ДЕТИ (BAMBINI)
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L’esondazione digitale ci sta sommergendo. Non passa istante che, da tutti i canali possibili, noi non si venga bombar-dati da AI, app, chatbot, robot, ... E, visto che la tecnologia è digitale mentre l’Uomo è - e sempre sarà - analogico, qualcuno ci dovrebbe spiegare come pensa di colmare consapevolmente questo gap che quasi tutti fanno finta che non esista. Smettiamo di sviluppare
esclusivamente innovazione tecnologica quando ora, e sempre più urgentemente, ci serve innovazione umana, senza della quale non c’è futuro ma solo l’illusione di un passato rivisitato che è, appunto, storia, non futuro. Come pensano Imprenditori e Manager di affidare le loro aziende – ed i destini dei loro Collaboratori – a decisioni strategiche dove la componente
umana viene ritenuta accessoria? Assistiamo al trionfo del social washing, pura propaganda di facciata che serve a consolidare la reputazione dell’Azienda e a catturare la fiducia del mercato o, meglio, di quel mercato sbadato e immaturo, preda delle apparenze. Abbiamo, viceversa, bisogno di sviluppare consapevolezza e responsabilità.
In due parole: comportamenti innovativi che possono solo derivare da solidi e strutturali investimenti culturali in intelligenza emotiva. In caso contrario faremo i conti con rischi, vulnerabilità e incidenti di percorso di cui non possiamo stimare i danni e le conseguenze, ma che intuiamo essere potenzialmente molto pesanti.
Fabrizio FaviniAGOSTO 2023
Il marchio del Magazine rivoluzionepositiva riporta 3 parole che sintetizzano i 3 stadi evolutivi del sapere.
Prima parola: INFORMAZIONE.
Troppe persone ormai si ritengono soddisfatte nella loro ricerca del sapere quando la loro fonte del sapere è la Rete. Peccato che l’Informazione attendibile si sia ormai estinta
avendo lasciato il posto alle fakenews. Fermarsi a questo stadio significa essere disinformati, superficiali, manipolabili, marginali, inaffidabili.
Seconda parola: CONOSCENZA.
Per sconfiggere le fakenews dobbiamo sviluppare un adeguato livello di conoscenza, che si costruisce con lettura profonda, ricerca,
confronto, verifica. Un grande salto di qualità rispetto a INFORMAZIONE, non vi è dubbio. Ma non basta. Ognuno di noi, con un passo ulteriore, può dare un personale contributo alla soluzione dei tanti problemi che stanno comprimendo la nostra esistenza.
Terza parola: SAGGEZZA. Significa saper essere consapevoli, ovvero dominare impulsi, emozioni, sentimenti negativi a favore
di una personale rivoluzionepositiva. Quindi adottare un comportamento responsabile, che discende dal latino res-pondus: farsi carico del peso delle cose!
Saper essere saggi, appunto, una saggezza che nulla ha a che fare con il logoro, millenario paradigma secondo il quale la saggezza apparteneva solo agli anziani del villaggio. Tutti noi possiamo/ dobbiamo tendere alla saggezza!
L’universo del comportamento umano è uno dei pochi settori in cui si continua ad operare sulla scorta di abitudini e di modelli culturali in buona parte obsoleti.
Veniamo educati a soffrire per conquistarci un posto nella vita; viceversa l’educazione al benessere interiore, all’autoconsapevolezza, alla percezione di sé e degli altri ce la dobbiamo costruire da soli.
E così noi molto spesso facciamo un uso sub-ottimale delle nostre risorse personali, influenzando in tal senso la vita di chi ci sta vicino: in famiglia, in società, sul lavoro. Spesso aderiamo alla cultura della negatività, della lamentela, della critica, del rinvio, dell’immobilismo.
Altrettanto spesso siamo vittime di comportamenti autolimitanti. Sovente l’esperienza, consolidando un pregiudizio, ci
limita nella capacità di interpretare con lucidità la realtà circostante. Siamo in balìa di alibi, conformismi, abitudini consolidate e di false convinzioni.
Per rimuovere emozioni ed atteggiamenti negativi aprendo la nostra esistenza alle opportunità della vita, dobbiamo sviluppare energie costruttive e positive e un diverso approccio con noi stessi e col mondo che ci circonda.
rivoluzionepositiva ha lo scopo di aiutare, chi è interessato, a realizzare questi obiettivi.
BENVENUTI A BORDO!
