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NUMERO 86 . feb2026 . Sii il progettista del tuo benessere!

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SII IL PROGETTISTA DEL TUO BENESSERE!

Il nostro benessere mentale è un capitale personale dalla profittabilità potenzialmente molto elevata. I suoi dividendi sono molto importanti: prevenire le negatività, migliorare lo stile di vita, ridurre il tempo passato in condizioni subottimali, aumentare il livello delle relazioni interpersonali, anticipare i pensieri distorti.

Però, come tutti i capitali che si rispettino, deve essere messo nelle condizioni di operare al meglio; quindi l’improvvisazione, l’inerzia, il

confidare in un colpo di fortuna, non sono certo l’approccio consigliato. Viceversa, il suo successo è profondamente legato agli approcci cognitivi che la persona utilizza per interpretare, valutare e gestire le sue situazioni di tutti i giorni.

E per fare questo ognuno di noi deve disporre – prima di tutto –di autoconsapevolezza, ossia di conoscenza di sé, affrontando le sfide quotidiane con lucidità, determinazione, equilibrio e resilienza.

Pertanto nessuna improvvisazione: serve preparazione!

Se sei interessato, nell’ultima pagina di questo Magazine c’è una notizia che ti può riguardare.

Fabrizio Favini

FEBBRAIO 2026

PROGETTO

Il marchio del Magazine rivoluzionepositiva riporta 3 parole che sintetizzano i 3 stadi evolutivi del sapere.

Prima parola: INFORMAZIONE. Troppe persone ormai si ritengono soddisfatte nella loro ricerca del sapere quando la loro fonte del sapere è la Rete. Peccato che l’Informazione attendibile si sia ormai estinta

avendo lasciato il posto alle fakenews. Fermarsi a questo stadio significa essere disinformati, superficiali, manipolabili, marginali, inaffidabili.

Seconda parola: CONOSCENZA. Per sconfiggere le fakenews dobbiamo sviluppare un adeguato livello di conoscenza, che si costruisce con lettura profonda, ricerca,

confronto, verifica. Un grande salto di qualità rispetto a INFORMAZIONE, non vi è dubbio. Ma non basta. Ognuno di noi, con un passo ulteriore, può dare un personale contributo alla soluzione dei tanti problemi che stanno comprimendo la nostra esistenza.

Terza parola: SAGGEZZA. Significa saper essere consapevoli, ovvero dominare impulsi, emozioni, sentimenti negativi a favore

di una personale rivoluzionepositiva. Quindi adottare un comportamento responsabile, che discende dal latino res-pondus: farsi carico del peso delle cose!

Saper essere saggi, appunto, una saggezza che nulla ha a che fare con il logoro, millenario paradigma secondo il quale la saggezza apparteneva solo agli anziani del villaggio. Tutti noi possiamo/ dobbiamo tendere alla saggezza!

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IL NOSTRO PERCORSO

L’universo del comportamento umano è uno dei pochi settori in cui si continua ad operare sulla scorta di abitudini e di modelli culturali in buona parte obsoleti.

Veniamo educati a soffrire per conquistarci un posto nella vita; viceversa l’educazione al benessere interiore, all’autoconsapevolezza, alla percezione di sé e degli altri ce la dobbiamo costruire da soli.

E così noi molto spesso facciamo un uso sub-ottimale delle nostre risorse personali, influenzando in tal senso la vita di chi ci sta vicino: in famiglia, in società, sul lavoro. Spesso aderiamo alla cultura della negatività, della lamentela, della critica, del rinvio, dell’immobilismo.

Altrettanto spesso siamo vittime di comportamenti autolimitanti. Sovente l’esperienza, consolidando un pregiudizio, ci

limita nella capacità di interpretare con lucidità la realtà circostante. Siamo in balìa di alibi, conformismi, abitudini consolidate e di false convinzioni.

Per rimuovere emozioni ed atteggiamenti negativi aprendo la nostra esistenza alle opportunità della vita, dobbiamo sviluppare energie costruttive e positive e un diverso approccio con noi stessi e col mondo che ci circonda.

rivoluzionepositiva ha lo scopo di aiutare, chi è interessato, a realizzare questi obiettivi.

Il Comitato di Redazione:

Fabrizio Favini

Roberto Cingolani

Enrico Giovannini

Gianni Ferrario

BENVENUTI A BORDO!

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FABRIZIO FAVINI

Esperto di innovazione del comportamento

La classifica della competitività globale

REMO LUCCHI

Esperto in ricerche sociali La Vita

GIACOMO VENIR

Saggista e divulgatore su IA

Etica digitale: che Umanità stiamo addestrando con l’IA?

DAMIANO GALIMBERTI

Specialista in Scienza dell’Alimentazione

Longevi sani & felici

pg. 22

pg. 26

pg. 30 Manuale di Benessere Mentale

La classifica della competitività globale (*)

(*) Eight International Competitiveness Report 2025 analizza 58 economie che rappresentano oltre l’80% del PIL mondiale. L’Italia è al 30esimo posto.

