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UN SECOLO DI VITA ITALIANA VISTA DALLA PERIFERIA

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Rocco Liberti

Un secolo di vita italiana vista dalla periferia Oppido Mamertina dall’Unità ai nostri giorni


in copertina: lo stemma comunale di Oppido Mamertina.

© Copyright, 2013 Rocco Liberti Via Domenico Carbone Grio 26 89014 Oppido Mamertina (RC)

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA Tutti i diritti d’autore, di traduzione, elaborazione e riproduzione (anche di semplici brani o a mezzo di radiodiffusione) sono riservati per tutti i paesi del mondo. Qualsiasi contraffazione e riproduzione di parti verrà perseguita a termini di legge.


DALL’UNITÀ D’ITALIA ALLE SOGLIE DI UN NUOVO SECOLO

Col plebiscito del 1861 si realizzavano le aspirazioni dei popoli italici o meglio delle menti più illuminate e per la nazione appena formata iniziava un cammino unitario sicuramente con scarsi buoni auspìci. È stato soprattutto l’ex-regno delle Due Sicilie a dare filo da torcere ai nuovi governanti, i quali, per venire a capo di una situazione particolarmente difficile, hanno dovuto impiegare per anni l’esercito, venendo ad acuire ancora di più l’ira impotente dei meridionali. Questi, nonostante tanti romantici racconti e oleografiche illustrazioni, non avevano proprio nulla di che gioire. Per loro un governo equivaleva a un altro. Infatti, la nota questione meridionale, sbandierata per ogni dove, non ha mai visto la sua definitiva risoluzione, con tante personalità che pure hanno tenuto alta l’attenzione su di essa. Un nome su tutti: Giustino Fortunato. È tanto vero che l’unità d’Italia non è stata accettata con particolare trasporto che ancora oggi stiamo a lamentarci di una defraudazione violenta operata dai piemontesi. Comunque si siano svolte le cose nel bene e nel male, le popolazioni dei paesi del sud a poco a poco si sono assuefatte al nuovo clima politico, anche se di tanto in tanto sfociavano in qualche velata protesta. La loro vita si è svolta possiamo dire pacificamente all’ombra delle nuove istituzioni rappresentate dalle amministrazioni comunali elette di volta in volta. Per cui, una eco di quanto si andava verificando negli anni ha avuto sempre il riscontro nelle iniziative prese da giunte e consigli comunali, i cui componenti erano e sono l’espressione delle masse. Da quanto si può ricavare dagli atti municipali, un primo avvenimento di carattere nazionale, cui si è interessato il comune di Oppido, rimonta all’anno 1873 e attiene alla visita che il re Vittorio Emanuele II, primo 5


dell’Italia unita e uno dei principali artefici di essa, ha compiuto in Austria, la vecchia nemica e in Germania. Così la giunta telegrafava nella giornata del 29 settembre al ministro dell’interno, Girolamo Cantelli, felicitandosi per la circostanza: «Questo Municipio sensibilmente commosso splendidi omaggi, festose accoglienze fatte nostro Augusto Sovrano viaggio Austria Germania pregovi trasmettere sue particolari grazie Autorità Estere, rassegnando pari tempo Real Maestà sincere felicitazioni come per fausto avvenimento nazionale». Sicuramente, dopo le tre guerre d’indipendenza combattute contro l’impero austriaco, una visita del re d’Italia in quella nazione al tempo si qualificava un exploit notevole1. Dieci anni dopo un tale evento, nel 1883, si verificava ancora un lontano riflesso dell’epopea risorgimentale. Il comune evidenziava un debito col ministero della guerra per la «mancata restituzione dei fucili delle disciolte Guardie Nazionali» in numero di 69, il cui valore era stato quantificato in £. 345. In verità, una prima notizia sulle guardie nazionali si ha già per il 1864. Nella seduta del 12 giugno 1

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In verità, gli amministratori comunali oppidesi non avevano mancato in precedenza di farsi presenti con la casa reale. Il 19 novembre si erano sentiti in obbligo di rivolgere degli “indirizzi” per la guarigione di re Vittorio Emanuele e per la nascita del figlio del principe Umberto. Così in proposito ha annotato il De Sterlich: «Da quanti indirizzi inviati pel fatto medesimo ho letti finoggi, vanno due fra i più belli, dettati come sono con eleganza di linguaggio e di stile. Di ogni parola che vi è adoperata si para la calda divozione che ha per casa Savoja <<questa piccola città dell’estremo Appennino, priva di civile importanza, non arrossisce della sua povera offerta, ma ricca di fasti onorevoli e di calabro affetto, presenta ancor essa il suo omaggio». Gli amministratori rispondevano alle generalità di Domenico Grillo sindaco, Candido Zerbi, Marco Malardi (?, di sicuro Malarbì), Agostino Grillo, Gregorio Joculano e Innocenzio (sic!) Princi assessori. C. DE STERLICH, Cronica giornaliera delle Province Napoletane dal 1° marzo al 31° dicembre 1869, Stab. Tip. Delle Belle Arti, Napoli 1869, p. 529.


il consiglio, valutando che «la Guardia Nazionale di questo Comune in tutti i tempi ha saputo prestarsi con zelo ed energìa al pubblico servizio, meritatamente per dichiararsi della patria benemerita», faceva voti per il suo armamento. Le guardie nazionali sono state quel corpo di milizie civiche, che, originatosi nel regno di Napoli nel 1806 e variamente impiegato, è ritornato periodicamente alla ribalta. Nel 1861 se n’è avuta una riorganizzazione in piena regola, ma esso, sia nella partecipazione alle guerre che nell’impegno a lottare i briganti o i nostalgici di casa Borbone, non è stato mai un modello di efficienza. Per cui, nel 1876 è intervenuto un definitivo scioglimento. Essendo pervenuta a Oppido una nota del sottoprefetto di Palmi dell’1 giugno 1883 ufficializzante la facoltà di poter richiedere il condono per il debito, di cui sopra, allo stesso ministero, che d’altronde n’era stato il fautore, il successivo 12 luglio la giunta autorizzava il sindaco ad agire in tal senso. La richiesta doveva indicare l’impossibilità del ritrovamento delle armi ed essere accompagnata da un rapporto del brigadiere dei reali carabinieri che ciò provava «per plausibili motivi». Nello stesso anno 1883 un sinistro accadimento, che aveva un precedente in quello di due anni prima, scuoteva gli animi degli italiani e in particolare dei meridionali, accomunandoli anche se nella disgrazia. A Casamicciola e paesi contermini, nell’isola d’Ischia, il 28 luglio un terribile sisma aveva seminato danni e morte. Se nella prima occasione si erano rilevati 124 deceduti, nella seconda se ne sono contati ben 2.333, mentre i feriti sono stati 706. Si è verificata allora da tutte le regioni una corsa senza precedenti nel recare aiuto ai malcapitati isolani, sia con le braccia che con le offerte in denaro. Tra i tanti, è stato presente attivamente l’on. Rocco De Zerbi, sul cui monumento nella piazza maggiore di Oppido il termine “Casamicciola” è stato apposto in grande risalto2. 2

Rocco De Zerbi, quale presidente della “croce bianca”, ha profuso il suo impegno anche in occasione del colera di Napoli 7


Il prefetto reggino ha informato i comuni della provincia sulla gravità del fatto, lanciando un appello al fine di spingere pubblico e privato a portare un sollievo ai terremotati, già l’1 agosto. Allora la giunta di Oppido, riunitasi il successivo 4, quindi con l’urgenza che il caso meritava, ha considerato la «indispensabilità in ogni individuo che conserva in cuor suo principi umanitarii e di religione cristiana di dover concorrere con tutti i mezzi che sono in suo potere per sovvenire tanti disgraziati». Per cui, senza por tempo in mezzo ed evitando di ricorrere al consiglio, veniva ad agire prontamente. Come primo atto, pur riservandosi di proporre uguale suggerimento a quell’organo in occasione della prossima seduta ordinaria di autunno per un più congruo sussidio, elargiva la somma di lire cento, quindi si spingeva alla costituzione di un comitato che si sarebbe dovuto incaricare della raccolta di somme tra i cittadini. Di esso ne hanno fatto parte lo stesso sindaco Rocco Malarbì, il cav. Agostino Grillo, il comm. Candido Zerbi, Alfonso Ioculano, il dr. Vincenzo Ioculano e Francesco Demana, vale a dire alcuni tra i maggiorenti della Oppido di allora3. Il comune contribuirà con £ 200 il 27 aprile del 1906 in favore dei danneggiati dall’eruzione del Vesuvio inviando la somma al duca di Aosta, presidente di un comitato costituito ad hoc. Il fenomeno, che si è manifestato nel maggio del 1905, ha avuto la sua fase acuta il

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del 1884. Una sua relazione all’assemblea generale dei volontari è stata data alle stampe nello stesso anno. ROCCO DE ZERBI, Croce Bianca e Croce Rossa: colera del 1884, Stabilimento tipografico di V. Pesole, Napoli 1884. ARCHIVIO COMUNALE OPPIDO (=ACO), Delibere della giunta comunale. Tra le numerose pubblicazioni sul disastro di Casamicciola sono comprese anche quelle di due calabresi, il tresilicese Domenico Carbone Grio, che nel 1888 ha pubblicato con la Tipografia Ceruso di Reggio Calabria il volumetto “Casamicciola” e il coriglianese Vincenzo Valente, autore delle musiche di una canzone popolare, “Casamicciola è morta”, su parole di Vincenzo Spinelli (Napoli, Pagnotta,?).


7 aprile 1906 e compimento con la fine del mese. Ultima tra le potenze europee, anche l’Italia a un certo momento è stata solleticata dal cosiddetto mal d’Africa, ma, dopo il mancato appagamento delle mire sulla Tunisia, soffiataci senza mezzi termini dai cugini francesi, ha dovuto giocoforza rivolgersi altrove. Nel 1869 un padre lazzarista, il prof. Giuseppe Sapeto, aveva acquistato in Eritrea la baia di Assab, che aveva poi prontamente rivenduto alla società di navigazione Rubattino. Questa se n’era prontamente servita per crearvi uno scalo marittimo a suo uso e consumo. Trovandosi essa in un territorio dove i nativi regolavano i loro rapporti quasi vivessero ancora in uno stato di tipo medievale, con tribù impegnate perennemente nella guerra, quella testa di ponte in territorio africano non poteva offrire alcuna sicurezza, per cui il governo nel 1882 ha pensato d’inviare a protezione un plotone di carabinieri. Ma gli incidenti, invece di diradarsi, si moltiplicavano e nel 1885 ancora il governo ha tenuto a spedire un vero corpo di spedizione, che per caso è sbarcato a Massaua. Dopo alterne vicende tra compromessi, accordi e guerricciole, si è pervenuti nel 1889 alla firma del Trattato di Uccialli tra l’Italia e il negus Menelik. Considerato da questi in appresso carta straccia il trattato stesso, le lotte si sono inasprite anche perché il governo Crispi, chiaramente di destra, ha dato un notevole impulso alla volontà di colonialismo, che ormai aveva pervaso larghi strati dell’opinione pubblica. Ma, come si dice, “tanto tuonò che piovve”, cioè non tutto poteva riuscire al meglio. Infatti, hanno cominciato a verificarsi dei luttuosi eventi che hanno letteralmente scosso la nazione. Il 7 dicembre 1895, dopo tante battaglie vittoriose, è toccato anche agli italiani soccombere e in quale maniera! Quel giorno alla battaglia dell’Amba Alagi, un fatidico nome che ricorrerà ancora negli anni a venire, il maggiore Pietro Toselli e i suoi soldati sono stati massacrati al gran completo. Alto si è levato allora il grido di dolore da città e paesi, ai quali si è accomunato, e

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non poteva essere altrimenti, anche Oppido Mamertina. Questo il testo del telegramma che il consiglio ha tenuto a inviare in data 29 dicembre al 1° aiutante di campo del re e al presidente del consiglio: il presidente «esprime le condoglianze di questo consesso per gli avvenimenti di Amba Alagi, e le sue congratulazioni pel contegno eroico dimostrato dal nostro esercito nella dolorosa contingenza; facendo voti che la sorte sorrida alle armi italiane per potere avere subito la rivincita reclamata dal decoro nazionale, e vedere una volta sistemati gl’interessi della nostra colonia Eritrea». Il 15 gennaio del 1896 il comune contribuirà con la somma di £ 25 all’erezione a Peveragno, suo paese natale, di un monumento in onore del maggiore Toselli «morto da vero Eroe per l’onore Nazionale nella infausta giornata di Amba Alagi». Non era stata sufficiente la batosta dell’Amba Alagi a portare in Italia una grande nota di afflizione. Vi ha contribuito maggiormente poco dopo un’altra battaglia similmente sanguinosa combattuta e persa l’1 marzo 1896, quella di Abba Garima vicino Dogali, dove le orde del ras Alula hanno debellato i soldati del generale Oreste Baratieri. In verità, il riluttante Baratieri non aveva alcuna voglia di scontrarsi con forze soverchianti, ma è stato spinto all’azione autoritariamente dal Crispi. Appresa la nefasta novella il 12, il sindaco il giorno susseguente si faceva promotore d’invitare il consiglio a «indirizzare a Sua Maestà il Re “seduta stante” un telegramma esprimente i voti di questa popolazione per il ripristino dell’onore delle armi italiane in Africa in seguito al disastro di Abba Carima, e la grandissima fiducia della popolazione medesima nell’esercito e nei sentimenti patriottici della Maestà Sua, essendo sicura che la rivincita desiderata da tutti i buoni cittadini, non mancherà certamente, mercé il valore dell’armi nostre, il cuore magnanimo e la mente illuminata dello Augusto Sovrano». Il telegramma è stato indirizzato al primo aiutante di campo del re, generale Emilio Ponzio-Vaglia. Oltre a ciò, sempre su proposta del sindaco, il consiglio è venuto alla determinazione di proporre alla giunta di far celebrare a spese del comune «solenni funerali ai soldati italiani morti in Africa per la civiltà 10


e per il decoro e prestigio della patria». In verità, ormai i morti in terra d’Africa si erano fatti fin troppi! Nella stessa occasione si è pensato anche ai soldati feriti e si è disposto un sussidio apposito di £ 200 da devolvere alla croce rossa italiana. Compiutasi l’unità d’Italia, in alto loco si è subito pensato a come solennizzare l’evento e a farlo tenere presente ai popoli delle varie regioni. È a tal motivo che il re il 5 maggio 1861 ha emesso apposito decreto per una festa da svolgersi a intero carico dei comuni, ma non si trattava altro che dell’estensione alla nuova entità di una solennità che già si svolgeva nel regno di Sardegna. I particolari sono evidenziati nella circolare n. 39 inviata il 6 successivo dal ministro dell’interno Marco Minghetti. Il giorno «commemorativo dell’Unità d’Italia e dello Statuto del Regno» era fissato alla prima domenica di giugno e, sicuramente, l’odierna festa della repubblica del 2 giugno non fa che ricalcare la precedente. Presi gli opportuni accordi con l’autorità governativa, il comune doveva rivolgersi a quella ecclesiastica con «avviso cortese» perché celebrasse «con rito religioso il grande evento che fa di tutti i popoli d’Italia una sola famiglia sotto l’insegna della monarchia Costituzionale di Vittorio Emanuele II e suoi successori». È chiarissimo l’intento di regolarizzare un po’ le cose e di tenersi devota la parte cattolica del regno, che per una somma di motivi non vedeva di buon occhio l’avvento del nuovo regime. Se il clero avesse aderito, l’impegno sarebbe consistito nella celebrazione di una messa col canto dell’inno ambrosiano. Diversamente, pur stigmatizzandosi la mancata partecipazione, il comune non avrebbe dovuto insistere e la festa si sarebbe svolta ugualmente col solo rito civile. Si poteva ovviare con un sacerdote addetto a chiesa patronale municipale, se esistente, ove disposto a intervenire. Per quanto riguardava lo svolgimento civile, s’indicava di scegliere le forme più adatte «a dare ai popoli idea adeguata del grande avvenimento», che si celebrava e, in presenza di truppe o guardie nazionali, s’invitava a farne

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una «rassegna». Nella festa si potevano convogliare iniziative di pubblica beneficenza, onde associare alla ricorrenza patria «le consolazioni dei poveri e degli afflitti». La stessa andava organizzata con decoro sì, ma bando alle spese eccessive, dati i tristi tempi che si vivevano. Erano perciò soppresse le manifestazioni festaiole con spesa a carico dei comuni e anche quelle che potevano ricordare una qualche divisione tra la popolazione. Si lasciava libertà di scelta nei giochi e si prescriveva l’illuminazione degli edifici pubblici. Che l’invito agli ecclesiastici non potesse riuscire ben accetto in quel particolare momento era una cosa del tutto pacifica. Lo prova, infatti, l’immediata lettera in senso negativo con la data del 16 maggio fatta tenere al clero della diocesi dal vescovo vicario di Milano. Anche il comune di Oppido certamente non poteva esimersi dall’organizzare una tale festa, che rappresentava l’essenza stessa del nuovo stato e, spulciando tra i vari atti di giunta e di consiglio, si avverte il contributo largito in tanti anni. Un primo atto soccorre già per il 1864, quando si segnala un’apposita somma stanziata in bilancio, £ 102. In quell’anno però il sindaco Alfonso Grillo lamentava che una parte piuttosto sostanziosa era stata spesa in occasione delle feste del «giorno natalizio di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele, e del Principe Ereditario», per cui quanto rimasto non era stato sufficiente per celebrare, evidentemente com’era nei voti o nella prassi, la festa dello statuto. A tal motivo il consiglio all’unanimità veniva a deliberare lo storno di £ 25 da un diverso capitolo e l’aggiunta di altre 50. Nel 1882 la spesa è stata di £ 54, somma con la quale si sono soddisfatti «soccorsi caritatevoli», la locale banda musicale, il fochista Nicola Demeo e l’olio occorrente per l’illuminazione del palazzo comunale. Nell’annata 1912 la festa è caduta l’1 giugno e per l’occasione è nota della presenza della banda, che a sera ha suonato in piazza sul palco illuminato a gas acetilene. Sullo svolgimento della stessa esistono riferimenti almeno fino al 1919. Commemorandosi il 4 giugno del 1910

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l’ennesima ricorrenza della solennità, agli alunni presenti in municipio sono stati offerti dolci e a sera si è assistito ai rituali fuochi pirotecnici e al suono della banda sul palco illuminato ancora a gas acetilene. Il De Sivo scrive che la festa è rimasta funzione esclusivamente civile, ma non sappiamo se appresso ci siano stati o meno dei ripensamenti. Comunque, essa, pur continuando a svolgersi regolarmente, è stata come svuotata per la fondazione appena un ventennio dopo della festa nazionale del XX settembre. Questa veniva a celebrare il compimento dell’unità d’Italia, reso possibile nella data proprio del 20 settembre 1870 dall’annessione di Roma in seguito alla famosa breccia di Porta Pia. La festa si è celebrata ininterrottamente fino al 1930, quando, con un colpo di spugna mussoliniano, è stata sostituita da quella dell’11 febbraio, ricorrenza della firma dei patti lateranensi. Non tutti hanno digerito tale commemorazione dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma un nuovo accordo è stato trovato nel 1984 auspice Bettino Craxi. Di recente è stata avanzata una proposta da parte dei radicali per la sua abolizione. La ricorrenza del XX settembre si è sempre svolta regolarmente a Oppido e qualche memoria è dato avvertirla per il 1913. In quest’anno, data la concomitanza con la festa in onore della Patrona, il comune ha deciso di far celebrare due giorni di festeggiamenti, appunto il 20 e il 21. La spesa si è riscontrata allora in £ 200 e in essa sono state comprese la banda musicale e un’illuminazione straordinaria. Il 20 settembre del 1895 cadeva il 25° anniversario della liberazione di Roma e a tale scopo si era stabilito di celebrare nel modo più degno nella stessa capitale la fausta ricorrenza. A Oppido se n’è fatto paladino il consigliere Francesco Ioculano, che ad apertura di seduta del consiglio del 27 agosto ha officiato una sua personale proposta già esternata in precedenza. Facendo presente che riteneva superflua una discussione in merito, in quanto «ogni buon cittadino italiano, che comprende l’epopea nazionale, e quanto sia gloriosa per l’Italia la data memorabile del 20 set13


tembre 1870 non può che gioirne», veniva a spiegare il reale valore di quanto prospettava. L’interpretazione datane dagli altri si qualificava non solo strana, ma del tutto inesatta. Non si trattava «di una protesta contro la religione dominante nel nostro paese, e contro il Pontefice» o tesa a «menomarne il rispetto e la venerazione dovuti al Capo della Chiesa». In verità, ancora alla fine del secolo non erano spariti del tutto i fantasmi del risorgimento e tanti clericali di poco sentire dovevano annusare a ogni occasione puzza di sospetto laicismo. Comunque, invitando il consiglio a farsi rappresentare a Roma in modo degno, Ioculano concludeva il suo dire tenendo a ricordare come illustri personalità del cristianesimo «ritennero e solennemente affermarono il principio che la dominazione temporale del Sommo Pontefice non è un vero bisogno». Tre giorni dopo ancora una sorpresa. Il 29 il sottoprefetto ha ordinato d’urgenza la convocazione straordinaria del consiglio, in quanto «per pretese ragioni di legalità» nella riunione precedente non era stato trattato quanto prospettato da Ioculano. Per lui l’illegalità proprio non stava né in cielo né in terra e la proposta non era una mera questione politica e di partito, ma solo un fatto che toccava tutta la nazione. Perciò, il 30 ritorno al comune. A inizio di seduta si sono allontanati i consiglieri Lando, Pristipino, Meligrana, Guida Rosario, Minasi e Malarbì. Facendo notare il sindaco come tale comportamento non avrebbe potuto arrecare alcun pregiudizio, in quanto la seduta si svolgeva in seconda convocazione, i lavori si sono regolarmente avviati. Ha chiesto e preso la parola il comm. Gregorio Gerardis, fautore di una modifica alla proposta Ioculano nel senso di farsi rilevare i «sentimenti di patriottismo» dello stesso consiglio. Si è perciò evidenziato quanto segue. Il 20 settembre 1895 la festa nazionale andava solennizzata come per il passato e come avvenuto per tutte le altre feste. Una corona d’alloro sarebbe stata consegnata al deputato del collegio on. Demetrio Tripepi, che l’avrebbe portata al Pantheon e offerta in atto di ossequio al re Vittorio Emanuele II «come omaggio e riconoscenza per 14


la unità della Patria». Dopo qualche intervento di poco conto, la proposta in tal modo modificata e sostenuta anche dallo Ioculano veniva approvata all’unanimità con un solo astenuto. Per quella volta, almeno, il sentimento patriottico l’aveva vinta a scapito di quei clericali che con linguaggio odierno potremmo definire “fondamentalisti”. Si è contrapposto allora uno dei codini presenti nel consesso, Francesco Saverio Grillo, che a nome suo e di altri cinque consiglieri è venuto a presentare una mozione. In questa si diceva che, essendo il consiglio un organo amministrativo, che «per legge deve essere estraneo da discussioni e deliberazioni d’indole politica», la proposta Ioculano andava inserita all’ordine del giorno. A tale uscita rispondeva il sindaco Gaetano De Zerbi affermando che, se era vero che Ioculano con la sua iniziativa tendeva «a far manifestare al Consiglio un sentimento patriottico», la cosa non avrebbe compromesso minimamente il comportamento del consiglio stesso. Difatti, «quando Oppido si farà rappresentare in una festa civile e nazionale oggi solennemente proclamata con una legge dello Stato, a cui deve obbedire ogni Cittadino, in quale questione politica potrà implicarsi?». Insistendo il sindaco nel cercare di far capire che in quanto sostenuto da Ioculano non era ravvisabile alcun intento politico, da parte di Grillo e compagni si è preteso la messa ai voti della mozione. Sorpresa! Il documento è stato accolto con 9 voti contro 7 e un astenuto. A tal punto al sindaco, che riteneva il voto appena espresso «una velata dimostrazione ostile alla festa del 20 settembre ed al sentimento patriottico», non restava che offrire le dimissioni e invitare l’assessore anziano Grillo a sedere al suo posto. Non erano soltanto le feste citate quelle ricorrenti di anno in anno, ma a esse se ne aggiungevano di altre, come quelle indette in occasione dei genetliaci di re e regina e ce n’erano anche di occasionali per eventi sicuramente non programmati, che potevano essere le nascite o i matrimoni dei componenti la casa reale. Se il 22 agosto 1896 il sindaco poteva partecipare al consiglio la notizia ufficiale che il principe di Napoli, Vittorio Emanuele, si era 15


fidanzato con la principessa Elena di Montenegro e dava lettura dei telegrammi di felicitazioni da indirizzare al re, allo stesso principe e al presidente del consiglio, il 5 ottobre successivo il consiglio stesso, avuta contezza dell’annuncio delle imminenti nozze, si rendeva portavoce dell’esultanza della popolazione. A tal fine, perciò, deliberava unanimemente di «associarsi a tutti i Consigli Comunali del Regno, rendendosi interpetre dei sentimenti di questa cittadinanza di devoto indelebile affetto verso l’Illustre ed Amata Dinastia, con inviare alla Augusta Coppia, ed ai nostri Magnanimi Sovrani nel giorno delle nozze i più sinceri auguri di questa popolazione, e fare voti fervidissimi per la prosperità della Real Casa»4. Dietro incarico del consiglio, il 21 la giunta veniva a dichiararsi ligia ai voleri del re, che aveva espresso la volontà che i municipi in quell’occasione evitassero di fare spese vane in festeggiamenti. Tuttavia, non volendo mostrarsi in seconda linea agli altri consessi «nelle manifestazioni patriottiche e umanitarie», pur nella difficoltà economica consueta, veniva a stabilire l’istituzione di 6 maritaggi per fanciulle orfane povere del comune, che avessero compiuto il quindicesimo anno di età nella giornata del matrimonio reale. Non rinvenendosi fanciulle orfane, la stessa si arrogava la facoltà di pescare tra quelle «in tali condizioni speciali di povertà, da potere a quelle pareggiarsi». Il pagamento della dote sarebbe avvenuto il giorno delle loro nozze. In verità, così com’era concepita la delibera, mi pare che la giunta avrebbe avuto grosse difficoltà a reperire donzelle di tal fatta. Gli anni ’90 del XIX secolo, in verità, non sono soltanto forieri di feste e di avvenimenti patriottici, ma si rivelano anche un segnale che nell’Italietta non tutto filava liscio. Ne sono un emblematico esempio l’improvvisa morte del deputato Rocco De Zerbi, legata a uno scandalo che ha fatto tremare in profondità il settore bancario italiano, e non solo, e l’attentato compiuto in danno del presidente del consiglio dei ministri, Francesco Crispi. In entrambi i 4

ACO, delibere del consiglio.

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casi si è levato alto il grido del consiglio comunale oppidese. Tralasciando di dire del primo, da me affidato variamente a tante pubblicazioni5, riferisco soltanto sul secondo. Allora il consiglio si è fatto un dovere nella data del 20 giugno 1894 d’inviare al Crispi un telegramma «attestante le congratulazioni e i sentimenti di devozione e di altissima stima». Lo statista siciliano era stato soggetto ad attentato il 16 giugno da parte dell’anarchico romagnolo Paolo Lega, che aveva sparato un colpo di pistola senza raggiungere il segno. Per la morte invece dell’on. Giovanni Nicotera, nella stessa data, oltre a far tenere alla moglie dell’illustre estinto un telegramma di condoglianze, in consiglio ne veniva a fare la commemorazione Gregorio Gerardis. Nel periodo a cavallo tra i due secoli XIX e XX in quasi tutti i paesi si contrapponevano, in riga con quanto accadeva più in alto, due forze antitetiche che si combattevano strenuamente per la conquista del comune. Erano i militanti del cosiddetto partito bianco e quelli del partito rosso. Al primo, di chiara matrice socialista appartenevano in Oppido gli Zerbi poi De Zerbi dopo il cambiamento operato dall’on. Rocco. Col partito rosso erano invece i Grillo, tutti dediti alla chiesa cattolica. Entrambi i raggruppamenti non facevano che alternarsi alla guida del paese, ma le lotte intestine purtroppo procuravano molto male alla popolazione. Stralciamo alcune riflessioni sulla situazione oppidese al tempo da una nota monografia di Vincenzo Frascà: «… gli abitanti, divisi in due partiti: Bianco e Rosso, si contesero aspramente l’amministrazione del Comune e tutti i giorni svillaneggiavansi l’uno con l’altro in pubblico ed in privato, con grave rumore e con grande scandalo in tutta la provincia. Tutti cercavano di demolirsi a vicenda con ogni ingiuria, con ogni arma e con ogni mezzo. Si pubblicavano parecchi giornalucoli, dai quali emanava, 5

Ved. soprattutto R. LIBERTI, Il caso Rocco De Zerbi, “Quaderni Mamertini” n. 60, Tipolitografia Diaco, Bovalino 2005. 17


non l’eccitamento alla concordia ed alla rinascita della nostra città, ma un odio profondo, reciproco ed insanabile; e si videro i parenti contro i parenti, i fratelli contro i fratelli ed il padre contro i figli. Non mancarono gli arruffoni, gli esaltati e gli spioni prezzolati, alcuni dei quali seminando zizzanie, seppero bene pescare nel torbido. Nelle famiglie dei capi elettori le adunanze segrete erano continue, e in esse lanciavansi accuse calunniose contro i cittadini più distinti e più in fama di probità e di onestà. E pertanto veniva di conseguenza un odio atroce ed inestinguibile fra tutte le classi della cittadinanza. E vi contribuivano anche molti oratori improvvisati. E per circa un ventennio le due fazioni furono sempre in contrasto nelle elezioni politiche, provinciali e comunali e nella nomina degli impiegati del Comune, originando un mondo di risentimenti, di beghe e di pettegolezzi. Tutti volevano salvare la cassa del Comune! … Si spendevano grandi somme per accaparrare i voti dagli elettori, ma tutti i giorni, per moneta, per promesse o per altre cause, verificavansi defezioni dall’uno all’altro partito. Per prevenire i disordini, nel tempo delle elezioni, qui arrivavano commissari e delegati di P. S. e compagnie di soldati, di questurini e di carabinieri, ma, ciò malgrado, il voto si mercanteggiava con molta accortezza anche nella sala delle elezioni. E se il risultato dell’urna fosse stato favorevole ai Rossi o ai Bianchi, le conseguenze erano sempre conformi alla teoria di Brenno: “Guai ai vinti! …”. E infatti il giorno appresso all’insediamento del nuovo consiglio comunale, tutti gli impiegati, come medici, maestri, operai e anche gli spazzini di partito opposto erano licenziati e mandati a spasso. […] Questo dissidio, lungo, aspro e poco edificante recò danni ingenti alla nostra città, e a calmare gli animi agitati neppure fu sufficiente un cataclisma! Prepotenze ed ingiustizie ve ne furono dall’una e dall’altra parte!»6. 6

VINCENZO FRASCÀ, Oppido Mamertina-riassunto cronistorico, Tipografia “Dopolavoro”, Cittanova 1930, pp. 177-178.

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Il Frascà continua ancora a descrivere le tristi condizioni di Oppido all’epoca rammaricandosi fortemente per il degrado costante e inarrestabile di essa. Tali lotte dovevano essere rimaste così vive nell’animo della gente che ancora non molti anni fa c’era qualcuno che rimembrava dei particolari. Una centenaria, la signora Impellicceri, che viveva a Varapodio, sollecitata dal figlio arciprete Dimasi, mi ripeteva anche se a stento qualche strofetta che si recitava incitando a votare per un don Ciccio Grillo, caporione del partito rosso. Alcune mie vecchie zie, d’altro canto, rammentavano quella volta in cui, dopo la vittoria di uno dei partiti, si è finto di allestire un lauto pranzo nel salone del municipio sito in piazza Umberto I. Quelli che stavano dentro, i vincitori, ostentavano di gozzovigliare, con simulati camerieri e simulate portate e reiterati brindisi, mentre chi si trovava fuori, in tempi in cui la fame aveva casa in tutti i paesi, non poteva che rodersi dall’invidia e dalla rabbia. Davvero, non si lasciava nulla d’intentato pur di farsi male! Realmente catastrofica la condizione della popolazione oppidese in quegli anni di così fiero confronto! Una eco di esso si avverte chiaramente in un passo del discorso d’insediamento del sindaco Domenico Grillo Brancati del primo maggio 1900: «Ma perché l’amministrazione che in noi vi siete compiaciuti di comporre dia frutti cospicui, è necessaria la concordia, non solo di quanti compongono questo consesso, ma di tutte le classi sociali ch’esso rappresenta. Più che nelle parole sia la concordia negli animi, poiché già troppo sterili lotte ci hanno dilaniato. Io mi auguro che la pace e l’armonia, alla quale da un pezzo inneggiamo si cementi e si rinsaldi, poiché è nostro convincimento ch’essa solo possa essere appieno feconda di quelle opere che valgono a portare all’altezza che le compete, la nostra Oppido, che di tante nobili tradizioni va a buon diritto orgogliosa». Il sindaco Grillo Brancati, ch’era seguìto a quel Francesco Grillo di cui sopra, nonostante i suoi buoni intenti, non è rimasto a lungo sulla poltrona più alta del comune 19


perché appena poco più di quattro mesi dopo, l’8 ottobre, è stato surrogato da altro personaggio esponente del partito avverso, l’avvocato Vincenzo Genoese, un massone dichiarato. Nel ringraziare i suoi per averlo eletto per la prima volta all’alta carica e nel dichiararsi appunto “homo novus” - infatti, Genoese, pur appartenendo per parentela al ceppo Zerbi, n’era distaccato alquanto – dopo i preamboli del caso, manifestava di voler offerire le sue dichiarazioni programmatiche nella relazione del bilancio 1901 e che si sarebbe limitato a far rilevare «gl’inconvenienti di certi sistemi, dei quali alcuni tornano a detrimento del pubblico interesse, altri hanno il torto di falsare nella pratica attuazione principii santi e per se stessi incompatibili». Di seguito quanto il nuovo sindaco ha inteso nel suo primo intervento dell’8 ottobre far conoscere circa la grave situazione che aveva creato i noti dissidi e in merito al raggiungimento della concordia, l’unica via per uscire dal guado: «Signori del Consiglio, il plauso, con cui il favore solennemente affermato nell’ultimo responso elettorale salutò la fine di lotte intestine ed infeconde, impone a tutti noi l’onestà e sincera continuazione di un’opera così altamente civile e riparatrice. Certamente ogni oppidese stringendosi attorno al vessillo della concordia, che abbattuto da fortunose vicende, tornava glorioso su la torre mamertina, confortante auspicio di giorni migliori per la nostra Oppido, avrà inteso affermare che la concordia è la sola fonte del pubblico benessere, quando però non suonò una fusione vera e leale di animi accomunati da alti e nobili ideali e intenti soltanto al conseguimento del pubblico bene. Così solo questa insegna potrà portare scritto a lettere di oro -in hoc signo vinces-e siatene certi che se dovessimo combattere per difenderla dalle insidie che potrebbero tenderle basse cupidigie o vani risentimenti, la vittoria non mancherà di arriderci. Questa tanto invocata era di pacificazione non dovrà però farci - correre la morta gora - e trarci in un deplorevole stato d’inerzia, ma ci sproni piuttosto, non distratti da altre cure, a 20


spiegare nell’amministrazione della cosa pubblica, quello stesso interesse che ciascuno riporrebbe nella gestione dei propri affari. Un tal contegno varrà certamente a trattenerci da certi atti di liberalità non consentiti ai gestori del pubblico patrimonio, quando specialmente pregiudicano non poco le condizioni finanziarie delle pubbliche amministrazioni, producendo dissesti, cui non è dato il più delle volte riparare, senza incorrere in danni maggiori. Un altro fatto dovrà starvi a cuore, o colleghi, ed è la tutela della dignità dell’Ente che rappresentate, quando specialmente vi assistano le ragioni del diritto, evitando così d’incorrere in umiliante remissività. Tali deplorevoli inconvenienti quasi sempre traggono la loro origine dal fatto che troppo leggermente si sostituisce all’autorità del volere collettivo, la volontà individuale, e non si pensa a far rientrare ciascuno in quella sfera di attività che gli viene dalle proprie mansioni limitata».

