apporti di neve fresca che vi si depositano successivamente. Strati di questo tipo si sono rilevati anche durante l’estate 2004. Un altro aspetto dell’instabilità del manto nevoso è da ricercarsi nella rapida evoluzione della neve fresca in estate, accelerata dal probabile e sensibile innalzamento delle temperature: i cristalli, di vario tipo, sono soggetti a intensi processi di ablazione. Lo scioglimento di questi porta a percolazione di acqua all’interno degli strati e, in notti serene con lo Zero Termico a quote intermedie, l’elevata umidità può determinare condizioni di rigelo. In questa prima fase si assiste quindi ad un indebolimento superficiale per surriscaldamento, prevalentemente in corrispondenza delle ore centrali della giornata ed in particolare sui versanti esposti a meridione (ma non è sempre vero!), che può dar luogo a scaricamenti e colate di neve a debole coesione da molto umida a bagnata. Quando il processo di fusione persiste per più giorni è indispensabile appurare che all’interno del manto nevoso non ci siano particolari discontinuità croste o strati molto compatti che favoriscano lo scorrimento di acqua. L’acqua tende infatti 22 CAI MORBEGNO

a lubrificare e a determinare condizioni di elevata instabilità anche sui pendii con modesta inclinazione (20-25 °). Possiamo ad esempio ricordare i ripetuti incidenti capitati sul Gran Zebrù nel luglio del 1989 e nell’agosto 97 in cui persero la vita esperti di montagna. In entrambe le tragiche situazioni lo strato superficiale era particolarmente indebolito per l’elevata presenza di acqua di percolazione, essa scorreva al di sopra di un vecchio strato firnificato, ad elevata coesione e resistenza, quindi con caratteristiche favorevoli allo

In senso orario cominciando qui a sinistra: uscita dalla parete NO del Cassandra, la parete Nord della cima di Cantone, il Pizzo Palù con gli speroni Kuffner e Bümiller e sotto il versante di val Roseg del Pizzo Bernina e dello Scerscen

slittamento delle masse nevose soprastanti. Cornici e seracchi non sono mai da sottovalutare: entrambi tendono per forza gravitazionale e per indebolimento a cedere facilmente ed il loro collassamento sui nevai sottostanti, magari in equilibrio precario, determina l’innesco di fenomeni valanghivi inaspettati. Sulla base di queste osservazioni che derivano dalla ricostruzione della dinamica degli incidenti da valanga “estivi” o “fuori stagione”, curata dai tecnici degli uffici valanghe delle regioni e province autonome aderenti all’AINEVA (tra cui il Centro Nivo-Meterologico di Bormio), si deduce che anche nella stagione estiva è bene considerare se l’itinerario su cui si intende intraprendere l’attività sia interessato o meno dalla presenza di pendii innevati. Se sì, è necessario prevedere di portare al seguito gli “strumenti per l’autosoccorso in valanga” ARVA – PALA-SONDA e mettere in atto scelte di comportamento specifiche per evitare il distacco di valanghe. Il Centro Nivo-Meteo di Bormio, in particolare, già da 5-6 stagioni emette regolarmente anche durante l’estate un “BOLLETTINO NIVOLOGICO”, ora consultabile telefonicamente al n. 8488 37077 dell’ARPA Lombardia o comunque presso il sito www.arpalombardia.it/meteo/ bollettini/bolniv.htm, al fine di aggiornare preventivamente quanti intendessero frequentare le alte quote circa le condizioni di innevamento, la stabilità della neve e la copertura dei crepacci. CAI MORBEGNO 23


di 10-15 cm), è paragonabile alla presenza di uno strato di biglie: le particelle stesse che cadono sul pendio tendono a rotolare già durante la fase di precipitazione non appena raggiunto il suolo. La presenza di grani di questo tipo compromette inoltre il repentino consolidamento di nuovi apporti di neve fresca che vi si depositano successivamente. Strati di questo tipo si sono rilevati anche durante l’estate 2004. Un altro aspetto dell’instabilità del manto nevoso è da ricercarsi nella rapida evoluzione della neve fresca in estate, accelerata dal probabile e sensibile innalzamento delle temperature: i cristalli, di vario tipo, sono soggetti a intensi processi di ablazione. Lo scioglimento di questi porta a percolazione di acqua all’interno degli strati e, in notti serene con lo Zero Termico a quote intermedie, l’elevata umidità può determinare condizioni di rigelo. In questa prima fase si assiste quindi ad un indebolimento superficiale per surriscaldamento, prevalentemente in corrispondenza delle ore centrali della giornata ed in particolare sui versanti esposti a meridione (ma non è sempre vero!), che può dar luogo a scaricamenti e colate di neve a debole coesione da molto umida a bagnata. Quando il processo di fusione persiste per più giorni è indispensabile appurare che all’interno del manto nevoso non ci siano particolari discontinuità croste o strati molto compatti che favoriscano lo scorrimento di acqua. L’acqua tende infatti 22 CAI MORBEGNO

a lubrificare e a determinare condizioni di elevata instabilità anche sui pendii con modesta inclinazione (20-25 °). Possiamo ad esempio ricordare i ripetuti incidenti capitati sul Gran Zebrù nel luglio del 1989 e nell’agosto 97 in cui persero la vita esperti di montagna. In entrambe le tragiche situazioni lo strato superficiale era particolarmente indebolito per l’elevata presenza di acqua di percolazione, essa scorreva al di sopra di un vecchio strato firnificato, ad elevata coesione e resistenza, quindi con caratteristiche favorevoli allo

In senso orario cominciando qui a sinistra: uscita dalla parete NO del Cassandra, la parete Nord della cima di Cantone, il Pizzo Palù con gli speroni Kuffner e Bümiller e sotto il versante di val Roseg del Pizzo Bernina e dello Scerscen

slittamento delle masse nevose soprastanti. Cornici e seracchi non sono mai da sottovalutare: entrambi tendono per forza gravitazionale e per indebolimento a cedere facilmente ed il loro collassamento sui nevai sottostanti, magari in equilibrio precario, determina l’innesco di fenomeni valanghivi inaspettati. Sulla base di queste osservazioni che derivano dalla ricostruzione della dinamica degli incidenti da valanga “estivi” o “fuori stagione”, curata dai tecnici degli uffici valanghe delle regioni e province autonome aderenti all’AINEVA (tra cui il Centro Nivo-Meterologico di Bormio), si deduce che anche nella stagione estiva è bene considerare se l’itinerario su cui si intende intraprendere l’attività sia interessato o meno dalla presenza di pendii innevati. Se sì, è necessario prevedere di portare al seguito gli “strumenti per l’autosoccorso in valanga” ARVA – PALA-SONDA e mettere in atto scelte di comportamento specifiche per evitare il distacco di valanghe. Il Centro Nivo-Meteo di Bormio, in particolare, già da 5-6 stagioni emette regolarmente anche durante l’estate un “BOLLETTINO NIVOLOGICO”, ora consultabile telefonicamente al n. 8488 37077 dell’ARPA Lombardia o comunque presso il sito www.arpalombardia.it/meteo/ bollettini/bolniv.htm, al fine di aggiornare preventivamente quanti intendessero frequentare le alte quote circa le condizioni di innevamento, la stabilità della neve e la copertura dei crepacci. CAI MORBEGNO 23


e c c a Le tr si divi dono

Fuoripista e a t s Pi

di Fabiano Gusmeroli

L’avvento nel 1997 del fenomeno “carving” nel mondo dello Sci è stato decisamente rivoluzionario. Inizialmente ai più maligni è parsa solo una trovata di marketing ben riuscita (serviva alle case costruttrici un impulso che invogliasse i praticanti a farsi una nuova attrezzatura). Non è stato solo quello, gli effetti sono stati concreti, ed ora a distanza di alcuni anni è possibile trarne delle interessanti valutazioni. Se analizziamo bene quanto è successo, noteremo come una “piccola” modifica alla geometria degli sci abbia stravolto l’intero apparato Sci. Venivamo da almeno un ventennio durante il quale la ricerca e gli studi sui materiali procedeva in modo continuo, ma a piccoli passi. A ogni inizio stagione veniva annunciata qualche novità: sullo sci (antivibrazioni, placche ammortizzanti, nuove serigrafie); sugli scarponi (modifiche ai gambaletti, inclinazioni laterali, sottosuole mobili); e sugli attacchi (qui le modifiche hanno effettivamente migliorato la sicurezza); ma mai nulla di sostanziale. Qualcuno si è svegliato una mattina e, come spesso accade, ha avuto un colpo di genio: ha provato a cambiare la geometria degli sci. L’uovo di Colombo. Sembra che lo spunto sia partito “copiando” un altro fenomeno emergente: gli snowboard da pista. Questi attrezzi così sciancrati riuscivano ad ottenere raggi di curva 24 CAI MORBEGNO

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e c c a Le tr si divi dono

Fuoripista e a t s Pi

di Fabiano Gusmeroli

L’avvento nel 1997 del fenomeno “carving” nel mondo dello Sci è stato decisamente rivoluzionario. Inizialmente ai più maligni è parsa solo una trovata di marketing ben riuscita (serviva alle case costruttrici un impulso che invogliasse i praticanti a farsi una nuova attrezzatura). Non è stato solo quello, gli effetti sono stati concreti, ed ora a distanza di alcuni anni è possibile trarne delle interessanti valutazioni. Se analizziamo bene quanto è successo, noteremo come una “piccola” modifica alla geometria degli sci abbia stravolto l’intero apparato Sci. Venivamo da almeno un ventennio durante il quale la ricerca e gli studi sui materiali procedeva in modo continuo, ma a piccoli passi. A ogni inizio stagione veniva annunciata qualche novità: sullo sci (antivibrazioni, placche ammortizzanti, nuove serigrafie); sugli scarponi (modifiche ai gambaletti, inclinazioni laterali, sottosuole mobili); e sugli attacchi (qui le modifiche hanno effettivamente migliorato la sicurezza); ma mai nulla di sostanziale. Qualcuno si è svegliato una mattina e, come spesso accade, ha avuto un colpo di genio: ha provato a cambiare la geometria degli sci. L’uovo di Colombo. Sembra che lo spunto sia partito “copiando” un altro fenomeno emergente: gli snowboard da pista. Questi attrezzi così sciancrati riuscivano ad ottenere raggi di curva 24 CAI MORBEGNO

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strettissimi senza derapare, permettendo a chi li sapeva usare, evoluzioni notevoli. E’ probabile che l’inventore abbia pensato: “se è possibile con lo snowboard, perché non costruire degli sci con caratteristiche simili? Del resto le forze che entrano in gioco sono più o meno le stesse”. C’è da dire che “le piste erano pronte”, i notevolissimi miglioramenti tecnici nella manutenzione e preparazione delle piste, sono alla base del successo del carving. Sarebbe improponibile sciare con gli sci di oggi sulle piste di vent’anni fa. Ora stiamo sciando su dei perfetti “piani inclinati”, ed i nuovi sci si riescono a “pilotare” in modo così preciso,

26 CAI MORBEGNO

con archi di curva più rotondi e a velocità di percorrenza maggiori, proprio grazie alla perfezione delle piste. La modifica è stata molto semplice, aumentare la sciancratura degli sci. Quale sciatore oggi non conosce questo termine ? Modificando i parametri dimensionali dell’attrezzo principale, cosa si è ottenuto? • Sci più corti e maneggevoli. Nell’arco di un paio d’anni si sono ridotte le misure di 30 cm. • Sci che “girano” di più. Lo sci cosiddetto “tradizionale” medio aveva un raggio di curva pari a 60 m, con gli sci carving “normali” oggi siamo sui 25 m. • E tutto questo mantenendo, se non addirittura migliorando, la tenuta dello sci su nevi dure. E dal punto di vista tecnico, cosa è successo? E’ innegabile che inizialmente un attimo di smarrimento c’è stato, soprattutto tra noi maestri di sci. Ci siamo trovati a sciare (e dover insegnare) con degli sci che si comportavano in modo decisamente diverso, e con potenzialità tutte da scoprire. Pur senza voler stravolgere il gesto tecnico, si è da subito avvertita la necessità di rivedere le vecchie impostazioni. Ovviamente questa fase è durata poco, la grande professionalità e capacità degli istruttori della scuola italiana di sci, ha fatto sì che già nel corso della prima stagione questo nuovo fenomeno venisse studiato e approfondito, ottimizzandone oltre ai nuovi aspetti pratici di utilizzo, anche le metodologie di insegnamento.

Nella foto della pagina a fianco si può notare come sono cambiati gli sci da pista, a sinistra uno degli ultimi modelli “tradizionali” da slalom gigante da cm 208, in centro uno sci moderno sempre da gigante da cm 180. Più a destra uno sci carving-fun “estremo” della primissima generazione da cm 150.

Qui è doveroso aprire una parentesi. Questi sci dalla maggiore sciancratura, facilitano la sciata a tutti i livelli: spazzaneve; curve di base; fino ai livelli più alti che sono perfezionamento e supertecnica. E la sensazione di chi prova per la prima volta uno sci più sciancrato, pur continuando a sciare come ha sempre fatto, è quella di sentire lo sci “facile”. E’ questo l’aspetto che ha determinato il successo del carving: facilitare notevolmente l’apprendimento dello sci a livelli medio-bassi e migliorare decisamente la sciata nei livelli più alti. Tralasciando i livelli mediobassi, tecnicamente nei livelli alti cosa è cambiato nel modo di sciare? Con il vecchio sci tradizionale non era possibile eseguire una curva senza che lo sci derapasse. Anche la curva più perfetta “prevedeva” che lo sci si mettesse leggermente “di traverso”. Lo sciatore più abile riusciva a disegnare una curva più “rotonda” e a fare in modo di non perdere troppa velocità. Ma non era comunque “fisicamente” possibile chiudere una curva di medio raggio (per intenderci, una curva da slalom gigante) facendo correre lo sci sulle lamine. Con gli sci carving questo concetto è cambiato radicalmente. Ora è possibile completare una curva a raggio anche ridotto, mantenendo gli sci in conduzione (facendo correre gli sci sulle lamine). Infatti la Supertecnica, che è la massima espressione della sciata pre-agonistica, ha come CAI MORBEGNO 27


strettissimi senza derapare, permettendo a chi li sapeva usare, evoluzioni notevoli. E’ probabile che l’inventore abbia pensato: “se è possibile con lo snowboard, perché non costruire degli sci con caratteristiche simili? Del resto le forze che entrano in gioco sono più o meno le stesse”. C’è da dire che “le piste erano pronte”, i notevolissimi miglioramenti tecnici nella manutenzione e preparazione delle piste, sono alla base del successo del carving. Sarebbe improponibile sciare con gli sci di oggi sulle piste di vent’anni fa. Ora stiamo sciando su dei perfetti “piani inclinati”, ed i nuovi sci si riescono a “pilotare” in modo così preciso,

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con archi di curva più rotondi e a velocità di percorrenza maggiori, proprio grazie alla perfezione delle piste. La modifica è stata molto semplice, aumentare la sciancratura degli sci. Quale sciatore oggi non conosce questo termine ? Modificando i parametri dimensionali dell’attrezzo principale, cosa si è ottenuto? • Sci più corti e maneggevoli. Nell’arco di un paio d’anni si sono ridotte le misure di 30 cm. • Sci che “girano” di più. Lo sci cosiddetto “tradizionale” medio aveva un raggio di curva pari a 60 m, con gli sci carving “normali” oggi siamo sui 25 m. • E tutto questo mantenendo, se non addirittura migliorando, la tenuta dello sci su nevi dure. E dal punto di vista tecnico, cosa è successo? E’ innegabile che inizialmente un attimo di smarrimento c’è stato, soprattutto tra noi maestri di sci. Ci siamo trovati a sciare (e dover insegnare) con degli sci che si comportavano in modo decisamente diverso, e con potenzialità tutte da scoprire. Pur senza voler stravolgere il gesto tecnico, si è da subito avvertita la necessità di rivedere le vecchie impostazioni. Ovviamente questa fase è durata poco, la grande professionalità e capacità degli istruttori della scuola italiana di sci, ha fatto sì che già nel corso della prima stagione questo nuovo fenomeno venisse studiato e approfondito, ottimizzandone oltre ai nuovi aspetti pratici di utilizzo, anche le metodologie di insegnamento.

Nella foto della pagina a fianco si può notare come sono cambiati gli sci da pista, a sinistra uno degli ultimi modelli “tradizionali” da slalom gigante da cm 208, in centro uno sci moderno sempre da gigante da cm 180. Più a destra uno sci carving-fun “estremo” della primissima generazione da cm 150.

Qui è doveroso aprire una parentesi. Questi sci dalla maggiore sciancratura, facilitano la sciata a tutti i livelli: spazzaneve; curve di base; fino ai livelli più alti che sono perfezionamento e supertecnica. E la sensazione di chi prova per la prima volta uno sci più sciancrato, pur continuando a sciare come ha sempre fatto, è quella di sentire lo sci “facile”. E’ questo l’aspetto che ha determinato il successo del carving: facilitare notevolmente l’apprendimento dello sci a livelli medio-bassi e migliorare decisamente la sciata nei livelli più alti. Tralasciando i livelli mediobassi, tecnicamente nei livelli alti cosa è cambiato nel modo di sciare? Con il vecchio sci tradizionale non era possibile eseguire una curva senza che lo sci derapasse. Anche la curva più perfetta “prevedeva” che lo sci si mettesse leggermente “di traverso”. Lo sciatore più abile riusciva a disegnare una curva più “rotonda” e a fare in modo di non perdere troppa velocità. Ma non era comunque “fisicamente” possibile chiudere una curva di medio raggio (per intenderci, una curva da slalom gigante) facendo correre lo sci sulle lamine. Con gli sci carving questo concetto è cambiato radicalmente. Ora è possibile completare una curva a raggio anche ridotto, mantenendo gli sci in conduzione (facendo correre gli sci sulle lamine). Infatti la Supertecnica, che è la massima espressione della sciata pre-agonistica, ha come CAI MORBEGNO 27


obiettivo quello di disegnare sulla pista “due binari”, quindi l’eseguire una curva senza apparente frenata, sempre facendo correre gli sci in avanti, evitando anche la più minima derapata. Mi piace sintetizzare così il concetto: prima lo sci “bisognava farlo girare”, ora “bisogna lasciarlo girare”. Cosa bisogna fare “di diverso” per sfruttare al massimo questi sci? Sci più distanziati tra loro; baricentro più basso; distribuzione del peso su entrambi gli sci; sci sempre incollati alla neve; la traslazione del centro di massa in prevalenza “orizzontale” verso l’interno della nuova curva e meno verso l’alto; estrema importanza dell’asse caviglie-ginocchia in fase di inizio e fine curva; maggior rapidità di inversione degli spigoli, sfruttando la cosiddetta “azione ribaltante”; conduzione continua dello sci; alta velocità di avanzamento; i movimenti devono essere rapidi ed essenziali; fondamentale contrastare l’aumentata forza centrifuga che butta all’esterno della curva, con forti inclinazioni all’interno della medesima. Lo sci “vuole” girare, bisogna assecondarlo. Queste, in estrema sintesi, sono le caratteristiche principali della sciata moderna. Vita da funamboli! Per meglio farvi capire quanto è cambiata l’impostazione tecnica, pensate che in alcune scuole dell’Austria, indiscussa strapotenza sciistica mondiale, insegnano ai bambini principianti a curvare da subito con gli sci paralleli, evitando lo spazzaneve, proprio per non abituarli a 28 CAI MORBEGNO

mettere gli sci di traverso. Utilizzano piste inizialmente molto pianeggianti, e li fanno sciare sempre con gli sci perfettamente paralleli, abituandoli a fare le curve utilizzando solo le lamine.