Una recente indagine comparativa su 58 Paesi tesa a misurare la loro competitività non ha tenuto conto solo del PIL ma è stata realizzata sulla base di 4 parametri:

Economia, Benessere Sociale, Conoscenza, Sostenibilità Ambientale, là dove:

• il Benessere Sociale misura la coesione e la fiducia, elementi che rendono possibile una crescita generale, inclusiva e diffusa;

• la Conoscenza è il pilastro che genera Capitale Umano, competenze e capacità di innovazione comportamentale in un mondo in continua trasformazione;

• la Sostenibilità è il fattore che determina la stabilità futura dei sistemi produttivi, assicurando equilibrio tra sviluppo e tutela ambientale.

Non si tratta più quindi della semplice misura della ricchezza prodotta, ma del modo in cui questa ricchezza viene generata, distribuita e mantenuta nel tempo.

Per quanto riguarda l’Italia, le criticità emergono su Benessere Sociale e su Conoscenza, che impattano in particolare sulla Produttività.

Per riattivare il motore della nostra stagnante Produttività dobbiamo trasformare il nostro Capitale Umano in maggiore attrattività, innovazione, efficacia e crescita sostenuta.

Attenzione infatti a cosa ci riserva l’immediato futuro: entro i prossimi 5 anni, secondo il World Economic Forum, circa il 40% del portafoglio delle competenze professionali fondamentali sarà diverso

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rispetto a quello che conosciamo oggi.

Empatia, benessere mentale, ascolto attivo, curiosità e apprendimento continuo avranno un peso sempre più rilevante.

E sarà cruciale la capacità di gestire conflitti e di negoziare soluzioni per costruire alleanze creando valore condiviso.

La chiave che tiene insieme il tutto è quindi l’apprendimento continuo, componente sistematico ed integrante della vita professionale, non più rappresentato da iniziative formative superficiali, occasionali ed estemporanee – alle quali siamo abituati.

L’apprendimento continuo è la condizione di fondo per gestire con successo incertezza, instabilità, dinamicità del contesto. Diventa quindi necessario non solo promuovere percorsi di reskilling per i Collaboratori, ma formare una nuova generazione di Leader capaci di apprendere

nuovi stili di management mettendo al centro persone, fiducia, collaborazione, coesione.

Una precisazione: l’AI può rendere le organizzazioni più efficienti, ma non più giuste; può migliorare la produttività, ma non la cultura aziendale. Serve una leadership capace di gestire i dati, ma prima di tutto le persone. E capace di usare l’AI per liberare tempo e risorse, non per sostituire le relazioni umane.

L’Apprendimento Continuo diventa così un partner strategico  per sviluppare  consapevolezza emotiva , migliorare la relazione interpersonale, favorire una mentalità aperta, resiliente e orientata alla crescita, rafforzare la collaborazione tra team, oltre a prevenire stress e conflitti.

È ormai ampiamente appurato che qualità e quantità delle nostre relazioni umane sono tra i fattori che più incidono, in bene o in male, sulla qualità della nostra vita: esse influenzano la costruzione e la continua evoluzione della nostra identità e individualità; determinano il grado di soddisfazione o insoddisfazione nella nostra vita privata e professionale, riflettendosi sulla gratificazione o frustrazione che ricaviamo dal lavoro.

È pur vero che l’abilità comunicativorelazionale non è una competenza innata, e non ha mai fatto parte delle tradizionali materie di insegnamento. A maggior ragione dobbiamo quindi cambiare passo!

Banali problemi d’incomprensione o fraintendimenti possono generare seri conflitti, chiusure di rapporto e dinamiche relazionali disfunzionali che si possono protrarre a lungo, inquinando l’atmosfera sociale di un settore o dell’intera organizzazione aziendale..

Incompetenza e cattive abitudini relazionali possono pregiudicare sensibilmente ogni iniziativa di collaborazione. Stili di leadership autoritari o lassisti possono provocare contrapposizione caratteriale, disgregazione del gruppo, rivalità, gelosie, assenteismo.

Salvo rare eccezioni, sia nei Collaboratori che nei Manager vi è una pressoché totale assenza di specifiche competenze comunicativo-relazionali

Nessuno ci ha mai insegnato a comunicare e ad impostare in modo sano e costruttivo i nostri rapporti con gli altri: impariamo a parlare, a scrivere, a leggere ma nessuno ci insegna ad ascoltare e a comprendere realmente l’altro in quanto diverso da noi.

Dobbiamo quindi aprire una vasta e profonda riflessione sul senso e sull’importanza della cultura del benessere mentale, inevitabilmente collegata alla capacità di creare competenze esportabili in qualsiasi ambito della nostra vita.

Se io sono relazionalmente competente nel contesto della mia vita privata, avrò più possibilità di esserlo anche in quello professionale, e viceversa: la formazione nella dimensione professionale permette di acquisire capacità esportabili nella propria dimensione di vita sociale e privata.

Questo però significa che non possiamo fare formazione sulle competenze relazionali semplicemente “incollando” nozioni in superficie, come troppo spesso siamo abituati a fare.

L’apprendimento continuo che invece ci serve è qualcosa che possiamo assumere come crescita individuale, personale e relazionale che inevitabilmente porta poi ad una innovazione strutturale del nostro

contesto di vita e dell’organizzazione di riferimento.

