Direttrice Generale e Direzione Creativa: Pabla Pastene.
Direzione Editoriale: Carlos Muñoz.
Design e Direzione Grafica: Felipe Salazar.
Fotografia: Nicola Bazzan.
Collaboratori e Autori: Joaquín Hernández,
Javiera Valderrama, Macarena Herrera.
contacto@rosatostudioagency.com
Rosato Studio & Agency @rosatostudioagency www.rosatostudioagency.com
L’ARTE DI COMUNICARE
Questo primo numero nasce dalla quiete e dalla memoria. Da quell’impulso di guardare indietro per comprendere ciò che siamo oggi. Ci muove la nostalgia come forma di verità, quella miscela di tenerezza, tempo e bellezza imperfetta che dà senso a ciò che creiamo.
Siamo Rosato Studio & Agency: uno studio creativo e un’agenzia di comunicazione internazionale, un ponte tra Milano e Santiago, tra la strategia e la sensibilità, tra il tangibile e l’invisibile.
Crediamo nella comunicazione come arte: nelle parole che accudiscono, nelle immagini che respirano, nei marchi che sentono.
Questo journal è un’estensione naturale del nostro universo: uno spazio dove abitare l’autenticità, la libertà e la creatività. Dove ogni dettaglio conta e ogni storia è costruita con anima.
Rosato Studio & Agency — dove la comunicazione diventa arte.
Pabla Pastene
Fondatrice e Direttrice Creativa
L’ARCHEOLOGIA DELL’AUTENTICO
Viviamo tempi strani. Galleggiamo in un presente digitale che promette connessione infinita, ma che spesso ci lascia con una profonda sensazione di sradicamento. In questo universo di narrazioni levigate è emersa una richiesta collettiva di autenticità e della sua inseparabile compagna, la nostalgia; non come semplice ricordo, ma come ricerca di una verità emotiva che il rumore contemporaneo sembra aver messo a tacere.
Dal campo della comunicazione abbiamo visto come le formule prefabbricate non bastino più. Il pubblico esige uno specchio in cui potersi riconoscere, chiedendo storie che risuonino con i propri sentimenti. Questa richiesta non è una tendenza, ma un ritorno all’essenza. È in questo contesto che è nata l’esperienza formativa di Rosato: uno spazio sicuro per esplorare queste due grandi forze che oggi plasmano la nostra cultura.
LA NOSTALGIA COME TERRITORIO EMOZIONALE
Il nostro primo invito è stato decostruire la nostalgia. Più che un’idealizzazione del passato, la intendiamo come un’archeologia emotiva: non si tratta di sentire la mancanza di un oggetto, ma del sentimento che esso ci suscitava.
Le narrazioni contemporanee sanno evocare questi echi, ma la vera sfida è farlo senza cadere nel cliché. Il processo dei tirocinanti è consistito nel navigare in queste acque, collegando le proprie storie personali a fenomeni culturali più ampi. Non hanno cercato di replicare estetiche del passato, ma di comprendere il desiderio che si nasconde dietro di esse e tradurlo in un linguaggio contemporaneo e significativo.
L’AUTENTICITÀ COME ATTO DI CORAGGIO CREATIVO
Se la nostalgia è stata il territorio, l’autenticità è stata la bussola. In Rosato crediamo nella libertà creativa e nei processi che lasciano un’impronta. Per questo, l’obiettivo non è mai stato imporre una visione, ma offrire gli strumenti affinché ogni voce potesse trovare il proprio corso.
L’autenticità, per noi, è un atto di coraggio. È dare valore alla vulnerabilità come fonte di potere creativo in un mondo che premia la perfezione istantanea. Per questo, ogni partecipante ha sviluppato un saggio personale, un invito a trovare quel “qualcosa” che lo muoveva e a costruire una narrazione potente a partire dalla propria sensibilità. Il risultato sono opere che non solo analizzano un fenomeno, ma lo incarnano.
UN PRELUDIO ALLE VOCI CHE NARRANO IL PRESENTE
Ciò che troverete nelle pagine che seguono è il frutto di questo viaggio e il riflesso della nostra filosofia: creare con senso e sensibilità.