Fuoripista

Per fuoripista faremo riferimento allo scialpinismo, tralasciando per ovvi motivi di spazio l’analisi delle altre discipline che prevedono discese in neve fresca, che per quanto interessanti, sono decisamente meno praticate. Identificheremo inoltre come fuoripista le discese in neve soffice e profonda. In primo luogo perché, sempre per motivi di spazio, non è possibile affrontare le problematiche dei vari tipi di neve: neve pesante; neve crostosa; neve ventata; neve trasformata; neve bagnata. Inoltre perché ognuno di noi, credo, quando pensa ad una discesa fuoripista, si immagina su di un pendio con un metro di neve fresca polverosa (in una giornata tersa e con le gambe ancora reattive, naturalmente). L’attrezzatura: la maggior sciancratura su uno sci da scialpinismo risulta essere decisamente meno importante dello sci usato in pista. Il motivo è semplice: in neve fresca non si conduce lo sci sulle lamine. Quindi viene meno la caratteristica principale del Carving. Allora sciare in neve fresca con uno sci tradizionale o con uno sci più sciancrato è la stessa cosa? Non precisamente! E i motivi sono i seguenti: • lo sci sciancrato ha una spatola (parte anteriore dello sci) molto più larga, e questo

ne favorisce il galleggiamento delle punte, chi scia in neve fresca sa benissimo che girare lo sci quando le punte sono “sotto” diventa estremamente difficoltoso; • anche nello sci da scialpinismo si sono ridotte le lunghezze, mediamente di 15– 20 cm, e questo fa si che lo sci sia ancora più maneggevole, e quando si è sul ripido e la neve è veramente profonda la maneggevolezza è una delle caratteristiche più importanti; • lo sci sciancrato, anche in neve fresca gira più facilmente. In fase di curva la sensazione che lo sci tenda a “chiudere”

Anche se gli sci da scialpinismo ne hanno risentito in modo minore, si può comunque notare nella foto della pagina a fianco come le geometrie sono notevolmente variate. A sinistra uno sci da scialpinismo tradizionale da cm 190, a destra uno più sciancrato da cm 175.”

da solo la si percepisce in modo netto; La tecnica: la tecnica fuoripista sostanzialmente non è cambiata. I nuovi attrezzi in neve fresca, come abbiamo visto, facilitano la sciata, ma non in modo così determinante come in pista. La neve fresca, a differenza della superficie-pista, non ha subito trasformazioni (per nostra fortuna). Gli attriti, le forze che entrano in gioco, le velocità con le quali si possono affrontare certe pendenze sono sempre le stesse, di conseguenza anche la tecnica non ha subito grossi cambiamenti. Le linee guida si possono così riassumere: distribuzione del peso su entrambi gli sci; gli sci ravvicinati determinano una maggiore base d’appoggio e favoriscono il galleggiamento; il maggior galleggiamento delle punte permette una maggior centralità, è possibile quindi evitare eccessivi

arretramenti che rendono difficoltosi i movimenti; i movimenti devono essere graduali e continui; estrema importanza dei movimenti di piegamento e distensione, che devono essere marcati e “verticali”; ricerca di un ritmo cadenzato, distribuendo con continuità i movimenti lungo tutta la curva; evitare movimenti rapidi e bruschi, non aver fretta di chiudere la curva; corretto utilizzo delle braccia, che oltre a dettare il ritmo fungono da eccezionali equilibratori; ricerca di una sciata morbida e leggera; “sentire” la neve ed entrarci dentro!

Conclusioni

Personalmente sono convinto che pista e fuoripista diventeranno due attività sempre più diverse tra di loro. Il fuoripista non sarà più propedeutico per la pista (agonismo) e quindi maestri e allenatori non lo insegneranno

più agli allievi. Avremo fortissimi ragazzini, in grado di “tirare” curve da gigante a 80 km/ora, che riusciranno a “saltellare” tra i pali da slalom con l’abilità degli acrobati, ma messi su un ripido pendio con 60 cm di neve fresca riusciranno a malapena a scendere, non certo a sciare. Probabilmente la scuola italiana di sci dovrà correre ai ripari ed inserire nei propri piani formativi delle sezioni specifiche sul fuoripista, per fare in modo che chi vorrà imparare a sciare (non a scendere) fuoripista possa rivolgersi a dei maestri formati anche per questo tipo di insegnamento. Ma questo è un altro argomento. Di una cosa però sono certo, la neve sarà e rimarrà sempre quel fantastico stupendo e meraviglioso “V elemento” della natura senza il quale la nostra vita non sarebbe la stessa. CAI MORBEGNO 29


obiettivo quello di disegnare sulla pista “due binari”, quindi l’eseguire una curva senza apparente frenata, sempre facendo correre gli sci in avanti, evitando anche la più minima derapata. Mi piace sintetizzare così il concetto: prima lo sci “bisognava farlo girare”, ora “bisogna lasciarlo girare”. Cosa bisogna fare “di diverso” per sfruttare al massimo questi sci? Sci più distanziati tra loro; baricentro più basso; distribuzione del peso su entrambi gli sci; sci sempre incollati alla neve; la traslazione del centro di massa in prevalenza “orizzontale” verso l’interno della nuova curva e meno verso l’alto; estrema importanza dell’asse caviglie-ginocchia in fase di inizio e fine curva; maggior rapidità di inversione degli spigoli, sfruttando la cosiddetta “azione ribaltante”; conduzione continua dello sci; alta velocità di avanzamento; i movimenti devono essere rapidi ed essenziali; fondamentale contrastare l’aumentata forza centrifuga che butta all’esterno della curva, con forti inclinazioni all’interno della medesima. Lo sci “vuole” girare, bisogna assecondarlo. Queste, in estrema sintesi, sono le caratteristiche principali della sciata moderna. Vita da funamboli! Per meglio farvi capire quanto è cambiata l’impostazione tecnica, pensate che in alcune scuole dell’Austria, indiscussa strapotenza sciistica mondiale, insegnano ai bambini principianti a curvare da subito con gli sci paralleli, evitando lo spazzaneve, proprio per non abituarli a 28 CAI MORBEGNO

mettere gli sci di traverso. Utilizzano piste inizialmente molto pianeggianti, e li fanno sciare sempre con gli sci perfettamente paralleli, abituandoli a fare le curve utilizzando solo le lamine.

Fuoripista

Per fuoripista faremo riferimento allo scialpinismo, tralasciando per ovvi motivi di spazio l’analisi delle altre discipline che prevedono discese in neve fresca, che per quanto interessanti, sono decisamente meno praticate. Identificheremo inoltre come fuoripista le discese in neve soffice e profonda. In primo luogo perché, sempre per motivi di spazio, non è possibile affrontare le problematiche dei vari tipi di neve: neve pesante; neve crostosa; neve ventata; neve trasformata; neve bagnata. Inoltre perché ognuno di noi, credo, quando pensa ad una discesa fuoripista, si immagina su di un pendio con un metro di neve fresca polverosa (in una giornata tersa e con le gambe ancora reattive, naturalmente). L’attrezzatura: la maggior sciancratura su uno sci da scialpinismo risulta essere decisamente meno importante dello sci usato in pista. Il motivo è semplice: in neve fresca non si conduce lo sci sulle lamine. Quindi viene meno la caratteristica principale del Carving. Allora sciare in neve fresca con uno sci tradizionale o con uno sci più sciancrato è la stessa cosa? Non precisamente! E i motivi sono i seguenti: • lo sci sciancrato ha una spatola (parte anteriore dello sci) molto più larga, e questo

ne favorisce il galleggiamento delle punte, chi scia in neve fresca sa benissimo che girare lo sci quando le punte sono “sotto” diventa estremamente difficoltoso; • anche nello sci da scialpinismo si sono ridotte le lunghezze, mediamente di 15– 20 cm, e questo fa si che lo sci sia ancora più maneggevole, e quando si è sul ripido e la neve è veramente profonda la maneggevolezza è una delle caratteristiche più importanti; • lo sci sciancrato, anche in neve fresca gira più facilmente. In fase di curva la sensazione che lo sci tenda a “chiudere”

Anche se gli sci da scialpinismo ne hanno risentito in modo minore, si può comunque notare nella foto della pagina a fianco come le geometrie sono notevolmente variate. A sinistra uno sci da scialpinismo tradizionale da cm 190, a destra uno più sciancrato da cm 175.”

da solo la si percepisce in modo netto; La tecnica: la tecnica fuoripista sostanzialmente non è cambiata. I nuovi attrezzi in neve fresca, come abbiamo visto, facilitano la sciata, ma non in modo così determinante come in pista. La neve fresca, a differenza della superficie-pista, non ha subito trasformazioni (per nostra fortuna). Gli attriti, le forze che entrano in gioco, le velocità con le quali si possono affrontare certe pendenze sono sempre le stesse, di conseguenza anche la tecnica non ha subito grossi cambiamenti. Le linee guida si possono così riassumere: distribuzione del peso su entrambi gli sci; gli sci ravvicinati determinano una maggiore base d’appoggio e favoriscono il galleggiamento; il maggior galleggiamento delle punte permette una maggior centralità, è possibile quindi evitare eccessivi

arretramenti che rendono difficoltosi i movimenti; i movimenti devono essere graduali e continui; estrema importanza dei movimenti di piegamento e distensione, che devono essere marcati e “verticali”; ricerca di un ritmo cadenzato, distribuendo con continuità i movimenti lungo tutta la curva; evitare movimenti rapidi e bruschi, non aver fretta di chiudere la curva; corretto utilizzo delle braccia, che oltre a dettare il ritmo fungono da eccezionali equilibratori; ricerca di una sciata morbida e leggera; “sentire” la neve ed entrarci dentro!

Conclusioni

Personalmente sono convinto che pista e fuoripista diventeranno due attività sempre più diverse tra di loro. Il fuoripista non sarà più propedeutico per la pista (agonismo) e quindi maestri e allenatori non lo insegneranno

più agli allievi. Avremo fortissimi ragazzini, in grado di “tirare” curve da gigante a 80 km/ora, che riusciranno a “saltellare” tra i pali da slalom con l’abilità degli acrobati, ma messi su un ripido pendio con 60 cm di neve fresca riusciranno a malapena a scendere, non certo a sciare. Probabilmente la scuola italiana di sci dovrà correre ai ripari ed inserire nei propri piani formativi delle sezioni specifiche sul fuoripista, per fare in modo che chi vorrà imparare a sciare (non a scendere) fuoripista possa rivolgersi a dei maestri formati anche per questo tipo di insegnamento. Ma questo è un altro argomento. Di una cosa però sono certo, la neve sarà e rimarrà sempre quel fantastico stupendo e meraviglioso “V elemento” della natura senza il quale la nostra vita non sarebbe la stessa. CAI MORBEGNO 29


ASPETTANDO IL PIANO TERRITORIALE DI COORDIAMENTO

Il Sogno Svizzero di Alessandro Caligari

“Accidenti, come è bello e ben tenuto questo angolo della Svizzera! Maledizione, perché anche da noi non c’è questa stessa attenzione per le cose?!” Quante volte, andando a fare un’escursione dai nostri vicini Svizzeri, mi sono trovato, con una mal celata invidia, a fare queste considerazioni? Ogni volta, guardando l’ordine, la bellezza semplice, l’armonioso inserimento delle attività dell’uomo nel paesaggio, il senso civico che imperano in questi posti mi chiedo perché siamo così diversi; eppure siamo ad un tiro di schioppo, abbiamo le stesse montagne, abbiamo all’incirca avuto lo stesso sistema di vita per tantissimo tempo, siamo addirittura stati sotto il loro governo per alcuni secoli. Nonostante questo, non c’è nulla da fare: siamo molto diversi. Credo che fondamentalmente la differenza tra noi e loro stia in due fattori: il primo di carattere culturale, cioè una convinta autodisciplina, da parte degli Svizzeri e totalmente latente da noi, nella gestione del territorio, che nasce dalla consapevolezza della bellezza e della preziosità del proprio ambiente; ciò porta ad un senso civico estremamente sviluppato, perfettamente e democraticamente conscio che le libertà e i diritti individuali finiscono dove cominciano quelli degli altri. L’altro fattore è di tipo normativo, dovuto all’esistenza (naturalmente sempre in Svizzera) di una legislazione ambientale rigorosa. Riguardo al primo fattore credo che dovremo aspettare diverso tempo per arrivare ad una maturità culturale e civile, in tema di tutela del territorio, pari a quella 30 CAI MORBEGNO

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ASPETTANDO IL PIANO TERRITORIALE DI COORDIAMENTO

Il Sogno Svizzero di Alessandro Caligari

“Accidenti, come è bello e ben tenuto questo angolo della Svizzera! Maledizione, perché anche da noi non c’è questa stessa attenzione per le cose?!” Quante volte, andando a fare un’escursione dai nostri vicini Svizzeri, mi sono trovato, con una mal celata invidia, a fare queste considerazioni? Ogni volta, guardando l’ordine, la bellezza semplice, l’armonioso inserimento delle attività dell’uomo nel paesaggio, il senso civico che imperano in questi posti mi chiedo perché siamo così diversi; eppure siamo ad un tiro di schioppo, abbiamo le stesse montagne, abbiamo all’incirca avuto lo stesso sistema di vita per tantissimo tempo, siamo addirittura stati sotto il loro governo per alcuni secoli. Nonostante questo, non c’è nulla da fare: siamo molto diversi. Credo che fondamentalmente la differenza tra noi e loro stia in due fattori: il primo di carattere culturale, cioè una convinta autodisciplina, da parte degli Svizzeri e totalmente latente da noi, nella gestione del territorio, che nasce dalla consapevolezza della bellezza e della preziosità del proprio ambiente; ciò porta ad un senso civico estremamente sviluppato, perfettamente e democraticamente conscio che le libertà e i diritti individuali finiscono dove cominciano quelli degli altri. L’altro fattore è di tipo normativo, dovuto all’esistenza (naturalmente sempre in Svizzera) di una legislazione ambientale rigorosa. Riguardo al primo fattore credo che dovremo aspettare diverso tempo per arrivare ad una maturità culturale e civile, in tema di tutela del territorio, pari a quella 30 CAI MORBEGNO

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elvetica, fatta di mille attenzioni per tutte le cose, dal piccolo dettaglio alla scelta importante per la collettività. Al contrario siamo invece spesso portati ad esorcizzare la consapevolezza di queste differenze, magari ironizzando sul rigido inquadramento degli Svizzeri, contrapponendolo al nostro vitale “disordine creativo”. Per quanto concerne il secondo fattore, di carattere normativo, le cose possono essere diverse. Anzitutto in fatto di legislazione non ci batte nessuno; da sempre siamo la culla del Diritto e in questo campo diamo dei punti a tutti; ma forse, proprio perché in noi ci sono questi cromosomi legislatori, siamo capaci di farci beffe delle leggi stesse, siamo bravissimi nel trovare i cavilli più reconditi di una norma fino a ribaltarne il senso. Gli strumenti legislativi quindi ci sono, dipende da come li vogliamo utilizzare. Uno di questi strumenti, che in materia di corretta gestione del territorio può essere molto significativo, è il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP). Da un punto di vista urbanistico, semplificando un po’ i concetti, possiamo

32 CAI MORBEGNO

a maglie larghe, capace di fermare gli abusi più grandi ma da cui possono scivolar via molte libere interpretazioni, non corrette, delle norme del Piano stesso. Per questo è importante che gli estensori dei Piani Regolatori comunali abbiano una matura e corretta consapevolezza del bene maggiore per il territorio su cui vanno a legiferare. Da un po’di tempo, la Provincia di Sondrio si è dotata di un Piano Territoriale di Coordinamento. Come detto prima, questo Piano ha una valenza cogente, perciò, dal giorno della sua entrata in vigore, i Comuni avranno ventiquattro mesi di tempo per adeguare i propri

PRG alle norme del PTCP. Questo strumento urbanistico inoltre, verrà attuato anche grazie all’introduzione di studi di settore, che ne renderanno più dettagliate e concrete le norme; tra questi ci sono gli studi di approfondimento in materia di assetto idrogeologico e difesa del suolo, il Piano agricolo provinciale (Pap), il Piano energetico provinciale (Pep), il Piano turistico provinciale (Ptp), il Piano provinciale per le infrastrutture strategiche (Pis), il Piano commerciale provinciale (Pcp), il Piano provinciale per le infrastrutture sportive (Pisp), il Sistema informativo territoriale (Sit). Scopo finale del PTCP è la

dire che il PTCP è un piano, a valenza provinciale, che detta i criteri fondamentali che regolano le attività edilizie ed edificatorie in genere. Da esso devono prendere spunto, e soprattutto devono recepirne le linee guida, i Piani Regolatori Generali Comunali, che sono gli strumenti urbanistici che rendono dettagliatamente e concretamente operative le norme contenute nel PTCP. Si capisce quindi come questo strumento, essendo la fonte di tutti i provvedimenti normativi, possa essere di fondamentale importanza per indirizzare lo sviluppo del territorio in una direzione piuttosto che in un’altra; occupandosi però di tutti gli aspetti di un territorio, deve essere necessariamente un po’ generico, senza poter scendere nei dettagli; questo può essere il limite intrinseco del PTCP, cioè quello di poter essere visto come una rete CAI MORBEGNO 33


elvetica, fatta di mille attenzioni per tutte le cose, dal piccolo dettaglio alla scelta importante per la collettività. Al contrario siamo invece spesso portati ad esorcizzare la consapevolezza di queste differenze, magari ironizzando sul rigido inquadramento degli Svizzeri, contrapponendolo al nostro vitale “disordine creativo”. Per quanto concerne il secondo fattore, di carattere normativo, le cose possono essere diverse. Anzitutto in fatto di legislazione non ci batte nessuno; da sempre siamo la culla del Diritto e in questo campo diamo dei punti a tutti; ma forse, proprio perché in noi ci sono questi cromosomi legislatori, siamo capaci di farci beffe delle leggi stesse, siamo bravissimi nel trovare i cavilli più reconditi di una norma fino a ribaltarne il senso. Gli strumenti legislativi quindi ci sono, dipende da come li vogliamo utilizzare. Uno di questi strumenti, che in materia di corretta gestione del territorio può essere molto significativo, è il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP). Da un punto di vista urbanistico, semplificando un po’ i concetti, possiamo

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a maglie larghe, capace di fermare gli abusi più grandi ma da cui possono scivolar via molte libere interpretazioni, non corrette, delle norme del Piano stesso. Per questo è importante che gli estensori dei Piani Regolatori comunali abbiano una matura e corretta consapevolezza del bene maggiore per il territorio su cui vanno a legiferare. Da un po’di tempo, la Provincia di Sondrio si è dotata di un Piano Territoriale di Coordinamento. Come detto prima, questo Piano ha una valenza cogente, perciò, dal giorno della sua entrata in vigore, i Comuni avranno ventiquattro mesi di tempo per adeguare i propri

