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100 anni della Carate

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100 ANNI DELLA CARATE

alla Bocchetta delle Forbici

Club Alpino Italiano Sezione Carate Brianza

ANNI DELLA CARATE

100 ANNI DELLA CARATE

Club Alpino Italiano
Sezione Carate Brianza
Giuseppe Miotti
alla Bocchetta
delle Forbici

Fotografie

Arch. CAI Carate: Scansioni foto d’epoca di Enrico Minotti pag. 20, 32-33, 35, 36, 37, 38, 40, 41, 42, 43, 44, 45, 47, 49, 62, 63, 64, 65, 66, 67, 68, 69, 74, 75 sopra, 106, 107, 142,143,144, 145

Giuseppe Miotti: pag. 29, 31, 55, 57, 59 in basso, 72, 80, 81, 83, 84 sotto, 87, 92 sopra e centro, 94-95 sopra, 96, 97, 100, 101, 102 sotto, 113, 114 sopra, 115, 120, 125 sin., 130, 134 sotto, 135 sopra

Lodovico Mottarella: pag. 2, 4-5, 6-7, 8-9, 10-11, 12, 14, 16, 18, 22, 26-27, 50-51,62-63, 70-71, 78-79, 88-89, 91, 92 sotto a sin., 95 sotto, 98-99, 102 sopra, 103 sopra, 108-109, 110 sotto, 111, 116-117, 118, 119, 121, 122-123, 128-129, 131 sotto, 132-133, 134 , 135, 136-137, 139, 140, 141, 142-143

Carmen Mitta: pag. 52, 53, 54

Arch. Fam. Bardea: pag. 56

Arch. Fam. Pedrotti: pag. 58

Arch. Fam. Vanotti: pag. 59 in alto

Arch. Fam. Cozzi-Schenatti: pag. 61

Vanni Spinelli: pag. 73

Dal volume “La Traversata della Groenlandia con gli sci”: pag. 75 sotto

Giacomo Rovida: pag. 76-77

Gianluca Maspes: pag. 82, 83, 86

Mario Vannuccini: pag. 84 sopra

Arch. Torti-Amonini: pag. 90, 114 sotto

Elio Vergani: pag. 104-105

Immagini dell’archivio fotografico “Alfredo Corti” di proprietà della Sezione Valtellinese del CAI per donazione della famiglia Corti - www.archiviocorti.it. : pag. 110 sopra, 112 sopra, 131 sopra

Arch. Cai Valtellinese: pag. 112 sotto

Dal libro “La collezione Fulvio Grazioli. I minerali della Valmalenco”: pag. 125 dx

Franco Benetti: pag. 127 sopra

Clara Citterio: pag. 138

Si ringraziano per i contributi scientifici: Prof. Franco Benetti, Prof. Claudio Smiraglia, Dr. Michele Comi, Dr.ssa Clara Citterio, Eugenio Donati, Fausto Mascadri

L’autore ringrazia inoltre la Signora Carmen Mitta per i suoi preziosi riferimenti storici e iconografici

Un grazie vada anche a tutti coloro che a vario titolo e impegno hanno resa possibile quest’opera

Con il contributo di

Progetto grafico e impaginazione: Mottarella Studio Grafico, Cosio Valtellino (So) www.mottarella.com

Stampa:

A.G. Bellavite srl, Missaglia (Lc) www.bellavite.it

ANNI DELLA

alla Bocchetta delle Forbici

L’ETICA DEL RIFUGIO

LA STORIA

GUGLIELMO CAGLIO

I GESTORI O I CUSTODI?

LA UEC E IL CAI CARATE

LA SCUOLA DI ALPINISMO

L’ALPINISMO

I SENTIERI

I LUOGHI DELLA MEMORIA

I RIFUGI VICINI

LA GEOLOGIA

I TESORI NELLE ROCCE

I GHIACCIAI

FLORA E FAUNA

I LIBRI DEL RIFUGIO

IL MODELLINO

RIFUGIO CARATE BRIANZA

100 ANNI DEL
ALLA BOCCHETTA DELLE FORBICI

IL NOSTRO RIFUGIO

Ci troviamo a parlare di un importante compleanno: i 100 anni del nostro rifugio. E quando si parla di anniversari, è normale ricostruire i più bei ricordi del tempo passato cercando di collegarli cronologicamente. Sono sicuro che questa fosse la ragione per cui nacque nella nostra sezione un vecchio opuscolo in occasione dei primi 50 anni del rifugio che porta il nome di “Capanna Carate”. Ora sono passati altri 50 anni, sono cambiate le persone, i tempi e anche i modi di pensare, ma è rimasta la voglia di non perdere per strada quanto fatto finora aggiornando questo ultimo mezzo secolo.

A cento anni dall’inaugurazione del 1927, vogliamo raccogliere in questo libro la memoria storica di quanto accaduto, non per creare un libro da mettere solo nella nostra biblioteca personale, ma qualcosa che rimanga un punto di riferimento per le prossime generazioni. Tempo fa un amico mi disse: «Chi non ha memoria, non ha futuro. Per capire dove siamo, cosa facciamo e cosa faremo, dobbiamo conoscere l’origine di tutto quello che ci ha portato qui.». E questo deve essere il “mantra” di questa nostra pubblicazione che serva a instradare chi ci seguirà nel cammino iniziato cento anni fa: conoscere l’origine delle cose ci aiuterà meglio a capire dove e perché siamo arrivati qui.

Non nego che all’inizio di questo progetto, i dubbi erano molti. Nessuno di noi aveva mai avuto esperienze simili e i momenti difficili e di scoraggiamento non sono stati pochi, ma alla fine questo gruppo di “novelli” editori ha portato a termine questa avventura con l’indispensabile e prezioso aiuto dell’amico Giuseppe Miotti. Un grazie doveroso per il suo immenso lavoro ma soprattutto per l’entusiasmo che è riuscito a trasmettere anche a tutti noi.

In queste pagine abbiamo raccolto i momenti più salienti della nostra Capanna Carate con foto, relazioni e racconti senza scordare capitoli dedicati al territorio e alla storia del luogo. L’ambiente, le persone e anche la filosofia fanno

parte di questo racconto volto a distillare l’essenza della “Carate”. Nel 1927 era un piccolo edificio usato come rifugio per gli alpini e ora è diventato la nostra seconda casa. È cresciuto, è diventato adulto, pieno di esperienze, pieno di storia e cultura. Diceva Guglielmo Caglio, il nostro allora presidente dell’Unione Escursionisti Caratesi: «Capanna Carate sei piccola ma ti faremo grande.» Così è stato. Grazie a Guglielmo, grazie a tutti quelli che si sono impegnati a fare diventare questo rifugio come è oggi. Ma naturalmente oltre all’impegno delle persone, si sono resi necessari gli aiuti delle istituzioni e qui è d’obbligo riconoscere il fondamentale aiuto economico del CAI Centrale, delle Commissioni Rifugi, delle amministrazioni comunali di Carate e di Lanzada e di un importante altro attore sempre vicino e attento alle nostre esigenze, la BCC di Carate e Treviglio, che in tanti anni ha sempre avuto un occhio particolare per le nostre esigenze e tutte le volte ci ha aiutato. Uno speciale pensiero va a chi negli ultimi 50 anni ha dato un grande impulso alla “Carate”: se siamo arrivati qui è perché alcune persone della nostra sezione hanno fatto sì che il rifugio crescesse e diventasse quello che oggi è. Personalmente non li ho conosciuti tutti e a loro va il mio personale ringraziamento. In particolare al nostro ora Presidente Onorario, Francesco Meregalli che posso definire la parte storica vivente del rifugio. Grazie a lui e al suo disinteressato impegno, oggi abbiamo la Carate che vediamo e grazie alla sua passione anche noi possiamo ora continuare questa missione. Ma grazie soprattutto a chi continuerà a mantenere alta l’attenzione affinché la storia della “Capanna Carate” non si fermi qui.

In questo “excursus” temporale di 100 anni, sono accadute tante cose. Probabilmente non siamo riusciti a metterle tutte in piena luce e di questo ci scusiamo verso i protagonisti, ma riteniamo di essere riusciti a dare migliore visibilità a questa nostra lunga storia.

Vi auguro quindi una buona e intensa lettura.

Presidente CAI Sezione di Carate Brianza

Antonio Colombo

UNA BELLA STORIA

“… era il 1987 e durante uno dei tanti consigli direttivi si decise di fare grandi cose lassù nel nostro rifugio e insieme ci mettemmo al lavoro …”

Così cominciano le belle storie e così è cominciata la mia, nella nuova veste di Presidente della Sezione CAI Carate Brianza. Già da tempo frequentavo la sezione, alpinisticamente con arrampicate e sci-alpinistiche ma anche come dirigente facendo parte del consiglio direttivo. In quell’anno erano molte le attività legate al rifugio e alla sua crescita e manutenzione. I problemi erano seri e impegnativi, soprattutto economici. È qui che la mia esperienza lavorativa aiutata dalla passione per affrontare le difficoltà mi hanno spinto a prendere questo impegnativo incarico. Aiutato dai miei amici e compagni di avventura di montagna, mi sono immerso nel mondo del nostro rifugio. Tanto aveva fatto il caro Guglielmo ma “la nostra casa” lassù a 2636 m non poteva rimanere ferma ad aspettarci: dovevamo accudirla, aiutarla a mantenersi e a migliorarsi. Per questo motivo, in quel periodo affrontammo diverse importanti attività di miglioramento della struttura. Uno dei principali problemi riguardava l’adeguamento tecnologico tra cui, non trascurabile, il passaggio da illuminazione a gas a quella elettrica con un piccolo impianto fotovoltaico. Inoltre miglioramenti legati all’igiene e sicurezza dei locali. Un’altra difficoltà, già presente da anni, riguardava l’approvvigionamento di acqua che in quel periodo era limitato a solo recupero di neve di fusione e provvidenziali temporali. Al di là dell’impegno costante nel ricercare gli aiuti “economici”, necessitava anche l’aiuto “fisico” delle persone. In quegli anni, molto si poteva fare in “autonomia”. Non esistevano tanti vincoli “burocratici” che ci sono oggi, bastava avere delle persone di buona volontà e forti braccia per lavorare. Salivamo lassù, con sacchi di cemento, di sabbia e legname. A volte anche portandoci il tutto sulle spalle o fortunatamente con l’aiuto degli elicotteri che in

quegli anni non erano così scontati come oggi. Carate Brianza, cittadina alle porte di Milano, era ricca di persone che sapevano fare e così le diverse squadre di volontari elettricisti, carpentieri, idraulici, falegnami e altri si sono avvicendati in quegli anni 80 per continuare l’opera di Caglio. Voglio approfittare di questo spazio nel libro dei 100 anni del rifugio per ringraziare tutti quelli che con grande spirito volontaristico, mi hanno aiutato a far crescere “la Carate”. Gli amici dell’allora Cassa Rurale di Carate, nelle persone di Ghezzi Vittorio che ne era Presidente e di Colombo Annibale, Direttore della stessa, furono i primi a credere in questo progetto e i primi a dare un tangibile aiuto economico.

Gli Alpini di Carate Brianza e quelli della Valmalenco con il loro lavoro hanno dato forma a diversi progetti.

I diversi gestori che si sono succeduti negli anni dando continuità alla vita del rifugio. Le autorità istituzionali in quegli anni sindaci caratesi, tra cui Cazzaniga Ernesto e l’onorevole Orsenigo Dante Oreste, con il loro appoggio hanno permesso di portare a termine i lavori urgenti. Infine, personalmente approfitto di queste righe per ringraziare la vicinanza di tutti i nostri sacerdoti che hanno sempre rispettato il tradizionale giorno di festa del rifugio celebrando la santa messa. Tra questi in particolare ricordo Don Roberto Busti, Don Gaudenzio Corno ed infine Don Gianpiero Magni. Grazie a tutti loro, abbiamo mantenuto un impegno preso nel lontano 1927 dai nostri audaci predecessori. Ora “La Capanna Carate” può orgogliosamente presentarsi a tutti come un piccolo e tradizionale rifugio alpinistico che rappresenta la nostra sezione CAI ma anche il punto, ipoteticamente, più alto della nostra cittadina di Carate. Con la speranza che queste mie parole abbiano attirato la vostra attenzione e curiosità, mi auguro che la passione per il rifugio che ho provato su di me possa coinvolgere anche voi per i prossimi cento anni.

Presidente onorario CAI

Sezione di Carate Brianza

CENTO ANNI DELLA CAPANNA CARATE

L’importanza di un rifugio per gli escursionisti e gli alpinisti è cosa nota: è il punto di appoggio per l’attacco alla cima, è il luogo dove riposare in attesa delle condizioni migliori per compiere un’ascesa, è il riparo in cui pernottare prima di completare un anello. Ma è anche e soprattutto una sorta di “campo base” dove incrociare storie di uomini e di montagne. Che si tratti di nidi d’aquila inaccessibili o di baite da raggiungere attraverso semplici sentieri, i rifugi custodiscono non solo la storia del territorio che li ospita, ma anche la memoria degli uomini che li hanno fondati e frequentati. Forse è anche per questo motivo fortemente identitario che molte nostre sezioni fin dai primi anni di attività si sono impegnate a fondo nell’individuare,

ristrutturare e gestire questi spazi “sospesi” tra il mondo di sotto - comprese le comunità di cui portano spesso il nome - e le vette.

Un impegno e una passione che emergono chiaramente in questo interessante volume dedicato ai 100 anni della Capanna Carate e alle vicende di chi l’ha trasformata in sentinella del Bernina, “a guardia del valico più importante che immette nel mondo glaciale dell’ultimo e più orientale fra i 4000 delle Alpi”.

Il CAI Centrale che mi onoro di rappresentare plaude alla dedizione con cui i volontari della sezione di Carate Brianza continuano a valorizzare il loro storico rifugio, tappa della meravigliosa Alta Via della Valmalenco.

Antonio Montani Presidente Generale Club Alpino Italiano

Il centenario del rifugio Carate Brianza rappresenta un momento di grande importanza per la comunità alpinistica e per tutti coloro che amano la montagna.

Inaugurato nel 1927, il rifugio è stato testimone di un secolo di storia, avventure e passione per l’alpinismo. Questo anniversario è l’occasione per celebrare il lavoro e la dedizione di generazioni di alpinisti, gestori e volontari che hanno contribuito a trasformare la “Capanna Carate“

in un punto di riferimento per gli amanti della montagna. Il rifugio situato in una posizione strategica nel cuore delle

Alpi Centrali non è solo un luogo di riparo, ma anche un simbolo di memoria, cultura e rispetto per la natura.

Questo traguardo ci invita a riflettere sull’importanza di preservare la storia e l’essenza di questi luoghi, per continuare a trasmettere alle future generazioni il valore della montagna e della comunità che la vive.

Fabrizio Carella

Presidente CAI SOLROA

Struttura Operativa Lombarda Rifugi e Opere Alpine

Quando una Sezione del Cai celebra un anniversario, non festeggia soltanto una data: celebra la memoria, il cammino percorso, le persone che hanno reso possibile ogni passo.

La pubblicazione di questo vostro libro, che celebra i “100 anni della Carate”, vuole esprimere ciò che per tutti voi e noi, amanti e frequentatori della montagna, significa la parola “rifugio”: una seconda casa, un simbolo, un punto di

riferimento per intere generazioni.

La memoria si tramanda attraverso fotografie, racconti e testimonianze, ripercorrendo i momenti più significativi dei luoghi, dei territori e delle persone.

Oggi celebrate non solo un secolo di storia del vostro rifugio, ma uno spirito che continua a vivere.

La “Capanna Carate” compie cento anni, ma il suo cammino è ancora tutto da scrivere.

Paola Frigerio

Presidente CAI Soroa

Struttura Operativa Rifugi e Opere Alpine

CAPANNA CARATE PUNTO DI RIFERIMENTO

Valori che uniscono, passi che costruiscono - Cento anni non sono solo una ricorrenza. Sono la testimonianza della forza dei valori che hanno dato origine a questa realtà e che hanno saputo resistere al tempo. Sono anche il segno concreto della vitalità della comunità caratese, capace di mantenere vivo uno spirito fatto di impegno, passione e desiderio di condivisione. Così, la Capanna Carate non è soltanto un edificio, ma uno spazio in cui si respirano i valori capaci di fondare una comunità: valori che trovano nella montagna il loro ambiente naturale di vita e di apprendimento.

Per me, la Capanna Carate non è mai stata soltanto un rifugio in montagna.

È un punto di riferimento, un luogo dove ci si sente accolti e dove, anche in alta quota, si respira un’idea molto concreta ed autentica di umanità. È un modo di vivere la montagna che il CAI di Carate Brianza ha saputo custodire nel tempo, dando a questo rifugio un’identità chiara e riconoscibile.

Alla Capanna i valori non si spiegano, si imparano. Li si incontra nei gesti di chi apre presto al mattino, di chi si prende cura degli spazi comuni, di chi accompagna chi è in difficoltà lungo un sentiero o semplicemente accoglie chi arriva. È attraverso questi gesti semplici e ripetuti che il senso della cooperazione, del rispetto e dell’aiuto reciproco viene naturalmente trasmesso a chi arriva dopo. È anche per questo che la Capanna è molto più di un rifugio. È un luogo dove le generazioni si incontrano, dove

l’esperienza diventa insegnamento. Una sorta di scuola dove si impara a stare insieme, ad assumersi responsabilità e a rispettare le persone e l’ambiente che ci circonda.

Un’eredità preziosa che si rinnova ogni volta che si sceglie di farne parte e portarla con sé, una volta tornato a valle. È in questi valori che la Banca di Credito Cooperativo

Carate Brianza e Treviglio riconosce una profonda affinità con la Capanna ed il CAI di Carate Brianza: princìpi che ispirano il nostro operare quotidiano e che, per cento anni, hanno assicurato una profonda vicinanza tra queste due istituzioni e un’amicizia di lunga data, anche personale come nel mio caso, tra i loro rappresentanti.

Siamo pertanto orgogliosi di sostenere e celebrare l’anniversario dei cento anni della Capanna Carate perché questo significa riaffermare un modo di intendere il senso della cooperazione, del rispetto e aiuto reciproco, nel quale nessuno cammina da solo e ogni traguardo è il frutto di responsabilità e di impegno condivisi.

L’augurio è che la Capanna Carate continui ad essere, per altri cento anni almeno, un punto di riferimento, il punto più alto della nostra comunità caratese, capace di custodire e trasmettere quello spirito vitale e costruttivo che ne ha accompagnato la storia fin dalle origini. Noi saremo sempre pronti a camminare al fianco del CAI di Carate Brianza con lo stesso spirito con cui si affronta una salita in montagna: passo dopo passo, insieme, sapendo che il cammino in gruppo è sempre la vera conquista.

Ruggero Redaelli

Presidente del Consiglio d’Amministrazione di BCC Carate e Treviglio

RIPERCORRERE LA STORIA

Celebrare i cento anni del Rifugio Carate significa ripercorrere una parte importante della storia del territorio della Valmalenco e della comunità di Lanzada. Questo volume non è soltanto una raccolta di ricordi e immagini, ma una testimonianza viva di un secolo di vita alpina, di impegno umano e di profondo legame con la montagna. Il Rifugio Carate rappresenta da sempre un punto di riferimento per il transito di alpinisti, escursionisti e amanti della natura, ma anche un simbolo dei valori del lavoro, della solidarietà, del rispetto per l’ambiente e della capacità di affrontare cento anni di sfide con determinazione e spirito di collaborazione.

Nella sua storia, il rifugio ha saputo evolversi, attraversando periodi complessi e cambiamenti profondi, senza mai perdere la propria identità. Grazie all’impegno dei gestori, del Cai Carate Brianza, di tanti volontari, il Rifugio Carate è rimasto un luogo di accoglienza autentica e di incontro,

capace di unire generazioni diverse nel segno della montagna.

Questo libro rende omaggio a chi ha creduto nel rifugio fin dalle sue origini e a chi, ancora oggi, continua a mantenerne vivo lo spirito con grande passione e dedizione. È un patrimonio di memoria che appartiene non solo alla Valmalenco, ma a tutti coloro che hanno trovato, tra queste mura e questi sentieri, ospitalità, riparo e spesso un’emozione indimenticabile.

Come Sindaco di Lanzada, esprimo profondo orgoglio per questa ricorrenza e sincera gratitudine a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo volume e alla storia del Rifugio Carate. L’auspicio è che le pagine che seguono possano ispirare le nuove generazioni a conoscere, rispettare e custodire la montagna, affinché il Rifugio Carate continui a essere, anche in futuro, un simbolo di accoglienza, cultura alpina e amore per il nostro territorio.

Come cittadino e Sindaco di Carate Brianza, sono onorato di accompagnare la celebrazione dei 100 anni di storia del rifugio “Capanna Carate”, casa del CAI e dei caratesi, che tutti consideriamo “il punto più alto di Carate”. Un gioiello amato dalla nostra comunità, molto conosciuto e frequentato da alpinisti, escursionisti e appassionati della montagna. Questo importante anniversario rievoca il passato ed è anche un’occasione per far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni, la bellezza di questo rifugio, che nel tempo è diventato luogo di memoria collettiva, di accoglienza, di incontro e di socialità, mantenendo inalterati i valori della natura, del rispetto per l’ambiente, dell’aggregazione e della semplicità. Dietro a questa lunga storia che continua c’è l’impegno, l’altruismo, l’entusiasmo e la determinazione di chi l’ha iniziata, dei soci storici, dei soci attuali e dei Dirigenti del CAI Sezione di Carate Brianza, nonché di tutti i gestori che hanno scelto di dedicare parte della loro vita custodendo questa struttura e offrendo ospitalità autentica

e comunitaria. Oggi, grazie a interventi di ristrutturazione, di ammodernamento e di efficientamento, la “Capanna Carate” è cresciuta e diventata grande, mantenendo ben salde le sue radici profonde e confermandosi, nel contempo, emblema di identità e di tradizione da preservare e sostenere. Questo bellissimo libro è un viaggio che attraversa un secolo di amore per la montagna, di storie di persone e di luoghi che sembrano sfiorare il cielo. Un viaggio che svela anche molti aspetti umani sui quali è interessante soffermarsi e riflettere e dai quali trarre esempio. Mi congratulo vivamente con il Presidente del Club Alpino Italiano Sezione di Carate Brianza Antonio Colombo e con quanti hanno collaborato per la realizzazione di quest’opera che ci porta in una realtà che custodisce sentimenti nobili e regala emozioni uniche.

A nome di tutta la comunità caratese auguro di cuore al rifugio “Capanna Carate” una lunga vita e di continuare a essere un punto di riferimento ed esempio di amore e rispetto per la montagna.

Luca Veggian

Sindaco di Carate Brianza

Marco Negrini Sindaco di Lanzada

IL RIFUGIO CARATE E IL SUO

PICCOLO MONDO ALPINO

Quando inaspettatamente ho ricevuto l’invito di occuparmi di un volume dedicato ai cento anni del Rifugio Carate sono stato seriamente sul punto di non accettare.

Avevo altre cose da fare e sotto sotto mi spaventava la responsabilità di un simile impegno.

Avevo già fatto un lavoro simile dedicato alla Capanna Marco e Rosa-Rocca sul Bernina ma la Carate, o il Carate, era tutt’altra faccenda. Le sue caratteristiche erano diverse e nel primo caso, essendo il rifugio di proprietà della Sezione Valtellinese del Cai mi sentivo più certo delle mie forze essendo io stesso valtellinese nonché per anni socio della Sezione di Sondrio. I miei trascorsi come alpinista mi legavano strettamente alla storia della Marco e Rosa e della Capanna Marinelli-Bombardieri mentre la Carate per me era sempre stata una tappa sul sentiero verso il Bernina, una meta raggiunta con sollievo, una porta da valicare per accedere al mondo delle altissime vette che attorniano il 4000 più orientale delle Alpi e dei suoi grandi ghiacciai. Forse, se la proposta mi fosse giunta anni prima avrei immediatamente rifiutato: che c’era da dire? In preda al fuoco sacro dell’alpinismo ero attratto dalle grandi salite e le montagne mi interessavano più che altro come teatro d’azione per le mie gesta “eroiche”. Ma gli anni trascorrono e fortunatamente per me il diminuire delle prestazioni è stato compensato da un sempre maggiore interesse verso altri aspetti della montagna: storia, cultura, ambiente. Pian piano ho imparato a scoprire

ed apprezzare angoli trascurati o persino ignorati e questa scoperta si è fatta via via sempre più raffinata al punto da farmi entusiasmare persino di fronte a quello che pochi anni prima mi sarebbe parso un semplice cumulo di pietre o, come nel caso della Carate, un trascurabile punto di transito.

Ancora incerto se accettare o meno l’incarico ho provato per curiosità a immaginare un libro imperniato sul rifugio. Ho fatto delle ricerche, ho riesumato tutte le mie conoscenze e le esperienze fatte nella zona scoprendo via via con grande sorpresa che attorno a quelle “quattro mura” c’era un mondo, magari piccolo ma un mondo: di passione, di lavoro, di rocce e di natura a cominciare dal curioso castello roccioso delle Cime di Musella corpo alieno alla geologia che lo circonda.

C’era molto da dire e quindi ho impostato lo scritto con l’intenzione di far conoscere non solo la storia del rifugio in quanto tale ma anche tutti quegli aspetti che rendono la Carate un luogo del tutto particolare.

Oltre a queste considerazioni devo sinceramente dire che nel colloquio preliminare avuto con i maggiori rappresentanti della Sezione di Carate sono rimasto colpito della loro partecipazione e del loro attaccamento al rifugio.

Quindi con una convinzione sorprendente mi sono imbarcato in questa avventura letteraria che spero abbia raggiunto gli scopi miei e degli amici di Carate che si sono affidati a me con totale fiducia che spero meritata.

LA GEOGRAFIA

L’ETICA DEL RIFUGIO

L’ETICA DEL RIFUGIO

In tempi come questi in cui tutto appare incerto, per introdurre questo capitoletto che ritengo utile ho trovato interessante un aneddoto riguardante Confucio il quale, interrogato da un discepolo sulla prima cosa che avrebbe fatto nel caso fosse stato chiamato a governare, rispose: «Rettificherei i nomi». Con ciò il saggio intendeva dire che già ai suoi tempi molte parole avevano perso in parte o del tutto il loro vero significato. In effetti per mettere ordine nel mondo, in particolare in questo, occorrerebbe ricorrere alla soluzione di Confucio e ridare alle parole il loro senso più vero e calzante. E mi pare che ciò possa valere anche nel caso della parola, rifugio.

Da diversi decenni le Alpi, ma non solo, hanno visto sorgere centinaia di “rifugi”, o meglio, di strutture ricettive poste da qualche parte in montagna cui è stato appiccicato questo titolo spesso a sproposito. Il più delle volte, infatti, si tratta di strutture raggiungibili in auto o con quattro passi di facile cammino per le quali il termine rifugio appare eccessivo e comunque, volendo rispettare il vero senso della parola, fuorviante. Già pochi anni dopo la nascita di quella passione che oggi chiamiamo alpinismo ci fu chi pensò giustamente ad avvicinare uomini e vette costruendo spartani ricoveri che fungessero da tappa nel lungo cammino verso le altezze. In molti casi furono utilizzate le baite degli alpeggi più elevati, ma in altre circostanze, nei

luoghi più utili per facilitare l’opera dei pionieri, si provvide a erigere ex novo un piccolo e rudimentale edificio, generalmente in pietra a secco, avvalendosi della manodopera locale. La nostra Carate si trova nelle Alpi centrali, un tratto della catena “scoperto” con un certo ritardo rispetto ad altri gruppi montuosi forse anche a causa di una non facile viabilità di accesso al versante meridionale. Solo dalla seconda metà dell’800 i massicci del Monte Disgrazia e del Bernina conobbero maggior fama e proprio in Valmalenco, come nella vicina Val Masino, vediamo sorgere le primissime, in assoluto, fra quelle che allora erano chiamate capanne alpine. Nel 1880/81 nella valle di Preda Rossa il Conte Lurani Cernuschi faceva costruire la Capanna Cecilia dedicandola cavallerescamente alla moglie. Lo stesso anno a non molta distanza nasceva la Capanna di Corna Rossa (poi Desio, nda) al passo omonimo, eretta dal CAI Valtellinese che nello stesso anno edificava pure la Capanna Scerscen (poi Marinelli, nda) ai piedi del Bernina. Col passare del tempo, pur senza scomparire del tutto, il termine di capanna fu sostituito da quello di rifugio dal significato sicuramente più calzante visto il contesto ambientale in cui sorgevano queste strutture e la funzione a cui erano logicamente preposte. Rifugio come punto di sosta, ma soprattutto come luogo di riparo in caso di emergenze o di maltempo improvvi-

so, oasi di salvezza in un ambiente ostile dove telefonini, elicotteri o funivie erano ancora di là da venire. Quindi in quegli anni pionieristici non si sentiva la necessità di fornire grandi confort quanto piuttosto un tetto sicuro, una stufa e un po’ di paglia su cui riposare. Con il migliorare delle strade di avvicinamento e il costante aumento dei frequentatori delle terre alte, accanto alle prime strutture ne sorsero altre collocate in luoghi strategici per fare da campo base alle ascensioni. Le vecchie capanne atte ad ospitare un numero limitato

di avventori furono progressivamente ampliate e, dove ritenuto necessario, accanto agli edifici storici ne sorsero di nuovi più moderni e confortevoli. Tuttavia, possiamo dire che fino alla fine degli anni 70 del 900, il rifugio manteneva, seppure aggiornate, le caratteristiche originarie di spartanità cui si aggiungeva un regolamento d’uso severo: menù con scelte limitatissime, quand’anche con un solo piatto, in genere minestrone o pastasciutta, e regole ferree sugli orari di branda e di sveglia mattutina. Quindi non era insolito per chi saliva fra

La calda confusione di un rifugio d’altri tempi. Panni stesi ad asciugare, cena veloce del boss, pronti i té e un litro di vino per gli avventori ma anche una ramanzina per la giovane cameriera.

le cime portarsi una buona dose di viveri “accessori” comprese le bevande e a volte evitare completamente le pietanze ammannite dal rifugista, suscitando magari qualche mugugno da parte sua vedendosi privato di un pur piccolo introito che si aggiungeva al costo di pernottamento, uso del posto e riscaldamento.