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La piazza maggiore di Oppido anteriormente al 1908 da una cartolina illustrata dell epoca

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Rocco De Zerbi

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Cartolina commemorativa dei caduti di Oppido nella prima guerra mondiale

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DALLA FINE DEL SECOLO XIX ALLA CONCLUSIONE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE Nonostante le sfavillanti note del famoso ballo Excelsior di Romualdo Marenco accompagnassero la vita dei cittadini europei per un lungo tratto nel periodo a cavallo tra i due secoli XIX e XX, una profonda crisi, propriamente conosciuta come «crisi di fine secolo», imperava soprattutto a carico dei più deboli. E, mentre il relativo balletto mimico di Luigi Manzotti tentava di offrire un grande spettacolo significante il trionfo della scienza, che il Corriere della Sera nel gennaio del 1881 definiva addirittura «il paradiso, il trionfo dell’umanità incivilita, una festa del pensiero», in Italia si avvertivano le aspre lotte politiche e sindacali dei lavoratori anelanti a un avvenire migliore. Era l’ora dei fasci siciliani, dei moti della Lunigiana, dello scioglimento dei partiti di sinistra e dell’avvento di governi sempre più conservatori (Di Rudinì, Pelloux). L’acme si è avuto con il cannoneggiamento della popolazione milanese a opera del generale Fiorenzo Bava Beccaris nel 1898, e la drammatica uccisione di re Umberto I il 29 luglio 1900 da parte dell’anarchico Gaetano Bresci, che si presentava come il vendicatore del popolo, n’è stata l’estrema conseguenza. Con la morte di un re aveva termine il secolo XIX, che, pur con tante ombre, era stato quello che aveva portato al risorgimento degli italiani, ma ne cominciava un altro non scevro di ulteriori tragici avvenimenti. Sarebbe stato l’infausto secolo di due sanguinose guerre mondiali, oltre a tante altre minori, ma non meno crudeli. La notizia dell’assassinio del così detto re buono è pervenuta nella sonnacchiosa provincia proprio come un fulmine e i consigli comunali, che bene o male erano qualificati a essere gli interpreti degli umori delle popolazioni, si sono fatti un dovere di sentirsi vicini alla casa regnante, ma anche al governo. Era un momento davvero particolare e il giorno 30 a Oppido il consiglio si riuniva 25


appositamente in seduta straordinaria. Così il sindaco veniva inizialmente e con parole forti a informare i presenti di quanto accaduto: «Signori - la più grande sventura che può colpire un popolo ed una nazione civile, colpì noi italiani??? Una mano sacrilega, un degenerato appartenente certo a quella setta, che non ha né Dio, né Patria, ieri sera alle ore 22, in Monza, mentre che il nostro amato Sovrano usciva da una festa popolare, colpiva, con tre colpi di pistola, quel cuore generoso, che aveva sempre palpitato per l’Italia e per gli Italiani, sia valorosamente sui campi di battaglia, sia ovunque la sventura toccava i suoi figli: Casamicciola e Napoli sono due pagine gloriose di quel cuore affettuoso di padre. Appena avuta la notizia e per quanto la mia mente, in tanta sciagura, ne fu capace ho pubblicato un manifesto, con cui ho dato al pubblico cognizione dell’orrendo misfatto, ed ho convocato di urgenza il Consiglio Comunale per sapere i suoi intendimenti sul modo come vuole che siano celebrati in Oppido i solenni funerali al Magnanimo Estinto, e che si faccia dal Municipio per dimostrare alla Dinastia i sentimenti di devoto affetto di questa popolazione». Dopo aver appreso ufficialmente dal sindaco Domenico Grillo Brancati la notizia del barbaro delitto, il consiglio a sua volta non si comportava da meno e il suo enunciato dimostra appieno l’attaccamento alla casa regnante. Infatti, con frasi in qualche caso apertamente iperboliche, si dichiarava «profondamente addolorato per la grave, inaspettata ed irresponsabile sciagura, che colpisce l’Italia tutta, e priva la Nazione del più magnanimo e leale Sovrano, che sia mai seduto sul trono; - e giustamente indignato contro il sacrilego e vigliacco assassino, che ha osato togliere la vita a Colui, che fu tanto buon padre e raro monarca; e parimenti indignato contro la setta dei mostri, alla quale certamente quella belva feroce appartiene». Ciò posto, si perveniva ad approvare una proposta del consigliere cav. Gaetano De Zerbi, che stabiliva le espressioni da inviare e i modi circa le azioni da compiersi in memoria del defunto. Ecco quanto nell’occasione si è venuto a decidere. Il consiglio unanime deliberava di 26


«1) Esprimere la sua indignazione e riprovazione per l’efferato delitto, commesso contro il più leale ed attivo Sovrano che fu Re Umberto I°, gloria ed orgoglio della nazione italiana, e degno Successore del Gran Re Vittorio Emanuele II°, Padre della Patria. 2) Manifestare le condoglianze di questa Cittadinanza alla inconsolabile Regina Margherita, ed ai Reali successori al trono, Vittorio Emanuele III e la degna sua Consorte Elena di Montenegro; invitando il Sindaco di darne partecipazione per telegrafo, seduta stante, a S. E. il Ministro di Casa reale, ed a S. E. il Presidente del Consiglio dei Ministri. 3) Dare incarico, con facoltà illimitata, alla Giunta Municipale di provvedere, a spese del Municipio, per i funerali del compianto Re Umberto, da celebrarsi degnamente, nella Cattedrale di Oppido con l’intervento del Consiglio Comunale, della Congregazione di Carità, di tutte le autorità, e funzionari residenti in Oppido, delle pubbliche scuole, dell’Asilo Infantile e delle Società di Mutuo Soccorso; e fare invito per l’intervento anche delle Rappresentanze dei Comuni del Mandamento. 4) Dare mandato alla stessa Giunta di presentare, nella prossima sessione di autunno, un progetto di un mezzo busto, in marmo o in bronzo, del compianto Re Umberto, da erigersi su la piazza di Oppido, che porta il suo Augusto Nome. 5) Associare il Municipio di Oppido al lutto nazionale, per la durata di sei mesi, nel qual tempo la sala del Consiglio Comunale, e l’edificio ove esso risiede restar devono abbrunati; e la bandiera del Consiglio debba, nella circostanza, essere issata a mezz’asta ed abbrunata. 6) La detta bandiera dover intanto restare costantemente issata, a mezz’asta ed abbrunata, giusta le disposizioni governative, fino a nuovo ordine. 7) Restar chiuse le scuole, senza funzionamento ordinario e straordinario pure fino a nuovo ordine giusta le disposizioni già date dal Ministro dell’Istruzione Pubblica». I funerali in memoria del re si sono celebrati in Oppido il giorno 4 agosto. Un anno dopo l’infausto evento, un comitato generato per la commemorazione del re Umberto e il pellegrinaggio al Pantheon, che ne custodiva le spoglie, con nota del 12 aprile 1901 veniva a invitare i comuni a partecipare con una rappresentanza. Il consiglio comunale di Oppido

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il susseguente 25 giugno, «ritenendo essere sacrosanto dovere di ogni buon cittadino italiano rendere omaggio al Monarca Buono e Leale, martire dei suoi sentimenti di bontà e di paterno affetto al popolo italiano», rispondeva positivamente all’appello, offrendo un contributo di £ 10 e invitando a recarsi a Roma per l’occasione il sindaco avv. Vincenzo Genoese, che accettava di buon grado. Nonostante tanta buona intenzione, un mezzo busto a re Umberto da far troneggiare sulla piazza maggiore, come stabilito a caldo, non ha avuto pratica attuazione. Tanti anni dopo, il 17 febbraio 1909, avendo fatto appello per un monumento da erigersi nel giardino pubblico del capoluogo reggino la società dei militari in congedo “Savoia” della stessa città, Oppido contribuiva con una modesta somma di lire cento il 27 marzo successivo. Considerando che l’iniziativa, come si dice, meritava il plauso e il concorso di tutti, la stessa si qualificava per gli Oppidesi un vero e proprio obbligo per due motivi. Prima di tutto, l’artista, cui si era commissionato il lavoro, era un oppidese, Concesso Barca e poi si avvertiva il rammarico di non aver potuto dare esecuzione al disegno espresso nell’immediatezza dell’infausto evento «per le ristrette condizioni finanziarie del Comune, per le quali l’Autorità tutoria non ha potuto approvare le insistenti deliberazioni». Pochi mesi dopo l’uccisione del re, il 17 settembre 1900, il consiglio comunale veniva a celebrare altri personaggi della casa reale e fausti momenti. Si decideva nella seduta di quel giorno d’inviare un telegramma di «omaggio e di devozione» al nuovo re Vittorio Emanuele III, figlio di Umberto e a un personaggio che si era meritato la notorietà e vari titoli per tutt’altri impegni. Si trattava del figlio di Amedeo I di Spagna, Luigi di Savoia duca degli Abruzzi, che il 25 aprile aveva raggiunto il polo nord toccando la massima latitudine. Nel telegramma si esprimeva la «ammirazione per la esplorazione scientifica testè fatta al polo nord, onore e vanto della Italia e della illustre Dinastia re-

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gnante» 7. All’ardito principe il poeta Giovanni Pascoli dedicherà alcune strofe in una poesia al re Umberto «(Va, principe giovane e giovane/Italia! Nel pelago eterno,/va, cerca il tuo Polo, va, trova/nel mondo infinito il tuo perno! ecc.)». Deceduto in così drammatiche circostanze il primo Umberto, ecco arrivare il 15 settembre 1904 un secondo Umberto, noto come re di maggio per la breve durata del suo regno. All’immediato annunzio dell’evento fatto conoscere ai comuni per telegrafo dai prefetti ha corrisposto l’altrettanto pronto invio degli auguri di circostanza alla casa reale, al presidente del consiglio dei ministri, al sindaco di Torino - il principe era infatti nato nel castello di Racconigi - e al prefetto. Per cui, riunitasi il giorno dopo, il 16, la giunta, volendo esternare «quella dimostrazione di letizia che la circostanza richiede, e che valga a farla rammentare al popolo come giorno di tripudio e di esultanza nazionale», ha stabilito quanto segue. Veniva erogata la somma di lire 85 da devolversi in vario modo. Parte andava spesa in acquisto di pane da assegnare alle famiglie povere del comune, alle quali si concedeva pure un sussidio in denaro. Con altra si provvedeva ad allestire «pubblici divertimenti popolari nella ricorrenza dell’imminente festa di Maria SS. Annunziata». Nei giorni 16 e 17, come pure in quelli in cui ricorrevano i festeggiamenti, il municipio doveva restare addobbato con bandiere8. Nell’ottobre del 1907 il re Vittorio Emanuele II si è recato in visita alla città di Reggio e nell’occasione il comune si è reso presente inviando una rappresentanza «con tutte quelle dignità, che la lieta occasione lo richiedeva» e la spesa è risultata piuttosto salata, ben 541,40 lire9. A gennaio del 1905 si era già provveduto a rifondere le spese di trasporto e altro allo scultore oppidese con studio a Firenze Concesso Barca, che aveva offerto in modo del tutto gratuito un mezzo busto in gesso di re Vittorio, che non si ACO, delibere del consiglio. Ivi, delibere della giunta. 9 Ivi, delibere del consiglio. 7

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sa dove sia andato a finire. Del Barca si trovano tuttora in municipio i busti in gesso di Garibaldi e di Giuseppe Mazzini, da me riportati in superficie nel periodo compreso tra 1970 e 1975, in quanto erano stati confinati chissà da quanto tempo negli scantinati di quell’edificio. Tra la fine del secolo XIX e gli inizi di quello seguente uno dei problemi più altamente scottanti che si ponevano all’attenzione dei governanti era sicuramente rappresentato dall’emigrazione, un fenomeno che di anno in anno si andava sempre più ingigantendo. Le masse si allontanavano dal suolo patrio in cerca di un sito meno avaro e quelle meridionali lo facevano attraverso i porti più importanti del territorio, quali potevano essere Napoli o Messina, quindi sobbarcandosi a grosse fatiche e dispendio di denaro. Di contro, i nostri porti restavano negletti e venivano perciò depauperati di quel poco d’introito che avrebbero potuto ricavare. È stato così che il 3 maggio 1905 la camera di commercio e arti di Reggio ha invocato dai comuni un’adesione affinché quello del capoluogo provinciale fosse dichiarato «porto d’imbarco per gli emigranti». A questo proposito il consiglio di Oppido il successivo giorno 13 veniva a deliberare favorevolmente all’unanimità poiché si trattava d’iniziativa «di molto vantaggio agli emigranti tutti della nostra provincia sia per il lato economico, sia per la gran convenienza che essi trovano, perché così si rende meno incomode le loro condizioni»10. Si qualificava ciò una prospettiva da non perdere quando si pensi che la Calabria nel 1904, con i suoi 35.482 emigrati era stata «la regione con il più alto tasso emigratorio». E se nel venticinquennio 1876-1900 dall’Italia si erano allontanati oltre cinque milioni di persone, dalla sola Calabria lo avevano fatto in 478.14611. Nello stesso periodo dal circondario di 10 11

Ivi, delibere del consiglio. MARIO IAQUINTA, Mezzogiorno emigrazione di massa e sottosviluppo, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2002, p. 138; DINO TARUFFI-LEONELLO DE NOBILI-PASQUALE VILLARI, La questione agraria e l’emigrazione in Calabria: note statistiche ed econo-

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Palmi sono emigrati in ben 7.34912. Il consiglio non era stato così sollecito a rispondere a una richiesta del comune di Gioia Tauro del 13 ottobre 1874. Infatti, solo il 16 agosto 1876 veniva a rifiutare la partecipazione a un consorzio al fine della costruzione di due «botti di ormeggio» in quella rada e, quindi anche il contributo, facendo presente che tale manufatto non rivestiva per esso alcun interesse13. miche, G. Barbèra, Firenze 1908, p. 730. GIUSEPPE SCALISE, L’emigrazione dalla Calabria, Luigi Pierro, Napoli 1905, ristampa anastatica a cura e con introduzione di Giuseppe Masi, Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, Messina 2005, p. 131. 13 ACO, delibere del consiglio. È interessante una decisione del regio commissario di Tresilico, Salvatore Cotronei, del 28 giugno 1919. In seguito a delibera del suo omologo di Palmi, con la quale si chiedeva al governo di dare mandato a una commissione tecnica ai fini di studiare le possibilità di costruire un porto a Gioia Tauro, quegli si associava senza mezzi termini affermando in primo luogo che «la questione di tal porto in questa regione, dove i numerosi prodotti non trovano sbocco, è della più grande importanza». Secondo ancora il Cotronei, «la costruzione del porto in parola risolverebbe uno dei più gravi e vitali problemi di questi paesi dapoiché grande sarebbe lo sviluppo economico, commerciale e industriale di tutta la regione». ACO, delibere del commissario prefettizio di Tresilico. Ancora il 12 marzo 1948, in seguito a voto dell’amministrazione comunale di Gioia Tauro, la giunta comunale di Oppido decretava di dare il proprio appoggio perché in quella cittadina potesse sorgere «il porto, tanto importante per la vita e il commercio dei paesi della Piana». ACO, delibere della giunta. Come si vede, l’idea di costruire un porto a Gioia viene da lontano! Ma occorre, peraltro, considerare che Gioia è stata sempre lo “scaricatoio” degli oli della Piana fin da tempo immemorabile. Gli atti notarili sono larghi di notizie a riguardo. LIBERTI, La rada di Gioia fulcro dei traffici della Piana in età moderna - Convegno “Gioia Tauro nel contesto storico calabrese” Gioia Tauro 17-18-19 settembre 1993, promosso da Associazione Gioia Nostra e Deputazione di Storia Patria, in Atti, Barbaro ed., Oppido M. 1996, pp. 499-518.

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Negli atti comunali è vano ricercare notizie dirette in merito al rinnovato mal d’Africa che nel nuovo secolo ha ripreso a occupare i sentimenti della nazione italica. Una piccola nota emerge solo per l’agosto del 1913, quando si verificava il pagamento di £ 15 ad Alfredo Ghelli per l’acquisto di «cinque copie raffiguranti l’Italia Vittoriosa in Libia»14. La guerra di Libia o meglio italo-turca, scoppiata il 28 settembre 1911 e conclusasi il 12 ottobre 1912 con la conquista della Tripolitania e della Cirenaica unificate appunto nel nome Libia, antica regione dell’impero romano, quindi di Rodi e del Dodecaneso, era il dono di un altro colonialista, Giovanni Giolitti, che non ha voluto essere da meno del suo omologo Crispi. Purtroppo, come si riconosce da molti, la campagna di Libia ha aperto la strada verso il primo conflitto mondiale. Anche la guerra di Libia, come quelle che verranno, è stata causa di una grave crisi economica e di scioperi selvaggi. Nell’anno 1912 l’amministrazione comunale si è vista costretta dalla situazione a imporre per la vendita del pane un cosiddetto calmiere cioè un prezzo massimo fissato d’autorità. Nella riunione di giunta dell’1 agosto, avendo in precedenza esaminato i prezzi dei vari tipi di pane venduti alla popolazione entro il raggio del comune, è venuta alla determinazione di stabilire un prezzo controllato. Nel successivo giorno 3 la delibera in proposito è stata fatta conoscere ai rivenditori, avvisandoli che in caso d’inadempienza, sarebbero stati passibili delle misure fissate dalla legge. A fronte di tale provvedimento tutti gli «industrianti del genere» hanno dichiarato di rinunciare alla loro attività, per cui, temendosi che col primo settembre «la piazza resterà priva di pane venale, con gran danno della popolazione e col pericolo di disturbo dell’ordine pubblico», la giunta ha preso le sue contromisure nella data del 31 agosto. Ritenendo che per nessun motivo si sarebbe dovuto cedere alle «strane pretese dei panettieri, i quali volendo

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ACO, delibere della giunta.

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continuare a vendere a loro talento apportano il pubblico malcontento» e che bisognava ovviare con grande energìa a contrastare «la libertà assoluta degl’industrianti nell’esercizio della vendita del primo alimento e di un genere di prima necessità», deliberava di avviare vendite dirette fino a quando i panettieri non fossero ritornati sui loro passi. A tale fine si è aperto un credito di £ 500 all’assessore del settore, Giovanni Fragomeni, per fatturazione e vendita a conto del comune, vendita stabilita in riga col calmiere, salvo le eventuali perdite comunque giustificate, che si sarebbero riscontrate nell’esercizio della stessa. Da una riunione della giunta nell’aprile del 1913 si appura ancora che «l’Amministrazione gestiva per conto proprio la rivendita del pane nello scorso anno, a causa dello sciopero dei panettieri» e che l’assessore Fragomeni aveva comprato due casse, onde trasportare il pane da Gioia Tauro a Oppido. Nel territorio della Piana di Gioia, a partire dal 1883 e fino al 1906 almeno, a causa delle cattive stagioni e dell’imperversare della mosca olearia, un vero flagello per le piante di olivo, gravi crisi hanno colpito la sua economia. A tal motivo i tentativi per trovare una soluzione al problema, accompagnati spesso da agitazioni di un certo rilievo, non sono mancati. Tanti particolari emergono proprio dalle delibere dei consigli comunali. Un primo deciso intervento si avvisa per il 19 novembre 1898, quando i sindaci del circondario, deputati e consiglieri eletti nello stesso ambito si sono riuniti in assemblea a Palmi. Dall’adunanza è emersa la volontà di chiedere al governo «provvedimenti efficaci ed urgenti per lenire in qualche modo la miserrima condizione di questi abitanti, causata dalla ripetuta fallenza del raccolto delle ulive e dalla mancanza assoluta di ogni altro raccolto manifestato in quest’anno», tra i quali l’esenzione dal pagamento delle tasse dovute allo stato, alla provincia e ai comuni. Il 28 dello stesso mese il consiglio comunale di Oppido, quantunque si dicesse d’accordo con tali richieste, tuttavia si mostrava perplesso per il fatto che, se dalla prosperità dei proprietari dipendeva «la vita della popolazione di queste 33


contrade, dal terrazziere al professionista, ed all’industriante», d’altro canto il venir meno dei tributi avrebbe danneggiato non poco tutti i settori della vita pubblica che il comune doveva garantire, dall’istruzione alla sanità e dalla polizia locale all’igiene. A risolvere la questione doveva intervenire il re con mezzi propri e anche un prestito a lunga scadenza, in attesa del quale il pagamento di quanto spettava alla cassa depositi e prestiti era bene che rimanesse congelato. Si è venuti, quindi, a delegare il deputato del collegio, Giuseppe Chindamo, a rappresentare il comune nella riunione dei sindaci dei capoluoghi di mandamento, che si sarebbe tenuta a Roma, al fine di «interpetrare dal Regio Governo i provvedimenti intesi a lenire le miserie di queste contrade»15. Nella seduta del 26 febbraio 1902, uno dei proprietari più in sostanza di Oppido, il cav. Francesco Saverio Grillo, è venuto a officiare il percorso delle crisi agrarie verificatesi entro il perimetro del circondario di Palmi in un ventennio continuatamente e per la cui causa «la generalità dei proprietari si è ridotta quasi alla miseria». Quindi, si è intrattenuto sulle agitazioni che si sono originate negli ultimi dieci anni al fine di ottenere una giusta riduzione d’imposta, in verità mai ricusata dal governo e sui comizi svoltisi in proposito in vari paesi a iniziativa proprio del comune di Oppido. Dopo tali preliminari è venuto egli a presentare un apposito ordine del giorno. Tra le valutazioni premesse a una possibile deliberazione da parte del consiglio si comprendevano quelle relative alle seguenti circostanze. L’11 aprile 1901 in Palmi avevano partecipato a un comizio i sindaci del circondario, parlamentari, rappresentanti locali e provinciali allo scopo di trovare una strada che fosse in grado, se non di risolvere il problema, almeno di ridurre «i danni enormi della crisi agricolo-olearia che da tanti anni consuma la nostra economia». Da parecchi lustri nella regione l’ha fatta da padrone il morbo cosid-

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ivi, delibere del consiglio.

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detto Dacus16, ovverossìa la mosca olearia, per cui la produzione dell’olio «si è ridotta ad un vero patetico reddito». Non contando poi che si era assistito alla «totale distruzione dè vigneti e delle altre produzioni minori». Secondo Grillo, non era solo il morbo l’unica causa del deperimento della produzione olearia, ma faceva la sua parte anche la «deficienza dei mezzi cultorali»17. Era certamente erroneo insistere nel calcolare la tassa su un reddito biennale come stabilito dalle leggi del 1806 e 1807, quando tale all’epoca si qualificava appena decennale. In verità, doveva ben considerarsi «che lo stato miserando in cui versa la Provincia unicamente agricola, nella quale nessuna industria di altra specie neppure agraria concorre a sollievo dei suoi poveri abitanti ed il territorio è tutto infeudato alla più sfrenata e spudorata usura». Dopo avere espresso anche con parole forti quanto al tempo si verificava in campo economico, soprattutto in relazione alla produzione dell’olio di oliva, alla fine il Grillo proponeva di associarsi al comizio agrario di Palmi e di chiedere di poter continuare a usufruire degli «abbuoni fondiari sugli oliveti» fin tanto che non si fosse provveduto al nuovo catasto stabilito con legge dell’1 marzo 1886 e di richiedere anche l’istituzione del credito agricolo «come mezzo efficace a rialzare l’avvilita agricoltura riscattandola dall’usura». Era pacifico che un tale ordine del giorno venisse approvato all’unanimità e così è stato. In successione il consigliere Rocco De Zerbi18 ha proposto di

Dacus olea, insetto delle dacinae, sottofamiglia di alcuni ditteri. Anche se raramente, di tanto in tanto qualcuno si faceva vedere al fine di trattare i problemi dell’agricoltura e dei suoi mali. Il 15 dicembre 1893 il commissario prefettizio concedeva una gratifica al prof. cav. Vincenzo Fabozzi, che in una delle sere precedenti aveva tenuto al “Circolo Unione” una conferenza sul tema “Quali sono i mali che affliggono l’agricoltura in Calabria” e lasciato un ricettario per la cura dei mali di varie piante. ACO, delibere del commissario prefettizio. 18 Si tratta di persona diversa dall’omonimo e parente, giornalista e deputato, vissuto tra il 1843 e il 1893. Il De Zerbi consi16

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deliberare all’indirizzo del Grillo un voto di encomio per il suo impegno a favore dei comuni del circondario al fine di ottenersi una riduzione dell’imponibile sugli oliveti. Grillo, nel ringraziare, ha tenuto a dichiarare ch’egli si era speso quale un «cittadino che ama davvero la patria ed il luogo natìo»19. A quel tempo così come oggi un rilevante pericolo per l’olio d’oliva calabrese era rappresentato dall’importazione dall’estero di similari prodotti. A tal proposito il sindaco Francesco Genoese il 4 luglio 1887 chiedeva alla giunta di esprimere gratitudine al deputato Rocco De Zerbi, che in parlamento aveva difeso gli interessi della regione con «l’imposizione del dazio protettore degli oli ed i semi oleosi di provenienza estera, la cui importazione in Italia è causa precipua dell’avvilimento dei prezzi degli olii d’oliva di nostra produzione»20. Tantissimo tempo prima che si desse inizio ai corsi di avviamento agrario21, un tipo di scuola ch’è venuta a sostituire i corsi postelementari, la cosiddetta “sesta”, (1928), surrogati negli anni ’50 del passato secolo dagli istituti professionali di stato per l’agricoltura, in Oppido qualcuno ha sentito il bisogno di prospettare la necessità di mettere in piedi una scuola agraria. Era il 17 ottobre del 1891, ma già dal 1888 si evidenziava in Italia l’esistenza della “Regia Scuola pratica di Agricoltura”, quando l’assessore Francesco Genoese se ne rendeva interprete in una riugliere comunale era chiamato “don Rocchetto” sicuramente per distinguerlo dall’altro più famoso. 19 ACO, delibere del consiglio. Sulla crisi agraria di fine secolo ved. GIUSEPPE PIGNATARO, 1883 Cronache municipali: la crisi agraria, “Historica”, 1981, n. 4, pp. 215-219; LIBERTI, Il Risorgimento: dal decennio francese alla grande guerra, “Gioia Tauro storia cultura economia” (a cura di Fulvio Mazza), Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 130. 20 ACO, delibere della giunta. 21 Il 15 aprile 1939 il commissario prefettizio deliberava la concessione di un suolo utile a campo sperimentale a titolo gratuito per il «Regio Corso di Avviamento Professionale Agrario». ACO, delibere del commissario prefettizio. 36


nione del consiglio comunale. Varie le motivazioni, di cui si serviva, per attirare l’attenzione dei consiglieri sul problema. La popolazione del comune, che si qualificava «eminentemente agricola», viveva in un luogo alquanto distante dai centri, nei quali esistevano scuole di agraria pratica, per cui persisteva a coltivare «le proprietà con sistema empirico come facevasi prima che il progresso avesse dimostrato la pratica utilità e indispensabile necessità della coltura razionale». Un tale istituto andava affiancato da un «orto frutteto sperimentale», per cui si erano già avviati gli opportuni contatti col vicino comune di Tresilico per un concorso nella spesa e col ministero di agricoltura, industria e commercio per un adeguato sussidio. Entrambi gli enti si erano dimostrati allora «proclivi» all’intrapresa. La giunta provinciale amministrativa aveva però bocciato il progetto segnalando che era necessario prima avviare la scuola. Un orto frutteto «disgiunto» da essa proprio non poteva reggersi. All’epoca, per legge del 1888 che regolava l’istruzione elementare, ai comuni era stato addossato il peso delle scuole di tale tipo, un peso che veramente si è sempre dimostrato oneroso. Che cosa ti escogita allora il nostro assessore? Perché con i fondi necessari a mantenere le scuole elementari maschili e femminili di grado superiore, che si offrivano «di poca o nessuna utilità», non si provvedeva ad avviare sia la scuola agraria che il frutteto e quindi a sopprimere le prime? Tanto più che Oppido e la frazione Zurgonadio superavano di appena 33 abitanti il numero stabilito dalla legge succitata (Il comune faceva allora 4.033 unità)22. Non solo, ma, insisteva ancora il Ge22

Trascorrerà molto tempo prima che Zurgonadio detto prima Zurgonadi e Zorgonade abbia corsi di scuola elementare. Il 18 ottobre 1924, addirittura, il comune si rivolgerà alla sede regionale di quella benemerita Associazione per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia perché il borgo godesse dell’opportunità di una scuola diurna «togliendo così quei bimbi dal vagabondaggio e dalla strada portandoli in un ambiente sereno dove imparino ad es37


noese, «il poco profitto che si trae dalle scuole elementari superiori per la pochissima frequenza di alunni, e le conseguenze dannose che le scuole medesime e specialmente quella maschile danno all’agricoltura, perché i giovanetti che la frequentano, dopo aver espletato gli studii primarii mal si addicono ai lavori agricoli, e pretendono continuare negli studii secondarii, che poi per mancanza di mezzi debbono abbandonare, e, diventando in tal modo degli spostati, riescono inutili ad ogni cosa, e solo qualcheduno può intraprendere il militare servizio per divenire un mediocre sottufficiale». Davvero un quadro desolante di quella che era l’istruzione elementare, almeno per le età superiori, nei nostri paesi sul finire di quel secolo, che ci aveva pur dato l’unità della nazione! L’assessore Genoese, che apparteneva a famiglia di stretta osservanza massonica, era uno di quelli che in Oppido contava e la sua parola veniva ascoltata, (e come!), per cui l’intero consiglio deliberava all’unanimità chiedendo al “Real Ministero dell’Istruzione pubblica” di essere sollevato dal peso di contribuire al mantenimento delle scuole elementari di grado superiore. A tale deliberato però la giunta provinciale amministrativa con provvedimento del 13 gennaio 1892 negava l’approvazione, comportamento tenuto in pari data anche dal consiglio provinciale scolastico. Ma il comune non si dava per vinto e, sostenendo che «il Consiglio Comunale ha in ogni epoca il dritto di modificare le proprie istituzioni, quando queste modifiche hanno per scopo il benessere dei cittadini», nella riunione del 24 maggio susseguente ha inteso opporsi e far ricorso, come da suo diritto, al «Governo del Re» contro dei provvedimenti che giudicava «lesivi agl’interessi del Comune e non giustificati dalla Legge». sere buoni cittadini e buoni operai». A tal motivo si facevano voti presso il provveditore cav. Cammarosano per l’approvazione. Il prof. Angelo Cammarosano di Ancona tra 1921 e 1931 era uno dei soci ordinari dell’ente. È stato provveditore per le Marche e la Campania. ACO, delibere della giunta; Chi è? Dizionario degli Italiani d’oggi, Formiggini, Roma 1928, p. 26. 38


La legge “Pro Calabria” del 16 maggio 1907 è venuta a stabilire che in ogni circondario s’impiantasse «un podere dimostrativo della estensione di 10 ettari circa, in uno dei più importanti centri agricoli». Per cui, il direttore della regia cattedra ambulante di agricoltura di Reggio con successiva nota dell’8 giugno ha scritto facendo presente che a parità di condizioni sarebbero stati preferiti quei comuni che avessero offerto gratuitamente il suolo occorrente e si fossero poi impegnati a farlo acquistare dal ministero. Il comune di Oppido, non potendo certo accollarsi da solo un tale onere, deliberava allora a unanimità di partecipare il tutto ai vicini comuni di Tresilico e di Varapodio per esaminare assieme se convenisse «costituire un consorzio volontario per l’acquisto del campo sperimentale»23. Nel 1911 la cattedra era ancora in piena attività. In data 29 aprile la giunta oppidese provvedeva a rimborsare spese di vitto e alloggio al tecnico Gabriele Palermo inviato appositamente dalla stessa «per fare degli esperimenti e insegnare il modo come devesi coltivare l’oliveto con suvescio di lupini» nonché per il trasporto di due aratri24.

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ACO, delibere del consiglio. ACO, delibere della giunta. 39


La piazza Regina Margherita col mercato e l artistica fontana di fine

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Inaugurazione del monumento ai Caduti di Oppido

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Manifestazione a Tresilico nel terzo anniversario della fine della prima guerra mondiale

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LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Sappiamo tutti come un tale sanguinoso conflitto sia nato e quali ne sono state le cause, ma un accenno proprio non guasta al fine di continuare a svolgere il tutto con un certo filo logico. Pure se la scintilla è scoccata a causa dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo il 28 giugno 1914, l’Austria stava sempre sul chi va là, onde tenere a freno le intemperanze affatto accette della Serbia. Non solo, ma la guerra franco-prussiana del 1870-71, che aveva lasciato tante evidenti conseguenze in Francia, la rivalità al fine dell’accaparramento delle colonie in Africa e le mene create costantemente dai vari stati già non preludevano ad alcunché di buono. Così, dopo l’invio di un ultimatum inaccettabile almeno su un punto di vista cruciale, l’Austria è venuta a dichiarare la guerra il 28 luglio successivo. Allora le alleanze si sono pianificate su due fronti e gli stati europei si sono posizionati chi da una parte chi dall’altra. Solo l’Italia ha tenuto da principio a mantenersi neutrale con fautore, strano a dirsi, il Giolitti, che sicuramente doveva aver intravisto i pericoli insiti in una partecipazione al conflitto. Ma nazionalisti, buona parte dei liberali, degli intellettuali, diversi socialisti, che formavano il panorama politico di allora, spingendo sull’acceleratore avverso l’Austria, la nemica tradizionale, hanno portato prima all’uscita dalla triplice alleanza, quindi il 23 maggio 1915 all’entrata in guerra. In tale corsa hanno recitato una parte di primo piano personaggi come il presidente del consiglio Antonio Salandra, il ministro degli esteri Sidney Sonnino, Benito Mussolini, il vate Gabriele d’Annunzio, il senatore Enrico Corradini considerato lo scrittore più in vista del nazionalismo italiano e uno dei fondatori del battagliero giornale “L’Idea Nazionale”, Filippo Tommaso Marinetti l’eclettico poeta fondatore del movimento futurista, affiancati da uno strumento propagandistico d’eccezione, quale si qualifi43


cava il giornale “Corriere della Sera” diretto dal senatore Luigi Albertini, pure lui un interventista. Dalle delibere del commissario prefettizio Marcello Grillo conosciamo innanzitutto che a Oppido è venuto ad acquartierarsi un distaccamento del 305 Fanteria, mentre altro si è sistemato a Messignadi a far tempo tra il 13 novembre del 1917 e tutto settembre del 1918. Sempre a Messignadi Michele Lando si era occupato di preparare un locale adatto ad alloggiare i 15 soldati ivi di stanza e, quindi, anche d’incettare paglia e pagliericci e ne veniva rimborsato a marzo del 1916. A Oppido il contingente è stato sistemato nelle scuole, che si sono provvedute d’impianto d’illuminazione. Le spese ad hoc risultano pagate per il periodo 13 novembre 1917-31 gennaio 1918. Vari cittadini hanno fornito alla truppa la paglia e i pagliericci occorrenti. Il 16 gennaio 1918 si deliberava il pagamento in favore di Pasquale e Filippo Pignataro a motivo di aver consegnato tre quintali di paglia «alla truppa qui di presidio», mentre il successivo 3 ottobre si provvedeva a saldare il conto con Antonietta Luppino e Pietro Caracciolo in merito a 17 pagliericci «ai militari qui di stanza per servizio di pubblica sicurezza» fittati dal 21 agosto al 30 settembre. Dei militari presenti in Oppido si conoscono i nominativi del tenente Salvatore Gentile avvertito ospite dalla Luppino nei periodi 1-18 marzo, 1-3 aprile, 1-30 giugno, 1-30 luglio 1918; del sottotenente Gaetano Alfì, alloggiato nell’albergo di Giuseppe Lentini dall’8 al 28 gennaio e dalla Luppino dall’1 al 18 marzo; del furiere Perricone e del caporal furiere Panarello, ai quali Giuseppe Condò ha affittato per il periodo 21 aprile-21 settembre due lettini completi; del sergente Eugenio Turcheria, che ha avuto in fitto un lettino completo da Rocco Pisani prima del 15 aprile e del furiere Marzano e sergente Cartelli, a cui Pisani e la Luppino hanno fornito due lettini anteriormente al 5 giugno per la durata di 76 giorni. In un’altra delibera di giunta del 18 settembre 1918 si avverte la presenza di un «distaccamento del 20° Fanteria, qui ve-

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nuto per servizio di pubblica sicurezza», a cui aveva fornito della paglia Vincenzo Ruffa. Non rileviamo date precise circa l’arrivo a Oppido di profughi e neanche sul loro numero effettivo, ma la presenza si attesta probabilmente a cominciare dal novembre del 1917. Nella stessa delibera del commissario straordinario, con la quale si provvedeva a saldare il conto dell’illuminazione dell’alloggio del distaccamento militare, era compreso anche quello dei profughi. Sicuramente, la loro venuta in Calabria è stata conseguenziale alla battaglia di Caporetto del 24 ottobre precedente e alla batosta subìta dall’esercito. Di preciso conosciamo soltanto che la profuga Leonida Pettarin, che abitava a Tresilico, per vivere faceva da mangiare al tenente medico Raffaele Sodano da prima del 15 settembre 1918 a tutto il primo ottobre successivo. Comunque, già nei primi mesi dell’anno è dato accertare che per i profughi cominciava il rientro a casa. Il 13 e 19 marzo Alfonso Creazzo provvedeva con le sue carrozze a trasportare a Gioia Tauro due famiglie di profughi, mentre Giuseppe Caruso lo faceva a sua volta con l’automobile il 14 con 9 profughi e relativi bagagli. A quanto si legge in altra delibera del 2 marzo, il comune si è dovuto preoccupare anche di non far perdere ai bambini di dette famiglie l’insegnamento scolastico. Infatti, in quella data risulta soddisfatto per “pennine e sillabari pei profughi” l’insegnante elementare Vincenzo Diaco. Comunque, la presenza di profughi è accertata ancora per il periodo da agosto a tutto dicembre 1918, per cui nel maggio del 1919 si provvedeva al rimborso per l’illuminazione fornita alle baracche da loro abitate a Paolo Monteleone25. Scrive un autore dei nostri tempi che 25

Ivi, delibere del commissario prefettizio. A Oppido e, in genere in tutti i paesi della Calabria, i profughi sono stati bene accolti. Abbiamo notizia che il 12 gennaio 1911 si provvedeva a rimborsare un negoziante per le cibarie fornite a due «poveri forestieri», l’ungherese Luigi Bernaner e il russo Carlo Schena. ACO, delibere della giunta. 45


«Nei giorni seguenti la disfatta di Caporetto, Bologna diviene il centro di smistamento dell’interminabile carovana di profughi veneti e friulani»26, una carovana ch’è stata contata nell’ordine di ben 300.000. Anche se la popolazione calabrese si trovava lontanissima dalle operazioni di guerra, ha avuto tuttavia anch’essa il suo da fare per fronteggiare tante contingenze a esse direttamente collegate. A parte possibili dirette ritorsioni militari e la perdita di molte vite umane, ha dovuto ospitare distaccamenti di soldati e profughi provenienti soprattutto dal Trentino-Alto Adige e ha logicamente patito grandemente in termini di scarsezza di cibo e incidenze epidemiche, non ultima la terribile “spagnola”, che tanto ha imperversato nel territorio. In effetti, da un conflitto, peraltro così immane, neanche le retrovie potevano rimanere esenti dal dover affrontare pericoli e disagi d’ogni genere. Nel febbraio del 1918 un grave incidente ferroviario si è verificato a Pizzo Calabro e, tra gli altri, ne hanno fatto le spese anche cittadini oppidesi. Ne ha avuto la peggio il militare Antonino Degori, ch’è morto e la cui salma è stata portata a Messignadi, mentre Felice Macario è rimasto ferito. Il 22 di febbraio Domenico Creazzo accompagnava sul posto la famiglia del secondo con la sua carrozza presa a nolo dal comune. Nel dicembre 1923 dal comando della 2a compagnia di scorta di Cervignano si annunciava l’arrivo della «salma gloriosa del militare morto in guerra, Violi Antonino» e si prefiguravano già le spese per onorare degnamente il cittadino scomparso. Pur essendo ancora in piena guerra e con tutte le ristrettezze del caso, nelle retrovie la vita in un certo qual modo scorreva normalmente e se c’era da festeggiare non si mancava di farlo. Il 10 agosto 1916 si svolgeva una dimostrazione di gioia con la partecipazione della banda 26

ANTONIO SCOTTÀ, Giacomo Della Chiesa arcivescovo di Bologna: l’“ottimo noviziato” episcopale di papa Benedetto XV, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p. 618.