PRG alle norme del PTCP. Questo strumento urbanistico inoltre, verrà attuato anche grazie all’introduzione di studi di settore, che ne renderanno più dettagliate e concrete le norme; tra questi ci sono gli studi di approfondimento in materia di assetto idrogeologico e difesa del suolo, il Piano agricolo provinciale (Pap), il Piano energetico provinciale (Pep), il Piano turistico provinciale (Ptp), il Piano provinciale per le infrastrutture strategiche (Pis), il Piano commerciale provinciale (Pcp), il Piano provinciale per le infrastrutture sportive (Pisp), il Sistema informativo territoriale (Sit). Scopo finale del PTCP è la

dire che il PTCP è un piano, a valenza provinciale, che detta i criteri fondamentali che regolano le attività edilizie ed edificatorie in genere. Da esso devono prendere spunto, e soprattutto devono recepirne le linee guida, i Piani Regolatori Generali Comunali, che sono gli strumenti urbanistici che rendono dettagliatamente e concretamente operative le norme contenute nel PTCP. Si capisce quindi come questo strumento, essendo la fonte di tutti i provvedimenti normativi, possa essere di fondamentale importanza per indirizzare lo sviluppo del territorio in una direzione piuttosto che in un’altra; occupandosi però di tutti gli aspetti di un territorio, deve essere necessariamente un po’ generico, senza poter scendere nei dettagli; questo può essere il limite intrinseco del PTCP, cioè quello di poter essere visto come una rete CAI MORBEGNO 33


tutela e la valorizzazione sia dei singoli elementi paesaggistici sia della complessità delle loro relazioni. Nel nostro caso, questi elementi sono presi in considerazione ad una scala piuttosto dettagliata per un Piano Territoriale, con prese di posizione anche coraggiose e controcorrente, come ad esempio quella di proporre la riconversione a scopo agricolo di alcune aree di fondovalle; attenzioni particolari sono rivolte ad altri elementi peculiari del nostro ambiente, come i terrazzamenti, i conoidi, le cascate, i paesaggi sommitali ecc. Il PTCP individua inoltre delle aree di particolare interesse naturalistico, paesistico e mineralogico e per ciascuna di esse detta delle specifiche norme d’area. Anche per le strade di montagna, argomento che sta a cuore alla sezione di Morbegno, il Piano propone una ferma regolamentazione, prescrivendo la redazione di specifici Piani di Settore della Viabilità Montana. Questi piani andrebbero redatti entro un anno dell’entrata in vigore del PTCP, a cura delle Comunità Montane, seguendo ovviamente i dettami del Piano stesso, che prevede tra l’altro la regolamentazione dei mezzi motorizzati, la riqualificazione della viabilità esistente, la possibilità di dettare modalità costruttive per nuovo tracciati che veramente si rendessero necessari; va inoltre segnalato che fino all’approvazione del Piano di settore non sarebbe consentita l’apertura di nuove strade di montagna. In ultima analisi il PTCP, come dichiara nella sua relazione introduttiva, “persegue 34 CAI MORBEGNO

l’obbiettivo di esaltare la specificità, l’attrattiva, e soprattutto la qualità di vita della popolazione in un territorio dalle caratteristiche davvero straordinarie. Vivere qui deve consentire di sperimentare, nel medesimo spazio, la dimensione della immutabilità temporale dei grandi paesaggi di montagna, quella della profondità storica, concentrata nei nuclei urbani, ma anche diffusa nell’uso agricolo del territorio, quella della modernità, banale se si vuole, ma irrinunciabile, del buon funzionamento delle infrastrutture e delle attività produttive, e infine quelle delle tecnologie del futuro, che è, probabilmente, la condizione decisiva per poter continuare a godere di tutte le altre dimensioni.” Non ho potuto approfondire sufficientemente la mia conoscenza di questo PTCP per poterne dare un giudizio dettagliato, mi sembra però che ponga l’accento sulla qualità del vivere dell’uomo nel suo ambiente, nella ricerca di un rapporto più rispettoso con esso; Le Corbusier dice che l’uomo è il criterio di scelta [...], e l’urbanistica può essere il mezzo con il quale l’uomo inquadra in modo utile la propria vita. Il problema torna perciò ad essere di carattere culturale, portando a chiederci qual è il tipo di vita che vogliamo, e in quale ambiente lo vogliamo vivere. Spesso la storia è caratterizzata da corsi e ricorsi (di vichiana memoria) che danno un’impronta a determinati periodi: nel secolo appena passato c’è stato quello del macchinismo, con un esasperato elogio

della velocità, forse ora stiamo tornando ad un tempo che elogia la lentezza. La lentezza non è immobilismo, ma piuttosto ponderazione, assaporamento profondo delle cose, è uno sguardo al futuro che poggia su radici storiche ben salde. E’ fondamentale guardare quindi al proprio patrimonio, inteso come cultura, tradizioni, ambiente. La responsabilità maggiore della tutela di questo patrimonio, nell’attesa che cresca (o nasca?) il senso civico del semplice cittadino, credo che in questo momento sia sulle spalle delle amministrazioni locali, chiamate ad emettere regolamenti comunali rispettosi e rigorosi. E’importante volgere l’attenzione al genius loci, alla tipicità cioè che caratterizza un territorio, opponendosi a logiche a volte speculative ma a volte anche semplicemente molto superficiali. Allora forse non vedremo più edificazioni selvagge ed aggressive in posti invece da preservare, strade che s’arrampicano ovunque e che vomitano enormi quantità di auto fino ai posti più lontani e nascosti, e forse non vedremo più neppure case con tipologie edilizie che attingono da modi di costruire lontani dalla nostra cultura e neppure intere zone montane urbanizzate come se ci trovassimo in Brianza; con un po’ di fortuna forse non vedremo più colonne ioniche, balconi tirolesi, tegole canadesi, né boschi illuminati a giorno con lampioni da svincolo autostradale, prati e alberi eliminati per far posto a giardinetti pubblici (elementi nati in città appunto per ovviare alla mancanza di prati e alberi!).

Una grossa mano in questo senso deve venire allora, come ho detto, dalle amministrazioni locali, specie se di montagna. Alcune stanno facendo dei buoni lavori, altre sono invece ancora arroccate su logiche di puro sfruttamento delle risorse, spesso pressate da dinamiche clientelari o parentali, che si vengono a creare facilmente in ambienti ristretti. A volte è difficile trovare un dialogo con queste realtà, che assumono comportamenti molto miopi, ritenendo di essere le uniche in diritto di disporre del proprio territorio, chiuse nella convinzione di essere quelle che scontano sulla propria pelle i faticosi disagi del vivere e lavorare in posti difficili, e ostacolate nelle loro mire urbanizzanti da buontemponi che nel tempo libero si riversano, per svagarsi, sui teatri delle loro fatiche. Che dire, non credo che si riuscirà a convincere queste persone, almeno non per questa generazione. Generalmente ritengo che l’inculturazione sia il mezzo migliore per risolvere queste questioni, ma prudentemente preferirei essere preventivamente tutelato da un intervento coercitivo delle istituzioni, come può essere l’adozione di un buon PTCP. Allora forse l’urbanistica potrebbe realmente essere un mezzo con il quale l’uomo inquadra in modo utile la propria vita, come nella frase di Le Corbusier che riportavo sopra; ma Le Corbusier era Svizzero...

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tutela e la valorizzazione sia dei singoli elementi paesaggistici sia della complessità delle loro relazioni. Nel nostro caso, questi elementi sono presi in considerazione ad una scala piuttosto dettagliata per un Piano Territoriale, con prese di posizione anche coraggiose e controcorrente, come ad esempio quella di proporre la riconversione a scopo agricolo di alcune aree di fondovalle; attenzioni particolari sono rivolte ad altri elementi peculiari del nostro ambiente, come i terrazzamenti, i conoidi, le cascate, i paesaggi sommitali ecc. Il PTCP individua inoltre delle aree di particolare interesse naturalistico, paesistico e mineralogico e per ciascuna di esse detta delle specifiche norme d’area. Anche per le strade di montagna, argomento che sta a cuore alla sezione di Morbegno, il Piano propone una ferma regolamentazione, prescrivendo la redazione di specifici Piani di Settore della Viabilità Montana. Questi piani andrebbero redatti entro un anno dell’entrata in vigore del PTCP, a cura delle Comunità Montane, seguendo ovviamente i dettami del Piano stesso, che prevede tra l’altro la regolamentazione dei mezzi motorizzati, la riqualificazione della viabilità esistente, la possibilità di dettare modalità costruttive per nuovo tracciati che veramente si rendessero necessari; va inoltre segnalato che fino all’approvazione del Piano di settore non sarebbe consentita l’apertura di nuove strade di montagna. In ultima analisi il PTCP, come dichiara nella sua relazione introduttiva, “persegue 34 CAI MORBEGNO

l’obbiettivo di esaltare la specificità, l’attrattiva, e soprattutto la qualità di vita della popolazione in un territorio dalle caratteristiche davvero straordinarie. Vivere qui deve consentire di sperimentare, nel medesimo spazio, la dimensione della immutabilità temporale dei grandi paesaggi di montagna, quella della profondità storica, concentrata nei nuclei urbani, ma anche diffusa nell’uso agricolo del territorio, quella della modernità, banale se si vuole, ma irrinunciabile, del buon funzionamento delle infrastrutture e delle attività produttive, e infine quelle delle tecnologie del futuro, che è, probabilmente, la condizione decisiva per poter continuare a godere di tutte le altre dimensioni.” Non ho potuto approfondire sufficientemente la mia conoscenza di questo PTCP per poterne dare un giudizio dettagliato, mi sembra però che ponga l’accento sulla qualità del vivere dell’uomo nel suo ambiente, nella ricerca di un rapporto più rispettoso con esso; Le Corbusier dice che l’uomo è il criterio di scelta [...], e l’urbanistica può essere il mezzo con il quale l’uomo inquadra in modo utile la propria vita. Il problema torna perciò ad essere di carattere culturale, portando a chiederci qual è il tipo di vita che vogliamo, e in quale ambiente lo vogliamo vivere. Spesso la storia è caratterizzata da corsi e ricorsi (di vichiana memoria) che danno un’impronta a determinati periodi: nel secolo appena passato c’è stato quello del macchinismo, con un esasperato elogio

della velocità, forse ora stiamo tornando ad un tempo che elogia la lentezza. La lentezza non è immobilismo, ma piuttosto ponderazione, assaporamento profondo delle cose, è uno sguardo al futuro che poggia su radici storiche ben salde. E’ fondamentale guardare quindi al proprio patrimonio, inteso come cultura, tradizioni, ambiente. La responsabilità maggiore della tutela di questo patrimonio, nell’attesa che cresca (o nasca?) il senso civico del semplice cittadino, credo che in questo momento sia sulle spalle delle amministrazioni locali, chiamate ad emettere regolamenti comunali rispettosi e rigorosi. E’importante volgere l’attenzione al genius loci, alla tipicità cioè che caratterizza un territorio, opponendosi a logiche a volte speculative ma a volte anche semplicemente molto superficiali. Allora forse non vedremo più edificazioni selvagge ed aggressive in posti invece da preservare, strade che s’arrampicano ovunque e che vomitano enormi quantità di auto fino ai posti più lontani e nascosti, e forse non vedremo più neppure case con tipologie edilizie che attingono da modi di costruire lontani dalla nostra cultura e neppure intere zone montane urbanizzate come se ci trovassimo in Brianza; con un po’ di fortuna forse non vedremo più colonne ioniche, balconi tirolesi, tegole canadesi, né boschi illuminati a giorno con lampioni da svincolo autostradale, prati e alberi eliminati per far posto a giardinetti pubblici (elementi nati in città appunto per ovviare alla mancanza di prati e alberi!).

Una grossa mano in questo senso deve venire allora, come ho detto, dalle amministrazioni locali, specie se di montagna. Alcune stanno facendo dei buoni lavori, altre sono invece ancora arroccate su logiche di puro sfruttamento delle risorse, spesso pressate da dinamiche clientelari o parentali, che si vengono a creare facilmente in ambienti ristretti. A volte è difficile trovare un dialogo con queste realtà, che assumono comportamenti molto miopi, ritenendo di essere le uniche in diritto di disporre del proprio territorio, chiuse nella convinzione di essere quelle che scontano sulla propria pelle i faticosi disagi del vivere e lavorare in posti difficili, e ostacolate nelle loro mire urbanizzanti da buontemponi che nel tempo libero si riversano, per svagarsi, sui teatri delle loro fatiche. Che dire, non credo che si riuscirà a convincere queste persone, almeno non per questa generazione. Generalmente ritengo che l’inculturazione sia il mezzo migliore per risolvere queste questioni, ma prudentemente preferirei essere preventivamente tutelato da un intervento coercitivo delle istituzioni, come può essere l’adozione di un buon PTCP. Allora forse l’urbanistica potrebbe realmente essere un mezzo con il quale l’uomo inquadra in modo utile la propria vita, come nella frase di Le Corbusier che riportavo sopra; ma Le Corbusier era Svizzero...

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Motoslitte

un problema da risolvere

L’uso sempre più diffuso delle motoslitte quale attività di svago sulle strade di montagna e sulle praterie alpine, suscita molte riflessioni di carattere culturale, sociale e politico, rende urgente un’analisi approfondita del problema, ma soprattutto sollecita interventi decisi e risolutivi nei confronti di un fenomeno che, se non viene adeguatamente regolamentato, andrà ad aggiungersi alla lunga lista degli abusi nei confronti del territorio montano. Lo spunto per queste considerazioni ci viene offerto da una vicenda che ha interessato di recente il CAI Morbegno. L’antefatto. Nel mese di febbraio alcuni sci alpinisti, soci della nostra sezione, si sono imbattuti in un gruppo di “cultori del motore” che, al bivio della Scöcia in Valle di Albaredo, stavano scaricando le loro motoslitte dai furgoni. Ricordando, solo per dovere di cronaca, che l’incontro è stato tutt’altro che cordiale, quel che ci interessa maggiormente è quanto è successo nelle settimane seguenti. Il Consiglio della Sezione, chiamato in causa e investito del suo ruolo, dopo averne discusso a lungo, ha ritenuto opportuno esporre il proprio punto di vista al Sindaco di Albaredo con una lettera nella quale in sostanza faceva presente che: 1. una circolare del Parco delle Orobie datata 9.01.2001, in applicazione delle Norme Tecniche Attuative del Piano 36 CAI MORBEGNO

Territoriale, invitava i Comuni interessati a vietare l’uso delle motoslitte nel territorio del Parco; 2. i conduttori delle motoslitte non stavano utilizzandole per servire la struttura turistica dell’Alpe Piazza né per rifornire le baite in quota, ma per puro e semplice passatempo (fra l’altro, dietro pagamento al Comune di un ticket di 100,00 Euro, come prontamente documentato dagli stessi conduttori); 3. la Provinciale del Passo San Marco è, sì, una rotabile percorribile da mezzi motorizzati nel periodo estivo, ma si riteneva che il forzato fermo invernale non potesse che fare del bene al delicato equilibrio dell’ambiente circostante in termini di inquinamento da rumore e da gas di scarico; 4. pur nella consapevolezza che il Parco non deve essere di ostacolo all’attività umana e allo sviluppo socio economico dei Comuni interessati, si riteneva che l’uso delle CAI MORBEGNO 37


Motoslitte

un problema da risolvere

L’uso sempre più diffuso delle motoslitte quale attività di svago sulle strade di montagna e sulle praterie alpine, suscita molte riflessioni di carattere culturale, sociale e politico, rende urgente un’analisi approfondita del problema, ma soprattutto sollecita interventi decisi e risolutivi nei confronti di un fenomeno che, se non viene adeguatamente regolamentato, andrà ad aggiungersi alla lunga lista degli abusi nei confronti del territorio montano. Lo spunto per queste considerazioni ci viene offerto da una vicenda che ha interessato di recente il CAI Morbegno. L’antefatto. Nel mese di febbraio alcuni sci alpinisti, soci della nostra sezione, si sono imbattuti in un gruppo di “cultori del motore” che, al bivio della Scöcia in Valle di Albaredo, stavano scaricando le loro motoslitte dai furgoni. Ricordando, solo per dovere di cronaca, che l’incontro è stato tutt’altro che cordiale, quel che ci interessa maggiormente è quanto è successo nelle settimane seguenti. Il Consiglio della Sezione, chiamato in causa e investito del suo ruolo, dopo averne discusso a lungo, ha ritenuto opportuno esporre il proprio punto di vista al Sindaco di Albaredo con una lettera nella quale in sostanza faceva presente che: 1. una circolare del Parco delle Orobie datata 9.01.2001, in applicazione delle Norme Tecniche Attuative del Piano 36 CAI MORBEGNO

Territoriale, invitava i Comuni interessati a vietare l’uso delle motoslitte nel territorio del Parco; 2. i conduttori delle motoslitte non stavano utilizzandole per servire la struttura turistica dell’Alpe Piazza né per rifornire le baite in quota, ma per puro e semplice passatempo (fra l’altro, dietro pagamento al Comune di un ticket di 100,00 Euro, come prontamente documentato dagli stessi conduttori); 3. la Provinciale del Passo San Marco è, sì, una rotabile percorribile da mezzi motorizzati nel periodo estivo, ma si riteneva che il forzato fermo invernale non potesse che fare del bene al delicato equilibrio dell’ambiente circostante in termini di inquinamento da rumore e da gas di scarico; 4. pur nella consapevolezza che il Parco non deve essere di ostacolo all’attività umana e allo sviluppo socio economico dei Comuni interessati, si riteneva che l’uso delle CAI MORBEGNO 37


motoslitte per diporto non fosse da annoverare fra le attività umane in sintonia con gli scopi del Parco. A queste osservazioni il Sindaco obbiettava che: a) Il Comune di Albaredo, unico nel Parco delle Orobie, aveva emesso già nel 1996 un’ordinanza per regolare il transito delle motoslitte; b) la norma del Piano Territoriale del Parco cui il CAI faceva riferimento era priva di efficacia, perché il Piano stesso era stato adottato nel 1999, ma mai approvato. Precisazioni a termine di legge alle quali aggiungeva la posizione sempre tenuta autonomamente dal suo Comune per combattere l’afflusso delle motoslitte, addossando la responsabilità dell’invasione di questi mezzi motorizzati all’attività di noleggio svolta appena al di là del Passo San Marco. Proseguiva, quindi, affermando che il suo Comune aveva rilasciato per la stagione 2003/04 solo (solo!) 14 autorizzazioni riguardanti esclusivamente l’accesso al rifugio Alpe Piazza lungo la strada Scöcia-Cornello e al rifugio Alpe Lago lungo la Provinciale, normalmente utilizzate per il transito veicolare e sulle quali non avrebbero potuto vigere restrizioni di alcun tipo. La risposta poco convincente del Primo Cittadino di Albaredo ci ha stimolato ad approfondire la questione e ci ha indotto a iniziare la ricostruzione documentale. La materia è, dal punto di vista normativo, molto imprecisa e lacunosa.

38 CAI MORBEGNO

per la guida fuori strada, tutte norme di buon senso che riguardano la limitazione della velocità e dei rumori, l’attenzione agli altri veicoli, ai pedoni e agli sciatori. Il successivo documento in ordine di tempo che ci permette di approfondire il problema è la L.R. n. 5 del 1976, la Legge Forestale Regionale, che all’art. 26 recita testualmente: “E’ vietato il transito di mezzi motorizzati, ad eccezione di quelli di servizio, sulle strade di cui all’art. 21 della presente legge (strade di smacchio, mulattiere e itinerari turistici), nonché in quelle di carattere silvopastorale riconosciute tali dai Comuni interessati. E’ altresì vietato il transito fuori strada di mezzi motorizzati sui terreni facenti parte del demanio forestale della Regione”. L’articolo è integrato dall’art. 20 della L.R. n.80/1989 che precisa “I Comuni individuano

Le motoslitte rientrano nella categoria dei veicoli con caratteristiche atipiche che trovano la loro definizione nella Circolare del Ministero dei Trasporti n. 48 del 1970, avente per oggetto i “trasporti speciali con veicoli a motore atti alla circolazione fuori strada (motoslitte, veicoli cingolati, ecc.)”. Da questa circolare apprendiamo che “le motoslitte sono assimilate ai motoveicoli “ e che, quindi, “in conseguenza della loro classificazione i veicoli di cui trattasi saranno muniti, per circolare su strada, dei documenti di circolazione previsti dalle vigenti disposizioni , rispettivamente

per la categoria di veicoli cui sono assimilati”. E’ vero che detta circolare aveva carattere di provvisorietà, ma dal momento che non ci risulta a tutt’oggi intervenuto alcun fatto nuovo, riteniamo che essa mantenga tutta la sua validità; perciò le motoslitte, come i motoveicoli, per poter circolare su strade statali, provinciali, comunali e vicinali devono essere immatricolate, targate e assicurate e i loro conduttori provvisti di patente, come previsto dal Codice della Strada. La circolare termina con alcune norme di comportamento che devono essere fatte osservare

le zone o i tracciati sui quali possono utilizzare temporaneamente percorsi motociclistici in relazione a prove o a manifestazioni agonistiche imponendo tutti gli accorgimenti atti alla salvaguardia ed alla assoluta tutela degli ambienti interessati, compreso l’eventuale versamento di un deposito cauzionale. I Comuni provvedono a segnalare opportunamente i divieti di transito sulle strade di carattere silvo-pastorale.” In parole povere le motoslitte, in quanto mezzi motorizzati, non possono circolare, se non per servizio, sulle strade e sui territori di competenza della Regione (ad esempio l’Alpe Culino) e sulle strade che i Comuni riconoscono come silvo-pastorali (Pescegallo, Val Vedrano, Alpe Tagliata ?), salvo autorizzazioni temporanee. Nulla si dice per la parte rimanente di territorio.

“L’occupazione inutile del territorio montano, per di più con mezzi ad alto potere inquinante, costituisce un’aggressione non giustificabile ad un bene che appartiene a tutti e che non è inesauribile“.

“Ciò non vuol dire essere nemici del progresso, ma, al contrario, significa consapevolezza culturale e sociale del valore rappresentato dall’ambiente montano come patrimonio da tramandare alle future generazioni“.

CAI MORBEGNO 39


motoslitte per diporto non fosse da annoverare fra le attività umane in sintonia con gli scopi del Parco. A queste osservazioni il Sindaco obbiettava che: a) Il Comune di Albaredo, unico nel Parco delle Orobie, aveva emesso già nel 1996 un’ordinanza per regolare il transito delle motoslitte; b) la norma del Piano Territoriale del Parco cui il CAI faceva riferimento era priva di efficacia, perché il Piano stesso era stato adottato nel 1999, ma mai approvato. Precisazioni a termine di legge alle quali aggiungeva la posizione sempre tenuta autonomamente dal suo Comune per combattere l’afflusso delle motoslitte, addossando la responsabilità dell’invasione di questi mezzi motorizzati all’attività di noleggio svolta appena al di là del Passo San Marco. Proseguiva, quindi, affermando che il suo Comune aveva rilasciato per la stagione 2003/04 solo (solo!) 14 autorizzazioni riguardanti esclusivamente l’accesso al rifugio Alpe Piazza lungo la strada Scöcia-Cornello e al rifugio Alpe Lago lungo la Provinciale, normalmente utilizzate per il transito veicolare e sulle quali non avrebbero potuto vigere restrizioni di alcun tipo. La risposta poco convincente del Primo Cittadino di Albaredo ci ha stimolato ad approfondire la questione e ci ha indotto a iniziare la ricostruzione documentale. La materia è, dal punto di vista normativo, molto imprecisa e lacunosa.