Pertanto, iniziamo a valorizzare il capitale relazionale come pilastro della qualità e del benessere mentale della vita di ciascuno di noi.

Infine, ricordiamoci che la nostra è certamente una civiltà tecnologicamente avanzata ma è poco più che primitiva sul piano comunicativo-relazionale.

E, come tale, abbiamo tanto da imparare!

Fabrizio Favini

Le persone imparano finché vivono, le aziende vivono finché imparano.

La vita REMO LUCCHI

Abbiamo solo la vita, e l’obiettivo è viverla bene: in serenità, accompagnati da una percezione stabile di benessere. La vita, in tutte le sue forme, è il risultato della relazionalità positiva e, come ogni forma di vita autentica, nasce dall’empatia.

L’empatia rappresenta il primo movimento verso l’altro, il punto di contatto iniziale che rende possibile l’incontro. Essa si innesca soprattutto grazie alla piacevolezza formale: ciò che si presenta alla relazione deve essere interessante, gradevole, attraente fin dall’inizio. Gentilezza, eleganza, bellezza, cultura, poesia, arte non sono elementi accessori, ma condizioni necessarie per avviare una relazione.

La forma, tuttavia, non è sufficiente. Perché una relazione sia vera, duratura e realmente positiva, la piacevolezza formale deve trovare una risposta coerente negli aspetti di sostanza: rispetto, correttezza, disponibilità, e soprattutto etica.

L’etica è l’evoluzione matura dell’empatia, la sua traduzione concreta nei comportamenti quotidiani. Senza etica, l’empatia resta superficiale; senza etica, la relazione si svuota.

Possiamo quindi distinguere 2 momenti fondamentali della vita relazionale:

• l’avvio relazionale, sostenuto dalla forma;

• la relazionalità attiva, fondata sulla sostanza – vivere la relazione.

L’avvio relazionale: il contributo della forma.

L’avvio relazionale è un momento basico e universale. In ogni contesto umano, la relazione nasce grazie a ciò che attrae, incuriosisce, coinvolge emotivamente. Il contesto culturale in cui si vive può facilitare enormemente questo processo, rendendolo

più naturale e spontaneo.

L’Italia rappresenta, sotto questo profilo, un caso unico al mondo. La combinazione di natura, storia e cultura ha prodotto un ambiente di straordinaria attrattività formale. La posizione geografica, il clima, le bellezze naturali, unite a una storia segnata dall’Impero Romano, dal ruolo centrale della religione, dagli investimenti secolari in arte, musica, architettura, poesia e bellezza urbana, hanno costruito un patrimonio relazionale senza eguali.

Roma, centro simbolico e culturale del mondo occidentale, ha irradiato valori di rispetto, amore e relazione. Le città italiane, ciascuna con la propria unicità, sono diventate luoghi in cui la bellezza non è un’eccezione, ma una dimensione quotidiana. A tutto questo si aggiunge la cultura del cibo e della convivialità, recentemente riconosciuta anche dall’UNESCO: mangiare insieme, ogni giorno, in modo piacevole e condiviso, è uno straordinario stimolo costante alla relazionalità.

L’Italia è quindi, oggettivamente, un contesto formale ideale per l’attivazione dell’empatia. Se si riuscisse a trasformare pienamente questa ricchezza formale in una pratica diffusa di etica e di rispetto, il nostro Paese potrebbe diventare un laboratorio naturale di felicità collettiva.

La relazionalità attiva: fondata sulla sostanza – vivere la relazione.

Se l’avvio relazionale è essenziale, la relazione deve poi essere vissuta. La relazionalità positiva richiede comportamenti coerenti, rispetto reciproco, correttezza, capacità di aiutare e di trovare soluzioni insieme. L’empatia non può limitarsi a catturare l’attenzione o a rendere piacevole il primo contatto: deve evolvere in responsabilità verso l’altro.

L’empatia e il contesto favorevole non possono diventare strumenti per un agire egoistico. Devono essere la premessa di un’etica vera, capace di guidare l’esistenza individuale e collettiva. L’etica è ciò che permette alla relazione di durare, di non trasformarsi in conflitto, di restare vita.

Una direzione opposta

Purtroppo, negli ultimi anni questa metodologia di vita non è stata seguita. Si sono sviluppate fenomenologie sociali che hanno preso una direzione opposta alla relazionalità positiva. L’egocentrismo ha progressivamente sostituito il senso del noi; la contrapposizione ha preso il posto della collaborazione.

Si è assistito a una crescente centratura su se stessi, in cui gli altri diventano irrilevanti o addirittura ostacoli. In questo scenario l’etica perde valore, viene percepita come superflua. Ma senza etica nasce inevitabilmente la contrapposizione, che produce paralisi sociale, frustrazione e, nei casi più gravi, violenza.

Il problema del bilanciamento

La vita è composta da due ingredienti fondamentali: il sé e gli altri. Solo dal loro equilibrio nasce il “noi”. Se si investe su uno solo di questi elementi, il sistema si spezza.

Fino a pochi decenni fa, la maggioranza delle persone interrompeva gli studi molto presto. In quel contesto, né il sé né gli altri venivano pienamente sviluppati: la coscienza individuale e relazionale restava limitata. Con l’aumento dell’istruzione, la situazione è cambiata, ma non sempre in modo equilibrato.