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musicale per solennizzare la presa di Gorizia. Il 4 luglio 1918 era il giorno della festa nazionale degli Stati Uniti d’America e il comune sosteneva del pari le spese necessarie a ricordarla. Tra l’altro, provvedeva a fornire stoffa di diversi colori per le bandiere da consegnare alle scuole elementari. Quindi, era la volta della «festa per la vittoria delle armi italiane sul Piave», le cui spese si pagavano con delibera del 25 luglio 1918. Si trattava, evidentemente, di quella battaglia combattuta tra il 15 e il 23 giugno, che, fermando l’avanzata austriaca, aveva vendicato Caporetto e risollevato il morale delle truppe italiane. Le feste, naturalmente, sono culminate in quella celebrata per la vittoria finale, nella quale, a parte la gioia per l’esito positivo della guerra e la fine di tante ambasce, si è sentito il dovere di commemorare tutti coloro che avevano combattuto in difesa della patria immolando le giovani vite. È stato allora tutto un fiorire d’iniziative a proposito e nessun centro abitato ha voluto farsi sfuggire l’occasione. Già a sei giorni dall’avvenimento, il giorno 10 novembre, il commissario straordinario Liborio Gionsiracusa deliberava che, risultando che «tutti i Comuni fanno a gara per commemorare in questo momento di esultanza nazionale i valorosi soldati caduti per la grandezza della nostra ormai più grande Italia», anche Oppido, non essendo seconda a nessuno, sentiva del pari «il dovere di commemorare i propri figli i quali hanno offerto il fiore dei loro anni per la completa unificazione della nostra patria». Per cui, proponeva di commettere allo scultore oppidese con studio a Firenze Concetto (sic! Concesso) Barca, che «tanto si distinse e si perfezionò nell’arte scultoria da meritare l’ammirazione di questa cittadinanza», l’incarico di eseguire un monumento da installare in piazza Umberto I, che avrebbe dovuto riportare i nomi di tutti i caduti del comune. Peraltro, il Barca «con pensiero veramente nobile» si era offerto spontaneamente di eseguire l’opera del tutto gratuitamente, chiedendo solo il rimborso delle spese. Purtroppo, oltre che festeggiare per i successi, toccava anche provvedere a commemorare i caduti, e sono stati 47


tanti, e darsi cura di accogliere nel migliore dei modi gli invalidi. Di grande rilievo è stato il comportamento di due ufficiali, che sono stati giudicati meritevoli di medaglia d’argento al valor militare. Si tratta dei sottotenenti Alfonso Zito caduto il 17 giugno 1915 lungo un fiumiciattolo nei pressi del Brenta e di Giuseppe Zerbi, volontario e intruppato tra gli alpini del battaglione di Cesare Battisti, deceduto sul monte Coston il 16 maggio 1916. Nelle giornate del 15 aprile e 3 giugno 1917 il sindaco Domenico Simone e la giunta si sono portati a Reggio al fine di ricevere solennemente la medaglia offerta in onore dei due eroici sottotenenti. Nel giugno del 1916 una carrozza portava a Oppido l’«ammalato» Vincenzo Lipari accompagnato dal caporale Giovanazzo. Evidentemente, si trattava proprio di un caso d’invalidità dato che il Lipari è stato uno tra i tanti invalidi oppidesi a causa della guerra. A settembre del 1916 medesimo la giunta emetteva mandato di pagamento a favore di Vincenzo Frascà, sicuramente il noto storico locale, per materiale utile a formare un’epigrafe fornito al comune «nella circostanza di un servizio funebre fattosi alla chiesa cattedrale per commemorare la memoria degli (sic!) soldati oppedensi (sic!) e delle borgate morti gloriosamente in guerra». E nello stesso mese disponeva di saldare il conto con Salvatore Stillitano a proposito di un mezzo busto inviato a un “comitato di assistenza civile di Reggio Calabria” al fine del sorteggio assieme ad altre cose per la «Lotteria di beneficenza istituitasi a favore delle famiglie dei militari morti in guerra». In questo caso, sicuramente, bisogna fare riferimento a qualcuna delle opere in gesso di Salvatore Albano, toccate in eredità, tra le altre, anche alla famiglia Stillitano27. Ma, a parte i 117 caduti e i 51 mutilati e invalidi di guerra rilevati, la popolazione oppidese, come tutte le altre, ha dovuto fare i conti con una situazione economica non proprio brillante e tanti sono i particolari che si pos-

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ACO, delibere della giunta.

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sono ricavare dalle varie delibere comunali. In verità, in ogni tempo di guerra, al bisogno indispensabile della gente di sfamarsi ha sempre corrisposto l’ingordigia di commercianti e borsari neri tendenti sempre ad arricchirsi infischiandosene di chi era meno o per nulla abbiente. Il dio denaro, si sa, ha sempre dominato i cuori e le menti e le amministrazioni locali hanno in qualche modo tentato di porvi riparo, ma non sempre con successo. Già alcuni mesi prima dello scoppio della guerra, ormai altamente prevedibile, il 6 febbraio 1915 il consiglio ha disposto l’accensione di un mutuo a breve scadenza di £ 10.000 col “Consorzio Agrario Provinciale di Reggio Calabria” al fine dell’acquisto di cereali «per evitare il caro prezzo dei detti generi in danno della popolazione». Ma nella susseguente riunione di giunta del 10 marzo è insorto il timore che, datosi che la delibera andava soggetta all’approvazione dell’organo tutorio, si sarebbe potuto provvedere alla bisogna con molto ritardo e quando il consorzio avrebbe già potuto vendere i prodotti ad altri. Un tale inconveniente avrebbe fatto «restare illusorio l’impegno preso dal Consiglio Comunale a favore dell’intera cittadinanza». È venuto allora in aiuto, però doveva già averlo fatto, il consigliere Giuseppe Caia, delegato del sindaco proprio per il settore alimentare, il quale si è offerto di anticipare l’importo occorrente alla prima spedizione dietro restituzione a prestito realizzato o comunque non più tardi di due mesi. Ma, se il provvedimento in questione è stato ufficialmente varato nell’occasione, Caia doveva aver già ottemperato all’acquisto di 250 quintali di grano per la somma quantificata. Il prodotto era stato trasportato in Oppido da Vincenzo Laruffa e dallo stesso sistemato in deposito. Una volta in possesso del grano, la giunta ha stabilito di venderlo in ragione di £ 43,80 al quintale e nella quantità indicata dalla commissione comunale, che faceva capo all’assessore Saverio Guida, allo stesso Caia e a Diego Tramontana, che aveva funzioni di segretario. Per le famiglie la concessione non doveva ec-

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cedere il fabbisogno per un mese e le stesse erano in obbligo di segnalare se possedevano un forno e, in caso negativo, di quale forno si sarebbero servite per infornare quanto volevano panificare. La pubblica vendita del pane al dettaglio veniva fissata in £ 0,45 al kg. Sul finire di ottobre del 1916 l’amministrazione comunale oppidese si vedeva costretta «ad imporre un calmiere sui generi di prima necessità e di largo consumo, i cui prezzi sono anche resi più gravi dalle esose pretenzioni dei rivenditori»28. Siccome, però, il regolamento di polizia urbana non comprendeva tra i generi commestibili e combustibili il latte, le uova, i cereali, i legumi, le patate e legna e carbone, si è venuto in quell’occasione a disporre la modifica dello stesso. In merito a invio di «grano, farine e riso» il sindaco di Tresilico si è recato a Reggio nei giorni 9 e 10 agosto 1917, onde parlarne col prefetto29. Sicuramente, in tutti i paesi dell’Italia la vita si rendeva difficile nel periodo della guerra, ma in ogni modo non si rimaneva sordi alle richieste di coloro che stavano peggio. Il 22 agosto del 1916 la giunta, in seguito a nota del 14 precedente inviata dal direttore dello” Opificio di Colleganza” di Mestre elargiva £ 20 per l’acquisto di un «quadro allegorico ricordante la redenzione dei nostri fratelli», somma che sarebbe servita ad aiutare «gli operai di quei Stabilimenti, privi di lavoro a causa della attuale guerra, trovansi disoccupati e versano in ristrettezze finanziarie»30. Come in tanti altri paesi, anche in Oppido l’amministrazione comunale si è trovata in impasse nell’ultimo anno di guerra e i motivi riescono piuttosto chiari. Così relazionava l’11 agosto 1918 in udienza al luogotenente generale del Re, principe Tommaso di Savoia, il ministro dell’interno e presidente del consiglio Orlando: «Altezza! /Sin dal settembre dello scorso anno il prefetto di Reggio Calabria dovette affidare l’amministrazione del Ivi, delibere del consiglio e della giunta. Ivi, delibere della giunta comunale di Tresilico. 30 Ivi, delibere della giunta. 28

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comune di Oppido Mamertina ad un suo commissario, nove su venti consiglieri assegnati al Comune essendo dimissionari, e sette richiamati alle armi./ Non potendosi nelle eccezionali contingenze del momento e stante la assenza per servizio militare di numerosi elettori procedere alla convocazione dei comizi elettorali per la reintegrazione della rappresentanza elettiva, ed occorrendo d’altro canto dare all’amministratore straordinario più ampi poteri per metterlo in grado di provvedere adeguatamente alle esigenze della civica azienda, appare indispensabile, come ha ritenuto anche il Consiglio di Stato in adunanza del 1° agosto, lo scioglimento del Consiglio Comunale, per fare luogo alla gestione straordinaria di un Regio Commissario./ Al che provvede lo schema di decreto che mi onoro sottoporre alla firma di Vostra Altezza Reale». Naturalmente, il luogotenente non poteva che provvedere di conseguenza nella stessa data e nominare un commissario. Era questi il dott. Stefano Adinolfi, che avrebbe dovuto attendere fino all’insediamento del nuovo consiglio, ma il 22 settembre susseguente veniva egli sostituito dal sig. Liborio Gionsiracusa, di cui abbiamo già riferito31.

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“Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia”, n. 254, 25 ottobre 1918, 1918, p. 3052. 51


La piazza maggiore di Oppido con ancora in buono stato il palazzo Grillo (a dx).

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L’EPIDEMIA INFLUENZALE NOTA COME “SPAGNOLA” TRA 1918 E 1919

Come se non fossero bastati quattro lunghi anni di guerra, che tra 1915 e 1918 hanno mietuto ben diecimila vittime, all’ultimo, quasi a conflitto concluso, ci si è messa di mezzo anche una terribile epidemia influenzale, che, per il fatto che inizialmente se n’è venuto a trattare solo nei giornali spagnoli liberi di riportare le notizie che credevano non essendo la Spagna uno stato belligerante, è stata conosciuta appunto come “la spagnola”. Ancora oggi i nostri vecchi, nel riandare a quel tempo, ricordano una grande e interminabile morìa che nei paesi l’ha fatta da padrona e che durante la guerra si è detto volutamente circoscritta alla penisola iberica, anche perché, non risultando ancora dei morti a proposito, non si volevano allarmare le popolazioni. In verità, il virus spagnolo proveniva da tutt’altra sponda essendo state le truppe americane, come di recente si è accertato, a portarlo in Europa sin dal 1917. Nel gergo popolare si raccontava che la gente moriva come le mosche e in effetti, quando il male si è ripresentato in tutt’altra forma, cioè tra settembre 1918 e aprile 1919, quindi durante il maggiore periodo di espansione, sono decedute ben 50 milioni di persone, toccando il numero degli ammalati il vertice di un miliardo. Veramente impressionante doveva essere all’epoca la situazione32. Sicuramente, allo svilupparsi del male ha dovuto contribuire grandemente soprattutto la carenza d’igiene dovuta principalmente agli ammassamenti delle truppe sia al fronte che nelle retrovie e agli stessi reduci che a loro volta hanno contagiato i paesi che ancora ne erano im32

Ved. in particolare EUGENIA TOGNOTTI, La «spagnola» in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (19181919), Franco Angeli, Milano 2002. 53


muni. Si calcola che in Italia i morti di spagnola siano stati 375.000, mentre in Austria addirittura due milioni. Altro che malattia di tipo benigno o “strana febbre dei tregiorni”, come l’aveva definita l’agenzia spagnola, che per prima se n’era interessata! Anche in Calabria la pestilenza si è presentata in tutta la sua virulenza, e non poteva essere diversamente a causa dello spostamento di militari, rientri di reduci e profughi. Non sappiamo esattamente il numero delle vittime, ma di queste ce ne saranno state parecchie, per cui si va dagli ottanta decessi di Scilla ai duemila di Nicastro33. A Oppido nelle tre infelici annate si sono contati rispettivamente 611 decessi e buona parte di essi quasi certamente riguardava persone incappate nella crudele infezione. Purtroppo, lo studioso oppidese Vincenzo Frascà, vissuto al tempo e autore di una monografia sulla cittadina, non ci ragguaglia punto in merito. Scrive appena che «Dopo Caporetto, nel periodo più acuto della penuria, le felicitazioni della “Spagnuola” erano alternate quotidianamente coi tristissimi annunzi alla posta ed al telegrafo»34. Non conosciamo quando si è potuta verificare la prima avvisaglia del contagio e il primo decesso in proposito, ma i registri comunali ci danno conto che le disinfestazioni dell’abitato venivano condotte di frequente e che militari della sanità sono stati presenti a tempo, anche perché già vi operavano dei distaccamenti di soldati. La presenza del tenente medico Raffaele Sodano è avvertita prima del 15 settembre 1918 a tutto il primo ottobre e quegli figura alloggiato nell’albergo di Giuseppe Lentini, mentre i pasti giornalieri li consumava nel vicino TresiliFULVIO MAZZA, La politica e la vita civile fra evoluzione e discontinuità, “SCILLA storia cultura economia”, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 2002, p. 141; VINCENZO VILLELLA, GIUSEPPE MASI e ANTONIO BAGNATO, Dal decennio francese al primo conflitto mondiale: rivoluzione, politica, cultura, “Lamezia Terme…”, 2001, p. 195. 34 FRASCÀ, Oppido Mamertina …, p. 265. 33

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co presso la profuga Leonida Pettarin. Per lo stesso periodo sarà rimasto in Oppido altro tenente farmacista, Gustavo Bonardi, «venuto per coadiuvare l’unico titolare di farmacia sig. Simone in questo momento di grave ed immane lavoro». Risulta aver egli ricevuto ospitalità a volte da Antonina Luppino, che doveva essere una fittacamere e altre volte da Vincenzo Frisina35. L’unica fonte al fine di verificare il numero dei morti nei vari anni e per seguire in un certo qual modo l’andamento della morìa sono sufficienti i dati che si ricavano dai registri dei morti dello stato civile di Oppido e di Tresilico, comuni autonomi prima dell’accorpamento avvenuto nel 1927. Ecco perciò le varie cifre distinte per anno e mese: Oppido anno 1917 1918 1919

Tresilico morti 147 324 140

anno 1917 1918 1919

morti 32 139 35 16 20 11 13 14 11 11 13

mese e anno

Oppido mese e anno

Ago. 1918 Set. “ Ott. “ Nov. “ Dic. “ Gen. 1919 Feb. “ Mar. “ Apr. “ Mag. “ Giu. “ 35

morti 24 69 28

Tresilico Ago. 1918 Set. “ Ott. “ Nov. “ Dic. “ Gen. 1919 Feb. “ Mar. “ Apr. “ Mag. “ Giu. “

morti 8 35 6 6 2 3 2 1 4

ACO, delibere della giunta. 55


Oppido Sett. 1918

giorno “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30

Tresilico morti 3 3 4 2 4 3 5 7 11 3 7 10 5 1 3 4 3 4 3 10 9 2 4 13 2 3 2 4 3 1

Sett. 1918

giorno “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “ “

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30

morti 2 2 2 1 2 2 3 2 1 1 3 2 2 2 3 1 2 1 1

Mentre la gravissima morìa andava lentamente spegnendosi, sepolti i morti e ripreso un normale iter di vita, si è stimato doveroso mettere nel dovuto risalto le persone che, a sprezzo del pericolo e senza nulla lasciare

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d’intentato, si erano impegnate nel portare aiuto ai sofferenti. Il compito è spettato al commissario straordinario Liborio Gionsiracusa, il quale, assistito dal segretario avv. Pasquale Frisina, ha deliberato di conseguenza. Anche se l’epidemia si è protratta ancora fino ad aprile 1919, con l’arrivo dell’inverno 1918 il momento clou era già passato. Come si vede dalle tabelle, il mese più terribile è stato settembre, quando solo a Oppido si sono verificati 139 decessi con un picco di 13. Un encomio solenne è stato indirizzato il 6 novembre al comandante del distaccamento, Gaetano Alfì, il quale, pur dimorando in Oppido con altri compiti «in occasione della recente epidemia d’influenza ha spiegato tutta la sua intelligente attività provvedendo proprio nel momento in cui il male infieriva a mezzo dei suoi soldati a importanti servizi profilattici; […] colpito anche lui gravemente dal morbo allorquando incominciò a guarire anziché richiedere la licenza di convalescenza che certamente non gli sarebbe stata negata preferì mentre la malattia perdurava rimanere al suo posto per continuare la sua preziosissima opera». Del documento, che ciò riportava, s’inviava copia al sottoprefetto a Palmi e al comandante del deposito del 20° reggimento fanteria di Reggio Cal. Il 10 novembre, vale a dire quattro giorni dopo, il commissario Gionsiracusa, rivolgeva il doveroso plauso anche al farmacista prof. Vincenzo Simone, che «si è distinto in occasione della recente epidemia d’influenza» e per cui non sono mancati gli apprezzamenti per il suo impegno. Queste le motivazioni per la delibera di concessione di plauso: «essendo egli l’unico farmacista del Comune ha dovuto intensificare la sua attività rimanendo nella farmacia, a disposizione del pubblico in tutto il tempo del giorno fino a notte avanzata; […] quando il male maggiormente infieriva e quindi ancor di più si sentiva il bisogno delle medicine […] , sempre instancabile e paziente non ha mancato di prestare l’opera sua affettuosa e per diverse volte a notte inoltratissima, recandosi noncurante della sua salute dalla propria casa di abitazione alla farmacia; […] gl’Ill.mi Ispettore Superiore del Ministero e Medico Provinciale in occasione della loro improvvisa 57


ed accurata visita nel trovare la farmacia […] ben corredata di farmaci purissimi han constatato essere i prezzi praticativi più che modici tanto che in un rapporto hanno avuto parole molto lusinghiere; […] nella contingenza in parola ha dato grande prova di sacrifizi e di abnegazione». La delibera in questione è stata inoltrata al sottoprefetto, al prefetto, al deputato Nunziante, al ministro dell’interno e al medico provinciale «perché ne abbiano conoscenza e voglian provvedere in modo che tanto sacrifizio abbia la meritata ricompensa». Quest’ultima richiesta era stata rivolta parimenti per i tre medici36. Particolare curioso. All’epoca i giornali decantavano pozioni e preparati. Tra i tanti, si ricordano l’acqua di Colonia PIM e la Pozione Arnaldi, i cui marchi si trovano ancora oggi in commercio. Un plauso, e non poteva mancare, era rivolto ai tre medici locali Giuseppe Ioculano (questi era però deceduto nel corso dell’anno), Domenico Mittica e Francesco Andiloro, che si erano avvalsi della collaborazione del citato tenente medico Raffaele Sodano. Questi i titoli di merito dei tre, distintisi «per la cura diligente e affettuosa apprestata ai numerosi infermi», come segnalati nel documento di plauso: «nel mentre il compianto dott. Ioculano noncurante del male che lo affliggeva e che lo condusse alla tomba, ed il dott. Andiloro quantunque ammalati, non hanno saputo negare il loro aiuto a quanti li hanno richiesti, d’altra parte il dott. Mittica sia quale ufficiale sanitario sia come libero esercente con vera abnegazione ha intensificato la propria opera prestando servizio non solo nella borgata di Messignadi ma anche in Oppido centro, coadiuvando grandemente gli altri suoi colleghi; [… ] tutti i tre […] hanno dato nella contingenza in parola luminosa prova di ogni sagrifizio riuscendo così a strappare dalla morte grande numero di infetti dal morbo letale; […] riuscirono con tale nobile atto ad accattivarsi la benevolenza dell’intera popolazione la quale entusiasta ne esterna la più viva riconoscenza». Anche l’espressione di voto di plauso per i succitati medici si è fatta conoscere al sottoprefetto, al prefetto, 36

ivi, delibere del commissario prefettizio.

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al deputato del collegio marchese Ferdinando Nunziante, al ministro dell’interno e al medico provinciale. Nel 1918 la terribile epidemia è venuta a colpire anche Tresilico. Dagli atti apprendiamo che sono stati parimenti inviati in paese dei militari onde provvedere alla disinfestazione e tra essi un tenente medico, tale Martorana, che vi ha sostato dal 17 al 29 settembre e dal 9 al 17 ottobre. In agosto era stato presente il capitano G. Fundarò. Vari sono stati allora gli interventi in favore della popolazione. Il comune ha stanziato la somma di £ 150, mentre la prefettura si è fatta avanti con altre 600. Si è verificato anche un intervento della croce rossa americana, che ha partecipato con 3 casse di latte condensato e una cassa di brodo a pro degli infermi37. Prima che la spagnola facesse la sua sinistra apparizione, forse non erano mancati i segnali di possibili epidemie. Infatti, già in data 5 giugno 1918 il commissario prefettizio di Oppido, Marcello Grillo, a parte le disinfezioni di rito ordinate, aveva riconosciuto «la necessità di provvedere allo spaccio della neve in questa stagione estiva, in vista che le malattie epidemiche ed infettive sono più facili a svilupparsi con grave danno dell’igiene e salute pubblica». Purtroppo, un tale prodotto era divenuto raro. Si avvertiva scarso nel luogo solito in cui si prelevava, la località Nardò o Montalto in zona di S. Luca, verso cui portavano «strade quasi impossibili», per cui bisognava cercarlo più lontano. Ne discendeva che il prezzo all’ingrosso, già piuttosto alto, da 15 cent. al kg doveva essere portato a 20. Nonostante si trattasse di un aumento “tenuissimo”, il comune è stato obbligato a scendere a patti con l’unico che avesse fatto domanda d’incaricarsi della bisogna, Rocco Musicò di Natale, ma questi, oltre al prezzo maggiorato, ha preteso un sussidio di £ 400 da pagarsi in due rate. Non si poteva agire diversamente, per cui il commissario ha dovuto giocoforza accettare le varie clausole38. 37 38

ivi, delibere della giunta di Tresilico. ivi, delibere del commissario prefettizio. 59


Negli ultimi tempi si è avvertito un revival di studi sul grave morbo, che così tanto crudelmente ha colpito il mondo nel primo dopoguerra mondiale, soprattutto in riguardo all’Italia Centrale. Nel 1991 Adele Valcavi si è occupata del fenomeno a Reggio Emilia39, mentre nel 2006 Gian Carlo Niccolai e Paolo Nesti a Pistoia40. Un convegno è stato invece tenuto nel 2009 a Pisa da due illustri clinici cattedratici, Gino Fornaciari e Ugo Rovigatti, il cui tema è alquanto emblematico: L’epidemia dimenticata. L’influenza “Spagnola” del 1918-19. Studiare il passato per prevenire il futuro41.

ADELE VALCAVI, La febbre spagnola a Reggio Emilia, indagine sull’epidemia influenzale del 1918-19, Reggio Emilia 1991. 40 GIAN CARLO NICCOLAI-Paolo Nesti, Un’epidemia dimenticata La Spagnola a Pistoia, Pistoia ISRPt 2006. 41 wwwpaleopatologia.it.

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La Befana Fascista

La colonia “Italo Balbo”

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Quella che oggi è la piazza Concesso Barca (all epoca, probabilmente, vi si svolgeva la fiera della SS. Annunziata)

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DALLA CONCLUSIONE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE VERSO IL TRAMONTO DELLA COSIDDETTA ERA FASCISTA

La lunga e crudele guerra combattutasi per ben quattro anni tra gli eserciti della triplice intesa e della triplice alleanza, quest’ultima senza l’Italia passata armi e bagagli sul fronte opposto, si è conclusa con un armistizio l’11 novembre 1918. Essendo stata vinta anche col determinante aiuto degli Stati Uniti d’America, in Italia, per l’euforia del momento pure se temperata dalla cosiddetta vittoria mutilata, si è sviluppata allora una corsa ai festeggiamenti e all’esaltazione. Dopo tanti sacrifici e privazioni era ormai arrivata l’ora di dare libero sfogo alla gioia, anche se i problemi della vita quotidiana continuavano a restare insoluti, anzi a peggiorare sempre più. Il 29 dicembre 1920 l’assessore avv. Vincenzo Foti Oliva veniva a dimettersi dalle sue funzioni, in quanto investito di un impegno maggiore e più utile sicuramente alla cittadinanza, che ancora penava per gli effetti del lungo conflitto, quello di direttore degli approvvigionamenti. E il suo lavoro nel campo doveva essere riuscito proficuo sin dall’inizio se appena il 21 febbraio susseguente il consiglio comunale gli decretava un voto di plauso «per l’opera attiva, intelligente ed energica che egli spiega nel difficile incarico», che gli aveva permesso di ottenere «risultati assai brillanti nell’interesse dell’amministrazione e della popolazione». Un voto di encomio gli era concesso ancora in una successiva seduta. Si doveva esclusivamente a lui «se la popolazione ha potuto avere distribuito il grano di ottobre 1920 che non era stato distribuito a circa 1800 persone; cosa che si è potuto fare soltanto ora dimostrando così continua e vigile diligenza nella distribuzione dei generi tesserati togliendo ogni possibilità di abuso e di sperpero». In verità, in contingenze del genere gli approfittatori non sono mai mancati!

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Precedentemente al febbraio del 1919 la vendita di grano, farine e cereali vari era sottoposta in Oppido al controllo del comune e persisteva nell’impegno ancora Diego Tramontana, incaricato della compilazione dei boni e del loro relativo rilascio. Ma, in seguito a disposizioni ministeriali, dopo l’impianto di un magazzino comunale con la «istituzione degli elenchi nominali degli aventi diritto al razionamento», Tramontana cessava dalla funzione e venivano a occuparsene gli impiegati Francesco Meligrana e Adolfo Panetta. Sicuramente, nessuno era contento del grave stato di cose che si avvertiva e spesso non mancava chi parlava a sproposito fornendo esca a moti inconsulti. La fame è stata sempre una cattiva consigliera! Avendo il cantoniere Pietro Caracciolo nel luglio 1920 dichiarato in pubblico che i due trattenevano nelle proprie case vettovagliamenti sottratti al magazzino, si è dato luogo a «una dimostrazione popolare, che avrebbe potuto avere gravi conseguenze», cosa per cui lo stesso il giorno 7 è stato sospeso dal servizio e dal salario a tempo indeterminato42. Nel 1919 si era venuta a verificare una sollevazione popolare che ha portato all’assalto di vari negozi siti sulla piazza maggiore come quelli di Vitale Cannizzaro e di Nino Furci, al ferimento di una donna a un piede, che sarebbe deceduta a tal motivo qualche giorno dopo e all’arresto dell’autore, Andrea Carrano, altro negoziante. Questi, con i familiari stava in timore che il saccheggio cui erano incappati gli altri e operato dalla folla in tumulto sarebbe toccato anche alla sua rivendita, che si trovava poco più giù, sulla via Mamerto oggi Garibaldi. Purtroppo, lo stesso è morto poco tempo dopo ch’era uscito dal carcere, il 22 dicembre 1919. Raccontava la mia nonna materna, che abitava nella piazza Mamerto, a poco meno di un centinaio di metri dal luogo degli eventi, che poteva osservare il via vai della gente che scendeva con carichi d’ogni genere e con la farina che si andava versando dai sacchi

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ivi, delibere della giunta.

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strappati di mano in mano. Carrano ha sparato allorquando ha visto la folla scendere strepitando lungo la detta via e quando la stessa era ormai prossima al suo negozio. La difficile situazione degli approvvigionamenti alimentari si protrarrà ancora per vari anni, tanto che in una delibera di giunta dell’1 maggio 1922 fa d’uopo leggere: «per la vergognosa ingordigia degli speculatori paesani e forestieri, sul mercato di questo Comune non è più possibile trovare alcun genere di verdura, come cipolle, lattughe, scarola ecc. […] la piazza per le stesse ragioni, è rimasta, da un certo tempo a questa parte, completamente sprovvista di cereali freschi, come piselli e fave […] i venditori di simili generi, non appena l’Amministrazione Comunale ha tentato di impedire l’enorme rincaro, assolutamente non corrispondente ai prezzi fatti negli altri Comuni, hanno subito dichiarato lo sciopero, disertando il pubblico mercato, e tentando di vendere i generi alla chetichella a prezzi ancor più scandalosi […] un tal fatto ha prodotto vivo allarme nella cittadinanza poiché - stante la tristezza dei tempi attuali e le poche liete considerazioni in cui versa la maggioranza della popolazione - le verdure ed i cereali freschi costituiscono il primo alimento di essa, composta in massima parte di contadini ed operai, che non possono certo mangiare ogni giorno carne e pasta». Era davvero un frangente quello descritto che non poteva non generare una viva inquietudine e spingere ad agire. Infatti, il comune in quella stessa data era costretto a giudicare che il regolamento di polizia urbana non fosse più adatto «ad impedire simili camorre» perché concepito in tempi in cui, in effetti, verdura e cereali non erano ritenuti generi di prima necessità. Di contro, nell’attualità tali si qualificavano «il solo possibile alimento della povera gente», che risultava poi la maggioranza e, mentre olio, vino e pane calavano di prezzo addirittura ben della metà dell’anno precedente, verdure e legumi freschi rincaravano in modo crescente. Per cui, l’amministrazione aveva davanti a sé ancora una volta la stessa soluzione pensata e attuata per gli anni di guerra, il calmiere. Quindi, veni65


va a decretare che fino a quando speculatori e bagarini non avessero cessato d’imporre la loro volontà, verdure e legumi freschi dovevano essere tenuti in conto di generi di prima necessità, per cui stabiliva altresì d’invitare il giudice al fine della compilazione del calmiere provvedendo di conserva anche alla sua applicazione43. Nonostante tutto, autorità e popolazioni, tornata finalmente a regnare la pace, si sono dati anima e corpo alle iniziative più varie onde glorificare i fasti di una guerra vittoriosa, che sono alla fine culminate nel fatidico monumento ai caduti, presente con rare eccezioni anche nel più sperduto paesello. A Oppido tutto si è avviato sicuramente dall’offerta che ha fatto lo scultore di casa, ma residente a Firenze, Concesso Barca, il quale per una sua opera è venuto a chiedere soltanto il rimborso delle spese vive, 13.000 lire. Infatti, facendo riscontro a tale decisione, il commissario prefettizio che reggeva il comune in data 12 luglio 1919, avendo visionato il progetto «simboleggiante la Vittoria delle nostre armi», approvava una risoluzione per l’erezione sulla piazza Umberto I di un monumento con incisi i nomi dei caduti in guerra del centro e delle frazioni44. Il discorso del monumento è stato ripreso da un’amministrazione democraticamente eletta il 20 agosto 1921. A inizio di seduta di consiglio svoltasi in quella data il nuovo sindaco Domenico Grillo ha avvisato come fosse «suo fermo intendimento onorare la memoria dei caduti in guerra con un monumento degno di loro, delle loro gesta, e del paese, mai secondo ad altri in simili doveri». Aggiungeva che per tale opera aveva ricevuto assicurazione da parte della gente di contribuire con offerte e che intanto già la locale filodrammatica aveva versato la somma raccolta nell’occasione di una recita effettuata proprio a tale scopo. Per cui, aveva invitato lo scultore Barca a fondere dei bozzetti, che sarebbero stati fatti conoscere alla cittadi43 44

ivi, delibere della giunta. ivi, delibere del commissario prefettizio.

