STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFICIO STORICO
MENACHEM SHELAH
UN DEBITO DI GRATITUDINE Storia dei rapporti tra l'Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943)
ROMA 2009
Prefazione a cura di Antonello Biagini
Traduzione dall'ebraico di Gaio Sciloni
PROPRIETA LETTERARIA Tutti di diritti riservati vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione
Š SME - Ufficio Storico - Roma 2009 Ristampa anastatica della r Edizione (Roma, 1991)
SocietĂ Editrice fmago Media Tel. 0823 866 710 - Dragoni (Cascna) www.imagomedia.it - email: info@ imagomedia.it
PRESENTAZIONE
"Benedici l'Italia nell'ora e nella via delle sue grandi prove, benedicila nelle sue marce trionfali. Benedici le braccia del suo popolo, la mente dei suoi grandi, il cuore del suo Re! ( .. . )Salva o Dio! Salva l' Ital ia e salva il Re!" . Così recita nei primi anni del secolo scorso la Preghiera per la vittoria e la salute d 'Italia per la salute d ' Israele e del) 'Umanità. Nel 1938 però, vengono emanate le leggi razziali che avviano la discriminazione, la persecuzione e, sotto l'occupazione nazista, lo sterminio della comunità ebraica italiana. Leggi ingiustificate che vanno a colpire ed a tradire una comunità perfettamente integrata, espressione di validissimi uomini politici ed amministratori; una comunità che ha partecipato con valore alle imprese militari del Regno d' Italia, dalla Grande Gue1ra alle guerre di quel Regime, fornendo alcuni "antemarcia" e uomini di Governo quali Aldo Pinzi, sottosegretario agli Interni, e Guido Jung, ministrn delle Finanze. Le leggi razziali del 1938 colpiscono duramente gli ebrei d'Italia: numerosi impiegati pubblici , inclusi i militari e i docenti, allontanati dal posto di lavoro; tutti divengono cittadini di secondo grado . Per fo1tuna, escludendo i pochissimi che credono nell'amicizia e nella superiorità della Gennan.ia, le leggi sono applicate con trascuratezza o add.Ì.litt.ura ignorate da quei funzionari che non le condividono; poco assimilate dalla maggioranza della popolazione italiana che non comprende perchè buoni e fedeli cittacli1ù dello Stato debbano essere puniti senza aver commesso alcun delitto. Il Regime fascista non riesce a cancellare nemmeno nei suoi seguaci il senso di umanitarismo insito nell' animo degli italiani. Anche nelle forze Armate non si comprendono le discriminazioni verso collegl1i, ufficiali o militari che hanno ben meritato nel corso di mtte le campagne, inclusa la conquista dell'Etiopia ed in soccorso ai nazional isti di Franco; verso quelli feriti o che hanno sacrificato la propria vita sull'altare della Patria, guadagnando numerose decorazioni al valore militare. ~ È la solidarietà a prevalere, nonostante il rischio di essere denunciati e perseguitati dall'OVRA, l'organizzazione che combatte lutti gli oppositori del Regime. Con lo scoppio del conflitto numerosi militari , impiegati con le truppe d 'occupazione nei territori jugoslavi, oltre al tentativo tedesco di genocidio delle comunità ebraiche, debbono assistere ad una più dura e sanguinosa persecuzione anche degli Ustascia nei confronti delle minoranze serbe o di nazionalisti cetnici serbi verso quelle croate. In questo libro l'autore focalizza un aspetto legato alla storia dell'occupazione italiana della Dalmazia. Con la protezione militare italiana alcune migliaia cli persone, fuggite dai territori dello Star.o indipendente di Croazia, cercano una via di scampo per non essere trucidate dalle milizie nazionaliste e filo naziste Ustascia di Pavelic, e non essere consegnate ai tedeschi. Shelah evidenzia come i militari italiani non si limitino a proteggere gli indifesi ma inviano numerosi rapporti per informare i comandi sulle violenze verificatisi o ancora in atto. Il Gen.Vittorio Ambrosio, Comandante dell'Armata, ordina di aprire un' indùesta e di redigere un particolareggiato rappo1to sulle violenze commesse
sull'isola di Pago; cercare i colpevoli delle stragi, arrestarli e processarli. Gli uomini della ebraica DELASEM (Delegazione Assistenza Emigranti) , forniti di lasciapassare rilasciati dall'Esercito Italiano, possono circolare liberamente nei territori per acquisire importanti informazioni sullo stato degli ebrei del posto. L'autore rende onore al Gen. Amico, Comandante della Divisione "Marche", che dal suo comando a Ragusa dirige l'opera di salvataggio degli ebrei, non temendo di criticare in pubblico, con i suoi soldati, il comportamento dei Tedeschi e dei Croati: "gli italiani sono un popolo civile e quindi, dopo aver conquistato un paese nemico , si compo1tano in modo conforme cercando di apportare ordine e pace, mentre altre potenze sono ancora incivili e farebbero meglio a cercare di frenare i propri istinti, astenendosi da conunettere atti riprovevoli. Gli italiani si trovano in Jugoslavia per difendere i serbi e gli ebrei contro brutali e terrificanti comportamenti" . Il Gen . Amico, che dopo I' 8 settembre guiderà per tre giorni la resistenza contro i tedeschi, fatto prigioniero, viene ucciso il 13 settembre l 943. Il dato fondamentale che emerge dalla lettura della ricostruzione storica cli Shelah è il ruolo assunto dalle Unità dell'Esercito Italiano e dei militari presenti · in Croazia nel tutelare gli ebrei dalla persecuzione. L'autore, con grande obiettività e serenità, ricostruisce puntualmente tale vicenda; con orgoglio si può constatare quanto soldati ed ufficiali tentino, spesso con successo, di opporsi ad una legislazione iniqua, non voluta e non sentita, prevalendo in essi le doti umane, individuali e collettive. · Il testo è arricchito eia una testimonianza della signora Renata Conforty figl ia di "sopravvissuti"; ella ricorda come il Ten. Col. Antonio Bertone abbia salvato e protetto la sua famiglia durante il periodo dell'occupazione in Jugoslavia, aiutandola a raggiungere il Piemonte e proseguendo nella sua emerita azione anche durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana. fl testo, stilato in occasione del conferimento della Medaglia dei Giusti da parte della Commissione giudicante di Jad Vashem , vuole onorare "una persona che ha operato a rischio della propria s icurezza, per amore e rispetto ciel suo simile, in tempi oscuri, in cui questi valori sono totalmente soffocati quale stimolo ed insegnamento per le generazioni presenti e future , perché s i sappiano sempre opporre a qualsiasi forma di oppressione e sopraffazione". n libro è completato anche dalla prefazione di Leone Elio Paserman che condivide in parte quanto scritto dall'autore circa le motivazioni che hanno po1tato l'Esercito Italiano a tutelare la Comunità Ebraica della Dalmazia. A prescindere dalle motivazioni quello che imp01ta è che, consapevolmente a rischio della propria carriera e della propria vita, i nostri militari hanno sottratto allo sterminio uomini di diversa religione che consideriamo fratelli. Un ringraziamento a Renata Conforty, che ha condiviso questo progetto di ristampa di un volume fra i più significativi dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, nell'ambito del lavoro cli promozione della ricerca storica, volto a divulgm-e l'opera svolta dai nostri soldati in favore della salvaguardia dei diritti del! 'Uomo e della Libe11à, nel passato come nel presente, nei territori della ex Jugoslavia. Col. Antonino ZARCONE (Capo Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito)
PREFAZIONE ALLA RISTAMPA
Questa ristampa del libro di Menachem Shelah sulla storia dei rapporti tra Esercito italiano ed Ebrei durante gli anni dell'occupazione della Dalmazia (1941 - 1943) è quanto mai opportuna. E ' infatti una storia poco nota, specialmente in Ital ia, che merita invece di essere diffusa e dovrebbe anche essere ulteriormente approfondita per i tanti aspetti anomali e originali che presenta. Il 6 Aprile 1941 , le truppe naziste, alleate con gli eserciti d'Italia. Ungheria e Bulgaria, attaccarono la Jugoslavia per ricongiungersi con le loro armate duramente impegnate dall'imprevista resistenza greca all 'aggressione fascista. Fu una vera blitzkrieg; dopo solo dieci giorni la Jugoslavia si arrese ed il suo territorio fu spartito tra le quattro potenze vincitrici, a parte un piccolo staterello satellite, il cosiddetto Stato Indipendente Croato, creato da Germania e Italia ed affidato ad Ante Pavelic, capo degli Ustascia, ferocemente antiserbi ed antisemiti. Ma alti funzionari del Ministero degli Esteri italiano, con l'autorizzazione dello stesso ministro Ciano, genero di Mussolini, insieme ad ufficiali superiori delle truppe d'occupazione italiane in Jugoslavia , compreso lo stesso comandante della 2a annata, Gen. Roatta, per due anni si opposero alle ripetute ed insistenti richieste del governo di Ante Pavelic, spalleggiato dai nazisti , e rifiutarono di consegnare i circa quattromila ebrei , fuggiti dalle altre zone della .Iugoslavia per rifugiarsi nella zona occupata dagli Italiani; il perché resta sostanzialmente un mistero . Nel 1941 , le fottune della guerra erano decisamente favorevoli alle truppe dell'Asse: quasi tutta l'Europa era stata occupata, la Gran Bretagna sembrava sul punto di arrendersi sotto i martellanti bombardamenti della Luftwaffe, Rommel stava per entrare in Egitto, Mussolini già preparava il suo bel cavallo bianco per la sfilata trionfale ad Alessandria, e Hitler stava ultimando i preparativi per l' imminente operazione Barbarossa, la rottura del patt:o Ribentroff-Molotov e l'aggressione all'Unione Sovietica, che poi però gli sarebbe risultata fatale. Il governo fascista, con l' avallo del sovrano, aveva promulgato tre anni prima, nell'autunno del 1938, le infami leggi razziste anti-ebraiche. tra la sostan7.iale indifferenza se non l' appoggio, salvo alcune luminose eccezioni , della Società Italiana. La stessa Chiesa cattolica non si oppose , se non per una isolata protesta contro l'introduzione del divieto dei matrimoni misti, tra cattolici ed ebrei, che evidentemente costituiva una violazione del Concordato del 1929. Quelle leggi segnarono l'inizio, in Italia, della persecuzione giuridica degli ebrei, per la sostanziale revoca dello Statuto Albertino con cui 90 anni prima il re aveva concesso ai suoi sudditi ebrei la parità. Perché allora questo comportame nto protettivo "filosernita" o quantomeno non ostile del Ministero degli Esteri e del R. Esercito? L'autore offre due spiegazioni: la prima umanitaria. Nel 1941 -42 si era oramai largamente diffusa - almeno tra gli alti quadri deIJ'esercito, del corpo diplomatico, della polizia e della Chiesa - la consapevolezza delle stragi e degli assassini di massa degli ebrei perpetrati dai nazisti e dai loro complici locali .in tutti i territori occupati, dalla Polonia alla Croazia. Ora, di fronte alla presa d.i coscienza che la sorte degli
ebrei consegnati agli ustascia e a i tedeschi era la deportazione all 'est per esservi e liminati, prevalse il senso della tradizione uman itaria italiana che impediva all'Esercito di farsi complice di un assassinio. la seconda politica. Con l' entrata in guerra dell ' Italia era cominciato a formarsi. tra la stessa gerarch ia fascista . l'alta burocrazia stai.aie ed ufficiali superiori dell'esercito, più vicini alla Casa Reale che al partito. un nucleo di opposizione antitcdesco, preoccupato per le sorti della g ue1Ta ma soprattutto ostile al progressivo asservimento del regime al Rc ich germanico: s i tratta ciel l'oppos izione che sfociò poi nel complotto contro Mussolini del 25 Luglio 1943. Entrambe le motivazioni sono valide ma non del tutto convincenti. Purtroppo, ne l corso cieli 'occupazione militare cli parte della Jugoslavia, non tutti furono sempre fedeli al senso de ll'onore e rispcuarono la tradizione umanitaria italiana. Nella stessa isola di Arbe. dove a lla fine venne ro deportati e concentrali tutti gli ebrei della zona d'occupazione della Croazia. per sottrarli all 'arresto degli ustascia e dei tedeschi, il governo fascista aveva allestito un secondo campo cli concentramento per i partigiani sloveni e croati, in cui il trattamento fu molto duro e si contarono numerose vittime. Altrettanto diffici le è accettare un tardi vo ripensamento da parte di coloro che. per vent" anni, erano stati ferventi sostenitori e collaboratori del regime fasc ista, traendone a ltresì non pochi onori e prebende. Resta il fotto che il R . Esercito. insieme e con l'appoggio di alcuni diplomatici, protesse gl i ebrei allora d imoranti nella Dalmazia occupata. come anche, ne llo stesso periodo , ne lla Franc ia meridionale, rifiutandone la consegna ai nazisti con vari stratagemmi, salvandoli da morte certa . Qualunque ne sia stata la moti vazione, fu un ' azione coraggiosa che torna acl onore della nostra nazione: sono stati questi comportamenti, insieme a quelli singoli o collettivi cli centinaia di altri "Giusti tra le nazion i", semplici contadini ccl operai , impiegati pubblici o alti prelati che a rischio della propria vita, dopo 1'8 settembre. quando cominciò la pe rsecuzione fisica e la "caccia all'uomo'', offrirono rifugio e salvezza alle migliaia di ebrei braccati dai fascisti repubblichini e dal le SS naziste . riscattando così l'obbrobrio delle leggi razzia ii. Anche se s i trattò di poche migliaia di salvati e qu indi sono episodi tutto sommato minori nell'immen a tragedia de lla Shoah, con i suoi sci milioni d i vittime e i suoi numerosi artefici e complici volenterosi, costituiscono pur sempre un esempio luminoso ed un monito pe renne contro l' indifferenza e l'ignavia: e, come recita il Talmud. chi salva una vita è come se avesse salvato il mondo inte ro. Non lo dimenticheremo!
Leone Elio Paserman Presidente della Fondazione Museo della Shoah Gennaio 2009
TESTIMONIANZA Un 'esperienza <li guerra lascia sempre cicatrici che spesso si rimarginano a prezzo di forte sofferenza. Il lavoro di M enachem Shelah vuole offrire un contributo alla verità storica su vicende dalle quali emerge lo spirito cavalleresco e generoso di cui il soldato irnliano seppe dare prova in terra strani era. In molti dei territori occupati dalle For,.;e delrAsse si scatenarono con inaudita violenza le persecuzioni razziali . Ne furono vittime, in primo luogo. le comunitil israelitiche. L e truppe italiane che stazionarono. con compiti di occupazione o di ahrc forme. in Francia, Croazia e Grecia. non solo non concorsero a quelle brutali azioni persecutorie. ma vi si opposero decisamente. Per ineccepibile ed autorevole riconoscimento internazionale venne diffusa una '·luce di eroismo e di umanità''. Significativa la tcstimonian7.a resa qualche anno fa dalla sig11ora Renata Confony .
..Con grande emo::.ione ringrazio 111//i voi. autorità e amici presemi, che a\'ete vo/1110 condividere c:011 Ciorgio,Jiglio amatissimo di Nino. con Adriana. sua adorma moglie e co11 me questo speciale momento nella 111eravigliosa sinagoga di Cuneo, luogo slorico di preghiera e di cultura ebraira. lo srorso m1ttm110, proprio alla vigilia del kippw; 11os11v giorno di digi11110 e di massimo raccoglimemo. è arril'ata la noti:ia. allora ufficiosa. del/'asseg11a:.io11e della medaglia dei giusti al nostro amato Nino, da parte della commissione giudicante di ".!ad Vashem ··• il museo della Shoà di Gemsalem111e: in quel 111ome1110 ho semito di aver raggiumo 1111 gm11de traguardo. e cioè di essere stma per mio padre. sia il suo 110111e in be11edivo11e. 11011 soltanto figlia ma anche coslrnttrice di pace, perchè. come dicono i nostri maestri, la parola pace "'Slwlom", vuol dire anche '"co111pletc1111e1110". E così.final111e111e oggi, dopo 60 <11111i, io Ne11(11a. C011for1y. insieme alla 111ia ma,1111,a Olga. di 90 anni, e a mia sorella Dina, che vive in Israele, possiamo p11bblicame111e rinsraz.icire il 1e11eme colonnello Amonio Berto11e, che ha salvato e protello la nostra famiglia durame t11110 il periodo hellico. dal /941 al 1945. Come alto J11mJ011ario dello stato, il 1e11e11te colo1111ello al'rebbe dovi/IO seguire "gli ordini ufficiali", vigevano le leggi rm.zJali, e cioè emarginare prima e perseguitare poi 1111afa111iglia ebraica, egli invece ha seguilo la sua coscienza di Uomo con la V maiuscola e, anche a rischio della sua vita. ha ojfeno la sua amici:ia, quella l'era. quella del famoso dello ebraico ''w11a per il 1110 pivssimo come per 1e stesso" cioè opera per a1111are ciò che è il hene del 1110 p1vssimo. E così Nino ha agito verso di noi. lfoccontare la nostra storia di soprtll·viss111i mi comporw 1111 grande sfor:o emmi1•0, per cui scuserete la mia co111mo:io11e; mi dà altresì una grande carica perché penso che questa uwimonianw possa.far capire come il bene che Nino h(/ prodmto 1110/liplica il bene, moltiplira la vita: con la salvezza dei miei genitori siamo 11a1e io e mia sorella Dina: e da noi due so110 nati qu(tllro figli: Shulamith e .lora111, liora e Urie!: e dai nostri figli nasceranno altri figli. così di generazione in ge11crazio11e. La mia famiglia 1•iveva 1ranquilla a Zagabria in Jugoslavia. e mio padre Salvatore era <'0111· merciame all'ingrosso di pellami per pelliccerie. Nella primavera /941 la Germania i11vadew1 la Jugoslavia: 111w guerra di pochissimi giorni, e per noi ebrei iniziarono im111ediotame111c le persecuzioni razziali e le depor1C1zioni verso i campi di s1er111i11io. I miei g<'l1itori, per cercare salveu.a. f urono rostreui a scappare da Zagabria, ormai occu,xt1a dalle SS tedesche, 111ert1re le lom.famiglie seguivano il 1ragico destino della deportazione. Il 17 luglio /941 si ri.fugiwv110 1emporaneame111e in zona di occupazione rie/l'esercito italiano e precisamente a Ogulin, a casa di Elsa Hamburger in Goldne1; sorella di mia ma111111a. Molti 1t}jìciali dell ·eserci10 iwliano 11v1·a1ww abiwzione e migliore accoglie,r::.a presso famiglie ebraiche di Ogulin. In tale conte.1·10 i miei genitori conohbero il 1e11eme colonnello 1\111011io Benone. che era ospite presso un co1:11ato di mia ::}a Elsa. E così egli, se111i1a la loro triste storia, li consiglia di abbtmdonare la .lugoslal'ia per raJ.:gitmgere l'Italia; ed essi si co11l'i11co110 di ci/fidarsi totalme111e al suo aiwo. Nella scatola d,,; miei ricordi ho trol'ato ww foto di Nino in dh'isa regala1c1 ai miei genitori. proprio ad Ogulin, con una mera~·igliosa dedica che dice: "con ajfe1111osa simpatia, e augurandovi ogni bene" - 4 agosto I 941.
li 5 agos!O Nino organizza il tra.iferùnento clan.destino dei miei genitori in freno per l'Italia . Si incollfmno nelle primissime ore del 111.attino alla stazione di Ogulin; egli personalmente li sistema in uno scompartimento cli li e lasse.fa abbassare le tendine e mette due soldati dell'esercito italiano (uomini di sua .fiducia) nel corridoio davanti alla porta dello scomparlimenlo. Con altri iifficiali si sisterna in I classe. Ogni volta eh.e passano la famigerata polizia ustascia, e le autorità di confine italiane, i due soldati di guardia .ft.mno in modo di evitare il controllo dei due passeggeri nascosti. Così arrivano alla stazione di Fiume (allora Italia) . Il colonnello Benone si attiva subito per procurare documenti i1alia11i per i miei, che altrimenti sarebbero sLati immediatanumte rimpatriati dalla polizia italiana della stazione. E verso sera li accompagna in questura e li presenta al commissario Giovanneo Palatucci. Evidentemente il colonnello conosceva bene questo personaggio, allora capo dell'ufficio stranieri, che salvò in quegli anni molti ebrei .fiiggiaschi, prima di essere lui stesso trucidato a Dachau. Anche la sua memoria è stata onorata dallo stato di Israele con il riconoscimento di "Giusto fra le Nazioni". Mamma e papà passano fa notte ospitati nella so.ffiua della questura e l'indomani rnattina ottengono il permesso di soggiorno. Affittano un appartamenlo in via Mario Asso, 4. ll soggiorno.fìwnano porta ai miei un po' di luce e serenità; mamma rimane incinta di me, e la mia nascita il IO giugno 1942 è allielata dalla visita dei suoi cari amici Nino, Maria con i/figlioletto Giorgio. Poco dopo, il 15 agosto 1942, devono scappare anche da Fiume, divenuta più pericolosa, sempre con l'aiuto del colonnello Ber101ie, il quale nel frattempo è riuscito a mettere in salvo anche i miei nonni materni, Lavoslavo Hamburger e Wilma Kershne1;facendoli trasjèrire clandestinamente in auto dalla Jugoslavia all'Italia. Da questo momento egli cura i nostri rrasferimenti e le nostre sislemcrzioni, come internati liberi, in diverse cittadine ilaliane: Mirandola, Sestola, Zocca, twte in provincia di Modena. Poi da Zocca a Rimini-lv!isano mare. Poi, con 1-nezz.i di trasporto da lui procurati, li fa arrivare a Bassan.o del Grappa, vicino ad Asolo, dove il colonnello è staro trasferito con il suo contingente. Poi ancora a Valenz.a Po, per avvicinarci alla sua.fàmiglia che, p,vveniente da Cuneo, lì si era trasf'erila.. L' 1 novembre 1944 nasce mia sorella Dina e, per non destare sospetti nella popolazione, viene batrezzata; presente Nino come padrino . Finita la guerra, Dina farà il bagno rituale ebraico e sarà iscritta nella Cornunità ebraica di Milano con la famiglia. A Valenza Po siamo rimasti fi no alla liberazione aprile '45 . Dopo la liberazione si apre un 'alrrafase delicata: Nino è accusato ed imprigionato per appartenenza. al regime; mio padre fa ampie dichiarazioni per esporre alle aut0rità aLfeate quanto il colonnello Bertone aveva fatto per la nostra salvezza e anche qua.nLo si era prodigato per aiutare altre famiglie ebraiche in. Jugoslavia. Durante la repubblica di Salò aveva anche organizzato la difesa di alcuni partigiani catturati, salvandoli dalla pena capila/e. E così è subito scagionato e rimesso in libertà. I.Li nostra amicizia con lVino è durata tutla la viLa. Quando capitava a Milano per la sua professione di noto avvocato penalista era 1ws1ro ospite; e ricordo che le sue visite erano una grande festa per tu tra la famiglia. A queLl'epoca i miei geniwri e i miei nonni soffrivano molto per aver perduto le loro famiglie, le loro case, la loro patria, rutte le loro radici e 11011 si sen1iva110 difarefeste. Solo Nino sapeva dare loto gioia, ouimismo,fìducia ne/futuro; infatti egli rappresentava un ponte fra quel loro mondo scomparso e le incerte prospettive di una nuova esistenza. Ho sentito Nino quando papà è stato male poi quando è mancato: "povero 'Tot0' - così lo chiamava - m.i ripeteva in continuazione - così forte ern la sua sofferenza perché perdeva un grande amico, che non poteva aggiungere altro' Nino è stato sempre presente e vicino nei momenti tristi e non quelli gioiosi della nostra lunga storia familiare , è stato il nos1ro fàro, il nostro angelo custode. E gli saremo sempre sempre eternamente grati. A conclusione ciel mio racconto voglio dire che onorare una persona che operò anche a rischio della sua stessa sicurez.z.a,per amore e rispetlo del suo simile, in tempi oscuri, in cui questi valori erano totalmente soffocati, non deve essere s0Lta1110 una celebrazione, ma uno stimolo ed un insegnamento per le generazioni presemi efU!ure. perché si sappiano sempre opporre a qualsiasifornw di oppressione e di sopraffazione. Sia il suo ricordo in benedizione per tutti. Renata Conforty'' 31 maggio 2006
1 coniugi Salwuore e Olga Conforty, ritralli (1Zag(lbri(1 in uno .fo to del 1941 .
Il Tenente Co/onne{/o Antonio Bertone, ritratto con i gradi da Maggiore e mostreggiature del Servizio di Stato Maggiore .
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A11estato di /Jene111ere11za di concessione della "Medai/ia dei Giusti fra le Nazioni" al Te11.Col. A11to11io Bertone.
Si attesta cne, uetlo sessione d'e{7 settem6re 2005, fa Commissione per fa d'esig11azione d'ei çiusti istituita d'atlo "{ad' 'f)asnem, l'ente preposto a.tlo memona tfeg{i eroi e dei martin· dé{{'Ofccausto, su{fa 6ase aeffe prove e d'e«e testimonia11ze cne [e sono state presmtale na déu6erato ai renaere onore a
I{ quale, tfurante i{ perio:fo tfe{{'Ofccausto in 'Europa, fia messo a risc,i:o (a propria 'oita per sa{vare e5rei perseguitati.. La Commissione pertanto assegna fa %.ed'agtìa d'ei qiusti fra {e 1fazio111:. I{ suo nome sara' inciso per sempre sulla Stefe a'onore nel çjiartfino aei giusti, presso (e 'Yatf'v'asftem, a çemsafemme.
çjrt'itsat'cmme, Israele
10 ,un,eni6ra 200.5
Cf.-: sdva u::.a 'llita è come se safoasse un nwtufo i:'.:tero
Auesraio di /1ene1nere11za di concessione della "Medaitia dei Giusti jì-a le Nazioni'' al Ten.Col . Antonio Bertone (lraduzione in liniua italiana).
INTRODUZIONE ALLA RISTAMPA
L' opera di Menachern Shelah, la cui prima edizione esce nel 1991, si inserisce nel quadro delle pubblicaz ioni dedicate all'occupazione militare italiana della exJugoslavia edite dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell' Esercito riuscendo però a po11'e in evidenza, o ltre ad importanti elementi legati all'esperienza delle forze italiane impegnate in quello scacchiere, anche alcuni interessanti aspetti a cui le opere precedenti avevano dedicato per evidenti scelte d'impostazione, minor attenzione restituendoci così un ulteriore elemento interpretativo di quegli elementi. Se nella precedente opera di Oddone Talpo si esaminavano essenzialmente i diversi momenti dell'occupazione militare, anche inserendoli in un contesto sociale, amministrativo e giudiziario, l' A. del presente volume decideva cli concentnu-e la propria attenzione sulle caratteristiche di quell'esperienza relativamente alla presenza ebraica in Dalmazia durante la seconda guerra mondiale. La comunità israelita nella regione comprendeva alcune migliaia di persone, per la maggior parte profughi provenienti dai territori dello Stato indipendente cli Creoazia (Nezavisna Drzava Hrvatska) in fuga dalle persecuzioni degli ustasa (ustascia), che speravano di trovare rifugio presso le aree sotto controllo militare italiano. Le condizioni di vita per gli ebrei jugoslavi avevano iniziato a peggiorare nel corso del 1940, soprattutto in seguito alle leggi di Koro (ottobre l940), con le quali si privavano i cittadini ebrei dei diritti acquisiti, soprattutto colpendo i diritti di proprietà e limitandone l'accesso alle professioni. Gli avvenimenti successivi avrebbero ulteriormente aggravato la situazione. Il 6 aprile 1941, dopo il colpo di Stato del generale Dusan Simovic, contrario al trattato d 'adesione al Tripartito firmato dal reggente principe Paolo, la .Jugoslavia veniva invasa da truppe tedesche, italiane, ungheresi e bulgare , mentre una aperta politica di persecuzione, che preannunciava la "sol uzione finale" (Endlosung) della questione ebraica, veniva introdotta in gran parte del territorio. La creazione a Belgrado del comando dell'Einsaztz.gruppe fiir Jugoslavien, agli ordini del colonnello delle SS Wilhelm Fucas, rappresenta infatti l'inizio di una sistematica azione volta all'eliminazione della comunità israelita, attraverso il coordinamento delle iniziative delle amministrazioni locali, intervenendo solamente nei casi in cui le misure autonommnente avviate dai collaborazionisti non fossero state ritenute adeguate. ln Serbia era la polizia di Nedile L:iotié a fornire suppo1to alle SS, mentre fin dall'in.izio dell 'agosto 1941 nel territorio dello Stato indipendente cli Croazia sono gli usta.scia a dirigere le operazioni contro gli ebrei, eia cui risultano escluse solamente le zone di occupazione italiana, vede la complessità della situazione pennette dei m,u-gini di sopravvivenza, grazie soprattutto all'azione delle truppe italiane fino al settembre 1943 quando, in conseguenza dell'armistizio e della caotica situazione che fa ad esso seguito, anche gli ebrei di Dalmazia finiscono per seguire il tragico destino dei numerosi correligionari già vittime delle persecuzioni na1.iste. La gestione militare della questione ebraica e la sua evoluzione, che segue direttamente il mutare degli equilibri tra forze italiane, tedesche e locali nei Balcani occidentali , si configurano come uno dei grandi punti d'attrito nei rappo1ti interni alle forze d'occupazione e ri propongono agli storici numerosi quesiti e una molteplicità di inte1vretazioni che permettono di affrontare il tema in questione con una paiticolare attenzione e che al tempo stesso rendono impossibile esprimere, pur nella con-
sapevolev,a delle diverse responsabilità, una condanna in toto dei protagonisti. Non
è dunque un caso che Menachem Shelah, anche con un certo anticipo rispetto agli studi successivi, abbia voluto con ]a sua opera riesaminare le posizioni delle autorità militari e civili italiane e l'atteggiamento di queste nei riguardi degli e brei. L'A. delinea ciel resto con chim·ezza e competenza obbiettivi e strategie dei diversi protagonisti presenti sulla scena dalmata: italiani, ustascia e tedeschi. Se da un lato i rappresentanti italiani sembrano essere turbati dalla ferocia con cui i propri alleati sono intenzionati a gestire la questione ebraica indirizzandosi apertamente, a partire dal I 942, verso una "soluzione finale"; dall'altro le autorità germaniche e il governo croato chiedono con insistenza la consegna degli ebrei che avevano ottenuto la protezione del Regio Esercito. L'A. individua nell'opera di soiidmietà svolta dal personale diplomatico e dall'esercito italiano la sola risposta possibile di fronte alla crescente violenza messa in atto dalle diverse fazioni presenti sul territorio croato. Proprio nel ricordo di quanti hanno tentato di difendere ove possibile gli ebrei che avevano trovato rifugio sotto la bandiera italiana il lavoro cli Shelah si sviluppa seguendo in modo abi le e rigoroso un percorso segnato dall'ampia documentazione conservata nell'Archivio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito e del Ministero degli Affm-i Esteri. Come evidenziai già in occasione della prima edizione del volume l' A., riuscendo a mantenere una Linea equilibrata e obiettiva, è stato sostenuto nel suo lavoro dal desiderio di rendere un pubblico atto di ringraziamento a quanti, in quegli ormai lontani e tragici anni di guena, salvarono la sua vita e quella di altre centinaia di ebrei. Questa impostazione della ricerca non ha però pregiudicato il risultato finale di un lavoro che si presenta essenzialmente corretto,. Anche dopo molti anni dalla sua prima edizione dunque, quest'opera ben si inserisce nella ricca produzione di studi e saggi relativi all'Olocausto apparsi in Italia e Jugoslavia. Pur di fronte ad innegabili responsabilità, che l' A. non nasconde nel corso della sua opera, il lavoro cli Shelah assume quindi maggior rilievo perché si colloca nel quadro cli una denuncia che non disdegna di rilevare compo1tamenti oggeltivamente positivi, lrn i quali, senza dubbio, quello della maggioranza dei militari it,ùiani schierati nei Balcani. In conclusione vorrei evidenziare, come ho già avuto modo di fare in diverse sedi, quanto la storia militare conosca ormai da alcuni anni anche nel nostro Paese una fase di grande sviluppo; studiosi di formazione e specializzazione diversa ne hanno ampliato i confini aprendola e coniugandola alla storia delle istituzioni, delle relazioni internazionali e a quella econonùca allargandone progressivamente le prospettive. Un dato che merita inoltre di essere evidenziato è il valore intrinseco cli un'opera che si colloca nel quadro di quello che ormai da alcuni anni è un impegno chiaro da parte dell'Ufficio Storico nei confronti di un progetto mirato alla pubblicazione di diverse opere di carattere storico fondate su approfondite ricerche d' archivio, risultato di una progressiva politica di apettura degli Uffici storici di forza mrnata, ormai avviata da alcuni amù, che hanno saputo rinnovare la forma e il contenuto delle proprie pubblicazioni instaurando un rappo1to proficuo con gli studiosi. Il volume cli Shelah tratta il tema dell'occupazione italiana della Dalmazia e delle sorti della comunità ebraica con grande equilibrio e onestà intellettuale; un volume ai quale dunque , dopo il favorevole giudizio con cui è stata a suo tempo accolta la prima edizione, non mancheranno certo ulteriori consensi da parte dei lettori . Prof. Antonello BIAGINI Prorettore della "Sapienza'' Università di Roma
STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFICIO STORICO
MENACHEM SHELAH
lUN DJEB!TO DII GRAtir11TTIJtDTINE Storia dei rapporti tra l'Esercito Italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943) a cura di Antonello Biagini e Rita Tolomeo
ROMA 1991
Prefazione a cura di Antonello Biagi ni Traduzione dall 'ebraico di Gaio Sciloni
PROPRIETA LETTERARIA Tutti i diritti riservati vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione ({) By SME - Ufficio Storico - Roma 1991
F'otocomposizionC' Litos s rl
PRESENTAZIONE
Non è la prima volta che l'Ufficio Storico dell'Esercito pubblica traduzioni di opere straniere, tra le più importanti è suff'iciente ricordare quella di Clausewitz 1 , di Liddel Hart i, e di Puller ", tutte strettamente attinenti alla storia militare. La traduzione e la pubblicazione del volume di M. Shelah sull'opera svolta dagli italiani in generale, e dai militari dell'Esercito in particolare, a favore degli ebrei si discosta, da questo punto di vista, dalla tradizione ma non per questo risulta meno interessante. Proposta e sollecitata dal compianto prof Salvatore Loi - apprezzato collaboratore dell'Ufficio, attento e sensibile studioso di questi problemi - e accettata nella programmazione editoriale dell'Ufficio, la traduzione dall'ebraico del volume rende l'opera di Shelah accessibile ai lettori e agli studiosi italiani. Il dato fondamentale che emerge dalla lettura della ricostruzione storica di Shelah è il ruolo delle Unità dell'Esercito Italiano e dei militari presenti in Croazia negli anni più tragici della guerra e della persecuzione contro gli ebrei. Shelah, con grande obiettività e serenità, ricostruisce puntualmente questa vicenda e non è senza orgoglio che si può constatare .. da fonte certo non sospetta - quanto soldati e ufficia.li abbiano in qualche modo tentato - spesso con successo - di contrapporsi ad una legislazione iniqua, non voluta e non sentita, prevalendo in essi piuttosto le qualità umane, individuali e collettive. In tale modo l'Ufficio Storico dell'Esercito ritiene di arrecare un ulteriore e non secondario contributo alla ricostruzione della storia della seconda guerra mondiale, che non è solo storia di battaglie e di scontri armati. Il capo dell'Ufficio Storico
' Della guerra Scipione Africano '' Le battaglie decisive del mondo occidenta le e la lom influenza sulla storia. 2
PREFAZIONE
Nel quadro delle opere edite dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, questa di Menachem Shelah viene ad inserirsi sulla scia di altre pregevoli opere dedicate all'occupazione militare italiana in Dalmazia dal 1941 al 1944: quella dì Salvatore Loì che abbraccia più ampiamente le operazioni militari in Jugoslavia nel 1941-43 i, edita nel 1978, e i due volumi di Oddone Tal po, pubblicati nel 1985 e nel 1990, relativi alla Dalmazia nel 1941 e nel 1942i. L'opera di Menachem Shelah è però qualcosa di diverso. Se Oddone Talpo esaminava i diversi momenti dell'occupazione inserendoli anche in un contesto socio-economico, amministrativo, giudiziario, l'A. del presente volume focalizza in questo contesto storico un aspetto legato all'occupazione italiana della Dalmazia durante la seconda guerra mondiale: quello ebraico. Si tratta di alcune migliaia di persone, fuggite dai territori dello Stato indipendente di Croazia per non essere trucidate dagli ustascia o consegnate ai tedeschi, che cercavano una via di scampo nei territori controllati dall'Italia o sotto il suo diretto dominio. ~ Sebbene non sia possibile stabilire ancora oggi l'epoca dei più antichi stanziamenti ebraici nei territori jugoslavi, la loro presenza è tuttavia certa già a partire dal III secolo d.C. 3 Nel corso dei secoli e soprattutto a partire dal 1492, cioè dalla cacciata dalla Spagna e, successivamente, dal Portogallo, le comunità ebraiche nell'Est europeo in generale e nella futura Jugoslavia in particolare erano venute ampliandosi e rafforzandosi nonostante nel corso dei secoli fossero fatte oggetto di tutta una serie di limitazioni e di proibizioni che ne facevano dei cittadini di seconda categoria. Il riconoscimento dei loro diritti civili sarebbe giunto solo nella seconda metà dell'Ottocento, prima nei territori sottoposti a ll'Austria (1867), e poi dopo il trattato di Berlino (1878) in Serbia; negli stessi anni alcuni degli esponenti 'S. LOI, Le operazioni delle unità italiane in ,Jugo.çlauia 1941-1943, Roma 1978 O. TALPO, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1941 -1942), Roma 1985-1990 :i F. Buué, Jeurejski spomenici u rims!wj Dalmaciji i jevrejsko grobiste u Solinu (I monumenti ebraici nella Dalmazia romana ed il cimitero di Salona), «Vjesnik za arheologiju i historiju dalmati nsku», XLIX, Split 1927, pp. 116-124; V. NED0MAC1<J, S. GoLDSTEIN, Arheolo.~ki nalazi (Reperti archeologici), in AA.VY., Zidovi na tlu ,lugoslavUe (Gli ebrei sul territorio della Jugoslauija.), Zagreb 1988, pp. 17-25. 2
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U:'I Dl-:B ITO DI (;I{ATITUDJ NE
più in vista della componente ebraica fu rono partecipi de ll a diffus ione de ll 'idea di una coscienza nazionale comune che avrebbe portato alla costituzione de llo Stato jugoslavo. Il periodo tra le due guerre vide le comunità partecipare aLtivame nte alla vita nazionale e anche dare il via , con la costituzione del la «Lega delle comunità israelitiche jugoslave», a una serie di iniziative editoriali tese a far conoscere la storia degl i ebrei in generale e specificatamente quella delle comunità nazionali ·•. Questa attività pubblicistica era destinata a rafforzarsi nel corso degli anni Trenta di fronte alla penetrazione delle idee naziste nel vano tentativo di stigmatizzare quanto stava avvenendo in Germania ai danni degli ebrei. Negli anni 1933-1940 si assiste a un notevole impegno da parte delle comunità ebraiche jugoslave per aiutare gli ebrei in fuga dalla Germania prima e in seguito dall'Austria e dalla Cecoslovacchia. Si tratta di circa 55.000 persone accolte da un apposito organismo approntato presso la comunità di Zagabria - cui però giungevano aiuti da tutte le altre comunità jugoslave - e poi aiutate a raggiungere la Palestina o gli Stati Uniti. Quattromila di questi ancora presenti sul territorio jugoslavo nel 1941 avrebbero però trovato la morte nei campi di concentramento. Nel 1940, il 5 ottobre, entrarono in vigore, in Jugoslavia, le cosiddette leggi di Koro che annullavano de facto la parità di diritti dei cittadini ebrei. Si t rattava di due provvedimenti tesi il primo ad impedire agli ebrei il commercio di generi alimentari, l'altro a limitare, con l'introduzione del numerus clausus, il diritto allo studio da parte degli ebrei. Era solo un'avvisaglia: il 6 ap1;le 1941 la Jugoslavia veniva invasa da truppe tedesche, italiane, ungheresi e bulgare. Iniziava ora· l'Endlòsung degli ebrei anche in queste terre. Immediatamente venne costituita I'Einsatzgruppe fur Jugoslavien, il cui comando aveva sede a Belgrado, e sezioni staccate erano previste a Zagabria, Osijek, Novi Sad, Sarajevo e Skopje, agli ordini del colonnello delle SS Wilhelm Fucs. Il compito era quello di coordinare le azioni antiebraiche, controllare il lavoro dei collaborazionisti locali intervenendo solo nei casi in cui le misure da questi prese non ·• Della vas ta produzione d i quegli ann i basti ricordare: G . ScHWARZ, l'ovijest Zul{rebache zidovske opt'ine od osnutJw do 50. tih godina 19.st. (Storia della com.unità e· hraù:o di 7-agabria dalla /ìmdazione a.gli anni Cin.q11.an.ta del XIX sec.J, Zagre h 1939; Jd. , Po v~iest Zidova rStoria de{Ili Ehreii , fIT ed., Sisak 1924; L. Kos11m, Historia ,Jeureja u. JugosLauiji (la storia degli ehrei in Jugoslauia! . «13ankar;sLvo», Ekonomska Bibli oteka Srba, Hrvata i S lovenaca, fase. XIX, Zagreb Beograd • ~jublijana 1929: Id., Jeureji 11, trgouini Jugoslauije i Bugarshe 10li Ebrà nel con1111C'rcio i.n ,]UJ?oslouio e in Bulgaria!, «Bankarstvo», fase . XX.ITI , I 930.
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fossero riLenulc aLLc a l raggiungimento della «soluzione fina le., In Serbi;;1 c~rn la polizia di N ediéc ~ jotié a collaborare con le SS '', men tre ne l terri torio dello SLaLo indipendente croato, escluse le zone di occupazione ita liana, le m isure repressive conLro gli ebrei vennero condotte a partire da ll'agoslo del 1941 dagl i ustascia, che avevano già dato il via all'eliminazione de ll a minoranza serba . Diversa appariva la situazione degl i ebre i nelle altre zone di occupazione. Nei territori della Bac:ka, del Medjumurje e P rckornur:j e <1ssegnati all'Ungheria, gli ebrei, pur sottoposti ad ogni tipo di discrimin azione e costretti. al lavoro obbligatorio, non furono sistematicamente el'iminati fino all'occupazione tedesca dell'Ungheria del 1944. Lo stesso accadeva nella Macedonia e nelle zone meridionali della Serbia annesse alla Bu lgaria dove inizialmente gli ebrei non vennero arrestati in massa. Agli inizi del 194:3, però, il governo bulgaro strinse un accordo in base a l quale gli ebrei di Bulgaria sarebbero stati trasferiti nelle provincie orientali del Rei.eh. Contemporaneamente gli uomini al comando di Eichmann procedevano all'arresto degli ebrei dell a Macedonia del Vardar, azione che poteva considera rsi ultimata già nel mese di marzo del '43 . Nella zona italiana la situazione si presentava più complessa ed è di questa vicenda che il volume di Menachem Shelah segue il suo complesso sviluppo fino al settembre 1943 quando anche gli ebrei di Dalmazia seguono il tragico destino dei milioni di ebrei europei che li avevano preceduti nei campi di sterminio. Il problema della conduzione militare della questione ebraica e il suo intricatissimo evolversi ripropongono una fitta serie di quesiti provvisti ancora di una molteplicità di interpretazioni che u na certa storiografia tese a manipolare esprimendo una condanna in toto dei protagonisti. Menachem Shelah ha volut o con la sua opera, a volte con toni agiografici, riesaminare le posizioni delle autorità m ilitari e civili dell'Italia in guerra per fare luce, in u na girandola di com petenze e di antagonismi, sull'atteggiamento degli italiani nei riguardi degli ebrei . L'A. ben delinea sulla scena dalmata i tre diversi protagonisti: da un laLo l'esercito e la diplomazia italiana profondamente turbati dagli echi della ferocia con cui gli ustascia e i tedeschi procedevano verso la soluzione fina le del problern.a ebraico e perciò decisi a di lazionare più a lungo possibile la consegna degli ebrei; dall'altro i tedeschi e il governo croato che chiedevano con toni sempre più pe·, I{. Mrrnn,·1 <:. S1ulhinr1 ,l ,·un:ia II k r ajevima J.[d<' su /'ol/1,;dojéeri preiudi l'lasl O· pri /r, /9-/ I r li de.,1.i.110 derdi J::hrei nelle znn.e in ('/li i vo{h.sd('uf.scher as.s ,m.sem il polerr' 11e//'apri!e ! f)../ I 1, .. 7,born ik .. , 2 , B(' Og'r,~d 197:3. pµ. 26:'i-271 .
UN DEBITO DI GRA'l'lTUD JNE
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rentori la consegna degli ebrei rifugiatisi sotto la protezione dell'esercito italiano; tra questi due estremi la posizione ambigua e mutevole di Mussolini la cui crescente instabilità politica lo rendeva docile ai voleri di Berlino. È proprio nell'esaltazione del ricordo di quanti hanno tentato di difendere il più a lungo possibile i gruppi di ebrei che avevano trovato rifugio sotto la bandiera italiana - dal governatore Bastianini, al generale Roatta, ai diplomatici Piet romarchi e Ducci fino al ministro Ciano - che il lavoro di Menachem Shelah si viene svolgendo seguendo il cammino segnato dall'ampia documentazione conservata nell'Archivio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito e del Ministero Affari Esteri in Roma. Per l'originalità e attendibilità delle fonti cui attinge, questo volume, che ben si inserisce nella r icca letteratura storica e memorialistica jugoslava e italiana relativa all'Olocausto nei territori jugoslavi, offre una sua risposta ai quesiti che ancor oggi gli studiosi si pongono dinanzi al fatto che, mentre in a ltri paesi alleati o occupati dalle truppe del Terzo Rei.eh le dimensioni dello sterminio furono più elevate, in Italia e nelle sue zone di occupazione la fase più cruenta della persecuzione antiebraica abbracciò solo i venti mesi che separano 1'8 settembre 1943 dalla fine del conflitto. E l'A. indica nell'opera di solidarietà svolta dal personale diplomatico e dall'esercito italiano - quest'ultimo, sottolinea, legato tradizionalmente alla Casa Reale non a Mussolini - la sola risposta possibile. Mosso perciò dal desiderio di rendere un pubblico atto di ringraziamento a quanti, in quei lontani e bui anni di guerra, salvarono la sua vita e quella di altre centinaia di ebrei, Menachem Shelah r iesce a destreggiarsi in una materia così spinosa e complessa, ma non a padroneggiarla con sufficiente equilibrio e obiettività. Di questi limi.ti lo stesso A. è pienamente conscio quando si pone il quesito dell'obiettività storica che viene del tutto meno quando fa acriticamente propria la posizione di condanna dell'atteggiamento della Santa Sede presente nel volume di Falcone 6 ormai in buona parte confutata dalla pubblicazione degli Actes et docurnents du Sa.int-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale 7 • Pur con i suoi limiti e i suoi pregi, quest'opera ben si inserisce nella ricca produzione di studi e di saggi relativi all'Olocausto apparsi in Italia e Jugoslavia. Alle fondamentali opere dello storico del fascismo Renzo De Felice, tra le quali basti citare la Storia degli Ebrei italiani sotto il fascismo , si sono venuti aggiungendo numerosi 1
C. FALCON I, Il silenzio di Pio Xli, Sugar, M ilano 19G5. Actes et documents du Saint-Siè1;e relati/';; à la Seconde Guern, Mondiale. a cura di J>. Bt.l J<:T, A. MAHTI NI . B. SCI IN El lìE lt, 11 vo ll., cité du Vatican 1965- 198) '
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PREFAZIONE
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a ltri studi, tra cui ultimi la raccolta d i saggi di Fabio Levi L'Ebreo in oggetto e il volume Il Libro della memoria frutto di una lunga e accurata ricerca storica promossa dal Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano e coordinata da Liliana Picciott() Fargion, tutti tesi a far luce su quella tragica pagina della storia che fu l'eliminazione degli ebrei italiani e dei territori di occupazione. Più d irettamente rivolti alle vicende jugoslave sono le opere fondamen tali di Jasa Romano delle quali vanno qui ricordate Jeureij u logoru na Rabu i njihovo ukljucivanje u naroclnooslobodilacki rat (Gli Ebrei nel campo di concentra.mento di Rab e la loro partecipazione alla guerra di liberazione), («Zbornik», 2, 1973, pp. 1-69) e Jeur<~ji Jugoslavije 1941-1945. Zrtve genocida i ucesnù:i NOR-a (Gli Ebrei in Jugoslavia 1941 -1945. Le vittime del genocidio e i partecipanti alla guerra di Liberazione nazionale) (Beograd 1980). In quest'ultimo volume in particolare l'autore offre un quadro della situazione nelle diverse zone di occupazione esaminando pure l'atteggiamento italiano. Anche Romano ricorda che ben 3.500 ebrei sfuggiti alle stragi ustascia devono la loro salvezza agli italiani e sottolinea come nei territori occupati non fosse stato messo in atto il genocidio; ma non manca di indicare i diversi casi in cui o per mancata accoglienza dei rifugiati o con la consegna agli ustascia - come nel caso del questore italiano di Susak, del comando militare italiano di Pristina e di quello di Dubrovnik - di piccoli gruppi di ebrei, o infine per un atteggiamento passivo quale quello del comando di Pago, le autorità italiane abbiano finito per dare comunque un contributo alla cosidetta ,,soluzione finale». Una pagina, dunque, oscura della nostra storia nazionale, una pagina che è stata troppo spesso coperta da una sorta di omertà ingiustificata per quanto riguarda il popolo italiano che nel suo complesso tenne un atteggiamento decisamente «moderato». Non v'è dubbio che responsabilità, non indifferenti e a vari livelli della società italiana (intellettuali, politici, funzionari governativi etc.), vi furono non giustificabili con la motivazione della realpolitih, del rispetto dell'alleanza, dell'ineluttabilità in quanto non più autonomi nei confronti dell'alleato tedesco: molti aderirono per pigrizia intellettuale, molti per conservare i privilegi acquisiti, andando ben oltre quelli che erano gli stessi programmi del regime. E allora il lavoro di Shelah assume maggior rilievo perché si colloca tra i rari casi di una denuncia che non disdegna di rilevare i comportamenti positivi. Tra questi, senza dubbio, quello dei militari i taliani sparsi in tutta I<.::uropa. Da questo punto di vista l'archivio dell'Ufficio Storico dell'Esercito conserva un patrimonio non secondario - penso, per e-
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UN DEBITO DI GRATITUDINJ<:
sempio, alle carte relative alla P olonia - che opportun amcnLe studi ato potrebbe aggiungere utili tasselli di conoscenza a quella tragedia, ormai sufficienLemente nota ne lle sue linee generali, purtroppo non nuova nella storia dell'umanità. Il nostro secolo ha, infatti, conosciuto varie forme di genocidio - razziale in alcuni casi, po litico in altri frutto comunque della mentalità totalitaria - di cui poco si parla e si studia per quella adesione acritica di molti intellettuali alle ideologie che non ha permesso loro di costituire la «coscienza» delle società vanificandone, dunque, il ruolo. Questa, se si vuole, è l'amara conclusione che emerge dalla riflessione attenta sulle vicende di questo secolo ormai prossimo alla fine. O n altro dato mi piace sottolineare: la sede nella quale questo volume viene pubblicato. Nella sua Presentazione il capo dell'Ufficio Storico ricorda gi ustamente la nascita di questo progetto; a me sembra doveroso ricorda re che questo volume è anche il frutto della pr ogressiva politica di apertura degli Uffici storici di forza armata che hanno saputo, nel rispetto delle leggi vigenti, rinnovare la forma e iì contenuto delle loro pubblicazioni ampliando decisamente la consultabilità degli archivi e instaurando u n rapporto proficuo con g]i studiosi, indipendentemente dalla scuola di provenienza. Se le pubblicazioni degli Uffici storici avessero una maggiore diffusione e fossero veramente lette si scoprirebbe con facilità che certe denunce, certi presunti scandali sulla condotta delle Forze Armate in pace o in guerra - facilm ente utilizzati per foment are campagne comunque e aprioristicamente <<contro» - erano e sono ampiamentE! documentati e analizzati nel rispetto della documentazione archivistica e della globalità dei fenomeni che accompagnano indissolubilmente le vicende di una delle tante istit uzioni dello Stato articolata, per di più, in maniera complessa dovendo rispondere ad esigenze di vario tipo con il divario - sempre presente - tra risorse investite e risulta ti pretesi. Ho già avuto modo di sottolineare, in a ltre sedi, quant o la storia militare conosca oggi, in Italia particolarmente, un «momento» di grande sviluppo; studiosi di formazione e specializzazione diversa ne hanno amplialo i confini aprendola e coniugandola alla storia delle istituzioni, alla storia delle relazioni internazionali e a quella economica allargandone così i campi di indagine per comprendere, ricostruire e analizzare il «momento militare» correlato a quello politicoistituzionale, sociale ed economico da cui questo dipende. Si è dunque concretizzato l'auspicio che Piero Pieri, notoriamente lo .storico più ra ppresentativo di questo settore, aveva formulato nel 1966 al convegno della Società degli Storici italia ni relativo al bilancio della storiografia ital iana nel secondo dopoguerra. Ricordata la cons idere-
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vole tradizione lo storico torinese ne lamenta va la caduta nel ven Lennio appena trascorso (1946-1966) e indicava nelle giovani generazioni di studiosi la possibile ripresa cli quell'attività di ricerca e di indagine che rif:,ridi, e anacronistici, steccati ideologici avevano penalizzato confondendola con il «milita rismo». Ed a ncora lungo un decennio gli studiosi di storia militare hanno conosciuto un ostracismo che si è pr ogressivamente attenuato grazie al lavoro di alcuni (non molti, in verità) studiosi «pionieri» e alla intelligen te politica degli Uffici storici di cui ho già detto. Nacquero così le pubblicazioni delle serie documentarie (I verbali delle riunioni del Capo di SM Generale, del Diario storico del Comando supremo (1940-1943), delle Sentenze del Tribunale speciale, la Storia del pensiero militare, la Storia della dottrina e delle istituzioni militari, etc.) delle biografie, del costruire m ilitare, dell'uniformologia rivisitata con criteri di storia delle istituzioni e dell'economia, dell'industria m ilitare e delle organizzazioni parallele. Con questo volume l'Ufficio Storico dell'Esercito allarga, come editore, i campi di interesse e c'è da augurarsi che proprio su questo tema venga ben presto varato un programma di ricer ca che t ratteggi, in maniera esaustiva, il contributo, certo non secondario, che i militari italiani - e dunque una consistente parte della società italiana - dettero per salvare dal genocidio un numero rilevante di ebrei. Il volume di Shelah costituisce dunque un primo approccio positivo che tratta - salvo alcuni aspetti - il problema con grande equilibrio e onestà intellettuale; un volume a l quale non mancheranno certo i consensi, per l'Autore e per l'editore, degli studiosi e dei lettori it aliani. Roma , Università «La Sapienza», giugno 1991
Antonello Biagi ni (prof. ordinario di Storia dell'Europa orientale)
INTRODUZIONE
Questo libro è prima di tutto uno studio storico, un tentativo di ricostruire avvenimenti successi più di quarant'anni fa. La descrizione dei fatti è basata tutta su documenti dell'epoca e su testimonianze e ricordi di persone che a tali fatti presero parte o vi furono strettamente collegate. La tentazione di riempire i vuoti, di cercare di ricostruire aiutandosi con comunicazioni dirette o addirittura con l'immaginazione fatti non documentati, è stata grande. Questo certo tipo di scrittura popolare, questo miscuglio di informazioni documentate e di letteratura, è molto in voga, oggi, tra i giornalisti che ostentano pretese storiche. Quanto a me, penso che tale scrittura non contribuisca in nulla e per nulla alla ricerca scientifica, anzi intacchi la credibilità di chi ne fa mestiere; certo, non aiuta affatto ad effettuare ciò che lo storico Ranke ha definito «la descrizione degli avvenimenti così come si sono effettivamente svolti». L'onestà intellettuale e il dovere professionale obbligano noi storiografi (per nostra disgrazia, certe volte) a restare sempre criticamente fedeli al materiale che ci troviamo a trattare, e ciò anche quando questa fedeltà fa decrescere la tensione drammatica o è di intralcio al flusso della sequenza narrativa. Fare speculazioni ci è permesso solo e soltanto quando vogliamo cercare di chiarire motivazioni non evidenti e non documentate in iscritto o in testimonianze a viva voce. Ed anche in tal caso siamo obbligati ad usare la massima cautela e a dichiarare esplicitamente che quanto esponiamo non è che un parto della nostra mente, non più che una supposizione. Lo storico non è un narratore, non crea un mondo fantastico, immaginario. Lo storico non vuol fare altro che ricostruire, sulla base di dati concreti che si trovano in suo possesso, avvenimenti svoltisi nella realtà. Così ho cercato anch'io di fare in questo mio studio. È chiaro che forse le cose qui raccontate si sono svolte, in pratica, in modo parzialmente diverso, e nei giorni in cui si svolsero furono viste sotto luce diversa; ma i dati di fatto, le testimonianze, gli avvenimenti, non sono un parto della mia fantasia, bensì sono saldamente documentati e sottoposti a un'esame critico. Questo libro, oltre ad essere uno studio rigorosamente scientifico, vuol essere anche, in certo modo, «il saldo di un debito di ricono-
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scenza»; il risultato di una promessa che bisognava mantenere; l'espressione di sentimenti di gratitudine, ammirazione e stima. Ho voluto - io, uno degli scampati all'eccidio, uno di coloro che gli italiani si rifiutarono di consegnare ai carnefici tedeschi - raccontare questa storia, farla conoscere al pubblico e in tal modo cercare di pagare, almeno in parte, il mio debito di riconoscenza. Ora il lettore intelligente chiederà: «E dov'è dunque andata a cacciarsi l'obiettività storica?,>. Infatti, il problema che un racconto di questo tipo suscita non può - non deve - essere ignorato. Va da sé: nessuno potrà mai essere del tutto obiettivo. Ognuno di noi è, come si sa, frutto di un certo tipo di educazione, di un certo ambiente, di una certa tradizione - e di tanti altri retaggi storici, sociali e geografici. Siamo tutti figli del nostro tempo, della nostra era, e, come già si è detto: «scriviamo sempre la storia contemporanea». Ciò nonostante, lo storico deve saper superare tutto ciò e trattare con la massima obiettività possibile i problemi che gli si pongono davanti. Ciò è in particolar modo difficile quando si deve trattare l'argomento dell'Olocausto. In un primo momento lo studio dell'Olocausto può apparire una cosa relativamente semplice: una chiara linea di demarcazione separa i «cattivi» dai «buoni», ed è dunque facile definire cosa è nero e cosa è bianco, cosa è ingiusto e cosa è giusto. Però più tale studio si approfondisce e più aumenta il numero delle domande a cui non si può dare una risposta univoca; e «la zona grigia» si allarga. Il nostro storico si dibatte perciò, in quanto uomo e in quanto uomo-ebreo, tra ciò che gli impone il cervello e ciò che gli detta il cuore, tra il dovere professionale e il trasporto dei sentimenti. È un dilemma a cui non c'è soluzione; ma la coscienza stessa dell'esistenza del dilemma costituisce un freno contro il desiderio di lasciarsi trascinare fuori dai confini imposti dall'etica professionale. Per fort una, il problema a cui ho accennato non è, nel nostro peculiare caso, così grave. Le linée di demarcazione sono qui ben chiare: i «buoni» sono davvero buoni, sono facilmente riconoscibili ed è facile parlarne, identificarli, e indicare quali furono le loro motivazioni. Nella storia che voglio raccontare figurano personaggi ben definiti: alcuni salvarono gli ebrei dalla morte, altri fecero di tutto per sterminarli. Così, molto semplicemente così. Qua e là, certo, si possono individuare anche tipi indecisi, ma questi sono ben pochi e all'infuori di Mussolini stesso - sono solo figure marginali. I problemi. etici e quelli derivanti dall'obbligo di rispettare le linee imposte da un'obiettività fredda, rigida e precisa, non hanno dunque intralciato in special modo questa mia opera.