È la culminazione di settimane di ricerca, di mentorship e di una collaborazione rispettosa in cui tutte le voci hanno avuto valore. Questa è la prova che, quando la strategia incontra la direzione artistica e lo sguardo editoriale, la comunicazione trascende e si trasforma in arte.
Carlos Muñoz
Direttore Editoriale di Rosato
ALMA
SUSPENDIDA
Joaquín Hernández
ALMA
SUSPENDIDA
UN RIFUGIO CREATO DALLA FERITA
Cadere a terra non è stato solo un incidente. È stata l’interruzione brusca di una routine, la frattura di una notte qualunque che divenne irreversibile. Il colpo è arrivato dall’esterno, ma la frattura si è installata dentro. I carabinieri mi hanno sollevato dal pavimento, ma nessuno poteva sollevare il peso dell’oscurità silenziosa che mi ha accompagnato dopo.
Quella ferita non sanguinava, non lasciava segni evidenti. Era un silenzio interiore che mi seguiva come un’ombra. Una depressione muta, discreta, che non aveva bisogno di gridare per corrodere dall’interno.
Da allora, i giorni sono diventati più densi, come se ogni ora portasse con sé una pietra invisibile. Non c’era equilibrio possibile: la mia mente si perdeva in circuiti oscuri che mi allontanavano dalla semplice capacità di provare piacere. In quel vuoto ho iniziato ad allenarmi.
Non per un grande piano, né per un obiettivo estetico. All’inizio era quasi una scusa: muovermi per non restare fermo. Respirare forte per zittire, anche solo per pochi secondi, il rumore che non si vedeva. La palestra è diventata un luogo strano: macchine d’acciaio, specchi che riflettevano la mia immagine, sudore che sembrava espellere qualcosa di più della stanchezza. Il mio corpo ripeteva i movimenti, ma la vera trasformazione avveniva altrove. È lì che ho capito qualcosa di fondamentale: il corpo è solo la superficie. Ciò che si allunga, ciò che si contrae, ciò che fa male è solo lo strato visibile di un’esperienza molto più profonda.
In realtà, era la mente che si allenava. Il corpo la seguiva soltanto.
Col tempo, ciò che era iniziato come un esercizio di routine è diventato un rifugio. Non era uno spazio arredato né progettato per essere una “casa”. Non aveva mura che potessero proteggermi dal mondo esterno. Era piuttosto uno stato. Una soglia invisibile dove il tempo si sospendeva e potevo abitare me stesso senza paura. Quel rifugio non somigliava a nulla che avessi conosciuto prima. Non era la mia casa, né il lavoro, né nemmeno le amicizie. Era qualcos’altro: un terzo luogo. Un territorio che non si trova su Google Maps né si descrive in una guida turistica. È quello spazio sicuro, intimo ma condiviso, dove il rumore si quieta e appare una forma di libertà.
Con ogni allenamento ho capito che quel luogo non era fuori, ma dentro. Non era un caffè pieno di voci, né una piazza aperta al cielo.
Era un luogo che si attivava quando trovavo il coraggio di fermarmi e ascoltare ciò che il mio corpo e la mia mente chiedevano. E, poco a poco, quella pratica ha smesso di essere solo personale: ha iniziato a prendere la forma di un racconto, di un linguaggio, di un’arte.
NOSTALGIA
(COME PUNTO DI PARTENZA)
STUDIO & AGENCY
La nostalgia è sempre stata presente. Era come un filo segreto che univa l’oscurità alla luce. Nostalgia degli anni in cui sentirsi al sicuro era naturale, di quando le risate riempivano i pomeriggi e un’altalena in movimento bastava a ricordarci che eravamo al riparo. Quell’evocazione di un rifugio perduto mi accompagnava mentre mi allenavo. Ogni goccia di sudore era anche un ricordo: la certezza che, un tempo, prima della caduta, esisteva uno spazio senza paura.
La nostalgia non è solo malinconia, è anche impulso. È il promemoria che ciò che cerchiamo non è inventato, ma ricordato. In Anima Sospesa appare come atmosfera, come tonalità. Nella luce che entra da una finestra impolverata, in una panchina vuota che attende, in un cielo blu fumo che si apre come una promessa. La nostalgia non fa solo male: indica anche la strada verso ciò che abbiamo bisogno di ricostruire.
