Skip to main content

Annuario Cai Morbegno 2003

Page 1

CAI CAI MORBEGNO

I


SOMMARIO

CAI 4 10 14 20 24 28 34 40

I Corsi

Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno

Via Merizzi 186/b Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

Gite famigliari

Svalbard

Hanno collaborato: Davide Bonzi, Alessandro Caligari,Gianfranco Cason, Cesare De Donati, Silvana Gusmeroli, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Luigi Picchi, Liana Pozzi, Alfredo Praolini, Giovanni Rovedatti, Franco Scotti, Riccardo Scotti

Fotografie: Fabiano Gusmeroli: 46 Silvana Gusmeroli: 13 Moreno Libera: 3 (basso) Riccardo Marchini: 22(sotto), 36, 37(sopra), 39 Lodovico Mottarella: copertina e 2a copert, 2, 3, 4-5, 8 ,9, 10, 11, 12, 24, 25, 26, 27, 28(sopra), 29, 30, 31, 32, 33, 34-35, 38, 38-39, 40, 42-43, 47,48 Giovanni Rovedatti: 21, 22(destra e sopra), 23 Riccardo Scotti: 6, 7, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 28(sotto)

Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

Stampa: Tipografia Bettini

4000

Pizzo Olano

Predarossa

Valmasino

Strade

II CAI MORBEGNO

Il corso di scialpinismo di LIANA POZZI

Il corso di arrampicata di CESARE DE DONATI

A scuola dalle montagne di LUIGI PICCHI

Scialpinismo al sole di mezzanotte di FRANCO SCOTTI

Club 4000

di RICCARDO MARCHINI

Scialpinismo al Pizzo Olano tra luci e penombre di ALFREDO PRAOLINI

Il Ghiacciaio di Predarossa al Disgrazia: la situazione di RICCARDO SCOTTI

Lo sviluppo turistico possibile di RICCARDO MARCHINI

Il CAI Morbegno e le strade in montagna CAI MORBEGNO 1


SOMMARIO

CAI 4 10 14 20 24 28 34 40

I Corsi

Club Alpino Italiano Sezione di Morbegno

Via Merizzi 186/b Tel. e fax 0342 613803 e-mail: info@caimorbegno.org www.caimorbegno.org

Gite famigliari

Svalbard

Hanno collaborato: Davide Bonzi, Alessandro Caligari,Gianfranco Cason, Cesare De Donati, Silvana Gusmeroli, Riccardo Marchini, Lodovico Mottarella, Luigi Picchi, Liana Pozzi, Alfredo Praolini, Giovanni Rovedatti, Franco Scotti, Riccardo Scotti

Fotografie: Fabiano Gusmeroli: 46 Silvana Gusmeroli: 13 Moreno Libera: 3 (basso) Riccardo Marchini: 22(sotto), 36, 37(sopra), 39 Lodovico Mottarella: copertina e 2a copert, 2, 3, 4-5, 8 ,9, 10, 11, 12, 24, 25, 26, 27, 28(sopra), 29, 30, 31, 32, 33, 34-35, 38, 38-39, 40, 42-43, 47,48 Giovanni Rovedatti: 21, 22(destra e sopra), 23 Riccardo Scotti: 6, 7, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 28(sotto)

Progetto grafico e realizzazione: Mottarella Studio Grafico www.mottarella.com

Stampa: Tipografia Bettini

4000

Pizzo Olano

Predarossa

Valmasino

Strade

II CAI MORBEGNO

Il corso di scialpinismo di LIANA POZZI

Il corso di arrampicata di CESARE DE DONATI

A scuola dalle montagne di LUIGI PICCHI

Scialpinismo al sole di mezzanotte di FRANCO SCOTTI

Club 4000

di RICCARDO MARCHINI

Scialpinismo al Pizzo Olano tra luci e penombre di ALFREDO PRAOLINI

Il Ghiacciaio di Predarossa al Disgrazia: la situazione di RICCARDO SCOTTI

Lo sviluppo turistico possibile di RICCARDO MARCHINI

Il CAI Morbegno e le strade in montagna CAI MORBEGNO 1


di Franco Scotti

E D I T O R I A L E 2 CAI MORBEGNO

Il settantaduesimo anno della Sezione CAI Morbegno, fondata nel maggio 1931, rimarrà per noi una data importante. Dopo la creazione del nostro sito internet e l’innovazione della posta elettronica per le comunicazioni ai soci, attiva al momento per un centinaio di indirizzi, ecco che vede la luce il primo numero dell’annuario. Una pubblicazione neonata, che dovrà necessariamente crescere e svilupparsi negli anni futuri, al momento senza grosse pretese se non quella di stimolo per tutti noi ad una più qualificata attività della nostra Sezione. Questo primo numero, seppur di volume limitato, riassume le nostre attività dell’anno e propone alcuni contributi culturali e scientifici che riteniamo di interesse. Si potrà senz’altro fare di più e meglio con l’auspicabile coinvolgimento futuro di altri autori. Purtroppo la nostra sede in Via Merizzi può contare sulla presenza attiva e costante di una decina di sostenitori, che aumentano di poco nel periodo di maggiore attività, nel caso nostro in inverno e primavera, le stagioni

dello scialpinismo e dello svolgimento dei corsi. Sono convinto che fra gli oltre seicento iscritti al CAI Morbegno si celino parecchi appassionati che potrebbero contribuire con idee ed energie a sviluppare ed ampliare la nostra attività. Penso all’alpinismo giovanile, al nostro possibile intervento nelle scuole, a un “gruppo anziani”, e ad altre iniziative che finora non è stato possibile realizzare se non in modo episodico. Le nostre finalità sono molteplici, non solo di aggregazione e organizzazione di gite, ma soprattutto di promozione della conoscenza dei vari aspetti della montagna e dei modi più corretti per affrontarla. Per questo abbiamo investito in questi anni molte delle nostre energie nell’organizzione dei corsi e nella formazione e qualifica dei relativi istruttori, nella convinzione che l’escursionismo, e ancor più alpinismo e scialpinismo, debbano essere affrontati da tutti in modo attivo, consapevole dei rischi, e curioso verso l’ambiente in cui ci muoviamo.

Quest’ambiente naturale, che ci affascina e ci attrae in modo spesso passionale, si sta visibilmente trasformando a causa di cambiamenti climatici con forte sospetto di responsabilità umana. Ma spesso il degrado è imputabile ad interventi dell’uomo molto più diretti ed evidenti. Anche le montagne di casa nostra sono sempre più aggredite e deturpate da una discutibile gestione del territorio, nell’apparente indifferenza generale. Il nostro impegno, irrinunciabile, nella difesa dell’integrità del territorio montano deve di conseguenza adeguarsi, perciò abbiamo deciso di far sentire la nostra voce, con i toni e i modi adeguati ad un’associazione apolitica come la nostra. E continueremo a farlo, convinti che sia un dovere strettamente connesso all’esistenza stessa del nostro sodalizio. Ringrazio quanti hanno contribuito alla realizzazione di questo primo annuario, sperando sia gradito, e trovi un posto nella biblioteca di tutti i soci, quale memoria storica della vita della nostra Sezione. CAI MORBEGNO 3


di Franco Scotti

E D I T O R I A L E 2 CAI MORBEGNO

Il settantaduesimo anno della Sezione CAI Morbegno, fondata nel maggio 1931, rimarrà per noi una data importante. Dopo la creazione del nostro sito internet e l’innovazione della posta elettronica per le comunicazioni ai soci, attiva al momento per un centinaio di indirizzi, ecco che vede la luce il primo numero dell’annuario. Una pubblicazione neonata, che dovrà necessariamente crescere e svilupparsi negli anni futuri, al momento senza grosse pretese se non quella di stimolo per tutti noi ad una più qualificata attività della nostra Sezione. Questo primo numero, seppur di volume limitato, riassume le nostre attività dell’anno e propone alcuni contributi culturali e scientifici che riteniamo di interesse. Si potrà senz’altro fare di più e meglio con l’auspicabile coinvolgimento futuro di altri autori. Purtroppo la nostra sede in Via Merizzi può contare sulla presenza attiva e costante di una decina di sostenitori, che aumentano di poco nel periodo di maggiore attività, nel caso nostro in inverno e primavera, le stagioni

dello scialpinismo e dello svolgimento dei corsi. Sono convinto che fra gli oltre seicento iscritti al CAI Morbegno si celino parecchi appassionati che potrebbero contribuire con idee ed energie a sviluppare ed ampliare la nostra attività. Penso all’alpinismo giovanile, al nostro possibile intervento nelle scuole, a un “gruppo anziani”, e ad altre iniziative che finora non è stato possibile realizzare se non in modo episodico. Le nostre finalità sono molteplici, non solo di aggregazione e organizzazione di gite, ma soprattutto di promozione della conoscenza dei vari aspetti della montagna e dei modi più corretti per affrontarla. Per questo abbiamo investito in questi anni molte delle nostre energie nell’organizzione dei corsi e nella formazione e qualifica dei relativi istruttori, nella convinzione che l’escursionismo, e ancor più alpinismo e scialpinismo, debbano essere affrontati da tutti in modo attivo, consapevole dei rischi, e curioso verso l’ambiente in cui ci muoviamo.

Quest’ambiente naturale, che ci affascina e ci attrae in modo spesso passionale, si sta visibilmente trasformando a causa di cambiamenti climatici con forte sospetto di responsabilità umana. Ma spesso il degrado è imputabile ad interventi dell’uomo molto più diretti ed evidenti. Anche le montagne di casa nostra sono sempre più aggredite e deturpate da una discutibile gestione del territorio, nell’apparente indifferenza generale. Il nostro impegno, irrinunciabile, nella difesa dell’integrità del territorio montano deve di conseguenza adeguarsi, perciò abbiamo deciso di far sentire la nostra voce, con i toni e i modi adeguati ad un’associazione apolitica come la nostra. E continueremo a farlo, convinti che sia un dovere strettamente connesso all’esistenza stessa del nostro sodalizio. Ringrazio quanti hanno contribuito alla realizzazione di questo primo annuario, sperando sia gradito, e trovi un posto nella biblioteca di tutti i soci, quale memoria storica della vita della nostra Sezione. CAI MORBEGNO 3


CORSO DI SCIALPINISMO

i

Montagne d’inverno di Liana Pozzi

L’alpinismo non è solo prestanza fisica, agilità e coraggio, ma anche consapevolezza delle proprie possibilità e conoscenza profonda della montagna. Nozioni di fisiologia umana e di meteorologia, geologia e topografia devono andare di pari passo con l’apprendimento delle tecniche di progressione e di assicurazione. Situazione meteorologica, stato del manto nevoso, esposizione dei versanti, difficoltà tecniche e ambientali sono alcune variabili da valutare per affrontare con un sufficiente grado di sicurezza la montagna. I corsi C.A.I. sono ottime occasioni per apprendere tutto questo, assieme alle tecniche di autosoccorso, di salita con le pelli di foca e di discesa in neve fresca 4 CAI MORBEGNO

In arrampicata sul granito dell’Albigna: la cresta sud del Pizzo Balzetto

La neve e la montagna, come conoscerle? Frequentando il corso di sci-alpinismo organizzato dal Cai- Sezione di Morbegno- il quale è giunto a quella che gli scaramantici definirebbero un’edizione sicuramente da evitare, la 17a. Cosa è stato il corso? Un incontro, uno scambio e l’interazione fra un gruppo di orsi polari (consentiteci così di definire i nostri istruttori) e un altro e ben diverso gruppo, di spensierati neofiti annoiati dalla monotonia della discesa su pista (consentiteci di definirci così noi allievi) che quest’anno hanno voluto davvero osare. Ed eccoci tutti, una quindicina, schierati per la prima lezione teorica davanti al bancone dei materiali, dove Vincenzo espone con orgoglio un’attrezzatura per la pratica dello sci alpinismo vissuta di fatica. Dopo una panoramica su sci, racchette, scarponi, pelli di foca, zaino ed abbigliamento (consigliato lo stile “cipolla”), spunta quello strumento di ricerca, l’arva, che in una stagione invernale come quella trascorsa, ove la parte di prima donna l’hanno fatta le valanghe, definire indispensabile sembra sminuirlo. CAI MORBEGNO 5


CORSO DI SCIALPINISMO

i

Montagne d’inverno di Liana Pozzi

L’alpinismo non è solo prestanza fisica, agilità e coraggio, ma anche consapevolezza delle proprie possibilità e conoscenza profonda della montagna. Nozioni di fisiologia umana e di meteorologia, geologia e topografia devono andare di pari passo con l’apprendimento delle tecniche di progressione e di assicurazione. Situazione meteorologica, stato del manto nevoso, esposizione dei versanti, difficoltà tecniche e ambientali sono alcune variabili da valutare per affrontare con un sufficiente grado di sicurezza la montagna. I corsi C.A.I. sono ottime occasioni per apprendere tutto questo, assieme alle tecniche di autosoccorso, di salita con le pelli di foca e di discesa in neve fresca 4 CAI MORBEGNO

In arrampicata sul granito dell’Albigna: la cresta sud del Pizzo Balzetto

La neve e la montagna, come conoscerle? Frequentando il corso di sci-alpinismo organizzato dal Cai- Sezione di Morbegno- il quale è giunto a quella che gli scaramantici definirebbero un’edizione sicuramente da evitare, la 17a. Cosa è stato il corso? Un incontro, uno scambio e l’interazione fra un gruppo di orsi polari (consentiteci così di definire i nostri istruttori) e un altro e ben diverso gruppo, di spensierati neofiti annoiati dalla monotonia della discesa su pista (consentiteci di definirci così noi allievi) che quest’anno hanno voluto davvero osare. Ed eccoci tutti, una quindicina, schierati per la prima lezione teorica davanti al bancone dei materiali, dove Vincenzo espone con orgoglio un’attrezzatura per la pratica dello sci alpinismo vissuta di fatica. Dopo una panoramica su sci, racchette, scarponi, pelli di foca, zaino ed abbigliamento (consigliato lo stile “cipolla”), spunta quello strumento di ricerca, l’arva, che in una stagione invernale come quella trascorsa, ove la parte di prima donna l’hanno fatta le valanghe, definire indispensabile sembra sminuirlo. CAI MORBEGNO 5


Nella pagina a fianco sopra: meritato riposo in vetta la Piz Campagnun e un momento della salita Qui a fianco: vista sull’itinerario al Sesvenna

Che di esso si scelga il modello analogico piuttosto che quello digitale, poco importa, ciò che conta invece è non doverne farne uso, se non per qualche esercitazione pratica sul campo, come ne abbiamo fatto noi. Con la preziosa collaborazione di Cristiana siamo passati a conoscere scientificamente la neve e leggere con cognizione di causa il bollettino nivometereologico. Abbiamo così imparato ad affrontare il pendio in condizioni di probabile sicurezza (l’imprevisto è sempre in agguato), in ciò aiutati dai consigli di Gottardo sulla scelta dell’itinerario di salita. Grazie al supporto di una serie di splendide diapositive ci siamo poi addentrati con Richy nelle nuvole, nelle bufere, abbiamo incontrato il föhn e subito dopo ci siamo raffreddati con la pioggia gelata. Per ritrovarci abbiamo usato la bussola, le carte topografiche e l’altimetro e finalmente, calcolando il giusto azimut, con uno sforzo aerobico non indifferente e con una cucchiaiata di aminoacidi, eccoci tutti attrezzati, incappucciati e appesantiti da pingui zaini ai piedi del Campagnun ad una temperatura, ci dicono del tutto normale in montagna, di –15 gradi. I primi passi con gli sci ai piedi sono faticosi, devi coordinarti… ma se cerchi di imitare il leggiadro movimento di quegli orsi che la neve la conoscono, la 6 CAI MORBEGNO

vivono e la frequentano, allora non ci pensi e gli sci cominciano a scivolare più velocemente, avanti…avanti….verso la cima. Ma ecco la prima inversione, non a tutti il colpo di tacco viene alla “Del Piero”va bè accontentiamoci, l’importante è che venga. Ed infine la cima, tutto a quel punto svanisce, anche la fatica accumulata nelle gambe poco allenate, resta solo lo scenario innevato che di lì a non molto però viene abbandonato per quello che per i meno esperti è come il mal di denti, la discesa. Stare nelle tracce percorse immediatamente prima dall’istruttore è impossibile, lambire il manto nevoso immacolato quasi peccato. Ma non abbiamo ancora fatto il conto con i “maros” che alla Piana dei Cavalli impegnano in voluttuose acrobazie anche

i migliori. Alla terza uscita affrontiamo l’impegnativa salita nella “foresta” di Tartano; Ci riportiamo in Engadina, questa volta favoriti da condizioni climatiche più accettabili, per raggiungere il Piz Griatschuols, ma siamo costretti a deviare, onde evitare di caricare troppo il pendio, verso “quota 2800”, dal quale però si ridiscende “in punta di sci”. Approdiamo quindi al Sasso Nero dove armati di rampanti ci decimiamo, senza arrenderci però, in un ripido canalino. Ed eccoci alla gita fuori porta in Alto Adige. Dopo una notte, turbata da qualche irrispettoso coro sonnacchioso al rifugio Sesvenna dalla splendida ambientazione, si parte alla volta del Pizzo Sesvenna al quale, abbandonati gli sci alla sella, vi si arriva arrampicando

su facili roccette. La discesa stavolta però è meno chiassosa del solito perché …..è l’ultima…purtroppo… Nessun rammarico però: ora sappiamo confrontarci con la fatica, superare i momenti di affanno, affrontare con la necessaria prudenza e la dovuta cautela il terreno innevato, abbandonarci in discesa su dolci pendii di neve polverosa… Cosa rimane del corso: il ricordo di aver condiviso insieme l’indomabile adrenalina che sale dentro quando si arriva in vetta.

CAI MORBEGNO 7


Nella pagina a fianco sopra: meritato riposo in vetta la Piz Campagnun e un momento della salita Qui a fianco: vista sull’itinerario al Sesvenna

Che di esso si scelga il modello analogico piuttosto che quello digitale, poco importa, ciò che conta invece è non doverne farne uso, se non per qualche esercitazione pratica sul campo, come ne abbiamo fatto noi. Con la preziosa collaborazione di Cristiana siamo passati a conoscere scientificamente la neve e leggere con cognizione di causa il bollettino nivometereologico. Abbiamo così imparato ad affrontare il pendio in condizioni di probabile sicurezza (l’imprevisto è sempre in agguato), in ciò aiutati dai consigli di Gottardo sulla scelta dell’itinerario di salita. Grazie al supporto di una serie di splendide diapositive ci siamo poi addentrati con Richy nelle nuvole, nelle bufere, abbiamo incontrato il föhn e subito dopo ci siamo raffreddati con la pioggia gelata. Per ritrovarci abbiamo usato la bussola, le carte topografiche e l’altimetro e finalmente, calcolando il giusto azimut, con uno sforzo aerobico non indifferente e con una cucchiaiata di aminoacidi, eccoci tutti attrezzati, incappucciati e appesantiti da pingui zaini ai piedi del Campagnun ad una temperatura, ci dicono del tutto normale in montagna, di –15 gradi. I primi passi con gli sci ai piedi sono faticosi, devi coordinarti… ma se cerchi di imitare il leggiadro movimento di quegli orsi che la neve la conoscono, la 6 CAI MORBEGNO

vivono e la frequentano, allora non ci pensi e gli sci cominciano a scivolare più velocemente, avanti…avanti….verso la cima. Ma ecco la prima inversione, non a tutti il colpo di tacco viene alla “Del Piero”va bè accontentiamoci, l’importante è che venga. Ed infine la cima, tutto a quel punto svanisce, anche la fatica accumulata nelle gambe poco allenate, resta solo lo scenario innevato che di lì a non molto però viene abbandonato per quello che per i meno esperti è come il mal di denti, la discesa. Stare nelle tracce percorse immediatamente prima dall’istruttore è impossibile, lambire il manto nevoso immacolato quasi peccato. Ma non abbiamo ancora fatto il conto con i “maros” che alla Piana dei Cavalli impegnano in voluttuose acrobazie anche

i migliori. Alla terza uscita affrontiamo l’impegnativa salita nella “foresta” di Tartano; Ci riportiamo in Engadina, questa volta favoriti da condizioni climatiche più accettabili, per raggiungere il Piz Griatschuols, ma siamo costretti a deviare, onde evitare di caricare troppo il pendio, verso “quota 2800”, dal quale però si ridiscende “in punta di sci”. Approdiamo quindi al Sasso Nero dove armati di rampanti ci decimiamo, senza arrenderci però, in un ripido canalino. Ed eccoci alla gita fuori porta in Alto Adige. Dopo una notte, turbata da qualche irrispettoso coro sonnacchioso al rifugio Sesvenna dalla splendida ambientazione, si parte alla volta del Pizzo Sesvenna al quale, abbandonati gli sci alla sella, vi si arriva arrampicando

su facili roccette. La discesa stavolta però è meno chiassosa del solito perché …..è l’ultima…purtroppo… Nessun rammarico però: ora sappiamo confrontarci con la fatica, superare i momenti di affanno, affrontare con la necessaria prudenza e la dovuta cautela il terreno innevato, abbandonarci in discesa su dolci pendii di neve polverosa… Cosa rimane del corso: il ricordo di aver condiviso insieme l’indomabile adrenalina che sale dentro quando si arriva in vetta.