Oggi quasi ovunque tutto è cambiato e sono pochi i rifugi, ma anche i gestori, che conservano quella che potremmo definire l’etica del rifugio: se non in luoghi e in circostanze particolari la cosa non pare più possibile. Tuttavia anche l’insensibilità, o a volte l’incultura, di chi gestisce queste strutture ha delle responsabilità evidenti: cosa ci fa, ad esempio, la musica da discoteca lanciata a palla, magari per gran parte del giorno, sul piazzale del rifugio? In questi ultimi decenni i cambiamenti sono stati enormi, e forse c’è stata fin troppa condiscendenza verso le esigenze, a volte spropositate, di avventori sempre meno “alpinisti” ma sempre più numerosi. A ben vedere in questa importante e inevitabile trasformazione, negativa per certi versi e positiva per altri, l’uso dell’elicottero ha avuto un ruolo determinante. Portare viveri e vettovaglie a dorso di mulo, o a volte persino a spalle, determinava una inevitabile austerità nei servizi offerti obbligando a concentrarsi sulle cose ritenute più essenziali: cibi semplici e di lunga durata, gas, legna, magari qualche bibita e vino. Con l’avvento del mezzo aereo che con un viaggio portava vettovaglie pari a una decina di viaggi con il mulo tutto è cambiato. Purtroppo il comprensibile tentativo di adeguarsi alle esigenze spesso esagerate degli utenti ha portato ad adottare molte iniziative di “modernizzazione” a volte mal governate che hanno contribuito ad annacquare il si-

gnificato della parola rifugio e inevitabilmente ad una diminuita consapevolezza della sua funzione primaria. Avere facili rifornimenti di derrate alimentari ma anche di ogni genere di materiale, compreso quello da costruzione, ha senza dubbio facilitato la proposta di menù che a volte appaiono più adatti a un ristorante stellato ma ha anche permesso notevoli migliorie degli edifici e ha consentito di introdurre molti servizi accessori come ad esempio la doccia. Innegabili gli aspetti positivi ma anche quelli negativi con la tendenza in certe località al prevalere di questi ultimi in nome del consumismo d’alta quota. Di conseguenza si è spesso abbandonata anche la tradizionale regola sugli orari di branda e di sveglia, dando luogo in molti casi a diverbi fra chi deve svegliarsi presto per compiere un’ascensione e chi è ospite solo per fare una gita fra amici e magari festeggiare qualche ricorrenza privata.

Certamente è difficile, ora, proibire di utilizzare il termine rifugio a quelle attività che se ne fregiano a dispetto del senso originario del termine; però si potrebbe adottare un sistema simile alla classificazione a stelle degli alberghi. Nel nostro caso si potrebbe usare il profilo stilizzato di una montagna. Una cima, rifugio automobilistico; due cime, rifugio turistico raggiungibile facilmente e a bassa quota; tre cime, rifugio-alberghetto alpino raggiungibile solo a piedi e su sentieri; quattro cime, rifugio d’alta quota o posto in luoghi particolarmente remoti con dotazioni e servizi essenziali. Ecco un modo possibile per cercare di ridare valore alla parola. E detto ciò dove si porrebbe la Capanna o Rifugio Carate? Raggiungibile solo per sentieri, situata in posizione strategica all’incrocio di diversi itinerari escursionistici, ad una quota d’alta

montagna, dotata di servizi moderni ma con un’attenzione particolare a rispettare e mantenere l’identità di un rifugio alpino classico la Carate si porrebbe naturalmente nella fascia “nobile”, con tre montagne di riconoscimento. Fra l’altro questa capanna può essere a pieno titolo considerata la sentinella del Bernina forse ancor più della vicina Capanna Marinelli-Bombardieri.

La Carate sorge infatti sulla muraglia degli Avancorpi Meridionali del Bernina, a guardia del valico più importante che immette nel mondo glaciale dell’ultimo e più orientale fra i 4000 delle Alpi. Ma non solo: punti panoramici come il vicino Monte delle Forbici, luoghi d’ispirazione come i laghetti omonimi nonché le molteplici vie su roccia delle Cime di Musella ed il fatto di essere fra le tappe della meravigliosa Alta Via della Valmalenco ne arricchiscono

notevolmente l’importanza già di per sé notevole, come del resto aveva saggiamente intuito chi in un semplice rudere abbandonato aveva intravisto il rifugio che è oggi. Concludo questa riflessione sul significato della parola rifugio con una proposta: ammesso che tornare indietro non si può, ogni tanto sarebbe originale riaprire una finestra sul passato e in date preventivamente stabilite, si potrebbe fare riassaporare agli utenti l’atmosfera antica di questi presidi delle Alpi.

Ad esempio sarebbe bello se per un periodo di pochi giorni, creando un evento annuale, magari in accordo con altri rifugi, si tornasse a portare i viveri con i muli, si riaccendessero lampade a gas e si potesse gustare il piatto unico di minestrone o pastasciutta per poi rispettare l’ordine del custode: alle 22 tutti in branda. E senza doccia.

Con un pizzico di ironia, rifacendoci al testo, potremmo assegnare al rifugio della foto un’etichetta con 5 montagne.

LA STORIA

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la Carate nei giorni dell’inaugurazione. Sul tetto spicca ancora il “caminetto” che sporgendo dalla neve ispirò Guglielmo Caglio

A destra: il rifugio visto alle spalle. Sullo sfondo il Sasso Moro.

LA STORIA

Sarà perché la sua storia è racchiusa, si fa per dire, in pochi decenni che l’attaccamento degli alpinisti di Carate al loro rifugio appare veramente encomiabile. Voglio dire con questo che dai tempi dei fondatori sembra si sia mantenuta inalterata una impressionante continuità di passione che non sempre si riscontra pensando ad altri rifugi. Sembra che la Carate sia un po’ la loro seconda casa e che una affiatata famiglia “allargata” se ne sia occupata proprio come si fa con la dimora famigliare: migliorandola appena possibile, ampliandola, rendendola più confortevole prima per i membri del sodalizio, ma pensando poi anche agli ospiti.

Forse sarà anche perché quello appena a valle della Bocchetta delle Forbici è l’unico rifugio dei caratesi e quindi ogni pensiero, ogni energia sono dedicati ad esso, ma parlando con i membri della Sezione si ha la nettissima impressione di un sorprendente attaccamento a questo edificio che compie ormai 100 anni di vita. Per non dire poi dell’orgoglio con cui ne parlano. Così, mi perdonino gli interessati, mi son fatto l’idea che la Carate sia per loro qualcosa di più di un semplice ricovero alpino e forse anche per questo non solo hanno avuto cura delle sue mura apportando nel tempo numerose migliorie, ma ne hanno preservato atmosfere e funzione cercando di conservare e tramandare il più possibile l’idea del rifugio classico. Delle mura facenti parte della costruzione originale resta forse poco e quel poco, se

ancora esiste, è ormai inglobato e protetto dall’edificio odierno. Avrebbe avuto oggi cento dieci anni quel «ricovero sotto la Bocchetta delle Forbici al coperto dalla linea di confine» costruito fra il 1916 e il 1917 dagli Alpini Skiatori del Capitano Davide Valsecchi. Scopo dell’opera era la creazione di un punto di sosta e deposito intermedio sulla lunga mulattiera che collegava Tornadri al Rifugio Marinelli sede del corso Alpini Skiatori, ma di questo avremo modo di parlare in un altro capitolo.

Dieci anni più tardi, a fine giugno 1926, un folto gruppo di appassionati “scarpinatori” della Unione Escursionisti Caratesi, guidati dal capo gita e animatore del sodalizio Guglielmo Caglio partì alla volta della Capanna Marinelli. Era una gita importante, per molti di loro forse il primo contatto con le altissime vette e di sicuro un’impresa non da poco vista la lunghezza del percorso, che allora iniziava dal borgo di Tornadri, e a causa dell’abbondante neve che ancora ammantava le quote più elevate.

Si legge nella relazione di quelle giornate: «Fu un avvenimento: oltre 30 soci parteciparono a quella dura gita, una fatica non indifferente salendo i sette «sospiri» affondando nella neve oltre il ginocchio.

Trovammo la Bocchetta delle Forbici sepolta sotto tre metri di neve e appena sotto il passo, scorgemmo uno spigolo di tetto affiorare da tanto bianco: chiedemmo al custode del Rifugio Marinelli che ci

accompagnava, di che cosa si trattasse. Ci spiegò trattarsi dei resti di un rifugio costruito dagli Alpini nel 1916 durante la prima guerra mondiale...» Fu probabilmente il poetico sporgere dalla neve di un piccolo comignolo, un caminetto come ricorda Caglio, a dare il via al seguito della vicenda. Possiamo immaginare che oltrepassata la Bocchetta delle Forbici e già durante la non breve prosecuzione verso la Marinelli alcuni del gruppone si siano messi ad immaginare e discutere quanto bello e importante sarebbe stato come tappa intermedia quel rifugetto sepolto nella neve

in cima ai Sette Sospiri. L’idea si era insinuata rapidamente e, complice la divorante passione di molti di loro ma soprattutto di Caglio, si fece strada l’ambizioso progetto di dotare l’UEC di un suo rifugio che certamente sarebbe stato di grande utilità per tutti gli alpinisti che puntavano alle vette del Bernina.

Pochi mesi più tardi i caratesi tornarono per verificare se l’intuizione poteva avere un fondamento di concretezza. L’entusiasmo suscitato dal sopralluogo è ben descritto in queste parole: «Tornammo alle “Forbici” in agosto di quell’anno e potemmo avere così l’esatta visione e sentire tutta l’importanza che avrebbe avuto un rifugio in quella posizione. La Unione Escursionisti Caratesi giovane sì, ma fortissima di ideali e di volontà, sorretta da oltre 200 soci e circondata da unanime simpatia, seppe vedere in quel rudere il suo simbolo, volle avere tutta per sé quella meta da raggiungere!

La località era davvero meravigliosa, nel cuore delle nostre Alpi, appena sotto ad una finestra naturale che offriva, attraverso battenti fatti di luce e di azzurro, uno spettacolo veramente maestoso...»

Ricorda ancora Caglio che la vista del manufatto non fu certo incoraggiante: «...4 muri ancora in buono stato, molto spessorati. Le piccole finestre prive di serramenti, la porta non c’era, il tetto era a.… cielo aperto. Alcune lamiere pendevano dalla ex gronda, altre le abbiamo trovate disseminate al Pian delle Forbici, dove il vento le aveva traslocate. Ma... c’è un ma: il “Caminetto” era al suo posto, lo vedevo raggiante. Resistendo alle tormente, aveva custodito con fede la Capanna degli Alpini ed anche ora continuava a farlo, sorvegliando quel ch’era rimasto. In cuor suo, forse sognava di poter un giorno riprendere a... fumare. Potessimo accontentarlo! Chissà...»

Già nel settembre dello stesso anno l’UEC

riusciva ad acquistare dal Comune di Torre Santa Maria il manufatto che fu intestato dapprima, per ragioni tecniche, al Signor Cesare Mitta e da questi, nominato custode della struttura, ceduto ai caratesi. La capannuccia degli Alpini era in stato di grave abbandono e si rese necessario procedere ai primi restauri per renderla agibile. Preventivo: 5.600 lire. Scriveva Caglio: «L. 5.600... E dove trovarle? E come fare? Le nostre risorse finanziarie erano ben poche; i soci pagavano L. 2 mensili, c’era l’affitto della Sede, c’erano altre spese di organizzazione, eccetera. Era davvero un grosso problema mettere assieme la cifra occorrente... Ne parlammo al Podestà, dicemmo che era nostra intenzione riuscire nell’impresa a tutti i costi, ci appoggiò comprendendo ed offrendoci l’aiuto del Comune. Gliene fummo grati ed assicurammo che la “Capanna” sarebbe stata battezzata col nome del nostro pae-

se: Capanna Carate Brianza!». I soldi furono presto trovati tramite sottoscrizione pubblica alla quale, compatibilmente con le proprie risorse, parteciparono entusiasticamente non solo i soci UEC ma anche molti caratesi. Altro denaro venne dall’organizzazione di serate cinematografiche e da una lotteria.

Così... «Per la fine del luglio 1927 il rifugio era pronto. Tutto nuovo: una cucinetta fornita dell’occorrente, un locale piccolino per le colazioni e un dormitorio fornito di 12 cuccette...» Come si fosse riusciti a farci stare tutto in quel poco spazio è ancor oggi un mistero. L’entusiasmo era alle stelle e senza perdere tempo si provvide all’inaugurazione che, come si legge sulla locandina dell’evento, si tenne nei giorni di Ferragosto dello stesso anno, dal 13 al 16. Accanto a notizie di maggior spicco come la condanna a morte di Sacco e Vanzetti o la cattura del bandito Sante Pollastri, l’amico

A sinistra: foglietto per l’inaugurazione ufficiale del rifugio.

Sopra: a coronamento di quelle importanti giornate alcuni caratesi, fra cui Caglio, si spinsero oltre la Bocchetta delle Forbici per salire felicemente il Pizzo Bernina.

Il rifugio in fase di ampliamento. I lavori si conclusero nell’estate del 1939 anche grazie ai fondi ricavati da una lotteria Pro Rifugio Carate.

di Girardengo, qualche giornale, fra cui il Popolo d’Italia e la Gazzetta dello Sport, trovò spazio anche per dedicare all’inaugurazione della Carate qualche riga. Ma forse le parole più intense e sentite furono quelle vergate dallo stesso Caglio sul nuovissimo Libro del Rifugio: «Piccola è oggi, domani sarà grande.» E il proposito troverà conferma negli anni a venire.

Leggiamo nelle cronache che l’inaugurazione fu... «Una giornata indimenticabile; alla presenza di soci, rappresentanze e valligiani: celebrò la S. Messa il reveren-

do padre Angelo Pioltelli del Collegio San Francesco di Lodi impartendo poi la S. Benedizione al Rifugio ed al Tricolore offerto dal Comune di Carate.

Dopo uno squillo di tromba, il vessillo salì alto sul pennone e garrì al vento, diffondendo per l’azzurro inondato dal sole la nostra commozione e la nostra gioia.» A coronamento di quelle importanti giornate alcuni caratesi, fra cui Caglio, si spinsero oltre la Bocchetta delle Forbici per salire felicemente il Pizzo Bernina.

L’intuizione degli ideatori fu azzeccata e

il piccolo rifugio rivelò subito la sua importanza: trovare un porto sicuro a quasi tremila metri, dopo oltre quattro ore di cammino quando ancora ne mancavano due alla Marinelli era una notevole garanzia di sicurezza.

E chi era troppo stanco poteva spezzare l’impegnativa salita pernottando alla Carate. Così, nel volgere di pochi anni ci si rese conto che quelle antiche “quattro mura” non erano più sufficienti. L’inesauribile Caglio era sempre all’opera e alla ricerca di fondi per migliorare l’edifico per il quale si rendeva ormai necessario provvedere ad un sopralzo. Anche la UEC stava per darsi una nuova veste e il 25 marzo del 1935 si trasformava in Sezione del Club Alpino Italiano un passaggio che darà ulteriore slancio e sicurezza per affrontare le nuove sfide.

Aggiungere un piano significava smantellare il vecchio tetto e provvedere ad una completa trasformazione degli interni. Il tutto andava fatto rapidamente visto che a quelle quote non si poteva lasciare la casa senza copertura e in montagna le stagioni buone sono brevi. Nei tre anni successivi sempre sotto la guida del solito Caglio, il CAI Carate si attivava con entusiasmo per reperire le risorse necessarie all’opera e, venuto meno un contributo da parte del Comune, nonostante problemi di natura burocratica per i permessi veniva indetta una Lotteria Pro Rifugio Carate. Fu un successo: 2779 biglietti venduti che al netto di spese, tasse e costo dei premi fruttarono 2.290 lire, per quel tempo un patrimonio.

Nel 1937 iniziano i lavori di ampliamento, portati a termine nel luglio del 1939 e il 15 agosto alla presenza di sessanta soci si inaugurava il nuovo rifugio con il sopralzo comprendente: sala da pranzo, nuova cucina, nuove cuccette. Si provvede inoltre alla copertura del tetto con tegole in eternit. «Numerose rappresentanze dei

sodalizi di Carate e dei paesi circonvicini, nonché varie consorelle Sezioni del CAI avevano inviato le loro adesioni e i loro vessilli. Quel giorno benedimmo anche il nuovo gagliardetto della Sezione; celebrò il sacerdote prof. Plinio Guggiati e la cerimonia fu commoventissima. Il rev. Prevosto Mons. Luigi Crippa donò, da appuntare al gagliardetto, una bellissima medaglia d’argento dedicata al patrono degli alpinisti S. Bernardo da Mentone». Rimaneva assillante il problema della fornitura idrica parzialmente risolto con una tubatura di ferro che captava l’acqua in un colatoio a circa trecento metri dal rifugio, colatoio che però, con l’avanzare della stagione, si impoveriva fino a disseccarsi. Durante il periodo bellico la tubatura subì seri danni ma era impossibile sostituirla: prima la guerra! Tuttavia dopo molti sforzi il problema si risolse fra il 1942 e il 1943 con l’assegnazione numero 357788/G «FABBRIGUERRA» per quintali 4,50 di tubi per acqua. A ciò si aggiunsero 17.000 Lire offerte da quattro soci benefattori e 2 cassoni per l’acqua più 2 lavabi donati da un altro socio.

Rifiutata orgogliosamente l’allettante offerta di acquisto del rifugio da parte della consorella Sezione Valtellinese del CAI, i caratesi continuarono nell’impegno di rendere sempre più confortevole e razionale la loro creatura.

Terminato il conflitto i problemi, soprattutto di natura economica non sono indifferenti e la ricostruzione del Paese viene prima di tutto. Vi erano poi grandi difficoltà negli spostamenti in considerazione che strade e ferrovie avevano subito gravi danni e pochi erano i mezzi circolanti sia su ferro sia su gomma.

Ma i caratesi non mollano e appena possibile si organizza una prima gita sociale al rifugio con ascensioni nel Massiccio del Bernina non tutte con esito positivo date le condizioni poco favorevoli della monta-

I caratesi posano giustamente fieri dinnanzi al “loro” rifugio il giorno della seconda inaugurazione nel 1937.

gna. Nel Consiglio sezionale del 7-9-1948 emerge l’urgenza di rifare completamente la copertura che era in tegole di eternit, operazione inderogabile ma assai onerosa che fu per il momento sospesa e sostituita da opere di semplice mantenimento e manutenzione.

Intanto il miglioramento delle condizioni italiane favorisce la messa in atto di nuovi interventi al fine di rendere il rifugio ancor più accogliente. Nel 1951 la struttura viene dotata di fornello a gas liquido e di impianto di illuminazione pure alimentato a gas; si realizza anche un’ampia veranda in muratura destinata a sala da pranzo. In quegli anni stanno iniziando i grandi lavori per la costruzione dei bacini artificiali di Campo Moro e Gera.

Logicamente si pensa a chiedere a ENEL la

possibilità di un collegamento alla rete elettrica ma... «ne venne fuori un costo.... da collasso» e il tutto fu rimandato.

Finalmente nelle stagioni 1957-58 il vecchio tetto in eternit è sostituito da lamiere zincate.

Si rende ancor più confortevole l’interno e soprattutto viene potenziato l’impianto idrico mediante la realizzazione di cisterne di raccolta.

Il problema era sentito già allora e ancor oggi, soprattutto a stagione avanzata o durante lunghi periodi con scarse piogge, resta un vulnus per la Carate come per quasi tutti i rifugi nei cui pressi non vi sia qualche ghiacciaio o nevaio a garantire un minimo afflusso di acqua.

Fu anche adattato un locale sottotetto con sei posti letto e costruita una balaustra prospiciente la veranda.

Nel 1959 questa lunga fase di rinnovamento poteva dirsi conclusa e il giorno 20 settembre: «Ebbe luogo la inaugurazione di un quadro in terracotta raffigurante la Madonna col Bambino che offrono la piccozza e la corda a S. Bernardo da Mentone, come già detto protettore degli alpinisti, opera offerta dal concittadino scultore prof. Caslini.

Cerimonia officiata da don Silvio Citterio, madrina la signora Meregalli, moglie del compianto Presidente Gigi Meregalli. Giornata splendida; il tricolore, dono comunale, vivifica gli animi.»

Negli anni successivi giungono altre migliorie ma si devono anche riparare i danni di abbondanti nevicate. Si tratta però dei soliti interventi che in misura maggiore o minore riguardano tutti i rifugi d’alta quota e che richiedono una costante attenzione e uno sforzo inesauribile di miglioramento. Così al termine dell’opuscolo dedicato al 50° dalla fondazione del rifugio leggiamo: «Ammodernamento vorrebbe dire: •necessità di creare una piazzola per at-

terraggio di elicotteri (per trasporto materiali ed approvvigionamenti, soccorso alpino);

•costruzione locale per batterie (quasi atomiche) per illuminazione e radiotelefono;

•soluzione del problema acqua, magari con pompaggio dal laghetto od in alternativa costruzione di grossi serbatoi intermedi sull’attuale linea di discesa.

Finanziamenti? Non avremo pudori a stendere le mani come al solito, per il maggior prestigio del nostro sodalizio.»

Una nuova importante serie di interventi verranno negli anni 80 iniziando dalla realizzazione di una piazzola per l’atterraggio degli elicotteri, mezzi che si stavano rivelando insostituibili non solo per il soccorso alpino ma anche per facilitare gli approvvigionamenti ai rifugi. In genere questo servizio era affidato a compagnie di volo locali come Elitellina ma a volte ci si avvalse anche della collaborazione dell’esercito che concesse i suoi elicotteri per trasporti speciali come avvenne nel 1991, anno in cui fu edificata anche una dependance alla costruzione principale.

In questo periodo furono messi doppi vetri alle finestre migliorando la coibentazione degli ambienti, fu ampliata la parte posteriore della struttura, pavimentata nuovamente la cucina e soprattutto si intervenne implementando la capacità delle cisterne per l’acqua compresa una enorme vasca d’acciaio da 6000 litri di capienza per la raccolta delle acque piovane.

Ma certamente l’evento più significativo di questo lungo lasso di tempo è stata l’installazione di una linea telefonica avvenuta nel 1986 non senza qualche problema di ordine burocratico e logistico come ricorda anche Celestino Lenatti nel capitolo dedicato ai gestori. O custodi? Termine che forse si addice di più a que-

ste sentinelle delle cime. L’appassionata opera del CAI Carate per migliorare in tutti i sensi la sua capanna, diventata nel frattempo una piccola reggia, proseguirono anche negli anni successivi con implementazioni e innovazioni d’avanguardia come la messa in funzione di un primo impianto a pannelli fotovoltaici nel 2001, poi aggiornato e razionalizzato con l’aggiunta di un sistema per il riscaldamento per l’acqua nel 2016. Di grande rilevanza anche la costruzione di un piccolo edificio, dotato di sei posti letto e servizi, separato dal corpo principale del rifugio che è andato a sostituire il vecchio locale invernale prima posto al secondo piano. E oltre queste innovazioni spiccano per importanza la copertura della terrazza esterna con una vetrata e la già menzionata nuova vasca interrata con le relative tubature, elemento che il lettore avrà compreso essere strategico per un rifugio posizionato in una zona abbastanza arida.

Collegata la dependance al rifugio mediante un solido marciapiede, nell’ultimo decennio i lavori si sono concentrati sulle inevitabili manutenzioni e adeguamenti strutturali ma l’attenzione dei caratesi per il loro rifugio non si è certo esaurita ai nostri giorni e ci riserverà altre novità.

Cartolina con il rifugio appena ampliato e abbellito. Un tempo stalla per i muli ora confortevole luogo di accoglienza per alpinisti e camminatori. Il quadrupede resta fuori.

Gli ultimi lavori di ammodernamento

Correndo il rischio di incorrere in qualche ripetizione abbiamo dedicato questo spazio agli importanti lavori eseguiti per il rifugio negli ultimi anni. Ad esempio nel biennio 2015-2016 la panoramica terrazza esterna è stata arricchita con una vetrata riparandola così dai venti per poter essere meglio sfruttata nelle belle giornate. Si è aggiunto anche un solido marciapiede per collegare il rifugio alla “dependance” per evitare di infangare le scarpe in caso di maltempo. In questi ultimi decenni una pletora di norme sulle condizioni di igiene e sicurezza dell’edificio hanno richiesto una costante attenzione per tenere il passo con l’evolversi della legislazione e la necessità di relativi adeguamenti a volte fastidiosi, onerosi, ma necessari. È così che in questo ambito la sezione del CAI di Carate ha avviato diverse opere rivolte alla struttura e all’impiantistica. Di notevole importanza l’adeguamento strutturale che partito nel 2017 si è da poco concluso.

Una necessità fondamentale riguardava la superficie della cucina che ancora risultava un piccolo angolo del rifugio condiviso fra le esigenze abitative dei custodi e le incombenze del servizio di ristorazione. Primo importante passo è stato l’ampliamento di questo spazio nel rispetto delle attuali normative, superfici, caratteristiche igienico-sanitarie e di sicurezza. Ora la cucina si presenta con un ampio locale dedicato esclusivamente alle operazioni cui è preposto.

Una simile onerosa operazione sarebbe potuta anche bastare ma la Sezione, approfittando del cantiere già operativo, ha realizzato un piccolo ampliamento del locale sala da pranzo, lavori che di conseguenza hanno riguardato anche la terrazza panoramica. Così si è potuto rendere meglio fruibili questi spazi nel rispetto dell’idea principale: quella di mantenere la Carate sempre un piccolo e caratteristico rifugio di alta quota.

Per la necessità di adeguarsi alle normative vigenti, si è proceduto poi alla costruzione di un locale che pur essendo collegato al rifugio risulta essere completamente indipendente e disponibile 365 giorni all’anno quale rifugio di emergenza. Il nuovo locale, sempre aperto, dispone di 6 posti letto, completi di materassi e coperte (foto in basso a destra). Tutte queste variazioni sono poi dovute essere completate con altrettanti cambiamenti e adeguamenti elettrici e idraulici. Insomma un lavoro che ha coinvolto la sezione e i suoi soci in un lungo e impegnativo periodo di attività. Con particolare attenzione all’ambiente, un importante cambiamento ha coinvolto l’impianto fotovoltaico che è stato completamente rinnovato e razionalizzato. Un nuovo posizionamento dei pannelli e un nuovo impianto inverter fornisce ora al rifugio la tranquillità di autonomia elettrica per diversi giorni.

Nelle ultime stagioni un’ulteriore problematica ha colpito un po’ tutti i rifugi delle Alpi: la carenza dell’acqua. Molti hanno sofferto per questa situazione e anche la nostra Carate ha dovuto trovare delle soluzioni alternative. Da qui la realizzazione di un grande serbatoio di oltre 13 metri cubi di capacità per immagazzinare l’acqua piovana e di fusione della neve proveniente dalle falde del tetto. Questo grande serbatoio è stato inserito nel “sottoterrazza”, praticamente invisibile dall’esterno ma risolutivo per i futuri problemi legati all’approvvigionamento idrico.

Ma ancora l’impegno della Sezione non si vuole fermare qui e nei progetti futuri che traguardano i primi cento anni del rifugio, già si parla di miglioramenti e innovazioni per mantenere questa casa ai massimi livelli di fruibilità e sicurezza. Insomma, nel rispetto di quanto Caglio disse nel 1927, “sei piccola ma ti faremo grande”, anche ora proteggeremo questo piccolo ma grande nido, sentinella del Bernina.