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nanza, onde esprimere un parere prima dell’ordinazione. Ove non si fosse raggiunta la somma occorrente, avrebbe provveduto il comune attingendo agli «utili dell’azienda annonaria». Necessitando per la raccolta dei fondi una commissione, ne veniva quindi a elencare i nomi dei componenti. Si trattava, indubbiamente, di importanti personalità che avrebbero ben potuto impegnarsi per la realizzazione di quanto stava a cuore di tutti. Erano i capitani cav. Domenico Mittica, dott. Giuseppe Lando e Nicola Zerbi, i tenenti dott. Domenico Guida, Vincenzo Burzomato, Giuseppe Leale, Riccardo Gerardis, Alfredo De Zerbi, dott. Andrea Musicò, Pasquale Musicò, Giuseppe Ferraris, avv. cav. Carmelo Contestabile, avv. cav. Domenico Simone, dott. Domenico Mazzeo, Salvatore Pastore, Giuseppe Trimboli, Vincenzo Scarcella di Salvatore, Vincenzo Scarcella di Francesco e dott. Gaetano Tripodi. Gli stessi avrebbero scelto tra di loro il presidente. Inutile dire che alla fine di una tale elencazione il consiglio è venuto ad approvare «per acclamazione». Sull’argomento dell’erezione del monumento si è discusso ancora nella seduta del 21 agosto 1922, ma l’inaugurazione dello stesso è avvenuta il 16 settembre successivo in coincidenza con la festa religiosa primaria di Oppido consacrata alla Madonna Annunziata. Di tutto quanto verificatosi in quella solenne giornata ne ha dato un completo resoconto nella seduta dell’11 novembre il nuovo sindaco Saverio Guida, il quale ha tenuto a sottolineare come Oppido «è stato uno dei paesi che maggior messe di sangue ha portato in sacrifizio alla Patria: E son lì ad attestarlo i cento e più morti, i numerosi dispersi, i cui nomi costituiscono il nostro legittimo orgoglio, perché sono i nomi della più pura gioventù Oppidese immolatasi per questa Italia immortale». Come si può immaginare, le frasi ampollose e pervase di acceso nazionalismo saranno state all’ordine del giorno. Le reclamavano i tempi e il modo di pensare e di vivere della popolazione, come le altre ancora attaccata ai sensi più vivi dell’amor patrio. Hanno partecipato quel giorno a Oppido un drappello 67


di soldati del 20° fanteria «Reggimento Calabrese per eccellenza, che tante fulgide prove di eroismo ha dato nella fronte Italiana e nei martoriati campi di Francia» con il loro comandante colonnello Paleologo e in testa la bandiera, ma non mancava quella tricolore, un gruppo di ufficiali e sottufficiali decorati al valore, tra cui era presente la «medaglia d’oro Gusmano» (maresciallo maggiore Angelo Cosmano della vicina Molochio), il sottosegretario alla marina Nicola Serra in rappresentanza del governo, i deputati Giuseppe Albanese, Demetrio Tripepi, il prefetto, il sottoprefetto, il vescovo della diocesi, consiglieri e sindaci del mandamento, l’ing. capo del genio civile di Palmi, il segretario della sezione del partito popolare italiano, il comandante della compagnia dei reali carabinieri e vari altri. Hanno preso la parola l’on. Giuseppe De Nava, il ministro della pubblica istruzione Antonino Anile, gli onorevoli Giuseppe Maria Cappelleri, Filippo Lofaro e Spartaco Fazzari, un certo Torre, l’ing. capo del genio civile, il presidente del tribunale di Palmi e altre autorità. Ha porto il ringraziamento a tutti gli intervenuti con vive parole di elogio per i componenti del comitato pro-monumento, presidente avv. Nicola Zerbi e segretario dott. Gaetano Tripodi e per lo scultore Barca, che ha operato «con anima di artista e con fede di Italiano», il sindaco Guida. Questi ha tenuto pure, prima di dare un resoconto delle spese sostenute, a specificare quale era stato l’iter politicoamministrativo della pratica. Il promotore del progetto era stato il commissario prefettizio Gionsiracusa, ma «la buona volontà ed il concorde sentimento s’infransero contro gli ingenui tentennamenti dei reggitori del Comune». Il disegno è stato ripreso con uno dei primi atti dal sindaco Domenico Grillo e, dopo le dimissioni di questi, continuato dal medesimo commissario. Le effettive spese per il monumento sono state in ragione di £ 29.146, ma, non risultando sufficiente la raccolta popolare, il comune ha provveduto con 5.000. Altre 3.259,40 lire erano servite per l’inaugurazione del manufatto ed erano relative, tra l’altro, ad alloggio dei militari 68


nell’albergo Lentini e all’offerta di dolciumi, spumanti e birra ai partecipanti. Insomma, tutto nella migliore tradizione. Per una tale somma il comune avrebbe fatto richiesta al governo a integrazione del bilancio45. Anche nel piccolo comune di Tresilico la guerra si è dovuta sentire e l’amministrazione dello stesso ha sicuramente fatto fronte a tanti impegni, ma dai residui registri delle deliberazioni emergono scarse notizie. Il 5 agosto del 1916 si rispondeva positivamente con un contributo di £ 100 a pro dell’erezione di un «ricovero per gli invalidi della guerra del Circondario di Palmi» e con altro di £ 200 in sottoscrizioni di schede al fine di aderire al «Patronato Provinciale per gli Orfani dei contadini morti in guerra»46. Nel terzo anniversario della conclusione del conflitto, cioè nel 1921, a Tresilico autorità e cittadini hanno celebrato l'avvenimento nella chiesa parrocchiale. Nella foto ricordo, oltre ai partecipanti «(Sindaco Cav. Cananzi, assessori, consiglieri, segretario, impiegati, salariati municipali […] di Tresilico (Reggio Calabria) all'uscita della cerimonia solenne fatta in chiesa nella ricorrenza del terzo anniversario della Vittoria)», campeggia la seguente epigrafe: Al Milite Ignoto Simbolo di tanti oscuri eroi che la vita immolarono alla Patria per farla libera e grande l'Italia oggi nel terzo anniversario della Vittoria e nel nome di Roma con solenne rito offre su l'altare della Patria nell'eterno riposo la corona della gloria ________ Tresilico reverente unisce il suo umile omaggio

45 46

ivi, delibere del consiglio. ivi, delibere del consiglio comunale di Tresilico. 69


Sicuramente, una tale manifestazione dev’essere stata concomitante allo scoprimento di una lapide sulla facciata della torretta con l’orologio contenente i nomi dei caduti del paese. Purtroppo, tale manufatto recante un piccolo lavoro in bronzo, un elmetto, che ricordo benissimo, è stato prima bersaglio dei monelli, quindi è finito ancor più malamente in occasione di un restauro. La nuova lapide è del 2008. Nel 1927 il podestà figurava presidente di un comitato «per l’erezione di una chiesa pei Caduti del Piave»47. La sospirata pace dopo una contesa così cruenta non ha portato solo rose e fiori e manifestazioni di giubilo, ma ha recato seco tantissimi problemi, che in breve sono stati forieri di gravissime conseguenze. Una galoppante inflazione e una mancata sistemazione dei reduci soprattutto con la promessa assegnazione delle terre ai contadini non mantenuta hanno prodotto tra le popolazioni divisioni insanabili. Nel periodo 1919-1920, il cosiddetto biennio rosso, così chiamato per le frequenti occupazioni violente di terre e fabbriche operate sotto la spinta del verbo socialista e le reazioni altrettanto brutali di agrari e industriali, i quali paventavano l’estensione della rivoluzione russa in Italia, ha reso il paese ingovernabile. Nemmeno l’uomo di Dronero, Giolitti, politico di razza, è riuscito a venire a capo della situazione e il suo ultimo governo, che è durato poco più di un anno, dal giugno 1920 al luglio 1921, ha lasciato aperte le porte all’avventura. I liberali ormai dovevano fare i conti, oltre che con i socialisti, con due forze nuove, i popolari di d. Luigi Sturzo e i fascisti di Benito Mussolini. Nelle elezioni del 16 novembre 1919 i socialisti avevano avuto la meglio con 156 deputati, i popolari si erano presentati in parlamento con ben 100, aumentati dal 16 maggio 1921 a 108, mentre i fascisti in quella prima tornata elettorale erano stati clamorosamente sconfitti. Si rifaranno e come, iniziando proprio dalle elezioni del

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ivi, delibere del podestà.

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1921. Giolitti, che pensava di poter far decrescere popolari e fascisti o quantomeno di imbrigliare questi ultimi fra i moderati, come si vedrà, ha fallito nei suoi intenti, per cui ha pensato bene di ritirarsi a vita privata. A quei tempi la lotta politico-amministrativa si era ormai acuita in senso sovvertitore un po’ dappertutto, anche in Calabria, pure se del sangue sparso nel Nord-Italia o dei pestaggi operati dalle squadracce fasciste o rosse perveniva appena un’eco. Comunque, nei nostri paesi tutti si preparavano ugualmente al peggio. Chi si preoccupava dell’approssimarsi della rivoluzione e chi attendeva di menare le mani e di prendersi qualche risibile rivincita alle spalle di qualche malcapitato, reo soltanto di sparlare a sproposito o di essere menomato fisicamente. Che bella vittoria! Dopo la «gestione catastrofica del sig. Alfredo De Zerbi» soprattutto per quanto concerneva la questione annonaria e quella del commissario prefettizio Leone, cui si concedeva la cittadinanza onoraria, il 3 novembre 1920 toccava a Domenico Grillo assumersi la responsabilità di sindaco. Era egli un cattolico militante per atavico retaggio e, naturalmente, apparteneva al partito popolare, partito di cattolici e non cattolico, come teneva a proclamare il suo fondatore. Pur militando in un tale raggruppamento, per le elezioni del 1921 è venuto a esprimersi pubblicamente in favore del presidente Giolitti. Fulmini e saette! Per un tale comportamento è stato attaccato aspramente. Ecco l’interessante intervento a discolpa del suo atteggiamento tenuto in consiglio comunale il 23 aprile di quell’anno dal Grillo, autentico galantuomo, che si faceva carico del bene dello stato piuttosto che di essere asservito agli interessi di parte, quand’anche composta di cattolici: «Quando si parlò di elezioni politiche considerando le benemerenze acquistate dall’on. Giolitti, che in momenti difficili assunse il potere salvando l’Italia dalla rivoluzione e dal fallimento, mi parve mio precipuo dovere dare tutto il mio appoggio alla lista che verrebbe raccomandata dal Governo e ciò ho creduto di fare nell’interesse del Comune, che nelle tristi condizioni in cui 71


versa con un’infinità di problemi vitali da risolvere che attendono l’approvazione del Ministero deve mettersi in condizione di dire al Governo: ho fatto il mio dovere, fate il vostro. Mi lusingavo di aver su tale proposito, che riscosse l’approvazione della Giunta, il consenso del paese anzi mi parve poter promettere l’unanimità quasi dei voti, quando mi si è obbiettato da un carissimo collega divenuto - in questo soltanto dissenziente, che, essendo noi emanazione del partito popolare, dovevamo regolare il nostro atteggiamento politico secondo le direttive di quel partito. Gli ho fatto osservare che consideravo il Consiglio Comunale come rappresentanza del paese e non del partito, quantunque degnissimo di considerazione per avere qui il gran merito di affermarsi col concorso di tutti i partiti dell’ordine per combattere i sovversivi e che perciò rimanevo nel mio proposito ma che vi avrei consultato per sapere se la mia condotta come Capo dell’Amministrazione fosse consona ai vostri principi e se quindi potevo rimanere a quel posto. Vengo perciò a chiedervi un voto esplicito che deve suonare fiducia e così saprò se debba o no continuare nella carica che, contro i miei meriti vi siete benignati conferirmi». Interessante del pari la valutazione data dal consiglio del comportamento del sindaco, che con l’astensione di uno solo, certamente lo stesso primo cittadino, alla fine gli tributava un «voto di plauso per la sua opera sempre diretta ed inspirata al bene del nostro paese». Il consiglio «Afferma che la quistione di diversità di idee in tema di valutazione politica non implica né implicherà mai diversità d’intenti o d’indirizzo amministrativo. Tanto più che sia chi vota per la lista Ministeriale, tanto chi, per proprie idealità, sostiene la lista Popolare, voterà per il Governo. Se quindi apparentemente potrà sembrare che nell’Amministrazione, per le elezioni politiche vi sia qualche piccolo dissenso; le ultime finalità, cioè quelle di sostenere i partiti di ordine, sono le medesime, producendosi così una completa fusione di sentimenti». Probabilmente, tale tributo non sarà stato sufficiente all’avv. Grillo se qualche giorno dopo è venuto a dimet-

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tersi dall’incarico. Ma le dimissioni dopo qualche giorno ancora sono rientrate, per cui nel consiglio del 28 maggio «All’ingresso del Sindaco tutti i Consiglieri si alzano in piedi e scoppia un lungo applauso a cui si associa anche il pubblico». Indubbiamente, godeva quegli di un’alta considerazione tra la popolazione. Ricordo che se ne parlava spesso come di una persona equilibrata e qualificata. Era per tutti ‘u vicipreturi, il vicepretore per antonomasia, avendo lungamente ricoperto tale carica. Nel ringraziare per la calorosa accoglienza, che l’aveva commosso, così il Grillo teneva ad affermare: «Io ritorno fra voi con lo stesso programma di amministrare con onestà, giustizia ed equanimità verso di tutti e non ho nulla da modificare a quanto ebbi l’onore di dichiarare al Consiglio il giorno in cui per la prima volta sedetti a questo posto». Tutto bene, ma a colui ch’era del pari in primo piano, l’assessore Saverio Guida, la cosa doveva scottare parecchio. Infatti, dicendosi a sua volta commosso, è venuto a recriminare su quanto stava a monte e cioè che la «Amministrazione, sorta per concorde volontà di popolo, col precipuo mandato di risollevare nel miglior modo possibile le sorti del Comune, poco mancò non cadesse in rovina per fatti che alla Amministrazione stessa, in fondo, erano estranei». Quindi, plaudendo ai dieci consiglieri, «gente di carattere fermo e sincero», che all’unisono avevano difeso le ragioni loro e del sindaco contro gli altri dieci che avevano disertato la seduta, ha riscosso gli applausi del consiglio. A sua volta il sindaco ringraziava Guida suo «valido cooperatore» e nuovamente i consiglieri per avergli espresso fiducia, prospettando che ciò gli sarebbe servito come «spinta a fare il meglio». Fin qui i convenevoli di rito, ma, proseguendo nel suo dire, l’assessore Guida non è stato tenero nemmeno col sindaco, che poco prima sembrava avere difeso a spada tratta. Rifacendo la storia di ciò ch’era accaduto, a partire dalle recenti elezioni, quando «con votazione plebiscitaria il popolo di Oppido e borgate affidava l’amministrazione della cosa pubblica» ai popolari per arrivare al difficile momento 73


della guerra e dell’imperversare dei «Commissari di ogni specie», è venuto a toccare il nocciolo della questione: «… per pure e momentanee divergenze, causate da impegni precedentemente assunti, i componenti l’Amministrazione si trovarono discordi, ma solo politicamente, alcuni mestatori paesani, per non giustificati rancori personali, credettero propizio il momento per tentare lo scioglimento del Consiglio poco curandosi di buttare il paese in una nuova lotta, pur di riuscire nello intento. Nessuna accusa specifica: non l’interesse del paese: non il bisogno di sostituire gli attuali amministratori con altri più attivi e fattivi, ma l’odio personale, ma l’intento di demolire uomini onesti e capaci, ispirava gli atti di questa gente. Non si badò a nulla, e componenti del Consiglio che fino a quel momento eccellevano per carattere e per dignità circuiti e pressati insistentemente si sentirono mancare, cedettero ai desideri di coloro che volevano rovesciare l’Amministrazione. Quindi dimissioni contro dimissioni, spettacolo indecente e miserevole davanti al pubblico attonito e nauseato!». Ciò detto, Guida è venuto a osannare i dieci consiglieri, «uomini indipendenti, retti, dignitosi, davanti ai quali bisogna inchinarsi» rimasti impavidi sulle loro posizioni. I loro nomi: Guida, Vergara, Longo, Diaco, Francesco Grillo, Mazzeo, Barca, Lando, Pristipino e Burzomato. Ma all’osanna non poteva non accompagnarsi un duro monito. Non sarebbe stato nel carattere dell’inflessibile Guida, che si manifesterà ancor più all’arrivo dei fascisti. Queste le rampogne, anche se attenuate dall’amichevole rapporto, riservate ai consiglieri e allo stesso sindaco: «Perché vi siete dimessi, onorevoli colleghi? Perché Voi Sig. Sindaco, avete disertato il posto, quando nessuna occasione vi fu data per farlo, quando pochi giorni prima, vi fu dato dall’intero Consiglio un voto di fiducia, e quando quegli che vi parla vi pregò insistentemente di rimanere al vostro posto, e di fare i vostri comodi in occasione delle elezioni politiche? Non valsero allora le preghiere di tutti, e ve ne siete andato sol perché così vi avevano consigliato coloro che prima vi avevano denigrato. Per poco non si avverò la profezia del Consi74


gliere Grillo Marcello, e di cui voi eravate bene informato, che cioè l’amministrazione avrebbe avuto poca vita, e che lui ne sarebbe stato il liquidatore! […] Mercé nostra Voi oggi potete riassumere le vostre gravi responsabilità! Con quali intendimenti? Se con quelli di amministrare con giustizia e con dignità, se con l’intendimento di servire il popolo, noi saremo con voi esclusivamente per collaborare, come per lo passato per il bene del paese. Siamo qui per questo e non per tenere il sacco a chicchessia, siamo qui per impedire con tutte le nostre forze che lo sfruttamento indecente e disonesto riprenda a vivere, siamo qui per risollevare le sorti di Oppido e borgate da tempo abbandonate. Che se poi altro sarà l’intendimento, noi che stiamo alle vedette, lo impediremo con ogni mezzo. Alla prova». Saverio Guida qualche tempo prima, nel novembre del 1920, poco è mancato non venisse inopinatamente a morte per via di una pugnalata infertagli alle spalle da uno scapestrato. Mentre si trovava nel suo palazzo del corso Vittorio Emanuele III (oggi II) gli sono giunte nitide le voci concitate del pretore avv. Alfonso Mazza a motivo di essere stato insultato villanamente proprio da «alcuni giovinastri» forse già avvinazzati, che litigavano in malo modo e che aveva invitato a calmarsi e a rientrare a casa. Resosi conto di quanto accadeva, l’impulsivo e ardimentoso Guida, in atto sindaco facente funzioni, scendeva subito in strada e provvedeva a dichiarare in arresto «il più facinoroso» della combriccola. A un momento uno dei contendenti, sbucato da un vicolo ha colpito il Guida, che, per le gravi condizioni è stato portato immantinente al locale ospedale. Si è temuto per qualche tempo per la sua vita e nella seduta di consiglio del 20 novembre 1920, nel mentre gli s’indirizzavano espressioni di vivo rincrescimento per la proditoria aggressione e gli auguri di un pronto ristabilimento, al pretore si veniva a rivolgere un voto di plauso «per il coraggio da lui mostrato intromettendosi tra i rissanti, con pericolo della propria persona, e ciò anche come atto riparatorio a cui lo Egregio Magistrato è stato fatto 75


segno»48. Il pretore Mazza è stato trasferito, su sua richiesta per motivi di salute, a Castelfranco in Miscano, ma il 16 novembre 1921 la giunta del comune di Tresilico faceva voti al ministero di grazia e di giustizia e a quello del tesoro, nonché al deputato della provincia, per la revoca del provvedimento, che avrebbe privato la pretura di un «intelligente funzionario». Il dott. Mazza aveva riportato l’ufficio a nuova vita dopo «una lunga serie di anni nel più completo abbandono» e in appena un anno aveva impersonato la figura del «Praetor nel vero senso romano»49. Nonostante ogni appoggio morale offerto al sindaco Grillo, i tempi non erano adatti più a svolgere tranquillamente un mandato amministrativo. Si premeva ormai da più parti per arrivare al comando del paese e a recalcitrare dovevano essere soprattutto i fascisti, tra i quali non mancava quel Marcello Grillo, di cui si è prima detto. Ma a remare contro, oltre agli oppositori, c’erano anche le non buone condizioni di salute del primo cittadino, che lo costringevano a star lontano da Oppido, per cui il 30 agosto le dimissioni sono state ripresentate a tal motivo di bel nuovo. La giunta, riunitasi l’1 settembre, ha stabilito di non prenderne atto ed è venuta a consigliare il Grillo a trasformare la lettera di dimissioni in congedo temporaneo, per cui egli se n’è potuto andare alla volta di Napoli. Ma l’1 ottobre è ritornato sulla decisione presa, dato, come ha scritto da S. Giovanni, che i sanitari lo avevano consigliato a dismettere qualsiasi impegno pubblico. Ringraziava quanti lo avevano incitato a restare, ma non si sentiva proprio di fare il sindaco ad honorem. Il 12 ottobre le dimissioni erano accolte dal consiglio con un applauso e gli auguri di pronta guarigione rivolti a chi «aveva portato nell’Amministrazione Comunale un non lieve contributo d’intelligenza e di operosità, accompagnata da innata signorilità di modi di cui resterà imperituro il ricordo». Le sue benemerenze andavano dalla revisione del ruolo terratico al 48 49

ivi, delibere del consiglio. ivi, delibere della giunta del comune di Tresilico.

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riassesto delle finanze comunali. Si chiudeva così un capitolo e se ne veniva ad aprire un altro e ugualmente di breve durata. Al Grillo si sostituiva proprio don Saverio Guida, com’era notoriamente chiamato. Il 19 ottobre Guida veniva eletto a succedere al Grillo con 13 voti favorevoli e uno bianco, evidentemente il suo. Nel discorso d’insediamento, ha egli inizialmente rivolto frasi di vivo apprezzamento al sindaco da poco dimessosi, quindi ha terminato evidenziando i problemi affrontati dall’amministrazione scaduta: «Si sono raffrontati ardui problemi finanziari, si è tentato di dare una certa sistemazione alle vie interne lasciate in completo abbandono, si sono migliorate le condizioni igieniche e la pubblica illuminazione, si è dato un nuovo impulso ai lavori pubblici. E tutto ciò pur tra le continue ristrettezze del Bilancio pur tra le diuturne enormi difficoltà». E questa è la dichiarazione d’intenti del nuovo primo amministratore del paese: «Non vi esporrò un programma. Vi dirò soltanto che io - se voi mi coadiuverete col vostro appoggio, con la fiducia vostra, col vostro consiglio - darò tutte le mie energìe, tutto quel po’ d’intelligenza sortita da natura, al servizio della pubblica cosa, per tentar di raggiungere quella meta ideale a cui tutti aspiriamo, il rinnovamento, cioè, morale e materiale di questa nostra Città bene amata e delle borgate». Già il 30 dicembre il nuovo sindaco poteva vantare alcuni successi, come l’avviamento a soluzione del piano regolatore e in un viaggio a Roma era riuscito a ottenere tramite l’on. Micheli ben 80.000 lire per le recenti alluvioni. Per tal motivo ha avuto dal consiglio un voto di plauso50. Intanto, molte nubi si addensavano all’orizzonte italiano facendosi più pressanti le spinte dei fascisti e il tutto alla fine è venuto a culminare nella fatidica marcia su Roma del 28 ottobre 1922, in occasione della quale la nuova consorteria politica è arrivata al potere, che avrebbe detenuto per ben oltre un ventennio, anche per la nota acquiescenza del re. Che ormai tutti si aspettassero nel 50

ivi, delibere del consiglio. 77


bene e nel male la svolta, è vivamente documentato negli atti deliberativi dei consigli comunali, che si sono affrettati a salutare con entusiasmo i nuovi governanti. È storia di sempre! Non erano ancora trascorsi che quindici giorni dall’evento e il comune di Tresilico decretava «un voto di plauso e di riconoscenza a Sua Eccellenza Benito Mussolini, Presidente del Consiglio dei Ministri, all’illustre uomo che tanto si sta segnalando per la santa causa e la salvezza della patria nostra» fatto conoscere allo stesso tramite telegramma. Nel proporre ciò il sindaco Antonio Cananzi aveva definito molto iperbolicamente quella del futuro duce «mirabile opera di ricostruzione dopo gli ultimi avvenimenti che segnano la salvezza dell’Italia per molto tempo minacciata seriamente da gravi pericoli finanziari»51. A Oppido, nonostante una squadra di fascisti di Laureana comandata dal capitano Nicola Zerbi già il 2 novembre si fosse portata in municipio e avesse perentoriamente chiesto la dimissioni del sindaco, don Saverio Guida ha continuato nel suo impegno come se nulla fosse stato. Ma l’orizzonte si andava facendo sempre più fosco e il 24 novembre avveniva la fondazione del fascio locale da parte dello stesso Zerbi, del farmacista Giuseppe Musicò, dello squadrista dr. Domenico Mazzeo, dell’insegnante Vincenzo Scarcella, del notaio Nicola Sposato, dell’avv. Carmelo Contestabile, di Paolo Monteleone, Nicola Demeo, del rag. Giuseppe Muscari e di altri. In Oppido fatalmente la vita ha cominciato a non scorrere più nel giusto verso e le intemperanze dei fascisti non si sono fatte attendere molto e purghe e manganellate hanno fatto il loro corso. Il 29 dicembre, infatti, al sindaco Guida toccava farsi da parte. Molto interessante il suo discorso di commiato, nel quale oltre alle rituali frasi di appoggio al nuovo movimento se ne accompagnano delle altre che testimoniano la fierezza e la dignità di una persona perbene, che sicuramente aveva compiuto il suo dovere fino in fondo. Questo il discorso del Guida nelle sue 51

ivi, delibere del consiglio di Tresilico.

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linee essenziali: «Signori Consiglieri Dopo l’avvento al potere di Benito Mussolini le cose d’Italia cambiarono profondamente ed in bene. Ma non dico cosa nuova affermando che siamo ancora in periodo rivoluzionario e che ancora il fermo pugno del Duce non ha potuto - e sarebbe stato forse impossibile - ricondurre l’equilibrio stabile in ogni punto della Nazione - anzi - tra noi dell’estremo Mezzogiorno - succede che, in alcuni punti dove il Fascismo non si era prima affermato, mancando il nemico rosso ed antinazionale contro cui lottare, solo ora sono sorti i Fasci con giovanile baldanza e con vero o simulato entusiasmo, portandovi degli eccessi non leciti e non giustificati. E naturalmente vi sono i Fascisti buoni aventi purezza d’intenti e nobiltà di scopi e vi sono quelli cattivi che il tempo scoprirà. Comunque, non è possibile che, anche nei Comuni, vi siano due poteri: la Rappresentanza sorta dalle Elezioni ed i Fasci, specie quando non si va d’accordo. E non si va d’accordo non perché qui in Oppido vi sia chi sia contrario alle idealità fascistiche, o chi non creda o non speri nel Fascismo non perché l’Amministrazione che io ho l’onore di presiedere (una delle prime Amministrazioni che telegrafarono il loro deferente omaggio a S. E. Mussolini dopo il suo trionfo) sia antifascista; ma solo perché si è di diversa opinione sul metodo con cui i Fasci locali dovrebbero spiegare la loro opera di eventuale controllo e sorveglianza su l’opera dell’Amministrazione, metodo che io credo debba essere sempre ispirato al concetto della tutela soprattutto della dignità della pubblica Amministrazione. Non è che a me personalmente i Fasci locali abbiano mossa lite per un partito preso; perché io ho sempre dimostrato di essere un fervente italiano e mi son sempre onorato di aver fatto il mio dovere di combattente autentico. Ma l’urto era ed è implicito per la tendenza di un potere a sovrapporsi all’altro. Cosicché si è visto che ogni più piccolo motivo è colto per acuire il dissidio, sbandierando in specie l’accusa di popolari, come se i popolari di Oppido non siano stati quelli che in tal divisa assunsero per lottare, al suo inizio, e debellare i primi socialisti oppidesi; come se - anche senza indossare la camicia nera e fare all’ultima

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ora, il passaggio ai Fasci - non si possa restare fedeli e leali servitori della Patria e del Re collaborando col Capo del Governo per il raggiungimento delle sue idealità. Per evitare queste piccole lotte, questi attriti in cui non può che sgretolarsi il potere costituito e che potrebbero - dolorosamente - sboccare alla non pensata in incidenti di maggiore importanza; per uno scopo santo e nobile, quello di fare così raggiungere la pacificazione in questo nostro amato paese, io credo necessario sacrificare me stesso e rassegnare le dimissioni. Io non voglio restare qui per ambizione. Apriamo le porte alle nuove correnti che si avanzano: venga altri a reggere la pubblica cosa, sottoponendosi al duro lavoro con serietà di propositi con nobiltà d’intenti con amore infinito per il Paese natale. E mi allontano col cuore tranquillo, sicuro di non aver demeritato nella pubblica opinione e di aver fatto il bene. Permettetemi soltanto che - e non per vana vanteria ma quasi per fare il mio testamento - richiami l’opera mia, l’opera vostra (a questo punto si sofferma sulla sua gestione e sui lavori realizzati). Saverio Guida, quindi, può andarsene con cuore tranquillo e se ne va non perché sovversivo, non perché contrario alle nuove idee patriottiche, ma per evitare, come sopra dissi, attriti e per aprire la via alle camicie nere, a quelle pure, a quelle, sotto le quali batte un cuore d’italiano. Non è il mio canto del cigno; è la parola di un uomo che trionfa in questo momento su se stesso, su le piccole miserie locali. E chiudo gridando: Viva l’Italia: Viva Oppido Nostra: Viva Benito Mussolini». Con questo discorso forte ed incisivo, che davvero non concedeva sconti ad alcuno e che deve essere risuonato abbastanza agli orecchi di tutti nell’ampia sala di riunione, veniva a congedarsi dal comune un amministratore che poteva sbattere le porte e chiudere un ciclo senza che nessuno potesse accusarlo di alcunché. Alle pacate, ma nello stesso tempo ferme parole di Guida faceva eco con linguaggio tipico del momento il fascista Marcello Grillo: «Parlo da fascista e perciò devo protestare per alcuni punti del discorso del Sig. Sindaco in quanto è 80


bene far rilevare che il Fascio di Oppido è sorto ispirandosi ai più nobili e sani sentimenti di Italianità e di patriottismo, senza ambizioni personali, senza desideri di portare avanti alcuno; che anzi le persone e le ambizioni debbano essere sacrificate e sottoposte all’unica grande idealità che anima i Fascisti nostri, e cioè il bene supremo dell’Italia ed il miglioramento di Oppido nostra». A questa replica facevano seguito gli interventi degli assessori Francesco Grillo e Giuseppe Longo, effettivi e Vincenzo Mazzeo e Tommaso Diaco, i quali a loro volta venivano a rassegnare le dimissioni anche da consiglieri. Nell’amministrazione del comune dopo il Guida si alternavano due commissari prefettizi, Antonino Sergi (dal 20 gennaio 1923) e Giuseppe Rao (dal 15 giugno 1923). L’11 marzo 1923 il capo del governo e ministro dell’interno Benito Mussolini in udienza dal re sottoponeva a questi la bozza di scioglimento del comune di Oppido e conseguentemente l’affidamento al cav. Antonino Sergi quale commissario straordinario. Di seguito le valutazioni addotte per il varo del provvedimento: «Gli avvenimenti politici dell’ottobre scorso hanno determinato in seno all’Amministrazione comunale di Oppido Mamertina, sorta dalle elezioni del 1920 in seguito ad un accordo fra diversi partiti, insanabili dissensi, che provocarono le dimissioni prima del sindaco e della Giunta e poi di tutti gli altri consiglieri in carica, sicché il prefetto dovette affidare ad un suo commissario la provvisoria gestione dell’Ente./ Non ravvisandosi l’opportunità di indire a breve scadenza le elezioni per la ricostituzione di una nuova Amministrazione, attese le speciali condizioni dello spirito pubblico nel Comune, ed essendo necessario, d’altronde, dare frattanto poteri più ampi allo straordinario amministratore per porlo in grado di provvedere adeguatamente su vari problemi di vitale importanza, si rende indispensabile lo scioglimento del Consiglio comunale e la conseguente conversione in Regio del commissario predetto./ A ciò provvede lo schema di decreto che ho l’onore di sottoporre

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all’Augusta firma di Vostra Maestà»52. Una nuova giunta al comune di Oppido sarebbe stata nominata tutta con elementi fascisti il 5 dicembre 1923. Alla riunione di quel giorno hanno preso parte tutti i venti consiglieri, i quali hanno votato per la scelta del sindaco e degli assessori quasi all’unanimità. Faceva spicco di volta in volta soltanto una sola scheda bianca espressa da ognuno di essi. Quale sindaco è venuto a nominarsi Riccardo Gerardis e come assessori il dott. Domenico Mazzeo, anziano, l’ing. Giuseppe Ferraris, l’ing. Francesco Musicò e il notaio Nicola Sposato effettivi, il prof. Giuseppe Musicò e Andrea Carrano supplenti. A elezione espletata il sindaco ha dato il via a una lunga concione infarcita, com’era naturale, dei luoghi comuni e dell’enfasi propria della propaganda fascista, anche se si ponevano in vista i problemi che più urgevano. Si riporta quasi per intero il lungo discorso, in cui quegli faceva notare la presenza in aula del console generale della milizia Giuseppe Minniti, «colui che con maschia volontà, con mano possente, con fede e con amore, plasma e regge la fortuna del fascismo della nostra Provincia» e teneva ad affermare ch’egli aveva accettato l’impegno solo per un «atto di ferrea disciplina e di ubbidienza» dovendo quanto prima allontanarsi da Oppido: «… Signori Consiglieri, dovrò infligervi la pena di un lungo discorso d’occasione; ne fo davvero a meno. Il fascismo, ripete sempre il nostro sommo Duce, più che delle roboanti parole, va in cerca dei laconici fatti. Però è bene comprendere che la via che ci promettiamo di percorrere e che ha per nobile meta il risanamento e il rinnovamento del nostro Paese, è vita di non lievi difficoltà. Mi trovo, in questo, discorde dell’ottimismo del Sig. Commissario Rao. A tutti voi son note le desolanti condizioni e i lancinanti problemi del nostro Comune. Basta guardarsi intorno per convincersene. L’igiene è una dea che ha pochi devoti, i servizi 52

“Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia”, n. 116, 19 maggio 1923, pp. 3025-3026.

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pubblici non funzionano regolarmente, c’è poco senso di ordine, di disciplina, di guardia: si va, così, all’arrembaggio, con grave nocumento della morale, dell’educazione, della salute pubblica. In quanto alle finanze, oggi, c’è il vuoto più profondo, che fa venire le vertigini. E l’avvenire è in grembo a Giove. Il regno dell’abbondanza è purtroppo finito. Non c’è più l’irrompente vena frumentaria da cui zampillano tante belle carte da mille. Il tempo delle vacche grasse è trascorso, ora c’è quello delle vacche magre! È sorta quindi la necessità di spolverare i fastidiosi ruoli delle tasse, per metterli in dignità ed onore. Voi sapete, inoltre, che il Comune è impelagato in enormi debiti, da cui dovrà pure uscire se non vuole correre al fallimento Anche i nostri più importanti lavori pubblici hanno subito una certa stasi. I progetti dell’acquedotto di Castellace, del macello, del lavatoio, del completamento del Municipio, dell’ampliamento del Cimitero, degli edifizi scolastici delle Borgate, restano ancora, nel regno delle belle speranze. Molto, però, c’è da attendersi dal vigile, affettuoso interessamento di S. E. Bianchi e del nostro Console generale Minniti. Voi sapete, anche, che l’importante servizio d’anagrafe, qui, non esiste. Né avrò bisogno di molte parole per farvi un quadro esatto della condizione in cui versano le nostre Frazioni. Voi, già, lo conoscete. A Castellace si beve acqua inquinata; questa Frazione non ha neppure la luce, la qualcosa, incoraggia i delinquenti a commettere reati. A Castellace e a Messignadi i cadaveri sino a che non vengono sepolti, stanno all’aperto (e perciò, al’inverno [sic!] sotto la pioggia) per mancanza di un riparo. Eppure, Incredibilia sed vera, quanti danari non sono stati spesi per opere meno importanti! Questo, Signori Consiglieri, è lo stato attuale del nostro Comune. Credetelo: non ho infoschito le tinte. Non vi nego che fervida, onesta, oculata è stata l’opera svolta dal nostro egregio Commissario Sig. Giuseppe Rao; ed a lui porgo il saluto più affettuoso e più cordiale assicurando che la nostra cittadinanza non dimenticherà la sua energìa e il suo zelo, fecondi di bene. Ma la malattia del nostro paese non è di quelle che possono guarire in pochi mesi. C’è bisogno di una lunga cura. Le animole [sic?] tremebonde si ritraggono nel loro guscio,

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dicendo che il Comune è, ormai, bell’e liquidato e poco o nulla c’è da sperare. Noi fascisti che conosciamo la legge del dovere, noi che sentiamo vivo, penetrante, sicuro l’amore per la nostra Oppido, noi che sentiamo presente la forza delle nostre tradizioni e della nostra storia, noi che sentiamo che in ogni angolo di questa terra c’è un lembo della nostra vita, perché da essa si sprigiona l’alto spirito dei nostri cari morti, ammonitore e incitatore, noi, lungi dal rintanarci nelle nostre case, veniamo fuori, ci accolliamo tutte le responsabilità e gridiamo ai pavidi: non è nelle ore liete ma nelle ore tristi che si unisce il vero patriottismo, l’attaccamento per [sic!] proprio Paese! Pensate, inoltre, che se il tetto cade, o stolti, anche voi resterete sepolti. Cerchiamo piuttosto agire con spirito di lealtà e di passione, ed allora, ogni ostacolo, ogni barriera supereremo felicemente, prontamente, sicuramente. Noi - da uomini onesti - non facciamo, al popolo, strabilianti promesse: i programmi troppo vasti sono quelli che vanno, in generale, a finire nel nulla. Noi, però, impiegheremo tutti i mezzi per disciplinare e far funzionare i più importanti servizi pubblici, primo tra gli altri, quello che riguarda l’annona ed il mercato; miglioreremo la viabilità e la nettezza urbana; faremo tutte le possibili economie per rinsanguare le finanze; miglioreremo le condizioni di vita degli impiegati e salariati e ci libereremo di quelli che non danno alcun rendimento e rappresentano, per [sic!] Comune, una spesa morta; spiegheremo tutte le nostre energìe per dare incremento ai più importanti lavori pubblici; e specialmente per la sollecita costruzione dell’acquedotto di Castellace; cercheremo, infine, di risolvere, col più vivo interessamento, i gravissimi problemi delle Borgate. Noi non chiediamo al pubblico né applausi né battimani anticipati, noi gli chiediamo quella benevole [sic!] incoraggiante attesa che è necessaria per svolgere la nostra modesta opera. Se c’è gente che si attende da noi favoritismi e atti che ledano gli interessi collettivi si disilluda sin da ora. Non è questo lo scopo; non è questa la meta, cui tendiamo Noi, nell’addossarci la dura e pesante croce del potere, non abbiamo avuto che un solo ideale, quell’ideale per cui Benito Mussolini proclamava, a Bologna,

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che l’obbligo dei fascisti è, oggi, di ricostruire i Comuni, perché essi sono i cantieri dove si forgia la grandezza, la proprietà della Nazione. Il nostro dovere, dunque, di fascisti e di Oppedesi [sic!], c’impone di unire tutti i nostri sforzi, tutte le nostre volontà, tutta la nostra passione perché la nostra adorata Oppido risorga e viva. Vi invito a gridare: W. L’Italia – W. Il Re – W. Benito Mussolini – W. Il Console Minniti». Non c’è che dire! Il discorso, particolarmente infiammato, risulta concepito nel più puro stile mussoliniano. D’altronde, a chi potevano ispirarsi i seguaci del duce? Peraltro, nello stesso è dato ravvisare un quadro impietoso della situazione comunale, ma quanti amministratori non hanno sempre detto peste e corna di chi li ha preceduti? E le roboanti promesse dei nuovi arrivati non si sono sempre inseguite di amministrazione in amministrazione? Sono abbastanza avanti in età e ne ho sentite parecchie e la disillusione, non solo si è ripetuta, ma di volta in volta, purtroppo, si è ingigantita! Nella stessa linea si configura il codicillo che segue al discorso: «Il forte discorso programma del Sig. Sindaco è stato coronato da una grande, sentita, entusiastica ovazione e da parte dei Consiglieri e da parte del pubblico. Al sig. Sindaco segue, con vibrate parole, l’Ill.mo Sig. Sottoprefetto, che rivolge sentite espressioni di augurio all’Amministrazione insediata esponente di Grande Rinnovatore del Duce magnifico che con polso fermo e sicuro guida con fede nuova i destini di questa nostra grande Italia». Uno dei primi problemi affrontati dalla nuova amministrazione è stato quello del mancato completamento della ferrovia Calabro-Lucana, un problema veramente annoso, per la cui soluzione invano avevano battagliato tanti sindaci. A conoscenza che il tracciato del tronco Radicena-Terranova-Varapodio-Tresilico-Oppido era stato condotto a termine (ma forse ancora sulla carta?), il consiglio, nella riunione del 28 dicembre, nel ripresentare la necessità di un tale mezzo di trasporto, chiedeva che finalmente l’opera potesse essere ultimata. E nel farlo teneva a evidenziare che la provincia reggina «per lunghi de85


cenni tenuta nel più deplorevole servaggio politico solo dal Governo Nazionale Fascista può sperare la pratica risoluzione dei suoi più vitali problemi». In verità, tale è finito nel dimenticatoio più totale! Comunque, la delibera in merito veniva inoltrata a Mussolini, al ministro dei lavori pubblici Gabriello Carnazza e al console Minniti. Il 27 febbraio 1924 è scomparso uno dei più importanti uomini politici calabresi più volte ministro, che tanto si era preoccupato degli interessi dei vari comuni. Giuseppe De Nava, liberale di destra, incaricato dal re nel 1922 di formare un governo, cui non è potuto pervenire dati i tempi veramente procellosi, per le elezioni politiche del 6 aprile 1924 è stato inserito nella lista nazionale, che recava l’emblema del fascio littorio. Egli, quindi, per il movimento fascista poteva rappresentare un futuro acquisto di non poco conto, ma la morte lo ha ghermito inesorabilmente. Nella seduta di consiglio del giorno 28 il sindaco Gerardis ne veniva a partecipare con rammarico la notizia. Nell’officiare la di lui vita politica e le benemerenze per gli interventi a favore del paese, così lo commemorava «Noi fascisti, che onoriamo tutti coloro che, pur militando in altri partiti, hanno reso segnalati servizi alla Patria, non possiamo oggi non chinare la fronte reverente davanti alla morte di Giuseppe Denava che lascia nella nostra vita pubblica, orme profonde per il suo ingegno, per la sua coltura, per la sua fattività, per la sua grande, viva passione verso questa martoriata terra, verso questa nostra Calabria»53. La seduta si è subito conclusa in segno di lutto. Nell’agosto del 1921 il consiglio comunale di Tresilico si era già premurato di ricordare i meriti del deputato reggino in occasione della concessione di un «voto di riconoscenza e di plauso per l’illustre Uomo»54. Il consiglio di Oppido in precedenza, il 23 aprile 1921, aveva rivolto un solenne encomio a un altro illustre personaggio, che tanto si era impegnato a favore delle popolazioni della Piana e che abbandonava di sua volon53 54

ivi, delibere del consiglio. ivi, delibere del consiglio di Tresilico.