38 CAI MORBEGNO

per la guida fuori strada, tutte norme di buon senso che riguardano la limitazione della velocità e dei rumori, l’attenzione agli altri veicoli, ai pedoni e agli sciatori. Il successivo documento in ordine di tempo che ci permette di approfondire il problema è la L.R. n. 5 del 1976, la Legge Forestale Regionale, che all’art. 26 recita testualmente: “E’ vietato il transito di mezzi motorizzati, ad eccezione di quelli di servizio, sulle strade di cui all’art. 21 della presente legge (strade di smacchio, mulattiere e itinerari turistici), nonché in quelle di carattere silvopastorale riconosciute tali dai Comuni interessati. E’ altresì vietato il transito fuori strada di mezzi motorizzati sui terreni facenti parte del demanio forestale della Regione”. L’articolo è integrato dall’art. 20 della L.R. n.80/1989 che precisa “I Comuni individuano

Le motoslitte rientrano nella categoria dei veicoli con caratteristiche atipiche che trovano la loro definizione nella Circolare del Ministero dei Trasporti n. 48 del 1970, avente per oggetto i “trasporti speciali con veicoli a motore atti alla circolazione fuori strada (motoslitte, veicoli cingolati, ecc.)”. Da questa circolare apprendiamo che “le motoslitte sono assimilate ai motoveicoli “ e che, quindi, “in conseguenza della loro classificazione i veicoli di cui trattasi saranno muniti, per circolare su strada, dei documenti di circolazione previsti dalle vigenti disposizioni , rispettivamente

per la categoria di veicoli cui sono assimilati”. E’ vero che detta circolare aveva carattere di provvisorietà, ma dal momento che non ci risulta a tutt’oggi intervenuto alcun fatto nuovo, riteniamo che essa mantenga tutta la sua validità; perciò le motoslitte, come i motoveicoli, per poter circolare su strade statali, provinciali, comunali e vicinali devono essere immatricolate, targate e assicurate e i loro conduttori provvisti di patente, come previsto dal Codice della Strada. La circolare termina con alcune norme di comportamento che devono essere fatte osservare

le zone o i tracciati sui quali possono utilizzare temporaneamente percorsi motociclistici in relazione a prove o a manifestazioni agonistiche imponendo tutti gli accorgimenti atti alla salvaguardia ed alla assoluta tutela degli ambienti interessati, compreso l’eventuale versamento di un deposito cauzionale. I Comuni provvedono a segnalare opportunamente i divieti di transito sulle strade di carattere silvo-pastorale.” In parole povere le motoslitte, in quanto mezzi motorizzati, non possono circolare, se non per servizio, sulle strade e sui territori di competenza della Regione (ad esempio l’Alpe Culino) e sulle strade che i Comuni riconoscono come silvo-pastorali (Pescegallo, Val Vedrano, Alpe Tagliata ?), salvo autorizzazioni temporanee. Nulla si dice per la parte rimanente di territorio.

“L’occupazione inutile del territorio montano, per di più con mezzi ad alto potere inquinante, costituisce un’aggressione non giustificabile ad un bene che appartiene a tutti e che non è inesauribile“.

“Ciò non vuol dire essere nemici del progresso, ma, al contrario, significa consapevolezza culturale e sociale del valore rappresentato dall’ambiente montano come patrimonio da tramandare alle future generazioni“.

CAI MORBEGNO 39


Fra le due leggi regionali interviene il D.P.R. n. 616 del 1977 che attua la delega di cui all’art. 1 della L. 382/ 1975 relativa al trasferimento a Regioni, Province, Comuni e Comunità Montane delle funzioni amministrative riguardanti, fra l’altro, l’assetto e l’utilizzazione del territorio; di fatto, quindi, anche la normativa relativa ai mezzi motorizzati fuori strada, motoslitte comprese. Siamo ben lontani da una legislazione efficace, ma, evidentemente, a causa dell’atipicità della materia, dovuta alla consistenza numerica irrilevante di questi mezzi rispetto a quella veicolare nazionale, nessuno ha interesse a farsi carico del problema. I Parchi avrebbero potuto attrezzarsi con una normativa adeguata, ma ciò non è mai avvenuto. Il Parco Nazionale dello Stelvio non possiede alcuno strumento, mentre il Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi non può in alcun modo intervenire, perché il suo Piano Territoriale non è mai entrato in vigore, rendendo inapplicabili le Norme Tecniche Attuative, come giustamente precisato dal Sindaco di Albaredo. Tutto è, perciò, demandato alla sensibilità ambientalista delle Amministrazioni comunali interessate. Prendiamo come riferimento le ordinanze emesse dai Comuni di Livigno e di Valdidentro nel 2000 e di Madesimo nel 2002, perché abbiamo potuto leggerle, ma ci risulta che anche i Comuni della Val Malenco abbiano deliberato in tal senso (oltre a quello di Albaredo, per dichiarazione dello stesso Sindaco). 40 CAI MORBEGNO

Contengono norme puntuali, equilibrate e tutt’altro che vessatorie, perché consentono la circolazione per la pratica individuale, salvo diritti di terzi, su percorsi specificati e adeguatamente mappati, sui quali sono regolamentati il noleggio, i giri turistici, la documentazione richiesta, i contrassegni da apporre ai mezzi (Madesimo) e gli orari consentiti. Per la circolazione al di fuori di questi percorsi, citiamo testualmente l’ordinanza del Comune di Valdidentro che ci pare esemplare (sostanzialmente identica quella del Comune di Livigno): “Fuori dagli ambiti descritti … sarà consentita la circolazione di motoslitte, su percorsi ed orari da concordare, solo a quei soggetti che avanzino specifica richiesta e che comprovino la necessità di soddisfare proprie esigenze abitative od economiche, fatto escluso il trasporto di clienti”. Ovviamente, nessuna restrizione di luogo e di tempo per le Forze di Polizia e di Soccorso nelle loro missioni, per gli Enti di Promozione Turistica quando eseguono lavori e per le Società che gestiscono gli impianti in occasione delle manutenzioni. Documenti ottimi che hanno un limite nella inadeguatezza numerica di chi dovrebbe farli rispettare, ma, comunque, esempi lodevoli da imitare anche da parte dei Comuni della Bassa Valtellina. Da noi, infatti, il problema rimane in tutta la sua gravità. Oltre alla strada del Passo San Marco che alla domenica si trasforma in un pericoloso slittodromo su cui troppe motoslitte sfrecciano a velocità eccessiva, tutte la strade che durante

l’inverno non vengono spazzate dalla neve diventano palestre per questi mezzi. Così avviene sulle strade che conducono all’Alpe Olano e all’Alpe Tagliata, dove le tracce dei cingoli si intrecciano risalendo per lunghi tratti l’alpe, così avviene persino sull’Alpe Culino che, pure, appartiene all’Azienda Regionale delle Foreste. Ciò induce il CAI a lanciare un grido d’allarme, perché l’occupazione inutile del territorio montano, per di più con mezzi ad alto potere inquinante, costituisce un’aggressione non giustificabile ad un bene che appartiene a tutti e che non è inesauribile. Ciò non vuol dire essere nemici del progresso, ma, al contrario, significa consapevolezza culturale e sociale del valore rappresentato dall’ambiente montano come patrimonio da tramandare alle future generazioni. Ritorniamo brevemente sull’episodio che ha provocato questo scritto: la lettera con la quale il Sindaco di Albaredo ha risposto alle lagnanze del CAI Morbegno continua a non essere convincente, perché accanto a riconosciute verità contiene alcune omissioni che altro non sono che mezze bugie. Anziché giocare di rimessa, non sarebbe invece il caso che il sindaco di Albaredo, con l’autorevolezza che gli deriva dal ruolo istituzionale, si facesse carico di mettere insieme, l’ Ente Parco, i Comuni, compresi quelli della vicina bergamasca, il CAI e le associazioni interessate per un confronto aperto e costruttivo, finalizzato alla ricerca di un rimedio a questo fenomeno che sta diventando preoccupante?

il paese dell’incontrario A cura di Bruno Orso

Settembre 2003 Alcuni sindaci del mandamento di Morbegno, interpellati dai locali organi di stampa, hanno risposto per le rime al Manifesto del C.A.I. di Morbegno relativo alla costruzione delle strade in montagna. Al C.A.I. che proponeva un utopistico “pentalogo” per la realizzazione di queste necessarie opere, si rispondeva con determinata sicurezza, come si addice ad amministratori attenti e consapevoli del loro ruolo, che se si vuole “invertire la tendenza all’abbandono della montagna la prima cosa da fare è dotare il territorio di infrastrutture”. E’ dimostrato infatti che dove i prati sono raggiunti dalle strade, come a Bema, lo sfalcio viene fatto stelo per stelo e dove gli alpeggi sono raggiunti da una rotabile, come a Pescegallo, le malghe straboccano di capi di bestiame. Assurda appare, poi, la pretesa che le strade vengano costruite a regola d’arte, perché l’importante è riuscire a raggiungere in qualche modo le località in progetto; per il completamento si vedrà. E’ opportuno, infine, che la collettività costruisca le strade ai possessori di seconde case in quota: essi sono, come si sa, i difensori dell’ambientale dal degrado. Questi frequentatori della montagna solo per diletto domenicale non sono altro che romantici sognatori, lontani dalla realtà! Dicembre 2003 Sci alpinisti del C.A.I. di Morbegno, percorrendo la strada che raggiunge l’Alpe Arcoglio in Val Malenco, hanno prodotto con il loro passaggio danni

ingenti al fondo stradale innevato, tanto da mettere in difficoltà il transito delle motoslitte. Il conduttore di uno di questi splendidi gioielli della meccanica motoristica, dopo aver superato con discrezione il gruppo degli sci alpinisti, ha sentito il dovere civico di aspettarli più in alto per dar loro una bella lavata di capo. Ha fatto bene! Febbraio 2004 Ancora una volta il C.A.I. di Morbegno è stato protagonista di una polemica odiosa riguardante l’uso delle motoslitte in montagna. Questa volta se l’è presa con il Sindaco di Albaredo nel Parco delle Orobie che, dietro il pagamento del modesto ticket di Euro 100,00, concede l’autorizzazione ai poveri e reietti possessori di motoslitte di compiere le loro evoluzioni sulla Provinciale del Passo San Marco. Ma che fastidio danno? Dove potrebbero praticare, altrimenti, questa salutare attività sportiva? E poi qualche entrata extra per aiutare le misere finanze del Comune non guasta mai! Aprile 2004 Sci alpinisti di Morbegno si sono resi responsabili di una sgradevole contestazione nei confronti di alcuni sciatori che, supportati da un elicottero, stavano effettuando alcune discese nel gruppo del Disgrazia. Con un applauso derisorio hanno infatti accompagnato l’elegante discesa degli eli-sciatori lungo la

Val Sissone. “I soliti rompiballe” ha dichiarato educatamente, ma con ferma e sacrosanta indignazione, una ragazza del gruppo. “Uno non può trascorrere una tranquilla domenica nella pace dei monti, grazie all’elicottero di famiglia, che subito, viene importunato da rozzi e volgari individui”! Luglio 2004 Escursionisti di Morbegno sono stati testimoni in Val di Lemma di uno spettacolo a cui ogni appassionato di montagna vorrebbe assistere. Mentre risalivano la testata della valle, la loro attenzione è stata attirata da un branco di moto da trial che, non accorgendosi di essere osservate, compivano evoluzioni: impennate, balzi sui sassi, giravolte su sé stesse, sgroppate verso l’alto e inseguimenti sottolineati da grida scoppiettanti. Quando dopo un po’ si sono sentite scoperte si sono acquattate, timide e schive, al riparo di un dosso erboso, per poi dileguarsi lasciando dietro di sé quell’odore dolciastro che è tipico degli additivi per carburante. Queste sono le soddisfazioni dell’andar per monti!

CAI MORBEGNO 41


Fra le due leggi regionali interviene il D.P.R. n. 616 del 1977 che attua la delega di cui all’art. 1 della L. 382/ 1975 relativa al trasferimento a Regioni, Province, Comuni e Comunità Montane delle funzioni amministrative riguardanti, fra l’altro, l’assetto e l’utilizzazione del territorio; di fatto, quindi, anche la normativa relativa ai mezzi motorizzati fuori strada, motoslitte comprese. Siamo ben lontani da una legislazione efficace, ma, evidentemente, a causa dell’atipicità della materia, dovuta alla consistenza numerica irrilevante di questi mezzi rispetto a quella veicolare nazionale, nessuno ha interesse a farsi carico del problema. I Parchi avrebbero potuto attrezzarsi con una normativa adeguata, ma ciò non è mai avvenuto. Il Parco Nazionale dello Stelvio non possiede alcuno strumento, mentre il Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi non può in alcun modo intervenire, perché il suo Piano Territoriale non è mai entrato in vigore, rendendo inapplicabili le Norme Tecniche Attuative, come giustamente precisato dal Sindaco di Albaredo. Tutto è, perciò, demandato alla sensibilità ambientalista delle Amministrazioni comunali interessate. Prendiamo come riferimento le ordinanze emesse dai Comuni di Livigno e di Valdidentro nel 2000 e di Madesimo nel 2002, perché abbiamo potuto leggerle, ma ci risulta che anche i Comuni della Val Malenco abbiano deliberato in tal senso (oltre a quello di Albaredo, per dichiarazione dello stesso Sindaco). 40 CAI MORBEGNO

Contengono norme puntuali, equilibrate e tutt’altro che vessatorie, perché consentono la circolazione per la pratica individuale, salvo diritti di terzi, su percorsi specificati e adeguatamente mappati, sui quali sono regolamentati il noleggio, i giri turistici, la documentazione richiesta, i contrassegni da apporre ai mezzi (Madesimo) e gli orari consentiti. Per la circolazione al di fuori di questi percorsi, citiamo testualmente l’ordinanza del Comune di Valdidentro che ci pare esemplare (sostanzialmente identica quella del Comune di Livigno): “Fuori dagli ambiti descritti … sarà consentita la circolazione di motoslitte, su percorsi ed orari da concordare, solo a quei soggetti che avanzino specifica richiesta e che comprovino la necessità di soddisfare proprie esigenze abitative od economiche, fatto escluso il trasporto di clienti”. Ovviamente, nessuna restrizione di luogo e di tempo per le Forze di Polizia e di Soccorso nelle loro missioni, per gli Enti di Promozione Turistica quando eseguono lavori e per le Società che gestiscono gli impianti in occasione delle manutenzioni. Documenti ottimi che hanno un limite nella inadeguatezza numerica di chi dovrebbe farli rispettare, ma, comunque, esempi lodevoli da imitare anche da parte dei Comuni della Bassa Valtellina. Da noi, infatti, il problema rimane in tutta la sua gravità. Oltre alla strada del Passo San Marco che alla domenica si trasforma in un pericoloso slittodromo su cui troppe motoslitte sfrecciano a velocità eccessiva, tutte la strade che durante

l’inverno non vengono spazzate dalla neve diventano palestre per questi mezzi. Così avviene sulle strade che conducono all’Alpe Olano e all’Alpe Tagliata, dove le tracce dei cingoli si intrecciano risalendo per lunghi tratti l’alpe, così avviene persino sull’Alpe Culino che, pure, appartiene all’Azienda Regionale delle Foreste. Ciò induce il CAI a lanciare un grido d’allarme, perché l’occupazione inutile del territorio montano, per di più con mezzi ad alto potere inquinante, costituisce un’aggressione non giustificabile ad un bene che appartiene a tutti e che non è inesauribile. Ciò non vuol dire essere nemici del progresso, ma, al contrario, significa consapevolezza culturale e sociale del valore rappresentato dall’ambiente montano come patrimonio da tramandare alle future generazioni. Ritorniamo brevemente sull’episodio che ha provocato questo scritto: la lettera con la quale il Sindaco di Albaredo ha risposto alle lagnanze del CAI Morbegno continua a non essere convincente, perché accanto a riconosciute verità contiene alcune omissioni che altro non sono che mezze bugie. Anziché giocare di rimessa, non sarebbe invece il caso che il sindaco di Albaredo, con l’autorevolezza che gli deriva dal ruolo istituzionale, si facesse carico di mettere insieme, l’ Ente Parco, i Comuni, compresi quelli della vicina bergamasca, il CAI e le associazioni interessate per un confronto aperto e costruttivo, finalizzato alla ricerca di un rimedio a questo fenomeno che sta diventando preoccupante?

il paese dell’incontrario A cura di Bruno Orso

Settembre 2003 Alcuni sindaci del mandamento di Morbegno, interpellati dai locali organi di stampa, hanno risposto per le rime al Manifesto del C.A.I. di Morbegno relativo alla costruzione delle strade in montagna. Al C.A.I. che proponeva un utopistico “pentalogo” per la realizzazione di queste necessarie opere, si rispondeva con determinata sicurezza, come si addice ad amministratori attenti e consapevoli del loro ruolo, che se si vuole “invertire la tendenza all’abbandono della montagna la prima cosa da fare è dotare il territorio di infrastrutture”. E’ dimostrato infatti che dove i prati sono raggiunti dalle strade, come a Bema, lo sfalcio viene fatto stelo per stelo e dove gli alpeggi sono raggiunti da una rotabile, come a Pescegallo, le malghe straboccano di capi di bestiame. Assurda appare, poi, la pretesa che le strade vengano costruite a regola d’arte, perché l’importante è riuscire a raggiungere in qualche modo le località in progetto; per il completamento si vedrà. E’ opportuno, infine, che la collettività costruisca le strade ai possessori di seconde case in quota: essi sono, come si sa, i difensori dell’ambientale dal degrado. Questi frequentatori della montagna solo per diletto domenicale non sono altro che romantici sognatori, lontani dalla realtà! Dicembre 2003 Sci alpinisti del C.A.I. di Morbegno, percorrendo la strada che raggiunge l’Alpe Arcoglio in Val Malenco, hanno prodotto con il loro passaggio danni

ingenti al fondo stradale innevato, tanto da mettere in difficoltà il transito delle motoslitte. Il conduttore di uno di questi splendidi gioielli della meccanica motoristica, dopo aver superato con discrezione il gruppo degli sci alpinisti, ha sentito il dovere civico di aspettarli più in alto per dar loro una bella lavata di capo. Ha fatto bene! Febbraio 2004 Ancora una volta il C.A.I. di Morbegno è stato protagonista di una polemica odiosa riguardante l’uso delle motoslitte in montagna. Questa volta se l’è presa con il Sindaco di Albaredo nel Parco delle Orobie che, dietro il pagamento del modesto ticket di Euro 100,00, concede l’autorizzazione ai poveri e reietti possessori di motoslitte di compiere le loro evoluzioni sulla Provinciale del Passo San Marco. Ma che fastidio danno? Dove potrebbero praticare, altrimenti, questa salutare attività sportiva? E poi qualche entrata extra per aiutare le misere finanze del Comune non guasta mai! Aprile 2004 Sci alpinisti di Morbegno si sono resi responsabili di una sgradevole contestazione nei confronti di alcuni sciatori che, supportati da un elicottero, stavano effettuando alcune discese nel gruppo del Disgrazia. Con un applauso derisorio hanno infatti accompagnato l’elegante discesa degli eli-sciatori lungo la

Val Sissone. “I soliti rompiballe” ha dichiarato educatamente, ma con ferma e sacrosanta indignazione, una ragazza del gruppo. “Uno non può trascorrere una tranquilla domenica nella pace dei monti, grazie all’elicottero di famiglia, che subito, viene importunato da rozzi e volgari individui”! Luglio 2004 Escursionisti di Morbegno sono stati testimoni in Val di Lemma di uno spettacolo a cui ogni appassionato di montagna vorrebbe assistere. Mentre risalivano la testata della valle, la loro attenzione è stata attirata da un branco di moto da trial che, non accorgendosi di essere osservate, compivano evoluzioni: impennate, balzi sui sassi, giravolte su sé stesse, sgroppate verso l’alto e inseguimenti sottolineati da grida scoppiettanti. Quando dopo un po’ si sono sentite scoperte si sono acquattate, timide e schive, al riparo di un dosso erboso, per poi dileguarsi lasciando dietro di sé quell’odore dolciastro che è tipico degli additivi per carburante. Queste sono le soddisfazioni dell’andar per monti!

