GIUSEPPE DELLA VALLE
VARESE GARIBALDI ED URBAN NEL 1859
VARESE GARIBALDI ED URBAN NEL 1859
progetto· esigere
1a edizione: Tipografia di Giuseppe Carughi C., Varese 1863
2a edizione: Tipografia Maj e Malnati, Varese 1909
3a edizione: Edizioni A.N.P.I., Varese 1959, Tipografia “La Tecnografica”
4 edizione: Edizioni Arterigere, Varese, ISBN 978-88-89666-63-0 2011 © A.N.P.I. - Comitato Provinciale di Varese © Istituto varesino “Luigi Ambrosoli” per la storia dell’Italia contemporanea e del movimento di Liberazione a
Nuova edizione: progetto·esigere, PDF, free-download, maggio 2019
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In copertina: La battaglia di Varese del 26 maggio 1859, litografia 30x18,5 cm, Tosi, Milano. In quarta di copertina: Monumento al Cacciatore delle Alpi, da Universo Illustrato, 1868. Nella pagina seguente: Il monumento eretto a Biumo Inferiore, a memoria della battaglia del 26 maggio 1859. Fotografia di Maria Scardeoni.
VARESE GARIBALDI ED URBAN nel 1859
durante la guerra per l’indipendenza italiana NOTIZIE STORICHE
raccolte e compilate su documenti dal sacerdote GIUSEPPE DELLA VALLE
Il ricavo di quest’opera* è stato per intero destinato dall’Autore per l’erezione del Monumento a Biumo Inferiore, Castellanza di Varese, in memoria della battaglia ivi combattuta contro gli Austriaci dal generale Garibaldi e della vittoria da lui riportata il 26 Maggio 1859 – ad onore dei prodi Cacciatori delle Alpi caduti nella pugna – a ricordo della generosa gioventù Varesina e di tutto il Circondario che dal 1848 in poi sacrificò la vita sul campo delle Patrie battaglie. *
Nota originale della prima edizione.
PREFAZIONE
Le meravigliose ed eroiche gesta di Garibaldi nella guerra combattuta per l’Indipendenza d’Italia nel 1859, sono specialmente dovute a questa mia Città natale, dove quell’Eroe, figlio del Popolo, al Popolo si mostrò la prima volta col prestigio della vittoria, lo chiamò alla riscossa, lo armò di fucili e bajonette, lo trasse e lo guidò sui campi delle patrie battaglie. Fu a Varese che egli primieramente guadagnò sugli animi facilmente impressionabili e proclivi all’entusiasmo della prode e generosa nostra gioventù quella morale ed irresistibile influenza che doveva accrescere di mille e più mille la schiera degli invincibili Campioni d’Italia. Fu a Varese che Egli incominciò l’elenco di quei fatti prodigiosi e grandi, che di vittoria in vittoria lo portarono in Sicilia, e la cui serie non sarà compiuta se non allora che l’Italia sarà Una sotto la nazionale bandiera eretta in Campidoglio. Eppure di questi primordii tanto gloriosi per l’Eroe Italiano, tanto efficaci per la Causa della nostra Nazione, tanto esemplari per concorso di volere e di azione, per virtù di sacrifizio, per costanza di intendimenti, per unanimità di aspirazioni, se venne fatto cenno nelle storiche pagine fin 3
qui scritte, e da me conosciute, lo fu in maniera talvolta imperfetta, talvolta anche erronea, certamente non tale giammai da corrispondere all’altezza dell’argomento, e da rivestire la fazione Garibaldina di Varese di quel carattere che solo gli compete in faccia alla grande Epopea del movimento rivoluzionario Nazionale Italiano. – Taluno narrò di Garibaldi a Varese appena alla sfuggita, più per non mancare alla cronologia dei fatti, che per voglia di analizzarli e riconoscerne le conseguenze. – Altri invece li analizzò, ma per dedurne l’ottima riuscita piuttosto dal fortuito concorso di favorevoli circostanze, che non dall’ardire guidato dal genio, e dalla fede immanchevole negli eventi, che la santità e la giustizia della Causa inspiravano negli animi insieme col coraggio e colla fermezza. – Fuvvi chi svisò ogni cosa e raccontò a capriccio di fantasia come se dettasse un romanzo – chi addusse i fatti, ma con erronee informazioni di epoche, di località, di successi – chi infine disse minutamente e con stretta precisione di ogni cosa che venne operata a Varese dai Cacciatori delle Alpi, ma sotto il punto di vista esclusivamente militare, non fatto calcolo, o pochissimo, dell’elemento popolare che si vantaggiosamente concorse ad assecondare ed assicurare l’azione delle armi in allora, e che scosso, eccitato, spinto all’entusiasmo fino da quell’epoca, come volevasi, preparò e decise gli avvenimenti che successero dappoi, accrescendo di più e più milioni i liberi figli della libera Italia. Gli è per supplire in qualche modo a quegli errori ed a queste lacune e per rivendicare da qualche penna meno fa4
vorevole la prestanza dei fatti, che io, testimonio di quanto venne qui operato in quei primi giorni di Patria Redenzione, e dietro la scorta di molti e preziosi documenti che mi furono gentilmente somministrati, mi faccio a tessere di quei fatti e di quell’epoca una pagina storica, la quale, comunque riesca – avrà il vanto della verità – la mira, forse non infeconda, di tener viva ne’ miei Concittadini la memoria delle alte patriottiche imprese che si compierono sotto i loro occhi e col loro concorso, sì che la tramandino ad esempio ai figli ed ai nipoti – e lo scopo sacrosanto di ricordare alle età venture il Nome dei Prodi che primi caddero nelle patrie battaglie della nostra, insegnando agli Italiani come si debba morire per vincere. Varese, 3 Giugno 1863
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A S.E. il Generale Giuseppe Garibaldi
CAPRERA
GENERALE!
Compiesi oggi il quarto Anniversario del dì in cui alla testa de’ prodi Vostri Cacciatori delle Alpi, qui, alle porte di Varese, batteste e fugaste l’Austriaco… Fu una grande vittoria, una vittoria tutta Nazionale, tutta nostra, la prima nella serie delle tante e tante altre che riportaste dappoi per l’Indipendenza d’Italia. Da quel giorno i Varesini conobbero d’avere un debito di riconoscenza verso di Voi e i Vostri bravi Cacciatori, che il Nome della loro Città faceste risuonare siccome NOME DI GLORIA nei fasti delle Nazionali fortune – e verso i Martiri generosi, che bagnando del loro sangue questa parte di suolo Lombardo, primi santificarono col sacrifizio della vita la grand’Opera dell’Italiana Redenzione… incompiuta ancora, ma non abbandonata. A soddisfare un tal debito era stata fissata l’erezione di un Monumento sul luogo stesso della pugna e della vittoria, il quale, tramandando alle generazioni venture la memoria dell’Azione, dei Vincitori e degli Estinti, apprendesse loro ad essere veri Italiani, sempre Italiani. L’esecuzione del progettato Monumento se, per circostanze che non saprei, o non vorrei, caratterizzare, fu assai lungamente differita, non però fu dimenticata. 6
La Direzione del Periodico settimanale Varesino – La Libertà – nel suo numero di ieri l’altro, prendendo argomento della ricorrenza dell’odierno Anniversario, rammentò ai Varesini il voto emesso or sono già quattro anni, e perché non rimanesse più a lungo LETTERA MORTA, aperse, presso il proprio Ufficio, una sottoscrizione di offerte per l’erezione dell’accennato Monumento, facendo appello al Patriottismo di questi Cittadini non solo, ma degli Italiani tutti, poiché la battaglia che a Varese si combattè da Voi e dai Vostri – fu battaglia d’Indipendenza per l’Italia intiera – e tutta Italia deve concorrere ad eternarne la memoria. La sottoscrizione va già coprendosi di firme, e si ha lusinga che l’anno venturo, nella ricorrenza di questo medesimo Anniversario, il Monumento possa essere inaugurato e salutato. Testimonio di quanto avvenne in questa mia Città natale in quei giorni di lotta suprema e di supremi sacrifizj per la Redenzione della cara Patria nostra – accompagnai col cuore, coi voti, colle aspirazioni i prodigi che l’un l’altro succedevansi di eroismo e di cittadina virtù – quando e dove mi fu possibile procurai non essere inutile – e per assecondare un bisogno dell’animo, e per uno sfogo di desiderio, d’entusiasmo, d’ammirazione per le sorti dell’Italia nostra e per l’opera de’ suoi Campioni, come di ribrezzo e di sdegno pe’ di Lei nemici – per TUTTI i di Lei nemici, o stranieri od indigeni – cercai nei miei ricordi, interrogai le mie impressioni, studiai quelle de’ miei Concittadini, chiesi ed ottenni consigli, documenti, rivelazioni, e scrissi una Memoria Storica sulle vicende cui in allora ebbe sì gran parte il mio Paese, e che Voi provocaste e decideste. 7
Questo lavoro, serbato dapprima a non tenere altro posto tranne quello da me assegnatogli fra i miei manoscritti, mi indussi adesso invece a pubblicarlo, affine di offrirne il ricavo per l’esecuzione del Monumento in discorso. La santità dello scopo che mi spinge a cedere alla stampa la mia operetta, parmi che potrebbe tutelarmi contro la taccia di presunzione e di temerità, che forse altrimenti mi sarei meritata, e dovrebbe insieme aggiungere qualche po’ di valore a quelle povere pagine, in cui certamente più ragiona il cuore che l’arte. Ma ad accrescere al mio lavoro un pregio assai maggiore, sarebbe d’uopo che il volumetto portasse sulla prima sua pagina il NOME Vostro, o Generale, ed io vi indirizzo questa mia appunto per chiedervi il permesso di farvelo imprimere. Voi certamente non mi negherete un favore che io Vi domando per la memoria dei prodi Cacciatori delle Alpi che pugnarono e vinsero con Voi qui a Varese. In attesa d’una sola Vostra parola di consenso, io fin d’ora Ve ne ringrazio, e pregandovi dal Cielo il perfetto ristabilimento della salute che tutta Italia, e non l’Italia sola, desidera, affretta e sospira, devotamente mi rassegno Varese, 26 Maggio 1863
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Umilissimo Vostro Sac. Giuseppe Della Valle
Caprera, 5 Giugno 1863 SIGNORE
Accetto la dedica della Vostra Memoria Storica sulle vicende di cui fu teatro l’Italia nel 1859, nella certezza che sarà ispirata da quell’amor di patria che tanto Vi distingue. Gradite i miei affettuosi saluti e credetemi Vostro G. GARIBALDI Al Sac. Giuseppe Della Valle VARESE
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A
GIUSEPPE GARIBALDI EROE CITTADINO
VINCITORE DI VARESE QUESTO LAVORO
INSPIRATO DALLE SUE GESTA
DETTATO DALL’AMOR DI PATRIA
CONSACRATO ALLA CARA E SANTA MEMORIA DE’ NOSTRI MARTIRI L’AUTORE
VARESE GARIBALDI ED URBAN nel 1859 Undici anni son corsi!… e il Nizzardo Da Varese mandava un saluto All’Italia, e il suo brando temuto D’Austro sangue bagnato splendé E racchiuse nel lampo d’un guardo Il suo giuro onde l’Austro fremé.
Tenne il giuro, è tornato! Oh qual lingua Dir potria di Varese la festa?… . . . . . . . . . . . . .
Garibaldi e Varese la sorte Han comune, e comuni i perigli; Questa voce è nel cor de’ suoi figli: Garibaldi, siam tutti con te; Tu ci guida alla vita, alla morte, Tutti siam per l’Italia e pel Re.
P. Contini
L’esercito di Piemonte e di Francia aveva già operato prodigi di eroismo e di valore, e ricacciato fin quasi alla linea del Ticino l’Austriaco, umiliato dalle patite sconfitte, ma indispettito insieme e furibondo di dover ricalcare sì presto la via che baldanzoso e provocatore aveva percorsa dapprima, nella sognata fidanza di poter giungere diritto fino a Torino per disperdere ed annientare il preteso nucleo dei pochi faziosi che sconvolgevano l’Italia, e spegnere per sempre nel sangue il fuoco della rivolta. 13
Garibaldi, che non aveva ancora figurato nelle fortunate e gloriose imprese fin allora sostenute dagli Alleati, tranne che in uno scontro isolato di pochi de’ suoi cogli Austriaci a Pontestura presso Casale la mattina dell’8 Maggio 1859, in cui però que’ pochi, sotto gli ordini del prode capitano De Cristoforis, provarono a quale schiera di valorosi appartenessero, indovinando venuto anche per lui il momento opportuno d’agire, da Casale mosse a Biella, a Gattinara, a Borgomanero, ad Arona, e qui rivide e salutò la Terra che undici anni prima aveva lasciata nel dolore e nel servaggio, e che aveva giurato di rivendicare e di redimere.1 Commosso l’additò agl’intrepidi suoi seguaci, ed impaziente di calcare ancora una volta quel terreno sacro alle generose sue aspirazioni ed alle brillanti sue speranze, non sostò ad Arona, nemmeno per dar riposo alla propria brigata, che pur era stanca dalle forzate continue marcie, e progredendo a Castelletto, giunse al Ticino rimpetto a Sesto Calende, là dove il fiume, sortendo gonfio e maestoso dal Verbano, si abbandona al rapido suo corso. La mossa di Garibaldi ad Arona ed a Castelletto era già per se stessa ardita assai, trovandosi questa parte di terri-
1 Il 26 agosto 1848 Garibaldi, con qualche centinaio appena di prodi a lui unitisi dopo la fallita impresa del Piemonte contro l’Austria, si ridusse a Morazzone, distante 4 miglia da Varese, ove si difese contro una colonna di Tedeschi, forte di seimila uomini con cavalleria ed artiglieria, mettendosi poi in salvo a Lugano, ma giurando di ritornare alla riscossa. (Vedi Appendice N. 1). 14
torio Piemontese alla balìa degli Austriaci, che tuttora in forti posizioni fra il Ticino e la Sesia, avrebbero potuto invaderla facilmente con un distaccamento di truppa. Ma tanto più ardito e periglioso era il passaggio del Ticino a Sesto Calende, poiché appunto fin qui i piroscafi austriaci del Forte di Laveno, che incrociavano continuamente sul Lago Maggiore ben armati e ben guerniti di soldatesca, spingevansi ogni giorno in ricognizione, mentre anche poco lungi da Sesto, verso Gallarate, un corpo di nemici stanziava assiduamente in osservazione. In faccia all’evidenza di un tanto pericolo, ogni altro Condottiero avrebbe forse sostato. Ma Garibaldi, cui l’ardire è carattere, la velocità e l’impeto dell’azione è sistema, il mistero ne’ divisamenti e la segretezza nelle mosse è principio massimo di strategia, giunse al confine Lombardo prima ancora che il nemico si accorgesse del suo avvicinarsi, ed impadronitosi di alquante barche che questo teneva colà apparecchiate per far scendere giù lungo il fiume all’uopo di costrurre de’ ponti, fece salire sovr’esse i suoi soldati in numero di circa 3200, e sbarcò a Sesto Calende la notte dal 22 al 23 Maggio. Un grido di gioja – tanto più spontaneo e clamoroso, quanto più rattenuto dal lungo desiderio e dall’ansia irrequieta di espansione – echeggiò in quel momento, e quel grido commosse l’aere che lo diffuse pel resto dell’ancora schiava, oppressa e sventurata Penisola, annunziandole che un pugno di prodi figli suoi calcava finalmente il suolo della redenzione, e si avanzava, per non indietreggiare mai più, contro i tiranni ed i carnefici suoi. 15
Questi prodi erano tutti arditi, tutti generosi, tutti pronti a combattere per vincere o morire. Erano poveri esuli che da più anni traevano miseramente la vita fra le umiliazioni e gli stenti – nobili e vaste intelligenze cui fu intercetto lo studio, delitto il pensiero, condannata la parola – cultori di scienze liberali e di arti belle, che i libri, la penna, le inspirazioni della mente e del genio scambiavano col fucile e colla spada, colla potenza del coraggio e collo slancio dell’eroismo – giovani di ricchi censi e di alti casati che lasciavano le comodità della vita e l’abbondanza di tutto per le fatiche e le privazioni della milizia – artefici industri e fortunati commercianti che abbandonavano le officine ed il banco per le incerte vicende della guerra – uomini insomma d’ogni età e d’ogni condizione che volevano ad ogni costo libera dagli stranieri esosi, crudeli ed insultatori la Patria, che Dio e natura aveva loro assegnata. Sonvi alcuni scrittori di cose militari relative a quest’epoca, i quali fanno grave carico a Garibaldi d’aver lasciata la divisione Cialdini cui era aggregato, d’essersi allontanato ed isolato perfettamente dall’armata Franco-Italiana, d’aver voluto agire da sé co’ suoi legionari, animosi, valenti, ma pochi, e d’avere quindi assai imprudentemente passato il Ticino2 e raggiunto il suolo Lombardo, mettendosi così 2 Specialmente uno storico militare tedesco, Rüstov, asserisce aver Garibaldi varcato il Ticino senza previo accordo col Duce supremo dell’Esercito alleato. Garibaldi ebbe da Re Vittorio Emanuele istruzione a voce ed ordine in iscritto di operare sulla destra del nemico con pienissi16
trammezzo ai nemici e nel massimo pericolo d’essere da costoro circondato e disfatto, coll’inutile perdita di tante nobili e preziosissime vite. Garibaldi – ardito, intrapprendente, inspirato e spinto sempre dall’influenza, audace sì, ma sicura ed avventurata del suo genio, e soprattutto protetto dal prestigio delle molte e sorprendenti imprese già da lui compiute in America e dalla fama irresistibile del suo nome – Garibaldi è uomo sì privilegiato, sì eccezionale, sì particolarmente preferito dalla fortuna delle armi, che per giudicare le di lui guerresche azioni vuolsi adoperare altro livello ed altra misura che comunemente non soglionsi usare.3 Egli agisce quando gli altri si ristarebbero – immagina ed osa e compie quasi prima ancora d’aver ideato – non si ferma, non indietreggia mai in faccia a difficoltà o ad ostacoli di sorta – non misura la lunghezza della sua spada, ma ne osserva la tempra, ne
ma libertà d’azione. Ecco infatti cosa gli scriveva il Re da S. Salvatore l’8 Maggio: «Il sig. Generale Garibaldi partirà nella doppia meta di cercare d’impedire al nemico il marciare sopra Torino, e di recarsi a Biella per Ivrea onde agire sulla destra Austriaca al Lago Maggiore nel modo che crederà meglio». 3 Daniele Sterre in un suo interessantissimo libro sull’Italia, cita le seguenti parole pronunziate da Cavour nel 1860 a proposito del grande Atleta del pensiero nazionale della Penisola: «Non conviene, disse l’illustre Ministro, paragonare Garibaldi a nessuno, Garibaldi è Garibaldi – i suoi mezzi gli appartengono – gli altri non potrebbero mai fare quel che egli fa, e quel che fanno gli altri egli non lo farebbe. Garibaldi non è solamente un generale, ma è una bandiera! Non ci siamo intesi per un momento, e son sicuro che se nessuno fosse fra me e lui, ci intenderemmo ancora». 17
tocca la punta, e sa quanto nell’adoperarla valga il suo braccio – non novera il numero de’ suoi seguaci, ma ne forma lo spirito, li riscalda, li eccita, li entusiasma, e con uno sguardo, con un motto, con un gesto, che egli solo ha la privativa di possedere, in meno che nol si dica, li fa Eroi – non calcola sulla portata del tiro o sulla precisione delle armi quando sulle canne dei fucili vede infisse le bajonette. Per lui la complicata varietà e raffinatezza dell’armamento è un di più, gli attrezzi militari e da campo sono un impaccio,4 la pedante e studiata strategia delle mosse è un perditempo. Una barricata gli serve quanto una fortezza, un – avanti miei figli, coraggio – è il suo comando, il compendio del militare suo dizionario, il grido della pugna insieme e della vittoria.5 Tuttavia, quand’anche si volesse giudicare Garibaldi colle norme comuni, perché gli si dovrà rimproverare un fatto, per quanto pur lo si creda sbagliato secondo le regole strettamente precise della tattica militare, che forma invece il suo vanto principale nella guerra che si combatteva e nelle circostanze in cui egli si trovava? Non era allora il Piemonte soltanto che si difendeva e cercava rintuzzare la prepotenza del nemico avanzatosi ad 4 La brigata di Garibaldi mancava di tutto, tranne che di ardire e di coraggio. Non cannoni, non cavalleria, non treno di proviande. – Meglio così, diceva egli, saremo più leggeri e presti. Carrano, I cacciatori delle Alpi. 5 Nessuno dirà questa un’esagerazione, uno slancio poetico della fantasia, massime dopo quanto operò Garibaldi da Marsala al Volturno. 18
assalirlo fin entro i suoi confini; non era allora soltanto la Francia che in soccorso del suo Alleato spediva i bravi e generosi di lei figli – ma era l’Italia tutta che con uno sforzo supremo, una volontà decisa, un’aspirazione generale, insorgeva contro lo straniero, i suoi aderenti, i suoi satelliti – perché era tempo ormai di infrangere le catene del proprio servaggio, di rivendicare le onte e le umiliazioni anche troppo lungamente e vergognosamente sopportate, di lavare una volta nel sangue de’ vili suoi tiranni il disonore onde fu macchiata, e di ribattezzare in quello invece de’ propri martiri il Nome suo, per iscriverlo indelebile e glorioso sul libro delle Nazioni. Se dunque era l’Italia tutta che muovevasi all’acquisto della propria Indipendenza e Nazionalità, l’Italia tutta aveva diritto di guerreggiare contro il comune nemico, l’Italia tutta era in obbligo di sollevarsi, di impugnare le armi, e scendere in campo. Era indispensabile quindi, era assolutamente necessaria l’insurrezione di tutti quanti gl’Italiani, e l’alta missione di provocarla, di organizzarla, di estenderla, di spingerla e guidarla ai fianchi ed alle spalle dell’esercito Austriaco non poteva e non doveva essere affidata che a Garibaldi, a lui figlio del Popolo e rappresentante delle sue aspirazioni e de’ suoi voleri. E Garibaldi comprese la propria missione, una missione affatto parziale ed indipendente, una missione pari nello scopo a quella che sostenevano il Re galantuomo e Napoleone III contro gli oppressori d’Italia, ma dissimile di mezzi, di località, di circostanze. Egli l’accettò, non indugiò ad effettuarla, passò in Lombardia, parlò, armò, guidò, 19
vinse. Ecco il proclama col quale egli stesso, appena ebbe toccato il suolo Lombardo, esponeva quale fosse il proprio mandato ed il proprio intendimento, col quale giustificava – anche prima che gli venisse rinfacciato – il suo procedere, col quale faceva conoscere come a lui ed a’ suoi pochi, ma valorosi, anzicché combinazioni strategiche, o battaglie campali, o presa di fortezze, fosse affidato di precorrere l’Esercito Alleato sul suolo che volevasi redimere, di inquietare da tutte le parti le truppe Austriache, di tener viva la fede e suscitare l’energia de’ fatti nelle popolazioni – affine di conservare alla guerra il carattere Nazionale. Egli doveva provocare insomma la rivolta, e far la guerra da partigiano.6 «Lombardi! Voi siete chiamati a nuova vita e dovete rispondere alla chiamata, come risposero i vostri Padri in Pontida ed in Legnano. Il nemico è lo stesso, atroce, assassino, depredatore. I fratelli vostri di ogni provincia hanno giurato di vincere o di morire con Voi. Le ingiurie, gli oltraggi, la servitù di venti passate generazioni noi dobbiamo vendicare, e lasciare ai nostri figli un patrimonio non contaminato dal puzzo del dominatore soldato straniero.
6 Il governo del Re Vittorio Emanuele aveva fino al cominciamento della guerra infrenata ogni rivoluzione nelle provincie Lombarde, impazienti di dar mano alle armi e finirla una volta per sempre cogli Austriaci, allo scopo soltanto che non si spargesse anzi tempo ed inutilmente sangue cittadino. Ma appena Garibaldi fu al suo posto, e richiese il Ministero di nuove istruzioni, Cavour gli rispose: – insurrezione generale ed immediata – . Garibaldi dunque agiva insieme ed obbediva. 20
Vittorio Emanuele, che la volontà nazionale ha eletto a nostro Duce supremo, mi spinge tra di Voi per ordinarvi nelle patrie battaglie. Io sono commosso della sacra missione affidatami, e superbo di comandarvi. All’armi adunque! Il servaggio deve cessare! e chi è capace d’impugnare un’arma e non l’impugna, è un traditore. L’Italia co’ suoi figli uniti, e purgata dalla dominazione straniera, ripiglierà il posto che la Provvidenza le assegnò fra le Nazioni». GARIBALDI
La spedizione di Garibaldi adunque, più politica che militare, più patriottica, insurrezionale, affidata allo slancio ed all’eroismo del popolo, che regolare e basata sui calcoli della scienza, doveva portare tosto copiosi i suoi frutti; – e Varese – piccola città di circa 12 mila abitanti, sita nella provincia di Como, tra Milano, Como ed il Lago Maggiore, vispa, graziosa, industre, rimarchevole pel suo bel cielo, per l’aria purissima che vi spira, per l’amenità dei colli che la circondano, e la cui popolazione bella e vivace, si pronunciò mai sempre per generosità di sentimenti e per caldo amor patrio – Varese fu predestinata la prima fra le altre sorelle tutte a renderne la più solenne testimonianza. – E ben ne aveva il diritto. La guerra per l’Indipendenza Italiana, incominciata il 1848 colle cinque gloriose giornate di Milano, combattuta valorosamente dal popolo, dai volontarj di tutte le parti della Penisola e dall’esercito Sardo guidato dal Magnanimo Re Carlo Alberto, ma sgraziatamente fallita per la de21
fezione de’ Principi Italiani, pel mal talento e le inutili e sempre deplorevoli gare delle sette politiche, e per difetto di Condottieri abili ed esperti, ebbe a segnare l’ultimo suo fatto ed a scrivere l’estrema sua pagina di eroismo e di valore a Morazzone presso Varese, dove il prode Generale Garibaldi, con un pugno appena di valorosi, irradiò d’un ultimo vivido sprazzo di luce il Vessillo tricolore, che seco portò in salvo.7 Da quel momento i Varesini furono specialmente per Garibaldi, pel Diavolo rosso, come lo chiamavano i Croati, pel Brigante, come lo appellavano gli Ufficiali Austriaci, per l’Eroe della libertà de’ popoli, come l’avevano conosciuto tutti che aspiravano ad indipendenza ed a vita nazionale. I Varesini furono per Garibaldi, e ne ripeterono con entusiasmo le gesta, ne mantennero viva la rimembranza, ne attesero il ritorno, ebbero fiducia negli eventi che mano mano succedevano e maturavano nel vicino Piemonte, e non lasciarono giammai sfuggire occasioni di mostrare allo Straniero qual fosse l’odio e lo sprezzo che nutrivano per esso, quale la speranza che tenevano dentro il cuore. A Varese, anche nei giorni delle minaccie, del terrore e dei patiboli, sempre pronte le dimostrazioni d’ogni sorta contro il Governo oppressore nei caffè, nei passeggi, nel Teatro, nelle esose Feste dello Stato – sempre attiva la comunicazione col vicino Piemonte – avidamente cercati e letti i libri pa7 22
Vedi Appendice N. 1.
triottici ed i giornali che clandestinamente e con grave pericolo venivano introdotti e diffusi – sempre numerosa la diserzione de’ coscritti nei tempi di leva – perenne l’antagonismo tra i satelliti dell’Austria ed i Cittadini, le cui case, tranne appena qualche rara ed esecrata eccezione, furono sempre chiuse ad essi. Ultimi i Varesini a deplorare nel 1848 l’allontanarsi del tricolore Stendardo, era ben giusto che primi avessero a risalutarlo nel 1859, e Garibaldi era il solo che avesse diritto d’inalberarlo adesso il primo su questo medesimo lembo di Lombardia, dove ultimo in allora l’aveva piegato e salvato. Non era ancora formalmente dichiarata dall’Austria la guerra al Piemonte, ed era appena partita da Varese la guarnigione Austriaca (22 Aprile 1859) che numerosa vi stanziava già da tutto l’inverno, per andare a raggiungere l’esercito che concentravasi in Pavia onde poi passare il confine Sardo, quando il Municipio Varesino, impaziente di cooperare il più presto ed il più energicamente possibile alla gran lotta che stava per incominciare, affidava incarico (27 Aprile) al Segretario Dr. Ezechiele Zanzi di scrivere a persona di sua conoscenza in Torino, Deputato al Parlamento, ed in relazione strettissima col Ministro Cavour e quindi bene informata «allo scopo di poter conoscere, fino da quell’istante, il contegno pratico migliore da assumere, tanto per la tutela interna, che pel più efficace concorso del paese alla causa nazionale, appena le ostilità fossero incominciate fra l’Austria e l’Esercito Italiano». Questa lettera, in quei momenti di sospettosa sorveglianza e di eccessivi rigori per 23
parte della Polizia Austriaca, poté tuttavia giungere fortunatamente sicura al proprio indirizzo, ed essendo stata mostrata anche al Ministro Cavour, questi rispose: «che per allora si dovesse star tranquilli; si avrebbe pensato dappoi al da farsi». Da quell’istante, nel silenzio, ma colla massima attività venne fatto e favorito tutto che potesse riuscire di qualche vantaggio per la gran Causa Italiana – e specialmente si attese ad animare e rinvigorire l’energia dei sentimenti, ad esaltare e radicare il principio massimo dell’Idea Nazionale, a provocare la manifestazione delle aspirazioni e del pensiero, a facilitare la diffusione delle sempre più interessanti e favorevoli notizie, a tener viva la fede nella prospera fortuna degli eventi e la speranza nella Giustizia vendicatrice dei sacrosanti diritti degli Italiani, a suscitare l’entusiasmo della gioventù perché numerosa accorresse ad arruolarsi nell’esercito che stava per incominciare la gran lotta decisiva a danno estremo dei nemici tutti d’Italia, ed a far sì in una parola che, giunta l’ora dell’azione, il popolo tutto fosse apparecchiato e pronto alla riscossa. Era il giorno 22 Maggio, quando già correva per Varese la grata novella essersi il generale Garibaldi avvicinato colla sua Legione di volontarj al confine Lombardo, dalla parte del Lago Maggiore. Quindi la mattina del 23 fu narrato siccome certo il di lui passaggio del Ticino a Sesto Calende. Desideroso ed impaziente allora più che mai il Municipio d’avere istruzioni sul modo di contenersi, ed accettando ben volentieri l’offerta generosa ed ardita dell’Ing. 24
Cesare Picinelli di recarsi in persona direttamente da Garibaldi per averne gli ordini, lo muniva della seguente dichiarazione, la quale gli servisse di Mandato ufficiale presso lo stesso Garibaldi: Varese, 23 Maggio 1859, ore 6 ant.
«S’incarica il sig. Ing. Cesare Picinelli per mandato particolare di speciale confidenza, di tosto recarsi a Sesto Calende, od in qualunque altro paese abbia fermato il proprio quartiere generale la Colonna dell'Esercito Italiano che ha stamattina varcato il Ticino, di presentarsi al Comandante della Colonna stessa onde porgergli in nome di questi Cittadini un benvenuto di cuore, e chiedergli e ricevere istruzioni sul contegno del Municipio di Varese per le occorrenze del momento». Il Podestà, Ing. CARLO CARCANO Il Seg. Dr. EZECHIELE ZANZI
Il sig. Ing. Picinelli adempiva felicemente la propria missione, e di ritorno, dopo poche ore, a Varese, recava al Municipio questa risposta: Sesto Calende, 23 Maggio 1859
«Qualunque cosa facciate contro il nemico comune in pro della Santa Causa Italiana, sarà da me approvata, e vi sosterrò validamente».
Il generale Comandante G. GARIBALDI
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Queste parole d’eccitamento, questa chiamata all’azione, questa promessa di soccorso e di sostegno che dal balcone del Civico Palazzo vennero comunicate agli adunati Cittadini, destò subito l’ardore, fino allora represso, della rivolta, e la sommossa incominciò. Il Municipio stesso inaugurò per primo il moto popolare colle parole, coll’esempio, cogli ordini, e si pose alla testa delle cose, assumendone la responsabilità. – Fece bene o male? – In allora diverse furono le opinioni e diversi i giudizi che manifestaronsi in proposito, taluni deplorando come il Municipio compromettesse anzi tempo e senza bisogno il paese in faccia al nemico; altri encomiando invece ed assecondando con calore e con entusiasmo l’iniziativa ch’esso dava coraggiosamente alla rivolta. Comunque sia, e quand’anche a giustificare il procedere del Municipio di Varese nella circostanza di cui parliamo non esistesse la lettera qui sopra citata di Garibaldi, gli è però certo – che il concorso del popolo era indispensabile al carattere di quella guerra – che il Principio Nazionale esigeva dalla insurrezione un appoggio spontaneo, generale, pronto ed efficace – che non dovevasi stare nell’inazione d’una prudenza, piuttosto egoistica e timorosa, che ragionata, quando il vantaggio a ritrarsi dal movimento unanime, gagliardo, improvviso poteva essere immenso in ordine alla gran Causa Italiana, sia che spaventasse col terrore subitaneo della sorpresa e del pericolo il nemico, sia che servisse ad esempio d’imitazione alle altre Città Lombarde – che finalmente la popolazione era già da tempo impaziente d’a26
gire,8 ed all’annunzio dello sbarco di Garibaldi a Sesto Calende avrebbe intrappreso, anche da sola, quanto meglio invece operò col concorso di chi in quel momento tenendo comando ed autorità, poteva conservar l’ordine anche di mezzo all’ardore della sommossa. Ecco dunque, allo scoppiare improvviso e terribile dell’uragano, accorrere i Varesini alla grand’opera dell’insurrezione – atterrare, calpestare ed infrangere gli stemmi odiosi ed infami dell’Aquila bicipite – disarmare e far prigioni i gendarmi, i finanzieri, i pochi soldati di fanteria rimasti in deposito, insieme coi rispettivi Capi – distribuire le armi raccolte ai più risoluti ed animosi – inalberare in sulle piazze e far sventolare come per incanto dai balconi e dalle finestre le tricolori bandiere, forse già da lunga pezza anticipatamente preparate e custodite – fregiarsi il petto delle nazionali coccarde, che da più giorni posavano già 8 Un mese circa prima del fatto che or qui si narra, un Cittadino presentavasi al Podestà Carcano, ed anche a nome di altri suoi compagni, gli offriva una magnifica ciarpa tricolore per significargli essere il paese pronto ad insorgere alla prima occasione propizia, e perché nel dì della riscossa i sacri colori dell’Italiana Indipendenza fregiassero tosto il petto del Rappresentante di Varese. Quella ciarpa fu con grave pericolo e con gelosissima cura tenuta e conservata sempre in Municipio, anche non ostante vigesse ancora il Governo Austriaco, ed il Podestà la cinse la prima volta quando presentossi sullo scalone del Civico Palazzo a dare il benvenuto a Garibaldi. – Altra prova dell’impazienza, d’insorgere nei Cittadini si fu l’essersi molti di essi trasferiti nel prossimo Cantone Ticino a fare provvista di armi quando appena gli Austriaci erano passati in Piemonte, e quando in tutta la forza del rigore vigeva sempre la Polizia e lo spionaggio nel sorprendere e frenare qualsiasi tentativo contro l’I.R. Governo. 27
nascostamente sul cuore d’ognuno a contarne i battiti, a sentirne il fremito, ad assicurarne l’ansia, a ravvivarne i sentimenti – prorompere in clamorosi e prolungati evviva all’Italia risorgente, in canti patriottici e guerrieri, nei più manifesti ed espansivi segni della gioja e dell’entusiasmo. Era una festa, era un delirio, era una sicurezza tale di certa riuscita e di libertà perenne, che invano tenterebbesi descrivere. Intanto, dietro ulteriori e ripetute assicurazioni intorno alla venuta di Garibaldi a Varese, avute dai diversi Cittadini che bramosi di rivedere e salutare senza indugi il prode Generale eransi recati ad incontrarlo alla volta di Sesto, il Municipio ne pubblicava nei seguenti termini la cara novella: «Questa sera, verso mezzanotte, arriverà fra noi una Colonna dell’Esercito Italiano capitanata da Giuseppe Garibaldi, Generale del magnanimo Re Vittorio Emanuele. Il Municipio porgendo tale annuncio a’ suoi Concittadini, se ne rallegra, dividendo con loro l’emozione e la gioja della Patria risorgente. Cadute le insegne della straniera oppressione, a noi fa ritorno la sacra Bandiera tricolore, bandiera d’ordine, di concordia, di libertà, d’avvenire. Benedetti i Prodi che ce la ridonano! Accogliamoli, o Cittadini, in festa come il cuore ci detta, e la nostra parola di benvenuto, sia: Viva l’Italia».
Fra tanto entusiasmo d’azione, fra tanta fiducia di pieno trionfo della Causa Nazionale, fra i mille preparativi onde ricevere degnamente Garibaldi, il vecchio conoscente ed amico dei Varesini, ecco, in sull’imbrunire di quello stesso 28
giorno, giungere da Como il Corriere, e narrare come un grosso Corpo di Austriaci ingombrasse lo stradale, come già fosse pervenuto fin presso Olgiate, ad otto miglia da Varese, e come sembrasse disposto a muovere su questa Città. Una tale notizia subitanea, improvvisa, sebbene facesse in quel primo momento grave impressione sui Cittadini e li tenesse per poco sospesi, non valse però a disanimarli, già fatti audaci e forti da quella morale influenza che Garibaldi aveva appunto missione di suscitare negli spiriti, e che incominciava a radicarsi prodigiosamente nelle popolazioni. Che poteva infatti una masnada di Croati, quando Garibaldi non era lungi che poche ore, e quando l’annunzio del suo arrivo ed il solo suo Nome sarebbe bastato a paralizzarli di spavento? È bensì vero, che colla notizia dell’avvicinarsi dell’orda nemica, altre contraddittorie novelle giungevano allora sulla mossa presa da Garibaldi, accertando taluni essersi egli avviato verso Laveno, altri invece alla volta di Gallarate. Ma ciò che importava? L’insurrezione era scoppiata, la Città era compromessa in faccia al nemico, Garibaldi aveva d’altronde assicurato il valido suo appoggio, e Garibaldi non avrebbe punto mancata la data parola… Era dunque necessario il mantenersi fermi, il non avvilirsi coll’indietreggiare, lo scongiurare sia coll’ardire sia collo stratagemma il pericolo, il fidare negli eventi e nella propizia Stella d’Italia ormai brillante in tutto lo splendore del vivido suo raggio sull’orizzonte del nostro cielo, ed il dare un esempio, il primo esempio di risoluzione, di coraggio, di costanza e di sacrifizio alle altre Città sorelle. 29
A tale scopo, a sì generosa ed ardita impresa, ecco dunque prestamente organizzarsi una schiera di circa sessanta Cittadini, armarsi alla meglio come fu possibile in quel momento, e per disposizione del Municipio stesso posta sotto gli ordini di un ex-Ufficiale, allora Commissario di Finanza in Varese, inoltrarsi animosa e decisa a tutto sulla strada postale di Como fino a Malnate, dividersi ed appostarsi qua e là dietro le siepi e le macchie, disporre barricate lungo la via, e tenersi pronta a far fuoco sul nemico se mai si fosse avanzato, affine di trarlo in inganno sul numero e sulla qualità degli assalitori, sostarne la marcia, e proteggere cosi la Città, almeno durante la notte, da un’invasione che le sarebbe stata ben fatale. Nel frattempo però erasi novellamente spedito a Garibaldi chi lo informasse di quanto accadeva e del pericolo che correva Varese per parte degli Austriaci. Ma Garibaldi – lasciato a Sesto Calende un distaccamento de’ suoi sotto il comando del bravo, accorto e valoroso capitano De Cristoforis, affine di mantenersi aperta la comunicazione col Piemonte – ed ordinato al prode maggiore Bixio di sostare tra Brebbia e S. Andrea onde sorvegliare le mosse del presidio del Forte di Laveno, attaccarlo se si fosse presentata l’occasione, e proteggere le spalle alla sua Brigata – erasi già posto in cammino egli stesso col grosso de’ suoi Cacciatori delle Alpi, e per Corgegno, Varano, Bodio ed Azzate, descrivendo una diagonale, e scansando a destra il Forte di Laveno, a sinistra il Corpo nemico che occupava le vicinanze di Gallarate, con precauzione, con prestezza, sempre 30
conservando un impenetrabile mistero sui divisamenti suoi, senza incontrare ostacoli di sorta guadagnò Varese. Erano circa le 11 ore della notte 23 Maggio. La Città era rischiarata dai lumi che splendevano fuori dalle finestre a motivo del pericolo che, come dissi, sovrastava d’una nemica sorpresa – i Cittadini vegliavano nel sospetto, sebbene risoluti e disposti ad ogni evento – la Bandiera Nazionale sventolava sull’alto della gran torre del campanile, illuminata da vivida luce, perché veduta da lungi, inducesse i Croati nella persuasione che a Varese non si dormisse, e si fosse parati ad accoglierli come si conveniva, se avessero osato avvicinarsi, quand’ecco giungere e diffondersi come baleno la cara novella essere Garibaldi vicino alla Città. Dire l’effetto che produsse quella notizia sugli animi rassicurati, descriverne l’entusiasmo, narrare l’esplosione della gioja repentina, unanime, fragorosa, sarebbe impossibile. La popolazione, preceduta dal tricolore Vessillo e dalla Società filarmonica, con fiaccole accese s’avviò ad incontrare il prode Nizzardo ed i Campioni suoi. Le campane che echeggiavano a festa, le grida dell’allegrezza, gli evviva di benvenuto, i saluti ed i baci ai parenti, ai conoscenti, agli amici che facevano parte di quella eletta Schiera, il canto di guerra dei Cacciatori delle Alpi, le armonie nazionali della Banda, assordavano l’aere d’un suono alto, confuso, prolungato, inenarrabile. – La natura anch’essa parve unirsi a quell’imponente spettacolo di effusa, clamorosa, frenetica manifestazione, e la pioggia che cadeva a torrenti, il lampo che balenava ad ogni tratto, il 31
tuono che rumoreggiava incessante e fortemente scoppiava, davano a quella scena tale un aspetto, che la fervida immaginazione del poeta appena potrebbe ideare e tradurre in parole. Garibaldi, alla testa della sua Brigata, entrò in Varese, e come già pratico del luogo per gli ultimi fatti che vi ebbe a sostenere nel 1848, s’avviò direttamente al Municipio. Il Podestà Carcano mosse incontro al Generale che saliva lo scalone del Civico Palazzo, e gli disse: «Sono il Podestà. Varese è felice d’essere prima a ricevervi. Voi entrate in Città Italiana…, io non so dirvi altro… Permettete, che vi baci in nome di tutti i miei Concittadini». E lo baciò. Il Guerriero strinse teneramente al petto il Podestà, e rispose esso pure con un bacio al bacio che gli veniva dato. Da quell’istante la lotta già incominciata dalle Armate regolari contro il dispotismo e l’oppressione straniera, divenne un diritto ed un dovere nazionale, e quel tacito, ma solenne accordo del Capo dell’insurrezione col Rappresentante del Popolo della prima Città redenta, espresso in un abbraccio ed in un bacio – fu un appello eloquente ed irresistibile a tutte le altre Città Italiane – fu una sfida generale, tremenda, estrema contro lo Straniero – fu un patto sacro, infrangibile, giurato appiedi della Bandiera d’Italia, allora allora collocata là, dove poche ore prima svolazzava quella esecrata dell’Austria… patto che mantiensi tuttora inviolato, e che da tutte parti della Penisola raccoglierà di nuovo gl’invitti suoi Campioni appena sia giunto l’istante desiderato di combattere l’ultima battaglia della Patria. 32
Fermatosi alquanto in Municipio,9 approvato e lodato tutto che era stato in quel giorno operato, presi gli accordi sul da farsi, assicurato che ogni cosa era disposta pel benessere de’ suoi soldati, Garibaldi si ritirò per un po’ di riposo nell’appartamento assegnatogli nella casa del sig. Ing. Del Bosco, contrada S. Martino, e la sua Brigata fu condotta agli alloggiamenti. Allora sorse una gara generale fra i Cittadini, vogliosi tutti di prodigare le proprie cure a quella eletta schiera di benvenuti ospiti, stanchi, affamati, fradici, bisognosi di ristoro. Le case vennero loro generosamente aperte, e vi trovarono fuoco, cibo, letti, tutto insomma che potesse abbisognare in quel momento.10 9 Mentre Garibaldi trovavasi in Municipio, e discorreva degli eventi d’allora, uscì in queste parole sul conto del Re: «Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele, non sarà mai troppo. Voi sapete che io non sono realista: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli, non solo ha per l’Italia un amore immenso, ma un culto, un’idolatria» 10 Il Generale però fu meno fortunato di tanti e tanti fra i suoi Cacciatori, e forse dovette pensare non molto favorevolmente dell’accoglienza che gli venne fatta, la quale, se fu espansiva, lieta, cordiale in piazza, riuscì invece indecorosa ed improvvida in riguardo dell’alloggio destinatogli, ma non preparato. È vero che la colpa di ciò non è da attribuirsi ai varesini, i quali avrebbero tutto offerto all’Ospite aspettato e benedetto – bensì a chi doveva, per ricevuto incarico, disporre in modo che nulla mancasse a Garibaldi. Forse la confusione ingenerata dalla fretta di provvedere in poche ore al necessario per acquartierare la Brigata che giungeva quasi inaspettatamente, fece sì che il Generale venisse dimenticato. – Povero Garibaldi! Bisognoso di ristoro e di quiete – entra nell’appartamento – sorpassa un mucchio di spazzatura che giace nel mezzo dell’anticamera – va innanzi e non trova né legna né fuoco per asciugarsi e riscaldarsi – procede nella stanza da letto, e vi scorge il disordine in ogni cosa, né gli è dato di rinve33
In questo frattempo, reso consapevole del fortunato avvenimento, fece ritorno a Varese quel drappello di Cittadini, che erasi avviato sullo stradale di Como onde fermare, o ritardare almeno, l’avanzarsi degli Austriaci. Essi, malgrado l’imperversare del tempo, erano stati lungamente appiattati ad aspettarli; ma questi, timorosi ed incerti, avevano fatto sosta lungo la via, e per allora non osarono venire innanzi. La mattina del dì seguente (24), Garibaldi assai per tempo recossi al Municipio, ed in nome di S.M. il Re di Sardegna, nominò il Podestà Carcano a disimpegnare provvisoriamente le incombenze di Regio Commissario. Questi incominciò tosto col dichiarare decaduto il tirannico ed esecrato Governo Austriaco, proclamando invece quello del Magnanimo Re Vittorio Emanuele; quindi, per la difesa del paese e pel concorso che tutti gli Italiani erano tenuti a prestare alla guerra Nazionale contro l’Austria – aperse un registro d’arruolamento volontario nei Cacciatori delle Alpi, de’ quali, sotto la direzione del Capitano Fanti, erano a formarsi due Battaglioni, e cui accorsero tosto ad inscriversi a centinaja i giovani ardenti della Città e del Contado, d’ogni nire l’occorrente per coricarsi. L’appartamento era rimasto così in quello stato in cui l’aveva lasciato un Ufficiale Austriaco il giorno in cui era partito. La famiglia di mio fratello che abitava là presso nella medesima casa, indovinando che in quella malaugurata occasione avrebbe potuto in qualche modo supplire alla mancanza altrui presso l’Ospite illustre, accorse tosto con lingerie, coperte, e quant’altro mai poteva essere del caso per provvedere alla meglio alle urgenze del momento, sì che il Generale, senza molto aspettare, presa una bibita calda, poté coricarsi. – L’Ajutante che lo accompagnava, si ravvolse in una coperta di lana, e cosi passò la notte. 34
classe e d’ogni condizione – istituì ed attivò la Guardia Nazionale, cui vennero distribuite le armi portate a tal uopo da Garibaldi stesso, salvo ad organizzarla poi in seguito con apposito regolamento – spedì nei paesi circonvicini drappelli di Cittadini armati per diffondere l’annunzio dell’accaduto, disarmare i posti di Finanza e di Gendarmeria, abbattere le insegne del caduto Governo e proclamare il nuovo ordine di cose – ed assicurò la Città non esservi pel momento nessuna mossa offensiva contro di essa per parte del nemico, il quale sullo stradale di Como e di Milano non aveva fatto il giorno innanzi se non una semplice ricognizione. Siccome però era a prepararsi la difesa del Paese per qualsiasi evento avesse potuto succedere in seguito, esortò tutti: «a conservare la calma ed il coraggio, a fare ognuno il proprio dovere, ad operare col consiglio e coll’opera all’indipendenza della Patria, a mantenere ordine, unità d’azione e fiducia, a non prestar fede a falsi allarmi, ed a mostrarsi eguali a quei di Casteggio, di Tortona e d’Ivrea, che pochi ma valorosi, tenner testa e respinsero il nemico». In questo stesso giorno la notizia dell’arrivo di Garibaldi a Varese e di quanto fu quivi operato pervenne anche a Milano, dove il Rag. Marco Formentini, del quale avrò a parlare nuovamente in seguito, entrava, conservando e mostrando a prova della buona novella di cui era apportatore il seguente foglio di via: «Nulla osta perché il Rag. Marco Formentini parta da Varese per recarsi a Milano. 24 Maggio 1859».