INTRODUZIONE
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Penso che la maggior parte di coloro che si occupano di storia, a n che se essi stessi non ebbero la vita salvata da soldati italiani, sarebbero in grado di raccontare questi stessi fatti (forse sottolineandone aspetti diversi), arrivando, alla fine , a conclusioni del tutto simili. Mi pare che sia bene, perciò, accennare, in questa prefazione, ad un argomento molto importante che forse si imporrà all'attenzione di chi leggerà queste pagine. Questo studio non si occupa della questione del fascismo, né dal punto di vista ideologico, né da quello pratico. Si occupa dì questioni inerenti il regime fascista solo e soltanto quando ciò contribuisce alla comprensione dei fatti inerenti all'opera di salvataggio degli ebrei. Solo per impedire ogni possibile incomprensione, l'autore tiene a dichiarare qui - anche se la cosa è del tutto superflua - che egli è contrario a qualsiasi forma di ideologia fascista ed è convinto che il periodo mussoliniano fu fonte di tremende catastrofi per l'Italia e il mondo. Le parole dì lode e di riconoscenza che spettano a tanti italiani e tra di loro anche a non pochi membri del Partito fascista - che furon o attivi nell'opera di salvataggio degli ebrei, non fanno decrescere l'opposizione dell'autore di queste pagine all'ideologia fascista. Possiamo però dichiarare che il regime fascista non riuscì - anche se lo voleva - a cancellare il senso di umanitarismo insito nell'animo di ce rti suoi seguaci. L'insuccesso in questo campo fu definito da Mussolini stesso, in una conversazione con «colleghi>• tedeschi, quale «un erroneo umanitarismo [dei suoi militari]>,. Per concludere, questo studio tratta una questione che, di fronte alle tremende dimensioni dell'eccidio e del dolore e alla profondità del mare di lacrime e di sangue, può sembrare marginale. In fondo potremmo chiederci - quale peso possono avere poche migliaia di salvati rispetto ai milioni di trucidati? Poche decine di funzionari e di militari onesti e retti contro le migliaia e decine di migliaia di assassini e collaborazionisti di assassini? Mi sembra, però, che proprio come dobbiamo raccontare dell'eccidio, dei carnefici e ricordare i caduti, così dobbiamo far sentire la voce dei salvati , raccontare la loro storia, descrivere l'opera dei salvatori che seppero resistere, isolati, all'urto della terribile ondata. Tali storie, anche se son.o, purtroppo, numericamente poche, apportano al mondo una «Buon.a Novella», un messaggio di speranza. Oggi è di moda dichiarare che nell'animo di ognuno di noi si annida un «piccolo Eichmann» che aspira a emergere e a compiere le sue imprese. Se è così, allora in ognuno di noi ecco sorgere anche un Pietromarchi che cerca di impedire all'assassino di mettere in pratica i suoi truci piani. Questo libro
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descrive dunque una battaglia in cui - meraviglia! - il «buono>> ha vinto il «cattivo». Certo, uno studio di questo tipo non nasce dal nulla. Molto devo agli studiosi che mi hanno preceduto in questo campo, e in particolar modo devo ringraziare il mio Maestro, il prof. Daniel Carpi, i cui dotti ed approfonditi studi hanno costituito la base delle mie ricerche; il prof. Yoav Gelber, amico e collega che mi è stato letteralmente accanto nelle ore più difficili e mi ha aiutato a ottenere gran parte del materiale (e anche a trasportarlo in tutto il suo peso fisico); il mio giovane amico Yossef Rochlitz, che mi ha permesso di fare uso di documenti, da lui scoperti con un lodevole lavoro di ricerca. Ho il gradito dovere di esprimere qui i miei vivi ringraziamenti al prof. Salvatore Loi, all'ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, a Sua Eccellenza l'ambasciatore Fausto Bacchetti, del ministero Affari Esteri della Repubblica italiana, per il valido aiuto fornito nella mia ricerca di informazioni sugli eroi di questa storia. Devo inoltre esprimere la mia gratitudine alla équipe medica e paramedica del Reparto Chirurgia A dell'ospedale di Afula, che mi ha «restaurato» dentro e fuori, ai miei compagni del Kibbuz Mishmar Aemek, alla mia famiglia e in particolar modo a Yaara, donna che non ha l'eguale. M.S.
PRESENTANDO IL LIBRO
Nei mesi d'estate degli anni '30 i miei genitori mi portavano a villeggiare nell'isola di Arbe (Rab), una tena di sogno dinanzi la costa dalmata della Jugoslavia, nel mare Adriatico. L'ultimo atto del dramma descritto in questo libro si svolge proprio ad Arbe, dove 3.577 ebrei, imprigionati nell'isola sotto la sorveglianza delle truppe italiane, furono liberati quando cadde il regime mussoliniano; e fu, questo, il più numeroso gruppo di ebrei jugoslavi che si salvarono dalle grinfie naziste. Negli anni '30 gli ebrei jugoslavi potevano andarsene tranquillamente in vacanza nelle isole della costa dalmata. La comunità ebraica jugoslava era prosperosa e i suoi membri godevano di tutti i diritti civili, ben visti dalla popolazione in mezzo alla quale vivevano. Due terzi degli 80.000 ebrei jugoslavi appartenevano al gruppo di rito «ashkenazi» ( «tedesco», e cioè parlante yiddish, come gli ebrei dell'Europa orientale); l'altro terzo era costituito da ebrei «sefardi», parlanti «ladino», un gergo giudaico-spagnolo. La comunità era bene organizzata e vi funzionavano istituzioni religiose, educative, culturali e sportive, accanto ad un rigoglioso movimento sionistico. Circa l'ottanta per cento dei membri di questa fiorente comunità perirono vittime dell'Olocausto: al termine della seconda guerra mondiale non restavano qui più di 13.500 ebrei. Un terzo dei salvati deve la vita agli sforzi compiuti da funzionari e ufficiali italiani: fascisti, certo, ma non disposti a partecipare a un genocidio. Il fatto che proprio popoli cattolici (austriaci, ungheresi, slovacchi, polacchi, francesi) abbiano mostrato, durante l'Olocausto, un atteggiamento più ostile verso gli ebrei di quanto abbiano fatto popoli di culto cristiano ortodosso (bulgari, romeni, greci) o protestante (olandesi, danesi), trova purtroppo conferma anche in Jugoslavia: mentre i serbi - di culto ortodosso - furono, nella loro grande maggioranza, dalla parte degli Alleati e tennero un atteggiamento favorevole agli ebrei, i croati - cattolici - erano filonazisti. I membri del movimento nazionalista croato, i tristemente famosi «ustasa,> (ustascia), si dimostrarono le belve più feroci di tutto lo zoo nazista, e godettero l'appoggio della Chiesa cattolica locale. L'unico popolo che fece eccezione a questa triste regola fu proprio
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quello in cui la tradizione cattolica era più viva: il popolo italiano. È vero che anche fra gli italiani ci fu chi non restò con le mani in mano. Anche fra di loro ci furono criminali di guerra; il loro governo formulò ed applicò leggi razziali antisemite e nel nome di tali leggi furono compiuti gravi delitti contro gli ebrei. Però gli italiani rifiutarono di contribuire al sistematico sterminio operato dalla macchina di morte nazista e non presero parte al genocidio. Ebrei di nazionalità italiana non furono deportati nei campi di sterminio (finché tutta l'Italia non cadde, dopo il settembre '43, sotto diretto dominio tedesco). Gli italiani presero sotto la loro protezione gli ebrei dei Paesi conquistati nel Nord Africa, in Grecia, nella Francia Meridionale e in Jugoslavia. Nel mare delle terribili storie che narrano l'Olocausto, ci sono isole di speranza, e una di esse è la storia che racconta qui Menachem Shelah. Con le testimonianze e i documenti raccolti, Shelah ha creato un quadro credibile e avvincente, che descrive un capitolo finora ignorato della storia dell'Olocausto, un capitolo in un certo modo stupefacente, in cui «i cattivi» recitano la parte degli angeli salvatori. Perché l'hanno fatto? Penso, come l'autore di questo libro, che la loro condotta sia stata dettata soprattutto da motivi umanitari. In un primo momento si è tentati di attribuire questo umanitarismo alle antiche e profonde radici della cultura italiana; ma anche i tedeschi erano «civili» da tutti i punti di vista convenzionali, escluso quello umano. Dunque, }'umanitarismo non è questione solo di civiltà, ma anche di carattere. Il carattere degli italiani ha in sé qualcosa di simpatico, di caloroso, direi di «scherzoso», ed è proprio questo qualcosa che li fa essere umanitari. Menachem Shelah sottolinea il fatto che, col tempo, alle motivazioni umanitarie si aggiunsero anche ragioni politiche. Il regime fascista stava per crollare. Il poeta israeliano Natan Altermann scrisse in quei giorni, nella sua Settima Colonna pubblicata settimanalmente su un quotidiano di Tel Aviv, il «Davar», un poemetto satirico intitolato Mussolini apre l'ultima seduta del suo gabinetto, in cui si trovano anche questi versi: <<E col tacer dei tamburi al finale dell'Opera Grande può ben darsi che il popolo, com'è la sua usanza, lo impicchi, Signori, proprio a quella veranda, in fronte alla quale l'ha acclamato ad oltranza».
È vero: certi generali dell'esercito d'occupazione italiano e certi funzionari del ministero degli Esteri speravano che l'aver operato il
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salvataggio di ebrei potesse servir loro come una carta - di valore umano generale e personale - da giocare quando fosse venuta l'ora della resa dei conti; ma tale constatazione non sminuisce l'importanza dell'opera da essi compiuta. Infatti, nell'estate del 1985 fu ricevuta dal presidente Pertini una delegazione ebraica, inviata dal <<Comitato per le espressioni di riconoscenza al popolo italiano». La delegazione, di cui facevano parte - oltre all'ambasciatore d'Israele a Roma, Eytan Ron - anche Bernardo Grosser e Isso Doron, espresse a Pertini i sensi di gratitudine che gli ebrei provano verso gli italiani, che durante la seconda guerra mondiale salvarono la vita a circa 30.000 ebrei, di cui circa 5.000 in Jugoslavia. La prospera e felice comunità ebraica di <Jugoslavia, che licordo dai giorni della mia infanzia, è stata distrutta nell'Olocausto. Menachem Shelah ha reso un servizio molto importante alla verità storica (e così anche all'immagine dell'Italia e del popolo italiano) facendo luce su questo - finora - sconosciuto episodio éhe minacciava di cadere dimenticato nell'abisso delle tenebre che avvolgono i giorni della seconda guerra mondiale. Oggi molti turisti israeliani visitano la costa adriatica jugoslava. Vanno a Dubrovnik (Ragusa), nuotano lungo la spiaggia di Arbe. Essi devono sapere - e noi tutti non dobbiamo mai dimenticare - che quei luoghi non sono solo ricchi di interesse turistico, ma furono anche il teatro in cui si svolse una delle pochissime vicende che durante i giorni dell'Olocausto ebbe un lieto fine. Yossef Lapid Tel Aviv, agosto 1985
AVVERTENZA Nella traduzione italiana è stata modificata la numerazione delle note che erano progressive nel testo originale. Le note esplicative del traduttore sono indicate con asterisco e in corsivo. Sono state eliminate le note biografiche finali presenti nell'originale e qui rese superflue dalla notorietà dei personaggi. Per indicare i seguaci del partito di Pavelié si è usata la forma italiana di 'ustascia', invariata anche al plurale. Delle opere in ebraico viene data tra parentesi solo la traduzione in italiano.
ABBREVIAZIONI: PA = Polìtisches Archiv des Auswartuges Amt, Bonn BA= Bundes Archiv, Koblenz CDEC = Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Milano JIM =Jevreiski Istorijski Muzej, Beograd SME · AUS = Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, Roma VII= Vojno Istorijski Institut, Beograd AIJ = Archivio dell'Associazione Immigrati dalla Jugoslavia, Haifa YV = Archivio Yad Vashem, Gerusalemme
«In questo mondo, dove così poca è la gioia, il frugare nei più minuscoli angolini della storia è cosa riproverevole, se è intesa solo e soltanto a stendere un sottile strato di verità su argomenti privi di ogni importanza». Mark Bloch, Il mestiere dello storico
«Nella più grande prospettiva storica l'Olocausto assume, ai miei occhi, le dimensioni di un grandioso conflitto fra due mondi ... un conflitto tra la morale e il paganesimo, fra l'uguaglianza di tutte le creature e la pretesa superiorità di certi esseri prescelti... tra la ricerca della verità e l'ostentazione dell'efficienza, tra l'esercizio della giustizia e la sfrenatezza degli istinti bruti ... » Y. Talmon, Nell'era della violenza
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((Mussolini è un ipocrita bastonato, che per salvarsi la pelle ha ridotto l'Italia a un satellite del la Germania di Hitler, e ora saltella a fianco della tigre tedesca emettendo festosi ululati dettati non solo da uno sfrenato appetito, ma anche da una errata convinzione di aver ottenuto la vittoria». Winston Churchill (brano di discorso al Parlamento ingìese nell'aprile 1941, dopo la caduta della <Jugoslavia). Verso la fine del 1940 Adolfo Hitler poteva dirsi soddisfatto dei propri successi. Da quando era scoppiata, nel settembre 1939, la guerra, l'esercito nazista si era impadronito prima di più della metà della Polonia e poi della Danimarca, della Norvegia, dell'Olanda, del Belgio e del Lussemburgo. La Francia, considerata fino ad allora la maggiore Potenza europea - e il più feroce nemico del Fuhrer - era stata battuta dall'esercito tedesco in una rapida e stupefacente campagna. La Gran Bretagna era restata sola sul campo di battaglia. I bombardieri della Luftwaffe portavano giorno e notte la morte nelle città delle isole inglesi. Migliaia di tonnellate di esplosivo cadevano su Londra, Liverpool, Coventry ed altre città, industriali o no. La resa incondizionata degli inglesi sembrava ormai solo questione di tempo. Hitler era riuscito a far sì che si avverasse un sogno che da tanto tempo allettava ì tedeschi: la Germania si era conquistata l'egemonia in Europa. Già prima della guerra il Reich si era annesso l'Austria e parte delia Cecoslovacchia. L'Italia mussoliniana era sua alleata. La Slovacchia, l'Ungheria, la Romania e la Bulgaria erano divenute suoi satelliti. Era ben chiaro che anche gli altri Stati d'Europa, restati senza patrono dopo la caduta della Francia, sarebbero stati prima o poi costretti ad obbedire agli ordini tedeschi. Se Hitler avesse saputo contentarsi di questi successi, paragonabili solo a quelli ottenuti da ben pochi condottieri in tutta la storia,
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avrebbe potuto dormire sugli allori. Ma la demoniaca personalità del Fuhrer, in cui si agitavano insieme, stranamente, un fanatismo ideologico e un pragmatismo politico, non poteva dirsi soddisfatta. Hitler sentiva un'assoluta necessità di vedere realizzata una visione escatologica nella cui promessa credeva fermamente. Nel suo pensiero si vedeva condurre una guerra all'ultimo sangue - la mitica guerra di Gog e Magog - tra l'ariano, apportatore di civiltà e progresso, e il giudeo che, nelle sue svariate forme di personificazione, minava, a suo parere, le basi della società costituita. Nella sua fantasia malata e contorta, H itler era convinto che finché un solo ebreo avesse continuato a vivere in questo modo, l'esistenza del Terzo Reich sarebbe stata in pericolo. La più tremenda personificazione dell'ebreo, la più pericolosa di tutte, era - secondo il Fuhrer - il bolscevismo. Ogni altra spiegazione degli atti da lui compiuti nella seconda metà del 1940 è insoddisfacente. Sulle sole basi di una rigida logica politico-militare è ben difficile spiegare perché nel dicembre 1940 Hitler impartì ai suoi ufficiali l'ordine di prepararsi ad una campagna volta «a schiacciare l'Unione Sovietica in una guerra-lampo». A fatti compiuti, si possono individuare in questa decisione anche motivazioni nazionalistiche, come quelle derivate dal fatto che la Russia di Stalin si era impadronita degli Stati Baltici e della Bessarabia, aveva mosso guerra alla Finlandia e compiuto altre azioni non certo amichevoli verso la Germania. Però Hitler sapeva benissimo che da oriente nessun vero e serio pericolo lo minacciava. L'Ordine n. 21, del 18 dicembre 1940, fu fatale per la Germania, per l'Unione Sovietica, per il mondo intero e, soprattutto, per le comunità ebraiche d'Europa. Mentre i comandi tedeschi preparavano quella che fu poi chiamata «Operazione Barbarossa,,, Hitler cercò di assicurarsi, con l'aiuto dei suoi diplomatici, le retrovie balcaniche. In Ungheria e in Romania non sorsero problemi di sorta: nonostante questi due Paesi si odiassero a vicenda, erano entrambi anticomunisti ad oltranza, ed entrambi speravano di potersi ingrandire annettendo consistenti lembi di terra russa. La Bulgaria, che invece era sempre stata russofila, assentì ad appoggiare i tedeschi, pur di non essere costretta a combattere in pratica, sul campo, contro i sovietici. La Grecia e la Jugoslavia erano i frutti che era più arduo cogliere. Dall'ottobre 1940 - quando Mussolini attaccò, senza alcuna ragione apparente, la Grecia - si conduceva nelle montagne del nord ellenico una dura campagna, in cui le truppe italiane, benché bene armate ed equipaggiate, subivano dure batoste da parte dei soldati
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greci scalzi e vestiti di stracci. Ciò che il Duce credeva che sarebbe potuto essere un parallelo italiano alle fulminee vittorie tedesche, si era rivelato invece un tremendo pantano, e l'esercito italiano stava Jentamente ma dolorosamente affondando nelle nevi d'Albania. L'andamento incerto di questa campagna fornì agli inglesi l'occasione di riapparire, in via indiretta, in Europa. In principio i greci rifiutarono ogni aiuto britannico, temendo reazioni da parte dei tedeschi, ma alla fine, nel gennaio 1941, un piccolo contingente inglese si schierò sul fronte greco. Dal punto di vista inglese e da quello di Churchill (che già dai tempi della prima guerra mondiale aveva accennato a quella che chiamava «la porta di servizio dell'Europa») l'invio del corpo di spedizione inglese in Grecia rappresentava un atto di incoraggiamento volto a sollevare il morale del popolo della Gran Bretagna, sottoposto giorno e notte agli incessanti bombardamenti tedeschi; era un raggio di speranza, uno spiraglio di luce e una promessa di possibili favorevoli svolte nell'andamento degli eventi bellici. Oggi, alla luce dei fatti, sappiamo che tutto ciò non fu che una dolce illusione: i tedeschi non avevano ragione alcuna di allarmarsi per la presenza di poche divisioni inglesi nelle montagne dell'Epiro, ma pensarono che non sarebbe stato possibile aprire una campagna contro la Russia prima di avere eliminato la minaccia greco-inglese nel sud dei Balcani, e perciò decisero di conduITe, nella primavera del 1941, una rapida campagna contro la Grecia, e risolvere, una volta per tutte, anche questo problema. La riuscita dell'«Operazione Marita» (come l'impresa fu chiamata) dipendeva però anche da un altro fattore: l'atteggiamento che avrebbe tenuto la Jugoslavia. Analizzare mosse politiche compiute dalla Jugoslavia verso la fine degli anni Trenta, è cosa che esula dalla cornice di questo nostro studio. Si dirà qui soltanto che questo Paese era uno strano incrocio nato dagli accordi di Versailles; era uno Stato lacerato da continue lotte tra le sue diverse componenti etniche, ognuna con la sua tradizione, la sua religione, le sue tendenze politiche e i suoi differenti interessi. Quanto alla politica internazionale, la Jugoslavia era presa in una morsa, quasi navigasse tra Scilla e Cariddi. La Francia, su cui la Jugoslavia si era appoggiata fin dal 1919, era caduta dopo che la tiepida politica che i francesi avevano condotto negli anni Trenta aveva già scosso la fiducia posta dagli jugoslavi nell'occidente europeo. L'unica alternativa era dunque la Germania nazista che si stava conquistando nei Balcani posizioni sempre più numerose e solide. I dirigenti jugoslavi tuttavia non vedevano affatto di buon occhio una possibile alleanza con i tedeschi e tale prospettiva pareva odiosa soprat-
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tutto ai serbi e agli uomini degli alti quadri dell'esercito, da sempre allineati verso l'occidente. Gli uomini politici jugoslavi sfruttavano intanto l'occasione per dedicare la loro attenzione ai conflitti interni cercando di rimandare la decisione alle calende greche. Hitler stava perdendo la pazienza; i contorcimenti del reggente jugoslavo, il principe Paolo, e del suo primo ministro Cvetkovié lo mandavano in collera, e l'ora in cui le truppe tedesche avrebbero dovuto, secondo i piani, invadere la Russia si stava velocemente avvicinando. Nella primavera del 1941 i dirigenti jugoslavi furono chiamati due volte in Germania e il Fiihrer disse loro, in modo inequivocabile, che avrebbero dovuto aderire all'Asse o subire le conseguenze di un loro rifiuto, e cioè esporre la Jugoslavia all'occupazione tedesca*. Era un consiglio «a cui non era possibile opporsi>,. Il reggente e il capo del governo jugoslavo firmarono dunque, il 26 marzo 1941, l'adesione all'Asse, ma mentre stavano facendo ritorno a Belgrado un gruppo di ufficiali filooccidentali attuò un «golpe», incoronò re il giovanissimo principe Pietro, consegnò il reggente agli inglesi (che lo deportarono nell'Isola di Mauritius), destituirono il capo del governo e misero in piedi un governo nazionale di emergenza con in testa uno di coloro che avevano diretto l'insurrezione, il generale dell'Aeronautica Simovié. A Hitler (e a Churchilì) fu subito chiaro che si trattava di un drastico mutamento delle linee politiche, fino ad allora filo-tedesche, seguite dalla Jugoslavia** 1 • La coraggiosa (ma purtroppo priva di saggezza politica) insurrezione riscosse entusiastici echi in tutta la Serbia, ma fu vista con indifferenza e anche con opposizione dal resto del Paese. A Belgrado, in ogni modo, la folla gridò per le strade: «Meglio la guerra che l'alleanza [con i tedeschi]>, ***. Hitler non aveva bisogno di altre prove per prorompere in feroci attacchi contro «i traditori serbi»: l'essere di educazione austriaca lo rendeva facilmente «serbofobo,,. Alla notizia dell'insurrezione jugo* Oltre alle sue non velate minacce, Hitler fece agli Jugoslavi anche allettanti promesse, come quella di concedere loro uno sbocco sul J\1are Egeo, con l'annessione di Salonicco. La tentazione fu forte . *·* I servizi di spionaggio britannici operanti in Jugoslavia erano diretta.mente coinvolti in questa insurrezione, i cui capi mantenevano stretti contatti con gli agenti inglesi e ne ricevevano diretto appoggio. Ciò era ben noto agli agenti tedeschi ivi operanti. 1 Sulla questione della rivolta militare avvenuta in Jugoslavia, cfr. J. J\'1A.IWANOVIé, Slom Stare JugoslauUe (La rov.ina della vecchia Jugoslavia), Zagrcb 1958, (Traci. inglese Yugoslauia in crisis, London 1962). *** In serbo la frase «Meglio la guerra che l'alleanza,, suona bemi e fa anche rima: «BoLje rat nego pakt,,.
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slava, riunì i suoi ufficiali e proclamò di aver deciso, «senza far caso alle dichiarazioni di fedeltà dei governanti jugoslavi, di completare senza indugi i preparativi per la campagna destinata a distruggere militarmente e politicamente la Jugoslavia» 2 • Aggiunse che si aspettava che all'impresa - e alla spartizione del Paese dopo la sua sconfitta - avrebbero preso parte anche l'Ungheria, l'Italia e la Bulgaria. I tre Stati satelliti aderirono entusiasticamente al piano; solo il capo del governo ungherese, il conte Teleki, che pochi mesi prima aveva firmato con la Jugoslavia un patto di alleanza, non disposto a sopportare l'onta si suicidò. All'alba del 6 aprile 1941 ebbe inizio il terrificante bombardamento aereo di Belgrado e con esso la guerra-lampo. L'esercito jugoslavo, lacerato da lotte intestine, male equipaggiato e agli ordini di generali corrotti, si arrese dopo una resistenza di pochi giorni. Gli atti di tradimento da parte di ufficiali croati, l'alta percentuale di diserzione dei soldati di origine non serba, l'armamento invecchiato, i piani strategici inadeguati: tutto questo contribuì alla disfatta. Ciò che più di tutto decise le sorti della campagna fu però la schiacciante supe1iorità dell'esercito tedesco. Era, questo, una perfettissima macchina di distruzione che non aveva eguale: uno sterminato stormo di cavallette che lasciava dietro di sé tabula rasa. I tedeschi furono, in questo caso, gli esecuto1; del «castigo di Dio», della condanna che i dirigenti jugoslavi avevano ben meritato per la loro incompetenza politica, per la loro corruzione e per l'aver permesso ai serbi di opprimere le altre popolazioni del Paese. Il 18 aprile, (con la entrata in vigore dell'armistizio siglato il giorno prima), la vecchia Jugoslavia cessò di esistere e il suo territorio fu spartito tra i vincitori. Il cuore del Paese, la Serbia, la roccaforte dell'insurrezione e della resistenza, fu sottoposto a un governo militare tedesco; a nord, la Slovenia fu annessa, in parte, al distretto austriaco di Steiermark che faceva parte del Reich e in parte (compresa )a capitale Lubiana) fo consegnata ad un Alto Commissario italiano e in pratica annessa all'Italia; la Bulgaria ottenne, a sud, la Macedonia, realizzando così un sogno secolare, quello di una Macedonia interamente bulgara; l'Ungheria ottenne solo un relativamente piccolo territorio ad oriente , il distretto della Vojvodina. L'Italia godé, inoltre, di un altro ricco bottino: quasi tutta la costa adriatica della Jugoslavia facendo così un grande passo avanti verso la realizzazione del sogno del «mare nostrum». Anche attorno ai confini dell'Albania, che già era italiana, furono annessi all'Italia vasti territo2
Cfr. Akten wr deutschen auswiirtige,1 Politik (AD.A.P.), scr. D. BD 12-13, Gottingcn 1969, pp. 307-309; F. HALDEI<, Kriegestageb1ich, vol. Il, Stuttgart 1963, pp. 330-331.
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ri. Nel resto della Jugoslavia i tedeschi e gli italiani crearono uno staterello satellite denominato «Stato Indipendente Croato». Secondo i parametri oggi generalmente accettati, non era, questo, un vero e proprio Stato, e certo non era affatto indipendente. Alla sua testa fu posto, per mancanza di meglio*, un avvocato croato, Ante Pavelié, che dall'inizio degli anni '30 dirigeva il movimento separatista croato degli «Ustascia». Il più importante atto compiuto fino ad allora dagli ustascia era stato l'assassinio del re Alessandro di Jugoslavia compiuto durante una sua visita ufficiale a Parigi nel 1934. I pochi aderenti al movimento vivevano da allora in esilio, soprattutto in Italia dove godevano di aiuto finanziario e a volte anche militare. I fanatici ustascia si distinguevano per la loro ignoranza, la loro ferocia e il loro estremo e sfrenato nazionalismo alimentato da un cieco odio per i serbi, in cui vedevano dominatori stranieri oppressori dell'indipendenza croata e fonte di ogni male. I croati volevano dunque spazzare via dalla terra croata, in un'ondata di sangue, tutti i serbi (e tutti quelli che erano a loro antipatici) 3 • Per un'ironia della sorte, gli ustascia erano stati, fino al loro assumere il dominio della Croazia, sotto la protezione degli italiani. In Italia, sotto la guida di istruttori italiani, avevano appreso l'arte della guerriglia e della guerra; il finanziamento della loro organizzazione proveniva da fonti italiane; e il loro movimento serviva gli interessi della politica antijugoslava dell'Italia**. Ora, dopo la spartizione, i croati videro che l'Italia li aveva rapinati di gran parte della costa dalmata, e il loro orgoglio nazionale fu profondamente ferito. Pavelié e i suoi accoliti tentarono di ottenere l'appoggio dei tedeschi contro gli italiani, ma Hitler restò fedele alle promesse fatte a Mussolini, secondo le quali la Croazia sarebbe stata compresa nell'area di influenza italiana•. Nel corso delle trattative dirette tra croati e italiani, nell'aprile 1941, i croati sostennero che in Dalmazia solo le rocce erano di origine italiana, ma ciò non parve impressionare affatto il ministro degli Esteri italiano, il conte Ciano, che nel suo diario scriveva ironicamente di «Pavelié e la sua banda di briganti» - appellativo davvero
* I tentativi tedeschi di convincere Macek, il capo della più grande formazione politica, il Partito contadino, a prendere le ,·edini del potere non ebbero successo. L'astuto leader non fu sedotto dalle promesse tedesche e durante tutta la guerra seppe tenere il piede nelle due staffe politiche. 3 Sugli ustascia fino alla loro ascesa al potere, cfr. B. KRIZMAN, Ante Pavelié i Ustase, Zagreb 1978 (prima parte della monumentale storia del movimento Ustascia). Cfr. inoltre HORY, BROSZA'r , Der Kroatische Ustasha Staat, Stuttgart 1964. ''* Quando la politica italiana assumeva, a m omenti, orientamenti favorevoli alla Jugoslavia, gli ustascia venivano arrestati e deportati in campi di concentramento. 4 M. MuGGEIU.DGE, (a cura di), The Secret Papers of Ciano, London 1947.
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pertinente 5• Un compromesso a cui alla fine si addivenne lasciò ai croati il controllo di alcune isolette brulle e di brevi e desertici tratti di costa. Il territorio di una qualche importanza, politico-economicostrategica, comprese le città costiere, restò sotto il controllo italiano. L'amarezza e la rabbia derivanti da questo compromesso covarono perciò nel cuore dei croati e col tempo divennero ardente odio. I rapporti tra i due Paesi, e in primo luogo tra i loro rappresentanti ufficiali, andarono peggiorando sempre più. Anche alcuni incontri tra alti funzionari delle due parti non riuscirono a migliorare l'atmosfera. Gli italiani conobbero ora la vera faccia degli ustascia e si accorsero di avere a che fare, spesso, con elementi criminali, ignoranti, afflitti da preconcetti, interessati solo a far denaro e assetati di sangue. Da parte loro, gli ustascia erano convinti - e a ragione - che gli italiani cercavano dì cacciarli dalla loro patria e davano una mano ai loro peggiori nemici, i serbi. A tutto ciò sì aggiunse anche il fatto che il compromesso stipulato tra italiani e croati stabiliva che l'Italia avrebbe potuto, in caso di necessità militari, inviare proprie truppe fino ad una profondità di 80 km nel retroterra della costa dalmata, e in tal caso quel territorio sarebbe restato sì sotto amministrazione civile croata , ma controllato dalle autorità milit ari italiane. La spartizione della Jugoslavia fu completata nel mese di maggio di quell'anno, e il territorio che fino ad allora aveva costituito uno Stato sovrano divenne oggetto di dispute tra Stati, autorità armate e bande di briganti. Arrivati a questo punto, dobbiamo domandarci in quale maniera, favorevole o sfavorevole, influisse la situazione suddescritta sulle condizioni di vita delle comunità ebraiche jugoslave.
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H . GrnsoN, (a cura di) The Ciano Diaries, New York 1946, p. 342 (25.4.1941).
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1. La spartizione della Jugoslavia (1941). ml Territori annessi all'Italia @fJ Territoii annessi alla Germania @ Territori annessi alla Bulgaria ~ 'l'errit-0ri annessi all'Ungheria ~ Territori annessi all'Albania (anch'essa sotto dominio italiano) Confine della Zona 2 +++ Linea di demarcazione tra le zone sotto controllo tedesco e quelle sotto controllo italiano • Governo militare tedesco A . Governo militare italiano
II LA BUFERA SI SCATENA
«Se lo Stato Croato non troverà una soluzione al problema ebraico, non sarà possibile calmare gli animi eccitati ... Ed è ben chiaro che, a tale scopo, nessun mezzo sarà mai di troppo ... » da un articolo apparso su un giornale croato nel maggio del 1941 Nell'aprile del 1941, alla vigilia dell'invasione tedesca, c'erano in Jugoslavia circa 80.000 ebrei 1 , concentrati in massima parte nelle grandi città: Belgrado, Zagabria, Sarajevo, Skoplje, ecc. Nelle varie comunità si integravano in un'armonia davvero ammirevole, componenti di origine diversa: i «sefardi», discendenti dagli ebrei cacciati dalla Spagna alla fine del '400, insediati da secoli nel sud del Paese; e gli «ashkenazi», stabilitisi nel nord. Alla testa di questo rigoglioso gruppo ebraico stavano attivisti sionisti che godevano la più ampia fiducia dei loro amministrati. L'Unione delle Comunità e l'Organizzazione Sionistica avevano sviluppato tutta una rete di istituzioni scolastiche, culturali e assistenziali, di club sportivi, di giornali, rivis te ed altre pubblicazioni. La comunità ebraica jugoslava era, nel suo complesso, un gruppo etnico esemplare, animato da una propria coscienza nazionale oltremodo sviluppata. In Jugoslavia, stato plurinazionale, gli ebrei godevano della completa parità di diritti e della
1 Fino a tempi recenti si pensava comunemente che in Jugoslavia vivessero prima della guerra circa 70-75 mila ebrei. Tali dati erano basati sul censimento dei primi anni trenta e sui registri delle comunità ebraiche ivi presenti. Si deve però prendere in considerazione il fatto che in Jugoslavia vivevano anche migliaia di ebrei convertiti, che secondo le leggi di Norimberga dovevano essere considerati «di razza ebraica», nonché moltissimi ebrei - certo migliaia - profughi da diversi Paesi, come la Cecoslovacchia, la Polonia, l'Austria e la Germania. Per questo cont.csto cfr. FRlEDENRRICH, The Jews of Yugoslauia, PbiJadelphia 1979, pp. 58 e 69; M. G rLBERT, Atlas of the Holocaust, London 1982, p. 58. In una recente pubblicazione il numero degli ebrei jugoslavi è calcolato come ammontante a circa 80 mila. Vedi: J. R OMANO, Jeure~j Jugo· sla.uije 1941-1945, cìt., pp. 13-14 e 200-201.
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simpatia delle autorità costituite. Certo, l'antisemitismo era diffuso negli ambienti cattolici croati, ma la sua influenza era limitata e i suoi effetti sopportabili. Soltanto verso la fine degli anni trenta - inizio degli anni quaranta, per influenza del nazismo tedesco e per il mutamento avvenuto nell'orientamento politico del governo jugoslavo, furono promulgate anche da questo governo alcune leggi antiebraiche, di cui la più severa era quella che stabiliva un «numerus clausus», e cioè limitava il numero dei giovani ebrei che intendevano studiare nei licei e nelle università del Paese. Per quanto ben solide, le basi organizzative della comunità ebraica jugoslava non ressero all'urto provocato dall'invasione tedesca, e ciò, soprattutto, per il fatto che il Paese fu diviso e sottoposto a governi diversi. Con l'obbligato scioglimento dei legami tra i diversi gruppi ebraici, ogni comunità locale si trovò a dover affrontare da sola i gravi problemi da poco sorti. Alcune delle comunità riuscirono a continuare ad operare a lungo e con buona riuscita; questo fu il caso, per esempio, della comunità di Zagabria, che fu attiva durante tutto il periodo dell'occupazione tedesca; altre comunità, invece, come per esempio quella di Belgrado, crollarono quasi subito dopo l'invasione. Come tutti i loro confratelli viventi nei Paesi occupati, anche gli ebrei jugoslavi non potevano prevedere le intenzioni dei nazisti: nessun precedente storico poteva lasciar capire cosa stava per succedere. La distruzione delle comunità ebraiche jugoslave fu eseguita in tempi diversi e in modo diverso nelle diverse parti del Paese, ma ebbe inizio in Serbia, dove gli ebrei di sesso maschile furono sistematicamente eliminati entro il 1941, per opera di unità militari tedesche, nel quadro di ciò che fu denominato «rappresaglie per attacchi compiuti contro l'esercito tedesco» *. Se gli uomini ebrei della Serbia furono eliminati in questo modo, le donne e i bambini furono gassati, nella primavera del 1942, in un autocarro appositamente inviato qui da Berlino 2 •
* Dopo l'insurrezione antitedesca scoppiata in Serbia nell'agosto 1941, Hitler dette ordine di fucilare 100 ostaggi per ogni tedesco ucciso e 50 ostaggi per ogni ferito. Dato che il numero degli ostaggi in mano tedesca non era sufficiente, i nazisti «si servirono» a tale scopo degli ebrei detenuti nei campi di concentramento. 2 Non è ancora stato pubblicato un ampio ed approfondito studio sullo sterminio degli ebrei serbi. Alcuni dati sono contenuti in un fascicolo pubblicato dall'Unione delle comunità ebraiche jugoslave nei primi anni '50; i dati provengono dalle comunicazioni emesse dalla Commissione statale jugoslava che nell'immediato dopoguerra fu incaricata di documentare i crimini commessi in questo Paese dai nazisti. Provenendo da testimonianze dirette raccolte dalla Commissione in quei giorni, e
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Verso la metà de\ 1943 gli ebrei della Macedonia furono consegnati dai Bulgari - sotto il cui governo era posta quella zona - ai nazisti, e trovarono la morte nelle camere a gas del Lager di Treblinka 3 • Gli ebrei della zona d'occupazione ungherese, la Vojvodina, furono colpiti dai pogrom organizzati dalle autorità ungheresi nella primavera del 1942 e poi deportati ad Auschwitz, insieme agli ebrei ungheresi, nell'estate del 1944 .i. Gli ebrei della Croazia, che costituivano la comunità numericamente più consistente, si trovarono subito impigliati in un turbine di persecuzioni sferrate contro di loro dai governanti «ustascia» 5 • Si deve notare, qui, che gli ustascia adottarono l'ideologia antisemita solo verso la fine degli anni Trenta, quando cioè vollero attirarsi la simpatia del regime nazista. Avendo visto, nei loro incontri con esponenti tedeschi, quanta importanza questi dessero alla questione ebraica, gli ustascia si affrettarono, appena presero il potere, a promulgare leggi antisemitiche, in pratica copia delle famigerate Leggi di Norimberga. In breve tempo gli ebrei furono espulsi dagli impieghi e fu loro tolta ogni possibilità di sussistenza. I loro contatti con i non-ebrei vennero limitati al minimo indispensabile e i loro beni furono confiscati, sotto forme pseudolegali, in una vera e propria messa a sacco iniziata dai dirigenti stessi e a cui corsero subito a prendere parte entusiasticamente cittadini di ogni ceto sociale. Ben presto gli ustascia passarono dalla rapina all'assassinio, e a tale scopo furono creati in Croazia i campi di concentramento. Molti erano fra gli ustascia i veri e propri criminali, che sadicamente godevano nel colpire le
dunque non basate su precise documentazioni, i dati suddetti non sono molto attendibili. Su questo argomento cfr. Z. LoWENTHAL, (a cura di) Zlocini fasistickih okupatora i njihovih pomagaéa protiv Jevreja u Jugoslavji (I diritti degli occupatori fascisti e dei loro collaboratori contro gli ebrei in Jugoslavia), Beograd 1952 (esiste anche una traduzione inglese). Documenti tedeschi su questo argomento si trovano in: HILBERG, The Destruction of European Jews, New York 1973; ,J. ROMANO, op. cit., pp. 58-84 e 432-442; L. IVANOVIé, Teror nad Jevreima u okupiranim Beogradu (Terrore sugli ebrei nella occupazione di Belgrado), «Godisniak Grada Beograda», vol. 13, 1966, pp. 289-317. 3 Sull'eliminazione degli ebrei della Macedonia jugoslava cfr. A. MATKOVSKY, L'Olocausto degli ebrei di Macedonia nel 1943, «Pirsumé Yad Vashem», vol. 3, Gerusalemme 1979, pp. 187-236. 4 Sulla zona di occupazione ungherese cfr. LòWF,:NTHAL, op.cit., pp. 168-188; R.BRAHAM, The Politics of Genocide, New York 1980, pp. 177-171, 207-215 e 641-645. 5 L'unico ampio studio pubblicato finora sull'argomento è in ebraico: M. SHELACH, The History of the Holocaust in Yugoslavia (in seguito solo op. cit.), Yad Vashem Jerusalem 1990.
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proprie vittime con ogni ti.po di arma bianca: coltelli, accette, bastoni. I tedeschi, che incoraggiavano la. strage e fungevano da «consiglieri», erano molto soddisfattì. Certo, a volte dovevano osservare che i sistemi usati dagli ustascia erano «antiestetici», e che essi stessi avrebbero preferito che si usassero sistemi di macelio più «scientifici»; ma sapevano che i croati erano «gente primitiva», non ancora capace di adattarsi all'alto grado di civiltà teutonica. NeBe prime ondate di arresti, agli inizi dell'estate del 1941, furono catturati a Zagabria gli avvocati ebrei e tutti i giovani della comunità locale; più tardi, tra l'agosto e il dicembre di quell'anno, furono eseguiti arresti in massa, senza distinzione di posizione sociale, di sesso e di età, da principio nelle città di provincia e poi a Zagabria stessa. Una gran parte degli arrestati fu uccisa nei campi di concentramento, prima in quello famigerato di Jadovno, dove ìa gente veniva gettata nei burroni, e poi anche in aìtri campi, di cui il più tristemente famoso è quello di Jasenovac, nel quale trovarono la morte più di 500.000 persone, in massima parte serbi 6 • Come si è già accennato, la bufera colpì gli ebrei jugoslavi di sorpresa, così da impedir loro di r·endersi conto della gravità della situazione e di provvedere alle misure necessarie. È noto che gli esseri umani si adattano solo lentamente e gradatamente a mutamenti drastici e improvvisi. Gli ebrei di Croazia non ebbero né tempo, né possibilità fisica e morale di adattarsi alle nuove circostanze. Sottoposti a continue persecuzioni, erano impotenti a reagire. Gli orecchi erano continuamente tesi a cogliere il suono di ogni passo che si avvicinava alla porta di casa, e ogni rombo di motore, ogni squillo di campanello, erano un incubo senza fine. Chi aveva più la forza di cercare una via d'uscita? Solo pochi trovarono in sé questa forza, e ci riuscì soprattutto chi aveva in tasca molto denaro, perché nel corrotto stato ustascia il denaro era il vero Signore. Però, quando un ebreo era alfine riuscito, con l'aiuto del denaro, a salvarsi, dove poteva ora rifugiarsi? La guerra inforiava, i confini erano chiusi e ben guardati. Ci fo chì pensò che forse il battesimo lo avrebbe salvato, e perciò non pochi furono coloro che all'inizio della persecuzione cercarono scampo nel grembo di Cristo, ma senza alcun successo. Le Leggi di Norimberga, che erano in vigore anche nello Stato croato, includevano nella categoria della razza ebraica anche i convertiti. Le proteste della Chiesa non valsero a nulla, nemmeno per coloro che erano nati cristiani ma di origine ebraica. Solo
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M. PERSEN, Logori Un.D.H., Zagreb 1966.
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nel caso di matrimonio misto la Chiesa riuscì a proteggere i suoi fe deli, e ciò solo perché così era stato stabilito anche in Germania 7. L'unica via di scampo, dunque, era cercare di valicare il confine. Ma dove fuggire? In Serbia no, perché sotto diretto dominio tedesco. Passare in Ungheria era una cosa oltremodo ardua. L'unico rifugio possibile che restava era dunque la zona occupata dagli italiani in Dalmazia *. Già all'inizio delle persecuzioni si era risaputo in Croazia che le truppe italiane avevano verso gli ebrei un atteggiamento umanitario. E si sapeva che le sentinelle italiane di guardia al confi ne erano pronte a chiudere un occhio e a lasciar passare i profughi. Se si poteva acquistare - e a un modico prezzo - l'aiuto di alcuni uomini delle pattuglie confinarie italiane, molti erano nel Regio Esercito i militari pronti ad aiutare i profuglù in modo del tutto disinteressato, per puro spirito umanitario o per simpatia. La questione, poi, dei passaporti - veri o falsi - poteva essere risolta in maniera relativamente facile: nessun funzionario croato era incorruttibile. Certo, ciò costava caro, molto caro; ma si dettero casi in cui alcuni ebrei furono fatti scendere dal treno che li portava a Auschwitz, altri furono liberati dai campi e così via. Più incrudivano le persecuzioni croate, e più aumentava il flusso dei profughi verso la zona d'occupazione italiana. In quei giorni (maggio-ottobre 1941) le autorità italiane non avevano ancora stabilito quale condotta si dovesse tenere riguardo ai profughi. Ogni singolo ufficiale italiano procedeva dunque di propria iniziativa. Solo pochi fra loro ricacciarono, per ragioni di cui avremo occasione di parlare, profughi ebrei entro i confini della Croazia. La politica italiana nei riguardi dei profughi ebrei venne stabilita man mano che gli avvenimenti si succedevano, e la formulazione delle linee di tale politica fu senza dubbio influenzata anche dagli avvenimenti stessi; ma è certo che sia l'ideologia fascista, sia le tradizioni umanitarie del popolo italiano contribuirono alla definizione delle linee di condotta secondo cui i funzionari e gli ufficiali italiani avrebbero dovuto da quel momento agire. 7 Sulla posizione presa dal Vaticano e dalla Chiesa cattolica croata esiste un'ampia bibliografia. In Jugoslavia sono stati pubblicati libri contenenti severe accuse comprovanti, sulla base di serie documentazioni, che gli ecclesiastici erano a conoscenza delle imprese degli ustascia, le appoggiavano e perfino vi collaboravano, e che non pochi preti militavano fra gli ustascia e prendevano parte alle atrocità. TI Vaticano cercò di smentire tali accuse. La pubblicazione più obiettiva su questo argomento è
C. FALCONI: Il silenzio di Pio XII, cit. '·' Chi cercò di nascondersi nella stessa Croazi,a incontrò immense difficoltà.. La popolazione non solo non voleva mettersi in pe1icolo aùLtando gli ebrei, ma credeva fermamente che il goverrw agi..<;se giustam.enle eliminando gli ebrei e quindi vedeva nella consegna degli ebrei alla polizia un atto patriottico e portatore, per di più, anche di un lauto guad.agn.o.
III L'INVASI O NE DEI PROFUGHI
« ... non
dobbiamo perseguitare gli ebrei in quanto tali ... abbiamo bisogno di loro a piccole dosi, come .. . del lievito nella pasta ... » Galeazzo Ciano, 1937
Qual'era l'atteggiamento del regime fascista verso il problema ebraico?1. Nella vera e propria ideologia fascista, quella dettata dalla scuola di Gentile, di Rocco e di altri teorici del Partito, il concetto della lotta antiebraica non costituiva un elemento dominante, né certo serviva da chiave di lettura per la comprensione di fenomeni storici. È da supporre che il numero oltremodo esiguo degli ebrei d'Italia, il loro essere completamente e vitalmente integrati nella società del Paese, nonché la lotta anticlericale condotta dai seguaci del movimento nazionalista mazziniano, avesse già portato alla scomparsa di ogni antisemitismo cattolico in tutte le regioni della penisola. Se ancora sussisteva in Italia un antisemitismo, questo non si manifestava che in un certo snobismo sociale e in stereotipate barzellette in cui l'ebreo - sempre avaro ecc. - era preso un po' in giro. Tra i fondatori del movimento nazionale fascista ci furono diversi ebrei, alcu1ù dei quali avrebbero poi 1icoperto importanti cariche governative: ricordiamo qui A]do Finzi 2, che fu ministro degli Interni, e Guido Jung, ministro delle Finanze. Anche una delle amanti di Mussolini, Margherita Sarfatti, era ebrea ... Mussolini stesso, quando si trovò a dover trattare la questione ebraica, adottò spesso (come fece anche per altre questioni ideologiche) un atteggiamento instabile, ambiguo, polivalente, sempre a seconda di quanto gli sembrava
1 La pitl importante ed esauriente pubblicazione sull'argomento è: M. M!GHAM.IS, i'vfussolini e la questione ebraica, Milano 1982. 2 Aldo Finzi fu uno dei capri espiatori di cui Mm;solini si servì per scagionarsi dalle accuse che verso la fìne degli anni Venti gli venivano mosse in seguito all'assassinio di. Matteotti. Per una triste ironia della sorte il veterano fascista l<'inzi fu ucciso dalle SS nella strage delle Fosse Ardeatine, nel 1944.