La formazione consente innanzitutto di acquisire se stessi: identità, senso critico, capacità di autonomia. Tuttavia, solo un ulteriore investimento culturale permette di comprendere la rilevanza degli altri, di sviluppare l’etica e il rispetto, che sono indispensabili alla vita relazionale.

Se lo studio si interrompe troppo presto, il rischio è quello di rafforzare il sé senza sviluppare l’altra componente fondamentale, il noi. L’egocentrismo diventa allora una conseguenza quasi naturale.

Che cosa è successo alle nuove generazioni

Negli ultimi vent’anni, per la prima volta nella storia, la grande maggioranza dei giovani ha completato le scuole medie superiori. Questo fenomeno, comune a molti Paesi occidentali, ha portato a una diffusa acquisizione del senso critico e dell’identità personale.

Tuttavia, il rapporto con la scuola è rimasto fortemente problematico. Oltre l’80% dei giovani non vive la scuola come un’esperienza positiva e coinvolgente. Solo circa la metà prosegue gli studi universitari, e meno di un quarto arriva alla laurea.

Il risultato è che circa tre quarti dei giovani sviluppano il momento formativo del sé, ma non quello dell’etica. Hanno strumenti per affermarsi, ma non per costruire relazioni positive e durature. Gli altri vengono percepiti più come una controparte che come un’alleanza per la vita.

Perché è accaduto

Le analisi sociali indicano una responsabilità strutturale del sistema scolastico. La scuola appare rigida, impositiva, poco empatica, spesso orientata solo alla trasmissione di contenuti che alla costruzione di senso. È una scuola che fatica a rendersi desiderabile, perché non coinvolge emotivamente.

Il coinvolgimento emozionale è invece essenziale: solo attraverso di esso si attiva la parte del cervello responsabile della memoria e dell’apprendimento profondo. Senza emozione non c’è memorizzazione, senza memorizzazione non c’è cultura, senza cultura non nasce l’etica. Come già affermava Plutarco, i giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere.

Le conseguenze sociali

Le conseguenze di questo squilibrio sono evidenti. Le nuove generazioni mostrano una crescente difficoltà nella gestione delle relazioni e dei conflitti. A ciò si sono aggiunte gravi crisi economiche e sociali: dalla crisi finanziaria del 2007 alle successive recessioni, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, con i relativi effetti sui costi della vita.

Questi eventi hanno colpito soprattutto chi non aveva una preparazione culturale completa. Le aspettative deluse hanno generato frustrazione, chiusura, contrapposizione, rafforzando ulteriormente la centratura su se stessi.

I rimedi possibili

I rimedi sono noti e già sperimentati con successo in alcuni Paesi europei. Occorre ripensare l’intero percorso formativo con un obiettivo chiaro: competenza professionale, resilienza personale ed etica relazionale.

La formazione deve iniziare fin dalla prima infanzia e accompagnare lo sviluppo umano in modo coerente, attraverso 4 momenti fondamentali:

Momento fondativo (3-14 anni): predisporre il cervello all’apprendimento e alla relazione, anche attraverso strumenti come la musica;

Momento basico (6-14 anni): educazione strutturata all’empatia come base dell’etica;

Momento evolutivo (scuole superiori): rendere lo studio desiderabile e culturalmente significativo, perché l’etica è profondamente connessa alla cultura;

Mantenimento dei valori: curare la comunicazione e la forma relazionale, valorizzando emozione, estetica e bellezza come attivatori dell’attenzione.

Solo attraverso questo percorso è possibile ricostruire una vita fondata su relazioni autenticamente positive, restituendo centralità all’etica e rendendo la felicità non un’utopia, ma una conseguenza naturale del vivere insieme.

Etica digitale: che umanità stiamo addestrando con l’IA?

Da qualche anno l’intelligenza artificiale è diventata la parola magica del nostro tempo: promessa di efficienza, motore di innovazione, talismano che sembra dover risolvere ogni problema, dal marketing alla sanità, dalla logistica alla formazione. Entra nei piani industriali, nei documenti strategici, nelle presentazioni ai consigli di amministrazione come un passaggio ormai obbligato, quasi fosse una nuova infrastruttura naturale, al pari dell’elettricità. Eppure, proprio mentre celebriamo i prodigi dei modelli generativi e dei sistemi predittivi, ci fermiamo sempre più raramente a porre la domanda più scomoda: che tipo di società, di lavoro e di rapporti di potere stiamo costruendo nel momento stesso in cui adottiamo queste tecnologie su larga scala?

L’etica, in questo scenario, non è un capitolo a parte, un’appendice rassicurante da

aggiungere a valle del processo tecnologico: è la lente che decide che cosa vediamo e che cosa scegliamo di ignorare.

Se guardiamo l’IA solo come leva di competitività, rischiamo di ridurre la riflessione morale a una questione di reputazione o di gestione del rischio legale, perdendo di vista l’impatto più profondo sul modo in cui prendiamo decisioni e distribuiamo responsabilità. In fondo, ogni grande tecnologia del passato – dal vapore a Internet – ha riscritto il lessico del possibile; l’IA, oggi, rischia di riscrivere anche il vocabolario di ciò che consideriamo accettabile.

