

DISORDINE O INNOVAZIONE?
In questo tempo in cui le certezze si sgretolano è possibile pensare ad un nuovo ordine vivibile senza rifugiarsi nella nostalgia di un mondo che non tornerà più?
Se sì, questa attesa quanto è destinata a durare? Il problema è che non sappiamo che cosa potrà arrivare; questo ci porta a credere che l’attesa sarà lunga e forse sofferta. Lunga anche per l’atteggiamento attendista della maggioranza delle persone,
delle istituzioni, di imprenditori e manager delle nostre aziende.
Stante questo scenario, invece, bisogna assolutamente giocare d’anticipo: investire, innovare, attualizzare, esplorare nuove opportunità, costruire alleanze.
Serve azione, determinazione, coraggio. Ricordiamoci che le azioni sono l’unica via per farci diventare ciò che vogliamo diventare!
E, come diceva Erica Jong, il problema è che se non rischi nulla, rischi ancora di più!
Fabrizio Favini
MARZO 2026
PROGETTO
Il marchio del Magazine rivoluzionepositiva riporta 3 parole che sintetizzano i 3 stadi evolutivi del sapere.
Prima parola: INFORMAZIONE. Troppe persone ormai si ritengono soddisfatte nella loro ricerca del sapere quando la loro fonte del sapere è la Rete. Peccato che l’Informazione attendibile si sia ormai estinta
avendo lasciato il posto alle fakenews. Fermarsi a questo stadio significa essere disinformati, superficiali, manipolabili, marginali, inaffidabili.
Seconda parola: CONOSCENZA. Per sconfiggere le fakenews dobbiamo sviluppare un adeguato livello di conoscenza, che si costruisce con lettura profonda, ricerca,
confronto, verifica. Un grande salto di qualità rispetto a INFORMAZIONE, non vi è dubbio. Ma non basta. Ognuno di noi, con un passo ulteriore, può dare un personale contributo alla soluzione dei tanti problemi che stanno comprimendo la nostra esistenza.
Terza parola: SAGGEZZA. Significa saper essere consapevoli, ovvero dominare impulsi, emozioni, sentimenti negativi a favore
di una personale rivoluzionepositiva. Quindi adottare un comportamento responsabile, che discende dal latino res-pondus: farsi carico del peso delle cose!
Saper essere saggi, appunto, una saggezza che nulla ha a che fare con il logoro, millenario paradigma secondo il quale la saggezza apparteneva solo agli anziani del villaggio. Tutti noi possiamo/ dobbiamo tendere alla saggezza!
RICHIESTA DI SOSTEGNO
MI PUOI AIUTARE?
Il Magazine rivoluzionepositiva da oltre 6 anni contribuisce con continuità e determinazione ad alimentare un importante stimolo: la consapevolezza che ora - più che mai - abbiamo bisogno di comportamenti positivi e responsabili da parte di tutti noi!
AIUTACI COL TUO BONIFICO
IT48D 03440 01603 000000 390600
INTESTATO A DELTAVALORE
CON CAUSALE: SOSTEGNO AL MAGAZINE RP
IL NOSTRO PERCORSO
L’universo del comportamento umano è uno dei pochi settori in cui si continua ad operare sulla scorta di abitudini e di modelli culturali in buona parte obsoleti.
Veniamo educati a soffrire per conquistarci un posto nella vita; viceversa l’educazione al benessere interiore, all’autoconsapevolezza, alla percezione di sé e degli altri ce la dobbiamo costruire da soli.
E così noi molto spesso facciamo un uso sub-ottimale delle nostre risorse personali, influenzando in tal senso la vita di chi ci sta vicino: in famiglia, in società, sul lavoro. Spesso aderiamo alla cultura della negatività, della lamentela, della critica, del rinvio, dell’immobilismo.
Altrettanto spesso siamo vittime di comportamenti autolimitanti. Sovente l’esperienza, consolidando un pregiudizio, ci
limita nella capacità di interpretare con lucidità la realtà circostante. Siamo in balìa di alibi, conformismi, abitudini consolidate e di false convinzioni.
Per rimuovere emozioni ed atteggiamenti negativi aprendo la nostra esistenza alle opportunità della vita, dobbiamo sviluppare energie costruttive e positive e un diverso approccio con noi stessi e col mondo che ci circonda.
rivoluzionepositiva ha lo scopo di aiutare, chi è interessato, a realizzare questi obiettivi.
Il Comitato di Redazione:
Fabrizio Favini
Roberto Cingolani
Enrico Giovannini
Gianni Ferrario
BENVENUTI A BORDO!
INDICE
20 06 16 10
FABRIZIO FAVINI
Esperto di innovazione del comportamento
Salute fisica e salute mentale
REMO LUCCHI
Esperto in ricerche sociali. Presidente di Eumetra
L’indispensabilità di una formazione culturale completa
FLAVIA
BELLADONNA
Responsabile della Redazione ASVIS
I 10 anni di ASVIS. Quando un’idea “folle” diventa un’Alleanza
GIOVANNI BOCCIA ARTIERI
Professore ordinario di Sociologia della Comunicazione
La democrazia nel rumore: come ricostruire fiducia pubblica
pg. 24 Autori
pg. 28 Manifesto
pg. 32
Manuale di Benessere Mentale
Salute fisica e salute mentale
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e relazionale, e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità.
Da questa definizione comprendiamo come l’aspetto mentale di una persona si inserisca a pieno titolo tra i componenti fondamentali del benessere personale e relazionale.