Il Comitato di Redazione:
Fabrizio Favini
Edoardo Boncinelli
Roberto Cingolani
Enrico Giovannini
Gianni Ferrario
Esperto di innovazione del comportamento Intelligenza Emotiva per acquisire - un vantaggio competitivo - il benessere dei Collaboratori
1a Parte
ENZO RISSO
Direttore scientifico di IPSOS
Malessere mentale, l’infragilimento di una società dedita alla ricerca dell’applauso
Visiting Professor alla London School of Economics
Docente di Politica Economica all’Università Cattolica di Roma
Una Rivoluzione Meritocratica
Presidente Unione Albergatori Milano Intervista
Per produrre nuovo valore l’Azienda ha bisogno di sviluppare nuovi talenti.
La possibilità di innovare le nostre Aziende, Organizzazioni, Istituzioni, Enti è quindi strettamente legata alla crescita individuale.
Ma il percorso formativo da imboccare non si riferisce semplicemente all’acquisizione di un’altra competenza cognitiva o allo sviluppo di un’altra capacità razionale.
Stiamo parlando di un percorso nuovo. Vediamo di cosa si tratta.
Se da una parte la mente umana esprime potenzialità enormi, dall’altra può denotare
ampi limiti rappresentati da trappole mentali ed autoinganni in grado di condizionare molto pesantemente le nostre decisioni e quindi i nostri comportamenti, nonchè le conseguenze di tali comportamenti.
In tal caso le distorsioni nei nostri comportamenti possono essere causate da vari elementi emozionali:
• credenze limitanti
• pregiudizi/bias
• alibi
• pessimismo
• egocentrismo, narcisismo
• abitudini/pensieri automatici, gabbie mentali,..
Siamo esseri a razionalità limitata
• secondo una consolidata ricerca ci bastano 8 secondi per decidere se una persona ci è simpatica o antipatica. E quindi decidere che rapporto intrattenere con lei
• i neuroscienziati ci dicono che quasi il 60% delle nostre decisioni – e quindi dei nostri conseguenti comportamenti – viene assunto in automatico senza l’intervento dell’intelligenza razionale
• in un giorno noi produciamo circa 70mila pensieri. Considerando che in 1 giorno ci sono 1.440 minuti, dovremmo produrre circa 48 pensieri al minuto. Come è pensabile che tutti questi pensieri siano razionali e non invece emozionali?
Tutte queste sono importanti connotazioni della mente umana che il mondo scolastico, sociale, istituzionale, aziendale non ha mai preso in considerazione avendo da sempre dedicato i propri investimenti formativi a sviluppare esclusivamente intelligenza cognitiva e intelligenza razionale, tralasciando del tutto l’intelligenza emotiva.
Per non parlare poi dell’intelligenza artificiale, della quale rischiamo l’esondazione!
La vera sfida si consuma sul fronte del Capitale Umano in quanto tanti, troppi indicatori ci dicono che abbiamo urgentemente bisogno di rendere la vita lavorativa un’esperienza emotivamente più serena e socialmente più gratificante per estese popolazioni di Collaboratori.
Per non parlare poi dei nostri giovani che escono dal mondo degli studi e approdano a
quello del lavoro. Il primo approccio sovente è deludente, frustrante, demotivante. Non sono infatti psicologicamente preparati ad affrontare il rapporto interpersonale con i baby boomers e/o con la Generazione X, il conflitto interculturale, la visione di un mondo aziendale basato in prevalenza su abitudini, consuetudini, liturgie organizzative e comportamentali che sono l’antitesi dell’innovazione sociale e dello sviluppo umano.
Siamo tutti consapevoli che il lavoro è un processo sociale. E ciò che ci permette di intrattenere un buon rapporto sociale è la competenza nei rapporti interpersonali. Pertanto, quanto più è diffusa la responsabilità della qualità delle relazioni, tanto più cresce la qualità della vita lavorativa e del risultato del lavoro.
Ne deriva che le competenze sociali sono competenze professionali a pieno titolo!
D’altro canto sappiamo che l’innovazione nel mondo dei rapporti interpersonali è configurabile come la nuova, profonda Rivoluzione Culturale ricca di
enormi opportunità per enti, aziende, organizzazioni che ne comprendono e ne assecondano la storica portata.
E per esperienza sappiamo inoltre che la difficoltà nei rapporti umani riduce gli stimoli e la collaborazione, solidifica le convinzioni, facilita le ossessioni e la difese ad oltranza delle proprie convinzioni. In tal caso il mondo del lavoro tende a diventare autistico.
Se è così, come pensano le Aziende di:
• attrarre i Talenti
• trattenere i Collaboratori
• fidelizzare i Clienti?