Uno degli equivoci più diffusi è pensare l’etica dell’IA come un problema “delle macchine”: come se si trattasse di addestrare i modelli a distinguere il bene dal male, correggere i bias nei dataset, scrivere qualche linea di codice in più nei sistemi di controllo.

In questa prospettiva l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sugli errori tecnici dell’algoritmo – la decisione discriminatoria, la previsione errata, il contenuto tossico – come se bastasse ripulire i dati per epurare anche il mondo.

In realtà, ogni algoritmo che entra in azienda è prima di tutto uno specchio delle nostre priorità: quali comportamenti premiamo, quali costi accettiamo di non vedere, quali variabili consideriamo “rumore” invece che dignità, tempo, fragilità delle persone. Quando scegliamo che cosa misurare – la produttività al minuto, il tasso di errore, il grado di “aderenza” a una procedura – stiamo traducendo in numeri una certa idea di valore, spesso senza dichiararla. E

quando trasformiamo la performance in un punteggio continuo, quando affidiamo a un sistema di ranking la carriera di un team o la selezione dei candidati, non stiamo solo ottimizzando un processo: stiamo educando un’Organizzazione intera a pensarsi come ingranaggio di una macchina predittiva. L’etica allora smette di essere una discussione astratta su princìpi generali e diventa una domanda estremamente concreta: che cosa resta umano in un lavoro dove la valutazione permanente è silenziosa, granulare, algoritmica, e la fiducia è sostituita da tracciamenti invisibili?

In Dilemma Digitale, il mio primo saggio pubblicato, ho provato a leggere questa trasformazione con una lente storica: prima delle dashboard e dei wearable c’erano già il cronometro di Taylor, la catena di montaggio di Ford, i grandi esperimenti sul comportamento dei lavoratori. Il sogno di misurare, scomporre e razionalizzare ogni gesto non nasce con l’IA, ma affonda le sue radici nella lunga storia della “fabbrica pensante”, dove l’essere umano viene progressivamente integrato in una logica di calcolo.

Oggi l’IA non fa che portare al limite quella logica: non misura più soltanto il movimento del corpo, ma l’attenzione, la relazione, persino l’emozione implicita in un clic, in un tempo di risposta, in una deviazione statistica rispetto alla media.

In questo senso, l’algoritmo non è un semplice strumento neutro che “aiuta” il management, ma un nuovo attore organizzativo, capace di influenzare decisioni, ritmi, gerarchie in modo spesso opaco e difficilmente contestabile. Parlare di etica, dunque, significa domandarsi chi viene rafforzato e chi viene indebolito da questa infrastruttura invisibile: quali lavoratori guadagnano voce grazie ai dati, e quali invece diventano numeri in

un “cruscotto”, più facili da sostituire che da ascoltare. Significa chiedersi che cosa succede al middle management quando una parte crescente delle scelte operative viene delegata a sistemi automatici, e che cosa accade al senso di responsabilità personale quando ci si abitua a nascondersi dietro un indicatore di performance. In gioco non c’è solo l’efficienza, ma la trama sottile di riconoscimento, fiducia e dignità che rende abitabile o meno un’Organizzazione.

C’è poi un livello più profondo, quasi antropologico: il rischio di trasformare l’IA in un nuovo oracolo sociale, una presenza sempre disponibile a cui delegare non solo compiti, ma giudizi, interpretazioni, persino una forma di consolazione. Nella mia esperienza, dopo l’uscita del libro, ho incontrato spesso persone che non chiedono tanto come funzioni l’IA, quanto che cosa “pensi” l’IA di una certa scelta, quasi fosse una voce terza, neutrale, più affidabile delle proprie intuizioni.

Quando i decisori, in azienda come nelle istituzioni, si abituano a chiedere “che cosa dice il modello?” prima ancora di chiedersi “che cosa è giusto fare?”, si consuma uno slittamento sottile ma decisivo: la responsabilità morale smette di avere un volto preciso e si diluisce nella nebbia del “ce lo chiede l’algoritmo”. In un capitolo del libro racconto come questa deresponsabilizzazione assomigli a una nuova forma di “banalità del male” digitale: non servono intenzioni malvagie per produrre ingiustizie sistemiche, basta un obiettivo ottimizzato con zelo e senza domande.

Etica, in questo contesto, vuol dire reintrodurre il volto dell’altro nei processi di calcolo: ricordare che dietro una variabile di churn, di rischio o di scoring c’è sempre una biografia concreta, una storia che non può essere compressa del tutto in un dataset.

È la lezione di pensatori come Lévinas, che nel libro riemerge accanto ai casi aziendali e agli esempi tecnologici: nessun modello, per quanto sofisticato, può sostituire lo sguardo dell’altro che ci obbliga a rispondere.