DA CORPI IN TRANSITO A ANIMA SOSPESA
Quando ho iniziato a lavorare al mio progetto audiovisivo, l’ho chiamato Corpi in Transito. L’idea iniziale era semplice: mostrare il movimento umano come metafora del cambiamento costante. Ma presto mi sono resa conto che non bastava parlare di movimento fisico. La vera storia si trovava altrove: nel transito interiore, nella ricerca di un rifugio in mezzo al caos. Così è nata Anima Sospesa. Il titolo non è arrivato di colpo, ma come un’intuizione che è maturata mentre filmavo immagini, scrivevo appunti e mi confrontavo, più e più volte, con la domanda essenziale: cosa significa trovare un luogo sicuro quando tutto sembra instabile?
Anima Sospesa è quell’istante in cui il corpo si esaurisce e la mente, finalmente, trova riposo. È la metafora di un rifugio che non appartiene alle coordinate fisiche, ma all’atto stesso di crearlo.
La macchina da presa diventa allora testimone di questo processo: la luce che entra da una finestra, una panchina vuota nella piazza, un cielo blu fumo che sembra contenerci. Non sono solo immagini; sono simboli della ricerca silenziosa che tutti condividiamo.
L’URGEN ZA DEL RIFUGIO
Perché parlarne adesso?
Perché viviamo in un tempo saturo. Le città non dormono, le reti non tacciono, le routine non concedono pause. L’iperconnessione ci mantiene attivi, ma raramente presenti. E in mezzo a questo rumore, il terzo luogo diventa urgente.
La salute mentale non è più un segreto individuale, ma una questione collettiva. Riconoscere il bisogno di un rifugio non è un segno di debolezza, ma di resistenza. In un mondo che ci impone una produttività costante, reclamare uno spazio per semplicemente essere è un atto politico.
La mia storia personale è solo un frammento di un fenomeno più grande. Il colpo che ho ricevuto è stato l’inizio di un crollo, sì, ma anche di una ricostruzione che mi ha permesso di comprendere qualcosa che oggi desidero condividere: tutti abbiamo bisogno di un terzo luogo.
E non si tratta sempre di uno spazio esterno. A volte, è una routine, una disciplina, una pratica che ci restituisce equilibrio.
IL CORPO COME LABORATORIO
Allenarmi mi ha insegnato ad abitare il presente.
Ogni ripetizione era una conversazione con la mia mente: “sei ancora qui, puoi ancora farlo”. Il dolore muscolare era tangibile, ma la vera liberazione avveniva alla fine, nel silenzio successivo, quando l’ansia si placava e il respiro trovava il suo ritmo.
Quella scoperta mi ha portato a comprendere il corpo come un laboratorio: uno spazio in cui sperimentiamo il possibile.
Dove proviamo la calma, dove progettiamo attraverso il movimento un luogo sicuro.
Il terzo luogo non è solo geografico; è performativo.
Si costruisce in ogni gesto, in ogni ripetizione, in ogni silenzio che scegliamo di abitare.
COMUNICARE COME ATTO DI CURA
Nel portare questa esperienza in un linguaggio audiovisivo, ho compreso la potenza della comunicazione come atto di cura. Non si tratta di spiegare la mia storia, ma di offrirla come uno specchio: affinché chi guarda Alma Suspendida possa riconoscere, in un’immagine o in un sussurro, la possibilità del proprio rifugio.
La comunicazione, quando diventa arte, non si limita a trasmettere informazioni: costruisce luoghi.
Ci ricorda che non siamo soli nella ricerca e che è sempre possibile accendere una luce, anche minima, in mezzo alla penombra.
PROVA A SOSPENDERE L’ANIMA
Non cerco di drammatizzare la mia ferita, né di romanticizzare il dolore.
La mia intenzione è un’altra: mostrare che anche da un suolo freddo e da un silenzio pesante è possibile costruire qualcosa. Alma Suspendida è il mio modo di dire che il rifugio esiste, anche se non sempre sappiamo nominarlo.
Questo progetto non pretende di offrire risposte, ma di aprire una domanda: dove si trova il tuo rifugio? In quale angolo, routine o gesto quotidiano riesci a far tacere il rumore e a lasciare che l’anima resti quieta per un istante? Può essere un luogo fisico o qualcosa che si attiva dentro: una passeggiata al tramonto, un respiro profondo, uno spazio condiviso dove si sente la calma.