Pertanto se il ruolo dell’Intelligenza Emotiva resta il fattore primario nella maturazione della maggior parte delle nostre decisioni e delle relative conseguenze che esse producono, perché non sviluppare ed educare la nostra Intelligenza Emotiva facendone il nostro punto di forza?
Ognuno di noi ha il proprio quoziente di Intelligenza Emotiva; può essere una risorsa strategica sia per noi che per la struttura con la quale collaboriamo. Ma allora, perché non mettere a frutto questa nostra risorsa?
Fabrizio
Favinicontinua
I livelli di benessere mentale delle persone in Europa, negli USA e in Italia mostrano segnali di preoccupante peggioramento, specie tra le donne ed i giovani della Generazione Z.
Le indagini global sviluppate da IPSOS nel corso degli ultimi 2 anni mostrano un quadro allarmante. Un terzo degli italiani si è sentito stressato al punto di avere la sensazione di non riuscire ad affrontare le cose. È il dato più alto rispetto a francesi e britannici (30%), tedeschi (27%) e americani (29%).
Un’altra parte del Paese, il 27%, ha vissuto forme di stress più leggere, ma pur sempre
impattanti sul modo di vivere e sulla quotidianità. In questo caso gli italiani sono superati da francesi e americani (35%), dagli inglesi (34%) e dai tedeschi (32%).
Le forme di esaurimento inibenti, che non permettono di recarsi al lavoro, hanno colpito il 12% degli italiani. Anche in questo caso il dato è più basso rispetto agli altri Paesi occidentali. Negli USA e in Germania a vivere condizioni di stress inibenti il lavoro sono il 19%; in Gran Bretagna il 18% e in Francia il 15%.
Forme di depressione, anche dense, che hanno portato le persone a sentirsi tristi o senza speranza hanno toccato il 23%
degli italiani. Cifre simili si sono registrate in Francia e Germania (25%), mentre dati un po’ più alti di incidenza delle forme di depressione si sono avuti in Gran Bretagna e negli USA (28%).
Allarmante è, invece, il dato relativo alle pulsioni suicide o autolesioniste. Sono sensazioni e impulsi che hanno colpito il 14% di tedeschi e inglesi, il 12% di francesi, l’11% degli americani e il 9% di italiani.
La mappa della complessa relazione tra le persone e il benessere mentale porta alla luce anche altri elementi su cui riflettere. Un primo aspetto è quello della relazione con i farmaci. Il 22% degli americani asserisce di assumere farmaci per combattere lo stress o la depressione. È il dato più alto tra i principali Paesi occidentali, seguito dagli inglesi che si attestano al 20% della popolazione. In Italia e in Germania il 14% afferma di fare uso di farmaci per combattere stress o depressione, mentre in Francia è il 18%. Il ricorso all’esperto, psicologo o psichiatra, vede sempre in vetta a questa peculiare classifica gli USA (21%), seguiti dalla Germania (17%),
da Gran Bretagna e Francia (15%) e infine l’Italia con il 12%.
Parlare del proprio malessere mentale, dello stress o delle sensazioni di depressione, è molto difficile. Solo l’11% degli italiani, infatti, si confida con il proprio medico di base. Una tendenza molto più bassa e ripiegata rispetto agli altri Paesi nei quali registriamo una maggiore disponibilità ad affrontare il tema con il medico di famiglia: 22% negli USA, 18% in Francia, 17% e 16%, rispettivamente in UK e Germania. Anche il dialogo con amici e parenti è ridotto e le persone tendono a vivere da sole il proprio disagio. Solo il 23% degli italiani esterna il proprio vissuto con gli altri. Un dato di chiusura e ripiegamento simile lo riscontriamo anche in Germania (24%) e in Francia (27%). Più intenti a confidarsi e condividere il proprio status con amici e parenti appaiono gli americani (31%) e soprattutto i britannici (34%).