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potesse servire, in quel certo momento, ai suoi scopi immediati. È risaputo - per sua stessa confessione - che il Duce era, di principio, un opportunista. Secondo lui tutto, anche l'ideologia, doveva essere sempre adattato alle esigenze del momento. «Ciò che andava bene ieri - diceva Mussolini - non è detto che vada bene oggi>,. Alla luce di questo concetto aveva avuto per trent'anni un flirt col movimento sionista, e in incontri avuti con i capi di questo movimento (tra cui Haim Weitzmann, il futuro primo Presidente della Repubblica dello Stato d'Israele, e Nahum Sokolow, ideologo del movimento) aveva espresso simpatia per l'idea di creare un Centro Nazionale Ebraico in Palestina (certo pensando che il sionismo avrebbe potuto indebolire la posizione dell'Inghilterra nel bacino mediterraneo e facilitare la realizzazione del patetico sogno del «mare nostrum», di un Mediterr aneo tutto italiano). I collaboratori di Mussolini aiutarono perciò i giovani del movimento sionista-revisionista [da cui sarebbe in seguito sorto il partito di Begin, l'Herut, poi federato nell'odierno Likkud] a creare una scuola di addestramento marittimo presso Civitavecchia, e collaborarono alle attività dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. D'altra parte, però, Mussolini appoggiò con finanziamenti, armamenti e mezzi di propaganda, la rivolta araba del 19361939 ed espresse più volte simpatia per il Mufti di Gerusalemme, Hadj Amin al-Hussein. Il Duce amava appellarsi, a volte, <,La Spada dell'Islam», e cavalcando per le vie di Tripoli, in Libia, si dichiarava erede del Profeta e così via. In conversazioni ufficiali e in discorsi pubblici, parlava a volte con rispetto non scevro di timore, talvolta con risentimento e invidia, talvolta con disprezzo, di ciò che chiamava «l'ebraismo internazionale»: e tutto, sempre, a seconda di chi lo stava ascoltando, della situazione politica e del suo momentaneo stato d'animo. È chiaro che il sanguinario fanatismo antisemita di Hitler gìi era del tutto incomprensibile, e in più di una occasione ebbe a dire apertamente che un tale atteggiamento avrebbe portato la Germania alla rovina. Nei quadri del Partito Nazionale Fascista erano presenti aìcuni antisemiti veri e propri, che facevano di tutto per diffondere la loro dottrina e quella dei loro amici nazisti. Tra loro si distingueva in particolar modo Roberto Farinacci, membro del Gran Consiglio del Fascismo, e detto «ii ras di Cremona>,, che nel periodo più critico per il fascismo, dopo l'assassinio di Matteotti, era stato segretario nazionale del Partito e ministro (1938). Farinacci era un ardente amico dei tedeschi e un «tifoso» del nazismo 3 • Due dei suoi seguaci, i gior:i
Su Farinacci cfr. H.
FORNAlll,
Mussolinis Gad/Zy, Nashville 1971.
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nalisti Interlandi e Preziosi, si sforza vano di influenzare l'opinione pubblica italian a e di convincerìa, con articoli sui loro giornali (pub-b1icati con l'autorizzazione dì Mussolini), che l'antisemitismo era una cosa g-iusta e sacrosanta. In verità, t ali loro sferzi si scontravano con una barriera cl.i inàifferenza, quando non suscitavano addirittura aspre critiche da parte di dirigenti fascisti. Per quanto la cosa possa parere strana, proprio nel momento in cu i, per in fl uenza nazista, l'antisemitismo inondava l'Europa e diìagava come un'epidemia, gli itaiiani parevano essere vaccinati contro l'infezione. Ma ecco che neìl'ottobre 1938, all'improvviso, senza alcun preavviso e senza ragione apparente, Mussolini ordinò di mettere a punto un a legisìazione antisemita di modello nazista. I più recenti studi storici dimostrano, contrariamente a quanto si era finora credut o, che ciò non fu il risultato di pressioni tedesche, ma il frutto di una decisione improvvisa, una di quelle decisioni che piacevano al Duce e per mezzo delle quali voleva dimostrare ai suoi fedeli che Egìi, il Con dottiero Onnisciente e Onnipotente, aveva or ora partorito, senza bisogno di chiedere aiu to a nessuno dei suoi collaboratori, un'altra idea «fatale per i destini della Patria». Forse Mussolini pensava che tale sua iniziativa avrebbe rafforzato i legami di amicizia tra l'Italia e la Germania che stavano a1lora stringendosi e che avrebbero raggiunto il loro apice con la firma del cosiddetto «Patto d'Acciaio,> 1. Le leggi razziali del 1938 colpirono duramente gìi ebrei d'Italia; molti di lor o furono cacciati dai loro impieghi (soprattutto dal1e scuo-le e dagli uffici governativi); il loro orgoglio nazionale, quali cittadini italìani aventi pieni diritti e doveri, fu gravemente ferito; formaìmente divennero cittadini di secondo grado. Però, come spesso succedeva nell'Italia mussoliniana, il fumo fu moìto maggiore del fuoco. Le leggi razziali furono applicate in modo incostante e con trascura tezza, e non pochi furono i funzionari che semplicemente le ignoraron o. Dopo un breve periodo di tempeste sui giornali, dove apparvero articoli pseudoscientifici, firmati da vanitosi professori, sulla pretesa inferiorità della «razza ebraica» e sulla non meno pretesa superiorità di quella «ariana», tutto finì in una bolìa di sapone. Oggi è chiaro che sia nell'opinione pubblica che nelle più alte sfere ìe leggi razziali suscitarono avversione, ironia ed aspre critiche. Molti pensarono che quelìe leggi fossero solo effetto di pressioni tedesche e considerarono ciò un'offesa all'Italia; alt ri se mplicem ente non riuscirono a comi MJCHAF.US, op.<:it., pp . 169-JYI. Durante la discussione suìle leggi razziali al Gnm Consiglio del Fascismo, alcuni gerarchi, t ra cui Balbo, De Bono, De Stefani e Feclcrzoni, crit icarono aspramente le leggi propost~.
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prenderne le ragioni e ad accettare l'idea che dei buoni e fedeli cittadini italiani dovessero essere puniti senza avere commesso colpa alcuna. È importante sottolineare qui il fatto che ogni somiglianza che si può riscontrare tra la legislatura razziale tedesca e la sua applicazione pratica, e la legislatura italiana e la sua applicazione, è solo casuale. Fortunatamente per gli ebrei d'Italia, a Mussolini interessavano più il gesto teatrale in sé e le reboanti dichiarazioni, di quanto gli importasse l'esecuzione degli ordini da lui impartiti. I funzionari italiani sono spesso e volentieri accusati di lentezza burocratica, ma quando vogliono mettere i bastoni fra le ruote ed impedire così l'applicazione di una legge a loro antipatica, sono i più svelti del mondo. La promulgazione delle leggi razziali non impedì dunque a migliaia di ebrei profughi dalla Germania e dall'Austria di trovare rifugio in Italia. Legalmente, le autorità italiane avrebbero dovuto espellere i profughi; in pratica, nessun profugo fu ricacciato nel Rei.eh e solo coloro che entrarono in possesso di un visto per altri Paesi lasciarono l'Italia. A molti profughi fu comunicato un ordine di espulsione dall'Italia, ma tale ordine non fu mai applicato; molti di quei profughi restarono dunque dove si trovavano o, nel peggiore dei casi, furono internati in non troppo scomodi campi italiani. L'entrata in guerra dell'Italia, nel maggio 1940, e il rafforzamento dei suoi legami con la Germania avrebbero necessariamente dovuto comportare un peggioramento della situazione in cui si trovavano gli ebrei della Penisola, ma in pratica non fu così. Coloro che detenevano in Italia il potere non dettero segno alcuno di essere stati alla fine infettati dall'antisemitismo dilagante, né apparvero disposti ad accettare i dettami antiebraici dei loro alleati nazisti; anzi, i dirigenti italiani espressero più volte la loro viva disapprovazione per l'atteggiamento tenuto dai nazisti verso gli ebrei. Fino all'aprile 1941 - anno dell'invasione della Jugoslavia - <<il problema ebraico in Italia» era cosa che riguardava principalmente gli ebrei italiani veri e propri. Dopo l'annessione all'Italia di una «fetta» di Jugoslavia, il problema si estese e divenne causa di scontri tra italiani e croati e - cosa ben più grave - tra italiani e tedeschi. I militari e il governo italiano si trovarono ora ad essere arbitri della vita o della morte di migliaia di esseri umani, a doversi misurare con gravi problemi morali e a prendere decisioni che avrebbero certo potuto influire, in futuro, sui rapporti internazionali dell'Italia, sulla sua immagine nel mondo, nonché sull'opinione pubblica entro i confini dell'Italia stessa. Come si è già detto, l'Italia controllava allora la fascia costiera
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della Dalmazia, una parte della Slovenia, il Montenegro (nella lingua locale: Crna Gora), e, a sud, la zona confinante con l'Albania. Guarnigioni italiane si insediarono anche entro lo Stato Indipendente Croato (soprattutto nelle regioni che, secondo gli accordi, sarebbero restate sotto controllo militare italiano). La regione della Lika, confinante con la fascia costiera sotto diretto governo italiano, era la più problematica per quanto riguardava la questione demografica: vi vivevano in promiscuità serbi di religione greco-ortodossa e croati cattolici. Le due popolazioni convivevano là da secoli, spesso nei medesimi villaggi, mantenendo tra loro normali rapporti di vicinanza, certo non troppo affettuosi ma mai degenerati in cieca violenza. Con l'avvento al potere degli ustascia la situazione cambiò: teste calde croate, sia del posto sia venute da fuori, attaccarono gli insediamenti serbi, saccheggiando e uccidendo con una ferocia inaudita. Le case serbe furono arse, i beni saccheggiati, uomini, donne e bambini messi a morte con terribile efferatezza. Quegli stessi croati che fino a quel momento avevano salutato cortesemente, anche se freddamente, i loro vicini serbi si univano ora all'orgia di sangue 0 • Nelle valli della Lika echeggiavano le grida dei serbi martoriati. I pochi militari italiani restati nella zona erano esterrefatti, e l'orrore da essi provato vedendosi costretti ad assistere a scene così inumane è documentato dalle decine di strazianti rapporti inviati in quel periodo al Comando e a Roma*. In forza degli accordi vigenti tra l'Italia e il governo croato, i soldati italiani non potevano intervenire per fermare gli eccidi e porvi fine; però, ogni volta che se ne 5 Tra le tante pubblicazioni sulle atrocità compiute dagli usta.scia contro i serbi, se ne citano solo alcune riguardanti il contesto qui t rattato: POLIAKOV, SABILLE, Jews under ltalian Occupation, Paris 1955 (una pubblicazione dell'Istituto Ebraico di Documentazione di Parigi, contenente soprattutto testimonianze dirette sull'atteggiamento tenuto dagli italiani verso gli ebrei; nell'introduzione si parla dei fatti di Jugoslavia); S. Lor, Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia cit.; E. PARIS, Genocide in Satellite Croatia, Chicago 1962. Importanti testimonianze sono contenute nei rapporti delle unità militari italiane dislocate in Croazia; cfr. perciò i Diari di guerra del V e VI Corpo d'Armata e delle Divisioni «Re», «Sassari», «Bergamo», «Celere» custoditi nell'Archivio deil'Ufficio Storico dello S.M.E. a Roma. * lrt uno di tali documenti zm ufficiale italiano racconta che dopo che la sua unità ebbe consegnato a,i croati il villaggw in cui era accampata, apparve un prete croato che disse di essere il nuovo comandante. L'italiano chiese quali ordini il «nuovo comandante,, avesse rù:evuto dai suoi superiori e l'ustascia· rispose: «Un solo ed unico ordine: sgozzare tutti i cani serbi». L'ufficiale italiano, che in un primo monumto aveva creduto che quello volesse scherzare, fu, subito inorridito vedendo che i croati già avevano iniziato il macello. 1n breve tempo tutti i serbi del posto furono uccisi. In quel periodo, gli italiani cercarono di proteggere contro gli usta,çcia i serbi e gli ebrei locali e in mancanza di direttive ufficiali, i comandi delle diverse unità militari opemrono di propria spontanea i-
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offrì la possibilità, essi protessero i serbi perseguitati e li aiutarono in vari modi. Passato un primo momento di sorpresa, i serbi, nelle cui mani era restata quaìche arma da fuoco, si organizzarono per difendei·si. Nei mesi di iuglio-agosto 1941 la regione fu teatro di sanguinosi scontri tra le due parti in lotta. Fu una vera e propria guerra civile: nessuno, né da una parte né dall'altra, badò più ai mezzi, e le atrocità divennero cosa di tutti i giorni. Viaggiare divenne un'impresa praticamente impossibile, nessuno riuscì più a recarsi al suo posto di lavoro; e il Comando dell'esercito italiano di stanza in Jugoslavia si vide obbligato a intervenire per garantire la sicurezza fisica dei cittadini, assumendosi perciò quella responsabilità che all'esercito competeva in virtù dell'accordo italo-croato. La richiesta avanzata in t al senso a Roma nell'agosto 1941 ebbe risposta positiva e non solo per ragioni di sicurezza civile locale: Mussolini e i suoi collaboratori vedevano in un intervento militare italiano in Jugoslavia un ulteriore passo avanti nello stabilimento di basi italia.n.e nella fasda costiera adriatica orientale. L'esercito italiano, però, ancora prima di assumere i poteri nelle zone in cui si scat enava la guerrigìia, cominciò a porgere aiuto aì combattenti serbi e in certi l uoghi fu stipulato tra italiani e serbi un vero e proprio accordo di collaborazione. Ante Pavelié non si mostrò entusiasta di dover obbedire alle imposizioni italiane, ma a causa della gr avità della situazione e delle pesanti perdite inflitte ai suoi accoliti dai serbi, dovette, alla fine, cedere (tanto più che i tedeschi appoggia vano gìi italiani). Dunque, tra la fi ne di agosto e ì'inizio di settembre del 1941 l'esercito italiano a s· sunse ogni potere in una fascia costiera di 80 km di larghezza, ìn cui continuarono ad operare alcuni uffici croati i cui funzionari cercarono di intervenire in quanto succedeva attorno e di esplicare una qualche autorità amministrativa. La nuova zona d'occupazione italia na fu denominata 2~ Zona, per distinguerla dalla 1" Zona comprendente i territori completamente annessi all'Italia 6 . L'ampliamen to del controllo italiano sulla Croazia riuscì di gran-· de aiuto agli ebrei del posto. Prima di allora le direttive della politica itaiiana imponevano di ridurre al minimo il numero dei profughi niziatiua. In quest'opera di salvataggio si distinsero in particolctr modo i soldati della Divisione «Celere" al coma.ndo del genera.le Federico Ferrari Orsi, che non esitarono a portare in salvo i profughi a bordo dei loro mezzi (anche di quelli blindatij, e i Bersaglieri del 6° Reggimento cd comctndo del colonnello Umberto Salvatores. C/'r. U. SALVA· TORES, Ber,çaglieri sul Don, Bologna 1966, p. 19. A Cfr. B. KRIZMAN, Pauelìé lzrnedju Hitlel'(L i lvfossolinija (Pauelié tra Hitler e li1ussolini), Zagi:eb 1980, pp. 154-165.
L'INVASIONE DEl PROFUGHI
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accolti nei territori annessi, mentre in questi nuovi territori l'atteggiamento verso i profugh i fu molto più aperto, poiché si presumeva che quegli stessi territori sarebbero stati prima o poi restituiti al controllo croato. Così, il passaggio della zona di demarcazione divenne più facile e dato che le truppe italia ne si trovavano ora più vicine ai centri in cui maggiore era la presenza della popolazione ebraica, è facile immaginare quale volume raggiungesse l'afflusso dei profughi, che divennero sempre più numerosi man mano che aumentava l'infierire degli ustascia contro di loro: in agosto ebbe inizio la grande «caccia all'ebreo» nelle maggiori città croate, e specialmente a Zagabria; intere famiglie furono inviate nei famigerati campi di concentramento appena aperti (soprattutto a Lisnovié). Nel caos che si era creato, ogni ebreo vide un possibile scampo solo nella fuga 1• Dato che fuggire costava ben caro, furono soprattutto glì ebrei benestanti che riuscirono a farlo. Le vie attraverso cui si tentava di fuggire erano principalmente due: Zagabria-Spalato; Sarajevo-Mostar-Ragusa (Dubrovnik). Giunti sulla costa adriatica, i profughi si sparpagliavano poi nelle città e nei villaggi dei dintorni. Di alloggi non vi era carenza, dato che i grandi alberghi turistici erano vuoti a causa della guerra. I più folti gruppi di profughi si formarono allora a Mostar, Spalato, Ragusa e Fiume-Susak. Si deve notare qui che gli ebrei costituivano solo una piccola parte della massa dei profughi che avevano trovato rifugio nella zona costiera, mentre la maggioranza era formata da serbi che fuggivano il terrore ustascia. L'invasione dei profughi provocò gravi problemi logistici. La zona costiera della Jugoslavia e il suo immediato retroterra sono territori poveri di risorse alimentari: il terreno è roccioso e non si presta a colture di alto rendimento. Molti degli abitanti di quei luoghi erano da sempre costretti ad emigrare, ad andare a cercare fortuna all'estero, oltremare. I turisti, portatori dell'unica seria fonte di guadagno, erano scomparsi, in quei giorni, a causa dello stato di guerra. La pesca era divenuta anch'essa, per via della guerra, un'attività pericolosa. L'importazione di generi al imentari era oltremodo difficol tosa per il moltiplicarsi delle azioni partigiane sulle ferrovie e sulle strade. Tutto questo complesso di situazioni deve essere preso in considerazione se si vuol comprendere appieno quali fossero le difficoltà in cui vennero a trovarsi i comandanti delle unità italiane che si videro obbligati a sfamare altre migliaia di bocche.
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SHELACH, op.cii.,
pp. 81-91.
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
Alle difficoltà logistiche si devono aggiungere quelle morali, cagionate dalle divergenze naturalmente sorte tra i locali e i nuovi venuti. Questi ultimi, gente di altri costumi e di altra mentalità, erano visti, spesso, come cavallette venute a rapinare il poco pane che c'era in dispensa. Anche il denaro che i profughi spendevano in gran copia non era visto di buon occhio, ma considerato un fattore di corruzione morale. Si deve ricordare anche che i croati della Dalmazia erano conosciuti come i più ardenti nazionalisti (croati) e odiavano gli italiani, «usurpatori della loro patria», e i loro protetti serbi ed ebrei. Il governo di Zagabria eccitava gli animi all'odio alimentando una propaganda antiserba e antiitaliana non scevra di toni antisemiti. Il complesso dei problemi sunnominati provocava gravi preoccupazioni negli ufficiali italiani. Una parte di essi sosteneva che si sarebbe dovuto ricacciare i profughi (compresi gli ebrei) oltre la linea di demarcazione, mentre la grande maggioranza reputava che, nonostante tutte le difficoltà, si sarebbe dovuto dare asilo a chi lo richiedeva, ben sapendo quale destino avrebbe atteso gli ebrei al loro ritorno nel territorio dello Stato indipendente di Croazia non sottoposto al controllo italiano. Alcuni, rari, documenti testimoniano che vennero impartiti ordini alle pattuglie confinarie diretti ad impedire l'ingresso di altri profughi; ma il fatto stesso che si trovasse necessario dover ripetere più volte quegli ordini dimostra chiaramente che essi venivano disattesi 8 • Come si è detto, fino al settembre del 1941 non erano state definite le direttive riguardanti il trattamento da applicare ai profughi rifugiati nella 2!! Zona, e in particolare ai profughi ebrei. Il fatto che convinse le autorità a definire chiaramente l'atteggiamento italiano verso questo problema fu la lettura del rapporto steso dalla commissione d'inchiesta incaricata di controllare quanto era accaduto nel campo di concentramento croato situato nell'isola di Pago (Pag).
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Cfr. SHE!.ACH, op.cit, pp. 182-184; e anche SME-AUS, Diario Storico (DS) VI C.A. allegato 6, cassetta 580/52 (25/4/1941); allegato 2, cassetta 580/53 (25/6/1941).
IV
LA COMMISSIONE D'INCHIESTA
«Dapprincipio è difficile, ma poi, dopo che hai ammazzato due o tre persone, continui a farlo tranquillamente come se nulla fosse». Ivan Guberin, ustascia, sulle atrocità successe a Pago nel giugno del 1941 L'isola di Pago è situata nel nord dell'Adriatico. È un sito desolato, arido e roccioso. I pochi abitanti dei nùseri villaggi vivono di poco e sudatissimo pane. Una striscia di mare, larga poche centinaia di metri, separa l'isola della cittadina costiera di Carlopago (Karlobag), da cui le strade portano a sud verso Zara (Zadar) e a est verso Gospié, dove nel 1941 era il centro dell'amministrazione ustascia croata*. Verso la fine del giugno 1941 furono creati nell'isola di Pago, lontano da ogni posto abitato, due campi di concentramento. Nel primo, chiamato Metajna, furono rinchiusi uomini serbi ed ebrei; nel secondo, Slano, vennero «accolte» donne e bambini ebrei. In ambedue i campi le condizioni erano tremende. I prigionieri soffrivano la sete, per la carenza di acqua potabile (l'acqua doveva esservi portata a mano da grandi distanze), e la fame; molti di loro erano costretti a passare le notti all'aperto, per mancanza di posto nelle baracche (molte delle baracche esistenti erano crollate in una notte di bufera, seppellendo sotto le macerie non pochi prigionieri). Gli uomini erano costretti ai lavori forzati, venivano severamente puniti per ogni nonnulla, sottoposti a terribili martiri, quali per esempio l'esposizione per intere giornate al sole cocente; le donne venivano violentate e percosse; e dappertutto regnava il più sfrenato sadismo 1 • Nell'isola, dopo la consegna agli ustascia avvenuta nell'aprile 1941, era rimasto un piccolo contingente italiano, privo, in pratica, di ogni autorità amministrativa e destinato solo .a coadiuvare gli ustascia nei compiti di sicurezza. Gli italiani vennero ben presto a conoscenza di quanto "' Presso Gospié fu creato il tristemente famoso campo di concentramento di Jadouno, in cui furono uccisi centinaia di giovani ebrei di Zagabria. 1 LOWENTHAL, op.cit., pp. 124-131.
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
succedeva nei campi e ne fecero rapporto ai loro superiori. In data 1 agosto 1941. il comandante del battaglione italiano stanziato a Pago inviò in tal senso un :rapporto al Comando di Divisione, che lo ritrasmise al Comando del Corpo d'Armata, il quale, a sua volta, portò la cosa a conoscenza del Comando della 2~ Armata. Nel rapporto si diceva fra l'altro che la moglie di una delle guardie preposte al campo aveva raccontato che nel campo stesso venivano uccisi ogni giorno circa quaranta ebrei i cui cadaveri erano buttati in mare 2 • Due settimane dopo, evjdentemente su richiesta dei superiori, venne inviato un secondo rapporto in cui si diceva che il comandante italiano era convinto che i detenuti deì campo erano già stati in gran parte sterminati. Tale convinzione era basata su voci raccolte dalla bocca di isolani, sugli echi dei colpi delle armi automatiche che si sentivano ininterrottamente e sul fatto che il volume delle derrate alimentari portate al campo diminuiva ogni giorno. Il rapporto aggiungeva che era risaputo che anche quasi tutte le donne internate nel campo erano state uccise 3 • I Comandi italiani in Croazia dimostrarono certamente grande interesse per quanto succedeva nei campi di concentramento croati, ma fino alla fine dell'agosto 1941 non poterono intervenire ufficialmente per via degli accordi allora vigenti tra l'Italia e la Croazia*. Quando, alla fine dell'agosto di quell'anno, gli italiani ripresero il diretto controllo dell'isola, si affrettarono a chiarire quanto era successo nei campi. Già il 22 agosto 1941, solo un giorno dopo che i croati avevano abbandonato l'isola, il Comando del V Corpo d'Armata (preposto al controllo della zona) inviò al Comando della 2!! Armata un telegramma in cui si comunicava l'evacuazione dei campi di Pago e di Jadovno, aggiungendo che, a quanto pareva, una parte dei prigionieri era stata uccisa prima di tale evacuazione. Il fatto fu portato a conoscenza del comandante l'Armata, il generale Vittorio Ambrosio, che ordinò di aprire un'inchiesta e di redigere un immediato e particolareggiato rapporto •. Il Comando del V Corpo d'Armata inviò subito a Pago un medico militare, il dott. Finderle, e questi visitò il campo di Slano. Al suo ritorno al Comando, il dott. Finderle chiese che fosse inviata a Pago una commissione incaricata di disseppellire i cadaveri inumati nelle fosse comuni da lui scoperte nel campo. Il compito fu affidato ad un altro medico militare, il tenente Stazi, e la 2
SME-AUS, DS. VI C.A., allegato 10, cassetta 499/10 (1/8/1941). Ivi, ibidem, cassetta 499/67 (15/8/1941). * Gli storici ufficiali jugoslavi ritengono gli italiani responsabili della strage di Pago. La cosa è errata sia d.al punto di vista formale che da quello reale. 4 VII, Italija, K/81/36/1 -3. 3
LA COMMISSIONE D'INCHIESTA
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commissione salpò per Pago all'inizio del mese di settembre di quell'anno. Ne facevano parte quindici infernùeri e portaferiti italiani e un certo numero di persone del posto. Per due intere settimane i cadaveri furono dissepolti, esaminati e poi cremati. Tutto fu fotografa.. to e documentato in un rapporto che il dott. Stazi presentò ai suoi superiori; e questo rapporto, con le terrificanti fotografie che lo corredavano, suscitò ampi echi fra gli alti ufficiali italiani. A detta del dott. Finderle, il rapporto fu inviato a Roma e forse fu portato a conoscenza anche di Mussolini 5 • Pare, a ogni modo, che una copia del rapporto sia pervenuta nelle mani del duca di Spoleto, membro della Casa Reale italiana e designato re di Croazia. Il duca scrisse nel suo diario, verso la fine dell'ottobre 1941, parole quali: « ... dopo aver attentamente esaminato le testimonianze dei crimini che gli ustascia h anno commesso in danno di vecchi, donne e bambini serbi ed ebrei, sono convinto che dovranno passare lunghi anni prima che si plachi ì'odìo che certo si annida nell'animo dei superstiti» 6 • I circoli militari italiani, la Casa Reale, gli alti funzionari del Governo e i prelati della Chiesa di Roma furono dunque messi al corrente di quanto commettevano gli ustascia e l'impressione che la conoscenza di tali fatti destò incise non poco sull'atteggiamento che gli italiani d ecisero di adottare, da allora, riguardo agli ebrei della Croazia *. Gli accertamenti fondamentali esposti nel «Rapporto Pago» possono essere riassunti come segue: 1) Nel reparto ebraico del campo di Slano erano stati dissepolti 791 cadaveri, di cui 407 di uomini, 293 di donne e 91 di bambini (il più piccolo di 5 mesi d'età); 2) L'uccisione delle vittime era stata compiuta, almeno in parte,
5 Cfr Zlocini okupatora i nijhouih pomagaéa u Hrvatskoj protiv Jevreja, (Crimini degli occupat01i e dei loro aiutanti in Croazia contro gli ebrei) (manoscritti), p. 222. Lavoro svolto dalla Commissione jugoslava d'inchiesta sui crimini commessi dai nazisti e dai loro collaboratori contro gli ebrei cli Croazia. I manoscritti sono conservati nell'Arcbjvio della Comunità Ebraica cli Zagabria. 6 Cfr S. PE'!ROVTé, The King that never was, in «European Stuclies Review», vol. 8, 1978, p. 475. L'atteggiamento del re italiano verso gli ebrei fu senza dubbio amichevole.Cfr. anche MICHAELIS, op.cit., pp. 127-128. * Il ,,Rapporto Pago,, è ricordato in vari documenti italiani quale valida argomentazione contro ogni possibile decisione di riconsegnare gli ebrei ai croati. In una con· uersazione che l'Autore ha avuto nel 1977 con l'ambasciatore d'Italia in Israele, S.E. Bacchetti, che durante la guerra aveva prestato servizio, giova.ne ufficiale del Regio Esercito Italiano in Dalmazia, l'ambasciatore disse di ricordare ancora benissimo qu.el rappo,to e dichw.rò che esso era stato allora letto da tutti gli 11,ffi.ciali.
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
usando armi bianche (coltelli, accette, ecc.); 3) In alcuni casi le vittime erano state sepolte vive; 4) Sui corpi delle donne erano visibili segni di violenze 7 *. A metà settembre il generale Ambrosio, comandante la 2!! Armata, visitò l'isola, e ordinò agli ufficiali di stanza a Pago dì cercare i colpevoli della strage, arrestarli e processarli 8 • Intanto, gli italiani venivano a sapere anche da altre fonti quale sorte stava toccan do agli ebrei della Croazia. L'Ambasciata d'Italia a Zagabria, a cui era preposto Raffaele Casertano, aveva inviato più di un rapporto in merito. L'atteggiamento del personale dell'Ambasciata verso gli ebrei si esprimeva, in pratica, con la concessione di salvacondotti ed a ltri documenti, e - a volte - con l'offerta di veri e propri rifugi. Casertano inviò a Roma ampia documentazione sulla legislazione antiebraica, sulla confisca di proprietà ebraiche operata dagli ustascia, sui campi di concentramento, su persone collegate alle persecuzioni, e sulla collaborazione esistente tra tedeschi e croati per quanto concerneva la questione ebraica. L'atteggiamento filoebraico di Casertano ebbe senza dubbio un'influenza decisiva sulla formulazione delle direttive che vennero allora fissate a Roma e l'astuto comportamento che quel diplomatico seppe tenere col suo collega, l'ambasciatore tedesco Kasche, contribuì in larga misura alJa buona riuscita dell'operazione di salvataggio. Altra importante fonte di informazioni era la Chiesa cattolica, soprattutto attraverso il visitatore apostolico a Zagabria, mons. Ramiro Marcone. È noto che durante l'ultima guerra mondiale il Vaticano fu un centro ideale di azioni di «intelligence>,: la Santa Sede andava riunendo tutto un flusso di informazioni provenienti dai paesi dell'Europa occupata raccolte nelle diverse zone, anche nelle più remote, da preti, da attivisti cattolici e dalle singole pecorelle del gregge dei fedeli. In tal modo il Vaticano fu ben presto a conoscenza dello sterminio operato tra gli ebrei di Polonia e di Russia 9 • Si può affermare, senza tema di essere smentiti, che le alte gerarchie vaticane sapeva7
LOWENTHAI..,
op.cit.
* Un testimone jugoslavo ha raccontato che gli ustascia aprirono ad una donna il ventre e vi inserirono un bambino. Anche se è diffi,cile verificare l'esattezza di testimonianze di questo genere, date davanti ad una Corte jugoslava, è chiaro che gli ustascia erano capaci di compiere atti simili. 8 SME-AUS, DS, V C.A., allegato 253 (22/11/1941). 9 Nell'autunno del 1941 pervenne al Vaticano un rapporto del nunzio in Slovacchia, in cui si riferivano testimonianze dirette sull'eccidio perpetrato dagli Einsatzgruppen tedeschi tra gli ebrei russi. Nel marzo 1942 il capo dei Servizi di sicurezza croati, Eugenio (Dido) Kvaternik, raccontò al visitatore apostolico, Marcone, che i te-
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no esattamente cosa stava succedendo in Croazia. I preti croati facevano parte dei più autorevoli circoli dirigenti ed erano al corrente della tragicommedia che si stava recitando sulla scena e dietro le quinte. I capi ustscia, che andavano fieri della loro fedeltà alla Chiesa cattolica, mantenevano con quei prelati stretti - anche se non sempre amichevoli - rapporti. La Chiesa aveva perciò una vasta e profonda influenza sullo Stato croato, e Ante Pavelié e i suoi accoliti cercavano senza sosta l'appoggio della Chiesa locale nel tentativo di ottenere dal Vaticano il riconoscimento ufficiale del loro Stato; perciò temevano critiche da parte dei prelati e facevano di tutto per evitare di fornire loro un qualche pretesto. Volendo il Vaticano seguire da vicino gli avvenimenti in Croazia, il visitatore apostolico, Marcone, e l'arcivescovo di Zagabria, Stepinac, inviavano a Roma continui e particolareggiati rapporti. Gran parte delle notizie contenute in quei rapporti perveniva prima o poi alle orecchie delle autorità italiane. Negli incontri di routine tra funzionari italiani e prelati cattolici si discusse spesso della questione degli ebrei in Croazia 10 • Non di rado i prelati croati intervennero a favore degli ebrei perseguitati, sia di loro iniziativa e sia per precise direttive impartite da Roma. Si può affermare che anche questo atteggiamento della Chiesa ebbe una sua influenza sugli avvenimenti. In questo contesto è doveroso ricordare i nomi di prelati particolarmente benemeriti, quali il vescovo di Trieste, Antonio Santin e il vescovo di Lubiana, Gregorio Rozman 11• deschi avevano deciso di sopprimere tutti gli ebrei d'Europa e che fino ad allora ne erano già stati uccisi due milioni. Cfr. Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale (da qui in poi: Saint Siège), voi. 8, pp. 327-328. Sui rapporti di Scavizzi -a Pio XII riguardanti l'eliminazione degli ebrei, vedi ibid., pp. 534, 669670. FALCONI, op.cit., aggiunge che Scavizzi parlò della cosa al Papa in vari incontri nell'estate-autunno 1942. Gravi accuse contro il Vaticano che, pur essendo in possesso di precise ed attendibili informazioni su quanto avveniva, non cercò di impedire la continuazione della strage sono contenute n el libro del gesuita J .F . MORLEY, Vatican Diplomacy and the Jews During the Holocaust, New York 1980. 10 In Jugoslavia sono apparse varie pubblicazioni sull'argomento con importanti documenti sui rapporti della Chiesa con gli ustascia. Sugli ebrei della Croazia e la Chiesa cfr. SHELACH, op.cit. , pp. 277-308; Id., The Catholic Church in. Croatia, the Vatican and the Murder of Croatian Jews, in Holocaust and Genocide Studies, vol. 4, n. 3, pp. 323-340. 11 Santin tenne sull'argomento un'ampia corrispondenza epistolare con i generali Ambrosio e Roatta; cfr. SHELACH, op.cit., pp. 236-237, 242-243. Rozman aiutò gli ebrei rifugiati in Slovenia e collaborò al trasferimento in Italia del gruppo di giovani ebrei conosciuto poi sot to il nome di «i ragazzi di Villa Emma» (una villa a Nonantola, presso Modena). Cfr. Y. YTIAI, ([ ragazzi di Villa Emma), Te] Aviv 1983 e A. SANTIN, Trieste 1948-1945, Udine 1963, pp. 82-85. Dopo la guerra Rozman fu processato e condannato a morte per aver collaborato col nemico.
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È interessante notare che anche l'opinione pubblica italiana venne a sapere degli eccidi commessi in Croazia da articoli appai·si sui 5iornali. Va ricordato che la stampa ìtaiiana era sotto severo controllo fascista e tutto quanto si pubblicava esprimeva perciò l'opinione uJficiaIe dei circoli dirigenti del regime; ed ecco che verso la metà del mese di settemb re (1941) il quotidiano bolognese «Il Resto del Carlino» pubblicò un articolo in ClÙ si sottolineava il ruolo svolto da frati francescani durante le stragi avvenute in Croazia. «gli ustasa - scrisse pressappo-· co con queste parole l'articolista - uccidono le loro vittime o le seppelliscono vive ... le buttano nei fiumi, in mare, nei burroni .. . bande di assassini scorrazzano ... aìla loro testa stanno spesso dei religiosi .. .» 12 • Molti italiani, dunque, militari, civili e r eligiosi, furono testimoni dei crimini compiuti dai croati e ne furono disgustati. Certo, in questo senso agirono anche ragioni politiche, ma è chiaro che ìa condotta degli italiani fu dettata in primo luogo da una spontanea reazione umanitaria, quale era possibile attendersi da parte di uomini di antica e radicata civiltà. Un altro fattore che influì, sebbene in misura minore sul corso degli eventi era costituito dalle istituzioni ebraiche operanti in Italia, nelle regioni sotto controllo italiano e nei P aesi neu trali. La più importante di queste istituzioni era la DELASEM (Delegazione Assistenza Emigranti), che aiutava dei profughi ebrei rifugiati in It alia . Fino allo scoppio della guerra la DELASEM si era occupata soprattu tto dei profughi dalla Germania e dall'Austria, procurando loro visti per altri Paesi e aiu tandoli finanziariamente (con denaro fornito dal JOINT, un'organizzazione ebraica americana). I finanziamenti del JOINT continuarono a giungere in Italia (attr aver so la Svizzera) anche dopo l'ent rata in guerra, cosicché l'aiu to ai, profughi non fu i nterrotto. Il governo di Roma vedeva l'azione della DELASEM di buon occhio, tanto più che le rimesse del JOINT portavano in Italia valuta estera pregiata 13 • I dirigenti della DELASEM, sotto la valiàa e saggia guida dell'avv. Lebo Valobra, non si contentarono, però, di aiutare fisicamente e moralmente gli ebrei rifugiati in Dalmazia e in Italia, ma cercarono di influenzare l'atteggiamento delle autorità verso i profughi. Gli uomini della DELASEM, forniti di lasciapassare :rflasciati dalì'Esercito i taliano, poterono circolare ìiberamente nei territori occupati e penetrarono 12
P ARIS, op.cit., pp.
2 19-220. Sull'attività della DELASEM non è stat-0 ancora pubblicato nessuno studio esauriente, ma un'ampia documentazione è contenuta in S. SoRANI, Virtù contro fu.ra re, C.D.E.L., Comasebit DELASEM, 8 A I. 13
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più volte anche nel cuore stesso della Croazia «indipendente», riportandone preziose informazioni sulle condizioni in cui versavano gli ebrei del posto. Tali informazioni furono poi oggetto di un ampio carteggio con le autorità civili, militari e religiose italiane, e le suppliche contenute nelle lettere corredate di tremende descrizioni, scritte dagli uomini della DELASEM, operarono certo anch'esse una certa influenza sulla decisione che fu presa dagli italiani riguardo alla linea di condotta che si sarebbe dovuta seguire per quando concerneva gli ebrei. Anche le organizzazioni ebraiche jugoslave mantennero stretti e spesso fruttuosi contatti con i funzionari italiani. A Spalato fu molto attivo il presidente della Comunità ebraica locale, Vittorio Morpurgo. In virtù della posizione privilegiata che aveva saputo conquistarsi presso le autorità, il Morpurgo riuscì a stendere come una rete protettiva sugli ebrei della sua città e sui profughi colà rifugiati. In altre città, come per esempio a Ragusa, si stabilirono stretti contatti tra gli ebrei e i comandanti italiani e ciò contribuì all'intervento italiano a favore degli ebrei locali. È doveroso qui segnalare in modo particolare il fermo atteggiamento tenuto nei riguardi degli ebrei dal generale Giuseppe Amico, comandante la divisione «Marche». Dal suo Comando a Ragusa il generale Amico diresse l'opera di salvataggio degli ebrei. Il generale non ebbe timore ad esprimere in pubblico la sua opinione sui tedeschi e sugli ustascia: in uno dei suoi discorsi alle truppe egli disse che gli italiani erano un popolo civile e quindi, dopo aver conquistato un paese nemico, si comportavano in modo conforme cercando di apportare alla popolazione assoggettata ordine e pace, mentre altre potenze erano ancora incivilì e avrebbero fatto meglio a cercare di frenare i propri istinti e ad astenersi dal compiere atti riprovevoli. Il generale disse anche che gli italiani si trovavano in Jugoslavia per difendere i serbi e gli ebrei perseguitati e inermi contro il brutale e terrificante comportamento dei croati. Con queste parole, Amico attirò su di sé la collera tedesca, tanto che furono inviati a Berlino vari rapporti in cui si sottolineava la sua condotta a favore degli ebrei. Dopo 1'8 settembre 1943 il generale Amico ordinò ai suoi uomini di combattere contro le unità SS venute ad occupare Ragusa (Dubrovnik), e i suoi uomini furono infatti fra i pochi che cercarono di opporsi ai tedescm. Dopo tre giorni di combattimenti, gli italiani dovettero arrendersi. Amico fu catturato e ucciso il 13 settembre 1943, senza essere stato processato, per ordine dello Standartenfobrer Schmidhuber, comandante del 2° reggimento SS della divisione
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«Prinz Eugen». Dopo la guerra, alla memoria del generale Amico fu concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare 14 • Sono pervenute fino a noi numerosissime suppliche, tutte rivolte alle autorità militari italiane, di profughi che da diversi luoghi imploravano che non fossero riconsegnati i perseguitati ai loro aguzzini. Una delle suppliche più commoventi è quella scritta dai profughi di Sarajevo rifugiati a Mostar, cioè sotto il controllo italiano, che descrive i martiri sofferti sotto il governo ustascia e il destino che avrebbe atteso quei poveretti se fossero stati riconsegnati ai loro carnefici. In tale supplica si legge, fra l'altro: « ... l'invio ad un campo di concentramento croato significherebbe... una condanna a morte ... una morte lenta, tra infiniti tormenti ... una morte implorata per lunghi giorni e per lunghe notti insonni, come si implora da Dio la grazia di essere finalmente liberati da un martirio ... » 15 •
Oltre ai contatti formali, si stabilirono spesso legami di amicizia fra ebrei e italiani, e questa amicizia andò rafforzandosi con l'inasprirsi della violenza croata. Molti ufficiali italiani colti e letterati trovarono fra gli ebrei un ambiente a loro consono e i rapporti furono facilitati dal fatto che non pochi erano gli ebrei che parlavano correntemente l'italiano. Successe così che, nonostante l'ostilità della popÒlazione locale e il dolore provocato dall'aver dovuto abbandonare le proprie case, i profughi ebrei furono confortati dal calore di un'amicizia che sarebbe stato loro di sollievo e di appoggio nelle dure ore che ancora li attendevano. Certo, non fu solo un idillio. Ci furono fra gli italiani anche degli antisemiti, ci fu anche chi vide negli ebrei solo un impaccio da cui era necessario liberarsi al più presto, non importa come. Nella !!l Zona furono costituite unità della Milizia, non sottoposte ai Comandi militari e in tali unità era diffuso un fanatico nazionalismo, spesso impregnato di antisemitismo. 14
In diversi documenti tedeschi il generale Amico è denominato «nemico del Reich». Cfr. VII, Postdam 36-39; PA, Gesandschaft Zagreb 68/2. Sull'ultima battaglia combattuta da Amico cfr. PA, Nachlass Kasche 6/5. Sulla concessione della Medaglia d'Oro a Amico cfr: Medaglie d'oro al valor militare, pp 306-307. 15 La lettera è stata pubblicata per la prima volta da Daniel Carpi, che l'aveva rinvenuta nell'Archivio del Ministero Affari Esteri a Roma. Vedi al riguardo D. CARPI, (Contributo ad una storia d,egli ebrei di Spalato e di Sarajevo), in «Yalkut Moreshet», fase. 10, Tel Aviv 1969, pp. 109-121. La lettera è riportata anche in SORANI, op.cit., pp. 225-230; è dunque chiaro che una copia fu fatta pervenire alla DELASEM.
V UNA MACCHIA D'INCHIOSTRO SULLA LAPIDE
« ... la
violenza è, a volte ... santa e necessaria ... » Mussolini, 1922
Nei primi giorni che seguirono la conquista della Jugoslavia la questione ebraica non costituì uno dei problemi di primaria importanza di cui le autorità italiane si dovettero occupare; altre erano le questioni più urgenti e vitali che si imponevano all'attenzione degli occupanti quale quella di ripristinare l'ordine e far cessare ogni lotta intestina tra serbi e croati. Anche i futuri rapporti con lo Stato indipendente croato necessitavano di continue attenzioni e miglioramenti. L'invasione tedesca della Russia provocò tutta una serie di azioni da parte della resistenza comunista jugoslava. In Serbia era scoppiata già nel giugno 1941 una rivolta comunista. Anche nel Montenegro, che era sotto diretto controllo italiano, scoppiò in quei giorni una rivolta armata. Gli italiani temevano che la rivolta scoppiasse anche in Dalmazia e perciò la questione ebraica fu lasciata in secondo piano. Come si è già detto, ogni funzionario ed ufficiale italiano agì in questo contesto di sua iniziativa, senza alcuna direttiva dall'alto; una piccola parte di essi ricacciò i profughi oltre la linea di demarcazione, ma la maggior parte concesse ai rifugiati di restare. Uno dei pochi ufficiali italiani che, malati di xenofobia, erano convinti che ci si dovesse liberare degli ebrei, fu il generale Renato Coturri, comandante del V Corpo d'Armata con sede a Cirquenizza (Crikvenica). Coturri inviava ai suoi superiori messaggi pieni di livore contro gli ebrei, ma le sue richieste di permettergli di ricacciare i profughi in territorio croato furono respinte e l'ufficiale fu costretto a sopportare la loro indesiderata presenza. In uno dei suoi messaggi si legge tra l'altro: «Gli ebrei sono notoriamente scaltri ed abili nei loro accorgimenti e le recenti esperienze hanno affinato ancora
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di più la loro attitudine a sfruttare ogni circostanza favorevole, per trame vantaggio ... Il nostro personale di vigilanza è poco o nulla pratico nel riconoscere l'ebreo dalle caratteristiche semitiche e ... respingerlo ... La permanenza lungo la riviera di masse abbastanza considerevoli di ebrei, pone già dei problemi ... gli ebrei incidono notevolmente sulle risorse alimentari, già scarse e precarie ... i rifugiati dispongono di forti provviste di denaro che ... giungono loro ... attraverso la Svizzera dai centri di assistenza sionistica d'Inghilterra e d'America, e quindi ... avendo tendenza all'accaparramento ... a .fine speculativo, contribuiscono al rialzo dei prezzi, a tutto danno della popolazione stabile ...Anche i rapporti dell'elemento ebraico femminile coi nostri soldati e specie con gli ufficiali, costituiscono materia di meditazione e sono fonte di preoccupazione, per l'abile infiltrazione che può derivarne allo scopo di ricavare agevolazioni e benefici illeciti o quanto meno inopportuni». In questo suo messaggio, diretto al Comando Superi.ore FF.AA. ,<Slovenia-Dalmazia» (2!! Armata), Ufficio Affari Civili, e redatto in data 24 luglio 1942, il Coturri comunica anche di avere impartito severe disposizioni per impedire l'afflusso di ebrei nella zona sotto il suo controllo e ricacciare in Croazia chi tentasse di passare la linea di demarcazione; nonché di aver disposto un'azione di identificazione dei profughi ebrei riusciti a penetrare illegalmente nella zona 1 *. Il tono antisemita del messaggio Coturri non deve impedirci di considerare la questione in modo obiettivo: senza dubbio l'afflusso della massa dei profughi, di cui almeno una parte era ben provvista di denaro, provocò davvero una carenza di derrate alimentari e un rialzo dei prezzi. È facile supporre anche che tra gli ebrei ci fu chi si diede alle speculazioni e al mercato nero, come fecero anche molti nonebrei. Per quanto riguarda l'intimità fra
1
SME-AUS, DS, V C.A., allegato 550 (26/6/1942).
* Il servizio di informazioni tedesco operante in Dalmazia riferl. più volte alle autorità competenti sugli stretti rapporti correnti tra ebrei e italiani. Un certo 0berleutenent Weiss, che si trovava nella zona in questione nel dicembre 1941, comunicò che «ufficiali italiani ed ebrei vivevano {a Mostar] in cordiale amicizia. Spesso si incontravano con grandi baci e abbracci». Nei documenti dell'lntelligence tedesco operante in quel tempo in Croazia se ne trovano vari esempi. Vedi VII, Postdam, 35-39, 43.
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ufficiali italiani e ragazze ebree - «l'elemento ebraico femminile» descritto nel messaggio Coturri · l'argomentazione era certo basata su dati di fatto. L'atmosfera suggestiva dell'incantevole costa adriatica, le notti di plenilunio impregnate del profumo di mille fiori, gli orrori della guerra così vicina, tutto ciò non poteva non influire sui giovani militari lontani dalle loro case e sulle ragazze or ora scampate all'eccidio e volontarie vittime del romantico fascino degli eleganti ufficiali italiani (che avevano anche la possibilità di alleviare le pene delle ragazze stesse e dei loro familiari). Si può dunque facilmente comprendere come nella zona in questione fiorissero tenere storie d'amore che non potevano non incidere in qualche modo sulle rigide disposizioni burocratiche vigenti. L'austero generale Coturri si era già visto costretto a toccare l'argomento in un altro suo messaggio (in data 15 maggio 1942 XX):
«Mi risulta di una certa promiscuità di ufficiali e sottufficiali italiani e appartenenti alla razza ebraica, e anche certa comunanza con donne ebraiche, in luoghi pubblici, e ai bagni di sole e di mare. Questo contegno si scosta dalle direttive razziaii, e va modificato. Dispongo che il Comandante di Presidio di Cirquenizza tenga rapporto, su questo argomento, ai Comandanti di reparti e unità in luogo; e che analogo rapporto sia tenuto - ove si rendesse necessario ... - nelle località, specie balneari, dove soggiornano appartenenti alla razza ebraica» 2 *. Come si è già detto, il comportamento del generale Coturri costituì un'eccezione confermante la regola e le sue richieste furono respinte dal comando della 2~ Armata, per quanto riguardava la 2~ Zona. Più complicata era la situazione in cui versava la 1;i Zona che dal punto di vista legale era parte integrante dell'Italia e pertanto vi erano in vigore le leggi italiane. In questa I!! Zona erano situati, come si è già detto, i centri abitati di Spalato, Fiu:me-Susak, Sebenico (Sibenik) ed altri. A capo dell'amministrazione locale stava un Go-
2 SME-AUS,
D8, V C.A., allegato 325 (15/5/1942). "' I rapporti romantici tra soldati italiani e ragazze ebree prouocarono a uolte si' tuazioni imbarazzanti. La ragazza ebrea di un marinaio italiano, essendo incinta, si riuolse alla moglie di Mussolini, Donna Rachele, chiedendo aiuto e il permesso di venire in Italia per essere accolta nella famiglia del .suo amato. Cfr. SME-US, DS, VC. A, 5283/C.
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vematore, lo squadrista Giuseppe Bastianini *, subordinato direttamente al Duce. La tendenza predominante era di cercare di integrare le zone annesse, nel più breve tempo possibile, col resto dell'Italia; di imporre ai cittadini locali la più completa assimilazione alla società italiana; di reprimere severamente ogni velleità nazionalistica croata. I mezzi usati a tale scopo comprendevano la chiusura della frontiera tra zone annesse e la Croazia, la proibizione ai croati di entrare nei tenitori annessi e la repressione della propaganda ustascia ostile all'Italia. Tali mezzi colpirono naturalmente anche gli ebrei che tentavano di passare il confine e, in non pochi casi, i profughi furono ricacciati in Croazia, dato che le direttive impartite alle pattuglie confinarie erano severe e i comandi vigilavano a che esse fossero rispettate a puntino. Gli ebrei che erano riusciti ad infiltrarsi nella 1!! Zona si videro dunque costretti a nascondersi e divenire così dei fuorilegge. La situazione si fece particolarmente difficile a Fiume-Susak, dove il Governatore italiano, Genovese, aveva preso severe misure. In questo caso la DELASEM si livolse agli inizi del 1942 al capo della Polizia italiana, Carmine Senise, supplicandolo di intervenire, sottolineando come «i profughi ricacciati in Croazia erano inviati a morte sicura ... e perciò altri profughi non osavano presentarsi all'Anagrafe per legalizzare la loro posizione ... e dunque chiunque porgesse loro aiuto materiale o morale avrebbe commesso un'infrazione ...>, In quei giorni, infatti, fu arrestato, sotto accusa di aver avuto illegali contatti con profughi, il rabbino di Susak, Deutsch, che fu subito deportato nel campo di concentramento di Ferramonti :i_ Da varie fonti straniere si è più tardi conosciuto ogni particolare inerente all'a1Testo del rabbino Deutsch: desiderando compiere una retata di profughi «illegali», il Governatore Genovese aveva fatto • Nella. sua autobiogra{w. Bastianini dichiara che Ribbentrop l'aveva soprannominato «ebreo onorario». In verità, in principio l'atteggiamento di Bastianini verso gli ebrei non ero stato così uniuoco e solo più tardi il Governatore divenne ww dei più attivi protettori degli ebrei. (Cfr. G. B ASTlANlNl, Uomini, cose, fa tti, Milano 1959, p. 152). Prima di essere nominato Governatore della Dalmazia, Bastianini aueua ricoperto, nei primi anni Trenta, la carica di direttore dell'organizzazione che curava gli interessi dei fascisti viventi fuori d'Italia. Negli anni 1936-1940 era stato sottosegretario di Stato al ministero degli affari esteri e per un breve periodo amba.sciatore a Londra. Nel gennaio 194.1, durante un rimpasto del governo, fu di nuovo sottosegreta.rio agli esteri e fu lui a dirigere, in pratica, il ministero nei me.~i critici che precedettero la caduta di Mussolini. In qualità di membro del Gran Consiglio del Fascismo prese parte alla riunione in. cui M ussolì,ii fu destituito, ma non partecipò alla votazione. 3 SORANI, op.cit., pp. 225-230.