Perché tutti, in qualche modo, abbiamo bisogno di quel terzo luogo.
Un posto che non ci giudichi, che non ci misuri, che semplicemente ci accolga.
Un punto intermedio tra il caos e la serenità, tra ciò che mostriamo e ciò che realmente siamo. Quel territorio invisibile dove si sospendono le aspettative e resta solo la possibilità di essere
Osare cercarlo è un atto intimo e, allo stesso tempo, profondamente collettivo. È riconoscere che non sempre possiamo sostenere tutto, e che va bene fermarsi, respirare, creare un rifugio.
Tra l’ombra e la luce, tutti possiamo — e dobbiamo — osare cercare quello spazio dove l’anima non cada, ma fluttui.
Sospesa.
ARCHIVO
SENTIMENTAL
Javiera Valderrama
ARCHIVO
SENTIMENTAL
L’ECO DELLE VECCHIE CARTELLE
Avolte penso di essere cresciuta tra gli archivi.
Cartelle con nomi in maiuscolo, dischi riscritti, schermate che custodivano una frase che mi aveva commossa e che non ho mai più riletto. In un certo senso, quell’abitudine di accumulare ciò che mi fa sentire è la radice di tutto ciò che oggi cerco di costruire: un archivio sentimentale. Non come un gesto nostalgico vuoto, ma come un modo per riconoscere che l’intimo può essere anche una forma di pensare il mondo.
Negli ultimi anni ho sentito che archiviare è un modo per sopravvivere alla velocità.
Viviamo circondati da immagini, ma poche restano.
Ciò che un tempo erano lettere, album o diari, oggi sono cartelle digitali che cercano di trattenere qualcosa che scivola via.
A volte, rileggere vecchi messaggi di Messenger o collage di Tumblr è per me una pratica quasi rituale: ogni pixel sembra contenere un’emozione sospesa. Quelle immagini non solo mi riportano al passato, ma mi ricordano anche chi ero quando le ho salvate.
La teorica culturale Svetlana Boym (2001) scriveva che la nostalgia non è una malattia, ma una forma di relazione con il tempo. In The Future of Nostalgia, distingue tra una nostalgia “restaurativa”, che cerca di ricostruire ciò che è andato perduto, e una “riflessiva”, che accoglie la distanza tra passato e presente. Credo che il mio progetto abiti questo secondo spazio: non voglio rivivere ciò che è stato, ma guardare con tenerezza l’impronta che ha lasciato.
L’archivio, allora, diventa uno specchio rotto in cui ogni frammento conserva un riflesso diverso della mia identità.
Walter Benjamin (1936) scrisse che “collezionare è una forma di preghiera” — un modo per instaurare una relazione intima con gli oggetti, attribuendo loro un significato che il tempo non può cancellare. Conservare un archivio digitale, anche se può sembrare banale, ha qualcosa di quel gesto. Ogni nome di file, ogni data, ogni immagine ripetuta costruisce un’autobiografia invisibile. Ciò che si conserva non è solo informazione: è affetto codificato.
Ma c’è qualcosa di più profondo in questo impulso a conservare.
Nella cultura digitale, dove tutto sembra effimero e condivisibile, l’atto di conservare diventa una forma di resistenza.
José van Dijck (2007), in Mediated Memories in the Digital Age, sostiene che le nostre memorie personali sono sempre più mediate da piattaforme tecnologiche che definiscono il modo in cui ricordiamo. Archiviare, allora, è un atto politico: un modo per reclamare il controllo sulla propria narrazione.
Di fronte alla logica algoritmica dell’oblio, io scelgo di fermarmi, selezionare, contemplare.
Per questo, “Archivio Sentimentale” non è solo un progetto estetico; è una dichiarazione.
Un invito a tornare a guardare ciò che abbiamo già visto. A comprendere che le vecchie cartelle, gli screenshot sfocati e le icone di MSN possono essere preziosi quanto una fotografia analogica.
Fanno parte della nostra archeologia emotiva. Ogni archivio custodisce una storia minima: l’istante in cui qualcuno ha voluto conservare qualcosa che gli faceva male o bene.