In Germania, rispetto al 2021, il pieno benessere mentale è in calo di 4 punti (dal 27% del 2021 al 23), di 5 punti in Svizzera (dal 36 al 31) e di 2 punti in Italia (dal 20 al 18). Nella classifica generale redatta da IPSOS per AXA Mind Health Report 2023, emerge che l’Italia, con il suo 18%, è in fondo alla classifica dei Paesi per livello di benessere mentale, superata da Thailandia (37%), Francia (33) e Messico (31). Cina e USA sono al 29% e al 28%, la Gran Bretagna al 23, il Giappone al 18 come l’Italia. Zoomando sull’Italia scopriamo che il 33% afferma di stare languendo in una situazione di disagio, tra demotivazione e difficoltà a concentrarsi, con il rischio di sviluppare malattie mentali; il 12% denuncia un disagio emotivo e avverte come compromesso il proprio status psicosociale. Nel confronto tra generi e generazioni, il divario appare marcato. Nel nostro Paese ad affermare di avere uno stabile livello di benessere
mentale sono soprattutto gli uomini (20%) rispetto alle donne (15%). Un divario simile e anche maggiore lo troviamo in Belgio (30% gli uomini contro il 19 delle donne), in Irlanda (28 a 20 le donne), in Germania (29 a 17 le donne), per esplodere in Francia (40 per cento gli uomini e 26 le donne).
Complessivamente sono le donne ad avvertire un peggiore livello di benessere mentale. Molti sono i fattori che determinano questa situazione, ma quello più rilevante è il sessismo quotidiano. Sempre a livello globale oltre il 40% delle donne ha visto mettere in dubbio le proprie capacità per via del gender ed una su tre ha ricevuto commenti indesiderati. L’Italia è il terzo Paese in Europa in cui più donne hanno visto mettere in dubbio le loro capacità per via del gender (48%), superata da Spagna (51%) e Irlanda (54%).
Incombenze familiari, commenti indesiderati, capacità messe in dubbio, generano tensioni e stress nel 55% delle donne; stati di ansia nel 19% e forme di depressione nel 7%.
Se i dati sull’universo di genere sono pesanti e ci parlano di una società ancora marcatamente maschilista, il quadro sull’universo giovanile è a dir poco allarmante. Nei vari Paesi monitorati i giovani segnalano il minor livello di benessere e il più alto numero di disturbi mentali (da moderati a gravi).
A livello globale i fattori che alimentano maggiormente il disagio giovanile sono: l’incertezza sul futuro (62%), la solitudine (59) e l’immagine corporea (46). Tra i giovani italiani pesa anche il tema dei cambiamenti climatici (43). Tutti questi fattori generano una diffusa sensazione di malessere e irrequietezza, alimentano forme di depressione, ansia, stress, ma determinano
anche alterazioni del benessere e della salute mentale più gravi. Non solo. Questi fattori generano nei giovani livelli più bassi di auto-accettazione e li frenano nelle scelte e nella capacità di crescere. Tradotto in numeri, il 66% dei giovani italiani denuncia di vivere una situazione di stress, il 37 afferma di vivere stati di ansia e il 18% parla chiaramente di avvertire stati di depressione.
Il quadro dei dati mostra quanto alcune dinamiche già presenti sotto traccia da anni stiano sempre più affiorando. Quelle derive perniciose come la vita in emergenza, le derive violente per il decadere del senso del limite, la fragilità dei giovani di cui parlava lo psicoanalista Miguel Benasayag in L’epoca delle passioni tristi, oggi si stanno aggravando.
Un processo che determina l’acuirsi di una crisi esistenziale generalizzata. Nell’epoca dei social, dei like, della ricerca degli applausi, il bisogno di riconoscimento si trasforma in esigenza vitale e la sua carenza genera sensazioni di esclusioni, ripiegamento, paura, depressione.
Il prezzo più alto, in questo quadro rischiano di pagarlo i giovani, la Generazione Z che è sempre più lasciata sola di fronte all’incombere della società dell’incertezza. Le ragazze e i ragazzi non possono essere abbandonati, bensì hanno bisogno di gestire le complessità con gli educatori, con gli amici, con genitori all’altezza del compito di guida. Il terreno della solitudine e dell’isolamento è pernicioso per i giovani e per la società perché permette il radicamento di forme di violenza contro se stessi e gli altri, ma anche forme di fondamentalismo, complottismo e distruzione della ragione e del senso civico.
Enzo RissoQual’ è la linea rossa che percorre l’economia italiana negli ultimi decenni e che ne spiega in buona parte il declino? La meritocrazia, o meglio, la mancanza di meritocrazia in molti ambiti della società.
Per usare un termine più tecnico, è la struttura per incentivi dell’economia che è distorta e modifica in senso negativo i comportamenti dei singoli e delle organizzazioni. Il risultato è che gli italiani non remano tutti nella direzione dello sviluppo economico. Alcuni frenano, altri impediscono alle forze della concorrenza, del libero mercato, dell’imprenditorialità di dispiegare al meglio le loro potenzialità. È una questione che sfugge a gran parte della politica, e a volte persino agli addetti ai lavori, e spiega l’assoluta eccezionalità del caso Italia sul piano della mancata crescita economica.