CAI MORBEGNO 7


Nella pagina a fianco: in arrampicata sul Balzetto

C O R S O D I A R R A M P IC A T A

Alla ricerca del verticale

8 CAI MORBEGNO

Dopo reiterati inviti da parte dell’organico del C.A.I, finalmente quest’anno grazie alla fresca nomina di due istruttori di alpinismo regionale Cesare De Donati per il CAI Morbegno e Gianfranco Cason del CAI sez. di Chiavenna,si e’ potuto svolgere il primo corso di roccia base (AR1).Si e’ cosi’ potuto soddisfare la richiesta dei tesserati e non ,di poter seguire un corso interamente di roccia,il quale si presenta come una valida alternativa per coloro che non sono interessati alle uscite di ghiaccio,che invece sono incluse nel corso di Alpinismo organizzato dalla sezione Valtellinese. Il corso si e’ articolato in sei lezioni teoriche e altrettante lezioni pratiche,con lo scopo di fornire all’allievo,quelle nozioni di tecnica(di arrampicata,di progressione e di manovre di corda), e perche’ no di nozioni generali riguardanti topografia e orientamento,meteorologi a ed alimentazione e pronto soccorso. Grazie all’aiuto prezioso prestato da amici che la montagna la frequentano da anni, e che sanno dare un aiuto sicuro a chi e’ alle prime armi,abbiamo potuto organizzare, nei ristretti limiti impostici dalla commissione regionale,un buon corso con dieci allievi. Il primissimo approccio, dedicato a quella che e’ la tecnica di roccia e le relative manovre, si e’ svolto al Sasso Remenno in Valmasino, luogo deputato per antonomasia ai primi passi su roccia, si e’ passati quindi a

Sotto: Grigna meridionale, al termine della traversata dei Magnaghi all’uscita della via Lecco Qui a fianco: sul Ferro da Stiro

quella che e’ l’arrampicata vera e propria in falesia al Sasso Bianco a Prata Camportaccio ove l’allievo ha la possibilita’ di applicare la tecnica giusta, richiesta dalla conformazione della roccia. Quindi per prendere dimestichezza con l’ambiente di montagna, si sono percorsi degli itinerari di piu’ lunghezze(cercando di variare il piu’ possibile il tipo di roccia e di conseguenza la tecnica che gli si addice) affrontando

quello che e’ l’ambiente alpino: dai Magnaghi all’Albigna, per poi approdare alla due giorni di chiusura corso nel bellissimo anfiteatro che offre la Val Bondasca;Si e’ pensato a lungo ad un itinerario non troppo difficile,in un bel ambiente di alta montagna,e ne e’ scaturito una veramente bella salita classica al ferro da stiro sui p.zzi Gemelli,con difficolta’ che non va mai oltre il 5° grado.L’iniziativa

si e’ rivelata positiva, gli allievi hanno dimostrato di essere pienamente soddisfatti in quanto la preparazione maturata nel corso delle precedenti lezioni si e’ dimostrata sufficiente per affrontare con cognizione di causa e senza insormontabili difficolta’ una salita di roccia.A corso concluso la speranza e’ che l’allievo continui a svolgere questa disciplina ,arricchendo di volta in volta il proprio bagaglio personale, fino a raggiungere una completa autonomia…cosi che l’anno prossimo potra’ si partecipare al corso,ma non piu’ in qualita’ di allievo ma di aiuto istruttore.

CAI MORBEGNO 9


Nella pagina a fianco: in arrampicata sul Balzetto

C O R S O D I A R R A M P IC A T A

Alla ricerca del verticale

8 CAI MORBEGNO

Dopo reiterati inviti da parte dell’organico del C.A.I, finalmente quest’anno grazie alla fresca nomina di due istruttori di alpinismo regionale Cesare De Donati per il CAI Morbegno e Gianfranco Cason del CAI sez. di Chiavenna,si e’ potuto svolgere il primo corso di roccia base (AR1).Si e’ cosi’ potuto soddisfare la richiesta dei tesserati e non ,di poter seguire un corso interamente di roccia,il quale si presenta come una valida alternativa per coloro che non sono interessati alle uscite di ghiaccio,che invece sono incluse nel corso di Alpinismo organizzato dalla sezione Valtellinese. Il corso si e’ articolato in sei lezioni teoriche e altrettante lezioni pratiche,con lo scopo di fornire all’allievo,quelle nozioni di tecnica(di arrampicata,di progressione e di manovre di corda), e perche’ no di nozioni generali riguardanti topografia e orientamento,meteorologi a ed alimentazione e pronto soccorso. Grazie all’aiuto prezioso prestato da amici che la montagna la frequentano da anni, e che sanno dare un aiuto sicuro a chi e’ alle prime armi,abbiamo potuto organizzare, nei ristretti limiti impostici dalla commissione regionale,un buon corso con dieci allievi. Il primissimo approccio, dedicato a quella che e’ la tecnica di roccia e le relative manovre, si e’ svolto al Sasso Remenno in Valmasino, luogo deputato per antonomasia ai primi passi su roccia, si e’ passati quindi a

Sotto: Grigna meridionale, al termine della traversata dei Magnaghi all’uscita della via Lecco Qui a fianco: sul Ferro da Stiro

quella che e’ l’arrampicata vera e propria in falesia al Sasso Bianco a Prata Camportaccio ove l’allievo ha la possibilita’ di applicare la tecnica giusta, richiesta dalla conformazione della roccia. Quindi per prendere dimestichezza con l’ambiente di montagna, si sono percorsi degli itinerari di piu’ lunghezze(cercando di variare il piu’ possibile il tipo di roccia e di conseguenza la tecnica che gli si addice) affrontando

quello che e’ l’ambiente alpino: dai Magnaghi all’Albigna, per poi approdare alla due giorni di chiusura corso nel bellissimo anfiteatro che offre la Val Bondasca;Si e’ pensato a lungo ad un itinerario non troppo difficile,in un bel ambiente di alta montagna,e ne e’ scaturito una veramente bella salita classica al ferro da stiro sui p.zzi Gemelli,con difficolta’ che non va mai oltre il 5° grado.L’iniziativa

si e’ rivelata positiva, gli allievi hanno dimostrato di essere pienamente soddisfatti in quanto la preparazione maturata nel corso delle precedenti lezioni si e’ dimostrata sufficiente per affrontare con cognizione di causa e senza insormontabili difficolta’ una salita di roccia.A corso concluso la speranza e’ che l’allievo continui a svolgere questa disciplina ,arricchendo di volta in volta il proprio bagaglio personale, fino a raggiungere una completa autonomia…cosi che l’anno prossimo potra’ si partecipare al corso,ma non piu’ in qualita’ di allievo ma di aiuto istruttore.

CAI MORBEGNO 9


A dalle scuola Montagne

Riflessioni in margine alle gite familiari organizzate dal CAI in collaborazione con il GEM

di Luigi Picchi

Che cosa ci spinge a frequentare le montagne, a visitarle? Certamente molte ragioni e ognuno di noi appassionati avrà le proprie. Personalmente sono sempre stato affascinato dalle montagne, dai boschi e in genere dagli scenari naturali. E questo sin dall’infanzia quando venivo portato a fare gite. Per me la Natura (con la maiuscola!) è sempre stato il luogo del mistero e di una bellezza originaria e primordiale. La mia fantasia, sotto la suggestione di letture romanzesche e del cinema, vi ambientava avventure rocambolesche e anche adesso che sono cresciuto, la Natura non smette di stimolare la mia immaginazione, questa volta nutrita da conoscenze storiche e culturali che nel tempo mi sono fatto con lo studio. Una cosa è certa la Natura resta e diventa sempre più una dimensione che finisce a contrapporsi alla vita abituale della città, un luogo cioè che può resistere al progresso e che tende a sfuggirgli, un luogo che può parlare al nostro inconscio e al nostro immaginario di uomini. Le narrazioni e le opere d’arte degli uomini da sempre sono popolate da montagne. Una cattedrale, un tempio, certe monumentali architetture come le piramidi o gli ziqqurat che cosa sono, in fondo, se non montagne in miniatura e stilizzate secondo schemi geometrici? La Natura con le sue montagne, i suoi boschi e i suoi laghi mi parla di lontananze leggendarie e ancestrali e di tempi remoti perduti, di epiche e cosmologiche stagioni ormai irrimediabilmente perdute. L’uomo moderno, inebriato di novità e faustiani deliri tecnocratici, sta dimenticando le proprie origini mitiche e l’oscura e viscerale memoria della genesi. 10 CAI MORBEGNO

Il campanile e i ballatoi delle case di Savogno apprezzata meta di una gita primaverile

CAI MORBEGNO 11


A dalle scuola Montagne

Riflessioni in margine alle gite familiari organizzate dal CAI in collaborazione con il GEM

di Luigi Picchi

Che cosa ci spinge a frequentare le montagne, a visitarle? Certamente molte ragioni e ognuno di noi appassionati avrà le proprie. Personalmente sono sempre stato affascinato dalle montagne, dai boschi e in genere dagli scenari naturali. E questo sin dall’infanzia quando venivo portato a fare gite. Per me la Natura (con la maiuscola!) è sempre stato il luogo del mistero e di una bellezza originaria e primordiale. La mia fantasia, sotto la suggestione di letture romanzesche e del cinema, vi ambientava avventure rocambolesche e anche adesso che sono cresciuto, la Natura non smette di stimolare la mia immaginazione, questa volta nutrita da conoscenze storiche e culturali che nel tempo mi sono fatto con lo studio. Una cosa è certa la Natura resta e diventa sempre più una dimensione che finisce a contrapporsi alla vita abituale della città, un luogo cioè che può resistere al progresso e che tende a sfuggirgli, un luogo che può parlare al nostro inconscio e al nostro immaginario di uomini. Le narrazioni e le opere d’arte degli uomini da sempre sono popolate da montagne. Una cattedrale, un tempio, certe monumentali architetture come le piramidi o gli ziqqurat che cosa sono, in fondo, se non montagne in miniatura e stilizzate secondo schemi geometrici? La Natura con le sue montagne, i suoi boschi e i suoi laghi mi parla di lontananze leggendarie e ancestrali e di tempi remoti perduti, di epiche e cosmologiche stagioni ormai irrimediabilmente perdute. L’uomo moderno, inebriato di novità e faustiani deliri tecnocratici, sta dimenticando le proprie origini mitiche e l’oscura e viscerale memoria della genesi. 10 CAI MORBEGNO

Il campanile e i ballatoi delle case di Savogno apprezzata meta di una gita primaverile

CAI MORBEGNO 11


Il Monte Disgrazia si specchia nel laghetto dell’Alpe Fora in Valmalenco

La montagna è lì ad aspettarci, a raccontarci un mito, a suggerirci una leggenda, un’antica storia, a risvegliarci una nostalgia che nessun prodotto tecnologico, che nessuna proposta commerciale può saziare o estinguere e se voglio evadere dallo stress della civiltà non mi aiutano tanto i viaggi organizzati, anche se culturali, né tanto meno quei lager del divertimento che sono i villaggi turistici, bensì proprio le belle passeggiate in montagna, preferibilmente nei giorni feriali, quando l’affluenza degli escursionisti è ridotta o pressoché nulla. Bellezza primordiale dicevo; sì le nostre montagne sono state protagoniste di titanici sommovimenti geologici, sono il risultato di spostamenti di enormi ghiacciai, esistono molto prima di noi e dei nostri insediamenti. Loro hanno conosciuto i vasti silenzi prima dell’uomo (oggi invece c’è sempre il rumore di un aereo o di un mezzo meccanico in lontananza), hanno sentito i sovrumani silenzi della genesi e poi i rumori inquietanti e maestosi della preistoria. Loro ci ricordano che noi non siamo i primi; ci rammentano che noi siamo venuti dopo, dopo le rocce, le piante, gli

12 CAI MORBEGNO

Gite famigliari .... breve valutazione Si sono concluse le escursioni famigliari primaverili; tante persone, famiglie con bambini, pensionati e anche giovani, si sono dati il cambio nel parteciparvi. Abbiamo avuto la presenza media di cinquanta, sessanta persone a gita, contando circa centocinquanta differenti partecipanti che hanno aderito ad una delle nostre proposte. Questi numeri solo per richiamare l’attenzione verso i bisogni che accomunano tanti di noi che amano trascorrere parte del proprio tempo libero a contatto con la natura e che, camminando insieme alla scoperta del territorio che ci circonda, nutrono la segreta speranza che anche i propri figli possano condividere con altri, bimbi e non, la gioia e la soddisfazione che può dare una giornata trascorsa a camminare lentamente, giocando, chiacchierando o scherzando in tutta libertà, dove leggere fatiche, in ambienti naturali di sorprendente bellezza, lasciano ricordi intensi. Quando abbiamo programmato queste gite, abbiamo pensato di poter incontrare l’adesione di un numero di persone di cui conoscevamo gli interessi. Vista la partecipazione di nuovi adepti, chiediamo a chi se la sente di farci pervenire verbalmente o per iscritto, consigli su nuove escursioni che possano soddisfare le esigenze del gruppo che si è creato. A questo punto non ci resta che sperare, interpretando anche le richieste dei partecipanti, che quest’iniziativa possa essere ripresa nell’autunno prossimo e che i due sodalizi che ci hanno sostenuto possano mettere in campo nuove energie per favorire un miglior proseguimento.

animali, dopo la congiunzione degli elementi, dopo una drammatica e segreta evoluzione. E le montagne, anche le più modeste ed accessibili, si portano addosso questo senso di mistero che proviene da ere lontane. Oggi l’uomo moderno, indebolito da innumerevoli comodità, ha perso il senso dell’epico e del sublime. Le montagne sono lì a ricordarci che il sublime continua ad esistere, che la Bellezza con la sua innocenza primordiale esiste e mi aspetta in cima ad una montagna, nel mezzo di un bosco, in una radura, sulle sponde di un laghetto alpino, in un prato, su un crinale. Ma la bellezza della Natura non è sola: c’è quella dell’uomo ad affiancarla. Mi riferisco alle costruzioni dell’uomo in montagna: baite, casere, chiese, cappelle, bivacchi; costruzioni sacre e profane, per lo più utili, funzionali come un ponticello, uno steccato, un abbeveratoio, una fontana, un muretto; realizzate con materiale del

luogo, pietra e legname, costruzioni sobrie, rudi, spartane, essenziali, semplici e a loro modo titaniche, frutto di tenaci e sapienti fatiche, espressioni di un gusto semplice e schietto. Sono costruzioni che continuano e moltiplicano nella loro grezza od elegante modestia il lavoro creativo della Natura, opere umane che non offendono, ma rispettano ed onorano la Natura, rispecchiandone alcune caratteristiche: la fierezza, la durezza, la severità, la grazia rude, l’arcigna generosità, la misteriosa e ombrosa semplicità. Noi uomini moderni, troppo sofisticati, abbiamo perso questi valori e ci è pure difficile percepirli e riconoscerli là dove in parte sono presenti, anche solo nelle loro secolari vestigia. Capita, così, che quando camminiamo in montagna, specie in gruppo, è facile che portiamo con noi in montagna i rumori della nostra “cittadina” civiltà

(etimologicamente il termine “civiltà” contiene il concetto di “città”): chiacchieriamo, ridiamo, scherziamo: tutte cose legittime e simpatiche che aiutano ad aggregarsi, ma che rischiano di “inquinare” l’occasione che la montagna ci sta offrendo; l’occasione cioè di evadere, staccarci dalla solita vita meccanica, ripetitiva e rumorosa delle città per recuperare il gusto della Natura nella quale nel passato eravamo certamente più immersi e quei valori cui accennavo sopra. Andare in montagna non è solo fare la fatica fisica della marcia, ma è anche sforzarci di ascoltare i rumori, i suoni della natura, i suoi silenzi, lo sforzo di far tacere le nostre voci per contemplare e percepire un’altra dimensione cui non siamo più abituati, ma che ci appartiene in quanto uomini, non solo perché figli di chi con le montagne ha dovuto fare i conti, ma soprattutto perché le montagne fanno parte del paesaggio interiore, mentale, spirituale e fantastico dell’umanità.

Silvana, Roberto e Giacomina

Alcuni momenti nel corso delle gite al tempietto di S.Fedelino e a Savogno

CAI MORBEGNO 13


Il Monte Disgrazia si specchia nel laghetto dell’Alpe Fora in Valmalenco

La montagna è lì ad aspettarci, a raccontarci un mito, a suggerirci una leggenda, un’antica storia, a risvegliarci una nostalgia che nessun prodotto tecnologico, che nessuna proposta commerciale può saziare o estinguere e se voglio evadere dallo stress della civiltà non mi aiutano tanto i viaggi organizzati, anche se culturali, né tanto meno quei lager del divertimento che sono i villaggi turistici, bensì proprio le belle passeggiate in montagna, preferibilmente nei giorni feriali, quando l’affluenza degli escursionisti è ridotta o pressoché nulla. Bellezza primordiale dicevo; sì le nostre montagne sono state protagoniste di titanici sommovimenti geologici, sono il risultato di spostamenti di enormi ghiacciai, esistono molto prima di noi e dei nostri insediamenti. Loro hanno conosciuto i vasti silenzi prima dell’uomo (oggi invece c’è sempre il rumore di un aereo o di un mezzo meccanico in lontananza), hanno sentito i sovrumani silenzi della genesi e poi i rumori inquietanti e maestosi della preistoria. Loro ci ricordano che noi non siamo i primi; ci rammentano che noi siamo venuti dopo, dopo le rocce, le piante, gli

12 CAI MORBEGNO

Gite famigliari .... breve valutazione Si sono concluse le escursioni famigliari primaverili; tante persone, famiglie con bambini, pensionati e anche giovani, si sono dati il cambio nel parteciparvi. Abbiamo avuto la presenza media di cinquanta, sessanta persone a gita, contando circa centocinquanta differenti partecipanti che hanno aderito ad una delle nostre proposte. Questi numeri solo per richiamare l’attenzione verso i bisogni che accomunano tanti di noi che amano trascorrere parte del proprio tempo libero a contatto con la natura e che, camminando insieme alla scoperta del territorio che ci circonda, nutrono la segreta speranza che anche i propri figli possano condividere con altri, bimbi e non, la gioia e la soddisfazione che può dare una giornata trascorsa a camminare lentamente, giocando, chiacchierando o scherzando in tutta libertà, dove leggere fatiche, in ambienti naturali di sorprendente bellezza, lasciano ricordi intensi. Quando abbiamo programmato queste gite, abbiamo pensato di poter incontrare l’adesione di un numero di persone di cui conoscevamo gli interessi. Vista la partecipazione di nuovi adepti, chiediamo a chi se la sente di farci pervenire verbalmente o per iscritto, consigli su nuove escursioni che possano soddisfare le esigenze del gruppo che si è creato. A questo punto non ci resta che sperare, interpretando anche le richieste dei partecipanti, che quest’iniziativa possa essere ripresa nell’autunno prossimo e che i due sodalizi che ci hanno sostenuto possano mettere in campo nuove energie per favorire un miglior proseguimento.

animali, dopo la congiunzione degli elementi, dopo una drammatica e segreta evoluzione. E le montagne, anche le più modeste ed accessibili, si portano addosso questo senso di mistero che proviene da ere lontane. Oggi l’uomo moderno, indebolito da innumerevoli comodità, ha perso il senso dell’epico e del sublime. Le montagne sono lì a ricordarci che il sublime continua ad esistere, che la Bellezza con la sua innocenza primordiale esiste e mi aspetta in cima ad una montagna, nel mezzo di un bosco, in una radura, sulle sponde di un laghetto alpino, in un prato, su un crinale. Ma la bellezza della Natura non è sola: c’è quella dell’uomo ad affiancarla. Mi riferisco alle costruzioni dell’uomo in montagna: baite, casere, chiese, cappelle, bivacchi; costruzioni sacre e profane, per lo più utili, funzionali come un ponticello, uno steccato, un abbeveratoio, una fontana, un muretto; realizzate con materiale del

luogo, pietra e legname, costruzioni sobrie, rudi, spartane, essenziali, semplici e a loro modo titaniche, frutto di tenaci e sapienti fatiche, espressioni di un gusto semplice e schietto. Sono costruzioni che continuano e moltiplicano nella loro grezza od elegante modestia il lavoro creativo della Natura, opere umane che non offendono, ma rispettano ed onorano la Natura, rispecchiandone alcune caratteristiche: la fierezza, la durezza, la severità, la grazia rude, l’arcigna generosità, la misteriosa e ombrosa semplicità. Noi uomini moderni, troppo sofisticati, abbiamo perso questi valori e ci è pure difficile percepirli e riconoscerli là dove in parte sono presenti, anche solo nelle loro secolari vestigia. Capita, così, che quando camminiamo in montagna, specie in gruppo, è facile che portiamo con noi in montagna i rumori della nostra “cittadina” civiltà

(etimologicamente il termine “civiltà” contiene il concetto di “città”): chiacchieriamo, ridiamo, scherziamo: tutte cose legittime e simpatiche che aiutano ad aggregarsi, ma che rischiano di “inquinare” l’occasione che la montagna ci sta offrendo; l’occasione cioè di evadere, staccarci dalla solita vita meccanica, ripetitiva e rumorosa delle città per recuperare il gusto della Natura nella quale nel passato eravamo certamente più immersi e quei valori cui accennavo sopra. Andare in montagna non è solo fare la fatica fisica della marcia, ma è anche sforzarci di ascoltare i rumori, i suoni della natura, i suoi silenzi, lo sforzo di far tacere le nostre voci per contemplare e percepire un’altra dimensione cui non siamo più abituati, ma che ci appartiene in quanto uomini, non solo perché figli di chi con le montagne ha dovuto fare i conti, ma soprattutto perché le montagne fanno parte del paesaggio interiore, mentale, spirituale e fantastico dell’umanità.