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chiamare il rabbino e gli aveva chiesto di fornirgli una lista di nomi degli ebrei croati rifugiati in città, giustificando tale sua richiesta con l'affermazione che in Italia era stato deciso di inviare tutti i profughi all'interno della Penisola e là disseminarli in città e villaggi. In quei giorni erano stati inviati in Italia * diversi gruppi di ebrei provenienti da altri insediamenti della costa dalmata e perciò il rabbino Deutsch non aveva ragione alcuna per non prestar fede alle parole di Genovese; fornì dunque la lista richiesta, che servì agli sbirri per pénetrare nei nascondigli dei profughi, arrestarli e ricacciarli in Croazia. Vedendo quale sorte era toccata ai suoi fedeli , il rabbino Deutsch cadde in una tremenda depressione; ma Genovese infierì ancora su di lui e lo fece deportare, come si è detto, a Ferramonti; qui le condizioni psichiche dello sciagurato peggiorarono al punto di richiedere il suo ricovero in un manicomio, dove Deutsch morì poco dopo •. Un altro incidente antiebraico avvenne a Spalato sul far dell'estate 1942. Un rapporto inviato dal Governatore della città ai suoi superiori racconta di una bottiglietta di inchiostro scagliata da ignoti, il 12 giugno, contro la lapide che commemorava l'ingresso delle truppe italiane. La sera stessa alcuni fascisti del battaglione squadristi «Toscana» della Milizia irruppero, sotto la guida di ufficiali, nella sinagoga cittadina, la spogliarono di ogni oggetto di valore e infine la incendiarono. Alcuni ebrei che si trovavano sul posto furono percossi. Un commerciante ebreo, certo Finzi, fu ferito alla testa e dovette essere ricoverato in ospedale. Abitazioni ebraiche furono saccheggiate e i mobili dati alle fiamme in piazza. Solo l'intervento dei carabinieri impedì altre rapine ai danni di singoli anche se diverse vetrine di negozi furono infrante e la merce rubata. Nei dintorni si erano visti pompieri, poliziotti e soldati italiani, partecipanti tutti all'azione 5 • Va sottolineato in modo particolare il fatto che i moti antiebraici furono organizzati per iniziativa di ufficiali e militi della mi-
'' I particolari inerenti all'invio di circa 1000 profughi ebrei dalla Dalmazia in Italia, nell'inverno 1941-1942, non sono a.ncora stati chiariti. Non si sa chi decise tale invio, come non si sa secondo quale criterio (Llcuni dei profughi furono prescelti ed altri invece scartati e quale fosse lo scopo dell'operazione. È lecito supporre che nella confusione che regnava sovrana. per quanto riguardava la questione dei profughi, qualcuno abbia pensato che sarebbe stato desiderabile liberare la J!! Zona dall'ingombro dei profughi inviandoli in Italia. L'azione non ebbe seguito e il confine fm la Dalmazia e fltalia fu chiuso arl ogni passaggio di profughi. 4 LOWEN'l'HAL, op,cit., pp. 121-122. 5 Ibidem, pp.118-119.
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lizia, non subordinati alle autorità militari ma alle dipendenze dirette del Governatore della Dalmazia. Si deve notare anche che furono elementi deìl'esercito che si imposero e misero fine ai disordini. La reazione dell'esercito, poi, fu pronta: tre giorni dopo quei fatti, il 15 giugno, il generale Riccardo Pentimalli, comandante la divisione «Perugia», allora di stanza a Spalato, diramò un ordine del giorno in cui si dichiarava che, dato che militari italiani avevano preso parte ad una dimostrazione politica, tutte le licenze erano annullate da quel giorno fino a data da stabilirsi. Il Comando si riservava inoltre il diritto di processare e punire severamente quei militari che fossero stati riconosciuti colpevoli di aver preso parte alla dimostrazione. Si ricordava a tutti i comandanti di unità militari che la partecipazione di uomini di trup pa di qualunque grado a manifestazioni politiche, o di qualunque altro tipo non strettamente inerente a questioni militari, era severamente proibita. Nel caso fosse stato accertato che i militari avevano in qualche modo obbedito a elementi civili organizzatori della dimostrazione in questione, si ricordava che tutti i quadri dell'esercito erano tenuti a mantenere conta tti solo e soltanto con elementi preventivamente autorizzati 6 • Dal contenuto dell'ordine del giorno, qui citato, e da altre informazioni in nostro possesso è lecito affermare che i fatti di Spalato costituirono un'eccezione alla regola e che la reazione delle autorità militari italiane a tale eccezione fu particolarmente severa. D'altra parte, non si può dire che t ale reazione rivestisse n ecessariamente un carattere filosemita. Essa derivò dal complesso di attriti esistenti tra l'esercito e la Milizia e fu un ripetersi di quanto accadde agli albori del regime nazista tedesco, negli anni 1933-1934, e che ebbe jl suo culmin e nella tristemente famosa «notte dei lunghi coltelli». Gli alti quadri dell'esercito italiano non potevano tollerare la presenza di un organismo militare a loro parallelo e in gara con loro, né certo potevano permettere che accadessero fatti come quelli di Spalato, che avrebbero potuto metter e in pe1icolo il primato detenuto da sempre dall'esercito. In ogni modo, se fino al giugno 1941 l'atteggiamento dell'esercito verso i profughi fu ancora esita nte e confuso, ora cominciò a prendere piede, lentamente ma chiaramente, la convinzione che il problema dei profughi ebrei era diverso da quello dei profughi serbi o di al-
6 U oa copia fotostatica del documento è stata fornita da Yossef Rochlitz che l'A. ringrazia sentitamente. L'originale si trova in possesso di Mario Stock a Trieste.
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tri rifugiati dalla Croazia. I rapporti diramati dall'.A:mbasciata d'Italia a Zagabria, che descrivevano la sorte toccata agli ebrei deì posto, dimostravano chiaramente che dietr? tutti quei fatti c'era Io zampino dei tedeschi·. In seguito a ciò il Governatore Bastianini mutò posizione, e nei suoi rapporti redatti verso la fine del 1941 cominciò a delinearsi un tono nuovo, da cui si può dedurre che egli era giunto alia convinzione che sarebbe state impossibile ricacciare i profughi ebrei in Croazia perché una tale azione corrispondeva ad una vera e propria condanna a morte. Era necessario dunque trovare una soluzione diversa. A parere di Bastianini - parere condiviso dai circoli diri.genti di Roma - si sarebbero dovuti concentrare assieme ì profughi ebrei rifugiati nella 2~ Zona e sottometterli a controllo militare, impedendo loro, però, per ragioni di politica interna, ì'accesso aUa l'! Zona e a1l'Italia vera e propria. In ogni modo tutte ìe autorità competenti erano del parere unanime che non si dovessero assolutamente ricacciare j profughi ebrei in Croazia •. Intanto le discussioni sull'argomento procedettero con estrema lentezza. Solo nell'estate 1942 gli italiani si videro costretti ad operare con decisione ed urgenza, a causa del mutamento avvenuto nel comportamento dei tedeschi verso gli ebrei croati.
1
Si vedano per esempio ìe pagine del rapporto in cu i sono descritti i. particolari della legislazione antiebraica con allegate informazioni sulla confisca dei beni ebraici. Nel brano conclusivo del rapporto si legge fra l'altro che dei 40 mila ebrei che risiedevano in Croazia prima della guerra ne erano restati solo circa 6.000, quasi tutti in ternati in campi d i concentramento, mentre tutti gli aìtri erano considerati «dispersi» (le virgolette sono nel testo otiginale). Vedi SME-AUS, DS, V C.A., allegato 5283/C. • Sulle discussioni tra le varie autorità, vedi C ARPI, art.cit. , pp. 470-472. Una rassegna delle argomentazioni si trova in un promemoria de.I Comando Supremo, giugno 1942; cfr. CDIW, 23/6, Comando Supremo, Appunto.
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«Questa guerra ha due facce: una è imperialista - per assicurare alla Germania lo spazio vitale politico, militare ed economico di cui essa necessita in qualità di grande potenza mondiale; l'altra è la liberazione del mondo dalle catene giudaiche ... » Franz Redmacher, capo della Sezione Affari Ebraici nel ministero degli esteri del Reich Si è già detto delle persecuzioni contro gli ebrei e delle stragi commesse dagli ustascia nel 1941. Entro la fine di quell'anno due terzi degli ebrei della Croazia erano stati deportati in campi di concentramento e gran parte di essi era stata uccisa o era deceduta per malattie epidemiche, fame e disagi. Si sa, per esempio, che metà delle donne ebree detenute nel campo di Djakovo morirono per l'epidemia di tifo che vi era scoppiata e le superstiti furono trasportate al campo di Jasenovac dove furono messe a morte. La diversità tra i sistemi di eliminazione usati dai croati e quelli usati dai tedeschi stava nel fatto che gli ustascia non tendevano ad una eliminazione totale della popolazione ebraica ed erano pronti a risparmiare coloro che parevano utili all'economia del paese o che potevano pagare a peso d'oro il prezzo del riscatto. In pratica, già all'inizio del 1942 i croati erano pronti a cessare la caccia all'ebreo perché la questione ebraica era divenuta ai loro occhi marginale. Altri e più gravi problemi li assillavano. Gli ustascia erano a conoscenza della decisione tedesca di eliminare tutti gli ebrei d'Europa: Hitler ne aveva fatto cenno al ministro della guerra croato, Slavko Kvaternik, nel maggio 1942 e il capo dei servizi di sicurezza croati, Dido Eugenio Kvaternik (figlio di Slavko) * riferì le parole del '·' Il caso di Eugenio Kvaternik detto Dùio deve essere considerato a. parte. Questo arciassassino dalle mani sporche di sangue serbo ed ebraico, era - secondo le leggi razziali - un individuo di sangue misto di Il grando, in quanto nipol'e del padre spirituale del nazionalismo croato, l'ebreo convertito Josip Frank. Dido si era affiliato, ancora 0
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Ftihrer al ministro degli esteri italiano, Galeazzo Ciano '. I rappresentanti tedeschi a Zagabria - l'ambasciatore Kasche e il consigliere d'ambasciata per le questioni di polizia, Hans Helm (appartenente al ministero per la sicurezza del Reich) - chiarirono ai loro corrispondenti croati l'importanza che la questione ebraica aveva agli occhi dei nazisti. Quando nel 1942 fu chiaro ai tedeschi che gli ustascja erano sempre meno pronti ad occuparsi della soluzione del problema ebraico, essi decisero cli prendere la questione nelle loro m ani. È lecito supporre che l'atteggiamento degli ustascia sia stato influenzato dalle sconfitte subite dalla Wehrma cht a Mosca, dall'entrata in guerra degli Stati Uniti e dalle pressioni della Chiesa cattolica che aveva cominciato a protestare (seppure cautamente) contro gli atti cli barbarie compiuti in Croazia. La posizione degli ustascia non era troppo solida neppure nella stessa Croazia. I partigiani di Tito andavano rafforzandosi sempre più; la fame, la carestia e il regime d'oppressione instaurato dagli ustascia cominciavano a far comprendere la verità anche alle popolazjoni delle campagne, che fino ad allora avevano ciecamente appoggiato Pavelié e i suoi accoliti, e l'opposizione interna andava aumentando. È bene ricordare qui che la decisione di raggiungere u na «soìuzione finale» del problema ebraico fu presa dai tedeschi verso la metà del 1941. Nella primavera del 1942 furono creati i primi campi di sterminio e ne furono messe a punto le premesse amministrative. In diversi campi furono sperimentati, in parallelo, svariati sistemi di sterminio di massa, massimamente efficaci e sterili (a
giovane studente, al movimento degli ustascia ed era stato amico intimo di Pavelié e suo compagno d'esilio in Italia. Era stato Dido l(uaternik a progettare e ad e.~eguire l'attentato contro il re Al.essandro di Jugoslavi.a, nel 1934, ed era. stato perciò con.dannato a morte in contumacia. Con la creazione dello Stato indipendente croato em stato posto a capo dei seroizi d i sicurezza e considerato il n. 2 della gerarchia usta.~cia. Pa velic, temendone la concorrenza, lo destituì da ogni carica verso la metà del 1942 e Di· do andò ùt esilio in Slovacchia. Dopo la fine della. guerra scomparì, per ricomparire dopo alcuni anni in Argentina (dove era riuscito ad emigrare con l'aiuto della Chic.sa). Tra le tante storie infami attribuite a Dido Kva.temik, .si racconta che nel 1942, al funerale di sua madre, (suicidatasi per l'orrore causato dalle atrocità commesse dal figlio), ebbe a dire «Ringraziamo il Signore che ci ha liberati dell'ultimo ramo ebraico della nostra famiglia,,. Cfr. SHEI.ACII, op.cit., pp. 457-458. 1 In quell'incontro Hitler disse a Kvaternik: ~Per i parassiti e i fm·fanti c'è una sola soluzione possibile: annullarli [«sie vernichten,,J, toglierli di mezzo [«beseitigen..]. Cfr. T. HI LGRUl3ER (a cura di ), Staatsmaner und Diplomaten bei Hitler, Frankfurt 1970. Per le espressioni di Hitler tigutn·do agli ebrei della Croazia, cfr. Von Hassel Diaries, Westport 1947, p. 192.
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Hlemno con camion a gas; a Treblinka col gas emesso da motori Diesel; a Auschwitz con il disinfettante «Ziklon B»). Heidrich (capo dei ser vi zi di sicurezza del Reich e designato ad essere responsabile dell'attuazione della «soluzione finale»), indisse nel gennaio 1942 la ben tristemente famosa «Conferenza di W ansee» in cui fu deciso, fra l'alt ro, di incaricare la sezione «Germania» del ministero degli esteri tedesco di studiare la possibilità di d eportare gli ebrei dei paesi satelliti nei campi di sterminio esistenti in Polonia. Il ministero degli esteri avrebbe dovuto trattare la questione con i governi dei paesi satelliti e mettere a punto, in collaborazione col ministero della sicurezza del Reich e soprattutto col capo del dipartimento affari ebraici di questo ministero, Adolf Eichmann, un programma particolareggiato. Il capo della sezione «Germania», Martin Luther , e il responsabile per le questioni ebraiche del dipartimento di Eichmann, Franz Redmacher, man tenevano stretti contatti. con Heidrich e i suoi collaboratori. Contrariamente a quanto succedeva di solito nel Terzo Reich, i due dipartim enti collaboravano attivamente e si aiutavano a vicenda nell'esecuzione del compito loro affidato (in questo caso il genocidio). Attriti si verificavano certo, anche se solo dietro le quinte, tra gli ambasciatori, rappresentanti. il ministero degli esteri e i consiglieri per glì affari di polizia che r appresentavano il ministero della sicurezza del Reich: ognuna delle due parti in lizza era gelosa dei propri poteri e cercava senza posa dì ampliarli e di ottenere in questo l'appoggio di Berlino. Solo su un ce1to argomento le due parti si trovavano sempre d'a ccor do e pronte a svolgere insieme un'attività febbrile: sulla qu estione ebraica. Tutti erano convinti - ed a ragione - che chi si fosse maggiormente distinto nella caccia all'ebreo sarebbe stato più amm irato dai capi del Reich. Di solito, gli ambasciatori si occupavano dei legami diplomatici e curavano i rapporti con i governi degli stati satelliti per ottenere da quei governi l'approvazione alla deportazione degli ebrei locali; i consiglieri di polizia, invece, dirigeva.no la «caccia all'ebreo», condotta di solito da elementi della polizia locale, e curavano tutto quanto riguardava la logistica dei trasporti ai campi 2 • La decisione di deportare nei campi di sterminio t u tti gli ebrei d'Europa era stata presa, a quanto pare, perché i tedeschi erano con-
2 Sul ministero degli esteri germanico e sul suo atteggiamento verso «la soluzione finale deì probiema ebraico», vedi C. BROWNING, The Final Solution an.d the German Foreign Office , New York 1978.
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vinti che gli stati satelliti non avrebbero compiuto lo sterminio degli «elementi indesiderati» o lo avrebbero fatto solo parzialmente; i tedeschi temevano anche che le oper azioni di sterminio potessero incidere sfavorevolmente sull'opinione pubblica locale. Nei primi giorni di vita dello Stato indipendente croato i tedeschi non ebbero alcuna ragione di dubitare della buona volontà degli ustascia di sterminare «i loro ebrei»: gli ustascia operavano, infatti, in questo campo, velocemente e in modo non certo elegante*. Agli inizi del 1942, però, i tedeschi videro che - come si è già detto l'entusiasmo fino ad allora dimostrato dagli ustascia nel compiere stragi di ebrei andava velocemente decrescendo e così, dato che era già stata decisa la deportazione di tutti gli ebrei d'Europa, fu fatta ai croati una proposta molto allettante: «Dateci i vostri ebrei e noi li porteremo via, verso l'est. Nelle vostre mani resteranno i beni degli ebrei. Da parte vostra non dovrete fare altro che aiutarci a rastrellare gli ebrei e pagarci il loro trasporto: 30 marchi a testa». ** I croati accettarono ben volentieri: prima di tutto per liberarsi cosi, senza troppa fatica e quasi pulitamente, dei loro ebrei; poi - e soprattutto - perché in tal modo l'oro ebraico sarebbe rimasto nelle loro mani; in.fine sperando che, oltre agli altri vantaggi, i tedeschi in segno di gratitudine li avrebbero appoggiati nel loro conflitto con gli italiani. Le trattative tra tedeschi e croati durarono diversi mesi e solo ai primi di maggio 1942 furono definite le condizioni amministrative. L'esecuzione pratica fu però ulteriormente rinviata perché l'ufficio di Eichmann preferì occuparsi, prima, della deportazione degli ebrei di altri paesi occupati. Il primo trasporto di ebrei verso Auschwitz partì da Zagabria all'inizio dell'agosto di quell'anno, e altri cinque treni lo seguirono nel medesimo mese, deportando in tutto circa 5.500 ebrei, di cui solo pochissimi restarono in vita fino al termine della guerra 3 • Come sarebbe stato noto in seguito, l'accordo tra tedeschi e croati avrebbe dovuto riguardar e anche gli ebrei della 2~ Zona quella sotto controllo italiano. I croati si basavano per questa parte sull'accor-
* I tedeschi, imbeuuti di civiltà europea, provavano nausea osservando «i barbari sistemi» usati dagli usta.scia (come le carneficine operate a colpi di coltello e di accetta), e avrebbero preferito che si usassero sistemi basati su tecnologie più avanzate. *"' Quando gli italiani vennero a conoscenza dell,a. con.elusione di questo «a.ffare», uno di essi ebbe a dire, paragonando il fatto a qu.ello di Giuda Iscariota: «Ecco 30 denari ... svalutati». 3 Sl!ELACH, op.cit., pp. 206-217.
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do stipulato tra loro e l'Italia, secondo cui anche nella 2!! Zona, posta sotto l'occupazione italiana, i croati avrebbero mantenuto certe autorità amministrative. Nessuno, però, si prese cura di comunicare agli italiani i particolari dell'accordo stipulato in questo senso tra croati e tedeschi, né di consigliarsi in merito con le autorità italiane della Zona in questione. Gli italiani vennero a conoscenza di quell'accordo solo per caso e in maniera non ufficiale. A Mostar, capitale dell'Erzegovina (Hercegovina), inclusa nella 2~ Zona, risiedeva in quel tempo il Comando di una divisione dell'esercito italiano. In questa città erano affluiti centinaia di profughi, provenienti in maggioranza da Sarajevo, riusciti a fuggire dopo la distruzione della Comunità locale avvenuta nell'autunno-inverno 1941. I profughi erano stati cordialmente accolti dagli italiani e amichevoli rapporti si erano subito stabiliti tra quegli ebrei e i comandanti di stanza nel posto. Non lontano da Mostar erano stati scoperti ricchi giacimenti di bauxite (materia prima importantissima per l'industria aeronautica e vitale per la produzione dell'alluminio) e dunque la regione era considerata di primaria importanza economica e strategica. I tedeschi, che avevano ottenuto dai croati (con l'approvazione degli italiani) la concessione dello sfruttamento dei giacimenti, vi dirigevano i lavori e curavano l'invio del materiale in Germania. Verso la metà del giugno 1942 giunse a Mostar un ingegnere tedesco, il luogotenente generale Karl Schnell, che stava compiendo un viaggio d'ispezione per conto del ministero dell'economia del Reieh e dell'organizzazione Todt. Schnell si rivolse al comandante della divisione italiana «Murge,,, di stanza in quel territorio, chiedendogli aiuto per trovare alloggi adatti a tecnici tedeschi che avrebbero dovuto operare nei giacimenti. Il fatto è documentato in una pagina del Diario Storico della Divisione alla voce «Attività operativa»:
19 giugno - (. .. ) e) Varie Si è presentato il Ten. Generale Ing. Karl Schnell del Ministero germanico Armi e Munizionamento con alcuni Ufficiali dell'organizzazione Told [sic!] per prendere accordi circa l'impianto degli uffici e degli alloggi per il personale che dovrà essere adibito per l'incremento dell'estrazione della bauxite in Mostar. ( ... ) Nel corso della conversazione il Ten . Gen. Schnell ha fra l'altro fatto cenno ad accordi intervenuti tra il suo Governo e quello Croato per il trasferì-
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UN DEBI'l'O DI GRATITUDINE
mento nel territorio russo occupato di tutti gli ebrei croati compresi quelli della zona di Mostar. Questa abbastanza laconica frase, scritta in un documento militare *, rappresenta in pratica l'inizio di una lotta per la vita o la morte di .migliaia di ebrei profughi e fu la «ouverture» di una commovente tr agedia. Il comandante della «Murge», generaìe Paride Negri, sconvolto da quanto il coJlega tedesco gli aveva rivelato, si affrettò a comunicare il fatto al VI Corpo d'Armata che a sua volta ne informò la 2il Axmata e qui la questione fu affidata alle cure di Roberto CastelJani, capo dell'ufficio di collegamento del ministero degli esteri presso quel Comando (e che da questo momento sarà uno dei personaggi principali di questa nostra storia). Quattro giorni dopo la visita di Schnell a Mostar, pervenne al ministero degli esteri a Roma un telegramma che riferiva i particolari del fatto e terminava con la dichiarazione che al Comando della 2il Armata si pensava che non si dovesse eseguire quan to disponeva l'accordo in questione [fra tedeschi e croati] finché le truppe itaìiane si trovavano sul posto 5 • Il ministero degli esteri rispose, in un telegra mma in dat a 28 giugno: «Questo Ministero, anche per ragioni di indole generale, concorda con l'avviso ... che l'accordo in questione tra i Governi tedesco e croato non debba avere esecuzione nella zona da noi occupata». Il telegramma era firmato dal conte Luca Pietromarchi, capo del dipartimento preposto ai trattati dì pace e agli armistizi (GABAP in cui esisteva una sezione preposta alle questioni riguardanti la Croazia), e vidimato dal capo ufficio del ministro conte D'Ajeta (a quanto sembra, essendone a conoscenza lo stesso ministro conte Ciano) 6 •
*Nei Diari Storici, alla voce «Attività Operativa» non si iscrivevano, di solito, argomenti di carattere non prettamente militare. Il fatto che in questo caso sia stata fat ta una eccezione alla regola dimostra l'importanza attribuita dagli uomini della «Mu,.ge» alla questione. 4 SME-AUS, DS, Divisione «Murge», cassetta 735 (19/6/1942). 6 CARPI, art.cit., pp. 510-511. 6 Ibidem, ivi.
TRENTA DENARI D'ARGENTO (SVALUTATI)
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Anche Schnell riferì ai suoi superiori a Berlino sull'incontro avuto a Mostar. In una lettera inviata un mese dopo quell'incontro, il 18 luglio 1942 *, egli scrisse: «Occupandosi di questioni inerenti alla sicurezza della regione di Mostar, il sottoscritto è giunto alla conclusione che gli ebrei rappresentano un fattore molto pericoloso e di deleteria influenza sulla situazione, già non tranquilla, vigente nella regione in questione. Ho cercato di trattare la questione nell'ambito delle trattative in corso con gli italiani su questo tema. L'attività sovversiva che gli ebrei di Mostar svolgono è ben nota e la nostra ambasciata a Zagabria ha già preso le opportune misure in merito. In questo contesto il comandante della divisione «Murge», di stanza a Mostar, mi ha dichiarato, in una conversazione avuta con lui, che l'esercito italiano ha promesso di assicurare uguale trattamento a tutti gli abitanti di Mostar, tutti ugualmente posti sotto la protezione dell'esercito italiano. Nella conversazione suddetta [il comandante italiano **} ha detto inoltre che l'applicazione di particolari misure contro gli ebrei è in contraddizione con lo spirito che anima l'esercito italiano, aggiungendo poi che le sue truppe si sarebbero opposte all'evacuazione degli ebrei di Mostar p·revista dall'àccordo tra la Germania e la Croazia» 7 • I rapporti sull'incontro di Mostar suscitarono grande interesse a Roma e a Berlino e le due parti cominciarono a prepararsi al confronto che le attendeva.
* È difficil,e chiarire qual,e fu la causa del ritardo nella stesura di questo rapporto. La risposta più semplice a tale quesito è che forse Schnell non pensò che lct cosa fosse importante e dunque ne riferì solo al suo ritorno a Berlino (la lettera. infatti è datata da Berlilw). Può darsi anche che l'ambasciatore Kasche o altri personaggi del ministero degli esteri avessero avuto sentore della cosa e avessero prega.to Schnell di comunicarla ufficialmente. ·** Il com.andante della «Murge» era allora, come già detto, il generale Paride Negri. 7 VII, Postdam, 3/41-42.
VII PRIMI PASSI NEL BUIO
«Da sempre, ho cercato solo di eseguire nel miglior modo possibile i compiti che mi sono stati affidati, nella mia veste di funzionario del governo ... f'in dalla mia più tenera età sono stato educato a servire il mio Paese in ogni momento, senza porre mente a quali siano le idee politiche di chi detiene il potere». Franz Redmacher, capo del dipartimento affari ebraici del ministero esteri tedesco Apprendendo dell'accordo croato-tedesco riguardante gli ebrei, gli ufficiali del Comando delle FF.AA. italiane in Croazia e i funzionari del ministero degli esteri a Roma rimasero sorpresi, nonostante che dai molti segnali pervenuti avessero ormai potuto comprendere che qualcosa si stava preparando. Già nel giugno 1942 un funzionario della polizia croata aveva cercato di arrestare a Ragusa (nella 2il Zona) alcuni profughi ebrei abitanti in quella città e nei suoi dintorni, per unirli, quando fosse venuto il momento, ai convogli diretti ad est. Il generale Amico era intervenuto a favore degli ebrei senza chiedere per questo un'autorizzazione dall'alto. I croati si erano affrettati a riferire la cosa al consigliere per la polizia dell'ambasciata tedesca a Zagabria, Hans Helm, che ne riferì a sua volta all'ambasciatore Kasche, aggiungendo che il comportamento del generale Amico poteva danneggiare il programma in corso di elaborazione (nei circoli tedeschi) e riguardante la questione della consegna degli ebrei che si trovavano nelle zone controllate dagli italiani 1 . Ai primi di luglio l'ambasciatore Casertano riferì da Zagabria che funzionari della locale ambasciata tedesca gli avevano fatto rimostranze riguardo agli ebrei rifugiati nella zona occupata dagli 1 Lor, op.cit., p. 414. Cfr. inoltre KluZMAN, op.cit., p. 393; «Documenti in possesso di Y. Yelnik» (Sdé Boker), Incartamento Bianco 15. L'A. ringrazia il doit . Yelnik per avergli permesso di far uso di questo documento.
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UN DEBfTO DI GRATITUDINE
italiani; quegli ebrei rappresentavano, secondo i tedeschi, una minaccia alla sicurezza. Casertano osservò allora che a suo parere quelle rimostranze erano segno che i tedeschi stavano per fare qualche passo ufficiale sulla questione da loro accennata 2 • Nel frattempo era giunto all'Abteilung «Deutschland» (Sezione «Germania,,) del ministero esteri tedesco il rapporto Schnell. La Sezione si occupava già da anni, nell'ambito dei compiti a lei affidati quale ufficio di collegamento fra il ministero, il partito, le SS e i servizi di sicurezza, della questione degli ebrei nei Paesi satelliti. Capo della Sezione era un certo Martin Luther soprannominato di nascosto «il riformatore»; e infatti questo Lutero moderno continuava l'opera del suo illustre omonimo, almeno per quanto riguardava i tentativi di riforma che egli cercava di eseguire nel ministero *. Anche se sarebbe interessante descrivere nei suoi particolari la vertiginosa ascesa di Luther e la sua non meno vertiginosa caduta 3, dobbiamo limitarci qui ad osservare che quest'uomo era il prototipo del burocrate nazista malato di sfrenata ambizione, che tentava di arrampicarsi su per la scala del potere con tutti i mezzi, leciti o illeciti, di cui disponeva. In pochi anni, Luther era riuscito a conquistarsi nel ministero una posizione davvero unica. Aveva cominciato lavorando come arredatore in casa Ribbentrop e si era conquistato il favore della signora Ribbentrop come consulente per l'arredamento dell'ambasciata tedesca a Londra. Poco dopo fu nominato aiutante di Ribbentrop, che lo prese con sé al ministero, nominandolo capo di una sezione considerata, allora, di poca importanza. Ben presto l'attivissimo Luther fece della sua Sezione - la Abteilung «Deutschland>• - una delle più importanti del ministero, occupandosi di affari fino ad allora trascurati o considerati di minore importanza dai funzionari più anziani e conservatori. Col suo fiuto particolar-
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C ARPl, art.cit. •• La carriera di Luther fu ben presto troncata, quando fu scoperto un complotto da lui organizzato allo ,çcopo di destituire lo stesso ministro degli esteri, Ribbentrop. Verso la metà del 1943 Luther fu deportato nel campo di con.centra.mento di Sachshausen, da cui fu liberato dcille truppe alleate. La su.a morte improvvisa nell'autunno 1945 gli evitò di essere fra gli imputati del famoso «processo di Norimberga». 1 ' Sulla «Sezione Germania» del ministero degli esteri tedesco vedi BROWNING, op.cit. Una monografia su Luther si trova nell'articolo di BROWNING, Martin Luther an.d Ribbentrop Foreign Office, in «Journal of Contemporary History», 12, London 1977; il Browning confuta, ingiustamente a parere dell'A. di questo librn, le motivazioni antisemitiche di Luther.
PRIMI P;\SSI NEL BUIO
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mente sviìuppato, Luther aveva compreso che nel regime nazista avTebbero raggiunto il successo coloro che avessero saputo sviluppare stretti legami con. le gerarchie del Partito e soprattutto con orga-· nizzazioni «occulte», come la Gestapo, le SS e - più tardi - il ministero per la sicurezza del Reich. Perciò Luther compì ogni sforzo possibile affinché la propria Sezione potesse mantenere, nei quadri del ministero, la sua particolare posizione per quanto riguardava i contatti col Partito; e quando ebbe compreso che la questione ebraica era una carta importante nel gioco del prestigio nazista, non si lasciò sfuggire l'occasione e si affrettò ad assumersi l'ìncarico di occuparsene. Quali collaboratori si scelse tutta una schiera di giovani entusiasti nazisti, che gli restarono fedeli anche dopo la sua caduta. In ogni modo, quello che interessa sottolineare nel contesto qui studiato è che riguardo alla questione ebraica Luther adottò sempre l'atteggiamento più estremo. Alcuni studiosi sono del parere che Luther non agì in questo senso per ragioni ideologiche o per odio contro gli ebrei, ma solo per freddo calcolo, pensando che in tal modo avrebbe potuto rafforzare la propria posizione. Perciò appoggiò l'utilizzo dei sistemi di eliminazione più veloci, secondo i criteri adottati dai suoi colleghi del ministero per la sicurezza del Reich, Heidrich, Muller e Eichmann *. In seguito al rapporto di Schnell anche Luther volle redigere un suo rapporto che fu presentato, prima di tutto, al direttore generale del ministero degli esteri, von Weizsiicker ,;,*, il quale lo comunicò al ministro Ribbentrop. Nel rapporto di Luther si parla dell'incontro avuto da Schnell a Mostar e si sottolinea che l'atteggiamento del governo italiano riguardo alla questione della deportazione degli ebrei di Croazia destava serie preoccupazioni nei funzionari dell'ambasciata tedesca a Zagabria, anche perché il governo croato, avendo concordato con la Germania la deportazione degli ebrei del posto, attribuiva grande importanza all'inclusione nell'invio ai Lager degli ebrei rifugiati nella zona sotto il controllo italiano.
~· Per esempio qiwndo trct le autorità. tedesche in. Serbia, il ministero degli esteri e il ministero per la. sicurezza del Reich .si aprì, nell'autunno del 1941, la discussione su come si dovesse risolvere il problema degli ebrei di quella regione, Luther scrisse con grande sarcasmo che all'est tali problemi venivano risolti senza tante chiacchiere: si mettevano gli ebrei semplicemente al muro e si spara.va. Perché dunq11.e non fare così anche in Serbia? Cfr. BROWNING, op.cit. *'' Il figlio di von Weizsa.cker ricopriva la carica di Cancelliere quando questo libro veniva. scritto.
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
«Quegli ebrei - scrive Luther nel suo rapporto - rappresentano un serio pericolo politico e la loro deportazione arrecherebbe un notevole miglioramento della situazione. Però, per via dell'opposizione italiana, la cosa potrà essere effettuata solo con l'appoggio tedesco. Abbiamo prove di una tenace ed efficiente opposizione italiana alle misure antiebraiche prese dal governo croato ... l'ambasciatore Kasche pensa che dovremmo iniziare la deportazione senza alcun indugio ed eseguirla, di principio. in tutte le regioni del paese *, nonostante le difficoltà che dobbiamo attenderci di incontrare nel settore italiano».
In margine al rapporto si legge un'annotazione da cui si apprende che il ministro von Ribbentrop aveva dato ordine di consultarsi, prima di procedere a qualunque passo in merito, con l'ambasciatore di Germania a Roma, Georg von Mackensen 4 • Intanto al ministero degli esteri a Roma giungevano da tutte le parti della Croazia notizie sull'inizio della deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio. Il 6 agosto 1942 l'ambasciata d'Italia a Zagabria comunicò che «il problema ebraico, che già in passato era stato trattato in modo estremamente drastico, stava ora per essere affrontato in modo decisivo» 5• Notizie di simile tenore arrivavano a Roma anche da altre fonti 6 • Gli ustascia volevano soprattutto assicurarsi il possesso dei beni appartenenti ai deportati e perciò, già prima che la deportazione degli ebrei rifugiati nella zona sotto controllo italiano venisse effettuata, si impadronivano dei loro negozi, delle loro case e di ogni altra loro proprietà. Basandosi su quello che chiamavano <<il Decreto di Nazionalizzazione» - che in pratica non era altro che una vera e propria rapina alla luce del sole - con cui si vietava agli ebrei il possesso di qualunque bene mobile o immobile, i croati iniziarono nella 2~ Zona una vasta operazione di confisca. Gli ebrei di quella zona chiesero aiuto agli italiani, che non esitarono a concedere subito la loro protezione, come si apprende da un messaggio inviato dal Comando del V Corpo d'Armata al Comando della 2~ Armata: «Il Governo croato - si legge, nel messaggio - cerca, per avidità di guadagno ... di applicare nella 2~ Zona le leggi razziali ... • Sottolineato nel testo. 'BROWNTNG, op.cit., p. 59; 5 CAHPI, art.cit., p. 474. 6
N.G. 3354; N.G. 3560.
Cfr. i rapporti del servizio informazioni della Divisione «Murge», datati 6 e 13 agosto 1942. SME-AUS, DS «Murge», notiziario 65, 859/68/e/f.
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cosa che provocherebbe qui grave danno economico ... già in passato si è visto che l'applicazione del Decreto di Nazionalizzazione è affidata a gente incapace e provoca in breve tempo una profonda decadenza economica» ·,. Il Comando della 21.1 Armata diede subito disposizioni stabilendo che ogni comandante di unità italiane avrebbe dovuto impedire ai croati di procedere alla nazionalizzazione, in quanto «il concetto di "nazionalizzazione" non nascondeva, in realtà, che una vera e propria rapina dei beni ebraici .. . e se il Governo croato poteva agire a suo modo nelle regioni sotto suo controllo ... nella Zona italiana la cosa sarebbe stata impedita finché le truppe italiane vi si trovassero ... » 8 • Intanto agli orecchi dei profughi rifugiati nella fascia costiera era giunta eco di quanto si stava preparando per deportare tutti gli ebrei nei campi di concentramento. Ai primi di luglio i rappresentanti dei profughi si rivolsero a Vittorio Morpurgo, presidente della Comunità di Spalato, chiedendogli di intercedere presso le autorità per impedire la consegna dei rifugiati ai croati. Morpurgo inviò la supplica alla DELASEM, in Italia, e gli fu risposto che i Comandi militari italiani avevano assicurato che nessuno avrebbe posto le mani sugli ebrei della zona e che sarebbe stato loro permesso di restarvi 9 • Dietro le quinte si stava preparando il confronto. Il più attivo in campo era l'ambasciatore tedesco a Zagabria, Siegfried Kasche. Era, questi, un «alte Kampfer», un «vecchio combattente», un «veterano», che aveva aderito al Partito nazista fino dai suoi albori negli anni Venti. Era stato uno dei capi delle SA e solo per miracolo era scampato alla strage della «notte dei lunghi coltelli», nel 1934. Come una leggendaria araba fenice, Kas.che era riuscito a rinascere dalle proprie ceneri; negli anni Trenta aveva ricoperto cariche importanti nella gerarchia del Partito. E la sua carriera era giunta al culmine con la nomina ad ambasciatore (anche se in realtà aveva solo funzioni di viceconsole) nella Croazia «indipendente» *. 7
SME-AUS, ibid,em, 5283/c, 28/7/1942. lvi, ibidem, 3/7/1942. 0 JIM, L 27-2-1/17. ,;'La nomina. di Kasche <id ambasciatore costituì uno degli cttti «rivoluzionari» compiuti dct Ribbentrop. In quel periodo anche altri veterani delle SA furono incaricati di missioni diplomatiche nei Balcani: Ludin fu inviato in Slovacchia, von Killinger in Ungheria., Beckerle in Bulgaria. Ribbentrop voleva ottenere in questo modo du.e scopi: ing1aziarsi Hitler.. che disprezzava i diplomatici ,<di professione», e accrescere la proprict influenza sulla politica estera tedesca. 8
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Arrivato in Croazia, Kasche divenne uno dei più accaniti sostenitori di Pavelié. I rivali di Kasche a Berlino - che non erano pochi dicevano di iui che era «più croato dei croati». Infatti l'ambasciatore difendeva i croati con molto ardore, t,.riungendo perfino ad impedire la loro destituzione anche quando divenne chiaro che non erano capaci neppure di governare la città di Zagabria. L'appoggio ai croati comportava per Kasche - a piena rat,>ione - un'opposizione agli italianì. Perciò cercava, nella maniera rozza e dura che gli era caratteristica, di infamare gìi italiani, di dimostrare la loro infedeltà all'Asse, di renderli sospetti di collaborazione con gli inglesi e gli americani e soprattutto li accusava - cosa tremenda! - di «amare gli ebrei». Col tempo, fu chiaro che quanto Kasche pensava degli italiani non era molto lontano dal vero. È lecito pensare che l'ambasciatore fosse un convinto antisemita e che credesse in pieno alle affermazioni del Fiihrer, secondo cui gli ebrei ra ppresentavano un pericolo per tutto il genere umano. Quando Kasche venne a conoscen za dell'atteggiamento italiano , sfruttò la situazion e per appoggiare con ancora maggiore ardore gli interessi croati, infamare sempre più gli italiani e catturare gli ebrei. Ai primi d 'agosto del 1942 Kasche andò a Berlino e là strinse un accordo con Luther secondo cui questi si sarebbe a doperato presso i suoi superiori (e cioè presso Rjbbentrop) affinché la Germania facesse pr essioni suJl 'Italia. Poco tempo dopo Kasche si incontrò col suo coll ega italiano a Zagabria e cercò di chiarire cosa e chi si nascondesse dietro il rifiuto i taliano di consegnare gli ebrei. Casertano riuscì, diplomaticamente, a non dar alcuna risposta, m a Kasche non si dette per vinto e dal ministro degli esteri croato, Mladen Lorkovié, venne a sapere che Casertano sosteneva che la cosa era di competenza del ministero e non d el comandante delle truppe in Croazia (allora il generale Roatt a) come credevano i croati. Lorkovié pregò Kasche di occuparsi dell'affare e l'ambasciatore tedesco inviò a Ribbentrop una ìette ra personaìe (e segreta), di cinqu e lunghe pagine, descrivendogli nei particolari i rapporti correnti. in Croazia tra tedeschi e italiani. Kaschc cercava così di minare, con numerose argomentazioni , le basi stesse dell'amicizia fra Italia e Germania e dimostrare con dati di fatto che l'Italia intendeva svincolarsi dall'Asse. A suo parere , la politica seguita dall'Italia nei Balcani in generale e in Croazia in particolare incoraggiava gli elementi filooccidentali. Ciò era evidente, soprattutto, nell'appoggio dato dagli italiani ai serbi, che certo avrebbero prima o poi puntato le loro armi (italiane) contro i tedeschi; ma la prova più lampante
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della malafede italiana era, secondo Kasche, l'aiuto da questi dato agli ebrei e ii loro rifiuto di consegnarli ai croati. Ripetendo l'asserzione che gli ebrei rifugiati nella zona italìana sostenevano i partigiani, anzi stavano a capo delle loro formazioni, Kasche scriveva: «LLa protezione concessa dagli] italiani agli ebrei impedisce la completa applicazione dell'accordo tedesco-croato riguardante la deportazione all'est degli ebrei del posto. La permanenza di migliaia di ebrei in Croazia potrà incoraggiare i partigiani e provocare attriti tra noi e gli italiani». Kasche esprimeva, inoltre, l'opinione che <<il gioco degli italiani>, era diretto ad appoggiare i serbi e a proteggere gli ebrei allo scopo di rafforzare sempre più la posizione italiana in Croazia e concludeva chiedendo a Ribbentrop: « ... di far presente agli italiani l'impatto del problema, come descritto in questa lettera, nonché di impartire alla nostra Ambasciata a Roma disposizioni di occuparsi della questione ebraica . .. » 10 •
In realtà Kasche sfondava, come suol dirsi, una porta aperta. Infatti già tre giorni prima che questa lettera fosse scritta erano state fatte a Roma pressioni in tal senso.
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N.G. 2368.
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Competenza sugli affari ebraici in Italia e in Germania
ITALIA Mussolini Ministero Esteri
Il Governatore della Dalmazia
Il ministro Ciano Il capo uff. D'Ajeta Il capo sez. GABAP Pietro marchi Il responsabile per la Croazia Ducci
Bastianini
Lo Stato Maggiore
Il generale Cavallero Il e.te. z@ Armata: gen. Ambrosia (1942) dal 1943: gen. Roatta C.di del 5째, 6째 e 18째 Corpo
GERMANIA Hitler Il Capo SS e Polizia: Himmler 11 rnin. sicur. Rcich: sez. Germania: Hejdrich Luther sez. ebrei: Rademacher aff. ebraici: Eichmann inviato in Croazia: Abromeit
Il Ministro Esteri: Ribbentropx
amb. Roma: Mackenscn 1째 segretario: Bismark Il 0 segretario: von Plessen
amb. Zagabria: Kasche cons. polizia: Helm
VIII IL DADO È TRATTO: "SI CONSEGNINO GLI EBREI!"
«Mussolini ha. sempre ragione» Scritta murale Nelle prime ore del mattino* del 17 agosto 1942 il primo segretario dell'ambasciata di Germania a Roma, il principe von Bismark (nipote del Cancelliere di ferro), si presentò al conte D'Ajeta, capo ufficio del ministro degli affari esteri italiano, il conte Galeazzo Ciano. Bismark portava un messaggio del ministro Ribbentrop: gli italiani erano pregati di ordinare ai loro Comandi militari in Croazia di permettere l'esecuzione dell'accordo tedesco-croato riguardante la deportazione degli ebrei. A suo nome, Bismark aggiungeva che tale approvazione da parte degli italiani avrebbe significato «la dispersione degli ebrei e la loro definitiva eliminazione,>. L'atteggiamento assunto dal Bismark, in completa opposizione alle direttive dei suoi superiori, sorprende non poco. Il responsabile agli esteri (Sezione GABAP, Armistizi/Pace) per gli affari riguardanti la Croazia, Roberto Ducci, che era presente all'incontro Bismark-D'Ajeta, descrisse il tedesco come un ometto qualunque, afflitto da complessi d'inferiorità rispetto al mondo anglosassone e sempre pronto ad eseguire anche i più avvilenti ordini dei su oi padroni nazisti . Ducci sostenne che il principe era però pronto, allo stesso tempo, a sussurrare agli orecchi degli italiani paroline di critica antinazista ** 1 • Qual unque fosse la vera intenzione delle parole sussurrate da * Per una loro qualche ragione, i diplomatici tedeschi usavano sempr·e fissare i loro incontri con gli italiani nelle prime ore del mattino, cosa che non garbava affatto agli italiani abituati a far tardi la notte e a alzarsi non troppo presto la mattina. Può darsi che ciò che agli italiani sembrava molto presto, fosse invece un'ora di lavoro nor· male agli occhi dei tedeschi. u Il Ducci scrisse queste sue note quando ancora divampara il conflitto, mentre nel dopoguerra la sua opinione sul Bismark subì un cambiamento. Nel 1981, dopo aver ricoperto importanti cariche agli Esteri (tra l'altro, quale ambasciatore d'Italia a Londra) Ducci dichiarò, in una conversazione tenutasi a Roma, di essersi sbagliato giudicando allora il collega tedesco. Anche se era portatore di messaggi in cui si chie· deva la consegna degli ebrei, Bismark cercava però di chiudere un occhio sui tentativi italiani tesi ad impedire l'esecuzione dell'ordine. «Era un tipo antipatico, fisicamente
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Bismark, fatto sta che quel mattino gli italiani vennero a sapere, da una fonte la cui attendibilità non era da mettere in dubbio, quale sorte attendeva gli ebrei deportati nei campi. Poco tempo dopo questo incontro D'Ajeta inviò a Ciano un promemoria in cui si descriveva la visita di Bismark al ministero e si comunicava la richiesta tedesca di consegnare ai croati gli ebrei dei territori sotto controllo italiano. D'Ajeta aggiunse che secondo i rapporti inviati dall'ambasciata d'Italia a Zagabria la questione degli ebrei di Croazia stava entrando in una fase decisiva. A suo parere si sarebbe dovuto respingere la richiesta tedesca, in quanto essa era in opposizione alla politica ufficiale seguita dall'Esercito italiano in quel Paese, politica basata sul concetto della non discriminazione tra appartenenti a razze, comunità etniche o religioni diverse. D'Ajeta sosteneva che: «Ci si potrebbe pertanto limitare a rispondere alla Ambasciata di Germania che mentre ci riserviamo di riesaminare d'intesa con le autorità croate la posizione degli ebrei nella zona di nostra occupazione, abbiamo impartito istruzioni alle Autorità militari affinché i 5 o 6 mila ebrei ... siano ... assoggettati. .. a severo controllo». Dopo aver studiato il documento, Ciano decise di non assumersi la responsabilità di respingere la richiesta tedesca. A quanto pare temeva soprattutto che i tedeschi lo accusassero di minare intenzionalmente le basi dei rapporti fra i due Stati - accusa che certo non sarebbe stata priva di fondamento. Ciano restituì perciò il promemoria a D'Ajeta annotandovi in margine di preparare «un appunto al Duce senza commenti o proposte da parte degli E steri.» * 2 • ripugnante · disse allora Ducci - ma oggi so che il nipote del Cancelliere cercava di impedire la consegna degli ebrei. Era costretto a fare quel che faceva perché altrimenti sarebbe stato deportato lui stesso in un camp o». Intervista di Y. Rochlitz con R. Ducci (23 /9 I 1981). L 'A. ring razia Y. Rochlitz per· il materiale gentilmente fornitogli. 1 VERAX (pseudonimo di R. Ducc1), Italiani ed ebrei in ,Jugoslavia, in «Politica Estera», 1/1944. * Ciano non era antisemita; si era opposto alle leggi razziali sostenendo che esse avrebbero portalo più svantaggi che vantaggi. In altra occasione aveva detto di vedere il problema ebraico «in una luce politica e non umanitaria». Il suo atteggiamento verso gli ebrei era certa.mente condizionato dalla posizione estremamente antitedesca da lui adottata. Ciano non aveva bisogno deUe «paroline all'orecchio» di Bismark per sapere cosa stava succedendo agli ebrei di Croazia. l n un suo incontro con Pavelié, nel novembre 1941 (incontro a cui era presente anche Dido Kvaternik), il capo del governo croato gli aveva detto che «essi [gli u.stascia} si occupavano di gravi problemi, di cui il più importante era quello ebraico». Quando gli ustascia avevano preso il potere, in Croazfo vivevano circa 35.000 ebrei; meno di 12.000 ne erano restati il giorno dell'incontro con Ciano e il giovane Kvatemik spiegava questo mutamento demografi,co come derivato da «correnti di emigrazione.,, espressi-One tristemente ironica che non lasciò dubbio sul suo vero significato. Cfr. MICHAE!.IS, op.cit. , pp. 140 e 144. 2 Documenti Pietromarchi (raccolta Rochlitz).
IL DADO È TRATI'O: "SI CONSEGNINO GLI EBREI!"
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Due giorni dopo, il 22 agosto 1942, il promemoria debitamente corretto era posato sulla scrivania del Duce. La nuova versione conteneva la prima parte del promemoria precedente, con la richiesta tedesca, la citazione delle parole di Bismark sulle estreme conseguenze di una consegna degli ebrei ai croati («dispersione e eliminazione>,) e un rapporto dell'ambasciata a Zagabria in cui si diceva che «per desiderio germanico, che trova consenziente il Governo ustascia, la questione della liquidazione degli ebrei starebbe ormai entrando in una fase risolutiva». Per ordine di Ciano, i funzionari degli Esteri evitarono di esprimere la loro opinione su quale risposta si sarebbe dovuta dare ai tedeschi e la decisione fu rimessa nelle mani di Mussolini. È lecito supporre che Ciano pensasse che, apprendendo quale destino attendeva gli ebrei di Croazia, il Duce avrebbe respinto la richiesta tedesca. Lo stile in cui era stato redatto il promemoria, in cui si ripetevano più volte le parole «dispersione, eliminazione, liquidazione», dimostra che gli scriventi volevano attirare l'attenzione di Mussolini sulle terribili conseguenze che un'eventuale consegna degli ebrei ai tedeschi avrebbe potuto avere. Mussolini, però, non parve affatto impressionato (o forse lesse il promemoria solo distrattamente) e con un tratto di penna condannò a morte, in un'annotazione in margine all'appunto, migliaia di esseri umani: «Nulla osta». La sorte degli ebrei di Croazia pareva dunque segnata. Perché Mussolini si affrettò ad aderire a questa richiesta tedesca? Come si è già detto, egli non era un antisemita e più di una volta aveva aspramente criticato l'atteggiamento di Hitler verso gli ebrei. Si deve però ricordare che l'antisemitismo gli serviva come arma politica, come un mezzo per raggiungere certi suoi fini . Ogni mutamento verificatosi nel suo sempre instabile atteggiamento verso la questione ebraica era conseguenza diretta di una determinata contingenza. Sulle decisioni di Mussolini non influivano mai considerazioni morali o umanitarie; la vita umana non aveva ai suoi occhi alcun valore; solo la sete di potere ispirava ogni sua azione. Possiamo supporre che, se questa decisione di Mussolini fu presa senza nemmeno ponderarla, essa fu dettata dalla supposizione che forse la consegna degli ebrei di Croazia avrebbe potuto contribuire al miglioramento dei rapporti, allora non troppo solidi, con la Germania. Mussolini sapeva che un rifiuto dato dall'Italia in una questione che per i tedeschi era così importante, avrebbe potuto provocare un serio attrito. In fondo - pensava forse Mussolini - cos'erano poi poche migliaia
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
di vite umane di fronte alla possibilità di ottenere un vantaggio politico? * La decisione di Mussolini sorprese i funzionari degli esteri. Ducci raccontò, anni dopo, che al suo ministero non si aspettavano di ricevere dal Duce una tale risposta. «Eravamo convinti che la richiesta tedesca sarebbe stata respinta» 3, disse il funzionario. Ben presto, però, agli esteri dovettero agire secondo gli ordini ricevuti dall'alto e in un primo momento fu chiamato al ministero l'ambasciatore von Mackensen e gli fu comunicata la decisione del Duce. L'ambasciatore ne fu molto soddisfatto e si affrettò a comunicare la cosa a Berlino 4 • Al tempo stesso Pietromarchi fu incaricato (a quanto pare, per ordine di Ciano, in ogni modo D'Ajeta, ne era al corrente) di cercare il modo di aggirare la decisione di Mussolini. P ietromarchi chiamò a Roma il rappresentante degli esteri assegnato pres~ la 2!l Armata, Roberto Castellani; i due si consultarono su come si sarebbe potuta evitare la consegna degli ebrei, arrivando alla fine a una decisione, che Castellani fu incaricato di comunicare al comandante della 2!! Armata, il generale Roatta 6 • Intanto, a scanso di noie, il ministero inviò la decisione di Mussolini (sulla consegna degli ebrei di Croazia) allo Stato Maggiore dell'Esercito, i cui ufficiali non erano al corrente della situazione*. In un messaggio inviato allo Stato Maggiore si può trovare un accenno, se pure velato, alla tattica che il ministero aveva deciso di adottare riguardo alla questione: vi si dice, infatti, che «lo Stato Maggiore è pregato di consigliare quali provvedimenti si dovrebbero prendere per l'esecuzione della consegna, ma che prima di tutto parrebbe necessario chiarire quale fosse il numero esatto dei profughi e chi fra di loro dovesse essere consegnato ai croati» 6 • Arrivati a questo punto, se vogliamo comprendere appieno l'ecce-
·* Roberto Ducci spiega la risposta affermativa di Mussolini alla richiesta tedesca come derivata da disattenzione. Secondo il Ducci, Mussolini agiva sempre in modo sbadato, e si può dunque supporre che avesse apposto al documento il suo «nulla osta,, senza considerare seriamente tutta la questione. 3 Intervista Ducci, in MICfiA.ELJS, op.cit., pp. 140 e 144. • PA, ltalien, H 299629. 5 Diario Pietromarchi, in data 28.8.1942: .. Ho fatto chiamare Castellani , e mi sono messo d'accordo con lui su come impedire la consegne ai tedeschi degli ebrei rifugiati sotto la protezione della nostra bandiera». 6 CARPI, art.cii., pp. 475-476.
IL DADO È '!'RATIO: "SI CONSEGNINO GLI EBREI!"