Nell’ultimo quarto di secolo, l’Italia ha quasi smesso di crescere. Nessun altro Paese avanzato ha fatto peggio dell’Italia; anche Paesi come la Grecia, con la sua drammatica crisi del debito, e il Giappone, che un tempo era considerato il malato del mondo, hanno fatto molto meglio. Nel primo trimestre del 2023, il nostro PIL era ancora 2,8 punti percentuali al di sotto del primo trimestre del 2008, cioè prima della Grande Crisi Finanziaria, con un gap rispetto al resto dell’Area dell’Euro di ben 17,1 punti. Nel 2019, ossia prima della crisi pandemica, il PIL reale pro capite dell’Italia era di poco superiore al livello del 1999, quando iniziò l’unione monetaria.
Politiche macroeconomiche sbagliate o poco accorte hanno portato alla stagnazione della produttività, ma c’è anche dell’altro. La produttività totale dei fattori (TFP, dall’inglese Total Factor Productivity) esprime la parte della crescita del prodotto che non è spiegata dagli input di lavoro e capitale utilizzati nella produzione e misurati in maniera convenzionale. Riflette quindi il progresso tecnologico e l’innovazione, nonché l’efficienza allocativa e l’organizzazione dei fattori di produzione. È anche legata all’efficienza organizzativa delle istituzioni pubbliche. Insieme alla produttività del lavoro e alla dotazione di capitale per occupato, è direttamente associata a un’ampia serie di indicatori che descrivono la prosperità di un Paese.
Nei tre decenni successivi alla seconda
1 Questo articolo è ispirato al contenuto del nostro libro: “Meritocracy, Growth, and Lessons from Italy’s Economic Decline”, Oxford University Press. La versione italiana è stata pubblicata da il Mulino: ”Crescita economica e meritocrazia. Perché l’Italia spreca i suoi talenti e non cresce”.
guerra mondiale, la TFP è aumentata significativamente ma a partire dalla metà degli anni Settanta è rimasta ferma ed è persino diminuita marginalmente.
Negli anni Settanta ed Ottanta la crescita del PIL italiano è stata ottenuta in modo sostanzialmente artificiale, attraverso misure di politica economica che hanno spinto gli investimenti e i consumi pubblici e privati al di sopra del potenziale di crescita dell’economia. Ciò ha significato prima inflazione e continue svalutazioni della lira e poi deficit pubblici e un debito in continua crescita. Dalla metà degli anni Novanta, l’economia non è stata in grado di affrontare le sfide derivanti dall’aumento della concorrenza (globalizzazione, ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, allargamento dell’Unione Europea), nonché dalla stabilizzazione dei tassi di cambio in vista della moneta unica. Non è riuscita a stare al passo con queste sfide, così come non è stata in grado di stare al passo con la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni; in sostanza, l’Italia non era pronta per entrare nella nuova era basata sulla conoscenza.
Cosa centra tutto questo con la meritocrazia?
Un’economia basata sulla conoscenza richiede una struttura per incentivi (regole, non quattrini) che premi la ricerca di alto livello, il merito, lo sforzo individuale. Il centro del problema diventa la mancanza di meritocrazia a tutti i livelli della società (scuole, pubbliche amministrazioni, giustizia e persino molte imprese private).
Per un’azienda che deve districarsi nei meandri di una burocrazia inefficiente e oscura, le relazioni politiche, o quelle con
funzionari o banchieri di alto livello, possono essere vitali. Le imprese con relazioni politiche hanno ricavi e profitti più elevati rispetto ai loro concorrenti nello stesso settore, ma tendono ad essere meno innovative, il che è un handicap quando devono far fronte alla concorrenza internazionale. In un’economia basata sulla conoscenza, per vincere sulla scena internazionale un’impresa deve fornire prestazioni ai livelli più elevati del suo settore e ciò richiede collegamenti con le migliori università. L’Italia ha poche università di alto livello perché la cultura egualitaria è ancora prevalente.
In generale, troppo spesso, la leadership non è selezionata in base al merito, ma è cooptata in base alla lealtà verso qualche persona potente, sia essa un boss, un banchiere, un imprenditore, un professore o un politico. Questo meccanismo è difeso da molti interessi costituiti e da lobby più o meno potenti in molti diversi angoli della società e dell’economia.