Il R. Com.o Sardo pro.o CARCANO 35
Il timbro di questo foglio di via era quello dello Stemma Sabaudo. Una simile notizia, e questo primo atto di sovranità esercitato in Lombardia a nome di Vittorio Emanuele, dovette sicuramente fare la più viva e cara impressione sull’animo dei Milanesi, ancora costretti a star cheti sotto il comando e la minaccia dello Straniero, e suscitare nel loro cuore più ferma, più fondata la speranza della imminente liberazione. Il dì appresso l’Ing. Nob. Carlo Carcano, ritornando Podestà, rassegnava il proprio provvisorio mandato al Commissario di S.M. Sarda per la Lombardia, il sig. Emilio Visconti Venosta. Questi, assumendo il disimpegno delle proprie funzioni, presentossi alle Popolazioni Lombarde con un Proclama, che merita d’essere per intiero qui riportato. «Cittadini! Appena il Re Vittorio Emanuele, primo soldato dell’Indipendenza Nazionale, annunziò all’Italia d’aver ripresa la spada, le Popolazioni Lombarde, volgendo gli occhi al Ticino, domandarono il segnale dell’insurrezione. Ma ora gl’indugi sono rotti, il prode Generale Garibaldi venne a darci quest’annuncio, e dappertutto dinanzi a lui le Popolazioni insorgono, e si pronunciano per la causa Nazionale e pel Governo del Re Vittorio Emanuele. Commissario di S.M. Sarda, vengo a prendere il governo civile di questo spontaneo movimento.11
11 Il sig. visconti Venosta era destinato a seguir sempre le mosse di Garibaldi, affine di organizzare civilmente l’insurrezione e rappresentare il Governo Sardo. 36
Cittadini! L’insurrezione Lombarda sarà animata da quel nuovo e mirabile spirito italiano, che col segreto della concordia ci fa ritrovare il segreto della fortuna. Nessun disordine verrà a turbare il sublime spettacolo della libertà: nessun impeto cieco verrà a disordinare l’organismo civile del Paese: nessuno spirito di improvvida reazione presumerà di considerare come il trionfo di un partito quello che invece è il trionfo d’una società tutta intiera. Le guerre dell’Indipendenza non si vincono che con gravi sforzi. Vi sta dinanzi l’esempio del generoso Piemonte che da undici anni profonde i più gravi sacrifizj dietro quell’alta speranza, che ora è divenuta una realtà. La nostra impresa è sicura: il prode Esercito Piemontese, guidato dal Re, viene in nostro soccorso; l’Italia si ordina per combattere la guerra dell’Indipendenza; Napoleone III ha gettato sulla bilancia dei destini la spada della Francia nostra sorella e naturale alleata delle cause generose. Tutta Italia domanda la formazione di un forte Stato, baluardo della Nazione, e avviamento a’ suoi nuovi destini: i voti decenni del Paese stanno per essere compiuti, e voi potete insorgere nella certezza di questa invocata unione, e gridando: Viva Vittorio Emanuele, Re Costituzionale».
Varese, 24 Maggio 1859 EMILIO VISCONTI VENOSTA
Intanto il prode Generale Garibaldi pensò come provvedere alla difesa della Città, non dubitando punto che il ne37
mico, concentrandosi ed ingrossandosi, avrebbe tentato un attacco. Ne diede quindi l’ordine colle opportune disposizioni a’ suoi seguaci, cui si unirono tosto con prestazioni d’ogni sorta e coll’opera delle braccia i Cittadini, costantemente solleciti per tutto che potesse giovare alla causa dell’Italiana Indipendenza, lieti di vedersi associati nei preparativi e nei lavori di guerra coi valorosi che anelavano di combatterla, e sempre più eccitati ed animati alla nobile e generosa impresa dalle poche ma eloquenti parole di quest’Avviso del R. Commissario: «Il nemico minaccia di attaccarci. La Città concorre all’opera della difesa. Voi siete stati i primi a salutare la Bandiera tricolore in Lombardia, voi sarete i primi a difenderla». Ferve dunque il lavoro. Sono asseragliate le vie, barricate le strade che mettono a Milano, a Gallarate, a Como, aperte feritoje nei muri di chiusa degli orti e dei giardini, atterrate piante, operati tagli, rialzi, trincee, ed il tutto fu quasi in un giorno solo con meravigliosa prestezza disposto e terminato, senza confusione, senza strepito, senza titubanza od agitazione, e con tale uno spirito di fiducia e di sicurezza sull’esito della lotta che si aspettava, che era impossibile non avesse a riuscire fortunata e gloriosa. Il nemico frattanto non se ne stava nell’ozio da parte sua, ma nella vicina Como intendeva a ragunare armi ed armati per gettarsi sopra Varese, riprenderne il dominio, trarne vendetta, e paralizzare così in qualche modo col ferro, col fuoco, coll’eccidio la prepotenza irresistibile dell’azione morale che Garibaldi aveva già sì profondamente ed efficacemente inne38
stata nei Varesotti, e che estendendosi e comunicandosi siccome elettrica scintilla lungo tutta la curva dell’alta Lombardia, avrebbe suscitato dietro le spalle dell’armata Austriaca un tremendo ed indomabile nemico, la Rivoluzione. Il maresciallo Urban, truce, crudele, sanguinario, quello stesso che aveva fatto fucilare in Piemonte la sventurata ed innocente famiglia Cignoli, e degno emulo di Haynau, di cui era stato Aiutante di campo, era quegli che disponeva e comandava lo sforzo degli Austriaci contro l’insurrezione. Urban godeva tra i suoi riputazione di valente nella guerra di partigiani, e parve per ciò il solo adatto da contrapporre a Garibaldi. Gli furono affidati quindi da sette ad otto mila uomini, quasi tutti Croati, con cavalleria ed artiglieria, ed egli si ridusse a Como per potere di là frenare col terrore l’animosa Provincia – per stabilirsi dirimpetto a Garibaldi, attraversargli la marcia, impedirgli l’inoltrarsi nelle regioni montuose di questa parte di territorio Lombardo – e soffocare tosto in sul principio una rivolta, che impossibile sarebbe stato il contenere dappoi. Il maresciallo Conte Giulay, comandante in capo dell’Esercito Austriaco, appena seppe dell’ingresso di Garibaldi in Lombardia, e ne indovinò lo scopo, con uno de’ suoi soliti feroci insieme e stupidi Proclami, aveva protestato – che i luoghi, «i quali facessero causa comune colla rivoluzione, verrebbero puniti col fuoco e colla spada». – Urban doveva mantenere la terribile promessa di Giulay, e ben lo poteva fare in tutta la precisione e l’estensione della parola, assassino e ladro come egli era. 39
Dà principio egli dunque alla sua missione infame e crudele col dichiarare solidali della pena di morte gli abitanti d’ogni Comune, sul territorio del quale si guasti un filo telegrafico, si spezzi una rotaia, o si difficultino le comunicazioni – coll’ordinare minute e violenti perquisizioni – col far carcerare molti individui delle migliori famiglie – coll’imporre una straordinaria somministrazione di viveri e di foraggi – col trattenere in porto i piroscafi del Lario – col vuotare la cassa di Finanza che conteneva 37.000 fiorini – col far trasportare alla stazione della ferrovia carte d’importanza ed oggetti di pregio – e col consigliare ai pubblici funzionari invisi alla popolazione di partirsene. Ciò fatto, ad ora già tarda della sera, 23 Maggio, raduna due compagnie di fanti Croati, le concentra con altre due che erano a Camerlata, ed atteso quivi il giungere di un Battaglione che veniva da Brescia, si mette in cammino per Varese.12 Mentre e dall’una parte e dall’altra si facevano preparativi d’ogni sorta di offesa e di difesa, il capitano De Cristoforis – che Garibaldi aveva lasciato a Sesto Calende alla testa di un drappello di Cacciatori, con ordine di osservare i movimenti dei piroscafi sul Verbano, di tenere la comunicazione col Piemonte, e di ritirarsi sopra Varese qualora fosse stato da altra parte attaccato con forze superiori – adempiva esattamente le istruzioni avute. 12 La vanguardia di questo Corpo era quella che fu veduta sulla strada postale presso Olgiate, e contro cui erasi mossa la schiera animosa de’ Varesini la sera stessa dell’arrivo di Garibaldi. 40
Guttièrez, nella sua Biografia del capitano De Cristoforis, così racconta la brillante fazione che questo prode e generoso, ma sventurato giovane, ebbe a sostenere a Sesto contro gli Austriaci. Il capitano De Cristoforis «sparpagliò le sue deboli forze all’ingiro (appena 120 uomini), mandando esploratori (non aveva che tre guide a cavallo) da tutte le parti dalle quali poteva essere sorpreso, ossia da Somma verso la pianura, da Laveno verso i monti, e dal Lago Maggiore, da dove gli Austriaci potevano coi piroscafi portare alle sue spalle una parte delle forze che avevano nel Forte di Laveno, e tagliargli la ritirata su Varese. Restò accampato fuori di Sesto Calende tutto il 23 ed il 24, senza aver nessun ragguaglio di forze nemiche. La mattina del 25 gli esploratori annunciarono un Corpo di Austriaci con cavalleria ed artiglieria dalla parte di Somma. – Fu qui dove De Cristoforis fece le sue prime prove, palesando quanto talento congiungesse a molto sangue freddo. La sua responsabilità era grave: con soldati nuovi misurarsi contro forze superiori a dir poco del quadruplo, era un esporsi a pericolo probabilissimo di essere circondati, fatti prigionieri, o cacciati nel lago. E la ritirata poteva essere pericolosa del pari, avendo il nemico la cavalleria. Il suo partito pertanto è preso: ordina alle guide di percorrere a briglia sciolta la strada che conduce a Somma e sbarazzarla di ogni viandante, acciò il nemico non abbia ragguagli sulle sue forze; quindi fa appostare in avanti, sui fianchi della strada a destra ed a sinistra, nascoste nel frumento, due mezze squadre, coll’ordine preciso che, avanzatosi il primo picchetto di cavalleria (egli ben sapeva che questa sarebbe venuta per la prima), lo lasciassero passa-
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re, poi balzando fuori all’improvviso, gli facessero fuoco alle spalle. Egli si appostò indietro col grosso delle piccole forze. Un picchetto di cavalieri Austriaci non tardò infatti a mostrarsi – si avvicina, passa avanti – saltano fuori i nostri e fanno una scarica di fianco e alle spalle: nasce uno scompiglio, due uomini cadono da cavallo, e di lì ad un istante, in mezzo al fumo, videsi il picchetto dare addietro a briglia sciolta. De Cristoforis allora comanda un fuoco sparpagliato, come se mandasse fuori in quel momento i bersaglieri con aspetto di movimento aggressivo, e ordina invece la ritirata, che si fa lentamente, continuando il fuoco, e colla perdita di un sol uomo ferito, che restò prigioniero. Il nemico rispose con cinque o sei colpi di cannone, ma sgomentato da quella brusca sorpresa, non avendo potuto fare alcuna ricognizione, pensa di trovarsi a fronte di forze rilevanti, e avanza quindi colla massima precauzione. – Ma quando gli Austriaci entrarono in Sesto Calende, De Cristoforis era già lontano qualche miglia, e operava la sua ritirata su Varese per le colline, toccando Lentate, Osmate, Monate, Besozzo e Gavirate. La sera del 25 De Cristoforis arrivò a Varese, e si ricongiunse al resto delle forze di Garibaldi, che accolse De Cristoforis con dimostrazione d’onore, e ordinò che la sua Compagnia affaticata bivaccasse presso il Quartiere generale».
Anche il maggiore Bixio, che col suo Battaglione erasi fermato a sorvegliar Laveno tra Brebbia, Besozzo e S. Andrea, dietro una lettera di Garibaldi in cui lo avvertiva essere imminente un attacco, venne a riunirsi cogli altri a Varese la sera stessa in cui giungeva De Cristoforis. 42
L’intiera Colonna di Garibaldi era dunque congiunta, ed imminente era l’istante di combattere, quell’istante tanto aspettato, cui anelavano ardentemente e da molto tempo quegli intrepidi Campioni del Nazionale Riscatto, e che doveva provare ai Tiranni tutti, alla Diplomazia, all’Europa quanto valessero l’animo, il braccio, la costanza degl’Italiani, e che cosa erano finalmente decisi di ottenere ad ogni costo – lo sfratto cioè dello straniero, la cacciata de’ suoi vili satelliti, la libertà delle proprie istituzioni, l’indipendenza e l’unità di tutta la Penisola, la Patria. Varese è situata piuttosto al basso, come in un bacino, il cui orlo è formato dalle colline che la circondano, sulle quali ville e giardini e paeselli presentano il più vago e pittoresco aspetto. Ha dietro di sé le valli di Laveno, di Cuvio, di Gana, di Marchirolo e di Arcisate, il Lago Maggiore, quello di Lugano e le Alpi – davanti le si distende aperta la fertile ed immensa pianura Lombarda. A Varese – dalla parte meridionale mette capo la strada che da due tronchi, l’uno per Gallarate, l’altro per Saronno e Tradate, viene da Milano – dalla parte occidentale quella che per Gavirate viene da Laveno e da Sesto Calende – dalla parte Settentrionale quella che per Arcisate-Induno giunge dal Lago di Lugano, e per Gana-Induno scende da Luvino – finalmente dalla parte orientale la strada che per Olgiate e Malnate viene da Como. Barricate queste strade, ed occupate le Ville che dominano dall’alto delle colline, la Città fu tosto protetta da qualsiasi attacco esterno. Specialmente però la difesa abbraccia43
va lo spazio dalla Villa Decristoforis, a fianco dello stradale di Milano, alla Villa Litta Modignani in Biumo Inferiore sullo stradale di Como. La destra della Brigata de’ Cacciatori delle Alpi era guardata, a Villa Decristoforis, dal tenente-colonnello Cosenz; la sinistra, a Villa Litta Modignani, dal tenente colonnello Medici; il centro e la riserva era sotto il comando del tenente-colonnello Ardoino. Le comunicazioni fra la destra, il centro e la sinistra, erano agevoli ed al coperto in gran parte a traverso la Città. In caso di ritirata, si protesse la strada d’Induno, da dove potevasi piegare a destra verso la Svizzera, od a sinistra verso il Lago Maggiore. Il Quartiere generale fu stabilito nella Villa Ponti a Biumo Superiore, luogo elevato che dominava tutta quanto la linea di difesa, e specialmente la via di Como, dalla quale si aspettava avesse a venire il nemico. Ed appunto su questa via, all’ingresso di Biumo Inferiore, era stata costrutta la maggiore e la più solida delle barricate. Appoggiavasi questa da una parte al muro di cinta del giardino della Villa Merini, e dall’altra ad una Chiesuola, detta di S. Cristoforo. La Villa colle sue finestre poteva servire mirabilmente di offesa insieme e di difesa, come a tale scopo erano pure state praticate delle feritoie nel muro di cinta del giardino della Villa stessa, ed in quello della Chiesuola, ai due lati della barricata. Quivi, come anche alle altre diverse barricate, vegliava continuamente un drappello di Garibaldini, insieme coi più animosi fra i Cittadini, che non volevano assolutamente starsene inerti in quel supremo istante di pericolo, di esempio e di gloria. 44
L’aurora del mattino 26 Maggio incominciava appena a spuntare. I custodi delle barricate se ne stavano tranquilli e senza sospetto alcuno d’essere assaliti, poiché le due guide a cavallo, che fino dal giorno antecedente il bravo Simonetta aveva spedite a Malnate con ordine di osservare le mosse degli Austriaci, non erano ancora ritornate a dar l’allarme – i Cacciatori delle Alpi trovavansi acquartierati in attenzione degli ordini del loro Condottiero – i Cittadini dormivano tuttora saporitamente, fidenti com’erano nel valore e nel coraggio de’ generosi che vegliavano per essi. Non un segnale, non un movimento, non un comando che desse indizio poter essere imminente la pugna. Garibaldi però, che prevedeva non lontano il sopraggiungere del nemico,13 stava all’erta, e tenevasi già pronto al suo posto, attentamente, incessantemente osservando dal luogo il più elevato del già accennato giardino Ponti fin dove poteva spingersi l’occhio lungo il sottoposto stradale di Como, sul quale era certo sarebbero apparsi i Croati, spinti innanzi alla pugna ed al macello dal maresciallo Urban. Infatti il Corpo di Urban erasi avanzato durante la notte, e mentre questo, forte di 4000 uomini di fanteria, di
13 Garibaldi, trovandosi in Municipio in questa stessa notte dal 25 al 26 per dare alcune disposizioni, rivoltosi improvvisamente al segretario Dott. Zanzi che gli era vicino, gli disse: «Fra qualche ora saremo attaccati, e spero che li acconcieremo ben bene. In verità io non credeva che la Provvidenza volesse così presto darmi una tanta fortuna!» – Garibaldi non ne poteva più dalla voglia di dare una buona lezione ai Croati di Urban! 45
duecento cavalieri e di quattro pezzi di artiglieria, lentamente e prudentemente innoltravasi sulla strada maestra, l’avanguardia erasi cacciata a dritta ed a sinistra nel folto delle biade, altissime in que’ giorni, e camminando fra queste nascostamente, nel massimo silenzio, colla più prudente cautela, fino a togliersi le scarpe dai piedi, era pervenuta inosservata presso i nostri. Le due guide a cavallo che accennai sopra, non avendo, per simile astuzia dell’avanguardia nemica, potuto scoprirla a tempo, e però impedite dal correre subito a darne l’avviso, e trovandosi d’altronde esse medesime ormai nel mezzo degli Austriaci, dovettero travestirsi da borghesi e tenersi celati coi cavalli in un casolare. Appena riuscirono a svignarsela dappoi e rientrare in Varese, ma quando il combattimento era già ingaggiato. Suonavano le quattro ore del mattino, quando tre razzi alla congrève tirati dal nemico diedero il segnale dell’attacco. La barricata di Biumo Inferiore è tosto improvvisamente assalita da un pugno di Austriaci, che sta per superarla. Ma il drappello che vi sta a custodia non si smarrisce per la sorpresa, non si avvilisce pel timore, non indietreggia, ma mettendosi alacremente e prontamente in sulla difesa, dirige colpi disperati di baionetta contro gli assalitori, e li respinge. In quel momento il suono delle trombe chiama all’armi ed alla pugna i Cacciatori delle Alpi, che impazienti di misurarsi col nemico esecrato e di spezzare una volta per sempre le vili catene del servaggio onde fu tanto duramente avvinta la nostra cara Patria, accorrono alla battaglia co46
me ad una festa, e gridando – Viva l’Italia, viva Garibaldi – animosi, intrepidi, anelanti di vendetta insieme e di vittoria, vanno colla punta delle loro baionette ad incontrare il Croato. La zuffa è incominciata. Svegliati come per scossa improvvisa i Cittadini dal rombo dell’artiglieria, dai vivi e frequenti colpi dei moschetti e dal suonare a stormo delle campane,14 non ne sono però sorpresi, perché quel momento supremo di lotta lo aspettavano, e prestansi unanimi, quanto per loro meglio si può, ad aiutare la grand’opera del Nazionale riscatto. Gli uomini corrono alle armi,15 a 14 Io stava per sortire dalla casa ove in allora abitava in sul piazzale della Basilica per recarmi a celebrare, quando il primo colpo di cannone mi fe’ sostare d’un tratto sul limitare della porta. In quel medesimo istante il Segretario Municipale Dott. Ezechiele Zanzi, che s’affrettava per far suonare le campane a stormo – mezzo efficacissimo per ingenerare il timore, suscitare la confusione, paralizzare il coraggio nel nemico – venne a me per chiedermi se avessi voluto di ciò incaricarmi. Egli erasi già inutilmente rivolto per questa bisogna a due altri concittadini, che avevano rifiutato. Io non peritai a prestarmi. Accorsi al campanile, afferrai or l’una or l’altra corda delle campane, e diedi il segnale dello stormo. Quel primo scampanìo, incerto, debole, lento, bastò tuttavia a chiamare tosto altri ed altri ausiliari di buona voglia, robusti e pratici più che io non fossi di simile lavoro, ed il suono crebbe concitato ed incalzante, come incalzante e concitata cresceva la pugna. I sacri bronzi dovettero fare contro gli Austriaci le veci de’ bronzi micidiali, che mancavano ai nostri, e che essi manovravano inutilmente. 15 Il sig. Carrano, nella sua opera già sopra citata, dice che «alquanti cittadini corsero anch’essi al combattimento con loro armi». I cittadini che corsero al combattimento furono molti, e prova ne sia questa domanda fatta dal Municipio al Quartiere generale appena incominciata al battaglia: «Occorrono fucili e munizioni: tutti i cittadini accorrono alle armi. Le 47
sussidiare le ambulanze, a raccogliere i caduti, a sottrarre i morti – le donne spingono ed incoraggiano all’impresa, apprestano soccorsi, preparano filacce, pezze, bende, tutto che possa abbisognare per fasciare e medicare – i ragazzi stessi, qua e là scorrazzando con quello slancio e quella foga imprevidente d’ogni pericolo che è propria della loro età, contribuiscono in mille maniere alle instanti imperiose necessità del momento – al Civico Spedale ferve l’opera de’ medici intorno ai sorvegnenti feriti, degl’inservienti in preparar camere, disporre letti, fornire il tutto che sia richiesto dalla bisogna, e delle molte generose Cittadine, accorse sollecite per adoperarsi con ogni sorta di abnegazione e di sacrifizi presso i poveri feriti. Un momentaneo ricetto per le ambulanze viene pur anco allestito in casa Ponti a Biumo Superiore per decreto emesso dal Municipio durante la battaglia, ed è subitamente fornito dell’occorrente dallo spontaneo patriottico zelo della popolazione. In tal modo colla prontezza e coll’abbondanza del soccorso furono salvate tante vite, che in caso diverso sarebbero miseramente perite.16 armi messe a disposizione sono già tutte esaurite. Il latore della presente è accompagnato all’uopo da un drappello di Guardia Nazionale». – Le armi infatti e le munizioni furono tosto spedite e distribuite ai tanti che le chiedevano, impazienti di adoperarle. – Veggasi anche nella Nota seguente una seconda domanda d’armi e munizioni fatta dal Municipio al Quartiere Generale la mattina stessa della battaglia. 16 Il Municipio Varesino, indefesso nell’adoperarsi in qualsiasi maniera, e sempre, alla migliore riuscita della Causa che in quei giorni dibatte48
Dato che fu appena il segnale della battaglia, intanto che alla barricata i pochi che la difendevano contenevano valorosamente l’impeto degli assalitori, il prode tenente-colonnello Medici, a cavallo, e sempre esposto il primo, accorse vasi ad oltranza tra oppressi ed oppressori, ingaggiata appena che fu la pugna tra i Garibaldini e gli Austriaci alla barricata di Biumo Inferiore, si affrettò a disporre e preparare il tutto in modo che nulla avesse a mancare in quell’istante supremo di vita o di morte. Ne siano prova le varie Ordinanze che piacemi di qui riportare, le quali, dettate a volo di penna sotto l’impressione del momento, hanno tale un carattere di attualità, tale un aspetto di circostanza, tale un’impronta di fermezza insieme e di fidente securtà nell’esito fortunato della lotta, che ben meritano d’essere conosciute. È disgrazia che non tutte siansi potute raccogliere le Ordinanze Municipali della mattina 26 Maggio, molte delle quali furono distrutte da chi resse il Paese durante l’occupazione di Urban, allo scopo forse di non compromettere di più i già compromessi. Tuttavia queste che mi fu dato di rinvenire bastino a testimoniare quali fossero i principj, quali i sentimenti, quale la fede, l’amore, l’energia, l’operosità di tutti i Varesini, sia che ordinassero, sia che obbedissero, pel trionfo della Patria indipendenza:
26 Maggio, ore 4 1/2 ant. Ai RR. Parroci delle Castellanze Le campane suonino a stormo. I Parroci sono responsabili dell’esecuzione del presente decreto. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg.
Alla Casa Ponti, Biumo Superiore Occorre approntare un ospitale succursale pei nostri eroi feriti. Casa Ponti si onorerà quindi di mutarsi in ospitale. Abbisognando letti, lingerie, filacce si chieggano a quest’ufficio. La direzione dell’ospitale succursale è per ora affidata al Capo del corpo sanitario militare. La farmacia del civico ospitale fornirà i medicamenti e le medicine. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg. 49
tosto co’ suoi sul terreno del combattimento, ed ingaggiò sì arditamente e gagliardamente la pugna, che la sua schiera, sebbene scendesse allora per la prima volta in campo, parve già veterana alla guerra. In quell’istante giungeva il grosso della truppa nemica, venivano dagli Austriaci appuntati due cannoni contro la barricata, e due reggimenti di Croati si distendevano a sinistra sulle alture di Boscaccio e di GiubAlla Vedetta sulla torre di S. Vittore Informate d’ogni movimento nemico e d’ogni vicenda del combattimento. Ciò potrete con piccoli biglietti a matita. Così si vedrà istantaneamente il da farsi, e con bollettini manoscritti daremo notizie al Paese. Le nostre donne qui le attendono. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg.
Al Quartiere generale Al presentatore, prego, sia concessa un’altra cassa di fucili colle relative munizioni. Non abbiamo più un’arma, e i Cittadini con entusiasmo ne fanno domanda. I Cacciatori delle Alpi fanno coll’esempio i soldati e gli eroi. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg. All’Esattore Comunale Tutto il numerario di cassa radunatelo in pacchetti suggellati, e state pronto per disporne al prima invito. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg. Al Quartier Generale Consegno i primi feriti: saranno ricoverati in Casa Ponti: occorrendo, spedite messi e sarà immediatamente provveduto. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg.
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biano, all’intento di battere di fianco la Colonna di Medici che trovavasi impegnata al centro, e di poter forzare l’ingresso in Varese dallo stradale di Milano e cogliere così alle spalle i Garibaldini. Ma il bravo tenente-colonnello Cosenz spinse innanzi i suoi da questa parte insieme con una Compagnia guidata dal maggior Quintini agli ordini del tenentecolonnello Ardoino, ed irrompendo di fronte e di fianco su quei due reggimenti nemici, li incalzò con tale un impeto, che li costrinse in tutta fretta a ritirarsi. Al Corpo di Guardia in Piazza Podestà Si stacchino i tre più svelti e di buona volontà, e si mandino, però senz’armi, verso gli stradali di Masnago, Gazzada e Bizzozero. Loro consegna sarà di riferire al sottoscritto qualunque fatto o notizia di movimento nemico da quelle parti. Il sig. Comandante del Corpo di Guardia eseguirà sotto propria responsabilità il presente invito, e dica ai Cittadini che sceglierà a realizzarlo, che, nella vita, solo una volta capitano giorni come questo di virtù e di gloria per la Patria. Occorrendo spese, verranno in giornata soddisfatte. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg.
Alla Stazione Posta-cavalli Codesta Stazione terrà in pronto, ed esclusivamente pei bisogni di guerra, i cavalli e le carrozze di cui dispone. Ogni altro uso resta proibito. D’ordine del R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg.
Alle Donne Allestite filacce e bende, e mandatele al Municipio. La Patria le domanda, ed i poveri feriti vi benediranno. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg.
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L’azione ormai erasi fatta generale, e ferveva la mischia da ambedue le parti col massimo accanimento. Specialmente da un piccolo fabbricato sulla strada maestra, a poche centinaia di passi appena da Biumo Inferiore, venivano i nostri molestati da un picchetto di Austriaci che vi si era
Ai Caffè, Droghieri, ecc. Necessitano limoni, aranci ed alcune bottiglie di vino generoso. Sono da mandare all’ospitale in Casa Ponti pei soccorsi ai feriti. All’atto della consegna saranno rilasciati i buoni. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg.
Alle singole Famiglie Occorrono materassi, lenzuoli e capezzali per l’ospitale dei feriti. Le famiglie ne daranno quel maggior numero che potranno. Sarà loro rilasciata regolare ricevuta. Intanto il Commissario del Re in nome dell’Italia le ringrazia. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg.
Ai Medici della Città I patriottici nostri Medici sono pregati di mettersi a disposizione del Capo del corpo sanitario dei Cacciatori delle Alpi per le odierne urgenze. È una consolazione l’esser certi che anche in questa occasione essi si renderanno benemeriti del Paese e della umanità. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg. Al sig. Colonnello Capo dello Stato Maggiore dei Cacciatori delle Alpi Si hanno qui i prigionieri: sono Croati avviliti e tremanti: chiedesi se si debban mandare al Quartiere generale a disposizione dell’Autorità militare, o se di essi debba occuparsi il Commissario Straordinario del Re. Pel R. Commiss. Straord. Dott. ZANZI, Seg.
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appiattato. Ma il cattivo giuoco non durò a lungo ché i Garibaldini arditamente lo caricarono alla baionetta e lo costrinsero ad abbandonare la posizione, non senza aver subita qualche perdita. Fuvvi un momento in cui il fuoco dei nostri cessò. Gli Austriaci pensando che questi, lasciata l’impresa, si fossero messi in ritirata, si cacciarono subitamente innanzi per impadronirsi della barricata. Ma i Cacciatori delle Alpi, che a quel punto li aspettavano, ripresero tosto contr’essi improssivamente il fuoco e la carica alla baionetta, e sì da vicino e sì vivamente li incalzarono, che i Croati dovettero darsi a precipitosa fuga, lasciando in sul terreno e morti e feriti, e perdendo una cassa di racchette. Da questo punto la sconfitta dell’orda di Urban fu inevitabile, e la vittoria arrise ai prodi Campioni di Garibaldi.17 Sull’altura di Belforte, ottima posizione strategica a circa mezzo miglio soltanto da Biumo Inferiore, tentano gli Austriaci di rannodarsi ed organizzarsi di bel nuovo a battaglia, e dispongono l’artiglieria contro i Volontari Italiani, ma inutilmente. La invitta schiera di Medici a colpi di baionetta li incalza e li sospinge sempre di fronte, intanto che lo 17 È in questo luogo appunto, dove trovavasi in allora la tanto contrastata e tanto eroicamente difesa barricata, dove incominciò la lotta e fu assicurata la vittoria nostra, e dove i primi Martiri della generosa schiera di Garibaldi caddero inaffiando del proprio sangue il suolo che erano venuti a redimere, è in questo luogo che a memoria e ad esempio de’ posteri, a stimolo di italiane virtù ed a sdebito di riconoscenza, dovrà sorgere il Monumento, pel quale è destinato l’incasso netto della presente Storica Narrazione. 53
stesso Garibaldi, lasciando il Quartiere generale, e mettendosi alla testa di alquante Compagnie de’ suoi più arrischiati, descrive una curva, e piomba sul loro fianco. Colpito allora da folgore improvvisa il nemico, sopraffatto, costretto a riprendere la fuga, si caccia giù a precipizio per la vallata dell’Olona, guadagna Malnate e passa oltre, sempre urtato alle spalle e sempre battuto da Garibaldi che lo insegue. Alla fine con un ultimo sforzo tenta esso di approfittare della favorevole posizione di S. Salvatore tra Binago e Malnate, a circa quattro miglia da Varese, posizione che domina dall’alto il sottoposto stradale, e riprende l’offensiva. Ma intrepidi, e più che mai ardenti ed inebbriati dal fortunato successo già ottenuto, si avanzano serrati alla baionetta due battaglioni de’ Cacciatori delle Alpi, e non curando le difficoltà che hanno a superare, con inaudito sforzo di fermezza e di valore, prendono d’assalto la posizione e se ne impadroniscono – intanto che un terzo battaglione, distendendosi in catena lungo i cespugli, molesta da tutte le parti con continue scariche gli Austriaci, che cadono senza poter nemmeno vedere da dove viene la palla che li colpisce. Scorati, confusi, avviliti, demoralizzati fuggono allora questi a rompicollo fin sopra Lucino, a poche miglia da Como, sempre paventando d’avere presso il calcagno e dietro le spalle ad incalzarli le terribili baionette dei briganta Garibalda com’essi appellavano i nostri. I Cacciatori delle Alpi dopo avere nella foga del loro entusiasmo inseguiti quei fuggenti per lungo tratto di stra54
da, chiamati a raccolta dal loro Generale, fanno ritorno a Varese. Mentre ciò avveniva, i più coraggiosi fra i Cittadini di Varese, impediti di misurarsi petto a petto coll’Austriaco dal valore de’ Garibaldini, che in quel momento sarebbero bastati soli per un intiero esercito, ma pur desiderosi di cooperare in qualche modo anche essi a spazzare quella lurida feccia straniera dal suolo della cara Patria, portaronsi su Belforte non appena sgombrato dal fuggente Croato, e dispostisi in catena coi Bersaglieri, si internarono qua e là per entro l’estesa vallata dell’Olona, affine di visitare diligentemente tutte le posizioni dove potevasi temere si tenesse forse imboscato qualche drappello nemico, il quale, ingrossato dagli sbandati, e lasciato indietro dai vincitori che progredivano innanzi ad inseguire i vinti, avrebbe potuto o cogliere quelli alle spalle, o tentare qualche fatale sorpresa sulla Città. Varese, già rassicurata pel buon successo che otteneva sul nemico il valore de’ nostri, effuse la propria soddisfazione ed abbandonossi alla gioia allorché lesse il bollettino che veniva pubblicato dal Regio Commissario Sardo non appena gli Austriaci avevano incominciato a perdere terreno, così espresso: «Cittadini! Il nemico è in ritirata. I Cacciatori delle Alpi si sono battuti con un coraggio degno del Prode che li comanda e della causa che difendono. E voi, o Cittadini, avete tenuto un ammirabile contegno.
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Tutta la gioventù è accorsa a prendere un fucile, a domandare la battaglia, a difendere le barricate.18 Ogni famiglia gareggiò nel porgere soccorsi ai combattenti, e mezzi alla difesa. La Lombardia seguiterà il vostro esempio. Il Commissario di S.M. Sarda ve ne ringrazia in nome del Re, Capitano della guerra d’Indipendenza».
Come dunque la popolazione di Varese accogliesse e salutasse Garibaldi reduce vittorioso co’ suoi Prodi dopo la battaglia, è facile immaginarlo. Le campane, cangiato il metro, echeggiavano a festa – le grida del più frenetico entusiasmo, i battimani, gli applausi, le acclamazioni, gli evviva scoppiavano da ogni parte. Oh! in quel momento Varese era pur bella nella sua gioia, era invidiabile nella sua fortuna, era interessante nella sua ebbrezza, era generosa e gentile nelle dimostrazioni d’affetto e di riconoscenza che prodigava ai Valorosi che rientravano, era grande e giustamente altiera nella Corona d’alloro che prima poneva sul capo de’ prodi Campioni della Patria! E questi, sebbene stanchi, aspersi di sudore e di polvere, affaticati dal molto combattere, pure, invece di ritirarsi a riposare, come loro aveva raccomandato il Generale, lieti e soddisfatti d’avere adempiuto il proprio dovere di Italiani e di soldati, e d’aver data, com’essi dicevano, una buona pettinata ai Croati, si misero a sbandarsi 18 Anche questa dichiarazione del R. Commissario valga a provare qual parte attiva abbia avuta la Varesina gioventù nel fatto d’armi in discorso. 56
per ogni parte della Città, a frammischiarsi coi Cittadini, a ravvivare maggiormente la comune esultanza. Quel primo fatto d’armi sì valorosamente e con tanta fortuna sostenuto dai Cacciatori delle Alpi, foriero di altri ed altri sempre gloriosi che dovevano seguire dappoi – quel battesimo di fuoco e di sangue che costituiva già liberi ed indipendenti tanti figli d’Italia – quello sforzo inaudito di ardire, di fermezza e di coraggio onde i cento fugarono i mille, quelli con cattive armi, appena disciplinati, in posizioni difficili e svantaggiose, questi con fucili a precisione, protetti nella milizia, in favorevoli circostanze, protetti dall’artiglieria – aveva durato circa lo spazio di otto ore. Incominciato alle quattro del mattino, verso il mezzodì era compiuto. La perdita sofferta dagli Austriaci nel combattimento di quel giorno, sarebbe di circa 19 morti trovati sul campo di battaglia, di N. 18 feriti che vennero ricovrati nell’Ospitale di Varese, e de’ quali in seguito ne morirono più della metà, di altri più che 200 feriti che furono con apposito convoglio dagli stessi Austriaci spediti a Milano, oltre ad una trentina di prigionieri. – I Garibaldini lasciarono sul terreno 18 morti, tra i quali il tanto e sempre compianto Cairoli Ernesto di Pavia,19 portarono all’Ospitale 63 feriti, de’ quali nove morirono dappoi, e perdettero un prigioniero. 19 Ernesto Cairoli, giovinetto di belle e care speranze, apparteneva a nobile famiglia sempre fervidamente devota all’Italia, ed era fratello ad al57
Molti sarebbero, a segnarli tutti, i fatti di eroismo, di coraggio, di temerità, di sangue freddo operati dai nostri durante il combattimento, e che i Garibaldini stessi andavano raccontandosi a vicenda, con quell’anima, con quel coloritri tre che militavano sotto la Bandiera della nostra Indipendenza. La di lui Madre chiese al Municipio di Varese la salma del figlio, che tosto le venne accordata, e che levata dal cimitero ov’era stata sepolta, fu trasportata e deposta nella domestica tomba in Groppello. Nel consegnare all’incaricato di riceverla la spoglia mortale di quel generoso Martire, il Municipio l’accompagnava con una lettera che scriveva all’afflitta, ma rassegnata Madre, così espressa: «Alla Nobile signora Adelaide Cairoli, Pavia.
A Lei che, cuor di Madre ed anima di Donna Italiana, baciò i quattro figli partenti alla riscossa ed alla gloria della Patria, a Lei questo Municipio è ben addolorato di renderne uno, trionfatore a un tempo e martire della Libertà. Se la vista della salma del generoso suo Ernesto deve spezzare il cuor della Madre, Le sia però d’orgoglio e gloria la solenne ed universale attestazione che, come visse, così Esso cadde da intrepido figlio d’Italia, degno seguace dell’esempio di famiglia, legittimo vanto dei Fratelli, della Madre, della Natale Città. Che se il nome dell’amico fu ed è dolorosamente ricordato dagli amici, questo Italiano Municipio anch’esso ha a gloria di ricordare il Giovane Italiano, inscrivendo a perenne commemorazione ed esempio il nome di Ernesto Cairoli sul monumento, che per decreto della Rappresentanza di questa Città, vassi ad erigere ai generosi Cacciatori delle Alpi caduti vincendo nella battaglia di Varese. Legata a Lei, Cittadina d’Italia, dal vincolo dell’amor Patrio, questa Città è orgogliosa di poterla chiamare propria Concittadina nella Religione di una Tomba gloriosa». Varese, il 27 Giugno 1859.