Si completa così la definizione stessa di salute, che non può più essere considerata unicamente uno stato di benessere fisico.
Il benessere deve arrivare a rappresentare una caratteristica da perseguire dell’ambiente di lavoro, una dimensione ben più ampia e confortevole che ha un’incidenza diretta e non certo trascurabile su produttività, competitività, attrattività.
Pertanto il benessere – fisico, mentale, relazionale – non è un concetto astratto ma un fattore strategico che genera crescita individuale, qualità delle relazioni e risultati aziendali di particolare rilievo.
È poi indubbio quanto uno stile di vita attivo sia essenziale per il nostro benessere fisico e psicologico e per la salute in generale – come recita l’OMS stessa – così come il benessere mentale ci consente di condurre una vita più piena, attiva e soddisfacente.
Vediamo ora cosa tutto ciò significa relativamente al lavoro, dove noi Italiani ci sentiamo molto meno coinvolti dei colleghi europei (Great Employee Benefits Study 2025).
/4
La ricerca, basata su un campione di 6.000 Collaboratori e su 1.435 Manager e Responsabili di Risorse Umane di aziende con più di 50 Collaboratori, evidenzia un dato preoccupante riferito all’Italia: solo il 55% dei lavoratori del nostro Paese si dichiara coinvolto nel proprio lavoro, contro il 77% della Germania, l’88% del Regno Unito, il 90% dell’Olanda e il 91% di Svezia e Finlandia.
Sostanzialmente ciò significa che i nostri Partner europei – nonchè i nostri Concorrenti – dispongono di un clima lavorativo decisamente più soddisfacente del nostro.
AZIENDE E COLLABORATORI NON PARLANO LA STESSA LINGUA
Colmare il gap culturale e caratteriale tra Azienda e Collaboratore significa ripensare il ruolo dell’Impresa nella vita delle persone, evolvendo da erogatrice di servizi a partner di benessere.
Oggi il vero ostacolo non è offrire solo soluzioni di welfare, ma riuscire a comprendere il linguaggio l’una dell’altro. Azienda e Collaboratore spesso non parlano la stessa lingua: mentre la prima ragiona esclusivamente in termini di profitto e di performance, il secondo esprime bisogni, emozioni ed aspettative che raramente trovano spazio nei modelli organizzativi tradizionali.
Se il welfare non parla la lingua della vita quotidiana, non genera valore. E se non genera valore diventa superfluo agli occhi dei più.
Ne deriva che il 35% dei Lavoratori italiani afferma che i benefit messi a loro disposizione dall’azienda non sono utili e quindi non vengono usati. Problema questo che, viceversa, è riconosciuto solo dal 3% delle imprese (gap!).
Oggi il welfare aziendale non può più essere pensato come una somma di benefit scollegati, bensì come un ecosistema integrato, capace di generare valore reale per le persone.
Ogni iniziativa, ogni attenzione deve inserirsi in un disegno più ampio dove il benessere fisico, mentale e relazionale del Collaboratore non è un obiettivo accessorio bensì è il cuore della strategia aziendale.
È in questa visione sistemica che il welfare evolve e si innova: da marginale accessorio a leva di trasformazione culturale e di competitività aziendale.
L’Osservatorio Polimi-BVA Doxa segnala che solo un lavoratore su 10 sta bene nelle 3 dimensioni fondamentali del lavoro: fisica, mentale e relazionale
Tutto ciò con conseguenze e rischi concreti per le imprese: riduzione dell’engagement,
calo delle performance, maggior turnover, crescente difficoltà a trattenere e trovare i talenti.
NUOVE PRIORITÀ DEI COLLABORATORI E IL CAMBIO DI PARADIGMA
Non sorprende che oggi l’83% dei lavoratori consideri il benessere una priorità assoluta ed eventuali ambienti “tossici” non siano più accettabili, soprattutto da parte delle generazioni più giovani che stanno valutando un nuovo impiego o la loro permanenza in azienda in base alla qualità della vita professionale, all’autenticità dei valori aziendali e alla possibilità di equilibrio tra lavoro e vita privata
Dinnanzi a questi fenomeni si sta affermando una nuova consapevolezza: per generare valore le persone devono essere in grado di gestire complessità, relazioni e tecnologie preservando salute ed equilibrio vita-lavoro. Ma questo implica un profondo ripensamento del modello organizzativo.
Cos’è dunque il benessere organizzativo?
DEFINIRE IL BENESSERE ORGANIZZATIVO: PERSONE, COMPETENZE E QUALITÀ DELLA VITA
Occuparsi di benessere organizzativo significa creare contesti in cui le persone possano crescere, sentirsi valorizzate e mantenere un sano equilibrio tra lavoro e qualità della vita. Non si tratta solo di favorire un ambiente di lavoro positivo, ma di investire sullo sviluppo delle competenze, razionali ma anche e soprattutto emozionali, affinché ogni individuo possa esprimere al meglio il proprio potenziale e riscuotere la propria soddisfazione.
L’apprendimento, infatti, non ha un impatto esclusivamente tecnico-professionale: ciò che le persone imparano - la consapevolezza,
l’empatia, il comportamento responsabile – e le nuove capacità che si acquisiscono si riverberano anche sulla loro vita personale.
Una persona più motivata, resiliente e capace di gestire le sfide quotidiane diventa così non solo un Collaboratore più efficace, ma anche un Individuo più soddisfatto, dentro e fuori l’Organizzazione.