Marciacaratesi, una festa in famiglia

di Francesco Meregalli, Dino Bagnardi, Silvio Redaelli e Marcello Fumagalli

“Ma Dino, perché non organizziamo insieme una staffetta fino al nostro rifugio per la festa di apertura?” Era la primavera del 1986 quando, quasi per scherzo, abbiamo buttato lì l’idea di coprire, di corsa, i 155 chilometri che separano Carate Brianza dalla diga di Campo Moro, in provincia di Sondrio. Un’idea quasi balzana ma che, come tutte le idee nate per caso, è diventata realtà in poche settimane, tanto che l’estate successiva un manipolo di podisti si era dato appuntamento davanti all’allora sede dei Marciacaratesi in via don Costante Mattavelli per la prima edizione. Era il 1987. Le disposizioni, specie in tema di sicurezza per i partecipanti, le aveva impartite Giorgio Molteni che, come un buon padre di famiglia, aveva abbracciato subito l’idea della staffetta ma senza venir meno alla sua impeccabile attenzione all’organizzazione. Alla partenza un entusiasmo contagioso che, negli anni, ha saputo coinvolgere e contagiare podisti anche di altre associazioni sportive come la Daini, ma anche tanti amici, figli di amici e diversi famigliari. La

staffetta, insomma, è diventata da subito una festa in famiglia. Un momento irrinunciabile, fatto di fatica e condivisione. Di corse sotto piogge torrenziali, di albe indimenticabili. Il testimone, che passa di mano in mano e che diventa il simbolo della fatica condivisa, chilometro dopo chilometro. La notte diventata mattina fino ad accorgersi che, con il nuovo giorno, sono nate poi anche nuove e bellissime amicizie. Un appuntamento scandito dal ritrovo alla mezzanotte del venerdì sotto la Torre civica in via Cusani. Il ricordo delle primissime staffette è legato alla Polizia che scortava la carovana di podisti, alle torce che erano state quasi subito abbandonate per via di qualche bruciatura lasciata sulle braccia dei corridori per lasciare spazio ai testimoni autografati e simbolicamente consegnati al rifugio, una volta in vetta per la Messa della domenica, a testimonianza di un’amicizia che resiste a tutto. Ma anche al percorso che, con l’aumentare del traffico e con la modifica della viabilità delle strade, è stato più volte rivisto, ma mai stravolto.

Negli anni, sono arrivate anche le mountain bike per coprire una frazione della staffetta da Colico a Talamona bypassando la Statale che porta a Sondrio, città diventata nel tempo lo storico punto di sosta per uno spuntino e una sosta prima dell’ultimo tratto. Come storica è, da sempre, per i podisti la tappa al Musella, il sabato, prima dell’ascesa al Rifugio per la Messa della domenica. Già, ci sarebbero davvero pagine di aneddoti da raccontare, ma per far comprendere il senso di questa manifestazione non possiamo dimenticare l’edizione virtuale del 2020, segnata dal Covid-19, e che i Marciacaratesi vollero organizzare con una simbolica staffetta coperta a distanza per le strade delle Brianza. E’ stata la riprova che quell’idea, nata per caso quarant’anni fa, è diventata tradizione vera, storia e appuntamento irrinunciabile. Rimane, per noi, un ultimo sogno per i cento anni della Carate: quello di poter completare la staffetta arrivando fino in vetta al rifugio Capanna Carate, il punto più alto della nostra bella città.

GUGLIELMO CAGLIO

Impossibile non contemplare in questo lavoro la biografia di colui che senza dubbio ha lasciato un ricordo imperituro in tutti gli appassionati della montagna di Carate Brianza e la cui memoria è saggiamente mantenuta viva tutt’oggi. Per svolgere il mio compito andrò anche di sensazione, aggiungendo ai dati storici sulla vita di Guglielmo Caglio anche qualche impressione personale. Da dove partire? Sicuramente dalle sue immagini: profilo tagliente, naso pronunciato, sorriso smagliante, magrezza “atletica”, sguardo di uomo buono e soprattutto idealista, forse anche un po’ poeta. Un’immagine che con l’avanzare dell’età si è fatta ancor più incisiva e simpatica a dispetto dello scorrere del tempo. Tuttavia questa figura nascondeva anche una grande convinzione nelle proprie idee e una dedizione a tutta prova nel portarle avanti.

E poi Caglio doveva essere anche un grande trascinatore, un vero leader, di quelli, m’immagino, che si impongono con leggerezza e diplomazia, strumenti molto più efficaci di un approccio muscolare.

Il nostro eroe nasce a Besana in Brianza il 21-11-1902 dove trascorre parte della sua giovinezza per poi trasferirsi a Carate Brianza. Agli inizi degli anni Venti, subito dopo la Grande Guerra, Caglio lascia il paese per impiegarsi a Como in un lavoro “interessante” come lui stesso scrive. Non un lavoro qualsiasi, ma, anche se non specificato, uno... interessante: già questo, a mio parere, dice molto del suo carattere.

Già allora la passione per la montagna lo conquistava, ma ancor più lo spronava, il desiderio di condividerla con altre persone, diventando una sorta di missione che ne fece un apostolo presso amici e compaesani. Nasceva in lui il progetto di fondare un’associazione che promuovesse la conoscenza della montagna e, nonostante qualche critica, nel 1923 l’idea si concretizzò nella U.E.C Unione Escursionisti Caratesi di cui si parla diffusamente in un altro capitolo.

Nell’estate del 1926, durante una gita sociale al Rifugio Marinelli, poco a valle della Bocchetta delle Forbici il gruppo, condotto dalla “guida” Cesare Mitta, si imbatté in quella che sembrava una casetta sepolta dalla neve e poeticamente Caglio se ne innamorò alla sola vista del comignolo che sporgeva dal bianco manto. Ecco il suo ricordo: «Un enorme mucchio di neve, caduta e portata dalla tormenta è appena poco sotto; in cima faceva capolino un tubo da stufa, alto circa mezzo metro e con in testa un cappellino a cono. Da questo momento lo chiamerò “CAMINETTO”. Chiedo lumi al Sig. Mitta. Lì sotto, mi dice, ci sono i resti di una Capanna costruita dagli Alpini durante la Grande Guerra 1915/1918. Serviva allora a mantenere i collegamenti con la Capanna Marinelli ed il fondo Valle. Ora serve come ricovero e ristoro ai muli che trasportano quassù vettovaglie per la Capanna Marinelli. AAAhhh !!!»

Fantasticare attorno ad un comignolo, im-

maginare cosa ci sia sotto, sognare di partire da lì per farci il rifugio della UEC, per accogliere gli “amici”, come Caglio amava sempre definire tutti quelli che condividevano il suo percorso. A me pare l’agire di un grande, soprattutto se si pensa ai tempi in cui l’idea nacque.

Giunti alla Marinelli, mentre fuori nevica abbondantemente, Caglio si apparta con il Mitta al tepore di una stufetta e in compagnia di una bottiglia di Sassella. Tutto contribuisce a far volare la fantasia: «Intanto mi godevo quell’ovattato silenzio, continuando a seguire l’evoluzione di quei fiocchi, quando lo vidi... cosa????

Ma il cappellino a cono, quello che stava in testa al tubo da stufa, scoperto alla Bocchetta delle Forbici... Si, quei fiocchi lo sostenevano, trascinandolo qua e là in un susseguirsi di su e giù, creando un festante turbinio nel quale, il nostro eroe, sembrava godersela un mondo... forse conosceva già il suo... destino, non credete? Io, si...»

E al ritorno il sogno comincia a prendere corpo: «Siamo alla Bocchetta delle Forbici. È stata dura, ma ce l’abbiamo fatta... Mentre gli altri iniziano a scendere, io e la Guida sostiamo ancora un po’: ho altre domande da porgli, le risposte che ottengo mi soddisfano. Torno a guardare il “caminetto”: il cappellino a cono, ora adorno di neve è... rientrato alla base. Svetta civettuolo su quel “trono” bianco. Lo trovo bellissimo!»

A Musella: «...un ultimo sguardo lassù a salutare il “Caminetto” e poi si riparte. Si, anche lui sarà un po’ triste, vedendoci andar via, dopo due giorni d’allegria, deve tornare alla sua Solitudine.» Da quel giorno buona parte della vita di Caglio sarà dedicata alla nascita e alla cura di un nuovo rifugio alpino di cui egli probabilmente aveva già visto il successo sotto quel “Caminetto”: la Capanna Carate Brianza. Ma l’opera di questo alfiere della monta-

gna non si esaurì solo nel seguire il progetto di un rifugio. Instancabile camminatore, da presidente e poi membro della UEC Caglio partecipò, spesso guidandole, a numerose gite dei soci e fu sempre in prima linea anche nel curare gli aspetti amministrativi e finanziari del sodalizio: un vero manager diremmo oggi. Sempre spinto dall’ambizione di migliorare, di ampliare le potenzialità della associazione l’ultima sua fatica lo vide impegnato nel laborioso passaggio dalla UEC a Sezione del CAI.

Ecco come ricorda Caglio quel momento: «E passaron tanti anni, fino al giorno che decisi, sempre in perfetto accordo con gli amici Consiglieri, di dar forma ad un progetto che da tempo mi frullava in testa. Sarebbe stato bello, dissi agli amici, tra-

Guglielmo Caglio: profilo tagliente, naso pronunciato, sorriso smagliante, magrezza “atletica”, sguardo di uomo buono e soprattutto idealista, forse anche un po’ poeta.

sformare l’UEC in Sezione del Club Alpino Italiano. Eravamo nel 1934, da dieci anni facevo parte della Sezione di Desio del CAI con loro avevo effettuate alcune ascensioni in Val Masino, dalla Capanna Desio, di conseguenza per me il CAI non era uno sconosciuto. A Desio avevo conoscenze e ogni tanto passavo serate in quella Sede. E poi contava anche l’esperienza acquisita a Como negli anni venti. Interpellai la Sede Centrale chiedendo se tale trasformazione era possibile. Come prevedevo, risposero negativamente. L’UEC faceva parte della FC., FAI, e conseguentemente della Confederazione Alpinistica Escursionistica Nazionale. Ma, per dirla in gergo, non gettai la spugna. Andai a Milano, ebbi un colloquio con le Federazioni e, sempre a Milano, alla Dipendenza della Sede Centrale CAI. Infine andai anche a Roma. Ci tenevo riuscire a fare un... salto di qualità... Per formare una Sezione del CAI era necessaria una domanda corredata da almeno 50 firme. Non ebbi difficoltà, ne raccolsi molte di più... La Sezione di Carate Brianza del Club Alpino Italiano nasce nel 1934 con sede presso la mia abitazione in Via Milano, 1. I due documenti che allego lo provano senza alcun dubbio.»

Poiché la maggior parte dei soci UEC era anche iscritta alla nuova sezione CAI si poneva il problema di dirimere una sorta di conflitto d’interessi in quanto era chiaramente intenzione di Caglio, presidente della neonata sezione, fondere le due realtà. La cosa ebbe naturalmente le sue complicazioni di natura burocratico amministrativa dato il notevole patrimonio che la UEC avrebbe offerto in dote e costituito soprattutto dalla Capanna Carate. Scrive Caglio nei suoi ricordi: «Il Battesimo Ufficiale l’ebbe nel 1935. Sorpresi? Io e gli amici no. L’UEC si sente un po’ stanca e rallenta l’attività. Per ora la Sez. CAI, parla solo sottovoce. Anche l’UEC chiede ospitalità: concessa, ci mancherebbe... Trascor-

rono cosi insieme, un necessario periodo di quiescenza.

A questo punto era necessario agire con tanta, tanta prudenza. Se l’UEC ufficialmente cessa l’attività, il patrimonio, in questo caso la Capanna Carate, va alla Confederazione. Null’altro da fare. In quei momenti, il mio pensiero andava verso quel Crocifisso... ed ancora oggi, Lo ringrazio. In seguito, tutto andò secondo le speranze, l’UEC doveva continuare e lo faceva in sordina.

La Sezione CAI doveva avanzare e lo faceva con molta prudenza. Proseguo. Siamo all’inizio del 1935 e le nevi si stanno sciogliendo anche in montagna. UEC e CAI sempre più amici, ma fra non molto ci sarà l’inevitabile divorzio.» Poco dopo, infatti la UEC verrà sciolta non senza grande rimpianto.

Sempre più convinto dell’utilità anche sociale dell’andar per monti nel 1946 sull’esempio di altre Sezioni CAI, come quella Valtellinese che aveva una sua scuola di alpinismo presso il Rifugio Marinelli, Caglio decide di istituire una “scuola di roccia” della sezione affidandola a due prestigiosi scalatori lecchesi: l’accademico Mario Dell’Oro (Boga) e la guida Antonio Piloni.

Fu un successo già all’esordio e dopo le prime uscite in Grignetta, per apprendere le basi dell’arrampicata su roccia e il corretto uso delle attrezzature, gli allievi ebbero modo di applicarle in salite più difficili come i Torrioni Magnaghi o lo Spigolo del Fungo. Notevole e per certi versi sorprendente la conclusione del corso con la salita alla altissima, 700 metri, e selvaggia parete Fasana al Pizzo della Pieve, sul versante valsassinese del Grignone, ascensione alla quale partecipò anche Ugo Tizzoni, compagno di cordata di Riccardo Cassin nella scalata della Punta Walker alle Grandes Jorasses nel 1938. In questa occasione è probabile che furono

in parete solo gli allevi migliori.

Negli anni che seguirono la scuola che nel 1961 fu dedicata al grande Mario Dell’Oro crebbe per competenze e prestigio sfornando alpinisti di ottimo livello che si sono distinti in grandi ascensioni sulle Alpi ma anche sui monti di altri continenti. Un altro grande successo!

In seguito Guglielmo Caglio si trasferì definitivamente a Como con la famiglia e pur non interrompendoli, i suoi contatti con la realtà caratese divennero sempre meno frequenti.

Il rifugio restava però sempre nel suo cuore e ne seguirà con passione le sorti fino ai suoi ultimi giorni: «In Sezione l’attività continua: per i dettagli chiamo in causa ancora una volta la vostra ormai collaudata fantasia. Ricorderò la venuta a Carate di Walter Bonatti, di Riccardo Cassin ed altre figure di Alpinisti... Poi, sempre per ragioni di lavoro, lasciai Carate e tornai a Como, mantenendo sempre contatti con gli amici... Ricordo di essere tornato non molto tempo dopo col Presidente Binaghi ed altri componenti la

spedizione Comasca alle Ande Peruviane. Serata molto interessante per illustrazioni e proiezioni.

Ricordo molto bene l’invito rivoltomi dall’amico Gigi Meregalli, Presidente della Sezione. Con lui venni al Rifugio per la cerimonia della terza inaugurazione avvenuta in settembre dell’anno 1959. M’invitò a tenere il... discorso d’occasione... L’accontentai. Alla celebrazione del 40° Anniversario del Rifugio Carate, non partecipai (impegni di lavoro non me lo consentirono), telegrafai di considerarmi presente. Infine per il 50° del Rifugio non potei, per ragioni di... cuore arrivare alle “Forbici”. Partecipai all’avvenimento sostando sul Primo Sospiro.

POI... POI... POI... ».

Non fu certo un alpinista di quelli da sesto grado il nostro Guglielmo ma con le sue parole e le sue azioni raggiunse vette notevoli con un immenso spirito di servizio e altruismo oltre che sconfinato amore per la Montagna, la Natura e... gli amici. Alla non trascurabile età di 96 anni Guglielmo spirava a Como il 3 aprile 1998.

Davanti alla Carate la figura quasi ascetica di Caglio spicca fra alcuni dei suoi “amici”, coloro verso i quali ebbe sempre la massima considerazione.

I GESTORI O I CUSTODI?

Oggi li chiamano quasi sempre così, i gestori, ma tornando a Confucio e al valore della parola, il termine più esatto per definirli sarebbe forse custodi perché gli uomini e le donne che hanno scelto di vivere parte dell’anno nel rifugio non sono solo osti o albergatori, ma vere sentinelle delle altezze e punti di riferimento per tutti coloro che salgono lassù. Meno usata e dal sapore vagamente prosaico li identifica anche la parola rifugisti.

In un secolo di storia il Rifugio Carate ha visto succedersi otto gestioni iniziando con quella di Cesare Mitta, colui che fece “scoprire” a Guglielmo Caglio l’esistenza di una rudimentale costruzione posta poco a valle della Bocchetta delle Forbici e della quale sbucava solo un piccolo comignolo dalla neve che la ricopriva totalmente. Non si sa molto di Cesare Mitta, figlio di Giacomo. Caglio lo identifica come guida alpina ma in quegli anni, 1927, c’era ancora un po’ di confusione sull’inquadramento di questa figura professionale e, sebbene fossero già stati indetti degli appositi corsi di formazione, il titolo si guadagnava più con l’esperienza diretta, ed era guida l’abile cacciatore di camosci, il cercatore di cristalli, l’alpigiano che amava spingersi oltre l’alpeggio. Possiamo dire che la famiglia Mitta di Torre Santa Maria deteneva una sorta di signoria sull’alta Valle di Scerscen e presidiava quasi tutte le strutture ricettive distribuite sul lungo cammino da Tornadri alla Capanna Marinelli la cui gestione fu affidata dal CAI Valtellinese

a Giacomo Mitta che la tenne dal 1906 al 1918. Sicuramente, prima di succedere al padre, Cesare si era fatto le ossa trasportando le vettovaglie a dorso di mulo da Tornadri alla Bocchetta delle Forbici, valico oltre il quale le nevi eterne rendevano difficoltoso, quando non impedivano, l’accesso alle bestie da soma. Certamente la permanenza alla Marinelli e il contatto con i tanti turisti che ogni estate frequentavano la capanna già allora aveva contribuito molto ad affinare l’innata intelligenza del giovane Cesare. Lo immagino dunque che accompagna i caratesi alla Marinelli in quelle uggiose giornate di fine giugno 1926, certamente ignaro che di lì a pochi anni sarebbe diventato gestore di un altro rifugio. Forse anche lui aveva intravisto un radioso futuro per quel rudere sotto la Bocchetta delle Forbici: accettò quindi di farsi tramite fra il Comune di Lanzada e la UEC nell’acquisizione della struttura. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale la gestione della Carate passò a Maria, figlia di Cesare, che la tenne fino al 1975. Donna energica e decisa la Maria, “una diavola”, come ci dice con un misto di affetto e ammirazione la nipote Carmen Mitta, era veramente appassionata della montagna e fiera del suo lavoro di custode del rifugio. Questa passione si esprimeva anche attraverso una notevole attività alpinistica. Pensate che l’11 settembre 1962 la zia Maria guidò Carmen, allora quattordicenne, e la cugina Claudia, di sedici anni, sul Bernina. L’impresa fu tenuta

segreta ai genitori delle due ragazze fino a compimento. Con la scusa di andare alla Carate per aiutare la zia, Carmen e Claudia lasciarono Musella e con Maria andarono a pernottare alla Marinelli. Il giorno dopo erano sui 4000 del Bernina in compagnia niente meno che di Lino Lacedelli, incontrato salendo. A dimostrazione del suo spirito libero e indipendente nell’e-

Cesare Mitta primo custode della Carate (vedi anche ovale a sin.) “sbinocola” presso la Bocchetta delle Forbici. Il suo posto come rifugista fu poi preso dalla figlia Maria che restò fino alla metà degli anni 70.

state del 1960 troviamo “Mariuccia” Mitta al raduno “100 donne sul Monte Rosa” organizzato dal CAI di Mandello Lario per festeggiare il centenario di fondazione. Naturalmente fu fra le 113 ragazze su 118 che arrivarono in vetta. La Maria, ricorda ancora Carmen, era un tipo molto originale che scelse di gestire la Carate per quasi un trentennio dimostrando grande attacca-

mento al rifugio tanto che il suo nome ne divenne quasi sinonimo. Gli stessi caratesi che la conobbero ricordano con grande affetto questa singolare figura di signora delle Alpi.

Quando Maria fu costretta a lasciare per motivi famigliari, la gestione della Carate fu affidata a Celestino Flematti che con la moglie la tenne dal 1976 al 1988. Fu un periodo cruciale nella storia di molti rifugi alpini: la modernità stava salendo fino alle alte quote anche se con tempi e modi differenti da rifugio a rifugio. Ricorda Celestino che i primi tempi della gestione non furono semplici anche per la grande spartanità offerta dalla struttura. Ricorda Celestino che ci fu qualche momento di incomprensione con la Sezione di Carate circa i lavori di ampliamento del rifugio ma poi tutto si appianò e la sua gestione proseguì anche con l’aiuto dei figli che

cominciarono a salire lassù già in tenera età. Già allora c’era un certo movimento di escursionisti e alpinisti per lo più diretti alla Marinelli ma, come ricorda ironicamente Celeste, erano clienti che “tiravano fuori i soldi col gomito”. Comunque per tutti sul muretto fuori dalla capanna c’era quasi sempre il “ciapel” di vino come amichevole segno di accoglienza anche solo a chi passava senza volersi fermare. In quegli anni grazie anche alle sue conoscenze con qualche importante personaggio politico valtellinese giunse alla Carate anche il telefono, apparecchio preziosissimo già presente alla Capanna Marinelli ma che con la nuova installazione forniva una ulteriore sicurezza nelle comunicazioni specie in caso di soccorso. Sfruttando l’occasione Celeste pensò di suggerire l’opportunità di avere un telefono anche a Musella e superata qualche resistenza riuscì nell’intento avendo così creato una sorta di catena nelle comunicazioni per l’alta Valle di Scerscen. Spesso, scambiando lavori di manutenzione del rifugio con riduzioni del canone d’affitto, Celeste si diede da fare per migliorare la difficilissima condizione dell’apporto idrico ampliando una preesistente vasca di captazione e sostituendo il vecchio tubo in gomma, mise doppi vetri alle finestre e predispose la prima piazzola per l’elicottero, mezzo che stava diventando insostituibile per gli approvvigionamenti e non solo. «Il primo elicottero ad arrivare alla Carate fu quello dello svizzero Ueli Bärfuss della ditta Heli Bernina – ricorda Celestino -. L’elicottero era alla Marco e Rosa per trasportare materiali e mio zio, la guida Riccardo Basci, chiese al pilota se era disponibile a fare un paio di rotazioni fra Musella e Carate per portare la legna. Tutto andò bene ma mi giunse un conto di 560 mila lire che mi obbligò a fare un secondo lavoro per poterlo saldare». Per diversi motivi Flematti

lasciò la Carate e il suo posto fu preso dai membri della numerosa famiglia Bardea di Lanzada che gestì la Carate dal 1989 al 1997. Purtroppo Luigi, il patriarca, è mancato così come uno degli otto fratelli, ma le figlie Maria e Daniela ricordano bene quei tempi. Come quando senza mai avere avuto precedenti esperienze e fidandosi solo della bravura del padre come cuoco, decisero di avventurarsi nella gestione di un rifugio alpino. Il primo anno non fu facile ma fu un’esperienza che le due sorelle ricordano con passione e un pizzico di nostalgia essendo parte importante e formativa della loro giovinezza. Mamma e papà erano sempre lassù assieme a due fratellini Maria e Lindo mentre Daniela, poiché lavorava a Sondrio, saliva nei weekend e durante le

Nella pagina a fronte: due immagini che bene illustrano lo spirito spregiudicato - per i tempi - e sportivo della Maria, storica e indimenticabile rifugista della Carate.

Qui sopra: una recente immagine di Celestino Flematti, successore di Maria.

ferie di agosto. Fu un decennio in cui grazie anche alla cordiale accoglienza riservata agli ospiti, il rifugio cessò del tutto di essere solo meta di passaggio diventando anche luogo per passare qualche giorno in montagna. Con affetto Daniela e Maria ricordano la figura del noto psicologo milanese Silvio Morganti che per diversi anni fece le sue vacanze alla Carate. Si fermava per tre settimane nel mese di agosto e non essendo troppo allenato impiegava parecchie ore, fino ad otto, per giungere lassù anche perché appesantito da un notevole zaino. La sua salita era monitorata a vista dalla terrazza del rifugio e quando la sua figura compariva all’uscita del bosco prima dei Sette sospiri, se possibile qualcuno scendeva ad alleggerirgli la fatica. Quella posizione era un punto di vedetta eccezionale anche perché il bosco era assai più rado e consentiva di vedere con largo anticipo il movimento di chi saliva, come ad esempio la celebre guida Ignazio

‘Gaiardi’ Dell’Andrino che si distingueva come usciva allo scoperto per la sua inseparabile coppola bianca. Tanti amici, feste di compleanno, clienti affezionati, rifugio spesso straripante di ospiti ben al di sopra dei 36 posti letto di allora e un papà Luigi sempre pronto allo scherzo e ad intonare canti coinvolgendo famigliari e avventori: un tempo irripetibile. Dal 1997 al 2000 la gestione passò sotto l’esperta guida di Enrico ‘Rico’ Gianatti in precedenza custode della Capanna Marinelli-Bombardieri. Come dice Enrico, «l’occupazione alla Marinelli era diventata troppo stressante e impegnativa; convinto di trovare un impegno meno faticoso avevo aperto il ristorante San Giorgio qui a Montagna in Valtellina per poi pentirmi perché alla Marinelli il lavoro si concentrava in tre, quattro mesi ma con il ristorante si andava avanti tutto l’anno. Quindi, quando si è offerta l’opportunità, ho preso la Carate con Nadia, mia moglie e

Federica mia figlia. Abbiamo fatto quattro stagioni comprese tre aperture invernali per lo scialpinismo. Il lavoro era decisamente sopportabile, inizialmente abbiamo avuto i soliti clienti di passaggio e molti che si fermavano per pranzo, poi sono aumentati anche i pernottamenti specie da parte di famigliole.» Già nella prima stagione Federica ottenne dietro minaccia di abbandono del suo aiuto che il padre mettesse un banco bar in modo che gli avventori avessero un punto di riferimento una volta entrati nel rifugio. Più tardi Enrico cambiò lo sconnesso tavolato del pavimento e si diede da fare nei mille lavoretti di manutenzione che di volta in volta occorrevano. Fra l’altro migliorò e segnò il sentiero di collegamento con il Rifugio Bignami attraverso la Bocchetta di Fellaria.

Ogni tanto giungeva alla Carate anche la storica rifugista Maria Mitta portando qualche bottiglia di genepì e ricordando i

tempi pionieristici della sua gestione. Fu complessivamente una bellissima esperienza facilitata anche dalla grande disponibilità del CAI Carate nel venire incontro alle esigenze di Enrico che ricorda con affetto il presidente Francesco Meregalli e gli altri vertici della Sezione. «Poi ho fatto l’errore di mollare – ricorda Enrico – e me ne pento ancora oggi.»

Dopo Gianatti fu la volta della famiglia di Nadia Pedrotti e Gianpaolo Gianoli rifugisti dal 2001 al 2007. Anche per loro il periodo trascorso alla Carate fu fra i più belli e interessanti. Fra le opere importanti realizzate in quegli anni, Gianpaolo ricorda la pronta sostituzione del vecchio generatore di corrente che dava sempre problemi. Sua fu l’idea di provare a risolvere l’annoso problema del rifornimento idrico andando a captare l’acqua dal piccolo laghetto delle Forbici e portandola alla capanna mediante un tubo interrato. Determinante per il loro lavoro fu l’uso frequente dell’elicotte-

Nella pagina a fronte: la famiglia Bardea di Lanzada gestì la Carate dal 1989 al 1997. Tanti amici, feste di compleanno, clienti affezionati, rifugio spesso straripante di ospiti ben al di sopra dei 36 posti letto di allora e un papà Luigi sempre pronto allo scherzo e ad intonare canti coinvolgendo famigliari e avventori.

Qui sopra Enrico: Nadia e Federica Gianatti. «Poi ho fatto l’errore di mollare –ricorda Enrico- e me ne pento ancora oggi.»

ro. Ricorda Gianpaolo che solo consegne urgentissime e speciali si effettuavano ancora a spalla, e che chiedendo a questo o quello di portare al rifugio la Gazzetta dello Sport, di cui è assiduo lettore, a volte si ritrovava con tre o quattro copie dello stesso giornale recapitate da altrettanti avventori. Qualche problema lo ebbero con il CAI per tenere lassù il loro cane ma alla fine pure il fedele quadrupede divenne guardiano del rifugio. Molti clienti affezionati sostavano per qualche giorno ma Gianpaolo e Nadia ricordano con piacere l’arrivo di una coppia di turisti anziani provenienti dalla Marinelli. Stavano percorrendo l’Alta Via e la grande costruzione parve loro poco ospitale così divallarono alla Carate e forse attratti dall’atmosfera accogliente decisero di pernottarvi. Apparivano gente alla mano, semplici e cordiali tanto che le signore si persero subito in lunghe chiacchierate cosa che del resto fecero presto anche i loro compagni. Sen-

za enfasi il signore spiegò a Gianpaolo che andava a caccia con il re Fahd dell’Arabia Saudita e aveva fra l’altro casa a Londra. Saputo che i rifugisti erano in procinto di partire per Parigi, la signora si diffuse in una lunga serie di consigli su cosa vistare nella Ville Lumière. Solo qualche giorno dopo Gianpaolo seppe che i due erano Paolo Olceste amministratore delegato della SNAM e sua moglie. La coppia ricorda anche divertita le pretese di qualche cliente che chiedeva fosse alzato il riscaldamento o se ci fosse il parcheggio. Con molto dispiacere ma comprensibilmente, visto che altri impegni erano sopraggiunti, compresi problemi di salute, Nadia e Gianpaolo passarono il comando di quel piccolo regno d’alta quota a due giovani, Francesca Vanotti e Angelo Pedrolini che lo tennero dal 2008 al 2013. Ricorda Francesca che, reduce dall’esperienza avuta nel 2007 alla Marinelli come aiutante di Enrico Gianatti, colse entusia-

Nella pagina a fronte: Nadia Pedrotti, Gianpaolo Gianoli e la figlia Elisa rifugisti dal 2001 al 2007, periodo di grandi nevicate.