CAI MORBEGNO 41


I ghiacciai

Fellaria di

di Riccardo Scotti operatore del Servizio Glaciologico Lombardo

Uno sguardo generale A sud della cresta che collega le C.me di Fellaria al Piz Argient e quindi al Pizzo Palü Orientale fino al P.zo Cambrena nasce uno dei più importanti ed imponenti complessi glaciali delle Alpi Meridionali: il gruppo Fellaria-Palü. Classicamente la parte italiana del complesso glaciale viene suddivisa in due apparati: Fellaria Ovest ed Est. Il primo possiede un vasto bacino di accumulo racchiuso in un ideale semicerchio che, passando per il passo di Marinelli orientale, collega le Cime di Fellaria al Piz Zupò e quindi tramite il Passo del Sasso Rosso, si chiude alla vetta del Sasso Rosso. Viene considerato un ghiacciaio di 42 CAI MORBEGNO

tipo vallivo a bacini composti e risulta tutt’oggi collegato con il ghiacciaio Marinelli attraverso il P.so Marinelli orientale. Il regresso e la perdita di spessore degli ultimi anni hanno messo in luce la natura di quello che un tempo era un vasto campo di ghiaccio apparentemente unitario. In realtà i bacini sono tre, due dei quali sono prossimi alla separazione da quello proveniente dalla ripida colata fra I pizzi Argient e Zupò e dalla trasfluenza del Passo dei Sassi Rossi che, da solo, riesce ancora a tenere in vita l’esile lingua valliva che si adagia attualmente a 2600m nel pianoro sottostante un marcato salto roccioso. Il Fellaria Est presenta una morfologia più lineare: è un ghiacciaio di

tipo vallivo a bacino semplice e deve la sua enorme lingua, che giunge attualmente a 2560m, al mastodontico bacino di accumulo fra Il Piz Zupò e il Piz Palù Orientale chiamato Altipiano di Fellaria. Grazie alla quota elevata, che va dai 3400m ai 3600m il plateau riesce a conservare neve residua anche in annate glaciologicamente tragiche come il 2003. Questo gigantesco pianoro oltre a generare la poderosa colata di ghiaccio del Fellaria Est propriamente detto gioca un ruolo fondamentale nell’alimentazione della colata occidentale e dell’elvetico Ghiacciaio di Palü. Proprio questo affascinante e per certi versi misterioso settore della criosfera lombarda meriterebbe CAI MORBEGNO 43


I ghiacciai

Fellaria di

di Riccardo Scotti operatore del Servizio Glaciologico Lombardo

Uno sguardo generale A sud della cresta che collega le C.me di Fellaria al Piz Argient e quindi al Pizzo Palü Orientale fino al P.zo Cambrena nasce uno dei più importanti ed imponenti complessi glaciali delle Alpi Meridionali: il gruppo Fellaria-Palü. Classicamente la parte italiana del complesso glaciale viene suddivisa in due apparati: Fellaria Ovest ed Est. Il primo possiede un vasto bacino di accumulo racchiuso in un ideale semicerchio che, passando per il passo di Marinelli orientale, collega le Cime di Fellaria al Piz Zupò e quindi tramite il Passo del Sasso Rosso, si chiude alla vetta del Sasso Rosso. Viene considerato un ghiacciaio di 42 CAI MORBEGNO

tipo vallivo a bacini composti e risulta tutt’oggi collegato con il ghiacciaio Marinelli attraverso il P.so Marinelli orientale. Il regresso e la perdita di spessore degli ultimi anni hanno messo in luce la natura di quello che un tempo era un vasto campo di ghiaccio apparentemente unitario. In realtà i bacini sono tre, due dei quali sono prossimi alla separazione da quello proveniente dalla ripida colata fra I pizzi Argient e Zupò e dalla trasfluenza del Passo dei Sassi Rossi che, da solo, riesce ancora a tenere in vita l’esile lingua valliva che si adagia attualmente a 2600m nel pianoro sottostante un marcato salto roccioso. Il Fellaria Est presenta una morfologia più lineare: è un ghiacciaio di

tipo vallivo a bacino semplice e deve la sua enorme lingua, che giunge attualmente a 2560m, al mastodontico bacino di accumulo fra Il Piz Zupò e il Piz Palù Orientale chiamato Altipiano di Fellaria. Grazie alla quota elevata, che va dai 3400m ai 3600m il plateau riesce a conservare neve residua anche in annate glaciologicamente tragiche come il 2003. Questo gigantesco pianoro oltre a generare la poderosa colata di ghiaccio del Fellaria Est propriamente detto gioca un ruolo fondamentale nell’alimentazione della colata occidentale e dell’elvetico Ghiacciaio di Palü. Proprio questo affascinante e per certi versi misterioso settore della criosfera lombarda meriterebbe CAI MORBEGNO 43


Nella foto a fianco il bacino di accumulo del ghiacciaio di Fellaria occidentale ripreso, nel luglio 2002, dalla Punta Marinelli, sul fondo a destra si vede la lingua del Ghiacciaio orientale e a sinistra il Ghiacciaio di Scerscen superiore.

forse studi approfonditi trattandosi, a conti fatti, di uno dei pochissimi siti glaciogeni ad accumulo diretto ancora attivi e vitali di tutta la Lombardia. Il fiume di ghiaccio che ne deriva scende prima verso sud est, poi, a circa 2900m piega decisamente verso sud ovest, in corrispondenza di una marcata soglia rocciosa. Questo salto tende a interrompere la continuità della colata e crea quindi una spettacolare falesia di ghiaccio. La lingua sottostante è alimentata quasi esclusivamente dal frequente crollo di seracchi che creano dei potenti conoidi di rimpasto alla base del salto roccioso. Degli studi mirati alla stima dell’attuale superficie potrebbero attribuire al complesso glaciale comprensivo del Ghiacciaio di Palü la seconda posizione per estensione in un 44 CAI MORBEGNO

Sotto lo stesso bacino di accumulo ripreso dalla parte bassa del ghiacciaio stesso nel luglio 2004.

ipotetica classifica per le Alpi Meridionali, secondo solo al ghiacciaio dell’Adamello*.

Gli studi dalle prime esplorazioni… Al termine della Piccola Età Glaciale, grossomodo alla metà dell’800, le dimensioni dell’intero complesso glaciale erano ancora più importanti visto che gli attuali glacionevati Fellaria superiore I e II e il ghiacciaio di Varuna confluivano nella lingua del Fellaria Est estendendo il ghiacciaio ancor più che ai giorni nostri. In quegli anni le due lingue, occidentale ed orientale, erano ben collegate e raggiungevano i 2100m di quota dell’Alpe Gera, ora sommersa dall’invaso artificiale omonimo. Da quei tempi il regresso è stato notevole e quasi ininterrotto. I primi studi vennero effettuati da

Luigi Marson che nel 1897 iniziò le prime misure frontali della lingua allora unitaria. La fronte era già risalita di 200m attestandosi quindi sui 2300m. Numerosi furono i successori di Marson nello studio del grande ghiacciaio: Sangiorgi, Nangeroni, Riva e Saibene constatarono solo un continuo regresso che portò alla separazione delle due lingue negli Anni Trenta. Negli anni subito seguenti la lingua del ghiacciaio occidentale sormontò il margine del

ripiano a quota 2500 circa. Nel frattempo anche la lingua orientale era arretrata e Nangeroni nel 1928 non osserva più i crolli di ghiaccio descritti dal Marson essendo la fronte ormai risalita sul pianoro a 2415m. Il regresso diventa intensissimo negli anni successivi, alla ripresa delle misurazione fra gli anni 60 e gli anni 70 si può constatare un arretramento di circa mezzo chilometro per entrambe le lingue. La fase positiva degli anni 70/80 che ha interessato

la maggior parte dei ghiacciai alpini si manifesta con un periodo di leggera avanzata della fronte occidentale che finisce verso la metà degli anni 80’ quando ricomincia il drastico ritiro. Il devastante evento meteorologico del luglio 1987 provocò addirittura l’asportazione di parte della fronte da parte del torrente ablatore in piena. Questo episodio, ha simbolicamente e materialmente concluso questo breve

periodo positivo. Secondo le osservazioni di Catasta e Smiraglia la fronte orientale reagisce in modo leggermente diverso: la fase positiva non risulta inizialmente marcata ma il ghiacciaio rimane stazionario fino ai primi anni 90 quando ricomincia lentamente ad arretrare. …ai giorni nostri Negli ultimi 15 anni, da quando sono iniziati gli studi da parte del Servizio Glaciologico Lombardo, la dinamica delle CAI MORBEGNO 45


Nella foto a fianco il bacino di accumulo del ghiacciaio di Fellaria occidentale ripreso, nel luglio 2002, dalla Punta Marinelli, sul fondo a destra si vede la lingua del Ghiacciaio orientale e a sinistra il Ghiacciaio di Scerscen superiore.

forse studi approfonditi trattandosi, a conti fatti, di uno dei pochissimi siti glaciogeni ad accumulo diretto ancora attivi e vitali di tutta la Lombardia. Il fiume di ghiaccio che ne deriva scende prima verso sud est, poi, a circa 2900m piega decisamente verso sud ovest, in corrispondenza di una marcata soglia rocciosa. Questo salto tende a interrompere la continuità della colata e crea quindi una spettacolare falesia di ghiaccio. La lingua sottostante è alimentata quasi esclusivamente dal frequente crollo di seracchi che creano dei potenti conoidi di rimpasto alla base del salto roccioso. Degli studi mirati alla stima dell’attuale superficie potrebbero attribuire al complesso glaciale comprensivo del Ghiacciaio di Palü la seconda posizione per estensione in un 44 CAI MORBEGNO

Sotto lo stesso bacino di accumulo ripreso dalla parte bassa del ghiacciaio stesso nel luglio 2004.

ipotetica classifica per le Alpi Meridionali, secondo solo al ghiacciaio dell’Adamello*.

Gli studi dalle prime esplorazioni… Al termine della Piccola Età Glaciale, grossomodo alla metà dell’800, le dimensioni dell’intero complesso glaciale erano ancora più importanti visto che gli attuali glacionevati Fellaria superiore I e II e il ghiacciaio di Varuna confluivano nella lingua del Fellaria Est estendendo il ghiacciaio ancor più che ai giorni nostri. In quegli anni le due lingue, occidentale ed orientale, erano ben collegate e raggiungevano i 2100m di quota dell’Alpe Gera, ora sommersa dall’invaso artificiale omonimo. Da quei tempi il regresso è stato notevole e quasi ininterrotto. I primi studi vennero effettuati da

Luigi Marson che nel 1897 iniziò le prime misure frontali della lingua allora unitaria. La fronte era già risalita di 200m attestandosi quindi sui 2300m. Numerosi furono i successori di Marson nello studio del grande ghiacciaio: Sangiorgi, Nangeroni, Riva e Saibene constatarono solo un continuo regresso che portò alla separazione delle due lingue negli Anni Trenta. Negli anni subito seguenti la lingua del ghiacciaio occidentale sormontò il margine del

ripiano a quota 2500 circa. Nel frattempo anche la lingua orientale era arretrata e Nangeroni nel 1928 non osserva più i crolli di ghiaccio descritti dal Marson essendo la fronte ormai risalita sul pianoro a 2415m. Il regresso diventa intensissimo negli anni successivi, alla ripresa delle misurazione fra gli anni 60 e gli anni 70 si può constatare un arretramento di circa mezzo chilometro per entrambe le lingue. La fase positiva degli anni 70/80 che ha interessato

la maggior parte dei ghiacciai alpini si manifesta con un periodo di leggera avanzata della fronte occidentale che finisce verso la metà degli anni 80’ quando ricomincia il drastico ritiro. Il devastante evento meteorologico del luglio 1987 provocò addirittura l’asportazione di parte della fronte da parte del torrente ablatore in piena. Questo episodio, ha simbolicamente e materialmente concluso questo breve

periodo positivo. Secondo le osservazioni di Catasta e Smiraglia la fronte orientale reagisce in modo leggermente diverso: la fase positiva non risulta inizialmente marcata ma il ghiacciaio rimane stazionario fino ai primi anni 90 quando ricomincia lentamente ad arretrare. …ai giorni nostri Negli ultimi 15 anni, da quando sono iniziati gli studi da parte del Servizio Glaciologico Lombardo, la dinamica delle CAI MORBEGNO 45


Alcune foto che ben evidenziano la ritirata dei Ghiacciai di Fellaria: la prima scattata da Alfredo Corti nel 1907 del secolo scorso, le altre, tutte riprese dalla vetta della Cima Fontana, nel 1983, 1996 e, sotto, nel 2004 durante la gita organizzata dalla nostra sezione.

due colate, pur sempre improntata al regresso, ha messo in luce degli aspetti singolari di notevole interesse. Mentre la fronte occidentale arretra vistosamente di 15 m all’anno e il suo indice dinamico annuale varia fra il decremento moderato ed il forte, la fronte orientale rallenta il suo regresso e non subisce notevoli modificazioni morfologiche. Le misure distanziometriche frontali, ad opera di Guido Catasta, sono spesso difficoltose per la complessa morfologia del terreno, ma riescono comunque a testimoniare un regresso contenuto, dopo i 70 m persi fra il 1985 e il 1994 la fronte dal 1997 al 2001 perde soltanto 19 m grazie anche ad una curiosa avanzata di 4 m nel 2001.

46 CAI MORBEGNO

Nello stesso lasso di tempo (1997-2001) la fronte Occidentale perde 69 m e nei due anni successivi arretra ancora di ben 47 m. Per trovare una spiegazione a queste notevoli differenze bisogna guardare più in alto, nei bacini di accumulo, è proprio li che si giocano le sorti dei ghiacciai. La differenza sostanziale fra le due colate di ghiaccio è la diversa quota dei bacini di accumulo: 3000-3200m per la colata Occidentale e 34003600m per quella Orientale. L’aumento delle temperature sulle Alpi ha quindi portato il limite delle nevi perenni su questo settore sicuramente al di sopra dei 3000m ma forse non ancora sopra i 3500m dell’Altipiano di Fellaria dove anche d’estate la pioggia è una rarità. Questa differenza di quota probabilmente determina una differenza sostanziale fra i due bacini, l’occidentale, a più bassa quota, è ormai una zona di ablazione del ghiacciaio e non riesce più ad

alimentare la lingua valliva, mentre l’Altipiano di Fellaria continua a fare il suo lavoro trasferendo notevoli volumi di ghiacciaio alla lingua orientale. La salute di questa colata è quantificabile in base alla frequenza dei crolli di seracchi in prossimità della soglia rocciosa che ha quasi completamente diviso in due la lingua. Fra la fine degli anni 90’ e il 2002 il settore a monte della seraccata sembra interessato da una modesta onda di piena, i crolli di seracchi risultano sempre più frequenti estendendo oltre misura i conoidi di rimpasto. Questa piccola fase di controtendenza termina durante l’estate 2003 che infligge un colpo durissimo a questi settori. L’estate 2004 è ulteriormente improntata al regresso per le due colate, confermando comunque la miglior condizione della colata orientale dove l’innevamento residuo è conservato discretamente fino a fine CAI MORBEGNO 47


Alcune foto che ben evidenziano la ritirata dei Ghiacciai di Fellaria: la prima scattata da Alfredo Corti nel 1907 del secolo scorso, le altre, tutte riprese dalla vetta della Cima Fontana, nel 1983, 1996 e, sotto, nel 2004 durante la gita organizzata dalla nostra sezione.

due colate, pur sempre improntata al regresso, ha messo in luce degli aspetti singolari di notevole interesse. Mentre la fronte occidentale arretra vistosamente di 15 m all’anno e il suo indice dinamico annuale varia fra il decremento moderato ed il forte, la fronte orientale rallenta il suo regresso e non subisce notevoli modificazioni morfologiche. Le misure distanziometriche frontali, ad opera di Guido Catasta, sono spesso difficoltose per la complessa morfologia del terreno, ma riescono comunque a testimoniare un regresso contenuto, dopo i 70 m persi fra il 1985 e il 1994 la fronte dal 1997 al 2001 perde soltanto 19 m grazie anche ad una curiosa avanzata di 4 m nel 2001.

46 CAI MORBEGNO

Nello stesso lasso di tempo (1997-2001) la fronte Occidentale perde 69 m e nei due anni successivi arretra ancora di ben 47 m. Per trovare una spiegazione a queste notevoli differenze bisogna guardare più in alto, nei bacini di accumulo, è proprio li che si giocano le sorti dei ghiacciai. La differenza sostanziale fra le due colate di ghiaccio è la diversa quota dei bacini di accumulo: 3000-3200m per la colata Occidentale e 34003600m per quella Orientale. L’aumento delle temperature sulle Alpi ha quindi portato il limite delle nevi perenni su questo settore sicuramente al di sopra dei 3000m ma forse non ancora sopra i 3500m dell’Altipiano di Fellaria dove anche d’estate la pioggia è una rarità. Questa differenza di quota probabilmente determina una differenza sostanziale fra i due bacini, l’occidentale, a più bassa quota, è ormai una zona di ablazione del ghiacciaio e non riesce più ad

alimentare la lingua valliva, mentre l’Altipiano di Fellaria continua a fare il suo lavoro trasferendo notevoli volumi di ghiacciaio alla lingua orientale. La salute di questa colata è quantificabile in base alla frequenza dei crolli di seracchi in prossimità della soglia rocciosa che ha quasi completamente diviso in due la lingua. Fra la fine degli anni 90’ e il 2002 il settore a monte della seraccata sembra interessato da una modesta onda di piena, i crolli di seracchi risultano sempre più frequenti estendendo oltre misura i conoidi di rimpasto. Questa piccola fase di controtendenza termina durante l’estate 2003 che infligge un colpo durissimo a questi settori. L’estate 2004 è ulteriormente improntata al regresso per le due colate, confermando comunque la miglior condizione della colata orientale dove l’innevamento residuo è conservato discretamente fino a fine CAI MORBEGNO 47


stagione mentre l’ex bacino di accumulo della colata occidentale si è scoperto già ai primi di agosto lasciando il ghiaccio vivo in balia dell’ablazione per quasi due mesi.