La richiesta di incentivi statali, privilegi e protezione dalla concorrenza tende a sostituire duro lavoro, ingegno, imprenditorialità, assunzione di rischi Fatta eccezione per le poche centinaia di aziende manifatturiere che esportano e sono riuscite ad affrontare con successo le sfide della concorrenza internazionale, anche il mondo delle imprese non sempre dà il buon esempio circa l’opportunità di premiare il merito.
A scanso di equivoci, una società moderna ha bisogno di solidarietà. Lo stato sociale, quale si è sviluppato in quasi tutti i Paesi europei negli ultimi decenni, è una conquista di civiltà. Alcuni degli aspetti dello stato sociale – scuola,
sanità e sicurezza sociale – sono essenziali per promuovere il merito e la competitività perché contribuiscono a creare pari opportunità ed evitano lo spreco di capitale umano. Tuttavia, un malinteso concetto di solidarietà può sconfinare nell’egualitarismo.
Due delle conseguenze più odiose di questo stato di cose sono il divario di genere e la gerontocrazia. L’Italia è uno dei Paesi al mondo con il più alto divario di genere in molti dimensioni, fra cui il tasso di occupazione. Anche se questo non è l’unico fattore in gioco, se il merito fosse un fattore decisivo nelle scelte di assunzione delle aziende, il divario di genere sarebbe più vicino a quello dei Paesi più avanzati.
L’Italia è anche uno dei Paesi in cui i giovani hanno un minore tasso di occupazione e, quando trovano un lavoro, la loro retribuzione è spesso molto bassa e migliora solo molto lentamente con l’anzianità, anziché con il merito.
Il messaggio è che i giovani, per quanto dotati di talento, devono aspettare.
Clientelismo e nepotismo sono l’opposto delle pari opportunità. Sono la via principale attraverso la quale i privilegi vengono trasmessi da una generazione all’altra. Un sistema siffatto dovrebbe essere considerato incompatibile con i principi di fondo di una «democrazia liberale», come abbiamo imparato a intendere questo termine negli ultimi due secoli. Ed è un sistema che frustra quella voglia di fare e di innovare delle persone che è la chiave della crescita della produttività e del progresso economico.
Lorenzo Codogno
Plogging, cos’è? Fare jogging e, nel contempo, raccogliere rifiuti. Mentre ti alleni raccogli lattine, bottigliette, cartacce e mascherine che incontri lungo il cammino. Questa attività si sta diffondendo in tutto il Pianeta con numerose iniziative che coniugano il benessere fisico all’impegno per preservare l’ambiente. Il plogging si sta diffondendo anche in Italia, soprattutto tra i giovani: durante una competizione extraurbana nel 2019 – dal Vesuvio all’Etna –sono state raccolte 12 tonnellate di rifiuti.
Alba - provincia di Cuneo - è la prima città al mondo ad avere istituzionalizzato il plogging creando un regolamento e un albo, fissando una giornata mensile dedicata a questa attività.
Maurizio Naro, Presidente Federalberghi di Milano, Lodi e Monza Brianza e Promotore del plogging urbano a Milano. Vuole raccontare ai Lettori del nostro Magazine come è nata e da quando, come funziona e come si sta sviluppando questa simpatica iniziativa?
Quello dello scorso 15 aprile è stato il terzo plogging organizzato da Centrale District, che è un comitato di imprenditori – prevalentemente alberghieri – nato nel luglio del 2017 facenti parte della zona della Stazione Centrale di Milano. Il plogging è un’iniziativa nata originariamente in Svezia e consiste nel raccogliere rifiuti mentre si fa jogging. Nel nostro caso è più una camminata ma in questo modo possiamo raccogliere molti più rifiuti. Il plogging sta prendendo sempre più piede anche in Italia perché sono sempre più numerosi i cittadini che vogliono concretamente dare il loro contributo nel rendere più accogliente, pulito e sostenibile il luogo in cui vivono.
Come si fa ad aderire e a partecipare al plogging urbano?
Centrale District utilizza i suoi canali social e quelli dei suoi partner per promuovere l’iniziativa. In queste comunicazioni c’è un link per l’iscrizione: chi intende associarsi mandi una mail a info@centraledistrict.it Questo ci consente di poterci organizzare al meglio conoscendo il numero dei partecipanti e di poterli poi informare sulle future iniziative di Centrale District. Inoltre, essendo molti dei soci gli albergatori della zona, questi espongono nelle loro hall la locandina dell’evento.
Per participare serve una particolare attrezzatura?
Grazie alla collaborazione con AMSA, l’azienda municipalizzata per i servizi
ambientali, forniamo ai partecipanti guanti, sacchi e l’utilissima pinza per raccogliere i rifiuti.