A volte penso che questa pratica abbia a che fare con l’impossibilità di lasciar andare.
Ma anche con il desiderio di trovare bellezza in ciò che non c’è più.
La nostalgia, in questo senso, non è un desiderio di tornare, ma un modo di restare.
Come scrive Alison Landsberg (2004) in Prosthetic Memory, le memorie mediate — quelle che nascono da esperienze culturali o tecnologiche — possono essere reali quanto quelle vissute.
Conservare una conversazione digitale o una foto pixelata non è meno autentico che conservare una lettera scritta a mano.
Entrambe sono tracce di affetto, solo in linguaggi diversi.
Credo che la generazione cresciuta tra il suono del modem e l’inizio di Instagram condivida una malinconia comune: la consapevolezza di aver vissuto il passaggio tra l’analogico e il digitale.
Forse per questo l’estetica degli anni Duemila — il luccichio delle gif, lo sfondo celeste di MSN, i collage di Tumblr — resta così potente.
Non è solo una moda retrò; è la ricostruzione simbolica di un luogo emotivo che ci appartiene.
In quelle immagini pixelate c’è un rifugio, un modo per dire: “anche questo è stato reale.”
In questo senso, il mio archivio sentimentale è anche un tentativo di traduzione: passare dall’intimo al condiviso, dall’emozionale al visivo.
Voglio che chi guarda questo progetto si riconosca in quelle tracce, anche se non gli appartengono.
Che comprenda che dietro ogni immagine c’è una storia minima, un gesto di cura.
Che archiviare possa essere un modo di amare.
Forse ciò che conta non è tanto ciò che si conserva, ma ciò che si prova nel farlo.
In ogni archivio c’è una decisione silenziosa: questo per me è importante.
E quella dichiarazione, per quanto minima, è un atto di identità.
Quando rivedo le mie cartelle, non trovo solo immagini; trovo me stessa, in diverse versioni, ricordando chi sono stata, chi ho voluto essere e chi continuo a cercare di essere ora.
Archiviare, dunque, non è guardare indietro: è un modo per continuare a guardare.
Viviamo in un tempo in cui la memoria sembra esternalizzata: ci affidiamo al cloud, alle piattaforme, agli algoritmi.
Eppure, sento che c’è ancora valore nel gesto di scegliere cosa conservare.
Archiviare manualmente è una forma di attenzione, una pratica quasi contemplativa di fronte all’accumulo massivo di dati.
L’archivio sentimentale propone l’opposto: guardare con cura, conservare con intenzione.
Faros URBANOS
Macarena Herrera
URBANOS
del neón en Santiago de Chile.
URBANOSFaros
CARTOGRAFIA DEL NEON METROPOLITANO
Santiago si sveglia tra fiori appena disposti nei chioschi di Providencia e colazioni affrettate lungo l’Avenida Apoquindo.
Il vapore di un caffè preso al volo si mescola con il freddo che ancora indugia sui marciapiedi, come se la città sapesse leggere la mente di chi la attraversa.
Gli autobus avanzano carichi di corpi ancora assonnati, finestrini appannati e il rumore ruvido dei motori che scandiscono il ritmo del mattino.
E tuttavia, mentre il giorno comincia, negli occhi persiste l’eco della notte precedente: le luci al neon che fino a poche ore fa coloravano l’oscurità e che si spengono rapidamente per dare inizio a una nuova giornata.
IL RICORDO NON È CASUALE
Santiago è una città che di giorno appare rigida, frenetica, quasi impacciata, ma che di notte assume un tono diverso.
È come se vivesse una doppia vita: la stanchezza grigia della giornata e la luminosità intima della notte.
Mentre il sole filtra timido tra gli edifici, si disegna nella memoria l’immagine di una Santiago notturna e bohémien, il luogo in cui tutti noi, almeno una volta, abbiamo cercato rifugio tra le sue strade.
Forse per questo quelle luci non sono rimaste solo nella mia memoria come parte del paesaggio urbano, ma anche come parte della mia stessa storia.
Una di quelle notti, quando finalmente “lui” arrivò dalla Germania dopo tanta attesa, camminammo senza meta finché trovammo rifugio al Quinto Cheers.