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CARCANO, Podestà Dott. ZANZI, Seg.
to, con quel brio tutto proprio di quei giovani ardenti e vivaci che essi erano. Narravano specialmente d’un garzonetto di circa 15 anni, entrato nella loro Brigata appena il dì innanzi, ancora senza divisa, tranne il berretto, ignaro afA questa lettera rispondeva la sconsolata Madre con uno scritto, dal quale traspira ad ogni riga l’affetto, il rassegnato dolore, la riconoscenza ed il patriottismo della Nobil Donna Italiana. Ecco le sue parole:
«Onorevole Municipio. Benedicendo alla pietosa opera di chi ha aggiunto tanto conforto alla mia irreparabile sventura, io sento troppo vivamente il debito di gratitudine che mi lega a codesta Città ed alla Autorità che La rappresenta, per doverlo esprimere, per quanto la parola possa essere interprete del cuore. A queste amene colline, che ormai io amo coll’affetto della Terra Natale, perché inaffiate dal sangue del mio sangue volonterosamente sparso per la libertà della Patria, a coteste mura che mi parlano la religione di un domestico lutto, a que’ Generosi che fecero loro la mia sciagura piangendo pei primi sulla tomba del mio Ernesto, e serbandone la salma a conforto di questo dolore che mi consuma… ad essi tutti la mia riconoscenza. Orgogliosa di appartenere per adozione alle glorie cittadine di Una fra le più distinte Città Italiane, spero che Dio vorrà farmi trovare in un tanto sentimento quell’elemento di vita che valga a sorreggermi, finché io possa veder libera la nostra Italia, come La chiede il sagrificio tutt’ora invendicato dei nostri poveri Martiri». Negli ultimi giorni di esistenza di Ernesto Cairoli riscontrasi un fatto, che merita di essere ricordato. Ardente d’amor patrio fino al desiderio del martirio, e presentendo già forse per ciò il sacrifizio della vita – perché era decisamente risoluto di affrontare sul campo il nemico con quell’impeto, con quell’ardire, con quella fermezza onde non v’ha luogo a transazione tra la vittoria o la morte – Cairoli aveva preparato il suo testamento. In esso legava all’amico e compagno d’Università Federico Faruffini lire duemila, perché, espertissimo e valente com’è costui nella pittura, scegliesse a suo talento un soggetto tra i molti che sarebbersi presentati durante la guerra dell’Indipendenza Italiana che stavasi per combattere, lo eseguisse, e ne 59
fatto di cose militari, fin anco del modo di adoperare il fucile, il quale, tanto erasi infervorato nella mischia, e tanto avanzato contro i Croati colla baionetta in resta, che, non sentendo, o non comprendendo forse, il comando della ritirata, continuava a menar colpi disperati, e sarebbe alla fine rimasto nelle mani del nemico, se alcuni dei suoi compagni non l’avessero preso risolutamente per gli abiti, ed a viva forza portato fuori dal pericolo. Nelle notti in cui io ebbi a vegliare nell’ospitale presso il letto dei feriti, fui testimonio di tali scene di eroismo, di grandezza d’animo, di amor patrio, da esserne meravigliato e commosso. Certo Dotti, milanese, ferito al braccio destro, che subito gli si dovette amputare, lamentavasi, non per gli spasimi che soffriva, ma per non potere più in seguito maneggiare il fucile e la baionetta. A confortarlo però in tanta sua amarezza gli arrideva il pensiero che avrebbe almeno
facesse consegna al Municipio Pavese. Egli, nel dilicato sentire dell’animo suo, intendeva così – di procurare all’amico un’occasione di far conoscere la sua bravura in maneggiare il pennello – di far realizzare e tramandare in sulla tela un fatto che riuscisse importante per interesse patrio – e di lasciare alla sua Città natale un ricordo di sé ed un pregevole lavoro dell’amico suo. Ernesto Cairoli moriva da eroe in un fatto da Eroi. Faruffini non dovette molto attendere il soggetto per l’artistica opera sua, né trovarsi perplesso in farne la scelta. Il quadro, rappresentante l’assalto della barricata a Biumo Inferiore e la morte di Cairoli fu da lui eseguito e terminato con una verità ed una squisitezza di lavoro veramente ammirabile, e mandato al Municipio, il quale, perché fosse meglio conservato e figurasse in posto d’onore a fianco di altre opere di rinomati pennelli, lo affidava all’Accademia di Belle Arti in Pavia. 60
potuto stringere una tromba colla mano sinistra, e servire ancora come trombettiere nelle file de’ suoi Commilitoni. – Un giovane Toscano, ferito mentre toglieva la baionetta ad un Croato, se la tenne ognora stretta fra le mani, e con essa portato all’Ospitale, la conservò sempre gelosamente presso il letto. – Certo Ottini, sergente, ferito in una coscia, perdeva all’Ospitale la vita. Durante gli ultimi suoi due giorni, agonizzante, e sempre in preda al delirio, egli credevasi ognora sul campo di battaglia in faccia al nemico, e disponeva i soldati, ordinava il fuoco, li spingeva alla baionetta, gridando ad ogni tratto – Viva l’Italia. – Un giovinetto Carrarese, cui era toccata una palla nel ventre, morendo fra gli spasimi i più atroci, non sapeva profferire altro nome che quello di sua Madre, e dell’Italia. Il luogotenente Andrea Rebustini Mantovano, ferito, così narra egli stesso l’accaduto in una lettera gentilmente indirizzatami. «Appena giorno (26 Maggio) mi svegliava la tromba d’allarme, e nel vestirmi udiva le prime fucilate. In un attimo era al quartiere altre volte della Gendarmeria, ove la mia Compagnia stava per uscire in armi. Il tenente-colonnello Cosenz, a cavallo, ci indicò di recarci nella vicina sostra di pietre sulla strada che mette a Milano, ed egli galoppò a riconoscere l’inimico. Intanto si faceva sentire più viva la fucilata alla nostra sinistra a Biumo Inferiore, mentre dalla destra partivano cannonate e racchette verso la Città. Ritornato il tenente-colonnello, condusse via seco un Pelottone col sotto-tenente Ribolla, e siccome un’altra squadra era stata destinata a guardia della Caserma, così
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non rimasero con me e col mio capitano Rosagutti che venticinque uomini circa. Dietro ordine ricevuto, ci mettemmo a correre attraverso campi e fossati nella direzione ove si sentivano le fucilate, e poco distante dal Cimitero, si scambiarono alcuni colpi con una trentina circa di Croati, che si ritirarono subito sul grosso della loro catena. Ignaro dei luoghi, e vedendo a destra una strada che sembrava lambire la collina (sulla quale sta la Castellanza di Giubbiano), io corsi a quella per riconoscere il terreno. Sulla strada, ad una certa lontananza, mi apparve un Ufficiale nemico che s’affacciava pur esso ad esplorare. Al vederlo agitai la sciabola in atto di minaccia, sicché l’Austriaco, credendo chi sa cosa, si ritirò. Da quel momento non s’intesero più i colpi di cannone, e da quanto potei arguire in seguito, sembra che quell’Ufficiale, temendo io volessi colla mia truppa tentare un colpo di sorpresa, facesse ritirare i cannoni lungo la postale verso Malnate. Io mi volsi a raggiungere i miei, ed il primo in cui mi abbattei si fu un giovinetto di Varese, il quale, come per soddisfare ad un semplice passatempo, caricava e scaricava all’aria il fucile. Il condussi ove di faccia era il nemico, e: – là, dissi, devi colpire. – Lasciatolo m’incontrava in un soldato ferito alla mano, che mandai all’ambulanza. Quindi adocchiando la posizione, vedeva che alcuni dei nostri soldati, stesi in catena, rispondevano benissimo ad un tiro di pistola ai colpi senza misura più numerosi de’ Tedeschi, mentre il resto dei nostri, sparsi pei campi, venivano eccitati dal Capitano a cavallo, col grido: – avanti, andate avanti! – Io corsi a lui dicendogli: – Va in cerca dell’altro Pelottone onde metterlo sulla strada alla nostra destra: v’è pericolo siamo girati di fianco – Resti qui tu dunque? – Certamente! – ed egli galoppò via. 62
Accorrendo allora sulla prima linea, vidi sorgere a pochi passi un Croato. – Colpiscilo – dissi ad uno de’ miei che mi era vicino, ed il Croato cadeva boccone. – Viva l’Italia, gridai, avanti figlioli! – Ma altri tre o quattro dei nostri erano feriti, ed uno morto. Mi parve dovermi appigliare ad un mezzo estremo, ed ordinai la carica alla baionetta. Malauguratamente io non aveva ancora la confidenza nei soldati, non essendo che una settimana che mi trovava in quella Compagnia, la quinta, statovi trasferito in Biella dalla settima. Essi, sparsi per la campagna, cominciavano a tentennare ed a sbandarsi. Si fermarono bensì alle mie grida, ma non osarono avanzare, mentre però intanto quelli in prima riga seguitavano lo schioppettio coi Tedeschi. Credetti quindi necessario l’espormi per animarli, e spintomi innanzi agitando la sciabola in alto, gridai a piena gola: – Cessate fuoco! Cacciatori avanti, alla baionetta! – Ed in attesa che i miei mi raggiungessero per caricare assieme il nemico, volgendomi ad esplorare la linea che non distava forse un quindici passi, vidi i Croati che tenevansi nascosti nel frumento e nell’alto fieno, agitarsi come paurosi. Allora uno dei miei che, appostato dietro una pianta, m’era vicino, mi gridò: – sig. Tenente, si ritiri, – e nello stesso tempo mi sentii colpito da un acuto dolore alla mano destra, e mi cadde la sciabola. Involsi la mano in un fazzoletto, credendo poter durare ancora nel combattimento: ma inchinatomi per raccogliere la sciabola, vidi gocciare a terra un rivo di sangue, e mi accorsi che la ferita, anziché nella mano, era nel braccio. Mi ritirai da quel luogo sentendomi venir meno, ed avendo potuto appena dir qualche parola d’incoraggiamento a chi mi avvicinava, m’abbandonai fuori de’ sensi sulle spalle di un mio soldato, che mi portò verso Varese. Lungo la strada il mio portatore sostò, ed io rinvenuto alquanto, sentiva che 63
qualche palla ci fischiava ancor vicino, ed in seguito verificai che una m’aveva traforata anche la falda della tunica. Così fui portato nel cortile di una casa, e collocato sopra una carrettella con poca paglia, venni tradotto all’Ospitale».
Il luogotenente Rebustini fu in seguito dall’Ospitale trasportato presso il Podestà, nella cui casa venne con ogni assidua premura e colla massima generosità curato, sì che finalmente, dopo d’essere stato per alcuni giorni in pericolo della vita e quasi agonizzante, e dopo più d’un anno di dure ed acerbe sofferenze, ebbe rimarginata la propria ferita, senza però aver potuto ricuperare l’uso del braccio. Egli fu decorato colla medaglia de’ Valorosi. Questo prode e bravo Ufficiale, fino dal 1848 aveva prese le armi contro i nemici e gli oppressori d’Italia, addetto allora ad un Corpo di Volontari che dipendeva dal generale Durando e che guardava i monti presso il lago d’Idro, verso il Tirolo. Seguita la ritirata in Piemonte, e riorganizzati dappoi i diversi Corpi Lombardi, egli fece parte di quello comandato da Luciano Manara, che divenne il nucleo del Battaglione Bersaglieri. Dopo il disastro di Novara, passò a Roma, e compiuta la resa di questa, non essendo stato concesso a quei Volontari di rientrare nell’Esercito Piemontese, condusse vita piena di peripezie, ora scrivano, ora agente d’affari, finché la primavera 1859 entrò Cacciatore delle Alpi nella Brigata di Garibaldi.20 20 Dissi un po’ a lungo di questo bravo e coraggioso Ufficiale, a scarico d’un giustissimo sfogo d’ammirazione insieme e di amicizia. Di ammirazio64
Al Civico Ospitale di Varese ferveva intanto indefessa l’opera di Carità presso il letto dei feriti, dei quali non uno, per quanto addolorato dagli spasimi delle operazioni chirurgiche e delle piaghe, non uno mostrava rincrescimento mai d’aver brandito il ferro per la Redenzione della Patria. Adoperavansi solleciti, attivi, instancabili i Medici nell’arte loro – gareggiavano di premure, di interesse, di sacrifizi le gentili Cittadine, nulla curando le lunghe veglie, nulla le fatiche per quanto superiori alla delicatezza del loro sesso, nulla l’occuparsi in servili bisogne21 – era dappertutto un adoperarsi, un affrettarsi, un disporre, sì che nulla mancasse in quella pur troppo assai triste e dolorosa circostanza! In quel giorno medesimo in cui la gioia della riportata vittoria era trattenuta e contristata dal rammarico di tanti nostri poveri caduti – in questo giorno in cui la memoria degli estinti nella pugna e la vista dei feriti era contrasto doloroso e crudele alle ferventi aspirazioni del cuore – in questo giorno in cui era una gara commovente ed attiva di ope-
ne per un Italiano, che in servizio della Patria sagrificò la gioventù, l’avvenire e quasi la vita – d’amicizia per un nobile cuore, leale, appassionato, che conobbi ed apprezzai nei giorni della sventura e del dolore, e che sempre ricorderò con vivo e sincero affetto. 21 La maldicenza e la calunnia non mancarono di avvelenare l’opera patriottica e santa di queste Generose. Eppure chi le avesse vedute, com’io le vidi, con quanto cuore, con quanta costanza si occupassero intorno a quei poveri letti dell’eroismo, del sacrifizio e del dolore, non avrebbe potuto a meno di sentirsi commosso per tanta abnegazione, e riconoscente in nome dell’Italia. 65
rosità degli uni in adoperarsi a pro delle terribili sofferenze degli altri, anche l’obolo pietoso della Patria Carità venne a sussidiare largamente l’urgenza di tanti e tanti bisogni del momento, e due benemeriti Cittadini offrirono spontaneamente per soccorrere ai feriti N. 8 pezzi da 20 franchi. Onore e gratitudine alla filantropia di quei generosi! La solerte attività da tutti con gara adoperata verso i feriti fu sì felicemente coronata, che, meno i nove infelici che dovettero soccombere subito nei primi giorni dopo la battaglia, gli altri, non solo guarirono, ma guarirono prestamente. Né furono risparmiate le cure e le attenzioni anche verso i feriti Croati, i quali furono assistiti e trattati allo stesso modo che i nostri. Stesi essi pure sul letto del dolore, cessavano dall’essere nemici, e l’umanità e la compassione e la premura non dovevano venir meno a loro riguardo. Sgraziatamente maggiore fu il numero di quelli che dovettero morire fra essi, perché diffidenti e sospettosi di tutto, o rifiutavano dapprincipio ogni soccorso, fino l’acqua per estinguere la sete, o non vollero adattarsi a quei rimedi ed a quelle operazioni che erano indispensabili per aver salva la vita. Si ammansarono però in seguito, e quei pochi che riebbero la salute, attestarono infine riconoscenti la propria gratitudine. Di quanti spontaneamente e generosamente si prestarono verso i feriti, venne fatta degna ed onorevole menzione del Direttore dell’Ospitale Dott. Maestri22 in una sua rela22 66
Nominato poi da S.M. Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro.
zione al Governatore di Como, il quale la trasmise al Ministero dell’Interno. Ed il Ministero testimoniava la propria soddisfazione ai Cittadini di Varese, con questo suo Dispaccio al Municipio, in data 28 Luglio 1860: «Constatando al Governo come i Cittadini di Varese, mossi da vero spirito di patriottismo e di filantropia, siansi distinti in singolar modo coll’adoperarsi nell’assistenza dei prodi Cacciatori delle Alpi rimasti feriti nella battaglia del giorno 26 Maggio dello scorso anno, riesce sommamente grato al Ministero sottoscritto attestare loro la più sentita riconoscenza, porgendo ad essi indistintamente vivissimi ringraziamenti, non tanto per le assidue cure prodigate a quei valorosi, quanto per la rara abnegazione con la quale seppero alleviarne i dolori, acquistando così con quella un giusto e meritato titolo di patria benemerenza».
Gli stessi feriti Cacciatori delle Alpi non mancarono di testimoniare la propria riconoscenza ai Medici ed alle Signore, che con tanta assidua cura prestaronsi a loro vantaggio, in un Indirizzo che presentarono al proprio Generale ed al Re. Appena cessato il frastuono e l’affacendarsi irrequieto della battaglia, e ritornata un po’ la calma negli spiriti dopo l’entusiasmo della vittoria, il R. Commissario invitò tutti i Cittadini che eransi armati per la salvezza del Paese, a far inscrivere il proprio nome nell’elenco della Guardia Nazionale, e ad assumerne il regolare servizio. Quindi il Municipio, in sospetto sempre di qualche novella sorpresa per parte del nemico che, or qua or là, mostravasi anche sulle 67
postali di Laveno, di Gallarate e di Milano, ordinò che tutti i Cittadini della Guardia, al primo segnale d’allarme, si radunassero tosto in piazza Podestà, e che le finestre fossero subito illuminate se l’allarme avveniva di notte. E l’allarme succedeva infatti verso le 5 pom. di quel giorno medesimo, ed i Cittadini furono tutti pronti alle armi insieme coi Garibaldini, e fu ancora suonato a stormo ma non fu che l’effetto d’una falsa notizia, poiché non si presentarono nemici. Fu però tuttavia una novella prova dello spirito marziale, inflessibile, ardito che dominava in tutti, nel Soldato e nel Cittadino, sì che gli Austriaci, se mai avessero voluto tentare una seconda improvvisata su Varese, ne sarebbero andati sicuramente malconci e svergognati come loro accadde il mattino. Sommamente premeva però intanto al generale Garibaldi di riprendere l’offensiva contro il nemico, onde co’ suoi soldati animati, ardenti, vogliosi di proseguire la lotta, inebbriati fino all’entusiasmo dal primo fortunato successo, terminare di completamente sbaragliarlo, e trarre il maggior possibile vantaggio della vittoria. La condizione non poteva essere migliore per Garibaldi, e lo stato delle cose esigeva prontezza d’azione. La mattina pertanto del dì seguente (27), recatosi Garibaldi al corpo di guardia, e chiamati a sé i fratelli Cortelezzi23 23 I fratelli Dott. Andrea e Luigi Cortelezzi, meritano giustamente una parola di speciale encomio per l’amore, lo zelo ed il coraggio onde mai sempre, dal 48 in poi, si adoperarono per la Causa Italiana, sia pugnando da 68
che presiedevano ai Cittadini armati, manifestò la propria soddisfazione per le non dubbie prove che questi diedero di coraggio e di patriottismo, ed accennando aver divisato di muovere in quello stesso giorno alla volta di Como colla sua brigata per snidare gli Austriaci anche di là, loro affidò la difesa della Città. Lasciò però in loro sussidio, sotto gli ordini del luogotenente Costa, che doveva anche sovraintendere all’arruolamento sempre crescente de’ Volontari, un drappello de’ suoi, la cui sola divisa, in faccia al già spaventato nemico, poteva operare prodigi ed imporre al Croato quanto il numero e le baionette.24 Quindi, raccolta la sua Brigata, Garibaldi s’avvia verso Como. Ed il pericolo d’una novella sorpresa per parte del nemico esisteva infatti. Partita appena la Brigata di Garibaldi, un corpo di cinquecento Austriaci, provenienti da Gallarate, erasi avanzato fino alla Gazzada, a due miglia da Varese. Ma avvisati che quivi stavano sempre i Garibaldini, de’ quali eglino pure già avevano sperimentato l’ardire ed il valore a Sesto Calende, ed ingannati sul loro numero, non azzardarono inoltrarsi, e rifecero la via. Si disse che anche da Laveno muovesse un distaccamento alla volta di Varese. volontari contro lo straniero, sia mantenendo sempre viva l’opposizione al Governo Austriaco nel proprio Paese, sia offrendosi, anima e braccio, in questi ultimi fatti che io sto narrando. 24 Lo spavento dei Croati per Garibaldi e suoi seguaci era terribile. I Croati, che trovavansi all’Ospitale feriti, asserivano essersi loro fatto credere, specialmente dai preti, che Garibaldi non esisteva più. Se l’avessero saputo vivo, si sarebbero rifiutati in massa di venire in Italia. 69
Ma i Cittadini della Guardia Nazionale – in quel dì inscritti in numerosa schiera e meglio organizzati – che da Garibaldi stesso avevano avuto il mandato di proteggere e difendere la loro Città, non si scoraggiarono in vista del grave pericolo. Disposti ad ogni evento, preparati anche a sostenere un conflitto, guidati dai pochi, ma già esperti Garibaldini rimasti con essi, si appostarono alle barricate, presero le migliori posizioni sulle alture dominanti le strade postali, pattugliarono in giro da ogni parte spingendosi arditamente fino a Brebbia ed a Cittiglio, a brevissima distanza dal Forte di Laveno, stabilirono una riserva nell’interno della Città, vegliarono e stettero in armi tutta la notte ed il giorno seguente, né rallentarono l’opera loro attiva ed animosa, nemmeno quando si poté supporre che il pericolo si fosse allontanato. Garibaldi intanto camminava sulla strada di Como, ripassava Malnate e S. Salvatore – luoghi ormai già da lui resi celebri nei fasti di quell’epoca gloriosa per la vittoria riportata il dì innanzi sulle soldatesche di Urban – e giunto all’altezza di Solbiate, lasciando la postale ed addentrandosi a sinistra nelle colline, dirigevasi in linea diagonale per la strada montuosa da Solbiate a Parè verso il lato Ovest di Como, accennando ai colli di Vergosa che prospettano la Città dalla parte di Borgo Vico. Lo seguiva anche il R. Commissario Sardo sig. Visconti Venosta, restando novellamente incaricato del governo del Varesotto il Podestà Carcano. L’eroica fazione di S. Fermo e la presa di Como costituiscono un fatto a parte, indipendente dal mio assunto, ed il 70
Lettore potrà, quando lo voglia, trovarne per esteso la narrazione nella – Biografia del Capitano De Cristoforis, che vi perdette la vita,25 pubblicata dal Guttièrez, e nell’opera del Carrano – I Cacciatori delle Alpi ecc., – ambedue già sopra citate. Fatto sta che Garibaldi vinse nuovamente gli Austriaci a San Fermo, li cacciò da Como, occupò egli stesso anche questa Città in nome di Vittorio Emanuele, ed estese in tal modo il grido dell’insurrezione fino alle più lontane regioni della Valtellina, sì che molti di quegli intrepidi e coraggiosi montanari scesero ad arruolarsi.26 25 Non lascierò dal vergare qui una parola di ammirazione, di compassione e di compianto a Carletto De Cristoforis, a questo povero amico mio, al quale mi strinse legame d’affetto fino dall’infanzia, col quale ebbi sovente comuni i sollazzi campestri qui fra le delizie di questo soggiorno Varesino, e che salutai e baciai per l’ultima volta nell’atto che alla testa della sua Colonna partiva da Varese la mattina del giorno stesso in cui doveva essere vittima del suo coraggio e del suo amore per l’Italia. 26 Nel combattimento di S. Fermo, fra gli altri tutti dei Cacciatori delle Alpi, si distinse in modo particolare Alessandro Cattaneo di Varese, che sul Campo di Battaglia venne innalzato al grado di Ufficiale. Il Municipio di questa Città, in segno d’onore, gl’inviò la spada che già apparteneva ed era stata tolta nel dì del disarmo ad un Ufficiale Austriaco fatto prigione, accompagnandola con questa lettera: «Slanciandosi intrepido e valoroso tra le file Austriache, Ella nel combattimento del 27 Maggio a Como cooperò a splendida vittoria, e si conquistò il grado di Ufficiale dei Cacciatori delle Alpi. Varese sua patria, che ebbe la gioia di essere la prima in Lombardia a salutare la tricolore Bandiera dell’Indipendenza Nazionale, ed a raccogliervisi intorno, si congratula della meritata distinzione a Lei concessa, e si onora di averla Cittadino. A perenne testimonianza di tali sentimenti, il Municipio Le presenta in nome del Paese la spada di Ufficiale, sicuro che la stessa additerà sempre la via della gloria a Lei dell’indipendenza, e della libertà all’Italia». 71
Era la mattina della Domenica 29 Maggio. La Varesina Popolazione, già tutta rallegrata per le ottime novelle giunte da Como,27 venne dal suono festivo di musicali strumenti repentinamente chiamata a partecipare d’un altro argomento di letizia – ed a muovere ad incontrare, provenienti dal Piemonte, quattro obici da 12 di montagna, destinati per la Brigata di Garibaldi che fino allora ne era stata priva, sebbene sempre vittoriosa anche senza queste armi da guerra. Verso il mezzodì del giorno medesimo si sparge l’annunzio del ritorno a Varese di Garibaldi co’ suoi Cacciatori delle Alpi. Accorrono tosto i Cittadini, preceduti dalla Società Filarmonica, ad incontrare gli Eroi della nuova e recente vittoria – si dispone in parata la Guardia Nazionale per rendere a quei valorosi l’onore delle armi – son pavesati di Ed il sig. Cattaneo non mancò di rispondere col fatto a quanto si attendeva da lui, ché, andato con Garibaldi in Sicilia, nel combattimento di Milazzo seppe tanto distinguersi insieme cogli altri suoi Compatrioti ch’egli stesso comandava, da salire ben tosto al grado di Capitano. 27 «All’Onorevole Congregazione Municipale di Varese. Como, 28 Maggio, ore 2 dopo mezzanotte. I nostri hanno fatto prodigi di valore, e la Città di Como è sgombra dal nemico. – A quest’ora tutte le case sono ancora illuminate a festa, e la popolazione si arma per la propria difesa. – I vapori del Lago conducono armati di tutti i villaggi, ed è probabilissimo quindi che per la mattina gli Austriaci abbandonino anche le loro posizioni della Camerlata. – Il generale Garibaldi ed il Commissario Regio non cessano di interessarsi vivamente per la generosa Città di Varese». Pel Commissario Regio BERNARDINO BIANCHI 72
tappeti i balconi e le finestre gremite di spettatori – sventolano numerose le Nazionali Bandiere – e quando gl’invitti figli d’Italia percorrono, entrando, il Corso Maggiore (ora Vittorio Emanuele) della Città, tra gli evviva, i saluti, gli applausi, viene gettata sovr’essi da ogni parte una pioggia di fiori e di ghirlande d’alloro. Al giungere del Generale all’ingresso di Varese per Biumo Inferiore, attorniato dalle sue Guide a cavallo e dal brillante suo Stato Maggiore, il Podestà, che lo attendeva col Corpo Municipale, gli si fè d’appresso, e stringendogli la mano: «Generale, gli disse, permettete che mi congratuli con Voi e coi vostri bravi Cacciatori, anche a nome della mia Città. Le vostre battaglie sono altrettante vittorie». – Grazie, rispose il generale. Garibaldi faceva ritorno a Varese anziché continuare innanzi a perseguitare il nemico, perché, avendo saputo essersi questo ridotto a Monza in pieno disordine, e presumendo non avrebbe ardito di volerlo si tosto nuovamente attaccare, aveva divisato di approfittare della favorevole occasione per portarsi, ratto come il fulmine, a tentare un colpo di sorpresa sopra il Forte di Laveno. Quando questo fosse caduto nelle sue mani, egli avrebbe avuto un punto stabile d’appoggio sul Lago Maggiore – avrebbe potuto tra Laveno, Varese e Como con più sicurezza e libertà d’azione continuare la sua missione sì felicemente iniziata, di molestare cioè il nemico al fianco destro ed alle spalle, di muovergli contro a rivolta i paesi dell’alta Lombarda, e di distrarre dal grosso dell’esercito Austriaco, che era in posizio73
ne sulla Sesia e sul Po, quanta più forza gli sarebbe stato possibile. Garibaldi adunque, giunto appena a Varese, s’accinse a prendere le necessarie disposizioni per quella sua divisata impresa. Durante la notte dal 29 al 30 Maggio, egli mandò innanzi tutti quelli della Guardia Nazionale Varesina che in buon numero vollero prender parte ai gloriosi fatti che andavano giornalmente moltiplicandosi sotto il comando di quel gran Condottiero, ordinando loro che sostassero a S. Andrea ad aspettarlo. La mattina del giorno 30 s’avviò esso pure colla sua Brigata alla volta di Laveno.28 Laveno, situato sulla sinistra sponda del Lago Maggiore – in un vasto seno formato dalle due punte di Cerro e di S. Michele – dista da Varese dodici miglia. Quivi gli Austriaci, a difesa della propria flottiglia, ed a sfida perpetua contro il Piemonte, avevano costrutte diverse opere di fortificazione, cioè: una Caserma sulla punta di S. Michele – a destra di questa, il Forte nord – ed al sud, sulla punta di Cerro, una Torre. Della guarnigione Austriaca, parte presidiava l’importante Torre di Cerro, tutta di granito e munita da otto pezzi di cannoni; e parte, in numero maggiore, stava a difesa 28 Al Sac. Don Antonio Riva, coadjutore di Laveno, ottimo prete, sincero, schietto, liberale e buon patriotta, io sono debitore delle notizie risguardanti gli avvenimenti di Laveno che sto per narrare. Testimonio oculare dei fatti che ivi successero, egli, da me richiesto, gentilmente me li comunicò, ed io gliene debbo i miei ringraziamenti. 74
del Forte settentrionale. Questo era protetto da un alto colle sulla cui sommità, approfittando di un antico Castello che già vi esisteva, gli Austriaci avevano praticato un largo blok-haus a forma di croce, con frequenti corritoi, protetto all’intorno da robusto terrapieno armato di tre grossi cannoni. Era chiamato il Forte Castello. Lungo tutto il declivio di quel colle avevano poi formati de’ controfossi, innalzati trinceramenti, costrutte barricate, affinché servissero in qualche modo di protezione contro i primi assalti. Tutto quest’ultimo lavoro era stato eseguito da poco tempo, col dispendio di più che 200 mila fiorini. Infine la flottiglia composta di tre piroscafi capaci per 200 uomini e portanti nove pezzi d’artiglieria, guardava il Lago, pronta nelle sue mosse a correre qua e là per proteggere i Forti. Verso le ore cinque pomeridiane del giorno medesimo in cui era partito da Varese, il generale Garibaldi, dopo d’avere in S. Andrea raccolte quelle maggiori notizie che poté, ed apprestati diversi utensili necessari per compiere il divisato progetto, come scale, picconi, pali di ferro e simili, mosse a Cittiglio distante da Laveno appena due miglia circa, luogo il più adatto da occupare affine di procedere alla sorpresa del Forte Castello, caduto il quale, egli poteva impossessarsi liberamente di Laveno, e costringere la milizia degli altri Forti od a cedere, od a starsene nell’inazione. Qualche ora prima del tramonto il Generale, seguito da due Uffiziali del suo Stato Maggiore, dal tenente-colonnello Cosenz, dai capitani Landi e Bronzetti e da quattro paesani 75
in qualità di guide, saliva per Mombello sulla cresta del colle che sovrasta al seno di Laveno, dalla parte rivolta a settentrione, affine di riconoscere la posizione, e di esplorare i Forti che potevansi da colà vedere. Ma pioveva fittamente, e non gli fu possibile osservare a seconda del desiderio e del bisogno. Il valente Condottiero d’altronde, nonostante che da Varese gli fosse stato inviato il piano delle fortificazioni, pure fu mal consigliato o tratto in inganno da coloro dai quali credette attingere informazioni precise sul numero e sullo spirito delle forze nemiche, sugli apparecchi e sui mezzi di difesa – dei quali non difettano mai gli Austriaci – e specialmente sulle gravi difficoltà che avrebbe presentato il terreno, massime in una notte oscura e piovosa, per poter raggiungere la sommità erta e scoscesa su cui stava il Forte Castello, che egli appunto voleva espugnare. Ad ogni modo, fatta come gli fu possibile quella ricognizione, Garibaldi entrò in Cittiglio a sera calata, e si affrettò ad impartire tosto gli ordini necessari pel divisato assalto. All’impresa ardimentosa vennero destinate due Compagnie del 1o Reggimento, l’una comandata dal capitano Landi, l’altra dal capitano Bronzetti, coll’ordine di assalire improvvisamente da due lati opposti il Forte Castello, intanto che il maggiore Marocchetti, con una terza Compagnia, doveva stare di riserva a poca distanza. Si posero in marcia le Compagnie approfittando delle tenebre rese più fitte dalla dirotta pioggia che cadeva, e camminarono con tanto silenzio e con tanto ordine, e furono in allora sì bene indirizzate dalle guide, che, attraversato Laveno, giunsero a distender76
si alle falde del colle su cui s’innalza il Forte, senza che i nemici se ne avvedessero. Nel tempo istesso il maggiore Bixio ed il tenente Simonetta erano per ordine del Generale andati ad Intra sull’opposta riva del Lago Maggiore, affrontando il pericolo d’una larga traversata gelosamente guardata dal nemico, affine di riunire un certo numero di coraggiosi colà pronti, e con essi, durante la notte e mentre la zuffa ferveva intorno al Forte, accostarsi con leggeri battelli fin sotto i legni a vapore che ancoravano innanzi a Laveno, e prenderne almeno uno per sorpresa. Erano le due antimeridiane del 31 Maggio, quando il cannone del Forte Castello tuonò. Gli Austriaci, avvisati dalle sentinelle avanzate che il nemico si approssimava, avevano aperto un vivo fuoco di artiglieria e di racchette su tutti i punti ove credevano fosservi drappelli dei nostri, mentre dal parapetto e dai trinceramenti si dipartiva una fitta moschetteria, che faceva sostare quelli fra i nostri più arditi che già eransi d’assai accostati alle Fortificazioni. Il fuoco degli Austriaci però non durò più di mezz’ora, poiché i Garibaldini, protetti sì dalle tenebre, ma anco da esse impedite dal tentar subito l’assalto, non risposero, ed attesero che si facesse giorno. Giunte però le quattro del mattino, la Compagnia del capitano Landi, non più trattenuta dall’oscurità, e credendo che l’altra parte del capitano Bronzetti, che aveva presa un’altra via onde assalire il Forte dalla parte opposta, si fosse già ridotta sul luogo dell’azione, si diede animosamen77
te a salire la collina in mezzo al ripreso fuoco nemico. Sgraziatamente, per la tanta pioggia caduta, il piede degli assalitori durava fatica a sostenersi su per quegli erti sentieri – ma pure, anche sdrucciolando spesso, avanzarono sempre, fugarono il nemico dalle prime parallele, ed alcuni de’ più animosi si appressarono alle cannoniere, mostrandosi sui merloni, pervennero sino all’ingresso del Forte e tentarono di atterrarne l’uscio. Mentre ciò succedeva al Forte Castello, Garibaldi faceva investire il Forte meridionale alla punta di Cerro, non che sperasse di poterlo prendere, privo come era del necessario parco d’assedio, ma allo scopo soltanto di tenere divise le forze nemiche. Tuttavia però l’ardire de’ Garibaldini fu tale sotto questo Forte, che taluni giunsero a portarsi fino sul terrapieno, e già anche si apparecchiavano a dare la scalata alle mura. La flottiglia austriaca intanto non se ne stava inerte, e benché i tre piroscafi – minacciati dal fuoco di due cannoncini di montagna appostati sul colle a sinistra del golfo di Laveno, e molto abilmente adoperati dall’Ufficiale che li dirigeva – fossero obbligati a tenere il largo, pure, or da un lato, ora dall’altro mitragliava gli assalitori, e li obbligava a deviare ed a scomporsi. Tanto coraggio però e tanto eroismo de’ Garibaldini non fu coronato da esito felice, poiché agli sforzi supremi e quasi incredibili della Compagnia del capitano Landi intorno al Forte Castello, sfortunatamente non poté unirsi l’azione simultanea dell’altra del capitano Bronzetti, che 78
secondo il piano prestabilito doveva, pugnando dall’altro lato del Forte, mettere tra due fuochi la resistenza nemica. La Compagnia del Bronzetti, perdute le guide che, prese fra i paesani, erano per timore fuggite, smarritasi fra i boschi e le valli, e nello smarrimento caduta sotto il tiro dei cannoni della flottiglia, aveva dovuto disordinarsi per cercare uno scampo, e disperdersi qua e là su pei monti. Mancato così l’aiuto ai soldati del capitano Landi, e non avendo potuto aver luogo l’assieme dell’attacco, questi, sopraffatti dal numero de’ nemici, stanchi, sfiniti, dovettero lasciare l’impresa, e ritirarsi.29 A questo fatto presero parte attiva anche molti de’ Cittadini di Varese che accompagnarono Garibaldi in quella rischiosa troppo sfortunata spedizione. Anche la sorpresa che doveva aver luogo contro i piroscafi colle barche apprestate ad Intra andò fallita, poiché dei molti che vi dovevano cooperare, pochi furono pronti al convegno. Quei pochi però, montati su alcuni battelli, tentarono egualmente il colpo temerario, ma furono ad un 29 Certo Massimo Monteggia di Laveno, buon patriotta, che in quell’occasione serviva di guida al capitano Landi tentò dissuaderlo dal separare le due Compagnie, parendogli che unite e serrate avrebbero potuto operar meglio, e spingere l’assalto con maggiore probabilità di riuscita. Ma il suo consiglio sventuratamente non fu seguito. Il Monteggia merita ogni encomio pel modo franco ed azzardoso onde si comportò nella sua qualità di guida; che, mentre le altre vilmente fuggivano, egli non solo fece il proprio dovere, ma condusse anzi in persona fino alle cannoniere i pochi che ardirono appressarle, e non lasciò i drappelli in ritirata se non dopo averli guidati in salvo. 79
punto di rimaner vittime di uno de’ piroscafi che, accortosi del loro avvicinarsi, si pose in sulle difese, e si diede ad inseguirli. L’oscurità della notte li ha salvati. – Bixio e Simonetta, venuti a scampo fino a Stresa e quivi trovato a stento un palischermo che li transitasse sulla riva Lombarda, appena appena poterono approdare a S. Caterina del Sasso, al disotto qualche miglia dalle fortificazioni di Laveno, e di là raggiungere i loro Compagni. Se ebbero la fortuna di non essere presi da uno de’ piroscafi nemici, la devono al valido braccio dei rematori. Il palischermo, appena fu abbandonato vuoto in sulle acque, cadde in potere degli Austriaci. Nel fatto d’armi di Laveno si ignora quale sia stata la perdita degli Austriaci, ché la tennero gelosamente secreta. De’ Garibaldini, sei rimasero prigioneri, quattro de’ quali gravemente feriti, compreso il bravo luogotenente Gastaldi che già aveva fatto anche la campagna di Crimea; altri quindici, e tra questi lo stesso capitano Landi, pure feriti, vennero trasportati parte a Cittiglio, nel cui Ospitale furono ben curati ed assistiti, e parte a Cuvio. I morti sarebbero da cinque a sei, uno dei quali, certo Antonio Sala milanese, rimasto nelle mani dei nemici e da essi sepolto, dopo la costoro ritirata venne scoperto per una mano tuttora sporgente dal terreno. Levato di là e trasportato al Cimitero fu onorato di solenni esequie. Garibaldi, veduto per allora fallito il tentativo, comandò la ritirata anche a que’ suoi Cacciatori che facevano prodigi di valore insieme e di temerità al Forte di Cerro. Ritor81
nato a Cittiglio si fece a raccogliere e riordinare la propria truppa, all’intento forse di ricominciare dappoi nuovamente l’azione, se più imperiose circostanze non lo avessero obbligato a desistere affatto dall’impresa, ed a retrocedere. In sulla sera di quel medesimo giorno in cui Garibaldi aveva lasciato Varese per recarsi a Laveno (30 Maggio), sinistre voci incominciarono a circolare per la Città sull’avvicinarsi di un grosso e poderoso corpo di Austriaci che veniva innanzi sulla strada milanese. Furono tosto spediti degli esploratori per verificare il fatto, i quali ritornarono affermando purtroppo la triste novella. Era il maresciallo Urban che, dopo le già patite sconfitte a Varese ed a Como, riorganizzate le proprie truppe e ricevuti dei rinforzi – ed informato forse da coloro che retrocedevano dal mercato che in quel dì erasi tenuto a Varese, trovarsi Garibaldi con tutta la sua Brigata e colla maggiore e miglior porzione della Guardia Nazionale impegnato sotto i Forti di Laveno, e per conseguenza essere Varese sprovvista di difensori – pensò approfittare della favorevole circostanza per muovere sulla inerme Città affine di trarne la più tremenda vendetta, e sfogare su di essa il livore delle sofferte perdite. – S’affrettava, come egli diceva, a castigare i Varesotti ribelli. – Egli aveva a’ suoi ordini, per compiere la grande impresa, dodicimila uomini con cavalleria ed artiglieria, che venivano innanzi in due Colonne, l’una da Tradate e l’altra da Gallarate. Il Municipio di Varese, fatto certo di quanto accadeva, e temendo l’ira feroce e brutale di quello, più che militare, 82
assassino, scriveva al Generale Garibaldi per informarlo della cosa e pregarlo «a voler comunicare quali disposizioni siasi compiaciuto dare a tutela della Città contro un eventuale attacco, onde rassicurare lo spirito della popolazione nell’assenza di quelle Guardie Nazionali sulle quali potevasi meglio calcolare e che vollero unirsi alla fazione» nella quale egli trovavasi in allora impegnato a Laveno. Garibaldi, dal suo Quartier generale in Cittiglio, rispondeva: «In caso dell’avvicinamento di Corpi Austriaci, si ritiri la forza armata nei monti in posizioni sicure, e porti seco tutte le armi e munizioni che trovansi nella Città. – Tutte le persone compromesse devono seguire la forza armata». Ma il nemico si faceva innanzi, il pericolo di un’invasione era ormai imminente, ed il Municipio la mattina del 31 spediva di nuovo un messo con una lettera per Garibaldi. Questi sortiva dall’Ospitale di Cittiglio ov’era stato a visitare i feriti, quando sulla porta trovò l’inviato Varesino che, smontato allora da cavallo e tutto cosperso di sudore e di polvere, gli si avvicinò, e presentandogli la lettera della quale era latore: – Generale, gli disse, sono qui mandato dal Municipio di Varese per avvisarla che un grosso Corpo di Austriaci trovasi a poche miglia dalla Città, e viene innanzi minacciando strage e rovina. – Avete paura voi di questi Austriaci? rispose Garibaldi col suo solito sangue freddo. – No, soggiunse tosto e senza esitanza l’inviato. – Bene! ripigliò il Generale, e scritta la risposta pel Municipio gliela consegnò. Era essa in questi termini: – «Con83
fermo la mia antecedente, cioè: che in caso di apparizione di Corpo forte Austriaco – le Autorità, la truppa, la forza armata di qualunque specie e le persone compromesse – devono abbandonare la Città, e mettersi nei monti in luoghi sicuri, portando con loro qualunque materiale di guerra». E quel consiglio, o meglio quell’ordine di Garibaldi, veniva puntualmente eseguito. Era il 31 Maggio. Gli Austriaci andavano sempre avvicinandosi a Varese, sebbene il facessero con esitazione e con somma cautela paventando, od una sorpresa per parte de’ Cacciatori delle Alpi, od una resistenza disperata per parte del popolo in armi. Sgraziatamente né l’una né l’altra erano possibili in quella circostanza. Garibaldi non poteva disporre nemmeno d’una Compagnia de’ suoi, come neanche della milizia Cittadina che aveva seco, affine di tentare in qualche modo di proteggere la Città, o differire almeno l’invasione che la minacciava fin che egli medesimo avesse potuto retrocedere a difenderla – e la Popolazione, che sapeva d’essere abbandonata, e che, compromessa in faccia al nemico, doveva tutto aspettarsi dal costui furore, non potendo assolutamente pensare a far resistenza, dovette pensare invece a procurarsi uno scampo, sì che fin dal mattino, alla spicciolata, famiglia per famiglia, incominciò a sortire alla campagna e ad avviarsi ai monti. L’emigrazione durò continua fino in sulle ore pomeridiane. I Varesini lasciavano la propria Città con ordine, con tranquillità, colla calma della rassegnazione, senza pianti né disperati lamenti, senza esecrare nessuno, tranne che 84
agli Austriaci, senza affrettarsi a salvar cosa alcuna delle loro proprietà sia col nasconderle, sia col trasportarle, senza nemmeno pensare a provvedersi d’abiti, di denaro, di vettovaglie, di quanto avrebbe loro potuto abbisognare durante la peregrinazione, tanto era viva e ferma in essi la fede nella Causa Nazionale per cui soffrivano, tanta fiducia in Garibaldi e nei Prodi suoi che trovavansi da essi poco discosti e che sarebbero presto accorsi a liberarli da quel flagello, tanta la certezza che il loro esiglio sarebbe stato di breve durata.30 Il cielo erasi fatto sereno e limpido, il sole splendeva in tutta la sua maestà, la giornata era ridente e bella fra le più belle e le più ridenti di Maggio. Chi, senza saperne il reale motivo, senza indagare la segreta preoccupazione degli spiriti, avesse assistito a quella scena, e vedute le colline apriche, gli aperti monti, le valli pittoresche, i paeselli sparsi qua e là su per le coste e giù pei declivi, animarsi, popolarsi, affollarsi da tanta gente, avrebbe pensato essere quello piuttosto un giorno di festa e di sollazzo, che non un tristissimo giorno di sacrifizio e di dolore. 30 Quanto diversa, in confronto a questa, fu l’emigrazione, o meglio, la fuga precipitosa e disordinata delle popolazioni Lombarde nel 1848, quando Radetzky vincitore faceva ritorno a Milano ed occupava le riconquistate Provincie! In allora era il terrore, lo spavento, lo sconforto per una causa irremissibilmente perduta. In allora dagli animi agitati, dai volti sparuti, dalle fronti dimesse, dagli sguardi, dagli atti, dalle parole trapelava il disinganno, la rabbia, la disperazione. Tanto si avvilisce lo spirito quando non è sorretto dalla fede e dalla speranza! (Vedi anche Appendice N. 1). 85
I fuggitivi dirigevansi specialmente sul vicino Santuario della Madonna del Monte, da dove potevano osservare ciò che succedeva nella sottostante loro povera Città, ed essere pronti a ritornarvi appena fosse passato il pericolo. Altri invece s’inoltravano nelle vallate di Cuvio, di Valgana, di Marchirolo, o guadagnavano il terreno libero del prossimo Cantone Ticino, sebbene il generale Svizzero Bontemps – che il Governo Federale aveva mandato con forte distaccamento di truppe ad osservarne il confine – frapponesse ostacolo all’ingresso dei profughi sventurati, esigendo che ciascuno di questi fosse munito di regolare passaporto Austriaco! ostacolo però che veniva deluso per opera de’ buoni Ticinesi, specialmente di Chiasso e di Stabio, che favorivano il passaggio sul proprio territorio ai Varesini, e loro accordavano generosa ospitalità. Imponente, commovente spettacolo era li vedere famiglie numerose recarsi qua e là in cerca d’asilo e di ricovero – ammalati, vecchi, bimbi, sfiniti dalla fatica, camminare a stento su per l’erta dei monti – povera gente e priva di tutto, domandare il soldo ed il tozzo di pane per scampare la vita – e tra questi i pochi armati che, non sufficienti alla resistenza e costretti a ritirarsi, non abbandonavano però le armi. Alcuni anche dei Cacciatori delle Alpi che non avevano potuto seguire a Laveno i propri Compagni, sia per cagione di malattia, sia per già ricevute, sebben leggere, ferite, sottraevansi essi pure all’implacabile nemico, cui esecravano giurando vendetta. 86
Quella fuga però, quell’emigrazione in massa de’ Varesini, non era in quella circostanza una viltà, non una riprovevole debolezza, non uno sgomento irriflessivo, non un terrore irragionevole e disperato. Era bensì una precauzione necessaria, una salvaguardia indispensabile contro l’ira brutale e le terribili minaccie dell’assassino – era una protesta eloquente, espressiva, unanime di avversione, di sprezzo, di odio contro lo straniero, col quale era divenuta ormai impossibile qualsiasi transazione, e col quale non volevasi più aver contatto di sorta – era l’imperiosa necessità del sacrifizio e del martirio che soffrivasi colla pazienza della rassegnazione, colla fermezza de’ principi, colla costanza dell’esempio – era la coscienza della Giustizia e del Diritto, che dignitosa e grande si ergeva nell’avversità contro la prepotenza del più forte e la violenza dell’oppressore – era la denunzia insieme e la condanna in faccia alle Nazioni tutte di un Popolo, che volendo ad ogni costo esser libero, sottraevasi alle mani del carnefice, e lo malediva. Varese in breve fu deserta. Chiuse le porte, le finestre, le botteghe – silenziose le contrade. Altro segno non eravi di vita che nei pochi generosi rimasti affine di potere in qualche modo scongiurare le minacce e l’ira del feroce nemico, e tutelare il meglio possibile la Città da una totale rovina – in quelli, scarsissimi, che non avevano potuto risolversi ad abbandonare affatto i loro interessi alla balia de’ predoni – in quelli che abbietti, traditori, infami, speravano usufruttare in proprio vantaggio della disgrazia comune – e finalmente nell’Ospitale dove gl’infermi gemevano nel dolore, 87
ed i feriti nostri soffrivano nell’ansia e fremevano della forzata inerzia cui erano costretti. Verso le ore due pomeridiane, l’avanguardia nemica trovavasi all’ingresso della Città. Il Municipio in allora si sciolse, e partì. Il Podestà però – che le funzioni nuovamente disimpegnava di Commissario provvisorio di S.M. Sarda in sostituzione del sig. Visconti Venosta che erasi fermato a Como, e che fra tutti era il più compromesso, specialmente per avere già con un suo Decreto dichiarato scaduto quel Governo Austriaco che Urban veniva adesso a rivendicare e ripristinare – prima d’abbandonare il proprio posto, con apposito Mandato affidò l’incarico di rappresentarlo nel regime della Cosa Pubblica al Pretore Consigliere sig. Tullo Sopransi,31 il quale, animato da generosi sensi, aveva deciso di rimanere ad affrontare qualsiasi evento, purché potesse riuscire a tutelare il Paese. – Poco dopo la di lui partenza – così il Pretore Sopransi espone al Podestà il proprio operato durante i giorni del31 Il Podestà di Varese, prima di lasciare, insieme col Municipio la Città, per sottrarsi all’ira del maresciallo Urban, emise il seguente mandato:
All’onorevole sig. Dott. Tullo Sopransi R. Pretore in Varese. «Per vicenda di guerra il Municipio deve momentaneamente ritirarsi. Durante tale assenza, la prego, sig. Pretore, a possibilmente rappresentarlo per l’interesse del Paese, che le raccomando». Dal Civico Palazzo, addì 31 maggio 1859, a mezzogiorno. Il Sindaco CARCANO Dott. ZANZI, Seg.