Per agire sul benessere organizzativo all’Azienda non bastano percorsi professionali individuali, settoriali e isolati; servono ecosistemi formativi strutturati, personalizzati e calati nella quotidianità che alternino differenti modalità formative per sviluppare un costante coinvolgimento e che tocchino i fondamentali aspetti e livelli dell’Organizzazione.
Quindi non si tratta solo di trasferire conoscenze tecniche – come sempre accaduto – ma di sviluppare un mindset evoluto, aperto, innovativo, consapevole che produca impatti concreti sia a livello individuale che sull’Organizzazione.
Ma tutto ciò non si improvvisa!
Un approccio di questo tipo va di pari passo con un ripensamento anche della Leadership.
IManageroggivengonochiamatiacontribuire a contesti basati sul dialogo e sull’ascolto in cui l’errore non sia una pregiudiziale ma una opportunità di crescita, ove i Collaboratori possano esprimere opinioni senza il timore del giudizio e dove la diversità di pensiero sia considerata un valore.
Infatti ridurre il timore dell’errore e la paura del giudizio è fondamentale per stimolare innovazione, creatività, collaborazione, condivisione, consenso.
Fabrizio Favini
/4
L’indispensabilità di una formazione culturale completa
REMO LUCCHI
RICORDIAMO I PRINCIPI BASICI DELLA VITA
La nostra vita, perché possa essere vissuta bene, deve fondarsi su 4 pilastri insostituibili.
… il primo è l’obiettivo primario:
A. L’attenzione a noi stessi, per poter vivere bene (percezione di benessere) … gli altri 3 sono i pilastri fondamentali, senza i quali l’obiettivo primario non è raggiungibile:
B. la capacità di generare risorse, innanzitutto per il proprio benessere,
C. l’attenzione agli altri (etica),
D. l’attenzione al contesto in cui viviamo: l’ambiente
Analizziamoli schematicamente.
A. L’OBIETTIVO PRIMARIO: ATTENZIONE A NOI STESSI
Vivere bene significa stare bene nel corpo e nella mente.
Il corpo ci è dato dalla natura: necessita di cura e attenzione, entro i limiti imposti dalle scelte naturali.
La mente, anch’essa donata dalla natura, richiede però un investimento ancora più decisivo. La sua crescita basica consiste nel diventare individui capaci di pensare criticamente, giudicare, ragionare, scegliere. Il primo intervento fondamentale è
l’accompagnamento dell’adolescenza con lo studio, cioè con la formazione delle scuole medie superiori.
Questa è una formazione basica: non è completa e non è sufficiente, ma è indispensabile per acquisire una prima individualità. Senza di essa non si raggiunge una vera attenzione a se stessi.
Per conseguire l’obiettivo primario, corpo e mente necessitano di metodi di supporto. La sequenza delle priorità è chiara:
B. Prima le risorse: senza risorse economiche e professionali si genera paralisi,
C. Poi la relazionalità con gli altri, fonte di ogni forma di vita,
D. Infine l’attenzione all’ambiente, contesto indispensabile alla sopravvivenza.
B. IL PRIMO METODO: GENERAZIONE DI RISORSE
Generare risorse significa acquisire la capacità di soddisfare i bisogni della vita. L’obiettivo resta il “sé”, la percezione di benessere. Ma tale percezione è possibile solo se si dispone di strumenti adeguati per affrontare la crescente complessità del sistema economico.
La formazione culturale diventa quindi centrale. L’evoluzione dell’economia –produzione, distribuzione, organizzazione
– richiede competenze sempre più elevate per poter partecipare con ritorni adeguati.
C. IL SECONDO METODO: ATTENZIONE AGLI ALTRI (ETICA)
La vita è fondata su una complementarietà obbligata tra sé e gli altri. Senza unione non nasce nulla: né la vita umana, né qualsiasi costruzione fisica o mentale. Gli altri sono parte indispensabile della nostra esistenza. E, per definizione, meritano etica, rispetto, attenzione nel dare e nel ricevere.
D. IL TERZO METODO: ATTENZIONE ALL’AMBIENTE
Viviamo in un contesto che offre condizioni materiali e strumenti di supporto alla vita. Tale ambiente richiede comportamenti corretti e costanti, a tutela della vita presente e futura.
I 3 metodi coincidono con le 3 aree della Sostenibilità: economica, sociale e ambientale. Essi dovrebbero essere governati da una Governance della Sostenibilità capace di integrare fattori formativi, sociali, ambientali e decisionali (ESG) nelle strategie. È questo il motore che trasforma i principi in azioni.
Una priorità fondamentale
Tra i 3 metodi, il primo – la generazione di risorse – ha una priorità evidente. Se l’individuo non raggiunge una condizione economica adeguata, non percepisce benessere e subentra la paralisi, ossia: centratura su di sé, contrapposizione, indifferenza verso i temi della Sostenibilità.
La formazione degli individui diventa quindi decisiva non solo per il singolo, ma per la tenuta dell’intero sistema sociale.
UNA NOTA FONDAMENTALE
Tutti e 3 i metodi – inserimento efficiente nel sistema economico, relazionalità positiva con gli altri, rispetto dell’ambiente – richiedono una formazione culturale evoluta e completa.
La formazione basica (medie superiori) sviluppa centratura su se stessi, ma solo la cultura completa consente il passaggio al contesto ideale.
Per quanto riguarda la professionalità, lo studio fornisce:
• preparazione superiore,
• resilienza, cioè capacità di trovare
soluzioni nei momenti complessi,
• sicurezza personale e attitudine imprenditoriale.