In questa pagina: la famiglia di Francesca Vanotti al rifugio e oggi sulla terrazza di casa a Torre Santa Maria.

sticamente l’occasione di gestire la Carate assieme al suo compagno Angelo, ottimo cuoco. Quando il rapporto di coppia si ruppe, a coadiuvare Francesca giunsero i genitori Amanzio e Marta. Per tutti fu un’esperienza indimenticabile, ricca di stimoli sempre nuovi e di tante conoscenze anche se a volte un po’ pesante.

Nel 2014 la nascita dei bimbi di Francesca e problemi di salute per Marta obbligarono ad abbandonare la gestione, ma Francesca sarebbe pronta a riprenderla tanto la considera bella e positiva e tanto ama la montagna.

Non sempre fu facile, come quell’anno in cui si ebbero ben 65 giorni di maltempo o come quando si doveva cercare di venire incontro alle spesso assurde richieste - camera singola, Wi-Fi, menù vegano - di qualche avventore.

Furono anni in cui il rifugio stava abbandonando definitivamente la sua funzione di mero punto di passaggio per diventare luogo di sosta per qualche giorno e punto di ristoro d’eccellenza grazie anche alla scelta di puntare sulla qualità della cucina. Con simpatia la famiglia ricorda l’olandese Sven che ogni anno a inizio stagione soggiornava al rifugio e andava a fare il bagno nel laghetto delle Forbici, oppure lo stambecco Annibale che, in cerca di sale, scendeva dalle creste per leccare le mura della capanna.

Parole di elogio e ammirazione anche verso la passione con cui i caratesi dedicano attenzione alla loro capanna.

Moltissime migliorie si fecero in quegli anni come la protezione della veranda, i nuovi pannelli solari ma anche opere di collegamento come il ponte sullo Scerscen che facilitava la salita al rifugio dal Cimitero degli Alpini: tutte le sere gli operai salivano alla Carate affrontando ben 400 metri di dislivello!

E siamo così giunti ai giorni nostri: dal 2021 nuovi rifugisti sono diventati Ales-

sandro Schenatti con la sua compagna, la monzese Silvia Cozzi.

Da diversi anni Alessandro pensava di mettere a frutto la sua vasta esperienza di uomo di montagna prendendo in gestione una capanna.

Aveva lavorato in quota come addetto alla posa di paravalanghe e nella messa in sicurezza di sentieri e punti pericolanti, per qualche anno era stato aiutante di Floriano Lenatti presso il rifugio GerliPorro. Anche Silvia, di professione osteopata aveva avuto qualche esperienza nella conduzione di un rifugio avendo lavorato presso il Cristina ai piedi del Pizzo Scalino. A conoscenza del desiderio del compagno, quando la famiglia Vanotti decise di smettere, Francesca suggerì ad Alessandro di prendere il loro posto.

Iniziava così l’avventura della giovane coppia, avventura faticosa ma entusiasmante anche se, come ammette Alessandro, non bisogna illudersi che essendo rifugista si abbia il tempo di andare fra i monti: la maggior parte del tempo la si passa fra quattro mura.

Dovendo seguire il suo lavoro come osteopata a Caspoggio e Sondrio, Silvia sale al rifugio da venerdì a domenica e poi per tutto il mese di agosto aiutando Alessandro e lo staff, cuoco compreso durante questo periodo di maggior affollamento.

In questi ultimi anni c’è sempre stata una buona presenza di turisti favorita anche dalla grande divulgazione, soprattutto fra gli escursionisti di lingua tedesca, del trekking Bernina Sud.

Alla domanda di ricordare qualche episodio curioso legato alla loro gestione Silvia mi dice: «Il più divertente aneddoto, ma che è anche illuminante sul cambiamento della tipologia di clientela, riguarda due ragazze romane che imbattutesi all’inizio dei Sette sospiri in un recinto con filo elettrificato telefonano al rifugio preoccupate chiedendo se dovevano traversar-

lo o prendere un’altra via che ovviamente non c’era. Risolta la questione le due pernottano alla Marinelli e il giorno dopo ripassano dalla Carate dirette alla Bignami attraverso la Bocchetta di Fellaria.»

Preavvertiti dal rifugista della Marinelli, Alessandro e Silvia attendono le ragazze a una delle quali bisognava riparare uno scarpone.

Superata anche questa difficoltà le due riprendono l’escursione ma a mezzogiorno nel pieno del lavoro Silvia viene contattata al telefono da una delle romane. Tutta preoccupata le comunica che si trovano il sentiero bloccato dagli stambecchi e temono forse di essere assalite avendo provviste di cibo nei loro zaini. Alla fine tutto si risolve ma quante risate alla Carate. Nei ricordi di Silvia c’è anche il “salvataggio”

in rapida successione di due marmotte andate ad impigliarsi in una rete che proteggeva una profonda fossa di neve. Ma il diario che Silvia tiene fin dal primo anno di attività è pieno di ricordi e spunti interessanti. Dagli a volte assurdi assembramenti di alpinisti che anche con lo 0 termico oltre i 4000 metri si accalcano sul Bernina al cambio delle stagioni dettato dagli spostamenti della fauna e dal silenzio surreale che a fine estate torna ad essere padrone di questi luoghi al confine fra le verdeggianti vedute a Sud della Bocchetta delle Forbici e le desolate sassaie a Nord di essa. Conclude Alessandro: «Oggi, a differenza di qualche decennio fa, il maggior problema per noi è dato dalla cronica carenza di personale. Ci piacerebbe avere uno staff più stabile ma...»

A sinistra: tempi moderni, il nuovo gestore Alessandro Schenatti, assieme al presidente del CAI Carate Antonio Colombo, a destra e, a sinistra, l’ex presidente Francesco Meregall. A destra: Silvia e Alessandro sulla soglia del rifugio.

LA UEC E IL CAI CARATE

LA UEC e il CAI CARATE

Sopra, l’atto di vendita della Carate da parte della UEC al CAI Carate.

Sul finire del XIX secolo in seguito ai notevoli mutamenti socio economici giunti sia pure in ritardo anche in Italia sulla scia della Rivoluzione Industriale, il Club Alpino nazionale era avviato a trasformarsi da associazione elitaria a sodalizio aperto anche alle fasce meno abbienti. Fino ad allora l’alpinismo era ancora visto come un esercizio per pochi, in genere appartenenti alle classi più agiate, che si potevano permettere di assoldare una guida, acquistare attrezzature adeguate e sfuggire agli im-

pegni quotidiani come il lavoro per molti giorni. Tuttavia, il migliorare delle strade e delle ferrovie unitamente a quelle socio economiche degli abitanti, specie di quelli delle grandi città, a cui si aggiungeva l’introduzione del riposo domenicale obbligatorio (Legge sul riposo settimanale, n. 489, 7 luglio 1907, nda), consentivano di disporre di maggior tempo libero. Da più parti uomini lungimiranti come Mario Tedeschi si rendevano conto di quanto potesse essere utile offrire alla classe operaia una sana valvola di sfogo dopo giorni e giorni passati nelle fabbriche. Nonostante il CAI fosse ancora visto come irraggiungibile ai più, nelle grandi città del Nord cominciarono quindi a fiorire moltissime associazioni alternative con scopi marcatamente ludici a differenza di quelli ancora scientifici ed esplorativi del CAI. Paradigmatico è il caso della Società Escursionisti Milanesi sorta nel 1891 i cui fini, nelle parole del fondatore Francesco Bertani, erano quelli di: «...diffondere la pratica dell’alpinismo anche per le classi lavoratrici e meno abbienti della città, fra tutti coloro che per una serie svariatissima di circostanze si sarebbero trovati a disagio nelle file del consorzio alpinistico italiano.»

Il Club era di fronte al dilemma se scegliere l’apertura verso le fasce sociali fino ad allora rimaste escluse o l’arroccamento su posizioni tradizionaliste, ma non ci mise molto ad allinearsi alla novità. Si scopriva la grande valenza sociale della montagna

come mezzo per orientare il tempo libero degli operai, migliorare la loro formazione fisica, culturale e civica allontanandoli anche solo per poco dalla malsana vita di città e dai suoi vizi che allora erano per lo più costituiti dalle osterie. Dopo la SEM nasceva la Federazione Prealpina seguita da una miriade di altre sigle che in gran parte si affilieranno alla Unione Operaia Escursionisti Italiana (UOEI) fondata nel 1911 a Monza dal ferroviere socialista Ettore Boschi con il motto “Per il monte e contro l’alcol” e sostenuta da importanti rappresentanti della cultura e della società civile. Fra essi: Claudio Treves, Leonida Bissolati, Giovanni Bertacchi, il quotidiano l’Avanti!, la Società Umanitaria. Segno dei tempi sono in questi anni le grandi gite popolari promosse dal CAI Milano che portarono in montagna centinaia di uomini e donne; come non citare la Grande gita popolare al Passo di Zocca del 1911 che contò ben seicento partecipanti?

Alla UEOI si affiliarono moltissime altre associazioni minori, circa 150, ma con l’avvento del fascismo le cose si complicarono e forse perché giudicata pericolosa politicamente o perché era intollerabile che il fondatore del sodalizio fosse un operaio socialista fu sciolta nel 1926 annettendola all’OND (Opera Nazionale Dopolavoro). Ma la scomparsa della UEOI non significò l’interruzione della nascita di altre associazioni escursionistiche tanto che nel 1923, a Carate Brianza, un altro apostolo della montagna convince un gruppo di compaesani ad unirsi nella UEC Unione Escursionisti Caratesi. Il suo nome? Guglielmo Caglio.

Negli anni Venti Caglio viveva a Como ed era entrato in contatto con il vivace mondo dell’associazionismo lariano frequentando la “Comense” ed il “Club Esperia”, associazioni culturali e sportive che gli permisero di avvicinarsi alla montagna e allo sci.

Ecco come egli stesso ricorda quello storico momento che porterà in dote anche la realizzazione di un nuovo rifugio sulle montagne della Valmalenco.

«Mi ero iscritto e di conseguenza partecipavo a quasi tutte le manifestazioni indette, arrivando così a svolgere un’interessante attività, prima sulle Prealpi Lombarde, poi sulle Alpi Retiche, Svizzere, ecc. In seguito presi parte ad alcune ascensioni organizzate dal CAO. – Club Alpino Operaio – di Como. Tale attività soddisfaceva il sano... appetito, accrescendo così il mio attaccamento alla Montagna, fatto non solo di arrampicate ma anche di studio nelle sue più varie forme. Del resto, anche prima dell’andata a Como, godevo e condi-

Alcune pagine del libro delle escursioni accuratamente compilato e illustrato dai soci UEC.

videvo coi cari amici, la gioia di andare in montagna.»

Tornato a Carate due anni dopo e... «Ritrovati gli amici, l’andare in montagna con loro riprese, sempre con giovanile entusiasmo. Intanto maturava in me l’idea di costituire un “Gruppo Escursionistico” che mirasse soprattutto a coinvolgere e far partecipi i caratesi a godere con noi le bellezze che la Montagna offre. Ne parlai agli amici... E tu, mi risposero, pretenderesti di far “correre” i caratesi?» Determinato nell’intento Caglio persegue tenacemente il suo obiettivo sordo a ogni critica: «Ritenevo i tempi ormai maturi, voci già circolavano per Carate su quanto iniziava a “bollire in pentola”, simpatici “echi” di approvazione erano nell’aria, non disgiunti però da qualche critica poco benevola...»

E così... «La sera dell’8 marzo 1923, in uno degli incontri con gli Amici, dichiarammo “fondata” l’UNIONE ESCURSIONISTI CARATESI, allo scopo precipuo di “Promuovere, facilitare ed estendere la conoscenza delle montagne”. Questa dichiarazione venne in seguito sancita dall’articolo Uno dello Statuto Sociale. Manifesti murali, volantini, pubblicazioni varie, perfino il “Bollettino Parrocchiale” diedero risalto all’importante avvenimento. Le Autorità locali si compiacquero con i “fondatori” e, sottolineando l’importanza dell’iniziativa, promisero il loro appoggio.»

Il neonato sodalizio ebbe un grande successo e ottenne in pieno gli scopi per cui era stato costituito: i caratesi ebbero modo di conoscere le montagne ma anche di socializzare, creare amicizie, divertirsi in compagnia grazie a momenti conviviali, proiezioni cinematografiche e persino con innovative serate radiofoniche.

Il bilancio sociale era magro ma come racconta Caglio: «Era l’inizio della RADIO nelle case: un lampo illuminò l’UEC che acquistò (a rate) un apparecchio e lo appollaiò su un trespolo in fondo al salone.

Venne pagato l’abbonamento all’Ufficio del Registro che rilasciò la ricevuta N. 3 (!). Annunciata la novità, finalmente arrivò la sera della PRIMA audizione. Mons. Prevosto concesse le sedie necessarie e così, ebbe inizio un altro ramo di attività. Mancava mezz’ora all’inizio ma già il salone era gremito, mentre fuori e per le scale altra gente premeva per poter almeno arrivare a sentire. Il servizio d’ordine era gestito dai 2 Messi Comunali e da alcuni soci. Finalmente si parte: il “manovratore” l’annuncia, la gente di colpo zittisce, e nel salone più nessuno fiata: era di colpo sceso un silenzio ... degno delle alte quote... Dopo numerosi crick e crack e qualche fischio, finalmente si sentì una voce, poi

musica ed ancora voci, questa volta concitate: infine una voce squillante disse che stava per iniziare l’incontro di BOXE; uno dei due era il nostro Primo Carnera. Scusate amici, il nome dell‘avversario non lo ricordo. Ricordo bene invece che il match aveva luogo in SPAGNA: la trasmissione era in “diretta”» (l’avversario di Carnera era Paulino Uzcudun ritenuto il miglior peso massimo di Spagna di ogni tempo. L’incontro, valido per il titolo mondiale, si disputò a Barcellona nel 1930 e fu vinto da Carnera, nda).

La UEC era ormai una realtà consolidata ed entrò a far parte prima della FIE “Federazione Italiana Escursionismo”, poi della

FAI “Federazione

Alpinistica Italiana” ottenendo infine anche l’affiliazione alla FISI.

Tre anni dopo la fondazione, Caglio e un drappello di caratesi sale al Rifugio Marinelli sotto un cielo plumbeo ma il giorno grigio è destinato a trasformarsi in uno dei più luminosi: il caminetto che sporge dalla neve appena prima della Bocchetta delle Forbici, indicando la presenza di un manufatto “parlerà” a Caglio suggerendogli l’ambizioso progetto di dare alla UEC e

a Carate un loro rifugio alpino. Iniziò allora una appassionante vicenda che dura ancor oggi. La UEC intanto proseguiva la sua strada, ma Caglio, iscritto anche alla Sezione CAI di Desio dal 1924 non si dimostrava mai pago e con la solita lungimiranza inizia a pensare di trasformare la associazione escursionistica di Carate in un Sezione del CAI. L’iter fu lungo e non semplice ma alla fine dopo la raccolta delle firme necessarie per la fondazione di una Sezione CAI (minimo 50, nda) nel 1934 nasceva il CAI Carate Brianza con sede in Via Milano 1, abitazione dello stesso fondatore. In un primo tempo le due realtà, UEC e CAI convivono serenamente ma appare sempre più evidente che essendo composte in gran parte dagli stessi elementi si creava una sovrapposizione che sarebbe stato convenente eliminare. Ora piuttosto che fare un racconto di come andarono le cose lascerei a Caglio la suggestiva favoletta con cui descrive lo scioglimento della UEC. Sarà utile anche per meglio conoscere il personaggio.

L’EREDITA’ - IL COMMIATO Realtà e Fantasia a braccetto.

Personaggi: la zia, l’UEC, la nipote, sezione CAI, il presidente g.c., i consiglieri, gli

amici. La Zia, dopo la cerimonia torna in via Milano 1. E’ stanca, dice.

Durante la quiescenza in Via Milano 1, la nipote si era molto affezionata alla Zia e viceversa. Il Presidente e gli amici vedevano di buon occhio questo amorevole rapporto: era un buon inizio che induceva a sperare in un felice epilogo. Spesso la Zia raccontava alla vispa nipotina, di avere una bella casetta su su in alto, su una bella montagna.

Dov’è zia, è lontano? Sì, la piccola era molto curiosa e voleva sapere, sapere... E la Zia le promise di portarla un giorno a vedere la bella casetta.

E quel giorno venne: salendo, la Zia teneva stretta nella sua, la manina della nipote, ma questa spesso si divincolava e saliva così, saltellando, i Sette Sospiri.

Arrivati in vista, la Zia si abbassò, attirò a sé la piccola, le prese la manina, le allungò il piccolo indice e disse così: eccola, mia cara nipotina, la bella casetta, ti piace? La piccola si avvicinò di più, poi tornò indietro di qualche passo, per meglio ammirarla, tornò vicina, la sfiorò con la manina e disse: Non è solo bella, è un sogno! Poi, corse fra le braccia della Zia.

Era molto commossa la Zia, due lacrime arrivarono sul volto della nipotina stretta tra le sue braccia.

È TUA LA BELLA CASETTA,

È IL MIO DONO DI BATTESIMO.

La piccola la fissò a lungo, asciugò le lacrime della Zia con due carezze e disse solo: grazie zia. Io e gli amici Consiglieri respiravamo in silenzio.

Solo il capo cordata disse: ecco un’altra Vetta raggiunta. L’amico “Caminetto” non perse una battuta: avrebbe voluto fumare in onore della Padroncina, ma non poteva. Nella stufa c’era solo legna... bagnata.

La Zia continuò ad abitare in via Milano 1.

Gli Amici venivano spesso a farle visita, era davvero bello stare ancora insieme, ma... La UEC si avvicinava sempre più al crepu-

Soci della UEC sul piazzale del Rifugio Marinelli meta di molte loro gite.

scolo e, la neo Sezione del CAI avanzava invece spavalda.

La Nipote era cresciuta. Una sera, c’eravamo tutti, la Zia ci annunciò la sua prossima partenza. La Capanna è ormai al sicuro, quindi la mia presenza qui non è più necessaria.

Non fiatammo: la Nipote fu la più colpita da quell’annuncio. E così, una fredda mattina di marzo, uscimmo presto dal cancello di Via Milano 1. La Nipote, venuta la sera prima per passare l’ultima notte con la Zia, la teneva al braccio. L’osservavo, era molto deperita, le si leggeva sul volto, il dolore della partenza.

Anche la Nipote soffriva, lo si vedeva, da come la guardava. Una fine pioggerella ci accompagnava per la via Cusani, a quell’ora ancor deserta.

È stato davvero penoso, quell’ultimo tragitto. Siamo alla stazione del Tram: erano in molti ad attendere la Zia per l’ultimo saluto. Mentre la Zia prendeva congedo mi affrettai ad acquistare il biglietto, il tram aveva già fischiato una volta, alla seconda sarebbe partito.

La Nipote si teneva ben stretta alla Zia. Si son dette qualcosa che non sono riuscito a sentire, poi, l’ultimo bacio. Stava salendo, si voltò per l’ultimo saluto e mi disse: è ancora giovane, te la raccomando tanto, abbine cura.

Non dubitarne, risposi. Con il secondo fischio, quel tram si portò via una buona parte della nostra giovinezza. L’ho seguita col pensiero fino al “Campone”, immaginando l’accorato sguardo che avrebbe rivolto, per l’ultimo saluto, a quel numero uno di via Milano.

La nostra Sezione, raccolta l’eredità dell’UEC inizia il suo cammino.»

Di pari passo con l’attività di miglioramento e manutenzione del rifugio nascono continue iniziative nell’alveo degli scopi statutari.

Nel 1961 la proposta del socio Giuseppe

Cazzaniga (detto Franzin) porta alla realizzazione di un primo corso di roccia che ben presto si trasforma in Corso di Alpinismo poiché si tengono anche lezioni su ghiaccio e di arrampicata mista. La serietà dei corsi e dei metodi di insegnamento inducono la Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo a riconoscere questo Corso come Scuola di Alpinismo CAI intitolata all’accademico lecchese Mario Dell’Oro.

Due divertenti immagini che mostrano il folto numero raggiunto dai membri della UEC già pochi anni dopo la fondazione del sodalizio.

LA SCUOLA DI ALPINISMO

LA SCUOLA D’ALPINISMO MARIO DELL’ORO

Qui sopra: apprendimento delle tecniche di progressione su ghiaccio.

Nella pagina a fronte: Bivacco Agostino Parravicini Vedretta di Scerscen Superiore ( gruppo Bernina). In primo piano Fermo, con il maglione rosso Ambrogio, a destra Adelio e in maglietta bianca un giovanissimo Vanni.

Non sappiamo con esattezza quanto sia durato l’esperimento di creare una scuola d’alpinismo presso la Sezione del CAI di Carate. Come abbiamo visto parlandone nella biografia di Caglio, il primo corso si tenne nel 1946 sulla scia di altre sezioni CAI. Istruttori di altissimo livello, Mario Dell’Oro detto Boga primo fra tutti, insegnarono agli allievi i rudimenti per affrontare in sicurezza le rupi. Forse il corso del CAI Carate si agganciava a quelli tenuti sulle guglie della Grignetta da Piloni, Dell’Oro, Cassin e compagni che fin dal 1927, avevano avviato una attività didattico-alpinistica, pur senza istituzionalizzarla. Dal 1929 all’inizio della Seconda Guerra mondiale erano nate in ordine cronologico le scuole Emilio Comici di Trieste; Agostino Parravicini di Milano; Emilio Comici di Pado-

va; Sergio Nen di Venezia; Giorgio Graffer di Trento. Altre ne nacquero subito dopo il conflitto e nel 1948 fu organizzato anche il 1° Corso per Istruttori Nazionali del CAI. Ma il vero boom dell’attività didattica si avrà fra gli anni 50 e 60 con la nascita di molte Scuole di Alpinismo un po’ in tutta Italia. Così sarà anche per la Scuola di roccia (poi diventata d’alpinismo) del CAI Carate fortemente suggerita e fondata da Giuseppe Cazzaniga detto Franzin nel 1961. La Scuola fu intitolata a Mario dell’Oro forse in ricordo di quel primo tentativo del 1946 nel quale proprio il Boga fu principale istruttore. L’ottimo Franzin con la passione che lo contraddistingueva diresse la Scuola per ben 17 anni lasciando in eredità un’istituzione cresciuta su solide basi, aperta, dinamica e pronta ad affrontare le sfide che i turbolenti anni 70 dell’arrampicata portarono con sé. Tra gli istruttori della Scuola, tutti elementi di grande bravura ed esperienza che a titolo personale hanno un importante curriculum di ascensioni sulle Alpi o spedizioni alpinistiche organizzate da altre sezioni, nasceva presto il desiderio di effettuare una spedizione alpinistica, magari extraeuropea, organizzata interamente dalla sezione caratese. Il desiderio era quello di compiere una spedizione alpinisticoscientifica in una zona sconosciuta ricalcando lo spirito che aveva animato i pionieri dell’alpinismo e la scelta cadde su una meta inconsueta per quei tempi in cui si prediligevano le Ande o L’Himalaya: la

Ricordi confusi di un corso di alpinismo al Rifugio Carate

Correva l’anno 1968. Tutto il mio interesse e le mie attenzioni di quel periodo erano rivolte alla “montagna”. L’appuntamento del martedì e del venerdì presso la sede CAI era imperdibile… ogni volta ci andavo sperando di respirare a pieni polmoni storie, aneddoti, programmi, progetti dal gruppo di persone, ai miei occhi “alpinisti”, che frequentava la sede.

Poche in verità, e forse più escursionisti che alpinisti, ma poco importava. Di tanto in tanto faceva capolino qualche personaggio che “sapeva di montagna vera” più di altri e questo mi bastava per motivare i miei viaggi in motorino d’estate e d’inverno a Carate. Il corso di alpinismo primaverile organizzato dalla “Scuola Mario Dell’Oro” (che ho pensato subito dovesse essere uno tosto il Mario visto il suo martello in bella mostra appeso al suo quadro nella sede CAI) fu un tripudio di emozioni e assorbivo ogni dettaglio tecnico e non, come una carta assorbente di quelle che si usavano a quei tempi per non sporcare i quaderni scritti con il pennino e l’inchiostro. Convinsi a fatica poi i miei genitori, che nulla sapevano di montagna e scarponi, a iscrivermi al corso di alta montagna che si sarebbe effettuato dall’11 al 18 agosto di quell’anno niente di meno che nel gruppo del Bernina presso il mitico Rifugio Carate di cui avevo abbondantemente sentito parlare in sede CAI. Ma il Bernina dove sta? Finalmente si parte! Non ricordo nulla del viaggio ma penso di averlo fatto con Ambrogio con la sua mitica Prinz verde. Quanto è lontano il Rifugio… Era lì ma appare e scompare… sono proprio i “Sette Sospiri”. Un colle, un altro, un altro ancora e pur nella forza e nell’esuberanza giovanile il rifugio era quasi un miraggio e lo zaino, con i ramponi e piccozza di ferro bello pieno, pesante. Presenti Franzin il direttore del corso, Ambrogio, Carlo (istruttori), un paio di ragazzotti più o meno coetanei miei, un paio di allievi più attempati e poi ricordo un gruppetto di fanciulle di Seregno… Ero ancora troppo giovane e sbarbato per avere grilli per la testa per le fanciulle; e poi avevano qualche anno più di me, e poi io pensavo alle rocce e ai ghiacciai, e poi forse c’era qualche istruttore che già pensava a loro...

Per la prima volta mi ritrovavo a vivere la vita in un rifugio vero per una settimana. Piccolo, angusto ma caldo e accogliente. Tra salite alle Cime di Musella, Punta Marinelli e esercitazioni pratiche mi sentivo rapito da questo fantastico posto, specie quando la sera salivo alla Bocchetta delle Forbici per rimirare il tramonto e osservare le imponenti montagne che stanno verso … ancora non distinguevo bene quale fosse la più alta, quale fosse il Bernina di cui ero oramai amico con i racconti che Franzin e Ambrogio e

Carlo facevano riguardo alle loro precedenti salite, condite da qualche imprevisto drammatico che con abilità riuscivano sempre a risolvere.

Una sera lasciammo il nido familiare del rifugio per andare a dormire al bivacco Parravicini, sotto la cima del Pizzo Sella con l’obiettivo di salire la via normale del Piz Roseg dal versante italiano. Fu un’impresa memorabile ma l’impresa vera e straordinaria fu quella di riuscire a starci tutti quanti istruttori e allievi nello spazio piccolissimo del Bivacco che aveva al massimo sei posti in piccole brandine. La foto ritrae Ambrogio, Fermo, Adelio e me seduti nel pomeriggio precedente l’ascensione mentre ci gustavamo un’ottima Simmenthal (e come si faceva senza Simmenthal in quei tempi in cui le barrette e i cibi liofilizzati erano di là da venire?).

La vetta fu coraggiosamente raggiunta da tutti. Il rientro al rifugio fu come rientrare a casa e la cena finale tappò tutti gli spazi lasciati vuoti dalle piccole Simmenthal consumate il giorno prima. Il corso era oramai finito e il giorno dopo scesi verso la Prinz verde con tanta felicità dentro per tutto quanto avevo vissuto e un bel po’ di puzza fuori per non essermi lavato per otto giorni.

Poi al Rifugio Carate alla Bocchetta delle Forbici non ci sono tornato per anni. I miei sogni mi portavano spesso verso altre montagne ma quando dopo un po’ di tempo ci sono ripassato e mi sono fermato ho ritrovato il sapore della mia giovinezza e l’entusiasmo di allora. Entusiasmo che, partendo appunto dalla Bocchetta delle Forbici, mi ha permesso di percorrere in lungo i sentieri polverosi ed accidentati ma affascinanti del mondo.

Grazie Rifugio Carate!

Due immagini che ritraggono istruttori e allievi della scuola Mario Dell’Oro durante una lezione pratica e ai piedi del Ghiacciaio del Morteratsch.

Penisola Alfred Wegener, sulle coste occidentali della Groenlandia. L’opportunità di fare a meno dei portatori richiesti dalle spedizioni extraeuropee classiche permetteva inoltre di contenere le spese entro termini accettabili. Il 21 luglio 1966 può finalmente partire la spedizione guidata da Pier Luigi Airoldi (C.A.A.I. Istr. Naz. Gruppo Ragni e CAI Sez. di Lecco e Carate) e così composta: Pier Luigi Bernasconi (C.A.A.I. Sez. CAI di Como); Giuseppe Cazzaniga (Guida Alpina CAI Sez. Carate); Bruno Galli (CAI Sez. Carate, istruttore scuola); Ettore Villa (CAI Sez. Carate, istruttore scuola). A questa prima spedizione ne seguirono altre. Nel 1971 ancora in Groenlandia a completare l’esplorazione della penisola Wegener. Questa volta nelle vesti di capospedizione c’è Giuseppe Cazzaniga,

accompagnato dal Presidente della sezione caratese Gianni Merlini, dagli Istruttori d’alpinismo Ambrogio Rigamonti e Carlo Bonfanti ‘Biond’ oltre a Massimiliano Chiolo. Nel 1989 Antonio Colombo, Giorgio Confalonieri, Davide Corbetta, Danilo Galbiati, Giulio Maggioni, Vanni Spinelli e Ezio Tanzi partecipano a “Cosas Patagonicas”, spedizione nel Parco Nazionale del Fitz Roy delle Ande Patagoniche e tra il 29 e il 31 ottobre aprono una nuova via sull’Aguja Mermoz. Tra le numerose spedizioni organizzate da altri gruppi CAI a cui partecipano i membri della Sezione di Carate va certamente ricordata quella organizzata dalle sezioni di Legnano e Castellanza, nell’intento di aprire una via sull’ancora inviolato sperone Sud-ovest dell’Annapurna III.