Per questo, il cuore del dilemma digitale non è se l’IA sarà “buona” o “cattiva” in astratto, ma se sapremo costruire organizzazioni e leadership capaci di assumersi il peso delle scelte che la tecnologia rende possibili. Significa passare da una visione dell’etica come compliance – linee guida da spuntare, comitati da consultare a valle – a una saggezza pratica che guidi le decisioni a monte: che cosa automatizziamo, che cosa no, a favore di chi, con quali limiti non negoziabili. Richiede il coraggio di ammettere che non tutte le forme di controllo rese possibili dall’IA sono auspicabili, anche quando promettono incrementi misurabili di produttività o riduzioni di costo. Non basta più chiedersi

quali competenze tecniche serviranno nel futuro del lavoro; occorre domandarsi che tipo di carattere collettivo stiamo allenando quando normalizziamo la sorveglianza, la profilazione, l’eterodirezione da parte di sistemi intelligenti.

In questo senso, l’etica dell’IA non è un freno alla competitività, ma il suo banco di prova più serio: perché in un mondo dove tutto può essere accelerato, la vera differenza la farà chi saprà ancora rallentare un istante, guardare oltre il grafico e chiedersi, senza alibi: “Che cosa stiamo diventando, mentre costruiamo queste macchine?”.

Se l’IA è destinata a diventare la nuova infrastruttura del lavoro e delle decisioni, allora la qualità del nostro futuro dipenderà meno dai codici che scriviamo e più dalle domande che avremo il coraggio di non delegare a nessuna macchina.

Longevi sani & felici

DAMIANO GALIMBERTI

L’innalzamento dell’età media di sopravvivenza è da un lato una delle conquiste più importanti dei nostri tempi, ma dall’altro costituisce una sfida: allungare non tanto il tempo dell’esistenza quanto soprattutto il tempo senza sofferenza e dolore.

Ciò che oggi interessa non è una longevità in sé e per sé, bensì l’acquisizione di una longevità sana, un successful aging (invecchiamento di successo), ossia combattere contro il tempo per conservare il più a lungo possibile la libertà dalla malattia.

E’ questo il concetto più appropriato di longevità, e quest’ultima non deve essere vista come un problema per vecchi, al contrario, è un tema per i giovani di oggi e per quelli di domani. La vera sfida non è tanto arrivare a cent’anni quanto arrivarci in buona forma fisica e mentale.

Riprogrammare la propria età biologica è l’obiettivo vincente di una corretta “Longevity strategy” mirata a minimizzare il fisiologico processo di decadimento fisico e cerebrale. Numerosi studi clinici hanno evidenziato come l’invecchiamento possa infatti essere rallentato, offrendo una migliore qualità di vita a tutti gli individui.

Dal “De senectute”, l’opera di Marco Tullio Cicerone, mi sento di estrapolare un concetto al tempo stesso “vecchio” e “giovane”, odierno: “Cari Lelio e Scipione, dobbiamo resistere alla vecchiaia e compensare le sue mancanze con la coscienza, dobbiamo combatterla come una malattia, aver cura della salute, praticare esercizi fisici; bere e mangiare quanto basta per recuperare le forze, non facendoli pesare. Non dobbiamo pensare solo al corpo, ma anche allo spirito e alla mente, perché anche loro muoiono con la vecchiaia...” E quando parliamo di vecchi ingenui, smemorati, indolenti... non

sono, difetti questi, tipici dell’età avanzataprosegue - ma solo di una vecchiaia torpida, apatica e dormiente”.

DALLA MEDICINA

CURATIVA ALLA MEDICINA PREVENTIVA E DELLA LONGEVITÀ

Il classico approccio della medicina tradizionale per anni si è basato sulla capacità del medico di identificare, il più precocemente possibile, l’esistenza di un processo-malattia già in atto e nella successiva cura dell’evento patologico. Una cultura medica impostata sulla cura della malattia e non sulla sua prevenzione: il medico che pertanto interviene quando la malattia è in corso.

La medicina “curativa” aspetta che una malattia cominci a manifestarsi per mettere in moto interventi di identificazione e di contrasto. Anche il concetto di “check-up”, costruito su esami biochimici e strumentali di base mira a identificare segni dell’esistenza di fattori scatenanti un processo patologico, quindi non a prevenirli; al massimo si tratta di “diagnosi precoce”, che sempre e comunque diagnosi è, non prevenzione primaria.

La medicina della longevità è una Scienza Medica che si occupa non solo di prevenire, ma anche di condizionare e direzionare positivamente il declino che l’essere umano presenta con il trascorrere degli anni.

La medicina della longevità, grazie alle incessanti scoperte nel campo della genetica, della farmacologia, delle biotecnologie, delle nano-tecnologie e delle info-tecnologie, ha cominciato a penetrare e compenetrare il mondo della medicina

“curativa” tradizionale, progredendo nell’andare a integrare il vecchio con il nuovo, la malattia con la salute, riportando la missione medica al suo ruolo originario, cioè quello di farsi carico della salute per prevenire e/o modificare in positivo lo stato di ognuno di noi. Pertanto, la medicina della longevità rilancia un approccio olistico da parte del medico e adotta il termine “wellness”, letteralmente “benessere”, come passaggio obbligato per la conquista e il mantenimento di una longevità in salute.

Un wellness non entità astratta e meramente estetica, ma traguardo concreto, in linea con la moderna visione del concetto di salute primaria, per il quale non resta che fare riferimento alla definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che recita: “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”.

