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LA CASSAZIONE RIBALTA LA GIURISPRUDENZA LA MIGLIOR COLLEZIONE DI SULLO SPACCIO DI SEMI CANNABIS QUALITÀ AFFIDABILE E STABILITÀ

DA 1994

È sicuramente una sentenza storica quella che la Cassazione ha emesso lo scorso 17 giugno: non può essere condannato per spaccio chi detiene scorte di cannabis in casa. E il fatto di avere un bilancino di precisione o dosi di marijuana confezionate non sono prove sufficienti per dimostrare l’intenzione di vendere della sostanza.

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Così hanno deciso - non senza scatenare un vespaio di polemiche - i supremi giudici italiani, chiamati a giudicare un ragazzo che era stato condannato in appello a oltre un anno di prigione e a una multa di 2500 euro per essere stato trovato con 45 dosi di marijuana nel frigorifero. Con una decisa presa di distanza dalla sua solita condotta - dedita a convalidare il reato di spaccio con estrema facilità e sulla base di circostanze tutt’altro che evidenti -, la Cassazione ha riconosciuto la validità del consumo personale e ha deciso che l’onere della prova dovesse ricadere sull’accusa, invece che sulla difesa. Infatti, si legge nelle motivazioni, “ai fini della configurabilità del reato di illecita detenzione di cui all’art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, la destinazione all’uso personale della sostanza stupefacente non ha natura giuridica di causa di non punibilità e non è onere dell’imputato darne la prova”, gravando invece sulla pubblica accusa l’onere di dimostrare la destinazione allo spaccio. In sostanza, l’accusa non ha dimostrato in alcun modo l’intento di spaccio, mentre il comportamento dell’imputato sembra essere compatibile con l’acquisto della cannabis per uso personale o come scorta. Per queste ragioni, la Cassazione ha

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deciso di annullare la precedente sentenza e dare ragione all’imputato: il ragazzo è stato assolto completamente e non dovrà affrontare un nuovo processo in appello. L’attribuzione dell’onere di prova all’accusa rappresenta un cambiamento quasi epocale nella giurisprudenza italiana sulla cannabis. Se “erba, bilancino e soldi” avevano sempre significato una sicura incriminazione per spaccio, ora serviranno accuse molto più circostanziate per chiamare qualcuno “spacciatore”. Con questa sentenza la Cassazione pare infatti voler sottolineare l’importanza del principio di presunzione di innocenza, garantendo che l’imputato non sia considerato colpevole finché non sia dimostrata la sua colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio.Questo cambiamento di prospettiva offre maggiori garanzie per la difesa,

assicurando che i pubblici misteri abbiano il compito di fornire prove solide per convincere i giudici che sussista il reato di spaccio. E, visti i tempi che corrono, non è davvero cosa da poco. Si potrebbe infatti pensare che gli ermellini vogliano reagire al clima politico installatosi con il nuovo Governo - un clima fortemente ostile ai diritti civili - dando un segnale forte e decisamente in contrasto con la linea proibizionista seguita dai tempi della Fini-Giovanardi in poi. Di questo purtroppo non ci è dato sapere per certo, ma è di certo confortante vedere che una delle maggiori istituzioni italiane ha finalmente cambiato idea sulla cannabis e il suo consumo. di Giovanna Dark


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