Silvana, Roberto e Giacomina

Alcuni momenti nel corso delle gite al tempietto di S.Fedelino e a Savogno

CAI MORBEGNO 13


Svalbard

Scialpinismo al sole di mezzanotte di Franco Scotti

Vista dall’aereo della regione meridionale dell’isola di Spitsbergen Nella pagina a fianco: salita notturna al Mcloudfjellet

14 CAI MORBEGNO

L’arcipelago delle Isole Svalbard si trova all’80° parallelo N, a 800 Km dalla Norvegia e a 1000 Km dal Polo N. Il territorio è coperto per il 60% dai ghiacciai e il benefico effetto della corrente del Golfo, che scioglie d’estate la calotta polare, ha permesso gli insediamenti umani più settentrionali del mondo: circa 3000 abitanti, in prevalenza russi, dediti alla pesca o all’estrazione di carbone da antichi giacimenti ancora produttivi. Da queste isole partirono tutte le storiche esplorazioni polari di Nansen, Amundsen, Nobile. Svalbard significa “coste aguzze e fredde” per l’orografia montagnosa, spesso con profili arditi, che ha inevitabilmente stimolato la nostra curiosità e il desiderio di conoscere un ambiente selvaggio e insolito, che si presta ad uno sci-alpinismo d’avventura e di esplorazione con le caratteristiche di piccola “spedizione”, non essendo disponibili strutture d’appoggio fisse. CAI MORBEGNO 15


Svalbard

Scialpinismo al sole di mezzanotte di Franco Scotti

Vista dall’aereo della regione meridionale dell’isola di Spitsbergen Nella pagina a fianco: salita notturna al Mcloudfjellet

14 CAI MORBEGNO

L’arcipelago delle Isole Svalbard si trova all’80° parallelo N, a 800 Km dalla Norvegia e a 1000 Km dal Polo N. Il territorio è coperto per il 60% dai ghiacciai e il benefico effetto della corrente del Golfo, che scioglie d’estate la calotta polare, ha permesso gli insediamenti umani più settentrionali del mondo: circa 3000 abitanti, in prevalenza russi, dediti alla pesca o all’estrazione di carbone da antichi giacimenti ancora produttivi. Da queste isole partirono tutte le storiche esplorazioni polari di Nansen, Amundsen, Nobile. Svalbard significa “coste aguzze e fredde” per l’orografia montagnosa, spesso con profili arditi, che ha inevitabilmente stimolato la nostra curiosità e il desiderio di conoscere un ambiente selvaggio e insolito, che si presta ad uno sci-alpinismo d’avventura e di esplorazione con le caratteristiche di piccola “spedizione”, non essendo disponibili strutture d’appoggio fisse. CAI MORBEGNO 15


A sinistra: a mezzanotte sull’immenso ghiacciaio Veteranenbreen A destra: autoscatto dopo la salita notturna del Mcloudfjellet a 30° sottozero

Ha sicuramente favorito la nostra scelta la presenza in loco di Stefano Poli, originario della Val Sassina, che da 15 anni vive lassù, abilitato alla professione di “Guida Polare”, e organizza su richiesta viaggi ed esplorazioni nelle isole. Ci siamo aggregati io, mio figlio Riccardo e Natalino Bavo, a un gruppo della Valsassina composto dall’amico Renato Pizzagalli e dalle guide alpine Marco Della Santa, Giorgio Tessari e Giovanni Poli. Sull’isola si aggiungeranno Stefania Tonello di Padova e il norvegese Torbyon. Già il viaggio aereo riserva la prima emozione. Partiti col buio da Oslo alle 10 di sera del 24\04\03, ritroviamo ben presto la luce, e un sole dorato ci accoglie allo sbarco, all’una di notte, all’aeroporto di Longyearbyen. Non farà più notte per dieci giorni, fino al rientro a casa. Dopo poche ore ci infiliamo, con tutti i nostri vestiti addosso, in una enorme tuta polare per effettuare il trasferimento in motoslitta nella regione di Atomfjella, 16 CAI MORBEGNO

180 Km all’interno, dove si trovano le più alte e belle montagne delle Svalbard. Le motoslitte, da noi solitamente osteggiate, sono qui l’unico mezzo di trasporto, insieme alla barca d’estate. Infatti i pochi minuscoli centri abitati, tutti sulle coste, non sono collegati da strade e il terreno, innevato per 8 mesi l’anno, si trasforma d’estate, causa il permafrost (il suolo perennemente gelato sotto i 50-60 cm) in un acquitrino. Per lo stesso motivo le linde e colorate casette di legno sono costruite su palafitte. Ci viene affidata una motoslitta con rimorchio che “smanettiamo”, con un pò di maldestre acrobazie, lungo un bellissimo percorso su fiordi gelati, valloni, colli ghiacciati,e dopo sei ore montiamo le tende sul Veteranenbreen, uno dei più vasti ghiacciai dell’isola, a 895 m di quota. Cediamo i mezzi e l’abbigliamento speciale ad un gruppetto di Norvegesi che ritornano, e restiamo così in completo isolamento.

Sopra: in vetta al Solfjellet nella regione di Atomfjella Sotto: il Veteranenbreen e le vette dell’Atomfjella viste dal Mcloudfjellet alle 2 di notte.

Il freddo è l’elemento che più caratterizza l’inospitabilità di questi luoghi. Malgrado fossimo attrezzati e preparati (Riccardo seguiva da tempo in Internet l’andamento climatico della capitale) abbiamo trovato condizioni più dure del previsto. Spesso il mercurio del termometro si rintanava nel bulbo a fondo scala di - 30° senza più riemergere per molte ore, e in tenda è sceso fino a - 23. Questo significa: infilare i piedi gelati negli scarponi ghiacciati, non potersi mai togliere guanti e berretto, non potersi lavare nemmeno con le salviettine (trasformate in ghiaccioli), dover scaldare sempre sul fornello le pelli di foca per riattivare la colla...ma poi ci si adegua a tutto, e ci si riscalda un pò andando in giro con gli sci. Il terreno di gioco è vastissimo e le escursioni hanno tutte in comune un avvicinamento spesso fastidioso su ghiacciaio pianeggiante, e una salita in vetta spesso ripida da affrontare coi ramponi. CAI MORBEGNO 17


A sinistra: a mezzanotte sull’immenso ghiacciaio Veteranenbreen A destra: autoscatto dopo la salita notturna del Mcloudfjellet a 30° sottozero

Ha sicuramente favorito la nostra scelta la presenza in loco di Stefano Poli, originario della Val Sassina, che da 15 anni vive lassù, abilitato alla professione di “Guida Polare”, e organizza su richiesta viaggi ed esplorazioni nelle isole. Ci siamo aggregati io, mio figlio Riccardo e Natalino Bavo, a un gruppo della Valsassina composto dall’amico Renato Pizzagalli e dalle guide alpine Marco Della Santa, Giorgio Tessari e Giovanni Poli. Sull’isola si aggiungeranno Stefania Tonello di Padova e il norvegese Torbyon. Già il viaggio aereo riserva la prima emozione. Partiti col buio da Oslo alle 10 di sera del 24\04\03, ritroviamo ben presto la luce, e un sole dorato ci accoglie allo sbarco, all’una di notte, all’aeroporto di Longyearbyen. Non farà più notte per dieci giorni, fino al rientro a casa. Dopo poche ore ci infiliamo, con tutti i nostri vestiti addosso, in una enorme tuta polare per effettuare il trasferimento in motoslitta nella regione di Atomfjella, 16 CAI MORBEGNO

180 Km all’interno, dove si trovano le più alte e belle montagne delle Svalbard. Le motoslitte, da noi solitamente osteggiate, sono qui l’unico mezzo di trasporto, insieme alla barca d’estate. Infatti i pochi minuscoli centri abitati, tutti sulle coste, non sono collegati da strade e il terreno, innevato per 8 mesi l’anno, si trasforma d’estate, causa il permafrost (il suolo perennemente gelato sotto i 50-60 cm) in un acquitrino. Per lo stesso motivo le linde e colorate casette di legno sono costruite su palafitte. Ci viene affidata una motoslitta con rimorchio che “smanettiamo”, con un pò di maldestre acrobazie, lungo un bellissimo percorso su fiordi gelati, valloni, colli ghiacciati,e dopo sei ore montiamo le tende sul Veteranenbreen, uno dei più vasti ghiacciai dell’isola, a 895 m di quota. Cediamo i mezzi e l’abbigliamento speciale ad un gruppetto di Norvegesi che ritornano, e restiamo così in completo isolamento.

Sopra: in vetta al Solfjellet nella regione di Atomfjella Sotto: il Veteranenbreen e le vette dell’Atomfjella viste dal Mcloudfjellet alle 2 di notte.

Il freddo è l’elemento che più caratterizza l’inospitabilità di questi luoghi. Malgrado fossimo attrezzati e preparati (Riccardo seguiva da tempo in Internet l’andamento climatico della capitale) abbiamo trovato condizioni più dure del previsto. Spesso il mercurio del termometro si rintanava nel bulbo a fondo scala di - 30° senza più riemergere per molte ore, e in tenda è sceso fino a - 23. Questo significa: infilare i piedi gelati negli scarponi ghiacciati, non potersi mai togliere guanti e berretto, non potersi lavare nemmeno con le salviettine (trasformate in ghiaccioli), dover scaldare sempre sul fornello le pelli di foca per riattivare la colla...ma poi ci si adegua a tutto, e ci si riscalda un pò andando in giro con gli sci. Il terreno di gioco è vastissimo e le escursioni hanno tutte in comune un avvicinamento spesso fastidioso su ghiacciaio pianeggiante, e una salita in vetta spesso ripida da affrontare coi ramponi. CAI MORBEGNO 17


Verso il Perriertoppen 1710m la seconda cima per altezza delle Isole Svalbard.

A spasso sui pendii del Malloryfjellet Costruzione di un Igloo al campo base.

«Che sciada!!», il magnifico canalone meridionale dell’Irvinfjellet

L’innevamento era piuttosto scarso, circa 80 cm sul ghiacciaio, ma le condizioni della neve erano ottime, con 20-30 cm di polvere su fondo duro. La scarsità di precipitazioni e di vento e le temperature costantemente basse fan si che questa neve leggerissima resti appesa a pareti e canali,con pericolo di valanghe pressocchè inesistente. La neve è talmente fredda e leggera che gli sci, in discesa, la sollevano in una nuvola persistente alta decine di metri. I dislivelli sono moderati, 800 1000 m , in quanto le vette più alte superano di poco i 1700 m. Qui non esistono toponimi locali e le vette portano il nome degli esploratori o di famosi alpinisti o scienziati: Newtontoppen, Irvinfjellet,

18 CAI MORBEGNO

Heinsteintoppen...... In questi luoghi si perde la cognizione del tempo e l’orologio rimane inutilizzato. A qualsiasi ora si dorme, si mangia, si sale, si scende. Sicuramente le escursioni più affascinanti sono quelle “notturne”, quando il sole, girando in tondo, si abbassa sull’orizzonte allungando le ombre creando una luce dorata dai toni caldi, in contrasto con la temperatura che raggiunge i livelli minimi. Allora, nell’aria calma della vetta, il silenzio è incredibile, la vista spazia per centinaia di km verso il pack del polo incrementando una acuta sensazione di isolamento senza alcuna ansia nè angoscia anzi, la consapevolezza di essere quasi in cima al mondo, in questo desolato ma splendido

Sotto: salita al Solfjellet

ambiente di neve e di luce, infonde una sensazione di pace da assaporare fino in fondo. La possibilità di incontrare l’orso polare, il mammifero più pericoloso per l’uomo, è stata motivo sia di curiosità che di preoccupazione, ma siamo stati delusi (o fortunati?) in quanto ci siamo imbattuti soltanto nelle gigantesche impronte. Comunque siamo stati obbligati a noleggiare e a sciare con due fucili e una pistola, e a circondare le tende con un recinto anti orso armato di razzetti che dovrebbero spaventare la belva. Isolati senza alternative in questo luogo poco confortevole, la nostra attività sci-alpinistica, regolata solo dai ritmi fisiologici, non poteva che essere intensa e, per alcuni (Renato e Marco), anche frenetica, con salite e concatenamenti di più

vette o canali. Solo gli ultimi due giorni di permanenza al campo siamo stati avvolti dalla nebbia e dal nevischio che ha permesso solo qualche esercitazione col G.P.S. Fortunatamente il viaggio di ritorno in motoslitta è stato facilitato da una schiarita, al contrario avremmo probabilmente perso l’aereo. L’unico rammarico di questo viaggio è di non aver avuto il tempo di visitare al meglio il villaggio di Longyearbyen e la sua gente, per capire come si possa trascorrere una vita in un ambiente tanto ostile. Un velo di tristezza ha calato sui ricordi di questo viaggio la tragica scomparsa di Marco Della Santa, sopravvenuta qualche mese dopo. Lo ricorderò come un vero entusiasta dello sci e della neve, con una vivacità ed energia inesauribili. CAI MORBEGNO 19


Verso il Perriertoppen 1710m la seconda cima per altezza delle Isole Svalbard.

A spasso sui pendii del Malloryfjellet Costruzione di un Igloo al campo base.

«Che sciada!!», il magnifico canalone meridionale dell’Irvinfjellet

L’innevamento era piuttosto scarso, circa 80 cm sul ghiacciaio, ma le condizioni della neve erano ottime, con 20-30 cm di polvere su fondo duro. La scarsità di precipitazioni e di vento e le temperature costantemente basse fan si che questa neve leggerissima resti appesa a pareti e canali,con pericolo di valanghe pressocchè inesistente. La neve è talmente fredda e leggera che gli sci, in discesa, la sollevano in una nuvola persistente alta decine di metri. I dislivelli sono moderati, 800 1000 m , in quanto le vette più alte superano di poco i 1700 m. Qui non esistono toponimi locali e le vette portano il nome degli esploratori o di famosi alpinisti o scienziati: Newtontoppen, Irvinfjellet,

18 CAI MORBEGNO

Heinsteintoppen...... In questi luoghi si perde la cognizione del tempo e l’orologio rimane inutilizzato. A qualsiasi ora si dorme, si mangia, si sale, si scende. Sicuramente le escursioni più affascinanti sono quelle “notturne”, quando il sole, girando in tondo, si abbassa sull’orizzonte allungando le ombre creando una luce dorata dai toni caldi, in contrasto con la temperatura che raggiunge i livelli minimi. Allora, nell’aria calma della vetta, il silenzio è incredibile, la vista spazia per centinaia di km verso il pack del polo incrementando una acuta sensazione di isolamento senza alcuna ansia nè angoscia anzi, la consapevolezza di essere quasi in cima al mondo, in questo desolato ma splendido

Sotto: salita al Solfjellet

ambiente di neve e di luce, infonde una sensazione di pace da assaporare fino in fondo. La possibilità di incontrare l’orso polare, il mammifero più pericoloso per l’uomo, è stata motivo sia di curiosità che di preoccupazione, ma siamo stati delusi (o fortunati?) in quanto ci siamo imbattuti soltanto nelle gigantesche impronte. Comunque siamo stati obbligati a noleggiare e a sciare con due fucili e una pistola, e a circondare le tende con un recinto anti orso armato di razzetti che dovrebbero spaventare la belva. Isolati senza alternative in questo luogo poco confortevole, la nostra attività sci-alpinistica, regolata solo dai ritmi fisiologici, non poteva che essere intensa e, per alcuni (Renato e Marco), anche frenetica, con salite e concatenamenti di più

vette o canali. Solo gli ultimi due giorni di permanenza al campo siamo stati avvolti dalla nebbia e dal nevischio che ha permesso solo qualche esercitazione col G.P.S. Fortunatamente il viaggio di ritorno in motoslitta è stato facilitato da una schiarita, al contrario avremmo probabilmente perso l’aereo. L’unico rammarico di questo viaggio è di non aver avuto il tempo di visitare al meglio il villaggio di Longyearbyen e la sua gente, per capire come si possa trascorrere una vita in un ambiente tanto ostile. Un velo di tristezza ha calato sui ricordi di questo viaggio la tragica scomparsa di Marco Della Santa, sopravvenuta qualche mese dopo. Lo ricorderò come un vero entusiasta dello sci e della neve, con una vivacità ed energia inesauribili. CAI MORBEGNO 19


il

club

4000 di Riccardo Marchini

Esiste un club molto esclusivo, al quale è estremamente difficile accedere. Non servono raccomandazioni di amici influenti e tantomeno cospicui conti in banca o nobili origini; l’unica referenza, strettamente personale, non acquistabile né cedibile, è l’aver salito almeno 30 cime dell’arco alpino che superano i 4000 metri di quota. E’ il CLUB 4000 che accoglie gli alpinisti e gli sci-alpinisti che si prefiggono di collezionare, scalandole, tutte le vette delle Alpi la cui quota comincia con quattro.

20 CAI MORBEGNO

Quali sono e come sono stati scelti i 4000 delle Alpi? Nei primi anni ‘90 un gruppo di lavoro composto da esperti in campo alpinistico, guidato dal compianto Gino Buscaini, da Francois Laband e da Maurice Brandt, responsabili della redazione delle guide alpinistiche rispettivamente in Italia, Francia e Svizzera, ha censito 82 cime, scelte in una rosa più ampia di 129, utilizzando tre criteri fondamentali: • topografico, in base al quale vengono prese in considerazione quelle elevazioni che sovrastano di più di 30 metri il più alto colle adiacente e che distano almeno 50 metri da un altro 4000 contiguo; • morfologico, che si basa sulla riconoscibilità univoca della cima grazie alla conformazione dei suoi versanti; • alpinistico, che fa riferimento al livello qualitativo delle vie storiche di accesso alla vetta e alla loro frequentazione. Il criterio topografico è sufficientemente oggettivo, per cui tutti i 4000 che lo soddisfano sono stati inseriti nell’elenco. Gli altri due sono più soggettivi; la loro applicazione ha, quindi, richiesto di volta in volta un’adeguata giustificazione. Il risultato di questo minuzioso lavoro, riconosciuto ufficialmente dall’U.I.A.A., comprende 2 quote al di sopra dei 4000 metri nel Massiccio des Ecrins, 1 nel Gruppo del Gran Paradiso, 28 nel Gruppo del Monte Bianco, 41 nelle Alpi Vallesane e Pennine, 9 nelle Alpi Bernesi e 1 nel Gruppo del Bernina, il Pizzo Bernina stesso, avamposto orientale di questa sequenza di monti. Cinquanta di queste cime sono anche sci-alpinistiche e sono classificate in base alla loro fruibilità sciistica: quelle percorribili

Giovanni in vetta al Dente del Gigante, alle sue spalle il Monte Bianco con la parete della Brenva delimitata a sinistra dalla cresta di Peterey.

CAI MORBEGNO 21


il

club

4000 di Riccardo Marchini

Esiste un club molto esclusivo, al quale è estremamente difficile accedere. Non servono raccomandazioni di amici influenti e tantomeno cospicui conti in banca o nobili origini; l’unica referenza, strettamente personale, non acquistabile né cedibile, è l’aver salito almeno 30 cime dell’arco alpino che superano i 4000 metri di quota. E’ il CLUB 4000 che accoglie gli alpinisti e gli sci-alpinisti che si prefiggono di collezionare, scalandole, tutte le vette delle Alpi la cui quota comincia con quattro.

20 CAI MORBEGNO

Quali sono e come sono stati scelti i 4000 delle Alpi? Nei primi anni ‘90 un gruppo di lavoro composto da esperti in campo alpinistico, guidato dal compianto Gino Buscaini, da Francois Laband e da Maurice Brandt, responsabili della redazione delle guide alpinistiche rispettivamente in Italia, Francia e Svizzera, ha censito 82 cime, scelte in una rosa più ampia di 129, utilizzando tre criteri fondamentali: • topografico, in base al quale vengono prese in considerazione quelle elevazioni che sovrastano di più di 30 metri il più alto colle adiacente e che distano almeno 50 metri da un altro 4000 contiguo; • morfologico, che si basa sulla riconoscibilità univoca della cima grazie alla conformazione dei suoi versanti; • alpinistico, che fa riferimento al livello qualitativo delle vie storiche di accesso alla vetta e alla loro frequentazione. Il criterio topografico è sufficientemente oggettivo, per cui tutti i 4000 che lo soddisfano sono stati inseriti nell’elenco. Gli altri due sono più soggettivi; la loro applicazione ha, quindi, richiesto di volta in volta un’adeguata giustificazione. Il risultato di questo minuzioso lavoro, riconosciuto ufficialmente dall’U.I.A.A., comprende 2 quote al di sopra dei 4000 metri nel Massiccio des Ecrins, 1 nel Gruppo del Gran Paradiso, 28 nel Gruppo del Monte Bianco, 41 nelle Alpi Vallesane e Pennine, 9 nelle Alpi Bernesi e 1 nel Gruppo del Bernina, il Pizzo Bernina stesso, avamposto orientale di questa sequenza di monti. Cinquanta di queste cime sono anche sci-alpinistiche e sono classificate in base alla loro fruibilità sciistica: quelle percorribili

Giovanni in vetta al Dente del Gigante, alle sue spalle il Monte Bianco con la parete della Brenva delimitata a sinistra dalla cresta di Peterey.

CAI MORBEGNO 21


totalmente o quasi con gli sci, quelle a metà strada fra alpinismo e sci alpinismo e quelle al limite delle possibilità, da annoverare fra le discese di sci estremo. Il Club è internazionale. I suoi attuali 102 soci provengono, infatti, da tutta Europa, ma l’anima, come la maggior parte degli aderenti (ben 76), è italiana, perché il CLUB 4000 è nato in Italia da un’idea del piemontese Luciano Ratto (a tutt’oggi presidente) che nel 1993 decise con altri specialisti di dar vita a questa singolare iniziativa. L’adesione avviene per via telematica, inviando il proprio curriculum al sito del Club.