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zionalità del comportamento italiano verso gli ebrei, dobbiamo interrompere il racconto per passare in rassegna, in breve, gli avvenimenti internazionali del momento, in quanto incidettero in modo decisivo sulla questione ebraica. Nell'agosto 1942 la Wehrmacht era alle porte di Stalingrado e le sue truppe galoppavano verso i pozzi petroliferi del Caucaso. Il Maresciallo Rommel e il suo Afrikakorps tendevano da El Alamein verso il Canale di Suez, pronti a balzare alla conquista di tutto il Medio Oriente; dalla Norvegia fino all'Egitto sventolava la rossa bandiera con la croce uncinata. I giapponesi, gli alleati orientali dell'Asse, erano al culmine della loro trionfale marcia nel sud-est dell'Asia. Gli Stati Uniti non si erano ancora ripresi dai colpi subiti a Pearl Harbour e a Corregidor. L'Unione Sovietica pareva stesse per crollare. L'Inghilterra riusciva a malapena a resistere ai colpi che le venivano inferti. Nessuna persona intelligente avrebbe potuto immaginare, allora, che i Paesi dell'Asse erano giunti al culmine dei loro successi e che da allora in poi la loro strada li avrebbe portati giù per la china, o - come ebbe a dire Churchill - che quella era «la fine del principio e il principio della fine». L'idea che gli italiani avessero proprio in quel momento deciso di proteggere gli ebrei per crearsi così un alibi in caso di disfatta è dunque, alla luce della situazione allora esistente e qui sopra descritta, semplicemente assurda. Solo un profeta o un visionario (e né profeti né visionari erano inclusi nei quadri dei Comandi militari it aliani) avrebbe potuto immaginare, allora, che la fine del Regime e dell'Asse stava avvicinandosi**. In quegli stessi giorni alcuni Stati sat elliti avevano risposto affermativamente alla richiesta tedesca di consegnare gli ebrei. Nel giugno 1942 furono deportati ebrei dalla Slovacchia; nell'agosto di quell'anno fu la volta degli ebrei di Croazia e di Francia. In quei
* I funzionari degli esteri non misero lo Stato Maggiore a parte della loro decisione per timore di trovare opposizione da parte del Comando Supremo e quindi del Capo di Stato Maggiore generale Ugo Cavallero, di cui si sapeva che appoggiava con ogni mezzo in. suo potere le azioni dei tedeschi, tra i cui amici figuravano antisemiti dei più spinti. ** Oggi gli storici jugoslavi riconoscono il valore delle azioni compiute dagli italiani in favore degli ebrei del loro Paese, ma le attribuiscono ad un desiderio di acquistare meriti di cui servirsi in caso di disfatta. Gli jugoslavi non ignorano il comportamento umanitario tenuto dagli italiani verso i profughi ebrei né ignorano le pressioni esercitate in questo contesto dai tedeschi, ma non vogliono accettare la conclusione che i funzionari del regime abbiano agito in un certo modo anche - e soprattutto - per motivi umanitari.
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mesi giunse al suo culmine attuazione della «soluzione finale» del problema ebraico; in quei mesi fu compiuta l'azione contro il ghetto di Varsavia, furono deportati gli ebrei delle città polacche di provincia gli ebrei tedeschi e una prima parte di quelli olandesi. Ai campi di Treblinka, Sovivor, Belsatz, Hlemno, Auschwitz, giungevano ogni giorno lunghi treni bestiame carichi di ebrei .. . I camini emettevano giorno e notte fumo nero e denso; nei forni si bruciavano ogni giorno decine e centinaia di migliaia di cadaveri. La ridda della «soluzione finale» toccava il suo zenith e solo l'Italia fascista, la fedele alleata della Germania, rifiutava dì mandare gli ebrei alla morte - e 'ciò nonostante l'onnipotente Duce avesse deciso altrimenti. Gli italiapi riuscirono nel loro intento per l'appoggio 101·0 accordato da non pochi gerarchi del regime stesso (il ministro degli esteri Ciano, gli ufficiali degli Alti Comandi, funzionari di polizia, eccetera) nonché per il fatto che poterono godere della collaborazione delle autorità italiane preposte ai territori occupati e, soprattutto, dei Comandanti delle unità dislocate in Croazia. Tutti sapevano che l'opportunista Mussolini sarebbe stato prontissimo, dietro pressione del ministero e dell'esercito, a rimangiarsi la decisione se fosse stato convinto della possibilità di ingannare i tedeschi Pietromarchi e i suoi colleghi non avevano gran timore di Mussolini. Ben conoscendolo, sapevano per esperienza che il Duce non si curava mai di verificare se le sue disposizioni fosser o state eseguite o no. Sapevano che ciò che gli importava erano l'atto eroico, il tratto di penna, la foto che immortalava il momento storico, gli elogi sui giornali e che poco gli importava cosa sarebbe successo dopo. I funzionari italiani temevano molto, invece, la reazione dei tedeschi, ben sapendo che quelli non avrebbero rinunziato facilmente alla loro preda.
IX "NON RIMANDARE MAI A DOMANI..."
« .•. decise
di combattere Annibale non in una battaglia frontale ma in una lenta lotta di logoramento ... » Plutarco, su Fabio il temporeggiatore
Tornando da Roma, Castellani si affrettò a recarsi dal comandante della 2!! Armata, il generale Roatta, per comunicargli ciò che era stato deciso nell'incontro con Pietromarchi. Roatta, che era un ardente antitedesco e un filosemita *, si disse subito d'accordo, come CastelJani ebbe a scrivere in data 11 settembre a Pietromarchi: « ... il gen. Roatta ... condivide perfettamente il nostro punto di vista ... risponderà (senza troppa fretta) ai punti ... riassunti ... Naturalmente i criteri per giudicare della pertinenza o meno ai territori della 1'* Zona saranno piuttosto elastici».
Aggiungeva poi anche: •< ••• a Ragusa qualche croato ha ingenuamente confessato che per ogni ebreo che viene consegnato alle autorità tedesche, queste pagano la somma di 30 marchi. A parte ogni altra considerazione di carattere morale, è questo un ignobile traffico al quale è molto umiliante dover anche indirettamente concorrere!»
* Il generale Mario Roatta ricopri importanti incarichi nell'esercito italiano. Fu, tra l'altro, addetto militare a Berlino (e da allora data la sua opposizione ai tedeschi) e com.andante del corpo di spedizione italiano nella gU,erra civile spagnola. Fu Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, poi comandante di Supersloda (2 8 Armata), quindi ancora Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Nel 1943 era candidato alla nomina di Capo dello Stato Maggiore Generale ma al suo posto fu nominato il suo collega e amico, generale Ambrosio. Roatta fu tra coloro che progettarono la rivolta contro Mussolini. Nel dopoguerra si rifugiò in Spagna, perché accusato di crimini di guerra. Men.tre si istruiva a Roma il processo, nessun.o parlò, in sua difesa, della parte - così importante da lui avuta nel salvataggio degli ebrei di Croazia. Anche nella propria autobiografia. Roatta non si dilungò sulla questione, anche se certo le sue azioni in fa vore degli ebrei avrebbero meritato di essere ricordate più di ogni altra cosa.
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In margine alla lettera Castellani aggiunse a mano un'annotazione in cui comunicava che «Il gen. Roatta parte stasera per Roma ove si tratterrà due o tre giorni». La permanenza di Roatta a Roma diede a Pietromarchi l'occasione di concordare con lui l'atteggiamento da tenersi. In data 13 settembre Pietromarchi annotava: « .. .incontrato ...
il generale Roatta. Mi ha subito interpellato sugli Ebrei da consegnare ai Tedeschi. "La cosa non è possibile", mi ha detto. "Essi si sono posti sotto la nostra autorità. I Croati ci avevano già chiesto di consegnarli. Io naturalmente opposi un netto rifiuto. Ci dissero allora che ce li avrebbero fatti chiedere dai Tedeschi. Ora c'è un ordine del Duce". Ho spiegato al generale come si erano svolte le cose durante la mia assenza e le precisazioni date a CasteUani. Roatta si è dichiarato d'accordo. Avvierà il carteggio con noi e tirerà le cose in lungo». L'incontro Pietromarchi-Roatta ebbe luogo in via Veneto. L'elegante strada romana era certo stata già teatro di altri incontri delicati,. ma è dubbio che vi abbiano mai avuto luogo incontri di così vitale importanza per migliaia di persone. E quell'incontro non fu certo casuale: Pietromarchi, come si è visto, sapeva della venuta di Roatta a Roma ed è lecito supporre che avesse deciso di incontrare il generale in modo del tutto informale e di parlargli davanti ad un bicchierino di vermouth in uno degli eleganti caffè di via Veneto, per assicurarsi così che la conversazione restasse segreta, cosa che non sarebbe stato possibile assicurare a Palazzo Chigi. In ogni modo, i due si trovarono d'accordo su come agire per rinviare tutto l'affare alle calende greche: il modo migliore era affidarlo alle lungaggini burocratiche. Così, una muraglia di scartoffie venne ad ergersi in difesa degli ebrei di Cro.azia. Da ogni ufficio dell'esercito - da quelli dei Comandi d'Armata fino a quelli delle singole unità minori dislocate nei più piccoli vil1 2 3
M. ROATTA, Otto milioni CARPI, op.cit., p. 518.
di baionette, Milano 1946.
Diario Pietromarchi 13.9.1942. Su Luca Pietromarchi vedi anche
pp. 147-148.
CARPI,
op.cit.,
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laggi della Dalmazia - iniziò tutto un tlusso di incartamenti: e strani e insoliti quesiti cominciarono ad inondare il ministero degli esteri a Roma. La prima domanda che si poneva in quel carteggio era naturalmente: chi è un ebreo? Come si riconosce un ebreo, secondo quali criteri? Secondo la sua religione, la sua razza, la grandezza e la forma del suo naso, o secondo il suo carattere e il suo temperamento? La seconda domanda era: quali ebrei erano da considerarsi cittadini italiani? Perché una cosa era sicura: nessun ebreo cittadino italiano sarebbe stato consegnato ai tedeschi. Dunque, un certo ebreo il cui nonno era nato a Trieste quando questa città era inclusa nell'impero austro-ungarico, e più tardi si era trasferito a Zagabria, era o non era, per diritto di eredità e di ascendenze, un fedele suddito di Vittorio Emanuele III? E qual era lo status dei figli di quel certo ebreo? E lo status di sua moglie? E quello di sua suocera? Ogni quesito di questo genere richiedeva naturalmente lunghe considerazioni e approfondite ricerche e l'esecuzione di un lavoro così serio richiedeva molto tempo (compresi gli intervalli per bere il caffè e fare la siesta). In breve: l'Ufficio Legale del ministero degli esteri fu letteralmente inondato dalle domande, mentre ai funzionari dell'Ufficio era stato, a quanto pare, fatto capire che non si trattava di una questione molto urgente e pressante. Più di una volta successe che prima che quelli dell'Ufficio Legale facessero a tempo a rispondere a una domanda dalla medesima fonte pervenissero nuove domande. Per esempio, il console d'Italia a Ragusa chiedeva se un certo dottor Tal dei Tali, che ora era profugo ma a suo tempo era stato direttore di un'agenzia di import-export a Zagabria, e che in virtù di certi suoi meriti commerciali era stato decorato con un'onorificenza italiana , «ha diritto, in forza di quell'onorificenza, di ottenere la cittadinanza italiana». La risposta era stata: prima di tutto sarà necessario verificare l'esattezza delle dichiarazioni del dottore in questione ... e così via, a passi di lumaca. Certe domande avevano carattere personale ed oltremodo delicato, come quella che fu inviata a Roma da Porto Re: «una ragazza ebrea è incinta ... il futuro padre è un maresciallo dei Carabinie1i ... le leggi razziali proibiscono il matrimonio fra i due, ma si domanda se il nascituro, che sarà senza dubbio cittadino italiano, possa estendere anche alla madre il diritto di cittadinanza italiana ... >>. Così per settimane e settimane il fiume delle lettere scorse nei due sensi. Solerti funzionari, che non sapevano di avere a che fare con dei mulini azionati intenzionalmente a vento, si rompevano la testa per trovare la soluzione a domande prive di qualsiasi importanza. E il pantano burocratico servì appieno gli intenti di chi aveva programmato l'impre-
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sa: i tedeschi caddero in trappola e la deportazione dei profughi fu sventata •. Quando, alla fine, l'ufficio del ministero mise a punto dei precisi parametri per quanto riguardava il diritto alla cittadinanza italiana, quei parametri furnno, come aveva detto Castellani, «piuttosto elastici». Nella circolare inviata ai Comandi dei Corpi d'Armata si dichiarava che sarebbero stati considerati cittadini italiani tutti coloro che avessero risposto positivamente ai seguenti requisiti: «1) fossero risultati iscritti alle anagrafi delle città e dei villaggi; 2) anche se non iscritti c.s., risultassero: a) nati nella 1@ Zona; b) avessero eletto da tempo residenza nella 1~ Zona; c) fossero discendenti (fino alla terza generazione) di nativi della 1@Zona o proprietari di beni immobili in quella Zona; d) si fossero resi benemeriti per aver compiuto azioni in favore delle forze d'occupazione» 5 • Già paragrafi come quello riguardante la questione della proprietà immobiliare o la prolungata residenza possono essere considerati elastici, ma certo il più elastico di tutti era quello che toccava «la benemerenza» qu ale strumento di discriminazione: in questo senso, ogni manipolazione diveniva dunque possibile. Inoltre, allo scopo di aumentare vieppiù la confusione, la circolare succitata ordinava anche di allegare ad ogni richiesta di cittadinanza italiana certificati, atti notarili e mille altri documenti: un vero e proprio incubo burocr atico. Intanto la notizia che Mussolini aveva dato il suo «nulla osta» alla richiesta tedesca si era diffusa in molti ambienti in Italia, arrivando, tra l'altro, agli orecchi dei più alti prelati in Vaticano. Circa due settimane dopo la decisione del Duce, il segretario di stato della Santa Sede, monsignor Tardini *, compilò un appunto in cui si dice-
4
In SME-AUS, cassetta 5283/c, decine di lettere del tipo di quella qui citata; altre se ne trovano nell'Archivio storico del ministero degli affari est.eri a Roma. 5 Ivi, ibidem. * Domenico Tardini era considerato nelle sfere uaticane come un fedele amico del regime ustascia e le parole da lui pronunziate in ogni incontro con i croati testimoniano chiaramente in questo senso. A~rmine del conflitto, Tardini seruì al pontefice Pio XII come capro espiatorio e tutte le mancanze compiute dal Vaticano negli uanni bu.i", compreso il non auer saputo impedire il genocidio, gli furono scaricate addosso. Il collega di Tardini, mon.signor Montini, che sarebbe poi diuenuto papa Paolo VI, e il cui comportamento non era stato molto diuerso da quello di Tardini, fu inuece sgravato da ogni colpa e gli fu permesso di ascendere ai più. alti gradi della Chiesa. Cfr SHELACH, op.cit. p. 298-299.
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va, tra l'altro, che si sarebbero dovule fare pressioni sul governo italiano affinché la deportazione degli ebrei di Croazia non fosse eseguita; a tale scopo, sosteneva il prelato, sarebbe stato opporLuno mettere in. ballo argomentazioni di carattere religioso 6 • Poco tempo dopo, infatti, il nunzio apostolico a Roma, Francesco Borgoncini Duca, si incontrò con alti funzionari governativi italiani e dopo gli incontri riferì che Carmine Senise, capo della polizia italiana, gli aveva prom esso che nessuno a vrebbe toccato gli ebrei e che non si intendeva affatto consegnarli ai tedeschi. Quando però il nunzio aveva espresso l'opinione che sarebbe stato bene trasferire gli ebrei dalla costa dalmata in Italia, Senise aveva respinto l'idea dichiarando di non volere «che l'Italia divenisse un luogo di rifugio per gli ebrei» 7 • Gli attivisti della DELASEM, venuti a nche loro a sapere del «nulla osta» di Mussolini, reagirono senza frapporre tempo inviando il loro presidente, l'avv. Valobra, dal generale Roatta. Nell'incontro, avvenuto verso la ftne d'agosto del 1942, Valobra fece comprendere chiaramente al generale quale sorte sarebbe toccata agli ebrei consegnati ai croati s_ Valobra inviò anche un messaggio al Governatore della Da lmazia, Bastianini, che gli rispose che per garantire la sicurezza degli ebrei era stato deciso, in accordo con le autorità milit ari, di trasferire i profughi in siti dove sarebbe stato possibile proteggerli e, in caso di pericolo, difenderli. Nel messaggio di Bastianìni appare una nuova compon ente del m archingegno approntato per sventare i disegni dei tedeschi a danno degli ebrei croati: l'idea di concent rare gli ebrei «in siti dove sarebbe stato possibile proteggerli e, in caso di pericolo, difenderli» 9 • Si comprende dunque che per mettere a tacere i tedeschi e al tempo stesso impedire la deportazione degli. ebrei, che sarebbe stata eseguita con i buoni servigi degli ustascia, nelle sfere del Comando della 2t' Armata era andata concretizzandosi (sempre per iniziativa dell'energico Castellani) l'idea che si dovessero concentrare i profughi in determinati posti e sottoporli alla sorveglia nza (o custodia) di soldati italiani. 1n una circolare diramata dal Comando della 2ll Armata si dice tra l'altro che, «nonostante che gli ebrei non rappresentino alcuna minaccia a lìa sicure:t:ta, sarebbe opportuno concentrarli in appositi campi» 10•
6
Saint Siège, op.cit., voi. 8, pp. 633-634.
7
lvi, ibidem.
8
S0RAN1 , op.cit., pp. 237-238. Ivi, ldibem, p. 256. 1 CARPI, art.cit., pp. 514-515.
9
°
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Oltre a voler «proteggere» ed eventualmente «difendere» gli ebrei profughi, i comandanti delle Unità dell'Armata pensavano certo che il loro concentramento nei campi avrebbe potuto sembrare agli occhi di Mussolini come un primo passo verso l'esecuzione del suo ordine. Il generale Roatta non era però convinto che il programma di <<sabotaggio» concordato tra il suo Comando e il ministero degli esteri sarebbe stato coronato da successo. Egli decise dunque di agire in modo diretto per cercare di annullare la decisione mussoliniana al riguardo. Il 22 settembre 1942 inviò, a questo scopo, allo Stato Maggiore Generale un memorandum, in cui si legge fra l'altro: «Fiduciosi di non essere molestati né allontanati dalla 2~ Zona purché non diano luogo a rilievi di carattere morale e politico, essi [gli ebrei] tengono una condotta corretta, in attesa di conoscere la sorte che sarà loro riservata a fine guerra. Il mio punto di vista è che la consegna degli ebrei ai tedeschi o croati, finirebbe praticamente col nuocere al nostro prestigio, perché ... li avevamo presi sotto la nostra protezione, e perché rischierebbe di determinare gravi ripercussioni ... tra i serbi, che potrebbero essere indotti a pensare di essere un giorno anche essi dati in potere degli ustascia. Comunque, in conformità delle istruzioni verbali datemi ultimamente dall'Eccellenza il Capo di S.M. Generale, mi astengo da qualsiasi provvedimento riguardante gli ebrei in oggetto, in attesa di ordini in proposito» 11• Contro l'ordine di consegnare gli ebrei ai croati, Roatta apporta due argomentazioni: 1) ciò significherebbe tradire una promessa fatta in passato; 2) la cosa potrebbe avere ripercussioni politiche pericolose sulla situazione interna del paese occupato. Il punto 2) deve essere chiarito. Secondo la politica adottata dalle truppe italiane occupanti la Croazia, si sarebbe dovuta creare qui una forza semiautonoma serba, che avrebbe dovuto operare sia contro i partigiani che contro gli ustascia. La cosa era stata concepita già nei primi giorni dell'occupazione, e il suo scopo doveva essere di assicurare la difesa della minoranza serba contro la violenza croata. Gli italiani avevano organizzato ed armato anche unità paramilitari serbe, che, in certi
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Documenti Pietroma1·chi. li contrassegno dell'originale è: 10100/AC/269/A6.
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periodi, coailiuvarono le truppe italiane nella lotta contro le a zioni sempre più estese dei partigiani. Le unità serbe si erano autodenominate «cetnici», come appunto si chiamavano le unità serbe filomonar chiche che si erano create in tutta la Jugoslavia, ma in r ealtà i legami trn t utti quei gruppi così eterogenei erano, dal punto di vista politico, molto labili. A Londra, dove risiedeva il governo jugoslavo in esilio, si strombazzavano a tutti i venti le gloriose imprese dei cetnici che combattevano per modo di dire contro gli occupatori, mentre le unità serbe, in pratica, collaboravano col nemico o combattevano una guerra fratricida contro i partigiani di Tito. Ufficialmente, il comando delle unità dei cetnici era affidato al generale Draza Mihajlovié - un personaggio patetico, che in realtà aveva sì e no autorità solo sui suoi più intimi collaboratori. Nei territori da loro occupati gli italiani sfruttavano le unità dei cetnici, da una parte per arginare le azioni dei partigiani, dall'altra per impedire infiltrazioni di ustascia (e di tedeschi). Gli ustascia, naturalmente, si opponevano alle unità di cetnici e sussurravano agli orecchi dei tedeschi storie di atrocità commesse, a sentir loro, dai serbi a danno dei tedeschi e li accusavano ili servire gli interessi anglo-americani. Quasi tutti i «consulenti» tedeschi operanti in Croazia erano contrari alle formazioni dei cetnici, ma gli italiani non erano disposti a cedere su questo punto. Il ministro Ribbentrop, incitato da Kasche, portò la cosa a conoscenza <liretta di Hitler, e questi, che era un noto nemico dei serbi, stabilì che non si sarebbe dovuto appoggiare i cetnici che, secondo lui, aspettavano solo l'occasione di accoltellare alle spalle i tedeschi e i loro alleati quando gli occidentali fossero sbarcati in J ugoslavia. Neppure l'intervento diretto del Fuhrer, però, riuscì a smuovere gli italiani dal loro atteggiamento verso i cetnici. L'appoggio dato a i cetnici veniva dunque ad aggiungersi alla questione ebraica, inasprendo vieppiù il conflitto tra italiani e tedeschi. Roatta, che era stato l'ideatore della mossa filocetnici, t emeva ora che la consegna degli ebrei ai croati potesse provocare un riavvicinamento dei serbi ai partigiani di Tito e potesse servire gli interessi croato-tedeschi neJla zona italiana 12• Castellani inviò una copia del messaggio Roatta (del 22 settembre, succitato) a Palazzo Chigi, allegandovi una sua lettera persona-
12 Sui cctnici e sulle loro attività duran te la seconda guerra mondiale hanno visto luce vari studi. Tra gli altri cfr. soprattutto: J. TOMASEVICH, Chetniks, Stanford 1975; M. Mll..AZZO, The Chetnih Movemenl and the Yugoslav Resistence, 1975; W.R. ROBERTS, Tito, Mihailovié and the Allies, New Brunswick 1973.
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le a Pietromarchi, in cui accennava, in modo velato ma chiaro, di aver collaborato lui stesso alla compilazione del messaggio del generale. Così scriveva Castellani a Pietromarchi: « ... Il
rapporto [di Roatta] è piuttosto laconico e non sviluppa forse sufficientemente tutti i punti ai quali sarebbe stato utile accennare. Tuttavia le idee principali sono e possono, se si vuole, servire di spunto per tentare di provocare un'attenuazione delle decisioni superiori precedentemente adottate al riguardo. Aggiungo che io avevo preparato un progetto di risposta molto più dettagliato e preciso; ma la compilazione di tale risposta è stata laboriosissima e si è giunti alla formula adottata soltanto dopo sei successive edizioni. D'altra parte bisogna tener conto eh~ la posizione del gen. Roatta è difficilissima e che egli costantemente si preoccupa (e forse non ha torto) di evitare di offrire il destro ai suoi "amici" romani * di presentarl o come u n ribelle alle direttive superiori o di farlo scivolare sulla consueta buccia di banana» 13 •
13 CAJlPI, art.cit., p. 4,79. La «buccia di ba nana• non è ricordata dal Carpi, ma è nel documento 01iginale, in «Yad Vashem», 010/26/-29 (n. 710).
* Con l'e.çpressione «amici romani» Castellani intendeva accenna,·e in primo luogo al rivale e nemico giurato di Roatta, il Capo di S tato Maggiore Generale Ugo Cavallero, conosciuto com.e fi.lotedesco. Cavallero sapeva che Roatta. desiderava succedergli e le loro opinioni politiche, in completa opposizione su quasi tuLti i soggetti. pro· vacavano fra i due un aspro co11flitto. Roatta, che era un sagace u.omo politico, riu.sc:ì alla fine a fa,. destituire il suo rivale, ma non fu lui a succedergli al Comando Supremo, bensì il suo amico generale Ambrosio.
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«L'ebreo è un nemico del genere umari'o, un distruttore di ogni civiltà, un parassita dell'umanità, un rampollo del caos, un'impersonificazione delle forze del male. È la feccia che provoca il marciume, è una bestia che conduce il genere umano alla sua decadenza». Goebbels, 1937
Mentre gli italiani erano occupati nella ricerca dei mezzi con cui avrebbero potuto evitare di applicare l'ordine ricevuto, la questione della consegna degli ebrei era oggetto di:- discussioni anche fra i tedeschi e i croati. Il 23 settembre 1942 Ante Pavelié rese visit a a Hitler nella sede del suo comando a Vinnica in Ucraina. La questione che più stava loro a cuore in quel momento era quella inerente all'attività dei partigiani di Tito, che metteva in subbuglio la Croazia e minacciava di tagliare le comunicazioni ferroviarie dalla Grecia verso il nord. L'incontro ebbe luogo in un momento in cui le armi tedesche si trovavano all'apogeo della loro gloria: stavano per conquistare Stalingrado ed impadronirsi dei pozzi petroliferi russi del Caucaso; nel deserto libico Rommel minacciava il Canale di Suez, vitale arteria dell'impero britannico; l'Inghilterra vacillava; gli Stati Uniti non si erano ancora ripresi dalle sconfitte inferte loro dai giapponesi e non erano ancora riusciti ad organizzarsi a dovere. L'incontro di Pavelié e dei suoi colìaboratori con <<i padroni» tedeschi, tra cui Hitler, von Ribbentrop, Kasche e il rappresentante delle forze della Wehrmacht dislocate in Croazia, il generale Glaise Horstenau, si svolse dunque in un'atmosfera ottimistica. Tra il Fù.hrer e il capo degli ustascia si stabilì subito una forte simpatia. Hitler ammirava la fermezza di Pavelié, appoggiava le azìoni di genocidio commesse dagli ustascia a danno degli odiati serbi, non condivideva l'opinione di certi suoi collaboratori, che sostenevano che fosse pericoloso appoggiarsi agli ustascia pronti a crollare al minimo urto dei parti-
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giani; preferiva invece ascoltare il suo ambasciatore a Zagabria, Siegfried Kasche, che a ppoggiava gli ustascia senza riserve. Come si è detto, Hitler e Pavelié parlarono fra loro soprattutto della questione della lotta antipartigiana. Hitler, che aveva necessità di inviare il maggior numero possibile di contingenti al fronte est, intendeva diminuire il volume della presenza armata tedesca in J ugoslavia e a questo scopo desiderava che truppe locali e italiane venissero a sostituire le unità della Wehrmacht colà dis]ocate. Gli ustascia, è noto, sj distinguevano in azioni di rapina, di violenza carnale e di assassinio, ma sul campo di battaglia non si dimostravano grandi eroi. Gli italiani, dal canto loro, avrebbero voluto che contro i partigiani combattessero i loro protetti, i cetnici, cosa però invisa a Hitler e certo molto invisa a P avelié. In ogni modo, gli italiani non avevano alcuna voglia di rischiare la pelle rincorrendo i partigiani tra monti e burroni, e spesso tra loro e i partigiani si erano stabiliti taciti patti di non aggressione, in parole povere di non darsi noia a vicenda. Su un certo punto le idee di Pavelié non coincidevano con quelle di Hitler: il capo degli ustasci a avrebbe desiderato un maggiore e più diretto coinvolgimento tedesco in Croazia e un inasprimento del conflitto tra Germania e Italia. Hitler respingeva queste idee, distolto, com'era in quel momento, dalla cura delle operazioni sul fro nte russo, dove la presenza di ogni soldato tedesco gli era preziosa; inoltre - per quanto la cosa possa sorprendere - voleva restare fedele alla promessa fatta a Mussolini., secondo cui la Croazia sarebbe stata inclusa nell'area di influenza italiana*. Nell'incontro di Vinnica la questione degli ebrei di Croazia fu sollevata da Kasche, che osservò che gli italia ni controllavano in quel Paese solo le città di maggiore importanza, mentre nelle campagne i partigiani erano liberi di operare a loro piacere. «E gli ebrei di quelle regioni», disse l'Amba sciatore, «appoggiano i partigiani e forniscono loro importanti informazioni». PaveJié sfruttò l'intervento di Kasche e osservò che lui stesso aveva già risolto il problema ebrai-
* È risaputo che Hitler non aveva, di solito, gran rispetto per i patti da lui stesso stipulati con gli alleati. Ne sono una testimonianza i suoi discorsi pubblici degli anni Trenta, in cui aveua. solennemente promesso, dopo ogni atto di an.n.ession.e di nuovi territori al Reich, che «questa sareb be stata l'ultima pretesa tedesca in Ezi.ropa»; come testimoniano ancora l'accordo di Monaco, il pcitto di non aggressione stipulato con la PolO/'l.i.a, il paLto Ribbentrop-Molotov e tanti altri patti subito uiolati. La fedeltà assoluta al Duce, che il FiJ.hrer non tradì mai, nemmeno quando tutto era ormai perduto, non è spiegabile raziona.lmente e derivò, a qua.nto pare, solo da fattori psicologici.
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co nella maggior parte della Croazia, ma nei centri più grandi, come Ragusa e Mostar, gli italiani gli avevano impedito di completare l'opera. Pavelié disse che gli italiani sostenevano che il problema ebraico faceva parte di tutto un complesso e che perciò non si poteva giungere ad una sua soluzione separata dal contesto generale. Il capo degli ustascia aggiunse poi che gli italiani si dicevano condizionati dall'atteggiamento del Vaticano; inoltre, manifestavano l'opinione che la deportazione degli ebrei avrebbe potuto colpire duramente il buon nome dell'esercito italiano. A questo punto Hitler disse che gli era chiaro che la questione avrebbe potuto essere risolta solo in un colloquio «tete à tete» tra lui e Mussolini e chiese dunque che in vista di tale colloquio gli si preparasse un memorandum preciso e particolareggiato. Senza frapporre tempo, Ribbentrop incaricò l'ambasciatore Kasche, ma Hitler, a cui la questione ebraica infiammava gli spiriti, non fu soddisfatto ed esclamò con foga: «Bisogna metter fine a fenomeni di questo genere!». Vedendo come si mettevano le cose, Pavelié soffiò sul fuoco e disse che era davvero insopportabile vedere come in una parte della Croazia gli ebrei venivano «evacuati,>, mentre in un'altra parte non si poteva torcere loro un capello. Hitler si affrettò a dirsi d'accordo con lui e definì gli ebrei «cavi telefonici sotterranei ('Untererdische Telefonkabel') e emittenti radio dei ribelli, alle cui azioni era assolutamente necessario porre fine». Ribbentrop intervenne osservando che il Duce aveva impartito ordini precisi di consegnare gli ebrei, ma l'esercito italiano disubbidiva a quegli ordini. Hitler reagì dicendo che la 2!! Armata, al comando del generale Roatta - egli stesso un politicante più che un uomo d'armi - agiva secondo una sua politica personale. Il Fuhrer concluse, infine, che dato che a breve scadenza gli sarebbe stato difficile recarsi in Italia, sarebbe stato bene preparare un incontro tra lui e il Duce al Brennero. I tedeschi e i croati si separarono, dopo un tè pomeridiano, con grandi effusioni d'amicizia 1 • Non c'è dubbio che in quell'incontro Pavelié seppe giocare accortamente la carta ebraica, puntando sull'ossessione da cui Hitler era dominato e ottenendo così il suo scopo: infamare gli italiani agli occhi dei capi nazisti. Il capo ustascia sapeva bene (come lo sapeva Kasche) che lo sparuto nucleo degli ebrei restati in Croazia non rappresentava nessuna minaccia politica, né costituiva un fattore di 1 Hn,GRlffiER, op.cit., pp. 118-119, 126. A Mussolini fu inviato su questo incontro un rapporto corretto e abbreviato, da cui erano stati tolti tutti i brani contenenti critiche contro l'Italia.
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qualche importanza nel movimento di resistenza; ma la leggenda della favolosa potenza ebraica si riallacciava egregiamente alla fanatica concezione hitleriana di una guerra cosmica tra il nazional socialismo e la giudoplutocrazia. I croati ottennero dunque ciò che volevano: il Fiihrer ordinò di esercitare pressioni sugli italiani, promise di intervenire personalmente in quella specifica questione e Ribbentrop ricevette le disposizioni desiderate cioè di preparare il terreno ed esercitare pressioni su Palazzo Chigi. Il solerte Kasche corse a Zagabria e si affrettò a preparare il memorandum che doveva servire a Hitler nell'incontro con Mussolini. Il lavoro fu svolto secondo le direttive impartite da Ribbentrop, e perciò nel memorandum furono sottolineati i seguenti punti: «... La zona occupata dagli italiani nella costa dalmata è vista dagli inglesi come una regi_one turbolenta e una base potenziale per la preparazione di azioni dì rivolta, che di là potrebbero estendersi a tutta l'Europa. Aerei e sottomarini visitano quella zona e vi recano armi ed esplosivi. Tali azioni sono rese possibili dall'appoggio fornito dagli ebrei locali ... I croati hanno potuto operare contro gli ebrei, fino ad ora, solo nel nord del Paese, essendosi scontrati nell'opposizione italiana nelle altre zone. Sarà dunque bene ottenere dal Duce il consenso a che attività di quel genere possano essere effettuate anche nel sud della Croazia - e questo è anche il parere di Pavelié» 2 • Il memorandum di Kasche fu consegnato a Hitler il giorno 1 ottobre 1942. Nel paragrafo concernente gli ebrei si legge: «Le Autorità italiane impediscono l'applicazione delle leggi razziali disposte dal governo croato. L'Esercito italiano accorda protezione a un gran numero di ebrei, soprattutto nelle città di Mostar, Dubrovnik e Crkvenica. Altri ebrei vengono trasferiti dagli italiani nella zona dalmata annessa all'Italia o in Italia stessa. In virtù di questo appoggio a loro accordato dagli italiani, gli ebrei possono esercitare attività ostili danneggianti i comuni interessi delle Potenze dell'Asse. La nostra Ambasciata a Roma comunica che
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N.G., 3165.
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Mussolini ha ordinato di applicare agli ebrei le leggi croate, ma l'Ambasciatore d'Italia a Zagabria, Casertano, e il Comandante la 2~ Armata, Generale Roatta, sostengono di non aver ancora ricevuto nessuna istruzione di questo tenore» 3 • Intanto Ribbentrop chiese, il 28 settembre, all'ambasciata tedesca a Roma di verificare cosa stessero tramando gli italiani. Ai primi d'ottobre il consigliere d'ambasciata von Plessen si incontrò con D'Ajeta e gli chiese se l'ordine di Mussolini era stato comunicato alle forze italiane dislocate in Jugoslavia. D'Ajeta riferì su questo incontro a Pietromarchi e in margine al rapporto annotò che sarebbe stato necessario dare ai tedeschi una qualche risposta e comunicare ai Comandi in Jugoslavia l'ordine di Mussolini 4. Von Plessen aveva detto al collega italiano, quasi in confidenza, che a Berlino sospettavano che i funzionari degli esteri non avessero (intenzionalmente) comunicato il «nulla osta» di Mussolini all'esercito 5 • Queste parole del diplomatico tedesco impressionarono quelli di Palazzo Chigi e il 7 ottobre lo stesso ministro Ciano inviò al Comando Supremo un messaggio in cui si richiedevano urgenti informazioni sui passi compiuti dall'esercito per eseguire l'ordine di consegnare gli ebrei, e se era vero, come sostenevano i tedeschi, che i Comandi italiani dicevano di non aver ricevuto disposizioni in proposito 6• Il "Comando Supremo si affrettò a rispondere che: 1) le argomentazioni erano infondate; la 2,i Armata stava facendo tutti i preparativi necessari all'esecuzione dell'ordine di consegna degli ebrei ed era già stato approntato, come primo passo, un preciso censimento della popolazione ebraica, per accertare la pertinenza o meno di ogni ebreo all'area di influenza italiana; 2) il Comando Supremo appoggiava l'opinione di Roatta, secondo cui, per ragioni di prestigio e per timore delle conseguenze che un tale atto avrebbe potuto avere fra la popolazione locale, non si doveva obbedire all'imposizione tedesca 7 • È interessante notare che proprio gli ufficiali del Comando Supremo (la risposta in questione era stata inviata con l'approvazione
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ADAP, Serie E, Vol. 4, p. 108. CARPI, op.cit., p. 516. 5 V ERAX, op.cit., p. 25. 6 CARPI, op.cit.' p. 480. 7 lvi, ibidem. 4
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di Cavallero, che era a conoscenza di quanto vi si diceva), di cui Roatta aveva tanto timore, appoggiarono l'azione di diversione e si unirono alla schiera di coloro che si opponevano alla consegna degli ebrei. Oltre alla risposta sopra ricordata, il Comando Supremo inviò alla 2!! Armata un telegramma in cui si riferivano le lamentele tedesche, secondo cui gli ufficiali dell'Armata non sarebbero stati al corrente delle disposizioni riguardanti la consegna degli ebrei; si sottolineava l'importanza della questione e si richiedevano chiarin1enti, oltre alla req_azione di un rapporto sull'andamento del censimento della popolazione locale 8 • La risposta del Comando della 2~ Armata fu compilata con grande astuzia e redatta nella migliore lingua burocratica. In un telegramma inviato da quel Comando si dichiarava che: 1) non era stato ricevuto alcun ordine di consegnare gli ebrei ai tedeschi, bensì ai croati; quel Comando affermava quindi che la dichiarazione data dai suoi ufficiali di non aver ricevuto certi ordini era basata su verità; 2) il censimento si trovava in fase avanzata, però i suoi esecutori incontravano mille ostacoli, non esistendo chiari parametri per definire quali fra i profughi avrebbero dovuto essere consegnati e quali no; 3) il generale Cavallero aveva ordinato - a voce - a Roatta di non compiere ulteriori passi fino a che non gli fossero state recapitate nuove disposizioni in merito; 4) il Comando della 21i Armata era sempre dell'opinione che non si dovesse collaborare in nessun modo a questo indesiderabile affare; e se i croati volevano gli ebrei, che se li venissero a prendere con le proprie mani 9 • La bufera si calmò ben presto e tutto finì con un telegramma di scuse del Comando Supremo. Al Comando Supremo si sosteneva di non aver alcuna colpa di quel pasticcio; erano stati quelli di Palazzo Chigi che avevano comunicato all'esercito le disposizioni relative alla consegna degli ebrei (e infatti, come il lettore ricorderà, in questo senso aveva scritto Ciano, forse per svista). Intanto, però, nessuno aveva dato ordine di consegnare gli ebrei ai croati. Dunque il Comando Supremo chiedeva che tutta la questione fosse riesaminata secondo i criteri definiti dal Comando della 2!! Armata e che nel frattempo si rinviasse l'esecuzione della consegna degli ebrei * 10 • 8
Ivi, p. 481. Ivi, ibidem. '* In margine al telegramma si legge un'annotazione: «Si è deciso che è impossibile consegnare gli ebrei della nostra zona ed i profughi qui rifugiati, perché {i tedeschi e i croati] vogliono eliminarli». A quanto sembra, l'annotazione fu apposta da uno degli ufficiali del Comando della 2!! Armata. 10 SME-AUS, cassetta 5283/c (No. 3096). 9
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Pareva dunque che in tutte le diverse sfere italiane (all'infuori della stesso Mussolini, che era all'oscuro della questione) si fosse deciso di non consegnare gli ebrei. Il problema che gli italiani dovevano però ancora affrontare era quello di come sventare le mire tedesche e di come dilazionare la cosa il più a lungo possibile. Le difficoltà con cui si scontravano gli italiani erano immense. I tedeschi conoscevano bene i loro alleati fascisti ed erano continuamente assillati da dubbi - molto spesso non infondati - sulla loro lealtà verso l'Asse. Le loro pressioni sugli italiani si fecero perciò sempre maggiori.
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,<Abbiamo il diritto morale di distruggere questo popolo che desidera la nostra rovina; abbiamo verso il nostro stesso popolo il preciso dovere di farlo». H . Himmler, in un discorso ai comandanti delle SS in Posnania, 1943 I tedeschi esercitavano sull'Italia pressioni su diversi piani. Al ministero degli esteri a Berlino sapevano per esperienza che, se si volevano eliminare gli ebrei degli Stati satelliti, uno dei mezzi più efficaci per convincere i governi a consegnare gli ebrei era compiere una netta separazione tra gli ebrei cittadini del paese e quelli privi di cittadinanza. Durante il mese di settembre del 1942 il ministero degli esteri tedesco si rivolse perciò al governo italiano chiedendogli l'autorizzazione ad applicare anche agli ebrei cittadini italiani, abitanti nei paesi occupati dai tedeschi in Nord Africa, in Francia e nei Paesi Bassi, la legislazione razziale nazista. Tale richiesta fu giustificata dalla necessità «di impedire la formazione di gruppi privilegiati; di semplificare la sorveglianza su certi elem enti; di porre fine al contegno sfrontato tenuto da certi privilegiati; e, infine, di controbattere la propaganda nemica secondo la quale la legislazione razziale provocava discordia tra le potenze dell'Asse» 1 La questione che fu oggetto di una alquanto prolungata discussione, in cui i tedeschi cercarono di convincere i loro alleati con sempre nuove argomentazioni 2 , fu portata a conoscenza di Mussolini. In un rapporto del settembre 1942 anno XX (1942), presentatogli dat ministero degli esteri, si diceva tra l'altro:
1 L'A. è in possesso di una traduzione italiana del documento tedesco. Vedi «Yad Vashem», 010/26-29. 2 Per la richiesta riguardante gli ebrei di Tunisi e, in seguito, anche gli ebrei di altri Paesi, vedi M!CfJAELIS, op.cit., pp. 316-318 dell'ed. inglese.
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«La richiesta del governo tedesco crea un delicato problema nei riguardi del nostro atteggiamento rispetto agli ebrei italiani all'estero, ai quali il governo italiano si è interessato non in quanto tali, ma in quanto cittadini italiani che rappresentano spesso cospicui interessi italiani all'estero». Nel rapporto si dichiara inoltre che: «la politica razziale italiana è intesa a garantire le caratteristiche razziali della Nazione senza però arrivare a misu~e di persecuzione ... verso ebrei italiani ... in Paesi ... specialmente nel Bacino del Mediterraneo dove essi costituiscono forze vive ed operanti delle nostre collettività, noi abbiamo seguito una politica di difesa contro misure che sotto la parvenza di concetti. razziali venivano in realtà a compromettere la situazione morale, politica ed economica di queste nostre collettività ... Si deve inoltre rilevare che è molto discutibile dal lato giuridico la legittimità di un provvedimento con il quale la potenza occupante deporta in massa non solo persone appartenenti al territorio occupato ma anche. stranieri e perfino cittadini di un Paese alleato ... La politica razziale da noi attuata con criteri illuminati ed applicata con equanimità e misura si distingue profondamente dai concetti [tedeschi] ... Un consenso italiano ... alla deportazione degli ebrei italiani susciterebbe una dolorosa impressione e potrebbe crearci dei problemi ... Per tali considerazioni parrebbe opportuno far chiaramente presente alle Autorità tedesche che non è possibile consentire alla loro richiesta ... » Mussolini approvò quanto gli esponevano i funzionari degli esteri nel rapporto succitato, che infatti reca la scritta «Visto dal Duce», e la richiesta tedesca fu respinta, come risulta da un «Appunto» del 10 ottobre 1942 (XX) presentato <<All'Ambasciata di Germania - Roma», in cui si ripetono le argomentazioni che abbiamo letto qui sopra 3 • È lecito supporre che i tedeschi si aspettassero di ricevere unarisposta di simile tenore, ma che fossero sicuri che l'atteggiamento italiano si sarebbe fatto sempre meno energico riguardo alla questio-
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Yad Vashem, ibid., num. origmale 34101117/297 (10.10.1942).
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ne degli ebrei non italiani. Così infatti era successo in Slovacchia, in Croazia, nella Francia di Vichy e in Bulgaria*, in Paesi , cioè, che erano stati disposti a consegnare ai tedeschi gli ebrei privi della cittadinanza locale (e alla fine anche gli ebrei cittadini del Paese stesso) purché ai governi dei Paesi in questione fosse concesso di impadronirsi dei beni degli ebrei. L'Italia fu l'unico Stato - tra i satelliti del Reich - che respinse la richiesta tedesca per quanto riguardava gli ebrei di cittadinanza italiana residenti in altri Paesi, estendendo poi la sua protezione anche agli ebrei non italiani che si trovavano nei territori italiani o occupati da truppe italiane. I tedeschi, però, non si dettero per vinti e ai primi d'ottobre del 1942 venne a Roma uno dei più alti dirigenti della Germania nazista, il Reichsfiihrer delle SS Heinrich Himmler, un uomo la cui potenza, già immensa, era in continua ascesa e ai cui ordini obbedivano ciecamente le migliaia di nazisti che spargevano il terrore in tutto l'impero del Reich di Hitler. Himmler era sta to incaricato, fra l'altro, di coordinare il piano per l'attuazione della «soluzione finale del problema ebraico». Himmler nutriva una sentimentale simpatia per l'Italia (<<il Paese dove», come cantava Goethe, «crescono i limoni») e si riteneva un grande esperto di questioni italiane. Come il suo drogato collega Goering, anche Himmler amava soggiornare in Italia. Il suo atteggiamento verso l'Italia era un miscuglio di affettuosa simpatia, di disprezzo, di gelosia e di sospetto. In questa sua visita a Roma intendeva controllare di persona quanto ci fosse di vero nelle voci che gli erano venute all'orecchio sull'indebolimento del regime, sul crescente disfattismo che dilagava nella popolazione della penisola, sui complotti che si diceva si stessero tramando nelle sfere della Corte, della Chiesa e dell'esercito: in breve, voleva vedere con i propri occhi cosa stava succedendo a Roma. Himmler dedicò dunque gran parte delle ore di questo suo soggiorno romano a lunghe camminate per le vie della città, accompagnato dai suoi fedeli amici italiani, tra cui il ministro degli interni Buffarini Guidi e il ministro delle corporazioni Ricci. Al gruppo si ac., Si pen.ça, di solito, che la Bulgaria occupata dai nazisti abbia difeso gli ebrei, ma ciò corrisponde a realtà solo per quanto riguarda gli ebrei in possesso di cittadinanza bulgara, mentre gli ebrei stranieri che si trovavano in Bulgaria e nei territori controllati da truppe bulgare furono ben volentieri consegnati ai tedeschi. Nell'estate del 1943 furono consegnati ai tedeschi migliaia di ebrei abitanti la Tracia (nel nord della Grecia) e la Macedonia (nel sud della Jugoslavia), zone sottoposte, appunto, all'occupazione bulgara. La grande maggioranza di quegli ebrei fu deportata a Treblinka dove fu eliminata nelle camere a gas.
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compagnava anche il capo della polizia italiana, Carmine Senise, una vecchia ed astuta volpe che proprio in quei giorni stava tramando con altri il rovesciamento del regime. Tra una passeggiata e l'altra, il Reichsfohrer riuscì ad incontrarsi con diversi uomini di governo italiani, tra cui il ministro degli esteri Ciano e, naturalmente, Mussolini 4. Nell'incontro con Mussolini furono discusse soprattutto questioni di politica interna: la fedeltà della Casa Reale al regime, l'atteggiamento del Vaticano verso l'Asse ed altro. Mussolini rassicurò Himmler che tutte le voci che si erano sparse su una crescente opposizione al fascismo non erano che fandonie. Una parte della conversazione Himmler-Mussolini fu dedicata alla questione ebraica. Il nazista non parlò, a quanto pare, degli ebrei di Croazia (almeno, non se ne trova alcuna traccia nel suo rapporto sull'incontro), anche se è da supporre che non a caso avesse solo toccato col Duce la questione ebraica, ma ciò facesse parte delle pressioni esercitate dai tedeschi in quell'epoca. Himmler cercò di convincere il Duce a dare il suo «modesto» contributo alla «soluzione finale», spiegandogli quale cattiva impressione un rifiuto italiano avrebbe provocato negli ambienti nazisti. Nel suo rapporto al Fuhrer, Himmler scrive: «Quanto alla questione ebraica, ho detto a Mussolini che gli ebrei sarebbero stati allontanati dalla Germania, dal Generalgubernement e dai Paesi occupati, e ciò in quanto in tutti quei territori [gli ebrei] si occupano di azioni di sabotaggio, di spionaggio, di organizzazione di bande partigiane. In Russia siamo stati costretti a fucilare un buon numero di uomini e donne [ebrei] perché in quei posti donne e bambini fornivano informazioni ai partigiani. Il Duce si è detto d'accordo con noi sul fatto che questa è l'unica soluzione possibile. Ho detto al Duce che abbiamo deportato in campi di concentramento ebrei politicamente sospetti, mentre altrì ebrei sono impiegati nella costruzione di arterie stradali in Europa orientale. Certo, il tasso di mortalità tra loro è 4 Sull'i ncontro, vedi il resoconto particolareggiato in DEAKIN, The Brutal Friendship, London 1966, pp. 75-78. È strano che in quest'opera non si faccia alcun cenno alle parole di Himmler concernenti gli ebrei, mentre nel rapporto che Himmler presentò a Hitler un buon terzo è dedicato alla questione ebraica. Anche Ciano non accenna, in tale contesto, alla questione ebraica; per quanto è scritto nel suo diario, cfr. G1BSON, op.cit., p. 530. Anche nei ricordi del rappresentante delle SS a Roma, Eugen Dollmann, che partecipò agli incontri avuti da Himmler a Roma, non si fa cenno a discussioni sulla questione ebraica; cfr. D. Dou.MANN, Roma nazista, Milano 1954.
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alto, perché gli ebrei non sono mai stati abituati al lavoro. Gli ebrei anziani sono stati t rasferiti in Case di Riposo a Berlino, a Monaco di Baviera e a Vienna. Altri si trovano a Terezienstadt, in un ghetto per vecchi ebrei tedeschi, dove essi ricevono pensioni ed è loro permesso di autogovernarsi a loro piacimento, ma scoppiano fra di loro continue liti. All'est abbiamo cercato di cacciare gli ebrei verso le linee russe, ma i russi, naturalmente, h_a nno più di una volta accolto queste folle a fucilate, segno che anche colà (gli ebreiJ sono indesiderati ... » 5 • Le parole di Himmler sono un astutissimo miscuglio di verità, mezze verità e men zogne. La descrizione dell'opera compiuta dagli Einsatzgruppen in Europa orientale è alquanto fedele alla· realtà: Himmler n on nasconde il fatto che i suoi uomini operavano un indiscriminato e totale sterminio di uomini, donne e bambini, giu stificando ciò con la stereotipata argomentazione che venivano fornite informazioni al nemico. Sui campi di sterminio, invece, nessun a ccenno; o forse n e fa cenno parlando dei campi di concentramento dove «il tasso di mortalità è alto». Un altro accenno allo sterminio è contenuto nelle parole con cui annunciava che «gli ebrei saranno allontanati dalla Germa nia e d a tutti i Paesi occupati». Ci si può dunque chiedere: dove sarebbero sta ti trasferiti gli ebrei, se essi dovevano essere all ontanati «da tutti i Paesi occupati»? La conclusione più evidente è che essi sarebbero stati allontanati dal mondo degli uomini viventi ... E quale fu, secondo Himmler, la reazione di Mussolini a queste su e parole? TI Duce si disse d'accordo con il Reichsfuhrer delle SS sul fatto che l'assassinio di ebrei - uomini, donne e bambini - era «l'unica soluzione p ossibile». Senza sottovalutare questa reazion e di Mussolini, dobbiamo però consid erarla come parte del comport ament o da lui gen eralmente tenuto in quell'epoca. Le sue p ericolanti condizioni politiche - e a nche fisiche - lo rendevano incap ace di sostenere energicam ente le proprie opinioni e lo portavano a cercare di svincolarsi velocemente e senza troppe complicazioni ogni qual volta si trovava a dover prendere d ecisioni o a rispondere a richieste. Non d obbiamo perciò mer aviglia rci se poco tempo dopo quel suo incontro con H imm ler, Mussolini si disse d'accordo n el revocare l'ordine di consegnare gli ebrei di Croazia , ordine che lui stesso aveva imp artito so~ BA, NS 19 (neu).
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lo pochi mesi prima, in agosto. Può darsi, inoltre, che nelle parole di Himmler avesse trovato la conferma al fatto che ciò che si raccontava circa lo sterminio degli ebrei d'Europa corrispondeva alla pura verità; di qui la sua decisione di annullare l'ordine precedentemente impartito. Intanto, mentre Himmler passeggiava per Roma, i croati vennero ad unirsi anch'essi al «gioco». Ai primi d'ottobre del 1942 gli italiani chiesero ai croati di rinunziare a includere gli ebrei della 21 Zona nelle deportazioni all'est e i croati sfruttarono l'occasione per seminare discordia tra italiani e tedeschi. Un funzionario dell'ambasciata croata a Roma, certo Pavlovié, comunicò a Pietromarchi, il 17 di ottobre 1942, che poiché il governo croato voleva liberarsi in un modo o nell'altro degli ebrei della 26 Zona, poco gli importava che i tedeschi deportassero gli ebrei in questione nei loro campi all'est o che l'Italia li trasferisse nel proprio territorio 6 • Tre giorni dopo, il 20 ottobre 1942, le medesime parole furono ripetute dall'ambasciatore croa to Peri é, il quale sottolineò inoltre che il governo croato era pronto ad annull are l'accordo da esso stipulato con i t edeschi a condizione, però, che il governo italiano allontanasse gli ebrei da tut ta la Dalmazia (anche dalla 1!! Zona) e consegnasse i loro beni ai croati. P erié aggiunse anche, in forma non ufficiale, che sperava che il governo italiano avrebbe accettato la proposta, sapendo quale sorte sarebbe toccata ai deportati 7 • Lo stesso giorno, il ministro degli esteri croato, Lorkovié, si incontrò a Zagabria con l'ambasciatore tedesco Kasche. Lorkovié disse a Kasche che «gli italiani avevano proposto all'ambasciatore croato a Roma di rivolgersi a loro in nome del suo governo chiedendo il trasferimento in Italia degli ebrei della Dalmazia». Lorkovié aggiunse poi che Perié aveva respinto la proposta sostenendo che non si poteva annullare così su due piedi, senza un previo assenso tedesco, l'accordo riguardante il trasferimento degli ebrei, ma che i croa ti sarebbero stati pronti ad accettare la proposta italian a se fossero state loro accordate le medesime condizioni fissate nell'accordo con i tedeschi. Nel rapporto, in cui riferiva a Berlino dell'incontro col ministro croato, Kasche spiegava: «Mi sembra che tutto quest'affare faccia parte della strategia di dilazione adottata dagli italiani ... un nostro assenso 6
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Yad Vashem, 610/26-29, 17.10.1942. CDEC, Appunto 20/10/1942; VERAX, op.cit., p. 25.