In quest’ottica esiste un percorso verso la salute, uno strumento non il fine, che è la salute. Un approccio alla cura della salute che esalta la prevenzione della malattia e l’allungamento della vita, in opposizione all’esaltazione della cura della malattia.

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GUARDARE DOVE ALTRI NON STANNO GUARDANDO

Il fascino è innegabile: oggi con un semplice esame del sangue noi potremmo conoscere la nostra effettiva età biologica. Si tratta degli orologi epigenetici che consentono di scattare un’istantanea dello stato di salute cellulare della nostra età biologica che, a differenza di quella anagrafica, non indica quanti anni abbiamo vissuto, ma quanti ne ha davvero il nostro corpo, quanto bene, o quanto male, stiamo invecchiando. Le due età, infatti, non sempre coincidono. Con il tempo, i processi chimici che tengono in vita il nostro organismo lasciano tracce di usura: le cellule accumulano danni, i tessuti perdono efficienza, gli organi diventano più vulnerabili.

Partiamo dal DNA, che altro non è che il depositario di tutte quelle informazioni che fanno funzionare il nostro organismo. E’ metaforicamente parlando una biblioteca: la culla del nostro muoversi e agire. Ed esistono meccanismi di controllo dell’espressione, cioè della lettura, dei geni che lo compongono.

Il nostro DNA non lo possiamo modificare, ma lo possiamo condizionare: come in una stanza noi possiamo accendere o spegnere la luce così, a livello del DNA, noi possiamo accendere o silenziare dei geni. Come? Proprio con la qualità del nostro stile di vita, fatto di cibo, azioni, pensiero, attività fisica, impatto ambientale e così via. Questi aspetti vengono chiamati modificazioni epigenetiche del DNA, che avvengono in aree dei geni che, conseguentemente, vengono trascritti attivamente oppure no, vengono cioè accesi o silenziati. Così oggi con il termine di epigenoma ci si riferisce all’insieme delle modifiche epigenetiche sul DNA, che possono avvantaggiarci o avviarci

verso un invecchiamento accelerato, dato che è l’epigenoma, in un certo qual senso, che alla fin fine decide in una singola cellula quale gene debba essere “on” (acceso), oppure “off” (spento), comportando la sua riprogrammazione.

Questi orologi epigenetici forniscono informazioni sui meccanismi molecolari alla base dell’invecchiamento e aiutano a identificare i fattori che ne influenzano i meccanismi. Non solo: sono in grado di darci informazioni sul trend del nostro processo di invecchiamento e anche sulle differenti età che i nostri organi possono avere.

CONCLUSIONE

Non è solo e non è tutto nel cibo o nella nutraceutica. È innanzitutto lo stile di vita “mediterraneo” il vero patrimonio, l’investimento per una lunga vita. L’attenzione deve sempre essere portata sul più ampio concetto di uno stile di vita che includa socialità, ricreazione, convivialità.

Questo ad esempio emerge lampante dalla lezione di vita che possiamo ricavare dagli studi sui centenari di Okinawa, della Sardegna o della Sicilia: abbracci, rispetto ed empatia in famiglia. Fonti preziose di energia e stimoli in vista di una lunga vita in salute e in serenità.

Concludo ricordando come il grande poeta Giacomo Leopardi scriveva: “chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo”.

Metaforicamente parlando, possiamo farlo diventare “se hai il coraggio di ridere e di prenderti in giro, sarai il padrone della tua life-span (aspettativa di vita)”. Da qui l’importanza anche del nostro approccio emozionale verso la vita. Per fortuna non siamo solo neuroni, ma anche emozioni e, in un certo senso, occorre entrare nella sede

dei driver della propria vita, senza attendere il gioco occasionale degli eventi o aspettare che la felicità appaia magicamente: ridere e pensare positivamente contribuisce alla produzione di neuro-ormoni, che agiscono da catalizzatori delle emozioni, motore stesso di un vivere longevo, sano e felice, come approfondito nel libro da me scritto per Harper Collins Italia.

Il miglior investimento, quello che paga l’interesse maggiore è dato infatti dalla conoscenza. Ecco quindi che con questo libro ho cercato di aprire le porte alla conoscenza dei meccanismi biologici ed emozionali che stanno alla radice di una lunga vita così come le strategie nutrizionali e nutraceutiche per viverla al meglio e in salute.

Galimberti

AUTORI

Nel mondo del management consulting da 50 anni, è consulente esperto di innovazione del comportamento, facilitatore e formatore per lo sviluppo del talento in Azienda. Migliora il rendimento del capitale umano

FABRIZIO FAVINI

favorendo la crescita di soddisfazione, motivazione, selfengagement, produttività.

Utilizza le neuroscienze per favorire l’acquisizione delle competenze sociali indispensabili

a modificare i comportamenti non più funzionali alla crescita sia dell’Individuo che dell’Azienda.

Oltre a numerosi articoli, ha pubblicato i seguenti libri: La Vendita di Relazione

(Sole 24ORE); La vendita fa per te (Sole 24ORE); Scuotiamo l’Italia (Franco Angeli); Comportamenti aziendali ad elevata produttività –Integrazione tra stili di management e neuroscienze (gueriniNext).