Sfortunatamente l’impresa fu funestata dall’incidente occorso il 26 settembre 1986 quando la caduta di un seracco travolse e uccise Massimo Caslini, istruttore nazionale della Scuola di Alpinismo “Mario Dell’Oro”.

Mario “Boga” Dell’Oro L’ispiratore

Giuseppe Franzin Cazzaniga Il fondatore

Nato il 1 ottobre 1906 Mario Dell’Oro a prima vista non sarebbe parso l’arrampicatore che era: uno dei migliori degli anni 30 nel lecchese e in Italia. Iniziò con Riccardo Cassin e assieme a lui nel 1931 aprì la pri-

ma via sulla parete della Corna di Medale durante la quale i due “assaggiano” il primo dei loro numerosi bivacchi futuri. Due anni dopo, sempre al Medale, con Pino Comi tenta una via al centro della parete e la terminerà nel 1934 con Ugo Tizzoni e Francesco Polvara: una via tutta sua, la “Boga” al Medale, ancor oggi famosa e per quel tempo di grande rilevanza. Sempre con Cassin nel 1935 ripeterà l’allora estrema via Solleder al Civetta e sulla maestosa Torre Trieste, con Giudici e Longoni aprirà un nuovo avveniristico tracciato sulla impressionante parete Sud-ovest. Altri importanti successi Boga li otterrà in Val Masino superando l’elegantissimo spigolo Sud-est del Torrione di Zocca, o spigolo Parravicini, con Tizzoni e Cazzaniga e poi sulla Punta Allievi ancora con Ugo Tizzoni. Come ricorda l’amico Comi: «Possedeva tutte le doti dello scalatore di classe ma aveva anche qualcosa di più: un qualcosa fatto di idealismo, di generosità, di modestia e bontà... Fu uno dei fondatori della squadra di volontari del Soccorso Alpino, una delle primissime fra le Sezioni del CAI, costituitasi a Lecco nel 1932...» Dopo il conflitto l’attività del Boga si ridusse e nel 1956 causa un’incidente sul lavoro, il grande scalatore perdeva la vita dilaniato da un’esplosione nella fabbrica di munizioni ove era impiegato.

Giuseppe ‘Franzin’ Cazzaniga scoprì forse la sua vocazione dopo un grave incidente subìto in Grignetta. Fu allora che... «per impedire che altri potessero commettere i miei stessi errori», decise di migliorare le sue capacità e al contempo di diventare guida alpina e istruttore nazionale di alpinismo. La sua dedizione verso l’insegnamento fu completa tanto che gli valse la Medaglia d’Oro del CAI. Ma Franzin non fu solo un “maestro” di montagna, fu anche un valente e instancabile alpinista con una predilezione per i terreni gla-

ciali. Ha scalato le vette del Perù. È stato quattro volte in Groenlandia. Nel 1982 ha partecipato alla traversata sciistico-alpinistica delle Alpi nel deserto dell’Hoggar, in Algeria. Ma il suo nome è legato in particolare alla traversata della Groenlandia con il gruppo che nell’estate del 1988, con Vanni Spinelli, Giulio Beggio, Anna Bianco, Maurizio Della Libera e Gianfranco Fasciolo ricalcò l’epica spedizione che il pioniere norvegese Fritdtjof Nansen aveva compiuto esattamente cento anni prima: 500 chilometri fra il 64° e il 65° parallelo. Nell’aprile del 2016, alla veneranda età di 91 anni Giuseppe Cazzaniga si spegneva lasciando un grande vuoto in tutti coloro che l’avevano conosciuto e ammirato come uomo e alpinista. Così lo ricordava Renato Redaelli presidente del Gruppo Bocia di Verano Brianza: «Alle sollecitazioni di carattere ideale quasi tutti noi rispondiamo impulsivamente con generosità. Pochi però sanno mantenere l’impegno sempre al massimo grado di tensione. Giuseppe Cazzaniga è senz’altro tra i pochi. Tra coloro che servono l’idea in modo totale e intenso, con umiltà e costanza. Il gruppo “I Bocia” si stringe attorno al maestro e all’amico e con il suo applauso esprime la sua gratitudine. Grazie per la tua dedizione agli ideali della montagna, grazie per le tue imprese, per i tuoi insegnamenti.»

In alto: Mario Dell’Oro, il Boga. Sopra, il Boga secondo da sinistra con gli amici lecchesi fra cui Riccardo Cassin, ultimo a destra.

A fianco: Giuseppe Cazzaniga posa seduto sulla sua slitta nel corso della traversata della Groenlandia sulle orme di Nansen.

L’ALPINISMO

Le vette che si profilano nelle immediate vicinanze del rifugio fanno parte del settore centrale di quel sottogruppo denominato Avancorpi meridionali del Bernina, lunga fascia di cime che come una muraglia difende il lato meridionale del massiccio, iniziando con il Sasso Nero per terminare con le vette del Sasso Moro e della Cima di Caspoggio a Est. Il Rifugio Carate si trova quasi al centro del tratto di cresta che va dal Monte delle Forbici alla Bocchetta di Fellaria. Questa prima cima, imponente e massiccia seppure dai fianchi poco ripidi, è localmente nota come Bar Olt (sbarramento alto), nome azzeccatissimo che si potrebbe estendere anche alle Cime di

Musella perché l’insieme forma proprio una sorta di muraglia che chiude in alto la conca dell’Alpe Musella. Prevalentemente costituiti da serpentiniti, gli Avancorpi hanno la loro unica eccezione geologica nella turrita cresta delle Cime di Musella, costituite da rocce cristalline della falda Margna che ne fanno alpinisticamente il gruppo più interessante della zona. Sulla carta IGM questa serie di punte rocciose che vanno dalla Bocchetta delle Forbici alla Bocchetta di Caspoggio è genericamente indicata come Cime di Musella ma già nelle prime guide alpinistiche se ne faceva una più accurata toponomastica. Così le inquadrava Alfredo Corti, massimo

esploratore del massiccio del Bernina da Sud: «CimediMusella,(CimadiCaspoggio (m. 3135), Seconda Punta (m. 3050 c.), Punta Centrale o Biella (m. 3079), Punta occidentale(m.3094c.).»

Un aggiornamento delle quote vede l’Anticima della Musella occidentale a 2990 m, Musella occidentale 3094 m, Musella centrale 3088 m, Musella orientale 3079 m, Torrione Basile 3022 m circa, Cima Di

Caspoggio 3135 m. Comunque la carta IGM 1:25.000 riporta solo le altezze 2990, 3088 e 3136 metri.

Proseguiva il Corti: «Col nome di Cime di Musella, è nota la bella serie di piccole punteallineatedaorienteadoccidente,a chiudereaS.ilbacinodellaVedrettadiCaspoggio,eadominareaN.l’AlpeMusella, fra la Bocchetta di Caspoggio e la Forcola di Fellaria a oriente e la Bocchetta delle

Sopra: la Bocchetta delle Forbici e i versanti meridionali delle Cime di Musella.

A fianco: le Cime di Musella viste da Nord, versante prediletto dai loro primi esploratori.

teepittoreschesorgonocomeunattraente scenario di fronte al Rifugio Marinelli; untempotrascurate,furonoultimamente percorseinvarisensi,epossonooffrireai frequentatori del Rifugio un non disprezzabile campo di arrampicate non lunghe ma interessanti; per la loro posizione eccentricasigodedallevetteunabellissima vista sulle vette e sui ghiacciai principali del versante italiano del Gruppo del BerninaaN.,contrastanticonleverdivallate versoS.»

Non esistendo ancora il Rifugio Carate come base d’appoggio, fino agli anni 30 del 900 l’attività alpinistica su queste belle vette si svolse in prevalenza sul loro versante settentrionale: traversare quasi in piano sulla allora pingue Vedretta di Caspoggio partendo dalla Marinelli era comodo e consentiva di fare di queste vette un’ottima meta di ripiego in caso di tempo incerto per affrontare i colossi del Bernina. Tuttavia, sebbene di dimensioni ridotte, la ardita sagoma di queste cime era senza dubbio un forte stimolo per gli scalatori che se le ritrovavano di fronte in ogni momento guardando dalla Capanna Marinelli verso Sud. Per questo motivo le prime vie furono aperte sui versanti

settentrionali. Tralasciando che forse la cresta fosse già stata toccata in qualche punto dai cacciatori di camosci, la prima ascensione alpinistica nota risale al 24 luglio 1881 quando il signor Riccardo Aureggi con le guide Giovan Battista Confortola e Battista Pedranzini raggiungeva la vetta occidentale di Musella percorrendone la cresta Nord-ovest, il giorno successivo alla loro salita al Bernina. La punta centrale, la più bella e imponente vista da Nord, fu raggiunta nell’agosto 1901 dai soci della SEM Giuseppe Brambilla, Battista Robiati e Domenico Volpi che percorsero il versante Nord-est e la cresta Est. Ecco la breve relazione della salita comparsa sul primo numero del periodico Le Prealpi: «...recatisinell’agostodel1901alRifugio Marinelli(m.2812)percompierel’ascensione di alcuni dei principali picchi del gruppo del Bernina, furono talmente avversatidalcattivotempo,cheinungiorno ditreguaappena,permiselorodiriuscire laprimaascensionediunamodestapunta sulcrestonerocciosoche,apocopiùdi1 km. dal rifugio verso Sud, cinge il lembo meridionale della vedretta di Caspoggio e la separa dall’alta Val Lanterna, o megliodalbacinodeglialpMusella.Anzi,dal nomediquestialp,lecinquepuntebendistinte,incuisifrastagliailcrestone,sono detteCimediMusella,nomenonsegnato sulla carta I.G.M. Però la tavoletta ”Sondrio” al 50.000 dà la quota di tre di esse punte,cioèm.3094,3079,3135. Isuddettisignoriscelserolacimadimezzosiccomelapiùcaratteristicaeattraente. Partiti alle 5,30 dal rifugio, attraversarono la vedretta di Caspoggio, indi per ripidi pendii nevosi giunsero alle 7 alla base della punta rocciosa. La scalata fu dapprima facile, poi richiese prudenza e lentezzacausagliappigliscarsiemalsicuri.Alle8eranosullavetta,ovenontrovarono traccia di precedenti visite. Volendo darleunnomeparticolare,laintitolarono

ad un loro amico e collega, il ragioniere Oreste Biella, perito durante un’ascensionesopraTornoneidintornidiComo.» Una così suggestiva sfilata di vette rocciose non poteva che solleticare le ambizioni degli alpinisti anche per una loro completa cavalcata di cresta. Non esiste una cronologia esaustiva delle traversate e sicuramente qualche cordata che vi si cimentò non ha lasciato testimonianze. Comunque già nell’estate del 1903 l’alpinista britannico Charles Francis Meade con la guida Pierre Blanc compiva l’impresa partendo dalla Cima di Caspoggio. Sempre in senso Ovest-Est cavalcò le Muselle un altro mountaineer britannico, il tenente colonnello Edward Leslie Strutt nel 1903, che fu anche notevole alpinista ed esploratore, attività alle quali si dedicò estate e inverno per una ventina d’anni, fra il 1893 e il 1913. In particolare operò nel Massiccio del Bernina contendendo ad Alfredo Corti, del quale fu amico, il primato esplorativo di queste vette delle quali compilò nel 1910 la prima guida alpinistica “The Alps of Bernina” per la serie delle “Climbers Guides” di Conway e Coolidge. Con Corti condivideva una visione classica e radicale dell’alpinismo. Come scrive un suo biografo le sue opinioni erano rigide e intolleranti. L’unico modo decente e onorevole di arrampicare era quello che Strutt aveva conosciuto da giovane. I ramponi erano inammissibili, i chiodi da roccia erano un anatema.

Sei anni più tardi, il 7 agosto 1909, fu la volta dell’inesauribile conte Aldo Bonacossa che completò in solitaria il percorso da Est a Ovest. Tutte queste traversate furono compiute evitando i tratti più difficili ed esposti che sono presenti sul filo di cresta, sfruttando e collegando cenge e canalini. Per avere un percorso più attinente al lungo crinale dovremo attendere l’estate del 1930 quando l’impresa riuscì a Luigi Bombardieri con la sua fidata guida Cesare

Pagina a sinistra: sopra, nei pressi del Passo Marinelli. Sotto, Giuseppe ‘Pin’ Marini impegnato in solitaria nel superamento della parete Sud del Torrione Brasile usando i primi rudimentali chiodi a pressione. Disegno di Daniele Pigoni.

Qui sotto: scalatori su roccia ai primi del 900.

Folatti. In tempi assai più recenti la traversata Est-Ovest è stata percorsa e ben documentata da Beno Benedetti e dalla guida Giuseppe Della Rodolfa. Veniamo così a sapere che la bella e lunga traversata mai facile e non sempre su roccia buona è stata compiuta in diverse occasioni dalla guida malenca Ivan Pegorari in un’occasione anche con cliente al seguito. L’impresa integrale, comprendente quindi anche la

salita all’esile Torrione Brasile richiede non meno di 12 ore di arrampicata. Per i ricercatori di imprese curiose segnalo che a quanto pare resta da compiersi ancora la prima invernale.

Il conte Bonacossa doveva avere un debole per queste vette perché oltre alla traversata compì diverse prime ascensioni: la parete Nord-est della Cima orientale nel 1907, la cresta Sud-ovest della Punta Biella, il canale Nord-ovest e lo sperone della Punta occidentale nel 1910 in cordata con Alfredo Corti e Guido Vernoni, la parete della Cima orientale nel 1912.

Fra l’altro nel 1911, la cordata Corti-Vernoni aveva superato anche il breve canale Nord-est della Cima di Caspoggio.

Sicuramente non pochi si saranno domandati come mai lo slanciato torrioncino che svetta fra la Cima orientale di Musella e la Cima di Caspoggio si chiami Torrione Brasile. La soluzione al mistero ci dice che a salirlo per primo, coadiuvato da Domenico Bertoni, fu lo studente di origini brasiliane Erminio Marsicano che volle dedicare il torrione alla sua terra natale. I metodi di salita non furono troppo etici e fecero sicuramene incupire il Corti. Ecco il racconto dell’ascensione: «Torrione Brasile (GruppodelBernina)-1aascensione;14 agosto1913.

Dalla Capanna Marinelli si scorge, fra la Punta di Caspoggio (m. 3135) e la quota 3050 m., una serie di torrioni dei quali il più occidentale si erge isolato sulla linea spartiacque.Èadessolanostramèta.

Risalita la vedretta ne raggiungiamo il piede... Salendo per blocchi facili, ma però malsicuri... arriviamo sotto la placca molto inclinata che è esposta verso il ghiacciaio.Perfacilitarelascalatalancio la corda a cavaliere della cresta e, mentre il mio compagno fa equilibrio al mio peso attaccandosi al capo che è andato a penzolaredall’altraparte,iomiaiutocon essa superando così il sasso. Quivi giunti

distiamo ancora cinque metri dall’apice. Esso è il vertice di una piramide che si slanciacontuttelesueparetinelvuoto.A noièrivoltounodeglispigolivivoedunito:questohafuoriportataunintaglio.In esso potei incastrare la corda. La lanciai a parecchie riprese avendo avuto prima la precauzione di assicurarmi all’amico il quale mi garentiva da una eventuale caduta.

Dopo qualche insuccesso riuscii al mio scopo e la corda si incastrò pel suo nodo terminale alla su riferita fessura resistendosoddisfacentementeatutteleprovedi strappo.

Così stando le cose mi avventurai con sicurezza all’emozione di una semi-volata e raggiunsi così appigli altrimenti imprendibili. Raggiunsi per essi facilmente la vettachebattezzainelnomedelmiopae-

senatio.L’estremolembodiquestomonolite è una lastra rocciosa che si slancia nel vuoto quasi a sfidare le masse circostanti che sembrano opprimerlo. Non ci si può né star seduti né a cavallo e tanto meno in piedi; sicché essendo il vento molto pungente fu meglio tornare. La corda doppia mi ricondusse tosto presso il mio compagnocolqualeaffrettaipelmedesimoitinerarioladiscesa.

A titolo di cronaca riferisco che lungo la via trovammo un biglietto di vari alpinisti molto noti i quali ci vollero lasciare il piacere di intaccare la immacolatezza di questo umile torrione dimenticato fra lo scintillaredisuperbealtezze.

Rendo grazie all’amico Bertoni (Sez. Milano) che volle coadiuvare efficacemente alla modesta impresa. Erminio Marsicano (SezionediMonza,SUCAI).»

Nella pagina a fronte: in arrampicata sulla parete Sud della Cima di Musella occidentale.

Qui sopra: prime lunghezze di corda sul Pollice di Musella.

Negli anni successivi forse l’impresa più eclatante dal punto di vista esplorativo è la prima di Walther ed Hermine Flaig alla parete Sud della Cima orientale di Musella condotta nel 1924. Walther Flaig, tedesco trasferitosi con la moglie in Svizzera nel 1929 e successivamente in Austria, fu un noto compilatore di guide alpinistiche fra cui anche una sul massiccio del Bernina. Esperto scialpinista, fu anche autore di un libro didattico sulle valanghe e promotore di iniziative di valorizzazione turistica in Engadina. Ma la cosa che più lo distingue, e non positivamente, è che fu un fervente nazista nonché membro di servizi segreti austriaci al servizio di Hitler. Per questo motivo terminata la guerra la Svizzera lo condannò in contumacia a 30 mesi di prigione e gli fu vietato a vita l’ingresso nel Paese. Con gli anni 30 del 900 le Cime di Musella diventano terreno per un alpinismo più tecnico e di ricerca; interessante ad esempio il percorso della cresta Ovest della Cima di Caspoggio da parte di Mario Pinardi e Camillo Riva con salita della notevole spalla iniziale che per la sua forma è detta la Sfinge. Ma il salto di qualità, se così possiam dire, si verifica con la prima ascensione della parete Sud della Cima occidentale, la più bella della catena, da parte di Giuseppe Marini e Tommaso Pedrazzoli. Siamo nel 1940 ma già l’anno prima il Marini aveva aperto in solitaria una breve via sulla Sud del Torrione Brasile con ampio uso di mezzi artificiali e forse dei primi rudimentali chiodi a pressione usati in alpinismo (solo nel 1942 Nino Oppio e Vitale Bramani ne useranno uno sulla parete Sud del Corno Salarno, nda). Insomma l’alpinismo del sesto grado lambisce anche le nostre Muselle ma ci arriverà definitivamente solo con gli anni 70 con Celso Nana e Mario Vannuccini che con diversi compagni apriranno alcune interessantissime vie. La cordata NanaBergomi supera lo spigolo Sud-est della

Cima orientale nel 1977 e tre anni dopo, sulla parete Nord della stessa vetta, Celso e Battista Nana percorrono il Diedro Rosso poi, nel 1983, raddrizzano la via Marini sulla parete Sud della Cima occidentale. Siam giunti alle soglie degli anni 90 e i grandi progressi dell’arrampicata lanciano nuove sfide e possibilità ai giovani e non più giovani scalatori. La bella parete della Musella occidentale attira le attenzioni del sondriese Mario Vannuccini alpinista e arrampicatore fra i più completi e... avventurosi. Nell’estate del 1991 sull’anticima della Musella occidentale, Mario percorrerà con Celio Giatti lo Spigolo asimmetrico, elegante scalata di otto lunghezze di corda e difficoltà classiche. I due evitarono l’ultimo compatto muro che porta in vetta a quanto pare ancora in attesa di un salitore. L’anno successivo Vannuccini e Massimo Cincera porteranno il VII grado sulle Muselle tracciando una splendida via a sinistra della Marini-Pedrazzoli del 1940. Alla ricerca di nuove possibilità Luca ‘Rampikino’ Maspes si spinge sulla parete Sud della Cima di Caspoggio con Peter Podgornik aprendo Pentagate (VI+) nel 2003 e sempre lo stesso anno con Roberto Agnelli e Alessandra Gianatti supera la parete Sudovest della Sfinge (VI-A2). Tutte vie aperte in stile tradizionale cosa che ha impedito di superare direttamente il muro finale della Sfinge improteggibile senza l’uso degli spit. Nell’agosto del 2010, su uno sperone della Cima occidentale, a destra della via Marini, Alberto Agnelli e Massimo Sala hanno infine aperto la via Sissi, tributo alla modernità con uso di fix inox che rendono la via sicura e piacevole anche se le difficoltà non sono propriamente per tutti: 10 lunghezze - 6b. Ad aggiungere interesse al piccolo gruppo delle Cime di Musella si è recentemente aggiunta la “scoperta” di una parete secondaria posta a valle del Monumento degli Alpini ottima come palestra d’arrampicata. La Palestra “Rifugio

Nella pagina a fianco, apertura di una via nuova sulla parete Sud della Musella occidentale e sotto il Pollice di Musella.

In arrampicata sullo Spigolo asimmetrico alla Cima di Musella occidentale. Lo spigolo è l’evidente pilastro roccioso che delimita la parete Sud a sinistra e chiaramente visibile nella foto piccola della pagina a fronte.

Carate” è situata sul tratto inferiore dello sperone roccioso che si stacca dall’Anticima della Musella occidentale verso Nord-ovest ed è aggirato dal sentiero che porta alla Marinelli. Il Rifugio Carate diventa così anche una potenziale base per corsi di alpinismo in quota offrendo scalate di stampo classico, vie più impegnative e percorsi didattici con difficoltà di base bene attrezzati e comodamente raggiungibili. La prima via risale al 3 settembre 2011 quando Emanuele Fornasiero con Damiano Mauri (classe 1933! e 1939!) aprivano la Via del 50° (della scuola di alpinismo “Mario Dell’Oro”). L’itinerario si sviluppa per 260 m, con difficoltà dal III al IV+. Il 29 giugno 2012 Fornasiero in solitaria apriva poi la Via Giulia a sinistra della via precedente con difficoltà dal III al IV.

Infine il 6 settembre 2012 Fornasiero e gli accademici Mario Bramati e Angelo Erba aprivano la Via dell’Amicizia con difficoltà fino al V. Due parole anche sul Pollice di Musella. Questa notevole emergenza quotata 2781 m sulla carta I.G.M. al 25.000 è ben visibile sulla destra a chi sale i Sette Sospiri e rientra senza dubbio fra le potenzialità alpinistiche attorno al Rifugio Carate. Il 2 febbraio 2002 Luca Maspes, Giuseppe Miotti e Marco Colombo, aprivano un nuovo itinerario sull’inviolata parete Sud-ovest (6 lunghezze con difficoltà massime di V+/VI-). Il giorno seguente dopo aver sfruttato il locale invernale della Carate i tre percorrevano in prima invernale lo Spigolo asimmetrico sulla parete Sud della Cima occidentale di Musella.

Tabella riassuntiva delle prime ascensioni sulle Cime di Musella

24/7/1881 Riccardo Aureggi, Giovan Battista Confortola e Battista Pedranzini

1901 Giuseppe Brambilla, Battista Robiati e Domenico Volpi

1903 Charles Francis Meade e Pierre Blanc

7/8/1907

Aldo Bonacossa

1909 Edward Leslie Strutt

7/8/1909

6/8/1910

7/8/1910

11/8/1911

22/8/1912

Aldo Bonacossa

Aldo Bonacossa

Aldo Bonacossa, Alfredo Corti e Guido Vernoni

Alfredo Corti e Guido Vernoni

Aldo Bonacossa

14/8/1913 Erminio Marsicano e Domenico Bertoni

9/8/1922 Vincenzo Schiavio

15/10/1924

Walther ed Hermine Flaig

Punta Occ. di Musella

Punta Biella o Punta Cent. di Musella

traversata O-E

Cima or. di Musella Parete NE e cresta ESE

traversata O-E

traversata E-O

Punta Biella canale S e cresta SO

Punta occ. di Musella canale NO e sperone N

Cima di Caspoggio canale NE

Cima or. di Musella parete S e discesa cresta O

Torrione Brasile

Punta Biella spigolo NNE

Cima or. di Musella sperone SO e parete S

1933 Gino Bombardieri e Cesare Folatti traversata

1934 Mario Pinardi e Camillo Riva

4/8/1938 Michele Rivero e Nello Corti

10/9/1939 Giuseppe ‘Pin’ Marini

26/5/1940 Giuseppe ‘Pin’ Marini e Tommaso Pedrazzoli

4/8/1942 Giacomo Pansera e Carlo Fumagalli

14/8/1942 Giuseppe ‘Pin’ Marini

12/9/1966 Fernando Dellantonio e Alfiero Deflorian

10/7/1977 Florindo Bergomi e Celso Nana

31/8/1980 Battista e Celso Nana

20/11/1983 Battista e Celso Nana

8/9/1991 Mario Vannuccini e Celio Giatti

19/9/1992 Mario Vannuccini e Massimo Cincera

Cima di Caspoggio cresta O

Cima di Caspoggio sperone NO

Torrione Brasile parete S

Cima occ. di Musella parete S

Cima occ. di Musella vers. E dello sperone N

Cima or. parete SE

Punta Biella sperone N

Cima or. di Musella spigolo SE

Cima or. di Musella diedro rosso

Cima occ. parete S diretta

Cima occ. di Musella Anticima O sperone S della cresta O

Cima occ. di Musella Anticima O parete S

2/2/2002 Marco Colombo, Luca Maspes e Giuseppe Miotti Pollice di Musella parete SO

8/8/2003 Luca Maspes e Peter Podgornik

Cima di Caspoggio - Pentagate

10/9/2003 Luca Rampikino Maspes, Roberto Agnelli e Alessandra Gianatti Sfinge parete SO

6/8/2010 Alberto Agnelli e Massimo Sala

Cima occ. di Musella Via Sissi

TUTTI I SENTIERI PORTANO ALLA CARATE

L’accesso alla Carate ha avuto nei decenni notevoli modificazioni delle quali può essere interessante fare una breve storia. Ancora pochi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale non molto era cambiato dai tempi dei pionieri dell’alpinismo: si partiva a piedi da Lanzada o poco oltre, da Tornadri. Il sentiero originale, rimesso in sesto e allargato dagli Alpini fra il 1916 e il 17, s’addentrava dapprima poco ripido nella valle del torrente Lanterna puntando alle bastionate rocciose del Monte Motta che pare vogliano sbarrare ogni accesso. Dopo circa un chilometro iniziava la ripida mulattiera che ancor oggi, per chi volesse percorrerla, s’inerpica sul versante destro della valle zigzagando tra pareti rocciose e i ripidi boschi assolati del Motta. Per risalire oggi il vecchio tracciato si può partire a piedi dal terzo tornante della strada dopo Tornadri (cartello escursionistico) oppure, meglio, dal quinto dove si può parcheggiare abbastanza agevolmente all’inizio di una vecchia sterrata chiusa con sbarra. Percorsa la strada per qualche centinaio di metri la si abbandona per prendere sulla sinistra la via per Franscia (attenzione: imbocco non molto visibile). Quasi sempre molto ripida la mulattiera lambisce una cappelletta e poi una miniera di talco e più in alto traversa la strada asfaltata. Si entra in una angusta valletta secondaria e dopo una serie di ripidi tornanti il tracciato si allarga proseguendo sorvegliato da rosse rupi di serpentino e dai numerosi relitti dell’attività estrat-

tiva che qui si è svolta per anni. Lambita la grande costruzione del Ristoro, oggi abbandonata, ci si affaccia sull’amena conca di Franscia, un luogo veramente idilliaco; sulla destra sorge la chiesetta di Santa Barbara a guardia di un interessante affioramento roccioso con meravigliose Marmitte dei Giganti. Messo piede sulla strada che giunge da Franscia si prende a sinistra. Dopo un brevissimo tratto pianeggiante, lambita una grande cava e traversato un gruppo di dimore, la salita riprende per superare il ripido versante che chiude la conca verso Nord e giunge su verdeggianti prati del Dosso dei Vetti dove sorge l’ex rifugio privato Scerscen, anch’esso oggi chiuso. Oltre questa località il tracciato perde pendenza e, per lo più nel bosco di conifere, giunge alla vasta e verdeggiante piana alluvionale dell’Alpe Campascio. Un’ultima salita nel bosco di abeti e larici ed ecco l’Alpe Musella, sospirato punto di pausa, allora come oggi, nella lunga fatica. L’alpeggio occupa una

vasta conca di pascoli ed è diviso in tre agglomerati: Musella Occidentale alle porte delle gole superiori dello Scerscen, un gruppo di dimore, che possiamo definire intermedio, dove sorgono i rifugi Mitta e Musella e poi il nucleo di Musella orientale. Da qui, ieri come oggi, il sentiero prosegue verso Nord e, traversato un profondo greto torrentizio, continua nel bosco di larici sempre meno fitto per giungere ai piedi del primo dei Sette Sospiri, ultimo noioso sforzo che porta alla meta.