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al trasfe1imento di ebrei in Italia sarebbe in assoluta opposizione alla politica da noi esplicata in tutta Europa riguardo alla questione ebraica» 8 •
In seguito a questo rapporto di Kasche, l'ambasciata tedesca a Roma fu pregata di intervenire per approfondire la faccenda. Verso la fine di ottobre von Bismark chiese a D'Ajeta chiarimenti sulle trattative in corso tra il governo italiano e quello croato. Secondo quanto riferì Bismark, D'Ajeta gli disse: «L'ambasciatore croato gli aveva La D'Ajetal comunicato che il Poglavnik [il titolo con cui si faceva chiamare il capo degli ustascia] sarebbe stato pronto ad assentire, se l'Italia ne avesse dimostrato interesse, a che il problema degli ebrei della Croazia fos se risolto col trasferimento in Italia degli ebrei della 2~ Zona, a condizione però che i beni [degli ebrei] venissero consegnati ai croati ed essi [gli ebrei] rinunziassero alla cittadinanza croata. D'Ajeta aveva a ggiunto che il governo italiano aveva energicamente respinto l'idea, argomentando che l'Italia non era la Palestina. L'Italia era sì pronta a curare gli interessi dei cittadini italiani ma non aveva alcuna voglia di occuparsi degli ebrei croati. Gli italiani sostenevano che i croati cercavano di scaricare sulle loro spalle la responsabilità [degli ebrei]>• 9 • L'infittirsi delle pressioni provocò gravi preoccupazioni nei funzionari di Palazzo Chigi. Era ormai chiaro che sarebbe stato difficile ingannare i tedeschi e perciò agli esteri fu deciso di nominare una commissione incaricata di definire n uove direttive operative . La commissione (dei cui m embri non si conoscono i nomi, ma è lecito supporre che n e fosse a capo Pietromarchi) tenne lunghe e serie sedute in cui la faccenda fu approfondita, arrivando alla fine alla conclusione che sarebbe stato necessario t rovare qualche nuovo e più convincente elemento diversivo. Fu deci so dunque di proporre il concentr amen to degli ebrei della Dalmazia in alcuni campi nella 2!! Zona, spiegando l'azione come un primo passo verso la consegna degli ebrei e come r esa necessaria dovendo procedere al censimento dei profughi. Nel documento
8 POLIAKOV, 9
op.cit., pp. 171-172. PA, 162151, 28.10.1942.
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presentato dalla com missione si sottolineavano l'estrema urgenza di attuar e il provvedimento proposto e la necessità che nel provvedimento venissero inclu si tutti gli ebrei senza discriminazione dì sorta 10• La vera intenzione del ministero degli esteri era assicurare la protezione degli ebrei dai croati e dai tedeschi facendo, però, credere che il concentramento nei campi fosse un primo passo verso la consegna.
1 °CARPI, op.cit., p. 485. Carpi sostiene che la Commissione, nel corso delle sue riunioni, prepai·ò cinque versioni delle conclusioni a cui si era addivenuti. In nostro possesso, oggi, sono la versione finale ed un'altra versione che si differenzia da quella in quanto più particolareggiata.
XII TUTTI GLI EBREI Al CAl\ilPI!
«Il mio comportamento deve essere conforme non alle norme che mi detta il mio avvocato, bensì a quelle che mi dettano i miei sentimenti di uomo, il mio senso di giustizia e la mia ragione». Edmond Burk - 1772
D'un tratto, in modo del tutto inaspettato, la burocrazia italiana cominciò ad operare con uno zelo sorprendente, come se fosse una macchina perfetta e ben oliata: le conclusioni della commissione furono approvate da Mussolini già il 23 ottobre, e il 28 ottobre il Capo del Comando Supremo, Cavallero, impartì l'ordine di internare tutti gli ebrei della 2~ Zona in campi di concentramento; quanto alle particolareggiate norme «riguardanti chi dovrà poi essere consegnato ai croati e come ciò dovrà essere effettuato», sarebbero state impartite «altre speciali disposizioni» 1 • In pratica, nella tattica adottata dagli italiani non er a avvenuto nessun mutamento fondamentale: la strategia delle scartoffie continuava a dominare. Ai primi di novembre si completò l'arresto dei profughi che furono trasferiti in quattro punti di concentramento: l) nei dintorni di Ragusa, circa 900 ebrei, provenienti in maggioranza dalla Bosnia (e dal suo capoluogo Sarajevo) furono alloggiati in diversi alberghi a Ragusa stessa e nelle isole vicine alla costa; 2) a Porto Re (Kraljevica) circa 1200 ebrei, provenienti in maggioranza dalla Croazia ma che comprendevano anche un piccolo gruppo di profughi dalla Germania, furono rinchiusi in un campo di concentramento appositamente creato; 3) nelle isole di Brazza (Brac) e Lesina (Hvar) circa 600 ebrei furono sistemati in case private requisite;
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CARPl,
op.cit., p. 487; VII, lta.lija, T/82/R.
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4) un gruppo numeroso fu poi internato in un campo nell'isola di Arbe. * Le condizioni in cui gli ebrei «imprigionati,, dagli italiani si trovavano ora a versare non erano affatto cattive. La grande maggioranza di essi fu come già detto «imprigionata» in alberghi, in case di cura e in abitazioni private; solo nel campo di Porto Re le comodità lasciavano non poco a desiderare. I «carcerati» erano sorvegliati in modo molto distratto - quando poi non erano addirittura lasciati senza alcuna sorveglianza. Gli italiani sapevano che gli ebrei «prigionieri» non avrebbero cercato di fuggire, né avrebbero saputo dove fuggire. A sentinella sulle porte degli alberghi sedevano a turno dei carabinieri che sbadigliavano dalla noia , che non facevano nulla per impedire agli ebrei, con cui avevano stretto forti legami di amicizia, di uscire ed entrare liberamente. Gli ufficiali addetti alla vigilanza intendevano soprattutto facilitare ai profughi la loro forzata permanenza in quei luoghi in qualità di «ospiti» dell'esercito italiano; perciò preferivano lasciare la direzione degli affari quotidiani ai rappresentanti dei profughi stessi. La vita dei «carcerati» si normalizzò dunque ben presto: nei «campi» si aprirono scuole e officine artigiane e si svilupparono attività culturali e artistiche. Accademici di alto livello tennero corsi frequentatissimi, e i condannati all'ozio forzato trovarono modo di occuparsi di pittura, di scultura, di musica , di danza ... Nei campi si fecero gare sportive, si organizzarono movimenti giovanili, si tennero congressi. I finanziamenti del JOINT (giunti qui attraverso la DELASEM) permettevano di assicurare il sostentamento dei profughi, anche dei più bisognosi. Oggi, in uno sguardo retrospettivo, la vita dei profughi «imprigionati» dagli italiani sembra un quadro surrealista, quasi macabro: ebrei perseguitati, oggetto fino a pochi giorni prima di una vera propria caccia all'uomo, eccoli condurre ora una vita all'apparenza pacifica e normalissima. La verità è che tutto ciò non era che un microcosmo illusorio, come racchiuso in una bolla di sapone. Negli alberghi di lusso, dove solo pochi mesi prima aveva oziato il dorato fior fiore della nobiltà e dell'alta borghesia d'Europa, dove
* È estremamente difficile appurare quale fosse l'esatto numero dei profughi internati in quei giorni. Le fonti italiane riportano dati sempre diversi, ma secondo calcoli approssimativi è lecito supporre che si trattasse in tutto di circa 4000 ebrei di ambo i sessi e di tutte le età. 2 J . ROMANO, Jevreji u logoru na Rabu, cit. A questo articolo, che tratta del campo di A1:be, è allegata la lista dei nomi di tutti gli internati. Per quanto riguarda i concentramenti eseguiti prima dell'internamento ad Arbe vedi pp. 10-14.
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erano echeggiate le dolcemente ingannevoli note dei valzer suonati nell'era della Grande Menzogna che precedé la Seconda Guerra Mondiale, sulla deliziosa costa adriatica dove il mare è sorprendentemente trasparente, presso le cabine vuote, tra le dune di sabbia calda, in quell'atmosfera così pastorale si sentivano ora voci di bimbi che cantavano canzoni ebraiche, che venivano armoniosamente a fondersi col mormorare delle onde. Nei grandi saloni, sotto gli scintillanti lampadari di cristallo, aleggiava però anche il sentore della tragedia che si stava abbattendo sugli ebrei d'Europa, e brividi di terrore percorrevano la schiena degli «ospiti» di quei luoghi. L'ombra della nera nube della disperazione gravava su tutto, mentre poco lontano, sui monti, bande di assassini guardavano con avidi occhi il posto dove si annidavano le prede agognate. Tutto era come un sogno assurdo: la dolce e forte voce di Beniamino Gigli echeggiava da un vecchio grammofono, riempiendo la sala da ballo dell'albergo di patetiche parole: «Mamma son tanto felice, perché ritorno da te ... », mentre al di là della cinta del parco scoppiettava la mitraglia. Al di là dei monti migliaia di ebrei erano sterminati ogni giorno. Pareva che la Morte stessa avrebbe, tra non molto, aperto anche qui le danze allacciata a una fanciulla ebrea dalle nere trecce. Il nervosismo contagiava perciò .ognuno di questi «villeggianti» e molto spesso scoppiavano fra di loro isteriche liti per futilissimi motivi. In quei giorni pareva che tutta la vita non fosse che un irreale intermezzo tra una catastrofe e l'altra. Forse era ad una simile situazione che intendeva alludere il poeta israeliano Y. Ammichai quando scriveva, in una delle sue quartine raccolte sotto il titolo A distanza di due speranze: «Si può abitare e perfino sistemarsi / nelle fauci del leone se è il solo posto dove rifugiarsi» 3 • Intanto, però, finché i bravi carabinieri montavano la guardia sulla porta dell'albergo, gli ebrei erano pienamente convinti che nulla di male sarebbe potuto accadere loro. Non sapevano cosa stava succedendo nelle più alte sfere, come lo ignoravano anche tanti italiani. Roberto Ducci osservò più tardi che solo una decina di persone, al massimo, era al corrente del progetto di diversione ideato per salvare gli ebrei. Agli esteri ne erano a conoscenza Vittorio Castellani, Luca Pietromarchi, Blasco D'Ajeta, Roberto Ducci e pochi dei loro più intimi collaboratori; nell'esercito lo sapevano il generale Roatta e il suo Capo di Stato Maggiore, Primieri, e forse anche il Capo Sezione per gli Affari Generali del Comando Supremo, il generale Giovanni Magli, che era incaricato, tra l'altro, delle questioni riguardanti i profughi. 3 Y.
A.MMICHAI, (A distanza di due speranze), Tel Aviv 1958, p. 39.
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Si può supporre che di qualche cosa fosse venuto a conoscenza anche il Governatore della Dalmazia, Bastianini, e che anche qualcun altro ne fosse al corrente. Quanto a Ciano, certamente appoggiò gli uomini del suo ministero, ma è da supporre che lo fece pensando che in caso dì insuccesso avrebbe sempre potuto discolparsi sostenendo che tutto era stato compiuto a sua insaputa. È dunque chiaro che ì profughi ebrei non potevano sapere qu ale fosse la vera ragione del loro internamento (come non la sapeva la stragrande maggioranza dei soldati e degli ufficiali italiani colà dislocati). Quando fu loro comunicato l'ordine di arresto e le disposizioni per l'internamento, i profughi ne rimasero, come prima reazione, estremamente terrorizzati. Non molto tempo prima avevano appreso come i loro parenti ed amici restati in Croazia fossero stati deportati nei campi in Polonia, scomparendo poi là senza dare più nessuna notizia di sé. Tra i profughi si sparse velocemente la convinzione che gli italiani intendevano consegnarli agli ustascia e ai tedeschi. I capi dei profughi iniziarono allora una febbrile attività e chiesero aiuto ai loro amici italiani. Molti ufficiali della 211 Armata, che avevano stretto legami di amicizia con profughi ebrei, chiesero ai loro superiori che l'ordine d'internamento fosse revocato. Uno degli ufficiali più attivi in questo senso fu il Sottocapo di Stato Maggiore della 2ll Armata, il colonnello Giacomo Zanussi *, che in un suo libro pubblicato nel 1945 così descrisse i fatti di quell'epoca: « •.. nell'autunno del 1942 ... Zagabria, assistita stavolta da Berlino ... richiese ... la consegna degli ebrei .. . che Mussolini, con uno di quei repentini e bruschi voltafaccia che basterebbero ... a definire la sua mentalità, ordinò di effettuare senz'altro. Alla 2!! Armata, la notizia provocò sensazione; e Roatta, un po' perché l'atto brutale, contrario a tutte le dichiarazioni fatte e agli impegni assunti, gli ripugnava, un po' perché premuto da tutti i nostri comandi ... cercò di tergiversare, aiutato in ciò dai funzionari del ministero degli esteri, che hanno agevolato in tutti i modi la buona causa ... Come la cosa sia andata bene per i quasi 3000 ebrei che riuscirono per merito nostro - altra prova evidente della «criminalità» italiana in genere e roattiana in ispecie! - a scamparla, è raccontato da Verax 4 •• • Ma perché non dir
"' Zanussi sarebbe poi stato attivamente coinvolto nelle trattative tra il lYlaresciallo Badoglio e gli Alleati per l'armistizio del settembre 1943. 4 VERAX, op.cit.
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chiaro e tondo che è essenzialmente a Roatta che si deve se l'inumano ordine di consegna non ha avuto esecuzione e se è a lui che ... ebrei internati provvidenzialmente a Porto Re ... hanno diretto l'indirizzo di gratitudine?» * 5 Per i compiti a lui affidati, lo Zanussi si era trovato coinvolto nelìa questione ebraica anche prima che fosse stata presa la decisione di internare gli ebrei nei campi. A lui il Comando Supremo aveva rivolto quesiti di carattere tecnico e nelle sue risposte il colonnello aveva sempre cercato di convincere i suoi superiori che per ragioni politiche (minaccia al prestigio italiano, ecc.) non si sarebbe dovuto internare gli ebrei, adducendo a sostegno delle sue argomentazioni anche ra{,ioni di carattere pratico quali la carenza di attrezzature adatte, la necessità di lunghi preparativi ecc. Forse, però, lo Zanussi era già venuto a sapere qualcosa delle vere intenzioni di quell'ordine, perché concluse la sua lettera con queste parole « ... un concentramento degli ebrei in appositi campi sarebbe concepibile solo se la cosa potesse portare all'annullamento dell'ordine di consegna ... » 6 • Quando l'ordine di concentrare gli ebrei nei campi giunse al Comando della 2~ Armata, il colonnello Zanussi pensò che gli sforzi tesi alì'annullamento dell'ordine di consegnare gli ebrei fossero falliti e perciò prese un'iniziativa sorprendente per un ufficiale superiore e che avrebbe potuto mettere in pericolo tutta la sua carriera. Così scrisse lo stesso Zanussi: .la questione degli ebrei mi ha dato lo spunto per ricorrere - prima ed ultima volta - al partito fascista. Allorché l'orizzonte pareva oscurarsi e la questione senza via d'uscita, sapendo che il ministro degli esteri Ciano era personalmente contrario all'odiosa misura e che Adelchi Serena, che dal dì della sua defenestrazione da segretario del partito aveva preso il comando d'un battaglione di mitraglieri in quel di Cinquernizza, aveva conservato rapporti d'amicizia con lui, lo mandai a chiamare e lo pregai di far pervenire al << ..
·• S otto lo p.çeudonimo di Verax, come è noto, ,çi cela Roberto Ducci. La questione sollevata qui da Za.n1J,SSi deve esMre compresa sullo sfondo del processo intentato nel dopoguerra. a Roatta «per crimini da lui commessi contro l'umanità:,,. Durante il processo non fu ricordata affatto la parte così importante sostenuta da Roatta nell'azione di salvataggio degli ebrei di Croazia. È chiaro che il Ducci, nell'atmosfera di e.çtremo e · a volte sfrenato antifascismo che dominava l'immediato dopog1.1,erra, aveva evitato di dire una buona parola in favore di chi era stato a capo dell'esercito mussoliniano. "G. ZANUSSI, Guerra e catastrofe d'Italia, voi. I, Roma 1945, pp. 265-266. 6 SME-AUS, 5283/c, Promemoria 27.10.1942.
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ministro un promemoria da me compilato, nel quale ribadivo ... che la consegna ... degli ebrei residenti nel territorio della 2,i Armata, oltre a costituire un atto sommamente riprovevole dal punto di vista umanitario e morale, avrebbe recato un durissimo colpo al nostro prestigio anche di fronte ai croati e ai «cetnici»... Serena, udita la mia appassionata perorazione, pur dopo non poche esitazioni - <<perché voi sapete come il Duce sia suscettibile su questo tasto degli ebrei, caro colonnello!» - accettò di portare il promemoria a Ciano; e lo portò, difatti, ma non senza apporvi un «postscript um» che, secondo quanto mi è stato riferito, lo svalutava in partenza, giacché diceva sostanzialmente così: «Ti porto questo promemoria consegnatomi dal Sottocapo di Stato Maggiore della 2;! Armata. Vedi tu se c'è da fare qualcosa. Io ... sono propenso a credere che tutto il suo zelo sia dettato soltanto dal desiderio di non perdere una qualche bella amante ebrea ch'egli come tanti altri ufficiali si sarà trovato là in mezzo ... » 7 • Dai documenti conservati nell'Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito Italiano risulta che Adelchi Serena non consegnò il promemoria personalmente a Ciano ma glielo inviò allegandovi una lettera in cui spiegava brevemente lo sfondo della questione e chi era il redattore del promemoria stesso*, ma senza alcuna allusione a pretese amanti di Zanussi. Il promemoria di Zanussi (che porta la data 3/11/1942 XXI) inizia comunicando che «la 2!! Armata sta concentrando .. . gli ebrei della 2~ Zona» e che il concentramento «precede la loro consegna ai Croati, i quali alla loro volta li consegneranno ai Tedeschi. Questi ultimi non nascondono che il loro vero fine è quello di addivenire alla soppressione violenta di guesta gente». Zanussi elenca poi le consuete argomen7
ZANuss1, op.cit., pp. 265-266. *Nella lettera di Adelchi Serena il nome di Zanussi rum figura affatto e si dice so· lo che il promemoria era stato compilato da «elementi responsabili della 2g Ai·mata». Serena scrive che egli «si limita ad inviare la segnalazione per dovere d'ufficio» e quanto agli affari romantici osserva che «in verità» esisteva «troppo affiatamento, in alcune località della Croazia occupata, fra ebrei e militari nostri e l'improvviso provvedimento non ha mancato di creare dei disappunti». L'allusione ad amanti ebree esiste dunque, anche se non diretta personalmente contro Zanussi. Interessante è notare che Adelchi Serena scrive inoltre che «si uocifèra, peraltro, che siano stati i tedeschi a richiedere questa brusca soluzione». Conoscendo i sentimenti antitedeschi di Ciano, si è portati a pensare che perfino l'ultrafascista Serena volesse velatamente appoggiare il promemoria e non svalutarlo a priori come sostùm.e Za.nussi.
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tazioni: la consegna recherebbe un grave colpo al prestigio italiano, costituirebbe una violazione degli impegni assunti, rischierebbe di provocare sfavorevoli ripercussioni fra i serbi cetnici (Zanussi sostiene qui che il numero dei serbi combattenti a fianco degli italiani arrivava a 20mila), e le ripercussioni avrebbero potuto essere gravi. Il promemoria si conclude dicendo: «Ad ogni modo, se alla consegna e quindi alla soppressione dei 3000 ebrei della 2,i Zona si volesse a tutti i costi arrivare, occorrerebbe almeno evitare che l'esercito italiano si imbratti materialmente le mani in questa faccenda ... Se i Croati ci tengono proprio a consegnare ai Tedeschi gli ebrei, si accomodino. Ma vengano a prenderseli da sé, senza bisogno che noi si faccia da intermediari e peggio ... È già sufficientemente penoso per l'esercito di un grande Paese permettere spettacoli del genere e assistervi» 8 • Come Zanussi, anche molti altri ufficiali italiani si ingannavano sulle vere intenzioni dei loro superiori e il concentramento degli ebrei nei campi li impressionò molto sfavorevolmente. Alcuni di loro, come si è visto, cercarono di fare annullare l'ordine e in tale contesto è di grande interesse leggere ciò che su quest'argomento scrisse, in data 8 novembre 1942, il comandante dei carabinieri del V Corpo d'Armata, tenente colonnello Pietro Esposito Amodio: «L'internamento degli ebrei .. . (circa 1200) nel campo di Porto Re ... ha prodotto grande impressione, non solamente sugli ebrei colpiti dal provvedimento, ma anche sulla popolazione croata ... L'internamento è stato ... accolto dagli interessati con una certa tal quale rassegnazione perché è stato fatto loro comprendere che, almeno per il momento, essi non correvano alcun pericolo, in quanto restavano nelle mani dell'esercito italiano. Qualora, peraltro, come essi temono, dovessero essere consegnati alla Germania o alla Croazia, si verificherebbero indubbiamente fatti gravi (tentativi di fuga, di suicidio, scene di disperazione ecc.), perché gli ebrei sono fermamente convinti che una loro consegna ... equivarrebbe ad una serie di persecuzioni e torture ... ed alla morte certa, a scadenza più o meno breve ... Il provvedimento ... ha prodotto anche una grande
· Sottolineato nel testo. SME-AUS, 5283/c.
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sorpresa nella popolazione locale ... Molti hanno detto che la natura stessa del provvedimento e la rapidità improvvisa con cui è stato attuato fanno trasparire evidentemente la sua origine: «sono sistemi tedeschi. non italiani e quindi è chiaro che ciò è stato i mposto dai tedeschi» .. . Le autorità croate locali, con subdola arte hanno sparso la voce ... che gli italiani hanno sbagliato. È quindi evidente che le autorità croate abbiano approfittato anche di questa occasione per gettare il discredito sull'esercito e sul governo italiano e per addossare all'Italia ... tutta l'odiosità del provvedimento. Si aggiunge che l'Italia ha così dimostrato che n.on è affatto una nazione civile, come vorrebbe far credere, perché mai la Francia, l'Inghilterra, gli Stati Uniti, la Russia stessa avrebbero ceduto ad un altro stato profughi politici che si erano affidati alla loro protezione ... Si dice che questo dimostra che non è affatto vero che l'Italia sia una grande potenza. Essa è un piccolo Stato ... vassallo della grande Germania, che non può opporsi ad alcuna-richiesta della Germania ... Si dice ancora che la riprova di questa condizione assoluta di inferiorità morale e politica dell'Italia è data dal fatto che, mentre essa, pur facendo la politica razziale nel suo territorio per imposizione od intimazione della Germania, non ha mai ucciso o internato gli ebrei, in Croazia si presta invece a raccoglierli ed a consegnarli assumendo così anche, colle sue truppe, il ruolo di «aiutante dei carnefici». Queste voci ... hanno prodotto grande impressione sulla popolazione locale ... molti ritengono l'Italia dovrà sgombrare questi territori e le truppe italiane saranno sostituite ... da truppe germaniche. In conclusione ... l'internamento degli ebrei profughi nella 2!! Zona ha arrecato grave danno al prestigio dell'Italia» 9 La lettera di Pietro Esposito Aro.odio, che in virtù dei compiti a lui affidati era in continuo contatto con gli ebrei e la popolazione locale e dunque sapeva bene quale fossero i sentimenti dell'opinione pubblica, produsse grande impressione nelle alte sfere del Comando dell'Armata e il suo contenuto fu portato a conoscenza dei funzionari di Palazzo Chigi e dell'ambasciata d'Italia a Zagabria.
• Sottolineato nel testo 9 CDEC, 34/311 di protocollo segreto.
X1II GLI EBREI VENGONO MESSI A MORTE CON IL GAS
«Un soldato SS spiegò agli ebrei che stavano per farli entrare in una cellula di disinfezione. "Inspirate profondamente", disse il tedesco, "vi farà bene ai polmoni"...» Deposizione di Kurt Gerstein, 1942
All'azione di salvataggio degli ebrei di Croazia venne ad unirsi in quei giorni il generale dei carabinieri Giuseppe Pièche, addetto ai Servizi Segreti. Nell'autunno del 1942 Pièche compì un viaggio nei Balcani, fu in Croazia, in Serbia, in Bulgaria e in Ungheria e al suo ritorno compilò un rapporto particolareggiato sulla situazione politica, economica e sociale dei Paesi visitati. Durante il viaggio aveva cercato di appurare quale fosse l'opinione pubblica dominante in quei Paesi, quale fosse il morale delle popolazioni ed altri elementi che avrebbero potuto servire ad un ulteriore sviluppo della politica estera italiana. Pièche godeva di importanti collegamenti in molti Paesi e il suo rapporto fu dunque oltremodo accurato e interessante; i suoi superiori ne furono profondamente impressionati e lo pregarono pertanto di soggiornare a lungo nei Balcani fissando la sua residenza nella cittadina balneare di Abbazia (Opatija), presso il confine italo-jugoslavo. Il dato più impressionante che Pièche riportò dal suo viaggio in Croazia fu quello relativo al fatto «che gli ebrei croati della zona di occupazione tedesca, deportati nei territori orientali, erano stati "eliminati" mediante l'impiego di gas tossico nel treno in cui erano rinchiusi". Agli esteri ne furono esterrefatti e riferirono l'informazione in un apposito promemoria in data 4 novembre 1942 (contenente solo e soltanto la frase sopra riportata), che fu «visto dal Duce» 1 * 1
CARPI, op.cit., p. 520 (ripr. del document.o). • Al Vaticano notizie sull'eliminazione degli ebrei anche con gas tossici erano giunte già nel maggio 1942, provenienti da fonti occidentali e comunicate attraverso le ambasciate di Polonia, Inghilterra e USA presso la Santa Sede. Un'ulteriore con-
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Così ebbe inizio il coinvolgimento di Pièche negli affari concernenti gli ebrei. Di cosa successe dopo il Pièche stesso scrisse nei suoi ricordi: «Durante la mia permanenza ad Abbazia feci amicizia con un ex diplomatico che era stato console in Jugoslavia, Zuccolin. Un giorno egli venne da me accompagnato dal più importante esponente ebraico di Fiume, Glass, per raccomandarsi al mio intervento in favore di circa tremila civili ebrei per i quali il Duce aveva già firmato l'ordine di consegna ai tedeschi. Erano già pronti i treni con manichette a gas per asfissiarli durante il viaggio in Germania. Compilai una lettera per il Duce molto energica, nella quale sostenevo che sarebbe stato un disonore per la nostra bandiera mandare a morte tanti innocenti. [Il] mio segretario mi consigliò di non inviarla dicendomi: "Non la mandi o lei si farà silurare per telegramma". Ma io insistetti, ottenni appoggio anche dal Comandante la 21! Armata [Roatta] che promise anche lui parlarne a Roma e il Duce, credo che sia stato l'unico caso, abrogò il provvedimento preso, ordinando che i tremila ebrei fossero custoditi in terre italiane. Per questo salvataggio inaudito ed inatteso mi venne consegnata a Milano in pubblico teatro una grossa medaglia d'oro "per riconoscenza ebraica''» 2 •
ferma era giunta da parte di prelati che si trovavano in Paesi dell'Europa orientale, tra l'altro dalla bocca di un amico personale del papa, il cappellano militare Pietro Scauizzi che serviva sui treni ospedale dell'ARMIR (prima: CSIR). Scavizzi aveva incontrato in Polonia alcun.i preti cattolici che gli avevano riferito quanto stava accadendo e nel maggio 1942 il cappellano aveva inviato al pontefice un rapporto in cui si diceva che «in Ucraina tutti gli ebrei erano stati soppressi e ben presto sarebbero stati eliminati' anche tutti gli ebrei di Polonia e di Germania per mezzo di un macello in massa». Scavizzi incontrò, in quei giorni, il papa diverse volte. (Cfr. Saint Siège, vol. 8, pp. 534, 669-670. MORLEY, Vatican Diplomacy during the Holocaust, New York 1980, pp. 78, 87, 117, 136. Il libro del p. gesuita Morley, che tratta dell'atteggiamento tenuto dal Vaticano verso l'Olocausto, è un duro atto di accusa contro la Chiesa istituzionale. Gli incontri del papa con Scavizzi vi son.o ricordati più volte). 2 Dai «Ricordi» di Pièche. (Il brano è stato fornito all'A. da Y. Rochlitz; non è chiaro se i «Ricordi» siano stati pubblicati, e se sì, dove). Desta meraviglia il fatto che Pièche, che non era stato uno degli attori principali dell'opera di salvataggio degli ebrei, abbia, unico fra tutti, ricevuto un pubblico riconoscimento, mentre altri (funzionari come Pietromarchi, Castellani, Ducci o militari come Roatta, Amico, Ambrosio, Robot· ti) che presero l'iniziativa e in pratica la diressero, furono dimenticati. Forse non è ancora troppo tardi per riparare.
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Il brano succitato, scritto nel dopoguerra, contiene alcune inesattezze: il Glass era a capo dell'ufficio della DELASEM a Trieste e non a Fiume; la notizia dell'immissione del gas nei treni derivava, a quanto pare, dalla confusione tra due fatti realmente successi: l'eliminazione di ebrei in camion in cui veniva immesso il gas, come era stato fatto in Serbia e come Pièche aveva saputo, e il trasferimento realmente effettuato in treno di ebrei di Croazia nei territori orientali. Meraviglia però constatare come Pièche avesse ripetuto tali inesattezze anche nel dopoguerra, quando cioè i fatti veramente avvenuti erano stati portati a generale conoscenza. Tra l'altro, Pièche scrive nei suoi ricordi di aver inviato allora una lettera a Mussolini, mentre invece la lettera in questione era diretta al ministero degli esteri. In data 11 novembre 1942 egli scriveva infatti: «Nella mia ultima relazione sulla Croazia accennavo alla questione degli ebrei rifugiatisi sul litorale adriatico e per i quali sembrava che Pavelié si fosse accontentato del concentramento anche senza la consegna purché avessero rinunziato ai loro beni. Il concentramento è stato effettuato e sembra che la consegna ai Croati sia stata decisa ... La decisione della consegna agli ustascia equivale alla condanna a morte ha destato commenti nettamente sfavorevoli: - tra le truppe perché abituate a combattere lealmente il nemico, mal vedono il compito ingrato di essere proprio loro a consegnare ad una morte sicura questi disgraziati; - tra le rimanenti popolazioni ortodosse e mussulmane che temono sia loro riservato in avvenire qualche analogo provvedimento mentre oggi stanno fidenti all'ombra della nostra bandiera. È strano il contrasto con gli ebrei d'Ungheria trattati all'acqua di rose e con quelli di Bulgaria che girano indisturbati nel paese col loro distintivo. In questo particolare momento politico un atto di clemenza sarebbe forse, ad avviso dei più, molto opportuno» 3 • Pièche apporta qui, con la frase <<in questo particolare momento politico», una nuova argomentazione contro la consegna degli ebrei. Circa una settimana prima della compilazione della lettera in questione, il 5 novembre, aveva avuto inizio l'offensiva inglese a El Alamein e 1'8 novembre gli Alleati erano sbarcati in Marocco.
:i VII, TS2./P405/829-830.
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La guerra in Africa non era ancora entrata in una fase decisiva, ma l'esperto Pièche intendeva preparare alternative per ogni evenienza. Sapendo come certi stati balcanici satelliti della Germania avevano fino ad allora risolto la questione ebraica, Pièche voleva suggerire cosa sarebbe stato bene fare anche in Italia per essere pronti così a qualunque risvolto potesse prendere la situazione. A sostegno delle sue proposte, Pièche allegò alla lettera la copia di quella che definì «una lettera pervenutami da un italiano delle terre annesse di indubbi sentimenti e che rispecchia lo stato d'animo della maggioranza» 4. «Circa tremila profughi ebrei ex jugoslavi dimoravano da oltre un anno in varie località del vicino litorale croato occupato dalle truppe italiane. Si tratta di gente che ha perduto casa e patria, averi e diritti e tutto quanto fa dolce e bella la vita. Nella loro sventura avevano trovato da noi ospitalità e generosa protezione. Venivano lasciati tranquilli a condizione che non si occupassero di politica; non consta che tale condizione sia stata violata. Ciò malgrado, recentemente, essi sono stati improvvisamente rinchiusi in un campo di concentramento presso Porto Re, un censimento è in corso e tutti quelli - e sono la grande maggioranza - che non potranno dimostrare benemerenze o d'avere parenti prossimi o beni nel Regno, corrono, a quanto sembra, il rischio atroce di venir consegnati od abbandonati alle autorità ustascie; ciò significherebbe la schiavitù e, quasi certamente, la morte. Come italiano vi prego di intercedere se potete affinché tali misure vengano revocate è chi si è, innocente, rifugiato all'ombra della bandiera italiana abbia salva la vita, in attesa che la fine della guerra gli permetta di riprendere il cammino e ricostruirsi una esistenza. In questi tempi in cui è " ... ragion l'offesa, e diritto il sangue e gloria il non aver pietà" l'Italia è forse il solo paese che ha serbato fede alle leggi della umanità. Migliaia di profughi ne benedicono il nome. Sarebbe veramente tragico rompere tale luminosa tradizione che è titolo d'onore e sarà indubbiamente fonte di bene per il nostro paese» 5 •
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Alla notizia dell'internamento degli ebrei della Dalmazia, anche il Vaticano cercò di intervenire. Il 5 novembre 1942 l'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, Raffaele Guariglia, fu convocato presso il segretario di stato dove fu pregato di intercedere affinché il suo governo abrogasse le disposizioni concernenti gli e brei croati 6 • Una settimana dopo il segretario di stato del Vaticano si rivolse al nunzio apostolico a Roma, Francesco Borgoncini Duca, chiedendogli di organizzare nelle alte sfere italiane un movimento di appoggio all'abrogazione delle disposizioni in questione. Il nunzi.o si incontrò, fra l'altro, anche col capo della polizia, Carmine Senise 7 • Oggi sappiamo che quei nobili tentativi di intercessione venivano, come suol dirsi, «a sfondare una porta aperta», ma certo furono di grande appoggio nell'opera di salvataggio già in corso per iniziativa di alcuni funzionari degli esteri e di alcuni alti ufficiali dell'esercito. Era ormai ben chiaro che una consegna degli ebrei croati avrebbe avuto vasti e profondi echi in molte e vaste sfere in Italia; Mussolini e i suoi accoliti videro chiaramente che a Corte, nell'esercito, nei quadri dei funzionari dei ministeri e tra la gente di Chiesa esisteva un'energica opposizione a quella consegna e che il cedere alle imposizioni tedesche avrebbe indebolito vieppiù il Regime già pericolante. Non è detto che l'opposizione alla consegna fosse dettata solo e soltanto da amore verso il prossimo o da simpatia per il popolo ebraico, anche se certo questi sentimenti ne erano la maggior componente. L'opposizione fu in primo luogo un'espressione dell'odio antitedesco che anda va sempre più dilagando in tutta Italia; vi influirono, inoltre, i sempre più aspri conflitti tra italiani e ustascia, l'inizio di un esame di coscienza che gli italiani, alla vigilia della disfatta, si trovavano obbligati a compiere dopo l'euforia fascista ed imperiale e la spontanea reazione alle notizie dell'eccidio che si stava perpetrando ai danni degli ebrei deportati nei Lager. Gli avvenim enti di quei giorni devono essere esaminati sullo sfondo dell'indebolimento del regime. Il popolo italiano stava finalmente scoprendo quale fosse la vera natura del fascismo e le reboanti dichiarazioni mussoliniane sulla potenza mìlitare italiane era5
Ivi, ibidem. Saint Siège, voi. 8, p. 712. 7 Ivi, ibidem, p. 713.
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no giornalmente confutate dalle notizie che andavano t rapelando, nonostante tutti gli sforzi fatti dalla propaganda fascista per soffocarle, sulle sconfitte subite nel deserto libico; gli italiani stavano aprendo gli occhi sull'abisso spalancato tra lo sperpero e il lusso in cui guazzavano i gerarchi e la fame nera in cui il popolo stava affogando. Mussolini, che in passato aveva saputo recitare il ruolo del Buon Tiranno Onnipotente («Il Duce ha sempre ragione»), stava per cadere in preda a un esaurimento nervoso. Era afflitto da malattie psicosomatiche e per lunghi giorni si assentava dal lavoro «per gravi sofferenze di stomaco». Non poteva più concentrarsi, evitava ogni impegno a prendere decisioni, cambiava parere a ogni istante. Una banda di parassiti intriganti lo isolava da ogni contatto con la r ealtà, e il grande Benito era divenuto schiavo della sua amante Clara, dei familiari di lei e di una schiera di adulatori che gli ridevano alle spalle. Mentre per l'Italia si stava avvicinando l'ora del giudizio, a capo del Paese stava un impotente, un succube paralizzato del dittatore più crudele e immorale che una mente umana possa concepire: Hitler. Ridotto in tali condizioni, Mussolini non trovava la forza di dire al «collega>, tedesco che l'Italia era sfinita e non poteva né voìeva continuare a combattere 1 • È più che naturale che nelle condizioni in cui versava in quei giorni l'Italia, nelle alte sfere si cominciassero a far progetti per una deposizione del pericolante Duce, per un'uscita dell'Italia dal conflitto e per un suo salvataggio dal mortale «abbraccio» tedesco. Nei complotti erano coinvolti ufficiali degli Alti Comandi, gente di Corte, funzionari governativi (soprattutto del ministero degli esteri e della polizia), e non pochi gerarchi, tra cui alcuni fascisti «della prima ora», come Grandi e Bottai. Ultimamente si era unito al gruppo anche il genero del Duce, il ministro degli esteri Ciano. I progetti non erano ancora ben definiti, ma l'idea di deporre Mussolini stava già prendendo forma e sarebbe stata attuata entro meno di un anno. È sullo sfondo di questi fermenti che dobbiamo vedere anche la nuova fase della lotta per il salvataggio degli ebrei di Dalmazia. In seguito allo sbarco degli Alleati in Nord Africa, le truppe tedesche avevano occupato la «Francia di Vichy» e quelle italiane avevano preso il controllo della riviera francese e delle regioni alpine sul confine tra Italia, Francia e Svizzer a . L'invasione tedesco-italiana veniva giustificata dalla necessità di difendere quelle regioni contro un possibile sbarco alleato e di appoggiare il governo di Vichy, senza però 8 D. MAc SMITH, (Mussolini ) Tel Aviv 1984, pp. 344-354. In questa biografia di MAc SJ\fCTH si trovano moltissimi cenni alla questione qui trattata.
GLI EBREI VENGONO MESSI A MORTE CON IL GAS
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intaccare l'autonomia interna francese riguardo a tutte le questioni non direttamente inerenti alla sicurezza. In pratica, nella zona francese posta ora sotto controllo ustascia dopo l'ingresso del regio esercito nella 2!! Zona. I francesi facevano tutto il possibile per limitare l'attività degli italiani, mentre questi, dal canto loro, cercavano invece di ignorare i francesi. Quelli di Vichy tentarono anch'essi, come avevano fatto i croati, di sfruttare a loro favore la questione ebraica. Già nel 1940 il governo di Vichy aveva stipulato, dietro pressioni tedesche, una legislatura antiebraica e nel 1942 aveva risposto affermativamente alla richiesta tedesca di consegnare alla Gestapo gli ebrei non di cittadinanza francese, o quelli che avevano ottenuto tale cittadinanza so.lo da poco tempo. I gendarmi e i poliziotti francesi arrestarono gli ebrei che avrebbero dovuto essere deportati e li internarono in campi di concentramento dove li tennero sotto severa sorveglianza finché non furono caricati sui treni per l'est. I francesi collaborarono volentieri con la Gestapo, con gli uomini inviati in Francia da Eichmann. Ora, con l'occupazione italiana della Francia meridionale, quelle regioni erano divenute un luogo di rifugio per gli ebrei. I francesi che cercavano di arrestarvi gli ebrei si scontravano con l'energica opposizione dell'esercito italiano, che liberava gU ebrei già arrestati e impediva di compiere qualsiasi atto a danno dei rifugiati. Avvenne così che mentre gli italiani erano già impegnati nella lotta per il salvataggio degli ebrei croati, si trovarono a doversi attivamente occupare anche degli ebrei della Francia meridionale. Altri hanno scritto il commovente racconto dell'aiuto porto dagli italiani agli ebrei in Francia, ma pertinente alla nostra storia è affermare che proprio quando il problema andò sempre più complicandosi e quando le pressioni si fecero sempre più assillanti, proprio allora la decisione italiana di non consegnare gli ebrei andò vieppiù rafforzandosi. In Francia i più fedeli collaboratori di Eichmann attaccarono gli italiani senza mai riuscire ad averne ragione; e come in Croazia anche in Francia gli italiani riuscirono a dilazionare ogni azione decisiva. È meritevole ricordare qui il nome di colui che diresse l'azione di salvataggio degli ebrei della costa meridionale francese: il commissario di polizia Lospinoso, che fu coadiuvato da un uomo d'affari ebreo di nome Donati - due personaggi che non sfigurerebbero in un appassionante romanzo d'avventure 9 • In seguito a quanto stava succedendo in Francia e ai loro insuccessi in Croazia, i tedeschi decisero ora di operare direttamente e al più alto livello. 9
Sulla questione del salvataggio degli ebrei in Francia ad opera degli italiani non
è stato ancora pubblicato nessuno studio esauriente; notizie in MARus, PAXTON , Vichy
France and the Jews, New York 1982, pp. 315-321; op.cit., pp. 164-170.
BROWNlNG,
POUAKOV,
op.cit., pp. 19-128;
XIV ATTENDENDO LA PRIMAVERA
« .. . Lei non sa come vanno le cose nel mondo [diplomatico]. Quando uno non sa come dir di no, fa una cosa molto semplice: non muove un dito, sperando che qualcosa succeda nel frattempo ... »
Roberto Ducci intervista, 1981
Per placare i tedeschi che non cessavano di chiedere quando gli ebrei di Dalmazia sarebbero stati finalmente consegnati, l'll novembre 1942 fu consegnata all'ambasciata del Reich a Roma una copia dell'ordine impartito dal Comando Supremo di internare quegli ebrei in appositi campi. Perché i tedeschi non nutrissero dubbi sulla sincerità italiana, Pietromarchi spiegò a voce che quello era il primo passo verso la desiderata consegna, e che tale passo era stato compiuto «per sventare ogni possibile attività ostile» 1 • Contemporaneamente Pietromarchi chiarì agli italiani incaricati della questione che era giunto il momento di intraprendere «una fondamentale e particolareggiata inchiesta» per appurare l'appartenenza dei profughi a certe nazionalità o cittadinanze allo scopo di non ledere i loro interessi, dato che, come Pietromarchi scriveva, «è a tutti chiaro a quali conseguenze l'inchiesta avrebbe condotto» 2 • In questa fase dell'azione di salvataggio, a ltri italiani furono messi a conoscenza della vera intenzione delle disposizioni sull'internamento degli ebrei. Molti di coloro che ricevettero l'ordine di condurre quella «fondamentale e particolareggiata inchiesta» ne compresero il significato ed operarono a dovere, senza lasciarsi illudere dai successi fin qui ottenuti dai tentativi di dilazione. Ben sapevano che i tedeschi avrebbero potuto rivolgersi in ogni momento allo stesso Mussolini e mandare a monte l'opera fino ad allora compiuta; perciò tutti si trovarono d'accordo sul fatto che sarebbe stato neces1
2
op.cit., p. 491. Ivi, ibidem.
CARPI,
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
sario convincere il Duce ad abrogare quel suo «nulla osta» alla consegna degli ebrei croati, o almeno a rinviarne l'attuazione. L'incarico di parlarne con Mussolini fu a ddossato al generale Roatta. Verso la metà di novembre Roatta si incontrò con il Duce per discutere con lui la grave e sempre peggiore situazione militare e in quell'occasione si parlò a lungo anche dei problemi della Croazia, della guerra civile che vi infuriava, della posizione dei cetnici e di altri argomenti inerenti alla questione. Roatta sfruttò l'occasione per parlare anche dei «suoi ebrei». La conversazione si svolse pressappoco in questi termini: Roatta ripeté tutte le argomentazioni che aveva già esposto per iscritto riguardo alle gravi conseguenze che la consegna degli ebr ei avrebbero potuto avere. Secondo lui, i primi segni di tali possibili conseguenze erano già a pparsi in seguito all'internamento degli ebrei nei campi. Roatta ricordò poi la proposta fatta dai croati di trasferire gli ebrei dalla Dalmazia in Italia quando quelli avessero rinunziato alla cittadinanza croata (e ai loro beni). Mussolini rispose: «Nonostante non se ne abbia nessuna conferma scritta, sappiamo chiaramente, per bocca dei tedeschi stessi, che "deportazione" significa "soppressione" ... » - e perciò lui, il Duce, aveva deciso: a ) gli ebrei sa rebbero stati internati in campi di concentramento fino alla prossima primavera; b) la verifica inerente alla cittadinanza dei profughi sarebbe continuata, parallelamente alla raccolta delle rinunzie alla cittadinanza croata e ai beni a loro appartenenti in Croazia; c) col tempo si sarebbe deciso su ulteriori procedimenti in merito 3 • Roatta era dunque riuscito nel suo intento: anche se l'ordine di consegna non era stato abrogato, la sua attuazione era stata rinviata di diversi mesi. Sulla base degli argomenti apportati da Mussolini in appoggio alla sua nuova decisione, ci è lecito supporre che le notizie fornite da Bismark e da Pièche sulla «soppressione» degli ehrei abbiano influito sul mutamento avvenuto in lui. Come al solito, anche ora Mussolini cercava di tenere il piede in due staffe, riservandosi la facoltà di obbedire in altro momento alla richiesta tedesca e
3 Sull'incontro Roatta-Mussolini esistono due documenti: un promemoria di Roatta, scritto poco dopo l'incontro (in VII, T821/R405/856, 12.11.1942), e un rapporto, in data 3.12.1942, di Castellani a Pietromarchi, che fu portato a conoscenza cli Ciano. Vedi CARPI, op.cit., p. 492. La decisione cli Mussolini è ricordata in ambedue i documenti, ma le parole cli Mussolini sull'eliminazione degli ebrei figurano solo nel promemoria cli Roatta.
A'ITENDENDO LA PRIMAVERA
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non respingendo del tutto la proposta croata di trasferire gli ebrei in Italia, nonostante che a questa soluzione si opponesse la grande maggioranza degli italiani. In ogni modo, gli uomini dei gruppi capitanati da Pietromarchi e da Roatta potevano ora sentirsi sollevati: Mussolini aveva concesso loro una tregua in cui essi avrebbero potuto ponderare con calma quali nuovi passi sarebbe stato opportuno fare. Tornato in Croazia, Roatta fu informato che, essendosi sparsa la notizia di una loro prossima consegna agli ustascia, tra i profughi si era diffuso il terrore e c'era pericolo che molti di loro arrivassero a compiere atti disperati 4. Roatta decise perciò di incontrarsi personalmente, il 27 novembre, con i rappresen tanti dei profughi del campo di Porto Re (Kraljevica) e nel corso dell'incontro riuscì a convincere i rappresentanti degli ebrei che nessun pericolo minacciava i rifugiati e che l'esercito italiano era ben deciso a difenderli. Secondo quanto riferì uno degli ebrei presenti all'incontro, Roatta disse: «A causa vostra ci siamo creati dei problemi con i nostri alleati [i tedeschi]. Se solo potessimo, fino alla fine delle ostilità, nascondervi in qualche posto, sottoterra, o in un sottomarino ... e così, quando tutto fosse di nuovo calmo, potreste ritornarvene alle vostre case» 5 • In seguito a questo incontro, gli ebrei del campo inviarono a Roatta una commovente missiva di ringraziamento, che è riportata qui integralmente (nel suo strano e spesso scorretto italiano): «Eccellenza, stando sotto l'impressione fresca dei verbi che Vostra Eccellenza volle rivolgerci ieri, ci affrettiamo di esprimervi nel nome di 1161 persone internate in questo campo, la nostra profondissima devozione e gratitudine. In corrispondenza con l'incarico ricevuto, abbiamo comunicato la dichiarazione di Vostra Eccellenza alla nostra intera comunità. L'effetto ne era sollievo, conforto e tranquìllamento, tanto più che ciascuno di questo campo era eccessivamente preoccupato per la propria sorte e per l'avvenire dei suoi congiunti.
• Nel messaggio di Esposito Amodio si era parlato di casi di suicidio verificatisi t ra i rifugiati ebrei e una conferma di ciò si t rova del rapporto di Castellani al ministero degli este ri datato 18.11.1942. 5 Y. OM!U, in «Tutti insieme», in: M. GHEFEN et al. (a cura di), Il libro dei partigia· ni ebrei, Merchavia 1958, p. 405; testimonianza portata da Victor Cohen, Haifa.
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
Tutti ci siamo posti a suo tempo pieni di fiducia sotto la protezione del R. Esercito Italiano, avendo fede nella nobiltà d'animo e nei sentimenti umanitari di Vostra Eccellenza, del Soldato e del popolo italiano. Dopo la visita di Vostra Eccellenza siamo convinti, che la protezione accordataci divenne ancora maggiore per il fatto, che ci troviamo in questo campo, stando così sotto l'immediata protezione di Vostra Eccellenza e del R. Esercito Italiano. Gli avvisi di Vostra Eccellenza al riguardo del nostro lavoro e comportamento ci serviranno quale guida e incoraggiamento nella nostra premura di soddisfare ai nostri doveri e ciò nel proprio interesse. Faremo il nostro meglio per dimostrarci anche con ciò degni dell'alta benevolenza di Vostra Eccellenza, tenendo conto in ogni occasione di tutte le intenzioni di Vostra Eccellenza e delle Autorità Militari Italiane. Eccellenza! credeteci che questo giorno resterà un ricordo durevole per tutti noi e nessun avvenimento potrà cancellare mai dai nostri cuori l'eterna gratitudine che sentiamo verso Vostra Eccellenza e il R. Esercito Italiano, perché Vostra Eccellenza ha salvato finora una comunità di circa 1200 persone e le ha promesso la salvezza anche per l'avvenire. Crediamo di essere interpreti dei sentimenti di tutta la nostra comunità dichiarando che tutto ciò che l'Esercito e il popolo italiano finora hanno fatto per noi, resterà saldamente ancora nei nostri cuori. L'Italia gloriosa possiede in noi amici fermi ed incrollabili i quali, qualora ne avessero l'occasione, propagheranno ancora in maggior misura come finora la cultura italiana e con l'opera cercheremo di promuovere gli interessi della stessa. Gradite Eccellenza l'espressione della profonda devozione ed altissima stima di tutti gli internati del Campo di Porto Re». La missiva, datata del 28 novembre 1942-XXI, porta la firma dei rappresentanti dei rifugiati, cinque ebrei abbienti e colti, quasi tutti di Zagabria che in passato avevano avuto legami economici con l'Italia (con banche italiane, tra cui la COMIT, con Istituti Italiani di Assicurazione ecc.) 6 • Nonostante il linguaggio altisonante e in certo modo adulatorio (ma si ricordi che gli scriventi usavano una lingua 6
La lettera in questione è ricordata ma non riportata in CARPI, op.cit., p. 488. L'originale si trova nell'Archivio storico del Ministero Affari Esteri a Roma; una sua copia si trova in Yad Vashem, 010-26-29.
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acquisita , tradotta), traspaiono chiaramente i sentimenti che la visita compiuta al campo dal più alto ufficiale italiano dislocato in Croazia suscitò fra gli intern ati. La lettura della missiva di ringraziamento dimostra che Roatta aveva davvero dichiarato ai profughi che nessuno pensava di consegnarli ai croati e che la sorveglianza apposta ai campi era destinata alla loro protezione. Quanto alle parole del generale sul comportamento che gli internati avrebbero dovuto tenere, egli voleva suggerir loro che per assicurare il successo dell'operazione sarebbe stato bene che si evitasse ogni occasione di parlarne e quindi sarebbe stato bene che «i prigionieri» evitassero di far parlare di sé. Però, chi aveva pensato che sar ebbe stato possibile far cadere in trappola i tedeschi s'ingannava . Un uomo della risma di Siegfried Kasche non si sarebbe mai lasciato abbindolare dagli stratagemmi dei suoi «alleati>, (in realtà molto odiati) italiani . La sua foga di fare della Croazia una terra ,~udenrein», «ripulita dagli ebrei», n on aveva riposo. I suoi agenti operanti in territorio itali ano gli riferivano continuamente della crescente amicizia italo-ebraica, i suoi amici ustascia alimentavano la sua innata sospettosità e il suo ardente desiderio di piacere a l Fuhrer lo spronava ad a gire. Il 10 novembre 1942 egli scrisse perciò al ministero, a Berlino, che a suo parere l'internamento degli ebrei nei campi non era che uno stratagemma adottato dagli italiani per impedire la consegna dei profughi 7 • Al tempo stesso, il rappresentante degli esteri presso il Comando della 29 Armata, Vittorio Castellani, comprese che se si voleva arginare l'offensiva tedesca era necessario attuare a puntino le disposizioni d'internamento; e essendo venuto a conoscenza del fatto che nei territori sotto il controlJo del VI Corpo d'Armata l'arresto degli ebrei non procedeva a dovere e che molti di essi erano rimasti a piede liber o, inviò al Comando della 2ll Armata un promemoria in cui si diceva fra l'altro che: «Il sistema che consente la libera circolazione [degli ebr ei] in città, non solamente è contrario agli ordini superiori, ma è in contrasto anche con le ripetute e categoriche assicurazioni date al riguardo ... dagli Esteri alla Ambasciata di Germania. Ai solleciti di quest'ultima , infatti, si è sempre risposto non ravvisarsi l'urgenza di una decisione circa la conse-
1
PA,Kroatien, 160166-67.