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tà nonostante le pressioni di tanti colleghi, almeno così si dice, l’arengo della politica. Si trattava dell’on. Ferdinando Nunziante, marchese di San Ferdinando. Si dichiarava aver egli diritto alla gratitudine, ci si doleva del suo abbandono causato da fatti privati e si plaudiva «all’opera sua benefica, disinteressata ed efficace»55. Era bene ricordare e osannare i politici calabresi più in vista, ma non ci si poteva dimenticare che a Roma un duce magnifico lavorava indefessamente per la felicità di tutti gli italiani! Ecco perché il consiglio nella riunione del 13 maggio è venuto alla determinazione di conferire a Mussolini la cittadinanza onoraria. Non si può non riportare il discorso fatto dal sindaco a giustificazione di una tale risoluzione. Se ancora c’era bisogno di ulteriori prove, esso si qualificava né più né meno che sulla falsariga di quello pronunziato all’atto dell’investitura. Ormai si era sulla strada di una quasi deificazione in vita del supremo reggitore dei destini d’Italia. Eccolo di seguito: «Il nostro atto è un atto di sincerità, di fede, di riconoscenza verso Colui che con ardimenti, con tenacia, con ferreo volere salvò l’Italia dal fallimento, dalla vergogna e dalla morte assumendo la somma delle responsabilità nel momento più disperato della grave crisi. È un atto di gratitudine verso Colui che diede disciplina, ordine e coscienza dei propri diritti e dei propri doveri al popolo italiano; che salvò la Vittoria, che rivendicò le nostre gloriose tradizioni millennarie [sic!], che valorizzò il sentimento Nazionale che inculcò nell’animo degli Italiani che la Patria è l’idea che vuole essere servita in umiltà e amata in silenzio = Onora Iddio in te stesso = Egli disse e ama l’umanità della Patria. L’Italia ora marcia con passo sicuro, verso mete infallibili e nessuno potrà fermarla nel suo glorioso cammino. Oppido, dunque, ascrive a suo alto onore, a sua alta fortuna di poter, da oggi, annoverare fra i suoi illustri Cittadini il meraviglioso ideatore e propagatore della Marcia su Roma, il glorioso Duce dell’Italia rinata e redenta». Immancabili e unanimi le acclamazioni! 55

ivi, delibere del consiglio. 87


Altro problema che si voleva affrontare e avviare a soluzione, date soprattutto le caratteristiche rivestite dal nuovo movimento di marca autoritaria, era quello della quiete pubblica e da tempo dava da pensare soprattutto la frazione Castellace. Ecco perciò che nella seduta del 17 maggio si sono fatti voti per l’installazione in loco di una caserma dei reali carabinieri. Il paesino, mancandovi forze dell’ordine di ogni tipo, era divenuto «il rifugio di tutti i latitanti e della delinquenza della piana», per cui allarmava «profondamente i buoni cittadini della popolosa borgata che vedono una continua minaccia alla loro proprietà privata ed alla loro libertà. Copia della delibera in questione era inoltrata al comando di legione a Catanzaro e alla compagnia e tenenza di Palmi. Nonostante ci si gonfiasse a parole e si contasse sull’impegno del governo in riguardo a importanti infrastrutture, le cose sono andate stancamente come d’abitudine e il sogno di vedere sfrecciare la “littorina” nei nostri paesi è rimasto tale. Comunque, qualche cosa d’importante si è avviata anche se destinata a finire presto. Il riferimento è a quel “Sanatorio Antitubercolare Vittorio Emanuele III” impiantato dall’O.N.I.G. sui piani di Zervò (contrada Recanati) per curare i reduci ammalati di tbc, un’opera imponente, che però è andata incontro a un completo fallimento. Pensato sin dal 1924, il 20 aprile dell’anno dopo, come preannunziato dal sindaco in consiglio, «è ormai uscito dal regno delle vaghe e belle aspirazioni ed è entrato nel regno delle realtà», tanto che il 4 maggio sarebbe stata celebrata l’asta per l’appalto dei lavori. Presidente del comitato esecutivo per la realizzazione del sanatorio è stato un clinico d’eccezione, il senatore Alessandro Lustig, triestino, presente pure lui a Zervò in occasione dell’inaugurazione, che ha tenuto la cattedra di patologia generale a Firenze dal 1910 al 1932 e avuto fama di grande batteriologo e immunologo. Nel maggio del 1924 il consiglio comunale di Oppido è venuto a indirizzargli un voto di plauso. A motivo del suo solerte impe-

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gno, si scriveva nella delibera, «il Sanatorio Antitubercolare Calabrese per i minorati di guerra può ormai dirsi un fatto compiuto. Tale opera altamente umanitaria e patriottica si deve unicamente all’attività spiegata» da lui, e si aggiungeva che se il Sanatorio sorgerà sui piani di Zervò ciò è dovuto alla sua volontà ferrea che non si è fermato davanti a nessun inciampo, a nessuna opposizione partigiana»56. Ha diretto inizialmente il grande complesso altro egregio medico toscano, Stelio Cicotti, che ci ha lasciato, tra varie pubblicazioni, un resoconto della sua attività nella casa di cura57. Nella tornata del 20 aprile 1925 predetto, facendo chiaro riferimento ai grossi ostacoli che si erano dovuti superare per far sorgere presso l’Acqua del Faggio una «grande opera patriottica ed umanitaria», era concessa all’unanimità la cittadinanza onoraria al senatore Lustig, per la cui «fattività tenace, fervida, magnifica» il problema risultava ormai risolto. Un voto di plauso è toccato anche all’ing. Giuseppe Ferraris accomunato per lo stesso motivo. 56 57

ivi, delibere del consiglio. Un anno di osservazioni metereologiche nel sanatorio Vittorio Emanuele 3. di Aspromonte, estratto dal rendiconto dell’attività del sanatorio dal settembre 1929 al 31 dicembre 1931, Livorno, Stabilimento tipografico toscano, 1940. Il 7 febbraio 1929 il dr. Bruno Omizzolo, su carta intestata Opera Nazionale per la Protezione ed Assistenza degli Invalidi di Guerra, scriveva a persona non identificata se conoscesse cos’era un refrattometro e dove era possibile trovarne. Gli era stato chiesto dal suo direttore dr. Sticotti. Il refrattometro era uno strumento per la misurazione della percentuale di acqua e zucchero nel miele. Celiando gli faceva notare che a Oppido, oltre a fare il radiologo, svolgeva anche mansioni di medico. Il dr. Sticotti, ancora in carica, con decreto reale del 25 settembre 1932 era nominato cavaliere. (Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 105 del 651933, p. 1857). In successione è stato impegnato negli Spedali Riuniti di Livorno, dove ha fondato una “Rassegna di patologia dell’apparato respiratorio”. Sul sanatorio oppidese ved. ANTONIO VIOLI, Il sanatorio antitubercolare e la comunità Incontro, “L’Alba della Piana”, marzo 2011, pp. 27-28. 89


Il sanatorio è stato costruito con progetto dell’ing. Italo Guidi di Firenze su un suolo ceduto gratuitamente da vari comuni, tra i quali naturalmente Oppido ed è stato solennemente inaugurato il 28 ottobre 1929 alla presenza del duca di Bergamo, Adalberto di Savoia, del sottosegretario alla guerra e presidente dell’Opera Nazionale Combattenti Angelo Manaresi, dell’arcivescovo di Reggio mons. Carmelo Pujia, delle organizzazioni fasciste e di una folla festante. Avviato così pomposamente, l’istituto dopo appena quattro anni, nel 1933, è stato chiuso dall’oggi al domani. Tutto aveva congiurato contro. Le condizioni climatiche non erano proprio ottimali. Per raggiungere il posto le difficoltà risultavano notevoli e i sanitari, che dovevano venire da fuori, erano di difficile reperimento. Non solo, ma la grande mortalità verificatasi in così poco tempo aveva consigliato a lasciar perdere. Sono rimasti gli immensi locali, che qualche tempo fa sono stati ceduti all’opera di don Gelmini, che, dopo un cinquantennio di totale abbandono, li ha completamente ricostruiti operando un’altra significativa destinazione58. Il 28 ottobre 1924 il regime fascista ha celebrato per la seconda volta l’anniversario della ormai fatidica marcia su Roma e anche in Oppido, come in tutti i paesi, non si è potuto fare a meno di glorificare tanto avvenimento. La situazione e gli umori del momento, in effettivo unisono col nuovo sistema politico, ci sono offerti alla grande dal discorso tenuto in consiglio, nel quale a essere presenti sono stati soltanto 11 consiglieri su 20, due giorni dopo dal sindaco Gerardis, che mette conto riportare pari pari: Ogni Italiano di fede sincera, non può non constatare che il fascismo idea si è già allargato e trasfuso nella coscienza del nostro popolo ed è già diventato una realtà nazionale. E le stesse opposizioni ce ne danno atto - esse, in fatto, per combattere la 58

Opuscolo illustrativo sul “Sanatorio Vittorio Emanuele III in Aspromonte (Calabria), passim; ENZO LACARIA, Zervò una speranza fino a ieri una realtà oggi, Edito dal Comune di Scido (Reggio Calabria), 1998, passim.

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loro implacabile battaglia, contro il partito ed il governo fascista, si pongono nel terreno nazionale, cercando di farsi scudo e paravento dello Statuto e del Combattentismo. Da pochi giorni in qua la nobile figura di Delcroix, l’Associazione dei Mutilati, l’Associazione dei Combattenti sono stati elevati, dalle opposizioni, a vessillo della battaglia antifascista. Prima della Marcia su Roma, l’opposizione ai governi borghesi ed al Regime Monarchico Costituzionale era fatta in nome dell’internazionale socialista, del sovversivismo repubblicano, del radicalismo demagogico, che negarono la guerra e la vittoria, lo Statuto e la Monarchia, che non riconobbero la Chiesa come fondamento della vita politica e sociale. «Signori - A due anni di distanza dalla Marcia su Roma, si può valutare - al di sopra delle piccole questioni contingenti e delle misere speculazioni di partiti la portata reale del movimento fascista nella vita politica del nostro Paese. Tutte le colpe che il Fascismo può avere, scompaiono di fronte a così mirabili meriti storici, che nessuno avversario può disconoscere e negare. Altro merito storico del Fascismo, è quello di aver imposto alle masse, il sentimento di Nazione, come fondamento dell’interesse comune, come limite alla sfera degl’interessi singoli e delle categorie. Non più lotta di classe, proclamò il fascismo, ma cooperazione di classe. E gli scioperi dei servizi pubblici son cessati, l’internazionalismo proletario si è affievolito, e il concetto di Patria, come eredità storica ed economica è penetrato negli strati più refrattari della popolazione. L’on. Turati - che nel 1914 complottava con Bombacci e Misiano - nel 1922 - sotto l’affermarsi dell’idea fascista invocava alla Camera il nome d’Italia e si spingeva fino al Quirinale per presentarsi al Re. Oggi quegli stessi socialisti che aveano avversato la guerra, che aveano assunto una responsabilità morale nella disfatta di Caporetto, che s’erano opposti alla Commemorazione della Vittoria, che avevano vilipeso e calpestato i frutti della vittoria, riconoscono la gloria di Vittorio Veneto e pongono i mutilati ed i combattenti a base della vita politica nazionale. È questo, signori, il più grande, il più luminoso trionfo del Fascismo. È questa la Rivoluzione più altamente civile, che la Vittoria ricorda.

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Le masse hanno compreso che la loro felicità non possa riposare sui vani sogni di un’irrealizzabile utopia, ma nella disciplina del lavoro, sul sentimento della cooperazione, sull’ordine della produzione. E gli avversari del Fascismo devono comprendere questa inoppugnabile verità: l’Italia è ormai fascistizzata, perché i valori ricchi, essenziali del movimento fascista hanno già penetrato la coscienza popolare. Questo, o Signori, il profondo significato della memorabile data che oggi celebriamo; e l’anniversario dell’adunata magnifica, della Marcia redentrice che liberò Roma e l’Italia dall’imbelle tirannide parlamentare ed aprì l’era della ricostruzione nazionale: è l’anniversario della nuova vita della più grande Italia e il nostro pensiero ricorre, pieno di riconoscenza, di affetto, di passione ai 3000 martiri che, pel trionfo dell’idea fascista, sacrificarono la loro bella giovinezza; e il nostro pensiero, fatto di gratitudine e di devozione, corre all’Uomo, cui il piccone non tremò nelle mani, quando, attraverso il profondo squarcio, seppe mostrare ai pochissimi il ventre di fuoco: il fuoco della razza viva, il fuoco delle vostre anime, che anelavano di risplendere e di ardere per infiammare l’anima addormentata dalla Nazione. Il 28 ottobre 1922 segna la data del nostro riscatto. Noi marciamo, oggi, sicuri sulla strada della nostra grandezza, sicuri che con la nostra forza, con la nostra tenacia, rovesceremo tutti gli ostacoli che ci sbarreranno il cammino, e assolveremo i nostri alti e fatali destini. In Europa - proclamava ier l’altro, a Milano Benito Mussolini - si sale e si scende. Tra chi sale ci siamo noi. E saliremo»59. Il discorso del sindaco Gerardis si pone indubbiamente sulla scia che già dall’inizio ha qualificato il movimento rivoluzionario fascista e le roboanti frasi, che devono far presa sulla massa, proprio non mancano. Nel contempo, però mi pare che ormai si avverta una specie di appagamento. I nostri nemici, dice in buona sostanza il Gerardis, ormai hanno capito e addirittura, pur di arrivare anch’essi in alto, predicano lo stesso verbo plaudendo del pari al combattentismo. Come dire che i vinti di Caporet59

ACO, delibere del consiglio.

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to erano diventati pur essi sostenitori di Vittorio Veneto! Dalla concione si può pure ricavare che la strada verso i patti lateranensi era stata tracciata. La chiesa veniva considerata fondamento ineludibile della società italiana. La poco chiara vicenda è arrivata al dunque finale il 3 gennaio 1926 con le dimissioni da sindaco e consigliere di Riccardo Gerardis, la cui lettera risultava datata da Polistena, il paese della moglie. Si trattava di poche righe pervenute l’8 successivo, dalle quali balzavano in evidenza il ringraziamento al consiglio per la collaborazione prestatagli e gli auguri «per la prosperità della nostra Oppido». Nonostante gli inviti a recedere, il Gerardis il 6 febbraio, pur restando quale consigliere, veniva a reiterare le dimissioni da sindaco. Nonostante tanta sicumera ostentata dal sindaco, che riteneva ormai sciolti tutti i nodi, anche in seno al monolitico partito fascista si sono presto manifestate le lotte intestine, d’altronde sulla falsariga di quanto avveniva nella capitale e nel resto d’Italia. Intanto, nel 1925 il comune inviava a Roma in occasione del 25° anniversario del Regno di Vittorio Emanuele III un assessore decorato al valore, Andrea Carrano, cui si accompagnavano il segretario, il capoguardia e una guardia che recava la bandiera60. Non sappiamo di preciso cosa sia accaduto in occasione del rinnovo del direttorio della sezione oppidese, ma uno dopo l’altro ben tre importanti esponenti sono venuti nell’agosto del 1925 a dimettersi da assessori e da consiglieri facendo riferimento tutti a «recenti avvenimenti verificatisi nel Fascio locale». Il primo a farlo è stato il giorno 15 l’ing. Francesco Musicò, il 30 il notaio Nicola Sposato e il 31 il dr. Domenico Mazzeo. Ringraziando per le nomine ricevute a suo tempo dal fascio, alcuni hanno accampato anche motivi professionali, ma era evidente che tali si qualificavano tutt’altro. Il Dr. Mazzeo dichiarava in particolare che nel nuovo direttorio si erano manifestate ten-

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ivi, delibera di giunta del 20 maggio 1925. 93


denze in dissenso con le «idee e direttive, e ciò a prescindere dalle parole inconsulte e dal contegno tenuto verso il Direttorio dimissionario». Le richieste di dimissioni saranno respinte all’unanimità nella seduta di consiglio del 20 ottobre successivo, ma Sposato verrà a reiterarle l’11 febbraio dell’anno dopo. Cos’era mai successo? Evidentemente, si cominciavano a rivelare le prime avvisaglie di quella lotta senza quartiere tra la fazione che passerà nella cronaca paesana come la “piccola banda” e quella ch’era detta la “grande banda” oppure “la maggiore”, quasi a scimmiottare le consorterie malavitose da tempo distintesi come “la maggiore” e “la minore”. Nella seduta del 14 febbraio 1926 è intervenuto l’allora segretario politico del fascio, prof. Giuseppe Musicò, il quale informava come nella riunione tenuta il 14 gennaio il direttorio avesse stabilito che il consiglio comunale, ch’era «emanazione della Sezione Fascista», si uniformasse alle decisioni e accettasse le dimissioni del Gerardis, quindi che provvedesse alla nomina di «altro Fascista» quale sindaco. In caso contrario, sarebbero stati presi «gravi provvedimenti». Si è pervenuti quindi ad accogliere le rinunce e la votazione in proposito, manco a dirsi, è stata plebiscitaria, segno che i modi spicci del movimento fascista erano diventati ormai norma. Il consigliere Giuseppe Morizzi si è azzardato a proporre un voto di plauso in favore del sindaco dimissionario, ma è insorto Musicò chiedendogli di variarlo in voto di ringraziamento. Insistendo Morizzi, Musicò allora ha chiesto che venisse espresso un voto di fiducia. Manco a dirlo! Il Morizzi è rimasto solo a perorare una causa perduta in partenza e Gerardis si è dovuto accontentare di un semplice voto di ringraziamento. Era già tanto che gli si dava il benservito! Eppure, soltanto il 28 giugno dell’anno prima il sottoprefetto Sannini gli aveva consegnato in municipio le insegne di cavaliere «che il Governo Nazionale dice concede solamente ai veri meritevoli». Il voto di plauso era invece ben accetto nei riguardi del dr. Mazzeo, ma si sa - chiodo non

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scaccia chiodo - Mazzeo era medico e Musicò farmacista! Fatta la votazione per il sindaco, chi ne viene fuori? Se c’era ancora un’ombra di dubbio, è stata presto fugata. Il prescelto era il segretario politico Musicò, cioè il vero capo del paese, che aveva totalizzato 11 voti su 14 presenti. E il pubblico? Come da manuale non ha fatto altro che indirizzare fragorosi battimani al neo-eletto. È stato sempre così! Musicò, fascista della prim’ora, veniva a snocciolare un discorso d’insediamento sicuramente affatto altisonante, anche se di qua e di là occhieggia qualche termine usuale nell’ambito della nuova compagine politica. Certamente, egli si qualificava un moderato. Di seguito il suo breve intervento: «Vi ringrazio dell’onore che mi avete voluto dare col nominarmi Capo di questa Amministrazione. Altro meglio di me poteva occupare questa carica e così dicendo intendo parlare del carissimo Dott. Mazzeo. A lui infatti abbiamo rivolto in questi ultimi giorni le nostre vivissime insistenze, insistenze che purtroppo non hanno potuto avere ragione di fronte agli impegni professionali con la vicina Tresilico da lui prospettateci. Debbo dichiarare che mi accingo al gravoso ed importante incarico oltre che per la fiducia che questo Consiglio mi dimostra anche perché mi incoraggia moltissimo l’amicizia sincera ed il valido appoggio del Comm. Contestabile (vivissimi applausi da parte del Consiglio e del pubblico) il quale sostenendo sacrifici di ogni sorta non ha altro miraggio, all’infuori di quello altamente lodevole della rinascita della nostra Oppido. Il mio principale proponimento è quello di sostenere e difendere i diritti del popolo senza distinzione di classe, né saprei farne, anche se la mia opera dovesse contrastare con gli interessi personalistici del Sig. Tizio e Caio, i quali avrebbero il solo merito di avere un seguito di coloni. A costoro dichiaro sin d’adesso che occupando questo posto sono lontani da me il pensiero e l’affanno di formarmi una qualsiasi clientela elettorale. La mia professione del resto non mi permetterebbe di occupare per molto tempo la carica di Sindaco. Un altro problema importante c’è da risolvere ed è quello edilizio. In questo Oppido e le borgate vedono la loro rinascita e 95


speriamo che l’annoso desiderio diventi finalmente una realtà. In questo ramo l’ing. Ferraris (applausi da parte del Consiglio e del pubblico) con amore e con tenacia spende la sua attività ed a lui sia rivolto anche il plauso di questo Consiglio e la gratitudine di tutti i cittadini. Terminate le mie brevissime dichiarazioni rivolgo il pensiero agli impiegati di questo Comune e specialmente all’amico Zito (applausi da parte del Consiglio e del Pubblico) che con rettitudine e sapere copre degnamente la carica di Segretario, nonché al Rag. Muscari (applausi da parte del Consiglio e del Pubblico) che tanto bene disimpegna il suo incarico dopo aver portato in condizioni lodevoli con sacrificio e fascisticamente un ufficio che prima rimaneva in un certo disordine. Rivolgo infine un deferente saluto alle Superiori Autorità, ed invito il Consiglio a gridare un possente Alalà a S. M. il Re ed al Duce (applausi prolungati e vivissimi). Il discorso interrotto continuamente da applausi tanto da parte dei Consiglieri tanto dallo scelto e numeroso pubblico, ha avuto un saluto entusiastico alla fine, con prolungati applausi e con possenti Alalà all’indirizzo della Maestà del Re e del Duce Magnifico». Il 20 gennaio 1926 si portava in consiglio la voce riguardante una medaglia d’oro, che, su iniziativa dei comuni e degli agricoltori del circondario, veniva concessa all’on. Nunziante, in atto presidente dell’Istituto Vittorio Emanuele III per il Credito Agrario in Calabria, per aver sostenuto una strenua lotta contro il «flagello della mosca olearia» e procurato un certo incremento all’agricoltura. Si era vinta una lotta assai dura e, diceva il sindaco col solito linguaggio, superando ogni ostacolo «con disciplina ed energìa veramente fasciste, in tutto degne del nuovo ritmo di vita impressa dal Fascismo all’Italia»61. Altra medaglia sa61

A proposito della lotta alla mosca olearia una legge era stata varata il 26 giugno 1913 e in riferimento a essa il sottoprefetto di Palmi ha chiesto ai comuni un parere circa la costituzione obbligatoria di un consorzio. Il sindaco di Tresilico in data 24 aprile 1924 approvava l’idea affermando che tale ente sarebbe

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rebbe andata all’on. Michele Bianchi, uno dei grossi papaveri del fascismo e colui che aveva provveduto a rinnovare l’istituto predetto. Ma egli meritava altro e il sindaco si è fatto promotore nella stessa occasione del conferimento della cittadinanza onoraria. Questa la motivazione votata all’unanimità: «Eroico quadrumviro della Marcia su Roma, subito dopo la Rivoluzione Fascista, assurto ai fastigi del Governo, rivolse il pensiero filiale alla Calabria e per assicurare la rinascita civile ed economica di essa, prospettò al Duce Benito Mussolini le sue condizioni ed i suoi bisogni ed in particolare il misero stato dei paesi distrutti dai terremoti, ottenendo dal Governo Nazionale Fascista quelle provvidenze che oggi sono in corso di sviluppo e che mentre assicurano la ricostruzione edilizia dei Comuni terramotati (sic!) porteranno altresì la Calabria al livello delle più progredite regioni italiane». Purtroppo, utopie irraggiungibili queste ultime! L’on. Michele Bianchi è stato a Oppido assieme al maresciallo Pietro Badoglio il 27 giugno 1927 e i festeggiamenti in loro onore sono stati adeguati e come di rito in simili occasioni. Non sono mancati gli spari di bombe, bandierine colorate, striscioni, gli addobbi al municipio, l’innaffiamento delle strade e il suono della banda musicale e la sezione fascista si sarà data da fare al meglio schierando le organizzazioni del partito62. In un atto della giunta del comune di Tresilico si accenna a fuochi artifiriuscito utile sia ai proprietari di oliveti che all’agricoltura in generale. Alcuni anni dopo, il 19 febbraio 1926, invece sempre da Tresilico si rispondevano picche alla paventata costituzione di un solo istituto per tutta Italia del credito agrario. A parte il fatto che l’istituto Vittorio Emanuele III aveva svolto e svolgeva ancora lodevolmente la sua opera «per il maggiore sviluppo e la maggiore prosperità dell’agricoltura» tanto da aver riscosso consensi unanimi dalle popolazioni qualificate massimamente agricole, un unico istituto non era pensabile date le diverse condizioni della regione calabra. A tal motivo la giunta faceva voti al ministero dell’economia nazionale a che ciò non avvenisse. ACO, delibere della giunta di Tresilico. 62 ACO, delibere del consiglio. 97


ciali e archi luminosi in onore del triumviro nel 192563. Intanto, il 4 gennaio del 1926 la casa reale era stata colpita da un luttuoso evento, la morte della regina madre Margherita di Savoia, vedova dell’assassinato re Umberto. Com’era naturale, la circostanza non poteva passare inosservata e il comune di Oppido il successivo 7 febbraio veniva a commemorare l’illustre personaggio, oratore il non ancora dimissionato consigliere Sposato. Appena un passo del suo discorso, alquanto alieno da interessi di parte e dalla solita imperante retorica fascista: «Il lutto della Reggia è lutto della Nazione, e tutto il popolo italiano rimpiange la scomparsa di Colei che passò come una meteora sul bel cielo d’Italia, brillando del fulgore delle sue virtù e profondendo ben oltre mezzo secolo nel popolo stesso i grandi tesori della sua grazia, della sua gentilezza, della sua pietà». Al discorso, che doveva rimembrare l’«Eterno femminino regale» di carducciana memoria, segue l’invio di un telegramma al re e di una comunicazione al sottoprefetto 64. Quel 1926 è stato particolarmente infausto per Mussolini, che ha dovuto subire ben tre attentati, il 7 aprile da Violet Gibson, l’11 settembre da Gino Lucetti e il 31 ottobre da Anteo Zamboni. È inutile dire che nelle varie occasioni i comuni si sono resi presenti con manifestazioni di giubilo per lo scampato pericolo. A Oppido nelle serate dell’8 e 9 aprile c’è stata l’accensione di fuochi artificiali e al palco in piazza ha fatto servizio la banda musicale e non è mancata la celebrazione in chiesa di un solenne Tedeum65. Il farmacista Musicò è rimasto poco tempo sullo scanno più alto del consiglio comunale perché dopo poco più di un anno ha dovuto cedere il posto a un nuovo amministratore, nuovo come persona nuovo come istituzione. In seguito alla promulgazione della legge n. 237 del 4 febbraio 1926 era arrivato il podestà. Siamo al 19 aprile del 1927 e il sindaco deve giocoforza annunciare ufficialmenivi, delibere della giunta di Tresilico. ivi, delibere del consiglio. 65 ivi, delibere delle giunte di Oppido e di Tresilico. 63

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te il provvedimento a far data dal successivo giorno 21 e la persona del primo ad aver ricevuto un tale incarico. Tale è il cav. avv. Domenico Simone, che quegli giudica almeno apparentemente «persona la quale racchiude tutti i requisiti per un ottimo amministratore» e che viene a ringraziare per aver accettato. Simone sarà podestà anche della vicina Tresilico, comune accorpato a Oppido con decreto reale del 14 luglio dello stesso anno66. L’amministrazione del cav. Simone si dimostrerà molto dura e aumenterà a dismisura il distacco tra le due correnti, di cui abbiamo detto. Tale personaggio viene catalogato tra gli esponenti della “grande banda”. Nel 1928 un grave fatto di sangue è venuto a scuotere l’opinione pubblica oppidese. Nei pressi della piazza maggiore un plateale colpo di pistola aveva condotto a rapida morte uno dei capi fascisti più intransigenti, il seniore della milizia Vincenzo Scarcella. Occorre però dire che, anche se l’uccisore apparteneva ad altra famiglia di fascisti, il delitto era maturato in ambito familiare e per motivi che nulla avevano a che fare con la politica. Considerato esclusivamente un delitto di onore, l’autore dopo poco otteneva la libertà. Non sappiamo a che livello siano giunti gli scontri tra i due partiti che si fronteggiavano, ma un episodio è sintomatico dello stato delle cose. L’8 gennaio 1929 il podestà è venuto a comminare la censura al ragioniere del comune Giuseppe Muscari, uno dei più autorevoli ed equilibrati esponenti del fascismo oppidese. Egli era peraltro cognato all’avv. Salvatore Pastore e parente con i Musicò, tutti militanti di primo piano del fascio. Motivo del provvedimento era che il Muscari si era «arbitrariamente assentato dall’ufficio» il giorno 10. Non bastandogli ciò, il successivo 13 il podestà perveniva addirittura a decretare il suo licenziamento dichiarando che «detto impiegato non ha dato buona prova essendosi dimostrato inidoneo al suo servizio 66

“Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia”, n. 183, 9-VIII-1927, p. 3221. 99


e che pertanto è interesse di questo Comune che il medesimo venga licenziato per la fine del periodo di esperimento» cioè a datare dal 4 giugno67. Eppure, di Muscari, nominato nel posto il 22 giugno 1924, in una delibera di giunta del 19 febbraio 1926 si dice espressamente che «ha dato prova sicura di grande competenza nel suo ramo, e di profonda coscienza del dovere […], ha sempre spiegato il massimo zelo per il migliore andamento dell’ufficio di ragioneria»68. Arrivati a tal punto, era pacifico che Muscari non porgesse l’altra guancia al podestà e in data 3 maggio è venuto a inoltrare richiesta di annullamento al consiglio di stato per violazione dell’art. 40 della legge comunale approvata nel 1923. Contestando che il licenziamento poteva avvenire tre mesi prima della scadenza del biennio, affermava che l’atto podestarile si qualificava un vero «eccesso di potere» e che il podestà aveva adottato una motivazione che a lui riusciva «lesiva»69. Non è passato molto a che tutto si appianasse. Il 25 di aprile il podestà veniva a revocare la delibera di licenziamento, mentre il 16 settembre a sua volta Muscari dichiarava di rinunziare al ricorso dietro corresponsione degli stipendi arretrati. In pari tempo la revoca era prodotta definitivamente. Ma l’ultima delibera firmata dal Simone rimonta al 14 luglio, quella successiva del 19 luglio sarà firmata da un commissario prefettizio, il cav. Gregorio Ioculano. Intanto, il 12 settembre 1930 il nuovo segretario politico era stato scelto proprio nella persona dell’avv. Pastore e per il suo insediamento ufficiale si è provveduto ad addobbare la sala grande del nuovo municipio. Evidentemente, la “piccola banda”, passata al contrattacco, aveva avuto la vittoria su tutta la linea. L’avv. Simone morirà improvvisamente il 22 gennaio 1934 e sulla sua dipartita fioriranno strane leggende metropolitane e si ricamerà di tutto. Comunque sia, nei regiivi, delibere del consiglio. ivi, delibere di giunta. 69 ivi, delibere del consiglio.

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stri di giunta e di consiglio è vano cercare di rinvenire notizie in merito al passaggio di amministrazione e anche a uno straccio di benservito. Nello stesso anno sarà investito con poteri di commissario prefettizio il notaio Nicola Sposato, che tornerà a ricoprire un incarico di prestigio dopo le note dimissioni. L’11 febbraio 1929 è la fatidica data in cui lo stato italiano e la chiesa cattolica hanno raggiunto la pacificazione con la firma dei cosiddetti patti lateranensi. E tale data è stata puntualmente solennizzata tutti gli anni fino alla caduta del regime. Nel concordato, che ha permesso di mettere fine a un lungo periodo di contese e ripicche, è stato sancito definitivamente l’insegnamento obbligatorio della religione nella scuola elementare e media. Per la verità, per l’insegnamento nella scuola elementare ci aveva pensato la legge Casati del 13 novembre 1859, che ne aveva fatto obbligo ai comuni, ma, intervenuta il 15 luglio 1877 la legge Coppino, nella quale non se ne accennava minimamente, alcune amministrazioni hanno approfittato per eliminarlo. Il 9 ottobre 1895 il ministro Baccelli con un regolamento ha stabilito che i comuni, ai quali i genitori si fossero rivolti per richiedere l’insegnamento per i propri figli, avrebbero dovuto provvedere in giorni ed ore fissati dal consiglio scolastico provinciale con preporre maestri riconosciuti idonei dallo stesso. Di un tale frangente è nota in una delibera consiliare dell’anno 1903. Nella sessione del 23 maggio il consiglio, «Veduta la domanda di molti padri di famiglia di questo Comune, i quali chiedono l’insegnamento del catachismo {sic!} pei rispettivi loro figliuoli, in queste scuole comunali, da essere impartito da parroci di Oppido e delle frazioni» e considerando che la legislazione non si opponeva a ciò, «sempre che sia facultativo e non obbligatorio» e che i parroci avrebbero prestato la propria opera del tutto gratuitamente, decideva favorevolmente sulla proposta avanzata dal consigliere Vincenzo Merlino. Questi, della frazione Castellace, era nel medesimo tempo sacerdote e maestro. I parroci avrebbero impartito l’insegnamento entro il proprio ambito circo101


scrizionale una volta alla settimana per gli alunni, i cui genitori ne avessero fatto richiesta e si dava carico alla giunta di concordare con gli stessi il giorno e l’ora. L’1 ottobre 1923 ci avrebbe pensato la riforma Gentile a mettere la religione a «fondamento e coronamento dell’opera educativa», che avrebbe trovato completa attuazione, come detto, nel concordato del 192970. Trascorrendo il tempo, il culto della romanità faceva sempre più presa in ambito fascista e ogni espressione delle organizzazioni e delle masse doveva tendere a una continua dimostrazione. Addirittura, una circolare prefettizia del 31 luglio 1931 è venuta a informare i podestà che per volere del capo del governo col nuovo anno una delle strade non secondarie dei centri urbani avrebbe dovuto portare il nome di Roma. A Oppido si è provveduto il successivo 30 settembre con una via senza indicazione che attraversava la piazza Mamerto e finiva al campo sportivo. Il 28 ottobre 1932, ricorrendo il decimo annuale della Marcia su Roma, questa è stata commemorata con la consueta solennità71. L’anno 1931 si è caratterizzato per la lotta che il fascismo, ad appena quattro anni dalla firma dei patti lateranensi, ha scagliato contro la chiesa cattolica col fine di accaparrarsi il predominio nell’educazione dei giovani. A tal motivo è venuto a ordinare nel maggio la chiusura perentoria dei circoli cattolici. È noto il subbuglio creato in tutta Italia dalla decisione e quanto n’è seguito. A Oppido, dove l’ambiente vescovile era stato ai ferri corti con i fascisti già nel 1925, tanto che mons. Antonio Galati due anni dopo aveva dovuto fare le valigie per Santa Severina, lo scontro è stato particolarmente duro. In paese si sono presentati i funzionari della questura con a capo il vice questore Cavatore, che hanno sequestrato quanto si troivi, delibere del consiglio; (a cura di Lorenzo Bedeschi), Romolo Murri Carteggio II – Lettere a Murri 1898, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1971, p. 116. 71 ACO, delibere del podestà.