Per il suo valore storico questo tracciato meriterebbe di essere conservato e se possibile reso più agevole nei pochi punti dove necessita qualche rispettosa manutenzione. La salita da Tornadri con l’aggiunta magari della breve deviazione verso la splendida oasi prativa di Ua o Uva è un vero viaggio nel cuore della Valmalenco più vera.

Nel decennio 1955-1965, la costruzione dei bacini artificiali di Campo Moro e

Nella pagina a fianco: sopra, 1916/17 gli Alpini allargano e migliorano la mulattiera salente da Tornadri. Sotto veduta invernale d’epoca al termine del tratto Tornadri-Franscia.

In questa pagina: sui Sette Sospiri.

Gera rese necessaria la realizzazione di una strada carrozzabile per portare uomini e materiali in quota. Se ne occupò dapprima la Società Elettrica Vizzola e poi ENEL, tracciando un percorso arditissimo lungo il versante Sud del Monte Motta di cui possiamo ancor oggi ammirare perfezione e solidità. La prima parte di questa strada accuratissima e asfaltata, dopo una serie di gallerie scavate fra vertiginose pareti terminava a Franscia. Qui sorgevano enormi silos per contenere il cemento necessario alla costruzione delle dighe e proseguiva una camionabile sterrata per diverso tempo chiusa al traffico normale.

Per andare alla Carate si poteva partire comunque da Franscia risparmiando due ore buone di cammino. Questo secondo sentiero, oggi appena appena disturbato dall’attraversamento di una pista sterrata, percorre la sinistra della valle di Scerscen ed è stato per decenni percorso anche dagli alpigiani durante la monticazione estiva. Largo e spesso lastricato con grandi pietroni di serpentino, da Franscia il tracciato si insinua fra alti roccioni per sbucare quasi improvvisamente nell’idilliaca conca dell’Alpe Foppa. L’alpeggio è posto in un meraviglioso e appartato ripiano erboso che si trova in una valletta secondaria affluente da destra nel Vallone dello Scerscen. Il luogo è magico e sebbe-

ne in stato di grave deperimento è consigliabile una breve deviazione per aggirarsi fra le antiche baite, tutte di legno, che sono forse la testimonianza di una antica presenza di genti Walser giunte fin qui durante la loro storica migrazione dal Vallese. Tipiche di queste costruzioni le pareti costituite da solidi tronchi di larice incardinati fra loro agli angoli da un particolare sistema di incastro noto come blockbau. Ripresa la marcia, dopo un tratto in salita e dopo aver percorso brevemente la sterrata sopra citata la si abbandona verso destra tornando sulla pista originale. Si esce così dalla valletta dell’Alpe Foppa per procedere in falsopiano verso Nord-ovest traversando un suggestivo bosco di larici e rari cembri, intervallato da affioramenti rocciosi e tratti acquitrinosi. In questo tratto, sul dorso di uno degli arrotondati roccioni si possono scorgere delle incisioni rupestri che raffigurano il gioco del mulino, tria o filetto che dir si voglia. Piuttosto che ai significati esoterici e magici che vengono attribuiti al simbolo è più probabile che quelli incisi verso Musella siano stati realizzati come semplici tavole da gioco da qualche pastore. La collocazione panoramica del roccione, tipica dei luoghi preistorici significativi, lascia comunque aperta la porta ad altre interpretazioni. Giunti a un bivio, se si prende a destra si raggiungono in breve i pascoli dell’Alpe Musella orientale collegandosi al sentiero che proviene dai rifugi Mitta e Musella e poi risale il monotono pendio scalinato Sette Sospiri fino alla meta.

Verso la metà degli anni 70, la camionabile Franscia-Campo Moro fu aperta al traffico normale, evento accolto con favore da alpinisti ed escursionisti diretti verso il Bernina: si risparmiavano ulteriori 500 metri circa di dislivello e almeno un’ora buona di cammino. Chi vuole salire al rifugio preferisce oggi percorrere questo sentiero più

Nella pagina a fronte: il piccolo affioramento di Marmitte dei Giganti, recentemente valorizzato, presso la chiesetta di Santa Barbara.

Sotto: sulla mulattiera che lambisce l’Alpe Foppa.

A fianco: salendo al Dosso di Vetto in una foto d’epoca.

breve e meno faticoso che parte dalla diga di Campo Moro posta a 2000 metri. Si tratta “solo” di seicento metri di dislivello assai piacevoli che dopo un primo tratto che si dipana fra rossi roccioni di serpentino e ripido bosco, raggiunta una panoramica spalla, prosegue in leggera salita fino agli ondulati pendii dei Sette Sospiri. Qui il terreno torna a farsi ripido mentre pian piano si abbandonano le ultime piante e in un alternarsi di tratti faticosi intervallati da altrettanti momenti di... respiro ci porta alla meta dopo aver superato sette giganteschi gradoni distribuiti su circa quattrocento metri di dislivello. In sostanza, un percorso facile e ben tracciato utilizzato ogni anno da centinaia se non migliaia di escursionisti e alpinisti perché serve pure per raggiungere con il minor dispendio di tempo e fatica il Rifugio Marinelli-Bombardieri nel cuore del Massiccio del Bernina. Nel suo lungo tratto semi pianeggiante il sentiero passa a monte della verdeggiante conca dove sorgono le baite dell’Alpe Musella e i rifugi Mitta e Musella. Più avanti, infatti, si collega al percorso che giunge da Musella e con in “soliti” Sette Sospiri arriva in Carate.

Assai meno frequentato c’è un altro sentiero che porta alla Carate ma è forse quello che, pur non essendo difficile è favorito dalla presenza di una tappa intermedia nel Rifugio Bignami, permette di traversare un ambiente d’alta montagna isolato e poco frequentato. Questo tracciato inizia a Campo Moro o, per essere più precisi, poco più avanti, ai piedi della diga di Gera. Rimontato il muraglione lo si traversa per iniziare un lungo diagonale che taglia le ripide e dirupate pendici orientali del Sasso Moro e con un paio di tornanti porta al Rifugio Roberto Bignami. Da qui per praterie d’alta quota si attraversa il vicino nucleo di baite dell’Alpe Fellaria entrando in un valloncello percorso da un torrente. Prima del

ponte che lo traversa (cartelli escursionistici) si devia a sinistra risalendo la sponda destra idrografica di un valloncello che più avanti si allarga portando alle pendici settentrionali del Sasso Moro che si lambiscono aggirandone un marcato sperone. Su terreno sempre più sassoso si rimonta infine la valletta morenica che porta alla Forcella di Fellaria 2819 m. Scendendo con direzione Nord-ovest si traversa una zona di grossi macigni portandosi ai piedi del versante meridionale delle Cime di Musella e traversando quasi in piano alla base delle pareti si giunge al rifugio.

Non resta ora che accennare ad un ultimo modo di arrivare alla Carate: il percorso attraverso la gola superiore dello Scerscen. Di certo è una gita che non si adatta ai frettolosi ma probabilmente è quella che maggiormente ci mette in contatto con questi luoghi d’alta quota e alla loro selvaggia maestosità. Dai rifugi dell’Alpe Musella ci si porta al vicino nucleo occi-

Il tempo passa: escursionisti di ieri e di oggi ripresi più o meno nello stesso punto della salita verso la Carate.

Sopra: all’inizio del sentiero che dalla Bignami sale alla Bocchetta di Fellaria, il caratteristico nucleo di baite in pietra dell’Alpe Fellaria.

A fianco: nel Vallone di Scerscen coronato dai tre colossi del Bernina: Roseg, Scerscen e Bernina. Alla sua destra la Cresta Guzza.

dentale dell’alpeggio. Il sentiero, ben segnalato, taglia ora decisamente a sinistra procedendo pianeggiante nel bosco per aggirare l’imponente prominenza rocciosa che segna la soglia del Vallone di Scerscen superiore. Entrati nelle gole se ne percorre la sinistra orografica fino a un ponticello nei pressi delle antiche cave di amianto e ci si porta sul versante opposto. Si prosegue fiancheggiando il torrente e dopo aver percorso circa mezzo chilometro si faccia attenzione a notare sulla destra, alla base di rosse rupi di serpentino lisciate da ghiacci, le mura che ospitavano altre cave e che somigliano vagamente alle architetture di un pueblo navajo. Poco più avanti giungiamo presso la confluenza del ramo principale dello Scerscen con un torrentello minore. Seguiamo quest’ultimo entrando in un verdeggiante valloncello e fra zone detritiche e pascoli d’altura

pieghiamo leggermente a Nord-est per abbandonare infine il corso d’acqua salendo a destra per ottimo sentiero che porta alla deviazione verso il Cimitero degli Alpini (cartelli) che si raggiunge con breve deviazione sulla destra. Tornati ai cartelli si prosegue sul tracciato verso il Rifugio Marinelli percorrendo circa 500 metri in leggera discesa fino alla deviazione per il Rifugio Carate. Si piega allora a destra (Sud - bandierine biancorosse) portandosi infine nel profondo alveo principale dello Scerscen che si supera su un ardito ponticello costruito e posizionato dagli Alpini di Carate Brianza e Lanzada nel 1996. Sempre con direzione Sud inizia ora la risalita dei pendii settentrionali del Monte delle Forbici. Superando alcuni importanti risalti si entra infine in una vallecola che adduce alla terrazza morenica che ospita i due Laghetti delle Forbici (panorama indimenticabile sulle vette del Bernina).

Da qui un ultimo sforzo permette di risalire verso destra raggiungendo la Bocchetta delle Forbici oltre la quale ecco la sospirata meta.

In aggiunta a quanto sopra scritto vale la pena di ricordare che il nostro rifugio sorge sul tracciato di due importanti trekking: l’Alta Via della Valmalenco e il Sentiero Bernina Sud.

L’Alta Via è frutto della geniale intuizione di due professori milanesi appassionati della valle che, stupiti dalla ricchezza del suo patrimonio naturalistico ed etnografico, “inventarono” un sentiero che in otto tappe, tutte diverse l’una dall’altra, permette tutt’oggi di immergersi in un tour entusiasmante che collega il fondovalle ai glaciali scenari del Bernina e del Disgrazia, passando per antichi borghi, alpeggi, altopiani torbosi, mulattiere storiche, antiche cave e rifugi alpini. Nella seconda metà degli anni 70, ottimamente segnalata con bolli e triangoli gialli, l’Alta Via era pronta e fu descritta dai due amici, Nemo Canetta e Giancarlo Corbellini, in una bellissima guida escursionistica che fu anche la prima del genere per la Valmalenco. La tappa che comprende il passaggio al Rifugio Carate è la quinta che dal Rifugio Lago Palù termina alla Capanna Marinelli.

Un notevole successo sta conoscendo in questi anni anche il Sentiero Bernina Sud che inizia in Svizzera, al Passo del Maloja per terminare a Poschiavo in quattro giorni di cammino. Come suggerisce il nome, il sentiero si tiene un po’ più a Sud rispetto all’Alta Via. Ottimamente pubblicizzato sui media, specie quelli di lingua tedesca, negli ultimi anni il percorso ha avuto una grande frequentazione per la gioia dei rifugi posti sul suo tracciato: Forno, Longoni, Carate e Zoia.

I LUOGHI DELLA MEMORIA

I LUOGHI DELLA MEMORIA

Parte della storia del rifugio si intreccia con le vicende che durante il primo conflitto mondiale videro impegnati fra questi monti le Penne Nere. Come abbiamo scritto nel capitolo dedicato alla storia della Carate, una prima capanna fu eretta dagli Alpini skiatori del capitano Davide Valsecchi fra il 1916 e il 17. Si trattava di una solida baita in muratura a secco che serviva da tappa intermedia e da ricovero d’emergenza sul lungo tragitto fra Tornadri e la Marinelli, oltre che da deposito di vettovagliamenti e ricovero per i muli che li trasportavano quassù.

In quel periodo storico fra i reparti distaccati fra le Lepontine e le Retiche vi erano anche sette drappelli di Alpini skiatori, come si diceva allora, di cui due stanziavano in Valmalenco, distribuiti in vario modo, ma dei quali il maggior nucleo era al Rifugio Marinelli dove si teneva un corso di sci. Il loro superiore, Davide Valsecchi, socio del CAI Milano, era un esperto alpinista e un fervido sostenitore della costruzione di rifugi e sentieri. Lo ritroviamo in qualità di ispiratore, finanziatore e costruttore studiando la storia dei rifugi Rosalba e Porta in Grignetta, Allievi nel Masino e Bertacchi in Valle Spluga. Una volta stabilitosi alla Marinelli il Valsecchi si diede subito da fare impiegando i suoi Alpini in diversi lavori come il miglioramento della mulattiera TornadriMarinelli, una nuova cucina all’Alpe Musella, la costruzione della capannetta a valle della Bocchetta delle Forbici e un

notevole ampliamento della stessa Marinelli. Contestato dai suoi superiori per eccesso di zelo e impiego improprio della truppa, il Valsecchi si giustificherà con un documento in cui difendeva la bontà della sua iniziativa allegando l’elenco dei lavori effettuati con lo scopo principale di rendere più sicuro il transito e il soggiorno nella Valle di Scerscen anche in seguito ai tragici fatti del 1 e 2 aprile 1917. Ma che successe in quei due giorni? Dal 1916, per partecipare al corso di sci, erano ospitati alla Marinelli circa 200 Alpini, altri 28 si trovavano all’Alpe Musella e un’ottantina erano a Tornadri. Scopo non secondario della loro presenza era la sorveglianza del confine con la Svizzera. Nella primavera del 1917 abbondantissime nevicate accompagnate da un clima mite si abbatterono nella regione e il 1° aprile piovve addirittura in alta quota.

Conscio dei potenziali pericoli Valsecchi sospese temporaneamente ogni attività, ma non basterà. Secondo il Diario storico del Comando del Settore Mera Adda: «... alle 16,30 una grande valanga si distacca dall’AlpeFellariaraggiungendol’AlpeMusella(cosaimpossibileessendol’AlpeFellaria su un altro versante. Probabilmente la slavina scese dalle pendici occidentali del Sasso Moro o dai pendii vicini sottostanti la Bocchetta di Fellaria, nda)». La massa nevosa distrusse l’alberghetto di Musella causando la morte di 8 Alpini e il ferimento di altri 14 alcuni dei quali si dice uscirono dalla trappola passando per la canna fumaria della casa. Il caporale Parolini scese immediatamente a Tornadri per dare l’allarme e presto giunse notizia anche a Sondrio da dove il giorno 2 partirono rinforzi ritardati però: «... per la valanga che ostruì la rotabile poco a Sud di Torre

pagina a fronte, gli Alpini rendono onore alle salme dei commilitoni travolti dalla valanga del 1917.

Qui sopra, il Cimitero degli Alpini oggi, nell’incomparabile e solenne scenario del Bernina.

Nella

Santa Maria a mezza strada circa tra SondrioeChiesa(presumibilmentenelvallone del Valdone, nda)». Ignaro dei fatti, il giorno 2 Valsecchi «... invia a valle un drappello di ben 42 tra i migliori sciatorialcomandodelTenenteGhiglione(allo scoppio della Grande Guerra, Piero Ghiglione,coluichediverràunodeimaggiori esploratoriitaliani,erastatochiamatoad addestraregliAlpinisciatori,nda),conil Sottotenente Giuliano, un Sergente e il Caporale Battaglia. Quest’ultimo è un arditissimosciatore,precedetuttiaMusella e, saputa della disgrazia sopra descritta, ritorna immediatamente per dare l’allarmeallaCapannaMarinelli.»Nel frattempo i suoi compagni, mentre traversano i ripidi pendii sotto la Cima occidentale di Musella alla volta della Bocchetta delle Forbici, sono a loro volta investiti da una grande valanga e trascinati nel Vallone di Scerscen. Il Ghiglione e il Battaglia riescono a salvarsi dando a loro volta l’allarme a quelli della Marinelli ma per 15 Alpini non v’è nulla da fare. Oltre cento loro commilitoni si precipitano a sondare la valanga scavando in profondità fin anche per una ventina di metri ma senza successo: i corpi saranno trovati solo a tarda estate e inumati in un minuscolo cimitero nel Vallone di Scerscen per poi essere traslati nel Sacrario Militare di Sondrio nel 1932. Rimasto per anni in grave stato di abbandono tanto da essere considerato un luogo consegnato all’oblio e incerta meta per escursionisti d’avventura, il Cimitero degli Alpini è stato pian piano “riscoperto” e infine restaurato ad opera delle Penne Nere di Lanzada che ogni anno celebrano lassù il ricordo di quel tragico evento con un pellegrinaggio (www.anavaltellinese.it). Oggi il piccolo camposanto fra le vette è una bella meta raggiungibile da Musella compiendo un anello che poi porta alla Carate attraversando il Vallone di Scerscen grazie al ponte posato dagli

Alpini di Carate e di Lanzada nel 1996. A completamento di questo interessantissimo itinerario è possibile spingersi sul vecchio sentiero per la Marinelli che dalla Bocchetta delle Forbici si dirama da quello odierno tenendosene un poco a monte. A cinquecento metri circa dal valico, su un crinale roccioso che delimita a Sud il bacino dell’ormai quasi estinta Vedretta di Caspoggio, in una posizione magnifica sorge un piccolo monumento piramidale dedicato alle vittime delle valanghe del 1917: è il Monumento degli Alpini (il nuovo percorso si tiene infatti poco a valle di quello originale che, valicata la dorsale dove sorge il Monumento, entrava sulla un tempo abbondante Vedretta di Caspoggio e quasi in piano portava alla Marinelli. Ritiratosi il ghiacciaio, anche per il pericolo di caduta pietre, fu abbandonato per il tracciato inferiore più sicuro, nda). Aggiungiamo a titolo di curiosità che dal Monumento si può scendere sul versante opposto su facili ghiaioni (neve ad inizio stagione) perdendo un centinaio di metri di quota e riprendendo l’attuale sentiero Carate-Marinelli. Presso le sponde del laghetto glaciale di Musella una targa e alcuni rottami contorti ricordano l’incidente in cui nel 1957 persero la vita Luigi Bombardieri e il pilota Mario Pagano precipitando con il loro elicottero durante un volo di ricognizione. Ricordo infine che nei pressi del rifugio, lambita dal sentiero, si trova anche una piccola cappella costruita dagli Alpini di Carate Brianza e inaugurata nel 1999 ulteriore testimonianza del legame fra le Penne nere e questi storici monti. Chi non si accontentasse di questa splendida escursione nelle memorie dei luoghi, una volta ripreso fiato e magari pernottato al Rifugio Carate, potrebbe sempre salire sul vicino Monte delle Forbici 2910 m che sorge elegante e massiccio fra il Vallone di Scerscen e la Bocchetta delle Forbici. Assieme al Sasso Nero e al Sasso Moro, il

Monte delle Forbici si trova in una eccezionale posizione panoramica sul Massiccio del Bernina e la Valmalenco, forse la migliore in assoluto per la sua centralità. In vetta ci si arriva comodamente partendo dalla Carate e percorrendo il sentiero che ne risale il versante Est. Dopo un primo tratto a tornanti su ripidi pendii di sottile detrito, il percorso, sempre ottimamente segnalato si fa più roccioso e con un’ultima gimcana fra grandi massi porta alla cima sulla quale si trova la croce posta l’8 settembre 2006 assieme agli Alpini di Carate in occasione dell’80° di fondazione del rifugio e voluta da Don Gaudenzio Corno quale “espressione della cultura religiosa, punto di riferimento e simbolo di pace e speranza”.

Nella pagina a fronte: sopra, salendo al monumento degli Alpini e, sotto, il semplice cippo che ricorda i tragici eventi del 1917.

In questa pagina: la discesa verso il Laghetto di Musella alla ricerca dei resti dell’elicottero di Gino Bombardieri e del comandante Mario Pagano caduto nel 1957.

La Croce del Monte delle Forbici

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«Una cima senza una croce non è una vera cima» avevo detto a Francesco Meregalli, allora presidente del CAI Carate, dopo essere salito dal rifugio al Monte delle Forbici. Una vista meravigliosa a 360 gradi, con tutto intero il Gruppo del Bernina, esperienza da non perdere; ma il sentiero era appena tracciato e poi su in cima non c’era niente. E solo qualcuno ci saliva, raramente. «Ci manca qualcosa - avevo continuato - un sentiero ben segnato e una croce che ti dica che sei arrivato in cima.» Era una riflessione che mi portavo dentro da quando ero salito al monte Bianco. Lì, sul Bianco, complice una densa nebbia, ho capito di essere arrivato solo perché la montagna incominciava a scendere e alcune persone erano ferme cercando inutilmente di far funzionare le macchine fotografiche bloccate dal freddo, per immortalare la raggiunta cima. Ero rimasto un po’ deluso. Una croce dà una identità a una cima. «E - avevo aggiunto - se vogliamo mettere una croce, dobbiamo farlo in fretta, perché temo che tra un po’ di anni forse non sarà più possibile.»

Non ricordo la risposta di Francesco, non so neanche se la cosa è legata a questa mia riflessione, ma dopo un po’, con mia grande gioia, ho saputo che qualcosa si stava muovendo. Ero convinto della cosa, ma non mancavano i dubbi. «Perché proprio una croce? - mi chiedevo - Non è un elemento divisivo nei confronti di chi non è credente o pratica un’altra religione?». La mia risposta è stata: «La croce in cima alla montagna fa parte della nostra tradizione! Non mi meraviglie -

rei né mi scandalizzerei se in cima a una montagna in Arabia Saudita ci fosse una mezzaluna o in Nepal una statua del Budda. Ma, più in profondità, perché la croce non è un segno di conquista, come una bandiera issata sulla cima per dire che ci siamo arrivati noi, ma è il segno di una vita donata, fino al sacrificio di se stesso, per gli altri. E poi è un qualcosa che, come la montagna, rimanda ai valori dello spirito. Uno non va in montagna perché glielo ha ordinato il medico, ma perché gode della bellezza della natura, rigenera lo spirito e vive l’amicizia con coloro che ne condividono la passione. Anche la montagna è un richiamo ai valori dello spirito, a ciò che va oltre le necessità e la pesantezza della vita quotidiana. Allora la croce è in sintonia con la montagna e va bene in cima alla montagna, come già avevano pensato i nostri nonni.» Passò un po’ di tempo, per i permessi e per i lavori. Poi, un sabato pomeriggio del 2007, siamo saliti sulla cima per la benedizione della croce. Un momento atteso, commovente. Tutti abbiamo toccato quel simbolo che splendeva al sole ormai calante e abbiamo fatto il segno della croce su di noi. Abbiamo pregato: «Cristo, che, con la morte in croce, ci hai insegnato ad amare e rispettare ogni uomo, soprattutto l’uomo che è in difficoltà, fa’ che, guardando la tua croce sui nostri monti, anche noi impariamo ad amare ogni uomo.» E poi abbiamo ricordato i morti in montagna e abbiamo chiesto di essere protetti nel nostro cammino sulle rocce. Sono ormai 20 anni che la croce svetta sul Monte delle Forbici. Tante persone vi sono salite. Lo testimonia il

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libro di vetta. Anch’io ci sono stato ancora alcune volte. Non so se ci riuscirò in futuro, perché ho superato gli 80. E allora mi sono messo una sua bella foto nel mio studio, proprio davanti alla scrivania. Ogni tanto la guardo e mi pare di essere con coloro che arrivano ora in vetta. E mi dico: «È bello che sia così, abbiamo fatto una cosa giusta per molte persone.»

LA MESSA DI APERTURA STAGIONE

È tradizione che la stagione del rifugio inizi ufficialmente la prima domenica di luglio, con una festa al centro della quale c’è la Messa. L’hanno celebrata diversi sacerdoti e anche - che io sappia - due Vescovi: Mons. Giovanni Giudici, Vescovo ausiliare di Milano e poi Vescovo di Pavia e Mons. Roberto Busti, Vescovo di Mantova, molto legato al rifugio. Anch’io, nei miei 57 anni di sacerdozio ho celebrato diverse volte questa Messa, non saprei dire quante; non le ho contate. L’ho celebrata anche in altri rifugi, ma alla Carate il clima è diverso. È una festa, espressione di tutto il paese con le autorità, il CAI, gli Alpini, i Marciacaratesi... È il ritrovarsi di gente che si è data l’appuntamento lì, ha condiviso la fatica della salita (i famosi Sette Sospiri), è contenta di salutarsi e ritrovarsi. Anche nel periodo difficile del Covid ci siamo riusciti e nei diversi anni abbiamo sperimentato come la montagna muta con i cambiamenti climatici. Ho provato a celebrare dentro il rifugio, perché il tempo era proibitivo; una volta ho celebrato sul terrazzo ancora tutto ricoperto di neve. Ma certamente la celebrazione più significativa è alla

Bocchetta delle Forbici, presso la cappellina degli Alpini, radunati a gruppetti, secondo le asperità del terreno, chi in piedi e chi seduto su un sasso, in un orizzonte indescrivibile. Una immensa cattedrale a cielo aperto con pareti costituite dal Gruppo del Bernina. Un silenzio rotto solo dallo scrosciare dell’acqua che scende dai ghiacciai.

E nel silenzio un senso grande della presenza di Dio e lo smarrimento per la piccolezza e fragilità dell’uomo: «Se guardo il cielo, la luna e le stelle, opere che tu con le dita hai modellato, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi?» dice il salmo 8 della Bibbia.

E in questo senso del mistero, reso grande dalla altezza delle montagne, dalla neve, dalle acque, la gioia di essere riuniti insieme dal Signore che si fa presente in mezzo a noi. E nasce la domanda: «Perché anche tra le montagne abbiamo fatto la guerra, perché ancora ci facciamo la guerra se è così bello essere riuniti insieme?» Poi alla fine della Messa il ricordo di chi è morto in guerra e di chi è caduto in montagna - ognuno ha qualche nome da mettere - con il canto “Dio del cielo, Signore delle cime”, quasi sussurrato per la commozione.

L’Andiamo in pace, che conclude la celebrazione, diventa l’invito a continuare la fraternità della cena eucaristica nel buon pasto consumato nel rifugio o a gruppetti tra i massi. Ed anche un invito a portare nella vita di tutti i giorni la gioia di trovarci insieme, nella condivisione della vita, che abbiamo vissuto in quella Messa là sulle rocce, nel cuore dei monti.

Tra i parroci che hanno celebrato la messa alla Carate uno ha espresso il desiderio di salire il Pizzo Bernina, quasi riuscendoci. Ecco il racconto di quella avventura.

Una montagna di amici..

“Guarda come si vede bene il Marco e Rosa...” Ogni volta che in scioltezza salivamo le roccette che portano alla cima del Monte delle Forbici, Francesco non mancava di segnalare ben visibile in lontananza davanti a noi sullo sperone di roccia del Bernina il rifugio a quota 3600 m. Fu così che nacque la curiosità di visitarlo. Occasione propizia fu l’estate del 2013 nella ricorrenza del centenario dell’inaugurazione del vecchio rifugio Marco e Rosa. Nell’ultima decade di Agosto organizziamo la salita. Dopo pranzo dal rifugio Carate ascensione al Marco e Rosa per il pernottamento... Meteo non proprio generoso, ma è garantita una finestra di bel tempo. “E magari si fa un tentativo al Bernina..”, azzardava il carissimo Antonio, guida preziosa e affidabilissima.