Quanto è frequente la partecipazione di bambini, accompagnati da un genitore, e dei giovani? Le scuole contribuiscono a diffondere questa iniziativa?
Fin dalla prima edizione abbiamo coinvolto le scuole presenti nel quartiere. Con questo come con molti altri eventi di Centrale District, vogliamo far emergere il senso civico che ognuno di noi dovrebbe avere innato nella propria anima. Quest’anno poi abbiamo avuto anche la partecipazione di Radiomamma che da sempre vuole migliorare le città in cui opera. il loro network ha consentito di far conoscere l’iniziativa di plogging fuori dai confini del nostro quartiere.
Cosa si potrebbe fare per diffondere la conoscenza del plogging urbano e la conseguente adesione da parte della cittadinanza?
Sicuramente attraverso stampa locale e
i canali social. L’aiuto delle scuole è poi fondamentale.
Su base d’anno, quante sono complessivamente le persone che aderiscono alle vostre chiamate?
Ogni nostro plogging ha visto crescere la partecipazione di adulti e bambini. Nella prima edizione eravamo circa 40 mentre lo scorso aprile abbiamo superato i 60 partecipanti.
Oltre che a Milano, in quali principali città italiane si pratica il plogging? Esiste un collegamento tra Milano e queste altre città?
Sicuramente sì ma al momento non abbiamo gemellaggi.
Il plogging, secondo lei, potrà diventare uno sport nazionale?
Sport non penso, ma sarebbe bello che ogni weekend i cittadini si trovassero a migliorare la percezione di pulito delle piazze e delle vie di Milano. In particolare
a me piacerebbe che, come negli anni ’80 e ’90 l’amministrazione comunale ricercava volontari per liberare le strade dalla neve, oggi invece si possa ricevere l’adesione di volontari per contributi altrettanto utili come, ad esempio, raccogliere le numerose foglie che ora come ora intasano gli scarichi lungo i marciapiedi causando in alcuni casi enormi pozzanghere con conseguenti disagi alla cittadinanza.
Nel mondo del management consulting da 50 anni, è consulente esperto di innovazione del comportamento, facilitatore e formatore per lo sviluppo del talento in Azienda. Migliora il rendimento del capitale umano
favorendo la crescita di soddisfazione, motivazione, selfengagement, produttività.
Utilizza le neuroscienze per favorire l’acquisizione delle competenze sociali indispensabili
a modificare i comportamenti non più funzionali alla crescita sia dell’Individuo che dell’Azienda.
Oltre a numerosi articoli, ha pubblicato i seguenti libri: La Vendita di Relazione
(Sole 24ORE); La vendita fa per te (Sole 24ORE); Scuotiamo l’Italia (Franco Angeli); Comportamenti aziendali ad elevata produttività –Integrazione tra stili di management e neuroscienze (gueriniNext).
Editore di rivoluzionepositiva. com, Magazine On Line orientato al nuovo Umanesimo d’Impresa per la sostenibilità sociale, economica ed ambientale dell’Impresa stessa.
realizzato per Ivrea
con il prof. Andrea Segrè l’osservatorio internazionale sullo spreco alimentate Waste Watcher. Ha pubblicato molteplici
volumi di analisi sociale, politica e valoriale; solo per citare gli ultimi: “Il consumatore narratore si sé, L’immaginario collettivo e il suo ruolo nelle scelte di consumo” (Guerini & associati, 2023); “Lo
spreco alimentare in Italia e nel mondo. Quanto, cosa e perché. I rapporti dell’Osservatorio
Waste Watcher
International 20222023 ” (con Andrea Segré, Castelvecchi 2023); “Elezioni e partiti nell’Italia
Repubblicana” (con P. Ignazi e S. Wellhofer, Il Mulino 2022); “Oltre il Rancore. Viaggio nel ceto medio” (Rubbettino 2021).