Prospettive future Le prospettive future per i ghiacciai di Fellaria, come per la maggior parte dei ghiacciai lombardi, non sono certo rosee. Per quanto riguarda le fronti, anche se le condizioni meteoclimatiche del futuro prossimo cambiassero radicalmente, a causa del “tempo di risposta” del ghiacciaio la colata Occidentale, entro pochi anni, perderà comunque la sua lingua valliva e si ritirerà al di sopra del gradino roccioso mentre sembra ormai prossima anche la completa separazione della colata Orientale in prossimità della seraccata. Solo il grande Altipiano di Fellaria ci può dare la speranza di riuscire a mantenere viva la lingua Orientale, è una speranza onestamente sostenibile solo se le condizioni meteorologiche estive non assomiglieranno neppure lontanamente a quelle dell’estate 2003. Bibliografia: • Servizio Glaciologico Lombardo Ghiacciai in Lombardia ed. Bolis 1992 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno I 1998 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno II 1999 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno III 2000 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno IV 2001 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno V 2002 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno VI 2003 • Servizio Glaciologico Lombardo Ghiacciai,Glacionevati e forme glaciali minori della Lombardia rilievi annuali 1990/2001 • Servizio Glaciologico Lombardo www.sgl.cluster.it • CESI: www.meteo.cesi.it/greeninfo/ghiacciai/ ghiacciai.asp

48 CAI MORBEGNO

Il sentiero glaciologico Le zone recentemente abbandonate dalle fronti dei Ghiacciai di Fellaria ospitano il sentiero glaciologico Luigi Marson dedicato al primo studioso di questi ghiacciai. L’iniziativa è nata dal Servizio Glaciologico Lombardo che in collaborazione con il comune di Lanzada ha dato vita a questo interessante progetto. Ma cos’è un sentiero glaciologico? Il sito internet dell’SGL (www.sgl.cluster.it) ci viene in aiuto: I sentieri glaciologici sono una proposta di fruizione “intelligente” dell’ambiente alpino: con un impatto ambientale pressoché nullo il visitatore è guidato in un luogo di suggestiva bellezza alla scoperta e all’osservazione di alcuni semplici elementi dell’ambiente legati al passaggio dei ghiacciai. Tracciati su preesistenti percorsi e identificati da segnali azzurri, con l’aggiunta di poche indicazioni sotto forma di targhe e cartelli, questi percorsi dalle caratteristiche molto diverse tra loro danno indicazioni sull’ambiente naturale circostante, con particolare attenzione agli aspetti glaciologici - geomorfologici del paesaggio. Soprattutto con le visite guidate o grazie all’aiuto delle numerose pubblicazioni esistenti è quindi possibile effettuare una vera e propria esperienza di lettura del territorio sotto l’aspetto glaciologico ma anche geomorfologico, naturalistico, paesaggistico. L’ambiente naturale tipico di queste quote è infatti strettamente legato alla presenza, nel passato come

nel presente, dell’elemento ghiacciaio, che condiziona strettamente la geomorfologia, la botanica, la vita dell’intero ecosistema d’alta quota. Anche con lo strumento del sentiero glaciologico e con un pizzico di curiosità, quindi, è possibile per l’escursionista sviluppare la propria capacità di osservazione, scoprendo e cercando di capire gli elementi e i processi naturali che caratterizzano l’ambiente alpino. Un esperienza sicuramente interessante e proficua per chiunque voglia avvicinarsi a questo mondo estremamente affascinante. *la superficie dei due Ghiacciai di Fellaria nel 1990 era 502,5 ha per l’Ovest e 519 ha per l’Est mentre 28 erano gli ettari del Ghiacciaio Marinelli. Tenendo in considerazione il regresso intercorso in questi 14 anni e stimando in circa 400 ha la superficie attuale del Ghiacciaio di Palü si può approssimare a 1400 ha (14 kmq) la superficie attuale dell’intero complesso glaciale. Il Ghiacciaio dell’Adamello (1813 ha nel 1991) è ancora oggi il più grande ghiacciaio italiano e delle Alpi Meridionali mentre il Ghiacciaio dei Forni sempre nel 1991 misurava 1290 ha. L’estensione raggiunta nella piccola età glaciale dai Ghiacciai di Fellaria (escluso il Ghiacciaio di Palü) è stimata in 1422 ha.

Gita Glaciologica alla

Cima Fontana

La cima Fontana (non Cima Val Fontana, come erroneamente indicato in alcune carte, compresa la C.N.S.), m 3070 in Val Malenco, è il punto di osservazione migliore sui Ghiacciai di Fellaria orientale e occidentale. Domenica 5 settembre, 26 soci della nostra sezione accompagnati da Riccardo Scotti, operatore SGL, passando dall’Alpe Gembrè e dal passo del Confinale, sono saliti fin lassù per conoscere meglio uno degli elementi fondamentali della geografia del nostro territorio: il ghiacciaio. Con il supporto di una fotografia della zona, scattata dall’alpinista valtellinese Alfredo Corti nel 1907, si è potuto valutare visivamente quale radicale cambiamento abbia subito il paesaggio in circa un secolo e come si sia ridotto di dimensioni uno degli apparati glaciali più importanti della Lombardia. La lezione sul campo, resa drammaticamente concreta dal boato prodotto da alcuni seracchi nel loro precipitare dal gradone del Fellaria orientale, è servita anche per apprendere le dinamiche a cui è soggetto un ghiacciaio nel suo lento scivolare verso valle.

CAI MORBEGNO 49


stagione mentre l’ex bacino di accumulo della colata occidentale si è scoperto già ai primi di agosto lasciando il ghiaccio vivo in balia dell’ablazione per quasi due mesi.

Prospettive future Le prospettive future per i ghiacciai di Fellaria, come per la maggior parte dei ghiacciai lombardi, non sono certo rosee. Per quanto riguarda le fronti, anche se le condizioni meteoclimatiche del futuro prossimo cambiassero radicalmente, a causa del “tempo di risposta” del ghiacciaio la colata Occidentale, entro pochi anni, perderà comunque la sua lingua valliva e si ritirerà al di sopra del gradino roccioso mentre sembra ormai prossima anche la completa separazione della colata Orientale in prossimità della seraccata. Solo il grande Altipiano di Fellaria ci può dare la speranza di riuscire a mantenere viva la lingua Orientale, è una speranza onestamente sostenibile solo se le condizioni meteorologiche estive non assomiglieranno neppure lontanamente a quelle dell’estate 2003. Bibliografia: • Servizio Glaciologico Lombardo Ghiacciai in Lombardia ed. Bolis 1992 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno I 1998 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno II 1999 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno III 2000 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno IV 2001 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno V 2002 • Servizio Glaciologico Lombardo Terra Glacialis anno VI 2003 • Servizio Glaciologico Lombardo Ghiacciai,Glacionevati e forme glaciali minori della Lombardia rilievi annuali 1990/2001 • Servizio Glaciologico Lombardo www.sgl.cluster.it • CESI: www.meteo.cesi.it/greeninfo/ghiacciai/ ghiacciai.asp

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Il sentiero glaciologico Le zone recentemente abbandonate dalle fronti dei Ghiacciai di Fellaria ospitano il sentiero glaciologico Luigi Marson dedicato al primo studioso di questi ghiacciai. L’iniziativa è nata dal Servizio Glaciologico Lombardo che in collaborazione con il comune di Lanzada ha dato vita a questo interessante progetto. Ma cos’è un sentiero glaciologico? Il sito internet dell’SGL (www.sgl.cluster.it) ci viene in aiuto: I sentieri glaciologici sono una proposta di fruizione “intelligente” dell’ambiente alpino: con un impatto ambientale pressoché nullo il visitatore è guidato in un luogo di suggestiva bellezza alla scoperta e all’osservazione di alcuni semplici elementi dell’ambiente legati al passaggio dei ghiacciai. Tracciati su preesistenti percorsi e identificati da segnali azzurri, con l’aggiunta di poche indicazioni sotto forma di targhe e cartelli, questi percorsi dalle caratteristiche molto diverse tra loro danno indicazioni sull’ambiente naturale circostante, con particolare attenzione agli aspetti glaciologici - geomorfologici del paesaggio. Soprattutto con le visite guidate o grazie all’aiuto delle numerose pubblicazioni esistenti è quindi possibile effettuare una vera e propria esperienza di lettura del territorio sotto l’aspetto glaciologico ma anche geomorfologico, naturalistico, paesaggistico. L’ambiente naturale tipico di queste quote è infatti strettamente legato alla presenza, nel passato come

nel presente, dell’elemento ghiacciaio, che condiziona strettamente la geomorfologia, la botanica, la vita dell’intero ecosistema d’alta quota. Anche con lo strumento del sentiero glaciologico e con un pizzico di curiosità, quindi, è possibile per l’escursionista sviluppare la propria capacità di osservazione, scoprendo e cercando di capire gli elementi e i processi naturali che caratterizzano l’ambiente alpino. Un esperienza sicuramente interessante e proficua per chiunque voglia avvicinarsi a questo mondo estremamente affascinante. *la superficie dei due Ghiacciai di Fellaria nel 1990 era 502,5 ha per l’Ovest e 519 ha per l’Est mentre 28 erano gli ettari del Ghiacciaio Marinelli. Tenendo in considerazione il regresso intercorso in questi 14 anni e stimando in circa 400 ha la superficie attuale del Ghiacciaio di Palü si può approssimare a 1400 ha (14 kmq) la superficie attuale dell’intero complesso glaciale. Il Ghiacciaio dell’Adamello (1813 ha nel 1991) è ancora oggi il più grande ghiacciaio italiano e delle Alpi Meridionali mentre il Ghiacciaio dei Forni sempre nel 1991 misurava 1290 ha. L’estensione raggiunta nella piccola età glaciale dai Ghiacciai di Fellaria (escluso il Ghiacciaio di Palü) è stimata in 1422 ha.

Gita Glaciologica alla

Cima Fontana

La cima Fontana (non Cima Val Fontana, come erroneamente indicato in alcune carte, compresa la C.N.S.), m 3070 in Val Malenco, è il punto di osservazione migliore sui Ghiacciai di Fellaria orientale e occidentale. Domenica 5 settembre, 26 soci della nostra sezione accompagnati da Riccardo Scotti, operatore SGL, passando dall’Alpe Gembrè e dal passo del Confinale, sono saliti fin lassù per conoscere meglio uno degli elementi fondamentali della geografia del nostro territorio: il ghiacciaio. Con il supporto di una fotografia della zona, scattata dall’alpinista valtellinese Alfredo Corti nel 1907, si è potuto valutare visivamente quale radicale cambiamento abbia subito il paesaggio in circa un secolo e come si sia ridotto di dimensioni uno degli apparati glaciali più importanti della Lombardia. La lezione sul campo, resa drammaticamente concreta dal boato prodotto da alcuni seracchi nel loro precipitare dal gradone del Fellaria orientale, è servita anche per apprendere le dinamiche a cui è soggetto un ghiacciaio nel suo lento scivolare verso valle.

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K2

Fra le numerose manifestazioni celebrative del 50° anniversario della conquista del K2 è sicuramente da ricordare la lunga marcia di un gruppo di giovanissimi della provincia di Sondrio fino al campo base della “montagna degli italiani”

50 CAI MORBEGNO

di Paolo Civera

“Golden jubilee first ascent of K2” si diceva in Pakistan, il luogo da dove normalmente si parte per raggiungere quella che è comunemente definita la “montagna degli Italiani”. Tra le varie spedizioni per salire la vetta, le camminate per giungere ai suoi piedi o i vari eventi culturali che si sono organizzati in Italia per l’ evento mi è sembrato poco educativo che nessuno avesse pensato ai giovanissimi. Secondo me erano e sono proprio loro quelli a cui dovevamo indirizzare le nostre prime attenzioni. Probabilmente la maggior parte dei ragazzi non avevano mai sentito parlare delle vicende di questa montagna, della sua storia e dell’esplorazione. Parlargliene ed approfondire la conoscenza era doveroso. Sarebbe stato bello offrire ad alcuni di loro l’opportunità di recarsi davanti alla montagna, conoscere così in modo diretto i luoghi che sono stati teatro di innumerevoli esplorazioni (le più significativa italiane) e di spedizioni alpinistiche di cui la prima salita alla vetta che è avvenuta nel 1954 ad opera della spedizione del Club Alpino Italiano. Accompagnare dei ragazzi al K2 avrebbe dato loro una serie di esperienze ricchissime e di esperienze uniche. Abbiamo perciò pensato ad un “evento” proprio per loro promuovendo una

CAI MORBEGNO 51


K2

Fra le numerose manifestazioni celebrative del 50° anniversario della conquista del K2 è sicuramente da ricordare la lunga marcia di un gruppo di giovanissimi della provincia di Sondrio fino al campo base della “montagna degli italiani”

50 CAI MORBEGNO

di Paolo Civera

“Golden jubilee first ascent of K2” si diceva in Pakistan, il luogo da dove normalmente si parte per raggiungere quella che è comunemente definita la “montagna degli Italiani”. Tra le varie spedizioni per salire la vetta, le camminate per giungere ai suoi piedi o i vari eventi culturali che si sono organizzati in Italia per l’ evento mi è sembrato poco educativo che nessuno avesse pensato ai giovanissimi. Secondo me erano e sono proprio loro quelli a cui dovevamo indirizzare le nostre prime attenzioni. Probabilmente la maggior parte dei ragazzi non avevano mai sentito parlare delle vicende di questa montagna, della sua storia e dell’esplorazione. Parlargliene ed approfondire la conoscenza era doveroso. Sarebbe stato bello offrire ad alcuni di loro l’opportunità di recarsi davanti alla montagna, conoscere così in modo diretto i luoghi che sono stati teatro di innumerevoli esplorazioni (le più significativa italiane) e di spedizioni alpinistiche di cui la prima salita alla vetta che è avvenuta nel 1954 ad opera della spedizione del Club Alpino Italiano. Accompagnare dei ragazzi al K2 avrebbe dato loro una serie di esperienze ricchissime e di esperienze uniche. Abbiamo perciò pensato ad un “evento” proprio per loro promuovendo una

CAI MORBEGNO 51


camminata che risalendo il ghiacciaio del Baltoro fino al Circo Concordia li avrebbe poi portati ai piedi della “nostra montagna”. La proposta è nata dalla Sezione di Morbegno del Club Alpino Italiano, ma ha potuto essere realizzata grazie a molte persone, aziende, enti o sodalizi. Vogliamo ricordare AEM spa che prima fra tutti ha concesso un contributo da utilizzare per abbattere il costo del viaggio dei ragazzi permettendo perciò a diversi giovani di partecipare. Da Morbegno ci è venuta in sostegno anche la Liod che ha fornito ai ragazzi le maglie in polipropilene personalizzate con il logo CAI e la scritta Sezione di Morbegno. Un indumento tecnico che i ragazzi sono venuti a conoscere ed apprezzare. La Rigamonti ci ha fornito confezioni sotto vuoto di bresaola e la Samas ha stampato le magliette con il logo della cartolina caratterizzandoci come gruppo. Presi coraggio e fiducia da questa buona partenza la macchina organizzativa ha continuato il suo iter. L’iniziativa ha avuto pieno successo: ventidue ragazzi hanno potuto vivere quest’esperienza particolare che per ventisette giorni li ha impegnati in territorio pakistano. Un gruppo così nutrito di giovani ha attirato spesso l’attenzione: negli aeroporti, in viaggio, ma soprattutto in cammino. La televisione pakistana è venuta ad intervistare alcuni di loro e non sono mancati articoli sui giornali del paese. Di questa esperienza preferisco ne parli uno di loro stessi. 52 CAI MORBEGNO

A fianco. Nella catena del Karakorum anche il Gasherrbrum IV, raggiunto per la prima volta nel 1958 da Bonatti e Mauri membri della spedizione CAI capitanata da Riccardo Cassin Sotto. Momenti di vita in un campo intermedio e Il K2 visto dal campo base

La Fatica di Matteo Adhanom

La fatica, lo sforzo per raggiungere una meta che ci si è posti, la volontà che ci spinge a farlo. Questi sono elementi che spesso hanno segnato, almeno per me, il trekking vissuto in Pakistan.. Non parlo solo di un impegno fisico, ma soprattutto psicologico, in quanto, dopo parecchi giorni di viaggio, questo aspetto gioca un ruolo fondamentale. Mi ricordo… Quella sera eravamo andati a letto presto al Pauju camp ( 3400 m ), l’indomani avremmo dovuto affrontare una camminata di 10 ore circa per giungere ad Urdukas, un altro campo a 4000 m. La mattina arrivò presto, forse anche troppo presto, e alle 2.30 uscimmo dalle tende per smontarle, il morale non era dei migliori, data la sveglia mattutina, ma comunque dopo una veloce colazione partimmo alla volta del campo successivo, consapevoli che non ci saremmo fermati a Liligo (eravamo un po’ in ritardo sul percorso prestabilito) ma saremmo giunti fino ad

Urdukas. L’alba stava per arrivare e camminavamo immersi in una semi-oscurità con i frontalini accesi per poter vedere il sentiero; soffiava un leggero venticello che permetteva di restare coperti con un pile, senza avere freddo, mi ricordo che quella mattina pensai: “Ma perché sono qui? Perché alle tre del mattino sto smontando una tenda, consapevole di avere poco tempo per la colazione e di dover prepararmi ad un giorno molto diverso dalla quotidianità alla quale forse si è fin troppo abituati?” Penso che chiunque abbia affrontato qualche volta un’ escursione, insolita per così dire, si sia posto questa domanda. Partecipando ad “un’avventura” che duri più settimane, non si può certo non tenere in conto che non sempre si è al meglio delle

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camminata che risalendo il ghiacciaio del Baltoro fino al Circo Concordia li avrebbe poi portati ai piedi della “nostra montagna”. La proposta è nata dalla Sezione di Morbegno del Club Alpino Italiano, ma ha potuto essere realizzata grazie a molte persone, aziende, enti o sodalizi. Vogliamo ricordare AEM spa che prima fra tutti ha concesso un contributo da utilizzare per abbattere il costo del viaggio dei ragazzi permettendo perciò a diversi giovani di partecipare. Da Morbegno ci è venuta in sostegno anche la Liod che ha fornito ai ragazzi le maglie in polipropilene personalizzate con il logo CAI e la scritta Sezione di Morbegno. Un indumento tecnico che i ragazzi sono venuti a conoscere ed apprezzare. La Rigamonti ci ha fornito confezioni sotto vuoto di bresaola e la Samas ha stampato le magliette con il logo della cartolina caratterizzandoci come gruppo. Presi coraggio e fiducia da questa buona partenza la macchina organizzativa ha continuato il suo iter. L’iniziativa ha avuto pieno successo: ventidue ragazzi hanno potuto vivere quest’esperienza particolare che per ventisette giorni li ha impegnati in territorio pakistano. Un gruppo così nutrito di giovani ha attirato spesso l’attenzione: negli aeroporti, in viaggio, ma soprattutto in cammino. La televisione pakistana è venuta ad intervistare alcuni di loro e non sono mancati articoli sui giornali del paese. Di questa esperienza preferisco ne parli uno di loro stessi. 52 CAI MORBEGNO

A fianco. Nella catena del Karakorum anche il Gasherrbrum IV, raggiunto per la prima volta nel 1958 da Bonatti e Mauri membri della spedizione CAI capitanata da Riccardo Cassin Sotto. Momenti di vita in un campo intermedio e Il K2 visto dal campo base

La Fatica di Matteo Adhanom

La fatica, lo sforzo per raggiungere una meta che ci si è posti, la volontà che ci spinge a farlo. Questi sono elementi che spesso hanno segnato, almeno per me, il trekking vissuto in Pakistan.. Non parlo solo di un impegno fisico, ma soprattutto psicologico, in quanto, dopo parecchi giorni di viaggio, questo aspetto gioca un ruolo fondamentale. Mi ricordo… Quella sera eravamo andati a letto presto al Pauju camp ( 3400 m ), l’indomani avremmo dovuto affrontare una camminata di 10 ore circa per giungere ad Urdukas, un altro campo a 4000 m. La mattina arrivò presto, forse anche troppo presto, e alle 2.30 uscimmo dalle tende per smontarle, il morale non era dei migliori, data la sveglia mattutina, ma comunque dopo una veloce colazione partimmo alla volta del campo successivo, consapevoli che non ci saremmo fermati a Liligo (eravamo un po’ in ritardo sul percorso prestabilito) ma saremmo giunti fino ad

Urdukas. L’alba stava per arrivare e camminavamo immersi in una semi-oscurità con i frontalini accesi per poter vedere il sentiero; soffiava un leggero venticello che permetteva di restare coperti con un pile, senza avere freddo, mi ricordo che quella mattina pensai: “Ma perché sono qui? Perché alle tre del mattino sto smontando una tenda, consapevole di avere poco tempo per la colazione e di dover prepararmi ad un giorno molto diverso dalla quotidianità alla quale forse si è fin troppo abituati?” Penso che chiunque abbia affrontato qualche volta un’ escursione, insolita per così dire, si sia posto questa domanda. Partecipando ad “un’avventura” che duri più settimane, non si può certo non tenere in conto che non sempre si è al meglio delle

CAI MORBEGNO 53


Escursione in Libreria di Daniele Chiarelli

La biblioteca della nostra sezione conta oltre 600 libri. Molti, ovviamente, sono guide, altri sono manuali riguardanti la montagna. Alcuni, pochi, ma significativi sono opere di letteratura alpinistica. Fra questi abbiamo letto per voi e vi segnaliamo: LUDWIG HOHL, La salita, Milano, Marcos y Marcos, 1989 (Biblioteca CAI – A IV 22)

“Spessi abiti di lana, cappelli di feltro, sacchi da montagna, uno dei quali con una fune arrotolata sopra, lunghe piccozze e pesanti scarpe chiodate” … Con quest’attrezzatura Ull e Johann, nei primi decenni del novecento, nel cuore delle Alpi svizzere, intraprendono la loro ascensione verso una vetta che rimane innominata. I due amici sono molto diversi: Ull è alpinista robusto, determinato, esperto, Johann invece è magro, fisicamente e psicologicamente meno a suo agio fra rocce e ghiacci. Li unisce inizialmente il piacere della salita e della scoperta e qualche ascensione compiuta in precedenza. Lo sguardo attento del narratore, innamorato delle Alpi e dell’alpinismo puro, segue i due escursionisti e i cambiamenti progressivi del paesaggio. La montagna domina sin dall’inizio l’orizzonte; via via che i due salgono il verde dei prati cede il passo alle chiazze di neve, alle rocce e, più su, allo spettacolo affascinante e terribile del ghiacciaio, terzo personaggio del racconto. La prima notte vede gli alpinisti riposare alla meglio in 56 CAI MORBEGNO

una baita disabitata e Johann manifesta le prime inquietudini in forma di sogno. Nonostante il tempo volga al brutto, avanti l’alba i due sono in marcia e arrivano in vista del ghiacciaio che il narratore presenta con l’occhio affascinato di Ull, con quello intimorito di Johann e con il rispetto dello scienziato che informa il lettore sulla vita di questa massa di ghiaccio e roccia che si muove, ha una pelle e una pancia, si manifesta con torrioni e fenditure, pianori e aspre pareti. La tempesta di neve e vento che si scatena mette Johann in difficoltà, Ull decide che non è prudente insistere e i due tornano indietro. La notte dividerà gli amici: le inquietudini e le insicurezze di Johann prenderanno il sopravvento trattenendolo al rifugio, mentre Ull, pur

senza un compagno con cui legarsi in cordata, affronterà pareti ghiacciate e seracchi arrivando in cresta. Il racconto, però, non ha un vincitore e uno sconfitto: entrambi andranno incontro alla morte, distanti qualche migliaio di metri di dislivello, vittime della stessa fatale casualità. Ull, determinato e sicuro di sé, rapido nelle decisioni, combatterà da eroe per lunghe ore contro rocce e ghiaccio, armato solo di una corda e della sua esperienza autentica di alpinista; Johann, malinconico e lento a decidere, ormai arrivato a valle, passerà in un attimo dalla presunzione di essere al sicuro alla banale catastrofe. Hohl ci dà l’occasione per riflettere: l’escursione è eterna metafora della vita, la salita coi suoi ritmi consente di guardarsi dentro e conoscersi più a fondo per scoprire infine, noi lettori, che Ull e Johann, così diversi in apparenza, sono in realtà due possibilità di essere della stessa persona. L’immane montagna di rocce e ghiacci assiste, silenziosa e indifferente, alle gioie e alle sofferenze, grandissime e per lei invisibili, dei sempre piccoli uomini.