Come da programma partiamo di buon passo. Tutto sembrava per il meglio quando... “track!”. Giungendo al Marinelli una mia pedata maldestra ad un sasso provoca la rottura del mio vecchio scarpone Koflach. Niente da fare... Impossibile proseguire. Con intuito e generosità Antonio torna alla Carate e in tempi record mi raggiunge con un paio di scarponi del rifugista Angelo, provvidenzialmente di giusta misura. Si è perso tempo prezioso (occhio al meteo), ma riprendiamo l’ascensione e attraverso passo Marinelli entriamo nel vasto pianoro del ghiacciaio ormai in condizioni da estate inoltrata. Quando ci si alza verso le rocce che guidano alla salita la crepaccia terminale si presenta davanti a noi bene illuminata dal sole ormai cadente... Niente di proibitivo e dopo breve sosta riprendiamo il percorso, ma... “click”. Chissà perché dal taschino del mio zaino scivola proprio nella bocca del crepaccio la custodia con le chiavi di casa. Non erano certo le “Chiavi del Regno”, ma ancora con perizia e sveltezza Antonio le recupera (una guida così è veramente una garanzia). Bisognava affrettarsi e ormai si trattava di arrampicarsi sullo sperone di roccette che conducono al rifugio. Un profondo crepaccio separa il ghiaccio dalla roccia e una scaletta stesa a pavimento permette di raggiungere l’attacco della ferrata. Ma, “Ohibò!”... le braccia del prevosto poco palestrate e niente avvezze a lavori di fatica non ce la fanno a tirarsi su con gli smanacci di corda che consentono di raggiungere l’attacco della via. Per giunta con la roccia che spanciava un po’ in fuori. Antonio mi trainava di tutta forza, ma... niente da fare. Piano “B”. Si sale dal ripido scalone di neve che conduce in quota. Giusto il tempo di avviarsi e il meteo cambia di umore... Nuvole e raffiche di vento mettono premura, ma un altro

Don Gianpiero in discesa dalla ferrata dalla Marco e Rosa.

crepaccio più in alto sembra sbarrare il passo. Chi è principiante come me fatica un po’ a puntare la becca della piccozza e il piede oltre il crepaccio, perché in realtà l’altro piede non sembra volerti seguire... Nel breve impaccio, mentre Antonio con la corda mi dava aiuto, uno degli sconosciuti che in montagna diventano subito “compagni” mi dà una preziosa spinta (un “taruzz”) e tutto si risolve. La salita ora era ripida e non dava sconto di sorta. Ma assolutamente non c’era nemmeno il pensiero della fatica... Esaurita la finestra di bel tempo, ecco una bufera di vento neve e grandine. Sei proprio solo con te stesso in balìa degli elementi della natura. Non vedi nulla intorno a te. Noti appena il pallore della neve sotto i piedi e davanti a te qualche metro della corda che sai ti tiene legato al tuo compagno di cordata, il quale con passo deciso procede facilitandoti un po’ lo sforzo. Dopo il tempo necessario, uno sferzante rabbuffo di vento, quasi a salutarci squarcia le nubi e ci permette di vedere accanto a noi completamente imbiancato di neve il vecchio rifugio e accanto la più vistosa sagoma del nuovo rifugio Marco e Rosa. Fradici, entriamo in fretta per toglierci quanto avevamo addosso e per renderci conto che anche nello zaino ben poco era rimasto di asciutto. Il tepore del rifugio (moderno e isolato a dovere) ci accoglie insieme alla frizzante simpatia del famoso Bianco, rifugista da leggenda. Ovviamente chiediamo una bevanda calda, ma per il contrasto termico ci prende una sorta di

Sul ghiacciaio verso la Marco e Rosa.

tremorio della muscolatura, con l’effetto quasi comico di faticare persino a portare alle labbra la tazza di tè. Rilassati, ci aspetta un meritato riposo ben protetti dal solido rifugio. Ma fuori imperversa un’incredibile bufera e il vento sembra urlare con tutta la forza, scuotendo ogni cosa. Sul tavolato della zona dormitorio noi due siamo stesi insieme agli altri in attesa del sonno, mentre il prevosto si raccoglie in preghiera... Ma... C’è un “Ma!”. “Come farò a dire al don che non si può pensare di salire al Bernina, dopo che gliel’ho promesso?” È il pensiero che ronza in testa ad Antonio... E nella testa del don fa capolino un dubbio fastidioso: “Speriamo che Antonio non abbia in mente davvero di andare al Bernina!”… Una fraterna e sincera confessione reciproca risolve ogni cosa. Al risveglio nulla di buono. Vento e gelo tengono tappati in rifugio gli avventori e inutili sono i tentativi del rifugista di cacciare tutti fuori. All’improvviso quasi per incanto cessa la bufera e tutto si libera. Il paesaggio è un capolavoro di neve e ghiaccio e il cielo di un azzurro cobalto smagliante. In fretta scendiamo lungo la ferrata, frantumando con i ramponi il ghiaccio che nella notte ha ricoperto ogni cosa. Il tratto finale sopra il crepaccio laterale è comodamente scavalcato con una calata predisposta dai compagni di avventura. Il sole che quasi ti acceca e si riverbera sulla neve ti fa sentire sul corpo e nel cuore che è proprio bello andare in montagna con amici così.

GRAZIE A TUTTI GLI AMICI DEL CAI CARATE BRIANZA!

I RIFUGI VICINI

I RIFUGI VICINI

La “nostra” Carate sorge in una posizione strategica del comprensorio alpino centrale della Valmalenco.

Si trova infatti come al centro di una ragnatela ai cui vertici sorgono altri importanti rifugi della zona. Ci è parso dunque opportuno dare una breve illustrazione delle altre strutture sorelle anche perché

possono essere meta o punto di partenza da e per la Carate.

Ancor prima che Guglielmo Caglio e i caratesi “scoprissero” le mura abbandonate poco a valle della Bocchetta delle Forbici nel comprensorio della Valle di Scerscen erano già operativi un rifugio al Dosso di Vetto (Doss de Vett, nda), quelli all’Alpe Musella, la Capanna Marinelli e la Marco e Rosa, quest’ultima sulla spalla del Pizzo Bernina a più di 3600 metri di quota.

Tuttavia il rifugio di maggiore importanza e il primo in assoluto della Valmalenco fu la Capanna Scerscen poi Marinelli e infine Marinelli-Bombardieri. Questa costruzione è stata fondamentale per tutti coloro che si spinsero ad esplorare il versante del massiccio e la si può definire, senza timore di esagerare, storica.

Rifugio

Marinelli-Bombardieri

Nel 1879, la Sezione CAI di Sondrio accoglieva con interesse il suggerimento del geografo e alpinista fiorentino Damiano Marinelli che, nel 1876, durante un tentativo di salita al Bernina da Sud, si era reso conto della necessità di avere una base d’appoggio avanzata per spezzare un lungo avvicinamento. Scriveva Marinelli: «Il Bernina o Monte Rosso di Scerscen, la punta più alta di un imponente gruppodimonti,ilpiùaltodelleAlpisituatea EstdelGottardo,riccodipicchi,dighiacciai e di vedute sublimi, fonte di prosperità per l’Engadina, è quasi sconosciuto, raramente visitato e mai asceso dal lato italiano, e ciò devesi, a parere mio, a tre coseprincipali,cioè: 1°allamancanzadi buoni alberghi nella Valle Malenco e sue tributarie;2°allascarsezzadibuoneGuideitaliane;3°allamancanzadicaserifugio....Inquantoacasedirifugiooraindispensabili,tuttorestadafare.Maqualora il Club Alpino si decidesse, mediante sottoscrizione,d’impiantarvenealcuna,proporreiperlaprimadisceglierelosperone meridionale del Monte Rosso di Dentro o CrestaAgiuza,chesiavanzanelghiacciaio diScerscen...»

L’anno successivo il Marinelli ebbe la conferma della validità del luogo scelto per costruire la nuova eventuale capanna: «..Sarebbe cosa altamente lodevole, se la Sede Centrale del Club Alpino Italiano e con essa la Sezione di Sondrio, che vi è particolarmente interessata, facessero ognisforzopecuniario,affinchésicostruisse e presto una capanna di rifugio sullo sperone meridionale della Cresta Güzza, all’altezza di circa 3000 metri sul livello del mare... Una capanna posta su quello sperone potrebbe anche molto opportunamente servire per esplorare dal nostro versanteitalianoleprossimeepiùimportantipuntedelgruppoquali:ilPizRoseg,

il Monte Rosso di Scerscen, la Cresta Güzza,ilPizZupòedaltre...»

Dietro tanto influente stimolo la Sezione si fece carico di finanziare e gestire i lavori di costruzione che vennero affidati a valligiani della Val Malenco e nell’estate 1880 nasceva la Capanna Scerscen. Damiano Marinelli ebbe modo di usare il rifugio nel corso di una nuova campagna esplorativa sul versante Malenco del Bernina ma pochi giorni dopo perirà sul versante Est del Monte Rosa con le sue guide Battista Pedranzini e Ferdinando Imseng. In seguito al luttuoso evento la Sezione Valtellinese decise all’unanimità di dedicare a chi tanto l’aveva voluta e patrocinata la nuova Capanna Scerscen che da allora in poi sarà Capanna Damiano Marinelli. Da quei giorni il rifugio ha conosciuto innumerevoli ampliamenti a dimostrazione della sua importanza per gli alpinisti ma fu per anni meta preferita anche dai turisti

Nella pagina a fronte: due immagini che mostrano l’evoluzione subita dalla Capanna MarinelliBombardieri dagli anni 30 ai giorni nostri.

Qui sotto: la Cima di Caspoggio dal piazzale della Marinelli.

che soggiornavano in Valmalenco. Fra gli anni 30 e 70 andare alla Marinelli era veramente considerata una escursione che non poteva mancare nelle esperienze di qualsiasi appassionato di montagna. Dal 1946 in poi, per opera di Luigi Bombardieri, presidente della Sezione Valtellinese, la ca-

panna raggiunse le dimensioni attuali che oggi appaiono persino esagerate se non si pensa ai fasti del suo passato. Nel 1957 durante un volo di ispezione l’elicottero su cui si trovava Bombardieri si incagliò nel cavo della teleferica che dal Monumento degli Alpini portava alla Marinelli e precipitò: pilota e passeggero persero la vita. In seguito all’incidente il nome del Bombardieri fu associato a quello di Marinelli nell’intitolazione del rifugio.

Capanna Marco e Rosa De Marchi alla Forcola di Cresta Guzza, m 3600

Nonostante la presenza della Marinelli, la via verso il Bernina restava comunque ancora lunga e non sarebbe stata inutile una base d’appoggio in alta quota per affrontare gli ultimi metri verso la vetta del 4000 più orientale delle Alpi. La località più adatta era stata individuata già nel 1910 da Alfredo Corti il maggiore esploratore dei monti valtellinesi. Il luogo ideale era un affioramento di roccette e detriti spesso libero dai ghiacci che delimita a Nord l’imbocco del canalone che scende sul Ghiacciaio di Scerscen superiore o Ca-

nalone di Cresta Guzza.

Donata al CAI Valtellinese dal dott. Marco De Marchi e signora, la capanna vide la luce nel 1913 sotto la direzione di Alfredo Corti, trasportando il materiale dal versante svizzero, lungo la seraccata del Labirinth sul Ghiacciaio del Morteratsch tra mille difficoltà e grazie al contributo di maestranze fornite quasi esclusivamente dalla famiglia Mitta di Torre Santa Maria. Costruita in legno, secondo le previsioni dei costruttori non sarebbe durata per più di un ventennio; oggi c’è ancora e funziona da rifugio invernale e di emergenza.

Nel 1964 fu inaugurata una nuova capanna, costruita accanto alla vecchia in posizione leggermente più elevata ma forse troppo vicina ai ghiacci della Spalla del Bernina che per anni crearono diversi problemi causa il loro avanzamento contro la parete orientale.

Divenuta di difficile mantenimento, la capanna del 1964 fu sostituta nel 2001 da un nuovo modernissimo rifugio che sfrutta tutte le più moderne tecnologie costruttive e abitative, esempio di costruzione d’altissima quota rispettosa dell’ambiente. Al nome di Marco e Rosa De Marchi fu associato quello di Agostino Rocca la cui famiglia diede un importante contributo alla realizzazione dell’opera. Pochi anni dopo l’inaugurazione una grande frana staccatasi poco a valle dell’edificio distrusse la via attrezzata delle Roccette di Cresta Guzza che vi conduceva.

Ne fu presto approntata una nuova corrente lungo la sponda destra orografica del Canalone di Cresta Guzza ma purtroppo non scevra di pericoli oggettivi. Per questo motivo, recentemente è stata invece ripristinata con qualche variante la vecchia via delle Roccette.

Custodi sono sempre state le Guide della Valmalenco, l’attuale è Giancarlo ‘Bianco’ Lenatti.

Rifugio Roberto Bignami all’Alpe Fellaria

A oriente della Carate, al di là del crestone settentrionale del Sasso Moro, su un notevole sperone panoramico fra il verde dei pascoli, le due lingue in profondo ritiro del Ghiacciaio di Fellaria e le vette dei Pizzi Argent e Zupò che sfiorano i 4000, sorge la grande costruzione del Rifugio Roberto Bignami appartenente alla Sezione di Milano del CAI. L’edificio fu costruito in due periodi di tre mesi ciascuno (luglio - agosto - settembre) negli anni 1955 e 1956 su progetto del prof. Nevio Ricciuti e con la collaborazione del sig. Igino Zoia, vice-presidente della Sezione CAI Milano. Fu donato dalla Madre di Roberto Bignami in ricordo del fi-

Nella pagina a fronte: la vecchia Capanna Marco e Rosa eretta nel 1913 e il moderno rifugio degli anni 2000.

Sotto: il Rifugio Roberto Bignami presso l’Alpe Fellaria.

glio Roberto, perito con i compagni Beppe Barenghi e Giorgio Rosenkrantz nel corso della Spedizione Italiana del 1954 al Monte Api nel Garhwal-Himalaya. Roberto Bignami, perito giovanissimo, fu uno scalatore di valore che aveva aperto numerose vie nuove spesso legandosi con Walter Bonatti soprattutto in Val Masino. Nel primo periodo dopo la sua costruzione un rifugio tanto grande apparì a molti sovradimensionato oltre che poco utile agli alpinisti essendo piuttosto decentra-

In questa pagina: il moderno Rfugio Mitta. Sotto: la “casa” Mitta a Musella prima della valanga che la danneggiò seriamente nel 1917.

Nella pagina a fronte: sopra il Rifugio Musella all’alpe omonima, sotto il Rifugio Scerscen.

to dal massiccio principale. Ma già pochi anni dopo mise in luce la sua importanza come punto tappa dell’Alta via della Valmalenco, in particolare nella traversata da e per la Marinelli o, in alternativa, da e per la Carate. Negli ultimi anni, con la creazione del percorso glaciologico Antonio Marson, il rifugio ha visto aumentare di molto la frequentazione anche per la brevità di accesso che dalla diga di Gera chiede poco più di un’oretta di facile marcia.

Rifugi all’Alpe Musella

Sul vecchio percorso verso la Carate e la Marinelli si trovano anche il Rifugio Scerscen al Dosso di Vetto e i due rifugi li-

mitrofi Mitta e Musella presso l’omonimo alpeggio, quest’ultimo probabilmente già operativo agli inizi del 900.

Tutte e tre queste strutture furono costruite con notevole spirito imprenditoriale da valligiani che avevano pensato non senza ragione che il sempre maggiore afflusso di amanti della montagna e il nascente turismo alpino avrebbero avuto necessità di punti di ristoro e ospitalità.

Spulciando la “Guida alla Valtellina” del 1884 e quella del CAI Milano “Alpi Retiche occidentali” del 1911 non si trova però ancora menzione di punti tappa gestiti lungo il percorso verso la Capanna Marinelli. Comunque a Musella la famiglia di Giacomo Mitta possedeva già una costruzione che fungeva da deposito vettovaglie intermedio per i rifornimenti diretti alla Marinelli, allora gestita da Giacomo al quale, dopo la Grande Guerra, subentrò il figlio Cesare che divenne poi anche il primo custode della Carate dopo il 1927. Non sappiamo esattamente quando la casa di Musella abbia cominciato ad essere adibita anche all’ospitalità, ma probabilmente fu nei primi anni del 900. Nella primavera del 1917 una grande valanga partita dai fianchi del Sasso Moro danneggiò gravemente la costruzione provocando la morte di otto dei quattordici Alpini che vi dimoravano. In seguito all’evento alcuni membri della numerosa famiglia eressero una cinquantina di metri più a Ovest quello che diverrà l’Alberghetto Musella mentre Cesare Mitta rimetterà in sesto la vecchia casa che dopo il secondo conflitto mondiale sarà adibita anch’essa a servizio di alberghetto col nome di Rifugio Mitta. In una guida alpinistica di Giannino Soncelli del 1938 si cita infatti solo l’albergo Musella mentre nella Guida “Bernina” di Silvio Saglio del 1959 si legge: «...poco discosto è sorto l’Albergo Mitta a 4 piani anch’esso aperto nella stagione estiva, illuminazioneelettricaeacquapotabile.»

Rifugio Scerscen al Dosso di Vetto

Il Rifugio Scerscen al Dosso di Vetto conobbe una certa fortuna finché, negli anni Sessanta, la costruzione degli impianti idroelettrici di Campo Moro e di Gera e della relativa strada rese meno conveniente l’uso della mulattiera storica per la Capanna Carate e la Marinelli. Il rifugio fu costruito da Antonio Picceni che con ottimo spirito imprenditoriale intuì la valenza di un punto di ristoro per i numerosi alpinisti che si dirigevano verso le cime del Bernina.

Alcuni documenti sul progetto risalgono al 1927 e pare che l’inaugurazione avvenne due anni dopo, anche se nella Guida Monti d’Italia “Bernina” di Silvio Saglio è scritto 1930. Gestito sempre dalla famiglia Picceni a parte una breve parentesi, il rifugio ha cessato l’attività negli anni Novanta.

LA GEOLOGIA

Nelle pagine precedenti: i colossi dioritici del Bernina con l’inclusione di granito chiaro alla base della Cresta Guzza.

GEOLOGIA AL RIFUGIO CARATE E DINTORNI

diMicheleComi

Il Rifugio Carate Brianza è uno dei più noti della Valmalenco. Sorge a ridosso della Bocchetta delle Forbici, crocevia di storici percorsi escursionistici — come l’Alta Via della Valmalenco — e via d’accesso privilegiata per chi si muove verso le cime del gruppo del Bernina. Ma il Carate è anche situato su una soglia geologica di straordinario interesse: un punto di transizione dove si incontrano, a pochi passi l’uno dall’altro, mondi roc -

ciosi profondamente diversi, separati da milioni di anni di storia. Lungo il sentiero di accesso da Campo Moro, al limite superiore del lariceto, tra pascoli e pietraie, affiorano ancora oggi frammenti scuri e vitrei: sono scorie di fusione, resti di antichi forni per la riduzione del rame attivi in alta quota durante la prima età del Ferro (VIII-VI sec. a.C.). Queste scorie — piatte, dense, con superfici lisce e vacuoli — sono ciò che

rimane di un sapere metallurgico arcaico, praticato in accampamenti stagionali, dove l’uomo produceva carbone di legna per fondere i minerali di ferro contenuti nella serpentinite. Fuochi dimenticati, che parlano di una montagna già vissuta, esplorata, trasformata, molto prima dell’arrivo delle prime carte topografiche e degli insediamenti stabili.

Oltre il bosco, una successione di dossi — i cosiddetti “Sette Sospiri” — accompagna l’escursionista verso il rifugio. Si tratta di cordoni morenici ben conservati, tracciati dagli antichi ghiacciai che scendevano dalle vette sovrastanti. Morene e coni di detrito si sovrappongono, si intrecciano, modellano le pendici delle creste: una stratificazione di forme che racconta il lento lavorio del ghiaccio e del tempo.

Il Carate si trova proprio al margine set -

tentrionale del grande corpo ofiolitico della Valmalenco: serpentiniti e altre rocce metamorfiche, derivate da antichi fondali oceanici, affiorano con la loro tipica tinta grigio-verde dalla testata della valle fino alle sommità del Monte Disgrazia. Bastano pochi passi per passare da queste rocce scure, compatte, lucide e tenaci, ad altre completamente diverse per colore, composizione, origine. Nei pressi della Bocchetta delle Forbici fanno la loro comparsa micascisti, gabbri, paragneiss, e le grandi pareti granitiche verticali delle Cime di Musella. Non è facile ricordarne i nomi, ma è semplice riconoscerne l’aspetto: variazioni nella tessitura, nel colore, nella risposta al

In questa pagina: a sinistra il ghiacciaio di Scerscen inferiore e i chiari marmi dolomitici che separano le rocce della Falda Margna da quelle soprastanti della Falda Sella.

Qui sopra: la bella parete Sud delle Cime di Musella costituita da solidi graniti.

Qui sotto: le serpentiniti del Monte Delle Forbici nelle cui viscere si aprono antiche cave di amianto.

Nella pagina a fronte: focus sull’area che comprende il Rifugio Carate dalla Carta Geologica della Valmalenco di Attilio Moltrasio e Volkmar Trommsdorff.

Sotto: l’evidente copertura di marmi del Pizzo delle Tre Mogge contrasta con gli scuri quarzoscisti del Pizzo Malenco.

tatto — una geografia della materia che si legge con i sensi.

Il contrasto più netto si manifesta poco oltre la Bocchetta, dove rocce carbonatiche (marmi calcitici e dolomitici) si allungano verso Ovest con spessori crescenti, formando un vero e proprio bastione che chiude a terrazza la Val di Scerscen. Tra questi strati si aprono curiose cavità ipogee, come la celebre Grotta del Veronica. Qui, fino a pochi decenni fa, scendeva il ghiacciaio di Scerscen Inferiore; oggi le rocce nude del Pizzo Tremoggia, candide e compatte, dominano la scena con il loro inconfondibile profilo.

Per apprezzare a pieno questi contrasti litologici e cromatici, è consigliabile camminare nel tardo pomeriggio lungo il sentiero che dalla Bocchetta delle Forbici conduce al Rifugio Marinelli. Con la luce radente del tramonto, le differenze tra le rocce si fanno più evidenti: non serve essere geologi per cogliere la varietà dei colori e delle forme. Le

grandi morene laterali del vallone dello Scerscen, i torrenti glaciali, i pendii fioriti — arricchiti dalla geodiversità dei substrati marmorei — si rivelano come un atlante geologico a cielo aperto. Allargando lo sguardo, dal Monte delle Forbici alla cresta Glüschaint-Sella, e ancora ai giganti delle Retiche — Roseg, Scerscen, Bernina — si intuisce la struttura profonda delle Alpi, frutto di una lunga storia tettonica iniziata oltre 130 milioni di anni fa. La chiusura dell’Oceano ligure-piemontese, la collisione tra le placche africana ed europea, e gli imponenti fenomeni di raccorciamento hanno sollevato e accavallato interi lembi di crosta, spostandoli di centinaia di chilometri, a costituire gigantesche falde di ricoprimento. Ecco allora che la sequenza geologica si offre a chi sa leggerla: la falda ofiolitica della Valmalenco, con le sue serpentiniti (Monte delle Forbici); il basamento cristallino della falda Margna, che sostiene l’ex Capanna Scerscen; le coperture sedimentarie (i marmi del Pizzo Tremoggia); la falda Sella, con le sue granodioriti; e infine la falda Bernina, dove dioriti costituiscono la cima più alta delle Alpi centrali. Pochi luoghi come questo offrono una lettura così chiara della storia geologica alpina, affiancata da una testimonianza potente delle sue fasi glaciali: depositi, morene, rocce montonate, massi erratici. E lo fanno mentre sotto i nostri occhi si compie la rapida regressione dei ghiacciai, mutando anno dopo anno l’aspetto del paesaggio. Prima di rientrare a valle, fermatevi. Sedetevi lungo le rive del Lago delle Forbici, piccolo specchio verde smeraldo scavato da un antico ghiacciaio. Ascoltate il silenzio. Osservate i riflessi delle cime. Qui, la roccia non è solo sfondo: è memoria profonda, racconto di fuochi dimenticati, ghiacci scomparsi e paesaggi in divenire.

Da Carta Geologica della Valmalenco di Attilio Moltrasio e Volkmar Trommsdorff - QUADERNI DI GEODINAMICA ALPINA E QUATERNARIA - MILANO2004
GNEISS Graniti di Musella
Rif. Carate

TESORI NELLE ROCCE

TESORI NELLE ROCCE

L’area montuosa presa in considerazione è zona di contatto fra diverse realtà geologiche, serpentiniti, calcari, paragneiss, ortogneiss e micascisti che favorisce il formarsi di nuclei o filoni mineralizzati di rodingiti (un tempo chiamate anche granatiti), come alla Forcella di Fellaria in cui sono presenti minerali anche di elevato rilievo collezionistico.

Le rodingiti sono rocce che allo stato solido vengono modificate da fluidi acquosi di

vario tipo con l’immissione per diffusione o infiltrazione di nuovi componenti chimici provenienti dalle rocce con cui vengono a contatto e sostituzione della componente minerale originaria. Queste rocce hanno poi la caratteristica di formarsi solo in presenza di serpentiniti quando queste creano una reazione chimica a contatto con altre rocce metamorfiche. I minerali caratteristici di questa roccia tanto amata dai collezionisti sono il granato andradite

e grossularia, il diopside, la vesuvianite, il clinocloro, la clinozoisite e la prehnite; minerali accessori possono essere la wollastonite, il piropo, l’actinolite, l’humite e la clinohumite.

Tra le Cime di Musella e il

Monte delle Forbici

Nell’area del Monte delle Forbici a quota 2600 m circa, sotto la Bocchetta delle Forbici, poco a valle dei laghetti sul versante della Val di Scerscen, una vena calcitica nel serpentino ha fornito notevoli campioni. Diffuso è il clinocloro con le tipiche figure triangolari od anche esagonali sulle superfici delle lamine. L’ilmenite forma ben definiti cristalli tabulari tozzi, piuttosto lucenti fino a 20 mm. In altre vene calcitiche delle serpentiniti, talora con amianto, sono immersi cristalli romboedrici rugosi di ilmenite, fino a 25 mm,

su cui talvolta sono impiantati individui tabulari di titanite da verde-erba a giallina. Accessoria è la pirrotite in rari cristalli esagonali bronzei. Il Monte delle Forbici è citato poi in letteratura tra le località minori in cui è presente il granato demantoide e tra le località in cui erano presenti miniere a 2400 m circa. Il Monte delle Forbici dove in passato sono già stati fatti ritrovamenti interessanti, domina con la sua massa imponente tutto il percorso di chi sale dall’Alpe Musella verso il Rifugio Carate e separa il vallone che scende dalla Bocchetta di Fellaria e dal Sasso Moro verso l’Alpe Musella dal Vallone di Scerscen. In quest’area, dove le rocce verdi vengono a contatto con le formazioni della Falda Margna-Sella nel 2009 ho trovato un affioramento di calcefiri a clinozoisite e diopside ricco di un granato grossularia quasi puro con cristalli anche centimetrici di colore

Nella pagina a fronte: campione di andradite rossa e clinocloro verde del vallone di Fellaria. Campione e foto di Ernesto Ceribelli.

Qui sotto: pionieri della mineralogia in Valmalenco. A sinistra: Pietro Sigismund, il maestro, e a destra, in azione, Fulvio Grazioli, l’allievo.

tra il bianco, il rosa e l’arancio. I cristalli rombododecaedrici erano abbastanza evidenti nonostante il colore bianco-latte con sfumature aranciate, li confondesse con la matrice. Granati della varietà grossularia così bianchi ne avevo visti pochi in Val Malenco dove tra le grossularie dominano l’arancio e il rosso. Successivi ritrovamenti nella zona, hanno messo in evidenza la presenza in paragenesi con il granato (anche in cristalli centimetrici di un bel color arancio, con clinozoisite e diopside), di notevoli cristalli di titanite anch’essi piuttosto chiari e di colorazione cangiante dal bianco al giallo-verdognolo, facilmente confondibili con la matrice.

Forcella di Fellaria e Sasso Moro

Lasciato il Rifugio Carate alle spalle si prende in direzione Est dirigendosi verso il canalone che scende proprio dalla Bocchetta di Fellaria; salendo si può fare una sosta sotto le propaggini del Sasso Moro, alla destra del vallone, alla ricerca di qualche cristallo di quarzo (qui è stato trovato anche un piccolo ma interessante cristallo a scettro).

La salita del vallone che conduce alla Bocchetta non è agevole dato il gran numero di massi anche di grandi proporzioni che ne occupano il fondo ma si faccia attenzione dato che il vero giacimento di minerali della zona è costituito proprio dalle molteplici vene di rodingite diopsidica, presenti nel roccione che divide il vallone che scende verso il Rifugio Carate e l’Alpe Musella in due vallecole: quella di destra molto impervia nella sua prima parte, ricca di minerali come andradite, dai colori che variano dal rosso all’arancio fino al bruno caffè, al nero e al verde smeraldo, diopside, vesuviana, perowskite, magnetite, ilmenite e clinocloro. I granati di questa zona si distinguono non solo per la varietà di colori, ma anche per la caratte-

ristica di avere le facce dei cristalli incastonate da miriadi di cristalli aciculari di diopside bianco che ne fanno un unicum in Valmalenco. Arrivati alla Forcella, proprio appena sotto il passo verso sinistra, è facilmente rintracciabile un banco di albite color bianco latte con cristalli anche molto nitidi associati a rutilo. Gli ardimentosi non ancora stanchi dopo la salita, che volessero poi portarsi a casa qualche bel campione di perowskite possono valicare la bocchetta e discendere nella valle che conduce al Rifugio Bignami; proprio negli sfasciumi serpentinosi del crinale del Sasso Moro, sono stati rinvenuti eccezionali campioni di perowskite raro minerale di titanio che arricchiscono le collezioni di mezzo mondo, spesso associati a cristalli altrettanto belli di magnetite ed ilmenite.

Pagina a fronte sopra: andradite arancione su diopside bianco del vallone di Fellaria. Campione collezione Eugenio Donati, foto Antonio Miglioli.

Sotto: perowskite e magnetite del vallone di Fellaria. Collezione Antonio Costa, foto Roberto Appiani.

Sopra: il vallone che sale verso la Bocchetta di Fellaria ricco di tesori nascosti.

A fianco: andradite marrone fino del vallone di Fellaria. Campione e foto di Ernesto Ceribelli.

A fianco: da anni l’allarme sulla fusione dei ghiacciai occupa i media. Vedretta di Scerscen inferiore, fine anni 90, Ambrogio Fogar intervista il Prof. Claudio Smiraglia sul problema.