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
gna, giacché "ormai gli ebrei erano strettamente sorvegliati e posti in condizione di non poter svolgere in qualsiasi modo attività comunque nociva". Anche nell'interesse stesso dei rifugiati, sembra prudente che il regime di internamento sia applicato con 'l.'igida severità; giacché, se giunge notizia ai tedeschi (e la cosa non può rimanere ignorata per molto tempo) che gli ebrei continuano a girare liberamente per Ragusa e per gli altri centri dove sono confinati, difficilmente potremo evitare che l'Ambasciata di Germania faccia un nuovo passo, e invocando la inefficacia delle misure adottate, insistere per la immediata consegna, ottenendo magari la revoca della sospensione decisa dalle Superiori Autorità» s *. Kasche, che continuava a cercare un modo per forzare gli italiani ad attuare la consegna, pregò il 20 novembre Martin Luther di verificare quali fossero le vere intenzioni degli italiani e di proporre a questi ultimi di trasferire gli ebrei, via mare, a Trieste, da dove i tedeschi li avrebbero deportati nei territori orientali **. Luther accettò con entusiasmo, passò l'incarico a quelli dell'ambasciata a Roma 9 e due giorni dopo von Bismark presentò a D'Ajeta la proposta di Kasche. D'Ajeta, da esperto diplomatico, ringraziò calorosamente ma disse che la grave carenza di imbarcazioni non avrebbe permesso l'attuazione del piano, aggiungendo poi che i tedeschi potevano stare tranquilli, ora che gli ebrei erano tutti imprigionati nei campi 10 • E poi, sostenne il diplomatico italiano, il campo d'internamento di Trieste era già strapieno di sloveni ivi rinchiusi di recente e perciò il piano proposto era inattuabile 11• D'Ajeta si affrettò a comunicare la proposta tedesca a Ciano, che approvò l'operato del suo funzionario. Bismark, invece, lasciò passare qualche giorno, com'era sua abitudine, e inviò un rapporto a Berlino solo due settimane dopo. 8
SME-AUS, 5183/c, Promemoria 26.11.1942.
* Sottolineato nel testo. * A quanto pare, in una certa fase delle trattative gli italiani avevano sostenuto di non poter consegnare gli ebrei a causa delle difficoltà di trasporto via terra, create dalle attività partigiane. 9 PA, lnland, 116, H 299702. 10 Archivio Pietromarchi, Appunto 9.12.1942. 11 PA, Inland, 116, H 299707. Anche nel diario di Pietromarchi quest'incontro è datato 10.12.1942: «il principe Bismark ha rinnovato la richiesta del suo governo, che quei disgraziati vengano trasferiti a Trieste dove saranno consegnati ai tedeschi. Anche stavolta abbiamo risposto in modo da poter sfuggire alla richiesta ...»; cfr. CARPI, op.cit. , p. 148.
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Le notizie sull'eliminazione sistematica degli ebrei continuavano ad affluire a Palazzo Chigi. Il 27 novembre Pietromarchi scrisse nel suo diario: «Intanto i tedeschi continuano incessantemente i massacri di ebrei. Secondo rivelazioni del governo polacco a Londra la polizia Germanica deporterebbe dai 6.000 ai 7.000 ebrei al giorno dal ghetto di Varsavia. I deportati sono caricati su treni speciali le cui vetture durante il viaggio sono internamente impregnate di gas letali. I pochi che sopravvivono sono uccisi al termine del viaggio. Interi collegi di ragazzi hanno subito la stessa sorte. È fatta eccezione per gli abili al lavoro. Di 250.000 ebrei del ghetto di Varsavia solo 4.000 sono stati conservati per i lavori forzati. Si calcola che siano stati uccisi un milione di ebrei» 12 • L'accenno al gas nei treni è a quanto pare una derivazione delle notizie comunicate da Pièche. Nel frattempo, le sorti della guerra si facevano sempre più buie per le truppe dell'Asse. Nel gennaio 1943 gli inglesi avevano già occupato tutta la Libia, giungendo al confine tunisino. Gli americani avevano liberato il Marocco e l'Algeria e si preparavano a congiungersi, venendo dall'ovest, con 1'8ll Annata che avanzava da est. Mussolini, che si rifiutava di vedere come il suo impero fosse ormai perduto, sosteneva che ci si dovesse ostinare a resistere nella testa di ponte tunisina arrestando là la marea anglo-americana. Hitler si disse d'accordo: fedele alle sue idee secondo le quali un soldato deve combattere fino all'ultimo sangue, credeva che un ordine che proibisse ai soldati la ritirata avrebbe potuto impedire la disfatta. La decisione di resistere in Tunisia segnò la condanna di centinaia di migliaia di soldati italiani e tedeschi che, rimasti isolati, furono uccisi o caddero prigionieri. Sul fronte russo la situazione non era più rosea. I tedeschi dell'armata di von Paulus, assediati a Stalingrado già da novembre, erano stati decimati nell'offensiva russa di dicembre. Nello stesso periodo era stata distrutta l'Armata italiana in Russia (l'ARMIR). Il fior fiore dei soldati italiani era caduto e i pochi scampati, che erano riusciti con immensi stenti a far ritorno in Italia, avevano raccontato i particolari della tremenda disfatta subita nelle distese nevose del12
lvi, ibidem.
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l'oltre Don. Su tutti i fronti l'esercito italiano era sconfitto. Qualcuno doveva pagare. Dato che il Duce non era pronto a tirare le conclusioni, era necessario trovare un capro espiatorio. Con i suoi familiari il cadente tiranno si lamentava che il popolo italiano non aveva saputo meritarsi un capo del suo valore, che non gli era stato possibile trasformare in pochi anni un popolo rammollito ed effeminato in una stirpe di guerrieri e di eroi e così via. Mussolini era convinto che anche questa volta sarebbe riuscito a salvarsi, come aveva fatto in altri frangenti, per esempio dopo l'assassinio di Matteotti, gettando su altri la colpa degli insuccessi ed eseguendo nei ministeri una specie di «gioco delle sedie musicali». La prima testa a cadere fu quella del Capo dello Stato Maggiore Generale, il generale Ugo Cavallero. La defenestrazione di Cavallero, uno dei pochi ufficiali ciecamente fede li al Duce, era stata già da tempo proposta dai suoi rivali, tra cui il Capo di Stato Maggiore dell'esercito Ambrosio, il Comandante della 2~ Armata Roatta, il ministro degli esteri Ciano, e molti altri. A sostituire Cavallero fu chiamato il generale Vittorio Ambrosio, e al posto di Ambrosio fu nominato il generale Mario Roatta. Al Comando della 2!! Armata fu insediato il generale Robotti, che fino ad allora aveva comandato l'XI Corpo d'Armata dislocato in Slovenia. Mussolini non si contentò dei mutamenti apportati ai quadri dell'esercito e continuò con lo stesso slancio anche nei ministeri. Il primo ad essere silurato fu il suo stesso genero, Galeazzo Ciano, e il Duce in persona assunse la direzione degli affari esteri, nominando sottosegretario il Governatore della Dalmazia, il Bastianini da noi già ben conosciuto *. Le ragioni della destituzione di Ciano non sono ben chiare: forse Mussolini voleva equilibrare così il licenziamento del filotedesco Cavallero e far piacere a Hitler, che vedeva in Ciano un nemico potenziale. Con Ciano furono espulsi da Palazzo Chigi anche due dei suoi
13
POLIAK0V,
op.cit., p. 134.
* Il modo con cui si procedette alla destituzione era caratteristico del sistema operativo mussoliniano. Ciano, che non aveva la più pallida idea di cosa lo aspettava, fu chiamato da Mussolini che lo accolse dicendogli: «Di cosa preferiresti occuparti ora?» e solo dopo di ciò gli spiegò che l'aveva destituito ... Bastianini seppe dal notiziario radio di essere stato nominato sottosegretario agli esteri. Particolarmente esilarante è il caso del ministro dei lavori pubblici, Gorla, che al momento della. sua destituzione si trovava in treno, diretto in Sicilia. Giunto a Napoli, il vagone speciale in cui viaggiava fu staccato dal treno e Gorla fu lasciato in stazione. I ferrovie ri da lui interrogati sul perché del distacco del vagone dal treno gli di!!sero che era stato destituito dalla carica e che sarebbe dovuto ritornare a. Roma per conto suo. Cfr. DEAKIN, op.cit., pp. 168-170.
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più intimi collaboratori, Grandi e Bottai - che sei mesi dopo avrebbero capitanato al Gran Consiglio l'azione di rovesciamento del Duce . Per meglio equilibrare la situazione furono destituiti anche altri gerarchi filotedeschi, tra cui il collega italiano di Himmler, il ministro degli interni Buffarini Guidi. Questa volta, però, Mussolini non riuscì nel suo intento: non dipendeva da lui la sorte dei suoi soldati intrappolati in Tunisia, non dirigeva lui l'andamento delle operazioni sul fronte russo, non era in suo potere sfamare il suo popolo o impedire il bombardamento dell'Italia da parte degli aerei alleati. In Palazzo Venezia sedeva un uomo sfiduciato che attendeva rassegnato la propria fine . I suoi più intimi collaboratori e i fun zionari da lui or ora nominati a nuove cariche cercavano di convincerlo che l'Italia non avrebbe potuto continuare il conflitto e che si sarebbe dovuto cercare di stipulare un accordo con almeno uno dei nemici in campo (in quel momento gli italiani avrebbero preferito una pace separata con l'URSS). Mussolini promise loro di seguire il consiglio, ma in due incontri con Hitler a Klessheim, presso Monaco di Baviera, nel marzo 1943 e a Feltre nel maggio di quell'anno) * il Duce tacque, come ipnotizzato dal suo «scolaro» tedesco. Nei due incontri Mussolini evitò di parlare della situazione realmente esistente in Italia, del pericolo che il suo regime stava correndo e dell'urgente bisogno, da parte italiana, di cessare le ostilità. Per quanto riguarda la questione di cui tratta questo libro, non c'è dubbio che le nuove nomine vennero a rafforzare la schiera di coloro che si adoperavano per salvare gli ebrei. Il nuovo Capo dello Stato Maggiore Generale, Vittorio A.mbrosio già nel 1941, quando era al Comando della 2!! Armata, aveva difeso gli ebrei (e i serbi) contro gli ustascia ed inoltre era un attivo fautore della linea antitedesca. Sul generale Roat ta, ora assurto alla seconda fra le due più alte cariche militari, era chiaro che i profughi ebrei avrebbero potuto contare. Al Comando della 29 Armata, posizione chiave per quanto riguardava gli ebrei della Dalmazia, era stato posto ora il generale Robotti, che aveva fino allora comandato l'XI Corpo d'Armata dislocato in Slovenia. Robotti era esperto delle questioni degli ebrei della Croazia ed aveva spesso espresso simpatia per i profughi rifugiati nel suo territorio; tra l'altro aveva preso parte al salvataggio di un
* In realtà il primo fu rB-9 aprile '43 a Klessheim, p r esso Salisburgo e il secondo a Feltre avvenne il 19 luglio "43.
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gruppo di ragazzi e ragazze ebrei, jugoslavi o rifugiati in questo paese dalla Germania e dall'Austria, che erano riusciti a fuggire dalla Croazia in Slovenia e qui erano stati presi tra due fuochi in uno scontro fra italiani e partigiani. Più tardi il gruppo dei giovani aveva trovato rifugio in Italia, a Nonantola presso Modena* 14. Anche la nomina di Bastianini a sottosegretario agli esteri non produsse un indebolimento del fronte per la salvezza. Si ricorderà che già come Governatore della Dalmazia egli si era opposto alla consegna degli ebrei e aveva appoggiato le azioni compiute in questo senso da Roatta, da Pietromarchi e dai loro collaboratori. Gli altri funzionari coinvolti nell'affare restavano ai loro posti: Pietromarchi continuava a dirigere la Sezione GABAP e Ducci lo assisteva per le questioni di Croazia; Castellani restava addetto al Comando della 21! Armata. Dell'immutato atteggiamento italiano verso i profughi ebrei è testimonianza una delle prime disposizioni impartite dal nuovo comandante della 2!! Armata, Robotti, e diretta al Comando del VI Corpo d'Armata. In data 18 febbraio 1943 XXI il generale ripeteva che si doveva eseguire nel modo più completo l'internamento degli ebrei, spiegando che: « .. .l'internamento ... è stato un provvedimento disposto solo ed unicamente nell'interesse degli stessi [ebrei]: a ltre Nazioni, che hanno adottate misure nei confronti degli ebrei ben più severe di quelle adottate dall'Italia ... osservano quanto dalle autorità italiane viene fatto nei territori di occupazione a favore degli ebrei ivi residenti. Il Comando Supremo e il Ministero degli Affari E steri hanno concordemente valutato e disposto le norme che questo Comando Superiore ha fino ad ora emanate ed alle quali strettamente si attiene ... È evidente che il nostro compito liberamente ed umanitariamente assunto se può sembrar e severo, ciò nondimeno è unicamente esplicato ad un fine contingente e quanto mai delicato, a fine di bene per gli ebr ei che risiedevano o si sono rifugiati nella zona dell'Armata» 15 •
* La storia dei "Ragazzi di Villa Emma», come il gruppo fu chiamato, è stata rac· contata in un libro scritto da uno dei loro istruttori e la televisione israeliana ha tra· smesso su di loro un filmato. Durante l'occupazione nazista, dopo il settembre 1944, i «Ragazzi di Villa Emma" furono fatti passare in salvo in Svizzera dal parroco del paese con l'aiuto del locale medico condotto. 14 I. VACCARI, Villa Emma, Modena 1960. Cfr. inoltre StrELACH, op.cit., pp. 338· 341; CH. PINKUS, (Dalle quattro rose dei venti), il capitolo «Il prete e il medico ..; Y. YITAJ, (I ragazzi di Villa Emma), Tel Aviv 1984. 16 S.M.E., 5283/c, 18.2.1943.
ATTENDENDO LA PRIMAVERA
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La lettera succitata dimostra che una parte degli ufficiali dell'Armata non aveva ancora compreso le vere ragioni delle apparentemente severe misure prese riguardo agli ebrei e Robotti si era visto costretto ad accennarvi dicendo che «altre Nazioni» avevano «adottate misure ben più severe» che l'internamento avrebbe invece evitato.
xv LA PROPOSTA CHE ERA IMPOSSIBILE RIFIUTARE
«Sei cose odia il Signore, sette sono un abominio per Lui: sguardo altezzoso, lingua mordace, mani che versano sangue innocente; cuore che medita pensieri vani, piedi che si affrettano a correre al male, il profferire menzogne e il seminare discordia tra fratelli». Proverbi, 6, 16-19
I cambiamenti effettuati nelle sfere governative di Roma, le disfatte militari e i sentori di una prossima caduta del regime fascista, destarono gravi preoccupazioni a Berlino. Agli inizi del 1943 il governo del Rejch decise di inviare in Italia il ministro degli esteri, von Ribbentrop. Hitler pensava che in un colloquio tete à tete con Mussolini, il suo inviato avrebbe potuto valutare quale fosse davvero la situazione del paese alleato. Ribbentrop fu incaricato, inoltre, di cercare di rafforzare la posizione pericolante dì Mussolini e di infondere nel cadente dittatore nuove energie, raccontandogli fandonie sui miracoli che una nuova arma segreta, in possesso dei tedeschi, avrebbe potuto operare rovesciando così le sorti della guerr a a favore dell'Asse. In una sua missiva personale al Duce, Hitler espresse il suo veto a che l'Italia stipulasse una pace separata e sostenne che il punto fo. cale della guerra si trovava in Russia. Nell'incontro con Ribbentrop gli italiani chiesero l'invio di ulteriori aiuti militari al fronte mediterraneo, un incremento delle azioni di guerra sottomarine ed altro, ma la principale questione toccata fu la situazione allora esistente nei Balcani. Ribbentrop ripeté le parole del Fu.hrer, che pretendeva si giungesse ad una veloce eliminazione delle sacche di resistenza in Grecia e in Jugoslavia per impedire che si creassero colà teste di ponte per un eventuale sbarco degli Alleati. Hitler chiedeva che gli italiani cessassero di proteggere i cetnici e sciogliessero le loro formazioni. Secondo lui, i cetnici «attende-
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vano solo l'occasione di piantare un coltello nella schiena dei loro protettori». Gli italiani, sotto la guida del protettore dei cetnici, il generale Roatta, risposero che forse i tedeschi avevano ragione per quanto riguardava il futuro, ma che intanto i cetnici combattevano validamente i partigiani di Tito e con ciò coadiuvavano lo sforzo comune e risparmiavano perdite all'esercito italiano. L'incontro romano fu per Ribbentr op solo un terribile fiasco. Le divergenze d'opinioni riguardo a questioni strategiche - difendere Tunisi o il fronte russo? una pace separata o la continuazione della guerra fino alla completa vittoria? - non furono colma te. Anche su questioni tattiche, quali l'appoggio ai cetnici o l'invio di aiuti alle truppe che combattevano nell'area mediterranea, le due parti non riuscirono a trovar e un accordo. Al suo ritorno a Berlino, Ribbent rop riferì che a Roma stava dilagando un marciume disfattista e che i giorni del regime fascista erano ormai contati. Di conseguenza, la sfiducia che i tedeschi avevano da sempre nutrito per i loro alleati del sud, andò sempre più crescendo 1 • Quanto alla questione degli ebrei, già prima che Ribbentrop partisse per Roma era stato deciso che egli ne avrebbe dovuto richiedere, e nel modo più energico, la consegna a Mussolini 2 • Il 23 febbraio 1943, poco prima che la visita di Ribbentrop a Roma avesse termine, il ministero degli esteri tedesco si rivolse al comando delle SS chiedendo: « ••• di pregare l'Obergruppenfuhrer Wolf [il più alto ufficiale delle SS che fosse dislocato in Italia] di preparare per Ribbentrop un appunto sulla consistenza degli ebrei d'Italia e dei territori occupati dagli italiani, riassumendo le nostre richieste in merito, e ciò in vista dell'incontro tra il ministro e il Duce, in cui dovrà essere stabilito un preciso programma pratico ... » 3,
Ciò che Hitler voleva ottenere nel suo incontro tete a tete con Mussolini (come aveva promesso a Pavelié nel settembre 1942), avrebbe dovuto ottenerlo ora il suo ministro degli esteri. L'appunto ri-
1
DEAKIN, op.cit., pp. 205-223. Come nella sua descrizione della visita di H immler a Roma, anche in questo caso il Deakin non fa alcun cenno alla questione ebraica. 2 Nel messaggio personale di Hitler a Mussolini, portato a conoscenza di Ribbentrop, una buona parte è dedicata al «pericolo ebraico». Cfr. Hitler e Mussolini, Milano 1946, p. 216. 3 N.G. 4956. La richiesta fu rivolta dal comando SS ad Eichmann o questi preparò l'appunto. In Archivio di Stato, Gerusalemme, Utl'. 06, doc. 961.
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chiesto, compilato da Adolf Eichmann, pervenne a Ribbentrop in meno di ventiquattr'ore. L'appunto portava il titolo: «La soluzione finale del problema ebraico europeo, con particolare considerazione a ll'atteggiamento italiano verso il problema in questione». Una buona parte dell'appunto era dedicata all'ostinato rifiuto dato dagli itali.ani. alla richiesta di consegna degli ebrei della Francia meridionale. Descrivendo la deleteria influenza del rifiuto italiano sulla possibilità di attuazione della «soluzione finale», Eichmann scriveva: «La permanenza di ebrei nei territori occupati dagli italiani provoca in vasti ambienti in Francia e in tutta Europa, un atteggiamento molto pericoloso verso la questione ebraica. Tutti sono venuti a conoscenza del fatto che l'Italia, nostra alleata, non approva il nostro punto di vista riguardo agli ebrei... » . In appoggio alle sue argomentazioni Eichmann portò alcuni esempi del sabotaggi.o operato dagli italiani in Francia contro la cattura di ebrei, sottolineando che in quei casi non si trattava di ebrei cittadini italiani ma di ebrei di altri paesi. Sugli ebrei della Croazia egli scriveva: «Gli sforzi compiuti dal ministero per la sicurezza del Reich per operare la cattura di circa 10.000 ebrei nel territorio croato occupato dagli italiani sono stati sventati. per colpa dell'atteggi.amento ostile dei Comandi Militari italiani». Il messaggio di Eichmann si chiudeva con queste parole: «Questo atteggiamento esulante da ogni norma , nonché l'intromissione delle rappresentanze italiane nei paesi d'Europa a favore degli ebrei, devono assolutamente essere fatti cessare. L'atteggi.amento italiano ha creato gravi difficoltà e in certi casi ci ha impedito di compiere passi che si imponevano nell'ambito della attuazione di una soluzione generale europea [del problema ebraico]. Diversi governi europei sfruttano l'esempio italiano per giustificare il loro rifiuto a collaborare [alla soluzione del problema ebraico). La politica adottata dall'Italia è contraria alle misure da noi prese in questi giorni e confuta le dichiarazioni. fatte dal Fi.ihrer in discorsi al pubblico» 4 •
4
Yad Vashem, 010/26-29; nell'originale K211957.
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Quando Ribbentrop si recò ad incontrare Mussolini, era dunque in possesso di un documento in cui stabiliva nel modo più chiaro possibile che l'Italia si diceva contraria alle basi stesse della dottrina nazista, quale era definita da Hitler, e che il paese del Duce sabotava, nei territori sotto il suo controllo, l'attuazione della «soluzione finale», incoraggiando così anche altri stati satelliti a seguire il suo esempio. Rìbbentrop era in possesso anche di un'ampia documentazione sugli ebrei di Trieste, che gli era stata fornita dal consolato tedesco di quella città. La documentazione, contenente esagerazioni sulla posizione colà conquistata dagli ebrei e sulla loro potenza economica, si stendeva su non meno di 25 pagine e si diceva basata su una ricerca scientifica eseguita dall'istituto (antisemita) italiano chiamato «Centro per lo Studio del Problema Ebraico». Nella documentazione erano citate decine di nome di ebrei, di mezzi ebrei, di non ebrei sposati con ebree ecc., che detenevano cariche o importanti posizioni nella vita cittadina 5• Il ministro tedesco si incontrò con Mussolini tre volte. Nei primi due incontri, a cui presero parte anche consiglieri delle due parti, la questione non fu sollevata; se ne trattò solo nel terzo incontro, effettuato senza testimoni il 28 febbraio 1943. Parlando con il Duce, Ribbentrop distinse tra gli ebrei italiani e quelli francesi e croati. Quanto agli ebrei italiani, il ministro tedesco ripeté la richiesta di escludere dalle misure di protezione adottate dalle autorità italiane gli ebrei di origine italiana residenti all'estero. Nel diario di Pietromarchi possiamo leggere a questo riguardo: «Sugli Ebrei Ribbentrop ha fatto un accenno per ottenere il nostro consenso a nuove misure contro gli Ebrei italiani all'estero. Sulla questione era stato preparato un coraggioso e abile appunto al Duce nel quale venivano riaffermate le nostre direttive in materia tendenti ad escludere ogni ingerenza ç1.ltrui sui nostri cittadini e a non ammettere .che verso di questi venisse attuata una politica razziale diversa dalla nostra. Il Duce, che ha trovato ottimo il rapporto, ha 5 PA, Inlancl II, 192g K 212050. Gli ebrei di Trieste destavano, per una qualche ragione, grande interesse presso gli uomini del ministero degli esteri tedesco. Per esempio, durante la preparazione della visita di Himmler a Roma, nell'estate del 1943 (visita che in realtà non ebbe luogo), venne chiesto al Reichsfuhrer di far osservare a Mussolini che i consoli onorari di Svezia, Portogallo, Spagna, Bulgaria - e perfino di Giappone - a Trieste avevano nelle vene sangue ebraico o mogli non ariane. La ragione di questo straordinario interesse deve essere ricercata, forse, nell'eccezionale diligenza del console tedesco a Trieste. Vedi per ciò PA, lnland II, 1449g H 322677.
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troncato le parole di Ribbentrop osservando che in Italia la questione ebraica era stata risolta. - Ebbene - ha obiettato Ribbentrop - a Trieste ci sono ben quattro miliardi d'interessi in mani ebraiche. - Davvero - ha risposto il Duce - farò indagare. E così la questione è stata chiusa» 6 • Ribbentrop parlò poi del fatto che gli italiani impedivano l'arresto degli ebrei in Francia e sostenne che le truppe italiane si opponevano, a volte con la forza, alle operazioni effettuate dalla polizia francese per la cattura degli ebrei e alla loro deportazione. Mussolini pregò il suo interlocutore di presentare le sue argomentazioni per iscritto e gli promise che avrebbe indagato in merito. Senza indugi , Ribbentrop gli presentò l'appunto preparato da Eichmann di cui si è detto sopra. Pietromarchi ordinò ai suoi collaboratori di custodire attentamente l'appunto che in futuro a vrebbe potuto «costituire una quanto mai valida e storicamente preziosa testimonianza, un compenso a tante indegnità» 7 • Di come Ribbentrop arrivò infine a trattare della questione degli ebrei di Croazia ne ha lasciato una testimonianza, seppure indiretta, il colonnello Vincenzo Carlà, che era a capo dell'ufficio Operazioni della 2!! Armata e che del1a questione aveva sentito dalla bocca del generale Robotti. Carlà racconta che ai primi di marzo del 1943 il generale Robotti e il governatore del Montenegro, generale Pirzio Biroli, furono convocati a Roma per discutere la questione degli ebrei e quella del disarmo dei cetnici. Dopo un colloquio con Ambrosio furono ricevuti da Mussolini. Uscendo, Robotti disse a Carlà che Mussolini gli aveva raccontato che Ribbentrop era stato da lui tre giorni prima e gli aveva fatto infinite pressioni affinché consegnasse gli ebrei di Jugoslavia, che lui - Mussolini - aveva cercato di tergiversare, ma il tedesco aveva insistito e così, per liberarsene, Mussolini gli aveva detto di sì e ora si raccomandava ai militari che facessero di tutto per trasferire tutti gli ebrei a Trieste e consegnarli lì ai tedeschi. Carlà racconta ancora che Robotti, ben sapendo quale sorte avrebbe atteso gli ebrei dopo la loro consegna, aveva detto al Duce che l'attuazione di quell'ordine avrebbe avuto gravi conseguenze sulla popolazione jugoslava, aggiungendo che se nei primi tempi dell'occupazione gli italiaru erano ben vjsti in tutti quei territori, ora era
6 7
Diario Pietromarchi, 1.3.1943. Ivi, ibidem, 11.3.1943.
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avvenuto un cambiamento nell'atteggiamento della popolazione locale verso Pavelié e verso i tedeschi. Mussolini fu convinto e disse che se lui era stato obbligato a dirsi d'accordo con Ribbentrop, spettava adesso ai militari trovare qualche stratagemma per impedire la consegna degli ebrei, sostenendo, per esempio, di non avere a disposizione mezzi di trasporto per trasferire gli ebrei a Trieste. Robotti si era detto soddisfatto della decisione di Mussolini, e gli ebrei internati nei campi italiani, conclude Carlà, non furono consegnati a tedeschi 8 • Dunque, una volta di più Mussolini cedette alle pressioni dei suoi ufficiali e abrogò un suo ordine, come aveva già fatto nell'autunno del 1942. Ribbentrop portò a Berlino la notizia di un successo (apparente), convinto che Mussolini avrebbe fatto consegnare gli ebrei della Francia meridionale e della costa croata. Nella macabra atmosfera regnante in quei giorni in Germania, un successo del genere bastava a compensare il totale insuccesso di Ribbentrop riguardo alle tanto più importanti questioni politiche e militari. Ma non dovette passare molto tempo perché i tedeschi capissero che qualche cosa non andava per il suo verso e il primo segno ne fu un «Appunto» del 9 marzo 1943 inviato da Palazzo Chigi in risposta all'appunto di Eichmann, e in cui si legge fra l'altro: « ... Per quanto riguarda i provvedimenti di sicurezza nei confronti di francesi o stranieri pericolosi o di razza ebraica, nei territori ... occupati dalle truppe italiane, si fa noto che le autorità militari e di polizia italiane pur apprezzando l'offerta di collaborazione provvederanno da sole alle misure necessarie e pertanto l'intervento di Polizia tedesca in tali zone si rende superfluo» 9 •
L'ambasciatore tedesco a Roma von Mackensen reagì il 17 marzo, in un suo incontro con Mussolini, sostenendo che certi comandi italiani in Francia impedivano alla polizia di Vichy di catturare ebrei. Mussolini fece un altro voltafaccia e von Mackensen riferì: «Il Duce comprende pienamente la necessità delle misure che noi tedeschi prendiamo contro gli ebrei, anzi ha dichia-
8 9
POUAKOV, op.cit., pp. 147-148; CARPI, op.cit., p. 459. SME-AUS, (A.G. 4) 9.3.1943.
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rato che quelle nostre misure sono giustificate e sono una logica reazione contro le deleterie intenzioni degli ebrei, aggiungendo inoltre che i suoi generali dimenticano spesso di essere entrati in Francia non da conquistatori ma allo scopo di porgere aiuto alla popolazione locale ... L'attività svolta dai francesi contro gli ebrei non è che una eliminazione di annidamenti criminali, e perciò ogni intercessione militare è inconcepibile. Il comportamento dei suoi generali deriva, secondo lui, dalla loro incomprensione delle vere cause delle misure antiebraiche e inoltre è direttamente influenzata dall'errato umanitarismo di cui si dicono sostenitori - un umanitarismo del tutto fuori luogo in questi duri frangenti ... » . Mussolini aveva infine promesso all'ambasciatore tedesco che avrebbe fatto chiamare senza indugio il Capo di Stato Maggiore generale Ambrosio, per ordinargli di proibire ai suoi uomini dislocati in Francia di intromettersi nelle operazioni antiebraiche svolte dalla polizia locale. Von Mackensen, che per esperienza sapeva che non ci si poteva fidare delle promesse del Duce, osservò che Ambrosio avrebbe certamente obiettato che l'ordine di Mussolini era inattuabile, ma il Duce reagì con un sorriso e con un gesto che il tedesco interpretò come significativo: «Qui sono io il solo a dare ordini» 10 • In verità il rapporto di Mackensen a Berlino peccava di esagerato ottimismo. Infatti solo pochi giorni dopo Ambrosio e Bastianini riuscirono a portare <<colui che era il solo a dare ordini,> a cambiare di nuovo idea. Come anche l'ottimista Mackensen aveva temuto, Ambrosio reagì all'ordine del Duce argomentando che per questa progettata nuova impresa non era possibile fidarsi della polizia francese incapace di eseguire perfino i pochi compiti già ad essa affidati. Nella sua risposta ad Ambrosio, Mussolini citò l'appunto di Eichmann, in cui si diceva che la polizia francese aveva incontrato spesso difficoltà ad agire contro gli ebrei perché le truppe italiane glielo avevano impedito. Temendo che questa volta Mussolini non volesse cedere, Ambrosio chiese aiuto a Bastianini e questi si recò dal Duce munito di informazioni, pervenute in quei giorni dall'ambasciata italiana a Berlino, sulle atrocità perpetrate dai nazisti contro gli ebrei polacchi. Il sottosegretario agli esteri disse al suo capo, come è documentato dal diario di Pietromarchi:
io POL!AKOV, op.cit., pp. 68-70; N .G. 2242.
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«La vera ragione dell'atteggiamento dei nostri ufficiali, non v'è stato detto da Ambrosio, ma ve la dirò io, Duce. I nostri sanno qual è la sorte che attende gli Ebrei che ve1Tanno consegnati ai tedeschi. Essi vengono tutti gassati, senza distinzione di vecchi, donne e bambini. È perciò che i nostri non permetteranno mai che con la loro connivenza si compiano simili atrocità. E voi Duce non dovete acconsentirvi. Perché volete assumervi questa responsabilità che ricade interamente su di Voi?» Questo è stato il coraggioso discorso di Bastianini. n Duce ne è stato scosso. - Ma ho promesso a Mackensen che avrei dato disposizioni di far cessare l'ostruzionismo dei nostri militari - ha osservato. - A Mackensen, se permettete, parlerò io. - Va bene». 11 Intanto alla schiera degli oppositori alle interferenze naziste venne a unirsi il capo della polizia italiana, Carmine Senise. Secondo la sua testimonianza, già all'inizio del 1943 gli era stato chiesto di intervenire a favore degli ebrei perseguitati. Ora fu invitato a un incontro a cui parteciparono Bastianini, il direttore generale degli esteri, Vidau, un rappresentante dello Stato Maggiore, il generale Castellano, e un ufficiale della 4~ Armata dislocata in Francia *. Fu in questo incontro (e in ogni modo la cosa fu escogitata da coloro che parteciparono all'incontro) che si decise come sventare le intenzioni tedesche, trasferendo dall'esercito alla polizia italiana la responsabilità della cura degli affari ebraici nella Francia meridionale. L'intenzione era convincere i tedesclù che ora la cosa sarebbe stata affidata ad uomini spregiudicatamente pronti a collaborare con i tedeschi. Mussolini si disse d'accordo e il 22 marzo incaricò Senise di seguire che il nuovo ordinamento fosse messo in atto in tutti i suoi particolari 12 • Come a veva promesso a Mussolini , Bastianini convocò Macken11
Diario Pietromarchi, 31.3.1943. Pietrnmarchi fu informato da Bastianini. Castellano e Vidau · furoM poi tra coloro che operarono per la destituzione di Mussolini. 12 C. 8 ENfS0, Quando ero Capo della Polizia, Roma 1946, pp. 102-103; SME-AUS, DS, del Comando Supremo R 1492, Allegati 4-6/4/1943, Promemoria •Ebrei dei territori francesi occupati dalle truppe italiane•. Quest'ultimo documento è un appunto preparato dal Comando Supremo per l'incontro tra Hitler e Mussolini a Klassheim, e vi figura la frase «Il Duce ha ordinato di salvare tutti gli ebrei della Francia mediterranea senza distinzione di cittadinanza•.
* Tre dei partecipanti a questo incontro · Senise,
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sen, e di ciò scrisse Pietromarchi nel suo diario: «Mackensen è stato chiamato da Bastianini. Questi aveva un dente [avvelenato] contro di lui per essere andato direttamente a porre la questione al Duce saltando la sua competenza. - Mackensen - gli ha detto - il Duce ha disposto che i nostri militari non si occupino più degli ebrei nella Francia occupata... - Sì - ha interrotto l'ambasciatore - il Duce mi ha già detto e questo è molto bene ... - Se ne occuperà la nostra polizia. - Ma non è questo quanto mi ha detto il Duce ... - È vero, ma il Duce ha ora disposto così ed io ve ne dirò la ragione. La polizia francese non deve occuparsi del rastrellamento degli ebrei perché è in connivenza con questi ultimi, li previene qualche ora prima e li fa fuggire dietro compenso. Elle se fait graisser la patte ... Comprendete! Noi li avvieremo in campi di concentramento e li sorveglieremo. Il vecchio volpone ha capito il latino e ha trovato che il sottosegretario aveva pienamente ragione. Così gli ebrei della Francia mediterranea sono stati salvati da noi. Saranno concentrati in Savoia dove esistono numerosi alberghi di ogni categoria per accoglierli ... » * 13• Ora gli ebrei che si trovavano nel sud della Francia e in Croazia potevano tranquillizzarsi. I loro protettori italiani erano riusciti a sventare l'attuazione dell'ordine di consegnarli ai nazisti.
'"La storia del salvataggio degli ebrei della Francia mediterranea merita di essere raccontata in tutti i suoi particolari. A questa affascinante storia presero parte uomini dell'esercito e della polizia italiana con alla testa, come già detto, il bravissimo commissario Lospinoso, coadiuvato da un ebreo di nome Donati. I due riuscirono a giocare gli sbirri inviati da Eichmann a catturare gli ebrei della Riviera. Cenni su questo argomento si trovano in POLIAKOV, op. cit., pp. 19-30. 13
Diario Pietromarchi, 31.3.194:3.
XVI
TUTTI IN UN UNICO CAMPO
« ..• si
potrà fare eccezione per il... concentramento in un'isola ... » Bastianini, marzo 1943
Anche se una volta di più erano riusciti nel loro intento, i protettori degli ebrei ben sapevano che la lotta non era ancora giunta al termine. Nuovi e fondati timori sorsero quando alla fine del mese di marzo (1943) venne a Roma il capo della Gestapo, una delle più fosche figure della gerarchia nazista, il tristemente famoso Heinrich Miiller, i cui uomini spargevano il terrore in tutta Europa e sostenevano uno dei ruoli principali nel tremendo gioco chiamato «soluzione finale del problema ebraico». Miiller dirigeva il suo apparato tenendosi sempre nell'ombra e, se in vita sua solo pochi poterono dire di averlo davvero conosciuto, ancora oggi la sua figura è ammantata di cupo mistero. Da Berlino usciva solo di rado e perciò era chiaro che la sua venuta a Roma era stata provocata da ragioni particolarmente gravi. Certo i suoi superiori desideravano che studiasse da vicino la situazione del regime fascista e l'opinione pubblica italiana per consigliare, al suo rientro al covo, quali misure si dovessero prendere per evitare il peggio. Nei suoi colloqui con i colleghi italiani - tra cui Senise e gli altri alti funzionari delle forze di sicurezza - Muller toccò, com'era naturale, anche la questione ebraica e prima di tutto quella degli ebrei della Francia mediterranea, ma a quanto sembra gli italiani riuscirono a convincerlo che essi stessi stavano facendo tutti i preparativi necessari all'attuazione della consegna degli ebrei 1 • Intanto continuavano a giungere a Roma agghiaccianti notizie su come si stava attuando quella «soluzione finale». Pietromarchi ne annotò più volte nel suo diario: già nel novembre 1942, come si ricorderà, aveva scritto su quanto accadeva nel ghetto di Varsavia e sul1
SENISE,
op.cit., p. 103.
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
l'eliminazione degli ebrei polacchi 2 • Ai primi di dicembre di quell'anno annotò che Hitler aveva richiesto per l'ennesima volta la consegna degli ebrei di Croazia; a questo riguardo Pietromarchi osservava che se quella era la tanto decantata civiltà instaurata dall'Ordine Nuovo, non c'era da meravigliarsi se nessuno più credeva in una vittoria dell'Asse e che quelle atrocità ripugnavano a chiunque avesse cara la dignità umana 8 • Agli inizi del febbraio 1943 Pietromarchi annotò nel suo diario che, nonostante le disfatte militari da loro subite, i tedeschi continuavano a pretendere la consegna degli ebrei residenti nei territori occupati dai militari italiani e che dichiaravano apertament e che era loro intenzione fare in modo che alla fine del 1943 non restasse più in Europa un solo ebreo vivo. Era evident e, dunque, che i nazisti cercavano di coinvolgere l'Italia in questa brutale politica 4 • Verso la metà del mese di marzo Pietromarchi scrisse che da Londra pervenivano notizie sui continui eccidi di ebrei polacchi e che l'ambasciata italiana a Berlino comunicava sconvolgenti par ticolari sulle stragi compiute in Polonia fra gli ebrei là de portati da tutti i paesi occupati. Gli unici ebrei che si erano salvati dall'eccidio, annotò i l funzionario, er ano quelli che si erano posti sotto la prot ezione italiana e a merito dei militari italiani si doveva ascrivere la loro energica opposizione alle brutali azioni compiute dai tedeschi 0 • In altra data Piet romarchi scrisse che grazie al coraggio morale dei militari e dei funzionari italiani decine di migliaia di ebrei avevano potuto salvarsi e che lui stesso era orgoglioso del fat to di essere stato il primo tra i funzionari degli esteri ad opporsi all'ordine di consegnare gli ebrei croati impartito da.Mussolini 6 • Inevitabilmente, più gli italiani si ostinavano ad opporsi alla consegna degli ebrei e più i tedeschi si accanivano a pretenderla. Vedendo che i tentativi di diversione adottati non bastavano più, la già ricordata commissione incaricata di studiare la questione, si riunì di nuovo per cercare nuovi espedienti. Roberto Castellani, che ben conosceva i tedeschi e il loro modo di vedere detta questione, aveva sempre sostenuto - e questo ancor prima che avesse luogo la visita di Ribbentrop a Roma, di cui abbiamo detto nel capitolo
2
Diario Pietromarclti, 27.12.1942. lui, 10.12.1942. 4 lui , 2.2.1943. 5 lui, 11.3.1943. 6 lui, 31.3.1943. 3
TU'ITI IN UN UNICO CAMPO
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precedente - che era necessario concentrare tutti gli ebrei in un solo campo, nell'isola di Arbe nell'Adriatico settentrionale, inclusa nella 1ll Zona e non lontana dal confine italiano. A sostegno della sua proposta Castellani apportava argomentazioni basate sui vantaggi che un tale concentramento avrebbe potuto procurare sui piani dell'efficienza, dell'economia e della sicurezza 7 • Si noti che la proposta di Castellani conteneva un elemento del tutto nuovo: l'isola di Arbe (Rab) si trovava nella parte della Dalmazia annessa all'Italia, dunque, secondo le leggi italiane, in Italia. In passato gli italiani si erano opposti al trasferimento in Italia, dai territori occupati, di profughi di qualunque appartenenza etnica o religiosa, sostenendo - come si ricorderà lo aveva affermato anche D'Ajeta di non volere che l'Italia divenisse una seconda Palestina. Ora, invece, tutti - sorprendentemente anche quelli degli ester i e n on solo quelli dei Comandi militari - si trovavano all'improvviso d'accordo sul concentramento degli ebrei a Arbe. I funzionari degli esteri anzi, chiedevano con ostinazione che una parte delle spese necessarie per l'approntamento del campo destinato a raccogliere gli ebrei ad Arbe fosse a carico del bilancio del loro ministero 8 • Alla fine del marzo 1943 fu deciso in linea di principio di r~ccogliere tutti gli ebrei in un solo campo, anche se ancora si discuteva in quale campo il provvedimento sarebbe stato in pratica eseguito. Il 20 marzo Castellani comunicò a Pietromarchi che al Comando d'Armata erano sorte su questo argomento alcune divergenze derivanti da questioni tecniche: secondo il parere di alcuni esperti, a Arbe c'era carenza di acqua potabile e di alloggiamenti, .la rete elettrica era in cattive condizioni, ecc. ecc.; gli ufficiali del Comando della 2!! Armata, su cui gravava la responsabilità dei campi d'internamento situati nella 1!! Zona, sostenevano inoltre che il campo di Arbe avrebbe dovuto essere lasciato a loro disposizione per internarvi elementi locali. Castellani controbatté s ottolineando l'urgenza del provvedimento richiesto, il cui scopo era «allontanare il più possibile gli ebrei da ogni controllo estraneo», accennando con ciò che il concentramento degli ebrei in territorio italiano era teso a impedire ai croati e ai tedeschi ogni possibilità di interferire nella question e ebraica. Perciò Castellani chiese di a ccelerare il più possibile il trasferim ento degli ebrei dei territori occupati dal VI Corpo d'Arm ata (zona di Ragusa) e dal XVIII co'rp o d'Armata (zona di 7
VII , T 821/R 405/847. SME-AUS, 5283/C, 2453 AC; CDEC, «Appunto per l'Eccellenza il Ministro Pietromarchi», n. 353. 8
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Spalato), che erano più esposti al pericolo, in quanto più lontani dal confine it aliano, mentre l'evacuazione degli ebrei che si trovavano nella zona del V Corpo d'Armata non gli pareva tanto urgente, essendo quegli ebrei internati a Porto Re, a pochi chilometri dal Comando dell'Armata insediato a Susak, e pertanto sarebbe stat o possibile, in caso di bisogno, trasferirli velocemente in Italia. Scrivendone a l Comando, Castellani tornò a chiedere con tono perentorio che le disposizioni d'internamento degli ebrei fossero eseguite nel modo più severo, sot tolineando che certi ufficiali ostentavano una magnanimità pericolosa, che costituiva non solo una minaccia alla sicurezza, ma anche e soprattutto una provocazione agli «alleati» tedeschi, i quali avrebbero potuto sfruttare ciò come argomento valido a richiedere l'immediata consegna degli ebrei ai croati o ai tedeschi stessi 9 • È interessante notare che Castellani scrisse al Comando dell'ur_:,g enza di trasferire gli ebrei in territorio italiano, dove quelli «sarebbero stati più sicuri» 10• È chiaro che questa sua richiesta fu influenzata dall'opinione diffusa tra gli ufficiali del Comando, che ben presto la 2' Zona sarebbe stata evacuata per eseguire i preparativi necessari a fronteggiare una prossima invasione degli Alleati. Il progetto di concentramento degli ebrei della Dalmazia in un unico campo fu approvato da Mussolini il 31 marzo e la decisione fu comunicata al ministero degli esteri in un messaggio in cui si sottolineava che l'ubicazione del campo sarebbe stata decisa in consultazioni con i Comandi Militari, aggiungendo anche: « ..•si fa presente come sia da escludere l'introduzione di elementi israeliti nel territorio nazionale. Ove ciò non fosse assolutamente possibile si potrà fare eccezione per il loro concentramento in un'isola, ad esempio nell'isola di Arbe» 11•
In margine alla copia in suo possesso, il generale Robotti fece annotare che un concentramento di tutti gli ebrei a Porto Re non sarebbe stato possibile «data l'attuale situazione», mentre sulla questione di Arbe si annotò «Molto bene. Facciamo cosi, dando chiare direttive». Altre annotazioni marginali furono aggiunte dal capo sezio-
9
Ivi, ibidem, p . 2. In un'annotazione marginale (scritta a quanto pare da Pietromarchi) si legge «non r ealizzabile-. 11 SME-AUS, 5283/C 01803. 10
TUTI'I IN UN UNICO CAMPO
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ne affari civili presso il Comando della 2!! Armata, colonnello Rolla: «in corso preparazione - in base ... ordine per attuazione trasferimento ebrei: VI° C.A. entro F quindicina di maggio. XVIII° C.A. entro 2 9 quindicina di maggio» 12• Mentre glì italiani preparavano il concentramento degli ebrei . di Croazia ad Arbe, l'ambasciata tedesca a Zagabria curava, sotto la direzione del consigliere per gli affari di polizia, Hans Helm, gli ultimi preparativi per la deportazione a Auschwitz dei resti delle comunità ebraiche croate. In quei giorni erano rimasti in Croazia circa 4.000 ebrei, in maggioranza mariti o mogli di non ebrei. Nonostante l'esiguo numero di questi «elementi indesiderabili», i tedeschi non risparmiavano sforzi per eliminarli tutti. A quanto sembra, l'approvazione alla deportazione di questi ebrei «discriminati» era stata concessa ai tedeschi da Pavelié in un suo incontro con Hitler verso la fine dell'aprile 1943. Hitler aveva sollevato la questione sottolineandone l'aspetto economico: la Germania, disse il Fuhrer, aveva allontanato gli ebrei dall'economia del Paese e dunque anche la Croazia doveva seguire l'esempio; facendolo, sarebbe stata adeguatamente compensata dalla Germania* 13• Ai primi di marzo del 1943 tornò a Zagabria Franz Abromeit, uno dei collaboratori di Eichmann, che nel maggio 1942 aveva diretto la deportazione degli ebrei dalle zone della Croazia non soggette all'influenza italiana. Anche stavolta, come già nel 1942, i tedeschi cercarono di includere fra i deportati anche gli ebrei dei territori sotto il controllo italiano. Il 9 aprile l'assistente di Eichmann, Sturmbahnftihrer Gunther, inviò a Helm un telegramma in cui si chiedeva quando avrebbe avuto inizio la deportazione a Auschwitz degli ebrei croati e qual'era la situazione riguardo alla consegna degli ebrei della Dalmazia 14• La deportazione degli ultimi ebrei rimasti in Croazia avvenne nel maggio 1943 (mentre Himmler era in visita a Zagabria), ma anche stavolta gli italiani rifiutarono di consegnare i loro ebrei. Intanto la discussione sull'ubicazione del campo di concentramento destinato ad accogliere quegli ebrei si era conclusa e il trasfe12
Ivi, ibidem, teletrasmesso 8/01802.
* Come si è già avuto occasione di nota re, gli ustascia a.vevano 1ispettato certi ebrei per l'infiuenza da questi esercitata nell'economia del paese. i:i PA, Nachlasse Kasche, 29.4.1943. 14 PA, Inland II, Juden von Kroatien, H 299713; N.G. 2347.
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rimento a Arbe ebbe inizio il 20 maggio 1943 e terminò il 10 di luglio di quell'anno "'. Secondo i rapporti italiani, il numero degli internati a Arbe ammontava a 2.700, ma non c'è dubbio a lcuno che quando gli internati furono liberati nel settembre del 1943 essi contavano 3.577 anime, tra cui circa 500 ragazzi sotto ì 15 anni 16 •
CDEC, «Trasferim ento ebrei stranier i a d Arbe», te lespres;;o 737/226. Per la lista nom inati va vedi R OMANO , op.cit. , pp. 55-66; pe r il sistema con cui è effettuato il calcolo, cfr. pp. 17-19. 15
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XVII IL PRINCIPIO DELLA FINE
«In quest'ora, più che mai, il popolo tutto anela al .. . ripristino di un ordine ... il Fascismo è la risposta ...» Mussolini, 1937
L'internamento degli ebrei nel campo di Arbe provocò, senza dubbio, un peggioramento della loro situ azione e inflisse loro un grave colpo. Prima la stragrande maggioranza dei profughi era alloggiata in alberghi, in pensioni e in case private, mentre ora essi si trovarono tutti ammucchiati in un campo approntato in gran fretta, carente di strutture atte ad ospitare a lungo una folla in cui il n umero dei vecchi, delle donne e dei bambini era molto elevato. Di ciò non si devono incolpare gli italiani, che avevano fatto tutto il possibile per migliorare le condizioni esistenti nel campo e soprattutto non dobbiamo dimenticare di porre il campo di Arbe a confronto con «i migliori» tra i Lager tedeschi o i campi croati. Anche ad Arbe l'atteggiamento tenuto dalle autorità nei riguardi degli int ernati fu cordiale e i comandi preposti al campo fecero tutto il possibile per all eviare le sofferenze dei loro «prigionieri» senza mai interferire nella vita interna del campo, la cui direzione era a ffidata a persone elette dagli stessi internati fra di loro. Il campo degli ebrei era ubicato in prossimità di quello creato già verso la metà del 1942, in cui erano rinchiusi gli sloveni sospetti di collaborazione con i partigiani di Tito. Il comportamento degli italiani verso gli sloveni (solo uomini) era molto severo, ma anche in questo caso si deve notare che pure se per i militari italiani gli sloveni erano dei nemici, questi erano trattati sempre con meno rigore di quanto ci si sarebbe potuto attendere e certo in modo molto lontano dalla brut alità tedesca. Data la vicinanza tra i due campi, gli italiani cercarono in tutti i modi di sottolineare la diversità del trattamento usato vero i due gruppi di internati. La cosa è dimostrata, fra l'altro, da quanto la se-
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zione affari civili del Comando della 2~ Armata (a capo della Sezione era, come si ricorderà, il colonnello Rolla) scrisse in merito ai miglioramenti che si sarebbero dovuti apportare al campo degli ebrei, i quali erano da considerarsi «civili internati per misure protettive ... eseguite non per timore di proteste da parte di altri appartenenti alla loro razza, che ci sono ostili in ogni modo, ma perché essi potranno esserci politicamente utili» 1• È importante notare che è questa la prima volta in cui gli italiani dicono di considerare gli ebrei come un elemento «politicamente utile» in possibili future trattative con le potenze occidentali. Intanto gli Alleati avevano distrutto la testa di ponte tunisina e ci si attendeva che da un momento all'altro sbarcassero in Europa. In seno al governo italiano si moltiplicavano le richieste di aprire trattative per una pace separata e per una cessazione dello stato di belligeranza italiano, cercando in tal modo di salvare il salvabile; in tali trattative si pensava che gli ebrei avrebbero potuto costituire un valido argomento a favore dell'Italia. L'appunto surricordato di Rolla tratta perciò dei miglioramenti che si sarebbero dovuti apportare al campo di internamento degli ebrei e vi si chiede, fra l'altro, la costruzione di nuove baracche, l'alleviamento delle misure disciplinari, la concessione ad ogni famiglia del permesso di preparare da sé i propri pasti (fino ad allora gli internati ricevevano il vitto da una cucina centrale gestita dagli italiani), l'apertura di scuole elementari e medio-superiori e di una biblioteca, l'organizzazione di spettacoli e di altre manifestazioni culturali, nonché la creazione di botteghe di parrucchieri, sarti, falegnami e di altre attività artigianali. Tutte le proposte furono accettate dal Comando, come testimonia una nota apposta in margine all'appunto 2 • In pratica gli italiani volevano applicare ad Arbe le norme da loro generalmente adottate nei precedenti siti di internamento. Nei pochi mesi in cui gli ebrei restarono ad Arbe vi si svolse una intensa e vasta attività culturale ed economica, in parte all'insaputa degli italiani. Nel campo sorse un nucleo di resistenza che si mise in contatto con i capi. comunisti del vicino campo degli internati sloveni. Tra gli ebrei aderirono al movimento di resistenza
1 SME-AUS, 5283/c, 2 «Sistemazione e trattamento ebrei nel campo di Arbe», 10.7.1943. 2 Ivi, ibidem.
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soprattutto i membri dei Movimenti Giovanili Sionista-Socialisti, accanto a veterani del Partito Comunista Jugoslavo* 3 • Tutti - sia gli italiani che gli ebrei - scrutavano l'orizzonte politico e militare, nell'attesa dei grandi avvenimenti che già si annunziavano e intanto, come disponeva la circolare diramata dall'esercito, si doveva, per ragioni politiche, trattare gli internati ebrei «secondo sentimenti italiani e cioè con la massima attenzione e con infinita delicatezza» 4 • Il Comandante del campo, colonnello Coiuli, attuava solertemente le disposizioni ricevute e il suo atteggiamento verso gli internati era senza pecca, come comprova una lettera che il presidente della comunità ebraica di Spalato, l'ing. Morpurgo **, gli inviò nell'agosto 1943, dopo la caduta di Mussolini. Nella sua lettera al colonnello, Morpurgo esprime la gratitudine degli internati per il trattamento concesso loro durante il trasferimento ad Arbe degli internati nel campo di Brazza e si sottolinea che quell'ufficiale e i suoi soldati avevano fatto tutto il possibile per alleviare, con paterna sollecitudine, le sofferenze dei profughi. «I nostri correligionari hanno avuto la fortuna di trovare, nella loro sciagura, un umanissimo protettore» scrisse il Morpurgo, aggiungendo che l'opera dell'ufficiale e dei suoi uomini non sarebbe stata mai dimenticata e che i suoi protetti avrebbero pregato Dio che concedesse il giusto compenso a colui che li aveva salvati dalla sciagura che destava orrore in ogni coscienza veramente umana 5 • Intanto, mentre la vita degli internati ad Arbe andava assumendo un corso relativamente normale, si succedevano avvenimenti politici e militari importanti destinati a mutare radicalmente la situazione. Nel luglio 1943 gli Alleati erano sbarcati in Sicilia portando così la guerra sul suolo italiano. La Casa Reale appoggiava ora coloro * Nel campo ,çi organizzarono anche formazioni paramilitari ebraiche, mimetizzate come «Unità di Vigili del Fuoco». L'addestramento ricevuto allora da questi giovani doveva esser loro d'aiuto più tardi, quando essi crearono fra i partigiani di Tito il Reggimento Ebraico. 3 ROMANO, op.cit., pp. 15-17. 4 SME, 5283/c. ** Morpurgo fu uno dei più amati fra i notabili d.elle comunità ebraiche di tutta la Jugoslavia. Quest'uomo esemplare e coltissimo si adoperò febbrilmente, durante tutti gli anni della guerra, per il benessere - e in moltissimi casi, la salvezza stessa · degli ebrei della Dalmazia. Dopo la resa dell'Italia e la conseguente occupazione nazista, avvenuta nell'autunno del 1943, delle zone che fino ad allora erano state sotto controllo italiano, Morpurgo fu deportato e trovò la morte in un Lager. 5 Ivi, ibidem, N.l., 2402/43, 20.8.1943.