Nella pagina a fronte bozzetto di uno degli encausti visibili nella sala consiliare della Provincia di Sondrio (Gianfilippo Usellini, 1934 – Collezione privata, Sondrio). Il disegno a matita raffigura la guida alpina Cesare Folatti e Amedeo Pansera, presidente della sezione del C.A.I. Valtellinese dal CAI MORBEGNO 1931 57 al 1936.


Sotto. In marcia verso il campo base Nella pagina a fronte. Il gruppo dei giovani valtellinesi al campo base e, sotto, la cartolina ricordo dell’avventura

proprie possibilità, non sempre si può stare bene e avere voglia di partecipare con entusiasmo alle scelte fatte dal gruppo, ma non per questo ci si può fermare, non per questo si può pensare di fare di testa propria. Ecco che entra in gioco la difficoltà, la fatica “psicologica” del viaggio, ed ecco che ci si torna a domandare: ma chi me l’ha fatto fare? La risposta da parte mia l’ho trovata: è la passione per ciò che si sta facendo, la voglia di conoscere e di mettersi alla prova, la soddisfazione che si prova raggiungendo la meta, gli splendidi paesaggi dai quali si è circondati. Certo è che ognuno ha da trovare in sé le proprie motivazioni.

54 CAI MORBEGNO

La fatica fisica poi ci sarà sempre, ma sarà tollerata, del resto non sarebbe la stessa cosa, non darebbe la stessa soddisfazione raggiungere gli stessi obiettivi, o in questo caso, gli stessi luoghi se fossero facilmente raggiungibili. Inoltre a mio avviso tutto ciò aiuta a crescere, aiuta a maturare la capacità di affrontare le avversità che si possono trovare, senza fuggirle o rimandarle inutilmente. Un altro episodio significativo per me fu durante il ritorno… Alle 5 di mattina stavamo per metterci in viaggio, partendo dal Concordia ( 4700 m) per arrivare prima ai campi Goro I e Goro II e infine di nuovo ad Urdukas. La situazione di partenza non era delle migliori, alcuni dei miei compagni, me compreso, non stavano molto bene e altri si stavano riprendendo dai

giorni precedenti. Uno di noi quella mattina non riusciva a reggersi in piedi. … partiti, i primi passi affannosi uno.. due… la fatica si fa sentire… il sole illumina con i primi tiepidi raggi la sommità del K2, regalandoci un ultimo magnifico spettacolo. Cominciamo a toglierci le giacche in goretex per poter andare avanti, due di noi sono rimasti indietro, non stanno molto bene, ci sono delle incomprensioni riguardo al campo nel quale fermarsi… si va avanti… ecco il primo campo, Goro I, lo superiamo, la sosta è prevista a Goro II. L’immobilità e la grandezza del paesaggio circostante ci costringono di volta in volta a dover distogliere lo sguardo, per poter accertarsi del terreno sul quale stiamo camminando… ed ecco la meta per la sosta… ora fa caldo, è circa mezzogiorno, beviamo un

po’ di green tea ( bevanda che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, come molti di noi ricorderanno, e della quale ci si era stancati), la sosta è lunga e sotto il sole, si deve aspettare il resto del gruppo. Alcuni di noi propongono di andare avanti, altri vogliono fermarsi al campo, alcuni non sono in condizione di proseguire. Alla fine Paolo, il capo spedizione, decide: una parte del gruppo avrebbe raggiunto Urdukas, mentre l’altra si sarebbe fermata a GoroII con il dottore e ne avrebbero fatto parte i più provati dai giorni precedenti. La decisione è presa così mi incammino verso Urdukas… dopo mezz’ora mi accorgo che qualcosa non va, non sto bene.. penso di tornare indietro ma non posso farlo… Alcuni secondi di panico… che fare? … Fortunatamente non sono solo, mi accodo in fondo al

gruppo e vengo accompagnato fino al tanto sospirato campo (e posso assicurare che in quelle ore era da me veramente sospirato..). Per essere riuscito a completare quel percorso, durato per me molto più di tutti gli altri affrontati in precedenza, probabilmente a causa delle non ottime condizioni fisiche devo ringraziare soprattutto Luigi e Carla, due compagni di viaggio che mi hanno dato la forza di andare avanti… forse in quel momento ho realmente capito il significato di “forza di volontà” una parola che prima mi ero illuso di comprendere. E’ stato un viaggio ricco di esperienze ed emozionante, e potrei citare più e più

episodi ancora, ma la cosa più importante e che mi preme dire ora è che, intraprendendo simili esperienze, si torna a casa con qualcosa in più, leggermente diversi da come si è partiti.

CAI MORBEGNO 55


Sotto. In marcia verso il campo base Nella pagina a fronte. Il gruppo dei giovani valtellinesi al campo base e, sotto, la cartolina ricordo dell’avventura

proprie possibilità, non sempre si può stare bene e avere voglia di partecipare con entusiasmo alle scelte fatte dal gruppo, ma non per questo ci si può fermare, non per questo si può pensare di fare di testa propria. Ecco che entra in gioco la difficoltà, la fatica “psicologica” del viaggio, ed ecco che ci si torna a domandare: ma chi me l’ha fatto fare? La risposta da parte mia l’ho trovata: è la passione per ciò che si sta facendo, la voglia di conoscere e di mettersi alla prova, la soddisfazione che si prova raggiungendo la meta, gli splendidi paesaggi dai quali si è circondati. Certo è che ognuno ha da trovare in sé le proprie motivazioni.

54 CAI MORBEGNO

La fatica fisica poi ci sarà sempre, ma sarà tollerata, del resto non sarebbe la stessa cosa, non darebbe la stessa soddisfazione raggiungere gli stessi obiettivi, o in questo caso, gli stessi luoghi se fossero facilmente raggiungibili. Inoltre a mio avviso tutto ciò aiuta a crescere, aiuta a maturare la capacità di affrontare le avversità che si possono trovare, senza fuggirle o rimandarle inutilmente. Un altro episodio significativo per me fu durante il ritorno… Alle 5 di mattina stavamo per metterci in viaggio, partendo dal Concordia ( 4700 m) per arrivare prima ai campi Goro I e Goro II e infine di nuovo ad Urdukas. La situazione di partenza non era delle migliori, alcuni dei miei compagni, me compreso, non stavano molto bene e altri si stavano riprendendo dai

giorni precedenti. Uno di noi quella mattina non riusciva a reggersi in piedi. … partiti, i primi passi affannosi uno.. due… la fatica si fa sentire… il sole illumina con i primi tiepidi raggi la sommità del K2, regalandoci un ultimo magnifico spettacolo. Cominciamo a toglierci le giacche in goretex per poter andare avanti, due di noi sono rimasti indietro, non stanno molto bene, ci sono delle incomprensioni riguardo al campo nel quale fermarsi… si va avanti… ecco il primo campo, Goro I, lo superiamo, la sosta è prevista a Goro II. L’immobilità e la grandezza del paesaggio circostante ci costringono di volta in volta a dover distogliere lo sguardo, per poter accertarsi del terreno sul quale stiamo camminando… ed ecco la meta per la sosta… ora fa caldo, è circa mezzogiorno, beviamo un

po’ di green tea ( bevanda che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, come molti di noi ricorderanno, e della quale ci si era stancati), la sosta è lunga e sotto il sole, si deve aspettare il resto del gruppo. Alcuni di noi propongono di andare avanti, altri vogliono fermarsi al campo, alcuni non sono in condizione di proseguire. Alla fine Paolo, il capo spedizione, decide: una parte del gruppo avrebbe raggiunto Urdukas, mentre l’altra si sarebbe fermata a GoroII con il dottore e ne avrebbero fatto parte i più provati dai giorni precedenti. La decisione è presa così mi incammino verso Urdukas… dopo mezz’ora mi accorgo che qualcosa non va, non sto bene.. penso di tornare indietro ma non posso farlo… Alcuni secondi di panico… che fare? … Fortunatamente non sono solo, mi accodo in fondo al

gruppo e vengo accompagnato fino al tanto sospirato campo (e posso assicurare che in quelle ore era da me veramente sospirato..). Per essere riuscito a completare quel percorso, durato per me molto più di tutti gli altri affrontati in precedenza, probabilmente a causa delle non ottime condizioni fisiche devo ringraziare soprattutto Luigi e Carla, due compagni di viaggio che mi hanno dato la forza di andare avanti… forse in quel momento ho realmente capito il significato di “forza di volontà” una parola che prima mi ero illuso di comprendere. E’ stato un viaggio ricco di esperienze ed emozionante, e potrei citare più e più

episodi ancora, ma la cosa più importante e che mi preme dire ora è che, intraprendendo simili esperienze, si torna a casa con qualcosa in più, leggermente diversi da come si è partiti.

CAI MORBEGNO 55


Escursione in Libreria di Daniele Chiarelli

La biblioteca della nostra sezione conta oltre 600 libri. Molti, ovviamente, sono guide, altri sono manuali riguardanti la montagna. Alcuni, pochi, ma significativi sono opere di letteratura alpinistica. Fra questi abbiamo letto per voi e vi segnaliamo: LUDWIG HOHL, La salita, Milano, Marcos y Marcos, 1989 (Biblioteca CAI – A IV 22)

“Spessi abiti di lana, cappelli di feltro, sacchi da montagna, uno dei quali con una fune arrotolata sopra, lunghe piccozze e pesanti scarpe chiodate” … Con quest’attrezzatura Ull e Johann, nei primi decenni del novecento, nel cuore delle Alpi svizzere, intraprendono la loro ascensione verso una vetta che rimane innominata. I due amici sono molto diversi: Ull è alpinista robusto, determinato, esperto, Johann invece è magro, fisicamente e psicologicamente meno a suo agio fra rocce e ghiacci. Li unisce inizialmente il piacere della salita e della scoperta e qualche ascensione compiuta in precedenza. Lo sguardo attento del narratore, innamorato delle Alpi e dell’alpinismo puro, segue i due escursionisti e i cambiamenti progressivi del paesaggio. La montagna domina sin dall’inizio l’orizzonte; via via che i due salgono il verde dei prati cede il passo alle chiazze di neve, alle rocce e, più su, allo spettacolo affascinante e terribile del ghiacciaio, terzo personaggio del racconto. La prima notte vede gli alpinisti riposare alla meglio in 56 CAI MORBEGNO

una baita disabitata e Johann manifesta le prime inquietudini in forma di sogno. Nonostante il tempo volga al brutto, avanti l’alba i due sono in marcia e arrivano in vista del ghiacciaio che il narratore presenta con l’occhio affascinato di Ull, con quello intimorito di Johann e con il rispetto dello scienziato che informa il lettore sulla vita di questa massa di ghiaccio e roccia che si muove, ha una pelle e una pancia, si manifesta con torrioni e fenditure, pianori e aspre pareti. La tempesta di neve e vento che si scatena mette Johann in difficoltà, Ull decide che non è prudente insistere e i due tornano indietro. La notte dividerà gli amici: le inquietudini e le insicurezze di Johann prenderanno il sopravvento trattenendolo al rifugio, mentre Ull, pur

senza un compagno con cui legarsi in cordata, affronterà pareti ghiacciate e seracchi arrivando in cresta. Il racconto, però, non ha un vincitore e uno sconfitto: entrambi andranno incontro alla morte, distanti qualche migliaio di metri di dislivello, vittime della stessa fatale casualità. Ull, determinato e sicuro di sé, rapido nelle decisioni, combatterà da eroe per lunghe ore contro rocce e ghiaccio, armato solo di una corda e della sua esperienza autentica di alpinista; Johann, malinconico e lento a decidere, ormai arrivato a valle, passerà in un attimo dalla presunzione di essere al sicuro alla banale catastrofe. Hohl ci dà l’occasione per riflettere: l’escursione è eterna metafora della vita, la salita coi suoi ritmi consente di guardarsi dentro e conoscersi più a fondo per scoprire infine, noi lettori, che Ull e Johann, così diversi in apparenza, sono in realtà due possibilità di essere della stessa persona. L’immane montagna di rocce e ghiacci assiste, silenziosa e indifferente, alle gioie e alle sofferenze, grandissime e per lei invisibili, dei sempre piccoli uomini.

Nella pagina a fronte bozzetto di uno degli encausti visibili nella sala consiliare della Provincia di Sondrio (Gianfilippo Usellini, 1934 – Collezione privata, Sondrio). Il disegno a matita raffigura la guida alpina Cesare Folatti e Amedeo Pansera, presidente della sezione del C.A.I. Valtellinese dal CAI MORBEGNO 1931 57 al 1936.


meteo

Il bollettino

del CAI Morbegno

Grazie alla velocità della circolazione delle informazioni in internet, le mappe sono aggiornate anche 4 volte al giorno e permettono quindi di essere sempre più puntuali e precisi. Una semplice lettura di questi modelli, che derivano da complesse equazioni matematiche, non è però sufficiente a formulare un buon bollettino a scala locale. Diventa fondamentale l’esperienza del previsore che deve conoscere il territorio e le sue caratteristiche meteorologiche e climatiche. Sta proprio qui la scommessa di questo bollettino, riuscire ad essere il più precisi possibile nella previsione su una zona ristretta di territorio. Nel mio piccolo, sto cercando di acquisire il maggior numero di informazioni possibili girando in montagna e raccogliendo immagini, web-cam e quant’altro, per cercare di capire nel modo più approfondito possibile come influiscono le perturbazioni atmosferiche sulle varie zone del nostro territorio. Col tempo spero di riuscire ad acquisire un po’ di esperienza in questo campo in modo di riuscire a migliorare la previsione di quei parametri che sono spesso molto variabili da zona a zona, come l’intensità delle precipitazioni o il limite delle nevicate. La speranza è di riuscire ad offrire un piccolo contributo anche per la sicurezza in montagna, cercando di dare degli avvertimenti quando le condizioni meteorologiche sono particolari e quando il tempo è tanto avverso da poter creare situazioni di pericolo ai frequentatori delle nostre montagne.

www.caimorbegno.org di Riccardo Scotti

Come alcuni di voi già sapranno, sul sito internet della sezione di Morbegno del CAI ogni venerdì viene pubblicato un bollettino meteorologico amatoriale che riguarda la Provincia di Sondrio, la Val Bregaglia, l’Engadina e la Val Poschiavo. Com’è nata questa idea? Durante il corso di scialpinismo del 2003 venne riproposta, dopo qualche anno di assenza, la lezione teorica di meteorologia. Consapevoli della mia passione per la materia gli istruttori mi affidarono la lezione. Fu una bella serata, passata l’emozione tentai di spiegare nel modo più semplice possibile i concetti base della materia. La settimana successiva Lodovico mi propose di iniziare questa piccola avventura. In prima battuta rimasi un tantino perplesso, non mi sentivo sufficientemente competente in materia tanto da produrre addirittura un bollettino e soprattutto non ero certo di potermi assumere questo impegno fisso. Però l’idea mi stuzzicava, volevo provare a mettere in pratica l’esperienza acquisita nella lettura delle carte meteorologiche disponibili 58 CAI MORBEGNO

su internet e soprattutto le prime conoscenze ed esperienze del rapporto fra il territorio valtellinese e gli eventi atmosferici. Giovedì 20 febbraio alle ore 18.30 completai il mio primo, timido e stringato bollettino: ci azzeccai? E chi si ricorda! Da quel giorno, grazie anche ai consigli e i suggerimenti degli amici meteofili conosciuti tramite internet, il bollettino iniziò a crescere sempre di più, venne migliorata la veste grafica e vennero in seguito inserite anche le immagini e sempre nuove rubriche, come il diario meteo dall’Osservatorio dei Burnìgui di Andalo Valtellino. Ma a chi è destinato questo bollettino, visto che i siti internet sono pieni di nuove previsioni meteorologiche più o meno valide e dettagliate? L’idea di base è riuscire ad elaborare un testo specifico per chi frequenta la montagna. Per questo motivo nella fase di elaborazione do molta importanza alla direzione e l’intensità dei venti oltre che alle temperature in quota. Le previsioni specifiche per la nostra provincia, tra l’altro, non sono disponibili su altri siti, e cerco quindi, nel mio

piccolo, di dare un contributo. Le difficoltà nella diffusione sono state tante, soprattutto all’inizio avevo l’impressione che il bollettino non venisse letto da nessuno o quasi. I momenti difficili sono stati parecchi e la domanda “ma chi te lo fa fare”? me la sono posta più di una volta. Grazie poi all’incoraggiamento in primis di Lodovico e dei miei amici del web ho sempre trovato la voglia di continuare a scartabellare i modelli meteorologi per quelle due ore necessarie alla stesura del testo. Spesso mi è stato chiesto in che modo opero per formulare il bollettino. Vediamo di dare una breve spiegazione: le informazioni necessarie alla pubblicazione provengono esclusivamente da internet, dove sono disponibili gratuitamente numerosissime cartine meteorologiche che mostrano la previsione elaborata dai vari modelli matematici riguardanti i più svariati parametri: temperature alle varie quote, direzione ed intensità dei venti, umidità, precipitazioni ecc. Alcune di queste mappe sono le stesse utilizzate dai vari meteorologi professionisti per sviluppare le loro previsioni.