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l’occupazione di Urban, nella Relazione Ufficiale32 che lesse nell’Adunanza solenne del Consiglio Comunale la sera del 10 Giugno33 «A mia insinuazione e del Commissario Distrettuale signor Comi, potemmo ottenere dall’accorgimento di questa stimabile Popolazione, che tutti gli alberghi, i negozi di commestibili, ed altri molti de’ più necessari ai bisogni della vita, rimanessero aperti, ben sapendo che tale misura avrebbe giovato ad attutare l’ira e la prepotenza dell’armata che stava per entrare. Come però anche tale misura di ragionata precauzione tornasse inutile per la improntitudine massima del Comandante la truppa Austriaca, lo si vedrà in seguito. Rimesse in parte le Insegne Imperiali – cui gli Austriaci attaccano sempre tanta importanza – spiegata bandiera bianca sull’Ospitale e sul Municipio, ove sono insieme, raccolti gli Uffici della Pretura, le Carceri ed il Commissariato, mi diressi, unitamente al sig. Commissario, al Rev. sig. Proposto ed a qualche altro Impiegato della Pretura e della Finanza, e preceduto da bandiera bianca, sulla strada di Milano, dove, ad un quarto di miglia circa dalla Città, incontrammo la testa della Colonna Austriaca con un Gene-
32 Assente io pure da Varese insieme co’ miei Concittadini in quei tristissimi giorni di pericolo e di terrore, perché io pure compromesso in faccia all’Austriaco, mi sarebbe stato difficile assai il narrare con precisione e con verità una serie importantissima di fatti, dei quali non fui testimonio, se la gentilezza del sig. Cons. Sopransi non m’avesse posto in grado di farlo coll’offrirmi il manoscritto della sua Redazione Ufficiale qui sopra citata, e col permettermi di usarne a mio beneplacito. 33 Vedi Appendice N. 2. 89
rale, di cui ignoro il nome. Annunciatogli il motivo della deputazione, di presentarsi cioè al generale Urban, che sapevasi essere il Comandante superiore delle truppe, egli ci ordinava di procedere oltre sulla strada di Gallarate. Quindi in apposito legno, io, il Commissario ed il Proposto, accompagnati da un Aiutante, e scortati da un drappello di Usseri, ci dirigemmo su quella strada, dove, dopo circa mezz’ora, raggiungemmo il generale Urban, alla cui presenza venimmo fatti discendere. All’annuncio delle nostre qualifiche, d’altronde ben apparenti dall’uniforme che portavamo, quel sig. Generale violentemente ci riprese perché all’ingresso del Governo, che egli chiamava rivoluzionario e repubblicano, e delle Bande Garibaldine, che qualificava coi titoli più brutali, non ci fossimo ritirati. Io rispondeva: essere Garibaldi generale di S.M. il Re di Sardegna, essere il Paese stato occupato da truppe al di lui servizio, che un Commissario a nome di esso Re ne aveva preso il possesso, che noi non eravamo militari da dover seguire il proprio Corpo, ma impiegati di civili Dicasteri giudiziari ed amministrativi, che devono sempre essere in permanenza, qualunque sia la forza militare che occupa il Paese, ed aggiungevo infine, che l’esperienza del 1848, in cui quelli tra gl’impiegati che nei momenti di crisi avevano abbandonato il loro posto erano stati dall’Austriaco Governo destituiti, ci aveva ammaestrati a restare. Non potendo a queste parole replicar cosa alcuna, prorompeva esso quel Generale, in minaccie di fucilazione per noi, di bombardamento e di eccidio per la misera Città, e più le nostre preghiere per quest’ultima si facevano calde, altrettanto più violenti crescevano le sue contumelie. Ci ordinava infine di ritornare alla Città, e ci intimava nello stesso tempo di condurre indilatamente 90
innanzi a lui, alla Villa Pero,34 da lui scelta per dimora dello Stato Maggiore, tutti i Sacerdoti, tutti i Possidenti più notabili e gli Impiegati. Retrocessi per servire a tale ingiunzione, fu impossibile radunare qualche notabile Possidente, mentre la maggior parte di essi erasene fuggita, e solo si poterono riunire circa quattordici Sacerdoti della Città e delle Castellanze, tre o quattro Impiegati della Pretura, della Commissaria, dell’Ospedale, e qualche altro Cittadino, in numero totale di 28, coi quali tornammo sulla strada milanese, in vicinanza di Pero. Quivi, ingiunto a me ed al Commissario di seguirlo, e fatti fermare gli altri sulla strada, dopo averci rinnovate le minaccie di fucilazione, di bombardamento e di saccheggio, ci comandava di ritornare in Città in compagnia di un Auditore di Stato Maggiore e di un Impiegato Tedesco in borghese – che ci fu detto essere altro di quelli appartenenti al Tribunale di Milano – dai quali avremmo inteso i suoi comandi. Rientrati in Municipio oppressi dal più profondo dolore, ben conoscendo dai modi violenti usati dal Generale che egli era tal uomo da mandare ad effetto le sue minaccie, quell’Auditore che ci accompagnava spiegava le esigenze del Generale, le quali consistevano – in 14 mila razioni di pane, vino, riso, carne, avena e fieno, da prestarsi immediatamente – e, quasi che non bastassero queste enormi e precipitose somministrazioni, stabiliva in un suo
34 Questa bella villa, situata in amenissima posizione su di un terreno elevato da dove prospettasi tutta intiera la sottostante Città, trovasi a breve distanza da Varese quasi presso la strada postale per a Milano. Dessa appartiene alla famiglia Picinini. 91
Proclama35 l’esorbitante domanda di 3 milioni di lire austriache in ventiquattro ore, di 300 buoi, di tutto il corame e di tutto il tabacco esistente in luogo, colla minaccia, in caso contrario, del saccheggio alla Città. Era manifestamente impossibile l’adempiere in tutto a queste stravaganti pretese; ma tornava anche inutile il far riflettere che la Città, quantunque sufficientemente agiata, non poteva somministrare la somma richiesta e le proviande in sì breve termine, mentre a qualunque ragionevole riflessione che potesse da noi venir fatta, non si rispondeva che colla minaccia del saccheggio e del bombardamento, e col rimarco della inflessibilità di volere del Generale. Fu 35 Ecco per intiero il Proclama del tenente-maresciallo Urban ai varesini:
«D’ordine di S.E. il sig. tenente-maresciallo Barone Urban, la Città di Varese, per giusta punizione del suo contegno politico, viene castigata colla seguente contribuzione; ritenendo che questa debba ricadere sopra il ceto possidente del Paese, come quello che è più aggravato della colpa suddetta, e quindi dovrà essere in progresso ripartita esclusivamente sopra l’estimo. La contribuzione consiste: in tre milioni di lire austriache, le quali debbono essere pagate, il primo milione entro due ore, il secondo entro sei ore, il terzo entro ventiquattro ore, sempre dalla pubblicazione del presente. Inoltre dovranno essere forniti: numero trecento buoi, tutto il tabacco ed i zigari che si trovano nel Paese, tutto il corame per l’uso della Truppa. Infine saranno consegnati dieci Possidenti del luogo, onde servire in qualità di ostaggio a garanzia dell’esecuzione di quanto è sopra ordinato, e della pubblica tranquillità. Si lusinga il tenente-maresciallo che la popolazione non sarà restia a prestarsi alle contribuzioni suavvertite, per non esporsi alle conseguenze sinistre, in caso della piccolissima opposizione». Varese, 31 Maggio 1859. Il tenente-maresciallo URBAN 92
gioco-forza rassegnarsi a tentare almeno di servire in parte a queste esorbitanze, e quindi, frammezzo ad una indicibile confusione, cagionata da continui reclami di Uffiziali dei diversi Corpi che senza interruzione si succedevano in Municipio, fornire una quantità enorme di pane, salame, lardo, vino, riso, biade, fieno, che avrebbe potuto bastare, non già ad un Corpo di quattordici mila uomini, cui dicevasi salire quello comandato da Urban, ma ad oltre il triplo – e nel frattempo esortare i Cittadini a portare quanto denaro potessero, onde riunire, non già la somma richiesta, ciò che era una materiale impossibilità, ma almeno una somma che fosse atta a saziare la cupidigia del militare. Molti Cittadini infatti accorsero, e fino molte donne portarono, a salvezza della cara Città, il tenue loro peculio: con che però non si giungeva a riunire la somma di aust. lire ventimila. E veramente però non eran poche atteso che i più, e specialmente nella sfera de’ possidenti e de’ commercianti, erano assenti. Durante il precipitato eseguirsi di queste operazioni, erano continue le sollecitazioni mandate dal Generale, e sempre accompagnate dalle solite minaccie, a tal che il referente pregava quel sig. Auditore ad invocare dal General Urban una diminuzione alle sue domande. Ma questi brutalmente, con proprio autografo, dichiarava non accettare alcuna scusa, riconfermava le ordinazioni dei viveri, ed esigeva fra mezz’ora il versamento della prima rata… un milione!».
Il Pretore allora ed il Commissario, onde stornare la minacciata rovina della Città, ed ottemperare in qualche modo alle esigenze del Generale, risolvettero di recarsi da lui alla Villa Pero, portargli quanto in denaro ed in carta di 94
credito erasi potuto raccogliere per allora, ed impetrare una dilazione pel rimanente. Ma giunti al Quartiere generale vennero accolti con ingiurie e villanie e strapazzi d’ogni maniera. Allora il Pretore, con franca risoluzione così prese la parola innanzi al tenente-maresciallo Urban ed agli altri che lo circondavano: – Eccellenza, la nostra Città non novera cittadini tanto ricchi, da potersi, ed in breve spazio di tempo, raccogliere la somma richiesta. – Oh! noi sappiamo invece esservi in Varese non meno di trenta milionari. – Falsissimo. È bensì un fatto che molti ricchi Signori tengono qui le loro Ville, ma essi però non sono della Città, e d’altronde ora si trovano assenti. – Voi però avete dato a Garibaldi (non veniva mai dagli Austriaci chiamato col titolo di Generale) dieci mila lire. – Eccellenza! Il Generale Garibaldi non chiese neppure un centesimo, e non gli venne punto somministrato danaro. A queste parole l’Aiutante del Tenente-maresciallo, preso da dispetto per le franche e giuste risposte del Pretore, furibondo trasse a mezzo la spada dal fodero, e mettendosegli innanzi minaccioso: – Tacete, disse. Del resto, anche voi portaste la coccarda tricolore all’ingresso del Governo rivoluzionario. – È vero, soggiunse coraggiosamente il Pretore. Il Paese era stato occupato dalle truppe del Re di Sardegna, coman95
date dal Generale Garibaldi, ed un Commissario di esso Re ne aveva preso il possesso in di lui nome; non era quindi naturale che anch’io, come gli altri tutti, facessi omaggio al Vincitore portandone la coccarda? – Sarete fucilato. – E ch’io lo sia pure! Sarà meglio che il dover vivere in tal maniera. «Intanto – così continua la sua relazione il Pretore Sopransi – la somma da noi portata veniva manomessa da un gruppo di Uffiziali numerata su di un letto in altra delle stanze della Villa Pero, e trovata tenuissima a confronto della richiesta. Il Generale divenuto per ciò furioso, ordinava l’immediato bombardamento della Città, e si ebbe la barbarie di farci assistere per mezz’ora, a venti passi di distanza dagli obici e da’ mortai di bomba, a quel terribile spettacolo, ben sapendo il generale Austriaco come le nostre innocenti famiglie si trovassero entro le mura di essa.36 Passato questo lagrimevole periodo, il Tenente-Maresciallo ci ingiunse coi modi i più violenti, oltraggiosi e villani, di riprendere la insufficiente somma,37 colla comminatoria che se fra mezz’ora non fossimo ritornati a portarla per intiero, il bombardamento sarebbe stato ripreso, e ne sarebbe seguita la totale distruzione della Città. Il tem-
36 Durante il bombardamento la Banda militare Austriaca suonava la tanto in allora e patriottica polka – daghela avanti un passo – aggiungendo così il dileggio e l’ironia alla ferocia. 37 Quando si fece dappoi la restituzione del denaro a coloro che l’avevano offerto, si trovarono mancanti dalla somma totale austriache lire 618 in monete d’oro, che erano state rubate da quegli stessi Ufficiali, nelle cui mani era stata essa somma per circa due ore. I ladri! 96
po indicato non era nemmeno sufficiente a percorrere la via, non che a raccogliere e numerare la somma richiesta (quand’anche si fosse trovata). In preda quindi al maggiore scoraggiamento, abbiamo rifatta la strada della Città, scortati da un picchietto di truppa da me chiesto, e che ci abbandonò all’ingresso della medesima. Ma il bombardamento già seguito, avendo incusso il terrore anche sulla poca popolazione che erasi fermata in Varese, cercò scampo essa pure sui monti. Noi che dovevamo raccogliere un milione fra mezz’ora, trovammo invece la Città letteralmente deserta. Fu quindi invano che io, gridando per le contrade, eccitassi i Cittadini a spogliarsi del loro denaro per saziare la rapace avidità dell’Austriaco. Nessuno rispondeva all’appello. Così furono paralizzate, anzi rese affatto inutili, le da me adottate precauzioni perché si tenessero aperti i negozi onde fornire del necessario le truppe, e così si prepararono dalla stessa improntitudine del Generale Urban le scene di violenza e di saccheggio che ne seguirono in appresso. Non era io appena rientrato, in un col Commissario Comi, nella residenza della Pretura, e quindi suonava appena la mezz’ora accordataci per raccogliere la contribuzione, che ricominciò, più violento di prima, il bombardamento della Città. Tra il fragore delle artigliere e lo scoppio delle bombe e degli obici, dovemmo pensare alla salvezza delle nostre vite».
In quel frattempo quei Preti e quegli Impiegati e Cittadini che avevano fatto parte della malaugurata deputazione, e che il Pretore ed il Commissario avevano dovuto abbandonar sulla strada quando furono comandati di seguire Urban a Pero, come gli altri tutti che eransi dappoi costi97
tuiti dietro l’ordine del Tenente-Maresciallo, vennero tradotti come ostaggi alla Villa Decristoforis, detta S. Pedrino. Ivi stivati e guardati a vista per 24 ore in una stanza, vissero nella più tremenda ed angosciosa incertezza; ché, conoscendo come sarebbe stato affatto impossibile il poter soddisfare la imposta contribuzione, temettero di dovere eglino stessi scontare colle loro persone la pena di tutti. Ed il loro timore non era infondato, poiché la terribile parola – sarete fucilati – veniva loro ripetuta ad ogni istante, ed essi ben sapevano come gli Austriaci fossero capaci di realizzare la loro minaccia. Due milanesi, certo Battista Rossari, proprietario di una casa di commercio, e certo Marco Formentini, ragioniere, che giungevano in quel giorno a Varese per raggiungere le loro famiglie, che trovavansi a villeggiare nei dintorni, caddero essi pure sgraziatamente nelle mani degli Austriaci, i quali, sospettando fossero spie di Garibaldi, li arrestarono e li rinchiusero cogli altri prigioni. Ecco come il Ragioniere Formentini racconta egli medesimo alcune circostanze di quelle spaventose ore di prigionia:38 «Un solo secchio d’acqua doveva servire per tutti; di cibi non si faceva nemmeno parola – e non fu che dopo le preghiere reiterate, che ci portarono alcuni pani neri ed un piccolo recipiente di riso avanzato agli stessi soldati, e del quale nessuno volle mangiare. Vi avevano alcuni momenti
38 Le cinque giornate di prigionia nelle mani del tenente-maresciallo Urban, e il bombardamento di Varese. – Del Rag. Marco Formentini. 98
in cui il caldo era insopportabile. Ci era poi anche di pena il dover rimanere sempre seduti su piccole scranne, giacché i soldati avevano ricevuto ordine di impedirci qualunque movimento, e di passeggiare. Ogni qualvolta alcuno doveva sortire per qualche bisogno, era sempre seguito da due o tre soldati colla baionetta ai fianchi, e che non si allontanavano mai dalla persona, cosa che faceva molto senso a tutti i prigionieri, e soprattutto ai Sacerdoti. Alle ore sei pomeridiane precise, cominciò il bombardamento della Città. Sessanta e più furono i colpi di cannone scaricati nello spazio di poco tempo. Alle nove circa fu ripetuta la scarica a doppia dose. Per maggior colmo di barbarie, e perché avesse a farci maggior impressione l’orrendo spettacolo, ci si aprivano le finestre. Ogni colpo era come una stilettata al cuore per gli astanti, che si immaginavano il pericolo dei loro più cari. Si cominciava colle artiglierie del Quartiere generale alla Villa Pero di casa Picinini, comandata personalmente dal valoroso tenente-maresciallo Urban; poco dopo vi rispondevano quelle situate sulle alture di Giubbiano, sulla spianata di Montalbano, di S. Michele di Bosto, e da ultimo quelle di S. Pedrino, ove ci trovavamo noi stessi. In quel momento il suolo ci ballava sotto i piedi, e non pochi vetri cadevano spezzati».
Nel secondo bombardamento i colpi scagliati furono circa 250. Vennero diretti specialmente al campanile – che si voleva forse castigare perché fu suonato a stormo la mattina in cui gli Austriaci furono battuti a Biumo Inferiore, ed a festa il dì in cui s’inaugurò il Governo Costituzionale ed Italiano di Vittorio Emanuele, la sera in cui giunse Garibaldi, e quando questi ritornò dopo le riportate vittorie – alla Cu99
pola della Basilica, intanto che si sbeffeggiava la Religione, – ad alcune Ville e Case, che ne furono assai malconcie e danneggiate – all’Ospitale stesso, dove, cogli ammalati e coi feriti nostri, trovavansi anche i feriti Austriaci. Ed intanto, dai colli sovrastanti alla Città, e specialmente dall’alto della Madonna del Monte, ove erasi rifugiata la maggior parte della popolazione, assisteva questa allo scempio miserando cui era fatto segno il proprio Paese, e con quale strazio, con quanta desolazione, con quanto fremito di ira insieme e di dolore se ne stesse dinanzi a quello spettacolo, è più facile immaginarlo che descriverlo. Vedeva essa distintamente il fuoco delle cannonate, che poteva contare ad una ad una, scorgeva lo scoppiare delle bombe, il cadere de’ razzi incendiari, osservandone trepidante la direzione, ciascuno temendo per la propria casa; e di mezzo a spettacolo sì crudele, in un col rimbombo delle artiglierie, giungeva fino a lei anche l’allegro suono dei musicali strumenti, contrasto orribile a tanto sacrifizio ed a tanta sventura! Più fortunati d’assai coloro che nelle vallate e più lungi fra le montagne eransi internati, dove l’eco soltanto ripeteva affievolito il rombo de’ bronzi micidiali! La notte che successe al bombardamento passò silenziosa e tetra. «Venuto il mattino (1o Giugno) – così prosegue la sua narrazione il Pretore Sopransi – ancora più pressanti ritornarono e replicate le domande di somministrazione di viveri, fra cui primeggiava sempre quella del vino, che veniva chiesto in quantità enorme. Difficile le somministra-
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zioni dalla mancanza de’ Cittadini, e rifuggendo a noi l’animo di entrare violentemente nelle case abbandonate, si procurava di provvedere alla meglio colla cooperazione dei pochi rimasti, e di altri pochi che, venuto il giorno, ebbero il coraggio di ritornare, facendo fornire le cose richieste colla maggior possibile speditezza. Ma mancando quasi tutti i mezzi di trasporto, mancando moltissimi degli esercenti, non si poteva assolutamente riuscire ad accontentare le esigenze, che ad ogni istante ci veniva dal Comando Generale; e siccome nella truppa regnava il massimo disordine, ed il Maresciallo non volle mai aderire alla proposta da me fattagli, di mandare cioè un distaccamento di soldati in paese con Ufficiali specialmente destinati alla distribuzione dei viveri ai diversi Corpi dell’armata, così avveniva che alcuni di essi riboccavano di provvigioni, mentre altri ne difettavano. Questi reclamavano quindi al Generale, il quale, inferocito, rinnovava ad ogni istante, sia in persona, sia a mezzo dei suoi Aiutanti, la minaccia di sfondare i magazzeni, e di dare il saccheggio alla Città. Per tal modo una confusione indicibile generavasi in ogni disposizione, uno sperpero miserando di ogni cosa più utile e necessaria, senza che si potesse raggiungere lo scopo di vettovagliare completamente la truppa – e la colpa di tutto ricadeva sempre sulla misera Città. In tale stato di cose, giunta al colmo la esasperazione del Generale, faceva egli sfondare le porte di un negoziante in pellatteria, e tutto il corame e fino gli utensili vennero saccheggiati. La truppa fatta ardita da questi soprusi ordinati dal Generale stesso, penetrò in diverse botteghe manomettendole interamente, esigendo somministrazioni che rifiutavasi di pagare, ciò che non arrossivano di fare gli stessi Ufficiali. 101
In sulla sera di quel medesimo giorno, esauriti essendo per la massima parte i depositi di vino, il generale Urban comandò ad una Compagnia di Croati di abbattere le porte del grandioso Albergo dell’Europa, i di cui proprietari, spaventati dal bombardamento, eransi rifuggiti altrove, e di trasportare tutto il vino ivi esistente. L’ordine fu immediatamente eseguito, ed abbattute le porte a colpi di ascia, si penetrò nella cantina, da dove vennero sottratte oltre a 50 brente di vino. Se non che avvisato io di questo autorizzato disordine, m’interposi onde prevenire la totale rovina dello stabilimento, e, secondato da un Ufficiale di quella Compagnia, che dotato di vero onore militare rifuggiva da quelle vandaliche depredazioni, ottenni che non seguisse il saccheggio dei locali superiori. Ma non limitandosi però ancora le turpi esigenze del generale Urban, e saputo da qualche vile spione39 che nello stesso Albergo si trovava altra più segreta cantina in cui era riposto in bottiglie il vino più scelto, fatta ritirare la 39 Tra gli spioni che per avidità di bottino eransi attaccati agli Austriaci e li eccitavano a manomettere ed a saccheggiare, figurava specialmente un tristo soggetto, Cremonese, già Caporale sotto gli Austriaci. Questi trovavasi a Varese da circa 3 anni in sussidio alla Finanza, aveva quindi fatte diverse relazioni ed era tenuto dai Cittadini in molta benevolenza. Disarmato in un cogli altri il dì della sommossa, fece causa comune col popolo in rivolta, per il che si aveva fiducia in lui, e si credeva anche alla lealtà de’ suoi sentimenti e del suo patriottismo. Ma appena giunse Urban, egli gettò la maschera, indossò dì nuovo la divisa austriaca, si presentò al Maresciallo, gli offerse i suoi servigi, e, come pratico assai del Paese, diresse le depredazioni, e compromise il nome di molte persone che per avventura erano lontane, e che forse l’avevano prima beneficato, e chiamato col nome d’amico. Egli seguì dappoi l’armata Austriaca. Esecrazione ed infamia al rinnegato, e maledizione al traditore de’ suoi fratelli! 102
prima Compagnia già ad oltranza avvinazzata, non ebbe rossore Egli, Tenente-Maresciallo dell’armata Austriaca, di comandarne in persona il saccheggio ad altre due Compagnie, di dar mano egli medesimo colla propria spada a scassinare le serramenta e di incoraggiare i soldati a quell’ingiusta rapina».40
E non qui soltanto, ma lo sperpero del vino fu ripetuto in altri luoghi, all’osteria del Giardinetto, all’albergo del Gambero, dell’Angelo, della Stella, del Leon d’Oro. Troppo lungo ed impossibile sarebbe il narrare poi le singole scene di saccheggio or qua or là in quel giorno avvenute, e sempre accompagnate da minaccie di eccidio e da brutali violenze. Mentre la Città era in tal modo trattata dalle orde Austriache, che la percorrevano derubando, altre scene succedevano ben degne di rimarco. 40 A meglio caratterizzare l’animo inurbano e violento di questo pazzo, ché non saprei qual altro titolo meglio gli si convenga, valga il fatterello che sto per narrare. Mentre egli si dirigeva all’Albergo dell’Europa per compiere l’eroica impresa qui sopra accennata, mio Fratello, impiegato presso la Pretura, già uno dei prigionieri di S. Pedrino, ed in allora costretto a seguirlo, per combinazione gli capitò vicino. Egli portava, come in allora si usava, un cappello schiacciato, aveva la barba, e teneva, come suole sempre, una bacchetta in mano. Urban, volgendosi, lo vede, e tosto con una ceffata gli caccia a terra il cappello, secondo lui, di forma rivoluzionaria, gli strappa di mano la bacchetta gettandola lungi e lo prende villanamente per la barba che caratterizza da brigante, non risparmiandogli nello stesso tempo quella copia di soavi e tenere gentilezze da trivio, ch’egli sapeva sì generosamente regalare a tutti. Bella, magnifica, squisita educazione per un Tenente-Maresciallo! 103
Al mattino di quell’infausto giorno 1o Giugno, due Ufficiali degli Usseri recaronsi a visitare l’Ospitale. Veduti dapprima i feriti Austriaci, e trovatili ben curati, venne loro il desiderio di vedere anche i feriti Garibaldini. Questi, non sgomentati, sebbene presi da spiacevole e dispettosa impressione, li ricevettero composti, dignitosi, fermi, quasi dal letto minacciassero ancora il lurido, esecrato nemico loro e d’Italia, un sorriso di sprezzo per quei due satelliti della tirannide straniera. Avvicinatisi essi al letto, dove giaceva un giovane ferito in un braccio, gli chiesero di qual paese egli fosse: – sono Bresciano – rispose con voce sì franca, con un fare sì altiero, e provocante, che essi dovettero ben comprendere a che intendesse di alludere quel giovine col chiamarsi figlio della Patria di tanti e tanti eroi. Lasciato costui, si portarono presso il già sopra nominato giovane Milanese, cui era stato reciso il braccio destro. – E voi che avete? – gli chiesero, – dove foste ferito? Il giovane per sola risposta mostra loro il moncone del braccio. – Amputato un braccio? E perché dunque prendeste parte alla rivoluzione, e vi metteste con Garibaldi? Che ne guadagnaste? – Signori, prese a dire il giovane con franchezza, amate voi il vostro paese? – Certamente, ed è per questo appunto che siamo fedeli al nostro Imperatore, e combattiamo contro i di lui nemici. 104
– Ebbene, io pure amo caldamente la Patria mia, ed è per questo appunto che, affine di liberarla da’ suoi oppressori, presi le armi e seguii Garibaldi. Solo mi duole che avendo perduto questo braccio, non potrò più impugnare né il fucile, né la spada. Tuttavia però saprò fare qualche cosa ancora coll’altro che mi rimane! A tali parole non seppero più che replicare i due malcapitati visitatori, e, reprimendo a stento un moto di dispetto e di rabbia, se ne partirono. Recossi dappoi all’Ospitale anche il Generale Urban, colla scorta di due pezzi d’artiglieria, poiché egli, il valoroso, temeva anche d’una città deserta. Si fece vedere però soltanto ai suoi Croati feriti, e risparmiò ai Garibaldini il dispiacere della esosa e stomachevole sua presenza. La mattina di quel giorno medesimo, verso le undici ore, un Ufficiale Austriaco entrava nella stanza ove trovavansi i nostri prigionieri. Come si trattasse d’un branco di pecore, li numerò, quindi fattili uscire sullo spianato dinanzi alla Villa Decristoforis, ordinò loro che si mettessero in fila a due a due. Ai fianchi avevano un soldato colla baionetta abbassata verso di loro, e le due estremità della fila erano serrate da due drappelli. Fu ordinata la marcia a passo lento come è costume usare coi delinquenti, quando vengono tratti al patibolo. Quei poveretti, incerti del loro destino, lasciavano travedere dal pallore ond’era coperto il loro volto qual fosse lo stato di costernazione e di spavento cui trovavasi in preda il loro animo. In tal modo discesero il lungo ed ampio viale che si apre maestoso di105
nanzi a S. Pedrino, e giunti in sulla strada maestra, vennero condotti innanzi verso Varese, fino al prato così detto del quartiere, dove improvvisamente fu comandato un Alto. Quell’ordine subitaneo di fermarsi proprio là in sull’ingresso del prato, e tutto l’insieme delle circostanze del momento, fecero sospettare a quegli infelici che si volesse dare esecuzione ad una sentenza di morte, onde li colse tale uno sgomento, che ridir non potrebbesi. Ma dopo una breve sosta invece venne ripresa la marcia per entro la Città; giunti sul piazzale del Municipio i prigionieri videro tre omnibus pronti per partire, e pensando si volesse con quelli tradurli o nel Castello di Milano, od in qualche lontana fortezza, ebbero novellamente a provare la più sconfortevole e dolorosa impressione. Ma anche quest’altra penosa agonia svanì, quando, oltrepassati gli omnibus, e fatti piegare a sinistra, vennero introdotti nel cortiletto della Pretura. Quivi si coronò l’opera nefanda e crudele dell’angoscia e dello spavento, poiché fu intimato ai soldati di serrarli sì dappresso colle baionette che le punte ne toccassero gli abiti. Fortunatamente fu questo l’ultimo atto della vendetta feroce e bestiale che il Maresciallo Austriaco erasi prefisso contro quegli inermi ed innocenti Cittadini, poiché si fu allora che vennero lasciati in libertà. Verso il mezzodì dello stesso 1o giugno, l’Auditore di Stato Maggiore, e l’altro già citato impiegato civile Tedesco, recaronsi in Municipio, dichiararono al sig. Sopransi incompatibile la sua carica di Pretore coll’altra, finallora sostenuta, di rappresentante la Città, ed ordinarono a nome 106
del Generale Urban, l’immediata riunione dei pochi cittadini possidenti che trovavansi per avventura in Varese, affine di procedere alla formazione di un nuovo Municipio col fare tra essi la scelta del personale necessario. Fu pertanto eletto a Podestà il Sac. Ambrogio Mera e furono nominati Assessori l’avv. Peregrini, amministratore del Civico Spedale, ed i Medici Maestri e Martignoni, essi pure addetti all’Ospedale. Nuovi però affatto all’improvvisato ufficio, cui furono assunti cotesti Municipali, pregarono essi il sig. Sopransi perché volesse continuare ad assistere la pubblica bisogna, ciò che questi accettò assai di buon grado. E fu somma ventura pel Paese, poiché durando sempre l’impossibilità di pagare al Gen. Urban i tre milioni che questi persisteva a pretendere,41 e per avere i quali ad ogni costo non desisteva punto dalle brutali persecuzioni che gli suggeriva il proprio furore, il sig. Sopransi pensò valersi di uno spediente accortissimo, che per buona ventura ebbe un esito fortunato, e che soddisfacendo in apparenza la cupidigia del Ma-
41 «Assolutamente la cifra imposta era sproporzionata affatto ai mezzi di cui può disporre la piccola Città di Varese, la cui popolazione, parlando del nucleo interno, non è che di circa seimila abitanti. Il resto riguarda i Contadini delle Castellanze. Sottraendo da tale cifra gl’Impiegati, i figli di famiglia, le donne, i fanciulli ed i proletarj, è anche troppo se ammonteranno a mille Capi di casa che possano disporre di qualche somma propria. Per soddisfare adunque a quell’imposta favolosa, era necessario che ciascuno di essi avesse a pagare al momento lire tremila. L’impossibilità è matematicamente dimostrata». – Marco Formentini, op. cit. 107
resciallo, salvò la Città da ulteriori vessazioni. Propose egli il rilascio di una Obbligazione, garantita sopra gli stabili tutti del Comune, mediante la quale questo si offeriva a pagare la somma dell’imposta contribuzione nel tempo e nella misura che avrebbe decretato l’I.R. Luogotenenza di Milano, cui sarebbesi deferita la cosa. L’obbligazione fu stesa, firmata ed accettata, e la somma non fu e non sarà pagata mai, poiché appena qualche giorno dopo, e Luogotenenza e Governo Austriaco ed Urban ebbero a sfrattare da Milano e dalla Lombardia. Il sig. Pretore Sopransi, che con tanta abnegazione di sé, con tanto eroismo di patria carità, con tanta costanza e virtù di sacrifizio ebbe a giovare sì grandemente alla sventurata Varese, n’ebbe poi cordiale e sincero encomio dal Re Vittorio Emanuele, che di propria mano lo insignì della Croce di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro. Ma più di tutto la generosità del suo procedere n’ebbe e ne avrà compenso nella coscienza d’aver fatto quanto gli imponeva il suo nobile sentimento di vero Italiano, e nella memoria, nella riconoscenza che per lui serberanno perenne i Varesini. Di mezzo però a tanta barbarie, a tanto terrore, a tanto scompiglio, non mancarono episodi degni d’essere raccontati, e che formano, dirò così, la parte comica dell’ora narrato seriissimo dramma. La sera del giorno stesso in cui avvenne l’infausto arrivo degli Austriaci in Varese, e subito dopo il bombardamento della Città, il Commissario Comi ebbe ordine dal Generale Urban di spiegare la bandiera Austriaca. Pressato e minac108
ciato perché eseguisse immediatamente il ricevuto comando, recossi da un mercante di stoffe affine di provvederne l’occorrente. Siccome già annottava, la bottega trovavasi pressoché all’oscuro, ed egli in un col padrone di negozio erano affatto storditi e confusi dal succedersi dei tristi e terribili avvenimenti del giorno, così la stoffa per formare la bandiera venne scelta in tutta fretta ed a caso, come in tutta fretta e di notte fu messa insieme e fatta sventolare dal balcone del Civico Palazzo. Quando la luce del novello giorno ne rischiarò i colori, fu visto il bianco invece del giallo, ed il turchino invece del nero! Fortunatamente pel sig. Comi, l’innocente suo sbaglio non ebbe altra conseguenza che una solenne strapazzata del Tenente-Maresciallo, condita però dalle solite minaccie e dalle solite gentilezze de’ suoi epiteti. Eccone un altro non meno interessante. Il generale Urban aveva chiesto del latte per la colazione. In Varese non vi sono botteghe di lattivendoli. Il latte per l’uso della popolazione viene ogni mattina portato in Città dalle contadine dei dintorni. Ma per lo scompiglio che dominava in quella circostanza non avendo queste osato scendere in Varese pel loro piccolo commercio, d’altronde inutile, atteso la totale assenza de’ cittadini; la domanda di Sua Eccellenza non poté essere soddisfatta. – Indispettito ed incontratosi, proprio allora che maggiormente lo dominava il malumore per la fallita colazione, col signor Sopransi: – Ah! Pretore, Pretore, disse, a Garibaldi si dava tutto, ed a me si lascia mancare persino un po’ di latte! 109
– Eccellenza, rispose il Pretore, com’è possibile si possa trovare del latte, se le donne, spaventate da quanto succede, non osano entrare in Varese? – Al diavolo! io non voglio latte di donna, voglio latte di vacca. – Il latte di jena gli sarebbe convenuto meglio! Ma ritorniamo a Garibaldi. Fallito il suo tentativo su Laveno, egli ebbe in pensiero di far tosto ritorno a Varese ed a Como, affine di mantenere quella favorevole e necessaria posizione che sì eroicamente aveva saputo procurarsi, ed a tale scopo aveva disposta la sua Brigata in modo che – tenendo guardate le strade di Varese, di Cuvio e di Luvino – potesse aver sempre pronto uno scampo per qualsiasi contraria evenienza. Ma appena seppe che il Generale Urban era giunto realmente a Varese colla forte sua Divisione, erasi accorto del cattivo effetto che il respinto attacco di Laveno aveva prodotto sull’animo de’ suoi, ed avendo compreso d’essere ormai egli medesimo minacciato di fronte ed alle spalle, ordinò una diversione a sinistra, affine di portarsi fuori della diretta linea di Laveno-Varese, e di poter progredire senza ostacoli e prestamente a Como, scansando Varese, qualora non avesse creduto opportuno di ingaggiare battaglia col corpo di Urban. Nello stesso tempo cercò tenersi anche presso al confine Svizzero, pel caso in cui un’avversa fortuna lo avesse costretto a passarlo per mettersi in salvo. Per la via di Gemonio quindi colla sua Colonna si ridusse a Cuvio in sull’imbrunire del 31 maggio, dove passò la notte. – In quell’istante medesimo succedeva il bombardamento di Varese, il cui fragore, ripercosso dall’eco per en110
tro le vallate, giungeva fino all’orecchio di quei nostri Prodi, che indignati giuravano vendetta – e parimenti in quell’ora gli Austriaci venivano sconfitti a Palestro dall’Esercito Italiano. Garibaldi intanto aveva lasciato un piccolo distaccamento di Guide a cavallo a Gemonio, perché esplorasse la strada da Varese a Laveno, e riferisse se mai la Divisione di Urban tentasse di mettersi in comunicazione col presidio di Laveno – ed un altro piccolo distaccamento di esse guide l’aveva spedito a Cassano a vegliare lo stradale da Varese a Luvino, punto importantissimo per aver libero il passaggio sia al Lago Maggiore, sia a Varese e Como, sia anche, in caso d’una catastrofe, al Cantone Ticino. Ricevute in seguito altre notizie sul nemico postato a Varese e sulle costui sinistre intenzioni a danno della disgraziata Città, Garibaldi la mattina del 1o giugno, mosso dallo slancio del cuor suo verso i poveri Varesini dispersi ed oppressi, e dall’ardente desiderio della vendetta, ordinò la marcia delle sue truppe per alla volta di Varese, allo scopo o di attaccare gli Austriaci, quando avesse potuto farlo senza compromettere imprudentemente la propria causa, od almeno di tenerli in soggezione col suo appressarsi, e col mantenersi loro di fronte. Teneva però sempre guardate le suddette comunicazioni di scampo al Verbano, alla Svizzera e specialmente a Como, dove mantenevasi tuttora piena ed incontrastata la insurrezione, e dove l’audace Guerrigliero poteva continuar sempre l’impresa sua di molestare e distrarre il nemico. 111
Da Cuvio adunque, per Cabiaglio e Brinzio, venne il Generale Garibaldi co’ suoi Cacciatori alle falde della Madonna del Monte, e spingendosi sempre innanzi per quella vallata, ove ha sorgente l’Olona, fino ad incontrare Fogliaro ed a Robarello la strada che scende dritto a Varese, si pose su di questa e venne a S. Ambrogio, paesello discosto circa un miglio appena dalla Città. Quivi fissò il proprio quartiere generale nella casa abitata dall’ex Maggiore Zanzi, veterano ottuagenario che aveva militato sotto la bandiera Napoleonica, e che si tenne ben onorato d’aver potuto accogliere presso di sé l’Ospite Illustre, pel quale sentiva altissima la stima e l’ammirazione.42
42 Il sig. Carrano nella già citata sua opera, pag. 356, a proposito del maggiore Zanzi si esprime con parole, che per dovere di verità e di giustizia vogliono assolutamente essere rettificate, poiché potrebbero indurre nei lettori una impressione sfavorevole a carico di un uomo, i cui sentimenti furono sempre lealmente patriottici, e la cui memoria, adesso ch’egli più non esiste, si manterrà ognora rispettata e cara in tutti che lo conobbero. Il generale Garibaldi, così il sig. Carrano, fece picchiare alla casa del Zanzi, italiano, maggiore Austriaco in riposo, e perché la fosse aperta, si dové passare alle minaccie. – L’ex maggiore Zanzi abitava in S. Ambrogio la casa d’un suo nipote, residente in Londra, la quale presentando, unica fra le altre, un aspetto civile e vago, poteva essere facilmente rimarcata, ed attirare lo sguardo e l’attenzione de’ passeggieri. In quei momenti in cui certe visite di certi stranieri sarebbero state più che intempestive e sgradevoli, ed in cui d’altronde ognuno e della Città e dei dintorni pensava seriamente ad uno scampo, anche il Zanzi, per propria maggior sicurezza, aveva fatta chiudere la porta di sua abitazione, massime che egli trovavasi obbligato a letto per fisica indisposizione, che aveva dato asilo a tre sue nipoti fuggitive da Varese, e che gli Austriaci in grossi picchetti avevano già più volte visitato il paese, ed eransi anche spinti innanzi in oltre Robarello assai 112
Garibaldi aveva realmente intenzione e desiderio di dar battaglia al nemico, ciò che rivelasi da questa lettera che dall’albergo di Robarello scrive a Como al Commissario Regio sig. Venosta, in data 1o Giugno: «Io sono a fronte del nemico a Varese – penso di attaccarlo questa sera. Mandate i paurosi e le famiglie che temono fuori della Città, ma la popolazione virile, sostenuta dal Camozzi nostro, le due Compagnie, i Volontari, e le campane a stormo, procurino di fare la possibile resistenza».