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che, in seno alle alte gerarchie del regime, complottavano contro Mussolini; il re Vittorio Emanuele III si convinse che la sola ed unica via rimasta per una possibile salvezza di Casa Savoia e dell'Italia tutta dalla rovina sarebbe stata la destituzione del Duce. I Comandi militari giunsero a una decisione in tal senso dopo il vergognoso incontro tra Hitler e Mussolini, avvenuto a Feltre il 19 luglio 1943. In quell'incontro il Duce aveva ascoltato, senza aprir bocca, un lungo monologo del Fi.ihrer, dimenticando tutte le promesse da lui fatte ai capì del suo esercito che stavolta avrebbe dichiarato a Hitler, senza mezze parole, che gli italiani non potevano e non volevano più combattere e che era necessario trovare una via d'uscita dal labirinto in cui li aveva portati il conflitto. Il Gran Consiglio del Fascismo si riunì il 24 luglio nella pesante atmosfera causata dall'invasione Alleata in Sicilia, dai tumulti popolari, dagli scioperi, dalla fame e dai bombardamenti che portavano la rovina e la morte in tutte le città italiane. In passato il Gran Consiglio non era stato che un organo fittizio che approvava automaticamente tutte le decisioni prese dal Duce, ma stavolta i gerarchi e i veterani del partito si fecero coraggio e su iniziativa di Ciano e di Grandi fu votata una proposta equivalente in pratica a un voto di sfiducia a Mussolini. L'indomani, mentre si recava dal re per comunicargli la decisione del Gran Consiglio, Mussolini fu an-estato da ufficiali che non erano in diretto contatto con i gerarchi del Gran Consiglio e appartenevano ai reparti dipendenti dai generali Ambrosio e Roatta. Il re si affrettò a insediare un nuovo governo, sotto la presidenza del maresciallo Badoglio. Il nuovo capo del governo intendeva operare prima di tutto per far cessare per l'Italia lo stato di belligeranza e per raggiungere un accordo con gli Alleati. Il regime fascista cadde così dopo ventun anni di vita come un castello di carte, senza colpo ferire, senza suscitare proteste da nessuna parte e senza che nessuno tentasse di salvarlo. Le masse, che solo ieri avevano applaudito in piazza Venezia le roboanti dichiarazioni del Duce, ne laceravano ora i ritratti, ne abbattevano le statue e cancellavano le scritte inneggianti al suo nome 6 • Badoglio governò solo per quarantacinque giorni. Il suo tentativo di ingannare i tedeschi fallì nel modo più completo: Hitler, sospettoso, capì su bito a cosa tendeva l'Italia e già prima della caduta di Mussolini aveva predisposto che, in caso di un rovesciamento della 6 Sulla destituzione di Mussolini esistono svariatissime pubblicazioni . TI presente studio si basa su DEAKIN, op.cit.• pp. 459-521.
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situazione, il suo generale Erwin Rommel preparasse al confin e con l'Italia un corpo di spedizione per invadere la penisola. Rommel, «la volpe del deserto» che godeva di grande ammirazione da parte di amici e n emici, aveva m esso a punto un piano d'invasione estremamente particolareggiato per quella che fu denominata «Operazione Alarico» *. Nei quarantacinque giorni del governo Badoglio i due «alleati» giocarono un pericoloso gioco preparandosi al confronto finale. Al Comando della 2~ Armata ben si sapeva che l'ora in cui le truppe italiane avrebbero lasciato la Jugoslavia stava velocem ente avvicin andosi e fra i tanti problemi che assillavano gli ufficiali di quel Comando, non ultimo era quello concernente gli internati nel campo di Arbe. Alcuni ufficiali proposero di aprire il campo e lasciare gli ebrei liberi di cercare salvezza altrove, ma tale proposta fu energicamente r espinta e in una circolare diramata dalla 2~ Armata il 16 agosto 1943 si legge fra l'altro: «... gli ebrei ch e ora si trovano ad Arbe non sono internati per misure di pubblica sicurezza o di carattere militare ma per ben altri motivi di carattere politico .. . fra costoro .. . tutti gli ebrei scampati dagli eccidi ustascia che avevano potuto raggiungere la costa Dalmata. Contro costoro ... infieriva l'autorità croata dapprima, quella tedesca di poi, le quali pretesero la consegna , la deportazione per la «mattanza» o soppressione ... L'autorità italiana si oppose e trovò il modo di toglierli dalla circolazione nel territorio croato sottoposto alla nostra giurisdizione istituendo .. . campi. Ragioni di carattere contingente consigliarono, circa due mesi or sono, il trasferimento nell'isola di Arbe di tutti gli ebrei internati. Costoro dipendono unicamente dal Comando della 2'! Armata. Per essere ora gli ebrei in territorio annesso ed in località amministrata dalla Intendenza, dove esistono internati civili protettivi e repressivi, non perciò devono essere sottoposti alle norme severe** che governano costoro . ... Superiori ragioni politiche hanno sempre consigliato verso gli ebrei (e maggiormente ora n ell'Era Nuova, non fascista,
,. L'operazione fu chiamata così in ricordo di Alarico che, nel IV secolo dopo Cristo, fu il pr·imo condottiero germanico che conquistò Roma; il suo esercito mise a fu oco e {ULmme tutta l'Europa meridionak: un buon esempio, dunque, per la Wehrmacht di Hitler.
"'* Sottolineato nel testo n.d. t.
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anche per espresso consiglio del ministero per gli affari esteri,) un trattamento di favore, con criteri di larghezza, pur rispettando ognora la disciplina. Ciò è ancora opportuno che venga portato a conoscenza della Intendenza ... » 7. Nelle settimane che trascorsero da allora fino all'invasione nazista dell'Italia, gli ufficiali della 2!! Armata cercarono di convincere quelli di Palazzo Chigi a permettere il trasferimento degli ebrei di Arbe in Italia, temendo - a ragione - che nel caso di una ritirata dell'Armata gli ebrei, rimasti senza protezione italiana, sarebbero stati abbandonati ai tedeschi e agli ustascia. Ma a Roma altre preoccupazioni assillavano i funzionari degli esteri: dietro le quinte si stava preparando la resa dell'Italia agli Alleati. Un ufficiale del Comando dell'Armata fu inviato il 7 settembre a Roma, allo scopo di far pressioni agli esteri affinché si giungesse a una celere decisione sulla questione degli ebrei di Arbe, ma era già troppo tardi: 1'8 settembre gli Alleati comunicarono che l'Italia si era arresa e la reazione tedesca fu fulminea. In pochi giorni le truppe di Hitler si impadronirono di gran parte della penisola, mentre il re, Badoglio e i Comandi militari correvano a sud, a rifugiarsi sotto le ali degli Alleati. Gli ufficiali e i soldati della 21! Armata si dispersero: una parte di loro fu catturata dai tedeschi e deportata nei Lager, altri si unirono alle formazioni partigiane, altri buttarono via le uniformi e cercarono di nascondersi fra i civili. Quando la notizia della resa italiana agli Alleati giunse ad Arbe gli internati (ebrei e sloveni) presero il comando nei due campi. Nelle trattative da loro tenute con il colonnello Coiuli, fu deciso di permettere ai soldati di guardia ai campi di evacuare il posto, mentre il colonnello stesso fu arrestato e consegnato ai partigiani (il colonnello si suicidò qualche giorno dopo la sua prigionia fra gli uomini di Tito) 8 • Gli ex internati si munirono di armi italiane e si organizzarono in due unità, una ebraica e l'altra slovena. L'unità ebraica contava 240 combattenti; altri ebrei - diverse decine - furono aggregati, in qualità di medici e di infermiere, all'unità slovena. Gli ex internati ad Arbe si affrettarono a contattare i comandi partigiani che intanto avevano occupato la costa di fronte all'isola e ben presto le forze di Tito trasferirono dall'isola in terraferma prima le nuove unità partigiane e poi chiunque lo desiderasse, convogliando subito tut-
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Yad Vashem, 010/26-29, No. 5304. SHELACH, op.cit. , p. 272-273; ROMANO, op.cit., pp. 27-29.
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ti nei territori liberi, nel centro della Jugoslavia. Alla decisione di evacuare Arbe i comandi partigiani erano giunti per il loro ben giustificato timore che i tedeschi avrebbero prima o poi occupato l'isola. L'unità partigiana ebraica fu sciolta poco tempo dopo l'evacuazione di Arbe e i suoi uomini furono aggregati a varie altre unità. Le ragioni addotte allo scioglimento dell'unità furono: a) la carenza di adeguato addestramento dei suoi uomini; b) il timore che i tedeschi avrebbero infierito in modo particolare contro quell'unità sapendola composta esclusivamente da ebrei; c) il concetto, allora molto diffuso negli ambienti comunisti, secondo il quale l'ebraismo non è un'identità etnica ma solo un'appartenenza religiosa e quindi l'esistenza di un'unità specificamente ebraica non era giustificata, tanto più che la cosa avrebbe potuto esser e interpretata come un riconoscimento «de jure» del movimento sionista da parte dei comunisti 9 • La grande maggioranza degli ex internati non combattenti fu trasferita nella cittadina di Topusko e nei suoi immediati dintorni, dove i profughi restarono fino alla fine della guerra tra infiniti stenti derivanti dalla fame, dall'a ntisemitismo diffuso nella popolazione locale e nei bassi gradi delle autorità partigiane e, soprattutto, dal continuo terrore dei tedeschi, che r astrellavano la zona, e delle bande annate in conflitto fra di loro, per le quali ogni occasione era buona per ammazzare qualche ebreo. Gli ostinati tentativi, effettuati da varie organizzazioni ebraiche di altri paesi, di trasferire nell'Italia meridionale gli ebrei ex internati ad Arbe e che ora si trovavano a Topusko fallirono per l'indifferenza ostentata dagli Alleati verso la questione: i loro Comandi rifiutarono di dare l'ordine di accogliere i pr ofughi a bordo degli aerei che ritornavano vuoti in Italia dopo aver trasportato materiale bellico e viveri al campo d'aviazione partigiano di Topusko. La discussione di questo argomento esula dall'ambito di questo libro, ma non possiamo esimerci dall'eseguire qui un confronto fra il comportamento degli italiani - fascisti - e quello degli anglo-americani, caratterizzato da ottusità, malevolenza e incomprensione non immune da un certo antisemitismo 10 • Non tutti gli ex internati ad Arbe evacuarono l'isola con i partigiani. Un gruppo di circa duecento ebrei riuscì ad acquistare un bat9
Sullo scioglimento dell'unità esistono due versioni. Y. LEVlNGER, (Ebrei fra i partigiani), in Yalkut 1948-1978, Tel A viv, 1979, pp. 155-156; e anche OMIU, cit., p. 403; M. DJILAS, Wartime, London 1978, p. 333. 10 M. SHELACH, (La sorte dei profughi internati a Arbe), in Yalkut Moreshet, Tel Aviv 1983, pp. 203-211.
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tel10 e raggiungere con esso le coste dell'Italia meridionale, dove gli scampati si unirono ad altri profughi ebrei, di cui molti di origine jugoslava, che erano stati fino ad allora internati in campi italiani in quelle zone. Un altro gruppo, anch'esso di circa duecento ebrei, quasi tutti anziani, restò ad Arbe dove fu catturato dai tedeschi nel marzo del 1944; gli ebrei furono tutti deportati nei Lager e là messi a morte (si salvò solo una donna) 11 • La caccia agli ebrei della costa dalmata che non si erano uniti alle formazioni partigiane ebbe inizio subito dopo la resa dell'Italia agli Alleati. Nell'ottobre del 1943 furono inviati colà quattordici uomini al comando di uno tra i più zelanti collaboratori di Eichmann, l'Obersturmbanfuhrer Krumei 12, che però riuscirono ad acciuffare solo poche vittime; di ciò si lamentò in un incontro con alti gerarchi nazisti, il capo della Gestapo Heinrich Milller 13• L'azione di salvataggio degli ebrei operata dagli italiani dislocati in Jugoslavia era dunque giunta praticamente a termine, ma si deve ricordare che se la guerra ancora continuava e le ruote della macchina della «soluzione finale del problema ebraico» giravano ancora senza posa, il rifiuto opposto dalle truppe italiane, tra il 1941 e il 1943, a consegnare agli ustascia e ai tedeschi gli ebrei di Croazia rifugiati nel territorio di giurisdizione italiana aveva comunque permesso a migliaia di innocenti di.aver salva la vita.
11
LOWENTHAL, op.cit., pp. 132-133. JIM, R SHA/FS 43, FS 360. 13 JIM, Judenuerfolgungen in ltalien, Fraunkfurt an Mein 1962, p. 195.
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XVIII "NON LO DOVETE DIMENTICARE"
«Non lo dovete dimenticare I scolpitelo nei vostri cuori» ,Jona Liberovici Tredici Milioni, 1946
Per più di due anni, dall'aprile del 1941 al settembre del 1943, gli italiani avevano steso come una rete protettiva sugli ebrei della Croazia che erano riusciti a sfuggire ai loro carnefici ustascia e tedeschi. Li avevano salvati mentre tutto attorno infuriava la bufera della «soluzione finale del problema ebraico», i treni carichi di ebrei giungevano ogni giorni ai Lager nazisti e migliaia di esseri umani divenivano ogni giorno «grigia cenere» nei forni di Auschwitz, Treblinka, Sovivor, Hlemno... ' I tedeschi non eseguivano da soli tutto il lavoro: tra le popolazioni assoggettate, molti erano coloro che fungevano da aiuto-carnefici. Molti capi di governo, a malincuore o volentieri, avevano consegnato <<i loro ebrei»; molti uomini delle varie polizie locali, delle milizie locali e anche semplici cittadini afferravano questa buona occasione di catturare ebrei, ucciderli o consegnarli agli aguzzini. Molti avevano venduto gli ebrei per pura avidità di guadagno; molti li avevano consegnati per potersi in tal modo impadronire dei loro beni. Molti altri avevano visto nello sterminio degli ebrei un'occasione per vendicarsi di torti realmente o immaginariamente subiti; altri avevano visto in quella ridda un'occasione di far carriera. La maggior parte di coloro fra i quali gli ebrei avevano vissuto da secoli aveva molto semplicemente chiuso gli occhi per cattiveria, per ottusità, per pigrizia, per pura comodità, per debolezza, per non vedere la strage. Solo pochi, molto pochi, con grande rischio avevano tentato di dare un aiuto ai perseguitati. Quei pochi che avevano trovato nel proprio cuore sentimenti di vera fratellanza umana, di vero amore per il prossimo e in virtù di tali sentimenti avevano avuto il coraggio di opporsi alla strage, rischiando così la loro stessa vita, meritano di essere additati ad eterno esempio.
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La storia che è stata raccontata in questo libro costituisce un raro esempio di questa altrettanto rara opposizione alla strage. Si è raccontato qui, infatti, un caso del tutto particolare: non si tratta dell'opera svolta da un esiguo numero di uomini di coscienza, di convinti antinazisti, di partigiani, di uomini della Resistenza che seguirono ognuno i dettami del proprio cuore; più che naturale era attendersi che dei combattenti antinazisti si opponessero, nel quadro delle loro svariate attività, anche allo sterminio degli ebrei. La storia che é stata narrata qui tratta invece dei militari di un Paese, l'Italia, alleato della Germania nazista, interessato dunque ad una vittoria dell'Asse. In Italia dominava il fascismo, vi dominava un' ideologia totalitaria, estremamente nazionalista, che si opponeva a qualunque manifestazione di umanitarismo del tipo di quello amato dalle odiate «decadenti democrazie occidentali» . Nel fascismo lo Stato era tutto e i diritti civili del singolo cittadino erano considerati una cosa del tutto priva di importanza. Ma ecco che proprio in questo Paese, sotto il regime fascista, molti dei più alti funzionari e dei più alti ufficiali dell'esercito non esitarono ad opporsi all'opera di sterminio svolta dai nazisti e furono pronti a mettersi in aperto conflitto con un alleato ben più forte di loro pur di poter salvare la vita a qualche migliaio di ebrei che non erano nemmeno cittadini del loro stesso Paese. Per comprendere la gravità del pericolo, a cui i funzionari e gli ufficiali italiani si erano esposti , si deve ricordare che l'eliminazione degli ebrei costituiva una delle direttive fondamentali della dottrina nazista; e se i tedeschi erano pronti a compromessi su molti piani ideologici, sul piano della sterilizzazione dell'Europa dal «microbo» ebraico, dalla «peste» ebraica, non erano pronti a fare alcuna concessione. Anche quando già si erano resi chiaramente conto che la loro fine era segnata, si ostinarono a trascinare con sé agli inferi il maggior numero possibile di vit time innocenti. Ed ecco che proprio nel Paese di Mussolini, in cui Hitler vedeva un Maestro, proprio nell'ItaJia fascista si trovò chi fu pronto a prender parte all'apocalittica lotta fra il Bene e il Male, fra il Bene Ariano e il Male Semitico; e proprio in Italia e fra gli italiani gli ebrei trovarono protettori che resistettero a tutte le pressioni, a tutte le minacce. Il comportamento «illogico» degli italiani stupì grandemente i tedeschi, e può stupire ancora oggi, per molte ragioni, chiunque lo consideri. Perché gli italiani adottarono quel comportamento? Quali furono i motivi che li spinsero a farlo? In cosa differivano gli italiani dagli altri popoli d'Europa asserviti alla Germania nazista? Le leggi razziali promulgate in Italia nel 1938 non costituivano
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certo una buona novella per gli ebrei cittadini dello Stato o in esso rifugiatisi dalla Germania e dall'Austria. Pareva che Mussolini avesse deciso di unirsi alla campagna antiebraica condotta dal suo amico Hitler ... Ben presto, però, fu chiaro che la severità delle leggi razziali italiane era destinata a restare lettera morta e che quelle leggi venivano applicate con grandissima elasticità, quando poi venivano davvero applicate. Perciò, nonostante quelle leggi avessero provocato non poche noie agli ebrei italiani, i colpi da esse inflitti non erano mortali. Oggi è chiaro che Mussolini fece delle dottrine antisemitiche e del razzismo un uso freddamente calcolato; e forse proprio per questo caratteristico opportunismo mussoliniano non dobbiamo stupirci che il Duce, nei giorni in cui le forze dell'Asse erano all'apogeo delle loro vittorie e nella Jugoslavia assoggettata le truppe italiane spadroneggiavano, acconsentisse a che gli ebrei della Croazia godessero della protezione dell'esercito italiano, nonostante ciò lo ponesse in aperto conflitto con i tedeschi. Ben diversamente si erano comportati gli altri Stati satelliti del Reich: tutti, senza alcuna eccezione, avevano consentito a consegnare i loro ebrei *. In molti di quegli Stati gli ebrei erano stati semplicemente ,,venduti>, ai nazisti, che avevano pagato il trasporto dei disgraziati ai campi di sterminio; così avevano fatto nel 1942 i governi della Slovacchia e della Croazia (e i croati stessi si erano distinti nelle stragi di ebrei), come già nel 1941 aveva fatto il governo della Romania. Così si era comportata la Francia di Vichy, che aveva iniziato l'opera consegnando ai nazisti gli ebrei stranieri e completandola in seguito con gli ebrei di antica ascendenza francese. Anche la Bulgaria, a cui merito si deve attribuire almeno il salvataggio degli ebrei bulgari, non aveva esitato a consegnare ai carnefici gli ebrei della Macedonia e della Tracia occupate dalle truppe bulgare. L'Ungheria, che fino alla metà del 1944 era riuscita ad evitare la deportazione dei suoi ebrei, alla fine cedette. Solo l'Italia protesse tutti gli ebrei. senza distinzione alcuna di cittadinanza e di provenienza, che si trovavano nei territori sotto suo controllo.** Per gli italiani non c'era, come presso gli uomini di Vichy, differenza alcuna tra «i
"'Il caso dellct Danimarca è da considerarsi a parte per· due ragioni: 1) alla Danimarca non era stato richiesto di consegnare gli ebrei; 2) gli ebrei colà residenti furono salvati da attivisti della Resistenza ctntùiazistct, dopo che nel Paese era stato dichiara· to lo stato di eniergenza e la Danimarca era stata praticamente conquistata dalla Wehrmacht. '*'1' Sottolineato nel testo [n.d.t.7
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nostri ebrei,> e «gli ebrei stranieri» (quelli che nella Francia di Vichy erano clùamati col nomignolo dispregiativo di «métèques»), i quali ultimi potevano tranquillamente essere consegnati ai tedeschi. No, nelle corrispondenze segrete tenute in quei giorni fra molti italiani ricorre spesso l'argomentazione che non si sarebbe dovuto ìn alcun modo contribuire allo sterminio degli ebrei, in quanto si trattava di esseri umani sfortunati, di innocenti perseguitati pur senza aver commesso colpa alcuna, di vittime di una follia assassina. D'Ajeta il più intimo collaboratore del ministro degli esteri italiano, il conte Ciano, aveva dichiarato di non volere che l'Italia divenisse «una seconda Palestina»; ma l'ironia della sorte volle invece che mentre le porte della Terra Promessa, di quella Palestina che era la vera patria del popolo ebraico, erano sbarrate, fu proprio l'Italia che offrì un rifugio sicuro ai profughi scampati alla furia nazista. Quali furono, dunque, le motivazioni che spinsero gli italiani ad agi.re come agirono? A noi storici, abituati alla ricerca di moti, vazioni fredde e calcolate, basate su gretti interessi, a noi che stu. diamo i fatti del passato alla luce di una obiettività arida e disillusa, è molto difficile credere che a volte (anche se molto raramente) gli uomini politici seguano motivazioni r a dicate in semplici sentimenti umani. E forse chi legge queste pagine oggi si stupirà constatando che anche il dolore, la compassione e l'amore per il prossimo sono capaci di influire sulle decisioni a cui i governanti devono addivenire. Ancora più difficile sarà, a chi legge queste pagine, credere che proprio nel periodo che un semplice uomo del popolo definì come «un'epoca in cui la giustizi.a fu calpestata e il desiderio di gloria ordinava di annullare ogni sentimento di compassione», proprio nel periodo in cui la vita umana era considerata priva di valore e gli ebrei erano visti come una sottospecie, molto inferiore, del genere umano, proprio allora gli uomini nelle cui mani erano le redini del governo si lasciassero influenzare da considerazioni morali e umanitarie. Certo, una unilaterale affermazione che gli italiani salvarono gli ebrei essendo spinti solo e soltanto da motivazioni morali ed umanitarie sarebbe semplicistica e carente; però sembra lecito affermare che se fossero mancate anche motivazioni morali ed umanitarie, gli i taliani avrebbero prima o poi ceduto, come avevano fatto i popoli degli altri Stati satelliti, alle pressioni tedesche . Sul piano del freddo interesse gli italiani, prima di El Alamein e di Stalingrado, avrebbero dovuto preferire il mantenimento di buoni rapporti con i tedeschi alla difesa di un relativamente sparuto gruppo di ebrei. L'argomentazione jugoslava, secondo la quale gli i-
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taliani calcolavano di potersi servire degli ebrei in future trattati ve con gli Alleati, è priva di ogni valore per quanto riguarda il periodo precedente i primi mesi del 1943. Solo un profeta - e si è già detto che i quadri dei Comandi militari italiani n on includevano profeti - avrebbe potuto pensare verso la metà del 1942, quando le t ruppe dell'Asse erano vittoriose su tutti i fronti, che l'ora della sconfitta si stava avvicinando. Ed ecco che proprio in quel periodo si ripete negli incartamenti, allora segreti, tra funzionari ed ufficiali italiani l'argomentazione che la consegna degli ebrei sarebbe stata in opposizione «alla tradizione umanitaria italiana>, ed avrebbe recato danno «all'onore dell'esercito italiano» . Non erano parole vane, scritte per freddo calcolo, per servire poi in caso di disfatta. L'argomentazione ch e la difesa degli ebr ei avrebbe potuto essere di una certa utilità sul piano politico appare in quei documenti, per la prima volta, solo nell'aprile del 1943, quando Pietromarchi scrisse, com e si ricorderà, 1'11 marzo 1943 nel suo diario di aver ordinato ai suoi collaboratori di Palazzo Chigi di conservare un certo documento comprovante il rifiuto italiano di consegnare gli ebrei, perché esso avrebbe potuto costituire una valida testimonianza. Qualche mes(~ dopo, nel luglio di quell'anno, fu detto per la prima volta che si sarebbe dovuto rise rvare agli ebrei un trattamento di favore in quanto che essi avrebbero potuto costituire un argomento a favore dell'Italia in trattative con gli Alleati. Il fatto che prima di allora simili argomentazioni non fossero mai apparse e fosse invece sempre stato sottolineato il fattore morale, dimostra che questo fattore aveva un peso importante, forse decisivo, neJle considerazioni degli italiani. Nel suo importante studio sul salvataggio degli ebrei della Croazia da parte degH it aliani, Daniel Carpi si oppone, con molta ragione, a che si domandi «perché qualcuno si rifiutò di partecipare all'assassinio e cercò anche di impedirlo?». Secondo Carpi, la domanda che deve essere posta è: «come fu possibile che tanti esseri umani, intere nazioni, appoggiassero direttamente o indirettamente l'esecuzione di quei crimini?». E Carpi aggiunge: «... non possiamo comprendere la storia di un certo periodo se non comprendiamo la sua logica interna e le sue particolari caratteristiche; però non possiamo mutare i parametri secondo i quali si giudica il comportamento degli esseri umani, sì che quei parametri. vengano a d adattarsi a questo o quel periodo e nemmeno perché essi possano coincidere con quelli che dettarono le azioni commesse dai nazisti. Le
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norme basilari e universali conservano sempre il loro valore, anche in periodi di crisi, anche in un periodo in cui la maggioranza le ignora. L'attenersi a tali norme non necessita perciò di spiegazioni>> 1• Pur potendo sottoscrivere in tutto e per tutto le parole del Carpi, è necessario aggiungervi qualche chiarimento dato che, se è vero che
gli italiani operarono da ogni punto di vista secondo elementari imperativi morali, il loro aver costituito, nei giorni più bui per l'Europa, un'eccezione alla regola pone alcuni punti interrogativi. L'operazione di salvataggio degli ebrei fu diretta da ufficiali superiori e da alti funzionari educati tutti alla scuola di un cristianesimo conservatore e provenienti, in maggioranza, dalla nobiltà e dalla borghesia. Essendo vicini a Casa Reale, quegli ufficiali e quei funzionari vedevano nei fascisti dei «nouveaux riches», dei rozzi plebei, atti a servire da diga contro il dilagante «pericolo rosso», ma la cui ideologia, soprattutto nei suoi aspetti più violenti, destava loro, ben spesso, ripugnanza *. Vedendo dove la politica dell'avventuriero Mussolini stava conducendo l'Italia, l'opposizione di queglì ufficiali e di quei funzionari al regime andò facendosi sempre più forte. Certo, non possiamo scagionarli dall'accusa di aver in qualche modo collaborato col regime fascista e di avere appoggiato l'ascesa di Mussolini al potere, ma è chiaro che dopo lo scoppio della guerra il loro atteggiamento subì un significativo mutamento. L'avvicinamento dell'Italia alla Germania nazista destava in quegli uomini ripugnanza e soprattutto timore di una sempre maggiore dipendenza dal Reich e il razzismo germanico offendeva i loro sentimenti cristiani. A ciò si deve aggiungere il fatto che se in Germania Hitler era riuscito, dopo la sua ascesa al potere, a soggiogare al suo volere i quadri burocratici e quelli militari, in Italia, invece, quei quadri avevano conservato, anche in pieno regime fascista, una certa indipendenza e potevano ancora influenzare mosse politiche importanti.
op.cit., p. 504. Pietromarchi, proveniente dalla «nobiltà nera», la nobiltà vaticana, era stato in gioventù un ardente fascista. Secondo la sua testimonianza, la sua fede fascista fu gravemente scossa in seguito alla promulgazione delle leggi razziali nel 1938. La moglie di Pietromarchi era eb1·ea, e i tedeschi lo sapevano. Cfr. P.A. Inland, D. III - M 299666. Luther scrive: «L'ambasciatore Kasche comunica che la moglie del capo sezio· ne Pietroma.rchi è .. . di puro sangue ebreo (Volljudin)». Y. Rochlitz chiese su ciò informazioni al figlio di Pietromarchi e questo gli disse che sua madre discendeva da una famiglia di commercianti ebrei austriaci, di nome Zuckermann, emigrati in Italia agli inizi del nostro secolo e convertiti al cristianesimo negli anni venti. L
·1'
CARPI,
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Anche in seno alla stessa gerarchia fascista si era a mano a mano formato, dopo lo scoppio della guerra, un nucleo di opposizione antitedesco, capitanato dal ministro degli esteri il conte Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, e così si era praticamente creata la base per una possibile collaborazione tra forze di origine diversa. Abbiamo visto come, per quanto riguardava la protezione accordata agli ebrei, Ciano avesse appoggiato Pietromarchi; e come i due funzionari ministeriali avessero collaborato a tale scopo con Roatta e con alti ufficiali dei Comandi Militari. Con ciò non dobbiamo tratteggiare un quadro troppo idilliaco del comportamento italiano in Jugoslavia, dove il regio esercito non trattò i suoi nemici con i guanti: più volte, durante i combattimenti contro i partigiani, i soldati italiani fucilarono prigionieri, incendiarono villaggi, deportarono intere popolazioni - compresi vecchi, donne e bambini - dalle zone in cui infuriava la lotta e internarono migliaia di persone in campi di concent~amento. È doveroso però sottolineare che il comportamento degli italiani non costituiva un'eccezione rispetto a quanto stava accadendo allora in Jugoslavia, mentre il paese era lacerato da una lotta intestina delle più feroci e nessuna delle parti in lizza guardava troppo per il sottile nello scegliere i mezzi che avrebbe usato. Il sangue scorreva a fiumi, migliaia di donne venivano violentate, i bambini erano fatti a pezzi, i campi, i villaggi, le città erano dati alle fiamme. Del comportamento degli italiani in Jugoslavia è lecito dire che fu il meno pesante, in confronto a quello delle altre forze ivi operanti. Gli italiani si sforzarono, almeno, di cercare cli non colpire innocenti - cosa che non può certo essere detta riguardo al comportamento degli ustascia, dei cetnici e delle altre bande armate, compresi i comunisti di Tito. La protezione spontaneamente accordata dagli italiani all'inizio senza alcuna motivazione politica, ai serbi perseguitati dagli ustascia, lo dimostra. I funzionari del ministero degli esteri italiano, incaricati delle questioni inerenti alla Croazia, fecero di tutto per separare nettamente ciò che era chiamato «raison d'État», da un rozzo disprezzo per ogni principio morale. Questa fedeltà a norme morali era, però, strettamente dipend~nte dagli interessi politici e dagli avvenimenti che si succedevano in Croazia. La politica che gli italiani svolsero nei confronti dei profughi rifugiati in Dalmazia venne definendosi solo gradatamente e, nei primi mesi successivi all'occupazione della Jugoslavia, fu parte di tutta una politica generale diretta alla protezione dei serbi contro gli ustascia. Gli italiani temevano che i disordini dilagassero fino a colpire anche le zone annesse all'Italia e perciò essi occuparono, nell'a-
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gosto-settembre del 1943, la 2!! Zona impadronendosi così di un'ulteriore fetta di Croazia. Intanto gli italiani favorirono l'organizzazione di milizie serbe, che all'inizio si impegnarono in azioni di autodifesa e più tardi coadiuvarono gli italiani nella lotta antipartigiana. La prima ondata di profughi giunta sulla costa dalmata era formata in maggioranza da serbi, ma includeva anche non pochi ebrei fuggiti dalla Croazia indipendente, dove si stava svolgendo, in quei giorni, il primo rastrellamento di ebrei e venivano effettuate le prime deportazioni verso i Lager nazisti. La protezione accordata ai profughi ebrei era inclusa nella promessa generale, fatta dai militari italiani, di difendere le popolazioni locali senza distinzione di religione o di appartenenza etnica o razziale 2 • Gli italiani compresero ben presto che i tedeschi distinguevano nettamente fra gli ebrei e gli altri gruppi etnici e che i loro rivali, gli ustascia, speravano di poter utilizzare a loro favore quest'atteggiamento tedesco. Il Fuhrer aveva rassicurato Mussolini, a suo tempo, di non avere alcun interesse in Croazia e che questo paese sarebbe restato nell'area di influenza italiana; ma i croati speravano che le cose potessero mutare in futuro. L'accordo tedesco-croato, secondo il quale dovevano essere deportati tutti gli ebrei della Croazia, compresi quelli rifugiati nella 2!! Zona sotto il controllo italiano, fu per gli ustascia una splendida occasione per infamare gli italiani agli occhi dei t~deschi, ma al tempo stesso gli italiani non potevano assolutamente cedere, per motivi di prestigio e per tema di gravi conseguenze politiche sulla popolazione locale, alle imposizioni di collaborare all'attuazione del suddetto accordo. Proprio in quel periodo gli italiani vennero a sapere dello sterminio di ebrei che si stava compiendo nell'Europa orientale e furono fatte loro da diverse parti, prima di tutto dal Vaticano, forti pressioni affinché rifiutassero di consegnare gli ebrei. Già dall'inizio di questo conflitto interno, gli italiani incaricati della questione decisero di non consegnare, a nessuna condizione, gli ebrei. Essi si trovarono dunque obbligati a cercare vie atte a convincere Mussolini a dare loro il suo appoggio e ad evitare un confronto diretto con la Germania. Mussolini, a quell'epoca, teneva il piede in due staffe: da una parte cedeva ai tedeschi e dall'altra appoggiava i suoi collaboratori che volevano difendere gli ebrei. Gli italiani godevano, dinanzi ai loro <<alleati» tedeschi, di un vantaggio non trascurabile: essi conoscevano ogni risvolto, anche il 2 Vedi il proclama del generale Ambrosio alla popolazione locale, dopo l'occupazione della Zona, il 2.9.1942, in Lo1, Le operazioni, cit., p. 394.
z~
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più nascosto, della situazione e inoltre alcuni dei più intimi collaboratori li appoggiavano. I tedeschi, però, non caddero in trappola; è lecito supporre che essi capirono benissimo che gli italiani sabotavano i loro sforzi tesi alla cattura degli ebrei di Croazia, ma ciononostante non vollero inaspòre ulteriormente i già troppo tesi rapporti con i loro alleati meridionali e ciò sia per il particolare atteggiamento tenuto da Hitler verso il Duce, sia perché credevano che la protezione degli ebrei fosse effettuata a sua insaputa. Perciò i tedeschi speravano che le cose si sarebbero alla fine sistemate e gli ebrei sarebbero stati consegnati dopo una conversazione tete à tete tra Hitler e Mussolini. A tutto questo si deve aggiungere che i diplomatici e i militari italiani operarono con grande cautela ed astuzia e seppero far buon uso di tattiche di dilazione e diversione. Nei loro colloqui con i tedeschi, gli italiani ostentavano sempre la migliore «buona volontà», dicendosi prontissimi a consegnare gli ebrei, trovando, però, sempre nuove scuse per rimandare «a date da fissarsi» l'esecu zione della consegna: «L'affare necessita ulteriori chiarimenti» e i chiarimenti si impantanavano nella palude burocratica, senza mai giungere ad un termine. Roberto Ducci spiega: «Quando [nel mondo diplomatico] non puoi dir di no, molto semplicemente ti astieni da ogni esecuzione, sperando che intanto succeda qualcosa. Senza volere affermare che se l'Italia non si fosse arresa [nel settembre 1943) agli ebrei non sarebbe stato tort o un capello ... il fatto che fossimo fin ad allora riusciti a guadagnar tempo dimostra che la tattica da noi adottata era giusta ... » 3 • L'impresa che era iniziata con motivazioni umanitarie e di politica interna e come uno degli aspetti del conflitto tra italiani e croati e tra italiani e tedeschi divenne poi, dopo il chiaro delinearsi (agli inizi del 1943) della disfatta dell'Asse, un argomento politico da usarsi dopo l'uscita dell'Italia dalla belligeranza. Molti gerarchi, alti funzionari e ufficiali superiori italiani - e primi tra loro i membri del gruppo che si era adoperato per il salvataggio degli ebrei - si convinsero allora che l'Italia era sfinita e che avrebbe dovuto sganciarsi dal mortale «abbr accio» tedesco . Gli italiani desiderosi dì svincolarsi dall'a11eato germanico, cercavano il modo di ottenere le migliori condi-
3
Intervista con Ducci.
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zioni possibili per una loro resa (soprattutto dopo che a Casablanca, nel gennaio del 1943, gli Alleati avevano dichiarato di essere pronti ad accettare solo una resa incondizionata) e pensavano che il salvataggio degli ebrei da loro compiuto avrebbe potuto costituire, come aveva scritto Pietromarchi, <<una preziosa testimonianza, un compenso a tante indegnità» '1• Il numero complessivo degli ebrei salvati dagli italiani in Jugoslavia ammonta a circa 5000, di cui la maggioranza proveniva dalla Croazia. Circa 4000 di essi erano stati internati ad Arbe (passati poi nelle zone sotto controllo partigiano) e circa 1000 erano stati trasferiti in varie date (in maggioranza prima del dicembre 1941) in Italia e qui internati in cittadine e villaggi in diverse regioni del Paese. Uno sguardo retrospettivo su questa eccezionale storia ci permette di giungere ad alcune conclusioni che pur essendo a prima vista banali, non sono certamente errate: a) anche in quegli «anni bui», quando i nazisti tedeschi e i loro tanto numerosi collaboratori, di tutte le nazioni europee, erano nel pieno della loro attività di sterminio degli ebrei, quando pareva che, come scrisse un poeta, «tutto il mondo era contro di noi», anche allora si trovarono uomini - anche se pochi - che aiutarono gli ebrei a salvarsi da morte sicura; anzi, si trovarono allora interi gruppi organizzati - e non solo fra coloro che già combattevano la belva nazista, che porsero agli ebrei una mano amichevole; e il caso dell'Italia, alleata della Germania, sottolinea ancor più sullo sfondo del comportamento allora adottato dagli altri Stati satelliti del Reich, il fatto che qualora un certo Paese avesse fermamente deciso di difendere gli ebrei, avrebbe potuto farlo nonostante tutte le difficoltà connesse; b) la storia è scritta da uomini e anche quando gli uomini sono travolti da correnti, anche dalle più impetuose, essi possono imprimere agli avvenimenti un loro segno e influenzare il corso dei processi storici; la libertà d'azione concessa ad ognuno, in quanto singolo e in quanto parte di una società, di un'organizzazione, di un gruppo o di una intera nazione, è di gran lunga maggiore di quanto spesso si possa pensare; c) la morale e la politica non sono necessariamente in contrasto fra di loro, ma esiste fra loro un legame che non è solo teorico e la morale può spesso costituire, nel complesso delle considerazioni politiche, un fattore ricco d'importanza e di implicazioni utili; 4
Cfr. n. 146.
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d) proprio come non dobbiamo mai dimenticare ciò che hanno commesso contro di noi i nostri nemici, così dobbiamo sempre ricordare l'opera compiuta dai nostri amici, da coloro che non ci hanno abbandonato nell'ora della sventura, che anche nel pieno dell'infuriare della bufera, della barbarie non hanno dimenticato di essere uomini e ci hanno porto una mano amica: dobbiamo ricordare che anche nell'ora in cui noi stessi siamo forti e deteniamo nelle nostre mani le redini del potere, nostro preciso dovere è agire con gli altri come quegli uomini agirono allora con noi. Ce lo insegnano i nostri antichi testi: «Perciò l'uomo fu creato unico nel suo genere nel mondo, per insegnarci che chi distrugge un'anima è come se distruggesse un intero mondo; e chi salva un'anima ... è come se avesse salvato un intero mondo ... » .
Foto
Il generale Giuseppe Amico, comandante 1~ Divisione ÂŤMarcheÂť, assassinato dai tedeschi nel settembre 1943.
li gen<•ni\c Mario Robotti, ultimo comanda nte de lla 2" Armata.
li (:nvcrnator(' dP.lla Dn lmnzi,t (; iu;.;cppc Ba,;tian ini. poi S ottoscgreta r io ag ii Estl'ri .
Hans Georg von Mackensen, ambasciatore tedesco a Roma dal 1938 al 1943.
Ante Pavelié, capo del governo croato.
Il generale Paride Negri, comandante la Divisione «Murge».
..
\".
,Joachim von Ribbentrop, ministro degli Esteri del Terzo Reich.
Il ministro degli esteri Galeazzo Ciano.
Il generale Vittorio Ambrosia. coma ndante la 2" Arm ata, poi Capo di Stat,o Maggiore dell'Esercito.
Il generale Mario Roatta, successe al generale Ambrosia al comando della 2~ Armata.
Indici
INDICE DEI NOMI Abromeit Franz Aimone d'Aost a duca di Spoleto Alarico Alessandro I, re di Jugoslavia
76,149 47 155 en
(1921-1934) Altermann Natan Ambrosio Vittorio
28,62n
Amico Giuseppe Ammichai Y. Bacchetti Fausto Badoglio Pietro Balbo Italo Bastianini Giuseppe Becker le Adolf Heinz Begin Menachem Bismarck Otto Christian von Bliet P. Bloch Mark Borgoncini Duca Francesco Bottai Giuseppe BrahamR.L. Broszat M. BrowningC. Buffarini Guidi Guido BuliĂŠ F. BurkEdmond CarlĂ Vincenzo Carpi Daniel
Casertano Raffaele Castellani Roberto Castellani Vittorio Castellano Giuseppe Cavallero Ugo Churchill Winston Spencer sir
18
46, 48, 49n, 76, 83n, 9011, 116n, 130, 131,141,154, 166n 51, 52 e n, 69, 116n 109en 16, 47n 110n, 154, 155,156 39n 8,56 e n,59, 76, 87, 110, 130 e n, 132, 141, 142 e n, 143, 145 73n 38 76, 77 e n,78 e n, 79, 105 , 124, 128 e n 8n 21 87, 119 120,131 33n 28n 63n, 70n, 71n, 72n, 121n 101, 131 5n 107 139, 140 16,52n,59n,66n, 70n,72n, 80n,84n 87n,90n,95n, 106n, 107n, 115n, 123n 124n, 126n, 128n, 140n, 163, 164 e n 48,69, 70, 74,95 66, 80 e n,83, 84, 86, 87, 89, 90 e n, 147,148 109, 116n, 124n, 125n,127, 132 142 en 76,81n,90n,96, 107, 132 23,25,26,81
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
Ciano Galeazzo
Cohen Victor Coiuli Coturri Renato Cvetkovic Dragisa D'Ajeta Blasco DeakinF.W. De Bono Emilio De Felice Renzo De Stefani Alberto Deutsch, rabbino di Susak Djilas M. DollmannD. Dollmann Eugen Donati, uomo d'affari francese ebreo Doron Isso Ducci Roberto Eichmann Adolf Esposito Amodio Pietro Falconi C. Farinacci Roberto Federzoni Luigi Ferrari Orsi Federico Finderle Finzi Aldo Finzi commerciante ebreo Fornari H. FrankJosip Friedenreich Fucs Wilhelm Gelber Yoav Genovese Gentile Giovanni Gerstein Kurt GhefenM. Gibson H. Gigli Beniamino Gilbert M. Glass, ebreo di Trieste
8, 28, 37, 62, 66, 76, 77, 78 e n, 79, 80, 82, 95, 96, 102, e n, 110, 112 e n, 120, 124n, 128, 130 e n, 154, 162, 165 12511 153,156 53,54,55 26 66, 76,77, 78,95,105, 109,128,147,162 102n,130n, 136n, 154n 39n 8
39n 56,57 157n 102n 102n 121, 143n 19 8, 76, 77 e n, 78n, 80 e n, 109, llln, 116n, 123, 132, 167 e n 7,63,64, 71, 76, 121,136n, 137,140, 141, 143n,149,158 113, 114, 125n 8 e n., 35n, 49n 38en 39n 42n 46,47 37 e n 57 38n 61n 31n 6
16 56,57 37 115 125n 29n,102n 109 31n 116,117
INDICE DEI NOMI
Goebbels Paul Joseph Goering Herman Goethe Johann Wolfgang Goldstein S. Gorla Giuseppe Grandi Dino Grosser Bernardo Guariglia Raffaele Guberin Ivan Gunt her Halder F. Hejdrich HelmHans Hilberg Hilgruber T. Himmler Heinrich Hitler Adolf, Fii:hrer
Horstenau Glaise Hory Hussein al- Hadj Amin lnterlandi Telesio Ivanovié L. Jung Guido Karadjordjevié Paolo, reggente Kasche Siegfried Killinger Manfred Kosier L. Krizman B. Krumei Kvaternik Eugenio Dido Kvaternik Slavko Lapid Yossef Levi Fabio Levinger Y. Liberovici Jona Ljotié Nediée Loi Salvatore Lorkovié Mladen Lospinoso Lowenthal Z.
187
91 101 101 5n 130n 120,131,154 19 119
45 149 27n 63,71, 76 62,69, 76,149 33n 62n,93n 99, 101, 102 e n, 103, 104, 136n, 138n, 149 23, 24, 25, 26 e n, 28, 32n, 38, 61, 62n, 73n, 74, 79, 89, 91, 92 e n, 93, 94, 101, 102 e n, 120, 127, 130, 131, 135, 136 e n, 137,138, 142n, 146,149, 154,155n, 156, 160,161,164,166,167 91 28n 38 39 33n 37 26 48, 62, 67n, 69, 72, 73 e n,74, 75, 76, 89, 91,92,93,95, 104,105,127,128, 164n 73n 6n 28n,42n,69n 160 48n, 61 e n,62n, 78n 61,62 19 9
157n 159 7
5 e n,16, 41n, 69n, 166n 75,104 121, 143n 33n,45n,48n,57n, 158n
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UN DEBITO DI GRATITUDINE
Ludin Hans Elard Luther Martin MacSmith D. Macek Vladico Mackensen, Hans Georg Viktor von Magli Giovanni Marcone Giuseppe Ramiro Marjanovié J. Martini A. Marus Matkovsky A. Matteotti Gia como Michaelis M. Mihajlovié Draza Milazzo M. Mitrovié R. Molotov Viaceslav Mikhailovic Skriabin, detto, Montini GiovanniBattista, poi Paolo VI papa (1963-1978) MorleyJ.F.. Morpurgo Vittorio Muggeridge .M. Miiller Heinrich Mussolini Benito, Duce
.Mussolini Rachele Nedié Milan Nedomacki V. Negri Paride Omri Y. Paris E. Paulus Friedrich von Pavelié Ante Pavlovié B. Paxton R.
73n 63, 70 e n, 71 e n, 72, 74, 76, 128, 164n 120n 28n 72, 76,80, 140,141,142,143 110 48 en, 49 26n 8n 121n 33n 3711,38,132 37n,39n,47n, 78n,80n,99n 89 89n 7n 92n 86n 49n, 118n 51, 73, 153 e n 28n 71,145,158 8, 14, 15, 23, 24, 25, 28, 37 e n,38, 39, 40, 42, 47, 53, 56n, 78, 79, 80 e n, 82, 83n, 84, 86, 87, 88, 92 e n, 93 e n, 94, 95, 97, 99, 100,102,103,107, 112, 115, 116, 117, 119, 120, 123, 124 e n, 125, 129, 130 e n, 131, 135, 136 e n, 138 e n, 139, 140, 141, 142 e n, 143, 146, 147, 148, 151, 153, 154 e n, 160, 161, 164, 165, 166, 167 55n 7
5n 66,67n 125n,157n 41n,50n 129 28, 42, 49, 62 e n, 74, 78n, 91, 92, 93, 94,105, 117,136,140,149 104 121n
INDICE DEI NOMI
Pentimalli Riccardo Perié Stijepan Persen M. Pertini Sandro Petacci Clara Petrovié S. Picciotto Fargion Liliana Pièche Giuseppe Fieri Piero Pietromarchi Luca
Pinkus Ch. Pio XII (Eugenio Pacelli), papa (1939-58) Pirzio Biroli Alessandro Plessen J ohann von Plutarco Poliakov L . Preziosi G. Primieri Clemente Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore Rademacher Franz Ranke Leopoldo von Ribbentrop Johachim von Ricci Roatta Mario
Roberts W.R. Robotti Mario Rocco Alfredo Rochlitz Yossef Rolla Romano ,Jasa Rommel Erwin Ron Eytan Rozman Gregorio Sabille J .
189
58 104 34n 19 120 47n 9
115, 116 e n, 117, 118, 124, 129 10 8, 66, 76, 78 e n, 80 e n, 82, 83, 84 e n, 88n, 90,95, 104,105,109, 116n, 123, 124n, 125, 128n, 129, 132, 138, 139 e n, 141, 142, 143 e n, 145, 146 e n, 147 e n, 148n, 164n, 165,168 132n 49n,86n,116n 139 76,95 83 41n, 105n, 121n, 13011, 140n, 141n,143n 39 110 83 61,63,69, 76 13 56n, 70 e n, 71, 72, 73n, 74, 75, 89, 91, 92n, 93,94,135, 136, 137,138, 139,140, 146,147 101 8, 49n, 75, 76, 80, 83 e n, 84 e n, 87, 88, 89, 90 e n, 93, 95, 96, 109, 110, 111 e n, 116 e n, 124 e n, 125, 127, 130, 131, 132,136,154,165 89n 116n,130,131,132,133,139,140, 148 37 16,58n, 78n, 116n, 162n 149,152 9,3ln,33n, 108n, 150n, 156n 81,91,155 19
49 en 41n
190
UN DEBITO DI GRATITUDINE
Salvatore Umberto Santin Antonio Sarfatti Margherita Scavizzi Pietro Schmidhuber Schneider B. Schnell Karl Schwarz G. Senise Carmine Serena Adelchi Shelah Menachem Sim.ovié Dusan Sokolow Nahum Sorani S. Stalin Josip Vissarionovié Dzugasvili, detto, Stazi Stepinac Aloisius Stock Mario Talmon Y. Talpo Oddone Tardini Domenico Teleki de Szék Pal Tito, Josip Broz, detto, Tomasevié Vaccari I. Valobra Lelio Verax, pseudonimo di Roberto Ducci Vidau Luigi Vittorio Emanuele III di Savoia, re d'Italia (1900-1946) Weiss Weitzmann Haim Weizsacker Ernst von WolffKarl Yelnik Y. Yttai Y. Zanussi Giacomo Zuccolin Marcello Zuckermann, commercianti ebrei austriaci
42n 49 en 37 49 e n, 116n 51 8n 65, 66, 67 e n, 70, 71 6n 56, 87, 102, 119, 142 e n, 145 e n 112en 18, 19,33n,43n,44n,49n,62n,64n, 86n, 132n, 156n, 157n, 158n 26 38 50n,52n,56n,87n 24 46,47 49 58n 23 5 en 84 e n 27 62,89,91, 136,151, 153n, 156,157, 165 89 132n 50,87 78n, 95n, 104n, 111 e n 142 en 154 54n 38 71 e n 136 69n 49n, 132n 110 e n, 111 e n, 112 e n,113 116 164n
INDICE GENERALE Presentazione del Capo Ufficio Storico dell'Esercito Prefazione di Antonello Biagini
pag.
3
5
Introduzione dell'Autore
13
Presentando il libro di YosefLapid
17
Avvertenze
20
I - Il pantano balcanico
23
II - La bufera si scatena
31
III - L'invasjon.e dei profughi
37
IV - La commissione d'inchiesta
45
V - Una macchia d'inchiostro sulla lapide
53
VI - Trenta denari d'argento (svalutati)
61
VII - Primi passi nel buio
69
VIII - Il dado è tratto: "si consegnino gli ebrei!"
77
IX - "Non rimandare mai a domani ... "
83
X - "Cavi telefonici sotterranei"
91
XI - L'unica soluzione possibile?
99
XII - Tutti gli ebrei ai campi!
107
XIII - Gli ebrei vengono messi a morte con il gas
115
XIV - Attendendo la primavera
123
X.V - La proposta che era impossibile rifiutare
135
XVI - Tutti in un unico campo
145
XVII - Il principio della fine
151
XVIII - "Non lo dovete dimenticare"
159
Indice dei nomi
183
Indice generale
191