Sul piano relazionale, la cultura consente di comprendere l’indispensabilità degli altri e la centralità della relazionalità positiva.
Sul piano ambientale, la cultura rende consapevoli della necessità di tutelare il contesto che rende possibile la vita.
L’ATTUALE SITUAZIONE SOCIALE
Oggi siamo lontani dall’obiettivo primario del benessere e ce ne stiamo progressivamente allontanando.
Sono evidenti:
• il degrado della relazionalità: egocentrismi, contrapposizioni, violenze;
• l’indifferenza verso la Sostenibilità.
La causa fondamentale risiede nella mancata formazione culturale completa delle nuove generazioni: nel 75% dei casi gli studi non vengono portati a termine, soprattutto a causa di una relazione negativa con la scuola.
Gli accadimenti degli ultimi 20-25 anni
In passato, fino al 2000, oltre l’80% dei giovani interrompeva la formazione prima dell’adolescenza. Non esisteva una diffusa aspirazione al benessere individuale.
Negli ultimi vent’anni, per la prima volta, quasi tutti hanno completato le scuole
superiori. Ma non hanno proseguito oltre.
Si è così generata una doppia dinamica:
• centratura su se stessi
• con assenza dei metodi per raggiungere il benessere.
Questa formazione incompleta ha alimentato aspirazioni professionali e di reddito. Tuttavia, il contesto socioeconomico – globalizzazione, crisi finanziarie 2007-2009-2013, pandemia, guerra, inflazione – ha generato instabilità e precarietà.
Molti giovani, con preparazione moderata, sono entrati nel precariato. La situazione, non accettata rispetto alle aspirazioni, ha prodotto chiusura in se stessi, rifiuto della relazionalità positiva, indebolimento dell’etica, tensioni e violenze.
Non vi è rassegnazione, bensì aumento delle tensioni.
Due conseguenze rilevanti:
1. rifiuto dell’etica e crescita della contrapposizione, 2. allontanamento dai temi sociali e dalla Sostenibilità.
Negli ultimi anni si registra un progressivo disinteresse verso queste tematiche.
LE CAUSE IMPLICITE
La responsabilità è fortemente connessa al non completamento degli studi.
Le medie superiori hanno sviluppato
capacità critica e centratura su di sé, ma:
• non hanno consolidato la professionalità,
• non hanno generato resilienza,
• non hanno consolidato l’etica, che è governata dalla cultura.
Senza etica e competenze adeguate, non si innesca relazionalità positiva, utile per trovare soluzioni
Ci si sente esclusi e si precipita in un precariato percepito come inaccettabile.
PERCHÉ SI INTERROMPONO GLI STUDI
Le analisi indicano una responsabilità della scuola: troppo rigida, impositiva, poco coinvolgente.
Il 75% degli studenti non la vive con un rapporto positivo.
La scuola è affidata più a insegnanti esperti della materia nozionistica che a docenti capaci di trasmettere cultura. Non utilizza il coinvolgimento emozionale, unica condizione per attivare l’ippocampo, sede della memoria e dell’apprendimento.
Senza coinvolgimento emotivo non vi è memorizzazione, non si accende l’interesse, non si completa la formazione.
È necessario intervenire: la vita lo richiede. Ribadisco, gli obiettivi della formazione completa sono professionalità, etica e relazionalità positiva.
QUALI I RIMEDI
Occorre favorire una formazione completa che fornisca ai giovani:
• competenza professionale,
• resilienza,
• etica.
Bisogna riconcepire tutte le fasi formative, come già avvenuto in alcuni Paesi, dove il numero dei laureati è raddoppiato o triplicato e la qualità della vita relazionale è elevata.
Riformare la docenza
Il destinatario è lo studente. La docenza deve essere semplice, chiara, emotivamente coinvolgente. Ogni studente, soprattutto in adolescenza, è diverso e richiede attenzione personalizzata.
Una docenza rinnovata farebbe innamorare dello studio, favorirebbe il completamento
formativo, genererebbe competenza ed etica.
I 5 momenti fondamentali per la formazione (3-23 anni)
A. 3-14 anni: musica. Insegnamento coinvolgente e appassionante. La musica allena alla complessità e valorizza la relazionalità, poiché stimola collaborazione,
B. 6-14 anni: empatia. Docenza strutturata dei valori empatici, introduzione all’etica,
C. 14-19 anni: etica e desiderabilità dello studio. Nuova metodologia nelle medie superiori, basata sul coinvolgimento.
L’etica è strettamente connessa alla cultura,
D. 19-23 anni: completamento (laurea).
L’innamoramento dello studio favorisce il raggiungimento dell’obiettivo finale,
E. 14-23 anni: mantenimento dei valori. Centralità della comunicazione: chi riceve è fondamentale. La forma – emozione, estetica, bellezza – attiva l’attenzione.
CONCLUSIONE
L’obiettivo finale è l’etica, cioè la relazionalità positiva, fondamento della vita e del benessere esistenziale.
Senza formazione culturale completa non si generano risorse, non si sviluppa etica, non si tutela l’ambiente. La vita stessa, nelle sue manifestazioni individuali e sociali,
richiede questo investimento strutturale e continuo.
È urgente provvedere e agire!
Remo Lucchi
I 10 anni di ASVIS: quando una “idea folle” diventa un’alleanza
FLAVIA BELLADONNA
È ad un’intuizione visionaria di Enrico Giovannini che si deve la nascita di un’Alleanza che ha unito istituzioni, società civile e mondo della ricerca attorno all’Agenda 2030 dell’ONU, per portare la sostenibilità al centro del futuro del Paese. Vi raccontiamo come.