Giovanni in vetta al Dom de Mischabel, alle sue spalle il gruppo del Monte Rosa Nella foto a fianco il “nostro” 4000 con la Biancograt, il modo più elegante per arrivare in cima al Bernina.

22 CAI MORBEGNO

Luca Moroni durante la salita al Finsteraarhorn

Tra i soci ci sono anche tre valtellinesi. Il più anziano, classe 1956, è Mario Ragazzi di Chiesa Valmalenco, fra i pochissimi (con altri tre) ad aver salito tutte le 82 vette della lista. Gli altri due sono morbegnesi: Gianluca Moroni, che in questa gara con le Alpi è arrivato a quota 48, e Giovanni Rovedatti che di 4000 ne ha collezionati 63. Giovanni Rovedatti ha il merito di aver inserito, per primo, il nome di Morbegno nel Club. Il suo confronto con i 4000 era, per la verità, iniziato qualche anno prima che il sodalizio fosse inventato, perché già nel 1987 aveva affrontato con successo il 4000 di casa, il

Bernina, e nel 1988 la Dent d’Hérens nelle Alpi Pennine. Nei tre anni successivi era poi riuscito ad infilare una sequenza incredibile di una trentina di ascensioni ed altre 15 nel triennio 1992-94. Un bel bottino se si pensa che la stagione utile per l’alpinismo d’alta quota inizia ad agosto e dura una ventina di giorni nel Gruppo del Monte Bianco,

A sinistra il Cervino da Zermatt

mentre nel Vallese si può protrarre al massimo fino a metà settembre. L’agognata soglia della 50a salita, quella che gli permise di accedere al Club, arrivò nel 1995 quando, in compagnia dell’ossolano Marco Borgini, salì e discese con gli sci il Grand Combin de Grafeneire (4314 m), nelle Alpi Pennine, in traversata dal Gran Combin de Valsorey

(4184 m). Attualmente, dopo il doveroso rallentamento dovuto al matrimonio e ai sopraggiunti impegni famigliari, è a quota 63. La sua 62a ascensione, la penultima, l’ha realizzata il 16 agosto 2002 sulla Grande Rocheuse (4102 m), nel Gruppo del monte Bianco, con Mario Ragazzi che con quest’ultima fatica ha concluso il ciclo delle 82 vette previste dall’elenco. “Attraverso il Club ho potuto fare molte conoscenze e amicizie importanti” afferma Giovanni che nella sua avventura, lunga oramai 16 anni, si è legato in cordata con 26 alpinisti diversi. Molti di loro sono gli amici del C.A.I. di Morbegno, fra cui Gianluca Moroni che con Giovanni ha condiviso almeno trenta salite, ma molte sono state le cordate costruite attraverso il sito del Club. Fra tutte le ascensioni,

Giovanni, che si dichiara più sci-alpinista che alpinista, predilige le sci-alpinistiche e fra queste ricorda con particolare piacere quella effettuata il 17 maggio 1992 con Manuele Panzeri del Gruppo Gamma di Lecco al Monte Bianco. L’emozione di salire per la prima volta sul tetto d’Europa e la lunga discesa effettuata in condizioni ideali hanno fatto sì che questa avventura fosse collocata fra i ricordi più gradevoli. “Partiti dall’Italia con l’intenzione di utilizzare il primo tronco della funivia dell’Aiguille du Midi fino al Plan de l’Aiguille (m 2310), a Chamonix avemmo l’amara sorpresa di trovare gli impianti chiusi. Viste le previsioni del tempo veramente ottime, decidemmo di partire ugualmente. Il primo giorno dovemmo sorbirci un migliaio

di metri in più di dislivello, da quota 1300, poco distante dallo sbocco del tunnel del Bianco, a Les Bossons, fino ai 3050 m del Rifugio Grands Mulets. Il mattino seguente partimmo verso le due e, con gli sci ai piedi, salimmo al Rifugio Vallot (m 4362) da dove, sci in spalle, percorrendo la cresta des Bosses, raggiungemmo la cima del Bianco. Erano circa le nove. Una doverosa sosta per riposarci e per godere dello splendido panorama sulle vette circostanti, con soddisfazione tutte più basse rispetto a noi, poi giù lungo la parete Nord, che a tratti raggiunge pendenze anche di 40°. Al Grand Plateau ci ricongiungemmo all’itinerario di salita. In tutto 3000 metri di discesa mozzafiato, su neve perfetta, in un ambiente alpino di rara bellezza”. A Giovanni rimangono 19 salite per completare il suo programma. Ovviamente, come si conviene in questi casi, non si sbilancia, ma fa capire che sta meditando qualcosa di impegnativo. Qualunque sia l’impresa che ha in progetto, gli facciamo tanti auguri. Giovanni Rovedatti, nato a Morbegno nel 1968, è sposato da sette anni con Marialuisa Piganzoli. E’ papà di un bimbo, Marco, di tre anni, un altro è in arrivo. Dal 1984 è iscritto alla sezione di Morbegno del C.A.I. di cui è consigliere dal 1994. All’interno della sezione cura la biblioteca. Oltre alle 63 ascensioni della lista del CLUB 4000, alcune delle quali ripetute, ha all’attivo diverse salite con e senza sci sulle principali montagne della Valtellina, della Val Chiavenna e dell’Engadina.

CAI MORBEGNO 23


totalmente o quasi con gli sci, quelle a metà strada fra alpinismo e sci alpinismo e quelle al limite delle possibilità, da annoverare fra le discese di sci estremo. Il Club è internazionale. I suoi attuali 102 soci provengono, infatti, da tutta Europa, ma l’anima, come la maggior parte degli aderenti (ben 76), è italiana, perché il CLUB 4000 è nato in Italia da un’idea del piemontese Luciano Ratto (a tutt’oggi presidente) che nel 1993 decise con altri specialisti di dar vita a questa singolare iniziativa. L’adesione avviene per via telematica, inviando il proprio curriculum al sito del Club.

Giovanni in vetta al Dom de Mischabel, alle sue spalle il gruppo del Monte Rosa Nella foto a fianco il “nostro” 4000 con la Biancograt, il modo più elegante per arrivare in cima al Bernina.

22 CAI MORBEGNO

Luca Moroni durante la salita al Finsteraarhorn

Tra i soci ci sono anche tre valtellinesi. Il più anziano, classe 1956, è Mario Ragazzi di Chiesa Valmalenco, fra i pochissimi (con altri tre) ad aver salito tutte le 82 vette della lista. Gli altri due sono morbegnesi: Gianluca Moroni, che in questa gara con le Alpi è arrivato a quota 48, e Giovanni Rovedatti che di 4000 ne ha collezionati 63. Giovanni Rovedatti ha il merito di aver inserito, per primo, il nome di Morbegno nel Club. Il suo confronto con i 4000 era, per la verità, iniziato qualche anno prima che il sodalizio fosse inventato, perché già nel 1987 aveva affrontato con successo il 4000 di casa, il

Bernina, e nel 1988 la Dent d’Hérens nelle Alpi Pennine. Nei tre anni successivi era poi riuscito ad infilare una sequenza incredibile di una trentina di ascensioni ed altre 15 nel triennio 1992-94. Un bel bottino se si pensa che la stagione utile per l’alpinismo d’alta quota inizia ad agosto e dura una ventina di giorni nel Gruppo del Monte Bianco,

A sinistra il Cervino da Zermatt

mentre nel Vallese si può protrarre al massimo fino a metà settembre. L’agognata soglia della 50a salita, quella che gli permise di accedere al Club, arrivò nel 1995 quando, in compagnia dell’ossolano Marco Borgini, salì e discese con gli sci il Grand Combin de Grafeneire (4314 m), nelle Alpi Pennine, in traversata dal Gran Combin de Valsorey

(4184 m). Attualmente, dopo il doveroso rallentamento dovuto al matrimonio e ai sopraggiunti impegni famigliari, è a quota 63. La sua 62a ascensione, la penultima, l’ha realizzata il 16 agosto 2002 sulla Grande Rocheuse (4102 m), nel Gruppo del monte Bianco, con Mario Ragazzi che con quest’ultima fatica ha concluso il ciclo delle 82 vette previste dall’elenco. “Attraverso il Club ho potuto fare molte conoscenze e amicizie importanti” afferma Giovanni che nella sua avventura, lunga oramai 16 anni, si è legato in cordata con 26 alpinisti diversi. Molti di loro sono gli amici del C.A.I. di Morbegno, fra cui Gianluca Moroni che con Giovanni ha condiviso almeno trenta salite, ma molte sono state le cordate costruite attraverso il sito del Club. Fra tutte le ascensioni,

Giovanni, che si dichiara più sci-alpinista che alpinista, predilige le sci-alpinistiche e fra queste ricorda con particolare piacere quella effettuata il 17 maggio 1992 con Manuele Panzeri del Gruppo Gamma di Lecco al Monte Bianco. L’emozione di salire per la prima volta sul tetto d’Europa e la lunga discesa effettuata in condizioni ideali hanno fatto sì che questa avventura fosse collocata fra i ricordi più gradevoli. “Partiti dall’Italia con l’intenzione di utilizzare il primo tronco della funivia dell’Aiguille du Midi fino al Plan de l’Aiguille (m 2310), a Chamonix avemmo l’amara sorpresa di trovare gli impianti chiusi. Viste le previsioni del tempo veramente ottime, decidemmo di partire ugualmente. Il primo giorno dovemmo sorbirci un migliaio

di metri in più di dislivello, da quota 1300, poco distante dallo sbocco del tunnel del Bianco, a Les Bossons, fino ai 3050 m del Rifugio Grands Mulets. Il mattino seguente partimmo verso le due e, con gli sci ai piedi, salimmo al Rifugio Vallot (m 4362) da dove, sci in spalle, percorrendo la cresta des Bosses, raggiungemmo la cima del Bianco. Erano circa le nove. Una doverosa sosta per riposarci e per godere dello splendido panorama sulle vette circostanti, con soddisfazione tutte più basse rispetto a noi, poi giù lungo la parete Nord, che a tratti raggiunge pendenze anche di 40°. Al Grand Plateau ci ricongiungemmo all’itinerario di salita. In tutto 3000 metri di discesa mozzafiato, su neve perfetta, in un ambiente alpino di rara bellezza”. A Giovanni rimangono 19 salite per completare il suo programma. Ovviamente, come si conviene in questi casi, non si sbilancia, ma fa capire che sta meditando qualcosa di impegnativo. Qualunque sia l’impresa che ha in progetto, gli facciamo tanti auguri. Giovanni Rovedatti, nato a Morbegno nel 1968, è sposato da sette anni con Marialuisa Piganzoli. E’ papà di un bimbo, Marco, di tre anni, un altro è in arrivo. Dal 1984 è iscritto alla sezione di Morbegno del C.A.I. di cui è consigliere dal 1994. All’interno della sezione cura la biblioteca. Oltre alle 63 ascensioni della lista del CLUB 4000, alcune delle quali ripetute, ha all’attivo diverse salite con e senza sci sulle principali montagne della Valtellina, della Val Chiavenna e dell’Engadina.

CAI MORBEGNO 23


Pizzo Olano

Scialpinismo tra luci e penombre di Alfredo Praolini (Previsore c/o il Centro Nivometeorologico di Bormio)

L’attività professionale mi dà frequentemente l’opportunità di percorrere gli itinerari scialpinistici più conosciuti e rinomati, ma anche di andare alla ricerca di zone meno frequentate ove esaminare la stabilità dei versanti in funzione dell’innevamento, dell’esposizione, della pendenza, anche in relazione alle sollecitazioni determinate dal passaggio del singolo sciatore o di un sovraccarico più elevato. Abituato a percorrere le valli che si addentrano nelle Alpi Retiche, in particolare del settore Ortles-Cevedale e Alta Valtellina, per maggior conoscenza dei rilievi lombardi da più anni rincorro il desiderio di raggiungere le vette più importanti dei versanti orobici e della Valchiavenna: così, di anno in anno, vado a scoprire qualcosa di nuovo. A fine gennaio di questo anno

24 CAI MORBEGNO

ecco l’opportunità di salire sul Pizzo Olano. Non c’era di meglio che avvalersi della conoscenza dell’amico Lodovico per carpire il più possibile i segreti racchiusi nell’anfiteatro che si apre alla visione di chi raggiunge il Monte Olano. Da questo “dosso” si scorgono: a sinistra, più in ombra, la ripida parete nord della Rosetta con pendii e canali estremi in cui è facile intuire che ad ogni nevicata gli scaricamenti sono pressoché scontati; più al centro la parete, ancora con pendenze medie intorno ai 45-50°, che si prolunga fino a raggiungere la parte più esposta ad insolazione del Monte Combana; sull’estremità di destra il Pizzo Olano che si allunga verso il Pizzo dei Galli. Mentre Lodovico mette in luce ogni angolo non perdo occasione per scattare fotografie che potranno arricchire validamente

CAI MORBEGNO 25

Monte Olano: si esce dagli ultimi larici per imboccare il canale che conduce alla sella (Maiona) tra il Pizzo Olano e il pizzo dei Galli.


Pizzo Olano

Scialpinismo tra luci e penombre di Alfredo Praolini (Previsore c/o il Centro Nivometeorologico di Bormio)

L’attività professionale mi dà frequentemente l’opportunità di percorrere gli itinerari scialpinistici più conosciuti e rinomati, ma anche di andare alla ricerca di zone meno frequentate ove esaminare la stabilità dei versanti in funzione dell’innevamento, dell’esposizione, della pendenza, anche in relazione alle sollecitazioni determinate dal passaggio del singolo sciatore o di un sovraccarico più elevato. Abituato a percorrere le valli che si addentrano nelle Alpi Retiche, in particolare del settore Ortles-Cevedale e Alta Valtellina, per maggior conoscenza dei rilievi lombardi da più anni rincorro il desiderio di raggiungere le vette più importanti dei versanti orobici e della Valchiavenna: così, di anno in anno, vado a scoprire qualcosa di nuovo. A fine gennaio di questo anno

24 CAI MORBEGNO

ecco l’opportunità di salire sul Pizzo Olano. Non c’era di meglio che avvalersi della conoscenza dell’amico Lodovico per carpire il più possibile i segreti racchiusi nell’anfiteatro che si apre alla visione di chi raggiunge il Monte Olano. Da questo “dosso” si scorgono: a sinistra, più in ombra, la ripida parete nord della Rosetta con pendii e canali estremi in cui è facile intuire che ad ogni nevicata gli scaricamenti sono pressoché scontati; più al centro la parete, ancora con pendenze medie intorno ai 45-50°, che si prolunga fino a raggiungere la parte più esposta ad insolazione del Monte Combana; sull’estremità di destra il Pizzo Olano che si allunga verso il Pizzo dei Galli. Mentre Lodovico mette in luce ogni angolo non perdo occasione per scattare fotografie che potranno arricchire validamente

CAI MORBEGNO 25

Monte Olano: si esce dagli ultimi larici per imboccare il canale che conduce alla sella (Maiona) tra il Pizzo Olano e il pizzo dei Galli.


l’archivio della rivista “Neve e Valanghe” dell’AINEVA (Associazione Interregionale Neve e Valanghe) di cui il Centro Nivometeorologico di Bormio cura la redazione. Non c’è grossa difficoltà nell’individuare un itinerario sicuro per portarsi ai piedi delle vette sopra menzionate, tuttavia, la mattina presto, il sole basso sull’orizzonte orientale mette subito in risalto, quasi invitando lo scialpinista più freddoloso, la dorsale che conduce dritta al Pizzo dei Galli da cui poi proseguire. Altrimenti si percorrono, come nel nostro caso, gli ampi pascoli che superano la casera di Olano e conducono alla Baita di Cima. Purtroppo la situazione nivologica non è delle migliori né come sciabilità né a livello di stabilità delle masse nevose: croste da vento molto irregolari si alternano a deboli croste da rigelo talora difficili da incidere, solamente nelle zone più concave si evidenzia la presenza di neve fresca o di soffici lastroni dovuti all’ attività eolica dei giorni precedenti. Con serie di tornanti si percorre il bosco rado di larici ove l’esposizione sfavorevole alla radiazione solare, ma favorevole al deposito da vento, mantiene

26 CAI MORBEGNO

Sopra: dalla “Motta” di Olano vista dalla Rosetta all’Alpe Piazza

a lungo inalterata la struttura cristallina della neve e fa pregustare la discesa in neve asciutta a debole coesione. Ormai al limite della vegetazione la traccia richiede una maggior valutazione: i pendii si fanno più ripidi e, come per gran parte dei pendii orobici, il carico nevoso è spesso abbondante. Alla base dei canali, vecchi accumuli mascherati da sottili spessori di neve trasportata dal vento fanno capire al provetto scialpinista che le masse nevose più instabili sono già precipitate a valle, ma è tutto così tranquillo? Non è un giorno qualsiasi, è il 28 gennaio, 2 giorni dopo l’incidente che ha visto perire in valanga, proprio qui, 3 scialpinisti. Come molti altri escursionisti che sicuramente in quei giorni si sono recati lassù ci interroghiamo sull’accaduto senza “per forza” voler individuare dei colpevoli (o come definiti dalla stampa più avvezza agli scoop: degli assassini). Potranno esserci delle responsabilità ma non spetta a noi, dall’esterno, frugare nella penombra dell’evento per “sparare”

Sotto: ultimo pendio prima della vetta del Pizzo dei Galli, a destra si vede il canale della “Maiona” che sale al Pizzo Olano

giudizi sulle persone coinvolte. Allora si ragiona su pendenze, distribuzione della neve, qualità del manto nevoso, “vie normali” di salita, comportamento e dinamica di gruppo rispolverando non tanto le conoscenze teoriche apprese nei corsi di scialpinismo o nelle serate dedicate ai temi della prevenzione, ma collegandoci ad esperienze che fanno parte del bagaglio di ciascuno di noi frequentatori della montagna invernale. E’ capitato qui, in questo inverno, spesso sfavorevole alle condizioni di

stabilità del manto nevoso, come in altre stagioni invernali in tante altre parti dei rilievi lombardi o dell’intero arco alpino: così come al Pizzo Scalino nel lontano ’88 ed in Val Sambuzza nel ‘94. Il “rispetto” nell’ intraprendere il superamento del pendio finale, che permette di raggiungere la sella posta tra il Pizzo Olano ed il Pizzo dei Galli, è sottolineato da Lodovico che confessa di “attaccare” questo pendio solo con condizioni di neve assolutamente sicura e comunque non più di 4 volte su 10. Raggiungere la croce

posta sulla vetta diventa poi ulteriormente impegnativo: le pendenze superano anche i 40° ed è preferibile togliere gli sci e procedere sulla linea di massima pendenza, valutando l’eventuale presenza di lastroni da vento che potrebbero travolgerci. In alto la visuale è completa in tutte le direzioni e, come ogni volta che si raggiunge la vetta, trasale quel sapore di “conquista” e di dominio che pervade tutti gli alpinisti. Forse nella pratica dell’attività scialpinistica sarebbe opportuno frenare un po’ questo desiderio e, di tanto in tanto, in particolare quando le situazioni nivologiche ci trasmettono dei segnali, potrebbe essere preferibile “accontentarsi”, darsi del tempo per ammirare quanto ci circonda e rinunciare alla meta più alta e più ambita.

Arrivo alla Baita di Cima

CAI MORBEGNO 27


l’archivio della rivista “Neve e Valanghe” dell’AINEVA (Associazione Interregionale Neve e Valanghe) di cui il Centro Nivometeorologico di Bormio cura la redazione. Non c’è grossa difficoltà nell’individuare un itinerario sicuro per portarsi ai piedi delle vette sopra menzionate, tuttavia, la mattina presto, il sole basso sull’orizzonte orientale mette subito in risalto, quasi invitando lo scialpinista più freddoloso, la dorsale che conduce dritta al Pizzo dei Galli da cui poi proseguire. Altrimenti si percorrono, come nel nostro caso, gli ampi pascoli che superano la casera di Olano e conducono alla Baita di Cima. Purtroppo la situazione nivologica non è delle migliori né come sciabilità né a livello di stabilità delle masse nevose: croste da vento molto irregolari si alternano a deboli croste da rigelo talora difficili da incidere, solamente nelle zone più concave si evidenzia la presenza di neve fresca o di soffici lastroni dovuti all’ attività eolica dei giorni precedenti. Con serie di tornanti si percorre il bosco rado di larici ove l’esposizione sfavorevole alla radiazione solare, ma favorevole al deposito da vento, mantiene

26 CAI MORBEGNO

Sopra: dalla “Motta” di Olano vista dalla Rosetta all’Alpe Piazza

a lungo inalterata la struttura cristallina della neve e fa pregustare la discesa in neve asciutta a debole coesione. Ormai al limite della vegetazione la traccia richiede una maggior valutazione: i pendii si fanno più ripidi e, come per gran parte dei pendii orobici, il carico nevoso è spesso abbondante. Alla base dei canali, vecchi accumuli mascherati da sottili spessori di neve trasportata dal vento fanno capire al provetto scialpinista che le masse nevose più instabili sono già precipitate a valle, ma è tutto così tranquillo? Non è un giorno qualsiasi, è il 28 gennaio, 2 giorni dopo l’incidente che ha visto perire in valanga, proprio qui, 3 scialpinisti. Come molti altri escursionisti che sicuramente in quei giorni si sono recati lassù ci interroghiamo sull’accaduto senza “per forza” voler individuare dei colpevoli (o come definiti dalla stampa più avvezza agli scoop: degli assassini). Potranno esserci delle responsabilità ma non spetta a noi, dall’esterno, frugare nella penombra dell’evento per “sparare”

Sotto: ultimo pendio prima della vetta del Pizzo dei Galli, a destra si vede il canale della “Maiona” che sale al Pizzo Olano

giudizi sulle persone coinvolte. Allora si ragiona su pendenze, distribuzione della neve, qualità del manto nevoso, “vie normali” di salita, comportamento e dinamica di gruppo rispolverando non tanto le conoscenze teoriche apprese nei corsi di scialpinismo o nelle serate dedicate ai temi della prevenzione, ma collegandoci ad esperienze che fanno parte del bagaglio di ciascuno di noi frequentatori della montagna invernale. E’ capitato qui, in questo inverno, spesso sfavorevole alle condizioni di

stabilità del manto nevoso, come in altre stagioni invernali in tante altre parti dei rilievi lombardi o dell’intero arco alpino: così come al Pizzo Scalino nel lontano ’88 ed in Val Sambuzza nel ‘94. Il “rispetto” nell’ intraprendere il superamento del pendio finale, che permette di raggiungere la sella posta tra il Pizzo Olano ed il Pizzo dei Galli, è sottolineato da Lodovico che confessa di “attaccare” questo pendio solo con condizioni di neve assolutamente sicura e comunque non più di 4 volte su 10. Raggiungere la croce

posta sulla vetta diventa poi ulteriormente impegnativo: le pendenze superano anche i 40° ed è preferibile togliere gli sci e procedere sulla linea di massima pendenza, valutando l’eventuale presenza di lastroni da vento che potrebbero travolgerci. In alto la visuale è completa in tutte le direzioni e, come ogni volta che si raggiunge la vetta, trasale quel sapore di “conquista” e di dominio che pervade tutti gli alpinisti. Forse nella pratica dell’attività scialpinistica sarebbe opportuno frenare un po’ questo desiderio e, di tanto in tanto, in particolare quando le situazioni nivologiche ci trasmettono dei segnali, potrebbe essere preferibile “accontentarsi”, darsi del tempo per ammirare quanto ci circonda e rinunciare alla meta più alta e più ambita.