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vava in una sezione aspiranti, cioè robetta da niente, come una vecchia bandiera, ma hanno suscitato le ire di vescovo e popolo. Particolarmente forte l’intervento in chiesa del battagliero Giovan Battista Peruzzo, che appena arrivato in Oppido si era pur espresso in modo lusinghiero nei confronti del nuovo regime e del suo capo: «E sia gloria a Benito Mussolini, al Duce, che la Provvidenza ha donato alla Patria nostra. Egli ha compreso e sentito la grandezza, la forza e la potenza del Papato ed ha voluto un’Italia unita, nella fede e nell’amore, al Vicario di Gesù Cristo». In quel frangente si celebrava in Oppido un riuscitissimo convegno mariano, quindi le popolazioni della diocesi si trovavano in un momento di grande tripudio72. Da una delibera del podestà del 29 agosto 1931 emerge che l’albergatore Rocco Pisani aveva fittato 13 letti per tre giorni «per i Reali Carabinieri, venuti in occasione dello scioglimento del Circolo Cattolico giovanile»73. Nel 1937 col nuovo vescovo Nicola Canino il dissidio tra fascisti e azione cattolica è ripreso alla grande e si è fatto di tutto per impedire ai giovani di essere contemporaneamente fascisti e cattolici. Le vessazioni andavano dallo strappo della tessera a quello del distintivo e si fissavano manifestazioni di partito e ricreative in contemporanea con i riti usuali della Chiesa. A Oppido c’è scappato anche qualche schiaffo e la cosa è andata a finire alla segreteria di stato del Vaticano e alla regia ambasciata d’Italia. Nell’occasione il vescovo Canino ha tenuto testa validamente alle impennate ricorrenti dei dirigenti fascisti finendo per contattare anche alte autorità provinciali e nazionali74. GIOVAN BATTISTA PERUZZO, Lettera pastorale, Tropea 1929, p. 7; LIBERTI, Momenti e figure nella storia della vecchia e nuova Oppido, Barbaro Editore, Oppido Mamertina 1981, pp. 251258. 73 ACO, delibere del podestà. 74 LIBERTI, Diocesi di Oppido-Palmi-I Vescovi dal 1050 ad oggi, Virgiglio editore, Rosarno 1994, passim. 72

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Dal contesto fascistico non poteva naturalmente esimersi anche il piccolo comune di Tresilico, che contribuiva anch’esso secondo le sue forze. Contributi venivano elargiti a favore del “Comitato Crociera Latina”, il cui compito era quello di «portare nell’America del Sud il soffio della multiforme attività della Nazione», nel novembre 1923 (£ 150); a pro della «sottoscrizione nazionale per la raccolta del dollaro per il pagamento del debito verso gli Stati Uniti di America» per «appello lanciato dal Duce Magnifico» 20 dollari=500 lire) a dicembre 1925; per il “Prestito del Littorio” (£ 4.375 in titoli = valore 5.000; in questo caso il comune, pur contribuendo, non ha potuto fare a meno di evidenziare che «si aderisce con difficoltà») nel novembre 1926; a favore della “Federazione Fascista di Reggio” «per la propaganda dell’idea» a imitazione della locale sezione del partito (£ 100) nel dicembre dello stesso anno e della “Confederazione Generale Enti Autarchici” costituita nel 1926 sia per quest’anno che per il 1927; infine per la “Mostra Campionaria di Tripoli“ nel febbraio 1927 (£. 500). Si tratta, è indubbio, di scampoli, ma le diciture con le quali i provvedimenti si accompagnano forniscono un’idea chiara di quanto pesasse a carico dei comuni la sovrastruttura partitica di un regime comunque autoritario. Durante il primo decennale dell’esercizio del potere da parte del partito fascista non sono mancate iniziative di propaganda avviate dai comuni, anche perché i suggerimenti venivano dall’alto nonché partecipazioni degli stessi per il finanziamento delle tante organizzazioni. Di quanto di più significativo è dato rilevare negli atti municipali diamo un breve resoconto. Nel 1924 un contributo di ben £ 1.752,20 è andato alla “Federazione Provinciale degli Enti Autarchici di Reggio Cal.”. A ottobre del 1926, in riga con quanto disposto da Mussolini, nel cinemateatro Mamerto di Cannatà Michele sono state tenute delle «conferenze illustrative sull’opera svolta dal Governo Fascista sul programma e finalità e sulle opere pubbliche eseguite e da eseguirsi nel Mezzogiorno d’Italia dai passati Governi abbandonati». Una somma di £ 500 è stata concessa nel 1930 104


al comando provinciale dei fasci giovanili di combattimento di Reggio, che doveva servire all’acquisto delle divise ai giovani fascisti della provincia, compresi quelli di Oppido. Nel ’30 e ’31 vari contributi risultano dati per il rifornimento ai partecipanti al giro ciclistico della provincia, una prima volta perché il patrocinio della corsa è nientedimeno di S. E. Turati (£ 325), una seconda di S. E. Giuriati (£ 300). Alla “Federazione Provinciale Fascista” sono state assegnate 250 lire per la partecipazione dell’Opera Nazionale Balilla al “Concorso Dux” del 3 maggio 1931. Altre 250 lire nello stesso giorno sono state devolute al comando provinciale dei fasci giovanili in occasione della rassegna fatta dal comandante generale on. Carlo Scorza. Sicuramente, ogni contributo riusciva un grosso aggravio per i comuni, che non navigavano certo in buone acque, ma alle tante richieste era giocoforza chinare il capo. Il contributo era volontario, ma in certo modo era anche obbligante e, sicuramente, non era proprio un tempo di vacche grasse. Nell’anno 1932 ritornava in sella al comune di Oppido quale podestà il cav. Riccardo Gerardis. Sarebbe rimasto in carica fino alla morte, nel 1939 e tale periodo probabilmente sarebbe riuscito quello più pacifico trascorso dalla cittadinanza, almeno dal punto di vista politicoamministrativo. A quanto pare, la fazione soccombente non deve essere stata più in condizioni di rialzare la testa. Varie le iniziative prese dal partito. A Gerardis era stato affiancato il 22 giugno di quell’anno con funzione suppletoria in caso di sua assenza a vario motivo l’ing. Francesco Musicò75. Nella maggior parte dei paesi, almeno in quelli di una qual certa importanza una colonia per l’infanzia è sorta in riga con le direttive del regime. Nel settembre del 1933 il podestà Gerardis riferiva come, d’intesa col segretario federale e il segretario generale dell’agricoltura, si fosse de-

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ciso di costruire sui vicini piani di Zervò casette coloniche in funzione di una colonia montana che avrebbe preso il nome di Mamertina. A tal motivo, il giorno 16 provvedeva a deliberare il taglio di 200 piante di faggio, per cui chiedeva preventivamente l’autorizzazione alla “Coorte della Milizia Nazionale Forestale”. La colonia, conosciuta come Mamertinia, è stata allestita in breve tempo e per vari anni è stata mèta delle organizzazioni fasciste, ma anche della cittadinanza, che hanno potuto assaporare la frescura dei monti. Balilla, avanguardisti, giovani fascisti e piccole e giovani italiane hanno usufruito anche degli edifici dismessi del sanatorio antitubercolare. A giugno 1935 il commissario prefettizio dr. Bruno Giordano faceva presente come, in riga con le disposizioni del governo e le relative indicazioni fornite dal prefetto e in armonia col segretario federale, facesse d’uopo impiantare una «colonia estiva per i bambini gracili». Poiché da nota del segretario del fascio locale si conosceva che le spese sarebbero ammontate a £ 5.140, il comune avrebbe provveduto a ricavare i fondi mettendo in vendita le baracche. Intanto, il giorno 22 veniva a obbligarsi per una somma di £ 4.000, che avrebbe consegnato al fascio oppidese76. Una tale colonia, che sarà poi intitolata a Italo Balbo, è pervenuta sino agli ultimi tempi del fascismo. Il solerte animatore dell’opera balilla, prima e della GIL, dopo, è stato il ragioniere Muscari, eccellente sportivo, compositore di operette e vario organizzatore, benvoluto da tutti. Ed è arrivato il primo conflitto bellico. La politica guerrafondaia e pressappochista del duce e dei suoi seguaci non poteva portare lontano. Come se non fossero stati sufficienti i molti morti e feriti delle varie guerre nell’avventura africana di fine secolo, il fascismo, una volta rafforzatosi al potere, si è dato a completare e consolidare le conquiste già operate. Nel primo decennio è toccato alla Libia e alla Somalia, dove gli italiani, oltre a paci-

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ivi, delibere del podestà.

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ficare, si fa per dire, le popolazioni e sottometterle, hanno allargato alquanto i confini delle due regioni77. Non così è avvenuto in Eritrea, dove la situazione si presentava ben diversa. Purtroppo, l’ansia di vendicare l’onta di Adua e di tante altre battaglie sanguinose e il desiderio di unire gli stati dell’area in una sola colonia hanno spinto Mussolini ad agire. Nonostante che con l’Abissinia fosse stato stretto nel 1928 un patto di amicizia, nel 1935, prendendo a pretesto il noto incidente di Ual-Ual, località sulla frontiera, il 2 ottobre veniva ad annunciare l’apertura delle ostilità senza fare alcuna dichiarazione ufficiale di guerra. L’iter è stato piuttosto breve. Il 5 maggio 1936 Badoglio entrava in Addis Abeba e il 9 il duce poteva proclamare dal balcone di Palazzo Venezia la fondazione dell’impero di Etiopia. È stato un momento di particolare eccitazione e l’onomastica dei bambini di quel tempo è risulta improntata alle località conquistate. Mio fratello, nato in quell’anno, ha come secondo nome Doria, mentre ne conosco di Adua, Sciarasciat e tanti altri come primo nome. Non solo, ma una tale onomastica si avvisa altrettanto in quella dei trovatelli, soprattutto per il periodo anteriore, quando spuntano i vari Derna, Misurata, Bengasina ecc.78. L’Inghilterra e la Francia, che in un primo tempo avevano appoggiato tacitamente l’impresa, alla fine sono stati costretti a fare passi indietro e la “Società delle Nazioni” ha applicato all’Italia le sanzioni. Da qui l’inizio di avvicinamento alla Germania e a Hitler, invero il principio della fine di un’esperienza, che, con tutte le esagerazioni, aveva pur dato buoni frutti. Il fascismo, data la sua struttura ideale, ha avuto in primo piano tra i suoi principali obiettivi la cura della L’11 febbraio 1922 periva in Misurata il soldato Feis Vincenzo di a. 22 appartenente al Primo Battaglione Volontari Italiani. Ne dava comunicazione al comune di Oppido il municipio di Tripoli il 25 marzo susseguente. Ivi, atti dello stato civile. 78 LIBERTI, La piaga dei figli di nessuno, “Momenti e figure …”, p. 362. 77

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gioventù soprattutto in senso fisico, che ben si accompagnava con quello culturale. Si aveva di mira senz’altro la formazione del cittadino, ma anche quella dell’uomo sano e possibilmente ben dotato in caso di partecipazione a eventuali guerre. Non si mancava peraltro di assicurare una sana alimentazione. Come dire: mens sana in corpore sano. L’uomo fascista doveva essere in ogni occasione il difensore a tutto campo della patria. Ecco perciò la nascita nel 1926 dell’istituto ”Opera Nazionale Balilla”, poi nel 1937 incorporato, come altri gruppi giovanili fascisti, nella “Gioventù Italiana del Littorio”. Si era così completato un ciclo e tutte le organizzazioni erano passate a dipendere direttamente dal partito. Una delle espressioni più opportune a riguardo è stata la fondazione della colonia per l’infanzia distinta in marina e montana a pro soprattutto dei bambini rachitici. Anche se un indirizzo in proposito era stato dato in una memoria medica sin dal 1853 dal toscano Giuseppe Barellai, è stato il fascismo a promuovere in larga scala un’iniziativa del genere e sono stati davvero tanti coloro che hanno goduto di cure opportune e hanno visto per la prima volta il mare o la montagna. Dai nostri paesi non c’era proprio alcuna occasione di andare a villeggiare per fare elioterapia e talassoterapia, termini ancora di là da venire. La prima notizia di guerra rimbalzata a Oppido ha recato parecchio orrore nell’opinione pubblica: l’orribile morte incontrata dal tenente pilota di Placanica Tito Minniti, caduto con l’aereo il 26 dicembre 1935 e ucciso dagli abissini inferociti assieme a un commilitone dopo essersi eroicamente difesi. Appena conosciuti i fatti, nello stesso mese il podestà deliberava l’istituzione di una borsa di studio di £ 700 a favore di «uno studente di istituto tecnico, liceo o scuole magistrali di 2° grado, che sia nativo di Oppido, di famiglia disagiata, di buona condotta, iscritto alle Organizzazioni giovanili od ai fasci di combattimento». Per continuare a godere della borsa faceva d’uopo che il passaggio alla classe superiore avvenisse regolarmente. A Tito Minniti Reggio ha intitolato l’aeroporto, che ancora oggi è così 108


denominato. Il 6 agosto precedente era deceduto precipitando con l’aereo sul cielo del Cairo assieme al segretario particolare e ad altre persone il ministro dei lavori pubblici, Luigi Razza, calabrese di Monteleone poi Vibo Valentia, uno di quelli che contavano negli ambienti del regime fascista. Si stava recando in missione in Eritrea dopo aver soggiornato in Egitto. Il tragico evento si è propagato subito in Italia e, naturalmente, anche a Oppido, dove già il 24 dello stesso mese il podestà stabiliva d’intitolare il corso principale del paese a Razza e la piazza Mamerto al suo segretario, il palmese Vincenzo Minasi. Se il corso reca tuttora il nome dello scomparso ministro, la piazza Mamerto ha continuato a chiamarsi tale, fino a quando nel dopoguerra non ha preso il nome di Salvatore Albano, un egregio scultore oppidese dell’800. Nel rapportare che i due «illustri figli di terra nostra, sono scomparsi tragicamente ma gloriosamente mentre si recavano da Roma in Africa Orientale destinati ad una missione civile», il capo del comune ne veniva a tracciare i loro profili. Razza: «giornalista, valoroso combattente nella Grande Guerra, Sansepolcrista, partecipe della Marcia su Roma, Presidente dei Sindacati Fascisti dell’Agricoltura e Ministro dei Lavori Pubblici, espressione di bontà e di amore, dedicò tutto se stesso alla Patria per la quale sacrificò la vita». Minasi: «combattente valoroso, organizzatore sindacale di nobile tempra e grande valore, è caduto al fianco del suo Ministro che lo aveva scelto suo prezioso collaboratore»79. Al ministro Razza Oppido e i fascisti locali dovevano molto. Nell’occasione di una sua visita in paese intorno al 1934, l’allora presidente dell’ospedale civile, avv. Salvatore Pastore, lo ha interessato in merito alla costruzione di un nuovo fabbricato, dato che quello antico aveva ormai fatto il suo tempo. Appena è arrivato a Roma ha trattato subito il problema e in breve tempo si è avuto un nosocomio di tutto punto, ancor oggi in piena efficienza e al79

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tamente superiore ai padiglioni che sono stati eretti ai nostri giorni. Il nuovo ospedale è stato solennemente inaugurato nel 1938 presenti il federale del fascio di Reggio e tantissime altre autorità. Dell’impegno di Razza a favore di tale opera era testimone, secondo quanto diceva l’avv. Giuseppe Mittica, il senatore Domenico Romano, che all’epoca svolgeva proprio le funzioni di direttore generale del ministero dei lavori pubblici80. Come conseguenza dell’attacco all’Etiopia è scaturita, lo abbiamo già detto, la decisione della Società delle Nazioni di comminare le sanzioni economiche all’Italia. Il provvedimento è dell’11 ottobre 1935, ma è entrato in vigore a partire dal 18 novembre. Esso però non ha dato i risultati sperati sia perché l’embargo non comprendeva il petrolio e derivati sia in quanto Stati Uniti e Germania, che non facevano parte di tale consesso, si sono resi neutrali e attenuti a rispettare il blocco economico solo per quanto riguardava armi e munizioni. Una tale risoluzione perciò appena sette mesi dopo, il 4 luglio del 1936, è stata abrogata. Per il duce però è riuscita un valore propagandistico enorme e la sua campagna contro i paesi affamatori ha avuto così un grosso rilievo. La raccolta dell’oro, celebrata il 18 dicembre e la spinta all’autarchismo hanno portato le masse a unirsi come non mai in favore dell’idea fascista, ch’era d’altronde allora tutt’uno con quella della patria81. Perché il popolo tenesse ben presenti le inique sanzioni, ai podestà è stato impartito l’ordine di sistemare sulla facciata del comune una vistosa lapide con un’epigrafe in proposito. In data 6 aprile 1936 il podestà di Oppido «Per ricordare alle future generazioni la data dell’iniquo assedio economico per esaltare la virtù del popolo che ha saputo degnamente resistere alla iniqua coalizione ginevrina, stringendosi sempre più al Duce» deliberava la spesa

LIBERTI, L’Ospedale di Oppido Mamertina, MIT, Cosenza 1974. GIORGIO CANDELORO, Storia dell’Italia moderna - Il fascismo e le sue guerre, Feltrinelli, Milano 1993, p. 389.

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di £ 850 per l’acquisto di un marmo di Carrara di m. 1,60x0,80. Dopo la guerra il grosso manufatto, al quale noi ragazzi ci appendevamo anche perché si protendevano in fuori delle basi piuttosto allungate, è stato tolto e forse avrà fatto da materiale di riempimento nella costruzione di qualche palazzotto. Parecchi Oppidesi hanno fatto la campagna d’Africa come volontari, ma sicuramente i più appartenevano al ceto proletario. Vi erano spinti a partire soprattutto dalla buona paga offerta dal regime e anche dal desiderio di restarvi per crearsi una vita meno amara di quella offerta loro in patria. Dopo la conquista molti, anche elementi di primo piano come l’ing. Ferraris, vi si sono recati portando un importante contributo di operoso lavoro. Sicuramente, la spinta propagandistica ha fatto la sua parte. Le cronache narrano di un gustoso episodio accaduto proprio a Oppido. Prima che i volontari partissero si è svolta nella piazza principale una grande manifestazione in sostegno con discorsi, acclamazioni, banda e fiori a profusione, ma, all’arrivo a Reggio, un certo numero di gente, oggi diremmo bene, ha pensato di recedere dall’impegno preso e alla chetichella se n’è tornata a casa propria, dove è rimasta nascosta per un buon numero di giorni. La vergogna del passo compiuto era veramente tanta! Il fascismo, anche se nel suo dna si rivelava la vocazione a guidare un grande popolo ed era quindi propenso a un incremento sistematico della natalità, è venuto maggiormente a interessarsene sicuramente poco prima della proclamazione dell’impero. Le terre africane richiedevano braccia e quale migliore occasione che quella di italianizzare nuove terre e offrire così ai meno abbienti l’opportunità di avere un lavoro! In Italia la massa o emigrava soprattutto oltre oceano o si contentava di condurre una vita grama. Non c’erano altre alternative. Quindi, se emigrazione doveva esserci, era cento volte meglio che si sviluppasse in terre amiche! Poi, in ultima analisi, la politica d’incremento demografico in un regime dittatoriale si

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rivelava sempre più «base della potenza militare e della vitalità di un popolo». E in tale politica il regime non era solo. Aveva dalla sua anche ambienti cattolici e operai82. Il podestà di Oppido nel dicembre 1935 veniva a istituire dei premi di natalità e nuzialità di £ 1.000 proprio «Allo scopo di seguire le direttive del Governo il quale raccomanda ai Comuni di contribuire per l’incremento demografico». A tal motivo, perciò, le famiglie numerose non si contavano. Se ne ritrovavano anche con 18 figli e i nomi che andavano per la maggiore erano quelli in seno alle famiglie di Mussolini e del re, quindi Benito, Vittorio, Umberto e via di questo passo. Purtroppo, una volta consumati i contributi, si ritornava alla vita grama di sempre! Ancora prima, a marzo dello stesso anno, il podestà aveva varato quattro premi di nuzialità di £ 500 ciascuno, non potendo fare di più per le esigue risorse «per quelle coppie dai 25 ai 30 anni che abbiano sposato o sposeranno nel corrente anno che versino in stato di bisogno e risultino di irreprensibile condotta morale e politica, dando sempre la preferenza alle coppie più giovani». Era un’iniziativa senz’altro utile, diceva, in quanto a Oppido la nuzialità aveva fatto cilecca, essendosi verificati nell’anno precedente appena trenta matrimoni di giovani in tale età, ben poca cosa per una popolazione che si contava in 12.000. Quindi, bisognava qualificarsi ligi alle direttive del governo in favore dell’incremento demografico specialmente in seguito all’istituzione dell’Opera Maternità e Infanzia83. Dei pre-

(a cura di Renata De Lorenzo), Storia e misura - Indicatori sociali ed economici nel Mezzogiorno d’Italia (secoli XVIII-XX), Franco Angeli, Milano 2007, p. 106; SALVATORE LUPO, Il Fascismo La politica in un regime totalitario, Donzelli, Roma 2000, p. 22; GIOVENALE DOTTA, Chiesa e mondo del lavoro in età liberaleL’unione Cattolica Cooperativa di Torino (1871-1923), Effata editrice, Cantalupa 2008, p. 138; ID., La voce dell’operaio: un giornale torinese tra chiesa e mondo del lavoro (1876-1933), idem 2006, p. 104. 83 Nell’Omni, istituita il 10 dicembre 1925, il fascismo ha inserito

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mi di natalità nel maggio 1936 erano concessi a «volontari e richiamati in Africa Orientale». Era senzaltro un dovere per le amministrazioni comunali «fiancheggiare il Governo in quest’opera di vitale interesse per la Nazione, essendo il numero dei Cittadini di uno Stato elemento precipuo di forza e di sicurezza di esso»84. Terminata con la creazione dell’impero la campagna d’Africa, un nuovo fronte è venuto a interessare le velleità mussoliniane. Nell’agosto del 1936 medesimo la sollevazione del generale Francisco Franco contro il governo repubblicano in Spagna dava il via a una guerra civile lunga e particolarmente cruenta. Nonostante il ministro Ciano avesse accettato il 6 di quel mese un piano di non intervento, la partecipazione dell’Italia è stata massiccia, prima celatamente con l’invio di armi, quindi con quello di truppe soprattutto volontarie, che sono state inserite proprio nello CTV (Corpo Truppe Volontarie). Un tale intervento non dichiarato ufficialmente, oltre che dalla proclamata scusante della lotta al bolscevismo, è stato voluto dal desiderio di ampliare la sfera d’influenza in Europa a danno di Francia e Inghilterra, responsabili dirette delle sanzioni economiche dell’anno prima. La guerra civile spagnola, conclusasi nel 1939 con la vittoria dei franchisti, in buona sostanza si qualifica l’anteprima del secondo conflitto mondiale, iniziatosi proprio in quel medesimo anno85. Anche per la Spagna sono partiti in parecchi i volonta-

i fasci femminili e non era possibile diversamente dato il carattere accentratore del partito e, quindi del governo che n’era espressione. PIERANGELA BENVENUTI-DOMENICA A. GRISTINA, La donna e il servizio sociale-Identità sessuale e professionale dell’assistente sociale, Franco Angeli, Milano 1998, p. 90. 84 ACO, delibere del podestà. 85 CLEMENT LEIBOVITZ-ALVINA FINKEL, Il nemico comune-La collusione antisovietica fra Gran Bretagna e Germania Nazista, Fazi editore, Roma 2005, p. 44; CANDELORO, Storia dell’Italia moderna …, p. 410. 113


ri italiani a dare man forte ai franchisti solleticati del pari dalla retribuzione abbastanza elevata per i tempi, ma se alcuni sono ritornati, come gli oppidesi Matteo Cananzi e Beniamino Rossi, altri hanno immolato la loro vita. Il podestà il 23 ottobre 1937 affermava in una sua delibera che «Il Capo Manipolo Rocco Mammone, volontario e valoroso combattente nella guerra per la conquista dell’Impero, è gloriosamente caduto alla presa di Malaga in terra di Spagna per la difesa della civiltà e per il trionfo dell’Idea Fascista». Per onorarne la memoria, s’intitolava al suo nome la piazza antistante la chiesa del paesino che gli aveva dato i natali, la frazione Piminoro. Allo stesso, maestro elementare, sarebbe stata dedicata anche la colonia Mamertinia. Col sottotenente Mammone, che aveva alle spalle pure la campagna d’Abissinia, sono caduti altri due oppidesi, Francesco Lipari e Michele Grillo, quest’ultimo propriamente della frazione Messignadi86. Ricordo che la vedova di Lipari, signora Anna Napoli, in perfetta tenuta nera di donna fascista, era fatta sfilare in primo piano immancabilmente nelle adunate di partito. Per quanto riguarda Matteo Cananzi conosciamo dai giornali ch’egli è stato in Spagna dal 1937 al 1939 quale sergente del Reggimento fanteria del Littorio, prima e successivamente del Centro Raccolta C. T. V. Per il suo comportamento nei combattimenti, cui ha preso parte, è stato ritenuto meritevole di alcune decorazioni, i cui attestati, offertici in copia, sono tuttora conservati dagli eredi87. LIBERTI, I caduti della seconda guerra mondiale, “Momenti e figure… IV”, “Quaderni Mamertini” n. 34, Diaco editore, Bovalino 2002, p. 31. 87 Ritorno di un legionario a Tresilico, “Cronaca di Calabria”, 29-71939; Ritorno di un legionario, “La Gazzetta”, 8 agosto 1939. Gli attestati recano tutti la data del 28 febbraio 1942 e la firma di Mussolini. Riguardano la Croce al merito di guerra per la campagna di Spagna, la Medaglia commemorativa idem e la Medaglia di benemerenza per i volontari della campagna di Spagna. 86

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L’11 novembre di quello stesso 1937 il vescovo Canino si univa a tutti gli altri Ordinari della regione per inneggiare ai caduti in nome della fede. Così si esprimevano all’unisono i presuli in una lettera indirizzata da Catanzaro al primate spagnolo cardinale Goma y Tomas: «Con santa fierezza di Cattolici e di Italiani ricordiamo commossi i Numerosi figli della nostra Calabria, che, benedetti da Noi, sono venuti volontari in Spagna a combattere in difesa della Civiltà Cristiana e non pochi di essi, dopo strenua lotta, sono caduti da prodi»88. Tra il 1932, conclusione del primo decennale della marcia su Roma e il 1940, anno di entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, gli interventi podestarili si sono susseguiti ancora come per il passato in riga con le direttive calate dall’alto. Il primo atto registrato per il 1933 è un contributo straordinario di £ 250 emesso nel mese di aprile a favore del locale fascio giovanile di combattimento. A settembre è occorso invece aderire a una richiesta del console della milizia al fine dell’acquisto di un nuovo tipo di mitragliatrice a uso del battaglione delle camicie nere della legione, risultando quella in dotazione di «modello aliquato» (sic!). Quindi, una somma di £ 30 è stata destinata alla 163a legione Tommaso Gulli della MVSN. Nello stesso mese sono state concesse £ 100 a pro del comitato per l’erezione di un monumento «a memoria dello storico sbarco di Garibaldi». Nel novembre il contributo di 8.400 era destinato al monumento di Armando Diaz a Napoli, originato «quale ricordo che verrà a testimoniare la perenne riconoscenza della Patria». L’anno dipoi, a giugno, ulteriori £ 100 venivano assegnate all’O.N.B., mentre ad agosto ben 4.500 erano devolute al dopolavoro provinciale per l’acquisto di «un autocinema ambulante parlato, che nei mesi primaverili ed estivi 88

José Andrés-Gallego/Antòn M. Pazos, Archivio Gomà Documentos de la Guerra Civil, 8 Octubre-Diciembre 1937, Consejo Superior de Investigaciones Cientificas, España, pp. 325-326. 115


visiterà i paesi della Provincia, dando le proiezioni all’aperto»89. L’Opera Nazionale Dopolavoro è stata, tra le varie istituzioni «la più larga delle strutture di massa del fascismo proprio in virtù della sua apoliticità»90 e ha avuto a tal motivo un grande successo. L’autocinema ambulante, che, assieme alla radio, erano i più importanti capisaldi su cui si basava la propaganda di partito, ha raggiunto tanti sperduti paesi ed è stato sicuramente veicolo di grande conoscenza. Ricordo che da piccolo ero tenuto in alto da mio padre, onde poter vedere agevolmente, dato che la marea di popolo che assisteva a tali spettacoli mi copriva letteralmente la visuale. E ricordo le voci della gente, che gridava: il re, il duce e applaudiva spesso freneticamente. Che tempi! Il dopolavoro, d’altronde concedeva ai suoi iscritti diverse facilitazioni come nell’acquisto di biglietti per il treno o per gli spettacoli ed era soprattutto sede di ricreazione. In quello stesso 1934, il giorno 22 aprile, una grande manifestazione con parate varie si è svolta in piazza Umberto I proprio di fronte alla casa del fascio. S’inauguravano la nuova sistemazione della piazza e due monumenti, uno era dedicato allo scultore Salvatore Albano, l’altro a Rocco De Zerbi. È stata sicuramente un’occasione propizia per appelli di pura marca fascista. Il podestà Gerardis, prima del discorso ufficiale tenuto dal palmese avv. Vincenzo Silipigni, con tono tipicamente

Con tutta probabilità, un apparecchio di proiezione a Oppido sarà stato presente da gran tempo, anche se dovevasi trattare di macchina per il cinema muto. Infatti, da una delibera di giunta del 23 febbraio 1912 si apprende dello stanziamento di £ 344,25 per l’acquisto presso la Ditta Abliengefellschaft di Dresda di un «apparecchio di proiezione per le scuole comunali moderno e di grande effetto». La circostanza induce a ritenere che a Oppido al tempo si fosse più che mai attenti alle novità in campo educativo. 90 MARCO PALLA, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze 1994, p. 70. 89

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littorio, infatti, indicava De Zerbi come una «figura completa di cittadino e patriota, dannato finora al silenzio dalle turpi congiure delle sgominate fazioni demo-liberali»91. Del 1935 ci si avvisa soltanto della richiesta di una scuola rurale in contrada Ferrandina. La stessa è stata reiterata nel maggio del 1936 e nel 1937. In quest’ultimo anno la domanda era anche per la contrada Quarantano, dove la principessa Pignatelli ha offerto sia i locali che il campicello. In verità, anche se nella concezione del fascismo la scuola era considerata fucina e palestra di educazione civica nel senso voluto dal partito, si qualificava come un fiore all’occhiello dello stesso nel senso dell’istruzione del popolo. Tutti dovevano andare a scuola, almeno a quella elementare e per le assenze non si facevano sconti a nessuno. Certo, allora non era facile controllare appieno le varie situazioni! In quel 1935 si ha notizia che l’ing. Francesco Musicò, che aveva ricoperto in passato funzioni di delegato podestarile e tra ’34 e ’35 di commissario prefettizio, abbandonava la partita oppidese, in quanto veniva a trasferirsi per motivi professionali a Taurianova. In data 24 agosto il podestà, nel rivolgergli un voto di plauso, enumerava i suoi vari impegni svolti «con zelo, rettitudine e alti sensi fascisti» e, proseguendo, affermava ancora che aveva seguìto una «costante e disinteressata opera svolta con fiera fascista rettitudine, contribuendo non poco seguendo le direttive del Regime e superando il limite delle sue spiccate possibilità di bene del Comune». Il suo posto era preso simultaneamente da Antonio Grillo, che vantava i requisiti richiesti essendo un iscritto al PNF e un excombattente. Nel 1938 l’incremento demografico era ancora in cima ai pensieri dei governanti fascisti e a marzo il podestà veniva a stabilire l’erogazione di ben dieci premi di nuzialità di £ 50 ciascuno a quelle coppie di età dai 26 ai 30 anni 91

VINCENZO SILIPIGNI, Inaugurazione del monumento a Rocco De Zerbi in Oppido Mamertina, Alfredo Guida Editore, Napoli 1934, p. 5. 117


che si sposavano entro l’anno, ma che non avevano ancora goduto di altri premi da parte di altri enti e che, comunque, si trovavano in disagiate condizioni economiche. Nel successivo mese di luglio, il podestà, riteneva cosa giusta partecipare anche se con un piccolo contributo, «alla nobile iniziativa del Ministero della Guerra per la dotazione del Carro di propaganda», per cui assegnava la somma di £ 50 a favore del comando del presidio militare di Reggio. Il 24 settembre invece veniva a istituire i nuclei di propaganda che sarebbero dovuti entrare in funzione «in caso di mobilitazione». Ne facevano parte lo stesso podestà, la di lui moglie Emma Sigillò segretaria dei fasci femminili, l’ing. Francesco Musicò, segretario del fascio, il dr. Gaetano Tripodi ufficiale sanitario e medico condotto e i due parroci della città, il can. Nicola De Marte e l’abate can. Bruno Palaia. Per quanto riguardava l’ex-comune di Tresilico venivano impegnati l’ex-sindaco cav. Antonio Cananzi quale delegato del podestà e il segretario del fascio Francesco Carbone. Per Castellace si segnalavano l’arciprete Antonio Pietropaolo e Giuseppe Barca, delegato del segretario del fascio, mentre di Piminoro si sarebbero occupati Vincenzo Mammone, delegato del segretario del fascio e la maestra elementare oppidese Grazia Leale, che in atto insegnava in quella frazione. L’anno si chiude con la concessione di un sussidio di £ 260 nel mese di ottobre al comandante della locale GIL per la «Befana Fascista ai figli dei militari morti in guerra». La befana fascista, espressione del dopolavoro, anche se legata a una ricorrenza in auge prima del fascismo, ha avuto un nuovo impulso per merito del partito e già una prima volta la manifestazione a riguardo si è svolta a Roma nel 1922. Comunque, il suo maggiore sviluppo data dal 1930. Altra sagra di grande richiamo popolare era quella dell’uva, che ha cominciato a svolgersi dal 1930 e che aveva lo scopo dell’incremento del prodotto. Era anch’essa pura espressione del dopolavoro e così la ricorda una scrittrice: «a settembre si celebrava la festa dell’uva; bancarelle di grappo-

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li di varie uve provenienti da tutta Italia e poi si preparava il carro per la sfilata cittadina». Uomini con abiti da vendemmiatori e cestini e forbici in mano incedevano insieme a donne vestite da contadine92. Una tale sagra si svolgeva anche a Oppido e alcune istantanee la documentano per il 12 ottobre 1933, alla IVa edizione. Qualche foto ritrae anche una manifestazione della befana fascista nei locali del circolo operaio. Queste le iniziative per il 1939, prima che la guerra fagocitasse ogni risorsa. Nel febbraio il podestà deliberava ancora la concessione di tre premi di nuzialità di £ 200 ciascuno e di nove di natalità di £ 1.000 c., da accordare di preferenza a famiglie numerose iscritte al PNF. In caso di parità a decidere sarebbe stato il sorteggio. Il 4 marzo invece veniva a commemorarsi la morte del «Grande Italiano» Guglielmo Marconi, che il podestà così rievocava: «col suo genio divino superando quelle che sembravano leggi imposte dalla natura, ha saputo unire colla celerità del pensiero le genti diverse e schiudere nuovi mondi allo sguardo pensoso del futuro genio, ha lasciato nell’anima di ogni cittadino un profondo senso di dolore unito ad un vivo ricordo del grande scomparso». In verità, la radio è risultata una grande cassa di risonanza per la propaganda di regime. Ricordo benissimo che, quando se ne annunziava la trasmissione, la gente si precipitava presso qualcuno che possedeva un apparecchio, ma allora erano in pochissimi ad averlo, per ascoltare un discorso di Mussolini, anche se c’era poco da capire, in quanto si trattava molto spesso di frasi a effetto. Tuttavia, l’espressione «parla il duce» correva di bocca in bocca e nessuno voleva mancare all’appuntamento. La voce era spesso coperta o quantomeno disturbata dalle numerose scariche prodotte dalle prime radio. La modulazione di frequenza e altro erano ancora di là da venire. A Marconi il podestà ha deliberato d’intitolare la via Ora92

ZELMIRA MARAZIO, Il Mio Fascismo-storia di una donna, Verdechiaro Edizioni, Baiso (RE), p. 37; (a cura di Paolo Sorcinelli), Identikit del Novecento, Donzelli, Roma 2004, p. 221. 119


torio. La via Marconi, anche se ridotta a metà, è ancora esistente. Il 16 ottobre le cose erano giunte ormai al punto di non ritorno e alle istruzioni del consiglio provinciale delle corporazioni del 25 settembre si dava seguito con il reperimento di personale straordinario da adibire per l’accettazione delle dichiarazioni e relativo ritiro dei moduli di denunzia delle famiglie o anche convivenze e quindi per la compilazione delle carte annonarie individuali. A un tale ufficio, cui erano interessati anche il segretario capo, l’applicato Arturo Frisina e l’impiegato straordinario Nicola Grillo, sono stati proposti Matteo Cananzi reduce dalla Spagna e altre persone che vantavano l’appartenenza a famiglie numerose, pur «non tutti iscritti al P.N.F.». Di un altro impiegato provvisorio assunto per la segreteria nello stesso mese, Felice Monteleone, il podestà dichiarava trattarsi di un iscritto al PNF, che dava pieno affidamento. Ad aprile del 1936, poiché parecchi giovani fascisti della classe 1915 non godevano della disponibilità di pagare di propria tasca la tessera, il podestà giudicava opportuno ch’essi regolarizzassero la propria posizione, almeno prima che venissero chiamati alle armi. A tale scopo perciò veniva a stanziare la somma di £ 200. A rimborsare la ditta Merolillo Michele di Reggio, che aveva fornito le divise per i giovani fascisti, il podestà provvedeva a marzo del 1937. Il susseguente 26 giugno veniva a morte un altro grosso esponente del fascismo, il presidente della camera dei fasci e delle corporazioni conte Costanzo Ciano di Cortellazzo noto anche come l’eroe di Buccari per un episodio bellico della prima guerra mondiale. Al «Grande Italiano» che «per le sue virtù guerriere e per il suo dinamico contributo alla Causa Fascista, ha lasciato nell’animo di ogni cittadino un profondo senso di dolore misto ad un vivo ricordo» il podestà in data 8 luglio deliberava di dedicare la via Coppola, rimuovendo il nome di un grande vescovo che tanto aveva

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fatto per Oppido. Causa gli avvenimenti successivi, tutto è finito nel dimenticatoio e la via Coppola tuttora sussiste.