“Ho avuto un’idea folle. E se tanti esperti impegnati per l’ambiente, per una società più giusta, per la cultura, insomma per uno sviluppo sostenibile, si mettessero insieme per trasformare il Paese?”
Enrico Giovannini, fondatore dell’ASviS, si rivolge con queste parole ai suoi familiari nel 2015. Nei 15 anni precedenti ha ricoperto incarichi di grande rilievo, come chief statistician dell’OCSE, Presidente dell’ISTAT, Ministro del Lavoro del Governo Letta, e altri ruoli internazionali di rilievo. Ma non è soddisfatto. Intende ancora rispondere alla
domanda che da giovane lo ha convinto a iscriversi alla facoltà di economia, nata dagli appelli lanciati dal Club di Roma con il volume “The limits to growth”: come si costruisce un mondo sostenibile.
Nel 2012, qualche anno prima della fondazione dell’ASviS, anche le Nazioni Unite se lo stanno chiedendo con rinnovato impegno.
I Millennium Development Goals (MDGs), gli 8 Obiettivi di sviluppo decisi dall’Assemblea dell’ONU nel 2000 con scadenza al 2015, sono sul viale del tramonto, e bisogna capire come dare loro seguito. Nel 2014, il Segretario Generale dell’ONU Ban Kimoon chiama Giovannini a presiedere un gruppo di lavoro sulla Data revolution per lo sviluppo sostenibile, in vista della futura approvazione dell’Agenda 2030: ne scaturisce il Rapporto “Un mondo che conta”.
Nel 2015, Giovannini guida un team della Commissione Europea per orientare le politiche di ricerca e innovazione sulla sostenibilità, centrali per l’attuazione della futura Agenda 2030; nel corso dell’estate partecipa al vertice mondiale di Addis Abeba sulla cooperazione internazionale per finanziarne l’attuazione.
Partecipa anche, a Pretoria, in Sud Africa, ad un incontro di esperte ed esperti internazionali che aveva conosciuto 2 anni prima in Bhutan: insieme disegnano un programma in 7 punti - il primo è inserire il principio dello sviluppo sostenibile nella Costituzione - per un ipotetico Stato che volesse impegnarsi ad attuare la futura Agenda 2030, che poi pubblicano sul
Guardian con il titolo emblematico “Dite addio al capitalismo e date il benvenuto alla Repubblica del Benessere”.
L’idea dell’ASviS si fa strada nella mente di Giovannini. Ne parla con il presidente di Unipol Pierluigi Stefanini, il direttore della Fondazione Unipolis Walter Dondi e il rettore dell’Università di Roma Tor Vergata Giuseppe Novelli. Insieme, si mettono al lavoro per formare un’Alleanza della società civile per condurre l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile.
25 settembre 2015. Nasce l’Agenda 2030: i 193 Paesi che fanno parte dell’ONU approvano i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs). All’inizio gli SDGs vengono accolti con un certo scetticismo: l’Economist li definisce a mess, “un pasticcio”. Eppure, l’Agenda 2030 riesce a convincere tutte le componenti della società a mobilitarsi per la sua realizzazione: governi, settore privato, società civile, singoli cittadini e cittadine. La sua affermazione è dovuta anche alla volontà di superare i limiti che avevano determinato l’insuccesso degli MDGs: i nuovi Obiettivi non valgono solo per i Paesi in via di sviluppo ma per tutto il mondo; non sono “calati dall’alto” dall’Assemblea Generale ma preparati con un ampio dibattito; sono sostanziati in 169 Target concreti da monitorare continuamente attraverso 240 indicatori statistici (gli ultimi 2 frutto di quel Rapporto dell’anno prima) concordati in sede ONU, ai quali si aggiungono quelli scelti a livello continentale o nazionale (per esempio dall’Eurostat e dall’Istat).
L’Agenda quindi chiama tutti i Paesi a partecipare e l’Italia risponde con l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, nata il 3 febbraio del 2016 per convogliare in un’unica organizzazione tutti i soggetti che operano per il perseguimento di almeno
uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. L’Alleanza, che riunisce da subito le più importanti istituzioni e reti della società civile, si presenta al pubblico l’11 marzo del 2016, con un evento nella Sala della Regina della Camera, forte già di 80 adesioni.
Sul nuovo sito asvis.it, nato pochi giorni dopo, Stefanini, che ha assunto l’incarico di Presidente dell’Alleanza, e Giovannini, che ne è diventato Portavoce, scrivono in un editoriale: “L’Alleanza intende unire in uno sforzo comune chi, da tanti anni, si occupa dei problemi economici, sociali e ambientali del nostro Paese, nonché di cooperazione internazionale, e chi, più di recente, ha deciso di offrire il proprio contributo a realizzare un’Italia capace di vincere le sfide della sostenibilità intesa a tutto tondo.
L’impegno che abbiamo davanti è enorme e sarebbe facile bollare come “utopistica” questa iniziativa. Ma chi ha deciso di costruire l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, da chi fa impresa a chi opera nel sociale, da chi difende i diritti delle donne e dei più deboli a chi si impegna per la protezione dell’ambiente, da chi appartiene al mondo dell’informazione a chi fa volontariato, da chi si dedica alla ricerca scientifica a chi amministra enti territoriali, ebbene costoro credono nella possibilità di un futuro fatto di maggiore equità e sostenibilità, e di maggiore collaborazione tra soggetti diversi”.