A tale scopo, scaglionati i suoi Battaglioni a destra verso Masnago, ed a sinistra verso Induno, egli stesso in persona collocò gli avamposti dinanzi a S. Ambrogio. Quindi acprima che sorvenisse Garibaldi colla sua Brigata. Quando poi giunse Garibaldi era già calata la notte, ed anche senza le circostanze eccezionali d’allora, la porta della casa in discorso sarebbe stata egualmente serrata, poiché era vecchia abitudine nel maggiore Zanzi il coricarsi presto la sera, per alzarsi prestissimo il mattino. Era dunque naturalissimo che la porta fosse chiusa, e che s’avesse a picchiare per farla aprire, lorché Garibaldi decise di volere entrare a passar la notte in quella casa. Per ottenere questo però, le minaccie, se mai furono usate, sarebbero state inutili affatto, mentre dall’avviso dato di aprire, all’esecuzione di esso, non trascorse che il tempo necessario perché il domestico, che trovavasi al piano superiore presso il padrone ammalato, discendesse e s’informasse, a titolo di precauzione, quali fossero gli ospiti che chiedevano accesso. Del resto la casa fu tosto messa a disposizione del generale Garibaldi e del suo seguito. In un momento furono approntati N. 24 materassi per ristorare le membra affaticate de’ sopraggiunti, e le tre nipoti del sig. Zanzi, per quanto spossate e bisognevoli anch’esse di riposo, tuttavia vegliarono in piedi tutta quanta la notte per cedere e stanze e letti e divani e sedie ai benvenuti. – Quanto poi alle parole – Italiano, Maggiore Austriaco in riposo – dettate dall’Autore con certo qual senso di ironia, basterà a rettificarle un breve cenno 113
compagnato da due Ufficiali di Stato Maggiore, dal capitano Simonetta, e dal sig. Adamoli di Varese, si portò per una ricognizione su di un colle a destra della strada da S. Ambrogio a Varese, da dove poté osservare la sottoposta Città, intorno alla vita del sig. Zanzi, e come Militare, e come Italiano. Come Militare, egli si arruolò volontario nel 1797 sotto il governo Italiano, e semplice soldato entrò nel Reggimento Ussari Cisalpini. Passato nei Dragoni della Guardia Reale col grado di Tenente nel 1803, trasferito nei Dragoni Regina come Capitano nel 1809, aggiunto allo Stato Maggiore come Ajutante di campo del generale Balabio, e quindi nominato Maggiore nei Cacciatori a Cavallo nel 1813 con Decreto del Principe-viceré Beauharnais in data di Posen, seguì tutte le politiche e militari vicende di quell’epoca gloriosa, ed i suoi gradi li guadagnò tutti ad uno ad uno sui campi di battaglia. Quando, caduto il Colosso Napoleonico, fu sgraziatamente invocato in Italia il governo Austriaco, e l’Armata Italiana fu sciolta per essere innestata con quella del nuovo Governo, il maggiore Zanzi si indusse bensì a prestar servizio, ma solo per quel poco tempo che gli era indispensabile per assicurarsi colla pensione una non stentata esistenza. Quindi egli, fino dall’anno 1822, ritirossi a vita privata nel suo paesello di S. Ambrogio, dov’era nato. Dall’Austria non ebbe gradi, e non si curò d’averne. – Come Italiano poi il Zanzi, provò specialmente nel 1848 quali fossero i suoi sentimenti, poiché, iniziata appena la guerra d’allora contro gli Austriaci, non mancò egli all’appello della Nazione, e recossi tosto a Milano, pronto a servire la Patria nella causa della propria indipendenza. Ma la già avanzata età sua ed una sopraggiuntagli fisica indisposizione, non gli permise di poter assumere impegni di sorta nella milizia attiva. Non potendo altro, fece sacrifizio del proprio cavallo, che offerse spontaneamente. Non pane né vino in quella casa, prosegue il sig. Carrano, ma farina gialla solamente, e poca. Il vecchio Zanzi giaceva infermo. – Davvero che là non v’era nulla, propriamente nulla in quella circostanza! Il vecchio Zanzi, come testifica anche il sig. Carrano, giaceva infermo, e quindi per lui non occorreva pane né vino, ma medicina e dieta. Eravi dunque la farina gialla pel pane e la polenta del domestico, e ciò per allora era anche di troppo. D’altronde la cantina del sig. Zanzi anch’essa era vuota, perché già da alcuni anni la crittogama non gli permetteva di fornirla di vino. Persino le 114
e rilevare le forti posizioni che gli Austriaci tenevano fuori di essa sulle alture e nelle ville circostanti. Conosciute quelle favorevolissime posizioni del nemico, vedutolo preparato e pronto a riceverlo, e consideratone il numero sproporziopoche provvigioni, che le di lui nipoti avevano portate per sé fuggendo frettolose da Varese, erano già state smaltite esse pure, perché già prima distribuite generosamente ai Garibaldini che erano venuti innanzi, come l’unico mattoncello di cioccolatte che loro era ancora rimasto, era stato offerto già a persona sopraggiunta da Como per una missione presso lo stesso generale Garibaldi. E mandare per provvista, come fu tentato, era tempo gettato, perché impossibile il trovarne. A Varese le botteghe erano chiuse, e d’altronde come recarvisi se i passi erano dovunque guardati da sentinelle Austriache? – in paese, pel rigurgito delle famiglie che emigravano ai monti, ogni cosa era stata consumata – perfino il latte, che ne’ villaggi suolsi trovar sempre in abbondanza, in allora mancava, ché le mandre erano state cacciate ai monti per salvarle dal sequestro dei predoni nemici. Che più? Lo stesso maggiore Zanzi ebbe a rimanere egli pure per ben 24 ore senza prender nulla, e non fu che il giorno 3 che, essendo stato aperto un passaggio verso Gavirate, fu possibile di fare colà qualche provvigione, e trasportarla a gran fatica in sulle spalle per vie trasversali e montuose, perché non venissero anche queste depredate. Ma in allora Garibaldi aveva già lasciato S. Ambrogio per indirizzarsi alla volta di Como. Di quella totale e forzata mancanza d’ogni cosa, i cavalli soltanto non ebbero a soffrirne, poiché fu loro somministrato foraggio in abbondanza. Nella stanzetta al piano terreno, così di nuovo il signor Carrano, nella quale il generale Garibaldi riposò un poco, non ci era di meglio che un libro legato elegantemente, che era uno schema o almanacco militare dell’Impero d’Austria. – Era una sala e non una stanzetta quella cui allude il sig. Carrano, e, se non con lusso, era però abbastanza bene mobigliata ed addobbata, da poter reggere anche al confronto dell’elegante legatura dell’almanacco da lui notato, e che colà realmente trovavasi. Quanto poi alle induzioni, che dalla presenza di detto almanacco si potrebbero dedurre sfavorevoli al maggiore Zanzi, giova sapere che esso di mezzo a’ suoi libri aveva appunto estratto questo (e non era certamente un delitto che un militare lo possedesse), allo scopo di osservare chi fosse, quali precedenze, qual grado, qua115
natamente superiore alle sue forze, Garibaldi dimise il pensiero di tentare nuovamente colà la fortuna delle armi, e fece ritorno a S. Ambrogio. La mattina seguente, 2 giugno, il Generale Garibaldi andò fuori all’alba a riconoscere il nemico, secondo il suo costume di volere osservare ogni cosa coi proprii occhi, e scoprì che desso erasi avanzato anche verso S. Ambrogio, occupando Biumo Superiore, e dominando da questo promontorio la strada da S. Ambrogio a Varese. Gli fu altresì confermata la notizia essere Como essa pure in pericolo per parte del nemico, e la popolazione demoralizzata e fuggitiva pel terrore e lo spavento d’una invasione. Che risolvere? Attaccare Urban era un azzardar tutto, e con assai poca probabilità di prospero successo. Varese d’altronde il proprio martirio già l’aveva subito, e non rimaneva più nulla a salvare, come nulla più eravi a temere dall’ira del nemico, che già aveva avuto la barbara soddile fama avesse quell’Urban, che tanto barbaramente straziava il suo Paese. Infine, checché se ne abbia voluto dire, l’ex-maggiore Zanzi fu ben contento e si tenne onoratissimo di avere accolto presso di sé il prode generale Garibaldi, come fu spiacentissimo di non averlo potuto trattare come avrebbe desiderato e voluto, atteso le tristi, eccezionali ed imperiose circostanze di quel momento. Ed io più di tutti posso affermarlo, poiché, stretto con lui in vincoli di parentela, e specialmente favorito della sua confidenza in fatto di politica, lo sentii più volte parlare con entusiasmo di Garibaldi, delle sue gesta, del valore de’ suoi Prodi, e far voti sinceri per l’Indipendenza d’Italia. Prova di ciò ne sia la compiacenza somma colla quale egli mostrava, a chiunque si recasse a trovarlo, la sala dentro la quale Garibaldi passò una notte, ed il divano su cui riposò. 116
sfazione dello sfogo. Era dunque miglior partito il ripiegare sopra Como affine di minacciare Urban alle spalle ed obbligarlo a lasciare Varese, dove la popolazione avrebbe potuto rientrare – di tenerlo a bada e lungi dal Ticino, dove il passaggio dell’Esercito alleato poteva accadere da un momento all’altro – nello stesso tempo di proteggere colla Città anche l’insurrezione, e questa estendere sempre più innanzi. A tale partito appunto si appigliò Garibaldi, e facendo qualche dimostrazione di fronte al nemico per ingannarlo, sfilò intanto col grosso della sua Brigata ad Induno, quindi per Arcisate e Ligurno con una marcia di fianco delle più ardite che si possano immaginare, dopo sette ore di faticoso cammino, e sotto una dirottissima pioggia, giunse a Como a notte buia di quel giorno medesimo. L’esule popolazione Varesina allorquando dalle valli, dai colli, dai monti ove erasi rifugiata, vide la schiera di Garibaldi passare e dirigersi verso la sgraziata Città, nutri tosto la speranza d’una pronta rivincita sull’esecrato nemico, e lieta già segnava vicina l’ora sospirata del ritorno alle proprie case, ma con dolorosa sorpresa, vide invece le Colonne dei nostri lasciare a destra Varese ed Urban, e rivolgersi a Como. Doveva dunque più a lungo durare quello stato di incertezza, di lontananza, di desolazione, di martirio? E come provvedere più oltre ai bisogni della vita, là dove mancava persino il pane – dove tante povere e numerose famiglie pativano di fame – dove le stesse persone agiate, per la fretta 117
della imprevista, subitanea partenza, scarseggiavano di danaro, di lingeria, di abiti, di tutto – dove un ricovero difficilmente poté trovarsi, e trovatolo, era necessità dividerlo con altri e con altri molti? Il rapido e fortunato incalzare degli avvenimenti tolse di mezzo ogni imbarazzo, e pose fine al sacrifizio de’ Varesini. L’Esercito Piemontese aveva valorosamente combattuto e vinto a Palestro, a Confienza, a Vinzaglio, a Casalino, e marciava dalla Sesia all’Agogna – l’Esercito Francese erasi concentrato a Novara e nei dintorni – l’armata Austriaca erasi riparata dietro il Ticino. Così stando le cose, il Generale Urban, lasciata a Varese una retroguardia di circa tre mila uomini onde tenere a bada la Brigata dei Cacciatori delle Alpi e coprire così la sua mossa, s’avviava colla sua Divisione, traendosi dietro vari ostaggi Varesini,43 alla volta di Gallarate per accorrere al Ticino, dove stavano per decidersi le sorti di Lombardia, e dove perciò era d’uopo, a qualunque costo, riunire le maggiori forze possibili. Ma fu troppo tardi! Urban, secondo l’ordine pressante che ebbe dal
43 Questi infelici disgraziati erano: Giuseppe Monico, professore ginnasiale – Bonaventura Armati, fabbricatore di birra – Pietro Magno Zucchi, scarpellino – e certo Bertoni di Masnago, calzolaio. Furono presi alla ventura, senza che avessero altro torto, tranne quello d’essersi lasciati catturare dagli Austriaci. Con essi poi ve n’erano altri ed altri molti di altri paesi, tutti ignari del perché si trovassero in quelle tristissime condizioni. Furono tutti costretti a seguire la truppa di Urban a Gallarate, a Milano, a Lodi, e fino a Mantova ed a Verona, fra ogni sorta di strapazzi e di contumelie, non esclusa l’infamia della bastonatura che loro venne inflitta. 118
supremo Comandante Austriaco Giulay, avrebbe dovuto partire sino dalla sera del giorno antecedente, 2 Giugno. Ma per l’improvviso mostrarsi innanzi a lui de’ Cacciatori delle Alpi, per le buone posizioni che teneva contro di essi, pel desiderio che aveva di poterli battere, almeno una volta, senza però avere mai più il coraggio di affrontarli egli stesso, indugiò la sua partenza fino al pomeriggio del giorno 3, perdette un tempo preziosissimo, e non poté prender parte alla battaglia di Magenta con una mossa di fianco, che avrebbe forse decisa la vittoria de’ suoi. Pertanto, una Città inerme e deserta, e «poche Compagnie di soldati nuovi, tennero occupato per tre giorni un esercito di quattordici e più mila uomini, formato delle migliori truppe, con quindici pezzi d’artiglieria e numerosa cavalleria, contribuendo così indirettamente alla stessa vittoria di Magenta»44 – guadagnata con gravi sacrifizi, ma guadagnata. Fatto importantissimo questo, e tale da mostrare, anche agli stessi oppositori, come la discesa di Garibaldi in Lombardia, sbagliata o no secondo le norme strategiche dell’arte della guerra, sia però riuscita di somma utilità per le armi nostre al Ticino; quando invece fu assolutamente falsa ed intempestiva la malaugurata, estemporanea operazione di Urban sopra Varese, la quale, senza risultati proficui per sé stessa, fu all’incontro di sommo irreparabile danno all’esercito Austriaco, il quale già pur 44
Marco Formentini, op. cit. 119
trovavasi in assai critiche circostanze fino dal momento in cui Urban erasene distaccato colla sua Divisione.45 La spiacevole, dolorosa sensazione che i fuorusciti cittadini di Varese provarono allora che videro Garibaldi allontanarsi senza liberarli dagli Austriaci, non durò che poche ore, e tosto si modificò sotto la cara lusinga che costoro se ne partissero decisamente, e smorbassero la Città, quando s’accorsero che il grosso della Divisione Urban si metteva in marcia alla volta di Gallarate. Molti de’ Varesini quindi, da ciò rassicurati, s’affrettarono a ritornare in quello stesso giorno alle case loro, sì che le contrade di Varese incominciarono ad animarsi, e le porte e le botteghe e le finestre ad aprirsi. 45 Il sig. Guttièrez, nella già sopra citata sua opera, persiste ognora nel giudicare la spedizione di Garibaldi in Lombardia come militarmente inconcludente. Concesso anche, se vuolsi, che Garibaldi, coll’avere obbligato Urban a staccarsi con numerose forze dal grosso dell’esercito di Giulay, poco o nulla abbia contribuito a facilitare ed assicurare all’Esercito Alleato il passaggio del Ticino, oppure se vi contribuì, ciò sia avvenuto per mera accidentalità, è però certo che l’estendersi dell’insurrezione popolare che Garibaldi, con tanta rapidità e con tanto buon esito, andava suscitando ai fianchi ed alle spalle del nemico, avrebbe almeno dovuto, ad ogni costo, obbligare questo a modificare i suoi piani, a desistere dall’essere aggressore e dall’inoltrarsi troppo nel Piemonte, per ripiegare invece in più sicura posizione affine di poter difendersi dall’armata Italo-Franca insieme e dal moto popolare. Fortunatamente la sconfitta da lui toccata a Magenta, ed il rapidissimo suo disordinato ritirarsi dalla Lombardia resero contro di lui inutile ogni altro mezzo di difesa. Ma se, per nostra disavventura, le sorti della guerra fossero state più propizie al nemico nostro, non saprei se sarebbe stato affatto inutile il sollevarsi delle popolazioni, e se avrebbe voluto giudicare proprio inconcludente, anche nel senso militare, l’operato di Garibaldi. 120
All’indomani, sabato 4 giugno, il rimbombo di un forte, distinto, incessante, vicino cannoneggiamento dalla parte del Ticino, venne a ripercuotere sui monti e sui colli Varesini, e coloro che in gran numero vi stavano tuttora a riparo, s’accorsero che i destini in Lombardia erano per essere decisi. S’alzò concorde un voto ed una preghiera per la fortuna delle armi alleate. La battaglia di Magenta fu vinta. La retroguardia lasciata da Urban a Varese, avvisata dell’accaduto, e richiamata in sulle ore pomeridiane della seguente Domenica, se ne andò. Un plauso di gioia ed un grido d’esecrazione fu il saluto col quale l’accompagnarono i Varesini. Questi, come in tutta fretta ed in massa avevano abbandonata la Città al primo apparire degli Austriaci, in tutta fretta ed in massa ritornarono appena costoro eransi allontanati, sì che la sera di quella Domenica medesima, 5 giugno, Varese era nuovamente animata, viva, popolata, ed il mercato del susseguente Lunedì fu brillante come al solito, pel concorso numeroso e pei buoni affari che furonvi fatti. Era bello, era commovente l’assistere all’ingresso di questa generosa popolazione, che da tutte le parti giungeva ai propri focolari – al ritrovarsi dei parenti, degli amici, dei vicini – all’esultare degli animi, tanto bisognevoli d’espansione dopo il cruccio de’ passati tristissimi giorni – al racconto che a vicenda facevansi di quanto fu d’uopo soffrire nella assenza, ed i disagi del cammino, e le difficoltà dell’alloggiare, e la penuria delle vettovaglie, e la mancanza degli abbigliamenti, e la deficienza delle borse, e tutti quei mille lagrimevoli episodi, che dovettero di necessità accompa121
gnare ogni circostanza di quell’epoca memoranda di patrio amore, di eroismo, di sventura e di sacrifizi. E specialmente era toccante l’ansia onde le reduci famiglie s’affrettavano alle proprie abitazioni per accertarsi tosto se, e quale danno poteva loro essere toccato, e rassicurarsi del lungo e grave timore cui furono in preda pel tanto minacciato saccheggio – l’interesse onde i Cittadini si recavano qua e là in giro per vedere i guasti del bombardamento, esecrare ai barbari che ne furono gli autori, giurare odio implacabile per lo straniero oppressore e vile, – la premura onde tutti si facevano d’attorno ai pochi che erano rimasti ad affrontare l’insolenza del furente nemico ed a proteggere la Città, desiderosi d’apprendere dalla loro bocca medesima la narrazione de’ luttuosi fatti cui ebbero parte, e di testimoniare loro la propria vivissima riconoscenza. Fortunatamente, a rendere ancor più effusa ed abbondante la gioia degli animi, giungeva la cara novella delle eroiche vittoriose gesta operate dagli alleati sul Ticino, del costoro ingresso in Milano, del nemico in fuga ed inseguito; sì che ogni argomento di doloroso e triste ricordo cangiossi tosto in motivo di consolazione, e lo squallore del lutto nel più solenne apparato di festa. La mattina del 31 maggio io sortiva dell’Ospedale, dove soleva vegliare la notte presso il letto dei nostri poveri feriti, quando mi fu detto che gli Austriaci si avvicinavano a Varese, e che Garibaldi non poteva in nessun modo proteggere la Città. La popolazione già incominciava ad emigrare, ed io leggeva sul volto d’ognuno l’espressione vivissima del 122
dolore e del dispetto – ma d’un dolore rassegnato, perché confortato da una speranza, che non poteva fallire – ma d’un dispetto che nasceva insieme all’odio e dalla rabbia, ma che non era disperazione. Salii sulla torre della Basilica di S. Vittore, dove già altri miei Concittadini stavano in vedetta. Gli Austriaci avanzavano sempre. Quando mi parvero a poca distanza dalla Città e mi persuasi essere ormai inevitabile la disgrazia del mio Paese, pensai io pure allo scampo, e mi diressi alla Madonna del Monte, dove già tanti e tanti mi avevano preceduto, e dove erasi già riparata anche la mia famiglia, che m’attendeva. Bisognoso di riposo e di calma, mi gettai su di un letto, e presi sonno; ma fu per poco, ché mi si svegliò ben tosto per significarmi essere giunto un messo da Varese coll’ordine che i preti facessero ritorno in Città e si presentassero ad Urban. Compromesso, come io mi riteneva in faccia all’Austriaco, andare io stesso volontariamente a mettermi nelle mani di un maresciallo Urban! Presi il mio bastone, guadagnai la vetta del monte che ergesi più sopra a quello dove sta il Santuario della Madonna, e di là per sentieri difficili e scoscesi, per balze, per dirupi, calando al basso lungo la china che guarda a settentrione, pervenni in sull’imbrunire a Cabiaglio presso una famiglia di mia stretta relazione, la quale mi fece la più cordiale, espansiva e generosa accoglienza. Stava raccontando i tristi casi della giornata, quando il Podestà di Varese col Segretario municipale entrarono a domandare essi pure l’ospitalità a quegli ottimi nostri comuni amici, ospi123
talità che, come già a me, ad essi pure fu accordata con trasporto. Il Podestà ed il Segretario, a seconda del consiglio ripetutamente avuto da Garibaldi, dopo d’aver provvisto il meglio possibile alle gravi urgenze del momento per proteggere in qualche modo il Paese e favorire lo scampo dei Cittadini, mentre da una parte entrava l’avanguardia Austriaca, erano sortiti dall’altra, dirigendosi alla Madonna del Monte. Giunti lassù e tosto circondati dalla folla dei Varesini ivi riparati ed ansiosi di notizie, dovettero ripetere e confermare le pur troppo sempre tristi novelle del giorno – ma poterono però a loro sommo conforto accertarsi della calma e della fiducia onde si tenevano rialzati gli animi. – Poveretti, disse taluno: dopo d’aver fatto tanto, essi pure furono obbligati a fuggire! – Queste parole, che suonarono gratissime a coloro cui furono dirette, provavano manifestamente come la comunanza del sagrifizio e della sventura mantenesse costante inalterabile la confidenza e la stima fra gli esuli Cittadini e gli esuli loro Rappresentanti. Tutti soffrivano per una stessa causa, tutti erano meritevoli di compassione e di compianto! Alla Madonna del Monte però il Podestà ed il Segretario, compromessi siccome erano, non si credettero abbastanza sicuri, e come io aveva già fatto, seguendo la medesima disastrosissima via, erano discesi a Cabiaglio. Questo paese della Valcuvia trovavasi essere in allora assai adattato al soggiorno dei Podestà – perché vicino a Cuvio dove la Brigata dei Cacciatori delle Alpi erasi riunita dopo il fallito colpo di Laveno, e colla quale eragli necessa124
rio il tenersi in corrispondenza – perché collocato nel centro dei monti e delle valli dove la sbandata popolazione erasi rifugiata, e della quale poteva, a seconda delle circostanze e dei bisogni, interessarsi46 – perché infine non molto lontano da Varese, sì che ne poteva avere frequenti e pronte le notizie, ed in pari tempo segregato dalla strada maestra quanto bastava per rendere sicuro l’asilo, o per avere il tempo, in caso di scoperta e di ricerca per parte del nemico, di procurarsi altrove uno scampo. Così il Podestà di Varese, profugo colla profuga popolazione, non cessava nemmeno un istante dall’essere il legale Rappresentante dei suoi Concittadini in faccia al Governo di Vittorio Emanuele, e, facendosi anche in questa sciagurata circostanza di sacrifizio e di martirio interprete dei sentimenti costantemente generosi e forti de’ suoi Rappresentati verso la persona dell’amato Re, a questi si rivolgeva con un indirizzo che datava dai monti di Varese, il 1o Giugno 1859, e che gli faceva pervenire a mezzo del Ministro Conte Cavour. L’indirizzo era così espresso: «Sire! I Cittadini di Varese che, primi in Lombardia, acclamando all’Italia ed a Vittorio Emanuele, abbattevano le
46 Il Podestà spediva qua e là ogni giorno appositi messi per essere sempre informato dello stato e dello spirito della popolazione – faceva pervenire, come e dove poteva, soccorsi sia in proviande sia in danaro a coloro che più ne abbisognavano – mandava eccitamenti a rassegnazione e parole di conforto insieme e di speranza. 125
insegne della straniera schiavitù, ieri per vicenda di guerra furono di nuovo assaliti dalle truppe Austriache, a disonore condotte dal Maresciallo Urban. Seco portando, come pegno prezioso, la sacra Bandiera tricolore, essi errano ora esuli sui patrii monti, mentre li funesta da una parte l’acerbo spettacolo dei domestici tetti bersagliati dalle bombe e dai cannoni nemici, e delle case e dei negozii abbandonati alla licenza di soldatesca sfrenata, dall’altra il triste annuncio di esigenze e di minaccie così esorbitanti e crudeli, che se il tempo permette realizzarle, la ruina del Paese sarà consumata. Non li avvilisce però la dura prova, né men saldo diviene il loro coraggio e la fede nell’avvenire della Patria, dacché Voi, o Sire, siete sorto Primo Soldato della sua Indipendenza. Anche sotto la sferza della vendetta austriaca, essi non sanno dolersi dello splendido peccato d’essere accorsi esultanti da accogliere, e portar alto il Vostro Vessillo – d’aver impugnato le armi per difenderlo – d’aver Voi salutato Liberatore e Re – d’aver qui offerta una famiglia ai prodi Vostri Cacciatori delle Alpi – d’essersi infine uniti a loro per battere e vincere il nemico. Per Voi, o Sire, e per l’Italia, essi benedicono ora anche la sventura, e la sostengono come nuovo battesimo che li renda più degni dell’affrancamento straniero e dei beneficii del Vostro provvido Regno che, da undici anni sospirato, in questi ultimi giorni poterono finalmente inaugurare. Come già le liete dimostrazioni del risorgimento e della vittoria, aggradite quindi, o Sire, l’omaggio dei loro attuali dolori e sacrifizii, e questo sia suggello della fede e dell’amore che sempre, nella prospera e nell’avversa fortuna, i Cittadini di Varese serberanno alla Causa dell’Indipendenza Nazionale, ed a Voi, magnanimo Re, che la promoveste e preparaste. 126
Passi la tempesta, e presto l’iride della Libertà ritorni a splendere, colla bandiera tricolore, anche sulla deserta e sconsolata nostra Città. Qualunque però sia la sorte di guerra a noi riserbata, i cuori, i voti, e le opere nostre, noi lo giuriamo, o Sire, saranno sempre per Voi e per l’Indipendenza d’Italia – pel generoso Vostro Alleato e per la gloria delle prodi fraterne armate – pel trionfo della Patria, della Giustizia, della Civiltà. Sire! sacro il giuramento dato nel giorno del dolore». Il Podestà di Varese, CARCANO Dott. EZECHIELE ZANZI, Seg.
La mattina di questo giorno medesimo in cui fu scritto il su riferito indirizzo al Re, il suono della fanfara dei Cacciatori delle Alpi ci giunse all’orecchio, grato, soave, come la più grata, la più soave delle armonie – ci scosse, ci rianimò, ci fè balzare d’un tratto fuor dal paese. Sulla strada che, venendo da Cuvio e passando rasente Cabiaglio, volge a Brinzio, dove s’incontra colla maestra fra Varese e Luvino, sfilava la colonna Garibaldina, che, reduce da Laveno, dirigevasi alla nostra Città. Garibaldi, col suo Stato Maggiore e porzione de’ suoi, era già passato innanzi. Alcuni ufficiali e soldati e guide a cavallo stavano fermi in sulla via, occupati a divorare in tutta fretta quel po’ di vettovaglia, pane, polenta, cacio, salame, che i buoni Cabiagliesi spontaneamente accorsero a portare e gareggiarono in offrir loro. Il restante della Brigata veniva in seguito, e continuava il proprio cammino. 127
Dire ciò che provammo in quel momento sarebbe impossibile. Stringemmo la mano a conoscenti ed amici, ed erano tutti conoscenti ed amici coloro che vestivano l’assisa del Cacciatore delle Alpi. – Apprendemmo dalle loro parole come fosse persuasione in essi che il loro Generale li guidasse a rivendicare sugli Austriaci a Varese l’oltraggio fatto alla Città, e ad affrettare il ritorno della popolazione alle proprie case. – Augurammo prosperità e vittoria a quei bravi e generosi. Oh! quanto conforto, quanta consolazione, quanta energia di speranza noi provammo in quel momento! Ma l’istante della rivincita non era giunto ancora, e la prova del sacrifizio, fatta più acerba da una lusinga troppo vivamente vagheggiata e troppo prestamente perduta, doveva prolungarsi per altri funestissimi giorni! – Garibaldi, come narrai più sopra, veduto impossibile questa volta il dar battaglia ad Urban, erasi diretto a Como. Verso sera del giorno 3 corso voce che un drappello di Croati erasi spinto pattugliando oltre Brinzio fino sulla strada di Cabiaglio. Gli abitanti ne furono intimoriti, e noi potemmo argomentare essere il loro timore cagionato dalla nostra presenza in paese, la quale poteva, secondo essi, provocare una perquisizione, o peggio da parte del nemico. Era giusto che noi rispettassimo la loro apprensione, e ci risolvemmo a partire in quella sera medesima, decisi di recarci a Como, transitando pel Cantone Ticino. Ci si offerse però una difficoltà per l’attuazione d’un tale progetto, la mancanza cioè del passaporto Austriaco, assolutamente indispensabile in allora per varcare il Confine Svizzero, do128
vunque sorvegliato diligentemente dalle milizie federali sotto gli ordini del generale Bontemps. Pensammo rimediarvi con uno strattagemma. Presso un rivendugliuolo ci fu dato di trovare ancora alcuni fogli di carta bollata del Governo Austriaco. Il Segretario ne fece una carta di passo per ciascuno di noi, che il Podestà sottoscrisse; e per simulare il necessario timbro d’Ufficio, presa una moneta sulla quale distinguevasi nettamente l’aquila bicipite, venne annerita col fumo della candela, e così impressa sul foglio, ne lasciò l’impronta. Ciò fatto prendemmo tre giovinotti del paese che ci servissero di guida, e ringraziati e salutati i nostri ospiti, verso le 10 ore di notte ci ponemmo in cammino. La notte era buia, sebbene stellata – né ci parve prudente il servirci di un fanale che avevamo con noi, per timore che il brillare del lumicino non mettesse in qualche sospetto le truppe nemiche, quando mai si trovassero in quei dintorni ad esplorare. Seguimmo adunque dappresso le nostre guide, che per uno stretto e disagiato sentiero, nascosto di mezzo a folte macchie, ci condussero per entro la profonda valle ove scorre la Rancina, ci presero in sulle spalle per trasportarci al di là del fiume, e ci fecero nuovamente risalire dall’opposta parte per un viottolo erto e faticoso, mettendoci sulla strada maestra di Luvino. Percorso con passo affrettato un breve tratto di questa strada, che ci parve malsicura perché aperta e frequentata – la condizione nostra di fuggitivi ci faceva esagerare assai facilmente la nostra posizione – prendemmo a destra il cammino di Bedero, Cunardo e Fabiasco. Quivi arrivati, licenziammo le guide, e bus129
sammo alla porta di una casa, dove abitavano persone di conoscenza del Podestà. Maravigliata della visita inaspettata, ed in quell’ora – erano le due dopo mezzanotte – quella buona gente ci accolse colla massima premura e ci fece quante offerte loro dettava il cuore. Accettammo del latte e del caffè, sedemmo accanto al fuoco, e ci abbandonammo al dolce ristoro d’un pajo d’ore di sonno. Albeggiava appena quando riprendemmo il nostro cammino. Verso le sette antimeridiane, giunti a Lavena sulla sponda Lombarda del lago di Lugano, ci portammo da un nostro compatriota, ricco possidente del Comune, e che suole dimorarvi a lungo durante l’anno, il sig. Francesco Prestini, il quale, sentito come noi intendessimo di trasferirci fino a Como, gentilmente si offerse di accompagnarci egli stesso col suo legno, non appena avesse disimpegnate certe sue faccenduole del momento. Accettammo senza complimenti la generosa offerta. Intanto che egli si disponeva a seguirci, per raggiungerci poi sulla strada maestra, noi, affine di evitare il passaggio di Ponte Tresa, dove i Doganieri del Cantone Ticino, che difficilmente si sarebbero lasciati sorprendere dalla illegalità dei nostri passaporti, ci avrebbero contrastato di transitare il confine, preferimmo attraversare il lago e scendere a terra alle Cantine, dirimpetto a Lavena, dove, trovandosi invece a custodia soldati federali, ignari della nostra lingua, ci sarebbe stato più facile il trarli in inganno. Infatti, appena sbarcati, un soldato si presentò chiedendoci in lingua francese le nostre carte. Gliele mo130
strammo con franchezza. Visto il bollo ed il timbro coll’aquila Austriaca, ci lasciò libero il passo. Noi ci portammo innanzi fino ad Agno, ed entrammo in un’osteria a rifocillarci. Poco dopo ci raggiunse il sig. Prestini, montammo in carrozza, e per Mendrisio e Chiasso giungemmo a Como. Al nostro ingresso in Città fummo tosto circondati da una folla di Garibaldini e di Comaschi che ci domandarono ansiosamente le notizie di Varese. Che potevamo rispondere noi, che da qualche giorno non sapevamo altro se non che la popolazione era profuga, e le milizie Austriache non avevano ancora sgombrato il Paese? Il Podestà si recò tosto dal generale Garibaldi per essere almeno informato intorno alle vicende della guerra, e per consultarlo sul da farsi. Garibaldi lo accolse colla solita sua cordialità, gli comunicò le più consolanti novelle del Campo, l’assicurò che presto, all’indomani forse, i Varesini avrebbero potuto rientrare liberamente nella loro Città, e magnificò altamente il contegno di questi durante le terribili prove cui furono sottoposti, manifestando la pienissima sua soddisfazione. – Ciò avveniva il giorno medesimo in cui gli Alleati varcavano il Ticino e vincevano a Magenta, e realmente all’indomani, come Garibaldi aveva preveduto, Varese era ripopolata da’ suoi abitatori. Il Podestà ed il Segretario si fermarono a Como. Io feci ritorno a Mendrisio, dove passai la notte, e la mattina seguente, Domenica 5 giugno, mi portai a Stabio. Quivi trovai molti altri miei Concittadini che eranvisi rifugiati. In sul cadere di questo giorno medesimo ebbimo novella che Urban co’ 131
suoi barbari aveva sgombrato, e che la popolazione s’affrettava ai propri focolari. Io non dirò la gioia suscitata da simile notizia. In poche ore Stabio fu dai suoi ospiti abbandonato. Colla reduce popolazione anche il Podestà rientrò, ripigliando le sue mansioni ufficiali come R.o Commissario straordinario di Varese e dintorni, delle quali fu novellamente investito. Pochi istanti prima di lui era pure entrato in Varese, con una compagnia di Cacciatori delle Alpi, il Capitano Costa – nominato dal proprio Generale, Comandante militare di Varese e Territorio – il quale aveva subito fatto rimettere le bandiere nazionali, e ricostituito il Governo di Re Vittorio. Il Podestà, a meglio rialzare lo spirito della popolazione, pubblicò tosto il bollettino sulla battaglia di Magenta. Quindi sua prima cura si fu di nominare una speciale Commissione che constatasse e calcolasse i danni cagionati dall’invasione delle truppe Austriache, affine di darne il compenso a coloro che li avevano sofferti. Dai computi fatti, si poté stabilire in It. L. 140.178. 50 il danno materiale avuto dalla Città e dai privati per causa di saccheggio e di bombardamento.47 Parimenti stabilì un’altra Commissione che sussidiasse i poveri della Città e delle Castellanze, che per le accadute vicende ebbero a rimaner privi di lavoro e di mezzi, cui venne tosto assegnato all’uopo un fondo pri47 È però a tenersi conto anche delle ulteriori conseguenze che ebbero a verificarsi sul fisico e sul morale degli abitanti, conseguenze incalcolabili, ma tristissime. 132
mitivo di L. 3000 dal R.o Commissario Sardo in Lombardia, sig. Visconti Venosta, e ad accrescere il quale la Commissione faceva subito appello anche alla ben nota generosità de’ Cittadini, che largamente vi rispondeva. In pari tempo diffidò «chiunque avesse comperato od avuto in altro modo dai militari austriaci, o anche dai privati di non sicura probità, mobiglie, lingerie, effetti in genere che si potessero dubitare involati ai veri proprietarii, a tosto farne notificazione per le necessarie disposizioni a prendersi». Fu anche comandata l’immediata consegna delle armi, affine di provvedere nuovamente la Guardia Nazionale, in allora riattivata per l’ordine e per la pubblica tranquillità. Onde l’ordinaria amministrazione non rimanesse sospesa, vennero confermati i Commissari Distrettuali di Varese, Tradate, Arcisate, Angera e Luvino nella dirigenza provvisoria dei rispettivi Uffici esclusa però ogni ingerenza nei rapporti di polizia, la quale in nome del Governo del Re, fu demandata alle Deputazioni Comunali, sotto la Direzione e gli ordini della Questura provvisoria di Varese. Necessitando prendere qualche provvidenza di finanza onde raccogliere mezzi per sopperire agli urgenti bisogni del momento, fu diramata Circolare alle Ricevitorie del confine Svizzero perché pensassero a curare nel miglior modo e colla maggior possibile energia il contrabbando che in quei dì erasi fatto esteso assai e senza ritegno – venne riconfermato l’Ufficio di Commisurazione – fu chiesta l’immediata esazione delle già scadute imposte. 133
Infine, perché la diramazione degli avvisi, ordini, bollettini, fatti per richiamare e congiungere la popolazione nel nuovo ordine di cose, fosse pronta a regolare, fu ordinato ai Cursori dei singoli Comuni di recarsi giornalmente al Capoluogo del proprio Distretto per riportare tosto ai loro paesi gli atti dell’Autorità, e le notizie che sarebbero giunte intorno alla grande impresa che in allora ferveva pel Nazionale Riscatto. Tutto ciò prova quanto attiva e solerte fosse l’operosità di chi presiedeva alla Pubblica bisogna, e come anche dopo le sofferte sventure si fosse in Varese mantenuto vivissimo l’ardore per la santa Causa d’Italia. In quei dì veniva parimenti aperto in Varese un nuovo arruolamento per formare il 3o Battaglione del 1o Reggimento dei Cacciatori delle Alpi, ed al caldo appello che il Comandante Militare, per ordine di Garibaldi, indirizzava alla gioventù, rispondevano accorrendo i volontari della Città e dei dintorni, sì che numerosi ebbero a figurare i nomi de’ Varesini nell’elenco de’ prodi che pugnarono per l’Indipendenza della Patria. La mattina del 9 Giugno, pervenne a Varese la grata novella che durante la notte anche la Guarnigione di Laveno aveva abbandonato il Forte. «La notte era indiavolata, il lago era grosso, la pioggia cadeva a torrenti, cosicché le sentinelle numerosissime che lungo la riva d’Intra già da 15 giorni spiavano le mosse dell’inimico, non s’avvidero sì tosto della fuga dei tre piroscafi da guerra Austriaci con tutto il presidio di Laveno.