Arrivo alla Baita di Cima

CAI MORBEGNO 27


Il Ghiacciaio di

predarossa di Riccardo Scotti (operatore SGL e CGI-CAI)

Il Ghiacciaio di Predarossa,che butta le sue acque nel Masino,con i suoi 110 ha di superficie (dato relativo al 1990 e pubblicato su “Ghiacciai in Lombardia” ed Bolis 1992) è il ghiacciaio più vasto della Val Masino e del versante meridionale del M.Disgrazia. Noto al mondo alpinistico perché via d’accesso alla normale del M.Disgrazia, è stato uno dei ghiacciai delle Alpi centrali più studiati nel secolo scorso. Classificato come ghiacciaio di tipo vallivo, ha negli ultimi anni scoperto la sua vera “identità”. Il ghiacciaio presenta difatti una struttura molto complessa: un bacino superiore a prevalente alimentazione diretta che va dai 3400m della Sella di Pioda ai 2850m di una evidente barra rocciosa e una lingua valliva alimentata dalle valanghe che si staccano dalla cresta M.Disgrazia-Corni Bruciati, che scende fino ai 2615m della fronte. Attualmente il bacino superiore è ancora collegato alla lingua valliva ma negli ultimi anni questo 28 CAI MORBEGNO

Nella pagina a fianco: il ghiacciaio di Predarossa ripreso dal sommo della morena frontale nell’ottobre del 1983 e sotto nell’agosto del 2003 In queta pagina, il ghiacciaio ripreso dalla vetta del M.Disgrazia nell’agosto del 1987.

CAI MORBEGNO 29


Il Ghiacciaio di

predarossa di Riccardo Scotti (operatore SGL e CGI-CAI)

Il Ghiacciaio di Predarossa,che butta le sue acque nel Masino,con i suoi 110 ha di superficie (dato relativo al 1990 e pubblicato su “Ghiacciai in Lombardia” ed Bolis 1992) è il ghiacciaio più vasto della Val Masino e del versante meridionale del M.Disgrazia. Noto al mondo alpinistico perché via d’accesso alla normale del M.Disgrazia, è stato uno dei ghiacciai delle Alpi centrali più studiati nel secolo scorso. Classificato come ghiacciaio di tipo vallivo, ha negli ultimi anni scoperto la sua vera “identità”. Il ghiacciaio presenta difatti una struttura molto complessa: un bacino superiore a prevalente alimentazione diretta che va dai 3400m della Sella di Pioda ai 2850m di una evidente barra rocciosa e una lingua valliva alimentata dalle valanghe che si staccano dalla cresta M.Disgrazia-Corni Bruciati, che scende fino ai 2615m della fronte. Attualmente il bacino superiore è ancora collegato alla lingua valliva ma negli ultimi anni questo 28 CAI MORBEGNO

Nella pagina a fianco: il ghiacciaio di Predarossa ripreso dal sommo della morena frontale nell’ottobre del 1983 e sotto nell’agosto del 2003 In queta pagina, il ghiacciaio ripreso dalla vetta del M.Disgrazia nell’agosto del 1987.

CAI MORBEGNO 29


Sopra: il ghiacciaio di Predarossa ripreso dai Corni Bruciati nel settembre del 1981. Sopra a destra: la stessa foto ricostruita al computer mostra come probabilmente poteva presentarsi lo stesso ghiacciaio verso la fine della piccola era glaciale.

30 CAI MORBEGNO

prima metà del secolo scorso un imponente e costante ritiro (circa 500m lineari) con la conseguente separazione dal ghiacciaio di Corna Rossa avvenuta negli anni quaranta, e la prima comparsa della barra rocciosa di quota 2850 durante gli anni 50. Durante gli anni 60 la fronte del ghiacciaio rimane pressoché stazionaria, è il primo segnale di un breve periodo di controtendenza; difatti dal 1970 alla prima metà degli anni 80 il ghiacciaio, in linea con gli altri ghiacciai delle alpi, ha una pulsazione positiva che fa avanzare la fronte di quasi 150m. Gli anni seguenti fanno segnare un altro drastico ritiro che già nei primi anni 90 riporta la fronte ai livelli degli anni 50. Dal 1990 inizia il monitoraggio da parte del Servizio Glaciologico Lombardo che, grazie alla passione dei suoi operatori volontari, ci fornisce una importantissima mole di dati, immagini e commenti. Nel 1992 vengono posizionati i primi capisaldi per le misurazioni frontali ad opera di M. Urso e C. Pistoni. Nel 1993 riemerge la fascia rocciosa a 2850m e il ghiacciaio inizia un drastico ritiro che fa arretrare la fronte di 70m all’anno. Nel 1995 assistiamo ad un’altra annata collegamento sta diventando sempre meno dinamico e, a breve, se le condizioni climatiche non cambieranno, avverrà, per la prima volta da quando il ghiacciaio viene monitorato, la sua suddivisione in due apparati, superiore ed inferiore. Dallo studio delle morene latero-frontali, ancora oggi imponenti e ottimamente conservate, si deduce che la fronte, nella sua massima avanzata durante la piccola

età glaciale, scendeva quasi a 2200m all’altezza del secondo pianoro che si incontra salendo al Rifugio Ponti. Un secondo lobo frontale rimaneva sospeso a 2600m, in sinistra orografica, nei pressi di “quota 2618m IGM”. A quei tempi il bacino alto del ghiacciaio andava ad alimentare tramite l’effluenza del P.so Cecilia il ghiacciaio di Pioda Sud. Dai primi controlli del 1912 di Sangiorgi il ghiacciaio ha subito nella

incredibilmente negativa, la fronte arretra di ben 131,5m. Il 1996 vede un arretramento frontale più contenuto:28m e un buon residuo nevoso nel bacio di accumulo. Il 1997 va ancora un poco meglio e la fronte arretra di soli 7m, l’innevamento residuo risulta abbastanza consistente. La stagione 1998 ,estremamente negativa sulla maggior parte dei ghiacciai lombardi, non risparmia il Predarossa che arretra ancora di ben 30m; anche il 99 presenta un arretramento frontale simile ma ,perlomeno, un minimo residuo nevoso dell’anno. L’anno 2000 risulta solo moderatamente negativo con un arretramento frontale minimo (3m) e un innevamento residuo consistente che ricopre il ghiacciaio fino a 2850m di quota. Interessante notare come il bilancio di massa annuo sia stato influenzato in maniera rilevante dalle nevicate estive che in due episodi hanno portato sul ghiacciaio cospicui apporti nevosi (80cm di neve il 4 agosto 2000 al rif. Ponti). Questa annata potrebbe essere vista come l’avanguardia dell’estremizzazione dei fenomeni che stiamo vivendo da qualche tempo a questa parte. Il 2001 su tutte le alpi

La foto a fianco evidenzia l’abbondante copertura nevosa del ghiaciaio nell’agosto del 1984.

CAI MORBEGNO 31


Sopra: il ghiacciaio di Predarossa ripreso dai Corni Bruciati nel settembre del 1981. Sopra a destra: la stessa foto ricostruita al computer mostra come probabilmente poteva presentarsi lo stesso ghiacciaio verso la fine della piccola era glaciale.

30 CAI MORBEGNO

prima metà del secolo scorso un imponente e costante ritiro (circa 500m lineari) con la conseguente separazione dal ghiacciaio di Corna Rossa avvenuta negli anni quaranta, e la prima comparsa della barra rocciosa di quota 2850 durante gli anni 50. Durante gli anni 60 la fronte del ghiacciaio rimane pressoché stazionaria, è il primo segnale di un breve periodo di controtendenza; difatti dal 1970 alla prima metà degli anni 80 il ghiacciaio, in linea con gli altri ghiacciai delle alpi, ha una pulsazione positiva che fa avanzare la fronte di quasi 150m. Gli anni seguenti fanno segnare un altro drastico ritiro che già nei primi anni 90 riporta la fronte ai livelli degli anni 50. Dal 1990 inizia il monitoraggio da parte del Servizio Glaciologico Lombardo che, grazie alla passione dei suoi operatori volontari, ci fornisce una importantissima mole di dati, immagini e commenti. Nel 1992 vengono posizionati i primi capisaldi per le misurazioni frontali ad opera di M. Urso e C. Pistoni. Nel 1993 riemerge la fascia rocciosa a 2850m e il ghiacciaio inizia un drastico ritiro che fa arretrare la fronte di 70m all’anno. Nel 1995 assistiamo ad un’altra annata collegamento sta diventando sempre meno dinamico e, a breve, se le condizioni climatiche non cambieranno, avverrà, per la prima volta da quando il ghiacciaio viene monitorato, la sua suddivisione in due apparati, superiore ed inferiore. Dallo studio delle morene latero-frontali, ancora oggi imponenti e ottimamente conservate, si deduce che la fronte, nella sua massima avanzata durante la piccola

età glaciale, scendeva quasi a 2200m all’altezza del secondo pianoro che si incontra salendo al Rifugio Ponti. Un secondo lobo frontale rimaneva sospeso a 2600m, in sinistra orografica, nei pressi di “quota 2618m IGM”. A quei tempi il bacino alto del ghiacciaio andava ad alimentare tramite l’effluenza del P.so Cecilia il ghiacciaio di Pioda Sud. Dai primi controlli del 1912 di Sangiorgi il ghiacciaio ha subito nella

incredibilmente negativa, la fronte arretra di ben 131,5m. Il 1996 vede un arretramento frontale più contenuto:28m e un buon residuo nevoso nel bacio di accumulo. Il 1997 va ancora un poco meglio e la fronte arretra di soli 7m, l’innevamento residuo risulta abbastanza consistente. La stagione 1998 ,estremamente negativa sulla maggior parte dei ghiacciai lombardi, non risparmia il Predarossa che arretra ancora di ben 30m; anche il 99 presenta un arretramento frontale simile ma ,perlomeno, un minimo residuo nevoso dell’anno. L’anno 2000 risulta solo moderatamente negativo con un arretramento frontale minimo (3m) e un innevamento residuo consistente che ricopre il ghiacciaio fino a 2850m di quota. Interessante notare come il bilancio di massa annuo sia stato influenzato in maniera rilevante dalle nevicate estive che in due episodi hanno portato sul ghiacciaio cospicui apporti nevosi (80cm di neve il 4 agosto 2000 al rif. Ponti). Questa annata potrebbe essere vista come l’avanguardia dell’estremizzazione dei fenomeni che stiamo vivendo da qualche tempo a questa parte. Il 2001 su tutte le alpi

La foto a fianco evidenzia l’abbondante copertura nevosa del ghiaciaio nell’agosto del 1984.

CAI MORBEGNO 31


lombarde è stato un anno eccezionalmente positivo per le dinamiche glaciali. Non fa eccezione il gruppo del Disgrazia che è stato, tra l’altro , il secondo gruppo montuoso più favorito dopo le Orobie dalla serie infinita di perturbazioni atlantiche che hanno investito le alpi centrali durante la stagione di accumulo. Il ghiacciaio presenta così a fine stagione un innevamento residuo completo su tutta la sua superficie, tutti i crepacci sono chiusi ancora a fine stagione, e i grandi conoidi valaghivi che scendono dalla parete sudovest del Disgrazia risultano di dimensioni inusitate. La banda rocciosa che tende a dividere il ghiacciaio è completamente coperta da uno spesso strato di neve residua. Il 2002 riporta il ghiacciaio alla dura realtà di un cambiamento climatico che sembra inarrestabile, a causa di una stagione di accumulo a dir poco disastrosa e di un estate seppur non troppo calda e in parte nevosa, la neve dell’anno a fine stagione non esiste più e, ancora più grave, il firn dell’anno precedente rimane gravemente intaccato. La fronte dopo due stagioni di semi stazionarietà arretra di altri 13m. Orami siamo ai giorni nostri; Il ghiacciaio quest’anno, nonostante un ottima stagione di accumulo, non ha potuto niente contro un estate iniziata a metà aprile e proseguita in maniera del tutto eccezionale fino alla data in cui sto scrivendo (19 agosto). Il ghiacciaio anche a causa dell’esposizione sfavorevole ha subito in maniera drastica il caldo eccezionale di giugno e la neve residua ha lasciato il posto al 32 CAI MORBEGNO

Nella pagina a fianco: il versante sud del Disgrazia ripreso da circa 2900 m di quota nel punto dove, nel 1993 sul ghiacciaio, è riemersa la fascia rocciosa. In questa pagina: il M.Disgrazia ripreso da Scermendone.

ghiaccio vivo già ai primi di luglio. Le provvidenziali ma poco consistenti spolverate successive non hanno potuto contrastare un altro mese rovente come luglio e men che meno un inizio di Agosto ancora all’insegna del caldo torrido. Si va così profilando un’altra stagione eccezionalmente negativa per il più grande ghiacciaio della Val Masino. La speranza è che un estate del tutto eccezionale come questa risulti un evento isolato, in caso contrario le prospettive per il Preda Rossa e per gli altri ghiacciai Valtellinesi sono tutt’altro che rosee…

BIBLIOGRAFIA • Servizio Glaciologico Lombardo: Ghiacciai in Lombardia ed. Bolis 1992 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno I 1998 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno II 1999 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno III 2000 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno IV 2001 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno V 2002 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno VI 2003 • Servizio Glaciologico Lombardo: Ghiacciai,Glacionevati e forme glaciali minori della Lombardia, rilievi annuali 1990/2001 • CESI: www.cesi.it/greeninfo/ Ghiacciai/ghiacciai.asp

CAI MORBEGNO 33


lombarde è stato un anno eccezionalmente positivo per le dinamiche glaciali. Non fa eccezione il gruppo del Disgrazia che è stato, tra l’altro , il secondo gruppo montuoso più favorito dopo le Orobie dalla serie infinita di perturbazioni atlantiche che hanno investito le alpi centrali durante la stagione di accumulo. Il ghiacciaio presenta così a fine stagione un innevamento residuo completo su tutta la sua superficie, tutti i crepacci sono chiusi ancora a fine stagione, e i grandi conoidi valaghivi che scendono dalla parete sudovest del Disgrazia risultano di dimensioni inusitate. La banda rocciosa che tende a dividere il ghiacciaio è completamente coperta da uno spesso strato di neve residua. Il 2002 riporta il ghiacciaio alla dura realtà di un cambiamento climatico che sembra inarrestabile, a causa di una stagione di accumulo a dir poco disastrosa e di un estate seppur non troppo calda e in parte nevosa, la neve dell’anno a fine stagione non esiste più e, ancora più grave, il firn dell’anno precedente rimane gravemente intaccato. La fronte dopo due stagioni di semi stazionarietà arretra di altri 13m. Orami siamo ai giorni nostri; Il ghiacciaio quest’anno, nonostante un ottima stagione di accumulo, non ha potuto niente contro un estate iniziata a metà aprile e proseguita in maniera del tutto eccezionale fino alla data in cui sto scrivendo (19 agosto). Il ghiacciaio anche a causa dell’esposizione sfavorevole ha subito in maniera drastica il caldo eccezionale di giugno e la neve residua ha lasciato il posto al 32 CAI MORBEGNO

Nella pagina a fianco: il versante sud del Disgrazia ripreso da circa 2900 m di quota nel punto dove, nel 1993 sul ghiacciaio, è riemersa la fascia rocciosa. In questa pagina: il M.Disgrazia ripreso da Scermendone.

ghiaccio vivo già ai primi di luglio. Le provvidenziali ma poco consistenti spolverate successive non hanno potuto contrastare un altro mese rovente come luglio e men che meno un inizio di Agosto ancora all’insegna del caldo torrido. Si va così profilando un’altra stagione eccezionalmente negativa per il più grande ghiacciaio della Val Masino. La speranza è che un estate del tutto eccezionale come questa risulti un evento isolato, in caso contrario le prospettive per il Preda Rossa e per gli altri ghiacciai Valtellinesi sono tutt’altro che rosee…

BIBLIOGRAFIA • Servizio Glaciologico Lombardo: Ghiacciai in Lombardia ed. Bolis 1992 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno I 1998 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno II 1999 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno III 2000 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno IV 2001 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno V 2002 • Servizio Glaciologico Lombardo: Terra Glacialis anno VI 2003 • Servizio Glaciologico Lombardo: Ghiacciai,Glacionevati e forme glaciali minori della Lombardia, rilievi annuali 1990/2001 • CESI: www.cesi.it/greeninfo/ Ghiacciai/ghiacciai.asp

CAI MORBEGNO 33


masino Val

Considerazioni su un turismo possibile di Riccardo Marchini

34 CAI MORBEGNO

Pare che il turismo sia diventato il rimedio alle difficoltà socio-economiche dell’intera provincia, tanto che non esiste amministrazione che trascuri di inserire nel proprio programma di governo un capitolo riguardante questo settore. Se ciò è logico e comprensibile per molte località, per altre lo è molto meno. La realtà è, infatti, quella che vediamo quotidianamente. Eccettuate le stazioni oramai affermate grazie soprattutto, è bene sottolinearlo, allo sci, da una parte assistiamo al proliferare di piccole aziende agrituristiche che propongono, spesso solo sulla carta, una ruralità sempre più difficile da trovare e sempre più artificiale, dall’altra troviamo località che, attraverso le Pro Loco, offrono pacchetti turistici fotocopia e di qualità medio-bassa: briciole di turismo culturale disseminate su un territorio troppo vasto, alcuni (lodevoli) concerti organistici estivi nelle nostre belle chiese e qualche concorso di pittura. Il momento collettivo e ricreativo si concretizza, salvo alcune eccezioni, nelle varie feste a base di “polenta e …”, uguali in Valtellina e in Valchiavenna come in Valsassina e in tutte le località della montagna lombarda. Di veramente tipico c’è pochissimo. L’aspetto spettacolare è demandato alle manifestazioni sportive del momento: gare di mountain bike,

Pare che il turismo sia diventato il rimedio alle difficoltà socio-economiche dell’intera provincia, tanto che non esiste amministrazione che trascuri di inserire nel proprio programma di governo un capitolo riguardante questo settore. Se ciò è logico e comprensibile per molte località, per altre lo è molto meno. La realtà è, infatti, quella che vediamo quotidianamente. Eccettuate le stazioni oramai affermate grazie soprattutto, è bene sottolinearlo, allo sci, da Due delassistiamo Museo una miti parte al del Masino, il Badiproliferare di piccole aziende le e il Cengalo agrituristiche che propongono, spesso solo sulla carta, una ruralità sempre più difficile da trovare e sempre più artificiale, dall’altra troviamo località che, attraverso le Pro Loco, offrono pacchetti turistici fotocopia

CAI MORBEGNO 35


masino Val

Considerazioni su un turismo possibile di Riccardo Marchini

34 CAI MORBEGNO

Pare che il turismo sia diventato il rimedio alle difficoltà socio-economiche dell’intera provincia, tanto che non esiste amministrazione che trascuri di inserire nel proprio programma di governo un capitolo riguardante questo settore. Se ciò è logico e comprensibile per molte località, per altre lo è molto meno. La realtà è, infatti, quella che vediamo quotidianamente. Eccettuate le stazioni oramai affermate grazie soprattutto, è bene sottolinearlo, allo sci, da una parte assistiamo al proliferare di piccole aziende agrituristiche che propongono, spesso solo sulla carta, una ruralità sempre più difficile da trovare e sempre più artificiale, dall’altra troviamo località che, attraverso le Pro Loco, offrono pacchetti turistici fotocopia e di qualità medio-bassa: briciole di turismo culturale disseminate su un territorio troppo vasto, alcuni (lodevoli) concerti organistici estivi nelle nostre belle chiese e qualche concorso di pittura. Il momento collettivo e ricreativo si concretizza, salvo alcune eccezioni, nelle varie feste a base di “polenta e …”, uguali in Valtellina e in Valchiavenna come in Valsassina e in tutte le località della montagna lombarda. Di veramente tipico c’è pochissimo. L’aspetto spettacolare è demandato alle manifestazioni sportive del momento: gare di mountain bike,