2016-2026: sembrano passate ere geologiche. Sei governi, una pandemia, un piano di investimenti senza precedenti; un conflitto nel cuore dell’Europa, la polveriera mediorientale, la seconda presidenza Trump, che dichiara l’Agenda 2030 contraria agli interessi degli Stati Uniti. A guardare la foto sbiadita del 2016, l’unico punto di riferimento rimasto vivido e solido appare il Presidente Mattarella.
Da allora l’ASviS è costantemente cresciuta, arrivando a coinvolgere oltre 300 organizzazioni aderenti, altrettante alleate, con un gruppo di oltre 1.000 esperti ed esperte che analizzano e commentano nel Rapporto annuale lo stato di avanzamento – o arretramento –dell’Agenda 2030, formulando proposte per cambiare l’Italia e il mondo in meglio.
Anche grazie all’ASviS, un’esperienza unica al mondo secondo l’Onu e il Parlamento europeo, gli orientamenti delle politiche pubbliche, nazionali ed europee, e le strategie delle imprese non sono più quelli di 10 anni fa: il nostro Paese si è dotato di una Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile e dispone di statistiche dettagliate sulle diverse dimensioni della sostenibilità; in tutte le scuole e università si insegna l’Agenda 2030; politiche specifiche sono state adottate in diversi ambiti (si
pensi al Reddito di emergenza durante la pandemia).
Da segnalare anche la storica riforma costituzionale del 2022, proposta dall’ASviS fin dalla sua nascita, con la modifica degli Articoli 9 e 41 della Costituzione e l’inserimento tra i compiti della Repubblica di quello della tutela dell’ambiente “anche nell’interesse delle future generazioni”.
Su proposta dell’ASviS nel 2025 è stata anche approvata la norma che obbliga il governo a valutare preventivamente ogni legge per l’impatto sociale e ambientale che essa avrà sui giovani e sulle future generazioni.
Un Piano globale. Un impegno comune. Una grande ambizione. Così inizia questa storia, grazie a un’intuizione visionaria, accolta e resa reale da persone competenti, innamorate dell’idea di realizzare un futuro sostenibile e giusto, disponibili a impegnarsi a fondo per provare a cambiare il mondo e soprattutto capaci di coinvolgerne altre. Insomma, persone che credevano e credono tuttora in una “utopia sostenibile”.
Flavia Belladonna
La democrazia nel rumore: come ricostruire fiducia pubblica
/4
Non viviamo soltanto un’epoca di fake news, come spesso si legge, viviamo un passaggio più radicale: la crisi della fiducia come condizione ordinaria della vita pubblica. È come se la fiducia - quella trama sottile che rende possibile credere a una notizia, riconoscere un interlocutore, accettare una decisione, cooperare su un obiettivo - si fosse assottigliata fino a diventare intermittente. Non scompare del tutto; cambia di segno, si sposta, si polarizza. Cresce la fiducia tribale, diminuisce quella istituzionale. Aumenta l’adesione emotiva, si indebolisce la verifica condivisa.
Il punto, però, non è moralizzare il presente, ma capirne le infrastrutture. Perché la crisi della fiducia non nasce soltanto da persone “più credulone” o “più manipolabili”, nasce dal fatto che l’informazione oggi non è soltanto un contenuto ma un vero e proprio ambiente. Viviamo dentro, lavoriamo dentro, prendiamo decisioni dentro un flusso comunicativo continuo e costante. Quando l’informazione diventa ambiente, la domanda decisiva non è più “questa notizia è vera o falsa?” (pur rimanendo cruciale), ma “quali condizioni rendono possibile distinguere, orientarsi, correggersi, convergere su fatti e priorità?”.
È qui che entra in gioco la piattaformizzazione, quel processo per cui una parte crescente della comunicazione pubblica passa attraverso piattaforme digitali (social media, motori di ricerca, app di messaggistica), che non si limitano a ospitare contenuti ma li selezionano e li ordinano. In questo modo, la visibilità delle idee e delle notizie dipende sempre più da regole tecniche e metriche dell’attenzione.
Le piattaforme non sono quindi semplici canali neutri: sono architetture di selezione. Organizzano la visibilità, gerarchizzano l’attenzione, premiano certe forme di discorso e ne penalizzano altre. Lo fanno con
logiche misurabili, quelle dell’engagement, del tempo di permanenza, delle reazioni degli utenti. E, nel farlo, trasformano la sfera pubblica in un ecosistema competitivo dove la moneta più preziosa è l’attenzione e la forma più efficace di attenzione spesso è quella reattiva perché è rapida, contagiosa e a basso costo cognitivo. Funziona quando un contenuto non ti invita a capire, ma ti invita a reagire: a provare un’emozione netta e a segnalarla pubblicamente. In questo modo l’attenzione diventa una scelta di campo, prima ancora che un atto di comprensione.
Questo non significa che “la colpa è degli algoritmi” e che noi non siamo che semplici spettatori. Significa che la comunicazione pubblica ha assunto una nuova materialità, un insieme di incentivi, metriche, microricompense e penalità che influenzano il modo in cui parliamo e il modo in cui ci ascoltiamo. La polarizzazione, in questo quadro, non è soltanto un esito ideologico; è anche un effetto ambientale, un modo in cui il sistema tende a stabilizzarsi, perché i contenuti polarizzanti sono spesso più rapidi da consumare, più semplici da riconoscere e più facili da condividere.