L’ing. Ferraris in terra d’Africa con il duca e la duchessa d’Aosta in visita a edifici in costruzione (per queste due rarissime foto rivolgo un grazie particolare al di lui nipote dr. Domenico Mittica).

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Militari italiani in viaggio per l’Africa (anche questa foto è stata inviata o portata a Oppido dall’ing. Ferraris).

Carta annonaria

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Eccezionale foto del funerale del podestà Riccardo Gerardis fattami avere, come varie altre, dall amico Rocco Lipari, che vive in Australia e che mi è gradito ringraziare 124


DALLA SECONDA GUERRA MONDIALE A OGGI

Già prima della dichiarazione di guerra, il 20 gennaio 1940 il podestà deliberava l’acquisto di 47 maschere antigas con valvola di riserva presso il “Consorzio Industrie Manifatti di Reggio”. Uno di tali aggeggi ha fatto la felicità di noi bambini e ce lo passavamo di mano in mano indossandolo a solo fine di semplice trastullo. Ricordo ancora quel puzzo di gomma che emanava e il fastidio di tenere il viso completamente coperto. Non è che non si avvertisse il timore per la guerra imminente, ma eravamo ancora lontani dal capire perfettamente i disastri materiali e morali che apportano i conflitti cruenti tra i popoli. Ancora l’1 giugno il primo cittadino dichiarava che il comune avrebbe provveduto con mezzi propri a eventuali richieste di alloggiamenti per i militari destinando all’uopo le scuole, gli alberghi e la vecchia cattedrale baraccata ormai sconsacrata. Intanto, già nel 1939 si erano registrati i primi tre caduti in terra di Albania. Dopo l’entrata in guerra ancora altri tre morti. Ben sei i deceduti del 1941, 3 in Albania, tra i quali il carabiniere Gregorio Molluso medaglia d’argento al valore e a cui è stata intitolata la locale stazione dei carabinieri, 1 in Montenegro e 2 in Libia. Nel 1942 sono stati addirittura tredici, 7 in mare sia su navi amiche che nemiche a vario motivo, 1 in Albania, 2 in Egitto, 1 in territorio sconosciuto e 2 in Russia. Nel 1943 sono scomparsi in sei, 1 in Tunisia, 1 ancora in Albania, 1 con l’aereo dopo la partenza da una base della Puglia (Mimì Cilea), 1 in Campania e 2 in Grecia. Si sono contati sei morti nel 1944, di cui 1 in territorio greco per un naufragio, 1 a Reggio Emilia e 1 a Modena. Per il 1945 si lamenta la scomparsa del sottotenente medico Francesco Mittica nel campo di concentramento di Fullen in Germania e nel 1946 di un ultimo soldato in Vietnam, dov’era

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tenuto prigioniero. Altro ancora risulta disperso senza alcuna indicazione di tempo e luogo93. L’1 settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte dei tedeschi aveva inizio il secondo conflitto mondiale, ma dopo la dichiarazione di non belligeranza sono trascorsi ben nove mesi prima che l’Italia si decidesse a parteciparvi. L’entrata in guerra è del 10 giugno 1940, però le prove di oscuramento erano cominciate molto tempo prima. All’epoca ero un bambino, ma ricordo benissimo che una sera il giovane fascista Giuseppe Garreffa, disperso poi nella campagna di Russia, è venuto a bussare alla porta con modi bruschi avvertendo che dalla casa fuoriusciva della luce. Ma durante quelle prove le lampadine delle case, ch’erano tutte a basso voltaggio quando c’erano, venivano coperte con carta velina o con veli scuri. Quando si dice il fanatismo! Ricordo anche qualcuno che, una notte che ci si era rifugiati in contrada Vallica per un ennesimo suono della sirena annunciante pericolo, rimproverava aspramente un tale che fumava un mozzicone di sigaretta. Gli aerei nemici avrebbero potuto vedere dall’alto quel minimo chiarore! La paura esasperata di perdere la vita spesse volte non fa ragionare. Ricordo un altro tizio, un oppidese sposato a Messignadi, che nella campagna dove soggiornavamo nel mese di agosto del 1943, il bosco Farone in agro di quella frazione, al passaggio di aerei nemici o al tuonare dei bombardamenti in località alquanto distanti, una volta è sceso precipitosamente dall’asino e si è ficcato in un forno. Qui, secondo lui, avrebbe trovato sicura protezione! Nel primo triennio di guerra vari contingenti di soldati sono stati ospitati in paese. Per primo vi si è portato un battaglione dei “Lupi di Toscana”, ch’è stato alloggiato nei bassi Cannatà di piazza Mamerto. Il comando dello stesso ha occupato l’episcopio, mentre gli ufficiali sono 93

LIBERTI, I caduti della seconda guerra mondiale…; ID., Il lager della morte e un internato calabrese Francesco Mittica, “Rivista Calabrese di Storia del ‘900”, a. 2008, nn. 1-2, pp. 92-98.

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stati accolti nell’albergo Pandolfini. I soldati addetti all’autocentro si sono installati intorno alla zona conosciuta come Ponte di Tresilico, ma il vero nome è Ponte Nozzenti. Vi hanno sostato parecchio tempo e tanti militari hanno avuto anche l’occasione di trovare la fidanzata e sposarsi a guerra finita94. Ai Lupi di Toscana ha fatto seguito il “163° battaglione delle camicie nere” proveniente dall’Albania, che ha trovato sistemazione nel complesso delle scuole elementari, mentre lo spaccio è stato allogato di volta in volta in un basso Cannatà e all’ospedale civile. A Oppido sono pervenuti anche i soldati tedeschi, che si sono accampati nella dissacrata chiesa dell’Oratorio. Un loro deposito di armi con i soldati all’uopo impegnati è stato collocato in contrada Maddalena di Castellace. Dopo il loro ritiro si è verificata una vera e propria caccia all’incetta di materiale esplodente da parte di tanti cittadini e più d’uno ci ha lasciato una o tutte e due le gambe, ma gli incidenti si sono susseguiti per anni. In genere le varie truppe si sono comportate in modo corretto, ma è anche successo che negli ultimi tempi un contadino della zona di Castellace, cui spesso rubavano l’uva del suo vigneto, particolarmente esasperato, abbia ucciso un soldato tedesco senza che si verificassero rappresaglie di sorta. Dei Lupi di Toscana ricordo l’ «altarino» allestito presso l’autocentro in occasione della tradizionale processione che si effettuava all’ottava del Corpus Domini, un rito che in Oppido era particolarmente sentito. È allora riuscito un momento di particolare commozione. Chi aveva un componente della famiglia sotto le armi piangeva a calde lacrime. Il tempo in cui a Oppido stazionavano i soldati era particolarmente difficile e la fame si tagliava davvero col coltello. Tuttavia, di quel poco che si aveva se ne faceva parte anche a loro. Abitavo a qualche metro di distanza 94

I primi si sono sposati già nell’ultimo scorcio del 1945: Nicola Vacca di Tonello (?) il 29 ottobre e Ermiro Negrini di Sermide (Mantova) il 13 dicembre. 127


della caserma dei Lupi di Toscana e ricordo che di tanto in tanto mia nonna aveva occasione di rifocillare qualche militare. Erano soprattutto pomodori, alici e melanzane salate, patate, lupini o verdura, olio, vino. Per il pane, ch’era razionato come tutti gli altri generi, c’era ben poco da dare non essendo nemmeno sufficiente a sfamare il nucleo di casa. Non solo, ma se ci si avvertiva che qualcuno aveva messo in vendita pagnotte di granturco o non suffragava il tempo di arrivare, ch’era già tutto terminato oppure sovente dalla ressa, che si creava, se ne usciva con le ossa rotte senza essere entrati in possesso nemmeno di una briciola. Si trovava all’opposto molta carne di animali sia vaccini che pecorini spesso macellata di nascosto nelle campagne e ch’era data a buon prezzo. Ma i soldi dove stavano? Chi ce li aveva? E i soldati? Per loro era festa grande quando moriva o era fatto morire un mulo o un cavallo. La loro carne sarebbe stata sufficiente per vari giorni. Sulla situazione al tempo leggiamo un’interessante notazione nel diario di classe del maestro elementare Domenico Monoriti sotto la data 25 marzo 1943: «Ricorre la festa della patrona del paese: la SS. Annunziata. La giornata, contrariamente agli anni scorsi è bella, non ostante il divieto, sono venuti parecchi venditori. Il popolo approfittò per farne acquisti senza badare ai prezzi astronomici. I contadini che percepiscono £ 50 al giorno, gli operai che si mantengono sullo stesso salario o su di lì, i contrabandieri, i sussidiati, tiravano dai loro portafogli sgualciti biglietti da mille, come se nulla fossero. E gl’insegnanti?»95. Come vivevamo la guerra noi bambini? Per quanto ci si poteva preoccupare vedendo i visi corrucciati dei grandi, per noi era come un gioco e nel gioco tra i personaggi non si mancava di scimmiottare il re e Mussolini, i cui ritratti campeggiavano dovunque, specie sui muri delle ca95

LIBERTI, Cattolici, Chiesa e resistenza in diocesi di Oppido Mamertina dal secondo conflitto mondiale al 1948, “Chiesa e Società nel Mezzogiorno - Studi in onore di Maria Mariotti”, tomo II, Rubbettino, Soveria Mannelli 1998, p. 1052.

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se e sui libri di scuola. Vedevamo la gente attonita e interessata ascoltare il giornale radio e ripetere di continuo: “siamo a tanti km. da Mosca”. Questa Mosca ci faceva proprio incuriosire così come la presa o la perdita di un caposaldo, un nome che ci diceva tutto e niente. Poi c’era l’immancabile lettura quotidiana del bollettino di guerra riportato sul “Giornale d’Italia” in caratteri diversi da tutto il contesto: «Il Quartier Generale delle Forze Armate comunica ecc.». Mia nonna proprio non se lo faceva mancare così come “La Domenica del Corriere” o la “Tribuna Illustrata” con i fantastici paginoni dipinti ed ero io ad andare in edicola per il loro acquisto. Alquanto timore ci prendeva quando la stridula sirena installata sul capannone della segheria di Domenico Morizzi spandeva il suo inconfondibile sibilo per l’aria o quando mia madre - i genitori maschi erano in massima parte sotto le armi - di notte al primo allarme c’infagottava e di corsa ci conduceva nella più vicina campagna. Varie volte ho trascorso la notte all’aperto e naturalmente senza dormire. La mèta una volta era Vallica, altra il Piliere e altra ancora Rocca. A un bel momento, soprattutto in tempo di guerra, al partito fascista non è bastato più quanto facevano le varie organizzazioni per tenere desta la fiammella dell’ideale, ma, mettendosi al passo con i tempi, ha dato fondo ad una capillare propaganda coniando slogan particolarmente efficaci rifacendosi in genere a precise espressioni mussoliniane. Invero, data la romanità imperante lo stesso si sarà potuto ispirare all’antico mondo latino, che non era alieno da similari comportamenti, anche se forse il tutto era limitato ai fori, dove la frequentazione pubblica poteva assicurare una pronta captazione. Si trattava, sicuramente, di frasi a effetto, che dall’alto dei muri o dalle cartoline ti bombardavano a ogni piè sospinto. L’antesignano di un tale costume sarà stato quel Leo Longanesi, che da giovane nel 1926 ha lanciato la fatidica locuzione “Mussolini ha sempre ragione”, che si qualificava

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tutto un programma96. I paesi allora sono stati letteralmente presi d’assalto da un nugolo di pittorucoli e imbianchini, che hanno impresso con degli stampi le frasi altisonanti sui muri che si offrivano più in evidenza. Anche in Oppido era dato d’incontrarne nei punti più esposti. Avevo modo di leggere e ripetere pedissequamente con altri coetanei e in vari momenti della giornata lo slogan che si trovava sul palazzo del podestà Simone: “È l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”. In verità, nessuno di noi capiva il significato di quelle parole, così come quanto troneggiava dall’alto del municipio, cioè “Noi tireremo diritto” o “Libro e moschetto fascista perfetto”. Perfino sulla torretta dell’orologio di Tresilico campeggiava in primo piano un “Credere obbedire combattere”, frase che ben si accompagnava a quella creata da Longanesi. Ma nemmeno gli slogan potevano accontentare e a un certo momento è comparsa tutta una serie di faccioni di Mussolini in completa tenuta fascista, che sembrava ti osservassero dovunque andavi. Non era, infatti, raro in qualche occasione voltarsi per vedere se qualcuno ti seguiva. Di certo, frasi e volti dovevano essere un monito costante per tutti. Non si poteva sgarrare! Il 15 gennaio 1943 l’ispettore di zona del dopolavoro di Oppido, facendo presente che in città stanziava temporaneamente il 163° battaglione delle camicie nere, chiedeva un contributo onde poter allestire la befana del soldato. Il sindaco, reputando opportuno di «dover aderire alla bella iniziativa patriottica, squisitamente Fascista in favore dei nostri valorosi combattenti», il giorno 18 veniva a elargire una somma di £ 2.500. Da Oppido transitavano sovente contingenti di militari che si recavano nelle vicine montagne o per raggiungere la costa ionica e in un caso un ufficiale appartenente all’11° reggimento artiglieria “Mantova”, è stato ghermito improvvisamente dalla morte alle ore 10 del mattino del giorno 7 giugno mentre sostava in con96

SIMONETTA FALASCA ZAMPONI, Lo spettacolo del Fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 119.

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trada Folari, vicinissimo al paese. Era il sottotenente Pietro Valbusa di Vicenza, che di anni ne aveva 3097, cui l’amministrazione ha decretato solenni onoranze funebri. Il 10 successivo il maggiore Ippolito de la Forest de Divonne ne veniva a ringraziare calorosamente il segretario del fascio rag. Muscari. In una lettera, nonostante si fosse ormai quasi alla fine, si continuava col vuoto linguaggio ufficiale in corso: «Ancora una volta ho potuto ieri constatare come intima sia la fusione degli animi della popolazione civile e dei rappresentanti di coloro che presidiano in armi questa terra per preservarla dalle incombenti minacce nemiche. Debbo anche ringraziare la popolazione Oppidese per l’omaggio di affetto portato allo Scomparso ed a Voi delego questo compito. Con un unico ideale e tesi verso una unica mèta Forze Armate e Partito, proseguono spalla a spalla sulla via che immancabilmente e fatalmente porta alla vittoria»98. La madre del povero ufficiale, dopo la conclusione della guerra, verrà sistematicamente ogni anno a Oppido in occasione dell’anniversario della morte del figlio e si recherà sul posto in cui quegli aveva chiuso i suoi giorni. Era un tipo molto simpatico e cordiale e tutti in paese, quando arrivava, l’attorniavano e la trattavano con viva cortesia. In quel 1943 altri militari, feriti altrove, sono morti all’ospedale della croce rossa italiana con sede provvisoria a Oppido. Si tratta del sottotenente Pietro Bello di Milano (a. 23) deceduto il 6 agosto, Alessandro Decorsi di Napoli (a. 36), autista ed Enrico Ferri di Roma di La diagnosi del medico dr. Vincenzo Frisina è stata di “commozione cerebrale traumatica”. Sono stati all’epoca testimoni in municipio il sottotenente Pietro Gualtieri di Milano, il tenente Biagino Ottavi di Verona e il maggiore Giuseppe Castiglione di Cotrona (?), tutti come il defunto appartenenti al “Comando Gruppo di Artiglieria” di stanza a Taurianova. 98 LIBERTI, Oppido Mamertina ieri e oggi nelle immagini II, Diaco Editore, Oppido Mamertina 1985, p. 64. 97

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a. 36, periti rispettivamente in ospedale il 6 e il 10 settembre. Mentre i soldati andavano e venivano nel territorio della Piana, tutto procedeva secondo il solito, ma nei paesi, causa soprattutto il forzato esodo di tante valide persone per la chiamata alle armi, non era facile trovare qualcuno che s’impegolasse a fare il podestà. Erano tempi difficili e non sempre si riusciva a frenare la folla che reclamava il pane. Perciò, i podestà si alternavano per brevi periodi. A Riccardo Gerardis, ch’era stato sindaco per cinque anni e podestà per altri otto, è seguito un delegato podestarile, prima il già detto Grillo, quindi Domenico Preiti della vicina Varapodio come commissario prefettizio. Grillo è rimasto in carica meno di un anno, Preiti poco più. Un podestà si è avuto nel 1941 in persona del poeta futurista Geppo Tedeschi, ma questi è arrivato appena al 1942. Con la stessa carica di Preiti è subentrato Nicola Sposato, il cui compito si è esaurito nel 1943. Ricordo al tempo una sassaiola contro le finestre di quegli a opera di donne inferocite per la scarsezza del pane. Per pochi mesi, nel 1943 ha concluso il periodo della cosiddetta era fascista l’avv. Gaetano Pugliese. Nel 1941 il Tedeschi era riuscito a far arrivare a Oppido nientemeno che il principe dei poeti futuristi, Filippo Tommaso Marinetti. Da quanto dicevano coloro i quali avevano assistito, i due si sono affacciati dal balcone della casa del fascio in piazza Umberto I e Marinetti avrebbe detto iperbolicamente e in tutta aderenza al modo d’intendere degli appartenenti al movimento: «Io sono un grande poeta. Geppo Tedeschi è un grande poeta e voi tutti siete salici piangenti»99. Ecco ancora alcune note di vita paesana durante l’ultimo scampolo del periodo fascista, quando ancora la tessera di partito era una garanzia per ottenere un posto di lavoro. Nel giugno 1940 il comune assumeva Filomena 99

Sul poeta Tedeschi ved. LIBERTI, L’ultimo futurista calabrese Geppo Tedeschi l’usignolo d’Aspromonte ed altri poeti autentici, “Quaderni Mamertini” n. 35, Litografia Diaco, Bovalino 2003.

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Grillo, in quanto «designata dal locale Fascio come unica esperta nella dattilografia». A ottobre era la volta di Gerardo Ragno, nominato quale guardia perché reduce dall’Africa Orientale Italiana e iscritto al partito sin dal 9 maggio 1936. Nel 1941 l’assunto era Gerardo Grillo del pari iscritto al PNF. Ad agosto dello stesso anno, in seguito a domanda, era riconosciuto al dott. Domenico Mazzeo il diritto a riscuotere lire duemila legate al premio «disposto dal Duce a favore degli Squadristi». Ancora una richiesta per la scuola rurale alla Ferrandina. Il 7 agosto moriva a Pisa in fase di collaudo di un aereo il figlio terzogenito del duce, Bruno e il podestà in data 20 ottobre dichiarava doveroso intitolargli «una Piazza del Comune per esternare così nella memoria di questa Cittadinanza il nome del giovane aviatore che dopo le sue eroiche gesta compiute nei vari cieli chiuse immaturamente la vita al servizio della Patria». La piazza in questione era la piazza Mamerto. Evidentemente, il funzionario disconosceva che appena nel 1935 la stessa era stata consacrata a Vincenzo Minasi, a meno che il primo provvedimento non fosse stato disatteso. Il 25 luglio 1943, com’è noto, con il voto del gran consiglio del fascismo è stata decretata la fine del lungo governo di Mussolini e a questi è subentrato il maresciallo Pietro Badoglio. Il fascio di Oppido come tutti gli altri si è allora squagliato come neve al sole e una folla esultante ha assaltato in piazza la sede dello stesso buttando dalle finestre quante carte e suppellettili si trovavano. Ognuno ne ha approfittato anche per strappare platealmente e buttare a terra distintivi e tessere. Tante persone, che cominciavano a sfollare nelle campagne paventando il prossimo arrivo degli eserciti nemici, prima di farlo hanno sotterrato in grandi buche scavate dentro casa o in qualche orto adiacente i bauli con la biancheria, ma anche quanto poteva essere compromettente perché legato all’esperienza fascista. Non volendo che finissero alla malora o che risultassero causa di possibile incriminazione anche le foto dei propri cari, ognuno ha cancellato dalle divise con inchiostro o altro i vari segni, come il fascio lit133


torio, che apparivano in tutta evidenza. Sia Oppido che le campagne circostanti erano stati parimenti popolati dai profughi del Reggino e del Messinese, che vi avevano dei parenti. Il 23 marzo del 1943, quando il fascismo era ormai pronto a cedere le armi, un grosso personaggio è pervenuto in Oppido. Era il principe ereditario Umberto, che si trovava di transito per recarsi verso Santa Cristina d’Aspromonte. Alla notizia si sono mobilitate le scuole e quant’altro, ma quegli, dopo una breve visita al vescovo Canino e alla cattedrale, se n’è involato lasciando tutti delusi. Fino a non molto tempo fa nella sala d’aspetto del seminario vescovile campeggiava un’epigrafe a ricordo dell’avvenimento, ma i soliti iconoclasti hanno provveduto a cancellarla. Ancora nel maggio di quell’anno tuttavia il linguaggio ufficiale restava quello consueto e si fidava volenti o nolenti in un impossibile rilancio. Il 20 di quel mese il maestro Monoriti così annotava nel registro di classe: «Ho raccomandato caldamente di sapere sostenere con animo di Balilla tutte le privazioni che potranno presentarsi nei mesi avvenire, per la grandezza d’Italia e del Fascismo». Nonostante così tumultuoso rivolgimento, il corso degli eventi continuava come se nulla fosse stato. Si persisteva a combattere e a morire, mentre i grossi papaveri riemersi alla luce andavano studiando le mosse per uscire dal ginepraio che si era venuto a creare. Poco fuori la frazione di Messignadi si era pensato di costruire, scavandolo nel tufo, un rifugio antiaereo, ma in verità il sito, che all’epoca ho visitato, non si rivelava dei più solidi e dei più agevoli. Comunque, il manufatto, avviato con un progetto dell’ingegnere Pasquale Musicò e costruito dall’impresa Pardo Vincenzo con una spesa di £ 32.400, il 18 agosto del 1943 era pervenuto al primo stato di avanzamento dei lavori. Il secondo sarà approvato l’1 settembre successivo. Intanto, i tedeschi, a cui la terra ormai scottava sotto i piedi e a cui rendeva comodo che gli angloamericani trovassero al loro arrivo terra completamen-

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te bruciata, tra il 3 e il 4, nel mentre procedevano verso nord, si son dati a far saltare con la dinamite tutti i ponti stradali che oltrepassavano. Oppido è rimasto così isolato da tutti. A quel tempo, risiedendo in campagna a Farone, dalla sommità della stessa potevo osservare gli scoppi intervallati man mano che si verificavano, mentre le persone di una certa età facevano il nome del ponte che alternativamente veniva eliminato. Di lì a poco, il susseguente giorno 8, l’Italia firmava con le forze alleate un armistizio e la pace almeno nella nostra zona poteva dirsi arrivata. Purtroppo, la sorte ci metteva lo zampino e, non appena la notte precedente aveva dato il passo al giorno, sui vicini piani di Zervò avveniva uno scontro cruento tra i soldati italiani della divisione Nembo e truppe canadesi trovatisi a contatto inconsapevolmente. C’era stata una notte di pioggia intensa e sia gli uni che gli altri, che provenivano da parti opposte, si sono attendati a stretto contatto di gomito senza ovviamente accorgersene. La mattina dopo, quando al primo chiarore ci si è resi conto della situazione, d’ambo le parti si è combattuto aspramente con parecchi caduti. L’avvenimento è ricordato solennemente ogni anno dai paracadutisti della Folgore presso il cippo ricordo eretto successivamente sul posto100. Uno sparuto gruppetto degli stessi canadesi o di altri militari qualche giorno dopo è entrato in Oppido dalla strada di Rocca proveniente cerLIBERTI, La “Nembo” sull’Aspromonte nell’ultimo conflitto mondiale, “Calabria Sconosciuta”, XXIX (2006), n. 109, pp. 25-27; aut “Momenti e figure… VIII”, “Quaderni Mamertini” n. 68, Diaco, editore, Bovalino 2006, pp. 24-31; AGAZIO TROMBETTA, La Nembo in Aspromonte per quell’ultima battaglia – Zillastro 8 settembre 1943, Grafica Enotria, Gallina 2005. Nell’epigrafe commemorativa si legge: «Qui sullo Zilastro dopo una guerra disastrosa l'8 settembre 1943, suscitando l'ammirazione ed il rispetto delle preponderanti forze Anglo-Canadesi, i 100 paracadutisti dell’VIII BTG. del 185° RGT della div. "NEMBO", combattendo per l'onore della patria si coprirono di Gloria».

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tamente da Santa Cristina d’Aspromonte ed è stato subito accolto con entusiasmo. I cosiddetti signori del circolo sociale hanno allora fatto a gara nell’accogliere i vari militari e qualche grosso fascista è pervenuto perfino al bacio mentre qualche altro se li è portati a casa. Appena saputo dell’armistizio, con i miei siamo rientrati al paese, dove ho avuto l’occasione di vedere una fiumana di popolo che a tre o quattro canadesi dotati di bicicletta chiedeva e afferrava di tutto, dalla cioccolata alle sigarette. Ormai i freni della decenza erano saltati e ognuno cercava di rifarsi delle tante privazioni sofferte. Intanto, il segretario del fascio, rag. Muscari, sempre ligio al dovere e uno dei pochissimi a essere rimasto fermo nel suo credo politico, veniva richiamato alle armi per mobilitazione, per cui il 15 agosto 1943 se ne partiva verso il nord, invano convinto da amici e parenti a restare come i tanti transfughi che avevano fatto il viaggio all’incontrario lasciando baracca e burattini al loro destino. Purtroppo, prima di allontanarsi, i tedeschi hanno avuto l’opportunità di abbattere dal territorio di Castellace, dove si trovavano, un aereo nemico, fatto che ha indotto gli alleati a ritornare qualche giorno dopo in zona e a effettuare un bombardamento, nella cui occasione sono morti un giovane e una bimba, mentre altre due giovani donne periranno in ospedale una ventina di giorni appresso. Subito dopo gli avvenimenti citati, il 15 ottobre 1943 il commissario prefettizio Pugliese con una delibera di quel giorno, faceva presenti varie situazioni. Avendo i tedeschi in ritirata fatto saltare tutti i ponti delle strade di accesso al paese, era avvenuto che la conduttura degli acquedotti di Oppido e di Tresilico si era interrotta, mentre quella dell’acquedotto di Castellace risultava alquanto compromessa. Le strade del centro e delle frazioni, ch’erano state «attraversate dai pesanti automezzi, cannoni e carri armati, sono rimaste molto danneggiate», per cui sarebbero occorse delle spese piuttosto rilevanti. Del pari delle spese consi-

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stenti s’incontravano in relazione alla «inumazione immediata delle salme degli incursionati» fino ad allora contate in 13, un’inumazione ancora in corso per la quale si erano spese cinquemila lire. Evidentemente, il funzionario in questo caso fa riferimento alle persone ferite durante i bombardamenti nella vicina Reggio o altrove, che si trovavano ricoverate presso l’ospedale civile di Oppido, nel quale operava la croce rossa provinciale ivi trasferita per disposizione della prefettura. A questo proposito è bene ricordare le signorine dell’azione cattolica, che in quei tempi di fame setacciavano il paese onde incettare soldi o generi commestibili, che la buona gente dava pur se in ristrettezze, al fine di sfamare e tenere in vita quei poveri malcapitati. Erano loro stesse che provvedevano a cucinare quanto avevano rastrellato nella stessa cucina dell’ospedale, messa a disposizione. Mi è capitato spesso di andare in giro con le signorine perché vi partecipava anche una mia zia. Ne dovevano sopportare di rifiuti e di parole poco accettabili! Lo scopo era nobile e tanto bastava! Il commissario, dopo fatte le premesse, di cui sopra, veniva a deliberare e ad approvare una relazione tecnica dei danni di guerra già allestita il 10 settembre, quindi a chiedere alla prefettura una somma di lire centomila, così distribuita: 80.000 per la conduttura e quant’altro in relazione, 10.000 per le esumazioni e 10.000 per la sistemazione di strade e piazze. Qualche giorno dopo il loro arrivo nel territorio della Piana gli alleati hanno provveduto a eliminare la polveriera abbandonata in zona di Taurianova e che si diceva zeppa di armamenti. Appena a conoscenza di quanto stava per verificarsi, la popolazione si è messa in stato di all’erta. Si parlava come di un evento catastrofico, ma di fatto c’è stato sì un grande botto, ma nulla di più. Dall’altura di Farone abbiamo potuto osservare come un grande fungo di fumo che si alzava verso il cielo, tipo una grande eruzione di vulcano o uno scoppio atomico. Da quel sito, invero, durante il nostro breve soggiorno ab-

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biamo potuto rilevare più d’un episodio di guerra, financo un ravvicinato duello tra due caccia. Ci è sfuggito lo scoppio di alcune bombe nei pressi del cimitero di Oppido, che non hanno arrecato danni e che non abbiamo potuto vedere o sentire sia perché è stato di notte e sia anche perché ci trovavamo da tutt’altra parte. Un alto segno ch’eravamo in guerra lo davano i periodici lanci notturni di materiale propagandistico contro la guerra e il fascismo, come volantini od opuscoli, che al mattino i contadini rinvenivano disseminati tra le coltivazioni e anche i cosiddetti palloni frenati che luccicavano dalle alture prospicienti e che non si sapeva cosa fossero. Il 30 ottobre avveniva l’ultimo atto di un’amministrazione fascista nel comune di Oppido. In seguito a istruzioni impartite dalle autorità superiori in merito al «riordinamento dei soccorsi di guerra», si provvedeva a ricostituire la commissione che se ne sarebbe dovuta incaricare. Vi facevano parte il podestà in qualità di presidente, il comandante dei carabinieri, l’arciprete d. Sebastiano Tramontana, il medico condotto dr. Vincenzo Frisina e il segretario capo del comune Antonio Teramo101. Dopo meno di un mese le autorità alleate insediatesi a Reggio provvedevano a mettere provvisoriamente a capo dei comuni delle persone che non avevano avuto niente a che fare col fascismo e possibilmente appartenenti a raggruppamenti che dal regime erano stati messi fuori legge. È così che a Oppido il 29 novembre si è insediato quale commissario prefettizio il socialista Pasquale De Zerbi. Quello che in tanti paventavano stava per divenire amara realtà. Tutti coloro che avevano avuto a che fare col disciolto partito, anche se di specchiata onestà e disinteressato impegno, dovevano essere sospesi dal posto che occupavano. Comportamento indegno di sempre! Uno dei personaggi principali a cadere in seguito a una circolare del prefetto del 27 novembre «relativa agli impiegati squa-

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ACO, delibere del podestà.

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dristi» era appunto l’unico squadrista, il medico condotto dott. Domenico Mazzeo, che con la fine di dicembre avrebbe dovuto dire addio al suo impiego. Intanto, il dott. Mazzeo inoltrava reiterate istanze al fine di avere sia gli assegni che lo stipendio, in quanto sosteneva che la sospensione doveva intendersi «soltanto nei riguardi del servizio» e alla fine, il 15 marzo dell’anno successivo, otteneva quanto gli spettava. Il dott. Mazzeo era collocato a riposo il 31 dicembre 1945, a far data dall’1 gennaio susseguente102. Il primo anno succeduto all’armistizio era ancora un anno di guerra per la popolazione anche se le operazioni inerenti si erano allontanate dal territorio. La stessa, a parte quanto si poteva ricavare dalla terra, era sprovvista di tantissime cose. Intanto, in data 27 maggio 1944 si perveniva all’approvazione dello stato finale del «ricovero antibomba». Tuttavia, anche «nonostante le attuali difficoltà belliche delle quali ogni buon Cittadino deve immedesimarsi», il nuovo sindaco qualcosa aveva fatto. Così almeno il 30 luglio dello stesso anno l’assessore dr. Antonino Idone, il quale, dopo aver ascoltato la relazione dell’ormai sindaco De Zerbi, veniva a proporre un voto di plauso al suo indirizzo, in quanto sarebbe riuscito in così breve tempo a risanare le finanze comunali. Quindi, con altro tipo di suono, la sua «opera appassionata ed intelligente appare inspirata (sic!) sopra tutto ed anzi tutto ai superiori interessi del Comune e della Patria». Come si vede, anche se restava la patria, tanti altri miti erano scomparsi dal linguaggio abituale. All’epoca il problema dei problemi si qualificava l’approvvigionamento dell’acqua. La distruzione dei ponti aveva provocato la rottura degli acquedotti e Oppido n’era rimasta per quasi un mese senza. Fortuna che nelle vicine campagne ce n’era in abbondanza e tutti ci si recava al fine di provvedere anche sottoponendosi a lunghe file. Il comune aveva tentato di porvi riparo con lavori da-

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ivi, delibere del commissario prefettizio. 139


ti in economia, ma a un certo punto è venuta a mancare la materia prima, il cemento. È trascorso qualche tempo prima che se ne potesse incettare un certo quantitativo, ma l’acqua era sempre insufficiente, per cui si è venuti a pensare di captare altra sorgente, quella del Tasso. Ricordo intorno al 1946 una sortita di parecchi elementi di Messignadi con a capo l’avv. Federico Lando e il parroco d. Luigi Madaffari al municipio di Oppido per una tumultuosa protesta soprattutto a causa della persistente mancanza del prezioso liquido. L’episodio non rappresentava proprio una novità perché gli abitanti delle frazioni più d’una volta si sono portati al capoluogo per lamentarsi di uno stato di cose non proprio ottimale. Notte tra il 26 e il 27 febbraio 1945 si è dato fuoco alla porta della casa del sindaco De Zerbi e al portone del municipio. Il giorno dopo un centinaio di castellacesi armati di una vecchia mitragliatrice, fucili, vanghe, zappe, bastoni e quant’altro si sono portati avanti al comune per reclamare energicamente avverso l’irregolare distribuzione degli aiuti UNRRA. È intervenuta allora l’arma dei carabinieri, che ha operato alcuni arresti. Non sono mancati i pacieri, i quali hanno fatto la propria parte perché si raggiungesse la calma103. Un buon risultato lo avevano dato nell’ultimo tempo di belligeranza i cosiddetti orti di guerra, degli appezzamenti pubblici concessi dietro domanda ai cittadini perché li coltivassero e ne traessero quindi un utile per la famiglia. Erano ancora in auge quando il comune in data 13 novembre 1944 veniva alla decisione di aumentare l’imposta a far tempo dal primo gennaio 1945, in quanto i cittadini ritraevano «vantaggi ed utili considerevoli per gli altissimi prezzi delle non poche derrate che producono»104. LIBERTI, Mercato nero dell’olio, contrabbandieri e sommosse tra 1945 e 1946, “Momenti e figure nella storia della vecchia e nuova Oppido” IV, Quaderni Mamertini n. 34, Bovalino 2002, p. 38. 104 ACO, delibere del commissario prefettizio. 103

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Una canzone del tempo di guerra, Caro papà, celebrava proprio gli orti di guerra. Un figlio, in una lettera al padre, scriveva che anche lui, nello stato di necessità in cui ci si trovava, dava il suo contributo alla vittoria finale: Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra, con fede con onore e disciplina, desidero che frutti la mia terra e curo l’orticello ogni mattina, l’orticello di guerra. Si trattava di una bella canzone, appassionata e dolce, d’altronde come tutte quelle del periodo fascista. Come non ricordare Camerata Richard, La sagra di Giarabub, Lilì Marleen e tantissime altre. A parte il contenuto e la propaganda diffusa, erano per lo più composizioni dovute ad autori di rango, che facevano presa in tutti gli strati della società e si cantavano davvero con gusto. La radio e i dischi se li potevano permettere in pochi e dovunque andavi sentivi sempre qualcuno che canticchiava i motivi del momento. Allora il più prolifico autore di canzoni si qualificava Mario Ruccione, anche lui epurato dal nuovo sistema politico e tornato successivamente alla ribalta con altre composizioni di grandissimo successo. Nel periodo fascista non soltanto autori di un certo livello hanno sciolto inni e canti al regime, alle sue organizzazioni e alle sue iniziative, ma in ogni paese sicuramente non sono mancati gli aedi e i musicofili di turno, che hanno inneggiato del pari. Di quanto espresso a Oppido conosciamo soltanto i versi di un inno o canzone consacrato ai Balilla, che sono dovuti all’estro poetico dell’avv. Salvatore Pastore. Non conosciamo, invece, la parte musicale in relazione composta dal rag. Giuseppe Muscari. Riproduciamo di seguito quanto reperito:

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Balilla dell’Impero Torna la virtù negli italici petti a rifiorir. Marciano le Legion per le strade del mondo a vincere e morir. Balilla dell’Impero noi siam, ed all’Italia bella ridonerem di Roma lo splendore che il Duce le additò. Noi siam la gioventù sana forte e fier di Mussolini e dell’Italia nuova, certezza e orgoglio della nuova età. La Rivoluzione noi perpetuerem, la mente e braccia a gloria ognor daremo della Patria e del Re Imperator. Pieno il cuor abbiamo di romana fierezza e volontà; solo il Duce sa quale intrepida fede assiste il nostro ardir. Balilla dell’Impero noi siam, generazione guerriera, sacrati a la Vittoria che col sangue i padri conquistar. Siam la gioventù ecc. ecc. La Rivoluzione noi perpetuerem

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ad affermare nella nuova storia del Fascismo la nuova civiltà. Come si può agevolmente notare, la composizione poetica, che offre le espressioni di pensiero e di parola più in voga all’epoca, è stata concepita nel periodo immediatamente successivo alla conquista dell’impero. Poco prima e dopo l’armistizio, col conseguente sbandamento che si era verificato, nei paesi hanno cominciato a rientrare gli uomini ch’erano andati a servire la patria in guerra. I più l’hanno fatto di propria iniziativa, non sapendo ormai a chi obbedire e hanno raggiunto con i mezzi più vari, ma soprattutto con il noto caval di S. Francesco, cioè a piedi, le località dove li attendevano trepidanti le famiglie. Mio padre, non avendo trovato nessuno a casa, ci ha raggiunti in campagna qualche giorno prima dell’8 settembre dopo aver camminato per sentieri e fiumare con partenza da Vibo Valentia. Qualcun altro l’ha fatto da molto, molto più lontano, addirittura da Genova e badando in primo luogo a non inciampare nei soldati tedeschi o in qualche mitragliamento degli alleati. Di Oppidesi che hanno fatto la guerra partigiana abbiamo scarse notizie. Era notoriamente chiamato “partigiano” Enzo Surace di Messignadi, che, a quanto si sa, l’19-1944 faceva parte del Comando della 4° Divisione Garibaldi nella 9a Divisione G. L. Nato il 20-12-1920, è morto nel paese nativo nel 2008. Sarebbe stato sicuramente animoso partigiano anche Tullio Tripodi, ma questi è purtroppo subito incappato in una triste fine. Fuggito dalla Questura di Modena, dove prestava servizio quale agente ausiliario, assieme ad altri 15 commilitoni, si è recato in montagna per raggiungere le bande partigiane forte di un documento di riconoscimento rilasciato dal CLN della stessa città. Ma il feroce capo partigiano Nello Pini, non ritenendo valido un tale atto e sotto la falsa accusa di essere delle spie, ha dato ordine di fucilare tutti i 15 agenti. I poveri giovani sono così caduti per mano di italiani il 15 giugno 1944 a Montemolino di Palagano del comune di 143


Montefiorino. Non è però trascorso molto perché lo stesso Pini il susseguente 31 luglio veniva giustiziato unitamente ad alcuni del suo stato maggiore da altri partigiani stanchi del suo riprovevole comportamento105. Salvata fortuitamente la pelle, appena rientrato a casa ognuno ha cercato per come possibile di sbarcare il lunario e far mangiare la famiglia in quei neri anni di fame. Ecco così allargarsi la sfera di quel mercato nero, volgarmente detto sutta matafaru, che già aveva iniziato a prosperare nell’ultimo periodo della guerra. Essendo l’Italia divisa in due tronconi, la mèta degli ‘ntrallazzisti, cioè i borsari neri, si offriva Napoli, allora in un completo marasma. Se l’elemento principe di baratto da una parte era l’olio, preziosissimo e costoso per i napoletani, di contro questi procuravano a un buon prezzo le sigarette americane, da noi introvabili, come d’altronde anche quelle del monopolio, nelle rivendite autorizzate. Ogni giorno perciò era un viavai di gente che il mattino presto prendeva d’assalto l’unica sgangherata corriera soprannominata la lumaca, la sola rimasta alla ditta Buda per via del sequestro di altra molto più valida operato dal ministero della guerra, onde portarsi a Gioia Tauro e indi a Napoli col treno dentro scassate carrozze e perfino nei carri bestiame. La gente si recava a notte inoltrata in piazza Umberto e si metteva in fila per poter usufruire di un posto e spesse volte, pur di non perdere l’occasione, faceva il viaggio addirittura sull’imperiale o sui predellini. A Oppido in quel turbolento 1946, addì 12 maggio, quindi una ventina di giorni prima dello svolgimento del referendum, anche i produttori di olio sono scesi sul piede di guerra dando vita a una vera e propria lotta. Ce l’avevano con l’ufficio dell’UPSEA, che curava l’ammasso dell’olio e più esattamente contro un certo Avati, ispetto105

GIORGIO PISANÒ, PAOLO PISANÒ, Il triangolo della morte: la politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile, Mursia, Milano 1992, p. 214; ERMANNO GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino, edizioni Il Mulino, Bologna 1966.