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Tutta la Guardia Nazionale d’Intra, ed i preposti della R. Dogana, a tuta voga, approdarono a Laveno verso le 6 antimeridiane, e si misero in possesso dei Forti, scacciandone a forza i contadini che si davano ad ogni rapina. La Bandiera tricolore fu inalberata sull’alto delle fortificazioni, ed il grido di Viva l’Italia, echeggiò anche su questa sponda. Verso le 8 arrivava il R.o Commissario di Varese, Carcano, con un distaccamento dei bravi Cacciatori delle Alpi. Intanto si era frenata la rapina, ristabilito l’ordine, e pattuglie di Guardia Nazionale percorsero le cascine e le case dei villici, per ritogliere loro quanto era stato trafugato dai Forti. Nei Forti eranvi sette Cacciatori delle Alpi feriti, che nel tempo di loro prigionia furon trattati piuttosto umanamente dagli Austriaci. Si trovò nei magazzeni una enorme quantità di munizioni da guerra e da bocca, e sedici cannoni inchiodati. Verso le 12, arrivò a Laveno una compagnia di Carabinieri da Cannobio; verso le 4 del pomeriggio, una quarantina di Guardie Nazionali di Pallanza s’aggiunsero, e già da ogni parte del lago convenuti, Lombardi e Piemontesi, si erano strette le destre sotto il Vessillo tricolore, e gridavano unanimi: Viva Vittorio Emanuele! Viva l’Italia!».48
Gli Austriaci fuggiaschi gettarono le ancore nelle acque di Magadino, e cercarono scampo sul territorio Svizzero, dove d’altronde furono assai bene accolti. Intanto il generale Garibaldi co’ suoi Cacciatori, in poco tempo, sempre combattendo e vincendo co’ suoi prodi, ac48
Relazione del «Lago Maggiore», giornale politico ecc. 11 Giugno 1859. 135
cresciuti di mille e più mille, erasi spinto innanzi assai sul campo delle guerresche operazioni, tenendo ognora la parte montuosa di Lombardia, la cui intrepida ed ardimentosa popolazione egli aveva dovunque al solo suo passaggio insurrezionata – e le Armate alleate, che già avevano occupata Milano, inseguivano il nemico cacciandolo fino agli estremi confini Lombardi. Cessata allora in sul territorio Varesino la necessità del moto insurrezionale, e subentrato il normale procedimento della Pubblica Amministrazione, il R. Commissario Sardo, Carcano, rassegnava il 17 giugno gli straordinari suoi poteri al Cav. Verza R. Intendente Generale della Provincia Comasca, di cui Varese fa parte, e rientrando nella primiera cerchia de’ suoi attributi come Podestà, ne dava avviso alle Deputazioni Comunali con una circolare, nella quale ringraziava le Deputazioni medesime della loro costante e premurosa cooperazione prestata con attività ne’ solenni e gravi frangenti delle passate vicende, e buone e tristi, nelle quali fu involto il Paese, e le pregava a rendersi interpreti di vivissima riconoscenza a tutti coloro che più eransi adoperati pel risorgimento della Patria. E la Patria nostra risorse potente, gigante. Essa divenne Nazione, rivendicò la propria esistenza politica e geografica, innalzò un trono a se stessa su cui s’assise rispettata e temuta, impugnò colla spada anche lo scettro, e cinse un diadema d’onore e di gloria. Dessa scelse a rappresentarla e dirigerla un Re, il migliore, l’unico dei Re, che Guerriero per Lei combatte, Padre amoroso la frena e la governa, Ga136
lantuomo ne riconosce e ne rispetta i diritti, Italiano è fratello a’ suoi fratelli, e li chiama e li aduna e li concentra a lei dintorno. E verrà dì, e sia presto! in cui tutti i membri dell’Italia Famiglia saranno stretti in un solo amplesso col nodo indissolubile dell’unione e della forza, dell’amore e della concordia. Verrà dì, in cui la canzone dell’Alpigiano e la barcarola del Veneto gondoliero echeggeranno collo stesso metro nell’effusione della gioia, intanto che il plauso universale delle redente Itale Popolazioni saluterà il tricolore Vessillo sventolante sull’alto del Campidoglio. Non è desiderio questo, non è aspirazione, non è lontano vaticinio, è certezza che ogni Italiano e sente e tiene nel proprio cuore, e mercé la quale sa frenare l’ansia stessa della impazienza, sa indugiare nella calma, aspettando lo scoccare di un’ora che è già segnata. E l’ora suonerà, e l’Italia sarà Una, Grande, Potente, malgrado gli sforzi inutili della Diplomazia nell’avversare il compimento de’ suoi destini – malgrado il ferro assassino de’ suoi nemici, maneggiato a suo danno. Varese insorgeva la prima fra le Città Lombarde contro la tirannide straniera, perché aveva sentito per la prima la voce di Garibaldi che la chiamava alla riscossa. Quella voce potente, irresistibile, divenne cara e famigliare nella nostra Penisola, e quando risuonò per chiamare ed adunare armati in Sicilia, gli armati accorsero, combatterono e vinsero. – Se Garibaldi, comunque la intendano i critici suoi, nella guerra del 1859 non si fosse staccato dall’Esercito alleato, non avesse guadagnato il suolo Lombardo, non si fosse po137
sto di mezzo al Popolo per inspirargli fiducia ed entusiasmo, e per adoperarne lo slancio e la forza, non si fosse abbandonato al suo genio ed alla sua fortuna, non avesse osato temerariamente per vincere, forse sarebbe giunto oscuro e senza gloria a Villafranca, e la voce sua sarebbe stata priva di quel prestigio irresistibile ed efficace, che gli trasse intorno dapprima i mille di Marsala, e dappoi, come per incanto, gli altri mille e mille che fecero libera la terra dei Procida. – Sesto Calende e Marsala, Varese e Palermo, S. Fermo e Milazzo si danno la mano, e le corone d’alloro che inghirlandano le gesta di cui furono teatro, staccate da un ramo solo, conteste dall’eguale fortuna, consacrate dalla stessa causa, saranno eternate dalla medesima gloria.
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APPENDICI
A meglio delineare la posizione, caratterizzare la operosità, ricordare e raffermare le aspirazioni, completare il quadro degli avvenimenti per ciò che riguarda Varese in rapporto colla grand’opera dell’Indipendenza della Patria nostra, aggiungo qui diverse Appendici. Queste, nel mentre concorreranno a formare esse pure una pagina storica, non parziale e municipale soltanto – ché in Italia adesso gli avvenimenti, anche isolati, di una Provincia, di una Città, di un Comune sono sempre avvenimenti di interesse affatto nazionale – ma concatenato strettamente con tutte quante le pagine storiche de’ nostri giorni; riusciranno in pari tempo fors’anche di qualche vantaggio al mio Paese, cui, la memoria di un recentissimo passato, onorevole per opera di cittadine virtù, grande per merito di sofferte sventure, fortunato per esito di intenti e di desiderj, farà sì che non venga meno l’energia e l’insistenza dell’adoperarsi e del continuare ancora e sempre, sino a meta raggiunta, nell’intrapresa santa, eminentemente santa, della Redenzione d’Italia… di tutta l’Italia. Nella vita dei popoli v’hanno circostanze in cui è colpa sostare, indugiare, raffreddarsi – in cui è delitto frenare ed incagliare comecchessia il rapido moto della corsa – in cui è sempre pericoloso lo stato di alternativa, sempre fatale l’accogliere transazioni, sempre micidiale il dilungarsi per sentieri di traverso, lasciando la via maestra. Sta fissa dinanzi ai Popoli, una meta cui devono tendere incessantemente, direttamente, ad ogni costo il pensiero e l’azione – havvi sempre un tempo determinato, una occasione speciale, perché quella meta si possa e si debba raggiungere. Non progredire costantemente verso di essa, non approfittare dell’occasione, si traduce in una perdita rovinosa, fatale, irreparabile. – L’Italia è a mezzo del cammino… Vada innanzi, sempre innanzi – anche soltanto di passo, se non lo può di corsa – ma badi a non fermarsi, a non voltar strada, a non chiedere consigli, se non a se stessa ed a’ suoi doveri. Oh guai se fosse costretta ad una contromarcia!… la contromarcia per Lei sarebbe la morte.
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I GARIBALDI A VARESE - LUVINO - MORAZZONE 1848
La storia di Varese durante la guerra d’Indipendenza contro l’Austria nel 1848 è quella stessa di tutte le altre Città Lombarde che, seguendo l’esempio dell’eroica Milano, concorsero colle forze e con sacrifizi alla grand’Opera – fatalmente fallita allora, ma però fecondissima di costanti ed energici propositi per quello che ebbe a compiere dappoi – dell’Emancipazione Italiana. – Anche qui, come dovunque in quell’epoca, entusiasmo, iniziativa all’azione, disarmo di Austriache bande, popolazioni accorenti in armi e decise alla rivolta, giovani che numerosi volavano ad aumentare al campo le schiere de’ combattenti, offerte in danaro, in oggetti preziosi, in abiti e lingerie per la Causa santissima della Libertà. – Anche qui, come dappertutto, plaudente non solo, ma fautore ed operatore il Clero,49 che, la Croce insie49 Mi piace qui riprodurre le parole che l’ottimo Sac. Nob. Filippo Sessa, in allora Can. Coad. Curato in questa Città, rivolgeva alle giovani Cittadine di Varese, affinché più manifestamente risulti quale e quanta parte prendesse in allora il Prete alla redenzione della Patria nostra.
«Da esimia gentil Giovine vostra concittadina – la signora Felicita Morandi – mi viene indiritta una lettera che volentieri avrei pubblicata, come 141
me e la spada stretta nel pugno, quasi a dare a quella guerra il carattere santo d’una Crociata, vedevasi alla testa delle colonne armate del popolo, guidarle contro gli oppressori d’Italia – perocché in allora il Clero non era trattenuto da documento edificante d’energico zelo e patrio affetto, se virtù quanto è più bella, altrettanto non fosse più modesta per tenersi celata allo sguardo altrui: solo essa acconsente la manifestazione d’un progetto, scopo precipuo della lettera e delle di lei più ardenti brame. Considerando questa Figlia devota alla Patria che le fanciulle d’ogni casta sono sempre dal più al meno provviste di superflui abbigliamenti, d’alcuni oggetti di lusso, regalo avuto dai parenti in qualche solenne ricorrenza, o travaglio fors’anche delle proprie mani che sogliono offrire alla prima persona che loro torni a genio, proporrebbe ad esse di volerne fare piuttosto generosa offerta per la Causa Nazionale, a pro di Lei applicandosi il denaro che da una riffa generale delle anzidette cose certamente potrebbe ricavarsi. Da sé medesima giudicando le altre, presente che nessuna delle giovani vi si rifiuterebbe, ma che in tutte tale si desterebbe un sacro entusiasmo, una lodevole gara da sperarne il miglior effetto, quando con apposito indirizzo alle medesime venisse partecipato il Progetto, e fattane una calda esortazione. Al che appunto Ella me invita e prega con ogni istanza. Premesso l’incontrastabile principio della santità ed importanza somma del fine cui riferisce il comunicato divisamento, premessi i ben dovuti encomii alla svegliatezza e bell’animo di Lei che lo seppe ideare, o quanto meno con savio accorgimento applicare alle attuali urgenze, io crederei di demeritare a tutta ragione l’ambito dolcissimo titolo di figlio legittimo della nostra Madre Patria, la gloriosa Italia, se, mi stringendo nelle spalle, o per risparmio d’incomodo, o per tema di censura, facessi il ritroso a si obbligante invito, e quanto m’è possibile non adoperassi al lodevole assunto. Se fa d’uopo pertanto a tal cosa, che da sé assai bene si raccomanda, nuovo eccitamento aggiungere, anche nel nome riverito e benemerito d’entrambi i Comitati, del Municipio e del nostro Signor Prevosto, ai Quali arrise il Progetto e che il vollero sanzionato ed avvalorato dall’autorevole loro voto, io mi fo animo ad esortare Voi quante siete, Giovani della nostra Città, non poche in numero, e tutte per cuore generose, valenti; e vorrei perfino alle infanti si estendessero mie raccomandazioni, ché basta esistere per 142
interessate mire di partito, non era paralizzato dalle mene tenebrose della reazione e dalle minaccie delle Curie; perché in allora il Clero, specialmente Lombardo, educato alla scuola di principj morali e filosofici santamente liberali, sentire le spinte del patrio amore, ed anco alle forensi, ché amore stesso tutte le più disgiunte e lontane unisce, e di tutte i pensieri, i voleri in un medesimo fonde; mi fo animo, dissi, ad esortarvi, come se dal luogo della verità vi parlassi, ad unirvi alla sullodata Giovane vostra Concittadina nel commendevole impegno, concorrendo ad offrire quello qualsiasi oggetto per minimo che possa sembrarvi, fosse anche solo un nastro, una spilla, che tutto prenderà valore e pregio dalla buona intenzione e dal fine a cui l’offrite. Né a voi che siete addette ad una scuola rincresca di dare sì onorevole destinazione ad alcuno di que’ lavori che già preparaste pe’ vicini esami; oltrecché forse li potrete riprendere pel giorno della esposizione, quando pur ciò non fosse combinabile, assicuratevi che ve ne tornerà ben più di merito aggiungendoli al numero delle offerte. Coll’esporli per gli esami non fareste che dare un saggio dell’abilità delle vostre mani; offerendoli per la gran causa d’Italia, dareste ad un tempo la più bella riprova della generosità del vostro cuore educato a’ teneri e nobili sentimenti. Ognuna faccia conoscere che non siete poi quali forse taluni vi suppone attaccate così alla vostre bigiotterie, a’ vostri abbigliamenti, che non sappiate farne volenterose il sagrifizio quando il bisogno lo richieda, ed ora massimamente che trattasi di convertirli in una solida difesa della vostra Madre comune, la Patria, contro gli estremi attentati di ferocissimo nemico, non che di medicar col balsamo d’un pietoso soccorso le ferite tuttavia sanguinose di Lei riportate nel divincolarsi che fece dalle aspre catene di lunga schiavitù. Anzi, col donare per la stessa quel poco che potete, accennate la disposizione dell’animo a maggiori sagrifizi, e il vostro esempio apprenda ad altri, che potrebbero assai di più, a fare almeno quanto voi faceste. Obbligate voi, o figliuole, dalla vostra condizione a tenervi fra le domestiche mura, a’ fianchi delle vostre Madri; dolenti di non potere come i giovani vostri coetanei avvezzarvi al maneggio dell’armi, costrette ad infrenarvi nell’impeto di quel fuoco santo di che pur voi siete ardenti, e per cui alcune volontieri cambierebbero l’ago colla spada, la stanza de’ femmili lavori col campo della guerra, in ciò vi dovendo limitare al solo desiderio, a 143
onorava insieme ed amava la Religione e la Patria, e col pretesto di quella non aveva ancora appreso a rinnegar questa. È necessità ben dura e penosa il dover confessare simile verità!… quell’opera però non vi rifiutate che viene assentita dalla vostra naturale e sociale posizione, e che infine tende ad un eguale identico scopo. Col ricavo che da una riffa degli oggetti offerti si potrà percepire concorrendo voi a vestire ed armare alcuni militi della nostra Guardia Nazionale che sono disposti a formar parte dell’esercito per battere il nemico, sarà come se essi combattessero a vece vostra; eglino rappresenteranno voi stesse sul campo, e di là vittoriosi ritornando, divideranno con voi i meritati allori. Ma non siate sì gelose, brave Giovani, di voler esser sole le benemeriti contribuenti, né vi offenda la concorrenza delle vostre buone signore Madri; anzi, come voi non potete né dovete mai fare senza di esse, pregatele della loro approvazione, ed eziandio della loro cooperazione; né dubitate di facilmente conseguirla; alla fine poi i virtuosi e generosi sentimenti, che informano l’animo vostro essendo il frutto maturato di quella buona educazione a cui v’hanno allevate e cresciute Elleno stesse, non potranno che piacersene, ed anziché detrarre al vostro merito col prendervi parte, verrà desso aumentato dalle vostre spinte. Quanto al sito, ove raccogliere gli oggetti offerti, nella mia stessa abitazione avrete disposta una sala: ivi recateli o spediteli a quell’ora che più v’aggrada, e memeglio dal mezzogiorno alle due; unitevi il vostro nome per iscriverlo nell’elenco delle contribuenti, e che vi resterà, se così vi piace, sino alla distribuzione delle vincite. A capo di quindici giorni dalla data della presente verranno incaricate persone per iniziare la riffa e chiuderla al più presto possibile, quando però gli aspiranti arrivino almeno al numero di seicento. Tra questi potrete essere voi medesime colla speranza di ricuperare il vostro stesso oggetto od anche altro migliore, essendo tante le vincite quante saranno le offerte. Oh! che nessun mi torrà dalla persuasione, che, animate come siete voi stesse da patrio zelo, e vieppiù dalle vostre Madri incoraggiate, assistite, aiutate, tutte virtuosamente emulandovi senza rivalità, l’esperimento sia per avere quel buon successo che risponde al bisogno, all’aspettazione, all’opinione, che anche presso i forastieri vi godete di giovani spiritose e ca144
Fortunatamente però che hannosi a contare delle eccezioni, e non sono poche, mentre esiste tuttavia fra il Clero una porzione, che guidata da costante amor di Patria, e convinta che questo non può e non deve assolutamente espaci di nobili sentimenti e di belle azioni, pari ai vaghi colli che vi circondano, che sotto l’influenza di ameno cielo e di puro aere, di bei frutti s’adornano, e tanto utile vi apportano. Ed è in questa dolce lusinga che la Comun Madre la Patria già ve ne sa buon grado. Per tenue che possa essere il dono, piccola l’annegazione, Essa, benigna interprete del di più che fareste a suo riguardo, ve ne ringrazia, e vi stringendo fra i suoi più teneri amplessi come figlie ben degne della preziosa libertà cui v’ha con tanti stenti e tanto sangue rigenerate, sulla vereconda fronte il bacio della predilezione v’imprime, e per voi pure prepara una corona di merito. Ve ne rimunererà altresì il sommo Iddio e la Vergine Addolorata vostra speciale Avvocata, a cui aggradimento non può che tornare qualunque cosa che con mani innocenti e con pure intenzioni, darete a pro d’una Causa, dal cui esito dipende la difesa non solo della terra natale, ma altresì della Religione tanto oltraggiata ne’ suoi Tempi, nei suoi Ministri, nella Umanità tutta, vittima di esecranda barbarie. Io che non posso in altro, comecché indegno servo di Dio, ogni volta offrendo l’Ostia immacolata sull’altare delle grazie, vi raccomanderò alla Misericordia Sua perché la vostra generosità ricambii con quelle benedizioni tutte che valgano a rendervi felici. Questo è il voto sincero dello Dalla Casa, li 28 Luglio 1848. Affezionatissimo vostro Concittadino Sac. FILIPPO SESSA»
E fu, e si mantenne sincero veramente il voto di questo degno Ministro della Religione, poiché, tolto ai Varesini che assai lo stimavano e lo amavano, e mandato a reggere la Parrocchia di Marcallo, presso Magenta, egli non mentì giammai al suo cuore, ed ai suoi principi. – Nella gran battaglia che si combattè nel 1859 a Magenta dai Francesi contro gli Austriaci, egli ebbe la pugna fin entro il recinto del suo giardino, e converse la sua casa in ospitale di feriti. Come egli si adoperasse intorno a questi miseri languenti, e quanti sacrifizi sostenesse per sopperire alle urgenze imperiose di quella 145
sere contraddetto e condannato dalla Religione del Vangelo e dalla Missione sacerdotale che dal Vangelo ne venne per il bene dell’Umanità, animosa sostiene e propugna coll’Italia la causa d’Italia, e quella de’ Popoli oppressi. Le milizie Italiane guidate dal generoso, ma sfortunato Re Carlo Alberto, malgrado l’eroismo ed il valore spiegato, dovettero a Custoza soggiacere al numero stragrande dei nemici, e lasciare il campo per ritirarsi entro i confini del Piemonte. – Gli Austriaci furono di nuovo a Milano, ed invasero la Lombardia. Oh! chi avesse veduto in allora Varese, i colli circostanti, la Madonna del Monte, popolarsi, affollarsi, rigurgitare di una gente avvilita e sconfortata, che stanca pei disagi d’un lungo cammino, piangente, priva di tutto, fino al benefizio della speranza, fuggiva dalla Capitale Lombarda, e dalle minaccie del temuto vincitore! Invano tenterebbe la parola di rappresentare quella scena straziante, come non saprebbesi asserire se più il cuore fosse angosciato ed oppresso dalla commiserazione di tanti infelici, o dall’interno sdegnoso affanno della patita umiliazione. tristissima circostanza, potrebbonsi soltanto immaginare, quando si pensi che egli sentivasi insieme sacerdote di Dio, Ministro di carità e Figlio d’Italia. – Egli vive umile, ritirato, ma non dimenticato da coloro che conoscendolo lo stimano, e sapendo quali siano i suoi principi, i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, lo onorano, lo apprezzano e lo amano. – Varese ne rimpiange ognora la lontananza, e tanto più quando considera che assai difficilmente le potrà essere dato un successore che degnamente lo rimpiazzi!… 146
Garibaldi alla prima notizia del moto Italiano, dalle rive dell’Uraguay era accorso ad offrire il suo braccio e la sua vita per la Patria, ma giunse troppo tardi per restaurare la già vacillante fortuna delle armi Italiane, coll’energia e col magistero di quei mezzi che Egli solo ha il privilegio di adoperare nelle supreme circostanze del pericolo e della lotta. Caduta Milano, Garibaldi, da Monza e da Como, giungeva il giorno 7 Agosto a Varese, quindi passava a Sesto Calende e ad Arona, e con poche centinaja di armati, sui due piroscafi del Verbano, si mise a dominare il lago. In quel frattempo un corpo di circa 700 Austriaci, incaricato di provvedere al disarmo delle Popolazioni, giungeva in Varese, e proseguiva a Luvino. All’indomani, quale non fu la sorpresa dei Varesini al vedere arrivare di nuovo a Varese trafelati e spaventati quei soldati dell’Austria, e ripartir tosto come sospinti da forza irresistibile, seguiti da diversi carri sui quali molti di essi giacevano feriti!… era stato avvisato che i militi imperiali appressavansi a Luvino, e dai piroscafi, sui quali trovavasi, era sceso a terra, li aveva aspettati in agguato presso all’albergo della Beccaccia, e colti così all’improvviso, li aveva malconci orribilmente e cacciati in precipitosa fuga. Un giorno, un tristissimo giorno di quell’epoca, verso le 9 ore del mattino, una vettura a due cavalli percorreva a carriera la contrade di Varese, e fermavasi dinanzi al Palazzo Municipale. Sulla testa dei cavalli sventolava una bandieruola tricolore, e dalla carrozza ne sortirono alcuni ar147
mati, che salirono dal Podestà. Essi portavano l’annuncio che il Gen. Garibaldi colla sua Legione sarebbe giunto a Varese in sul pomeriggio di quel medesimo giorno. Dire la gioja che s’impossessò di tutti i Cittadini a quell’annunzio, che destava il pensiero d’una possibile riscossa, che suscitava nel cuore un raggio ancora di speranza a favore d’Italia, sarebbe impossibile. – Furono tolte le aquile imperiali, furono tratte fuora dai nascondigli od improvvisate le nazionali bandiere, ricomparvero le tricolori coccarde sul petto d’ognuno, e le campane echeggiarono a festa. In quel mentre un drappello di giovinotti recavasi ad un vicino paese della Svizzera a prendere il tricolore Vessillo che aveva già appartenuto alla Guardia Nazionale, e che era stato colà trasferito, perché quell’Oggetto, sacro a religione di Patria, non cadesse nelle mani abbominevolmente luride del nemico, ed aspettasse nell’avvenire il giorno della rivincita, per isventolare di nuovo sulle sorti della Nazione, che un vivissimo convincimento di fede preconizzava più benedette e fortunate. Garibaldi, verso le ore 5 pomeridiane, lasciati i suoi militi a bivacco ed a riposo sotto le piante del giardino pubblico, entrava in Varese a cavallo, seguito dal suo Stato Maggiore, e circondato da una folla compatta di popolo festante e plaudente con tutta quell’enfasi d’espansione e di entusiasmo, che senza freno suole irrompere clamoroso e spontaneo dagli animi riaperti alla letizia ed alla lusinga, dopo i lunghi momenti passati nell’angoscia forzata e disperata dell’oppressione e dello sconforto. 148
Garibaldi conservando tuttora la sua prediletta foggia d’abbigliamento che portava allorché combatteva con tanta fortuna a Montevideo, vestiva una tunica rossa, stretta ai fianchi da una cintura di cuoio, dalla quale pendea la spada. I biondi capegli cadevangli lunghi sulle spalle, come la barba scendevagli sul petto folta ed ondeggiante, sì che la sua testa figurava da Nazareno. Giunto al Palazzo di Città, salì all’Ufficio Municipale, e dal balcone si presentò al Popolo, cui diresse calde parole d’amor patrio, atte a rianimare gli spiriti abbattuti, a scuoterli, ad infiammarli, e ad infondervi l’ardire della rivolta, la temerità dell’osare, affine di ritentare la fortuna d’una riscossa riparatrice alle sventure che eransi sull’Italia riversate. «Non è colle grida e cogli applausi, disse, che si combattono i nemici della Patria, ma coll’armi e col sangue. Ogni oggetto capace ad offendere, un fucile, un ferro, una falce, un bastone, un arnese qualunque può tornare utilissimo alla guerra che noi dobbiamo adesso incominciare e proseguire ostinatamente contro lo sgherro vilissimo dell’Austria – imperocché non trattasi ormai più d’affrontare le schiere compatte ed ordinate d’un esercito in campo, ma di molestare invece, da ogni parte, alla spicciolata, all’improvviso, senza tregua l’inimico. – Ricordate, o Cittadini, che ogni croato che si uccide, è un sucidume di meno per l’Italia. – Chi di voi ha un’arma, e può brandirla, e non lo fa, è un vile. Chi vi impedisce di adoperarvi per la salvezza della Patria, è un traditore».
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Ciò detto Garibaldi lasciò il Palazzo Municipale, e si diresse a Biumo Superiore nella villa del Duca Litta, dove fissò il suo quartiere generale. La sera la Città fu splendidamente illuminata, e sotto i viali del giardino pubblico, ove, come dissi, accampava la colonna dei Volontarj, venne improvvisata fra Militi e Cittadini una allegra e brillante festa da ballo al suono della banda musicale di Cunardo, la quale, messasi spontaneamente alla testa de’ Garibaldini, era con questi venuta a Varese. Quella festa, quell’abbandono improvviso e naturale alla gioia, fu pei Varesini un carissimo momento di obblìo in quei giorni di tanta sventura e di tanta disperazione per tutta Italia – fu un compenso, breve sì, ma fecondo di emozioni vivissime per gli animi rattristati dalle comuni disgrazie – fu un lampo che rifulse di luce splendidissima fra le tenebre, che irradiò una volta ancora il tricolore nostro Vessillo, che mostrò sempre vivida e scintillante la Stella d’Italia, ritirata sì sul deserto orizzonte, ma non spenta, e che impresse nei cuori tale un senso di speranza e di fiducia nell’avvenire della Patria, che gli eventi dovevano in seguito con tanta fortuna realizzare. Garibaldi, solo in quei giorni nell’azione coi pochi suoi seguaci, sprovvisto d’ogni cosa e bisognoso di denaro per effettuare e continuare l’ardito suo pensiero – quello cioè di insurrezionare ed armare la parte montuosa di Lombardia, e mantenersi, da guerrillero, sempre in armi, sempre in lotta coll’Austriaco, finché sorte migliore avesse soccorse alle condizioni d’Italia – il giorno dopo il suo arrivo a Varese volle informarsi delle persone facoltose della Città, le quali 150
fossero in pari tempo anche compromesse in qualche modo verso la Causa Nazionale, affine di far pagare con una contribuzione la loro tenerezza pel Governo dello straniero. Sgraziatamente per raggiungere il suo scopo si affidò a tale, che se ne valse per bassi fini suoi particolari, per lo ché alla rinfusa vennero prese ed arrestate, insieme con qualche austriacante, anche molte altre persone, delle quali invece l’amore per la libertà d’Italia non erasi manifestato soltanto per pronunciamento di aspirazioni, ma era stato ben anche efficace per opere e sagrifizii di patriottismo. L’arresto di tali onorate e stimate persone produsse un senso di vivo dispiacere nei Varesini, e decise alcuni tra i principali Rappresentanti della Città a recarsi da Garibaldi per domandarne il rilascio. Il Generale, ricevendo la Deputazione in una sala del Ducale Palazzo Litta, e facendo le proprie scuse per essere costretto a starsene seduto, poiché soffriva per dolore in un ginocchio, chiese che si volesse da lui. Gli fu esposto il motivo dell’ambasciata, ed egli accondiscese a lasciar liberi gli arrestati, ma, esponendo le proprie circostanze, domandò che in qualche modo gli venisse somministrato di che provvedere alle urgenze dalle quali egli trovavasi in quel momento pressato. In allora il Proposto di Varese, Benedetto Crespi,50 che faceva parte della Deputazione, mosso da un sentimento di riconoscenza insieme 50 Intorno a questo degno sacerdote mi siano concesse alcune parole, le quali, sono certo, suoneranno care ai miei Concittadini, ed in pari tempo torneranno di qualche interesse per tutti coloro che le leggeranno. 151
e di ammirazione per quest’Uomo si attraente pel fascino dello sguardo, per la franchezza del tratto, per la nobiltà della persona, avvicinandosegli: – Eccellenza, disse, io vi ringrazio a nome di tutti i miei Concittadini per la grazia che ci accordate. – Sig. Proposto, rispose Garibaldi alzandosi in piedi, risparmiatemi un titolo che non ambisco e non voglio. – Ebbene, soggiunse prontamente il Proposto, vi chiamerò amico generale. Benedetto Crespi nasceva in Milano il 10 Luglio 1772 da nobili e distinti genitori. Dotato di sommo ingegno, fornito di ricca educazione, discepolo di Parini, egli avrebbe potuto percorrere una carriera luminosa e brillante, se non avesse invece preferita l’oscurità del chiostro. A 20 anni si recò a Roma, ed entrò in un convento di Domenicani, ove attese con sommo amore agli studi teologici, ne’ quali era stato laureato, e dove specialmente si distinse nella predicazione. Costretto dalle politiche vicende di quei tempi a lasciare suo malgrado il prediletto suo ritiro, egli fece ritorno a Milano, e mosso dal zelante desiderio suo di essere utile a’ suoi simili, e dal bisogno vivissimo che provava in cuore di adoperarsi pel bene spirituale de’ suoi fratelli, si offerse a disposizione di chi in allora reggeva la Diocesi Milanese, il quale lo mandò dapprima a Civenna, sito alpestre del Lario, per supplire ad un vecchio Curato, quindi coadiutore a Robecco, e da ultimo lo destinò proposto a Varese. – Fu una vera, una specialissima benedizione questa che Dio concesse ai Varesini quando mandò loro a Pastore e Padre il Crespi, una benedizione che durò tutta quanto la di lui vita di Parrocchiale Ministero, una benedizione che si mantiene tuttavia nella memoria delle sue virtù, nell’esempio delle sue azioni, poiché egli è sempre l’angelo tutelare del suo popolo che tanto amò, e dal quale fu riamato con tal una forza ed una sincerità di affetto, che poté dirsi piuttosto una venerazione. Io non dirò delle virtù e delle doti di quest’uomo – sia che esercitasse le incombenze del suo Ministero, nelle quali erangli di norma i principi veri della Religione e della coscienza, indipendenti sempre da frivolezze o da esagerazioni di pregiudizi, o dalle mene di consorterie – sia che diffondesse dal 152
– Ah! questo sì! – rispose Garibaldi, e quei due uomini, quei due Grandi Uomini, che eransi tanto bene compresi l’un l’altro, stimati ed apprezzati a vicenda, abbracciaronsi e baciaronsi in fronte. La fazione di Garibaldi a Luvino, la sua venuta a Varese, il suo divisamento che egli tentava di realizzare a danno degli Austriaci, attirarono la costoro attenzione. Decisi a finirla colla rivoluzione ed a vincere affatto qualsiasi ostacolo si frapponesse ancora al perfetto ristabilimento del Gopergamo la parola del Vangelo, esclusivamente quella del Vangelo, poiché egli non la prostituiva giammai a secondi fini, e non la bistrattava per intemperanza di polemiche intempestive e biliose – sia che nell’esercizio della carità, della quale era sì esuberantemente pieno l’ottimo e sensibile suo cuore, o si portasse al letto dell’infermo, o soccorresse all’indigente fino a spogliarsi del necessario, o rasciugasse le lagrime degli sventurati, o componesse dissensioni e disunioni di famiglie, o sostenesse e baciasse in fronte a’ piedi del patibolo il condannato a morte – sia che in opere di pubblico vantaggio concorresse fino ad offrire lo stesso suo patrimonio – sia che in tempi difficilissimi e pericolosi di politiche vicende, si mostrasse fermo ed imponente dinanzi all’oppressore della Patria, o resistendo alle minaccie, od accusando all’ingiustizia, o rimproverando alla violenza. Il limite ristretto di una Nota non mi acconsente di estendermi in particolari, che basterebbero per un volume. A provare chi fosse il Proposto Crespi, e come amato, rispettato, benedetto, onorato dal suo Popolo Varesino, basti accennare essere stata la notizia della sua morte sentita e pianta come una disgrazia comune, essere stato generale il lutto de’ Cittadini, che il dì delle esequie del loro Padre e Pastore vestirono le case a gramaglie, le officine ed i negozi socchiusero, ed intorno al feretro si riunirono in massa, senza distinzione né di opinioni, né di classe, ed infine essere stato per concorso di larghe e spontanee obblazioni innalzato nella patria Basilica un sontuoso monumento in memoria di Lui, la cui vita fu una benedizione, la cui morte fu una irreparabile sventura, il cui Nome è degno d’essere tramandato di età in età fino alle più tarde generazioni. 153
verno Imperiale in Lombardia, gli Austriaci, con 5 generali, 14 mila uomini, dei quali molti a cavallo, e 48 pezzi d’artiglieria, si concentrarono a Varese. – Tanto apparato di forze contro Garibaldi e la sua piccola legione di circa 400 uomini appena!… Garibaldi avvisato del sopraggiungere del nemico, sortiva da Varese, e si accampava alla distanza di poche miglia in sull’ingresso della Valganna, appena oltre Frascarolo, dove lasciò in vedetta alcuni de’ suoi che postaronsi sul torrazzo di Villa Medici. Gli Austriaci non osarono inseguirlo ed attaccarlo in quella situazione montuosa, e troppo favorevole alla foggia di battagliare del guerrillero, e si accontentarono di mandare in osservazione fino ad Induno un drappello di cacciatori Tirolesi, i quali occuparono la torretta di villa Manati, a brevissima distanza dall’altra tenuta dai Garibaldini. Passarono cosi varj giorni senza che né dall’una né dall’altra parte accadesse movimento alcuno, quando una mattina Garibaldi, deludendo la vigilanza stessa delle scolte nemiche, abbandonò la sua posizione, e per linea transversale, da Bregazzana e S. Ambrogio passando sulla postale di Laveno, si diresse a Gavirate, piegò a Ternate, costeggiò la riva sinistra del lago di Varese, e giunse finalmente a Morazzone in sul mezzodì del sabato 26 Agosto. Gli Austriaci, scomparso che fu improvvisamente Garibaldi dalla sua posizione di Valganna, non si azzardarono muovere sulle di lui pedate, e ne perdettero la traccia. Soltanto furono accertati della di lui presenza ognor costante 154
nei dintorni di Varese, quando una vilissima spia di Morazzone venne ad avvisarli ch’egli trovavasi colà. Erano circa le due pomeridiane di quel giorno medesimo, 26 agosto, allorché i Varesini, scorgendo un insolito affaccendarsi nella truppa d’occupazione, chiedevansi gli uni agli altri quale mai fosse il motivo di un tanto movimento. Si seppe più tardi, quando il rimbombo delle artiglierie fecesi sentire cupo e terribile per l’aere, e quando in sul calare della notte, vidersi dalle alture circostanti la Città, elevarsi spaventose al cielo le fiamme di case incendiate, per qual parte ed a qual luogo si fossero dirette le truppe Austriache che erano sortite da Varese, e qual novella sventura stava ancora per piombarci addosso. La Legione Garibaldina, non ancora avvezza alle fatiche richieste dalla guerra di partigiani che doveva sostenere, e spossata quindi da non potersi più reggere in piedi, appena giunta in Morazzone, erasi abbandonata al riposo ed al bivacco. Colta improvvisamente dal nemico, che incominciò tosto a fulminarla coll’artiglieria, si aggruppò senza indugio intorno alla tricolore bandiera, ed accettò il combattimento, più dall’eroismo sostenuta e dall’odio profondo contro gli assalitori, che non dal ricuperato vigore delle forze. – Il Generale, colla spada sguainata, sempre in mezzo dei suoi, e gridando: – fermi perdio! viva l’Italia – animava i combattenti, organizzava la difesa, provvedeva al pericolo, dirigeva la morte contro il nemico. Ma il fuoco si faceva più spesso e turbinoso, le bombe, le granate ed i razzi cadevano sui tetti siccome grandine, le barricate, fatte in tutta fretta, non po155
tevano resistere lungamente all’urto degli assalitori – ed il suono delle campane a stormo, le grida degli abitanti, i lamenti dei feriti, l’urlo dei combattenti, le rosse fiamme delle case che ardevano e crollavano sulle fumanti rovine, e la cui luce sinistra e spaventevole illuminava quella orribil notte – tutto, tutto si univa a formare di quel complesso funestissimo di circostanze la scena più miseranda che mai si possa immaginare. L’ostinarsi a rimanere più oltre in quel luogo sarebbe stato più che audacia, follia. – Garibaldi ordinò che tutti, alla spicciolata, per cammino diverso, siccome meglio sarebbe stato loro possibile, guadagnassero il vicino confine Svizzero, dando loro posta di ritrovo in Lugano. Corse voce che gli Austriaci ingannati dall’oscurità della notte e da qualche stratagemma usato da Garibaldi, combattessero contro se medesimi, ferendosi ed uccidendosi fra loro. – Fatto sta che ad ora già assai avanzata, le loro artiglierie ed i loro moschetti cacciavano ancora fuoco e palle, quando invece i Garibaldini già da tempo avevano lasciato Morazzone e già trovavansi in sicuro nella aperta campagna – e che essi ebbero a contare dopo la pugna un numero assai rilevante di morti e feriti, mentre dei combattenti Italiani la perdita non fu che di sei. Tra questi ebbesi a deplorare sgraziatamente il Segretario del Generale, certo Giusti, che ferito nella pugna, e trasportato nell’Ospitale di Varese, indi a poco morì.51 51 I funerali di questo nostro povero martire diedero motivo ad una politica dimostrazione. La sua bara portata da quattro giovani patriotti e se156
La mattina dell’indomani di questa fatalissima notte i colli ed i monti che qua e là, or più or meno alti, si elevano da Varese al confine Svizzero, scorgevansi seminati di legionari Garibaldini, i quali, secondo l’ordine avuto dal loro Condottiero, a piccoli drappelli sparpagliati, or guadagnando le cime, ora transitando di fianco, ora calando nelle vallate per risalire di nuovo sulle alture, seguendo con fatica ed ansanti, ma sempre con passo costante, il cammino che loro veniva indicato dalle guide offertesi spontaneamente, dirigevansi a scampo alla vicina frontiera Elvetica. Essi trovaronsi di nuovo riuniti a Lugano, ove Garibaldi, giunto con 29 de’ suoi, ed avente la sua bandiera forata da una palla di cannone, li attendeva. Colà la Legione dovette sciogliersi, ma non senza formare il giuramento di rivedersi ancora sul campo delle patrie battaglie. Dio ascoltò il loro giuramento e benedisse ai loro voti.
guita da numeroso stuolo di Cittadini in lutto e di gentili signore in gramaglie, comparve e sfilò lungo le contrade di Varese ornata da una ghirlanda d’alloro e fiori, formanti nel loro insieme la coccarda nazionale. – La banda militare austriaca divertiva con scelti pezzi di musica l’ufficialità che numerosa l’attorniava nel mezzo di una delle piazze della Città, quando si mostrò il funebre corteggio. Quella volta almeno i nostri nemici non poterono sottrarsi ad un delicato e generoso senso di riguardo. Fu intimato che cessassero i suoni, i quali non ricominciarono se non dopo passato il mesto convoglio. 157
II CONSIGLIO COMUNALE 10 Giugno 1859
Cessata l’agitazione dei giorni in cui il grido di guerra e l’inno di vittoria, la sciagura della fuga e la gioia del ritorno, con alternata e continua vicenda, teneva sospesi gli animi, il Municipio Varesino volle riunire in seduta straordinaria il Consiglio Comunale, affinché, colla calma ripristinata, la trattazione dei civili affari prendesse regolarmente il proprio corso, ed egli potesse in pari tempo render conto dell’operato durante l’epoca della lotta e del sacrifizio. Il Consiglio venne adunque annunciato per la sera del 10 giugno 1859, e perché avesse a riuscire più solenne e popolare, non solo furono chiamati ad intervenirvi tutti i Consiglieri del Comune, ma furono pure tutti indistintamente invitati i Cittadini. – Era la prima volta, dopo tanti e tanti anni di oppressione e di servaggio, che il Popolo veniva radunato ad essere testimonio di quanto i proprii Rappresentanti proponevano, discutevano e decretavano in suo Nome. Era la prima volta che il Popolo Sovrano – finalmente! – esercitava uno de’ suoi massimi e più validi diritti, quello della libera riunione. Per la solenne generale Adunanza venne scelta la gran sala del palazzo Veratti, detto il palazzo della Corte – perché 158
già residenza del Duca di Modena Francesco III, che fu anche Signore di Varese – siccome luogo vastissimo e capace a contenere il numero dei molti cittadini che sarebbero intervenuti. In sul calare della sera 10 giugno, le campane della torre danno il segnale dell’adunanza. – In breve la sala è affollata. – La legale Rappresentanza della Città conta 25 individui, ed i Cittadini d’ogni ceto sono presenti in numero non minore di cinquecento. Il Podestà Nob. Ing. Carlo Carcano, R. Commissario Prov. di S.M. Vittorio Emanuele di Sardegna in Varese, dichiara aperta la seduta, ed invita l’assemblea ad eleggere il proprio Presidente, il quale ad unanimità viene scelto nella persone dell’Ing. nob. Gaetano Martignoni. 1.o Il Presidente chiama il Consiglio a far atto di omaggio al Re Vittorio Emanuele, Capitano dell’Indipendenza d’Italia, ed a dichiarare l’unione della Città di Varese al Regno Sardo. – A tal uopo viene letto l’Indirizzo al Re che il podestà ed il Seg. Dott. Zanzi, nei giorni della sventura e dell’esiglio datavano dai monti di Varese, 1o giugno,52 e che, accompagnato da una relazione del Municipio, già gli era stato inviato. – Il Consiglio Comunale e tutti i cittadini applaudendo ai sentimenti espressi nell’indirizzo, per acclamazione proclamarono: – La Città di Varese esprime la sua più viva riconoscenza a Vittorio Emanuele II ed al suo generoso alleato 52
Vedi l’Indirizzo già riportato a pag. 125. 159
Napoleone III, Capitani dell’Indipendenza d’Italia. – La Città di Varese fa voti, come tutte le altre Città sorelle, per essere unite al Regno Sardo sotto il Re costituzionale Vittorio Emanuele. – Tali sentimenti e tali voti saranno rassegnati a S.M. Vittorio Emanuele ed a Napoleone III con opportuni Indirizzi da presentarsi da una Commissione composta dal Podestà e da due altri Membri eletti dal Municipio.53
53 Due giorni dopo questa decisione del Consiglio Com. giungeva la dolorosa, la straziante novella dell’armistizio di Villafranca susseguita poi dal Trattato di pace di Zurigo. Fu un colpo di fulmine che cadde improvviso sulla povera Italia nostra, e che colla desolazione e lo sconforto suscitò la diffidenza ed il dispetto. Le circostanze però della gratitudine e dell’amore non erano cangiate a riguardo del Re nostro, il Galantuomo. L’Indirizzo dei Varesini decretato dall’adunanza 10 giugno, presa occasione dagli eventi dell’epoca, fu steso, e presentato in persona dal Podestà Carcano a Vittorio Emanuele che trovavasi allora a Castegneto. Ecco l’Indirizzo: «Sire! La Città di Varese, a nessuna seconda per devozione ed affetto verso Voi e l’Italia, sente nuovamente il bisogno di rivolgersi al suo Re, per giurargli fede come nei giorni del lutto prima che varcasse il Ticino, per acclamarlo Liberatore e felicitarlo come già dopo la Vittoria, per esporgli i suoi voti e le sue speranze, or che la guerra cessò. Essa seguì sempre coll’ansia del desiderio e coll’entusiasmo dell’ammirazione le orme gloriose delle invitte Legioni alleate, e quando sulle loro sacre Bandiere, dopo Vinzaglio, Palestro, Montebello, Magenta, Melegnano, vide scriversi Solferino e S. Martino, della completa Indipendenza d’Italia per poco non si tenea secura e felice. Ma venne la pace di Villafranca! La Città di Varese, o Sire, come tutte di Lombardia, si conforta e gode d’essere coll’unione il libero e fraterno Piemonte, resa all’Italia, e a Voi suo Padre e Re, al quale ed a’ suoi generosi Alleati sia sempre gloria ed onore. Ma perché Vi tacerà, o Primo Soldato della Nazionale Indipendenza, che la gioia delle infrante catene ora acerbamente le è turbata dal pensiero del160
2.o Viene data lettura al dettagliato e ben ordinato Rapporto dell’on. Cons. Pretore Dott. Tullo Sopransi sulla rioccupazione della Città di Varese da parte delle truppe Austriache54 condotte da Urban. – Il Consiglio sdegnosamente ricorda il vile e ferreo contegno spiegato dal tenente-maresciallo Urban contro l’inerme ed abbandonata Città ed in pari tempo mostrasi commosso dinanzi all’abnegazione ed
la Venezia, di questa sorella di speranze e di dolori, tuttora in mano all’Austria, all’Austria che, finché avrà un piede in Italia, sarà sempre, ad ingiuria della civiltà, una memoria funesta, una minaccia permanente, un ostacolo alla forte Unione Italiana, come alla concordia delle Nazioni? La Città di Varese Vi presenta quindi, o Sire, i più fervidi voti pei fratelli della Venezia, onde il loro supremo desiderio presto si adempia, di radunarsi liberi e felici intorno alla Vostra Bandiera, per rendere nell’antica Regina de’ Mari a noi una sorella risorta – una nuova gemma alla Vostra onorata corona – e all’Italia l’ultimo baluardo della sua Indipendenza. Voi compirete, o Sire, tanti voti; essi sono i Vostri come quelli di tutti gli italiani, i quali commossi li intesero proclamati da Napoleone III nelle sublimi parole, che saranno ancora la gloria di chi sorgerà a realizzarle – l’Italia deve essere libera dall’Alpi all’Adriatico. Sire! Prima a sorgere in Vostro Nome e dell’Italia, la Città di Varese sarà pur sempre prima ad accorrere alla voce del Re e della Patria; e come nella pace sua legge sarà consolidarsi colla disciplina per conservare pura ed efficace la libertà e la fede nell’avvenire, così nella guerra avrà per vanto offrirvi braccio e cuore per fissare sulle Alpi, e mantenervi inviolato e glorioso, il Vessillo dell’Indipendenza d’Italia, nobile meta per la quale fu sparso il sangue di tanti suoi Cittadini!». 28 Luglio 1859 CARCANO, Podestà Del Bosco Carlo - Rag. Ant. Morandi - Picinelli, Assessori Dott. Ezechiele Zanzi, Seg. 54 Rapporto da me già citato, e del quale, come dissi, mi servii pel racconto dei fatti qui ricordati. 161
alle premure tanto efficacemente utili dell’on. sig. Pretore Sopransi e delle altre persone tutte che si adoperano per salvare la Città dal minacciato sterminio, e per diminuire almeno le conseguenze. – La Città di Varese esprime la più viva riconoscenza al sig. Sopransi ed agli altri che lo cooperarono nella suindicata tristissima circostanza, e dichiara costoro benemeriti del Paese. 3.o Il Podestà e Cons. Com. Carcano, si alza e fa le seguenti proposte: «Signori! Ora che l’Italia s’avvia all’Indipendenza ed alla Libertà, importa che ogni Città ne conservi santa e perenne memoria, ed assuma faccia nazionale e nuova. Epperò mi faccio lecito raccomandare alla vostra attenzione le seguenti proposte: Che ad onore del generoso Soldato dell’Indipendenza Italiana il Re Vittorio Emanuele, la principale delle vie della nostra Città porti il suo Nome; quindi il Corso Maggiore d’ora innanzi venga intitolato Corso Vittorio Emanuele. Che fin d’ora il Consiglio autorizzi il Municipio a fare erigere una colonna, o piramide, o lapide monumentale, su cui scolpire da una parte i Nomi dei prodi soldati di Garibaldi caduti nella recente battaglia di Varese – dall’altra quelli dei nostri Concittadini morti o morituri sul campo di battaglia per la Patria».55
55 Questa nobile, santa ed eminente nazionale proposta del Podestà avrà finalmente esecuzione, ed io mi lusingo che, mercé le generose offerte 162
Il Consiglio per acclamazione approva la proposta dell’on. Sig. Podestà, e fra gli applausi di tutti i Cittadini porge allo stesso Sig. Podestà i più fervidi ringraziamenti pel modo veramente patriottico e vigoroso onde promosse e condusse, con onore della Città, il pronunciamento ed il concorso della stessa alla Causa dell’Indipendenza e della Libertà d’Italia. – Simili ringraziamenti vengono tributati al signor Luigi Cortelezzi, Comandante interinale della Guardia Civica, ed al fratello Dott. Andrea ed alla Guardia stessa che in quei solenni momenti prestarono i più utili servigi a tutela della Patria. 4.o Dietro proposta del Consigliere Dott. Luigi Rusconi, il Municipio è dal Consiglio incaricato di raccogliere dai Cittadini i proiettili e le palle austriache onde fu bersagliata la
che si stanno raccogliendo e cui largamente concorrono i Cittadini, l’accennato Monumento diverrà in breve tempo una realtà. Eppure sono proprio costretto mio malgrado a doverlo accennare: v’ebbe or ora chi disse essere inutile il monumento in discorso! Il monumento è storia, e la storia è sempre utile perché è maestra di vita. – Il monumento è l’espressione durevole d’un principio, è il ricordo imperituro d’una grande azione o d’un grande avvenimento, è la manifestazione aperta e costante del pensiero, del sentimento, degli alti e generosi propositi di un’epoca e non è mai intempestiva la sua esistenza. – Il monumento è attestato di stima, di ossequio, di riconoscenza, e costituisce perciò un obbligo, un dovere, cui non si potrebbe impunemente mancare senza offendere la coscienza e la giustizia. – Il monumento è libro aperto che parla insieme al dotto ed all’ignorante, con un linguaggio che tutti intendono, e che non può essere né alterato da passione di parte, né frainteso per difetto di capacità. – Il monumento è lustro e decoro del Paese che lo possiede, e Varese ha diritto ormai di averne uno… almeno uno. 163
Città nei giorni dell’occupazione di Urban, allo scopo di formarne un patrio monumento ad insegnamento perenne di abbominio per la dominazione straniera e di concordia Nazionale. – Approva in pari tempo il Consiglio anche l’altra proposta del Cons. Dott. Giuseppe Papis, che cioè sulla torre di S. Vittore, nella parte bersagliata dal cannonneggiamento austriaco, venga su di una pietra scolpita una breve iscrizione storica a ricordo del fatto, a disonore di chi lo commise, ad eterna condanna della tirannide e della barbarie Austriaca.56 5.o Sopra proposta di alcuni Cittadini, il Consiglio determina pure per acclamazione che la piazza e la contrada di Biumo Inferiore, dove cominciò la battaglia seguita dalla vittoria dei prodi Cacciatori delle Alpi condotti dal Generale Giuseppe Garibaldi, vengano intitolate Piazza e Corso Garibaldi. – Il Municipio è incaricato di rimettere a Questi un Indirizzo tendente specialmente a dimostrare: «che la Città di Varese, sebbene assoggettata, per avere Lui ed i suoi festosamente accolto, alla vendetta Austriaca, pure non cessa d’ammirarlo, e di far voti per Esso, pe’ suoi Valorosi e per l’Italia per la quale combatte».