Se questa è la cornice, allora anche le risposte devono cambiare scala. Negli ultimi anni abbiamo investito molto in fact-checking, debunking, educazione digitale. Sono strumenti importanti, ma non sufficienti se lasciamo intatto l’ambiente che produce continuamente rumore, urgenza e ostilità. Serve un cambio di paradigma che tratti la qualità dell’informazione come un bene comune e la comunicazione pubblica come un’ecologia da curare.
L’idea di “ecologia comunicativa” è semplice: come per l’aria o l’acqua, non basta ripulire qualche punto visibile. Occorre ridurre le fonti di inquinamento, progettare sistemi di filtraggio, costruire abitudini, regole e responsabilità distribuite.
In un ambiente informativo sano, la verità non dipende dall’eroismo individuale, ma da una combinazione di infrastrutture, norme e pratiche quotidiane.
Che cosa significa, concretamente? Proviamo a tratteggiare per punti una ecologia comunicativa.
Primo: ridare centralità all’orientamento, non soltanto alla correzione. La sfera pubblica ha bisogno di dispositivi che aiutino a capire “che cosa conta”, “che cosa è verificabile”, “da dove arriva una notizia”, “quali interessi e quali bias la attraversano”.
Orientamento significa anche accettare che non tutto ciò che circola merita lo stesso grado di visibilità. La neutralità assoluta, nell’era dell’abbondanza informativa, equivale spesso a una resa.
Secondo: ridurre la tossicità discorsiva come priorità democratica. L’inciviltà non è solo un problema di stile, è un problema di capacità collettiva di deliberare. Quando il linguaggio diventa aggressivo o umiliante, l’effetto non è soltanto ferire qualcuno ma è rendere più costoso partecipare, più difficile correggersi, più rischioso cambiare idea. Si crea un ambiente in cui
/4
vince chi alza la posta emotiva. Un’ecologia comunicativa vitale, invece, ha bisogno di spazi in cui la correzione non sia percepita come sconfitta e la complessità non venga punita.
Terzo: considerare la fiducia come un capitale relazionale da coltivare, non come un credito da pretendere. Le istituzioni e le organizzazioni - pubbliche e private - non possono limitarsi a “comunicare meglio”. Devono costruire condizioni di affidabilità e quindi: trasparenza operativa, accessibilità delle fonti, coerenza tra parole e scelte, ammissione degli errori, tracciabilità dei processi decisionali.
La fiducia non cresce quando si alza la voce; cresce quando si abbassano le opacità.
Quarto: riconoscere che la disinformazione è anche una questione di design e di governance. Le scelte che sembrano tecniche (ranking, raccomandazioni, moderazione, politiche pubblicitarie) producono conseguenze politiche. Oggi abbiamo bisogno di una cultura pubblica capace di discutere di queste scelte come discutiamo di regole del mercato o di standard industriali. Non è un tema per soli specialisti, ma riguarda la qualità dell’arena democratica e, di conseguenza, la stabilità sociale ed economica.
Quinto: costruire anticorpi culturali, cioè pratiche individuali e collettive che riducono l’esposizione al rumore e aumentano la capacità di giudizio. Anticorpi significa saper sospendere la reazione immediata, ricostruire contesto, riconoscere le dinamiche affettive che alimentano la viralità, distinguere tra informazione e attivazione emotiva. Ma significa anche promuovere comunità e ambienti professionali che valorizzino la verifica e la responsabilità, invece della sola performance.
Il punto di arrivo, in fondo, è questo: la comunicazione pubblica non può essere trattata come un “settore” tra gli altri.
È un’infrastruttura e quando si degrada, tutto diventa più fragile - la legittimazione delle decisioni, la cooperazione tra soggetti diversi, la capacità di affrontare crisi complesse. In un tempo che chiede transizioni - energetiche, tecnologiche, geopolitiche - l’inquinamento informativo non è un rumore di fondo, ma è, piuttosto, una variabile strategica.
La riflessione contenuta in Sfiduciati. Democrazia e disordine comunicativo nella società esposta (Feltrinelli 2025) nasce da qui: dall’urgenza di spostare l’attenzione dalla sola caccia alla bugia verso la cura dell’ambiente in cui la bugia prospera. E dal bisogno di immaginare risposte che non siano solo difensive, ma generative: pratiche, regole, culture organizzative e design comunicativi capaci di ricostruire affidabilità.
Perché la democrazia, prima di essere un insieme di procedure, è una forma di coordinamento. E il coordinamento richiede fiducia. Non una fiducia ingenua, ma una fiducia esigente, basata su prove, controlli, responsabilità.
In un mondo saturo di informazione, la vera rivoluzione positiva è rendere di nuovo possibile questa fiducia: non come nostalgia del passato, ma come progetto concreto di ecologia comunicativa.
Giovanni Boccia Artieri

AUTORI

Nel mondo del management consulting da 50 anni, è consulente esperto di innovazione del comportamento, facilitatore e formatore per lo sviluppo del talento in Azienda. Migliora il rendimento del capitale umano
FABRIZIO FAVINI
favorendo la crescita di soddisfazione, motivazione, selfengagement, produttività.
Utilizza le neuroscienze per favorire l’acquisizione delle competenze sociali indispensabili
a modificare i comportamenti non più funzionali alla crescita sia dell’Individuo che dell’Azienda.
Oltre a numerosi articoli, ha pubblicato i seguenti libri: La Vendita di Relazione
(Sole 24ORE); La vendita fa per te (Sole 24ORE); Scuotiamo l’Italia (Franco Angeli); Comportamenti aziendali ad elevata produttività –Integrazione tra stili di management e neuroscienze (gueriniNext).