Editore di rivoluzionepositiva. com, Magazine On Line orientato al nuovo Umanesimo d’Impresa per la sostenibilità sociale, economica ed ambientale dell’Impresa stessa.

Dal novembre

2015 è presidente dell’advisory board di Eumetra, Istituto di nuova concezione per lo studio della discontinuità e

REMO LUCCHI

dei nuovi eventi sociali alimentati dai nuovi approcci della Sostenibilità.

È stato cofondatore, Direttore della ricerca,

Amministratore

Delegato e Presidente di GFK Eurisko. Dal 1978 in poi Docente in ricerche sociali e di mercato in

varie università. Ha personalmente sviluppato la principale ricerca sociale in Italia, punto di riferimento per l’analisi

dell’evoluzione sociale e per la definizione delle strategie media.

Saggista e divulgatore su IA e lavoro, intreccia

GIACOMO VENIR

immaginazione e rigore tra miti, robotica e

organizzazioni. Vive a Milano, dove lavora nella Formazione.

Dilemma Digitale (Guerini, 2025) è il suo primo saggio,

pubblicato di recente.

DAMIANO GALIMBERTI

contratto in Nutrigenomica e Medicina della Longevità presso vari atenei e Master universitari. Fondatore di I.L.S.A. (International Longevity Science Association), la principale realtà che si occupa di ricerca e divulgazione nel campo della prevenzione e dell’invecchiamento. Autore di volumi divulgativi per il pubblico e di testi universitari.

MANIFESTO

Perché Rivoluzione Positiva?

Un nuovo Magazine On Line: informazione, conoscenza, saggezza.

Con l’enorme disponibilità di informazioni, resa possibile dalla tecnologia, la nostra vita è diventata molto più veloce e molto più distratta. Abbiamo creato i presupposti per cui il nostro cervello è meno preciso, fatica di più a concentrarsi. Perdiamo il focus attentivo sui problemi, divaghiamo mentalmente, siamo intermittenti e discontinui nel nostro modo di pensare e,

quindi, nel nostro comportamento.

Siamo passanti frettolosi e distratti la cui soglia di attenzione dura 8 secondi; siamo meno concentrati dei pesci rossi che arrivano a 9, ci dicono gli esperti. Siamo diventati bulimici di informazioni, emozioni, immagini, collegamenti, suoni. Divoriamo il tutto in superficie senza gustare, approfondire, riflettere.

Oggi chi non si ferma a

guardare non vede; chi non si ferma a pensare non pensa.

Riscopriamo allora il piacere - o la necessitàdi riflettere, di pensare, di soffermarci per capire meglio dove stiamo andando per essere più consapevoli del nostro tempo, complesso e complicato, e del nostro ruolo, umano, sociale e professionale.

Se condividete queste nostre riflessioni, siete invitati a partecipare ad

una iniziativa virtuosa resa possibile dalla combinazione dei saperi e delle esperienze umane e professionali di un manipolo di Pensatori Positivi, profondi, competenti e sensibili interpreti del nostro tempo, che hanno deciso di contribuire a questo Progetto. Ad essi si uniscono autorevoli Testimoni Positivi. A tutti loro il nostro grazie! di cuore.

Il Comitato di Redazione:

Fabrizio Favini

Roberto Cingolani

Enrico Giovannini

Gianni Ferrario

SPONSOR

STUDIO BETTINARDI BOVINA

DOTTORI COMMERCIALISTI E REVISORI CONTABILI

STUDIO BETTINARDI BOVINA Dottori Commercialisti e Revisori Contabili

Galleria Unione, 1 - 20122 MILANO, ITALIA Tel: +39 02 805 804 210 - Fax: +39 02 936 602 65 Via Bacchini Delle Palme, 1 - 37016 GARDA, ITALIA Tel: +39 04 562 703 11 studio@studiobettinardibovina.it

Manuale di Benessere Mentale

Prefazione di

Gentile Lettrice e Lettore di rivoluzionepositiva, qui sopra trovi la bozza della copertina dell’ultimo libro che ho appena finito di scrivere. Con questa iniziativa cerco di dare un contributo per mitigare una situazione sociale che sta diventando critica per la nostra società.

Stiamo infatti vivendo tempi di crescente stress, ansia, contrapposizione personale, depressione, insicurezza, rassegnazione, fragilità, narcisismo.

Sembra che il vivibile mondo a cui eravamo abituati abbia dato le dimissioni!

Pertanto, scrivendo il MANUALE di BENESSERE MENTALE ho inteso dare il mio aiuto concreto e tangibile per cercare di migliorare questa situazione di profondo, crescente disagio per tutti noi.

È evidente che da solo io non posso riuscirci; serve indiscutibilmente che

tutti noi diamo una mano - anche se piccola - alla diffusione del benessere mentale per la qualità della nostra vita.

Ti faccio quindi una proposta: dai il tuo contributo in termini di sponsorizzazione di questa mia iniziativa.

Se sei disponibile fammelo sapere e io ti mando via mail la prima parte del Manuale, per poi stamparlo dopo anche col nome tuo o col logo della tua Azienda, come mi dirai.

Un luminoso saluto!

Fabrizio Favini fabrizio.favini@fastwebnet.it

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