Laureato con lode in Economia presso l’Università Bocconi nel 1975; nel 1980 ha ottenuto il Ph.D. in Economics presso il MIT (Cambridge, Ma.), dove ha svolto attività di ricerca sui sistemi finanziari
con Robert Solow e Franco Modigliani. Direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani e docente incaricato di Politica Economica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma);
Senior Fellow, LUISS - Institute for European Policy and Analysis; Membro del Comitato Scientifico del Centro Einaudi (Torino). Tra i vari incarichi ricoperti: Direttore Generale dell’Associazione
fra le imprese di assicurazione (ANIA); Direttore Generale di Confindustria; membro del National Institute of Economic Research (Londra); Consulente del Comitato per gli Affari Economici
Lorenzo Codogno
è visiting professor alla London School of Economics e al College of Europe, e fondatore della sua società di consulenza LC Macro Advisors Ltd. E’ stato dirigente generale al Ministero
dell’Economia e delle Finanze
dal 2006 al 2015, responsabile della direzione Analisi e Programmazione Economico Finanziaria. E’ stato capo della delegazione italiana
al Comitato di Politica Economica (CPE) dell’Unione Europea, vice presidente nel 20082009 e presidente nel 2010-2011, partecipando ai vertici Eurogruppo/ Ecofin con i Ministri.
Ha rappresentato l’Italia al CPE e al WP1 dell’OCSE (presidente nel 2013-2015). Dal 1998 al 2006 ha lavorato per Bank of America a Londra come managing director responsabile
e Monetari del Parlamento Europeo; consulente economico del Presidente della Commissione Europea.
dell’analisi economica per Europa. Ha studiato all’Università di Padova e all’Università di Syracuse, Syracuse, NY, USA.
Presidente di APAM, Associazione Albergatori di Milano. In qualità di Presidente ha
partecipato ai Tavoli del Turismo istituiti da CCIAA di Milano - Monza e Brianza sui temi dell’extraalberghiero, dei
dati statistici, degli eventi, del turismo accessibile, del turismo culturale e del turismo organizzato.
Numerosi incarichi assolti, tra i quali presso: Fondazione Fiera Milano, Unione Confcommercio Milano, Scuola
Superiore del Commercio e del Turismo, Federalberghi Nazionale.
Perché Rivoluzione Positiva?
Un nuovo Magazine On Line: informazione, conoscenza, saggezza.
Con l’enorme disponibilità di informazioni, resa possibile dalla tecnologia, la nostra vita è diventata molto più veloce e molto più distratta. Abbiamo creato i
presupposti per cui il nostro cervello è meno preciso, fatica di più a concentrarsi. Perdiamo il focus attentivo sui problemi, divaghiamo mentalmente, siamo intermittenti e discontinui nel nostro
modo di pensare e, quindi, nel nostro comportamento.
Siamo passanti frettolosi e distratti la cui soglia di attenzione dura 8 secondi; siamo meno concentrati dei pesci
rossi che arrivano a 9, ci dicono gli esperti. Siamo diventati bulimici di informazioni, emozioni, immagini, collegamenti, suoni. Divoriamo il tutto in superficie senza gustare, approfondire, riflettere.
Oggi chi non si ferma a guardare non vede; chi non si ferma a pensare non pensa.
Riscopriamo allora il piacere - o la necessitàdi riflettere, di pensare,
di soffermarci per capire meglio dove stiamo andando per essere più consapevoli del nostro tempo, complesso e complicato, e del nostro ruolo, umano, sociale e professionale.
Se condividete queste nostre riflessioni, siete invitati a partecipare ad una iniziativa virtuosa resa possibile dalla combinazione dei saperi e delle esperienze umane e professionali
di un manipolo di Pensatori Positivi, profondi, competenti e sensibili interpreti del nostro tempo, che hanno deciso di contribuire a questo Progetto. Ad essi si
uniscono autorevoli Testimoni Positivi. A tutti loro il nostro grazie! di cuore.
Fabrizio Favini
Edoardo Boncinelli
Roberto Cingolani
Enrico Giovannini
Gianni Ferrario
Ci danno il loro supporto:
Deltavalore Progetti per l’innovazione del comportamento mobile 335.6052212
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Tamberlow
Applicazioni web based mobile 329-2115448
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Chi desidera allenarsi scriva a fabrizio.favini@fastwebnet.it
Acquisizione personalizzata del MODELLO Competenze Emotive per Prestazioni Eccellenti, composto dai Moduli:
• Consapevolezza di sé
• Padronanza di sé
• Motivazione
• Abilità Sociali
• Rapporto Empatico
Acquisizione TECNICHE per Comportamento Aumentato:
• Manuale di Sviluppo Umano
• Cervello emotivo VS Cervello razionale
• La potenza degli Stati d’Animo
• Come gestire l’Egocentrismo
• Come sviluppare Percezione e Pensiero
• Come gestire le Trappole della nostra Mente, la tirannia delle Abitudini, l’Autoinganno
• Come gestire Stress ed Ansia
• Come gestire Comunicazione e Feed-back
• Come gestire la Diversità
• Come orientare l’Azienda alla Leadership Lungimirante.