Giù, dove decidemmo di restare, era quasi mezzanotte e risuonava Sade in una caffetteria tranquilla, che ci offriva un divano colorato e caffè infiniti che ci permettevano di parlare, tutto circondato da luci colorate che ci facevano sentire come se illuminassimo parti diverse di noi stessi — parti che volevamo che l’altro conoscesse proprio quella notte.
Dopo anni senza vederci, senza sentirci, senza ridere uno di fronte all’altro, quella notte ci conoscemmo di più, decidemmo di essere di più.
Sopra, un’altra musica, un altro tempo, un’altra atmosfera: la gente ballava in fretta, con sigarette e drink esotici, sperando che la notte offrisse loro opportunità fugaci.
Per me, invece, la notte era lenta, piacevole — era tutto ciò di cui la mia attesa aveva bisogno.
Noi restammo lì, sotto il neon di Valdivieso, a parlare come se la città ci avesse prestato un angolo segreto.
Da allora Santiago è diventata una routine condivisa: camminare, fermarci in un qualsiasi caffè, inventarci una vita tra lampioni e insegne luminose.
E penso che scrivo questo proprio per questo motivo, perché in ogni luce c’era qualcosa di più della semplice pubblicità: c’era compagnia, c’era memoria, c’era un modo di stare al mondo, così vicino quanto ci permettevano il camminare, il conoscerci e il vivere la mappa dei passi condivisi, delle notti più comuni e più belle della mia vita.
STORIA DEI CARTELLI AL NEON
Il neon arrivò a Santiago nel 1926, poco dopo il suo debutto a Parigi (1910) e dopo aver conquistato New York con Times Square (1924).
A Milano, verso gli anni Trenta, si era già affermato come parte inseparabile della modernità: le insegne luminose in Piazza del Duomo e in Corso Buenos Aires erano vetrine elettriche che dialogavano con la moda, il lusso e il design.
Santiago, invece, lo accolse con un’aria diversa: non fu passerella di vetrine sofisticate, ma rifugio urbano.
Il neon non si mostrò nelle vetrine eleganti, ma nei cinema di quartiere, nei cabaret discreti, nei bar d’angolo — luoghi da abitare quotidianamente, trovandovi un senso, un’appartenenza.
Negli anni Quaranta e Cinquanta, la luce cominciò a colonizzare la città. Vennero installate insegne nel centro, lungo l’Alameda, a Providencia.
Ma fu nel 1954 che si accesero le icone destinate a segnare per sempre la memoria visiva di Santiago: l’insegna di Valdivieso, situata tra Providencia e General Bustamante, e quella di Monarch, in Rancagua.
Entrambe furono realizzate dall’azienda Luminosos Parragué, che divenne un punto di riferimento dell’epoca.
Valdivieso, con la sua bottiglia inclinata e i suoi calici che tintinnano, fu più di una semplice pubblicità: divenne parte del paesaggio simbolico della città. Monarch, con le sue sedici gambe di neon che ruotavano in un loop infinito, simboleggiava invece l’ostinazione della moda quotidiana.
Gli anni Sessanta e Settanta furono l’apice del neon a Santiago.
La città sembrava più viva di notte che di giorno. Camminare lungo l’Alameda era come entrare in un tunnel elettrico: le insegne di teatri, cabaret, cinema e bar gareggiavano in colori impossibili.
Mentre Milano brillava con neon che pubblicizzavano profumi, riviste di design o marchi di lusso, Santiago inventava la propria bohème sotto quelle luci: tavole calde, botteghe di liquori e piccoli caffè che si trasformavano in rifugi.
Non era glamour, era compagnia.
E quel gesto di illuminare l’intimo fece la differenza.
L’insegna di Valdivieso divenne il simbolo di quella bohème.
Visibile da Plaza Baquedano, era impossibile attraversare la zona senza alzare lo sguardo e incontrare il suo brindisi luminoso.
Veduta di Strada Nueva York. Santiago del Cile, anno 1978.
Lì, sotto il suo bagliore, convivevano le celebrazioni sportive, le manifestazioni, gli incontri casuali.
La luce del neon era sempre presente, come un testimone che non si spegneva anche quando tutto il resto cambiava.