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re dello stesso, che a loro dire da tempo li angariava. Allora una folla furiosa, abilmente pungolata da incitamenti e scritte sui muri, appena quegli è comparso in paese lo ha costretto letteralmente a scappare. L’avvenimento ha avuto voce in consiglio comunale e si deve all’intervento del sindaco Carbone e del pretore Aldo Cavallari se il tutto non ha sfociato in «irreparabili conseguenze». In verità, come in tutti i paesi al tempo, il comportamento di agricoltori, commercianti, mediatori, ‘ntrallazzisti, impiegati dell’UPSEA e qualche poco onesto appartenente alle forze dell’ordine spesso non si qualificava dei più corretti, ma, si sa, bisognava ingegnarsi in un modo o nell’altro a sopravvivere106! Il rag. Muscari, l’ultimo segretario del partito fascista, che appena pochi giorni prima della proclamazione dell’armistizio aveva risposto ordinatamente alla cartolina precetto, una volta raggiunta la mèta si è venuto a trovare proprio in un bell’impiccio. Tagliato fuori dal regno del sud di Vittorio Emanuele e Badoglio, ha dovuto adattarsi, volente o nolente, ad accettare le disposizioni della repubblica sociale italiana con Mussolini a capo. Il 23 ottobre il tenente Giuseppe Muscari è stato nominato componente del nuovo direttorio del fascio repubblicano di Ravenna107. Non conosciamo le traversìe di Muscari nella parte alta d’Italia, dove è rimasto fino all’ultimo. Verso lo scadere del mese di maggio 1945 in paese si dava per certo il suo arrivo e quando finalmente è avvenuto, la mattina dopo tutto il paese lo aspettava trepidante nei pressi della casa del cognato, dove aveva trascorso la notte. Al suo apparire in pubblico è stato fatto segno a baci e abbracci e prolungati evviva. Muscari non era stato un fascista come tanti altri! Il 25 maggio il rag. Muscari ha informato il comune «di essere rientrato dal Nord ove trovavasi in seguito al richiamo 106 107

LIBERTI, Mercato nero dell’olio…, pp. 35-38. ARRIGO BOLDRINI, Diario di Bulow-Pagine di lotta partigiana, Vangelista editore, Milano 1985, p. 25. 145


alle armi e dove è dovuto rimanere per gli eventi bellici successivi». Il 28 se ne prendeva atto. Pervenuti al 18 ottobre, il sindaco faceva però presente in occasione di una seduta che «la Presidenza del Consiglio, d’intesa con l’Alto Commissario per l’epurazione, ha disposto che gli impiegati trasferitisi al seguito del Governo Repubblicano Fascista e che ora si ripresentino nelle sedi, non vengano riammessi prima che sia intervenuto nei loro confronti regolare giudizio di epurazione». Cosa per cui, con nota del 6 giugno la delegazione provinciale per l’epurazione aveva disposto la sospensione di Muscari dall’impiego e che venisse esaminata la sua posizione. In effetti, sono stati tanti in quel periodo gli Oppidesi sottoposti a epurazione, Sebastiano Maisano, Raffaele Meligrana, Pasquale Tripodi, Domenicantonio Caia, tutti maestri elementari e altri. Ciò posto, il sindaco invitava la giunta a deliberare in conformità, ma ha trovato un muro. L’assessore Idone ha subito opposto in primo luogo che «non ritiene il rag. Muscari colpevole di alcun addebito non ostante abbia ricoperto la carica di Segretario Politico di Oppido… e che la Giunta Municipale abbia funzioni epurative». A Idone si sono associati Gerardo Carbone, il prof. Gaetano Tripodi e l’assessore Morizzi, unico astenuto Giuseppe Frisina. Pervenuti a votazione, la giunta si pronunciava nel merito con tre voti contrari, uno astenuto e uno solo favorevole, indubbiamente il sindaco, per cui la proposta veniva bocciata. Occorre dire in proposito che la giunta era divisa nei suoi membri, i quali rappresentavano partiti diversi. Se il sindaco era di sentimenti socialisti e primo esponente del PSI, Carbone e Morizzi erano di estrazione cattolica e sarebbero stati protagonisti nel partito della democrazia cristiana. Tripodi era stato addirittura uno dei fondatori del partito socialista. A giugno del 1944 a Badoglio succedeva nel governo d’Italia, almeno di quella parte ch’era stata già liberata dagli alleati, il socialriformista Ivanoe Bonomi, che durava in carica un anno appena. Intervenuta finalmente la pace e riunitisi i due tronconi del territorio nazionale, gli veniva a succedere a giugno 1945 uno dei capi della resi146


stenza, Ferruccio Parri del partito d’azione, presidente del consiglio per appena un semestre. Nel dicembre prendeva le redini del comando il democristiano Alcide De Gasperi e il 10 marzo 1946 si veniva a procedere alle prime elezioni amministrative libere, che eliminavano lo stato di precarietà succeduto al fascismo. Ricordo che allora la lotta è stata particolarmente dura tra cattolici, comunisti ed ex-fascisti. Le battaglie con i manifesti e col pennello erano all’ordine del giorno e della notte e ognuno cercava di coprire quanto l’oppositore aveva espresso poco prima. Naturalmente, come nella stragrande maggioranza dei paesi, la vittoria è arrisa alla lista dello scudo crociato, ma nella compagine amministrativa sono entrati a farne parte anche i qualunquisti. Nello stesso anno, il 2 giugno, si sono svolte le elezioni politiche per la costituente e dopo il risultato affatto favorevole al fronte dell’uomo qualunque, gli assessori di questo partito l’8 successivo, avendo preso coscienza della cocente sconfitta (per la costituente la democrazia cristiana aveva avuto ben 3.190 voti contro gli appena 243 dell’u.q.), si presentavano dimissionari. La gaffe di Guglielmo Giannini, il fondatore del partito, voluta o meno, aveva distrutto quella formazione politica, che non si riprenderà più e nel ’48 perverrà addirittura allo scioglimento108. Questa la dichiarazione sottoscritta con dente piuttosto avvelenato da Vincenzo Buda e Beniamino Rossi, un battagliero monarchico quest’ultimo: «Visto il risultato delle recenti elezioni politiche nel Comune di Oppido Mamertina da cui il loro partito è apparso in assoluta minoranza; Considerato il modo con cui è stata condotta la lotta Elettorale anche contro il fronte dell’Uomo Qualunque dal Partito, a cui si era associato, modo che ha alquanto turbato l’amichevole armonia che aveva presieduto la formazione 108

Nelle elezioni politiche del 1948 la lista del Blocco Nazionale, che, oltre all’Uomo Qualunque, aveva accolto i liberali e altre formazioni di destra, a Oppido otterrà appena 289 voti alla Camera e 470 al Senato. 147


dell’attuale compagine amministrativa /opinano/ che sia ormai incompatibile la loro permanenza nella Giunta Comunale alla quale del resto avevano partecipato per le calde insistenze del Partito di maggioranza e per maggior prova d’incondizionata adesione all’azione di questo Partito e ritengono dovere di lealtà politica e di omaggio alla volontà popolare lasciare tutta ed intera la responsabilità dell’Amministrazione al Partito DemoCristiano che ha raccolto il maggior numero di suffragi /decidono/ pertanto di riprendere la loro piena libertà di azione, pur senza venir meno al proposito di leale collaborazione in seno al Consiglio, in conformità ai principi programmatici del Fronte dell’Uomo Qualunque ed all’impegno preso di fronte al corpo elettorale e rassegnano le loro dimissioni da Membri della Giunta Comunale». A questa dichiarazione ha fatto seguito l’intervento dell’assessore Giosafatte Demaria, che si è uniformato. Ecco quanto egli ha inteso dire in quell’occasione: La dichiarazione Buda-Rossi «costituisce senza dubbio un serio monito per la maggioranza perché la mette di fronte alla sua responsabilità, così come ha voluto la schiacciante superiorità dei suffragi ottenuti. Tocca da oggi ai Demo-Cristiani di usare il massimo di saggezza nelle decisioni amministrative, di essere obbiettivi, sereni, di non mantenere o approfondire soprattutto una distinzione tra vincitori e vinti, di sradicare la mala pianta della diffidenza del pettegolezzo, tanto nocivi alla Comunità Sociale. Io non ho colore politico, che sono indipendente, per un impegno di onore, per il fatto di essere stato proposto e portato in lista per esclusivo desiderio dei Dirigenti del Fronte …, mi sento obbligato di seguirne la decisione per ciò che riguarda l’appartenenza alla Giunta Comunale». Ai tre qualunquisti si unirà anche l’avv. Salvatore Pastore. In seguito alle elezioni del 1946 era stato eletto sindaco Gerardo Carbone, il quale, dopo la tegola lanciata dai qualunquisti, in prosieguo è stato colpito ancora da più d’una e l’ultima è stata risolutiva, tanto che si è dovuto tornare alle urne per delle elezioni suppletive. Il 6 giugno 1947 si dimettevano da consiglieri l’avv. Salvatore Pastore, Beniamino Rossi, Ioculano, Domenico Diaco, il prof. 148


Pasquale Tripodi e Stefano Andiloro e da assessore l’avv. Filippo Grillo. La giunta, nel mentre respingeva le dimissioni di Grillo, veniva ad accettare tutte le altre. Conclusasi la guerra in modo così disastroso per l’Italia, gli alleati, anche se c’è stato un discreto contributo per la vittoria finale, non ci potevano dare sicuramente un premio. Infatti, ne siamo usciti con le ossa rotte, ma non so cosa potevamo pretendere quando fino a poco prima eravamo stati nemici acerrimi. E non vale proprio cercare di difenderci dicendo che i governanti erano una cosa e la popolazione un’altra. Certo, se c’erano colpe, quelle della popolazione erano sicuramente di gran lunga minori. La Francia e la Jugoslavia hanno arraffato quanto hanno potuto compresa la flotta e le sudate colonie hanno preso altre vie. Non solo, ma ci è toccato pagare anche i danni di guerra. Il 19 luglio 1946 si apriva a Parigi la conferenza per la pace, a cui hanno partecipato tra gli altri Alcide De Gasperi, Ivanoe Bonomi e Giuseppe Saragat. Bisognava affrontare un nemico agguerrito nel vero senso, per cui De Gasperi, prima di farsi avanti, così ha avvertito i suoi: «dobbiamo dare l’impressione che vogliamo portare un contributo positivo alla ricostruzione mondiale, dando al nostro intervento alla discussione un carattere al di sopra del semplice interesse dell’Italia»109. A nulla è valsa l’opposizione di d. Luigi Sturzo e di Vittorio Emanuele Orlando, i quali si opporranno decisamente alla ratifica del trattato110. Non c’è stato nulla da fare ed è stato giocoforza accettare quanto stabilito dallo stesso, informato a quella carta atlantica sottoscritta il 14 agosto 1941 e dalla quale è nata l’ONU. Occorre dire che anche alcune organizzazioni italo-americane hanno cercato d’impedire la ratifica ALFREDO CANAVERO, Alcide De Gasperi cristiano, democratico, europeo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p.75. 110 (a cura di Pierluigi Castagnetti), I cattolici democratici nella vita nazionale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, p. 128; EGIDIO ZACHEO, Il secolo della democrazia-Politica e diritti nel Novecento, Manni, San Cesario di Lecce 2003, p. 178.

109

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dell’intesa, che consideravano un vero tradimento da parte degli Stati Uniti111. L’accettazione di quel patto, ch’è stato ritenuto a lungo un vero e proprio diktat, è del 10 febbraio 1947, la firma dello stesso del 31 luglio, mentre l’entrata in vigore è stata fissata per il 15 settembre112. La firma di un tale documento è stata a lungo deplorata in Italia e in tutti gli strati della popolazione, ma non c’era proprio nulla da fare. Occorreva abbozzare e basta. A Oppido il consigliere avv. Federico Lando, sempre lui, il 29 luglio 1946 così aveva protestato in piena seduta: «Prima di iniziare le discussioni sull’ordine del giorno nella certezza di interpretare i sentimenti della nostra popolazione e di tutti i colleghi del Consiglio, chiedo di elevare un sentimento di protesta nel nome della Morale e della Giustizia Internazionale, contro le inumane decisioni contenute del diktat, progettate nella riunione di Parigi. Tali decisioni, oltre tutto, calpestano i principi della famosa Carta Atlantica e rinnegano spudoratamente le “alte e nobili parole d’un tempo” come ebbe a dire Benedetto Croce in una intervista. L’Italia non può permettere nella maniera più categorica che venga tradita la fede dei suoi Caduti per la libertà di un secolo di lotte ineguali. Questo nostro atto di protesta non deve essere interpretato come nazionalismo, ma vuole essere semplicemente un sentimento di esasperato dolore per la ingiusta manomissione dei nostri sacrosanti diritti nazionali che stanno compiendo coloro che si dicono vincitori della guerra avvalendosi del loro prepotere. Nazionalismo a spada tratta, invece, stanno compiendo colo111

112

STEFANO LUCONI, Little italies e new deal-La coalizione rooseveltiana e il voto italo-americano a Filadelfia e Pittsburgh, Franco Angeli, Milano 2002, p188. ROBERTO ROGGERO, Oneri e onori: le verità militari e politiche della guerra di liberazione in Italia, Grego & Greco, Milano 2006, p. 548.

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ro i quali negano all’Italia la giusta e tanto auspicata pace, dopo aver essa dato spontaneamente loro il più prezioso contributo sacrificando tutto quanto Le era rimasto per affrettare e conseguire la vittoria. Questi dì, puro nazionalismo sul grande mercato di Parigi stanno facendo la Iugoslavia, l’Austria, l’Inghilterra e perfino quella stessa Francia che per mezzo di Bidault aveva assicurato che nessuna rivendicazione avrebbe accampato verso l’Italia. Facciamo, per tanto, voti che la riprovazione unanime del popolo italiano, alla quale fa generosa eco la coscienza dell’America Latina, riconduca a sentimenti di più alta giustizia sociale coloro i quali fin’ora più che “grandi” si sono dimostrati “grossi” ed inciti il nostro Governo a non firmare condizioni disonorevoli che sanzionano lo smembramento e l’umiliazione della nostra Patria». Non avendo più una maggioranza sulla quale contare, il sindaco Carbone e la sua giunta hanno dovuto capitolare dopo appena due anni di amministrazione. Per cui, è stato necessario interpellare nuovamente le urne. Le votazioni si sono svolte il 25 luglio 1948 e, se da una parte stava la DC, dall’altra c’era una lista eterogenea di uomini di destra e di sinistra variamente inclusi e massoni di vecchia data con simbolo e marchio un “cuore”. La regìa era tutta del cav. Adolfo Caligiuri, cancelliere della locale pretura e oriundo di Nicastro, che a Oppido ha trovato moglie e risiedeva stabilmente. A cose fatte si è gridato alla vittoria, botti di vino sono state offerte alla popolazione e i brindisi alla nuova compagine si sono sprecati. Però al momento era una vittoria di Pirro. Quindi, che fare? Bisognava giocare d’astuzia o … d’altro! Intanto alcuni consiglieri rimasti in carica ed espressi dalla vecchia maggioranza avevano cambiato casacca, ma non era sufficiente. Ne occorreva ancora qualche altro. Nella prima riunione del consiglio rinnovato tenutasi il 16 agosto 1948, espletata la nomina del sindaco in persona del prof. Remo Frisina, questi ha invitato i presenti a procedere all’elezione dei quattro membri effettivi della giunta. Ma il consigliere Caligiuri, prima che ci si avvias151


se a compiere tale atto, ha fatto chiara richiesta di collaborazione al gruppo democristiano. In verità, si trattava di una mossa che nascondeva qualcosa, per cui ha proposto di sospendere provvisoriamente la seduta. Al rientro il consigliere Domenico Zagari ha dato il benvenuto al nuovo sindaco, quindi, ringraziando per la collaborazione offerta, ha chiesto di poter interpellare il proprio partito, in quanto nel 1946 era stato eletto con la DC. Era, infatti, uno di quelli che non erano decaduti. Non avendo avuto la meglio alle elezioni suppletorie il suo partito, stimava giusto affidare tutto il potere ai «nuovi venuti, augurando loro che possano fare ogni sorta di bene per il Comune e per il Popolo oppidese». Allora se ne sono dette tante, fatto sta che Zagari ha fornito la stampella alla nuova compagine per andare avanti. A Zagari seguiva in consiglio Giuseppe Lipari dello stesso partito, il quale teneva a precisare che i motivi del suo rifiuto erano di carattere personale e d’impiego. Tuonava allora l’ex-sindaco De Zerbi, che, indicava i democristiani come «i veri responsabili della grave situazione», in cui versava il comune dopo un biennio di loro amministrazione. Il rifiuto opposto alla collaborazione rivelava «ostilità verso i nuovi eletti del Popolo ed indifferenza per i suoi vitali interessi». In verità, i giuochi ormai erano stati fatti! Il 2 settembre successivo ogni cosa era stata messa al posto giusto e il sindaco eletto poteva officiare il suo discorso d’insediamento, dal quale stralciamo le frasi più significative: «Senza preconcetti e lungi da ogni risentimento personale, noi siamo qui pronti ad accogliere benevolmente ogni suggerimento da qualunque parte esso venga, purché si ispiri esclusivamente all’interesse del Comune. […] Abbiamo trovato la Casa del Comune chiusa da venti giorni per lo sciopero degli impiegati, un disavanzo di cassa la cui entità io non sono ancora in grado di comunicare (lo farò appena mi sarà possibile) ma sin da ora posso dirvi che ascende oltre otto milioni; […] 152


Una gestione annonaria che mi limito a definirla allegra. A tale proposito è bene che si sappia che nonostante le ripetute sollecitudini della giunta non siamo riusciti ad avere la contabilità della gestione annonaria. Come vedete abbiamo avuto una eredità tutt’altro che florida pur nondimeno noi l’abbiamo accettata (ma non senza beneficio dell’inventario!), nella speranza di poter rimediare al male fatto. Tamponare le falle per ora per potere incominciare a costruire domani è il nostro compito che ci aspetta e che son sicuro voi assolverete con senso di puro civismo». Se nel 1947 si era fatto avanti a protestare contro il trattato di pace dell’Italia l’avv. Lando, l’anno successivo a insorgere avverso la nuova costituzione è stato addirittura il vescovo diocesano, mons. Nicola Canino. Così questi scriveva al capo provvisorio dello stato, Enrico De Nicola, lamentando l’esclusione del nome di Dio dalla legge appena promulgata: «Eccellenza Oggi a noi italiani è stata consegnata la nuova Carta Costituzionale. Da essa è stato escluso il nome di DIO. Dopo aver riparato personalmente nel profondo dell’animo accorato dopo aver domandato pubblica riparazione al mio popolo invitandolo durante il Pontificale solenne, a fare con me, quale atto di riparazione, il segno di Croce, sento, il bisogno di fare arrivare a V. Eccellenza, Capo dello Stato, la voce di un grande cordoglio. Lo faccio come Italiano e come vescovo, a nome mio e del mio popolo. Il Signore dei Padri nostri perdoni agli uomini che, hanno dato all’Italia una Costituzione senza il nome di DIO e che hanno mutilato la sua bandiera della Croce di Cristo». Siamo alle solite con mons. Canino e con le sue consuete crociate. Conosciamo i suoi tanti interventi in periodo fascista talvolta anche per le cose più strane, quindi non c’è da meravigliarsi che, non avvertendo il senso religioso in un documento fondamentale come la “Costituzione Italiana”, si fosse dato pensiero di far sentire la sua voce. A lui comunque veniva a rispondere in modo secco e stringato quanto era necessario il capo di gabinetto del 153


presidente, l’avv. Guglielmo Collamarini: «Le sue sensibili espressioni trovano certamente riscontro nel cuore di gran parte di italiani ed Ella se ne è resa utile interprete. Come Ella saprà la Carta Costituzionale non si è concretata in un atto di Governo, ma è stata formulata e approvata dall’Assemblea Costituente, nell’esercizio dei suoi alti poteri»113. In quel fatidico 1948, tra sterili proteste, era dato registrare manifestazioni di ogni tipo. La lotta politica si presentava quanto mai aspra e i contendenti principali, i socialcomunisti e i democratici cristiani, non badavano davvero a spese ed escogitavano di tutto pur di poter arrivare al potere. Se gli uni avevano come vessillifero il profilo di Garibaldi, che gli oppositori d’altro canto con opportuni accorgimenti trasformavano in Stalin, gli altri godevano di protezioni molto più alte, come le Madonne cosiddette pellegrine. Quasi in ogni paese clero e popolazione si mobilitavano per portare in processione anche nei centri vicini una statua di Madonna, possibilmente quella più in auge. Scrive Rosini che allora «le madonne pellegrine batterono l’Italia palmo a palmo», mentre Bocca ricorda che «nelle periferie del Divino Amore dovevano muoversi le processioni delle Madonne pellegrine in lacrime»114. Togliatti, è naturale, ha avuto parole di fuoco a riguardo del «vergognoso passeggiare di “Madonne” e organizzazione di “miracoli” a scopo elettorale»115. I cattolici negano che tali manifestazioni si siano fatte a scopo elettorale, anche se qualcuno timidamente così afferma: «Che localmente, in qualche caso sia avvenuta anche una strumentalizzazione della Peregrinatio, non si può escludere». Comunque, lo stesso perentoriamente respinge LIBERTI, Diocesi di Oppido-Palmi …, pp. 365-366. EMILIO ROSINI, L’ala dell’angelo - Itinerario di un comunista perplesso, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2003, p. 126; GIORGIO BOCCA, Piccolo Cesare, Feltrinelli, Milano 2002, p. 174. 115 GIUSEPPE TUNINELLI, Madonna Pellegrina 1946-1951– Frammenti di cronaca e di storia, Effata, Cantalupa 2006, p. 7. 113

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l’affermazione che tutto sia stato organizzato dall’alto: «I fatti tuttavia proclamano in modo perentorio che essa fu, in tutti quegli anni, un evento di massa e capillare essenzialmente religioso ed ecclesiale, a livello di coscienze e di pratica sacramentale»116. Certamente era un momento particolarmente difficile e le paure, man mano che si andava avanti, s’ingigantivano sempre di più! Anche Oppido ha avuto le sue Madonne pellegrine, proprie e non. In primo luogo, ha ospitato la statua della Madonna di Polsi, che ha girato a lungo nel Reggino. Quindi, volendo il vescovo Canino, come suo solito, non essere secondo a nessuno, ha fatto propria l’idea e ha mandato in giro per la diocesi la possente statua ottocentesca della Madonna Annunziata. Ricordo l’entusiasmo che si avvertiva tra le buone popolazioni, le quali, a parte la fede che le spingeva a essere partecipi di tali dimostrazioni, avevano pure i loro timori per un avvenire che si presentava abbastanza fosco. In occasione della venuta della statua polsiana nel mese di giugno qualcuno ha gridato al miracolo e in tanti si sono convinti del portentoso evento, forse pure la poveretta, ch’era cieca dalla nascita e sicuramente è rimasta intontita dal clamore della folla ormai fuori dagli schemi. Non era vero e dopo alcuni giorni tutto è sbollito e non se n’è parlato più117. A tal proposito è interessante leggere quanto ha scritto Gundle: «Si organizzarono numerose processioni con madonne pellegrine e si lasciò libero sfogo alla religiosità popolare. Nei primi tre mesi del 1948 venne riportato un numero sorprendente di miracoli, in cui per lo più cominciavano a muoversi occhi o braccia di statue e immagini religiose; per la prima volta questi eventi furono comunicate ufficialmente dalla radio vaticana»118. 116

ibidem. Per le varie vicende legate a tali episodi ved. LIBERTI, Diocesi di Oppido-Palmi …, pp.366-369. 118 STEPHEN DUNDLE, I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca La sfida della cultura di massa 1943-1991, Giunti, Firenze 1995, pp. 84-85. 117

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Scaduto il mandato dell’amministrazione Frisina, si è tornati alle urne il 27 maggio 1952 e proprio in occasione della presentazione delle liste il sindaco è scivolato sulla classica buccia. Avendo convalidato la sua stessa firma e reso quindi il documento nullo, è stato eliminato dalla corsa. Perso il capolista, gli ex-della lista “Cuore” e vari altri nuovi compagni hanno dato vita a quattro raggruppamenti apparentati (i contrassegni erano la bilancia, la campana ecc.), stimando di poter coprire l’assenza di Frisina, ma la concorrenza democristiana con l’apporto di personalità di primo piano del paese è stata quanto mai forte e decisa, tanto che tutte e quattro le liste sono state sbaragliate in pieno. Sono ritornati perciò vittoriosi al comune i democristiani, ma anche in tale fase si è dovuto assistere a una vera e propria scena di teatro. Sindaco preconizzato era il giovane avv. Giuseppe Mittica, ma a essere eletto è stato l’ex-sindaco Carbone, che ha ricevuto degli «scroscianti applausi». La gente in buona parte è rimasta allora alquanto delusa, ma tanti sapevano. Non è passato che qualche minuto e il cambio di scena si è verificato quasi subito. Carbone «con voce commossa, e con pacatezza ringrazia i consiglieri e pubblico del plebiscito avuto […] Chiarisce però che motivi personali ed impegni di partito, essendo egli Segretario della Democrazia Cristiana di Oppido, non gli consentono di accettare la carica di Sindaco e, presentando immediatamente le dimissioni invita il Consiglio di accettarle e di procedere alla elezione del Sindaco». Quindi, ha auspicato che ci fosse collaborazione tra maggioranza e minoranza. Appariva chiaro essersi trattato di una mossa operata al solo scopo di offrire una rivincita al sindaco che nel 1948 era stato sonoramente battuto anche dai suoi stessi amici di partito. In merito alla collaborazione è intervenuto il consigliere avv. Filippo Grillo, il quale ha espresso «il vivissimo desiderio che l’opera della nuova Amministrazione sia ispirata alla concordia, alla pacificazione degli animi ed alla collaborazione tra maggioranza e minoranza per il bene del paese». E sì che ce n’era tanto bisogno! Le due precedenti ammini156


strazioni erano state al centro di litigi a volte anche veementi e per questioni che esulavano dai problemi della cosa pubblica. Spesso si andava in municipio ad assistere alle sedute per vedere e ascoltare i vari esponenti scagliati l’un contro l’altro. A Grillo ha fatto eco Pasquale De Zerbi, che, dicendosi d’accordo, veniva soprattutto ad augurarsi «che vengano evitati gli errori del passato e non si verificano rappresaglie, né persecuzioni, né vendette che furono causa di lotte durante le passate Amministrazioni, con le conseguenze che ne derivarono»119. In verità, allora erano in tanti a temere! Giuseppe Mittica, un nome che resterà impresso nella memoria della collettività oppidese come sinonimo d’impegno, fattività ed equanimità, è quello di un sindaco ch’è stato tale per ventuno anni, dal 1952 al 1964 e dal 1980 al 1989, anno della morte, quindi consigliere e assessore provinciale per un altro ventennio dal 1964 al 1985, presidente dell’ospedale ecc. A lui, indubbiamente, resta legata la ricostruzione in senso pieno di Oppido e delle sue frazioni. Dopo la nomina a sindaco quel nove di giugno del 1952, presa la parola «dichiara che la sua elezione a sindaco di Oppido è stata come la spada di Damocle, che egli vorrebbe allontanare dal suo Capo se tale proponimento non sentisse viltà Accetta la carica di sindaco con la piena consapevolezza della risponsabilità (sic!) che gli incombe per le difficoltà che incontrerà. Ma, tra tanta risponsabilità e doveri di primo cittadino gli è d’incoraggiamento la piena e leale collaborazione dell’intero Consiglio Comunale promessa con sincerità dalla Maggioranza e dalla Minoranza che, fuse in solido blocco, collaboreranno per i problemi più urgenti e vitali di cui ha bisogno Oppido, primo fra tutti quello dell’acquedotto». Con l’avvento dell’avv. Mittica le paventate minacce di licenziamento di impiegati che avevano parteggiato per la vecchia amministrazione sono rimaste tali e nel paese tra la popolazione e lui si è instaurato un feeling, che è durato 119

ACO, delibere del consiglio. 157


fino alla morte, ma il suo ricordo, in verità, è sempre vivo e spesso se ne rimpiange la mancanza. Dopo di lui si è rilevata la stessa precarietà che abbiamo osservato al tempo del fascismo con il succedersi degli ultimi podestà. È nelle cose! Ma occorre soprattutto tener presente che Mittica ha avuto grande collaborazione soprattutto dalla minoranza, in quanto alcuni dei suoi, non lasciavano mai nulla d’intentato al fine di scavalcarlo. La popolazione non poteva permetterlo e perciò a ogni votazione gli recava una valanga di voti120. Non si può chiudere il capitolo Mittica senza riportare un passo del suo discorso di apertura del nuovo consiglio comunale del 14 dicembre 1980, dove il suo modo d’intendere la vita politica e sociale è espresso in modo chiaro: «Bisogna mutare radicalmente la diffusa mentalità provinciale che per bene amministrare basti solo curare la politica delle piccole cose. Nel fermento e nel travaglio che muovono verso migliori prospettive di progresso e di rinascita tutti i paesi della Penisola, la nostra città non deve restare ai margini del flusso socio-economico, anchilosata nelle sue strutture, smorzata nel suo respiro, immeschinita nel risucchio dei pettegolezzi paesani, vittima spesso della nostra stessa pigrizia. Amiamola questa nostra città! Amiamola come parte integrante di noi stessi. Noi siamo stati piantati in essa ed in essa saranno piantate le generazioni che da noi discenderanno. È un patrimonio prezioso che noi abbiamo il dovere di tramandare, accresciuto e migliorato, alle future generazioni. Amiamola come si ama la casa comune destinata a noi e ai nostri figli. Difendiamone le istituzioni. Cambiano i tempi e i costumi, cambiano i nomi, ma le istituzioni non muoiono se la città non muore. Facciamo soprattutto di essa lo strumento più caro della nostra vita associata. Sentiamoci attraverso di essa come membri della stessa famiglia e non vi siano tra noi divisioni che tur-

120

Per meglio conoscere il personaggio ved. (a cura di R. Liberti), Giuseppe Mittica Una vita al servizio della comunità, Laruffa Editore, Reggio Calabria 1990, passim.

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bino la pace e l’amicizia»121. Assai scarsi si rivelano i fatti nazionali che hanno avuto riflesso nei rapporti con Oppido dopo il ritorno dei democristiani al potere. Il 4 dicembre 1952 la seduta di consiglio veniva sospesa in segno di lutto per la morte di un grande personaggio della politica italiana, l’on. Vittorio Emanuele Orlando. Nel commemorarlo, lo si ricordava come «insigne statista, uomo politico, coscienza cristallina, benemerito della Patria e degnamente chiamato il Presidente della resistenza prima, ed il Presidente della Vittoria poi». Nonostante si trattasse di festività prettamente fasciste, alcune di esse per un certo periodo ancora sono state tenute in vita. Nel 1952 una nota dell’ENAL faceva presente al comune la necessità di contribuire «all’allestimento dei carri allegorici per la Sagra dell’uva» e a tale motivo in data 12 settembre si stabiliva di devolvere una somma di £ 80.000. La richiesta per il 1953 partiva dalla prefettura, che invitava a «Partecipare alla campagna per il consumo dell’uva, allo scopo di superare le difficoltà nelle quali si dibatte la nostra economia vinicola» e quindi a «Provvedere all’allestimento di un carro allegorico in occasione della Sagra dell’uva». Qualcosa in diretto rapporto col periodo fascista si era verificata il 9 aprile 1951, quando con atto di citazione il “Commissariato Gioventù Italiana” (ex GIL) aveva richiesto «la restituzione del materiale recuperato dall’ex GIL di Oppido Mamertina o comunque il pagamento di £ 600.000 quale corrispondente al valore presuntivo attuale del materiale stesso». Il comune ha risposto nel merito evidenziando che parte del materiale era a disposizione, ma che le lenzuola e gli indumenti dei fanciulli erano stati distrutti tanto si offrivano inservibili. Infatti, le autorità a suo tempo avevano ordinato di consegnarli ai profughi che durante la guerra erano stati ricettati nel locale ospedale. Intanto, bisognava nominare un difensore, cosa che venne fatta122.

121 122

ivi, p. 126. ACO, delibere della giunta. 159


I lupi di Toscana davanti alla chiesa di Tresilico probabilmente in occasione della festa della Madonna delle Grazie del 2 luglio 1942.

La statua della Madonna Annunziata in giro per i paesi della diocesi durante il periodo elettorale del 1948 (contrada Archi)

160


Gli amministratori comunali sullo Zillastro per l erezione della croce in ricordo dei caduti nella nota battaglia dell settembre .

161


L’avv. Giuseppe Mittica

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I N D I C E Dall’unità dello Stato alle soglie di un nuovo secolo

pag. 5

Dalla fine del secolo XIX alla conclusione della prima guerra mondiale

25

La prima guerra mondiale

43

L’epidemia influenzale nota come “spagnola” a Oppido Mamertina tra 1918 e 1919

53

Dalla conclusione della prima guerra mondiale verso il tramonto della cosiddetta era fascista

63

Dalla seconda guerra mondiale a oggi

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Finito di stampare nel mese di giugno 2013


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