Nella pagina a fronte: il ghiacciaio di Scerscen superiore, sopra una immagine di Alfredo Corti (1910) e sotto lo stesso scenario nel settembre 2025.

RIFUGIO CARATE: FRA GHIACCIAI E “NON GHIACCIAI”

È pur vero che dal Rifugio Carate, mentre riprendiamo fiato dopo aver percorso le infinite ondulazioni dei “Sette Sospiri”, lo sguardo spazia su scure piramidi rocciose, su vaste pietraie che più in basso si alternano e si frammischiano a fasce di vegetazione erbacea ed arbustiva, ma ghiacciai a portata di vista non se ne scorgono. È altrettanto vero che basta risalire alla vicina Bocchetta delle Forbici perché quell’oggetto iconico del paesaggio dell’alta montagna, il ghiacciaio, faccia la sua apparizione ai piedi delle più famose vette del gruppo del Bernina, come il Pizzo Roseg. In realtà è probabile che quando ci si affaccia per la prima volta alla Bocchet-

ta, magari a fine estate, o anche quando vi si risale dopo molti anni, si resti delusi da quanto si può osservare. Al posto della vasta bianca superficie che avevamo immaginato o delle lingue glaciali che qualche decennio prima avevamo visto unirsi in un’unica grandiosa colata, si osservano masse di ghiaccio grigiastro, coperte in gran parte da detriti. Brevi e tozze lingue di ghiaccio fuoriescono a malapena dai circhi superiori collocati alla base delle cime famose, dal Tremogge al Glüschaint, dai Gemelli al Pizzo Sella, dal Roseg allo Scerscen, fino al Pizzo Bernina: anche i ghiacciai che si osservano dalla Bocchetta delle Forbici si allineano alla crisi globale

del glacialismo.

In effetti il paesaggio dell’alta Valle di Scerscen doveva apparire del tutto diverso rispetto ad oggi ai pochi frequentatori della seconda metà del XIX secolo. Le descrizioni e le carte dell’epoca, cui si aggiungeranno poi anche le fotografie, ci presentano un grandioso ghiacciaio vallivo a bacini composti (costituito cioè da più lingue che scendono dai circhi superiori e confluiscono in un’unica colata che raggiunge la valle principale). La lingua comune scendeva per oltre 3 km, mentre la massima lunghezza del ghiacciaio, registrata nel settore Nord-ovest che raggiungeva il Passo Scerscen, era di oltre 6 km. Doveva trattarsi di un vero e proprio “sistema glaciale”, che comprendeva anche il versante settentrionale delle Cime di Musella e aveva collegamenti anche con il più orientale e altrettanto imponente “sistema” di Fellaria.

La storia successiva può essere ricostruita attraverso le ricerche appassionate dei primi glaciologi, veri pionieri di una disciplina scientifica del tutto nuova. Attraverso le loro descrizioni, le loro carte topografiche, le loro fotografie (mitiche quelle di Alfredo Corti), possiamo cogliere

le trasformazioni del paesaggio di questo settore dell’alta Valmalenco. Nei decenni il ghiacciaio si è ricoperto di detrito superficiale che, con la sua limitata conducibilità termica, ne riduce la fusione. È la classica transizione da ghiacciaio “bianco”, privo cioè di detrito superficiale, indice di buona “salute”, a ghiacciaio “nero”, ricoperto in gran parte da detrito, spesso preludio all’estinzione. Il sistema glaciale dello Scerscen subisce proprio questa evoluzione. A fine Ottocento comincia a separarsi dalla lingua valliva principale il bacino di alimentazione più piccolo, quello contenuto nei circhi che si aprono sul versante settentrionale della Cima di Caspoggio e delle Cime di Musella, nasce in questo modo (ma non è un evento da festeggiare!) il Ghiacciaio di Caspoggio. In mezzo secolo quello che Nangeroni negli Anni Venti valutava ancora come uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Italiane (15 km2), si era trasformato in un complesso di almeno tre ghiacciai minori. Le frammentazioni hanno portato, alla formazione di nuovi apparati glaciali di minori dimensioni. In alcuni casi si tratta di placche di ghiaccio non sempre definibili “ghiacciai” denominate “glacioneva-

ti”. Il caso più emblematico è forse quello del Ghiacciaio di Caspoggio, il più prossimo al Rifugio Carate, ormai nettamente separato dal “sistema” di Scerscen già negli Anni Venti del XX secolo. Negli Anni Settanta si verifica un’altra frammentazione. Nel circo che si apre al di sotto della Cima Occidentale di Musella si isola una piccola ripida placca di ghiaccio, in gran parte coperta da detrito, che viene denominata Ghiacciaio delle Cime di Musella (0,11 km2) e che oggi si può dichiarare “estinto”. Nel 2022 si stacca anche il settore occidentale del ghiacciaio collocato al di sotto della Cima Centrale di Musella, formando una placca di ghiaccio al momento senza nome e dalla probabile vita effimera. Contemporaneamente nella conca sottostante si forma un discreto lago di fusione oggi noto come Laghetto di Musella lambito dall’attuale sentiero che porta dal Rifugio Carate al Rifugio Marinelli. Tutti questi mutamenti hanno infatti avuto effetti anche sull’accessibilità e la frequentazione della montagna. Come unico esempio si può citare appunto il sentiero che porta al Rifugio Marinelli e che nella Guida CAI-TCI del 1959 curata da Silvio Saglio attraversava stando in quota la Vedretta di Caspoggio.

Sopra: 2/9/2014, versante meridionale del Bernina, panoramica con tutti i ghiacciai dallo Scerscen inferiore al Fellaria.

Sotto: la vedretta di Caspoggio, raffronto fra una fotografia di Alfredo Corti degli anni 20 del 900 e la situazione al 5/8/2020.

Nelle immagini soprastanti: le regolari balze dei Sette Sospiri percorse dal sentiero che porta al rifugio testimoniano la presenza di antichi ghiacciai oggi scomparsi e di “ ghiacciai di roccia” ormai inattivi.

A destra: due immagini simbolo che mostrano l’impressionate ritiro del Ghiacciaio di Scerscen inferiore nel tempo, sopra primi del 900, sotto 2014.

Il regresso del ghiacciaio, il cui attraversamento diventava sempre meno agevole, suggerì la modifica dell’itinerario che passa a valle della fronte del ghiacciaio superando il torrente ablatore.

A fronte di questa rapida evoluzione del glacialismo nella Valle di Scerscen, spicca la staticità della seconda componente della criosfera (l’insieme cioè del ghiaccio terrestre) che si può incontrare salendo al Rifugio Carate. Ci si riferisce a quei “non ghiacciai”, citati nel titolo. Siamo ormai al di sopra del limite della vegetazione arborea, dove s’incontrano i sentieri provenienti dall’Alpe Musella e da Campo Moro. Il sentiero alterna tratti ripidi a

tratti meno ripidi, a dossi e ondulazioni, a stretti tornanti e serpentine, che soprattutto nell’ultimo tratto diventano serrati e con strappi ancora più ripidi. È la ben nota sequenza dei “Sette Sospiri”. Sulla genesi morfologica di queste ondulazioni una prima risposta può venire proprio da quella nuova edizione della guida CAI-TCI in cui si accenna a “sette ondulazioni del terreno, originate da un antico rock glacier”. Quest’ultima denominazione si riferisce a un “oggetto” del paesaggio alpino che nel nostro Paese è stato studiato solo a partire dagli Anni Settanta del secolo scorso. Muovendosi sul terreno è difficile cogliere la realtà geomorfologica meglio riscontrabile analizzando le disponibilissime foto aeree o da satellite ad alta risoluzione. Si vedrebbe che ai piedi del circo che va dalla Bocchetta delle Forbici alla Forcella di Fellaria si estendono i ben noti coni detritici derivanti dall’erosione costantemente in atto sulle pareti rocciose. Poco più in basso, più o meno all’altezza dell’innesto del vallone che scende dalla Forcella di Fellaria, i detriti appaiono più organizzati; sembra di osservare delle vere e proprie colate che intersecano il sentiero della Carate e presentano nel loro tratto inferiore numerose rughe e ondulazioni ad arco e a semicerchio in parte ricoperte da prateria e vegetazione pioniera. Si tratta di un elemento del paesaggio morfologico ben diverso dai ghiacciai, un elemento che non fa parte del “sistema glaciale”, ma del “sistema periglaciale o crionivale”. In pratica non si tratta di una lingua formata da ghiaccio di ghiacciaio, eventualmente ricoperta da detrito, ma da un impasto di detriti cementati da ghiaccio interstiziale derivante dal congelamento dell’acqua che circola fra i detriti stessi (va comunque ricordato che in alcuni casi insieme a questo “impasto” congelato può trovarsi anche qualche lente residua di ghiaccio di ghiacciaio). Questo

materiale permanentemente gelato viene denominato “permafrost” e si colloca normalmente al di sotto di uno strato superficiale di blocchi rocciosi e di materiali più fini che sgela durante l’estate e viene denominato “strato attivo”. Proprio per questa apparente analogia con i ghiacciai queste forme vengono chiamate anche a livello scientifico con il termine inglese rock glacier. Rock glacier inattivi e relitti, cioè privi o quasi privi di permafrost e di movimento, si trovano sulle Alpi Italiane fra i 1700 e i 2300-2500 m e sono quindi la testimonianza di un clima antico, diverso da quello attuale, un clima che doveva avere una temperatura media annua inferiore a -2C° e un totale annuo medio di precipitazioni compreso fra 500 e 1500, in sintesi un clima freddo e arido. I rock glacier osservabili salendo alla Carate fanno dunque parte di quest’ultima categoria, si tratta infatti, come indicato dalla loro morfologia e dalla copertura vegetale, di forme inattive o relitte, probabilmente formatesi in periodi diversi, ma sempre risalenti a ben prima della Piccola Età Glaciale (1350-1850 circa). Anche i rock glacier, come i ghiacciai, sono infatti caratterizzati da numerose fasi di formazione e di decadimento. Il grande ghiacciaio dell’Adda che circa 20.000 anni fa scendeva fino alla Brianza, comincia a ritirarsi verso l’alta Valtellina, lasciando liberi alcuni settori delle valli confluenti, dove in corrispondenza di fasi climatiche fredde e aride (attorno a 12.000 anni fa) iniziano a formarsi i rock glacier. Anche durante varie fasi dell’Olocene (l’epoca geologica in cui ci troviamo), si verificano situazioni favorevoli alla loro formazione, ad esempio circa 5000, 3700, 1200 anni fa. È probabile che i rock glacier della Carate posti alle quote più elevate si siano formati in questi ultimi periodi. Salire al Rifugio Carate Brianza permette dunque di compiere uno straordinario viaggio nel tempo (pur

con ordini di grandezza diversi, secoli per i ghiacciai, millenni per i rock glacier) e di leggere le straordinarie trasformazioni che il nostro pianeta, e quindi anche la nostra specie, ha vissuto recentemente, un viaggio che dovrebbe stimolarci a meglio comprendere la complessità e la fragilità della “casa” che ci ospita.

FLORA E FAUNA

FLORA E FAUNA

Il Rifugio Carate è situato a 2636 metri di quota nei pressi della Bocchetta delle Forbici. È esposto a Sud-est ed è raggiungibile a piedi attraverso diversi itinerari che permettono di attraversare paesaggi molto vari, offrendo escursioni di diversa durata e difficoltà. Le forti variazioni di quota e di esposizione dei versanti del Gruppo montuoso del Bernina determinano un mosaico di microclimi e ambienti, ognuno con un proprio corredo di specie vegetali. Si passa

da specie termofile, piante che prediligono climi caldi, che colonizzano i pendii assolati rivolti a sud, a specie microterme, adattate alle basse temperature, presenti sulle vette più alte, anche oltre i 3500 metri, come Ranunculus glacialis e Saxifraga oppositifolia, specie ben adattate ai rigori del clima d’alta quota. Saxifragaoppositifolia, forma tappeti radi, appiattiti, costituiti da piccoli fusti legnosi striscianti al suolo, mostrando una rigogliosa fioritura

subito dopo il disgelo. Anche Ranunculus glacialis, in virtù della sua elevata resistenza al congelamento dei suoi germogli vegetativi e riproduttivi, rappresenta una delle poche specie vascolari che raggiunge le quote più elevate sulle Alpi. Entrambe le specie si incontrano poco sopra il Rifugio Carate alla Bocchetta delle Forbici da dove si possono ammirare i ghiacciai del Gruppo del Bernina.

Percorrendo un gradiente altitudinale, partendo da Campo Moro (m 1996) per raggiungere il Rifugio Carate, si passa da boschi radi ad abete rosso, Picea excelsa Salendo progressivamente di quota, nello strato arboreo la copertura del larice, Larix decidua, supera notevolmente quella dell’abete rosso. La vegetazione dominata dal larice è composta da numerosi individui giovani. Il sottobosco mostra arbusti a mirtillo e rododendro (Rhododendron

ferruginem). Al di sopra del limite degli alberi, attorno ai 2.200 metri di altitudine, si estende il piano alpino. Il bosco dominato dai larici sfuma in una vegetazione ad arbusti a rododendro e mirtilli sui dossi e i versanti più esposti, mentre negli impluvi, nei canaloni e sui pendii più umidi si attesta una vegetazione caratterizzata dall’ontano verde (Alnus viridis) e dai saliceti di impronta boreale.

Il Rifugio Carate si trova nel cuore del piano alpino al di sopra del limite degli alberi, in un ambiente dove la vita vegetale dimostra al massimo la propria capacità di adattamento a condizioni estreme, con forti escursioni termiche, vento, scarsità di suolo ed instabilità del substrato.

Il piano alpino è infatti caratterizzato da comunità specializzate, come quelle delle rupi, dei detriti, delle vallette nivali e delle praterie alpine, che fanno capo alla

A sinistra, in senso orario: Saxifraga oppositifolia, Ranunculus glacialis, Geum reptans, Androsace alpina.

Sotto: bosco di larici e abeti in prossimità dell’alpe Musella, sullo sfondo il Sasso Moro.

Qui sopra: tre esemplari di stambecco.

Sotto: due gipeti sorvolano le cime di Musella, sullo sfondo il Pizzo Palù.

vegetazione di tundra alpina. Questa vegetazione è erbacea ed è caratterizzata da praterie dense dominate da Carexcurvula, specie adattata in modo ottimale all’ambiente d’alta quota e formante cespi molto densi. Carex curvula giunge normalmente fino ai 3000 metri di quota e si associa a molte altre specie formando un ambiente ricco. Questa specie è parassitata da un fungo (Clathrospora elynae) che causa l’arricciamento delle foglie morte, che ingialliscono precocemente, da cui deriva il caratteristico colore delle praterie alpine. Alla stessa quota le aree che si liberano più tardi dalla copertura nevosa, come piccoli avvallamenti ed impluvi sono occupate dal salice erbaceo, Salix herbaceae, la pianta che Linneo ha definito l’albero più piccolo al mondo, con specie come Soldanella pusilla e Primula glutinosa. I depositi di versante, come i ghiaioni e i conoidi in-

stabili a granulometria grossolana sono invece occupati da specie con un apparato radicale robusto e articolato ben adattate all’instabilità del substrato, come Oxyria digyna, Geum reptans e Androsace alpina. Queste specie agiscono da veri e propri ingegneri dell’ecosistema e svolgono un ruolo fondamentale nelle comunità biologiche, aumentando la complessità dell’habitat in cui vivono.

Androsace alpina ad esempio con la sua forma a cuscinetto forma delle coperture che mettono radici sui detriti, stabilizzano il substrato, arricchendo il suolo di nutrienti e facilitano la crescita di altri organismi. Questo è il mosaico di ambienti vegetazionali che l’escursionista diretto al Rifugio Carate potrà ammirare.

Abbandonato il mondo vegetale non resta che ricordare che queste rupi sono abitate da numerose specie animali tipiche delle grandi altezze. Lo stambecco Annibale, che come ricorda il padre di Francesca Vanotti, scendeva a leccare il sale che trasudava dai muri del rifugio non è che uno dei moltissimi esemplari di questo placido ungulato che galoppano fra creste e gan-

doni. Più eleganti e schivi contendono la palma del miglior scalatore agli agili camosci. E durante tutto il faticoso percorso dei Sette Sospiri saremo circondati dal fischio delle marmotte che paiono irridere al nostro arrancare.

Nel cielo grandi corvi pattugliano tutta la regione radunandosi anche in vista di qualche rimasuglio di cibo che potremmo aver scordato durante una sosta. Il dominio dell’aria resta però appannaggio del gipeto che veleggia maestoso in ampi cerchi con assoluta padronanza delle correnti e consapevolezza della sua forza. Il grande avvoltoio nidifica forse sulle rupi del Sasso Nero o sul versante Ovest del Monte delle Forbici. Ma non infrequente è la presenza dell’aquila reale. Fra gli altri mammiferi il più elusivo è il piccolo ermellino che vive fra le pietre dei ghiaioni tenendosi però anche nelle vicinanze del rifugio sperando in qualche facile residuo di cibo e predando le arvicole che scorrazzano fra le mura e il pietrame circostante. Qualche salamandra nera e rane vivono invece nelle pozze che si trovano sui terrazzi torbosi dei Sette Sospiri.

In questa pagina: due tipici frequentatori delle nostre montagne, marmotta ed ermellino.

I LIBRI DEL RIFUGIO

Piccolo o grande che sia, un vero rifugio alpino possiede un immancabile registro dei ricordi che tutti chiamiamo, il Libro del Rifugio.

Oltre a questo sulle montagne ne esiste un altro, il Libro di Vetta, oggi sempre più raro, che però, a differenza del primo è di dimensioni ridotte e sfogliandolo appare per lo più come un arido elenco di nomi, date e itinerari saliti.

Sulle cime non ci si può attardare troppo e lasciarsi andare a note più o meno “poetiche”; se poi dovesse esserci maltempo non c’è neppure un secondo da perdere e affrettarsi verso il basso senza lasciare neppure la nostra memoria scritta su quel quaderno.

Quasi sempre riparati da una custodia di alluminio molti di questi registri non hanno comunque resistito alle avversità climatiche, molti sono stati sottratti, da qualche “collezionista” perché magari

contenevano le firme di grandi alpinisti passati lassù, altri son forse precipitati in qualche inaccessibile anfratto.

Per questa intrinseca fragilità negli ultimi decenni il tradizionale Libro di Vetta è andato scomparendo da quasi tutte le cime.

Viceversa il Libro del Rifugio si compila generalmente la sera, magari dopo cena, al caldo, al riparo di quattro mura, rilassati e contenti per indicare l’arrivo o la partenza da o per una meta.

Siamo tranquilli e lo spazio concesso dalle ampie pagine di quel registro consente anche qualche divagazione che si aggiunge alle brevi note di data e nome degli... scrittori.

Ci possiamo trovare disegni, spesso assai belli, altre volte primitivi, relazioni di nuove ascensioni con il tracciato percorso, poesie, impressioni sul rifugio, i suoi gestori e il luogo dove sorge. Raramente

si trovano anche i contributi grossolani di qualche maleducato.

Sfogliare il Libro del Rifugio è un piacevolissimo passatempo specie se fuori piove o nevica e se non è la prima volta che ci troviamo sotto il tetto che ci ospita.

Irresistibile la tentazione di andare a cercare traccia delle nostre precedenti visite ricordando compagni e compagne, avventure, giorni luminosi o tristi: un viaggio a ritroso nel tempo per tornare alla ricerca di come eravamo.

Terminate le pagine, il Libro viene ritirato dalla Sezione CAI proprietaria del rifugio e sostituito con uno nuovo pronto a riprendere la tradizione. Non fa eccezione il Libro della Carate nel cui primo volume, oggi gelosamente custodito a Carate Brianza, la pagina d’esordio è orgogliosamente firmata da Guglielmo Caglio e riporta la sua profetica frase divenuta celebre: «Piccola è oggi, domani sarà grande.»

RIFUGIO CARATE: MODELLO IN SCALA 1:35

Tutto è cominciato all’inizio di giugno del 2019, quando l’allora presidente del CAI Carate, Francesco Meregalli, mi chiese se volevo fare il modellino del rifugio, dato che erano finite le ultime ristrutturazioni, e quello presente in sede non assomigliava più al rifugio attuale. Al momento la mia risposta fu negativa anche perché non avevo idea di come costruirlo. Però, lo confesso, la faccenda mi attirava. Dopo una settimana mi rifece la proposta e gli dissi che mi servivano i disegni del rifugio per iniziare. Tramite l’architetto Claudio Villa che aveva progettato e seguito gli ultimi lavori al rifugio, mi fece

avere i disegni in scala 1:35 con le varie quote, come gli avevo richiesto. In seguito sono salito varie volte al Rifugio Carate, dove ho fotografato tutti i particolari possibili per riprodurli poi in scala sul modellino. Ho coinvolto anche un’amica e mio fratello che mi hanno aiutato a raccogliere dei sassi di piccole dimensioni e varie forme, che volevo usare per ricostruire i muretti e il terreno esterno della struttura. Durante la raccolta dei sassi qualche escursionista curioso mi chiedeva cosa stessi cercando. Io ironicamente rispondevo che cercavo dei rari “funghi delle rocce” che crescevano solo nella

zona. Ho notato degli sguardi increduli e qualcuno mi deve avere preso per matto. A casa ho ordinato le foto, circa quattrocento, dividendole per ogni lato del rifugio, scartando quelle simili o che non ritenevo utili.

Ora dovevo cominciare. Dopo avere studiato il progetto e definito le misure della base, ho trovato nei Brico e in un negozio di modellismo della zona il materiale da usare: truciolato, compensato, listelli e tondini di legno di vario spessore e diametro.

Dopo avere fatto posto in cantina per poterci lavorare, la cantina di un condominio non è grandissima, ho disegnato sulla base in truciolato la pianta del rifugio e sui fogli di compensato la sagoma delle varie facciate che poi andavano tagliate e assemblate. Purtroppo il Rifugio Carate non ha la classica pianta quadrata o rettangolare perché negli anni con i vari ampliamenti e ristrutturazioni ha assunto una forma “complessa”. Ho unito con delle piccole viti le varie fac-

ciate, senza incollare niente, per vedere se tutto combaciava, perché c’è sempre qualche cosa di sbagliato, e bisogna correggere l’errore. Poi ho disegnato la posizione delle porte e delle finestre e ritagliato solo la sede di quelle che avrei fatto aperte. Tutte le parti che dovevano essere in muratura le ho rivestite con uno strato di 1-1,5 mm di stucco (quello che si usa per le crepe nei muri) per potere poi intagliare le fughe delle pietre e simulare l’intonaco. La cosa è stata impegnativa perché ho cercato, grazie alle foto, di copiare al meglio il vero muro.

Anche il tetto in lamiera è stato complicato da riprodurre perché dovevo seguire le diverse altezze dei muri e imitare la lamiera della parte vecchia del rifugio e quella nuova delle ultime modifiche. Ho fatto delle dime in cartone del tetto per tagliare poi i vari pezzi in compensato sperando di non avere problemi nel montaggio finale. Mi sono poi dedicato alle tante travi in legno. Ci sono travi con varie sezioni, quadrata, rettangolare e rotonda, la parte

vecchia del rifugio ha travi in legno stagionato di colore scuro, mentre in quella nuova sono in legno chiaro. Ho usato listelli e tondini di noce per il legno scuro e listelli di tiglio per quello chiaro. Tramite le preziose foto ho cercato di farle come quelle del vero rifugio, sia nel numero che nella posizione.

Un altro problema sono state le porte e le finestre, con relative tendine. Nella zona vecchia non ce ne sono due uguali sia come misura che come tipo di serramento, il che mi ha costretto a costruirle una a una sempre con l’aiuto delle fotografie. Nella nuova ci sono dei finestroni (senza tende) e delle porte uguali, cosi le ho fatte in serie risparmiando tempo e lavoro. Ho usato dei listellini di legno di noce e ho realizzato anche le piccolissime maniglie e le serrature delle porte. Ho ricostruito anche l’antico portone con chiavistelli. Ci sono 27 finestre, 7 porte e un portone all’ingresso. Per le tendine, naturalmente tutte diverse, ho usato le foto delle finestre, ridotte in scala e stampate. Dalle stampe ho ritagliato le tende. Per i vetri ho usato un foglio di plastica trasparente.

Le ante di porte e finestre sono state fatte con compensato di 0.8 mm di spessore. Per i longheroni di rinforzo e i relativi telai sul muro ho usato dei finissimi trafilati di plastica con sezioni a T e a L. Per non farmi mancare niente ho costruito anche le cerniere e le maniglie.

Con l’arrivo dell’inverno, in cantina cominciava a fare freddo, mi sono trasferito in casa trasformando il tavolo della sala in laboratorio. Tornavo in cantina solo per lavori che creavano polvere come tagliare e levigare del legno.

La balaustra sul terrazzo l’ho risolta con dei listelli di tiglio e della plastica trasparente per rifare le parti in vetro. Ho costruito i due lampioncini sugli angoli della balaustra con due piccole perline di una collanina, naturalmente di bigiotteria, che mia cugina mi ha gentilmente, anzi diciamo la verità, ha dovuto regalarmi. Per il cappello dei lampioncini ho usato la testa di due rivetti. In seguito a modellino finito e consegnato al CAI Carate, mi hanno detto che i due lampioncini su al rifugio sarebbero stati tolti …serie di parolacce… ma ormai erano fatti e in-

collati. Rimanevano da fare l’asta della bandiera (un tondino di alluminio dipinto di bianco e rosso, per la bandiera ho usato del nastro tricolore) e un bassorilievo, raffigurante una Madonna con bambino. Per riprodurre questo ho ridotto, sul computer, a misura una delle foto dove si vedeva bene il quadro, stampata, ritagliata e incorniciata.

I pannelli solari non sapevo come farli. Non avevo nessuna foto con una vista frontale dei pannelli. Su internet ho trovato lo stesso modello di pannello del rifugio, proprio visto di fronte come volevo. Scaricata la foto, ridotta in scala, replicata per i 18 pannelli installati sul tetto, ho stampato il tutto su carta fotografica per aver la lucentezza dei veri pannelli solari. Dopo averli ritagliati e incollati su compensato di 1 mm di spessore, li ho intelaiati con i magici trafilati in plastica.

Tutto finito? No.

Dovevo costruire ancora molti piccoli particolari che non vi elenco. Il lavoro non finiva più ma la cosa mi appassionava e andavo avanti. La data di consegna si avvicinava, i miei “capi” venivano spesso a romp…, cioè a vedere l’avanzamento del lavoro, così ho dovuto abbandonare per un po’ di tempo la montagna e “modellare” anche di domenica.

Dato che il rifugio è costruito su un terreno in salita (potevano gli antichi costruirlo su un terreno piano? Noo!!), ho ricreato, con il compensato, i vari dislivelli dove poi avrei posato i sassolini e l’erba. Il tutto l’ho rivestito con del tessuto di vetro impregnato con del vinavil per eliminare gli spigoli e creare delle ondulazioni.

Ora dovevo procurarmi l’erba (…non me ne intendo dato che non fumo), e della granella per simulare la terra. Sul sito di un negozio di modellismo di Padova dove avevo già ordinato i trafilati di plastica, ho trovato del muschio finissimo e dell’erba di montagna in vari toni di verde e del-

la granella finissima per la terra in varie tinte.

La scalinata che porta all’ingresso mi ha richiesto pazienza per scegliere e posare con dello stucco le scagliette di pietra di varia misura.

Pennellato il basamento con il Vinavil, ho sparso la granella per simulare la terra. Seccato il tutto ho incollato i ciuffetti d’erba e i sassolini con del ciano acrilato e l’aiuto di una pinzetta, un lavoro di tanta pazienza e molte ore.

Dopo avere posizionato gli ultimi piccoli particolari potevo dire di avere finito il lavoro.

È arrivata anche una teca fatta fare su misura dal mio amico Antonio detto “il capo” (lo cito altrimenti si arrabbia), per proteggere il modello dalla polvere e dalla gente, che si sa, tocca tutto quello che non deve toccare.

Tirando le somme è stato un lavoro impegnativo e lungo, ma carico di soddisfazione. Quando ho cominciato non avevo idea di come procedere non avendo mai fatto niente del genere.

A come risolvere i problemi ci pensavo quando andavo a letto sperando, alla mattina, di non avere dimenticato tutto. Sono arrivato a un totale di 1035 ore di lavoro spalmate in nove mesi.

Di solito ci lavoravo le canoniche otto ore, alcuni giorni li saltavo per altri impegni e il sabato e la domenica andavo in montagna. Gli ultimi due mesi ci dedicavo anche dieci, dodici ore, fine settimana compresi. Era diventato quasi più un lavoro che un hobby.

A fine febbraio 2020, durante l’assemblea annuale del CAI Carate, il modellino è stato mostrato per la prima volta ai soci presenti e ora è esposto in sede dove tutti possono vederlo. Dopo pochi giorni è arrivato il Covid 19 che ha fatto sospendere tutte le attività.

Ma questa è un’altra storia.

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AA.VV - 1863*1963

I cento anni del Club Alpino Italiano Tamari Editori 1964

Club Alpino Italiano
Sezione Carate Brianza

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