All’Indirizzo di ricompensa e d’ammirazione decretato dal Consiglio Comune e dal Popolo nella solenne Assemblea 56 L’esecuzione di questi lodevolissimi progetti non sarebbe difficile, non sarebbe molto dispendiosa, e potrebbe anche tornare sommamente utile sì a noi che ai nostri posteri. E perché dunque sarà dimenticata? 164
su accennata, e trasmesso al Generale Garibaldi per cura del Municipio, questi rispondeva di proprio pugno: Trescorre, 10 Agosto 1859.
«Illust. Signori Municipali di Varese. Vincolato alla Vostra Città per tanti grati ricordi, arduo mi sarebbe esprimervi quanto io senta di simpatia e d’affetto per essa. – L’onorevole memoria che Voi volete eternare del poco operato da me e dai miei compagni d’armi, è certamente ricompensa maggiore del merito, e devo esternarvene a nome di tutti la più illimitata riconoscenza. Vogliate esser interpreti nostri presso i cari nostri e Vostri Concittadini, e comandare il Vostro»
G. GARIBALDI
In questa medesima occasione e sotto la stessa data, Garibaldi scriveva anche al Podestà Carcano ed al sig. Dott. Zanzi, ed io sono ben lieto di poterne qui riprodurre le parole – espressione leale ed aperta dei sentimenti generosi e costanti di quel nobile cuore, testimonianza eloquente e solenne dell’affetto suoi pei Varesini: «Quando figli della stessa Terra – così al Podestà – soffrono insieme e godono insieme nel trionfo dopo d’aver affrontata la buona o la cattiva fortuna, nasce tra di loro un sentimento di fratellanza, che non può essere infranto che dalla morte. Tale, mio caro amico, è l’intimo senso dell’anima mia per Voi, e per quella cara popolazione di Varese… Ed al Seg. Zanzi – …ed io ricordo con affetto la carissima accoglienza a noi fatta, e la Vostra energia negl’indirizzi ai Cittadini di Varese. Io sono veramente commosso alla rimembranza di quel carissimo Popolo…»
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III COMMEMORAZIONE FUNEBRE pei prodi caduti combattendo per l’indipendenza d’Italia Non di fior, di pianto sterile Spargerem le meste Croci; Ma nell’ora del silenzio Raccorrem le mille voci Degli Eroi, che van gridando: «Per la santa Libertà Impugnate tutti un brando, E l’Italia vincerà» P. Contini
Il giorno 28 Luglio 1859 un tributo di lagrime, di preghiere e di onore veniva dai Cittadini di Varese consacrato alla memoria de’ valorosi infelici che per l’Italiana Indipendenza pugnarono e caddero estinti. In quel giorno medesimo compievasi anche il decimo anniversario della morte di Re Carlo Alberto, del generoso che primo trasse la spada e scese in campo contro i nemici e gli oppressori d’Italia, che primo innalzò il tricolore Stendardo, cui d’intorno chiamò i Popoli tutti della Penisola, e che – fallito a Novara, colla catastrofe della sconfitta, il nobile e grande tentativo – esule volontario riparò ad Oporto, e sventurato, ma col conforto d’una cara speranza, morì, lasciando al prode e magnanimo suo figlio Vittorio Emanuele II, in un colla Corona, l’eredità della riscossa. 166
La sacra e mesta funzione dell’addio a quei Martiri generosi e grandi doveva quindi essere doppiamente solenne, e più abbondante più espansiva doveva effundersi per Essi la carità della gratitudine. La facciata del Tempio, come nell’interno le pareti, le colonne e le arcate, erano riccamente vestite di nero drappo, cui facevano sensibile contrasto le numerose bandiere dai vividi colori nazionali qua e là disposte, le ghirlande di fiori simbolicamente intrecciate, le corone d’alloro entro cui figurava il Nome delle battaglie pugnate e vinte, il catafalco eretto nel mezzo della maggior navata, e circondato da fasci d’armi, da commoventi ed espressive iscrizioni, da cerei accesi. Era un tutt’assieme che colla eloquenza d’un mistico linguaggio parlava alla mente ed al cuore, e prestando dinanzi agli animi commossi e concentrati quelle immagini di morte e di gloria, di coraggio e di sacrifizio, di amore e di martirio, di generosità e di esempio, col sentimento abbondante ed espansivo della riconoscenza, il fermo proposito riconsacrava di non desistere dalla giusta e santa Impresa iniziata da tante sventurate Vittime del ferro nemico, finché Italia, libera e redenta tutta, non fosse unita in una sola famiglia. Il Clero, le Rappresentanze, la Milizia Nazionale, i Cittadini assistevano a quella funebre cerimonia, tanto dolorosamente solenne e grande, e con questi, intorno alla tomba, vedevansi raccolti i feriti della prima battaglia in allora combattuta contro gli Austriaci sul suolo Lombardo, pensosi e mesti nel ricordare quei loro sventurati fratelli d’armi, che es167
si medesimi avevano visto pugnare e cadere al loro fianco, ed il cui sangue erasi col loro mescolato sul terreno della pugna. Lo spettacolo di un Popolo congregato sulla tomba de’ Valorosi che combattendo e morendo gli avevano assicurata l’Indipendenza, ridonata la Patria, rivendicata la Nazionalità, era commovente, era sublime, era santo. L’eroismo e la gloria de’ prodi caduti stavano esempio e stimolo di cittadine virtù ai superstiti – la loro memoria era auspicio benedetto ai voti d’Italia – il loro sangue generosamente versato era lavacro alle onte per tant’anni sofferte dalla Patria nostra, era argomento di fiducia e di sicurezza per l’avvenire della Nazione. Mentre nel Tempio colle salmodie de’ Sacerdoti si alternavano i sacri canti, echeggiavano le flebili melodie, e dal pergamo si rammentavano con parole d’encomio le virtù cittadine e l’eroismo di quei generosi Martiri della Patria – fuori di esso, sotto l’atrio che mette alla Basilica, veniva aperta una colletta a favore dei feriti Cacciatori delle Alpi, che fruttò oltre a quattrocento lire. Così le preci in Chiesa, e l’obolo alla porta soccorrevano insieme agli estinti ed ai superstiti – intanto che Dio ed Italia benedivano alla gara di quella fraterna carità. E qui torna giusta e spontanea una parola di lode a quei bravi feriti Cacciatori delle Alpi, i quali, con generoso e filantropico pensiero e con vera nobiltà di sentimenti, vollero diviso anche coi feriti Austriaci, loro compagni di sventura, il dono ad essi destinato. E questi, in ricevere la porzione loro assegnata, colla viva commozione dell’animo mostrarono quanto fossero grati verso i loro benefattori. 168
Più tardi, ad un’altra ben più infelice vittima della barbarie austriaca, ad un altro ben più sventurato Martire d’Italia venne resa testimonianza di compianto ed onorevole riparazione dai Varesini. «Nel giorno 3 Marzo 1849, Ossola Giuseppe e Giovanni, padre e figlio, di Caravate, Mandamento di Cuvio, venivano dal giudizio statario Austriaco, residente in Varese, contemporaneamente condannati a morte. – Unica loro colpa fu l’aver detenuto in casa un fucile, il quale potendo forse un giorno servire alla causa della Patria, fu titolo bastevole alla durissima sentenza. – Tradotti i due infelici sul luogo del supplizio, dietro il Cimitero Comunale, il figlio venne fucilato alla presenza del padre, e questi fu prosciolto, per iniqua grazia, dopo sì dolorosa agonia. – L’età non ancor ventenne dell’ucciso, l’umanità abborrente dall’imporre ad un padre lo spettacolo del supplizio del figlio, furono nulla per la tirannida Austriaca; e alla salma dell’estinto fu nemmeno concessa comune sepoltura».
La libertà si fece riparatrice di queste infamie. Gli avanzi del povero assassinato, tolti dal luogo ov’erano stati sepolti dai vili carnefici, con solenne pompa di esequie, cui intervennero il Clero, il Municipio, la Guardia Nazionale, i Cittadini in gran numero, furono trasportate per entro il sacro recinto del Cimitero, e religiosamente deposte. Sulla sua fossa sorgerà una lapide a ricordare la crudele sentenza, ed a protestare eloquentemente, e sempre, contro la barbara dominazione Austriaca in Italia.
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IV VITTORIO EMANUELE II A VARESE Cittadini! Esultiamo! Mercoledì 17 corrente (agosto 1859) Vittorio Emanuele, l’amato nostro Re, sarà a Varese. Noi accorreremo ad incontrarlo e dirgli evviva, perché è un Prode che ritorna dalle battaglie colla corona del valore, è un Cittadino cui supremo pensiero è il suo Popolo e l’Italia, è un Re Galantuomo, che anche il trono ripudierebbe, ove non potessero servirsi con Lui l’onore e la felicità della Nazione. Lontana dagli usi d’un triste e servile passato, la nostra accoglienza sarà quindi nuova, spontanea, concorde, cordiale, festosa – vera dimostrazione di Cittadini, che, sciolte le catene della straniera servitù, respirando il primo alito di libertà e di vita, benedicono al Liberatore e sperano nell’avvenire. Cittadini! magnanimi sensi ed onorevoli fatti scrivemmo, questi ultimi mesi, nelle patrie memorie: – il 23 maggio col coraggio della riscossa – il 26 col concorso alla battaglia – il 31 colla dignità dell’esiglio – il 10 giugno colla solenne espressione di pubblici voti. Or esultiamo di aggiungere a date così preziose il vicino 17 agosto, questo giorno desiderato in cui tutti potremo personalmente ripetere al Re la gioja, la riconoscenza, le speranze nostre per Lui e per l’Italia, coll’unanime grido – Viva Vittorio Emanuele».
Con queste parole sì atte a suscitare il giusto orgoglio de’ Varesini, ed a farne argomento d’entusiasmo pel Re Vittorio Emanuele IIo, veniva dal Municipio annunciata la Costui vi170
sita. Come fosse accolta una sì grata novella, e con quanta gara, con quanta premura, con quanto affrettarsi e fuori e nelle case si facessero preparativi per degnamente ricevere l’amatissimo Re, non è sì facile il descriverlo. Varese, che colla simpatia per la Causa Nazionale aveva accolto Garibaldi, aveva risposto al suo grido di guerra, aveva ingrossate le file de’ suoi combattenti, erasi inebbriata della vittoria – Varese che colla protesta della fuga e col grido dell’esecrazione contro le minaccie e le brutalità dell’austriaco maresciallo Urban aveva coll’alloro dell’eroismo intrecciata la spinosa corona del sacrifizio – Varese coll’amore, colla devozione, colla riconoscenza, più ancora che colla pompa esteriore di sterili ed inutilmente dispendiosi apparati, si disponeva adesso a festeggiare il Re, nel cui Nome, nel cui valore, nella cui virtù Italia risorgeva in tutta la pienezza della propria esistenza. Il 17 agosto 1859 sorgeva sereno, e vivido splendeva il sole a far ridente questa sì bella ed amena parte dell’alta Lombardia. Le contrade della Città, le finestre, i balconi, i palchi qua e là costruiti, formicolavano di gente, – dodici bande musicali a brevi intervalli collocate facevano continuamente echeggiare d’intorno le loro allegre e marziali armonie, cui univasi incessante il suono festivo delle campane, ed il grido degli evviva prorompenti spontanei e clamorosi ad ogni tratto dalla folla plaudente – tappeti, arazzi, bandiere sventolavano innumerevoli – a diverse distanze ergevansi maestosi gli archi improvvisati – dovunque inscrizioni, voti, augurii attestavano l’espressione degli unanimi sentimenti in quella circostanza solenne e cara a tutti. 171
Il Re, per lo stradale di Como, giungeva verso le 9 del mattino all’ingresso di Varese, a Biumo Inferiore, e passava sotto l’arco che espressamente in quell’occasione era stato innalzato nel luogo medesimo dove il 26 maggio ergevasi una barricata ed incominciava il combattimento de’ prodi Cacciatori delle Alpi contro gli Austriaci, e sul quale leggevasi: QUI OVE FREMENTI ATTENDEMMO IL NEMICO OGGI ESULTANTI SALUTIAMO IL RE
Al fianco di quest’arco, sul terreno inaffiato dal sangue generoso di quei poveri Martiri che caddero pugnando la prima battaglia dei Cacciatori delle Alpi, una piramide ne ricordava i Nomi,57 e sotto di essi stava scritto: EROI
QUI CADUTI PER L’ITALIA
NUOVI EROI ALL’ITALIA SUSCITATE
Sul piazzale della Chiesa di Biumo Inferiore, la carrozza scoperta entro cui sedeva il Re si fermò, ed il Podestà 57 Morti sul campo: Braun Bruto – Bignami Enea – Pantiacchi (vivandiere) – Verati Francesco – Martinelli Guerrino – Menghini Luigi – Pavesi N.N. – Magenta Pietro – Crescini (dubbio) – Mozetti Giov. – Grassi Pietro – Cairoli Ernesto – Sartorio Felice – Ciampolini Demetrio – Baldi Pietro (caporale) – Bassi Francesco – Morelli N.N. – Botti Federico. Morti per ferite: Bianchi Vincenzo (caporale) – Biraghi Guglielmo – Colla Antonio – Ottini Leopoldo (sergente) – Bossi Carlo – Ponti Ferdinando – Baratta Lucardo – Sforzini Luigi – Rollero N.N. 172
Carcano, circondato dagli Assessori, dai Pubblici Funzionarj, dalle Deputazioni Com. del Distretto, dai Rappresentanti del Clero, sortendo dal padiglione che ivi era stato formato, mosse a riceverlo ed ossequiarlo, indirizzandogli a nome de’ suoi Concittadini il saluto del cuore e l’espressione del ringraziamento, intanto che uno stuolo di vaghe fanciullette Lo presentavano di fiori e corone, e che il Popolo festante prorompeva nella più calda ed entusiastica manifestazione degli applausi e degli evviva. Dopo breve sosta, la carrozza del Re, con quelle del suo seguito, rompendo a stento la calca della folla, ed avanzando lentamente, sempre frammezzo alle grida della Popolazione, ai concerti delle bande ed ai fiori che piovevano ad ogni parte, attraversò la Città e si diresse alla Villa Taccioli, offerta dal ricco proprietario ad ospitare il Monarca. La villa Taccioli ergesi bella e fantastica nella sua bizzarra architettura su di un ameno poggio ad una delle estremità di Varese, dove l’occhio, sorpreso e meravigliato, si porta in giro per uno dei più vasti e pittoreschi e svariati orizzonti che mai possa vantare questa sì incantevole e ridente porzione di Lombardia. Il bel giardino che la circonda confina con l’altro ancor più vasto del Palazzo Veratti, detto Palazzo della Corte, perché solevano tenervi residenza i Duchi di Modena, di cui Varese era stata signoria: i due giardini furono messi in comunicazione mediante un ponte di passaggio dall’uno all’altro, affinché il Re, nel poco tempo di sua fermata in Varese, potesse meglio goderne le naturali bellezze. 173
Il Re dopo aver ricevuto particolarmente gli omaggi del Municipio Varesino e di tutte le altre Rappresentanze che recaronsi ad ossequiarlo,58 e dopo una refezione cui volle prendessero parte i principali fra i Cittadini, sortì all’aper58 Il Rev. Sig. Proposto presentava al Re in questa occasione, a nome del Clero della Basilica di Varese, il seguente Indirizzo, che merita d’essere ricordato per l’abbondanza che vi si riscontra de’ patriottici sentimenti. – In allora non era avvenuta ancora l’occupazione delle Romagne, dell’Umbria e delle Marche – in allora le Italiane aspirazioni a Roma Capitale non erano ancora solennemente pronunziate sulla legge del Diritto Nazionale – in allora l’opposizione reazionaria dell’Episcopato non erasi tradotta ancora in ordinanze severe e minacciose – onde non è a meravigliarsi che anche il Clero in quell’epoca si servisse in esternare il proprio pensiero di una formula, che la maggior parte di esso ormai più non adopererebbe. Ecco l’Indirizzo: «Sire! Il Proposto Parroco di Varese e il Clero, di cui ha l’onore di trovarsi alla testa, sono ben lieti di poter salutare questo giorno come uno dei più belli che possano segnarsi nei fasti di questa Città, venendo anche a noi concesso di umiliare personalmente i nostri reverenti ossequii alla Sacra Maestà Vostra, a cui nei giorni dell’oppressione e del dolore erano cosi copiosamente rivolti i nostri pensieri, i nostri affetti, le nostre speranze. E tanto più siam lieti che oggi si compia per noi questo faustissimo avvenimento, in quanto siamo convinti di trovare nella M.V. personificate le tradizioni dell’Augustissima Casa, di cui siete sì glorioso rampollo, a guarentigia dei vitali interessi dell’ordine, della moralità, della Religione. In questa circostanza per noi sì fausta, si degni la M.V. di ricevere le proteste di fedele sudditanza che il Prop. Parr. di Varese, anche a nome del proprio Clero Plebano, ha l’onore di deporre ai piedi del Vostro Augusto Trono, e l’assicurazione che qui la Rappresentanza Ecclesiastica trovasi in perfetto accordo colla Civile, onde offrire al Vostro Governo, nella cerchia de’ proprii legittimi attributi, quel leale concorso che bisogna, affinché il grande concetto della Patria Rigenerazione, iniziato dal Vostro Augusto Genitore, e da Voi magnanimamente sostenuto, possa trovare il suo più completo avveramento». Per il Clero Varesino CELSO CATTANEO, Prop. Parr. Vic. For. 174
to a passeggiare ed a godere del magnifico spettacolo che gli si offriva allo sguardo, oltremodo in quel giorno vago e ridente per serenità di cielo ed abbondanza di sole. Egli poté osservare – da una parte, gli antichi suoi Stati coll’immenso giro delle Alpi che loro fanno cerchio, e ricordare i dì in cui, meditando e sperando, pensava e progettava l’Indipendenza della Patria e la Redenzione de’ Fratelli – dall’altra, la ricca terra Lombarda, gemma preziosa allora appena aggiunta alla sua Corona, e rammentare che, oltre il costei confine, altra terra ed altre genti d’una medesima Nazione attendevano impazienti che Egli le facesse sue – sotto i suoi piedi, i viali di un giardino, che già aveva formata la delizia di Sovrani, il cui nome non era più che una larva di lontane memorie – sotto gli occhi, il terreno dove l’eroismo ed il valore dei pochi contro i mille, col battesimo del fuoco e del sangue avevano trionfato dei nemici d’Italia, ed assicurata per sempre la vittoria al Popolo insorgente in nome del proprio Diritto; ed una Città, che coll’entusiasmo della fede e colla virtù del sacrifizio era stata esempio di patriottismo alle altre Città sorelle. Sotto l’impressione di simili considerazioni forse fu allora che Vittorio Emanuele si appressò al Podestà di Varese, nob. ing. Carlo Carcano, e Lui, rappresentante d’una Città degna sotto ogni rapporto dell’Italia, di propria mano insignì Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Il Decorato aveva compreso il pensiero del Sovrano, ed il giorno dopo la di Lui partenza, nell’assicurare i suoi Concittadini essere stato il Re assai contento e commosso dell’accoglien175
za unanime, cordiale, festosa che ebbe in Varese, soggiungeva: «Io come Podestà, nelle nobili insegne di cui il Re volle fregiarmi, non scorgendo che un onore fatto ai miei Concittadini, con essi mi compiaccio, e provo la consolazione del Capitano, che, nella medaglia accordata dopo la pugna alla sua Bandiera, tutti vede premiati i suoi commilitoni». Prima di lasciare Varese il Re, aderendo al desiderio espressogli dal Clero, discese a visitare la Basilica, quindi, percorrendo a piedi le contrade che dalla Basilica conducono all’Ospitale, entrò nello stabilimento. Impossibile sarebbe il descrivere l’entusiasmo col quale venne Egli salutato al suo comparire nelle sale, dove molti molti ancora tra i Cacciatori delle Alpi se ne stavano per sanare le loro ferite. Impossibile il ridire la commozione, la piena riboccante degli affetti, la gioja simultanea degli animi, la serenità dello sguardo, l’enfasi degli atti, l’espressione della parola nell’incontro di quei prodi e valorosi Commilitoni delle patrie battaglie – augusto l’Uno e venerato per eccellenza di rare virtù, più che per serto di regale dominio – grandi gli altri e rispettabili per sacrifizio di versato sangue e per martirio di profonde ferite. Allo squallore di quelle stanze serbate alle più acerbe sofferenze, faceva vivo contrasto l’apparecchio festivo degli addobbi, dei tappeti, dei fiori, de’ trofei sormontati dagli allori – presso i letti, testimonii di tanti dolori e di tanti gemiti, figurava, come a conforto, il tricolore Vessillo – le iscrizioni che leggevansi qua e là raccontavano una storia d’eroismo, compendiavano la manifestazione del Pensiero Nazionale, 176
accertavano la costanza de’ patriottici sentimenti, la fermezza della volontà, l’insistenza delle aspirazioni, la rassegnazione del sacrifizio, la fede, la speranza, l’amore – ed accanto a quei prodi e sventurati Campioni d’Italia, stavano quelle Donne generose e benedette che a loro sollievo eransi dedicate, e che avendo ognora con essi divise le veglie e le angosce, erano in diritto di dividerne ben anco la consolazione. Il Re magnanimo e pietoso disse parole di encomio, di conforto, di gratitudine, e commosso dalla più viva e palese emozione, lasciò l’Ospitale, prese commiato da coloro che l’attorniavano, montò in carrozza e partì alla volta di Laveno, lasciando in tutti il rammarico d’essere stati da Lui sì presto abbandonati. Ma l’impressione che l’amato e benedetto Monarca suscitò negli animi dei Varesini era troppo viva e profonda perché avesse a scemare colla di Lui partenza, e l’abbondanza della soddisfazione, e l’effusione del contento, tra suoni e canti e viva patriottici, si protrassero fino a sera, in cui una ricca e spontanea luminaria della Città, delle ville e de’ paeselli circonvicini, bella, fantastica, pittoresca, coronò e compì la festa di quella cara giornata.59 59 Nel Consiglio Comunale 27 Agosto 1859, dal Consigliere Dott. Giuseppe Papis venne fatta mozione perché si avesse a perpetuare la memoria della visita a Varese di Re Vittorio Emanuele coll’erezione di una fontana in piazza Podestà. Ammessa in massima con N. 12 voti contro 6, fu incaricata una Commissione per studiarne il progetto, e raccogliere offerte. Possano un giorno i Varesini vedere effettuato anche questo monumento, il quale, allo scopo nobilissimo di ricordare la visita avuta da Vittorio Emanuele, unirebbe anche quello di riuscire sommamente utile per la loro Città. 177
Il dì seguente, quasi a richiamo del fausto avvenimento dell’jeri, a soddisfazione di quanto era stato fatto dai Varesini anche in questa circostanza, ad eccitamento a persistere nella concordia, nell’unione, nella costanza per la totale redenzione della Patria, il Podestà così si esprimeva in un suo Indirizzo alla Popolazione. «Il Re fu assai contento e commosso dell’accoglienza unanime, cordiale festosa che ebbe jeri in Varese. Io compio il più gradito incarico ringraziando a nome del Re i miei Concittadini non solo, ma anche le Rappresentanze e le Popolazioni dei vicini Distretti qui accorse a rendere più popolare e più viva la lieta solennità. Tutti ricorderanno per sempre il giorno 17 corr., in cui, dalle labbra stesse del Re, udimmo parole di soddisfazione per noi, di conforto e di speranza per l’Italia. Rammentando ai nostri figli tal giorno, loro diremo: – crescete forti e concordi, degni del Re e della Patria!».
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V Agli Onorevoli Parlamenti Italiani di Toscana, di Modena, delle Legazioni e di Parma
«Proclamando Re di Toscana, di Modena, delle Legazioni e di Parma quell’Italiano Vittorio Emanuele che noi Lombardi sospirammo, che Venezia invoca, che le Romagne domandano, che Napoli desidera, che Sicilia vuole, quel Re seco conduce il valore sul campo di battaglia, l’onore nei Consigli dei Gabinetti, e dappertutto l’amore d’Italia, della Libertà e del Popolo; i Parlamenti di Toscana, di Modena, delle Legazioni e di Parma, sancirono le lezioni della Storia, compirono Opera Nazionale. L’Italia si conforta e spera in tanta concordia ed amore de’ suoi figli per Lei, e la Coscienza Pubblica di Europa si ridesta a giudizii ed aspirazioni più giuste e benigne dinanzi a questo rifiorire di senno e di virtù civili presso un Popolo, che secoli di derisione e d’oltraggio straniero avrebbero voluto rendere immemore di sé, delle sue tradizioni, de’ suoi destini. Benemeriti quindi della Patria e della civiltà i Parlamenti di Toscana, di Modena, delle Legazioni e di Parma, veri interpreti dei Cittadini che li elessero, hanno rilevata quanta potenza d’istinti nazionali e generosi agiti quelle gloriose Popolazioni che fecero la grandezza dei liberi ma 179
discordi Comuni del Medio Evo. Che non può ora sperare l’Italia da questo sapiente elevarsi delle memorie Municipali? Come non diverrà Ella grande, potente e felice, se quei Comuni, come le verghe dei Littori Romani, si riuniscono, non a simbolo, ma a realtà di unione e di forza? La Città di Varese quant’altra mai ansiosa e lieta d’ogni orma si stampi verso l’Unione e l’Indipendenza d’Italia, si felicita coi Popoli e coi Parlamenti di Toscana, di Modena, delle Legazioni e di Parma, del senno, del patriottismo, del coraggio onde decretarono l’aggregazione al provvido e paterno regno di Vittorio Emanuele II. Per tal modo la parola unione che nel nostro passato trovava un’eco di dolore, or diventa grido di Redenzione, principio e meta della nuova vita della Nazione. Gloria a Voi fratelli di Toscana, di Modena, delle Legazioni e di Parma! D’ora innanzi pensando all’Italia, non più ce la figureremo colle strazianti immagini di Dante, di Savonarola, di Arnaldo da Brescia, di Cola da Rienzi, esuli sconfortati in terra italiana – ma quale per opera Vostra Essa comincia ad atteggiarsi, l’Italia risorgente, l’Italia unita con Roma, l’Italia indipendente e libera, quale Dio la vuole dopo tante grandezze operate, dopo tante colpe espiate». Varese, dal Civico Palazzo, 14 settembre 1859.
Il Podestà, CARCANO Il Segretario, Dott. ZANZI EZECHIELE
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VI SOLENNE GIURAMENTO della Guardia Nazionale di Varese
In occasione del giuramento prestato colla massima solennità e con tutto l’apparato di una festa cittadina dalla Guardia Nazionale di Varese, radunata il 20 Novembre 1859 sul prato di contro al Quartiere, allora destinato alle militari evoluzioni, e nell’atto di presentare ad Essa, nel nob. Paolo Comolli, il Maggiore designato dal Re a comandarne il Battaglione, il Cav. Podestà Carcano pronunziava parole sì abbondanti di generosi sentimenti e sì calde di patrio amore, che non posso resistere al desiderio di qui trascrivere, affinché trovino ognora un’eco nel cuore de’ miei Concittadini, come in quello di tutti gl’Italiani. «Concittadini della Guardia Nazionale! Su questo stesso campo ove pochi mesi or sono le schiere Austriache si esercitavano contro di noi e dell’Italia, io sono felice di trovarmi oggi dinanzi alla Milizia Cittadina, alla custode dell’ordine e della libertà, al simbolo armato della completa rigenerazione della Patria, e di presentarle il suo Capo. Scelto dal Re tra Voi, o Concittadini, esso ha con voi una Legge sola di dovere e d’onore: vegliare alla difesa della indipendenza e della libertà, anima della concordia e dell’avvenire della Nazione: – cancellare colla pratica della
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disciplina e delle armi e colla costanza nelle civili virtù, le traccie delle passate divisioni corrutrici e della avvilente servitù: – redimersi infine a vita e dignità di Popolo nuovo e potente, per assicurare all’Italia il felice compimento de’ suoi destini. L’opera sublime è incominciata ma non condotta a termine, o Concittadini; poiché qual’era il magnanimo proposito de’ vostri figli fino d’allora che, fra il lutto e la speranza, volavano al di là del Ticino per rannodarsi ai soldati del Re intorno alla Bandiera della Nazione? – Qual’era il grido che voi stessi il 26 Maggio infiammò e trasse a seguire l’eroico generale Garibaldi ed i suoi prodi Cacciatori delle Alpi, per combattere e vincere il nemico? – Era l’Italia dall’Alpi all’Adriatico; ma questa Italia non sarà conquistata finché a Venezia si frema e gema – e la voce del Popolo Italiano non echeggi, come quella degli Avi, libera e potente dal muto Campidoglio – ed il sacro Vessillo tricolore non isventoli lieto anche dai baluardi di Napoli. Ora, dinanzi allo straniero battuto ma non cacciato, alla libertà che risorse, s’avanza e si fa forte, ma è ancor osteggiata da protervi nemici, – Fede, Unione ed Avanti – ecco o Concittadini la parola d’ordine che l’Italia passa a Voi, come a tutti i suoi figli emancipati. Voi ben comprendete tale parola, ed io per essa v’invito al giuramento che in questa solenne ricorrenza la Guardia Nazionale è chiamata a proclamare. Giurate dunque di consacrar sempre cuore e braccio alla difesa della indipendenza e della libertà della Monarchia e delle Leggi che tali beni ci assicurano: giurate che non cesserete mai di essere i Concittadini ed i commilitoni di quel Re che ad ogni altro titolo di onore preferisce quello di galantuomo e di primo soldato d’Italia: giurate che li182
beri e sicuri non vi terrete fino a che la stessa nostra Bandiera inalberata sulla Torre di S. Marco, non ricordi alle marine delle Nazioni che l’Adriatico è ancor mare Italiano: giurate di difendere come vostro quel voto che unanime a Parma, a Modena, a Firenze, a Bologna meravigliò l’Europa, ed è all’Italia sigurtà di forza, unione e grandezza: giurate infine, e tale giuramento sia la preziosa eredità dei figli vostri, di volere colla costanza dei propositi e dei magnanimi fatti, concorrere a sostituire all’antica storia del servaggio straniero, delle divisioni e delle tirannidi intestine, la storia nuova della Nazionalità, della Concordia e della Libertà Italiana. Concittadini della Guardia Nazionale! Vicino a deporre l’onorevole peso della Rappresentanza del Paese, il vostro Podestà si allieta di potere quanto prima mischiarsi tra Voi, milite nelle schiere della Patria per difendere, ove occorra, anche colle armi nella libertà nostra la libertà d’Italia:60 ma il suo cuore e la sua memoria ricorderanno sempre come giorno di fortuna e di consolazione questo, in cui gli è riservato di ricevere ed essere il depositario dell’inviolabile vostro giuramento – ch’egli pur ripete, mentre Dio, l’Italia e il Re l’ascoltano e lo aggrediscono».
Parole come queste non abbisognano né di elogi né di commenti. – Basta leggerle, per riscontrarvi compendiata in poche ed energiche espressioni la storia della lotta e delle aspirazioni d’Italia per l’Indipendenza e per l’Unità Nazionale – la Legge del Diritto per la quale la Penisola tutta è 60 Deponendo in seguito il titolo di Podestà, assumette quello di Sindaco, e tuttora ne disimpegna le funzioni. 183
chiamata a formare uno Stato solo ed indiviso – l’obbligazione assoluta del Dovere, onde tutti indistintamente gli Italiani devono concorrere a volere, a stabilire, a mantenere per sempre la libera esistenza della Patria. Altre circostanze degne di rimarco per patria solennità, nelle quali specialmente ebbe a figurare la Guardia Nazionale Varesina, e sempre con quello spirito marziale che la distinse ognora fino ai primordj della propria istituzione, furono: – il dì che il Battaglione ricevette la propria Bandiera dalle mani del Sacerdote che benedetta gliela presentava in nome di Dio, e da quelle del Sindaco che gliela affidava in nome dell’Italia – il dì che ricorrendo la prima volta per noi redenti Lombardi la festa dello Statuto, la solennizzava con militari evoluzioni, malgrado la pioggia cadesse a torrenti – il dì che salutando nel sig. De Roland il primo Intendente appena giunto, il Rappresentante del Re, rispondeva alle di lui parole, calde di patrio entusiasmo, colla protesta di non mancare giammai al proprio dovere di cittadini e di soldati – il giorno commemorativo della battaglia combattuta e vinta dai Cacciatori delle Alpi contro i Croati di Urban, di cui parlerò qui sotto più diffusamente – il giorno in cui mobilizzata e destinata ad Ancona, indossò il capotto, si pose il sacco in sulle spalle, diede un addio al Paese ed alle famiglie, e corse volonterosa a militare per l’Italia e pel Re – ed il giorno in cui mosse ad incontrare ed a dare il benvenuto della fratellanza al Deposito militare del 44o Reggimento di Fanteria, che veniva a fermare la propria residenza in Varese. 184
VII SOTTOSCRIZIONE NAZIONALE pel milione di fucili e per la guerra di Sicilia
Iniziata dal prode generale Garibaldi la più patriottica tra le elargizioni cui possa prestarsi una Nazione che ami di riacquistare la propria indipendenza – quella cioè che tutti gli Italiani offrissero tanto che bastasse a procurare alla Patria un milione di fucili, e la armasse così, che alla fine potesse bastare da sola, senza bisogno di protezione qualsiasi, contro i proprii nemici, e farsi in pari tempo grande e potente tanto, che nessuno mai più ardisse toccarla – anche Varese vi concorse in modo, che nell’elenco de’ sottoscrittori figurarono pressoché tutti i nomi de’ Cittadini. Questi non potevano disconoscere la voce di Garibaldi, non potevano non assecondare il desiderio e l’appello di Colui, che al nome delle grandi sue imprese primo aveva associato quello della loro Città. – Il Municipio faceva noto al Generale, che allora trovavasi a Fino, l’esito della sottoscrizione colla seguente lettera: «La sottoscrizione nazionale da Voi iniziata, o Generale, per l’acquisto di un milione di fucili, trovò pur eco più generoso in questa Popolazione.
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Tutti i Cittadini vi concorsero, e da ultimo anche il Consiglio Comunale votò ad unanimità un’ulteriore offerta di fiorini 1190 in nome della Città.61 Aggradite, o Generale, tale notizia, come prova che i Cittadini di Varese sono sempre quei buoni Italiani che Voi trovaste nello scorso Maggio. Così alla voce dell’Italia saranno sempre pronti a difendere anche coll’armi, l’Unione, l’Indipendenza e la Libertà della Patria». Dal Civico Palazzo, 20 Dicembre 1859. CARCANO, Podestà. Dott. ZANZI, Seg.
Il generale Garibaldi rispondeva:
Fino, 26 Dicembre 1859
«Stimatisimo Sig. Podestà Vincolato com’io sono alla cara ed illustre Città di Varese per tanti titoli d’affetto e gratitudine, io non trovai straordinario il suo nuovo generoso slancio – nel concorrere alla sottoscrizione Nazionale per il milione di fucili. – Io sono certo pure che anche coll’armi si presenterà quella valorosa Popolazione – nel giorno in cui Vittorio Emanuele ci chiamerà tutti ad ultimare l’opera di rigenerazione patria. – Voglia essermi interprete presso l’egregia Città dell’affettuosa mia devozione per la vita, mentre ho l’onore di dirmi suo devotissimo G. GARIBALDI» 61 Il Consiglio che decretava questa somma di fiorini 1190, pari ad It. L. 2938,26 fu del 2 novembre 1859. Le spontanee offerte private oltrepassarono d’assai la somma suddetta. 186
Né minore fu l’entusiasmo onde Varese, gareggiando colle altre Città sorelle, concorse con spontanee e generose offerte a favorire l’Impresa sì prodigiosamente e con tanta fortuna condotta da Garibaldi per la Siciliana Redenzione. Alle larghe sottoscrizioni private, ed al vistoso ricavo d’un’Accademia musicale, il Consiglio Comunale – considerando che la guerra che combattevasi in Sicilia contro la tirannide borbonica era guerra di Libertà ed Unità Nazionale – e che era dovere d’ogni Comune Italiano l’ajutarla e sostenerla – nella seduta 22 Maggio 1860 aggiunse la somma di L. 10.000. L’anno seguente, terminata la guerra e compiuta l’emancipazione della Sicilia, il Municipio di Varese riceveva in dono il Ritratto di Garibaldi, speditogli, per commissione del Generale stesso, dal Comitato Centrale per Roma e Venezia in Genova, che lo accompagnava colla seguente lettera: Genova, 19 luglio 1861
«Il Generale Garibaldi nella sua solitudine di Caprera è sempre memore di quei Municipii che votarono sussidii a Lui, Duce dei Volontari combattenti nelle due Sicilie per l’Italia Una e Vittorio Emanuele. Fra i Municipii che lo hanno assistito Egli ricorda cotesto della valorosa Città di Varese. Però incaricava il sottoscritto di fargli pervenire il proprio Ritratto fregiato della sua firma autografa, quale pegno di riconoscenza e di affetto. Salute». Pel Comitato Centrale FEDERICO BELLAZZI
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Il Municipio rispondeva tosto al sig. Federico Bellazzi:
«Colla gentile sua del 19 corrente è pervenuto il Ritratto che il prode generale Garibaldi destinava in dono alla nostra Città. Il Municipio è commosso delle espressioni che Ella ci usa quale interprete dell’Illustre Generale che inaugurò le gloriose gesta del 1859, e mentre diffonde fra i Cittadini la notizia di tale dono, prega la S.V. dire al Generale che il Lui Nome è ognora sulla nostra bocca, la sua memoria nel nostro cuore. Ella poi si abbia i ringraziamenti per aver adempito sì delicatamente alle intenzioni del Generale». Sottos. COMOLLI - MAGATTI Assessori Rag. CARLO ROSSI, Sotto-Seg.