Editore di rivoluzionepositiva. com, Magazine On Line orientato al nuovo Umanesimo d’Impresa per la sostenibilità sociale, economica ed ambientale dell’Impresa stessa.

Dal novembre
2015 è presidente dell’advisory board di Eumetra, Istituto di nuova concezione per lo studio della discontinuità e
REMO LUCCHI
dei nuovi eventi sociali alimentati dai nuovi approcci della Sostenibilità.
È stato cofondatore, Direttore della ricerca,
Amministratore
Delegato e Presidente di GFK Eurisko. Dal 1978 in poi Docente in ricerche sociali e di mercato in
varie università. Ha personalmente sviluppato la principale ricerca sociale in Italia, punto di riferimento per l’analisi
dell’evoluzione sociale e per la definizione delle strategie media.

Responsabile
ASviS della Redazione, lavora nell’Associazione dal 2016. Pianifica e coordina i contenuti
FLAVIA BELLADONNA
editoriali, si occupa dello sviluppo dei siti dell’Alleanza e supervisiona la newsletter. Gestisce il portale del Festival
dello Sviluppo Sostenibile e coordina il Comitato per la valutazione degli eventi. Ha collaborato con la
FOCSIV – Federazione Organismi di Volontariato - per la realizzazione di eventi sul diritto al cibo, differenze culturali e cambiamento climatico.

GIOVANNI BOCCIA ARTIERI
e media digitali all’Università Carlo Bo di Urbino.
Si occupa di
trasformazioni della sfera pubblica digitale, disinformazione,
piattaforme e culture politiche online. È autore di saggi e articoli scientifici e collabora con riviste e istituzioni su media, politica e democrazia.
MANIFESTO
Perché Rivoluzione
Positiva?
Un nuovo
Magazine On Line: informazione, conoscenza, saggezza.
Con l’enorme disponibilità di informazioni, resa possibile dalla tecnologia, la nostra vita è diventata molto più veloce e molto più distratta. Abbiamo creato i presupposti per cui il nostro cervello è meno preciso, fatica di più a concentrarsi. Perdiamo il focus attentivo sui
problemi, divaghiamo mentalmente, siamo intermittenti e discontinui nel nostro modo di pensare e, quindi, nel nostro comportamento.
Siamo passanti frettolosi e distratti la cui soglia di attenzione dura 8 secondi; siamo meno concentrati dei pesci rossi che arrivano
a 9, ci dicono gli esperti. Siamo diventati bulimici di informazioni, emozioni, immagini, collegamenti, suoni. Divoriamo il tutto in superficie senza gustare, approfondire, riflettere.
Oggi chi non si ferma a guardare non vede; chi non si ferma a pensare non pensa.
Riscopriamo allora il piacere - o la necessitàdi riflettere, di pensare, di soffermarci per capire meglio dove stiamo andando per essere più consapevoli del nostro tempo, complesso e complicato, e del nostro ruolo, umano, sociale e professionale.
Se condividete queste nostre riflessioni, siete
invitati a partecipare ad una iniziativa virtuosa resa possibile dalla combinazione dei saperi e delle esperienze umane e professionali di un manipolo di
Pensatori Positivi, profondi, competenti e sensibili interpreti del nostro tempo, che hanno deciso di contribuire a questo Progetto. Ad essi si
uniscono autorevoli
Testimoni Positivi. A tutti loro il nostro grazie! di cuore.
Fabrizio Favini
Roberto Cingolani
Enrico Giovannini
Gianni Ferrario
Il Comitato di Redazione:
SPONSOR
STUDIO BETTINARDI BOVINA
DOTTORI COMMERCIALISTI E REVISORI CONTABILI



STUDIO BETTINARDI BOVINA Dottori Commercialisti e Revisori Contabili
Galleria Unione, 1 - 20122 MILANO, ITALIA Tel: +39 02 805 804 210 - Fax: +39 02 936 602 65 Via Bacchini Delle Palme, 1 - 37016 GARDA, ITALIA Tel: +39 04 562 703 11 studio@studiobettinardibovina.it
FABRIZIO FAVINI
Manuale di Benessere Mentale
Prefazione di
Claudio MENCACCI

Gentile Lettrice e Lettore di rivoluzionepositiva, qui sopra trovi la bozza della copertina dell’ultimo libro che ho appena finito di scrivere. Con questa iniziativa cerco di dare un contributo per mitigare una situazione sociale che sta diventando critica per la nostra società.
Stiamo infatti vivendo tempi di crescente stress, ansia, contrapposizione personale, depressione, insicurezza, rassegnazione, fragilità, narcisismo.
Sembra che il vivibile mondo a cui eravamo abituati abbia dato le dimissioni!
Pertanto, scrivendo il
MANUALE di BENESSERE
MENTALE ho inteso dare il mio aiuto concreto e tangibile per cercare di migliorare questa situazione di profondo, crescente disagio per tutti noi.
È evidente che da solo io non posso riuscirci; serve indiscutibilmente che
tutti noi diamo una mano - anche se piccola - alla diffusione del benessere mentale per la qualità della nostra vita.
Ti faccio quindi una proposta: dai il tuo contributo in termini di sponsorizzazione di questa mia iniziativa.
Se sei disponibile fammelo sapere e io ti mando via mail la prima parte del Manuale, per poi stamparlo dopo anche col nome tuo o col logo della tua Azienda, come mi dirai.
Un luminoso saluto!
Fabrizio Favini fabrizio.favini@fastwebnet.it