Pare che il turismo sia diventato il rimedio alle difficoltà socio-economiche dell’intera provincia, tanto che non esiste amministrazione che trascuri di inserire nel proprio programma di governo un capitolo riguardante questo settore. Se ciò è logico e comprensibile per molte località, per altre lo è molto meno. La realtà è, infatti, quella che vediamo quotidianamente. Eccettuate le stazioni oramai affermate grazie soprattutto, è bene sottolinearlo, allo sci, da Due delassistiamo Museo una miti parte al del Masino, il Badiproliferare di piccole aziende le e il Cengalo agrituristiche che propongono, spesso solo sulla carta, una ruralità sempre più difficile da trovare e sempre più artificiale, dall’altra troviamo località che, attraverso le Pro Loco, offrono pacchetti turistici fotocopia

CAI MORBEGNO 35


A monte dell’abitato di Filorera si impone all’attenzione il Sasso Remenno, frequentata palestra di roccia.

cronoscalate, maratone in alta quota, che hanno oramai raggiunto una frequenza pressoché settimanale. Ovviamente tutto questo va bene, ma non crea ricadute di rilievo in termini economici, perché, come le indagini di mercato dimostrano, coinvolge un’utenza locale o poco più. Manca una politica convinta e mirata, capace di richiamare ospiti stanziali da fuori. Neppure gli appuntamenti televisivi di Mengacci e del Gabibbo sembrano lasciare traccia: il loro effetto mediatico si esaurisce nell’arco di una settimana. E’ un peccato, perché l’eccessiva dispersione delle energie in tante micro manifestazioni di campanile impedisce di concentrare gli sforzi su ciò che vale veramente la pena di valorizzare in alcune località e che può fare da traino al comparto turistico dell’intero mandamento, inducendo processi collaterali positivi. Escluse le stazioni di sport invernali, credo che lo sviluppo turistico di un territorio, quello che crea un sufficiente livello di economia, possa essere ricondotto sinteticamente a due affermazioni: • si può fare turismo dove esiste qualcosa

36 CAI MORBEGNO

di significativamente caratteristico, per qualità e quantità, meglio ancora se unico; • la fortuna turistica di una località dipende dall’utilizzo che gli abitanti fanno del loro ambiente. Se non si tiene conto anche di uno solo dei seguenti asserti il risultato è inevitabilmente mediocre. Proviamo ad applicare queste due regole alla Val Màsino che, pur avendo grandi potenzialità, fa fatica ad emergere. Per quanto riguarda la prima affermazione non ci sono dubbi, la Val Màsino ha le carte in regola: è una conchiglia scavata in un enorme blocco di granito dentro la quale è racchiusa la Val di Mello, unica in tutto l’arco alpino per le sue caratteristiche morfologiche, paesaggistiche, antropiche e sportive. Il suo

risale ad epoche lontane, perché già nel ‘500 Matteo Bandello aveva ambientato qui una delle sue novelle e lo storico Giovanni Guler all’inizio del ‘600, dopo aver descritto minuziosamente i benefici che quest’acqua “con la sua penetrante purezza e col suo temperato calore” arreca, concludeva: “Tutto ciò dovevo dire di questi bagni salutari, che costituiscono per la vallata un nobile e degno tesoro”. L’incontro della valle con l’alpinismo è invece più recente, ma importante e tale da lasciare il segno.

patrimonio ambientale chiede solo di essere valorizzato in modo corretto. Lo conosciamo bene: a Filorera ci accoglie un fondovalle pianeggiante e gradevole, solcato da un tranquillo torrente e occupato da una sequenza di coltivi che sfumano nella vegetazione di latifoglie. Da qui e dalle valli laterali che da essa si dipartono emergono, appoggiate su uno zoccolo di enormi massi, poderose bastionate granitiche solcate da cenge boscose. Più in alto le abetaie e le distese dei pascoli dalle quali spuntano, come le mura merlate di un castello, le pareti e le cime che formano il “regno del granito”, come viene definito dalla letteratura alpinistica. Ma non è tutto. La Val Màsino possiede altri due punti di forza: il termalismo e l’alpinismo. La fama della fonte termale

Buona parte della storia dell’alpinismo italiano e internazionale ha come sfondo i monti del Màsino. Tutti i rocciatori famosi si sono cimentati con queste pareti al limite della verticalità, che hanno rappresentato tappe fondamentali dell’evoluzione alpinistica. Assidui frequentatori di queste montagne furono, ad esempio, Riccardo Cassin e Walter Bonatti, esponenti simbolo di due epoche. Alla base della cresta frastagliata si snoda poi il Sentiero Roma che,

Sopra: la passerella dello stabilimento dei Bagni, immerso nella quiete di un bosco di abeti e faggi. Qui a fianco: distensive passeggiate per tutti in Val di Mello

CAI MORBEGNO 37


A monte dell’abitato di Filorera si impone all’attenzione il Sasso Remenno, frequentata palestra di roccia.

cronoscalate, maratone in alta quota, che hanno oramai raggiunto una frequenza pressoché settimanale. Ovviamente tutto questo va bene, ma non crea ricadute di rilievo in termini economici, perché, come le indagini di mercato dimostrano, coinvolge un’utenza locale o poco più. Manca una politica convinta e mirata, capace di richiamare ospiti stanziali da fuori. Neppure gli appuntamenti televisivi di Mengacci e del Gabibbo sembrano lasciare traccia: il loro effetto mediatico si esaurisce nell’arco di una settimana. E’ un peccato, perché l’eccessiva dispersione delle energie in tante micro manifestazioni di campanile impedisce di concentrare gli sforzi su ciò che vale veramente la pena di valorizzare in alcune località e che può fare da traino al comparto turistico dell’intero mandamento, inducendo processi collaterali positivi. Escluse le stazioni di sport invernali, credo che lo sviluppo turistico di un territorio, quello che crea un sufficiente livello di economia, possa essere ricondotto sinteticamente a due affermazioni: • si può fare turismo dove esiste qualcosa

36 CAI MORBEGNO

di significativamente caratteristico, per qualità e quantità, meglio ancora se unico; • la fortuna turistica di una località dipende dall’utilizzo che gli abitanti fanno del loro ambiente. Se non si tiene conto anche di uno solo dei seguenti asserti il risultato è inevitabilmente mediocre. Proviamo ad applicare queste due regole alla Val Màsino che, pur avendo grandi potenzialità, fa fatica ad emergere. Per quanto riguarda la prima affermazione non ci sono dubbi, la Val Màsino ha le carte in regola: è una conchiglia scavata in un enorme blocco di granito dentro la quale è racchiusa la Val di Mello, unica in tutto l’arco alpino per le sue caratteristiche morfologiche, paesaggistiche, antropiche e sportive. Il suo

risale ad epoche lontane, perché già nel ‘500 Matteo Bandello aveva ambientato qui una delle sue novelle e lo storico Giovanni Guler all’inizio del ‘600, dopo aver descritto minuziosamente i benefici che quest’acqua “con la sua penetrante purezza e col suo temperato calore” arreca, concludeva: “Tutto ciò dovevo dire di questi bagni salutari, che costituiscono per la vallata un nobile e degno tesoro”. L’incontro della valle con l’alpinismo è invece più recente, ma importante e tale da lasciare il segno.

patrimonio ambientale chiede solo di essere valorizzato in modo corretto. Lo conosciamo bene: a Filorera ci accoglie un fondovalle pianeggiante e gradevole, solcato da un tranquillo torrente e occupato da una sequenza di coltivi che sfumano nella vegetazione di latifoglie. Da qui e dalle valli laterali che da essa si dipartono emergono, appoggiate su uno zoccolo di enormi massi, poderose bastionate granitiche solcate da cenge boscose. Più in alto le abetaie e le distese dei pascoli dalle quali spuntano, come le mura merlate di un castello, le pareti e le cime che formano il “regno del granito”, come viene definito dalla letteratura alpinistica. Ma non è tutto. La Val Màsino possiede altri due punti di forza: il termalismo e l’alpinismo. La fama della fonte termale

Buona parte della storia dell’alpinismo italiano e internazionale ha come sfondo i monti del Màsino. Tutti i rocciatori famosi si sono cimentati con queste pareti al limite della verticalità, che hanno rappresentato tappe fondamentali dell’evoluzione alpinistica. Assidui frequentatori di queste montagne furono, ad esempio, Riccardo Cassin e Walter Bonatti, esponenti simbolo di due epoche. Alla base della cresta frastagliata si snoda poi il Sentiero Roma che,

Sopra: la passerella dello stabilimento dei Bagni, immerso nella quiete di un bosco di abeti e faggi. Qui a fianco: distensive passeggiate per tutti in Val di Mello

CAI MORBEGNO 37


collegando, spesso su aerei passaggi, nove valli, sette rifugi e quattro bivacchi, rappresenta una delle alte vie più celebrate nelle Alpi. Più in basso, infine, ha trovato la sua massima espressione l’alpinismo sportivo, anticipato in Val di Mello da Ivan Guerini, precursore negli anni ‘70 del VII grado. Sulla seconda affermazione, al contrario, le cose non vanno altrettanto bene. Se la comunità locale, nelle sue componenti pubblica e privata, ritiene che il turismo sia una parte importante del proprio futuro, deve inevitabilmente fare delle scelte. L’attività estrattiva, ad esempio, diffusa e aggressiva soprattutto nelle aree di pregio paesaggistico, è incompatibile con il turismo. Gli sbancamenti delle cave che costellano i pendii sono un pessimo biglietto da visita. Anche l’attuale flusso dei visitatori offre qualche motivo di riflessione. La valle non è in grado di assorbire la quantità di persone che in luglio e agosto vi si riversa, persone, per di più, che usano il territorio in modo indiscriminato, senza lasciare una contropartita economica. Sembra quasi un controsenso che la quantità delle presenze crei più difficoltà che benefici, ma, come avviene per l’acqua di un fiume, quando il flusso è

concentrato in brevi periodi, eccessivo e incontrollato si hanno solo danni. E’ necessario, perciò, trovare adeguate forme di regolamentazione, anche drastiche. I provvedimenti che in questi ultimi anni hanno cercato di eliminare il campeggio selvaggio e che hanno proibito il traffico veicolare sulla strada per la Val di Mello sono stati giusti e opportuni, ma occorre di più: le ordinanze devono essere applicate con decisione e provvedimenti opportuni vanno presi per ottenere il rispetto dell’ambiente e la pulizia dei luoghi. Perché, inoltre, non studiare analoghe forme di protezione per le valli dei Bagni e di Predarossa? La Val Màsino è un patrimonio per tutta la Bassa Valtellina, perciò le istituzioni pubbliche, Comune e Comunità Montana, devono dare corpo ad un piano coordinato in completa

Tre modi per interpretare i monti della Val Masino: sopra l’arrampicata sportiva su Luna Nascente, a sinistra l’alpinismo classico sul M.Disgrazia, a destra l’escursionismo d’alta quota lungo il sentiero Roma.

sintonia con gli operatori privati, albergatori, ristoratori, guide e gruppi locali. Partendo dall’esistente si deve individuare un percorso che coinvolga l’agricoltura di montagna, anche se modesta, l’ambiente, il termalismo e l’alpinismo come parti inscindibili dello stesso disegno. Senza programmazione non c’è futuro. Cinquant’anni fa, sul Notiziario del C.A.I. Milano, Enzo Gibelli immaginava la Val Màsino come “parco nazionale degli scalatori”. L’idea, esposta come sogno letterario, è tutt’altro che da trascurare. Sicuramente dal punto di vista alpinistico la Val Màsino è un museo all’aperto dove i pezzi della collezione sono i monti stessi. E’ sufficiente allora recuperare la dimensione epica della montagna e fare in modo, senza improvvisazioni, ma

supportati da un approfondito studio di marketing e di comunicazione mediatica, che questo alone emerga in ogni angolo della valle. Per le vie dei paesi, negli alberghi, nei ristoranti e nei rifugi si deve respirare un’atmosfera di alpinismo vissuto. In un simile contesto gli operatori, in particolare le guide, potrebbero diventare i ciceroni del museo proponendo ai propri clienti la ripetizione delle vie storiche e rendendosi custodi e comunicatori di quella ricca aneddotica alpinistica che le cronache e la tradizione orale ci hanno tramandato. Ovviamente non esistono ricette preconfezionate, ma progetti che devono trovare un riscontro nella realtà. Sicuramente, però, accanto alla pianificazione occorrono il convincimento, la disponibilità di tutti e, soprattutto, tanta, tanta qualità.

L’elegante spigolo Vinci al Cengalo

38 CAI MORBEGNO

CAI MORBEGNO 39


collegando, spesso su aerei passaggi, nove valli, sette rifugi e quattro bivacchi, rappresenta una delle alte vie più celebrate nelle Alpi. Più in basso, infine, ha trovato la sua massima espressione l’alpinismo sportivo, anticipato in Val di Mello da Ivan Guerini, precursore negli anni ‘70 del VII grado. Sulla seconda affermazione, al contrario, le cose non vanno altrettanto bene. Se la comunità locale, nelle sue componenti pubblica e privata, ritiene che il turismo sia una parte importante del proprio futuro, deve inevitabilmente fare delle scelte. L’attività estrattiva, ad esempio, diffusa e aggressiva soprattutto nelle aree di pregio paesaggistico, è incompatibile con il turismo. Gli sbancamenti delle cave che costellano i pendii sono un pessimo biglietto da visita. Anche l’attuale flusso dei visitatori offre qualche motivo di riflessione. La valle non è in grado di assorbire la quantità di persone che in luglio e agosto vi si riversa, persone, per di più, che usano il territorio in modo indiscriminato, senza lasciare una contropartita economica. Sembra quasi un controsenso che la quantità delle presenze crei più difficoltà che benefici, ma, come avviene per l’acqua di un fiume, quando il flusso è

concentrato in brevi periodi, eccessivo e incontrollato si hanno solo danni. E’ necessario, perciò, trovare adeguate forme di regolamentazione, anche drastiche. I provvedimenti che in questi ultimi anni hanno cercato di eliminare il campeggio selvaggio e che hanno proibito il traffico veicolare sulla strada per la Val di Mello sono stati giusti e opportuni, ma occorre di più: le ordinanze devono essere applicate con decisione e provvedimenti opportuni vanno presi per ottenere il rispetto dell’ambiente e la pulizia dei luoghi. Perché, inoltre, non studiare analoghe forme di protezione per le valli dei Bagni e di Predarossa? La Val Màsino è un patrimonio per tutta la Bassa Valtellina, perciò le istituzioni pubbliche, Comune e Comunità Montana, devono dare corpo ad un piano coordinato in completa

Tre modi per interpretare i monti della Val Masino: sopra l’arrampicata sportiva su Luna Nascente, a sinistra l’alpinismo classico sul M.Disgrazia, a destra l’escursionismo d’alta quota lungo il sentiero Roma.

sintonia con gli operatori privati, albergatori, ristoratori, guide e gruppi locali. Partendo dall’esistente si deve individuare un percorso che coinvolga l’agricoltura di montagna, anche se modesta, l’ambiente, il termalismo e l’alpinismo come parti inscindibili dello stesso disegno. Senza programmazione non c’è futuro. Cinquant’anni fa, sul Notiziario del C.A.I. Milano, Enzo Gibelli immaginava la Val Màsino come “parco nazionale degli scalatori”. L’idea, esposta come sogno letterario, è tutt’altro che da trascurare. Sicuramente dal punto di vista alpinistico la Val Màsino è un museo all’aperto dove i pezzi della collezione sono i monti stessi. E’ sufficiente allora recuperare la dimensione epica della montagna e fare in modo, senza improvvisazioni, ma

supportati da un approfondito studio di marketing e di comunicazione mediatica, che questo alone emerga in ogni angolo della valle. Per le vie dei paesi, negli alberghi, nei ristoranti e nei rifugi si deve respirare un’atmosfera di alpinismo vissuto. In un simile contesto gli operatori, in particolare le guide, potrebbero diventare i ciceroni del museo proponendo ai propri clienti la ripetizione delle vie storiche e rendendosi custodi e comunicatori di quella ricca aneddotica alpinistica che le cronache e la tradizione orale ci hanno tramandato. Ovviamente non esistono ricette preconfezionate, ma progetti che devono trovare un riscontro nella realtà. Sicuramente, però, accanto alla pianificazione occorrono il convincimento, la disponibilità di tutti e, soprattutto, tanta, tanta qualità.

L’elegante spigolo Vinci al Cengalo

38 CAI MORBEGNO

CAI MORBEGNO 39


Strade! perchè? Il CAI Morbegno e la proliferazione delle strade in montagna.

Normalmente, come gruppo CAI riteniamo non sia nostro compito, e spesso neppure corretto, entrare nel merito delle attività e delle scelte delle Amministrazioni pubbliche locali; in questo caso però le cose stanno in maniera differente; da qualche tempo ci troviamo a discutere, con toni più o meno allarmati, sul tema della realizzazione delle strade in montagna. Volutamente diciamo strade in montagna e non strade di montagna per sottolineare quella che secondo noi è la principale inadeguatezza di queste strutture, che con sempre maggior frequenza vediamo venir realizzate un po’ ovunque; e cioè il fatto che spesso questi percorsi, per finalità o per modalità, non sono rispettosi della montagna stessa, non si armonizzano con essa. Non siamo né puristi né idealisti che da comode scrivanie si prendono la briga di stilare giudizi su aspetti che conoscono solo marginalmente o di cui vedono solo una faccia. In realtà siamo tutte persone che vivono e lavorano sul territorio, ne percepiscono gli umori e i cambiamenti e come 40 CAI MORBEGNO

tali ci sentiamo in diritto, ma soprattutto sollecitati, a prendere posizione circa questo problema. Il fatto che noi si frequenti la montagna per passione non significa che noi la si identifichi solamente come “un terreno di gioco”; prima che alpinisti siamo gente di montagna e come tale estremamente attenti ed attaccati a tutti i suoi aspetti, non ultimo quello economico. E’ proprio quest’ultimo aspetto che normalmente viene scomodato per giustificare scelte o modalità realizzative spesso discutibili.

Le scelte

Non vogliamo qui sostenere che tutte le strade in montagna siano inutili, e il fatto che ci possa piacere il camminare, non vuol dire che pensiamo che tutti debbano fare altrettanto. Semplicemente riteniamo che, perché una strada venga realizzata in un ambiente montano, debba avere delle forti motivazioni alle spalle. Spesso si dice che una carrozzabile è vitale per poter permettere la prosecuzione di attività economiche legate allo sfruttamento della

montagna (sfalcio di prati, allevamento di bestiame, taglio di legname ecc.). Questo in parte è vero, come in parte è anche vero che queste attività economiche svolgono un ruolo importante nel mantenere vitale l’ambiente montano. E’ però utile domandarsi: è comunque necessario che tutti i maggenghi, tutti gli alpeggi o tutti i boschi debbano essere raggiunti da strade? E ancora: quante persone, visti i sacrifici a cui l’economia di montagna costringe, rispetto alle comodità di quella “del piano”, continueranno in queste attività fra pochissime generazioni? E’ perciò così necessario l’apportare alla montagna queste modificazioni irreversibili, per sostenere delle attività comunque destinate a trasformarsi radicalmente? Non crediamo che la strada giusta per rivitalizzare la montagna (ammesso che vada rivitalizzata) sia quella di portarvi il maggior numero di comodità possibili, di permetter che sia raggiungibile in ogni suo angolo da mezzi o macchinari, di impiantarvi tipologie costruttive che non le appartengono, di renderla,

La strada che da Pescegallo sale al Pianone di Salmurano: ogni commento è superfluo.

CAI MORBEGNO 41


Strade! perchè? Il CAI Morbegno e la proliferazione delle strade in montagna.

Normalmente, come gruppo CAI riteniamo non sia nostro compito, e spesso neppure corretto, entrare nel merito delle attività e delle scelte delle Amministrazioni pubbliche locali; in questo caso però le cose stanno in maniera differente; da qualche tempo ci troviamo a discutere, con toni più o meno allarmati, sul tema della realizzazione delle strade in montagna. Volutamente diciamo strade in montagna e non strade di montagna per sottolineare quella che secondo noi è la principale inadeguatezza di queste strutture, che con sempre maggior frequenza vediamo venir realizzate un po’ ovunque; e cioè il fatto che spesso questi percorsi, per finalità o per modalità, non sono rispettosi della montagna stessa, non si armonizzano con essa. Non siamo né puristi né idealisti che da comode scrivanie si prendono la briga di stilare giudizi su aspetti che conoscono solo marginalmente o di cui vedono solo una faccia. In realtà siamo tutte persone che vivono e lavorano sul territorio, ne percepiscono gli umori e i cambiamenti e come 40 CAI MORBEGNO

tali ci sentiamo in diritto, ma soprattutto sollecitati, a prendere posizione circa questo problema. Il fatto che noi si frequenti la montagna per passione non significa che noi la si identifichi solamente come “un terreno di gioco”; prima che alpinisti siamo gente di montagna e come tale estremamente attenti ed attaccati a tutti i suoi aspetti, non ultimo quello economico. E’ proprio quest’ultimo aspetto che normalmente viene scomodato per giustificare scelte o modalità realizzative spesso discutibili.