Monarch, nel frattempo, divenne parte della memoria affettiva: le sue gambe elettriche si trasformarono in una coreografia infinita, assurda e tenera.
Ma la storia cambiò negli anni Ottanta e Novanta: le insegne al neon cominciarono a spegnersi.
Arrivarono i maxi-cartelloni, gli schermi elettronici, un’altra estetica — più fredda e uniforme.
Il neon divenne costoso da mantenere e, per molti, obsoleto.
Molte insegne furono smontate; altre semplicemente smisero di accendersi.
Fotografie di diversi autori trovate su Internet.
Innamorati di Santiago..
LA SPERANZA DI CHI RIMANE
Tuttavia, alcuni resistettero.
Nell’ottobre del 2009 iniziò una campagna per salvare le insegne di Monarch e Valdivieso, minacciate dalla speculazione immobiliare.
Un anno dopo, il 31 maggio 2010, entrambe furono dichiarate Monumenti Storici con decreto del Consiglio dei Monumenti Nazionali.
Quel gesto segnò un punto di svolta: il riconoscimento che il neon non era solo pubblicità, ma patrimonio culturale ed emotivo.
Oggi, Valdivieso continua ad accendersi ogni sera a Providencia.
Il suo brindisi elettrico si illumina alle 18:00 d’inverno e alle 21:00 d’estate, come un rito che collega il presente al passato.
E nei quartieri sparsi, piccole insegne sopravvivono in botteghe e caffè — modeste e ostinate — a ricordare che Santiago respira ancora nei suoi bagliori.
Le sue insegne non sono monumenti di lusso, ma compagne silenziose.
Il loro valore non risiedeva nella promessa del consumo, ma nella promessa della compagnia.
Seguire oggi quelle insegne significa attraversare una cartografia emotiva.
Non si tratta di una mappa con nomi di strade, ma di un percorso fatto di passi, di conversazioni interrotte dalla pioggia, di notti che sembravano non finire mai.
Valdivieso in Plaza Baquedano è la coordinata delle celebrazioni infinite; Monarch, la persistenza del quotidiano; e nei quartieri più lontani, le piccole insegne che continuano ad accendersi sono segnali di un’intimità condivisa con la grande città.
Santiago è, in fondo, una città nottambula: si sveglia e cammina in ogni suo angolo, ogni mattina rinasce tra fiori e caffè, ma non riesce mai a cancellare del tutto il bagliore della notte precedente.
Per questo ho deciso di disegnare il mio percorso personale su una mappa.
Potete cliccare sul link e seguire quella cartografia: lì si trovano i luoghi che ho percorso, i rifugi dove mi sono fermata, le luci che ancora mi accompagnano.
Scansiona il codice e scopri la mappa di Santiago attraverso le sue luci al neon più iconiche.
→Alcuni amori non restano, ma ci sono canzoni, profumi e anche luoghi che insistono nel tornare.
Basta passarci davanti perché riaffiorino le notti che sembravano eterne, i gesti che ti hanno fatto diventare chi sei.
Quei bagliori ci ricordano che la città non è solo un palcoscenico: è memoria, è compagnia, ed è anche un modo di appartenere all’altro, di donarsi per un istante.
Where is
Neòn
now?
ROSATO
TAKES MILANO
ROSATO
MILANO
DDurante il suo soggiorno a Milano, Rosato ha attraversato la città con uno sguardo sensibile, esplorando i legami tra arte, moda e design.
Ha partecipato a inaugurazioni di arte contemporanea, come la mostra di Pietro Terzini, e ha preso parte ad attività della Milano Beauty Week e della Fashion Week, dove il dialogo tra estetica, storia e cultura si è manifestato in ogni incontro.
Durante la sua permanenza in città, Rosato ha intervistato diverse personalità che compongono il polso creativo milanese: modelli, illustratori, fotografi, galleristi, designer e curatori che, attraverso il proprio mestiere, offrono nuove prospettive sulla bellezza e sull’espressione contemporanea.
Per scoprire tutti gli articoli, le interviste e le collaborazioni, vi invitiamo a visitare Rosato Takes Milano.
Potete accedere scansionando il codice QR e immergervi nei racconti visivi nati da questo incontro tra mondi.