Il Ritratto di Garibaldi e la lettera del Bellazzi e la risposta del Municipio venivano quindi dal Municipio stesso presentate il 26 settembre 1861 al Consiglio Comunale, col seguente rapporto: «Signori Consiglieri. Il Generale Garibaldi da Caprera ordinò che un suo Ritratto fosse donato alla Città di Varese, in attestato della sua ricordanza ed affetto. La Giunta Municipale, grata pel Paese del gentile presente, dispose che tale Ritratto sia costantemente esposto nella sala delle proprie sedute, e ciò fino a tanto che il Consiglio Comunale non abbia, colla sistemazione del Civico Palazzo, una Aula degna e speciale alle sue adunanze.
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Il ritratto veniva accompagnato a questa Civica Amministrazione con una lettera del Comitato di Genova per Roma e Venezia, inspirata a sensi cortesi quanto generosi. La Giunta Municipale credette farsi interprete Vostra e del Paese rispondendo di conformità. Ora aggradite d’accogliere la lettura di tali lettere, che vi si presentano per dovuta notizia». Sottos. MOLINA - MAGATTI - BONAZZOLA Assessori Dott. ZANZI, Seg.
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VIII GIUSEPPE GARIBALDI è nominato Cittadino di Varese
Nel Consiglio Comunale del 3 Maggio 1860, il Sindaco Cav. Carcano dà lettura al seguente rapporto della Giunta, invitando il Consiglio a deliberare sulla proposta in esso accennata. «Signori! Sorse universale nella Cittadinanza Italiana la nobile gara di eleggere a proprii Concittadini gli Uomini che più si resero benemeriti della Patria e della Libertà. Firenze, Torino, Milano, Brescia già sciolsero questo bisogno di gratitudine, che ad un tempo è solenne coronazione dei principii della Indipendenza e dell’Unità Nazionale, nei quali sta l’avvenire degli Italiani. Il Generale Garibaldi è fra i benemeriti ed antichi propugnatori di così nobile Causa, a questa Ei consacrò i suoi affetti, il suo valore, il suo sangue – Eroe suscitò Eroi alle patrie battaglie – dovunque incontrò nemici li affrontò, li combattè, li vinse: ed il solo suo Nome è divenuto per essi sgomento e terrore. L’Italia non ha che un cuore per questo Prode, ma noi, o Signori, abbiamo verso di Lui un debito particolare di ri-
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conoscenza e di affetto. Fu Egli che nel 1848, dopo che la Bandiera tricolore, coperta di gramaglia, rivarcò l’addolorato Ticino, la serbò ancor alta fra noi fino al dì della battaglia di Morazzone – fu Egli che l’anno scorso ci chiamò all’armi e ci guidò alla vittoria, ed illustrò il suo Nome ed il Corpo dei valorosi Cacciatori delle Alpi – fu Egli infine che ricinse la Città nostra di nuova fama onorata e gloriosa. Già in altre occasioni la Città di Varese cercò di mostrare al Generale Garibaldi i vincoli d’affetto onde a Lui è unita: solenne fu l’ultima in cui Lo elesse a suo Rappresentante al Nazionale Parlamento. Che se Egli non poté accogliere questa dimostrazione di riconoscente memoria, porgiamogli oggi colla Cittadinanza onoraria una solenne conferma dei nostri patriottici sensi. Con questo atto che ben prima d’ora la Giunta Municipale avrebbe compito ove non avesse creduto di doverlo compiere con Voi, o Signori, noi non faremo altro che sanzionare un pubblico voto. Già l’Italia a Garibaldi ha conferito, e ben a ragione, il titolo d’Eroe; or noi, offrendo a tale Eroe la nostra Cittadinanza, noi proveremo ancora una volta il nostro proposito santo di divenir sempre soldati degni di Lui, ogni volta l’Indipendenza, la Libertà, l’Unità d’Italia ci chiamino. Signori! Noi abbiamo fede che al Generale Garibaldi giungerà ancor più caro questo tributo d’affetto, ora che Nizza, la sua terra natale, sta per sortire dal gran Corpo Italiano. Possa Egli trovare in Varese il suo paese natìo, come l’Italia è la sua grande Patria». Il Sindaco CARCANO Il Seg. Dott. ZANZI
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Terminata la lettura di questo rapporto, tutti si alzano approvando – ordinano che nel protocollo sia indicata la viva acclamazione onde fu accolta tale proposta – e che, giusta l’osservazione fatta dall’avv. Emanuele Della Chiesa, al nome di Cittadino di Varese sia aggiunto il qualificativo di Benemerito. Quindi unanimamente il Consiglio prega il Segretario Municipale Dott. Ezechiele Zanzi di assumere l’incarico di stendere un Indirizzo al generale Garibaldi per comunicargli la su espressa deliberazione, incarico che egli si onora di accettare. L’indirizzo infatti fu steso e presentato a Consiglio il susseguente giorno 10. Il Consiglio lo approvò, lo applaudì, e ne ordinò la trasmissione al Generale. Ecco l’Indirizzo: «Generale!
Se maggiori Città Vi elessero loro Cittadino, e Voi aggradiste il patriottico tributo della loro riconoscenza ed affetto, non negate, o Generale, tale onore e fortuna alla Vostra Varese. Essa compiendo oggi col sentimento di un dovere quanto altre già fecero per slancio di simpatia e di ammirazione, per mezzo nostro Vi proclama suo benemerito Cittadino. Unanime il Consiglio Comunale Vi conferisce tale qualità, e ne gode, perché in Voi si riflette l’immagine più splendida del Soldato della Libertà e dell’Italia. Eleggendovi a nostro Cittadino noi non vogliam compiere uno sterile atto, ma farvi un augurio ed una promessa!… L’augurio che sorga presto il giorno in cui e Roma e Napoli e Venezia e Palermo possano pure solennemente 192
proclamarvi loro Concittadino: la promessa che mai non riposeremo di opere e di sacrifici finché, atterrata la tirannide, sia l’Italia Libera ed Una. Generale! Allora, e solo allora, noi avremo una Patria, e non più le Città ad una ad una, ma l’intiera Nazione, nell’entusiasmo della riconoscenza, Vi acclamerà suo Concittadino e Benefattore! – Solo allora gli Italiani tutti, ritemprati dalle prove passate, forti della concordia, fiduciosi dell’avvenire, parodiando con Voi il celebre motto che fu per secoli l’espressione più intera della grandezza e della coscienza nazionale dei nostri Padri, potremo ripetere a chiunque ce lo domandi: Cittadini Italiani noi siamo». Varese, dal Civico Palazzo, addì 10 Maggio 1860. Il Sindaco CARCANO
Gli Assessori COMOLLI - MAGATTI - MOZZONI - ORRIGONI ZANZI Dott. EZECHIELE, Segretario
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IX IL 26 MAGGIO 1860 Anniversario della Battaglia di Varese
È dovere e vanto per un Popolo il richiamo solenne de’ Grandi Fatti che iniziarono, promossero e decisero la sorte avventurata della propria Nazione – come è obbligo sacro il ricordo di quei generosi che, Martiri dell’eroismo e dell’amore, pugnando e morendo per la Patria, acquistarono diritto alla santità della riconoscenza. I Varesini sentirono quel dovere, quel vanto e quell’obbligo all’avvicinarsi del giorno Anniversario della battaglia combattuta dai Cacciatori delle Alpi – in cui il valore gareggiò col sagrifizio, in cui l’energia dei pochi, sostenuta dalla coscienza della giustizia e dall’entusiasmo dei sacrosanti principii della libertà, trionfò dei satelliti del dispotismo, sebbene molti di numero, disciplinati ed agguerriti – e si prepararono a degnamente solennizzarlo sul luogo stesso del combattimento, sui campi intrisi del sangue dei caduti, là dove solo potevano trovare inspirazioni grandi e generose, là dove, calcando le orme gloriose dei Forti, compresi da nobile emulazione, risoluti ed unanimi potevano rinnovare la protesta di volere l’Italia tutta libera ed una. Scoccavano le quattro del mattino 28 maggio 1860, – l’ora precisa in cui un anno prima il cannone del nemico 194
diede il segno della pugna, e le campane suonarono a stormo… Il rimbombo del cannone e le campane a stormo, simulando il momento terribile dell’azione, echeggiarono questa volta ancora per l’aere… L’emozione degli animi a quel vivo e subitaneo ricordo si appalesò d’un tratto sul volto di ognuno, e sotto quell’impressione austera, profonda, solenne – la Guardia Nazionale, il Consiglio Comunale, le Magistrature, le Rappresentanze, il Clero, le Scuole, il Popolo intiero, preceduti dal sacro Italiano Stendardo e dalla Banda cittadina, mossero a Biumo Inferiore, e procedendo lungo la via sacra all’eroismo ed alla virtù de’ Prodi, si fermarono alla Chiesuola del Lazzaretto, dove ebbe luogo un rito funebre, accompagnato dalle flebili note dei Cantori della Cappella musicale. Nel mezzo del piazzale davanti la Chiesa, ergevasi un’alta piramide, sulla quale figuravano i Nomi venerati e cari de’ nostri Bravi caduti e morti nella pugna su quel terreno combattuta… Intorno a quella piramide, terminato che fu il rito della Religione, si raccolsero gli astanti, e l’aere echeggiò di suoni marziali, di scariche di moschetteria, dell’Inno della vittoria e del saluto unanime di tutto un Popolo commosso fino alle lagrime! Cessata per poco quella cordiale e santa espansione del plauso generale, il Sindaco, Cav. Carcano, rivoltosi a’ suoi Concittadini, con voce alterata dall’emozione così parlò: «È oggi un anno che a quest’ora – su questi stessi campi – collo stesso amore pel Re, per la Libertà, per la Patria – si combatteva, si vinceva, si moriva.
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Erano giovani generosi guidati dal più prode fra i Capitani da una parte – erano dall’altra satelliti numerosi e feroci di straniera servitù; ma l’eroismo, l’entusiasmo, la fede, sgominarono, respinsero, avvilirono il nemico. Sia gloria a Garibaldi ed agli invitti Cacciatori delle Alpi!… Ma di quanto sangue di quei soldati non fu bagnata questa strada!… ma quanti di essi non fecero qui alla Patria l’estremo sacrificio di loro vita!… e morirono soddisfatti e sereni, come dopo un grande dovere compìto. O sacra memoria dei nostri Martiri! Noi veneriamola col nobile fremito di chi ancora sente viva la piaga delle spezzate catene – ma col saldo proposito di voler compiere l’Opera che essi fecondarono col sangue – ma colla virtù, colla concordia, colla disciplina con cui solo un Popolo può ricostituirsi dopo secoli di divisioni e di servitù. La nostra meta è ancora lontana, poiché, qual’era il grido di quei Forti caduti? – l’Italia indipendente? – Ma a Venezia ancora passeggia prepotente e crudele lo straniero! – l’Italia libera? – ma ancora a Napoli ed a Roma si geme sotto deforme tirannide! – l’Italia una? – ma in Sicilia sono ancora Italiani che combattono contro Italiani, e si contendono l’avvenire della libertà della Patria! Un giuramento sia quindi, o Concittadini, il nostro tributo alla memoria dei nostri Martiri: giuramento di unione, di costanza, di sacrifici, poiché questo tributo è il solo che possa confortarli nella tomba. Così espiate le funeste gare fraterne, ritemprati a dignità e virtù di Cittadini, confortati dalla fede nei futuri destini, a noi pure arriderà la gioia di avere continuato il cammino che i prodi Cacciatori delle Alpi, morendo, ci additarono. Qui allora raccolti, non più ad animarci a battaglia, ma a godere della Patria redenta, ripeteremo con eguale 196
entusiasmo, ma col cuore più libero: – Gloria ai Martiri della Patria, Viva l’Italia ed il Re».
Così compiuta la pia cerimonia, e reso al valore ed al martirio il doveroso tributo dell’ammirazione e della riconoscenza, a maggiore e più solenne testimonianza d’onore verso i prodi Cacciatori delle Alpi – ed a fare più viva la ricordanza della pugna da essi sostenuta, e più fecondo di alti e generosi sensi il richiamo della vittoria – la Guardia Nazionale fece echeggiare il grido di guerra, manovrando una finta battaglia giù per la vallata d’Olona, ivi appunto dove l’anno prima in quel giorno ed in quell’ora l’Austriaco, in piena rotta, si diede alla fuga la più precipitosa e disordinata. Rivelare di quali palpiti battesse il cuore in quel momento e narrare a quale succedersi di sensazioni fosse in preda lo spirito, sarebbe impossibile… Oh! la sacra memoria di questo giorno non venga meno giammai, come non dovrebbe mai trascorrere l’anniversario di questa sì grande e sì feconda impresa de’ prodi nostri fratelli, senza che sia dai Varesini tutti degnamente onorato. – È una festa, una solennità eminentemente patriottica, che dovrebbe essere legata, come in sacro retaggio, alle più lontane generazioni – è una festa, una solennità cittadina, che dovrebbe sempre formare l’orgoglio dei figli di questa terra, e portar seco la sanzione immanchevole della consuetudine, del dovere, della legge, perché non venga ommessa, non venga trascurata giammai!
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INDICE di persone, fatti, idee, luoghi e cose
Adamoli, 114 Agno (Cantone Ticino), 131 Agogna, 118 Aiutante di Urban: furibondo, 95 Alberghi di Varese saccheggiati, 102-103 Allarme (con lumi alle finestre, se di notte), 68 America (sorprendenti imprese da Garibaldi compiute), 17 Aneddoti eroici o caratteristici, 27, 33-34, 41-42, 46-47, 60-61, 63, 78-83, 102-105, 108-110, 128, 130 Angera, 133 Anniversario del 26 maggio 1859: 6, 194, 209 Arcisate, 43, 117, 133 Ardoino Nicola, tenente colonnello, 44, 51 Armati Bonaventura, fabbricatore di birra, ingiustamente tratto ostaggio da Urban fino a Mantova e Verona, 118n Arona, 14, 147 Arruolamento volontario nei Cacciatori a Varese, 34, 134 Azzate, 30
Banda militare austriaca, durante i bombardamenti di Varese, suona «Daghela avanti un passo», 96n, 100 Banda musicale di Varese, 31 e passim Bandiera bianca e turchina, 109 Basilica di S. Vittore; vedi Campanile e Cupola Battaglia di Varese, narrata imperfettamente, 3-4; sua importanza nazionale, 5, 7, 57, ampia narrazione, 43-56 Bedero, 129 Belforte (altura di), 53, 55 Bertoni di Masnago, calzolaio, tratto ostaggio da Urban fino a Mantova e Verona, 118n Besozzo, 42 Bianchi Bernardino, scrive il 28/5 da Como a Varese pel Commissario regio, 72n Biella, 14, 63 Binago, 54 Biumo Inferiore, 44, 73 e passim; luogo della battaglia, 6, 46, 52, 164 Biumo Superiore, 44, 48, 116, 150
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Bixio Nino, 30, 42, 77, 81 Bodio, 30 Bombardamenti di Varese, 96-97, 99-100, 102, 110 Bontemps, generale svizzero, 86, 129 Borgomanero, 14 Boscaccio, 50 Brebbia, 30, 42, 70 Brescia, 40, 104, 190, 203 Briganta Garibalda (i Cacciatori chiamati così dagli austriaci), 54 Brigante (Garibaldi chiamato così dagli ufficiali austriaci), 22 Brinzio, 112, 127-128 Bronzetti Narciso, capitano, 75-79 Cabiaglio, 112, 123-124, 127-128 Cacciatori delle Alpi, 4, 6, 8 e spesso; chi erano, 16; mancavano di tutto, tranne che di coraggio, 18n; anelano alla battaglia, 43 e spesso; chiamati Briganta Garibalda dagli austriaci, 54; esaltati dal regio commissario Visconti Venosta, 55; e dal Carcano, 126; qualche ferito segue i varesini nei monti, 86; altri feriti, negli ospedali di Varese, rispondono francamente agli austriaci, 104-105; ricordati in tutto il resto del libro Caduti combattendo, 5, 6, 11, 57 Cairoli Adelaide, sua lettera al Municipio di Varese, 59n Cairoli Ernesto, caduto nella battaglia di Varese, 57 e n; lettera del Municipio di Varese all’eroica madre, 58n; vedi Cairoli Adelaide e Faruffini Federico Camerlata, 40, 70n 200
Camozzi Vertova Gabriele, 113 Campane a festa, 31, 56, 99, 148, 171; a stormo, 47 e n, 49n, 68, 99, 113, 156, 195 Campanile di S. Vittore, 31, 47n, 99, 123 Campidoglio, 3, 137, 182, 210 Cannobio, 135 Cantine (nel Canton Ticino), 153 Cantone Ticino: vi fanno provvista d’armi i varesini, 27n; vi si rifugiano, 86, 111, 128, 130 Caprera, 13, 187-188 Carcano ing. Carlo, podestà di Varese, nell’aprile del ’59 fa scrivere a Cavour, 23; alle ore 6 ant. del 23 maggio scrive a Garibaldi, 25; è a capo della città in rivolta, 26-31; incontro con Gar., 32-33; fatto R. Commissario Provvisorio, dichiarò decaduto il governo austriaco, proclamò quello di Vittorio Emanuele II, aperse un registro d’arruolamento volontario ai Cacciatori e alla Guardia Nazionale, esercitò in Lombardia il primo atto di Sovranità Sarda e cedette il Commissariato al sopraggiunto Emilio Visconti Venosta, 34-36; riprende il governo del Varesotto, 70; si congratula con Garibaldi, 73; affida il governo al Sopransi, e, con tutto il Municipio enormemente compromesso, cerca scampo con la popolazione nei monti, 88 e n; ivi ha cura dei profughi, e scrive al re «dai monti di Varese, il primo giugno», 124-127; passa a Como,
128-131; torna a Varese, prendendo cura dell’amministrazione, 132-134; eletto a capo della provincia il Verza, ritorna semplice podestà, ma con grande onore, 136 e spesso; presiede il Consiglio Comunale del 10/6, 184-191; lettera al re 160n e indirizzo a Garibaldi, 164; riceve lettera da Garibaldi, 165; e dal re le insegne di Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro come rappresentante di Varese eroica, 175; fa scrivere agli Onorevoli Parlamenti Italiani di Toscana, di Modena, delle Legazioni e di Parma, 179-180; fa giurare la Guardia Nazionale, 181-184; depone il titolo di podestà e assume quello di Sindaco, 183n; promuove la sottoscrizione per il milione di fucili e per la guerra di Sicilia, 185-187; propone e ottiene che Garibaldi il 10 maggio 1860 sia proclamato benemerito Cittadino di Varese,190-193; il 26 maggio celebra il primo anniversario della gloriosa battaglia, 194-197 Carlo Alberto, 21, 146, 166 Carrano Francesco, citato, 18n, 47n, 71; largamente confutato circa l’ottuagenario ospite Zanzi, 112n Carrarese, giovinetto ferito, 61 Casale, 14 Casalino, 118 Caserma sulla punta di San Michele, 74 Cassano, 111
Casteggio, 35 Castelletto, 14 Cattaneo Alessandro, di Varese, si distinse combattendo a S. Fermo, ebbe il grado di ufficiale dei Cacciatori e fu onorato dal Municipio di Varese, 8687; a Milazzo ebbe il grado di capitano, 87 Cattaneo Celso, proposto di Varese nel 1859; 89-90, 174n Causa Italiana o Nazionale, 3-4, 24-26, 28, 85, 126 e spesso Cavour Camillo, riconobbe le qualità uniche di Garibaldi, 17n; ordinò a G. insurrezione generale, 20n; nell’aprile ’59 rispondeva al Municipio di Varese di stare tranquilli per il momento, 24; trasmette al re la lettera del Carcano, 125 Cerro, 74, 78, 81 Chiasso, 86, 131 Chiesa di San Cristoforo, 44 Cialdini generale, 16 Ciarpa tricolore donata prima del maggio al podestà e custodita pericolosamente, 27n Cignoli, famiglia massacrata da Urban, 39 Cittiglio, 70, 75-76, 81-83, 204 Clero, liberale e fautore del Risorgimento nel 1848, e sciaguratamente reazionario dal 1859 in poi, 141-144; ma non mancarono mai sacerdoti onesti e coraggiosi, 145 e passim Coccarde tricolori, 27, 95, 148, 157n Commissario di Finanza in Varese, 30 201
Comi, Commissario Distrettuale, 89-90, 97, 108-109 Commemorazione funebre pei Prodi Caduti combattendo per l’indipendenza d’Italia, 166-169 Como, 21, 29-30, 34-35, 38-39, 4345, 54, 69-73, 88, 110-111, 113, 115n. 116-117, 128, 130-131, 147, 172 Confienza, 118 Contini Pasquale, 13, 166 Corgegno, 30 Corso Maggiore (di Varese: poi Corso Vittorio Emanuele, e ora Corso Giacomo Matteotti), tutto bandiere, fiori e acclamazioni a Garibaldi reduce vittorioso da S. Fermo e Como, 73, 162 Cortelezzi dott. Andrea e Luigi, fratelli, 68 e n, 163 e passim Cosenz Enrico, tenente colonnello, 44, 51, 61, 75 Costa, luogotenente, 69; capitano, 132 Crespi Benedetto, proposto di Varese nel 1848, amico di Garibaldi, 151 e n Crimea, 81 Croati assistiti negli ospedali di Varese, 66; alcuni degli assistiti raccontarono che i preti avevano detto che Garibaldi non esisteva più, 69n Cunardo, 129 Cupola di S. Vittore, 100 Cuvio, 43, 81, 86, 110, 112, 124, 127, 169 «Daghela avanti un passo», 96n De Cristoforis Carlo, 14, 30, 40-42, 71 202
Decristoforis (villa), detta S. Pedrino, 44, 98-99, 105-106 Del Bosco ing., 33 Della Valle Giuseppe, di Varese, 3; sentimenti e intenti nel comporre il libro, 4-5, 7, 11; testimonio dei fatti, 3-4, 7; sua lettera a Garibaldi, 6-8; suoi manoscritti inediti, 7-8; suoi fatti rivoluzionari e pii, 57n; baciò il diletto amico Carlo De Cristoforis la mattina del dì che l’eroe morì, 71n; gravemente compromesso, fugge lontano da Urban, 123124; torna felice in Varese con gli altri profughi la domenica 5 giugno, 131-132; esorta l’Italia a non fermarsi, 140 e spesso; e desidera che Roma sia capitale dell’Italia unita e libera, 3, 137, 174n e passim Della Valle, famiglia del fratello di don Giuseppe, 34n; il fratello e Urban, 103n Diavolo rosso (Garibaldi chiamato così dai Croati), 22 Diplomazia, 43, 137, 210 Donne benemerite infermiere, 48, 65, 67 Dotti, milanese, ferito, 60 Durando, generale, 64 Fabiasco, 129 Fanfara dei Cacciatori delle Alpi, 127 Fanti capitano, 34 Faruffini Federico, pittore, dipinse la morte di E. Cairoli all’assalto della barricata a Biumo Inferiore, 59n, 60n Feriti in battaglia, 57-67 e passim
Flottiglia austriaca sul Lago Maggiore, 74-75, 78-79, 135 Fogliaro, 112 Formentini rag. Marco, milanese, il 24 maggio recò a Milano ufficialmente la notizia che Garibaldi era già a Varese, 35; il 31 maggio tornò tranquillo a Varese, e fu arrestato e aggiunto agli ostaggi penosamente, 98 e n; sue narrazioni, 98-99, 107n, 119n Forte Castello, centro dei Forti di Laveno, 75-79 Forti di Laveno, 15, 30, 41, 70, 7382, 134 Francia: i generosi suoi figli, 19; nostra sorella e naturale alleata delle cause generose, 37; suo esercito in Italia, 16, 118, 120n, 137, 145n Gallarate, 15, 29-30, 38, 43, 68-68, 82, 90, 118 e n, 120 Gana, vedi Ganna Ganna, 43 Garibaldi Giuseppe, eroe figlio del popolo, 3 e spesso; animatore e vincitore, 3 e spesso; a Varese nel ’48, 13, 14n; rappresentante delle aspirazioni e de’ voleri del popolo, 19; criticato ingiustamente, 16 e passim; eccelse qualità unicamente sue, 15, 17-18; sua missione partigiana, 20, 201202; chiamato Guerrigliero, 111; chiamato Diavolo rosso dai croati, Brigante dagli austriaci, ecc., 22; ultimo si ritirò dalla Lombardia e primo vi rientrò, 23; da Arona il 22 maggio rivede e saluta, dopo undici anni, la Lombar-
dia, 14, 24; il mattino del 23, passa il Ticino a Sesto Calende, e circa alle ore 23 è in Varese, 31; pernotta all’attuale n. 4 di via San Martino, 33; il dì 24 istituisce provvisoriamente Regio Commissario il podestà Carcano e provvede a difendere Varese, 34; il dì 25 fa ricognizioni e barricate, onora Carlo De Cristoforis e prevede imminente l’attacco di Urban, 42-45; il dì della battaglia (26), osserva da villa Ponti, 44; piomba sul fianco del nemico, lo mette in fuga, lo insegue, lo ributta da S. Salvatore fino a Lucino, e riporta a Varese i suoi, 52-56; la mattina del 27 affida ai fratelli Cortelezzi la difesa di Varese e, lasciato un drappello di Cacciatori, si avvia per Malnate, San Salvatore, Solbiate e Parè verso il lato ovest di Como, vince a S. Fermo, occupa Como e chiama volontari dalla Valtellina, 68-71; il 29 maggio torna a Varese per tentare la conquista del Forte di Laveno, 73; preparazione e fallimento dell’audace tentativo, 74-79; esorta i varesini a darsi alla montagna, 83-84; si porta a Cuvio, dove passa la notte del 31 maggio e il primo di giugno marcia per soccorrere Varese, mettendo il quartier generale a Sant’Ambrogio, 110-112; si trattiene davanti a forze imbattibili, tutto ben considerato, 113-116; ripiega per Induno, Arcisate, Ligurno, e va a Como, 203
116-117; ivi saluta il Carcano e loda altamente il contegno dei varesini, 131; sue gesta nel ’48, 141-157; risponde ai varesini da Trascorre il 10 agosto e scrive al Carcano e al segretario Zanzi, 165; e da Fino al podestà il 26 dicembre, 186; e il 19 luglio 1861 mediante Federico Bellazzi, 187; fu nominato cittadino di Varese il 3 maggio 1860, 190-193 Gastaldi luogotenente, 81 Gattinara, 14 Gavirate, 42-43, 115n, 154 Gazzada, 51n, 69 Gemonio, 110-111 Giovani Cittadine di Varese, esortate dal sac. Sessa, 141n Gioventù varesina e di tutto il Circondario, 5, 42 e spesso; particolarmente lodata per il suo volontariato, 158 Giubbiano, vedi Giubiano Giubiano, 51, 62, 99 Giulay, vedi Gyulai Giuramento dato nel giorno del dolore, 127 Groppello, 58n Guardia Nazionale di Varese, 35, 72, 74, 133; arruolamenti 67 e spesso; si assume la difesa di Varese, 70; i più arditi partecipano all’impresa contro i Forti di Laveno, 82, 135; solenne giuramento, 181-183; lodata più volte nel seguito del libro Guerrigliero è chiamato Garibaldi, 111 Guttièrez: suo racconto, 41-42; 71, 120n 204
Gyulai conte Francesco, successore di Radetzky: mandò Urban contro Como e Varese, 39; non fu prontamente ubbidito quando lo richiamò, 119 e passim Haynau, la iena del ’49 a Brescia, modello per Urban, 39, 202 Idea Nazionale, o Italiana, 24 e spesso Indipendenza nazionale o italiana voluta dagl’italiani, 19; e aiutata sempre dal popolo, 38 e spesso Induno, 43-44, 113, 117, 154 Insegne austriache abbattute, 28, 35, 125-126 Insurrezione di Varese, nel ’59: 27 e spesso Insurrezione Lombarda, 37 Insurrezione di tutti gl’italiani, 19; voluta anche da Cavour, 20n Intra, 77, 79, 134 Inviato del Municipio di Varese, 83 Italia tutta insorgeva nel ’59: 19, 36-37 e passim Ivrea, 17n, 35 Lago di Como, 40, 72n Lago d’Idro, 64 Lago di Lugano, 43, 130 Lago Maggiore, 14-15, 17n, 21, 24, 40-41, 43-44, 73-74, 77, 111, 201 «Lago Maggiore», giornale politico, nel numero dell’11 giugno 1859, 135n La Libertà, periodico settimanale varesino, 7 Landi Vincenzo, capitano, 75-79, 79n, 81 Lario, vedi Lago di Como Latte di iena per Urban, 110
Lavena, 130 Laveno, 29, 41-43, 68-69, 73-78, 79n, 81-83, 86, 110-111, 124, 127, 134-135, 154, 177; vedi Forti di Laveno Legnano, 20 Lentate, 42 Ligurno, 117 Litta Modignani (villa), 44 Lodi, 118n Lombardi: proclama di Garibaldi ai lombardi, 20 Lucino, 54 Lugano, 14n, 156-157 Luino, 43, 110-111, 127, 129, 133, 141, 147, 153 Luvino, vedi Luino Madonna del Monte, 86, 100, 112, 123-124, 146 Maestri dott. Pio, direttore dell’ospedale, 66; voluto assessore da Urban, 107 Magadino (Cantone Ticino), 135 Magenta, 119, 120n, 121, 131-132, 145n, 160n, 202, 204 Malnate, 30, 43, 45, 54, 62, 70 Manara Luciano, 64 Mantova, 118n Marchirolo, 43, 86 Marocchetti maggiore, 76 Marsala, 18n, 138 Martignoni dott. Carlo, voluto assessore da Urban, 107 Masnago, 51n, 113, 118n Medici benemeriti, 79-82 Medici Giacomo, tenente colonnello, 44, 49-51, 53 Mendrisio, 131 Mera don Ambrogio, podestà voluto da Urban, 107
Mercato del lunedì a Varese, 82, 121 Merini (villa), 44 Milano, 21, 35, 57, 68, 85n, 89, 106, 108, 114n, 118n, 122, 136, 141, 146-147, 152n, 190, 202 Milazzo, 162 Missione affidata a Garibaldi, 1921, 28-29 Mombello, 76 Monate, 42 Monico Giuseppe, professore ginnasiale, tratto ostaggio da Urban, 118n Montalbano, 99 Monteggia Massimo, di Laveno, fu guida sagace e fedele, mentre le altre fuggivano, 79n Monumento da erigere a Biumo Inferiore, 6-8, 53n, 162n, 215 Monza, 73, 147 Morandi Felicita, 141n Morazzone, 14n, 22, 154-156, 191 Municipio di Varese: inaugurò il moto popolare e se n’assunse la responsabilità, 26-28; annunziò alla città l’imminente arrivo dei Cacciatori, 28; organizzò militarmente alcuni cittadini e loro spedizione 30, 34; arruolamento nei cacciatori e nella Guardia Nazionale, 34; corrispondenza con la madre dei Cairoli, 58n; onora il concittadino Alessandro Cattaneo, 71n; all’appressarsi di Urban inferocito, manda un messo a Garibaldi in Cittiglio, 82-83; il 31 maggio esegue l’ordine di Garibaldi che i cittadini si mettano nei monti, 84205
87; nuovo podestà e nuova giunta voluti da Urban, 106-107; sedute del 10 giugno, 158-165 e del 3 maggio 1860: 190-193; vedi Carcano Carlo, Zanzi Ezechiele, Sopransi Tullo, Verza ecc. Napoleone III, duce supremo dell’esercito alleato, 16n, 37, 127, 160; sua missione, 19 Narrazioni dei fatti del ’59 a Varese o imperfette o parziali, 3-4 Nazionalità, voluta da tutti gl’italiani, 19 e passim Nemici d’Italia, o stranieri o indigeni, 7, 137 Novara, 64, 118, 166 Obici di montagna per i Cacciatori, 72 Olgiate, 29, 40n, 43 Olona (sorgente dell’), 112 Osmate, 42 Ospedale di Varese, bombardato, 100; visitato da ufficiali degli Ussari, 104-105, e da Urban scortato, 105 Ostaggi varesini (28) pretesi da Urban, 91; aumentati da molti altri, furono tradotti prigionieri a San Pedrino e minacciati d’esser fucilati, 97-98; ancora aumentati e peggio trattati, 98-99; fatti uscire e marciare come condannati al patibolo, con soste crudeli, fino alla Pretura, e finalmente liberati, 105-106; altri ostaggi furono da Urban ferocemente tratti a Mantova e a Verona, 118n Ottini, sergente, ferito, 61, 172n Palermo, 138, 192, 203 206
Palestro, 111, 118, 160n Pallanza, 135 Parè, 70 Parlamenti Italiani di Toscana, di Modena, delle Legazioni e di Parma, 179-180 Partigiani, 39 e passim Partigiano: da partigiano fece la guerra Garibaldi, 20, 39 e passim Pavia, 23, 57 e n Peregrini avv. Gio. Battista, nuovo assessore voluto da Urban, 107 Pero (villa), 91, 94, 96-97, 99 Pianura Lombarda, 43 Picinelli ing. Cesare, portò a Garibaldi la lettera del podestà e ne riportò la risposta, 25 Picinini, famiglia proprietaria della villa Pero, 91n, 99 Piemonte, esercito, 13, 14n, 18, 37, 64, 118; regno costituzionale, 22-23, 30, 37, 72, 74 e passim Pontestura presso Casale, 14 Ponte Tresa, 130 Ponti (villa), 44-45, 48, 49n Pontida, 20 Popolazioni Lombarde, 36 e passim Popolo: scosso e armato da Garibaldi, 3, 19-21, 138, concorse a liberare l’Italia, 4 e spesso; suo movimento spontaneo, 36 e spesso; sua coscienza della Giustizia e del Diritto, 87; Popolo sovrano, 158 Prato del quartiere, 106 Prestini Francesco di Lavena, 130131 Preti bugiardi, 69n
Principi italiani, loro defezione nel ’48 e ’49: 21-22 Principio Nazionale, o Italiano, 26 e passim Provvidenza, 21, 45n Quartiere generale di Garibaldi, 44 Quintini Pietro Carlo, maggiore, 51 Radetzky, 85n, 203 Rancina (fiumicello), 129 Razzi e racchette degli austriaci, 46, 53, 61, 77, 100, 155 Rebustini Andrea, mantovano volontario nel ’48: 64; dopo il disastro di Novara, combattè a Roma, e poi, non essendo riammessi nell’esercito Sardo i difensori della Repubblica Romana, visse penosamente fino alla primavera del ’59, 64 e n; Cacciatore col grado di luogotenente fu gravemente ferito nella battaglia di Varese, 61-64; curato a Varese e decorato, 64 Regno Sardo, vedi Piemonte Riva don Antonio, coadiutore di Laveno, liberale e buon patriotta, testimonio dei fatti circa l’impresa contro i Forti di Laveno, li comunicò al Della Valle, 74n Rivoluzione italiana, 4, 13 e spesso «Rivoluzione», 39 Robarello, 112-113 Roma, 64; desiderata capitale d’Italia, 180 e passim Rossari Battista, milanese, aggiunto agli ostaggi prigionieri in S. Pedrino, 98
Rüstow, storico militare, 16n Sala Antonio, milanese, mal sepolto dagli austriaci, 81 S. Ambrogio, 112-114, 116, 154 S. Andrea, 30, 42, 74-75 S. Caterina del Sasso, 81 S. Fermo: vittoria del 27 maggio, narrata dal Guttièrez e dal Carrano, 70-71; ricordata accanto a quella di Milazzo, 138 S. Michele di Bosto, 99 S. Michele (punta di), 74 S. Pedrino, vedi Decristoforis villa S. Salvatore, 54, 70 Saronno, 43 Sesia, 15, 74, 118 Sessa don Filippo, canonico coadiutore curato di Varese, ottimo sacerdote liberale, 141n Sesto Calende, 14-15, 24-25, 27, 30, 40-43, 69, 138, 147 Sicilia, 3, 137, 179, 185-189, 196, 214 Simonetta Francesco, capo delle Guide o Cacciatori a cavallo (circa sessanta), 45, 77, 81, 114 Società filarmonica di Varese, 31, 72 Solbiate, 70 Somma, 41 Sopransi dott. Tullo, mantovano, Pretore Consigliere: governa Varese durante l’occupazione feroce di Urban, per mandato del Podestà Carcano, 88 e n; sua relazione ufficiale, 89 e ss.; prega siano tenuti aperti i negozi, rimesse le insegne austriache e spiegate bandiere bianche, 89; va incontro a Urban, che ha 207
pretese bestiali, 90-91; e precisamente quella del Proclama, 92n; sforzi per soddisfare in parte le pretese, 92-94; audace colloquio con l’intrattabile Urban, 95-96; costretto da Urban ad assistere al principio dei bombardamenti, 96; altri vani sforzi per soddisfare le bestiali pretese, 97; il dì 1 giugno, ripete gli sforzi senza potere evitare il saccheggio, 100-103; obbligato da Urban a formare un nuovo Municipio, 107; escogita l’Obbligazione dei tre milioni, e pe’ suoi molti meriti è premiato dal re e dalla riconoscenza dei varesini, 107108; il latte per Urban, 109-110 Sottoscrizione Nazionale pel milione di fucili e per la guerra di Sicilia, 185-189 Stabio, 86, 131-132 Stella d’Italia, 29, 150 Stemma sabaudo, 36 Sterre Daniele, cita Cavour, 17n Stresa, 81 Svizzera, 44 e passim Ticino, 13-15, 24-25, 36, 117-119, 121-122, 131, 191, 201 Torino, 13, 17n, 190 Torre sulla punta di Cerro, 74, 78, 81 Tortona, 35 Toscano, giovane, ferito, 61 Tradate, 43, 82, 133 Tricolore (bandiera, vessillo, stendardo), 22-23, 28, 31-32, 38, 126-127, 135, 147-148, 150, 155, 166, 176, 182, 191, 210; vedi coccarda, ciarpa 208
Ufficiale austriaco, dotato d’onore militare, 102 Ufficiali austriaci ladri, 96n Unità d’Italia, 3, 43; ancora incompiuta nel ’63: 6; e desiderata compiuta dal sacerdote Della Valle, 140 e spesso Urban Carlo, barone, generale: già aiutante di Haynau, massacratore della famiglia Cignoli, in fama di valente contro i partigiani, è mandato da Gyulai a frenare col ferro e col fuoco la provincia di Como, 39; sue prime rappresaglie e ruberie, 40; attacca Varese con quattromila Croati, duecento cavalli e quattro cannoni, ed è sconfitto, 45-57; scacciato da S. Fermo e da Como, 71; rinforzato si appressa a Varese momentaneamente sprovvista di difensori, per punirla, 82; prepotenti maniere contro la deputazione varesina, 90-91; proclama ai varesini, 92 e n; inflessibile esige i tre milioni, o bombarderà e fucilerà, 92; primo bombardamento, 96; secondo bombardamento, 97; minaccia il saccheggio, che comincia nel massimo disordine, partecipandovi egli stesso, 101103; visita solo i Croati all’ospedale, 105; insiste per avere i tre milioni, e abbocca allo spediente escogitato dal Sopransi, 107-108; latte di iena, 110; sua ritardata partenza ingloriosa da Varese, 121 e spesso. Valcuvia, 124 Valgana, vedi Valganna
Valganna, 86, 154 Vallata dell’Olona, 54-55, 197 Valtellina, 71 Varano, 30 Varese, città natale dell’autore, 3, 7; primo campo di gloria di Garibaldi in Lombardia nel ’59, 3 e ss.; nome di gloria per merito di Garibaldi, 6, 137-138; ha con Garibaldi comuni la sorte, i pericoli, la gloria, 13, 22, 28, 56; sua posizione e suoi caratteri, 21, 43, 86; ultima salutò nel ’48 il tricolore e prima nel ’59, 23; suo vigile patriottismo e garibaldinismo nel decennio, 21-23; azioni fin dall’aprile del ’59, 23; lettera a Garibaldi la mattina del 23 maggio, 25; insurrezione popolare e disarmo delle forze austriache prima che arrivasse G., 27; annunzio del prossimo arrivo, entusiasmo cittadino, non spento dalle notizie contraddittorie, 2829; sessanta varesini armati si apprestano a difendere la città e si spingono fino a Malnate, 30; alle ore 23 del 23 maggio, frenetiche accoglienze a Garibaldi e ai Cacciatori, 31-33; molti della città e del contado s’arruolano nei Cacciatori o nella Guardia Nazionale, 34-35; concorrono a preparare la difesa dalla città, 3738; primi a salutare il tricolore in Lombardia, primi a difenderlo, 38; accorrono alla battaglia e aiutano le ambulanze con le donne e coi ragazzi, 47-48; ospedale civico e altro ospedale a vil-
la Ponti, 48; alcuni cittadini, a catena coi bersaglieri, disboscano i nemici, 54; esultanza in città il pomeriggio del 26 maggio, 56; opere e oblazioni, 65-66; festeggia l’arrivo di quattro obici e il ritorno di Garibaldi da Como liberata, 72; voci che alla città momentaneamente poco difesa si appressa Urban, 82; per ordine di Garibaldi, i varesini si mettono nei monti, 84-87; aspetto della città deserta, 87; provvidenze per evitare il peggio, 89; generose offerte, 94; continua l’esodo, 97; dalla Madonna del Monte vedono i bombardamenti, 100; e vedono Garibaldi appressarsi a Varese, e allontanarsi, 117; il podestà e il segretario Zanzi confortano i profughi, 124 e ss.; ritornano a Varese libera, 120-121, 132; prima sempre con Garibaldi, 137-138 Verbano, vedi Lago Maggiore Verona, 118n Verza, Regio Intendente Generale della rinnovata provincia di Como, di cui Varese faceva parte, 136 Villafranca, 138, 160n Ville intorno a Varese, 43-44, 95, 100, 115, 177, 207 Vinzaglio, 118, 160n Visconti Venosta Emilio, commissario regio per la Lombardia: suo proclama del 24 maggio in Varese, 36-38; suo bollettino della vittoria, 55-56; ordinanze per la sicurezza, 67; segue Gari209
baldi a Como, 70; e vi rimane, 88; corrispondenza con Garibaldi, 113; s’occupa onorevolmente di Varese, 133 Vittorio Emanuele II, unito a Garibaldi, 13; sua lettera a Garibaldi, 17n; sua missione pari a quella di Garibaldi, 19; Garibaldi crede che Vittorio abbia per l’Italia «un culto, un’idolatria», 33n; duce supremo, 21, 36, 56, 126, 160n; proclamato in luogo dell’imperatore austriaco, 34, 36; re costituzionale, 37, 71, 126; premia il Sopransi, 108; accoglie la lettera del Carcano, 125-127; visita Varese il 17 agosto 1859 e insignisce d’alta onorificenza il Carcano, 170-178
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«Viva l’Italia», 28, 47, 61, 63, 135, 197 Volturno, 18n Zanzi dott. Ezechiele, in corrispondenza con Cavour, 23; scrittore di manifesti, avvisi, ordinanze e lettere, 25, 28, 35, 49n, 58n, 71n, 83, 88n, 125-127, 133, 160-161, 170, 179-180, 185-186, 188-189, 190-193; accanto a Garibaldi, 45n; fa sonare a stormo, 47n; per i monti e a Como col Carcano, 88; torna a Varese, 132; sua indefessa operosità, 158-165; è compensato con una lettera di Garibaldi, 165 Zanzi, ex-maggiore: sua ospitalità a Garibaldi, 112 e n
INDICE
Prefazione
3
Risposta di Garibaldi
9
Lettera dell’autore a Garibaldi
6
Dedica
11
Varese, Garibaldi ed Urban nel 1859
13
Appendici I Garibaldi a Varese, Luvino, Morazzone (1848) II Consiglio comunale (10 giugno 1859) III Commemorazione funebre pei prodi caduti IV Vittorio Emanuele II a Varese V Agli Onorevoli Parlamenti Italiani di Toscana, di Modena, delle Legazioni e di Parma VI Solenne Giuramento della Guardia Nazionale di Varese VII Sottoscrizione nazionale pel milione di fucili e per la guerra di Sicilia VIII Giuseppe Garibaldi è nominato Cittadino di Varese IX Il 26 maggio 1860, anniversario della battaglia di Varese
139 141 158 166 170
194
Indice di persone, fatti, idee, luoghi e cose
217
179 181 185 190