Le scelte

Non vogliamo qui sostenere che tutte le strade in montagna siano inutili, e il fatto che ci possa piacere il camminare, non vuol dire che pensiamo che tutti debbano fare altrettanto. Semplicemente riteniamo che, perché una strada venga realizzata in un ambiente montano, debba avere delle forti motivazioni alle spalle. Spesso si dice che una carrozzabile è vitale per poter permettere la prosecuzione di attività economiche legate allo sfruttamento della

montagna (sfalcio di prati, allevamento di bestiame, taglio di legname ecc.). Questo in parte è vero, come in parte è anche vero che queste attività economiche svolgono un ruolo importante nel mantenere vitale l’ambiente montano. E’ però utile domandarsi: è comunque necessario che tutti i maggenghi, tutti gli alpeggi o tutti i boschi debbano essere raggiunti da strade? E ancora: quante persone, visti i sacrifici a cui l’economia di montagna costringe, rispetto alle comodità di quella “del piano”, continueranno in queste attività fra pochissime generazioni? E’ perciò così necessario l’apportare alla montagna queste modificazioni irreversibili, per sostenere delle attività comunque destinate a trasformarsi radicalmente? Non crediamo che la strada giusta per rivitalizzare la montagna (ammesso che vada rivitalizzata) sia quella di portarvi il maggior numero di comodità possibili, di permetter che sia raggiungibile in ogni suo angolo da mezzi o macchinari, di impiantarvi tipologie costruttive che non le appartengono, di renderla,

La strada che da Pescegallo sale al Pianone di Salmurano: ogni commento è superfluo.

CAI MORBEGNO 41


in sostanza simile al piano. Al contrario riteniamo che la via giusta sia quella di valorizzare gli aspetti più tipici della montagna, il suo essere luogo isolato, un po’ difficile ma per questo incontaminato e vero. La preservazione di questi valori è ciò che permetterà anzitutto la sopravvivenza della montagna stessa, e in secondo luogo ciò che determina il valore aggiunto di queste zone. Non è bello vedere boschi strappati da nastri di asfalto, magari semplicemente per rendere più comodo l’accesso a seconde case, oppure intere sponde incise da piste tagliafuoco (la cui efficacia è per altro tutta da verificare), o interi prati solcati da improbabili piste da fondo, o ancora interi piani, a quote alte, completamente invasi da automobili.

Alcuni esempi

E’ uscito in agosto, come supplemento alla rivista Airone, un allegato monografico sui parchi lombardi, sponsorizzato dalla Regione. Il capitolo relativo al Parco delle Orobie valtellinesi si apre a pagina 48 con una grande fotografia riproducente la Conca di Pescegallo nella Valle del Bitto di Gerola. Non c’è che dire! L’immagine scelta, pur nella relativa accuratezza di stampa che è normale in queste pubblicazioni, è di sicuro impatto visivo e riassume la tipicità del versante valtellinese delle Alpi Orobie: circhi glaciali e pascoli alla base di una modesta testata rocciosa fanno da sfondo ad una fitta abetaia che ricopre con un effetto da “grande nord” entrambi i versanti della valle. Il testo si addentra nella 42 CAI MORBEGNO

descrizione di questa splendida realtà ambientale con ricchezza di particolari riguardanti la flora, la fauna, la produzione casearia, il patrimonio storico ed etnico e la fruibilità turistica. Chi conosce la zona non può, però, fare a meno di notare ciò che, più che una dimenticanza, appare come uno scheletro nell’armadio di cui, comprensibilmente, non si parla volentieri, visto l’obbiettivo che si vuole ottenere. Accanto alla rete di “oltre 500 chilometri di sentieri apprestati e segnati dall’Ente” non si fa minimamente cenno alle strade che, dall’istituzione del parco, sono spuntate come funghi. Né la fotografia d’apertura le evidenzia, perché senza dubbio è stata scattata in precedenza. Oggi la stessa immagine mostrerebbe i disastri, difficilmente cancellabili, provocati dalla costruzione

delle piste che collegano il villaggio di Pescegallo con le Foppe e con il Lago omonimi. Non solo. Altre due strade analoghe sono state costruite ultimamente nell’area di parco che interessa la bassa valle: quella che, partendo dall’abitato di Laveggiolo, raggiunge (per ora) la Furscèla a cavallo fra la Val Vedrano e la Valle della Pietra e quella che da Bema-Ronchi si inoltra nell’abetaia alla volta di Garzino per proseguire apparentemente verso Vesenda (e il Passo San Marco?). Si ha quasi l’impressione che il parco sia in realtà solo uno strumento per realizzare opere che non si sarebbe potuto realizzare in altro modo e la cui utilità sfugge ai più. Ma forse non è così, dal momento che anche il versante retico della Bassa Valtellina non sta meglio, perché è oggi arricchito da tre nuove ed “essenziali” vie di

comunicazione. La prima taglia in quota la montagna unendo la Piazza ai Prati Bioggio, passando per i Prati dell’O e i Prati Nestrelli, in attesa di un futuro collegamento con la seconda, che da Poira raggiunge la stessa quota sulla sponda opposta del Vallone. La terza da Gaggio, a monte di Ardenno, si inerpica sul ripido pendio alla volta di Granda. Strade di servizio agli alpeggi o ai boschi, si dice, senza le quali il declino della montagna sarebbe inesorabile. Sarà, ma vorremmo avere spiegazioni più convincenti.

Le modalità

Anche quando una strada può essere effettivamente utile, occorre comunque essere molto attenti alle sue modalità di realizzazione e di utilizzo. Costruire in un ambiente da tutelare, come quello montano, deve costringere

gli ideatori e i realizzatori a trovare soluzioni e modi di esecuzione che si armonizzino con il territorio che vanno a trasformare, cercando con esso un rapporto di mimesi e di rispetto più alto possibile; non è sostenibile che si continui a realizzare strade come se fossero situate nel fondovalle, con pavimentazioni, sistemi di drenaggio, elementi di protezione mutuati da tipologie urbane. In sostanza, se proprio una strada deve essere aperta, occorre almeno che venga realizzata con accortezza, cercando di assecondare le acclività del sito piuttosto che realizzare grossi sbancamenti e riporti di terreno, evitare quelle successioni interminabili di tornanti, consolidare e rinverdire le sponde, ricorrere il meno possibile all’utilizzo di cemento e di muri di sostegno, non stravolgere i reticoli idrici e curare con la massima attenzione la regimentazione delle acque di scolo. Quello che chiediamo, in sostanza, è che si prenda coscienza che le realizzazione di una strada non è un mero fatto costruttivo, ma è un gesto che va a incidere profondamente sull’ambiente montano, sul suo ecosistema, sulla sua fruizione. E’ quindi una scelta che non va presa con leggerezza, con ottiche miopi e arroganti che vedono le montagne solo come luoghi da sfruttare nell’immediato, ma al contrario va analizzata nei suoi molteplici aspetti. Il nostro non è quindi un essere pregiudizialmente contrari alla realizzazione di strade in montagna, nell’illusione di imbalsamare l’ambiente in una wilderness

inesistente e improponibile, ma semplicemente vorremmo che fossero rispettate alcune garanzie, cioè che opere come quelle citate in precedenza, sicuramente aggressive nei confronti di un ambiente delicato come quello alpino, siano pensate, progettate, costruite, gestite e mantenute bene. •Pensate bene, secondo una politica lungimirante (e trasparente), in un contesto che tenga conto dell’utilità, dell’opportunità, della razionalità e dell’economicità. In fondo si utilizza denaro di tutti. •Progettate bene, per assecondare il più possibile la morfologia del territorio, senza pretendere di inventare tracciati improbabili. •Costruite bene, nel rispetto dell’ambiente circostante. Gli sbancamenti prodotti dalle ruspe nel loro procedere grossolano sono inaccettabili, perché distruggono tutto nel raggio di parecchi metri e, soprattutto nei canali, si trasformano in bombe idrogeologiche pronte ad esplodere. •Gestite bene, perché non devono trasformarsi in rotabili ad uso e consumo dei furbi, ma devono servire unicamente allo scopo per le quali sono state costruite. •Mantenute bene, perché le strade non basta costruirle. E questo ci riporta al punto di partenza, in quanto la manutenzione è un parametro di cui si deve assolutamente tenere conto in fase di programmazione politica. Non ci pare che queste semplici norme di buon senso siano alla base di ciò che vediamo realizzare in questi ultimi anni. CAI MORBEGNO 43


in sostanza simile al piano. Al contrario riteniamo che la via giusta sia quella di valorizzare gli aspetti più tipici della montagna, il suo essere luogo isolato, un po’ difficile ma per questo incontaminato e vero. La preservazione di questi valori è ciò che permetterà anzitutto la sopravvivenza della montagna stessa, e in secondo luogo ciò che determina il valore aggiunto di queste zone. Non è bello vedere boschi strappati da nastri di asfalto, magari semplicemente per rendere più comodo l’accesso a seconde case, oppure intere sponde incise da piste tagliafuoco (la cui efficacia è per altro tutta da verificare), o interi prati solcati da improbabili piste da fondo, o ancora interi piani, a quote alte, completamente invasi da automobili.

Alcuni esempi

E’ uscito in agosto, come supplemento alla rivista Airone, un allegato monografico sui parchi lombardi, sponsorizzato dalla Regione. Il capitolo relativo al Parco delle Orobie valtellinesi si apre a pagina 48 con una grande fotografia riproducente la Conca di Pescegallo nella Valle del Bitto di Gerola. Non c’è che dire! L’immagine scelta, pur nella relativa accuratezza di stampa che è normale in queste pubblicazioni, è di sicuro impatto visivo e riassume la tipicità del versante valtellinese delle Alpi Orobie: circhi glaciali e pascoli alla base di una modesta testata rocciosa fanno da sfondo ad una fitta abetaia che ricopre con un effetto da “grande nord” entrambi i versanti della valle. Il testo si addentra nella 42 CAI MORBEGNO

descrizione di questa splendida realtà ambientale con ricchezza di particolari riguardanti la flora, la fauna, la produzione casearia, il patrimonio storico ed etnico e la fruibilità turistica. Chi conosce la zona non può, però, fare a meno di notare ciò che, più che una dimenticanza, appare come uno scheletro nell’armadio di cui, comprensibilmente, non si parla volentieri, visto l’obbiettivo che si vuole ottenere. Accanto alla rete di “oltre 500 chilometri di sentieri apprestati e segnati dall’Ente” non si fa minimamente cenno alle strade che, dall’istituzione del parco, sono spuntate come funghi. Né la fotografia d’apertura le evidenzia, perché senza dubbio è stata scattata in precedenza. Oggi la stessa immagine mostrerebbe i disastri, difficilmente cancellabili, provocati dalla costruzione

delle piste che collegano il villaggio di Pescegallo con le Foppe e con il Lago omonimi. Non solo. Altre due strade analoghe sono state costruite ultimamente nell’area di parco che interessa la bassa valle: quella che, partendo dall’abitato di Laveggiolo, raggiunge (per ora) la Furscèla a cavallo fra la Val Vedrano e la Valle della Pietra e quella che da Bema-Ronchi si inoltra nell’abetaia alla volta di Garzino per proseguire apparentemente verso Vesenda (e il Passo San Marco?). Si ha quasi l’impressione che il parco sia in realtà solo uno strumento per realizzare opere che non si sarebbe potuto realizzare in altro modo e la cui utilità sfugge ai più. Ma forse non è così, dal momento che anche il versante retico della Bassa Valtellina non sta meglio, perché è oggi arricchito da tre nuove ed “essenziali” vie di

comunicazione. La prima taglia in quota la montagna unendo la Piazza ai Prati Bioggio, passando per i Prati dell’O e i Prati Nestrelli, in attesa di un futuro collegamento con la seconda, che da Poira raggiunge la stessa quota sulla sponda opposta del Vallone. La terza da Gaggio, a monte di Ardenno, si inerpica sul ripido pendio alla volta di Granda. Strade di servizio agli alpeggi o ai boschi, si dice, senza le quali il declino della montagna sarebbe inesorabile. Sarà, ma vorremmo avere spiegazioni più convincenti.

Le modalità

Anche quando una strada può essere effettivamente utile, occorre comunque essere molto attenti alle sue modalità di realizzazione e di utilizzo. Costruire in un ambiente da tutelare, come quello montano, deve costringere

gli ideatori e i realizzatori a trovare soluzioni e modi di esecuzione che si armonizzino con il territorio che vanno a trasformare, cercando con esso un rapporto di mimesi e di rispetto più alto possibile; non è sostenibile che si continui a realizzare strade come se fossero situate nel fondovalle, con pavimentazioni, sistemi di drenaggio, elementi di protezione mutuati da tipologie urbane. In sostanza, se proprio una strada deve essere aperta, occorre almeno che venga realizzata con accortezza, cercando di assecondare le acclività del sito piuttosto che realizzare grossi sbancamenti e riporti di terreno, evitare quelle successioni interminabili di tornanti, consolidare e rinverdire le sponde, ricorrere il meno possibile all’utilizzo di cemento e di muri di sostegno, non stravolgere i reticoli idrici e curare con la massima attenzione la regimentazione delle acque di scolo. Quello che chiediamo, in sostanza, è che si prenda coscienza che le realizzazione di una strada non è un mero fatto costruttivo, ma è un gesto che va a incidere profondamente sull’ambiente montano, sul suo ecosistema, sulla sua fruizione. E’ quindi una scelta che non va presa con leggerezza, con ottiche miopi e arroganti che vedono le montagne solo come luoghi da sfruttare nell’immediato, ma al contrario va analizzata nei suoi molteplici aspetti. Il nostro non è quindi un essere pregiudizialmente contrari alla realizzazione di strade in montagna, nell’illusione di imbalsamare l’ambiente in una wilderness

inesistente e improponibile, ma semplicemente vorremmo che fossero rispettate alcune garanzie, cioè che opere come quelle citate in precedenza, sicuramente aggressive nei confronti di un ambiente delicato come quello alpino, siano pensate, progettate, costruite, gestite e mantenute bene. •Pensate bene, secondo una politica lungimirante (e trasparente), in un contesto che tenga conto dell’utilità, dell’opportunità, della razionalità e dell’economicità. In fondo si utilizza denaro di tutti. •Progettate bene, per assecondare il più possibile la morfologia del territorio, senza pretendere di inventare tracciati improbabili. •Costruite bene, nel rispetto dell’ambiente circostante. Gli sbancamenti prodotti dalle ruspe nel loro procedere grossolano sono inaccettabili, perché distruggono tutto nel raggio di parecchi metri e, soprattutto nei canali, si trasformano in bombe idrogeologiche pronte ad esplodere. •Gestite bene, perché non devono trasformarsi in rotabili ad uso e consumo dei furbi, ma devono servire unicamente allo scopo per le quali sono state costruite. •Mantenute bene, perché le strade non basta costruirle. E questo ci riporta al punto di partenza, in quanto la manutenzione è un parametro di cui si deve assolutamente tenere conto in fase di programmazione politica. Non ci pare che queste semplici norme di buon senso siano alla base di ciò che vediamo realizzare in questi ultimi anni. CAI MORBEGNO 43


a cura di Riccardo Marchini

I NUMERI Alla data del 31.08.03 gli iscritti sono 574, di cui 319 ordinari, 148 famigliari e 29 giovani.

BIBLIOTECA/VIDEOTECA La biblioteca sezionale si è arricchita quest’anno di 36 titoli, portando a 619 il totale delle opere a disposizione dei soci. Completano il patrimonio 30 videocassette e 150 carte geografiche.

IL CONSIGLIO DIRETTIVO presidente Franco Scotti vice presidente Enrico Bertoli segretario Davide Bonzi consiglieri Acquistapace Danilo Bertolini Elio Alessandro Caligari Cesare De Donati Lodovico Mottarella Mario Rapella Giovanni Rovedatti Mario Spini GLI ISTRUTTORI Istruttori di scialpinismo Enrico Bertoli Nicola Croce Ivan Fabani Giulio Gadola Marco Riva Franco Scotti Vincenzo Spreafico

Il 6 dicembre 2002, nel corso di una simpatica e partecipata serata, è stato presentato il volume di ricordi edito dalla nostra Sezione: ALBUM, cento anni di montagne in Bassa Valtellina. Riportiamo parte della lusinghiera recensione apparsa su Lo Scarpone del marzo 2003: “E davvero

Istruttori di alpinismo Cesare De Donati

importante e appassionante dev’essere

Istruttori nazionale di arrampicata libera Chicco Fanchi

rigorosamente in bianco e nero, da collocare

Accompagnatori di escursionismo Davide Bonzi Alessandro Caligari 44 CAI MORBEGNO

considerato questo volume in grande formato, tra le opere letterarie più ragguardevoli dell’Anno delle montagne che ci siamo appena lasciati alle spalle”.

ATTIVITA’ IN PILLOLE Corso base di sci-alpinismo: 16 allievi hanno partecipato all’annuale corso di sci-alpinismo che ha impegnato la sezione dal 10 gennaio al 30 marzo con 6 lezioni teoriche ed altrettante escursioni domenicali: • 19.01 Piz Campagnun in Engadina; • 26.01 Pian dei Cavalli in Valle Spluga; • 2.02 Passo di Porcile in Val Tàrtano; • 9.02 Piz Griatschouls in Bassa Engadina; • 9.03 Sasso Nero in Val Malenco; • 23.03 Piz Sesvenna. Contemporaneamente al corso, sono state organizzate sugli impianti del Palù, in Val Malenco, 4 uscite finalizzate al consolidamento delle tecniche di discesa. Corso di arrampicata: a partire dal 4 aprile 10 allievi hanno preso parte al corso di arrampicata che si è svolto in 6 uscite, di cui una con pernottamento al Rifugio Sciora: • 10.04 Sasso di Remenno in Val Màsino; • 11.05 Sasso Bianco a Prata Camportaccio; • 18.05 Placche di Bette a Chiavenna; • 25.05 Zucco dell’Angelone a Barzio;

RICORDIAMO In quest’ultimo anno sociale ci hanno lasciato quattro amici. Diversi per età e per trascorsi umani, erano accomunati da una grande passione per la montagna, sempre frequentata senza la ricerca di protagonismi. •Edoardo Rapella (1934) - Sci-alpinista della prima ora, quando i cultori di questa disciplina erano pochissimi. Si è spento alla fine di luglio del 2002 sull’Alpe Spluga, addor– mentandosi nell’ambiente che gli era più caro, quello pastorale dell’alpeggio. •Paolo Bono (1961) - Gentile e riservato, prediligeva fre– quentare la montagna in solitudine. Il 23 febbraio è rimasto vittima di un banale incidente sci-alpinistico sulla Cima della Rosetta, da lui salita tantissime volte. •Renzo Paniga (1935) Apparteneva alla generazione dei “camminatori”. Deceduto per un male incurabile alla fine di febbraio, ha raggiunto suo figlio Andrea, morto tragicamente in montagna nel 1995. •Franco Cavallini (1923) – Nel mese di luglio, in poco tempo, il male l’ha spento. Apparteneva al gruppo dei “ragazzacci del ‘20” che tanto ha fatto per la diffusione dell’alpinismo a Morbegno. Sue sono molte delle immagini più belle contenute nell’ALBUM, pubblicato dal C.A.I. Morbegno nel 2002. • 8.06 Spazzacaldera in Albigna; • 29 e 30.06 Ferro da Stiro in Val Bondasca. Escursioni sci alpinistiche: parallelamente alle uscite del corso di sci alpinismo, sono state effettuate altre 5 escursioni aperte a tutti i soci: • 16.01 salita al chiaro di luna al Passo di Salmurano in Val

Gerola, con cena presso il rifugio e splendida discesa lungo le piste; • 19.01 Piz Turba nel Surses (Grigioni), con 10 partecipanti; • 2.02 Passo di Porcile in Val Tartano, con 8 partecipanti; • 16.02 Piz Scalotta nel Surses (Grigioni), con 10 partecipanti; • 9.04 Piz Calcagn in Engadina, con 30 partecipanti.

CAI MORBEGNO 45


a cura di Riccardo Marchini

I NUMERI Alla data del 31.08.03 gli iscritti sono 574, di cui 319 ordinari, 148 famigliari e 29 giovani.

BIBLIOTECA/VIDEOTECA La biblioteca sezionale si è arricchita quest’anno di 36 titoli, portando a 619 il totale delle opere a disposizione dei soci. Completano il patrimonio 30 videocassette e 150 carte geografiche.

IL CONSIGLIO DIRETTIVO presidente Franco Scotti vice presidente Enrico Bertoli segretario Davide Bonzi consiglieri Acquistapace Danilo Bertolini Elio Alessandro Caligari Cesare De Donati Lodovico Mottarella Mario Rapella Giovanni Rovedatti Mario Spini GLI ISTRUTTORI Istruttori di scialpinismo Enrico Bertoli Nicola Croce Ivan Fabani Giulio Gadola Marco Riva Franco Scotti Vincenzo Spreafico

Il 6 dicembre 2002, nel corso di una simpatica e partecipata serata, è stato presentato il volume di ricordi edito dalla nostra Sezione: ALBUM, cento anni di montagne in Bassa Valtellina. Riportiamo parte della lusinghiera recensione apparsa su Lo Scarpone del marzo 2003: “E davvero

Istruttori di alpinismo Cesare De Donati

importante e appassionante dev’essere

Istruttori nazionale di arrampicata libera Chicco Fanchi

rigorosamente in bianco e nero, da collocare

Accompagnatori di escursionismo Davide Bonzi Alessandro Caligari 44 CAI MORBEGNO

considerato questo volume in grande formato, tra le opere letterarie più ragguardevoli dell’Anno delle montagne che ci siamo appena lasciati alle spalle”.