CAI MORBEGNO 59


meteo

Il bollettino

del CAI Morbegno

Grazie alla velocità della circolazione delle informazioni in internet, le mappe sono aggiornate anche 4 volte al giorno e permettono quindi di essere sempre più puntuali e precisi. Una semplice lettura di questi modelli, che derivano da complesse equazioni matematiche, non è però sufficiente a formulare un buon bollettino a scala locale. Diventa fondamentale l’esperienza del previsore che deve conoscere il territorio e le sue caratteristiche meteorologiche e climatiche. Sta proprio qui la scommessa di questo bollettino, riuscire ad essere il più precisi possibile nella previsione su una zona ristretta di territorio. Nel mio piccolo, sto cercando di acquisire il maggior numero di informazioni possibili girando in montagna e raccogliendo immagini, web-cam e quant’altro, per cercare di capire nel modo più approfondito possibile come influiscono le perturbazioni atmosferiche sulle varie zone del nostro territorio. Col tempo spero di riuscire ad acquisire un po’ di esperienza in questo campo in modo di riuscire a migliorare la previsione di quei parametri che sono spesso molto variabili da zona a zona, come l’intensità delle precipitazioni o il limite delle nevicate. La speranza è di riuscire ad offrire un piccolo contributo anche per la sicurezza in montagna, cercando di dare degli avvertimenti quando le condizioni meteorologiche sono particolari e quando il tempo è tanto avverso da poter creare situazioni di pericolo ai frequentatori delle nostre montagne.

www.caimorbegno.org di Riccardo Scotti

Come alcuni di voi già sapranno, sul sito internet della sezione di Morbegno del CAI ogni venerdì viene pubblicato un bollettino meteorologico amatoriale che riguarda la Provincia di Sondrio, la Val Bregaglia, l’Engadina e la Val Poschiavo. Com’è nata questa idea? Durante il corso di scialpinismo del 2003 venne riproposta, dopo qualche anno di assenza, la lezione teorica di meteorologia. Consapevoli della mia passione per la materia gli istruttori mi affidarono la lezione. Fu una bella serata, passata l’emozione tentai di spiegare nel modo più semplice possibile i concetti base della materia. La settimana successiva Lodovico mi propose di iniziare questa piccola avventura. In prima battuta rimasi un tantino perplesso, non mi sentivo sufficientemente competente in materia tanto da produrre addirittura un bollettino e soprattutto non ero certo di potermi assumere questo impegno fisso. Però l’idea mi stuzzicava, volevo provare a mettere in pratica l’esperienza acquisita nella lettura delle carte meteorologiche disponibili 58 CAI MORBEGNO

su internet e soprattutto le prime conoscenze ed esperienze del rapporto fra il territorio valtellinese e gli eventi atmosferici. Giovedì 20 febbraio alle ore 18.30 completai il mio primo, timido e stringato bollettino: ci azzeccai? E chi si ricorda! Da quel giorno, grazie anche ai consigli e i suggerimenti degli amici meteofili conosciuti tramite internet, il bollettino iniziò a crescere sempre di più, venne migliorata la veste grafica e vennero in seguito inserite anche le immagini e sempre nuove rubriche, come il diario meteo dall’Osservatorio dei Burnìgui di Andalo Valtellino. Ma a chi è destinato questo bollettino, visto che i siti internet sono pieni di nuove previsioni meteorologiche più o meno valide e dettagliate? L’idea di base è riuscire ad elaborare un testo specifico per chi frequenta la montagna. Per questo motivo nella fase di elaborazione do molta importanza alla direzione e l’intensità dei venti oltre che alle temperature in quota. Le previsioni specifiche per la nostra provincia, tra l’altro, non sono disponibili su altri siti, e cerco quindi, nel mio

piccolo, di dare un contributo. Le difficoltà nella diffusione sono state tante, soprattutto all’inizio avevo l’impressione che il bollettino non venisse letto da nessuno o quasi. I momenti difficili sono stati parecchi e la domanda “ma chi te lo fa fare”? me la sono posta più di una volta. Grazie poi all’incoraggiamento in primis di Lodovico e dei miei amici del web ho sempre trovato la voglia di continuare a scartabellare i modelli meteorologi per quelle due ore necessarie alla stesura del testo. Spesso mi è stato chiesto in che modo opero per formulare il bollettino. Vediamo di dare una breve spiegazione: le informazioni necessarie alla pubblicazione provengono esclusivamente da internet, dove sono disponibili gratuitamente numerosissime cartine meteorologiche che mostrano la previsione elaborata dai vari modelli matematici riguardanti i più svariati parametri: temperature alle varie quote, direzione ed intensità dei venti, umidità, precipitazioni ecc. Alcune di queste mappe sono le stesse utilizzate dai vari meteorologi professionisti per sviluppare le loro previsioni.

CAI MORBEGNO 59


PROGETTO CULMEN DI DAZIO E’ stato consegnato alla Comunità Montana di Morbegno, per una richiesta di finanziamento, il progetto di cui riportiamo la scheda accompagnatoria: La Sezione di Morbegno del Club Alpino Italiano, che fra i suoi scopi istituzionali ha la valorizzazione dell’ambiente montano di sua pertinenza, in collaborazione con la Pro Loco di Paniga e la Pro Loco di Dazio, si propone di realizzare un progetto di intervento sulla Culmine di Dazio finalizzato al recupero e al ripristino degli antichi tracciati pedonali, da rendere fruibili agli escursionisti mediante posa in opera di adeguata segnaletica. La Culmine di Dazio, situata sulla destra idrografica dell’Adda è delimitata a Nord dalla piana di Dazio-Regolido e dal torrente Màsino, a Est e a Sud dal solco della Valtellina, a Ovest dalla valle del torrente Toate.

Dal punto di vista geologico è costituita da un plutone granitico originato da un’intrusione magmatica nelle preesistenti rocce metamorfiche, intervenuta ancor prima della formazione della catena alpina. Questo nucleo di roccia più compatta e resistente rispetto a quella circostante si è posto come ostacolo alle colate dei ghiacciai quaternari provenienti dalla Val Màsino e dall’Alta Valtellina che, costrette a deviare dal loro percorso, hanno dato origine con la loro azione erosiva alla caratteristica altura la cui forma tondeggiante è riconoscibile sia a chi proviene da Colico sia a chi proviene da Sondrio. La fitta boscaglia che ricopre i suoi versanti, solo a tratti modificata dall’intervento dell’uomo, offre l’habitat ideale a numerose specie di animali, fra i quali sono da segnalare i cervi che qui hanno raggiunto una densità ragguardevole.

La posizione dominante sul tratto orientale della Costiera dei Cèch, sulla Val Màsino, sulla Bassa e sulla Media Valtellina fa sì che la Culmine sia punto panoramico meritevole di essere valorizzato. La sua sommità, pianeggiante e gradevole, potrebbe diventare in futuro area attrezzata e meta di passeggiate alla portata di

tutti. Il progetto prevede la realizzazione di percorsi escursionistici che mettono in rete le frazioni del fondovalle, Paniga (m 240) e Desco (m 300), con i nuclei di mezza montagna, Torchi (m 350), Categno (m 490) e Porcido (m 600), e con il paese di Dazio (m 540) a nord. Da queste ultime località si staccano i sentieri che convergono sulla

IL CONSIGLIO DIRETTIVO DEL C.A.I. MORBEGNO Cambio della guardia in casa De Donati; al contrario di quanto avviene di solito, il figlio Cesare ha ceduto il posto al padre Angelo. Domenico Del Barba riprende il suo scranno di Consigliere dopo una decina d’anni, succedendo a Mario Rapella.

GLI ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Nicola Croce (ISA) Ivan Fabani (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) Franco Scotti (ISA) Vincenzo Spreafico (ISA) Cesare De Donati (IA) BIBLIOTECA - VIDEOTECA I nuovi titoli entrati in biblioteca sono 28: 3 guide di sci alpinismo, 12 guide di alpinismo/escursionismo e 13 di narrativa. Il totale delle opere presenti negli scaffali è di 347. Completano il patrimonio 31 videocassette e 151 carte geografiche.

Questo il nuovo Consiglio: presidente Franco Scotti vicepresidente Enrico Bertoli cima (m 913). Il progetto contiene: • una carta generale con inseriti i sentieri da ripristinare e le localizzazioni della segnaletica verticale; • 21 schede relative al dettaglio della segnaletica verticale, per un totale di 21 pali, 46 cartelli direzionali e 7 bacheche con cartina o foto panoramiche.

60 CAI MORBEGNO

I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.08.04 gli iscritti sono 539: 374 ordinari 138 famigliari 27 giovani Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti.

segretario Davide Bonzi consiglieri Acquistapace Danilo Elio Bertolini Alessandro Caligari Angelo De Donati Domenico Del Barba Lodovico Mottarella Giovanni Rovedatti Mario Spini

CAI MORBEGNO 61


PROGETTO CULMEN DI DAZIO E’ stato consegnato alla Comunità Montana di Morbegno, per una richiesta di finanziamento, il progetto di cui riportiamo la scheda accompagnatoria: La Sezione di Morbegno del Club Alpino Italiano, che fra i suoi scopi istituzionali ha la valorizzazione dell’ambiente montano di sua pertinenza, in collaborazione con la Pro Loco di Paniga e la Pro Loco di Dazio, si propone di realizzare un progetto di intervento sulla Culmine di Dazio finalizzato al recupero e al ripristino degli antichi tracciati pedonali, da rendere fruibili agli escursionisti mediante posa in opera di adeguata segnaletica. La Culmine di Dazio, situata sulla destra idrografica dell’Adda è delimitata a Nord dalla piana di Dazio-Regolido e dal torrente Màsino, a Est e a Sud dal solco della Valtellina, a Ovest dalla valle del torrente Toate.

Dal punto di vista geologico è costituita da un plutone granitico originato da un’intrusione magmatica nelle preesistenti rocce metamorfiche, intervenuta ancor prima della formazione della catena alpina. Questo nucleo di roccia più compatta e resistente rispetto a quella circostante si è posto come ostacolo alle colate dei ghiacciai quaternari provenienti dalla Val Màsino e dall’Alta Valtellina che, costrette a deviare dal loro percorso, hanno dato origine con la loro azione erosiva alla caratteristica altura la cui forma tondeggiante è riconoscibile sia a chi proviene da Colico sia a chi proviene da Sondrio. La fitta boscaglia che ricopre i suoi versanti, solo a tratti modificata dall’intervento dell’uomo, offre l’habitat ideale a numerose specie di animali, fra i quali sono da segnalare i cervi che qui hanno raggiunto una densità ragguardevole.

La posizione dominante sul tratto orientale della Costiera dei Cèch, sulla Val Màsino, sulla Bassa e sulla Media Valtellina fa sì che la Culmine sia punto panoramico meritevole di essere valorizzato. La sua sommità, pianeggiante e gradevole, potrebbe diventare in futuro area attrezzata e meta di passeggiate alla portata di

tutti. Il progetto prevede la realizzazione di percorsi escursionistici che mettono in rete le frazioni del fondovalle, Paniga (m 240) e Desco (m 300), con i nuclei di mezza montagna, Torchi (m 350), Categno (m 490) e Porcido (m 600), e con il paese di Dazio (m 540) a nord. Da queste ultime località si staccano i sentieri che convergono sulla

IL CONSIGLIO DIRETTIVO DEL C.A.I. MORBEGNO Cambio della guardia in casa De Donati; al contrario di quanto avviene di solito, il figlio Cesare ha ceduto il posto al padre Angelo. Domenico Del Barba riprende il suo scranno di Consigliere dopo una decina d’anni, succedendo a Mario Rapella.

GLI ISTRUTTORI DI ALPINISMO E DI SCI ALPINISMO Enrico Bertoli (ISA) Nicola Croce (ISA) Ivan Fabani (ISA) Giulio Gadola (ISA) Marco Riva (ISA) Franco Scotti (ISA) Vincenzo Spreafico (ISA) Cesare De Donati (IA) BIBLIOTECA - VIDEOTECA I nuovi titoli entrati in biblioteca sono 28: 3 guide di sci alpinismo, 12 guide di alpinismo/escursionismo e 13 di narrativa. Il totale delle opere presenti negli scaffali è di 347. Completano il patrimonio 31 videocassette e 151 carte geografiche.

Questo il nuovo Consiglio: presidente Franco Scotti vicepresidente Enrico Bertoli cima (m 913). Il progetto contiene: • una carta generale con inseriti i sentieri da ripristinare e le localizzazioni della segnaletica verticale; • 21 schede relative al dettaglio della segnaletica verticale, per un totale di 21 pali, 46 cartelli direzionali e 7 bacheche con cartina o foto panoramiche.

60 CAI MORBEGNO

I NUMERI DEL C.A.I. MORBEGNO Alla data del 31.08.04 gli iscritti sono 539: 374 ordinari 138 famigliari 27 giovani Ricordiamo che le iscrizioni si effettuano presso gli sportelli del Credito Valtellinese di Via Ambrosetti.

segretario Davide Bonzi consiglieri Acquistapace Danilo Elio Bertolini Alessandro Caligari Angelo De Donati Domenico Del Barba Lodovico Mottarella Giovanni Rovedatti Mario Spini

CAI MORBEGNO 61


ATTIVITA’ IN PILLOLE Corso base di scialpinismo Sedici allievi hanno partecipato all’annuale corso di scialpinismo che si è svolto da gennaio a marzo: Gian Enrico Barlassina Giacomo Bertolini Ornella Curtoni Pietro Dragoni Osvaldo Fagioli Christian Fiorelli Michela Fioroni Sergio Lafranconi Stefano Losa Gaetano Manni Christian Manzia Matteo Mazza Annarita Mentasti Davide Patriarca M.Luisa Sertorelli Marcello Vaninetti Queste le uscite che hanno seguito altrettante lezioni teoriche: • Val Gerola – Ponteranica • Valle di Albaredo – Pizzo Pedena • Alta Engadina – Belvair • Val di Campo – Motta • Val Grisanche – Truc Blanc e Becca di Giasson

62 CAI MORBEGNO

Corso di arrampicata Da aprile a giugno dieci allievi hanno preso parte al corso di arrampicata: Roberta Cristini Marcello Geronimi Pino Geronimi Ivonne Gianoli Fabio Lippi Pietro Magoni Licia Mauri Gimmi Mozzi Sara Nonini Lorenzo Scaramellini

Le uscite sono state 5: • Filorera – Palestra artificiale della Casa delle Guide • Prata Camportaccio – Sasso Bianco • Piuro – Cascate dell’Acqua Fraggia • Lecco – Pizzo Boga (Medale) • Albigna – Fiamma Rallino della Rosetta 29 febbraio - tradizionale ritrovo di sci alpinismo sull’Alpe Culino. 44 squadre partecipanti.

I vincitori sono stati: Regolarità: 1. Marco Speziale Mirco Botta 2. Fabiano Gusmeroli Emanuele Bertolini 3. Giovanni Rovedatti Giulia Bertolini Velocità in discesa: 1. Fabiano Gusmeroli Emanuele Bertolini 2. Paolo Moriondo Gildo Grassi 3. Andrea Calcinati Giuseppe Lanzi

per aprile, è “saltata” a causa di una frana che ha interrotto la strada di accesso al rifugio. Alcuni Soci, in forma privata, hanno comunque effettuato l’escursione due settimane più tardi. L’attività invernale dovrà essere completamente ripensata. Gite famigliari Sono state effettuate 3 gite rivolte alle famiglie con

bambini: •25 marzo Sentiero del Viandante, tratto fra Abbadia Lariana e Lierna. 64 partecipanti. •16 aprile Frasnedo in Val dei Ratti. 54 partecipanti. •30 aprile Monte Cornizzolo sui monti di Valmadrera (Abbazia di San Pietro al Monte). 34 partecipanti.

Velocità in salita: 1. Stefano Spini Giovanni Tacchini 2. Paolo Moriondo Gildo Grassi 3. Aldo Cantoni Gianluca Cristini Escursioni invernali •3 febbraio – Olano al chiaro di luna. Gita sci alpinistica notturna al Pizzo dei Galli con ritrovo al Rifugio della Corte. 15 partecipanti. •Le successive escursioni previste dal programma distribuito ai Soci non si sono potute effettuare a causa della indisponibilità di istruttori e accompagnatori, già molto impegnati con il corso di sci alpinismo. Chi ha voluto ha potuto però partecipare come “esterno” alle uscite del corso. Anche la gita di due giorni alla Barre dès Ècrins, prevista CAI MORBEGNO 63


ATTIVITA’ IN PILLOLE Corso base di scialpinismo Sedici allievi hanno partecipato all’annuale corso di scialpinismo che si è svolto da gennaio a marzo: Gian Enrico Barlassina Giacomo Bertolini Ornella Curtoni Pietro Dragoni Osvaldo Fagioli Christian Fiorelli Michela Fioroni Sergio Lafranconi Stefano Losa Gaetano Manni Christian Manzia Matteo Mazza Annarita Mentasti Davide Patriarca M.Luisa Sertorelli Marcello Vaninetti Queste le uscite che hanno seguito altrettante lezioni teoriche: • Val Gerola – Ponteranica • Valle di Albaredo – Pizzo Pedena • Alta Engadina – Belvair • Val di Campo – Motta • Val Grisanche – Truc Blanc e Becca di Giasson

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Corso di arrampicata Da aprile a giugno dieci allievi hanno preso parte al corso di arrampicata: Roberta Cristini Marcello Geronimi Pino Geronimi Ivonne Gianoli Fabio Lippi Pietro Magoni Licia Mauri Gimmi Mozzi Sara Nonini Lorenzo Scaramellini

Le uscite sono state 5: • Filorera – Palestra artificiale della Casa delle Guide • Prata Camportaccio – Sasso Bianco • Piuro – Cascate dell’Acqua Fraggia • Lecco – Pizzo Boga (Medale) • Albigna – Fiamma Rallino della Rosetta 29 febbraio - tradizionale ritrovo di sci alpinismo sull’Alpe Culino. 44 squadre partecipanti.

I vincitori sono stati: Regolarità: 1. Marco Speziale Mirco Botta 2. Fabiano Gusmeroli Emanuele Bertolini 3. Giovanni Rovedatti Giulia Bertolini Velocità in discesa: 1. Fabiano Gusmeroli Emanuele Bertolini 2. Paolo Moriondo Gildo Grassi 3. Andrea Calcinati Giuseppe Lanzi

per aprile, è “saltata” a causa di una frana che ha interrotto la strada di accesso al rifugio. Alcuni Soci, in forma privata, hanno comunque effettuato l’escursione due settimane più tardi. L’attività invernale dovrà essere completamente ripensata. Gite famigliari Sono state effettuate 3 gite rivolte alle famiglie con

bambini: •25 marzo Sentiero del Viandante, tratto fra Abbadia Lariana e Lierna. 64 partecipanti. •16 aprile Frasnedo in Val dei Ratti. 54 partecipanti. •30 aprile Monte Cornizzolo sui monti di Valmadrera (Abbazia di San Pietro al Monte). 34 partecipanti.

Velocità in salita: 1. Stefano Spini Giovanni Tacchini 2. Paolo Moriondo Gildo Grassi 3. Aldo Cantoni Gianluca Cristini Escursioni invernali •3 febbraio – Olano al chiaro di luna. Gita sci alpinistica notturna al Pizzo dei Galli con ritrovo al Rifugio della Corte. 15 partecipanti. •Le successive escursioni previste dal programma distribuito ai Soci non si sono potute effettuare a causa della indisponibilità di istruttori e accompagnatori, già molto impegnati con il corso di sci alpinismo. Chi ha voluto ha potuto però partecipare come “esterno” alle uscite del corso. Anche la gita di due giorni alla Barre dès Ècrins, prevista CAI MORBEGNO 63


Segnaletica nel Parco delle Orobie Il C.A.I. Morbegno, grazie alla disponibilità di molti suoi soci, sta collaborando con il Parco delle Orobie nella posa in opera della segnaletica escursionistica sui sentieri in quota. Nel corso dell’estate sono stati collocati cartelli direzionali al Passo di Salmurano, nella Valle di Trona, in Valle Inferno, alla Bocchetta di Stavello, in Valle di Albaredo, in Val Tartano e in Val Lesina. La collaborazione fra C.A.I e Parco è sicuramente importante, positiva e da portare avanti anche in futuro. Ci permettiamo, però, di formulare una pacata critica 64 CAI MORBEGNO

che speriamo possa essere costruttiva. Sarebbe opportuno un maggior raccordo con gli enti delle province confinanti impegnati in analoghe attività; come abbiamo potuto constatare di persona e come da più parti ci è stato segnalato, su alcuni passi sono presenti, a pochissima distanza uno dall’altro, cartelli di enti diversi con le stesse indicazioni, ma indicanti tempi di percorrenza anche molto discordanti. Ciò, oltre a disorientare gli escursionisti, significa appesantire inutilmente la naturalità dei luoghi con corpi estranei. Anche l’eccesso di segnaletica è inquinamento!

Per finire •5 settembre - Escursione glaciologica alla Cima Fontana (3070 m). 26 partecipanti (vedi articolo). •19 settembre –Tradizionale trekking sul “Sentiero Andrea Paniga”, settore Val Lésina. Punto di ritrovo alla bella Baita del Dosso con partenza da Alpe Piazza, Andalo e Delebio. 23 partecipanti. •3 ottobre - Ritrovo con gli amici del C.A.I. di Piazza Brembana sulla vetta del Pizzo dei Tre Signori. Gita caratterizzata dalla nebbia. Nebbia da perdersi. In 40 (30 da Pescegallo e 10 da Laveggiolo) hanno raggiunto la cima per lo scambio dei saluti e dei rispettivi annuari.


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Annuario Cai Morbegno 2004 by MOTTARELLA Studio Grafico - Issuu