ATTIVITA’ IN PILLOLE Corso base di sci-alpinismo: 16 allievi hanno partecipato all’annuale corso di sci-alpinismo che ha impegnato la sezione dal 10 gennaio al 30 marzo con 6 lezioni teoriche ed altrettante escursioni domenicali: • 19.01 Piz Campagnun in Engadina; • 26.01 Pian dei Cavalli in Valle Spluga; • 2.02 Passo di Porcile in Val Tàrtano; • 9.02 Piz Griatschouls in Bassa Engadina; • 9.03 Sasso Nero in Val Malenco; • 23.03 Piz Sesvenna. Contemporaneamente al corso, sono state organizzate sugli impianti del Palù, in Val Malenco, 4 uscite finalizzate al consolidamento delle tecniche di discesa. Corso di arrampicata: a partire dal 4 aprile 10 allievi hanno preso parte al corso di arrampicata che si è svolto in 6 uscite, di cui una con pernottamento al Rifugio Sciora: • 10.04 Sasso di Remenno in Val Màsino; • 11.05 Sasso Bianco a Prata Camportaccio; • 18.05 Placche di Bette a Chiavenna; • 25.05 Zucco dell’Angelone a Barzio;

RICORDIAMO In quest’ultimo anno sociale ci hanno lasciato quattro amici. Diversi per età e per trascorsi umani, erano accomunati da una grande passione per la montagna, sempre frequentata senza la ricerca di protagonismi. •Edoardo Rapella (1934) - Sci-alpinista della prima ora, quando i cultori di questa disciplina erano pochissimi. Si è spento alla fine di luglio del 2002 sull’Alpe Spluga, addor– mentandosi nell’ambiente che gli era più caro, quello pastorale dell’alpeggio. •Paolo Bono (1961) - Gentile e riservato, prediligeva fre– quentare la montagna in solitudine. Il 23 febbraio è rimasto vittima di un banale incidente sci-alpinistico sulla Cima della Rosetta, da lui salita tantissime volte. •Renzo Paniga (1935) Apparteneva alla generazione dei “camminatori”. Deceduto per un male incurabile alla fine di febbraio, ha raggiunto suo figlio Andrea, morto tragicamente in montagna nel 1995. •Franco Cavallini (1923) – Nel mese di luglio, in poco tempo, il male l’ha spento. Apparteneva al gruppo dei “ragazzacci del ‘20” che tanto ha fatto per la diffusione dell’alpinismo a Morbegno. Sue sono molte delle immagini più belle contenute nell’ALBUM, pubblicato dal C.A.I. Morbegno nel 2002. • 8.06 Spazzacaldera in Albigna; • 29 e 30.06 Ferro da Stiro in Val Bondasca. Escursioni sci alpinistiche: parallelamente alle uscite del corso di sci alpinismo, sono state effettuate altre 5 escursioni aperte a tutti i soci: • 16.01 salita al chiaro di luna al Passo di Salmurano in Val

Gerola, con cena presso il rifugio e splendida discesa lungo le piste; • 19.01 Piz Turba nel Surses (Grigioni), con 10 partecipanti; • 2.02 Passo di Porcile in Val Tartano, con 8 partecipanti; • 16.02 Piz Scalotta nel Surses (Grigioni), con 10 partecipanti; • 9.04 Piz Calcagn in Engadina, con 30 partecipanti.

CAI MORBEGNO 45


a cura di Riccardo Marchini

Escursioni alpinistiche: una sola uscita estiva di carattere alpinistico, quella effettuata il 6 luglio alla Cima Viola in Alta Valtellina, di cui riportiamo la relazione di Davide Bonzi che, con Giulio Gadola, è stato responsabile della gita. Il giorno 6 luglio 2003 si è svolta la tradizionale gita sociale della sezione del C.A.I. di Morbegno che, coordinata ed organizzata dai consiglieri della sezione, ha avuto come meta la Cima Viola (m 3374) in Alta Valtellina. I partecipanti sono stati 11, compresi i responsabili della gita: Giulio Gadola e Davide Bonzi. Ecco un breve resoconto: Partiti da Morbegno alle ore 5,15 in auto, raggiungiamo Arnoga in Valdidentro e da qui, lungo una strada sterrata la località “baite Altumeira” a m 2118. Lasciate le auto ci incamminiamo lungo l’alpe Dosdè per un sentiero che, costeggiato dapprima un torrente, lo abbandona per inoltrarsi nella Val Cantone di Dosdè, lungo la quale, dopo aver lasciato alle spalle il verde ed i rododendri dell’alpeggio, raggiungiamo, superata dapprima una pietraia ed un piccolo nevaio, il passo Dosdè (m 2824) alle ore 10,15. Qui vi si trova un bivacco, di proprietà del CAI di Bormio, che in quei giorni costituiva 46 CAI MORBEGNO

sciogliere le cordate e percorrere gli ultimo 100 m di dislivello, dei 1300 complessivi, per facili roccette, a tratti coperte da neve. Degli undici partecipanti alla gita, 9 raggiungono la vetta alle ore 12,30 circa. Dopo la classica foto di gruppo e qualche minuto di riposo e ristoro, iniziamo la discesa verso il bivacco Dosdè. Intanto il tempo che per buona parte della salita ci ha regalato un sole splendente, inizia a guastarsi, con alcune nuvole che oscurano il sole. Giunti però presso il bivacco il cielo si riapre nuovamente e questo ci permette di guardarci ancora un po’ attorno per ammirare il panorama che ci circonda, prima di incamminarci lungo l’interminabile valle fino ad un punto di ristoro, che ci permette di terminare la nostra gita nel più classico e piacevole dei modi: birra fresca per tutti!!!.

la base per le ascensioni di un ragazzo tedesco, con il quale abbiamo fatto conoscenza durante la breve pausa prima dell’ultimo tratto di salita. Alla ripresa del cammino, diamo un’ultima occhiata alla cartina ed alla relazione della salita; indossate le imbragature, lungo una breve

traccia di sentiero ed alcune roccette raggiungiamo la base del ghiacciaio. Formate tre cordate, risaliamo il ghiacciaio senza alcuna difficoltà, grazie anche alla neve caduta nei giorni precedenti, che ha reso più agevole la progressione. Per raggiungere finalmente la cima Viola, dobbiamo

• 13.04 Tempietto di San Fedelino lungo il Sentiero della Regina, con 47 partecipanti (17 bambini); • 4.05 Ca’ Redunda in Val Fabiolo, con 50 partecipanti (5 bambini); • 18.05 Sentiero del Viandante da Dervio a Colico, con 47 partecipanti (20 bambini). Per finire Al rientro dalle ferie estive due manifestazioni hanno concluso l’attività della Sezione per il 2003: • 21.09 Trekking lungo il “Sentiero Andrea Paniga”. Quest’anno l’appuntamento, da inserire oramai nel novero delle classiche, ha subito una variante che ha permesso di incontrare gli amici del CAI Alta Val Brembana. Lungo tre itinerari diversi (Passo Salmurano canalone, Val Tronella canalone, Val Tronella con salita del Pizzo Mezzaluna) 34 soci hanno

raggiunto il Rifugio Benigni, luogo dell’incontro. Fra loro, sulle spalle del nonno e del papà, la più giovane iscritta al CAI Morbegno, Chiara Gadola di 11 mesi.

Gite famigliari: in collaborazione con il G.E.M. sono state effettuate 5 gite rivolte alle famiglie con bambini: • 23.02 Savogno in Val Bregaglia, con 54 partecipanti (14 bambini); • 23.03 Torre del Signame in Val Chiavenna, con 84 partecipanti (21 bambini);

CAI MORBEGNO 47


a cura di Riccardo Marchini

Escursioni alpinistiche: una sola uscita estiva di carattere alpinistico, quella effettuata il 6 luglio alla Cima Viola in Alta Valtellina, di cui riportiamo la relazione di Davide Bonzi che, con Giulio Gadola, è stato responsabile della gita. Il giorno 6 luglio 2003 si è svolta la tradizionale gita sociale della sezione del C.A.I. di Morbegno che, coordinata ed organizzata dai consiglieri della sezione, ha avuto come meta la Cima Viola (m 3374) in Alta Valtellina. I partecipanti sono stati 11, compresi i responsabili della gita: Giulio Gadola e Davide Bonzi. Ecco un breve resoconto: Partiti da Morbegno alle ore 5,15 in auto, raggiungiamo Arnoga in Valdidentro e da qui, lungo una strada sterrata la località “baite Altumeira” a m 2118. Lasciate le auto ci incamminiamo lungo l’alpe Dosdè per un sentiero che, costeggiato dapprima un torrente, lo abbandona per inoltrarsi nella Val Cantone di Dosdè, lungo la quale, dopo aver lasciato alle spalle il verde ed i rododendri dell’alpeggio, raggiungiamo, superata dapprima una pietraia ed un piccolo nevaio, il passo Dosdè (m 2824) alle ore 10,15. Qui vi si trova un bivacco, di proprietà del CAI di Bormio, che in quei giorni costituiva 46 CAI MORBEGNO

sciogliere le cordate e percorrere gli ultimo 100 m di dislivello, dei 1300 complessivi, per facili roccette, a tratti coperte da neve. Degli undici partecipanti alla gita, 9 raggiungono la vetta alle ore 12,30 circa. Dopo la classica foto di gruppo e qualche minuto di riposo e ristoro, iniziamo la discesa verso il bivacco Dosdè. Intanto il tempo che per buona parte della salita ci ha regalato un sole splendente, inizia a guastarsi, con alcune nuvole che oscurano il sole. Giunti però presso il bivacco il cielo si riapre nuovamente e questo ci permette di guardarci ancora un po’ attorno per ammirare il panorama che ci circonda, prima di incamminarci lungo l’interminabile valle fino ad un punto di ristoro, che ci permette di terminare la nostra gita nel più classico e piacevole dei modi: birra fresca per tutti!!!.

la base per le ascensioni di un ragazzo tedesco, con il quale abbiamo fatto conoscenza durante la breve pausa prima dell’ultimo tratto di salita. Alla ripresa del cammino, diamo un’ultima occhiata alla cartina ed alla relazione della salita; indossate le imbragature, lungo una breve

traccia di sentiero ed alcune roccette raggiungiamo la base del ghiacciaio. Formate tre cordate, risaliamo il ghiacciaio senza alcuna difficoltà, grazie anche alla neve caduta nei giorni precedenti, che ha reso più agevole la progressione. Per raggiungere finalmente la cima Viola, dobbiamo

• 13.04 Tempietto di San Fedelino lungo il Sentiero della Regina, con 47 partecipanti (17 bambini); • 4.05 Ca’ Redunda in Val Fabiolo, con 50 partecipanti (5 bambini); • 18.05 Sentiero del Viandante da Dervio a Colico, con 47 partecipanti (20 bambini). Per finire Al rientro dalle ferie estive due manifestazioni hanno concluso l’attività della Sezione per il 2003: • 21.09 Trekking lungo il “Sentiero Andrea Paniga”. Quest’anno l’appuntamento, da inserire oramai nel novero delle classiche, ha subito una variante che ha permesso di incontrare gli amici del CAI Alta Val Brembana. Lungo tre itinerari diversi (Passo Salmurano canalone, Val Tronella canalone, Val Tronella con salita del Pizzo Mezzaluna) 34 soci hanno

raggiunto il Rifugio Benigni, luogo dell’incontro. Fra loro, sulle spalle del nonno e del papà, la più giovane iscritta al CAI Morbegno, Chiara Gadola di 11 mesi.

Gite famigliari: in collaborazione con il G.E.M. sono state effettuate 5 gite rivolte alle famiglie con bambini: • 23.02 Savogno in Val Bregaglia, con 54 partecipanti (14 bambini); • 23.03 Torre del Signame in Val Chiavenna, con 84 partecipanti (21 bambini);

CAI MORBEGNO 47


IL SOCCORSO ALPINO A MORBEGNO Il soccorso in montagna è sempre stato una forma di aiuto solidale agli alpinisti in difficoltà. Negli anni ’50 però, sorge l’esigenza di rendere tale gesto più efficace e ordinato in modo da migliorare le prestazioni di soccorso. Nel 1954 è istituito ufficialmente il C.N.S.A., Corpo Nazionale di Soccorso Alpino dal Club Alpino Italiano, che ne definisce la struttura interna nominando una direzione e creando uno statuto.La provincia di Sondrio, denominata VII delegazione, inizia ad organizzarsi costituendo via via tutte le stazioni operative. Ultima, nel 1980, nasce la Stazione di Morbegno, dopo aver rappresentato,fino a quell’anno, un posto di chiamata che faceva capo alla Stazione di Sondrio. Il capostazione era Giorgio Bertarelli che, con una decina di amici e colleghi della Scuola di Alpinismo del CAI di Sondrio, tra i quali Felice Bottani e Giuseppe Caneva, si è preso a cuore la gestione del servizio. Inizialmente i componenti del C.N.S.A. erano scelti dal Capostazione; successivamente, dal ’89, sono state introdotte forme di valutazione delle capacità tecniche dei nuovi iscritti. Ogni aspirante deve dimostrare di sapersi destreggiare agilmente in tutte le discipline dell’alpinismo. Attualmente la Stazione di Morbegno è composta da 28 elementi. La Stazione opera sul territorio della Comunità Montana di Morbegno, che comprende i comuni della Bassa Valle da Buglio in Monte fino al confine con Colico fatta eccezione per il distretto di Valmasino che ha una propria Stazione. Dopo aver superato le prove di ingresso il neoiscritto è ulteriormente preparato con corsi di formazione teorici e pratici atti ad insegnare al volontario il corretto utilizzo degli strumenti e delle tecniche di soccorso sia sanitario sia di recupero. A questo fine sono organizzate periodicamente esercitazioni di diverse tipologie (ricerca dispersi, intervento su valanga, intervento su roccia e recupero su terreni impervi). Ogni anno le tecniche di soccorso diventano sempre più sofisticate perciò è indispensabile che i volontari si aggiornino sistematicamente. Mediamente la Stazione di Morbegno effettua una cinquantina di interventi annui che sono portati a termine dalle squadre dei volontari anche con l’ausilio dell’elicottero. La tipologia dei soccorsi si differenzia in base alle stagioni: durante l’inverno e la primavera sci e sci d’alpinismo, in estate escursionismo, in autunno cercatori di funghi e castagne.

48 CAI MORBEGNO

Gli specialisti in... movimento • 12.10 Salita al Monte Legnone (2610 m) della quale riportiamo una breve relazione. Domenica 12 ottobre si è conclusa l’attività estiva. Una trentina di soci, tutti cultori della “slow mountain”, si sono trovati sul Monte Legnone in una giornata dalla doppia lettura: sferzata da una fastidiosa aria gelida sui tratti esposti, riscaldata da un gradevole sole ottobrino sulle coste riparate. Un gruppo è salito dai Roccoli Lorla in Val Varrone lungo il suggestivo crestone quasi costantemente affacciato sull’Alto Lario, un altro ha raggiunto la cima dalla Valle della Lesina percorrendo il mitico sentiero del Colombano. A proposito! Lo sapevate che anche il Monte Legnone possiede

un ghiacciaio? Proprio così! Sul versante della Lesina, 67 metri quadrati di ghiaccio vivo (Riccardo Scotti ne è custode attento e premuroso), resistendo al caldo torrido dell’estate appena trascorsa, assicurano dignità alpina a questa nostra bella montagna. La cima non ha tradito le attese. Nonostante una persistente foschia abbia impedito di apprezzare la vista che da lassù si può godere sull’Alto Lario e la Bassa Valtellina, il mare di nubi che ricopriva la pianura lombarda metteva in particolare risalto la catena delle Alpi imbiancate dalla prima neve, conferendo loro un aspetto fiabesco. La solita foto con grappolo umano appeso alla croce della vetta ha concluso una distensiva giornata.

Perego express

agenzia viaggi e turismo Sondrio - Corso Vittorio Veneto, 15 Tel.0342 515300 lorypex@tiscali.it Tirano, Piazza Marinoni, 34 Tel.0342 702051 www.peregotirano@libero.it

Automobilistica Perego

Autoservizi di linea Granturismo Noleggio Autopullman Tirano - Piazza Stazione, 3 Tel.0342 701200 www.busperego.com info@busperego.com

Autotrasporti Sondrio-Chiesa

Autolinee Valmalenco Noleggio Autopullman Sondrio - Piazzale Bertacchi, 70 Tel.0342 212055 www.sondriochiesa.com info@sondriochiesa.com

Perego Auto Concessionaria

Sondrio - Via Stelvio, 55/A Tel.0342 214141 www,peregoauto.opelnet.it perego.sondrio@net.opel.com

CAI MORBEGNO 49


IL SOCCORSO ALPINO A MORBEGNO Il soccorso in montagna è sempre stato una forma di aiuto solidale agli alpinisti in difficoltà. Negli anni ’50 però, sorge l’esigenza di rendere tale gesto più efficace e ordinato in modo da migliorare le prestazioni di soccorso. Nel 1954 è istituito ufficialmente il C.N.S.A., Corpo Nazionale di Soccorso Alpino dal Club Alpino Italiano, che ne definisce la struttura interna nominando una direzione e creando uno statuto.La provincia di Sondrio, denominata VII delegazione, inizia ad organizzarsi costituendo via via tutte le stazioni operative. Ultima, nel 1980, nasce la Stazione di Morbegno, dopo aver rappresentato,fino a quell’anno, un posto di chiamata che faceva capo alla Stazione di Sondrio. Il capostazione era Giorgio Bertarelli che, con una decina di amici e colleghi della Scuola di Alpinismo del CAI di Sondrio, tra i quali Felice Bottani e Giuseppe Caneva, si è preso a cuore la gestione del servizio. Inizialmente i componenti del C.N.S.A. erano scelti dal Capostazione; successivamente, dal ’89, sono state introdotte forme di valutazione delle capacità tecniche dei nuovi iscritti. Ogni aspirante deve dimostrare di sapersi destreggiare agilmente in tutte le discipline dell’alpinismo. Attualmente la Stazione di Morbegno è composta da 28 elementi. La Stazione opera sul territorio della Comunità Montana di Morbegno, che comprende i comuni della Bassa Valle da Buglio in Monte fino al confine con Colico fatta eccezione per il distretto di Valmasino che ha una propria Stazione. Dopo aver superato le prove di ingresso il neoiscritto è ulteriormente preparato con corsi di formazione teorici e pratici atti ad insegnare al volontario il corretto utilizzo degli strumenti e delle tecniche di soccorso sia sanitario sia di recupero. A questo fine sono organizzate periodicamente esercitazioni di diverse tipologie (ricerca dispersi, intervento su valanga, intervento su roccia e recupero su terreni impervi). Ogni anno le tecniche di soccorso diventano sempre più sofisticate perciò è indispensabile che i volontari si aggiornino sistematicamente. Mediamente la Stazione di Morbegno effettua una cinquantina di interventi annui che sono portati a termine dalle squadre dei volontari anche con l’ausilio dell’elicottero. La tipologia dei soccorsi si differenzia in base alle stagioni: durante l’inverno e la primavera sci e sci d’alpinismo, in estate escursionismo, in autunno cercatori di funghi e castagne.

48 CAI MORBEGNO

Gli specialisti in... movimento • 12.10 Salita al Monte Legnone (2610 m) della quale riportiamo una breve relazione. Domenica 12 ottobre si è conclusa l’attività estiva. Una trentina di soci, tutti cultori della “slow mountain”, si sono trovati sul Monte Legnone in una giornata dalla doppia lettura: sferzata da una fastidiosa aria gelida sui tratti esposti, riscaldata da un gradevole sole ottobrino sulle coste riparate. Un gruppo è salito dai Roccoli Lorla in Val Varrone lungo il suggestivo crestone quasi costantemente affacciato sull’Alto Lario, un altro ha raggiunto la cima dalla Valle della Lesina percorrendo il mitico sentiero del Colombano. A proposito! Lo sapevate che anche il Monte Legnone possiede

un ghiacciaio? Proprio così! Sul versante della Lesina, 67 metri quadrati di ghiaccio vivo (Riccardo Scotti ne è custode attento e premuroso), resistendo al caldo torrido dell’estate appena trascorsa, assicurano dignità alpina a questa nostra bella montagna. La cima non ha tradito le attese. Nonostante una persistente foschia abbia impedito di apprezzare la vista che da lassù si può godere sull’Alto Lario e la Bassa Valtellina, il mare di nubi che ricopriva la pianura lombarda metteva in particolare risalto la catena delle Alpi imbiancate dalla prima neve, conferendo loro un aspetto fiabesco. La solita foto con grappolo umano appeso alla croce della vetta ha concluso una distensiva giornata.

Perego express

agenzia viaggi e turismo Sondrio - Corso Vittorio Veneto, 15 Tel.0342 515300 lorypex@tiscali.it Tirano, Piazza Marinoni, 34 Tel.0342 702051 www.peregotirano@libero.it

Automobilistica Perego

Autoservizi di linea Granturismo Noleggio Autopullman Tirano - Piazza Stazione, 3 Tel.0342 701200 www.busperego.com info@busperego.com

Autotrasporti Sondrio-Chiesa

Autolinee Valmalenco Noleggio Autopullman Sondrio - Piazzale Bertacchi, 70 Tel.0342 212055 www.sondriochiesa.com info@sondriochiesa.com

Perego Auto Concessionaria

Sondrio - Via Stelvio, 55/A Tel.0342 214141 www,peregoauto.opelnet.it perego.sondrio@net.opel.com

CAI MORBEGNO 49


il tuo primo di cordata FIORELLI SPORT 50 CAI MORBEGNO

S.Martino Valmasino Tel.0342 641070


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Annuario Cai Morbegno 2003 by MOTTARELLA Studio Grafico - Issuu